Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

BARI

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

TUTTO SU BARI E LA PUGLIA

I BARESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

Quello che i Baresi ed i Pugliesi non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i Baresi ed i Pugliesi non avrebbero mai voluto leggere. 

di Antonio Giangrande

  

 

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

PARLIAMO DELLA PUGLIA.

IL CREDITO CHE SI DISCREDITA…

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

IL BARI E LA BARESITA'.

IL TRIBUNALE DI BARI? ABUSIVO, ANZI, FUORILEGGE.

PALADINI DELL’ANTIMAFIA?

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

IL SUD TARTASSATO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

PARENTOPOLI: DIVIETO PER PARENTI ED AFFINI; AMMESSI CONIUGI, CONVIVENTI ED AMANTI.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

LA FIERA DEGLI SPRECHI E DEI PRIVILEGI. FIERA DEL LEVANTE E AQP ACQUEDOTTO PUGLIESE.

BARI E BARESITA'. BARI TRA COZZALI E COZZARI.

IMPRESENTABILI A SINISTRA.

QUANDO STRISCIA LA NOTIZIA TOPPA.

QUANDO MICHELE EMILIANO TOPPA.

SE NASCI A BARI…..HAI MICHELE EMILIANO.

IN MORTE DI PIETRO CAPONE.

NELLA PUGLIA DI VENDOLA: VITALIZI A GO-GO E CONCORSI TRUCCATI.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO E GAFFE. QUANDO I MAGISTRATI DANNO I NUMERI.

TRIBUNALE DI BARI. IL PALAZZO DEI VELENI.

IL SEGRETO DI PULCINELLA. LA MAFIA E’ LO STATO.

VENDOLA E L’AMBIENTE SVENDUTO.

EMILIANO: CHE CAZZO GUARDI?

GOZZOVIGLI ALLA REGIONE.

MAGISTRATI. CON LA DESIRE' DIGERONIMO I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA?!?

DIGERONIMO, VITTIMA DEI CORVI O DELLA POLITICA?

BARI TERRA D’INGIUSTIZIA. MICHELE LA FRATTA, MICHELE MATARRESE E LE TOGHE PERMALOSE.

GIUSTIZIA AD OROLOGERIA? CONDANNATO RAFFAELE FITTO.

GUAI A FARE SCOOP SULLE NEFANDEZZE DEI GIUDICI.

SE SI DENUNCIANO ERRORI DEI MAGISTRATI: SCATTA LA REAZIONE.

QUANDO AD ASSOLVERE CI SONO GLI AMICI.

IN CHE MANI SIAMO?

PARLIAMO DI USURA E DI FALLIMENTI TRUCCATI?

E DI ALTRO ANCORA SUI MAGISTRATI E SULL'INFORMAZIONE.

PUGLIA: REGIONE CUCCAGNA. CAPITALE DEGLI SPRECHI.

PUGLIA: REGIONE AVVELENATA.

POLITICA, INFORMAZIONE E GIUSTIZIA. BARI: COZZE E COZZARI.

BARI: TUTTI PAZZI PER LE COZZE.

IL PESCE PUZZA SEMPRE DALLA TESTA.

LA CRICCA DI CARTA CHE PROTEGGE VENDOLA.

ED ECCO A VOI BARI. CITTA’ DALLA CULTURA SOCIO MAFIOSA O DEDITA AL VOTO DI SCAMBIO IMPUNITO??

PARLIAMO DI AMMINISTRATOPOLI REGIONALE:

NELL'INTERESSE DEI CITTADINI PUGLIESI?

NELL’INTERESSE DEI LAVORATORI PUGLIESI?!?

NELL'INTERESSE DELLE ASSOCIAZIONI PUGLIESI?

NELL’INTERESSE DELLE TV LOCALI PUGLIESI?

NELL'INTERESSE DEGLI EMIGRANTI PUGLIESI?

NELL'INTERESSE DELLA CULTURA PUGLIESE??

NELL'INTERESSE DELLA SANITA' PUGLIESE??

NELL'INTERESSE DELLA GIUSTIZIA PUGLIESE??

PARLIAMO DI INSABBIAMENTI.

SFIDUCIA NELLA GIUSTIZIA PUGLIESE: BEN RIPOSTA.

AMBIENTOPOLI.

ABUSI EDILIZI E PUNTA PEROTTI.

MEDIOPOLI.

MALAGIUSTIZIOPOLI.

INGIUSTIZIOPOLI.

SANITOPOLI A BARI.

ESAMI TRUCCATI.

CONCORSI TRUCCATI. CORSI E RICORSI STORICI.

PARENTOPOLI A BARI.

UNIVERSITA': AFFARE DI FAMIGLIA. A BARI MOGLI E FIGLI IN CATTEDRA.

ALTAMURA. INTRECCI MAFIE E POLITICA.

GRAVINA DI PUGLIA: CICCIO E TORE. UNA STORIA DI ORDINARIA ITALIANITA'.

TRANI. QUANDO I BUONI TRADISCONO O FANNO SCANDALO.

BOTTE E MINACCE TRA GIUDICI DIETRO LA GUERRA CONTRO IL CAVALIERE.

TRANI. LIBERTA' D'INFORMAZIONE E SEGRETO ISTRUTTORIO: OSSIA, SPUTTANARE I CITTADINI CON IMPUNITA'.

MODUGNO CORROTTA.

GIOIA DEL COLLE CORROTTA.

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

PARLIAMO DELLA PUGLIA.

Puglia, la caccia abusiva in mano ai clan: la criminalità controlla anche il business dei bracconieri. I clan foggiani che hanno messo le mani su un business lucroso. E il gelo di questi giorni sta peggiorando la situazione: senza cibo e acqua, gli uccelli si spingono in territori più esposti, scrive Chiara Spagnolo il 17 gennaio 2017 su "L'Espresso". Un posto fisso per la caccia "regolare" in Capitanata può costare fino a 40mila euro l'anno, uno abusivo almeno 10mila in meno: si scrive 'caccia non consentita' e si legge bracconaggio, gestito dai clan foggiani che hanno messo le mani su un business lucroso, trovando nei campani i clienti più spregiudicati e facoltosi. Dalla provincia settentrionale della Puglia a quelle della Campania i chilometri sono pochi e acquistare un posto in capanno o bunker - nel Parco del Gargano così come nelle saline di Margherita di Savoia, vicino al lago di Lesina o sulle alture della Daunia - è per molti un buon antidoto alla noia domenicale. Per capirlo basta fare un giro nei bar di paese e ascoltare accenti e inflessioni dialettali o affacciarsi alla porta e controllare le targhe dei grossi suv carichi di armi. Il problema del bracconaggio è tornato d'attualità dopo il freddo intenso che ha messo in ginocchio la Puglia a inizio anno e ha indotto Lipu (la Lega italiana protezione uccelli) e Wwf a chiedere alla Regione la chiusura anticipata della caccia consentita e maggiore vigilanza nelle zone martoriate dal gelo. L'ente ha prima illuso gli ambientalisti con un provvedimento di sospensione nel weekend della Befana e poi ha fatto parziale retromarcia, con l'interdizione limitata alla beccaccia e che rischia di determinare un contenzioso giudiziario. Di certo, al momento, c'è che gli uccelli migratori che scelgono la Puglia per il clima più mite rispetto all'Est Europa sono allo stremo. Provati dalla mancanza di cibo e acqua, si spingono in territori più esposti e diventano facili prede, come è accaduto all'oca collorosso abbattuta pochi giorni fa sul lago di Lesina. Si tratta di un anatide originario della Siberia, di cui sopravvivono appena 50mila esemplari e che dovrebbe godere di protezione particolare, come la moretta tabaccata impallinata poche ore prima sul litorale di Zapponeta. Ma il condizionale è d'obbligo, perché tra il passaggio del Corpo forestale nell'Arma dei carabinieri e la soppressione delle Province, che ha di fatto esautorato la polizia provinciale, i controlli sull'attività venatoria sono ridotti al lumicino. E se pure la Regione Puglia, con il Piano faunistico di agosto, ha stanziato un milione 800mila euro per attività che comprendono la gestione delle aree protette e i controlli, resta il fatto che nell'intrico di norme e competenze molto poco si riesce a fare per contrastare l'armata cacciatori. Già quelli iscritti agli Ambiti territoriali provinciali sono un piccolo esercito di 50.142 - 20.030 a Foggia, 13.159 a Bari, 6.167 a Lecce, 5.720 a Taranto, 5.066 a Brindisi - ansiosi di sparare soprattutto a volatili, ma anche a volpi e cinghiali. I residenti fanno la parte del leone, ma i posti a disposizione per gli extraregionali non sono pochi: 801 a Foggia, 526 a Bari, 243 a Lecce, 228 a Taranto e 202 a Brindisi. Su tutto vige la regola della proporzione, con il territorio foggiano trasformato in riserva venatoria, considerato che dei 560.000 ettari di territorio agro-silvo-pastorale, appena 12.000 sono ambiti protetti, mentre più della metà (380.000) sono considerati superficie utile alla caccia. Aree immense e anche poco agevoli alla percorrenza, su cui la difesa del territorio è affidata a forze dell'ordine impegnate in mille altre attività e a sparuti gruppi di volontari. Poche decine sono quelli della Lipu, altrettanti quelli del Wwf, e battono boschi e zone umide. Sono loro a scoprire bunker ricoperti di sabbia e capanni circondati dalle canne. E sono loro a ricevere minacce esplicite, danneggiamenti alle auto e ai posti di osservazione. È accaduto in Capitanata, ma anche in Salento - dove gli irregolari (che cacciano senza permesso o in giorni di silenzio venatorio) si concentrano nell'oasi delle Cesine e nel Parco di Porto Selvaggio - ma anche sulla costa tarantina, in particolare verso le saline di Manduria, o in Valle d'Itria nella zona della Selva di Fasano.

Il male e i talebani del “bene”, scrive il 3 dicembre 2017 su "La Repubblica" Enrico Bellavia - Giornalista di Repubblica. Chiesero a Luciano Liggio se esistesse la mafia e lui serafico rispose, sì, se esiste l’antimafia. Vero perché troppo spesso in Italia quell’“anti” vive solo nella ragione del suo opposto. Così se c’è la mafia, c’è l’antimafia e se c’è il fascismo c’è anche l’antifascismo. Così i destini del male e del suo antidoto sembrano indissolubilmente legati. L’antimafia che è o dovrebbe essere la sostanza dello stato di diritto, esiste invece come una setta, una organizzazione da contrapporre alla mafia e non la ragione stessa del vivere civile. Ci si deve accreditare antimafiosi per vedersi riconoscere la legittimazione a dire qualcosa, altrimenti si rischia l’indistinto anonimato dell’ovvietà. Ma con i galloni addosso dell’antimafiosità militante, allora anche la banalità dell’evidenza, veste i panni del martirio sofferto della rivelazione. L’antimafia che avrebbe dovuto essere la constatazione che nella società, nella vita civile, nel sostrato di regole e diritti di un Paese c’erano già gli strumenti per la ribellione, ha finito con l’essere una comoda tenda sotto la quale accasarsi mentre altri impiantavano il gabbiotto dell’ufficio rilascio patenti. Il talebanismo antimafioso, fatto di dogmi e uomini simbolo, fatto di eroi di carta vendicatori delle verità negate ha finito con il prendersi tutto il campo, consegnando in dote ai populismi di ogni risma la genuina volontà di un popolo, siciliano, italiano, di farla finita con i bravi. Ecco, l’antimafia come totem, il venerabile nulla al quale votarsi incuranti di selezionare i compagni di strada, consegnando ruoli da guru agli illuminati del momento, la perpetuazione di un male presupposto del bene che gli si oppone è l’unico totem dal quale fuggire e di gran carriera. Non lo fanno gli antimafiosi tutti d’un pezzo, quelli mai un dubbio, quelli che decidono a chi concedere la benemerenza della parola. Quelli che se la raccontano ogni giorno e sperano, in cuor loro che ci sia sempre un nemico, così tanto per giustificare la loro di esistenza di anti qualcosa. Magari con il fondoschiena poggiato su qualche polverosa poltrona di comando di qualcosa diventata per contatto essa stessa antimafiosa. L’antimafia del contagio virtuoso è così l’antimafia del contatto provvidenziale. E per tutto il resto basta un po’ di martirio, una spruzzatina di illuminismo, due quarti di ovvietà e un terzo di furbizia.  Dopotutto ogni totem incarna un tabù.

L’arrestocrazia e il potere del “Coro antimafia”, scrive Piero Sansonetti l'11 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Dal caso De Luca al caso Spada, quando l’arresto mediatico e a furor di popolo conta più le regole del diritto. E chi dissente è considerato un complice dei farabutti. Ieri pomeriggio Cateno De Luca è stato assolto per la quattordicesima volta. Niente concussione, nessun reato. A casa? No, resta agli arresti perché dopo 15 accuse, 15 processi e 15 assoluzioni, martedì scorso era arrivata la 16ima accusa. E ci vorrà ancora un po’ prima che sia assolto di nuovo. Stavolta l’accusa è evasione fiscale. Non sua, della sua azienda. Cateno De Luca è un deputato regionale siciliano. Era stato eletto martedì. Lo hanno ammanettato 24 ore dopo. L’altro ieri sera invece era stato fermato Roberto Spada. Stiamo aspettando la conferma del suo arresto. Lui è in una cella a Regina Coeli. Roberto Spada è quel signore di Ostia che martedì ha colpito con una testata – fratturandogli il naso – un giornalista della Rai che gli stava facendo delle domande che a lui sembravano inopportune e fastidiose. È giusto arrestare Spada? È stato giusto arrestare Cateno De Luca? A favore dell’arresto ci sono i giornalisti, gran parte delle forze politiche, una bella fetta di opinione pubblica. Diciamo: il “Coro”. Più precisamente il celebre “Coro antimafia”. Che ama la retorica più del diritto. Contro l’arresto c’è la legge e la tradizione consolidate.

Prendiamo il caso di Spada. La legge dice che è ammesso l’arresto preventivo di una persona solo se il reato per il quale è accusata è punibile con una pena massima superiore ai cinque anni. Spada è accusato di lesioni lievi (perché la prognosi per il giornalista è di 20 giorni) e la pena massima è di un anno e mezzo. Dunque mancano le condizioni per la custodia cautelare. Siccome però il “Coro” la pretende, si sta studiando uno stratagemma per aggirare l’ostacolo. Pare che lo stratagemma sarà quello di dare l’aggravante della modalità mafiosa. E così scopriremo che c’è testata e testata. Ci sono le testate mafiose e le testate semplici. Poi verrà il concorso in testata mafiosa e il concorso esterno in testata mafiosa.

Mercoledì invece, dopo l’arresto di Cateno De Luca, non c’erano state grandi discussioni. Tutti – quasi tutti – contenti. Sebbene l’arresto per evasione fiscale sia rarissimo. Ci sono tanti nomi famosi che sono stati accusati in questi anni di evasione fiscale per milioni di euro. Alcuni poi sono stati condannati, alcuni assolti. Da Valentino Rossi, a Tomba, a Pavarotti a Dolce e Gabbana, a Raul Bova e tantissimi altri. Di nessuno però è stato chiesto, ovviamente, l’arresto preventivo. Perché? Perché nessuno di loro era stato eletto deputato e dunque non c’era nessun bisogno di arrestarlo. L’arresto, molto spesso, specie nei casi che più fanno notizia sui giornali, dipende ormai esclusivamente da ragioni politiche. E il povero Cateno ha pagato cara l’elezione. I Pm non hanno resistito alla tentazione di saltare sulla ribalta della politica siciliana. Comunque qui in Italia ogni volta che qualcuno finisce dentro c’è un gran tripudio. L’idea che ormai si sta affermando, a sinistra e a destra, è che l’atto salvifico, in politica, sia l’arresto. Mi pare che più che in democrazia viviamo ormai in una sorta di “Arresto- Crazia”. E che la nuova aristocrazia che governa l’arresto-crazia sia costituita da magistrati e giornalisti. Classe eletta. Casta suprema.  Gli altri sono colpevoli in attesa di punizione. Poi magari ci si lamenta un po’ quando arrestano i tuoi. Ma non è niente quel lamento in confronto alla gioia per l’arresto di un avversario. Il centrodestra per esempio un po’ ha protestato per l’arresto pretestuoso di Cateno De Luca. Il giorno prima però aveva chiesto che fosse sospesa una fiction in Rai perché parlava di un sindaco di sinistra raggiunto da avviso di garanzia per favoreggiamento dell’immigrazione. Il garantismo moderno è così. Fuori gli amici ed ergastolo per gli avversari. Del resto la sinistra che aveva difeso il sindaco dei migranti ha battuto le mani per l’arresto di Cateno.

L’altro ieri intanto è stato minacciato l’avvocato che difende il ragazzo rom accusato di avere stuprato due ragazzini. L’idea è quella: “se difendi un presunto stupratore sei un mascalzone. Il diritto di difesa è una trovata farabutta. Se uno è uno stupratore è uno stupratore e non serve nessun avvocato e nessunissima prova: condanna, galera, pena certa, buttare la chiave”. Giorni fa, a Pisa, era stato aggredito l’avvocato di una ragazza accusata di omicidio colposo (poi, per fortuna, gli aggressori hanno chiesto scusa). Il clima è questo, nell’opinione pubblica, perché questo clima è stato creato dai politici, che sperano di lucrare qualche voto, e dai giornali che un po’ pensano di lucrare qualche copia, un po’, purtroppo, sono scritti da giornalisti con doti intellettuali non eccezionali. E se provi a dire queste cose ti dicono che sei un complice anche tu, che stai con quelli che evadono le tasse, che stai con quelli che danno le testate. Il fatto che magari stai semplicemente col diritto, anche perché il diritto aiuta i deboli mentre il clima di linciaggio, il forcaiolismo, la ricerca continua di punizione e gogna aiutano solo il potere, beh, questa non è nemmeno presa in considerazione come ipotesi. Tempo fa abbiamo pubblicato su questo giornale “La Colonna Infame” di Manzoni. Scritta circa due secoli fa. Due secoli fa? Beh, sembra ieri…

P. S. Ho letto che Saviano ha detto che Ostia ormai è come Corleone. Corleone è la capitale della mafia. A Corleone operavano personaggi del calibro di Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano. Corleone è stato il punto di partenza almeno di un migliaio di omicidi. Tra le vittime magistrati, poliziotti, leader politici, sindacalisti, avvocati. Paragonare Ostia a Corleone è sintono o di discreta ignoranza o di poca buonafede. Ed è un po’ offensivo per le vittime di mafia. P. S. 2. Il giornalista Piervincenzi, quello colpito con la testata da Spada, ha rilasciato una intervista davvero bella. Nella quale tra l’altro, spiega di non essere stato affatto contento nel sapere dell’arresto di Spada. Dice che lui in genere non è contento quando arrestano la gente. Davvero complimenti a Piervincenzi. Io credo che se ci fossero in giro almeno una cinquantina di giornalisti con la sua onestà intellettuale e con la sua sensibilità, il giornalismo italiano sarebbe una cosa sera. Purtroppo non ce ne sono.

Consiglio di Stato, minigonne obbligatorie e il divieto di matrimonio: scandalo alla scuola per futuri magistrati. Pugno duro - Verso la destituzione il consigliere Bellomo: gli strani criteri di selezione della sua scuola per futuri magistrati, scrive Carlo Tecce l'8 dicembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Clausola del fidanzato, divieto di matrimonio e obbligo di minigonne – “fino a un terzo della distanza dall’anca al ginocchio per le occasioni mondane” – scelta meticolosa delle calze e della marcatura del trucco. Una totale sottomissione al docente. Più che studi di formazione al concorso in magistratura, quelli della società Diritto e Scienza erano “addestramenti”, termine che rivendica il direttore scientifico Francesco Bellomo, quarantenne di Bari, ex magistrato ordinario, ora consigliere di Stato. Il contratto per i borsisti della scuola non rispetta la “libertà e la dignità della persona”, sottolinea invece il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (guidato da Alessandro Pajno) che ha approvato la destituzione, cioè la rimozione dall’incarico di Bellomo. Per rendere effettiva la sanzione più grave, però, occorre il parere dell’adunanza dei consiglieri. Ma il racconto che emerge dal dibattimento è inquietante. Palazzo Spada ha aperto un’istruttoria dopo l’esposto del padre di un’allieva. Ha ascoltato la figlia, in passato legata al consigliere, e un’altra ragazza. Ha esaminato gli articoli della rivista di Diritto e Scienza e le fonti – anche dei carabinieri – che hanno contribuito a ricostruire la delicata vicenda. Poi ha elaborato un documento finale – che il Fatto ha visionato – in un cui riassume i quattro addebiti disciplinari che “violano il prestigio della magistratura”. Il primo riguarda i rapporti – anche personali – fra il docente e le allieve e le imposizioni ineludibili per non perdere la borsa di studio: “Risulta che era il consigliere Bellomo a sottoporre a colloquio gli aspiranti a tale borsa di studio e a selezionarli. L’accesso alle borse di studio comportava per i borsisti la sottoscrizione di un vero e proprio contratto. Il contratto prevede numerosi impegni dei borsisti nell’interesse della società, tra cui la scrittura di articoli per la rivista Diritto e Scienza, la partecipazione a studi e convegni, la promozione dell’immagine della società. (…) È emerso che conteneva una clausola limitativa relativa a matrimonio e fidanzamento: decadenza in caso di matrimonio; fidanzamento consentito solo se il/la fidanzato/a risultasse avere un quoziente intellettuale pari o superiore a un certo standard; competeva al consigliere stabilire se i fidanzati o fidanzate dei o delle borsiste superassero il quoziente minimo necessario per essere fidanzati e/o ammessi/e (ciò appare particolarmente significativo). È stato poi dichiarato che, allegato a tale contratto, vi fosse un documento contenente il cosiddetto dress code, che prevede diversi tipi di abbigliamento dei borsisti a seconda delle occasioni. Per l’abbigliamento femminile si fa anche menzione alla diversa lunghezza della gonna, del tipo di calze e del tipo di trucco”. La “qualità” del fidanzato/a influiva sul percorso di formazione dei borsisti: “Dalla rivista giuridica della società si desumono le modalità e gli strumenti valutativi per attribuire il punteggio che consente di beneficiare delle borse di studio di fascia A e di fascia B. Per quanto riguarda il genere femminile, i criteri di scelta si riassumono in potere/successo; intelligenza; capacità di amare; bellezza; personalità. Per quanto riguarda, invece, i criteri di scelta del genere maschile: bellezza; femminilità; attitudine materna; intelligenza; eleganza”. E dopo la promozione o la bocciatura cosa succedeva? Una borsista, rivela una ragazza, aveva deciso di lasciare il fidanzato perché ambiva alla fascia A e Bellomo le aveva proposto di “sottoscrivere un contratto con il quale si impegnava a corrispondergli 100 mila euro se non avesse tenuto fede a questa decisione”. Il borsista era costretto a un vincolo di riservatezza assoluto, l’unico referente era Bellomo. E dunque il direttore scientifico poteva “esporre in pubblico la vita personale della borsista inadempiente”, durante le lezioni e negli articoli. È accaduto a un’ex allieva e fidanzata di Bellomo. Il relatore Sergio Zeuli “cita alcuni argomenti della vita della donna riportati nelle riviste, gli incontri con il suo fidanzato, i luoghi dove avvenivano questi incontri, anche di natura sessuale, le descrizioni degli incontri e tutta una serie di particolari intimi, sui quali per decenza evita di intrattenersi”. Per Palazzo Spada, Bellomo è colpevole pure di aver gestito la società Diritto e Scienza come un amministratore, ben oltre l’incarico di insegnamento, autorizzato dal Consiglio di Stato dal 2009 al 2016. E non solo. Ha tentato di sfruttare la sua posizione di magistrato per ottenere l’accompagnamento coattivo dai carabinieri dell’ex allieva e fidanzata per una “conciliazione” in caserma. Il consigliere Hadrian Simonetti, per sostenere la richiesta di destituzione, conclude l’intervento con l’implorazione del padre della ragazza: “Vi chiedo con il massimo rispetto, quale cittadino e quale padre, se un alto magistrato che appartiene a un organo così illustre della Repubblica possa accanirsi così, anche avvalendosi di una procedura apparentemente legale, nei confronti di una giovane ragazza in evidente stato di inferiorità. Mi chiedo se l’immagine del Consiglio di Stato sia compatibile con una scuola che pubblicizza con il nome di borse di studio contratti che si rilevano un capestro per i firmatari. Mi chiedo se l’immagine del Consiglio di Stato sia compatibile con un contratto/borsa di studio nel quale è imposta l’assoluta segretezza e dove si chiede fedeltà assoluta a una persona, dove si coartano scelte personalissime e diritti inviolabili della persona e dove uomini e donne sono classificati in esseri superiori e inferiori”. Il Consiglio di presidenza ha risposto con la punizione più severa. Adesso il Csm dovrà valutare la condotta di un magistrato, collaboratore del capo di Diritto e Scienza. Contattato dal Fatto per una replica, Bellomo ha spiegato che non può parlare finché non sarà chiuso il procedimento disciplinare.

Gogna per le “ribelli” e “trasgressività”: il codice-magistrate. I criteri della scuola di formazione giuridica del consigliere di Stato Bellomo. “Le minigonne? Lo dice anche Ichino”, scrive Marco Franchi il 10 dicembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Il Consiglio di Stato ha aperto un’istruttoria dopo l’esposto di un padre di un’allieva, “vittima” del sistema Bellomo, ex magistrato ordinario, consigliere di Palazzo Spada e soprattutto dominus dei corsi di formazione per magistrati della società “Diritto e scienza”. Le regole – anzi i “contratti” – di “Diritto e scienza” prevedono per le borsiste obbligo di minigonna in determinate situazioni, valutazioni sugli standard dei fidanzati (alcuni quindi sono stati lasciati…) e norme sui matrimoni. Il tutto – secondo il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa – ha rappresentato una violazione del “prestigio della magistratura”. Bellomo dunque è stato proposto per la destituzione. Ecco una breve antologia del sistema-Bellomo.

Le regole, i fidanzati e la teoria di Darwin. Il codice di condotta di Bellomo è stringente: “Il borsista è vincolato alla fedeltà nei confronti del direttore”; “La scelta del partner (del borsista, ndr), applicando i dettami della teoria della selezione naturale, deve cadere sul soggetto che presenta le caratteristiche più vantaggiose. La preferenza deve essere dunque accordata al soggetto più dotato geneticamente”. E ancora: “La negazione dei criteri scientifici porta come inevitabile conseguenza che l’operatore orienti le proprie scelte verso il modello rispettivamente del fidanzato sfigato e della donna oggetto”. Una delle studentesse racconta: “C’era anche una clausola riguardante la scelta del fidanzato. Le borsiste avrebbero dovuto assegnare un punteggio algoritmico al loro fidanzato e confrontarlo con il punteggio assegnato da Bellomo. Se i due punteggi non coincidevano, prevaleva quello assegnato dal consigliere Bellomo”. Anche perché il borsista – sempre secondo il codice – “non potrà mantenere o avviare relazioni intime con soggetti che non raggiungano il punteggio di 80/100 se appartenente alla prima fascia, di 75/100 se appartenente alla seconda fascia. Il borsista decade automaticamente non appena contrae matrimonio”.

Che eleganza questo “dress code”. Il punto 4 del codice prevede, inoltre che “il borsista deve attenersi al dress code in calce e, comunque, deve curare la propria immagine anche dal punto di vista dinamico (gesti, conversazione, movimenti), onde assicurarne il più possibile l’armonia, l’eleganza, la superiore trasgressività”.

La “dottrina” del lavoro e il lodo iraniano. Proprio riguardo al dress code la difesa di Bellomo – sostenuta dal consigliere Birritteri nell’udienza del consiglio di presidenza della giustizia amministrativa che poi deciderà di rimuovere il magistrato – cita: “Pietro Ichino nel suo trattato del 2003, affronta proprio il problema del dress code e dice: ‘Accade che il datore di lavoro chieda al prestatore il rispetto di disposizioni circa l’abbigliamento o l’aspetto personale’. È chiaro che l’obbligo del prestatore di lavoro è perfettamente identico all’obbligo contrattualmente assunto da un borsista. (…) ‘Questo vale anche per la pattuizione dell’obbligo di portare abiti moderatamente-sexy, quando la particolarità dell’abito non sconfini nell’indecenza. Minigonne e camicie attillate – sempre la citazione di Ichino della difesa di Bellomo – non possono considerarsi di per sé lesive della dignità della persona’.” Ma la difesa di Bellomo va oltre: “Viviamo brutti tempi, mi preoccuperei più che delle minigonne delle giuste preoccupazioni delle hostess dell’Air France. Sapete perché hanno protestato? Perché la compagnia ha ripreso i voli per Teheran e non hanno apprezzato le hostess. La circolare interna della compagnia ha richiesto loro l’obbligo di indossare pantaloni, una giacca lunga e di coprire la testa e i capelli con un velo al momento dell’uscita dell’aereo. Preoccupazioni esattamente opposte. Ora dico: forse dovremmo preoccuparci di più di chi ci vuole mettere il burqa e il velo in testa anziché contestare un dress code”.

La gogna sulla rivista scientifica. Diritto e scienza è anche una pubblicazione curata dallo stesso magistrato ed è oggetto anche essa dell’incolpazione nei confronti di Bellomo. Ha ospitato contenuti difficilmente ascrivibili alla “scienza” giuridica. In particolare vi sono riportate le vicende personali di una borsista – indicata con nome e cognome – come gli incontri con un suo fidanzato, i luoghi dove avvenivano questi incontri, anche di natura sessuale, le descrizioni e tutta una serie di particolari intimi in evidente violazione della privacy. Sugli accadimenti della vita personale di questa donna si scatena poi una sorta di “caccia all’uomo”, nella quale vari lettori della rivista intervengono per commentare le scelte e i fatti personalissimi della borsista. Alla quale dedica risposte lo stesso Bellomo, scientificamente s’intende: “È vero, lei ha evidenti limiti che l’addestramento non ha risolto, ma dell’immensa quantità di donne che ho avuto, peraltro di elevata qualità media, lei è stata una delle poche, se non l’unica, a non avermi fatto sentire solo. Se perderla è il prezzo che pago per le pubblicazioni, è alto. Mi consolo con l’utilità didattica che hanno avuto. Lo sviluppo palesato dagli allievi, costretti ad applicare categorie scientifiche ad una storia di vita, è stato eccezionale”.

La scienza dell’amore: una e-mail. Sempre nel rispetto della scienza giuridica, così Bellomo presenta un numero della sua rivista del 2013: “Il 30 agosto ricevetti una e-mail. “Se è vero tutto quello che mi hai detto, noi dobbiamo stare insieme. (…) Dovremmo stare insieme, oggettivamente. I sentimenti possono mutare (…), ma la realtà non cambia. Seguire la via razionale non è stato uno sbaglio”. “Seguire la via razionale non è stato uno sbaglio…”. Per convincermi aveva impiegato la teoria delle “convergenze geometriche”, che io stesso avevo elaborato come versione moderna del mito platonico dell’anima gemella”. Però gli amanti – nel mondo reale – falliscono. La donna cambia idea, adduce “un episodio – scrive Bellomo – a suo giudizio gravissimo di cui ero stato responsabile, aggiungendo: ‘Non facciamoci altro male. Ti auguro ogni bene’”. Bellomo rimugina: “‘I sentimenti possono mutare (…), ma la realtà non cambia’. In un mese aveva cambiato idea su una cosa che non ammette mutamenti. E che lei stessa aveva definito immutabile”. I lettori di Diritto e scienza avranno capito di chi si tratta? Avranno indovinato chi ha infranto il codice?

LO SBERLEFFO Vedi alla voce “Ripubblica”, continua "Il Fato Quotidiano". “Minigonna imposta alle allieve, due magistrati rischiano il posto”. Lo leggiamo su Repubblica e proviamo uno strano senso di déjà vu. Dove l’abbiamo sentito già? Mistero. Andiamo avanti. “Un consigliere di Stato, Francesco Bellomo, già proposto per la destituzione dai suoi colleghi. (…) Due toghe – che avevano ricevuto distinte autorizzazioni per insegnare diritto alla scuola di formazione ‘Diritto e Scienza’ – avevano elaborato codici di comportamento lesivi della libertà dei partecipanti: Bellomo, il direttore, intrecciava diritto e rapporti con le studentesse”. E ancora: “Un codice di comportamento per guadagnare punti per il concorso da magistrato. Che prevedeva un rigido dress code, minigonne e tacchi a spillo, ben visibili nelle foto del sito. Niente matrimonio, fidanzati valutati per vedere se le aspiranti magistrate meritassero la fascia A o B. Rapporti sentimentali plurimi”. Tutto già letto. Ma dove? Ecco dove: sul Fatto Quotidiano del giorno prima. Altri giornali hanno ripreso lo scoop del nostro giornalista Carlo Tecce, citando la testata su cui era stato pubblicato. Repubblica invece no. Ripubblica e si dimentica la fonte.

Bellomo e il caso delle magistrate molestate: «È innamorata di me». Così il consigliere di Stato parlava delle aspiranti magistrate che seguivano il suo corso. La vita intima di una borsista con cui aveva avuto una relazione rivelata in ogni dettaglio ai lettori della rivista giuridica trasformata in chat, scrive Virginia Piccolillo il 10 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Si può discutere di diritto rendendo «caso» la vita intima di una donna da cui ci sentiamo traditi? E renderla oggetto di decine di numeri di una rivista giuridica, con nome, cognome, foto, mail. È davvero «Diritto e Scienza», o assomiglia più a una vendetta in chat? Il caso del consigliere di Stato, Francesco Bellomo, che secondo l’organo di autogoverno dello stesso Consiglio di Stato non deve più vestire la toga (manca il parere dell’adunanza), solleva nuovi interrogativi. Legati alla rivista del suo corso per aspiranti magistrati, che il Corriere ha avuto modo di sfogliare. Un quesito lo dovrà risolvere anche il CSM, su quel pm anti-violenza sulle donne, Davide Nalin che alla rivista collaborava senza nulla eccepire. Malgrado della borsista lui raccontasse tutto: «Pochi giorni dopo confessa di essersi innamorata di me. Sono abituato a sentirmelo dire e la mia reazione è sempre di neutralità, perché così sono costruito. Ma questa volta non resto indifferente». Disamina con i lettori la «mediocrità della vita» di lei. Racconta il punteggio algoritmico che le aveva chiesto di assegnare all’ex fidanzato con cui lei dopo un po’ si rivede. Rivela: «Lei intuisce l’abnormità della sua condotta e cerca di giustificare il perché aveva fatto l’amore ...».

La testimone. Di «violenza psicologica» parlano in molte. Dopo la testimonianza al Corrieredel padre che ha rivelato il dramma della figlia giunta «al limite del suicidio», un’allieva, «ancora terrorizzata da Bellomo, che sa tutto e vede tutto come l’occhio del Signore degli Anelli» e «ha il potere assoluto per farti passare o bocciare al concorso in magistratura», rivela dal di dentro quel clima. «All’inizio il corso sembrava normale. Poi iniziava la selezione. Lui aveva un gruppo, come una setta. Ti dicevano cose strane». Tipo? «“I borsisti sono una razza superiore perché saranno futuri giudici”. “Chi è contro Bellomo non sarà mai un giudice”, perché lui è potentissimo. E chiedevano: “Se ti invitasse a casa sua ci andresti?”». Poi la prova stile Weinstein: un incontro privato. «C’è chi dopo quella prova non è più tornata al corso — racconta ancora l’aspirante magistrato —. Chi tornava invece non era più uguale a prima. Super-minigonne, total black e non ti rivolgeva più la parola. Bellomo finita la lezione parlava solo con loro. Una ragazza l’abbiamo vista dopo essere diventata borsista baciarsi con lui in pubblico. Tu pensavi, ma che c’entra col diventare giudice? Però molti avevano pagato in anticipo. Altri temevano che non ti facesse passare l’esame».

La rivista. Del tutto anomalo il contenuto della rivista diretta da Bellomo. In un numero racconta l’antefatto di quello che definisce un «caso emblematico»: quando la borsista «supera la prima selezione, ma all’inizio della seconda, dopo un minuto, cade in contraddizione sul regolamento e la dichiaro inidonea». Poi, scrive, «al chiaro scopo di ottenere una seconda chance, lei adotta un look analogo a quello indicato nel dress code allegato al regolamento, non perdendo occasione per mettersi in evidenza. A marzo accetta tutte le condizioni, firmando il contratto di durata annuale». Tra le quali «fedeltà all’Agente Superiore». E il fatto che «i risultati dell’attività di addestramento possono essere oggetto di analisi nella rivista». Lui stesso rivela l’appuntamento una settimana dopo «non in occasione del corso. Lei si organizza tacendo ai genitori finalità del viaggio». Poi racconta «l’innamoramento» e il presunto «tradimento». E rivela fatti intimi per mesi. «Si succedevano i numeri della rivista — scrive lui stesso — per dimostrare la natura della fanciulla e la falsità della sua rappresentazione avevo messo in campo i massimi sistemi»: algoritmi, teorie sociali. «Aveva detto non avrò mai più contatti con lui. Il “mai” erano stati 6 mesi» scrive. E mette nero su bianco il ricatto: «Avevo prospettato la revoca della borsa di studio qualora lo avesse rivisto». Eppure per il pm Nalin non c’era «nulla di strano».

"L'HO DENUNCIATO E LUI MI HA MANDATO I CARABINIERI A CASA", scrive Giuseppe Baldessarro per "La Repubblica", l'11 dicembre 2017.

«Mia figlia sta meglio. Bene, ma non ancora benissimo. Ha ripreso a mangiare, e a studiare. Un'ora al giorno. Poca roba rispetto a quanto studiava in passato, ma è un altro passo verso la normalità».

Parla con voce titubante il padre che ha denunciato il consigliere di Stato Francesco Bellomo. Sua figlia, lui stesso e sua moglie, ora «vogliono dimenticare» e tornare alla vita normale. Mentre lui parla la moglie continua a dirgli «chiudi il telefono, non parlare con i giornalisti».

Come sta oggi sua figlia?

«È ancora in cura, entra ed esce dall' ospedale tutte le settimane. Fa sedute con gli psicologi, nonostante sia passato un anno dai fatti. Sta provando a raccogliere i cocci di una vicenda che ha lasciato macerie. Ma la prego, di più non mi faccia aggiungere. Questa storia le ha distrutto la vita e continua a lasciare per strada cicatrici che faticano a guarire. E ogni volta che se ne parla le ferite tornano a riaprirsi».

Sua figlia studia di nuovo?

«Ci sta provando, un po' per volta. Spero che ce la faccia. Tenga conto che lei, laureata alla Cattolica di Piacenza, è stata premiata come una delle 12 migliori allieve di tutti corsi, non solo quello di legge, e di tutta Italia. Ha fatto l'apprendistato come avvocato. Ha frequentato la scuola di Parma per due anni. Solo dopo è cominciata l'avventura di "Diritto e scienza". Ma ora noi vogliamo solo la sua serenità, passo dopo passo».

Quando ha deciso di denunciare Bellomo?

«Guardi, non posso aggiungere altro se non che mia figlia è stata sotto ricatto per troppo tempo».

Cosa ricorda dei carabinieri che bussavano alla sua porta?

«Sono venuti più volte, mandati da lui, volevano che mia figlia firmasse un atto di conciliazione. Sono venuti a maggio, e poi a ottobre, ma lei era in ospedale».

Cos' è successo quando sua figlia ha staccato i cellulari?

«Sì, ha cambiato il cellulare, ha cancellato l'account su Facebook, per non essere raggiunta in alcun modo, ma lui ce l'ha fatta lo stesso attraverso i carabinieri».

Bellomo ha fatto esposti contro lei e sua figlia chiedendo100mila euro di risarcimento.

«Solo 100mila? Voleva molto di più. Sta provando tuttora a distruggerle la vita. Ma quello che ho fatto lo rifarei ancora».

Cosa spera oggi?

«Di tornare alla nostra serenità. Ma è ancora troppo presto per dimenticare».

L'ASPIRANTE MAGISTRATA "COSÌ IL PROF MI MINACCIAVA", scrive Liana Milella per "La Repubblica" l'11 dicembre 2017. «Il consigliere Bellomo mi ha rivolto anche minacce dirette. C' è stato un periodo in cui aveva iniziato a trattare anche al corso e a parlare con me di autotutela. Prefigurava la possibilità che anche il mio caso sarebbe finito sulla rivista». Ecco il drammatico interrogatorio della studentessa che teme di finire, come le sue colleghe, su " Diritto e scienza", la rivista della scuola.

La clausola del fidanzato. «Ho iniziato a frequentare il corso nel 2014- 2015 a pagamento. Non avevo fatto domanda per la borsa di studio in quanto alcune clausola, come l'obbligo di segretezza, avevano destato in me perplessità. Avevo letto il caso di una collega che era stata sottoposta a due prove, un giro in macchina a velocità elevata e una passeggiata in una zona urbana connotata da microcriminalità». La studentessa descrive Bellomo «docente di tutte e tre le materie, diritto civile, penale, amministrativo, l'impressione è che lui facesse tutto». È il factotum di " Diritto e scienza". «Ho espresso perplessità sul dress code obbligatorio. Sulla clausola del fidanzato non sollevai obiezioni perché non ero fidanzata. Bellomo mi ha detto che potevo mantenere rapporti amichevoli con lui, studente dello stesso corso, facendomi capire che non raggiungeva il punteggio algoritmico sufficiente per poter avere una relazione sentimentale».

Le lacrime al ristorante. «Siamo andati a cena. Mi ha chiesto l'elenco dei miei ex. Ne è nata una discussione perché non gli avevo detto di aver avuto un incontro intimo con il mio ex. Bellomo si è alterato, io ho pianto. Quella sera, con un bacio, è iniziata la nostra relazione. Mi ha detto che era una grande opportunità per me e che se le cose non fossero andate bene ognuno sarebbe tornato alla sua vita». La relazione diventa morbosa. «Mi chiese di non avere più contatti con il mio ex. Dopo un contatto con lui Bellomo si è arrabbiato dicendomi "pacta sunt servanda"».

La rottura e gli attacchi di panico. Nell' aprile 2016 cominciano gli «screzi». Entra in scena il «mediatore» Nalin. «Quando mi fu detto che avrei dovuto parlare di cose intime con lui ho avuto un attacco di panico. Bellomo mi dice che stava chiudendo il numero della rivista che si era occupata del caso di un'altra ragazza e che c'era spazio anche per me. Protestai perché c'era il nome dell'interessata». La rivista era pubblica, ma poi lo fu «solo tramite codici e password». Bellomo «dice che i miei comportamenti fanno parte del medesimo disegno criminoso. Mi contesta il reato di truffa. Minaccia il trattamento sanitario obbligatorio e lo sputtanamento sulla rivista».

Le pressioni sull' Arma. Gli ufficiali dell'Arma applicano una vecchia norma e bussano più volta a casa della ragazza. Ma scrivono al procuratore di Piacenza Cappelleri: «In modo autoritario e in più occasioni Bellomo ha detto che la procedura doveva proseguire nel modo più assoluto e che non sarebbero più stati tollerati ritardi e/o omissioni. Ha anche prospettato una serie di accorgimenti per raggiungere lo scopo di notificare l'invito a comparire, contattare i vicini, i parenti, i familiari sulle utente a noi note».

La seconda ragazza. La storia si ripete con un'altra studentessa. «Bellomo invitò ciascuna borsista ad assegnare punteggi all' attuale o all' ex fidanzato. Era lui a stabilire se si potesse continuare a frequentarli e a rivedere i punteggi. Gli raccontai poco della mia privata perché mi resi conto che era solito commentarli con altre. Mi riprese perché avevo risposto solo il giorno dopo a un suo sms. Per il mio tenerlo a distanza mi disse che se avessi voluto crescere sul piano professionale avrei dovuto seguire le regole, fidandomi di lui. Attivai sul cellulare il " rifiuto di chiamata" per le continue insistenze a riprendere il rapporto personale. Uscì un articolo sulla rivista e mi riconobbi nella descrizione. Il mio nome era richiamato in una mail in terza persona».

La difesa del mediatore. È una sequela di niet l'interrogatorio del pm Nalin, in stretti rapporti con Bellomo. «Ero solo il coordinatore della rivista. Sapevo che lì sarebbero state analizzate vicende personali con metodo scientifico.

Ai corsisti era richiesta un'immagine ordinata, pulita, di bellezza globalmente intesa. Non ero a conoscenza di clausole su gonne corte. Mi sono offerto come mediatore quando i rapporti tra una studentessa e Bellomo sono divenuti tesi, Era convinta che Bellomo fosse l'uomo della sua vita ed era preoccupata per la situazione».

Il brillante magistrato sotto azione disciplinare. Il caso al consiglio di stato Le accuse su Bellomo: minigonne e tacchi per le sue corsiste, scrive Carmela Formicola l'11 Dicembre 2017 su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Cappotti di pelle lunghi, stile Keanu Reeves in Matrix. E un po’ lo ricorda, per colori e postura. Francesco Bellomo, tuttavia, non è un divo di Hollywood ma un magistrato del Consiglio di Stato finito nell’occhio del ciclone per le sue attività di direttore scientifico di «Diritto e scienza». È l’uomo che alle corsiste avrebbe prescritto di imparare le differenze tra imputazione oggettiva e soggettiva, di leggere Sir Edward Coke e Cesare Beccaria, di indossare minigonne e tacchi a spillo. Sull’ultima «prescrizione» si sono accesi i riflettori dei media e una certa prouderie che, in tempi di molestatori alla gogna, divampa come focare e fanoje del periodo. Ma Bellomo non è un molestatore. È un brillantissimo studente di Giurisprudenza dell’Università di Bari, poi pubblico ministero (è stato uditore di Gianrico Carofiglio nei primi anni Duemila quando il famoso scrittore era ancora pm antimafia a Bari), giudice amministrativo quindi componente della terza sezione giurisdizionale del Consiglio di Stato. Nel suo curriculum vitae, Bellomo dichiara con nonchalance di essere accreditato alla Wais (Wechsler adult intelligence scale) di un quoziente intellettivo pari a 188 (la media umana è pari a 100). Last but not the least, ultimo ma non ultimo, Bellomo è direttore scientifico di «Diritto e scienza», accorsata rivista on line nonché associazione che organizza corsi di alta formazione e prepara al concorso in magistratura. Nella sua attività di formatore, il brillante magistrato barese avrebbe introdotto nuove visioni, avrebbe ampliato lo spettro dei requisiti che fanno di una persona qualsiasi un uomo/una donna di legge. Anzi, soffermiamoci sulle donne di legge secondo il Bellomo pensiero. Belle e magre. Di minigonne e tacchi a spillo abbiamo già parlato. Alle corsiste vincitrici di borsa di studio, raccomandava inoltre di non sposarsi. Fidanzati? Sì, ammessi ma con riserva. Più che un codice di regole potrebbe sembrare un decalogo da setta segreta, ma Bellomo, già incalzato dai media nazionali, bolla la vicenda come «surreale» e «grottesca». Che con le donne Bellomo non abbia sempre avuto rapporti sereni, lo dimostrano alcune denunce/querele fatte dalle sue ex che sono state a loro volta controquerelate dal magistrato. Di cosa lo accusavano? Di qualcosa riconducibile a una presunta volontà manipolatoria. Plagio? Ma nessuna condanna è mai intervenuta a dar ragione alle fanciulle. E arriviamo a una data importante. Il 28 dicembre del 2016 il padre di una ragazza che frequenta i corsi di «Diritto e scienza» scrive alla Procura di Piacenza. La Procura invia gli atti al Consiglio di Stato che avvia un’azione disciplinare nei confronti di Bellomo. L’accusa: «Clausole contrattuali lesive dei diritti della persona». Il «contratto», con le prescrizioni di cui abbiamo già detto, sarebbe quello firmato dalle corsiste ammesse alle borse di studio. Il consiglio di presidenza del Consiglio di Stato, a un anno circa dall’esposto, non raggiunge una decisione unanime sulla destituzione di Bellomo dalla magistratura. La parola passa dunque all’assemblea di tutti i consiglieri, che deve ancora pronunciarsi. Al Consiglio superiore della magistratura pende invece un procedimento disciplinare nei confronti di Davide Nalin. Chi è costui? È pubblico ministero a Rovigo nonché componente della redazione della rivista «Diritto e Scienza» (della quale fanno parte anche Stefano Vitale, Federica Federici, Alessia Iacopini e la giovane giudice barese Valentina D'Aprile). Nalin viene chiamato in ballo da una ragazza che aveva frequentato il corso per il concorso in magistratura organizzato da «Diritto e Scienza». La ragazza sostiene che Nalin sia stato una sorta di «mediatore» tra Bellomo ed altre corsiste. Sarebbe stato lui a chiedere, ad esempio, foto intime o anche particolari intimi della vita delle ragazze. Ma lo avrebbe fatto - questo almeno riferisce l’«accusatrice» - per conto di Bellomo.

Sulla «vicenda Bellomo» indaga anche la Procura di Bari, scrive l'11 Dicembre 2017 “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La Procura di Bari ha aperto un’indagine conoscitiva sulla vicenda relativa al giudice del Consiglio di Stato Francesco Bellomo, di origini baresi, che avrebbe obbligato le allieve della sua scuola privata di formazione per magistrati «Diritto e Scienza» a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato, pretendendo anche che non fossero sposate. Questo è quanto denuncia il padre di una studentessa: denuncia, presentata a Piacenza, che ha dato avvio fino ad oggi a un procedimento disciplinare nei confronti del consigliere e ad accertamenti sull'intera vicenda anche sul piano penale, come scritto da alcuni quotidiani. La scuola ha tre sedi in Italia, a Milano, Roma e Bari. Oggi i magistrati di via Nazariantz hanno aperto un fascicolo «modello 45», cioè senza ipotesi di reato né indagati, proprio per accertare eventuali condotte illecite commesse anche nel capoluogo pugliese.

Francesco Bellomo, il magistrato delle minigonne «imposte»: «Anche Einstein fu attaccato come me». Il consigliere di Stato: «Sono un genio, giudicatemi come uomo ma per 25 anni ho amministrato la giustizia in modo praticamente perfetto», scrive Virginia Piccolillo il 12 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera".

Consigliere Bellomo, ci spiega perché costringeva le borsiste al dress code con minigonna nera e tacchi? 

«Sono tenuto al silenzio e fino a che non sarà finita non posso difendermi. Sono state scritte cose false. Il magistrato si giudica per quello che fa».

Che vuol dire? 

«La giustizia è criticatissima e invece vi trovate davanti uno che per 25 anni l’ha svolta in maniera praticamente perfetta. Una volta che io esco dalle aule di giustizia torno una persona libera di esprimere le mie idee. Giudicatemi come uomo».

E il regolamento con vestiti succinti e obbligo di omertà?

«Ma quale omertà? Voi non ce l’avete il contratto. È tutto trasparente».

Allora lo mostri. Perché tanto segreto? 

«Esistono delle clausole di riservatezza nel contratto che viene sottoscritto con la società che organizza i corsi. Come negli Stati Uniti».

Il Corriere però ha letto i suoi articoli. 

«Visto che avete rubato quelle riviste cercate di capire il mio metodo innovativo».

Che problema c’è a leggere una rivista giuridica? Perché deve essere segreta? 

«È riservata agli allievi del corso. Innanzitutto perché hanno pagato, e poi perché è un metodo che li avvantaggia nel superare l’esame».

È lei a scrivere che una borsista scartata venne ripescata dopo aver indossato a lezione il dress code. 

«È una semplificazione. Il mio è un metodo scientifico di intendere la funzione della ragione nelle cose umane. Tutti i geni, anche Einstein, si sono dovuti difendere dagli attacchi di chi non ne conosceva le idee. Non avrei voluto divulgare le mie, ma sono venute fuori. Allora perché non dite che funzionano? Le mie allieve (e i miei allievi) hanno superato il concorso più di quelle di qualunque altro corso. E poi il dress code non è quello che scrivete».

Ma ci sono le foto. 

«Quelli sono eventi. E il dress code non mi è stato contestato, mentre leggo che sono stato condannato per quello. Io non posso e non voglio parlare di quel procedimento di fronte al Consiglio di Stato. Ma se anche volessi, come nel processo di Kafka io, tutt’ora, le accuse non le conosco. Non mi hanno contestato nessuna clausola. Un uomo che ha fatto il pm in realtà complicate come la Sicilia, può essere censurato per un dress code?»

Anche per aver raccontato i rapporti sessuali che una borsista aveva con lei e con altri uomini. 

«Bisognerebbe sapere se c’era il consenso».

C’era? 

«Certo. Questa ragazza ha vinto il concorso, durante la pubblicazione della rivista. Non vi fate domande?».

Alcune ragazze raccontano di altre allieve selezionate per meriti che, una volta diventate borsiste, non parlavano più con nessuno e sembravano entrate in una setta. 

«Non è vero niente. Non è scritto da nessuna parte. Io quando ero pm gli anonimi li cestinavo». 

Allora può rassicurare le sue allieve che non denuncerà chi deciderà di parlare? 

«Come posso rassicurarle di una cosa che non esiste?» 

Temono che le faccia bocciare al concorso. 

«Assurdo. Non ne ho il potere». 

E allora come spiega quanto sta accadendo? 

«Facciamo un esempio: due persone si incontrano, fanno l’amore, il giorno dopo l’uomo dice che è stato bello. La donna lo denuncia. Vogliamo capire come mai?». 

Facciamone un altro: aspiranti attrici facevano un provino da Weinstein e venivano molestate. 

«Non c’entro nulla con quel tipo di cose. Weinstein è un produttore che ti può bloccare la carriera. Io non sono la casta sono uno che ne sta completamente al di fuori e tutto questo ha un peso su ciò che sta accadendo. Ma quando potrò parlare si capirà tutto». 

Francesco Bellomo, la borsista: «Così il pm delle pari opportunità mi spingeva a inviare foto intime». L’aspirante magistrata al corso di Bellomo. Il Pg: il suo collaboratore Nalin va sospeso, scrive di Virginia Piccolillo il 12 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". «Continue vessazioni di carattere anche sessuale», l’obbligo a «indossare minigonne e tacchi alti», il «timore ingenerato nelle ragazze dal direttore della Scuola, Francesco Bellomo, ma anche dal dottor Nalin». Nel sexgate delle toghe venerdì riflettori accesi sul pm anti-violenza di Rovigo, Davide Nalin. Mentre anche la procura di Milano valuta se aprire un’indagine, il Csm analizzerà la richiesta del Pg della Cassazione, Pasquale Ciccolo, di sospenderlo dall’attività di magistrato per il «grave» ruolo avuto nella vicenda: un po’ da «mediatore», un po’ da postino delle minacce di Bellomo alla borsista che finì in ospedale dallo stress, convincendo il padre ad appellarsi al Consiglio di Stato.

L’incolpazione. Nelle carte, inviate a tempo di record dal Consiglio di Stato, le parole della ragazza che aveva una relazione con Bellomo: «Il dott. Nalin prese a contattarmi per farmi comprendere gli errori logici che commettevo» (è il metodo «scientifico»-sessuale rivendicato alCorriereda Bellomo così: «Anche Einstein veniva attaccato da chi non lo capiva»). «Nalin — prosegue la ragazza — aveva assunto la veste di “mediatore”, e quando il nostro rapporto attraversava momenti critici, interveniva analizzando pacatamente le mie reazioni». Per lei non è un sostegno, ma un obbligo: «Quando mi è stato detto che avrei dovuto parlare di cose intime con Nalin ho provato un forte imbarazzo». Non accade una volta sola, ma «ogni volta che c’era un dissidio con il consigliere subito interveniva Nalin». Era gentile, dice, ma «contribuiva alla compenetrazione tra piano personale e professionale». Le evidenziava «errori logici». Ma non si parlava di matematica, ma di sesso forzato: «Ricordo una volta che Bellomo si è arrabbiato perché ho indugiato a inviargli una foto mia intima. Non era la prima volta che me la chiedeva. Gliene avevo inviate già altre. Subito dopo è intervenuto Nalin chiedendomi notizie del perché non volessi rispettare i patti con il consigliere». Ma il pm del pool Pari Opportunità sapeva? No, ma assicura la ragazza: «Dopo aver saputo mi ha invitato a inviare la foto».

«Ero terrorizzata». C’è di più: la minaccia della denuncia. «Aspiravo a superare il concorso in magistratura e non volevo la denuncia», dice la ragazza quando racconta perché rimane «terrorizzata» dall’arrivo dei carabinieri che, su pressione di Bellomo, le notificano l’avviso di conciliazione. Nalin fa leva su quel timore. Quando «alla richiesta di Bellomo di definire i giorni in cui trascorrere insieme le ferie, ho esitato perché sapevo che per ogni impegno preso con lui era derogabile solo per cause di impossibilità assoluta», riferisce, comincia «a contestarmi il reato di truffa» e a «spiegarmi che si trattava di un medesimo disegno criminoso».

Un «clima di soggezione psicologica», censura il Pg, che evidenzia le «vessazioni anche di carattere sessuale» e «lo stravagante, se non aberrante, regolamento (dress code) di cui Nalin era a conoscenza». Una condotta «grave» che per far avere «indebiti vantaggi sessuali a Bellomo», scrive il Pg, arreca un «irrimediabile» danno alla credibilità e all’immagine della magistratura che «non può ridursi a un trasferimento». Nalin deve essere sospeso.

Pg: pm può reiterare illeciti, scrive il 13 Dicembre 2017 "la Gazzetta del Mezzogiorno". Impedire che possa reiterare, cioè continuare a compiere, condotte «gravemente scorrette» e "incompatibili» con le funzioni giudiziarie; episodi di «tale degrado» da aver danneggiato non solo la sua personale credibilità di magistrato, ma quella dell’intera giurisdizione . E' per questo che il procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo ha chiesto alla sezione disciplinare del Csm - che deciderà venerdì prossimo - di sospendere con urgenza dalle funzioni e dallo stipendio e di collocare fuori ruolo il pm di Rovigo Davide Nalin, stretto collaboratore del consigliere di Stato Francesco Bellomo nella Scuola di formazione giuridica "Diritto e scienza». Bellomo - su ci pende una proposta di destituzione - è il giudice amministrativo che avrebbe obbligato le allieve a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato e preteso anche che non fossero sposate, secondo la denuncia presentata dal padre di una studentessa. La ragazza, una borsista, aveva avuto una relazione con il consigliere di Stato e il Pg contesta a Nalin di aver fatto da «mediatore» per procurare «indebiti vantaggi di carattere sessuale» a Bellomo, quantomeno la prosecuzione di quel rapporto. Il tutto facendo leva sulla sua autorevolezza di magistrato e prospettando alla ragazza che se non avesse dato seguito alle richieste di Bellomo, come quella di mandargli una foto intima o di definire il periodo in cui passare insieme le ferie estive, avrebbe commesso reati che le avrebbero impedito di partecipare al concorso in magistratura. Condotte che sono particolarmente gravi per il Pg, anche considerato «il clima di soggezione psicologica» subito dalle studentesse che ambivano a entrare in magistratura «per la sottoposizione a continue vessazioni anche di carattere sessuale», e «lo stravagante se non aberrante regolamento (dress code) di cui Nalin era a conoscenza». Adoperandosi per far conseguire a Bellomo «ingiusti vantaggi», il pm di Rovigo ha "fortemente leso il rispetto della dignità umana» che assieme a correttezza e equilibrio, costituisce uno dei presupposti dell’esercizio delle funzioni giudiziarie. E a pesare c'è anche «l'allarme e lo sconcerto» che si sono diffusi nell’ambiente degli aspiranti magistrati, ai quali è stato fatto credere che il concorso di possa superare con metodi del tutto «estranei alla formazione tecnica, professionale e deontologica». 

«Nel cerchio magico del giudice sembravano pronte per il night». Il magistrato e le corsiste Lo scandalo dei corsi per la magistratura con obbligo di minigonna Una delle studentesse di Bellomo: lui scostante, aveva le sue elette, scrive il 13 Dicembre 2017 Giovanni Longo su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Sembra di vederle quelle poltroncine rosa antico in velluto descritte da una delle corsiste. Chiede l’anonimato: per questo la chiameremo Maria. In una grande sala di un albergo barese, in corso Alcide De Gasperi, ci sono una sessantina di aspiranti magistrati come lei. Sono più donne che uomini. Qualcuno, nelle ultime file, chiacchiera un po’. Davanti, invece, siedono le più fortunate, meritevoli o chissà che. Giovani ragazze, magrissime, qualcuna in abiti succinti pendono dalle labbra di chi è di fronte: il consigliere di Stato Francesco Bellomo. Parlava «sempre con lo stesso tono, non era un grande oratore ma i ragionamenti che faceva ti aprivano la mente», racconta adesso Maria della periferia di Bari. Lei, che finora il concorso non lo ha superato, non sedeva avanti e non indossava abiti corti come alcune borsiste. La maggior dei corsisti, infatti, prendeva appunti e seguiva con attenzione. Come ha fatto lei. L’investimento era davvero significativo: circa 4.000 euro per i due anni di corso necessari alla preparazione al concorso in magistratura ordinaria. Più il costo dei libri. Scritti sempre da Bellomo, finito al centro dello scandalo su dress code e clausole sul quoziente intellettivo di fidanzati e fidanzate, accuse che il giudice respinge.

Maria, come si svolgevano i corsi?

«Lezione venerdì pomeriggio dalle 14 alle 19. Il sabato tutta la giornata. E poi c’erano i temi. Tutto molto faticoso».

Cosa ricorda del consigliere Bellomo?

«Un genio, con la capacità di farci spaziare in modo interdisciplinare. Il suo metodo era incredibile con le dispense e le correzioni che faceva lui personalmente, non gli assistenti. Anche se era anche scostante».

Un esempio?

«Un paio di volte ho provato ad avvicinarmi per fargli domande di carattere giuridico, ma sono stata allontanata, non prima di essere stata stata squadrata. In 30 secondi mi ha liquidato come se lo infastidissi. Non dava confidenza a nessuno».

Proprio a nessuno?

«Beh, ricordo la trasformazione di una ragazza dell’hinterland barese. I primi giorni era vestita normalmente e sedeva dietro. Dolcissima, bravissima, di punto in bianco indossava gonne cortissime, stivali, sembrava fosse pronta per salire sul cubo. Iniziò a sedersi in prima fila. Solo a poche elette il consigliere Bellomo dava confidenza, specie durante le pause».

Cosa accadeva?

«Dopo due ore ci si fermava per un caffè. Bellomo restava seduto al tavolino e prendeva un espressino in compagnia della borsista di turno, oppure se ne stava per conto suo».

Qual era la vostra reazione?

«Questa ragazza era un po’ “ghettizzata” dagli altri. I pettegolezzi su una relazione tra i due erano tantissimi. Non so se era vero, ma a me dispiaceva per lei e cercavo di starle vicino».

Cosa ricorda del professor Bellomo?

«Magrissimo, indossava sempre la stessa maglietta un po’ ingiallita, soprabito di pelle nera, jeans tagliati e stivali texani. Ricordo il riscaldamento al massimo nella sala perché lui aveva freddo, la voce monocorde, il volto inespressivo e l’intelligenza di gran lunga superiore rispetto alla media».

Le è mai venuto in mente di “adeguarsi” a quello che oggi viene descritto come il «dress code»?

«Ho avuto la sensazione che ci fosse qualcuno che lo faceva per compiacerlo. Della serie: “Chissà, se mi vesto anche io così posso essere considerata di più”. Io mi sono concentrata solo sulla mia presenza in quella sala: studio e basta».

Mai avuto il sospetto dell’esistenza di questi contratti?.

«Non mi sono accorta mai di nulla, onestamente e non potrei dire nulla in merito. Se quello che sto leggendo sui giornali fosse confermato, sarebbe gravissimo e le responsabilità sarebbero duplici».

In che senso?

«Non ci sarebbe solo quella di Bellomo perché il tema sarebbe la mortificazione di una funzione pubblica così importante come quella giudiziaria. Ma anche chi ha accettato quelle condizioni, in fondo, ha delle responsabilità perché hanno avallato tutto questo, svilendo se stesse».

"Dietro ogni donna c’è una prostituta". Raffaele Morelli ha parlato del caso Weinstein (ed è come se parlasse del caso Bellomo ndr) a Le Iene il 5 novembre 2017, scrive Giuseppe D'Alto, Esperto di Tv e Gossip, su "it.blastingnews.com" il 6 novembre 2017. "Dietro ogni donna c’è una prostituta". Nei giorni scorsi lo psichiatra Raffaele Morelli [VIDEO] aveva espresso questo concetto durante un’intervista radiofonica sul #caso Harvey Weinstein. Sulla questione sono tornate #Le Iene con l’inviato #Matteo Viviani che ha deciso di approfondire il discorso intervistando lo psicoterapeuta milanese. "Questo produttore non è uno stupratore ma un uomo che esercita la sua azione di dominio come modalità relazionale". Il sessantanovenne ha spiegato che fare l’amore è l’unico modo che il cervello ha per realizzare se stesso. "Quest'uomo non godeva ma voleva dominare e umiliare. In questo caso non è previsto l’innamoramento". Morelli ha sottolineato che una persona del genere vuole soltanto che la donna ceda alle sue richieste. Per lo psichiatra Weinstein è una persona profondamente triste. "L’ha mai visto ridere, guardi le donne che gli stanno vicino hanno il gelo negli occhi". Il professionista ha rimarcato che un personaggio simile vive un enorme disagio interiore.

"Molte attrici ritenevano di condurre le danze". Lo psicoterapeuta si è poi soffermato sulle vittime del produttore americano. "Molte donne ritenevano di condurre le danze, magari fingendo un orgasmo. Poi si sono trovate di fronte ad un uomo che non è uno stupratore ma un dominatore che incalza con meccanismi che non conosci". Raffaele Morelli ha precisato che i produttori sono persone molto acute ed abili nel cogliere le debolezze degli altri. "Se dovessimo portare in tribunale la violenza psicologica andrebbe alla sbarra il 90% del paese. Quante volte si dice un sì ad un capo invece di un no. Può capitare anche ad un uomo di essere accondiscendente di fronte a delle cose che non si condividono per nulla’. Per Morelli le ragazze che hanno ceduto alle avance di un uomo potente senza avere la forza di reagire non possono essere definite vittime di violenza sessuale. ‘Una persona che si è prostituita per il successo dopo anni si sente sporca. In ogni donna è presente il fatto di poter usare la seduzione per ottenere un vantaggio".

"La donna santa non esiste". Lo scrittore ha precisato che i vantaggi non devono essere necessariamente economici: "In alcuni casi possono essere anche affettivi". Lo psichiatra ha spiegato che l’essere umano fin dagli albori 'semina' l’idea che l’affettività sia legata ad un vantaggio. "A 21 anni sei dentro una psicologia sognante ed in questo stato sei più facilmente preda dell’uomo dominatore. In questo caso bisogna sapere che qualsiasi successo si voglia raggiungere deve basarsi sulle proprie capacità". Il professionista milanese ha sottolineato che Weinstein dovrebbe andare da un terapeuta bravo per imparare a riconoscere il suo lato malvagio e distruttivo. Morelli ha evidenziato che si fa bene a parlare di queste vicende: "Solo così si fanno capire i rischi che si corrono'. Per lo psicoterapeuta la donna santa non esiste: ‘Se esiste è una grave malattia". Per il sessantanovenne molte delle attrici che stanno parlando del loro passato sono esibizioniste. Le affermazioni di Morelli hanno diviso il web con reazione di sdegno e pesanti critiche nei confronti del noto psichiatra.

Ecco i doveri (in più) che spettano ai giudici. Ci si chiede come ha fatto un «maestro» di tal fatta a entrare nel Consiglio di Stato che fornisce pareri su regolarità e legittimità degli atti amministrativi, scrive Gian Antonio Stella il 12 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". «Soldato Jacovacci, ti sarà el più anzian ma ti xé anca el più mona», dice un sottufficiale nel film «La grande guerra» ad Alberto Sordi, appena promosso caporale e già sbronzo di potere. E così verrebbe da rispondere al giudice Francesco Bellomo che, prima di far sparire il materiale più imbarazzante dal web, si vantava anche d’avere «un quoziente intellettivo di 188 (media umana 100)» e d’aver avuto «un’immensa quantità di donne». Peraltro, aggiungeva il gentleman, «di elevata qualità media». Lasciano senza fiato le vanterie da galletto del consigliere di Stato finito in questi giorni sulle prime pagine per le «regole» dettate alle giovani laureate in giurisprudenza che per entrare in magistratura si erano iscritte al suo corso di formazione alla scuola «Diritto e scienza». Basti leggere il diario delle «conquiste» da sciupafemmine sbandierate sulla rivista «scientifica» della scuola e rivelate da Virginia Piccolillo: «Ci incontriamo prima della lezione sul piano dove alloggio e lei mi abbraccia e bacia ripetutamente… Sono stato anni in Sicilia quindi non posso attribuire la veemenza della fanciulla al temperamento della specie femminile locale». Finezze da caserma che mai si sarebbe permesso neppure il mitico «Zanza», storico maschio alfa dei bagnini riminesi. Ma il punto, ovvio, non è questo. Né le fanfaronate ulteriori inserite nei «contratti» da questa specie di Capitan Sputasaette in toga. Come, per citare il Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa che lo vuole destituire, «una clausola limitativa relativa a matrimonio e fidanzamento». Per capirci: «applicando i dettami della teoria della selezione naturale» la scelta dei fidanzati «deve cadere sul soggetto che presenta le caratteristiche più vantaggiose. La preferenza deve essere dunque accordata al soggetto più dotato geneticamente». Il punto è: come ha fatto un «maestro» di tal fatta a entrare a Palazzo Spada, la sede di quel Consiglio di Stato che fornisce al governo e alle regioni i pareri sulle regolarità e la legittimità dei vari atti amministrativi e ha l’ultima parola sulle sentenze, spesso delicatissime, dei vari Tar? Fosse anche tecnicamente un genio, la preparazione «scientifica», da sola, può bastare? O un giudice davvero all’altezza dei compiti che gli sono stati affidati, come suggerisce il buon senso, deve essere dotato anche di sobrietà, misura, consapevolezza del ruolo ricoperto? In ogni cesta, ovvio, può esserci una mela ammaccata. O addirittura marcia. Si pensi al giudice milanese, che per non farsi trovare con le mani nel sacco gettò i soldi della corruzione in un cassonetto. O al collega, consigliere di Stato, romano, condannato con rito abbreviato in primo grado a poco più di un anno per prostituzione minorile. Per non dire del caso di un consigliere d’appello che anni fa venne sorpreso mentre compiva, come si diceva, allora «atti innominabili» con un ragazzino: arrestato, processato e condannato se la cavò infine con un’amnistia e la restituzione del grado e degli stipendi. Capita. In tutti i mestieri. Proprio per la delicatezza del compito loro assegnato, però, ai magistrati che devono giudicare gli altri viene chiesto di essere più solleciti nel raccogliere le denunce, più zelanti nell’esaminarle, più severi non solo nel giudicare i reati ma nel pesare l’opportunità di certi comportamenti. Lo sono stati? Sempre? O hanno preferito spesso non calcare la mano o addirittura nascondere la polvere sotto il tappeto come è successo troppe volte nei confronti di chi per anni grondava di arbitrati e ricchissimi incarichi esterni e ci scherzava su dicendo che «la legge è la moglie, gli incarichi l’amante»? Può darsi che scrivere in un «contratto» che «il borsista deve attenersi al “dress code” in calce e, comunque, deve curare la propria immagine anche dal punto di vista dinamico (gesti, conversazione, movimenti), onde assicurarne il più possibile l’armonia, l’eleganza, la superiore trasgressività» non sia un reato. E che non lo sia neppure, in situazioni e lavori e luoghi diversi, suggerire le minigonne e i tacchi a spillo. Può darsi. Ma è opportuno pretendere questi pedaggi da cascamorto in un istituto privato che si presenta come una «Scuola di Formazione Giuridica Avanzata specializzata nella preparazione al concorso in magistratura ordinaria»? Ed è opportuno che altri magistrati in servizio, come il rodigino Davide Nalin, frequentino i convegni anti-violenza e insieme collaborino senza un cenno di dissenso con una rivista come quella citata dove intere puntate sono state dedicate a sgocciolare veleni, con nome e cognome, su una ragazza via via andata in crisi al punto di ridursi a uno scheletro di quarantuno chili? «Non posso raccontare i fatti, perché sono tenuto al silenzio, ma non sono come li hanno descritti», ha detto il consigliere di Stato al Corriere, «Anche se lo fossero però sarebbe solo una vicenda di costume». Sic… Ma cosa insegna, un «professore» che dice una frase così insensata, solo commi, codici e codicilli?

Caso Bellomo, la ragazza ritira la querela ma il processo prosegue. Oggi l'udienza preliminare della causa per stalking e lesioni personali gravi. Le parti hanno raggiunto un accordo di conciliazione, ma i reati sono procedibili d'ufficio. Chiesta una perizia per accertare gli effetti psichici delle condotte dell'ex consigliere di Stato e dell'ex pm di Rovigo Nalin sulla giovane, scrive il 27 settembre 2018 "La Repubblica". Ha scelto di rimettere la querela e uscire dal processo. La ragazza piacentina di 32 anni, dal cui racconto è partita la vicenda che vede rinviati a giudizio per stalking e lesioni personali gravi Francesco Bellomo, consigliere di stato destituito, e Davide Nalin, pm di Rovigo sospeso dal ruolo, ha ritirato la denuncia. Borsista alla scuola di formazione Diritto e Scienza, era stata proprio lei, dopo un esposto del padre, a dare il via all'inchiesta sul comportamento tenuto dai giudici nei confronti delle studentesse iscritte alla scuola per la preparazione al concorso in magistratura diretto da Bellomo. La rimessione della querela è arrivata al termine della prima udienza davanti al giudice monocratico del tribunale di Piacenza. C'è stata "una conciliazione tra le parti all'esito di una vicenda comunque travagliata e di un rapporto affettivo che certamente esisteva", spiegano Vittorio Manes e Beniamino Migliucci, difensori dei due imputati. Le parti hanno dunque raggiunto un accordo extraprocessuale, che non pone però fine al processo. La causa infatti andrà avanti, dal momento che i reati contestati ai due magistrati sono procedibili anche d'ufficio. La denuncia della ragazza aveva scoperchiato il "sistema Bellomo", storie di oppressione e minacce, minigonne e tacchi a spillo come dress code imposto alle studentesse e la tegola della risoluzione del contratto se si fossero sposate. Una vera e propria attività di "addestramento", secondo i pm Roberto Fontana e Emilio Pisante che hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio, con la vittima coinvolta "in modo totalizzante e caratterizzata da rigide regole", tra cui "l'obbligo di svolgere attività sessuale ogni volta che Bellomo lo richiedesse". Nel corso dell'udienza di oggi, gli avvocati della difesa hanno presentato al giudice una memoria che mette in dubbio il rapporto di causa tra il comportamento di Bellomo e le presunte lesioni psichiche che la ragazza afferma di aver riportato. La giovane era stata infatti ricoverata in ospedale, raccontando poi alla procura di Piacenza delle presunte richieste sulla sua precedente vita intima e privata da parte di questi, oltre all'insistenza sull'abbigliamento richiesto per partecipare al corso giuridico. I difensori hanno chiesto quindi al giudice di accertare con una perizia se il comportamento di Bellomo abbia influito sulle conseguenze psichiche contenute nel capo di imputazione. Il giudice ha rinviato tutto al 6 novembre quando nominerà un perito. La difesa di Bellomo ha già presentato una propria perizia, che è stata depositata. Gli stessi avvocati hanno intanto chiesto al gup Luca Milani di procedere con rito abbreviato.

…DELLA BAT. Trani, 2 magistrati a processo: “Minacce durante l’interrogatorio di testimoni”, scrive il 15 maggio 2018 "Il Corriere del giorno". I magistrati Alessandro Pesce e Michele Ruggiero vengono accusati di aver minacciato 3 testimoni di un’inchiesta su un giro di mazzette in favore dell’ex comandante della Polizia Municipale di Trani. ROMA – Il pm Roberta Licci e Leonardo Leone De Castris procuratore capo della Procura di Lecce, hanno citato i due magistrati della Procura di Trani direttamente in giudizio per concorso in tentata violenza privata (in un caso anche aggravata) per aver esercitato delle pressioni durante gli interrogatori di tre testimoni, svoltisi nell’ambito di due procedimenti relativi al cosiddetto “Sistema Trani” sulla pubblica amministrazione tranese. Si tratta del magistrato Alessandro Pesce, 44 anni, attualmente in servizio presso la Procura di Trani, e del suo collega Michele Ruggiero, 52 anni, da dicembre scorso fuori ruolo per ricoprire l’incarico di consulente nella commissione bicamerale banche su indicazione del Movimento 5 Stelle. L’udienza è stata fissata davanti al giudice monocratico Alessandra Sermarini, per il prossimo 12 novembre. La Procura leccese aveva già chiesto per la stessa questione l’interdizione dei due magistrati, ma la loro richiesta era stata rigettata nello scorso dicembre anche dalla Corte di Cassazione dopo le richieste di misura interdittiva avanzate dal pubblico ministero Licci, che erano state respinte sia dal giudice per le indagini preliminari, Michele Toriello, che dal collegio di giudici del Tribunale del Riesame. Dinnanzi al Gip non vennero messi in discussione i fatti, ma bensì la qualificazione giuridica degli stessi. “Non può in alcun modo revocarsi in dubbio che Ruggiero e Pesce abbiano condotto i tre interrogatori con modalità poco ortodosse”, ha sostenuto il gip Toriello nell’ordinanza. “Ed è certamente condivisibile l’impossibilità di ricondurre le condotte ad una “strategia investigativa”. Poiché ogni strategia investigativa deve misurarsi con i principi fondamentali dell’ordinamento. E deve adeguarsi alle norme che, anche per ossequio a quei principi, detta il codice di rito”. All’epoca dei fatti vi fu totale divergenza fra il giudice per le indagini preliminari Toriello ed il pubblico ministero Licci sulla sussistenza dei reati: “In nessun momento, né prima dell’esame, né durante l’esame essi hanno avuto a disposizione elementi per contestare il delitto di corruzione. In realtà, la qualificazione giuridica in termini di concussione era l’unica al momento ricavabile dagli atti, né i pubblici ministeri disponevano di alcun elemento che consentisse loro di procedere per corruzione. Se ne ricava che non può sostenersi che le espressioni suggestive, aggressive, intimidatorie a più riprese proferite dal Pesce e dal Ruggiero mirassero ad indurre i soggetti escussi a commettere un qualsivoglia reato”. I fatti contestati della procura salentina ai due magistrati di Trani risalgono all’ottobre 2015, quando sentirono a sommarie informazioni, in qualità di persone informate dei fatti, tre referenti (a vario titolo) di una società specializzata in apparecchiature per la rilevazione delle infrazioni stradali. Secondo le contestazioni della Procura di Lecce i due magistrati avrebbero minacciato i tre testi “con abuso dei poteri e con violazione dei doveri inerenti la loro qualità di magistrati del pubblico ministero, posto in essere atti diretti in modo non equivoco a costringere con modalità intimidatorie e violenze verbali” ad accusare se stessi ed altre persone di intrattenere dei rapporti illeciti nei confronti di Antonio Modugno ex comandante della Polizia locale di Trani. Le pressioni più pesanti sarebbero state esercitate nei confronti del rappresentante legale della società, per costringerlo ad affermare sotto interrogatorio “di aver pagato o comunque di essere a conoscenza del pagamento di tangenti in favore di Antonio Modugno”, per la fornitura di apparecchiature al Comune di Trani e di affermare che “a tale pagamento era stato costretto dallo stesso Modugno”. Molto simile secondo quanto si legge nell’atto di citazione della Procura leccese sarebbe stato l’interrogatorio di un amministratore di fatto dell’azienda, al quale i due magistrati della procura di Trani avrebbero detto che “se non avesse dichiarato quanto da loro stesso intimato e letteralmente suggerito ovvero l’avvenuto pagamento di mazzette a seguito di costrizione da parte di Modugno, ci sarebbe stata una cella pronta per lui”. Fra le minacce rivolte al rappresentante legale della società c’erano anche quella del sequestro dell’azienda e di un’ordinanza di arresto a suo carico. I magistrati della procura di Trani dopo aver affermato che “le cose che vi dobbiamo chiedere le sappiamo già”, aggiungevano: “vogliamo vedere voi che risposte ci dite e se quello che voi ci dite non converge, lei se ne andrà in galera veloce e lei dice ma io c’ho il coso al cuore possiamo impegnarci per farla stare con il caldo che fa al fresco” circostanza per la quale l’accusa contestata è quella di “concorso in tentata violenza privata aggravata”. I magistrati della Procura di Lecce hanno contestato ai due colleghi di Trani anche le modalità dell’interrogatorio di una terza persona che in passato era stato rappresentante della stessa società in questione. Incredibilmente uno degli interrogatori avvenne alla presenza di “un nutrito numero di ufficiali di polizia giudiziaria”.

Trani, 2 pm indagati per presunte pressioni sui testimoni della tangentopoli al Comune. Michele Ruggiero e Alessandro Pesce sono accusati di tentato falso. I pm di Lecce hanno chiesto la loro sospensione ottenendo un netto no prima dal gip e poi dal Riesame. Ora deciderà la Cassazione, scrive Chiara Spagnolo il 14 dicembre 2017 su "La Repubblica". Due magistrati di Trani indagati dalle Procura di Lecce per presunte pressioni fatte su alcuni testimoni dell'inchiesta sulla tangentopoli tranese: si tratta dei pm Michele Ruggiero (che presto prenderà servizio a Bari) e Alessandro Pesce, titolari di alcune tra le indagini pugliesi più scottanti degli ultimi anni, da quella su Standard and Poor's a quella sul disastro ferroviario sulla Andria-Corato. Sono accusati di tentato abuso d'ufficio, tentata violenza privata e tentato falso e per ben due volte i colleghi salentini hanno chiesto la loro sospensione dai pubblici uffici, ottenendo un netto no prima dal gip Michele Toriello e poi dal Tribunale del Riesame. La pm Roberta Licci, insieme al procuratore Leonardo Leone DeCastris, ha quindi reiterato la richiesta per la terza volta davanti alla Corte di Cassazione, che si pronuncerà tra qualche giorno. A seguire, la commissione competente del Csm valuterà se portare avanti il procedimento disciplinare oppure archiviare l'intera vicenda. In attesa che le questioni giudiziarie e disciplinari si definiscano, resta bloccata la nomina di Ruggiero quale consulente della Commissione Banche, sostenuta da Forza Italia e dal Movimento Cinque Stelle. Il plenum del Csm ha infatti ricevuto l'atto di incolpazione nei confronti del pm proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto deliberare la momentanea immissione fuori ruolo (necessaria per assumere l'incarico di consulente) e ha conseguentemente sospeso la pratica. Per difendersi, sia Ruggero che Pesce hanno già inviato al Consiglio superiore una serie di documenti, comprese le pronunce del gip e del Tribunale del Riesame di Lecce, che sembrano non condividere le tesi della Procura. L'assunto accusatorio è stato costruito a partire da una serie di esposti anonimi, attraverso le indagini dei carabinieri. L'indagine ruota attorno agli ascolti di alcune persone informate dei fatti, sentite nell'ambito dell'inchiesta "Sistema Trani 2", relativa a un presunto giro di mazzette attorno al Comune. In particolare, la pm Licci contesta ai colleghi di Trani di avere usato metodi poco ortodossi nei confronti dei testimoni, che in quella indagine risultavano vittime dei presunti tentativi corruttivi del funzionario comunale tranese Sergio De Feudis. Secondo l'ipotesi accusatoria, Ruggiero e Pesce avrebbero minacciato le persone ascoltate di farle finire in carcere se non avessero detto la verità, mentre i due pm - sia negli interrogatori davanti al gip che nelle memorie presentate al Riesame - hanno spiegato di avere solo spiegato ai testimoni le conseguenze penali a cui sarebbero andati incontro se avessero rilasciato false dichiarazioni. Le presunte vittime di De Feudis sono diventate ora le parti offese nell'indagine di Lecce, che potrebbe presto arrivare alla richiesta di rinvio a giudizio. Il gip di Lecce e il Riesame non hanno ritenuto che Ruggiero e Pesce debbano essere sospesi dal servizio. Gli inquirenti, però, restano dell'idea che le pressioni esercitate dai colleghi siano state eccessive al punto da diventare reati. Se tale prospettiva sia valida, al punto da rendere necessaria la loro sospensione dal servizio, lo deciderà tra pochi giorni la Cassazione.

Il pm di Trani Ruggiero indagato a Lecce, scrive il 13/12/2017 Alessandro Barbera su "La Stampa". Perché il Consiglio superiore della magistratura continua a rimandare la nomina dell’ex pubblico ministero di Trani Michele Ruggiero a consulente della commissione sulle banche? Nonostante manchino pochi giorni allo scioglimento delle Camere, il plenum ha messo in calendario la decisione solo il 20 dicembre. La ragione - inconfessabile - è che su di lui pendono ben altre richieste. Secondo quanto riferiscono tre fonti concordanti a La Stampa, Ruggiero è indagato dalla Procura di Lecce per abuso di ufficio e falso. Il fascicolo - secretato - riguarda un caso di criminalità economica di cui si è occupato a Trani. Due i procedimenti disciplinari aperti a seguito dell’inchiesta: uno di fronte allo stesso Csm, il secondo è sul tavolo della Cassazione. Pur avendo avuto il no del giudice per le indagini preliminari e del Tribunale del riesame, i colleghi di Lecce insistono per ottenerne la sospensione dagli incarichi. Michele Ruggiero è una star internazionale. Convinto sostenitore di un complotto contro l’Italia fra il 2011 e il 2012, l’ex pm di Trani (ora a Bari) è noto nel mondo per aver portato alla sbarra le agenzie di rating Standard and Poor’s e Fitch. Per dare forza al suo castello accusatorio ha chiesto e ottenuto la testimonianza di ministri, uomini di finanza e analisti, compreso Mario Monti. Nel giorno in cui lo scorso marzo il giudice di Trani ha smontato le accuse e prosciolto tutti gli imputati si è presentato in aula con la cravatta tricolore. Aveva chiesto multe milionarie e il carcere per i vertici delle agenzie fra i quali l’allora presidente mondiale di S&P Deven Sharma. «Sono stato lasciato solo», si sfogò. Nel frattempo Ruggiero aveva già messo in cantiere un altro processo eccellente, questa volta contro Deutsche Bank e il suo ex numero uno Josef Ackermann. L’inchiesta, ora trasferita a Milano per competenza, si fonda sullo stesso teorema caduto a Trani: vendendo la gran parte del suo portafoglio di Btp italiani nel 2011, Deutsche avrebbe agito illecitamente sui mercati ai danni dell’Italia. A dispetto degli sfoghi la politica non si è dimenticata di lui. Un lungo post su Facebook dopo la fine del processo fu ripreso sul sito di Beppe Grillo. Ed è stato proprio il grillino Carlo Sibilia, insieme al capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta, a chiederne la nomina a consulente della commissione banche.  

Malagiustizia. Il “caso Trani” sembra non essere finito, scrive il 13 dicembre 2017 "Il Corriere del Giorno". Lo rivela il quotidiano La Stampa, che si trincera citando tre fonti “anonime”, o meglio coperte dal segreto professionale giornalistico. Le accuse riguardano un’altra indagine relativa a un caso di criminalità economica del quale Ruggiero si era occupato a Trani, sono state avviate presso la Procura di Lecce. Michele Ruggiero, ex pm della Procura di Trani, attualmente trasferito a Bari, colui che aveva portato in aula le agenzie di rating americane per una presunta manipolazione del mercato nel 2011, sarebbe iscritto nel registro degli indagati della Procura di Lecce per “abuso di ufficio” e “falso”. Lo rivela il quotidiano La Stampa, che si trincera citando tre fonti “anonime”, o meglio coperte dal segreto professionale giornalistico. Le accuse riguardano un’altra indagine relativa a un caso di criminalità economica del quale Ruggiero si era occupato a Trani, sono state avviate presso la Procura di Lecce.

Sarebbe questa la reale motivazione per cui il Consiglio superiore della magistratura ha a rimandato di seduta in seduta la nomina dell’ex pubblico ministero della Procura di Trani Michele Ruggiero a consulente della commissione sulle banche, fissando in calendario la propria decisione per l’ultima udienza dell’anno fissato per il prossimo 20 dicembre, nonostante manchino pochi giorni allo scioglimento delle Camere. Mentre è stata subito accolta la richiesta del Pd, che ha indicato il sostituto procuratore di Torino Giancarlo Avenati Bassi segnalato dal vicepresidente del Pd Mauro Marino. La ragione inconfessabile, che filtra da Palazzo dei Marescialli è che su sul Pm Ruggiero in realtà pendono anche altre richieste. Il fascicolo attualmente secretato riguarda un caso di criminalità economica di cui si è occupato il pm Ruggiero a Trani. I procedimenti disciplinari aperti a suo carico sarebbero due: uno già arrivato dinnanzi Csm, il secondo invece sarebbe ancora giacente sulle scrivanie della Procura Generale della Suprema Corte di Cassazione. Pur avendo avuto semaforo rosso del giudice per le indagini preliminari e del Tribunale del Riesame, i magistrati di Lecce insistono per ottenerne la sospensione del pm Michele Ruggiero dagli incarichi. Dopo l’emersione di questo procedimento si è aperta una discussione nel Csm, con una parte del plenum favorevole comunque al collocamento fuori ruolo visto che il procedimento è ancora nelle fasi iniziali e una parte invece contraria perché le ipotesi nel fascicolo sarebbero “gravi” e “imbarazzanti”. Il pubblico ministero Ruggiero è ormai conosciuto in mezzo mondo. Sostenitore convinto ed agguerrito di un complotto contro l’Italia fra il 2011 e il 2012, l’ex pm di Trani (ora in servizio a Bari) è noto per aver portato a processo le agenzie di rating Standard and Poor’s e Fitch. e per sostenere il suo castello accusatorio ha chiesto e ottenuto la testimonianza di ministri, uomini di finanza e analisti, compreso l’ex-premier Mario Monti. Nel giorno in cui lo scorso marzo il giudice del Tribunale di Trani ha smontato le sue accuse   prosciogliendo tutti gli imputati, Ruggiero si presentò in aula indossando la cravatta tricolore, chiedendo multe milionarie e il carcere per i vertici delle agenzie fra i quali l’allora presidente mondiale di S&P Deven Sharma. Al termine del processo che smantellò il suo teorema processuale accusatorio, si sfogò dicendo “Sono stato lasciato solo”. Ma il magistrato aveva già avviato un altro processo eccellente, questa volta contro Deutsche Bank e il suo ex numero uno Josef Ackermann. L’inchiesta che è stata trasferita alla Procura di Milano per competenza territoriale, di fatto si bassa sullo stesso “teorema” accusatorio annientato a Trani. Secondo il pm Ruggiero la Deutsche vendendo nel 2011 la gran parte del suo portafoglio di Btp italiani, avrebbe agito illecitamente sui mercati ai danni dell’Italia. La politica però non si è dimenticata di lui. Dopo la fine del processo Un suo lungo post su Facebook fu ripreso sul sito di Beppe Grillo. Ed infatti è stato proprio il grillino Carlo Sibilia, insieme a Renato Brunetta capogruppo alla Camera dei Deputati di Forza Italia, a chiedere la sua nomina a consulente della Commissione parlamentare sulle banche.

Falso e abuso d'ufficio: il pm di Trani Ruggiero indagato a Lecce, scrive Giovedì 14 Dicembre 2017 "Il Nuovo Quotidiano di Puglia". Sul candidato a consulente della commissione parlamentare sulle banche pende una richiesta della Procura di Lecce di interdizione dalle funzioni di pubblico ministero. Perché accusato, tra le altre cose, di aver cercato di costringere un testimone a dichiarare di essere al corrente del pagamento di mazzette al comandante della polizia municipale di Trani nella fornitura di photored. Michele Ruggiero, 52 anni, magistrato di punta della Procura di Trani fino a pochi mesi fa, è indagato con il collega Alessandro Pesce, 44 anni, per le ipotesi di reato di violenza e minaccia per costringere a commettere reato, violenza privata, abuso di ufficio e tentato falso. Il caso approda domani davanti ai giudici della Corte di Cassazione: l’ultima spiaggia delle richieste di misura interdittiva avanzate dal pubblico ministero della Procura di Lecce, Roberta Licci, e respinte sia dal giudice per le indagini preliminari, Michele Toriello, che dal collegio di giudici del Tribunale del Riesame. Difeso dall’avvocato Viola Messa, sui comportamenti contestati a Ruggiero ed il collega Pesce ci sarà un giudicato che potrà avere peso anche sul futuro dell’inchiesta e sull’eventuale processo. Il vaglio prima del gip e poi del Riesame non ha avallato la gravità dei comportamenti ravvisata dalla Procura di Lecce (competente per i reati contestati e subiti dai magistrati della Corte d’Appello di Bari). Al centro di questa vicenda gli interrogatori a cui furono sottoposti gli imprenditori salentini della azienda Italtraff, sull’appalto vinto per la fornitura dei photored al Comune di Trani. I due magistrati - questa l’accusa - avrebbero usato parole e toni minacciosi, invocando la possibilità del carcere, il famigerato tintinnio delle manette, se non avessero ammesso il pagamento delle tangenti. Come anche il sequestro della stessa azienda. Le cose andarono veramente così in quelle sommarie informazioni cominciate ad ottobre del 2015? Nelle indagini della Procura di Lecce sono state acquisite le fonoregistrazioni ed i verbali. E le persone sentite negli uffici della Procura di Trani sono state chiamate a testimoniare anche a Lecce. Non sono in discussione i fatti, ma la qualificazione giuridica degli stessi. I fatti: «Non può in alcun modo revocarsi in dubbio che Ruggiero e Pesce abbiano condotto i tre interrogatori con modalità poco ortodosse», ha sostenuto il gip Toriello nell’ordinanza. «Ed è certamente condivisibile l’impossibilità di ricondurre le condotte ad una “strategia investigativa”. Poiché ogni strategia investigativa deve misurarsi con i principi fondamentali dell’ordinamento. E deve adeguarsi alle norme che, anche per ossequio a quei principi, detta il codice di rito». Piena divergenza fra giudice per le indagini preliminari e pubblico ministero sulla sussistenza dei reati: «In nessun momento, né prima dell’esame, né durante l’esame essi hanno avuto a disposizione elementi per contestare il delitto di corruzione. In realtà, la qualificazione giuridica in termini di concussione era l’unica al momento ricavabile dagli atti, né i pubblici ministeri disponevano di alcun elemento che consentisse loro di procedere per corruzione. Se ne ricava che non può sostenersi che le espressioni suggestive, aggressive, intimidatorie a più riprese proferite dal Pesce e dal Ruggiero mirassero ad indurre i soggetti escussi a commettere un qualsivoglia reato». Parola alla Cassazione. La decisione andrà ad influire anche sulla nomina del consulente della commissione parlamentare sulle banche.

L’ex pm Savasta della procura di Trani condannato in appello, scrive il 29 marzo 2017 “Il Corriere del Giorno”. Accusa di falso per lavori ampliamento di masseria a Bisceglie: non dichiarò piscina. Nell’ambito della stessa vicenda Savasta è stato assolto nelle scorse settimane dall’accusa di concussione e sarà processato a partire da luglio insieme con familiari, soci e tecnici comunali per lottizzazione abusiva e violazione del codice dei beni culturali e del paesaggio. La Corte di Appello di Lecce ha confermato nella tarda mattinata di ieri la condanna a 2 mesi di reclusione (pena sospesa e non menzione) per falso nei confronti dell’ex pm di Trani Antonio Savasta, nei mesi scorsi trasferito come giudice a Roma.  Si tratta di uno dei procedimenti penali relativi alla trasformazione di una antica masseria di Bisceglie in resort di lusso. Il Procuratore Generale della Corte di Appello di Lecce aveva in udienza chiesto la conferma della sentenza di primo grado.

L’accusa di falso riguarda l’aver falsamente dichiarato dinanzi ad un notaio in due diverse occasioni (nel 2009 e nel 2010) di non aver fatto costruire una piscina, per la cui realizzazione sarebbe stata necessaria specifica autorizzazione edilizia. Nell’ambito della stessa vicenda Savasta è stato assolto nelle scorse settimane dall’accusa di concussione e sarà processato a partire da luglio insieme con familiari, soci e tecnici comunali per lottizzazione abusiva e violazione del codice dei beni culturali e del paesaggio. L’ abuso edilizio contestato all’ex pm di Trani realizzato in concorso con famigliari, tecnici e funzionari pubblici, è relativo alla trasformazione urbanistico-edilizia della Masseria, “immobile di interesse storico, ambientale e paesaggistico, sul quale – riporta imputazione – vigeva divieto assoluto di nuove costruzioni, demolizioni e trasformazione, in una struttura turistico alberghiera” attraverso la realizzazione sprovvista delle previste necessarie  senza autorizzazioni “di rilevanti modifiche ed ampliamenti”. Questa non è l’unica vicenda giudiziaria sulla masseria San Felice che vede coinvolto Savasta, giudicato da Lecce per ragioni di competenza, nate in seguito alle controversie fra Antonio Savasta e l’imprenditore barlettano Giuseppe Dimiccoli, attivo nel settore dell’abbigliamento, che nel 2005 acquistò insieme al magistrato la masseria.

Procura Trani sotto lente Csm: "Rete sospetta di conoscenze". Due pm a rischio trasferimento. Sulla base di esposti anonimi, il Consiglio superiore apre un fascicolo sulla condotta dell'ufficio pugliese, già protagonista di indagini sui potenti della finanza: "Intreccio di rapporti con avvocati e imprenditori". Per due magistrati anziani, Savasta e Scimè, possibile spostamento per "incompatibilità ambientale", scrivono Giuliano Foschini e Liana Milella il 05 ottobre 2016 su "La Repubblica". Decine di esposti. Un intreccio di rapporti tra magistrati, avvocati e imprenditori. O, per dirla con le parole del procuratore generale di Bari Anna Maria Tosto, "un'indicazione costante che in quel tribunale ci sarebbe una sorta di rete conoscenze" che indirizzi le indagini, a volte accelerandole a volte rallentandole, per utilizzarle "come ragione di pressione indiretta per conseguire alcuni vantaggi". Che succede alla procura di Trani, il piccolo eppure famosissimo ufficio giudiziario che in questi anni ha indagato, tra gli altri, sui potenti della finanza italiana e internazionale? Se lo chiede il Consiglio superiore della magistratura che, nei giorni scorsi, ha aperto un fascicolo per valutare il trasferimento di ufficio dei due sostituti procuratori anziani, Antonio Savasta e Luigi Scimè, per "incompatibilità ambientale". L'iniziativa nasce al termine di una prima istruttoria effettuata dal Consiglio superiore della magistratura che in questi mesi ha visto protagonista gli uffici giudiziari tranesi, al centro di una rete fitta e incrociata di veleni a tutti i livelli. Tutto è cominciato un paio di anni fa quando un gip in passato in servizio a Trani, Roberto Oliveri del Castillo, dà alle stampe un romanzo, "Frammenti di storie semplici", nel quale racconta le "malefatte" che avvengono proprio in un piccolo tribunale di provincia. I nomi sono di fantasia ma i riferimenti chiari: magistrati che si accordano per far finire "sotto indagine, se non arrestarlo, qualche imprenditore o qualche politico (una volta addirittura un vescovo), per poi estorcere denaro per far morire il processo". Fratelli avvocati che sfruttano le parentele oltre a una lunga serie di malefatte che avvengono in questo tribunale "davanti al mare, in mezzo al castello e alla cattedrale". Proprio come quello di Trani. Il libro di Del Castillo (che sull'argomento è stato ascoltato anche dal Csm, in un fascicolo parallelo) solleva un polverone. Mai alto come quello che si alza a luglio quando è pubblicata la foto di un magistrato della procura, Simona Merra, che si fa leccare il piede scherzosamente durante una festa da un avvocato, Leonardo De Cesare. La foto è del 2012. Ma a luglio, quando viene fuori perché allegata in un esposto inviato al Csm, Merra è una delle titolari del fascicolo sulla strage del treno Andria-Corato, De Cesare l'avvocato del principale indagato, il capostazione Vito Piccarreta, le famiglie delle vittime si indignano, la foto finisce ovunque, sui giornali, sui siti e sulle televisioni e il magistrato Merra preferisce lasciare le indagini per evitare "strumentalizzazioni". Da grande accusatrice, la procura di Trani comincia quindi a sentirsi grande accusata. Al Csm in meno di due anni arrivano una decina di esposti che, scrive oggi il Consiglio nella procedura aperta a carico dei due magistrati, "anche se in alcuni casi generici o provenienti da soggetti che non è stato possibile identificare hanno contenuto analogo". Nelle denunce "si evidenzia l'esistenza di una rete di conoscenze tra sostituti procuratori che da anni operano a Trani, avvocati, appartenenti alle forze dell'ordine, amministratori locali e alcuni imprenditori. Tale "rete" influenzerebbe l'inizio e lo svolgimento delle indagini nel senso che, in alcuni casi, in presenza di persone "amiche" le indagini non verrebbero iniziate o comunque "attivate" e per questo archiviate. In altri casi, all'opposto, le indagini avrebbero costituito uno strumento di pressione per conseguire vantaggi, soprattutto economici, per sé o per altri "sodali" e pregiudizio per gli "avversari"". A Savasta viene contestato il ruolo di un fratello avvocato civile, di un cugino commercialista e di un altro cugino avvocato e alcuni incarichi ricevuti da municipalizzate di Barletta a un avvocato, definito socio occulto del fratello. Inoltre, si parla di "indagini eclatanti" che il pm avrebbe portato avanti, soprattutto nei confronti di banche (Mps, Bnl, Unicredit tra le altre), e finite "sempre con un'archiviazione". Infine si parla dei suo i rapporti con un imprenditore da cui aveva acquistato una masseria oggetto di procedimenti penali poi finiti però con assoluzioni, mentre sarebbero in corso altre due indagini partite da altre denunce. A Scimè, che ha anche un fratello con "rilevanti incarichi in aziende municipalizzate del comune di Barletta", appunta sempre l'organo di autogoverno dei magistrati, il Csm contesta i rapporti con un altro avvocato e un appuntato dei carabinieri. "Dagli esposti - ha detto in un'audizione al Consiglio il procuratore generale di Bari, Anna Maria Tosto - emerge un clima di oggettivo disagio: la Procura è oggetto di una serie di segnalazioni che comunque dimostrano proprio nella loro sistematicità, l'esistenza di una condizione diffusa di disagio dell'utenza giustizia tranese (...) C'è indubbiamente questa condizione (...) L'indicazione costante è quella che ci sarebbe una sorta di rete tra alcuni sostituti procuratori che da anni operano a Trani, alcuni avvocati e poli economici molto importanti. E in virtù di questa rete di conoscenze, frequentazioni, amicizie, lamentano il fatto che alcune indagini non sono state fatte, che in altri casi vengono fatte indagini solo eclatanti e che altre indagini sono state attivate e archiviate. E che alcune indagini sono state utilizzate come ragione di pressione indiretta per conseguire alcuni vantaggi". "Il Csm non ci ha comunicato nulla e comunque ci troviamo in una fase del tutto iniziale del fascicolo" spiegano sia Savasta sia Scimè che, comunque, avevano già chiesto o stavano per chiedere il trasferimento e quindi bloccherebbero la procedura di trasferimento. Il profilo delle contestazioni non è disciplinare, ma soltanto di natura ambientale. "Io non ho mai avuto una contestazione disciplinare nella mia vita" dice Scimè. "E io sono stato sempre assolto da tutto" aggiunge Savasta. "Non ho più rapporti con quell'avvocato citato dal Consiglio- continua il pm Scimè - da più di quattro anni e la vicenda era già stata archiviata, proprio perché tutto era stato trasparente. La storia riguardava la commissione tributaria, io avevo fornito un parere corretto e per questo ho impugnato al Tar la decisione del consiglio giudiziario perché ingiusto ed errato. E proprio oggi è in calendario la discussione". "Su questi stessi fatti - si difende invece Savasta - ho già ricevuto due assoluzioni dalla procura di Lecce e dallo stesso Csm. Per questo trovo incredibile che si torni a parlare di questa storia per ragioni ambientali, sulla base di esposti anonimi. Storia nella quale mi sembra chiaro di non avere alcuna responsabilità, come dimostrerò senza alcun problema anche questa volta".

Accertamenti del Consiglio Superiore della Magistratura sulla Procura di Trani. Il Consigliere togato di Magistratura Indipendente, Lorenzo Pontecorvo: “non delegittimare pm che indagano su scontro treni”. E presto il Csm si occuperà anche di qualche altra Procura pugliese…scrive “Il Corriere del Giorno” il 25 luglio 2016. Il Csm sta svolgendo accertamenti preliminari sulla Procura di Trani, che sta conducendo l’inchiesta sullo scontro di due treni in Puglia in cui sono morte 23 persone. La pre-istruttoria della Prima Commissione di Palazzo dei Marescialli non riguarda le indagini sull’incidente ferroviario, ma vicende, tutte da accertare, segnalate da “parecchi” esposti a carico di alcuni pm, alcuni su presunte frequentazioni non corrette con avvocati. L’esistenza del fascicolo è emersa ieri nel dibattito sulla delibera che ha disposto l’archiviazione della pratica sul procuratore di Arezzo, Roberto Rossi. Criticando il modo di procedere della Prima Commissione in questo come in altri casi, uno dei suoi componenti – il togato di Magistratura Indipendente, Lorenzo Pontecorvo– ha citato la pratica su Trani e le audizioni svolte in mattinata dell’ex procuratore Carlo Maria Capristo e del Pg di Bari Anna Maria Tosto, avvertendo che “così si sta pregiudicando la serenità di un ufficio giudiziario impegnato nelle indagini sul grave disastro ferroviario”. A sollecitare l’intervento del Csm non sono stati solo “parecchi esposti, tanti dei quali anonimi” su alcuni pm, ma anche un romanzo scritto da un ex gip di Trani, Roberto Oliveri del Castillo: “Frammenti di storie semplici”. Si tratta del diario di un giudice che racconta fatti e misfatti dell’ambiente giudiziario. Nel romanzo si legge per esempio la storia di un masseria comprata da un pm che Oliveri del Castillo chiama “Cricco”. “Non c’è alcun riferimento alla realtà”, ha giurato Oliveri del Castillo, ma il pm Antonio Savasta, uno dei magistrati che coordina l’indagine sul disastro ferroviario, possiede una masseria ed è sotto processo a Lecce per concussione per induzione nei confronti di un imprenditore, indotto a vendere un terreno adiacente. Solo delle strane coincidenze? Un tentativo di stoppare le interpretazioni, riprese e pubblicate anche su un quotidiano nazionale che ha sovrapposto la figura di pm molto noti della Procura di Trani ai protagonisti di “fantasia” del libro. Il magistrato-scrittore quando è stato ascoltato per primo dal Csm ha dichiarato che “è frutto di pura fantasia”. Ma che in realtà non sia esattamente così lo pensa più di qualcuno, e non soltanto perché in quelle pagine ci sarebbe un’eco di qualche fatto di cronaca, ma anche perché ci sarebbe un’affinità con alcune delle vicende riferite negli esposti presentati al Csm, a partire da quelli su frequentazioni ritenute non propriamente corrette tra magistrati e avvocati. Giovedì scorso l’organo di autotutela della magistratura ha ascoltato il procuratore generale di Bari, Anna Maria Tosto, e Carlo Maria Capristo, fino al marzo scorso alla guida della Procura di Trani ed attualmente procuratore capo a Taranto. La Prima Commissione del CSM intende accertare e capire attraverso le audizioni se i fatti, segnalati dagli esposti anonimi, siano credibili o meno. Al momento un dato di fatto è certo: un giudice che ritiene di essere stato danneggiato da un riferimento contenuto nel libro ha citato il gip-scrittore Oliveri del Castillo in sede civile.

Andria, il legale del capostazione bacia i piedi del pm che indaga. Una foto per alimentare i veleni. Non c’è pace per la procura di Trani, alle prese da quasi un mese con la delicata indagine sul disastro ferroviario del 12 luglio, scrive Massimo Malpica, Venerdì 05/08/2016, su "Il Giornale". Una foto per alimentare i veleni. Non c’è pace per la procura di Trani, alle prese da quasi un mese con la delicata indagine sul disastro ferroviario del 12 luglio scorso nel quale hanno perso la vita 23 persone. La prima commissione del Csm ha aperto un procedimento sui magistrati pugliesi a fine luglio e la notizia è trapelata per l’intervento del togato di MI Lorenzo Pontecorvo che aveva messo in guardia dal rischio di pregiudicare «la serenità di un ufficio giudiziario impegnato nelle indagini sul grave incidente ferroviario». Alle attenzioni di palazzo dei Marescialli ci sarebbe in particolare il pm Antonio Savasta, al centro di alcuni degli esposti pervenuti al Csm. Come pure il controverso romanzo dell’ex gip di Trani Roberto Oliveri del Castillo (già ascoltato dal Csm), «Frammenti di storie semplici», che dietro nomi di fantasia racconta storture ed episodi di malagiustizia che sembrano riferirsi proprio alla procura della città a nord di Bari. Ma secondo i rumors, il procedimento si concentra anche sui rapporti tra magistrati e avvocati del distretto giudiziario, che secondo alcuni degli esposti non sarebbero sempre contenuti nei limiti della correttezza. In uno degli ultimi esposti spediti al Csm, l’imprenditore barlettano Giuseppe Dimiccoli, da tempo impegnato in un braccio di ferro giudiziario con il pm Savasta (per una questione relativa a una masseria sfociata in diversi strascichi giudiziari), allega al testo della denuncia una foto (qui a destra) scattata a una festa. La donna a sinistra è la pm tranese Simona Merra, nel pool di magistrati che indaga sull’incidente ferroviario. L’uomo che le fa il «baciapiede» è l’avvocato Leonardo De Cesare, legale del capostazione di Andria Vito Piccarreta, che dell’inchiesta è uno degli indagati. Nel suo esposto Dimiccoli collega l’immagine all’ipotesi sostenuta dal gip nel suo romanzo «che la scelta dei legali da parte degli indagati venga pilotata dalla convinzione che taluni avvocati siano legati da rapporti di amicizia e frequentazione con alcuni pm». Ovviamente Trani è una piccola città, e l’immagine sembra provare solo una certa familiarità tra il pm che indaga e il difensore di un indagato. Ma nel clima rovente della procura tranese anche l’istantanea di una festa può alzare la temperatura.

Scontro fra treni, spunta una vecchia foto della pm col legale dell'indagato: il caso al Csm. Lo scatto di tre anni fa pubblicato dal Giornale ha scatenato l'indignazione della figlia di una delle vittime. La magistrata: "Un gioco durante una festa". E l'avvocato: "Un momento di goliardia", scrive Gabriella De Matteis il 5 agosto 2016 su "La Repubblica". La pm Simona Merra con l'avvocato Leonardo De Cesare Daniela Castellano, figlia di Enrico, uno delle 23 vittime della strage ferroviaria di Andria, è la prima a commentare la foto, pubblicata sul Giornale. "Come possiamo pensare di avere giustizia per i nostri cari", scrive postando su Facebook l'immagine che in poche ore fa il giro del web per finire anche sulle scrivanie del Csm. L'avvocato Leonardo De Cesare, legale del capostazione Vito Piccarreta, principale indagato dell'inchiesta sullo scontro fra treni in cui hanno perso la vita 23 persone, finge di baciare il piede alla pm Simona Merra, nel pool dei magistrati di Trani che indaga sul disastro. "Quella foto risale al 2013", prova a difendersi la sostituta procuratrice nell'occhio del ciclone. "Vogliamo chiarezza e verità", dice ancora Daniela Castellano parlando anche a nome dei familiari delle altre vittime dello scontro tra i treni. "Siamo scioccati, allibiti e arrabbiati, la logica vorrebbe che la pm abbandonasse il caso perché noi parenti non possiamo vivere con l'incubo che le indagini possano essere influenzate da qualcos'altro". La polemica è accesa, ma il magistrato cerca di ridimensionare la portata della fotografia. Simona Merra ha avuto un colloquio con il procuratore facente funzioni Francesco Giannella: si dice serena, pronta a continuare l'indagine, parlando di "una conoscenza limitata con l'avvocato". "Non ritengo di dover formulare alcuna richiesta di astensione - aggiunge - perché non ci sono gravi motivi di opportunità. Ma se il procuratore riterrà di sollevarmi da questo incarico, chiaramente mi adeguerò". La foto è stata scattata all'inizio dell'estate del 2013, a un compleanno di una comune amica. "Lo scatto coglie in un momento di goliardia", dice l'avvocato De Cesare. Durante un gioco alla presenza di altri invitati, Simona Merra era stata schizzata con acqua e con quel gesto il legale voleva farsi perdonare. "Non ho nulla da nascondere - spiega il magistrato - De Cesare difende Piccarreta, che noi abbiamo interrogato tutti e cinque insieme alla presenza anche del procuratore. Non c'è stata alcuna attività che io ho svolto in autonomia. È un fascicolo molto delicato in cui ogni provvedimento viene firmato almeno da due sostituti. Non ho fatto nulla e non avrei motivo di favorire nessuno perché il mio compito è accertare la verità. Non comprometterei mai il mio ruolo per nessuno: avvocati, indagati e chicchessia". E anche De Cesare assicura: "Alla luce della volontà del mio assistito di collaborare con la magistratura, non si ritiene vi siano state e vi siano attualmente esigenze tali da rendere incompatibile l'esercizio dei rispettivi ruoli, anche in considerazione della delicata indagine condotta da un pool di magistrati". Nel pomeriggio, però, è lo stesso Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm, a spiegare che gli atti che riguardano il caso del pm Marra "sono già in possesso della Procura Generale della Cassazione per la valutazione degli eventuali profili disciplinari". Sul caso una prima relazione è stata trasmessa dal procuratore generale di Bari Anna Maria Tosto. "Il Csm dunque - spiega Legnini - nel rispetto delle procedure e delle garanzie previste dalla legge proseguirà la sua attività istruttoria e non mancherà di esercitare tempestivamente le sue prerogative". Del resto, nei giorni scorsi, la foto era stata inviata al Consiglio Superiore della Magistratura, allegata ad un esposto, firmato da un imprenditore pugliese che ha già denunciato un altro pm di Trani Antonio Savasta (anche lui nel pool che indaga sul disastro). La prima commissione del Csm ha così aperto un procedimento per verificare se nell'ufficio giudiziario pugliese vi siano casi di incompatibilità: procedimento nel quale, ora, dovrà essere approfondito questo nuovo esposto. Alla fine di luglio il Csm ha ascoltato il procuratore generale Anna Maria e Carlo Maria Capristo, ora procuratore a Taranto ma fino a marzo procuratore di Trani. Prima di loro, dinanzi ai componenti della prima commissione era arrivato Roberto Oliveri del Castillo, ora gip a Bari, ma in passato con le stesse funzioni a Trani, autore del libro Frammenti di storie semplici: alcuni passaggi del romanzo, per l'autore frutto di "pura fantasia", a detta di qualcuno sono sovrapponibili a episodi citati negli esposti.

Avvocato «bacia» i piedi alla pm. Foto sul Giornale. «Una goliardata». Il quotidiano pubblica l’immagine del legale del capostazione indagato e del magistrato che indaga sulla strage del treno. Il caso finisce all’attenzione del Csm, scrive Michele De Feudis il 5 agosto 2016 su “Il Corriere della Sera”. «E’ una foto di una festa di compleanno degl’inizi dell’estate 2013. Il party di una amica comune. Ovviamente si tratta di un momento di goliardia»: così l’avvocato Leonardo De Cesare, legale del capostazione di Andria Vito Piccarreta (indagato per lo scontro tra treni che ha causato 23 morti sui binari della Bari Nord), ha commentato la foto pubblicata da Il Giornale nella quale mima di baciare i piedi al pm della Procura di Trani Simona Merra, componente del pool che cura l’inchiesta sulla strage della Ferrotramviaria. La prima reazione del procuratore di Trani: «Sto verificando». La reazione su Facebook. «Gogliardata ha detto lui...peccato che le foto pubblicate sulle loro bacheche dicano altro». Così ha scritto Daniela Castellano, la figlia di una delle vittime quando ho visto la fotografia. Ed aggiunge: «Ora vogliamo chiarezza». Tanti i commenti negativi che sono seguiti al suo post. Il vice presidente del Csm ha disposto la trasmissione alla I Commissione dell'esposto con allegata la foto del pm di Trani, Simona Merri, pubblicata da alcuni quotidiani. Lo fa sapere lo stesso Legnini, ricordando che la commissione da diverse settimane «lavora ad un'istruttoria preliminare per verificare se sussistano o meno le condizioni per promuovere la procedura di incompatibilità ambientale e funzionale in relazione ai fatti narrati e ai magistrati della Procura di Trani menzionati in diversi esposti. Ho contattato - dice ancora Legnini - anche il procuratore della Repubblica facente funzioni di Trani, il dottor Giannella, che mi ha assicurato che provvederà a fare le sue valutazione nell'ambito dei poteri propri di Capo dell'Ufficio, e il Procuratore Generale di Bari, la dott.ssa Tosto, la quale mi ha informato che a breve invierà al Consiglio e ai titolari dell'azione disciplinare una prima relazione sulla vicenda. «Il Csm dunque - conclude Legnini - nel rispetto delle procedure e delle garanzie previste dalla legge proseguirà la sua attività istruttoria e non mancherà di esercitare tempestivamente le sue prerogative». È «serena» e non ritiene di dover abbandonare l'indagine sull'incidente ferroviario. «Non ritengo di dover formulare alcuna richiesta di astensione perché non ci sono gravi motivi di opportunità - ma se il Procuratore riterrà di sollevarmi da questo incarico chiaramente mi adeguerò». La pm spiega che la foto «risale a luglio del 2013», e precisa di aver «avuto una conoscenza limitata» a quel periodo «con l'avvocato De Cesare». Merra ricorda che erano a una festa e durante un gioco fatto alla presenza degli altri invitati lei era stata schizzata con acqua e l'avvocato le stava solo chiedendo scusa. La pm precisa di aver gestito il fascicolo, di cui è coassegnataria insieme ad altri colleghi, «serenamente e senza condizionamento». «Ho fatto una relazione al procuratore facente funzioni - evidenzia - e gli ho rappresentato come stanno le cose. Dopodiché sono serena. È tutto alla luce del sole». Merra ribadisce di non aver «nulla da nascondere: ho una vita trasparente», dice. «De Cesare - sottolinea - difende Piccarreta che noi abbiamo interrogato tutti e cinque insieme alla presenza anche del procuratore. Non c'è stata nessuna attività che io ho svolto in autonomia. È un fascicolo molto delicato dove ogni provvedimento viene firmato almeno da due sostituti. Mai singolarmente». «Non ho fatto nulla - prosegue - e non avrei motivo di favorire nessuno perché il mio compito è accertare la verità. A prescindere da quelli che possono essere gli avvocati che difendono gli indagati». «La posizione di Piccarreta - rileva la pm - tra l'altro si è cristallizzata da subito e c'è poco da discutere». «Io - rimarca Merra - devo dare conto al mio capo e se quel capo riterrà che io debba rinunciare a gestire questo fascicolo, ancorché è un fascicolo mio perché io ero di turno quel giorno e sono il pm tabellarmente competente, mi adeguerò. Però rispondo in prima persona degli atti che firmo e non comprometterei mai il mio ruolo per nessuno: avvocati, indagati e chicchessia». «I miei fascicoli sono qui - conclude - mai nessuno ha potuto fare considerazioni sul mio operato. Ci sarà una ragione».

"Baciapiede" tra pm e avvocato. Spuntano altre foto, indaga il Csm. I familiari delle vittime: siamo avviliti, si faccia da parte. Spuntano nuove foto, scrive Massimo Malpica, Sabato 6/08/2016, su "Il Giornale". La foto del «baciapiede» tra il pm tranese Simona Merra e l'avvocato Leonardo Di Cesare -, la prima nel pool che indaga sul disastro ferroviario del 12 luglio scorso, il secondo difensore del capostazione di Andria indagato per l'incidente - finisce trasmessa, insieme all'esposto al quale era allegata, alla Prima Commissione del Csm. L'iniziativa è stata del vicepresidente di Palazzo Marescialli, Giovanni Legnini, che conferma in una nota come la Prima Commissione stia da tempo lavorando a «un'istruttoria preliminare per verificare se sussistano o meno le condizioni per promuovere la procedura di incompatibilità ambientale e funzionale in relazione ai fatti narrati e ai magistrati» tranesi coinvolti «in diversi esposti». Molti dei quali riguardano proprio i rapporti tra magistrati e avvocati del distretto. Anche la denuncia con la foto del pm Merra, ha aggiunto Legnini «confluirà pertanto nella procedura in corso e nell'ambito della stessa sarà valutato». Foto ed esposto sono stati già trasmessi anche alla Procura Generale della Cassazione per valutare eventuali profili disciplinari, insiste Legnini, che ha anche parlato con il procuratore capo facente funzioni di Trani - e coordinatore del pool che indaga sull'incidente - Francesco Giannella, che «mi ha assicurato che provvederà a fare le sue valutazioni», mentre il procuratore generale di Bari, Anna Maria Tosto, «a breve invierà» al Csm «una prima relazione sulla vicenda». Si dice invece «serena» la pm Merra, che spiega di non voler astenersi dall'incarico «perché non ci sono gravi motivi di opportunità», pur rimettendosi alle valutazioni del procuratore: «Se riterrà di sollevarmi da questo incarico chiaramente mi adeguerò». La foto, spiega il magistrato, venne scattata durante un gioco a una festa nell'estate 2013, unico periodo nel quale la pm avrebbe avuto una «conoscenza limitata» con l'avvocato (ma di foto ce n'è almeno un'altra, come vedete qui a fianco), che da parte sua ha confermato la «datazione» dello scatto, derubricato a «goliardata». Che però ha mandato su tutte le furie la figlia di una delle vittime dello schianto tra i treni della Ferrotramviaria, Daniela Castellano, «scioccata, avvilita e arrabbiata». «Noi parenti non possiamo vivere con l'incubo che le indagini possano essere influenzate da qualcos'altro», commenta la donna, chiedendo un passo indietro alla pm Merra.

La pm lascia l’inchiesta sulla strage. «Ma essere bella non è un peccato». Il magistrato Simona Merra rinuncia dopo il caso delle foto con l’avvocato Leonardo De Cesare che difende uno degli indagati: «Era la mia festa in discoteca e mi ha fatto gli auguri», scrive Fabrizio Caccia il 7 agosto 2016 su "Il Corriere della Sera". «Ci ho riflettuto tutta notte, perché a caldo anzi avrei voluto continuare. Mi dicevo: Simona, tu non hai nulla da nascondere, tu non hai fatto niente di male. Perché, dopo tanto lavoro, dovresti lasciare? Tu quella maledetta mattina del 12 luglio eri già lì dall’inizio, a fare il sopralluogo. Perché?». La pm di Trani Simona Merra è un fiume in piena. Alla fine del giorno più lungo — in cui ha deciso di lasciare l’inchiesta sulla strage del binario unico in Puglia — si sfoga senza più freni con una persona amica. Ha visto le due nuove foto pubblicate ieri mattina dail Giornale che la ritraggono sempre in lieta compagnia dell’avvocato Leonardo De Cesare, non uno qualunque ma il difensore del capostazione di Andria, Vito Piccarreta, uno degli indagati. La foto in cui lui faceva finta di baciarle un piede risale al luglio 2013 e ha fatto indignare moltissimo i familiari delle 23 vittime della strage. Queste due nuove foto, forse, sono state la goccia. «Ah la foto in cui ho il vestito di pizzo bianco. Anzi, color panna? E l’altra è quella in cui porto il soprabito, vero? Sì, sono del 9 febbraio 2014, il mio compleanno di due anni fa — si sfoga la pm —. Avevo organizzato una festa alla discoteca Chiascia, frazione di Palombaio, Bari. Il proprietario è mio amico. Sapevo che la sera dell’8 era in programma un evento con Umberto Smaila, così ho pensato di far coincidere la mia festa con la fine dello spettacolo e fare tutti insieme il brindisi a mezzanotte. E al Chiascia quella sera c’era anche l’avvocato Leonardo De Cesare, eh, che ci posso fare?, ma non l’avevo invitato io! Lui stava lì per conto suo con altri amici, ma noi ci conoscevamo e così mi ha abbracciato per farmi gli auguri. Tutto qua. Però, lo giuro perché adesso me lo chiedono in tanti, tra noi non c’è mai stato un flirt! Poi a me piacciono gli uomini bruni, mentre lui è biondo e predilige una fascia d’età che di sicuro non è la mia. Comunque per ragioni sentimentali due anni fa io ho cambiato giro e non ci siamo più frequentati». Già, però al Csm non devono aver gradito neppure quei brutti scivoloni sul suo profilo Facebook, in cui la Merra si definisce «beata tra gli uomini», svela dettagli intimi come «puoi dire a billy che il perizoma non lo uso più». Scherzava probabilmente, ma ora anche l’uso spregiudicato dei social le sarà contestato. Da sabato, comunque, la pm di Trani non si occupa più della strage dei treni: «L’ho fatto per restituire serenità ai miei due figli e all’intera Procura. Questa mattina (ieri, ndr) alle 8 mi sono blindata in ufficio e ho deciso di preparare la richiesta di astensione. Il mio capo, Francesco Giannella, ha apprezzato molto, lodando il mio senso di responsabilità. Da domani lavorerò su nuovi fascicoli con lo stesso impegno di sempre. Spero almeno che i familiari delle vittime ora siano contenti. Hanno chiesto che facessi un passo indietro e io l’ho fatto. Mi auguro però che d’oggi in poi finiscano tutti questi pettegolezzi infondati, questo fastidioso chiacchiericcio da mercato». A farle male — dice — son state soprattutto le cattiverie sui social: «Essere una bella donna non è mica un peccato!». Anche l’avvocato De Cesare appare indignato: «Son tutte foto vecchie! Eppoi io sono un mattacchione, mi piace scherzare con tutti, faccio il maestro di surf, il maestro di sci... Se avessi avuto un flirt con la dottoressa Merra, non avrei accettato l’incarico dall’inizio! Sono molto addolorato. Mi dispiace perché è una persona integerrima. Eppoi io con il mio assistito da subito abbiamo scelto la strada della piena collaborazione con i magistrati: il processo è bell’e segnato! Piccarreta si è assunto subito la responsabilità nel primo interrogatorio. Ne abbiamo chiesto un altro: produrremo un plastico dei treni per provare a spiegare le concause del disastro». Daniela Castellano, figlia di Enrico, una delle 23 vittime, anche dopo il passo indietro della pm, resta diffidente: «Speriamo non ci siano altri errori in futuro».

Caso Merra, parla l'avvocato: “Era il pegno di un gioco e io alle feste divento un molestatore seriale”. De Cesare: “Mi spiace per i parenti di chi è morto in quell'incidente ferroviario, ma è normale scherzare con i magistrati”, scrive Gabriella De Matteis il 7 agosto 2016 su “La Repubblica”. "La dottoressa ha lasciato l'inchiesta? Mi dispiace. Non credo sia giusto". Leonardo De Cesare, 45 anni, è appena tornato da Gallipoli. "Io sono molto sportivo. Stavo facendo surf. Poi mi hanno chiamato per dirmi quello che stava succedendo".

La foto di lei che fa finta di baciare il piede del pm Merra ha suscitato molte polemiche.

"Ho già spiegato il senso di quell'immagine. Io sono molto allegro, mi piace scherzare, sono un molestatore seriale in senso positivo si intende. Era l'estate del 2013, ad una festa di compleanno. Avevo fatto qualche gavettone e un po' di acqua ha schizzato il vestito della dottoressa. Gli amici mi hanno detto che come penitenza avrei dovuto baciarle i piedi. Ecco tutto. Ma io sono fatto così: quando sono in compagnia sono goliardico. Avrei baciato anche i piedi a un procuratore, ma non per il suo ruolo. Chi mi conosce lo sa. Era un debito d'onore e io l'ho pagato e dopo tutte queste polemiche sto continuando a pagarlo".

Le famiglie delle vittime, però, hanno protestato.

"E di questo sicuramente mi dispiace perché qualcuno ha voluto dare una interpretazione maligna a quella foto. Con la dottoressa Merra, che io conosco, i rapporti sono sempre stati improntati alla massima correttezza professionale. Io difendo Vito Piccarreta, il capo stazione che, sin dall'inizio, ha deciso di collaborare alle indagini, di dire tutto quello che sa perché qui siamo di fronte ad un disastro costato la vita a 23 persone. Abbiamo appena depositato la richiesta di un nuovo interrogatorio perché Piccarreta vuole essere utile, in ogni modo".

Intanto, però, la dottoressa Merra ha lasciato l'incarico. Dopo la foto del finto bacio sono spuntate anche altre immagini.

"Guardi, io neanche me lo ricordavo quello scatto perché se vado a una festa è normale che si facciano delle fotografie, non ho nulla da nascondere. Il mio carattere è quello, non ho segreti".

La dottoressa Merra ha parlato di "una conoscenza limitata".

"Ma certo. Conosco la dottoressa, come conosco altri magistrati, anche perché io ho ricoperto l'incarico di vice procuratore onorario".

E le feste?

"Può capitare che ad una festa di compleanno incontri magistrati, giudici, o avvocati, ma non mi chieda chi perché, scherzando le dico, che faccio fatica anche a ricordare le ragazze con cui esco. Trani è un piccolo centro. Abbiamo studiato insieme al liceo, all'università di Bari, qualcuno ora fa il magistrato, anche fuori città, qualcun altro, invece, il legale. L'ambiente è quello. Che cosa dovremmo fare? Girarci dall'altra parte quando ci incontriamo per strada? Ma questo non significa che siccome un magistrato lo incontro ad una festa o è un mio amico, poi in Tribunale gli chiedo un favore o lui lo fa a me".

Ha letto il libro del giudice Del Castillo. Qualcuno dice che ci siano riferimenti non positivi all'ambiente giudiziario di Trani.

"No, ho di meglio da fare".

Il caso della foto, quindi, secondo lei, è stato ingigantito?

"Certo. Sto ricevendo molte attestazioni di solidarietà in queste ore. Io intanto sto preparando le querele".

A chi?

"A chi ha voluto dare interpretazioni fuorvianti. Io non ho nessun interesse a uscire sui giornali. Con una battuta potrei dire che sono abituato ai cartelloni (l'avvocato è stato testimonial del brand Mascalzone Latino, ndr). 

La toga non fa il santo. Durante l'ultimo ventennio la stampa di sinistra li ha resi tutti vergini e intoccabili in chiave antiberlusconiana. Sarebbe ora che li riportassero sulla terra, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 7/08/2016 su "Il Giornale". Il pm Simona Merra ieri si è dimessa dall'inchiesta sul disastro ferroviario di Andria. Le foto, pubblicate da questo giornale, che la ritraggono in atteggiamenti sconvenienti con l'avvocato Leonardo De Cesare, difensore di alcuni imputati dell'inchiesta stessa, hanno scoperchiato un intreccio di relazioni incompatibile con un corretto corso della giustizia al di sopra di ogni sospetto. Non sappiamo se il Csm - l'organo di autogoverno delle toghe - che sul caso ha aperto un'inchiesta, andrà oltre sul piano disciplinare. La cosa non ci riguarda. Per noi il punto è un altro, e va oltre il palese conflitto di interesse insito nell'intimità tra un pm e un avvocato controparte in una indagine su venti morti. E cioè aver dimostrato che i magistrati non sono degli dei immacolati appartenenti a una casta superiore priva dei vizi e delle debolezze di noi comuni mortali. Le foto di Simona Merra e Leonardo De Cesare sono le stesse - lui che le bacia inginocchiato un piede e che le sfiora provocante il ventre - che si possono trovare sui social e sui telefonini di molti uomini e donne di mezza età come ricordo di una festa o serata nella quale si è bevuto un bicchiere di troppo. Nulla di male, la sconvenienza e il decoro, così come il senso del pudore, se non costituiscono reato, sono parametri soggettivi e non saremo certo noi a dare pagelle morali. E chissà di quanti altri magistrati si potrebbero documentare situazioni simili se solo si potessero aprire i loro telefonini e computer con la stessa leggerezza con la quale loro aprono i nostri. Perché questi signori, che ci guardano dall'alto, che a volte irrompono nelle nostre vite oltre il lecito, che mettono alla berlina le nostre vite private e sputano sentenze morali manco fossero sacerdoti, in realtà sono esattamente come noi, con le nostre stesse pulsioni, passioni, ambizioni. Come in qualsiasi categoria, anche nella loro ci sono santi e peccatori, geni e cretini, onesti e mascalzoni, incorruttibili e venduti, asceti e sessuomani, depressi, alcolizzati e via dicendo. Durante l'ultimo ventennio la stampa di sinistra li ha resi tutti vergini e intoccabili in chiave antiberlusconiana. Sarebbe ora che li riportassero sulla terra. Che indaghino seriamente e la smettano di fare i maestrini, perché in quanto a vita privata e a costumi morali non possono certo scagliare la prima pietra.

Trovato il fotografo del bacio del piede: è un magistrato! Scrive Giovanni M. Jacobazzi il 12 ago 2016 su "Il Dubbio". Lo svela una nota dell'Anm, che lo redarguisce perché "spione". «È preciso obbligo denunciare, ma senza scegliere forme comunicative anomale e che possano creare discredito». È proprio un clima "sereno" ed "idilliaco" quello che contraddistingue il palazzo di Giustizia di Trani. Questa "serenità" la si percepisce chiaramente dalla lettura del comunicato diramato l'altro giorno dalla locale sottosezione dell'Associazione Nazionale Magistrati. Una nota che fa seguito alle polemiche scatenatesi dopo la pubblicazione su alcuni quotidiani della foto che ritraeva la pm tranese Simona Merra intenta a farsi baciare il piede dall'avvocato Leonardo De Cesare. La prima, ricordiamolo, nel pool di magistrati che indaga sull'incidente ferroviario della tratta Bari-Barletta dove il 12 luglio scorso persero la vita 23 persone, il secondo, legale del capostazione di Andria Vito Piccaretta, uno dei principali indagati per il disastro ferroviario. Si legge nella nota del sindacato delle toghe: "È preciso obbligo del magistrato denunciare, in modo formale e nelle sedi previste per legge, i comportamenti deontologicamente scorretti o illeciti di cui egli abbia avuto conoscenza nell'esercizio delle sue funzioni, senza scegliere forme comunicative anomale e che, anche per la sua genericità insidiosa possano creare discredito anche ai colleghi che svolgono la funzione giurisdizionale con onore e autorevolezza". Tradotto, il "colpevole" del clamore mediatico suscitato dalla scatto dal sapore fetish è stato scoperto. È un collega della Merra, reo di aver creato, appunto, "discredito ai colleghi che svolgono la funzione giurisdizionale con onore e autorevolezza". Le generalità di questo magistrato ai più non sono al momento note, ma ai diretti interessati sicuramente sì, avendo costui preso parte alla festa di compleanno della pm, luogo dove sarebbe avvenuta la foto incriminata, oltre che come ospite anche come fotografo involontario. Senza dover scomodare il Consiglio Superiore della Magistratura che era prontamente intervenuto sul punto, "ho disposto - aveva detto il Vice Presidente Giovanni Legnini - la trasmissione alla I Commissione (competente sui profili di incompatibilità, ndr) della foto della dottoressa Merra. Gli atti, inoltre, sono già in possesso della Procura Generale della Cassazione per la valutazione degli eventuali profili disciplinari", la vicenda per l'Anm tranese è dunque risolta. Inutile quindi, che Legnini abbia contattato anche il procuratore della Repubblica facente funzioni di Trani, il dottor Giànnella, che gli ha "assicurato che provvederà a fare le sue valutazione nell'ambito dei poteri propri di Capo dell'Ufficio", e il Procuratore Generale di Bari, la dottoressa Tosto, che lo ha informato che "a breve invierà al Consiglio e ai titolari dell'azione disciplinare una prima relazione sulla vicenda". Tutto tempo perso. È il magistrato "fotografo" quello che deve essere oggetto del "pronto e rigoroso accertamento" presso gli organi di garanzia e controllo. Questa presa di posizione dell'Anm legittima pienamente le parole dell'avvocato De Cesare. Che, tranchant, dichiarò ad una giornalista che lo intervistava: "Può capitare che ad una festa di compleanno incontri magistrati, giudici, o avvocati, ma non mi chieda chi perché, scherzando le dico, che faccio fatica anche a ricordare le ragazze con cui esco. Trani è un piccolo centro. Abbiamo studiato insieme al liceo, all'università di Bari, qualcuno ora fa il magistrato, anche fuori città, qualcun altro, invece, il legale. L'ambiente è quello. Che cosa dovremmo fare? Girarci dall'altra parte quando ci incontriamo per strada?" Neppure lontanamente si fa, dunque, menzione della parola "opportunità" e, per le toghe, al "dovere di astensione". In certe realtà del Paese il sistema giustizia è gestito in maniera autoreferenziale senza controllo alcuno. Al di sopra della legge e della deontologia. Con tanti saluti ai principi cardine di terzietà ed imparzialità. Eppure esiste l'art. 1 comma 2 del decreto legislativo 109 del 2006, "Disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati": "Il magistrato, anche fuori dall'esercizio delle proprie funzioni, non deve tenere comportamenti, ancorché legittimi, che compromettano la credibilità personale, il prestigio e il decoro del magistrato o il prestigio dell'istituzione giudiziaria". E poi il successivo art. 3 che elenca gli illeciti disciplinari fuori dell'esercizio delle funzioni: "ogni comportamento tale da compromettere l'indipendenza, la terzietà e l'imparzialità del magistrato, anche sotto il profilo dell'apparenza". Il Consiglio di Stato, a proposito dei criteri di comportamento che un giudice amministrativo deve avere nella vita sociale, scrive in un suo regolamento, "i rapporti di amicizia con gli avvocati sono espressioni di esercizio delle libertà della vita di relazione. Nella certezza che mai l'avvocato li dichiarerà con clienti o possibili clienti. Ove questo dovesse accadere è tenuto ad interrompere tali rapporti". Per la cronaca, dopo l'iniziale sua difesa, la Merra ha fatto richiesta di astensione dalla trattazione del procedimento sul disastro ferroviario.

Pretendiamo trasparenza anche dalla Giustizia, scrive Annalisa Chirico, Sabato 6/08/2016 su "Il Giornale". Questa non è una foto, è molto di più. Dopo l'imbarazzante «baciapiede», ecco l'abbraccio, con la mano dell'avvocato Leonardo de Cesare che sfiora la pancia del pm di Trani Simona Merra. Un gesto che tradisce confidenza e amicizia, le ragioni per le quali il magistrato Merra avrebbe dovuto astenersi dall'inchiesta che annovera tra gli indagati un capostazione difeso, guarda caso, dal biondo De Cesare, avvocato e testimonial del brand Mascalzone latino. Con lui, ha sostenuto Merra, ho avuto «una conoscenza limitata a quel periodo», luglio 2013. Peccato che questa seconda foto, pubblicata in esclusiva dal Giornale, risalga ai primi mesi del 2014. Le foto imbarazzanti sono sparite dal profilo Facebook del magistrato, ma non dalla memoria di qualcuno. Viene da chiedersi se qualcuno possa poi stupirsi se la fiducia dei cittadini italiani nella giustizia sia tra le più basse in Europa. Non c'entra la politica, non c'entrano i salvacondotti o la querelle sulla prescrizione. Le foto in questione sono il ritratto del piccolo mondo incantato e autoreferenziale di magistrati e avvocati di provincia, che gestiscono un sistema di relazioni e potere fuori da ogni controllo. La trasparenza resta un miraggio, incarichi e consulenze vengono assegnati quotidianamente senza un meccanismo effettivo di accountability. Pretendiamo la trasparenza totale dalla politica, dovremmo fare altrettanto con chi amministra la giustizia in nome del popolo italiano.

«Strage Corato-Andria ferrovieri impreparati». L'incidente del 2016. In arrivo l'indagine tecnica del ministero: «Non c'entra il binario unico», scrive l'1 Dicembre 2017 Massimiliano Scagliarini su "La Gazzetta del Mezzogiorno". La mancanza del doppio binario non può essere considerata una concausa dell’incidente. E il sistema di blocco telefonico, pur obiettivamente vetusto, era regolarmente autorizzato in base alle norme vigenti all’epoca. Il motivo dello scontro tra due treni della Ferrotramviaria che il 12 luglio 2016 ha fatto 23 morti e 50 feriti (di cui 7 gravissimi) va cercato negli errori commessi da tre diversi addetti (un capotreno e due capistazione), il cui livello di preparazione tecnica lascerebbe molto a desiderare. Possono essere riassunte così le conclusioni dell’inchiesta tecnica che il ministero delle Infrastrutture si prepara a depositare, in contemporanea - o quasi - con la chiusura delle indagini avviate dalla Procura di Trani. «Il rapporto di indagine sarà reso pubblico tra una quindicina di giorni», conferma alla «Gazzetta» l’ingegner Fabio Croccolo, direttore della Fema (la direzione del ministero che si occupa delle investigazioni ferroviarie e marittime). Le conclusioni sono ancora riservate, anche se mercoledì a Roma i periti hanno incontrato i familiari delle vittime. Del pool di investigatori fa parte anche un pugliese, l’ingegner Vito Pascale (Ferrovie del Gargano), un esperto di sicurezza che ha collaborato alle indagini tecniche su diversi altri incidenti. Gli esperti del ministero la scorsa settimana hanno incontrato anche i pm della Procura di Trani che coordinano le indagini, e che hanno ricevuto una bozza della relazione. Per quanto la Procura abbia infatti i propri periti, l’accertamento tecnico e quello giudiziale sono andati infatti di pari passo. Nell’inchiesta giudiziaria sono indagati dal principio il capostazione di Andria, Vito Piccarreta, quello di Corato, Alessio Porcelli, e il capotreno del convoglio partito per errore, Nicola Lorizzo (l’altro capotreno e i due macchinisti sono morti nell’incidente). La dinamica dello scontro è ormai definitivamente chiara: l’ET1021 partì alle 10,58 da Andria (con il via libera di Piccarreta) nonostante non si fosse verificato il prescritto incrocio in stazione con l’ET1016 proveniente da Corato. L’errore nel dare il via libera, la telefonata (quella da Corato ad Andria) fatta «dopo» e non «prima» della partenza del treno, e infine il capotreno dell’ET1021 (un Alstom Coradia) che avrebbe dovuto aspettare di vedere con i propri occhi l’ET1016 (uno Stadler Flirt) prima di dare la partenza al suo macchinista. Questi sono i tre errori gravi. Forse causati, secondo la perizia tecnica ministeriale, anche da una insufficiente preparazione. La Procura di Trani ipotizza a vario titolo, come noto, i reati di disastro ferroviario, omicidio e lesioni colpose, oltre che violazioni alle normative sulla sicurezza del lavoro: riguardano i ferrovieri, ma anche i manager e gli amministratori di Ferrotramviaria. Ma negli ultimi giorni gli accertamenti si sarebbero concentrati anche su un livello superiore, quello che si sarebbe dovuto occupare dei controlli: sia il ministero delle Infrastrutture, che con l’Ustif aveva la vigilanza sulle reti concesse al momento dell’incidente, sia l’Ansf che ha ereditato la competenza a seguito del decreto del 5 agosto 2016 del ministro Graziano Delrio. Gli inquirenti sembrerebbero interessati a stabilire se ci sono state eventuali omissioni nella catena delle verifiche sulle autorizzazioni, e ritardi nel trasferimento delle competenze all’Agenzia nazionale per la sicurezza che - fino al giorno della strage - si occupava soltanto della rete Rfi. La norma di riferimento (il Dlgs 112/2015) impone la competenza dell’Ansf solo sulle reti private «connesse» con la rete nazionale, e quella di Fnb tecnicamente non lo era: fu necessario l’atto d’imperio del ministro per forzare la mano e far scattare gli standard di sicurezza più stringenti, quelli che ancora oggi costringono buona parte dei treni pendolari italiani a non superare i 50 km l’ora.

Scontro treni, nel 2002 i soldi della sicurezza non furono spesi. La Finanza: la Regione aveva stanziato 7 milioni per la Bari-Barletta ma Ferrotramviaria disse che non conveniva spenderli così, scrive il 25 Gennaio 2018 Massimiliano Scagliarini su "La Gazzetta del Mezzogiorno". La tesi della Procura di Trani, che dovrà ora essere portata all’esame di un tribunale, è ben sintetizzata nel provvedimento con cui il gip Rossella Volpe ha autorizzato una serie di intercettazioni telefoniche. «I vertici di Ferrotramviaria erano ben consapevoli degli interventi mitigativi che sarebbero stati necessari per continuare a operare alla stregua dei requisiti di sicurezza imposti dalle norme nazionali in assenza di sistemi di sicurezza automatici e si ponevano il problema dei costi dell’adeguamento delle linee». I costi dell’adeguamento: secondo l’accusa, la tratta Andria-Corato su cui si verificò l’incidente del 12 luglio 2016 era priva di qualunque dispositivo elettronico perché non conveniva. Per dimostrare questa tesi, che getta ombre molto pesanti, la Procura di Trani ha valorizzato dei tanti documenti scovati dalla Finanza tra i progetti depositati da Ferrotramviaria alla Regione. Massimo Nitti, attuale direttore generale e all’epoca direttore di esercizio, già nel 2005 (a valle di un accordo di programma firmato già dal 2002) spiegava al ministero delle Infrastrutture che l’installazione del sistema di blocco automatico, inizialmente prevista su tutta la Bari-Barletta, era stata limitata alla sola Ruvo-Corato cioè alla tratta a doppio binario. Perché? Per «evitare l’installazione di impianti destinati ad essere rimossi o pesantemente modificati in tempi non certo compatibili con il loro ammortamento». Detto in altri termini: siccome dopo Ruvo era comunque previsto il raddoppio dei binari, che avrebbe comunque comportato la realizzazione da zero dei sistemi tecnologici, Ferrotramviaria preferiva spendere una sola volta. Una «logica aziendale, basata su ragioni eminentemente economiche» secondo il gip Volpe che per lo stesso motivo ritiene Ferrotramviaria responsabile di aver minimizzato il rischio: se già dal 2005 avesse introdotto misure di mitigazione, come i 20 «quasi incidenti» registrati dal 2003 al 2016 avrebbero suggerito di fare, si sarebbe prodotto «un sensibile calo della produttività e quindi della redditività dell’impresa», visto che significava (come sta accadendo oggi, da dopo l’incidente) rallentare i treni o introdurre il servizio a spola (un unico treno che fa avanti e indietro tra due punti). Ed è proprio per evitare questo, secondo l’impostazione accusatoria, che Ferrotramviaria avrebbe evitato di comunicare i 20 incidenti sfiorati alle autorità di controllo: una decisione di cui ora la Procura di Trani chiede conto sia agli amministratori che ai dirigenti di vertice. Gli atti del «grande progetto» di ammodernamento della Bari-Barletta (finanziato dalla Ue con 83 milioni) sono stati passati al setaccio dai finanzieri, che in una lunga informativa sottolineano come «da nessuna parte» sia indicata «la specifica esigenza della messa in sicurezza della circolazione sulla tratta Corato-Andria», il cui raddoppio (già programmato prima) è stato affidato pochi mesi dopo l’incidente. E del resto, nell’accordo di programma del 2002 di cui abbiamo parlato prima, un accordo da 109 milioni, inizialmente erano previsti 7,2 milioni di euro per l’installazione del blocco automatico su tutta la linea fino a Barletta. Ma il conte Enrico Maria Pasquini, all’epoca numero uno di Ferrotramviaria, propose di dimezzare l’investimento in sicurezza da 7,2 a 3,6 milioni, utilizzando la differenza per incrementare le somme destinate all’acquisto di quattro elettrotreni. Una proposta accolta dalla Regione e dal ministero delle Infrastrutture a luglio del 2004: nessuno dei vertici ebbe da ridire. Questo accordo, nato nel 2002, si è trascinato fino al 2011, con una serie di finanziamenti integrativi che hanno sì interessato la sicurezza, ma sempre fino a Ruvo: «Per la Corato-Andria (e Barletta) - scrive la Finanza nell’informativa - sono stati sostanzialmente azzerati i fondi destinati alla sicurezza della marcia del treno». L’idea è insomma che la sicurezza non fosse tra le priorità della Ferrotramviaria, che nell’ultimo decennio ha avuto un enorme boom di traffico e lo ha sostenuto con l’acquisto di treni moderni e confortevoli (Alstom e Stadler), grazie ai quali ha potuto aumentare il numero di passeggeri e anche gli utili di bilancio. La sicurezza della tratta finale, quella da Ruvo a Barletta, semplicemente non era ritenuta urgente, nonostante i soldi fossero (almeno in teoria) disponibili già dal 2002. «Vi è quindi prova documentale - scrive la Finanza nelle sue conclusioni - che l’ipotesi di realizzare il “blocco automatico” sul binario unico ha avuto una genesi che, dal punto di vista temporale, precede di alcuni anni la proposta di finanziamento del raddoppio della linea interessata dal disastro ferroviario». Cioè, detto in altri termini: l’intera linea poteva essere dotata di blocco automatico fin dal 2004 o giù di lì. I soldi c’erano. Ma qualcuno decise che non valeva la pena spenderli in quel modo.

Il disastro ferroviario in Puglia sulla tratta Corato-Andria ed il Binario unico del giornalismo italiano. Che fine hanno fatto la mamma e la figlia trovate morte avvinghiate?

La puntualizzazione del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. "Sono 23 le vittime del disastro ferroviario avvenuto in Puglia il 12 luglio 2016 alle ore 11.05 sulla tratta Corato-Andria; 52 i feriti transitati dai pronto soccorsi degli ospedali; 24 le persone attualmente ricoverate, otto dei quali in prognosi riservata, tra cui il piccolo Samuele che 7 anni appena compiuti e che era con la nonna, morta nell'incidente ferroviario. Non ci sono dispersi. I dati sono stati ufficializzati in una conferenza stampa che si è tenuta dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano e dal professor Franco Introna, primario di Medicina Legale del Policlinico di Bari il 13 luglio 2016 alle ore 14.30. Otto cadaveri individuati da dettagli: anelli, fotografie o carte che gli infermieri hanno mostrato ai familiari. Per quasi tutti i giornali Giuseppe Acquaviva è lo sfortunato contadino morto sul suo campo. Per “Andria Live”, invece, Giuseppe Acquaviva, 59 anni, di Andria, era disoccupato e viaggiava con la sorella Serafina Acquaviva, detta Lella, 62 anni, anche lei morta nell'impatto. Per “La Repubblica”, invece, era un ragioniere. E poi la chicca. Da più fonti e con più interviste si è parlato che i soccorritori si sono ritrovati anche davanti ad una scena di due corpi esanimi abbracciati: una madre e sua figlia. I loro nomi, però, non risultano tra quelli comunicati dalle autorità come vittime riconosciute o non riconosciute. Sono state ritrovate senza vita una madre e sua figlia, avvinghiate l'una all'altra in quell'ultimo abbraccio istintivo e protettivo. Una scena drammatica che i soccorritori si sono trovati dinanzi agli occhi, non appena giunti sul luogo del disastro, su quel tratto ferroviario a binario unico che collega Bari a Barletta, in Puglia. A raccontarlo sono gli stessi soccorritori all'emittente locale Telenorba ed ad altre emittenti private. Testimonianze su cui hanno ricamato i loro commenti centinaia di giornalisti. "Erano contro un ulivo, la mamma con il suo corpo proteggeva la bimba piccola ed erano in posizione fetale. Sono le prime che ho trovato, in mezzo a teste, braccia, mezzi busti sparsi ovunque sotto gli ulivi", ha raccontato Marianna Tarantini, una volontaria del Ser di Corato, una delle prime ad arrivare sul luogo dell'incidente. Che sia una bufala a cui tutti ci sono cascati? Scrivevano i giornali: Giuseppe Acquaviva, il contadino proprietario del fondo, 51 anni, nato ad Andria il 15.02.1957, faceva il contadino. La mattina dell'incidente lavorava nel suo campo agricolo, che confinava con la ferrovia. Era impegnato nella potatura degli alberi, quando alcuni pezzi dei treni lo hanno colpito in pieno. L'uomo è morto in ospedale. Stava lavorando nel suo campo di fianco al luogo dell'incidente. Poi è arrivato lo schianto, i finestrini che esplodono, i pezzi di ferro lanciati a velocità folle in tutte le direzioni. Uno di questi lo ha colpito in testa. Era arrampicato su un albero, lì vicino alle rotaie, Giuseppe Acquaviva. La sua campagna sfiora la ferrovia, al rumore dei treni che passano non ci faceva più caso. Perché la sua morte è pura follia, un maledetto sbaglio. Ieri mattina stava tagliando i rami, non ha fatto in tempo a voltarsi al boato dei due convogli che si schiantavano. Le lamiere lo hanno investito, i pezzi dei convogli gli sono arrivati addosso come schegge impazzite. Il contadino è morto, la stessa fine dei pendolari e dei passeggeri, lui che sul treno non c’era e non stava andando da nessuna parte. Era lì, a tagliare i rami. L’unica vittima del disastro ferroviario che non è stata recuperata tra i rottami dei convogli. L’hanno trovato sotto il suo albero. «Non aveva alcun segno sul corpo - raccontano i medici del Bonomo - solo un buco impressionante in testa. Non c’era nulla da fare». Adesso quella campagna è un cimitero, solo sangue e lamiere sparse ovunque. Tranne che inserire il nome di Giuseppe nella lista dei morti del treno. 

E poi ci sono i commenti degli idioti italici.

“20 terroni deceduti, grande notizia!”, il post razzista fa infuriare Facebook. A poche ore dalla tragedia ferroviaria, compare su Facebook un post razzista di tal Giorgio Cutrera: " 20 terroni deceduti...Grande notizia... - si legge - 20 non sono tanti, ma è pur sempre meglio di niente”. Il web si indigna e lo segnala alla Polizia Postale, scrive il 12 luglio 2016 “Trnews”. Mentre il Salento, come il resto d’Italia resta senza parole davanti alla tragedia che questa mattina ha macchiato di sangue i binari tra Andria e Barletta, qualcun altro sembra che sia riuscito persino a prendersi cinque minuti per ironizzare su questo catastrofico episodio: “20 terroni deceduti…Grande notizia…non sono tanti, ma è pur sempre meglio di niente”. Questo è quanto si legge nel post che ha mandato in furie tutto il popolo di Facebook. “Che dio benedica i malfunzionamenti e i disagi”, si continua a leggere nello status su cui è pubblicata anche la foto dell’incidente ferroviario. Inutile dire che il post sta facendo il giro del web, accompagnato da una valanga di commenti e offese contro l’autore di questo gesto inaccettabile. Il profilo risulta privato, ma è già stato segnalato alla Polizia Postale. Ed ancora...

Tragedia ferroviaria in Puglia, riecco i razzisti social: lazzi e battute sui “terroni morti”, scrive il 12 luglio 2016 Gianmaria Roberti su “Il Desk”. Non sono isolati gli episodi di chi esulta per la strage dei treni. Su Facebook è stato aperto un gruppo per denunciare gli account discriminatori. E’ il corollario permanente di ogni sciagura. L’idiota del web colpisce anche per la strage ferroviaria nel Barese. C’è il razzista da tastiera che scippa il cantautore pugliese Caparezza, trasformando il brano “Vieni a ballare in Puglia” nel macabro “Vieni a scontrarti in Puglia”, didascalia dell’immagine con i treni accartocciati che ha fatto il giro del mondo. Ma sui social sono tutt’altro che isolati i commenti entusiastici. C’è chi esulta per i “20 terroni deceduti”, che “non sono tanti ma è sempre meglio di niente”. Qualcuno si lascia andare al sarcasmo ottuso: “Volevo rassicurare tutti coloro che si sono preoccupati, l’incidente è avvenuto a Bari, non in Italia, potete stare tranquilli!”. Un altro commenta sodisfatto: “Enniente dormo due orette e scopro che in Puglia è avvenuto un incidente, Dovrei dormire più spesso”. E un giovane veneto tal Nicola Destro osserva: “La cosa che più mi stupisce dell’incidente dei treni in Puglia è il fatto che ci siano i treni in Puglia”. Su Facebook è stato aperto un gruppo per segnalare gli account dei razzisti.

Bisogna segnalare che la Puglia, così come tutto il sud Italia, è frequentata da tanti turisti stranieri. Per questi motivi moltissime ambasciate straniere hanno telefonato alle Asl ed alle Prefetture, per avere notizia di eventuali coinvolgimenti di loro connazionali nella tragedia avvenuta sui treni della tratta tra Corato ed Andria. Tratta che collega anche l'aeroporto di Bari, scrive "La Gazzetta del Mezzogiorno".

Strage dei treni: non basta cercare solo i colpevoli, scrive Antonio Tedesco il 12 luglio 2016. Mentre leggiamo i giornali ci coglie una tristezza infinita. Un bilancio drammatico, ancora parziale ma funesto: 23 morti e decine di feriti, uno dei peggiori incidenti ferroviari degli ultimi cinquant’anni in Italia. È difficile trovare le parole e analizzare lucidamente una tragedia di queste dimensioni, l’ennesima per il nostro Paese. Ha ragione Pino Aprile (l’autore di “Terroni”), quando dice che mentre al Nord si costruisce la costosissima, e forse poco utile, TAV Torino-Lione, il Sud viaggia a binario unico. Da anni la Puglia è la meta estiva preferita dagli italiani e da milioni di stranieri ma sconta gravi problemi infrastrutturali, come del resto tutte le regioni del Sud Italia. Scarsi sono gli interventi pubblici e poca è l’attenzione della classe dirigente e della politica locale, spesso di scarsa qualità, sempre meno efficace ed efficiente. Una tragedia, quella di Corato, che ha spezzato la vita a tanti, troppi, studenti e lavoratori pendolari che deve accendere i riflettori sullo stato di arretratezza delle infrastrutture del Sud, perchè negli ultimi anni ha prevalso la cultura che non bisogna fare investimenti nelle regioni meridionali, perchè “c’è la mafia e i politici che rubano” (mentre nel Nord Italia vige la trasparenza e la legalità). Questa perversa “cultura” dominante ha prodotto uno scenario da area sottosviluppata; nel nostro Mezzogiorno ci sono ancora alcune tratte ferroviarie non elettrificate e delle aree completamente isolate (a Matera non arriva il treno ad esempio). Nei prossimi giorni sicuramente ci sarà la caccia al colpevole: errore umano, oppure colpa dell’azienda che gestisce la tratta ferroviaria. Si apriranno commissioni e si accerteranno responsabilità e carenze. Un copione già visto. L’auspicio è che si apra una seria discussione sulla condizione di arretratezza del Sud, costantemente penalizzato da politiche “nordcentriche”. Ci aspettiamo un cambio di rotta, un attenzione maggiore alle difficoltà delle Regioni meridionali, anche nel trasporto ferroviario e aereo. Secondo alcuni dati (citati da Pino Aprile e da altri giornalisti) su 4.560 milioni per le ferrovie negli ultimi anni i governi ne hanno destinati solo 60 per il Sud. Povera Puglia, povero Mezzogiorno d’Italia.

Un fatto è certo. Il Governo centrale usa i fondi europei come finanziamento sostitutivo a quello statale per lo sviluppo del mezzogiorno considerato area svantaggiata, anziché considerarlo aggiuntivo. Essendo appunto fonti europei essi riguardano mini progetti e non un programma ad ampio raggio. Ecco perché quasi tutte le risorse statali vanno spalmate sul centro-nord Italia e per il Sud manca una programmazione. I Fondi Europei sono tre: il FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), il FSE (Fondo Sociale Europeo), il FEASR (Fondo Europeo Agricolo di Sviluppo Rurale). I tre fondi cofinanziano i Programmi Operativi Regionali (POR) e i Programmi Operativi Nazionali (PON). Se si pensa che per le lungaggini burocratiche create ad arte per fomentare la corruzione questi fondi spesso non vengono spesi, ecco come tali finanziamenti per evitarne la scadenza dei termini di spesa, vengano dirottati al centro nord in aggiunta a quelli statali già previsti per opere finanziate di ampio respiro. Insomma il sud: cornuto e mazziato.

Scontro fra treni in Puglia, una tragedia annunciata. Non si investe nelle ferrovie del sud, scrive Giacomo Pellini il 12 luglio 2016 su “Left”. È di almeno 20 vittime e decine di feriti, il bilancio provvisorio dello scontro frontale avvenuto tra due treni delle Ferrovie del Nord Barese. L’incidente si è verificato oggi verso le 11 sul binario unico tra Ruvo di Puglia e Corato, in aperta campagna. «C’è stato uno scontro frontale su un binario unico, alcune carrozze sono completamente accartocciate e i soccorritori stanno estraendo dalle lamiere le persone» ha detto il comandante dei vigili urbani di Andria, Riccardo Zingaro. Subito i soccorsi hanno estratto dalle lamiere un bimbo di pochi anni, che, fortunatamente ancora in vita, è stato trasportato via con l’elicottero. Secondo il presidente della Provincia di Barletta-Andria-Trani, Giuseppe Corrado, il numero dei morti è sicuramente destinato ad aumentare. Il sindaco di Corato, Massimo Mazzilli, ha scritto su facebook che «il disastro è paragonabile alla caduta di un aereo», visto le conseguenze che ha comportato il grave incidente: uno dei treni ha due vagoni rimasti intatti, l’altro solo l’ultimo, e pezzi di lamiera sono sparsi praticamente ovunque. «Faremo chiarezza» ha affermato il premier, Matteo Renzi, esprimendo il proprio cordoglio per le famiglie. Il Ministro dei trasporti, Graziano Delrio, giunto sul posto, ha chiamato immediatamente la società della Rete ferroviaria italiana (Rfi) – che gestisce l’infrastruttura ferroviaria, ed è partecipata al 100% dalle Ferrovie dello stato (Fs) – per chiedere un «supporto alle indagini e supportare le società coinvolte» (che non appartengono a Fs, ma fanno parte della società Ferrotramviaria Spa). E annuncia una Commissione d’inchiesta per chiarire le cause dell’incidente, ancora sconosciute. «Cerchiamo di recuperare il ritardo di decenni per le infrastrutture del sud» diceva sempre Delrio nel 2015, rispondendo dopo un articolo del Mattino, a firma di Marco Esposito, dove si denunciava la sproporzione degli investimenti tra nord e sud del paese nell’aggiornamento 2015 del Contratto di programma con la Rfi. Su 4859 milioni di euro previsti dallo Sblocca Italia e dalla Legge di stabilità 2015, denunciava Esposito, solo 60 sono destinati alla rete ferroviaria del sud, contro i 4799 per il nord. «Per l’esattezza, al Mezzogiorno è destinato il 19 per cento dei nuovi finanziamenti complessivi e l’1,2 per cento se si considerano soltanto quelli ferroviari. Contro il 98,8% di quelli destinati al nord del Paese» conclude poi Esposito. Secondo il rapporto di Legambiente, Pendolaria, 2015, sullo status del trasporto ferroviario pendolare nel nostro paese, l’Italia viaggerebbe a due velocità diverse: da una parte treni ad Alta velocità sempre più moderni e veloci, in costante aumento a causa dell’aumento progressivo degli investimenti (+7% nel 2015), dall’altra una diminuzione degli Intercity e dei collegamenti a lunga percorrenza (-22,7% dal 2010 al 2014). Dal rapporto emerge come vi sia un grande divario tra il nord e sud Italia, dove i treni regionali sono vecchi, lenti e dove, ogni giorno, tra Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ne transitino meno rispetto alla sola Lombardia. Legambiente denuncia anche come la maggior parte delle linee non sono elettrificate e a binario unico, cosa che – come abbiamo appreso, purtroppo, dall’episodio di oggi – rende i viaggi nelle regioni del sud insicuri e pericolosi. C’è poi il caso di Matera, capitale europea della cultura nel 2019, patrimonio dell’Unesco, che è l’unico capoluogo di provincia italiano non coperto dalla rete ferroviaria. Anzi, Matera una stazione ce l’ha, ma non è attiva: i lavori per la sua costruzione cominciarono nel 1986, ma non furono mai terminati. Una città che non esiste, per Fs. Per riparare al danno, le Ferrovie hanno lanciato la formula «Freccia link», collegando la stazione di Salerno – coperta dalle Tav – con dei pullman diretti nella città lucana. Forse Trenitalia – partecipata al 100% da Fs – è troppo impegnata nell’acquisto della società ferroviaria greca Trainose, per la quale ha investito ben 100 milioni di euro, come ha recentemente denunciato il deputato di Sinistra Italiana, Franco Bordo, «Il nuovo management di Trenitalia, invece di fare operazioni estere, pensi alle decine di migliaia di pendolari che ogni giorno vivono sulla loro pelle la drammatica situazione in cui versa il nostro sistema ferroviario», ha sostenuto il parlamentare, che ha poi concluso: «Il trasporto pendolare dovrebbe rappresentare una priorità per l’azienda, non le acquisizioni all’estero». Ma intanto in Puglia è già successo l’irreparabile.

I corpi fra gli ulivi della mia Puglia dimenticata dall'Alta velocità, scrive Tony Damascelli, Mercoledì 13/07/2016, su “Il Giornale”. Furgoni funebri tra gli ulivi. Polvere rossa sollevata dagli elicotteri. L'aria è afosa, pesante, soffocante. Sembra aggiungere ansia alla tragedia. Si cercano vite, si contano i morti. Non è possibile. Sì, qui è possibile. Tredici chilometri e un solo binario dividono Andria da Corato. Un binario, unico, solo, per una terra, il Sud, la Puglia, le Puglie, come ci insegnavano a scuola, per quanto lunga è questa terra piena di contraddizioni e di luce e di solitudine, dimenticata da chi discute, parla, scrive e decide sull'alta velocità, privilegio e premio di un'altra e alta Italia. Ulivi secolari, come guardiani, lungo i fianchi di questi due convogli. Stavolta non sono loro a piangere, prosciugati dalla xylella cattiva e malvagia, stavolta osservano la morte degli uomini, la fine tragica di un viaggio, improvvisamente interrotto, lungo una curva che ha negato la possibilità di scorgere, di vedere, di salvarsi. Piange la Puglia di Banfi e dei Negramaro, piange la Puglia di Arbore e di Mimmo Modugno, piange come sa fare da sempre, amara terra mia ma senza l'elemosina delle proprie lacrime, abituata a soffrire e a offrire, le pepite della sua natura, del suo mare, del suo sole. Ma questo, oggi dodici di luglio, non conta nulla, i turisti restano attoniti, disarmati, in disparte, rispettosi del dolore altrui. Niente sagre, spente le luminarie. È l'ora del silenzio. La Ferrotramviaria ha ottant'anni di storia, fondata da Ugo Pasquini, conte di Costafiorita. Il servizio fa il suo lavoro quotidiano, pendolari, studenti, viaggiatori qualunque. Ha pronti i grandi progetti per raddoppiare i binari, per interrare le linee proprio nella zona di Andria. Ma la burocrazia sconfigge l'intelligenza, tutto bloccato. La scena del disastro sembra una beffa. Due treni si sono sfidati su quella striscia nera, correndo uno contro l'altro, per errore umano. Non si sa di chi. Si sa quando. Uno dei due non doveva essere lì, non doveva lasciare la stazione di partenza, non doveva. Lo ha fatto. L'Et 1016 che avrebbe dovuto lasciare la stazione di Corato alle 10.48 e arrivare ad Andria alle 10.59, forse viaggiava in ritardo. Secondi fatali. L'altro, l'Et 1021, partito da Andria alle 10.58, avrebbe raggiunto Corato alle 11.09. Alle undici, l'incontro. Lo scontro. Le voci dei politici disturbano il dolore, il silenzio, il cordoglio. Ronzano i loro commenti, come zanzare maledette, parole inutili, un repertorio di sempre, annunciano indagini, promettono la verità, preannunciano commissioni di inchiesta. Il sole di Puglia non concede luce a questa storia improvvisa. Una madre abbracciata alla figlia. Giacciono, morte. Sembrano addormentate. L'ultimo sonno, ultima atroce immagine di una fine improvvisa, il tentativo di proteggere la vita, accucciandosi davanti all'arrivo della morte, il gesto eroico di una genitrice verso la propria speranza, la coscienza che ormai non c'è più, nulla oltre le lamiere stracciate, gli schizzi di sangue, le urla di strazio. Il silenzio della morte nella carrozza dove si parlava della vita, scherzando, ascoltando la musica, sognando come in un qualunque giorno. Adesso un giorno diverso. Mille figure continuano ad agitarsi negli uliveti: ministri, governatori, prefetti, sindaci, infermieri, medici, e poi parenti, amici, volti di cera, disperati, angosciati, alla ricerca di una voce, di una semplice parola, una promessa, un'illusione, i due convogli sono come mostri giurassici accartocciati, cambia la luce del giorno, il frinire delle cicale rompe il silenzio tra gli ulivi, il palazzetto dello sport di Andria raccoglie le bare di zinco e di noce. La sera, come sempre, porta il dolore della speranza ormai inutile. Quella madre e la sua bambina non dormono più abbracciate.

La solidarietà dei vip pugliesi. Uno dei primi è stato Giuliano Sangiorgi, il cantante dei Negramaro. E poi Lino Banfi, e Flavia Pennetta: dal mondo dello spettacolo a quello dello sporti, il dolore di volti e nomi noti per la tragedia ferroviaria nel Barese.

Sangiorgi, su Facebook, pubblica l’immagine di un binario e scrive: “Sono su un treno qualunque che mi porterà verso giorni di musica e bellezza. Ma oggi il cuore è sospeso. Come se non lo sentissi più battere. Sento solo il suono delle rotaie che mi porta altrove...nella mia terra. Oggi l’oro perlato degli ulivi si è tinto di rosso. Ogni pensiero è rivolto a quelle persone che hanno perso la vita su un binario che taglia in due la Puglia e da oggi... anche l’anima di tutti noi”.

E su Twitter il dolore di Lino Banfi, originario proprio di Andria.

E su Facebook anche il messaggio di Al Bano, che parla di immane incredibile disgrazia.

Raf, che dedica un pensiero alla sua terra ferita.

Un cuore e le mani giunte in segno di preghiera, questo il messaggio affidato ai social network da Emma Marrone, che seppur nata a Firenze si è trasferita da piccola ad Aradeo, in Puglia, terra d’origine dei genitori.

E su Twitter anche il messaggio dei Sud Sound System.

Su Facebook l’appello di Mietta, nata a Taranto.

E affidano a Twitter il loro messaggio anche due tenniste azzurre di origini pugliesi: Roberta Vinci, tarantina, e la brindisina Flavia Pennetta.

LA MORTE CI RENDE UGUALI.

Serafina Acquaviva, nata ad Andria il 14 maggio 1954, 62 anni. Viveva ad Andria insieme al fratello Giuseppe e faceva la casalinga. Nessuno dei due si era mai sposato. Martedì erano andati insieme all'ospedale di Bari perché lei era andata a fare alcuni controlli neurologici

Giuseppe Acquaviva, nato ad Andria il 15 febbraio 1957, 59 anni. Viveva ad Andria insieme alla sorella Serafina. Nessuno dei due si era mai sposato. Inizialmente è stato scambiato per un contadino perché il suo corpo è stato ritrovato nei campi, invece era anche lui sul treno, a fianco di sua sorella. La sorte ha deciso che, oltre a vivere insieme, morissero nell'abbraccio mortale delle lamiere. Giuseppe e Lella Acquaviva, fratello e sorella uniti in un destino inesorabile, scrive “Andria Live” il 14 luglio 2016. «Erano persone affettuose, amavano camminare insieme. Stavano andando in Policlinico perché mia zia doveva effettuare un esame e una visita specialistica». Giuseppe e Lella (all'anagrafe Serafina) Acquaviva, fratello e sorella, 59 e 62 anni, erano su quel treno: la sorte ha deciso che, oltre a vivere insieme, morissero nell'abbraccio mortale delle lamiere. Una vita «umile, riservata, fatta di affetti semplici, di passeggiate insieme», ci racconta una nipote. Il sig. Giuseppe non era un contadino: diplomato aveva conseguito il diploma di maturità commerciale, ma ultimamente svolgeva lavoretti occasionali: aiutava tante persone e accudiva la sorella, di salute precaria e invalida. Entrambi mai sposati, vivevano da sempre insieme, per accudirsi vicendevolmente. Una storia semplice ma terribile, di una famiglia che nel disastro ha perso ben 2 membri: «Erano persone affettuose, amavano camminare insieme. Stavano andando in Policlinico perché mia zia doveva effettuare un esame e una visita specialistica». Non un contadino raggiunto dalla morte mentre lavorava nei campi, dunque, ma un passeggero come gli altri che è andato, accanto alla sorella, incontro a un destino inesorabile.

I macchinisti, capotreno e capostazione: Pasquale Abbasciano, di Andria, nato ad Andria il 17.04.1955, era uno dei due macchinisti. A fine anno sarebbe andato in pensione. Amava il suo lavoro e la campagna, coltivava ciliegie. Dopo il lavoro doveva andare ad Andria per raggiungere la figlia che era in Comune per le pratiche preliminari del matrimonio. A quanto si apprende, inoltre, qualche anno fa Abbasciano sarebbe rimasto coinvolto in un deragliamento leggero dello stesso treno ma senza conseguenze. Luciano Caterino, 37 anni, nato a Ruvo di Puglia il 29.04.1979, originario di Corato (Bari), era invece il macchinista del convoglio giallo proveniente da Bari. L'uomo nell'impatto è rimasto dilaniato.  Si sarebbe sposato a breve. Il suo corpo è stato dilaniato dal tremendo impatto e recuperato a brandelli. La sua è una perdita che colpisce tutta la comunità di Corato". Così Massimo Mazzilli, sindaco del comune pugliese, ricorda Caterino. "Luciano - prosegue il sindaco - viene da una famiglia apprezzata in paese e so che il papà, un lavoratore autonomo, era rimasto vedovo da poco. Era uno che si dava da fare per vivere e so che stava preparando il suo matrimonio che era imminente. Alla notizia della sua perdita la famiglia si è chiusa in se stessa. In serata conto di incontrare i suoi cari per porgere a nome di tutta Corato il senso del nostro cordoglio". «Un grande lavoratore, un grande collega, un grande amico» dicono i colleghi della Ferrotramviaria. Tutti preferiscono il silenzio, almeno per ora: «è difficile riprendere a lavorare o anche solo a pensare». Albino De Nicolo, 53 anni di Terlizzi, nato a Terlizzi il 23.01.1959, capotreno, finora dato per disperso nella strage ferroviaria avvenuta ieri mattina sulla Andria-Corato, è ufficialmente tra le vittime accertate. Il capotreno terlizzese, 53 anni, è stato identificato già ieri presso il Policlinico di Bari. Nicola Gaeta, nato a Bari il 16.01.1960, capostazione.

Michele Corsini, 61 anni, nato a Milano il 20.02.1955, originario di Barletta, si muoveva tra la città natale, dove gestiva un bar, e Bergamo. La mattina dell’incidente aveva preso il treno per arrivare a Barletta dall’aeroporto di Bari Karol Wojtyla.

Maurizio Pisani, nato a Pavia il 26,08,1966, 49 anni, originario di Pavia, laurea alla Sda Bocconi, era il fondatore della Pisani Foor Marketing. Stava andando a prendere l'aereo per tornare a Milano, lascia una bimba di pochi anni. Viveva a Milano e proprio nel capoluogo lombardo stava tornando dopo aver passato del tempo con la figlia e la moglie (che non si trovavano sul treno) in Puglia. Cristina Chiabotto in lacrime. Nell'incidente ferroviario in Puglia che è costato la vita a un suo amico vip, un volto dell'imprenditoria e anche del piccolo schermo. Si tratta di Maurizio Pisani, 49 anni. Esperto di marketing, era uno dei giudici de La ricetta perfetta, il talent culinario condotto dall'ex Miss Italia. "Svegliarsi questa mattina e sapere che sul quel maledetto treno c'eri anche tu, Maurizio", scrive l'ex Miss Italia, "è stato un onore lavorare con te, porterò sempre nel cuore il ricordo di una tua battuta, la tua calma, la tua ironia, la tua grande professionalità e l'amore immenso per tua figlia, proprio lei che stavi correndo ad abbracciare e che raccontavi con tanta luce negli occhi". Il talent della Chiabotto è andato in onda suLa5, una delle reti digitali del gruppo Mediaset. "E' un duro colpo ed è proprio vero come la vita possa cambiare in un istante", continua la showgirl," in quel brutto gioco del destino, su un treno pronto ad unire tante anime. Il gruppo della Ricetta Perfetta vola nel tuo ricordo e stringe con un abbraccio immenso i tuoi cari. Bello averti incontrato sul mio cammino". Maurizio Pisani è stato il fondatore della Pisani Food, agenzia di consulenza e outsourcing di strategia, marketing, vendite e training legati al mondo del food. Il manager durante la sua carriera aveva lavorato nelle aree marketing di alcune delle aziende più importanti del mercato food & beverage italiano.

Maria Aloysi, 49 anni, nata a Bari il 4.10.1966, viveva a Modugno ma tornava spesso ad Andria per far visita al padre. Lascia il marito Donato e i figli LeoMarco e Andrea. Stava tornando verso Bari dopo aver passato alcuni giorni ad Andria ad assistere il padre. "Ha preso il treno all'ultimo minuto: quella mattina era molto in ritardo ma alla fine ce l'ha fatta". A parlare è Giuseppe Colaleo, cognato di Maria Aloisi, 49 anni, morta nell'incidente ferroviario avvenuto in Puglia. "Su quel treno - racconta l'uomo - avrebbe potuto esserci mio fratello: ogni giorno si davano il cambio" per assistere un loro parente. "Mio fratello l'ha accompagnata al treno - aggiunge - e quando ha visto le immagini in tv si è fatto il segno della croce". Maria Aloisi inizialmente era tra i dispersi: "Abbiamo vagato per tutti gli ospedali, alla fine ci hanno mandati al Policlinico di Bari", dove oggi ci sono stati i riconoscimenti delle vittime. "Mio fratello - precisa - ha spiegato che sua moglie aveva una collana con una lettera 'M' come ciondolo, e che aveva una cicatrice sul labbro superiore. Insomma, segni di riconoscimento". A questo punto, aggiunge, "una infermiera ha detto è probabile sia qui". Maria lascia due figli, di 21 e 28 anni.

Benedetta Merra, nata ad Andria il 18.06.1964, 52 anni di Andria, si stava recando a Bari per alcuni controlli medici.

Rossella Bruni, nata a Trani il 16.03.1994 22enne la cui famiglia è originaria di Martina Franca, una delle vittime dell’incidente ferroviario di Corato. Non c’è la formalizzazione di un elenco delle vittime per ora ma la comunicazione del sacerdote non lascia speranze. Fra l’altro, Michele, papà di Rossella, era catechista in quella parrocchia ed ha comunicato la notizia al prete. Rossella, con la sua famiglia, viveva da anni ad Andria dove il padre è funzionario comunale. Blogger, scrittrice, attivista per i diritti delle donne, la giovane originaria di Andria scriveva su "Il ritorno di Gea" con il nickname Malinii Paroliera.

Julia Favale, nata in Francia il 04.07.1965, nata a Chalon-sur-Saône, era docente di conversazione francese. Aveva lavorato presso al Liceo Classico di Andria, dove viveva, e presso il Liceo Scientifico di Barletta.

Enrico Castellano, nato a Ostuni l’1.1.1942 aveva 72 anni. 74 anni, fratello del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, Franco. Viveva tra Torino e Cuba. Da tempo viveva a Torino ed era un dirigente del Banco di Napoli. Dopo la pensione tornava più spesso in Puglia. Lunedì era atterrato a Bari per andare a trovare il figlio in occasione del compleanno del figlio di due anni. La festa era stata organizzata per martedì che sarebbe poi coincisa con il giorno del suo onomastico, come ha raccontato il figlio Giuseppe che ha ricordato il padre: "Mi avevi abituato ad attenderti e a farti desiderare…e un po’ mi piaceva… perché rivederti era un segno di conquista e di grande appagamento. C’erano le nostre chiacchierate che parlavano di mesi trascorsi lontani l’uno dall'altro. Mi hai insegnato a vivere in modo spensierato e sfrontato trovando il giusto equilibrio tra la follia e la razionalità. Amavo il tuo stile, la tua infinita classe. Però quest’ultima parte del tuo infinito libro non l’avrei mai voluta leggere". 

Donata Pepe, 60 anni, nata a Cerignola il 03.10.1953, originaria di Terlizzi, è la nonna del piccolo Samuele, il bambino trovato ancora vivo tra le macerie e salvato dai soccorritori. Donata ha salvato la vita al nipote Samuele. Il bambino di 6 anni era tra le sue braccia quando c’è stato lo scontro ed è stato salvato dai vigili del fuoco. Stavano andando a Barletta per prendere una coincidenza per Milano e tornare a casa dai genitori. Il piccolo era in Puglia per passare qualche giorno di vacanza con la nonna. “Stavo dormendo sulla nonna, e poi c’è stato quello scoppio fortissimo”, è riuscito a dire Samuele agli zii. Il ragazzino è ricoverato in prognosi riservata, ma non in pericolo di vita. Piangeva, il piccoli Samuele di 6 anni appena, con le lamiere che gli comprimevano il petto e anche il pianto era un dolore in più. Aveva tanto male, tanta paura e cercava la nonna con cui era in vacanza in Puglia. Tornavano da una gita a Bari. Non poteva muoversi incastrato tra i rottami del treno. «Tranquillo, non avere paura. Adesso ti tiriamo fuori noi», i soccorritori gli parlano con calma e con dolcezza anche se non c’è un attimo da perdere e le mani si muovono con ansia tra i sedili accartocciati. Ma Samuele continua a piangere. «Guarda qui», una delle persone che cercano di salvarlo gli mostra i cartoni animati sul telefonino. E mentre il bimbo con gli occhi pieni di lacrime si distrae con il cellulare, i soccorritori muovono le lamiere piano piano. Gli “angeli” sono scesi dal Drago 52, l’elicottero dei vigili del fuoco intervenuto sul luogo dell’incidente. Appena a terra hanno sentito le urla di un bimbo che si trovava dietro un sedile con un pezzo di lamiera che gli comprimeva il petto. Samuele è stato tirato fuori dai rottami, caricato sull’elicottero e portato in ospedale. Samuele è in un lettino del reparto pediatria con schegge di vetro nel corpo. «Gliele stanno ancora togliendo» dicono i medici che cercano in tutti i modi di proteggere questo cucciolo.

Fulvio Schinzari, nato a Galatina il 31.10.1957, era stato commissario a Canosa di Puglia e Trani. Il corpo dell’uomo è stato riconosciuto da un collega poliziotto che stava lavorando ai soccorsi. Stava tornando al lavoro dopo le ferie il vice questore aggiunto della Polizia di Stato Fulvio Schinzari, una delle vittime della tragedia ferroviaria. Da Andria, dove viveva con la moglie e due figlie (in un primo momento si era diffusa la notizia, poi smentita, che anche una di loro si trovasse sul treno), era diretto a Bari: qui, esattamente quattro anni fa, aveva assunto l'incarico di dirigente dell'ufficio del Personale della Questura. 59 anni, nato a Galatina (Lecce), Schinzari ha svolto tutta la sua carriera di poliziotto in Puglia. Ma nei ranghi della Polizia di Stato non è entrato subito. Dopo la laurea in Giurisprudenza, nel 1985, per quattro anni ha fatto l'avvocato. Nell'ottobre del 1989 è entrato nei ruoli dei funzionari della Polizia, dove ha ricoperto diversi incarichi. Il primo, per circa un anno, a Bari: funzionario addetto alla Squadra Mobile. A seguire, per un lungo periodo, da fine '91 a inizio 2000, è stato funzionario al Commissariato di Barletta con incarico di responsabile della squadra di polizia giudiziaria e poi, dal 2000 al 2002 ha diretto il Commissariato di Canosa di Puglia. Dal 2002 al 2005 è stato responsabile del settore Sicurezza e Protezione Civile presso il Comune di Andria e a seguire, per due anni, ha diretto il Commissariato di Corato. A Canosa, come dirigente del Commissariato, è tornato nel febbraio 2007: qui è rimasto fino al giugno 2012, quando ha assunto l'incarico di Dirigente dell'Ufficio del Personale della Questura di Bari: stava raggiungendo l’ufficio a Bari da Andria, dove abitava, per prendere servizio alle 14 dopo un periodo di ferie. «Era un poliziotto atipico», dice chi lo conosceva. La musica era la sua grande passione. «Dove sei?», chiede una signora all’amica. Sono le 15 del giorno più lungo ad Andria. «Sono in ospedale, ho accompagnato la moglie di Fulvio. Lo sta cercando, lui prende sempre quel treno. In ufficio non c’è, al cellulare non risponde...» Un urlo senza fine, la telefonata s’interrompe. È la moglie del vice questore aggiunto di polizia Fulvio Schinzari, di 59 anni. Le hanno appena detto che il marito era sul treno maledetto, il suo corpo è lì in ospedale. E lei grida tutto il suo dolore, grida finché non le manca l’aria. Fulvio Schinzari era uno dei tanti pendolari di quella linea. Viveva ad Andria e lavorava alla questura di Bari, tutti i giorni avanti e indietro. Si temeva che con lui ci fosse anche la figlia, spesso viaggiano insieme. Ma la ragazza ieri mattina non era sul convoglio accanto al padre. Lascia due figlie. Era appena tornato dalle ferie e stava andando a Bari dove 4 anni fa aveva assunto l’incarico di dirigente dell’ufficio del personale.

Antonio Summo, nato a Terlizzi il 12.11.2001, aveva 15 anni e stava tornando a casa, a Ruvo di Puglia, dopo aver partecipato a un corso di recupero per gli esami di riparazione nel suo istituto superiore a Andria. Era andato ad Andria per sostenere due esami di riparazione. Il destino lo ha fermato tra un esame e l’altro: la mattina aveva sostenuto la riparazione in una delle materie di cui aveva il debito, il professore lo aveva invitato a tornare a casa a riposarsi e tornare nel pomeriggio. Non doveva neppure andare a scuola Antonio Summo, 15 anni (nella foto sopra), Antonino per chi lo conosceva. Ieri aveva mal di pancia e suo padre gli aveva detto di non andare ad Andria. Ma Antonio ha insistito, “papà devo recuperare due debiti formativi, lo sai”. I genitori lo hanno riconosciuto dalla borsa, dai libri, dai pantaloncini e dalle scarpe da ginnastica. “Un ragazzo eccezionale, suonava la tromba al Conservatorio”, ricorda la zia Pasqua Livorti. Seconda superiore all’industriale di Andria, e una lezione finita fatalmente prima. “Il professore li ha mandati a casa in anticipo”. Alla stazione del suo paese, a Ruvo di Puglia, c’era il nonno ad attenderlo. Purtroppo invano. Il 30 giugno, Antonio aveva superato il test d’ingresso al «Piccinni», il conservatorio di Bari, come trombettista. Era orgoglioso di quel successo, se ne faceva vanto con suo padre, artigiano titolare di una falegnameria nella zona industriale, e sua madre, casalinga. Ma più ancora con suo fratello e con gli amici. Era tanto felice di poter rendere professionale lo studio della tromba che la sbavatura all’industriale era passata in secondo piano. Oggi e domani di sarebbe dovuto esibire in due uscite con la banda di paese. Esibizioni sospese, ovvio, perché Ruvo è in lacrime. Il padre non voleva che sostenesse gli esami, ma lui aveva insistito: «Non ti preoccupare papà. Io vado» gli aveva risposto. I genitori lo hanno cercato invano tra i feriti in tutti gli ospedali della zona. Sul foglietto bianco si legge: «Dal presidente da tutta la società Real football». Poi, un genitore che ha accompagnato i ragazzi, ricorda Antonio come «un giovane tranquillo, sorridente, educato», e con la «passione per il calcio. Un ragazzo che amava giocare a pallone ma a cui piaceva anche molto suonare», precisa mentre i giovani amici ricordano che «l’ultima partita a pallone insieme l’hanno giocata a giugno, per il campionato».

Jolanda Inchingolo, nata ad Andria il 10 12.1991, 25 anni, studente di Lettere e Filosofia (per altre fonti stava andando a Bari per il tirocinio prima di conseguire la laurea in Chimica). Si doveva sposare il prossimo settembre con, il ragazzo che ora urla disperato. Stava andando a Bari anche per incontrarlo. E’ stata riconosciuta da un anello con una pietra nera che portava al dito, non lo toglieva mai. Jolanda stava andando a Bari proprio per incontrare lui. Amava il suo fidanzato e amava Parigi. Sul suo profilo c’è la Torre Eiffel, e il giorno dopo gli attentati terroristici di un anno fa aveva messo la foto di loro due, modificata con i colori della bandiera francese. “Aveva un unico desiderio: fare la mamma. E chissà quanto sarebbe stata bella”.

Patty Carnimeo, 30 anni, nata a Modugno l'1.11.1985, che lascia una figlia di due anni e mezzo. "Era originaria di Bari - racconta sua zia - ma si era trasferita ad Andria dopo il matrimonio. Era un angelo, bellissima e dolcissima". Altre amiche precisano che Patty faceva l'estetista e veniva tutti i giorni a Bari per lavoro: "Prendeva sempre quel treno, non ce lo saremmo mai aspettato". "Come si fa - domanda sua zia - a spiegare a una bimba di due anni e mezzo che tua madre non c'è più? Come crescerà quella bambina senza una mamma?

Gabriele Zingaro, nato ad Andria il 30.10.1999, 23 anni di Andria. Studente di Scienze dei materiali e Perito industriale diplomato all’Istituto Tecnico Industriale Onofrio Jannuzzi e appassionato di musica. Gabriele faceva il metalmeccanico, aveva da poco trovato lavoro in una fabbrica di Modugno. Si era recato al Policlinico di Bari per farsi controllare una ferita a un dito che si era procurato in un infortunio sul lavoro. «Aiuta qualcuno. Nel dubbio. Aiuta Qualcuno» scriveva come motto sul suo profilo Facebook.

Francesco Ludovico Tedone, nato a Terlizzi il 4.01.1999, 17 anni, di Corato, appassionato di videogiochi: Francesco ha trovato la morte sul treno mentre tornava verso casa. Il giovane era uno studente dell’Itis Jannuzzi di Andria: «Era tornato alla nostra scuola dopo aver frequentato il quarto anno di informatica in Giappone con l'organizzazione Intercultura. Era stato in segreteria per l’iscrizione alla quinta classe che avrebbe frequentato da settembre» lo ricorda uno dei suoi professori su Facebook.

Salvatore Di Costanzo, nato a Bergamo il 2 11.1959, 56 anni, del quartiere Colognola di Bergamo. Di Costanzo, di professione agente di commercio, era noto nella Bergamasca per essere allenatore del calcio provinciale. Ieri pomeriggio si sarebbe dovuto recare ad Andria per un appuntamento di lavoro: volato di prima mattina da Orio al Serio, era atterrato all'aeroporto di Bari, ma dopo un sms inviato a un amico, di lui non si era avuta più traccia. Nella serata di ieri il suo nome non era tra quelli delle vittime accertate, ma verso le 22, non avendo avuto comunicazioni di alcun tipo, la moglie e il figlio Marco erano volati direttamente in Puglia per capire la situazione poi la conferma con il riconoscimento della salma da parte del figlio Marco.

Alessandra Bianchino, di Trani, aveva 29 anni, nata a Trani il 5.11.1987, viveva a Andria e, come scriveva sul suo profilo Facebook, lavorava all'Oratorio giovanile salesiano della città. Sempre disponibile per il prossimo, Alessandra Bianchino, 29 anni, natali a Trani, una laurea in Scienza dell’Educazione e un impegno sin da piccola nell'oratorio dei Salesiani di Corso Cavour ad Andria. Nel mondo dell’associazionismo e del volontariato la conoscevano tutti ad Andria. A partire dai volontari dell’Avis, impegnati da ieri in una straordinaria gara di solidarietà per la raccolta di plasma. Una esperienza tante volte condivisa con lei che già da bambina aiutava in Chiesa e frequentava il catechismo prima di proseguire il suo impegno all’insegna della solidarietà all’oratorio. Chi la conosceva - come Giampaolo, un amico d’infanzia - la descrive come «una ragazza dolce, affabile, piena di voglia di vivere». Sembra fosse di ritorno dall'aeroporto di Bari dopo un breve soggiorno a Milano da parenti. 

Giovanni Porro, l'ultimo a essere identificato è stato, nato ad Andria l’1.06.1956, 60 anni, di Andria, che lavorava presso la Comunità Montana di Ruvo e si stava recando lì. Giovanni Porro, “ultimo” tra gli sventurati. A casa non c’era nessuno ad aspettarlo e nessuno poteva immaginare il suo triste destino, scrive Sabino Liso su “Andria Live” il 15 luglio 2016. Porro Giovanni, andriese classe 1956. Chi ha avuto modo di conoscerlo lo ricorda come una persona schiva, molto umile; viveva da solo, non aveva né moglie, né figli ad aspettarlo a casa. Un fratello e una sorella con i quali non si sentiva assiduamente. Martedì si stava recando a Ruvo, presumibilmente, sul posto di lavoro: era impiegato presso la Comunità Montana. «Ultimamente – ci racconta suo nipote Francesco– era ossessionato da un fantomatico trasferimento professionale a Bari. Aveva me come punto di riferimento, si era allontanato da tutti. Ha vissuto nell’ultimo periodo una fase difficile della sua esistenza ma cercava di andare avanti nonostante tutto. Schivava l’aiuto degli altri; piuttosto, assisteva le persone in difficoltà. Un modo per reagire alla vita che è stata caratterizzata da innumerevoli delusioni, fino all’ultimo». Martedì non ha detto a nessuno che stava uscendo di casa e nessuno avrebbe potuto immaginare che fosse su quel treno maledetto che alle ore 11.00 si è andato a schiantare. È stato l’ultimo tra le vittime ad essere riconosciuto presso l’ospedale di medicina legale di Bari. Ad effettuare il riconoscimento della salma c’erano Francesco e sua moglie Ketty. Francesco ci racconta che dopo aver appreso della tragedia ha subito chiamato al cellulare suo zio, inviando anche innumerevoli messaggi, ma senza avere risposta. Questo è accaduto fino alle sera di martedì. Conseguentemente si è recato a casa sua ma anche lì non c’era traccia della sua presenza e nemmeno i vicini sapevano dare notizie sul suo conto.  Ha pensato di andare a dichiarare la sua scomparsa al palasport dov’era in corso il censimento dei dispersi ma anche lì Giovanni Porro non compariva in nessuna lista né degli infortunati e né dei deceduti. Lì uno spiraglio di luce, che purtroppo svanisce quando viene esortato dalla Polizia a recarsi a Bari. Ci è voluto poco per capire che, forse, tra le 23 vittime c’era anche suo zio. Poi la corsa all’istituto di Medicina Legale e la triste scoperta. È morto a 60 anni Giovanni Porro, ultimo tra gli sventurati. Problemi di socializzazione accelerati da qualche sfortunata circostanza di troppo. L’infinito, ora, potrà dargli tutto ciò che in vita non è riuscito a prendere. A guardare la sua foto, Giovanni aveva in sé una bellezza che solo i “vinti” sanno trasmettere. Una bellezza che ci invita a riflettere sull’importanza di non rimandare a domani le carezze, una pacca sulla spalla, una parola di conforto verso chi è più debole. Verso gli ultimi.

Le testimonianze dei sopravvissuti. Le testimonianze raccolte dal cronista di Tele Sveva subito dopo l'incidente tra Andria e Corato. Una signora ai microfoni di Tg Sveva: "Ho liberato mio marito togliendo le macerie con le mani". Volontario della Protezione civile: "Numerosi bambini si sono messi in salvo da soli scendendo dalle vetture". «L’ho tirato io da sotto le macerie», dice sconvolta una sopravvissuta. «Io scalza», continua. «E sono andata da mio marito che gridava». «Io non mi ricordo niente» dice il marito di lei. Confuso. Incredulo. Una ferita alla testa: «Gambe e piedi delle persone a pezzi». Poi riprende la moglie: «Scavalcare è triste», e si riferisce ai corpi che ha dovuto superare per aiutare il marito ad uscire dalle lamiere. «Ma per gli altri non potevo fare niente. Stavano le loro gambe in un altro posto». “Quel rumore, non lo dimenticherò mai. E poi il buio, i lamenti. Le grida, tante grida. Riesco ad alzarmi, comincio a camminare, mi accorgo che sotto di me ci sono dei cadaveri. Li pesto, vado avanti. Cerco Matteo, mio marito. Urlo il suo nome, ma lui non mi sente. Poi riesco a trovarlo: è incastrato nelle lamiere. Scavo con le mani, cerco di togliergli di dosso quei pezzi di ferro. Alla fine ci riesco, non so neanche io come, e attraverso un buco del treno lo porto fuori. Restiamo lì, abbracciati.” Questa è la storia di Giuseppina Rutigliani, la donna sopravvissuta al disastro ferroviario che ha salvato il marito. Giuseppina e Matteo sono sposati da 40 anni e si sentono miracolati, sono sopravvissuti. Non è stato così per gli altri 27 passeggeri del treno maledetto. Un altro testimone ha aggiunto: “Stavo ascoltando la musica, poi mi sono trovato a terra senza riuscire a muovermi. Ho visto anche il controllore che purtroppo era bloccato e insieme ad altri abbiamo aspettato i soccorsi. Non doveva succedere”. Una studentessa universitaria ci racconta tra le lacrime: «Ho visto le mie amiche morire davanti a me, senza poter fare nulla. É una scena che non dimenticherò mai, abbiamo sentito lo schianto e nessuno si spiegava il perchè». La confusione e lo shock sono stati fortissimi anche in un'altra ragazza, che lavora in un noto pub andriese, che ancora attonita ci ha dichiarato: «Io non so come sia successo. So soltanto che eravamo partiti da Andria e abbiamo sentito la botta fortissima. Non si riusciva a capire nulla, se dovessimo scendere dal treno. Sentivamo le urla, ma fino a che sono arrivati i soccorsi eravamo tutti in stato di shock». "In quel momento mi trovavo in mezzo al campo, a una cinquantina di metri dal luogo dell'incidente, stavo finendo di montare l'impianto di irrigazione dell'orto quando ho sentito un boato. Ho visto tantissimi detriti che volavano verso l'alto. Mi sono subito precipitato perché non è una cosa che si vede tutti i giorni. Mio papà è proprietario di queste terre da venticinque anni e non è mai successa una cosa del genere. Mi sono avvicinato, ho aiutato delle ragazze a scendere dal treno e ho indicato ai soccorsi la posizione in cui ci trovavamo. Erano tutti spaventati, per fortuna i passeggeri di dietro erano illesi, solo un po' doloranti". A parlare è un ragazzo che lavorava nei campi, ieri mattina, al momento dello schianto fra i due treni in Puglia; in queste ore vengono raccolte le dichiarazioni anche dei sopravvissuti. Uno dei primi soccorritori arrivato sul posto, il volontario della Protezione Civile Felice Gammariello, ha detto che numerosi bambini che viaggiavano sui due treni si sono messi in salvo da soli scendendo dalle vetture. Gammariello ha sottolineato che la maggioranza dei feriti, in base a quello che ha potuto notare, aveva diverse fratture. Ha infine lodato la “rapidità dei soccorsi” in quanto pochissimi minuti dopo la collisione sul posto erano a lavoro già molte squadre. Nel primo pomeriggio una donna si è presentata all’ospedale di Barletta cercando disperatamente la figlia. La ragazzina è stata rintracciata qualche ora dopo: è ricoverata e le sue condizioni non sono gravi. Mamma e figlia si sono abbracciate in ospedale tra la commozione di medici, pazienti e soccorritori. Una donna all’ottavo mese di gravidanza invece ha raccontato: “Mi sono sentita spingere avanti, è successo tutto così velocemente e non ho capito granché. Sono stata salvata dai ragazzi che erano sul treno”. La donna è stata intervistata dal Corriere del Mezzogiorno subito dopo l’incidente, nella campagna dove i superstiti si sono raccolti. “Ho visto mia madre a terra, mio padre e mia sorella avvolti nel sangue. I ragazzi che stavano sul treno ci hanno aiutati a scendere e a metterci in salvo. Sono incinta all’ottavo mese, non riesco a credere a quello che è successo”. Anche Marianna Tarantini, volontaria del Ser di Corato, è fra le prime persone a essere giunte ieri sul luogo tragedia. E oggi è ancora qui per continuare a prestare soccorso. Ha ancora gli occhi pieni di lacrime, mentre racconta i momenti dopo il disastro. Ha trovato corpi ammassati l'uno sull'altro, nel migliore dei casi. C'erano "teste, braccia, mezzi busti sparsi ovunque sotto gli ulivi". In mezzo, i corpi ancora intatti di due vittime, rimaste abbracciate anche dopo aver perso la vita. "Erano contro un ulivo - ricorda commossa -, la mamma con il suo corpo proteggeva la bimba piccola ed erano in posizione fetale. Sono le prime che ho trovato".  Una scena struggente, ma allo stesso tempo di una dolcezza infinita. "Chi è mamma può capire la dolcezza infinita di questi corpi abbracciati, con la madre che ha tentato fino all'ultimo di proteggere la sua bambina". La morte le ha portate via insieme, l’una nelle braccia dell’altra. I soccorritori le hanno trovati così, strette strette come se fino all’ultimo avessero tentato di proteggersi, di farsi scudo con i corpi. Madre e figlia, immobili nell’abbraccio tra le lamiere accartocciate, tra le urla e il sangue e i corpi feriti. Madre e figlia non si muovevano più, inutile qualsiasi tentativo di salvarle. E tra le tante storie di morte che circolavano ieri ai margini dei binari insanguinati c’era la loro. «Le hanno trovate abbracciate», un dettaglio in più che aggiunge solo strazio a una giornata che non conosce altro che lacrime. Un’immagine che presto avrà anche una storia e si saprà chi era questa mamma che con il suo abbraccio ha tentato di salvare la figlia, l’ultimo gesto disperato. E dove andavano prima che lo schianto le fermasse.

Disastro ferroviario, le drammatiche testimonianze. Le agghiaccianti parole di chi è riuscito a salvarsi, scrive “Norbaonline” il 12 luglio 2016. "Quel rumore, non lo dimenticherò mai. E poi il buio, i lamenti. Le grida, tante grida. Riesco ad alzarmi, comincio a camminare, mi accorgo che sotto di me ci sono dei cadaveri. Li pesto, vado avanti. Cerco Matteo, mio marito. Urlo il suo nome, ma lui non mi sente. Poi riesco a trovarlo: è incastrato nelle lamiere. Scavo con le mani, cerco di togliergli di dosso quei pezzi di ferro. Alla fine ci riesco, non so neanche io come, e attraverso un buco del treno lo porto fuori. Restiamo lì, abbracciati. Poi qualcuno ci separa e ci porta in ospedale. L'ho rivisto ora". Giuseppina Rutigliani accarezza la mano di Matteo Mascoli: stanno insieme da 40 anni e questa mattina stavano andando a Corato all'istituto dove è ricoverato il loro figlio disabile. Dovevano pagare la retta. Ora invece sono ricoverati all'ospedale “Bonomo” di Andria, assieme ad altri 26 sopravvissuti dello scontro. Loro ce l'hanno fatta, possono raccontare l'incubo che hanno vissuto e l'orrore che si porteranno dentro per sempre, dopo aver visto certe immagini. Ad esempio quelle che descrive con le lacrime agli occhi Enza, l'operatrice del 118 di Corato. "Quando siamo arrivati c'erano pezzi di corpi ovunque. Ad un certo punto abbiamo visto una donna che era come rannicchiata su se stessa, con le braccia incrociate sul petto. Ci siamo avvicinati e abbiamo capito: tra le braccia stringeva la sua bambina, ha cercato di proteggerla in tutti i modi. Enza non riesce ad andare oltre, dice solo: "le lamiere, le lamiere l'hanno dilaniate". Al Bonomo i sopravvissuti li riconosci dallo sguardo perso nel vuoto. Dalla labbra che ancora tremano per la paura. Monica Gigantiello sta andando a fare una tac, ha 24 anni. "Ero seduta di spalle, ho sentito soltanto un boato invadere tutto il vagone e poi mi sono ritrovata a terra. Tra noi c'era un signore che lavorava per il 118 e ci ha salvato, è riuscito a farci uscire". Cosa hai visto Monica? "Non voglio ricordare, ma non riesco a mandare via tutte le urla". Sabino, invece, ricorda. Lui è il figlio del vecchio primario del pronto soccorso dell'ospedale di Andria. "Mai avrei pensato di essere testimone di quello che papà mi ha raccontato tante volte, mai avrei creduto di poter vedere così tanto orrore". E invece non è andata così. "Per miracolo, sono vivo per miracolo. Non mi ricordo nulla, sono vivo per miracolo", butta fuori con un filo di voce Michele, 35 anni. A lui gli è andata bene, solo qualche ferita lieve. Si aggira per il pronto soccorso come uno zombie, qualcuno che è tornato da laggiù. Ognuno di quelli che ce l'ha fatta, dicono i medici, è sotto choc. Continuano a ripetere di aver visto decine di cadaveri, di sentire ancora le urla della gente attorno a loro. Oppure stanno in silenzio. E chissà cosa ha visto, cosa ha pensato, Giuseppe Acquaviva.  Chissà se ha fatto in tempo a pronunciare qualche parola. Perché la sua morte è pura follia, un maledetto sbaglio. Giuseppe faceva il contadino, era nel suo campo questa mattina. Stava raccogliendo il frutto del suo lavoro. Poi è arrivato lo schianto, le lamiere che si contorcono, i finestrini che esplodono, i pezzi di ferro lanciati a velocità folle in tutte le direzioni. Uno di questi lo colpisce in piena testa. È un attimo. "Non aveva alcun segno sul corpo”, raccontano i medici del Bonomo, “solo un buco impressionante in testa. Non c'era nulla da fare". Tranne che inserire il nome di Giuseppe nella lista dei morti del treno.

La testimonianza di Valentina Achille, sopravvissuta alla sciagura ferroviaria, scrive Serena Ferrara il 13 luglio 2016 su “Bisceglie in diretta”. «Avevo scelto le ferrovie del Nord Barese perché sono più pulite, confortevoli e puntuali». Valentina Achille, 24 anni, studentessa in scienze politiche prossima alla laurea, ce l’ha fatta. È tra i sopravvissuti del più tragico incidente ferroviario della storia della Puglia. Tranese, volontaria del centro di Bisceglie “Tra Naso e Coda”, divide la sua vita tra Trani, Bisceglie ed Andria. Una ragazza dal cuore d’oro, la descrivono gli operatori dell’ASD di via Luchino Visconti, che con lei hanno condiviso tanti momenti di impegno civico. Due costole rotte e alcune ferite sul volto, la diagnosi dei medici dell’ospedale Bomono di Andria, dove la ragazza, ricoverata, trova la forza di scrivere un lungo, commuovente messaggio su Facebook. Valentina era partita alle 7.30 da Trani, in direzione Bari. Ad accompagnarla il fidanzato Pietro Loconte, di Andria, che la stava supportando nel difficile periodo della stesura della tesi di laurea. Aveva scelto Ferrotramviaria e non Trenitalia, anche in questa occasione «per l’igiene, il comfort, la puntualità» Per lei, la mattinata si era conclusa positivamente, con un ok dato sul lavoro svolto da parte del prof. dell’università. Il treno del ritorno l’avrebbe accompagnata dalla sorella prima, dal fidanzato ad Andria poi. «Ieri mi ero svegliata con tanti buoni propositi… appena rientravo da Bari sarei andata da mia sorella e poi a pranzo dal mio ragazzo. Ho sempre preferito la Barinord al Trenitalia…per l’igiene, il confort e soprattutto la puntualità (una volta sono rimasta 3h in treno nelle fs). Ieri ero felice, il capitolo della tesi va bene e potevo andare avanti, J Ax nelle orecchie e il solito viaggio…» racconta. Poi lo scontro, annunciato da “qualcosa che non andava”: più fermate sospette durante il viaggio, diversi inceppamenti del mezzo, di cui ufficialmente nessuno ancora parla. «Un solito viaggio che però stava avendo problemi… troppe volte abbiamo sostato e che qualcosa non andava si sentiva. Un attimo e mi sono ritrovata sotto il tavolino dei sedili… un forte boato “cazzo sta succedendo??” … il tempo di riprendermi e un ragazzo si è accertato delle mie condizioni… ho pensato ad una bomba poi non so forse per pensare ad altro ho iniziato a cercare la borsa per bere acqua che non ho più bevuto… una testa su di un albero … cazzo vale sei viva… ho pensato e subito le lacrime mi hanno attraversato! la mia maglia sporca di sangue e il petto dolorante… grazie al ragazzo della valigia blu e a quello della campagna siamo usciti dal treno...». A soccorrerla, grazie ad un messaggio Whatsapp, il fidanzato, giunto sul posto grazie alle indicazioni inviate tramite tracciamento GPS dalla fidanzata, che solo così si è potuta salvare. «Eravamo salvi… era una tragedia più grossa di quello che pensavo… ho avvisato Pietro, mia sorella e famiglia e un paio di amici nessuno ci credeva …io non ci credo ancora … questa notte ho rivissuto tutto… ma io sono viva… si viva... distrutta ma viva … nel 2016 non si può morire così!!! cosa ho pensato una volta qui? che devo essere grata di poterlo raccontare…piango per il dolore di chi ha perso cari e di chi è ancora a rischio! Sono felice per la ragazza bionda che ho accompagnato… fin quando non ho saputo che stava bene io non avevo dolori … appena rilassata ho pensato che forse proprio così bene non sto ma poco importa sono viva e devo alzarmi!!» Commuoventi le parole di ringraziamento che scrive d’un fiato sul web: «Ringrazio il mio ragazzo, la mia vita, che ha anche aiutato il 118 ad arrivare su quel luogo dimenticato da Dio… gli operatori del pronto soccorso e tutto l’ospedale … i dottori e infermieri che mi hanno rassicurato e confortato... che hanno asciugato le mie lacrime e detto” non è una gara a chi soffre meno, chiedi aiuto e piangi quanto vuoi … ma rilassati!” La mia famiglia, non che quella di Pietro e le mie custodi… mi sono vicine … come tutti voi che mi avete contattato! Siate felici per me… camminerò e riprenderò a pieno la mia vita! certo le ferite fisiche… la cicatrice al mento e le costole fratturate resteranno con me per sempre ... quelle degli occhi che hanno visto e del cuore stremato dalle urla, per cui non potevo fare nulla, le userò per farmi forza! Ora si va avanti, soprattutto per coloro che non ci sono più!! Ringrazio il mio Papà che dal cielo mi ha fatto da scudo, ne sono sicura! Ancora grazie e scusate se non rispondo … ma sono scossa mi fanno male i denti e piango». Anche Pietro è molto scosso, quasi avesse perso alcuni anni della sua ancor giovane vita: «La prima telefonata è arrivata alle ore 11.00 – racconta – ma ero convinto che Valentina fosse arrivata in stazione, ad Andria, e non risposi. Subito dopo arrivarono altre due telefonate: alla terza capì che era il caso di rispondere. La voce era straziante, piangeva, non capivo cosa stesse succedendo. Decisi di affidarmi all’istinto: mi misi subito in sella alla Vespa per cercare una pattuglia e ricevere delle indicazioni. Nessuno sapeva di cosa stessi parlando. Ho seguito la prima ambulanza che ho visto sfrecciare lungo la direzione dell’incidente, ma fummo costretti a fermarci, perché non conoscevamo il luogo esatto dell’incidente. Fu un operatore del 118, frattanto giunto sul posto, a fornirmi la posizione tramite whatsapp, dopo alcuni minuti. Giunto sul posto, mi si parò di fronte una scena orribile: tutti urlavano, c’erano persone piene di sangue, gente che non dava segni di vita. Non sapevo dove andare, cosa fare, correvo da una parte all’altra senza riflettere. Alle 11.40 telefonai nuovamente a Valentina, che si trovava dall’altra parte del binario. La raggiunsi con il cuore spezzato e decisi di portarla via da quell’inferno maledetto. Fornì aiuto a chi potevo e mi misi in macchine insieme ad un’altra ragazza e un ragazzo. Riuscimmo a raggiungere il pronto soccorso di Andria alle 12.00. Prime notizie alle ore 17.00: Valentina era salva, ricoverata al quinto piano per via delle fratture.   Grazie a chi si è preso cura della mia Valentina, grazie a chi ha reso possibile il miracolo».

Lo studente, il contadino, l’agente: quelle vite perdute fra gli ulivi in Puglia. Il pellegrinaggio dei familiari nelle camere ardenti degli ospedali. Lo strazio del riconoscimento, solo in cinque avevano i documenti, scrive Francesca Paci il 13/07/2016 su “La Stampa”. Il nonno di Antonio urla come un pazzo. Per ore la famiglia Summo ha girato da un ospedale all’altro, Andria, Barletta, Bisceglie, cercando tra i feriti il quindicenne che non rispondeva più al cellulare. Giungono all’istituto di medicina legale del Policlinico di Bari verso le 18. I genitori non ce la fanno a entrare e tocca a questo omone con la camicia madida di sudore riconoscere il nipote tra i corpi a cui ancora mancano i nomi. Solo cinque avevano i documenti addosso: il resto delle borse, gli zainetti, i portafogli, tutto è sparpagliato tra le macerie nella campagna degli ulivi insanguinati. Antonio è lì dentro, il nonno impreca contro il cielo, mamma e papà, fuori, inebetiti nel caldo torrido, rivivono in trance le ultime immagini del ragazzino, quasi a convincersi che la sorte avrebbe potuto essere diversa: «Gli avevamo detto di non andare. Non serviva che pendolasse ogni giorno tra Andria e Ruvo per recuperare quelle due materie. Ma Antonio ci teneva tanto, gli piaceva l’istituto tecnico, voleva seguire le lezioni e arrivare a settembre prontissimo. Non doveva andare e invece è andato e poi il preside della scuola gli ha detto che avendo lavorato bene poteva tornare a casa prima, poteva prendere il treno in anticipo, poteva arrivare per pranzo e non è arrivato più...». Per tutto il pomeriggio la camera mortuaria del principale ospedale del capoluogo pugliese, dove si trovano 20 delle 27 vittime della tragedia ferroviaria di ieri, accoglie un’umanità sbandata, confusa, disperata ma anche incredula, attonita, aggrappata a speranze già dissolte. Una signora dai capelli argentei indossa ciabatte e una vestaglia a fiori incrociata sul seno, era ai fornelli quando l’hanno chiamata. Due ragazzi barcollano abbracciati, lei ripete singhiozzando «non c’era nessun bisogno che andasse oggi a comprare quel maledetto macchinario ma sembrava sempre che i campi non potessero aspettare». Un uomo sui quaranta s’incammina verso l’obitorio con un bollettino che sbuca fuori dal taschino della camicia, viene direttamente dall’ufficio postale. Lo schianto dei treni dei pendolari ha colto le loro famiglie nella routine di giornate scandite dal bacio del mattino e da quello della sera. Tutti cantilenano il mantra dell’impossibile rassegnazione «Non si può morire così nel 2016». C’erano braccianti, studenti, impiegati, chi andava e chi tornava, c’era il tessuto produttivo della regione a bordo dei vagoni accartocciati come si fossero divorati a vicenda divorando al tempo stesso la campagna circostante e il contadino ucciso dalle lamiere volanti mentre si arrampicava su uno dei suoi ulivi.  C’era Fulvio Schinzari, 59 anni, alto funzionario della polizia di Bari, una scomparsa che lascia i colleghi della Questura balbettanti, sotto shock, tutti incollati alle foto di treni in corsa che Fulvio aveva postato online appena qualche giorno fa. C’era il settantatreenne Enrico Castellano, un ex funzionario del Banco di Napoli ormai residente a Torino da quasi mezzo secolo che era rientrato ad Andria lunedì per festeggiare il compleanno del nipotino oggi, 13 luglio, onomastico di San Enrico: data la mattinata oziosamente soleggiata aveva pensato di trascorrere un po’ di tempo con i vecchi amici di Bari, il fratello, la sorella, aveva appuntamento in un ristorante sul mare, qualche ora appena e poi di nuovo in treno per la cena a casa del figlio. E c’era Pasqua, una estetista di trent’anni che come sempre si recava al lavoro da Andria a Bari, poco più di un’oretta di viaggio durante la quale guardare e riguardare sul telefonino gli scatti più recenti della figlioletta di due anni. Pasqua, come diversi altri, non risulta tra i feriti, il cellulare è muto, sua cugina Tamara, studentessa di medicina a Roma, aspetta notizie sugli scalini della camera mortuaria dove un gruppo di giovani psicologhe si è messo a disposizione per l’assistenza ai famigliari. Non piange, Tamara. Parla e, a tratti, tira lunghi sospiri: «Sono a Bari in vacanza, come ogni estate. Sarà deformazione professionale ma dopo aver chiamato tutti gli ospedali ho cercato di mantenere la calma e sono venuta qui, tra poco arriverà anche il padre di Pasqua. Suo marito invece no, si è precipitato sul luogo dell’incidente ed è rimasto là, vorrebbe scavare tra i rottami. Ci vorranno ancora alcune ore per il riconoscimento, dicono che quattro o cinque corpi sono ridotti molto male, a noi che siamo fuori chiedono segni particolari, cicatrici, tatuaggi, il colore e il tipo degli abiti indossati». L’obitorio del Policlinico è una sorta di non luogo. C’è un ragazzo di 25 anni che cerca la fidanzata del fratello e poi la trova e vorrebbe non averla trovata e si accascia e singhiozza come un bambino. C’è una signora bionda che si appoggia a corpo morto a un uomo dai capelli bianchi, il fratello di suo padre che, ripete, gli assomiglia come una goccia d’acqua. Non hanno voglia di raccontare, ma parlano a voce alta, piangono, imprecano: «Gli piaceva sedersi davanti, sempre davanti, anche in aereo. In treno cercava sempre il posto nel primo vagone. Quando ho realizzato che papà era su quel convoglio ho preso la macchina e ho guidato come un automa fino là, mi sono gettata tra quelli dei soccorsi, mi tenevano in dieci, urlavo che dovevo salvare mio padre». Cala la sera e le anime perse sono ancora qui. Qualcuno cita la storia della mamma trovata abbracciata alla figlia, morte entrambe, un unico inscindibile corpo. «Meglio non sopravvivere», mormora una ragazza accasciandosi sugli scalini: è stata qui tutto il giorno e solo alla fine l’hanno fatta entrare a guardare tra le salme. 

Quelle due Italie allo specchio, scrive Massimo Gramellini il 13/07/2016 su “La Stampa”. Quale sarà la vera Italia? L’Italia che nel secolo dell’alta velocità boccheggia ancora sopra un binario unico, oppure quella che di slancio si mette in coda nelle corsie d’ospedale per donare il proprio sangue ai feriti? Il guaio è che sono vere tutte e due. Lo sono sempre state, in guerra e in pace, tra le scintille della tragedia e nella prosa della quotidianità. La prima Italia, così ripetitiva e immutabile nei suoi vizi, ogni volta ci sgomenta al punto da farci dimenticare l’esistenza dell’altra, sentimentale o semplicemente viva, che invece sopravvive intatta tra le pieghe del cinismo disseminato a piene mani spesso dai ceti più colti.  Ieri in Puglia l’egoismo ha conosciuto la sua giornata nera. Subito dopo che l’incidente ferroviario aveva depositato sul terreno uno strascico di dolore, è bastato che i medici lanciassero la richiesta urgente di sangue del gruppo “0” positivo perché una comunità intera interrompesse qualsiasi attività e si mettesse in movimento. Da Andria a Molfetta, da Trani al Policlinico di Bari, non esiste nosocomio della zona che non sia stato letteralmente travolto dagli aspiranti donatori. Una fiumana di operai, professionisti, ma soprattutto studenti. A Bari i laureandi in medicina sono usciti dall’aula in cui avevano appena sostenuto gli esami per correre in massa al pronto soccorso: erano talmente numerosi che hanno dovuto prendere il numeretto come alle poste. Chi era arrivato a stomaco pieno cedeva il suo e si metteva in fondo alla coda, così da digerire in tempo utile per sottoporsi alla trasfusione. E i «social», che tanto spesso assomigliano a un binario unico che veicola soltanto odio, almeno per un giorno si sono trasformati in un trampolino di appelli e informazioni vitali. Dai giorni lontani dell’alluvione di Firenze e degli «angeli del fango» che accorsero a metterne in salvo i capolavori, il richiamo emotivo dell’emergenza agisce sui giovani come una molla. E ci ricorda sostanzialmente due cose. Che i ragazzi, in mezzo a mille difetti, hanno riserve pressoché inesauribili di entusiasmo ed energia. E che una società capace soltanto di umiliarli e di deprimerli, affogando i loro sogni esistenziali dentro «stage» infiniti e lavori sottopagati, sta commettendo l’unico delitto che potrebbe distruggerla: quello di lesa speranza.  

Il giornalista Antonio Loconte: "II selfie notturni col bambino in braccio di chi chiama noi giornalisti sciacalli". E su Facebook insulti alle vittime, scrive su "ilquotidianoitaliano.com" il 13/07/2016. “No, non siamo parenti, siamo solo venuti a vedere la scena per fare qualche foto da avere sul telefonino. Un fatto così quando ricapita più”. A scrivere è Antonio Loconte, un giornalista di Qi-Il Quotidiano italiano Bari, che sta facendo il suo lavoro di cronista dal luogo dell'incidente. Scrive sul suo giornale: La storia è sempre quella: i giornalisti sono sciacalli, ma non si può fare a meno della loro faccia tosta per portare alla luce storie e fatti altrimenti sepolti, in questo caso dalle lamiere accartocciate dei due convogli pieni di pendolari: studenti, pensionati, operai. Gente comune pronta a un’altra levataccia, mentre quelli con la pancia piena un treno come quello non sanno neppure com’è fatto. Dopo dodici ore sul luogo del disastro, al palazzetto dello sport e all’ospedale di Andria, dove altra gente comune prestava soccorso ai feriti, vedendo morire i più gravi, intorno alle 23 ho assistito a una scena altrettanto difficile da dimenticare. Il suo racconto continua. Mentre cercavano la macchina di un collega, ecco che vedono due autovetture. Sono parenti, amici di qualche disperso? È a quel punto che inizia il dialogo di un tempo che non appartiene neppure a noi “sciacalli”. Siete parenti? mi dispiace profondamente per quanto è successo, spero riusciate ad avere presto buone notizie. L’approccio è quello di chi non aveva visto altro che morti e feriti, lacrime e disperazione. L’uomo, con un sorriso beffardo, risponde come se stesse andando a vedere al cinema un film su un incidente ferroviario: “No, non siamo parenti, siamo solo venuti a vedere la scena per fare qualche foto da avere sul telefonino. Un fatto così quando ricapita più”. Avrei voluto dargli un pugno in faccia, invece, non ho avuto neppure la forza di rispondere. Mi sono consolato con l’immagine della mamma trovata abbracciata alla figlia nell’ultimo tentativo di strapparla alla morte. Non ce l’hanno fatta entrambe, insieme ad un’altra trentina di persone. Sarò anche uno sciacallo, ma dopo aver fatto il mio lavoro, dopo aver cercato di raccontare il disastro in maniera rispettosa e appassionata, le foto dal mio telefonino le ho cancellate. Ma su Facebook c'è anche chi insulta le vittime: "Venti terroni deceduti, 35 feriti gravi. E' questa la grande notizia che ho appena sentito Venti non sono tanti ma sono pur sempre meglio di niente". E' il post choc apparso su Facebook sotto l'account di Giorgio Cutrera e contro il quale le volontarie del Ser di Corato, le prime a prestare soccorso sul luogo del disastro ferroviario, si scagliano furibonde mentre prendono parte ai soccorsi. "Non sono morti venti terroni, sono morti venti italiani come te.

Vergognati. Sei tu che non meriti di essere vivo", si indigna Enza, commentando il messaggio arrivato via web.

Lo scontro dei treni: "Sì, ho alzato la paletta, ma sono anch'io vittima di questo dramma". Il capostazione di Andria chiuso nella sua casa insieme alla moglie: “Lo so, adesso tutti ci odieranno”. Ma i colleghi lo difendono, scrive Giuliano Foschini il 14 luglio 2016 su “La Repubblica”. "In questa storia anche noi siamo delle vittime. Siamo disperati ma un solo errore non può aver causato tutto questo". Al primo piano di una palazzina nella zona dello stadio di Corato, il capo stazione di Andria Vito Piccarreta e sua moglie sono barricati nel dolore. Lia è appena tornata da Medjugorje dove era andata con don Vito, il prete della parrocchia del Sacro Cuore che la famiglia frequenta da sempre. Sua figlia non è andata al lavoro, un negozio di telefonini in centro che gestisce nel centro della città. "È gente per bene, saranno distrutti", dicono al panificio di fronte. E hanno ragione. Sono distrutti: "Stiamo soffrendo, quelle immagini sono inaccettabili, tutto quel dolore, quello che è accaduto è incredibile. Ma non è pensabile dare la colpa di quello che è successo soltanto a un errore umano. Non è così", dice la signora. E probabilmente ha ragione: non può essere soltanto un errore umano. Lo ha detto chiaramente il procuratore aggiunto Francesco Giannella: "Non ci fermeremo assolutamente alle prime responsabilità. L'errore umano è soltanto il punto di partenza di questa storia". Spiega un investigatore: "Il problema non è il binario unico perché in Italia la maggior parte dei treni viaggiano sul binario unico. Il problema è il sistema di controllo che ovunque è automatizzato tranne che qui". Qui fanno tutto i capistazione e i macchinisti. E se sbagliano tocca soltanto a loro rimediare. Gli intoppi sono sempre accaduti. Ma prima era molto più facile rimediare perché su questa linea viaggiavano pochi treni. Da qualche anno, da quando le Ferrovie del Nord Barese sono state rilanciate, e ancora di più negli ultimi mesi con l'introduzione del metro per l'aeroporto di Bari, le corse sono aumentate. E c'è stata grandissima attenzione ai ritardi: treni supplementari, corse eccetera. Questo ha portato un carico di lavoro maggiore pur lasciando inalterate però le obsolete tecnologie di sicurezza. Risultato: lo scontro. Piccarreta d'altronde non fa un mistero di quello che ha accaduto: "È vero quel treno non doveva partire. E quella paletta l'ho alzata io: non sapevo che da Corato stesse arrivando un altro treno per questo ho dato il via libera", spiega oggi, così come ha confermato ai funzionari che stanno conducendo l'inchiesta interna. A loro ha provato a spiegare che quella era stata una giornata complicata, i treni che portavano ritardo, c'era stata l'aggiunta di un treno supplementare e dunque in quel lasso di orario era previsto l'arrivo di tre treni e non dei soliti due, i macchinisti che assemblavano nuove vetture per sopperire il ritardo. "È stata una giornata molto particolare", dice. "Ma quello che è successo è troppo". Troppo. "So che ora se la prenderanno tutti quanti con noi", dice la signora Lia, a casa. "Mio marito è il capro espiatorio perfetto. Ma non è giusto: perché è un lavoratore serio, in questi anni ha fatto sempre e soltanto il suo dovere. Questa è una tragedia troppo grande per noi. È un lutto, abbiate rispetto del nostro dolore". Ecco perché questo capostazione di Andria non è Schettino. Non c'era alcuna ragazza che ballava nella sua stanzetta dello scalo di Andria. Non ha abbandonato nessuna nave. Ha commesso un errore, un gravissimo errore ma ha perso un amico. Un caro amico: Pasquale Abbasciano, uno dei macchinisti morti nello scontro era come uno di famiglia. Stessa città, stesso lavoro, tutti i giorni l'incrocio su quel binario. Uno a bordo del treno, l'altro alla guida delle vetture. "Era uno di noi", racconta fuori dalla chiesa Cataldo Angione, uno dei colleghi. "Vito è persona seria e scrupolosa. Grandissima esperienza. Ma sotto pressione, come sono i nostri colleghi negli ultimi tempi, è più facile sbagliare". Dicono gli amici e colleghi alla stazione di Andria, dove l'azienda ha dato loro la consegna del silenzio: "Non dovete chiedere a Vito perché ha alzato quella paletta ma a qualcun altro perché non è in grado di controllare il nostro lavoro. Noi guidiamo treni. Non siamo piloti di aereo". Nel pomeriggio le finestre di casa Piccarreta sono chiuse. In serata un lungo fiume di persone è per strada. Sono qualche centinaio, portano candele in mano e hanno la faccia rigata dal pianto. Corato è una città segnata dal dolore, molte delle vittime, a partire proprio dai colleghi di Vito, vivevano in questo paese. La città è a lutto, le saracinesche sono abbassate, questa marea di ragazzi è partita da piazza Cesare Battisti e si dirige in silenzio verso la stazione. In testa c'è un prete e un fascio di fiori bianchi. Lia dice: "Ci odieranno" e invece qui in mezzo in molti conoscono Vito, ne parlano con calore misto anche ad affetto. "Uno come lui, seppur con la sua fede, non potrà reggere un dolore così grande" dice Luca Fiore, un ragazzo che frequentava la stessa parrocchia. Il corteo si spinge fino alla stazione, le candele si poggiano per terra. Qualcuno abbozza un applauso, si piange, i ferrovieri si abbracciano. Da poche ore è arrivata la notizia che Vito è stato sospeso. Una ragazza inserisce i soldi in una biglietteria automatica. In lontananza, nessun rumore di rotaie.

Non abbandoniamo quell'uomo schiacciato dal suo sbaglio. Il capostazione che ha dato il via libera è distrutto: va aiutato a sopravvivere al rimorso. Che può durare per tutta la vita, scrive Alessandro Meluzzi, Venerdì 15/07/2016, su "Il Giornale". La tragica vicenda del tratto ferroviario tra Andria e Corato, in cui hanno perso la vita 27 persone, ripropone nuovi drammi e vecchi quesiti. I drammi sono quelli di sempre. Il quesito è se vi sia una colpa in cui hanno contribuito il taglio della spesa pubblica, il declino civico o l'abbandono amministrativo. Insomma, tutti elementi che possono diventare fatali per l'irrompere di un'apocalissi para-tecnologica, perché il treno e la ferrovia non sono sicuramente al livello della modernità di un'astronave, ciò nonostante anche rispetto alla tecnica matura come quella del treno il dibattito avvampa intorno alla presenza di linee che si aprono con una telefonata o scambi meccanici a mano, smentendo l'idea dell'onnipresenza rassicurante che l'unione tra scienza e tecnica sembravano dover garantire. È in questo mix tra umano e meccanico, tra tecnico e civile, che il dibattito si posa su una questione umanissima. Quanta colpa ha il ferroviere, quel capostazione archetipo del tempo passato, rispetto ad una tragedia in cui viene chiamato in causa? Il procuratore di Trani, Francesco Giannella, non vuole considerare la tragedia come un puro errore umano, lo considera riduttivo. Persino, Cantone ha attribuito al Molok della corruzione attraverso le tangenti la colpa ultima di ciò che è avvenuto. È vero che molti si dibattono sul perché quella linea non fosse stata raddoppiata con i fondi europei disponibili. Per ora si sa che nel registro degli indagati per disastro ferroviario e per omicidio colposo plurimo sono stati inseriti i due capistazione Vito Piccarreta e Alessio Porcelli. Ma nonostante queste attenuanti di natura ambientale la causa ultima è quella paletta che viene alzata dalla mano di un uomo, gettando la persona in un dramma tragico. È vero che i colleghi hanno detto che non lo lasceranno solo ma quando il capostazione non si è reso conto che i treni erano tre e non due e che il treno a cui dava il via era il secondo e non il terzo rappresentava l'interruttore di un evento tragico. Le foto circolano sui media come il dibattito. Quanto più la tecnologia cresce tanto più la responsabilità umana si attenua e definire la causa principale di un errore umano è una scorciatoia. Tutto ciò contribuirà a razionalizzare la colpa dell'uomo. Probabilmente nessuno ha parlato di lui come ha fatto con Schettino. Ma sapere che dopo quel fischio e quell'alzata di paletta un treno si proiettava contro la morte non potrà non turbare i sogni di quest'umo pacifico nella Murgia pugliese. Questo pensiero, però, riflette su di noi una morale al di là della consolazione e del rimorso che agita il cuore di quest'uomo ed è una lezione controcorrente e non inutile. Pensare che anche nell'epoca delle tecnologie mirabolanti, della robotica dei sistemi esperti che si auto-governano da soli, tutto torni all'uomo non è una lezione inutile. Una macchina intelligente può decidere di suicidare il proprio padrone dopo un calcolo utilitaristico ma quanti di noi si affiderebbero ad una tecnologia così? Gli accertamenti svolti fino a questo punto non hanno ancora consentito di ricostruire con esattezza la dinamica dell'incidente ma esistono, secondo gli inquirenti e la procura, alcuni punti fermi: il convoglio si è messo in movimento quando non doveva spostarsi con l'assenso del capostazione e con il semaforo verde del semaforo. A questo proposito il capostazione di Andria, Vito Piccarreta, si assume la colpa di aver dato il via libera, anche se non sapeva che da Corato stesse arrivando un altro treno. Quanto detto prima sulla difficoltà del ipotetico responsabile di prendere sonno si avvera nelle sue parole. Piccarreta dice di considerarsi anche lui una vittima, dice di essere disperato ed è convinto che un solo errore, il suo, non può aver causato tutti quei morti. Che cosa avrebbe dovuto fare il capostazione di Andria? Avrebbe dovuto consentire la partenza del treno solo nel momento in cui gli altri due treni, provenienti da Corato, fossero arrivati in stazione. L'uomo diventa importante quando il caso incontra la necessità, quando non si deve trovare un capro espiatorio ma un passaggio di un evento.

"Il botto mi ha scagliato sui sedili poi ho visto l'orrore di quei corpi". Roberta Saudella, sopravvissuta alla strage in Puglia, ha preso il treno per caso per finire nell'incubo, scrive Massimo Malpica, Venerdì 15/07/2016, su "Il Giornale". «Quell'uomo, il capotreno, era per terra, insanguinato, rantolava. Un attimo prima mi aveva controllato il biglietto e poi eccolo lì, gli occhi fissi, incapace di parlare». Chi può farlo, chi può parlare, invece, per raccontare che cosa è successo martedì mattina a bordo di quel treno partito dalla stazione di Andria sul binario unico già occupato da un convoglio in direzione opposta, correndo verso una tragedia a quel punto inevitabile è lei, Roberta Saudella. Barese, madre di due bimbi, Roberta insegna in una scuola di Andria, e le ferrovie del Nord Barese sono il suo consueto mezzo di trasporto.

Come mai a scuole chiuse si è trovata su quel treno?

«Ero ad Andria per il recupero del debito formativo di un alunno. Ho finito presto e sono arrivata in stazione. Quel treno era il primo utile. Era un po' in ritardo, sono salita a bordo sulla terza carrozza, semivuota, e mi sono seduta. Eravamo partiti da pochissimo, ho preso il cellulare dalla borsa e ho sentito un gran botto. Un secondo dopo sono stata scaraventata sui sedili di fronte a me, per fortuna vuoti: ricordo solo un gran dolore e lo stridio dell'acciaio finché ci siamo fermati».

Come è scesa dal treno?

«Sono riuscita a rialzarmi, acciaccata, con la nuca dolorante per la botta alla testa, ma viva. Ho visto subito il capotreno per terra, era ridotto male, privo di sensi, l'ho riconosciuto dai baffi. Era in piedi nel momento dello schianto ed è finito sulla porta che separa i vagoni. Ho subito chiamato il 118, erano le 11.08, poi ho avvisato mio marito. Qualcuno ha aperto la porta con la leva di emergenza e siamo scesi saltando sulla massicciata. Io, come gli altri che sono riusciti a scendere sulle nostre gambe, ci siamo trovati di fronte uno spettacolo irreale. Dai vagoni squarciati arrivavano urla e lamenti, c'era gente con gravi ferite che si affacciava dai finestrini rotti e dalle porte ma non era in grado di tenersi in piedi. Ho cominciato a camminare verso il punto dell'impatto, ma...».

Che cosa è successo?

«Ho visto un uomo per terra, inanimato, penso non ce l'abbia fatta. Poi un ragazzo steso vicino ai rottami, sbalzato fuori nell'impatto, con terribili ferite. Mi sono paralizzata, non ho avuto il coraggio di proseguire, sono tornata verso la mia carrozza. Lì con due ragazze praticamente incolumi abbiamo cercato di aiutare il capotreno, che aveva ripreso conoscenza ma era sotto choc. Si era messo seduto, ma era confuso, rantolava, gli parlavamo per tenerlo vigile ma non ci rispondeva. E il 118 per telefono ci diceva di non fare nulla prima dell'arrivo dei soccorsi».

Sono arrivati subito?

«Penso di sì, ma io continuavo a chiamarli anche perché i telefoni non prendevano bene ed era difficile per i soccorsi trovare la strada per raggiungere il luogo dell'incidente».

Lei è una passeggera abituale, ha mai temuto qualcosa del genere?

«Sono ottimi treni, la questione del binario unico era nota, ma pensavo ci fossero sistemi di sicurezza tecnologici. Non sapevo, e non avrei mai pensato, che nel 2016 fosse tutto affidato a telefonate tra capistazione».

La figlia vigila sul capotreno sopravvissuto. (Articolo di Vincenzo Chiumarulo, ANSA, pubblicato su “La Gazzetta del Mezzogiorno del 14 luglio 2016). Lo sguardo pieno d’amore della sua giovane figlia, che lo osserva con gli occhi di chi è consapevole che ha rischiato di non vederlo mai più, vigila sul capotreno Nicola Lorizzo, sopravvissuto all’incidente ferroviario in cui hanno perso la vita 23 persone. Nicola è ricoverato nel reparto di Neurochirurgia del Policlinico di Bari. E’ in prognosi riservata e il suo volto tradisce i segni di chi è scampato a una tragedia: provato sì, ma non in pericolo di vita. Nel pomeriggio è uno dei feriti che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, saluta e conforta. Una vita, quella di Lorizzo che ora sembra quasi più preziosa di quanto già fosse prima di scampare all’impatto tremendo sulla curva di quel binario unico che taglia le campagne tra Andria e Corato, e su cui due convogli si sono scontrati frontalmente. Nicola, che era sul treno con il macchinista Pasquale Abbasciano, morto a un anno dalla pensione, potrebbe essere uno dei testimoni chiave per capire le cause della tragedia. Infatti il capotreno, che su quei convogli svolgerebbe anche la funzione di aiuto macchinista, è una delle persone che ha dialogato con il capostazione ora sotto inchiesta e che forse ha dato il segnale sbagliato per la partenza del treno proveniente da Barletta. Sarà anche per questo motivo, oltre che per ovvie ragioni di riservatezza, che l’accesso ai cronisti nell’ala del reparto in cui è ricoverato, è severamente vietato. C'è però chi riesce ad avvicinarsi alla sua stanza: sua figlia sembra serena, sorride, si raccoglie i capelli e con una infermiera aiuta Nicola a cambiare posizione nel letto. Lorizzo si copre con una coperta: fuori fa molto caldo, ma a Neurochirurgia l’aria condizionata è forte. Con discrezione un giornalista si avvicina, prova a chiedere all’infermiera che subito lo raggiunge se la figlia di Nicola abbia voglia di parlare delle condizioni del padre. L'infermiera però chiude la porta, sbattendola, e urla al cronista di allontanarsi. Al primo giornalista se ne aggiunge un altro. E’ a questo punto che l’infermiera chiude a chiave l'ingresso dell’intero reparto, annunciando di aver chiamato la polizia. 

Scontro fra treni, il cielo in una stanza nella cabina. "L'eterna solitudine di noi macchinisti". Ore alla guida, stipendi bassi, e un'aspettativa di vita di 64 anni. "Ma la Fornero ci manda in pensione a 67...", scrive Francesco Merlo il 14 luglio 2016 su “La Repubblica”. "Lei mi chiede cosa ha visto, cosa ha capito e cosa ha fatto il mio amico Albino in quella cabina che per noi macchinisti, mi creda, è il cielo in una stanza ".

Glielo chiedo perché, per me, la locomotiva che "corre, sempre più forte / e corre verso la morte" è ancora quella di Guccini, "il mostro strano / che l'uomo dominava con il pensiero e con la mano". Dunque, ingenuamente, immagino che il suo amico sia morto come aveva vissuto. "Lei se lo immagina che, nel suo ultimo momento, cerca il freno, preme bottoni, inventa soluzioni ". E invece ha gridato e si è messo le mani nei capelli?

"Quello sicuramente no, perché Albino i capelli non li aveva".

E però Albino ha visto il treno che gli volava addosso.

"Sì, ma mentre capiva non era più tra i vivi".

Com'era Albino De Nicolo?

"Era piccolo e calvo ma aveva gli occhi sporgenti, occhi di ferroviere, occhi che non si spaventano mai. E poi Albino rideva sempre. Quando gli altri gridano, lui rideva".

Come Mangiafuoco che invece di piangere starnutiva?

"Forse perché era di Terlizzi, un paese allegro".

Il paese di Vendola. Albino aveva figli?

"Sì. Uno è stato assunto in azienda: capotreno pure lui".

Vi frequentavate solo sul treno?

"No. Andavamo con le famiglie a mangiare in campagna. Lui era più vecchio di me". 

Angelo Cirone, che ora di Albino di sente orfano, si presenta così: "Macchinista, figlio di macchinista. Purtroppo però da un po' di tempo mi hanno trasferito in ufficio perché mi sono ammalato. Ma il treno mi manca. Io sono orgoglioso di essere nato e di essere diventato grande sotto lo sguardo di quegli occhi di ferroviere ". Cirone racconta il ferroviere come l'eroe di Vittorini, come il duro di Piero Germi. E lavora appunto per la Ferrotramviaria, l'azienda del crash dell'altro ieri, quella della contessa Pasquini: "Un'impresa magnifica, e una signora simpatica, una dirigente attenta, mi creda ".

Però il sistema di sicurezza era antiquato.

"Ma legale. E stavano per appaltare l'ammodernamento anche di quel maledetto tratto".

Conosce i due capistazione che si sono telefonati?

"Certo che li conosco. Ma preferirei non parlare di loro. Sono stati sospesi, c'è l'inchiesta giudiziaria".

Non si sono capiti?

"Evidentemente no".

Pivelli?

"Ma no. Hanno trenta, trentacinque anni di servizio sulle spalle. Di sicuro, la telefonata, breve, è stata fatta per avvisare che un treno era partito e che bisognava fermare l'altro treno nella stazione".

E invece...: sarà facile scoprire chi dei due ha sbagliato?

"Non lo so. Sono inchieste complicate. Mi auguro che tutto avvenga con rigore e prudenza. In metafora anche le indagini sono potenti e delicate come un treno".

La responsabilità è tremenda: con il sistema delle Ferrovie dello Stato l'incidente non sarebbe accaduto.

"No. Perché i treni si sarebbero entrambi bloccati. E i via libera non arrivano con una telefonata da una stazione all'altra".

Lo stereotipo dice che la stazione non è mai troppo amata dai macchinisti, dai ferrovieri, forse perché il treno è futurista (De Pero) e metafisico (De Chirico) mentre la stazione è un mito romantico, quella di Claude Monet, la gare inspiratrice dove Proust andava "a cercare il treno di Balbec" e gli parevano "immensi cieli del Mantegna o del Veronese" quelle volte di vetro, quei tetti dove, passo dopo passo, costruisce il suo sentiero di bambino mitologico l'Hugo Cabret di Scorsese nella straordinaria scenografia del nostro Dante Ferretti. Dunque mi sposto. E di stazione vado a parlare adesso con un altro macchinista, questa volta delle Ferrovie dello Stato. Anche lui pugliese. La stazione "per noi macchinisti", spiega Antonino Vito che conduce treni merci in partenza da Bari, "è perdita di tempo, la parte più sgradevole del nostro lavoro. Io ci mangio, piuttosto male, alla mensa. Dormo nei ferro-hotel che sono i vecchi dormitori, con il nome cambiato, modernizzato. Personalmente non amo tanto neppure i passeggeri che considero, mi passi il termine, scassacz ...". A Vito piace solo il treno, "non ho mai messo piede in un dopolavoro ".

I dopolavoro sono le associazioni che gestiscono i lidi balneari per voi ferrovieri?

"Ne ho visto uno in provincia di Foggia, a Marina di Chieuti".

Bello?

"Immagino di sì, ma non mi interessa ".

Perché le piace guidare il treno?

"Perché decido tutto io. Mi piace entrare nei paesaggi, amo il buio delle gallerie, ogni tanto scendo e vado a controllare il sistema di frenata, porto macchine di 1500 tonnellate. E stasera per esempio partirò per Ancona".

Quanto guadagna?

"Dipende, perché c'è il notturno. Diciamo 2.400 euro al mese".

Figli?

"Due. Devono ancora completare gli studi".

È vero che voi macchinisti siete tutti di sinistra?

"Storicamente sì. Non la prenda solo come una battuta: io penso che il treno, la macchina-treno, sia di sinistra".

Beh, di sicuro ha fatto la storia della sinistra italiana.

"Appunto: il treno che accorcia le distanze e arriva nei luoghi di produzione, trasporta le merci, scarica la gente nelle città sottraendola al mondo angusto del paesello e del villaggio".

Per esempio il treno che porta a Milano Rocco e i suoi fratelli?

"Pensi al ferro, all'industria pesante, al treno che portava lo zolfo dalla Sicilia sino a Marsiglia, alle miniere e all'industria tessile. Mi piace sentirmi figlio di quei macchinisti, silenziosi e sporchi che portavano il treno in stazione nonostante il governo fosse ladro, la borghesia feroce o ridicola, la tecnologia inesistente, il rischio personale enorme e la paga bassissima".

Lei per chi ha votato?

"Il mio primo voto l'ho dato a Mario Capanna. Poi ho preso la tessera del Pci. Quindi sono a passato a Rifondazione comunista. Non mi piacevano i Ds, mi pareva l'abbreviazione di Destra-Sinistra".

E oggi?

"Sto con il Pd, nonostante tutti i suoi difetti".

Renzi?

"È un macchinista come noi. Bisogna lasciarlo guidare".

Sul binario unico?

"Guardi che il binario per il macchinista è sempre unico".

Il regno del binario unico è la Sicilia dove l'89 per cento della linea ferroviaria ha appunto un solo binario. Giuseppe Terranova è capotreno a Palermo: "Capotreno e macchinista sono sempre fratelli, la cabina è la nostra casa-famiglia: oltre che uno spazio reale è un luogo etico, come le cabine degli aerei, come il timone delle navi". Terranova sorride amaro: "In Italia c'è stato il periodo degli esperti di Islam, quello dei rifiuti termovalorizzati, quello dei costituzionalisti..., e ora tutti sono diventati esperti di treni, scambi, binari, elettrificazione, infrastrutture. Ebbene, la magistratura accerterà cosa è accaduto, ma il binario unico c'entra poco. Il binario unico infatti fa perdere moltissimo tempo, rallenta tutto, assimila i treni alla vecchie corriere, ma non diminuisce la sicurezza. Se i sistemi sono adeguati da quel punto di vista non cambia nulla". Terranova ha lavorato ad Aosta, poi ha fatto il manovratore a Messina. Adesso parte da Palermo: "Nella vita del macchinista italiano non accade nulla di pericoloso sul treno. Ogni tanto cade un albero, io ricordo di aver dovuto fermare il convoglio perché c'era una mucca. Una volta ho salvato un ragazzo che per evitare il sottopassaggio aveva attraversato i binari ed era scivolato. Il momento peggiore per noi è quando mettiamo sotto i suicidi. Ma se sul lavoro il ferroviere ha per divinità l'orario, il tic tac dell'orologio è il nostro respiro, il miracolo della puntualità è la nostra forza, nella vita invece trionfa il disordine, i nostri turni ordinari sono di dieci ore al giorno (per un massimo sindacale di 38 la settimana). E noi mangiamo quando gli altrui digeriscono, dormiamo quando le nostre mogli si alzano. Il ferroviere italiano, che una volta si adattava a tutto per senso del dovere, adesso si è stufato: è finita l'epoca dei giuramenti, dei treni carichi di bandiere...".

Anche lei è di sinistra?

"Guardi che negli anni venti persino i monarchici organizzarono l'antifascismo sui treni creando il movimento del "soldino" dal nome della piccola moneta che i ferrovieri portavano stampata sui fazzoletti perché aveva come effige la faccia del re".

E oggi?

"Io mi taglierei la mano prima di votare a destra. Ma è diventato tutto così difficile".

Tuttavia anche Terranova crede ancora "all'Italia delle piccole vittorie e dei grandi sentimenti: l'Italia dei treni che per essere normali dovevano sempre diventare un po' speciali. Ma è una vita di sacrificio che lo Stato non ci riconosce. Pensi che l'Istat ci assegna un'aspettativa di vita di 64 anni ma, con la legge Fornero, ci manda in pensione a 67. Andrò in pensione tre anni dopo la mia morte".

“Macchinista, figlio di macchinisti”. Come si diventa Macchinista di treni? Requisiti e lavoro. Tra i lavori più richiesti da chi è in cerca di lavoro c’è sicuramente il macchinista dei treni. Si tratta di un lavoro di responsabilità e di capacità che può offrire guadagni molti interessanti, nonostante ritmi di lavoro non sempre leggeri. Come si diventa quindi macchinista ferroviario? Per intraprendere la carriera di macchinista ferroviario sono richiesti alcuni requisiti fondamentali:

18 anni d’età (20 anni per legge della comunità europea per la circolazione in UE);

Diploma Scuola Media Superiore;

Idoneità psico-fisica accertata da medici competenti;

Superamento test attitudinali, motivazionali e tecnico professionali;

Formazione professionale acquisita tramite corsi di specializzazione.

Lavorare come Macchinista nelle Ferrovie dello Stato. Un tempo per lavorare come macchinista ferroviario venivano indetti appositi concorsi, da anni ormai invece le selezioni sono simili alle assunzioni nelle grandi aziende. E’ il caso ad esempio di Trenitalia che tramite la sezione “lavora con noi” del sito aziendale valuta i curriculum ricevuti e si occupa della formazione del propri macchinisti.

Per il ruolo di Macchinista di treni le Ferrovie dello Stato richiedono i seguenti requisiti:

Altezza di almeno 1.55 m;

Acutezza visiva: 10/10 complessivi con non meno di 5/10 nell’occhio peggiore raggiungibile con lenti di valore diottrico +5/-8;

Campo visivo completo: visione binoculare efficace, sensibilità al contrasto buona, resistenza all’abbagliamento buona;

Senso cromatico nella norma;

Senso stereoscopico nella norma;

Udito nella norma per tenere una conversazione telefonica. I valori di eventuale deficit uditivo non devono essere superiori a 40 dB a 500 e 1000 Hz ed a 45 dB a 2000 Hz per l’orecchio peggiore.

Come candidarsi ad un posto da macchinista in Trenitalia. Gli interessati che ritengono di possiede i requisiti fisici richiesti dall’azienda per il ruolo di macchinista possono inviare il proprio curriculum vitae tramite l’apposita sezione “Invia il tuo Cv”: se l’azienda vi contatterà dovrete affrontare i test attitudinali, motivazioni e tecnico professionali; se supererete questa fase sarete inizialmente assunti come apprendisti (150 ore annue retribuite) dopo apposito percorso di formazione erogato dall’azienda stessa. Il lavoro inizierà in affiancamento a personale esperto per poi continuare in base ai turni definiti dall’azienda.

Comunque, o a concorso pubblico italiano (truccato) o a chiamata diretta, il destino del macchinista è segnato.

“Macchinista, figlio di macchinista”. Che bello essere comunisti e sindacalizzati per poter entrare nelle aziende ferrotranviarie. Un esempio per tutti.

Parentopoli FAL: ecco i parenti e gli amici piazzati nelle “Ferrovie di famiglia”, scrive Antonio Loconte il 4 Aprile 2015 su “Il Quotidiano Italiano”. Vogliamo subito precisare che la nostra non è una caccia alle streghe. Stiamo cercando di dare il nostro contributo affinché spariscano certe brutte abitudini, come quella assai diffusa di trasformare le aziende pubbliche in giganteschi uffici di collocamento per pochi eletti, come nel caso delle FAL. Nei prossimi capitoli della nostra inchiesta vi racconteremo anche gli escamotage utilizzati per dare una parvenza di regolarità soprattutto alle assunzioni, con stage di dubbia fattura e riqualificazioni interne tenute sotto banco fino all’ultimo istante. In un momento così delicato per molte famiglie pugliesi, in cui il lavoro manca e non si sa come arrivare a fine mese, è necessario che ognuno si prenda le proprie responsabilità. Magari non succederà niente, anche se riteniamo che le autorità competenti dovrebbero approfondire quello che denunciamo da giorni. I tanti messaggi e le email che continuiamo a ricevere da alcuni dipendenti su certe dinamiche aziendali confermano molti dei nostri dubbi. Il pesce, si sa, puzza dalla testa. Nelle Fal lavora Michele Corvino (ufficio paghe), figlio dell’ex dirigente poi diventato capo del personale Aldo Corvino (per moltissimo tempo CGIL). Ce n’è per tutti. Sempre nell’ufficio paghe e sempre sotto il controllo di Corvino sr. lavora Giovanna, la figlia di Antongiulio Velon (UIL) che, a 67 anni, coordina i turni degli autisti. Di Giuseppe De Manna abbiamo già parlato. Ex CGIL, ora CONFAIL, molto amico di Corvino sr., è riuscito a piazzare il figlio Raffaele, che ha recentemente superato la riqualificazione da operaio, piazzandosi primo in graduatoria. Ex UGL ora CONFAIL è Marco Veneziani. Non Siamo riusciti a sapere molto della sua mansione. Suo figlio Francesco è impiegato. Uomo della CGIL è Nicola Liso. Suo figlio Pasquale è entrato in azienda come manovratore, poi è diventato autista. Adesso è capotreno. Della UIL è il capotreno Antonio Ciliberti. Il figlio Giuseppe è entrato con uno di quegli stage di cui vi diremo in seguito. È diventando un operaio. Il macchinista (ORSA) Ferrante Domenico ha sistemato suo figlio Leonardo, anche lui come il rampollo di De Manna è diventato manovratore con una recente riqualificazione interna. Appartiene alla CGIL Michele Patano, impiegato. Il figlio Maurizio è entrato come guarda barriera e ora fa l’operaio. Particolarmente interessante è proprio il concorso da guarda barriere. Entrambi operai sono Vincenzo De Benedictis (UIL) e sua figlia Valentina. Il macchinista Vincenzo Gimigliano (CGIL) ha sistemato suo figlio Vittorio, che adesso fa l’operaio. Sergio Pinto (UIL) è un macchinista. Il figlio Paolo è capotreno. Come sanno anche le pietre Cosimo Andrulli (CGIL), grande amico di Corvino, ha tramandato il suo sapere da macchinista e non solo quello al figlio Giuseppe. Avevamo già parlato di Pasquale Malatesta, l’ex sindacalista FAISA-CISNAL ha lavorato per tanto tempo insieme alla figlia Annamaria e anche il nipote Rocco, un avvocato che non è riuscito a scalare le posizioni aziendali. Ci sono delle altre situazioni sulle quali i disoccupati pugliesi e i giovani costretti a emigrare per avere la possibilità di fare quello per cui hanno studiato, vorrebbero dei chiarimenti. Uno dei capitoli è quello dei compagni di vita e lavoro. Pietro Passaquindici, responsabile unità amministrativa complessa, è marito di Clorinda Drago, la segretaria del presidente Colamussi. A Potenza, Francesco Costa, uomo di Corvino sr. e responsabile dell’Ufficio paghe, è sposato con Graziella Cersosimo, responsabile della disciplina. Ricoprono entrambi ruoli apicali. Gianni Vincenzo, stando ad alcune indiscrezioni creditore dalle FAL dei fitti dei locali baresi in corso Italia, è unito a Maria Portoghese (sono nello stesso ufficio e tutti e due CGIL), ricoprendo ruoli apicali. Della CGIL e ben vista da Corvino sr., è Annamaria Caradonna, moglie di Giuseppe Luongo, assunto a Potenza e poi trasferito alla corte dello Corvino. Lavorano nello stesso ufficio. Ci sono, poi, alcune figure il cui ingresso in azienda ha suscitato non pochi mal di pancia, tutt’altro che guariti. Leonardo De Bellis, autista personale del presidente, per esempio. Massimiliano Natile, uomo di Colamussi (come il presidente è di Forza Italia) è il responsabile degli investimenti. Un’assurdità se si considera che a Potenza – per fare un esempio – ci sono due ingegneri che guidano i treni e per i quali nessun sindacato si è mai speso, nonostante vorrebbero fare ciò per cui hanno studiato.  A quanto pare, il capo del personale non permetterebbe loro di scendere dai treni tirando in causa il un assurdo regolamento interno, approvato da lui e sindacati anni fa. Un regolamento che non premia il merito. In sostanza, se appartieni al personale viaggiante, con parametro basso, non hai diritto nemmeno a fare concorsi interni per parametri più alti anche se hai sei lauree. Uno dei casi più discussi, però, è quello legato all’assunzione di Viviana Fox, nelle elezioni del 2008 segretaria di Antonio Distaso (Forza Italia). Sul suo conto se ne dicono tante, ma non le riferiamo per non cadere nel gossip. Sarebbe stata assunta senza un concorso subito dopo le elezioni e, dopo solo tre anni in azienda, è al massimo del livello apicale. È responsabile di tutti gli affidamenti agli studi legali, consulenze e transazioni. Un’altra anomalia è proprio quella dell’affidamento di incarichi esterni, nonostante l’azienda abbia all’interno un nutrito gruppi di professionisti validi, ma sistemati in posti sbagliati, frustrati e richiamati costantemente al minimo dissenso, alla minima contestazione. Non si tratta solo di beghe interne. Ciò che spesso si dimentica è che le Ferrovie Apulo Lucane sono un’azienda pubblica, non un feudo Medievale. Il danno – indipendentemente da quello che dicono i bilanci – è fatto a tutta la comunità, non solo ai poveri disgraziati che non fanno parte del cerchio magico. L’elenco è lunghissimo e include, per esempio, anche le aziende esterne alle quali vengono affidati incarichi diretti. Aziende nelle quali lavora gente imparentata con pezzi più o meno grossi delle Ferrovie Apulo Lucane. Iniziamo dalla Mafer, fornitore esclusivo per le FAL da 30 anni di materiale ferroviario (ricambi di vario genere). In regime di assoluto monopoli, può permettersi di applicare i prezzi che vuole. Le FAL azienda pubblica, lo ricordiamo – non hanno mai sentito la necessità di chiedere preventivi alla concorrenza. Nando Bucarella è il titolare. È cresciuto proprio nelle FAL (essendo stato anche fornitore delle Ferrovie Sud Est mediante il padre che ci lavorava). Nando Bucarella è intimo amico di Pietro Passaquandici. Pierpaolo, il figlio di Passaquindici, lavora da anni per la Mafer. La ditta Bellizzi, da 30 anni fornitrice esclusiva di materiale e lavorazioni sul materiale ferroviario, di riparazione di pompe diesel, negli ultimi anni si è specializzata anche sul parco automobilistico. Pure Bellizzi è tra le ditte storiche che hanno per moltissimi anni operato senza gare. Il titolare, Alberto Bellizzi, e prima di lui Italo, sono amici personali di Passaquindici. Da Bellizzi lavora da molti anni ormai la figlia di Passaquindici, Valentina eil figlio del capo tecnico dell’Officina motori, Guseppe Maiullari. La cosa che fa riflettere è il fatto che sono proprio Maiullari e Passaquindici a richiedere le lavorazioni o gli acquisti di materiale. Attraverso loro, poi, vengono decise le congruità dei prezzi, si stabiliscono le quantità degli acquisti e si procede al pagamento. Le Ferrovie Apulo Lucane sono un carrozzone che premia qualcuno e danneggia la maggior parte dei lavoratori. Una situazione emblematica di come funziona il mondo del lavoro in Italia. Nel corso degli anni qualcuno di questi nomi era già venuto fuori, per la verità erano emersi anche altri che non abbiamo scritto. Ci sono state denunce e interrogazioni argomentatissime. Adesso, però, la misura è colma e bisognerebbe ripristinare la regolarità più volte sacrificata sull’altare della raccomandazione. Abbiamo deciso di non tirarci indietro. Qualcuno potrebbe essere passato da un sindacato a un altro o qualche nome di battesimo potrebbe essere inesatto. Qualcun altro potrebbe aver lasciato l’azienda e i rapporti di amicizia – documentabili in mille modi – saranno certamente contestati. Facciamo un appello ai politici che in questi giorni ci stanno chiedendo carte e testimonianze. Dimostrate di tenere al vostro territorio e a tutti i cittadini in egual misura. Al netto di qualche imprecisione, resta assolutamente in piedi tutto l’impianto di una gestione familiare e clientelare.

Parentopoli sui binari, il virus FAL colpisce la CIRCUMETNEA: ecco i nomi dei parenti, continua ancora Antonio Loconte il 5 Maggio 2015. Il virus delle Ferrovie Appulo Lucane, che ha portato parenti e amici della politica a entrare in azienda in maniera a dir poco sospetta, purtroppo, ha colpito anche la città di Catania e la provincia. La cosa più preoccupante è che nella FCE, la Circumetnea, l’epidemia è più diffusa. In Puglia come in Sicilia sono in corso battaglie legali e indagini della Procura. Il virus, però, appartiene al ceppo italico della consuetudine. Per molti ricercatori il più difficile da estirpare, avendo radici solidissime ancorate alla tutela di figli, mogli, generi e persino figliocci (categoria molto diffusa al Sud). Ieri – dopo aver chiesto un parere all’Avvocatura dello Stato – la FCE ha permesso l’avanzamento di carriera a 10 dei 13 vincitori di altrettanti concorsi interni. Per gli altri 3 di area tecnica – essendo stato presentato un tribolato ricorso specifico al Tar – il verdetto dovrebbe arrivare il 13 maggio. Quesa situazione particolarmente controversa ci ha spinto a fare un approfondimento sulle decine e decine di concorsi banditi dalla FCE per la ricerca del personale. Graduatorie dalle quali si continua ad attingere nonostante i concorsi (anche del 2012), prevedessero un determinato numero di assunzioni. I 5 autisti sono diventati per esempio 25; i 2 operatori di manovra sono diventati 9 e così via. Sugli amici della politica e gli ammanicati non possiamo esprimerci perché i loro rapporti, pur essendo noti anche alle pietre, non hanno una validità scientifica. Ciò che è stato più facile individuare in queste graduatorie è stato il grado di parentela o comparizio (testimoni di nozze, padrini e madrine di battesime e cresime). Tradizione, quest’ultima, particolarmente diffusa tanto in Puglia quanto in Sicilia. Date, graduatorie e protocolli sono facilmente reperibili sul sito internet dell’azienda circumetnea.it (sezione concorsi). Mettetevi comodi perché l’elenco è lungo e articolato. Partiamo dal concorso probabilmente più controverso, secondo alcuni costruito ad arte per far entrare in azienda persone alle quali è stato già preparato un altro posto: due posizioni per operatore di manovra. Per partecipare non servono requisiti specifici, basta la licenza media. Secondo i malpensanti un modo per far entrare i figli di sindacalisti e dipendenti rimasti fuori dagli altri concorsi. Luca Mortellaro, Giulio Antonio Bonaccorsi, primo e secondo, si dimettono per andare a fare gli operatori di esercizio, altro concorso a cui hanno partecipato. Curioso il caso del terzo: Ignazio Biuso. Lavorava come geometra nella FCE prima di fare il concorso per operatore di manovra, ma nonostante tutto – non avendo più la qualifica – continua a frequentare l’Ufficio tecnico, entrando e uscendo a piacimento con un proprio badge. Luigi Maugeri, il quarto, è fratello di Fulvio, RSA della CGIL. Aldo Ronsivalle, il quinto, a detta dei bookmakers andrà presto a fare il capotreno, liberando un altro posto. Ronsivalle è figlio del capotreno Vincenzo e uomo fidato di Lorena (UIL). C’è, poi, appunto Lorena Federica, un bravo avvocato. Tanto bravo che, sempre secondo i bookmakers, potrebbe accomodarsi presto come collaboratrice nell’ufficio legale della FCE. Una figura professionale finora non prevista, aggiunta recentemente in pianta organica, rimodulata tre volte in un anno. La Lorena non è solo molto brava. È anche figlia di Alberto Lorena, ex capo ufficio, neo funzionario alla direzione amministrativa nell’Ufficio paghe, ex RSA UIL, ora dirigente UIL. Riccardo Calì e Alfio Ferri, invece, avrebbero lasciato le Ferrovie dello Stato, piazzandosi settimo e ottavo tra i manovratori FCE. Massimo Spina, è il figlio di Giovanni, ormai in pensione. Massimo, dicono i bookmakers, sarebbe destinato a indossare i panni del capotreno come Ronsivalle. La graduatoria è quasi tutta un inno alla parentela fino al 22mo posto di Luigi Pezzillo, marito di Federica Lorena. I più arditi stanno scommettendo sul fatto che si possa scorrere la graduatoria fino a queste latitudini. Noi, però, non siamo così spregiudicati perché prima di arrivare al 22mo posto di Pezzillo ci sono da sistemare Costantino Coppola, figlio di Raffaele, capo ufficio movimento e dirigente CISL; Giovanni Riciputo, figlio del macchinista e dirigente FAISA Antonio; Furnari Carmelo, figlio dell’ex dipendente Salvatore; Gianluca Galati, figlio dell’ex dipendente Salvatore. Un’altra cosa curiosa di questo concorso sono le domande fatte durante la selezione, non sul regolamento della Ferrovia Circumetnea, ma su quello delle Ferrovie dello Stato. Perché se i segnali, per esempio, non sono gli stessi? Perché se quello che in un regolamento vuol dire una cosa, nell’altro ha un significato diverso? Un’idea ce la siamo fatta, ma siamo nel campo delle ipotesi e avrete capito che noi non azzardiamo. Noi. Nei corridoi delle FCE qualcuno scherza sul fatto che l’azienda sia diventata una succursale dell’Ikea, in considerazione dell’alto numero di falegnami di cui c’è bisogno pur non essendo più nel 1800. Un posto utile, ma alla fine ne sono entrati quattro. Al concorso interno – come spesso succede alla CIRCUMETNEA – non partecipa nessuno e per questo si procede con una selezione pubblica. I vecchi falegnami intanto sono diventati capiufficio o capo operatori. Al quarto posto si piazza Damiano Caruso. Il padre Angelo è un RSA della UGL. Capitolo operatore di manutenzione. Primo arriva Giuseppe Merlo, figlio di un caposquadra di una ditta di armamento ferroviario. A seguire Vito Mario Farina, figlio di Mario, operatore di esercizio e nipote di Antonio, ex capotreno neo promosso coordinatore di movimento. Damiano Catania è figlio di Maurizio, neo capo operatore dello stesso settore in cui è stato assunto. Ai tempi Maurizio era operatore qualificato. Non solo. Damiano è anche nipote di Giancarlo, transitato dal personale stazione al personale uffici, grazie a un provvedimento giudicato ad personam. Giovanni Vinci, il quarto, è figlio di Antonio, operatore d’esercizio, e autista personale di Virginio Di Giambattista, il gestore della FCE e direttore generale del Trasporto Pubblico Locale (TPL) del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Su Di Giambattista torneremo a parlare in maniera specifica). Il quinto, Strano Salvatore, è figlio di Alfio, ex dipendente, ma ai tempi della selezione operatore tecnico di manutenzione. Settimo posto per Francesco Lo Schiavo, figlio di Giovanni, segretario provinciale della Fast Confsal e macchinista, il quale ha attraversato tutte le sigle politiche e sindacali di Catania, pare uno molto influente per le dinamiche aziendali. Nono è Calì Gioacchino Andrea, figlio del macchinista Salvatore e cugino del macchinista Alfredo e del capotreno Giovanni. Marco Mario Mannino, piazzatosi subito dietro, figlio di Giovanni, ex dipendente, della FAISA-CISAL. Giuseppe Zingali è undicesimo. È figlio e nipote dell’operatore di esercizio Alfio e dell’operatore di stazione Carmelo, pure loro UIL. Tra chi sta per entrare, scorrendo la graduatoria, ci sono anche Aldo Ronsivalle, che abbiamo trovato nell’enco dei manovratori. Alessio Azzara (quindicesimo), invece, è il figlioccio del capo operatore manutenzione Nunzio Pecorino, il cui figlio è arrivato, purtroppo, solo ventiquattresimo. Grazie alle nomine sbloccate ieri, a giorni entrerà nella Ferrovia Circumetnea anche Scarpignato, figlio di Franco, assistente coordinatore movimento, secondo quanto ci viene riferito particolarmente vicino al direttore d’esercizio Sebastiano Gentile. Uno dei due verniciatori è Cardullo, Santo come suo cugino, neo funzionario FCE al movimento. Antonino Scavuzzo, è figlio di Santo, ex operatore di esercizio ora in pensione. I quattro posti per elettromeccanici impianti tecnologici sono diventati sette. Tra questi ci sono Salvatore Rosario Alberti, nipote di Concetto Fortunato, già segretario RSA UGL e operatore generico FCE; ma anche, Marco Agatino Sciuto e Giuseppe Rosta figli di dipendenti o ex dipendenti della FCE. Un manipolo di figli della politica e dipendenti è riuscito a piazzarsi come operatore di esercizio, in altre parole autisti. I cinque posti sono diventati 25. Su tutti, il caso del secondo in graduatoria, Andrea Fiore, figlio dell’ex dipendente Salvatore (RSA UIL) e cugino di primo grado di Salvatore Fiore, il dirigente tecnico della FCE (Anche nel caso di Fiore ci sarà molto da dire nelle prossime settimane). Fiore non è l’unico tra i 25 ad avere rapporti di parentela con dipendenti ed ex dipendenti: Rizzeri Giuseppe, Fichera Angelo, Privitera rosario, Puglisi Severino, Persiano Alfio. Quest’ultimo, poi, era già operatore di esercizio a tempo determinato della FCE, autista personale del direttore generale Vincenzo Garozzo, poi assunto a tempo indeterminato dall’azienda Municipale del trasporto di Catania, da cui si licenzia per partecipare, risultando idoneo, al concorso di autista alla FCE. Tra i tre fabbri segnaliamo il secondo, Carmelo Santoro, figlio del capo squadra manutenzione Matteo. In poco tempo Carmelo s’è guadagnato un posto da capotreno. Al quarto posto, invece, con la possibilità di rientrare in gioco s’è piazzato Francesco Mario Sciacca, genero di Michelangelo Puglisi, capo del settore falegnameria delle FCE. Nella graduatoria degli otto motoristi spiccano il primo e l’ultimo, i fratelli Ottavio e Alfio Salamone. Il primo è consigliere comunale a Santa Maria di Licodia. In mezzo ci sono i figli dei dipendenti ed ex dipendenti: Alfio Privitera, Pasquale Spina, Giovanni Di Perna, Rosario Di Bella, Santo Giglio. Chiusura dedicata gli elettromeccanici. Cinque posti utili. Il primo della lista è Daniele Murgana, cognato (marito della sorella) dell’ex segretario RSA CGIL Antonio Gulisano (dimessosi dal sindacato appena in tempo), capo operatore impianti tecnologici della FCE. Secondo è Antonio Pafumi, figlio di Isidoro, ex dipendente.  Il testimone di nozze di Antonio è il dirigente tecnico delle FCE Salvatore Fiore. Antonio Pafumi è uno dei tre di area tecnica il cui avanzamento di carriera è stato temporaneamente sospeso dal Tar e ratificato dal CGA. Pafumi sarebbe dovuto finire nello staff personale del compare di nozze. Ignazio Palumbo è figlio di Rosario, operatore qualificato (tornitore). Riccardo Gino Vasta, quarto, è figlio di Antonino, ex capo dell’Ufficio acquisti, oggi in pensione. Riccardo, entrato con parametro 140, in un anno, proprio ieri, è volato al parametro 193, a dispetto delle indicazioni del Tribunale Amministrativo Regionale della Sicilia che, per analogia rispetto ai tre bloccati dal Tar. Il quinto in graduatoria, Salvatore Finocchiaro, è figlio di Gaetano, ex RSA CISL. Il papà di Salvatore Puliafito è il macchinista Paolo. C’è poi una storia di dignità, assurda per molti versi in questo assurdo contesto, quella di Leonardo Privitera, ottavo, nella stessa graduatoria per elettromeccanici. Privitera – all’oscuro di questo articolo, ma siamo certi conscio della stima di una parte dei colleghi – è fratello di un dipendente delle FCE e figlio di un ex dipendente. Nonostante tutto, insieme allo zoccolo duro dei 106 precari fatti fuori pur avendo lavorato per almeno 4 anni in azienda, non solo ha sostenuto il concorso – arrivando ottavo – ma pur avendo diritto di rientrare è stato tenuto fuori per un lungo periodo. Senza ragioni, per il gusto di non far lavorare uno che ha deciso di non allinearsi. La graduatoria da elettromeccanico di impianti tecnologici, infatti, a differenza delle altre, è stata tenuta immobilizzata per due anni almeno pur essendoci posti liberi da riempire. La storia di Privitera è la prova di come le cose possano andare in un certo modo, pur essendo parenti o amici di politici, dipendenti o sindacalisti. A nessuno deve essere negato il lavoro, purché non si sbarri la strada a chi partecipa a gare e concorsi pubblici, certo dell’imparzialità.

Ovviamente ci scusiamo per aver dimenticato di citare altre persone o nel caso avessimo sbagliato i nomi di battesimo o le esatte qualifiche dei menzionati. Come dicevamo, l’elenco è lungo e siamo solo all’inizio di questa storia. Dal 2002 almeno il 60% delle persone vincitrici dei concorsi pubblici a tempo indeterminato a cui fa riferimento questo articolo, hanno un lungo trascorso aziendale. Sono transitati nella Ferrovia Circumetnea prima come lavoratori interinali, poi, grazie ai commissari che si sono succeduti negli anni, sono passati nel 2006 a tempo determinato direttamente con l’azienda attraverso altre selezioni pubbliche, per arrivare al 2008-2009 al rinnovo dei contratti a tempo determinato anche a seguito dell’applicazione del diritto di precedenza previsto dal Regio Decreto 148/31 e dalla legge numero 368/2001. In conclusione – La vicenda delle Ferrovie Appulo Lucane e delle Ferrovia Circumetnea hanno molto in comune e dovrebbero far riflettere su certe dinamiche. Storie, presunti abusi e raccomandazioni che contribuiscono a fare dell’Italia ciò che è, con la complicità di chi dovrebbe intervenire, ma per non infastidire nessuno, resta a guardare decomporsi il cadavere.

Strage Puglia, il pm: "Parlare di errore umano è corretto ma riduttivo". Strage Puglia, il procuratore facente funzioni di Trani, Francesco Giannella, osserva che "parlare di errore umano è corretto ma assolutamente riduttivo", scrive Raffaello Binelli, Giovedì 14/07/2016, su "Il Giornale". "Parlare di errore umano è corretto ma è assolutamente riduttivo. Per ora è un work in progress, noi ci impegneremo per fare sì che tutti coloro che hanno avuto un ruolo in questo terribile disastro, se lo hanno avuto, siano perseguiti dalla giustizia". Così il procuratore facente funzioni di Trani, Francesco Giannella, ha risposto ai cronisti facendo un punto sulle indagini per la tragedia ferroviaria tra Andria e Corato. "Tutti vogliono i veri colpevoli - ha aggiunto - e la richiesta di giustizia dei familiari delle vittime è legittima". Giannella non conferma il numero degli indagati - secondo alcune fonti giudiziarie sarebbero soltanto due i nomi iscritti nel registro, i due capostazione di Andria e Corato, ma non ci sono conferme. Ma rivela che per gli investigatori la dinamica di quel che è accaduto è chiara: "In linea di massima la dinamica è stata ricostruita ma dobbiamo avere certezze". Colpa di un cambio di treno? Moglie e figlia di una delle 23 vittime (Enrico Castellano) riferiscono la versione data da alcuni sopravvissuti: i passeggeri del treno partito da Andria sarebbero stati fatti scendere dal primo treno, fermo sul binario 1, per salire su un secondo convoglio, fermo sul binario 2, che sarebbe partito in ritardo. La causa dell'incidente potrebbe essere legata proprio al cambio di treno. "La comunicazione tra i capistazione per il via libera - si ipotizza - si sarebbe basata sul primo treno e sull'orario di partenza di questo, che però non è più partito. E non sul secondo convoglio che invece è partito in ritardo rispetto al primo". Dalla procura di Trani, però, al momento non ci sono conferme.

"La verità la sappiamo ma non la diciamo". La parola d’ordine dell’azienda è non parlare con i giornalisti. Il personale: «Basterà ascoltare le registrazioni», scrive Michele De Feudis il 24 luglio 2016 su “Il Tempo”. «Ferrovia sgarrupata, sistemi di comunicazione antiquati, vagoni arcaici? Tutte falsità. Questa azienda è un gioiello. La versione dell’incidente? Abbiamo una idea, ma la teniamo per noi». Nelle stazioni della Ferrotranviaria di Corato e Andria, dopo lo scontro tra treni che ha causato la morte di ventitré tra passeggeri, macchinisti e un capotreno (una cinquantina i feriti, di cui quattro gravi), l’ordine dell’azienda è «non parlare con i giornalisti». Le dichiarazioni del personale però sgorgano come un fiume in piena quando è messa in discussione la professionalità dei lavoratori (i due capistazione sono indagati e sospesi dal servizio). «Seguiamo duri corsi di formazione - spiega un capotreno che vuole rimanere anonimo - e abbiamo connaturato al nostro ruolo un forte senso di responsabilità. Le cause dello scontro? Verranno appurate con le registrazioni telefoniche e i fonogrammi». 

Binario Unico? Una “Balla”! In Puglia sono morti per questo, scrive Franco Bechis il 14 luglio 2016 su "Libero Quotidiano". Un approfondimento giornalistico sul tragico incidente ferroviario pugliese. Una “lezione” di giornalismo esemplare, di Franco Bechis vicedirettore del quotidiano LIBERO. Era un giorno da segnare in agenda per tutti, quel 19 luglio 2013. Lo si è ben visto all’aeroporto di Bari, dove sono apparsi all’improvviso i big della politica pugliese. Davanti a tutti, con bel paio di forbicione in mano per la cerimonia del taglio del nastro l’allora presidente della Regione, Nichi Vendola. Alle sue spalle, un po’ ingrugnito per la scena rubata dall’altro, Michele Emiliano che in quel momento era sindaco di Bari. E poi primi cittadini di tutti i capoluoghi e i comuni, tra cui Pasquale Cascella, allora sindaco di Barletta ed ex portavoce al Quirinale di Giorgio Napolitano. C’era perfino un monsignore, Alberto D’Urso a rappresentare l’arcidiocesi di Bari-Bitonto con in mano l’aspersorio per la benedizione di rito. E poi una sfilza di manager e dirigenti pubblici e privati. Davanti a tutti naturalmente il presidente e amministratore delegato di Ferrotramviaria, Enrico Maria Pasquini, perché ad essere inaugurata e benedetta quel giorno era l’ultimo tratto della linea ferroviaria che oggi si direbbe maledetta: quella in cui si sono scontrati e accartocciati due treni, portando via 23 vite e ferendo decine di passeggeri. L’ultimo tratto di quella linea era quello che la portava all’aeroporto Karol Wojtyla di Bari, la ragione per cui sulle carrozze maledette qualcuno viaggiava l’altro ieri. Grande evento dunque, e parolone sparse con generosità da Vendola ed Emiliano: grazie a quella ferrovia – dissero- la Puglia era entrata definitivamente in Europa, e altre amenità simili con la roboante retorica del presidente della Regione Puglia. Fu l’occasione anche di un piccolo incontro pubblico, con i saluti ufficiali dei vari relatori che precedettero il taglio del nastro davanti ai gongolanti amministratori della Ferrotramviaria. Il direttore generale della compagnia, Massimo Nitti, strabordò, definendo quel prolungamento con passante nella città di Bari “un qualcosa che colpisce i sensi”. Ma si spinse oltre il rappresentante del ministero dei Trasporti, Alessandro De Paola, direttore dell’Ufficio speciali trasporti impianti fissi (Ustif) della Puglia, che lodò preso dall’entusiasmo “l’alto livello tecnologico della realizzazione innovativa soprattutto per la parte di segnalamento e sicurezza, che la pone fra le infrastrutture di alto livello tecnologico in Italia”. Mai complimenti furono concessi così frettolosamente e fuori posto, come tragicamente si è visto in queste ore. Quell’intervento dell’ingegnere però ci dice una cosa: l’Ustif Puglia, e quindi il ministero dei Trasporti, era il controllore di quella linea ferroviaria. E avrebbe dovuto conoscere perfettamente quel che è emerso in queste ore ed è la causa principale del terribile incidente ferroviario: l’assenza proprio di quel sistema di segnalamento e sicurezza di cui è dotata tutta la rete ferroviaria italiana su cui passano treni veloci e meno veloci di Ferrovie dello Stato. I dispositivi Sctm– sistemi di sicurezza per controllare la marcia dei treni non c’erano e non erano in funzione sull’intera tratta Bari-Ruvo di Puglia, e se ci fossero stati come nel resto di Italia quei due treni non si sarebbero scontrati perché sarebbero stati automaticamente fermati prima di trovarsi uno di fronte all’altro. Quell’assenza avrebbe dovuto essere nota al Ministero dei Trasporti che ancora oggi se ne lava le mani, e conosciuta pure da tutte le autorità istituzionali della Puglia. Che invece si spellavano le mani raccontando frottole e facendo pure i complimenti a chi non li meritava proprio. Tutta la stampa ieri se l’è presa con il binario unico, che c’entra poco o nulla con quel che è accaduto. La maggiore parte della rete ferroviaria italiana corre su binari unici, e così è anche negli altri paesi di Europa. Ma su quei binari ci sono sistemi automatici di sicurezza che fermerebbero i treni in caso di errore umano. Perché non c’è solo l’errore colposo fra le eventualità possibili: un macchinista potrebbe sentirsi male, magari essere colpito da infarto, e così chi da una stazione dovrebbe dare il via libera o meno al passaggio dei treni. I Scmt servono anche a a supplire ad eventualità simili. Poi certo, il doppio binario per cui era in corso una gara avrebbe ridotto i rischi, ed è vero che l’apertura delle buste è stata rinviata dal 6 al prossimo 26 di luglio. Ma sarebbe stata solo il primo passo di un lungo lavoro: si sarebbe aggiudicata la gara, e poi il secondo binario ci avrebbe messo mesi e forse anni prima di essere costruito, collaudato ed entrare in funzione. Sarebbe bastato assai meno invece acquistando i sistemi di segnalamento e sicurezza che su quella linea non esistevano. Lo sapevano tutti che quello era il rischio di Ferrotramviaria. Tanto è che la Regione Puglia nell’aprile 2014 ha finanziato l’acquisto con fondi europei tratti dal Po Fesr 2007-2013. Mica un investimento da restare in mutande: 4,8 milioni di euro per la tratta Bari-Bitonto e altri 8,78 milioni di euro per la tratta Bitonto-Ruvo di Puglia. Per la prima il contratto è stato firmato dopo una procedura negoziata con Alstom Ferroviaria spa nel gennaio 2015. Nell’ultimo bilancio approvato nel maggio scorso Ferrotramviaria spa scrive che “le attività sono ancora in corso, essendo state interferite da diverse altre attività e dall’intenso esercizio ferroviario”. Parole misteriose, perché che i treni corrano è evidente, ma quali diverse altre attività erano più urgenti di quella della sicurezza della linea, che tale non era? Per la tratta Bitonto-Ruvo sempre Alstom Ferroviaria aveva firmato un contratto nel marzo 2015 “e i lavori sono in corso di esecuzione. Si ritiene che detti sistemi Scmt sia sulla tratta Bari-Bitonto sia quelli sulla Bitonto-Ruvo potranno essere attivati entro settembre 2016”. Troppo tardi, purtroppo per i 23 che non ci sono più. 

Perché hanno dimenticato il Sud. Questa tragedia ci parla di investimenti non fatti, di una totale assenza di visione e prospettiva che riguarda questo governo e i suoi precedenti, scrive Roberto Saviano il 14 luglio 2016 su “La Repubblica”. Piove, governo ladro. Se piove e tracimano le fogne, se piove e si sciolgono le strade come fossero di sale, se piove e rovinano i palazzi come castelli di sabbia, se piove e tutto questo accade, allora sì: piove, governo ladro. La tragedia ferroviaria sulla tratta Corato-Andria non è una tragedia casuale, parlare di responsabilità umane è una risposta parziale che alleggerisce le istituzioni. Istituzioni che in questo paese, e nel nostro Sud, sono terribilmente, drammaticamente inadeguate. Ci sono responsabilità tecniche, responsabilità politiche locali e responsabilità nazionali: non è sciacallaggio evidenziarle, ma irresponsabilità tacerle. Sciacallo è il silenzio che si appropria di un concetto semplice: è stata una sventura. Proprio per rispetto delle vittime è un dovere puntare il dito su un sistema inefficiente che spera - spera! - che la tragedia non avvenga, senza fare nulla per evitarla. Le parole che oggi si pronunciano saranno le sole a essere ascoltate: domani, sepolti i corpi delle povere vittime, la tragedia sarà presto dimenticata, fino a quando non ne arriverà un 'altra. Chi sa parli: racconti dell'esodo di ogni pendolare, dell'impossibilità di raggiungere località meravigliose, di ritardi infiniti, di treni vecchissimi che si fermano d'improvviso su binari sperduti di campagna. Racconti dei treni a gasolio che ancora girano per il Sud. Questa tragedia ci racconta il sud Italia esattamente come chi ci abita lo vive. Questa tragedia ci parla di investimenti non fatti, di una totale assenza di visione e prospettiva che riguarda questo governo e i suoi precedenti. Al Sud non si investe sui trasporti perché non porta vantaggio politico, perché si tratta di aree da cui l'emorragia di giovani è tale che lavorare sulle infrastrutture significherebbe fare una scommessa senza un immediato riscontro di consenso. Si è scelto di dare impulso al Nord, dove un tessuto imprenditoriale esiste, in sofferenza certo, ma esiste. Il Sud si deve accontentare di qualche comunicato a effetto, due parole sulle organizzazioni criminali, mali da debellare sì, ma di cui sarebbe meglio non parlare troppo per non creare un clima di sfiducia, null'altro. Al Sud si resta in superficie, si annunciano in pompa magna corsi di formazione che sono solo realtà virtuali, esistono solo sui siti internet. Ho vissuto a Napoli tanto a lungo da riconoscere un teatrino quando lo vedo. Ho vissuto altrove tanto a lungo da indignarmi quando il teatrino è orchestrato ai danni di terre che meritano investimenti veri e non elemosine. In Campania, in Calabria, in Puglia, in Basilicata, in Molise, in Sicilia investire su trasporti e infrastrutture significherebbe dare inizio allo sviluppo di quei territori. Non impulso, non una spintarella, no: sarebbe un vero e proprio inizio. La tragedia ferroviaria in Puglia ci racconta una parte di Paese che se ancora esiste è solo per la strenua volontà di chi ci vive. Se e dove le cose funzionano al Sud è perché ci sono persone che non ci stanno a lasciare andare in malora la terra in cui sono nati, cresciuti e dove, da eroi, hanno deciso di vivere. Ciò che va bene al Sud lo si deve alle individualità. Ma lo sforzo che si richiede a queste persone è sovrumano. "Ho visto il collega piangere, ma è troppo facile dire che la colpa è sua: l'unica responsabilità è di chi non doveva permettere che uno sbaglio, uno solo, potesse portare a questa tragedia". Ecco le parole di un macchinista di Andria. Parole come pietre. L'uomo che ha commesso l'errore umano pagherà a vita responsabilità che non sono sue, non soltanto sue. Omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario, una mattinata di ritardi e confusione nel gestire quei 17 chilometri che collegano Andria a Corato, in cui il binario è unico. Non è il solo caso in Italia di tratta a binario unico, ma è uno dei pochissimi in tutta Italia in cui non è attivo il sistema automatico di controllo e dove si richiedono ai macchinisti tempi di reazione da supereroe per evitare tragedie. Il sistema automatico di controllo è un servizio fondamentale che consente di ricevere la segnalazione che il binario è occupato da un'altra vettura ed evitare lo scontro. Sistema che sulle vetture era stato montato, ma che non poteva funzionare perché il binario è vecchio. Doveva essere messo a norma quel tratto di ferrovia, il binario raddoppiato, ma il termine del primo luglio fissato per le offerte relative alla gara d'appalto è stato da poco prorogato al 19 luglio. E così tra Corato e Andria, per gestire quel tratto a binario unico, la comunicazione avviene oggi come avveniva 50 anni fa: attraverso fonogrammi e una macchina che, come riferiscono testimoni, sembra obsoleta ed è collegata a una vecchia stampante. Allora non cerchiamo capri espiatori, ma capiamo soprattutto perché sulla Bari-Nord, una tratta che i pugliesi considerano il fiore all'occhiello dei trasporti regionali, la sicurezza di migliaia di viaggiatori, ogni giorno, era nelle mani di due macchinisti e due capistazione. Questo governo, come i precedenti, è in ritardo al Sud, non ha una visione né ha saputo provare a modificare la classe dirigente. Al Sud avrebbe potuto cambiare e non l'ha fatto, e proprio al Sud rischia di collassare. Ma il Mezzogiorno ha ormai da tempo smesso di mantenersi dentro i suoi confini meridionali (come non considerare Roma Mezzogiorno italiano?) e, come la linea della palma, si sta alzando. Ricordate la metafora di Sciascia? "A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il Nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno... La linea della palma... E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma... degli scandali: su su per l'Italia, ed è già oltre Roma...".

La tragedia in Puglia e il disastro dei commentatori. Gramellini usa i luoghi comuni su vizi e virtù degli italiani, Annunziata parla di buchi neri, Saviano usa tutti gli stereotipi sul sud e Lagioia parla di treni che non esistono, scrive Luciano Capone il 13 Luglio 2016 su "Il Foglio". E’ inevitabile e anche naturale che quando accade una tragedia come un disastro ferroviario di queste dimensioni e con un così alto tributo di vite, si faccia in una certa misura ricorso alle armi della retorica. Ma nel caso dello scontro tra i due treni in Puglia, tra Andria e Corato, i commentatori si sono lanciati in esercizi di stile tra il manierista e il rococò, completamente sconnessi dai fatti. Sulla Stampa Massimo Gramellini parte con la stereotipata disamina di vizi e virtù degli italiani: “Quale sarà la vera Italia? L’Italia che nel secolo dell’alta velocità boccheggia ancora sopra un binario unico, oppure quella che di slancio si mette in coda nelle corsie d’ospedale per donare il proprio sangue ai feriti? Il guaio è che sono vere tutte e due. La prima Italia, così ripetitiva e immutabile nei suoi vizi, ogni volta ci sgomenta al punto da farci dimenticare l’esistenza dell’altra, sentimentale o semplicemente viva, che invece sopravvive intatta tra le pieghe del cinismo disseminato a piene mani spesso dai ceti più colti”. Il binario unico prende così il posto del Suv parcheggiato sul marciapiede o in doppia fila e diventa il simbolo dei mali del paese. E chissenefrega se il binario unico non c’entra, se la maggior parte delle ferrovie d’Europa sono a binario unico, dalla Germania alla Svizzera, e basta avere dei sistemi di sicurezza efficienti per evitare incidenti. Sembrerà strano, ma il doppio binario serve là dove c’è un elevato traffico, serve per fa viaggiare merci e persone e non per evitare collisioni. Perché gli incidenti ferroviari avvengono anche dove c’è il doppio binario se si verificano falle nei sistemi di sicurezza. Ma il discorso su vizi e virtù dell’Italia viene così bene che Gramellini raddoppierebbe seduta stante tutti i binari del paese per far viaggiare i buoni su uno e i cattivi sull’altro. Sull’Huffington post Lucia Annunziata invece dice che “Tutti siamo pendolari”: “C'è sempre, in Italia, il buco nero di un pozzo che ci si para davanti e su cui ci affacciamo per scoprire quanto fragile, incerta, non garantita sia la vita quotidiana di tutti noi in questo paese. Uno di quei pozzi si è aperto oggi in mezzo agli ulivi sulla linea ferroviaria fra Andria e Corato”. Non ci sono viziosi e virtuosi, siamo tutti nel pozzo nero. Roberto Saviano invece fa il meridionalista e denuncia lo stato di abbandono delle ferrovie al sud: “A Renzi spetterebbe il compito di rendere il servizio ferroviario dignitoso, un servizio che è abbandonato, trascurato, sottodimensionato. Muoversi in Puglia, in Calabria, in Campania, in Basilicata, in Sicilia è un’impresa da avventurieri”. Stessi commenti sul Sud dimenticato su Avvenire e sul Meridione abbandonato sul Manifesto. Non conta che i treni delle Ferrovie del Nord Barese che si sono scontrati, probabilmente per un errore umano, siano nuovi e moderni e a detta dei pendolari pugliesi abbiano sempre garantito un servizio puntuale ed efficiente, accessibile anche ai non avventurieri. L’immagine dell’arretratezza del sud e dei treni a carbone è talmente forte ed evocativa che non possiamo rinunciarci solo perché la realtà è diversa. Su Repubblica invece il premio Strega Nicola Lagioia scrive un commento che come stile, per il giusto mix di ars retorica e pathos, sta tra Marco Fabio Quintiliano e Concita De Gregorio: “I treni coinvolti nel terrificante impatto verificatosi tra Andria e Corato non erano convogli ad alta velocità. Erano i mezzi di trasporto su cui ogni giorno si muove il Paese reale. Pendolari. Studenti. Migranti”. Sui regionali non viaggiano quindi gli immigrati o gli stranieri, magari arrivati chissà quanti anni fa, che non hanno ancora diritto ad essere pendolari come gli altri. Viaggiano i migranti, che appunto migrano da Barletta a Corato o da Andria a Ruvo. Ma oltre ai migranti su quei treni viaggiano “camerieri, precari, professori di scuola media, disoccupati, baby sitter, anziani senza mezzi, imbianchini, badanti, interinali, domestici a ore, muratori” e così via. “E’ sufficiente scendere da un Frecciarossa, da un Frecciargento, da un Italo e salire su un regionale” per ritrovarsi “in un mondo molto distante da quello che viene fuori dal racconto ufficiale del paese”. Lagioia svela quindi al Paese immaginario che il Paese reale viaggia “a bassa velocità”: “Sono spesso i corpi e i volti di chi è stato lasciato indietro, di chi lotta con i denti per non essere sbattuto fuori dal consesso sociale”, dice lo scrittore, concludendo che “sono la testimonianza che Pier Paolo Pasolini aveva torto” perché “la pialla dello sviluppo, che avrebbe dovuto rendere tutti uguali, ha avuto il più imprevedibile (e per certi sensi disastroso) degli arresti. Se volete un bagno di realtà, veniteli a incontrare sui treni che viaggiano lenti”. Ma Lagioia l’ha mai preso un Frecciarossa, un Italo o un Frecciargento, magari non in prima classe? Perché in quei vagoni si vedono proprio le stesse “facce” dei regionali, quelle di persone comuni (al netto della affettata descrizione da diseredati e miserabili). Su Italo e sul Frecciarossa, che con le offerte garantiscono prezzi molto accessibili, viaggiano studenti, imbianchini, immigrati, pendolari, anziani, precari, magari quando devono andare da Torino a Milano, da Roma a Firenze, da Napoli a Bologna. Quando invece devono spostarsi da Corato a Barletta non prendono il Frecciarossa, non perché “sono i nuovi poveri” e con quelle “facce” non li fanno salire, ma perché la distanza è di 20 chilometri. L’alta velocità per la tratta Barletta-Bitonto non c’è perché non serve. Pasolini avrà pure torto, ma Lagioia da quanto tempo non prende un regionale?

Il binario unico del giornalismo italiano. A Bari la strage è originata da un errore umano e da un ritardo tecnologico figlio della burocrazia appaltante locale e nazionale, scrive Mario Sechi il 13 Luglio 2016 su "Il Foglio". I giornali hanno scoperto il binario unico. I titoli di oggi sulla tragedia di Bari sono in ciclostile. Corriere della Sera: “Morire sul binario unico”. La Stampa: “Apocalisse sul binario unico”. Repubblica: “La strage del binario unico”. Il Messaggero: “La strage del binario unico”. La Gazzetta del Mezzogiorno: “Il binario unico scatena l’inferno”. Poi c’è il classico “Binario morto” (il Giornale) e non può mancare “L’inferno fra gli ulivi” (l’Unità) e “L’inferno sui treni dei pendolari (Il Secolo XIX). A giudicare da questo colpo di fantasia collettivo, i 27 morti e 50 feriti sono stati causati dalla presenza aliena del binario unico. Non è così. Gran parte della rete ferroviaria italiana viaggia sul binario unico e il raddoppio della linea avviene in presenza di alti volumi di traffico. Chi fa binari unici senza passeggeri da trasportare, spreca il denaro del contribuente. A Bari la strage è originata non dalla presenza del binario unico, ma da un errore umano e da un ritardo tecnologico figlio della burocrazia appaltante locale e nazionale. Pare ci sia stato un “buco” nella telefonata tra capostazione, macchinista e capotreno. La tecnologia avrebbe ridotto drasticamente le possibilità di errore. I treni si scontrano quando non funzionano i controlli. I treni si scontrano anche su un binario doppio. I treni si scontrano se c’è un errore umano o un guasto tecnico. La situazione della rete italiana, questo straordinario “binario unico” pugliese che domina le prime pagine dei giornali, non è un’eccezione, è la regola della rete ferroviaria in Italia e in Europa. L’incidente, secondo tradizione italica viene commentato con un'altra serie di errori, frasi fatte e analfabetismo di andata e di ritorno. Dunque, a ruota libera, c’era il binario unico, siamo un paese del terzo mondo, il Sud è abbandonato, è colpa di Berlusconi, è colpa di Prodi, è colpa di Monti, è colpa del neoliberismo, è colpa di Renzi ma anche della Boschi e piove governo ladro. Sul binario tedesco (unico o doppio) muoiono più persone e così pure in quello francese. L’Italia deve fare investimenti sulla sicurezza, levare agli enti locali qualsiasi diritto di veto e competenza. Stazione d'arrivo: la realtà. Buona giornata.

Gli errori da non fare nel commentare il disastro dei treni in Puglia. Più di venti morti nello scontro di questa mattina tra Andria e Corato. “Ma prima di accusare la rete ferroviaria privata italiana è bene guardare i dati oggettivi”. Parla Andrea Giuricin, docente di Turismo e Trasporti all’Università di Milano Bicocca, scrive Enrico Cicchetti il 12 Luglio 2016 su "Il Foglio". Le prime carrozze si sono sbriciolate, accartocciate in un groviglio di rottami e vetri a pezzi. Sarebbero – al momento – venti i morti e più di trenta i feriti nel disastro ferroviario di questa mattina nella campagna pugliese, tra Andria e Corato. Lo scontro frontale, violentissimo, è avvenuto tra due treni di linea della Bari Nord, sul tratto ferroviario a binario unico gestita da Ferrotramviaria spa. La società privata, costituita nel 1937 dal conte Ugo Pasquini, è proprietaria dei treni e dell’infrastruttura ferroviaria. Convogli nuovi e un sistema computerizzato a dare il via libera. Ma qualcosa è andato storto. La brutalità dell’incidente scatena subito il bisogno di cercare cause, trovare spiegazioni, affibbiare responsabilità. Viene da chiedersi se il disastro sia stato provocato dal fatto che i treni viaggiavano su binario unico, se la causa sia che i treni erano di una società privata, se la colpa sia della Tav o delle datate infrastrutture del Mezzogiorno - errore umano o meno. “Dopo ogni incidente di questa gravità”, spiega al Foglio Andrea Giuricin, docente di Turismo e Trasporti della Facoltà di Economia all’Università di Milano Bicocca, “è normale e umano rimanere scioccati, ma bisogna riportare i dati per avere una panoramica oggettiva”.  Il primo capro espiatorio è la rete ferroviaria privata: “La più grande balla che possa esistere”, assicura Giuricin. “Se si guardano le statistiche il settore ferroviario britannico, che è totalmente privato, da dieci anni a questa parte è il più sicuro in Europa. Molto più delle ferrovie francesi e italiane, ad esempio. Si può anche notare che dal 1987 ad oggi l’alta velocità giapponese, un altro sistema privato, non ha mai avuto un incidente”. I dati Eurostat sono chiarificatori: nel 2014 gli incidenti ferroviari in Gran Bretagna hanno provocato in totale 34 morti su 65miliardi di passeggeri per chilometro. In Italia i decessi salgono a 113 per 50miliardi di utenti, mentre in Germania i morti sono 300 per 89 miliardi di passeggeri per chilometro. “Solo il 12 per cento delle morti sulla rete ferroviaria”, spiega poi Giuricin “avviene per veri e propri incidenti, come quello di oggi. Significa che l’88 per cento dei casi sono persone o macchine che attraversano passaggi a livello o binari laddove non si può. E non bisogna neppure guardare solamente ai dati del singolo anno”, continua “perché un grave incidente come quello di Bari può far saltare il tavolo. Guardando ai dati di medio e lungo periodo, l’andamento è evidente. Il settore privato è scagionato”. Per quello che riguarda l’alta velocità poi, i dati sono ancora più stringenti: “L’unico incidente è avvenuto in Cina, dove l’infrastruttura è gestita dal settore pubblico”. La seconda accusa è stata rivolta al binario unico su cui viaggiavano i convogli. “Non è così: è solo questione di gestione, anche sul binario unico esistono i sistemi di sicurezza. Ancora non si sono chiarite le cause dell’incidente, capiremo cosa non ha funzionato. Nell’alta velocità esiste un impianto chiamato Ermts (European Rail Traffic Management System, Ndr). Si tratta di un sistema di gestione, controllo e protezione del traffico ferroviario e relativo segnalamento a bordo, progettato proprio per sostituire i diversi e, tra loro incompatibili, sistemi di circolazione e sicurezza europei. Sui treni di Ferrotramvia immagino ci fossero sistemi di altro tipo”. Allora hanno ragione quanti sostengono che la colpa è tutta della Tav, che come un’idrovora ha risucchiato tutti i fondi necessari a rimettere in sicurezza le linee secondarie? “Assolutamente no, ribatte Giuricin “perché l’Emts è molto costoso: impossibile da sostenere su 16mila chilometri di linea. Ma le ferrovie italiane hanno comunque sistemi di sicurezza elevatissimi: guardando ai dati il nostro sistema ferroviario è uno dei più sicuri d’Europa”. L’ultimo luogo comune prevede che la colpa sia del divario nord-sud. Non è un caso che il disastro sia avvenuto in Puglia. “Al sud c’è meno domanda. Questo implica che le linee siano meno potenziate. Non avrebbe senso fare l’alta velocità tra Palermo e Messina, ma ad esempio esiste tra Napoli e Roma e non tra Milano e Venezia”. Ma “il movente meridionalista” non funziona: “gli incidenti accadono anche in altri paesi: nella ricca Baviera, nel febbraio scorso, un tremendo incidente ha provocato 10 morti e decine di feriti. A Crevalcore, in Emilia, nel 2005 morirono 17 persone nello scontro fra un treno merci e un interregionale. Le statistiche non evidenziano questa differenza”.

Una tragedia che si poteva evitare, ma non per i motivi che vi hanno detto. Sul disastro ferroviario di martedì tra Andria e Corato sulla linea delle Ferrovie Nord Barese negli ultimi due giorni si sono sentite svariate analisi che hanno portato avanti posizioni alquanto assurde sulle cause di questo scontro tra i due treni. Breve guida ai luoghi comuni da non ripetere, scrive Andrea Giuricin il 13 Luglio 2016 su "Il Foglio". Il disastro ferroviario dello scorso martedì tra Andria e Corato sulla linea delle Ferrovie Nord Barese è stata una tragedia evitabile. Negli ultimi due giorni su diversi mezzi stampa e sui social network si sono sentite svariate analisi che hanno portato avanti posizioni alquanto assurde sulle cause di questo scontro tra i due treni. In primo luogo si è data la colpa del fatto che nella tratta dello scontro ci fosse il binario unico. E’ giusto precisare che la maggioranza delle ferrovie è ancora a binario unico, non solamente in Italia e tale scelta non riguarda questioni di sicurezza ma solo di economicità. Il ragionamento sbagliato che è stato sviluppato in diverse sedi è stato questo: siamo nel sud Italia, c’è sotto investimento, quindi c’era il binario unico. Conseguenza di tutto questo, l’incidente. Il binario unico invece è la norma, come dicevamo, e con adeguati sistemi di sicurezza, è sicuro tanto quanto il binario doppio. Il binario unico è stato utilizzato anche nella linea tra Madrid e la Galizia, nella nuovissima infrastruttura ad alta velocità spagnola per il semplice motivo che la domanda non era abbastanza alta per sostenere i costi. L’Italia è uno dei paesi più sicuri in Europa per il settore ferroviario, più della Germania ad esempio, come mostrano chiaramente le statistiche Eurostat. E il settore ferroviario è di gran lunga più sicuro del trasporto stradale. Un altro dato importante da ricordare è che l’88 per cento degli incidenti non avviene sui treni, ma per gli attraversamenti incauti delle persone. Per quanto riguarda la sicurezza è da ricordare che il settore alta velocità non ha mai avuto incidenti a livello globale dalla sua nascita, in oltre cinquanta anni di storia, ad eccezione di un caso tragico in Cina. Un altro punto di critica deriva dal fatto che la società che gestisce la linea è Ferrotramviaria S.p.A., una compagnia privata. Anche in questo caso, guardando i freddi numeri, non si può che notare che laddove il sistema è privato, il numero di incidenti è meno elevato. Le statistiche dimostrano come il paese più sicuro nell’ultimo decennio sia proprio la Gran Bretagna, che vede operare compagnie private sui binari. Perché allora la tragedia era evitabile? Il punto chiave è dunque un altro: il sistema di segnalamento. Il sistema di controllo della marcia dei treni è ormai generalizzato sulla rete nazionale RFI, da nord a sud. Il livello di sicurezza è molto elevato perché permette il blocco automatico del treno in caso di non rispetto del segnale. Non tutte le ferrovie regionali hanno invece questo livello di sicurezza, con il blocco automatico del treno e questa sembra essere la causa di quanto successo. Proprio l’ERA, l’Agenzia Ferroviaria Europea, aveva avvertito che diverse ferrovie regionali italiane non avevano questo sistema di sicurezza. Dalla dinamica dell’incidente, sembrerebbe che ci sia stato un non rispetto di un segnale (per errore umano o malfunzionamento del segnale stesso). Quel che sorprende nel dibattito italiano è che ci sia soffermati sul fatto che la burocrazia abbia bloccato l’investimento per il raddoppio della linea. In Italia questo non deve sorprendere, ma prima di pensare al raddoppio della linea, si poteva pensare di fare un investimento certamente inferiore in termini di denaro per migliorare il sistema di segnalamento. C’è un’ultima domanda che è lecito porsi: di chi era la responsabilità a vigilare? Nel contratto di servizio tra Regione Puglia e la Ferrotramviaria è così scritto: “Alla Regione Puglia compete per legge la funzione di programmare e amministrare il servizio di Trasporto Pubblico Locale e inoltre, quella di vigilare sulla regolarità, qualità e sicurezza dello stesso”. Essendo un servizio con un contratto di pubblico servizio, la responsabilità ricade proprio sull’Ente regionale. Ancora una volta in Italia il rumore di fondo serve a coprire le responsabilità e la caduta nella rete (di internet) del qualunquismo è ormai diventato il nuovo sport nazionale, purtroppo anche nelle tragedie.

In Puglia ha fallito la demagogia del regionalismo all'italiana, scrive Umberto Minopoli il 13 Luglio 2016 su "Il Foglio". Inutile girarci intorno imbarazzati: sul binario unico Bari-Barletta si è schiantato il modello demagogico italiano del federalismo e del regionalismo senza innovazione. Le reti ferroviarie minori in concessione sono un tributo della storia italiana, un retaggio della nostra particolare costruzione unitaria e dell'eredità del localismo pre-unitario? Vero. Ma solo in parte. L'eredità pre-unitaria riguardava 1.326 Km di rete affidate a imprese ferroviarie locali e private. Oggi si apprende che le reti locali assommano a 9.000 km di rete (su 16.000 km): più della metà della rete ferroviaria. Ma la gestione di questa rete "minore" non è affatto privata. Attenti ad agitare la nenia del liberismo e della privatizzazione. La rete ferroviaria italiana è, nei fatti, tutta pubblica. E' solo splittata tra due soggetti pubblici di proprietà e regolazione: Rete Ferroviaria Italiana, di proprietà delle Fs (che gestisce poco più che 7.000 Km di rete) e società che gestiscono la "rete minore" (ben 9.000 Km di rete) in base a contratti di servizio con le Regioni. Si apprende, inoltre, che solo la rete in gestione diretta Fs è realmente sottoposta ai vincoli e agli standard (europei e internazionali) dell'Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, nata nel 2007. La giurisdizione di questa Agenzia, infatti, si esercita solo sulla rete di proprietà di RFI. Sul resto delle linee, la maggioranza della rete, la politica di sicurezza è articolata tra Regioni, Ministero dei Trasporti, concessionari locali. Un'evidente distorsione. Che non ha niente a che vedere con la liberalizzazione. E ha molto a che vedere con una malintesa interpretazione del decentramento e del federalismo: in cui lo Stato, in nome del regionalismo, rinuncia ad esercitare la sua giurisdizione diretta, specie in termini di scelte per la sicurezza, sulla parte maggioritaria della rete ferroviaria italiana. La seconda ragione del disastro pugliese è tecnologica. L'assenza di un regolatore nazionale e unico, il localismo e il federalismo imperfetto, la limitatezza della risorse regionali hanno portato a una frammentazione dei piani di ammodernamento e di investimento delle reti locali. Con scelte discutibili. Ad esempio: apprendiamo che è stata data priorità al raddoppio delle linee locali e al superamento del binario unico (ne abbiamo ancora 9.161 Km). Non pare che questo sia il vero problema. Altri paesi europei hanno reti a binario unico anche più estese. Il vero problema non è il raddoppio. E' la tecnologia elettronica di separazione e controllo di sicurezza tra i treni. Questa è la chiave che minimizza gli incidenti: annulla l'errore umano (il vero obiettivo della sicurezza) e affida il mancato impatto tra i treni, esclusivamente, agli automatismi del fattore tecnologico. E' la vera frontiera della politica di sicurezza nei sistemi complessi in ogni campo: l'operatore deve limitarsi, sempre più, a controllare la macchina dotato del massimo di informazioni possibili; i sistemi di sicurezza (blocco del treno, gestione degli allarmi ecc.) devono attivarsi automaticamente ben prima della materializzazione del rischio. Se si annulla il fattore umano la probabilità incidentale si abbatte esponenzialmente. Le più importanti tecnologie si chiamano Ertms/Etcs per le linee ad Alta velocità e Scmt (Sistema controllo marcia treno) per le linee convenzionali. In pratica, se un macchinista non si adegua ai segnali che dalle rotaie vengono rimbalzati in cabina, il treno si ferma. Ad esse, ormai, si aggiunge l'uso esteso delle tecnologie satellitari (Ersat) per il distanziamento dei treni. Essa però ha ancora un'applicazione molto limitata. Ora il problema è che la scelta tecnologica, per ragioni di risorse limitate e di modello gestionale (decentramento localistico) è stata sacrificata. E solo meno della metà della rete italiana può dirsi oggi sicura e sottoposta a standard moderni. Su oltre metà della rete italiana, quella regionalizzata e data in concessione, si viaggia senza tecnologia e con soluzioni di sicurezza ancorate a metodologie dell'800. E' frutto della demagogia federalista. Qualche imbecille ambientalista se la prenderà con l'alta velocità. Dove l'applicazione delle tecnologie della sicurezza è al massimo. Per costoro nel medioevo doveva restare, invece, tutta la rete ferroviaria italiana. Invece è il contrario: nelle tecnologie di sicurezza e controllo tipici dell'alta velocità, sarebbe dovuta entrare l'intera rete ferroviaria italiana. Invece ha prevalso la demagogia del decentramento e del federalismo: affidare a regioni senza soldi e competenze (che gestiscono attraverso concessioni a società senza soldi e competenze) la sicurezza ferroviaria. E' l'aberrazione del regionalismo cretino italiano che ha sostituito moderne politiche di privatizzazione e liberalizzazione. Un modello che va superato. Pochi sanno ancora che questa aberrazione potrebbe essere superata se passa il Si al referendum di ottobre. Che tra i suoi quesiti contiene la riscrittura e della aree di competenza distinta di Stato e Regioni. Dico la verità: basterebbe questa revisione del regionalismo per votare, convintamente, si.

Altro che Governo ladro o minchiate alla pari…la verità è un’altra. La colpa, da qualunque verso la si prende, è sempre della Burocrazia che frena lo sviluppo. Burocrazia sindacalizzata, quindi politicizzata, ergo, intoccabile.

Il manager di Ferrotramviaria: "Tutta colpa della burocrazia". Il direttore generale di Ferrotramviaria sulla tragedia della Puglia: "Non è un problema di soldi. Quelli ci sono ma le gare restano ferme per anni", scrive Raffaello Binelli, Mercoledì 13/07/2016, su “Il Giornale”. È ancora forte il dolore per la morte di decine di persone, in Puglia, a seguito dello scontro frontale tra due treni. Massimo Nitti, direttore generale di Ferrotramviaria, l'azienda proprietaria dei due treni coinvolti nel tragico incidente, in un'intervista a Sky Tg24 assicura che verrà accertato chi ha sbagliato e che quei due treni lì non dovevano stare. "Ora bisogna capire le cause di quanto è successo", e difende l'azienda accusata per l'utilizzo del "blocco telefonico" per regolare la circolazione. "È un regime di circolazione previsto e riconosciuto, dipende dalla capacità di linea, che è a unico binario". Il manager spiega che il sistema del blocco telefonico "riguarda 300 km di linee regionali in Italia", è "una delle modalità di esercizio che viene regolarmente utilizzata nelle ferrovie", anche se "è in via di eliminazione. Ieri qualche cosa nella catena di controllo non ha funzionato, ma la circolazione con il consenso telefonico ha tutti i crismi della sicurezza". Polemica sui lavori. Secondo Nitti la situazione della linea in cui è avvenuto l'incidente non è così disastrata: "In dieci anni è stato fatto non poco, direi tantissimo. Ma questa è l'Italia. Ci sono parecchi intoppi burocratici e tempi lunghi rispetto agli altri paesi europei. Dieci anni fa abbiamo cominciato con la regione Puglia un lavoro di ammodernamento infrastrutturale che ha portato a raddoppiare 37 km di linea, ha portato alla costruzione di altri 8 km e con i finanziamenti 2015-2020 è stata avviata la gara d'appalto per il raddoppio per la Corato-Andria. Entro il 2018 concluderemo i lavori di raddoppio, poi cominceranno i lavori di interramento". L'Huffington Post riporta anche una dichiarazione che Nitti ha fatto a TgNorba: "Non è assolutamente vero che non ci sono soldi. Non è assolutamente vero che ci sono i soldi e non si spendono. Abbiamo il problema che conosciamo noi italiani: i processi autorizzativi in questa nazionale sono il 60-80% più lunghi di qualunque altra nazione in Europa, per non parlare poi delle gare che si appaltano e che restano ferme per qualche anno in attesa di valutazioni del Tar e del Consiglio di Stato. Se ce ne dobbiamo ricordare soltanto quando succedono le tragedie, va bene, fa parte delle regole del gioco, ma non si dica che i soldi ci sono e non si spendono, almeno per quanto riguarda Ferrotramviaria". Tra pochi giorni scade il termine per presentare le offerte per la gara d'appalto per il raddoppio della linea Corato-Andria. Le buste saranno aperte il 26 luglio.

Massimo Nitti (Ferrotramviaria): "Soldi ci sono, ma gare ferme da anni. Questa è l'Italia". "Blocco telefonico ancora molto usato", scrive "L'Huffington Post" il 13/07/2016.  "Accerteremo chi ha sbagliato e perché, ma quei due treni lì non ci dovevano stare". Lo afferma in un'intervista a Sky Tg24 Massimo Nitti, direttore generale di Ferrotramviaria, l'azienda proprietaria dei due treni coinvolti nel disastro ferroviario lungo la linea fra Andria e Corato. "Ora bisogna capire le cause di quanto è successo" ha dichiarato il manager, difendendo l'azienda dalle accuse per l'utilizzo del "blocco telefonico" per regolare la circolazione. "È un regime di circolazione previsto e riconosciuto, dipende dalla capacità di linea, che è a unico binario". Nitti ha spiegato che il blocco telefonico "riguarda 300 km di linee regionali in Italia", è "una delle modalità di esercizio che viene regolarmente utilizzata nelle ferrovie", anche se "è in via di eliminazione. Ieri qualche cosa nella catena di controllo non ha funzionato, ma il regime di circolazione con consenso telefonico ha tutti i crismi della sicurezza". Nitti esclude particolari ritardi nei lavori di ammodernamento: "In dieci anni su questa linea è stato fatto non poco, direi tantissimo. Ma questa è l'Italia. Ci sono parecchi intoppi burocratici e tempi lunghi rispetto agli altri paesi europei. Dieci anni fa abbiamo cominciato con la regione Puglia un lavoro di ammodernamento infrastrutturale che ha portato a raddoppiare 37 km di linea, ha portato alla costruzione di altri 8 km e con i finanziamenti 2015-2020 è stata avviata la gara d'appalto per il raddoppio per la Corato-Andria. Entro il 2018 concluderemo i lavori di raddoppio, poi cominceranno i lavori di interramento". Nitti ha spiegato al TgNorba, infatti che "non è assolutamente vero che non ci sono soldi. Non è assolutamente vero che ci sono i soldi e non si spendono. Abbiamo il problema che conosciamo noi italiani: i processi autorizzativi in questa nazionale sono il 60-80% più lunghi di qualunque altra nazione in Europa, per non parlare poi delle gare che si appaltano e che restano ferme per qualche anno in attesa di valutazioni del Tar e del Consiglio di Stato. Se ce ne dobbiamo ricordare soltanto quando succedono le tragedie, va bene, fa parte delle regole del gioco, ma non si dica che i soldi ci sono e non si spendono, almeno per quanto riguarda Ferrotramviaria". A giorni scade il termine per la presentazione delle offerte per la gara d'appalto per la progettazione esecutiva e la realizzazione del raddoppio della Corato-Andria e che "per il 26 luglio è fissata l'apertura delle buste". I registratori degli eventi e delle comunicazione delle stazioni ferroviarie di Corato ed Andria sono stati prelevati da Ferrotramviaria e messi a disposizione della magistratura. "Ora vanno analizzate, esaminate con serenità e determinazione. Arriveremmo alle conclusioni" ha assicurato Nitti.

L'eredità di Vendola e quel piano ferroviario mai messo in pratica. Ferrotramviaria aveva ottenuto i fondi Ue che sono rimasti nel cassetto. Emiliano tace, scrive Gian Maria De Francesco, Giovedì 14/07/2016, su "Il Giornale”. «È urgente ricostruire una trama di comunità che sappia guardare il mondo senza le lenti deformanti dell'ideologia dominanti». Quante frasi come queste ha lasciato in eredità Nichi Vendola dopo aver abbandonato (almeno ufficialmente) la politica. Trascorsi dieci anni nell'incarico di governatore della Puglia, oggi si gode la famiglia in quel di Montreal e il vitalizio di 5.618 euro mensili della Regione. L'eredità politica di Vendola dovrebbe comprendere anche un Piano dei trasporti, ma il disastro ferroviario di martedì scorso fa capire che nessuno ha voglia di intestarsela. A partire dall'attuale governatore, l'ex sindaco di Bari, Michele Emiliano. Eppure, in linea teorica i finanziamenti europei per il raddoppio della linea tra Andria e Corato avrebbero dovuto essere disponibili sin dal lontano 2007. Il piano operativo regionale Fesr 2007-2013, infatti, conteneva diversi «Grandi Progetti», (non è megalomania, in ambito Ue si chiamano così) uno dei quali riguardava proprio le Ferrovie del Nord Barese e il suo gestore Ferrotramviaria. Nell'ultima stesura del piano effettuata a inizio 2015 per salvare il salvabile, invece, di «Grandi Progetti» non c'era più traccia anche se Ferrotramviaria risultava tra i beneficiari dei fondi, ad esempio per il raddoppio dei binari tra Ruvo e Corato (circa 12 milioni ricevuti). Che cosa non ha funzionato nella narrazione vendoliana? Perché la poesia non si è tradotta in fatti, come recitava un suo fortunato slogan? Perché Michele Emiliano oggi si vanta di aver inserito nel piano dei fondi europei 2014-2020 i 153 milioni per le Ferrovie Bari Nord? In primo luogo, a far difetto è stata la programmazione. Per quanto la Regione Puglia non sia certo la peggiore tra quelle meridionali, è abbastanza in ritardo nella definizione dei programmi. A fine 2015 (anno gestito per metà da Vendola) meno di un terzo dei piani di rafforzamento amministrativo, che definiscono gli interventi da realizzare, era stato completato. A questo problema gestionale si aggiunge quello finanziario. I Fondi europei si spendono solo c'è la compartecipazione al 50% dello Stato e della Regione. E proprio Vendola, due anni fa, bloccò l'erogazione dei contributi regionali avendo la necessità di destinare risorse al capitolo sanità. In una Regione ad alta spesa corrente come la Puglia (che non differisce molto dallo Stato) le risorse per gli investimenti finiscono presto. Che cosa si fa allora per non perdere i fondi europei? Li si indirizza verso progetti già finanziati oppure verso opere a basso costo. Non a caso l'ex governatore si è beccato la reprimenda della Corte dei Conti Ue e Bruxelles ha sospeso erogazioni per oltre 500 milioni di euro a causa della scarsa trasparenza. Con quei soldi si sarebbero potuti realizzare più di tre raddoppi dell'Andria-Corato, ma tant'è. La burocrazia italiana, con la sua lentezza, fa il resto. Eppure Vendola, come il suo ex compagno di partito Walter Veltroni, ha spesso raccontato di una politica capace di «spegnere i rancori e accendere le passioni». I rancori non si sono sopiti, ma in compenso l'inventore di Sel e i suoi sodali politici hanno «spento» la Puglia trasformandola in un deserto. Niente più acciaio a Taranto, British Gas costretta ad abbandonare il progetto di rigassificatore a Brindisi, i fondi per il potenziamento del trasporto ferroviario dispersi nei corridoi del palazzo della Regione così il potenziamento dei sistemi di segnalazione. Su cui da Bari Vendola avrebbe anche potuto spendere qualche parola.

Scontro fra treni, Nichi Vendola all'HuffPost rifiuta accusa di immobilismo: "L'odore della morte attira gli sciacalli", scrive Alessandro De Angelis il 13/07/2016 su   "L'Huffington Post".

Nichi Vendola, certamente lei non è colpevole di quanto accaduto, ma si sente in qualche modo responsabile della tragedia, ovvero dei ritardi istituzionali che hanno impedito che si realizzasse il raddoppio del binario?

«Lo so: la cosa più semplice, la più scontata dinanzi alla tragedia pugliese è tornare a sgranare il rosario di luoghi comuni sul Sud che non funziona, che si avvita nella propria indolenza, nei propri ritardi, nelle proprie mafie. La morte, tutte quelle povere vite tranciate dallo schianto di due treni, diviene occasione per far rivivere un repertorio di banalità, di analisi surreali, persino di speculazioni indecenti: perché sempre l’odore della morte attira gli sciacalli. Per fortuna dinanzi alla strage vi è stata una grande prova della nostra protezione civile e una straordinaria gara di solidarietà dei pugliesi».

Quando parla di sciacallaggio si riferisce anche alle dichiarazioni del sottosegretario Luca Lotti che ha parlato di una tragedia “frutto dell’immobilismo della politica”?

«Molti, troppi, in questi giorni, hanno parlato a sproposito. Per me invece è difficile parlarne e doloroso, perché conoscevo alcune di quelle vittime, perché quello è stato il treno su cui ho viaggiato per anni, perché questa sciagura incide con violenza inaudita nella carne viva della mia comunità».

Avverto, nella sua voce una tensione autentica che da cronista mi pare giusto registrare. Vorrei però approfondire il punto più delicato e più discusso in queste ore. Nell’epoca in cui lei era presidente i soldi furono stanziati, ma i cantieri non partirono.

«La verità è ben documentata. Come lei sa, noi il binario unico lo combattiamo da sempre, sia quando si tratti di ferrovie dello Stato - basti ricordare la battaglia per il raddoppio della Termoli-Lesina, 30 km che strozzano la linea adriatica - sia quando si tratti di ferrovie concesse di carattere regionale. L’ammodernamento della Bari Nord con i suoi 83 km di rete, con il raddoppio del binario, al servizio di 700 mila abitanti, la mia amministrazione l’ha progettato come "opera strategica" nella programmazione dei fondi comunitari del settennio 2007-2013. Con un investimento di circa 180 milioni di euro».

I famosi fondi europei.

«Ecco, noi abbiamo usato le risorse comunitarie per supplire anche alla assoluta scarsità di finanziamenti dei governi nazionali. Durante gli anni del mio mandato abbiamo investito risorse ingenti proprio nel trasporto ferroviario. Ricordo ancora la sorpresa dei miei assessori ai trasporti quando i tecnici relazionavano sullo stato disastroso dei binari nel Salento o sui troppi attraversamenti dei binari con le croci di Sant'Andrea senza nemmeno i passaggi a livello. Per rimettere in sesto quello che altrove ha fatto lo Stato, noi impegnammo risorse europee. Noi, cioè la Regione Puglia: che, lo ricordo agli smemorati, è un ente di programmazione, non una stazione appaltante».

Però in altre tratte partono lavori di raddoppio e di potenziamento delle stazioni, come tra Ruvo e Corato.

«Appunto. La Commissione europea ha validato quell'intervento, garantendo le risorse, nel 2012. Solo i marziani o gli ipocriti possono stupirsi del fatto che in Italia un'opera finanziata nel 2012 nel luglio 2016 non sia stata completata del tutto».

Però nel programma di questa "opera strategica" si indicava la conclusione dei lavori entro il 2015. E lo stesso dichiarava la Ferrotranviaria Spa, la società che avrebbe dovuto realizzare l’opera. I ritardi sono imputabili alla regione o alla società ferrotranviaria Spa?

«Ripeto, la Regione non è il soggetto attuatore. Forse occorre ricordare che un'opera come questa, che collega grandi centri urbani, richiede progetti ingegneristici complessi, una serie infinita di autorizzazioni e pareri, di varianti urbanistiche, e si realizza grazie a centinaia di espropri. E la stragrande parte di queste procedure non dipende dall'ente finanziatore ma da Comuni, Province, Sovrintendenze, e da tante disparate articolazioni pubbliche».

Sta dicendo: colpa della burocrazia?

«L’ho denunciato mille volte l’appesantimento burocratico, consegnando il problema dello snellimento procedurale all'unico in grado di regolarlo: lo Stato. Ricordo poi che il soggetto attuatore dell’opera è Ferrotramviaria, che è la concessionaria della ferrovia. E Se Ferrotramviaria scrive all’ente di programmazione che è in ritardo per incompletezza delle autorizzazioni, la Regione ha l’obbligo di rimodulare gli interventi per evitare di perdere i soldi europei».

Insomma, se su quella tratta i lavori non sono partiti, non è responsabilità della Regione.

«Guardi, la Regione non è stata con le mani in mano. Abbiamo finanziato il rinnovamento di tanta parte del parco treni, facendo viaggiare vagoni tra i più moderni d’Europa, abbiamo portato il treno fin dentro l'aeroporto di Bari Palese, fornendo un servizio tra i più efficienti ed evoluti d’Italia. E in queste azioni di ammodernamento tutti sapevano che la Bari-Nord era considerate un fiore all’occhiello della Puglia. Tutt’altro dal degrado di quelle ferrovie Sud-Est, che sono proprietà del Ministero dei trasporti e che rappresentano uno scandalo infinito, dalla Regione Puglia denunciato molte volte, ma nella disattenzione generale».

Lei rivendica che la sua esperienza di governo è stata un’esperienza di innovazione sul tema dei trasporti e delle infrastrutture?

«È vero: l’Italia è un paese che ha puntato sulla gomma piuttosto che sulle rotaie, sul trasporto privato piuttosto che sul trasporto pubblico. È fu proprio questa filosofia che io e la mia amministrazione abbiamo cercato di capovolgere. A coloro che ricordano che a due passi dalla tragedia c’è un’azienda leader al mondo nelle tecnologie della sicurezza ferroviaria ricordo che quell’azienda e stata costantemente sorretta anche dai finanziamenti della Regione Puglia».

Se ho capito il senso del suo ragionamento, lei dice: io quando sono arrivato ho trovato una situazione drammatica. E ho innovato: guardate come ho trovato la Puglia e guardate come l’ho lasciata. Per questo rifiuto le accuse generiche che sanno di sciacallaggio. Però dice che c’è una burocrazia indomabile. Le chiedo: sulla tratta Andria Corato, il Sistema è stato più forte di lei?

«Metà dell'opera è stata realizzata, l'altra metà è in corso di appalto. Dobbiamo intenderci quando parliamo di burocrazia: ci sono gli eccessi barocchi, ma c'è dentro anche la tutela ambientale e le complessità tecniche. Non siamo a "uno contro tutti". Siamo dentro processi di cambiamento che chiamano in causa una folla di attori istituzionali e sociali. Per il resto vale l'opera, speriamo rapida e puntuale, della magistratura: che dovrà dirci come è potuta accadere questa immane sciagura e chi ne porta la responsabilità».

Soldi, espropri e ritardi della giunta Vendola: tre motivi per una strage. Dal 2008 la Regione convoglia 180 milioni per le Ferrovie Bari Nord. I lavori? Mai iniziati, scrive Gian Maria De Francesco, Venerdì 15/07/2016, su “Il Giornale”. L’obiettivo ora è spostato al 2020. La tratta tra Corato e Andria potrebbe finalmente avere il doppio binario tra quattro anni. Decisamente troppi se si considera, come riportato dal Giornale, che già dal 2008 la Regione Puglia aveva convogliato ben 180 milioni di euro del Fondo europeo di sviluppo regionale sul «Grande Progetto» relativo all’ammodernamento delle Ferrovie Bari Nord. Se non vi fosse stata la sciagura, si potrebbe anche dire che i pugliesi sono solleciti. Un’infrastruttura come la Variante di Valico, seppur maggiormente complessa, ha richiesto una trentina d’anni sebbene la lunghezza sia comparabile. Cerchiamo, allora, di tracciare una linea di confine tra la questione finanziaria e quella burocratico- amministrativa in modo tale da profilare quelle che potrebbero essere le responsabilità, politiche. Denaro e scartoffie sono due facce di una stessa medaglia. Il «Grande progetto» da 180 milioni, di cui 110 erano fondi regionali europei (dunque i restanti 70 milioni erano a carico dello Stato e della Regione), parte nel 2008 sulla carta, ma verso la fine del 2010 era stata solo decisa l’assoggettabilità a Valutazione di impatto ambientale (la temibile Via) il raddoppio della Corato-Andria, mentre erano nel frattempo partiti altri interventi come la linea da 7,7 chilometri per collegare l’aeroporto di Palese alla Ferrovia Bari Nord. Il progetto definitivo poteva essere approvato dall’Unione Europea solo dopo un quadro chiaro degli espropri che, però, nel 2012 non c’era. Solo nel 2013 (e dunque ben 6 anni dopo l’avvio) l’iter avrebbe potuto dirsi avviato alla conclusione. Ma il 2013 era anche l’ultimo anno di vigenza della programmazione dei fondi europei. Per utilizzarli immediatamente la Regione Puglia avrebbe dovuto cofinanziare subito i lavori ed è altamente improbabile che l’ente locale disponesse immediatamente dello stanziamento vista l’inderogabilità di alcune spese correnti come quella sanitaria. Ma la telenovela non finisce qui. Il 10 luglio 2014 la giunta Vendola riprogramma l’intervento Corato-Andria suddividendolo in due lotti perché il gestore Ferrotramviaria ha denunciato «un allungamento imprevisto della fase istruttoria». Insomma, amministrazioni locali ed espropri vanno per le lunghe: il ciclo dei fondi sta per finire e dunque, come fanno quasi tutte le Regioni in questi frangenti, si riprogramma. Ecco perché la gara si chiuderà il 19 luglio prossimo. «I lavori non sono stati completati a causa dei ritardi sul terreno, per le difficoltà a ottenere i permessi legati agli espropri dei terreni», hanno spiegato ieri a Bruxelles e così nel dicembre dell’anno scorso la Commissione Ue ha approvato la riprogrammazione pugliese. «La gestione del finanziamento spetta alle autorità nazionali», ha spiegato la portavoce della Commissione Ue per i Trasporti. Allo stesso modo, si sarebbe potuto ammodernare il sistema di segnalamento automatizzandolo e dotando i treni del sistema automatico di blocco in caso di pericolo. Nello scorso dicembre è stata recepita una direttiva europea che impone la modernizzazione degli standard sulle reti ferroviarie interconnesse come la Bari Nord, anche se manca ancora il decreto attuativo. Ferrotramviaria ha già avviato gli adeguamenti tecnologici, forte anche del servizio in concessione. Ieri la Commissione Ue ha spiegato che gli adeguamenti sono obbligatori sulle nuove reti o su quelle che vengono ammodernate. E Andria-Corato è una vecchia tratta. Il risultato? L’ex governatore Vendola può dire di aver fatto tutto il possibile, il nuovo governatore Emiliano sottolineare di aver fatto partire i lavori e i ministri delle Infrastrutture degli ultimi quattro anni dire di aver vigilato. In Italia, purtroppo, funziona così.

"Il Piano anticorruzione? E' rimasto un pezzo di carta". La denuncia di Raffaele Cantone. Sconfortante la relazione del presidente Anac: le anomalie gravi negli appalti su sanità e rifiuti, le grandi opere arenate o mai cominciate. Anche nel disastro in Puglia c'entra la corruzione: "Problema atavico nel fare infrastrutture", scrive Susanna Turco il 14 luglio 2016 su “L’Espresso”. Piani anticorruzione rimasti sostanzialmente dei "pezzi di carta”, "anomalie” e "disfunzioni” anche gravi negli appalti dei servizi – in particolare sanità e rifiuti – criticità nella progettazione delle grandi opere, che spesso sono "arenate”, soprattutto al Sud. E’ dolente e a tratti drammatica la relazione del presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone: e non risparmia nulla. Fa esercizio di ottimismo spiegando che "si iniziano a intravvedere le prime tracce degli anticorpi” per la lotta alla corruzione, visto che le segnalazioni all’Anac sono più che raddoppiate quest’anno. Ma non fa sconti: chiarisce peraltro Cantone, che a suo avviso c’è un "oggettivo collegamento” tra il disastro ferroviario in Puglia e la "corruzione” nel nostro Paese: "Scontiamo un problema atavico nel fare le infrastrutture”. Il quadro, del resto, è coerente. E’ rimasto sostanzialmente sulle carta, per esempio, il piano anticorruzione. L’Anac ha esaminato 1.900 piani e aperto 929 procedimenti istruttori. Risultato: "La qualità appare modesta”. Una "attuazione insoddisfacente” che, secondo Cantone, è da ricondurre a varie motivazioni (difficoltà organizzative, pochi soldi) tra cui una da brivido: viene considerato una formalità, non importa a nessuno. "Vi è un diffuso atteggiamento di mero adempimento formale, limitato ad evitare le responsabilità in caso di mancata adozione del Piano”, spiega Cantone. Chi se ne deve occupare, cioè per legge il "Responsabile della prevenzione della corruzione, resta "isolato”, cioè da solo, "nel sostanziale disinteresse degli organi di indirizzo politico”.  Che ratificano, ma non sostengono. Non va certo meglio per quel che riguarda le grandi Opere. Per le quali Cantone rileva "carenze nella progettazione”, "numerose varianti e riserve”, "lunghi e complessi contenziosi” a causa dei quali non hanno visto la luce. Ecco alcuni esempi: l’anello ferroviario di Palermo, di cui a nove anni dal bando è stato realizzato il 3 per cento dell’importo dei lavori; il caso della metro C a Roma, il cui "progetto posto a base di gara era carente di adeguate indagini preventive per una parte molto estesa del tracciato”, al punto da rendere opportuno riconsiderare  il prosieguo dell’opera; la vicenda della diga sul Fiume Melito, che inserita nei programmi della ex Cassa del Mezzogiorno, con progetto approvato nel 1982, ad oggi "non solo non ha ancora visto la luce, ma è addirittura in fase di rivisitazione lo stesso intervento”. Per quel che riguarda gli appalti per servizi e forniture, dove si riscontrano "criticità anche gravi” , è da rilevare la sindrome della proroga, riscontrata soprattutto nel settore della sanità. Si proroga l’appalto per il doppio, il triplo, del tempo originario, a volte ancor prima che sia cominciato l’affidamento del servizio: "Un'indagine su un campione di stazioni appaltanti  ha rivelato un utilizzo eccessivo e illegittimo delle proroghe, in molti casi attivate senza che la procedura per l'affidamento del servizio avesse avuto alcun inizio, con opzioni giunte anche a tre volte la durata contrattuale originaria (e in un caso pari addirittura a 13 volte), evidenziando complessivamente 5.694 mesi di proroga, ben il 203% delle durate originarie”, spiega la relazione.

Sui siti di tutto il mondo civile, dove i treni arrivano in orario, rimbalzano le foto della "tragedia immane", come l'ha definita il ministro dell'Infrastrutture Graziano Delrio. Aggiungiamone un'altra, di foto, per spiegare la solita Italia, in cui dietro "l'immane tragedia" c'è sempre una responsabilità anche della politica, con i suoi immani ritardi sull'ammodernamento delle infrastrutture. È la foto in bianco e nero dell'allora presidente del Consiglio Aldo Moro che il 30 settembre del 1965, oltre 50 anni fa, inaugura le ferrovie del Nord barese, momento storico per la Puglia del miracolo economico. «Da allora la tratta della tragedia odierna, da Corato ad Andria, non è mai stata raddoppiata. Ed è evidente che, al netto di un errore tecnico o di un errore umano nell'incidente, la prima anomalia - anzi: si può usare il termine "scandalo" senza essere accusati di scandalismo? - è che quella tratta che unisce zone ricche e popolose del Mezzogiorno sia a su un unico binario, come nell'Italia degli anni Sessanta, e non doppio. Fondi stanziati, gare in ritardo, lavori non iniziati. La politica meridionale celebra freneticamente i suoi riti per acchiappare i voti col vizio atavico, una volta presi, di custodire l'immobilismo infrastrutturale. Addirittura sul grande progetto del raddoppio la Regione Puglia ha dovuto riprogrammare i finanziamenti europei già stanziati e mai utilizzati. Nella delibera di Giunta numero 1450 del 2014 l'opera viene "spostata" dalla Programmazione dei Fondi Europei 2007-2013 alla nuova programmazione 2014-2020. Per capire meglio, occorre andare indietro nel tempo a circa un decennio fa, quando vengono stanziati i fondi per il raddoppio della tratta Corato Andria: 25 milioni per quella tratta, mai spesi per ritardi di gare e progettazioni, nell'ambito di un progetto ambizioso di Adeguamento ferroviario dell'Area Metropolitana Nord Barese, presentato dalla Ferrotramviaria SpA. L'obiettivo è creare una sorta di metropolitana di superficie di 70 km da Bari ai centri ricchi e popolosi del nord barese: Corato, Andria, Barletta, centri ricchi a nord di bari direttamente fino all'aeroporto. Città da 80 centomila abitanti. Il progetto prevede una serie di interventi - parcheggi, riorganizzazione della viabilità - tra cui il "raddoppio per uno sviluppo complessivo di 11 km" e "interramento della linea ad Andria". Alcuni lavori sono iniziati, quelli della tratta della tragedia non sono mai partiti. Un anno fa i parlamentari dell'M5S di Andria avevano messo nero su bianco la loro denuncia: "La nostra grande opera approvata con Decisione (CE) n. C/2007/5726 del 20 novembre 2007, dovrebbe essere ormai al taglio del nastro rosso ed invece è ancora sul binario morto. Il grande progetto di ammodernamento delle ferrovie del nord barese, denominato Adeguamento ferroviario dell'Area Metropolitana Nord Barese, non verrà realizzato nei tempi previsti". Ora il ministro Graziano Delrio chiede una "commissione di indagine". E un'intera classe politica, che ha avuto nella regione le leve del governo evita di spiegare come mai i due treni si sono scontrati sulla tratta inaugurata da Moro 50 anni fa.

Scontro treni, M5S aveva presentato interrogazione su binario unico: “Governo non rispose”. Spunta un'interrogazione parlamentare alla quale nessuno dei ministri, Lupi prima, Delrio poi, ha mai risposto. I soldi per ammodernare il tratto, fondi europei, non sono mai stati utilizzati, scrive Gaia Bozza il 12 luglio 2016 su “Fan Page”. Atto Camera Interrogazione a risposta scritta 4-00836 presentato da D'AMBROSIO Giuseppe testo di Mercoledì 12 giugno 2013, seduta n. 32. D'AMBROSIO. — Al Ministro per gli affari europei, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che: il grande progetto delle Ferrovie del nord barese è una infrastruttura che permetterà la prima interconnessione delle reti ferroviarie e che inciderà in modo strategico sul sistema della mobilità della regione Puglia. L'importo del finanziamento è di 180 milioni di euro del programma operativo F.E. S.R. Puglia 2007-2013, il soggetto attuatore è la Ferrotramviaria spa; oggetto dell'intervento sono: il raddoppio per 13 chilometri del binario sulla tratta Corato-Barletta; l'interramento della ferrovia nell'abitato di Andria per 2,9 chilometri, di cui una zona di circa 460 metri in galleria, con tre nuove fermate; la realizzazione di parcheggi di scambio intermodali dislocati in prossimità di 11 stazioni-fermate ferroviarie che offriranno circa 2.000 posti auto; l'eliminazione di 13 passaggi a livello sono l'interconnessione con la Rete ferroviaria italiana nelle stazioni di Bari centrale e Barletta. Sette i comuni interessati direttamente dall'intervento: Barletta, Andria, Corato, Ruvo, Terlizzi, Bitonto e Bari; il nodo di scambio di Barletta fra Ferrotramviaria ed Rfi darà accesso, non solo ai residenti nei, comuni serviti dalle Ferrovie del Nord ma anche a tutta l'area della Capitanata, al collegamento ferroviario con l'aeroporto di Bari. Sono previste ricadute importanti anche sul capoluogo regionale attraverso la realizzazione della prima interoperabilità funzionale nel nodo ferroviario di Bari della linea adriatica con le linee regionali. I treni della Ferrotramviaria provenienti dall'aeroporto arriveranno, infatti, direttamente al quinto binario del piazzale ovest della stazione delle Ferrovie dello Stato; dal punto di vista amministrativo, dopo l'approvazione del Consiglio regionale dei lavori pubblici e degli uffici dell'assessorato all'ambiente per la valutazione di impatto ambientale, e dopo i restanti adempimenti presso la Commissione europea per gli ultimi aspetti di valenza economica, potranno partire le procedure di appalto. La cantierizzazione dei lavori dovrà essere attuata quanto prima, poiché il collaudo, per problematiche connesse al finanziamento, dovrà essere effettuato entro il 2015–: se si intenda verificare che non vi siano motivi ostativi, anche in sede europea, alla cantierizzazione dei lavori; se si intenda porre in essere ogni opportuna iniziativa, per quanto di competenza per agevolare la realizzazione di questa strategica infrastruttura ferroviaria non solo per il nord-barese, ma anche per la regione Puglia. (4-00836)

Mentre l'Italia piange decine di morti per lo scontro tra treni sul binario unico tra Andria e Corato, spunta un'interrogazione parlamentare alla quale nessuno dei ministri – governo Letta e governo Renzi – ha mai risposto. Argomento? Proprio il binario unico e i lavori di ammodernamento della ferrovia. "Ormai nel 2013, in un'interrogazione parlamentare, chiedevamo all'allora ministro Lupi, quali fossero le sorti di 180 milioni di euro di fondi europei stanziati per ammodernare la tratta del nord Barese che va da Bari a Barletta, passando proprio per il tratto interessato dalla tragedia di oggi". A spiegarlo a Fanpage.it è Giuseppe D'Ambrosio, deputato del Movimento 5 Stelle, che con rabbia ricorda quell'interrogazione seguita da un silenzio di tre anni e da un terribile schianto sui binari. Le prime ipotesi intorno all'incidente vertono sull'errore umano, ma "intanto io lì ci ho vissuto e conosco benissimo i pericoli della Bari Nord, per questo avevo presentato questa interrogazione parlamentare – continua – Intanto, quei soldi sono stati già persi una volta e rischiamo di perderli di nuovo". Non usa mezzi termini il deputato Cinquestelle che nel 2013 chiedeva conto di questi fondi e del fatto che quel tratto di ferrovia, a binario unico, dovesse essere interessato da lavori di raddoppio e di messa in sicurezza, con "addirittura l'interramento della parte più pericolosa che passa all'interno della città di Andria. Questo avveniva quando ancora vi erano due anni ancora per cantierizzare i lavori ma tutto è rimasto così" – sbotta – Oggi ci troviamo queste tante vittime inconsapevoli. Gli amministratori hanno delle enormi responsabilità. Si parla da oltre trent'anni di lavori su quel tratto di ferrovia ma non si è mai fatto nulla". E i soldi, che fine hanno fatto? Sono stati già traslati una volta sulla nuova programmazione "perché i lavori non sono mai partiti ed entro questo fine mese i soldi rischiano di essere di nuovo persi – spiega D'Ambrosio – Adesso pubblicheremo degli atti della Regione Puglia che accusano pesantemente gli amministratori locali che non partivano e gli amministratori centrali che non hanno mai fatto nulla, da Lupi a Delrio nessuno ha risposto". Per il Cinquestelle, errore umano o no, le responsabilità politiche dell'incidente sono precise e vanno ricercate nei "politici che sono andati oggi lì" che "devono vergognarsi. Mentre accade questa tragedia in Puglia, ci sono decine di luoghi in quella situazione e noi ci ostiniamo a finanziare porcherie come il TAV".

Insicurezza a bordo, incoscienza al potere, scrive Giuseppe De Tomaso il 13 luglio 2016 su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Il problema non è l’errore umano, ammesso che si sia trattato di errore umano. Il problema è che simili disastri e tragedie sono inammissibili, dal momento che la tecnologia ha ridotto assai, anzi ha pressoché annullato, sui binari, il rischio di incidenti causati da una distrazione umana. E questi progressi, la tecnologia, li ha realizzati proprio in Puglia, nella regione della Mermec di Vito Pertosa, azienda leader, a livello mondiale, nel campo della sicurezza ferroviaria. Il meccanismo anti-errore si chiama Sistema Controllo Marcia Treno (funziona su terra e sui convogli): ha il compito di mantenere sotto vigilanza elettronica il comportamento del personale di macchina dei treni in base all’aspetto dei segnali ferroviari, alla velocità massima consentita, al grado di frenatura della linea eccetera. Ecco. Il Sistema Controllo Marcia Treno è in funzione sui binari nazionali da parecchi anni, ma è un illustre sconosciuto su molte linee ferroviarie locali (è attivo, invece, in Lombardia, in parte della Campania e in brevissime tratte pugliesi). Per impedire o ridurre al massimo il pericolo di stragi come quella di ieri tra Andria e Corato, è indispensabile che gli standard di sicurezza della Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) siano introdotti anche sulle reti regionali e locali. Perché finora questi standard di sicurezza hanno marciato a due velocità? Perché nessuno ha pensato bene di imporre alle ferrovie in concessione il ricorso agli standard di sicurezza in vigore sui binari della Rete nazionale. Non ci ha pensato il governo centrale, non ci ha pensato la Regione, non lo hanno chiesto i sindacati. Troppi intrecci clientelari, troppe rendite elettorali, troppe mangiatoie pseudo-manageriali, come ha testimoniato, a proposito dello scandalo Ferrovie Sud Est, il libro denuncia dei colleghi della Gazzetta Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini. Eppure una direttiva ministeriale obbliga le aziende del settore e le stesse Regioni a installare il Sistema Controllo Marcia Treno su ogni tratta. Perché non è stato fatto? Perché la stessa Agenzia Nazionale della Sicurezza delle Ferrovie è una scatola vuota che non fa controlli? La magistratura farebbe bene ad approfondire. Se c’era un punto in cui il Sistema Controllo Marcia Treno era fondamentale, questo era proprio il binario unico su cui ieri è successo il finimondo. Invece, sembra che l’apparato di controllo fosse rimasto in lista d’attesa perché un’azienda del ramo aspettava il raddoppio del binario. Do ut des da brivido, con molti colpi di sonno (!) da parte di chi doveva controllare. La sicurezza sulle linee locali è un optional. Il che, paradossalmente, non si traduce in un risparmio economico, ma in un salasso finanziario per Stato e Regione. Sigle di potentati locali che hanno tesaurizzato i vantaggi del capitalismo tariffario privo di rischi. Aziende ferroviarie che si sono trasformate in fabbriche di potere e voti per gli amici degli amici. Insomma, le ferrovie locali sono il bancomat privilegiato per larghi settori della classe politica, una sorta di bicamerale degli affari in cui tutti hanno di che saziarsi. La tragedia di ieri è anche figlia di questo atteggiamento indifferente di politici e tecnocrati sui sistemi di sicurezza delle reti locali. Sistemi che possono essere garantiti o dall’immediata introduzione del Sistema Controllo Marcia Treno fino all’ultima linea ferroviaria locale o, meglio ancora, dal passaggio delle ferrovie locali sotto il controllo della Rete statale, l’unica che può assicurare i meccanismi di sicurezza. Provvederà, successivamente, una gara pubblica tra gli operatori, anche privati, ad affidare in concessione la gestione del servizio per i passeggeri. Finora, i trasporti ferroviari si sono rivelati il festival dello spreco. Fondi europei persi. Fondi pubblici sprecati a go-go per incarichi e consulenze da nababbi. Una Casta trasversale che ha programmato carriere e patrimoni. Ora non ci sono più alibi. Lo Stato centrale non può restare a guardare mentre la condizione dei trasporti ferroviari nel Sud evoca scenari di qualche secolo fa. La Regione Puglia e il suo Presidente si concentrino sui temi clou della Puglia: trasporti, sanità e rifiuti in primis. È inammissibile che il tratto Termoli-Lesina sia ancora a binario unico, nonostante i mille tavoli di questi anni e l’incessante campagna di questo giornale a sostegno della linea ferroviaria adriatica. È assurdo che la stessa sicurezza dei convogli penalizzi la Puglia e il Sud, per non dire delle carrozze antiquate e degli orari incredibili. Ma la tragedia di ieri ha acceso un faro innanzitutto sulle responsabilità, sulle complicità, sui grovigli tra classe politica locale e classe imprenditoriale rapace e parassitaria. Assunzioni e favori. Intrallazzi e mercimoni. Chi se ne importa se l’intero sistema ferroviario locale possa finire sotto il controllo di Trenitalia. Meglio, se serve a ridurre i rischi di gravissime tragedie umane. Meglio, se serve a ridimensionare i costi. Meglio, se serve a fare pulizia nel sottobosco della politica e dell’affarismo più spregiudicato. Meglio se evita arricchimenti stabiliti dalla politica, sempre smaniosa di scegliere i vincenti e premiare i perdenti, in tutti i settori. È la storia di una tragedia annunciata. Sembra una frase fatta, retorica. Ma è la verità. Se una regione è priva, per la sicurezza dei suoi viaggiatori, delle più elementari premesse di sicurezza - che nulla hanno a vedere con l’errore umano - c’è poco da sofisticare o filosofare: prima o poi si verificherà l’inferno. Finiamola con l’orgia di concessioni ad aziende del settore che vivacchiano grazie agli apparati della politica distributiva e acquisitiva. Spesso queste concessioni sono più scandalose di mille camarille tangentizie. Affrontiamo a viso aperto il tema della modernizzazione e della sicurezza dei trasporti. E smettiamola di fare passerella ovunque ci sia una telecamera pronta a riprendere anche la più inutile dichiarazione.

l principale responsabile del disastro sulla Andria-Corato è un Paese che non funziona. Gli investimenti inesistenti al Sud, lo spreco dei fondi europei, la burocrazia che blocca tutto, le eccellenze globali dimenticate dal territorio: ecco quali sono le quattro tragiche lezioni del disastro sulla Andria-Corato, scrive Francesco Cancellato il 13 Luglio 2016 su “L’Inkiesta”. È una tragedia che parla, quella della collisione dei treni sulla linea Andria - Corato, nella campagna pugliese. Che racconta molto, al di là degli errori e del caso, di quel che non funziona in Italia e nel Sud. Ad esempio, non funziona che 8 euro su 10 per l’ammodernamento ferroviario siano spesi da Roma in su, sovente per progetti di dubbia utilità come la Tav Torino - Lione. Non ha senso che una linea pendolare congestionata come la Bari-Barletta - quella che passata Andria e Corato - sia a binario unico e per 33 maledetti chilometri senza controlli automatici. Non ha senso nemmeno che a Matera - capitale europea della cultura - non arrivino treni perché mancano 20 km di binari che dovevano essere pronti nel 1986. E non ha senso che gli investimenti ferroviari al Sud siano scesi del 20% in più rispetto alla media nazionale, già in contrazione del 34%, peraltro, come giustamente scrive Gianfranco Viesti sul Mattino. Tre esempi a caso figli di terre in cui la spesa pubblica è ipertrofica solamente per assunzioni di massa, enti inutili, clientele assortite. Per gli investimenti, citofonare altrove. In Europa, ad esempio. La brutta, cattiva, sovietica matrigna di Bruxelles, l’unica che da qualche decennio a questa parte sgancia quattrini per lo sviluppo del meridione d’Italia. Soldi che troppo spesso vengono sprecati o addirittura rispediti al mittente per assenza di idee, di competenze, di volontà politica. Il caso del raddoppio della linea Corato-Andria - e più in generale il grande progetto di ammodernamento delle ferrovie pugliesi - sono un caso scuola per spiegare agli euroscettici a cosa serva l’Europa. Se quei soldi non fossero finiti congelati per quattro anni, persi negli iter autorizzativi e nella schizofrenia procedurale della nostra bizantina burocrazia oggi la linea Corato-Andria sarebbe stata un caso scuola, non il teatro di una tragedia. La storia più paradossale di tutta questa tragedia è che i più moderni sistemi di controllo per i treni superveloci e per le metropolitane del mondo siano ideati, progettati, prodotti a pochi chilometri dal luogo della tragedia, dagli spin off del Politecnico di Bari, vera e propria eccellenza del territorio. Fulcro, ovunque altrove, dello sviluppo di un territorio sulla frontiera dell’eccellenza. Gigantesco, tragico rimpianto, nella terra delle occasioni sprecate. La burocrazia, per l’appunto. C’è chi, sui giornali, ha scritto che le ventisette vittime della tragedia sono morte di lentezza. La lentezza di un Paese che anche quando ha idee, progetti, soldi si perde nel proceduralismo. Che non è, si badi bene, la rigida applicazione delle regole, bensì la sua aberrazione. Che con la scusa di combattere la discrezionalità, i conflitti d’interesse, la corruzione, la malagestio finisce per castrare ogni velleità d’investimento e ogni decisione, investendo chi presidia tali processi, per contrappasso, di un potere immenso e di un’immensa discrezionalità. In grado di impedire che un opera finanziata venga costruita. Ma non che un operatore privato si doti di sistemi di sicurezza automatica che invece sono regola nelle ferrovie gestite dal pubblico. Qualunque riforma della pubblica amministrazione, del codice degli appalti, degli sblocca-qualcosa, dovrebbe partire da qua. Due righe, infine, sulla storia più paradossale di tutta questa tragedia. Che i più moderni sistemi di controllo per i treni superveloci e per le metropolitane del mondo siano ideati, progettati, prodotti a pochi chilometri dal luogo della tragedia, dagli spin off del Politecnico di Bari, vera e propria eccellenza del territorio. Fulcro, ovunque altrove, dello sviluppo sulla frontiera dell’eccellenza. Gigantesco, tragico rimpianto, nella terra delle occasioni sprecate.

I furbetti nascosti dietro un cartone e il cavillo della tragedia del binario. Le due facce della burocrazia criminale. Le due notizie sono arrivate lo stesso giorno: una è la strage del treno Andria-Corato, l'altra è l’ennesima catena di arresti di "furbetti del cartellino", scrive   Giovanni Maria Bellu il 13 luglio 2016 su “Tiscali”. Le due notizie sono arrivate lo stesso giorno, quasi in contemporanea. Una tragica, l’altra tragicomica. Può suonare quasi blasfemo metterle assieme, eppure sono notizie che parlano l’una all’altra. La prima è su tutte le prime pagine dei giornali e nelle aperture di tutti i siti, la strage del treno Andria-Corato, ventisette morti fino a ora accertati, più di cinquanta feriti. Anche l’altra notizia è su tutti i giornali, ma in posizione più defilata, nelle pagine interne. In effetti non è una notizia particolarmente nuova: l’ennesima catena di denunce e di arresti di “furbetti del cartellino”. Questa volta si tratta di una trentina di dipendenti di Boscotrecase, un comune del napoletano. Gli uni timbravano al posto degli altri, chi andava a fare la spesa, chi a lavorare per l’azienda di famiglia. Storie già sentite. La novità è la tecnica: forse memore di precedenti indagini (e del fotogramma ormai diventato un’icona nazionale del vigile in mutande di Imperia) uno di loro timbrava il cartellino con la testa nascosta dentro un cartone. Le cronache della tragedia ferroviaria pugliese ci dicono che i finanziamenti per la costruzione del secondo binario – quello che se ci fosse stato la tragedia non si sarebbe verificata – erano stati stanziati già da tre anni. Finanziamenti certi, provenienti dall’Unione europea.  “Ma la burocrazia – come sottolinea Alessandro De Nicola su Repubblica – aveva bloccato tutto”.  Le cronache ci dicono che gli espropri dei terreni, indispensabili per l’ampliamento, erano stati effettuati fin dal 2013, ma la gara d’appalto non era stata mai indetta. La scadenza per la presentazione delle domande era stata inizialmente fissata per il primo luglio, ma poi era stata rinviata ancora: al prossimo 19 luglio. La catastrofe è avvenuta una settimana prima. Le cronache ci dicono che su quel tratto di ferrovia – a pochi chilometri di distanza dal punto in cui si è verificato il devastante impatto – c’è una grande azienda che occupa di indagini diagnostiche sui binari ed esporta il suo know how in tutto il mondo (Antonio Dacaro, sindaco di Bari, al Corriere della Sera). Ma che sul binario unico dov’è avvenuto lo scontro si viaggiava ancora col sistema del “blocco telefonico”, quello che era operativo nel 1965, quando l’allora presidente del Consiglio Aldo Moro inaugurò la nuova linea elettrificata da Bari a Barletta. E ci dicono anche che questo sistema (che risale all’Ottocento, con la sola differenza che all’epoca il blocco era “telegrafico” anziché “telefonico”) è ancora legittimo e operativo perché i gestori delle tratte ferroviarie minori, come quella di cui stiamo parlando, non hanno l’obbligo di installare i nuovi (costosi) sistemi di sicurezza. Parliamo di sistemi che danno garanzie pressoché assolute ed escludono la possibilità dell’errore umano. Quello che – stando ai primi elementi – pare essere la causa più probabile della sciagura. Il premier Matteo Renzi ha detto che l’Italia saprà “fare chiarezza” su questa tragedia che il presidente Mattarella ha definito “inammissibile”. Già, ma cosa intendiamo per “chiarezza”? L’individuazione del capo stazione che si è confuso, ha fatto partire uno dei due treni quando invece avrebbe dovuto tenerlo fermo? O la “chiarezza” riguarda questo intricatissimo insieme di ritardi, omissioni, rinvii che ha portato a non realizzare un’opera già finanziata? La prima ipotesi è quella largamente più probabile. In questi casi, infatti, di solito si scopre che ciascuno dei comportamenti dei vari controllori è stato formalmente legittimo. Ognuno ha fatto la sua parte, con scrupolo e pignoleria. Se poi il risultato finale è un disastro, non lo si può attribuire a persone determinate, ma è colpa del “sistema”. Ed ecco perché la notizia della catastrofe “parla” a quella degli ultimi furbetti del cartellino. Quel tale che si è coperto la testa col cartone sapeva perfettamente che le telecamere l’avrebbero individuato come uno dei dipendenti del Comune. O comunque come persona incaricata da uno dei dipendenti. L’occultamento del viso poteva solo nascondere la sua persona, non la truffa. Se, in una partita di calcio, un difensore si mettesse una maschera prima di compiere un fallo da espulsione, sarebbe giudicato come un pazzo irresponsabile da tutta la squadra. Nell’amministrazione pubblica non succede. Il sistema serve a coprire le manchevolezza dei singoli. A volte lo strumento è un cavillo, un codicillo. Altro volte è una scatola di cartone. Un “cartone animato” per adulti irresponsabili.

Invece per le istituzioni c’è altro di molto importate e fondamentale che queste tragedie.

Quella masseria "magica" del pm indagato per truffa. Denunciato dall'amico con cui aveva acquistato l'immobile, avrebbe moltiplicato i vani della casa e imbrogliato il socio con artifici e raggiri, scrive Massimo Malpica, Giovedì 06/12/2012, su "Il Giornale". Non vanno in archivio i guai giudiziari per il pm di Trani Antonio Savasta, indagato a Lecce per truffa aggravata, appropriazione indebita ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Tutta «colpa» della bella masseria nelle campagne di Bisceglie, comprata nel 2005 insieme all'imprenditore barlettano Giuseppe Di Miccoli, ma intestata solo al magistrato per motivi fiscali. La storia della società - raccontata da questo quotidiano a marzo 2011 - finisce male. Nonostante in una scrittura privata, su carta intestata della procura di Trani e firmata da Savasta a giugno 2006, il pm si impegnasse a vendere all'imprenditore la quota già peraltro pagata (circa 400mila euro), nei fatti Di Miccoli si ritrova nel giro di pochi anni fuori dalla società, e anche dalla masseria. Savasta sostiene, in barba alla sua stessa scrittura privata, che i soldi incassati dall'ex amico erano solo un prestito. E dona la masseria ai fratelli, con un atto in cui i vani dell'immobile risultano moltiplicati rispetto alla compravendita di pochi anni prima. Di Miccoli non ci sta, e denuncia il pm a Lecce, procura competente per Trani. Un mese dopo la pubblicazione sul Giornale della querelle, ad aprile 2011, il pm che indaga sul collega, Giovanni De Palma, chiede al gip di archiviare. L'imprenditore fa opposizione, il gip accoglie, la procura delega i carabinieri a indagare e gli uomini dell'Arma, nell'informativa, danno ragione a Di Miccoli. Su tutto: chiavi cambiate, comproprietà della masseria negata, mobili spariti, scrivono i militari. Che ritengono «del tutto inverosimile» che i 400mila euro fossero un «prestito filantropico» offerto da Di Miccoli a Savasta. Sembra un preludio al rinvio a giudizio per la toga, e invece lo scorso 12 aprile al gip arriva una seconda richiesta di archiviazione, firmata da De Palma e dal procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta. Per le toghe, le indagini dei carabinieri «non apportano alcuna sostanziale modifica al quadro probatorio». Di Miccoli si oppone ancora e il 12 ottobre scorso si arriva al confronto in udienza davanti al gip Vincenzo Brancato tra gli ex soci-amici, il pm e l'imprenditore. Come sia andato il faccia a faccia, lo si intuisce dall'ordinanza con cui il 28 novembre scorso il giudice per le indagini preliminari ha rigettato anche la seconda richiesta di archiviazione, chiedendo ai pm l'imputazione coatta del collega Savasta per truffa aggravata, appropriazione indebita, esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Il documento, un preludio alla richiesta di rinvio a giudizio, per il magistrato amante delle masserie è devastante. Il gip rimarca anche come gli «artifizi e raggiri» con cui Savasta avrebbe truffato l'imprenditore, «si sono realizzati anche per effetto dell'influenza esercitata dalla caratura e competenza giuridica» dell'uomo. E proprio «la qualità di pm» di Savasta giustifica le aggravanti, scrive il gip. Che prima dell'imputazione coatta, sintetizza la vicenda: «lucida e compiuta ideazione di un articolato disegno criminoso integralmente realizzato». Di certo, i colpi di scena non sono mancati. I legali di Di Miccoli tra le carte del fascicolo d'indagine hanno trovato la fotocopia di un procedimento avviato contro l'imprenditore su querela di una donna che diceva di essere stata minacciata dall'uomo perché dichiarasse il falso e si unisse alle accuse contro Savasta. Di Miccoli, però, aveva imparato a fidarsi poco. E aveva videoregistrato l'incontro con quella donna, che aveva in passato lavorato nella masseria al centro della contesa, procurandosi un alibi spettacolare: niente minacce. Ora, però, è Di Miccoli che ha denunciato la donna. Per capire «se è stata indotta da qualcuno, e da chi, a denunciare il falso nei miei confronti». Accuse boomerang? Toccherà ai pm di Lecce stabilirlo.

E poi ancora. Inchiesta imbarazzante. Agli atti dell’inchiesta ci sono decine di messaggi e mail di «fuoco» che i due magistrati si sono scambiati mentre la loro relazione terminava, pare, in modo piuttosto modo burrascoso. Parole pesanti, minacce e denunce reciproche che il 28 maggio 2013 approderanno davanti al Tribunale di Lecce. Sul banco degli imputati, citati direttamente a giudizio dal pm salentino Carmen Ruggiero, due magistrati già in servizio presso il Tribunale di Trani. Il giudice M.G.C., ex gip di Trani (trasferita dal Csm a Matera, a seguito della vicenda) che deve difendersi dalle accuse di lesioni e atti persecutori nei confronti del magistrato M. N. Quest’ultimo, oggi in servizio presso il Ministero della Giustizia, è imputato, invece, per minacce nei confronti della stessa Caserta.

Il giudice M.G.C., ex GIP di Trani, è stata trasferita a Matera e per questo motivo è balzata agli onori della cronaca, anche se a suo dire, gli articoli a lei dedicati sono inveritieri e, per toni e contenuti, gravemente lesivi del proprio onore e decoro. Stesso trattamento, d'altronde, riservato ai poveri cristi, che non si possono nemmeno lamentare. Gogna e mancato ristoro in caso di assoluta estraneità ai fatti.

Fin qui la sintesi della vicenda, che da sè sarebbe già allarmante e poco etica. Ma c'è un seguito. Il resoconto è il coordinamento sintetico di articoli pubblicati da vari giornali (di destra e di sinistra, locali e nazionali) con il link di riferimento. Nell'occasione si è omesso il nome della protagonista, che si trova sugli articoli originali, e si sono saltate le questioni più scabrose. Nonostante ciò, con spirito di rivalsa e di censura, la signora, anziché far oscurare le pagine dei quotidiani che riportano gli articoli ha pensato di inviare alla nostra redazione questa diffida: «Spett.le  Redazione "ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE" ONLUS C. F. 90151430734 SEDE LEGALE: AVETRANA (TA), VIA PIAVE 127 in persona del responsabile del SITO WEB dott. GIANGRANDE ANTONIO, Ad ogni effetto, la sottoscritta, dott.ssa M.G.C., Magistrato Ordinario, nel proprio interesse e con riferimento agli articoli di cui all’oggetto, comparsi sui siti web in indirizzo; considerato che gli articoli riportati nei suindicati siti web sono inveritieri e, per toni e contenuti, gravemente lesivi del proprio onore e decoro; impregiudicata ogni azione a tutela della propria onorabilità nella sede penale e civile DIFFIDA Il responsabile del sito web in indirizzo affinché provveda all’immediata rimozione dal web degli articoli di cui all’oggetto. Rappresenta sin d’ora che in difetto, si vedrà costretta a convenire in giudizio il responsabile per inibire con urgenza la detta pubblicazione, con ogni conseguenza e riserva, anche a fini di rettifica. Addì, 03 aprile 2012      Dott.ssa M.G.C».

Ed in quest’ottica, non potendo operare azione di censura nei confronti di tutte le altre testate, continuo la mia opera di rettifica ed integrazione sui miei scritti, così nei modi e nei tempi come in precedenza, omettendo il nome del giudice e pubblicando ulteriore sollecito di rimozione da parte del giudice in oggetto. “Ho ricevuto mandato dalla dott.ssa M. G. C., Magistrato, al fine di assisterla nella tutela legale per l’intrapresa di azioni a ristoro dei danni cagionati alla sua immagine personale e professionale dalla permanenza sul web di articoli di contenuto diffamatorio e non conforme agli accertamenti giurisdizionali effettuati nei suoi confronti. Allo scopo, segnalo che sul motore di ricerca Google risultano indicizzate le pubblicazioni sopra indicate e contenenti circostanze non veritiere e manifestamente offensive nei confronti della Dott.ssa M. G. C., da me assistita. Il contenuto di quegli articoli è smentito dagli accertamenti giurisdizionali medio-tempore compiuti in quanto la dott.ssa C. è stata assolta da ogni addebito con sentenza del novembre 2013 e, in quanto, con distinto provvedimento del 19/12/2014, il Consiglio Superiore della Magistratura ha prosciolto la mia assistita dagli addebiti mossi in sede disciplinare. Per di più ella risulta attualmente persona offesa dai reati di calunnia, diffamazione e false informazioni al P.M. I procedimenti pendono dinanzi alla Procura della Repubblica di Lecce. La permanenza sul web dei detti articoli (che riportano notizie smentite da una sentenza definitiva) determina una incalcolabile lesione della immagine professionale della dott.ssa C. e ove essi non vengano immediatamente rimossi, mi vedrò costretta ad adire l’autorità giudiziaria per il ristoro dei danni patiti dalla mia assistita. Confido che rimuoverà sollecitamente dal web i pezzi richiamati in oggetto e tutti quelli ad essi collegati. Cordialmente Avv. R. M.”

Prontamente si è riportata la richiesta di rettifica. Non è certo il tono usato, però, che può sminuire quello che io faccio per la società. Sicuramente non si conosce quello che noi facciamo e chi noi siamo. Non si conoscono i miei libri, lo spot nazionale antiracket ed antiusura, il film, la nostra web tv di promozione del territorio, i nostri siti d'inchiesta e i nostri canali you tube. Tutto questo senza aver vinto alcun concorso pubblico che possa contenerci o darci l’appoggio o il potere istituzionale. L’aggiornamento avviene prontamente non per timore, ma perché devo essere grato alla signora per aver ricevuto solo un’intimazione e non direttamente una ritorsione come hanno fatto i suoi colleghi, tanto da dover presentare istanza di rimessione per legittimo sospetto, che i processi a mio carico a Taranto, artatamente formati, possano essere inficiati da inimicizia e pregiudizio. Preme precisare, però, ad un valido tecnico di discipline giuridiche come è la signora che il nostro non è un blog. Un blog è un sito, generalmente gestito da una persona o da un ente, in cui l'autore (blogger) pubblica più o meno periodicamente, come in una sorta di diario online, i propri pensieri, opinioni, riflessioni, considerazioni ed altro, assieme, eventualmente, ad altre tipologie di materiale elettronico come immagini o video. Il definirmi blogger per molti è l’intento diffamatorio per denigrare il mio operato e su questo si montano dei processi. Peccato però che gli innumerevoli detrattori devono mettersi in fila e aspettare il proprio turno per colpirmi, essendo in molti, in quanto le nostre inchieste coprono l’intero territorio nazionale. Il nostro, peccato per loro, è un vero portale d’inchiesta a livello istituzionale letto in tutto il mondo. Strumento con cui si esercita il sacrosanto diritto di critica e di informazione, di cui all’art. 21 della Costituzione. Portale dove la cronaca diventa storia attingendo da fonti pubbliche. I dati riportati sono pubblici e si basano su: a) la verità dei fatti (oggettiva o “putativa”); b) l’interesse pubblico alla notizia; c) la continenza formale, ossia la corretta e civile esposizione dei fatti. In ossequio al dettato della Suprema Corte. Non è nostra intenzione danneggiare o favorire alcuno. Le nostre inchieste non riportano alcun nostro commento: bastano ed avanzano quelli dei redattori degli articoli di stampa. Gli articoli citati dalla signora sono inseriti in un più ampio spettro di fatti e circostanze che minano la credibilità del sistema giustizia. L’abitudine all’omertà mediatica degli organi d’informazione territoriale non può impedirmi di dire la verità. Il fatto che per la signora siano inveritieri e diffamatori, questo non salva l’immagine che il sistema giustizia dà di sé in Italia. E' certo, però, che le nostre inchieste sono frutto di ricerca e di didattica su materiale altrui su cui va indirizzata la volontà repressiva. In questo caso gli articoli citati sono: 

La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 novembre 2011

La Repubblica del 15 novembre 2011

“Il Giornale” del 16 novembre 2011 di Gian Marco Chiocci

“Il Giornale” del 5 febbraio 2012

"Il Giornale" del 5 febbraio 2012

"Il Giornale" del 6 febbraio 2012

A questi si aggiungono gli aggiornamenti.

Trani, toghe a luci rosse: sms piccanti e minacce tra pm e gip. La Procura di Lecce indaga per stalking e molestie reciproche. Lei scriveva: "I tuoi figli sono str... come te". Lui: "Io ti distruggo".

Lui è il pm M. N., lei il gip M.G.C.. Nei verbali conversazioni durissime e scenate di gelosia. Una storia d'amore (finito) e di coltelli (volati) all'ombra della Procura di Trani, quella per intenderci che vuole alla sbarra le agenzie di rating Fitch e Standard&Poor's. Protagoniste due toghe, lui pm e lei giudice per le indagini preliminari, ex amanti con contorno di sms proibiti, minacce, colluttazioni, schiaffi e aggressioni in pubblico. Un dossier scottante già preso in carico dalla Procura di Lecce, nel quale erano finiti anche dettagli ancora più caldi ma fin qui senza riscontri: video hard, rapporti lesbo, membri del Csm coinvolti. La vicenda la riporta Gian Marco Chiocci sul Giornale e ripresa da “Libero Quotidiano” e la definizione data al Tribunale, "boccaccesco", è decisamente azzeccata. Il pm M. N. e il Gip M.G.C. sono entrambi imputati e parti lese. La giudice risponderà di "minacce e molestie" nei confronti dell'ex amante sposato: lei, trasferita in provincia di Matera per "carenza di equilibrio", avrebbe procurato a N. un "perdurante e grave stato di ansia" generando "timore per l'incolumità sua, di sua moglie e dei figli". Sì, anche dei figli, visto che negli sms di fuoco inviati dalla Caserta ci sarebbero accuse anche nei loro confronti: "I bambini? - scriveva al cellulare la Gip - Sono stronzi, non sono bambini, figli di puttana come il padre, come te". E ancora, riferendosi alla figlia 11enne del pm: "Aspetteremo di vedere il fiorellino che hai a casa da quanti sarà colto". A verbale, N. ha poi parlato di "cinquanta o sessanta aggressioni fisiche": "All'interno di un ristorante e di un centro commerciale, alla presenza di più persone". E poi, riporta Chiocci, il fattaccio in strada a Sassari, quando la Caserta avrebbe colpito violentemente alla testa l'ex amante con una borsettata in fronte. Altri magistrati e un avvocato generale dello Stato avrebbero cercato di fermare la donna, ricevendo una brusca risposta: "Me ne fotto di chi sei, fatti i cazzi tuoi, io sono un gip". N. parla di vero e proprio stalking, con la collega che lo avrebbe addirittura "pedinato in vacanza", soggiornando nello stesso albergo della sua famiglia. Dal canto suo, la Caserta ribatte sostenendo di essere stata minacciata dall'uomo, "anche di morte, di persona, in conversazioni telefoniche e con sms". Per esempio, il gip cita un messaggio piuttosto pesante inviatole da N.: "Non ti permettere mai più di chiamarmi, io non ti mando più messaggi, io non ti scrivo più e tu non mi contattare più. Ma sappi che io ti distruggerò".

Quegli ex amanti in toga che imbarazzano il Csm, scrive Gian Marco Chiocci su “Il Giornale”. Odio e amore a Trani, nel Tribunale delle grandi inchieste. Nelle stanze giudiziarie più gettonate dai media, in origine fu il gossip, poi la passione, dopodiché subentrò la gelosia e dunque l'odio. Seguirono minacce, ripicche, sms irripetibili, pedinamenti e appostamenti sotto casa. Quindi i due amanti in toga, perché di questo si tratta, passarono agli schiaffi, alle urla, i pestaggi. Col tempo arrivarono traumi e ferite, ricoveri in ospedale accompagnati da denunce e controdenunce. Di contorno al regolamento di conti venne volantinato anche un esposto anonimo dove si favoleggiava di presunti video hard, mentre nell'inchiesta finivano i pettegolezzi su presunti rapporti «ravvicinati» di un certo tipo con membri del Csm, chiacchiericcio che potrebbe divenire pubblico a breve. Per non parlare di quel che man mano usciva a margine degli accertamenti disposti dall'imbarazzata procura di Lecce: i veleni su storie lesbo, carabinieri amanti di giudici, molestie tra giudici e giudici, tra questi ultimi e avvocati: tutto questo nel boccaccesco tribunale di Trani dove però, scava scava, alla fine non s'è trovata prova di quel che un Corvo raccontava con dovizia di particolari. È da brividi la lettura delle migliaia di carte dell'inchiesta di Lecce che ha portato alla citazione diretta a giudizio di due magistrati protagonisti di una lite sentimentale senza precedenti: di qua il gip M.G.C., di là il pm M. N.. Oggi i due sono reciprocamente imputati e parti lese di un intreccio giudiziario che a maggio esploderà pubblicamente in Tribunale. La giudice, trasferita d'urgenza dal Csm da Trani in provincia di Matera per «carenza di equilibrio», deve rispondere di aver «minacciato e molestato» l'ex amante (sposato), reo di aver voluto interrompere la relazione, procurandogli «un perdurante e grave stato di ansia» tale da «ingenerare in lui fondato timore per l'incolumità sua, di sua moglie e dei figli». Anche e soprattutto per effetto della valanga di sms reciproci - trascritti nel procedimento leccese - dove la giudice a sua volta ha riversato perizie tese a dimostrare che in realtà era lui che la martellava e che «le esternazioni erano per lo più reciproche, espresse nell'ambito di una litigiosità ad armi pari». N. a verbale fa ripetutamente presente come i messaggi prendevano di mira non solo lui ma anche e soprattutto i suoi più stretti congiunti («I bambini? Sono stronzi, non sono bambini, figli di puttana come il padre, come te». Oppure: «Aspetteremo di vedere il fiorellino che hai a casa (la figlia di 11 anni, ndr) da quanti sarà colto». A leggere i reati contestati, il pm è stato aggredito verbalmente e pure picchiato tre volte. «All'interno di un ristorante e di un centro commerciale, alla presenza di più persone» e in strada, a Sassari, «colpito alla fronte con la borsa da passeggio» (per quest'ultima ferita, testimonieranno la furia della gip altri magistrati presenti e un avvocato generale dello Stato che racconterà di essere intervenuto per fermare la donna, ricevendo in cambio il seguente complimento: «Me ne fotto di chi sei, fatti i cazzi tuoi, io sono un gip»). A verbale il magistrato ferito preciserà di aver subito «cinquanta o sessanta aggressioni fisiche». L'ira della toga- stalker, continua N., era incontenibile e improvvisa. Esplodeva nelle più impensabili circostanze, a qualsiasi ora del giorno e della notte, tant'è che, dice, «sono stato costretto a pagare un vigilantes per prendere mia figlia a scuola». Non solo: a imperitura memoria, «temendo le azioni vendicative e criminali della Caserta» il poveretto fa presente di essersi mandata una mail al suo indirizzo di posta elettronica: «Non so che fare - scriveva - che Dio mi aiuti e illumini la mente di questa folle». In una di queste mail viene riportata anche una dissertazione della gip sul «Berlusconi dittatore». E ancora. Leggendo gli atti si scopre che la gip l'ha addirittura seguita in vacanza, la famigliola del pm, «soggiornando nel medesimo albergo e pedinando lui e i suoi familiari». Un pressing asfissiante. A cui N. decise di porre fine denunciando l'ex amante. Solo che, controquerelato a sua volta dalla Caserta, pure lui è finito alla sbarra per «eccesso di legittima difesa». Le risposte piccate di quest'uomo stravolto sono state ritenute «condotte intimidatorie» nei confronti dell'ex amante, minacciata «anche di morte, di persona, in conversazioni telefoniche e con sms» del tipo: «Non ti permettere mai più di chiamarmi, io non ti mando più messaggi, io non ti scrivo più e tu non mi contattare più. Ma sappi che io ti distruggerò». Al pm che l'ha interrogato, N. ha parlato del desiderio di troncare la relazione quando si è reso conto che il rapporto non era poi così rose e fiori, e che poteva finire male per i suoi figli. Di segno opposto, ovviamente, le dichiarazioni rese a verbale dalla Caserta, che agli investigatori ha raccontato di un N. «ossessivo e opprimente», che le impediva «le frequentazioni con colleghi e amici» per cercare così di isolarla. Aggiungendo pure quello che, a suo dire, sarebbe stato un doppio gioco sulla reale situazione con la sua famiglia. «Troppe bugie, così ho deciso di troncare». E sul pestaggio di Sassari? La gip la mette così: «È vero, gli ho dato un calcio, avevo una borsa e la tiravamo quando l'ho mollata, e l'ho colpito (involontariamente) al volto. Ma poi lui, successivamente, mi ha detto che è inciampato probabilmente urtando contro un cassonetto». Sia come sia, è finita male. Laconica la «chiusa» di N. in ogni memoria presentata: «È questo un magistrato che può rappresentare lo Stato e lo può amministrare con autorevolezza?» (Ha collaborato Simone Di Meo).

Relazioni pericolose tra magistrati, gip e pm sott'inchiesta: ascoltateci. L'amicizia finita in stalking, minacce e lesioni, con accuse reciproche dei protagonisti finiti indagati, scrive Chiara Spagnolo su “La Repubblica”. Se ne sono dette di tutti i colori, dopo la fine della loro amicizia molto intima. Il giudice M.G.C. e il sostituto procuratore M. N. si sono minacciati reciprocamente di morte, poi querelati a vicenda, sono finiti sui giornali e i loro nomi sono stati iscritti nel registro degli indagati, persino il Csm ha deciso di occuparsi di loro, ma hanno ancora voglia di parlare. Questa volta, però, davanti agli inquirenti salentini nel corso di formali interrogatori che saranno effettuati nei prossimi giorni dai carabinieri. A chiedere di essere sentiti sono stati gli stessi protagonisti di una brutta vicenda, iniziata come lite personale e sconfinata in farsa che ha avuto come palcoscenico d'eccezione il tribunale di Trani, dove entrambi prestavano servizio fino a pochi mesi fa. N. e la Caserta, che qualche giorno fa hanno ricevuto l'avviso di conclusione delle indagini preliminari firmato dal pm Carmen Ruggiero, hanno sollecitato l'interrogatorio per tentare di discolparsi dalle accuse di minacce aggravate contestate a lui e di stalking e lesioni addebitate a lei. Il loro ascolto potrebbe modificare il quadro accusatorio, migliorando o peggiorando la posizione degli indagati (che risultano anche parti offese), e aprendo nuovi scenari investigativi relativi a presunti illeciti che potrebbero essersi consumati negli uffici giudiziari di Trani. Proprio N., infatti, nelle sue denunce aveva ventilato la possibilità che la Caserta fosse venuta a conoscenza di notizie riservate nell'ambito dell'inchiesta sul caso Berlusconi-Agcom-Annozero, per cui non è escluso che gli inquirenti leccesi vogliano approfondire tale aspetto. Di sicuro gli interrogatori imprimeranno una veloce accelerazione all'indagine di cui N. e la C. sono attualmente protagonisti, nata da denunce incrociate dopo la burrascosa fine di un'amicizia molto stretta. Il primo a denunciare è stato il pm, all'epoca in servizio a Trani oggi a Roma, che ha raccontato di liti furibonde e di colpi di borsetta sferrati in faccia, allegando alla querela sms della Caserta dai toni inequivocabili ("ci penseranno gli altri a fartela pagare", "non smetterò di respirare finché non ti avrò visto nel fango". Il giudice, dal canto suo, ha risposto tirando fuori le presunte minacce subite da N. ("se ti incontro per strada ti devo murare viva") e le prove di vere e proprie aggressioni fisiche. I messaggi al veleno e le testimonianze di diverse persone informate sui fatti sono finiti all'attenzione del pm Ruggiero, che ha ritenuto di formulare contestazioni precise nei confronti di entrambi. Dopo gli interrogatori il magistrato dovrà decidere se chiedere il rinvio a giudizio oppure l'archiviazione della posizione dei due colleghi. Le determinazioni della Procura di Lecce dovranno essere inviate anche alla Procura della Cassazione, che ha avviato il procedimento disciplinare nei confronti dei due querelanti-indagati. La Caserta è già stata trasferita da Trani a Pisticci "per aver leso l'immagine della magistratura", ma dopo il trasferimento cautelare potrebbero arrivare ulteriori sanzioni, dalle quali anche N. potrebbe non essere immune.

I Savonarola di Trani. Come una piccola procura che s’è esibita nell’accusare il mondo ha fatto più che altro buchi nell’acqua, scrive Luciano Capone il 6 Giugno 2016 su “Il Foglio”. Illustrazione per “Il castello di Otranto”, del 1764, considerato il primo romanzo gotico: storia di spiriti e fantasmi, come quelli che sembrano aleggiare, poco più a nord, negli uffici giudiziari di Trani. Nel 1764 Horace Walpole, figlio del primo premier britannico sir Robert, pubblica un romanzo destinato a fare storia, “The Castle of Otranto”. L’intricata trama gira attorno a una profezia che incombe sugli usurpatori del castello di Otranto, su cui aleggia lo spirito del principe Alfonso il Buono. Nel castello accadono cose inquietanti, sbocciano amori, si compiono uccisioni e appaiono spiriti misteriosi, in una serie di scene che diventeranno stereotipi letterari del genere horror. Il libro di Walpole è considerato il primo romanzo gotico, fonte d’ispirazione per la letteratura che va dal Dracula di Bram Stoker al Frankenstein di Mary Shelley, passando per i racconti di Edgar Allan Poe fino ad arrivare ai romanzi di Stephen King. Ma anche la realtà ha preso ispirazione da Walpole. Poco più a nord di Otranto c’è un’altra fortezza, teatro di scene da horror giudiziario, nelle cui mura vaga smarrito lo spirito della Giustizia: il Tribunale di Trani. Gli uffici sembrano stregati, infestati da strani demoni. Negli ultimi anni la procura tranese è salita agli orrori delle cronache per una serie d’inchieste contro l’universo mondo, poi smarritesi in qualche cunicolo sotterraneo o finite nascoste dietro qualche botola segreta. I magistrati accalappiafantasmi, guidati dal procuratore Carlo Maria Capristo (da pochi giorni trasferito a Taranto), con le loro reti vanno a caccia di spettri malvagi che però, come per maledizione, una volta acciuffati si trasformano in persone innocenti. In questi anni i ghostbusters tranesi hanno inquisito presidenti del Consiglio, banchieri, agenzie di rating, sindaci, imprenditori, gente comune e praticamente mai hanno beccato un colpevole. Cosa accade in quel tribunale lo ha scritto in un libro Roberto Oliveri del Castillo, per diversi anni giudice per le indagini preliminari a Trani. Il libro del magistrato “Frammenti di storie semplici” – in cui sono contenuti i contributi di due importanti magistrati progressisti come Domenico Gallo e Armando Spataro – è ispirato dalla cronaca ma è di pura fantasia. Anche se sfogliandolo si riconoscono facilmente fatti e protagonisti reali, a partire dalla location, un tribunale “davanti al mare, in mezzo al castello e alla cattedrale”. Proprio come a Trani. Il racconto si sviluppa sotto forma di diario, in cui un giudice racconta la sua impotenza di fronte alle ingiustizie di cui sono vittime gli sventurati cittadini, la sete mediatica che anima le inchieste dei magistrati (“pieni di se stessi e basta, ansiosi di finire sui giornali per quel famoso quarto d’ora di notorietà”) e la corruzione diffusa tra le toghe: “I due colleghi erano conosciuti nell’ambiente come organizzatori di truffe e corruzioni di alto livello. Uno faceva il pubblico ministero, l’altro il giudice: la tattica preferita era l’intesa, il mettere in mezzo, sotto indagine, se non arrestarlo, qualche imprenditore o qualche politico (una volta addirittura un vescovo), per poi estorcere denaro per far morire il processo”. Tra le tante inchieste clamorose evaporate o sospese, ce n’è stata realmente una nei confronti del vescovo di Trani, accusato di usura per aver comprato un palazzo che secondo la procura avrebbe dovuto pagare il doppio. Il procuratore e i suoi sottoposti vengono descritti come boss che taglieggiano la comunità. Nel romanzo di Oliveri del Castillo c’è la storia di un immaginario “Salvatore Granello”, titolare di un famoso pastificio, arrestato per la vendita di grano contaminato: “Un mese di carcere, poi la scarcerazione, e dopo alcuni anni di attesa, con il processo che non si sapeva che fine avesse fatto, finalmente l’archiviazione... I dati anomali sembravano scomparsi. Intanto Granello era stato arrestato e la sua immagine pubblica compromessa”. Nel racconto l’imprenditore sarebbe stato costretto a sborsare centinaia di migliaia di euro, finiti in gran parte nelle tasche dei magistrati: “C’era solo da incriminare Cricco (il pm, ndr) e i suoi amici per concussione, e risarcire i danni a Granello, che per sua fortuna e capacità era riuscito a rimettersi in piedi e continuare a lavorare”. La storia di fantasia ricalca – concussione a parte – la disavventura di Francesco Casillo, imprenditore leader nella commercializzazione del grano, incarcerato e processato per aver importato secondo il pm Antonio Savasta grano contaminato e cancerogeno. Gran clamore e prime pagine sull’incarcerazione dell’imprenditore-avvelenatore, ma dopo sette anni di processo Casillo viene prosciolto dallo stesso pm che l’aveva sbattuto in galera: le analisi sul grano erano sbagliate. Nei “frammenti” di Oliveri del Castillo, il pm “Cricco” compare in un’altra vicenda, quella di una “masseria acquistata con modalità poco chiare e costata anni di indagini a suo carico, e concluse con una dubbia archiviazione pilatesca”. La storia rievoca i problemi sorti attorno alla masseria San Felice a Bisceglie, di proprietà del pm Savasta e oggetto di diversi processi. Inizialmente Savasta è stato accusato, e poi assolto, di truffa e appropriazione indebita ai danni del socio. Ora è rinviato a giudizio per concussione per aver indotto un imprenditore, su cui aveva indagato, a vendergli un terreno vicino alla masseria sottocosto, facendo leva sul timore che da pm avrebbe potuto riaprire il fascicolo a suo carico. In un altro processo è stato condannato a due mesi per non aver dichiarato la costruzione di una piscina nel relais. Mentre in un procedimento è indagato per abuso d’ufficio il sindaco di Bisceglie, per aver approvato una variante che ha consentito l’ampliamento della masseria-relais del magistrato e il cambio di destinazione del suolo da agricolo a turistico. In questa intricata trama, oltre ai problemi alberghiero-giudiziari, Savasta ha anche un ruolo da comprimario nei processi contro la finanza internazionale. Si può dire che è il Sancho Panza del Don Chisciotte Michele Ruggiero, il pm che sfida i mulini a vento finanziari che complottano contro l’Italia. Ruggiero debutta sul palcoscenico nazionale con il Tranigate: mentre lavora a un’inchiesta sulle carte di credito, tra un’intercettazione e l’altra, arriva ad ascoltare le chiamate dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E così scattano per il Cavaliere le accuse di concussione e minacce per alcune telefonate in cui avrebbe fatto pressioni sulla Rai e l’Agcom per censurare Michele Santoro. Le intercettazioni finiscono sui giornali e Ruggiero finisce davanti al Csm per aver aperto il fascicolo sul premier senza aver avvisato il procuratore Capristo, mentre l’inchiesta finisce per competenza territoriale a Roma, dove si sgonfia e viene archiviata su richiesta della stessa procura. Dal Tranigate in poi sarà un crescendo di inchieste con diversi elementi costitutivi comuni: hanno un forte impatto mediatico per il coinvolgimento di nomi eccellenti, non riguardano la circoscrizione giudiziaria di Trani e si perdono nel nulla. Le prime tracce risalgono al 2004, quando Savasta indaga per favoreggiamento il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e l’ex presidente della Consob Luigi Spaventa, chiedendone poi l’archiviazione. Da lì parte l’assalto al cielo della finanza mondiale, con i pm tranesi che mettono sotto inchiesta American Express, banche come Mps, Bnl, Unicredit, Credem e Intesa, la Banca d’Italia, le principali agenzie di rating del pianeta – Moody’s, Fitch e Standard & Poor’s – accusate di aver ordito un complotto e pure Deutsche Bank, che ha fatto impennare lo spread. L’attivismo su vicende molto lontane dal proprio perimetro d’azione sembra anomalo anche ai colleghi magistrati. Dopo l’apertura a Trani di un terzo filone di indagini su Mps, l’allora procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati sarcasticamente sbotta: “Ci sono uffici di procura dove sembra che la regola della competenza territoriale sia un optional: c’è stata al riguardo una gara tra diversi uffici, ma sembra che la new entry abbia acquistato una posizione di primato irraggiungibile”. L’insopportabile limite territoriale viene brillantemente superato da Ruggiero negli altri processi su istituzioni finanziarie estere, grazie al fatto che si occupa di ipotesi di reati commessi da stranieri residenti all’estero la procura che per prima apre il fascicolo. Uno spiraglio che consente alla procura di Trani di non avere più confini. Ma come si fa a spiegare questa cosa all’estero? L’ad italiana di S&P’s, intercettata mentre tenta di far capire ai capi americani cosa diavolo sta succedendo e dove dovrebbero andare, la mette giù così: “Trani? E’ una specie di piccolo paese dell’Oklahoma”. Può darsi che a Washington abbiano iniziato a immaginare di che roba si tratta, ma più difficile sarà stato spiegare che l’inchiesta è ispirata dalle intuizioni di Elio Lannutti e Rosario Trefiletti. C’è in Oklahoma un equivalente di “ospite di Barbara D’Urso e Massimo Giletti”?. Chissà. Intanto le inchieste sulle tre sorelle del rating non hanno portato a nulla. Quella su Moody’s è finita con un’archiviazione. Il processo contro Fitch è diviso in due tronconi, con quello spostato a Milano già archiviato, e quello a S&P’s è avviato allo stesso destino visto che la Corte dei conti ha archiviato un procedimento parallelo. Però è appena iniziato il filone contro Deutsche Bank e la giostra può ripartire. A Trani sono stati chiamati a testimoniare ex ministri come Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi, ex presidenti del Consiglio come Romano Prodi e Mario Monti, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, il presidente della Consob Giuseppe Vegas. Ruggiero ha anche chiesto di visionare un rapporto di Barack Obama sulle agenzie di rating ed era pronto a volare a Washington per far testimoniare il Nobel Paul Krugman, ma poi non se n’è fatto nulla. Durante le deposizioni nell’incantato Tribunale di Trani si sono verificati fenomeni paranormali e presagi funesti. Dopo un’attesa di ore prima di testimoniare, si è addirittura visto un Romano Prodi seccato, lui, il semaforo guzzantiano, il simbolo della calma e della pacatezza. Non era mai accaduto prima. Peggio è andata a Vegas, a cui poco prima dell’udienza qualche spirito ha rubato l’auto parcheggiata vicino al tribunale. Ruggiero ha trovato anche il tempo di aprire un’inchiesta che punta al cuore di Big Pharma: la ricerca del nesso tra i vaccini e l’autismo. Sono le teorie spacciate anche da Red Ronnie, ma se hanno creato scalpore le idiozie di un attempato dj in televisione, nessuno si è preoccupato che quelle stesse cose erano materiale di studio di una procura. L’inchiesta di Ruggiero parte dalle teorie di Massimo Montinari, un personaggio screditato che vende a caro prezzo alle famiglie dei bambini malati cure farlocche contro l’autismo. Ruggiero e Montinari si conoscono a Trani in un convegno in cui il “luminare” spiega che i vaccini causano l’autismo, l’opposto di quanto afferma la comunità scientifica mondiale. Ruggiero, con il dovuto equilibrio che caratterizza un magistrato, afferma dal palco del convegno: “Dopo questa sera i vaccini facoltativi non li faccio fare più”. Applausi del pubblico, che assiste anche a una lezione giuridico-scientifica in cui il magistrato illustra il metodo tranese: “I processi sono in gran parte indiziari, non c’è la prova di chi è stato preso con le mani nella marmellata, ma noi facciamo un percorso logico-deduttivo che ci porta a dire queste cose”. Ed è grazie a questo “percorso logico-deduttivo” che un mese dopo, il convegno “Vaccini e autismo” si trasforma in un’indagine condotta da Ruggiero. Dopo qualche anno, proprio pochi giorni fa, Ruggiero scopre ciò che si sapeva, non c’è alcuna correlazione tra vaccini e autismo. Caso archiviato, ancora una volta. Oltre ai problemi di scienza e di finanza, a Trani ci si occupa anche di cose locali. Ma anche in questi casi accadono cose paranormali. Dopo una certosina operazione di intelligence, Ruggiero scova una falsa cieca che percepiva indebitamente una pensione d’invalidità da sei anni. Immediatamente scattano l’accusa di truffa aggravata e il sequestro di 80 mila euro. L’anno dopo però la signora viene assolta, il fatto non sussiste, la donna è davvero cieca e quella di Ruggiero è stata una svista. Non mancano le incursioni nella politica locale, con indagini contro due ex sindaci di centrodestra. L’ex primo cittadino Giuseppe Tarantini viene coinvolto in due inchieste, una sul degrado al cimitero condotta da Ruggiero e l’altra per concussione condotta da Savasta, e in entrambi i casi è stato assolto. Più complicata è la vicenda di Luigi Riserbato, successore di Tarantini alla poltrona di primo cittadino. Il 20 dicembre 2014 Riserbato viene arrestato con l’operazione “Sistema Trani”: sei persone arrestate e altre sette indagate con l’accusa di associazione a delinquere, concussione, corruzione elettorale e altro ancora. L’inchiesta, condotta sempre da Ruggiero, ha una grande eco nazionale, tra l’altro pochi giorni dopo l’esplosione di Mafia Capitale a Roma. Alcuni arrestati passano il Natale in carcere e Riserbato viene liberato solo dopo aver rassegnato le dimissioni, la giunta cade e l’anno dopo si va alle elezioni in cui vince il centrosinistra. La vicenda ha alcuni aspetti particolari. Innanzitutto il giudice che conferma gli arresti, il gip Francesco Messina, è il fratello di Assuntela Messina, all’epoca vice-segretario regionale (ora presidente) del Partito democratico, scelta in quota rosa dal governatore pugliese Michele Emiliano (collega magistrato del di lei fratello). Ma non è l’unica anomalia, perché a distanza di due anni dalla maxi operazione non sono state ancora chiuse le indagini, i termini sarebbero scaduti e non si hanno notizie di proroghe. Semplicemente non si sa cosa fare di un’inchiesta in cui mancano le prove. In questo horror giudiziario, non poteva mancare una storia d’amore da brividi. E’ quella che unisce due magistrati in servizio a Trani, il giudice M.ria G.zia Caserta e M. N., prima amanti e poi travolti dalla loro stessa passione in un vortice di ricatti, minacce, molestie, violenze verbali e aggressioni fisiche. La vicenda finisce in tribunale con N. che denuncia l’ex amante per stalking e lesioni (la giudice gli ha spaccato la faccia con una borsettata) e la Caserta che ha risposto accusando il collega di averla minacciata di morte. Alla fine entrambi vengono assolti. Tutto è bene quel che finisce bene. Non si chiude con un lieto fine il romanzo di Walpole, quello di cui si parlava all’inizio. Al termine di una trama intricata, per punire gli usurpatori lo spirito di Alfonso il Buono scuote il Castello di Otranto, lo fa crollare fino alle fondamenta e appare maestoso e immenso sulle rovine. Si spera che il tanto maltrattato spirito della Giustizia non si vendichi allo stesso modo con il Tribunale di Trani. Pochi giorni fa, in occasione di una visita a Trani, sono giunti sulla piazza del tribunale a bordo della stessa auto il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo e il pm Michele Ruggiero. I muri hanno retto.

Csm, prosciolto il giudice Caserta del Tribunale di Trani. Fu trasferita a Matera per un procedimento disciplinare a suo carico, scrive TraniViva Mercoledì 31 Dicembre 2014. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha prosciolto la dottoressa M.ria G.zia Caserta, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani, e ha, conseguentemente, revocato il suo trasferimento al Tribunale di Matera. Il Csm ha, dunque, posto la parola fine al procedimento a carico del giudice Caserta, prosciogliendola dai residui addebiti contestati a seguito delle diverse denunce sporte da un collega. Perciò l'organo autogoverno dei magistrati ha revocato il trasferimento provvisorio al Tribunale di Matera disposto il 20 Ottobre 2011. La decisione della sezione disciplinare del Csm segue di tredici mesi quella del Tribunale Penale di Lecce che aveva assolto Caserta con la formula "perché il fatto non sussiste", escludendo, dunque, le contestazioni a suo carico. Ciò aveva determinato anche il ridimensionamento dell'incolpazione disciplinare, con esclusione degli iniziali e più gravi addebiti. Il procedimento disciplinare era sorto per effetto delle numerose denunce di un altro magistrato, poi indagato per calunnia, diffamazione e false informazioni al pubblico ministero, nonché per la redazione di alcuni esposti anonimi diffusi contro il Gip Caserta. Quest'ultimo procedimento pende dinanzi al Tribunale Penale di Lecce.

Il libro-scandalo del giudice che fa tremare tutta la Bat, scrivono Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini l'11 giugno 2015. C’è un libro che da alcune settimane sta facendo parlare - e molto - gli ambienti giudiziari di Bari e Trani. È uscito per un piccolo editore di Reggio Calabria ad ottobre 2014, e finora trovarne una copia in Puglia è stato molto, molto difficile: se ne parla tanto, ma in pochi sono riusciti a leggerlo, almeno fino ad oggi (è stato presentato ieri sera alla Laterza di Bari). L’autore è un giudice, Roberto Olivieri del Castillo, il titolo è «Frammenti di storie semplici». Racconta storie di processi, ma soprattutto di magistrati che ad un lettore attento potrebbero apparire familiari. Perché se anche Del Castillo, 50 anni, giudice delle indagini preliminari prima a Trani e poi a Bari, prende in prestito una celebre frase di Camilleri («Fatti e nomi sono di pura fantasia. Chi vi si volesse riconoscere commetterebbe solo un inutile peccato di vanità»), tra le sue pagine ci sono alcuni riferimenti che stanno alimentando la fantasia e tante voci. Voci che l’autore, ovviamente, considera infondate. Il protagonista è un giudice con la passione per il calcio e per il rock degli anni ’70, che dopo gli inizi in Calabria arriva in una terra «dove il sole sorge dal mare» e la gente sul treno parla in dialetto barese. Al governo c’è il Cumenda, padrone di canali tv e presidente dei Custodi della Libertà, di cui un giorno si occupa anche il suo ufficio, un Tribunale «che si affaccia sul mare e sulla cattedrale». Qui ci sono il presidente Catino, che per mesi gli ordina di «non arrestare e non scarcerare nessuno» a seguito di un esposto anonimo sul suo conto (che poi verrà archiviato), il procuratore Clammis, i pubblici ministeri Spelli («Sfruttava qualunque occasione, come l’indagine su una nave affondata a Pantelleria, solo perché si era firmata in un posto qui vicino per acquistare grano, ipotizzando chissà quale coinvolgimento della mafia che faceva contrabbando di scorie radioattive, prima di essere costretto a rimettere l’indagine al giudice competente per l’intervento della Corte Suprema»), Cricco (che presentava «richieste taroccate con la copertura di Clammis») e Magno, amico del giudice Biscardi. Cricco e Biscardi «erano conosciuti nell’ambiente come organizzatori di truffe e corruzioni di alto livello»: «La tattica preferita era l’intesa, il mettere in mezzo, sotto indagine, se non arrestarlo, qualche imprenditore o qualche politico (una volta addirittura un vescovo), per poi estorcere denaro per far morire il processo». Il giudice racconta di un mondo autoreferenziale tra magistrati, forze dell’ordine e avvocati, dove tutti sono amici di tutti e le inchieste si fanno e si disfano a tavolino, con una trattativa su nomi e numero delle persone da arrestare. Una «tela di ragno», la chiama: un sistema marcio con una avvocatura compiacente rappresentata dall’avvocato Granchio. «Da pochi mesi si era sposato, e la cerimonia, con ospiti politici e industriali del posto, era avvenuta, con tutti i notabili del luogo, compreso il procuratore Clammis, presso la masseria del pm Cricco, acquistata con modalità poco chiare e costata a questo anni di indagini a suo carico, e conclusa con una dubbia archiviazione pilatesca». Anche Granchio aveva avuto problemi con la giustizia: difeso da Mamello «imparentato, sempre casualmente, col pubblico ministero Cricco» che poi «ne chiedeva l’archiviazione» sottoscritta anche da Clammis: tanto che «ormai nella zona si parlava ironicamente dello “studio associato Mamello-Cricco”». E così racconta dell’archiviazione delle accuse a carico di Salvatore Granello, «il titolare del pastificio omonimo», arrestato «dal gip Biscardi, su richiesta del pm Cricco» con l’accusa di «alterazione di sostanze alimentari con grano contaminato». Granello, racconta il romanzo, «si diceva che avesse sborsato parecchio - chi diceva tre, chi quattro, chi cinquecentomila euro - a degli “amici” che avrebbero curato il buon esito della vicenda». Ce n’è anche per i giornalisti come Mario Lomastro, direttore di una tv locale, che «confezionava articoli politici mistificatori, per lo più al servizio del suo padrino-padrone politico, l’on. Densi, suo concittadino, plurinquisito, fedelissimo figlioccio del Cumenda». Una stampa, secondo il giudice, compiacente con il pm Cricco: «Due volte l’anno fa trapelare notizie sul giornale locale, una notifica, un interrogatorio finto, o un altro motivo qualsiasi. Chi deve leggere la notizia sa che quello è il segnale che significa che una somma di denaro deve essere destinata ad un commercialista amico, che poi farà pervenire la somma a Cricco. E il fascicolo continua a vegetare nei cassetti della Procura».

…DI BARI.  Esame avvocati a Bari, otto indagati per plagio alle prove del 2013. Chiuse le indagini, il pm chiederà il rinvio a giudizio. Mercoledì l’interrogatorio di garanzia per tre arrestati per l’inchiesta sulla prova del 2014, scrive “Il Corriere della Sera” il 18 aprile 2016. La Procura di Bari ha chiuso le indagini nei confronti di otto aspiranti avvocati che durante le prove scritte dell’esame di abilitazione alla professione forense del dicembre 2013 avrebbero copiato i propri elaborati. Stando agli accertamenti del pm Marcello Quercia, gli otto candidati, residenti nelle province di Bari, Bat e Foggia, avrebbero copiato da altri colleghi oppure direttamente da siti internet giuridici. Gli otto furono subito esclusi dalla selezione e a denunciare i presunti illeciti alla Procura fu il presidente della Commissione d’esame. I membri della commissione si accorsero dei plagi durante le correzioni degli elaborati, perché individuarono compiti in parte identici gli uni agli altri. Agli indagati la Procura di Bari contesta il reato di «falsa attribuzione di lavori altrui», cioè l’articolo 1 della legge 475 del 1925. Il pm si appresta a chiederne il rinvio a giudizio mentre prosegue l’altra indagine della Procura di Bari sull’esame da avvocati dell’anno successivo che venerdì scorso ha portato all’arresto di tre persone. Durante gli scritti del dicembre 2014 sette candidati avrebbero ricevuto dall’esterno gli elaborati da consegnare alla commissione per passare l’esame. Nell’ambito di questa vicenda tre persone sono finite agli arresti domiciliari, l’ex funzionaria dell’Università di Bari Tina Laquale, sua figlia Innocenza Losito, responsabile dell’ufficio legale dell’Adisu, e l’avvocato barese Giuseppe Colella (altre 15 persone, tra i quali due docenti universitari e i sette candidati sono indagate a piede libero). L’interrogatorio di garanzia dei tre è stato fissato per mercoledì dinanzi al gip del Tribunale di Bari Sergio Di Paola. Il pm che coordina l’inchiesta, Luciana Silvestris, sta valutando se avviare ulteriori accertamenti sulla base delle dichiarazioni di un ex collega di Tina Laquale, con riferimento ad altre vicende risalenti ad alcuni anni fa, in particolare a presunti esami universitari registrati ma mai superati dagli studenti e tesi di laurea fotocopiate alla facoltà di Giurisprudenza.

«Tranquì, tra mezz'ora avrai». Il compito viaggiava su whatsapp. Dalle intercettazioni telefoniche e dall’analisi del contenuto dei telefoni cellulari sequestrati, gli investigatori baresi hanno potuto ricostruire le tre giornate d’esame, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 15 aprile 2016. «Stai tranquì me la vedo io», «tra mezz'ora avrai», «adesso vai a posto ti avviserò io quando sto per arrivare», «stai al posto tuo serena e non ti preoccupare», "come sempre vi preoccupate inutilmente, io do con tutte le indicazioni, ieri quello che si è verificato non è mai successo ma l’ansia fa fare i figli ciechi, oggi andrà meglio». Sono solo alcuni dei messaggi scambiati via whatsapp fra Tina Laquale, ex funzionaria dell’Università arrestata oggi nell’ambito dell’inchiesta sull'esame da avvocato del dicembre 2014, e i candidati con cui ci sarebbe stato l’accordo illecito per ottenere gli elaborati delle prove scritte. Dalle intercettazioni telefoniche e dall’analisi del contenuto dei telefoni cellulari sequestrati, gli investigatori baresi hanno potuto ricostruire le tre giornate d’esame e i continui contatti fra il «gruppo di lavoro» a casa di un avvocato barese, il 38enne Giuseppe Colella (anche lui agli arresti domiciliari), incaricato di svolgere le tracce, e i candidati. Laquale risponde, tranquillizzandoli, alle continue richieste degli aspiranti avvocati: «ciao Tina, non si è presentato nessuno, c'è stato tanto tempo come mai? Ti prego aiutatemi». Nell’ordinanza di arresto a firma del gip del Tribunale di Bari Sergio Di Paola c'è poi una lunga nota dedicata a decine di prelievi bancari nelle settimane precedenti e successive alle tre prove d’esame per complessivi 9mila euro circa, emersi da una perquisizione effettuata a casa di una candidata nel gennaio 2015.

Bari, esami da avvocato truccati: arrestati legale ed ex funzionaria dell'Università con la figlia. Una prova d'esame da avvocato (non quella incriminata) alla Fiera del Levante. Ai domiciliari Tina Laquale, sua figlia Innocenza Losito e Giuseppe Colella. La corruzione tra le accuse. Quindici gli indagati tra avvocati, componenti della commissione, funzionari pubblici e aspiranti avvocati, scrive Gabriella De Matteis il 15 aprile 2016. Svolta nelle indagini sulle presunte irregolarità nel concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato, le cui prove scritte si sono effettuate nel dicembre del 2014. I carabinieri hanno arrestato Tina Laquale, 63 anni, ex funzionaria della facoltà di Giurisprudenza, sua figlia Innocenza Losito, responsabile dell’Unità di controllo dell’Adisu Puglia (Agenzia regionale per il diritto allo studio universitario) e l'avvocato barese Giuseppe Colella. Tutti sono ai domiciliari. Le indagini coordinate dal pm Luciana Silvestris hanno permesso di scoprire una vera e propria centrale operativa, organizzata nello studio dell'avvocato, in cui venivano preparati gli elaborati consegnati ai candidati del concorso durante le tre prove scritte. Come è accaduto per i test di accesso alla facoltà di Medicina, anche quella che ruotava attorno a Tina Laquale, potente ex funzionaria di Giurisprudenza, era una macchina organizzativa ben collaudata. Il sistema era molto semplice: nello studio dell'avvocato civilista, nei tre giorni della prova scritta, sono stati redatti gli elaborati, anche su suggerimento di due componenti della commissione (entrambi docenti dell'Università di Bari) che davano consigli su come formulare correttamente i temi delle tre tracce. Nella centrale operativa oltre all'avvocato e alla sua segretaria, secondo la ricostruzione della Procura, era presente Tina Laquale. L'ex funzionaria, andata in pensione dopo lo scandalo, avrebbe avuto il compito di portare gli elaborati alla Fiera del Levante, dove si sono svolte le prove scritte. I due docenti indagati sono Giuseppe Salvatore Simone e Daniele Vittorio Piacente, entrambi componenti aggiunti della commissione di esame, e sono accusati di aver "fornito a mezzo di comunicazioni telefoniche opportune indicazioni quanto alla corretta redazione degli elaborati". Giacomo Santamaria, cancelliere della Corte d’appello, così come documentato dall'intervento dei carabinieri nel dicembre del 2014, avrebbe invece introdotto gli elaborati all'interno delle aule. Almeno 15 le persone coinvolte nell'inchiesta: tra loro alcuni aspiranti avvocati che avrebbero ricevuto i compiti. Indagato anche Angelo Lapolla, autista dell'Ateneo. L'avvocato e l'ex funzionaria dell'Università hanno trascorso di fatto tre giorni impegnati nella formulazione dei compiti. Difficile pensare che lo abbiano fatto senza pretendere in cambio denaro: nel fascicolo viene contestata anche la corruzione. Nell'ordinanza di custodia cautelare a firma del gip Sergio Di Paola sono riportati i numerosi messaggi fra Laquale e i candidati per concordare tempi e modi di consegna delle tracce e poi degli elaborati. "Ciao Tina, non si è presentato nessuno. C'è stato tanto tempo: come mai? Ti prego aiutatemi", scriveva una ragazza a Laquale. "Stai tranquì, me la vedo io", "tra mezz'ora avrai", "adesso vai a posto ti avviserò io quando sto per arrivare", "stai al posto tuo serena e non ti preoccupare", rispondeva la donna alle continue richieste di aiuto. Dalle intercettazioni telefoniche e dall'analisi del contenuto dei telefoni cellulari sequestrati gli investigatori hanno così potuto ricostruire le tre giornate d'esame, compresi i piccoli intoppi per foto poco leggibili o tracce consegnate alla persona sbagliata. "Come sempre vi preoccupate inutilmente, io do con tutte le indicazioni, ieri quello che si è verificato non è mai successo, ma l'ansia fa fare i figli ciechi, oggi andrà meglio", rassicurava Laquale al termine del primo giorno. Sulla vicenda l'Università di Bari ha avviato un'indagine interna sui docenti coinvolti e l'Ordine degli avvocati aprirà nei prossimi giorni i procedimenti disciplinari nei confronti dei legali indagati.

Esame avvocati Bari: in atti anche false dichiarazioni Isee, scrive "L'Ansa" il 15 aprile 2016. Ci sarebbe stato un accordo illecito fra l'avvocato barese 38enne Giuseppe Colella e Innocenza Losito, figlia della ex funzionaria dell'Università di Bari Annunziata Laquale (tutti e tre arrestati oggi nell'inchiesta sugli esami da avvocato del dicembre 2014). La Losito, infatti, responsabile dell'unità di controllo dell'Adisu Puglia, era "in grado di individuare gli studenti sottoposti a verifiche di accertamento e conseguente irrogazione di sanzioni per l'indebito ottenimento di borse di studio da parte dell'Università" sulla base di false dichiarazioni Isee. Avrebbe quindi "suggerito agli studenti universitari - è scritto nel provvedimento cautelare - di rivolgersi all'avvocato Colella rappresentando loro che tale professionista aveva individuato un'eccezione al sistema sanzionatorio tale da consentire l'archiviazione del procedimento amministrativo". In cambio Colella avrebbe non soltanto collaborato al gruppo di lavoro per truccare l'esame da avvocati, ma anche corrisposto alla Losito una somma proporzionale alla sua parcella, pari a 500 euro per ogni incarico procuratogli. Secondo il giudice che ha emesso l'ordinanza di arresto accogliendo le richieste del pm Luciana Silvestris, "il pericolo che gli indagati, ove lasciati liberi, possano determinarsi ad iniziative idonee ad alterare il quadro delle prove, è elevatissimo e del tutto attuale" tenuto conto della "spregiudicatezza e capacità di attivare sistemi di ostacolo e copertura delle attività illecite". A questo proposito il gip ricorda l'episodio che ha dato avvio all'inchiesta, la scoperta da parte dei carabinieri, il giorno della terza prova scritta, del passaggio di una busta con gli elaborati fra Laquale e Santamaria, funzionario della Corte di Appello, che avrebbe poi avuto il compito di distribuirli ai candidati. Quando i due vennero fermati dai militari, partì subito un giro di telefonate per cancellare i messaggi, resettare i cellulari, "alterare e occultare definitivamente le tracce dei reati commessi".

Uricchio: presto uno sportello onestà. Verranno anche avviate iniziative formative e di promozione dei valori e di regole comportamentali con il coinvolgimento dell’Osservatorio etico di Ateneo, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 18 aprile 2016. Dopo gli arresti dei giorni scorsi per i presunti esami pilotati per l’abilitazione alla professione forense del dicembre 2014, l’Università di Bari ha deciso che tutelerà la propria immagine «istituendo uno sportello dell’onestà presso il Garante degli Studenti» ed «avviando iniziative formative e di promozione dei valori e di regole comportamentali con il coinvolgimento dell’Osservatorio etico di Ateneo». Lo scrive in una lettera il rettore dell’Università di Bari Antonio Felice Uricchio. «Sarà la magistratura, nella quale riponiamo tutta la nostra fiducia, che accerterà i fatti e le eventuali responsabilità dei singoli nel rispetto delle garanzie della difesa», scrive il rettore riferendosi all’arresto di un ex funzionario dell’ateneo, di sua figlia, dipendente dell’Adisu, e di un avvocato. Nell’indagine sono indagati a piede libero anche un funzionario della Corte d’appello di Bari e due docenti universitari baresi.

Crac Ferrovie Sud Est, dodici arresti. Contestata la bancarotta fraudolenta, scrive l'1 febbraio 2018 "Il Corriere della Sera". Tra le persone arrestate c’è anche il commissario governativo, Luigi Fiorillo. La Procura: «Distratti fondi per centinaia di milioni». In tutto 29 indagati. Dodici persone, fra le quali Luigi Fiorillo, già commissario governativo, legale rappresentante e amministratore unico di Ferrovie Sud Est, sono state arrestate dalla guardia di finanza per il crac da 230 milioni di euro della società pugliese di trasporti. Agli indagati la Procura di Bari contesta, a vario titolo, reati di bancarotta fraudolenta documentale, societaria e patrimoniale. I fatti contestati si riferiscono agli anni 2001-2015, fino a quando la società è stata commissariata. Oltre agli arresti, è in corso l’esecuzione di sequestri e di una misura interdittiva. Ferrovie Sud Est è una società interamente partecipata dal Ministero dei Trasporti, concessionaria per la Regione Puglia del servizio ferroviario, acquistata circa un anno fa da Ferrovie dello Stato e attualmente sottoposta a procedura di concordato preventivo in continuità.

I nomi. L’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari per il crac da 230 milioni di euro di Ferrovie Sud Est è stata notificata all’ex amministratore Luigi Fiorillo, ad Angelo Schiano, presunto amministratore occulto e avvocato della società, a Fausto Vittucci, revisore e certificatore dei bilanci Fse, e agli imprenditori Ferdinando Bitonte, Carlo Beltramelli, Carolina e Gianluca Neri, Franco Cezza, a sua moglie Rita Giannuzzi e a suo figlio Gianluigi Cezza, e a Fabrizio Romano Camilli. Il giudice ha anche ordinato la disattivazione delle linee telefoniche e internet delle abitazioni degli arrestati e le rispettive utenze mobili. I provvedimenti restrittivi, perquisizioni e sequestri per decine di milioni di euro sono in corso a Bari, Roma, Bologna, Lecce, Maglie. La misura cautelare è a firma del gip Alessandra Susca, emessa su richiesta dei pm Francesco Bretone, Bruna Manganelli, Luciana Silvestris e dal procuratore aggiunto Roberto Rossi.

Le accuse. Nell’inchiesta sul crac di Ferrovie Sud Est, coordinata da un pool di pm della Procura di Bari, sono indagate in totale 29 persone, fra imprenditori, dirigenti e progettisti di Fse. Stando alle indagini della magistratura barese Fiorillo, in concorso con consulenti e funzionari della società e imprenditori, avrebbe dissipato o distratto fondi per centinaia di milioni di euro nell’arco di circa 10 anni falsificando bilanci e esternalizzando servizi senza fare gare d’appalto. La guardia di Finanza ha eseguito sequestri preventivi fino al valore di circa 90 milioni di euro nei confronti di 15 indagati nell’inchiesta della Procura di Bari.

La relazione. I fatti contestati si riferiscono agli anni 2001-2015. Nei confronti del responsabile tecnico di Fse Nicola Alfonso, attualmente in pensione, il gip ha applicato la misura del divieto temporaneo di esercitare l’attività di consulenza per la gestione della logistica aziendale. L’indagine è partita nel marzo 2016 sulla base di una relazione del commissario straordinario di Fse, Andrea Viero, poi integrata da numerosi successivi esposti alla Procura. Nella relazione si individuavano già le cause del dissesto, «una lunga serie di atti e decisioni - spiega il gip - che hanno progressivamente depauperato il patrimonio della società e compromesso gravemente il suo equilibrio economico-finanziario».

Appalti e consulenze d’oro. Dalle indagini è emerso un radicato sistema di affidamenti ad personam di incarichi professionali e di appalti milionari per servizi, lavori e forniture, cui è conseguita una esposizione debitoria di circa 300 milioni di euro. I provvedimenti restrittivi, le perquisizioni ed i sequestri sono in corso in Bari, Roma, Bologna, Lecce, Maglie.

Crac delle Ferrovie Sud Est, arrestati l'ex amministratore Luigi Fiorillo e altre dieci persone. Devono rispondere di bancarotta fraudolenta documentale, societaria e patrimoniale, dissipazione e distrazione di ingenti quantità di denaro. Disposti sequestri per decine di milioni di euro, scrive Mara Chiarelli l'1 febbraio 2018 su "La Repubblica". Undici persone, tra cui l'ex commissario governativo, legale rappresentante e amministratore unico delle Ferrovie sud est Luigi Fiorillo, sono state arrestate (ai domiciliari) dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Bari per i reati, a vario titolo, di bancarotta fraudolenta documentale, societaria e patrimoniale, dissipazione e distrazione di ingenti quantità di denaro. Le misure sono state disposte dalla gip del tribunale di Bari, Alessandra Susca. In corso la notifica di una misura interdittiva nei confronti di un'altra persona e sequestri patrimoniali per decine di milioni di euro. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, i pm Francesco Bretone, Bruna Manganelli e Luciana Sivestris, avrebbe accertato un crac da 230 milioni nella gestione della società partecipata dal ministero dei trasporti, concessionaria per la Regione Puglia del servizio ferroviario, acquistata un anno fa da Ferrovie dello Stato e attualmente sottoposta a procedura di concordato preventivo in continuità. L'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari è stata notificata, oltre che all'ex amministratore Luigi Fiorillo, ad Angelo Schiano, presunto amministratore occulto e avvocato della società, a Fausto Vittucci, revisore e certificatore dei bilanci Fse, e agli imprenditori Ferdinando Bitonte, Carlo Beltramelli, Carolina e Gianluca Neri, Franco Cezza, a sua moglie Rita Giannuzzi e a suo figlio Gianluigi Cezza, e a Fabrizio Romano Camilli. Nell'inchiesta, sono in tutto 29 persone indagate, fra le quali anche imprenditori, dirigenti, consulenti e progettisti Fse. Accertati, secondo gli investigatori, elevati sprechi di denaro in favore di Fiorillo e dei suoi complici nei reati contestati con un radicato sistema di affidamenti ad personam di incarichi professionali e appalti milionari per servizi, lavori e forniture cui è conseguita una elevata esposizione debitoria.

Crac delle Ferrovie Sud. Arrestati Fiorillo e altri 10. Anche ex assessore Camilli. In manette, tra gli altri, l’avvocato romano Angelo Schiano, il commercialista Fausto Vittucci, l’imprenditore Ferdinando Bitonte, il bolognese Carlo Beltramelli. A Maglie Franco Cezza, la moglie Rita Giannuzzi e il figlio Gianluigi Cezza per l’appalto-monstre dell’archivio storico costato 2,6 milioni, scrive l'1 Febbraio 2018 "La Gazzetta del Mezzogiorno". Luigi Fiorillo ha svuotato le Sud-Est di oltre 230 milioni di euro portandole al dissesto. Con questa accusa stamattina la Guardia di Finanza ha arrestato a Roma l’ex manager della società ferroviaria, sulla base di una ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Alessandra Susca su richiesta della Procura di Bari: undici le persone finite ai domiciliari, una interdetta dall’attività di impresa, complessivamente 29 gli indagati per 17 capi di accusa. La società, fino al 2016 del ministero delle Infrastrutture, secondo l’accusa sarebbe stata depredata con forniture e consulenze a costi stratosferici. Stando alle indagini della magistratura barese Fiorillo, in concorso con consulenti e funzionari della società e imprenditori, avrebbe dissipato o distratto fondi per centinaia di milioni di euro nell’arco di circa 10 anni falsificando bilanci e esternalizzando servizi senza fare gare d’appalto. Insieme a Fiorillo sono finiti ai domiciliari l’avvocato romano Angelo Schiano, ritenuto dalla Procura amministratore occulto di Fse, il commercialista Fausto Vittucci, l’imprenditore Ferdinando Bitonte, il bolognese Carlo Beltramelli ras delle forniture di treni a Sud-Est, sua moglie Carolina Neri e suo cognato Gianluca Neri. A Maglie sono stati messi ai domiciliari Franco Cezza, la moglie Rita Giannuzzi e il figlio Gianluigi Cezza per l’appalto-monstre dell’archivio storico costato 2,6 milioni. Ancora, ai domiciliari l’ex assessore regionale Fabrizio Camilli, accusato di aver venduto a Sud-Est il carburante con un ricarico del 40% rispetto ai prezzi di mercato. Interdetto il dirigente Sud-Est Nicola Alfonso, il gip ha rigettato l’arresto per l’altro ex dirigente Francesco Paolo Angiulli già sotto processo alla Corte dei Conti. L’inchiesta si basa in larga parte sulla relazione predisposta dall’ex commissario governativo Andrea Viero. Tra gli episodi contestati e finora non conosciuti, spuntano persino i 2.600 euro che Fiorillo avrebbe speso per una bottiglia di vino acquistata a giugno 2009 presso l’enoteca Capranica di Roma: pagata anche quella con i soldi delle ferrovie. Dalle indagini della Finanza è emerso, tra l ‘altro, che Sud-Est veniva in realtà amministrata da Roma, dallo studio dell’avvocato Schiano in piazza di Spagna. Il giudice ha anche ordinato la disattivazione delle linee telefoniche e internet delle abitazioni degli arrestati e le rispettive utenze mobili. I provvedimenti restrittivi, perquisizioni e sequestri per decine di milioni di euro sono in corso a Bari, Roma, Bologna, Lecce, Maglie. La misura cautelare è a firma del gip Alessandra Susca, emessa su richiesta dei pm Francesco Bretone, Bruna Manganelli, Luciana Silvestris e dal procuratore aggiunto Roberto Rossi. Ferrovie Sud Est è una società interamente partecipata dal Ministero dei Trasporti, concessionaria per la Regione Puglia del servizio ferroviario, acquistata circa un anno fa da Ferrovie dello Stato e attualmente sottoposta a procedura di concordato preventivo in continuità. [g.l.-m.s.]

SEQUESTRATI 90MLN - La Guardia di Finanza ha eseguito sequestri preventivi fino al valore di circa 90 milioni di euro nei confronti di 15 indagati nell’inchiesta della Procura di Bari sul crac da 230 milioni di euro delle Ferrovie Sud Est che oggi ha portato all’arresto di 11 persone, fra le quali l’ex amministratore unico Luigi Fiorillo. I fatti contestati si riferiscono agli anni 2001-2015. Nei confronti del responsabile tecnico di Fse, Nicola Alfonso, attualmente in pensione, il gip ha applicato la misura del divieto temporaneo di esercitare l’attività di consulenza per la gestione della logistica aziendale. L’indagine è partita nel marzo 2016 sulla base di una relazione del commissario straordinario di Fse, Andrea Viero, poi integrata da numerosi successivi esposti alla Procura. Nella relazione si individuavano già le cause del dissesto, «una lunga serie di atti e decisioni - spiega il gip - che hanno progressivamente depauperato il patrimonio della società e compromesso gravemente il suo equilibrio economico-finanziario». 

Saccheggio Sud-Est. Libro della «Gazzetta» alle ore 20 a Polignano. Atti giudiziari e documenti inediti in un testo dei colleghi Scagliarini e Longo. Alla presentazione ci sarà il ministro Delrio, scrive il 7 Luglio 2016 "La Gazzetta del Mezzogiorno". Non capita tutti i giorni di vedere una busta paga di oltre un milione e mezzo di euro per un netto di 862mila euro. Si tratta del compenso riconosciuto nel gennaio 2006 all’ex amministratore unico di Ferrovie Sud Est Luigi Fiorillo. È solo uno dei documenti pubblicati in «Niente treni la domenica», l’instant book edito da Edisud e dal 1° luglio in edicola con la Gazzetta al prezzo di cinque euro più il costo del quotidiano. Gli autori, i giornalisti Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini hanno ricostruito con una serie di documenti in parte inediti quella che appare ogni giorno di più la storia del saccheggio della più grande ferrovia concessa d’Italia. Partendo dal granello che ha inceppato tutto l’ingranaggio, l’inchiesta sulle carrozze d’oro partita quasi per caso, con una ispezione programmata dall’Agenzia delle Entrate in tema di iva intracomunitaria, gli investigatori si sono imbattuti in ben altro. I treni acquistati in Polonia per quasi cento milioni di euro, dodici dei quali serviti per pagare una lauta provvigione a una società riconducibile a un imprenditore bolognese e la triangolazione di carrozze usate che hanno percorso più chilometri per arrivare in Puglia di quanti ne abbiano effettivamente fatti per trasportare cittadini pugliesi ancora in attesa di un servizio pubblico degno di questo nome, sono solo un pezzo della vicenda. Nel libro si passano in rassegna anzitutto le consulenze milionarie spesso affidate senza una gara a evidenza pubblica e che hanno contribuito – ritengono i commissari – ad avere creato l’immenso buco quantificato in 311 milioni di euro. A beneficiarne esponenti vicini al mondo politico di destra, ma soprattutto di sinistra (in particolare quella cosiddetta “Ferroviaria”). Le tracce hanno portato gli autori quasi sino alle porte del Vaticano e di certi ambienti cattolici. Gli stessi personaggi, a volte intere famiglie, hanno fornito per anni, a volte decenni, interi servizi appaltati all’esterno. Nel libro vengono così tratteggiati non solo i protagonisti, a partire dall’avvocato tarantino Luigi Fiorillo che per quasi un quarto di secolo, prima come commissario straordinario, poi nella veste di amministratore unico, è stato il padre e padrone di un’azienda pubblica. Nonostante da tempo e da più parti provenissero segnali di crisi e di una gestione forse non così efficiente, Fiorillo è stato confermato alla guida di un’azienda pubblica da ben sedici ministri. In “Niente treni la domenica”, che sarà presentato giovedì alle 20 a Polignano a Mare nell’ambito del festival “Libro Possibile” (confermata la presenza dello stesso ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio che ha “dimissionato” Fiorillo lo scorso novembre) si approfondiscono anche i collegamenti tra le inchieste baresi, condotte dai finanzieri del nucleo di polizia tributaria del comando provinciale di Bari, coordinati dal pm Isabella Ginefra, e altre importanti indagini, come quella sulle grandi opere condotte dalla Procura di Firenze. Dalle carte emerge come più di qualcuno avesse considerato le Ferrovie Sud Est come un terreno di conquista per appalti milionari. Un viaggio sui binari pugliesi da non perdere. Fermata dopo fermata.

Niente treni la domenica, Scagliarini e Longo spiegano il “fallimento” delle FSE, scrive Gianni Tinelli il 27 agosto 2016 su "Leggi Noci". «Il nostro lavoro è solo la punta di un iceberg, purtroppo una buona parte dell’inchiesta potrebbe finire in prescrizione». Così i colleghi della Gazzetta del Mezzogiorno Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini spiegano il loro libro edito da Edisud “Niente treni la domenica”, presentato a Noci in occasione di “Asterischi di Cittàdeilibri”. Un libro inchiesta sul depauperamento delle risorse finanziarie di una delle aziende pubbliche di servizi più grande del Mezzogiorno e che oggi si trova sull’orlo del fallimento. «È paradossale – spiegano gli autori in esclusiva a LeggiNoci – che le stazioni ferroviarie chiudano a mezzogiorno del sabato e riaprano alle 6 del lunedì mattina. In un periodo storico in cui si parla di mobilità sostenibile, i treni della Sud-Est, soprattutto in Salento, rappresentano quasi l’unico mezzo di trasporto di persone. L’alternativa è l’automobile privata». Da dove è nata questa vicenda e come siete arrivati alle “carrozze d’oro” da cui è partita l’inchiesta giudiziaria? Risponde Giovanni Longo: «semplicemente io mi occupo di cronaca giudiziaria e Massimiliano di cronache regionali e ci siamo imbattuti in una storia in cui c’era molto di più di quello che era la storia delle carrozze dismesse e poi riacquistate in Polonia a cifre stratosferiche. Questo ha posto in essere uno studio dell’inchiesta della magistratura contabile da cui si sono collegati anche consulenze che nulla avevano a che fare a cifre gonfiate e quindi ci siamo resi conto dell’enorme sperpero di danaro pubblico». Oltre all’azienda principale sono finite nell’inchiesta anche molte aziende dell’indotto, specie della manutenzione. Risponde Massimiliano Scagliarini: «molte di quelle aziende dell’indotto erano un pezzo del sistema perché si sono ritrovate al punto giusto nel momento giusto. Questa società che aveva sede in Toscana improvvisamente viene catapultata in Puglia a fare manutenzioni dei treni, poi 10 anni dopo, scopri che non avevano nemmeno le certificazioni per operare sui treni. Questo è uno dei tanti problemi in cui probabilmente sono andati persi tanti soldi». Come mai col passare del tempo il servizio diminuiva e i prezzi dei biglietti aumentano? Scagliarini: «I prezzi li stabilisce la Regione. Ma è vero anche che è il concessionario a chiedere più soldi e quindi l’ente si trova a inflazionare i prezzi. Purtroppo non è solo un problema della Sud-est ma di tutte le aziende che si occupano di trasporto pubblico locale». Quali difficoltà avete incontrato nell’affrontare l’inchiesta giornalistica e quando avete pensato a concentrare tutto il lavoro in un libro? Longo e poi Scagliarini: «avevamo raccolto parecchio materiale che purtroppo non potendolo pubblicare tutto sul giornale per via degli approfondimenti abbiamo deciso di riversare in un libro. Sul giornale non è stato pubblicato tutto non perché non si poteva ma perché l’inchiesta si allargava anche ad altre inchieste giudiziarie in corso, comunque continueremo a seguire la vicenda anche con l’apertura della parte processuale». Data l’enorme mole di materiale raccolto per una vicenda tutt’ora in atto e che vedrà sviluppi giudiziari anche rilevante è probabile un secondo capitolo del libro inchiesta dei due giornalisti molto legati al territorio.

FERROVIE SUD EST. Ferrovie del Sud Est, l’ad con il contratto co.co.co da 2,4 milioni. La relazione del ministero sul dissesto dell’azienda pugliese. Spesi 132 milioni di euro solo per le consulenze, scrive Sergio Rizzo il 20 marzo 2016 su "Il Corriere della Sera". Come sia stato possibile che al ministero delle Infrastrutture nessuno, per anni, si fosse accorto dell’andazzo, appartiene alla sfera dei misteri italiani. Eppure una spesa per consulenze che in un decennio supera allegramente 132 milioni di euro, per un’azienda pubblica che ne incassa, sì e no, 150 l’anno, e ha 311 (trecentoundici) milioni di debiti, non può non saltare all’occhio dell’azionista. Perché il ministero è appunto il padrone della ditta in questione: Ferrovie del Sud Est, con sede a Bari. È la società che gestisce in Puglia mille chilometri di binari più autobus per i pendolari. Così disastrata che quando il nuovo presidente Andrea Viero, nominato dal ministro Graziano Delrio nel tentativo di rimettere le cose in sesto, ci ha ficcato il naso, ha capito che il commissariamento era inevitabile. E non soltanto perché oltre 1.400 cause di lavoro in un’azienda con 1.393 dipendenti rappresentino un elemento indiscutibile di sofferenza. L’agghiacciante relazione che lo stesso Viero, ora commissario, ha appena finito di scrivere, consegna alla cronaca fatti inimmaginabili. L’amministratore unico Luigi Fiorillo, che ha trascorso nell’azienda ben 23 anni, nel periodo intercorso fra il 2006 e il 2012 aveva percepito per quel ruolo 48 mila euro l’anno. Per un totale di 240 mila euro. Ma il suo compenso effettivo aveva raggiunto 13 milioni 750 mila euro: un milione 145 mila euro in media per ognuno di quei 12 anni. Al confronto, la retribuzione dell’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato era una bazzecola. Come si spiega? Al compenso da amministratore si aggiungevano altre sorprendenti prebende, come un contratto da co.co.co (!!!), che nei soli tre anni dal 2004 al 2006 gli avrebbe fruttato 7 milioni 161 mila euro: al ritmo di circa 2,4 milioni l’anno. Molto meno, ma pur sempre una somma considerevole (220 mila euro l’anno) percepiva invece il capo del personale, che però non lavorava a Bari ma nell’ufficio di Roma (perché c’era anche una sede a Roma). Per trasferirsi in seguito direttamente a casa sua. E ogni volta che andava a Bari, ecco l’indennità di trasferta: 98 euro l’ora. Quindi le consulenze. La relazione dedica un passaggio ai 12 incarichi in tre anni, di cui sei in un solo giorno del 2014, per un totale di 294.550 euro, attribuito allo studio Vernola. Un prestigioso studio barese, famoso anche perché uno dei suoi soci, Marcello Vernola, è stato presidente della Provincia di Bari e parlamentare europeo di Forza Italia. Ma si tratta di briciole, rispetto ad altre voci. Un esempio? «A quanto risulta dalle schede contabili gli onorari liquidati allo studio Schiano a far data dal 2001 a oggi sono stati pari a circa 27 milioni di euro. Tali rilevanti corresponsioni non hanno impedito che si creasse nei confronti dello studio un notevole scaduto che ammonta, secondo quanto rilevato nel corso della due diligence a circa 15,8 milioni di euro». Totale: circa 43 milioni. Per non parlare dei costi siderali delle forniture. La rinegoziazione di quella del gasolio per la ferrovia ha fatto risparmiare 200 mila euro al mese. Quella delle polizze assicurative, invece, oltre un milione l’anno. Di proroga in proroga, le aveva gestite per una dozzina d’anni sempre lo stesso broker con la medesima compagnia. E quando due anni fa l’appalto era stato incidentalmente vinto da un’altra compagnia, l’amministratore unico aveva annullato la gara e aveva riaffidato l’affare alla solita ditta. Il tutto in un caos contabile e operativo indescrivibile. La relazione racconta di servizi indecenti, un’evasione tariffaria mostruosa e senza «sostanziale attività di contrasto». Intanto ai pendolari, furibondi, venivano destinati treni con un età media di oltre vent’anni e locomotori del 1959. E un parco autobus con 90 mezzi su 325 inutilizzabili. Mentre tre treni Stadler, comprati per 5,6 milioni otto anni fa, non hanno mai trasportato neanche un passeggero. 

Ferrovie Sud-Est, dal contratto co.co.co milionario per l’ad fino agli incarichi ai parenti: tutti gli sprechi. A rivelarlo è la relazione elaborata dall’agenzia di consulenza Deloitte incaricata dal commissario straordinario della società Andrea Viero. Nelle 103 pagine del documentato depositato presso il ministero delle Infrastrutture si ricostruiscono tutti i contratti, gli sprechi e i compensi per i dirigenti che hanno portato l’azienda ad accumulare 311 milioni di debiti e 1400 contenziosi. Renzi: "Faremo pulizia", scrive Luisiana Gaita il 20 marzo 2016 su "Il Fatto Quotidiano". “Ferrovie Sud Est ha progressivamente smarrito la propria missione, il trasporto pubblico locale”. Negli ultimi dieci anni l’azienda ha speso 42 milioni di euro nella manutenzione di treni e autobus e 272 milioni in esternalizzazione di servizi, spese legali e consulenze. Che hanno mandato in fumo circa il 18 per cento dei ricavi, arricchendo famiglie amiche, studi legali e consulenti. Una ‘casta’ selezionata dal vertice. “L’azienda era l’amministratore unico” Luigi Fiorillo, che tra il 2004 e il 2005 ha ricevuto compensi per oltre 13,7 milioni di euro. C’è anche questo nella relazione elaborata dall’agenzia di consulenza Deloitte incaricata dal commissario straordinario della società Andrea Viero. Una due deligence contabile, fiscale e legale di 103 pagine depositata presso il ministero delle Infrastrutture in cui si ricostruiscono tutti i contratti, gli sprechi e i compensi per i dirigenti che hanno portato l’azienda ad accumulare 311 milioni di debiti e 1400 contenziosi. “Sulla vicenda squallida di Ferrovie Sud Est andremo fino in fondo. Abbiamo commissariato. E faremo pulizia totale. Il Sud cambia verso” ha scritto il presidente del Consiglio Matteo Renzi su Twitter. Mentre il ministro dei Trasporti Graziano Delrio ha annunciato: “Valuteremo l’azione di responsabilità e consegniamo ufficialmente le carte alla Procura”. Nell’attesa di un piano industriale serio “alle Ferrovie Sud Est sono già stati revocati incarichi e ridotti i costi”. Nel frattempo, però, resta l’amarezza per le cause che hanno condotto al disastro. L’avvocato tarantino Luigi Fiorillo ha ricoperto diversi ruoli al vertice dell’azienda per poi diventare nel 2001 amministratore unico della Ferrovie Sud Est. Gli analisti ammettono che “non è possibile ricostruire tutti i compensi entrati nelle tasche di Fiorillo nei 23 anni trascorsi in azienda”, ma dalle verifiche è emerso che tra il 2004 e il 2005 l’ex amministratore unico ha portato a casa certamente 13,7 milioni di euro. Non c’era un sistema di controlli e formalizzazione delle procedure aziendali che potesse bilanciare il suo potere. “Oltre ai compensi in qualità di organo amministrativo – si legge nella relazione – Fiorillo ha percepito nel tempo diverse e non irrisorie forme di remunerazione. Basti pensare che come amministratore guadagnava 48mila euro, ma tra il 2004 e il 2005 gli sono stati corrisposti – attraverso un contratto co.co.co – oltre 7 milioni di euro. A questi vanno aggiunti i compensi come responsabile unico del procedimento (quasi 5 milioni dal 2008 al 2015) e quelli pagati da Trenitalia come dirigente distaccato di Ferrovie Sud Est (circa un milione). Parti importanti del funzionamento aziendale erano ‘fisicamente’ al di fuori di Fse: “Il direttore del personale svolgeva la propria attività in telelavoro da Roma”, mentre alcune attività fondamentali per la gestione erano in toto appaltate all’estero. Nel corso degli ultimi dieci anni esternalizzare i servizi è costato 272 milioni, 26 solo nel 2015. La spesa per la gestione contabile ammonta a 83 milioni percepiti da Centro Calcolo per le buste paga (42 milioni), Bit per i biglietti (30 milioni) ed Eltel (10). Sono stati pagati, invece, 116 milioni a società esterne per i sistemi informativi, mentre per spese legali, amministrative e di consulenza Ferrovie Sud Est ha sborsato circa 73 milioni. Fra il 2013 e il 2015 le spese legali sono passate da 1,9 fino a 8,1 milioni. Crescendo insieme ai debiti. Il caso più rappresentativo è quello dello studio legale Schiano a cui la società si è affidata totalmente, tanto che “nonostante la gigantesca mole di contenziosi – rilevano gli analisti – non c’è alcuna traccia di una direzione affari legali o almeno di un ufficio che sia stato capace di rapportarsi con i legali esterni”. Lo studio Schiano (a cui sono stati liquidati onorari per 27 milioni dal 2001 a oggi) vanta crediti con l’azienda per circa 15 milioni. L’avvocato Angelo Schiano ha fatto anche parte dell’Organo di vigilanza dell’azienda. Fa capo all’ex presidente della Provincia di Bari Marcello Vernola e al fratello Massimo, l’omonimo studio associato al quale dal giugno 2013 al febbraio 2015 sono stati corrisposti oltre 294mila euro. In tre anni, infatti, sono stati affidati 12 incarichi, sei dei quali in uno stesso giorno, il 22 gennaio 2014. Le consulenze riguardano programmi di valorizzazione con studi di fattibilità di diverse stazioni ferroviarie, ma anche una relazione sul possibile trasporto dei rifiuti degli Ato pugliesi sulla rete ferroviaria Fse. Nel giro di 24 ore, tramite affidamento diretto lo studio ha intascato circa 110mila euro. All’esterno era affidata anche la gestione dell’archivio storico. Fiorillo ha firmato contratti per incarichi a tre Rita Giannuzzi, Franco Cezza e Gianluca Cezza, rispettivamente madre, padre e figlio.  Per un ammontare di 5 milioni di euro, dei quali ad oggi sono stati pagati 2,9 milioni. Il primo contratto se l’è portato a casa l’archivista Rita Giannuzzi, per un compenso mensile di 8.950 (oltre a spese generale forfettarie) poi salito a 9.500.  Nel 2005, il marito dell’archivista, Franco Cezza ha ottenuto un’altra consulenza per curare l’archivio storico per un compenso di 6.650 euro al mese fino al dicembre 2012. Sono seguiti aumento e proroga. Nel frattempo è spuntata un’altra consulenza per il figlio Gianluca Cezza, che nel 2009 ha proposto a Fse di dotarsi di un sistema informatico che consente di semplificare e snellire il sistema di archiviazione dei dati attraverso i codici a barre. Tra gli esempi ricordati nel documento quello degli immobili che l’azienda aveva a Roma. Più volte il collegio sindacale aveva sottolineato l’inopportunità di spendere notevoli risorse economiche nel mantenimento di un ufficio nella Capitale, dato che là aveva sede operativa a Bari (mentre l’amministratore unico risiedeva a Roma). Per non parlare del direttore del personale che, al momento dell’insediamento del commissario, aveva abbondantemente superato i termini per l’accesso alla pensione, ma che “per motivi di salute svolgeva la propria attività da Roma”. E percepiva annualmente 220mila euro e una indennità di trasferta (per ogni volta che andava a Bari) pari a 98 euro all’ora. Un’indennità, ed ecco il paradosso, “non per recarsi fuori dall’azienda, ma per raggiungere la propria azienda”.

Ferrovie Sud Est, la voragine degli sprechi. L'ira di Renzi: "Vicenda squallida, faremo pulizia". Le cifre sconcertanti della cattiva gestione pubblicate nella relazione del ministero: 14 milioni di stipendi a Fiorillo, 27 a uno studio legale di Roma. E poi c'è l'indennità speciale per l'archivio a marito, moglie e figlio, scrive Antonello Cassano il 20 marzo 2016 su "La Repubblica". Compensi stellari per i dirigenti, archivi d’oro e consulenze costose e ingiustificate. C’è questo e molto altro nella relazione che il commissario delle Ferrovie Sud Est, Andrea Viero, ha consegnato nelle ultime ore e che il ministero dei Trasporti ha già pubblicato. Una relazione di poco più di 100 pagine da cui emerge con chiarezza che le Fse sono una macchina mangia soldi e produttrice di scandali. Ora quella relazione mette tutto a nudo, a partire dalle incredibili remunerazioni dei dirigenti. Primo fra tutti quel Luigi Fiorillo che ha fatto il bello e cattivo tempo al vertice dell’azienda come amministratore unico dal 2004 al 2015. In questo arco di tempo, l’ingegnere ha percepito qualcosa come 13,7 milioni di euro. Tutto ciò accadeva «senza che il socio o il collegio sindacale — scrive Viero nella sua relazione — assumessero alcuna determinazione» in merito ai compensi di Fiorillo. E su questa storiaccia all'italiana interviene anche il premier: "Sulla vicenda squallida di Ferrovie Sud Est andremo fino in fondo. Abbiamo commissariato. E faremo pulizia totale. Il Sud cambia verso". Lo scrive il presidente del Consiglio Matteo Renzi su Twitter, commentando la relazione del commissario. "Alle Ferrovie Sud Est sono già stati revocati incarichi e ridotti i costi". E' quanto invece afferma il ministro dei trasporti, Graziano Delrio che su twitter preannuncia: "presto il piano industriale". Il ministro ricorda che nella società ci sono anche "tanti lavoratori per bene". "Il Sud - conclude - #cambiaverso". Ma monta anche la polemica politica. "Le squallide notizie che leggiamo sulla situazione di Ferrovie Sud Est ne nascondono una positiva: finalmente c'è una politica che ha deciso di andare a fondo in vicende di malcostume e malaffare a danno dei cittadini. La decisione del governo e del ministro Delrio di fare piena luce su una vicenda evidentemente losca testimonia la volontà del governo di risollevare il Sud partendo dal settore chiave delle infrastrutture che possono non solo migliorare la qualità della vita dei cittadini ma sono anche strumento di accesso e scambio commerciale, nonché opportunità reale di uno slancio economico per le regioni più depresse d'Italia". Lo afferma il presidente dei senatori del Pd Luigi Zanda. "Era ora! Per anni e anni, purtroppo inascoltati abbiamo denunciato l'opacità e le criticità delle Ferrovie Sud Est e dei suoi vertici, e i governi, proprietari di quell'azienda, che si sono succeduti hanno fatto sempre orecchie da mercanti. Per anni Palazzo Chigi e i ministri competenti hanno taciuto, di fronte alle denunce di Vendola e della Regione Puglia il silenzio o la sottovalutazione dei ministri berlusconiani, di Passera, di Lupi sono eloquenti. Ora si può e si deve aprire una pagina nuova. Era ora che i responsabili del dissesto e delle ruberie venissero perseguiti, ed era ora di permettere a quelle ferrovie di rilanciarsi". Lo dice l'esponente di Sel Nicola Fratoianni. "Ma non si dica che il Mezzogiorno così è alla svolta, altrimenti si ricade nella propaganda. Serve anche altro di fronte all'abbandono di ogni politica nazionale di valorizzazione del Sud: investimenti, risorse, progetti che dalle parti di Palazzo Chigi latitano..." La malagestione parte da lontano. Neanche per i commissari è stato possibile ricostruire la remunerazione corrisposta da Fse all’avvocato Fiorillo per tutti i 23 anni trascorsi in azienda. Quel che è certo è che tra il 2004 e il 2015 l’amministratore unico ha percepito una remunerazione totale lorda pari a 13 milioni 750mila euro. Gli “anni d’oro” per Fiorillo sono quelli che vanno dal 2004 al 2007, quando arriva a percepire quasi due milioni e mezzo all’anno. In questo triennio “risultano corrisposti, attraverso un contratto di collaborazione co.co, importi complessivi pari a 7,6 milioni di euro”. Un compenso, fa notare il commissario, che è stato stabilito dall’assemblea dei soci di Fse. Non va dimenticato che Fiorillo ha percepito un altro milione di euro in qualità di dirigente distaccato di Trenitalia. Nel suo ruolo di assistente al Rup, Fiorillo ha percepito compensi lordi per 4,9 milioni di euro. Ma in merito a questi incarichi conferiti dal Rup a Fiorillo la relazione fa notare che si rileva “un palese conflitto di interessi sia tra quest’ultimo quale Au e Fse, quale società appaltante e sia tra il Rup e il medesimo Fiorillo, in quanto il secondo nomina il primo, il primo nomina il secondo assistente del Rup”. Ma gli scandali nella più grande ferrovia concessa d’Italia non hanno mai fine. Dalla relazione emerge un altro caso eclatante. È quello riguardante l’archivio aziendale e la costituzione dell’archivio storico di Fse. “L’affidamento del servizio avviene mediante l’individuazione diretta del fornitore, in questo caso tre persone fisiche, incaricate separatamente”. Si parte dall’incarico dell’archivista Rita Giannuzzi, poi si passa al commercialista Franco Cezza (incidentalmente — si fa notare nella relazione — si osserva che questi è marito della Giannuzzi) e si amplia l’incarico all’avvocato Gianluca Cezza, “figlio della Giannuzzi e di Cezza”. Un archivio tutto in famiglia dai costi considerevoli. Il compenso mensile per la Giannuzzi veniva fissato in 8,9mila euro, poi rivisto al rialzo fino a 9,5mila euro al mese. Contratto che sarebbe stato esteso fino al 2021 se non fosse intervenuta la revoca del commissario nel gennaio 2016. La stessa dinamica si ripete sui contratti degli altri due, padre e figlio. Fino a oggi ai tre sono stati erogati compensi pari a 2,9 milioni di euro. “Ove non fosse intervenuta la revoca del commissario — è scritto nella relazione — il costo totale per la realizzazione dell’archivio sarebbe giunto alla cifra di 5,4 milioni di euro. Corrispondente al costo di un treno e mezzo (Atr)”.

Non dimentichiamoci…

24 aprile 2015. Un autobus della Sud Est, proveniente da Taranto e diretto a Martina Franca, nel pomeriggio di oggi ha preso fuoco mentre si trovava all’altezza del semaforo di San Paolo, sulla statale 172. Un cittadino che si trovava a bordo del mezzo pubblico, al momento dell’incendio, ha raccontato la sua esperienza e dell’odissea dei passeggeri iniziato sin a Taranto, quando erano stati costretti a scendere dal primo pullman per un’avaria. Saliti a bordo del secondo automezzo delle Ferrovie Sud Est, quest’ultimo ha fuoco all’altezza di San Paolo. Guasti e malfunzionamenti agli autobus della compagnia che serve la provincia di Taranto ed i paesi della Puglia non sono però una novità.

21 ottobre 2015. Un bus delle Ferrovie Sud-Est carico di pendolari ha preso fuoco a Torre Santa Susanna mentre viaggiava sulla tratta tra Brindisi ed Erchie. L'autista, accortosi del guasto, è riuscito a far scendere tutti i passeggeri, che sono rimasti illesi. Le fiamme si sono sviluppate in paese, in piazza Matteotti. I vigili del fuoco sono intervenuti a spegnere le fiamme che avevano avvolto parte del mezzo. A quanto accertato la causa del rogo sarebbe imputabile a un corto circuito.

20 novembre 2015. Un autobus della Sud Est in sosta ad una fermata di via Di Palma, a Taranto, ha preso fuoco per cause in corso di accertamento. Accortosi del principio di incendio, sviluppatosi dal vano motore, l'autista ha subito invitato a scendere dal mezzo gli studenti. Solo spavento, ma nessun ferito tra i passeggeri. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, che hanno spento le fiamme e avviato gli accertamenti per comprenderne l'origine. Il bus, a quanto si è appreso, proveniva da Avetrana.

Il 21 settembre 2015 un pullman della Sud Est prese fuoco ad Avetrana nella tratta tra Manduria e Avetrana. L'autista fiutò il pericolo è fasce scendere i passeggeri, anche in quella occasione studenti pendolari. Il mezzo andò completamente distrutto.

In contralto alla parte viaggiante logora e pericolosa c’è…. Lo scandalo carrozze d'oro delle Sud est: costate 22 milioni e sono ferme, scrive Massimiliano Scagliarini il 27 gennaio 2015 su “La Gazzetta del Mezzogiorno. Sono state comprate di seconda mano in Germania, e sono state ristrutturate in Croazia con l’intermediazione di una società polacca. Secondo la Finanza, in questo giro d’Europa sono state pagate il doppio rispetto al valore di mercato. E ora salta fuori che 21 delle 25 carrozze Silberling che le Ferrovie Sud Est hanno acquistato nel 2009 non sono utilizzate. Alcune non hanno mai percorso nemmeno un chilometro con passeggeri a bordo: e, viste le condizioni in cui si trovano ora, non lo faranno per molto tempo. Le 25 carrozze ex Db sono un pezzo del fascicolo di cui la Procura di Bari sembra essersi dimenticata: è dal 2013 che la Finanza ha consegnato al pm Isabella Ginefra un’informativa in cui ipotizza corruzione e truffa allo Stato per l’acquisto di materiale ferroviario, denunciando 5 persone e chiedendo il sequestro per equivalente di circa 11 milioni di euro. Ma da allora nulla si è mosso. Nel frattempo, gran parte delle 25 carrozze giacciono inutilizzate: soltanto 4, quelle su cui è stato montato un sistema di sicurezza modificato per la chiusura delle porte, circolano nell’hinterland barese. Le altre, per quanto sottoposte a revisione nello scorso aprile, sono ferme: alcune hanno ruggine che cola dal tetto, graffiti sulle fiancate, vetri rotti e sostituiti alla meno peggio. Non un bello spettacolo visti i 22 milioni di soldi pubblici che sono stati utilizzati. «Quattro carrozze circolano regolarmente - conferma il direttore delle Sud Est, Luciano Rizzo -, e vengono fatte ruotare secondo le esigenze del servizio. Il sistema di apertura modificato è una miglioria, ma non significa che le carrozze su cui non c’è non possano essere utilizzate». Fonti interne all’azienda segnalano problemi di circolabilità delle Silberling: «È tutto superato - dice Rizzo -: dopo un’indagine sulla rete abbiamo scoperto che l’unica curva troppo stretta era quella di accesso all’officina, che è stata modificata». Fatto sta che gran parte delle carrozze è ferma sui binari, e non sembra in condizione di circolare: «Questo non è vero - risponde il direttore tecnico -: le abbiamo portate a Bari proprio perché fossero sorvegliate, perché ce le stavano vandalizzando, ma le rimetteremo a posto». A questo proposito, Rizzo dice che «a giorni» verranno messi in esercizio in Salento anche i tre treni Stadler Gtw comprati di seconda mano in Svizzera e fermi dal 2010 per un problema di peso assiale troppo elevato. Resta da capire perché siano state prese 25 carrozze Silberling se, a quanto pare, ne sarebbero bastate molte meno. Le Sud-Est, di proprietà del ministero delle Infrastrutture, le hanno comprate dalle ferrovie tedesche allo stato di rottame spendendo 912mila euro, e le hanno subito dopo vendute alla Varsa di Varsavia per 280mila euro ciascuna. Varsa le ha poi fatte ristrutturare nella fabbrica croata Gredelj, e le ha a sua volta rivendute a Sud-Est a 900mila euro l’una: la spesa totale è di 22,5 milioni. Ma secondo un consulente della Procura il valore delle carrozze ristrutturate è di 448mila euro l’una, cioè 11,2 milioni in totale, mentre Sud Est le ha pagate (al netto della prima plusvalenza) 16,4 milioni, cioè quasi il 50% in più del reale valore di mercato. Siccome 7 delle 25 carrozze sono state finanziate dalla Regione, il Nucleo di polizia tributaria di Bari ipotizza la truffa ai danni dello Stato: le Sud-Est hanno ricevuto 5,36 milioni di contributo pubblico (l’80% del costo delle 7 carrozze), cioè 2,8 milioni in più rispetto al valore reale di quelle carrozze oggi in gran parte inutilizzate.

Ferrovie Sud Est, ecco gli uomini che gestivano la cassa: 50 milioni di euro all'ingegnere di Gallipoli. I nomi più citati nella documentazione sulle origini del dissesto. Vito Antonio Prato ha percepito 50 milioni in 15 anni per la redazione di alcuni studi sul materiale rotabile o l’elettrificazione della rete, scrive Antonello Cassano il 23 marzo 2016 su “La Repubblica”. Dal Berlusconi di Gallipoli all’uomo del collegamento Helsinki-Bari. Dal commercialista con la passione per la scrittura al dipendente distaccato in ambasciata macedone per realizzare una linea autobus Bari-Tirana. Fino allo studio romano che, secondo alcuni, reggeva le fila del sistema messo in piedi da Luigi Fiorillo, l’avvocato da 13 milioni di euro alla guida di Ferrovie Sud Est (Fse) per vent'anni. Sono questi alcuni dei personaggi più citati nella relazione sul dissesto delle ferrovie concesse più lunghe d’Italia che il subcommissario Domenico Mariani ha consegnato in Procura a Bari. L'ingegnere d'oro. A Gallipoli lo hanno soprannominato “Berlusconi”. C’è chi giura che una delle barche più grandi ormeggiate nel porto della città salentina sia di sua proprietà. Quel che è certo è che l’ingegner Vito Antonio Prato ha percepito da Fse nell’arco di un quindicennio circa 50 milioni di euro. Da una visura camerale emerge che la Prato Engineering srl ha una sede legale in via Imbriani a Lecce in cui lavorano 11 dipendenti, una a Milano e anche un distaccamento in Bulgaria. La nota dell'ex ministro Lupi. La relazione della Deloitte, richiesta dai commissari di Ferrovie Sud Est per fare chiarezza sui conti dell'azienda, analizza anche le remunerazioni dei dirigenti. Ma è su Sandro Pacella che si soffermano gli analisti. Strettissimo collaboratore di Ercole Incalza, grand commis del ministero dei Trasporti, è proprio lì, al dicastero romano, che di fatto lavora, nonostante Fse gli paghi uno stipendio di 173mila euro all’anno. Quando gli analisti hanno chiesto informazioni su di lui, dagli uffici è stata fornita «esclusivamente — segnala la Deloitte — una comunicazione del 15 maggio 2013 del ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi» con cui quest’ultimo segnalava la presenza di Pacella al gabinetto del ministero fin dal 2003 come componente dei seguenti gruppi: Alto Livello diretto da Karel Van Miert, gruppo di lavoro relativo al Corridoio 8. Nella stessa comunicazione di Lupi si fa notare la necessità per Pacella di continuare a seguire questi progetti, «in quanto sia nel corridoio Helsinki-La Valletta sia nell’area Balcani il ruolo del nodo di Bari è rilevante e quindi, di converso, anche quello di Fse che opera in tale nodo». Insomma, fondamentale per collegare Helsinki a Bari. Arrestato nell’ambito dell’inchiesta di Firenze sulle grandi opere, Pacella ha lasciato Fse a fine febbraio. Beltramelli e la Filben. Un altro capitolo della due diligence riporta i legami tra Fse e Filben srl, controllata da una società di Carlo Beltramelli, l’uomo che ha fornito a Fse le 20 carrozze polacche della Varsa. Ma la Filben controlla per intero anche la Sil, che per Fse ha effettuato vari servizi al costo di 402mila euro. Gli analisti della Deloitte fanno notare che la Sil «nella propria opera di monitoraggio degli acquisti ha privilegiato società alla stessa collegate, operando in totale conflitto di interessi». Il commercialista di Maglie. Nel romanzo sugli sprechi messo a punto dai commissari spicca anche il personaggio di Franco Cezza. Per questo commercialista di Maglie la famiglia è tutto. Non è un caso se si ritrova a lavorare gomito a gomito assieme alla moglie e al figlio per mettere a punto l’archivio delle Sud Est. I tre hanno percepito 3 milioni di euro in un decennio di lavoro, fino all’arrivo dei commissari che hanno bloccato tutto. Ma Cezza ha anche la passione per la scrittura: è autore, insieme con il figlio Gianluca, del volume La liquidazione coatta amministrativa. Lo studio Schiano. Un ruolo importante è svolto dallo studio legale romano Schiano, che negli anni si è occupato del contenzioso di Fse. Gli nonorari dello studio ammontano a 27 milioni di euro, senza considerare i 15 ancora dovuti da Fse. Deloitte rimarca che Fse è sovente costituita in giudizio con il patrocinio di più avvocati, addirittura in aggiunta i sopradetti procuratori generali con una «moltiplicazione dei compensi». Il software utilizzato per archiviare pratiche e relative fatture, seppure di proprietà di Fse, che ne paga il canone e manutenzione, è installato «esclusivamente presso l’associazione Schiano». Il Macedone. Forse il personaggio più curioso del romanzo delle Sud Est è Giovanni Sabato, dipendente distaccato presso l’ambasciata della Repubblica di Macedonia a Roma. Perché? «Dai documenti — scrive Deloitte — emerge lo svolgimento di inizative relative al Corridoio 8». L’obiettivo era accorciare le distanze tra Fse e Macedonia. Nel 2013 per questo dipendente le Sud Est hanno sostenuto costi totali pari a «133mila euro (di cui 16mila per premi) e altri 133mila nell’anno fiscale 2014». Al loro arrivo, a gennaio scorso, i commissari hanno convocato in sede a Bari anche Sabato. Oggi il dipendente e è tornato a lavorare nella sede leccese di Fse. Ma non rinuncia ai suoi progetti, uno dei quali illustrato anche ai commissari: una linea autobus tra la Puglia e l’Albania.

Il disastro Sud-Est aperto il quarto fascicolo. In Procura a Bari la relazione sui 270 milioni sperperati. «Cercheremo i soldi anche in Vaticano», scrive Massimiliano Scagliarini su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 23 marzo 2016. La Procura di Bari verificherà i contenuti della relazione sullo scempio delle Sud-Est, puntando dritta sui 270 milioni che negli ultimi anni sono usciti dalla più grande ferrovia concessa d’Italia per spandersi in mille rivoli tra consulenze e appalti d’oro. Da ieri i documenti sono anche nelle mani della magistratura ordinaria: il subcommissario Domenico Mariani è stato per oltre un’ora a colloquio con il procuratore Giuseppe Volpe e con l’aggiunto Lino Giorgio Bruno, che coordinerà il nuovo fascicolo già delegato alla Finanza per gli approfondimenti di indagine. Nel mirino, dunque, finiranno le procedure e le modalità con cui le Sud-Est sono state gestite fino a causare un buco da 310 milioni che, anche questo mese, vede l’azienda nell’impossibilità di pagare in tempo gli stipendi. Un approfondimento investigativo che dovrà riguardare, oltre che i manager, anche i destinatari degli incarichi d’oro firmati dall’ex amministratore unico Luigi Fiorillo. Dunque una caccia ai soldi: i magistrati baresi non hanno infatti escluso la possibilità di verificare, tramite una rogatoria, se l’avvocato tarantino risulta titolare di conti presso lo Ior, la banca vaticana. Una buona parte dei consulenti, in particolare l’avvocato romano Angelo Schiano, sembrerebbero infatti collegati con i centri del potere vaticano, anche per motivi storici. Le Sud-Est furono fondate dal marchese Bombrini, un banchiere genovese che ai primi del ‘900 scese in Puglia per finanziare i lavori dell’Acquedotto Pugliese: e, del resto, le società che fino all’anno scorso hanno gestito la contabilità della Sud-Est erano le stesse che si occupavano delle aziende di Bombrini. Quello sulla relazione di Viero è il quarto fascicolo aperto a Bari sulle Sud-Est. È già approdata in udienza preliminare l’indagine sui treni d’oro in cui si ipotizza l’acquisto a prezzi gonfiati di vagoni di seconda mano e dei convogli polacchi Atr-220: una parte delle accuse (quelle relative alla corruzione) va verso la prescrizione. Altre due indagini, sempre affidate alla Finanza, riguardano poi aspetti fiscali: la prima è relativa alla polacca Varsa, la società intermediaria dei treni, che secondo gli investigatori sarebbe in realtà riconducibile all’imprenditore bolognese Carlo Beltramelli. La seconda indagine è nata dalle risultanze della verifica compiuta dalla Finanza sui bilanci del 2013, ed ipotizza reati fiscali. Sulla relazione di Viero ha già aperto un fascicolo la procura regionale della Corte dei Conti. Il ministro Graziano Delrio ha fatto sapere che i documenti sono stati trasmessi anche all’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone.

Ferrovie Sud Est, nel mirino gli sprechi per il personale: in 180 negli staff, boom di permessi. Fra 2013 e 2014, come ha certificato la Deloitte nella due diligence sui conti richiesta dai commissari, i costi per il personale ammontavano a circa 73 milioni di euro (pari al 47 per cento del valore della produzione), scrive Antonello Cassano il 24 marzo 2016 su "La Repubblica". Contenziosi in tribunale, spese elevate per gli straordinari e per contrattazione di secondo livello, permessi e distacchi sindacali. Non ci sono soltanto gli sprechi in appalti e consulenze. Una parte della relazione dei commissari delle Ferrovie Sud Est è dedicata anche alle spese sui circa 1.300 dipendenti delle più grandi ferrovie concesse d’Italia. È anche su questa partita che si gioca il piano di risanamento aziendale. Tre i temi su cui le parti dovranno discutere nei prossimi giorni: il contenzioso con i dipendenti sul trattamento di fine rapporto non corrisposto, l’aumento dell’efficienza sul posto di lavoro e la rinegoziazione dei permessi sindacali. Si parte dalle cifre: fra 2013 e 2014, come ha certificato la Deloitte nella due diligence sui conti di Fse richiesta dai commissari, i costi per il personale ammontavano a circa 73 milioni di euro (pari al 47 per cento del valore della produzione). È sempre Deloitte a segnalare che una parte significativa del costo del personale era costituita dal costo connesso alla contrattazione di secondo livello, che mostra un’incidenza sul totale del costo pari al 25 per cento nel 2014. Su questo fronte i commissari sono già intervenuti con la disdetta degli accordi sindacali di secondo livello. Ma la relazione dei commissari evidenzia anche alcune inefficienze: si segnala una elevata incidenza di risorse adibite ad attività di supporto operativo «presso le funzioni centrali cosiddette “di staff” (complessivamente oltre 180 addetti pari al 15 per cento dell’organico aziendale) oltre che di personale non idoneo a svolgere le mansioni assegnate (circa 60 risorse)». Inoltre al loro arrivo i commissari hanno anche constatato una pesante incidenza di tempi cosiddetti non produttivi sul totale del tempo di lavoro (tra cui trasferimenti a vuoto e soste intermedie) cui l’azienda ha sopperito con un importante ricorso al lavoro straordinario. Un caso a parte è rappresentato da quei cinque dipendenti di Fse che hanno lavorato negli anni scorsi dalla loro sede di Roma. Non a caso la due diligence della Deloitte dedica loro un capitolo a parte. Per mantenere quegli uffici nella capitale l’azienda ha speso nel 2014 circa 1,6 milioni di euro, che si riferiscono principalmente a costi per il personale (1,4 milioni). Ma la partita più delicata è forse quella legata ai permessi sindacali. Al momento non ci sono dati precisi riguardanti il numero di permessi e distacchi concessi ai dipendenti con funzioni sindacali. Quel che è certo è che i permessi saranno destinati a ridursi, così come previsto dalle nuove regole del contratto nazionale. È invece già avviata la partita per chiudere il contenzioso con i dipendenti legato alla mancata erogazione del tfr. Il primo incontro fra le parti è avvenuto nei giorni scorsi. Da una parte Fse con i suoi avvocati e dall’altra 30 legali dei sindacati. L’azienda ha dichiarato di essere disponibile a transare con i dipendenti, mettendo sul tavolo una cifra non superiore a 8 milioni di euro. Per soddisfare tutte le richieste, in realtà, ci vorrebbe almeno il doppio di quella cifra. Ma l’azienda ha chiarito ai legali che la disponibilità economica per chiudere la partita è limitata. In questo modo Fse punta a chiudere in tempi rapidi le cause perse e tentare, per tutte le controversie che rimarranno in piedi, di trovare punti di incontro. L’obiettivo è quello di tornare ad avere un numero fisiologico di contenziosi. Le parti torneranno a incontrarsi nei prossimi giorni per cercare una soluzione più adeguata e meno dolorosa per tutti. Intanto prosegue la polemica sul fronte politico. Andrea Caroppo, capogruppo di Forza Italia in consiglio regionale, attacca: «Fse è un carrozzone clientelare e inefficiente che brucia annualmente centinaia di milioni di euro dei pugliesi, offrendo servizi da terzo mondo. È giunto il momento di chiudere e indire quanto prima più gare a evidenza pubblica, affidando i servizi ad altri».

Donato Ceglie, pm ex icona Antimafia sospeso dal Csm da funzioni e stipendio. La decisione è legata all’indagine che la Procura di Roma ha aperto sul magistrato. Sostituto procuratore generale a Bari, Ceglie si era occupato del processo d'appello dell'ex presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto e anche di uno stralcio della vicenda escort. Da pm a Santa Maria Capaua Vetere aveva indagato sulla Terra dei fuochi. A gennaio, sempre in relazione all’indagine penale a suo carico, il Csm aveva deciso di aprire nei suoi confronti la procedura per il trasferimento d’ufficio, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 4 marzo 2016. Un magistrato simbolo dell’Antimafia, un’icona della lotta alle ecomafie. Questo era il pm Donato Ceglie fino a due anni fa. Per lui oggi è arrivata la sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio e collocamento fuori ruolo dal parte del Consiglio superiore della magistratura. Il magistrato era stato ascoltato dal collegio disciplinare, presieduto dal vice presidente del Csm Giovanni Legnini. Il provvedimento è passato quindi alla firma del ministro della Giustizia, Andrea Orlando. La decisione è legata all’indagine che la Procura di Roma ha aperto sul magistrato. Sostituto procuratore generale a Bari, Ceglie si era occupato del processo d’appello dell’ex presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto e anche di uno stralcio della vicenda escort. Da pm a Santa Maria Capaua Vetere aveva indagato sulla Terra dei fuochi. A gennaio, sempre in relazione all’indagine penale a suo carico, il Csm aveva deciso di aprire nei suoi confronti la procedura per il trasferimento d’ufficio. Ceglie è indagato dai colleghi romani per vari reati, tra cui abuso d’ufficio, una presunta violazione fiscale, ma anche per corruzione aggravata, reato quest’ultimo caduto però in prescrizione. Dall’inchiesta, condotta dal pm Barbara Sargenti e dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, emergerebbero però anche contatti con un imprenditore legato al clan dei Casalesi. Non a caso, quando sollecitò il Csm ad aprire una pratica, il consigliere di Area, Antonello Ardituro, fece riferimento anche a quanto segnalato dal Fatto.it, in cui si citavano, disse, “fatti molto gravi, tra cui quello già prescritto di corruzione in atti giudiziari con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, in concorso con Sergio Orsi, l’imprenditore nel ramo dello smaltimento dei rifiuti, noto per il suo stabile collegamento con il clan dei Casalesi”. In sostanza il magistrato avrebbe invece agevolato imprenditori legati ai clan camorristici. Dalle intercettazioni, inoltre, sono emerse frasi choc ed offensive contro diverse persone, dal procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone al presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone, ai magistrati di Napoli Alessandro Milita, pubblica accusa nel processo Cosentino, e Antonello Ardituro, oggi al Csm. Dalle indagini sarebbero, infatti, emersi anche contatti con un imprenditore legato al clan dei Casalesi, scrive “Il Corriere del Mezzogiorno del 4 marzo 2016. Non a caso, quando il consigliere di Area, Antonello Ardituro, magistrato a Napoli, sollecitò il Csm ad aprire una pratica, fece riferimento anche a «fatti molto gravi», rilevati dagli organi di stampa, «tra cui quello già prescritto di corruzione in atti giudiziari con l'aggravante dell'agevolazione mafiosa, in concorso con Sergio Orsi, l'imprenditore nel ramo dello smaltimento dei rifiuti, noto per il suo stabile collegamento con il clan dei Casalesi». I fratelli Orsi (uno dei quali è stato ucciso dalla camorra) erano titolari della Eco 4 e sono tra i nomi al centro delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto anche l'ex sottosegretario Nicola Cosentino. Dalle intercettazioni, inoltre, sono emerse frasi choc ed offensive contro Pignatone, il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, il pm di Napoli Alessandro Milita e lo stesso Ardituro. C'è poi il capitolo, pure agli atti dell'inchiesta, che riguarda le frequentazioni femminili, da presunti incontri con alcune studentesse di Giurisprudenza, al legame con la moglie di un imprenditore: quando era pm a S.Maria Capua Vetere abusando del suo potere avrebbe costretto la donna, sposata col principale imputato di un'inchiesta, a rapporti sessuali prospettando una serie di benefici. Storia in realtà intricata e poco chiara, che gli è valsa però il rinvio a giudizio nel febbraio 2014 di fronte al Tribunale di Roma per concussione per costrizione e violenza sessuale.

IL CREDITO CHE SI DISCREDITA…

Banche, il caso Popolare di Bari fa tremare la Puglia e 70mila azionisti: indagati i vertici. Nel mirino della Procura anche il presidente Marco Jacobini con i due figli. Anni di gestione irregolare, bilanci in perdita, prestiti anomali, aggravati dall’acquisizione di Tercas. E sullo sfondo, una vicenda di maltrattamenti ed estorsione ai danni di un funzionario che è stato denunciato dall'istituto di credito: "Per noi contano solo i fatti, gli atti, i numeri, la trasparenza delle procedure", scrive Mara Chiarelli il 30 agosto 2017 su "La Repubblica". Regge da sola un pezzo importante dell'economia della città di Bari e della Puglia. Ha garantito prestiti a migliaia fra imprese e famiglie, può contare su 70mila soci e sul lavoro di 3.500 dipendenti. La Banca Popolare di Bari non può crollare: se ciò accadesse, i danni per l'economia regionale sarebbero incalcolabili. Ma una nuova inchiesta della Procura barese racconta anni di gestione irregolare, bilanci in perdita, prestiti anomali, aggravati dalla acquisizione di Tercas, la vecchia Cassa di Teramo. E sullo sfondo, una vicenda di maltrattamenti ed estorsione ai danni di un funzionario troppo solerte.

JACOBINI E DE BUSTIS SOTTO INCHIESTA. È questo il ritratto della Banca popolare di Bari, come emerge appunto dalla nuova indagine affidata ai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria e che è già arrivata a un primo step: i vertici del più grande istituto di credito del Sud sono finiti per la prima volta nel registro degli indagati e con accuse pesanti. Il presidente Marco Jacobini, l'allora direttore generale Vincenzo De Bustis, già amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena e Deutsche Bank, i due figli di Jacobini, Gianluca e Luigi (rispettivamente condirettore generale e vice), il responsabile della linea contabilità e bilancio della popolare Elia Circelli, il dirigente dell'ufficio rischi Antonio Zullo.

LA DENUNCIA DEL FUNZIONARIO. Sono tutti, a eccezione di De Bustis, indagati per associazione per delinquere, truffa, ostacolo all'attività della Banca d'Italia e false dichiarazioni nel prospetto informativo depositato alla Consob. A carico di Marco Jacobini e dei suoi due figli anche i reati di concorso in maltrattamenti ed estorsione. De Bustis, invece, è accusato solo di maltrattamenti. La vicenda, finita sul tavolo del procuratore aggiunto Roberto Rossi, riguarda un arco temporale che va dal 2013 al 2016, quando le irregolarità nascoste nei bilanci dell'istituto di credito sono state svelate da una gola profonda: un funzionario incaricato di mettere a posto le carte nell'ufficio rischi, ma che avrebbe esagerato, evidenziando ai vertici le irregolarità emerse durante la sua attività.

IL LICENZIAMENTO IN TRONCO. Le sue segnalazioni, che riguardavano in buona parte la fase dell'acquisizione di Tercas, non sarebbero state gradite, al punto che sarebbe stato prima mobbizzato e poi licenziato in tronco. Il provvedimento però non ha fermato il bancario, che si è presentato in Procura snocciolando numeri e fatti, raccontando tutto quello che riteneva illecito, prima di avviare contro di loro un procedimento parallelo per mobbing.

LA CONTRODENUNCIA DELL'ISTITUTO DI CREDITO. La replica dell'istituto di credito è stata affidata in un primo momento a una nota: "Le dichiarazioni rancorose di un dipendente licenziato per giusta causa è bene che siano oggetto di ogni approfondimento da parte della Procura, per consentire poi alla Banca Popolare di Bari di agire nei confronti dell'autore di tali inaccettabili propalazioni", si legge in un comunicato. "Per la banca contano solo i fatti, gli atti, i numeri, la trasparenza delle procedure e, di conseguenza, la fiducia dei soci e dei clienti". "E' così fortemente auspicabile - conclude la nota - che gli accertamenti (a cui vi è ampia disponibilità a cooperare) siano rapidi, per sostituire al clamore mediatico, la certezza della correttezza dei comportamenti tenuti". Poi l'annuncio che l'ex dirigente avrebbe chiesto nel giugno scorso alla banca una somma di denaro per evitare la cattiva pubblicità derivante da quelle denunce. La Banca Popolare di Bari, si riferisce ancora, a "tutela della propria reputazione" ha dato incarico "ai propri legali di presentare denuncia per tentata estorsione nei confronti" dell'ex dirigente dell'Istituto "a suo tempo licenziato per giusta causa". In una lettera, secondo la denuncia, l'ex funzionario proponeva un "accordo diretto" con termine di pochi giorni per la definizione, finalizzato a "prevenire" le conseguenze di "pubblicità negative che a queste controversie si accompagnano".

LA PRIMA INCHIESTA. Era dicembre scorso e i finanzieri che già indagavano sulle attività anomali del più grande istituto di credito del Sud hanno trovato riscontri a ipotesi già emerse durante l'esame delle carte sequestrate durante un'altra indagine già aperta con l'ipotesi di reato (a carico di ignoti) per ostacolo alle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, quella coordinata dai pm Lydia Giorgio e Federico Perrone Capano. Nello stesso periodo in cui la gola profonda raccontava, gli investigatori perquisivano le tre sedi baresi, portando via documenti utili a ricostruire "il rilascio di linee di credito, in via diretta o indiretta, con l'acquisto di azioni".

"DANNEGGIATI I PICCOLI AZIONISTI". A proposito dell'altra inchiesta, invece, la Procura ritiene che per agevolare alcuni grossi azionisti, gli ordini di vendita dei titoli sarebbero stati inseriti manualmente senza rispettare l'ordine cronologico e violando così il principio della parità di trattamento dei soci: il tutto a danno dei piccoli azionisti. Una delle contestazioni riguarda la vendita, prima che venissero deprezzate, delle 430mila azioni della Banca Popolare di Bari contenute nel portafoglio della società barese Debar. Alla quale - secondo l'accusa - sarebbe stato concesso di vendere le azioni nell'asta del marzo 2016, prima cioè dell'assemblea dell'aprile successivo in cui le stesse azioni subirono un deprezzamento del 20 per cento (da 9,53 a 7,50 euro). Anche in questa inchiesta si ipotizza il reato di ostacolo alle attività degli organi di vigilanza.

L'AVVOCATO DELLA BANCA: "ACCOSTAMENTI OFFENSIVI". "La fermezza della banca - fa sapere l'avvocato dell'istituto di credito barese, Francesco Paolo Sisto - conduce ad assumere, rapidamente, ogni iniziativa tesa alla tutela della sua reputazione, ivi compresa la denuncia per tentata estorsione nei confronti di un dipendente a suo tempo licenziato per giusta causa". "È solo offensivo, sul piano tecnico - prosegue il legale commentando le notizie sull'indagine - accostare la vicenda tutta da dimostrare della Banca Popolare di Bari a quelle di altre ex banche, con conclamati problemi giudiziari ben diversi", riferendosi alle inchiesta su Montepaschi Siena e Banca 121. "Per il resto - conclude Sisto - i fatti in questione non sussistono. Le procedure dell'istituto sono del tutto trasparenti e certificate, con la conseguenza che le accuse formulate sono destinate inevitabilmente a regredire a mere illazioni".

Popolare di Bari, azionisti pronti a costituirsi in giudizio: per la banca è un incubo da un miliardo. Una protesta degli azionisti della Banca Popolare di Bari. La nuova inchiesta che coinvolge i vertici dell'istituto potrebbe avere effetti importanti per migliaia di correntisti che da anni provano a vendere le loro azioni e che si sono rivolti agli avvocati, scrive Antonello Cassano il 31 agosto 2017 su "La Repubblica". Una svolta per 70mila azionisti, un incubo per la banca. La nuova inchiesta della Procura di Bari che coinvolge i vertici della Banca Popolare di Bari potrebbe avere effetti importanti per migliaia di correntisti che da anni provano a vendere le loro azioni e che si sono rivolti agli avvocati pur di riavere indietro il loro denaro. A disegnare un primo scenario è il Comitato per la tutela degli azionisti della Bpb. Costituitosi a novembre scorso, sull'onda delle proteste dei risparmiatori della Popolare, è composto da Adusbef, Codacons, Codici e Confconsumatori. Proprio il Comitato fa notare che i reati di associazione per delinquere e truffa, di cui sono accusati Marco Jacobini e i due figli Gianluca e Luigi, sono pesanti. Ma ancora più deflagranti per il futuro degli azionisti e per la stessa banca potrebbero essere gli effetti dell'accusa di false dichiarazioni nel prospetto informativo depositato alla Consob.

GLI AUMENTI DI CAPITALE. "Quel reato - dice un rappresentante del comitato - nel caso in cui fosse confermato, potrebbe avere una rilevanza diretta per i soci". Per comprendere questo punto, bisogna tornare indietro agli anni 2013-2015, quando la Bpb vara due aumenti di capitale, il primo per 243 milioni di euro e il secondo per 50 milioni di euro, che si riveleranno importanti anche per acquisire la banca Tercas. Quell'aumento di capitale, secondo l'accusa, sarebbe stato fatto dando prospetti falsi alla Consob. "In un prospetto - spiega un rappresentante di una associazione dei consumatori - la banca comunica tutti i dati sulla propria situazione finanziaria. L'istituto è obbligato a fornire dati finanziari veritieri, anche perché è su quei dati che gli investitori si regolano per acquistare titoli della banca". Se fosse confermata la tesi accusatoria gli azionisti della Bpb in quegli anni avrebbero acquistato titoli sulla base di dati non veritieri. "Pertanto - è scritto nel comunicato diffuso dal Comitato - gli azionisti sarebbero legittimati a domandare il risarcimento dei danni subiti, per un investimento fatto sulla base di dati di prospetto e di bilancio irregolari". Si tratta di un principio stabilito dalla Cassazione, come spiega Antonio Pinto (Confconsumatori): "In casi come questo, se confermato, chi ha investito ha diritto a chiedere la risoluzione del contratto di acquisto, con conseguente restituzione dell'investimento".

LE CONSEGUENZE. Un salasso per la banca, tenuto conto che il valore di tutte le azioni distribuite fra i 70mila soci ammontava fino a qualche mese fa a più di un miliardo di euro e che una buona parte degli azionisti si è già rivolta negli anni all'istituto per cercare di rivendere le sue azioni. Ma le conseguenze dell'inchiesta della procura non si esauriscono qui. Sempre il Comitato fa notare che adesso si apre la possibilità di costituirsi come parte offesa nel procedimento contro la banca. "Infatti, alcuni dei reati ipotizzati, laddove accertati, avrebbero un nesso di causalità diretto sia con il prezzo a cui sono state vendute le azioni e sia con le modalità di vendita delle stesse".

LE MOSSE DELLE ASSOCIAZIONI. Alla luce delle ultime novità giudiziarie, quindi, le associazioni si rimettono in moto. Non a caso il Comitato degli azionisti della Bpb ha convocato un incontro con i suoi iscritti per mercoledì pomeriggio nella sua sede barese per descrivere le azioni di tutela che si potranno intraprendere. Anche perché "le risultanze dell'inchiesta penale consentirebbero pure di acquisire elementi per rafforzare le domande di restituzione degli investimenti da proporre dinanzi al giudice civile, oppure dinanzi all'arbitro delle controversie finanziarie".

LE VOCI DEGLI AZIONISTI. Intanto, gli stessi soci che hanno fatto ricorso contro la banca per cercare di rivendere le loro azioni, tornano a farsi sentire. "È terribile sapere di dover rinunciare a soldi che potrebbero servire per far studiare i propri figli e garantirgli un futuro. Siamo stati presi in giro". Adriano Lorusso è uno dei tanti risparmiatori che si sono ritrovati fra le mani azioni della più grande banca del Sud. Le voci dei risparmiatori sono quasi tutte molto simili. Correntisti appartenenti per lo più alla classe media che, per usare un eufemismo, non hanno grande esperienza in campo finanziario. Ora si ritrovano tra le mani titoli azionari che non possono restituire per riavere indietro i loro soldi. Quasi tutti si dicono beffati. I casi variano solo per la quantità di denaro investito. Si va dall'imprenditore classificato nei profili di rischio dai funzionari di banca come "investitore esperto" e che si è ritrovato tutta la sua liquidità pari a 396mila euro investita in azioni, alla coppia (invalido disoccupato lui, casalinga lei) di Bari che non sa come rientrare dall'investimento di 30mila euro in titoli. Fino alla signora ultranovantenne che ancora non sa che circa 20mila euro dei suoi risparmi sono stati spesi per comprare titoli della Bpb: "Sua figlia non le dice la verità per tranquillizzarla - conferma l'avvocato Filippo Grattagliano, che segue il caso - se lo sapesse ne morirebbe".

Bari, sotto inchiesta i vertici BpB. «Accuse rancorose, verifiche rapide». Contestati associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’ attività della Banca d’Italia. La gola profonda «licenziata». La Banca: sostituire clamore mediatico con verità e correttezza, scrive il 30 Agosto 2017 “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Per i reati, contestati a vario titolo, di associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’ attività della Banca d’Italia e false dichiarazioni nel prospetto informativo depositato alla Consob, la Procura di Bari ha fatto notificare un avviso di proroga delle indagini ai vertici della Banca Popolare di Bari (BpB). I fatti - riporta La Repubblica - risalgono al periodo 2013-2016 quando la BpB acquistò la Cassa risparmio di Teramo. Sei gli indagati: il presidente Marco Jacobini, l’allora direttore generale Vincenzo De Bustis, ex amministratore delegato di Mps e Deutsche Bank Italia, i due figli di Jacobini, Gianluca e Luigi (rispettivamente condirettore generale e vice), il responsabile della linea contabilità e bilancio della popolare Elia Circelli, il dirigente dell’ufficio rischi Antonio Zullo. A carico di Marco Jacobini e dei suoi due figli si ipotizzano anche i reati di concorso in maltrattamenti ed estorsione. De Bustis, invece, è accusato solo di maltrattamenti. La vicenda all’attenzione dei pm riguarda presunte irregolarità nascoste nei bilanci dell’istituto di credito svelate ai magistrati da un funzionario incaricato di mettere a posto le carte nell’ufficio rischi. Il dipendente avrebbe evidenziato ai vertici della banca le irregolarità emerse durante la sua attività, ma queste sue segnalazioni non sarebbero state gradite dai vertici della banca, al punto che il funzionario sarebbe stato mobbizzato e licenziato. "Le dichiarazioni rancorose di un dipendente licenziato per giusta causa è bene che siano oggetto di ogni approfondimento da parte della Procura, per consentire poi alla Banca Popolare di Bari di agire nei confronti dell’autore di tali inaccettabili propalazioni». È quanto dichiara in una nota l’istituto di credito con riferimento alla notizia dell'indagine della magistratura barese. «Sia chiaro: per la Banca - prosegue la nota - contano solo i fatti, gli atti, i numeri, la trasparenza delle procedure e, di conseguenza, la fiducia dei soci e dei clienti. E’ così fortemente auspicabile che gli accertamenti (a cui vi è ampia disponibilità a cooperare) siano rapidi, per sostituire al clamore mediatico, la certezza della correttezza dei comportamenti tenuti».

BANCA DENUNCIA EX DIRIGENTE PER TENTATA ESTORSIONE - L’ex dirigente della Banca Popolare di Bari che ha denunciato presunte irregolarità nei bilanci (dando avvio all’indagine a carico dei vertici dell’istituto di credito) e di aver subito maltrattamenti fino al licenziamento, avrebbe chiesto nel giugno scorso alla banca una somma di denaro per evitare la cattiva pubblicità derivante da quelle denunce. Lo sostiene la BpB che, a «tutela della propria reputazione», ha dato incarico «ai propri legali di presentare denuncia per tentata estorsione nei confronti» dell’ex dirigente dell’Istituto «a suo tempo licenziato per giusta causa». In una lettera, secondo la denuncia, l’ex funzionario proponeva un «accordo diretto» con termine di pochi giorni per la definizione, finalizzato a «prevenire» le conseguenze di "pubblicità negative che a queste controversie si accompagnano». "La fermezza della banca - dichiara il legale dell’istituto di credito barese, avv. Francesco Paolo Sisto - conduce ad assumere, rapidamente, ogni iniziativa tesa alla tutela della sua reputazione, ivi compresa, la denuncia per tentata estorsione nei confronti di un dipendente a suo tempo licenziato per giusta causa». «È solo offensivo, sul piano tecnico - prosegue il legale commentando le notizie di stampa sull'indagine - accostare la vicenda tutta da dimostrare della Banca Popolare di Bari a quelle di altre ex banche, con conclamati problemi giudiziari ben diversi», riferendosi alle inchiesta su MPS e Banca 121. «Per il resto - conclude Sisto - i fatti in questione non sussistono. Le procedure dell’istituto sono del tutto trasparenti e certificate, con la conseguenza che le accuse formulate sono destinate, inevitabilmente a regredire a mere illazioni».

Banca Popolare di Bari in crescita nonostante crisi. Nonostante una crisi globale, che nell'ultimo anno non ha risparmiato nessuno, la Banca Popolare di Bari continua in un processo di crescita che dalla sua fondazione, 50 anni fa nel 1960, non ha conosciuto interruzioni con fusioni ed acquisizioni che oggi ne fanno una delle roccaforti del sistema finanziario meridionale con 260 filiali ed una base sociale forte di 47mila soci azionisti. In questo contesto i numeri del bilancio 2009, approvato dal cda e che sarà portato in assemblea domenica 18 aprile, assumono un rilievo che va ben oltre il dato quantitativamente positivo, scriveva il 7 Aprile 2010 Luciano Sechi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Nonostante una crisi globale, che nell'ultimo anno non ha risparmiato nessuno, la Banca Popolare di Bari continua in un processo di crescita che dalla sua fondazione, 50 anni fa nel 1960, non ha conosciuto interruzioni con fusioni ed acquisizioni che oggi ne fanno una delle roccaforti del sistema finanziario meridionale con 260 filiali ed una base sociale forte di 47mila soci azionisti. In questo contesto i numeri del bilancio 2009, approvato dal cda e che sarà portato in assemblea domenica 18 aprile, assumono un rilievo che va ben oltre il dato quantitativamente positivo.  «Il 2009, ha visto per il nostro istituto, la crescita su tutti i mercati dove la banca è presente e di tutti i principali indicatori commerciali e patrimoniali dell’Istituto – commenta l’amministratore delegato Marco Jacobini - anche in un anno di congiuntura negativa si è riusciti ad incrementare il sostegno a famiglie e imprese e ad ottenere risultati al di sopra delle aspettative. Tant’è vero che sarà proposto all’assemblea dei soci un incremento del prezzo di emissione delle azioni». Nonostante la particolare tensione del sistema creditizio la Popolare di Bari ha proseguito nel rafforzamento patrimoniale con un incremento del patrimonio netto che si attesta a 770 milioni di euro (+ 34%). E' peraltro da sottolineare che nel corso del 2009, il gruppo ha acquisito la maggioranza del capitale della Cassa di Risparmio di Orvieto, storico istituto umbro che amministra raccolta da clientela per oltre 1 miliardo ed impieghi per 750 milioni, con 47 filiali, un numero che, precisa ancora Marco Jacobini, sottolineando la positività dell'andamento della banca umbra, potrebbe salire ad una sessantina di sportelli con quelli già acquisiti dalla Popolare di Bari nella stessa area. Del centro Italia. In un anno caratterizzato da una congiuntura economica particolarmente complessa si è peraltro registrata una crescita della raccolta complessiva del 3,2% raggiungendo così i 9,3 miliardi e della raccolta diretta dell’8,9% raggiungendo i 5,2 miliardi. Notevole è stato l’incremento degli impieghi attestatisi a 4,6 mld di euro (+11,4%), con una crescita dei mutui alle famiglie a 1,6 mld. (+ 10,8%) del credito al consumo del 12,5% e degli impieghi alle imprese a 2,11 mld. (+12,9%). «La crisi – ricorda ancora Marco Jacobini – si è avvertita maggiormente a partire da settembre e solo nel febbraio di quest'anno ha rallentato i suoi effetti, i settori che hanno sofferto di più sono stati quelli industriali, soprattutto le piccole e medie imprese, con i beni durevoli che hanno scontato un rallentamento delle vendite ed una riduzione di ordinativi». Anche per questo e in un contesto che comunque punta ad una tenuta del credito la Popolare di Bari ha previsto una cinquantina di milioni di euro di accantonamento, anche perchè, per dirla con Marco Jacobini «per continuare la crescita è necessario essere cauti» senza mai rinunciare ad una ottimizzazione dell'efficienza che rimane un obiettivo costante della banca, del resto nel 2009 il margine di intermediazione è risultato in aumento attestandosi a 276,3 mln (+2,6%). La banca può contare su 47.500 soci (+6,7% rispetto al 2008) e nel solo 2009 sono stati acquisiti 24.500 nuovi clienti, che hanno incrementato del 13,2% lo stock complessivo rispetto al 2008 mentre i costi operativi si sono attestati a 195,4 mln di euro (+1,8%). Peraltro in un contesto di particolare deterioramento del credito a livello mondiale e nazionale, la Popolare di Bari pur continuando nella crescita dell’attività di sostegno al territorio, alle famiglie e alle piccole e medie imprese, ha operato, in ottica prudenziale, rettifiche nette su crediti per l’1,1% circa degli impieghi medi determinando così un utile netto di 10,5 mln di euro ed una conseguente proposta di distribuzione del dividendo pari a 0,10 euro per le azioni con godimento pieno e 0,075 per le azioni emesse nel corso del 2009. Di sicuro la Popolare di Bari può contare su un incremento del patrimonio netto ma anche su una crescita della quota di mercato nei territori dove è maggiormente presente e se nel 2007 era tra le prime dieci banche oggi, in regioni come la Puglia la Basilicata, la Campania e l'Umbria, è tra le prime tre banche del territorio.

Banca Popolare di Bari, osservazioni sull’indagine della magistratura, scrive il 30 agosto 2017 Giovanni Falcone su "Wallstreetitalia.com". Banca Popolare di Bari, avviata un’indagine da parte della magistratura barese. Stante ai rumors apparsi sulla stampa di oggi, apprendo di una indagine della Procura della Repubblica di Bari nei confronti dei vertici – Presidente Jacobini & Figli – per presunte irregolarità nella gestione della Banca Popolare di Bari, con presunte irregolarità nei bilanci, prestiti allegri e addirittura “maltrattamenti ed estorsione” ai danni di un funzionario. Se queste sono le accuse, peraltro tutte da provare, verrebbe da dire: embè, qual è la novità? Intanto diciamo che trattasi del più grande, forse l’unico Istituto di credito del Mezzogiorno con solide basi ramificate sul territorio che, negli ultimi anni, anche grazie a giudizi favorevoli della Banca d’Italia sta sempre più assumendo i connotati di una banca di portata nazionale.

Ricordo personale. Al netto dei lavori in corso da parte dell’Autorità giudiziaria, trattasi dell’Istituto presso il quale, dopo aver volontariamente lasciato il Corpo della Guardia di finanza, fui assunto come Responsabile Aziendale Antiriciclaggio e Rapporti con le Autorità inquirenti (1999/2007). Ho svolto il citato incarico in assoluta autonomia ricevendo in otto anni ben cinque ispezioni dall’Organo centrale di vigilanza (ex UIC) – due direttamente e tre presso Istituti cui tenevamo il controllo al 100% – senza mai ricevere alcun rilievo anzi, solo complimenti dagli stessi Ispettori della Banca d’Italia intervenuti di volta in volta. Questa è storia! Grazie a questa opportunità, ho avuto la possibilità di conoscere in maniera più approfondita un lavoro che conoscevo solo in parte, nella veste di Ufficiale nel Corpo di provenienza. Lavoro che ancora oggi svolgo attraverso la Falcone Consulting Srl.

Osservazioni. Se oggi fossi chiamato a fornire un giudizio sulla Governance ed organizzazione di questa banca, per quanto parlo di conoscenze datate, direi che il vero problema di questa società del credito è che forse non è mai stata una banca nel senso più compiuto del termine, intesa come distinzione di ruoli e responsabilità delle funzioni, bensì una “ditta individuale” cui ci si faceva riferimento per ogni iniziativa di qualunque specie e natura. Trattasi di un problema per il quale ho ragione di credere che sia stato sollevato anche dall’Organo centrale di vigilanza che, nella realtà non ha mai trovato soluzione. Per intanto aspettiamo l’esito delle indagini appena iniziate. Buon lavoro all’Ufficio inquirente!

Guai giudiziari per la Popolare di Bari: Puglia in ginocchio, scrive il 30 agosto 2017 Daniele Chicca su "Wallstreetitalia.com". Dopo la Toscana ora a tremare è la Puglia. Anni di mala gestione, di bilanci in rosso e di prestiti anomali, aggravati peraltro dalla dubbia operazione di acquisto di Tercas: la banca Popolare di Bari è in crisi e se i suoi guai giudiziari dovessero portare a crac, potrebbero finire sul lastrico i suoi 70 mila azionisti e l’intera Regione Puglia. Come nei casi Mps e delle quattro banche regionali salvate con il bail-in, Banca Etruria, Carife, Carichieti e Banca delle Marche, la Popolare di Bari – che conta 70mila azionisti e 3.500 dipendenti, rischia la bancarotta. Dopo le rivelazioni di una “gola profonda”, la procura ha avviato indagini sul presidente della Popolare di Bari Marco Jacobini. Sotto inchiesta è finito anche l’ex direttore generale Vincenzo De Bustis, già amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena e di Deutsche Bank, Gianluca e Luigi (rispettivamente condirettore generale e vice), e i due figli di Jacobini, Luigi e Gianluca (rispettivamente vice direttore generale e condirettore generale). Nel mirino delle autorità giudiziarie ci sono anche il responsabile della linea contabilità e bilancio della popolare Elia Circelli, il dirigente dell’ufficio rischi Antonio Zullo. Insomma tutti i vertici della banca che da sola rappresenta la colonna reggente più importante dell’attività economica e creditizia della città di Bari, la capoluogo e città più grande della Puglia. La banca Popolare di Bari, come riporta Maria Chiarelli su La Repubblica, ha infatti concesso dei prestiti a migliaia di imprese e famiglie baresi e può contare su 70mila soci e sul lavoro di 3.500 dipendenti. “La Banca Popolare di Bari non può crollare: se ciò accadesse, i danni per l’economia regionale sarebbero incalcolabili. Ma una nuova inchiesta della Procura barese racconta anni di gestione irregolare, bilanci in perdita, prestiti anomali, aggravati dalla acquisizione di Tercas, la vecchia Cassa di Teramo. E sullo sfondo, una vicenda di maltrattamenti ed estorsione ai danni di un funzionario troppo solerte”. Fatta eccezione per De Bustis i dirigenti sono accusati di associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’attività della Banca d’Italia e false dichiarazioni nel prospetto informativo consegnato alla Consob. La famiglia Jacobini dovrà rispondere inoltre del reato di concorso in maltrattamenti ed estorsione. “La vicenda finita sul tavolo del procuratore aggiunto Roberto Rossi – racconta il quotidiano – riguarda un arco temporale che va dal 2013 al 2016, quando le irregolarità nascoste nei bilanci dell’istituto di credito sono state svelate da una gola profonda: un funzionario incaricato di mettere a posto le carte nell’ufficio rischi, ma che avrebbe esagerato, evidenziando ai vertici le irregolarità emerse durante la sua attività”.

Popolare di Bari: le inchieste e i danni ai piccoli azionisti. Con la prima inchiesta, avviata grazie alle rivelazioni di una “gola profonda”, probabilmente un insider della banca, gli inquirenti hanno iniziato a fare luce sulle attività anomali del più grande istituto di credito del Sud. Sono emersi “riscontri a ipotesi già emerse durante l’esame delle carte sequestrate” durante un’altra inchiesta, aperta con l’ipotesi di reato (a carico di ignoti) per ostacolo alle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, quella coordinata dai pm Lydia Giorgio e Federico Perrone Capano. “Nello stesso periodo in cui la gola profonda raccontava, gli investigatori perquisivano le tre sedi baresi, portando via documenti utili a ricostruire il rilascio di linee di credito, in via diretta o indiretta, con l’acquisto di azioni”. Nell’ambito di una indagine separata, la Procura si sta occupando di verificare i sospetti che la Popolare di Bari abbia agevolato alcuni grossi azionisti: “gli ordini di vendita dei titoli sarebbero stati inseriti manualmente senza rispettare l’ordine cronologico e violando così il principio della parità di trattamento dei soci: il tutto a danno dei piccoli azionisti. Uno dei fatti più clamorosi contestati riguarda la cessione, prima della perdita di un quinto del loro valore, delle azioni della Popolare di Bari presenti nel portafoglio della società barese Debar. Secondo la ricostruzione dell’impianto accusatorio, Debar avrebbe ottenuto il permesso di vendere le azioni nell’asta di marzo dell’anno scorso, “prima cioè dell’assemblea dell’aprile successivo in cui le stesse azioni subirono un deprezzamento del 20 per cento (da 9,53 a 7,50 euro)”. Il reato ipotizzato è di ostacolo alle attività degli organi di vigilanza. L’integrazione tra Banca Teras e Banca Caripe è avvenuta a luglio dell’anno scorso, in un’operazione che è stata salutata da Jacobini come un importante passo verso il consolidamento significativo del posizionamento di mercato del Gruppo nei territori d’elezione “per accompagnarne la crescita in Puglia, Basilicata, Abruzzo, Campania e Umbria, attraverso l’evoluzione del modello di business e il miglioramento dell’efficienza operativa”.

Indagati i vertici della Banca Popolare di Bari: associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’attività della Banca d’Italia e false dichiarazioni alla Consob, scrive “Il Corriere del Giorno" il 30 agosto 2017. Sotto inchiesta il presidente Marco Jacobini con i due figli Gianluca e Luigi. Anni di gestione irregolare, bilanci in perdita, prestiti anomali, aggravati dall’acquisizione di Tercas. E dietro le quinte una vicenda di maltrattamenti ed estorsione ai danni di un funzionario troppo ligio al suo dovere, “premiato” …con il licenziamento in tronco. ROMA –  Il top management della Banca Popolare di Bari che annovera 70mila soci con  3.500 dipendenti, rischia seriamente di finire sotto processo a seguito di nuova inchiesta della magistratura barese che riguarda anni di gestione irregolare, bilanci in perdita, prestiti “allegri”… ed un bilancio  appesantito dalle recenti acquisizioni della Tercas, (l’ex-Cassa di Risparmio di Teramo) con dietro le quinte una torbida storia di maltrattamenti ed estorsione ai danni di un funzionario ritenuto troppo solerte. E’ conseguenza dalla nuova indagine affidata dalla Procura ai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria e che è già arrivata a un primo passo non indifferente: per la prima volta il vertice del più grande istituto di credito pugliese è finito nel registro degli indagati e con accuse abbastanza serie. Indagati il presidente Marco Jacobini, i suoi due figli, Gianluca e Luigi Jacobini (rispettivamente condirettore generale e vicedirettore generale), l’ex direttore generale Vincenzo De Bustis, precedentemente amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena e della Deutsche Bank, il dirigente dell’ufficio rischi Antonio Zullo del il responsabile della linea contabilità e bilancio Elia Circelli. Con esclusione del solo De Bustis che è accusato soltanto di “maltrattamenti”, tutti gli altri sono indagati per “associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’attività della Banca d’Italia” e “false dichiarazioni nel prospetto informativo depositato alla Consob”. Nei confronti di Marco Jacobini e dei suoi due figli Gianluca (nella foto a lato) e Luigi anche i reati di “concorso in maltrattamenti” ed “estorsione”. La vicenda seguita dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, si colloca un arco temporale che va dal 2013 al 2016, quando sono state svelate tutte le irregolarità nascoste nei bilanci dell’istituto di credito da una gola profonda: un funzionario incaricato di mettere a posto i documenti delle pratiche presso l’ufficio rischi, il quale sarebbe stato troppo, ligio al dovere segnalando ai vertici della Banca tutte le irregolarità emerse durante la sua attività di verifica e controllo. Queste segnalazioni, che in buona parte erano relative alla fase dell’acquisizione di Tercas, non sarebbero state gradite dal vertice della Popolare di Bari, al punto che il ligio funzionario sarebbe stato “mobbizzato” e successivamente licenziato in tronco. Azione di forza questa che però non ha fermato il bancario ed ha sortito un effetto contrario e negativo. Infatti il funzionario si è presentato in Procura raccontando tutto quello che riteneva illecito, elencando con minuzia e nel dettaglio numeri e fatti, prima di intraprendere contro di loro un procedimento per mobbing. Lo scorso dicembre gli investigatori della Guardia di Finanza di Bari  che già stavano indagando da tempo  sulle attività anomali della più grande banca di Puglia,  hanno reperito nuovo riscontri documentali a delle ipotesi investigative di un’un’altra indagine già aperta coordinata dai pm Lydia Giorgio e Federico Perrone Capano, emerse durante l’analisi delle documentazioni sequestrate con l’ipotesi di reato (all’epoca dei fatti, a  carico di ignoti) per ostacolo alle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza . Nello stesso periodo in cui il funzionario svelata i retroscena delle operazioni creditizie della banca, i finanzieri hanno perquisito le tre sedi baresi, portando via documenti utili a ricostruire “il rilascio di linee di credito, in via diretta o indiretta, con l’acquisto di azioni”. La Procura ritiene in merito alla precedente inchiesta che il vertice della Popolare di Bari per agevolare alcuni grossi azionisti, gli ordini di vendita dei titoli sarebbero stati inseriti manualmente senza rispettare l’ordine cronologico e violando così il principio della parità di trattamento dei soci: operazione questa in danno dei piccoli azionisti. Una delle contestazioni riguarda la vendita, prima che venissero deprezzate, delle 430mila azioni della Banca Popolare di Bari contenute nel portafoglio della società barese Debar. Alla quale – secondo l’accusa ipotizzata degli investigatori – sarebbe stato reso possibile di poter vendere le azioni nell’asta interna del marzo 2016, cioè poco prima dell’assemblea dell’aprile successivo, quando le stesse azioni subirono un tracollo e deprezzamento del 20 per cento scendendo da 9,53 a 7,50 euro. Anche in questa inchiesta la Procura di Bari ipotizza il reato di ostacolo alle attività degli organi di vigilanza. Gli inquirenti stanno svolgendo accertamenti anche sulle modalità di acquisizione di Tercas, la ex Cassa di Teramo.  Nel dicembre 2016 la banca era stata oggetto di una perquisizione nell’ambito dell’inchiesta sul presunto ostacolo alle attività di Bankitalia. La Banca Popolare Bari avrebbe dovuto trasformarsi in spa se il Consiglio di Stato non avesse sospeso, appellandosi alla Consulta, la riforma che eliminava il principio “una testa un voto” negli istituti con oltre 8 miliardi di attivi. La 1semestrale dell’anno la Banca controllata dalla famiglia Jacobini, non è stata una bella semestrale, che ha visto il rallentamento la dinamica delle sofferenze lorde (-0,6% nei sei mesi), mentre si confermano consistenti i livelli di copertura: 61,7% per le sofferenze, 43% per i crediti deteriorati nel loro complesso. In relazione ai dati reddituali, il margine di intermediazione, pari a 202 milioni, si contrae del 7,9% rispetto alla semestrale 2016, a causa del persistere di un contesto di tassi bassi e conseguente riduzione del margine di interesse, e del calo dell’apporto dell’intermediazione sul portafoglio titoli, mentre beneficia di una significativa crescita delle commissioni nette (+9,9%) Il Gruppo sta completando una ulteriore operazione di cartolarizzazione di posizioni a sofferenza, per un importo di circa 350 milioni, per la quale, replicando la cessione del 2016, intende avvalersi della Garanzia dello Stato (GACS). Cioè alla fine paga sempre “pantalone”…

È stata altresì contabilizzata la svalutazione integrale della quota del Fondo Atlante investita nel salvataggio delle due banche venete per una cifra pari a 23,6 milioni di euro In funzione di quanto sopra, il risultato netto semestrale, inclusa la quota di pertinenza di terzi, evidenzia una perdita di 2,6 milioni (2,3 milioni al netto della quota dei terzi). Immediatamente la stampa barese, con in testa la Gazzetta del Mezzogiorno, di cui è bene ricordare la Banca Popolare di Bari detiene in pegno il 30% delle azioni, ha alzato le barricate difensive, sostenendo che “non può crollare: se ciò accadesse, i danni per l’economia regionale sarebbero incalcolabili”, e che la Popolare di Bari “regge da sola un pezzo importante dell’economia della città di Bari e della Puglia ed ha garantito prestiti a migliaia fra imprese e famiglie”.  L’istituto di credito barese con una nota con riferimento alla notizia sull’indagine in corso della magistratura barese coadiuvata dalla Guardia di Finanza si difende: “Le dichiarazioni rancorose di un dipendente licenziato per giusta causa è bene che siano oggetto di ogni approfondimento da parte della Procura, per consentire poi alla Banca Popolare di Bari di agire nei confronti dell’autore di tali inaccettabili propalazioni». “Sia chiaro per la Banca contano solo i fatti, gli atti, i numeri, la trasparenza delle procedure e, di conseguenza, la fiducia dei soci e dei clienti – prosegue la nota – E’ così fortemente auspicabile che gli accertamenti (a cui vi è ampia disponibilità a cooperare) siano rapidi, per sostituire al clamore mediatico, la certezza della correttezza dei comportamenti tenuti”. Qualcuno non ha spiegato qualcosa alla famiglia Jacobini, e cioè che quello che conta è il rispetto delle norme di Legge, che è uguale per tutti e quindi invocare la rapidità è sintomo di debolezza ed arroganza nello stesso tempo. Le indagini hanno per legge dei loro tempi, e la Guardia di Finanza deve poter lavorare serenamente, per tutelare gli azionisti ed il mercato. Che non sembrano molto entusiasti dell’operato della vertice della banca e delle loro decisioni ed iniziative. Sono molti piccoli azionisti che hanno aderito a un comitato di tutela gestito dalle associazioni dei consumatori dopo che la Banca lo scorso anno ha svalutato le azioni del 21% a 7,5 euro.

Popolare di Bari, anche in Puglia rischiamo il disastro-banche. Ieri le anticipazioni su un’indagine della Procura di Bari sui vertici della banca pugliese: le accuse riguardano presunte irregolarità nascoste nei bilanci ma anche vendite di azioni in cambio di finanziamenti. Come nel caso delle banche venete. Il rischio è che il valore delle azioni cali a picco, scrive Fabrizio Patti il 31 agosto 2017 su "L'Inkiesta". Bisognerà osservare molto da vicino gli sviluppi dell’inchiesta sulla Popolare di Bari. Potrebbe sgonfiarsi oppure trasformarsi in un vulcano, ossia in un’altra crisi bancaria dagli esiti imprevedibili. A rischiare di scottarsi sono prima di tutto gli azionisti, che già oggi non riescono a vendere i propri titoli al prezzo finora negoziabile. Andiamo pure con i piedi di piombo. Quello che è emerso di nuovo, riguardo alla Banca Popolare di Bari, è che c’è un salto di qualità nelle indagini della Procura di Bari. Come ha anticipato Repubblica, la procura non sta più solo indagando sulla svalutazione del 20% del valore delle azioni, decisa nel 2016 dall’istituto, e sull’ipotesi che solo alcuni azionisti “privilegiati” siano riuscite a venderle saltando ogni graduatoria. La novità è l’accusa verso i vertici della banca di associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’attività della Banca d’Italia e false dichiarazioni nel prospetto informativo consegnato alla Consob. L’indagine per associazione a delinquere parte dalle rivelazioni di una gola profonda, un funzionario che, ricostruisce Repubblica, doveva sistemare le carte nell’ufficio rischi e sarebbe stato mobbizzato e poi licenziato in tronco per aver riportato ai vertici le irregolarità emerse. Da qui la sua decisione di andare in Procura dove ha raccontato le presunte “irregolarità nascoste nei bilanci” portando “nomi, numeri e fatti”, prima di avviare un procedimento per mobbing. Al numero uno della banca Marco Jacobini e ai due figli Gianluca e Luigi sono contestati i reati di concorso in maltrattamenti ed estorsione. Per l’ex dg Vincenzo De Bustis l’accusa è di maltrattamenti. Subito è arrivata la replica secca della banca. «Le dichiarazioni rancorose di un dipendente licenziato per giusta causa è bene che siano oggetto di ogni approfondimento da parte della Procura, per consentire poi alla Banca Popolare di Bari di agire nei confronti dell’autore di tali inaccettabili propalazioni - dice una nota -. Sia chiaro: per la Banca contano solo i fatti, gli atti, i numeri, la trasparenza delle procedure e, di conseguenza, la fiducia dei Soci e dei clienti».

Ci sono state operazioni baciate? Tra le cose da chiarire ce ne sono almeno due. La prima: cosa si intenda per irregolarità nascoste nei bilanci. La seconda: se sia vera l’ipotesi che stanno seguendo i magistrati, cioè che ci siano state delle “operazioni baciate”, sul modello già tristemente conosciuto presso la Popolare di Vicenza e Veneto Banca. L’ipotesi della Procura è che i dirigenti della banca «procedono al rilascio di linee di credito, in via diretta o indiretta, con l’acquisto di azioni». Quando? Nella ricostruzione del giornale non è chiaro il momento, si fa riferimento a titoli emessi per gestire la liquidità necessaria per la trasformazione da cooperativa in Spa. Di sicuro l’istituto ha effettuato due aumenti di capitale nel novembre 2014 (azioni per 300 milioni e obbligazioni subordinate per 200 milioni circa) e nella primavera del 2015 (50 milioni). Lo scopo era digerire l’acquisizione della banca Tercas di Teramo e poi la più piccola Banca Popolare delle Province Calabre. Come ha sottolineato in un post su Linkerblog Fabio Bolognini, dall’acquisizione la banca barese è uscita con un’esplosione degli Npl e una riduzione della redditività. Questi due grafici rendono l’idea. Il salto di qualità delle indagini della Procura riguarda le presunte irregolarità nei bilanci. Sono state vendute azioni in cambio di crediti? E sono state iscritte correttamente nel bilancio? La risposta a queste domande è fondamentale per il futuro della banca. Secondo Andrea Cattapan, analista finanziario della società di consulenza Consultique, la domanda sull’esistenza operazioni baciate ha un’importanza fondamentale per il futuro della banca. Perché «se fosse vero la situazione sarebbe molto grave. È fondamentale appurare quanta quota ci sia di azioni “autofinanziate”, cioè di azioni sottoscritte da soci ma dove i soldi li dà la banca stessa. È chiaro che il patrimonio formato in questo modo non può essere solido, per questo tali azioni non possono formare il patrimonio di una banca. A Vicenza quando uscì fuori che il 30% del patrimonio era autofinanziato si capì che era la fine della banca».

Azioni, il prezzo è fuori mercato. Le azioni della Popolare di Bari sono già state al centro di un’indagine della Procura di Bari. Non è essendo la banca quotata, il valore delle azioni non oscilla sulla base della domanda e dell’offerta come avviene in Borsa. Nel 2016, a seguito di due perizie esterne di Deloitte e studio Laghi, il prezzo fu abbassato da 9,53 a 7,50 euro. L’occasione fu la registrazione delle perdite del 2015 (297 milioni di euro). Solo alcuni azionisti riuscirono a vendere le azioni a 9,53 euro e la Procura sta indagando per capire se sia stata data precedenza ad alcuni azionisti privilegiati, invece che rispettare il criterio cronologico. Ci sono state proteste dei piccoli azionisti proprio su questo aspetto, richieste di danni e la costituzione di un Comitato per la tutela degli azionisti della Banca Popolare di Bari. Gli avvocati dei consumatori chiesero in particolare il risarcimento del danno di tutti gli azionisti che sarebbero stati scavalcati dalla famiglia di imprenditori edili De Bartolomeo. È un dejavù, uno dei tanti, rispetto a quel che accadde a Vicenza e a Montebelluna. C’è però un problema ulteriore. Con lo scopo di creare un meccanismo simile a quello di mercato, le azioni della Popolare di Bari sono state rese scambiabili sulla piattaforma Hi-Mtf, noto anche come “borsino telematico”. Il risultato però è stato deludente. Le azioni vendute sono state pochissime, perché l’oscillazione massima consentita era ridotta. A oggi, nota Cattapan, «a un valore di 6,90 euro ci sono 6 milioni di azioni offerte e domanda per sole 100 azioni». Di fatto, nessuno compra (qui il link alla contrattazione della Popolare di Bari su Hi-Mtf). Perché? Perché il rapporto tra la capitalizzazione (prezzo per numero di azioni) e il patrimonio (valore di libro tangibile) è troppo alto. «Per la Popolare di Bari attualmente il rapporto è di circa 1, per le altre banche quotate è di 0,5-0,6 - nota Cattapan -. Perché il rapporto di 1 fosse accettabile, dovremmo avere un bilancio molto più integro, mentre la situazione degli Npl di Popolare di Bari rimane grave; oppure dovrebbe avere una redditività molto maggiore, con a un Roe pari a quello ante-crisi, del 5 o 10%, mentre oggi le banche lo hanno mediamente attorno all’1 per cento. Per Popolare di Bari è di 0,5%». L’utile di bilancio del 2016, pari a 4,5 milioni, ha evitato valutazioni peggiori, ma per Cattapan il “fair value” delle azioni della Bari è del «40% in meno rispetto ai valori attuali». Tutto questo vale tenendo conto dei numeri approvati, gli unici su cui si possono fare ragionamenti precisi. E se eventualmente gli accertamenti della magistratura dovessero imporre di pesare diversamente le azioni autofinanziate? Siamo nel campo delle ipotesi, ma secondo Cattapan lo scenario sarebbe gravissimo. «Le azioni diventerebbero illiquide, come successe per le banche venete. In altre parole, non si troverebbe nessuno disposto a comprarle. Non ci sarebbe neanche più un prezzo». La conclusione? «Sono abbastanza pessimista. I ministri hanno detto che la crisi delle banche venete sarebbe stata l’ultima a essere risolta. Io non credo, questo è un possibile altro caso. Sono pessimista soprattutto per gli azionisti, perché abbiamo visto che le banche in un modo o nell’altro le salvano, mentre il valore per gli azionisti va in fumo». «Sono abbastanza pessimista. I ministri hanno detto che la crisi delle banche venete sarebbe stata l’ultima a essere risolta. Io non credo, questo è un possibile altro caso. Sono pessimista soprattutto per gli azionisti, perché abbiamo visto che le banche in un modo o nell’altro le salvano, mentre il valore per gli azionisti va in fumo».

Il parallelismo con le banche venete. Dobbiamo concludere che la situazione della Popolare di Bari sia simile a quella delle venete? A guardare i numeri approvati no, continua l’analista, perché il rapporto tra i crediti deteriorati netti e il patrimonio netto è 1,4, un valore molto alto ma lontano da quello stratosferico di 3 delle banche venete. Anche il grado di copertura delle sofferenze è maggiore rispetto ai casi veneti ed è stato alzato. E la banca ha fatto dei passi, di cui c’è traccia nel bilancio 2016 e nella semestrale gennaio-giugno 2017, sul contenimento dei costi (soprattutto di personale, con 500 esuberi volontari annunciati) e sull’aumento dei ricavi da commissioni. Sebbene i numeri siano diversi, i parallelismi tra la banca pugliese e quelle venete sono diversi. Li ricordava un anno fa Bolognini: «una crescita fatta da una lunga serie di acquisizioni di altre banche, le ultime particolarmente controverse. La lunghissima gestione padronale della banca da parte di una famiglia. Una serie di aumenti di capitale e prestiti obbligazionari collocati presso la clientela. Il fastidio e il ritardo nel trasformarsi in spa per obbedire al decreto sulle banche popolari e da ultimo la svalutazione improvvisa del 20% del valore delle azioni - non quotate in Borsa - con il malumore di alcuni dei 70.000 azionisti che da mesi o forse più di un anno non riescono più a vendere quelle azioni nel mercatino gestito dalla banca stessa». Ora bisognerà vedere se un altro parallelo sia il ricorso ad operazioni baciate.

Le autorità di vigilanza. Uno scandalo alla Banca Popolare di Bari porrebbe anche domande sul ruolo svolto dalla vigilanza di Banca d’Italia, dopo le critiche arrivata per la gestione della crisi delle banche venete e in particolare di Banca Popolare di Vicenza. Un articolo di Vittorio Malagutti su L’Espresso nel novembre 2016 ha dato conto di un’ispezione di Bankitalia avvenuta in tre riprese nel 2013 presso la Popolare di Bari. Furono segnalate diverse criticità e in particolare che alcuni prestiti importanti sarebbero stati erogati senza verifiche adeguate sulla solidità del cliente, nel gergo bancario «eccessiva correntezza». Nell’ottobre 2013, scrive Malagutti, «poche settimane dopo quella severa reprimenda, proprio da Bankitalia era arrivato a Bari l’invito a farsi carico di Tercas, la vecchia Cassa di Teramo». Il ruolo di Bankitalia in questi casi non ha mai il bollino dell’ufficialità ed è difficilmente dimostrabile: un’indagine sulla cessione della Banca Popolare di Spoleto al Banco di Desio vide l’archiviazione per il governatore Ignazio Visco dell’accusa di abuso d’ufficio. Di «persone che un anno fa suggerivano a Banca Etruria un’operazione di aggregazione con la Popolare di Vicenza» parlò, squarciando un velo di silenzio, la stessa Maria Elena Boschi, allora ministro delle Riforme. In ogni caso l’acquisizione di Tercas da parte della Popolare di Bari non è dispiaciuta in via Nazionale. La stessa acquisizione è stata accompagnata, ricorda il professor Luca Erzegovesi, Università di Trento, da un combinato disposto di strumenti di sistema, per salvare Tercas e allo stesso tempo mantenere in sicurezza la Popolare di Bari. Tra le misure (a parte gli aumenti di capitale) c’è il fatto che metà dei sodi dell’acquisizione siano arrivati dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (ci fu prima una bocciatura da parte della Commissione europea, che però avallo la costituzione di uno schema volontario di intervento, separato rispetto a quello obbligatorio posto a tutela dei depositi). Ci fu anche il primo caso in Italia di ricorso alla Gacs, la garanzia pubblica sulla tranche senior, che permette di alzare il prezzo di vendita medio delle sofferenze e quindi di limitare i buchi di bilancio per la svalutazione delle stesse sofferenze (che in genere sono inserite a un valore molto superiore a quello effettivo di vendita). Nel caso di Bari, la titolarità della tranche senior è rimasta nel portafoglio della stessa Popolare di Bari; il che significa che gli Npl così cartolarizzati sono stati lasciati nell’attivo di bilancio. Lo Stato in caso di perdite che dovessero superare il valore delle tranche junior e mezzanine si troverebbe a pagare, in forza della sua garanzia (che comunque non è gratuita). Altre domande riguardano il tema della trasparenza in caso degli aumenti di capitale e in particolare l’efficacia dei prospetti informativi approvati dalla Consob. Che il valore delle azioni non fosse in linea con quello di mercato non era un mistero e si poteva leggere chiaramente anche sui documenti relativi agli aumenti di capitale, nota Erzegovesi. Se si prende il prospetto Consob per l’aumento di capitale del novembre 2014, alla voce “Rischi connessi alle condizioni economiche delle Offerte”, si legge in effetti una frase significativa, circa la determinazione del prezzo di offerta delle azioni (8,95 euro, con uno sconto del 6% rispetto al prezzo di emissione di 9,53 euro): «L’Emittente non si è avvalso del supporto di esperti indipendenti (non è stata rilasciata alcuna fairness opinion)». Non solo: «Si segnala che i moltiplicatori “Price/Earnings” e “Price/Book Value” riferiti all’Emittente e calcolati sulla base del citato Prezzo di Offerta evidenziano un disallineamento rispetto ai multipli di mercato di un campione di banche popolari le cui azioni sono quotate in mercati regolamentati». Frase che si trova a pagina 3 sulle 411 del documento, ma che bisogna capire quanti dei 70mila soci della banca abbiano interpretato come un campanello di allarme da ascoltare attentamente.

Lo strascico politico. L’ultimo punto interrogativo che sollevano le anticipazioni di Repubblica sono i rapporti con la politica. «In quel momento - documentano le intercettazioni telefoniche - la banca si muove ad alti livelli anche con la politica, cercando di fare pressioni sul governo attraverso agganci locali e nazionali», si legge. Della Popolare di Bari parlò lo stesso Matteo Renzi in un attacco a Massimo D’Alema durante una Direzione Pd dello scorso febbraio. «Non vedo l’ora che parta questa commissione d’inchiesta sulle banche - disse l’ex premier -. Per mesi è sembrato che il problema fosse solo di due-tre banchette toscane. Ma quanto sarà affascinante e appassionante poter discutere delle banche pugliesi, della Banca Popolare di Bari, della 121». Materiale per discussioni di certo ora non manca.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto. 
21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

IL BARI E LA BARESITA'.

Arrestato Giancaspro ex-presidente del Bari Calcio, scrive il 27 settembre 2018 "Il Corriere del Giorno". Avrebbe sottratto beni alla società Finpoweer per un valore di 3,4 milioni di euro. La Guardia di Finanza di Bari ha posto agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta Antonio Giancaspro, l’ex patron del Bari Calcio accusato del crac della Finpoweer srl, società della quale – secondo l’accusa della Procura di Bari – era amministratore di fatto. Le contestazioni risalgono al periodo compreso fra maggio 2013 e gennaio 2018, data del fallimento. Giancaspro, in concorso con il legale rappresentante della Finpoweer Giovanni Ferrara, imprenditore campano indagato a piede libero, avrebbe fatto sparire dalle casse societarie 3,4 milioni di euro. Il denaro proveniente dal crac sarebbe poi finito nella società Kreare Impresa che a sua volta controllava e possedeva il 70% della Finpoweer, di proprietà di Giancaspro. Indagato a piede libero per bancarotta, anche il liquidatore di Finpoweer, il terlizzese Francesco Pio Izzo, per avere agito in concorso con Giancaspro. I due, prima del fallimento della società, avrebbero prima svenduto parte delle quote (3 milioni rispetto al prezzo di mercato di 10 milioni), e successivamente avrebbero svenduto a Kreare Impresa tutte le quote della FTV srl, un’altra società controllata dalla Finpoweer. Cosmo Giancaspro e alcuni funzionari della Banca Popolare di Bari  sono  indagati da tempo anche in un’altra inchiesta della magistratura barese, relativa alla gestione del Bari Calcio, per aver escogitato uno “stratagemma” che aveva il fine di evitare una penalità della FIGC alla squadra barese retrocessa d’ufficio in serie D. Nell’aprile scorso Giancaspro riuscì “con la complicità di funzionari della BPB“,  a far risultare il pagamento dei contributi previdenziali dei giocatori circa 20 giorni prima dell’effettivo versamento, “per evitare di subire le penalità da parte della FIGC“. L’operazione venne realmente effettuata il 6 aprile, ma sui documenti prodotti alla FIGC riportava la data del 15 marzo, facendo risultare come spiega il Gip Francesco Mattiace che “il ritardo era dovuto a non meglio chiariti disguidi addebitabili all’istituto di credito. Ma tutto ciò non sortì effetto sperato al punto tale che l’organo di disciplina sportiva della Federcalcio comminò una penalità alla squadra”. La società ha poi continuato ad accumulare debiti fino alla richiesta di fallimento avanzata dalla Procura. Uno dei particolari di rilievo contenuti all’ordinanza d’arresto spiega le ragioni per cui il Gip Mattiace ha disposto le esigenze cautelari, che si fondano sul pericolo di reiterazione del reato in quanto Giancaspro “opera ancora nel settore imprenditoriale” e, in particolare, per il suo “ruolo di azionista totalitario e amministratore della FC Bari spa”. Il gip del Tribunale di Bari nella sua ordinanza ricostruisce la circostanza nel marzo scorso, in prossimità del pagamento degli F24 della società sportiva, aspettava che arrivasse nelle casse nella società Kreare Impresa una somma di circa 3 milioni di euro “da un non meglio individuato ‘Fondo Libanese‘”. Dopodichè avrebbe cercato “l’ausilio dell’avvocato Giancarlo Lamma” membro del Cda della FC Bari 1908, di creare una società con sede a Londra con conto corrente in una banca a Francoforte per riuscire a far poi transitare il denaro “in pochissimo tempo (un giorno) nelle casse della FC Bari”». Operazione questa della quale Giancaspro avrebbe parlato anche ad un funzionario della Banca Popolare di Bari. Negli atti dell’indagine che ha portato oggi all’arresto di Giancaspro infatti si fa riferimento anche a queste “ulteriori condotte delittuose” relative alle scadenze previdenziali dei calciatori biancorossi. In questa inchiesta, coordinata dal pm Larissa Catella, Giancaspro e i funzionari di banca sono accusati anche di ostacolo all’Autorità di vigilanza. Giancaspro avrebbe portato sull’orlo del fallimento anche la Helios srl, un’altra società riconducibile alla sua Kreare Impresa, che gestiva la “Casa Protetta Ancelle del Santuario” una casa di cura per anziani, accreditata presso il Servizio Sanitario Nazionale, che versa in in stato di crisi ed attualmente in fase di richiesta di concordato preventivo fallimentare. Secondo le certosine ed approfondite indagini della Guardia di Finanza guidata dal comandante provinciale di Bari Gen. Nicola Altiero non avrebbe presentato i bilanci della società per sei anni, esattamente come aveva fatto per la Finpower, Giancaspro. L’ultimo bilancio infatti risulta presentato nel 2012 quando la società risultava già in perdita.  Nel momento in cui i creditori hanno iniziato a pignorarne i conti correnti, Giancaspro l’anno scorso avrebbe pilotato la cessione di un ramo d’azienda ad una cooperativa controllata da suoi prestanome e così facendo “dirottato altrove gli incassi”, in particolare le rette dei pazienti, per evitare che confluissero presso i conti correnti sottoposti a pignoramento.

Bari calcio, pm acquisisce gli atti sul fallimento Matarrese: ipotesi bancarotta fraudolenta. La documentazione acquisita sulla base dell'inchiesta sulla vecchia gestione dell'as Bari: stando alla sentenza di fallimento la società aveva accumulato debiti per circa 31 milioni di euro, tra tasse, fornitori e stipendi, scrive l'11 settembre 2018 "La Repubblica". Documentazione relativa alla vecchia gestione della società as Bari calcio, quella della famiglia Matarrese, è stata acquisita nello stadio San Nicola. A quanto si è appreso, si tratta di una indagine avviata cinque anni fa, dopo la dichiarazione di fallimento della società (il titolo fu poi messo all'asta e acquistato da Gianluca Paparesta). Il fascicolo d'inchiesta, in cui si ipotizza il reato di bancarotta fraudolenta, è coordinato dalla pm di Bari Bruna Manganelli. Il magistrato ha disposto l'acquisizione di documentazione utile a definire il quadro debitorio dell'epoca. Durante l'acquisizione degli atti allo stadio erano arrivati i consiglieri comunali Irma Melini (Gruppo Misto) e Sabino Mangano(M5S), ai quali è stato negato l'accesso e che hanno denunciato l'accaduto chiedendo spiegazioni al Comune di Bari, proprietario dell'immobile. Allo stadio si sono recati un consulente della Procura e il curatore fallimentare, accompagnati dalla guardia di finanza. Stando alla sentenza di fallimento del marzo 2014, la società di calcio barese sorta nel 1928 e dal 1977 nelle mani della famiglia Matarrese, avrebbe accumulato negli ultimi anni debiti per circa 31 milioni di euro, tra tasse, fornitori e stipendi. Con la dichiarazione di fallimento il titolo fu messo all'asta. Dopo una breve gestione Paparesta, la nuova società sportiva passò nelle mani di Cosmo Giancaspro (anche lui adesso al centro di indagini penali, con la società in procedura di concordato), e ora il Bari è stato acquistato dall'imprenditore campano Aurelio De Laurentis.

Illusioni, bluff e cavalieri bianchi: in 18 anni traditi i sogni dei baresi. Negli ultimi 4 anni annunci trionfali di miliardari oltre Oceano che non hanno messo un soldo e hanno illuso una città innamorata della sua squadra, scrive Nicola Pepe l'11 Luglio 2018 su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Dal tentativo, agli inizi del 2000, di mettere insieme una cordata di imprenditori, alle illusioni o bluff di Cavalieri bianchi arrivati da ogni parte del mondo negli ultimi 4 anni. La favola del Bari può essere, purtroppo, riassunta così ed è fotografata nei volti di coloro che hanno illuso (o deluso) una comunità colpevole di essere affezionata ai colori biancorossi, una città innamorata della sua squadra. Ciò che fa più male è rivivere alcuni momenti di gioia: cori, caloroso accoglienza, ospitalità e soggiorni pagati da magnati o pseudo tali. Ma la storia del Bari è lastricata non solo da personaggi che hanno approfittato del brand della squadra per un proprio (legittimi oppure no) tornaconto: la storia è fatta anche di occasioni perse e sogni traditi. Ecco una beve ricostruzione degli ultimi 18 anni.

LA CORDATA DI IMPRENDITORI BARESI - I tentativi di acquisto del Bari risalgono addirittura al 2000: fu Vincenzo Divella a farsi promotore di una cordata di imprenditori locali pronta ad aprire un dialogo con la famiglia Matarrese (era in vita Vincenzo Matarrese, il «Presidente», morto nel giugno 2016) ma il discorso si interruppe immediatamente di fronte all’esosa richiesta dell’ex proprietà. Sei anni dopo toccò all’imprenditore lombardo Gianmario Cazzaniga lanciarsi verso la scalata, senza, però, raggiungere risultati apprezzabili.

DAI RUSSI, AI MONEGASCHI AL REAL MADRID - Dal 2007 al 2009, si intensifica la schiera dei potenziali acquirenti. Suggestivo l’interesse di imprenditori russi che incontrarono in segreto l’ex sindaco Michele Emiliano, ma una vera breccia non si aprì. Ad ottobre dello stesso anno, ecco il trio cosiddetto «monegasco» composto da Claude Cohen, Paolo Stancarone e Marco Vedeo che, però, formulò un’offerta piuttosto flebile. Nel 2008 esce allo scoperto persino Lorenzo Sanz, ex presidente del Real Madrid: nulla da fare, anche stavolta.

TIM BARTON, L'AMERICANO LOW COST - Nell’estate del 2009, con la squadra appena promossa in serie A, si consuma il flop forse più famoso della storia: l’imprenditore americano Tim Barton, acclamato al suo arrivo in aeroporto (con un volo low cost) da migliaia di tifosi, si spinge addirittura fino alla firma di un contratto preliminare d’acquisto del 100% del club, salvo poi dissolversi nel nulla. Poco dopo, emerge pure la Meleam con un’offerta formalizzata subito rispedita al mittente.

LE METEORE DELLA RETROCESSIONE - Con la retrocessione in B del 2011, spuntano una serie di «meteore» che non lasceranno tracce evidenti del loro passaggio: dall’immobiliarista Vittorio Casale, alla Real Florida Tv, dal manager milanese Alessandro Proto ad una nuova offensiva della Meleam, fino alle ambizioni di Fabio Montecalvo (presidente di alcune società di comunicazione nel mondo sportivo) che voleva creare un contatto con imprenditori arabi.

IL TENTATIVO DI MONTEMURRO - Nell’estate del 2013, per oltre due mesi Paolo Montemurro (attuale presidente dell’Andria) cercò di acquistare la società, ma la situazione debitoria era già tale da pregiudicare il buon esito dell’affare. Non a caso, nel marzo 2014 il club subì il fallimento.

L'ARRIVO DI PAPARESTA (E INFRONT) - Lo stesso Gianluca Paparesta ha intrattenuto molteplici dialoghi per coinvolgere nuovi investitori nella nuova società che l’ex arbitro internazionale rilevò all’asta del 20 maggio 2014, grazie ai capitali derivanti dalla vendita dei diritti audiovisivi e d’archivio alle società Infront e Mp & Silva. L’ipotesi più intrigante conduceva ai fratelli Boris ed Arkady Rotenberg, magnati russi, già proprietari della Dinamo Mosca: un’eventualità stoppata, tra le varie motivazioni, pure dai provvedimenti assunti in seguito alle tensioni internazionali in Crimea.

L'INTERESSE DEL CINESE ZHENG - Il magnate cinese Zheng, con il suo gruppo Winston, manifesta l'interesse ad acquisire il 100% del Bari calcio formulando anche una offerta. TRa società calcistica e potenziale acquirente le trattative si trascinano, alla fine non approdano a nulla.

LA SCALATA DEL MOLFETTESE GIANCASPRO - Dal 5% delle quote di Romeo Paparesta, l'imprenditore molfettese Cosmo (Mino) Giancaspro entra timidamente della società di cui ne acquisirà il completo controllo dopo il fallimento del progetto di Paparesta di portare un nuovo acquirente (straniero), relegando l'ex arbitro a una quota pari allo 0,66%. Con Giancaspro si apre una vera e propria guerra a colpi di ricorsi e carte bollate.

L'ORSETTO DELLA MALESIA, NOORDIN - L’ultimo capitolo è Ahmad Noordin: l’imprenditore malese che sembrava dover ratificare il suo ingresso nel Bari a tempo di record. Il «tycoon» che aveva regalato la vertigine di approdare in Champions League entro cinque anni. Promesse che ormai da due mesi non hanno avuto un seguito, lasciando in una piazza già lacerata dalla perenne precarietà, l’ennesima sensazione di sentirsi incompiuta.

Da Masiello a Giancaspro: i 7 anni di crisi e nefandezze del Bari, scrive il 17 luglio 2018 Domenico Brandonisio su Bari nel Pallone. Tanto tuonò che piovve. E fallimento fu, quasi al termine di quello che sarà ricordato come il decennio più buio della storia del Bari. Nulla, però, nasce per caso: la cronistoria degli eventi susseguitisi dal 2011 al 16 luglio 2018 ha probabilmente seguito il corso naturale degli eventi. Tempi e modi per correggere la rotta ci sono stati, ma nessuno vi ha posto (voluto o potuto porre) rimedio. Viene quasi da pensare che in fondo è giusto così. Ed è per questo che urge un esame di coscienza collettivo.

L’INIZIO DELL’INCUBO –Riavvolgiamo il nastro dal campionato di Serie A 2010/11. Il Bari è la squadra che pratica il miglior calcio d’Italia e le prime 5 giornate fanno pensare in grande. Via Perinetti, c’è Angelozzi. Sembra ci siano i presupposti per ripetere la strepitosa precedente annata e Ventura (si, proprio l’ex ct della nazionale) continua ad essere considerato un maestro di calcio. Una qualifica che viene smarrita (verrà ritrovata altrove) in un caldo pomeriggio al Ferraris contro il Genoa: succede di tutto, il Bari alla fine perde 2-1. Unica gioia successiva il derby vinto al ‘Via del Mare’ contro il Lecce alla penultima d’andata. Le voci ed i sospetti si rincorrono e proprio i salentini nella sfida di ritorno si ‘garantiscono’ la salvezza sul campo. E quelli che prima erano idoli tirano indietro la gamba, s’infortunano, salutano in lacrime i tifosi in conferenza o, come molti altri, si coprono volto e dignità di vergogna. Uno di loro, Andrea Masiello, era tra i più acclamati della folla. Sarà in seguito il più odiato. Vengono meno unità e compattezza, tutto si sfascia.

STAGNAZIONE – Il Bari, appena retrocesso in B, scopre pian piano i suoi mali. I tifosi sono increduli. Nel frattempo si disimpegna Vincenzo Matarrese dalla carica di presidente (in sella dal 1983, non vi ritornerà più) ed il ds Angelozzi è costretto a fare gli straordinari per mettere su una squadra: già, solo questo. Competitiva o no è un dettaglio, viste le ristrettezze economiche. Torrente si salva per due anni di fila ed è più forte di tutto: penalizzazioni, voci di corridoio e crisi di risultati. Prova a farsi luce un certo Ciccio Caputo, mai del tutto amato e compreso dalla tifoseria. Subirà anche lui una squalifica per calcioscommesse, ma ci torniamo dopo. Si cerca in qualche modo di cedere il club e si punta forte sul duo Montemurro-Rapullino: sembra possibile, sembra fatta. I due entrano nel cuore dei tifosi. La piazza non vede l’ora di ‘sbarazzarsi’ dei Kennedy di Puglia, la tensione è altissima. Dopo 18 trattative fallite a partire dal 2001 la svolta sembra vicina, ma i Matarrese, alla fine, restano. E replicano: “Abbiamo 36 anni di storia, venderemo tutto quello che c’è da vendere”. Ed i debiti, intanto, ammontano a 50 milioni di euro…

IL FALLIMENTO (DEI MATARRESE) – Stagione 2013/14: per la prima volta non viene indetta una campagna abbonamenti, l’aria diventa irrespirabile. Entra nel club Gianluca Paparesta, nella speranza di attrarre qualche imprenditore dall’alto delle sue conoscenze internazionali. La squadra arranca e rischia perennemente la zona playout. Al termine di una sfida persa contro lo Spezia si registra lo strappo con Angelozzi: il ds parla di salvezza, l’ex arbitro di obiettivo playoff. E viene preso per folle. Meno, invece, quando invoca il fallimento pilotato: libri in tribunale e possibilità di salvare la categoria meritata sul campo in caso di acquisizione del club. Il fatidico giorno arriva. Il 7 marzo i Matarrese consegnano i libri in tribunale e pongono fine ad una presidenza in sella dal 1977. Nel frattempo la squadra fa a meno per tutto il campionato di Ciccio Caputo.

LA GRANDE ILLUSIONE – Con i Matarrese fuori dai giochi la città riscopre la sua squadra: 10, 20, 40, 50.000 persone al ‘San Nicola’. Col Modena, in una delle prime giornate di campionato, se ne contavano appena 936. La gente crede e spera in un grande futuro. Si innamora di Paparesta, dei turchi, degli indiani, dei russi. Vive nel terrore dopo le prime due aste andate a vuoto, si tranquillizza alla terza. Il club lo rileva proprio Paparesta: è il 20 maggio 2014, il tutto avviene dopo un’asta perfezionata a suon di rilanci. Sul campo il club risale la china e vede perdere la Serie A al termine di uno sfortunato doppio confronto col Latina. In molti ritengono che quella eliminazione abbia cambiato i connotati al futuro dei biancorossi. Non c’è una controprova, ma da quel momento i dubbi sul nuovo corso aumentano col passare dei mesi. Restano al timone il figlio Gianluca e papà Romeo, non ci sono ingressi di magnati e qualcuno inizia a perdere sogni di grandeur. Si chiacchiera con insistenza del sostegno tacito di Lotito, presidente della Lazio: secche le smentite. Ci saranno anche inchieste giudiziarie, esse si concluderanno con un nulla di fatto. Male la squadra al primo anno con Mangia e Nicola, meglio col tecnico piemontese nella prima metà del secondo anno: eppure, al termine del girone d’andata, l’ex Livorno viene esonerato. Fatali tre sconfitte consecutive nonostante il terzo posto, siderali le distanze da Cagliari e Crotone. Due i ds del biennio: Antonelli ed il rumeno Zamfir, che non sembra avere una grande padronanza dell’italiano. Con Camplone le cose non cambiano di molto: è quinto posto finale, ma la A sfugge al termine di un confronto al cardiopalmo: 3-4 col Novara in casa e nonostante l’esultanza di Paparesta sotto la Curva Nord. Ma il peggio arriva a fine partita e nelle settimane dopo. Perchè il fantomatico magnate Datò Noordin Ahmed – presentato in pompa magna ad aprile 2016 come futuro presidente – si tira indietro all’ultimo istante. Bonifici promessi che non arrivano mai nonostante le promesse da Champions League. Ci avevano creduto tutti alla bontà dell’operazione, almeno in un primo momento. Il Bari sembra ad un passo dal fallimento dopo appena due anni di gestione. Ma a salvarlo provvisoriamente dal baratro è Cosmo Antonio Giancaspro: a dicembre era entrato in società col 5% delle quote ed aveva messo mano al portafoglio per curare la parte economica del club. Il 22 giugno 2016 ribalta le carte in tavola diventando amministratore unico. E Caputo? Lontano da Bari – dove era offeso e fischiato – si riscopre un bomber come mai in precedenza…

L’AGONIA – Il peggio, inizialmente, sembra alle spalle. Ma l’eredità della precedente gestione rende la strada in salita: tanti già da allora i debiti accumulati. Nonostante rivoluzioni, tagli e ridimensionamenti vari Giancaspro a conti fatti Giancaspro non riesce a ridurre la massa debitoria. Eppure, nonostante ciò, l’imprenditore di Molfetta punta anch’egli al piatto forte: la Serie A. Spuntano anche in questo caso indagini giudiziarie, aumentano i contenziosi. Ma lui va avanti e vuole regalare alla città un grande stadio ed un piano industriale (ancora ignoto). Sceglie Stellone e Sogliano, al primo anno non gli dice affatto bene: arriva Colantuono. Tutto sembra procedere bene, ma un’inopinata sconfitta a Trapani (4-0, i siciliani retrocederanno poi in C) rovina tutto. La piazza risponde bene in termini di affluenza, ma a fine anno è delusa e chiede a gran voce le dimissioni di Sogliano. Che non arrivano. Quello che invece cambia è il mister. Scelto Grosso: campione del mondo, faccia da bravo ragazzo. Dopo 3 sconfitte nelle prime 4 giornate la squadra ingrana poco a poco e, al termine del derby interno vinto contro il Foggia, ottiene la testa della classifica del campionato di Serie B. Una gioia che non dura molto, ma la squadra rimane li e se la gioca. A gennaio Anderson sembra ad un passo dalla cessione (misteriosamente in tribuna contro l’Empoli), alla fine rimane dov’è. Idem Galano. Tutto poi scorre fino al mese di aprile, tra alti e bassi. Prima che succeda l’irreparabile…

LA FINE – Siamo ad aprile: voci incontrollate vogliono un Bari incapace di aver onorato per tempo i pagamenti di stipendi e contributi. I debiti accumulati in soli 4 anni di FC Bari 1908 sono 18 milioni. “Fake news” sentenzia Giancaspro in un primo momento: ma la penalizzazione arriva e, nonostante il sesto posto finale con 67 punti, i galletti giocano i playoff fuori casa contro il Cittadella: i veneti avevano fatto ricorso basandosi sulla regolarità del campionato ed avevano avuto la meglio. Il Bari non va oltre il 2-2: si fosse giocato in Puglia, sarebbe stata semifinale. Succede il putiferio: risse, spintoni, tutti contro tutti, Basha contro Giancaspro. “Qualcuno ci aveva detto che era tutto a posto”, tuonava. E tuonava contro quella stessa persona che sosteneva “di avere un piano B senza Serie A”. Ed in realtà non disponeva della cifra necessaria neppure per ricapitalizzare. Il resto della storia è nota ed è un insieme di trattative, disperate corse contro il tempo e di CdA senza esito alcuno, irritazioni e mancate risposte. Chiede di “meritare rispetto” e non lo dà. Nemmeno a quei papabili compratori pronti ad accollarsi i debiti. Prova a cercare una soluzione, a salvare il salvabile. Ma ha una piazza contro, perde progressivamente quel minimo di credibilità di cui disponeva. Viene lasciato solo anche dai suoi più stretti collaboratori: sa tanto di Ceausescu. Fino al rifugio finale in Roma, città eterna. Eterna come la sofferenza di un popolo che dopo oltre sessant’anni riscoprirà l’amarezza di ripartire dai campi di terra battuta e nella speranza di tornare grande.

Fallimento FC Bari, avete spennato il galletto: andate tutti al diavolo, scrive Antonio Loconte il 16 Luglio 2018 su "Il Quotidiano Italiano". Non sono un tifoso del Bari, nel senso ultras del termine, ma ho a cuore i colori della città. La farsa a cui abbiamo assistito mi ha disorientato, anche più della possibile ripartenza da zero, qualunque sia la nuova società. Non è il primo caso e non sarà certo l’ultimo. Ve lo avevamo detto. Sì, ma sarebbe troppo banale. La colpa è soprattutto di Giancaspro. Vero, ma è riduttivo. Vi siete fatti anestetizzare. Evidente, ma neppure questa tesi spiega come il Bari sia fallito molto tempo fa, non oggi. Il lutto non è stato ancora metabolizzato, è ancora il tempo di provare a capire cosa sia potuto succedere. Un paio d’anni fa, quasi contemporaneamente all’idolatrato arrivo di Giancaspro, abbiamo iniziato a mettere tutti in guardia: il suo impero sembrava di cartone. Lo abbiamo fatto subendo le peggiori maldicenze. Neppure con Paparesta siamo stati clementi, tanto per frenare i commenti dei buontemponi. Nessuno, nemmeno i Sindaci e i componenti del Cda si è mai degnato di spiegare i mancati pagamenti a fornitori, calciatori e dipendenti. Non hanno spiegato nemmeno come fosse possibile che una squadra senza quattrini potesse sottoscrivere più di 30 contratti di un certo peso. Se ne sono scappati tutti quando ormai la barca stava affondando. Se l’è svignata ancora una volta l’avvocato Francesco Biga, l’eminenza grigia della storia biancorossa, da Matarrese ai giorni nostri. Dove stavano quando intervistavamo creditori speranzosi di vedere pagati servizi, materiali e prestazioni? Nessuno ha mai acceso i riflettori sulla gestione familiare dell’imprenditore di Molfetta, seppure non abbia personalmente ancora capito in cosa Giancaspro imprenda. Non da febbraio o marzo scorso, ma due anni fa. Qualche risposta potrebbe arrivare dai magistrati. In questa storiaccia il condizionale è d’obbligo sempre. Quarantasei decreti ingiuntivi, 17 milioni di euro di debiti. Neppure il Sindaco, spesso tardivo nei suoi interventi e neppure uno solo degli amministratori pubblici ha sentito mai il bisogno di chiedere conto. Invettive inutili quando ormai era troppo tardi. Si sono concesse proroghe, deroghe, persino stesi tappeti rossi per il progetto di uno stadio copiato e incollato in malo modo. Nell’incubo, non solo sportivo, i voltagabbana hanno dato il meglio di sé. Su certa parte della tifoseria organizzata e alcuni colleghi giornalisti, sempre e comunque proni, evito di scrivere, potrei non riuscire a controllarmi. Le fake news non erano quelle che abbiamo raccontato noi. Giancaspro l’ha fatta a tutti, come detto da Roberto Maffei nelle uniche trasmissioni sportive che contano a Bari: gli allocchi si sono trovati a dover contestare l’unico chirurgo che avrebbe potuto salvare nostra madre e che, invece, l’ha ammazzata. Bugiardo, questo è stato Giancaspro. Ha mentito ed è scappato. Tempi e modi della pantomima sono stati vomitevoli, mentre in tanti si affannavano nelle richieste di sempre: “Nessuna pressione”, “Lasciamoli lavorare”, “Va tutto bene”, ” I soldi ci sono” e poi via libera anche ai selfie sorridenti dei calciatori in ritiro. Chissà poi cosa avevano da ridere. Nell’era dei social Sogliano e la squadra sono caduti dal pero. Nessuno si è accorto di niente. Inverosimile, eppure a Bari può succedere e in effetti succede di tutto. I baresi sono un popolo troppo forte per non ripartire. Ciò che fa più male è il lassismo di chi avrebbe potuto fare qualcosa in tempi non sospetti e invece ha preferito girare la testa dall’altra parte. Sono ancora confuso, ci sono milioni di cose da dire. Intanto andate tutti al diavolo e per quel che conta da queste parti non troverete spalle su cui piangere: le vostre sarebbero solo le lacrime di un galletto che si è lasciato spennare.

Bari calcio: dal 2014 ad oggi una pericolosa giostra tra sogni di gloria e rischio fallimento. Bari calcio: dal 2014 ad oggi una pericolosa giostra tra sogni di gloria e rischio fallimento. La storia recente del club biancorosso racconta di alti (pochi) e bassi (tanti). Ancora una volta il destino del club è appeso a un filo: questa volta si spera nell’imprenditoria locale, scrive Marco Giuliani il 12 luglio 2018 su Bari Today. Tifare Bari nel corso di questi anni è diventato sempre più un atto di fede incondizionata. A rendere difficoltoso il ruolo dei supporter baresi non sono tanto i risultati sportivi, che pure hanno la loro importanza, quanto le vicende societarie che nel passato recente hanno avuto gravi ripercussioni sull'entusiasmo della piazza. Dal 2014 ad oggi, infatti, la passione dei sostenitori biancorossi è stata duramente messa alla prova e frustrata da un turbinio di avvenimenti che ha contribuito a determinare l’instabile situazione odierna e che proveremo a ripercorrere nelle prossime righe.

Il primo fallimento e l’avvento di Paparesta. Dopo le ferite lasciate dal calcioscommesse, emerse al termine della stagione 2010-2011 (addirittura un derby tra le partite incriminate), il Bari ha fatto una grande fatica a rialzarsi. Sfiorata la Serie A con una società in amministrazione controllata, dopo essere usciti in semifinale contro il Latina al termine del campionato 2013-2014 (la “meravigliosa stagione fallimentare”, ndr) l’era dell’A.S. Bari è terminata con una procedura di auto-fallimento che in seguito alla vittoria dell'asta ha poi portato alla costituzione di una nuova società (con tanto di nuovo logo) chiamata F.C. Bari 1908 e presieduta dall’ex arbitro Gianluca Paparesta.

Il bluff di Dato, il club nelle mani di Giancaspro. Accolto trionfalmente come il salvatore della patria, con l'ex fischietto sembrava essere incominciata l’alba di un nuovo corso ma dopo sole due stagioni trascorse in qualità di patron del club, ecco di nuovo i soliti problemi di liquidità. A gennaio 2016, proprio per questo motivo fu consentito in società l’ingresso dell’imprenditore molfettese Cosmo Antonio Giancaspro come socio al 5%. Parallelamente Paparesta era alla ricerca di nuovi investitori e uno di essi fu individuato nel sedicente imprenditore malese Ahmad Noordin Datò. Accolto in città con grande entusiasmo, tra bandiere malesi allo stadio e grandi mangiate di frutti di mare, il tycoon (?) asiatico che aveva promesso di portare il Bari in Champions in 5 anni, si tirò improvvisamente indietro senza fornire spiegazioni. Un plot che ricalcava fedelmente quanto era avvenuto già nel 2009 con Tim Barton, l’americano che voleva comprare il Bari dai Matarrese a cui Michele Emiliano, allora sindaco del capoluogo pugliese, aveva addirittura consegnato le chiavi della città. Oltre a minare la credibilità di Paparesta, il mancato acquisto del Bari da parte di Datò ebbe ripercussioni sul bilancio, tanto che a giugno 2016 Cosmo Giancaspro fu costretto a ripianare da solo le perdite, diventando così amministratore unico del club con il 99,37% delle quote. Con un passato di successo nel ramo delle ristrutturazioni aziendali, Giancaspro sembrava l’uomo ideale per mettere a posto i traballanti conti dei galletti.

I debiti e il nuovo rischio fallimento. Con l’avvento dell’amministratore unico le cose sembravano poter cambiare una volta per tutte per il club di via Torrebella: oltre a iniziative simboliche come il ritorno del galletto, scomparso con Paparesta, si era iniziato a parlare di piano industriale, di centro sportivo e rifacimento dello stadio e dell’area ad esso circostante. Tutto però, così come i sogni di Serie A, è svanito nell’arco di due stagioni coincise anch’esse con la mancata promozione (l'ultima macchiata addirittura da una penalizzazione per irregolarità amministrative con conseguente slittamento dei playoff di Serie B). Nonostante i capitali immessi da Giancaspro (dal suo avvento poco meno di 20 milioni di euro) non è cambiato nulla o quasi né dal punto di vista infrastrutturale, né da quello sportivo. Non ci si può dunque meravigliare se in assenza di miglioramenti le casse del club piangano e ci si trovi un’altra volta in una situazione di grave pericolo.

La chiamata agli imprenditori locali. Il lunghissimo CdA conclusosi ieri ha deliberato per l’ingresso in società di soggetti terzi. Una decisione cui si è arrivati con grande fatica dopo aver respinto le proposte di aumento di capitale presentate da Giancaspro e Paparesta, e che era contemplata già dall’assemblea dei soci dello scorso 15 giugno. Ora resta poco tempo (fino a lunedì 16 luglio) ma le manifestazioni d’interesse da parte di soggetti come Nicola Brienza e Mimmo Di Paola, lasciano intravedere un barlume di speranza. “Per salvare il Bari e rilevarne il 70% bastano 3 milioni di euro” ha ricordato nella tarda serata di ieri l’avvocato Biga, membro del CdA biancorosso. “Ora servono fatti che diano seguito alle parole” ha poi ribadito il legale del club, esortando chi ha dato la sua disponibilità a mettere mano al portafogli e a sottoscrivere quote con l’intento di garantire la sopravvivenza della società.

IL TRIBUNALE DI BARI? ABUSIVO, ANZI, FUORILEGGE.

Bari: Palagiustizia, Anm e procuratore contro Ministero. Anm chiede ai cittadini di affiancare magistratura. Volpe: Ministero sapeva da 15 anni, scrive la Redazione Norbaonline, venerdì 25 maggio 2018. Continua a far discutere il caso del Palagiustizia di Bari. "Un assoluto e preoccupante silenzio" del Ministero della Giustizia sulla emergenza della edilizia giudiziaria barese viene denunciato in una nota dell'Anm di Bari, che ora chiede "ai cittadini di affiancare la magistratura in questa battaglia per proteggere i loro diritti". "Siamo in uno stato di profonda prostrazione”, è scritto nella nota a firma del presidente della Giunta distrettuale Anm, Lorenzo Gadaleta, “perchè è accaduto proprio ciò che si poteva e si doveva evitare. Una incuria protratta per decenni ha dimostrato quanto il potere politico sia distante dalle esigenze della collettività. I magistrati baresi non hanno mai abbandonato i cittadini, nonostante le gravi e oggettive difficoltà materiali in cui si è operato". Dure anche le parole del procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, in una nota inviata ieri pomeriggio al personale amministrativo del Palagiustizia di via Nazariantz. “È falso", ha scritto il procuratore, che il Ministero ha saputo della situazione di pericolo crollo del Palagiustizia di via Nazariantz solo lunedì scorso, "perchè ha ricevuto informazioni ed inviti continui a rimediare ai problemi segnalati, da almeno quindici anni, se non più". Nella nota inviata ieri pomeriggio Volpe, parlando di "squallida vicenda", comunica inoltre ai dipendenti il trasferimento nell'edifico di via Brigata Bari n.6 di Procura e Ufficio gip dove si lavorerà "a rotazione", annunciando per lunedì "un provvedimento che spiegherà cosa faremo".

Bari, giustizia in tenda, scrive il 25 maggio 2018 Liana Milella su “La Repubblica”. Il nuovo Guardasigilli ancora non c’è, ma il biglietto da visita per accoglierlo sì. Contiene la foto dell’anno, la Protezione civile impegnata a costruire tre tende di fronte a quello che dovrebbe essere il palazzo di giustizia di Bari. Via Nazariantz. Con triste vista sul cimitero. Non c’è stato il terremoto, né alcun’altra calamità naturale. Semplicemente c’è un edificio che rischia di precipitare sulla testa di chi ci lavora, e che ha già sopportato, da 15 anni in qua, topi, crolli, caldo e freddo, inutili spese per rabberciare le tante falle, come documentano gli articoli pubblicati sull'edizione di Bari di Repubblica, a partire dal 22 maggio. Gli aggettivi si sprecano. «Fatto gravissimo» dicono le toghe di Area. «Una vergogna nazionale» la definisce l’avvocato Laforgia. L’Anm chiede «mentre il ministero tace, l’aiuto dei cittadini». Il procuratore Giuseppe Volpe s’arrabbia con via Arenula e dice che «loro lo sanno da anni». Il procuratore aggiunto Roberto Rossi conduce, dall’interno del palazzo, l’inchiesta sul palazzo medesimo (di proprietà dell’Inail e con un affitto milionario) e sulla sua evidente precarietà, e scopre dall’ultima perizia che non ci sono più garanzie su possibili crolli. Quindi bisogna sgombrare. Ricerca affannosa, e ovviamente costosa, di sedi provvisorie. Smembramento di carte e uffici. Inevitabili ritardi per i processi e conseguente rischio prescrizione. Non c’è la guerra, ma è come se ci fosse. Si precipita a Bari il vice presidente del Csm Legnini. Ma quelle foto dimostrano che ormai è troppo tardi, ormai il danno è fatto.

Bari, sgombero per il Palagiustizia: tre maxi tende per ospitare le udienze. La macchina della Protezione civile si è messa in moto: le udienze di rinvio saranno spostate in tre tensostrutture allestite da sabato 26 maggio nel piazzale davanti al palazzo, scrive Chiara Spagnolo il 25 maggio 2018 su "La Repubblica". Tre tende per svolgere le udienze di rinvio, che non possono più tenersi nel tribunale penale di via Nazariantz a Bari, sottoposto a procedura di sgombero a causa della sospensione dell’agibilità decretata dal Comune. La macchina della Protezione civile si è messa in moto, al termine di una giornata di lunghissime riunioni tra i vertici degli uffici giudiziari del capoluogo e la Regione. Sarà proprio quest’ultima a fornire tre tensostrutture (una da 200 metri quadrati e due da 70), che sabato 26 maggio, di prima mattina, saranno montate nel piazzale antistante il palazzo, che ospita il Tribunale penale e la Procura. La scelta è stata fatta per evitare ulteriore permanenza di giudici e utenti nello stabile che una perizia commissionata dall’Inail (che ne è proprietario) ha ritenuto pericoloso. Le udienze con detenuti sono state infatti spostate nel vecchio palazzo di giustizia e attuale sede della Corte d’appello, in piazza De Nicola e nell’aula bunker di Modugno ma, al momento, non vi sono altri spazi in cui poter svolgere le udienze ordinarie, che devono comunque essere aperte per consentire il rinvio (a date che oscillano tra i tre e i sei mesi) di ogni singolo procedimento. L’intervento della Protezione civile era stato chiesto dal sindaco Antonio Decaro, che ha indicato il termine di quindici giorni per poter effettuare il trasferimento degli uffici giudiziari, alcuni dei quali saranno allocati in un altro stabile Inail in via Brigata Regina. 

A Bari il tribunale in tenda. Oltraggio alla giustizia. Il palazzo è inagibile. Udienze penali nelle tensostrutture con i bagni chimici. Protesta l'Anm, scrive Stefano Zurlo, Domenica 27/05/2018, su "Il Giornale". Come ci fosse stato un terremoto. E invece è l'emergenza della routine. La Protezione Civile monta tre tensostrutture: sì, la giustizia si fa in tenda. Però non siamo nelle steppe dell'Asia Centrale, ma a Bari. Il palazzo in cui dovrebbero tenersi le udienze è fuori uso, a rischio crollo. E allora si corre ai ripari. I tecnici, gli stessi che abbiamo visto in azione fra sciagure e calamità naturali, costruiscono una sede provvisoria, per i processi penali. Con tanto di bagni chimici, stile concerti o grandi eventi. Una situazione penosa: in città dicono che si va avanti così da 15 anni. Denunce. Segnalazioni. Promesse. E un degrado inarrestabile fino alla decisione estrema: abbandonare i locali pericolanti e adattarsi a quello scenario da conflitto mondiale. Qualcuno ironizza: questo è il biglietto d'ingresso per il nuovo ministro, ma si potrebbe aggiungere che è anche una pessima foto d'addio per il Guardasigilli uscente, Andrea Orlando. Sentiamo da anni la litania sulla giustizia che cambia, si rinnova, smaltisce finalmente il ciclopico arretrato che quasi la schiaccia. E poi ci ritroviamo con questo quadretto da Terzo Mondo. Incommentabile. Il procuratore Giuseppe Volpe non fa sconti: «Il ministero ha ricevuto informazioni e inviti continui a rimediare ai problemi segnalati, da almeno 15 anni se non di più». Risultato: zero. «Ora - aggiunge il magistrato dando una pessima notizia - i pm dovranno lavorare a rotazione». Umiliante. D'altra parte, le aule sono un'altra cosa. Si procede fra smembramenti, ritardi, in spazi risicatissimi. La struttura più grande ha una superficie di 200 metri quadri, le altre due di 75. Si fa quel che si può in un contesto surreale: le tende sorgono nel parcheggio del Palagiustizia, appena abbandonato dopo attenta indagine della stessa procura di Bari che alla fine ha gettato la spugna: non si poteva continuare a lavorare in quell'edificio zeppo di guai. Troppi rischi. E cosi è partita la delocalizzazione che fa arrossire le istituzioni. Lunedì dovrebbe cominciare un altro trasloco verso un altro palazzo, che però è come un vestito troppo stretto: dunque si faranno i turni. E una giustizia già ingolfata si ingolferà ancora di più. Senza contare il danno all'immagine di un pezzo dello Stato che ha, o dovrebbe avere, una suo decoro. E dovrebbe tenere, almeno su questo versante, alla forma che non è un fregio barocco. Ma una parte importante in un rituale che ha una sua solennità e drammaticità. Chiacchiere se le pratiche restano nei cassetti, se i guasti non trovano soluzione, se la macchina giudiziaria è costretta a dividersi fra diverse sedi. Con disagi. Spostamenti continui. Spese che potrebbero essere evitate se tutte le attività fossero concentrate in un unico luogo. Lunedì l'Associazione nazionale magistrati ha dato appuntamento a tutti gli operatori in via Nazariantz, l'indirizzo dello scandalo. I giudici marceranno con la toga sul braccio e con loro ci sarà Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm. A Roma si litiga per la composizione del nuovo governo. Quello che sta facendo gli scatoloni lascia in eredità molte parole, qualche abbozzo di riforma - alcune da bocciare su tutta la linea - e pagine vergognose. Come questa, arrivata peraltro dagli esecutivi precedenti. Speriamo che si ponga rimedio in fretta. Prima che le immagini delle tende facciano il giro del mondo. E spingano altre imprese a stare alla larga da un Paese in cui il diritto sembra quello delle tribù nomadi. Bari, processi nelle tende dopo sgombero del palazzo di Giustizia per rischio crollo. “Vicenda squallida. E il ministero sapeva”. Montate in un parcheggio tre tensostrutture con bagni chimici all'esterno: lì e in altre sedi periferiche si svolgeranno le udienze penali ordinarie. Il procuratore Volpe: "Il ministero ha ricevuto informazioni ed inviti continui a rimediare ai problemi segnalati, da almeno quindici anni, se non più. Ora i pm dovranno lavorare a rotazione". Lunedì manifestazione con la toga sottobraccio alla presenza di Legnini (Csm). Il presidente della Seconda sezione penale: "Così ignominiosamente muore un pezzo di Stato", scrive "Il Fatto Quotidiano" il 26 maggio 2018. Tre tende refrigerate, una da 200 metri quadri e due da 75, con bagni chimici all’esterno. Così si svolgeranno da lunedì le udienze di rinvio dei processi penali ordinari a Bari dopo lo sgombero del Palagiustizia per il rischio crollo, con la stessa procura del capoluogo pugliese che indaga sulle gravi criticità strutturali. Le udienze con detenuti continueranno a celebrarsi nelle sedi di piazza De Nicola, aula bunker di Bitonto ed ex Tribunale di Modugno. Una situazione “squallida”, l’ha definita il procuratore capo Giuseppe Volpe in una nota nella quale accusa direttamente il ministero della Giustizia: “Ha ricevuto informazioni ed inviti continui a rimediare ai problemi segnalati, da almeno quindici anni, se non più”. Mentre le tensotrutture, montate dalla Protezione Civile nel parcheggio antistante gli ormai ex uffici dei magistrati, prendono forma, dall’inizio della prossima settimana dovrebbe iniziare il trasloco degli uffici della Procura e dell’ufficio gip in un altro immobile dove si lavorerà “a rotazione”. E sempre lunedì magistrati e avvocati saranno in corteo con la toga sul braccio. Su iniziativa dell’Associazione nazionale magistrati, pubblici ministeri, giudici, avvocati e personale amministrativo marceranno dalla sede sgomberata di via Nazariantz a piazza De Nicola per accogliere le autorità convocate per la riunione con il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini. Mentre martedì, nell’ex cinema Royal di Bari, l’Ordine degli avvocati con l’adesione dei magistrati baresi, terrà un’assemblea pubblica per “richiamare tutte le autorità competenti ad assumere le proprie responsabilità e ad adottare i provvedimenti necessari per garantire assoluta priorità è urgenza agli interventi risolutivi del problema”. Il pericolo infatti che era già stato rilevato nel 2010. All’epoca il pm barese Renato Nitti aveva affidato delle verifiche tecniche al Servizio di vigilanza sull’igiene e sicurezza dell’Amministrazione della Giustizia (Visag) e ai vigili del fuoco. L’allora procuratore di Bari, Antonio Laudati, aveva poi trasmesso gli atti alla procura di Lecce perché, essendo datore di lavoro e responsabile della sicurezza dei lavoratori dell’edificio, rischiava di essere indagato a sua volta. I colleghi salentini decisero quindi di archiviare l’indagine e rinviarono gli atti a Bari. Da qui, ora, la decisione di aprire un nuovo fascicolo d’inchiesta per valutare eventuali altre responsabilità. Una storia giudiziaria, quella del palazzo di Giustizia di via Nazariantz, iniziata più di quindici anni fa. I due costruttori Giuseppe e Antonio Mininni, infatti, sono finiti al centro di due procedimenti penali, entrambi conclusi con condanne in primo grado e prescrizione dei reati in appello. Il primo processo per abuso edilizio, filone che ha portato nel 2002 al sequestro con facoltà d’uso dell’immobile (poi revocato nel 2008). Il secondo per frode in pubbliche forniture, truffa ai danni dell’Inail e del Comune e falso. Anche sulla base di questi precedenti, ora il procuratore Volpe punta l’indice contro il ministero spiegando che “è falso” che via Arenula ha saputo della situazione di pericolo crollo solo lunedì scorso, “perché ha ricevuto informazioni ed inviti continui a rimediare ai problemi segnalati, da almeno quindici anni, se non più”. In una nota inviata al personale amministrativo, il numero della Procura di Bari spiega che “non è colpa nostra se siamo arrivati a tanto”. Adesso, aggiunge, il ministero “sta per concludere con la proprietà il contratto di locazione”, spiegando che “in base al sopralluogo effettuato nella nuova, limitata sede provvisoria, potremo allestire l’ufficio posta e la sala intercettazioni, nonché una mega-segreteria centralizzata e alcuni uffici per magistrati e parte del personale”. Il tutto servirà solo “per trattare solo le pratiche urgenti” e infatti, annuncia Volpe, “al ministero abbiamo chiesto anche un decreto di sospensione dei termini processuali”. Per il presidente dell’Anm, Francesco Minisci occorre che le istituzioni centrali e locali “intervengano immediatamente, per consentire la ripresa del regolare svolgimento del lavoro giudiziario nel Distretto di Bari, che rischia di bloccarsi nell’arco di pochi giorni, individuando altre strutture idonee nel capoluogo pugliese” e chiede “la massima attenzione per una vicenda tanto grave quanto inammissibile che non solo non deve essere sottovalutata o relegata, ma deve essere affrontata e risolta con urgenza”. Sabato sera, in un lungo post su Facebook, il giudice Marco Guida, presidente della Seconda sezione penale del Tribunale di Bari, ha ripercorso i suoi anni nel Palagiustizia: “Entrare in quell’aula, la toga indosso, il momento che rinnova in ogni istante il tuo giuramento. E quell’aula calda o fredda, pareti scrostate o sporche, le fessurazioni, le poltrone consunte – scrive il magistrato – Quell’aula accoglie il tuo giuramento, quell’aula è lo Stato e alle pareti sembra che ci sia Caravaggio. Allora puoi amare un palazzo così. Puoi piangere perché sta morendo, ignominiosamente morendo. E con lui, oltre ai tuoi sogni, anche un pezzo di Stato”.

Il tribunale di Bari è fuorilegge. «Stop udienze», scrive Ninni Perchiazzi su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 3 dicembre 2015. Via Nazariantz, ci risiamo. Nel tribunale penale del capoluogo non si possono svolgere processi e udienze. O meglio non si potrebbero, perché non si può interrompere un pubblico servizio. Il Comune di Bari ha appena riavviato la procedura sanzionatoria a carico del Tribunale frutto dell’iter che ha visto la luce a marzo 2009, attraversando la burrasca tra carte bollate, contrapposizioni (tra amministrazione cittadina e commissione di manutenzione del Tribunale) e polemiche, per poi finire nel dimenticatoio. Fino a ieri. Si tratta di un atto dovuto e formale, destinato in realtà a spalancare le porte a nuove e più idonee soluzioni all’edilizia giudiziaria dopo anni di stasi. Sullo sfondo infatti, c’è l’imminente incontro (forse in programma il 17 dicembre) tra Comune, commissione di Manutenzione, agenzia del Demanio, prefetto, presidente del Tribunale, Procuratore capo e ministero di Giustizia per definire una volta per tutte la questione dell’edilizia giudiziaria cittadina che a breve potrebbe trovare una soluzione definitiva nell’ubicazione sul suolo delle ex casermette, a Carrassi. Palazzo di Città torna pertanto a contestare l’errata destinazione urbanistica dell’immobile di proprietà dell’Inail, rispetto al suo effettivo utilizzo. Il titolo edilizio rilasciato prevede che il palazzo sia su u n’area di «servizi per la residenza», mentre una parte delle attività svolte al suo interno (udienze e dibattimenti) sono da catalogare tra i «servizi di rango urbano». Una difformità che si traduce nel reato di abuso edilizio, la cui sanzione è peraltro l’abbattimento dell’immobile dichiarato abusivo. La situazione è peraltro figlia del processo del 2008, quando la Corte d’appello respinge le accuse di lottizzazione abusiva dell’immobile, sancendo una violazione che comporta il ripristino della destinazione d’uso. Ma torniamo ad oggi. La ripartizione Urbanistica ha fatto ripartire l’iter che di fatto non si è mai chiuso. L’ordinanza dirigenziale ribadisce quindi «l’inibizione e/o il divieto di svolgere attività dibattimentale presso l’immobile ubicato in Bari alla via Nazariantz 3». L’affermazione non fa altro che riproporre quanto asserito quasi 8 anni fa nel corso di un’audizione in commissione Urbanistica dell’allora capo dell’Avvocatura comunale, Renato Verna: ovvero, oggi come allora «i processi penali vengono celebrati in violazione della legge». Nulla però, avviene per caso. Quindi, da un lato torna a galla l’inadeguatezza anche formale di parte degli edifici di via Nazariantz (mentre sulla parte a norma degli stessi sono previsti a breve ulteriori controlli di staticità), dall’altra acquisisce sempre maggiore consistenza il progetto del polo giudiziario da sottoporre all’attenzione del ministero di Giustizia, ma già forti di studi di fattibilità e di cessione delle aree delle caserme Capozzi e Milano da parte del Demanio. Nelle more sarà necessario trovare una soluzione per le aule di via Nazariantz. Due le ipotesi al vaglio: trovare una sede alternativa (strada già imboccata dall’amministrazione Emiliano qualche anno fa addirittura con una mini ricerca di mercato, ma poi bloccata) oppure procedere ad una variante urbanistica che sani l’irregolarità (in tal caso si dovrà passare dal consiglio comunale). Ma dopo il tavolo tecnico con tutti i soggetti interessati sarà tutto più chiaro.

Scandalo a Bari: il palazzo di giustizia è abusivo, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 16 gennaio 2006. E’ stato confiscato perchè lottizzato abusivamente il "nuovo" palazzo di giustizia di via Nazariantz, a Bari, che ospita parte degli uffici giudiziari. Lo ha deciso il giudice monocratico del Tribunale di Bari Rosa Calia di Pinto, che ha disposto l’acquisizione dell’immobile e delle sue pertinenze (parcheggi e terreno circostanti) nel patrimonio del Comune del capoluogo pugliese. La sentenza è stata emessa al termine del processo per il reato di lottizzazione abusiva contestato ai costruttori ed ex proprietari dell’immobile - i fratelli Antonio e Giuseppe Mininni - che sono stati assolti «perchè il fatto non costituisce reato». Il complesso confiscato è attualmente di proprietà dell’Inail, che riscuote dal Comune di Bari un canone di locazione annuo di un milione e 300 milioni di euro. Secondo il giudice, i due imputati hanno costruito l’immobile per adibirlo a servizi per la residenza ma lo hanno poi destinato ad uffici giudiziari dopo aver ricevuto dagli organi competenti quasi tutte le autorizzazioni necessarie: per questo motivo nei loro confronti è stata disposta l’assoluzione per difetto dell’elemento psicologico, cioè per mancanza di dolo. Il complesso giudiziario era stato sequestrato (con facoltà d’uso) nel settembre 2002 perchè, secondo l’accusa, sorge in una zona che il piano regolatore generale di Bari destina a servizi per la residenza. L’accusa, rappresentata dai pm inquirenti, Roberto Rossi e Renato Nitti, oltre alla confisca aveva chiesto al giudice la condanna dei due imputati. Nell’immobile sono ospitati gli uffici della Procura della Repubblica, dell’ufficio gip-gup, tutte le sezioni del Tribunale penale (esclusa la Corte d’assise) e le aule d’udienza del Tribunale per i minorenni. Secondo l’accusa, l’immobile - che nei progetti della presidenza della Corte d’appello doveva essere una sede provvisoria in attesa dell’auspicata costruzione della cittadella della Giustizia - sarebbe inadeguato all’uso. Ogni lunedì lo spazio antistante il palazzo di Giustizia ospita il mercato rionale: per questo motivo i blindati che trasportano i detenuti passano a poca distanza dalle bancarelle degli ambulanti, la circolazione stradale "impazzisce" e i disservizi per gli utenti del palazzo, e per i residenti nella zona, sono notevoli. Il complesso, inoltre, si affaccia sul cimitero di Bari ed è per questo definito dagli operatori "Hotel Milleluci". Sull’immobile la Procura ha anche in corso un’inchiesta per frode nelle pubbliche forniture a carico dei fratelli Mininni, nell’ambito della quale sono ipotizzate numerose lacune. Secondo il capitolato d’appalto, il palagiustizia avrebbe dovuto avere il pavimento in granito (invece è in ceramica); è poi sprovvisto di vetri atermici, di decine di bidet, i soffitti in alcune zone sono più bassi anche di 30 centimetri dei limiti previsti dalla legge, l’impianto elettrico in alcune circostanze è inadeguato e attraverso le sbarre di alcune ringhiere delle scale ci passa anche un bambino. Per non parlare dell’unico varco di accesso (per pedoni e autoveicoli), non in regola con le norme sulla sicurezza. Le indagini hanno permesso di accertare che, mesi prima del sequestro, l’immobile è stato venduto dalla "Gmc" dei Mininni alla società romana "Gesfin" per 30 miliardi di vecchie lire; poco tempo più tardi l’immobile è stato venduto all’ Inail per 45 miliardi di lire. Su queste compravendite i magistrati hanno avviato indagini per accertare anche il modo in cui è stato determinato il prezzo di mercato dell’immobile e il suo vero valore.

PALADINI DELL’ANTIMAFIA?

Paladini dell’antimafia?

A processo il pm barese Di Bari. Fece “pressioni” per favorire il figlio, scrive “Il Corriere del Giorno” del 30 settembre 2015.I fatti risalirebbero al 2011 e l’inchiesta è stata coordinata dal pm Carmen Ruggiero della Procura della repubblica di Lecce. Un magistrato di Bari sarà processato dai giudici del Tribunale di Bari per una presunta raccomandazione a favore del figlio affinché vincesse un dottorato di ricerca. Si tratta del pm Gaetano Di Bari in attività presso la Procura della repubblica di Bari, che è stato rinviato a giudizio dal gup di Lecce. L’accusa è stata derubricata in tentata induzione indebita a dare o promettere utilità. Secondo l’accusa della procura leccese, il pm Di Bari avrebbero abusato dei suoi poteri per costringere il prof.  Antonio Dell’Atti, preside della facoltà di Economia dell’Università di Bari, per favorire la carriera di suo figlio Carlo, dottore di ricerca in diritto commerciale. Obiettivo: farlo farlo diventare ricercatore. Il pm Gaetano De Bari chiaramente ha sempre negato qualsiasi tipo di pressione, ma non ha convinto i giudici leccesi competenti sull’operato dei colleghi baresi. Una cosa è certa se a Taranto si indagasse a fondo sulle “pressioni” che partono dalla Procura per sistemare amici, figli, mariti e mogli, negli enti e società pubbliche, incassando decine e decine di migliaia di euro, allora ci sarebbe da ridere, o meglio da piangere per molti di loro. Chissà che qualcuno del Consiglio Superiore della Magistratura prima o poi si svegli ed aprano gli occhi anche su Taranto. Se non ora, quando?

Bari, sesso e soldi per superare l'esame di avvocato: inchiesta su un cancelliere del tribunale. Una ragazza ha presentato ai pm una registrazione per denunciare di essere stata oggetto di una richiesta da parte di un faccendiere per superare l'esame: due avvisi di garanzia, scrive Gabriella De Matteis il 25 novembre 2015 su “La Repubblica”. Agli atti dell’indagine c’è una registrazione. Un nastro che l’aspirante avvocato, autore della denuncia, ha realizzato e poi depositato in procura, puntando l’indice contro un cancelliere in servizio alla Corte di appello di Bari e un faccendiere che avrebbero fatto proposte a luci rosse o richieste di denaro promettendo il superamento delle prove orali del concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato. L’inchiesta, affidata al sostituto procuratore Antonino Lupo, ora conta due indagati: il faccendiere appunto e il cancelliere ai quali l’accusa contesta il reato di corruzione. Le indagini, affidate ai carabinieri del reparto operativo sono nella fase iniziale e ai due, come atto dovuto, il magistrato ha notificato un avviso di garanzia. Un atto dovuto perché la denuncia della donna, candidata a indossare la toga, se pure arricchita da una registrazione, deve essere verificata attentamente. Al centro del fascicolo, in questo caso, ci sono le prove orali (il secondo step della selezione) del concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato dell’anno 2013-2014. La donna che si è rivolta alla magistratura non supera la seconda fase del concorso e nella sua denuncia racconta, secondo il suo punto di vista, il motivo della bocciatura. «Mi hanno fatto proposte a luci rosse o in alternativa mi hanno chiesto 5mila euro per passare le prove orali» racconta in sintesi la ragazza. Come prova della sua denuncia deposita la conversazione con un faccendiere, un uomo che gravita negli ambienti giudiziari, già coinvolto in passato in un’altra indagine. È quest’uomo a dire di poter fare da tramite tra la ragazza e il cancelliere che, a suo dire, sarebbe potuto intervenire per aiutarla a superare l’esame orale. Sin qui la denuncia e il contenuto della registrazione. La donna ha raccontato di non aver assecondato le richieste di sesso o denaro. I carabinieri stanno cercando di ricostruire il caso che appare molto delicato. La figura del faccendiere è molto chiacchierata e per questo gli investigatori vogliono capire se l’uomo abbia millantato un contatto con il cancelliere o se tra i due vi fosse un accordo. La difesa dei due indagati è molto netta: la ragazza, spiegano, è stata più volte bocciata agli esami, la sua denuncia non corrisponde al vero e la conversazione registrata è stata fraintesa. L’inchiesta procede parallelamente con quella del magistrato Luciana Silvestris che invece ha avviato accertamenti sulle prove scritte del concorso per l’abilitazione alla professione forense dell’anno 2014-2015. In questo caso, tra gli indagati, c’è Tina Laquale, ex funzionaria amministrativa della facoltà di giurisprudenza di Bari e Giacomo Santamaria, cancelliere in servizio alla Corte di appello.

Gratteri: da imputato a questore. «Da imputato per la "mattanza cilena" della scuola Diaz - era il più alto in grado quella notte a Genova - a questore di Bari prima ancora di sapere come andrà a finire il processo genovese dove deve rispondere di falso e abuso d'ufficio. Un bel salto, e in soli quattro anni, per Francesco Gratteri, all'epoca del G8, direttore dello Sco, il servizio centrale operativo della polizia, superinvestigatori creati da De Gennaro». Continua il ricordo di Genova 2001 con un altro bel personaggio che si affianca ad Alessandro Perugine immortalato qui a sinistra mentre "serve le istituzioni". Si parla di Francesco Grattieri, la più alta carica alla mattanza, promosso nonostante l'autorizzazione a procedere. Questa è l'Italia che fa più schifo. Da Liberazione del 16 luglio 2005. G8, ieri "pezzo da 90" alla Diaz, domani questore a Bari di Cecchino Antonini. Da imputato per la "mattanza cilena" della scuola Diaz - era il più alto in grado quella notte a Genova - a questore di Bari prima ancora di sapere come andrà a finire il processo genovese dove deve rispondere di falso e abuso d'ufficio. Un bel salto, e in soli quattro anni, per Francesco Gratteri, all'epoca del G8, direttore dello Sco, il servizio centrale operativo della polizia, superinvestigatori creati da De Gennaro. Gratteri al G8 era la "testa" delle squadre mobili e degli uffici di prevenzione crimine nonché supporto per gli uomini delle digos. Il pomeriggio del 20 è lui che ordina l'operazione alla scuola Klee dove furono arrestati 23 cobas con l'accusa di essere un'inesistente associazione sovversiva di black bloc. Sempre lui, il 20 e il 21 luglio spedisce pattuglioni a caccia di dimostranti sospetti sparpagliati in città. Alla Diaz sarà il più alto in grado se si esclude il prefetto che si dileguerà all'arrivo della stampa. Insomma era nella manciata di dirigenti che gestirono il sanguinoso blitz nel dormitorio del Genoa social forum e nell'edificio di fronte (dove furono distrutti e trafugati i computer del legali e dove il peggio fu evitato dalla presenza deterrente, in quei corridoi, di un'europarlamentare di Rifondazione, Luisa Morgantini). Nell'altra scuola, dove dormiva un centinaio di manifestanti, sfollati dal nubifragio del giovedì notte, oltre cento agenti di diverse specialità della ps - irriconoscibili da caschi, occhialoni e fazzoletti sul viso - fecero in tempo a sfondare le porte, massacrare 62 persone sorprese nel sonno, poi deportarle in massa nel carcere provvisorio di Bolzaneto dove li aspettavano altre torture fisiche e psicologiche. Fuori, a bloccare la strada a parlamentari e avvocati, c'era niente meno che l'allora braccio destro di De Gennaro, il dottor Sgalla. La procura di Genova scoprirà che non era la ´normale perquisizioneª che diceva quel portavoce e che i 93 arresti di ospiti della Diaz erano illegittimi. Un faticoso processo si sta occupando di quei pestaggi (commessi perlopiù da parte di agenti di basso rango restati ignoti) e dei depistaggi da parte dei comandanti, che mai avrebbero collaborato con la magistratura per consentire una seria indagine sugli autori materiali del cumulo di violenze. I gradi alti, alla Diaz, avrebbero firmato verbali falsi per avallare gli arresti illegali e coperto la fabbricazione di false prove (due molotov furono portate apposta dalla questura per simulare un bottino di guerra inesistente e un agente si sarebbe squarciato da solo la giubba a coltellate e perfino la sassaiola con le volanti, motivo dell'intervento, si sarebbe rivelata una invenzione). Intanto le carriere dei protagonisti di quella notte - che per Amnesty International fu la più grande violazione dei diritti umani e civili in Occidente dalla fine della seconda guerra mondiale - sono letteralmente schizzate verso l'alto. Gratteri, qualche tempo dopo Genova, andò a guidare, come vice, quell'antiterrorismo che fu dello scomparso Arnaldo La Barbera, che a Genova presiedette i due vertici che pianificarono la Diaz e il cui vice, Giovanni Luperi (imputato anche lui ma promosso da tempo alla direzione del servizio informazioni generali della polizia di prevenzione) era tra i "pezzi da 90" davanti la scuola. Voci di corridoio sempre più insistenti, una sorta di "Radio Viminale" clandestina, danno per certa la nuova promozione per il giovanissimo dirigente generale, considerato pupillo di De Gennaro. Il valzer di poltrone sarebbe questione di pochi, pochissimi giorni. Con un po' di sinistro tempismo il dipartimento di Pubblica sicurezza potrebbe addirittura firmare la promozione di Gratteri a questore di Bari proprio nell'anniversario delle giornate genovesi. Gratteri ci arriva con la meritata fama di grande poliziotto antimafia, fu lui a svelare i retroscena della strage di Via D'Amelio. Un carnet che si sarebbe arricchito con gli scalpi delle nuove Br, sgominate dalla sua Ucigos dopo gli omicidi D'Antona e Biagi. Non gli sarebbe potuta andare meglio, dicono nell'ambiente: con quel grado e da una città come Bari si esce da prefetto. Ma la macchia genovese non può essere considerata un dettaglio per chi dovrà governare l'ordine pubblico di una importante metropoli di frontiera. Senza verità e giustizia, lo scollamento tra polizie e società civile non si rimarginerà mai. Anche il suo vice di allora, Gilberto Calderozzi, che alla Diaz firmò montagne di verbali, non può lamentarsi se dovesse essere confermata la voce che lo riguarda. Starebbe infatti per salire lui ai vertici dello Sco, sebbene per ora solo come reggente in attesa di prendere i gradi da questore per i quali è necessario un anno di corso. A Genova, nel 2001, Calderozzi operò in zona rossa da dove diresse telefonicamente il blitz contro i cobas della Paul Klee e da dove uscì per prendere parte ai pattuglioni. Sarà lui a consigliare a Gratteri di appiccicare l'aggravante (inesistente come avrebbero detto i giudici) di associazione sovversiva ai i 93 arrestati alla Diaz. Le indiscrezioni sulle due ennesime promozioni giungono a un mese dall'incoronazione di altri due protagonisti della Diaz, uno è Vincenzo Canterini, divenuto Dirigente superiore, l'altro è il neo Primo dirigente, Alessandro Canterini. Il primo era il capo della celere romana e a Genova guidava il VII nucleo sperimentale antisommossa, braccio violentissimo dell'irruzione alla Diaz con l'ausilio di uomini in borghese e in divisa atlantica. Un reparto nato e morto senza grandi formalità, costituito ad hoc per Genova. In alcune interviste dopo i fatti cercherà di sottrarsi al ruolo di capro espiatorio, invocando lui stesso un'inchiesta parlamentare e facendo capire che quella notte ´la catena di comando era fatta di papaveroni (gli uomini di De Gennaro nel gergo di Canterini, ndr) in contatto con Roma prima durante e dopo. Ora, secondo il capogruppo Prc al Senato, Gigi Malabarba, Canterini può sentirsi finalmente risarcito: ´Sembra quasi che la polizia premi i peggioriª, scrive Malabarba, firmatario pochi giorni fa, con altri 50 senatori dell'Unione, di un'interpellanza che chiede lumi a Pisanu sui criteri per l'avanzamento in carriera. L'altro neo-dirigente è quel bell'uomo con la polo filmato in una strada di Genova mentre prendeva la rincorsa per scalciare un minorenne di Ostia, già bello pesto, tenuto fermo dai soliti 3-4 agenti travisati. Tutto ciò gli ha fruttato una nomination per concorso in lesioni aggravate, falso ideologico e calunnia. Ma il nome del dottor Perugini, che era il vicecapo della digos genovese, figura anche nell'elenco degli imputati per Bolzaneto tra i 44 tra agenti, carabinieri, medici e guardie carcerarie accusati di abusi, violenze e lesione variamente aggravati "per aver commesso il fatto su persone in condizioni di minorata difesa".

Francesco Gratteri, nato a Taurianova (Reggio Calabria) il 25 febbraio 1954. Capo della direzione anticrimine (da fine 2006). Ex direttore dello Sco e poi questore di Bari. Indagato per i fatti del G8 di Genova (21 luglio 2001). Il 5 luglio 2012, dopo undici anni dalla mattanza nella scuola Diaz, durante il G8 di Genova, sono stati condannati i vertici della polizia per il reato di falso e arresto arbitrario. Hanno infatti tentato di aggiustare le prove dopo le botte ai no-global, portando nella scuola due bottiglie molotov. La Cassazione ha condannato definitivamente a 4 anni Francesco Gratteri (altre condanne: 5 anni per il questore Vincenzo Canterini; 4 anni per Giovanni Luperi; 3 anni e 8 mesi a Gilberto Caldarozzi, Filippo Ferri Fabio Ciccimarra, Spartaco Mortola, Nando Dominici, Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi, Davide Di Novi e Massimiliano Di Bernardini. Prescritti, invece, i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti appartenenti al settimo Nucleo speciale del reparto mobile). Gratteri ha sempre dichiarato «quella notte sono stato ingannato» da chi ha fornito prove false e «non devo scusarmi». Negato l’affidamento ai servizi sociali, sconterà la pena ai domiciliari. Il 19 gennaio 2013 Gratteri torna nelle pagine di cronaca a seguito di un’intercettazione telefonica che risale al 28 maggio 2010 (quando era capo della Direzione centrale anticrimine), con l’ex prefetto dell’Aquila Giovanna Iurato, coinvolta nell’inchiesta sugli appalti per la sicurezza a Napoli. Nella conversazione la Iurato commenta con una risata il devastante sisma dell’Aquila, che il 6 aprile 2009 provocò la morte di 309 persone. I magistrati napoletani la definiscono «Una risata non giustificabile che non si addice soprattutto a chi ricopre un ruolo istituzionale». La Iurato «scoppiava a ridere ricordando come si era falsamente commossa davanti alle macerie e ai bimbi rimasti orfani», spiegano i Pm. Giorgio Dell’Arti. Catalogo dei viventi 2015 scheda aggiornata al 21 marzo 2014 da Daniela Doremi.

G8, il superpoliziotto ai domiciliari. Lo stesso tribunale che ha dato il permesso premio al serial killer evaso nega i servizi sociali all'ex Sco Gratteri, scrive Stefano Zurlo Venerdì 3/01/2014 su "Il Giornale". Probabilmente sarebbe diventato il capo della polizia. Invece dal 30 dicembre scorso è blindato in casa. Detenzione domiciliare. Per scontare un anno di pena residua, visto che gli altri sono stati portai via dall'indulto. Dopo un'interminabile querelle, il G8 di Genova risucchia anche Francesco Gratteri, l'ex capo dello Sco, uno dei più autorevoli investigatori italiani. Il tribunale di sorveglianza di Genova ha messo da parte i suoi indiscussi meriti, le medaglie di una carriera straordinaria chiusa con l'arresto di Giovanni Vantaggiato, il mostro che aveva piazzato una bomba assassina davanti a una scuola di Brindisi, e ha usato con lui il pugno di ferro. Nessuna sorpresa, lo stesso trattamento riservato ad una decina di poliziotti, tutti condannati in via definitiva per i fatti accaduti alla scuola Diaz la notte ormai lontana del 21 luglio 2001, e tutti costretti a trascorrere i mesi della pena in casa, con la possibilità di uscire un paio d'ore al giorno. Avevano chiesto l'affidamento in prova ai servizi sociali, insomma una misura soft, ma hanno rischiato di andare in cella: non ci fosse stata l'ancora di salvezza del decreto svuotacarceri sarebbero finiti in galera, anzi nel caso di Gilberto Caldarozzi, per intenderci il superpoliziotto che ha messo le manette ai polsi di boss del calibro di Piddu Madonia, Bernardo Provenzano, Nitto Santapola, la procura generale di Genova ha fatto ricorso anche contro lo svuotacarceri ritenendo che un personaggio del genere dovesse comunque andare in un penitenziario. C'è qualcosa che stride perché parliamo di fatti ormai lontani nel tempo e perché il reato contestato è sostanzialmente uno solo, il falso: i Caldarozzi, i Gratteri e tutti gli altri avrebbero firmato e avallato una relazione falsa in cui si diceva che le due bombe molotov trovate all'interno della Diaz erano state nascoste dai no global mentre si è appurato che furono alcuni agenti, quelli sì infedeli, a portarle all'interno della struttura. Gratteri in aula si è difeso respingendo gli addebiti: «Non mi inginocchio per chiedere i benefici. Mi dispiace per quanto accaduto alla scuola Diaz, ma quella nei miei confronti la ritengo una sentenza ingiusta. Io quella notte sono stato ingannato». Risultato: ai domiciliari pure lui e solo grazie allo svuotacarceri. Come un criminale. Anche se proprio a lui si deve la cattura di mafiosi potentissimi, come Leoluca Bagarella. E la soluzione di casi angoscianti che hanno turbato l'opinione pubblica, come la strage alla scuola Morvillo Falcone di Brindisi. Tutto spazzato via. Tutto azzerato. Anzi, capovolto. Stupisce che negli stessi giorni in cui il magistrato Daniela Verrina relazionava ai colleghi del tribunale di Sorveglianza sulla posizione di Gratteri e i giudici decidevano una linea intransigente, la stessa Verrina, membro di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe italiane, concedeva un incredibile permesso premio al serial-killer Bartolomeo Gagliano, tre omicidi e una sfilza interminabile di reati sulle spalle. Sorpresa: Gagliano ne approfittava prontamente per tagliare la corda. La fuga di Gagliano ha rovinato il clima natalizio, poi per fortuna l'evaso, che era già scappato per inciso cinque o sei volte, è stato riacciuffato in Francia. E di lui ci si è già dimenticati. Tutto come prima. Così, la magistratura genovese ha completato la serie di provvedimenti fotocopia con cui ha abbattuto come birilli i poliziotti che hanno segnato la storia della lotta alla criminalità. E il possibile erede del compianto Antonio Manganelli trascorrerà dodici mesi in casa. Un finale imbarazzante e umiliante. Ad anni e anni di distanza dai fatti. E al termine di un estenuante ping pong di sentenze, ricorsi e controricorsi. Dettaglio beffardo e sconcertante, i superpoliziotti erano stati assolti in tribunale prima di essere condannati in appello e Cassazione. Beffa delle beffe: Pietro Troiani, il poliziotto che portò le molotov, ha ottenuto l'affidamento in prova.

Alcove, politici e amicizie pericolose: la doppia vita del magistrato Ceglie, scrive Lorenzo Calò su  “Il Mattino” di Venerdì 8 Gennaio 2016. Una fitta rete di rapporti quantomeno spuri con imprenditori indagati per mafia, politici collusi, intermediari dalle frequentazioni non proprio irreprensibili. E poi donne, molte donne, dalle amanti degli indagati alle indagate stesse, persino le giovani laureande che frequentavano la facoltà di Giurisprudenza a Santa Maria Capua Vetere e che con lui avevano scelto di compilare la tesi: se le portava a letto utilizzando come alcova la casa del suo ex consulente informatico in Procura che finì per diventare il suo autista per poi interrompere ogni rapporto. È il quadro che emerge dalle risultanze investigative depositate agli atti della Procura di Roma nell'ambito dell'inchiesta condotta dal pm Barbara Sargenti sull'ex pm di Santa Maria Capua Vetere, Donato Ceglie, per anni magistrato di punta nelle indagini sulla Terra dei Fuochi, nei confronti del quale il Csm ha aperto un procedimento disciplinare. Attualmente Ceglie riveste il ruolo di procuratore generale a Bari. Nei confronti del magistrato le ipotesi di reato sono corruzione aggravata in atti giudiziari per favorire le illecite attività dell'imprenditore dei rifiuti Cipriano Chianese e concorso esterno in associazione mafiosa per aver favorito i fratelli Orsi, imprenditori del settore rifiuti, titolari della Eco 4, gli stessi - insomma - al centro delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto anche l'ex sottosegretario Nicola Cosentino. Con Ceglie e Sergio Orsi (l'altro dei fratelli, Michele, è stato ucciso in un agguato) risultano indagati - a vario titolo - anche l'ex assessore regionale della Campania Vito Amendolara (ex leader della Coldiretti), Vincenzo Gesmundo, Raffaele Russo e Giovanni Cristiano. Agli atti dell'inchiesta, documentati attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali svolte dai carabinieri del comando provinciale di Caserta, emergono contatti fra Ceglie e l'imprenditore pugliese Roberto Quaranta arrestato nel 2011 in un'indagine della Procura di Lecce su un'associazione per delinquere transnazionale finalizzata all'illecito traffico di rifiuti con la Cina. Altro nome ricorrente nelle frequentazioni del magistrato è quello di Carmine Giuseppe Talarico, ex presidente della Provincia di Crotone, arrestato per concussione, truffa e falso e condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione. I due mostrano una certa confidenza - annotano i carabinieri nell'informativa inviata al pm - tanto che Ceglie si rivolge a Talarico chiamandolo «presidentissimo». È uno dei capitoli più ampi della vasta documentazione agli atti della Procura e del Csm e riguarda una serie di rapporti sentimentali. Si va da una dipendente del consorzio Eco 4 nominata da Ceglie consulente e poi viceprocuratore onorario presso il tribunale di Santa Maria per finire alla relazione intrecciata con Maria Rosaria Granata, la cui vicenda è già nota per un'inchiesta parallela istruita a Roma nella quale Ceglie risulta indagato di concussione e violenza sessuale. La donna a sua volta ha patteggiato una condanna a seicento euro di multa, per aver ripetutamente bersagliato il magistrato, al termine di una relazione sentimentale terminata in malo modo. Difeso dal penalista Giuseppe Fusco, Ceglie è stato rinviato a giudizio. Ma a riferire nuovi particolari sulle frequentazioni femminili di Ceglie è stato l'ex consulente informatico Raffaele Russo che ha confermato di aver concesso nel 2006 persino il suo studio - su esplicita richiesta del magistrato - trasformato in «garconniere» per incontri intimi con le studentesse di Giurisprudenza che stavano compilando con lui la tesi di laurea. Almeno cinque di loro sono state individuate e ascoltate dagli inquirenti. I fatti sono stati ricostruiti a partire dal 2004. Sentite a verbale nel marzo del 2015, le ragazze (oggi alcune di loro sono persino sposate e con figli) avrebbero confermato tutto. Nel «mirino» di Ceglie sono finiti i pm della Dda Alessandro Milita, Antonello Ardituro (oggi al Csm) e Raffaele Cantone, attualmente presidente dell'Anac. «È chiaro - dice Ceglie in una conversazione intercettata - tra loro c'è un accordo con alcuni politici e imprenditori per stritolarmi». L'astio nei confronti di Cantone nascerebbe dalle indagini che il magistrato condusse nel 2005 sugli affari dei fratelli Orsi. Dagli accertamenti scaturì un'informativa inviata alla Procura di Roma sui rapporti tra gli Orsi, Ceglie e il funzionario di prefettura Raio, al quale lo stesso Ceglie si era rivolto per favorire il rilascio di una licenza per porto d'armi a beneficio di Orsi. Nel 2007, Cantone con Milita e Franco Roberti, oggi Procuratore nazionale Antimafia, viene ascoltato dalla commissione Ecomafie: il verbale è dapprima secretato e poi reso pubblico. Parlando al telefono con la sua amante, Ceglie si lascia sfuggire che Milita avrebbe negato la scorta a una persona indagata perché voleva che facesse il suo nome: «... a uno non diede la scorta perché gli voleva estorcere il mio nome... e quello fu ammazzato». Ceglie in un'altra conversazione (intercettata a bordo di un'autovettura) definisce Cantone «un codardo... quando annusa che è mal tempo, si è fuori ruolo... quando annusa che c'è aria di merda... mo' vuole andare a fare il direttore della Mondadori. È andato a prostarsi da Berlusconi, lui può fare quello che vuole... è fuori ruolo... Il fratello riesce ad avere autorizzazioni a tutto spiano». In altre conversazioni Ceglie fa riferimento a un'attività di dossieraggio nei confronti del presidente dell'Anac, «... i servizi sono in moto alla grande». E al riguardo la stessa Procura di Roma da aprile 2015 sta svolgendo accertamenti presso l'Aisi. Il nucleo centrale dell'inchiesta ruota attorno ai rapporti tra il magistrato Ceglie e gli imprenditori Chianese e Orsi, rapporti per altro già documentati in una informativa della Criminalpol redatta dall'ispettore Roberto Mancini, poi deceduto. Stando a quanto risulta agli atti, nel momento in cui i fratelli Orsi decidono di impegnarsi in un'attività imprenditoriale nel settore rifiuti, avrebbero avvicinato Ceglie, definito il loro «santino», colui cioè in grado di offrire consigli su come vincere le gare e mettere fuori gioco la concorrenza e garantire protezione sotto il profilo giudiziario. Un'opera che lo stesso Orsi riferisce agli inquirenti di aver «remunerato» in più occasioni e in svariati modi: con il conferimento di un incarico di consulenza al fratello del magistrato (ricompensato con 20mila euro) e tramite il versamento di somme di denaro tra il 2001 e il 2003 - 20/30mila euro - per tre, quattro occasioni «sotto forma di prestito». In altre circostanze la protezione sarebbe stata ricompensata attraverso assunzioni alla Eco 4, delle quali una offerta a una delle amanti del pm, incaricata del recupero crediti presso un Comune. Insomma, un rapporto solido in grado di giovare anche all'immagine della società Eco4. L'episodio è in sé esplicativo del legame tra Ceglie e gli imprenditori collusi con i casalesi. Ascoltato dagli investigatori nel giugno del 2015 Sergio Orsi racconta l'aneddoto relativo a una visita ricevuta in azienda dall'onorevole Massimo Scalia, all'epoca dei fatti presidente della Commissione bicamerale d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti. L'incontro fu propiziato proprio da Ceglie per mostrare all'inconsapevole Scalia un esempio di virtuosa gestione dell'impresa nel settore ambientale. «Per noi fu una buona pubblicità - dice Orsi - perché ne parlarono tutti i giornali...».

 “Cantone? Un delinquente”. Il pm Ceglie, ex icona antimafia finita sotto inchiesta, e il dossieraggio contro il presidente Anac. Nuova inchiesta contro l'ex procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere già simbolo della lotta all'ecomafia, poi indagato per una serie di reati, dalla corruzione (prescritta) alla violenza sessuale, ai rapporti con imprenditori legati ai Casalesi. Nelle intercettazioni, gli insulti rivolti all'attuale presidente dell'Anticorruzione (e ai colleghi napoletani Milita e Ardituro) e un cenno ad attività dei servizi per screditarlo, scrive Nello Trocchia il 5 gennaio 2016 su "Il Fatto Quotidiano". “Un delinquente”. Così viene definito Raffaele Cantone presidente dell’autorità anticorruzione. Mentre i magistrati anticamorra di Napoli, tra questi Alessandro Milita, pubblica accusa nel processo Cosentino e Antonello Ardituro, oggi consigliere al Csm, vengono così appellati: “Bastardi”. Giuseppe Pignatone, capo della Procura di Roma, è definito “un cornuto”. A pronunciare queste offese, intercettato, è Donato Ceglie, magistrato, già procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, ospite acclamato nei convegni di Libera e Legambiente, considerato pm di punta nella lotta ai responsabili della terra dei fuochi. Ceglie oggi è sostituto procuratore generale a Bari. Le frasi choc emergono dalle informative dei carabinieri, che il Fatto Quotidiano ha letto in esclusiva, agli atti dell’indagine della Procura di Roma, pm Barbara Sargenti, che vede Ceglie indagato per abuso d’ufficio, violazione fiscale, corruzione aggravata, per quest’ultimo reato è maturata la prescrizione. L’inchiesta parte dall’iscrizione di Ceglie nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione camorristica. Accuse tutte da provare, ma dalla lettura degli atti emerge uno spaccato inquietante. L’ipotesi è che Ceglie sia colluso ai principali protagonisti del saccheggio ambientale in Campania, accuse pesantissime che possono riscrivere la storia della mattanza compiuta in quel territorio raccontando dei controllori in combutta con i controllati. Nell’informativa del comando provinciale dei carabinieri di Caserta, si legge: “L’odierna indagine riguarda le condotte di persone che (…), sciaguratamente, in alcune circostanze, da inquisitori sono diventati tutori di camorristi di elevato spessore criminale”. I servizi e Cantone. L’inchiesta prende avvio dalle parole pronunciate, a fine 2014, da Giuseppe Valente, oggi collaboratore di giustizia, già presidente del consorzio Ce4, durante il processo a carico di Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’economia. Tutto ruota attorno alla gestione criminale proprio del consorzio che si occupava della raccolta dei rifiuti. La gara viene aggiudicata ad una impresa del clan dei Casalesi, quella dei fratelli Sergio e Michele Orsi (quest’ultimo poi ucciso in un agguato di camorra nel giugno 2008, ndr). Per pilotare il bando di gara in favore degli Orsi emergerebbe il ruolo di Ceglie. I militari, nell’informativa, aggiungono: “Sono stati acquisiti gravi elementi probanti a carico di Ceglie Donato, commessi durante la sua funzione di pm presso la Procura di Santa Maria Capua Vetere, connessi all’affare illecito del traffico di rifiuti pericolosi”. Le parole di Valente a processo scatenano la reazione di Donato Ceglie contro i colleghi ritenuti causa dei propri guai giudiziari. Il pm specifica di essere tranquillo perché non ha mai fatto una porcata. Al telefono, nel gennaio 2015, Ceglie parla di Cantone: “Stanno scandagliando tutti gli incarichi che ha avuto il fratello (…). I servizi (segreti, ndr) sono in moto alla grande”. I carabinieri scrivono: “Ufficiali di questo nucleo hanno appreso fiduciariamente che Ceglie effettivamente sarebbe impegnato nella raccolta di notizie, soprattutto di carattere privato, a carico dei magistrati Milita, Ardituro e Cantone, che vorrebbe utilizzare per screditare le loro funzioni”. I rapporti con l’inventore dell’ecomafia. I rapporti tra gli Orsi e Donato Ceglie vengono confermati da dichiarazioni, considerate attendibili, di diversi soggetti come Raffaele Russo, per anni persona di fiducia del magistrato, ma anche della vedova di Michele Orsi, Miranda Diana, che, nel novembre 2014, racconta: “Si trattava di rapporti eccellenti”. Anche il pentito Gaetano Vassallo, “ministro dei rifiuti” dei Casalesi, aveva raccontato, per primo, proprio al Fatto in una intervista esclusiva, dei rapporti tra Orsi e Ceglie. Un paragrafo dell’informativa è dedicato “al pagamento di somme di denaro a Donato Ceglie”. Sergio Orsi, nel verbale del luglio scorso, svela agli inquirenti: “Lo pagavo per avere una protezione sulla Procura di Santa Maria Capua Vetere”. Nell’informativa si legge “Sergio Orsi ha affermato che complessivamente ha consegnato a Ceglie150mila euro, versando somme direttamente a lui o tramite Cristiano Giovanni”. Fatti, tutti da provare, che arrivano fino al 2005, per i quali comunque è maturata la prescrizione. Un paragrafo dell’informativa è dedicato ai rapporti ‘particolari’ tra Ceglie e Cipriano Chianese, quest’ultimo sotto processo per collusione con i Casalesi e considerato dalla Procura di Napoli l’inventore dell’ecomafia in Campania e viene rivelata, attraverso gli interrogatori dei favoriti, l’assunzione di persone da parte dell’imprenditore su richiesta del magistrato. Nel gennaio 2015 Donato Ceglie è in auto con il cugino. Giovanni Devito dice: “Poi io me la faccio con i malandrini, con i malandrini pesanti. Mi faccio la mezza chiacchierata”. E di risposta il magistrato: “Ti tieni aggiornato”. E più avanti il cugino racconta che si era rivolto al capomafia per far desistere un imprenditore concorrente dal partecipare ad una gara d’appalto. “A tali affermazioni – scrivono i carabinieri – Ceglie con tono tutt’altro contrariato, ha replicato che così si è regolarizzata la questione”. Ceglie e le studentesse. Ceglie è indagato anche per abuso d’ufficio perché non si sarebbe astenuto, da pm della Procura di Santa Maria, dalla trattazione del procedimento penale nel quale aveva un interesse “perché aveva un rapporto sentimentale con la denunciante (Sara Fusco, ndr)”. L’indagine a suo carico, svelata da ilfattoquotidiano.it, nel novembre scorso ha provocato l’avvio di una pratica presso il Consiglio superiore della magistratura. Nell’informativa è dedicato un paragrafo ai rapporti di Ceglie con le studentesse universitarie quando il magistrato era docente di ordinamento giudiziario presso la Facoltà di Giurisprudenza, sede distaccata della seconda università di Napoli. A raccontarlo, tra gli altri, l’ex collaboratore del magistrato Raffaele Russo, ma soprattutto le ragazze interrogate dagli inquirenti (di cui non pubblichiamo i nomi per tutelarne la privacy, ndr). La prima spiega di aver conosciuto Ceglie durante la stesura della tesi di laurea perché gli aveva chiesto di essere il suo relatore. Durante il corso di specializzazione la ragazza intrattiene una relazione sentimentale con Ceglie perché gli era stato promesso un lavoro. “In sintesi la ragazza – scrivono i carabinieri – ha intrattenuto una relazione sentimentale con Ceglie perché questi aveva promesso di procurarle un impiego lavorativo. Venuto meno alla promessa, la ragazza l’ha allontanato, così Ceglie, al solo scopo di prolungare la relazione, l’ha presentata a una persona per il quale ha svolto consulenze”. Una vicenda analoga è stata raccontata anche da una seconda ragazza. Nessun profilo di natura penale per questi rapporti. Diversa la storia, invece, che riguarda il rapporto con Maria Rosaria Granata: in questo caso Ceglie è già a processo a Roma per violenza sessuale e concussione davanti al Tribunale di Roma. Ora arriva un altro macigno giudiziario.

Csm: «Pm Ceglie indagato», Ardituro chiede apertura pratica, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 23 novembre 2015. "Ho depositato una richiesta al comitato di presidenza" del Consiglio superiore della Magistratura "per chiedere l’apertura di una pratica in prima commissione, alla luce delle notizie riportate oggi dal Fatto Quotidiano sull'indagine della Procura di Roma sul pm Donato Ceglie. Al di là dei gravi risvolti penali, si impone una valutazione del Csm sui profili ambientali e funzionali legati all’attività del magistrato, noto come esperto della lotta alle ecomafie". E’ quanto scrive il consigliere del Csm Antonio Ardituro nella richiesta di apertura pratica. "Dal quotidiano – prosegue il componente della prima commissione Ardituro – si apprende che il pm Ceglie, attualmente in servizio presso la Procura generale di Bari, sarebbe indagato per fatti molto gravi tra cui quello già prescritto di corruzione in atti giudiziari con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, in concorso con Sergio Orsi, l’imprenditore nel ramo dello smaltimento dei rifiuti, noto per il suo stabile collegamento con il clan dei Casalesi". Secondo ilfattoquotidiano.it, Ceglie, per anni pm alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, oggi sostituto procuratore generale a Bari e "già sotto processo, a Roma, per concussione per costrizione, violenza sessuale e calunnia" – è indagato dalla Procura della Capitale per abuso d’ufficio e per una presunta violazione fiscale. Tutto ciò in relazione ad "una vicenda giudiziaria che coinvolgeva due coniugi in corso di separazione e procedimenti penali instauratisi per le denunce reciproche tra i due", oltre ad una questione di presunte false fatture. Ma nell’invito a comparire per l’interrogatorio, recapitato a Ceglie dalla procura di Roma, si fa riferimento anche al fatto che il procedimento è relativo pure all’ipotesi di corruzione in atti giudiziari aggravata dall’agevolazione mafiosa, in concorso con Sergio Orsi, ma per questo reato "risulta maturato il termine di prescrizione". Donato Ceglie, di nuovo indagato il pm “paladino” della lotta alle ecomafie.

Al magistrato, già in forza alla Procura di Santa Maria Capua Vetere e oggi sostituto pg a Bari, contestati abuso d'ufficio e una presunta violazione fiscale. Un altro processo è in corso a Roma per violenza sessuale, concussione per costrizione e calunnia. E ilfattoquotidiano.it aveva documentato i suoi rapporti con un imprenditore legato ai Casalesi, scrive Nello Trocchia il 23 novembre 2015 su “Il Fatto Quotidiano”. Donato Ceglie, per anni pm alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, oggi sostituto procuratore generale a Bari, è indagato dalla Procura di Roma per abuso d’ufficio e per una presunta violazione fiscale. Ilfattoquotidiano.it può rivelare, in esclusiva, l’indagine a carico del magistrato, considerato paladino del contrasto alle ecomafie, condotta dal pm Barbara Sargenti e dal procuratore capo Giuseppe Pignatone. L’indagine emerge dall’invito a comparire per sottoporsi a interrogatorio firmato dalla Procura di Roma che chiarisce i contorni dell’inchiesta a carico di Ceglie e fa emergere, tra le pieghe del procedimento, un capitolo inquietante di contatti con un imprenditore legato al clan dei Casalesi. L’icona della lotta alle ecomafie, in passato ospite celebrato e osannato nei convegni di Libera e Legambiente, è già sotto processo, a Roma, per concussione per costrizione, violenza sessuale e calunnia. Ora arriva un altro guaio giudiziario. Il legame sentimentale con la denunciante. Il primo reato contestato è l’abuso d’ufficio. Tutto ruota attorno ad una vicenda giudiziaria che coinvolgeva due coniugi in corso di separazione e procedimenti penali instauratisi per le denunce reciproche tra i due. E qui entra in gioco il magistrato. La Procura contesta, infatti, a Ceglie di non essersi astenuto dalla trattazione del procedimento penale nel quale aveva un proprio interesse “avendo instaurato un rapporto sentimentale – si legge nell’atto – e di abituale frequentazione con la denunciante”. Inoltre “in violazione dei doveri di correttezza e terzietà su di lui gravanti” avrebbe proceduto all’unificazione di due procedimenti, quello scaturito dalla denuncia della donna, Sara Fusco, e quello apertosi a seguito della denuncia presentata dal coniuge Luigi Leo. Riuniti i procedimenti Ceglie avanzava richiesta di archiviazione totale nei confronti dei due coniugi perché Sara Fusco aveva rimesso la querela, “mentre per le ipotesi procedibili di ufficio (le ipotesi di reato denunciate da Luigi Leo), non erano stati acquisiti sufficienti elementi di prova per l’esercizio dell’azione penale, archiviazione disposta dal gip nel maggio 2010”. Per la Procura di Roma Ceglie, con questa condotta, “intenzionalmente provocava a Sara Fusco un ingiusto vantaggio patrimoniale consistito nel non dover affrontare gli oneri connessi alla prosecuzione del procedimento penale e alle possibili ripercussioni di tale procedimento sul processo civile di separazione. Al contempo cagionava ingiusto danno a Leo Luigi”. La difesa di Donato Ceglie, affidata al penalista napoletano Giuseppe Fusco, potrebbe puntare sull’impossibilità dell’astensione da un procedimento penale da parte del pm. Il magistrato non si è presentato all’interrogatorio fissato per il 16 novembre scorso. Ceglie è indagato anche per un reato fiscale per aver indotto, secondo l’accusa, il collaboratore Raffaele Russo a “emettere sei fatture per operazioni inesistenti aventi a oggetto prestazioni di consulenza mai effettuate da Russo a favore di varie federazioni della Coldiretti”. In pratica il collaboratore fatturava le somme, riceveva il denaro tramite bonifico sul proprio conto corrente “con successiva retrocessione del denaro a Donato Ceglie”. C’è una fattura da 14.248 euro, un’altra da 18.720 euro e altre quattro da 8.320 euro a favore di varie articolazioni di Coldiretti, per attività relativa al progetto Agromafia, svolto in diversi anni. Gli affari con Sergio Orsi, imprenditore del clan. Nell’avviso di garanzia e invito a comparire per interrogatorio c’è, però, un altro passaggio che apre un capitolo inquietante: “Si informa la persona sottoposta alle indagini che il procedimento penale risulta iscritto anche per i reati (…), in concorso con Sergio Orsi, per quali risulta maturato il termine di prescrizione, tuttavia, qualora l’indagato vi consenta o abbia interesse l’interrogatorio verterà anche su questi fatti”. I reati sono la corruzione in atti giudiziari aggravata dall’articolo 7della legge 203/91, ovvero l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, ipotesi gravi, ma prescritte, chiarisce la Procura. I rapporti con Sergio Orsi erano già stati documentati proprio da un’inchiesta di ilfattoquotidiano.it che aveva ripercorso con dichiarazioni dei pentiti, ma anche con la pubblicazione esclusiva di un atto parlamentare poi desecretato, i contatti tra Donato Ceglie e Orsi, quest’ultimo considerato imprenditore a disposizione dei Casalesi, punto di congiunzione tra politica e camorra nel grande affare del consorzio Ce4 che vede a processo per concorso esterno in associazione camorristica l’ex sottosegretario forzista Nicola Cosentino.

La donna si chiama Rosaria Granato. Il giudice che si batte contro le ecomafie è sott'inchiesta. E si difende: «È stalking», scrive "Il Corriere del Mezzogiorno" il 25 gennaio 2014. Niente ricatti, niente violenza: solo una storia d’amore tra persone consenzienti. Donato Ceglie, ex pm «ecologista» a Santa Maria Capua Vetere e oggi sostituto procuratore generale a Napoli, definisce così la storia con Rosaria Granata, la moglie di un suo indagato, che gli è costata le accuse di concussione, violenza sessuale e calunnia. La vicenda è stata rivelata ieri da Repubblica: l’inchiesta è affidata al pm di Roma Barbara Sargenti, che ne ha chiesto il rinvio a giudizio, ed era stata avviata in seguito a un esposto dello stesso Ceglie. Rosaria Granata (in un primo momento indagata per calunnia e poi divenuta persona offesa) è la moglie di Gaetano Ferrentino, imprenditore titolare della So. Ri. Eco, azienda che gestiva un impianto di compostaggio in provincia di Salerno. Quando era pm a Santa maria, Ceglie lo aveva iscritto nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta «Chernobyl», che verteva su un traffico di rifiuti smaltiti illecitamente in terreni agricoli tra le province di Caserta, Salerno e Foggia. Nel corso delle indagini preliminari, il pm aveva conosciuto la moglie dell’indagato e di lì a poco aveva avviato con lei una relazione. Secondo l’accusa, il magistrato aveva approfittato della sudditanza psicologica che la donna nutriva nei suoi confronti. Circostanza smentita perentoriamente dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Peppino Fusco. Tre i punti che il penalista evidenzia: Ceglie non svolse alcuna attività nel fallimento della So. Ri. Eco., gestito dal Tribunale di Nocera; la storia tra lui e Rosaria Granata cominciò dopo la richiesta di rinvio a giudizio di Gaetano Ferrentino, dunque quando il pm non era più coinvolto nel processo; soprattutto fu la donna a cercare la compagnia del pm, che non la forzò in alcun modo ad avere rapporti con lui. È la stessa Rosaria Granata a raccontare ai carabinieri come nacque e proseguì la sua storia con il magistrato: «Ho conosciuto Donato Ceglie nell’ottobre del 2008 presso la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere in occasione di una mia richiesta di informazioni rivolta personalmente a quest’ultimo su un’inchiesta denominata "Chernobyl"». I due si incontrarono altre volte, sempre nell’ufficio dell’allora pm, alla presenza di un avvocato. Fino ad arrivare al 23 dicembre 2009, quando Rosaria Granata da Ceglie ci andò da sola: «In tale circostanza quest’ultimo prima che io mi congedassi da lui mi confidò che io gli piacevo come donna e che era sua intenzione vedermi al rientro dalle festività natalizie per approfondire la nostra conoscenza da un punto di vista relazionale, premettendomi però che tale proposta non interferiva per nessunissima ragione sullo svolgimento e sugli esiti giudiziari di mio marito Ferrentino Gaetano. Doveva essere soltanto una cosa nostra personale al di fuori di tutte le altre mie problematiche. Io gli risposi che non era mia intenzione rivederlo per tale scopo, lo salutai e andai via. Il 10 gennaio successivo vi fu la requisitoria e mio marito fu rinviato a giudizio ed attualmente è ancora in corso il processo di primo grado a suo carico». Di lì a poco, tuttavia, la donna cambiò idea: «Dopo una mia estenuante meditazione a seguito della proposta, decidevo di recarmi da lui poiché dentro di me sentivo come donna la necessità di rivederlo, dato che vedevo in lui una figura protettiva, una persona con la quale poter parlare bene e non nascondo che probabilmente iniziavo a provare dei sentimenti che andavano al di là di una conoscenza prima e di pseudo amicizia poi». La relazione, secondo Rosaria Granata, si è protratta fino al febbraio del 2012. Era quasi sempre lei a cercare Ceglie, sottolinea la difesa, fino a perseguitarlo presentandosi in udienza, ai convegni, in ufficio: per questo motivo l’avvocato Fusco ha presentato ricorso contro l’archiviazione delle accuse nei confronti della donna, sostenendo che il reato che si configura non è quello di calunnia, in un primo momento ipotizzato dal pm, ma quello di stalking. In circa un anno Rosaria Granata avrebbe telefonato 3500 volte Ceglie, lui a lei solo 800; dopo la fine della loro relazione, ci sono 1800 telefonate di lei a lui, molte delle quali brevissime (uno squillo e basta), solo 200 di lui a lei. La donna ha anche ammesso di avere inviato mail a moltissime persone per rendere pubblica la sua storia con il magistrato, scrivendo però anche cose false: «Il dottor Ceglie non mi ha mai fatto alcun ricatto per portarmi a letto, ho utilizzato questo termine nella mia e-mail in maniera forse impropria. Con questo termine intendevo la paura del suo abbandono e quindi di rimanere di nuovo sola ma il tutto era sempre inerente alla sfera sentimentale e non aveva nulla a che vedere con i fatti giudiziari». Il magistrato in ogni caso non nega di averla incontrata anche in ufficio, vicenda per la quale arriveranno presumibilmente pesanti sanzioni disciplinari. I primi incontri, secondo Rosaria Granata, avvenivano in un appartamento di Santa Maria Capua Vetere distante un paio di chilometri dalla Procura. Nel settembre del 2011, tuttavia, Ceglie fu trasferito in Procura generale, a Napoli: e gli incontri continuarono nel suo ufficio, al 12° piano della torre C, su un divano. La donna ha conservato un oggetto per provare le cose che dice: una borsa sulla quale, pare, è rimasta una macchia. Ma i due si incontravano anche fuori dall’ufficio, tant’è che Rosaria Granata presenziò a un convegno dell’Università Parthenope alla quale fu presentata come «assistente» del pg. La storia, racconta infine, terminò quando sua figlia telefonò a Ceglie; voleva «chiedergli aiuto per un mio stato depressivo; ma lui riattaccò il telefono senza darle alcun consiglio. Questa cosa mi fece arrabbiare tantissimo; da lì è iniziata la nostra rottura». Ascoltata altre volte in seguito, Rosaria Granata tuttavia in una circostanza ha ammesso che sperava «di avere da lui agevolazioni» e che, avendogli fatto una richiesta specifica, si sentì rispondere: «Ora non posso fare niente, poi si vedrà».

Rifiuti, verbale segreto: “Pm Ceglie in contatto con imprenditori dei Casalesi”. Le accuse di Cantone e Roberti davanti alla commissione Ecomafie contro un magistrato simbolo dell'antimafia, oggi sotto processo per violenza sessuale. Il documento del 2007 desecretato, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 17 novembre 2014. E’ considerato l’icona della lotta alle ecomafie, ospite celebrato in convegni di Libera e Legambiente. Il magistrato Donato Ceglie è, dallo scorso febbraio, sotto processo a Roma, per concussione per costrizione, violenza sessuale e calunnia. Avrebbe abusato del suo potere costringendo la moglie di un imprenditore, principale imputato di una inchiesta in cui il magistrato era titolare, a rapporti sessuali promettendo benefici riguardanti il fallimento dell’azienda. Ceglie è anche finito citato in un’audizione, appena desecretata, risalente al 24 aprile 2007, un’altra storia con altri protagonisti che ilfattoquotidiano.it può raccontare. La commissione bicamerale di inchiesta sulle ecomafie ascoltava Raffaele Cantone, attuale commissario anticorruzione e Franco Roberti, oggi a capo della Direzione nazionale antimafia. Audizione, il cui contenuto, per primo fu riferito dal Fatto Quotidiano in una inchiesta del 2011. Oggi, finalmente, quell’audizione è accessibile a tutti. A chiederne per prima la desecretazione, ad avviarne così l’iter, fu, nel novembre dello scorso anno, la senatrice del Pd Rosaria Capacchione che da giornalista si era già occupata della vicenda. Lo scorso gennaio anche il M5S aveva sollecitato l’eliminazione del segreto sull’audizione in oggetto. Le parole di quella seduta tornano di stretta attualità. L’audizione choc: i rapporti con Orsi. Raffaele Cantone riferiva del contenuto dell’indagine giudiziaria, da lui condotta insieme al collega Alessandro Milita, sul consorzio Ce4, dove l’impresa privata era quella dei fratelli Orsi “organici, secondo le indicazioni di numerosi collaboratori di giustizia, al clan dei Casalesi (fazione Bidognetti)”. Il sistema criminale di quel consorzio ha portato, poi, a giudizio Nicola Cosentino. Raffaele Cantone riferisce di come gli Orsi avessero lavorato per inserire nella struttura commissiarale, quello che definivano un loro uomo, Claudio De Biasio. E qui spunta Donato Ceglie. Cantone chiarisce: “Dalle intercettazioni telefoniche risultavano rapporti tra l’imprendiotre Orsi ed un magistrato del distretto di Napoli, che era intervenuto per cercare di far avere il porto d’armi all’Orsi, pur non avendone questi probabilmente titolo e, soprattutto, avrebbe messo in rapporti diretti l’imprendiotre Orsi con il commissario Catenacci (…) Il collega in questione è Donato Ceglie”. La procura di Napoli trasferisce gli atti alla Procura di Roma, il reato contestato era abuso d’ufficio per la vicenda del porto d’armi, ma l’accusa chiede, nell’aprile 2005, e ottiene l’archiviazione della posizione di Donato Ceglie. Restano quei contatti. Ancora Cantone: “Nella parte finale del provvedimento di archiviazione si riporta quanto di seguito: ‘Di rilievo ancora agli esiti delle s.i.t rese dal prefetto Catenacci, il quale, in termini compatibili con quanto già desumibile dall’attività intercettiva, fa riferimento (…) a un inusitato interessamento del Ceglie per risolvere un ostacolo formale che si pensava sussistesse per l’assunzione presso il commissariato di un professionista, l’architetto De Biasio”.

I boss pentiti parlano. Le rivelazioni inedite di Vassallo. Nei giorni scorsi, in un’udienza del processo a carico di Nicola Cosentino, è stato ascoltato Giuseppe Valente, da poco collaboratore di giustizia, ex presidente del famoso consorzio Ce4. Valente ha riferito in merito alla scelta del socio privato nel consorzio: “Prima della gara ero molto preoccupato del fatto che dovessero vincere gli Orsi in quanto c’era la Covim, azienda creatura del clan La Torre e sapevo che sarebbe stata interessata alla gara. Avevo paura di essere ucciso se avessi escluso la Covim; così Sergio Orsi mi disse di rivolgermi all’allora pm della Procura di Santa Maria Caputa Vetere Donato Ceglie, con cui mi fissò un appuntamento. Così incontrai il pm che mi consigliò di inserire nel bando di gara la clausola che prevedeva l’esclusione di aziende che avessero contenziosi con il consorzio”. Il legale di Donato Ceglie, Giuseppe Fusco, ha negato tutto spiegando “suggerimenti mai chiesti e neanche forniti”. Ma a parlare del ruolo di Ceglie nella vicenda Ce4 è anche un altro pentito. Nell’esclusiva intervista realizzata al pentito Gaetano Vassallo, il principale accusatore di Nicola Cosentino, pubblicata dal Fatto Quotidiano, il collaboratore ha riferito a proposito di Donato Ceglie: “Gli Orsi avevano un rapporto con Donato Ceglie. Lo chiamavano Donatino. Gli Orsi mi dicevano che Ceglie era una persona loro, l’ho riferito anche nei verbali rivelando anche il ruolo di un commercialista di Santa Maria Capua Vetere in questo rapporto. Eco4 (la società nata dall’unione tra il consorzio e l’impresa degli Orsi, ndr) è nata grazie anche all’appoggio di Donatino”. Michele Orsi fu ucciso nel giugno 2008 dal gruppo di fuoco di Giuseppe Setola mentre Sergio Orsi è stato condannato, in appello, per diversi reati nel processo Eco4.

Ceglie contro La Peste. La vicenda giudiziaria, con seguito di archiviazione, i rapporti che Ceglie ha avuto con Orsi e l’interessamento per l’iter di assunzione al commissariato di Claudio De Biasio erano stati svelati nel 2010 nel libro ‘La Peste’, edito da Rizzoli, scritto a quattro mani da Tommaso Sodano, oggi vicesindaco di Napoli, e dal giornalista Nello Trocchia, collaboratore di ilfattoquotidiano.it. Donato Ceglie ha, però, pensato bene di portare in tribunale gli autori e la casa editrice, ma solo in sede civile, chiedendo un risarcimento record pari a 250mila euro. “Ci siamo limitati – spiegano gli autori, difesi dallo studio legale dell’avvocato Marcello Franco – a riportare i fatti, precisando l’archiviazione della posizione giudiziaria, ma raccontando vicinanze e relazioni, convinti che nella lunga storia del disastro campano nulla dovesse essere taciuto. Lo dovevamo alla nostra terra e alla verità. A distanza di 4 anni una mole di dichiarazioni e documenti ora desecretati danno ragione alla nostra attenta e scrupolosa ricostruzione”.

Terra dei Fuochi: Tutti sapevano! Il PM Donato Ceglie in Commissione Ambiente. Il PM Donato Ceglie in audizione al Senato in Commissione Ambiente ci ha lasciato tutti senza parole, quello che sosteniamo da tempo, a cui avevano contrapposto contro un muro di gomma, è stato ripetuto con chiarezza inequivocabile da un magistrato di assoluta ed indubbia esperienza. "quando nel 1997 sono stati ascoltati i collaboratori di giustizia ed accertati i fatti, gli intombamenti, il traffico internazionale di rifiuti industriali, che genera un abbattimento sui costi dell'80%, tutti gli atti sono stati trasmessi agli enti responsabili, Sindaci, Prefetti, Presidente di Regione e Presidente del Consiglio, Ministri, tutti sono stati informati, tutti sapevano, nessuno ha agito. Sentire ora che qualcuno si meraviglia e si scandalizza delle dichiarazioni di Schiavone mi meraviglia e scandalizza molto." e ancora "qualcuno all'epoca ebbe pure a dire che ero troppo zelante, che a scoprire tanti intombamenti di rifiuti tossici, bidoni ed altro, aggravavo la situazione dell'emergenza rifiuti" naturalmente l'emergenza rifiuti, come è noto riguardava il ciclo di RSU e non lo smaltimento illecito di rifiuti industriali organizzato a "SISTEMA", come ha detto lo stesso PM, su scala internazionale per abbattere i costi del comparto industriale dell'80%. Parla con carte alla mano il magistrato, che ha depositato un documento di oltre 400 pagine, con le principali inchieste svolte dal 1997 ad oggi, dove si evince un dato ormai chiaro e inattaccabile ovvero il traffico di rifiuti speciali verso Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. Il Dott. Ceglie riferisce su molte cose, dice che i rifiuti radioattivi ad oggi non sono mai stati ritrovati, parla anche di no food, portando ad una riflessione ed accendendo la discussione in commissione, dice "Bisogna parlare più di rifiuti che di contaminazione" riferendosi alla Campania e al fatto che nei terreni è facile trovare quantitativi di sostanze che superano i livelli di legge ma che in realtà sono dovuti alle eruzioni vulcaniche che hanno depositato nei secoli metalli e minerali. Il problema principale dice "E' la persistenza dei rifiuti" e su questo passaggio evidenzia il fatto che ci sono 6.5MlN di Ecoballe stoccate alle quali ad oggi non si sa dare una risposta, aggiunge che non si possono trattare ne con Inceneritori e nemmeno con la torcia al plasma. Infine il PM Ceglie chiede un meccanismo "cuscinetto" che controlli le eventuali bonifiche e che ritiene indecoroso strumentalizzare il principio di libertà di stampa per dire cose che mettono in difficoltà il lavoro della magistratura.  24 gennaio 2014. Commissione Ambiente M5S Senato

Ma proprio a proposito di Donato Ceglie e l'enunciazione che ha dedicato la propria vita a combattere Ecomafia in tribunale c'è una notizia censurata ai più. Il Mattino è uscito con una notizia a tutta pagina; titolo: “Rifiuti, sotto inchiesta il magistrato Ceglie”, catenaccio: “Avviso di garanzia per abuso d’ufficio nel filone d’indagine sul consorzio Ce4. Gli atti alla procura di Roma”, sommario: “Il sostituto casertano si sarebbe interessato per un porto d’armi / A breve l’interrogatorio”. , scrive Iustitia. Si tratta di una notizia policentrica: nasce a Caserta, viene lavorata a Napoli ed è firmata Roma. In calce all’articolo c’è infatti la sigla ‘re. ro.’, che sta per redazione romana. La notizia è stata pubblicata con grandissimo rilievo sia nelle pagine di Napoli-Campania, settore guidato da Claudio Scamardella, che nell’edizione di Caserta, affidata a Nando Santonastaso. Ma veniamo alla vicenda che vede protagonista il sostituto procuratore della procura di Santa Maria Capua Vetere Donato Ceglie, napoletano, quarantasei anni, da diciotto in magistratura, noto per le sue inchieste sull’ambiente e sulle ecomafie. Il quotidiano di Caltagirone scrive che “nei confronti del magistrato viene ipotizzato il reato di concorso in abuso d’atti d’ufficio. L’accusa si riferirebbe a un presunto interessamento che avrebbe esercitato il pm sammaritano nei confronti di un funzionario di prefettura per il rilascio di un porto d’armi a favore di un imprenditore del settore dei rifiuti”. Una notizia importante, ma piccola, impaginata con un titolo fortissimo e inserita all’interno di un articolo dalla chiusa durissima. “Un’inchiesta – quella sui rifiuti in provincia di Caserta - che si è andata sviluppando – scrive l’estensore anonimo del Mattino – negli ultimi mesi. Al di là delle accuse ai singoli indagati, gli inquirenti hanno disegnato uno scenario complessivo inquietante: un giro di mazzette, regali e favori collegato all’individuazione della discarica – e della ditta a cui demandare lo smaltimento – nella zona compresa tra Falciano del Massico, Mondragone, Santa Maria La Fossa, Castelvolturno e Sessa Aurunca, nella parte alta della provincia di Caserta.  Un giro che vede coinvolti funzionari dello Stato, imprenditori e, in ultimo, anche un magistrato”. L’articolo non è piaciuto al pm Ceglie e il 10 giugno il suo legale, l’avvocato Giuseppe Fusco del foro di Napoli, ha presentato alla procura di Roma una querela nei confronti dell’autore dell’articolo e del direttore del Mattino Mario Orfeo. Nella querela il pm di Santa Maria precisa che l’indagine a suo carico riguarda un fatto che non ha nulla a che vedere con l’inchiesta sui rifiuti e sulle discariche condotta dai magistrati dell’antimafia di Napoli Raffaele Cantone e Alessandro Milita, così come non ha nulla a che vedere con presunte tangenti e attività di corruzione di pubblici funzionari in quanto scaturisce dai suoi “presunti rapporti con il vice prefetto Ernesto Raio”, cui si sarebbe rivolto per sollecitare il rinnovo di un porto d’armi a favore di un imprenditore. E aggiunge che questo è l’unico fatto per il quale è indagato dalla procura di Roma. Inoltre Ceglie ricorda la sua intensa attività di pubblico ministero: ”Sono stato e sono titolare di inchieste proprio nel settore dei rifiuti e delle discariche; sono stato e sono titolare di inchieste anche in materia di cave con sequestri recenti di cave e cementifici (decreti firmati in tandem con il procuratore aggiunto della procura di Santa Maria Paolo Albano, ndr) anche di proprietà della Cementir Cementerie del Tirreno spa; sono conosciuto, non solo nell’ambito locale, ma a livello nazionale, come uno dei magistrati di maggior impegno nel perseguire (con iniziative di grosso spessore) fatti illeciti riguardanti tutta la problematica della tutela del territorio”. Probabilmente non è casuale nella querela il riferimento al sequestro delle cave della Cementir, una spa, che come l’Edime-Il Mattino, fa parte della galassia del gruppo Caltagirone. E proprio sul collegamento tra le due società ha battuto il direttore della Gazzetta di Caserta Pasquale Clemente nel fondo che il 22 maggio ha dedicato alla vicenda Ceglie, fondo esplicito e duro fin dal titolo: “Il magistrato ha fatto chiudere la Cementir illegale / Mattino, vergogna per un porto d’armi”.

Ma di Ceglie si è occupato anche un altro giornale, proprio vicino ai Pubblici Ministeri.

Davanti alla commissione parlamentare ecomafie tre magistrati svelano i rapporti oscuri di Claudio De Biasio, vicino alla famiglia Orsi e numero due della struttura per l'emergenza monnezza, scrivono Tommaso Sodano e Nello Trocchia su  Il Fatto Quotidiano. Il 24 aprile 2007 presso la commissione parlamentare ecomafie presieduta da Roberto Barbieri, sfilano tre, tra i migliori magistrati anticamorra, Franco Roberti (allora coordinatore della Dda), Maria Cristina Ribera e Raffaele Cantone. Fanno luce sulle responsabilità della politica nell’eterna emergenza e chiariscono il ruolo, anche di un magistrato, nella nomina di Claudio De Biasio al commissariato di governo per l’emergenza rifiuti. Un’audizione che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere e che contiene molte risposte a punti oscuri dell’eterna emergenza rifiuti in Campania. L’uomo buono per tutte le stagioni. Claudio De Biasio è stato arrestato pochi giorni fa per lo scandalo depuratori. Nell’ordinanza si legge: ” Negli anni ha dimostrato una personalità criminale allarmante (…)Sconcerta che un personaggio così colpito da iniziative giudiziarie riesca ancora a trovare credito nella pubblica amministrazione con la copertura di incarichi fiduciari, e non certo per concorso pubblico”. De Biasio, infatti, continuava a lavorare al Consorzio Unico ed era commissario liquidatore al commissariato acque della regione Campania, nonostante le ripetute indagini che lo hanno coinvolto. Nel 2005 Claudio De Biasio entra al commissariato di governo per l’emergenza rifiuti, nel 2007 nonostante l’indagine a suo carico, diventa numero due della struttura, nominato da Guido Bertolaso. De Biasio, forte della sua esperienza nel consorzio Ce4, quello che incrocia gli affari della camorra con il malaffare politico. Pochi giorni dopo la nomina al vertice del commissariato viene arrestato proprio per la gestione del consorzio Ce4 (poi assolto e per un reato prescritto) insieme con i fratelli Orsi (Michele verrà ucciso dalla camorra, Sergio condannato per collusioni)”. A questo punto, i parlamentari convocano i magistrati per capire i retroscena dietro quella nomina. Raffaele Cantone, allora pm presso la distrettuale antimafia napoletana, racconta: “ Le indagini si fermano al 2004, quindi, alla struttura commissariale che passa dalla gestione Facchi alla gestione Catenacci (indagato nel nuovo scandalo depuratori, ndr). E’ sicuramente provata tutta una serie di rapporti fra gli imprenditori Orsi e la gestione Facchi, ma è purtroppo provata anche una serie di rapporti fra gli Orsi e la gestione Catenacci”. Gli Orsi hanno l’obiettivo di entrare nella struttura commissariale con un fidato sodale, e indicano il nome di De Biasio, tutto deciso in una cena, a riprova una telefonata tra Orsi ed il viceprefetto Ernesto Raio ( allora capo di gabinetto di Catenacci), nella quale l’imprenditore indica la necessità di inserire “uno dei nostri” al commissariato. I controllati che si scelgono il controllore. Il magistrato Donato Ceglie, pm a Santa Maria Capua Vetere, ha contatti con gli Orsi, si spende presso Raio (prima alla prefettura poi al commissariato) per il rilascio di un porto d’armi a Michele Orsi, per questa vicenda la toga sammaritana sarà indagato e archiviato su richiesta del pm di Roma Giuseppe Amato. Ceglie venne già indicato dall’allora ministro Pecoraro Scanio come sponsor per la nomina di De Biasio al commissariato di governo. Su richiesta dei parlamentari, a precisa domanda, i magistrati auditi fanno il nome di Ceglie chiarendo l’esito dell’indagine: archiviazione. Nel provvedimento di archiviazione, citato in audizione, si legge: “ Di rilievo ancora agli esiti delle s.i.t. rese dal prefetto Catenacci, il quale, in termini compatibili con quanto già desumibile dall’attività intercettativa, fa riferimento ad un’inusitata attività di consulenza svolta dal Ceglie nei confronti dello stesso prefetto e del commissariato, in ragione della sua precipua competenza professionale, nonché a un parimenti inusitato interessamento del Ceglie per risolvere un ostacolo formale che si pensava sussistesse per l’assunzione presso il commissariato di un professionista, l’architetto De Biasio”. Nel verbale dell’audizione si leggono le parole di stima nei confronti di Ceglie di molti parlamentari per la sua opera contro i traffici illeciti di rifiuti. L’eterna emergenza e il Nord protagonista. Gli Orsi mani e piedi nell’emergenza, rapporti con una toga di primo piano, capaci di indicare un proprio uomo presso il commissariato, quel De Biasio che solo l’arresto nel 2007 eviterà alla commissione ecomafie di sceglierlo come consulente. Ma gli Orsi non si fermano. E nel 2005, dopo l’uscita dal consorzio Ce4, sono pronti con un’altra impresa la Gmc; un’attività imprenditoriale frenata dagli arresti. Sullo sfondo il ruolo di Impregeco, il superconsorzio raggiunto da interdittiva antimafia, che teneva insieme i consorzi casertani e quelli napoletani, la cui vicenda entra a pieno titolo nella richiesta di rinvio a giudizio a carico di Nicola Cosentino (il processo con rito immediato inizierà a marzo). Impregeco vedeva la presenza degli uomini di Cosentino, dominus politico dell’area casertana, e dei fedelissimi di Bassolino, egemone e controllore dei consorzi napoletani. Una vicenda quella della nomina e del consociativismo dietro la finta emergenza che resta coperta dal silenzio, di cui al momento hanno parlato solo Terra e il Mattino. Torniamo all’audizione, da cui emerge un sistema simile a quello del dopo terremoto del 1980, dove la politica e l’imprenditoria camorrista vanno a braccetto e lucrano dietro il paravento dei rifiuti in strada. Ecomafie diffuse anche al nord, come conferma la pm Maria Cristina Ribera in un passaggio dell’audizione: “Nella mia esperienza, ho potuto constatare che la gestione illegale dei rifiuti, in maniera organizzata e sistematica, ha coinvolto il consorzio Milano Pulita Ambiente, la società Nuova Esa di Marcon veneto, il consorzio Tev di Massarosa Toscana, l’ecoindustria che gestiva rifiuti pericolosissimi in un territorio con vincoli paesaggistici e non aveva neanche il piano di sicurezza in Toscana, Agroter di Pesaro (…) il fenomeno è talmente diffuso che credo sia esteso a livello nazionale”.

Ma non finisce qui. Ceglie è ancora chiacchierato. 

Il magistrato nei guai: "Aveva rapporti con la moglie di un carcerato", scrive “Libero Quotidiano”. "Rapporti frettolosi, nascosti e spesso consumati a volte nel suo ufficio della procura di Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta, a volte nelle stanze della procura generale di Napoli". Stando a quanto riportato dal quotidiano La Repubblica venerdì 24 gennaio, il magistrato Donato Ceglie, impegnato da anni nella lotta contro le ecomafie in Campania, è accusato di concussione e violenza sessuale. Avrebbe infatti preteso e ottenuto rapporti sessuali dalla moglie di un uomo, Gaetano Ferrettino, che lui stesso aveva fatto arrestare. Sulla carriera del magistrato, 56 anni, pende infatti dal dicembre scorso, una richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pm di Roma Barbara Sergenti che sosteiene che "Ceglie induceva Maria Rosaria Granata, 46 anni, moglie di Gaetano Ferrentino, a instaurare e proseguire una relazione sentimentale che gli procurava indebitamente rapporti sessuali”. Tutto inizia  nel 2007. "In quel periodo Ceglie - come riporta La Repubblica - si occupa dell’inchiesta Chernobyl, scopre tonnellate di rifiuti interrati tra Caserta, Napoli e Vallo della Lucania e sequestra un impianto di compostaggio di cui Ferrentino è amministratore unico, spedendo quest’ultimo agli arresti domiciliari". Nel 2009, secondo la Procura di Roma, sarebbero iniziati i rapporti con la moglie di Ferrentino. Maria Rosaria Granata accetta nella speranza di indurre il pm  ad abbandonare il procedimento contro il marito. Ma la speranza della donna non si realizza. "Quello che il pm fa, invece - continua Repubblica - è ordinare il dissequestro dell’impianto di compostaggio, affidarne la gestione alla Compost Campania e – come scrive il pm Sargenti – "rilasciare indebitamente il nulla osta per riassumere Maria Rosaria Granata". La donna, infatti, era stata licenziata dal curatore fallimentare perché la Compost non poteva per contratto impiegare persone collegabili alla So.Rie.Co di Ferrettino. Ma Ceglie per la sua fiamma riesce ad ottenere una deroga". Il giallo però scoppia nel 2012 quando delle email anonime arrivano in procura e alla redazione del Mattino, quotidiano campano. "I messaggi di posta elettronica - riporta sempre il quotidiano romano -  riportano informazioni scioccanti: "Il dott. Ceglie non è altro che un pagliaccio con la toga", "Dottore Ceglie, rientra nelle sue inchieste portarsi a letto le mogli degli indagati? E poi sparire distruggendo i numeri di telefonici? Aspetto una sua risposta" e "Da tre anni chiama ripetutamente e si porta a letto con ricatto la moglie di Gaetano Ferrentino". Ceglie non nega gli incontri, ma sarebbero avvenuti per motivi legati alla giustizia.  Secondo la difesa, infatti, "gli incontri innanzitutto sono stati limitati nel tempo" e, in secondo luogo, risulterebbero "al solo scopo istituzionale".

"Pretendeva sesso dalla moglie di un arrestato". Finisce nei guai il pm della lotta all'ecomafia. Napoli, il magistrato Donato Ceglie accusato di concussione e calunnia. La difesa: "Incontri con lei limitati nel tempo", scrivono Fabio Tonacci e Francesco Viviano su “La Repubblica”. Chiedeva sesso, il magistrato Donato Ceglie. Lo pretendeva, e lo otteneva, dalla moglie di uno che aveva fatto arrestare. Rapporti frettolosi e nascosti, consumati a volte nel suo ufficio della procura di Santa Maria Capua Vetere, a volte nelle stanze della procura generale a Napoli. Proprio lui, il pm simbolo della lotta all’ecomafia del casertano, proprio lui che indaga da anni sui veleni nascosti sotto terra. Ora se la deve vedere con altri veleni. Sulla carriera di Donato Ceglie, 56 anni, pende infatti dal dicembre 2013 scorso, una richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pubblico ministero Barbara Sargenti di Roma. Le accuse sono di concussione e violenza sessuale, perché «induceva — si legge nell’atto — Maria Rosaria Granata, 46 anni, moglie di Gaetano Ferrentino, a instaurare e proseguire una relazione sentimentale che gli procurava indebitamente rapporti sessuali». Abuso che sarebbe iniziato a Santa Maria Capua Vetere e proseguito anche dopo che Donato Ceglie, era il 2011, viene trasferito alla procura generale di Napoli. Una storiaccia ancora poco chiara, con un esito giudiziario ancora tutto da definire (la richiesta è ferma davanti al gip) e che però ha un prologo certo nel 2007. In quel periodo il pm napoletano sta seguendo personalmente l’inchiesta “Chernobyl”: scopre tonnellate di rifiuti interrati tra Napoli, Caserta e Vallo della Lucania, sequestra l’impianto di compostaggio nel salernitano gestito dalla So.Rie.Co., dove venivano smaltiti illegalmente quelli di quattro depuratori, e di cui Ferrentino è amministratore unico. Ceglie lo spedisce agli arresti domiciliari. Seguono un paio di anni di indagini, altri sequestri, il fallimento della So.Rie.Co. nel 2009. Poi, sempre secondo la procura romana, cominciano i «rapporti sentimentali e sessuali» tra Ceglie e la Granata. Una relazione che, a prescindere dalla sua natura, forse consenziente forse no, avrebbe dovuto indurre il pm napoletano a abbandonare per ragioni di opportunità il procedimento contro Ferrentino, nel frattempo rinviato a giudizio. Cosa che non accade. Accade invece che Ceglie si adoperi per trovare un lavoro alla Granata. Prima ordina il dissequestro dell’impianto di smaltimento, poi lo affida in gestione alla Compost Campania a cui nel 2011 rilascia «indebitamente — scrive la Sargenti — il nulla osta per riassumere Maria Rosaria Granata». La donna, infatti, era stata licenziata dal curatore fallimentare perché la Compost non poteva per contratto impiegare persone collegabili alla So.Rie.Co. di Ferrentino. Ma Ceglie, per la sua “fiamma”, riesce a ottenere una deroga. E continua a interessarsi del rinnovo del contratto di gestione anche dopo essere stato trasferito a Napoli. Nel 2012 però qualcosa si rompe. Nelle caselle di posta elettronica di alcuni magistrati della Procura generale e alla redazione del Mattino iniziano ad arrivare decine di e-mail e fax del genere: «Il dott. Ceglie non è altro che un pagliaccio con la toga », «Dottore Ceglie, rientra nelle sue inchieste portarsi a letto le mogli degli indagati? E poi sparire distruggendo i numeri di telefonici? Aspetto una sua risposta», «da tre anni chiama ripetutamente e si porta a letto con ricatto la moglie di Gaetano Ferrentino». Ma a quali ricatti si riferisce l’autore delle missive? Che cosa sa veramente? Fatto è che Ceglie decide di denunciare la Granata, sostenendo sì di averla incontrata, ma solo «limitatamente» e «sempre per motivi istituzionali ». I pm romani non gli credono, e così hanno indagato il magistrato che lotta contro la mafia dei rifiuti anche per calunnia, per aver incolpato la donna «pur sapendola innocente».

Roberto Oliveri del Castillo ed il suo libro “Frammenti di storie semplici”. Esercitare la professione di giudice non è di certo cosa semplice: c’è chi, come il nostro protagonista, lo fa nel pieno rispetto dei principi costituzionali e chi, come molti dei personaggi che incontriamo nel romanzo (specchio di una realtà desolante), sceglie invece la via della corruzione. Con uno sguardo critico e attento al contesto sociale e politico, Roberto Oliveri del Castillo accompagna il lettore all’interno dell’universo giudiziario, messo a nudo nella sua complessa galleria di vizi e virtù. “Questi frammenti di storie semplici parlano di giustizia e, a volte, di ingiustizia; di verità negata e violata da chi dovrebbe farla emergere. Sono storie che ci devono far ricordare che è sempre necessario parlare di giustizia, mentre l’ingiustizia si nutre di silenzio”.

RECENSIONE: Frammenti di storie semplici di Oliveri del Castillo di Annalaura Barreca. Organizzato dal Centro Monoriti, Movimento Contaminiamo i Saperi e dal Gruppo stud.”Aria” si è svolta lo scorso 31 gennaio 2015 presso l’aula magna della Cittadella Universitaria di Reggio Cal. la presentazione del libro Frammenti di storie semplici (anno 2014, 312 pagg. Città del sole edizioni) del magistrato napoletano Roberto Oliveri del Castillo. Animato da un intenso dibattito sui temi della giustizia il libro è stato introdotto dalla relazione del prof. Angelo Viglianisi Ferraro, docente di Diritto ed Economia dell’Università di Reggio Calabria. “Pensare alla camera interiore degli altri è un lusso che non mi posso permettere. Giudicare l’etica degli altri… e chi sono poi per farlo? Meglio pensare solo alla mia di camera interiore”. È così che il protagonista del libro “Frammenti di storie semplici” ci introduce nella sua profonda riflessione sulla giustizia, sulla politica e sulla società italiana. Roberto Oliveri del Castillo, magistrato che opera a Bari dal 1991 e scrittore neofita, racconta del viaggio interiore di un giudice senza nome, il quale sceglie di svolgere il proprio mestiere onestamente, nonostante la corruzione che lo circonda, nonostante una società fatta di “gente che sembra di carne, ma poi ti accorgi che in realtà è fatta di fango, acqua e terra, a volte anche peggio”. Né un saggio, né un diario autobiografico, ma semplicemente un racconto che descrive il nostro paese attraverso gli occhi di un giudice, che afflitto dalla decadenza sociale che lo circonda, incomincia un viaggio all’interno della propria coscienza. Attraverso il racconto delle storie semplici di persone che hanno incrociato il suo cammino, il protagonista narra del marcio sociale e politico in cui l’Italia vive ormai da anni, di un paese dove l’apparire vince sull’essere in tutti gli strati della società, in cui il potere politico non difende più i cittadini, ma li esorta a combattere contro chi è chiamato a tutelarli, di un paese in cui tutti si dichiarano difensori della democrazia e del popolo, ma in realtà sono solo nemici travestiti da amici. L’autore raccontando la quotidianità del protagonista, fatta di faldoni, incarti processuali, codici, verbali di udienze, riesce a far entrare il lettore all’interno dell’universo giudiziario, cogliendo la complessità e la difficoltà di chi ogni giorno svolge questo mestiere, specchio della società moderna, fatta di persone semplici e umili, ma anche di individui senza coscienza che farebbero di tutto per ottenere un po’ di notorietà o per accumulare maggiore potere e denaro. Il nostro giudice senza nome, non è un eroe, ma una persona semplice che ricorda ad ognuno di noi di “fare il proprio dovere ogni giorno […] evitando di sentirsi sempre degli eroi investiti di chissà quale sacra missione”. Roberto Oliveri del Castillo con il suo libro ci invita a riflettere su come ormai siamo abituati a vedere le ingiustizie spesso voltandoci dall’altra parte, perché è così che va il mondo. Ma non solo. Attraverso lo sfogo e la forte denuncia del degradato sistema italiano, il protagonista riesce a parlare a tutti, infondendo al lettore quella fiducia nel futuro, anche se tutto sembra non cambiare mai; ed anche quando gli ingiusti riescono sempre a farla franca, la speranza può ancora rinascere.

Una lettura psicoanalitica del romanzo di un giudice – Frammenti di storie semplici, scrive Amedeo Caruso. Come mai un giudice – autore di un romanzo che può fregiarsi della prefazione di Domenico Gallo, un insigne magistrato già senatore nella XII legislatura ed è arricchito dalla postfazione di Armando Spataro, altro illustre magistrato attualmente procuratore della Repubblica di Torino – richieda a uno psicoanalista a lui sconosciuto di fare una lettura psicoanalitica del suo romanzo, è quello che i lettori scopriranno nello scritto di Amedeo Caruso che conclude il libro di Roberto Oliveri del Castillo, magistrato che opera nel distretto di Bari. Si respira ancora l’aria del famoso caso del Diario di un giudice di Dante Troisi, che costrinse l’autore, un giudice anche lui, alla censura? Correvano allora gli Anni Cinquanta. Nel 1973, lo stesso giudice Troisi si trovò ad essere imputato in un altro procedimento disciplinare insieme a due colleghi. Si dimise dalla magistratura nell’ottobre 1974. Leggetevi come e perché nella postfazione a Diario di un giudice (da poco ristampato) di Andrea Camilleri. Ma siamo ormai in un nuovo secolo, oltre sessant’anni dopo quella triste storia sospesa tra letteratura e giustizia. Quale ruolo ha la psicoanalisi nell’esercizio della giustizia e nella comprensione delle azioni degli esseri umani? Dopo il convegno Psiche e Giustizia del Centro Studi Psiche Arte e Società, questo scritto aggiunge un capitolo ulteriore per un migliore dialogo tra avvocati, giudici, psicologi, psicoanalisti, medici e politici. Dov’è Dike conviene sempre che ci sia anche Psiche.

Il libro-scandalo del giudice che fa tremare tutta la Bat, scrivono Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini su  “La Gazzetta del Mezzogiorno” . C’è un libro che da alcune settimane sta facendo parlare - e molto - gli ambienti giudiziari di Bari e Trani. È uscito per un piccolo editore di Reggio Calabria ad ottobre 2014, e finora trovarne una copia in Puglia è stato molto, molto difficile: se ne parla tanto, ma in pochi sono riusciti a leggerlo, almeno fino ad oggi (è stato presentato ieri sera alla Laterza di Bari). L’autore è un giudice, Roberto Olivieri del Castillo, il titolo è «Frammenti di storie semplici». Racconta storie di processi, ma soprattutto di magistrati che ad un lettore attento potrebbero apparire familiari. Perché se anche Del Castillo, 50 anni, giudice delle indagini preliminari prima a Trani e poi a Bari, prende in prestito una celebre frase di Camilleri («Fatti e nomi sono di pura fantasia. Chi vi si volesse riconoscere commetterebbe solo un inutile peccato di vanità»), tra le sue pagine ci sono alcuni riferimenti che stanno alimentando la fantasia e tante voci. Voci che l’autore, ovviamente, considera infondate. Il protagonista è un giudice con la passione per il calcio e per il rock degli anni ’70, che dopo gli inizi in Calabria arriva in una terra «dove il sole sorge dal mare» e la gente sul treno parla in dialetto barese. Al governo c’è il Cumenda, padrone di canali tv e presidente dei Custodi della Libertà, di cui un giorno si occupa anche il suo ufficio, un Tribunale «che si affaccia sul mare e sulla cattedrale». Qui ci sono il presidente Catino, che per mesi gli ordina di «non arrestare e non scarcerare nessuno» a seguito di un esposto anonimo sul suo conto (che poi verrà archiviato), il procuratore Clammis, i pubblici ministeri Spelli («Sfruttava qualunque occasione, come l’indagine su una nave affondata a Pantelleria, solo perché si era firmata in un posto qui vicino per acquistare grano, ipotizzando chissà quale coinvolgimento della mafia che faceva contrabbando di scorie radioattive, prima di essere costretto a rimettere l’indagine al giudice competente per l’intervento della Corte Suprema»), Cricco (che presentava «richieste taroccate con la copertura di Clammis») e Magno, amico del giudice Biscardi. Cricco e Biscardi «erano conosciuti nell’ambiente come organizzatori di truffe e corruzioni di alto livello»: «La tattica preferita era l’intesa, il mettere in mezzo, sotto indagine, se non arrestarlo, qualche imprenditore o qualche politico (una volta addirittura un vescovo), per poi estorcere denaro per far morire il processo». Il giudice racconta di un mondo autoreferenziale tra magistrati, forze dell’ordine e avvocati, dove tutti sono amici di tutti e le inchieste si fanno e si disfano a tavolino, con una trattativa su nomi e numero delle persone da arrestare. Una «tela di ragno», la chiama: un sistema marcio con una avvocatura compiacente rappresentata dall’avvocato Granchio. «Da pochi mesi si era sposato, e la cerimonia, con ospiti politici e industriali del posto, era avvenuta, con tutti i notabili del luogo, compreso il procuratore Clammis, presso la masseria del pm Cricco, acquistata con modalità poco chiare e costata a questo anni di indagini a suo carico, e conclusa con una dubbia archiviazione pilatesca». Anche Granchio aveva avuto problemi con la giustizia: difeso da Mamello «imparentato, sempre casualmente, col pubblico ministero Cricco» che poi «ne chiedeva l’archiviazione» sottoscritta anche da Clammis: tanto che «ormai nella zona si parlava ironicamente dello “studio associato Mamello-Cricco”». E così racconta dell’archiviazione delle accuse a carico di Salvatore Granello, «il titolare del pastificio omonimo», arrestato «dal gip Biscardi, su richiesta del pm Cricco» con l’accusa di «alterazione di sostanze alimentari con grano contaminato». Granello, racconta il romanzo, «si diceva che avesse sborsato parecchio - chi diceva tre, chi quattro, chi cinquecentomila euro - a degli “amici” che avrebbero curato il buon esito della vicenda». Ce n’è anche per i giornalisti come Mario Lomastro, direttore di una tv locale, che «confezionava articoli politici mistificatori, per lo più al servizio del suo padrino-padrone politico, l’on. Densi, suo concittadino, plurinquisito, fedelissimo figlioccio del Cumenda». Una stampa, secondo il giudice, compiacente con il pm Cricco: «Due volte l’anno fa trapelare notizie sul giornale locale, una notifica, un interrogatorio finto, o un altro motivo qualsiasi. Chi deve leggere la notizia sa che quello è il segnale che significa che una somma di denaro deve essere destinata ad un commercialista amico, che poi farà pervenire la somma a Cricco. E il fascicolo continua a vegetare nei cassetti della Procura».

Laudati: «Complotto contro Vendola per favorire Boccia alle primarie», scrive Giovanni Longo e Massimilano Scagliarini su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Più che un complotto della D’Addario ai danni di Berlusconi, complotto che la giustizia ha già ritenuto inesistente, ce n’era stato uno ai danni di Nichi Vendola. Un doppio tentativo di delegittimare l’allora governatore, prima nel culmine delle indagini sulla sanità, poi alla vigilia delle elezioni primarie, che l’ex procuratore di Bari, Antonio Laudati, dice di aver sventato. A raccontarlo è lui stesso, nelle trascrizioni dei colloqui che un giornalista di «Panorama», Giacomo Amadori, ha registrato all’insaputa del magistrato. Il documento è stato depositato ieri a Lecce, dove Laudati è imputato per abuso d’ufficio e favoreggiamento, dall’ex pm Giuseppe Scelsi, che in questo troncone è parte civile: il Tribunale si è riservato di decidere. Per raccontare questa storia bisogna contestualizzarla. A gennaio 2010, Vendola - in cerca di riconferma - avrebbe dovuto sfidare alle primarie del centrosinistra Francesco Boccia, candidato del Pd. Laudati racconta dell’intervento di un «politico» («Non era del Pd») che avrebbe dato la notizia ad alcuni giornali. Laudati dice di essere stato chiamato da alcuni giornalisti («“No, noi non la possiamo scrivere, perché noi non abbiamo mai avuto conferma, anzi, il Procuratore ha smentito, eccetera”») e che gli stessi giornalisti si sarebbero accordati tra loro: «“Se lo scriviamo tutti insieme, (inc.) lo facciamo”. E allora quel giorno che cosa fa, si fa un lavoro da redazione di giornale». Vendola era stato ascoltato in Procura come testimone il 6 luglio 2009 nell’inchiesta sulla «cupola della sanità» condotta da Desirèe Digeronimo. Uno dei temi, a dirlo era stato lo stesso governatore, era appunto la nomina (mai avvenuta) di Giancarlo Logroscino a primario del Miulli di Acquaviva, nomina che Vendola avrebbe chiesto in una telefonata con l’allora assessore Alberto Tedesco. «Allora - racconta Laudati - i giornalisti che dicono? Diamo la notizia che è imputato per tentata concussione, come può essere questa tentata concussione per Logroscino, che è talmente una cazzata che uno che ci riflette, no, Vendola telefona, prima di tutto è una valutazione di discrezionalità amministrativa». La notizia su Vendola indagato per tentata concussione è pubblicata il 18 gennaio 2010, sei giorni prima delle primarie. Quel giorno, smentendo la circostanza, il governatore è sibillino: «Nella lotta politica, continuo ad essere contrastato con mezzi impropri». Anche la Procura di Bari, informalmente, fa subito sapere che la circostanza «non risulta». Parlando con il giornalista di Panorama, Laudati parla di «strumentalizzazione»: «Allora, Vendola io non lo riesco a fregare politicamente, perché è forte. Allora cerco la via giudiziaria. Io sono stato costretto a fare la smentita, e l’ho salvato. Perché siccome Vendola aveva fatto dimettere cinque assessori, se io avessi confermato: “Vendola è indagato”, Vendola dopo due secondi si doveva dimettere». Lo stesso problema, secondo l’allora procuratore, si era verificato nell’autunno precedente. L’11 novembre 2009 «Libero» aveva pubblicato la notizia di una iscrizione come indagato di Vendola, in base ad una informativa dei Carabinieri, sempre per tentata concussione. La Procura smentì immediatamente: Vendola «non è indagato» e a suo carico «attualmente non c’è alcun procedimento penale». «L’11 novembre - dice Laudati - viene fatta, come dire, confezionata ad hoc una informativa, viene registrata… E io lì ho sgamato tutto, avevo disposto la secretazione quando ho fatto il comunicato». Ovvero: il governatore era effettivamente indagato, ma non per tentata concussione e anzi per una vicenda su cui «ci sarà l'archiviazione a brevissimo». «L’informativa riguarda tutt’altro, è tutta un’altra storia. Anche lì una baggianata costruita ad arte, perché il problema di Vendola esiste. Su Vendola esisterà lo stesso problema che è esistito per Berlusconi per Mediaset, non poteva non sapere. Poi bisognerà vedere se è una responsabilità penale, se è una responsabilità politica». Sappiamo che l’inchiesta ha preso la seconda strada: la presunta associazione che pilotava le nomine nelle Asl, secondo l’accusa, faceva capo all’ex assessore Alberto Tedesco, che per questo è a giudizio. Ma in un troncone concluso in abbreviato, sei imputati della principale inchiesta sulla gestione della sanità pugliese sono stati assolti con formula piena. Tra le ipotesi scartate dai magistrati leccesi ci sono le pressioni che Laudati avrebbe esercitato nei confronti dei suoi pm: un esposto anonimo, infatti, ipotizzava che il capo della procura avesse «imposto» l’archiviazione delle indagini sul presidente della giunta regionale Nichi Vendola dopo aver ricevuto dalla Regione Puglia un finanziamento da 100mila euro per il convegno «Organizzare la giustizia», da lui voluto. Secondo gli inquirenti le ipotesi di reato sono «insussistenti». E le carte raccontano un retroscena inedito: nell’ambito di quelle indagini - che riguardavano la gestione delle nomine nelle Asl - la pm Desirèe Digeronimo voleva arrestare Vendola. «Nell'ambito del troncone investigativo assegnato alIa dott.ssa Digeronimo - è detto nella richiesta di archiviazione - era accaduto che quest'ultima avesse ricevuto una denuncia dei Carabinieri che, con riferimento aIle nomine di dirigenti ospedalieri, ipotizzavano il reato di concussione nei confronti di più persone, tra Ie quali il presidente Vendola. La dott.ssa Digeronimo aveva disposto l'iscrizione di tutti i denunciati nel registro delle notizie di reato ed aveva programmato di chiedere l'applicazione di una misura cautelare personale anche - tra gli altri - al presidente della Regione». L’inchiesta riguardava le presunte pressioni nelle nomine di primari e dirigenti della Asl, a carico di Vendola e altre 10 persone (tra cui l’ex assessore Alberto Tedesco). Dell’intenzione di procedere ad arresti la Digeronimo «aveva informato il procuratore (che invece non era stato informato preventivamente dell'iscrizione dell'on. Vendola e degli altri denunciati nel registro delle notizie di reato in quanto non era in sede quando era pervenuta l'informativa) ed aveva colto la preoccupazione del dott. Laudati per una eventuale fuga di notizie, perché, come le aveva scritto in un sms, se vi fosse stata fuga di notizia "sarebbero divenuti nemici"». La notizia il giorno dopo («puntualmente», commenta la procura di Lecce) è stata pubblicata sul quotidiano «Libero». Tuttavia, sono state le stesse dichiarazioni della Digeronimo a far cadere le accuse a Laudati: il procuratore «non aveva mai sollecitato o richiesto I'archiviazione nei confronti di Vendola e degli altri ed aveva sempre detto che lui voleva che si giungesse ad una decisione condivisa» tra tutti i pm assegnati al pool sanità. Nel pool (formato anche dai pm Francesco Bretone e Marcello Quercia) c’erano differenze di vedute, ma questo era già emerso. Ma c’è altro. «Copia della richiesta di archiviazione, poi accolta dal giudice per le indagini preliminari, era risultata in possesso dell' on. Vendola già il giorno dopo la sua sottoscrizione, benché dagli atti non risultasse né richiesta di copia, né autorizzazione al rilascio, né lo stesso rilascio. Ma, a tacere della impossibilità di identificare l'autore della copia e della sostanziale irrilevanza dell'omessa riscossione dei diritti di rilascio stante la modestia dell'ammontare di essi, la disponibilità della richiesta di archiviazione da parte dell'indagato non appare in contrasto con alcun segreto di indagine ed avergliela consegnata non integra alcun illecito penale». E il convegno di Bari? Anche «se da un canto c'e forse da rilevare la inopportunità di averne chiesto il finanziamento ad un ente il cui presidente (con altri esponenti politici e amministrativi) dal novembre 2009 era sottoposto ad indagini dalla Procura barese», secondo i Pm salentini «non è risultato alcun collegamento tra il finanziamento del convegno e la richiesta di archiviazione nei confronti dell'on. Vendola».

I magistrati, se non sono di sinistra, non meritano rispetto.

Occhi bendati su Laudati, scriveva Liana Milella sul suo Blog il 2 aprile 2013. "Certo che è davvero con la benda sugli occhi questa giustizia disciplinare del Csm, del procuratore generale della Cassazione, del ministro della Giustizia. Il caso Laudati - il tuttora capo della procura di Bari, per chi non se lo ricordi - fa davvero scuola. Scuola in negativo, s'intende. Dimostra che tutte le autorità che dovrebbero occuparsi di giustizia disciplinare per le toghe sono strabiche, o quanto meno, nel caso Laudati, si sono volutamente messe una benda sugli occhi. Quella stessa benda che invece non portano se c'è da guardare il famoso pelo nell'uomo che riguarda Antonio Ingroia. Per l'ex procuratore aggiunto di Palermo basta un aggettivo in più in una dichiarazione per far scattare subito la vigile attenzione del Guardasigilli Paola Severino e del procuratore generale della Suprema Corte Gianfranco Ciani. Altrettanto accade per il pm Nino Di Matteo, che finisce isolato e nel mirino di Cosa nostra. Per Laudati invece non avviene nulla. È lì tranquillo al suo posto da oltre due anni. Un ex collega della procura come Pino Scelsi gli imputa scorrettezze gravi e che succede? Che il Csm lo manda assolto. Azione disciplinare? Neanche a parlarne. Nel frattempo si apre un'indagine a Lecce grazie alle intercettazioni inviate da Napoli che evidenziano un comportamento di Laudati nient'affatto commendevole. Logica vuole che, se non altro per un ovvio gesto di corretta trasparenza e perché l'onore qualcosa ancora conta nella vita, Laudati chieda di sua iniziativa il trasferimento. Nemmeno a parlarne. Lecce ipotizza reati come l'abuso d'ufficio e il favoreggiamento. Non bazzecole. Per chi poi? Laudati avrebbe favorito Berlusconi, mentre l'indagine che riguarda l'ex premier e Tarantini, l'uomo delle escort scelte per il sovrano, sta proprio a Bari, in quella procura dove Laudati continua a svolgere funzioni di capo. Ma non è finita. Lecce notifica la chiusura delle indagini, la posizione di Laudati si aggrava, ma continua a non succedere niente, Laudati è sempre al suo posto. Poi arriva la richiesta di rinvio a giudizio per quei gravi reati. Scelsi, dunque, aveva visto e detto il vero. Che fa il Csm? Decide di sentire Laudati. Che fanno il Guardasigilli e il pg della Cassazione? Ancora niente. In un Paese dov'è stata approvata una pur del tutto insufficiente legge sulla non candidabilità dei condannati in Parlamento, dove perfino un partito come il Pdl è stato costretto a non mettere in lista personaggi con pendenze giudiziarie ancorché non definitive come Dell'Utri, Cosentino, Papa, Scajola ed altri, che cosa fa la magistratura? Consente che a capo di una grande procura come Bari ci stia ancora il signor Laudati. La prima domanda da farsi è questa: ma chi è il santo o chi sono i santi che proteggono Laudati? La seconda: non si lamentino poi le toghe quando in futuro si discuterà di modificare il sistema della giustizia disciplinare. La terza: non crede il Guardasigilli Severino di svolgere il suo lavoro in via Arenula vestendo troppo i panni dall'avvocato penalista? Forse, per veder traslocare Laudati, dovremo aspettare il terzo grado di giudizio tra una decina d'anni?"

Invece, d’altro canto…

Panorama: Sino ad ora, almeno ufficialmente, nessuna toga italiana si è pronunciata sulla vicenda della foto pubblicata da Panorama.it che ritrae Nichi Vendola seduto accanto al giudice Susanna De Felice che il 31 ottobre 2012 lo ha assolto da un’accusa di abuso d’ufficio. Un silenzio che non hanno rotto neppure i componenti del Consiglio superiore della magistratura o i vertici dell’Associazione nazionale magistrati o i rappresentanti delle diverse correnti solitamente così prodighi di interventi su ogni genere di questione, compresa la condizione degli operai in Cina. Nessuno si è espresso, tranne un giudice, di Massa Carrara, Cosimo Maria Ferri, segretario generale di Magistratura indipendente, la corrente moderata delle toghe, che ha affidato alle agenzie questa nota: «Sul rapporto politica e giustizia e su ciò che è accaduto e sta succedendo a Bari il Csm mostra distacco e non interviene. I cittadini non comprendono come gli stessi protagonisti possano passare dalle aule di giustizia, dove si ricerca la verità, fine primario del processo penale, allo scontro politico».

A chi si riferisce Ferri? Ai sei magistrati immortalati a pranzo con Vendola e i suoi parenti? Il segretario di Mi non lo precisa, ma nel testo prolunga il suo pensiero: «Tutto ciò fa male alla magistratura e come sempre c'è molta ipocrisia perché il Csm invece di intervenire e difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, si è preoccupato di aprire una pratica di incompatibilità nei confronti del procuratore della Repubblica (Antonio Laudati ndr) che ha cercato e sta cercando di organizzare il proprio ufficio giudiziario nell'interesse di tutti i cittadini».

Un lavoro che era già stato approfonditamente messo sotto osservazione da una lunga ispezione ministeriale, conclusasi con un giudizio favorevole. Chiude Ferri: «Allora la domanda è legittima e va reiterata: perché il Csm sta guardando solo nella  direzione sbagliata? Magistratura indipendente chiede chiarezza e trasparenza a 360 gradi».

Si attende risposta.

E poi…

I colloqui di Laudati: «A Bari una lobby di giudici e politici», scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Non solo il racconto di un’inchiesta su un presunto «complotto istituzionale», fascicolo reso noto da Panorama ma che, in realtà, non sarebbe mai esistito. Nelle frasi riferite dall’ex procuratore della Repubblica di Bari Antonio Laudati a un cronista del settimanale, che le avrebbe registrate di nascosto, emergono giudizi non lusinghieri sui colleghi magistrati in servizio a Bari. Le conversazioni, che sarebbero avvenute a Bari tra fine gennaio e inizio febbraio 2010, sono state depositate in un procedimento civile, a Milano, dove si discute in appello sul risarcimento danni che Patrizia D’Addario, reclutata da Gianpaolo Tarantini per partecipare a feste nelle residenze dell’allora premier Berlusconi, ha chiesto a Panorama. In primo grado la donna, assistita dall’avvocato Fabio Campese, ha ottenuto un risarcimento di 55mila euro. Sulla base delle trascrizioni di quei colloqui la D’Addario ha anche depositato una querela per diffamazione ai danni di Laudati che la definisce una «ricattatrice». E così si scopre che l’ex procuratore barese definisce, in quelle conversazioni, «disastrosa» la situazione nel suo ufficio. Basti pensare che, a suo giudizio, «c’era una guerra tra lobby politiche e giornalistiche, dalla Procura di Bari si fa carne da macello» perché era «diciamo permeabile». Il procuratore avrebbe illustrato al cronista, Giacomo Amadori una «questione inesplorata», ovvero «il rapporto che lui (Tarantini, ndr) aveva con l’ambiente giudiziario, a queste feste quanti magistrati ci andavano?». Riferendo una frase di tale Cosimo, Laudati dice: «Lì non dovevate mandare un procuratore, dovevate togliere cinquanta magistrati». È l’intero contesto a fare storcere il naso al magistrato oggi in servizio alla Dna, imputato a Lecce con l’accusa di avere favorito Berlusconi e Tarantini durante le indagini sulle escort. Laudati parla del presidente del Tribunale che è stato presidente della Regione, di Emiliano che «va a fare il sindaco», di Maritati che «fa le indagini su D’Alema e va a fare il sottosegretario, va a fare il parlamentare». Di conseguenza, dice senza sapere di essere registrato, «è ovvio che esiste un cordone ombelicale. Penso che dopo il Csm dovrà farsi una sessione speciale».

E poi, ancora…

Superare una prova dell’esame da avvocato senza aver studiato nulla. E’ quanto hanno dimostrato le telecamere di Studio Aperto che ha messo in onda un filmato realizzato con telecamera nascosta da un giornalista che ha preso il posto di un candidato assente e si è fatto “passare” il compito scritto valido come secondo test della prova per l’iscrizione all’albo degli avvocati. Il reportage ha messo in evidenza tutti i “vizi” tipici degli esami di Stato in Italia. Il cronista del tg di Mediaset e’ entrato tranquillamente nella sala d’esame e nessuno ha mai controllato la sua identità. Sarebbe potuto essere un magistrato che sostituisce un parente impreparato o un avvocato deciso ad aiutare un collega principiante. Il reporter si è tranquillamente seduto sul banco vuoto destinato a tal Federico C. poi – una volta cominciata la prova – si è fatto passare tutto il compito riempiendo gli appositi moduli timbrati e firmati dalla Corte d’Appello di Roma. Il tutto sotto l’occhio di una telecamerina che ha anche filmato come nella vasta aula ci si passassero manuali, e suggerimenti atti a superare la prova. Infine nel filmato di Studio Aperto si documenta anche come nei bagni del mega-hotel che ha ospitato gli esami i candidati abbiano potuto consultarsi sui contenuti del compito e passarsi le relative soluzioni.

Copi alla maturità, a un esame o a un concorso o a un esame di Stato? Ecco cosa rischi legalmente. Hai il vizietto di copiare? Lo sai che in alcuni casi si rischia anche l'arresto? Ecco, caso per caso, cosa rischi a livello legale quando copi. Quante volte incappate in persone che copiano agli esami o a un concorso pubblico, o magari chissà..siete voi stessi a farlo. Quello che forse non sapete è che copiare non è uno scherzo, ma in molte circostanze costituisce un vero e proprio reato perseguibile a livello penale.

Se copi vi è il reato di plagio. Secondo l'art. 1 della legge n. 475/1925 infatti: Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l'abilitazione all'insegnamento ed all'esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l'intento sia conseguito.

Se poi qualche commissario ti aiuta nell'ordinamento italiano, vi è l’abuso d'ufficio che è il reato previsto dall'art. 323 del codice penale ai sensi del quale: 1. Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno a quattro anni. 2. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità.

Se chi ti aiuta ti obbliga o ti induce a pagare c’è la concussione. La concussione (dal latino tardo concussio «scossa, eccitamento» dunque «pressione indebita, estorsione») è il reato del pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o delle sue funzioni, costringa (concussione violenta) o induca (concussione implicita o fraudolenta) qualcuno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità anche di natura non patrimoniale. Reato tipico dell'ordinamento giuridico penale della Repubblica Italiana, la fattispecie concussiva non è presente nella maggior parte degli ordinamenti europei e internazionali (al suo posto troviamo l'estorsione aggravata). I beni tutelati dalla fattispecie sono pubblici (buon andamento e imparzialità della Pubblica amministrazione) e allo stesso tempo anche privati (tutela contro abusi di potere e lesioni della libertà di autodeterminazione). Tra i delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica amministrazione, la concussione è il reato più gravemente sanzionato. Oggi, a seguito della riforma introdotta dalla l. 6 novembre 2012, n.190, è prevista la reclusione da sei a dodici anni (anche ante riforma era il reato contro la P.a. più sanzionato). La normativa italiana di contrasto al fenomeno concussivo è contenuta nel codice penale e precisamente nel Libro II, Titolo II "Dei delitti contro la pubblica amministrazione" (art. 314-360).

Se chi ti aiuta si fa pagare è corruzione ed indica, in senso generico, la condotta di un soggetto che, in cambio di danaro oppure di altri utilità e/o vantaggi che non gli sono dovuti, agisce contro i propri doveri ed obblighi. Il fenomeno ha molte implicazioni, soprattutto dal punto di vista sociale e giuridico; uno stato nel quale prevale un sistema politico incontrollabilmente corrotto viene definito "cleptocrazia", cioè "governo di ladri", oppure "repubblica delle banane". In Italia il concetto di corruzione è riconducibile a diverse fattispecie criminose, disciplinate nel Codice Penale, Libro II - Dei delitti in particolare, Titolo II - Dei delitti contro la pubblica amministrazione. Le relative fattispecie criminose sono tutte accomunate da alcuni elementi:

reati propri del pubblico ufficiale

accordo con il privato

dazione di denaro od altre utilità

Quindi, la corruzione è categoria generale, descrittiva dei seguenti reati:

art. 318 c.p. - Corruzione per l'esercizio della funzione

art. 319 c.p. - Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio

art. 319 ter c.p. - Corruzione in atti giudiziari

art. 320 c.p. - Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio

art. 321 c.p. - Pene per il corruttore

In base all'art. 319 codice penale il pubblico ufficiale che, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da due a cinque anni. È definita questa corruzione propria ed è la forma più grave di corruzione poiché danneggia l'interesse della pubblica amministrazione a una gestione che rispetti i criteri di buon andamento e imparzialità (art.97 cost). Di questo reato (corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, art. 319 c.p.) può essere ritenuto responsabile anche un Consigliere Regionale per comportamenti tenuti nella sua attività legislativa. In base alla definizione dell'art. 357 c.p. è pubblico ufficiale anche colui che esercita una funzione legislativa. È priva di fondamento la tesi secondo cui nell'esercizio di un'attività amministrativa discrezionale, ed in particolare della pubblica funzione legislativa, non può ipotizzarsi il mercanteggiamento della funzione, nemmeno qualora venga concretamente in rilievo che la scelta discrezionale non sia stata consigliata dal raggiungimento di finalità istituzionali e dalla corretta valutazione degli interessi della collettività, ma da quello prevalente di un privato corruttore. Non è applicabile la speciale guarentigia sanzionata dal quarto comma dell'art. 122 della Costituzione secondo cui i Consiglieri Regionali non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. Questa speciale immunità non trova applicazione qualora il Consigliere Regionale non sia perseguito dal giudice penale per avere concorso alla formazione ed alla approvazione di una legge regionale, ma per comportamenti che siano stati realizzati con soggetti non partecipi di tale procedimento al fine di predisporre le condizioni per il conseguimento di un vantaggio illecito.

In base all'art. 318 codice penale il pubblico ufficiale che, per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Questa forma di corruzione viene definita corruzione impropria antecedente poiché l'oggetto della prestazione che il pubblico ufficiale offre in cambio del denaro o dell'altra utilità che gli viene data o promessa, è un atto proprio dell'ufficio e la promessa o la dazione gli vengono fatti prima che egli compia l'atto. Il disvalore della condotta è sicuramente minore poiché pur nella violazione dei beni giuridici di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione non ci sono atti che ledano gli interessi della stessa, come avveniva invece nella corruzione propria con ritardi o omissione di atti dovuti ovvero con il compimento di atti contrari ai doveri d'ufficio. Il pubblico ufficiale non sarà imparziale avendo accettato una retribuzione non dovuta e venendo meno all'espresso divieto che gli pone la legge e pertanto sarà punito.

La legge 13 gennaio 2003, n. 3 ha istituito nell'ordinamento italiano l’Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito all’interno della pubblica amministrazione. L'articolo 68, comma 6, del decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008, ha successivamente soppresso l’Alto Commissario. Con DPCM del 5 agosto 2008 le relative funzioni sono state attribuite al Dipartimento per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione che ha istituito il Servizio Anticorruzione e Trasparenza. L'Italia ha aderito al Gruppo di Stati contro la corruzione (GRECO), unità del Consiglio d'Europa a Strasburgo che monitora la corruzione, il 30 giugno 2007. GRECO è stato fondato nel 1999 da 17 paesi europei, oggi ne conta 49, e include anche paesi non europei. L'ultima valutazione di GRECO sullo stato della corruzione in Italia è stato pubblicato in marzo 2012, ed è disponibile in inglese e francese.

Se poi chi ti aiuta falsifica i verbali d’esame vi è Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici , previsto dall'art. 476 C.P. Il pubblico ufficiale, che, nell'esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, e' punito con la reclusione da uno a sei anni. Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni.

Se poi chi ti aiuta, afferma in atti pubblici, che tu inabile al ruolo, sei invece capace e meritevole, vi è Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, punito dall'art. 479 c.p.: Il pubblico ufficiale, che, ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità, soggiace alle pene stabilite nell'articolo 476.

Se poi chi ti aiuta fa parte di una commissione di esame (formata da avvocati od altre figure professionali specifiche al concorso o dall'esame; magistrati; professori universitari)  ed è d’accordo con i solidali vi è un’associazione a delinquere. L'associazione per delinquere è un delitto contro l'ordine pubblico, previsto dall'art. 416 del codice penale italiano. I tratti caratteristici di questa fattispecie di reato sono:

la stabilità dell’accordo, ossia l’esistenza di un vincolo associativo destinato a perdurare nel tempo anche dopo la commissione dei singoli reati specifici che attuano il programma dell’associazione. La stabilità del vincolo associativo dà al delitto in esame la tipica natura del reato permanente;

l'esistenza di un programma di delinquenza volto alla commissione di una pluralità indeterminata di delitti. La commissione di un solo delitto non integra la fattispecie in esame.

Parte della dottrina e della giurisprudenza richiede inoltre l’esistenza di un terzo requisito, vale a dire il fatto che l’associazione sia dotata di una "organizzazione", anche minima, ma adeguata rispetto al fine da raggiungere. Sul punto però non v'è uniformità di vedute: secondo taluno in dottrina non è necessaria alcuna organizzazione; secondo altri, invece, è indispensabile una struttura ben delineata "gerarchicamente" organizzata. Infine, soprattutto in giurisprudenza, si è sostenuto talvolta che è sufficiente una struttura "rudimentale". L'associazione per delinquere va ricondotta nella categoria dei reati a concorso necessario e presenta delle affinità con il concorso di persone nel reato (definito eventuale, poiché integra la fattispecie monosoggettiva); ciononostante i due istituti vanno tenuti nettamente separati. Infatti, mentre nel concorso di persone due o più soggetti s'incontrano e occasionalmente si accordano per la commissione di uno o più reati ben determinati dopo la realizzazione dei quali l'accordo si scioglie, nell'associazione per delinquere, invece, tre o più soggetti si accordano allo scopo di dar vita a un'entità stabile e duratura diretta alla commissione di una pluralità indeterminata di delitti per cui dopo la commissione di uno o più reati attuativi del programma di delinquenza i membri dell'associazione restano uniti per l'ulteriore attuazione del programma dell'associazione. Diretta conseguenza di ciò è che l'associazione per delinquere è punibile, teoricamente (non è questo il caso di trattare problemi di carattere probatorio), per il solo fatto dell'accordo, con un'eccezione rispetto alle ordinarie norme penali.

Se l'organizzazione stabilita ha carattere di sistema generale, taciuto, impunito e ritorsivo contro chi si ribella vi è l'associazione per delinquere di stampo mafioso. Il mezzo che deve utilizzarsi per qualificare come mafiosa un'associazione è quindi la forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di soggezione e di omertà che ne deriva.

Gli obiettivi sono:

il compimento di delitti;

acquisire il controllo o la gestione di attività economiche;

concessioni;

autorizzazioni;

appalti o altri servizi pubblici;

procurare profitto o vantaggio a sé o ad altri;

limitare il libero esercizio del diritto di voto;

procurare a sé o ad altri voti durante le consultazioni elettorali.

Ciò nonostante si può star tranquilli che in Italia nulla succede se chi delinque sono quelle istituzioni che dettano legge ed operano i controlli.

Bari. Test per avvocati 2014-2015, trovati i soldi l’accusa: ora è di corruzione. Blitz a Giurisprudenza. Sequestrati i computer della dirigente Laquale, sotto inchiesta.  Indagate madre e figlia: pagarono per ottenere le tracce dell’esame, scrive Francesca Russi su Repubblica. Blitz dei carabinieri ieri mattina all'Università di Bari. I militari del nucleo investigativo si sono presentati negli uffici amministrativi di Giurisprudenza con un decreto di perquisizione firmato dalla pm della procura di Bari Luciana Silvestris. Al centro dell'indagine, che riguarda il tentativo di truccare le prove per l'esame da avvocato, c'è, infatti, il nome della dirigente amministrativa Tina Laquale in servizio a Giurisprudenza. Alla dipendente universitaria, 62 anni, accusata di aver passato gli elaborati delle prove scritte per la professione di avvocato a diversi candidati, sono contestati oltre alla violazione della legge 475 del 1925 che punisce chi presenta come proprio un lavoro altrui, anche i reati di corruzione in concorso e abuso d'ufficio. Ed è proprio questa la novità nelle indagini. Spunta il reato di corruzione. L'ipotesi, dunque, è che i candidati, per ottenere copia degli elaborati d'esame, abbiano pagato. Alla base dunque ci sarebbe stato uno scambio di soldi. Un elemento che finora non era ancora emerso e su cui si concentrano adesso le attenzioni degli investigatori. I carabinieri che si sono presentati a sorpresa ieri mattina negli uffici amministrativi di Giurisprudenza hanno sequestrato il computer in uso alla 62enne e hanno ascoltato anche altri dipendenti universitari in servizio in quello stesso ufficio e che potevano avere accesso a quel pc. I dati presenti in memoria nel computer verranno passati ora al setaccio dai periti informatici a caccia di prove che possano documentare quel tentativo di truccare il concorso di dicembre scorso a Bari. Anche eventuali file cancellati da dicembre scorso, quando i carabinieri intervennero nel corso dell'esame sequestrando copie degli elaborati pronte a essere distribuite tra i banchi ad alcuni candidati, a oggi potrebbero essere recuperati. Le perquisizioni sono state estese anche in casa della Laquale e nell'abitazione di altre due persone, Carmela Di Cosola e Rossella Trabace, rispettivamente mamma e figlia, iscritte nel registro degli indagati perché avrebbero, secondo la procura, consegnato denaro per poter passare l'esame. L'accusa nei confronti della Laquale, si legge nel decreto di perquisizione a firma del sostituto procuratore Silvestris, è di "ricezione illecita, nella sua qualità di pubblico ufficiale, di denaro corrisposto da Di Cosola in vista del compimento di atti contrari ai doveri di ufficio consistiti nella predisposizione e messa a disposizione, per mezzo di altri soggetti, in favore di Trabace degli elaborati riferiti alle prove scritte dell'esame di abilitazione alla professione di avvocato ". E anche, prosegue l'accusa, "in favore di numerosi candidati procurando loro il relativo vantaggio patrimoniale ingiusto ". Nei confronti di madre e figlia, 60 e 27 anni, invece, pesano le accuse di "illecita dazione di denaro materialmente corrisposto da Di Cosola Carmela a Laquale Nunzia, pubblico ufficiale che accettava la dazione in vista del compimento di atti contrari ai doveri di ufficio" (l'articolo 321 del codice penale che prevede le pene per il corruttore) e di violazione della legge 475 in particolare la "presentazione come propri degli elaborati da altri procurati". Bisognerà attendere ora le consulenze informatiche per capire se tra il materiale sequestrato ci siano elementi utili per l'inchiesta. Secondo quanto emerso finora dalle indagini dei carabinieri, il sistema si basava sulla presenza, all'interno del padiglione della Fiera del Levante in cui era in corso l'esame di avvocato, di un cancelliere della Corte d'appello, Giacomo Santamaria, segretario di una commissione, che avrebbe avuto il compito di fare arrivare ad alcuni ragazzi i compiti redatti all'esterno da tre professionisti, che potevano contare sul dirigente amministrativo del dipartimento di Giurisprudenza di Bari, Tina Laquale. Sarebbe stata lei, secondo i carabinieri, a portare dentro gli elaborati, accompagnata in Fiera da un autista della stessa Università di Bari. Sarebbero stati sei i giovani aspiranti avvocati che avrebbero dovuto beneficiare di quell'aiuto. Per averlo, è la nuova ipotesi contenuta nell'avviso di garanzia recapitato ieri alla Laquale, avrebbero pagato una somma in denaro. L'inchiesta, però, è ancora agli inizi e potrebbe ulteriormente allargarsi.

Catanzaro. Esame di Avvocato 2013-2014. Copiano gli esami per avvocato, annullati 120 compiti. Nulle le prove scritte degli aspiranti avvocati del distretto di Corte d’Appello: contenevano passaggi identici. La commissione ammette agli orali soltanto il 40% degli oltre 1.600 candidati, scrive “La Gazzetta del Sud”. La “sorpresa” all’apertura delle buste contenenti i compiti degli aspiranti avvocati del distretto di Catanzaro appena corretti a Firenze: ci sono passaggi identici nella bellezza di 120 prove scritte, molto probabilmente copiate da Internet. E pensare che non hanno avuto neanche la “furbizia” di modificare le prime due o tre righe. Naturalmente i 120 autori dei compiti risultati copiati sono stati tutti esclusi dall’esame; ritenteranno, nella speranza che serva loro da lezione. Resta però il dato di una mezza ecatombe: circa l’8% degli aspiranti avvocati dell’ultima sessione, a Catanzaro, ha copiato è stato punito dalla commissione. Le prove orali, secondo quanto è stato stabilito dal presidente della commissione, inizieranno il prossimo 4 luglio. E il sorteggio ha decretato che si comincerà con la lettera “L”. Accede agli orali, complessivamente, il 40% circa degli oltre 1.600 candidati. La percentuale di stangati si attesta dunque sulla media delle ultime stagioni. 

Lecce. Esame di Avvocato 2012-2013. L’Interrogazione parlamentare del  dr Antonio Giangrande, scrittore e Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia.

Al Ministro della Giustizia. — Per sapere – premesso che: alla fine di giugno 2013 si apprendeva dalla stampa che a Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di esame di avvocato presso la Corte d’Appello di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati dell’esame di avvocato sessione 2012 tenuta presso la Corte d’Appello di Lecce. Più di cento scritti sono finiti sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati.

Tenuto conto che le notizie sono diffamatorie e lesive della dignità e dell’onore non solo dei candidati accusati del plagio, ma anche di tutta la comunità giudiziaria di Taranto, Brindisi e Lecce coinvolta nello scandalo, si chiede di approfondire alcune questioni (in relazione alle quali l’interrogante ritiene opportuno siano comunicati con urgenza dati certi) per dimostrare se di estremo zelo si tratti per perseguire un malcostume illegale o ciò non nasconda un abbaglio o addirittura altre finalità.

Per ogni sede di esame di avvocato ogni anno qual è la media degli abilitati all’avvocatura ed a che cosa è dovuta la disparità di giudizio, tenuto conto che i compiti corretti annualmente presso ogni sede d’esame hanno diversa provenienza. Se per l’esame di avvocato è permesso usare codici commentati con la giurisprudenza; Se le tracce d’esame di avvocato indicate del 2012 erano riconducibili a massime giurisprudenziali prossimi alla data d’esame e quindi quasi impossibile reperirle dai codici recenti in uso i candidati e se, quindi, i commissari, per l’impossibilità acclamata riconducibile ad errori del Ministero, hanno dato l’indicazione della massima da menzionare nei compiti scritti;

Nella sessione di esame di avvocato 2012 a che ora è stabilita la dettatura delle tracce; presso la sede di esame di avvocato di Lecce a che ora sono state lette le tracce; se in tal caso la conoscenza delle stesse non sia stata conosciuta prima dell’apertura della sessione d’esame con il divieto imposto dell’uso di strumenti elettronici; Quali sono le mansioni delle commissioni d’esame di avvocato: correggere i compiti e/o indagare se i compiti sono copiati e quanto tempo è dedicata ad  una o all’altra funzione;

Quali sono i principi di correzione dei compiti, ed in base ai principi dettati, quali sono le competenze tecniche dei commissari e se corrispondono esattamente ai criteri di correzione: Chiarezza, logicità e metodologia dell’esposizione, con corretto uso di grammatica e sintassi; Capacità di soluzione di specifici problemi; Dimostrazione della conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati e della capacità di cogliere profili interdisciplinari; Padronanza delle tecniche di persuasione. Tra i principi indicati qual è la figura professionale tra avvocati, magistrati e professori universitari che ha la perizia professionale adatta a correggere i compiti dal punto di vista lessicale, grammaticale, sintattico,  persuasivo ed ogni altro criterio di correzione riconducibile alle materie letterarie, filosofiche e comunicative.

Quanti e quali sono le sottocommissioni in Italia che da sempre hanno scoperto compiti accusati di plagio e in base a quali prove è stata sostenuta l’accusa;

Quante e quali sono le sottocommissioni di Catania che hanno verificato il plagio de quo e quanti sono gli elaborati accusati di plagio ed in base a quali prove è sostenuta l’accusa.

Se le Sottocommissioni di Catania coinvolte erano composte da tutte le componenti necessarie alla validità della sottocommissione: avvocato, magistrato, professore.

Se tutti i compiti di tutte le sottocommissioni di esame di avvocato di Catania (contestati, dichiarati sufficienti, e dichiarati insufficienti) presentano segni di correzione (glosse, cancellature, segni, correzioni, note a margine);

Quanto tempo, in base ai verbali apertura-chiusura sessione, per ogni compito tutte le sottocommissioni di Catania (anche quelle che non hanno scoperto le plagiature) hanno dedicato alla fase di correzione (apertura della busta grande, lettura e correzione dell’elaborato, giudizio e motivazione, verbalizzazione e sottoscrizione);

Quanto tempo, in base ai verbali apertura-chiusura sessione, per ogni compito tutte le sottocommissioni di Catania (quelle che hanno scoperto le plagiature) hanno dedicato alla fase di correzione e quanto tempo alla fase di indagine con ricerca delle fonti di comparazione e quali sono stati i periodi di pausa (caffè o bisogni fisiologici).

Al Ministro si chiede se si intenda valutare l’opportunità di procedere ad un indagine imparziale ed ad un’ispezione Ministeriale presso le sedi d’esame coinvolte per stabilire se Lecce e solo Lecce sia un nido di copioni, oppure se la correzione era mirata, anzichè al dare retti giudizi,  solo a fare opera inquisitoria e persecutoria con eccesso di potere per errore nei presupposti; difetto di istruttoria; illogicità, contraddittorietà, parzialità dei giudizi.

Copiano all’esame, nei guai 12 avvocati salernitani, scrive "Salerno Notizie". Inchiesta sulla prova scritta del 2011 – 2012 per l’abilitazione professionale. La soluzione del compito fu presa da un sito internet, secondo l’accusa che ha portato sotto inchiesta 12 avvocati salernitani destinatari di un avviso di conclusione delle indagini . A darne notizia il quotidiano La Città oggi in edicola. La questione è seguita dal sostituto procuratore Maria Chiara Minerva. Al momento della correzione dei compiti dodici svolgimenti risultarono identici tra loro e uguali a quello proposto dal sito internet dal quale sarebbe stato copiato il compito. Il tema – scrive La Città - era quello del ruolo di pubblico ufficiale assegnato ai notai, e l’analisi dei dodici praticanti poi finiti sotto inchiesta era così uguale finanche nei dettagli da non lasciare ai membri della commissione nessun margine di dubbio.

Salerno. Copiano all’esame, indagati 12 avvocati. Inchiesta sulla prova scritta della sessione 2011/2012, scrive Clemy De Maio su La Città di Salerno. Che tra gli esaminandi di ogni categoria vi sia una quota che provi a “copiare” è storia vecchia, ma stavolta la tentazione di truccare la selezione è costata cara a dodici avvocati, finiti sotto inchiesta e destinatari di un avviso di conclusione delle indagini firmato pochi giorni fa dal sostituto procuratore Maria Chiara Minerva. Nel mirino c’è la sessione 2011/2012 per l’abilitazione alla professione forense e in particolare la prova scritta che nel dicembre di quattro anni fa si svolse nel campus universitario. Una prova finita da subito al centro delle polemiche perché alcuni candidati lamentarono un sistema di controllo d’impronta poliziesca, con l’utilizzo persino di metal detector. Eppure nemmeno quella sorveglianza così rigorosa bastò a evitare che qualcuno riuscisse a utilizzare in aula telefoni di ultima generazione e si collegasse al web per copiare un tema che nel frattempo era stato inserito sul sito Altalex, specializzato in argomenti giuridici. La commissione però se ne accorse. Al momento della correzione dei compiti dodici svolgimenti risultarono identici tra loro e uguali in tutto e per tutto all’elaborato circolato su internet. Il tema era quello del ruolo di pubblico ufficiale assegnato ai notai, e l’analisi dei dodici praticanti poi finiti sotto inchiesta era così uguale finanche nei dettagli da non lasciare ai membri della commissione nessun margine di dubbio. La correzione si svolse a Lecce, in ossequio al principio di incrocio tra le sedi che era stato introdotto per evitare il rischio di collusioni tra esaminandi ed esaminatori. Lì furono annullati i compiti copiati e da lì partì pure la segnalazione alla Procura, che dopo quasi tre anni e mezzo ha chiuso l’inchiesta. Nel frattempo quei giovani praticanti sono divenuti avvocati, superando l’esame negli anni successivi e specializzandosi chi nel diritto civile e chi in quello penale. Ora rischiano di dover affrontare un processo con l’accusa di violazione delle norme sul diritto d’autore, e hanno venti giorni di tempo per chiedere al magistrato di essere ascoltati e fornire la propria versione. «Valuteremo se richiedere l’interrogatorio» commenta l’avvocato Antonio Zecca, secondo il quale la vicenda impone ancora un approfondimento, innanzitutto sulla “paternità” del testo pubblicato sul web. «È mia opinione che il tema non sia stato redatto da chi lo ha firmato – spiega – ma che questi lo abbia preso a sua volta da altri testi e si sia limitato a divulgarlo». Qualcuno ha poi diffuso la notizia che lo svolgimento della traccia era on line e in dodici, secondo l’accusa, lo hanno copiato tal quale pensando così di assicurarsi il superamento dell’esame. Furono invece bocciati (come accadde in quell’anno al 51 per cento dei candidati) e ora si trovano sottoposti a un procedimento penale.

Salerno, l’inchiesta sull’esame divide gli avvocati. In dodici sono indagati per avere copiato da internet. Il presidente Montera: «Si controllino pure magistrati e notai», scrive Clemy De Maio su "La città di Salerno". «La Procura indaga sugli esami degli avvocati? E perché non si verificano pure quelli per magistrati o notaio, visto che negli anni scorsi un concorso al notariato è stato persino annullato perché qualche figlio “illustre” conosceva già le tracce prima di entrare». Più che una difesa, quello di Americo Montera è un contrattacco. E tanto per essere chiaro il presidente dell’Ordine degli avvocati getta subito la “palla” nel campo degli inquirenti: «Certo è stranissimo che si sia potuto copiare – osserva – visto che la prova si svolge sotto la stretta sorveglianza di una commissione di cui fanno parte anche magistrati». La sessione finita nel mirino è quella 2011/2012: agli scritti del dicembre 2011 parteciparono oltre 1250 candidati e in dodici sono ora sotto inchiesta con l’accusa di avere violato le norme sul diritto d’autore, copiando lo svolgimento di una traccia dal sito internet Altalex. Nei giorni scorsi hanno ricevuto un avviso di conclusione delle indagini firmato dal sostituto procuratore Maria Chiara Minerva e rischiano di dover affrontare un processo, sebbene nel frattempo siano divenuti avvocato superando gli esami degli anni successivi. Tre anni fa la loro prova fu invece annullata, la commissione di Catania che corresse gli scritti si accorse di quei compiti ciclostilati e decretò le bocciature. Ne nacque prima un contenzioso amministrativo, perché qualcuno presentò ricorso al Tar, e poi una denuncia penale che ha dato origine all’inchiesta. E dire che proprio quell’anno gli esami erano già finiti al centro delle polemiche per presunti eccessi nelle misure di vigilanza, giunte per la prima volta all’utilizzo del metal detector. A volerlo fu il presidente di commissione Andrea Di Lieto, avvocato e docente universitario, che ora apprende con sorpresa dell’esistenza di un procedimento penale: «Non ne avevamo saputo nulla – spiega – e d’altronde, non correggendo noi gli elaborati non potevamo renderci conto che ve ne fossero di uguali». Neanche i numeri delle bocciature avevano destato sospetti, perché statistiche alla mano i compiti annullati per irregolarità erano stati al di sotto della media. Però il sospetto che l’uso degli smartphone potesse inquinare la selezione lo avevano avuto: «Per questo pensammo ai metal detector – ricorda Di Lieto – ma dei sei che avevamo richiesto ne arrivarono solo tre. Li utilizzammo a rotazione sui vari varchi e ottenemmo la consegna volontaria di cento telefoni. Però controllare tutti era impossibile».

Eppure secondo il docente il potenziamento della vigilanza è soprattutto una questione di volontà ministeriale: «Di più si può fare, ma aumentando i costi e allungando i tempi, impiegando più personale e strumenti sofisticati. Altrimenti, se non si attivano tutte le procedure in astratto prevedibili, si deve ritenere fisiologico che una parte dei candidati non sia corretta. Accade ovunque e vale per tutte le categorie». Qualche modo per stringere la vite dei controlli ci sarebbe, magari prendendo a prestito gli strumenti da concorsi come quello per l’ingresso in magistratura «dove i libri devono essere consegnati nei giorni prima, in modo che la commissione possa visionarli». Ma su un irrigidimento della sorveglianza non tutti sono d’accordo, a cominciare dal presidente Montera che da quindici anni è alla guida dell’avvocatura salernitana. «Il nostro – sottolinea – è solo un esame per l’abilitazione professionale, cosa diversa dai concorsi che danno accesso a un posto di lavoro. E poi anche questa inchiesta... Non ne conosco i dettagli ma sulle ipotesi di plagio bisogna andarci cauti. Francamente? Mi pare si stia un po’ esagerando».

Gli aspiranti avvocati copiano i temi: 110 indagati a Potenza. L'esame di abilitazione è stato corretto a Trento nel 2007, scrive “La Stampa”. La Procura della Repubblica di Potenza ha inviato 110 avvisi. Un centinaio di elaborati troppo simili per poter parlare di semplice coincidenza. La Commissione esaminatrice di Trento, che nel dicembre 2007 ha corretto le prove scritte degli aspiranti avvocati lucani per l’esame di abilitazione professionale, decide per questo motivo di annullarle in quanto «copiate in tutto o in parte da altri lavori», segnalando poi l’accaduto alla Procura della Repubblica di Potenza: ne è scaturita un’inchiesta che ha portato a 110 avvisi di garanzia per gli esaminandi. La vicenda è emersa nel luglio 2008, con la pubblicazione dei risultati delle prove che si sono svolte a dicembre dell’anno precedente: l’esame prevede la redazione di due «pareri» (uno di diritto civile e uno di diritto penale) e di un atto a scelta, e si è svolto a Potenza con una Commissione composta da avvocati del Distretto. Gli elaborati, come da prassi, vengono poi inviati per la correzione a una Commissione esterna, stabilita attraverso un sorteggio. Nel 2007 è toccato a Trento, «così come per i tre anni precedenti - ha spiegato uno degli esaminandi - e abbiamo l’impressione che i commissari si siano accaniti contro di noi». Al termine delle correzioni un centinaio di elaborati sono stati annullati: non sarebbe stato però un unico testo quello copiato, ma tre diversi che hanno «ispirato» altrettanti gruppi di esaminandi lucani. La Commissione non si è però fermata alla bocciatura, ma ha segnalato l’accaduto alla Procura della Repubblica di Potenza, che ha aperto un’inchiesta per capire se, ed eventualmente come, le tracce sono state «passate» agli aspiranti avvocati. Il tutto è proseguito fino ai giorni scorsi, quando il pm di Potenza, Sergio Marotta, ha inviato 110 avvisi di garanzia e di conclusione delle indagini. Per il momento nessuno ha voluto commentare l’accaduto: l’Ordine degli avvocati di Potenza preferisce ricevere una comunicazione ufficiale dalla Procura prima di prendere una posizione e decidere eventuali provvedimenti disciplinari. La vicenda però ha avuto un effetto immediato, forse casuale, già nella sessione successiva, nel dicembre 2008, quando la sede per lo svolgimento della prova scritta è stata trasferita da un quartiere centrale di Potenza a una zona periferica e isolata della città. Dove, per altro, i cellulari hanno pochissimo campo.

Campobasso. Trentotto persone sono indagate nell'ambito di un'inchiesta sullo svolgimento dell'esame per diventare avvocato. L'esame, tenutosi nel dicembre del 2007 in Molise, sarebbe stato "truccato", scrive "Altro Molise". I compiti svolti da molti concorrenti sarebbero identici, cioè copiati. Il caso è finito nelle mani della Procura di Campobasso che ha iscritto sul registro degli indagati 38 persone, tutti concorrenti, quasi tutti molisani. Sono accusati del reato di attribuzione a sé di elaborati altrui in materia di concorsi pubblici. Sono stati già ascoltati dai giudici. Ma presto potrebbero essere contestati altri reati. Il presidente della commissione esaminatrice, l'avvocato Lucio Epifanio, difende l'operato dei commissari e ribadisce che tutto si è svolto nel rispetto delle leggi.

Ci sono molti giovani molisani fra gli indagati dello scandalo dei temi copiati all’esame di abilitazione alla professione di avvocato, scrive "Primo Numero". Dopo la comunicazione di chiusura delle indagini da parte del sostituto procuratore di Campobasso Rossana Venditti, emergono nuovi particolari sul caso dei temi copiati durante l’esame dell’anno 2007. Secondo l’accusa infatti, i 38 aspiranti avvocati ora indagati, avrebbero copiato in parte o nella totalità le tre prove previste, vale a dire un atto giuridico e due pareri legali. Secondo quanto emerso, la commissione giudicante, composta dalla Corte d’Appello di Trieste, avrebbe riscontrato temi uguali e divisi in sottogruppi. In alcuni casi il testo giuridico sembra sia stato copiato per filo e per segno. Il magistrato Venditti attende ora la scadenza dei 20 giorni durante i quali gli indagati potranno farsi interrogare o potranno presentare memorie giuridiche. Scaduto quel termine è molto probabile il rinvio a giudizio.

Copiano esame per diventare avvocati: 5 termolesi nei guai, continua "Primo Numero". Ci sono anche cinque ragazzi di Termoli e uno di Montenero di Bisaccia tra i 20 indagati dalla Procura di Campobasso per aver copiato l’esame per diventare avvocati. Passaggi importanti del tema di diritto civile e di diritto penale sono identici nei 20 elaborati che sono stati annullati dalla Commissione esaminatrice. Stanno per scadere i 20 giorni di tempo per essere ascoltati dal Pm. Stesse parole, punteggiatura identica, intere frasi copiate. La Procura di Campobasso non ha dubbi: 20 candidati molisani che hanno partecipato al concorso per avvocati nel dicembre del 2007 hanno copiato, e per questo ora sono indagati "per aver attribuito a se stessi elaborati altrui in materia di concorsi pubblici". Tra di loro ci sono anche cinque termolesi tra i 30 e i 33 anni, tre ragazzi e due ragazze e un giovane di Montenero di Bisaccia. Sono difesi dagli avvocati Antonio De Michele e Oreste Campopiano. In questi giorni, dopo aver ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, alla chetichella si stanno recando dal pm di Campobasso Rossana Venditti, chi a farsi interrogare chi a presentare memorie difensive. Sono accusati di aver copiato passaggi importanti sia del tema di diritto civile che di quello di diritto penale. Ora si dovrà capire chi è il vero autore degli elaborati e chi invece ha copiato anche se non sarà facile. I temi infatti non sono stati scaricati da internet come invece si era detto in precedenza. Ma c’è stato qualcuno che ha redatto gli elaborati e tutti gli altri invece si sono semplicemente limitati a svolgere il ruolo comprimario di amanuensi. Le prove erano state annullate a tutti i candidati con temi uguali dalla commissione esaminatrice della Corte di Appello di Trieste, sorteggiata per la correzione degli elaborati molisani. I membri della stessa poi avevano provveduto a mandare tutti gli atti alla Procura della Repubblica di Campobasso.

Sotto inchiesta la prova scritta che si è tenuta a Catanzaro nel '97. Avvisi di garanzia a legali di tutta Italia. Avvocati, all'esame di Stato hanno copiato 2.295 candidati su 2.301, scrive Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”. «Laudemus sanctum Ivonem, qui fuit advocatus sed non latro. O res mirabilis!». Per decenni, quelle righette carogna contenute nel breviario dei parroci in ricordo di Sant' Ivo alla Sapienza, «avvocato ma non ladro», hanno fatto ridere e irritare intere generazioni di penalisti e civilisti. Una foltissima schiera di giovani legali, però, se l'è tirata. L'ha scoperto la Guardia di Finanza di Catanzaro che sta smistando 2.295 avvisi di garanzia ad altrettanti laureati in legge che, scesi in massa da tutte le lande italiche fino a Catanzaro per passare l'esame di Stato e diventare avvocati a fine '97, hanno fatto (o res mirabilis!) esattamente lo stesso identico compito. Esame per avvocato, compiti tutti uguali Truffa scoperta a Catanzaro: su 2.301 partecipanti solo sei non avevano copiato Riga per riga, parola per parola, virgola per virgola: 2.295 temi in fotocopia su 2.301 partecipanti. Fate i conti: a non avere avuto già il tema in tasca erano in 6. Lo 0,13% di onesti contro un 99,87% di truffatori. Riassunto per i non addetti. Per diventare avvocato occorre prendere la laurea in giurisprudenza, iscriversi all'albo dei praticanti procuratori, fare due anni di pratica nello studio di un avvocato, frequentare le aule di giustizia per accumulare esperienza e «imparare il mestiere», farsi timbrare via via dai cancellieri un libretto sul quale viene accertata l'effettiva frequenza alle udienze e infine superare l'esame di Stato, che viene indetto anno dopo anno nelle sedi regionali delle corti d'appello. Esame non facile. Basti dire che sulla prova scritta (che prevede tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) o sulla successiva prova orale si schianta in media oltre la metà dei concorrenti. Con qualche ecatombe qua e là, soprattutto al Nord, segnata da picchi del 94% di respinti. A Catanzaro no. Sarà l'aria buona, sarà il profumo del bergamotto, sarà la percentuale di ferro nell' acqua, ma non c'è allievo che, messo davanti al foglio protocollo o assiso davanti a una commissione, non riesca a tirar fuori il meglio di sé. Basti leggere le tabelle dei promossi e dei bocciati agli esami di maturità pubblicata ieri dalla Gazzetta del Sud. Promossi: 98,84%. Bocciati: 1,16%. Ma molti istituti hanno fatto di meglio: tutti promossi i 133 ragazzi del liceo classico «Fiorentino», tutti i 207 dello scientifico «Siciliani», tutti i 209 dell'Itis «Scalfaro» e così via: 19 istituti su 34 senza un trombato. Fantastico il rendimento alle magistrali «Cassiodoro»: sono usciti col massimo dei voti (100 su 100) 34 giovani su 141 iscritti. Un genio ogni quattro. Va da sé che la voglia di respirare queste brezze salutari, benefiche anche per gli aspiranti avvocati (se è vero che nel 1995, per prendere un anno a caso, venne promosso oltre il 90 per cento dei candidati, è cresciuta di anno in anno, a mano a mano che la fama di Catanzaro risaliva la Penisola, dilagava tra le colline dell'Astigiano, si incuneava nelle valli della Carnia, allagava le piane mantovane. Ma come superare l'handicap della legge, che stabilisce che tu possa fare l' esame a Trento oppure a Palermo soltanto se risulti residente lì da almeno 6 mesi, durante i quali devi aver fatto parte di uno studio legale del posto e aver fatto timbrare il tuo libretto di pratica negli uffici giudiziari locali? Un bel problema. Irrisolvibile se gli avvocati catanzaresi, che per bontà d' animo e disponibilità verso la gioventù non hanno eguali al mondo, non avessero via via accolto nei loro studi mandrie annuali di laureati in legge provenienti da Roma (14%), Torino (6%), Milano (3%), Genova (3%) e così via. Giovani comunisti umbri, leghisti lombardi, forzisti veneti, diessini liguri, postfascisti laziali, popolari friulani. Magari accomunati nella feroce contestazione verso il «lassismo» meridionale, ma compatti nel cercare di prender parte alla spartizione della torta. E che torta! Pensate solo che nel ' 95 i partecipanti in corsa a Catanzaro furono esattamente quanti quelli di Milano e il doppio di quelli di Torino. E che nel '97, l'anno finito nel mirino dei sostituti procuratori Luigi De Magistris (poi trasferito a Napoli) e Federica Baccaglini (una padovana che fra un mese dovrebbe lei pure passare a un'altra sede), riuscirono a superare l'esame, in tutta intera l'Italia, circa 8.000 procuratori legali. Ai quali, se non fosse saltato tutto per la scoperta della truffa, si sarebbero aggiunte altre duemila «pagliette» promosse nel solo capoluogo calabrese. Una su cinque. Meglio di una fiera dell'agricoltura o del passaggio del Festivalbar era, per Catanzaro, l'appuntamento annuale con l'esame. I 260 posti nei 5 alberghi cittadini venivan prenotati con mesi d'anticipo, nascevano qua e là «pensioni» improvvisate per accogliere le torme di pellegrini giudiziari, riaprivano in pieno inverno i villaggi sulla costa che talora offrivano il pacchetto completo: camera, colazione, cena e minibus per portare gli ospiti direttamente alla sede dell' esame dove erano attesi dalla commissione: avvocati, magistrati di corte d'appello, giudici di cassazione, professori universitari. Il tutto senza che i vertici del Palazzo di Giustizia locale, tra cui c'era ad esempio l' attuale «governatore» regionale forzista Giuseppe Chiaravalloti, sentissero mai puzza di bruciato. Finché, un bel giorno ai primi del 1998, grazie probabilmente a una soffiata anonima di chi non ne poteva più dell'andazzo, non viene fuori che una ventina di compiti svolti in dicembre dai candidati riuniti al liceo classico «Galuppi» erano identici. Calligrafie diverse, ovvio. Ma i testi parevano fotocopiati: pagina dopo pagina, riga dopo riga. In marzo, il ministero chiede informazioni. La Commissione d'esame, tenetevi forte, risponde che «non è corretto fare riferimento a gravi irregolarità» ma «soltanto» (testuale: soltanto...) a «comportamenti improvvidi quanto sciocchi di candidati che, al postutto si ritorcono a loro danno, avendo provveduto questa Commissione all' annullamento degli elaborati identici». Cosa abbiano scoperto in realtà, setacciando uno per uno tutti i temi, i due magistrati autori dell' inchiesta e i finanzieri che con il capitano Fulvio Marabotto si sono dovuti sciroppare il noiosissimo confronto tra i 2.301 temi trovando infine quei sei sparuti «fessi» che non avevano copiato l' abbiamo raccontato. Come abbiano fatto tutti quegli aspiranti «uomini di legge» a infognarsi in una faccenda così zozza senza che alcuno sentisse poi il bisogno di andare dal giudice lo racconteranno loro stessi nei prossimi interrogatori. A noi resterà, comunque, un piccolo rovello: superato lo scritto, come se la sarebbero cavata con l'esame orale di deontologia? Potete scommetterci: sarebbe stato un trionfo.

Cassazione SU: l’avvocato che favorisce i candidati durante l’esame di abilitazione va sospeso, scrive Francesca Russo su Filo Diritto del 16 febbraio, le Sezioni Unite hanno rinviato al Consiglio nazionale forense la decisione sulla sospensione di un avvocato per aver aiutato un candidato durante l’esame di abilitazione. Nel caso in esame, il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma aveva irrogato ad un avvocato la sanzione disciplinare della cancellazione dall’Albo, avendolo ritenuto colpevole della violazione dei doveri di probità, dignità e decoro (articolo 5 del vigente Codice deontologico forense), di lealtà e correttezza (articolo 6 Codice deontologico forense) nonché del dovere di agire in modo tale da non compromettere la fiducia che i terzi debbono avere nella dignità della professione (articolo 56 Codice deontologico forense). L’avvocato era accusato di essersi abusivamente introdotto munito di appunti e trasmettitori, esibendo tesserino simile a quello in dotazione ai commissari di esame e qualificandosi delegato del Consiglio dell’ordine, nelle aule di un Hotel, mentre si svolgeva la sessione di esami di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato per l’anno 2010, ed aver tentato di favorire partecipanti all’esame. Avverso la decisione del Consiglio nazionale forense, di integrale conferma di quella del Consiglio territoriale, l’avvocato aveva proposto ricorso per Cassazione in quattro motivi, lamentando:

1) la mancata sospensione del giudizio nonostante la pendenza, in relazione ai medesimi fatti, di procedimento penale per il reato di cui agli articoli 340 e 494 del codice penale;

2) il mancato rilievo della nullità del giudizio di primo grado per avervi preso parte un componente del Consiglio dell’Ordine, poi dichiarato decaduto con decisione del Consiglio nazionale;

3) la carenza di prova, con particolare riguardo alla mancata ammissione di testi a discarico;

4) la misura eccessiva e sproporzionata della sanzione in rapporto al comportamento ascrittogli.

Per quanto riguarda il primo motivo, la Cassazione ritiene che non può omettersi di rilevare che non risulta provato in atti il concreto esercizio di azione penale a carico del ricorrente per i medesimi fatti oggetto del giudizio.

Quanto al secondo (sulla composizione del collegio del Consiglio territoriale dell’Ordine), deve considerarsi che la decisione del Consiglio nazionale forense appare aver tratto, dalla natura amministrativa delle funzioni esercitate in materia disciplinare dai Consigli dell’Ordine degli avvocati e del correlativo procedimento (Cassazione, SU 20360/07, 23240/05), coerente corollario in merito alla validità di deliberazione, che, in rapporto alla circostanza dedotta, non risulta specificamente censurata con riguardo all’osservanza del quorum prescritto.

Il terzo motivo (sulla prova dell’illecito), secondo la Cassazione, si rivela, poi, inammissibile, giacché il ricorrente riporta in termini essenzialmente generici il contenuto delle prove testimoniali che sostiene ingiustificatamente non ammesse dal giudice disciplinare; mentre le uniche circostanze concrete in proposito riferite (in merito alle giustificazioni fornite al personale di vigilanza sulla sua presenza nel luogo dell’esame) non risultano decisivamente contraddire il tenore dell’incolpazione attribuitagli.

Pertanto, la Corte, a Sezioni Unite, rigetta i primi tre motivi di ricorso e, decidendo sul quarto motivo incidente sulla misura della sanzione, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese, al Consiglio nazionale forense. (Corte di Cassazione - Sezioni Unite Civili, Sentenza 16 febbraio 2015, n. 3023).

UNA COSA E’ CERTA. NESSUNO DI COLORO CHE HA USUFRUITO O HA AGEVOLATO UN CONCORSO TRUCCATO E’ STATO MAI CONDANNATO O RADIATO. SE POI VAI A PARLAR CON COSTORO SI DIPINGONO ANIME BIANCHE E TI ACCUSANO DI MITOMANIA O PAZZIA. ADDIRITTURA ARRIVANO A DIRTI: TI RODI PER NON AVER SUPERATO L'ESAME O IL CONCORSO!!!

Il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Termini Imerese, in primo grado fu condannato a 10 mesi. L’accusa: truccò il concorso per avvocati. Non fu sospeso. Da “La Repubblica” di Palermo del 10/01/2001: Parla il giovane aspirante avvocato, che ha portato con sé una piccola telecamera per filmare “palesi irregolarità”. «Ho le prove nel mio video del concorso truccato. Ho un’altra cassetta con sette minuti di immagini, che parlano da sole. Oggi sarò sentito dal magistrato. A lui racconterò tutto ciò che ho visto. La giornata di un concorsista, aspirante avvocato, comincia alle quattro e mezza del mattino. Alle sei devi esser in prima fila. Ed è quello il momento in cui capisci come vanno le cose. Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla». I.D.B., 38 anni, ha voluto rompere il silenzio. Nei giorni dell’esame scritto per l’abilitazione forense si è portato dietro una piccola telecamera e ha documentato quelle che lui chiama “palesi irregolarità”. E’ stato bloccato dai commissari e la cassetta con le immagini è stata sequestrata. Ma lui non si perde d’animo: «in fondo io cerco solo la verità». Intanto, I.D.B. rompe il silenzio con “La Repubblica” perché dice «è importante cercare un movimento d’opinione attorno a questa vicenda ». E ha già ricevuto la solidarietà dell’associazione Nazionale Praticanti ed avvocati. «Vorrei dire – racconta – delle sensazioni che ho provato tutte le volte che ho fatto questo esame. Sensazioni di impotenza per quello che senti intorno. Ed è il segreto di Pulcinella. Eccone uno: basta comunicare la prima frase del compito a chi di dovere. Io ho chiesto i temi che avevo fatto nelle sessioni precedenti: non c’era una correzione, una motivazione, solo un voto». Il primo giorno degli esami scritti il giovane si è guardato intorno. L’indomani era già dietro la telecamera: «Ho filmato circa sette minuti, in lungo ed in largo nel padiglione 20 della Fiera del Mediterraneo, dove c’erano più di novecento candidati. A casa ho rivisto più volte il filmato e ho deciso che avrei dovuto documentare ancora. Così è stato. Il secondo filmato, quello sequestrato, dura più del primo. A un certo punto una collega si è accorta di me e ha chiamato uno dei commissari. Non ho avuto alcun problema, ho consegnato la cassetta. E sin dal primo momento ho detto: Mi sono accorto di alcune irregolarità e ho documentato. Allora mi hanno fatto accomodare in una stanza. E insistevano: perché l’ha fatto?. Tornavo a parlare delle irregolarità. Poi mi chiedevano chi le avesse fatte. Lo avrei detto al presidente della commissione, in disparte. Davanti a tutti, no!» Il giovane si dice stupito per il clamore suscitato dal suo gesto: «Non dovrebbe essere questo a sorprendere, ho avuto solo un po’ più di coraggio degli altri». Ma cosa c’è in quelle videocassette? L’aspirante avvocato non vuole dire di più, fa cenno ad un commissario sorpreso in atteggiamenti confidenziali con alcuni candidati: «Francamente non capisco perché non siano stati presi provvedimenti per il concorso. Quei capannelli che ho ripreso sono davvero troppo da tollerare. Altro che piccoli suggerimenti!».

Chi non è raccomandato, scagli la prima pietra.

Essere raccomandati in un’azienda privata è una cosa lecita. Esser raccomandati per vincere un concorso pubblico o un esame di Stato è reato. Spesso, però, per indulgenza o per collusione, le cose si confondono.

Se non basta un muro di parole per vincer la resistenza degli scettici, allora è solo mala fede in loro.

La Costituzione all'art. 3 non cita che siamo tutti uguali o tutti discendenti di eccelsi natali, esplica solo che tutti siamo uguali, sì, ma di fronte alla legge!!!

Chi non è raccomandato scagli la prima pietra. Più di quattro milioni di italiani sono ricorsi a una raccomandazione per ottenere un'autorizzazione o accelerare una pratica. E 800mila hanno fatto un "regalino" a dirigenti pubblici per avere in cambio un favore. Sono alcuni dati emersi da una ricerca realizzata dal Censis.

Non solo. Il coro di voci, che hanno chiesto le dimissioni al Ministro Lupi del governo Renzi, è roboante. Tra i vari aspetti della vicenda Incalza che lo vedono coinvolto, al ministro delle Infrastrutture non viene perdonata la presunta raccomandazione per il figlio. Ma è davvero così peccaminoso prodigarsi per il proprio figlio come ogni genitore farebbe, oltretutto, in un Paese dove la raccomandazione è all'ordine del giorno?

E’ inutile negarlo, la pratica della raccomandazione è la sola che funziona perfettamente nel nostro Paese, anche perché coinvolge ognuno di noi in maniera democratica senza distinzione di genere, scrive “Panorama”. Ci sono gli italiani che raccomandano e gli italiani che si fanno raccomandare, una sorta di catena di Sant’Antonio che prosegue all’infinito. Almeno una volta nella vita bisogna provare l’ebbrezza della spintarella, anche quando si è coscienti che questa non servirà a nulla per raggiungere l’ambita destinazione, qualsiasi essa sia (il posto di lavoro, la visita medica, l’esame all’università) e non importa se alla meta arriverà un altro, perché la nostra osservazione sarà “chissà chi lo ha raccomandato…!” E poi ci sentiamo a posto con la coscienza per due motivi, il primo perché, comunque, il tentativo lo abbiamo fatto, il secondo perché la volta successiva non ci faremo trovare impreparati, anzi ci organizzeremo meglio cercando una spinta più potente. Forse un giorno potremo anche inserirla nel curriculum vitae.

Il caso esemplare è lo scandalo di Catanzaro: oltre duemila compiti-fotocopia. Su 2301 prove scritte per l’accesso all’albo degli avvocati consegnate a metà dicembre del 1997 alla commissione d’esame di Catanzaro, ben 2295 risultano identiche. Soltanto sei elaborati, cioè lo 0,13 per cento del totale, appare non copiato. Compiti identici, riga per riga, parola per parola. Le tre prove di diritto civile, diritto penale e atti giudiziari non mettono in risalto differenze. Sono uguali anche negli errori: tutti correggono l’avverbio «recisamente» in «precisamente». Una concorrente rivela che un commissario avrebbe letteralmente dettato lo svolgimento dei temi ai candidati. Racconta: «Entra un commissario e fa: “scrivete”. E comincia a dettare il tema, piano piano, per dar modo a tutti di non perdere il filo».  «Che imbecilli quelli che hanno parlato, sono stati loro a incasinare tutto. Se non avessero piantato un casino sarebbe andato tutto liscio», dice una candidata, che poi diventerà avvocato e probabilmente commissario d’esame, che rinnegherà il suo passato e che accuserà di plagio i nuovi candidati. L’indagine è affidata ai pm Luigi de Magistris e Federica Baccaglini, che ipotizzano il reato di falso specifico e inviano ben 2295 avvisi di garanzia. Catanzaro non è l’unica mecca delle toghe: le fa concorrenza anche Reggio Calabria che, tra l’altro, nel 2001 promuove il futuro ministro dell’Istruzione per il Pdl Mariastella Gelmini in trasferta da Brescia. Ma Catanzaro è da Guinness dei primati. I candidati arrivano da tutta Italia, e i veri intoccabili soprattutto dalle sedi del Nord dove gli esami sono molto selettivi per impedire l’accesso di nuovi avvocati nel mercato saturo. Gli aspiranti avvocati milanesi o torinesi risultano residenti a Catanzaro per i sei mesi necessari per il tirocinio, svolto in studi legali del luogo, i quali certificano il praticantato dei futuri colleghi. Frotte di giovani si fanno consigliare dove e come chiedere ospitalità. In città esistono numerose pensioni e alloggi, oltre a cinque alberghi, che periodicamente accolgono con pacchetti scontati i pellegrini forensi. Tutti sanno come funziona e nessuno se ne lamenta. L’omertà è totale. I magistrati interrogano gruppi di candidati dell’esame del dicembre 1997, che rispondono all’unisono: «Mi portai sovente in bagno per bisogni fisiologici […]. Non so spiegare la coincidenza tra gli elaborati da me compilati e quelli esibiti. Mi preme tuttavia evidenziare che qualcuno potrebbe avermi copiato durante la mia assenza». Mentre il procedimento giudiziario avanza a fatica per la difficoltà di gestire un numero così grande di indagati, tutti gli aspiranti avvocati dell’esame del 1997 rifanno le prove nel 1998 nel medesimo posto e sono promossi. Dopo otto anni di indagini e rinvii, nell’estate 2005 il pm Federico Sergi, nuovo titolare dell’indagine, chiede e ottiene per ciascuno il «non luogo a procedere per avvenuta prescrizione». Tutto finito. Questi avvocati esercitano.

La Calabria è bella perchè c’è sempre il sole, scrive Antonello Caporale su “La Repubblica”. Milano invece spesso è velata dalla nebbia. E’ bella la Calabria anche, per esempio, perchè il concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato sembra più a misura d’uomo. Non c’è il caos di Milano, diciamolo. E  in una delle dure prove che la vita ci pone resiste quel minimo di comprensione, quell’alito di  compassione… In Calabria c’è il sole, e l’abbiamo detto. Ma vuoi mettere il mare?  ”Avevo bisogno di un luogo tranquillo, dove poter concentrarmi senza le distrazioni della mia città. Studiare e affrontare con serenità l’esame”. Ecco, questo bisogno ha portato Antonino jr. Giovanni Geronimo La Russa, il figlio di Ignazio, anch’egli avvocato ma soprattutto ministro della Difesa, a trasferirsi dalla Lombardia in Calabria. Laureato a pieni voti all’università Carlo Cattaneo, Geronimo si è abilitato con soddisfazione a Catanzaro a soli ventisei anni. Due anni ha risieduto a Crotone. Dal 25 luglio 2005, in piazza De Gasperi, nella casa di Pasquale Senatore, l’ex sindaco missino.  E’ rimasto nella città di Pitagora fino al 18 gennaio 2007. E si è rigenerato. Un po’ come capitò a Mariastella Gelmini, anche lei col bisogno di esercitare al meglio la professione di avvocato prima di darsi alla politica, e anche lei scesa in Calabria per affrontare con ottimismo l’esame. La scelta meridionale si è rivelata azzeccata per lei e per lui. Il piccolo La Russa è tornato in Lombardia con la forza di un leone. E dopo la pratica nello studio Libonati-Jager, nemmeno trentenne è divenuto titolare dello studio di famiglia. Quattordici avvocati a corso di porta Vittoria. Bellissimo. “Ma è tutto merito mio. Mi scoccia di passare per figlio di papà”.

Ma guarda un po’, sti settentrionali, a vomitar cattiverie e poi ad agevolarsi del…sole calabro.

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR  per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano.

Quando si dà la caccia ai figli per colpire i padri, scrive Lanfranco Caminiti su “Il Garantista”. E poi dicono, i potenti, povero ministro Lupi. Un figlio laureato con 110 e lode al Politecnico di Milano, e tutto quello che gli trova è un lavoretto su un cantiere Eni a partita iva da 1300 euro mese. Un precario aggiunto ai milioni di giovani senza posto fisso. E sì che mica lo poteva infilare in una delle cooperative di Comunione e liberazione, quelle ormai stanno nell’occhio del ciclone, e poi che fai, vai a pulire il culo degli ammalati negli ospedali, dai i pasti alla mensa, ti sbatti coi tossici, ricicli i libri usati, oh, c’ha una laurea al Politecnico. E però, per i figli si farebbe tutto, certo. Anche mettendoti a rischio. I figli sono pezzi di cuore, sono quello per cui ti sbatti, sono quello che rimarrà di te, sono il punto debole. È una costante questa. Sarà che noi italiani c’abbiamo il familismo amorale, c’abbiamo. Prima di tutto la famiglia, i figli.

Chissà se hanno telefonato per i loro figli in carriera. Indignazione per Lupi jr, ma nessuno si chiede se i rampolli dei leader democratici abbiano avuto l'aiutino. Dagli eredi dei presidenti alle ragazze di Veltroni e D'Alema, scrive Paolo Bracalini su “Il Giornale”. «Mio figlio è laureato al Politecnico con 110 e lode, gli faccio sempre questa battuta: purtroppo ha fatto Ingegneria civile e si è ritrovato un padre ministro delle Infrastrutture» si difende Maurizio Lupi, accusato di familismo all'italiana. Quella è una sfortuna che capita spesso ai figli di potenti, quasi sempre dotati di grande talento tanto da meritare posti prestigiosi, carriere formidabili, magari in settori affini a quelli di papà o mammà. Così viene il sospetto, malizioso e certamente infondato, che qualche telefonatina per lanciare i rampolli, una sponsorizzazione paterna o materna, sia prassi diffusa. Anche a sinistra, magari a partire da chi si indigna per Lupi jr. Avere parenti potenti non serve, se si è bravi, però aiuta. Sempre che non li intercettino.

Caso Lupi, Giampiero Mughini su Dago critica Giuliano Ferrara: "Tutti siamo stati raccomandati, anche tu", scrive “Libero Quotidiano”. Chi è senza raccomandazione alzi il ditino da moralista. Giampiero Mughini interviene a piedi uniti nel dibattito sul ministro Maurizio Lupi e la sospetta raccomandazione che avrebbe fatto al figlio ingegnere per farlo lavorare. A far saltare la mosca al naso di Mughini è un pezzo di Giuliano Ferrara sul Foglio che in un passaggio scrive: "Non mi hanno ristrutturato case a buon prezzo, assunzioni di parenti no e poi no, non li conosco. Le cricche mi sono lontane". Apri cielo: Mughini in una lettera a Dagospia prima ricostruisce il suo ingresso nel mondo del lavoro, ricordando la lettera di raccomandazione scrittagli da Gian Carlo Pajetta per lavorare a Paese Sera. Poi passa proprio all'Elefantino, sulla cui vita ha anche scritto un libro in passato: "Era stato Alberto Ronchey, negli anni Cinquanta moscoviti collega di papà Maurizio Ferrara, a intercedere presso il Corriere della Sera perché Giuliano potesse iniziarvi una sua collaborazione". Con il ministro di Ncd, Mughini dice di non avere legami, quindi nessuna difesa di ufficio. Se poi venisse confermata la telefonata con la quale Lupi avrebbe chiesto un lavoro per il figlio: "Io - scrive Mughini - altissimamente me ne strafotto. E tutti quelli che si stanno alzando con il ditino puntato - continua - hanno a che vedere con la faziosità politica".

"La credibilità dello Stato oggi è ampiamente compromessa e il primo atto, lo dico non per ragioni giudiziarie, ma per ragioni politiche, dovrebbe essere una bonifica radicale del ministero delle Infrastrutture, e anche le dovute dimissioni del ministro competente". Lo ha detto il leader di Sel e presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, parlando il 17 marzo 2015 oggi a Bari con i giornalisti in merito alla maxi operazione dei Cc del Ros sulla gestione illecita degli appalti delle cosiddette Grandi opere. Certo che non vi è vergogna nei nostri politici. Si parla delle dimissioni di Lupi che non è indagato. Mentre chi le chiede, e gli esponenti del suo partito, nel processo a Taranto "Ambiente Svenduto", per loro la Procura ha chiesto al giudice per l'udienza preliminare Wilma Gilli il rinvio a giudizio. Chiesto dalla Procura il rinvio a giudizio per il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, per il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, per gli attuali assessori regionali all'Ambiente, Lorenzo Nicastro, e alla Sanità, Donato Pentassuglia, quest'ultimo all'epoca dei fatti presidente della commissione regionale Ambiente, nonché per l'allora assessore regionale Nicola Fratoianni, oggi deputato di Sel.

Vittorio Feltri: “Se Santoro è giornalista la colpa è mia che l’ho promosso all’esame. Si dà infatti il caso che Santoro sia diventato giornalista professionista con il mio contributo, giacché facevo parte della commissione all'esame di Stato che lo promosse e gli consentì l'iscrizione all'Ordine nazionale dei giornalisti. Era il 1982. Me lo ricordo perché erano in corso i Mondiali di calcio in Spagna, quelli vinti dall'Italia con Sandro Pertini in tribuna d'onore. La vita del commissario esaminatore aveva qualche risvolto piacevole. Feci comunella con Giuseppe Pistilli, vicedirettore del Corriere dello Sport, il quale sedeva con me nel sinedrio. La sera andavamo a cena insieme. Il ponentino e il Frascati ci aiutavano a dimenticare le miserie cui avevamo assistito durante la giornata nel valutare i candidati. Ancora non avevo maturato la convinzione che l'Ordine dei giornalisti fosse un ente inutile, anzi peggio: dannoso. Pistilli contribuì a instillarmi qualche sospetto, illustrandomi come funzionava la commissione d'esame. Esempio: un aspirante scriba ti era stato raccomandato o ti stava a cuore? Bene, si trattava di farsi dare da lui le prime righe dell'articolo che aveva steso durante la prova scritta. Nessuno comincia un pezzo nella stessa maniera del compagno di banco, chiaro no? Perciò, non appena s'iniziava la lettura ad alta voce e in forma anonima degli elaborati, all'udire l'attacco familiare il commissario dava un calcetto sotto il tavolo a chi gli stava accanto. Costui a sua volta sferrava un calcetto al commissario più vicino, e avanti così. Con sei calcetti, il candidato era promosso. Dopodiché ricevevi a tua volta altri colpi negli stinchi e dovevi restituire il favore ricevuto. In questo modo passavano l'esame (e lo passano tuttora) asini sesquipedali.”

Il tribunale del popolo guidato da Di Pietro, scrive Tiziana Maiolo su "Il Garantista". Maurizio Lupi non è un indagato. È un condannato dal Tribunale del Popolo composto di giornalisti invidiosi, magistrati esibizionisti e una folla di tricoteuses opportunamente istigata dai Paladini della Virtù che passeggiano per i talkshow spargendo il proprio verbo, la propria “moralità”. Il 17 marzo 2015 mattina si è svegliato presto Antonio Di Pietro, si è collegato subito con Radio24, poi è corso in Rai per farsi intervistare ad Agorà sgusciando poi via velocemente per planare su La7. Una fatica per chi ha tante lezioni di moralità da elargire al ministro Maurizio Lupi. Che non è indagato, ma condannato perché “forse” si è lasciato regalare un vestito da un imprenditore suo amico di famiglia, il quale avrebbe anche donato un orologio costoso a suo figlio in occasione di una laurea particolarmente brillante al Politecnico di Milano. Tra le imputazioni di stampo moralistico c’è anche un posto di lavoro temporaneo al neo-ingegnere in un cantiere. Giusto quindi che intervenga subito il Pm più famoso d’Italia. Un plauso a tutti i conduttori che hanno pensato di invitare proprio Di Pietro a commentare i comportamenti di Lupi. È uno che se ne intende.

Da quale pulpito vien la predica?

Si riportano vari articoli di stampa, a scanso di persecuzione personale.

L’incipit della confidenza di Elio Belcastro, parlamentare dell’Mpa di Raffaele Lombardo, pubblicata su “Il Giornale”. Belcastro ci fa subito capire, scandendo bene le parole, che Tonino non era nemmeno riuscito a prenderlo quel voto, minimo. «Tempo fa l’ex procuratore capo di Roma, Felice Filocamo, che di quella commissione d’esami era il segretario, mi ha raccontato che quando Carnevale si accorse che i vari componenti avevano bocciato Di Pietro, lo chiamò e si arrabbiò molto. Filocamo fu costretto a tornare in ufficio, a strappare il compito del futuro paladino di Mani pulite e a far sì che, non saprei dire come, ottenesse il passaggio agli orali, seppur con il minimo dei voti». Bocciato e ripescato? Magistrato per un falso? Possibile? Non è l’unico caso. Era già stato giudicato non idoneo, ma in una seconda fase sarebbero saltati fuori degli strani fogli aggiuntivi che prima non c’erano. Ecco come sarebbe sorto il sospetto che qualcuno li avesse inseriti per “salvare” il candidato già bocciato, in modo da giustificare una valutazione diversa oppure da consentire un successivo ricorso al TAR. I maggiori quotidiani nazionali e molti locali, ed anche tanti periodici, si sono occupati di tale gravissimo fatto, e che è stato individuato con nome e cognome il magistrato (una donna) in servizio a Napoli quale autore del broglio accertato. Per tale episodio il CSM ha deciso di sospendere tale magistrato dalle funzioni e dallo stipendio. In quella sessione a fronte di 350 candidati ammessi alle prove orali pare che oltre 120 siano napoletani, i quali sembrano avere particolari attitudini naturali verso le scienze giuridiche e che sembrano essere particolarmente facilitati nel loro cammino anche dalla numerosa presenza nella commissione di esami di magistrati e professori napoletani.

Si riportano vari articoli di stampa, a scanso di persecuzione personale.

Corrado Carnevale: "Quell’aiutino a Di Pietro per diventare magistrato...", scrive “Libero Quotidiano”. Corrado Carnevale: "Al concorso in magistratura, Di Pietro ha avuto due aiutini". L'ex giudice Corrado Carnevale: "Era stato in seminario ed era di famiglia povera. Fu così che chiusi un occhio", scrive Rachele Nenzi su “Il Giornale”.

Quell’aiutino a Di Pietro per diventare magistrato. L’ex giudice Carnevale sull’esame di Tonino a pm: «Era povero, mi commossi. E due 5 diventarono 6», scrive Valeria Di Corrado su “Il Tempo”.

Giancarlo De Cataldo su “L’Espresso”: L'Italia è una repubblica fondata sullo scandalo. Dai tempi di Cavour a Mani Pulite: ogni vent’anni un’indagine-choc. Corsi e ricorsi storici delle tangenti, specchio di un Paese che non cambia. Il commento dello scrittore-magistrato. La fiction “1992” è bella e coraggiosa. Racconta - ed è già questo un merito innegabile - la controversa stagione di Mani Pulite. Lo fa con la disinvolta ferocia narrativa che è il marchio di fabbrica delle grandi serie. “1992” è televisione avanzata. Ma ha anche un altro merito. “1992” declina con linguaggio di oggi una vicenda che affonda radici profonde nella storia d’Italia. Una storia antica: la storia della nostra corruzione. Una storia cominciata tanti anni fa. Conquistato il Sud grazie all’impresa dei Mille, il conte di Cavour si mette all’opera per disegnare il futuro della nuova nazione. Giorgio Asproni, deputato sardo, alta carica massonica, ex-prete, esponente dell’estrema sinistra mazziniana, nei suoi impietosi diari annota disgustato l’incessante processione di faccendieri, ufficiali, imprenditori che assediano l’ufficio di Cavour a Palazzo Carignano. Tutti a vantare inesistenti meriti patriottici, tutti a implorare un incarico, una commessa, un’onorificenza. Ciò che l’incendiario Asproni non può sapere è che in quegli stessi momenti Cavour, il liberale, l’odioso tessitore di trame che i democratici accusano di essersi impossessato per turpi fini della bandiera della Patria, proprio Cavour, prova, nei confronti dei questuanti, sentimenti non molto dissimili. Al punto da bollare i clientes con parole di fuoco. Asproni e Cavour, ciascuno eroico a suo modo, divisi da visioni radicalmente inconciliabili della Storia (e della natura umana) su un punto concordano: il disprezzo per quei molli figuri che non versarono una sola goccia di sangue per la “causa” e ora si avventano sulla greppia dell’Italia unita. Ma se Asproni li metterebbe volentieri al muro, corrotti e corruttori, Cavour, secondo il suo costume, pensa di poterne agevolmente “trarre partito”. Costruire dal nulla un’identità nazionale è compito arduo, ai limiti dell’impossibile. Nella fase d’avvio non si può andare tanto per il sottile. Anche gli affaristi servono, e servono i faccendieri. Cavour opera una scelta di campo destinata a ipotecare pesantemente il nostro futuro. Il destino fa il resto. Cavour, che forse sarebbe riuscito a contenere le smanie predatorie nell’alveo della fisiologia democratica, muore troppo presto. I suoi successori non si riveleranno all’altezza. Quindici anni dopo l’Unità, nel 1875, un popolano trasteverino accoltella a morte Raffaele Sonzogno, coraggioso giornalista calato a Roma dal Nord, animatore di inchieste sul dilagante malaffare post-unitario. Il sicario viene subito arrestato, ma è chiaro che, secondo uno schema destinato a ripetersi drammaticamente negli anni, se il pugnale viene dalla strada, l’ordine è partito dal Palazzo. Giancarlo De Cataldo Dietro l’uccisione di Sonzogno c’è una colossale speculazione edilizia sui terreni espropriati al Vaticano. Sono coinvolti banchieri, palazzinari, preti attenti al portafoglio, pezzi della Destra storica, che uscirà sconfitta dalle elezioni dell’anno dopo, e pezzi della Sinistra che già pregusta la vittoria, e persino un rampollo “agitato” dell’eroe dei Due Mondi. Una pregevole compagnia di giro che ritroveremo spesso nella cronaca del nostro Paese. Troppo, per una nazione appena nata. L’inchiesta, abilmente pilotata, porta alla condanna del deputato Luciani. Movente: una questione di corna. Luciani becca una condanna tombale, e invano, per anni, minaccerà sconvolgenti rivelazioni. Dalla speculazione verranno poste le basi per uno dei tanti, anch’essi ricorrenti, “sacchi” di Roma. Qualche anno dopo, nel 1892, un giornale satirico della capitale, “Il carro di Checco”, svela la vicenda finanziaria che passerà alla storia come “scandalo della Banca Romana”. Incalzato dal battagliero Napoleone Colajanni, il governo è costretto a nominare una commissione d’inchiesta. Emergono notevoli reati: si va dalla fabbricazione e spaccio di monete false al falso in bilancio, dalle false fatturazioni alla corruzione dei funzionari e deputati incaricati dei controlli, passando per la costituzione di “fondi neri” riversati nelle tasche di personaggi pubblici. Coinvolto il gotha politico del tempo, Giolitti in testa, lambita Casa Savoia. Giolitti, anche se non è più ministro, pretende e ottiene una giurisdizione “politica”. Il finale è deprimente, con la morte per suicidio di un onorevole accusato di un reato minore e il proscioglimento generale. Favorito, si disse, da un’attenta “gestione” dei materiali probatori concordata fra Governo e vertici della magistratura. Grande e diffusa fu la frustrazione. Un giurista scrisse che si era consacrata «l’immoralità di chi ha troppo mangiato e che dopo il pasto pare abbia, come la lupa di Dante, più fame di pria». La stampa, come sovente accade, deplorò. E tutto ricominciò come prima. Fra l’altro, proprio mentre si dibatteva della Banca Romana, in Sicilia veniva assassinato Emanuele Notarbartolo di San Giovanni. Un banchiere onesto che si era messo di traverso alle speculazioni ordite da quella che, allora, si chiamava “Alta Mafia”. Fu incriminato per questo omicidio l’onorevole Palizzolo, poi assolto all’esito di un interminabile processo. Il vecchio liberale Gaetano Mosca parlò di «disfatta morale». Gli amici festeggiarono la liberazione di Palizzolo noleggiando una nave con tanto di gran pavese. In tempi più recenti, sembra essersi affermata una paradossale “legge del venti”. Nel senso che ogni vent’anni circa il Paese “scopre” uno o più colossali scandali a base di corruzione. Si deplora, si invocano cambiamenti legislativi, emergono demagoghi più o meno versati nell’arte di arringare le masse promettendo “pulizia”, si adottano misure asseritamente restrittive, si fanno esami di coscienza, si va in Tribunale. Nel 1974 alcuni giovani giudici, definiti con un certo risentimento “pretori d’assalto” (l’anticamera del “giudici ragazzini” di qualche anno dopo), scoprono che i petrolieri pagano i ministri per ottenere leggi favorevoli alla propria lobby. Sandro Pertini, Presidente della Camera, li incoraggia a «non guardare in faccia a nessuno», inclusi i suoi compagni del Partito Socialista. Minaccia, in caso di insabbiamento, le dimissioni. Il governo cade. Gli imputati sono giudicati dalla Commissione Parlamentare per i procedimenti di accusa. Pertini non si dimette. Esito del giudizio: due ministri archiviati, due prescritti, due assolti dopo qualche tempo. Mani Pulite, si è detto, esplode nel 1992, quindi a circa vent’anni dallo scandalo dei petroli. Fra il 1992 e il 1993 si consumano gli ultimi delitti eccellenti e le ultime stragi di mafia. Curiosa coincidenza con quanto era accaduto esattamente un secolo prima. Ieri corruzione a Roma e morte di un banchiere onesto in Sicilia, oggi corruzione a Milano e non solo, piombo e tritolo per politici, giudici e inermi cittadini in Sicilia e non solo. Quasi a voler sottolineare che gli inconfessabili legami e lo spregiudicato uso della violenza e della corruttela, col tempo, invece di attenuarsi, si sono rafforzati. Le stragi mafiose e Mani Pulite suscitarono un’ondata di indignazione. Furono approvate leggi per favorire il fenomeno del pentitismo e confiscare i beni dei mafiosi. Una nuova classe politica spazzò via la precedente: e anche questo era accaduto, cent’anni prima. Poi, col tempo, tutto si è sopito e troncato. I pentiti sono diventati più o meno degli appestati. Mani Pulite è oggetto di revisione storiografica critica. Ritocchi normativi bipartisan hanno reso sempre più disagevole l’operato degli investigatori. A risvegliare i dormienti, guarda caso a vent’anni da Mani Pulite, gli scandali Expo, Mose, e, infine, l’inchiesta “Mafia Capitale”. Che, fra l’altro, come all’epoca del trapasso fra Destra storica e Sinistra, propone uno spaccato di cointeressenze fra gente che dovrebbe, teoricamente, militare su opposte sponde. Oggi la stampa deplora. Sono allo studio inasprimenti di pena. Si nominano authority anticorruzione e assessori alla legalità. Intanto, si vara una legge punitiva sulla responsabilità civile dei magistrati e si tuona contro il loro “protagonismo”: senza mai riempire di contenuto questa parola dal suono, si direbbe, gnostico. Si giura, soprattutto, che è venuto il momento di voltare pagina. Come diceva Nino Manfredi: «Fusse ca fusse...». Dobbiamo dunque ritenerci rassegnati e sfiduciati? Ci mancherebbe! A un ragazzo che si affaccia alla vita non puoi trasmettere il messaggio del “tutto è perduto”. Sarebbe delittuoso. Però un minimo di onestà intellettuale non disturba, anzi. Bisogna spiegare che fra corruzione e legalità si combatte una guerra aspra, senza esclusione di colpi. Che corrotti e corruttori offrono scorciatoie convincenti, indossano maschere seducenti, vantano - e purtroppo sovente a ragione - indiscutibili successi. Sono simpatici, mondani, ricchi di fascino, corrotti e corruttori. “Legalità” è invece una parola astratta che ossessivi, abili messaggi fanno apparire sempre più ostile, odioso patrimonio di arcigni, e dunque antipatici, guardiani. “Moralista” fa oggi sorridere, “incorruttibile” suscita panico. Bisogna spiegare che giudici e poliziotti sono patologi del sistema, intervengono quando il danno è stato fatto. Bisogna insistere sull’istruzione e sulla cultura, e persino sull’estetica: si può combattere, consapevoli della disparità fra le forze in campo, anche per il solo gusto di non darla vinta alla società dei magnaccioni. E dopo, a casa, magari, tutti a vedere “1992”, la serie. Con Asproni che digrigna i denti e Cavour che perde un po’ alla volta il suo ironico sorrisetto.

Perché leggere Antonio Giangrande?

Ognuno di noi è segnato nella sua esistenza da un evento importante. Chi ha visto il film si chiede: perché la scena finale de “L’attimo fuggente” , ogni volta, provoca commozione? Il professor John Keating (Robin Williams), cacciato dalla scuola, lascia l’aula per l’ultima volta. I suoi ragazzi, riabilitati da lui dalla corruzione culturale del sistema, non ci stanno, gli rendono omaggio. Uno dopo l’altro, salgono in piedi sul banco ed esclamano: «Capitano, mio capitano!». Perché quella scena è così potente ed incisiva? Quella scena ci colpisce perché tutti sentiamo d’aver bisogno di qualcuno che ci insegni a guardare la realtà senza filtri.  Desideriamo, magari senza rendercene conto, una guida che indichi la strada: per di là. Senza spingerci: basta l’impulso e l’incoraggiamento. Il pensiero va a quella poesia che il vate americano Walt Whitman scrisse dopo l'assassinio del presidente Abramo Lincoln, e a lui dedicata. Gli stessi versi possiamo dedicare a tutti coloro che, da diversi nell'omologazione, la loro vita l’hanno dedicata per traghettare i loro simili verso un mondo migliore di quello rispetto al loro vivere contemporaneo. Il Merito: Valore disconosciuto ed osteggiato in vita, onorato ed osannato in morte.

Robin Williams è il professor Keating nel film L'attimo fuggente (1989)

Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto,

La nostra nave ha resistito ogni tempesta: abbiamo conseguito il premio desiderato.

Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta.

Mentre gli occhi seguono la salda carena,

la nave austera e ardita.

Ma o cuore, cuore, cuore,

O stillanti gocce rosse

Dove sul ponte giace il mio Capitano.

Caduto freddo e morto.

O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.

Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;

Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;

Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i Walt Whitman (1819-1892) cupidi volti.

Qui Capitano, caro padre,

Questo mio braccio sotto la tua testa;

È un sogno che qui sopra il ponte

Tu giaccia freddo e morto.

Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate;

Il mio padre non sente il mio braccio,

Non ha polso, né volontà;

La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.

Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,

Esultino le sponde e suonino le campane!

Ma io con passo dolorante

Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.

Antonio Giangrande. Un capitano necessario. Perché in Italia non si conosce la verità. Gli italiani si scannano per la politica, per il calcio, ma non sprecano un minuto per conoscere la verità. Interi reportage che raccontano l’Italia di oggi  “salendo sulla cattedra” come avrebbe detto il professore Keating dell’attimo fuggente e come ha cercato di fare lo scrittore avetranese Antonio Giangrande.

Chi sa: scrive, fa, insegna.

Chi non sa: parla e decide.

Chissà perché la tv ed i giornali gossippari e colpevolisti si tengono lontani da Antonio Giangrande. Da quale pulpito vien la predica, dott. Antonio Giangrande?

Noi siamo quel che facciamo: quello che diciamo agli altri è tacciato di mitomania o pazzia. Quello che di noi gli altri dicono sono parole al vento, perche son denigratorie. Colpire la libertà o l’altrui reputazione inficia gli affetti e fa morir l’anima.

La calunnia è un venticello

un’auretta assai gentile

che insensibile sottile

leggermente dolcemente

incomincia a sussurrar.

Piano piano terra terra

sotto voce sibillando

va scorrendo, va ronzando,

nelle orecchie della gente

s’introduce destramente,

e le teste ed i cervelli

fa stordire e fa gonfiar.

Dalla bocca fuori uscendo

lo schiamazzo va crescendo:

prende forza a poco a poco,

scorre già di loco in loco,

sembra il tuono, la tempesta

che nel sen della foresta,

va fischiando, brontolando,

e ti fa d’orror gelar.

Alla fin trabocca, e scoppia,

si propaga si raddoppia

e produce un’esplosione

come un colpo di cannone,

un tremuoto, un temporale,

un tumulto generale

che fa l’aria rimbombar.

E il meschino calunniato

avvilito, calpestato

sotto il pubblico flagello

per gran sorte va a crepar.

E’ senza dubbio una delle arie più famose (Atto I) dell’opera lirica Il Barbiere di Siviglia del 1816 di Gioacchino Rossini (musica) e di Cesare Sterbini (testo e libretto). E’ l’episodio in cui Don Basilio, losco maestro di musica di Rosina (protagonista femminile dell’opera e innamorata del Conte d’Almaviva), suggerisce a Don Bartolo (tutore innamorato della stessa Rosina) di screditare e di calunniare il Conte, infamandolo agli occhi dell’opinione pubblica. Il brano “La calunnia è un venticello…” è assolutamente attuale ed evidenzia molto bene ciò che avviene (si spera solo a volte) nella quotidianità di tutti noi: politica, lavoro, rapporti sociali, etc.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ha la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le macagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

A’ Cuscienza di Antonio de Curtis-Totò

La coscienza

Volevo sapere che cos'è questa coscienza 

che spesso ho sentito nominare.

Voglio esserne a conoscenza, 

spiegatemi, che cosa significa. 

Ho chiesto ad un professore dell'università

il quale mi ha detto: Figlio mio, questa parola si usava, si, 

ma tanto tempo fa. 

Ora la coscienza si è disintegrata, 

pochi sono rimasti quelli, che a questa parola erano attaccati,

vivendo con onore e dignità.

Adesso c'è l'assegno a vuoto, il peculato, la cambiale, queste cose qua.

Ladri, ce ne sono molti di tutti i tipi, il piccolo, il grande, 

il gigante, quelli che sanno rubare. 

Chi li denuncia a questi ?!? Chi si immischia in questa faccenda ?!?

Sono pezzi grossi, chi te lo fa fare. 

L'olio lo fanno con il sapone di piazza, il burro fa rimettere, 

la pasta, il pane, la carne, cose da pazzi, Si è aumentata la mortalità.

Le medicine poi, hanno ubriacato anche quelle, 

se solo compri uno sciroppo, sei fortunato se continui a vivere. 

E che vi posso dire di certe famiglie, che la pelle fanno accapponare,

mariti, mamme, sorelle, figlie fatemi stare zitto, non fatemi parlare.

Perciò questo maestro di scuola mi ha detto, questa conoscenza (della coscienza)

perchè la vuoi fare, nessuno la usa più questa parola,

adesso arrivi tu e la vuoi ripristinare. 

Insomma tu vuoi andare contro corrente, ma questa pensata chi te l'ha fatta fare, 

la gente di adesso solo così è contenta, senza coscienza,

vuole stentare a vivere. (Vol tirà a campà)

SE NASCI IN ITALIA…

Quando si nasce nel posto sbagliato e si continua a far finta di niente.

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui,  con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Io sono Antonio Giangrande, noto autore di saggi pubblicati su Amazon, che raccontano questa Italia alla rovescia. A tal fine tra le tante opere da me scritte vi è “Italiopolitania. Italiopoli degli italioti”. Di questo, sicuramente, non gliene fregherà niente a nessuno. Fatto sta che io non faccio la cronaca, ma di essa faccio storia, perché la quotidianità la faccio raccontare ai testimoni del loro tempo. Certo che anche di questo non gliene può fregar di meno a tutti. Ma una storiella raccontata da Antonio Menna che spiega perché, tu italiano, devi darti alla fuga dall’Italia, bisogna proprio leggerla. Mettiamo che Steve Jobs sia nato in Italia. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi. Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare. Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”. I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano. Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi? Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”. I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare. Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”. Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro. Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”. I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti. La Apple in Italia non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

AVVOCATI. ABILITATI COL TRUCCO

Facile dire: sono avvocato. In Italia dove impera la corruzione e la mafiosità, quale costo intrinseco può avere un appalto truccato, un incarico pubblico taroccato, od una falsificata abilitazione ad una professione?

Ecco perché dico: italiani, popolo di corrotti! Ipocriti che si scandalizzano della corruttela altrui.

Io sono Antonio Giangrande, noto autore di saggi pubblicati su Amazon, che raccontano questa Italia alla rovescia. A tal fine tra le tante opere da me scritte vi è “Concorsopoli ed esamopoli” che tratta degli esami e dei concorsi pubblici in generale. Tutti truccati o truccabili. Nessuno si salva. Inoltre, nel particolare, nel libro “Esame di avvocato, lobby forense, abilitazione truccata”, racconto, anche per esperienza diretta, quello che succede all’esame di avvocato. Di questo, sicuramente, non gliene fregherà niente a nessuno, neanche ai silurati a quest’esame farsa: la fiera delle vanità fasulle. Fatto sta che io non faccio la cronaca, ma di essa faccio storia, perché la quotidianità la faccio raccontare ai testimoni del loro tempo. Certo che anche di questo non gliene può fregar di meno a tutti. Ma la cronistoria di questi anni la si deve proprio leggere, affinchè, tu italiano che meriti, devi darti alla fuga dall’Italia, per poter avere una possibilità di successo.

Anche perché i furbetti sanno come cavarsela. Francesco Speroni principe del foro di Bruxelles. Il leghista Francesco Speroni, collega di partito dell’ing. Roberto Castelli che da Ministro della Giustizia ha inventato la pseudo riforma dei compiti itineranti, a sfregio delle commissioni meridionali, a suo dire troppo permissive all’accesso della professione forense. È l’ultima roboante voce del curriculum dell’eurodeputato leghista, nonché suocero del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, laureato nel 1999 a Milano e dopo 12 anni abilitato a Bruxelles. Speroni ha avuto un problema nel processo di Verona sulle camicie verdi, ma poi si è salvato grazie all’immunità parlamentare. Anche lui era con Borghezio a sventolare bandiere verdi e a insultare l’Italia durante il discorso di Ciampi qualche anno fa, quando gli italiani hanno bocciato, col referendum confermativo, la controriforma costituzionale della devolution. E così commentò: “Gli italiani fanno schifo, l’Italia fa schifo perché non vuole essere moderna!”. Ecco, l’onorevole padano a maggio 2011 ha ottenuto l’abilitazione alla professione forense in Belgio (non come il ministro Gelmini che da Brescia ha scelto Reggio Calabria) dopo ben 12 anni dalla laurea conseguita a Milano. Speroni dunque potrà difendere “occasionalmente in tutta Europa” spiega lo stesso neoavvocato raggiunto telefonicamente da Elisabetta Reguitti de “Il Fatto quotidiano”.

Perché Bruxelles?

Perché in Italia è molto più difficile mentre in Belgio l’esame, non dico sia all’acqua di rose, ma insomma è certamente più facile. Non conosco le statistiche, ma qui le bocciature sono molte meno rispetto a quelle dell’esame di abilitazione in Italia”.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 Mariastelalla Gelmini si trova dunque a scegliere tra fare l’esame a Brescia o scendere giù in Calabria, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l'esame? Com'è stato l'esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini.

La Calabria è bella perchè c’è sempre il sole, scrive Antonello Caporale su “La Repubblica”. Milano invece spesso è velata dalla nebbia. E’ bella la Calabria anche, per esempio, perchè il concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato sembra più a misura d’uomo. Non c’è il caos di Milano, diciamolo. E  in una delle dure prove che la vita ci pone resiste quel minimo di comprensione, quell’alito di  compassione… In Calabria c’è il sole, e l’abbiamo detto. Ma vuoi mettere il mare?  ”Avevo bisogno di un luogo tranquillo, dove poter concentrarmi senza le distrazioni della mia città. Studiare e affrontare con serenità l’esame”. Ecco, questo bisogno ha portato Antonino jr. Giovanni Geronimo La Russa, il figlio di Ignazio, anch’egli avvocato ma soprattutto ministro della Difesa, a trasferirsi dalla Lombardia in Calabria. Laureato a pieni voti all’università Carlo Cattaneo, Geronimo si è abilitato con soddisfazione a Catanzaro a soli ventisei anni. Due anni ha risieduto a Crotone. Dal 25 luglio 2005, in piazza De Gasperi, nella casa di Pasquale Senatore, l’ex sindaco missino.  E’ rimasto nella città di Pitagora fino al 18 gennaio 2007. E si è rigenerato. Un po’ come capitò a Mariastella Gelmini, anche lei col bisogno di esercitare al meglio la professione di avvocato prima di darsi alla politica, e anche lei scesa in Calabria per affrontare con ottimismo l’esame. La scelta meridionale si è rivelata azzeccata per lei e per lui. Il piccolo La Russa è tornato in Lombardia con la forza di un leone. E dopo la pratica nello studio Libonati-Jager, nemmeno trentenne è divenuto titolare dello studio di famiglia. Quattordici avvocati a corso di porta Vittoria. Bellissimo. “Ma è tutto merito mio. Mi scoccia di passare per figlio di papà”. Geronimo è amante delle auto d’epoca, ha partecipato a due storiche millemiglia. E infatti è anche vicepresidente dell’Aci di Milano. “Sono stato eletto, e allora?”. Nutre rispetto per il mattone. Siede nel consiglio di amministrazione della Premafin, holding di Ligresti, anche della Finadin, della International Strategy. altri gioiellini del del costruttore. Geronimo è socio dell’immobiliare di famiglia, la Metropol srl. Detiene la nuda proprietà dei cespiti che per parte di mamma ha nel centro di Riccione. Studioso  e s’è visto. Ricco si è anche capito. Generoso, pure. Promuove infatti insieme a Barbara Berlusconi, Paolo Ligresti, Giulia Zoppas e tanti altri nomi glamour  Milano Young, onlus benefica. Per tanti cervelli che fuggono all’estero, eccone uno che resta.

Geronimo, figlio di cotanto padre tutore di lobby e caste, che sa trovare le soluzioni ai suoi problemi.

Vittoria delle lobby di avvocati e commercialisti: riforma cancellata, scrive Lucia Palmerini. “…il governo formulerà alle categorie proposte di riforma.” con questa frase è stata annullata e cancellata la proposta di abolizione degli ordini professionali. Il Consiglio Nazionale Forense ha fatto appello ai deputati-avvocati per modificare la norma del disegno di legge del Ministero dell’Economia che prevedeva non solo l’eliminazione delle restrizioni all’accesso, ma la possibilità di diventare avvocato o commercialista dopo un praticantato di 2 anni nel primo caso e 3 nel secondo, l’abolizione delle tariffe minime ed il divieto assoluto alla limitazione dello svolgimento della professione da parte degli ordini. La presa di posizione degli avvocati del PdL ha rischiato di portare alla bocciatura la manovra economica al cui interno era inserita la norma su avvocati e commercialisti.  Tra questi, Raffaello Masci, deputato-avvocato che ha preso in mano le redini della protesta, ha ottenuto l’appoggio del Ministro La Russa e del Presidente del Senato Schifani, tutti accomunati dalla professione di avvocato. La norma, apparsa per la prima volta ai primi di giugno, successivamente cancellata e nuovamente inserita nei giorni scorsi è stata definitivamente cancellata; il nuovo testo quanto mai inutile recita: “Il governo formulerà alle categorie interessate proposte di riforma in materia di liberalizzazione dei servizi e delle attività economiche si legge nel testo, e inoltre – trascorso il termine di 8 mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, ciò che non sarà espressamente regolamentato sarà libero.” La situazione non cambia e l’Ordine degli avvocati può dormire sogni tranquilli. Ancora una volta gli interessi ed i privilegi di una casta non sono stati minimamente scalfiti o messi in discussione.

GLI ANNI PASSANO, NULLA CAMBIA ED E’ TUTTO TEMPO PERSO.

Devo dire, per onestà, che il mio calvario è iniziato nel momento in cui ho incominciato la mia pratica forense. A tal proposito, assistendo alle udienze durante la mia pratica assidua e veritiera, mi accorgevo che il numero dei Praticanti Avvocato presenti in aula non corrispondeva alla loro reale entità numerica, riportata presso il registro tenuto dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto. Mi accorsi, anche, che i praticanti, per l’opera prestata a favore del dominus, non ricevevano remunerazione, o ciò avveniva in nero, né per loro si pagavano i contributi. Chiesi conto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto. Mi dissero “Fatti i fatti tuoi. Intanto facci vedere il libretto di pratica, che poi vediamo se diventi avvocato”. Controllarono il libretto, contestando la veridicità delle annotazioni e delle firme di controllo. Non basta. Nonostante il regolare pagamento dei bollettini di versamento di iscrizione, a mio carico venne attivata procedura di riscossione coattiva con cartella di pagamento, contro la quale ho presentato opposizione, poi vinta. Di fatto: con lor signori in Commissione di esame forense, non sono più diventato avvocato. A dar loro manforte, sempre nelle commissioni d’esame, vi erano e vi sono i magistrati che io ho denunciato per le loro malefatte.

Sessione d’esame d’avvocato 1998-1999. Presidente di Commissione, Avv. Antonio De Giorgi, Presidente Consiglio Ordine degli Avvocati di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce mi accorgo di alcune anomalie di legalità, tra cui il fatto che 6 Avetranesi su 6 vengono bocciati, me compreso, e che molti Commissari suggerivano ai candidati incapaci quanto scrivere nell’elaborato. Chi non suggeriva non impediva che gli altri lo facessero. Strano era, che compiti simili, copiati pedissequamente, erano valutati in modo difforme.

Sessione d’esame d’avvocato 1999-2000. Presidente di Commissione, Avv. Gaetano De Mauro, Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. Sul Quotidiano di Lecce  il Presidente della stessa Commissione d’esame dice che: “il numero degli avvocati è elevato e questa massa di avvocati è incompatibile con la realtà socio economica del Salento. Così nasce la concorrenza esasperata”. L’Avv. Pasquale Corleto nello stesso articolo aggiunge: “non basta studiare e qualificarsi, bisogna avere la fortuna di entrare in determinati circuiti, che per molti non sono accessibili”. L’abuso del potere della Lobby forense è confermato dall’Antitrust, che con provvedimento n. 5400, il 3 ottobre 1997 afferma: “ E' indubbio che, nel controllo dell'esercizio della professione, si sia pertanto venuto a determinare uno sbilanciamento tra lo Stato e gli Ordini e che ciò abbia potuto favorire la difesa di posizioni di rendita acquisite dai professionisti già presenti sul mercato.”

Sessione d’esame d’avvocato 2000-2001. Presidente di Commissione, Avv. Antonio De Giorgi, Presidente Consiglio Ordine degli Avvocati di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. La percentuale di idonei si diversifica: 1998, 60 %, 1999, 25 %, 2000, 49 %, 2001, 36 %. Mi accorgo che paga essere candidato proveniente dalla sede di esame, perché, raffrontando i dati per le province del distretto della Corte D’Appello, si denota altra anomalia: Lecce, sede d’esame, 187 idonei; Taranto 140 idonei; Brindisi 59 idonei. Non basta, le percentuali di idonei per ogni Corte D’Appello nazionale variano dal 10% del Centro-Nord al 99% di Catanzaro. L’esistenza degli abusi è nel difetto e nell’eccesso della percentuale. Il TAR Lombardia, con ordinanza n.617/00, applicabile per i compiti corretti da tutte le Commissioni d’esame, rileva che i compiti non si correggono per mancanza di tempo. Dai verbali risultano corretti in 3 minuti. Con esperimento giudiziale si accerta che occorrono 6 minuti solo per leggere l’elaborato. Il TAR di Lecce, eccezionalmente contro i suoi precedenti, ma conforme a pronunzie di altri TAR, con ordinanza 1394/00, su ricorso n. 200001275 di Stefania Maritati, decreta la sospensiva e accerta che i compiti non si correggono, perché sono mancanti di glosse o correzioni, e le valutazioni sono nulle, perché non motivate. In sede di esame si disattende la Direttiva CEE 48/89, recepita con D.Lgs.115/92, che obbliga ad  accertare le conoscenze deontologiche e di valutare le attitudini e le capacità di esercizio della professione del candidato, garantendo così l'interesse pubblico con equità e giustizia. Stante questo sistema di favoritismi, la Corte Costituzionale afferma, con sentenza n. 5 del 1999: "Il legislatore può stabilire che in taluni casi si prescinda dall'esame di Stato, quando vi sia stata in altro modo una verifica di idoneità tecnica e sussistano apprezzabili ragioni che giustifichino l'eccezione". In quella situazione, presento denuncia penale contro la Commissione d’esame presso la Procura di Bari e alla Procura di Lecce, che la invia a Potenza. Inaspettatamente, pur con prove mastodontiche, le Procure di Potenza e Bari archiviano, senza perseguirmi per calunnia. Addirittura la Procura di Potenza non si è degnata di sentirmi.

Sessione d’esame d’avvocato 2001-2002. Presidente di Commissione, Avv. Antonio De Giorgi, Presidente Consiglio Ordine degli Avvocati di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. L’on. Luca Volontè, alla Camera, il 5 luglio 2001, presenta un progetto di legge, il n. 1202, in cui si dichiara formalmente che in Italia gli esami per diventare avvocato sono truccati. Secondo la sua relazione diventano avvocati non i capaci e i meritevoli, ma i raccomandati e i fortunati. Tutto mira alla limitazione della concorrenza a favore della Lobby. Addirittura c’è chi va in Spagna per diventare avvocato, per poi esercitare in Italia senza fare l’esame. A questo punto, presso la Procura di Taranto, presento denuncia penale contro la Commissione d’esame di Lecce con accluse varie fonti di prova. Così fanno altri candidati con decine di testimoni a dichiarare che i Commissari suggeriscono. Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2002-2003. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Rella, Principe del Foro di Lecce. Ispettore Ministeriale, Giorgino. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. Lo stesso Ministero della Giustizia, che indice gli esami di Avvocato,  mi conferma che in Italia gli esami sono truccati. Non basta, il Ministro della Giustizia, Roberto Castelli, propone il decreto legge di modifica degli esami, attuando pedissequamente la volontà del Consiglio Nazionale Forense che, di fatto, sfiducia le Commissioni d’esame di tutta Italia. Gli Avvocati dubitano del loro stesso grado di correttezza, probità e legalità. In data 03/05/03, ad Arezzo si riunisce il Consiglio Nazionale Forense con i rappresentanti dei Consigli dell’Ordine locali e i rappresentanti delle associazioni Forensi. Decidono di cambiare perché si accorgono che in Italia i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati abusano del loro potere per essere rieletti, chiedendo conto delle raccomandazioni elargite, e da qui la loro incompatibilità con la qualità di Commissario d’esame. In data 16/05/03, in Consiglio dei Ministri viene accolta la proposta di Castelli, che adotta la decisione del Consiglio Nazionale Forense. Ma in quella sede si decide, anche, di sbugiardare i Magistrati e i Professori Universitari, in qualità di Commissari d’esame, prevedendo l’incompatibilità della correzione del compito fatta dalla stessa Commissione d’esame. Con D.L. 112/03 si stabilisce che il compito verrà corretto da Commissione territorialmente diversa e i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati non possono essere più Commissari. In Parlamento, in sede di conversione del D.L., si attua un dibattito acceso, riscontrabile negli atti parlamentari, dal quale scaturisce l’esistenza di un sistema concorsuale marcio ed illegale di accesso all’avvocatura. Il D.L. 112/03 è convertito nella Legge 180/03. I nuovi criteri prevedono l’esclusione punitiva dei Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati dalle Commissioni d’esame e la sfiducia nei Magistrati e i Professori Universitari per la correzione dei compiti. Però, acclamata  istituzionalmente l’illegalità, si omette di perseguire per abuso d’ufficio tutti i Commissari d’esame. Non solo. Ad oggi continuano ad essere Commissari d’esame gli stessi Magistrati e i Professori Universitari, ma è allucinante che, nelle nuove Commissioni d’esame, fanno parte ex Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati, già collusi in questo stato di cose quando erano in carica. Se tutto questo non basta a dichiarare truccato l’esame dell’Avvocatura, il proseguo fa scadere il tutto in una illegale “farsa”. Il Ministero, alla prova di scritto di diritto penale, alla traccia n. 1, erroneamente chiede ai candidati cosa succede al Sindaco, che prima nega e poi rilascia una concessione edilizia ad un suo amico, sotto mentite spoglie di un’ordinanza. In tale sede i Commissari penalisti impreparati suggerivano in modo sbagliato. Solo io rilevavo che la traccia era errata, in quanto riferita a sentenze della Cassazione riconducibili a violazioni di legge non più in vigore. Si palesava l’ignoranza dell’art.107, D.Lgs. 267/00, Testo Unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, in cui si dispongono le funzioni dei dirigenti, e l’ignoranza del D.P.R. 380/01, Testo Unico in materia edilizia. Da molti anni, con le varie Bassanini, sono entrate in vigore norme, in cui si prevede che è competente il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune a rilasciare o a negare le concessioni edilizie. Rilevavo che il Sindaco era incompetente. Rilevavo altresì che il Ministero dava per scontato il comportamento dei Pubblici Ufficiali omertosi, che lavorando con il Sindaco e conoscendo i fatti penalmente rilevanti, non li denunciavano alla Magistratura. Per non aver seguito i loro suggerimenti, i Commissari mi danno 15 (il minimo) al compito esatto, 30 (il massimo) agli altri 2 compiti. I candidati che hanno scritto i suggerimenti sbagliati, sono divenuti idonei. Durante la trasmissione “Diritto e Famiglia” di Studio 100, lo stesso Presidente dell’Ordine di Taranto, Egidio Albanese, ebbe a dire: “l’esame è blando, l’Avvocatura è un parcheggio per chi vuol far altro, diventa avvocato il fortunato, perché la fortuna aiuta gli audaci”. Si chiede copia del compito con la valutazione contestata. Si ottiene, dopo esborso di ingente denaro, per vederlo immacolato. Non contiene una correzione, né una motivazione alla valutazione data. Intanto, il Consiglio di Stato, VI sezione, con sentenza n.2331/03, non giustifica più l’abuso, indicando l’obbligatorietà della motivazione. Su queste basi di fatto e di diritto si presenta il ricorso al TAR. Il TAR, mi dice: “ dato che si disconosce il tutto, si rigetta l’istanza di sospensiva. Su queste basi vuole che si vada nel merito, per poi decidere sulle spese di giudizio?” 

Sessione d’esame d’avvocato 2003-2004. Presidente di Commissione, Avv. Francesco Galluccio Mezio, Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. I candidati continuano a copiare dai testi, dai telefonini, dai palmari, dai compiti passati dai Commissari. I candidati continuano ad essere aiutati dai suggerimenti dei Commissari. I nomi degli idonei circolano mesi prima dei risultati. I candidati leccesi, divenuti idonei, come sempre, sono la stragrande maggioranza rispetto ai brindisini e ai tarantini. Alla richiesta di visionare i compiti, senza estrarre copia, in segreteria, per ostacolarmi, non gli basta l’istanza orale, ma mi impongono la tangente della richiesta formale con perdita di tempo e onerose spese accessorie. Arrivano a minacciare la chiamata dei Carabinieri se non si fa come impongono loro, o si va via. Le anomalie di regolarità del Concorso Forense, avendo carattere generale, sono state oggetto della denuncia formale presentata presso le Procure Antimafia e presso tutti i Procuratori Generali delle Corti d’Appello e tutti i Procuratori Capo della Repubblica presso i Tribunali di tutta Italia. Si presenta l’esposto al Presidente del Consiglio e al Ministro della Giustizia, al Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia e Giustizia del Senato. La Gazzetta del Mezzogiorno, in data 25/05/04, pubblica la notizia che altri esposti sono stati presentati contro la Commissione d’esame di Lecce (vedi Michele D’Eredità). Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2004-2005. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Marcello Marcuccio, Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. Durante le prove d’esame ci sono gli stessi suggerimenti e le stesse copiature. I pareri motivati della prova scritta avvenuta presso una Commissione d’esame vengono corretti da altre Commissioni. Quelli di Lecce sono corretti dalla Commissione d’esame di Torino, che da anni attua un maggiore sbarramento d’idoneità. Ergo: i candidati sanno in anticipo che saranno bocciati in numero maggiore a causa dell’illegale limitazione della concorrenza professionale. Presento l’ennesima denuncia presso la Procura di Potenza, la Procura di Bari, la Procura di Torino e la Procura di Milano, e presso i Procuratori Generali e Procuratori Capo di Lecce, Bari, Potenza e Taranto, perché tra le altre cose, mi accorgo che tutti i candidati provenienti da paesi amministrati da una parte politica, o aventi Parlamentari dello stesso colore, sono idonei in percentuale molto maggiore. Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2005-2006. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Raffaele Dell’Anna. Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. Addirittura i Commissari dettavano gli elaborati ai candidati. Gente che copiava dai testi. Gente che copiava dai palmari. Le valutazioni delle 7 Sottocommissioni veneziane non sono state omogenee, se non addirittura contrastanti nei giudizi. Il Tar di Salerno, Ordinanza n.1474/2006, conforme al Tar di Lecce, Milano e Firenze, dice che l’esame forense è truccato. I Tar stabiliscono che i compiti non sono corretti perché non vi è stato tempo sufficiente, perché non vi sono correzioni,  perché mancano le motivazioni ai giudizi, perché i giudizi sono contrastanti, anche in presenza di compiti copiati e non annullati. Si è presentata l’ulteriore denuncia a Trento e a Potenza. Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2006-2007. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Giangaetano Caiaffa. Principe del Foro di Lecce. Presente l’Ispettore Ministeriale Vito Nanna. I posti a sedere, negli anni precedenti assegnati in ordine alfabetico, in tale sessione non lo sono più, tant’è che si sono predisposti illecitamente gruppi di ricerca collettiva. Nei giorni 12,13,14 dicembre, a dispetto dell’orario di convocazione delle ore 07.30, si sono letti i compiti rispettivamente alle ore 11.45, 10.45, 11.10. Molte ore dopo rispetto alle ore 09.00 delle altre Commissioni d’esame. Troppo tardi, giusto per agevolare la dettatura dei compiti tramite cellulari, in virtù della conoscenza sul web delle risposte ai quesiti posti. Commissione di correzione degli scritti è Palermo. Per ritorsione conseguente alle mie lotte contro i concorsi forensi truccati e lo sfruttamento dei praticanti, con omissione di retribuzione ed evasione fiscale e contributiva, dopo 9 anni di bocciature ritorsive all’esame forense e ottimi pareri resi, quest’anno mi danno 15, 15, 18 per i rispettivi elaborati, senza correzioni e motivazioni: è il minimo. Da dare solo a compiti nulli. La maggior parte degli idonei è leccese, in concomitanza con le elezioni amministrative, rispetto ai tarantini ed ai brindisini. Tramite le televisioni e i media nazionali si promuove un ricorso collettivo da presentare ai Tar di tutta Italia contro la oggettiva invalidità del sistema giudiziale rispetto alla totalità degli elaborati nel loro complesso: per mancanza, nelle Sottocommissioni di esame, di tutte le componenti professionali necessarie e, addirittura, del Presidente nominato dal Ministero della Giustizia; per giudizio con motivazione mancante, o illogica rispetto al quesito, o infondata per mancanza di glosse o correzioni, o incomprensibile al fine del rimedio alla reiterazione degli errori; giudizio contrastante a quello reso per elaborati simili; giudizio non conforme ai principi di correzione; giudizio eccessivamente severo; tempo di correzione insufficiente. Si presenta esposto penale contro le commissioni di  Palermo, Lecce, Bari, Venezia, presso le Procure di Taranto, Lecce, Potenza, Palermo, Caltanissetta, Bari, Venezia, Trento. Il Pubblico Ministero di Palermo archivia immediatamente, iscrivendo il procedimento a carico di ignoti, pur essendoci chiaramente indicati i 5 nomi dei Commissari d’esame denunciati. I candidati di Lecce disertano in modo assoluto l’iniziativa del ricorso al Tar. Al contrario, in altre Corti di Appello vi è stata ampia adesione, che ha portato a verificare, comparando, modi e tempi del sistema di correzione. Il tutto a confermare le illegalità perpetrate, che rimangono impunite.

Sessione d’esame d’avvocato 2007-2008. Tutto come prima. Presidente di Commissione Avv. Massimo Fasano, Principe del Foro di Lecce. Addirittura uno scandalo nazionale ha sconvolto le prove scritte: le tracce degli elaborati erano sul web giorni prima rispetto alla loro lettura in sede di esame. Le risposte erano dettate da amici e parenti sul cellulare e sui palmari dei candidati. Circostanza da sempre esistita e denunciata dal sottoscritto nell’indifferenza generale. Questa volta non sono solo. Anche il Sottosegretario del Ministero dell’Interno, On. Alfredo Mantovano, ha presentato denuncia penale e una interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia, chiedendo la nullità della prova, così come è successo per fatto analogo a Bari, per i test di accesso alla Facoltà di Medicina. Anche per lui stesso risultato: insabbiamento dell’inchiesta.

Sessione d’esame d’avvocato 2008-2009. Tutto come prima. Presidente di Commissione Avv. Pietro Nicolardi, Principe del Foro di Lecce. E’ la undicesima volta che mi presento a rendere dei pareri legali. Pareri legali dettati ai candidati dagli stessi commissari o dai genitori sui palmari. Pareri resi su tracce già conosciute perché pubblicate su internet o perché le buste sono aperte ore dopo rispetto ad altre sedi, dando il tempo ai candidati di farsi passare il parere sui cellulari. Pareri di 5 o 6 pagine non letti e corretti, ma dichiarati tali in soli 3 minuti, nonostante vi fosse l’onere dell’apertura di 2 buste, della lettura, della correzione, del giudizio, della motivazione e della verbalizzazione. Il tutto fatto da commissioni illegittime, perché mancanti dei componenti necessari e da giudizi nulli, perché mancanti di glosse, correzioni e motivazioni. Il tutto fatto da commissioni che limitano l’accesso e da commissari abilitati alla professione con lo stesso sistema truccato. Da quanto emerge dal sistema concorsuale forense, vi è una certa similitudine con il sistema concorsuale notarile e quello giudiziario e quello accademico, così come le cronache del 2008 ci hanno informato. Certo è che se nulla hanno smosso le denunce del Ministro dell’Istruzione, Gelmini, lei di Brescia costretta a fare gli esami a Reggio Calabria, e del Sottosegretario al Ministero degli Interni, Mantovano, le denunce insabbiate dal sottoscritto contro i concorsi truccati, mi porteranno, per ritorsione, ad affrontare l’anno prossimo per la dodicesima volta l’esame forense, questa volta con mio figlio Mirko. Dopo essere stato bocciato allo scritto dell’esame forense per ben 11 volte, che ha causato la mia indigenza ho provato a visionare i compiti, per sapere quanto fossi inetto. Con mia meraviglia ho scoperto che il marcio non era in me. La commissione esaminatrice di Reggio Calabria era nulla, in quanto mancante di una componente necessaria. Erano 4 avvocati e un magistrato. Mancava la figura del professore universitario. Inoltre i 3 temi, perfetti in ortografia, sintassi e grammatica, risultavano visionati e corretti in soli 5 minuti, compresi i periodi di apertura di 6 buste e il tempo della consultazione, valutazione ed estensione del giudizio. Tempo ritenuto insufficiente da molti Tar. Per questi motivi, senza entrare nelle tante eccezioni da contestare nel giudizio, compresa la comparazione di compiti identici, valutati in modo difforme, si appalesava la nullità assoluta della decisione della commissione, già acclarata da precedenti giurisprudenziali. Per farmi patrocinare, ho provato a rivolgermi ad un principe del foro amministrativo di Lecce. Dal noto esponente politico non ho meritato risposta. Si è di sinistra solo se si deve avere, mai se si deve dare. L’istanza di accesso al gratuito patrocinio presentata personalmente, dopo settimane, viene rigettata. Per la Commissione di Lecce c’è indigenza, ma non c’è motivo per il ricorso!!! Nel processo amministrativo si rigettano le istanze di ammissione al gratuito patrocinio per il ricorso al Tar per mancanza di “fumus”: la commissione formata ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato, entra nel merito, adottando una sentenza preventiva senza contraddittorio, riservandosi termini che rasentano la decadenza per il ricorso al Tar.

Sessione d’esame d’avvocato 2009-2010. Tutto come prima. Presidente di Commissione Avv. Angelo Pallara, Principe del Foro di Lecce. Nella sua sessione, nonostante i candidati fossero meno della metà degli altri anni, non ci fu notifica postale dell’ammissione agli esami. E’ la dodicesima volta che mi presento. Questa volta con mio figlio Mirko. Quantunque nelle sessioni precedenti i miei compiti non fossero stati corretti e comunque giudicate da commissioni illegittime, contro le quali mi è stato impedito il ricorso al Tar. Le mie denunce penali presentate a Lecce, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria, e i miei esposti ministeriali: tutto lettera morta. Alle mie sollecitazioni il Governo mi ha risposto: hai ragione, provvederemo. Il provvedimento non è mai arrivato.  Intanto il Ministro della Giustizia nomina ispettore ministeriale nazionale per questa sessione, come negli anni precedenti, l’avv. Antonio De Giorgi, già Presidente di commissione di esame di Lecce, per gli anni 1998-99, 2000-01, 2001-02, e ricoprente l’incarico di presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce. Insomma è tutta una presa in giro: costui con la riforma del 2003 è incompatibile a ricoprire l’incarico di presidente di sottocommissione, mentre, addirittura, viene nominato ispettore su un concorso che, quando lui era presidente, veniva considerato irregolare. Comunque è di Avetrana (TA) l’avvocato più giovane d’Italia. Il primato è stabilito sul regime dell’obbligo della doppia laurea. 25 anni. Mirko Giangrande, classe 1985. Carriera scolastica iniziata direttamente con la seconda elementare; con voto 10 a tutte le materie al quarto superiore salta il quinto ed affronta direttamente la maturità. Carriera universitaria nei tempi regolamentari: 3 anni per la laurea in scienze giuridiche; 2 anni per la laurea magistrale in giurisprudenza. Praticantato di due anni e superamento dell’esame scritto ed orale di abilitazione al primo colpo, senza l’ausilio degli inutili ed onerosi corsi pre esame organizzati dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati. Et Voilà, l’avvocato più giovane d’Italia. Cosa straordinaria: non tanto per la giovane età, ma per il fatto che sia avvenuta contro ogni previsione, tenuto conto che Mirko è figlio di Antonio Giangrande, noto antagonista della lobby forense e della casta giudiziaria ed accademica. Ma nulla si può contro gli abusi e le ritorsioni, nonostante che ogni anno in sede di esame tutti coloro che gli siedono vicino si abilitano con i suoi suggerimenti. Volontariato da educatore presso l’oratorio della parrocchia di Avetrana, e volontariato da assistente e consulente legale presso l’Associazione Contro Tutte le Mafie, con sede nazionale proprio ad Avetrana, fanno di Mirko Giangrande un esempio per tanti giovani, non solo avetranesi. Questo giustappunto per evidenziare una notizia positiva attinente Avetrana, in alternativa a quelle sottaciute ed alle tante negative collegate al caso di Sarah Scazzi. L’iscrizione all’Albo compiuta a novembre nonostante l’abilitazione sia avvenuta a settembre, alla cui domanda con allegati l’ufficio non rilascia mai ricevuta, è costata in tutto la bellezza di 650 euro tra versamenti e bolli. Ingenti spese ingiustificate a favore di caste-azienda, a cui non corrispondono degni ed utili servizi alle migliaia di iscritti. Oltretutto oneri non indifferenti per tutti i neo avvocati, che non hanno mai lavorato e hanno sopportato con sacrifici e privazioni ingenti spese per anni di studio. Consiglio dell’Ordine di Taranto che, come riportato dalla stampa sul caso Sarah Scazzi, apre un procedimento contro i suoi iscritti per sovraesposizione mediatica, accaparramento illecito di cliente e compravendita di atti ed interviste (Galoppa, Russo e Velletri) e nulla dice, invece, contro chi, avvocati e consulenti, si è macchiato delle stesse violazioni, ma che, venuto da lontano, pensa che Taranto e provincia sia terra di conquista professionale e tutto possa essere permesso. Figlio di famiglia indigente ed oppressa: il padre, Antonio Giangrande, perseguitato (abilitazione forense impedita da 12 anni; processi, senza condanna, di diffamazione a mezzo stampa per articoli mai scritti e di calunnia per denunce mai presentate in quanto proprio le denunce presentate sono regolarmente insabbiate; dibattimenti in cui il giudice è sempre ricusato per grave inimicizia perché denunciato). Perseguitato perché noto antagonista del sistema giudiziario e forense tarantino, in quanto combatte e rende note le ingiustizie e gli abusi in quel che viene definito “Il Foro dell’Ingiustizia”. (insabbiamenti; errori giudiziari noti: Morrone, Pedone, Sebai; magistrati inquisiti e arrestati). Perseguitato perché scrive e dice tutto quello che si tace.

Sessione d’esame d’avvocato 2010-2011. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Maurizio Villani, Principe del Foro di Lecce. Compresa la transumanza di candidati da un'aula all'altra per fare gruppo. Presente anche il Presidente della Commissione Centrale Avv. Antonio De Giorgi, contestualmente componente del Consiglio Nazionale Forense, in rappresentanza istituzionale del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del distretto della Corte di Appello di Lecce. Tutto verificabile dai siti web di riferimento. Dubbi e critica sui modi inopportuni di nomina. Testo del Decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, recante modifiche urgenti alla disciplina degli esami di abilitazione alla professione forense, è convertito in legge con le modificazioni coordinate con la legge di conversione 18 Luglio 2003, n. 180: “Art. 1-bis: ….5. Il Ministro della giustizia nomina per la commissione e per ogni sottocommissione il presidente e il vicepresidente tra i componenti avvocati. I supplenti intervengono nella commissione e nelle sottocommissioni in sostituzione di qualsiasi membro effettivo. 6. Gli avvocati componenti della commissione e delle sottocommissioni sono designati dal Consiglio nazionale forense, su proposta congiunta dei consigli dell'ordine di ciascun distretto, assicurando la presenza in ogni sottocommissione, a rotazione annuale, di almeno un avvocato per ogni consiglio dell'ordine del distretto. Non possono essere designati avvocati che siano membri dei consigli dell'ordine…”. Antonio De Giorgi è un simbolo del vecchio sistema ante riforma, ampiamente criticato tanto da riformarlo a causa della “Mala Gestio” dei Consiglieri dell’Ordine in ambito della loro attività come Commissari d’esame. Infatti Antonio De Giorgi è stato a fasi alterne fino al 2003 Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e contestualmente Presidente di sottocommissioni di esame di quel Distretto. Oggi ci ritroviamo ancora Antonio De Giorgi, non più come Presidente di sottocommissione, ma addirittura come presidente della Commissione centrale. La norma prevede, come membro di commissione e sottocommissione, la nomina di avvocati, ma non di consiglieri dell’Ordine. Come intendere la carica di consigliere nazionale forense indicato dal Consiglio dell’Ordine di Lecce, se non la sua estensione istituzionale e, quindi, la sua incompatibilità alla nomina di Commissario d’esame. E quantunque ciò non sia vietato dalla legge, per la ratio della norma e per il buon senso sembra inopportuno che, come presidente di Commissione centrale e/o sottocommissione periferica d’esame, sia nominato dal Ministro della Giustizia non un avvocato designato dal Consiglio Nazionale Forense su proposta dei Consigli dell'Ordine, ma addirittura un membro dello stesso Consiglio Nazionale Forense che li designa. Come è inopportuno che sia nominato chi sia l’espressione del Consiglio di appartenenza e comunque che sia l’eredità di un sistema osteggiato. Insomma, qui ci stanno prendendo in giro: si esce dalla porta e si entra dalla finestra. Cosa può pensare un candidato che si sente dire dai presidenti Villani e De Giorgi, siamo 240 mila e ci sono quest’anno 23 mila domande, quindi ci dobbiamo regolare? Cosa può pensare Antonio Giangrande, il quale ha denunciato negli anni le sottocommissioni comprese quelle presiedute da Antonio De Giorgi (sottocommissioni a cui ha partecipato come candidato per ben 13 anni e che lo hanno bocciato in modo strumentale), e poi si accorge che il De Giorgi, dopo la riforma è stato designato ispettore ministeriale, e poi, addirittura, è diventato presidente della Commissione centrale? Cosa può pensare Antonio Giangrande, quando verifica che Antonio De Giorgi, presidente anche delle sottocommissioni denunciate, successivamente ha avuto rapporti istituzionali con tutte le commissioni d’esame sorteggiate, competenti a correggere i compiti di Lecce e quindi anche del Giangrande? "A pensare male, spesso si azzecca..." disse Giulio Andreotti. Nel procedimento 1240/2011, in cui si sono presentati ben 8 motivi di nullità dei giudizi (come in allegato), il TAR rigetta il ricorso del presente istante, riferendosi alla sentenza della Corte Costituzionale, oltre ad addurre, pretestuosamente, motivazioni estranee ai punti contestati (come si riscontra nella comparazione tra le conclusioni e il dispositivo in allegato). Lo stesso TAR, invece, ha disposto la misura cautelare per un ricorso di altro candidato che contestava un solo motivo, (procedimento 746/2009). Addirittura con ordinanza 990/2010 accoglieva l’istanza cautelare entrando nel merito dell’elaborato. Ordinanza annullata dal Consiglio di Stato, sez. IV, 22 febbraio 2011, n. 595. TENUTO CONTO CHE IN ITALIA NON VI E' GIUSTIZIA SI E' PRESENTATO RICORSO ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI UMANI. Qui si rileva che la Corte di Cassazione, nonostante la fondatezza della pretesa, non ha disposto per motivi di Giustizia e di opportunità la rimessione dei processi dell’istante ai sensi dell’art. 45 ss. c.p.p.. Altresì qui si rileva che la Corte di Cassazione, sistematicamente, rigetta ogni istanza di rimessione da chiunque sia presentata e qualunque ne sia la motivazione. Inoltre qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità ed efficienza.

Sessione d’esame d’avvocato 2011-2012. Tutto come prima. Spero che sia l'ultima volta. Presidente di Commissione, Avv. Nicola Stefanizzo, Principe del Foro di Lecce. Foro competente alla correzione: Salerno. Dal sito web della Corte d’Appello di Lecce si vengono a sapere le statistiche dell'anno 2011: Totale Candidati iscritti 1277 di cui Maschi 533 Femmine 744. Invece le statistiche dell'anno 2010: Totale Candidati inscritti 1161 di cui Maschi 471 Femmine 690. Ammessi all'orale 304; non Ammessi dalla Commissione di Palermo 857 (74%). Si è presentata denuncia penale a tutte le procure presso le Corti d'Appello contro le anomalie di nomina della Commissione centrale d'esame, oltre che contro la Commissione di Palermo, in quanto questa ha dichiarato falsamente come corretti i compiti del Dr Antonio Giangrande, dando un 25 senza motivazione agli elaborati non corretti. Contestualmente si è denunciato il Tar di Lecce che ha rigettato il ricorso indicanti molteplici punti di nullità al giudizio dato ai medesimi compiti. Oltretutto motivi sostenuti da corposa giurisprudenza. Invece lo stesso Tar ha ritenuto ammissibili le istanze di altri ricorsi analoghi, per giunta valutando il merito degli stessi elaborati. Antonio Giangrande, l’alfiere contro i concorsi truccati, che per gli ipocriti è un mitomane sfigato, presenta il conto. Anzi il rendiconto di un'Italia da schifo dove tutti si ergono a benpensanti e poi sono i primi a fottere la legge ed i loro conterranei. Un giudizio sull’operato di un certo giornalismo lo debbo proprio dare, tenuto conto che è noto il mio giudizio su un sistema di potere che tutela se stesso, indifferente ai cambiamenti sociali ed insofferente nei confronti di chi si ribella. Da anni sui miei siti web fornisco le prove su come si trucca un concorso pubblico, nella fattispecie quello di avvocato, e su come si paga dazio nel dimostrarlo. Nel tempo la tecnica truffaldina, di un concorso basato su regole di un millennio fa, si è affinata trovando sponda istituzionale. La Corte Costituzionale il 7 giugno 2011, con sentenza n. 175, dice: è ammesso il giudizio non motivato, basta il voto. Alla faccia della trasparenza e del buon andamento e della legalità. Insomma dove prima era possibile contestare ora non lo è più. D'altronde la Cassazione ammette: le commissioni sbagliano ed il Tar può sindacare i loro giudizi. Ad affermare l’importante principio di diritto sono le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza n. 8412, depositata il 28 maggio 2012. L’essere omertosi sulla cooptazione abilitativa di una professione od incarico, mafiosamente conforme al sistema, significa essere complici e quindi poco credibili agli occhi dei lettori e telespettatori, che, come dalla politica, si allontana sempre più da un certo modo di fare informazione. Il fatto che io non trovi solidarietà e sostegno in chi dovrebbe raccontare i fatti, mi lascia indifferente, ma non silente sul malaffare che si perpetra intorno a me ed è taciuto da chi dovrebbe raccontarlo. Premiale è il fatto che i miei scritti sono letti in tutto il mondo, così come i miei video, in centinaia di migliaia di volte al dì, a differenza di chi e censorio. Per questo è ignorato dal cittadino che ormai, in video o in testi, non trova nei suoi servizi giornalistici la verità, se non quella prona al potere. Dopo 15 anni, dal 1998 ancora una volta bocciato all’esame di avvocato ed ancora una volta a voler trovare sponda per denunciare una persecuzione. Non perché voglia solo denunciare l’esame truccato per l’abilitazione in avvocatura, di cui sono vittima, ma perché lo stesso esame sia uguale a quello della magistratura (con i codici commentati vietati, ma permessi ad alcuni), del notariato (tracce già svolte), dell’insegnamento accademico (cattedra da padre in figlio) e di tanti grandi e piccoli concorsi nazionali o locali. Tutti concorsi taroccati, così raccontati dalla cronaca divenuta storia. Per ultimo si è parlato del concorso dell’Agenzia delle Entrate (inizio dell’esame con ore di ritardo e con il compito già svolto) e del concorso dell’Avvocatura dello Stato (con i codici commentati vietati, ma permessi ad alcuni). A quest’ultimi candidati è andata anche peggio rispetto a me: violenza delle Forze dell’Ordine sui candidati che denunciavano l’imbroglio. Non che sia utile trovare una sponda che denunci quanto io sostengo con prove, tanto i miei rumors fanno boato a sè, ma si appalesa il fatto che vi è una certa disaffezione per quelle categorie che giornalmente ci offrono con la cronaca il peggio di sé: censura ed omertà. Per qualcuno forse è meglio che a me non sia permesso di diventare avvocato a cause delle mie denunce presentate a chi, magistrato, oltre che omissivo ad intervenire, è attivo nel procrastinare i concorsi truccati in qualità di commissari. Sia chiaro a tutti: essere uno dei 10mila magistrati, uno dei 200mila avvocati, uno dei mille parlamentari, uno dei tanti professori o giornalisti, non mi interessa più, per quello che è il loro valore reale, ma continuerò a partecipare al concorso forense per dimostrare dall’interno quanto sia insano. Chi mi vuol male, per ritorsione alle mie lotte, non mi fa diventare avvocato, ma vorrebbe portarmi all’insana esasperazione di Giovanni Vantaggiato, autore della bomba a Brindisi. Invece, questi mi hanno fatto diventare l’Antonio Giangrande: fiero di essere diverso! Antonio Giangrande che con le sue deflagrazioni di verità, rompe l’omertà mafiosa. L’appoggio per una denuncia pubblica non lo chiedo per me, che non ne ho bisogno, ma una certa corrente di pensiero bisogna pur attivarla, affinché l’esasperazione della gente non travolga i giornalisti, come sedicenti operatori dell’informazione, così come già avvenuto in altri campi. E gli operatori dell’informazione se non se ne sono accorti, i ragazzi di Brindisi sono stati lì a ricordarglielo. Si è visto la mafia dove non c’è e non la si indica dove è chiaro che si annida. Tutti gli altri intendono “Tutte le Mafie” come un  insieme orizzontale di entità patologiche criminali territoriali (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, ecc.). Io intendo “Tutte le Mafie” come un ordinamento criminale verticale di entità fisiologiche nazionali composte, partendo dal basso: dalle mafie (la manovalanza), dalle Lobbies, dalle Caste e dalle Massonerie (le menti). La Legalità è il comportamento umano conforme al dettato della legge nel compimento di un atto o di un fatto. Se l'abito non fa il monaco, e la cronaca ce lo insegna, nè toghe, nè divise, nè poteri istituzionali o mediatici hanno la legittimazione a dare insegnamenti e/o patenti di legalità. Lor signori non si devono permettere di selezionare secondo loro discrezione la società civile in buoni e cattivi ed ovviamente si devono astenere dall'inserirsi loro stessi tra i buoni. Perchè secondo questa cernita il cattivo è sempre il povero cittadino, che oltretutto con le esose tasse li mantiene. Non dimentichiamoci che non ci sono dio in terra e fino a quando saremo in democrazia, il potere è solo prerogativa del popolo. Quindi abolizione dei concorsi truccati e liberalizzazione delle professioni. Che sia il libero mercato a decidere chi merita di esercitare la professione in base alle capacità e non in virtù della paternità o delle amicizie. Un modo per poter vincere la nostra battaglia ed abolire ogni esame truccato di abilitazione, c'è! Essere in tanti a testimoniare il proprio dissenso. Ognuno di noi, facente parte dei perdenti, inviti altri ad aderire ad un movimento di protesta, affinchè possiamo essere migliaia e contare politicamente per affermare la nostra idea. Generalmente si è depressi e poco coraggiosi nell'affrontare l'esito negativo di un concorso pubblico. Se già sappiamo che è truccato, vuol dire che la bocciatura non è a noi addebitale. Cambiamo le cose, aggreghiamoci, contiamoci attraverso facebook. Se siamo in tanti saremo appetibili e qualcuno ci rappresenterà in Parlamento. Altrimenti ci rappresenteremo da soli. Facciamo diventare questo dissenso forte di migliaia di adesioni. Poi faremo dei convegni e poi delle manifestazioni. L'importante far sapere che il candidato perdente non sarà mai solo e potremo aspirare ad avere una nuova classe dirigente capace e competente.

Sessione d’esame d’avvocato 2012-2013. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Francesco Flascassovitti, Principe del Foro di Lecce, il quale ha evitato la transumanza di candidati da un'aula all'altra per fare gruppo con una semplice soluzione: il posto assegnato. Ma ciò non ha evitato l’espulsione di chi è stato scoperto a copiare da fonti non autorizzate o da compiti stilati forse da qualche commissario, oppure smascherato perché scriveva il tema sotto dettatura da cellulare munito di auricolare. Peccato per loro che si son fatti beccare. Tutti copiavano, così come hanno fatto al loro esame gli stessi commissari che li hanno cacciati. Ed è inutile ogni tentativo di apparir puliti. Quattromila aspiranti avvocati si sono presentati alla Nuova Fiera di Roma per le prove scritte dell'esame di abilitazione forense 2012. I candidati si sono presentati all'ingresso del secondo padiglione della Fiera sin dalle prime ore del mattino, perchè a Roma c'è l'obbligo di consegnare i testi il giorno prima, per consentire alla commissione di controllare che nessuno nasconda appunti all'interno. A Lecce sono 1.341 i giovani (e non più giovani come me) laureati in Giurisprudenza. Foro competente alla correzione: Catania. Un esame di Stato che è diventato un concorso pubblico, dove chi vince, vince un bel niente. Intanto il mio ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro la valutazione insufficiente data alle prove scritte della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione, non ha prodotto alcun giudizio, tanto da farmi partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito del ricorso, a ben altre due sessioni successive, il cui esito è identico ai 15 anni precedenti: compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar è stati costretti di presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Dall’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Ormai l’esame lo si affronta non tanto per superarlo, in quanto dopo 15 anni non vi è più soddisfazione, dopo una vita rovinata non dai singoli commissari, avvocati o magistrati o professori universitari, che magari sono anche ignari su come funziona il sistema, ma dopo una vita rovinata da un intero sistema mafioso, che si dipinge invece, falsamente, probo e corretto, ma lo si affronta per rendere una testimonianza ai posteri ed al mondo. Per raccontare, insomma, una realtà sottaciuta ed impunita. A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Da 20 anni denuncio che in Italia agli esami tutti si copia ed adesso scoprono l’acqua calda. E copiano tutti. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010 o di magistrato nel 1992. Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.  A parlar di sé e delle proprie disgrazie in prima persona, oltre a non destare l’interesse di alcuno pur nelle tue stesse condizioni, può farti passare per mitomane o pazzo. Non sto qui a promuovermi, tanto chi mi conosce sa cosa faccio anche per l’Italia e per la sua città. Non si può, però, tacere la verità storica che ci circonda, stravolta da verità menzognere mediatiche e giudiziarie. Ad ogni elezione legislativa ci troviamo a dover scegliere tra: il partito dei condoni; il partito della CGIL; il partito dei giudici. Io da anni non vado a votare perché non mi rappresentano i nominati in Parlamento. A questo punto mi devono spiegare cosa centra, per esempio, la siciliana Anna Finocchiaro con la Puglia e con Taranto in particolare. Oltretutto mi disgustano le malefatte dei nominati. Un esempio per tutti, anche se i media lo hanno sottaciuto. La riforma forense, approvata con Legge 31 dicembre 2012, n. 247, tra gli ultimi interventi legislativi consegnatici frettolosamente dal Parlamento prima di cessare di fare danni. I nonni avvocati in Parlamento (compresi i comunisti) hanno partorito, in previsione di un loro roseo futuro, una contro riforma fatta a posta contro i giovani. Ai fascisti che hanno dato vita al primo Ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 - Ordinamento della professione di avvocato e di procuratore convertito con la legge 22 gennaio 1934 n.36) questa contro riforma reazionaria gli fa un baffo. Trattasi di una “riforma”, scritta come al solito negligentemente, che non viene in alcun modo incontro ed anzi penalizza in modo significativo i giovani. Da venti anni inascoltato denuncio il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ho ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Insabbiamento delle denunce e attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua. A parlar delle loro malefatte i giudici amministrativi te la fanno pagare. Presento l’oneroso ricorso al Tar di Lecce (ma poteva essere qualsiasi altro Tribunale Amministrativo Regionale) per contestare l’esito negativo dei miei compiti all’esame di avvocato: COMMISSIONE NAZIONALE D'ESAME PRESIEDUTA DA CHI NON POTEVA RICOPRIRE L'INCARICO, COMMISSARI (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI) DENUNCIATI CHE GIUDICANO IL DENUNCIANTE E TEMI SCRITTI NON CORRETTI, MA DA 15 ANNI SONO DICHIARATI TALI. Ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro il voto numerico insufficiente (25,25,25) dato alle prove scritte di oltre 4 pagine cadaune della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione. Tale ricorso non ha prodotto alcun giudizio nei tempi stabiliti, salvo se non il diniego immediato ad una istanza cautelare di sospensione, tanto da farmi partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito definitivo del ricorso, a ben altre due sessioni successive, i cui risultati sono stati identici ai temi dei 15 anni precedenti (25,25,25): compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar si è stati costretti a presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Inspiegabilmente nei mesi successivi all’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Eccetto qualcuno che non poteva essere accolto, tra i quali i ricorsi dell'avv. Carlo Panzuti  e dell'avv. Angelo Vantaggiato in cui si contestava il giudizio negativo reso ad un elaborato striminzito di appena una pagina e mezza. Solo in data 7 febbraio 2013 si depositava sentenza per una decisione presa già in camera di consiglio della stessa udienza del 7 novembre 2012. Una sentenza già scritta, però, ben prima delle date indicate, in quanto in tale camera di consiglio (dopo aver tenuto anche regolare udienza pubblica con decine di istanze) i magistrati avrebbero letto e corretto (a loro dire) i 3 compiti allegati (più di 4 pagine per tema), valutato e studiato le molteplici questioni giuridiche presentate a supporto del ricorso. I magistrati amministrativi potranno dire che a loro insindacabile giudizio il mio ricorso va rigettato, ma devono spiegare non a me, ma a chi in loro pone fiducia, perché un ricorso presentato il 25 luglio 2011, deciso il 7 novembre 2012, viene notificato il 7 febbraio 2013? Un'attenzione non indifferente e particolare e con un risultato certo e prevedibile, se si tiene conto che proprio il presidente del Tar era da considerare incompatibile perchè è stato denunciato dal sottoscritto e perché le sue azioni erano oggetto di inchiesta video e testuale da parte dello stesso ricorrente? Le gesta del presidente del Tar sono state riportate da Antonio Giangrande, con citazione della fonte, nella pagina d'inchiesta attinente la città di Lecce. Come per dire: chi la fa, l'aspetti? QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME? Ogni anno a dicembre c’è un evento che stravolge la vita di molte persone. Il Natale? No! L’esame di avvocato che si svolge presso ogni Corte di Appello ed affrontato da decine di migliaia di candidati illusi. La domanda sorge spontanea: c’è da fidarsi delle commissioni dei concorsi pubblici o degli esami di Stato? «Dai dati emersi da uno studio effettuato: per nulla!». Così opina Antonio Giangrande, lo scrittore, saggista e sociologo storico, che sul tema ha scritto un libro “CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. L’Italia dei concorsi e degli esami pubblici truccati” tratto dalla collana editoriale “L’ITALIA DEL TRUCCO, L’ITALIA CHE SIAMO”. E proprio dalle tracce delle prove di esame che si inizia. Appunto. Sbagliano anche le tracce della Maturità. “Le parole sono importanti”, urlava Nanni Moretti nel film Palombella Rossa alla giornalista che, senza successo, provava a intervistarlo. E’ proprio dalla commissione dell’esame di giornalismo partiamo e dalle tracce da queste predisposte. Giusto per saggiare la sua preparazione. La commissione è quella ad avere elaborato le tracce d’esame. In particolare due magistrati (scelti dalla corte d’appello di Roma) e cinque giornalisti professionisti. Ne dà conto il sito de l’Espresso, che pubblica sia i documenti originali consegnati ai candidati, sia la versione degli stessi per come appare sul sito dell’Ordine, cioè con le correzioni (a penna) degli errori. Ossia: “Il pubblico ministero deciderà se convalidare o meno il fermo”. Uno strafalcione: compito che spetta al giudice delle indagini preliminari. Seguono altre inesattezze come il cognome del pm (che passa da Galese a Galesi) e una citazione del regista Carlo Lizzani, in cui “stacco la chiave” diventa “stacco la spina”. Sarà per questo che Indro Montanelli decise di non affrontare l’esame e Milena Gabanelli di non riaffrontarlo? Sarà per questo che Paolo Mieli è stato bocciato? E che dire di Aldo Busi il cui compito respinto era considerato un capolavoro e ricercato a suon di moneta? È in buona compagnia la signora Gabanelli & Company. Infatti si racconta che anche Alberto Moravia fu bocciato all’esame da giornalista professionista. Poco male. Sono le eccezioni che confermano la regola. Non sono gli esami giudicate da siffatte commissioni che possono attribuire patenti di eccellenza. Se non è la meritocrazia ha fare leva in Italia, sono i mediocri allora a giudicare. Ed a un lettore poco importa sapere se chi scrive ha superato o meno l'esame di giornalismo. Peccato che per esercitare una professione bisogna abilitarsi ed anche se eccelsi non è facile che i mediocri intendano l'eccellenza. L’esperienza e il buon senso, come sempre, sono le qualità fondamentali che nessuno (pochi) può trasmettere o sa insegnare. Del resto, si dice che anche Giuseppe Verdi fu bocciato al Conservatorio e che Benedetto Croce e Gabriele D’Annunzio non si erano mai laureati. Che dire delle Commissioni di esame di avvocato. Parliamo della sessione 2012. Potremmo parlarne per le sessioni passate, ma anche per quelle future: tanto in questa Italia le cose nefaste sono destinate a durare in eterno. A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65% a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Oltretutto l’arbitrio non si motiva nemmeno rilasciando i compiti corretti immacolati. Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più? Eppure c’è chi queste commissioni li sputtana. TAR Lecce: esame forense, parti estratte da un sito? Legittimo se presenti in un codice commentato. È illegittimo l’annullamento dell’elaborato dell’esame di abilitazione forense per essere alcune parti estratte da un sito, se tali parti sono presenti all’interno di un codice commentato. (Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – Lecce – Sezione Prima, Ordinanza 19 settembre 2013, n. 465). E’ lo stesso Tar Catania che bacchetta la Commissione d’esame di Avvocato della stessa città Esame di avvocato...Copiare non sempre fa rima con annullare - TAR CATANIA ordinanza n. 1300/2010. Esame avvocato: Qualora in sede di correzione dell'elaborato si accerta che il lavoro sia in tutto o in parte copiato da altro elaborato  o da qualche manuale, per condurre all’annullamento della prova, deve essere esatto e rigoroso. Tale principio di diritto è desumibile dall’ordinanza in rassegna n. 1300/2010 del TAR Catania che ha accolto l’istanza cautelare connessa al ricorso principale avanzata avverso la mancata ammissione del ricorrente alla prova orale dell’esame di avvocato. In particolare, per il Tar etneo “il ricorso appare fondato, in quanto la Commissione si è limitata ad affermare apoditticamente che il compito di diritto penale della ricorrente conteneva “ampi passi del tutto identici all’elaborato di penale contenuto” in altra busta recante il n. 459 senza alcuna specificazione, anche sul compito, che consenta di appurare che questa presunta “identità” vada oltre la semplice preparazione sui medesimi testi, o la consultazione dei medesimi codici”. Per il TAR siciliano, inoltre, “l’elaborato di penale del candidato contraddistinto dal n. 459 era stato corretto da una diversa sottocommissione durante la seduta del 19 marzo 2010, e tale elaborato non risulta essere stato parimenti annullato”. E a sua volta è la stessa Commissione d’esame di Avvocato di Lecce ad essere sgamata. Esami di avvocato. Il Tar di Salerno accoglie i ricorsi dei bocciati. I ricorsi accolti sono già decine, più di trenta soltanto nella seduta di giovedì 24 ottobre 2013, presentati da aspiranti avvocati bocciati alle ultime prove scritte da un giudizio che il Tar ha ritenuto illegittimo in quanto non indica i criteri sui cui si è fondato. Il Tribunale amministrativo sta quindi accogliendo le domande cautelari, rinviando al maggio del 2014 il giudizio di merito ma indicando, per sanare il vizio, una nuova procedura da affidare a una commissione diversa da quella di Lecce che ha deciso le bocciature. Il numero dei bocciati, reso noto lo scorso giugno 2013, fu altissimo. Soltanto 366 candidati, su un totale di 1.125, passarono le forche caudine dello scritto e furono ammessi alle prove orali. Una percentuale del 32,53: quasi 17 punti in meno del 49,16 registrato alla sessione dell’anno precedente. Numeri, questi ultimi, in linea con una media che, poco più o poco meno, si è attestata negli ultimi anni sull’ammissione della metà dei partecipanti. Nel 2012, invece, la ghigliottina è caduta sul 64,09 per cento degli esaminandi. In numeri assoluti i bocciati furono 721, a cui vanno aggiunti i 38 compiti (3,38 per cento) annullati per irregolarità come il rinvenimento di svolgimenti uguali. Adesso una parte di quelle persone ha visto accogliere dal Tar i propri ricorsi. I criteri usati dai commissari per l’attribuzione del punteggio, hanno spiegato i giudici, «non si rinvengono né nei criteri generali fissati dalla Commissione centrale né nelle ulteriori determinazioni di recepimento e di specificazione della Sottocommissione locale». La valutazione, quindi, «deve ritenersi l'illegittima». Che ne sarà di tutti coloro che quel ricorso non lo hanno presentato. Riproveranno l’esame e, forse, saranno più fortunati. Anche perché vatti a fidare dei Tar. Ci si deve chiedere: se il sistema permette da sempre questo stato di cose con il libero arbitrio in tema di stroncature dei candidati, come mai solo il Tar di Salerno, su decine di istituzioni simili, vi ha posto rimedio? Esami di Stato: forche caudine, giochi di prestigio o giochi di azzardo? Certo non attestazione di merito. Sicuramente nell’affrontare l’esame di Stato di giornalismo sarei stato bocciato per aver, questo articolo, superato le 45 righe da 60 caratteri, ciascuna per un totale di 2.700 battute, compresi gli spazi. Così come previsto dalle norme. Certamente, però, si leggerà qualcosa che proprio i giornalisti professionisti preferiscono non dire: tutte le commissioni di esame sono inaffidabili, proprio perché sono i mediocri a giudicare, in quanto in Italia sono i mediocri a vincere ed a fare carriera!

Sessione d’esame d’avvocato 2013-2014. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Covella, Principe del Foro di Lecce. Presidente coscienzioso e preparato. Compiti come sempre uguali perché la soluzione la forniva il commissario, il compagno di banco od i testi non autorizzati.  Naturalmente anche in questa sessione un altro tassello si aggiunge ad inficiare la credibilità dell’esame forense. "La S.V. ha superato le prove scritte e dovrà sostenere le prove orali dinanzi alla Sottocommissione". "Rileviamo che sono state erroneamente immesse nel sistema le comunicazioni relative all’esito delle prove scritte e le convocazioni per le prove orali". Due documenti, il secondo contraddice e annulla il primo (che è stato un errore), sono stati inviati dalla Corte di Appello di Lecce ad alcuni partecipanti alla prova d’esame per diventare avvocato della tornata 2013, sostenuta nel dicembre scorso. Agli esami di avvocato della Corte di Appello di Lecce hanno partecipato circa mille praticanti avvocati e gli elaborati sono stati inviati per la correzione alla Corte di Appello di Palermo. (commissari da me denunciati per concorsi truccati già in precedente sessione). L’errore ha provocato polemiche e critiche sul web da parte dei candidati. La vicenda sembra avere il sapore di una beffa travestita da caos burocratico, ma non solo. Che in mezzo agli idonei ci siano coloro che non debbano passare e al contrario tra gli scartati ci siano quelli da far passare? E lì vi è un dubbio che assale i malpensanti. Alle 17 del 19 giugno nella posta di alcuni candidati (nell’Intranet della Corte di Appello) è arrivata una comunicazione su carta intestata della stessa Corte di Appello, firmata dal presidente della commissione, avvocato Luigi Covella, con la quale si informava di aver superato "le prove scritte" fissando anche le date nelle quali sostenere le prove orali, con la prima e la seconda convocazione. Tre ore dopo, sul sito ufficiale corteappellolecce.it, la smentita con una breve nota. "Rileviamo – è scritto – che sono state erroneamente immesse nel sistema le comunicazioni relative all’esito delle prove scritte e le convocazioni per le prove orali. Le predette comunicazioni e convocazioni non hanno valore legale in quanto gli esiti delle prove scritte non sono stati ancora pubblicati in forma ufficiale. Gli esiti ufficiali saranno resi pubblici a conclusione delle operazioni di inserimento dei dati nel sistema, attualmente ancora in corso". Sui forum animati dai candidati sul web è scoppiata la protesta e in tanti si sono indignati. "Vergogna", scrive Rosella su mininterno.net. "Quello che sta accadendo non ha precedenti. Mi manca soltanto sapere di essere stato vittima di uno scherzo!", puntualizza Pier. Un candidato che si firma Sicomor: "un classico in Italia... divertirsi sulla sorte della povera gente! poveri noi!". Un altro utente attacca: "Si parano il c... da cosa? L’anno scorso i risultati uscirono il venerdì sera sul profilo personale e poi il sabato mattina col file pdf sul sito pubblico della Corte! La verità è che navighiamo in un mare di poca professionalità e con serietà pari a zero!". Frank aggiunge: "Ma come è possibile una cosa simile stiamo parlando di un concorso!". Il pomeriggio di lunedì 23 giugno 2014 sono stati pubblicati i nomi degli idonei all’orale. Quelli “giusti”, questa volta. E dire che trattasi della Commissione d’esame di Palermo da me denunciata e della commissione di Lecce, da me denunciata. Che consorteria tra toghe forensi e giudiziarie. Sono 465 i candidati ammessi alla prova orale presso la Corte di Appello di Lecce. E' quanto si apprende dalla comunicazione 21 giugno 2013 pubblicata sul sito della Corte di Appello di Lecce. Il totale dei partecipanti era di 1.258 unità: la percentuale degli ammessi risulta pertanto pari al 36,96%. Una percentuale da impedimento all’accesso. Percentuale propria delle commissioni d’esame di avvocato nordiste e non dell’insulare Palermo. Proprio Palermo. Il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Termini Imerese, in primo grado fu condannato a 10 mesi. L’accusa: truccò il concorso per avvocati. Non fu sospeso. Da “La Repubblica” di Palermo del 10/01/2001: Parla il giovane aspirante avvocato, che ha portato con sé una piccola telecamera per filmare “palesi irregolarità”. «Ho le prove nel mio video del concorso truccato. Ho un’altra cassetta con sette minuti di immagini, che parlano da sole. Oggi sarò sentito dal magistrato. A lui racconterò tutto ciò che ho visto. La giornata di un concorsista, aspirante avvocato, comincia alle quattro e mezza del mattino. Alle sei devi esser in prima fila. Ed è quello il momento in cui capisci come vanno le cose. Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla». I.D.B., 38 anni, ha voluto rompere il silenzio. Nei giorni dell’esame scritto per l’abilitazione forense si è portato dietro una piccola telecamera e ha documentato quelle che lui chiama “palesi irregolarità”. E’ stato bloccato dai commissari e la cassetta con le immagini è stata sequestrata. Ma lui non si perde d’animo: «in fondo io cerco solo la verità». Intanto, I.D.B. rompe il silenzio con “La Repubblica” perché dice «è importante cercare un movimento d’opinione attorno a questa vicenda ». E ha già ricevuto la solidarietà dell’associazione Nazionale Praticanti ed avvocati. «Vorrei dire – racconta – delle sensazioni che ho provato tutte le volte che ho fatto questo esame. Sensazioni di impotenza per quello che senti intorno. Ed è il segreto di Pulcinella. Eccone uno: basta comunicare la prima frase del compito a chi di dovere. Io ho chiesto i temi che avevo fatto nelle sessioni precedenti: non c’era una correzione, una motivazione, solo un voto». Il primo giorno degli esami scritti il giovane si è guardato intorno. L’indomani era già dietro la telecamera: «Ho filmato circa sette minuti, in lungo ed in largo nel padiglione 20 della Fiera del Mediterraneo, dove c’erano più di novecento candidati. A casa ho rivisto più volte il filmato e ho deciso che avrei dovuto documentare ancora. Così è stato. Il secondo filmato, quello sequestrato, dura più del primo. A un certo punto una collega si è accorta di me e ha chiamato uno dei commissari. Non ho avuto alcun problema, ho consegnato la cassetta. E sin dal primo momento ho detto: Mi sono accorto di alcune irregolarità e ho documentato. Allora mi hanno fatto accomodare in una stanza. E insistevano: perché l’ha fatto?. Tornavo a parlare delle irregolarità. Poi mi chiedevano chi le avesse fatte. Lo avrei detto al presidente della commissione, in disparte. Davanti a tutti, no!» Il giovane si dice stupito per il clamore suscitato dal suo gesto: «Non dovrebbe essere questo a sorprendere, ho avuto solo un po’ più di coraggio degli altri». Ma cosa c’è in quelle videocassette? L’aspirante avvocato non vuole dire di più, fa cenno ad un commissario sorpreso in atteggiamenti confidenziali con alcuni candidati: «Francamente non capisco perché non siano stati presi provvedimenti per il concorso. Quei capannelli che ho ripreso sono davvero troppo da tollerare. Altro che piccoli suggerimenti!».

Sessione d’esame d’avvocato 2014-2015. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Francesco De Jaco, Principe del Foro di Lecce. Presidente coscienzioso e preparato. Compiti come sempre uguali perché la soluzione la forniva il commissario, il compagno di banco od i testi non autorizzati. Sede di Corte d’appello sorteggiata per la correzione è Brescia. Mi tocca, non come il ministro Gelmini che da Brescia ha scelto Reggio Calabria, dopo ben 12 anni dalla laurea conseguita a Milano. In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere tra fare l’esame a Brescia o scendere giù in Calabria, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l'esame? Com'è stato l'esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini. Io dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a lui di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza. Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. A Bari avrebbero tentato di agevolare la prova d'esame di cinque aspiranti avvocati ma sono stati bloccati e denunciati dai Carabinieri, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. È accaduto nella Fiera del Levante di Bari dove è in corso da tre giorni l'esame di abilitazione professionale degli avvocati baresi. In circa 1500 hanno sostenuto le prove scritte in questi giorni ma oggi, ultimo giorno degli scritti, i Carabinieri sono intervenuti intercettando una busta contenente i compiti diretti a cinque candidati. Un dipendente della Corte di Appello, con il compito di sorvegliante nei tre giorni di prova, avrebbe consegnato ad una funzionaria dell'Università la busta con le tracce. Lei, dopo alcune ore, gli avrebbe restituito la busta con all'interno i compiti corretti e un biglietto con i cinque nomi a cui consegnare i temi. Proprio nel momento del passaggio sono intervenuti i Carabinieri, che pedinavano la donna fin dal primo giorno, dopo aver ricevuto una segnalazione. Sequestrata la busta i militari hanno condotto i due in caserma per interrogarli. Al momento sono indagati a piede libero per la violazione della legge n. 475 del 1925 sugli esami di abilitazione professionali, che prevede la condanna da tre mesi a un anno di reclusione per chi copia. Le indagini dei Carabinieri, coordinate dal pm Eugenia Pontassuglia, verificheranno nei prossimi giorni la posizione dei cinque aspiranti avvocati destinatari delle tracce e quella di altre persone eventualmente coinvolte nella vicenda. Inoltre tre aspiranti avvocatesse (una è figlia di due magistrati), sono entrate nell’aula tirandosi dietro il telefono cellulare che durante la prova hanno cercato di utilizzare dopo essersi rifugiate in bagno. Quando si sono rese conto che sarebbero state scoperte, sono tornate in aula. Pochi minuti dopo il presidente della commissione d’esame ha comunicato il ritrovamento in bagno dei due apparecchi ma solo una delle due candidate si è fatta avanti, subito espulsa. L’altra è rimasta in silenzio ma è stata identifica. Esame per avvocati, la banda della truffa: coinvolti tre legali e due dirigenti pubblici. Blitz dei carabinieri nella sede della Finanza. E la potente funzionaria di Giurisprudenza sviene, scrive Gabriella De Matteis e Giuliana Foschini su “La Repubblica”. Un ponte telefonico con l'esterno. Tre avvocati pronti a scrivere i compiti. Un gancio per portare il tutto all'interno. Sei candidati pronti a consegnare. Era tutto pronto. Anzi era tutto fatto. Ma qualcosa è andato storto: quando la banda dell'"esame da avvocato" credeva che tutto fosse andato per il verso giusto, sono arrivati i carabinieri del reparto investigativo a fare saltare il banco. E a regalare l'ennesimo scandalo concorsuale a Bari. E' successo tutto mercoledì 17 dicembre 2014 pomeriggio all'esterno dei padiglioni della Guardia di finanza dove stava andando in scena la prova scritta per l'esame da avvocato. Mille e cinquecento all'incirca i partecipanti, divisi in ordine alfabetico. Commissione e steward per evitare passaggi di compiti o copiature varie. Apparentemente nulla di strano. Apparentemente appunto. Perché non appena vengono aperte le buste e lette le tracce si comincia a muovere il Sistema scoperto dai carabinieri. Qualcuno dall'interno le comunica a Tina Laquale, potente dirigente amministrativo della facoltà di Giurisprudenza di Bari. E' lei a girarle, almeno questo hanno ricostruito i Carabinieri, a tre avvocati che avevano il compito di redigere il parere di civile e di penale e di scrivere l'atto. Con i compiti in mano la Laquale si è presentata all'esterno dei padiglioni. All'interno c'era un altro componente del gruppo, Giacomo Santamaria, cancelliere della Corte d'Appello che aveva il compito di fare arrivare i compiti ai sei candidati che all'interno li aspettavano. Compiti che sarebbero poi stati consegnati alla commissione e via. Ma qui qualcosa è andato storto. Sono arrivati infatti i carabinieri che hanno bloccato tutto. Laquale è svenuta, mentre a lei e a tutte quante le altre persone venivano sequestrati documenti e soprattutto supporti informatici, telefoni in primis, che verranno analizzati in queste ore. Gli investigatori devono infatti verificare se, come sembra, il sistema fosse da tempo organizzato e rodato, se ci fosse un corrispettivo di denaro e la vastità del fenomeno. Ieri si è tenuta la convalida del sequestro davanti al sostituto procuratore, Eugenia Pontassuglia. Ma com'è chiaro l'indagine è appena cominciata. Per il momento viene contestata la truffa e la violazione di una vecchia legge del 1925 secondo la cui "chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l'abilitazione all'insegnamento ed all'esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l'intento sia conseguito". È molto probabile infatti che l'esame venga invalidato per tutti. Concorso truccato per aspiranti avvocati, gli indagati sono 5. Scatta l'accertamento sui telefonini della dirigente dell'ateneo e del cancelliere della Corte d'appello. Al momento si esclude ci sia stato passaggio di denaro, forse si tratta di uno scambio di favori, scrive Gabriella De Matteis su “La Repubblica”. Un accertamento sulle chiamate in entrata e in uscita e ancora sugli sms ricevuti ed inviati sui telefonini del cancelliere della Corte di Appello Giacomo Santamaria e della dirigente dell'università di Bari Tina Laquale. E' il nuovo passo dell'inchiesta sul tentativo di truccare le prove per il conseguimento dell'abilitazione alla professione di avvocato, scoperto dai carabinieri il 19 dicembre scorso. L'attività istruttoria, quindi, va avanti. Il fascicolo si allarga e ora conta nuovi indagati. Sono tre candidati al concorso al quale Giacomo Santamaria, segretario di una delle commissioni d'esame, avrebbe dovuto passare gli elaborati, passatigli da Tina Laquale. Gli aspiranti avvocati (Nicola Colasuonno, Rosa Chiapparino e Giuseppina Rosa Laccone, di 32, 30 e 31 anni) hanno ricevuto l'avviso di conferimento dell'incarico per l'accertamento irripetibile sui due telefonini. Anche loro tre sono indagati e per questo hanno diritto a nominare un proprio consulente. In questi giorni la procura ha analizzato le informative dei carabinieri del reparto operativo. Ai cinque vengono contestati due reati: il primo riguarda la violazione dell'articolo uno della legge 475 del 1925. Il secondo invece è un concorso in abuso d'ufficio, accusa che è possibile muovere perché Santamaria aveva le funzioni di pubblico ufficiale. L'accertamento sui due telefonini, sequestrati dai carabinieri nel terzo ed ultimo giorno di prove dell'esame, è fondamentale per capire per conto di chi Tina Laquale abbia ideato questo tentativo di truccare il concorso o se sia stata pagata per passare gli elaborati. Al momento si esclude ci sia stato un passaggio di denaro, più semplicemente pensano che la truffa sia stata organizzata in un più ampio scambio di favori. Il numero degli indagati, quindi, è destinato a crescere. I carabinieri stanno anche cercando di capire in che misura siano coinvolti nella vicenda tre avvocati che avrebbero redatto i tre elaborati e soprattutto Angelo L., un altro dipendente dell'università. Agli atti dell'inchiesta c'è, infatti, il verbale reso da Santamaria poche ore dopo il blitz. Il cancelliere ha raccontato di essere stato contattato da Tina Laquale che dopo un incontro nel suo ufficio gli avrebbe chiesto di aiutarla nel tentativo di passare gli elaborati delle tre prove ad alcuni candidati. E così è stato. E se nel primo e nel secondo giorno di prove, non ci sono stati intoppi, Santamaria è uscito dalle aule per prendere due buste bianche consegnate dalla Laquale, giovedì 18 dicembre sono intervenuti i carabinieri. Il cancelliere ha aggiunto un altro particolare: il secondo giorno la dirigente dell'ateneo era con un uomo che ha presentato come "Angelo, autista del rettore". L'autista, assegnato formalmente al rettore dell'ateneo di Bari, si chiama Nicola, ma all'interno dell'università c'è un altro dipendente che talvolta può ricoprire le stesse mansioni. Ed il suo nome è Angelo. Autista e factotum all'università è venuto a contatto con i plichi contenenti i test di Medicina, uno dei quali, nell'aprile scorso, manomesso in circostanze che non sono mai state chiarite. Certo è facile prendersela con i poveri cristi. Le macagne nelle segrete stanze delle commissioni di esame, in cui ci sono i magistrati, nessuno va ad indagare: perché per i concorsi truccati nessuno va in galera. Concorsi, i figli di papà vincono facile: "E noi, figli di nessuno, restiamo fuori". L’inchiesta sul dottorato vinto dal figlio del rettore della Sapienza nonostante l'uso del bianchetto ha raccolto centinaia di commenti e condivisioni. E ora siamo noi a chiedervi di raccontarci la vostra storia di candidati meritevoli ma senza parenti eccellenti. Ecco le prime due lettere arrivate, scrive Emiliano Fittipaldi su “L’Espresso”. A chi figli, e a chi figliastri: è questa la legge morale che impera in Italia, il Paese della discriminazione e delle corporazioni. Dove va avanti chi nasce privilegiato, mentre chi non vanta conoscenze e relazioni rischia, quasi sempre, di arrivare ultimo. Alla Sapienza di Roma l’assioma è spesso confermato: sono decine i parenti di professori eminenti assunti nei dipartimenti, con intere famiglie (su tutte quella dell’ex rettore Luigi Frati) salite in cattedra. A volte con merito, altre meno. La nostra inchiesta sullo strano concorso di dottorato vinto dal rampollo del nuovo magnifico Eugenio Gaudio, al tempo preside di Medicina, ha fatto scalpore: la storia del compito “sbianchettato” (qualsiasi segno di riconoscimento è vietato) e la notizia del singolare intervento dei legali dell’università (hanno chiesto un parere all’Avvocatura dello Stato, che ha invitato la Sapienza a “perdonare” il candidato ) hanno fatto il giro del web. Il pezzo è stato condiviso decine di migliaia di volte, con centinaia di commenti (piuttosto severi) di ex studenti e docenti dell’ateneo romano. Tra le decine di lettere arrivate in redazione, due sono metafora perfetta di come la sorte possa essere diversa a seconda del cognome che si porta. Livia Pancotto, 28 anni, laureata in Economia con 110 e lode, spiega che la storia del pargolo di Gaudio le ha fatto «montare dentro una rabbia tale da farmi scrivere» poche, infuriate righe. «Nel 2012, dopo la laurea, decisi di partecipare al concorso per il dottorato in Management, Banking and Commodity Sciences, sempre alla Sapienza», scrive in una lettera a “l’Espresso”. «Dopo aver superato sia l’esame scritto che l’orale ricevetti la buona notizia: ero stata ammessa, sia pure senza borsa». Dopo un mese, però, la mazzata. «Vengo a sapere dal professore che il mio concorso è stato annullato, visto che durante lo scritto ho utilizzato il bianchetto. Come nel caso del figlio del rettore Gaudio, nessuno aveva specificato, prima dell’inizio del compito, che il bando prevedesse che si potesse usare solo una penna nera». Se per il rampollo dell’amico che prenderà il suo posto il rettore Frati mobiliterà i suoi uffici legali, la Pancotto viene silurata subito, senza pietà. Oggi la giovane economista vive in Galles, dove ha vinto un dottorato con borsa all’università di Bangor. Anche la vicenda di Federico Conte, ora tesoriere dell’Ordine degli psicologi del Lazio, è paradossale. Dopo aver completato in un solo anno gli esami della laurea specialistica nel 2009, la Sapienza tentò di impedire la discussione della sua tesi. «Mi arrivò un telegramma a firma di Frati, dove mi veniva comunicato l’avvio di una “procedura annullamento esami”: il magnifico non era d’accordo nel farmi laureare in anticipo, ed era intenzionato a farmi sostenere gli esami una seconda volta». Conte domandò all’ateneo di chiedere un parere all’Avvocatura, ma senza successo. Il giovane psicologo fu costretto a ricorrere al Tar, che gli diede ragione permettendogli di laurearsi. «Leggendo la vostra inchiesta ho la percezione di un’evidente diversità di trattamento rispetto al figlio del rettore. Provo un certo disgusto nel constatare come le nostre istituzioni siano così attente e garantiste con chi sbianchetta, mentre si accaniscano su chi fa il proprio dovere». Magari pure più velocemente degli altri. Ma tant’è. Nel paese dove i figli “so’ piezz’ e core”, la meritocrazia e l’uguaglianza restano una chimera. Anche nelle università, luogo dove - per antonomasia - l’eccellenza e il rigore dovrebbero essere di casa. Se poi l’Esame di Avvocato lo passi, ti obbligano a lasciare. Giovani avvocati contro la Cassa Forense. Con la campagna "'Io non pago e non mi cancello". I giuristi più giovani in rivolta sui social network per la regola dei minimi obbligatori, che impone contributi previdenziali intorno ai 4 mila euro annui alla cassa indipendentemente dal reddito. Così c'è chi paga più di quello che guadagna. E chi non paga si deve cancellare dall'Albo, venendo escluso dalla categoria, scrive Antonio Sciotto su “L’Espresso”. Chi pensa ancora che la professione di avvocato sia garantita e ben retribuita dia in questi giorni uno sguardo attento ai social network. Twitter e Facebook da qualche giorno sono inondati da 'selfie' che raccontano tutta un'altra storia. "Io non pago e io non mi cancello" è lo slogan scelto dai giovani legali per la loro rivolta contro i colleghi più anziani e in particolare contro la regola dei "minimi obbligatori", che impone di pagare i contributi previdenziali alla Cassa forense in modo del tutto slegato dal reddito. Molti spiegano che la cifra minima richiesta – intorno ai 4 mila euro annui - è pari o a volte anche superiore ai propri redditi. E visto che se non riesci a saldare, devi cancellarti non solo dalla Cassa, ma anche dall'albo professionale. Il risultato è che ad esercitare alla fine restano tendenzialmente i più ricchi, mentre chi fa fatica ad arrivare a fine mese viene di fatto espulso dalla categoria. E' vero che per i primi 8 anni è prevista una buona agevolazione per chi guadagna sotto i 10 mila euro l'anno, ma al pari le prestazioni vengono drasticamente ridotte. Per capirci: è come se l'Inps chiedesse a un operaio e a un dirigente una stessa soglia minima di contributi annui, non calcolata in percentuale ai loro redditi. Mettiamo 5 mila euro uguali per tutti: salvo poi imporre la cancellazione dall'ente a chi non riesce a saldare. "Dovrei salassarmi oggi per ricevere un'elemosina domani – protesta Antonio Maria - mentre i vecchi tromboni ottantenni si godono le loro pensioni d'oro, non pagate, conquistate avendo versato tutta la vita lavorativa (ed erano altri tempi) il 10 per cento ed imponendo a me di pagare il 14 per cento". "Il regime dei cosiddetti minimi è vergognoso – aggiunge Rosario - Pretendere che si paghi 'a prescindere' del proprio reddito è una bestemmia giuridica. Basta furti generazionali. Basta falsità". Uno dei selfie addirittura viene da un reparto di emodialisi, a testimoniare la scarsa copertura sanitaria assicurata ai giovani professionisti. La protesta si è diffusa a partire dal blog dell'Mga - Mobilitazione generale avvocati , ha un gruppo facebook pubblico dove è possibile postare i selfie, mentre su Twitter naviga sull'onda dell'hashtag #iononmicancello. La battaglia contro le casse previdenziali non è nuova, se consideriamo gli avvocati una parte del più vasto mondo delle partite Iva e degli autonomi: già da tempo Acta, associazione dei freelance, ha lanciato la campagna #dicano33, contro il progressivo aumento dei contributi Inps dal 27 per cento al 33 per cento, imposto dalla legge per portarli al livello dei lavoratori dipendenti. Il regime dei minimi obbligatori della Cassa forense non solo darebbe luogo a una vera e propria "discriminazione generazionale", ma secondo molti giovani avvocati sarebbe anche incostituzionale, come spiega efficacemente Davide Mura nel suo blog: "E' palesemente in contrasto con l'articolo 53 della Costituzione, che sancisce il principio della progressività contributiva. Ma si viola anche l'articolo 3, quello sull'uguaglianza davanti alla legge, perché le condizioni cambiano a seconda se stai sopra o sotto i 10 mila euro di reddito annui". La soluzione? Secondo l'Mga sarebbe quella di eliminare l'obbligo dei minimi e passare al sistema contributivo, come è per tutti gli altri lavoratori. Vietando possibilmente agli avvocati già in pensione di poter continuare a esercitare. Un modo insomma per far sì che i "tromboni" lascino spazio ai più giovani.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

Per il pontefice “il clima mediatico ha le sue forme di inquinamento, i suoi veleni. La gente lo sa, se ne accorge, ma poi purtroppo si abitua a respirare dalla radio e dalla televisione un’aria sporca, che non fa bene.  C’è bisogno di far circolare aria pulita. Per me i peccati dei media più grossi sono quelli che vanno sulla strada della bugia e della menzogna, e sono tre: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione. Dare attenzione a tematiche importanti per la vita delle persone, delle famiglie, della società, e trattare questi argomenti non in maniera sensazionalistica, ma responsabile, con sincera passione per il bene comune e per la verità. Spesso nelle grandi emittenti questi temi sono affrontati senza il dovuto rispetto per le persone e per i valori in causa, in modo spettacolare. Invece è essenziale che nelle vostre trasmissioni si percepisca questo rispetto, che le storie umane non vanno mai strumentalizzate”.  Infatti nessuno delle tv ed i giornali ne hanno parlato di questo intervento.

"Evitare i tre peccati dei media: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione". E' l'esortazione che rivolge al mondo dell'informazione e della comunicazione Papa Francesco, cogliendo l'occasione dell'udienza del 15 dicembre 2014 in Aula Paolo VI dei dirigenti, dipendenti e operatori di Tv2000, la televisione della Chiesa italiana. «Di questi tre peccati, la calunnia sembra il più grave perché colpisce le persone con giudizi non veri. Ma in realtà il più grave e pericoloso è la disinformazione, perché ti porta all'errore, ti porta a credere solo a una parte della verità. La disinformazione, in particolare spinge a dire la metà delle cose e questo porta a non potersi fare un giudizio preciso sulla realtà. Una comunicazione autentica non è preoccupata di colpire: l'alternanza tra allarmismo catastrofico e disimpegno consolatorio, due estremi che continuamente vediamo riproposti nella comunicazione odierna, non è un buon servizio che i media possono offrire alle persone. Occorre parlare alle persone “intere”, alla loro mente e al loro cuore, perché sappiano vedere oltre l'immediato, oltre un presente che rischia di essere smemorato e timoroso del futuro. I media cattolici hanno una missione molto impegnativa nei confronti della comunicazione sociale cercare di preservarla da tutto ciò che la stravolge e la piega ad altri fini. Spesso la comunicazione è stata sottomessa alla propaganda, alle ideologie, a fini politici o di controllo dell'economia e della tecnica. Ciò che fa bene alla comunicazione è in primo luogo la “parresia”, cioè il coraggio di parlare con franchezza e libertà. Se siamo veramente convinti di ciò che abbiamo da dire, le parole vengono. Se invece siamo preoccupati di aspetti tattici, il nostro parlare sarà artefatto e poco comunicativo, insipido. La libertà è anche quella rispetto alle mode, ai luoghi comuni, alle formule preconfezionate, che alla fine annullano la capacità di comunicare. Risvegliare le parole: ecco il primo compito del comunicatore. La buona comunicazione in particolare evita sia di "riempire" che di "chiudere". Si riempie  quando si tende a saturare la nostra percezione con un eccesso di slogan che, invece di mettere in moto il pensiero, lo annullano. Si chiude  quando alla via lunga della comprensione si preferisce quella breve di presentare singole persone come se fossero in grado di risolvere tutti i problemi, o al contrario come capri espiatori, su cui scaricare ogni responsabilità. Correre subito alla soluzione, senza concedersi la fatica di rappresentare la complessità della vita reale è un errore frequente dentro una comunicazione sempre più veloce e poco riflessiva. La libertà è anche quella rispetto alle mode, ai luoghi comuni, alle formule preconfezionate, che alla fine annullano la capacità di comunicare».

Questa sub cultura artefatta dai media crea una massa indistinta ed omologata. Un gregge di pecore. A questo punto vien meno il concetto di democrazia e prende forma l’esigenza di un uomo forte alla giuda del gregge che sappia prendersi la responsabilità del necessario cambiamento nell’afasia e nell’apatia totale. Sembra necessario il concetto che è meglio far decidere al buon e capace pastore dove far andare il gregge che far decidere alle pecore il loro destino rivolto all’inevitabile dispersione. 

Francesco di Sales, appena ordinato sacerdote, nel 1593, lo mandarono nel Chablais, che poi sarebbe il Chiablese, dato che sta nell’Alta Savoia, ma l’avevano invaso gli Svizzeri e tutti si erano convertiti al calvinismo, scrive Lanfranco Caminiti su “Il Garantista”. Insomma, doveva essere proprio tosto predicare il cattolicesimo lì. Però, lui aveva studiato dai Gesuiti e poi si era laureato a Padova, perciò poteva con capacità d’argomentazione affrontare qualunque disputa teologica. Era uno che lavorava di fino, Francesco di Sales. Solo che tutto quello che diceva dal pulpito non sortiva grande effetto in quei cuori e quelle menti montanare, e allora per raggiungerli e scaldarli meglio con le sue parole gli venne l’idea di far affiggere nei luoghi pubblici dei “manifesti”, composti con uno stile agile e di grande efficacia, e di far infilare dei “volantini” sotto le porte.  Il risultato fu straordinario. È per questo che san Francesco di Sales è il santo patrono dei giornalisti. Per lo stile e l’efficacia, per la capacità di argomentare la verità. Almeno fino a ieri. Perché da ieri c’è un altro Francesco che ha steso le sue mani benedette sul giornalismo, ed è papa Bergoglio. «Evitare i tre peccati dei media: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione». È l’esortazione che papa Francesco ha rivolto al mondo dell’informazione e della comunicazione, cogliendo l’occasione dell’udienza in Aula Paolo VI di dirigenti, dipendenti e operatori di Tv2000, la televisione della Cei, conferenza episcopale italiana. In realtà, ne aveva già parlato il 22 marzo, incontrando nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, i membri dell’Associazione ”Corallo”, network di emittenti locali di ispirazione cattolica presenti in tutte le regioni italiane. Ora c’è tornato sopra, ora ci batte il chiodo. Si vede che gli sta a cuore la cosa, e come dargli torto. Evidentemente non parlava solo ai giornalisti cattolici, papa Francesco, e quindi siamo tutti chiamati in causa. «Di questi tre peccati, la calunnia – ha continuato Francesco – sembra il più grave perché colpisce le persone con giudizi non veri. Ma in realtà il più grave e pericoloso è la disinformazione, perché ti porta all’errore, ti porta a credere solo a una parte della verità». Era stato anche più dettagliato nell’argomentazione il 22 marzo: «La calunnia è peccato mortale, ma si può chiarire e arrivare a conoscere che quella è una calunnia. La diffamazione è peccato mortale, ma si può arrivare a dire: questa è un’ingiustizia, perché questa persona ha fatto quella cosa in quel tempo, poi si è pentita, ha cambiato vita.  Ma la disinformazione è dire la metà delle cose, quelle che sono per me più convenienti, e non dire l’altra metà. E così, quello che vede la tv o quello che sente la radio non può fare un giudizio perfetto, perché non ha gli elementi e non glieli danno».

Sono i falsari dell’informazione, i peccatori più gravi.

«E io a lui: “Chi son li due tapini

che fumman come man bagnate ’l verno,

giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”.

L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;

l’altr’è ’l falso Sinon greco di Troia:

per febbre aguta gittan tanto leppo».

Così Dante descrive nel Canto XXX dell’Inferno la sorte di due “falsari”, la moglie di Putifarre e Sinone. Sinone è quello che convinse i Troiani raccontando un sacco di panzane che quelli si bevvero come acqua fresca e fecero entrare il cavallo di legno, dentro cui si erano nascosti gli Achei che così presero la città. La moglie di Putifarre, ricco signore d’Egitto – così si racconta nella Genesi –, invece, s’era incapricciata del giovane schiavo Giuseppe, cercando di sedurlo. Solo che Giuseppe non ci sentiva da quell’orecchio. Offesa dal rifiuto del giovane, la donna si vendicò accusandolo di aver tentato di farle violenza. Per questa falsa accusa Giuseppe fu gettato nelle prigioni del Faraone. Eccolo, il “leppo” dantesco, che è un fumo puzzolente. E fumo puzzolente si leva dalle pagine dei giornali di disinformacija all’italiana.

Durante la Guerra fredda i russi si erano specializzati nel diffondere informazioni false e mezze verità: raccontavano un sacco di balle sui propri progressi, o magnificavano le sorti delle nazioni che erano sotto l’orbita del comunismo, e nello stesso tempo imbrogliavano le carte su quello che succedeva nell’Occidente maledettamente capitalistico. Pure gli americani avevano la loro disinformacija. Le loro porcherie diventavano battaglie di libertà e le puttanate che compivano erano gesti necessari per difendere la democrazia dall’orso russo e dai cavalli cosacchi. Fare disinformaciija non è banale, non è che ti metti a strillare le stronzate, è un lavoro sottile. Quel cervellone di Chomsky – e ne capisce della questione, visto che è un linguista – riferendosi alle falsificazioni delle prove e delle fonti l’ha definita “ingegneria storica”. Devi orientare l’opinione pubblica, mescolando verità e menzogna; devi sminuire l’importanza e l’attenzione su un evento dandogli una scarsa visibilità e, all’opposto, ingigantire gli spazi informativi su questioni di secondaria importanza; devi negare l’evidenza inducendo al dubbio e all’incredulità. Insomma, è un lavoraccio, che presuppone una vera e propria “macchina disinformativa”. Cioè, i giornali. «Ciò che fa bene alla comunicazione è in primo luogo la parresia, cioè il coraggio di parlare con franchezza e libertà», ha aggiunto papa Francesco. Ha ragione papa Francesco, ragione da vendere. Qualunque direttore di giornale, qualunque editore, qualunque comitato di redazione, qualunque corso dell’ordine dei giornalisti, ti dirà che questi, della franchezza e della libertà, sono i cardini del lavoro dell’informazione. Ma sono chiacchiere. Francesco, invece, non fa chiacchiere. E magari succede che domani troveremo in qualche piazza dei dazebao o dei volantini sotto le nostre porte con la sua firma.

Dalla prova scientifica a quella dichiarativa, passando per il legame tra magistratura e giornalismo. Il dibattito sul processo penale organizzato il 12 dicembre 2014 a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, nell’auditorium della Casa della Cultura intitolata a Leonida Repaci dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati con la collaborazione del Comune e della Camera penale, è stato molto più di un semplice dibattito, andato oltre gli aspetti prettamente giuridici, scrive Viviana Minasi su “Il Garantista”. Si è infatti parlato a lungo del legame che esiste tra la magistratura e il giornalismo, quel giornalismo che molto spesso trasforma in veri e propri eventi mediatici alcuni processi penali o fatti di cronaca nera. Se ne è parlato con il direttore de Il Garantista Piero Sansonetti, il Procuratore di Palmi Emanuele Crescenti, il presidente del Tribunale di Palmi Maria Grazia Arena, l’onorevole Armando Veneto, presidente della Camera penale di Palmi e con il presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati Francesco Napoli. Tanti gli ospiti presenti in questa due giorni dedicata al processo penale. Al direttore Sansonetti il compito di entrare nel vivo del dibattito, puntando quindi l’attenzione su quella sorta di “alleanza” tra magistratura e giornalismo, a volte tacita. «Mi piacerebbe apportare una correzione alla locandina di questo evento, ha detto ironicamente Sansonetti – scrivendo “Giornalismo è giustizia”, invece che “Giornalismo e giustizia”. Perché? Perché molto spesso, soprattutto negli ultimi decenni, è successo che i processi li ha fatti il giornalismo, li abbiamo fatti noi insieme ai magistrati». Fatti di cronaca quali il disastro della Concordia, Cogne, andando indietro negli anni anche Tangentopoli, fino a giungere all’evento che ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali negli ultimi giorni, l’inchiesta su Mafia Capitale, sono stati portati alla ribalta dal giornalismo, magari a danno di altri eventi altrettanto importanti che però quasi cadono nell’oblio. «Ci sono eventi di cronaca che diventano spettacolo – ha proseguito il direttore Sansonetti – e questo accade quando alla stampa un fatto interessa, quando noi giornalisti fiutiamo “l’affare”». Sansonetti ha poi parlato di un principio importante tutelato dall’articolo 111 della Costituzione, l’articolo che parla del cosiddetto “giusto processo”, che in Italia sarebbe sempre meno applicato, soprattutto nella parte in cui si parla dell’informazione di reato a carico di un indagato. «Sempre più spesso accade che l’indagato scopre di essere indagato leggendo un giornale, o ascoltando un servizio in televisione, e non da un magistrato». Su Mafia Capitale, Sansonetti ha lanciato una frecciata al Procuratore capo di Roma Pignatone, definendo un «autointralcio alla giustizia» la comunicazione data in conferenza stampa, relativa a possibili altri blitz delle forze dell’ordine, a carico di altri soggetti che farebbero parte della “cupola”. Suggestivo anche l’intervento di Giuseppe Sartori, ordinario di neuropsicologia forense all’università di Padova, che ha relazionato su “tecniche di analisi scientifica del testimone”. Secondo quanto affermato da Sartori, le testimonianze nei processi, ma non solo, sono quasi sempre inattendibili. Il punto di partenza di questa affermazione è uno studio scientifico condotto su circa 1500 persone, che ha dimostrato come la testimonianza è deviata e deviabile, sia dal ricordo sia dalle domande che vengono poste al testimone. Un caso che si sarebbe evidenziato soprattutto nelle vicende che riguardano le molestie sessuali, nelle quali il ricordo è fortemente suggestionabile dal modo in cui vengono poste le domande. Il convegno era stato introdotto dall’ex sottosegretario del primo governo Prodi ed ex europarlamentare Armando Veneto, figura di primo piano della Camera penale di Palmi. L’associazione dei penalisti da anni è in prima linea per controbilanciare il “potere” (secondo gli avvocati) che la magistratura inquirente avrebbe nel distretto giudiziario di Reggio Calabria e il peso preponderante di cui la pubblica accusa godrebbe nelle aule di giustizia. Le posizione espresse da Veneto, anche all’interno della camera penale di Palmi, sono ormai state recepite da due generazioni di avvocati penalisti.

Purtroppo, però, in Italia non cambierà mai nulla.

Mamma l’italiani,  canzone del 2010 di Après La Class

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

nei secoli dei secoli girando per il mondo

nella pizzeria con il Vesuvio come sfondo

non viene dalla Cina non è neppure americano

se vedi uno spaccone è solamente un italiano

l'italiano fuori si distingue dalla massa

sporco di farina o di sangue di carcassa

passa incontrollato lui conosce tutti

fa la bella faccia fa e poi la mette in culo a tutti

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

a suon di mandolino nascondeva illegalmente

whisky e sigarette chiaramente per la mente

oggi è un po' cambiato ma è sempre lo stesso

non smercia sigarette ma giochetti per il sesso

l'italiano è sempre stato un popolo emigrato

che guardava avanti con la mente nel passato

chi non lo capiva lui lo rispiegava

chi gli andava contro è saltato pure in a...

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

l'Italia agli italiani e alla sua gente

è lo stile che fa la differenza chiaramente

genialità questa è la regola

con le idee che hanno cambiato tutto il corso della storia

l'Italia e la sua nomina e un alta carica

un eredità scomoda

oggi la visione italica è che

viaggiamo tatuati con la firma della mafia

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

vacanze di piacere per giovani settantenni

all'anagrafe italiani ma in Brasile diciottenni

pagano pesante ragazze intraprendenti

se questa compagnia viene presa con i denti

l'italiano è sempre stato un popolo emigrato

che guardava avanti con la mente nel passato

chi non lo capiva lui lo rispiegava

chi gli andava contro è saltato pure in a...

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

spara la famiglia del pentito che ha cantato

lui che viene stipendiato il 27 dallo Stato

nominato e condannato nel suo nome hanno sparato

e ricontare le sue anime non si può più

risponde la famiglia del pentito che ha cantato

difendendosi compare tutti giorni più incazzato

sarà guerra tra famiglie

sangue e rabbia tra le griglie

con la fama come foglie che ti tradirà

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

A proposito degli avvocati, si può dissertare o credere sulla irregolarità degli esami forensi, ma tutti gli avvocati sanno, ed omertosamente tacciono, in che modo, loro, si sono abilitati e ciò nonostante pongono barricate agli aspiranti della professione. Compiti uguali, con contenuto dettato dai commissari d’esame o passato tra i candidati. Compiti mai o mal corretti. Qual è la misura del merito e la differenza tra idonei e non idonei? Tra iella e buona sorte? 

Noi siamo animali. Siamo diversi dalle altre specie solo perché siamo viziosi e ciò ci aguzza l’ingegno.

La Superbia-Vanità (desiderio irrefrenabile di essere superiori, fino al disprezzo di ordini, leggi, rispetto altrui);

L’Avarizia (scarsa disponibilità a spendere e a donare ciò che si possiede);

La Lussuria (desiderio irrefrenabile del piacere sessuale fine a sé stesso);

L’Invidia (tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio);

La Gola (meglio conosciuta come ingordigia, abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola, e non solo);

L’Ira (irrefrenabile desiderio di vendicare violentemente un torto subito);

L’Accidia-Depressione (torpore malinconico, inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene).

Essendo viziosi ci scanneremmo l’un l’altro per raggiungere i nostri scopi. E periodicamente lo facciamo.

Vari illuminati virtuosi, chiamati profeti, ci hanno indicato invano la retta via. La via indicata sono i precetti dettati dalle religioni nate da questi insegnamenti.  Le confessioni religiose da sempre hanno cercato di porre rimedio indicando un essere superiore come castigatore dei peccati con punizioni postume ed eterne. Ecco perché i vizi sono detti Capitali.

I vizi capitali sono un elenco di inclinazioni profonde, morali e comportamentali, dell'anima umana, spesso e impropriamente chiamati peccati capitali. Questo elenco di vizi (dal latino vĭtĭum = mancanza, difetto, ma anche abitudine deviata, storta, fuori dal retto sentiero) distruggerebbero l'anima umana, contrapponendosi alle virtù, che invece ne promuovono la crescita. Sono ritenuti "capitali" poiché più gravi, principali, riguardanti la profondità della natura umana. Impropriamente chiamati "peccati", nella morale filosofica e cristiana i vizi sarebbero già causa del peccato, che ne è invece il suo relativo effetto.

Una sommaria descrizione dei vizi capitali comparve già in Aristotele, che li definì gli "abiti del male". Al pari delle virtù, i vizi deriverebbero infatti dalla ripetizione di azioni, che formano nel soggetto che le compie una sorta di "abito" che lo inclina in una certa direzione o abitudine. Ma essendo vizi, e non virtù, tali abitudini non promuovono la crescita interiore, nobile e spirituale, ma al contrario la distruggono.

In questo mondo vizioso tutto ha un prezzo e quasi tutti sono disposti a svendersi per ottenerlo e/ o a dispensare torti ai propri simili. Ciclicamente i nomi degli aguzzini cambiano, ma i peccati sono gli stessi.

In questa breve vita senza giustizia, vissuta in un periodo indefinito, vincono loro: non hanno la ragione, ma il potere. Questo, però, non impedirà di raccontare la verità contemporanea nel tempo e nello spazio, affinché ai posteri sia delegata l’ardua sentenza contro i protagonisti del tempo trattato, per gli altri ci sarà solo l’ignominia senza fama né gloria o l’anonimato eterno.

“La superficie della Terra non era ancora apparsa. V’erano solo il placido mare e la grande distesa di Cielo... tutto era buio e silenzio". Così inizia il Popol Vuh, il libro sacro dei Maya Quiché che narra degli albori dell’umanità. Il Popol Vuh descrive questi primi esseri umani come davvero speciali: "Furono dotati di intelligenza, potevano vedere lontano, riuscivano a sapere tutto quel che è nel mondo. Quando guardavano, contemplavano ora l'arco del cielo ora la rotonda faccia della Terra. Contrariamente ai loro predecessori, gli esseri umani ringraziarono sentitamente gli dei per averli creati. Ma anche stavolta i creatori si indispettirono. "Non è bene che le nostre creature sappiano tutto, e vedano e comprendano le cose piccole e le cose grandi". Gli dei tennero dunque consiglio: "Facciamo che la loro vista raggiunga solo quel che è vicino, facciamo che vedano solo una piccola parte della Terra! Non sono forse per loro natura semplici creature fatte da noi? Debbono forse anch'essi essere dei? Debbono essere uguali a noi, che possiamo vedere e sapere tutto? Ostacoliamo dunque i loro desideri... Così i creatori mutarono la natura delle loro creature. Il Cuore del Cielo soffiò nebbia nei loro occhi, e la loro vista si annebbiò, come quando si soffia su uno specchio. I loro occhi furono coperti, ed essi poterono vedere solo quello che era vicino, solo quello che ad essi appariva chiaro."

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Le vittime, vere o presunte, di soprusi, parlano solo di loro, inascoltati, pretendendo aiuto. Io da vittima non racconto di me e delle mie traversie.  Ascoltato e seguito, parlo degli altri, vittime o carnefici, che l’aiuto cercato non lo concederanno mai. “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht. Bene. Tante verità soggettive e tante omertà son tasselli che la mente corrompono. Io le cerco, le filtro e nei miei libri compongo il puzzle, svelando l’immagine che dimostra la verità oggettiva censurata da interessi economici ed ideologie vetuste e criminali. Ha mai pensato, per un momento, che c’è qualcuno che da anni lavora indefessamente per farle sapere quello che non sa? E questo al di là della sua convinzione di sapere già tutto dalle sue fonti? Provi a leggere un e-book o un book di Antonio Giangrande. Scoprirà, cosa succede veramente nella sua regione o in riferimento alla sua professione. Cose che nessuno le dirà mai. Non troverà le cose ovvie contro la Mafia o Berlusconi o i complotti della domenica. Cose che servono solo a bacare la mente. Troverà quello che tutti sanno, o che provano sulla loro pelle, ma che nessuno ha il coraggio di raccontare. Può anche non leggere questi libri, frutto di anni di ricerca, ma nell’ignoranza imperante che impedisce l’evoluzione non potrà dire che la colpa è degli altri e che gli altri son tutti uguali. “Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull'animo del poveretto, quello che s'è raccontato”. Citazione di Alessandro Manzoni.

Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!

Antonio Giangrande, perché è diverso dagli altri?

Perché lui spiega cosa è la legalità, gli altri non ne parlano, ma ne sparlano.

La legalità è un comportamento conforme alla legge ed ai regolamenti di attuazione e la sua applicazione necessaria dovrebbe avvenire secondo la comune Prassi legale di riferimento.

Legge e Prassi sono le due facce della stessa medaglia.

La Legge è votata ed emanata in nome del popolo sovrano. I Regolamenti di applicazione sono predisposti dagli alti Burocrati e già questo non va bene. La Prassi, poi, è l’applicazione della Legge negli Uffici Pubblici, nei Tribunali, ecc., da parte di un Sistema di Potere che tutela se stesso con usi e consuetudini consolidati. Sistema di Potere composto da Caste, Lobbies, Mafie e Massonerie.

Ecco perché vige il detto: La Legge si applica per i deboli e si interpreta per i forti.

La correlazione tra Legge e Prassi e come quella che c’è tra il Dire ed il Fare: c’è di mezzo il mare.

Parlare di legge, bene o male, ogni  leguleio o azzeccagarbugli o burocrate o boiardo di Stato può farlo. Più difficile per loro parlar di Prassi generale, conoscendo loro signori solo la prassi particolare che loro coltivano per i propri interessi di privilegiati. Prassi che, però, stanno attenti a non svelare.

Ed è proprio la Prassi che fotte la Legge.

La giustizia che debba essere uguale per tutti parrebbe essere un principio che oggi consideriamo irrinunciabile, anche se non sempre pienamente concretizzabile nella pratica quotidiana. Spesso assistiamo a fenomeni di corruzione, all’applicazione della legge in modo diverso secondo i soggetti coinvolti. E l’la disfunzione è insita nella predisposizione umana.

Essa vien da lontano.

E’ lo stesso Alessandro Manzoni che parla di “Azzeccagarbugli” genuflessi ai mafiosi del tempo al capitolo 3 dei “Promessi Sposi”. Ma non sarebbe stato il Manzoni a coniare l’accoppiata tra il verbo “azzeccare” e il sostantivo “garbuglio” stante che quando la parola entrò nei “Promessi Sposi”, aveva un’età superiore ai tre secoli. Il primo ad usarla fu Niccolò Machiavelli che, in un passo delle "Legazioni" (1510), scrive: “Voi sapete che i mercatanti vogliono fare le cose loro chiare e non azzeccagarbugli”. Questa spiegazione si trova nel Dizionario italiano ragionato e nel Dizionario etimologico di Cortelazzo-Zolli mentre gli altri vocabolari si limitano a indicare soltanto la matrice manzoniana. È giusto dare a Niccolò quello che è di Niccolò, ricordando inoltre che il Manzoni era un conoscitore dell’opera di Machiavelli ed è probabile che sia stato ispirato dal citato passo. Non si dimentichi, infatti, che nella prima stesura dei “Promessi Sposi” il personaggio si chiamava “dotor Pe’ ttola” e non Azzeccagarbugli.

La legge non era uguale per tutti anche nel Seicento, secolo di soprusi e di prepotenze da parte dei potenti. Renzo cerca giustizia recandosi da un noto avvocato del tempo, ma, allora come oggi, la giustizia non sta dalla parte degli oppressi, bensì da quella degli oppressori.

Azzecca-garbugli è un personaggio del romanzo storico ed è il soprannome di un avvocato di Lecco, chiamato, nelle prime edizioni del romanzo, dottor Pettola e dottor Duplica (nell'edizione definitiva il nome non viene mai detto, ma solo il soprannome). Il nome costituisce un'italianizzazione del termine dialettale milanese zaccagarbùj che il Cherubini traduce "attaccabrighe". Viene chiamato così dai popolani per la sua capacità di sottrarre dai guai, non del tutto onestamente, le persone. Spesso e volentieri aiuta i Bravi, poiché, come don Abbondio, preferisce stare dalla parte del più forte, per evitare una brutta fine.

Renzo Tramaglino giunge da lui, nel capitolo III, per chiedere se ci fosse una grida che avrebbe condannato don Rodrigo, ma lui sentendo nominare il potente signore, respinge Renzo perché non avrebbe potuto contrastare la sua potente autorità. Egli rappresenta quindi un uomo la cui coscienza meschina è asservita agli interessi dei potenti. Compare anche nel capitolo quinto quando fra Cristoforo va al palazzotto di don Rodrigo e lo trova fra gli invitati al banchetto che si sta tenendo a casa appunto di don Rodrigo.

Apparentemente, è un uomo di legge molto erudito, e nel suo studio è presente una notevole quantità di libri, il cui ruolo principale, però, è quello di elementi decorativi piuttosto che di materiale di studio. Il suo tavolo invece è cosparso di fogli che impressionano gli abitanti del paese che vi si recano. In realtà non consulta libri da molti anni addietro, quando andava a Milano per qualche causa d'importanza.

Il suo nome Azzeccagarbugli è dovuto dal fatto che Azzecca significa "indovinare" e garbugli "cose non giuste", quindi: Indovinare cose non giuste.

Azzeccagarbugli è la figura centrale del Capitolo 3°, è un avvocato venduto, è un miserabile e il Manzoni pur non dicendolo apertamente ce lo fa capire descrivendocelo appunto negli aspetti più negativi. Di questo personaggio emerge una grande miseria morale: ciò che preme all'avvocato è di assicurarsi il favore di don Rodrigo anche se per ottenere questo deve calpestare quella giustizia della quale dovrebbe essere servitore. Il Dottor Azzeccagarbugli è una figurina vista di scorcio, ma pur limpida e interessante. E' un leguleio da strapazzo, ma abile la sua parte a ordire garbugli per imbrogliare le cose, come lui stesso confessa a Renzo. Ci vuole la conoscenza del codice, è necessario saper interpretare le gride, ma per lui valgono sopra tutto le arti per ingarbugliare i clienti. Tale è la morale di questo tipo di trappolone addottorato, comunissimo in ogni società. Il Manzoni lo ha ricreato di una specifica individualità esteriore, nell'eloquio profuso, a volte enfatico e sentenzioso, a volte freddo e cavilloso, grave e serio nella posa di uomo di alte cure, pieno di sussiego nella sua mimica istrionica. Don Rodrigo lo ha caro, come complice connivente nei suoi delittuosi disegni, mentre il dottore accattando protezione col servilismo e l'adulazione, scrocca lauti pranzi. Alcuni osservano, e non a torto, che in questo personaggio il Manzoni abbia voluto farsi beffe dei legulei dalla coscienza facile.

"«Non facciam niente, – rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e impaziente. – Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch’io v’aiuti, bisogna dirmi tutto, dall’a fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch’io sappia da voi, che v’ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l’affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli… Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starà zitto; se fosse una testolina, c’è rimedio anche per quelle. D’ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider tra la giustizia e voi, così a quattr’occhi, state fresco. Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito.»

Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con un’attenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai. Quand’ebbe però capito bene cosa il dottore volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il nastro in bocca, dicendo: – oh! signor dottore, come l’ha intesa? l’è proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io: e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà che non ho mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l’hanno fatta a me; e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son ben contento d’aver visto quella grida.

- Diavolo! – esclamò il dottore, spalancando gli occhi. – Che pasticci mi fate? Tant’è; siete tutti così: possibile che non sappiate dirle chiare le cose?

- Ma mi scusi; lei non m’ha dato tempo: ora le racconterò la cosa, com’è. Sappia dunque ch’io dovevo sposare oggi, – e qui la voce di Renzo si commosse, – dovevo sposare oggi una giovine, alla quale discorrevo, fin da quest’estate; e oggi, come le dico, era il giorno stabilito col signor curato, e s’era disposto ogni cosa. Ecco che il signor curato comincia a cavar fuori certe scuse… basta, per non tediarla, io l’ho fatto parlar chiaro, com’era giusto; e lui m’ha confessato che gli era stato proibito, pena la vita, di far questo matrimonio. Quel prepotente di don Rodrigo…

- Eh via! – interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia, aggrinzando il naso rosso, e storcendo la bocca, – eh via! Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che vi dite: io non m’impiccio con ragazzi; non voglio sentir discorsi di questa sorte, discorsi in aria.

- Le giuro…

- Andate, vi dico: che volete ch’io faccia de’ vostri giuramenti? Io non c’entro: me ne lavo le mani -. E se le andava stropicciando, come se le lavasse davvero. – Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un galantuomo.

- Ma senta, ma senta, – ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani verso l’uscio; e, quando ve l’ebbe cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse: – restituite subito a quest’uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente.

Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch’era stata in quella casa, eseguito un ordine simile: ma era stato proferito con una tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere bestie, e le diede a Renzo, con un’occhiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu l’abbia fatta bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il giovine, più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto della sua spedizione."

A Parlar di azzeccagarbugli non vi pare che si parli dei nostri contemporanei legulei togati, siano essi magistrati od avvocati?

Additare i difetti altrui è cosa che tutti sanno fare, più improbabile è indicare e correggere i propri.

Non abbiamo bisogno di eroi, né, tantomeno, di mistificatori con la tonaca (toga e divisa). L’abito non fa il monaco. La legalità non va promossa solo nella forma, ma va coltivata anche nella sostanza. E’ sbagliato ergersi senza meriti dalla parte dei giusti.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate.  

Chi siamo noi?

Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti.

Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”.

Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi.

Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani.

Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni.

Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

Ho vissuto una breve vita confrontandomi con una sequela di generazioni difettate condotte in un caos organizzato. Uomini e donne senza ideali e senza valori succubi del flusso culturale e politico del momento, scevri da ogni discernimento tra il bene ed il male. L’Io è elevato all’ennesima potenza. La mia Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” composta da decine di saggi, riporta ai posteri una realtà attuale storica, per tema e per territorio, sconosciuta ai contemporanei perché corrotta da verità mediatiche o giudiziarie. 

Per la Conte dei Conti è l’Italia delle truffe. È l'Italia degli sprechi e delle frodi fotografata in un dossier messo a punto dalla procura generale della Corte dei Conti che ha messo insieme le iniziative più rilevanti dei procuratori regionali. La Corte dei Conti ha scandagliato l'attività condotta da tutte le procure regionali e ha messo insieme «le fattispecie di particolare interesse, anche sociale, rilevanti per il singolo contenuto e per il pregiudizio economico spesso ingente».

A parlar di sé e delle proprie disgrazie in prima persona, oltre a non destare l’interesse di alcuno pur nelle tue stesse condizioni, può farti passare per mitomane o pazzo. Non sto qui a promuovermi. Non si può, però, tacere la verità storica che ci circonda, stravolta da verità menzognere mediatiche e giudiziarie. Ad ogni elezione legislativa ci troviamo a dover scegliere tra: il partito dei condoni; il partito della CGIL; il partito dei giudici. Io da anni non vado a votare perché non mi rappresentano i nominati in Parlamento. Oltretutto mi disgustano le malefatte dei nominati. Un esempio per tutti, anche se i media lo hanno sottaciuto. La riforma forense, approvata con Legge 31 dicembre 2012, n. 247, tra gli ultimi interventi legislativi consegnatici frettolosamente dal Parlamento prima di cessare di fare danni. I nonni avvocati in Parlamento (compresi i comunisti) hanno partorito, in previsione di un loro roseo futuro, una contro riforma fatta a posta contro i giovani. Ai fascisti che hanno dato vita al primo Ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 - Ordinamento della professione di avvocato e di procuratore convertito con la legge 22 gennaio 1934 n.36) questa contro riforma reazionaria gli fa un baffo. Trattasi di una “riforma”, scritta come al solito negligentemente, che non viene in alcun modo incontro ed anzi penalizza in modo significativo i giovani. Da anni inascoltato denuncio il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ho ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Insabbiamento delle denunce e attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua.

La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: "Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!"

"La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera". Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

«Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

Abbiamo una Costituzione catto-comunista predisposta e votata dagli apparati politici che rappresentavano la metà degli italiani, ossia coloro che furono i vincitori della guerra civile e che votarono per la Repubblica. Una Costituzione fondata sul lavoro (che oggi non c’è e per questo ci rende schiavi) e non sulla libertà (che ci dovrebbe sempre essere, ma oggi non c’è e per questo siamo schiavi). Un diritto all’uguaglianza inapplicato in virtù del fatto che il potere, anziché essere nelle mani del popolo che dovrebbe nominare i suoi rappresentanti politici, amministrativi e giudiziari, è in mano a mafie, caste, lobbies e massonerie. 

Siamo un popolo corrotto: nella memoria, nell’analisi e nel processo mentale di discernimento. Ogni dato virulento che il potere mediatico ci ha propinato, succube al potere politico, economico e giudiziario, ha falsato il senso etico della ragione e logica del popolo. Come il personal computer, giovani e vecchi, devono essere formattati. Ossia, azzerare ogni cognizione e ripartire da zero all’acquisizione di conoscenze scevre da influenze ideologiche, religiose ed etniche. Dobbiamo essere consci del fatto che esistono diverse verità.

Ogni fatto è rappresentato da una verità storica; da una verità mediatica e da una verità giudiziaria.

La verità storica è conosciuta solo dai responsabili del fatto. La verità mediatica è quella rappresentata dai media approssimativi che sono ignoranti in giurisprudenza e poco esperti di frequentazioni di aule del tribunale, ma genuflessi e stanziali negli uffici dei pm e periti delle convinzioni dell’accusa, mai dando spazio alla difesa. La verità giudiziaria è quella che esce fuori da una corte, spesso impreparata culturalmente, tecnicamente e psicologicamente (in virtù dei concorsi pubblici truccati). Nelle aule spesso si lede il diritto di difesa, finanche negando le più elementari fonti di prova, o addirittura, in caso di imputati poveri, il diritto alla difesa. Il gratuita patrocinio è solo una balla. Gli avvocati capaci non vi consentono, quindi ti ritrovi con un avvocato d’ufficio che spesso si rimette alla volontà della corte, senza conoscere i carteggi. La sentenza è sempre frutto della libera convinzione di una persona (il giudice). Mi si chiede cosa fare. Bisogna, da privato, ripassare tutte le fasi dell’indagine e carpire eventuali errori dei magistrati trascurati dalla difesa (e sempre ve ne sono). Eventualmente svolgere un’indagine parallela. Intanto aspettare che qualche pentito, delatore, o intercettazione, produca una nuova prova che ribalti l’esito del processo. Quando poi questa emerge bisogna sperare nella fortuna di trovare un magistrato coscienzioso (spesso non accade per non rilevare l’errore dei colleghi), che possa aprire un processo di revisione.

Ognuno di noi antropologicamente ha un limite, non dovuto al sesso, od alla razza, od al credo religioso, ma bensì delimitato dall’istruzione ricevuta ed all’educazione appresa dalla famiglia e dalla società, esse stesse influenzate dall’ambiente, dalla cultura, dagli usi e dai costumi territoriali. A differenza degli animali la maggior parte degli umani non si cura del proprio limite e si avventura in atteggiamenti e giudizi non consoni al loro stato. Quando a causa dei loro limiti non arrivano ad avere ragione con il ragionamento, allora adottano la violenza (fisica o psicologica, ideologica o religiosa) e spesso con la violenza ottengono un effimero ed immeritato potere o risultato. I più intelligenti, conoscendo il proprio limite, cercano di ampliarlo per risultati più duraturi e poteri meritati. Con nuove conoscenze, con nuovi studi, con nuove esperienze arricchiscono il loro bagaglio culturale ed aprono la loro mente, affinché questa accetti nuovi concetti e nuovi orizzonti. Acquisizione impensabile in uno stato primordiale. In non omologati hanno empatia per i conformati. Mentre gli omologati sono mossi da viscerale egoismo dovuto all’istinto di sopravvivenza: voler essere ed avere più di quanto effettivamente si possa meritare di essere od avere. Loro ed i loro interessi come ombelico del mondo. Da qui la loro paura della morte e la ricerca di un dio assoluto e personale, finanche cattivo: hanno paura di perdere il niente che hanno e sono alla ricerca di un dio che dal niente che sono li elevi ad entità. L'empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell'altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale, perché mettersi nei panni dell'altro per sapere cosa pensa e come reagirebbe costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l'uomo è in continua competizione con gli altri uomini. Fa niente se i dotti emancipati e non omologati saranno additati in patria loro come Gesù nella sua Nazareth: semplici figli di falegnami, perchè "non c'è nessun posto dove un profeta abbia meno valore che non nella sua patria e nella sua casa". Non c'è bisogno di essere cristiani per apprezzare Gesù Cristo: non per i suoi natali, ma per il suo insegnamento  e, cosa più importante, per il suo esempio. Fa capire che alla fine è importante lasciar buona traccia di sè, allora sì che si diventa immortali nella rimembranza altrui.

Tutti vogliono avere ragione e tutti pretendono di imporre la loro verità agli altri. Chi impone ignora, millanta o manipola la verità. L'ignoranza degli altri non può discernere la verità dalla menzogna. Il saggio aspetta che la verità venga agli altri. La sapienza riconosce la verità e spesso ciò fa ricredere e cambiare opinione. Solo gli sciocchi e gli ignoranti non cambiano mai idea, per questo sono sempre sottomessi. La Verità rende liberi, per questo è importante far di tutto per conoscerla. 

Tutti gli altri intendono “Tutte le Mafie” come un  insieme orizzontale di entità patologiche criminali territoriali (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, ecc.).

Io intendo “Tutte le Mafie” come un ordinamento criminale verticale di entità fisiologiche nazionali composte, partendo dal basso: dalle mafie (la manovalanza), dalle Lobbies, dalle Caste e dalle Massonerie (le menti).

La Legalità è il comportamento umano conforme al dettato della legge nel compimento di un atto o di un fatto. Se l'abito non fa il monaco, e la cronaca ce lo insegna, nè toghe, nè divise, nè poteri istituzionali o mediatici hanno la legittimazione a dare insegnamenti e/o patenti di legalità. Lor signori non si devono permettere di selezionare secondo loro discrezione la società civile in buoni e cattivi ed ovviamente si devono astenere dall'inserirsi loro stessi tra i buoni. Perchè secondo questa cernita il cattivo è sempre il povero cittadino, che oltretutto con le esose tasse li mantiene. Non dimentichiamoci che non ci sono dio in terra e fino a quando saremo in democrazia, il potere è solo prerogativa del popolo.

Non sono conformato ed omologato, per questo son fiero ed orgoglioso di essere diverso.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

Recensione di un’opera editoriale osteggiata dalla destra e dalla sinistra. Perle di saggezza destinate al porcilaio.

I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. Lo dice Beppe Grillo e forse ha ragione. Ma tra di loro vi sono anche eccellenze di gran valore. Questo vale per le maggiori testate progressiste (Il Corriere della Sera, L’Espresso, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano), ma anche per le testate liberali (Panorama, Oggi, Il Giornale, Libero Quotidiano). In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci, questi eccelsi giornalisti, attraverso le loro coraggiose inchieste, sono fonte di prova incontestabile per raccontare l’Italia vera, ma sconosciuta. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia. Tramite loro, citando gli stessi e le loro inchieste scottanti, Antonio Giangrande ha raccolto in venti anni tutto quanto era utile per dimostrare che la mafia vien dall’alto. Pochi lupi e tante pecore. Una selezione di nomi e fatti articolati per argomento e per territorio. L’intento di Giangrande è rappresentare la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Questa è sociologia storica, di cui il Giangrande è il massimo cultore. Questa è la collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata su www.controtuttelemafie.it ed altri canali web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo. 40 libri scritti da Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” e scrittore-editore dissidente. Saggi pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Opere che i media si astengono a dare loro la dovuta visibilità e le rassegne culturali ad ignorare. In occasione delle festività ed in concomitanza con le nuove elezioni legislative sarebbe cosa buona e utile presentare ai lettori una lettura alternativa che possa rendere più consapevole l’opinione dei cittadini. Un’idea regalo gratuita o con modica spesa, sicuramente gradita da chi la riceve. Non è pubblicità gratuita che si cerca per fini economici, né tanto meno è concorrenza sleale. Si chiede solo di divulgare la conoscenza di opere che già sul web sono conosciutissime e che possono anche esser lette gratuitamente. Evento editoriale esclusivo ed aggiornato periodicamente. Di sicuro interesse generale. Fa niente se dietro non ci sono grandi o piccoli gruppi editoriali. Ciò è garanzia di libertà.

Grazie per l’adesione e la partecipazione oltre che per la solidarietà.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

Politica, giustizia ed informazione. In tempo di voto si palesa l’Italietta delle verginelle.

Da scrittore navigato, il cui sacco di 50 libri scritti sull’Italiopoli degli italioti lo sta a dimostrare, mi viene un rigurgito di vomito nel seguire tutto quanto viene detto da scatenate sgualdrine (in senso politico) di ogni schieramento politico. Sgualdrine che si atteggiano a verginelle e si presentano come aspiranti salvatori della patria in stampo elettorale.

In Italia dove non c’è libertà di stampa e vige la magistratocrazia è facile apparire verginelle sol perché si indossa l’abito bianco.

I nuovi politici non si presentano come preparati a risolvere i problemi, meglio se liberi da pressioni castali, ma si propongono, a chi non li conosce bene, solo per le loro presunti virtù, come verginelle illibate.

Ci si atteggia a migliore dell’altro in una Italia dove il migliore c’ha la rogna.

L’Italietta è incurante del fatto che Nicola Vendola a Bari sia stato assolto in modo legittimo dall’amica della sorella o Luigi De Magistris sia stato assolto a Salerno in modo legale dalla cognata di Michele Santoro, suo sponsor politico.

L’Italietta che non batte ciglio quando a Bari Massimo D’Alema in modo lecito esce pulito da un’inchiesta penale. Accogliendo la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm, il gip Concetta Russi il 22 giugno ’95 decise per il proscioglimento, ritenendo superfluo ogni approfondimento: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti – scrisse nelle motivazioni - e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci (...). L’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato». Chi era il titolare dell’inchiesta che sollecitò l’archiviazione? Il pm Alberto Maritati, eletto coi Ds e immediatamente nominato sottosegretario all’Interno durante il primo governo D’Alema, numero due del ministro Jervolino, poi ancora sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, emulo di un altro pm pugliese diventato sottosegretario con D’Alema: Giannicola Sinisi. E chi svolse insieme a Maritati gli accertamenti su Cavallari? Chi altro firmò la richiesta d’archiviazione per D’Alema? Semplice: l’amico e collega Giuseppe Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari, poi titolare della segretissima indagine sulle ragazze reclutate per le feste a Palazzo Grazioli, indagine «anticipata» proprio da D’Alema.

L’Italietta non si scandalizza del fatto che sui Tribunali e nella scuole si spenda il nome e l’effige di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino da parte di chi, loro colleghi, li hanno traditi in vita, causandone la morte.

L’Italietta non si sconvolge del fatto che spesso gli incriminati risultano innocenti e ciononostante il 40%  dei detenuti è in attesa di giudizio. E per questo gli avvocati in Parlamento, anziché emanar norme, scioperano nei tribunali, annacquando ancor di più la lungaggine dei processi.

L’Italietta che su giornali e tv foraggiate dallo Stato viene accusata da politici corrotti di essere evasore fiscale, nonostante sia spremuta come un limone senza ricevere niente in cambio.

L’Italietta, malgrado ciò, riesce ancora a discernere le vergini dalle sgualdrine, sotto l’influenza mediatica-giudiziaria.

Fa niente se proprio tutta la stampa ignava tace le ritorsioni per non aver taciuto le nefandezze dei magistrati, che loro sì decidono chi candidare al Parlamento per mantenere e tutelare i loro privilegi.

Da ultimo è la perquisizione ricevuta in casa dall’inviato de “La Repubblica”, o quella ricevuta dalla redazione del tg di Telenorba.

Il re è nudo: c’è qualcuno che lo dice. E’ la testimonianza di Carlo Vulpio sull’integrità morale di Nicola Vendola, detto Niki. L’Editto bulgaro e l’Editto di Roma (o di Bari). Il primo è un racconto che dura da anni. Del secondo invece non si deve parlare.

I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. La verità è che sono solo codardi.

E cosa c’è altro da pensare. In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia.

Tutti hanno taciuto "Le mani nel cassetto. (e talvolta anche addosso...). I giornalisti perquisiti raccontano". Il libro, introdotto dal presidente nazionale dell’Ordine Enzo Jacopino, contiene le testimonianze, delicate e a volte ironiche, di ventuno giornalisti italiani, alcuni dei quali noti al grande pubblico, che hanno subito perquisizioni personali o ambientali, in casa o in redazione, nei computer e nelle agende, nei libri e nei dischetti cd o nelle chiavette usb, nella biancheria e nel frigorifero, “con il dichiarato scopo di scoprire la fonte confidenziale di una notizia: vera, ma, secondo il magistrato, non divulgabile”. Nel 99,9% dei casi le perquisizioni non hanno portato “ad alcun rinvenimento significativo”.

Cosa pensare se si è sgualdrina o verginella a secondo dell’umore mediatico. Tutti gli ipocriti si facciano avanti nel sentirsi offesi, ma che fiducia nell’informazione possiamo avere se questa è terrorizzata dalle querele sporte dai PM e poi giudicate dai loro colleghi Giudici.

Alla luce di quanto detto, è da considerare candidabile dai puritani nostrani il buon “pregiudicato” Alessandro Sallusti che ha la sol colpa di essere uno dei pochi coraggiosi a dire la verità?

Si badi che a ricever querela basta recensire il libro dell’Ordine Nazionale dei giornalisti, che racconta gli abusi ricevuti dal giornalista che scrive la verità, proprio per denunciare l'arma intimidatoria delle perquisizioni alla stampa.

Che giornalisti sono coloro che, non solo non raccontano la verità, ma tacciono anche tutto ciò che succede a loro?

E cosa ci si aspetta da questa informazione dove essa stessa è stata visitata nella loro sede istituzionale dalla polizia giudiziaria che ha voluto delle copie del volume e i dati identificativi di alcune persone, compreso il presidente che dell'Ordine è il rappresentante legale?

La Costituzione all’art. 104 afferma che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.”

Ne conviene che il dettato vuol significare non equiparare la Magistratura ad altro potere, ma differenziarne l’Ordine con il Potere che spetta al popolo. Ordine costituzionalizzato, sì, non Potere.

Magistrati. Ordine, non potere, come invece il più delle volte si scrive, probabilmente ricordando Montesquieu; il quale però aggiungeva che il potere giudiziario é “per così dire invisibile e nullo”. Solo il popolo è depositario della sovranità: per questo Togliatti alla Costituente avrebbe voluto addirittura che i magistrati fossero eletti dal popolo, per questo sostenne le giurie popolari. Ordine o potere che sia, in ogni caso è chiaro che di magistrati si parla.

Allora io ho deciso: al posto di chi si atteggia a verginella io voterei sempre un “pregiudicato” come Alessandro Sallusti, non invece chi incapace, invidioso e cattivo si mette l’abito bianco per apparir pulito.

E facile dire pregiudicato. Parliamo del comportamento degli avvocati. Il caso della condanna di Sallusti. Veniamo al primo grado: l’avvocato di Libero era piuttosto noto perché non presenziava quasi mai alle udienze, preferendo mandarci sempre un sostituto sottopagato, dice Filippo Facci. E qui, il giorno della sentenza, accadde un fatto decisamente singolare. Il giudice, una donna, lesse il dispositivo che condannava Sallusti a pagare circa 5mila euro e Andrea Monticone a pagarne 4000 (più 30mila di risarcimento, che nel caso dei magistrati è sempre altissimo) ma nelle motivazioni della sentenza, depositate tempo dopo, lo stesso giudice si dolse di essersi dimenticato di prevedere una pena detentiva. Un’esagerazione? Si può pensarlo. Tant’è, ormai era andata: sia il querelante sia la Procura sia gli avvocati proposero tuttavia appello (perché in Italia si propone sempre appello, anche quando pare illogico o esagerato) e la sentenza della prima sezione giunse il 17 giugno 2011. E qui accadeva un altro fatto singolare: l’avvocato di Libero tipicamente non si presentò in aula e però neppure il suo sostituto: il quale, nel frattempo, aveva abbandonato lo studio nell’ottobre precedente come del resto la segretaria, entrambi stufi di lavorare praticamente gratis. Fatto sta che all’Appello dovette presenziare un legale d’ufficio – uno che passava di lì, letteralmente – sicché la sentenza cambiò volto: come richiesto dall’accusa, Monticone si beccò un anno con la condizionale e Sallusti si beccò un anno e due mesi senza un accidente di condizionale, e perché? Perché aveva dei precedenti per l’omesso controllo legato alla diffamazione. Il giudice d’Appello, in pratica, recuperò la detenzione che il giudice di primo grado aveva dimenticato di scrivere nel dispositivo.

Ma anche il Tribuno Marco Travaglio è stato vittima degli avvocati. Su Wikipedia si legge che nel 2000 è stato condannato in sede civile, dopo essere stato citato in giudizio da Cesare Previti a causa di un articolo in cui Travaglio ha definito Previti «un indagato» su “L’Indipendente”. Previti era effettivamente indagato ma a causa dell'impossibilità da parte dell' avvocato del giornale di presentare le prove in difesa di Travaglio in quanto il legale non era retribuito, il giornalista fu obbligato al risarcimento del danno quantificato in 79 milioni di lire. Comunque lui stesso a “Servizio Pubblico” ha detto d’aver perso una querela con Previti, parole sue, «perché l’avvocato non è andato a presentare le mie prove». Colpa dell’avvocato.

Ma chi e quando le cose cambieranno?

Per fare politica in Italia le strade sono poche, specialmente se hai qualcosa da dire e proponi soluzioni ai problemi generali. La prima è cominciare a partecipare a movimenti studenteschi fra le aule universitarie, mettersi su le stellette di qualche occupazione e poi prendere la tessera di un partito. Se di sinistra è meglio. Poi c'è la strada della partecipazione politica con tesseramento magari sfruttando una professione che ti metta in contatto con molti probabili elettori: favoriti sono gli avvocati, i medici di base ed i giornalisti. C'è una terza via che sempre più prende piede. Fai il magistrato. Se puoi occupati di qualche inchiesta che abbia come bersaglio un soggetto politico, specie del centro destra, perché gli amici a sinistra non si toccano. Comunque non ti impegnare troppo. Va bene anche un'archiviazione. Poi togli la toga e punta al Palazzo. Quello che interessa a sinistra è registrare questo movimento arancione con attacco a tre punte: De Magistris sulla fascia, Di Pietro in regia e al centro il nuovo bomber Antonio Ingroia. Se è un partito dei magistrati e per la corporazione dei magistrati. Loro "ci stanno".

Rivoluzione Civile è una formazione improvvisata le cui figure principali di riferimento sono tre magistrati: De Magistris, Di Pietro e Ingroia. Dietro le loro spalle si rifugiano i piccoli partiti di Ferrero, Diliberto e Bonelli in cerca di presenza parlamentare. E poi, ci mancherebbe, con loro molte ottime persone di sinistra critica all’insegna della purezza. Solo che la loro severità rivolta in special modo al Partito Democratico, deve per forza accettare un’eccezione: Antonio Di Pietro. La rivelazione dei metodi disinvolti con cui venivano gestiti i fondi dell’Italia dei Valori, e dell’uso personale che l’ex giudice fece di un’eredità cospicua donata a lui non certo per godersela, lo hanno costretto a ritirarsi dalla prima fila. L’Italia dei Valori non si presenta più da sola, non per generosità ma perchè andrebbe incontro a una sconfitta certa. Il suo leader però viene ricandidato da Ingroia senza troppi interrogativi sulla sua presentabilità politica. “Il Fatto”, solitamente molto severo, non ha avuto niente da obiettare sul Di Pietro ricandidato alla chetichella. Forse perchè non era più alleato di Bersani e Vendola? Si chiede Gad Lerner.

Faceva una certa impressione nei tg ascoltare Nichi Vendola (che, secondo Marco Ventura su “Panorama”, la magistratura ha salvato dalle accuse di avere imposto un primario di sua fiducia in un concorso riaperto apposta e di essere coinvolto nel malaffare della sanità in Puglia) dire che mentre le liste del Pd-Sel hanno un certo profumo, quelle del Pdl profumano “di camorra”. E che dire di Ingroia e il suo doppiopesismo: moralmente ed eticamente intransigente con gli altri, indulgente con se stesso. Il candidato Ingroia, leader rivoluzionario, da pm faceva domande e i malcapitati dovevano rispondere. Poi a rispondere, come candidato premier, tocca a lui. E lui le domande proprio non le sopporta, come ha dimostrato nella trasmissione condotta su Raitre da Lucia Annunziata. Tanto da non dimettersi dalla magistratura, da candidarsi anche dove non può essere eletto per legge (Sicilia), da sostenere i No Tav ed avere come alleato l'inventore della Tav (Di Pietro), da criticare la legge elettorale, ma utilizzarla per piazzare candidati protetti a destra e a manca. L'elenco sarebbe lungo, spiega Alessandro Sallusti. Macchè "rivoluzione" Ingroia le sue liste le fa col manuale Cencelli. L'ex pm e i partiti alleati si spartiscono i posti sicuri a Camera e Senato, in barba alle indicazioni delle assemblee territoriali. Così, in Lombardia, il primo lombardo è al nono posto. Sono tanti i siciliani che corrono alle prossime elezioni politiche in un seggio lontano dall’isola. C’è Antonio Ingroia capolista di Rivoluzione Civile un po' dappertutto. E poi ci sono molti "paracadutati" che hanno ottenuto un posto blindato lontano dalla Sicilia. Pietro Grasso, ad esempio, è capolista del Pd nel Lazio: "Non mi candido in Sicilia per una scelta di opportunità", ha detto, in polemica con Ingroia, che infatti in Sicilia non è eleggibile. In Lombardia per Sel c'è capolista Claudio Fava, giornalista catanese, e non candidato alle ultime elezioni regionali per un pasticcio fatto sulla sua residenza in Sicilia (per fortuna per le elezioni politiche non c'è bisogno di particolare documentazione....). Fabio Giambrone, braccio destro di Orlando, corre anche in Lombardia e in Piemonte. Celeste Costantino, segretaria provinciale di Sel a Palermo è stata candidata, con qualche malumore locale, nella circoscrizione Piemonte 1. Anna Finocchiaro, catanese e con il marito sotto inchiesta è capolista del Pd, in Puglia. Sarà lei in caso di vittoria del Pd la prossima presidente del Senato. Sempre in Puglia alla Camera c'è spazio per Ignazio Messina al quarto posto della lista di Rivoluzione civile. E che dire di Don Gallo che canta la canzone partigiana "Bella Ciao" sull'altare, sventolando un drappo rosso.

"Serve una legge per regolamentare e limitare la discesa in politica dei magistrati, almeno nei distretti dove hanno esercitato le loro funzioni, per evitare che nell'opinione pubblica venga meno la considerazione per i giudici". Lo afferma il presidente della Cassazione, nel suo discorso alla cerimonia di inaugurazione del nuovo anno giudiziario 2013. Per Ernesto Lupo devono essere "gli stessi pm a darsi delle regole nel loro Codice etico". Per la terza e ultima volta - dal momento che andrà in pensione il prossimo maggio - il Primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, ha illustrato - alla presenza del Presidente della Repubblica e delle alte cariche dello Stato - la «drammatica» situazione della giustizia in Italia non solo per la cronica lentezza dei processi, 128 mila dei quali si sono conclusi nel 2012 con la prescrizione, ma anche per la continua violazione dei diritti umani dei detenuti per la quale è arrivato l’ultimatum dalla Corte Ue. Sebbene abbia apprezzato le riforme del ministro Paola Severino - taglio dei “tribunalini” e riscrittura dei reati contro la pubblica amministrazione - Lupo ha tuttavia sottolineato che l’Italia continua ad essere tra i Paesi più propensi alla corruzione. Pari merito con la Bosnia, e persino dietro a nazioni del terzo mondo. Il Primo presidente ha, poi, chiamato gli stessi magistrati a darsi regole severe per chi scende in politica e a limitarsi, molto, nel ricorso alla custodia in carcere.  «È auspicabile - esorta Lupo - che nella perdurante carenza della legge, sia introdotta nel codice etico quella disciplina più rigorosa sulla partecipazione dei magistrati alla vita politica e parlamentare, che in decenni il legislatore non è riuscito ad approvare». Per regole sulle toghe in politica, si sono espressi a favore anche il Procuratore generale della Suprema Corte Gianfranco Ciani, che ha criticato i pm che flirtano con certi media cavalcando le inchieste per poi candidarsi, e il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli. Per il Primo presidente nelle celle ci sono 18.861 detenuti di troppo e bisogna dare più permessi premio. Almeno un quarto dei reclusi è in attesa di condanna definitiva e i giudici devono usare di più le misure alternative.

"Non possiamo andare avanti così - lo aveva già detto il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, nella relazione che ha aperto la cerimonia dell’ inaugurazione dell’ Anno Giudiziario 2009 - In più, oltre a un più rigoroso richiamo dei giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe contestualmente evitare la realizzazione di veri e propri 'processi mediatici', simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali". "La giustizia - sottolinea Carbone - deve essere trasparente ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria".

Questo per far capire che il problema “Giustizia” sono i magistrati. Nella magistratura sono presenti "sacche di inefficienza e di inettitudine". La denuncia arriva addirittura dal procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, sempre nell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009.

Ma è questa la denuncia più forte che viene dall'apertura dell'anno giudiziario 2013 nelle Corti d'Appello: «Non trovo nulla da eccepire sui magistrati che abbandonano la toga per candidarsi alle elezioni politiche - ha detto il presidente della Corte di Appello di Roma Giorgio Santacroce. Ma ha aggiunto una stoccata anche ad alcuni suoi colleghi - Non mi piacciono - ha affermato - i magistrati che non si accontentano di far bene il loro lavoro, ma si propongono di redimere il mondo. Quei magistrati, pochissimi per fortuna, che sono convinti che la spada della giustizia sia sempre senza fodero, pronta a colpire o a raddrizzare le schiene. Parlano molto di sè e del loro operato anche fuori dalle aule giudiziarie, esponendosi mediaticamente, senza rendersi conto che per dimostrare quell' imparzialità che è la sola nostra divisa, non bastano frasi ad effetto, intrise di una retorica all'acqua di rose. Certe debolezze non rendono affatto il magistrato più umano. I magistrati che si candidano esercitano un diritto costituzionalmente garantito a tutti i cittadini, ma Piero Calamandrei diceva che quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra».

Dove non arrivano a fare le loro leggi per tutelare prerogative e privilegi della casta, alcuni magistrati, quando non gli garba il rispetto e l’applicazione della legge, così come gli è dovuto e così come hanno giurato, disapplicano quella votata da altri. Esempio lampante è Taranto. I magistrati contestano la legge, anziché applicarla, a scapito di migliaia di lavoratori. Lo strapotere e lo straparlare dei magistrati si incarna in alcuni esempi. «Ringrazio il Presidente della Repubblica, come cittadino ma anche di giudice, per averci allontanati dal precipizio verso il quale inconsciamente marciavamo». Sono le parole con le quali il presidente della Corte d'appello, Mario Buffa, ha aperto, riferendosi alla caduta del Governo Berlusconi, la relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2012 nell'aula magna del palazzo di giustizia di Lecce. «Per fortuna il vento sembra essere cambiato – ha proseguito Buffa: la nuova ministra non consuma le sue energie in tentativi di delegittimare la magistratura, creando intralci alla sua azione». Ma il connubio dura poco. L’anno successivo, nel 2013, ad aprire la cerimonia di inaugurazione è stata ancora la relazione del presidente della Corte d’appello di Lecce, Mario Buffa. Esprimendosi sull’Ilva di Taranto ha dichiarato che “il Governo ha fatto sull’Ilva una legge ad aziendam, che si colloca nella scia delle leggi ad personam inaugurata in Italia negli ultimi venti anni, una legge che riconsegna lo stabilimento a coloro che fingevano di rispettare le regole di giorno e continuavano a inquinare di notte”. Alla faccia dell’imparzialità. Giudizi senza appello e senza processo. Non serve ai magistrati candidarsi in Parlamento. La Politica, in virtù del loro strapotere, anche mediatico, la fanno anche dai banchi dei tribunali. Si vuole un esempio? "E' una cosa indegna". Veramente mi disgusta il fatto che io debba leggere sul giornale, momento per momento, 'stanno per chiamare la dottoressa Tizio, la stanno chiamando...l'hanno interrogato...la posizione si aggrava'". E ancora: "Perchè se no qua diamo per scontato che tutto viene raccontato dai giornali, che si fa il clamore mediatico, che si va a massacrare la gente prima ancora di trovare un elemento di colpevolezza". E poi ancora: "A me pare molto più grave il fatto che un cialtrone di magistrato dia indebitamente la notizia in violazione di legge...". Chi parla potrebbe essere Silvio Berlusconi, che tante volte si è lamentato di come le notizie escano dai tribunali prima sui giornali che ai diretti interessati. E invece, quelle che riporta il Corriere della Sera, sono parole pronunciate nel giugno 2010 nientemeno che del capo della polizia Antonio Manganelli, al telefono col prefetto Nicola Izzo, ex vicario della polizia. Ed allora “stronzi” chi li sta a sentire.

«L'unica spiegazione che posso dare è che ho detto sempre quello che pensavo anche affrontando critiche, criticando a mia volta la magistratura associata e gli alti vertici della magistratura. E' successo anche ad altri più importanti e autorevoli magistrati, a cominciare da Giovanni Falcone. Forse non è un caso - ha concluso Ingroia - che quando iniziò la sua attività di collaborazione con la politica le critiche peggiori giunsero dalla magistratura. E' un copione che si ripete». «Come ha potuto Antonio Ingroia paragonare la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni Falcone? Tra loro esiste una distanza misurabile in milioni di anni luce. Si vergogni». È il commento del procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, ai microfoni del TgLa7 condotto da Enrico Mentana contro l'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, ora leader di Rivoluzione civile. Non si è fatta attendere la replica dell'ex procuratore aggiunto di Palermo che dagli schermi di Ballarò respinge le accuse della sua ex collega: «Probabilmente non ha letto le mie parole, s'informi meglio. Io non mi sono mai paragonato a Falcone, ci mancherebbe. Denunciavo soltanto una certa reazione stizzita all'ingresso dei magistrati in politica, di cui fu vittima anche Giovanni quando collaborò con il ministro Martelli. Forse basterebbe leggere il mio intervento» E poi. «Ho atteso finora una smentita, invano. Siccome non è arrivata dico che l'unica a doversi vergognare è lei che, ancora in magistratura, prende parte in modo così indecente e astioso alla competizione politica manipolando le mie dichiarazioni. La prossima volta pensi e conti fino a tre prima di aprire bocca. Quanto ai suoi personali giudizi su di me, non mi interessano e alle sue piccinerie siamo abituati da anni. Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo». «Sì, è vero. È stato fatto un uso politico delle intercettazioni, ma questo è stato l’effetto relativo, la causa è che non si è mai fatta pulizia nel mondo della politica». Un'ammissione in piena regola fatta negli studi di La7 dall'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Che sostanzialmente ha ammesso l'esistenza (per non dire l'appartenenza) di toghe politicizzate. Il leader di Rivoluzione civile ha spiegato meglio il suo pensiero: «Se fosse stata pulizia, non ci sarebbero state inchieste così clamorose e non ci sarebbe state intercettazioni utilizzate per uso politico». L’ex pm ha poi affermato che «ogni magistrato ha un suo tasso di politicità nel modo in cui interpreta il suo ruolo. Si può interpretare la legge in modo più o meno estensiva, più o meno garantista altrimenti non si spiegherebbero tante oscillazione dei giudici nelle decisioni. Ogni giudice dovrebbe essere imparziale rispetto alle parti, il che non significa essere neutrale rispetto ai valori o agli ideali, c’è e c’è sempre stata una magistratura conservatrice e una progressista». Guai a utilizzare il termine toga rossa però, perché "mi offendo, per il significato deteriore che questo termine ha avuto", ha aggiunto Ingroia. Dice dunque Ingroia, neoleader dell'arancia meccanica: «Piero Grasso divenne procuratore nazionale perché scelto da Berlusconi grazie a una legge ad hoc che escludeva Gian Carlo Caselli». Come se non bastasse, Ingroia carica ancora, come in un duello nella polvere del West: «Grasso è il collega che voleva dare un premio, una medaglia al governo Berlusconi per i suoi meriti nella lotta alla mafia». Ma poi, già che c'è, Caselli regola i conti anche con Grasso: «È un fatto storico che ai tempi del concorso per nominare il successore di Vigna le regole vennero modificate in corso d'opera dall'allora maggioranza con il risultato di escludermi. Ed è un fatto che questo concorso lo vinse Grasso e che la legge che mi impedì di parteciparvi fu dichiarata incostituzionale». Dunque, la regola aurea è sempre quella. I pm dopo aver bacchettato la società tutta, ora si bacchettano fra di loro, rievocano pagine più o meno oscure, si contraddicono con metodo, si azzannano con ferocia. E così i guardiani della legalità, le lame scintillanti della legge si graffiano, si tirano i capelli e recuperano episodi sottovuoto, dissigillando giudizi rancorosi. Uno spettacolo avvilente. Ed ancora a sfatare il mito dei magistrati onnipotenti ci pensano loro stessi, ridimensionandosi a semplici uomini, quali sono, tendenti all’errore, sempre impunito però. A ciò serve la polemica tra le Procure che indagano su Mps.  «In certi uffici di procura "sembra che la regola della competenza territoriale sia un optional. C'è stata una gara tra diversi uffici giudiziari, ma sembra che la new entry abbia acquisito una posizione di primato irraggiungibile». Nel suo intervento al congresso di Magistratura democratica del 2 febbraio 2013 il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati ha alluso criticamente, pur senza citarla direttamente, alla procura di Trani, l'ultima ad aprire, tra le tante inchieste aperte, un'indagine su Mps. «No al protagonismo di certi magistrati che si propongono come tutori del Vero e del Giusto magari con qualche strappo alle regole processuali e alle garanzie, si intende a fin di Bene». A censurare il fenomeno il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati nel suo intervento al congresso di Md. Il procuratore di Milano ha puntato l'indice contro il "populismo" e la "demagogia" di certi magistrati, che peraltro - ha osservato - "non sanno resistere al fascino" dell'esposizione mediatica. Di tutto quanto lungamente ed analiticamente detto bisogna tenerne conto nel momento in cui si deve dare un giudizio su indagini, processi e condanne. Perché mai nulla è come appare ed i magistrati non sono quegli infallibili personaggi venuti dallo spazio, ma solo uomini che hanno vinto un concorso pubblico, come può essere quello italiano. E tenendo conto di ciò, il legislatore ha previsto più gradi di giudizio per il sindacato del sottoposto. 

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

La Repubblica delle manette (e degli orrori giudiziari). Augusto Minzolini, già direttore del Tg1, è stato assolto ieri dall'accusa di avere usato in modo improprio la carta di credito aziendale. Tutto bene? Per niente, risponde scrive Alessandro Sallusti. Perché quell'accusa di avere mangiato e viaggiato a sbafo (lo zelante Pm aveva chiesto due anni di carcere) gli è costata il posto di direttore oltre che un anno e mezzo di linciaggio mediatico da parte di colleghi che, pur essendo molto esperti di rimborsi spese furbetti, avevano emesso una condanna definitiva dando per buono il teorema del Pm (suggerito da Antonio Di Pietro, guarda caso). Minzolini avrà modo di rifarsi in sede civile, ma non tutti i danni sono risarcibili in euro, quando si toccano la dignità e la credibilità di un uomo. Fa rabbia che non il Pm, non la Rai, non i colleghi infangatori e infamatori sentano il bisogno di chiedere scusa. È disarmante che questo popolo di giustizialisti non debba pagare per i propri errori. Che sono tanti e si annidano anche dentro l'ondata di manette fatte scattare nelle ultime ore: il finanziere Proto, l'imprenditore Cellino, il manager del Montepaschi Baldassarri. Storie diverse e tra i malcapitati c'è anche Angelo Rizzoli, l'erede del fondatore del gruppo editoriale, anziano e molto malato anche per avere subito un calvario giudiziario che gli ha bruciato un terzo dell'esistenza: 27 anni per vedersi riconosciuta l'innocenza da accuse su vicende finanziarie degli anni Ottanta. L'uso spregiudicato della giustizia distrugge le persone, ma anche il Paese. Uno per tutti: il caso Finmeccanica, che pare creato apposta per oscurare la vicenda Montepaschi, molto scomoda alla sinistra. Solo la magistratura italiana si permette di trattare come se fosse una tangente da furbetti del quartierino il corrispettivo di una mediazione per un affare internazionale da centinaia di milioni di euro. Cosa dovrebbe fare la più importante azienda di alta tecnologia italiana (70mila dipendenti iper qualificati, i famosi cervelli) in concorrenza con colossi mondiali, grandi quanto spregiudicati? E se fra due anni, come accaduto in piccolo a Minzolini, si scopre che non c'è stato reato, chi ripagherà i miliardi in commesse persi a favore di aziende francesi e tedesche? Non c'entra «l'elogio della tangente» che ieri il solito Bersani ha messo in bocca a Berlusconi, che si è invece limitato a dire come stanno le cose nel complicato mondo dei grandi affari internazionali. Attenzione, che l'Italia delle manette non diventi l'Italia degli errori e orrori.

Un tempo era giustizialista. Ora invece ha cambiato idea. Magari si avvicinano le elezioni e Beppe Grillo comincia ad avere paura anche lui. Magari per i suoi. Le toghe quando agiscono non guardano in faccia nessuno. E così anche Beppe se la prende con i magistrati: "La legge protegge i delinquenti e manda in galera gli innocenti", afferma dal palco di Ivrea. Un duro attacco alla magistratura da parte del comico genovese, che afferma: "Questa magistratura fa paura. Io che sono un comico ho più di ottanta processi e Berlusconi da presidente del Consiglio ne ha 22 in meno, e poi va in televisione a lamentarsi". Il leader del Movimento Cinque Stelle solo qualche tempo fa chiedeva il carcere immediato per il crack Parmalat e anche oggi per lo scandalo di Mps. Garantista part-time - Beppe ora si scopre garantista. Eppure per lui la presunzione di innocenza non è mai esistita. Dai suoi palchi ha sempre emesso condanne prima che finissero le istruttorie. Ma sull'attacco alle toghe, Grillo non sembra così lontano dal Cav. Anche se in passato, il leader Cinque Stelle non ha mai perso l'occasione per criticare Berlusconi e le sue idee su una riforma della magistratura. E sul record di processi Berlusconi, ospite di Sky Tg24, ha precisato: "Grillo non è informato. Io ho un record assoluto di 2700 udienze. I procedimenti contro di me più di cento, credo nessuno possa battere un record del genere".

"La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera". Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

«Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

Sui media prezzolati e/o ideologicizzati si parla sempre dei privilegi, degli sprechi e dei costi della casta dei rappresentanti politici dei cittadini nelle istituzioni, siano essi Parlamentari o amministratori e consiglieri degli enti locali. Molti di loro vorrebbero i barboni in Parlamento. Nessuno che pretenda che i nostri Parlamentari siano all’altezza del mandato ricevuto, per competenza, dedizione e moralità, al di là della fedina penale o delle prebende a loro destinate. Dimenticandoci che ci sono altri boiardi di Stato: i militari, i dirigenti pubblici e, soprattutto, i magistrati. Mai nessuno che si chieda: che fine fanno i nostri soldi, estorti con balzelli di ogni tipo. Se è vero, come è vero, che ci chiudono gli ospedali, ci chiudono i tribunali, non ci sono vie di comunicazione (strade e ferrovie), la pensione non è garantita e il lavoro manca. E poi sulla giustizia, argomento dove tutti tacciono, ma c’è tanto da dire. “Delegittimano la Magistratura” senti accusare gli idolatri sinistroidi in presenza di velate critiche contro le malefatte dei giudici, che in democrazia dovrebbero essere ammesse. Pur non avendo bisogno di difesa d’ufficio c’è sempre qualche manettaro che difende la Magistratura dalle critiche che essa fomenta. Non è un Potere, ma la sinistra lo fa passare per tale, ma la Magistratura, come ordine costituzionale detiene un potere smisurato. Potere ingiustificato, tenuto conto che la sovranità è del popolo che la esercita nei modi stabiliti dalle norme. Potere delegato da un concorso pubblico come può essere quello italiano, che non garantisce meritocrazia. Criticare l’operato dei magistrati nei processi, quando la critica è fondata, significa incutere dubbi sul loro operato. E quando si sentenzia, da parte dei colleghi dei PM, adottando le tesi infondate dell’accusa, si sentenzia nonostante il ragionevole dubbio. Quindi si sentenzia in modo illegittimo che comunque è difficile vederlo affermare da una corte, quella di Cassazione, che rappresenta l’apice del potere giudiziario. Le storture del sistema dovrebbero essere sanate dallo stesso sistema. Ma quando “Il Berlusconi” di turno si sente perseguitato dal maniaco giudiziario, non vi sono rimedi. Non è prevista la ricusazione del Pubblico Ministero che palesa il suo pregiudizio. Vi si permette la ricusazione del giudice per inimicizia solo se questi ha denunciato l’imputato e non viceversa. E’ consentita la ricusazione dei giudici solo per giudizi espliciti preventivi, come se non vi potessero essere intendimenti impliciti di colleganza con il PM. La rimessione per legittimo sospetto, poi, è un istituto mai applicato. Lasciando perdere Berlusconi, è esemplare il caso ILVA a Taranto. Tutta la magistratura locale fa quadrato: dal presidente della Corte d’Appello di Lecce, Buffa, al suo Procuratore Generale, Vignola, fino a tutto il Tribunale di Taranto. E questo ancora nella fase embrionale delle indagini Preliminari. Quei magistrati contro tutti, compreso il governo centrale, regionale e locale, sostenuti solo dagli ambientalisti di maniera. Per Stefano Livadiotti, autore di un libro sui magistrati, arrivano all'apice della carriera in automatico e guadagnano 7 volte più di un dipendente”, scrive Sergio Luciano su “Il Giornale”.

Pubblichiamo ampi stralci dell'intervista di Affaritaliani.it a Stefano Livadiotti realizzata da Sergio Luciano. Livadiotti, giornalista del settimanale l'Espresso e autore di Magistrati L'ultracasta, sta aggiornando il suo libro sulla base dei dati del rapporto 2012 del Cepej (Commissione europea per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa). Livadiotti è anche l'autore di un libro sugli sprechi dei sindacati, dal titolo L'altra casta.

La giustizia italiana non funziona, al netto delle polemiche politiche sui processi Berlusconi. Il rapporto 2012 del Cepej (Commissione europea per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa) inchioda il nostro sistema alla sua clamorosa inefficienza: 492 giorni per un processo civile in primo grado, contro i 289 della Spagna, i 279 della Francia e i 184 della Germania. Milioni di procedimenti pendenti. E magistrati che fanno carriera senza alcuna selezione meritocratica. E senza alcun effettivo rischio di punizione nel caso in cui commettano errori o illeciti. «Nessun sistema può essere efficiente se non riconosce alcun criterio di merito», spiega Stefano Livadiotti, giornalista del settimanale l'Espresso e autore di Magistrati-L'ultracasta. «È evidente che Silvio Berlusconi ha un enorme conflitto d'interessi in materia, che ne delegittima le opinioni, ma ciò non toglie che la proposta di riforma avanzata all'epoca da Alfano, con la separazione delle carriere, la ridefinizione della disciplina e la responsabilità dei magistrati, fosse assolutamente giusta».

Dunque niente meritocrazia, niente efficienza in tribunale?

«L'attuale normativa prevede che dopo 27 anni dall'aver preso servizio, tutti i magistrati raggiungano la massima qualifica di carriera possibile. Tanto che nel 2009 il 24,5% dei circa 9.000 magistrati ordinari in servizio era appunto all'apice dell'inquadramento. E dello stipendio. E come se un quarto dei giornalisti italiani fosse direttore del Corriere della Sera o di Repubblica».

E come si spiega?

«Non si spiega. Io stesso quando ho studiato i meccanismi sulle prime non ci credevo. Eppure e così. Fanno carriera automaticamente, solo sulla base dell'anzianità di servizio. E di esami che di fatto sono una barzelletta. I verbali del Consiglio superiore della magistratura dimostrano che dal 1° luglio 2008 al 31 luglio 2012 sono state fatte, dopo l'ultima riforma delle procedure, che avrebbe dovuto renderle più severe, 2.409 valutazioni, e ce ne sono state soltanto 3 negative, una delle quali riferita a un giudice già in pensione!».

Tutto questo indipendentemente dagli incarichi?

«Dagli incarichi e dalle sedi. E questa carriera automatica si riflette, ovviamente, sulla spesa per le retribuzioni. I magistrati italiani guadagnano più di tutti i loro colleghi dell'Europa continentale, e al vertice della professione percepiscono uno stipendio parti a 7,3 volte lo stipendio medio dei lavoratori dipendenti italiani».

Quasi sempre i magistrati addebitano ritardi e inefficienze al basso budget statale per la giustizia.

«Macché, il rapporto Cepej dimostra che la macchina giudiziaria costa agli italiani, per tribunali, avvocati d'ufficio e pubblici ministeri, 73 euro per abitante all'anno (dato 2010, ndr) contro una media europea di 57,4. Quindi molto di più».

Ma almeno rischiano sanzioni disciplinari?

«Assolutamente no, di fatto. Il magistrato è soggetto solo alla disciplina domestica, ma sarebbe meglio dire addomesticata, del Csm. E cane non mangia cane. Alcuni dati nuovi ed esclusivi lo dimostrano».

Quali dati?

«Qualunque esposto venga rivolto contro un magistrato, passa al filtro preventivo della Procura generale presso la Corte di Cassazione, che stabilisce se c'è il presupposto per avviare un procedimento. Ebbene, tra il 2009 e il 2011 - un dato che fa impressione - sugli 8.909 magistrati ordinari in servizio, sono pervenute a questa Procura 5.921 notizie di illecito: il PG ha archiviato 5.498 denunce, cioè il 92,9%; quindi solo 7,1% è arrivato davanti alla sezione disciplinare del Csm».

Ma poi ci saranno state delle sanzioni, o no?

«Negli ultimi 5 anni, tra il 2007 e il 2011, questa sezione ha definito 680 procedimenti, in seguito ai quali i magistrati destituiti sono stati... nessuno. In dieci anni, tra il 2001 e il 2011, i magistrati ordinari destituiti dal Csm sono stati 4, pari allo 0,28 di quelli finiti davanti alla sezione disciplinare e allo 0,044 di quelli in servizio».

Ma c'è anche una legge sulla responsabilità civile, che permette a chi subisca un errore giudiziario di essere risarcito!

«In teoria sì, è la legge 117 dell'88, scritta dal ministro Vassalli per risponde al referendum che aveva abrogato le norme che limitavano la responsabilità dei magistrati».

E com'è andata, questa legge?

«Nell'arco 23 anni, sono state proposte in Italia 400 cause di richiesta di risarcimento danni per responsabilità dei giudici. Di queste, 253 pari al 63% sono state dichiarate inammissibili con provvedimento definitivo. Ben 49, cioè 12% sono in attesa di pronuncia sull'ammissibilità, 70, pari al 17%, sono in fase di impugnazione di decisione di inammissibilità, 34, ovvero l'8,5%, sono state dichiarate ammissibili. Di queste ultime, 16 sono ancora pendenti e 18 sono state decise: lo Stato ha perso solo 4 volte. In un quarto di secolo è alla fine è stato insomma accolto appena l'1 per cento delle pochissime domande di risarcimento».

Cioè non si sa quanto lavorano e guadagnano?

«Risulta che da un magistrato ci si possono attendere 1.560 ore di lavoro all'anno, che diviso per 365 vuol dire che lavora 4,2 ore al giorno. Sugli stipendi bisogna vedere caso per caso, perché ci sono molte variabili. Quel che è certo, un consigliere Csm, sommando stipendi base, gettoni, rimborsi e indennizzi, e lavorando 3 settimane su 4 dal lunedì al giovedì, quindi 12 giorni al mese, guadagna 2.700 euro per ogni giorno di lavoro effettivo».

TRALASCIANDO L’ABILITAZIONE UNTA DAI VIZI ITALICI, A FRONTE DI TUTTO QUESTO CI RITROVIAMO CON 5 MILIONI DI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI.

MAGISTRATI CHE SONO MANTENUTI DAI CITTADINI E CHE SPUTANO NEL PIATTO IN CUI MANGIANO.

Chi frequenta assiduamente le aule dei tribunali, da spettatore o da attore, sa benissimo che sono luogo di spergiuro e di diffamazioni continue da parte dei magistrati e degli avvocati. Certo è che sono atteggiamenti impuniti perché i protagonisti non possono punire se stessi. Quante volte le requisitorie dei Pubblici Ministeri e le arringhe degli avvocati di parte civile hanno fatto carne da macello della dignità delle persone imputate, presunte innocenti in quella fase  processuale e, per lo più, divenuti tali nel proseguo. I manettari ed i forcaioli saranno convinti che questa sia un regola aurea per affermare la legalità. Poco comprensibile e giustificabile è invece la sorte destinata alle vittime, spesso trattate peggio dei delinquenti sotto processo.

Tutti hanno sentito le parole di Ilda Boccassini: "Ruby è furba di quella furbizia orientale propria della sua origine". «E' una giovane di furbizia orientale che come molti dei giovani delle ultime generazioni ha come obbiettivo entrare nel mondo spettacolo e fare soldi, il guadagno facile, il sogno italiano di una parte della gioventù che non ha come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio ma accedere a meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo, nel cinema. Questo obiettivo - ha proseguito la Boccassini -  ha accomunato la minore "con le ragazze che sono qui sfilate e che frequentavano la residenza di Berlusconi: extracomunitarie, prostitute, ragazze di buona famiglia anche con lauree, persone che hanno un ruolo nelle istituzioni e che pure avevano un ruolo nelle serate di Arcore come la europarlamentare Ronzulli e la europarlamentare Rossi. In queste serate - afferma il pm - si colloca anche il sogno di Kharima. Tutte, a qualsiasi prezzo, dovevano avvicinare il presidente del Consiglio con la speranza o la certezza di ottenere favori, denaro, introduzione nel mondo dello spettacolo».

Fino a prova contraria Ruby, Karima El Mahroug, è parte offesa nel processo.

La ciliegina sulla torta, alla requisitoria, è quella delle 14.10 circa del 31 maggio 2013, quando Antonio Sangermano era sul punto d'incorrere su una clamorosa gaffe che avrebbe fatto impallidire quella della Boccassini su Ruby: "Non si può considerare la Tumini un cavallo di ....", ha detto di Melania Tumini, la principale teste dell'accusa, correggendosi un attimo prima di pronunciare la fatidica parola. 

Ancora come esempio riferito ad un caso mediatico è quello riconducibile alla morte di Stefano Cucchi.

 “Vi annuncio che da oggi pomeriggio (8 aprile 2013) provvederò a inserire sulla mia pagina ufficiale di Facebook quanto ci hanno riservato i pm ed avvocati e le loro poco edificanti opinioni sul nostro conto. Buon ascolto”, ha scritto sulla pagina del social network Ilaria Cucchi, sorella di Stefano. E il primo audio è dedicato proprio a quei pm con i quali la famiglia Cucchi si è trovata dall’inizio in disaccordo. «Lungi dall’essere una persona sana e sportiva, Stefano Cucchi era un tossicodipendente da 20 anni,…….oltre che essere maleducato, scorbutico, arrogante, cafone». Stavolta a parlare non è il senatore del Pdl Carlo Giovanardi – anticipa Ilaria al Fatto –, ma il pubblico ministero Francesca Loy, durante la requisitoria finale. Secondo lei mio fratello aveva cominciato a drogarsi a 11 anni…”, commenta ancora sarcastica la sorella del ragazzo morto. Requisitoria che, a suo dire, sembra in contraddizione con quella dell’altro pm, Vincenzo Barba, il quale “ammette – a differenza della collega – che Stefano potrebbe essere stato pestato. Eppure neanche lui lascia fuori dalla porta l’ombra della droga e, anzi, pare voglia lasciare intendere che i miei genitori ne avrebbero nascosto la presenza ai carabinieri durante la perquisizione, la notte dell’arresto”.

A tal riguardo è uscito un articolo su “L’Espresso”. A firma di Ermanno Forte. “Ora processano Mastrogiovanni”. Requisitoria da anni '50 nel dibattimento sull'omicidio del maestro: il pm difende gli imputati e se la prende con le 'bizzarrie' della vittima. Non c'è stato sequestro di persona perché la contenzione è un atto medico e quindi chi ha lasciato un uomo legato mani e piedi a un letto, per oltre 82 ore, ha semplicemente agito nell'esercizio di un diritto medico. Al massimo ha ecceduto nella sua condotta, ma questo non basta a considerare sussistente il reato di sequestro. E' questa la considerazione centrale della requisitoria formulata da Renato Martuscelli al processo che vede imputati medici e infermieri del reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania, per la morte di Francesco Mastrogiovanni. Il pm ha dunque in gran parte sconfessato l'impianto accusatorio imbastito nella fase delle indagini e di richiesta di rinvio a giudizio da Francesco Rotondo, il magistrato che sin dall'inizio ha lavorato sul caso, disponendo l'immediato sequestro del video registrato dalle telecamere di sorveglianza del reparto psichiatrico, e che poi è stato trasferito. Nella prima parte della requisitoria - durata un paio d'ore, davanti al presidente del tribunale Elisabetta Garzo –Martuscelli si è soffermato a lungo sui verbali di carabinieri e vigili urbani relativi alle ore precedenti al ricovero (quelli dove si descrivono le reazioni di Mastrogiovanni alla cattura avvenuta sulla spiaggia di San Mauro Cilento e le presunte infrazioni al codice della strada commesse dal maestro), oltre a ripercorrere la storia sanitaria di Mastrogiovanni, già sottoposto in passato a due Tso, nel 2002 e nel 2005. "Una buona metà dell'intervento del pm è stata dedicata a spiegare al tribunale quanto fosse cattivo e strano Franco Mastrogiovanni" commenta Michele Capano, rappresentante legale del Movimento per la Giustizia Robin Hood, associazione che si è costituita parte civile al processo "sembrava quasi che l'obiettivo di questa requisitoria fosse lo stesso maestro cilentano, e non i medici di quel reparto".

Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno giustiziati.

“Il carcere uno stupro. Ora voglio la verità”,  dice Massimo Cellino, presidente del Cagliari calcio, ad Ivan Zazzaroni. «Voglio conoscere la vera ragione di tutto questo, i miei legali l’hanno definito “uno stupro”. Cassazione e Tar hanno stabilito che non ci sono stati abusi, dandomi ragione piena. - Ricorda: riordina. - La forestale s’è presentata a casa mia alle sette del mattino. Ho le piante secche?, ho chiesto. E loro: deve venire con noi. Forza, tirate fuori le telecamere, dove sono le telecamere? Siete di Scherzi a parte. L’inizio di un incubo dal quale non esco. Sto male, non sono più lo stesso. A Buoncammino mi hanno messo in una cella minuscola, giusto lo spazio per un letto, il vetro della finestra era rotto, la notte faceva freddo. Un detenuto mi ha regalato una giacca, un altro i pantaloni della tuta, alla fine ero coperto a strati con in testa una papalina. Mi hanno salvato il carattere e gli altri detenuti. Un ragazzo che sconta otto anni e mezzo perché non ha voluto fare il nome dello spacciatore che gli aveva consegnato la roba. Otto anni e mezzo, capisci? “Se parlo non posso più tornare a casa, ho paura per i miei genitori”, ripeteva. E poi un indiano che mi assisteva in tutto, credo l’abbiano trasferito come altri a Macomer. Mi sento in colpa per loro, solo per loro. Ringrazio le guardie carcerarie, si sono dimostrate sensibili… Mi ha tradito la Sardegna delle istituzioni. Ma adesso voglio il perché, la verità. Non si  può finire in carcere per arroganza». Una situazione di straordinario strazio per un uomo fin troppo diretto ma di un’intelligenza e una prontezza rare quale è il presidente del Cagliari. «Non odio nessuno (lo ripete più volte). Ma ho provato vergogna. Non ho fatto un cazzo di niente. Dopo la revoca dei domiciliari per un paio di giorni non ho avuto la forza di tornare a casa. Sono rimasto ad Assemini con gli avvocati, Altieri e Cocco – Cocco per me è un fratello. E le intercettazioni? Pubblicatele, nulla, non c’è nulla. Mi hanno accusato di aver trattato con gente che non ho mai incontrato, né sentito; addirittura mi è stato chiesto cosa fossero le emme-emme di cui parlavo durante una telefonata: solo un sardo può sapere cosa significhi emme-emme, una pesante volgarità (sa minchia su molente, il pene dell’asino). Da giorni mi raccontano di assessori che si dimettono, di magistrati che chiedono il trasferimento. Mi domando cosa sia diventata Cagliari, e dove sia finita l’informazione che non ha paura di scrivere o dire come stanno realmente le cose. Cosa penso oggi dei magistrati? Io sono dalla parte dei pm, lo sono sempre stato!» 

VEDETE, E’ TUTTO INUTILE. NON C’E’ NIENTE DA FARE. SE QUANTO PROVATO SULLA PROPRIA PELLE E SE QUANTO DETTO HA UN RISCONTRO E TUTTO CIO' NON BASTA A RIBELLARSI O ALMENO A RICREDERSI SULL'OPERATO DELLA MAGISTRATURA, ALLORA MAI NULLA CAMBIERA' IN QUESTA ITALIA CON QUESTI ITALIANI.

D'altronde di italiani si tratta: dicono una cosa ed un’altra ne fanno. Per esempio, rimanendo in ambito sportivo in tema di legalità, è da rimarcare come la parola di un altoatesino vale di più di quella di un napoletano. Almeno secondo Alex Schwazer, atleta nato in quel di Vipiteno il 26 dicembre 1984, trovato positivo al test antidoping prima delle Olimpiadi di Londra 2012. Era il 28 giugno 2012. Due giorni dopo, un test a sorpresa della Wada, l'agenzia mondiale antidoping, avrebbe rivelato la sua positività all'assunzione dell'Epo. «Posso giurare che non ho fatto niente di proibito – scriveva Schwazer, il 28 giugno 2012, al medico della Fidal Pierluigi Fiorella – ti ho dato la mia parola e non ti deluderò. Sono altoatesino, non sono napoletano». Due giorni dopo, il 30 giugno, l'atleta viene trovato positivo all'Epo. Ma l'insieme della contraddizioni (a voler essere gentili) non finisce qui. Nella sua confessione pubblica dell'8 agosto 2012, Schwazer ammise di aver assunto Epo a causa di un cedimento psicologico. Era un brutto periodo, e qualcosa bisognava pur fare. Ma le indagini dei Ros di Trento e dei Nas di Firenze contraddicono la versione dell'assunzione momentanea. I carabinieri, addirittura, parlano di “profilo ematologico personale”, un'assunzione continua e costante di sostanze dopanti per la quale non è escluso che Schwazer facesse utilizzo di Epo anche durante i giochi di Pechino 2008. Competizione, lo ricordiamo, dove l'atleta di Vipiteno, vinse l'oro alla marcia di 50 chilometri.  Infatti, questo si evince anche nel decreto di perquisizione della Procura di Bolzano. “La polizia giudiziaria giunge pertanto a ritenere che non possa escludersi che Schwazer Alex, già durante la preparazione per i Giochi Olimpici di Pechino 2008 (e forse ancor prima), sia stato sottoposto a trattamenti farmacologici o a manipolazioni fisiologiche capaci di innalzare considerevolmente i suoi valori ematici.” Insomma: Schwazer non solo offende i napoletani e di riporto tutti i meridionali, incluso me, ma poi, come un fesso, si fa cogliere pure con le mani nel sacco. E dire che, oltretutto, è la parola di un carabiniere, qual è Alex Schwazer.

L'Italia è un Paese fondato sulla fregatura: ecco tutti i modi in cui gli italiani raggirano gli altri (e sé stessi). In un libro, "Io ti fotto" di Carlo Tecce e Marco Morello, la pratica dell'arte della fregatura in Italia. Dai più alti livelli ai più infimi, dalle truffe moderne realizzate in Rete a quelle più antiche e consolidate. In Italia, fottere l'altro - una parola più tenue non renderebbe l'idea - è un vizio che è quasi un vanto, "lo ti fotto" è una legge: di più, un comandamento.

E fottuti siamo stati dagli albori della Repubblica. L'armistizio di Cassabile in Sicilia o armistizio corto, siglato segretamente il 3 settembre 1943, è l'atto con il quale il Regno d’Italia cessò le ostilità contro le forze anglo-americane (alleati) nell'ambito della seconda guerra mondiale. In realtà non si trattava affatto di un armistizio ma di una vera e propria resa senza condizioni da parte dell'Italia. Poiché tale atto stabiliva la sua entrata in vigore dal momento del suo annuncio pubblico, esso è comunemente detto dell'" 8 settembre", data in cui, alle 18.30, fu pubblicamente reso noto prima dai microfoni di Radio Algeri da parte del generale Dwight D. Eisenhower e, poco più di un'ora dopo, alle 19.42, confermato dal proclama del maresciallo Pietro Badoglio trasmesso dai microfoni dell' Eiar. In quei frangenti vi fu grande confusione e i gerarchi erano in fuga. L’esercito allo sbando. Metà Italia combatteva contro gli Alleati, l’altra metà a favore.

La grande ipocrisia vien da lontano. “I Vinti non dimenticano” (Rizzoli 2010), è il titolo del volume di Giampaolo Pansa. Ci si fa largo tra i morti, ogni pagina è una fossa e ci sono perfino preti che negano la benedizione ai condannati. E poi ci sono le donne, tante, tutte ridotte a carne su cui sbattere il macabro pedaggio dell’odio. È un viaggio nella memoria negata, quella della guerra civile, altrimenti celebrata nella retorica della Resistenza.. Le storie inedite di sangue e violenza che completano e concludono "Il sangue dei vinti", uscito nel 2003. Si tenga conto che da queste realtà politiche uscite vincenti dalla guerra civile è nata l'alleanza catto-comunista, che ha dato vita alla Costituzione Italiana e quantunque essa sia l'architrave delle nostre leggi, ad oggi le norme più importanti, che regolano la vita degli italiani (codice civile, codice penale, istituzione e funzionamento degli Ordini professionali, ecc.), sono ancora quelle fasciste: alla faccia dell'ipocrisia comunista, a cui quelle leggi non dispiacciono.

Esecuzioni, torture, stupri. Le crudeltà dei partigiani. La Resistenza mirava alla dittatura comunista. Le atrocità in nome di Stalin non sono diverse dalle efferatezze fasciste. Anche se qualcuno ancora lo nega scrive Giampaolo Pansa. (scrittore notoriamente comunista osteggiato dai suoi compagni di partito per essere ai loro occhi delatore di verità scomode). C’è da scommettere che il libro di Giampaolo Pansa, "La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti" (Rizzoli, pagg. 446), farà infuriare le vestali della Resistenza. Mai in maniera così netta come nell’introduzione al volume (di cui per gentile concessione “Il Giornale” pubblica un estratto) i crimini partigiani sono equiparati a quelli dei fascisti. Giampaolo Pansa imbastisce un romanzo che, sull’esempio delle sue opere più note, racconta la guerra civile in chiave revisionista, sottolineando le storie dei vinti e i soprusi dei presunti liberatori, i partigiani comunisti in realtà desiderosi di sostituire una dittatura con un’altra, la loro.

Altra storica menzogna è stata sbugiardata da "Mai più terroni. La fine della questione meridionale" di Pino Aprile. Come abbattere i pregiudizi che rendono il meridione diverso? Come mettere fine a una questione costruita ad arte sulla pelle di una parte d'Italia? La risposta sta anche negli strumenti di comunicazione odierni, capaci di abbattere i confini, veri o fittizi, rompere l'isolamento, superare le carenze infrastrutturali. E se per non essere più "meridionali" bastasse un clic? Con la sua solita vis polemica, Pino Aprile ci apre un mondo per mostrare quanto questo sia vero, potente e dilagante. "Ops... stanno finendo i terroni. Ma come, già? E così, da un momento all'altro?"

Terroni a chi? Tre libri sul pregiudizio antimeridionale. Come è nata e come si è sviluppata la diffidenza verso il Sud. Tre libri ne ricostruiscono le origini e provano a ipotizzarne gli scenari.

"Negli ormai centocinquant'anni di unità italiana il Mezzogiorno non ha mai mancato di creare problemi". D'accordo, la frase è netta e controversa. Sulla questione meridionale, nell'ultimo secolo e mezzo, si sono sprecati fiumi di inchiostro, tonnellate di pagine, migliaia di convegni. In gran parte dedicati all'indagine sociologica, al pregiudizio politico o alla rivendicazione identitaria. Ciò che colpisce allora di "La palla al piede" di Antonino De Francesco (Feltrinelli) è lo sguardo realistico e l'approccio empirico. De Francesco è ordinario di Storia moderna all'Università degli studi di Milano, ma definire il suo ultimo lavoro essenzialmente storico è quantomeno limitativo. In poco meno di duecento pagine, l'autore traccia l'identikit di un pregiudizio, quello antimeridionale appunto, nei suoi aspetti sociali, storici e politici. Lo fa rincorrendo a una considerevole pubblicistica per niente autoreferenziale, che non si ostina nel solito recinto storiografico. Il risultato si avvicina a una controstoria dell'identità italiana e, al tempo stesso, a un'anamnesi dei vizi e dei tic dell'Italia Unita. Ma per raccontare una storia ci si può ovviamente mettere sulle tracce di una tradizione e cercare, attraverso le sue strette maglie, di ricostruire una vicenda che ha il respiro più profondo di una semplice schermaglia localistica. E' quello che accade nel "Libro napoletano dei morti" di Francesco Palmieri (Mondadori). Racconta la Napoli eclettica e umbratile che dall’Unità d'Italia arriva fino alla Prima guerra mondiale. Per narrarla, si fa scudo della voce del poeta napoletano Ferdinando Russo ricostruendo con una certa perizia filologica e una sottile verve narrativa le luci e le smagliature di un'epopea in grado di condizionare la realtà dei giorni nostri. Ha il respiro del pamphlet provocatorio e spiazzante invece l'ultimo libro di Pino Aprile, "Mai più terroni" (Piemme), terzo volume di una trilogia di successo (Terroni e Giù al Sud i titoli degli altri due volumi). Aprile si domanda se oggi abbia ancora senso dividere la realtà sulla base di un fantomatico pregiudizio etnico e geografico che ha la pretesa di tagliare Nord e Sud. E si risponde che no, che in tempi di iperconnessioni reali (e virtuali), quelli stereotipo è irrimediabilmente finito. "Il Sud - scrive - è un luogo che non esiste da solo, ma soltanto se riferito a un altro che lo sovrasta". Nelle nuove realtà virtuali, vecchie direzioni e punti cardinali non esistono più, relegati come sono a un armamentario che sa di vecchio e obsoleto.

D'altronde siamo abituati alle stronzate dette da chi in mala fede parla e le dice a chi, per ignoranza, non può contro ribattere. Cominciamo a dire: da quale pulpito viene la predica. Vediamo in Inghilterra cosa succede. I sudditi inglesi snobbano gli italiani. Ci chiamano mafiosi, ma perché a loro celano la verità. Noi apprendiamo la notizia dal tg2 delle 13.00 del 2 gennaio 2012.  Il loro lavoro è dar la caccia ai criminali, ma alcuni ladri non sembrano temerle: le forze di polizia del Regno sono state oggetto di furti per centinaia di migliaia di sterline, addirittura con volanti, manette, cani ed uniformi tutte sparite sotto il naso degli agenti. Dalla lista, emersa in seguito ad una richiesta secondo la legge sulla libertà d'informazione, emerge che la forza di polizia più colpita è stata quella di Manchester, dove il valore totale degli oggetti rubati arriva a quasi 87.000 sterline. Qui i ladri sono riusciti a fuggire con una volante da 10.000 sterline e con una vettura privata da 30.000. 

E poi. Cosa sarebbe oggi la Germania se avesse sempre onorato con puntualità il proprio debito pubblico? Si chiede su “Il Giornale” Antonio Salvi, Preside della Facoltà di Economia dell’Università Lum "Jean Monnet". Forse non a tutti è noto, ma il Paese della cancelliera Merkel è stato protagonista di uno dei più grandi, secondo alcuni il più grande, default del secolo scorso, nonostante non passi mese senza che Berlino stigmatizzi il comportamento vizioso di alcuni Stati in materia di conti pubblici. E invece, anche la Germania, la grande e potente Germania, ha qualche peccatuccio che preferisce tenere nascosto. Anche se numerosi sono gli studi che ne danno conto, di seguito brevemente tratteggiati. Riapriamo i libri di storia e cerchiamo di capire la successione dei fatti. La Germania è stata protagonista «sfortunata» di due guerre mondiali nella prima metà dello scorso secolo, entrambe perse in malo modo. Come spesso accade in questi casi, i vincitori hanno presentato il conto alle nazioni sconfitte, in primis alla Germania stessa. Un conto salato, soprattutto quello successivo alla Prima guerra mondiale, talmente tanto salato che John Maynard Keynes, nel suo Conseguenze economiche della pace, fu uno dei principali oppositori a tale decisione, sostenendo che la sua applicazione avrebbe minato in via permanente la capacità della Germania di avviare un percorso di rinascita post-bellica. Così effettivamente accadde, poiché la Germania entrò in un periodo di profonda depressione alla fine degli anni '20 (in un più ampio contesto di recessione mondiale post '29), il cui esito minò la capacità del Paese di far fronte ai propri impegni debitori internazionali. Secondo Scott Nelson, del William and Mary College, la Germania negli anni '20 giunse a essere considerata come «sinonimo di default». Arrivò così il 1932, anno del grande default tedesco. L'ammontare del debito di guerra, secondo gli studiosi, equivalente nella sua parte «realistica» al 100% del Pil tedesco del 1913 (!), una percentuale ragguardevole. Poi arrivò al potere Hitler e l'esposizione debitoria non trovò adeguata volontà di onorare puntualmente il debito (per usare un eufemismo). I marchi risparmiati furono destinati ad avviare la rinascita economica e il programma di riarmo. Si sa poi come è andata: scoppio della Seconda guerra mondiale e seconda sconfitta dei tedeschi. A questo punto i debiti pre-esistenti si cumularono ai nuovi e l'esposizione complessiva aumentò. Il 1953 rappresenta il secondo default tedesco. In quell'anno, infatti, gli Stati Uniti e gli altri creditori siglarono un accordo di ridefinizione complessiva del debito tedesco, procedendo a «rinunce volontarie» di parte dei propri crediti, accordo che consentì alla Germania di poter ripartire economicamente (avviando il proprio miracolo economico, o «wirtschaftswunder»). Il lettore non sia indotto in inganno: secondo le agenzie di rating, anche le rinegoziazioni volontaristiche configurano una situazione di default, non solo il mancato rimborso del capitale e degli interessi (la Grecia nel 2012 e l'Argentina nel 2001 insegnano in tal senso). Il risultato ottenuto dai tedeschi dalla negoziazione fu davvero notevole:

1) l'esposizione debitoria fu ridotta considerevolmente: secondo alcuni calcoli, la riduzione concessa alla Germania fu nell'ordine del 50% del debito complessivo!

2) la durata del debito fu estesa sensibilmente (peraltro in notevole parte anche su debiti che erano stati non onorati e dunque giunti a maturazione già da tempo). Il rimborso del debito fu «spalmato» su un orizzonte temporale di 30 anni;

3) le somme corrisposte annualmente ai creditori furono legate al fatto che la Germania disponesse concretamente delle risorse economiche necessarie per effettuare tali trasferimenti internazionali.

Sempre secondo gli accordi del '53, il pagamento di una parte degli interessi arretrati fu subordinata alla condizione che la Germania si riunificasse, cosa che, come noto, avvenne nell'ottobre del 1990. Non solo: al verificarsi di tale condizione l'accordo del 1953 si sarebbe dovuto rinegoziare, quantomeno in parte. Un terzo default, di fatto. Secondo Albrecht Frischl, uno storico dell'economia tedesco, in una intervista concessa a Spiegel, l'allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell'accordo. A eccezione delle compensazioni per il lavoro forzato e il pagamento degli interessi arretrati, nessun'altra riparazione è avvenuta da parte della Germania dopo il 1990. Una maggiore sobrietà da parte dei tedeschi nel commentare i problemi altrui sarebbe quanto meno consigliabile. Ancora Fritschl, precisa meglio il concetto: «Nel Ventesimo secolo, la Germania ha dato avvio a due guerre mondiali, la seconda delle quali fu una guerra di annientamento e sterminio, eppure i suoi nemici annullarono o ridussero pesantemente le legittime pretese di danni di guerra. Nessuno in Grecia ha dimenticato che la Germania deve la propria prosperità alla generosità delle altre nazioni (tra cui la Grecia, ndr)». È forse il caso di ricordare inoltre che fu proprio il legame debito-austerità-crisi che fornì linfa vitale ad Adolf Hitler e alla sua ascesa al potere, non molto tempo dopo il primo default tedesco. Tre default, secondo una contabilità allargata. Non male per un Paese che con una discreta periodicità continua a emettere giudizi moralistici sul comportamento degli altri governi. Il complesso da primo della classe ottunde la memoria e induce a mettere in soffitta i propri periodi di difficoltà. «Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio». Era un tempo la «bocca di rosa» di De André, è oggi, fra gli altri, la bocca del Commissario europeo Ottinger (e qualche tempo fa del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble). A suo avviso, Bruxelles «non si è ancora resa abbastanza conto di quanto sia brutta la situazione» e l'Europa invece di lottare contro la crisi economica e del debito, celebra «il buonismo» e si comporta nei confronti del resto del mondo come una maestrina, quasi un «istituto di rieducazione». Accidenti, da quale pulpito viene la predica.

Non solo. Un altro luogo comune viene sfatato ed abbattuto. La Germania di Angela Merkel è il paese che ha l'economia sommersa più grande d'Europa in termini assoluti. L'economia in nero teutonica vale 350 miliardi di euro. Sono circa otto milioni i cittadini tedeschi che vivono lavorando in nero. Secondo gli esperti il dato è figlio dell'ostilità dei tedeschi ai metodi di pagamento elettronici. I crucchi preferiscono i contanti. La grandezza dell'economia in nero della Germania è stata stimata e calcolata dal colosso delle carte di credito e dei circuiti di pagamento Visa in collaborazione con l'università di Linz. In relazione al Pil tedesco il nero sarebbe al 13 per cento, pari a un sesto della ricchezza nazionale. Quindi in termini relativi il peso del sommerso è minore, ma per volume e in termini assoluti resta la più grande d'Europa. Chi lavora in nero in Germania di solito opera nel commercio e soprattutto nell'edilizia, poi c'è il commercio al dettaglio e infine la gastronomia. Il livello del nero in Germania comunque si è stabilizzato. Il picco è arrivato dieci anni fa. Nel 2003 la Germania ha attraversato la peggiore stagnazione economica degli ultimi vent'anni e all'epoca il nero valeva 370 miliardi. Ora con l'economia in ripresa che fa da locomotiva per l'Europa, il nero è fermo al 13 per cento del Pil. 

Tornando alla repubblica delle manette ci si chiede. Come può, chi indossa una toga, sentirsi un padreterno, specie se, come è noto a tutti, quella toga non rispecchia alcun meritocrazia? D’altronde di magistrati ve ne sono più di 10 mila a regime, cosi come gli avvocati sono intorno ai 150 mila in servizio effettivo.

Eppure nella mia vita non ho mai trovato sulla mia strada una toga degna di rispetto, mentre invece, per loro il rispetto si pretende. A me basta ed avanza essere Antonio Giangrande, senza eguali per quello che scrive e dice. Pavido nell’affrontare una ciurma togata pronta a fargli la pelle, mal riuscendoci questi, però, a tacitarlo sulle verità a loro scomode. 

Si chiedeva Sant’Agostino (354-430): «Eliminata la giustizia, che cosa sono i regni se non bande di briganti? E cosa sono le bande di briganti se non piccoli regni?». Secondo il Vescovo di Ippona è la giustizia il principale, per non dire l’unico, argine contro la voracità dei potenti.

Da quando è nato l’uomo, la libertà e la giustizia sono gli unici due strumenti a disposizione della gente comune per contrastare la condizione di sudditanza in cui tendono a relegarla i detentori del potere. Anche un bambino comprende che il potere assoluto equivale a corruzione assoluta.

Certo. Oggi nessuno parlerebbe o straparlerebbe di assolutismo. I tempi del Re Sole sembrano più lontani di Marte. Ma, a differenza della scienza e delle tecnologie, l’arte del governo è l’unica disciplina in cui non si riscontrano progressi. Per dirla con lo storico Tacito (55-117 d. C.), la sete di potere è la più scandalosa delle passioni. E come si manifesta questa passione scandalosa? Con l’inflazione di spazi, compiti e competenze delle classi dirigenti. Detto in termini aggiornati: elevando il tasso di statalismo presente nella nostra società.

Friedrich Engels (1820-1895) tutto era tranne che un liberale, ma, da primo marxista della Storia, scrisse che quando la società viene assorbita dallo Stato, che a suo giudizio è l’insieme della classe dirigente, il suo destino è segnato: trasformarsi in «una macchina per tenere a freno la classe oppressa e sfruttata». Engels ragionava in termini di classe, ma nelle sue parole riecheggiava una palese insofferenza verso il protagonismo dello Stato, che lui identificava con il ceto dirigente borghese, che massacrava la società. Una società libera e giusta è meno corrotta di una società in cui lo Stato comanda in ogni pertugio del suo territorio. Sembra quasi un’ovvietà, visto che la scienza politica lo predica da tempo: lo Stato, per dirla con Sant’Agostino, tende a prevaricare come una banda di briganti. Bisogna placarne gli appetiti.

E così i giacobini e i giustizialisti indicano nel primato delle procure la vera terapia contro il malaffare tra politica ed economia, mentre gli antigiustizialisti accusano i magistrati di straripare con le loro indagini e i loro insabbiamenti fino al punto di trasformarsi essi stessi in elementi corruttivi, dato che spesso le toghe, secondo i critici, agirebbero per fini politici, se non, addirittura, fini devianti, fini massonici e fini mafiosi.

Insomma. Uno Stato efficiente e trasparente si fonda su buone istituzioni, non su buone intenzioni. Se le Istituzioni non cambiano si potranno varare le riforme più ambiziose, dalla giustizia al sistema elettorale; si potranno pure mandare in carcere o a casa tangentisti e chiacchierati, ma il risultato (in termini di maggiore onestà del sistema) sarà pari a zero. Altri corrotti si faranno avanti. La controprova? Gli Stati meno inquinati non sono quelli in cui l’ordinamento giudiziario è organizzato in un modo piuttosto che in un altro, ma quelli in cui le leggi sono poche e chiare, e i cui governanti non entrano pesantemente nelle decisioni e nelle attività che spettano a privati e società civile.

Oggi ci si scontra con una dura realtà. La magistratura di Milano? Un potere separatista. Procure e tribunali in Italia fanno quello che vogliono: basta una toga e arrivederci, scrive Filippo Facci su “Libero Quotidiano”. L’equivoco prosegue da una vita: un sacco di gente pensa che esista una sinergia collaudatissima tra i comportamenti della politica e le decisioni della giustizia, come se da qualche parte ci fosse una camera di compensazione in cui tutti i poteri (politici, giudiziari, burocratici, finanziari) contrattassero l’uno con l’altro e rendessero tutto interdipendente. Molti ragionano ancora come Giorgio Straquadanio sul Fatto: «Questo clima pacifico porta a Berlusconi una marea di benefici, l’aggressione giudiziaria è destinata a finire... c’è da aspettarsi che le randellate travestite da sentenze, così come gli avvisi di garanzie e le inchieste, cessino». Ora: a parte che solo una nazione profondamente arretrata potrebbe funzionare così, questa è la stessa mentalità che ha contribuito al crollo della Prima Repubblica, protesa com’era a trovare il volante «politico» di inchieste che viceversa avevano smesso di averne uno. In troppi, in Italia, non hanno ancora capito che non esiste più niente del genere, se non, in misura fisiologica e moderata, a livello di Quirinale-Consulta-Csm. Ma per il resto procure e tribunali fanno quello che vogliono: basta un singolo magistrato e arrivederci. L’emblema ne resta Milano, dove la separatezza tra giudici e procuratori non ci si preoccupa nemmeno di fingerla: la magistratura, più che separato, è ormai un potere separatista. 

Prodigio delle toghe: per lo stesso reato salvano il Pd e non il Pdl. A Bergamo "non luogo a procedere" per un democratico, a Milano invece continua il processo contro Podestà, scrive Matteo Pandini su “Libero Quotidiano”.

Stesso fatto (firme tarocche autenticate), stesso capo d’accusa (falso ideologico), stesso appuntamento elettorale (le Regionali lombarde), stesso anno (il 2010). Eppure a Bergamo un esponente di centrosinistra esce dal processo perché il giudice stabilisce il «non luogo a procedere», mentre a Milano altri politici di centrodestra - tra cui il presidente della Provincia Guido Podestà - restano alla sbarra. Ma andiamo con ordine. Nel febbraio 2010 fervono i preparativi in vista delle elezioni. È sfida tra Roberto Formigoni e Filippo Penati. Matteo Rossi, consigliere provinciale di Bergamo del Pd, è un pubblico ufficiale e quindi può vidimare le sottoscrizioni a sostegno delle varie liste. Ne autentica una novantina in quel di Seriate a sostegno del Partito pensionati, all’epoca alleato del centrosinistra. Peccato che tra gli autografi ne spuntino sette irregolari, tra cui due persone decedute, una nel 2009 e l’altra nel 1992. È il Comune a sollevare dubbi e il caso finisce in Procura. All’udienza preliminare l’avvocato Roberto Bruni, ex sindaco del capoluogo orobico e poi consigliere regionale della lista Ambrosoli, invoca la prescrizione. Lo fa appellandosi a una riforma legislativa e il giudice gli dà ragione. È successo che Bruni, tra i penalisti più stimati della città, ha scandagliato il testo unico delle leggi sulle elezioni. Testo che in sostanza indica in tre anni il tempo massimo per procedere ed emettere la sentenza. Parliamo di una faccenda da Azzeccagarbugli, anche perché un recente pronunciamento della Cassazione conferma sì il limite di tre anni per arrivarne a una, ma solo se la denuncia è partita dai cittadini. Mentre nel caso di Rossi tutto è scattato per un intervento del Comune di Seriate. Fatto sta che a Milano c’è un altro processo con lo stesso capo d’imputazione e che riguarda la lista Formigoni. Nessuno, finora, ha sollevato la questione della prescrizione ma in questi giorni la decisione del giudice orobico ha incuriosito non poco gli avvocati Gaetano Pecorella e Maria Battaglini, dello stesso studio dell’ex parlamentare del Pdl. Vogliono capire com’è andata la faccenda di Rossi, così da decidere eventuali strategie a difesa dei loro assistiti, tra cui spicca Podestà. Nel suo caso, le sottoscrizioni fasulle sarebbero 770, raccolte in tutta la Lombardia: nell’udienza il procuratore aggiunto Alfredo Robledo e il pm Antonio D’Alessio hanno indicato come testimoni 642 persone che, sentite dai carabinieri nel corso dell’inchiesta, avevano affermato che quelle firme a sostegno del listino di Formigoni, apposte con il loro nome, erano false. Tra i testi ammessi figura anche l’allora responsabile della raccolta firme del Pdl, Clotilde Strada, che ha già patteggiato 18 mesi. A processo, oltre a Podestà, ci sono quattro ex consiglieri provinciali del Popolo della Libertà milanese: Massimo Turci, Nicolò Mardegan, Barbara Calzavara e Marco Martino. Tutti per falso ideologico, come Rossi, e tutti per firme raccolte tra gennaio e febbraio del 2010. All’ombra della Madonnina il processo era scattato per una segnalazione dei Radicali, in qualità di semplici cittadini. Non è detto che il destino del democratico Rossi coinciderà con quello degli imputati azzurri di Milano. Strano ma vero.

Certo c’è da storcere il naso nel constatare che non di democrazia si parla (POTERE DEL POPOLO) ma di magistocrazia (POTERE DEI MAGISTRATI).

Detto questo parliamo del Legittimo Impedimento. Nel diritto processuale penale italiano, il legittimo impedimento è l'istituto che permette all'imputato, in alcuni casi, di giustificare la propria assenza in aula. In questo caso l’udienza si rinvia nel rispetto del giusto processo e del diritto di difesa. In caso di assenza ingiustificata bisogna distinguere se si tratta della prima udienza o di una successiva. Nel caso di assenza in luogo della prima udienza il giudice, effettuate le operazioni riguardanti gli accertamenti relativi alla costituzione delle parti (di cui al 2° comma dell'art. 420), in caso di assenza non volontaria dell'imputato se ne dichiara la condizione di contumacia e il procedimento non subisce interruzioni. Se invece l'assenza riguarda una udienza successiva alla prima ed in quella l'imputato non è stato dichiarato contumace, questi è dichiarato semplicemente assente. E ancora, se nell'udienza successiva alla prima alla quale l'imputato non ha partecipato (per causa maggiore, caso fortuito o forza maggiore) questi può essere ora dichiarato contumace.

''L'indipendenza, l'imparzialità, l'equilibrio dell'amministrazione della giustizia sono più che mai indispensabili in un contesto di persistenti tensioni e difficili equilibri sia sul piano politico che istituzionale''. Lo afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’11 giugno 2013 al Quirinale ricevendo i neo giudici al Quirinale e, come se sentisse puzza nell’aria, invita al rispetto della Consulta. Tre ''tratti distintivi'' della magistratura, ha sottolineato il capo dello Stato, ricevendo al Quirinale i 343 magistrati ordinari in tirocinio, che rappresentano ''un costume da acquisire interiormente, quasi al pari di una seconda natura''. Napolitano ha chiesto poi rispetto verso la Consulta: serve "leale collaborazione, oltre che di riconoscimento verso il giudice delle leggi, ossia la Corte Costituzionale, chiamata ad arbitrare anche il conflitto tra poteri dello Stato''. E dopo aver fatto osservare che sarebbe ''inammissibile e scandaloso rimettere in discussione la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, per ciechi particolarismi anche politici'', Napolitano parlando del Consiglio superiore della magistratura ha detto che ''non è un organo di mera autodifesa, bensì un organo di autogoverno, che concorre alle riforme obiettivamente necessarie'' della giustizia.

D’altronde il Presidente della Repubblica in quanto capo dei giudici, non poteva dire altrimenti cosa diversa.

Eppure la corte Costituzionale non si è smentita.

Per quanto riguarda il Legittimo Impedimento attribuibile a Silvio Berlusconi, nelle funzioni di Presidente del Consiglio impegnato in una seduta dello stesso Consiglio dei Ministri, puntuale, atteso, aspettato, è piovuto il 19 giugno 2013 il "no" al legittimo impedimento. La Corte Costituzionale, nel caso Mediaset, si schiera contro Silvio Berlusconi. Per le toghe l'ex premier doveva partecipare all'udienza e non al CDM. È stato corretto l'operato dei giudici di Milano nel processo “Mediaset” quando, il primo marzo del 2010, non hanno concesso il legittimo impedimento a comparire in udienza all'allora premier e imputato di frode fiscale Silvio Berlusconi. A deciderlo, nel conflitto di attribuzioni sollevato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri in dissidio con i togati milanesi, è stata la Corte Costituzionale che ha ritenuto che l'assenza dall'udienza non sia stata supportata da alcuna giustificazione relativa alla convocazione di un Cdm fuori programma rispetto al calendario concordato in precedenza.

"Incredibile" - In una nota congiunta i ministri PDL del governo Letta,  Angelino Alfano, Gaetano Quagliariello, Maurizio Lupi, Nunzia De Girolamo e Beatrice Lorenzin, commentano: "E' una decisione incredibile. Siamo allibiti, amareggiati e profondamente preoccupati. La decisione - aggiungono - travolge ogni principio di leale collaborazione e sancisce la subalternità della politica all'ordine giudiziario".  Uniti anche tutti i deputati azzurri, che al termine della seduta della Camera, hanno fatto sapere in un comunicato, "si sono riuniti e hanno telefonato al presidente Berlusconi per esprimere la loro profonda indignazione e preoccupazione per la vergognosa decisione della Consulta che mina gravemente la leale collaborazione tra gli organi dello Stato e il corretto svolgimento dell’esercizio democratico". Al Cavaliere, si legge, "i deputati hanno confermato che non sarà certo una sentenza giudiziaria a decretare la sua espulsione dalla vita politica ed istituzionale del nostro Paese, e gli hanno manifestato tutta la loro vicinanza e il loro affetto". "Siamo infatti all’assurdo di una Corte costituzionale che non ritiene legittimo impedimento la partecipazione di un presidente del Consiglio al Consiglio dei ministri", prosegue il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta, "Dinanzi all’assurdo, che documenta la resa pressoché universale delle istituzioni davanti allo strapotere dell’ingiustizia in toga, la tentazione sarebbe quella di chiedere al popolo sovrano di esprimersi e di far giustizia con il voto". Occorre – dice – una riforma del sistema per limitare gli abusi e una nuova regolazione dei poteri dell’ordine giudiziario che non è un potere ma un ordine in quanto la magistratura non è eletta dal popolo. ''A mente fredda e senza alcuna emozione il giudizio sulla sentenza è più chiaro e netto che mai. Primo: la sentenza è un'offesa al buon senso, tanto varrebbe dichiarare l'inesistenza del legittimo impedimento a prescindere, qualora ci sia di mezzo Silvio Berlusconi. Secondo: la Consulta sancisce che la magistratura può agire in quanto potere assoluto come princeps legibus solutus. Terzo: la risposta di Berlusconi e del Pdl con lui è di netta separazione tra le proteste contro l'ingiustizia e leale sostegno al governo Letta. Quarto: non rinunceremo in nessun caso a far valere in ogni sede i diritti politici del popolo di centrodestra e del suo leader, a cui vanno da parte mia solidarietà e ammirazione. Quinto: credo che tutta la politica, di destra, di sinistra e di centro, dovrebbe manifestare preoccupazione per una sentenza che di fatto, contraddicendo la Costituzione, subordina la politica all'arbitrio di qualsiasi Tribunale''. E' quanto afferma Renato Brunetta, presidente dei deputati del Pdl. Gli fa eco il deputato Pdl Deborah Bergamini, secondo cui "è difficile accettare il fatto che viviamo in un Paese in cui c’è un cittadino, per puro caso leader di un grande partito moderato votato da milioni di italiani, che è considerato da una parte della magistratura sempre e per forza colpevole e in malafede. Purtroppo però è così".

Nessuna preoccupazione a sinistra. "Per quanto riguarda il Pd le sentenze si applicano e si rispettano quindi non ho motivo di ritenere che possa avere effetti su un governo che è di servizio per i cittadini e il Paese in una fase molto drammatica della vita nazionale e dei cittadini", ha detto Guglielmo Epifani, "È una sentenza che era attesa da tempo. Dà ragione a una parte e torto all’altra, non vedo un rapporto tra questa sentenza e il quadro politico".

Non si aveva nessun dubbio chi fossero gli idolatri delle toghe.

LE SENTENZE DEI GIUDICI SI APPLICANO, SI RISPETTANO, MA NON ESSENDO GIUDIZI DI DIO SI POSSONO BEN CRITICARE SE VI SONO FONDATE RAGIONI.

Piero Longo e Niccolò Ghedini, legali di Silvio Berlusconi, criticano duramente la decisione della Consulta sull'ex premier. «I precedenti della Corte Costituzionale in tema di legittimo impedimento sono inequivocabili e non avrebbero mai consentito soluzione diversa dall'accoglimento del conflitto proposto dalla presidenza del Consiglio dei Ministri», assicurano. Per poi aggiungere: «Evidentemente la decisione assunta si è basata su logiche diverse che non possono che destare grave preoccupazione»."La preminenza della giurisdizione rispetto alla legittimazione di un governo a decidere tempi e modi della propria azione - continuano i due legali di Silvio Berlusconi - appare davvero al di fuori di ogni logica giuridica. Di contro la decisione, ampiamente annunciata da giorni da certa stampa politicamente orientata, non sorprende visti i precedenti della stessa Corte quando si è trattato del presidente Berlusconi e fa ben comprendere come la composizione della stessa non sia più adeguata per offrire ciò che sarebbe invece necessario per un organismo siffatto". Mentre per Franco Coppi, nuovo legale al posto di Longo, si tratta di «una decisione molto discutibile che crea un precedente pericoloso perché stabilisce che il giudice può decidere quando un Consiglio dei ministri è, o meno, indifferibile. Le mie idee sul legittimo impedimento non coincidono con quelle della Corte Costituzionale ma, purtroppo, questa decisione la dobbiamo tenere così come è perché è irrevocabile».

Ribatte l'Associazione Nazionale Magistrati: «È inaccettabile attribuire alla Consulta logiche politiche»; un'accusa che «va assolutamente rifiutata». A breve distanza dalla notizia che la Consulta ha negato il legittimo impedimento a Silvio Berlusconi nell'ambito del processo Mediaset, arriva anche la reazione di Rodolfo Sabelli, presidente dell'associazione nazionale magistrati, che ribadisce alle voci critiche che si sono sollevate dal Pdl la versione delle toghe."Non si può accettare, a prescindere dalla decisione presa - dice Sabelli - l’attribuzione alla Corte Costituzionale di posizioni o logiche di natura politica". Ribadendo l'imparzialità della Corte Costituzionale "a prescindere dal merito della sentenza", chiede "una posizione di rispetto" per la Consulta e una discussione che - se si sviluppa - sia però fatta "in modo informato, conoscendo le motivazioni della sentenza, e con rigore tecnico".

La Corte costituzionale ha detto no. Respinto il ricorso di Silvio Berlusconi per il legittimo impedimento  (giudicato non assoluto, in questo caso) che non ha consentito all’allora premier  di partecipare all’udienza  del 10 marzo 2010 del processo Mediaset, per un concomitante consiglio dei ministri.  Nel dare ragione ai giudici di Milano che avevano detto no alla richiesta di legittimo impedimento di Berlusconi, la Corte Costituzionale ha osservato che «dopo che per più volte il Tribunale (di Milano), aveva rideterminato il calendario delle udienze a seguito di richieste di rinvio per legittimo impedimento, la riunione del Consiglio dei ministri, già prevista in una precedente data non coincidente con un giorno di udienza dibattimentale, è stata fissata dall'imputato Presidente del Consiglio in altra data coincidente con un giorno di udienza, senza fornire alcuna indicazione (diversamente da quanto fatto nello stesso processo in casi precedenti), nè circa la necessaria concomitanza e la non rinviabilità» dell'impegno, né circa una data alternativa per definire un nuovo calendario. "La riunione del Cdm - spiega la Consulta - non è un impedimento assoluto". Si legge nella sentenza: "Spettava all'autorità giudiziaria stabilire che non costituisce impedimento assoluto alla partecipazione all'udienza penale del 1 marzo 2010 l'impegno dell'imputato Presidente del Consiglio dei ministri" Silvio Berlusconi "di presiedere una riunione del Consiglio da lui stesso convocata per tale giorno", che invece "egli aveva in precedenza indicato come utile per la sua partecipazione all'udienza".

Ma è veramente imparziale la Corte costituzionale?

Tutta la verità sui giornali dopo la bocciatura del “Lodo Alfano”, sulla sospensione dei procedimenti penali per le più alte cariche dello Stato, avvenuta da parte della Corte Costituzionale il 7 ottobre 2009. La decisione della Consulta è arrivata con nove voti a favore e sei contrari. Quanto al Lodo Alfano, si sottolinea che il mutamento di indirizzo della Corte "oltre che una scelta politica si configura anche come violazione del principio di leale collaborazione tra gli organi costituzionali che ha avuto la conseguenza di sviare l'azione legislativa del Parlamento". Berlusconi dice: "C'è un presidente della Repubblica di sinistra, Giorgio Napolitano, e c'è una Corte costituzionale con undici giudici di sinistra, che non è certamente un organo di garanzia, ma è un organo politico. Il presidente è stato eletto da una maggioranza di sinistra, ed ha le radici totali della sua storia nella sinistra. Credo che anche l'ultimo atto di nomina di un magistrato della Corte dimostri da che parte sta". La Corte ha 15 membri, con mandato di durata 9 anni: 5 nominati dal Presidente della Repubblica, Ciampi e Napolitano (di area centro-sinistra); 5 nominati dal Parlamento (maggioranza centro-sinistra); 5 nominati dagli alti organi della magistratura (che tra le sue correnti, quella più influente è di sinistra). Non solo. Dalla Lega Nord si scopre che 9 giudici su 15 sono campani. «Ci sembra alquanto strano che ben 9 dei 15 giudici della Consulta siano campani» osservano due consiglieri regionali veneti della Lega Nord, Emilio Zamboni e Luca Baggio. «È quasi incredibile - affermano Zamboni e Baggio - che un numero così elevato di giudici provenga da una sola regione, guarda caso la Campania. Siamo convinti che questo dato numerico debba far riflettere non solo l'opinione pubblica, ma anche i rappresentanti delle istituzioni». «Il Lodo Alfano è stato bocciato perché ritenuto incostituzionale. Ma cosa c'è di costituzionale - si chiedono Baggio e Zamboni - nel fatto che la maggior parte dei giudici della Consulta, che ha bocciato la contestata legge provenga da Napoli? Come mai c'è un solo rappresentante del Nord?».

Da “Il Giornale” poi, l’inchiesta verità: “Scandali e giudizi politici: ecco la vera Consulta”. Ermellini rossi, anche per l’imbarazzo. Fra i giudici della Corte costituzionale che hanno bocciato il Lodo Alfano ve n’è uno che da sempre strizza un occhio a sinistra, ma li abbassa tutti e due quando si tratta di affrontare delicate questioni che riguardano lui o i suoi più stretti congiunti. È Gaetano Silvestri, 65 anni, ex csm, ex rettore dell’ateneo di Messina, alla Consulta per nomina parlamentare («alè, hanno eletto un altro comunista!» tuonò il 22 giugno 2005 l’onorevole Carlo Taormina), cognato di quell’avvocato Giuseppe «Pucci» Fortino arrestato a maggio 2007 nell’inchiesta Oro Grigio e sotto processo a Messina per volontà del procuratore capo Luigi Croce. Che ha definito quel legale intraprendente «il Ciancimino dello Stretto», con riferimento all’ex sindaco mafioso di Palermo, tramite fra boss e istituzioni. Per i pm l’«avvocato-cognato» era infatti in grado di intrattenere indifferentemente rapporti con mafiosi, magistrati, politici e imprenditori. Di Gaetano Silvestri s’è parlato a lungo anche per la vicenda della «parentopoli» all’università di Messina. Quand’era rettore s’è scoperto che sua moglie, Marcella Fortino (sorella di Giuseppe, il «Ciancimino di Messina») era diventata docente ordinario di Scienze Giuridiche. E che costei era anche cognata dell’ex pro-rettore Mario Centorrino, il cui figlio diventerà ordinario, pure lui, nel medesimo ateneo. E sempre da Magnifico, Silvestri scrisse una lettera riservata al provveditore agli studi Gustavo Ricevuto per perorare la causa del figlio maturando, a suo dire punito ingiustamente all’esito del voto (si fermò a 97/100) poiché agli scritti - sempre secondo Silvestri - il ragazzo aveva osato criticare un certo metodo d’insegnamento. La lettera doveva rimanere riservata, il 5 agosto 2001 finì in edicola. E fu scandalo. «Come costituzionalista - scrisse Silvestri - fremo all’idea che una scuola di una Repubblica democratica possa operare siffatte censure, frutto peraltro di un non perfetto aggiornamento da parte di chi autoritariamente le pone in atto. Ho fatto migliaia di esami in vita mia, ma sentirei di aver tradito la mia missione se avessi tolto anche un solo voto a causa delle opinioni da lui professate». Andando al luglio ’94, governo Berlusconi in carica, Silvestri firma un appello per «mettere in guardia contro i rischi di uno svuotamento della carta costituzionale attraverso proposte di riforme e revisione, che non rispettino precise garanzie». Nel 2002 con una pletora di costituzionalisti spiega di «condividere le critiche delle opposizioni al Ddl sul conflitto di interessi». L’anno appresso, a proposito del Lodo sull’immunità, se ne esce così: «Siamo costretti a fare i conti con questioni che dovrebbero essere scontate, che risalgono ai classici dello stato di diritto (...). Se si va avanti così fra breve saremo capaci di metabolizzare le cose più incredibili». Altro giudice contrarissimo al Lodo è Alessandro Criscuolo. Ha preso la difesa e perorato la causa dell’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, nel procedimento disciplinare al Csm: «Non ha mai arrestato nessuno ingiustamente, De Magistris è stato molto attento alla gestione dei suoi provvedimenti». Smentito. Quand’era presidente dell’Anm, alle accuse dei radicali sulla (mala) gestione del caso Tortora, Criscuolo rispose prendendo le parti dei magistrati, difese la sentenza di primo grado, ringraziò i pentiti per il loro contributo (sic!). Nel ’97 entrò a gamba tesa in un altro processo, quello per l’omicidio del commissario Calabresi, al grido di «meglio un colpevole libero che un innocente dentro». E che dire del giudice Franco Gallo, già ministro delle Finanze con Ciampi, nemico giurato del successore visto che all’insediamento di Giulio Tremonti (scrive Il Fatto) rassegnò le dimissioni dalla scuola centrale tributaria dopo esser uscito da un’inchiesta finita al tribunale dei ministri, su presunti illeciti compiuti a favore del Coni per il pagamento di canoni irrisori per alcuni immobili. Altro ministro-giudice di Ciampi, rigorosamente no-Lodo, è il professor Sabino Cassese, gettonatissimo in commissioni di studio e d’inchiesta, ai vertici di società importanti e di banche. A proposito della sentenza del gip Clementina Forleo, che assolveva cinque islamici accusati di terrorismo definendoli «guerriglieri», chiosò dicendo che gli Stati Uniti avevano violato lo stato di diritto. Giuseppe Tesauro, terza creatura di Ciampi alla Consulta, viene ricordato al vertice dell’Antitrust per la sua battaglia contro la legge Gasparri («è una legge contro la concorrenza», oppure, «il testo non è in odor di santità, la riforma mescola coca-cola, whisky e acqua»). Di lui si parlò come candidato dell’Ulivo a fine mandato 2005 e come «persecutore» di Gilberto Benetton e della sua Edizioni Holding interessata ad acquistare la società Autogrill (l’inchiesta venne archiviata). Considerato a sinistra da sempre anche Ugo De Siervo, almeno dal ’95 quando al convegno «Con la Costituzione non si scherza» parlò di comportamenti «ispirati a dilettantismo e tatticismo, interpretazioni di stampo plebiscitario, spregio della legalità costituzionale». A maggio 2001 è a fianco dell’ex sottosegretario e senatore dei Ds Stefano Passigli, che annuncia un esposto contro Berlusconi per la violazione dei limiti di spesa per la legge elettorale.

Tanto comandano loro: le toghe! Magistrati, raddoppiati gli incarichi extragiudiziari. Le richieste per svolgere un secondo lavoro sono aumentate in 12 mesi del 100%. Sono passate da 961 a 494. Un record. Consulenze e docenze le più appetibili, scrive “Libero Quotidiano”. La doppia vita dei magistrati. Alle toghe di casa nostra non bastano mai i soldi che incassano con il loro lavoro da magistrato. Le toghe preferiscono la seconda attività. Negli ultimi sei mesi il totale degli incarichi autorizzati dal Csm alle toghe ha toccato quota 961, quasi il doppio dei 494 concessi nei sei mesi precedenti. Insomma il doppio lavoro e la doppia busta paga servono per riempire le tasche. La doppia attività è una tradizione dei nostri magistrati. E la tendenza è in crescita. Si chiamano incarichi “extragiudiziari”, in quanto relativi ad attività che non fanno riferimento alla professione giudiziaria. Gli incarichi per le toghe arrivano dalle società, dagli enti di consulenza e università private, come quella della Confindustria. I dati sull'incremento degli incarichi extragiudiziari li fornisce il Csm. Tra novembre 2012 e maggio 2013 gli incarichi sono raddoppiati. A dare l'ok alla doppia attività è proprio il Csm. Le toghe amano le cattedre e così vanno ad insegnare alla Luiss, l’ateneo confindustriale diretto da Pier Luigi Celli. Poi ci sono le consulenze legali per la Wolters Kluwer, multinazionale che si occupa di editoria e formazione professionale. Ma non finisce qua. Qualche magistrato lavora per la Altalex Consulting, altra società attiva nell’editoria e nella formazione giuridica. Le paghe sono sostanziose. Ad esempio Giovanni Fanticini, racconta Lanotiziagiornale.it,  è giudice al tribunale di Reggio Emilia. Ma ha 11 incarichi extragiudiziali.  Tra docenze, seminari e lezioni varie, è semplicemente impressionante: dalla Scuola superiore dell’economia e delle finanze (controllata al ministero di via XX Settembre) ha avuto un incarico di 7 ore con emolumento orario di 130 euro (totale 910 euro); dalla società Altalex ha avuto sei collaborazioni: 15 ore per complessivi 2.500 euro, 7 ore per 1.300, 8 ore per 1.450, 15 ore per 2.500, 5 ore per 750 e 5 ore per 700; dal Consorzio interuniversitario per l’aggiornamento professionale in campo giuridico ha ottenuto due incarichi, complessivamente 8 ore da 100 euro l’una (totale 800 euro). Insomma un buon bottino. In Confindustria poi c'è l'incarico assegnato a Domenico Carcano, consigliere della Corte di cassazione, che per 45 ore di lezioni ed esami di diritto penale ha ricevuto 6 mila euro. C’è Michela Petrini, magistrato ordinario del tribunale di Roma, che ha incassato due docenze di diritto penale dell’informatica per complessivi 4.390 euro. Ancora, Enrico Gallucci, magistrato addetto all’Ufficio amministrazione della giustizia, ha ottenuto 5.500 euro per 36 ore di lezione di diritto penale. Il doppio incarico di certo non va molto d'accordo con l'imparzialità della magistratura. Se le società dove lavorano questi magistrati dovessero avere problemi giudiziari la magistratura e i giudici quanto sarebbero equidistanti nell'amministrare giustizia? L'anomalia degli incarichi extragiudiziari va eliminata.

“VADA A BORDO, CAZZO!!”.

E’ celebre il “vada a bordo, cazzo” del comandante De Falco. L’Italia paragonata al destino ed agli eventi che hanno colpito la nave Concordia.  Il naufragio della Costa Concordia, è un sinistro marittimo "tipico" avvenuto venerdì 13 gennaio 2012 alle 21:42 alla nave da crociera al comando di Francesco Schettino e di proprietà della compagnia di navigazione genovese Costa Crociere, parte del gruppo anglo-americano Carnival Corporation & plc. All'1.46 di sabato mattina 14 gennaio  il comandante della Concordia Francesco Schettino riceve l'ennesima telefonata dalla Capitaneria di Porto. In linea c'è il comandante Gregorio Maria De Falco. La chiamata è concitata e i toni si scaldano rapidamente.

De Falco: «Sono De Falco da Livorno, parlo con il comandante?

Schettino: «Sì, buonasera comandante De Falco»

De Falco: «Mi dica il suo nome per favore»

Schettino: «Sono il comandante Schettino, comandante»

De Falco: «Schettino? Ascolti Schettino. Ci sono persone intrappolate a bordo. Adesso lei va con la sua scialuppa sotto la prua della nave lato dritto. C'è una biscaggina. Lei sale su quella biscaggina e va a bordo della nave. Va a bordo e mi riporta quante persone ci sono. Le è chiaro? Io sto registrando questa comunicazione comandante Schettino...».

Schettino: «Comandante le dico una cosa...»

De Falco: «Parli a voce alta. Metta la mano davanti al microfono e parli a voce più alta, chiaro?».

Schettino: «In questo momento la nave è inclinata...».

De Falco: «Ho capito. Ascolti: c'è gente che sta scendendo dalla biscaggina di prua. Lei quella biscaggina la percorre in senso inverso, sale sulla nave e mi dice quante persone e che cosa hanno a bordo. Chiaro? Mi dice se ci sono bambini, donne o persone bisognose di assistenza. E mi dice il numero di ciascuna di queste categorie. E' chiaro? Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare ma io la porto… veramente molto male… le faccio passare un’anima di guai. Vada a bordo, cazzo!»

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

Parafrasando la celebre frase di De Falco mi rivolgo a tutti gli italiani: ““TUTTI DENTRO CAZZO!!”. Il tema è “chi giudica chi?”. Chi lo fa, ha veramente una padronanza morale, culturale professionale per poterlo fare? Iniziamo con il parlare della preparazione culturale e professionale di ognuno di noi, che ci permetterebbe, in teoria, di superare ogni prova di maturità o di idoneità all’impiego frapposta dagli esami scolastici o dagli esami statali di abilitazione o di un concorso pubblico. In un paese in cui vigerebbe la meritocrazia tutto ciò ci consentirebbe di occupare un posto di responsabilità. In Italia non è così. In ogni ufficio di prestigio e di potere non vale la forza della legge, ma la legge del più forte. Piccoli ducetti seduti in poltrona che gestiscono il loro piccolo potere incuranti dei disservizi prodotti. La massa non è li ha pretendere efficienza e dedizione al dovere, ma ad elemosinare il favore. Corruttori nati. I politici non scardinano il sistema fondato da privilegi secolari. Essi tacitano la massa con provvedimenti atti a quietarla.

Panem et circenses, letteralmente: "pane e giochi del circo", è una locuzione in lingua latina molto conosciuta e spesso citata. Era usata nella Roma antica. Contrariamente a quanto generalmente ritenuto, questa frase non è frutto della fantasia popolare, ma è da attribuirsi al poeta latino Giovenale:

« ...duas tantum res anxius optat panem et circenses».

« ...[il popolo] due sole cose ansiosamente desidera pane e i giochi circensi».

Questo poeta fu un grande autore satirico: amava descrivere l'ambiente in cui viveva, in un'epoca nella quale chi governava si assicurava il consenso popolare con elargizioni economiche e con la concessione di svaghi a coloro che erano governati (in questo caso le corse dei carri tirati da cavalli che si svolgevano nei circhi come il Circo Massimo e il Circo di Massenzio).

Perché quel “TUTTI DENTRO CAZZO!!”. Perché la legge dovrebbe valere per tutti. Non applicata per i più ed interpretata per i pochi. E poi mai nessuno, in Italia, dovrebbe permettersi di alzare il dito indice ed accusare qualcun altro della sua stessa colpa. Prendiamo per esempio la cattiva abitudine di copiare per poter superare una prova, in mancanza di una adeguata preparazione. Ognuno di noi almeno un volta nella vita ha copiato. In principio era la vecchia “cartucciera” la fascia di stoffa da stringere in vita con gli involtini a base di formule trigonometriche, biografie del Manzoni e del Leopardi, storia della filosofia e traduzioni di Cicerone. Poi il vocabolario farcito d'ogni foglio e foglietto, giubbotti imbottiti di cultura bignami e addirittura scarpe con suola manoscritta. Oggi i metodi per “aiutarsi” durante gli esami sono più tecnologici: il telefonino, si sa, non si può portare, ma lo si porta lo stesso. Al massimo, se c’è la verifica, lo metti sul tavolo della commissione. Quindi non è  malsana l'idea dell'iPhone sul banco, collegato a Wikipedia e pronto a rispondere ad ogni quesito nozionistico. Comunque bisogna attrezzarsi, in maniera assolutamente diversa. La rete e i negozi di cartolibreria vendono qualsiasi accrocchio garantendo si tratti della migliore soluzione possibile per copiare durante le prove scritte. C'è ad esempio la  penna UV cioè a raggi ultravioletti scrive con inchiostro bianco e si legge passandoci sopra un led viola incluso nel corpo della penna. Inconveniente: difficile non far notare in classe una luce da discoteca. Poi c'è la cosiddetta penna-foglietto: nel corpo della stilo c'è un foglietto avvolto sul quale si è scritto precedentemente formule, appunti eccetera. Foglietto che in men che non si dica si srotola e arrotola. Anche in questo caso l'inconveniente è che se ti sorprendono sono guai. E infine, c'è l'ormai celebre orologio-biglietto col display elettronico  e una porta Usb sulla quale caricare testi d'ogni tipo.  Pure quello difficile da gestire: solo gli artisti della copia copiarella possono.

Il consiglio è quello di studiare e non affidarsi a trucchi e trucchetti. Si rischia grosso e non tutti lo sanno. Anche perché il copiare lo si fa passare per peccato veniale. Copiare ad esami e concorsi, invece, potrebbe far andare in galera. E' quanto stabilito dalla legge n. 475/1925 e dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 32368/10. La legge recita all'art.1 :“Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento sia conseguito”. A conferma della legge è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza n.32368/10, che ha condannato una candidata per aver copiato interamente una sentenza del TAR in un elaborato a sua firma presentato durante un concorso pubblico. La sentenza della sezione VI penale n. 32368/10 afferma: “Risulta pertanto ineccepibile la valutazione dei giudici di merito secondo cui la (…) nel corso della prova scritta effettuò, pur senza essere in quel frangente scoperta, una pedissequa copiatura del testo della sentenza trasmessole (…). Consegue che il reato è integrato anche qualora il candidato faccia riferimento a opere intellettuali, tra cui la produzione giurisprudenziale, di cui citi la fonte, ove la rappresentazione del suo contenuto sia non il prodotto di uno sforzo mnemonico e di autonoma elaborazione logica ma il risultato di una materiale riproduzione operata mediante l’utilizzazione di un qualsiasi supporto abusivamente impiegato nel corso della prova”.

In particolare per gli avvocati la Riforma Forense, legge 247/2012, al CAPO II (ESAME DI STATO PER L’ABILITAZIONE ALL’ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE DI AVVOCATO) Art. 46. (Esame di Stato) stabilisce che “….10. Chiunque faccia pervenire in qualsiasi modo ad uno o più candidati, prima o durante la prova d’esame, testi relativi al tema proposto è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con la pena della reclusione fino a tre anni. Per i fatti indicati nel presente comma e nel comma 9, i candidati sono denunciati al consiglio distrettuale di disciplina del distretto competente per il luogo di iscrizione al registro dei praticanti, per i provvedimenti di sua competenza.”

Ma, di fatto, quello previsto come reato è quello che succede da quando esiste questo tipo di esame e vale anche per i notai ed i magistrati. Eppure, come ogni altra cosa italiana c’è sempre l’escamotage tutto italiano. Una sentenza del Consiglio di Stato stabilisce che copiare non è reato: niente più punizione. Dichiarando tuttavia “legale” copiare a scuola, si dichiara pure legale copiare nella vita. Non viene sanzionato un comportamento che è senza dubbio scorretto. Secondo il Consiglio di Stato, il superamento dell’esame costituisce di per sè attestazione delle “competenze, conoscenze e capacità anche professionali acquisite” dall'alunna e la norma che regola l'espulsione dei candidati dai pubblici concorsi per condotta fraudolenta, non può prescindere "dal contesto valutativo dell’intera personalità e del percorso scolastico dello studente, secondo i principi che regolano il cosiddetto esame di maturità": le competenze e le conoscenze acquisite….in relazione agli obiettivi generali e specifici propri di ciascun indirizzo e delle basi culturali generali, nonché delle capacità critiche del candidato. A ciò il Cds ha anche aggiunto un'attenuante, cioè "uno stato d’ansia probabilmente riconducibile anche a problemi di salute" della studentessa stessa, che sarebbe stato alla base del gesto. Il 12 settembre 2012 una sentenza del Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione del Tar della Campania che aveva escluso dagli esami di maturità una ragazza sorpresa a copiare da un telefono palmare. Per il Consiglio di Stato la decisione del Tar non avrebbe adeguatamente tenuto conto né del “brillante curriculum scolastico” della ragazza in questione, né di un suo “stato di ansia”. Gli esami, nel frattempo, la giovane li aveva sostenuti seppur con riserva. L’esclusione della ragazza dagli esami sarà forse stata una sanzione eccessiva. Probabilmente la giovane in questione, sulla base del suo curriculum poteva esser perdonata. Gli insegnanti, conoscendola e comprendendo il suo stato d’ansia pre-esame, avrebbero potuto chiudere un occhio. Tutto vero. Ma sono valutazioni che spettavano agli insegnanti che la studente conoscono. Una sentenza del Consiglio di Stato stabilisce invece, di fatto, un principio. E in questo caso il principio è che copiare vale. Non è probabilmente elegante, ma comunque va bene. Questo principio applicato alla scuola, luogo in cui le generazioni future si forgiano ed educano, avrà ripercussioni sulla società del futuro. Se ci viene insegnato che a non rispettar le regole, in fondo, non si rischia nulla più che una lavata di capo, come ci porremo di fronte alle regole della società una volta adulti? Ovviamente male. La scuola non è solo il luogo dove si insegnano matematica e italiano, storia e geografia. Ma è anche il luogo dove dovrebbe essere impartito insegnamento di civica educazione, dove si impara a vivere insieme, dove si impara il rispetto reciproco e quello delle regole. Dove si impara a “vivere”. Se dalla scuola, dalla base, insegniamo che la “furbizia” va bene, non stupiamoci poi se chi ci amministra si compra il Suv con i soldi delle nostre tasse. In fondo anche lui avrà avuto il suo “stato d’ansia”. Ma il punto più importante non è tanto la vicenda della ragazza sorpresa a copiare e di come sia andata la sua maturità. Il punto è la sanzionabilità o meno di un comportamento che è senza dubbio scorretto. In un paese già devastato dalla carenza di etica pubblica, dalla corruzione e dall’indulgenza programmatica di molte vulgate pedagogiche ammantate di moderno approccio relazionale, ci mancava anche la corrività del Consiglio di Stato verso chi imbroglia agli esami.

E, comunque, vallo a dire ai Consiglieri di Stato, che dovrebbero già saperlo, che nell’ordinamento giuridico nazionale esiste la gerarchia della legge. Nell'ordinamento giuridico italiano, si ha una pluralità di fonti di produzione; queste sono disposte secondo una scala gerarchica, per cui la norma di fonte inferiore non può porsi in contrasto con la norma di fonte superiore (gerarchia delle fonti). nel caso in cui avvenga un contrasto del genere si dichiara l'invalidità della fonte inferiore dopo un accertamento giudiziario, finché non vi è accertamento si può applicare la "fonte invalida". Al primo livello della gerarchia delle fonti si pongono la Costituzione e le leggi costituzionali (fonti superprimarie). La Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1º gennaio 1948, è composta da 139 articoli: essa detta i principi fondamentali dell'ordinamento (artt. 1-12); individua i diritti e i doveri fondamentali dei soggetti (artt. 13-54); detta la disciplina dell'organizzazione della Repubblica (artt. 55-139). La Costituzione italiana viene anche definita lunga e rigida, lunga perché non si limita "a disciplinare le regole generali dell'esercizio del potere pubblico e delle produzioni delle leggi" riguardando anche altre materie, rigida in quanto per modificare la Costituzione è richiesto un iter cosiddetto aggravato (vedi art. 138 cost.). Esistono inoltre dei limiti alla revisione costituzionale. Al di sotto delle leggi costituzionali si pongono i trattati internazionali e gli atti normativi comunitari, che possono presentarsi sotto forma di regolamenti o direttive. I primi hanno efficacia immediata, le seconde devono essere attuate da ogni paese facente parte dell'Unione europea in un determinato arco di tempo. A queste, si sono aggiunte poi le sentenze della Corte di Giustizia Europea "dichiarative" del Diritto Comunitario (Corte Cost. Sent. n. 170/1984). Seguono le fonti primarie, ovvero le leggi ordinarie e gli atti aventi forza di legge (decreti legge e decreti legislativi), ma anche le leggi regionali e delle provincie autonome di Trento e Bolzano. Le leggi ordinarie sono emanate dal Parlamento, secondo la procedura di cui gli artt. 70 ss. Cost., le cui fasi essenziali sono così articolate: l'iniziativa di legge; l'approvazione del testo di legge è affidata alle due Camere del Parlamento (Camera dei deputati e Senato della Repubblica); la promulgazione del Presidente della Repubblica; la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Al di sotto delle fonti primarie, si collocano i regolamenti governativi, seguono i regolamenti ministeriali e di altri enti pubblici e all'ultimo livello della scala gerarchica, si pone la consuetudine, prodotta dalla ripetizione costante nel tempo di una determinata condotta. Sono ammesse ovviamente solo consuetudini secundum legem e praeter legem non dunque quelle contra legem.

Pare che molte consuetudini sono contra legem e pervengono proprio da coloro che dovrebbero dettare i giusti principi.

Tutti in pensione da "presidente emerito". I giudici della Corte Costituzionale si danno una mano tra loro per dare una spinta in più alla remunerazione pensionistica a fine carriera. Gli ermellini in pratica a rotazione, anche breve, cambiano il presidente della Corte per regalargli il titolo più prestigioso prima che giunga il tramonto professionale. Nulla di strano se non fosse che il quinto comma dell'articolo 135 della Costituzione recita: "La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dall’ufficio di giudice". Dunque secondo Costituzione il presidente dovrebbe cambiare ogni 3 anni, o quanto meno rieletto anche per un secondo mandato dopo 36 mesi. Le cose invece vanno in maniera completamente diversa. La poltrona da presidente con relativa pensione fa gola a tanti e allora bisogna accontentare tutti. Così dagli Anni Ottanta la norma è stata aggirata per un tornaconto personale, scrive “Libero Quotidiano”. Per consentire al maggior numero di membri di andare in pensione col titolo da presidente emerito, e fino al 2011 con tanto di auto blu a vita, si è deciso che il prescelto debba essere quello con il maggior numero di anni di servizio. Il principio di anzianità. Questo passaggio di consegne oltre a garantire una pensione più sostanziosa rispetto a quella di un semplice giudice costituzionale, offre anche un’indennità aggiuntiva in busta paga: "I giudici della Corte costituzionale hanno tutti ugualmente una retribuzione corrispondente al complessivo trattamento economico che viene percepito dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni. Al Presidente è inoltre attribuita una indennità di rappresentanza pari ad un quinto della retribuzione", recita la legge 87/1953. Successivamente, il legislatore è intervenuto con legge 27 dicembre 2002, n. 289, sostituendo il primo periodo dell'originario art. 12, comma 1, della legge 87/1953 nei seguenti termini: "I giudici della Corte costituzionale hanno tutti egualmente una retribuzione corrispondente al più elevato livello tabellare che sia stato raggiunto dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni, aumentato della metà". Resta ferma l'attribuzione dell'indennità di rappresentanza per il Presidente. Quella era intoccabile.  Così ad esempio accade che Giovanni Maria Flick è stato presidente per soli 3 mesi, dal 14 novembre 2008 al 18 febbraio 2009. Flick si difese dicendo che quella "era ormai una prassi consolidata". Già, consolidata in barba alla Carta Costituzionale che loro per primi dovrebbero rispettare. Gustavo Zagerblesky ad esempio è stato presidente per soli 7 mesi. Poi è stato il turno di Valerio Onida, presidente per 4 mesi dal 22 settembre 2004 al 30 maggio 2005. Ugo De Servio invece ha tenuto la poltrona dal 10 dicembre 2010 al 29 aprile 2011, 4 mesi anche per lui. Recordman invece Alfonso Quaranta che è stato in carica per un anno e sette mesi, dal 6 giugno 2011 al 27 gennaio 2012. Ora la corsa alla poltrona è per l'attuale presidente Franco Gallo, in carica dal gennaio 2013. Durerà fin dopo l'estate? Probabilmente no.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

Per esempio nei processi, anche i testimoni della difesa.  

Tornando alla parafrasi del “TUTTI DENTRO, CAZZO!!” si deve rimarcare una cosa. Gli italiani sono:  “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigatori”. Così è scritto sul Palazzo della Civiltà Italiana dell’EUR a Roma. Manca: “d’ingenui”. Ingenui al tempo di Mussolini, gli italiani, ingenui ancora oggi. Ma no, un popolo d’ingenui non va bene. Sul Palazzo della Civiltà aggiungerei: “Un popolo d’allocchi”, anzi “Un popolo di Coglioni”. Perché siamo anche un popolo che quando non sa un “cazzo” di quello che dice, parla. E parla sempre. Parla..…parla. Specialmente sulle cose di Giustizia: siamo tutti legulei.

Chi frequenta bene le aule dei Tribunali, non essendo né coglione, né in mala fede, sa molto bene che le sentenze sono già scritte prima che inizi il dibattimento. Le pronunce sono pedisseque alle richieste dell’accusa, se non di più. Anche perché se il soggetto è intoccabile l’archiviazione delle accuse è già avvenuta nelle fasi successive alla denuncia o alla querela: “non vi sono prove per sostenere l’accusa” o “il responsabile è ignoto”. Queste le motivazioni in calce alla richiesta accolta dal GIP, nonostante si conosca il responsabile o vi siano un mare di prove, ovvero le indagini non siano mai state effettuate. La difesa: un soprammobile ben pagato succube dei magistrati. Il meglio che possono fare è usare la furbizia per incidere sulla prescrizione. Le prove a discarico: un perditempo, spesso dannoso. Non è improbabile che i testimoni della difesa siano tacciati di falso.

Nel formulare la richiesta la Boccassini nel processo Ruby ha fatto una gaffe dicendo: "Lo condanno", per poi correggersi: "Chiedo la condanna" riferita a Berlusconi.

Esemplare anche è il caso di Napoli. Il gip copia o si limita a riassumere le tesi accusatorie della Procura di Napoli e per questo il tribunale del riesame del capoluogo campano annulla l'arresto di Gaetano Riina, fratello del boss di Cosa nostra, Totò, avvenuto il 14 novembre 2011. L'accusa era di concorso esterno in associazione camorristica. Il gip, scrive il Giornale di Sicilia, si sarebbe limitato a riassumere la richiesta di arresto della Procura di Napoli, incappando peraltro in una serie di errori e non sostituendo nella sua ordinanza neanche le parole «questo pm» con «questo gip». 

Il paradosso, però, sono le profezie cinematografiche adattate ai processi: «... e lo condanna ad anni sette di reclusione, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, e all'interdizione legale per la durata della pena». Non è una frase registrata Lunedì 24 giugno 2013 al Tribunale di Milano, ma una battuta presa dagli ultimi minuti del film «Il caimano» di Nanni Moretti. La condanna inflitta al protagonista (interpretato dallo stesso regista) è incredibilmente identica a quella decisa dai giudici milanesi per Silvio Berlusconi. Il Caimano Moretti, dopo la sentenza, parla di «casta dei magistrati» che «vuole avere il potere di decidere al posto degli elettori».

Sul degrado morale dell’Italia berlusconiana (e in generale di tutti quelli che hanno votato Berlusconi nonostante sia, per dirla con Gad Lerner, un “puttaniere”) è stato detto di tutto, di più. Ma poco, anzi meno, è stato detto a mio parere sul degrado moralista della sinistra anti-berlusconiana (e in generale di molti che hanno votato “contro” il Cavaliere e che hanno brindato a champagne, festeggiato a casa o in ufficio, tirato un sospiro di sollievo come al risveglio da un incubo di vent’anni). Quella sinistra che, zerbino dei magistrati, ha messo il potere del popolo nelle mani di un ordine professionale, il cui profilo psico-fisico-attitudinale dei suoi membri non è mai valutato e la loro idoneità professionale incute dei dubbi.

Condanna a sette anni di carcere per concussione per costrizione (e non semplice induzione indebita) e prostituzione minorile, con interdizione perpetua dai pubblici uffici per Silvio Berlusconi: il processo Ruby a Milano finisce come tutti, Cavaliere in testa, avevano pronosticato. Dopo una camera di consiglio-fiume iniziata alle 10 di mattina e conclusa sette ore abbondanti dopo, le tre giudici della quarta sezione penale Giulia Turri, Orsola De Cristofaro e Carmen D'Elia hanno accolto in pieno, e anzi aumentato, le richieste di 6 anni dell'accusa, rappresentata dai pm Ilda Boccassini (in ferie e quindi non in aula, sostituita dal procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati, fatto mai avvenuto quello che il procuratore capo presenzi in dibattimento) e Antonio Sangermano. I giudici hanno anche trasmesso alla Procura, per le opportune valutazioni, gli atti relativi alla testimonianza, tra gli altri, di Giorgia Iafrate, la poliziotta che affidò Ruby a Nicole Minetti. Inoltre, sono stati trasmessi anche i verbali relativi alle deposizioni di diverse olgettine, di Mariano Apicella e di Valentino Valentini. Il tribunale di Milano ha disposto anche la confisca dei beni sequestrati a Ruby, Karima El Mahroug e al compagno Luca Risso, ai sensi dell'articolo 240 del codice penale, secondo cui il giudice "può ordinare la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto".

I paradossi irrisolti della sentenza sono che colpiscono anche la “vittima” Ruby e non solo il “carnefice” Berlusconi. L’ex minorenne, Karima El Mahroug, «per un astratta tutela della condizione di minorenne», viene dichiarata prima “prostituta” e poi i suoi beni le vengono confiscati: «Come nel caso del concusso, la parte lesa non si dichiara tale anzi si manifesta lesa per l’azione dei magistrati». Ruby «è doppiamente lesa dai magistrati», spiega Sgarbi, «nella reputazione e nel vedersi sottrarre, in via cautelativa, i denari che Berlusconi le ha dato».

«Non chiamiamola sentenza. Non chiamiamolo processo. Soprattutto, non chiamiamola giustizia». Comincia così, con queste amarissime parole, la nota di Marina Berlusconi in difesa di suo padre. «Quello cui abbiamo dovuto assistere è uno spettacolo assurdo che con la giustizia nulla ha a che vedere, uno spettacolo che la giustizia non si merita. La condanna - scrive Marina - era scritta fin dall'inizio, nel copione messo in scena dalla Procura di Milano. Mio padre non poteva non essere condannato. Ma se possibile il Tribunale è andato ancora più in là, superando le richieste dell'accusa e additando come spergiuri tutti i testi in contrasto con il suo teorema». Nonostante la "paccata" di testimoni portati in tribunale dalla difesa di Silvio Berlusconi, il presidente della Corte Giulia Turri e i giudici Orsolina De Cristofano e Carmen D'Elia hanno preferito inseguire il teorema costruito ad arte dal pm Ilda Boccassini e tacciare di falsa testimonianza tutte le persone che, con le proprie parole, hanno scagionato il Cavaliere. Insomma, se la "verità" non coincide con quella professata dalla magistratura milanese, allora diventa automaticamente bugia. Non importa che non ci sia alcuna prova a dimostrarlo.

L'accusa dei giudici milanesi è sin troppo chiara, spiega Andrea Indini su "Il Giornale": le trentadue persone che si sono alternate sul banco dei testimoni per rendere dichiarazioni favorevoli a Berlusconi hanno detto il falso. Solo le motivazioni, previste tra novanta giorni, potranno chiarire le ragioni per cui il collegio abbia deciso di trasmettere alla procura i verbali di testimoni che vanno dall’amico storico dell’ex premier Mariano Apicella all’ex massaggiatore del Milan Giorgio Puricelli, dall’europarlamentare Licia Ronzulli alla deputata Maria Rosaria Rossi. Da questo invio di atti potrebbe nascere, a breve, un maxi procedimento per falsa testimonianza. A finir nei guai per essersi opposta al teorema della Boccassini c'è anche il commissario Giorgia Iafrate che era in servizio in Questura la notte del rilascio di Ruby. La funzionaria aveva, infatti, assicurato di aver agito "nell’ambito dei miei poteri di pubblico ufficiale". "Di fronte alla scelta se lasciare la ragazza in Questura in condizioni non sicure o affidarla ad un consigliere regionale - aveva spiegato - ho ritenuto di seguire quest’ultima possibilità". Proprio la Boccassini, però, nella requisitoria aveva definito "avvilenti le dichiarazioni della Iafrate che afferma che il pm minorile Fiorillo le aveva dato il suo consenso". Alla procura finiscono poi i verbali di una ventina di ragazze. Si va da Barbara Faggioli a Ioana Visan, da Lisa Barizonte alle gemelle De Vivo, fino a Roberta Bonasia. Davanti ai giudici avevano descritto le serate di Arcore come "cene eleganti", con qualche travestimento sexy al massimo, e avevano sostenuto che Ruby si era presentata come una 24enne. "I giudici hanno dato per scontato che siamo sul libro paga di Berlusconi - ha tuonato Giovanna Rigato, ex del Grande Fratello - io tra l’altro al residence non ho mai abitato, sono una che ha sempre lavorato, l’ho detto in mille modi che in quelle serata ad Arcore non ho mai visto nulla di scabroso ma tanto...". Anche Marysthelle Polanco è scioccata dalla sentenza: "Non mi hanno creduto, non ci hanno creduto, io ho detto la verità e se mi chiamano di nuovo ripeterò quello che ho sempre raccontato". Sebbene si siano lasciate scivolare addosso insulti ben più pesanti, le ragazze che hanno partecipato alle feste di Arcore non sono disposte ad accettare l’idea di passare per false e bugiarde. Da Puricelli a Rossella, fino al pianista Mariani e ad Apicella, è stato tratteggiato in Aula un quadro di feste fatto di chiacchiere, balli e nessun toccamento.

Nel tritacarne giudiziario finisce anche la Ronzulli, "rea" di aver fornito una versione diversa da quella resa da Ambra e Chiara nel processo "gemello" e di aver negato di aver visto una simulazione di sesso orale con l’ormai famosa statuetta di Priapo. Stesso destino anche per l’ex consigliere per le relazioni internazionali Valentino Valentini che aveva svelato di esser stato lui a far contattare la Questura di Milano per "capire cosa stesse accadendo". Ed era stato sempre lui a parlare di una conversazione tra Berlusconi e l'ex raìs Hosni Mubarak sulla parentela con Ruby. Anche il viceministro Bruno Archi, all’epoca diplomatico, ai giudici aveva descritto quel pranzo istituzionale nel quale si sarebbe parlato di Karima. E ancora: sono stati trasmessi ai pm anche i verbali di Giuseppe Estorelli, il capo scorta di Berlusconi, e del cameriere di Arcore Lorenzo Brunamonti, "reo" di aver regalato al Cavaliere, di ritorno da un viaggio, la statuetta di Priapo. Tutti bugiardi, tutti nella tritarcarne del tribunale milanese. La loro colpa? Aver detto la verità. Una verità che non piace ai giudici che volevano far fuori a tutti i costi Berlusconi.

C'era un solo modo per condannare Silvio Berlusconi nel processo cosiddetto Ruby, spiega Alessandro Sallusti su "Il Giornale": fare valere il teorema della Boccassini senza tenere conto delle risultanze processuali, in pratica cancellare le decine e decine di testimonianze che hanno affermato, in due anni di udienze, una verità assolutamente incompatibile con le accuse. E cioè che nelle notti di Arcore non ci furono né vittime né carnefici, così come in Questura non ci furono concussi. Questo trucco era l'unica possibilità e questo è accaduto. Trenta testimoni e protagonisti della vicenda, tra i quali rispettabili parlamentari, dirigenti di questura e amici di famiglia sono stati incolpati in sentenza, cosa senza precedenti, di falsa testimonianza e dovranno risponderne in nuovi processi. Spazzate via in questo modo le prove non solo a difesa di Berlusconi ma soprattutto contrarie al teorema Boccassini, ecco spianata la strada alla condanna esemplare per il capo: sette anni più l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, esattamente la stessa pronunciata nella scena finale del film Il Caimano di Nanni Moretti, in cui si immagina l'uscita di scena di Berlusconi. Tra questa giustizia e la finzione non c'è confine. Siamo oltre l'accanimento, la sentenza è macelleria giudiziaria, sia per il metodo sia per l'entità. Ricorda molto, ma davvero molto, quelle che i tribunali stalinisti e nazisti usavano per fare fuori gli oppositori: i testimoni che osavano alzare un dito in difesa del disgraziato imputato di turno venivano spazzati via come vermi, bollati come complici e mentitori, andavano puniti e rieducati. Come osi, traditore - sostenevano i giudici gerarchi - mettere in dubbio la parola dello Stato padrone? Occhio, che in galera sbatto pure te. Così, dopo Berlusconi, tocca ai berlusconiani passare sotto il giogo di questi pazzi scatenati travestiti da giudici. I quali vogliono che tutti pieghino la testa di fronte alla loro arroganza e impunità. In trenta andranno a processo per aver testimoniato la verità, raccontato ciò che hanno visto e sentito. Addio Stato di diritto, addio a una nobile tradizione giuridica, la nostra, in base alla quale il giudizio della corte si formava esclusivamente sulle verità processuali, che se acquisite sotto giuramento e salvo prova contraria erano considerate sacre.

Omicidi, tentati omicidi, sequestro di persona, occultamenti di cadavere. Per la giustizia italiana questi reati non sono poi così diversi da quello di concussione, scrive Nadia Francalacci su "Panorama". La condanna inflitta a Silvio Berlusconi a 7 anni di carcere, uno in più rispetto alla pena chiesta dai pubblici ministeri, e interdizione perpetua dai pubblici uffici per i reati di prostituzione minorile e concussione, non differisce che di poche settimane da quella inflitta a Michele Misseri il contadino di Avetrana che ha occultato il cadavere della nipotina Sara Scazzi in un pozzo delle campagne pugliesi. Non solo. La condanna all’ex premier è addirittura ancor più pesante rispetto a quella inflitta a due studenti di Giurisprudenza, Scattone e Ferraro, che “ quasi per gioco” hanno mirato alla testa di una studentessa, Marta Russo, uccidendola nel cortile interno della facoltà. Quasi per gioco. Così in pochi istanti hanno ucciso, tolto la vita, ad una ragazza che aveva tanti sogni da realizzare. Marta Russo così come Sara Scazzi oppure un Gabriele Sandri, il tifoso laziale ucciso nell’area di servizio dopo dei tafferugli con i tifosi juventini. Il poliziotto che ha premuto il grilletto colpendolo alla nuca, è stato condannato a 9 anni e 4 mesi. A soli 28 mesi in più di carcere rispetto a Silvio Berlusconi.

Analizzando casi noti e quelli meno conosciuti dall’opinione pubblica, non è possibile non notare una “sproporzione” di condanna tra il caso Ruby e una vicenda quale il caso Scazzi o Russo. Ecco alcuni dei casi e delle sentenze di condanna.

Caso Sandri: 9 anni e 4 mesi. Per la Cassazione è omicidio volontario. Per l'agente della Polstrada Luigi Spaccarotella, la sentenza è diventata definitiva con la pronuncia della Cassazione. La condanna è  di nove anni e quattro mesi di reclusione per  aver ucciso il tifoso della Lazio Gabriele Sandri dopo un tafferuglio con tifosi juventini nell'area di servizio aretina di Badia al Pino sulla A1. Sandri era sulla Renault che doveva portarlo a Milano, la mattina dell'11 novembre 2007, per vedere Inter-Lazio insieme ad altri quattro amici.  Spaccarotella  era stato condannato in primo grado a sei anni di reclusione per omicidio colposo, determinato da colpa cosciente. In secondo grado i fatti erano stati qualificati come omicidio volontario per dolo eventuale e la pena era stata elevata a nove anni e quattro mesi di reclusione.

Caso Scazzi: per Michele Misseri, 8 anni. Ergastolo per Sabrina. Ergastolo per sua madre Cosima Serrano. Otto anni per Michele Misseri, che ora rischia anche un procedimento per autocalunnia. Questo è il verdetto di primo grado sulla tragedia di Avetrana. il contadino  è accusato di soppressione di cadavere insieme al fratello e al nipote.

Caso Marta Russo. L’omicidio quasi per gioco di Marta Russo è stato punito con la condanna di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, rispettivamente puniti con 5 anni e quattro mesi il primo e 4 anni e due mesi il secondo; Marta Russo, 22 anni, studentessa di giurisprudenza all'Università La Sapienza di Roma, fu uccisa all'interno della Città universitaria il 9 maggio 1997, da un colpo di pistola alla testa.

Caso Jucker. Ruggero Jucker, reo di aver assassinato la propria fidanzata sotto l’effetto di stupefacenti, è stato condannato, con un patteggiamento in appello a 16 anni di reclusione salvo poi essere stato liberato dopo 10 anni.

Casi minori e meno conosciuti dall’opinione pubblica.

Bari. 8 anni di carcere ad un politico che uccise un rapinatore. 5 giugno 2013. La Corte d’appello di Bari, ha chiesto la condanna a otto anni di reclusione per Enrico Balducci, l’ex consigliere regionale pugliese, gestore del distributore di carburante di Palo del Colle,  accusato di omicidio volontario e lesioni personali, per aver ucciso il 23enne Giacomo Buonamico e ferito il 25enne Donato Cassano durante un tentativo di rapina subito il 5 giugno 2010. In primo grado, Balducci era stato condannato con rito abbreviato alla pena di 10 anni di reclusione. Dinanzi ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Bari l’accusa ha chiesto una riduzione di pena ritenendo sussistente l’attenuante della provocazione, così come era stato chiesto anche dal pm in primo grado ma non era stato riconosciuto dal gup. Chiesta una condanna a quattro anni di reclusione per Cassano (condannato in primo grado a 5 anni) per i reati di rapina e tentativo di rapina. Prima di recarsi in moto al distributore di carburante gestito da Balducci, infatti, i due avrebbero compiuto un’altra rapina al vicino supermercato. Balducci, questa la ricostruzione dell’accusa, vedendosi minacciato, non sarebbe riuscito a controllare la sua ira, e consapevole di poter uccidere, avrebbe fatto fuoco ferendo Cassano e uccidendo Buonamico.

Sequestro Spinelli (ragioniere di Berlusconi): 8 anni e 8 mesi di carcere al capobanda Leone. Condannati anche i tre complici albanesi. Ma le pene  sono state dimezzate rispetto alle richieste dell'accusa. Il pm Paolo Storari ha chiesto la condanna a 16 anni di carcere per Francesco Leone, ritenuto il capo banda, e pene tra gli 8 e i 10 anni per gli altri tre imputati. I quattro furono arrestati nel novembre dell'anno scorso assieme ad altri due italiani, Pier Luigi Tranquilli e Alessandro Maier, per i quali invece è stata chiesta l'archiviazione. Il gup di Milano Chiara Valori ha condannato con il rito abbreviato a 8 anni e 8 mesi Francesco Leone, riqualificando il reato in sequestro semplice. Sono arrivate due condanne a 4 anni e 8 mesi, e una a 6 anni e 8 mesi, per gli altri tre imputati. La vicenda è quella del sequestro lampo di Giuseppe Spinelli e della moglie.

Pesaro. Picchiò e gettò la ex dal cavalcavia: condannato a 10 anni di carcere. Il 22 giugno scorso, Saimo Luchetti è stato condannato ieri a 10 anni di reclusione per sequestro di persona, stalking, violenza privata e tentato omicidio. Dovrà versare anche una provvisionale immediata di 60mila euro per la ragazza, 40mila per la madre e 15 per la sorella. Luchetti, 23 anni, calciatore dilettante, la notte del 18 marzo 2012 aveva malmenato e rapito sotto casa l’ex fidanzata Andrea Toccaceli di 18 anni, gettandola poi da un viadotto di Fossombrone alto 15 metri. Lui si gettò giù subito dopo. Sono sopravvissuti entrambi, ristabilendosi completamente. Luchetti è in carcere ad Ancona e dove dovrà rimanerci altri nove anni.

Caso Mancuso: condannato per tentato omicidio a 5 anni di carcere. Il diciannovenne Luigi Mancuso è stato condannato a 5 anni di reclusione per il tentato omicidio di Ion Sorin Sheau, un cittadino romeno aggredito e abbandonato in strada a San Gregorio d'Ippona. Assieme a Mancuso, figlio di Giuseppe Manuso, boss della 'ndrangheta, è stato condannato anche Danilo Pannace, 18 anni, che dovrà scontare la pena di 4 anni e 8 mesi sempre per tentato omicidio. I due imputati, giudicati col rito abbreviato, sono stati ritenuti responsabili del tentato omicidio del romeno Ion Sorin Sheau, aggredito e lasciato in strada con il cranio sfondato ed in un lago di sangue il 10 agosto del 2011 a San Gregorio d’Ippona, in provincia di Vibo. Mancuso è stato ritenuto responsabile anche del reato di atti persecutori  nei confronti della comunità romena di San Gregorio.

All’estero. In Argentina l’ex-presidente Carlos Menem è stato condannato a 8 anni di carcere per traffico d'armi internazionale. Sono otto gli anni di carcere che l’ex presidente, ora senatore al parlamento di Buenos Aires, dovrà scontare insieme a Óscar Camilión, ministro della difesa durante il suo governo, con l’accusa di contrabbando aggravato d’armi a Croazia ed Ecuador. Tra il 1991 e il 1995, l’Argentina esportò 6.500 tonnellate di armamenti destinati ufficialmente a Panama e Venezuela. Questi raggiunsero però la Croazia nel pieno del conflitto jugoslavo, e l’Ecuador che nel ‘95, combatteva con il Perú.

Parlare, però, di Berlusconi è come sminuire il problema. I Pasdaran della forca a buon mercato storcerebbero il naso: Bene, parliamo d’altro.

«In questo processo chiunque ha detto cose in contrasto con la tesi accusatoria è stato tacciato di falso, mentre ben altri testi non hanno detto la verità e sono passati per super testimoni» ha detto Franco De Jaco difensore di Cosima Serrano. E’ così è stato, perché sotto processo non c’è solo Sabrina Misseri, Michele Misseri, Cosima Serrano Misseri, Carmine Misseri, Cosimo Cosma, Giuseppe Nigro, Cosima Prudenzano Antonio Colazzo, Vito Junior Russo, ma c’è tutta Avetrana e tutti coloro che non si conformano alla verità mediatica-giudiziaria. Ed ancora Morrone fu arrestato mezz’ora dopo la mattanza, il 30 gennaio ’91. Sul terreno c’erano i corpi di due giovani e le forze dell’ordine di Taranto cercavano un colpevole a tutti i costi. La madre di una delle vittime indirizzò i sospetti su di lui. Lo presero e lo condannarono. Le persone che lo scagionavano furono anche loro condannate per falsa testimonianza. Così funziona a Taranto. Vai contro la tesi accusatoria; tutti condannati per falsa testimonianza. Nel ’96 alcuni pentiti svelarono la vera trama del massacro: i due ragazzi erano stati eliminati perché avevano osato scippare la madre di un boss. Morrone non c’entrava, ma ci sono voluti altri dieci anni per ottenere giustizia. E ora arriva anche l’indennizzo per le sofferenze subite: «Avevo 26 anni quando mi ammanettarono - racconta lui - adesso è difficile ricominciare. Ma sono soddisfatto perché lo Stato ha capito le mie sofferenze, le umiliazioni subite, tutto quello che ho passato». Un procedimento controverso: due volte la Cassazione annullò la sentenza di condanna della corte d’Assise d’Appello, ma alla fine Morrone fu schiacciato da una pena definitiva a 21 anni. Non solo: beffa nella beffa, fu anche processato e condannato a 1 anno e 8 mesi per calunnia. La sua colpa? Se l’era presa con i magistrati che avevano trascurato i verbali dei pentiti.

Taranto, Milano, l’Italia.

“Egregi signori, forse qualcuno di voi, componente delle più disparate commissioni di esame di avvocato di tutta Italia, da Lecce a Bari, da Venezia a Torino, da Palermo a Messina o Catania, pensa di intimorirmi con la forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri. Sicuramente il più influente tra di voi, bocciandomi o (per costrizione e non per induzione) facendomi bocciare annualmente senza scrupoli all’esame di avvocato dal lontano 1998, (da quando ho promosso interrogazioni parlamentari e inoltrato denunce penali, che hanno ottenuto dei risultati eclatanti, come l’esclusione dei consiglieri dell’ordine degli avvocati dalle commissioni d’esame e ciononostante uno di loro è diventato presidente nazionale), pensa che possa rompermi le reni ed impedirmi di proseguire la mia lotta contro questo concorso forense e tutti i concorsi pubblici che provo nei miei libri essere truccati. E sempre su quei libri provo il vostro sistema giudiziario essere, per gli effetti, fondato sull’ingiustizia. Mi conoscete tutti bene da vent’anni, come mi conoscono bene, prima di giudicarmi, i magistrati che critico. Per chi non fa parte del sistema e non MI conosce e non VI conosce bene, al di là dell’immagine patinata che vi rendono i media genuflessi, pensa che in Italia vige la meritocrazia e quindi chi esamina e giudica e chi supera gli esami, vale. Non è così e non mi impedirete mai di gridarlo al mondo. Avete la forza del potere, non la ragione della legge. Forse qualcuno di voi, sicuramente il più influente, perseguendomi artatamente anche per diffamazione a mezzo stampa, senza mai riuscire a condannarmi, pur con le sentenze già scritte prima del dibattimento, pensa di tagliarmi la lingua affinchè non possa denunciare le vostre malefatte. Non è così e non mi impedirete mai di gridarlo al mondo. E non per me, ma per tutti coloro che, codardi, non hanno il coraggio di ribellarsi. Anche perché se lo fate a me, lo fate anche agli altri. Fino a che ci saranno centinaia di migliaia di giovani vittime che mi daranno ragione, voi sarete sempre dalla parte del torto. Avete un potere immeritato, non la ragione. Un ordine che dileggia il Potere del popolo sovrano. In Italia succede anche questo. Potete farmi passare per mitomane o pazzo. E’ nell’ordine delle cose: potrebbe andarmi peggio, come marcire in galera o peggio ancora. Potete, finché morte non ci separi, impedirmi di diventare avvocato. Farò vita eremitica e grama. Comunque, cari miei, vi piaccia o no, di magistrati ce ne sono più di dieci mila, criticati e non sono certo apprezzati; di avvocati più di 250 mila e questi, sì, disprezzati. Alla fine per tutti voi arriva comunque la Livella e l’oblio. Di Antonio Giangrande c’è uno solo. Si ama o si odia, ma fatevene un ragione: sarò per sempre una spina nel vostro fianco e sopravviverò a voi. Più mi colpite, più mi rendete altrettanto forte. Eliminarmi ora? E’ troppo tardi. Il virus della verità si diffonde. E ringraziate Dio che non ci sia io tra quei 945 parlamentari che vi vogliono molto, ma molto bene, che a parlar di voi si cagano addosso. Solo in Italia chi subisce un’ingiustizia non ha nessuno a cui rivolgersi, siano essi validi bocciati ai concorsi pubblici o innocenti in galera, che si chiamino Berlusconi o Sallusti o Mulè o Riva (e tutti questi li chiamano “persone influenti e potenti”). I nostri parlamentari non sanno nemmeno di cosa tu stia parlando, quando ti prestano attenzione. Ed è raro che ciò succeda. In fede Antonio Giangrande”.

Una denuncia per calunnia, abuso d’ufficio e diffamazione contro la Commissione d’esame di avvocato di Catania per tutelare l’immagine dei professionisti e di tutti i cittadini leccesi, tarantini e brindisini è quanto propone il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” (www.controtuttelemafie.it) e profondo conoscitore del fenomeno degli esami e dei concorsi pubblici truccati. Proposta presentata a tutti coloro che sono stati esclusi ed a tutti gli altri, anche non candidati all’esame di avvocato, che si sentono vittime di questo fenomeno di caccia alle streghe o che si sentano diffamati come rappresentanti e come cittadini del territorio, ormai sputtanato in tutta Italia. E proposta di presentazione del ricorso al Tar che sarebbe probabilmente accolto, tenuto conto dei precedenti al Consiglio di Stato.

«A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Da 20 anni denuncio che in Italia agli esami tutti si copia ed adesso scoprono l’acqua calda. E copiano tutti. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010 o di magistrato nel 1992.

Le mie denunce sono state sempre archiviate ed io fatto passare per pazzo o mitomane.

Quindi chi si è abilitato barando, ha scoperto l’acqua calda. Questa caccia alle streghe, perché? Vagito di legalità? Manco per idea. In tempo di magra per i professionisti sul mercato, si fa passare per plagio, non solo la dettatura uniforme dell’intero elaborato (ripeto, che c’è sempre stata), ma anche l’indicazione della massima giurisprudenziale senza virgolette. Ergo: dov’è il dolo? Per chi opera in ambito giuridico le massime della Cassazione sono l’appiglio per tutte le tesi difensive di parte o accusatorie. Senza di queste sarebbero solo opinioni personali senza valore. Altra cosa è riportare pari pari, più che le massime, le motivazioni delle sentenze.

Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più?

Ed allora i candidati esclusi alla prova scritta dell’esame di avvocato tenuta presso la Corte d’Appello di Lecce si rivolgano a noi per coordinare tutte le azioni di tutela:  una denuncia per calunnia, abuso d’ufficio e per diffamazione contro tutti coloro che si son resi responsabili di una campagna diffamatoria ed un accanimento senza precedenti. Premo ricordare che l’esame è truccato insitamente e non bisogna scaricare sulla dignità e l’onore dei candidati gli interessi di una categoria corporativistica. Nessuno li difende i ragazzi, esclusi e denunciati (cornuti e mazziati) ma, dato che io c’ero e ci sono dal 1998, posso testimoniare che se plagio vi è stato, vi è sempre stato, e qualcuno ha omesso il suo intervento facendola diventare una consuetudine e quindi una norma da rispettare, e sono concorsi nel reato anche la commissione di Lecce ed il Presidente della Corte d’Appello, Mario Buffa, in quanto hanno agevolato le copiature. L’esame di avvocato in tutta Italia si apre alle 9 con la lettura delle tracce, che così finiscono in rete sul web. A Lecce l’esame non inizia mai prima delle undici. I ragazzi più furbi hanno tutto il tempo di copiare legalmente, in quanto l’esame non è ancora iniziato e quindi, se hanno copiato, non lo hanno fatto in quel frangente, perché non ci si può spostare dal banco. Anche se, devo dire, si è sempre permessa la migrazione per occupare posti non propri. 

Su questi punti chiamerei a testimoniare, a rischio di spergiuro, tutti gli avvocati d’Italia.

Ai malfidati, poi, spiegherei per filo e per segno come si trucca l’esame, verbalmente, in testi ed in video.

Mi chiedo, altresì, perché tanto accanimento su Lecce se sempre si è copiato ed in tutta Italia? E perché non ci si impegna ha perseguire le commissioni che i compiti non li correggono e li dichiarano tali?

Ma la correzione era mirata al dare retti giudizi o si sono solo impegnati a fare opera inquisitoria e persecutoria?

Inoltre ci sono buone possibilità che il ricorso al Tar avverso all’esclusione possa essere accolto in base ai precedenti del Consiglio di Stato».

Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.

I commissari dovrebbero dimostrare che, in quei pochi minuti, la loro attenzione era rivolta, non a correggere ed a valutare i compiti, ma esclusivamente a cercare l’opera primaria, fonte del plagio,  presentata come propria dal candidato, per verificarne l’esatta ed integrale corrispondenza.

Essi, al di là della foga persecutoria, dovrebbero dimostrare che la Premessa, la Tesi e l’Antitesi, le Conclusioni sono frutto di imitazione totale dell’altrui pensiero. Dovrebbero, altresì, dimostrare che il richiamo essenziale alle massime giurisprudenziali (spesso contrastanti tra loro) per suffragare la propria tesi e renderla convincente, siano anch’esse plagio, pur essendo ammessi i codici commentati dalla giurisprudenza, così come non lo sono per i magistrati e per i prossimi esami di avvocato (tempi di applicazione della riforma permettendo).

Dovrebbero, i commissari, dimostrare che quei pochi minuti sono bastati a loro per correggere, accusare e giudicare, rischiando si dichiarare il falso.

Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.

Io che ho denunciato e dimostrato che gli esami ed i concorsi pubblici sono truccati. Forse per questo per le mie denunce sono stato fatto passare per mitomane o pazzo ed ora anche per falsario.

Denigrare la credibilità delle vittime e farle passare per carnefici. Vergogna, gentaglia.

INDIZIONE DEL CONCORSO: spesso si indice un concorso quando i tempi sono maturi per soddisfare da parte dei prescelti i requisiti stabiliti (acquisizione di anzianità, titoli di studio, ecc.). A volte chi indice il concorso lo fa a sua immagine e somiglianza (perché vi partecipa personalmente come candidato). Spesso si indice il concorso quando non vi sono candidati (per volontà o per induzione), salvo il prescelto. Queste anomalie sono state riscontrate nei concorsi pubblici tenuti presso le Università e gli enti pubblici locali. Spesso, come è successo per la polizia ed i carabinieri, i vincitori rimangono casa.

COMMISSIONE D’ESAME: spesso a presiedere la commissione d’esame di avvocato sono personalità che hanno una palese incompatibilità. Per esempio nella Commissione d’esame centrale presso il Ministero della Giustizia del concorso di avvocato 2010 è stato nominato presidente colui il quale non poteva, addirittura, presiedere la commissione locale di Corte d’Appello di Lecce. Cacciato in virtù della riforma (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180). La legge prevede che i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati non possono essere Commissari d’esame (e per conseguenza i nominati dal Consiglio locale per il Consiglio Nazionale Forense, che tra i suoi membri nomina il presidente di Commissione centrale). La riforma ha cacciato gli avvocati e sbugiardato i magistrati e professori universitari (in qualità anch’essi di commissari d’esame) perché i compiti vengono letti presso altre sedi: tutto questo perché prima tutti hanno raccomandato a iosa ed abusato del proprio potere dichiarando altresì il falso nei loro giudizi abilitativi od osteggiativi. Spesso le commissioni d’esame di avvocato sono mancanti delle componenti necessarie per la valutazione tecnica della materia d’esame. Essenziale nelle commissioni a cinque è la figura del magistrato, dell’avvocato, del professore universitario: se una manca, la commissione è nulla. Le Commissioni d’esame hanno sempre e comunque interessi amicali, familistiche e clientelari.

I CONCORSI FARSA: spesso i concorsi vengono indetti per sanare delle mansioni già in essere, come il concorso truffa a 1.940 posti presso l’INPS, bandito per sistemare i lavoratori socialmente utili già operanti presso l’Ente.

LE TRACCE: le tracce sono composte da personalità ministeriali scollegate alla realtà dei fatti. Ultimamente le tracce si riferiscono a massime giurisprudenziali espresse nell’imminenza della stilazione della traccia, quindi, in prossimità dell’esame. Quasi nessun testo recente, portato legalmente dai candidati, è talmente aggiornato da riportare quella massima. Altre volte si son riportate tracce con massime vecchissime e non corrispondenti con le riforme legislative successive. Sessione d’esame d’avvocato 2002-2003. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Rella, Principe del Foro di Lecce. Ispettore Ministeriale, Giorgino. Sono stato bocciato. Il Ministero, alla prova di scritto di diritto penale, alla traccia n. 1, erroneamente chiede ai candidati cosa succede al Sindaco, che prima nega e poi rilascia una concessione edilizia ad un suo amico, sotto mentite spoglie di un’ordinanza. In tale sede i Commissari penalisti impreparati suggerivano in modo sbagliato. Solo io rilevavo che la traccia era errata, in quanto riferita a sentenze della Cassazione riconducibili a violazioni di legge non più in vigore. Si palesava l’ignoranza dell’art.107, D.Lgs. 267/00, Testo Unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, in cui si dispongono le funzioni dei dirigenti, e l’ignoranza del D.P.R. 380/01, Testo Unico in materia edilizia. Da molti anni, con le varie Bassanini, sono entrate in vigore norme, in cui si prevede che è competente il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune a rilasciare o a negare le concessioni edilizie. Rilevavo che il Sindaco era incompetente. Rilevavo altresì che il Ministero dava per scontato il comportamento dei Pubblici Ufficiali omertosi, che lavorando con il Sindaco e conoscendo i fatti penalmente rilevanti, non li denunciavano alla Magistratura. Per non aver seguito i loro suggerimenti, i Commissari mi danno 15 (il minimo) al compito esatto, 30 (il massimo) agli altri 2 compiti. I candidati che hanno scritto i suggerimenti sbagliati, sono divenuti idonei.

LE PROVE D’ESAME: spesso sono conosciute in anticipo. A volte sono pubblicate su internet giorni prima, come è successo per il concorso degli avvocati (con denuncia del sottosegretario Alfredo Mantovano di Lecce), dei dirigenti scolastici, o per l’accesso alle Università a numero chiuso (medicina), ovvero, come succede all’esame con più sedi (per esempio all’esame forense o per l’Agenzia delle Entrate, le tracce sono conosciute tramite cellulari o palmari in virtù del tardivo inizio delle prove in una sede rispetto ad altre. Si parla di ore di ritardo tra una sede ed un’altra). A volte le tracce sono già state elaborate in precedenza in appositi corsi, così come è successo all’esame di notaio. A volte le prove sono impossibili, come è successo al concorsone pubblico per insegnanti all’estero: 40 quesiti a risposta multipla dopo averli cercati, uno ad uno, in un volume di oltre 4mila che i partecipanti alla selezione hanno visto per la prima volta, leggere quattro testi in lingua straniera e rispondere alle relative domande. Il tutto nel tempo record di 45 minuti, comprese parti di testo da tradurre. Quasi 1 minuto a quesito.

MATERIALE CONSULTABILE: c’è da dire che intorno al materiale d’esame c’è grande speculazione e un grande salasso per le famiglie dei candidati, che sono rinnovati anno per anno in caso di reiterazione dell’esame a causa di bocciatura. Centinaia di euro per codici e materiale vario. Spesso, come al concorso di magistrato o di avvocato dello Stato ed in tutti gli altri concorsi, ad alcuni è permessa la consultazione di materiale vietato (codici commentati, fogliettini, fin anche compiti elaborati dagli stessi commissari) fino a che non scoppia la bagarre. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010. Al concorso di avvocato, invece, è permesso consultare codici commentati con la giurisprudenza. Spesso, come succede al concorso di avvocato, sono proprio i commissari a dettare il parere da scrivere sull’elaborato, tale da rendere le prove dei candidati uniformi e nonostante ciò discriminati in sede di correzione. Il caso esemplare è lo scandalo di Catanzaro: oltre duemila compiti-fotocopia. Su 2301 prove scritte per l’accesso all’albo degli avvocati consegnate a metà dicembre del 1997 alla commissione d’esame di Catanzaro, ben 2295 risultano identiche. Soltanto sei elaborati, cioè lo 0,13 per cento del totale, appare non copiato. Compiti identici, riga per riga, parola per parola. Le tre prove di diritto civile, diritto penale e atti giudiziari non mettono in risalto differenze. Sono uguali anche negli errori: tutti correggono l’avverbio «recisamente» in «precisamente». Una concorrente rivela che un commissario avrebbe letteralmente dettato lo svolgimento dei temi ai candidati. Racconta: «Entra un commissario e fa: “scrivete”. E comincia a dettare il tema, piano piano, per dar modo a tutti di non perdere il filo».  «Che imbecilli quelli che hanno parlato, sono stati loro a incasinare tutto. Se non avessero piantato un casino sarebbe andato tutto liscio», dice una candidata, che poi diventerà avvocato e probabilmente commissario d’esame, che rinnegherà il suo passato e che accuserà di plagio i nuovi candidati. L’indagine è affidata ai pm Luigi de Magistris e Federica Baccaglini, che ipotizzano il reato di falso specifico e inviano ben 2295 avvisi di garanzia. Catanzaro non è l’unica mecca delle toghe: le fa concorrenza anche Reggio Calabria che, tra l’altro, nel 2001 promuove il futuro ministro dell’Istruzione per il Pdl Mariastella Gelmini in trasferta da Brescia. Ma Catanzaro è da Guinness dei primati. I candidati arrivano da tutta Italia, e i veri intoccabili soprattutto dalle sedi del Nord dove gli esami sono molto selettivi per impedire l’accesso di nuovi avvocati nel mercato saturo. Gli aspiranti avvocati milanesi o torinesi risultano residenti a Catanzaro per i sei mesi necessari per il tirocinio, svolto in studi legali del luogo, i quali certificano il praticantato dei futuri colleghi. Frotte di giovani si fanno consigliare dove e come chiedere ospitalità. In città esistono numerose pensioni e alloggi, oltre a cinque alberghi, che periodicamente accolgono con pacchetti scontati i pellegrini forensi. Tutti sanno come funziona e nessuno se ne lamenta. L’omertà è totale. I magistrati interrogano gruppi di candidati dell’esame del dicembre 1997, che rispondono all’unisono: «Mi portai sovente in bagno per bisogni fisiologici […]. Non so spiegare la coincidenza tra gli elaborati da me compilati e quelli esibiti. Mi preme tuttavia evidenziare che qualcuno potrebbe avermi copiato durante la mia assenza». Mentre il procedimento giudiziario avanza a fatica per la difficoltà di gestire un numero così grande di indagati, tutti gli aspiranti avvocati dell’esame del 1997 rifanno le prove nel 1998 nel medesimo posto e sono promossi. Dopo otto anni di indagini e rinvii, nell’estate 2005 il pm Federico Sergi, nuovo titolare dell’indagine, chiede e ottiene per ciascuno il «non luogo a procedere per avvenuta prescrizione». Tutto finito. Ultimamente le tracce si riferiscono a massime giurisprudenziali espresse nell’imminenza della stilazione della traccia, quindi, in prossimità dell’esame. Quasi nessun testo recente, portato legalmente dai candidati, è talmente aggiornato da riportare quella massima. Ecco perché i commissari d’esame, con coscienza e magnanimità, aiutano i candidati. Altrimenti nessuno passerebbe l’esame. I commissari dovrebbero sapere quali sono le fonti di consultazioni permesse e quali no. Per esempio all’esame di avvocato può capitare che il magistrato commissario d’esame, avendo fatto il suo esame senza codici commentati, non sappia che per gli avvocati ciò è permesso. I commissari d’esame dovrebbero dimostrare che, in quei pochi minuti, la loro attenzione era rivolta, non a correggere ed a valutare i compiti, ma esclusivamente a cercare l’opera primaria, fonte del plagio,  presentata come propria dal candidato, per verificarne l’esatta ed integrale corrispondenza. Essi, al di là della foga persecutoria, dovrebbero dimostrare che la Premessa, la Tesi e l’Antitesi, le Conclusioni sono frutto di imitazione totale dell’altrui pensiero. Dovrebbero, altresì, dimostrare che il richiamo essenziale alle massime giurisprudenziali (spesso contrastanti tra loro) per suffragare la propria tesi e renderla convincente, siano anch’esse plagio, pur essendo ammessi i codici commentati dalla giurisprudenza, così come non lo sono per i magistrati e per i prossimi esami di avvocato (tempi di applicazione della riforma permettendo). Dovrebbero, i commissari, dimostrare che quei pochi minuti sono bastati a loro per correggere, accusare e giudicare, rischiando si dichiarare il falso. Impuniti, invece sono coloro che veramente copiano integralmente i compiti. In principio era la vecchia “cartucciera” la fascia di stoffa da stringere in vita con gli involtini. Poi il vocabolario farcito d'ogni foglio e foglietto, giubbotti imbottiti di cultura bignami e addirittura scarpe con suola manoscritta. Oggi i metodi per “aiutarsi” durante gli esami sono più tecnologici: il telefonino, si sa, non si può portare, ma lo si porta lo stesso. Al massimo, se c’è la verifica, lo metti sul tavolo della commissione. Quindi non è  malsana l'idea dell'iPhone sul banco, collegato a Wikipedia e pronto a rispondere ad ogni quesito nozionistico. Comunque bisogna attrezzarsi, in maniera assolutamente diversa. La rete e i negozi di cartolibreria vendono qualsiasi accrocchio garantendo si tratti della migliore soluzione possibile per copiare durante le prove scritte. C'è ad esempio la  penna UV cioè a raggi ultravioletti scrive con inchiostro bianco e si legge passandoci sopra un led viola incluso nel corpo della penna. Inconveniente: difficile non far notare in classe una luce da discoteca. Poi c'è la cosiddetta penna-foglietto: nel corpo della stilo c'è un foglietto avvolto sul quale si è scritto precedentemente formule, appunti eccetera. Foglietto che in men che non si dica si srotola e arrotola. E infine, c'è l'ormai celebre orologio-biglietto col display elettronico  e una porta Usb sulla quale caricare testi d'ogni tipo.

IL MATERIALE CONSEGNATO: il compito dovrebbe essere inserito in una busta da sigillare contenente un’altra busta chiusa con inserito il nome del candidato. Non ci dovrebbero essere segni di riconoscimento. Non è così come insegna il concorso di notaio. Oltre ai segni di riconoscimento posti all’interno (nastri), i commissari firmano in modo diverso i lembi di chiusura della busta grande consegnata.

LA CORREZIONE DEGLI ELABORATI. Quanto già indicato sono i trucchi che i candidati possono vedere ed eventualmente denunciare. Quanto avviene in sede di correzione è lì la madre di tutte le manomissioni. Proprio perchè nessuno vede. La norma prevede che la commissione d’esame (tutti i componenti) partecipi alle fasi di:

• apertura della busta grande contenente gli elaborati;

• lettura del tema da parte del relatore ed audizione degli altri membri;

• correzione degli errori di ortografia, sintassi e grammatica;

• richiesta di chiarimenti, valutazione dell’elaborato affinchè le prove d’esame del ricorrente evidenzino un contesto caratterizzato dalla correttezza formale della forma espressiva e dalla sicura padronanza del lessico giuridico, anche sotto il profilo più strettamente tecnico-giuridico, e che anche la soluzione delle problematiche giuridiche poste a base delle prove d’esame evidenzino un corretto approccio a problematiche complesse;

• consultazione collettiva, interpello e giudizio dei singoli commissari, giudizio numerico complessivo, motivazione, sottoscrizione;

• apertura della busta piccola contenete il nome del candidato da abbinare agli elaborati corretti;

• redazione del verbale.

Queste sono solo fandonie normative. Di fatto si apre prima la busta piccola, si legge il nome, se è un prescelto si dà agli elaborati un giudizio positivo, senza nemmeno leggerli. Quando i prescelti sono pochi rispetto al numero limite di idonei stabilito illegalmente, nonostante il numero aperto, si aggiungono altri idonei diventati tali “a fortuna”.

La riforma del 2003 ha cacciato gli avvocati e sbugiardato i magistrati e professori universitari (in qualità anch’essi di commissari d’esame) perché i compiti vengono letti presso altre sedi: tutto questo perché prima tutti hanno raccomandato a iosa ed abusato del proprio potere dichiarando altresì il falso nei loro giudizi abilitativi od osteggiativi. Spesso le commissioni d’esame sono mancanti delle componenti necessarie per la valutazione tecnica della materia d’esame. Le Commissioni d’esame hanno sempre e comunque interessi amicali, familistiche e clientelari. Seguendo una crescente letteratura negli ultimi anni abbiamo messo in relazione l’età di iscrizione all’albo degli avvocati con un indice di frequenza del cognome nello stesso albo. In particolare, per ogni avvocato abbiamo calcolato la frequenza del cognome nell’albo, ovvero il rapporto tra quante volte quel cognome vi appare sul totale degli iscritti, in relazione alla frequenza dello stesso cognome nella popolazione. In media, il cognome di un avvocato appare nell’albo 50 volte di più che nella popolazione. Chi ha un cognome sovra-rappresentato nell’albo della sua provincia diventa avvocato prima. Infine vi sono commissioni che, quando il concorso è a numero aperto, hanno tutto l’interesse a limitare il numero di idonei per limitare la concorrenza: a detta dell’economista Tito Boeri: «Nelle commissioni ci sono persone che hanno tutto da perderci dall’entrata di professionisti più bravi e più competenti».

Paola Severino incoraggia gli studenti e racconta: “Anch’io la prima volta fui bocciata all’esame per diventare avvocato”. Raccontare una propria disavventura per infondere coraggio alle nuove generazioni. Questa è la tecnica adottata dal Ministro della Giustizia Paola Severino con i ragazzi della «Summer School» promossa dalla Fondazione Magna Charta di Gaetano Quagliariello e Maurizio Gasparri. “Cari ragazzi, non dovete scoraggiarvi perché anch’io la prima volta fui bocciata all’esame per diventare avvocato… Quella volta ero con il mio futuro marito: lui fu promosso e io non ce la feci… Ma eccoci ancora qua. Siamo sposati da tanti anni” ha raccontato di fronte ai futuri avvocati puntando tutto sulla love story e omettendo che, nonostante quella bocciatura, sarà titolare fino a novembre di uno degli studi legali più importanti d’Italia (con cifre che si aggirano intorno ai 7 milioni di euro). Una piccola consolazione non solo per i laureati in legge, ma anche per tutte le future matricole che sosterranno i test di ammissione. In fondo anche Albert Einstein venne bocciato. E a quanto pare anche la Severino. Bisognerebbe, però, chiedere al ministro: gli amorosi l’aiuto se lo son dato vicendevolmente ed i compiti sicuramente erano simili, quindi perché un diverso giudizio?

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Quello per giudici e pm resta uno dei concorsi più duri. Dopo la laurea occorrono oltre due anni di preparazione negli studi forensi. Oppure nelle scuole universitarie di specializzazione per le professioni legali. Sui 3.193 candidati che nel novembre 2008 hanno consegnato i tre scritti di diritto amministrativo, penale e civile, la commissione ha mandato agli orali soltanto 309 aspiranti magistrati. Per poi promuoverne 253. Nonostante i quasi due anni di prove e correzioni e i soldi spesi, il ministero non è nemmeno riuscito a selezionare i 500 magistrati previsti dal concorso. E tanto attesi negli uffici giudiziari di tutta Italia. Se questi sono i risultati dei corsi di formazione post-laurea, il fallimento degli obiettivi è totale. Eppure almeno cinque tra i 28 commissari sono stati scelti dal ministro Alfano proprio tra quanti hanno insegnato nelle scuole di specializzazione per le professioni legali. "I componenti della commissione rispondono che il livello degli elaborati non ammessi era basso", dice l'avvocato Anna Sammassimo, dell'Unione giuristi cattolici: "Ma alla lettura degli elaborati dichiarati idonei si resta perplessi e molto. Tanto più che i curricula dei candidati esclusi destano ammirazione. Dal verbale da me visionato, il 227, risulta che la correzione dei tre elaborati di ciascun candidato ha impegnato la sottocommissione per circa 30 minuti: per leggere tre temi di tre materie, discuterne e deciderne il voto o la non idoneità sembra obiettivamente un po' poco". Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR  per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

In effetti, con migliaia di ricorsi al TAR si è dimostrato che i giudizi resi sono inaffidabili. La carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio negativo reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque la infondatezza dei giudizi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta discrasia tra giudizio e contenuto degli elaborati, specie se la correzione degli elaborati è avvenuta in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito. Tempi risibili, tanto da offendere l’umana intelligenza. Dai Verbali si contano 1 o 2 minuti per effettuare tutte le fasi di correzione, quando il Tar di Milano ha dichiarato che ci vogliono almeno 6 minuti solo per leggere l’elaborato. La mancanza di correzione degli elaborati ha reso invalido il concorso in magistratura. Per altri concorsi, anche nella stessa magistratura, il ministero della Giustizia ha fatto lo gnorri e si è sanato tutto, alla faccia degli esclusi. Già nel 2005 candidati notai ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati “non idonei” e poi promossi agli orali. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. O ancora l’esame di ammissione all’albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un’agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere. E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

GLI ESCLUSI, RIAMMESSI. Candidati che sono stati esclusi dalla prova per irregolarità, come è successo al concorso per Dirigenti scolastici, o giudicati non idonei, che poi si presentano regolarmente agli orali. L’incipit della confidenza di Elio Belcastro, parlamentare dell’Mpa di Raffaele Lombardo, pubblicata su “Il Giornale”. Belcastro ci fa subito capire, scandendo bene le parole, che Tonino non era nemmeno riuscito a prenderlo quel voto, minimo. «Tempo fa l’ex procuratore capo di Roma, Felice Filocamo, che di quella commissione d’esami era il segretario, mi ha raccontato che quando Carnevale si accorse che i vari componenti avevano bocciato Di Pietro, lo chiamò e si arrabbiò molto. Filocamo fu costretto a tornare in ufficio, a strappare il compito del futuro paladino di Mani pulite e a far sì che, non saprei dire come, ottenesse il passaggio agli orali, seppur con il minimo dei voti». Bocciato e ripescato? Magistrato per un falso? Possibile? Non è l’unico caso. Era già stato giudicato non idoneo, ma in una seconda fase sarebbero saltati fuori degli strani fogli aggiuntivi che prima non c’erano. Ecco come sarebbe sorto il sospetto che qualcuno li avesse inseriti per “salvare” il candidato già bocciato, in modo da giustificare una valutazione diversa oppure da consentire un successivo ricorso al TAR. I maggiori quotidiani nazionali e molti locali, ed anche tanti periodici, si sono occupati di tale gravissimo fatto, e che è stato individuato con nome e cognome il magistrato (una donna) in servizio a Napoli quale autore del broglio accertato. Per tale episodio il CSM ha deciso di sospendere tale magistrato dalle funzioni e dallo stipendio. In quella sessione a fronte di 350 candidati ammessi alle prove orali pare che oltre 120 siano napoletani, i quali sembrano avere particolari attitudini naturali verso le scienze giuridiche e che sembrano essere particolarmente facilitati nel loro cammino anche dalla numerosa presenza nella commissione di esami di magistrati e professori napoletani.

TUTELA AMMINISTRATIVA: non è ammesso ricorso amministrativo gerarchico. Sessione d’esame d’avvocato 2002-2003. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Rella, Principe del Foro di Lecce. Ispettore Ministeriale, Giorgino. Sono stato bocciato. Il Ministero, alla prova di scritto di diritto penale, alla traccia n. 1, erroneamente chiede ai candidati cosa succede al Sindaco, che prima nega e poi rilascia una concessione edilizia ad un suo amico, sotto mentite spoglie di un’ordinanza. In tale sede i Commissari penalisti impreparati suggerivano in modo sbagliato. Solo io rilevavo che la traccia era errata, in quanto riferita a sentenze della Cassazione riconducibili a violazioni di legge non più in vigore. Si palesava l’ignoranza dell’art.107, D.Lgs. 267/00, Testo Unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, in cui si dispongono le funzioni dei dirigenti, e l’ignoranza del D.P.R. 380/01, Testo Unico in materia edilizia. Da molti anni, con le varie Bassanini, sono entrate in vigore norme, in cui si prevede che è competente il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune a rilasciare o a negare le concessioni edilizie. Rilevavo che il Sindaco era incompetente. Rilevavo altresì che il Ministero dava per scontato il comportamento dei Pubblici Ufficiali omertosi, che lavorando con il Sindaco e conoscendo i fatti penalmente rilevanti, non li denunciavano alla Magistratura. Per non aver seguito i loro suggerimenti, i Commissari mi danno 15 (il minimo) al compito esatto, 30 (il massimo) agli altri 2 compiti. I candidati che hanno scritto i suggerimenti sbagliati, sono divenuti idonei.  Il presidente di Commissione d’esame di Lecce, ricevendo il ricorso amministrativo gerarchico contro l’esito della valutazione della sottocommissione, non ha risposto entro i trenta giorni (nemmeno per il diniego) impedendomi di presentare ricorso al Tar.

TUTELA GIUDIZIARIA. Un ricorso al TAR non si nega a nessuno: basta pagare la tangente delle spese di giudizio. Per veder accolto il ricorso basta avere il principe del Foro amministrativo del posto; per gli altri non c’è trippa per gatti. Cavallo di battaglia: mancanza della motivazione ed illogicità dei giudizi. Nel primo caso, dovendo accertare un’ecatombe dei giudizi, la Corte Costituzionale, con sentenza 175 del 2011, ha legittimato l’abuso delle commissioni: “buon andamento, economicità ed efficacia dell’azione amministrativa rendono non esigibile una dettagliata esposizione, da parte delle commissioni esaminatrici, delle ragioni sottese ad un giudizio di non idoneità, sia per i tempi entro i quali le operazioni concorsuali o abilitative devono essere portate a compimento, sia per il numero dei partecipanti alle prove”. Così la Corte Costituzionale ha sancito, il 7 giugno 2011, la legittimità costituzionale del cd. “diritto vivente”, secondo cui sarebbe sufficiente motivare il giudizio negativo, negli esami di abilitazione, con il semplice voto numerico. La Corte Costituzionale per ragion di Stato (tempi ristretti ed elevato numero) afferma piena fiducia nelle commissioni di esame (nonostante la riforma e varie inchieste mediatiche e giudiziarie ne minano la credibilità), stabilendo una sorta d’infallibilità del loro operato e di insindacabilità dei giudizi resi, salvo che il sindacato non promani in sede giurisdizionale. I candidati, quindi, devono sperare nel Foro presso cui vi sia tutela della meritocrazia ed un certo orientamento giurisprudenziale a favore dei diritti inviolabili del candidato, che nella massa è ridimensionato ad un semplice numero, sia di elaborato, sia di giudizio. Giudizi rapidi e sommari, che spesso non valorizzano le capacità tecniche e umane che da un’attenta lettura dell’elaborato possono trasparire. Fatto assodato ed incontestabile il voto numerico, quale giudizio e motivazione sottesa. Esso deve, però, riferire ad elementi di fatto corrispondenti che supportino quel voto. Elementi di fatto che spesso mancano o sono insussistenti. All’improvvida sentenza della Corte Costituzionale viene in soccorso la Corte di Cassazione. Il sindacato giurisdizionale di legittimità del giudice amministrativo sulle valutazioni tecniche delle commissioni esaminatrici di esami o concorsi pubblici (valutazioni inserite in un procedimento amministrativo complesso nel quale viene ad iscriversi il momento valutativo tecnico della commissione esaminatrice quale organo straordinario della pubblica amministrazione), è legittimamente svolto quando il giudizio della commissione esaminatrice è affetto da illogicità manifesta o da travisamento del fatto in relazione ai presupposti stessi in base ai quali è stato dedotto il giudizio sull’elaborato sottoposto a valutazione. In sostanza il TAR può scendere sul terreno delle valutazioni tecniche delle commissioni esaminatrici per l’accesso a una professione o in un concorso pubblico, quando il giudizio è viziato da evidente illogicità e da travisamento del fatto. Ad affermare l’importante principio di diritto sono le Sezioni Unite della Cassazione con sentenza n. 8412, depositata il 28 maggio 2012. Insomma, la Cassazione afferma che le commissioni deviano il senso della norma concorsuale.

Sì, il Tar può salvare tutti, meno che Antonio Giangrande. Da venti anni inascoltato Antonio Giangrande denuncia il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ha ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Prima di tutto l’ostracismo all’abilitazione. Poi, insabbiamento delle denunce contro i concorsi truccati ed attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua. A parlar delle loro malefatte i giudici amministrativi te la fanno pagare. Presenta l’oneroso ricorso al Tar di Lecce (ma poteva essere qualsiasi altro Tribunale Amministrativo Regionale) per contestare l’esito negativo dei suoi compiti all’esame di avvocato: COMMISSIONE NAZIONALE D'ESAME PRESIEDUTA DA CHI NON POTEVA RICOPRIRE L'INCARICO, COMMISSARI (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI) DENUNCIATI CHE GIUDICANO IL DENUNCIANTE E TEMI SCRITTI NON CORRETTI, MA DA 15 ANNI SONO DICHIARATI TALI. Ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro il voto numerico insufficiente (25,25,25) dato alle prove scritte di oltre 4 pagine cadaune della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione. Tale ricorso non ha prodotto alcun giudizio nei tempi stabiliti, salvo se non il diniego immediato ad una istanza cautelare di sospensione, tanto da farlo partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito definitivo del ricorso, a ben altre due sessioni successive, i cui risultati sono stati identici ai temi dei 15 anni precedenti (25,25,25): compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar si è stati costretti a presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Inspiegabilmente nei mesi successivi all’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Eccetto qualcuno che non poteva essere accolto, tra i quali i ricorsi dell'avv. Carlo Panzuti  e dell'avv. Angelo Vantaggiato in cui si contestava il giudizio negativo reso ad un elaborato striminzito di appena una pagina e mezza. Solo in data 7 febbraio 2013 si depositava sentenza per una decisione presa già in camera di consiglio della stessa udienza del 7 novembre 2012. Una sentenza già scritta, però, ben prima delle date indicate, in quanto in tale camera di consiglio (dopo aver tenuto anche regolare udienza pubblica con decine di istanze) i magistrati avrebbero letto e corretto (a loro dire) i 3 compiti allegati (più di 4 pagine per tema), valutato e studiato le molteplici questioni giuridiche presentate a supporto del ricorso. I magistrati amministrativi potranno dire che a loro insindacabile giudizio il ricorso di Antonio Giangrande va rigettato, ma devono spiegare a chi in loro pone fiducia, perché un ricorso presentato il 25 luglio 2011, deciso il 7 novembre 2012, viene notificato il 7 febbraio 2013? Un'attenzione non indifferente e particolare e con un risultato certo e prevedibile, se si tiene conto che proprio il presidente del Tar era da considerare incompatibile perchè è stato denunciato dal Giangrande e perché le sue azioni erano oggetto di inchiesta video e testuale da parte dello stesso ricorrente? Le gesta del presidente del Tar sono state riportate da Antonio Giangrande, con citazione della fonte, nella pagina d'inchiesta attinente la città di Lecce. Come per dire: chi la fa, l'aspetti?

In Italia tutti sanno che i concorsi pubblici sono truccati e nessuno fa niente, tantomeno i magistrati. Gli effetti sono che non è la meritocrazia a condurre le sorti del sistema Italia, ma l’incompetenza e l’imperizia. Non ci credete o vi pare un’eresia? Basta dire che proprio il Consiglio Superiore della Magistratura, dopo anni di giudizi amministrativi, è stato costretto ad annullare un concorso già effettuato per l’accesso alla magistratura. Ed i candidati ritenuti idonei? Sono lì a giudicare indefessi ed ad archiviare le denunce contro i concorsi truccati. E badate, tra i beneficiari del sistema, vi sono nomi illustri.

Certo che a qualcuno può venire in mente che comunque una certa tutela giuridica esiste. Sì, ma dove? Ma se già il concorso al TAR è truccato. Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. “Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa”, ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. Mentre il Governo rifiuta da mesi di rispondere alle varie interrogazioni parlamentari sul concorso delle mogli (il concorso per magistrati Tar vinto da Anna Corrado e Paola Palmarini, mogli di due membri dell’organo di autogoverno che ne nominò la commissione) si è svolto un altro – già discusso – concorso per l’accesso al Tar. Nonostante l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi (Consiglio di Presidenza – Cpga) si sia stretto in un imbarazzante riserbo, che davvero stride con il principio di trasparenza che i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato sono preposti ad assicurare controllando l’operato delle altre amministrazioni, tra i magistrati amministrativi si vocifera che gli elaborati scritti del concorso sarebbero stati sequestrati per mesi dalla magistratura penale, dopo aver sorpreso un candidato entrato in aula con i compiti già svolti, il quale avrebbe già patteggiato la pena. Dopo il patteggiamento la commissione di concorso è stata sostituita completamente ed è ricominciata la correzione dei compiti. Si è già scritto della incredibile vicenda processuale del dott. Enrico Mattei, fratello di Fabio Mattei (oggi membro dell’organo di autogoverno), rimesso “in pista” nel precedente concorso c.d. delle mogli grazie ad una sentenza del presidente del Tar Lombardia, assolutamente incompetente per territorio, che, prima di andare in pensione coinvolto dallo scandalo della c.d. cricca, si era autoassegnato il ricorso ed aveva ammesso a partecipare al concorso il Mattei, redigendo addirittura una sentenza breve (utilizzabile solo in caso di manifesta fondatezza), poco dopo stroncata dal Consiglio di Stato (sentenza n. 6190/2008), che ha rilevato perfino l’appiattimento lessicale della motivazione della decisione rispetto alle memorie difensive presentate dal Mattei. Dopo il concorso delle mogli e il caso Mattei, un altro concorso presieduto da Pasquale De Lise è destinato a far parlare di sé. Si sono infatti concluse le prove scritte del concorso per 4 posti a consigliere di Stato, presieduto da una altisonante commissione di concorso: il presidente del Consiglio di Stato (Pasquale De Lise), il presidente aggiunto del Consiglio di Stato (Giancarlo Coraggio), il presidente del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Sicilia (Riccardo Virgilio), il preside della facoltà di giurisprudenza (Carlo Angelici) ed un presidente di sezione della Corte di Cassazione (Luigi Antonio Rovelli). Ma anche il concorso al Consiglio di Stato non è immune da irregolarità. Tantissime le violazioni di legge già denunciate all’organo di autogoverno: area toilettes non sigillata e accessibile anche da avvocati e magistrati durante le prove di concorso, ingresso a prove iniziate di pacchi non ispezionati e asseritamente contenenti cibi e bevande, ingresso di estranei nella sala durante le prove di concorso, uscita dei candidati dalla sala prima delle due ore prescritte dalla legge, mancanza di firma estesa dei commissari di concorso sui fogli destinati alle prove, presenza di un solo commissario in aula. Tutti vizi, questi, in grado di mettere a rischio la validità delle prove. Qual è l’organo deputato a giudicare, in caso di ricorso, sulla regolarità del concorso per consigliere di Stato? Il Consiglio di Stato… naturalmente! Ecco perché urge una riforma dei concorsi pubblici. Riforma dove le lobbies e le caste non ci devono mettere naso. E c’è anche il rimedio. Niente esame di abilitazione. Esame di Stato contestuale con la laurea specialistica. Attività professionale libera con giudizio del mercato e assunzione pubblica per nomina del responsabile politico o amministrativo che ne risponde per lui (nomina arbitraria così come di fatto è già oggi). E’ da vent’anni che Antonio Giangrande studia il fenomeno dei concorsi truccati. Anche la fortuna fa parte del trucco, in quanto non è tra i requisiti di idoneità. Qualcuno si scandalizzerà. Purtroppo non sono generalizzazioni, ma un dato di fatto. E da buon giurista, consapevole del fatto che le accuse vanno provate, pur in una imperante omertà e censura, l’ha fatto. In video ed in testo. Se non basta ha scritto un libro, tra i 50, da leggere gratuitamente su www.controtuttelemafie.it o su Google libri o in ebook su Amazon.it o cartaceo su Lulu.com. Invitando ad informarsi tutti coloro che, ignoranti o in mala fede, contestano una verità incontrovertibile, non rimane altro che attendere: prima o poi anche loro si ricrederanno e ringrazieranno iddio che esiste qualcuno con le palle che non ha paura di mettersi contro Magistrati ed avvocati. E sappiate, in tanti modi questi cercano di tacitare Antonio Giangrande, con l’assistenza dei media corrotti dalla politica e dall’economia e genuflessi al potere. Ha perso le speranze. I praticanti professionali sono una categoria incorreggibile: “so tutto mi”, e poi non sanno un cazzo, pensano che essere nel gota, ciò garantisca rispetto e benessere. Che provino a prendere in giro chi non li conosce. La quasi totalità è con le pezze al culo e genuflessi ai Magistrati. Come avvoltoi a buttarsi sulle carogne dei cittadini nei guai e pronti a vendersi al miglior offerente. Non è vero? Beh! Chi esercita veramente sa che nei Tribunali, per esempio, vince chi ha più forza dirompente, non chi è preparato ed ha ragione. Amicizie e corruttele sono la regola. Naturalmente per parlare di ciò, bisogna farlo con chi lavora veramente, non chi attraverso l’abito, cerca di fare il monaco.

Un esempio per tutti di come si legifera in Parlamento, anche se i media lo hanno sottaciuto. La riforma forense, approvata con Legge 31 dicembre 2012, n. 247, tra gli ultimi interventi legislativi consegnatici frettolosamente dal Parlamento prima di cessare di fare danni. I nonni avvocati in Parlamento (compresi i comunisti) hanno partorito, in previsione di un loro roseo futuro, una contro riforma fatta a posta contro i giovani. Ai fascisti che hanno dato vita al primo Ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 - Ordinamento della professione di avvocato e di procuratore convertito con la legge 22 gennaio 1934 n.36) questa contro riforma reazionaria gli fa un baffo. Trattasi di una “riforma”, scritta come al solito negligentemente, che non viene in alcun modo incontro ed anzi penalizza in modo significativo i giovani.

In tema di persecuzione giudiziaria, vi si racconta una favola e per tale prendetela.

C‘era una volta in un paese ridente e conosciuto ai più come il borgo dei sognatori, un vecchietto che andava in bicicletta per la via centrale del paese. Il vecchietto non era quello che in televisione indicano come colui che buttava le bambine nei pozzi. In quel frangente di tempo una sua coetanea, avendo parcheggiato l’auto in un tratto di strada ben visibile, era in procinto di scendere, avendo aperto la portiera. Ella era sua abitudine, data la sua tarda età, non avere una sua auto, ma usare l’auto della nipote o quella simile del fratello. Auto identiche in colore e marca. Il vecchietto, assorto nei suoi pensieri, investe lo sportello aperto dell’auto e cade. Per sua fortuna, a causa della bassa velocità tenuta, la caduta è indolore. Assicurato alla signora che nulla era accaduto, il vecchietto inforca la bicicletta e va con le sue gambe. Dopo poco tempo arriva alla signora da parte del vecchietto una richiesta di risarcimento danni, su mandato dato allo studio legale di sua figlia. L’assicurazione considera che sia inverosimile la dinamica indicata ed il danno subito e ritiene di non pagare.

Dopo due anni arriva una citazione da parte di un’altro avvocato donna. Una richiesta per danni tanto da farsi ricchi. Ma non arriva alla vecchietta, ma a sua nipote. Essa indica esattamente l’auto, la zona del sinistro e la conducente, accusando la nipote di essere la responsabile esclusiva del sinistro.

E peccato, però, che nessun testimone in giudizio ha riconosciuto la targa, pur posti a pochi metri del fatto; che nessun testimone in giudizio ha riconosciuto l’auto distinguendola da quella simile; che nessun testimone in giudizio ha disconosciuto la vecchietta come protagonista; che nessun testimone in giudizio ha ammesso che vi siano stati conseguenze per la caduta.

E peccato, però, che l’auto non era in curva, come da essa indicato.

Peccato, però, che la responsabile del sinistro non fosse quella chiamata in giudizio, ma la vecchietta di cui sopra.

Una prima volta sbaglia il giudice competente ed allora cambia l’importo, riproponendo la domanda.

Tutti i giudici di pace ed onorari (avvocati) fanno vincere la causa del sinistro fantasma alla collega.

La tapina chiamata in causa afferma la sua innocenza e presenta una denuncia contro l’avvocato. La poveretta, che poteva essere querelata per lesioni gravissime, si è cautelata. La sua denuncia è stata archiviata, mentre contestualmente, alla stessa ora, i testimoni venivano sentiti alla caserma dei carabinieri.

La poveretta non sapeva che l’avvocato denunciato era la donna del pubblico ministero, il cui ufficio era competente sulla denuncia contro proprio l’avvocato.

Gli amorosi cosa hanno pensato per tacitare chi ha osato ribellarsi? L’avvocato denuncia per calunnia la poveretta, ingiustamente accusata del sinistro, la procura la persegue e gli amici giudici la condannano.

L’appello sacrosanto non viene presentato dagli avvocati, perché artatamente ed in collusione con la contro parte sono fatti scadere i termini. L’avvocato amante del magistrato altresì chiede ed ottiene una barca di soldi di danni morali.

La poveretta ha due fratelli: uno cattivo, amico e succube di magistrati ed avvocati, che le segue le sue cause e le perde tutte: uno buono che è conosciuto come il difensore dei deboli contro i magistrati e gli avvocati. I magistrati le tentano tutte per condannarlo: processi su processi. Ma non ci riescono, perché è innocente e le accuse sono inventate. L’unica sua colpa è ribellarsi alle ingiustizie su di sé o su altri. Guarda caso il fratello buono aveva denunciato il magistrato amante dell’avvocato donna di cui si parla. Magistrato che ha archiviato la denuncia contro se stesso.

La procura ed i giudici accusano anche il fratello buono di aver presentato una denuncia contro l’avvocato e di aver fatto conoscere la malsana storia a tutta l’Italia. Per anni si cerca la denuncia: non si trova. Per anni si riconduce l’articolo a lui: non è suo.

Il paradosso è che si vuol condannare per un denuncia, che tra tante, è l’unica non sua.  

Il paradosso è che si vuol condannare per un articolo, che tra tanti (è uno scrittore), è l’unico non suo e su spazio web, che tra tanti, non è suo.  

Se non si può condannare, come infangare la sua credibilità? Dopo tanti e tanti anni si fa arrivare il conto con la prescrizione e far pagare ancora una volta la tangente per danni morali all’avvocato donna, amante di magistrati.

Questa è il finale triste di un favola, perché di favola si tratta, e la morale cercatevela voi.

Ed in fatto di mafia c’è qualcuno che la sa lunga. «Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me….Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono, i carabinieri……Di questo papello non ne sono niente….Il pentito Giovanni Brusca non ha fatto tutto da solo, c'è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l'agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l'agenda. In via D'Amelio c'erano i servizi……. Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse. Com'è possibile che sono responsabile di tutte queste cose? La vera mafia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra di loro. Loro scaricano ogni responsabilità  sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine. Io sto bene. Mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura……Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre». Le confidenze fatte da Toto Riina, il capo dei capi, sono state fatte in due diverse occasioni, a due guardie penitenziarie del Gom del carcere Opera di Milano. Il dialogo tra polizia penitenziaria e l'ex numero uno della mafia, è avvenuto lo scorso 31 maggio 2013, durante la pausa di un'udienza alla quale il boss partecipava in teleconferenza. Queste frasi sono contenute in una relazione di servizio stilata dagli agenti del Gom, il gruppo speciale della polizia penitenziaria che si occupa della gestione dei detenuti eccellenti. La relazione è stata inviata ai magistrati della Procura di Palermo che si occupano della trattativa Stato-mafia, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.

La legge forse è uguale per tutti, le toghe certamente no. Ci sono quelle buone e quelle cattive. Ci sono i giudici e i pm da una parte e gli avvocati dall'altra. Il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri al convegno di Confindustria del 2 luglio 2013 risponde senza peli sulla lingua alla domanda del direttore del Tg de La7 Enrico Mentana , su chi sia al lavoro per frenare le riforme: «gli avvocati... le grandi lobby che impediscono che il Paese diventi normale». Così come è altrettanto diretta quando Mentana le chiede se nel governo c’è una unità di intenti sulla giustizia: «non c’è un sentimento comune, o meglio c’è solo a parole», dice, spiegando che «quando affrontiamo il singolo caso, scattano i campanilismi e le lobby». Magari ha ragione lei. Forse esiste davvero la lobby degli azzeccagarbugli, scrive Salvatore Tramontano su “Il Giornale”. Ogni categoria fa nel grande gioco del potere la sua partita. Non ci sono, però, solo loro. Il Guardasigilli, ex Ministro dell’Interno ed ex alto burocrate come ex Prefetto non si è accorto che in giro c'è una lobby molto più forte, un Palazzo, un potere che da anni sogna di sconfinare e che fa dell'immobilismo la sua legge, tanto da considerare qualsiasi riforma della giustizia un attentato alla Costituzione. No, evidentemente no.

Oppure il ministro fa la voce grossa con le toghe piccole, ma sta bene attenta a non infastidire i mastini di taglia grossa. La lobby anti riforme più ostinata e pericolosa è infatti quella dei dottor Balanzone, quella con personaggi grassi e potenti. È la Lobby ed anche Casta  dei magistrati. Quella che se la tocchi passi guai, e guai seri. Quella che non fa sconti. Quella che ti dice: subisci e taci. Quella che non si sottopone alla verifica pisco-fisica-attitudinale. Quella vendicativa. Quella che appena la sfiori ti inquisisce per lesa maestà. È una lobby così minacciosa che perfino il ministro della Giustizia non se la sente neppure di nominarla. Come se al solo pronunciarla si evocassero anatemi e disgrazie. È un'ombra che mette paura, tanto che la sua influenza agisce perfino nell'inconscio. Neanche in un fuori onda la Cancellieri si lascia scappare il nome della gran casta. È una censura preventiva per vivere tranquilli. Maledetti avvocati, loro portano la scusa. Ma chi soprattutto non vuole riformare la giustizia in Italia ha un nome e un cognome: magistratura democratica. Quella delle toghe rosse. Dei comunisti che dovrebbero tutelare i deboli contro i potenti.

Ma si sa in Italia tutti dicono: “tengo famiglia e nudda sacciu, nudda vidi, nudda sentu”.

I magistrati, diceva Calamandrei, sono come i maiali. Se ne tocchi uno gridano tutti. Non puoi metterti contro la magistratura, è sempre stato così, è una corporazione.

In tema di Giustizia l'Italia è maglia nera in Europa. In un anno si sono impiegati 564 giorni per il primo grado in sede civile, contro una media  di 240 giorni nei Paesi Ocse. Il tempo medio per la conclusione di un procedimento civile nei tre gradi di giudizio si attesta sui 788 giorni. Non se la passa meglio la giustizia penale: la sua lentezza è la causa principale di sfiducia nella giustizia (insieme alla percezione della mancata indipendenza dei magistrati e della loro impunità, World Economic Forum). La durata media di un processo penale, infatti, tocca gli otto anni e tre mesi, con punte di oltre 15 anni nel 17% dei casi. Ora, tale premessa ci sbatte in faccia una cruda realtà. Per Silvio Berlusconi la giustizia italiana ha tempi record, corsie preferenziali e premure impareggiabili. Si prenda ad esempio il processo per i diritti televisivi: tre gradi di giudizio in nove mesi, una cosa del genere non si è mai vista in Italia. Il 26 ottobre 2012 i giudici del Tribunale di Milano hanno condannato Silvio Berlusconi a quattro anni di reclusione, una pena più dura di quella chiesta dalla pubblica accusa (il 18 giugno 2012 i PM Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro chiedono al giudice una condanna di 3 anni e 8 mesi per frode fiscale di 7,3 milioni di euro). Il 9 novembre 2012 Silvio Berlusconi, tramite i suoi legali, ha depositato il ricorso in appello. L'8 maggio 2013 la Corte d'Appello di Milano conferma la condanna di 4 anni di reclusione, 5 anni di interdizione dai pubblici uffici e 3 anni dagli uffici direttivi. Il 9 luglio 2013 la Corte di Cassazione ha fissato al 30 luglio 2013 l'udienza del processo per frode fiscale sui diritti Mediaset. Processo pervenuto in Cassazione da Milano il 9 luglio con i ricorsi difensivi depositati il 19 giugno. Per chi se ne fosse scordato - è facile perdere il conto tra i 113 procedimenti (quasi 2700 udienze) abbattutisi sull'ex premier dalla sua discesa in campo, marzo 1994 - Berlusconi è stato condannato in primo grado e in appello a quattro anni di reclusione e alla pena accessoria di cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Secondo i giudici, l'ex premier sarebbe intervenuto per far risparmiare a Mediaset tre milioni di imposte nel 2002-2003. Anni in cui, per quanto vale, il gruppo versò all'erario 567 milioni di tasse. I legali di Berlusconi avranno adesso appena venti giorni di tempo per articolare la difesa. «Sono esterrefatto, sorpreso, amareggiato» dichiara Franco Coppi. Considerato il migliore avvocato cassazionista d'Italia, esprime la sua considerazione con la sua autorevolezza e il suo profilo non politicizzato: «Non si è mai vista un'udienza fissata con questa velocità», che «cade tra capo e collo» e «comprime i diritti della difesa». Spiega: «Noi difensori dovremo fare in 20 giorni quello che pensavamo di fare con maggior respiro». Tutto perché? «Evidentemente - ragiona Coppi -, la Cassazione ha voluto rispondere a chi paventava i rischi della prescrizione intermedia. Ma di casi come questo se ne vedono molti altri e la Suprema Corte si limita a rideterminare la pena, senza andare ad altro giudice. Al di là degli aspetti formali, sul piano sostanziale, dover preparare una causa così rinunciando a redigere motivi nuovi, perché i tempi non ci sono, significa un'effettiva diminuzione delle possibilità di difesa». Il professore risponde così anche all'Anm che definisce «infondate» le polemiche e nega che ci sia accanimento contro il Cavaliere.

113 procedimenti. Tutto iniziò nel 1994 con un avviso di garanzia (poi dimostratosi infondato) consegnato a mezzo stampa dal Corriere della Sera durante il G8 che si teneva a Napoli. Alla faccia del segreto istruttorio. E’ evidentemente che non una delle centinaia di accuse rivoltegli contro era fondata. Nessun criminale può farla sempre franca se beccato in castagna. E non c’è bisogno di essere berlusconiano per affermare questo.

E su come ci sia commistione criminale tra giornali e Procure è lo stesso Alessandro Sallusti che si confessa. In un'intervista al Foglio di Giuliano Ferrara, il direttore de Il Giornale racconta i suoi anni al Corriere della Sera, e il suo rapporto con Paolo Mieli: «Quando pubblicammo l'avviso di garanzia che poi avrebbe fatto cadere il primo governo di Silvio Berlusconi, ero felicissimo. Era uno scoop pazzesco. E lo rifarei. Ma si tratta di capire perché certe notizie te le passano. Sin dai tempi di Mani pulite il Corriere aveva due direttori, Mieli e Francesco Saverio Borrelli, il procuratore capo di Milano. I magistrati ci passavano le notizie, con una tempistica che serviva a favorire le loro manovre. Mi ricordo bene la notte in cui pubblicammo l'avviso di garanzia a Berlusconi. Fu una giornata bestiale, Mieli a un certo punto, nel pomeriggio, sparì. Poi piombò all'improvviso nella mia stanza, fece chiamare Goffredo Buccini e Gianluca Di Feo, che firmavano il pezzo, e ci disse, pur con una certa dose di insicurezza, di scrivere tutto, che lo avremmo pubblicato. Parlava con un tono grave, teso. Quella notte, poi, ci portò in pizzeria, ci disse che aveva già scritto la lettera di dimissioni, se quello che avevamo non era vero sarebbero stati guai seri. Diceva di aver parlato con Agnelli e poi anche con il presidente Scalfaro. Ma poi ho ricostruito che non era così, non li aveva nemmeno cercati, secondo me lui pendeva direttamente dalla procura di Milano».

Si potrebbe sorridere al fatto che i processi a Silvio Berlusconi, nonostante cotanto di principi del foro al seguito, innalzino sensibilmente la media nazionale dello sfascio della nostra giustizia. Ma invece la domanda, che fa capolino e che sorge spontanea, è sempre la stessa: come possiamo fidarci di "questa" giustizia, che se si permette di oltraggiare se stessa con l’uomo più potente d’Italia, cosa potrà fare ai poveri cristi? La memoria corre a quel film di Dino Risi, "In nome del popolo italiano", 1971. C'è il buono, il magistrato impersonato da Tognazzi. E poi c'è il cialtrone, o presunto tale, che è uno strepitoso Gassman. Alla fine il buono fa arrestare il cialtrone, ma per una cosa che non ha fatto, per un reato che non ha commesso. Il cialtrone è innocente, ma finalmente è dentro.

Ciononostante viviamo in un’Italia fatta così, con italiani fatti così, bisogna subire e tacere. Questo ti impone il “potere”. Ebbene, si faccia attenzione alle parole usate per prendersela con le ingiustizie, i soprusi e le sopraffazioni, le incapacità dei governati e l’oppressione della burocrazia,i disservizi, i vincoli, le tasse, le code e la scarsezza di opportunità del Belpaese. Perché sfogarsi con il classico  "Italia paese di merda", per quanto liberatorio, non può essere tollerato dai boiardi di Stato. E' reato, in quanto vilipendio alla nazione. Lo ha certificato la Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza 4 luglio 2013 n. 28730. Accadde che un vigile, a Montagnano, provincia di Campobasso, nel lontano 2 novembre 2005 fermò un uomo di 70 anni: la sua auto viaggiava con un solo faro acceso. Ne seguì una vivace discussione tra il prossimo multato e l'agente. Quando contravvenzione fu, il guidatore si lasciò andare al seguente sfogo: "Invece di andare ad arrestare i tossici a Campobasso, pensate a fare queste stronzate e poi si vedono i risultati. In questo schifo di Italia di merda...". Il vigile zelante prese nota di quella frase e lo denunciò. Mille euro di multa - In appello, il 26 aprile del 2012, per il viaggiatore senza faro che protestò aspramente contro la contravvenzione arrivò la condanna, pena interamente coperta da indulto. L'uomo decise così di rivolgersi alla Cassazione. La  sentenza poi confermata dai giudici della prima sezione penale del Palazzaccio. Il verdetto: colpevole di "vilipendio alla nazione". Alla multa di ormai otto anni fa per il faro spento, si aggiunge quella - salata - di mille euro per l'offesa al tricolore. L'uomo si era difeso sostenendo che non fosse sua intenzione offendere lo Stato e appellandosi al "diritto alla libera manifestazione di pensiero". «Il diritto di manifestare il proprio pensiero in qualsiasi modo - si legge nella sentenza depositata - non può trascendere in offese grossolane e brutali prive di alcuna correlazione con una critica obiettiva»: per integrare il reato, previsto dall'articolo 291 del codice penale, «è sufficiente una manifestazione generica di vilipendio alla nazione, da intendersi come comunità avente la stessa origine territoriale, storia, lingua e cultura, effettuata pubblicamente». Il reato in esame, spiega la Suprema Corte, «non consiste in atti di ostilità o di violenza o in manifestazioni di odio: basta l'offesa alla nazione, cioè un'espressione di ingiuria o di disprezzo che leda il prestigio o l'onore della collettività nazionale, a prescindere dai vari sentimenti nutriti dall'autore». Il comportamento dell'imputato, dunque, che «in luogo pubblico, ha inveito contro la nazione», gridando la frase “incriminata”, «sia pure nel contesto di un'accesa contestazione elevatagli dai carabinieri per aver condotto un'autovettura con un solo faro funzionante, integra - osservano gli “ermellini” - il delitto di vilipendio previsto dall'articolo 291 cp, sia nel profilo materiale, per la grossolana brutalità delle parole pronunciate pubblicamente, tali da ledere oggettivamente il prestigio o l'onore della collettività nazionale, sia nel profilo psicologico, integrato dal dolo generico, ossia dalla coscienza e volontà di proferire, al cospetto dei verbalizzanti e dei numerosi cittadini presenti sulla pubblica via nel medesimo frangente, le menzionate espressioni di disprezzo, a prescindere dai veri sentimenti nutriti dall'autore e dal movente, nella specie di irata contrarietà per la contravvenzione subita, che abbia spinto l'agente a compiere l'atto di vilipendio». 

A questo punto ognuno di noi ammetta e confessi che, almeno per un volta nella sua vita, ha proferito la fatidica frase “che schifo questa Italia di merda” oppure “che schifo questi italiani di merda”.

Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO!! 

Non sarà la mafia a uccidermi ma alcuni miei colleghi magistrati (Borsellino). La verità sulle stragi non la possiamo dire noi Magistrati ma la deve dire la politica se non proprio la storia (Ingroia). Non possiamo dire la verità sulle stragi altrimenti la classe politica potrebbe non reggere (Gozzo). Non sono stato io a cercare loro ma loro a cercare me (Riina). In Italia mai nulla è come appare. Ipocriti e voltagabbana. Le stragi come eccidi di Stato a cui non è estranea la Magistratura e e gran parte della classe politica del tempo tranne quei pochi che ne erano i veri destinatari (Craxi e Forlani) e quei pochissimi che si rifiutarono di partecipare al piano stragista (Andreotti Lima e Mannino) e che per questo motivo furono assassinati o lungamente processati. La Sinistra non di governo sapeva. La Sinistra Democristiana ha partecipato al piano stragista fino all'elezione di Scalfaro poi ha cambiato rotta. I traditori di Craxi e la destra neofascista sono gli artefici delle stragi. Quelli che pensavamo essere i peggio erano i meglio. E quelli che pensavamo essere i meglio erano i peggio. In questo contesto non si può cercare dai carabinieri Mario Mori e Mario Obinu che comunque dipendevano dal Ministero degli Interni e quindi dal Potere Politico, un comportamento lineare e cristallino.

Ed a proposito del “TUTTI DENTRO”, alle toghe milanesi Ruby non basta mai. Un gigantesco terzo processo per il caso Ruby, dove sul banco degli imputati siedano tutti quelli che, secondo loro, hanno cercato di aiutare Berlusconi a farla franca: poliziotti, agenti dei servizi segreti, manager, musicisti, insomma quasi tutti i testimoni a difesa sfilati davanti ai giudici. Anche Ruby, colpevole di avere negato di avere fatto sesso con il Cavaliere. Ma anche i suoi difensori storici, Niccolò Ghedini e Piero Longo. E poi lui medesimo, Berlusconi. Che della opera di depistaggio sarebbe stato il regista e il finanziatore. I giudici con questa decisione mandano a dire (e lo renderanno esplicito nelle motivazioni) che secondo loro in aula non si è assistito semplicemente ad una lunga serie di false testimonianze, rese per convenienza o sudditanza, ma all'ultima puntata di un piano criminale architettato ben prima che lo scandalo esplodesse, per mettere Berlusconi al riparo dalle sue conseguenze. Corruzione in atti giudiziari e favoreggiamento, questi sono i reati che i giudici intravedono dietro quanto è accaduto. Per l'operazione di inquinamento e depistaggio la sentenza indica una data di inizio precisa: il 6 ottobre 2010, quando Ruby viene a Milano insieme al fidanzato Luca Risso e incontra l'avvocato Luca Giuliante, ex tesoriere del Pdl, al quale riferisce il contenuto degli interrogatori che ha già iniziato a rendere ai pm milanesi. I giudici del processo a Berlusconi avevano trasmesso gli atti su quell'incontro all'Ordine degli avvocati, ritenendo di trovarsi davanti a una semplice violazione deontologica. Invece la sentenza afferma che fu commesso un reato, e che insieme a Giuliante ne devono rispondere anche Ghedini e Longo. E l'operazione sarebbe proseguita a gennaio, quando all'indomani delle perquisizioni e degli avvisi di garanzia, si tenne una riunione ad Arcore tra Berlusconi e alcune delle «Olgettine» che erano state perquisite. Berlusconi come entra in questa ricostruzione? Essendo imputato nel processo, il Cavaliere non può essere accusato né di falsa testimonianza né di favoreggiamento. La sua presenza nell'elenco vuol dire che per i giudici le grandi manovre compiute tra ottobre e gennaio si perfezionarono quando Berlusconi iniziò a stipendiare regolarmente le fanciulle coinvolte nell'inchiesta. Corruzione di testimoni, dunque. Ghedini e Longo ieri reagiscono con durezza, definendo surreale la mossa dei giudici e spiegando che gli incontri con le ragazze erano indagini difensive consentite dalla legge. Ma la nuova battaglia tra Berlusconi e la Procura di Milano è solo agli inizi. D’altra parte anche Bari vuol dire la sua sulle voglie sessuali di Berlusconi. Silvio Berlusconi avrebbe pagato l'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini tramite il faccendiere Walter Lavitola, perchè nascondesse dinanzi ai magistrati la verità sulle escort portate alle feste dell’ex premier. Ne è convinta la procura di Bari che ha notificato avvisi di conclusioni delle indagini sulle presunte pressioni che Berlusconi avrebbe esercitato su Tarantini perchè lo coprisse nella vicenda escort. Nell’inchiesta Berlusconi e Lavitola sono indagati per induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria. Secondo quanto scrivono alcuni quotidiani, l’ex premier avrebbe indotto Tarantini a tacere parte delle informazioni di cui era a conoscenza e a mentire nel corso degli interrogatori cui è stato sottoposto dai magistrati baresi (tra luglio e novembre 2009) che stavano indagando sulla vicenda escort. In cambio avrebbe ottenuto complessivamente mezzo milione di euro, la promessa di un lavoro e la copertura delle spese legali per i processi. Secondo l’accusa, Tarantini avrebbe mentito, tra l'altro, negando che Berlusconi fosse a conoscenza che le donne che Gianpy reclutava per le sue feste erano escort. Sono indagati Berlusconi e Lavitola, per induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria.

Comunque torniamo alle condanne milanesi. Dopo il processo Ruby 1, concluso con  la condanna in primo grado di Silvio Berlusconi a 7 anni, ecco il processo Ruby 2, con altri 7 anni di carcere per Emilio Fede e Lele Mora e 5 per Nicole Minetti. Ma attenzione, perché si parlerà anche del processo Ruby 3, perché come accaduto con la Corte che ha giudicato il Cav anche quella che ha condannato Fede, Mora e Minetti per induzione e favoreggiamento della prostituzione ha stabilito la trasmissione degli atti al pm per valutare eventuali ipotesi di reato in relazione alle indagini difensive. Nel mirino ci sono, naturalmente, Silvio Berlusconi, i suoi legali Niccolò Ghedini e Piero Longo e la stessa Karima el Mahroug, in arte Ruby. Come accaduto per il Ruby 1 anche per il Ruby 2 il profilo penale potrebbe essere quello della falsa testimonianza. La procura, rappresentata dal pm Antonio Sangermano e dall’aggiunto Piero Forno, per gli imputati aveva chiesto sette anni di carcere per induzione e favoreggiamento della prostituzione anche minorile. Il processo principale si era concluso con la condanna a sette anni di reclusione per Silvio Berlusconi, accusato di concussione e prostituzione minorile. Durante la requisitoria l’accusa aveva definito le serate di Arcore “orge bacchiche”. Secondo gli inquirenti sono in tutto 34 le ragazze che sono state indotte a prostituirsi durante le serate ad Arcore per soddisfare, come è stato chiarito in requisitoria, il “piacere sessuale” del Cavaliere. Serate che erano “articolate” in tre fasi: la prima “prevedeva una cena”, mentre la seconda “definita ‘bunga bunga’” si svolgeva “all’interno di un locale adibito a discoteca, dove le partecipanti si esibivano in mascheramenti, spogliarelli e balletti erotici, toccandosi reciprocamente ovvero toccando e facendosi toccare nelle parti intime da Silvio Berlusconi”. La terza fase riguardava infine la conclusione della serata e il suo proseguimento fino alla mattina dopo: consisteva, scrivono i pm, “nella scelta, da parte di Silvio Berlusconi, di una o più ragazze con cui intrattenersi per la notte in rapporti intimi, persone alle quali venivano erogate somme di denaro ed altre utilità ulteriori rispetto a quelle consegnate alle altre partecipanti”. A queste feste, per 13 volte (il 14, il 20, il 21, il 27 e il 28 febbraio, il 9 marzo, il 4, il 5, il 24, il 25 e il 26 aprile, e l’1 e il 2 maggio del 2010) c’era anche Karima El Mahroug, in arte Ruby Rubacuori, non ancora 18enne. La ragazza marocchina, in base all’ipotesi accusatoria, sarebbe stata scelta da Fede nel settembre del 2009 dopo un concorso di bellezza in Sicilia, a Taormina, dove lei era tra le partecipanti e l’ex direttore del Tg4 uno dei componenti della giuria. Secondo le indagini, andò ad Arcore la prima volta accompagnata da Fede con una macchina messa a disposizione da Mora. Per i pm, però, ciascuno dei tre imputati, in quello che è stato chiamato “sistema prostitutivo”, aveva un ruolo ben preciso. Lele Mora “individuava e selezionava”, anche insieme a Emilio Fede, “giovani donne disposte a prostituirsi” nella residenza dell’ex capo del Governo scegliendole in alcuni casi “tra le ragazze legate per motivi professionali all’agenzia operante nel mondo dello spettacolo” gestita dall’ex agente dei vip. Inoltre Mora, come Fede, “organizzava” in alcune occasioni “l’accompagnamento da Milano ad Arcore” di alcune delle invitate alla serate “mettendo a disposizione le proprie autovetture”, con tanto di autista. I pm in requisitoria hanno paragonato Mora e Fede ad “assaggiatori di vini pregiati”, perché valutavano la gradevolezza estetica delle ragazze e le sottoponevano a “un minimo esame di presentabilità socio-relazionale”, prima di immetterle nel “circuito” delle cene. Nicole Minetti, invece, avrebbe fatto da intermediaria per i compensi alle ragazze – in genere girati dal ragionier Giuseppe Spinelli, allora fiduciario e “ufficiale pagatore” per conto del leader del Pdl – che consistevano “nella concessione in comodato d’uso” degli appartamenti nel residence di via Olgettina e “in contributi economici” per il loro mantenimento o addirittura per il pagamento delle utenze di casa o delle spese mediche fino agli interventi di chirurgia estetica.

Il rischio di una sentenza che smentisse quella inflitta a Berlusconi è stato dunque scongiurato: e di fatto la sentenza del 19 luglio 2013 e quella che del 24 giugno 2013 rifilò sette anni di carcere anche al Cavaliere si sorreggono a vicenda. Chiamati a valutare sostanzialmente il medesimo quadro di prove, di testimonianze, di intercettazioni, due tribunali composti da giudici diversi approdano alle stesse conclusioni. Vengono credute le ragazze che hanno parlato di festini hard. E non vengono credute le altre, Ruby in testa, che proprio nell’aula di questo processo venne a negare di avere mai subito avances sessuali da parte di Berlusconi.  La testimonianza di Ruby viene trasmessa insieme a quella di altri testimoni alla procura perché proceda per falso, insieme a quella di molti altri testimoni. I giudici, come già successo nel processo principale, hanno trasmesso gli atti alla Procura perché valutino le dichiarazioni di 33 testimoni della difesa compresa la stessa Ruby; disposta la trasmissione degli atti anche per lo stesso Silvio Berlusconi e dei suoi avvocati: Niccolò Ghedini e Piero Longo per violazione delle indagini difensive. Il 6-7 ottobre 2010 (prima che scoppiasse lo scandalo) e il 15 gennaio 2011 (il giorno dopo l’avviso di garanzia al Cavaliere) alcune ragazze furono convocate ad Arcore, senza dimenticare l’interrogatorio fantasma fatto a Karima. Durante le perquisizioni in casa di alcune Olgettine erano stati trovati verbali difensivi già compilati. Vengono trasmessi gli atti alla procura anche perché proceda nei confronti di Silvio Berlusconi e dei suoi difensori Niccolò Ghedini e Piero Longo, verificando se attraverso l'avvocato Luca Giuliante abbiano tentato di addomesticare la testimonianza di Ruby. In particolare la Procura dovrà valutare la posizione, al termine del processo di primo grado «Ruby bis» non solo per Silvio Berlusconi, i suoi legali e Ruby, ma anche per altre ventinove persone. Tra queste, ci sono numerose ragazze ospiti ad Arcore che hanno testimoniato, tra le quali: Iris Berardi e Barbara Guerra (che all'ultimo momento avevano ritirato la costituzione di parte civile) e Alessandra Sorcinelli. Il tribunale ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica anche per il primo avvocato di Ruby, Luca Giuliante. «Inviare gli atti a fini di indagini anche per il presidente Berlusconi e i suoi difensori è davvero surreale». Lo affermano i legali di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Piero Longo, in merito alla decisione dei giudici di Milano di trasmettere gli atti alla procura in relazione alla violazione delle indagini difensive. «Quando si cerca di esplicare il proprio mandato defensionale in modo completo, e opponendosi ad eventuali prevaricazioni, a Milano possono verificarsi le situazioni più straordinarie» proseguono i due avvocati. E ancora: «La decisione del Tribunale di Milano nel processo cosiddetto Ruby bis di inviare gli atti per tutti i testimoni che contrastavano la tesi accusatoria già fa ben comprendere l'atteggiamento del giudicante. Ma inviare gli atti ai fini di indagini anche per il presidente Berlusconi e per i suoi difensori è davvero surreale. Come è noto nè il presidente Berlusconi nè i suoi difensori hanno reso testimonianza in quel processo. Evidentemente si è ipotizzato che vi sarebbe stata attività penalmente rilevante in ordine alle esperite indagini difensive. Ciò è davvero assurdo».

La sentenza è stata pronunciata dal giudice Annamaria Gatto. Ad assistere all'udienza anche per il Ruby 2, in giacca e cravatta questa volta e non in toga, anche il procuratore Edmondo Bruti Liberati, che anche in questo caso, come nel processo a Berlusconi, ha voluto rivendicare in questo modo all'intera Procura la paternità dell'inchiesta Ruby. Il collegio presieduto da Anna Maria Gatto e composto da Paola Pendino e Manuela Cannavale è formato da sole donne. Giudici donne come quelle del collegio del processo principale formato dai giudici Orsola De Cristofaro, Carmela D'Elia e dal presidente Giulia Turri. Anche la Turri, come la Gatto, ha deciso anche di rinviare al pm le carte per valutare l'eventuale falsa testimonianza per le dichiarazioni rese in aula da 33 testi: una lunga serie di testimoni che hanno sfilato davanti alla corte.

TOGHE ROSA

Dici donna e dici danno, anzi, "condanno".

È il sistema automatico che porta il nome di una donna, Giada (Gestione informatica assegnazioni dibattimentali) che ha affidato il caso della minorenne Karima el Mahroug, detta Ruby Rubacuori, proprio a quelle tre toghe. Che un processo possa finire a un collegio tutto femminile non è una stranezza, come gridano i falchi del Pdl che dopo troppi fantomatici complotti rossi ora accusano la trama rosa: è solo il segno dell'evoluzione storica di una professione che fino a 50 anni fa era solo maschile. Tra i giudici del tribunale di Milano oggi si contano 144 donne e 78 uomini: quasi il doppio.

Donna è anche Ilda Boccassini, che rappresentava l’accusa contro Berlusconi. Tutti hanno sentito le parole di Ilda Boccassini: "Ruby è furba di quella furbizia orientale propria della sua origine". «E' una giovane di furbizia orientale che come molti dei giovani delle ultime generazioni ha come obbiettivo entrare nel mondo spettacolo e fare soldi, il guadagno facile, il sogno italiano di una parte della gioventù che non ha come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio ma accedere a meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo, nel cinema. Questo obiettivo - ha proseguito la Boccassini -  ha accomunato la minore "con le ragazze che sono qui sfilate e che frequentavano la residenza di Berlusconi: extracomunitarie, prostitute, ragazze di buona famiglia anche con lauree, persone che hanno un ruolo nelle istituzioni e che pure avevano un ruolo nelle serate di Arcore come la europarlamentare Ronzulli e la europarlamentare Rossi. In queste serate - afferma il pm - si colloca anche il sogno di Kharima. Tutte, a qualsiasi prezzo, dovevano avvicinare il presidente del Consiglio con la speranza o la certezza di ottenere favori, denaro, introduzione nel mondo dello spettacolo».

Dovesse mai essere fermata un'altra Ruby, se ne occuperebbe lei. Il quadro in rosa a tinta forte si completa con il gip Cristina Di Censo, a cui il computer giudiziario ha affidato l'incarico di rinviare a "giudizio immediato" Berlusconi, dopo averle fatto convalidare l'arresto di Massimo Tartaglia, il folle che nel 2010 lo ferì al volto con una statuetta del Duomo. Per capirne la filosofia forse basta la risposta di una importante giudice di Milano a una domanda sulla personalità di queste colleghe: «La persona del magistrato non ha alcuna importanza: contano solo le sentenze. È per questo che indossiamo la toga».

Donna di carattere anche Annamaria Fiorillo, il magistrato dei minori che, convocata dal tribunale, ha giurato di non aver mai autorizzato l'affidamento della minorenne Ruby alla consigliera regionale del Pdl Nicole Minetti e tantomeno alla prostituta brasiliana Michelle Conceicao. Per aver smentito l'opposta versione accreditata dall'allora ministro Roberto Maroni, la pm si è vista censurare dal Csm per "violazione del riserbo".

Ruby 2, chi sono le tre giudicesse che hanno condannato Mora, Fede e la Minetti, e trasmesso gli atti per far condannare Berlusconi, i suoi avvocati e tutti i suoi testimoni? Anna Maria Gatto, Paola Pendino e Manuela Cannavale. Si assomigliano molto anche nel look alle loro colleghe del Ruby 1.

Anna Maria Gatto si ricorda per una battuta. La testimone Lisa Barizonte, sentita in aula, rievoca le confidenze tra lei e Karima El Mahrough, alias Ruby. In particolare il giudice le chiede di un incidente con l’olio bollente. La teste conferma: “Mi disse che lo zio le fece cadere addosso una pentola di olio bollente”. “Chi era lo zio? Mubarak?”, chiede Anna Maria Gatto strappando un sorriso ai presenti in aula. Ironia che punta dritta al centro dello scandalo. La teste, sottovoce, risponde: “No, non l’ha detto”. Annamaria Gatto, presidente della quinta sezione penale, è il giudice che, tra le altre cose, condannò in primo grado a 2 anni l'ex ministro Aldo Brancher per ricettazione e appropriazione indebita, nell'ambito di uno stralcio dell'inchiesta sulla tentata scalata ad Antonveneta da parte di Bpi.

Manuela Cannavale, invece, ha fatto parte del collegio che nel 2008 ha condannato in primo grado a tre anni di reclusione l'ex ministro della Sanità Girolamo Sirchia.

Paola Pendino è stata invece in passato membro della Sezione Autonoma Misure di Prevenzione di Milano, e si è occupata anche di Mohammed Daki, il marocchino che era stato assolto dall'accusa di terrorismo internazionale dal giudice Clementina Forleo.

Ruby 1, chi sono le tre giudichesse che hanno condannato Berlusconi?

Giulia Turri, Carmen D’Elia e Orsola De Cristofaro: sono i nomi dei tre giudici che hanno firmato la sentenza di condanna di Berlusconi a sette anni. La loro foto sta facendo il giro del web e tra numerosi commenti di stima e complimenti, spunta anche qualche offesa (perfino dal carattere piuttosto personale). L’aggettivo più ricorrente, inteso chiaramente in senso dispregiativo, è quello di “comuniste”. Federica De Pasquale le ha definite “il peggior esempio di femminismo” arrivando ad ipotizzare per loro il reato di stalking. Ma su twitter qualche elettore del Pdl non ha esitato a definirle come “represse” soppesandone il valore professionale con l’aspetto fisico e definendole “quasi più brutte della Bindi”. Ma cosa conta se il giudice è uomo/donna, bello/brutto?

Condanna a Berlusconi: giudici uomini sarebbero stati più clementi? Ma per qualcuno il problema non è tanto che si trattasse di “toghe rosse” quanto piuttosto di “giudici rosa”. Libero intitola l’articolo sulla sentenza di condanna alle “giudichesse”, sottolineando con un femminile forzato di questo sostantivo la natura di genere della condanna e quasi a suggerire che se i giudici fossero stati uomini la sentenza sarebbe stata diversa da quella che il giornale definisce “castrazione” e “ergastolo politico” del Cav. La natura rosa del collegio quindi avrebbe influenzato l’esito del giudizio a causa di un “dente avvelenato in un caso così discusso e pruriginoso. Un dente avvelenato che ha puntualmente azzannato Berlusconi”. Eppure è lo stesso curriculum dei giudici interessati, sintetizzato sempre da Libero, a confermare la preparazione e la competenza delle tre toghe a giudicare con lucidità in casi di grande impatto mediatico.

Giulia Turri è nota come il giudice che nel marzo del 2007 firmò l’ordinanza di arresto per Fabrizio Corona ma è anche la stessa che ha giudicato in qualità di gup due degli assassini del finanziere Gian Mario Roveraro e che, nel 2010, ha disposto l’arresto di cinque persone nell’ambito dell’inchiesta su un giro di tangenti e droga che ha coinvolto la movida milanese, e in particolare le note discoteche Hollywood e The Club.

Orsola De Cristofaro è stata giudice a latere nel processo che si è concluso con la condanna a quindici anni e mezzo di carcere per Pier Paolo Brega Massone, l’ex primario di chirurgia toracica, nell’ambito dell’inchiesta sulla clinica Santa Rita.

Carmen D’Elia si è già trovata faccia a faccia con Berlusconi in tribunale: ha fatto infatti parte del collegio di giudici del processo Sme in cui era imputato.

A condannare Berlusconi sono state tre donne: la Turri, la De Cristofaro e la D'Elia che già lo aveva processato per la Sme. La presentazione è fatta da “Libero Quotidiano” con un articolo del 24 giugno 2013. A condannare Silvio Berlusconi a 7 anni di reclusione e all'interdizione a vita dai pubblici uffici nel primo grado del processo Ruby sono state tre toghe rosa. Tre giudichesse che hanno propeso per una sentenza pesantissima, ancor peggiore delle richieste di Ilda Boccassini. Una sentenza con cui si cerca la "castrazione" e l'"ergastolo politico" del Cav. Il collegio giudicante della quarta sezione penale del Tribunale di Milano che è entrato a gamba tesa contro il governo Letta e contro la vita democratica italiana era interamente composto da donne, tanto che alcuni avevano storto il naso pensando che la matrice "rosa" del collegio avrebbe potuto avere il dente avvelenato in un caso così discusso e pruriginoso. Un dente avvelenato che ha puntualmente azzannato Berlusconi.

A presiedere il collegio è stata Giulia Turri, arrivata in Tribunale dall'ufficio gip qualche mese prima del 6 aprile 2011, giorno dell'apertura del dibattimento. Come gup ha giudicato due degli assassini del finanziere Gian Mario Roveraro, sequestrato e ucciso nel 2006, pronunciando due condanne, una all'ergastolo e una a 30 anni. Nel marzo del 2007 firmò l'ordinanza di arresto per il "fotografo dei vip" Fabrizio Corona, e nel novembre del 2008 ha rinviato a giudizio l'ex consulente Fininvest e deputato del Pdl Massimo Maria Berruti. Uno degli ultimi suoi provvedimenti come gip, e che è salito alla ribalta della cronaca, risale al luglio 2010: l'arresto di cinque persone coinvolte nell'inchiesta su un presunto giro di tangenti e droga nel mondo della movida milanese, e in particolare nelle discoteche Hollywood e The Club, gli stessi locali frequentati da alcune delle ragazze ospiti delle serate ad Arcore e che sono sfilate in aula. 

La seconda giudichessa è stata Orsola De Cristofaro, con un passato da pm e gip, che è stata giudice a latere nel processo che ha portato alla condanna a quindici anni e mezzo di carcere per Pier Paolo Brega Massone, l'ex primario di chirurgia toracica, imputato con altri medici per il caso della clinica Santa Rita e che proprio sabato scorso si è visto in pratica confermare la condanna sebbene con una lieve diminuzione per via della prescrizioni di alcuni casi di lesioni su pazienti. 

Carmen D'Elia invece è un volto noto nei procedimenti contro il Cavaliere: nel 2002, ha fatto parte parte del collegio di giudici del processo Sme che vedeva come imputato, tra gli altri, proprio Silvio Berlusconi. Dopo che la posizione del premier venne stralciata - per lui ci fu un procedimento autonomo - insieme a Guido Brambilla e a Luisa Ponti, il 22 novembre 2003 pronunciò la sentenza di condanna in primo grado a 5 anni per Cesare Previti e per gli altri imputati, tra cui Renato Squillante e Attilio Pacifico. Inoltre è stata giudice nel processo sulla truffa dei derivati al Comune di Milano.

Donna è anche Patrizia Todisco del caso Taranto. Ed è lo stesso “Libero Quotidiano” che la presenta con un articolo del 13 agosto 2012. Patrizia Todisco, gip: la zitella rossa che licenzia 11mila operai Ilva.

Patrizia Todisco, il giudice per le indagini preliminari che sabato 11 agosto ha corretto il tiro rispetto alla decisione del Tribunale di Riesame decidendo di fermare la produzione dell'area a caldo dell'Ilva si Taranto lasciando quindi a casa 11mila operai, è molto conosciuta a Palazzo di giustizia per la sua durezza. Una rigorosa, i suoi nemici dicono "rigida", una a cui gli avvocati che la conoscono bene non osano avvicinarsi neanche per annunciare la presentazione di un'istanza. Il gip è nata a Taranto, ha 49 anni, i capelli rossi, gli occhiali da intellettuale, non è sposata, non ha figli e ha una fama di "durissima". Come scrive il Corriere della Sera, è una donna che non si fermerà davanti alle reazioni alla sua decisione che non si aspetta né la difesa della procura tarantina né di quella generale che sulle ultime ordinanze non ha aperto bocca. Patrizia Todisco è entrata in magistratura 19 anni fa, e non si è mai spostata dal Palazzo di giustizia di Taranto, non si è mai occupata dell'Ilva dove sua sorella ha lavorato come segretaria della direzione fino al 2009. Non si è mai occupata del disastro ambientale dell'Ilva ma, vivendo da sempre  a Taranto, ha osservato da lontano il profilo delle ciminiere che hanno dato lavoro e morte ai cittadini. La sua carriera è cominciata al Tribunale per i minorenni, poi si si è occupata di violenze sessuali, criminalità organizzata e corruzione. Rigorosissima nell'applicazione del diritto, intollerante verso gli avvocati che arrivano in ritardo, mai tenera con nessuno. Sempre il Corriere ricorda quella volta che, davanti a un ragazzino che aveva rubato un pezzo di formaggio dal frigorifero di una comunità. Fu assolto, come come dice un avvocato "lo fece così nero da farlo sentire il peggiore dei criminali". 

Ma anche Giusi Fasano per "Il Corriere della Sera" ne dà una definizione. Patrizia va alla guerra. Sola. Gli articoli del codice penale sono i suoi soldati e il rumore dell'esercito «avversario» finora non l'ha minimamente spaventata. «Io faccio il giudice, mi occupo di reati...» è la sua filosofia. Il presidente della Repubblica, il Papa, il ministro dell'Ambiente, il presidente della Regione, i sindacati, il Pd, il Pdl... L'Ilva è argomento di tutti. Da ieri anche del ministro Severino, che ha chiesto l'acquisizione degli atti, e del premier Mario Monti che vuole i ministri di Giustizia, Ambiente e Sviluppo a Taranto il 17 agosto, per incontrare il procuratore della Repubblica. Anna Patrizia Todisco «ha le spalle grosse per sopportare anche questa» giura chi la conosce. Ha deciso che l'Ilva non deve produrre e che Ferrante va rimosso? Andrà fino in fondo. Non è donna da farsi scoraggiare da niente e da nessuno: così dicono di lei. E nemmeno si aspetta la difesa a spada tratta della procura tarantina o di quella generale che sulle ultime ordinanze, comunque, non hanno aperto bocca. Ieri sera alle otto il procuratore generale Giuseppe Vignola, in Grecia in vacanza, ha preferito non commentare gli interventi del ministro Severino e del premier Monti «perché non ho alcuna notizia di prima mano e non me la sento di prendere posizione». È stato un prudente «no comment» anche per il procuratore capo di Taranto Franco Sebastio. Nessuna affermazione. Che vuol dire allo stesso tempo nessuna presa di posizione contro o a favore della collega Todisco. Quasi un modo per studiare se prenderne o no le distanze. Lei, classe 1963, né sposata né figli, lavora e segue tutto in silenzio. La rossa Todisco (e parliamo del colore dei capelli) è cresciuta a pane e codici da quando diciannove anni fa entrò nella magistratura scegliendo e rimanendo sempre nel Palazzo di giustizia di Taranto. Dei tanti procedimenti aperti sull'Ilva finora non ne aveva seguito nessuno. Il mostro d'acciaio dove sua sorella ha lavorato fino al 2009 come segretaria della direzione, lo ha sempre osservato da lontano. Non troppo lontano, visto che è nata e vive a pochi chilometri dal profilo delle ciminiere che dev'esserle quantomeno familiare. Il giudice Todisco non è una persona riservata. Di più. E ovviamente è allergica ai giornalisti. «Non si dispiaccia, proprio non ho niente da dire» è stata la sola cosa uscita dalle sue labbra all'incrocio delle scale che collegano il suo piano terra con il terzo, dov'è la procura. Lei non parla, ma i suoi provvedimenti dicono di lei. Di quel «rigore giuridico perfetto» descritto con ammirazione dai colleghi magistrati, o dell'interpretazione meno benevola di tanti avvocati: «Una dura oltremisura, rigida che più non si può». Soltanto un legale che non la conosce bene potrebbe avvicinarla al bar del tribunale per dirle cose tipo «volevo parlarle di quell'istanza che vorrei presentare...». Nemmeno il tempo di finire la frase. «Non c'è da parlare, avvocato. Lei la presenti e poi la valuterò». E che dire dei ritardi in aula? La sua pazienza dura qualche minuto, poi si comincia, e poco importa se l'avvocatone sta per arrivare, come spiega inutilmente il tirocinante. Istanza motivata o niente da fare: si parte senza il principe del foro. La carriera di Patrizia Todisco è cominciata nel più delicato dei settori: i minorenni, poi fra i giudici del tribunale e infine all'ufficio gip dove si è occupata di violenze sessuali, criminalità organizzata, corruzione. Qualcuno ricorda che la giovane dottoressa Todisco una volta fece marcia indietro su un suo provvedimento, un bimbetto di cinque anni che aveva tolto alla famiglia per presunti maltrattamenti. Una perizia medica dimostrò che i maltrattamenti non c'entravano e lei si rimangiò l'ordinanza. Mai tenera con nessuno. Nemmeno con il ragazzino che aveva rubato un pezzo di formaggio dal frigorifero di una comunità: «alla fine fu assolto» racconta l'avvocato «ma lo fece così nero da farlo sentire il peggiore dei criminali».

Donne sono anche le giudici del caso Scazzi. Quelle del tutti dentro anche i testimoni della difesa e del fuori onda. «Bisogna un po' vedere, no, come imposteranno...potrebbe essere mors tua vita mea». È lo scambio di opinioni tra il presidente della Corte d'assise di Taranto, Rina Trunfio, e il giudice a latere Fulvia Misserini. La conversazione risale al 19 marzo ed è stata registrata dai microfoni delle telecamere «autorizzate a filmare l'udienza». Il presidente della corte, tra l'altro, afferma: «Certo vorrei sapere se le due posizioni sono collegate. Quindi bisogna vedere se si sono coordinati tra loro e se si daranno l'uno addosso all'altro»; il giudice a latere risponde: «Ah, sicuramente». Infine il presidente conclude: «(Non è che) negheranno in radice».

Donne sono anche le giudici coinvolte nel caso Vendola. Susanna De Felice, il magistrato fu al centro delle polemiche dopo che i due magistrati che rappresentavano l'accusa nel processo a Vendola, Desirée Digeronimo (trasferita alla procura di Roma) e Francesco Bretone, dopo l'assoluzione del politico (per il quale avevano chiesto la condanna a 20 mesi di reclusione) inviarono un esposto al procuratore generale di Bari e al capo del loro ufficio segnalando l'amicizia che legava il giudice De Felice alla sorella del governatore, Patrizia.

Donna è anche il giudice che ha condannato Raffaele Fitto. Condannarono Fitto: giudici sotto inchiesta. Sentenza in tempi ristretti e durante le elezioni: Lecce apre un fascicolo. L'ira di Savino: procedura irrituale, non ci sono ancora le motivazioni del verdetto, scrive Giuliano Foschini su “La Repubblica”. La procura di Lecce ha aperto un'inchiesta sul collegio di giudici che, nel dicembre scorso, ha condannato l'ex ministro del Pdl, Raffaele Fitto a quattro anno di reclusione per corruzione e abuso di ufficio. Nelle scorse settimane il procuratore Cataldo Motta ha chiesto al presidente del Tribunale di Bari, Vito Savino, alcune carte che documentano lo svolgimento del processo. Una richiesta che ha colto di sorpresa il presidente che ha inviato tutti gli atti alla procura. Ma contestualmente ha segnalato la vicenda al presidente della Corte d'Appello, Vito Marino Caferra, indicandone l'originalità non fosse altro perché si sta indagando su una sentenza della quella non si conoscono ancora le motivazioni. L'indagine della procura di Lecce nasce dopo le durissime accuse di Fitto, 24 ore dopo la sentenza nei confronti della corte che lo aveva condannato. Secondo l'ex ministro il presidente di sezione Luigi Forleo, e gli altri due giudici Clara Goffredo e Marco Galesi avrebbero imposto un ritmo serrato al suo processo in modo da condannarlo proprio nel mezzo della campagna elettorale. "Si è aperta in maniera ufficiale un'azione da parte della magistratura barese - aveva detto Fitto - che è entrata a piedi uniti in questa campagna elettorale. Non c'era bisogno di fare questa sentenza in questi tempi. Attendo di sapere dal presidente Forleo, dalla consigliera Goffredo e dal presidente del tribunale Savino - aveva attaccato Fitto - perché vengono utilizzi due pesi e due misure in modo così clamoroso. Ci sono dei processi - aveva spiegato per i quali gli stessi componenti del collegio che mi ha condannato hanno fatto valutazioni differenti con tre udienze all'anno, salvo dichiarare la prescrizione di quei procedimenti a differenza del caso mio nel quale ho avuto il privilegio di avere tre udienze a settimana". Il riferimento era al processo sulla missione Arcobaleno che era appunto seguito dagli stessi giudici e che invece aveva avuto tempi molto più lunghi. "Questa è la volontà precisa di un collegio che ha compiuto una scelta politica precisa, che è quella di dare un'indicazione a questa campagna elettorale". Alle domande di Fitto vuole rispondere evidentemente ora la procura di Lecce che ha aperto prontamente l'indagine e altrettanto prontamente si è mossa con il tribunale. Tra gli atti che verranno analizzati ci sono appunti i calendari delle udienze: l'obiettivo è capire se sono stati commessi degli abusi, come dice Fitto, o se tutto è stato svolto secondo le regole.

Donna è anche Rita Romano, giudice di Taranto che è stata denunciata da Antonio Giangrande, lo scrittore autore di decine di libri/inchieste, e da questa denunciato perchè lo scrittore ha chiesto la ricusazione del giudice criticato per quei processi in cui questa giudice doveva giudicarlo. La Romano ha condannato la sorella del Giangrande che si proclamava estranea ad un sinistro di cui era accusata di essere responsabile esclusiva, così come nei fatti è emerso, e per questo la sorella del Giangrande aveva denunciato l'avvocato, che aveva promosso i giudizi di risarcimento danni. Avvocato, molto amica di un pubblico ministero del Foro. La Romano ha condannato chi si professava innocente e rinviato gli atti per falsa testimonianza per la sua testimone.

E poi giudice donna è per il processo………

E dire che la Nicole Minetti ebbe a dire «Ovvio che avrei preferito evitarlo, ma visto che ci sarà sono certa che riuscirò a chiarire la mia posizione e a dimostrare la mia innocenza. Da donna mi auguro che a giudicarmi sia un collegio di donne o per lo meno a maggioranza femminile». Perché, non si fida degli uomini? «Le donne riuscirebbero a capire di più la mia estraneità ai fatti. Le donne hanno una sensibilità diversa».

Quello che appare accomunare tutte queste donne giudice è, senza fini diffamatori, che non sono donne normali, ma sono donne in carriera. Il lavoro, innanzi tutto, la famiglia è un bisogno eventuale. E senza famiglia esse sono. Solo la carriera per esse vale e le condanne sono una funzione ausiliare e necessaria, altrimenti che ci stanno a fare: per assolvere?!?

Ma quanti sono le giudici donna? A questa domanda risponde Gabriella Luccioli dal sito Donne Magistrato. La presenza delle donne nella Magistratura Italiana.

L'ammissione delle donne all'esercizio delle funzioni giurisdizionali in Italia ha segnato il traguardo di un cammino lungo e pieno di ostacoli. Come è noto, l'art. 7 della legge 17 luglio 1919 n. 1176 ammetteva le donne all'esercizio delle professioni ed agli impieghi pubblici, ma le escludeva espressamente dall'esercizio della giurisdizione. L'art. 8 dell'ordinamento giudiziario del 1941 poneva quali requisiti per accedere alle funzioni giudiziarie “essere cittadino italiano, di razza ariana, di sesso maschile ed iscritto al P.N.F.". Pochi  anni dopo, il dibattito in seno all’Assemblea Costituente circa l’accesso delle donne alla magistratura fu ampio e vivace ed in numerosi interventi chiaramente rivelatore delle antiche paure che la figura della donna magistrato continuava a suscitare: da voci autorevoli si sostenne che “nella donna prevale il sentimento sul raziocinio, mentre nella funzione del giudice deve prevalere il raziocinio sul sentimento” (on. Cappi); che “ soprattutto per i motivi addotti dalla scuola di Charcot riguardanti il complesso anatomo-fisiologico la donna non può giudicare” (on. Codacci); si ebbe inoltre cura di precisare che “non si intende affermare una inferiorità nella donna; però da studi specifici sulla funzione intellettuale in rapporto alle necessità fisiologiche dell’uomo e della donna risultano certe diversità, specialmente in determinati periodi della vita femminile” (on. Molè). Più articolate furono le dichiarazioni dell’onorevole Leone, il quale affermò: “Si ritiene che la partecipazione illimitata delle donne alla funzione giurisdizionale non sia per ora da ammettersi. Che la donna possa partecipare con profitto là dove può far sentire le qualità che le derivano dalla sua sensibilità e dalla sua femminilità, non può essere negato. Ma negli alti gradi della magistratura, dove bisogna arrivare alla rarefazione del tecnicismo, è da ritenere che solo gli uomini possono mantenere quell’equilibrio di preparazione che più corrisponde per tradizione a queste funzioni”; e che pertanto alle donne poteva essere consentito giudicare soltanto in quei procedimenti per i quali era maggiormente avvertita la necessità di una presenza femminile, in quanto richiedevano un giudizio il più possibile conforme alla coscienza popolare. Si scelse infine di mantenere il silenzio sulla specifica questione della partecipazione delle donne alle funzioni giurisdizionali, stabilendo all’art. 51 che “tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Si intendeva in tal modo consentire al legislatore ordinario di prevedere il genere maschile tra i requisiti per l’esercizio delle funzioni giurisdizionali, in deroga al principio dell’eguaglianza tra i sessi, e ciò ritardò fortemente l’ingresso delle donne in magistratura. Solo con la legge 27 dicembre 1956 n. 1441 fu permesso alle donne di far parte nei collegi di corte di assise, con la precisazione che almeno tre giudici dovessero essere uomini. La legittimità costituzionale di tale disposizione fu riconosciuta dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 56 del 1958, nella quale si affermò che ben poteva la legge “ tener conto, nell’interesse dei pubblici servizi, delle differenti attitudini proprie degli appartenenti a ciascun sesso, purchè non fosse infranto il canone fondamentale dell’eguaglianza giuridica”. Fu necessario aspettare quindici anni dall’entrata in vigore della Carta fondamentale perchè il Parlamento - peraltro direttamente sollecitato dalla pronuncia della Corte Costituzionale n. 33 del 1960, che aveva dichiarato parzialmente illegittimo il richiamato art. 7 della legge n. 1176 del 1919, nella parte in cui escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici che implicavano l’esercizio di diritti e di potestà politiche  - approvasse una normativa specifica, la legge n. 66 del 9 febbraio 1963, che consentì l' accesso delle donne a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici,  compresa la magistratura. Dall'entrata in vigore della Costituzione si erano svolti ben sedici concorsi per uditore giudiziario, con un totale di 3127 vincitori, dai quali le donne erano state indebitamente escluse. Con decreto ministeriale del 3 maggio 1963 fu bandito il primo concorso aperto alla partecipazione delle donne: otto di loro risultarono vincitrici e con d.m. 5 aprile del 1965 entrarono nel ruolo della magistratura. Da quel primo concorso l’accesso delle donne nell’ordine giudiziario ha registrato nel primo periodo dimensioni modeste, pari ad una media del 4% -5% per ogni concorso, per aumentare progressivamente  intorno al 10% -20%“ dopo gli anni ’70, al 30% - 40% negli anni ’80 e registrare un’impennata negli anni successivi, sino a superare ormai da tempo ampiamente la metà. Attualmente le donne presenti in magistratura sono 3788, per una percentuale superiore al 40% del totale, e ben presto costituiranno  maggioranza, se continuerà il trend che vede le donne vincitrici di concorso in numero di gran lunga superiore a quello degli uomini. Come è evidente, tale fenomeno è reso possibile dal regime di assunzione per concorso pubblico, tale da escludere qualsiasi forma di discriminazione di genere; esso è inoltre alimentato dalla presenza sempre più marcata delle studentesse nelle facoltà di giurisprudenza, superiore a quello degli uomini. Dal primo concorso ad oggi il profilo professionale delle donne magistrato è certamente cambiato. Alle prime generazioni fu inevitabile, almeno inizialmente, omologare totalmente il proprio ideale di giudice all’unico modello professionale di riferimento ed integrarsi in quel sistema declinato unicamente al maschile  attraverso un processo di completa imitazione ed introiezione di tale modello, quale passaggio necessario per ottenere una piena legittimazione. Ma ben presto, una volta pagato per intero il prezzo della loro ammissione, superando la prova che si richiedeva loro di essere brave quanto gli uomini, efficienti quanto gli uomini, simili il più possibile agli uomini, e spesso vivendo in modo colpevolizzante i tempi della gravidanza e della maternità come tempi sottratti all’attività professionale, si pose alle donne magistrato il dilemma se continuare in una assunzione totale del modello dato, di per sé immune da rischi e collaudata da anni di conquistate gratificazioni, o tentare il recupero di una identità complessa,  tracciando  un approccio al lavoro, uno stile, un linguaggio, delle regole comportamentali sulle quali costruire una figura professionale di magistrato al femminile.

Certo che a parlar male di loro si rischia grosso. Ma i giornalisti questo coraggio ce l’hanno?

Certo che no! Per fare vero giornalismo forse è meglio non essere giornalisti.

PARLIAMO DEI BRAVI CHE NON POSSONO ESERCITARE, EPPURE ESERCITANO.

Questa è “Mi-Jena Gabanelli” (secondo Dagospia), la Giovanna D’Arco di Rai3, che i grillini volevano al Quirinale. Milena Gabanelli intervistata da Gian Antonio Stella per "Sette - Corriere della Sera".

Sei impegnata da anni nella denuncia delle storture degli ordini professionali: cosa pensi dell'idea di Grillo di abolire solo quello dei giornalisti?

«Mi fa un po' sorridere. Credo che impareranno che esistono altri ordini non meno assurdi. Detto questo, fatico a vedere l'utilità dell'Ordine dei giornalisti. Credo sarebbe più utile, come da altre parti, un'associazione seria e rigorosa nella quale si entra per quello che fai e non tanto per aver dato un esame...».

Ti pesa ancora la bocciatura?

«Vedi un po' tu. L'ho fatto assieme ai miei allievi della scuola di giornalismo. Loro sono passati, io no».

Bocciata agli orali per una domanda su Pannunzio.

«Non solo. Avrò risposto a tre domande su dieci. Un disastro. Mi chiesero cos'era il Coreco. Scena muta».

Come certi parlamentari beccati dalle Iene fuori da Montecitorio...

«Le Iene fanno domande più serie. Tipo qual è la capitale della Libia. Il Coreco!».

Essere bocciata come Alberto Moravia dovrebbe consolarti.

«C'era una giovane praticante che faceva lo stage da noi. Le avevo corretto la tesina... Lei passò, io no. Passarono tutti, io no».

Mai più rifatto?

«No. Mi vergognavo. Per fare gli orali dovevi mandare a memoria l'Abruzzo e io lavorando il tempo non l'avevo».

Nel senso del libro di Franco Abruzzo, giusto?

«Non so se c'è ancora quello. So che era un tomo che dovevi mandare a memoria per sapere tutto di cose che quando ti servono le vai a vedere volta per volta. Non ha senso. Ho pensato che si può sopravvivere lo stesso, anche senza essere professionista».

Tornando al caso Ruby, logica vorrebbe che chi ha avuto la fortuna nella vita di fare tanti soldi dovrebbe sistemare innanzi tutto i propri figli. Fatto ciò, dovrebbe divertirsi e godersi la vita e se, altruista, fare beneficenza.

Bene.  L’assurdità di un modo di ragionare sinistroide ed invidioso, perverso e squilibrato, pretenderebbe (e di fatto fa di tutto per attuarlo) che per i ricchi dovrebbe valere la redistribuzione forzosa della loro ricchezza agli altri (meglio se sinistri)  e se a questo vi si accomuna un certo tipo di divertimento, allora vi è meretricio. In questo caso non opera più la beneficenza volontaria, ma scatta l’espropriazione proletaria.

Una cosa è certa. In questa Italia di m….. le tasse aumentano, cosi come le sanguisughe. I disservizi e le ingiustizie furoreggiano. Ma allora dove cazzo vanno a finire i nostri soldi se è vero, come è vero, che sono ancora di più gli italiani che oltre essere vilipesi, muoiono di fame? Aumenta in un anno l’incidenza della povertà assoluta in Italia. Come certifica l’Istat, le persone in povertà assoluta passano dal 5,7% della popolazione del 2011 all’8% del 2012, un record dal 2005. È quanto rileva il report «La povertà in Italia», secondo cui nel nostro Paese sono 9 milioni 563 mila le persone in povertà relativa, pari al 15,8% della popolazione. Di questi, 4 milioni e 814 mila (8%) sono i poveri assoluti, cioè che non riescono ad acquistare beni e servizi essenziali per una vita dignitosa. Una situazione accentuata soprattutto al Sud. Nel 2012 infatti quasi la metà dei poveri assoluti (2 milioni 347 mila persone) risiede nel Mezzogiorno. Erano 1 milione 828 mila nel 2011.

Ed è con questo stato di cose che ci troviamo a confrontarci quotidianamente. Ed a tutto questo certo non corrisponde un Stato efficace ed efficiente, così come ampiamente dimostrato. Anzi nonostante il costo del suo mantenimento questo Stato si dimostra incapace ed inadeguato.

Eppure ad una mancanza di servizi corrisponde una Spesa pubblica raddoppiata. E tasse locali che schizzano all'insù. Negli ultimi venti anni le imposte riconducibili alle amministrazioni locali sono aumentate da 18 a 108 miliardi di euro, «con un eccezionale incremento di oltre il 500% ». È quanto emerge da uno studio della Confcommercio in collaborazione con il Cer (Centro Europa Ricerche) che analizza le dinamiche legate al federalismo fiscale a partire dal 1992. È uno studio del Corriere della Sera a riportare al centro del dibattito la questione delle tasse locali e della pressione fiscale sugli italiani. Con una interessante intervista a Luca Antonini, presidente della Commissione sul federalismo fiscale e poi alla guida del Dipartimento delle Riforme di Palazzo Chigi, si mettono in luce le contraddizioni e il peso di “un sistema ingestibile”: “Cresce la spesa statale e cresce la spesa locale, crescono le tasse nazionali (+95% in 20 anni secondo Confcommercio) e crescono quelle locali (+500%). Così non può funzionare. Non c'è una regia, manca completamente il ruolo di coordinamento dello Stato”. Sempre dal 1992 la spesa corrente delle amministrazioni centrali (Stato e altri enti) è cresciuta del 53%. La spesa di regioni, province e comuni del 126% e quella degli enti previdenziali del 127%: il risultato è che la spesa pubblica complessiva è raddoppiata. «Per fronteggiare questa dinamica - sottolinea il dossier - si è assistito ad una esplosione del gettito derivante dalle imposte (dirette e indirette) a livello locale con un aumento del 500% a cui si è associato il sostanziale raddoppio a livello centrale. I cittadini si aspettavano uno Stato più efficiente, una riduzione degli sprechi, maggior responsabilità politica dagli amministratori locali. Non certo di veder aumentare le tasse pagate allo Stato e pure quelle versate al Comune, alla Provincia e alla Regione. E invece è successo proprio così: negli ultimi vent'anni le imposte nazionali sono raddoppiate, e i tributi locali sono aumentati addirittura cinque volte. Letteralmente esplosi. Tanto che negli ultimi dodici anni le addizionali Irpef regionali e comunali sono cresciute del 573%, ed il loro peso sui redditi è triplicato, arrivando in alcuni casi oltre il 17%.

Nonostante che i Papponi di Stato, centrali e periferici, siano mantenuti dai tartassati ecco che è clamorosa l'ennesima uscita dell'assessore Franco D'Alfonso, lo stesso che voleva proibire i gelati dopo mezzanotte ricoprendo Milano di ridicolo e che si è ripetuto in versione giacobina accusando Dolce e Gabbana di evasione fiscale a iter giudiziario non ancora concluso. Provocando i tre giorni di serrata dei nove negozi D&G di Milano. E a chi avesse solo immaginato la possibilità di rinnegarlo, il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia fa subito capire che il suo vero bersaglio non è D'Alfonso e il suo calpestare il più elementare stato di diritto, ma gli stilisti offesi. «Che c'entra “Milano fai schifo”? Sono molte - va all'attacco un durissimo Pisapia - le cose che fanno schifo, ma non ho mai visto chiudere i loro negozi per le stragi, le guerre, le ingiustizie».  Ricordando che il fisco, le sue regole e le sanzioni contro le infrazioni, non sono materia di competenza del Comune. Giusto. Perché in quella Babilonia che è diventata il Comune tra registri per le coppie omosessuali, no-global che occupano e rom a cui rimborsare le case costruite abusivamente, nulla succede per caso.  Intanto, però, i negozi, i ristoranti, i bar e l'edicola di Dolce e Gabbana sono rimasti chiusi per giorni. In protesta contro le indagini della Gdf e le sentenze di condanna in primo grado del Tribunale, dopo le dichiarazioni dell'assessore al Commercio, Franco D'Alfonso, sul non «concedere spazi pubblici a marchi condannati per evasione». «Spazi mai richiesti», secondo i due stilisti, che con l'ennesimo tweet hanno rilanciato la campagna contro il Comune.

Uomini trattati da animali dai perbenisti di maniera. Politici inetti, incapaci ed ipocriti che si danno alla zoologia.

Anatra – Alla politica interessa solo se è zoppa. Una maggioranza senza maggioranza.

Asino – Simbolo dei democrat Usa. In Italia ci provò Prodi con risultati scarsi.

Balena – La b. bianca fu la Dc. La sua estremità posteriore è rimasta destinazione da augurio.

Caimano – Tra le definizioni correnti di Berlusconi. Dovuto a un profetico film di Nanni Moretti.

Cignalum – Sistema elettorale toscano da cui, per involuzione, nacque il porcellum (v.).

Cimice – Di provenienza statunitense, di recente pare abbia invaso l’Europa.

Colomba – Le componenti più disponibili al dialogo con gli avversari. Volatili.

Coccodrillo – Chi piange sul latte versato. Anche articolo di commemorazione redatto pre-mortem.

Delfino – Destinato alla successione. Spesso è un mistero: a oggi non si sa chi sia il d. del caimano (v.).

Elefante – Simbolo dei republican Usa. L’e. rosso fu il Pci. La politica si muove “Come un e. in una cristalleria”.

Falco – Le componenti meno disponibili al dialogo con gli avversari. Amano le picchiate.

Gambero – Il suo passo viene evocato quando si parla della nostra economia.

Gattopardo – Da Tomasi di Lampedusa in poi segno dell’immutabilità della politica. Sempre attuale.

Giaguaro – Ci fu un tentativo di smacchiarlo. Con esiti assai deludenti.

Grillo – Il primo fu quello di Pinocchio. L’attuale, però, dice molte più parolacce.

Gufo – Uno che spera che non vincano né i falchi né le colombe.

Orango – L’inventore del Porcellum (vedi Roberto Calderoli Cecile Kyenge) ne ha fatto un uso ributtante confermandosi uomo bestiale.

Piccione – Di recente evocato per sé, come obiettivo di tiro libero, da chi disprezzò il tacchino (v.).

Porcellum – Una porcata di sistema elettorale che tutti vogliono abolire, ma è sempre lì.

Pitonessa – Coniato specificatamente per Daniela Santanchè. Sinuosa e infida, direi.

Struzzo - Chi non vuol vedere e mette la testa nella sabbia. Un esercito.

Tacchino – Immaginato su un tetto da Bersani, rischiò di eclissare il giaguaro.

Tartaruga – La t. un tempo fu un animale che correva a testa in giù. Ora dà il passo alla ripresa.

Ed a proposito di ingiustizia e “canili umani”. La presidente della Camera, Laura Boldrini, il 22 luglio 2013 durante la visita ai detenuti del carcere di Regina Coeli, ha detto: «Il sovraffollamento delle carceri non è più tollerabile, spero che Governo e Parlamento possano dare una risposta di dignità ai detenuti e a chi lavora. Ritengo che sia importante tenere alta l’attenzione sull’emergenza carceri e sono qui proprio per dare attenzione a questo tema, la situazione delle carceri è la cartina di tornasole del livello di civiltà di un Paese. La certezza del diritto è fondamentale: chi ha sbagliato deve pagare, non chiediamo sconti, ma è giusto che chi entra in carcere possa uscire migliore, è giusto che ci sia la rieducazione e in una situazione di sovraffollamento è difficile rieducare perché non si fa altro che tirare fuori il peggio dell’essere umano e non il meglio. Nel codice non c’è scritto che un’ulteriore pena debba essere quella del sovraffollamento. Costruire nuove strutture è complicato perché non ci sono risorse ma in alcuni carceri ci sono padiglioni non utilizzati e con un po’ di fondi sarebbe possibile renderli agibili. In più bisogna mettere in atto misure alternative e considerare le misure di custodia cautelare perché il 40% dei detenuti non ha una condanna definitiva. Bisogna ripensare, rivedere il sistema di custodia cautelare. Perché se quelle persone sono innocenti, il danno è irreparabile». «Dignità, dignità». Applaudono e urlano, i detenuti della terza sezione del carcere di Regina Coeli quando vedono arrivare il presidente della Camera Laura Boldrini, in visita ufficiale al carcere romano che ha una capienza di 725 unità e ospita, invece, più di mille persone. Urlano i detenuti per invocare «giustizia e libertà» che il sovraffollamento preclude non solo a loro, ma anche agli agenti di polizia penitenziaria costretti a turni insostenibili (a volte «c'è un solo agente per tre piani, per circa 250 detenuti» confessa un dipendente). “Vogliamo giustizia, libertà e dignità”, sono queste invece le parole che hanno intonato i detenuti durante la visita della Boldrini. I detenuti nell'incontro con il presidente della Camera hanno voluto sottolineare che cosa significa in concreto sovraffollamento: "Secondo la Corte europea di Giustizia ", ha detto uno di loro "ogni detenuto ha diritto a otto metri quadri di spazio, esclusi bagno e cucina. Noi abbiamo 17 metri quadri per tre detenuti, in letti a castello con materassi di gomma piuma che si sbriciolano e portano l'orma di migliaia di detenuti. Anche le strutture ricreative sono state ridotte a luoghi di detenzione. Questo non è un carcere ma un magazzino di carne umana". E' stata la seconda visita a un istituto carcerario italiano per Laura Boldrini da quando è diventata presidente della Camera dei deputati. A Regina Coeli, dove la capienza sarebbe di 725 detenuti, ve ne sono attualmente circa 1.050; le guardie carcerarie sono 460 ma ne sarebbero previste 614. «Ho voluto fortemente questo incontro, non avrebbe avuto senso la mia visita, sarebbe stata una farsa. Ora mi sono resa conto di persona della situazione nelle celle e condivido la vostra indignazione» ha replicato la Boldrini ai detenuti. Dici Roma, dici Italia.

Già!! La giustizia e le nostre vite in mano a chi?

«Antonio Di Pietro è il primo a lasciare l'ufficio di Borrelli. È irriconoscibile. Cammina come un ubriaco, quasi appoggiandosi ai muri». Così scrive Goffredo Buccini sul Corriere della Sera del 24 luglio 1993, il giorno dopo il suicidio di Raul Gardini.

«Per me fu una sconfitta terribile - racconta oggi Antonio Di Pietro ad Aldo Cazzullo su “Il Corriere della Sera”  -. La morte di Gardini è il vero, grande rammarico che conservo della stagione di Mani pulite. Per due ragioni. La prima: quel 23 luglio Gardini avrebbe dovuto raccontarmi tutto: a chi aveva consegnato il miliardo di lire che aveva portato a Botteghe Oscure, sede del Pci; chi erano i giornalisti economici corrotti, oltre a quelli già rivelati da Sama; e chi erano i beneficiari del grosso della tangente Enimont, messo al sicuro nello Ior. La seconda ragione: io Gardini lo potevo salvare. La sera del 22, poco prima di mezzanotte, i carabinieri mi chiamarono a casa a Curno, per avvertirmi che Gardini era arrivato nella sua casa di piazza Belgioioso a Milano e mi dissero: "Dottore che facciamo, lo prendiamo?". Ma io avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in Procura con le sue gambe, il mattino dopo. E dissi di lasciar perdere. Se l'avessi fatto arrestare subito, sarebbe ancora qui con noi».

Ma proprio questo è il punto. Il «Moro di Venezia», il condottiero dell'Italia anni 80, il padrone della chimica non avrebbe retto l'umiliazione del carcere. E molte cose lasciano credere che non se la sarebbe cavata con un interrogatorio. Lei, Di Pietro, Gardini l'avrebbe mandato a San Vittore?

«Le rispondo con il cuore in mano: non lo so. Tutto sarebbe dipeso dalle sue parole: se mi raccontava frottole, o se diceva la verità. Altre volte mi era successo di arrestare un imprenditore e liberarlo in giornata, ad esempio Fabrizio Garampelli: mi sentii male mentre lo interrogavo - un attacco di angina -, e fu lui a portarmi in ospedale con il suo autista... Io comunque il 23 luglio 1993 ero preparato. Avevo predisposto tutto e allertato la mia squadretta, a Milano e a Roma. Lavoravo sia con i carabinieri, sia con i poliziotti, sia con la Guardia di Finanza, pronti a verificare quel che diceva l'interrogato. Se faceva il nome di qualcuno, prima che il suo avvocato potesse avvertirlo io gli mandavo le forze dell'ordine a casa. Sarebbe stata una giornata decisiva per Mani pulite. Purtroppo non è mai cominciata».

Partiamo dall'inizio. Il 20 luglio di vent'anni fa si suicida in carcere, con la testa in un sacchetto di plastica, Gabriele Cagliari, presidente dell'Eni.

«L'Eni aveva costituito con la Montedison di Gardini l'Enimont. Ma Gardini voleva comandare - è la ricostruzione di Di Pietro -. Quando diceva "la chimica sono io", ne era davvero convinto. E quando vide che i partiti non intendevano rinunciare alla mangiatoia della petrolchimica pubblica, mamma del sistema tangentizio, lui si impuntò: "Io vendo, ma il prezzo lo stabilisco io". Così Gardini chiese tremila miliardi, e ne mise sul piatto 150 per la maxitangente. Cagliari però non era in carcere per la nostra inchiesta, ma per l'inchiesta di De Pasquale su Eni-Sai. Non si possono paragonare i due suicidi, perché non si possono paragonare i due personaggi. Cagliari era un uomo che sputava nel piatto in cui aveva mangiato. Gardini era un uomo che disprezzava e comprava, e disprezzava quel che comprava. Il miliardo a Botteghe Oscure lo portò lui. Il suo autista Leo Porcari mi aveva raccontato di averlo lasciato all'ingresso del quartier generale comunista, ma non aveva saputo dirmi in quale ufficio era salito, se al secondo o al quarto piano: me lo sarei fatto dire da Gardini. Ma era ancora più importante stabilire chi avesse imboscato la maxitangente, probabilmente portando i soldi al sicuro nello Ior. Avevamo ricostruito la destinazione di circa metà del bottino; restavano da rintracciare 75 miliardi».

Chi li aveva presi?

«Qualcuno l'abbiamo trovato. Ad esempio Arnaldo Forlani: non era certo Severino Citaristi a gestire simili cifre. Non è vero che il segretario dc fu condannato perché non poteva non sapere, e lo stesso vale per Bettino Craxi, che fu condannato per i conti in Svizzera. Ma il grosso era finito allo Ior. Allora c'era il Caf».

Craxi. Forlani. E Giulio Andreotti.

 «Il vero capo la fa girare, ma non la tocca. Noi eravamo arrivati a Vito Ciancimino, che era in carcere, e a Salvo Lima, che era morto. A Palermo c'era già Giancarlo Caselli, tra le due Procure nacque una stretta collaborazione, ci vedevamo regolarmente e per non farci beccare l'appuntamento era a casa di Borrelli. Ingroia l'ho conosciuto là».

Torniamo a Gardini. E al 23 luglio 1993.

«Con Francesco Greco avevamo ottenuto l'arresto. Un gran lavoro di squadra. Io ero l'investigatore. Piercamillo Davigo era il tecnico che dava una veste giuridica alle malefatte che avevo scoperto: arrivavo nel suo ufficio, posavo i fascicoli sulla scrivania, e gli dicevo in dipietrese: "Ho trovato quindici reati di porcata. Ora tocca a te trovargli un nome". Gherardo Colombo, con la Guardia di Finanza, si occupava dei riscontri al mio lavoro di sfondamento, rintracciava i conti correnti, trovava il capello (sic) nell'uovo. Gli avvocati Giovanni Maria Flick e Marco De Luca vennero a trattare il rientro di Gardini, che non era ancora stato dichiarato latitante. Fissammo l'appuntamento per il 23, il mattino presto». «Avevamo stabilito presidi a Ravenna, Roma, a Milano e allertato le frontiere. E proprio da Milano, da piazza Belgioioso dove Gardini aveva casa, mi arriva la telefonata: ci siamo, lui è lì. In teoria avrei dovuto ordinare ai carabinieri di eseguire l'arresto. Gli avrei salvato la vita. Ma non volevo venir meno alla parola data. Così rispondo di limitarsi a sorvegliare con discrezione la casa. Il mattino del 23 prima delle 7 sono già a Palazzo di Giustizia. Alle 8 e un quarto mi telefona uno degli avvocati, credo De Luca, per avvertirmi che Gardini sta venendo da me, si sono appena sentiti. Ma poco dopo arriva la chiamata del 113: "Gardini si è sparato in testa". Credo di essere stato tra i primi a saperlo, prima anche dei suoi avvocati». «Mi precipito in piazza Belgioioso, in cinque minuti sono già lì. Entro di corsa. Io ho fatto il poliziotto, ne ho visti di cadaveri, ma quel mattino ero davvero sconvolto. Gardini era sul letto, l'accappatoio insanguinato, il buco nella tempia».

E la pistola?

«Sul comodino. Ma solo perché l'aveva raccolta il maggiordomo, dopo che era caduta per terra. Capii subito che sarebbe partito il giallo dell'omicidio, già se ne sentiva mormorare nei conciliaboli tra giornalisti e pure tra forze dell'ordine, e lo dissi fin dall'inizio: nessun film, è tutto fin troppo chiaro. Ovviamente in quella casa mi guardai attorno, cercai una lettera, un dettaglio rivelatore, qualcosa: nulla».

Scusi Di Pietro, ma spettava a lei indagare sulla morte di Gardini?

«Per carità, Borrelli affidò correttamente l'inchiesta al sostituto di turno, non ricordo neppure chi fosse, ma insomma un'idea me la sono fatta...».

Quale?

«Fu un suicidio d'istinto. Un moto d'impeto, non preordinato. Coerente con il personaggio, che era lucido, razionale, coraggioso. Con il pelo sullo stomaco; ma uomo vero. Si serviva di Tangentopoli, che in fondo però gli faceva schifo. La sua morte per me fu un colpo duro e anche un coitus interruptus».

Di Pietro, c'è di mezzo la vita di un uomo.

«Capisco, non volevo essere inopportuno. È che l'interrogatorio di Gardini sarebbe stato una svolta, per l'inchiesta e per la storia d'Italia. Tutte le altre volte che nei mesi successivi sono arrivato vicino alla verità, è sempre successo qualcosa, sono sempre riusciti a fermarmi. L'anno dopo, era il 4 ottobre, aspettavo le carte decisive dalla Svizzera, dal giudice Crochet di Ginevra: non sono mai arrivate. Poi mi bloccarono con i dossier, quando ero arrivato sulla soglia dell'istituto pontificio...».

Ancora i dossier?

«Vada a leggersi la relazione del Copasir relativa al 1995: contro di me lavoravano in tanti, dal capo della polizia Parisi a Craxi».

Lei in morte di Gardini disse: «Nessuno potrà più aprire bocca, non si potrà più dire che gli imputati si ammazzano perché li teniamo in carcere sperando che parlino».

«Può darsi che abbia detto davvero così. Erano giornate calde. Ma il punto lo riconfermo: non è vero, come si diceva già allora, che arrestavamo gli inquisiti per farli parlare. Quando arrestavamo qualcuno sapevamo già tutto, avevamo già trovato i soldi. E avevamo la fila di imprenditori disposti a parlare».

Altri capitani d'industria hanno avuto un trattamento diverso.

«Carlo De Benedetti e Cesare Romiti si assunsero le loro responsabilità. Di loro si occuparono la Procura di Roma e quella di Torino. Non ci furono favoritismi né persecuzioni. Purtroppo, nella vicenda di Gardini non ci furono neanche vincitori; quel giorno abbiamo perso tutti».

 Dopo 20 anni Di Pietro è senza: pudore: «Avrei potuto salvarlo». Mani Pulite riscritta per autoassolversi. L'ex pm: "Avrei dovuto arrestarlo e lui avrebbe parlato delle mazzette al Pci". La ferita brucia ancora. Vent'anni fa Antonio Di Pietro, allora l'invincibile Napoleone di Mani pulite, si fermò sulla porta di Botteghe Oscure e il filo delle tangenti rosse si spezzò con i suoi misteri, scrive Stefano Zurlo su “Il Giornale”. Per questo, forse per trovare una spiegazione che in realtà spiega solo in parte, l'ex pm racconta che il suicidio di Raul Gardini, avvenuto il 23 luglio '93 a Milano, fu un colpo mortale per quell'indagine. «La sua morte - racconta Di Pietro ad Aldo Cazzullo in un colloquio pubblicato ieri dal Corriere della Sera - fu per me un coitus interruptus». Il dipietrese s'imbarbarisce ancora di più al cospetto di chi non c'è più, ma non è questo il punto. È che l'ormai ex leader dell'Italia dei Valori si autoassolve a buon mercato e non analizza con la dovuta brutalità il fallimento di un'inchiesta che andò a sbattere contro tanti ostacoli. Compresa l'emarginazione del pm Tiziana Parenti, titolare di quel filone. E non s'infranse solo sulla tragedia di piazza Belgioioso. Di Pietro, come è nel suo stile, semplifica e fornisce un quadro in cui lui e il Pool non hanno alcuna responsabilità, diretta o indiretta, per quel fiasco. Tutto finì invece con quei colpi di pistola: «Quel 23 luglio Gardini avrebbe dovuto raccontarmi tutto: a chi aveva consegnato il miliardo di lire che aveva portato a Botteghe Oscure, sede del Pci; chi erano i giornalisti economici corrotti, oltre a quelli già rivelati da Sama; e chi erano i beneficiari del grosso della tangente Enimont, messo al sicuro nello Ior». E ancora, a proposito di quel miliardo su cui tanto si è polemizzato in questi anni, specifica: «Il suo autista Leo Porcari mi aveva raccontato di averlo lasciato all'ingresso del quartier generale comunista, ma non aveva saputo dirmi in quale ufficio era salito, se al secondo o al quarto piano: me lo sarei fatto dire da Gardini». Il messaggio che arriva è chiaro: lui ha fatto tutto quel che poteva per scoprire i destinatari di quel contributo illegale, sulla cui esistenza non c'è il minimo dubbio, ma quel 23 luglio cambiò la storia di Mani pulite e in qualche modo quella d'Italia e diventa una data spartiacque, come il 25 luglio 43. Vengono i brividi, ma questa ricostruzione non può essere accettata acriticamente e dovrebbero essere rivisti gli errori, e le incertezze dell'altrove insuperabile Pool sulla strada del vecchio Pci. Non si può scaricare su chi non c'è più la responsabilità di non aver scoperchiato quella Tangentopoli. Di Pietro invece se la cava così, rammaricandosi solo di non aver fatto ammanettare il signore della chimica italiana la sera prima, quando i carabinieri lo avvisarono che Gardini era a casa, in piazza Belgioioso. «M avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in procura con le sue gambe, il mattino dopo». Quello fatale. «E dissi di lasciar perdere. Se l'avessi fatto arrestare subito sarebbe ancora qui con noi. Io Gardini lo potevo salvare». La storia non si fa con i se. E quella delle tangenti rosse è finita prima ancora di cominciare.

Pomicino: il pm Di Pietro tentò di farmi incastrare Napolitano. L'ex ministro Cirino Pomicino: "Inventando una confessione, cercò di spingermi a denunciare una tangente all'attuale capo dello Stato, poi spiegò il trucco", scrive Paolo Bracalini su “Il Giornale”. E mentre la truccatrice gli passa la spazzola sulla giacca, prima di entrare nello studio tv di Agorà, 'o ministro ti sgancia la bomba: «Di Pietro mi chiese: "È vero che Giorgio Napolitano ha ricevuto soldi da lei?". Io risposi che non era vero, ma lui insisteva. "Guardi che c'è un testimone, un suo amico, che lo ha confessato". "Se l'ha detto, ha detto una sciocchezza, perché non è vero" risposi io. E infatti la confessione era finta, me lo rivelò lo stesso Di Pietro poco dopo, un tranello per farmi dire che Napolitano aveva preso una tangente. Ma si può gestire la giustizia con questi metodi? E badi bene che lì aveva trovato uno come me, ma normalmente la gente ci metteva due minuti a dire quel che volevano fargli dire". "In quegli anni le persone venivano arrestate, dicevano delle sciocchezze, ammettevano qualsiasi cosa e il pm li faceva subito uscire e procedeva col patteggiamento. Quando poi queste persone venivano chiamate a testimoniare nel processo, contro il politico che avevano accusato, potevano avvalersi della facoltà di non rispondere. E quindi restavano agli atti le confessioni false fatte a tu per tu col pubblico ministero», aveva già raccontato Pomicino in una lunga intervista video pubblicata sul suo blog paolocirinopomicino.it. La stessa tesi falsa, cioè che Napolitano, allora presidente della Camera, esponente Pds dell'ex area migliorista Pci, avesse ricevuto dei fondi, per sé e per la sua corrente, col tramite dell'ex ministro democristiano, Pomicino se la ritrovò davanti in un altro interrogatorio, stavolta a Napoli. «Il pm era il dottor Quatrano (nel 2001 partecipò ad un corteo no global e l'allora Guardasigilli Roberto Castelli promosse un'azione disciplinare). Mi fece incontrare una persona amica, agli arresti, anche lì per farmi dire che avevo dato a Napolitano e alla sua corrente delle risorse finanziaria». La ragione di quel passaggio di soldi a Napolitano, mai verificatosi ma da confermare a tutti i costi anche col tranello della finta confessione di un amico (uno dei trucchi dell'ex poliziotto Di Pietro, "altre volte dicevano che se parlavamo avremmo avuto un trattamento più mite"), per Cirino Pomicino è tutta politica: «Obiettivo del disegno complessivo era far fuori, dopo la Dc e il Psi, anche la componente amendoliana del Pci, quella più filo-occidentale, più aperta al centrosinistra. Tenga presente che a Milano fu arrestato Cervetti, anch'egli della componente migliorista di Giorgio Napolitano, e fu accusata anche Barbara Pollastrini. Entrambi poi scagionati da ogni accusa». I ricordi sono riemersi di colpo, richiamati dalle «corbellerie» dette da Di Pietro al Corriere a proposito del suicidio di Raul Gardini, vent'anni esatti fa (23 luglio 1993). «Sono allibito che il Corriere della Sera dia spazio alle ricostruzioni false raccontate da Di Pietro. Ho anche mandato un sms a De Bortoli, ma quel che gli ho scritto sono cose private. Di Pietro dice che Gardini si uccise con un moto d'impeto, e che lui avrebbe potuto salvarlo arrestandolo il giorno prima. Io credo che Gardini si sia ucciso per il motivo opposto», forse perché era chiaro che di lì a poche ore sarebbe stato arrestato. Anche Luigi Bisignani, l'«Uomo che sussurra ai potenti» (bestseller Chiarelettere con Paolo Madron), braccio destro di Gardini alla Ferruzzi, conferma questa lettura: «Raul Gardini si suicidò perché la procura aveva promesso che la sua confessione serviva per non andare in carcere, ma invece scoprì che l'avrebbero arrestato». Processo Enimont, la «madre di tutte le tangenti», l'epicentro del terremoto Tangentopoli. «La storia di quella cosiddetta maxitangente, che poi invece, come diceva Craxi, era una maxiballa, è ancora tutta da scrivere. - Pomicino lo spiega meglio - Alla politica andarono 15 o 20 miliardi, ma c'erano 500 miliardi in fondi neri. Dove sono finiti? A chi sono andati? E chi ha coperto queste persone in questi anni? In parte l'ho ricostruito, con documenti che ho, sui fondi Eni finiti a personaggi all'interno dell'Eni. Ma di questo non si parla mai, e invece si pubblicano false ricostruzioni della morte tragica di Gardini».

Ieri come oggi la farsa continua.

Dopo 5 anni arriva la sentenza di primo grado: l'ex-governatore dell'Abruzzo Ottaviano del Turco è stato condannato a 9 anni e 6 mesi di reclusione dal Tribunale collegiale di Pescara nell'inchiesta riguardo le presunti tangenti nella sanità abruzzese. L’ex ministro delle finanze ed ex segretario generale aggiunto della Cgil all’epoca di Luciano Lama è accusato di associazione per delinquere, corruzione, abuso, concussione, falso. Il pm aveva chiesto 12 anni. Secondo la Procura di Pescara l’allora governatore avrebbe intascato 5 milioni di euro da Vincenzo Maria Angelini, noto imprenditore della sanità privata, all’epoca titolare della casa di cura Villa Pini.

«E' un processo che è nato da una vicenda costruita dopo gli arresti, cioè senza prove - attacca l'ex governatore dell'Abruzzo intervistato al Giornale Radio Rai -. Hanno cercato disperatamente le prove per 4 anni e non le hanno trovate e hanno dovuto ricorrere a una specie di teorema e con il teorema hanno comminato condanne che non si usano più nemmeno per gli assassini, in  questo periodo. Io sono stato condannato esattamente a 20 anni di carcere come Enzo Tortora». E a Repubblica ha poi affidato un messaggio-shock: «Ho un tumore, ma voglio vivere per dimostrare la mia innocenza».

Lunedì 22 luglio 2013, giorno della sentenza, non si era fatto attendere il commento del legale di Del Turco, Giandomenico Caiazza, che ha dichiarato: «Lasciamo perdere se me lo aspettassi o no perchè questo richiederebbe ragionamenti un pò troppo impegnativi. Diciamo che è una sentenza che condanna un protagonista morale della vita politica istituzionale sindacale del nostro paese accusato di aver incassato sei milioni e 250 mila euro a titolo di corruzione dei quali non si è visto un solo euro. Quindi penso che sia un precedente assoluto nella storia giudiziaria perchè si possono non trovare i soldi ma si trovano le tracce dei soldi».

Nello specifico, Del Turco è accusato insieme all’ex capogruppo del Pd alla Regione Camillo Cesarone e a Lamberto Quarta, ex segretario generale dell’ufficio di presidenza della Regione, di aver intascato mazzette per 5 milioni e 800mila euro. Per questa vicenda fu arrestato il 14 luglio 2008 insieme ad altre nove persone, tra le quali assessori e consiglieri regionali. L’ex presidente finì in carcere a Sulmona (L'Aquila) per 28 giorni e trascorse altri due mesi agli arresti domiciliari. A seguito dell’arresto, Del Turco il 17 luglio 2008 si dimise dalla carica di presidente della Regione e con una lettera indirizzata all’allora segretario nazionale Walter Veltroni si autosospese dal Pd, di cui era uno dei 45 saggi fondatori nonchè membro della Direzione nazionale. Le dimissioni comportarono lo scioglimento del consiglio regionale e il ritorno anticipato alle urne per i cittadini abruzzesi.

Del Turco condannato senza prove. All'ex presidente dell'Abruzzo 9 anni e sei mesi per presunte tangenti nella sanità. Ma le accuse non hanno riscontri: nessuna traccia delle mazzette né dei passaggi di denaro, scrive Gian Marco Chiocci su “Il Giornale”. In dubio pro reo. Nel dubbio - dicevano i latini - decidi a favore dell'imputato. Duole dirlo, e non ce ne voglia il collegio giudicante del tribunale di Pescara, ma la locuzione dei padri del diritto sembra sfilacciarsi nel processo all'ex presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco. Processo che in assenza di prove certe s'è concluso come gli antichi si sarebbero ben guardati dal concluderlo: con la condanna del principale imputato e dei suoi presunti sodali. Qui non interessa riaprire il dibattito sulle sentenze da rispettare o sull'assenza o meno di un giudice a Berlino. Si tratta più semplicemente di capire se una persona - che su meri indizi è finita prima in cella e poi con la vita politica e personale distrutta - di fronte a un processo per certi versi surreale, contraddistintosi per la mancanza di riscontri documentali, possa beccarsi, o no, una condanna pesantissima a nove anni e sei mesi (non nove mesi, come ha detto erroneamente in aula il giudice). Noi crediamo di no. E vi spieghiamo perché. In cinque anni nessuno ha avuto il piacere di toccare con mano le «prove schiaccianti» a carico dell'ex governatore Pd di cui parlò, a poche ore dalle manette, l'allora procuratore capo Trifuoggi. Un solo euro fuori posto non è saltato fuori dai conti correnti dell'indagato eccellente, dei suoi familiari o degli amici più stretti, nemmeno dopo centinaia di rogatorie internazionali e proroghe d'indagini. E se non si sono trovati i soldi, nemmeno s'è trovata una traccia piccola piccola di quei soldi. Quanto alle famose case che Del Turco avrebbe acquistate coi denari delle tangenti (sei milioni di euro) si è dimostrato al centesimo esser state in realtà acquistate con mutui, oppure prima dei fatti contestati o ancora coi soldi delle liquidazioni o le vendite di pezzi di famiglia. Non c'è un'intercettazione sospetta. Non un accertamento schiacciante. Non è emerso niente di clamoroso al processo. Ma ciò non vuol dire che per i pm non ci sia «niente» posto che nella requisitoria finale i rappresentanti dell'accusa hanno spiegato come l'ex segretario della Cgil in passato avesse ricoperto i ruoli di presidente della commissione parlamentare Antimafia e di ministro dell'Economia, e dunque fosse a conoscenza dei «sistemi» criminali utilizzati per occultare i quattrini oltre confine. Come dire: ecco perché i soldi non si trovano (sic !). Per arrivare a un verdetto del genere i giudici, e in origine i magistrati di Pescara (ieri assolutamente sereni prima della sentenza, rinfrancati dalla presenza a sorpresa in aula del loro ex procuratore capo) hanno creduto alle parole del re delle cliniche abruzzesi, Vincenzo Maria Angelini, colpito dalla scure della giunta di centrosinistra che tagliava fondi alla sanità privata, per il quale i carabinieri sollecitarono (invano) l'arresto per tutta una serie di ragioni che sono poi emerse, e deflagrate, in un procedimento parallelo: quello aperto non a Pescara bensì a Chieti dove tal signore è sotto processo per bancarotta per aver distratto oltre 180 milioni di euro con operazioni spericolate, transazioni sospette, spese compulsive per milioni e milioni in opere d'arte e beni di lusso. Distrazioni, queste sì, riscontrate nel dettaglio dagli inquirenti teatini. Da qui il sospetto, rimasto tale, che il super teste possa avere utilizzato per sé (vedi Chieti) ciò che ha giurato (a Pescara) di avere passato ai politici. Nel «caso Del Turco» alla mancanza di riscontri si è supplito con le sole dichiarazioni dell'imprenditore, rivelatesi raramente precise e puntuali come dal dichiarante di turno pretendeva un certo Giovanni Falcone. Angelini sostiene che prelevava contanti solo per pagare i politici corrotti? Non è vero, prelevava di continuo ingenti somme anche prima, e pure dopo le manette (vedi inchiesta di Chieti). Angelini giura che andava a trovare Del Turco nella sua casa di Collelongo, uscendo al casello autostradale di Aiello Celano? Non è vero, come dimostrano i telepass, le testimonianze e le relazioni degli autisti, a quel casello l'auto della sua azienda usciva prima e dopo evidentemente anche per altri motivi. Angelini dice che ha incontrato Del Turco a casa il giorno x? Impossibile, quel giorno si festeggiava il santo patrono e in casa i numerosi vertici istituzionali non hanno memoria della gola profonda. Angelini porta la prova della tangente mostrando una fotografia sfocata dove non si riconosce la persona ritratta? In dibattimento la difesa ha fornito la prova che quella foto risalirebbe ad almeno un anno prima, e così cresce il giallo del taroccamento. Angelini corre a giustificarsi consegnando ai giudici il giaccone che indossava quando passò la mazzetta nel 2007, e di lì a poco la casa produttrice della giubba certifica che quel modello nel 2007 non esisteva proprio essendo stato prodotto a far data 2011. Questo per sintetizzare, e per dire che le prove portate da Angelini, che la difesa ribattezza «calunnie per vendetta», sono tutt'altro che granitiche come una sana certezza del diritto imporrebbe. Se per fatti di mafia si è arrivati a condannare senza prove ricorrendo alla convergenza del molteplice (il fatto diventa provato se lo dicono più pentiti) qui siamo decisamente oltre: basta uno, uno soltanto, e sei fregato. «Basta la parola», recitava lo spot di un celebre lassativo. Nel dubbio, d'ora in poi, il reo presunto è autorizzato a farsela sotto. Del Turco: "Ho un cancro, voglio vivere per provare la mia innocenza". «Da tre mesi so di avere un tumore, da due sono in chemioterapia. Domani andrò a Roma a chiedere al professor Mandelli di darmi cinque anni di vita, cinque anni per dimostrare la mia innocenza e riabilitare la giunta della Regione Abruzzo che ho guidato». A dichiararlo in una intervista a Repubblica è Ottaviano Del Turco, condannato a nove anni e sei mesi per presunte tangenti nella sanità privata abruzzese. «Mi hanno condannato senza una prova applicando in maniera feroce il teorema Angelini, oggi in Italia molti presidenti di corte sono ex pm che si portano dietro la cultura accusatoria. Il risultato, spaventoso, sono nove anni e sei mesi basati sulle parole di un bandito. Ho preso la stessa condanna di Tortora, e questo mi dà sgomento». Il Pd? «Ha così paura dei giudici che non è neppure capace di difendere un suo dirigente innocente», ha aggiunto Del Turco.

MA CHE CAZZO DI GIUSTIZIA E’!?!?

Funziona alla grande, la giustizia in Italia, scrive Marco Ventura su Panorama. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a punizioni esemplari, sentenze durissime nei confronti di fior di criminali. Castighi detentivi inflitti da giudici inflessibili. Due esempi per tutti. Il primo: Lele Mora e Emilio Fede condannati a 7 anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per aver “presentato” Ruby a Silvio Berlusconi. Il secondo: Ottaviano Del Turco condannato a 9 anni e 6 mesi per le tangenti sulla sanità in Abruzzo, anche se i 6 milioni di mazzette non sono mai stati trovati sui conti suoi o riconducibili a lui, e anche se il suo grande accusatore ha dimostrato in diverse occasioni di non essere attendibile nell’esibire “prove” contro l’ex governatore. In compenso, per cinque imputati del processo sul naufragio della Costa Concordia (32 i morti, più incalcolabili effetti economici, d’inquinamento ambientale e d’immagine internazionale dell’Italia), sono state accettate le richieste di patteggiamento. Risultato: a fronte di accuse come omicidio plurimo colposo e lesioni colpose, ma anche procurato naufragio, i cinque ottengono condanne che variano, a seconda delle responsabilità e dei reati contestati, da 1 anno e 8 mesi a 2 anni e 10 mesi. Tutto previsto dal codice. Tutto legale. Tutto giuridicamente ineccepibile. Ma avverto un certo disagio se poi faccio confronti. Se navigo nel web e scopro che mentre l’ex direttore del Tg4, Fede, subisce la condanna a 7 anni di carcere per il caso Ruby, la stessa pena viene inflitta a un tale che abusa della figlia di 8 anni e a un altro che, imbottito di cocaina, travolge e uccide una diciottenne sulle strisce pedonali. E non trovo altri colpevoli per crimini analoghi a quelli contestati a Fede a Milano, né personaggi che abbiano pagato (o per i quali sia valsa la fatica di provare a identificarli) per complicità nella pubblicazione di intercettazioni coperte da segreto come qualcuno ben noto agli italiani, che di intercettazioni pubblicate è vittima quasi ogni giorno. E temo pure che la percezione della pubblica opinione sia molto distante dalla scala di gravità dei tribunali, almeno stando a questi casi. Un anno e 8 mesi è un quarto della pena comminata a Fede. Ho ancora nella mente, negli occhi, la scena della “Costa Concordia” coricata col suo carico di morte per l’incosciente inchino al Giglio. E ricordo il massacro dei media di tutto il mondo sull’Italietta di Schettino (l’unico per il quale non ci sarà patteggiamento e che presumibilmente pagherà per intero le sue colpe). Nei paesi anglosassoni con una tradizione marinara, colpe come quelle emerse nella vicenda “Costa Concordia” sono trattate con la gravità che meritano: la sicurezza è una priorità assoluta. Ciascuno di noi ha esperienza diretta o indiretta di come funzioni la giustizia in Italia: della sua rapidità o lentezza, della sua spietatezza o clemenza, dei suoi pesi e delle sue misure. Une, doppie, trine. La lettera della legge e delle sentenze non combacia col (buon) senso comune. Sarà un caso che la fiducia nelle toghe, in Italia, risulti ai livelli più bassi delle classifiche mondiali? 

Sul Foglio del del 24 luglio 2013 Massimo Bordin spiega bene che nel processo Del Turco la difesa ha dimostrato che in determinati giorni citati dai pm nel capo d'accusa, l'ex governatore abruzzese sicuramente non aveva potuto commettere il reato che gli era imputato. "E' vero" risponde l'accusa. Vorrà dire che cambieremo la data" Capito? Le date non corrispondono così le cambieranno, elementare. Perché Del Turco è, nella loro formazione barbarica, colpevole a prescindere. E quindi quel corpo lo vogliono, anche senza prove. Tutto per loro. Dunque, ecco a voi servita "l'indipendenza della magistratura". A me avevano insegnato che per essere indipendenti, bisogna prima esseri liberi. E per essere liberi, bisogna essere soprattutto Responsabili. A questi giudici gli si potrebbe sicuramente attribuire una certa inclinazione alla libertà, ma intesa come legittimazione a delinquere. E' vero, Del Turco non sarà Tortora. Ma il comportamento da canaglie di alcuni magistrati italiani - salvaguardato da sessant'anni da giornali e apparati - continua e continuerà ad avere, nel tempo, lo stesso tanfo di sempre. E che dire del Processo Mediaset. Un processo "assurdo e risibile", per di più costato ai contribuenti "una ventina di milioni di euro". I conti, e le valutazioni politiche, sono del Pdl che mette nero su bianco i motivi per cui "in qualunque altra sede giudiziaria, a fronte di decisioni consimili si sarebbe doverosamente ed immediatamente pervenuti ad una sentenza più che assolutoria. Ma non a Milano". "Il 'processo diritti Mediaset', così convenzionalmente denominato, è basato su una ipotesi accusatoria così assurda e risibile che in presenza di giudici non totalmente appiattiti sull'accusa e "super partes", sarebbe finito ancor prima di iniziare, con grande risparmio di tempo per i magistrati e di denaro per i contribuenti", si legge nel documento politico elaborato dal Pdl a proposito del processo "diritti Mediaset", "dopo una approfondita analisi delle carte processuali". "Basti pensare - scrive ancora il Pdl - che una sola delle molte inutili consulenze contabili ordinate dalla Procura è costata ai cittadini quasi tre milioni di euro. Non è azzardato ipotizzare che tra consulenze, rogatorie ed atti processuali questa vicenda sia già costata allo Stato una ventina di milioni di euro".

Del Turco come Tortora. Un punto di vista (di sinistra) contro la condanna dell'ex governatore Del Turco. Il caso Del Turco come il caso Tortora: Una condanna senza indizi né prove, scrive Piero Sansonetti il 23 luglio 2013 su “Gli Altri. Il problema non è quello della persecuzione politica o dell’accanimento. La persecuzione è lo spunto, ma il problema è molto più grave: se la cosiddetta “Costituzione materiale” si adatterà al metodo (chiamiamolo così) Del Turco-Minetti, la giustizia in Italia cambierà tutte le sue caratteristiche, sostituendosi allo stato di diritto. E ci rimetteranno decine di migliaia di persone. E saranno riempite le carceri di persone innocenti. Non più per persecuzione ma per “burocrazia” ed eccesso di potere. Il rischio è grandissimo perché, in qualche modo, prelude ad un salto di civiltà. Con le sentenze contro Minetti e, neppure sette giorni dopo, contro Del Turco, la magistratura ha maturato una svolta fondata su due pilastri: il primo è la totale identificazione della magistratura giudicante con la magistratura inquirente: tra le due magistrature si realizza una perfetta integrazione e collaborazione (non solo non c’è separazione delle carriere ma viene stabilita la unità e l’obbligo di lealtà e di collaborazione attiva); il secondo pilastro è la cancellazione, anzi proprio lo sradicamento del principio di presunzione di innocenza. Nel caso della Minetti (accusata di avere organizzato una festa e per questo condannata a cinque anni di carcere) al processo mancavano, più che le prove, il reato. E infatti i giudici, in assenza di delitti definibili giuridicamente, sono ricorsi al “favoreggiamento”. L’hanno condannata per aver “favorito” un festino. Nel caso di Del Turco il reato c’era, ma erano del tutto assenti le prove, e anzi – cosa più grave – i pochi indizi racimolati si sono rivelati falsi durante il processo. Non solo mancavano le prove, e persino gli indizi, ma mancava il corpo del reato. In questi casi è difficile la condanna anche in situazioni di dittatura. I giudici hanno deciso allora di usare questo nuovo principio: è vero che non ci sono né prove né indizi a carico dell’imputato, però la sua difesa ha mostrato solo indizi di innocenza e non una prova regina. E hanno stabilito che non sono consentite “assoluzioni indiziarie”, decidendo di conseguenza la condanna con una nuova formula: insufficienza di prove a discolpa. Avete presenti quei processi americani nei quali il giudice a un certo punto chiede ai giurati: “siete sicuri, oltre ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza dell’imputato?”. In America basta che un solo giurato dica: “no, io un piccolo dubbio ce l’ho ancora…” e l’imputato è assolto. Può essere condannato solo all’unanimità e senza il più piccolo dubbio. Con Del Turco si è fatto al contrario: i giurati hanno stabilito che a qualcuno (per esempio a Travaglio) poteva essere rimasto qualche ragionevole dubbio sulla sua innocenza. E gli hanno rifilato 10 anni di carcere, come fecero una trentina d’anni fa con Enzo Tortora. Con Tortora i Pm avevano lavorato sulla base di indizi falsi o del tutto inventati. In appello Tortora fu assolto, il mondo intero si indignò, ma i pubblici ministeri non ricevettero neppur una noticina di censura e fecero delle grandi carrierone. Sarà così anche con Del Turco. Per oggi dobbiamo però assistere allo spettacolo di uno dei protagonisti della storia del movimento operaio e sindacale italiano condannato sulla base esclusivamente dell’accusa di un imprenditore che probabilmente non aveva ottenuto dalla Regione quello che voleva.

Toghe impunite e fannullone: loro il problema della giustizia. Le condanne abnormi sono ormai quotidiane: da Tortora a Del Turco, è colpa dei magistrati. Ma non si può dire. Su Libero di mercoledì 24 luglio il commento di Filippo Facci: "Toghe impunite e fannullone. Così c'è un Del Turco al giorno". Secondo Facci le condanne abnormi sono ormai quotidiane: dal caso Tortora a oggi il problema giustizia, spiega, è colpa dei magistrati. Ma è vietato dirlo. I casi Del Turco durano un giorno, ormai: scivolano subito in una noia mediatica che è generazionale. La verità è che l’emergenza giustizia e l’emergenza magistrati (ripetiamo: magistrati) non è mai stata così devastante: solo che a forza di ripeterlo ci siamo sfibrati, e l’accecante faro del caso Berlusconi ha finito per vanificare ogni battaglia. E’ inutile girarci attorno: in nessun paese civile esiste una magistratura così, una casta così, una sacralità e un’intangibilità così.

Accade, nelle carceri italiani, che persone indagate per i reati più disparati vengano sbattute in cella per obbligarle a vuotare il sacco. Accade anche che le chiavi che danno la libertà vengano dimenticate in un cassetto per settimane, se non mesi. In barba al principio di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio. Tanto che il carcere preventivo diventa una vera e propria tortura ad uso e consumo delle toghe politicizzate. Toghe che con tipi loschi come gli stupratori si trasformano in specchiati esempi di garantismo. No alla custodia cautelare in carcere per il reato di violenza sessuale di gruppo qualora il caso concreto consenta di applicare misure alternative. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 275, comma 3, terzo periodo, del Codice di procedura penale. I «gravi indizi di colpevolezza». si legge nella motivazione, non rendono automatica la custodia in carcere. La decisione segue quanto già stabilito in relazione ad altri reati, tra cui il traffico di stupefacenti, l'omicidio, e delitti a sfondo sessuale e in materia di immigrazione. La norma “bocciata” dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.232 depositata il 23 luglio 2013, relatore il giudice Giorgio Lattanzi, prevede che quando sussistono gravi indizi di colpevolezza per il delitto di violenza sessuale di gruppo si applica unicamente la custodia cautelare in carcere. Ora la Consulta ha stabilito che, se in relazione al caso concreto, emerga che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure, il giudice può applicarle. Nella sentenza, peraltro, la Corte conferma la gravità del reato, da considerare tra quelli più «odiosi e riprovevoli». Ma la «più intensa lesione del bene della libertà sessuale», «non offre un fondamento giustificativo costituzionalmente valido al regime cautelare speciale previsto dalla norma censurata», scrive la Corte. Alla base del pronunciamento una questione di legittimità sollevata dalla sezione riesame del Tribunale di Salerno. Richiamando anche precedenti decisioni la Consulta ricorda in sentenza come «la disciplina delle misure cautelari debba essere ispirata al criterio del “minore sacrificio necessario”: la compressione della libertà personale deve essere, pertanto, contenuta entro i limiti minimi indispensabili a soddisfare le esigenze cautelari del caso concreto. Ciò impegna il legislatore, da una parte, a strutturare il sistema cautelare secondo il modello della “pluralità graduata”, predisponendo una gamma di misure alternative, connotate da differenti gradi di incidenza sulla libertà personale, e, dall’altra, a prefigurare criteri per scelte “individualizzanti” del trattamento cautelare, parametrate sulle esigenze configurabili nelle singole fattispecie concrete». Sul punto si era pronunciata analogamente la Corte di Cassazione nel 2012, accogliendo il ricorso di due imputati per lo stupro subìto da una minorenne a Cassino. Il Tribunale di Roma aveva confermato il carcere nell'agosto 2011, ma la Cassazione motivò così la sua decisione: «L'unica interpretazione compatibile con i principi fissati dalla sentenza 265 del 2010 della Corte Costituzionale è quella che estende la possibilità per il giudice di applicare misure diverse dalla custodia in carcere anche agli indagati sottoposti a misura cautelare per il reato previsto all'art. 609 octies c.p.». In pratica recependo il dettato della Consulta del 2010 e l'indicazione della Corte di Strasburgo.

Da questo si evince che la Corte Costituzionale se ne infischia della violenza sessuale di gruppo. Oggi le toghe hanno, infatti, deciso che gli stupratori non dovranno scontare la custodia cautelare in carcere qualora il caso concreto consenta di applicare misure alternative. Nessuna preoccupazione, da parte dei giudici costituzionalisti, che le violenze possano essere reiterate. La beffa maggiore? Nella sentenza, della Corte costituzionale le toghe si premurano di confermare la gravità del reato invitando i giudici a considerarlo tra quelli più "odiosi e riprovevoli". Non abbastanza - a quanto pare - per assicurarsi che lo stupratore non commetta più la brutale violenza di cui si macchia. "La più intensa lesione del bene della libertà sessuale - si legge nella sentenza shock redatta dalla Corte - non offre un fondamento giustificativo costituzionalmente valido al regime cautelare speciale previsto dalla norma censurata". Alla base del pronunciamento della Consulta c'è una questione di legittimità sollevata dalla sezione riesame del Tribunale di Salerno. Richiamando anche precedenti decisioni, la Consulta ricorda come la disciplina delle misure cautelari debba essere ispirata al criterio del "minore sacrificio necessario". Già nel 2010 la Corte aveva bocciato le norme in materia di misure cautelari nelle parti in cui escludevano la facoltà del giudice di decidere se applicare la custodia cautelare in carcere o un altro tipo di misura cautelare per chi ha abusato di un minore. Insomma, adesso appare chiaro che il carcere preventivo sia una misura "cautelare" pensata ad hoc per far fuori gli avversari politici. Nemmeno per gli stupratori è più prevista.

Stupro, dalla parte dei carnefici: niente carcere (per un po’) per il branco. Firmato: Corte Costituzionale, scrive Deborah Dirani su Vanity Fair. C’era una volta, 3 anni fa, a Cassino, comune ciociaro di 33 mila anime (per la maggior parte buone), una ragazzina che non aveva ancora compiuto 18 anni ed era molto graziosa. Sgambettava tra libri e primi “ti amo” sussurrati all’orecchio del grande amore, e pensava che la vita fosse bella. Pensava che il sole l’avrebbe sempre scaldata, che le avrebbe illuminato la vita ogni giorno. Non pensava che il sole potesse scomparire, che potesse tramontare e non tornare più a riscaldarle la pelle, a illuminarle la vita. Ma un giorno, un giorno di 3 anni fa, il suo sole tramontò oscurato dal buio di due ragazzi del suo paese, due che la volevano e, dato che con le buone non erano riusciti a prenderla, quel giorno scuro decisero di ricordarle che la donna è debole e l’uomo è forte. Così, quei due maschi del suo paese, la stuprarono, assieme, dandosi il cambio, a turno. Lei non voleva, lei piangeva, lottava, mordeva e graffiava con le sue unghie dipinte di smalto. Lei urlava, ci provava, perché poi quelli erano in due e si ritrovava sempre con una mano sulla bocca che la faceva tacere, che non la faceva respirare. Ma gli occhi quella ragazzina li aveva aperti a cercare quelli di quei due, a chiedere pietà, a scongiurarli di ritirarsi su i pantaloni, di uscire da lei, che le facevano male, nel cuore, più ancora che tra le gambe. Raccontano che quella ragazzina oggi non viva più nel suo paese, che quella notte sia scesa sulla sua vita e ancora non l’abbia lasciata. Raccontano che non esca di casa, che soffra di depressione e attacchi di panico. Raccontano che il suo buio sia denso come il petrolio. Raccontano che sia come un cormorano con le ali zuppe di olio nero che non può più volare. Raccontano anche che quando, a pochi mesi dal giorno più brutto della sua vita, la Corte di Cassazione ha stabilito che i suoi due stupratori non dovessero stare in custodia cautelare in carcere, ma potessero (in attesa della sentenza definitiva) essere trattenuti ai domiciliari, lei abbia pensato che Rino Gaetano non avesse mica ragione a cantare che il cielo è sempre più blu. Secondo la Cassazione, la galera (prevista da una legge approvata dal Parlamento nel 2009 che stabiliva che dovesse stare in carcere chiunque avesse abusato di una minorenne) non era giusta per quei due bravi figlioli perché quella stessa legge del 2009 violava gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione rieducativa della pena) della Costituzione. Secondo i giudici, insomma, ci sono misure alternative al carcere (nella fattispecie gli arresti domiciliari) alle quali ricorrere in casi come questo. Questo che, per la cronaca, è uno stupro di gruppo. I giorni passano, la vita continua, le sentenze si susseguono e quella della Cassazione  apre un’autostrada a 4 corsie per chi, in compagnia di un paio di amici, prende una donna le apre le gambe e la spacca a metà. Così la Corte Costituzionale, la Suprema Corte, con una decisione barbara, incivile, retrograda, vigliacca, pilatesca, giusto poche ore fa,  ha dichiarato illegittimo l’articolo 275, comma 3, periodo terzo del Codice di Procedura Penale che prevede che gravi indizi di colpevolezza rendano automatica la custodia cautelare in carcere per chi commette il reato previsto all’articolo 609 octies del Codice Penale: lo stupro di gruppo (niente carcere subito per chi violenta in gruppo, non importa, dice la Corte Costituzionale). Fortuna che quella ragazzina, che lo stupro di gruppo lo ha provato sulla sua luminosa pelle di adolescente,  non può guardare in faccia i giudici di quella che  si chiama Suprema Corte che hanno sentenziato che i suoi stupratori in galera non ci debbano andare (almeno fino al terzo grado di giudizio), ma che possano beatamente starsene ai domiciliari. Che possano evadere dai domiciliari (fossero i primi), possano prendere un’altra ragazzina, un’altra donna, un’altra mamma, una vedova, una che comunque in mezzo alle gambe ha un taglio e abusarne a turno, per ore, per giorni. Fino a quando ne hanno voglia. E poi, ritirati su i pantaloni, possano tonarsene  a casa, ai domiciliari, che il carcere chissà se e quando lo vedranno. Bastardi, loro, e chi non fa giustizia. Che una donna non è un pezzo di carne con un taglio tra le gambe. Questa ragazzina non era quello che quei due maschi avevano visto in lei: un pezzo di carne, giovane, con un taglio in cui entrare a forza. No, non era un pezzo di carne, era un essere umano, e la Corte Costituzionale, la CORTE COSTITUZIONALE, non un giudice qualunque oberato e distratto di carte e senza un cancelliere solerte, ha certificato che il suo dolore non meritava nemmeno la consolazione che si dovrebbe alle vittime, agli esseri umani umiliati e offesi. Chi ha negato a questa giovane donna il diritto a credere nel sole della giustizia non è in galera, oggi. Chi da oggi lo negherà a qualunque donna: a voi che mi leggete, alle vostre figlie, mamme, nonne, sorelle, non andrà in galera. Non ci andrà fino a quando l’ultimo grado di giudizio non avrà stabilito che sì, in effetti, un po’ di maschi che tengono ferma una donna e che a turno le entrano dentro al corpo e all’anima, sono responsabili del suo dolore, del buio in cui l’hanno sepolta. E allora, voglio le parole della presidente della Camera, del ministro per le Pari opportunità, voglio le parole di ogni donna: le voglio sentire perché non serve essere femministe e professioniste delle dichiarazioni per scendere in piazza, in tutte le piazze, e incazzarsi. Non ci vuole sempre un capo del Governo antipatico e discutibile per fare scendere in piazza noi donne. Perché: SE NON OGGI, QUANDO?

Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO!!

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

Tutti dentro se la legge fosse uguale per tutti. Ma la legge non è uguale per tutti. Così la Cassazione si è tradita. Sconcertante linea delle Sezioni unite civili sul caso di un magistrato sanzionato. La Suprema Corte: vale il principio della discrezionalità. E le toghe di Md si salvano, scrive Stefano Zurlo su “Il Giornale”. La legge è uguale per tutti. Ma non al tribunale dei giudici. Vincenzo Barbieri, toga disinvolta, viene inchiodato dalle intercettazioni telefoniche, ma le stesse intercettazioni vengono cestinate nel caso di Paolo Mancuso, nome storico di Magistratura democratica. Eduardo Scardaccione, altro attivista di Md, la corrente di sinistra delle toghe italiane, se la cava anche se ha avuto la faccia tosta di inviare un pizzino al collega, prima dell'udienza, per sponsorizzare il titolare di una clinica. Assolto pure lui, mentre Domenico Iannelli, avvocato generale della Suprema corte, si vede condannare per aver semplicemente sollecitato una sentenza attesa da quasi sette anni. Sarà un caso ma il tribunale disciplinare funziona così: spesso i giudici al di fuori delle logiche correntizie vengono incastrati senza pietà. Quelli che invece hanno un curriculum sfavillante, magari a sinistra, magari dentro Md, trovano una via d'uscita. Non solo. Quel che viene stabilito dalla Sezione disciplinare del Csm trova facilmente sponda nel grado superiore, alle Sezioni unite civili della Cassazione, scioglilingua chilometrico, come i titoli dei film di Lina Wertmüller, per indicare la più prestigiosa delle corti. E proprio le Sezioni unite civili della Cassazione, nei mesi scorsi, hanno teorizzato il principio che sancisce la discrezionalità assoluta per i procedimenti disciplinari: se un magistrato viene punito e l'altro no, si salva anche se la mancanza è la stessa, pazienza. Il primo se ne dovrà fare una ragione. Testuale. Così scrive l'autorevolissimo collegio guidato da Roberto Preden, dei Verdi, l'altra corrente di sinistra della magistratura italiana, e composto da eminenti giuristi come Renato Rordorf e Luigi Antonio Rovelli, di Md, e Antonio Segreto di Unicost, la corrente di maggioranza, teoricamente centrista ma spesso orientata a sua volta a sinistra. A lamentarsi è Vincenzo Brancato, giudice di Lecce, incolpato per gravi ritardi nella stesura delle sentenze e di altri provvedimenti. La Cassazione l'ha condannato e le sezioni unite civili confermano ribadendo un principio choc: la legge non è uguale per tutti. O meglio, va bene per gli altri, ma non per i giudici. Un collega di Lecce, fa notare Brancato, ha avuto gli stessi addebiti ma alla fine è uscito indenne dal processo disciplinare. Come mai? È tutto in regola, replica il tribunale di secondo grado. «La contraddittorietà di motivazione - si legge nel verdetto del 25 gennaio 2013 - va colta solo all'interno della stessa sentenza e non dal raffronto fra vari provvedimenti, per quanto dello stesso giudice». Chiaro? Si può contestare il diverso trattamento solo se i due pesi e le due misure convivono dentro lo stesso verdetto. Altrimenti ci si deve rassegnare. E poiché Brancato e il collega più fortunato, valutato con mano leggera, sono protagonisti di due sentenze diverse, il caso è chiuso. Senza se e senza ma: «Va ribadito il principio già espresso da queste sezioni unite secondo cui il ricorso avverso le pronunce della sezione disciplinare del Csm non può essere rivolto a conseguire un sindacato sui poteri discrezionali di detta sezione mediante la denuncia del vizio di eccesso di potere, attesa la natura giurisdizionale e non amministrativa di tali pronunce». Tante teste, tante sentenze. «Pertanto non può censurarsi il diverso metro di giudizio adottato dalla sezione disciplinare del Csm nel proprio procedimento rispetto ad altro, apparentemente identico, a carico di magistrato del medesimo ufficio giudiziario, assolto dalla stessa incolpazione». Tradotto: i magistrati, nelle loro pronunce, possono far pendere la bilancia dalla parte che vogliono. Il principio è srotolato insieme a tutte le sue conseguenze e porta il timbro di giuristi autorevolissimi, fra i più titolati d'Italia. È evidente che si tratta di una massima sconcertante che rischia di creare figli e figliastri. È, anche, sulla base di questo ragionamento che magistrati appartenenti alle correnti di sinistra, in particolare Md, così come le toghe legate alle corporazioni più strutturate, sono stati assolti mentre i loro colleghi senza reti di rapporti o di amicizie sono stati colpiti in modo inflessibile. Peccato che questo meccanismo vada contro la Convenzione dei diritti dell'uomo: «L'articolo 14 vieta di trattare in modo differente, salvo giustificazione ragionevole e obiettiva, persone che si trovino in situazioni analoghe». Per i giudici italiani, a quanto pare, questo criterio non è valido. Non solo. La stessa Cassazione, sezione Lavoro, afferma che la bilancia dev'essere perfettamente in equilibrio. Il caso è quello di due dipendenti Telecom che avevano usato il cellulare aziendale per conversazioni private. Il primo viene licenziato, il secondo no. E dunque quello che è stato spedito a casa si sente discriminato e fa causa. La Cassazione gli dà ragione: «In presenza del medesimo illecito disciplinare commesso da più dipendenti, la discrezionalità del datore di lavoro non può trasformarsi in arbitrio, con la conseguenza che è fatto obbligo al datore di lavoro di indicare le ragioni che lo inducono a ritenere grave il comportamento illecito di un dipendente, tanto da giustificare il licenziamento, mentre per altri dipendenti è applicata una sanzione diversa». Il metro dev'essere sempre lo stesso. Ma non per i magistrati, sudditi di un potere discrezionale che non è tenuto a spiegare le proprie scelte. La regola funziona per i dipendenti Telecom, insomma, per i privati. Non per i magistrati e il loro apparato di potere. La legge è uguale per tutti ma non tutti i magistrati sono uguali davanti alla legge. La Legge che non sia uguale per tutti è pacifico. Invece è poco palese la sua conoscenza, specie se in Italia è tutto questione di famiglia. Famiglia presso cui si devono lavare i panni sporchi.

Quando anche per i comunisti è tutto questione di famiglia.

Luigi Berlinguer (ex ministro PD) è il cugino di Bianca Berlinguer (direttrice del Tg3 e figlia di Enrico) che è sposata con Luigi Manconi (senatore PD, fondatore e presidente dell’Associazione “A Buon Diritto”) che è cognato di Luca Telese (giornalista La7 e Canale 5) che è marito di Laura Berlinguer (giornalista MEDIASET) che è cugina di Sergio Berlinguer (consigliere di Stato), fratello di Luigi e cugino di Enrico.

Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO??? QUASI TUTTI!!!!

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

La Commissione europea, la Corte Europea dei diritti dell’uomo e “Le Iene”, sputtanano. Anzi, “Le Iene” no!!

E la stampa censura pure…..

Pensavo di averle viste tutte.

La Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione contro l'Italia perchè non adegua la sua normativa sulla responsabilità civile dei giudici al diritto comunitario. Bruxelles si aspetta che il governo nostrano estenda la casistica per i risarcimenti "cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie". Casistica regolata da una legge del 1988 e assai stretta: il legislatore prevede che le toghe rispondano in prima persona solo in caso di dolo o colpa grave nel compimento dell'errore giudiziario. Qual è il problema per l'Ue? Si chiede “Libero Quotidiano”. Che i giudici italiani sono chiamati a pagare per i propri errori in casi troppo ristretti, godendo di una normativa che non solo li avvantaggia rispetto ad altri lavoratori e professionisti italiani, ma anche rispetto ai propri colleghi europei. La legge italiana 117/88 restringe la responsabilità dei giudici ai soli casi di errore viziato da "dolo e colpa grave". E, come se non fosse abbastanza, il legislatore assegna l'onere della prova (ovvero la dimostrazione del dolo e della colpa del giudice) al querelante che chiede risarcimento per il danno subito. Per l'Ue troppo poco. La Commissione Ue chiede all'Italia di conformarsi al diritto comunitario. Innanzitutto via l'onere della dimostrazione del dolo e della colpa. E poi estensione della responsabilità del giudice di ultima istanza anche ai casi di sbagliata interpretazione delle leggi e di errata valutazione delle prove, anche senza il presupposto della malevolezza della toga verso l'imputato. Anche per colpa semplice, insomma. E, comunque, non pagano i giudici, paghiamo noi.

Inoltre su un altro punto è intervenuta l’Europa. Condannare un giornalista alla prigione è una violazione della libertà d’espressione, salvo casi eccezionali come incitamento alla violenza o diffusione di discorsi razzisti. A stabilirlo, ancora una volta. è la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza in cui dà ragione a Maurizio Belpietro, direttore di Libero, condannato a quattro anni dalla Corte d’Appello di Milano.

La Convenzione e la Corte europea dei diritti dell’uomo ampliano il diritto di  cronaca (“dare e ricevere notizie”) e proteggono il segreto professionale dei giornalisti. No alle perquisizioni in redazione! Il giudice nazionale deve tener conto delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo ai fini della decisione, anche in corso di causa, con effetti immediati e assimilabili al giudicato: è quanto stabilito dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 19985 del 30/9/2011.

Cedu. Decisione di Strasburgo. Il diritto di cronaca va sempre salvato. Per i giudici l'interesse della collettività all'informazione prevale anche quando la fonte siano carte segretate, scrive Marina Castellaneta per Il Sole 24 Ore il 17/4/2012. La Corte europea dei diritti dell'uomo pone un freno alle perquisizioni nei giornali e al sequestro da parte delle autorità inquirenti dei supporti informatici dei giornalisti. Con un preciso obiettivo. Salvaguardare il valore essenziale della libertà di stampa anche quando sono pubblicate notizie attinte da documenti coperti da segreto. Lo ha chiarito la Corte dei diritti dell'uomo nella sentenza depositata il 12 aprile 2012 (Martin contro Francia) che indica i criteri ai quali anche i giudici nazionali devono attenersi nella tutela del segreto professionale dei giornalisti per non incorrere in una violazione della Convenzione e in una condanna dello Stato. A Strasburgo si erano rivolti quattro giornalisti di un quotidiano francese che avevano pubblicato un resoconto di documenti della Corte dei conti che riportavano anomalie nell'amministrazione di fondi pubblici compiute da un ex governatore regionale. Quest'ultimo aveva agito contro i giornalisti sostenendo che era stato leso il suo diritto alla presunzione d'innocenza anche perché erano stati pubblicati brani di documenti secretati. Il giudice istruttore aveva ordinato una perquisizione nel giornale con il sequestro di supporti informatici, agende e documenti annotati. Per i giornalisti non vi era stato nulla da fare. Di qui il ricorso a Strasburgo che invece ha dato ragione ai cronisti condannando la Francia per violazione del diritto alla libertà di espressione (articolo 10 della Convenzione). Per la Corte la protezione delle fonti dei giornalisti è una pietra angolare della libertà di stampa. Le perquisizioni nel domicilio e nei giornali e il sequestro di supporti informatici con l'obiettivo di provare a identificare la fonte che viola il segreto professionale trasmettendo un documento ai giornalisti compromettono la libertà di stampa. Anche perché il giornalista potrebbe essere dissuaso dal fornire notizie scottanti di interesse della collettività per non incorrere in indagini. È vero - osserva la Corte - che deve essere tutelata la presunzione d'innocenza, ma i giornalisti devono informare la collettività. Poco contano - dice la Corte - i mezzi con i quali i giornalisti si procurano le notizie perché questo rientra nella libertà di indagine che è inerente allo svolgimento della professione. D'altra parte, i giornalisti avevano rispettato le regole deontologiche precisando che i fatti riportati erano ricavati da un rapporto non definitivo. Giusto, quindi, far conoscere al pubblico le informazioni in proprio possesso sulla gestione di fondi pubblici.

Ed ancora. La Corte europea dei diritti dell’Uomo ha accolto il ricorso presentato dall’autore di “Striscia la notizia”, Antonio Ricci, per violazione dell’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. Il ricorso era stato presentato in seguito alla sentenza con la quale, nel 2005, la Corte di cassazione – pur dichiarando la prescrizione del reato – aveva ritenuto integrato il reato previsto dall’art. 617 quater e 623 bis c.p., per avere “Striscia la notizia” divulgato nell’ottobre del 1996 un fuori onda della trasmissione di Rai3 “L’altra edicola”, con protagonisti il filosofo Gianni Vattimo e lo scrittore Aldo Busi che se ne dicevano di tutti i colori.

I fatti risalgono al 1996 e c'erano voluti 10 anni perchè la Cassazione ritenesse Ricci colpevole per la divulgazione del fuori onda di Rai Tre. 

«Superando le eccezioni procedurali interposte dal Governo Italiano, che - dicono i legali di Ricci, Salvatore Pino e Ivan Frioni - ha provato a scongiurare una pronuncia che entrasse nel merito della vicenda, ha ottenuto l’auspicato risarcimento morale, sancito dalla Corte che – al termine di una densa motivazione – ha riconosciuto la violazione dell’art. 10 della Convenzione, posto a tutela della libertà d’espressione».

«La Corte – dopo aver riconosciuto che “il rispetto della vita privata e il diritto alla libertà d’espressione meritano a priori un uguale rispetto” – diversamente da quanto sostenuto dai giudici italiani, “che -spiega l’avvocato Salvatore Pino- avevano escluso la possibilità stessa di un bilanciamento – ha ritenuto che la condanna di Antonio Ricci abbia costituito un’ingerenza nel suo diritto alla libertà di espressione garantito dall’articolo 10 § 1 della Convenzione ed ha altresì stigmatizzato la sproporzione della pena applicata rispetto ai beni giuridici coinvolti e dei quali era stata lamentata la lesione».

«Sono felice per la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo - ha commentato Antonio Ricci, creatore di Striscia la notizia.- La condanna aveva veramente dell’incredibile, tra l’altro sia in primo che in secondo grado la Pubblica Accusa aveva chiesto la mia assoluzione. E' una vittoria di Antonio Ricci contro lo Stato italiano, per questo la sentenza di Strasburgo è molto importante». E' soddisfatto il patron di Striscia la notizia per quella che ritiene essere stata una vittoria di principio. «Il fatto che l'Europa si sia pronunciata a mio favore - ha dichiarato Ricci - implica che esiste una preoccupazione in merito alla libertà d'espressione nel nostro Paese». Una vittoria importante nella battaglia per la libertà d'espressione che segna un punto a favore di Ricci e che pone ancora una volta l'accento sui lacci e lacciuoli con i quali bisogna fare i conti in Italia quando si cerca di fare informazione, come spiega lo stesso Ricci nella video intervista. «Quante volte sono andati in onda dei fuori onda - si è chiesto Ricci - E nessuno è mai stato punito? Per questo sono voluto andare fino in fondo, la mia è stata una battaglia di principio». 

Trattativa stato-mafia, Ingroia rientra nel processo come avvocato parte civile. Rappresenta l'associazione vittime della strage di via Georgofili. Si presenta con la sua vecchia toga, abbracciato dagli amici pm. Antonio Ingroia, nelle vesti di avvocato di parte civile. Il leader di Azione civile rappresenta l'associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, presieduta da Giovanna Maggiani Chelli. Ingroia sarà il sostituto processuale dell'avvocato Danilo Ammannato. Antonio Ingroia denunciato per esercizio abusivo della professione? Il rischio c'è. Il segretario dell’Ordine di Roma, dove Ingroia è iscritto, e il presidente del Consiglio di Palermo, dove sarebbe avvenuto l’esercizio abusivo della professione, ritengono "che prima di potere esercitare la professione l’avvocato debba giurare davanti al Consiglio".

Ed Ancora. Bruxelles avvia un'azione contro l'Italia per l'Ilva di Taranto. La Commissione "ha accertato" che Roma non garantisce che l'Ilva rispetti le prescrizioni Ue sulle emissioni industriali, con gravi conseguenze per salute e ambiente. Roma è ritenuta "inadempiente" anche sulla norma per la responsabilità ambientale. La Commissione europea ha avviato la procedura di infrazione sull’Ilva per violazione delle direttive sulla responsabilità ambientale e un’altra sul mancato adeguamento della legislazione italiana alle direttive europee in materia di emissioni industriali. Le prove di laboratorio «evidenziano un forte inquinamento dell'aria, del suolo, delle acque di superficie e delle falde acquifere, sia sul sito dell'Ilva, sia nelle zone abitate adiacenti della città di Taranto. In particolare, l'inquinamento del quartiere cittadino di Tamburi è riconducibile alle attività dell'acciaieria». Oltre a queste violazioni della direttiva IPPC e al conseguente inquinamento, risulta che «le autorità italiane non hanno garantito che l'operatore dello stabilimento dell'Ilva di Taranto adottasse le misure correttive necessarie e sostenesse i costi di tali misure per rimediare ai danni già causati».

Bene. Di tutto questo la stampa si guarda bene di indicare tutti i responsabili, non fosse altro che sono i loro referenti politici. Ma sì, tanto ci sono “Le Iene” di Italia 1 che ci pensano a sputtanare il potere.

Cosa????

Invece “Le Iene” ci ricascano. Tralasciamo il fatto che è da anni che cerco un loro intervento a pubblicizzare l’ignominia dell’esame forense truccato, ma tant’è. Ma parliamo di altro. La pubblicazione del video di Alessandro Carluccio denuncia la censura de “Le Iene” su Francesco Amodeo, quando Francesco ha parlato è stato censurato...non serve parlare !! il Mes, il gruppo Bilderberg, Mario Monti, Enrico Letta, Giorgio Napolitano, il Signoraggio Bancario, la Guerra Invisibile,...e tanta truffa ancora!!! Alessandro Carluccio, il bastardo di professione .. "figlio di iene"….indaga,..spiegando che non è crisi.. è truffa..se accarezzi la iena rischi di esser azzannato...in quanto la iena approfitta delle prede facili...ma se poi dopo diventi il leone sono costrette a scappare...un faccia a faccia con Matteo Viviani e Pablo Trincia in arte LE IENE....con Francesco Amodeo.

Dopo questo, ci si imbatte nel caso di Andrea Mavilla, vittima di violenza e di censura. C’è il servizio shock delle Iene sui carabinieri, ma il video scompare scatenando le ire del web. Una storia davvero incredibile che ha lasciato tutto il pubblico de Le Iene Show senza parole. Peccato che le stesse Iene abbiano censurato, o siano state costrette a farlo, il loro stesso lavoro. “Ma il servizio di Viviani?”, “dove si può vedere il video riguardo Andrea Mavilla e il vergognoso abuso di potere che ha subito?”, “TIRATE FUORI IL VIDEO!”. Sono solo alcuni dei commenti che hanno inondato il 25 settembre 2013 la pagina Facebook di Le Iene, noto programma di Italia Uno la cui fama è legata ai provocatori, ma anche il più delle volte illuminanti, servizi di inchiesta, scrive Francesca su “Che Donna”. Proprio oggi però l’intrepido coraggio dei ragazzi in giacca e cravatta è stato messo in dubbio proprio dai loro stessi fan. Tempo fa Andrea Mavilla, blogger, filmò un’auto dei carabinieri mentre sostava contromano sulle strisce pedonali: l’uomo dimostrò che i tre militari rimasero diversi minuti nella pasticceria lì vicino, uscendo poi con un pacchetto della stessa. I carabinieri dovettero poi ricorrere alle vie legali, dimostrando con tanto di verbale che il pasticcere li aveva chiamati e loro, seguendo il regolamento, erano intervenuti parcheggiando la volante quanto più vicino possibile al locale. Il pacchetto? Un semplice regalo del negoziante riconoscente per la celerità dell’arma. Storia finita dunque? A quanto pare no. Il blogger infatti sostiene di aver subito una ritorsione da parte dell’arma: i carabinieri sarebbero entrati senza mandato in casa sua svolgendo una perquisizione dunque non autorizzata. Proprio qui sono intervenute Le Iene: Viviani, inviato del programma, ha infatti realizzato sull’accaduto un servizio andato in onda la sera del 24 settembre 2013, alla ripresa del programma dopo la pausa estiva. Inutile dire che la cosa ha subito calamitato l’attenzione del pubblico che così, la mattina dopo, si è catapultato sul web per rivedere il servizio. Peccato che questo risulta ad oggi irreperibile e la cosa non è proprio piaciuta al pubblico che ora alza la voce su Facebook per richiedere il filmato in questione. Come mai manca proprio quel filmato? Che i temerari di Italia Uno non siano poi così impavidi? Le provocazioni e le domande fioccano sul social network e la storia sembra dunque non finire qui.

Quando la tv criminalizza un territorio.

7 ottobre 2013. Dal sito di Striscia la Notizia si legge “Stasera a Striscia la notizia Fabio e Mingo documentano la situazione di drammatico degrado in cui vivono migliaia di persone nelle campagne di Foggia. Si tratta di lavoratori stranieri che vengono in Italia per raccogliere i pomodori e lavorano dalle 5 del mattino fino a notte per pochi euro. Il caso documentato da Striscia riguarda un gruppo di lavoratori bulgari che per otto mesi l'anno vivono con le loro famiglie in case improvvisate, senza acqua, gas e elettricità, in condizioni igieniche insostenibili, tra fango e rifiuti di ogni genere, tra cui anche lastre di amianto.”

In effetti il filmato documenta una situazione insostenibile. Certo, però, ben lontana dalla situazione descritta. Prima cosa è che non siamo in periodo di raccolta del pomodoro, né dell’uva. Nel filmato si vede un accampamento di poche famiglie bulgare, ben lontane dal numero delle migliaia di persone richiamate nel servizio. Famiglie senza acqua, luce e servizi igienici. Un accampamento immerso nell’immondizia e con auto di grossa cilindrata parcheggiate vicino alle baracche. «Scusate ma a me sembra un "normale" accampamento di Zingari, come ci sono ahimè in tutte le città italiane - scrive Antonio sul sito di Foggia Today - Purtroppo oggi la televisione per fare audience, deve proporre continuamente lo scoop, specialmente quando si tratta di televisione cosiddetta commerciale. Ma anche la televisione pubblica a volte non è esente da criticare a riguardo. Fare televisione oggi significa soprattutto speculare sulla notizia, e molte volte non ci si fa scrupoli di speculare anche sulle tragedie, pur di raggiungere gli agognati indici di ascolto. E tutto questo senza preoccuparsi minimamente, di quanto viene proposto agli spettatori, a volte paganti (vedi il canone Rai). Tanto a nessuno importa, perchè vige la regola: "Il popolo è ignorante".» Giovanni scrive: «quello è un campo nomadi e non il campo dei lavoratori agricoli stagionali».

Questo non per negare la terribile situazione in cui versano i lavoratori stagionali, a nero e spesso clandestini, che coinvolge tutta l’Italia e non solo il Foggiano, ma per dare a Cesare quel che è di Cesare.

In effetti di ghetto ne parla “Foggia Città Aperta”. Ma è un’altra cosa rispetto a quel campo documentato da Striscia. Una fetta di Africa a dodici chilometri da Foggia. Benvenuti nel cosiddetto Ghetto di Rignano, un villaggio di cartone sperduto fra le campagne del Tavoliere Dauno che ogni estate ospita circa 700 migranti. Tutti, o quasi, impegnati nella raccolta dei campi, in modo particolare dei pomodori. Dodici ore di lavoro sotto al sole e al ritorno neanche la possibilità di farsi la doccia. Attenzione si parla di Africani, non di Bulgari.

Sicuramente qualcuno mi farà passare per razzista, ma degrado e sudiciume illustrato da Striscia, però, sono causati da quelle persone che ivi abitano e non sono certo da addebitarsi all’amministrazione pubblica Foggiana, che eventualmente, per competenza, non ha ottemperato allo sgombero ed alla bonifica dei luoghi.

Ai buonisti di maniera si prospettano due soluzioni:

L’Amministrazione pubblica assicura ai baraccati vitto, alloggio e lavoro, distogliendo tale diritto ai cittadini italiani, ove esistesse;

L’Amministrazione pubblica assicura la prole ad un centro per minori, togliendoli alle famiglie; libera con forza l’accampamento abusivo e persegue penalmente i datori di lavori, ove vi sia sfruttamento della manodopera; chiede ai baraccati ragione del loro tenore di vita in assenza di lavoro, per verificare che non vi siano da parte loro atteggiamenti e comportamenti criminogeni, in tal caso provvede al rimpatrio coatto.  

Colui il quale dalla lingua biforcuta sputerà anatemi per aver ristabilito una certa verità, sicuramente non avrà letto il mio libro “UGUAGLIANZIOPOLI L’ITALIA DELLE DISUGUAGLIANZE. L'ITALIA DELL'INDISPONENZA, DELL'INDIFFERENZA, DELL'INSOFFERENZA”, tratto dalla collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Opere reperibili su Amazon.it.

Alla fine della fiera, si può dire che stavolta Fabio e Mingo e tutta Striscia la Notizia per fare sensazionalismo abbiano toppato?

Che anche le toghe paghino per i loro errori: adesso lo pretende la Ue, chiede “Libero Quotidiano”. La Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione contro l'Italia perchè non adegua la sua normativa sulla responsabilità civile dei giudici al diritto comunitario. Bruxelles si aspetta che il governo nostrano estenda la casistica per i risarcimenti "cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie". Casistica regolata da una legge del 1988 e assai stretta: il legislatore prevede che le toghe rispondano in prima persona solo in caso di dolo o colpa grave nel compimento dell'errore giudiziario. All'Ue non sta bene, e il procedimento di infrazione non è un fulmine a ciel sereno. E' del novembre 2011 la condanna all'Italia da parte della Corte di Giustizia Ue per l'inadeguatezza della nostra normativa in materia di responsabilità civile dei giudici, mentre già nel settembre 2012 la Commissione aveva chiesto al governo aggiornamenti sull'applicazione del decreto di condanna. Ma non è bastato. In due anni i governi di Mario Monti e Enrico Letta non hanno adeguato la legge italiana a quella europea, e ora l'Ue passa ai provvedimenti sanzionatori. L'Italia è responsabile della violazione del diritto dell'Unione da parte di un suo organo (in questo caso giudiziario), e per questo sarà chiamata a pagare. Qual è il problema per l'Ue? Che i giudici italiani sono chiamati a pagare per i propri errori in casi troppo ristretti, godendo di una normativa che non solo li avvantaggia rispetto ad altri lavoratori e professionisti italiani, ma anche rispetto ai propri colleghi europei. La legge italiana 117/88 restringe la responsabilità dei giudici ai soli casi di errore viziato da "dolo e colpa grave". E, come se non fosse abbastanza, il legislatore assegna l'onere della prova (ovvero la dimostrazione del dolo e della colpa del giudice) al querelante che chiede risarcimento per il danno subito. Per l'Ue troppo poco. La Commissione Ue chiede all'Italia di conformarsi al diritto comunitario. Innanzitutto via l'onere della dimostrazione del dolo e della colpa. E poi estensione della responsabilità del giudice di ultima istanza anche ai casi di sbagliata interpretazione delle leggi e di errata valutazione delle prove, anche senza il presupposto della malevolezza della toga verso l'imputato. Anche per colpa semplice, insomma. Interpellate da Bruxelles nel settembre 2012, le autorità italiane avevano risposto in maniera rassicurante: cambieremo la legge. In dodici mesi non si è mossa una foglia, e ora il Belpaese va incontro a un procedimento di infrazione, cioè a una cospicua multa. Insomma, non pagano i giudici, paghiamo noi.

La proposta di aprire una nuova procedura d'infrazione è stata preparata dal servizio giuridico della Commissione che fa capo direttamente al gabinetto del presidente Josè Manuel Barroso, scrive “La Repubblica”. Bruxelles si è in pratica limitata a constatare che a quasi due anni dalla prima condanna, l'Italia non ha fatto quanto necessario per eliminare la violazione del diritto europeo verificata nel 2011. La prima sentenza emessa dai giudici europei ha decretato che la legge italiana sulla responsabilità civile dei magistrati li protegge in modo eccessivo dalle conseguenze del loro operato, ovvero rispetto agli eventuali errori commessi nell'applicazione del diritto europeo (oggi circa l'80% delle norme nazionali deriva da provvedimenti Ue). Due in particolare le ragioni che hanno portato Commissione e Corte a censurare la normativa italiana giudicandola incompatibile con il diritto comunitario. In primo luogo, osservano fonti europee, la legge nazionale esclude in linea generale la responsabilità dei magistrati per i loro errori di interpretazione e valutazione. Inoltre, la responsabilità dello Stato scatta solo quando sia dimostrato il dolo o la colpa grave. Un concetto, quest'ultimo, che secondo gli esperti Ue la Cassazione ha interpretato in maniera troppo restrittiva, circoscrivendola a sbagli che abbiano un carattere “manifestamente aberrante”.

Ciò che l'Unione Europea contestava, e ancora contesta, è l'eccessiva protezione garantita alla magistratura italiana, scrive “Il Giornale”. Per eventuali errori commessi nell'applicare il diritto europeo, non è infatti prevista responsabilità civile, che entra in gioco per dolo o colpa grave, ma non per errori di valutazione o interpretazione. Una differenzia importante, se si considera che circa l'80% delle norme italiana deriva ormai da provvedimenti comunitari.

Pronta la replica delle toghe: guai a toccare i magistrati.

Nessun "obbligo per l'Italia di introdurre una responsabilità diretta e personale del singolo giudice": l'Europa "conferma che nei confronti del cittadino l'unico responsabile è lo Stato". Il vice presidente del Csm Michele Vietti commenta così la notizia dell'avvio di una procedura da parte dell'Ue. "L'Europa ha parlato di responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario; non entra invece nella questione della responsabilità personale dei giudici perché é un problema di diritto interno, regolato diversamente nei vari Stati membri", ha puntualizzato il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Rodolfo Sabelli, che sin da ora avverte: "Denunceremo ogni tentativo di condizionamento dei magistrati attraverso una disciplina della responsabilità civile che violi i principi di autonomia e indipendenza".

Tutti uguali davanti alla legge. Tutti uguali? Anche i magistrati? E invece no. I magistrati sono al di sopra della legge, ci si tengono - al di sopra - con pervicacia, si rifugiano sotto l’ombrello dell’autonomia, indipendenza dalla politica, in realtà tenendosi stretto il privilegio più anacronistico che si possa immaginare: l’irresponsabilità civile. O irresponsabilità incivile, scrive Marvo Ventura su “Panorama”. La Commissione Europea ha deciso di avviare una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per l’eccessiva protezione offerta dalle norme ai magistrati, per i limiti all’azione di risarcimento delle vittime di palesi e magari volute ingiustizie. Per l’irresponsabilità del magistrato che per dolo o colpa grave rovini la vita delle persone con sentenze chiaramente errate, se non persecutorie. Succede che in capo direttamente al presidente della Commissione UE, Barroso, è partita la proposta di agire contro l’Italia per aver totalmente ignorato la condanna del 2011 della Corte di Giustizia che fotografava l’inadeguatezza del sistema italiano agli standard del diritto europeo rispetto alla responsabilità civile delle toghe. Dov’è finita allora l’urgenza, la fretta, quel rimbocchiamoci le maniche e facciamo rispettare la legge e le sentenze, che abbiamo visto negli ultimi giorni, settimane, mesi, come una battaglia di principio che aveva e ha come bersaglio l’avversario politico Silvio Berlusconi. Perché dal 1987, anno del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, c’è stata solo una legge, la Vassalli dell’anno successivo, che serviva purtroppo per introdurre una qualche responsabilità ma non troppa, per non pestare i piedi alla magistratura, forte già allora di uno strapotere discrezionale nella sua funzione inquirente e nella sua vocazione sovente inquisitoria. Adesso che l’Europa ci bacchetta (e la minaccia è anche quella di farci pagare per l’irresponsabilità dei nostri magistrati, dico far pagare a noi contribuenti che sperimentiamo ogni giorno le inefficienze e i ritardi della giustizia civile e penale), l’Europa non è più quel mostro sacro che ha sempre ragione. Non è più neanche il depositario del bene e del giusto. È invece la fonte di una raccomandazione che merita a stento dichiarazioni di seconda fila. E l’Associazione nazionale magistrati stavolta non tuona, non s’indigna, non incalza. Si limita a scaricare il barile al governo, dice per bocca dei suoi vertici che la Commissione non ha infilzato i singoli magistrati ma lo Stato italiano per la sua inadempienza al diritto UE, comunitario. Come se i magistrati e la loro associazione corporativa non avessero avuto alcuna voce in capitolo nel tornire una legislazione che non è in linea con lo stato di diritto di un avanzato paese europeo. Come se in questo caso le toghe potessero distinguere le loro (ir)responsabilità da quelle di una parte della politica che ha fatto sponda alle correnti politiche giudiziarie e alla loro campagna ventennale. Come se i magistrati più in vista, più esposti, non avessero facilmente e disinvoltamente travalicato i confini e non si fossero gettati in politica facendo tesoro della popolarità che avevano conquistato appena il giorno prima con le loro inchieste di sapore “politico”. Ma quel che è peggio è l’odissea di tanti cittadini vittime di ingiustizia che si sono dovuti appellare all’Europa, avendo i soldi per farlo e il tempo di aspettare senza morire (a differenza di tanti altri). A volte ho proprio l’impressione di non trovarmi in Europa ma in altri paesi che non saprei citare senza peccare di presunzione. L’Italia, di certo, non appartiene più al novero dei paesi nei quali vi è certezza del diritto. Per quanto ancora?

Di altro parere rispetto a quello espresso dalle toghe, invece è il Presidente della Repubblica e capo del CSM. L’opposizione dei giudici alla riforma della giustizia è eccessiva, spiega “Libero Quotidiano”. Se ne è accorto anche Giorgio Napolitano che, il 20 settembre 2013 intervenendo alla Luiss per ricordare Loris D'Ambrosio, riflette sul rapporto tra magistratura e politica: entrambi i poteri sbagliano, ma la magistratura è troppo piegata sulle sue posizioni ed una rinfrescata ai codici sarebbe cosa buona. Secondo Napolitano, le critiche che le piovono addosso, vero, sono eccessive; ma ai punti a perdere sono i magistrati, sempre più convinti di essere intoccabili. La politica e la giustizia devono smettere di "concepirsi come mondi ostili, guidati dal sospetto reciproco", dice Napolitano che sogna, invece, l’esaltazione di quella "comune responsabilità istituzionale" propria dei due poteri. "Ci tocca operare in questo senso - precisa Napolitano -  senza arrenderci a resistenze ormai radicate e a nuove recrudescenze del conflitto da spegnere nell'interesse del Paese". Per superare quelle criticità emerse con foga negli ultimi vent’anni (prendendo Tangentopoli come primo e vero momento di scontro tra politica e magistratura), secondo Napolitano, la soluzione si può trovare "attraverso un ridistanziamento tra politica e diritto" ma soprattutto non senza la cieca opposizione ad una riforma completa della magistratura. Il presidente della Repubblica sembra non sapersi spiegare perché proprio i magistrati siano sulle barricate per difendere il loro status. Tra i giudici, dice Napolitano, dovrebbe "scaturire un'attitudine meno difensiva e più propositiva rispetto al discorso sulle riforme di cui la giustizia ha indubbio bisogno da tempo e che sono pienamente collocabili nel quadro dei principi della Costituzione repubblicana". Sul Quirinale non sventola mica la bandiera di Forza Italia, ma bastano le lampanti criticità ad illuminare il discorso di Re Giorgio. "L'equilibrio, la sobrietà ed il riserbo, l'assoluta imparzialità e il senso della misura e del limite, sono il miglior presidio dell'autorità e dell'indipendenza del magistrato". Così Napolitano non si lascia sfuggire l’occasione di parlare indirettamente a quei magistrati che fanno del protagonismo la loro caratteristica principale. Pm, come Henry John Woodcock, o giudicanti, come il cassazionista Antonio Esposito, che si sono lasciarti sedurre da taccuini e telecamere quando, invece, avrebbero dovuto seguire quei dettami di "sobrietà e riserbo". Il presidente, poi, ricorda che nessun lavoro è delicato quanto quello del  giudice perché sa che dalla magistratura dipende la vita (o la non-vita) degli indagati.

Inoltre su un altro punto è intervenuta l’Europa. Condannare un giornalista alla prigione è una violazione della libertà d’espressione, salvo casi eccezionali come incitamento alla violenza o diffusione di discorsi razzisti. A stabilirlo, ancora una volta. è la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza in cui dà ragione a Maurizio Belpietro, direttore di Libero, condannato a quattro anni dalla Corte d’Appello di Milano. In sostanza, scrive Vittorio Feltri, i giudici continentali si sono limitati a dire ai tribunali italiani che i giornalisti non devono andare in galera per gli sbagli commessi nello svolgimento del loro lavoro, a meno che inneggino alla violenza o incitino all'odio razziale. Tutti gli altri eventuali reati commessi dai colleghi redattori vanno puniti, a seconda della gravità dei medesimi, con sanzioni pecuniarie. Perché la libertà di espressione non può essere compressa dal terrore dei giornalisti di finire dietro le sbarre. La Corte, per essere ancora più chiara, ha detto che il carcere collide con la Carta dei diritti dell'uomo. Inoltre, scrive “Panorama”, ha condannato lo Stato italiano a risarcire Belpietro - per il torto patito - con 10mila euro, più 5mila per le spese legali. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato lo Stato italiano a pagare a Maurizio Belpietro 10 mila euro per danni morali e 5 mila per le spese processuali a causa della condanna a 4 anni di carcere, inflittagli dai giudici d'appello di Milano, per aver ospitato sul suo giornale un articolo del 2004 ritenuto gravemente diffamatorio a firma Lino Jannuzzi, allora senatore PdL. Senza  entrare nel merito della questione giudiziaria, la Corte ha cioè ribadito un principio assimilato da tutti i Paesi europei: il carcere per i giornalisti per il reato di diffamazione - previsto dal nostro codice penale - è un abominio giuridico incompatibile con i principi della libertà d'informazione. A questo tema, di cui si è occupato  anche Panorama , è dedicato il fondo di Vittorio Feltri su Il Giornale intitolato E l'Europa ci bastona. Un orrore il carcere per i giornalisti . “La vicenda dell'attuale direttore di Libero è addirittura paradossale. Udite. Lino Jannuzzi scrive un articolo scorticante sui misteri della mafia, citando qualche magistrato, e lo invia al Giornale. La redazione lo mette in pagina. E il dì appresso partono le querele delle suddette toghe. Si attende il processo di primo grado. Fra la sorpresa generale, il tribunale dopo avere udito testimoni ed esaminato approfonditamente le carte, assolve sia Jannuzzi sia Belpietro. Jannuzzi perché era senatore ed era suo diritto manifestare le proprie opinioni, senza limitazioni. Belpietro perché pubblicare il pezzo di un parlamentare non costituisce reato. Ovviamente, i soccombenti, cioè i querelanti, ricorrono in appello. E qui si ribalta tutto. Il direttore si becca quattro mesi di detenzione, per non parlare della sanzione economica: 100mila e passa euro. Trascorrono mesi e anni, e si arriva in Cassazione - suprema corte - che, lasciando tutti di stucco, conferma la sentenza di secondo grado, a dimostrazione che la giustizia è un casino, dove la certezza del diritto è un sogno degli ingenui o dei fessi. Belpietro, allora, zitto zitto, inoltra ricorso alla Corte di Strasburgo che, essendo più civile rispetto al nostro sistema marcio, riconosce al ricorrente di avere ragione. Attenzione. Le toghe europee non se la prendono con i colleghi italiani che, comunque , hanno esagerato con le pene, bensì con lo Stato e chi lo guida (governo e Parlamento) che consentono ancora - non avendo mai modificato i codici - di infliggere ai giornalisti la punizione del carcere, prediletta dalle dittature più infami.”

Anche il fondo di Belpietro è dedicato alla storica decisione della Corte di Strasburgo che ha dato ragione a quanti, tra cui Panorama, sostengono che il carcere per i giornalisti sia una stortura liberticida del nostro sistema penale che un Parlamento degno di questo nome dovrebbe subito cancellare con una nuova legge che preveda la pena pecuniaria, anziché il carcere. Così ricostruisce la vicenda il direttore di Libero.

La questione è che per aver dato conto delle opinioni di un senatore su un fatto di rilevante interesse nazionale un giornalista è stato condannato al carcere. Ho sbagliato a dar voce a Iannuzzi? Io non credo, perché anche le opinioni sbagliate se corrette da un contraddittorio o da una rettifica contribuiscono a far emergere la verità. Tuttavia, ammettiamo pure che io sia incorso in un errore, pubblicando opinioni non corrette: ma un errore va punito con il carcere? Allora cosa dovrebbe succedere ai magistrati che commettono errori giudiziari e privano della libertà una persona? Li mettiamo in cella e buttiamo via la chiave? Ovvio che no, ma nemmeno li sanzioniamo nella carriera o nel portafoglio, a meno che non commettano intenzionalmente lo sbaglio. Naturalmente non voglio mettere noi infimi cronisti sullo stesso piano di superiori uomini di legge, ma è evidente che c’è qualcosa che non va. Non dico che i giornalisti debbano avere licenza di scrivere, di diffamare e di insultare, ma nemmeno devono essere puniti con la galera perché sbagliano. Altrimenti la libertà di stampa e di informare va a quel paese, perché nel timore di incorrere nei rigori della legge nessuno scrive più nulla. Tradotto in giuridichese, questo è quel che i miei avvocati hanno scritto nel ricorso contro la condanna presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale proprio ieri ci ha dato ragione, condannando l’Italia a risarcirmi per i danni morali subiti e sentenziando che un omesso controllo in un caso di diffamazione non giustifica una sanzione tanto severa quale il carcere. Qualcuno penserà a questo punto che io mi sia preso una rivincita contro i giudici, ma non è così.

Siamo una masnada di fighetti neppure capaci di essere una corporazione, anzi peggio, siamo dei professionisti terminali e già «morti» come direbbe un qualsiasi Grillo, scrive Filippo Facci. La Corte di Strasburgo ha sancito che il carcere per un giornalista - Maurizio Belpietro, nel caso - costituisce una sproporzione e una violazione della libertà di espressione. È una sentenza che farà giurisprudenza più di cento altri casi, più della nostra Cassazione, più degli estenuanti dibattiti parlamentari che da 25 anni non hanno mai partorito una legge decente sulla diffamazione. Il sindacato dei giornalisti si è detto soddisfatto e anche molti quotidiani cartacei (quasi tutti) hanno almeno dato la notizia, che resta essenzialmente una notizia: ora spiegatelo ai censori  del Fatto Quotidiano (il giornale di Marco Travaglio), a questi faziosi impregnati di malanimo che passano la vita a dare dei servi e chi non è affiliato al loro clan. Non una riga. Niente.

Tutt’altro trattamento, però, è riservato a Roberto Saviano. Ci dev'essere evidentemente un delirio nella mente di Saviano dopo la condanna per plagio, scrive Vittorio Sgarbi. Lo hanno chiamato per una occasione simbolico-folkloristica: guidare la Citroen Mehari che fu di Giancarlo Siani, un'automobile che rappresenta il gusto per la libertà di una generazione. All'occasione Saviano dedica un'intera pagina della Repubblica. Possiamo essere certi che non l'ha copiata, perché senza paura del ridicolo, di fronte alla tragedia della morte del giornalista, per il suo coraggio e le sue idee, che si potrebbero semplicemente celebrare ripubblicando i suoi articoli in un libro da distribuire nelle scuole (pensiero troppo facile) scrive: «Riaccendere la Mehari, ripartire, è il più bel dono che Paolo Siani (il fratello) possa fare non solo alla città di Napoli ma al Paese intero... la Mehari che riparte è il contrario del rancore, è il contrario di un legittimo sentimento di vendetta che Paolo Siani potrebbe provare». Eppure Roberto Saviano e la Mondadori sono stati condannati per un presunto plagio ai danni del quotidiano Cronache di Napoli, scrive “Il Corriere del Mezzogiorno”. Editore e scrittore sono stati ritenuti responsabili di «illecita riproduzione» nel bestseller Gomorra di tre articoli (pubblicati dai quotidiani locali «Cronache di Napoli» e «Corriere di Caserta»). In particolare, Saviano e Mondadori , suo editore prima del passaggio con Feltrinelli, sono stati condannati in solido al risarcimento dei danni, patrimoniali e non, per 60mila euro. Questa la decisione del secondo grado di giudizio. Spetterà adesso ai giudici di Cassazione dire l'ultima parola su una querelle che si trascina da almeno cinque anni, da quando cioè la società Libra, editrice dei due quotidiani campani, imputò allo scrittore anticamorra di essersi appropriato di diversi articoli senza citare la fonte per redigere alcune parti di Gomorra (corrispondenti, sostiene Saviano, a due pagine).

Detto questo si presume che le ritorsioni su chi testimonia una realtà agghiacciante abbiano uno stop ed invece c’è il servizio shock delle Iene sui carabinieri, ma il video scompare scatenando le ire del web.

 “Ma il servizio di Viviani?”, “dove si può vedere il video riguardo Andrea Mavilla e il vergognoso abuso di potere che ha subito?”, “TIRATE FUORI IL VIDEO!”. Sono solo alcuni dei commenti che hanno inondato il 25 settembre 2013 la pagina Facebook di Le Iene, noto programma di Italia Uno la cui fama è legata ai provocatori, ma anche il più delle volte illuminanti, servizi di inchiesta, scrive “Che Donna”. Proprio oggi però l’intrepido coraggio dei ragazzi in giacca e cravatta è stato messo in dubbio proprio dai loro stessi fan. Ma andiamo con ordine.

Tempo fa Andrea Mavilla, blogger, filmò un’auto dei carabinieri mentre sostava contromano sulle strisce pedonali: l’uomo dimostrò che i tre militari rimasero diversi minuti nella pasticceria lì vicino, uscendo poi con un pacchetto della stessa. I carabinieri dovettero poi ricorrere alle vie legali, dimostrando con tanto di verbale che il pasticcere li aveva chiamati e loro, seguendo il regolamento, erano intervenuti parcheggiando la volante quanto più vicino possibile al locale. Il pacchetto? Un semplice regalo del negoziante riconoscente per la celerità dell’arma. Storia finita dunque? A quanto pare no. Il blogger infatti sostiene di aver subito una ritorsione da parte dell’arma: i carabinieri sarebbero entrati senza mandato in casa sua svolgendo una perquisizione dunque non autorizzata. Proprio qui sono intervenute Le Iene: Viviani, inviato del programma, ha infatti realizzato sull’accaduto un servizio andato in onda la sera del 25 settembre 2013, alla ripresa del programma dopo la pausa estiva. Inutile dire che la cosa ha subito calamitato l’attenzione del pubblico che così, la mattina dopo, si è catapultato sul web per rivedere il servizio. Peccato che questo risulta ad oggi irreperibile e la cosa non è proprio piaciuta al pubblico che ora alza la voce su Facebook per richiedere il filmato in questione. Come mai manca proprio quel filmato? Che i temerari di Italia Uno non siano poi così impavidi? Le provocazioni e le domande fioccano da questa mattina sul social network e la storia sembra dunque non finire qui.

Andrea Mavilla, blogger dallo spiccato senso civico, ha pubblicato su YouTube un filmato in cui pizzicava un’auto dei carabinieri in divieto di sosta, sulle strisce pedonali, in prossimità di un semaforo e controsenso, scrive “Blitz Quotidiano”. Oltre trecentomila contatti in poche ore e poco dopo un plotone di 30 carabinieri si precipita a casa sua, a Cavenago di Brianza, comune alle porte di Milano. Il video è stato girato domenica mattina, nel filmato intitolato “operazione pasticcini” il blogger insinua che i militari stessero comprando pasticcini all’interno della pasticceria accanto. Per svariati minuti il videoamatore resta in attesa dei carabinieri: ferma i passanti “signora guardi sono sulle strisce, in prossimità di un semaforo, saranno entrati a prendere i pasticcini in servizio”, commenta ironico “è scioccante”, “normale parcheggiare sulle strisce vero?”. Quando infine i carabinieri escono dalla pasticceria, con in mano un pacchetto, notano l’uomo con la telecamera in mano. Il blogger li bracca e chiede loro spiegazioni e i militari lo fermano per identificarlo. Il legale dei tre carabinieri, Luigi Peronetti, spiega che: “La realtà è un’altra. E lo dicono i documenti, non solo i miei assistiti. Il caso è agghiacciante e mostra come immagini neutre con un commentatore che insinua a e fa deduzioni malevole possano distorcere la realtà”. Sulla carta, in effetti, risulta che i carabinieri erano in quella pasticceria perché il proprietario aveva chiesto il loro intervento, hanno lasciato l’auto nel posto più vicino, come prevedono le disposizioni interne all’Arma in materia di sicurezza, hanno verificato richieste e problemi del pasticcere, hanno redatto un verbale, poi sono usciti. In mano avevano un pacchetto, è vero: “Ma certo. Solo che non l’avevano acquistato – continua l’avvocato Peronetti – in realtà i negozianti, per ringraziare i militari della gentilezza e della professionalità, hanno regalato loro alcune brioches avanzate a fine mattinata, da portare anche ai colleghi in caserma. I militari hanno rifiutato, e solo dopo alcune insistenze, hanno accettato il pacchetto. Al blogger bastava chiedere, informarsi prima di screditare così i miei assistiti!. Ora il blogger rischia guai grossi, perché i militari stanno valutando se procedere contro di lui legalmente per aver screditato la loro professionalità. Ma Andrea Mavilla non si arrende e controbatte: “Ho le prove che dimostrano i soprusi di cui sono stato vittima – annuncia – ho solo cercato di documentare un fatto che ho visto e ho ripreso per il mio blog, la mia passione. Ho visto quella che secondo me è una violazione al codice della strada, che in realtà è concessa ai carabinieri solo in caso di pericolo o emergenze. Poi hanno effettuato una perquisizione, ma i carabinieri non dovevano entrare in casa mia e la vicenda è in mano agli avvocati. Per questo motivo sono sotto choc, sconvolto e mi sento sotto attacco”.

Nel servizio de Le Iene, in onda martedì 25 settembre 2013, Andrea Mavilla è protagonista di un sequestro di beni non dovuto, a seguito di un video che documentava una macchina dei carabinieri parcheggiata sulle strisce pedonali e in controsenso, davanti ad una pasticceria. Mavilla, già ospite a Pomeriggio 5 per via di un’altra vicenda, è stato poi convocato in questura dove, racconta a Matteo Viviani de Le Iene, sarebbe stato costretto a denudarsi mentre veniva insultato: dichiarazioni che tuttavia non sono supportate da registrazioni audio o video, e che quindi non possono essere provate. Un esperto di informatica, però, ha fatto notare che, in seguito al sequestro dei computer di Mavilla, i carabinieri avrebbero cancellato ogni cosa presente sul pc dell’autore del filmato incriminato.

Uno dei servizi più interessanti (e, a tratti, agghiaccianti) andati in onda nella prima puntata de Le Iene Show, è stato quello curato da Matteo Viviani che ha documentato un presunto caso di abuso di potere perpetrato dai Carabinieri nei confronti di Andrea Mavilla. L’uomo è molto famoso su internet e, ultimamente, è apparso anche in televisione ospite di Barbara D’Urso a Pomeriggio Cinque. Ecco cos’è accaduto nel servizio de Le Iene.

Andrea accoglie la Iena Matteo Viviani in lacrime: ha la casa a soqquadro, come se fosse stata appena svaligiata dai ladri. Ma la verità è ben diversa. Purtroppo. L’incubo comincia quando Andrea Mavilla filma, con il proprio cellulare, una volante dei Carabinieri parcheggiata sulle strisce pedonali e davanti ad uno scivolo per disabili. L’auto rimane parcheggiata sulle strisce per circa venti minuti mentre i Carabinieri, presumibilmente, sono in pasticceria. Non appena gli agenti si accorgono di essere filmati, intimano ad Andrea di spegnere il cellulare e di mostrare loro i documenti. Poi inizia l’incubo. Il Comandante dei Carabinieri si sarebbe recato a casa di Andrea per intimargli di consegnargli tutto il materiale video e fotografico in suo possesso. Al rifiuto del ragazzo, gli agenti avrebbero iniziato a perquisire la sua casa alla ricerca di materiale compromettente. Matteo Viviani, nel suo servizio, ha riportato l’audio della la conversazione tra Andrea ed i carabinieri registrato tramite Skype da una collaboratrice di Andrea. Nel servizio andato in onda a Le Iene Show, poi, Andrea racconta quel che è accaduto dopo la presunta perquisizione: secondo Mavilla i Carabinieri lo avrebbero condotto in Caserma ed insultato pesantemente. Il giovane si sarebbe sentito poi male tanto da rendere necessario il suo ricovero in Ospedale. Una storia davvero incredibile che ha lasciato tutto il pubblico de Le Iene Show senza parole. Peccato che le stesse Iene abbiano censurato, o siano state costrette a farlo, il loro stesso lavoro.

MALAGIUSTIZIA. PUGLIA: BOOM DI CASI.

C’è l’elettricista incensurato scambiato per un pericoloso narcotrafficante per un errore nella trascrizione delle intercettazioni; e ci sono i due poliziotti accusati di rapina ai danni di un imprenditore, sottoposti nel 2005 a misura cautelare per 13 mesi, spogliati della divisa e poi assolti con formula piena. Ma nel frattempo hanno perso il lavoro, scrive Vincenzo Damiani su “Il Corriere del Mezzogiorno”. Sino alla drammatica storia di Filippo Pappalardi, ammanettato e rinchiuso in una cella con l’accusa - rivelatasi poi completamente sbagliata - di aver ucciso i suoi due figli, Francesco e Salvatore. E’ lungo l’elenco delle persone incastrate nelle maglie della malagiustizia, che hanno - loro malgrado - vissuto per mesi o per anni un incubo chiamato carcere. A Bari, secondo i dati ufficiali raccolti dal sito errori giudiziari.com, le richieste di risarcimento presentate per ingiusta detenzione, nell’ultimo anno, si sono più che raddoppiate: nel 2012 i giudici della Corte di appello hanno riconosciuto 29 errori da parte dei loro colleghi, condannando lo Stato a pagare complessivamente 911mila euro. A metà dell’ultimo anno i casi sono già passati a 64, valore totale degli indennizzi oltre 1,7 milioni. In aumento gli errori anche a Taranto, dove si è passati dai due risarcimenti riconosciuti nel 2012 ai sette del 2013. In controtendenza, invece, l’andamento nel distretto di Lecce: nel 2012 gli errori riconosciuti sono stati ben 97, quest’anno la statistica è ferma a 37. Spesso i mesi o addirittura gli anni trascorsi da innocente dietro le sbarre vengono "liquidati" con poche migliaia di euro, al danno così si unisce la beffa. Secondo quanto disposto dagli articoli 314 e 315 del codice penale e dalla Convenzione dei diritti dell’uomo, la persona diventata suo malgrado imputato ha diritto ad un’equa riparazione. La legge "Carotti" ha aumentato il limite massimo di risarcimento per aver patito un'ingiusta permanenza in carcere, passando da cento milioni di lire a 516mila euro, ma raramente viene riconosciuto il massimo. Per non parlare dei tempi per ottenere la riparazione: le cause durano anni, basti pensare che Filippo Pappalardi, giusto per fare un esempio, è ancora in attesa che venga discussa la sua richiesta. Ma il papà dei due fratellini di Gravina, i ragazzini morti dopo essere caduti accidentalmente in una cisterna, non è l’unico arrestato ingiustamente. Attenzione ingiusta detenzione da non confondere il risarcimento del danno per l’errore giudiziario causato da colpa grave o dolo. Eventi, questi, quasi mai rilevati dai colleghi magistrati contro i loro colleghi magistrati. Gianfranco Callisti conduceva una vita normale e portava avanti serenamente la sua attività di elettricista. Sino al giorno in cui, nel 2002, viene prelevato dai carabinieri e trasferito in carcere all’improvviso. La Procura e il Tribunale di Bari erano convinti che fosse coinvolto in un vasto traffico di droga, la storia poi stabilirà che si trattò di un tragico errore provocato da uno sbaglio nella trascrizione delle intercettazioni. Callisti da innocente fu coinvolto nella maxi inchiesta denominata "Operazione Fiume", come ci finì? Il suo soprannome, "Callo", fu confuso con il nome "Carlo", che era quello di una persona effettivamente indagato. Il telefono dell’elettricista non era sotto controllo, ma quello di un suo conoscente si, una casualità sfortunata che lo fece entrare nell’ordinanza di custodia cautelare. Si fece sei mesi in carcere, tre mesi ai domiciliari e tre mesi di libertà vigilata, prima che i giudici riconobbero il clamoroso abbaglio. Dopo 10 anni lo Stato gli ha riconosciuto un indennizzo di 50mila euro, nulla in confronto all’inferno vissuto.

Correva l'anno 1985 e Indro Montanelli, che a quel tempo direttore del Giornale, era ospite di Giovanni Minoli a Mixer, scrive Francesco Maria Del Vigo su “Il Giornale”. In un'intervista del 1985 il giornalista attacca le toghe. Dopo ventotto anni è ancora attuale: "C'è pieno di giudici malati di protagonismo. Chiedo ed esigo che la magistratura risponda dei suoi gesti e dei suoi errori spesso catastrofici"Un pezzo di modernariato, direte voi. Invece è una perfetta, precisa, lucida ma soprattutto attuale, fotografia della giustizia italiana. Sono passati ventotto anni. Si vede dai colori delle riprese, dagli abiti e anche dal format stesso della trasmissione. Ma solo da questo. In tutto il resto, il breve spezzone che vi riproponiamo, sembra una registrazione di poche ore fa. Attuale. Più che mai. Una prova della lungimiranza di Montanelli, ma anche la testimonianza dell'immobilità di un Paese che sembra correre su un tapis roulant: sempre in movimento, ma sempre nello stesso posto, allo stesso punto di partenza. Montanelli parla di giustizia e ci va giù pesante. Minoli lo interpella sul un articolo in cui aveva attaccato i giudici che avevano condannato Vincenzo Muccioli, fondatore ed allora patron di San Patrignano. Una presa di posizione che gli costò una querela. "Quello di Muccioli è uno dei più clamorosi casi in cui la giustizia si è messa contro la coscienza popolare", spiega Montanelli. Poi torna sulla sua querela: "Ne avrò delle altre. Non sono affatto disposto a tollerare una magistratura come quella che abbiamo in Italia". Montanelli continua attaccando il protagonismo delle toghe, puntando il dito in particolare contro il magistrato Carlo Palermo, e denunciando le degenerazioni di una stampa sempre più sensazionalistica e di una magistratura sempre più arrogante. Ma non solo. Il giornalista mette alla berlina i giudici che cavalcano le indagini per farsi vedere e poi, dopo aver rovinato uomini e aziende, non pagano per i loro errori. Parole profetiche. Sembra storia di oggi, invece è storia e basta. Insomma, una lezione attualissima. Una pagina sempreverde dell'infinita cronaca del Paese Italia. Purtroppo.

Libri. "Discorsi potenti. Tecniche di persuasione per lasciare il segno" di Trupia Flavia. Giusto per dire: con le parole fotti il popolo…che i fatti possono aspettare.  Alcuni discorsi colpiscono; altri, invece, generano solo un tiepido applauso di cortesia. Dov'è la differenza? Cosa rende un discorso potente? Certamente l'argomento, l'oratore, il luogo e il momento storico sono fattori rilevanti. Ma non basta, occorre altro per dare forza a un discorso. Occorre la retorica. L'arte del dire non può essere liquidata come artificio ampolloso e manieristico. È, invece, una tecnica che permette di dare gambe e respiro a un'idea. È la persuasione la sfida affascinante della retorica. Quell'istante magico in cui le parole diventano condivisione, emozione, voglia di agire, senso di appartenenza, comune sentire dell'uditorio. Non è magia nera, ma bianca, perché la parola è lo strumento della democrazia. La retorica non è morta, non appartiene al passato. Fa parte della nostra vita quotidiana molto più di quanto immaginiamo. Siamo tutti retori, consapevoli o inconsapevoli. Tuttavia, per essere buoni retori è necessaria la conoscenza dell'arte oratoria. Ciò non vale solo per i politici ma per tutti coloro che si trovano nella condizione di pronunciare discorsi, presentare relazioni, convincere o motivare i propri interlocutori, argomentare sulla validità di una tesi o di un pensiero. Ecco allora un manuale che analizza le tecniche linguistiche utilizzate dai grandi oratori dei nostri giorni e ne svela i meccanismi di persuasione. Perché anche noi possiamo imparare a "lasciare il segno".

«Grillo è l'invidia», B. è l'inganno', dice Trupia a Rossana Campisi su “L’Espresso”.

Quali sono gli strumenti retorici dei politici? Un'esperta di comunicazione li ha studiati. E sostiene che il fondatore del M5S punta sulla rabbia verso chi sta in alto, mentre il capo del Pdl 'vende' sempre un sogno che non si realizzerà mai.

Che la nostra felicità dipendesse da un pugnetto di anafore, non ce lo avevano ancora detto. O forse si. «Gorgia da Lentini si godeva la Magna Grecia. Un bel giorno, smise di pensare e disse: la parola è farmacon. Medicina ma anche veleno». Flavia Trupia, ghostwriter ed esperta di comunicazione, ce lo ricorda. La storia dell'umanità, del resto, è lunga di esempi che lei ha ripreso in Discorsi potenti. Tecniche di persuasione per lasciare il segno (FrancoAngeli) e nel suo blog. «Spesso dimentichiamo il potere dell'arte della parola. La retorica insomma. Poi arrivano certi anniversari e tutti lì a prendere appunti».

Sono i 50 anni di I Have a Dream. Martin Luther King Jr., davanti al Lincoln Memorial di Washington, tiene il discorso conclusivo della marcia su Washington. Partiamo da qui?

«Sì, è uno di quelli che i linguisti non hanno mai smesso di studiare. Si tratta di un vero atto linguistico: le parole diventano azione. King aveva 34 anni, sarebbe morto dopo cinque anni. Quel 28 agosto del 1963 ha cambiato il mondo».

Con le sue parole?

«Chiamale parole. Lì dentro c'è tutto il mondo in cui credono ancora oggi gli americani: i riferimenti alla Bibbia, ne trovi una in ogni hotel e in ogni casa, quelli alle costituzioni e alle dichiarazioni nazionali, quelli ai motel, luogo tipico della cultura americana dove ti puoi riposare in viaggio. E poi ripeteva sempre "today": l'efficienza americana è da sempre impaziente».

Strategia dei contenuti.

«Magari fossero solo quelli. C'è il ritmo che è fondamentale. E poi cosa dire di quella meravigliosa anafora diventata quasi il ritornello di una canzone? "I Have a Dream" è ripetuto ben otto volte».

Il potere ha proprio l'oro in bocca.

«King ha cambiato il mondo rendendo gli uomini più uomini e meno bestie. Anche Goebbles faceva discorsi molto applauditi. Ma ha reso gli uomini peggio delle bestie».

Anche gli italiani hanno avuto bisogno di "discorsi" veri, no?

«Certo. Beppe Grillo è stato un grande trascinatore, ha emozionato le piazze, le ha fatte ridere e piangere. Il suo stile però è quello delle Filippiche. Inveire sempre. Scatenare l'invidia e l'odio per chi ha il posto fisso, per chi sta in Parlamento. Muove le folle ma costruisce poco».

Abbiamo perso anche questa occasione.

«King diceva di non bere alla coppa del rancore e dell'odio. Questa è una grande differenza tra i due. Il suo era in fondo un invito in fondo all'unità nazionale e la gente, bianca e nera, lo ha sentito».

Ma era anche un invito a sognare.

«Anche Berlusconi ha fatto sognare gli italiani. Indimenticabile il suo discorso d'esordio: "L'Italia è il paese che io amo". La gente aveva iniziato a pensare che finalmente si poteva fare politica in modo diverso e che si poteva parlare di ricchezza senza imbarazzi. Quello che propone però è un sogno infinito».

In che senso?

«Lo scorso febbraio ha fatto ancora promesse: non far pagare l'Imu. Lo ha fatto anche lui in termini biblici sancendo una sorta di alleanza tra gli italiani e lo Stato. Ma non è questo quello di cui abbiamo bisogno».

E di cosa?

«L'Imu da non pagare non basta. Aneliamo tutti a una visione diversa del paese dove viviamo, della nostra storia comune e personale».

Ci faccia un esempio.

«Alcide De Gasperi. Era appena finita la seconda guerra mondiale, lo aspettava la Conferenza di pace a Parigi. Partì per andare a negoziare le sanzioni per l'Italia che ne era uscita perdente. Questo piccolo uomo va ad affrontare letteralmente il mondo. Arriva e non gli stringono neanche la mano».

Cosa otterrà?

«Inizia il suo discorso così: "Avverto che in quest'aula tutto è contro di me...". Ha usato parole semplici ed educate. E' riuscito a far capire che l'Italia era ancora affidabile. Ha ottenuto il massimo del rispetto. Tutti cambiarono idea, capirono che il paese aveva chiuso col fascismo».

Sono passati un bel po' di anni.

«Solo dopo dieci quel discorso l'Italia divenne tra le potenze industriali più potenti del mondo».

La domanda «Perché oggi non ci riusciamo?» potrebbe diventare un'ennesima figura retorica: excusatio non petita accusatio manifesta.... Tanto vale.

STATO DI DIRITTO?

Berlusconi, il discorso integrale. Ecco l’intervento video del Cavaliere: «Care amiche, cari amici, voglio parlarvi con la sincerità con cui ognuno di noi parla alle persone alle quali vuole bene quando bisogna prendere una decisione importante che riguarda la nostra famiglia. Che si fa in questi casi? Ci si guarda negli occhi, ci si dice la verità e si cerca insieme la strada migliore. Siete certamente consapevoli che siamo precipitati in una crisi economica senza precedenti, in una depressione che uccide le aziende, che toglie lavoro ai giovani, che angoscia i genitori, che minaccia il nostro benessere e il nostro futuro. Il peso dello Stato, delle tasse, della spesa pubblica è eccessivo: occorre imboccare la strada maestra del liberalismo che, quando è stata percorsa, ha sempre prodotto risultati positivi in tutti i Paesi dell’Occidente: qual è questa strada? Meno Stato, meno spesa pubblica, meno tasse. Con la sinistra al potere, il programma sarebbe invece, come sempre, altre tasse, un’imposta patrimoniale sui nostri risparmi, un costo più elevato dello Stato e di tutti i servizi pubblici. I nostri ministri hanno già messo a punto le nostre proposte per un vero rilancio dell’economia, proposte che saranno principalmente volte a fermare il bombardamento fiscale che sta mettendo in ginocchio le nostre famiglie e le nostre imprese. Ma devo ricordare che gli elettori purtroppo non ci hanno mai consegnato una maggioranza vera, abbiamo sempre dovuto fare i conti con i piccoli partiti della nostra coalizione che, per i loro interessi particolari, ci hanno sempre impedito di realizzare le riforme indispensabili per modernizzare il Paese, prima tra tutte quella della giustizia. E proprio per la giustizia, diciamoci la verità, siamo diventati un Paese in cui non vi è più la certezza del diritto, siamo diventati una democrazia dimezzata alla mercé di una magistratura politicizzata, una magistratura che, unica tra le magistrature dei Paesi civili, gode di una totale irresponsabilità, di una totale impunità. Questa magistratura, per la prevalenza acquisita da un suo settore, Magistratura Democratica, si è trasformata da “Ordine” dello Stato, costituito da impiegati pubblici non eletti, in un “Potere” dello Stato, anzi in un “Contropotere” in grado di condizionare il Potere legislativo e il Potere esecutivo e si è data come missione, quella - è una loro dichiarazione - di realizzare “la via giudiziaria” al socialismo.  Questa magistratura, dopo aver eliminato nel ’92 - ’93 i cinque partiti democratici che ci avevano governati per cinquant’anni, credeva di aver spianato definitivamente la strada del potere alla sinistra. Successe invece quel che sapete: un estraneo alla politica, un certo Silvio Berlusconi, scese in campo, sconfisse la gioiosa macchina da guerra della sinistra, e in due mesi portò i moderati al governo. Ero io. Subito, anzi immediatamente, i P.M. e i giudici legati alla sinistra e in particolare quelli di Magistratura Democratica si scatenarono contro di me e mi inviarono un avviso di garanzia accusandomi di un reato da cui sarei stato assolto, con formula piena, sette anni dopo. Cadde così il governo, ma da quel momento fino ad oggi mi sono stati rovesciati addosso, incredibilmente, senza alcun fondamento nella realtà, 50 processi che hanno infangato la mia immagine e mi hanno tolto tempo, tanto tempo, serenità e ingenti risorse economiche. Hanno frugato ignobilmente e morbosamente nel mio privato, hanno messo a rischio le mie aziende senza alcun riguardo per le migliaia di persone serie ed oneste che vi lavorano, hanno aggredito il mio patrimonio con una sentenza completamente infondata, che ha riconosciuto a un noto, molto noto, sostenitore della sinistra una somma quattro volte superiore al valore delle mie quote, con dei pretesti hanno attaccato me, la mia famiglia, i miei collaboratori, i miei amici e perfino i miei ospiti. Ed ora, dopo 41 processi che si sono conclusi, loro malgrado, senza alcuna condanna, si illudono di essere riusciti ad estromettermi dalla vita politica, con una sentenza che è politica, che è mostruosa, ma che potrebbe non essere definitiva come invece vuol far credere la sinistra, perché nei tempi giusti, nei tempi opportuni, mi batterò per ottenerne la revisione in Italia e in Europa. Per arrivare a condannarmi si sono assicurati la maggioranza nei collegi che mi hanno giudicato, si sono impadroniti di questi collegi, si sono inventati un nuovo reato, quello di “ideatore di un sistema di frode fiscale”, senza nessuna prova, calpestando ogni mio diritto alla difesa, rifiutandosi di ascoltare 171 testimoni a mio favore, sottraendomi da ultimo, con un ben costruito espediente, al mio giudice naturale, cioè a una delle Sezioni ordinarie della Cassazione, che mi avevano già assolto, la seconda e la terza, due volte, su fatti analoghi negando - cito tra virgolette - “l’esistenza in capo a Silvio Berlusconi di reali poteri gestori della società Mediaset”. Sfidando la verità, sfidando il ridicolo, sono riusciti a condannarmi a quattro anni di carcere e soprattutto all’interdizione dai pubblici uffici, per una presunta ma inesistente evasione dello zero virgola, rispetto agli oltre 10 miliardi, ripeto 10 miliardi di euro, quasi ventimila miliardi di vecchie lire, versati allo Stato, dal ’94 ad oggi, dal gruppo che ho fondato. Sono dunque passati vent’anni da quando decisi di scendere in campo. Allora dissi che lo facevo per un Paese che amavo. Lo amo ancora, questo Paese, nonostante l’amarezza di questi anni, una grande amarezza, e nonostante l’indignazione per quest’ultima sentenza paradossale, perché, voglio ripeterlo ancora, con forza, “io non ho commesso alcun reato, io non sono colpevole di alcunché, io sono innocente, io sono assolutamente innocente”. Ho dedicato l’intera seconda parte della mia vita, quella che dovrebbe servire a raccogliere i frutti del proprio lavoro, al bene comune. E sono davvero convinto di aver fatto del bene all’Italia, da imprenditore, da uomo di sport, da uomo di Stato. Per il mio impegno ho pagato e sto pagando un prezzo altissimo, ma ho l’orgoglio di aver impedito la conquista definitiva del potere alla sinistra, a questa sinistra che non ha mai rinnegato la sua ideologia, che non è mai riuscita a diventare socialdemocratica, che è rimasta sempre la stessa: la sinistra dell’invidia, del risentimento e dell’odio. Devo confessare che sono orgoglioso, molto orgoglioso, di questo mio risultato. Proprio per questo, adesso, insistono nel togliermi di mezzo con un’aggressione scientifica, pianificata, violenta del loro braccio giudiziario, visto che non sono stati capaci di farlo con gli strumenti della democrazia. Per questo, adesso, sono qui per chiedere a voi, a ciascuno di voi, di aprire gli occhi, di reagire e di scendere in campo per combattere questa sinistra e per combattere l’uso della giustizia a fini di lotta politica, questo male che ha già cambiato e vuole ancora cambiare la storia della nostra Repubblica.  Non vogliamo e non possiamo permettere che l’Italia resti rinchiusa nella gabbia di una giustizia malata, che lascia tutti i giorni i suoi segni sulla carne viva dei milioni di italiani che sono coinvolti in un processo civile o penale. È come per una brutta malattia: uno dice “a me non capiterà”, ma poi, se ti arriva addosso, entri in un girone infernale da cui è difficile uscire. Per questo dico a tutti voi, agli italiani onesti, per bene, di buon senso: reagite, protestate, fatevi sentire. Avete il dovere di fare qualcosa di forte e di grande per uscire dalla situazione in cui ci hanno precipitati. So bene, quanto sia forte e motivata la vostra sfiducia, la vostra nausea verso la politica, verso “questa” politica fatta di scandali, di liti in tv, di una inconcludenza e di un qualunquismo senza contenuti: una politica che sembra un mondo a parte, di profittatori e di mestieranti drammaticamente lontani dalla vita reale. Ma nonostante questo, ed anzi proprio per questo, occorre che noi tutti ci occupiamo della politica. È sporca? Ma se la lasci a chi la sta sporcando, sarà sempre più sporca… Non te ne vuoi occupare? Ma è la politica stessa che si occuperà comunque di te, della tua vita, della tua famiglia, del tuo lavoro, del tuo futuro. È arrivato quindi davvero il momento di svegliarci, di preoccuparci, di ribellarci, di indignarci, di reagire, di farci sentire. È arrivato il momento in cui tutti gli italiani responsabili, gli italiani che amano l’Italia e che amano la libertà, devono sentire il dovere di impegnarsi personalmente. Per questo credo che la cosa migliore da fare sia quella di riprendere in mano la bandiera di Forza Italia. Perché Forza Italia non è un partito, non è una parte, ma è un’idea, un progetto nazionale che unisce tutti.  Perché Forza Italia è l’Italia delle donne e degli uomini che amano la libertà e che vogliono restare liberi.  Perché Forza Italia è la vittoria dell’amore sull’invidia e sull’odio. Perché Forza Italia difende i valori della nostra tradizione cristiana, il valore della vita, della famiglia, della solidarietà, della tolleranza verso tutti a cominciare dagli avversari. Perché Forza Italia sa bene che lo Stato deve essere al servizio dei cittadini e non invece i cittadini al servizio dello Stato. Perché Forza Italia è l’ultima chiamata prima della catastrofe.  È l’ultima chiamata per gli italiani che sentono che il nostro benessere, la nostra democrazia, la nostra libertà sono in pericolo e rendono indispensabile un nuovo, più forte e più vasto impegno.  Forza Italia sarà un vero grande movimento degli elettori, dei cittadini, di chi vorrà diventarne protagonista.  Una forza che può e che deve conquistare la maggioranza dei consensi perché, vi ricordo, che solo con una vera e autonoma maggioranza in Parlamento si può davvero fare del bene all’Italia, per tornare ad essere una vera democrazia e per liberarci dall’oppressione giudiziaria, per liberarci dall’oppressione fiscale, per liberarci dall’oppressione burocratica.  Per questo vi dico: scendete in campo anche voi. Per questo ti dico: scendi in campo anche tu, con Forza Italia. Diventa anche tu un missionario di libertà, diffondi i nostri valori e i nostri programmi, partecipa ai nostri convegni e alle nostre manifestazioni, impegnati nelle prossime campagne elettorali e magari anche nelle sezioni elettorali per evitare che ci vengano sottratti troppi voti, come purtroppo è sempre accaduto. Voglio ripeterlo ancora: in questo momento, nella drammatica situazione in cui siamo, ogni persona consapevole e responsabile che vuol continuare a vivere in Italia ha il dovere di occuparsi direttamente del nostro comune destino. Io sarò sempre con voi, al vostro fianco, decaduto o no. Si può far politica anche senza essere in Parlamento. Non è il seggio che fa un leader, ma è il consenso popolare, il vostro consenso. Quel consenso che non mi è mai mancato e che, ne sono sicuro, non mi mancherà neppure in futuro. Anche se, dovete esserne certi, continueranno a tentare di eliminare dalla scena politica, privandolo dei suoi diritti politici e addirittura della sua libertà personale, il leader dei moderati, quegli italiani liberi che, voglio sottolinearlo, sono da sempre la maggioranza del Paese e lo saranno ancora se sapranno finalmente restare uniti. Sono convinto che mi state dando ragione, sono convinto che condividete questo mio allarme, sono convinto che saprete rispondere a questo mio appello, che è prima di tutto una testimonianza di amore per la nostra Italia. E dunque: Forza Italia! Forza Italia! Forza Italia! Viva l’Italia, viva la libertà: la libertà è l’essenza dell’uomo e Dio creando l’uomo, l’ha voluto libero.» 

Lettera aperta al dr Silvio Berlusconi.

«Sig. Presidente, sono Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso. Diverso, perché, nell’informare la gente dell’imperante ingiustizia, i magistrati se ne lamentano. E coloro che io critico, poi, sono quelli che mi giudicano e mi condannano. Ma io, così come altri colleghi perseguitati che fanno vera informazione, non vado in televisione a piangere la mia malasorte.

Pur essendo noi, per i forcaioli di destra e di sinistra, “delinquenti” come lei. 

Sono un liberale, non come lei, ed, appunto, una cosa a Lei la voglio dire.

Quello che le è capitato, in fondo, se lo merita. 20 anni son passati. Aveva il potere economico. Aveva il potere mediatico. Aveva il potere politico. Aveva il potere istituzionale. E non è stato capace nemmeno di difendere se stesso dallo strapotere dei magistrati. Li ha lasciati fare ed ha tutelato gli interessi degli avvocati e di tutte le lobbies e le caste, fregandosene dei poveri cristi. Perché se quello di cui si lamenta, capita a lei, figuriamoci cosa capita alla povera gente. E i suoi giornalisti sempre lì a denunciare abusi ed ingiustizie a carico del loro padrone. Anzi, lei, oltretutto, imbarca nei suoi canali mediatici gente comunista genuflessa ai magistrati. Non una parola sul fatto che l’ingiustizia contro uno, siffatto potente, è l’elevazione a sistema di un cancro della democrazia. Quanti poveri cristi devono piangere la loro sorte di innocenti in carcere per convincere qualcuno ad intervenire? Se è vero, come è vero, che se funzionari di Stato appartenenti ad un Ordine si son elevati a Potere, è sacrosanto sostenere che un leader politico che incarna il Potere del popolo non sta lì a tergiversare con i suoi funzionari, ma toglie loro la linfa che alimenta lo strapotere di cui loro abusano. Ma tanto, chi se ne fotte della povera gente innocente rinchiusa in canili umani.

 “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht. Bene. Tante verità soggettive e tante omertà son tasselli che la mente corrompono. Io le cerco, le filtro e nei miei libri compongo il puzzle, svelando l’immagine che dimostra la verità oggettiva censurata da interessi economici ed ideologie vetuste e criminali. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti  e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché  non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso! Ha mai pensato, per un momento, che c’è qualcuno che da anni lavora indefessamente per farle sapere quello che non sa? E questo al di là della sua convinzione di sapere già tutto dalle sue fonti? Provi a leggere un e-book o un book di Antonio Giangrande. Scoprirà, cosa succede veramente in Italia. Cose che nessuno a lei vicino le dirà mai. Non troverà le cose ovvie. Cose che servono solo a bacare la mente. Troverà quello che tutti sanno, o che provano sulla loro pelle, ma che nessuno ha il coraggio di raccontare.

Può anche non leggere questi libri, frutto di anni di ricerca, ma nell’ignoranza imperante che impedisce l’evoluzione non potrà dire che la colpa è degli altri e che gli altri son tutti uguali.

Ad oggi, per esempio, sappiamo che lo studio di due ricercatori svela: i magistrati di sinistra indagano di più gli avversari politici; i magistrati di destra insabbiano di più le accuse contro i loro amici e colleghi. E poi. Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi. Inutile lamentarci dei "Caccamo" alla Cassazione. Carmine Schiavone ha detto: Roma nostra! "Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori. Lo strumento per addentrarsi nei gangli del potere sono gli esami di Stato ed i concorsi pubblici truccati.

Bene, dr Berlusconi, Lei, avendone il potere per 20 anni, oltre che lamentarsi, cosa ha fatto per tutelare, non tanto se stesso, i cui risultati sono evidenti, ma i cittadini vittime dell’ingiustizia (contro il singolo) e della malagiustizia (contro la collettività)?

Quello che i politici oggi hanno perso è la credibilità: chi a torto attacca i magistrati; chi a torto li difende a spada tratta; chi a torto cerca l’intervento referendario inutile in tema di giustizia, fa sì che quel 50 % di astensione elettorale aumenti. Proprio perché, la gente, è stufa di farsi prendere in giro. Oltremodo adesso che siete tutti al Governo delle larghe intese per fottere il popolo. Quel popolo che mai si chiede: ma che cazzo di fine fanno i nostri soldi, che non bastano mai? E questo modo di fare informazione e spettacolo della stampa e della tv, certamente, alimenta il ribrezzo contro l'odierno sistema di potere.

Per fare un sillogismo. Se l’Italia è la Costa Concordia, e come tale è affondata, la colpa non è dello Schettino di turno, ma dell’equipaggio approssimativo di cui si è circondato. E se la Costa Crociere ha la sua Flotta e l’Italia ha la sua amministrazione centrale e periferica, quanti Schettino e relativi equipaggi ci sono in giro a navigare? E quante vittime i loro naufragi provocano? Si dice che l’Italia, come la Costa Concordia, è riemersa dall’affondamento? Sì, ma come? Tutta ammaccata e da rottamare!!! E gli italioti lì a belare……»

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht. Bene. È uno Stato di diritto che funziona quello che è costretto a sborsare ogni anno decine di milioni per rimborsare cittadini che hanno dovuto trascorrere giorni, mesi, anni in carcere da innocenti? È uno Stato di diritto quello in cui dove dovrebbero stare 100 detenuti ce ne stanno 142? È uno Stato di diritto quello in cui ogni quattro procedimenti già fissati per il dibattimento tre vengono rinviati per motivi vari?

Domande che con Andrea Cuomo su “Il Giornale” giriamo al premier Enrico Letta del Partito Democratico (ex PCI), che  - in funzione chiaramente anti-Cav - ha giurato: «In Italia lo Stato di diritto funziona». Postilla: «Non ci sono persecuzioni». Chissà che cosa pensano in particolare di questa ultima affermazione categorica le tantissime vittime di errori giudiziari a cui il quotidiano romano Il Tempo ha dedicato un'inchiesta di cinque giorni che ha contrassegnato l'insediamento alla direzione del nostro ex inviato Gian Marco Chiocci, che di giornalismo giudiziario ne mastica eccome.

Tanti i dati sciorinati e le storie raccontate dal quotidiano di piazza Colonna. Secondo cui per il Censis, nel dopoguerra, sono stati 5 milioni gli italiani coinvolti in inchieste giudiziarie e poi risultati innocenti. Di essi circa 25mila sono riusciti a ottenere il rimborso per ingiusta detenzione a partire dal 1989, per un esborso totale di 550 milioni di euro in tutto: del resto per ogni giorno passato in carcere lo Stato riconosce all'innocente 235,83 euro, e la metà (117,91) in caso di arresti domiciliari. Il tetto massimo di rimborso sarebbe di 516.456,90 euro. Ma Giuseppe Gulotta, che con il marchio di duplice assassino impresso sulla pelle da una confessione estorta a forza di botte (metodo usato per tutti) ha trascorso in cella 22 anni per essere scagionato nel 2012, pretende 69 milioni. Tanto, se si pensa al tetto di cui sopra. Nulla se questo è il prezzo di una vita squartata, merce che un prezzo non ce l'ha. Per il caso Sebai, poi, è calata una coltre di omertà. I condannanti per i delitti di 13 vecchiette, anche loro menati per rendere una confessione estorta, sono ancora dentro, meno uno che si è suicidato. Questi non risultano come vittime di errori giudiziari, nonostante il vero assassino, poi suicidatosi, ha confessato, con prove a sostegno, la sua responsabilità. Lo stesso fa Michele Misseri, non creduto, mentre moglie e figlia marciscono in carcere. Siamo a Taranto, il Foro dell’ingiustizia.  

E siccome i cattivi giudici non guardano in faccia nessuno, spesso anche i vip sono caduti nella trappola dell'errore giudiziario. Il più famoso è Enzo Tortora. Ma ci sono anche Serena Grandi, Gigi Sabani, Lelio Luttazzi, Gioia Scola, Calogero Mannino e Antonio Gava nel Who's Who della carcerazione ingiusta. Carcerazione che è a suo modo ingiusta anche per chi colpevole lo è davvero quando è trascorsa nelle 206 carceri italiane. La cui capienza ufficiale sarebbe di 45.588 persone ma ne ospitano 66.632. Lo dice il rapporto «Senza Dignità 2012» dell'associazione Antigone, vero museo degli orrori delle prigioni d'Italia. Il Paese secondo il cui premier «lo Stato di diritto è garantito». Pensate se non lo fosse.

Non solo ci è impedito dire “Italia di Merda” in base alla famosa sentenza della Corte di Cassazione. In questo Stato, addirittura, è vietato dire “Fisco di Merda”. Per gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana, con le motivazioni della sentenza del tribunale di Milano che il 19 luglio 2013 li ha condannati a un anno e otto mesi di reclusione per il reato di omessa dichiarazione dei redditi, è arrivata, dopo il danno, anche la beffa. La sentenza li obbliga  a risarcire con 500mila euro il «danno morale» arrecato al Fisco italiano. Di cosa sono colpevoli? Da molti anni i «simboli» della moda italiana denunciano l’eccessiva pressione fiscale. All’indomani della sentenza avevano chiuso per protesta i negozi di Milano. E una critica, pare, può costare cara. La sentenza sembra quasi contenere una excusatio non petita: il danno, scrivono i magistrati, è dovuto «non tanto, ovviamente, per l’esposizione a legittime critiche in merito agli accertamenti, quanto per il pregiudizio che condotte particolarmente maliziose cagionano alla funzionalità del sistema di accertamento ed alla tempestiva percezione del tributo».

Ora venite a ripeterci che le sentenze non si discutono, scrive Filippo Facci. Gli stilisti Dolce & Gabbana sono già stati condannati a un anno e otto mesi per evasione fiscale, e pace, lo sapevamo. Ma, per il resto, chiudere i propri negozi per protesta è un reato oppure non lo è. E non lo è. Il semplice denunciare l’eccesso di pressione fiscale è un reato oppure non lo è. E non lo è. Comprare una pagina di giornale per lamentarsi contro Equitalia è un reato oppure non lo è. E non lo è. Rilasciare interviste contro il fisco rapace è un reato oppure non lo è. E non lo è. E se non lo è - se queste condotte non sono reati - la magistratura non può prendere questi non-reati e stabilire che nell’insieme abbiano inferto un «danno morale» al fisco italiano, come si legge nelle motivazioni della sentenza appena rese note.  I giudici non possono stabilire che degli atti leciti «cagionano pregiudizio alla funzionalità del sistema di accertamento e alla tempestiva percezione del tributo». Ergo, i giudici non possono affibbiare a Dolce & Gabbana altri 500mila euro di risarcimento per «danno morale», come hanno fatto: perché significa che il diritto di critica è andato definitivamente a ramengo e che la sola cosa da fare è pagare e stare zitti, perché sennò la gente, sai, poi pensa male di Equitalia. Ecco perché occorre proteggerla da quella moltitudine di crudeli cittadini pronti a infliggerle terrificanti danni morali con le loro lagnanze. Siamo alla follia.

Tante verità soggettive e tante omertà son tasselli che la mente corrompono. Io le cerco, le filtro e nei miei libri compongo il puzzle, svelando l’immagine che dimostra la verità oggettiva censurata da interessi economici ed ideologie vetuste e criminali.

Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti  e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché  non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!

Ha mai pensato, per un momento, che c’è qualcuno che da anni lavora indefessamente per farle sapere quello che non sa? E questo al di là della sua convinzione di sapere già tutto dalle sue fonti?

Provi a leggere un e-book o un book di Antonio Giangrande. Scoprirà, cosa succede veramente nella sua regione o in riferimento alla sua professione. Cose che nessuno le dirà mai.

Non troverà le cose ovvie contro la Mafia o Berlusconi o i complotti della domenica. Cose che servono solo a bacare la mente. Troverà quello che tutti sanno, o che provano sulla loro pelle, ma che nessuno ha il coraggio di raccontare.

Può anche non leggere questi libri, frutto di anni di ricerca, ma nell’ignoranza imperante che impedisce l’evoluzione non potrà dire che la colpa è degli altri e che gli altri son tutti uguali.

CHI E’ IL POLITICO?

Ora lo dice anche la scienza: la politica manda fuori di testa. Incapace di accettare idee diverse e pronto a manipolare i dati a proprio comodo. Il cervello della casta secondo Yale, scrive “Libero Quotidiano”. Oramai c'è anche il sigillo della scienza: la politica rende intellettualmente disonesti. Lo dimostra uno studio condotto da Dan Kahan della Yale University: la passione politica compromette il funzionamento della mente e induce a distorcere logica e capacità di calcolo. Perché? Perché il cervello del politico, come risulta dallo studio, prova a ogni costo a modificare i dati reali per farli aderire alla propria visione del mondo.

L'esperimento, la prima parte - Tra i vari esperimenti che hanno composto lo studio (pubblicato col titolo “Motivated numeracy and Enlightened self-government”), ce n'è uno che illustra meglio di tutti il meccanismo di deformazione intellettuale dei politici. E' stato chiesto alle "cavie" di interpretare delle tavole numeriche relativa alla capacità di provocare prurito di alcune creme dermatologiche. Non avendo l'argomento implicazioni sociali, i politici sono stati in grado di eseguire correttamente i calcoli aritmetici.

L'esperimento, la seconda parte - In seconda battuta, allo stesso campione umano è stato chiesto di leggere tavole che per tema, però, avevano il rapporto tra licenze dei porti d'armi e variazione del tasso di criminalità. E i nodi sono venuti al pettine. Avendo l'argomento ovvia rilevanza politica, le cavie sono andate in tilt. Quando si trovavano a dover rispondere a quesiti aritmetici in contraddizione con le proprie convinzioni, sbagliavano in maniera inconscia anche calcoli semplici per non dover arrivare a una soluzione sgradita. Insomma: meglio andare fuori strada che imboccare una strada spiacevole.

Le conclusioni - Il prof della Yale non ha dubbi: la passione politica è una fatto congenito che però condiziona il cervello. Una volta che il politico fa sua una certa visione del mondo, non c'è dato o riscontro oggettivo che possa fargli cambiare idea.

CHI E’ L’AVVOCATO?

Chi è l’avvocato: fenomenologia di una categoria, spiega un anonimo sul portale “La Legge per tutti”.

O li si ama o li si odia: non esistono vie di mezzo per gli avvocati, una delle categorie professionali più contraddittorie e discusse dai tempi degli antichi greci.

“E il Signore disse: Facciamo Satana, così la gente non mi incolperà di tutto. E facciamo gli avvocati, così la gente non incolperà di tutto Satana”.

La battuta del comico statunitense, George Burns, è il modo migliore per aprire l’argomento su una delle professioni da sempre più discusse. Perché, diciamoci la verità, appena si parla di “avvocati” la prima idea che corre è quella di una “categoria“: non tanto nel senso di lobby, quanto di un mondo sociale a parte, con i suoi strani modi di essere e di pensare. Insomma, proprio come quando si pensa ad una razza animale.

Difensori dei diritti o azzeccagarbugli abili solo a far assolvere i colpevoli? Professionisti della logica o dotati retori? La linea di confine è così labile che l’immaginario collettivo li ha sempre collocati a cavallo tra la menzogna e il rigore.

Di tutto questo, però, una cosa è certa: gli avvocati formano un mondo a sé.

La parola “avvocato” deriva dal latino “vocatus“‘ ossia “chiamato”. Non nel senso, come verrebbe spontaneo pensare, che all’indirizzo di questa figura vengono rivolti irripetibili epiteti offensivi, ma nel significato che a lui ci si rivolge quando si ha bisogno di aiuto.

L’odio da sempre legato al legale va a braccetto con la parola “parcella“: un peso che ha trascinato questa categoria nel più profondo girone dantesco. Perché – la gente si chiede – bisogna pagare (anche profumatamente) per far valere i propri diritti? In realtà, la risposta è la stessa per cui bisogna remunerare un medico per godere di buona salute o aprire un mutuo per avere un tetto sotto cui dormire. Tuttavia, i fondamenti della difesa legale risalgono a quando, già dagli antichi greci, i soliti individui omaggiati di improvvisa ricchezza erano anche quelli inabissati di profonda ignoranza: costoro trovarono più conveniente affidare ai più istruiti la difesa dei propri interessi. E ciò fu anche la consegna delle chiavi di un’intera scienza. Perché, da allora, il popolo non si è più riappropriato di ciò che era nato per lui: la legge.

I primi avvocati erano anche filosofi, e questo perché non esistevano corpi legislativi definiti e certi. Erano, insomma, la classe che non zappava, ma guardava le stelle. Un’anima teorica che, a quanto sembra, è rimasta sino ad oggi.

Ciò che, però, si ignora è che, ai tempi dei romani, il compenso dell’avvocato era la fama, acquisita la quale si poteva pensare d’intraprendere la carriera politica. In quel periodo sussisteva il divieto di ricevere denaro in cambio delle proprie prestazioni professionali e la violazione di tale precetto era sanzionata con una pena pecuniaria. Il divieto, sin da allora e secondo buona prassi italica, veniva sistematicamente raggirato poiché era consentito – proprio come avviene oggi nei migliori ambienti della pubblica amministrazione – accettare doni e regalie da parte dei clienti riconoscenti. Da qui venne il detto: “ianua advocati pulsanda pede” (“alla porta dell’avvocato si bussa col piede”, visto che le mani sono occupate a reggere i doni).

“La giurisprudenza estende la mente e allarga le vedute”: una considerazione che, seppur vera, si scontra con la prassi. Il carattere di un avvocato, infatti, è permaloso e presuntuoso. Provate a fargli cambiare idea: se ci riuscirete sarà solo perché lui vi ha fatto credere così. In realtà, ogni avvocato resta sempre della propria idea. Giusta o sbagliata che sia. Ed anche dopo la sentenza che gli dà torto. A sbagliare è sempre il giudice o la legge.

L’avvocato è una persona abituata a fare domande e, nello stesso tempo, ad essere evasivo a quelle che gli vengono rivolte. È solito prendere decisioni e a prenderle in fretta (calcolate la differenza di tempi con un ingegnere e vedrete!). È dotato di problem solving e il suo obiettivo è trovare l’escamotage per uscire fuori dal problema, in qualsiasi modo possibile.

Inoltre, l’avvocato, nell’esercizio della propria professione, è un irriducibile individualista: se ne sta nel suo studio, a coltivare le sue pratiche, e l’idea dell’associativismo gli fa venire l’orticaria.

Egli considera ogni minuto sottratto al proprio lavoro una perdita di tempo. Il tempo appunto: ogni legale nasce con l’orologio al polso, e questo perché la vita professionale è costellata di scadenze. Tra termini iniziali, finali, dilatori, ordinatori, perentori, ogni avvocato considera la propria agenda più della propria compagna di letto.

Così come la caratteristica di ogni buon medico è quella di scrivere le ricette con una grafia incomprensibile, dote di ogni avvocato è parlare con un linguaggio mai chiaro per il cittadino. Tra latinismi, istituti, tecnicismi, concettualismi, astrazioni, teorie e interpretazioni, commi, articoli, leggi, leggine e sentenze, il vocabolario del legale è precluso ad ogni persona che non sia, appunto, un altro legale. E questo – a quanto sembra – gratifica infinitamente ogni avvocato che si rispetti.

Su tutto, però, l’avvocato è un relativista nell’accezione più pirandelliana del termine. La realtà non esiste (e chi se ne frega!): esiste solo ciò che appare dalle carte. Tutto il resto è mutevole, contraddittorio, variabile, volubile, capriccioso, instabile. Tanto vale non pensarci e accontentarsi di ciò che racconta il cliente.

Si dice che il problema dell’avvocatura sia il numero. Su 9.000 giudici, in Italia ci sono circa 220.000 avvocati. In realtà, il problema sarebbe di gran lunga più grave se di avvocati ve ne fossero pochi, circostanza che aprirebbe le porte alla scarsità e, quindi, a tariffe ancora più alte e a una certa difficoltà a poter difendere tutti.

La ragione di tale eccesso di offerta risiede nel fatto che la facilità con cui si accede, oggi, all’avvocatura ha fatto si che tale professione venisse considerata una sorta di area di transito in cui potersi parcheggiare in attesa di un lavoro più soddisfacente (e, di questi tempi, remunerativo). Poi, però, le cose non vanno mai come programmato e ciò che doveva essere un impegno momentaneo diventa quello di una vita (salvo tentare il classico concorso pubblico e inseguire la chimera del posto fisso a reddito certo).

Ci piace terminare con le parole di Giulio Imbarcati, pseudonimo di un collega che ha saputo prendere in giro la categoria, disegnandola anche finemente in un suo libro di successo.

Il problema è che oggi nel campo dell’avvocatura (più che in altre professioni) non è il mercato a operare la selezione.

Se così fosse tutti saremmo più tranquilli e fiduciosi, perché questo vorrebbe dire qualità del servizio. E, come dovrebbe essere in qualsiasi sistema sociale che voglia definirsi giusto, dopo l’uguale allineamento ai nastri di partenza, i più dotati procedono veloci, i mediocri arrancano, gli inadatti si fermano.

Ma, nel mondo all’incontrario che abbiamo costruito con lungimirante impegno, le cose funzionano diversamente.

Capita che siano proprio i più dotati a soccombere e non solo davanti ai mediocri, ma anche rispetti agli inadatti.

Perché? Ma perché proprio i mediocri e gli inadatti sono quelli più disposti al compromesso e all’ipocrisia.

Proprio loro, cioè, per raggiungere gli obiettivi, e consapevoli della modesta dote professionale, hanno meno difficoltà a discostarsi da quelle coordinate di riferimento che i dotati continuano a considerare sacre e inviolabili.

L’effetto, nel settore dell’avvocatura, è dirompente e a pagarne gli effetti non sarà solo il fruitore immediato (ossia il cittadino), ma l’intero sistema giustizia.“ 

DELINQUENTE A CHI?

“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht.

Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi.

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

"Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori.

CHI E’ IL MAGISTRATO?

"Giustizia usata per scopi politici". Se lo dice anche la Boccassini... Una sparata senza precedenti contro le toghe politicizzate, contro quella branca della magistratura che ha usato le aule di tribunale per spiccare il volo in parlamento. A Ilda la Rossa, che la politica l'ha sempre fatta direttamente nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Milano, proprio non vanno giù i vari Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris e Antonio Ingroia che, negli ultimi anni, hanno amaramente tentato di accaparrarsi una poltrona. "Non è una patologia della magistratura - ha spiegato la pm di Milano - ma ci sono dei pubblici ministeri che hanno usato il loro lavoro per altro".

«Ognuno deve fare la sua parte, anche i politici, anche i giornalisti, ma in questi vent'anni lo sbaglio di noi magistrati è di non aver mai fatto un'autocritica o una riflessione. Perché si è verificato ed è inaccettabile che alcune indagini sono servite ad altro (per gli stessi magistrati, per carriere, per entrare in politica)».  Alcuni suoi colleghi si sono sentiti portatori di verità assolute per le loro indagini grazie al "consenso sociale", cosa sbagliatissima, una "patologia", sia per lei, sia per Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma, seduto al suo fianco. Una sparata senza precedenti contro le toghe politicizzate, contro quella branca della magistratura che ha usato le aule di tribunale per spiccare il volo in parlamento. A Ilda la Rossa, che la politica l'ha sempre fatta direttamente nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Milano, proprio non vanno giù i vari Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris e Antonio Ingroia che, negli ultimi anni, hanno amaramente tentato di accaparrarsi una poltrona. "Non è una patologia della magistratura - ha spiegato la pm di Milano - ma ci sono dei pubblici ministeri che hanno usato il loro lavoro per altro".

«Io - racconta Boccassini, che dopo trent'anni ha cambiato colore e taglio di capelli, è diventata bionda - durante Tangentopoli, stavo in Sicilia. Noi vivevano in hotel "bunkerizzati", con i sacchi di sabbia, intorno era guerra. E quando arrivavo a Milano, per salutare i colleghi, vedevo le manifestazioni a loro favore, "Forza mani pulite""». E non le piaceva, anzi "ho provato una cosa terribile" quando la folla scandiva i nomi dei magistrati, perché a muoverli "non dev'essere l'approvazione". «Non è il consenso popolare che ci deve dare la forza di andare avanti, ma il fatto di far bene il nostro mestiere. Ho sempre vissuto molto male gli atteggiamenti osannanti delle folle oceaniche degli anni di Mani pulite e delle stragi di mafia"». Intervenuta alla presentazione del libro di Lionello Mancini, "L'onere della toga", il 14 settembre 2013 il pm milanese Ilda Boccassini ha sottolineato gli atteggiamenti e le dinamiche che si sono sviluppate nella magistratura negli ultimi vent'anni. «Un'anomalia dalla quale dovremo uscire per forza di cose. Quello che rimprovero alla mia categoria è di non aver mai fatto una seria autocritica in tutti questi anni», ha concluso. 

Come ha sottolineato Giuseppe Pignatone, una riflessione dovrebbe nascere in seguito al processo Borsellino: ci sono stati dei condannati sino alla cassazione, ma poi le confessioni di un collaboratore di giustizia hanno raccontato che la verità era un'altra: "Chi ha sbagliato in buona fede deve dirlo", perché i magistrati dell'accusa devono muoversi sempre sulle prove certe, invece, a volte, ripete Pignatone, "quando le prove non ci sono, alcune notizie vengono fatte uscire sui giornali, per una carica moralistica che non deve appartenere alla magistratura". Anzi, è il contrario. La parola che Pignatone usa di più è "equilibrio", sia per fermarsi, per evitare che persone finiscano nei guai senza prove, sia "per partire e andare sino in fondo quando le prove ci sono". Tutti e due hanno collaborato a lungo nelle inchieste che hanno decimato alcune tra le cosche più potenti della 'ndrangheta. Descrizione: http://imageceu1.247realmedia.com/0/default/empty.gif

Sono entrambi - e lo dicono - in prima pagina dieci volte di più dei colleghi citati nel libro di Mancini, ma conoscono la "nausea" comune a chiunque debba fare un mestiere difficile, che ha a che fare con la vita, la morte, il dolore. E per questo, "se un giornalista ha una notizia che mette in pericolo la vita di una persona, non la deve dare", dice Boccassini, Pignatone concorda, De Bortoli e Mancini alzano gli occhi al cielo.

L’idolatria è il male endemico di una società debole. Ha come effetti il ridimensionamento della condizione civile del singolo, il suo declassamento da cittadino a cliente oppure a percettore di una identità e/o idealità passive, chiuse nel recinto di una tifoseria. Io sono con te, sempre e comunque. Non amo altro Dio all’infuori di te. Fa dunque bene Ilda Boccassini a denunciare la trasformazione sociale dell’identità del magistrato, sia esso giudice o pubblico ministero, che nella storia recente della Repubblica è spesso assurto a stella del firmamento sociale, si è fatto, malgrado ogni sua buona e condivisibile intenzione, parte di una battaglia; ha goduto di un riconoscimento che magari esuberava dalle sue funzioni, dalla qualità di rappresentante della legge (“uguale per tutti”) che gli avrebbe dovuto far osservare l’obbligo di assoluta e rigorosa discrezione.

LA SCIENZA LO DICE: I MAGISTRATI FANNO POLITICA. I ROSSI ATTACCANO. GLI AZZURRI INSABBIANO.

Ecco la prova: i giudici fanno politica. Lo studio di due ricercatori svela: i magistrati di sinistra indagano di più la destra. Ecco la prova: i giudici fanno politica. La persecuzione degli avversari rilevata in un saggio scientifico, scrive Luca Fazzo su “Il Giornale”. Alla fine, la questione può essere riassunta così, un po' cinicamente: ma d'altronde il convegno si tiene nella terra del Machiavelli. «Chiunque di noi fa preferenze. Se può scegliere se indagare su un nemico o su un amico, indaga sul nemico. È l'istinto umano. E vale anche in politologia». Parola di Andrea Ceron, ricercatore alla facoltà di Scienze politiche di Milano. Che insieme al collega Marco Mainenti si è messo di buzzo buono a cercare risposte scientifiche a una domanda che si trascina da decenni: ma è vero che in Italia i giudici indagano in base alle loro preferenze politiche? La risposta Ceron e Mainenti la daranno oggi a Firenze, presentando il loro paper - anticipato ieri dal Foglio - in occasione del convengo annuale della Società italiana di Scienza politica. È una risposta basata su tabelle un po' difficili da capire, modelli matematici, eccetera. Ma la risposta è chiara: sì, è vero. La magistratura italiana è una magistratura politicizzata, le cui scelte sono condizionate dalle convinzioni politiche dei magistrati. I pm di sinistra preferiscono indagare sui politici di destra. I pm di destra chiudono un occhio quando di mezzo ci sono i loro referenti politici. Una tragedia o la conferma scientifica dell'esistenza dell'acqua calda? Forse tutte e due le cose insieme. Ventidue pagine, rigorosamente scritte in inglese, intitolate «Toga Party: the political basis of judicial investigations against MPs in Italy, 1983-2013». Dove MPs è l'acronimo internazionale per «membri del Parlamento». I politici, la casta, quelli che da un capo all'altro della terra devono fare i conti con le attenzioni della magistratura. Racconta Ceron: «Nei paesi dove i magistrati sono eletti dalla popolazione, come l'America o l'Australia, che si facciano condizionare dalla appartenenza politica è noto e quasi scontato. Ma cosa succede nei paesi, come l'Italia, dove in magistratura si entra per concorso e dove non c'è un controllo politico? Questa è la domanda da cui abbiamo preso le mosse». Ricerca articolata su due hypothesis, come si fa tra scienziati empirici: 1) più l'orientamento politico di un giudice è lontano da quello di un partito, più il giudice è disposto a procedere contro quel partito; 2) i giudici sono più disponibili a indagare su un partito, quanto più i partiti rivali aumentano i loro seggi. Come si fa a dare una risposta che non sia una chiacchiera da bar? Andando a prendere una per una le richiesta di autorizzazione a procedere inviate dalle procure di tutta Italia al Parlamento nel corso di trent'anni, prima, durante e dopo Mani Pulite; catalogando il partito di appartenenza dei destinatari. E andando a incrociare questo dato con l'andamento, negli stessi anni e negli stessi tribunali, delle elezioni per gli organi dirigenti dell'Associazione nazionale magistrati, l'organizzazione sindacale delle toghe, catalogandoli in base al successo delle correnti di sinistra (Magistratura democratica e Movimento per la giustizia), di centro (Unicost) e di destra (Magistratura indipendente); e dividendo un po' bruscamente in «tribunali rossi» e in «tribunali blu». «Il responso è stato inequivocabile», dice Ceron. Ovvero, come si legge nel paper: «I risultati forniscono una forte prova dell'impatto delle preferenze dei giudici sulle indagini. I tribunali dove un numero più alto di giudici di sinistra appartengono a Md e all'Mg, tendono a indagare maggiormente sui partiti di destra. La politicizzazione funziona in entrambe le direzioni: un aumento di voti per le fazioni di destra fa scendere le richieste contro i partiti di destra». I numeri sono quelli di una gigantesca retata: 1.256 richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di 1.399 parlamentari. Di queste, i due ricercatori hanno focalizzato quelle relative ai reati di corruzione e finanziamento illecito: 526, per 589 parlamentari. Fino al 1993, come è noto, l'autorizzazione serviva anche per aprire le indagini, oggi è necessaria solo per arrestare o intercettare. Ma, secondo la richiesta di Ceron e Mainardi, non è cambiato nulla: almeno nella componente ideologica dell'accusa, che i due considerano scientificamente e platealmente dimostrata. Dietro due grandi alibi, che sono la mancanza di risorse e la presunta obbligatorietà dell'azione penale, di fatto vige la più ampia discrezionalità. È un pm quasi sempre ideologicamente schierato a scegliere su quale politico indagare. E quasi sempre dimentica di dimenticarsi le sue opinioni. «L'analisi dei dati - spiega Ceron - dice che i comportamenti sono lievemente diversi tra giudici di sinistra e di destra: quelli di sinistra sono più attivi nell'indagare gli avversari, quelli di destra preferiscono risparmiare accuse ai politici del loro schieramento». Ma in ogni caso, di giustizia piegata all'ideologia e all'appartenenza politica si tratta. Unita ad un'altra costante, di cui pure qualche traccia si coglie a occhio nudo: fino a quando un partito è saldamente al potere, i pm sono cauti. Ma quando il suo potere traballa e si logora, allora si scatenano.

Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi.

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

"Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori.

TRAMONTO ROSSO. I COMUNISTI E LA GIUSTIZIA.

Questo libro va usato come uno strumento per capire chi sono i Rossi, la classe politica di centrosinistra chiamata a rinnovare il paese. Scritto come un viaggio in Italia, da nord a sud, regione per regione, città per città. I protagonisti, gli affari, gli scandali, le inchieste. Uomini chiave come l’ex capo della segreteria politica Pd Filippo Penati, accusato di aver imposto tangenti, o il tesoriere della fu Margherita Luigi Lusi, che ha fatto sparire 22 milioni di euro di fondi elettorali. Roccaforti rosse come l’Emilia investite da casi di malaffare e penetrazioni mafiose mai visti. Nel Comune di Serramazzoni (Modena) indagini su abusi edilizi e gare pubbliche. I 3 milioni di cittadini accorsi alle primarie per la scelta del leader sono un’iniezione di fiducia. Ma nella contesa manca un programma chiaro di riforme in termini di diritti, lavoro, crescita. La difesa del finanziamento pubblico ai partiti spetta al tesoriere dei Ds Ugo Sposetti da Viterbo. Sposetti blinda in una serie di fondazioni il “patrimonio comunista” prima della fusione con la Margherita. Il Pd continua a occuparsi di banche dopo la scalata illegale di Unipol a Bnl (caso Monte dei Paschi). Il sistema sanitario nelle regioni rosse è piegato agli interessi corporativi. Tutta una classe politica che per anni ha vissuto di inciuci con Berlusconi, ora si dichiara ripulita e finalmente pronta a governare. Ma i nomi sono gli stessi di sempre. Ma anche il sistema Ds prima e  Pd poi in tutte le regioni d’Italia dove il governo si è protratto per anni e che tra sanità, cemento e appalti e municipalizzata , i conflitti di interesse dal Lazio alla Puglia all’Emilia si moltiplicano.

Così gli ex Pci condizionano le procure. Inchieste insabbiate, politici protetti, giudici trasferiti: le anomalie da Nord a Sud nel libro "Tramonto rosso", scrive Patricia Tagliaferri su “Il Giornale”. Il Pd e i suoi scandali, dal nord al sud d'Italia, dentro e fuori le Procure. Abusi, tangenti, speculazioni edilizie, scalate bancarie, interessi corporativi nel sistema sanitario, magistrati scomodi isolati, intimiditi, trasferiti. Potenti di turno miracolosamente soltanto sfiorati da certe indagini. È un libro che farà discutere quello scritto da Ferruccio Pinotti, giornalista d'inchiesta autore di numerosi libri di indagine su temi scomodi, e Stefano Santachiara, blogger del Fatto. Atteso e temuto Tramonto rosso, edito da Chiarelettere, sarà in libreria a fine ottobre 2013, nonostante le voci di un blocco, smentito dagli autori, e dopo un piccolo slittamento (inizialmente l'uscita era prevista a giugno 2013) dovuto, pare, ad un capitolo particolarmente spinoso su una forte influenza «rossa» che agirebbe all'interno di uno dei tribunali più importanti d'Italia, quello di Milano, dove indagini che imboccano direzioni non previste non sarebbero le benvenute mentre altre troverebbero la strada spianata. Il libro presenta un ritratto della classe politica di centrosinistra, quella che si dichiara pulita e pronta a prendere in mano le redini del Paese, ma che è sempre la stessa. Stessi nomi, stesse beghe, stessi affanni. Un partito, il Pd, per niente diverso dagli altri nonostante si proclami tale. Gli uomini chiave della sinistra troveranno molte pagine dedicate a loro. Ce n'è per tutti. Per il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, che ha blindato in una serie di fondazioni il «patrimonio comunista» prima della fusione con la Margherita, per l'ex componente della segreteria di Bersani, Filippo Penati, accusato di corruzione e di finanziamento illecito, per l'ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, che avrebbe fatto sparire 22 milioni di euro di fondi elettorali. Gli autori passano dagli abusi edilizi e dalle infiltrazioni mafiose nell'Emilia rossa al pericoloso rapporto della sinistra con gli istituiti bancari, da Unipol a Monte dei Paschi. Molto è stato scritto sulla scalata Unipol-Bnl, sulla partecipazione ai vertici Ds e sul sequestro di 94 milioni di euro di azioni di Antonveneta disposto nel 2005 dal gip Clementina Forleo. Poco si sa, invece, su cosa è accaduto dopo al giudice che si è trovato tra le mani un fascicolo con i nomi di pezzi molto grossi del Pd. «Tramonto rosso» riordina alcuni fatti e segnala circostanze, talvolta inquietanti, che certamente fanno riflettere. Come le gravi intimidazioni subite dalla Forleo, le minacce, gli attacchi politici, le azioni disciplinari, l'isolamento. Fino al trasferimento per incompatibilità ambientale, nel 2008, poi clamorosamente bocciato da Tar e Consiglio di Stato. Il tutto nel silenzio dei colleghi per i quali i guai del gip erano legati al suo brutto carattere e non certo ai suoi provvedimenti sulle scalate bancarie. «Questa pervicacia contra personam è l'emblema dell'intromissione politica nella magistratura», si legge nel testo. Gli autori approfondiscono poi il noto salvataggio operato dalla Procura di Milano nei confronti di Massimo D'Alema e Nicola Latorre, descritti dalla Forleo nell'ordinanza del luglio 2007, finalizzata a chiedere il placet parlamentare all'uso delle telefonate nei procedimenti sulle scalate, come concorrenti del reato di aggiotaggio informativo del presidente di Unipol Gianni Consorte. Con la Forleo, sempre più nel mirino, oggetto di riunioni pomeridiane in cui alcuni colleghi milanesi avrebbero discusso la strategia contro di lei, come rivelato dal gip Guido Salvini. Per trovare un altro esempio di come riescono ad essere minimizzate le inchieste che coinvolgono il Pd basta scendere a Bari. Qui a fare le spese di un'indagine scomoda su alcuni illeciti nel sistema sanitario regionale è stato il pm Desirèe Digeronimo, duramente osteggiata dai colleghi fino al trasferimento.

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

«Berlusconi aveva assunto lo stalliere Vittorio Mangano per far entrare Cosa Nostra dentro la sua villa. Il patto sancito in una cena a Milano alla quale avevano partecipato lo stesso Cavaliere e diversi esponenti della criminalità organizzata siciliana». Le motivazioni (pesantissime) della condanna d'appello per Dell'Utri. «E' stato definitivamente accertato che Dell'Utri, Berlusconi, Cinà, Bontade e Teresi (tre mafiosi) avevano siglato un patto in base al quale l'imprenditore milanese avrebbe effettuato il pagamento di somme di denaro a Cosa nostra per ricevere in cambio protezione (...)». E poi: «Vittorio Mangano non era stato assunto per la sua competenza in materia di cavalli, ma per proteggere Berlusconi e i suoi familiari e come presidio mafioso all'interno della villa dell'imprenditore». Sono parole pesantissime quelle che i giudici della terza sezione penale della Corte di appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza con cui Marcello Dell'Utri è stato condannato il 25 marzo 2013 a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Parole pesanti verso lo stesso Dell'Utri, che «tra il 1974 e il 1992 non si è mai sottratto al ruolo di intermediario tra gli interessi dei protagonisti», e «ha mantenuto sempre vivi i rapporti con i mafiosi di riferimento», ma anche verso l'ex premier dato che Dell'Utri viene definito «mediatore contrattuale» del patto tra Cosa Nostra e lo stesso Berlusconi. Secondo i giudici, «è stato acclarato definitivamente che Dell'Utri ha partecipato a un incontro organizzato da lui stesso e Cinà (mafioso siciliano) a Milano, presso il suo ufficio. Tale incontro, al quale erano presenti Dell'Utri, Gaetano Cinà, Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo e Silvio Berlusconi, aveva preceduto l'assunzione di Vittorio Mangano presso Villa Casati ad Arcore, così come riferito da Francesco Di Carlo e de relato da Antonino Galliano, e aveva siglato il patto di protezione con Berlusconi». «In tutto il periodo di tempo in oggetto (1974-1992) Dell'Utri ha, con pervicacia, ritenuto di agire in sinergia con l'associazione e di rivolgersi a coloro che incarnavano l'anti Stato, al fine di mediare tra le esigenze dell'imprenditore milanese (Silvio Berlusconi) e gli interessi del sodalizio mafioso, con ciò consapevolmente rafforzando il potere criminale dell'associazione», è scritto poi nelle motivazioni. Dell'Utri quindi è «ritenuto penalmente responsabile, al di là di ogni ragionevole dubbio, della condotta di concorso esterno in associazione mafiosa dal 1974 al 1992» e la sua personalità «appare connotata da una naturale propensione ad entrare attivamente in contatto con soggetti mafiosi, da cui non ha mai mostrato di volersi allontanare neppure in momenti in cui le proprie vicende personali e lavorative gli aveva dato una possibilità di farlo» .

Per i magistrati è più utile considerare Berlusconi un mafioso, anziché considerarlo una vittima dell’inefficienza dello Stato che non sa difendere i suoi cittadini. Una vittima che è disposta ai compromessi per tutelare la sicurezza dei suoi affari e della sua famiglia.

Chi paga il pizzo per lo Stato è un mafioso. E se non ti adegui ti succede quello che succede a tutti. Una storia esemplare. Valeria Grasso: “Ho denunciato la mafia, ora denuncio lo Stato”. “Una vergogna, una vergogna senza fine”. Con queste poche parole si può descrivere la situazione dei Testimoni di Giustizia in Italia. Dove lo Stato non riesce a fare il proprio dovere. Fino in fondo. Sono troppe le storie drammatiche, che restano nel silenzio. Troppi gli ostacoli, le difficoltà, i pericoli, i drammi. I testimoni di giustizia, fondamentali per la lotta alla criminalità organizzata, devono essere protetti e sostenuti. Nel Paese delle mafie lo Stato abbandona i suoi testimoni. Lo ha fatto in passato e sta continuando a farlo. Non stiamo parlando dei "pentiti", dei collaboratori di giustizia. Di chi ha commesso dei reati e ha deciso, per qualsiasi ragione, di "collaborare" con lo Stato. Anche i "pentiti" (quelli credibili) servono, sono necessari per combattere le organizzazioni criminali. Ma i testimoni sono un’altra cosa. Sono semplici cittadini, che non hanno commesso reati. Hanno visto, hanno subito e hanno deciso di "testimoniare". Per dovere civico, perché è giusto comportarsi in un certo modo. Nel BelPaese il dovere civico è poco apprezzato. I testimoni di giustizia, in Italia, denunciano le stesse problematiche. Ma nessuno ascolta, risponde. Si sentono abbandonati. Prima utilizzati e poi lasciati in un "limbo" profondo. Senza luce e senza futuro.

 “La mafia, come ci è inculcata dalla stampa di regime, è un’entità astratta, impossibile da debellare, proprio perché non esiste.”

Lo scrittore Antonio Giangrande sul fenomeno “Mafia” ha scritto un libro: “MAFIOPOLI. L’ITALIA DELLE MAFIE. QUELLO CHE NON SI OSA DIRE”. Book ed E-Book pubblicato su Amazon.it e che racconta una verità diversa da quella profusa dai media genuflessi alla sinistra ed ai magistrati.

«L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione.»

Continua Antonio Giangrande.

«La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: "Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!"

“La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera”. Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

“Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa”. “In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere”.  Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

Questi sono solo pochi esempi di dichiarazioni ufficiali.

Abbiamo una Costituzione catto-comunista predisposta e votata dagli apparati politici che rappresentavano la metà degli italiani, ossia coloro che furono i vincitori della guerra civile e che votarono per la Repubblica. Una Costituzione fondata sul lavoro (che oggi non c’è e per questo ci rende schiavi) e non sulla libertà (che ci dovrebbe sempre essere, ma oggi non c’è e per questo siamo schiavi). Un diritto all’uguaglianza inapplicato in virtù del fatto che il potere, anziché essere nelle mani del popolo che dovrebbe nominare i suoi rappresentanti politici, amministrativi e giudiziari, è in mano a mafie, caste, lobbies e massonerie. 

Siamo un popolo corrotto: nella memoria, nell’analisi e nel processo mentale di discernimento. Ogni dato virulento che il potere mediatico ci ha propinato, succube al potere politico, economico e giudiziario, ha falsato il senso etico della ragione e logica del popolo. Come il personal computer, giovani e vecchi, devono essere formattati. Ossia, azzerare ogni cognizione e ripartire da zero all’acquisizione di conoscenze scevre da influenze ideologiche, religiose ed etniche. Dobbiamo essere consci del fatto che esistono diverse verità.

Ogni fatto è rappresentato da una verità storica; da una verità mediatica e da una verità giudiziaria.

La verità storica è conosciuta solo dai responsabili del fatto. La verità mediatica è quella rappresentata dai media approssimativi che sono ignoranti in giurisprudenza e poco esperti di frequentazioni di aule del tribunale, ma genuflessi e stanziali negli uffici dei pm e periti delle convinzioni dell’accusa, mai dando spazio alla difesa. La verità giudiziaria è quella che esce fuori da una corte, spesso impreparata culturalmente, tecnicamente e psicologicamente (in virtù dei concorsi pubblici truccati). Nelle aule spesso si lede il diritto di difesa, finanche negando le più elementari fonti di prova, o addirittura, in caso di imputati poveri, il diritto alla difesa. Il gratuita patrocinio è solo una balla. Gli avvocati capaci non vi consentono, quindi ti ritrovi con un avvocato d’ufficio che spesso si rimette alla volontà della corte, senza conoscere i carteggi. La sentenza è sempre frutto della libera convinzione di una persona (il giudice). Mi si chiede cosa fare. Bisogna, da privato, ripassare tutte le fasi dell’indagine e carpire eventuali errori dei magistrati trascurati dalla difesa (e sempre ve ne sono). Eventualmente svolgere un’indagine parallela. Intanto aspettare che qualche pentito, delatore, o intercettazione, produca una nuova prova che ribalti l’esito del processo. Quando poi questa emerge bisogna sperare nella fortuna di trovare un magistrato coscienzioso (spesso non accade per non rilevare l’errore dei colleghi), che possa aprire un processo di revisione.

Non sarà la mafia a uccidermi ma alcuni miei colleghi magistrati (Borsellino). La verità sulle stragi non la possiamo dire noi Magistrati ma la deve dire la politica se non proprio la storia (Ingroia). Non possiamo dire la verità sulle stragi altrimenti la classe politica potrebbe non reggere (Gozzo). Non sono stato io a cercare loro ma loro a cercare me (Riina). In Italia mai nulla è come appare. Ipocriti e voltagabbana. Le stragi come eccidi di Stato a cui non è estranea la Magistratura e gran parte della classe politica del tempo.

Chi frequenta bene le aule dei Tribunali, non essendo né coglione, né in mala fede, sa molto bene che le sentenze sono già scritte prima che inizi il dibattimento. Le pronunce sono pedisseque alle richieste dell’accusa, se non di più. Anche perché se il soggetto è intoccabile l’archiviazione delle accuse è già avvenuta nelle fasi successive alla denuncia o alla querela: “non vi sono prove per sostenere l’accusa” o “il responsabile è ignoto”. Queste le motivazioni in calce alla richiesta accolta dal GIP, nonostante si conosca il responsabile o vi siano un mare di prove, ovvero le indagini non siano mai state effettuate. La difesa: un soprammobile ben pagato succube dei magistrati. Il meglio che possono fare è usare la furbizia per incidere sulla prescrizione. Le prove a discarico: un perditempo, spesso dannoso. Non è improbabile che i testimoni della difesa siano tacciati di falso.

Nel formulare la richiesta la Boccassini nel processo Ruby ha fatto una gaffe dicendo: "Lo condanno", per poi correggersi: "Chiedo la condanna" riferita a Berlusconi.

Esemplare anche è il caso di Napoli. Il gip copia o si limita a riassumere le tesi accusatorie della Procura di Napoli e per questo il tribunale del riesame del capoluogo campano annulla l'arresto di Gaetano Riina, fratello del boss di Cosa nostra, Totò, avvenuto il 14 novembre 2011. L'accusa era di concorso esterno in associazione camorristica. Il gip, scrive il Giornale di Sicilia, si sarebbe limitato a riassumere la richiesta di arresto della Procura di Napoli, incappando peraltro in una serie di errori e non sostituendo nella sua ordinanza neanche le parole «questo pm» con «questo gip». 

Il paradosso, però, sono le profezie cinematografiche adattate ai processi: «... e lo condanna ad anni sette di reclusione, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, e all'interdizione legale per la durata della pena». Non è una frase registrata Lunedì 24 giugno 2013 al Tribunale di Milano, ma una battuta presa dagli ultimi minuti del film «Il caimano» di Nanni Moretti. La condanna inflitta al protagonista (interpretato dallo stesso regista) è incredibilmente identica a quella decisa dai giudici milanesi per Silvio Berlusconi. Il Caimano Moretti, dopo la sentenza, parla di «casta dei magistrati» che «vuole avere il potere di decidere al posto degli elettori».

Tutti dentro se la legge fosse uguale per tutti. Ma la legge non è uguale per tutti. Così la Cassazione si è tradita. Sconcertante linea delle Sezioni unite civili sul caso di un magistrato sanzionato. La Suprema Corte: vale il principio della discrezionalità.

Ed in fatto di mafia c’è qualcuno che la sa lunga. «Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me….Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono, i carabinieri……Di questo papello non ne sono niente….Il pentito Giovanni Brusca non ha fatto tutto da solo, c'è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l'agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l'agenda. In via D'Amelio c'erano i servizi……. Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse. Com'è possibile che sono responsabile di tutte queste cose? La vera mafia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra di loro. Loro scaricano ogni responsabilità  sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine. Io sto bene. Mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura……Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre». Le confidenze fatte da Toto Riina, il capo dei capi, sono state fatte in due diverse occasioni, a due guardie penitenziarie del Gom del carcere Opera di Milano.

Così come in fatto di mafia c’è qualcun altro che la sa lunga. Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi.

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

"Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori.

Lo strumento per addentrarsi nei gangli del potere sono gli esami di Stato ed i concorsi pubblici truccati.

I criteri di valutazione dell’elaborato dell’esame di magistrato, di avvocato, di notaio, ecc.

Secondo la normativa vigente, la valutazione di un testo dell’esame di Stato o di un Concorso pubblico è ancorata ad alcuni parametri. Può risultare utile, quindi, che ogni candidato conosca le regole che i commissari di esame devono seguire nella valutazione dei compiti.

a) chiarezza, logicità e rigore metodologico dell’esposizione;

b) dimostrazione della concreta capacità di soluzione di specifici problemi giuridici;

c) dimostrazione della conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati;

d) dimostrazione della capacità di cogliere eventuali profili di interdisciplinarietà;

e) relativamente all'atto giudiziario, dimostrazione della padronanza delle tecniche di persuasione.

Ciò significa che la comprensibilità dell’elaborato — sotto il profilo della grafia, della grammatica e della sintassi — costituisce il primo criterio di valutazione dei commissari. Ne consegue che il primo accorgimento del candidato deve essere quello di cercare di scrivere in forma chiara e scorrevole e con grafia facilmente leggibile: l’esigenza di interrompere continuamente la lettura, per soffermarsi su parole indecifrabili o su espressioni contorte, infastidisce (e, talvolta, irrita) i commissari ed impedisce loro di seguire il filo del ragionamento svolto nel compito. Le varie parti dell’elaborato devono essere espresse con un periodare semplice (senza troppi incisi o subordinate); la trattazione dei singoli argomenti giuridici deve essere il più possibile incisiva; le ripetizioni vanno evitate; la sequenza dei periodi deve essere rispettosa della logica (grammaticale e giuridica). Non va mai dimenticato che ogni commissione esaminatrice è composta da esperti (avvocati, magistrati e docenti universitari), che sono tenuti a leggere centinaia di compiti in tempi relativamente ristretti: il miglior modo di presentarsi è quello di esporre — con una grafia chiara o, quanto meno, comprensibile (che alleggerisca la fatica del leggere) — uno sviluppo ragionato, logico e consequenziale degli argomenti.

Questa è la regola, ma la prassi, si sa, fotte la regola. Ed allora chi vince i concorsi pubblici e chi supera gli esami di Stato e perché si pretende da altri ciò che da sé non si è capaci di fare, né di concepire?

PARLIAMO DELLA CORTE DI CASSAZIONE, MADRE DI TUTTE LE CORTI. UN CASO PER TUTTI.

La sentenza contro il Cavaliere è zeppa di errori (di grammatica).

Frasi senza soggetto, punteggiatura sbagliata... Il giudizio della Cassazione è un obbrobrio anche per la lingua italiana. Dopodiché ecco l’impatto della realtà nella autentica dettatura delle motivazioni a pag.183: «Deve essere infine rimarcato che Berlusconi, pur non risultando che abbia trattenuto rapporti diretti coi materiali esecutori, la difesa che il riferimento alle decisioni aziendali consentito nella pronuncia della Cassazione che ha riguardato l’impugnazione della difesa Agrama della dichiarazione a  non doversi procedere per prescrizione in merito ad alcune annualità precedenti, starebbe proprio ad indicare che occorre aver riguardo alle scelte aziendali senza possibilità. quindi, di pervernire...». Ecco. Di prim’acchito uno si domanda: oddio, che fine ha fatto la punteggiatura? Ma dov’è il soggetto? Qual è la coordinata, quante subordinate transitano sul foglio. «...ad una affermazione di responsabilità di Berlusconi che presumibilmente del tutto ignari delle attività prodromiche al delitto, ma conoscendo perfettamente il meccanismo, ha lasciato che tutto proseguisse inalterato, mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti da lui scelti...». Eppoi, affiorano, «le prove sono state analiticamente analizzate». O straordinarie accumulazioni semantiche come «il criterio dell’individuazione del destinatario principale dei benfici derivanti dall’illecito fornisce un risultato convergente da quello che s’è visto essere l’esito dell’apprezzamento delle prove compito dai due gradi di merito..» E poi, nello scorrere delle 208 pagine della motivazione, ci trovi i «siffatto contesto normativo», gli «allorquando», gli «in buona sostanza», che accidentano la lettura. Ed ancora la frase «ha posto in essere una frazione importante dell’attività delittuosa che si è integrata con quella dei correi fornendo un contributo causale...». Linguaggio giuridico? Bene anch’io ho fatto Giurisprudenza, ed anch’io mi sono scontrato con magistrati ed avvocati ignoranti in grammatica, sintassi e perfino in diritto. Ma questo, cari miei non è linguaggio giuridico, ma sono gli effetti di un certo modo di fare proselitismo.

LE DINASTIE DEI MAGISTRATI.

LA FAMIGLIA ESPOSITO

Qualcuno potrebbe definirla una famiglia “particolare” scrive “Libero Quotidiano”. Al centro c'è Antonio Esposito, giudice della Corte di Cassazione che in una telefonata-intervista al Mattino anticipò le motivazioni della condanna inflitta a Silvio Berlusconi per frode fiscale nel processo Mediaset. E che in più occasioni è stato “pizzicato” da testimoni a pronunciare frasi non proprio di ammirazione nei confronti del Cavaliere. Poi c'è la nipote Andreana, che sta alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, cui i legali di Berlusconi vorrebbero far ricorso contro la sentenza emessa dalla Cassazione. Paradosso: a passare al vaglio la sentenza pronunciata da Esposito potrebbe essere la nipote. Non bastassero loro, c'è il papà di Andreana, che come scrive, mercoledì 28 agosto,  su Libero Peppe Rinaldi, è stato fotografato mentre prende il sole e fa il bagno presso il Lido Oasi di Agropoli, nel Cilento. Il problema è che il lido è abusivo ed è stato soggetto a indagini, interpellanze, ordinanze di abbattimento. In zona tutti sanno. Curioso che Vitaliano Esposito, ex procuratore generale della Cassazione, non sappia di mettersi a mollo in uno stabilimento balneare fuorilegge (abusivo a sua insaputa). Infine, della famiglia fa parte anche Ferdinando Esposito, Pubblico Ministero a Milano, che tempo fa finì sotto indagine del Csm (che poi archiviò) per le cene a lume di candela del giudice (ma va, anche lui?) in Porsche con Nicole Minetti, allora già imputata per istigazione alla prostituzione insieme a Lele Mora ed Emilio Fede.

Una famiglia, gli Esposito, una delle tante dinastie giudiziarie, che non fosse altro dimostra come la magistratura sia una vera, autentica, casta.

Ciononostante viviamo in un’Italia fatta così, con italiani fatti così, bisogna subire e tacere. Questo ti impone il “potere”. Ebbene, si faccia attenzione alle parole usate per prendersela con le ingiustizie, i soprusi e le sopraffazioni, le incapacità dei governati e l’oppressione della burocrazia, i disservizi, i vincoli, le tasse, le code e la scarsezza di opportunità del Belpaese. Perché sfogarsi con il classico  "Italia paese di merda", per quanto liberatorio, non può essere tollerato dai boiardi di Stato. E' reato, in quanto vilipendio alla nazione. Lo ha certificato la Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza 4 luglio 2013 n. 28730!!!

Ma non di solo della dinastia Esposito è piena la Magistratura.

LA FAMIGLIA DE MAGISTRIS.

La famiglia e le origini, secondo “Panorama”. I de Magistris sono giudici da quattro generazioni. Ma Luigi, l’ultimo erede, della famiglia è stato il primo a essere trasferito per gli errori commessi nell’esercizio delle funzioni. Il bisnonno era magistrato del Regno già nel 1860, il nonno ha subito due attentati, il padre, Giuseppe, giudice d’appello affilato e taciturno, condannò a 9 anni l’ex ministro Francesco De Lorenzo e si occupò del processo Cirillo. Luigi assomiglia alla madre Marzia, donna dal carattere estroverso. Residenti nell’elegante quartiere napoletano del Vomero, sono ricordati da tutti come una famiglia perbene. In via Mascagni 92 vivevano al terzo piano, al primo l’amico di famiglia, il noto ginecologo Gennaro Pietroluongo. Ancora oggi la signora Marzia è la sua segretaria, in una clinica privata del Vomero. Un rapporto che forse ha scatenato la passione del giovane de Magistris per le magagne della sanità. Luigi Pisa, da quarant’anni edicolante della via, ricorda così il futuro pm: "Un ragazzino studioso. Scendeva poco in strada a giocare a pallone e già alle medie comprava Il Manifesto". Il padre, invece, leggeva Il Mattino e La Repubblica. Il figlio ha studiato al Pansini, liceo classico dell’intellighenzia progressista vomerese. Qui il giovane ha conosciuto la politica: le sue biografie narrano che partecipò diciassettenne ai funerali di Enrico Berlinguer. All’esame di maturità, il 12 luglio 1985, ha meritato 51/60. A 22 anni si è laureato in giurisprudenza con 110 e lode. L’avvocato Pierpaolo Berardi, astigiano, classe 1964, da decenni sta battagliando per far annullare il concorso per entrare in magistratura svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo "apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti") e quindi non "furono mai esaminati". I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: "Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione". Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. Uno dei commissari, successivamente, ha raccontato su una rivista giuridica l’esame contestato, narrando alcuni episodi, fra cui quello di un professore di diritto che, avendo appreso prima dell’apertura delle buste della bocciatura della figlia, convocò il vicepresidente della commissione. Non basta. Scrive l’esaminatore: "Durante tutti i lavori di correzione, però, non ho mai avuto la semplice impressione che s’intendesse favorire un certo candidato dopo che i temi di questo erano stati riconosciuti". Dunque i lavori erano anonimi solo sulle buste. "Episodi come questi prevedono, per come riconosciuto dallo stesso Csm, l’annullamento delle prove in questione" conclude con Panorama Berardi. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, Luigi de Magistris.

LA FAMIGLIA BORRELLI.

Biografia di Francesco Saverio Borrelli. Napoli 12 aprile 1930. Ex magistrato (1955-2002). Dal 1992 al 1998 capo della Procura di Milano, divenne noto durante l’inchiesta del pool Mani pulite. Dal 1999 alla pensione procuratore generale della Corte d’appello milanese, in seguito è stato capo dell’ufficio indagini della Federcalcio (maggio 2006-giugno 2007) e presidente del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano (marzo 2007-aprile 2010). Due fratelli maggiori e una sorella minore, Borrelli nacque dal secondo matrimonio del magistrato Manlio (figlio e nipote di magistrati) con Amalia Jappelli detta Miette. «Fino a sette anni non sapevo che i miei fratelli avessero avuto un’altra madre, morta quando erano piccolissimi. Nessuno mi aveva mai detto nulla. Me lo rivelò un uomo stupido ridacchiando: “Ma che fratelli, i tuoi sono fratellastri”. Fu uno shock tremendo. Corsi a casa disperato. Volevo sapere, capire. I miei avevano voluto salvaguardare l’uguaglianza tra fratelli: non dovevo sentirmi un privilegiato perché io avevo entrambi i genitori. Mi chetai, ma mi restò a lungo una fantasia di abbandono, il timore, che più tardi ho saputo comune a molti bambini, di essere un trovatello. Tremavo nel mio lettino e pregavo che non fosse così». Dopo due anni a Lecce, nel 1936 la famiglia traslocò a Firenze: maturità al liceo classico Michelangelo, laurea in giurisprudenza con Piero Calamandrei (titolo della tesi Sentenza e sentimento) prese il diploma di pianoforte al conservatorio Cherubini. Dal 1953 a Milano, dove il padre era stato nominato presidente di Corte d’appello, nel 1955 vinse il concorso per entrare in magistratura. Dal 1957 sposato con Maria Laura Pini Prato, insegnante di inglese conosciuta all’università che gli diede i figli Andrea e Federica, passò vent’anni al Civile, prima in Pretura, poi in Tribunale occupandosi di fallimenti e diritto industriale, infine in Corte d’Appello. Passato al Penale, dal ’75 all’82 fu in corte d’Assise, nel 1983 arrivò alla Procura della Repubblica, nel 1992, l’anno dell’inizio dell’indagine Mani pulite, ne divenne il capo. Quando, nell’aprile del 2002, Borrelli andò in pensione, a Palazzo Chigi c’era nuovamente Silvio Berlusconi. Il 3 gennaio di quell’anno, aprendo il suo ultimo anno giudiziario, l’ex procuratore capo di Milano aveva lanciato lo slogan «Resistere, resistere, resistere». Nel maggio 2006, in piena Calciopoli, Guido Rossi lo chiamò a guidare l’ufficio indagini della Federcalcio: «Rifiutare mi sembrava una vigliaccata». Nel marzo 2007 divenne presidente del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano (la più prestigiosa università musicale d’Italia): «È una nuova sfida, l’ennesima che affronto con gioia e un certo tremore». In contemporanea annunciò l’addio alla Figc: «Per ora mantengo il posto in Federcalcio, non c’è incompatibilità. Se sono uscito dall’ombra lo devo solo a Guido Rossi. Dopo la nomina del calcio mi riconoscono tutti, i taxisti e anche i più giovani. Ma a luglio, con il nuovo statuto da me suggerito, l’ufficio indagini confluirà nella Procura federale. Non voglio fare il Procuratore federale: c’è Stefano Palazzi, è molto più giovane di me». Nell’aprile 2010 il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, cui spetta la nomina della carica di presidente degli istituti musicali, gli negò il secondo mandato triennale alla presidenza del Verdi: «Ragioni evidentemente politiche. Appartengo a una corporazione che è in odio alle alte sfere della politica. Evidentemente non devo essere gradito agli esponenti del governo. Ma la mia amarezza è soprattutto quella di aver saputo della mia mancata conferma in modo indiretto, senza comunicazione ufficiale. Sono sempre stato abbastanza umile da accettare le critiche, ma ciò che mi offende è il metodo. Ho lavorato con passione in questi anni». (Giorgio Dell’Arti Catalogo dei viventi 2015.

ALTRA DINASTIA: LA FAMIGLIA BOCCASSINI.

Boccassini, una delle famiglie di magistrati più corrotte della storia d’Italia, scrive “Imola Oggi”. Il paragone fra certi p.m. di Magistratura Democratica e gli estremisti della Brigate Rosse è sicuramente improprio ma il fanatismo e la propensione agli affari degli uni e degli altri è sicuramente simile. Ilda Boccassini appartiene, secondo la stampa, a una delle famiglie di magistrati più corrotte della storia d’Italia. Suo zio Magistrato Nicola Boccassini fu arrestato e condannato per associazione a delinquere, concussione corruzione, favoreggiamento e abuso di ufficio perchè spillò con altri sodali e con ricatti vari 186 milioni di vecchie lire a un imprenditore. (vendeva processi per un poker repubblica). Anche suo padre Magistrato e suo cugino acquisito Attilio Roscia furono inquisiti. Suo marito Alberto Nobili fu denunciato alla procura di Brescia da Pierluigi Vigna, Magistrato integerrimo e universalmente stimato per presunte collusioni con gli affiliati di Cosa Nostra che gestivano l’Autoparco Milanese di via Salamone a Milano. (attacco ai giudici di Milano Repubblica) (Brescia torna inchiesta autoparco). Non se ne fece niente perchè la denuncia finì nelle mani del giudice Fabio Salomone, fratello di Filippo Salomone, imprenditore siciliano condannato a sei anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso. L’Autoparco milanese di via Salomone era un crocevia di armi e di droga ha funzionato per 9 anni di seguito (dal 1984 al 1993), fu smantellato dai magistrati fiorentini e non da quelli milanesi e muoveva 700 milioni di vecchie lire al giorno. A Milano tutti sapevano che cosa si faceva lì dentro. Visto ciò che è emerso a carico del marito per l’Autoparco e visto ciò che sta emergendo a carico del giudice Francesco Di Maggio (anche lui della Procura di Milano) relativamente alla strage di Capaci anche il suo trasferimento a Caltanisetta nel 1992 appare sospetto. In realtà a quel tempo sei magistrati massoni della Procura di Milano appoggiavano il progetto di Riina e Gardini, i quali erano soci, di acquisire Eni e poi di fondare Enimont e quindi da un lato favorivano l’acquisizione di denaro da parte di Cosa Nostra tutelando l’Autoparco (700.000.000 di vecchie lire al giorno di movimento di denaro) tutelando i traffici con il c.d. metodo Ros (502.000.000 di euro di ammanchi) e simulando con altre inchieste minori (Duomo Connenction, Epaminonda) un contrasto alla mafia che in realtà non c’era, dall’altro con Di Maggio intervennero pesantemente in Sicilia già nel 1989 per contrastare un attacco della FBI americana contro i corleonesi attraverso il pentito Totuccio Contorno e facendo ricadere la responsabilità delle lettere del corvo su Falcone, poi attentato simulatamente dalla stessa Polizia. Poi nel 1992 sempre con uomini di Di Maggio contribuirono alla strage di Capaci ove morì Giovanni Falcone il quale si opponeva acchè il progetto Enimont, a quel tempo gestito da Andreotti e da Craxi, tornasse nelle mani di Gardini e di Riina. Ora è noto ormai che anche le Brigate Rosse eseguirono il sequestro Moro per affarismo e rifiutarono dieci miliardi di vecchie lire da parte del Papa Paolo VI per liberare Aldo Moro perchè qualcun altro le remunerò di più. Napolitano ha ben fatto appello più volte a questi Magistrati di moderarsi. Palamara non c’entra niente con questo discorso perchè è un buon Magistrato ed è affiliato a Unicost, una corrente di magistrati seri e responsabili e non a M.D. Il tutto sembrerebbe discutibile se il parente che si è messo in condizione di essere criticato fosse solo uno. Ma qui i parenti chiacchierati sono tre. Fra l’altro osservo che Alberto Nobili, dopo che si è separato dalla Boccassini, è tornato a essere un magistrato stimato, per cui viene il dubbio che nei casini ce lo abbia messo lei.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi.

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

"Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi . L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori.

E quindi in tema di giustizia ed informazione. Lettera aperta a “Quarto Grado”.

Egregio Direttore di “Quarto Grado”, dr Gianluigi Nuzzi, ed illustre Comitato di Redazione e stimati autori.

Sono il Dr Antonio Giangrande, scrittore e cultore di sociologia storica. In tema di Giustizia per conoscere gli effetti della sua disfunzione ho scritto dei saggi pubblicati su Amazon.it: “Giustiziopoli. Ingiustizia contro i singoli”; “Malagiustiziopoli”. Malagiustizia contro la Comunità”. Per conoscere bene coloro che la disfunzione la provocano ho scritto “Impunitopoli. Magistrati ed Avvocati, quello che non si osa dire”. Per giunta per conoscere come questi rivestono la loro funzione ho scritto “Concorsopoli. Magistrati ed avvocati col trucco”. Naturalmente per ogni città ho rendicontato le conseguenze di tutti gli errori giudiziari.  Errore giudiziario non è quello conclamato, ritenuto che si considera scleroticamente solo quello provocato da dolo o colpa grave. E questo con l’addebito di infrazione da parte dell’Europa. Né può essere considerato errore quello scaturito solo da ingiusta detenzione. E’ errore giudiziario ogni qualvolta vi è una novazione di giudizio in sede di reclamo, a prescindere se vi è stata detenzione o meno, o conclamato l’errore da parte dei colleghi magistrati. Quindi vi è errore quasi sempre.

Inoltre, cari emeriti signori, sono di Avetrana. In tal senso ho scritto un libro: “Tutto su Taranto, quello che non si osa dire” giusto per far sapere come si lavora presso gli uffici giudiziari locali. Taranto definito il Foro dell’Ingiustizia. Cosa più importante, però, è che ho scritto: “Sarah Scazzi. Il delitto di Avetrana. Il resoconto di un avetranese. Quello che non si osa dire”. Tutti hanno scribacchiato qualcosa su Sarah, magari in palese conflitto d’interesse, o come megafono dei magistrati tarantini, ma solo io conosco i protagonisti, il territorio e tutto quello che è successo sin dal primo giorno. Molto prima di coloro che come orde di barbari sono scesi in paese pensando di trovare in loco gente con l’anello al naso e così li hanno da sempre dipinti. Certo che magistrati e giornalisti cercano di tacitarmi in tutti i modi, specialmente a Taranto, dove certa stampa e certa tv è lo zerbino della magistratura. Come in tutta Italia, d’altronde. E per questo non sono conosciuto alla grande massa, ma sul web sono io a spopolare.

Detto questo, dal mio punto di vista di luminare dell’argomento Giustizia, generale e particolare, degli appunti ve li voglio sollevare sia dal punto giuridico (della legge) sia da punto della Prassi. Questo vale per voi, ma vale anche per tutti quei programmi salottieri che di giustizia ne sparlano e non ne parlano, influenzando i telespettatori o da questi sono condizionati per colpa degli ascolti. La domanda quindi è: manettari e forcaioli si è o si diventa guardando certi programmi approssimativi? Perché nessuno sdegno noto nella gente quando si parla di gente rinchiusa per anni in canili umani da innocente. E se capitasse agli ignavi?

Certo, direttore Nuzzi, lei si vanta degli ascolti alti. Non è la quantità che fa un buon programma, ma la qualità degli utenti. Fare un programma di buon livello professionale, si pagherà sullo share, ma si guadagna in spessore culturale e di levatura giuridica. Al contrario è come se si parlasse di calcio con i tifosi al bar: tutti allenatori. 

Il suo programma, come tutti del resto, lo trovo: sbilanciatissimo sull’accusa, approssimativo, superficiale, giustizialista ed ora anche confessionale. Idolatria di Geova da parte di Concetta e pubblicità gratuita per i suoi avvocati. Visibilità garantita anche come avvocati di Parolisi. Nulla di nuovo, insomma, rispetto alla conduzione di Salvo Sottile.

Nella puntata del 27 settembre 2013, in studio non è stato detto nulla di nuovo, né di utile, se non quello di rimarcare la colpevolezza delle donne di Michele Misseri. La confessione di Michele: sottigliezze. Fino al punto che Carmelo Abbate si è spinto a dire: «chi delle due donne mente?». Dando per scontato la loro colpevolezza. Dal punto di vista scandalistico e gossipparo, va bene, ma solo dalla bocca di un autentico esperto è uscita una cosa sensata, senza essere per forza un garantista.

Alessandro Meluzzi: «non si conosce ora, luogo, dinamica, arma, movente ed autori dell’omicidio!!!».

Ergo: da dove nasce la certezza di colpevolezza, anche se avallata da una sentenza, il cui giudizio era già stato prematuramente espresso dai giudici nel corso del dibattimento, sicuri di una mancata applicazione della loro ricusazione e della rimessione del processo? 

E quello del dubbio scriminante, ma sottaciuto, vale per tutti i casi trattati in tv, appiattiti invece sull’idolatria dei magistrati. Anzi di più, anche di Geova.

Una cosa è certa, però. Non sarà la coerenza di questi nostri politicanti a cambiare le sorti delle nostre famiglie.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

«Perché ho scelto di porre un termine al governo Letta». Silvio Berlusconi, lettera a Tempi del 1 ottobre 2013. «Gentile direttore, non mi sfuggono, e non mi sono mai sfuggiti, i problemi che affrontano l’Italia che amo ed i miei concittadini. La situazione internazionale continua a essere incerta. I dati economici nazionali non sono indirizzati alla ripresa. E, nonostante le puntuali resistenze del centrodestra, un esorbitante carico fiscale continua a deprimere la nostra industria, i commerci, i bilanci delle famiglie». Inizia così la lunga lettera che Silvio Berlusconi ha scritto a Tempi. Berlusconi si chiede quanti danni abbia provocato all’Italia «un ventennio di assalto alla politica, alla società, all’economia, da parte dei cosiddetti “magistrati democratici” e dei loro alleati nel mondo dell’editoria, dei salotti, delle lobby? Quanto male ha fatto agli italiani, tra i quali mi onoro di essere uno dei tanti, una giustizia al servizio di certi obiettivi politici?». Berlusconi cita il caso dell’Ilva di Taranto, la cui chiusura è avvenuta «grazie anche a quella che, grottescamente, hanno ancora oggi il coraggio di chiamare “supplenza dei giudici alla politica”», e torna a chiedere: «Di quanti casi Ilva è lastricata la strada che ci ha condotto nell’inferno di una Costituzione manomessa e sostituita con le carte di un potere giudiziario che ha preso il posto di parlamento e governo? (…) Hanno “rovesciato come un calzino l’Italia”, come da programma esplicitamente rivendicato da uno dei pm del pool di Mani Pulite dei primi anni Novanta, ed ecco il bel risultato: né pulizia né giustizia. Ma il deserto». «Non è il caso Berlusconi che conta – prosegue -. Conta tutto ciò che, attraverso il caso Silvio Berlusconi, è rivelatore dell’intera vicenda italiana dal 1993 ad oggi. Il caso cioè di una persecuzione giudiziaria violenta e sistematica di chiunque non si piegasse agli interessi e al potere di quella parte che noi genericamente enunciamo come “sinistra”. Ma che in realtà è rappresentata da quei poteri e forze radicate nello Stato, nelle amministrazioni pubbliche, nei giornali, che sono responsabili della rapina sistemica e del debito pubblico imposti agli italiani. Berlusconi non è uno di quegli imprenditori fasulli che ha chiuso fabbriche o ha fatto a spezzatini di aziende per darsi alla speculazione finanziaria. Berlusconi non è uno di quelli che hanno spolpato Telecom o hanno fatto impresa con gli aiuti di Stato. (…) Berlusconi è uno dei tanti grandi e piccoli imprenditori che al loro paese hanno dato lavoro e ricchezza. Per questo, l’esempio e l’eccellenza di questa Italia che lavora dovevano essere invidiati, perseguitati e annientati (questo era l’obbiettivo di sentenze come quella che ci ha estorto 500 milioni di euro e, pensavano loro, ci avrebbe ridotto sul lastrico) dalle forze della conservazione». Il leader del centrodestra ripercorre poi le vicende politiche degli ultimi anni, ricordando il suo sostegno al governo Monti e, oggi, al governo Letta. Scrive Berlusconi: «Abbiamo contribuito, contro gli interessi elettorali del centrodestra, a sostenere governi guidati da personalità estranee – talvolta ostili – al nostro schieramento. Abbiamo dato così il nostro contributo perché la nazione tornasse a respirare, si riuscisse a riformare lo Stato, a costruire le basi per una nostra più salda sovranità, a rilanciare l’economia. Con il governo Monti le condizioni stringenti della politica ci hanno fatto accettare provvedimenti fiscali e sul lavoro sbagliati. Con il governo Letta abbiamo ottenuto più chiarezza sulle politiche fiscali, conquistando provvedimenti di allentamento delle tasse e l’impostazione di una riforma dello Stato nel senso della modernizzazione e della libertà». «Alla fine, però, i settori politicizzati della magistratura sono pervenuti a un’incredibile, ingiusta perché infondata, condanna di ultima istanza nei miei confronti. Ed altre manovre persecutrici procedono in ogni parte d’Italia». «Enrico Letta e Giorgio Napolitano – scrive l’ex presidente del Consiglio - avrebbero dovuto rendersi conto che, non ponendo la questione della tutela dei diritti politici del leader del centrodestra nazionale, distruggevano un elemento essenziale della loro credibilità e minavano le basi della democrazia parlamentare. Come può essere affidabile chi non riesce a garantire l’agibilità politica neanche al proprio fondamentale partner di governo e lascia che si proceda al suo assassinio politico per via giudiziaria?». «Il Pd (compreso Matteo Renzi) ha tenuto un atteggiamento irresponsabile soffiando sul fuoco senza dare alcuna prospettiva politica. Resistere per me è stato un imperativo morale che nasce dalla consapevolezza che senza il mio argine – che come è evidente mi ha portato ben più sofferenze che ricompense – si imporrebbe un regime di oppressione insieme giustizialista e fiscale. Per tutto questo, pur comprendendo tutti i rischi che mi assumo, ho scelto di porre un termine al governo Letta». Infine la conclusione: «Ho scelto la via del ritorno al giudizio del popolo non per i “miei guai giudiziari” ma perché si è nettamente evidenziata la realtà di un governo radicalmente ostile al suo stesso compagno di cosiddette “larghe intese”. Un governo che non vuole una forza organizzata di centrodestra in grado di riequilibrarne la sua linea ondivaga e subalterna ai soliti poteri interni e internazionali». Berlusconi dice di voler recuperare «quanto di positivo è stato fatto ed elaborato (per esempio in tema di riforme istituzionali) da questo governo che, ripeto, io per primo ho voluto per il bene dell’Italia e che io per primo non avrei abbandonato se soltanto ci fosse stato modo di proseguire su una linea di fattiva, di giusta, di leale collaborazione». Ma spiega anche di non averlo più voluto sostenere «quando Letta ha usato l’aumento dell’Iva come arma di ricatto nei confronti del mio schieramento ho capito che non c’era più margine di trattativa». «Non solo – aggiunge -. Quando capisci che l’Italia è un Paese dove la libera iniziativa e la libera impresa del cittadino diventano oggetto di aggressione da ogni parte, dal fisco ai magistrati; quando addirittura grandi imprenditori vengono ideologicamente e pubblicamente linciati per l’espressione di un libero pensiero, quando persone che dovrebbero incarnare con neutralità e prudenza il ruolo di rappresentanti delle istituzioni pretendono di insegnarci come si debba essere uomini e come si debba essere donne, come si debbano educare i figli e quale tipo di famiglia devono avere gli italiani, insomma, quando lo Stato si fa padrone illiberale e arrogante mentre il governo tace e non ha né la forza né la volontà di difendere la libertà e le tasche dei suoi cittadini, allora è bene che la parola ritorni al nostro unico padrone: il popolo italiano».

Sceneggiata in fondo a destra, scrive Stefania Carini su “Europa Quotidiano”. Nessuna sceneggiatura al mondo può batterci, perché noi teniamo la sceneggiata. Non ci scalfisce manco Sorkin con West Wing e The Newsroom (uno degli attori di quest’ultima serie era pure presente al Roma Fiction Fest per annunciarne la messa in onda su Raitre). Tze, nessun giornalista o politico sul piccolo schermo può batterci in queste ore. Bastava vedere oggi le prime pagine di due giornali dall’opposto populismo: per Il Giornale è tradimento, per Il Fatto è inciucio. Ah, la crisi secondo il proprio target di spettatori! E ‘O Malamente che dice? Ma come in tutti i melodrammi, i gesti sono più importanti. Vedere per capire. In senato prima arriva Alfano e si siede accanto a Letta, vorrà dire qualcosa? Poi arriva Berlusconi, e allora colpa di scena! Marcia indietro? Sardoni (sempre la più brava) racconta di un Bondi che si scrolla dalla pacca sulla spalla di Lupi. Non toccarmi, impuro! Biancofiore e Giovanardi litigano a Agorà, ma ieri sera già aleggiava una forza di schizofrenia sui nostri schermi. Sallusti e Cicchitto erano seduti a Ballarò dalla stessa parte, secondo solita partitura visiva del talk. Solo che invece di scannarsi con i dirimpettai, con quelli della sinistra, si scannavano fra di loro. Una grande sequenza comico-drammatica, riproposta pure da Mentana durante la sua consueta lunga maratona in mattinata.

A Matrix pure Feltri faceva il grande pezzo d’attore, andandosene perché: «Non ne posso più di Berlusconi, di Letta e di queste discussioni interminabili, come non ne possono più gli italiani». Oh, sì, gli italiani non ne possono più, ma davanti a un tale spettacolo come resistere? Siamo lì, al Colosseo pieno di leoni, e noi con i popcorn. Alla fine ‘O Malamente vota il contrario di quanto detto in mattinata, e il gesto plateale si scioglie in un risata farsesca per non piangere. Tze, Sorkin, beccati questo. Noi teniamo Losito. Solo che nella realtà non abbiamo nessuno bello come Garko.

COSA HA RIPORTATO LA STAMPA.

IL CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Resa di Berlusconi, ora il governo è più forte”.

LA REPUBBLICA - In apertura: “La sconfitta di Berlusconi”.

LA STAMPA - In apertura: “Fiducia a Letta e il Pdl si spacca”.

IL GIORNALE - In apertura: “Caccia ai berlusconiani”.

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Resa di Berlusconi, fiducia larga a Letta”.

IL TEMPO - In apertura: “Berlusconi cede ad Alfano e vota la fiducia al governo. Pdl sempre più nel caos”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “La buffonata”.

Il Financial Times titola a caratteri cubitali sulla "vittoria" del premier Letta al senato e sottolinea che l'Italia si è allontanata dal baratro dopo "l'inversione a U" di Berlusconi.

Sulla homepage di BBC News campeggia la foto di Berlusconi in lacrime con sotto il titolo "Vittoria di Letta dopo l'inversione a U di Berlusconi".

Apertura italiana anche per il quotidiano The Guardian, che evidenzia un piccolo giallo e chiede la partecipazione dei lettori. "Cosa ha detto Enrico Letta subito dopo l'annuncio di Berlusconi di votare per la fiducia al Governo"?. Passando alle testate spagnole, il progressista El Paìs pubblica in homepage una photogallery dal titolo "Le facce di Berlusconi" (tutte particolarmente adombrate) e titola il pezzo portante sulla crisi italiana dicendo che l'ex premier, "avendo avuto certezza di non poter vincere, ha deciso di non perdere".

Il conservatore El Mundo, invece, dedica l'apertura oltre che alla cronaca della giornata al Senato alla figura di Angelino Alfano, con un editoriale intitolato: "Il delfino che ha detto basta", nel quale si evidenzia la spaccatura profonda che ha minato l'integrità finora incrollabile del partito di Silvio Berlusconi.

E poi ci sono i quotidiani tedeschi. Lo Spiegel International titola a tutta pagina "Fallito il colpo di Stato in Parlamento. L'imbarazzo di Berlusconi". Lo Spiegel in lingua madre, invece, pone l'accento sulla "ribellione contro il Cavaliere, che sancisce la fine di un'epoca".

Foto con cravatta in bocca per Enrico Letta sul Frankfurter Allgemeine. Il quotidiano, da sempre molto critico nei confronti di Berlusconi, titola in apertura: "Enrico Letta vince il voto di fiducia" e poi si compiace che sia "stata scongiurata in Italia una nuova elezione" dopo una svolta a 180 gradi di Berlusconi.

Il New York Times dedica uno spazio in prima pagina a "Berlusconi che fa marcia indietro sulla minaccia di far cadere il governo".

Tra i giornali russi, il primo ad aprire sull'Italia è il moderato Kommersant, che dedica al voto di fiducia un articolo di cronaca con foto triste di Berlusconi, sottolineando che "L'Italia ha evitato nuove elezioni". Stessa cosa vale anche per il sito in lingua inglese di Al Jazeera, l'emittente del Qatar, che apre la sua edizione online con una foto di Enrico Letta che sorride sollevato "dopo la vittoria". 

Telegrafico Le Monde, che titola: "Il governo Letta ottiene la fiducia. Dopo la defezione di 25 senatori del PdL, Silvio Berlusconi ha deciso di votare la fiducia all'esecutivo".

"Berlusconi cambia casacca" è invece il titolo scelto dal quotidiano di sinistra Liberation.

Infine Le Figaro, quotidiano sarkozysta, titola: "Il voltafaccia di Silvio Berlusconi risparmia all'Italia una crisi".

FARSA ITALIA. UNA GIORNATA DI ORDINARIA FOLLIA.

Tra le 12, quando Sandro Bondi scandisce in Aula “fallirete”, e le 13,30, quando Silvio Berlusconi si arrende e, con un sorriso tirato, annuncia il sì al governo, è racchiuso tutto il senso di una giornata che, senza enfasi, il premier Enrico Letta definirà storica. Per la prima volta, infatti, il Cavaliere è costretto a ripiegare e a cedere sovranità alla decisione imposta da Angelino Alfano, il delfino considerato come un figlio che ha ucciso il padre. Che per il Pdl sia stata una giornata convulsa è ormai chiaro a tutti. E lo dimostra anche questa dichiarazione di Renato Brunetta, il quale, uscendo dalla riunione dei parlamentari del partito a Palazzo Madama, annuncia convinto che il Pdl toglierà la fiducia al Governo Letta. Poco dopo, in aula, la retromarcia di Berlusconi. Mercoledì 2 ottobre intorno alle 13.32 Silvio Berlusconi ha preso la parola al Senato e ha detto a sorpresa che il PdL avrebbe confermato la fiducia al governo Letta. Poco prima, il capogruppo del PdL alla Camera Renato Brunetta aveva detto perentoriamente ad alcuni giornalisti che «dopo lunga e approfondita discussione» nel gruppo dei parlamentari PdL, «l’opzione di votare la sfiducia al governo è stata assunta all’u-na-ni-mi-tà dei presenti».

La cronaca della giornata comincia, infatti, molto presto.

2,30 del mattino,  Angelino Alfano ha lasciato palazzo Grazioli dopo un lunghissimo faccia a faccia con il Cavaliere, concluso con una rottura dolorosa, ed una sfida, quella lanciata dal leader del centrodestra: "Provate a votare la fiducia a Letta e vedremo in quanti vi seguiranno".

9.30, “L’Italia corre un rischio fatale, cogliere o non cogliere l’attimo, con un sì o un no, dipende da noi”, ha esordito Letta, aggiungendo che "gli italiani ci urlano che non ne possono più di ‘sangue e arena’, di politici che si scannano e poi non cambia niente”, ma al tempo stesso ribadendo che “i piani della vicenda giudiziaria che investe Silvio Berlusconi e del governo, non potevano, né possono essere sovrapposti” e che ”il governo, questo governo in particolare, può continuare a vivere solo se è convincente. Per questo serve un nuovo patto focalizzato sui problemi delle famiglie e dei cittadini”.

Quando il presidente del Consiglio Letta ha cominciato a parlare in Senato, Giovanardi, Roberto Formigoni e Paolo Naccarato, i più decisi fra gli scissionisti, facevano circolare una lista  di 23 nomi, aggiungendo però che al momento della conta il risultato finale sarebbe stato ancoro più corposo. "Siamo già in 25 - dice  Roberto Formigoni parlando con i cronisti in Transatlantico della scissione dal gruppo Pdl - E' possibile che altri si aggiungano. Nel pomeriggio daremo vita a un gruppo autonomo chiamato 'I Popolari'. Restiamo alternativi al centrosinistra, collocati nel centrodestra". Questi i cognomi dei primi firmatari: Naccarato, Bianconi, Compagna, Bilardi, D'Ascola, Aielo, Augello, Caridi, Chiavaroli, Colucci, Formigoni, Gentile, Giovanardi, Gualdani, Mancuso, Marinello, Pagano, Sacconi, Scoma, Torrisi, Viceconte, L.Rossi, Quagliariello. Con questi numeri, come già aveva pensato anche il ministro Gaetano Quagliariello, il premier Letta aveva già raggiunto il quorum teorico al Senato. Infatti il presidente del Consiglio parte da una base di 137 voti (escluso quello del presidente del Senato che per tradizione non vota), ai quali si aggiungono i 5 dei senatori a vita ed i 4 annunciati dai fuoriusciti M5s. In questo modo il governo supera abbondantemente la fatidica ‘quota 161′ necessaria a Palazzo Madama assestandosi intorno a quota 170.

Berlusconi, che a seduta ancora in corso ha riunito i suoi per decidere il da farsi, ha detto che ''sarà il gruppo in maniera compatta a decidere cosa fare. Prendiamo una decisione comune per non deludere il nostro popolo''. Alla riunione non hanno partecipato i senatori considerati i ormai con le valigie in mano e una prima votazione si è chiusa con una pattuglia di 27 falchi schieratissimi sulla sfiducia al governo, mentre 23 erano per lasciare l'aula al momento del voto (al Senato l'astensione è equiparata al voto contrario) mentre solo due si sono comunque espressi per il voto di fiducia. Nonostante i no assoluti a Letta fossero quindi una netta minoranza rispetto al plenum del gruppo Pdl, Berlusconi ha tagliato corto "voteremo contro la fiducia", come il capo ufficio stampa del partito si è premurato di far sapere a tutti i giornalisti presenti nella sala antistante l'aula. Il Cavaliere dichiara: “voteremo no e resteremo in aula Se uscissimo fuori sarebbe un gesto ambiguo e gli elettori non lo capirebbero''. In aula al Senato è Sandro Bondi a schierarsi contro Enrico Letta con queste parole: “avete spaccato il Pdl ma fallirete.

11.30. Contrariamente a quanto si vociferava, non è Silvio Berlusconi ad intervenire in aula al Senato ma Sandro Bondi. Bondi ricorda a Letta di essere a Palazzo Chigi grazie anche al PdL; rimarca il passaggio di Letta circa il concetto di pacificazione e sostiene che per Letta, la pacificazione sta nell’eliminare politicamente Silvio Berlusconi. Bondi ricorda a Letta che il problema giudiziario di Berlusconi nasce anche da Tangentopoli quando la tempesta giudiziaria travolse anche la Democrazia Cristiana, partito d’origine del Premier. Intanto, il PdL ha deciso: voterà la sfiducia all’unanimità. Questo è il quanto alle 12.00. 

Poco dopo le 12.10 Enrico Letta riprende la parola nell’aula del Senato. Parla di giornata storica ma dai risvolti drammatici e ricorda che il travaglio di molti senatori va rispettato. Esprime gratitudine e solidarietà alla Senatrice Paola De Pin, per l’intervento in aula e per aver rischiato un attacco fisico da parte dei suoi ormai ex colleghi del M5S e sottolinea, rivolgendosi ai Senatori grillini che il rispetto della persona è alla base della democrazia. Durante l’intervento di Letta, vibranti proteste contro Letta da parte del Senatore Scilipoti che viene zittito dal Presidente Grasso. Letta aggiunge che i numeri che sostengono il governo sono cambiati ma comunque è fiducioso circa il raggiungimento degli obiettivi di governo verso i quali si pone con le parole “chiari” e “netti”. Il presidente del Consiglio ringrazia chi ha votato prima per l’attuale maggioranza come chi, oggi ha deciso diversamente. Letta rimarca il ruolo importante dell’Italia nel contesto europeo per il quale auspica centralità ed il coinvolgimento del Parlamento per il semestre UE. Si conclude qui, la replica del presidente del Consiglio e si aprono le dichiarazioni di voto. Questo è il quanto alle 12,30.

13.32. Berlusconi, e non il capogruppo Renato Schifani, interviene  per la dichiarazione di voto del Pdl. E in meno di tre minuti, con volto terreo, e senza fare nessun riferimento alle convulsioni dei giorni precedenti, ha rinnovato la fiducia a Letta "non senza travaglio". Il suo intervento al Senato è arrivato alle 13.32. Sottolinea che ad aprile ritenne di mettere insieme un governo di centrosinistra col centrodestra per il bene del Paese. Accettando tutte le volontà del presidente incaricato Enrico Letta, accettando di avere solo 5 ministri.  “Lo abbiamo fatto con la speranza che potesse cambiare il clima del nostro Paese - ha sostenuto - andando verso una pacificazione. Una speranza che non abbiamo deposto. Abbiamo ascoltato le parole del premier sugli impegni del suo Governo e sulla giustizia. Abbiamo deciso di esprimere un voto di fiducia a questo governo”.  Pone fine al proprio intervento, torna a sedersi e scoppia a piangere.

La fiducia al Governo Letta è passata con 235 voti a favore e 70 voti contrari.

Alle 16.00 il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha aperto il suo intervento alla Camera. Sostanzialmente è un rimarcare quanto già espresso stamattina in Senato. Intanto, nelle ore precedenti, si delinea la formazione del nuovo gruppo politico costituito da transfughi del PdL e capitanati da Fabrizio Cicchitto; sono ufficialmente 12 ma si conta di arrivare complessivamente a 26 Parlamentari. A margine della conferenza dei capigruppo alla Camera, la Presidenza ha dato il disco verde per la costituzione del nuovo gruppo che interverrà sin da oggi pomeriggio nel dibattito parlamentare che seguirà l’intervento di Letta.

Poco prima delle 21,30, la Camera ha espresso il proprio voto nei confronti del governo Letta. 435 favorevoli e 162 contrari. Termina qui, questa lunga giornata politica dalla quale il Paese esce con un governo confermato ma sostenuto da una nuova maggioranza. 

Vittorio Feltri fa trapelare il suo malessere su Twitter: "Chi incendia la propria casa e poi spegne le fiamme è un incendiario, un pompiere o un pirla?".

ITALIA DA VERGOGNA.

Che Italia di merda. Anzi no, perché non si può dire. Un’Italia da vergogna, però sì. Se volete possiamo continuare ad enucleare le virtù dell’italica vergogna.

È proprio una storiaccia, scrive Nicola Porro. Beccare l’esattore che per quattro danari fa lo sconto sulle tasse da pagare, sembra un roba dell’altro secolo. Secondo la Procura di Roma è quanto facevano alcuni funzionari (ed ex colleghi) di Equitalia. Vedremo presto, si spera, se e quanto fosse diffuso il sistema. Una tangente per alleggerire il proprio carico fiscale fa ribollire il sangue. Equitalia è stata negli ultimi anni il braccio inflessibile della legge (assurda) tributaria. Inflessibile nei suoi atteggiamenti oltre che nelle sue regole. La prima reazione è di sdegno. Come per uno stupro, non si riesce a ragionare, a essere lucidi. Ad aspettare un processo. In galera i presunti delinquenti. Gli aguzzini che hanno rovinato la vita a migliaia di contribuenti in sofferenza. Nei confronti dei quali (i contribuenti, si intende) non hanno mai avuto pietà. Bene. Ora calmiamoci un po’. E ragioniamo. Il dito è l’indagine di ieri. La luna è il caso di oggi e di domani. Ci stiamo forse prendendo in giro? Qualcuno pensa veramente che il catasto sia un luogo di verginelle? Qualcuno ritiene sul serio che le amministrazioni comunali che forniscono licenze siano immacolate? Qualcuno si immagina davvero che le Asl e i relativi controlli che fanno alle imprese siano tutti puliti? La lista potrebbe diventare infinita. Ed è una lista che sarebbe comunque compilata per difetto. Non c’è giorno che la cronaca non ci regali uno scandaletto locale su funzionari o dipendenti pubblici che non svolgono con onestà il proprio lavoro e che si mettono in tasca un stipendio alternativo a quello fornito dalla mamma Stato. Il nostro non è un punto di vista rassegnato. E tanto meno un giudizio complessivo sull’amministrazione pubblica. Il nostro è un puro ragionamento economico, senza alcun intento moralistico. Questo lo lasciamo a chi legge. La cosa è semplice e ha a che fare con la burocrazia statale. Essa ha un potere immenso, a ogni suo livello. Che le deriva dalla legge e dalla possibilità di farla applicare grazie al monopolio della violenza (legale e giudiziaria) di cui lo Stato dispone. Il caso Equitalia è particolarmente odioso per il momento in cui ci troviamo. Ma la stecca sulle tasse era ben più consistente e diffusa prima della riforma tributaria. Il punto è dunque quello di guardare al principio e non al dettaglio. Troppo Stato e la troppa burocrazia che ne consegue vuol dire una cosa sola: incentivo alla corruzione. La nostra bulimia legislativa, normativa e amministrativa nasce dalla presunzione pubblicistica, per la quale i privati sono più o meno potenzialmente tutti dei mascalzoni e devono dunque essere preventivamente controllati. Ecco le norme, le regole, i controlli, le agenzie, i funzionari, le procedure, le carte. Quanto più sono numerose, quanto maggiore è la possibilità che un passaggio sia economicamente agevolato da una commissione di sveltimento/tangente. Niente moralismi: calcolo delle probabilità. Nell’assurda costruzione pubblicistica che ci ha ormai irrimediabilmente contagiati si è commesso un enorme refuso logico. E cioè: i privati sono dei furfanti e come tali debbono essere regolati. Il mercato è in fallimento e dunque deve essere sostituito dallo Stato. E mai si pensa (ecco il refuso) che altrettanti furfanti e fallimenti ci possono statisticamente essere in coloro che dovrebbero legiferare o controllare. La prima vera, grande rivoluzione di questo Paese è ridurre il peso dello Stato, non solo perché costa troppo, ma perché si presume, sbagliando, che sia migliore e più giusto del privato.

ITALIA BARONALE.

I concorsi truccati di un Paese ancora feudale.

Concorsi pilotati cardiologia a Bari, giudici: rete nazionale di controllo, scrive il 17 gennaio 2017 "La Gazzetta del Mezzogiorno". A pilotare i concorsi universitari di cardiologia fino al 2004 c'era «una vera e propria rete nazionale di controllo». Ne è convinto il tribunale di Bari che, tuttavia, nella sentenza dell’ottobre scorso di cui sono state depositate in questi giorni le motivazioni, ha dovuto dichiarare la prescrizione del reato di associazione per delinquere. Nel processo erano imputati il cardiologo barese Paolo Rizzon, arrestato nell’ambito di questa indagine nel 2004 e ritenuto tra i presunti capi dell’associazione, suo figlio Brian Peter e altri due docenti universitari. Con quella sentenza i giudici baresi avevano anche assolto nel merito Rizzon da cinque accuse di falso e tre di truffa. Con riferimento all’ipotesi di associazione per delinquere, i giudici scrivono che «l'istruttoria dibattimentale ha acclarato che gli imputati hanno agito all’interno di un accordo criminoso, destinato a durare nel tempo, volto alla commissione di una serie indeterminata di delitti in materia di falso ed abuso d’ufficio, in danno di una pluralità non specificata di candidati ai concorsi universitari, secondo un articolato meccanismo, da essi conosciuto e condiviso». Pur dovendosi ritenere ampiamente provata l’esistenza e l’operatività del sodalizio» concludono però i giudici, il reato è ormai prescritto. Nelle oltre cento pagine di motivazioni, il Tribunale spiega come funzionava «la struttura organizzativa, caratterizzata da una efficace ripartizione dei ruoli» che consentiva di nominare «commissioni amiche» per far vincere candidati predeterminati, «scelti non sulla base del merito scientifico, ma in base ad accordi tra gli associati». Pilotando l’esito dei concorsi, i docenti avrebbero così "acquisito in ambito accademico il controllo esclusivo del settore». Le decisioni, spiegano i giudici, venivano «prese fuori dalle sedi ufficiali, fra poche persone influenti, senza alcuna seria regola, senza alcun controllo, e senza alcuna garanzia per i candidati, nei cui confronti il principale impegno delle commissioni giudicatrici non era quello di individuare i più meritevoli ma al contrario quello della elaborazione di argomenti spendibili, dietro lo scudo della discrezionalità, per escludere dalla dichiarazione finale di idoneità il candidato più meritevole, a favore dei vincitori predeterminati». La presunta associazione per delinquere agiva sulla base di "regole non scritte ma conosciute nell’ambiente universitario della cardiologia» che «si imponevano come obbligatorie ai consociati». I giudici, che utilizzano termini come «obbedienza" e «padrino di carriera», parlano di un «metodo collaudato» in cui tutti rispettavano gli ordini che arrivavano dall’alto, "anche perché - si legge nelle motivazioni della sentenza - se qualcuno non si atteneva alle indicazioni di voto, si attirava le ire e le ritorsioni dei capi dell’associazione». "Pur dovendosi ritenere ampiamente provata l’esistenza e l'operatività del sodalizio» concludono però i giudici, il reato è ormai prescritto.

Un sistema consolidato di scambio di favori che ha attraversato tutta la Penisola, da Nord a Sud, coinvolgendo otto atenei: Bari, Sassari, Trento, Milano Bicocca, Lum, Valle d'Aosta, Roma Tre, Europea di Roma. È quanto emerge da un'inchiesta condotta dalla procura di Bari, che ha indagato su possibili manipolazioni di 15 concorsi pubblici per incarichi di docenti ordinari e associati nelle università.

L’inchiesta di Bari coinvolge 38 docenti, tra cui i 5 "saggi" chiamati dal governo, ma svela ciò che tutti sanno: le università sono una lobby, scrive Vittorio Macioce su “Il Giornale”. Non servono i saggi per rispondere a questa domanda. Come si diventa professori universitari? Lo sanno tutti. Non basta fare il concorso. Quello è l'atto finale, la fatica è arrivarci con qualche possibilità di vincerlo. È una corsa con regole antiche, dove la bravura è solo una delle tante componenti in gioco. L'università è un mondo feudale. I baroni non si chiamano così per caso. Ognuno di loro ha vassalli da piazzare. Entri se sei fedele, se sei pure bravo tanto meglio. È la logica della cooptazione. Ti scelgo dall'alto, per affinità, per affidabilità, per simpatia, perché apparteniamo allo stesso partito, alla stessa lobby, allo stesso giro. I baroni si riproducono tagliando fuori i devianti, le schegge impazzite, i cani sciolti. Molti sono convinti che in fondo questo sia un buon modo per selezionare una classe dirigente. Magari hanno ragione, magari no e il prezzo che si paga è la «mummificazione». Fatto sta che sotto il concorso pubblico ufficiale ci sono trattative, accordi, arrivi pilotati, rapporti di forza, «questa volta tocca al mio», «tu vai qui e l'altro lo mandiamo lì». La stragrande maggioranza dei futuri accademici vive e accetta questa logica. È l'università. È sempre stato così. Perché cambiare? L'importante è mandare avanti la finzione dei concorsi. È la consuetudine e pazienza se è «contra legem». I concorsi in genere funzionano così e il bello è che non è un segreto. Poi ogni tanto il meccanismo si inceppa. Qualcuno per fortuna ha il coraggio di denunciare o i baroni la fanno davvero sporca. È quello che è successo con un'inchiesta che parte da Bari e tocca una costellazione di atenei: Trento, Sassari, Bicocca, Lum, Valle d'Aosta, Benevento, Roma Tre e l'Europea. Sotto accusa finiscono 38 docenti, ma la notizia è che tra questi ci sono cinque «saggi». Cinque costituzionalisti cari al Colle. Augusto Barbera, Lorenza Violini, Beniamino Caravita, Giuseppe De Vergottini, Carmela Salazar. Che fanno i saggi? Solo pochi illuminati lo hanno davvero capito. Forse qualcuno ancora se li ricorda. Sono quel gruppo di professori nominati da Enrico Letta su consiglio di Napolitano per immaginare la terza Repubblica. Sulla carta dovevano gettare le basi per cambiare la Costituzione. In principio erano venti, poi per accontentare le larghe intese sono diventati trentacinque, alla fine si sono aggiunti anche sette estensori, con il compito di mettere in italiano corrente i pensieri degli altri. Risultato: quarantadue. Il lavoro lo hanno finito. Quando servirà ancora non si sa. I cinque saggi fino a prova contraria sono innocenti. Non è il caso di metterli alla gogna. Il sistema feudale però esiste. Basta chiederlo in privato a qualsiasi barone. Ed è qui che nasce il problema politico. Questo è un Paese feudale dove chi deve cambiare le regole è un feudatario. Non è solo l'università. L'accademia è solo uno dei simboli più visibili. È la nostra visione del mondo che resta aggrappata a un eterno feudalesimo. Sono feudali le burocrazie che comandano nei ministeri, paladini di ogni controriforma. È feudale il sistema politico. Sono feudali i tecnici che di tanto in tanto si improvvisano salvatori della patria. È feudale il mondo della sanità, della magistratura, del giornalismo. È feudale la cultura degli eurocrati di Bruxelles. È feudale il verbo del Quirinale. È stato sempre così. Solo che il sistema negli anni è diventato ancora più rigido. Lo spazio per gli outsider sta scomparendo. L'ingresso delle consorterie è zeppo di cavalli di frisia e filo spinato. La crisi ha fatto il resto. Se prima era tollerata un quota di non cooptazione dall'alto, ora la fame di posti liberi ha tagliato fuori i non allineati. E sono loro che generano cambiamento. Il finale di questa storia allora è tutto qui. Quando qualcuno sceglie 42 saggi per pilotare il cambiamento non vi fidate. Nella migliore delle ipotesi sta perdendo tempo, nella peggiore il concorso è truccato. Il prossimo candidato vincente è già stato scelto. Si chiama Dc.

È una storia antica quanto i baroni. Ma i nomi e i numeri, stavolta, fanno più rumore. Hanno trafficato in cattedre universitarie, sostengono la Procura e la Finanza di Bari. In almeno sette facoltà di diritto, pilotando concorsi per associati e ordinari. Le indagini, spiega Repubblica, iniziano nel 2008 presso l’università telematica “Giustino Fortunato”, di Benevento, che grazie al rettore Aldo Loiodice divenne una succursale dell’università di Bari: “Tirando il filo che parte dalla “Giustino Fortunato”, l’indagine si concentra infatti sui concorsi di tre discipline — diritto costituzionale, ecclesiastico, pubblico comparato — accertando che i professori ordinari “eletti nell’albo speciale” e dunque commissari in pectore della Commissione unica nazionale sono spesso in realtà legati da un vincolo di “reciproca lealtà” che, di fatto, li rende garanti di vincitori già altrimenti designati dei concorsi che sono chiamati a giudicare. Non ha insomma alcuna importanza chi viene “sorteggiato” nella Commissione”. La prova, per la Finanza, sarebbero le conversazioni dei prof insospettiti, che citano Shakespeare e parlano in latino: “È il caso dell’atto terzo, scena quarta del Macbeth. «Ciao, sono l’ombra di Banco», ammonisce un professore, rivolgendosi ad un collega. Già, Banco: la metafora della cattiva coscienza”. Da una minuscola università telematica al Gotha del mondo accademico italiano, scrive Giovanni Longo su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Una intercettazione dietro l’altra: così la Procura di Bari ha individuato una rete di docenti che potrebbe avere pilotato alcuni concorsi universitari di diritto ecclesiastico, costituzionale e pubblico comparato. I finanzieri del nucleo di polizia tributaria del comando provinciale di Bari avevano iniziato a indagare sulla «Giustino Fortunato» di Benevento. Gli accertamenti si sono poi estesi: basti pensare che i pm baresi Renato Nitti e Francesca Pirrelli stanno valutando le posizioni di un ex ministro, dell'ex garante per la privacy, di cinque dei 35 saggi nominati dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’ipotesi è che qualcuno possa avere influenzato i concorsi. Tra i 38 docenti coinvolti nell'inchiesta che da Bari potrebbe fare tremare il mondo accademico italiano ci sono infatti Augusto Barbera (Università di Bologna), Beniamino Caravita di Toritto (Università La Sapienza Roma), Giuseppe De Vergottini (Università di Bologna), Carmela Salazar (Università di Reggio Calabria) e Lorenza Violini (Università di Milano), nominati da Napolitano per affiancare l’esecutivo sul terreno delle riforme costituzionali. La loro posizione, al pari di quella dell'ex ministro per le Politiche Comunitarie Anna Maria Bernini e di Francesco Maria Pizzetti, ex Garante della Privacy, è al vaglio della Procura di Bari che dovrà verificare se ci sono elementi per esercitare l’azione penale. Gli accertamenti non sono legati agli incarichi istituzionali dei docenti, ma riguardano la loro attività di commissari in concorsi da ricercatore e da professore associato e ordinario, banditi nel secondo semestre del 2008. Quella tessuta pazientemente nel tempo dalle fiamme gialle, coordinate dalla Procura di Bari, sarebbe stata una vera e propria «rete» che per anni avrebbe agito su tutto il territorio nazionale e che a Bari avrebbe avuto una sponda significativa. Quattro i professori baresi sui quali sono da tempo in corso accertamenti: Aldo Loiodice, all’epoca ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Bari, Gaetano Dammacco, ordinario di diritto canonico ed ecclesiastico alla facoltà di scienze politiche; Maria Luisa Lo Giacco e Roberta Santoro, ricercatrici di diritto ecclesiastico. Le ipotesi di reato a vario titolo sono associazione per delinquere, corruzione, abuso d'ufficio, falso e truffa. E’ una élite di studiosi di diritto che si conoscono da sempre, che si incontrano a seminari e convegni di studio e che, anche in quel contesto, pianificano i concorsi universitari in tutta Italia. Questa è l’ipotesi. Il quadro emerso dalle centinaia di intercettazioni e dalle decine di perquisizioni eseguite negli anni scorsi in abitazioni, studi professionali, istituzioni universitarie, da Milano a Roma, da Teramo a Bari è da tempo al vaglio della Procura. Nove gli Atenei coinvolti. Almeno una decina i concorsi universitari espletati tra il 2006 e il 2010 finiti sotto la lente d’ingrandimento delle Fiamme Gialle. A quanto pare non sarebbe emersa una vera e propria cabina di regia, quanto piuttosto una sorta di «circolo privato» in grado di decidere il destino di concorsi per professori di prima e seconda fascia in tre discipline afferenti al diritto pubblico. Gli investigatori ritengono che questi concorsi nascondano un sistema di favori incrociati. Dopo il sorteggio delle commissioni giudicatrici previsto dalla riforma Gelmini, sarebbe insomma scattato un patto della serie: «tu fai vincere il mio “protetto” nella tua commissione ed io faccio vincere il tuo nella mia». «Accordi», «scambi di favore», «sodalizi e patti di fedeltà» per «manipolare» l’esito di molteplici procedure concorsuali pubbliche, bandite su tutto il territorio nazionale in quel quadriennio. Dall’accusa iniziale, evidenziata in uno dei decreti di perquisizione, in oltre due anni, si sarebbero aggiunti molti altri riscontri trovati dagli investigatori. E pensare che l’inchiesta era partita dagli accertamenti sull'università telematica «Giustino Fortunato », considerata dalla Finanza una sorta di «titolificio» dove si poteva diventare professori in men che non si dica. Dietro quella pagliuzza sarebbe spuntata una trave molto più grande.

Università, i baroni si salvano con la prescrizione. Grazie alla riforma voluta da Berlusconi, che garantisce l'impunità ai colletti bianchi, tre docenti dell'ateneo di Bari sono stati assolti dall'accusa di spartizione delle cattedre. Ma le intercettazioni hanno mostrato l'esistenza di una vera e propria cupola in tutta Italia, scrive Gianluca Di Feo su “L’Espresso”. È stata l'inchiesta più clamorosa sulla spartizione delle cattedre, quella che aveva fatto parlare di una mafia che decideva le nomine a professore negli atenei di tutta Italia. E lo faceva nel settore più delicato: la cardiologia. Ma nove anni dopo la retata che ha scosso le fondamenta del mondo universitario, il tribunale di Bari ha assolto tre imputati chiave dall'accusa di associazione a delinquere. Erano innocenti? Il reato è stato dichiarato prescritto perché è passato troppo tempo: i fatti contestati risalgono al 2002. Una beffa, l'ennesima conferma sull'effetto delle riforme berlusconiane che hanno dilatato la durata dei processi e di fatto garantiscono l'impunità ai colletti bianchi. Il colpo di spugna arriva proprio mentre da Roma a Messina si torna a gridare allo scandalo per i concorsi pilotati negli atenei. L'istruttoria di Bari era andata oltre, radiografando quanto fosse diventato profondo il malcostume nel corpo accademico. Grazie alle intercettazioni finirono sotto indagine decine di professori di tutte le regioni. Nel suo atto di accusa il giudice Giuseppe De Benectis scrisse: «I concorsi universitari erano dunque celebrati, discussi e decisi molto prima di quanto la loro effettuazione facesse pensare, a cura di commissari che sembravano simili a pochi “associati” a una “cosca” di sapore mafioso». Stando agli investigatori, al vertice della rete che smistava cattedre e borse da di studio da Brescia a Palermo c'era Paolo Rizzon, trevigiano diventato primario nel capoluogo pugliese. Le intercettazioni lo hanno descritto come un personaggio da commedia all'italiana. È stato registrato mentre manovrava la composizione di una commissione d'esame che approvasse la nomina del figlio. Poi scopre che l'erede non riesce neppure a mettere insieme la documentazione indicata per l'esame da raccomandato («Ho guardato su Internet, non c'è niente») e si dà da fare per trovargli un testo già scritto. Nei nastri finisce una storia dai risvolti boccacceschi con scambi di amanti e persino l'irruzione della vera mafia. Quando un candidato non si piega alle trame della “Cupola dei baroni” e presenta un ricorso per vedere riconosciuti i suoi diritti, gli fanno arrivare questo avvertimento: «Il professore ha fatto avere il tuo indirizzo a due mafiosi per farti dare una sonora bastonata». Secondo gli inquirenti, non si trattava di millanterie. I rapporti con esponenti di spicco della criminalità locale sono stati documentati, persino nel «commercio di reperti archeologici». A uno di loro – che al telefono definisce «il boss dei boss» - il primario chiede di recuperare l'auto rubata nel cortile della facoltà. Salvo poi scoprire che la vettura non era stata trafugata: si era semplicemente dimenticato dove l'aveva parcheggiata. I magistrati sono convinti che tra la metà degli anni Novanta e il 2002 il professore avesse creato una macchina perfetta per decidere le nomine di cardiologia in tutta Italia: «Una vera organizzazione che vedeva Rizzon tra i capi e organizzatori, con una ripartizione di ruoli, regole interne e sanzioni per la loro eventuale inosservanza che consentiva ai baroni, attraverso il controllo dei diversi organismi associativi, di acquisire in ambito accademico il controllo esecutivo e di predeterminare la composizione delle commissioni giudicatrici e prestabilire quindi anche l´esito della procedura». Oggi la sentenza ha prosciolto per prescrizione dall'associazione per delinquere tre docenti di spicco che avevano scelto il rito abbreviato. Assoluzione nel merito invece per gli altri reati contestati. Nonostante le accuse, i tre prof sono tutti rimasti al loro posto e hanno proseguito le carriere accademiche. Uno si è persino candidato alla carica di magnifico rettore. Una tutela garantista nei loro confronti, ma anche un pessimo esempio per chiunque sogni di fare strada con i propri mezzi nel mondo dell'università senza essere costretto a emigrare. I codici etici negli atenei sono stati introdotti solo dopo gli ultimi scandali, ma in tutta la pubblica amministrazione non si ricordano interventi esemplari delle commissioni disciplinari interne: si aspetta la magistratura e la sentenza definitiva, che non arriva praticamente mai. Anche nel caso del professore Rizzon e di altri tre luminari per i quali è in corso il processo ordinario sembra impossibile che si arrivi a un verdetto. Dopo nove anni siamo ancora al primo grado di giudizio e pure per loro la prescrizione è ormai imminente. Una lezione magistrale per chi crede nel merito.

CASA ITALIA.

Case popolari solo a stranieri? Magari non è proprio così ma basta farsi un giro in certe zone per rendersi conto che la realtà sembra sempre di più penalizzare gli italiani. Il record delle case popolari. Una su due va agli stranieri. Ecco le graduatorie per avere accesso agli alloggi di edilizia residenziale. Più del 50% delle domande vengono da immigrati. E i milanesi aspettano, scrive Chiara Campo su “Il Giornale”. Ci sono Aba Hassan, Abad, Abadir. Ventisette cognomi su ventisette solo nella prima pagina (e almeno 17 idonei). Ma scorrendo il malloppo delle 1.094 pagine che in ordine alfabetico formano le graduatorie per accedere alle case popolari del Comune, almeno il 50% dei partecipanti è di provenienza straniera. Basta leggere i primi dieci fogli per avere l'impressione che, tra gli Abderrahman e gli Abebe, gli italiani siano dei «panda» in estinzione. Le graduatorie pubblicate da Palazzo Marino si riferiscono al bando aperto fino a fine giugno 2013 a chi ha bisogno di appartamenti di edilizia residenziale. Chi entra nell'elenco non ha automaticamente la casa perché la lista d'attesa è lunga, ma tra i criteri per avanzare in classifica ci sono ovviamente reddito (basso) e numero di figli (alto). Le proteste dei leghisti sono note: «Gli immigrati lavorano in nero e fanno tanti figli». Nel 2012 (sono dati del Sicet) su 1190 assegnazioni nel capoluogo lombardo 495, quasi la metà 455, sono state a favore di immigrati. A vedere gli elenchi l'impressione è che la percentuale possa alzarsi ancora, a scapito di tante famiglie milanesi che probabilmente versano tasse da più tempo e nella crisi avrebbero altrettanto bisogno di una casa a basso costo. «Sono per l'integrazione - commenta Silvia Sardone, consigliera Pdl della Zona 2 - ma questa non si può realizzare con una potenziale discriminazione per gli italiani. Probabilmente il sistema di costruzione delle graduatorie ha bisogno di essere reso più equo». Ci tiene a sottolineare: «Non sono razzista, non lo sono mai stata e non lo sarò. Non sono nemmeno perbenista né figlia di un buonismo di sinistra cieco della realtà. Ho molto amici italiani con cognomi stranieri, hanno un lavoro ed un mutuo sulla casa». Ma «nella prime pagine degli elenchi in ordine alfabetico si fa fatica a trovare un cognome italiano e complessivamente sono tantissimi i cognomi stranieri. Indipendentemente da chi ha studiato i criteri di partecipazione e assegnazione e di quando siano stati creati penso che oggi, nel 2013, debbano essere rivisti. Perché sono stanca di pagare delle tasse per servizi che spesso godono gli altri». Anche il capogruppo milanese della Lega torna a chiedere agli enti (Regione per prima) di rivedere i criteri di accesso, alzando ad esempio i 5 anni d residenza minima: «Serve una norma che difenda la nostra gente da chi, si dice, porta ricchezza, ma invece rappresenta un costo».

Laddove l’alloggio non viene assegnato, si occupa (si ruba) con il beneplacito delle Istituzioni.

Quando si parla di case occupate abusivamente o illegalmente, in genere la mente è portata a collegare tale fenomeno a quello dei centri sociali, scrive “Mole 24”. Un tema che di per sé sarebbe da approfondire, perché esistono centri sociali occupati da autonomi, altri da anarchici, altri ancora dai cosiddetti “squatter”, termine che deriva dall’inglese “to squat”, che non è solo un esercizio per rassodare i glutei ma significa anche per l’appunto “occupare abusivamente”. Ma l’occupazione abusiva delle case è in realtà un fenomeno assai nascosto e taciuto, praticamente sommerso. Un’anomalia che pochi conoscono, ancor meno denunciano o rivelano, essenzialmente perché non si sa come risolvere. Le leggi ci sono, o forse no, e se anche esistono pare proprio che le sentenze più attuali siano maggiormente orientate a tutelare gli interessi dell’occupante abusivo piuttosto che quelli del proprietario che reclama i suoi diritti da “esautorato”, sia che si parli del Comune in senso lato sia che si parli di un qualsiasi fruitore di case popolari che si ritrova il suo alloggio occupato da “ospiti” che hanno deciso di prenderne il possesso. Il fenomeno si riduce spesso ad essere una guerra tra poveri. Parliamo, per fare un esempio non così lontano dalla realtà, di un anziano pensionato costretto ad essere ricoverato in ospedale per giorni, settimane o anche mesi: ebbene, questo anziano signore, qualora fosse residente in un alloggio popolare, una volta dimesso potrebbe rischiare di tornare a casa e non riuscire più ad aprire la porta d’ingresso. Serratura cambiata, e l’amara sorpresa che nel frattempo alcuni sconosciuti hanno preso possesso dell’abitazione. Un problema risolvibile? Non così tanto. Anzi, potrebbe essere l’inizio di un lungo iter giudiziario, e se il nuovo o i nuovi occupanti, siano essi studenti cacciati di casa, extracomunitari, disoccupati o famiglie indigenti, dimostrano di essere alle prese con una situazione economica insostenibile o di non aver mai potuto accedere a bandi di assegnazione alle case popolari per vari motivi (ad esempio: non ne sono stati fatti per lunghi periodi), l’anziano in questione potrebbe rischiare di sudare le proverbiali sette camicie. Trattandosi di case popolari, la proprietà non è di nessuno ma del Comune. Questo vuol dire che quando qualcuno non è presente, fra gli altri bisognosi scatta una vera e propria corsa a chi arraffa la casa. Ci sarebbero sì le graduatorie per assegnare gli immobili, ma non mai vengono rispettate. Nel sud, affidarsi alla criminalità organizzata, pagando il dovuto, è il metodo più sicuro per assicurarsi una casa popolare. Chi pensa che questo sia un fenomeno di nicchia, si sbaglia di grosso. Le cifre infatti sono clamorose, anche se difficilmente reperibili. L’indagine più recente e affidabile da questo punto di vista è stata realizzata da Dexia Crediop per Federcasa sul Social Housing 2008. E parla di ben 40.000 case popolari occupate abusivamente in tutto lo Stivale, che se venissero assegnate a chi ne ha diritto permetterebbero a circa 100.000 persone di uscire da uno stato di emergenza.

L’onestà non paga. Ti serve una casa? Sfonda la porta e occupa, scrive Arnaldo Capezzuto su “Il Fatto Quotidiano”. L’appartamento di edilizia residenziale è abitato da una famiglia legittima assegnataria del diritto alla casa ottenuto attraverso un regolare quanto raro bando pubblico con relativo posto in graduatoria? Chi se ne fotte. Li cacci a calci in culo. E se non vogliono andare via, aspetti che escano e ti impossessi dell’abitazione. Con calma poi metti i loro mobili, vestiti e effetti personali in strada. Se malauguratamente qualcuno di loro ha la pazza idea di contattare le forze dell’ordine per sporgere denuncia, niente problema: li fai minacciare da qualche “cumpariello” inducendoli a dichiarare che quelle persone sono amici-parenti. Onde evitare però sospetti, con calma fai presentare un certificato di stato di famiglia dove i “signori occupanti” risultano dei conviventi. Il trucco è palese. Non regge l’escamotage dell’appartamento ceduto volontariamente. Certo. Gli investigatori non dormono. Questo è chiaro. Il solerte poliziotto esegue l’accertamento. I nodi alla fine vengo al pettine. La denuncia scatta immediata. La giustizia è lenta ma implacabile. Lo Stato vince. Gli occupanti abusivi in generale ammettono subito che sono abusivi. Quindi? Nei fatti c’è un organismo dello Stato – i verbali delle forze dell’ordine, le lettere di diffida degli enti pubblici gestori degli appartamenti – che certifica che a decorrere dal giorno x , dal mese x, dall’anno x, l’abitazione che era assegnata a tizio, caio e sempronio ora con la violenza e il sopruso è stato occupata da pinco pallino qualsiasi. La malapolitica trasversalmente e consociativamente per puri e bassi calcoli elettoralistici e non solo mascherati da esigenze sociali, di povertà, di coesione sociale e stronzate varie compulsando e piegando le istituzioni si attivano e varano con il classico blitz leggi, norme, regolamenti che vanno a sanare gli abusivi. Chi ha infranto la legge, chi ha prevaricato sul più debole, chi ha strizzato l’occhio al camorrista e al politiconzolo di turno, chi non mai ha presentato una regolare domanda di assegnazione, chi neppure ha i requisiti minimi per ottenere alla luce del sole un’abitazione si ritrova per "legge" un alloggio di proprietà pubblica a canone agevolatissimo. Accade in Campania e dove sennò in Africa?

Martedì 7 maggio 2013 è stato pubblicato sul Burc la nuova sanatoria per chi ha assaltato le case degli enti pubblici. La Regione Campania guidata dal governatore Stefano Caldoro ha varato all’interno della finanziaria regionale un provvedimento che regolarizza e stabilisce che può richiedere l’alloggio chi lo ha occupato prima del 31 dicembre 2010. Si badi bene che lo scorso anno era stato deciso con una legge simile che poteva ottenere la casa chi l’aveva assaltata entro il 2009. L’interrogativo sorge spontaneo: se puntualmente ogni anno varate una sanatoria per gli abusivi ma perché allora pubblicate i bandi di assegnazione con graduatoria se poi le persone oneste sono destinate ad avere sempre la peggio? Misteri regionali. C’è da precisare però che la nuova sanatoria contiene delle norme “innovative” e “rivoluzionarie” a tutela della legalità (non è una battuta!) per evitare che tra gli assegnatari in sanatoria ci siano pregiudicati e che le occupazione siano guidate dalla camorra. A questo punto c’è davvero da ridere. Le norme per entrare in vigore – però – hanno bisogno del “si” degli enti locali. Ecco il Comune di Napoli – ad esempio – ha detto “no”. Non è pragmatismo ma è guardare negli occhi il mostro. A Napoli non è solo malavita ci sono casi davvero di estrema povertà. Ma è facile adoperare, manipolare e nascondersi dietro questi ultimi per far proliferare camorra e fauna circostante. A Napoli i clan hanno sempre gestito le case di edilizia pubblica. Ad esempio a Scampia chi vive nei lotti di edilizia popolare sa bene che la continuità abitativa dipende dalle sorti del clan di riferimento. Chi perde la guerra, infatti, deve lasciare gli appartamenti ai nuovi padroni. Un altro esempio è il rione De Gasperi a Ponticelli. Qui il boss Ciro Sarno – ora fortunatamente dietro le sbarre a scontare diversi ergastoli – decideva le famiglie che potevano abitare negli appartamenti del Comune di Napoli. Una tarantella durata per decenni tanto che il padrino Ciro Sarno era soprannominato in senso dispregiativo ‘o Sindaco proprio per questa sua capacità di disporre di alloggi pubblici. Stesso discorso per le case del rione Traiano a Soccavo, le palazzine di Pianura, i parchi di Casavatore, Melito e Caivano.

Di cosa parliamo? Alle conferenze stampa ci si riempie la bocca con parole come legalità, anticamorra, lotta ai clan. Poi alla prima occasione utile invece di mostrare discontinuità, polso duro, mano ferma si deliberano norme che hanno effetti nefasti: alimentano il mercato della case pubbliche gestite dai soliti professionisti dell’occupazione abusiva borderline con i clan. Circola in Italia una strana idea di legalità, scrive Antonio Polito su “Il Corriere della Sera”. I suoi cultori chiedono alle Procure di esercitare il ruolo improprio di «controllori» ma non appena possono premiano l'illegalità, per demagogia o per calcolo elettorale. È il caso di Napoli, città-faro del movimento giustizialista visto che ha eletto sindaco un pm, dove è stata appena approvata, praticamente all'unanimità, la sanatoria degli occupanti abusivi delle case comunali. Nel capoluogo partenopeo si tratta di un fenomeno vastissimo: sono circa 4.500 le domande di condono giunte al Comune per altrettanti alloggi. Per ogni famiglia che vedrà legalizzato un abuso, una famiglia che avrebbe invece diritto all'abitazione secondo le regole e le graduatorie perderà la casa. Non c'è modo migliore di sancire la legge del più forte, del più illegale; e di invitare altri futuri abusivi a spaccare serrature e scippare alloggi destinati ai bisognosi. Ma nelle particolari condizioni di Napoli la sanatoria non è solo iniqua; è anche un premio alla camorra organizzata. È stato infatti provato da inchieste giornalistiche e giudiziarie che «l'occupazione abusiva di case è per i clan la modalità privilegiata di occupazione del territorio», come ha detto un pubblico ministero. In rioni diventati tristemente famosi, a Secondigliano, Ponticelli, San Giovanni, cacciare con il fuoco e le pistole i legittimi assegnatari per mettere al loro posto gli affiliati o i clientes della famiglia camorristica è il modo per impadronirsi di intere fette della città; sfruttando le strutture architettoniche dell'edilizia popolare per creare veri e propri «fortini», canyon chiusi da cancelli, garitte, telecamere, posti di blocco, praticamente inaccessibili dall'esterno e perfetto nascondiglio per latitanti, armi e droga. Non che tutto questo non lo sappia il sindaco de Magistris, che a Napoli ha fatto il procuratore. E infatti ha evitato di assumersi in prima persona la responsabilità di questa scelta. L'ha però lasciata fare al consiglio comunale, Pd e Pdl in testa, difendendola poi con il solito eufemismo politico: «Non è una sanatoria. Io la chiamerei delibera sul diritto alla casa». E in effetti è una delibera che riconosce il diritto alla casa a chi già ce l'ha, avendola occupata con la forza o l'astuzia.

E gli alloggi di proprietà?

Le Iene, 1 ottobre 2013: case occupate abusivamente.

23.40. L’associazione Action organizza occupazioni di case: prima erano per lo più extracomunitari, ora sempre più spesso esponenti del ceto medio che non riesce più a pagare il mutuo e viene sfrattata. Occupano così case vuote o sfitte. O, peggio, entrano in case abitate, cambiano la serratura e addio (un incubo per molti). Una signora, però, ha rioccupato la casa da cui è stata sfrattata.

23.48. Si racconta la storia di una ragazza non ancora trentenne, fiorista, che ha occupato una casa comprata da una famiglia, che ha acceso un mutuo e che ora si trova con un immobile svalutato e un ambiente ben diverso da quello residenziale che avevano scelto per far crescere i propri figli. “Si è scatenata una guerra tra poveri” dice una signora che vive qui ‘legalmente’, che va a lavorare tutti i giorni per pagare un mutuo per una casa che non rivenderà mai allo stesso prezzo. E’ truffata anche lei.

L’occupazione abusiva degli immobili altrui e la tutela delle vittime.

In sede civile, scrive Alessio Anceschi, chi si veda abusivamente privato del proprio immobile può certamente adire l’autorità giudiziaria al fine di rientrare nella disponibilità di esso da coloro che lo hanno illegittimamente occupato. In tal senso, potrà proporre l’azione di rivendicazione (art. 948 c.c.), oppure, entro i termini previsti dalla legge, l’azione di reintegrazione (art. 1168 c.c.). Il legittimo proprietario o possessore dell’immobile potrà anche agire al fine di ottenere il risarcimento dei danni sofferti, i quali si prestano ad essere molto ingenti, sia sotto il profilo patrimoniale, che esistenziale. In tutti i casi, tuttavia, in considerazione della lunghezza del procedimento civile e soprattutto del procedimento di esecuzione, il legittimo proprietario o possessore dell’immobile si trova concretamente privato della propria abitazione (e di tutti i beni che in essa sono contenuti) e quindi costretto a vivere altrove, da parenti o amici, quando và bene, in ricoveri o per la strada quando và male.

Sotto il profilo penale sono ravvisabili molti reati. Prima di tutti, il reato di invasione di terreni od edifici (art. 633 c.p.), ma anche altri reati contro il patrimonio funzionalmente collegati all’occupazione abusiva, quali il danneggiamento (art. 635 c.p.) ed il furto (artt. 624 e 625 c.p.). Il secondo luogo, colui che occupa abusivamente un immobile altrui commette il reato di violazione di domicilio (art. 614 c.p.). Anche in questo caso, tuttavia, la tutela postuma che consegue alla sentenza non si presta a tutelare adeguatamente la vittima. Infatti, il reato di cui all’art. 633 c.p., unica tra le ipotesi citate ad integrare un reato permanente, non consente l’applicazione né di misure precautelari, né di misure cautelari. Lo stesso vale per gli altri reati sopra indicati, soprattutto quando non vi sia stata flagranza di reato. La vittima dovrà quindi attendere l’interminabile protrarsi del procedimento penale ed anche in caso di condanna, non avrà garanzie sulla reintegrazione del proprio bene immobile, posto che l’esiguità delle pene previste per i reati indicati e le mille vie d’uscita che offre il sistema penale, si presta a beffare nuovamente la povera vittima, anche laddove si sia costituita parte civile. Laddove poi l’abusivo trascini nell’immobile occupato la propria famiglia, con prole minorenne, le possibilità di vedersi restituire la propria abitazione scendono drasticamente, in virtù dei vari meccanismi presenti tanto sotto il profilo civilistico, quanto di quello penalistico.

La mancanza di tutela per la vittima è evidente in tutta la sua ingiustizia. Essa diventa ancora più oltraggiosa quando le vittime sono i soggetti deboli, soprattutto, come accade spesso, gli anziani. Che fare ? Nell’attesa che ciò si compia, ove si ritenga che il nostro “Sistema Giudiziario” sembri tutelare solo i criminali, può osservarsi che esso può tutelare anche le vittime, laddove siano costrette a convertirsi, per “necessità” di sopravvivenza e per autotutela. In effetti, occorre osservare che, il nostro ordinamento penale, che di recente ha anche ampliato la portata applicativa della scriminante della legittima difesa nelle ipotesi di violazione di domicilio (art. 52 c.p., come mod. l. 13.2.2006 n. 59), non consente che una persona ultrasettantenne possa subire una misura custodiale in carcere (artt. 275 co. 4° c.p.p. e 47 ter, l. 354/1975). Conseguentemente, solamente laddove l’anziano ultrasettantenne, spinto dall’amarezza, trovasse il coraggio di commettere omicidio nei confronti di tutti coloro che, senza scrupoli, lo abbiano indebitamente spogliato della propria abitazione, potrebbe rientrare immediatamente nel possesso della propria abitazione, con la sicurezza che, il nostro sistema giudiziario, gli garantirebbe una doverosa permanenza in essa attraverso gli arresti o la detenzione domiciliare. Contraddizioni di questa nostra Italia !!!

"Esci di casa e te la occupano… e alla Cassazione va bene così" ha titolato un quotidiano commentando una sentenza della Cassazione che avrebbe di fatto legittimato l'occupazione abusiva degli alloggi. L'articolo riportava le affermazioni di un sedicente funzionario dell'ex Istituto autonomo case popolari (Iacp) che consigliava all'assegnatario di un alloggio di mettere una porta blindata perché "Se sua mamma e suo papa vanno in ferie un paio di settimane, poi arrivano degli abusivi, quelli sfondano, mettono fuori i mobili, ci mettono i loro, e nessuno ha il potere di sgomberarli… Non ci si crede, ma è così". Ed infatti non bisogna credergli… Non è così, scrive “Sicurezza Pubblica”. Gli ipotetici abusivi di cui sopra commettono il reato di violazione di domicilio, e la polizia giudiziaria deve intervenire d'iniziativa per "impedire che venga portato a conseguenze ulteriori" (art. 55 cpp) allontanando (anche con la forza) i colpevoli dai locali occupati contro la legge. Il secondo comma dell'art. 614 cp commina (cioè minaccia) la pena della reclusione fino a tre anni a chiunque si trattenga nell'abitazione altrui o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi si trattiene clandestinamente o con inganno. La pena è da uno a cinque anni (arresto facoltativo, dunque) e si procede d'ufficio se il fatto è commesso con violenza sulle cose o alle persone, o se il colpevole è palesemente armato. Il reato è permanente. Perciò possiamo andare tranquillamente in ferie perché se qualcuno viola il nostro domicilio forzando la porta o una finestra, la polizia giudiziaria è obbligata a liberare l'alloggio ed il colpevole può essere arrestato. Quali potrebbero essere le responsabilità della polizia giudiziaria, che eventualmente omettesse o ritardasse l'intervento? Secondo l'art. 55 c.p.p. la p.g. deve (obbligo giuridico) impedire che i reati vengano portati a ulteriori conseguenze, mentre secondo l'art, 40 comma 2 del c.p.: "Non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo". Perciò le ulteriori conseguenze dell'occupazione potrebbero essere addebitate ai responsabili del ritardo o dell'omissione.

Cosa ha veramente la Cassazione?

L'equivoco è nato dalla errata lettura della sentenza 27 giugno - 26 settembre2007, n. 35580, in cui la suprema Corte ha trattato il caso di una persona che, denunciata per aver occupato abusivamente un alloggio ex Iacp vuoto, aveva invocato l'esimente dello stato di necessità previsto dall'art. 54 cp, ma era stata condannata. La Corte non ha affatto legittimato il reato, ma si è limitata ad annullare la sentenza d'appello con rinvio ad altro giudice, ritenendo che fosse stata omessa la dovuta indagine per verificare se l'esimente stessa sussistesse o meno. Nulla di rivoluzionario dunque, ma applicazione di un principio: quando il giudice ravvisa l'art. 54 cp, il reato sussiste, ma "non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona". In quest'ottica, giova rammentare la sentenza 9265 del 9 marzo 2012, che ha definitivamente fatto chiarezza (qualora ce ne fosse stato bisogno). La Cassazione ha respinto il ricorso di una 43enne contro la sentenza del giudice di merito che aveva ritenuto la donna colpevole del reato di cui agli articoli 633 e 639 bis Cp per avere abusivamente occupato un immobile di proprietà dello Iacp di Palermo. La seconda sezione penale, confermando la condanna, ha escluso lo stato di necessità precisando che in base all’articolo 54 Cp per configurare questa esimente (la cui prova spetta all’imputato che la invoca), occorre che «nel momento in cui l’agente agisce contra ius - al fine di evitare un danno grave alla persona - il pericolo deve essere imminente e, quindi, individuato e circoscritto nel tempo e nello spazio. L’attualità del pericolo esclude quindi tutte quelle situazioni di pericolo non contingenti caratterizzate da una sorta di cronicità essendo datate e destinate a protrarsi nel tempo». Nell' ipotesi dell’occupazione di beni altrui, lo stato di necessità può essere invocato soltanto per un pericolo attuale e transitorio non certo per sopperire alla necessità di risolvere la propria esigenza abitativa, tanto più che gli alloggi Iacp sono proprio destinati a risolvere esigenze abitative di non abbienti, attraverso procedure pubbliche e regolamentate. In sintesi: una precaria e ipotetica condizione di salute non può legittimare, ai sensi dell’articolo 54 Cp, un’occupazione permanente di un immobile per risolvere, in realtà, in modo surrettizio, un’esigenza abitativa.

Sequestro preventivo dell'immobile occupato abusivamente.

La sussistenza di eventuali cause di giustificazione non esclude l'applicabilità della misura cautelare reale del sequestro preventivo. D'altronde la libera disponibilità dell'immobile comporterebbe un aggravamento o una protrazione delle conseguenze del reato, che il sequestro preventivo mira invece a congelare. (Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 7722/12; depositata il 28 febbraio). Il caso. Due indagati del reato di invasione e occupazione di un edificio di proprietà dell'Istituto Autonomo Case Popolari ricorrevano per cassazione avverso l'ordinanza del Tribunale del Riesame di Lecce, che confermava il sequestro preventivo dell'immobile disposto dal GIP. A sostegno della loro tesi difensiva, gli indagati introducevano un elemento afferente il merito della responsabilità penale, sostenendo come fosse documentato lo stato di assoluta indigenza in cui versavano, tale da averli costretti ad occupare l'immobile per la necessità di evitare un danno maggiore alla loro esistenza e salute. In sostanza, invocavano lo stato di necessità che, secondo la tesi difensiva, avrebbe non solo giustificato l'occupazione, ma che avrebbe potuto determinare una revoca del provvedimento cautelare disposto…non opera per le misure cautelari reali. La Suprema Corte esamina la censura, ma la rigetta perché, nel silenzio della legge, non può applicarsi la regola - prevista dall'art. 273 comma 2 c.p.p. per le sole misure cautelari personali - che stabilisce che nessuna misura (personale) può essere disposta quando il fatto è compiuto in presenza di una causa di giustificazione, quale appunto l'invocato stato di necessità. L'ordinanza impugnata ha chiarito che i due indagati hanno abusivamente occupato un alloggio già assegnato ad altra persona, poi deceduta, e ha correttamente rilevato che è del tutto irrilevante la circostanza che nel lontano 1983 il B. sia stato assegnatario di un altro alloggio del cui possesso sarebbe stato spogliato. Se queste sono le circostanze di fatto non è ravvisabile alcuna violazione di legge, ma solo una diversa valutazione dei fatti stessi non consentita in questa sede di legittimità, per di più con riferimento a misure cautelari reali (art. 325, comma 1, c.p.p.). Per quanto concerne la sussistenza della dedotta causa di giustificazione, se è vero che, in tema di misure cautelari personali, ai sensi dall'art. 273, comma 2, cod. proc. pen., nessuna misura può essere applicata se risulta che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione, l'applicabilità di una analoga normativa con riferimento alle misure cautelari reali, in assenza di espressa previsione di legge, deve tenere conto dei limiti imposti al Tribunale in sede di riesame, nel senso che la verifica delle condizioni di legittimità della misura cautelare reale da parte del tribunale del riesame non può tradursi in anticipata decisione della questione di merito concernente la responsabilità della persona sottoposta ad indagini in ordine al reato oggetto di investigazione, ma deve limitarsi al controllo di compatibilità tra la fattispecie concreta e quella legale (per tutte: Sez. U, n. 7 del 23/02/2000, Bocedi, Rv. 215840). È evidente, pertanto, che una causa di giustificazione può rilevare nell'ambito del procedimento relativo a misure cautelari reali solo se la sua sussistenza possa affermarsi con un ragionevole grado di certezza. Anche sulla sussistenza del periculum in mora l'ordinanza impugnata, espressamente pronunciandosi sul punto, afferma che la libera disponibilità da parte degli indagati dell'immobile in questione comporterebbe un aggravamento o una protrazione delle conseguenze del reato commesso. Al rigetto del ricorso consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Condotta e dolo specifico.

L'articolo 633 cp stabilisce che "Chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o trame altrimenti profitto è punito a querela della persona offesa, con la reclusione fino a due anni o con la multa. Si procede d'ufficio se il fatto è commesso da più di cinque persone, di cui una almeno palesemente armata, o da più di dieci persone anche senz'armi". Si procede altresì d'ufficio (art. 638 bis c.p.) se si tratta di acque, terreni, fondi o edifici pubblici o destinati ad uso pubblico. Perché sussista il reato, occorre che l'agente penetri dall'esterno nell'immobile (anche senza violenza) e ne violi l'esclusività della proprietà o del possesso per una apprezzabile durata, contro la volontà del titolare del diritto o senza che la legge autorizzi tale condotta. Questo reato non consiste nel semplice fatto di invadere edifici o terreni altrui, ma richiede il dolo specifico, cioè la coscienza e volontà di invaderli al fine di occuparli o trame altrimenti profitto. Non occorre neppure l'intenzione dell'occupazione definitiva, anche se essa deve avere una durata apprezzabile. In caso di immobile già invaso, è possibile il concorso successivo di persone diverse dai primi autori dell'invasione (Cass. pen., Sez. Il, sent. 22 maggio 1975, n. 5459). Quanto al reato di violazione di domicilio, previsto dall'art. 614 del C.P., esso è ravvisabile anche "nella condotta di abusiva introduzione (o abusiva permanenza) nei locali di una guardia medica fuori dell'orario ordinario di apertura al pubblico per l'assistenza sanitaria. Infatti, se nell'orario ordinario di servizio la guardia medica è aperta al pubblico, nell'orario notturno l'acceso è limitato a quelli che hanno necessità di assistenza medica e che quindi sono ammessi all'interno dei locali della stessa. Pertanto in questo particolare contesto l'ambiente della guardia medica costituisce un'area riservata che può assimilarsi a quella di un temporaneo privato domicilio del medico chiamato a permanere lì durante la notte per potersi attivare, ove necessario, per apprestare l'assistenza sanitaria dovuta" (Cass. pen. Sez. III, sent. 6 giugno - 30 agosto 2012, n. 33518, in Guida al diritto n. 39 del 2012, pag. 88).

Flagranza e procedibilità d'ufficio.

Il reato d'invasione di terreno o edifici ha natura permanente e cessa soltanto con l'allontanamento del soggetto dall'edificio, o con la sentenza di condanna, dato che l'offesa al patrimonio pubblico perdura sino a che continua l'invasione arbitraria dell'immobile. Dopo la pronuncia della sentenza, la protrazione del comportamento illecito da luogo a una nuova ipotesi di reato, che non necessita del requisito dell'invasione, ma si sostanzia nella prosecuzione dell'occupazione (Cass. pen., Sez. Il, sent. 22 dicembre 2003, n. 49169). Nella distinzione tra uso pubblico e uso privato, una recente pronuncia ha affermato che "l'alloggio realizzato dall'Istituto autonomo delle case popolari (lacp), conserva la sua destinazione pubblicistica anche quando ne sia avvenuta la consegna all'assegnatario, cui non abbia ancora fatto seguito il definitivo trasferimento della proprietà. Ne deriva che, in tale situazione, l'eventuale invasione ad opera di terzi dell'alloggio medesimo è perseguibile d'ufficio, ai sensi dell'art. 639 bis cp" (Cass. pen., Sez. Il, 12 novembre 2007, n. 41538). In caso di invasione arbitraria di edifici costruiti da un appaltatore per conto dell'ex lacp e non ancora consegnati all'Istituto, la persona offesa, titolare del diritto di querela è l'appaltatore. Ai fini della procedibilità d'ufficio del reato di cui all'art. 633 c.p., l'uso della disgiuntiva nell'art. 633-bis (edifici pubblici o destinati a uso pubblico) pone il carattere pubblico come di per sè sufficiente a configurare la procedibilità d'ufficio, nel senso che è sufficiente che l'edificio sia di proprietà di un ente pubblico. A tal fine, si devono considerare pubblici, secondo la nozione che il legislatore penale ha mutuato dagli articoli 822 e seguenti del Cc, i beni appartenenti a qualsiasi titolo allo stato o a un ente pubblico, quindi non solo i beni demaniali, ma anche quelli facenti parte del patrimonio disponibile o indisponibile degli enti predetti. Mentre, sempre per la procedibilità d'ufficio, sono da considerare "destinati a uso pubblico" quegli altri beni che, pur in ipo0tesi appartenenti a privati, detta destinazione abbiano concretamente ricevuto (Corte Appello di Palermo, sent. 20-22 giugno 2011,n. 2351 in Guida al diritto n. 46 del 19 novembre 2011).

L'art. 634 c.p. - Turbativa violenta del possesso di cose immobili.

Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo 633 c.p., turba, con violenza alla persona o con minaccia, l'altrui pacifico possesso di cose immobili, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da euro 103 a euro 309. Il fatto si considera compiuto con violenza o minaccia quando è commesso da più di dieci persone. La maggior parte della dottrina ritiene che l'unica distinzione possibile sia quella che fa perno sull'elemento soggettivo: mentre nell'art. 633 è previsto il dolo specifico, per l'art. 634 è sufficiente il dolo generico. Di conseguenza si dovrà applicare l'art. 634 qualora vi sia un'invasione non qualificata dal fine di occupare i terreno e gli edifici o di trarne altrimenti profitto. Viceversa sussisterà la fattispecie di cui all'art. 633 anche nel caso di invasione violenta finalizzata all'occupazione o al profitto. La turbativa di cui all'art. 634 postula un comportamento minimo più grave della semplice introduzione (art. 637) e meno grave dell'invasione (art. 633). La nozione di turbativa deve intendersi come una non pregnante compromissione dei poteri del possessore. La semplice violenza sulle cose, che non sia usata per coartare l'altrui volontà, non basta ad integrare il reato. Peraltro il comma 2 dell'art. 634, parifica alla violenza alla persona e alla minaccia, la presenza di un numero di persone (che commettono il fatto) superiore a dieci. Si discute se si tratti di un delitto istantaneo o permanente. Prevale l'opinione che ritiene trattarsi di reato istantaneo, potendo assumere connotazione permanente allorchè la perturbazione richieda l'esperimento di una condotta prolungata nel tempo, sostenuta da costante volontà del soggetto agente (Manzini).

Come agire?

Il delitto di violazione di domicilio è permanente ed ammette l'arresto facoltativo in flagranza (art. 381, lett. f-bis c.p.p.) Anche il delitto di invasione al fine di occupazione (art. 633 c.p.) è permanente: la condotta criminosa perdura per tutto il tempo dell'occupazione e deve essere interrotta dalla polizia giudiziaria, che anche di propria iniziativa deve impedire che i reati vengano portati a ulteriore conseguenze (art. 55 cpp). Non appena i titolari del diritto sull'alloggio danno notizia dell'avvenuta invasione agli organi di pg questi ultimi, se dispongono delle forze necessarie, debbono procedere allo sgombero, senza necessità di attendere il provvedimento dell'Autorità. In ambedue i casi spetta al giudice valutare poi l'esistenza di eventuali esimenti.

Inerente l'occupazione abusiva di un immobile, pare opportuno inserire una breve digressione sulle azioni a tutela dei diritti di godimento e del possesso. Il panorama si presenta alquanto vario; troviamo, infatti, le azioni concesse al solo proprietario, quelle esperibili dal titolare di un diritto di godimento su cosa altrui o dal possessore in quanto tale. Tali azioni vengono qualificate come reali, in quanto offrono tutela per il solo fatto della violazione del diritto.

L'azione di rivendicazione, rientrante fra le azioni petitorie, tende ad ottenere il riconoscimento del diritto del proprietario sul bene e presuppone la mancanza del possesso da parte dello stesso; è imprescrittibile e richiede la dimostrazione del proprio diritto risalendo ad un acquisto a titolo originario.

L'azione negatoria è concessa al proprietario al fine di veder dichiarata l'inesistenza di diritti altrui sulla cosa o la cessazione di turbative o molestie; in questo caso al proprietario si richiede soltanto la prova, anche in via presuntiva, dell'esistenza di un titolo dal quale risulti il suo acquisto.

L'azione di regolamento di confini mira all'accertamento del proprio diritto nel caso in cui siano incerti i confini dello stesso rispetto a quello confinante; in tale ipotesi la prova del confine può essere data in qualsiasi modo. Nell'azione di apposizione di termini, al contrario, ciò che si richiede al Giudice è l'individuazione, tramite indicazioni distintive, dei segni di confine tra due fondi confinanti.

L'azione confessoria è volta a far dichiarare l'esistenza del proprio diritto contro chi ne contesti l'esercizio, e a far cessare gli atti impeditivi al suo svolgimento.

A difesa del possesso incontriamo le categorie delle azioni possessorie e di enunciazione: le prime si distinguono nell'azione di reintegrazione, che mira a far recuperare il bene a chi sia stato violentemente o clandestinamente spogliato del possesso, da proporsi entro un anno dallo spoglio, e l'azione di manutenzione, proposta al fine di far cessare le molestie e le turbative all'esercizio del diritto.

L'azione di manutenzione, al contrario di quella di reintegrazione, ha una funzione conservativa, poiché mira alla cessazione della molestia per conservare integro il possesso, e una funzione preventiva, poiché può essere esperita anche verso il solo pericolo di una molestia. Diversamente dalle azioni a difesa della proprietà, che impongono la prova del diritto, il possessore ha soltanto l'onere di dimostrare il possesso (in quanto questo prescinde dall'effettiva titolarità del diritto). Le azioni di enunciazione, con le quali si tende alla eliminazione di un pericolo proveniente dal fondo vicino, si distinguono nella denunzia di nuova opera e di danno temuto; esse, infatti, vengono qualificate come azioni inibitorie, cautelari, che possono dar luogo a provvedimenti provvisori.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

Ma come sono cari  (e di sinistra) i professionisti dell'accoglienza. L'emergenza sbarchi comporta un giro vorticoso di denaro pubblico. Che si ripete senza soluzione, scrive Stefano Filippi su “Il Giornale”. Dietro l'orrore, la pietà, lo scandalo, il buonismo, le tragedie del mare nascondono il business che non t'aspetti. Il giro d'affari del primo soccorso e dell'accoglienza. Da una parte i milioni di euro stanziati dall'Europa e dall'Italia, dall'altra la pletora di personaggi in attesa di incassare. Onlus, patronati, cooperative, professionisti dell'emergenza, noleggiatori di aerei e traghetti, perfino i poveri operatori turistici di Lampedusa: abbandonati dai vacanzieri si rassegnano a riempire camere d'albergo, appartamenti e ristoranti con agenti, volontari, giornalisti, personale delle organizzazioni non governative, della Protezione civile, della Croce rossa. L'emergenza sbarchi comporta un giro vorticoso di denaro pubblico. Nel 2011, l'anno più drammatico, gli sbarchi provocati dalle sanguinose rivolte nordafricane sono costati all'Italia un miliardo di euro. Ogni giorno le carrette del mare da Libia e Tunisia hanno scaricato in media 1.500 persone. Il governo dovette aumentare le accise sui carburanti per coprire parte di queste spese. E a qualcuno che sborsa corrisponde sempre qualcun altro che incassa. Bisogna gestire la prima accoglienza: acqua, cibo, vestiti, coperte, farmaci. Vanno organizzati i trasferimenti sul continente ed eventualmente i rimpatri; si aggiungono spese legali, l'ordine pubblico, l'assistenza (medici, psicologi, interpreti, mediatori culturali). Ma questo è soltanto l'inizio, perché moltissimi rifugiati chiedono asilo all'Italia. E l'Italia se ne fa carico, a differenza della Spagna che ordina di cannoneggiare i barconi e di Malta che semplicemente abbandona i disperati al loro destino. Nel triennio 2011/13 le casse pubbliche (ministero dell'Interno ed enti locali) hanno stanziato quasi 50 milioni di euro per integrare 3000 persone attraverso il Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati. A testa fanno più di 5.000 euro l'anno. L'Europa soccorre soltanto in parte. Il finanziamento più cospicuo arriva dal Fondo europeo per le frontiere esterne destinato alle forze di sicurezza di confine (capitanerie di porto, marina militare, guardia di finanza): 30 milioni annui. Altri 14,7 milioni arrivano dal Fondo per l'integrazione, non riservato all'emergenza. Dal Fondo per i rimpatri piovono 7 milioni di euro. Poi c'è il Fondo per i rifugiati, che nel 2012 ha stanziato 7 milioni in via ordinaria più altri 5 per misure di emergenza. Tutti questi denari vanno considerati come co-finanziamento: si aggiungono cioè ai soldi che l'Italia deve erogare. Il fondo più interessante è quello per i rifugiati, che è tale soltanto di nome perché i veri destinatari dei 12 milioni di euro (sono stati 10 milioni nel 2008, 4,5 nel 2009, 7,2 nel 2010 e addirittura 20 nel fatidico 2011) sono Onlus, Ong, cooperative, patronati sindacali e le varie associazioni umanitarie che si muovono nel settore dell'immigrazione. Dal 2008, infatti, l'Europa ha stabilito che quel fiume di contributi vada «non più all'attività istituzionale per l'accoglienza, ma ad azioni complementari, integrative e rafforzative di essa». Anche queste, naturalmente, co-finanziate dal governo italiano. Le organizzazioni operano alla luce del sole, sono autorizzate dal ministero dell'Interno che deve approvare progetti selezionati attraverso concorsi pubblici. I soldi finiscono in fondi spese destinati non ai disperati ma a vitto e alloggio delle truppe di volontari e professionisti. Per la felicità degli albergatori lampedusani. Gli operatori sociali spiegano ai nuovi arrivati i loro diritti. Li mettono in contatto con interpreti, avvocati, mediatori da essi retribuiti. Organizzano la permanenza, li aiutano a restare in Italia o a capire come proseguire il loro viaggio della speranza. Fanno compilare agli sbarcati, che per la legge sono clandestini, un pacco di moduli per avere assistenza legale d'ufficio. Pochissime organizzazioni, e tra queste Terre des hommes e Medici senza frontiere, si fanno bastare i denari privati. A tutte le altre i soldi italo-europei servono anche a sostenere i rispettivi apparati, come gli uffici stampa, gli avvocati e gli attivisti per i diritti umani, per i quali martellare i governi finanziatori è una vera professione. E magari usano l'emergenza immigrazione come trampolino verso la politica.

Destra, sinistra e solidarietà. Come ci segnala un articolo de Il Redattore Sociale, la presenza del Terzo Settore nelle liste dei candidati alle prossime elezioni è piuttosto significativa: presidenti e direttori di molte importanti organizzazioni si presentano nelle liste di PD, SEL, Ingroia e Monti. Questo scrive Gianni Rufini su “La Repubblica”. Gianni Rufini, esperto di aiuto umanitario, ha lavorato in missioni di assistenza in quattro continenti e insegna in numerose università italiane e straniere. Se saranno eletti, buona parte dell’associazionismo e del movimento cooperativo dovrà rinnovare i propri vertici. Molto meno forte, la presenza del mondo della solidarietà internazionale. Ci sono personalità di rilievo, come gli ottimi Laura Boldrini e Giulio Marcon, ma non abbastanza – temo – da far nascere all’interno del parlamento un nucleo significativo di deputati e senatori che possano promuovere un rinnovamento della politica italiana in questo senso. Ma speriamo bene. Tutte queste persone si candidano con partiti di sinistra o di centro, mentre la destra è completamente assente. Se è vero che la sinistra è sempre stata più attenta a questi temi, sono profondamente convinto che questioni come la cooperazione, l’aiuto umanitario o i diritti umani siano assolutamente trasversali. Possono esserci visioni diverse sulle politiche in questi campi, ma dovrebbe esserci  un’intesa di fondo per questioni che riguardano tutti i cittadini, di qualunque orientamento, in ogni regime politico. Purtroppo non è così. In altri paesi, esiste un  “conservatorismo compassionevole” che ritiene moralmente doveroso impegnarsi in questi ambiti; si trovano politiche estere di destra che vedono comunque nella cooperazione uno strumento fondamentale; ci sono politiche sociali conservatrici che promuovono il volontarismo per ridurre il peso dello Stato; ci sono visioni del capitalismo che ritengono centrali, per il suo sviluppo, i diritti umani. Nella destra italiana sembra invece prevalere una visione che definirei “cattivista”. Sembra che da noi, per essere di destra bisogna necessariamente coltivare cattivi sentimenti: l’irrisione per i poveri, l’avidità, lo sprezzo del senso civico, il calpestamento dei diritti altrui. Cosa particolarmente strana, in un paese che ha una forte cultura cattolica e una storia importante di solidarietà unitaria, per esempio nei grandi disastri. E’ difficile comprendere la mutazione che ha portato la destra italiana a questa deriva antropologica. Forse è un altro dei residuati tossici dell’ultimo ventennio. Questo è un problema per l’Italia, per due ragioni: la prima è che quando si parla di diritti, di umanità, di relazioni con il mondo, si parla dell’identità profonda di un paese, e questa dovrebbe essere in massima parte condivisa dalle forze politiche. E poi, perché le strategie in questo campo esigono tempi lunghi, per produrre risultati, tempi di decenni. E non possono scomparire e ricomparire ad ogni cambio di governo. Credo che il lavoro più importante che dovranno fare quei colleghi che hanno deciso di impegnarsi in politica sia promuovere un cambiamento culturale dentro la politica, dentro il parlamento. Perché certi principi e certi valori diventino un patrimonio condiviso, al di là delle differenze ideologiche.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

“L’efficienza delle associazioni antimafia non si misura in fase ai finanziamenti ricevuti, alle denunce presentate, alla parte politica che li sostiene, alla visibilità data dai media ed alla santificazione di toghe e divise” risponde così il dr Antonio Giangrande alle dichiarazioni di Maria Antonietta Gualtieri presidente dell’Associazione Antiracket Salento (…a Brindisi totale assenza di denunce nonostante tante associazioni antimafia…) ed alla piccata risposta del presidente Salvatore Incalza dell’associazione antiracket di Francavilla Fontana associata FAI (..cerca visibilità perché cessa il foraggiamento di Stato…). Il Dr Antonio Giangrande, presidente nazionale della “Associazione Contro Tutte le Mafie” da Taranto interviene nella polemica su stampa e tv sorta tra le associazioni antiracket ed antiusura brindisine e leccesi. Una polemica che serpeggia, però, in tutta Italia, laddove vi sono costituiti sodalizi antimafia di contrapposti schieramenti. «L’attività delle associazioni antiracket ed antiusura non si misura in base alla visibilità mediatica che certe tv locali politicamente schierate danno ad alcune di loro, finanziate da progetti di passati Ministri dell’Interno o da sottosegretari a loro vicini e comunque di finanziamenti ricevuti perché facenti parte del FAI o di Libera; né tantomeno in base alle denunce presentate da questi sodalizi o dalla loro costituzione in giudizio per interesse di qualcuno. Il tutto per fare numero e molte volte contro poveri cristi a vantaggio di truffatori. Sempre bene attenti a non toccare i poteri forti: tra cui le banche. La loro efficienza non si misura neanche in base al sostegno finanziario da loro ricevuto dallo Stato o da una parte politica regionale. Comunque c’è da dire che il grado di valore che si dà alle associazioni antimafia non è paragonato al fatto di quanto queste siano lo zerbino o passacarte di toghe e divise. La capacità delle associazioni è legata alla loro competenza ed al grado di assistenza e consulenza che loro sanno offrire: senza fare politica. Questo è il loro compito: informare ed assistere nella stesura degli atti. Le denunce le presentano le presunte vittime e l’applicazione della giustizia spetta alle toghe ed i contributi li elargisce lo Stato. Qualcuno non si deve allargare!». Va giù duro il presidente Antonio Giangrande. « Io penso che la vittima di qualsivoglia sopraffazione e violenza non ha bisogno di visibilità, per questo noi usiamo il web oltre che la sede fissa. In questo modo le vittime non hanno bisogno di farsi vedere, quindi si informano e le denunce le scaricano direttamente dal sito e le presentano alle forze dell’ordine. Non mancano, però, le lamentele di abbandono da parte dello Stato. E questo non bisogna tacerlo. Inoltre non siamo affiliati a nessuno e quindi non riceviamo nulla da alcuno, né ritorno di immagine, né copertura delle spese. D’altronde che volontariato è se poi si è sovvenzionati e quindi diventa un lavoro. Alla stampa dico di seguire ed aiutare tutte quelle associazioni che lavorano sul campo a rischio delle vite dei loro componenti, senza ricevere nulla. E se proprio vogliono riportare le polemiche, i giornalisti chiedessero a tutte queste associazioni, che vanno per la maggiore, chi li paga e chi votano e come mai aprono sportelli antiracket in città in cui non sono iscritte presso le locali prefetture, così come vuole la legge, tutto a svantaggio di chi è legalmente iscritto in loco: se ne scoprirebbero delle belle!» Continua Antonio Giangrande. «Additare i difetti altrui è cosa che tutti sanno fare, più improbabile è indicare e correggere i propri. Non abbiamo bisogno di eroi, né, tantomeno, di mistificatori con la tonaca (toga e divisa). L’abito non fa il monaco. La legalità non va promossa solo nella forma, ma va coltivata anche nella sostanza. E’ sbagliato ergersi senza meriti dalla parte dei giusti. Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Questa è sociologia storica, di cui sono massimo cultore. Conosciuto nel mondo come autore ed editore della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata su www.controtuttelemafie.it ed altri canali web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo, oltre che su Google libri. 50 saggi pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Ho dei canali youtube e sono anche editore di Tele Web Italia: la web tv di promozione del territorio italiano. Bastone e carota. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Il livore del PD, SEL, CGIL e di tutta la loro costellazione di sigle nel Lazio nei confronti dell’Associazione Caponnetto. Perché? Preferiscono forse un’antimafia del bon ton diversa dalla nostra di indagine e denuncia? O avrebbero voluto che ci etichettassimo politicamente assoggettandoci ai loro interessi e facendo un’antimafia soft, più retorica e commemorativa, di parata insomma? Questo di chiede l’Associazione antimafia “Antonino Caponnetto”. Non che ci dispiaccia. Anzi, è tutto il contrario perché più stiamo lontani da queste nomenclature politiche screditate e più guadagniamo in credibilità. Pur tuttavia certe cose vanno annotate per far comprendere ai più sprovveduti e disinformati fino a che punto arrivano la bassezza, la vuotaggine, l’insulsaggine, l’insignificanza e l’irresponsabilità della classe dirigente del PD e del suo accoliti nella provincia di Latina e nel Lazio. Sono oltre 10 anni che il PD del Lazio e della provincia di Latina fa la guerra all’Associazione Caponnetto mostrando, peraltro, in maniera sfacciata di voler privilegiare Libera e solo Libera ed il suo modo di fare antimafia. Non abbiamo mai capito le ragioni di tanta ostilità. Forse perché abbiamo sempre dichiarato la nostra assoluta indipendenza da tutto e da tutti mentre il PD voleva che noi ci fossimo etichettati politicamente ed assoggettati ai suoi interessi? O perché il PD preferisce un modello di antimafia tutto bon ton, all’acqua di rose, culturale e basta, commemorativo e parolaio e niente affatto di indagine e denuncia, nomi e cognomi, come facciamo noi dell’Associazione Caponnetto? Non lo sappiamo e, a questo punto, nemmeno ci interessa saperlo più perché abbiamo preso atto di un dato di fatto incontrovertibile e consolidato: il PD ed i suoi accoliti combattono l’Associazione Caponnetto e riconoscono come propria referente ed amica solo LIBERA. Bene così per il PD, per tutti i suoi accoliti e per Libera. Se questa è l’antimafia che vuole il PD vadano avanti così ma non osino più parlare di lotta alle mafie perché li talloneremo e gli rinfacceremo di volta in volta che la lotta alle mafie non si fa come fanno lor signori che si limitano solo a parlarne senza affrontare e risolvere i problemi veri della lotta alla criminalità mafiosa. Brutto segnale quello che viene da questo partito che dimostra palesemente di non volere l’antimafia reale, quella effettiva, la vera antimafia, ma solo quella di parata, delle commemorazioni, del racconto del passato e via di questo passo. La guerra all’Associazione Caponnetto viene da lontano, dai tempi della Giunta Marrazzo alla Regione Lazio quando la Presidente della Commissione Criminalità -la PD ex DS Luisa Laurelli – volle escludere dai vari organismi consultivi della Regione la nostra Associazione facendo, al contempo, entrarvi sigle assolutamente inconsistenti ed esistenti solo sulla carta ma etichettate PD, oltre ovviamente a Libera. Cosa che si è ripetuta puntualmente all’Amministrazione Provinciale di Roma sotto la gestione Zingaretti, altro campione dell’antimafia parolaia e non di quella reale dell’indagine e della denuncia. Non che le nostre ripetute esclusioni ci siano dispiaciute, vista l’assoluta inutilità ed inerzia di tali organismi che si sono appalesate a posteriori come delle sole sparate propagandistiche senza alcuna efficacia. Evitiamo, per non tediare coloro che ci seguono, di raccontare i dettagli, i continui tentativi di isolarci (dal convegno organizzato sempre dal PD con Piero Grasso durante l’ultima campagna elettorale, con la partecipazione della Fondazione nostra omonima, a sostegno della candidatura dell’ex Procuratore Nazionale antimafia, convegno che, pur avendo visto la nostra esclusione - e ne siamo stati lieti perché era un convegno elettorale e di partito -, i relatori si sono visti costretti ad esaltare proprio l’opera dell’Associazione Caponnetto!!!; all’ultima proprio di stamane 21 giugno con il convegno promosso a livello provinciale e sempre a Gaeta dal Sindacato Pensionati Italiani della CGIL sui problemi della legalità, un convegno che ha visto la partecipazione in massa di elementi di Libera e basta). Potremmo citare altri esempi della faziosità – e, peraltro, anche dell’ottusità politica- della classe dirigente del PD e dei suoi accoliti di SEL (vi risparmiamo di raccontarvi il comportamento inqualificabile di Zaratti uomo di punta di SEL il quale durante una seduta della Commissione criminalità della Regione Lazio della quale era Presidente dopo la Laurelli non spese una sola parola in difesa dell’Associazione Caponnetto aggredita violentemente dal suo vicepresidente, un consigliere di destra di cui non ricordiamo il nome, quasi a mostrare un malcelato piacere -, della CGIL e così via. Ma tutto ciò non ci duole affatto. Anzi, il contrario. Perché tutto questo livore nei nostri confronti da parte del PD, SEL e di tutta la loro costellazione di sigle e siglette nei nostri confronti sta a provare che agiamo bene, che colpiamo bene, senza lacci e lacciuoli e che sono sempre di più coloro che hanno paura di noi in quanto probabilmente sanno di avere qualche scheletro nell’armadio. Questo ovviamente ci ha fatto accendere una lampadina e ci induce a porci la domanda del “perché” di tale comportamento… Quando il cane ringhia rabbioso a difesa di una tana vuol dire che là dentro nasconde qualcosa di importante, la nidiata, un pezzo di carne… Ci lavoreremo… per scoprirlo. Poi, però, non si dica che siamo… cattivi o, peggio, faziosi anche noi.

 “LIBERA” di nome ma non di fatto. E’ solo un problema politico, scrive l'associazione antimafia "Casa della legalità e della cultura Onlus della sicurezza sociale". E' difficile che le cose che non funzionano vengano indicate quando riguardano quelli che sono una sorta di “santuari” della cosiddetta società civile. Eppure le distorsioni, i problemi, anche seri, ci sono. Sono fatti che, messi uno accanto all'altro, ci dicono che qualcosa non va. Rompiamo questo silenzio, ponendo alcune semplici domande e dando a queste una risposta. Non è per polemica, ma per dovere di cronaca, per elencare i fatti di una questione “politica”. Siamo convinti che solo guardando in faccia la realtà sia possibile migliorare e correggere quegli errori che troppo spesso impediscono di fare passi avanti nella lotta alle mafie ed all'illegalità. Il confronto e non la chiusura è strumento essenziale nella democrazia, e lo è ancora di più quando si parla di strutture importanti, come è Libera...

Perché criticate “LIBERA”, che universalmente è riconosciuta, da destra a sinistra, quale grande organizzazione antimafia?

«Innanzitutto bisogna premettere che la critica è costruttiva, finalizzata al confronto per risolvere i problemi. Criticare non significa distruggere e questo è ancora più indiscutibile quando, come nel nostro caso, la critica è un elencare di fatti che non si possono tacere ma che impongono, dovrebbero imporre, una riflessione e quindi una reazione. Quindi... Avete mai sentito pronunciare un nome e cognome di quella “zona grigia”, della rete di professionisti e politici collusi e contigui, dagli esponenti di Libera che tanto a slogan punta l'indice contro questa “zona grigia”? Mai, né un nome di un mafioso (se non già condannato in via definitiva), né un nome di una società di famiglie mafiose, né il nome dei politici che nei vari territori sono compromessi, vuoi per contiguità (che non è un reato) o peggio. Mai un nome delle grandi imprese e cooperative che nei propri cantieri, quali fornitori, scelgono le “offerte vantaggiose” delle società di note famiglie mafiose. Non c'è una denuncia che sia una, se non “il giorno dopo” ad un dramma o allo scattare delle manette o dei sigilli a qualche bene.»

Ma questo può essere solo un modo diverso di combattere la stessa battaglia...

«Non è un discussione la “diversità” di metodi, ma i fatti ci testimoniano che la questione non è solo un diverso modo di agire nella lotta alla mafia...La Libera che abbiamo visto da qualche anno a questa parte, diversa, radicalmente diversa, da quella delle origini, ha scelto una strada che, pur qualificandosi come “antimafia”, di antimafia concreta ha ben poco. Cerchiamo di spiegare... Libera, con la struttura che si è data, vive grazie ai contributi pubblici e privati. Tra i suoi sponsor troviamo, ad esempio, l'Unieco, colosso cooperativo emiliano, che si vanta dei finanziamenti che da a Libera. Ma l'Unieco nei propri cantieri fa lavorare società di famiglie notoriamente mafiose, per l'esattezza di 'ndranghetisti. I soldi risparmiati dalla Unieco in quei cantieri, con le famose offerte “economicamente vantaggiose”, ad esempio, di società di famiglie espressione delle cosche MORABITO-PALAMARA-BRUZZANITI e PIROMALLI con i GULLACE-RASO-ALBANESE, restano nelle casse di Unieco che poi finanzia Libera per la lotta alla mafia. E' chiaro il controsenso? La contraddizione è palese. Libera dovrebbe rifiutare quei fondi ed esigere da Unieco, così come dalle grandi cooperative della Lega Coop, che non abbia alcun tipo di contiguità e connivenze con società indecenti! Non lo fa, prende i soldi e fa iniziative al fianco di Unieco e compagnia nel nome dell'antimafia. Ma vi rendete conto di che impatto fortissimo avrebbe invece una scelta da parte di Libera di rispedire al mittente quei contributi con la motivazione: prima fate pulizia tra i vostri fornitori e poi ci potrete finanziare? Sarebbe un segnale concreto importantissimo! Non è questione di illeciti, ma di opportunità... di decenza.»

Può essere un caso, non si può confondere il tutto con un caso.

«Prima di tutto non è “un caso” ma un questione sistematica e non lo diciamo noi, ma una serie di fatti. Per esempio, oltre alle grandi cooperative “rosse”, c'è il caso di Unipol. Oggi sappiamo, grazie alle inchieste su Consorte e furbetti delle “scalate”, di cosa è capace quel gruppo: azioni spregiudicate, sul crinale tra lecito e illecito... così come sappiamo che, come le altre grandi banche, ha una inclinazione nel non notare operazioni sospette che si consumano nelle propri filiali. Ed anche qui Libera si presenta al fianco di Unipol nel nome della Legalità, della lotta alla corruzione ed alle mafie. Anche qui: vi immaginate se quando Unipol o la fondazione Unipolis mandano i contributi a Libera, l'associazione di don Ciotti rimandasse indietro quei contributi con un bel comunicato stampa in cui dice che finché le indecenze di Unipol non saranno eliminare loro non vogliono un centesimo dei loro fondi? Sarebbe un segnale chiaro, durissimo! E poi vi è il campo più prettamente “politico”. Andiamo anche in questo caso con esempi concreti. A Casal di Principe il sindaco e l'assessore con Libera distribuivano targhe anti-camorra, ma quell'amministrazione comunale era legata alla Camorra, ai Casalesi. Cose che si sanno in quei territori. Il sindaco e l'assessore sono stati poi arrestati perché collusi con i Casalesi... Libera li portò sul palco della sua principale manifestazione, nel marzo 2009, a Casal di Principe, per distribuire le targhe intitolate a don Peppe Diana. Ecco: Antonio Corvino e Cipriano Cristiano avevano ottenuto il loro bel “paravento”. Spostiamoci in Sicilia. Nel trapanese, la terra del latitante Matteo Messina Denaro, è stato arrestato Ciro Caravà. L'accusa: associazione mafiosa. Si presentava in tv e nelle piazze nel nome di Libera, ma era parte della rete mafiosa che fa capo al latitante di Cosa Nostra. Libera ha dichiarato che non era nemmeno tesserato... lo ha dichiarato dopo l'arresto. Prima, dell'arresto, che costui andasse per mari e per monti a promuovere Libera e la sua azione antimafia da Sindaco andava bene. Siamo già a due casi eclatanti, pesanti come macigni, in cui Libera era un “paravento”. Non sono opinioni o interpretazioni, sono fatti.»

Ma due casi su scala nazionale sono un’eccezione, non la prassi..

«Drammaticamente non sono solo due casi in tutta Italia. Questi erano due esempi. Vediamone qualche altro...Polistena, giornata della Memoria e dell'Impegno di Libera. Sul palco Libera fa salire, a scandire i nomi delle vittime di mafia, Maria Grazia Laganà vedova Fortugno. In allora già indagata dalla DDA di Reggio Calabria, per truffa aggravata allo Stato in merito alle forniture della ASL di Locri... quella dove la signora era vice-direttore sanitario e responsabile del personale, quella Asl in cui assunzioni, promozioni, incarichi e appalti erano decisi dalle 'ndrine, a partire dal “casato” dei MORABITO-PALAMARA-BRUZZANITI... cosca di cui alcuni esponenti erano in contatto telefonico sia con la Laganà, sia con Fortugno... e non dimentichiamoci la grande amicizia tra gli stessi Laganà e Fortugno con i MARCIANO', riconosciuti responsabili dell'omicidio del Fortugno stesso. E' quella stessa Laganà che subito dopo l'omicidio del marito, omicidio politico-mafioso, ha promosso una lista elettorale per le elezioni provinciali con Domenico CREA, indicato da più parti come il grande beneficiario dell'omicidio Fortugno, nella sua veste di “signore della Sanità” in comunella con la 'ndrangheta. Poi si scoprì anche che il segretario della Laganà, dal telefono della signora, comunicava al sindaco di Gioia Tauro, l'avanzamento in tempo reale del lavoro della Commissione di Accesso che ha portato allo scioglimento di quell'amministrazione perché piegata ai desiderata dei PIROMALLI. La Laganà infatti era membro della Commissione Parlamentare Antimafia e quindi con accesso a informazioni riservate, secretate. Che segnale è, in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, far salire un soggetto del genere sul palco della cosiddetta “antimafia”? Chiaramente devastante. Ma andiamo avanti. A Bari chi è stato il grande protagonista della giornata della Memoria e dell'Impegno di Libera? Massimo D'Alema. Quel D'Alema i cui rapporti indecenti sono ormai noti, a partire da quelli, con gli uomini della sanità pugliese e quella vecchia tangente, andata in prescrizione, da uno degli uomini della sanità legati alla Sacra Corona Unita. A Napoli vi era Bassolino, che sappiamo cosa abbia rappresentato in materia di gestione dei rifiuti a Napoli e Campania. A Torino c'era Chiamparino che nuovamente è espressione di quella componente spregiudicata nella ricerca e costruzione di consenso, e tra i principali supporter della TAV, un'opera inutile, antieconomica, devastante per ambiente e salute e manna per le cosche che vogliono, come già avvenuto per altre tratte di quest'opera, entrarci con i subappalti. Quest'anno è toccato a Genova... Don Ciotti qui si schiera al fianco di Burlando e della Vincenzi, ad esempio. Li ringrazia. Li presenta come esempio di lotta alla mafia... peccato che con le amministrazioni guidate da Burlando e dalla Vincenzi, le mafie abbiano fatto (e continuano a fare, anche nonostante misure interdittive) ottimi affari a Genova ed in Liguria, proprio a partire da quelli con le società pubbliche aventi soci la Regione ed il Comune, o con le grandi cooperative “rosse”. E' più chiara ora la questione? Più che di “giornata della memoria e dell'impegno”, quella a Genova, dello scorso marzo, è stata l'ennesima giornata della memoria corta e dell'ipocrisia! Non ci pare chiedere tanto quando si dice che gli ipocriti della politica, delle Istituzioni, e gli “indecenti”, non vengano fatti salire su quei palchi. Ci sembrerebbe una normalità, un atto di rispetto per le vittime.»

Ma Libera non è una struttura indipendente?

«No! Purtroppo no. Quello che abbiamo detto lo dimostra e se servono ulteriori esempi che Libera si sia piegata a “paravento” di chi la sovvenziona e di chi politicamente le è “caro”, li porto senza esitazione e senza pericolo di smentita alcuna. Ed attenzione: è pienamente legittimo quanto fa Libera. Non vorrei che si pensasse l'opposto. Assolutamente no! E' legittimo che Libera si faccia “braccio” di un blocco di potere politico-economico, ma sarebbe intellettualmente corretto ed onesto che lo dichiarasse, senza negarlo e senza dichiararsi “indipendente”. Parliamo del Piemonte? A Torino Libera ha una forte vicinanza a SEL e già questo basterebbe a chiarire lo strano concetto che Libera ha di “indipendente”. Michele Cutro, persona degnissima, era dal 2007 il referente dell'area europea di Libera; si candida a Torino alle Primarie di centro sinistra e poi per il Consiglio Comunale con SEL, in appoggio a Fassino. Viene eletto ed entra in Comune. SEL è nella maggioranza di centrosinistra, quella stessa maggioranza determinatasi grazie anche ai consensi raccolti tra gli 'ndranghetisti, come ha messo in evidenza l'inchiesta MINOTAURO. Come può quindi Libera, un esponente di primo piano di Libera, avere una vicinanza marcata con un partito quando questi è parte integrante di quella maggioranza in cui vi sono metodi spregiudicati e indecenti di raccolta del consenso? E se poi vogliamo vi è tutto il capitolo TAV, con la posizione di Libera che fa da stampella al blocco di potere politico-economico che persegue questa opera! Scendiamo nell'alessandrino? Qui vi sono pesantissimi interessi ed affari di una delle più potenti cosche della 'ndrangheta, quella dei GULLACE-RASO-ALBANESE. Il “locale” della 'ndrangheta guidato da Bruno Francesco PRONESTI' contava tra i propri affiliati anche il Presidente della Commissione Urbanistica del Comune di Alessandria. A Novi Ligure è consigliere comunale un giovane della famiglia SOFIO, coinvolta in più inchieste legate ai MAMONE, ed operativa proprio nell'alessandrino. Lì vi è uno degli snodi dei traffici e conferimenti illeciti di sostanze tossiche che coinvolge Piemonte, Liguria e Lombardia. Vi era un bene confiscato a Cosa Nostra, a Bosco Marengo. Cosa ha proposto Libera come progetto di riutilizzo a fini sociali per farselo assegnare? Un allevamento di quaglie! Sì: allevamento di quaglie! Ma davvero non si poteva fare altro di più incisivo per una bonifica più ampia di quei territori, in quel bene confiscato? Noi crediamo di sì. Ma non basta. Dopo la presentazione in pompa magna dell'assegnazione a Libera di questo bene che cosa è successo? Che non si è proceduto a sistemare quel casolare e così oggi, dopo gli articoli su come sono brave le Istituzioni e Libera di alcuni anni fa, quel casolare deve essere demolito perché impossibile, economicamente impossibile, ristrutturarlo! Un fallimento devastante! Ma non basta ancora. Libera prima delle ultime elezioni amministrative, cosa fa ad Alessandria, nella sua visione “ecumenica”? Va dal anche dal Sindaco in carica, quello che aveva, con la sua maggioranza, messo il CARIDI, l'affiliato alla 'ndrangheta, alla Presidenza della Commissione Urbanistica, da quel Sindaco che ha contribuito in modo determinante al dissesto del Bilancio di Alessandria, e gli propone di firmare il documentino contro le mafie! Ecco, anziché indicarlo come pessimo esempio di gestione della cosa pubblica e di “sponsor” del CARIDI, loro gli porgono la mano per dichiararsi, con una firmetta antimafioso! Parliamo dell'Emilia-Romagna? Avete mai sentito Libera indicare gli affari sporchi di riciclaggio e speculazione edilizia, di smaltimenti illeciti di rifiuti o altro che non siano quelli più “visibilmente sporchi”, come droga e prostituzione? No. Anche qui mai un nome o cognome... mai una denuncia sull'atteggiamento dei colossi cooperativi emiliani come la Cmc, la Ccc, Coopsette o Unieco che più volte hanno accettato la convivenza con le società delle cosche. Mai una parola sui grandi colossi privati, come la PIZZAROTTI, la gestione dell'Aeroporto di Bologna, le grandi colate di cemento lungo la via Emilia o gli appalti per le infrastrutture dove non mancano gli incendi dolosi ai mezzi di cantiere che non rispondono alle cosche. Solo qualche parola, ma non troppe sui Casalesi a Parma, dove governava il centrodestra. Reggio Emilia è una piccola Beirut, per anni, come il resto dell'Emilia-Romagna, presentata come indenne dalla presenza mafiosa, quando invece la “colonizzazione” si è consumata dopo che politica e settori imprenditoriali hanno aperto le porte alle mafie per riceverne i servizi a “basso costo” e per avere strada spianata alle cooperative nella partita TAV in Campania o, ancor prima, a Bagheria e nel grande ed oscuro patto con i Cavalieri dell'Apocalisse di Catania. A Firenze, Libera era legatissima all'amministrazione di Leonardo Domenici, quella finita nell'occhio del ciclone per gli episodi di corruzione nelle operazioni speculative di Salvatore Ligresti... quella del voto di scambio alle elezioni primarie con cui il Cioni cercava di assicurarsi il consenso. E mentre a Milano Libera accusava l'amministrazione di centrodestra che era in un perfetto connubio con Ligresti, a Firenze tace. Anzi, va oltre: la firma “Libera contro le mafie” siglava un volantino a sostegno del progetto devastante di tramvia dell'Impregilo nel centro fiorentino! Non un volantino contro lo scempio devastante della tramvia, così come nemmeno mai una parola contro il tunnel che dovrebbe sventrare Firenze per la TAV, così come nulla di nulla sulla devastazione del Mugello. Ecco Libera che tanto sostegno ha ricevuto da quell'amministrazione fiorentina, passo dopo passo, ha sempre ricambiato. Bastano come esempi o bisogna andare avanti con questa lista della non-indipendenza di Libera? Ripetiamo: basterebbe che dichiarassero di essere “di parte”, cosa legittima... e non dichiararsi per ciò che non sono: indipendenti...Ancora: in Calabria, per citare un caso e non annoiare, basta ricordare che il referente di Libera è andato ad un'iniziativa di presentazione della “Casa dello Stocco” promossa da Francesco D'AGOSTINO, già Consigliere provinciale dei “Riformisti”... Nella Piana sanno chi è questo imprenditore, Libera non lo sa? Impossibile. Lo si conosce anche in Liguria. Ad esempio il marchio “Stocco & Stocco” era in uso al boss Fortunato BARILARO, esponente apicale del “locale” della 'ndrangheta di Ventimiglia. Perché ci è andato? Non era meglio disertare tale “evento”? A Genova, in occasione delle ultime elezioni amministrative, buona parte di Libera locale si è visibilmente schierata, apertamente, a sostegno di Marco Doria, il candidato del centrosinistra. Scelta legittima, ma... Un giornalista free-lance ha posto una domanda a Marco Doria: “Può nominare qualche famiglia dell’ndrangheta che ha interessi a Genova?” e Doria ha risposto: “No, perché non ho studiato il problema. Se lo sapessi lo direi.”. Ecco: come possono gli esponenti locali di Libera sostenere un candidato che non ha studiato il problema, in una città dove da anni ed anni, ormai, i nomi e cognomi, le imprese ed i fatti sono pubblici, ampiamente noti? Se mi si dice che lo si sosteneva perché “politicamente” è della loro parte, va bene, ma lo si dica! Se mi si dice che invece no, perché sono indipendenti, e lo sostenevano perché con lui si può combattere le mafie, allora non ci siamo, non c'è onestà intellettuale... e non solo per l'intervista. Raccontiamo due fatti, abbastanza significativi, crediamo. Tra gli assessori scelti da Doria, per la delega ai Lavori Pubblici, c'è Gianni Crivello. Questi era il presidente del Municipio Valpolcevera, lo è stato per dieci anni. Quel territorio è quello maggiormente e storicamente, più colonizzato dalle mafie, Cosa Nostra e 'Ndrangheta. Lì la presenza delle mafie è palpabile. Bene, Crivello per anni ha cercato, ed ancora cerca, di “minimizzare” la questione. Eppure sappiamo che negare e minimizzare sono due linee pericolosissime, devastanti negli effetti che producono. L'altro fatto che vi racconto è questo: tra gli sponsor di Doria vi è l'architetto Giontoni, responsabile dell'Abit-Coop Liguria, il colosso locale, nel settore edile, della Lega Coop Liguria. A parte il fatto che per una cessione alla Cooperativa “Primo Maggio” dell'Abit-Coop l'ex rimessa di Boccadasse dell'azienda per il trasporto pubblico locale (finalizzata alla realizzazione di appartamenti di lusso), l'ex sindaco Pericu ed altri sui uomini sono stati condannati pesantemente dalla Corte dei Conti per i danni alle casse pubbliche, l'Abit-Coop vede nel suo Consiglio di Amministrazione tal Raffa Fortunato. Questi per conto di Abit-Coop è stato nominato nei Cda delle aziende del gruppo Mario Valle... Raffa Fortunato è il cugino dei FOTIA, la famiglia della 'ndrangheta, riferimento nel savonese della cosca dei MORABITO-PALAMARA-BRUZZANITI. Non solo: in diversi cantieri dell'Abit-Coop sono stati incaricati di operare i FOTIA con la loro SCAVOTER (ora interdetta e per cui la DIA ha chiesto la confisca) ed i PELLEGRINO di Bordighera con la loro omonima impresa (sotto sequestro di nuovo per iniziativa della DIA). Doria è stato informato di questo. Risposte giunte? Nessuna!»

Ma da Genova non poteva “scattare” l'occasione delle svolta, dove Libera riaffermava la sua indipendenza...

«A Genova c'è stato e c'è il suggello della dipendenza piena di Libera al blocco politico-economico “rosso” ed asservita, in cambio di fondi e visibilità, agli amministratori peggiori che si possano trovare in circolazione. Altro che svolta... qui c'è stata e si conferma l'apoteosi dell'ipocrisia. Andiamo con ordine con 5 esempi di fatti:

1) Libera è nata in Liguria fondata da Legacoop, Unipol, Arci e qualche altro cespuglio. Tutto il fronte anti-cemento, impegnato da anni contro le attività di riciclaggio delle mafie nella grandi operazioni di speculazione edilizia, a partire dai porticcioli, e contro i condizionamenti delle Pubbliche Amministrazioni e degli appalti, è stato messo alla porta già ai tempi della fondazione di Libera in Liguria. Noi ed altri. Abbiamo le carte, le abbiamo pubblicate. In una di queste dicono che bisogna stare attenti a noi che abbiamo un gruppo a Ceriale... e sì quel gruppo con cui siamo riusciti a far crollare l'impero del costruttore Andrea NUCERA che dopo un'interdizione antimafia per una sua impresa ed il sequestro che avevamo sollecitato del mega cantiere di Ceriale, è finito in bancarotta ed è latitante. Bella colpa vero?

2) Libera organizzò una fiaccolata antimafia a Sanremo. Chi invitò ad aderire? Quei partiti che hanno tenuto bel saldamente al proprio interno (difendendoli) i vari esponenti con pesanti contiguità e complicità con le cosche. C'era l'Udc di Monteleone, il Pdl degli Scajola, Praticò, Minasso e Saso... il Pd dei Drocchi, Burlando, Vincenzi, Bertaina... Rc degli Zunino... l'Idv della Damonte, Cosma e compagnia, SEL dell'assessore al patrimonio di Genova che dava la casa popolare al boss di Cosa Nostra... ma su questo torniamo dopo. In prima fila, a quella fiaccolata, c'erano i sindaci “antimafia” di Ventimiglia, Gaetano SCULLINO, e quello di Bordighera, Giovanni BOSIO. Quest'ultimo lo hanno anche fatto parlare come testimonianza di impegno per la legalità. Il fatto che le Amministrazioni di BOSIO e SCULLINO fossero piegate dai condizionamenti della 'ndrangheta era un dettaglio che è sfuggito a Libera. Ah naturalmente non ci mandarono nemmeno l'invito... forse sapevano che lo avremmo rimandato al mittente.

3) Libera a Genova ha visto mettersi a disposizione della Giunta comunale della VINCENZI, dopo l'arresto del suo braccio destro e portavoce Stefano FRANCESCA, nientemeno che il Presidente Onorario di Libera, Nando Dalla Chiesa. Quello che a Milano denuncia i silenzi, le contiguità e connivenze mafiose del centrodestra ma che a Genova ha perso la vista e non vede quelle pesantissime delle amministrazioni di centrosinistra... della VINCENZI, di BURLANDO come di REPETTO e di molteplici Comuni della Provincia e delle riviere. Lui è consulente e si occupa di organizzare dei bei convegni e delle rassegne antimafia, con manifesti colorati e tanti bei volantini patinati, ma non si accorge del boss ospitato in albergo dal Comune, degli incarichi con ribassi da brivido assegnati a soggetti attenzionati o addirittura interdetti, delle somme urgenze, appalti vari e agevolazioni date ai MAMONE nonostante l'interdizione atipica antimafia... non parliamo delle varianti urbanistiche promosse dalla Vincenzi (come sul caso Lido, che poi abbiamo contribuito a bloccare) o i rapporti con le imprese del gruppo imprenditoriale dei FOGLIANI di Taurianova... ivi compresa la concessione, poi annullata dal TAR per una clinica privata ad Albaro. Queste cose a Genova Nando non le nota... pare che soffra di una grave patologia di “strabismo”, così, da un lato, da il “patentino” antimafia alle amministrazioni, come quella di cui è consulente (prima pagato e dopo la nostra denuncia pubblica, gratuitamente, senza più le decine di migliaia di euro annui), promuovendo tante belle iniziative e dall'altro tace e “copre” le indecenze.

4) Vi è poi la pantomima con 6... dico SEI... inaugurazioni dei beni confiscati di Vico della Mele. So che la questione è stata anche oggetto di discussione durante la visita della Commissione Parlamentare Antimafia a Genova lo scorso anno. Ad ogni occasione elettorale il Comune di Genova, lo stesso che ospitava in albergo il boss a cui sono stati confiscati e che noi siamo riusciti, con una serie di iniziative pubbliche, a far sì che si sgomberasse, con Dalla Chiesa, faceva una bella inaugurazione... poi il bene tornava ad essere chiuso. Un segnale devastante dopo l'altro, in un territorio dove il controllo del territorio, come si è dimostrato con le nuove inchieste e procedimenti a carico dei CACI, CANFAROTTA e ZAPPONE, era saldamente in mano alla mafia. Qui il Comune, sotto la regia di Dalla Chiesa (lo ha scritto direttamente lui in una lettera di insulti a noi ed agli abitanti della Maddalena che avevano collaborato con noi alle indagini che hanno portato alla confisca di 5 milioni di beni ai CANFAROTTA), ha elaborato un bando in cui il vincitore era già scritto. Se dici che il bene lo dai a chi vende i prodotti di Libera Terra secondo voi chi può vincerlo? E poi perché una bottega in un posto del genere dove invece occorre attività che si dirami e bonifichi i vicoli tutti intorno? Un’attività di quel tipo non è socialmente utile lì... Avevamo proposto, insieme ad altri, un progetto di rete, in cui poteva starci anche Libera, ma senza “monopolio”, e che le attività fossero scelte insieme agli abitanti perché solo così si può coinvolgere la comunità e rendere evidente una risposta collettiva alle cosche, facendo riprendere alla comunità stessa quei beni. Ed invece no... lo hanno dato alla rete di Libera.»

Sì, ma promuovere i prodotti delle terre confiscate non è importante?

«Premettiamo una cosa: molti dei ragazzi che vi operano ci mettono l'anima, così come molti di coloro che credono che Libera sia una struttura che fa antimafia. Ma la realtà dei fatti è diversa. Il quadro che ci viene presentato è utile a Libera, che ha di fatto il monopolio della gestione dei beni confiscati riassegnati, ed alle Istituzioni che così si fanno belle sventolando questo dichiarato “utilizzo” dei beni confiscati. Ma questo quadro è un falso! Prima di tutto perché i beni confiscati che vengono riassegnati sono pochissimi. Sono briciole. Abbiamo pubblicato anche uno studio su questo, sulla normativa e sulla realtà. Uno studio mai smentito! Secondo perché ad un sistema clientelare, nelle regioni meridionali, si promuove un nuovo clientelismo nel nome dell'antimafia. Mi spiego: senza i contributi pubblici quelle cooperative che lavorano sui terreni confiscati non durerebbero un anno! La gestione di quelle cooperative è poi piegata dal clientelismo. Prendiamo le cooperative siciliane. Le principali sono coordinate da Gianluca Faraone, mentre suo fratello fa politica nel PD. E' quel Davide Faraone “scoperto” da Striscia la Notizia cercare di ottenere voti alle primarie di Palermo promettendo posti di lavoro nelle cooperative come contropartita. Questo avrebbe dovuto far sobbalzare sulla sedia chiunque… Invece silenzio... Come silenzio sulla recente convocazione da parte di una Procura siciliana di don Luigi Ciotti perché in una delle cooperative di Libera Terra è stato individuato un soggetto legato a Cosa Nostra. La questione è quindi: perché Libera deve avere il “monopolio” del riutilizzo dei beni confiscati? Dove sta scritto? E poi non ci si rende conto che questa situazione non aiuta a ridare credibilità e fiducia nelle istituzioni, nella concorrenza? Inoltre, è evidente che se una struttura gestisce, da sola, una quantità immane di beni confiscati, qualche falla poi si crea. Ed allora perché non perseguire il lavoro di “rete”, con più soggetti, che concorrono nella gestione dei beni confiscati? L'idea di azione di “rete” era proprio la base della prima ed originaria Libera. Poi vi è un'altra questione. Molte realtà locali di pubbliche amministrazioni usano le assegnazioni dei beni confiscati per farsi una nuova “facciata” e conquistarsi “credibilità”. In questi casi bisognerebbe valutare prima di accettare un bene assegnato. Bisognerebbe considerare se quell'amministrazione è davvero lineare, limpida oppure se ha ombre. Nel primo caso si collabora, nel secondo si declina. Noi l'abbiamo fatto a Terrasini. Ci si voleva usare come “paravento”, abbiamo chiesto all'allora Sindaco: o di qua o di là. Lui ha scelto l'amico che faceva da codazzo al boss Girolamo D'Anna e noi, quindi, abbiamo rinunciato all'assegnazione del bene confiscato. Non ci pare difficile o complesso.»

Ma anche qui si tratta di un caso, o comunque di casi isolati... le cooperative funzionano o no?

«Quelli che si sono citati sono alcuni esempi. I casi preoccupanti sono molteplici e, purtroppo, in aumento. Parte del grano veniva (non so se avvenga ancora) macinato in un mulino dei Riina? Ci è stato raccontato così da chi per anni ha lavorato alla Commissione Parlamentare Antimafia e vive a Palermo. Non è mai stato smentito. Oppure c'è la storia di un agriturismo dove, per il centro di ippoterapia, i cavalli e gli stallieri erano presi dal maneggio della famiglia mafiosa ben nota in quei territori? Li ha ripresi anche Telejato! Anche sul fatto del funzionamento delle cooperative poi vi è molto da dire. Già ricordavo che senza sovvenzioni pubbliche crollerebbero ed altro che riscatto per i giovani di quelle terre. Sarebbe una mazzata... Ma si può vivere di assistenzialismo eterno, promuovendo progetti che nel momento in cui dovessero mancare i fondi pubblici, crollerebbero inesorabilmente? Noi crediamo di no! Lo spirito della legge Rognoni-La Torre non era quello di sostituire al clientelismo democristiano e mafioso una sorta di clientelismo dell'antimafia! Ma entriamo più nello specifico delle cooperative. Pare che nessuno sappia, in questo Paese, fare due conti. Oppure li sanno fare ma ne tacciono i risultati. Prendete la pasta prodotta ed impacchettata nelle bustine della pasta biologica “Libera Terra”. Fate il conto di quanto grano sia necessario per produrre tale quantità di pasta, non più per i numeri originari di una cerchia ristretta di vendita ma sulla grande distribuzione. Scoprirete che buona parte del grano usato per produrre quella pasta non viene affatto dalla coltivazione dei terreni confiscati in concessione a Libera Terra. In quei terreni possono sorgere minime percentuali del grano necessario. E' un dato oggettivo, lampante... sotto gli occhi di tutti. Di “Libera Terra” ci sono quindi, nella grande maggioranza dei casi, in quei pacchi di pasta, solo le confezioni. Il grano viene comprato da terzi, non nasce dalla terra confiscata! Ci è stato riferito che addirittura nei primi anni 2000 giungevano comunicazioni alla Commissione Parlamentare Antimafia, in cui si evidenziava che parte del grano usato per produrre quella pasta veniva comprato in Ucraina! Sul vino o sui pomodori il discorso è lo stesso... In quei pochi ettari di terra confiscata assegnati alle cooperative di Libera Terra non si può materialmente produrre la quantità di prodotti necessari per il mercato. Anche qui di Libera c'è solo la confezione. Tutto si regge su un’illusione che pare nessuno voglia indicare e questo è grave! In ultimo, ma fondamentale, vi è un elemento che nessuno pare voglia vedere ma che, di nuovo, è preoccupante. E' il monopolio! Di fatto la gestione delle terre confiscate avviene in un regime di monopolio da parte delle cooperative di Libera. Ogni possibilità di concorrenza è cancellata. Questo, nuovamente, è nello spirito della Legge Rognoni-La Torre? Non ci pare. Così come non era nello spirito di quel milione di firme che la “prima” Libera ha raccolto per fa sì che quella norma per l'utilizzo sociale dei beni confiscati fosse approvata. Ed attenzione questo stato di monopolio impedisce, o quanto meno impedirebbe, che, ad esempio, in bandi pubblici si possa indicare come criterio l'utilizzo dei prodotti nati dalle terre confiscate. Ci sono pronunce di sentenze che annullano bandi per questa ragione. Perché non si vuole cambiare strada? Perché anziché “monopolizzare” non si promuove una libera concorrenza che sarebbe a vantaggio non solo della “forma” ma anche della sostanza, nel senso che si spingerebbe a costruire realtà che vivono davvero sulle proprie gambe, e non quindi nicchie clientelari.»

Ma perché tanta acredine verso Libera? Degli errori si possono fare. Avete provato a parlare con don Ciotti?

«Non c'è acredine, come abbiamo già detto se si indicano i problemi, i fatti che testimoniano i problemi, è perché si vuole contribuire a risolverli! Premettiamo che siamo convinti che chi è in buona fede, ed in Libera in tanti sono in buona fede, colga che il nostro non è un “attacco” o una “guerra”, come alcuni cercano di far passare per eludere i problemi che poniamo. Chi è in buona fede sa che non diciamo falsità e non compiamo forzature, ma ci limitiamo ad indicare questioni, fatti, che è interesse di tutti, ed in primis di Libera, affrontare e risolvere. Nella vita sociale, di una comunità, così come nella vita privata di ciascuno, se si vive sulle illusioni, nei sogni, vedendo l'irreale come reale perché ci fa stare meglio, facciamo danni. Aggiungiamo danni a quelli che già ci sono. E' come il medico pietoso o che “sbaglia” diagnosi perché è “ottimista” e perché non vuole guardare al peggio e tantomeno vuol dirlo al paziente. Darà una terapia sbagliata o comunque inefficace ed il paziente si aggrava e muore. Non è acredine. E' essere onesti e dire le cose come stanno. A noi farebbe molto meglio accodarci a Libera, entrare nella sua “rete” che tutto può avere, ma per farlo dovremmo rinunciare all'indipendenza ed al rigore di guardare sempre e comunque a 360 gradi, senza mai tacere le cose che devono essere dette e denunciate. E' indiscutibile poi che gli errori li si può commettere tutti. Ci mancherebbe... ma qui non sono errori se li si nega, se si esula dall'affrontarli e risolverli. Qui si è davanti ad una scelta precisa che conduce agli errori e che vive di “errori”... e don Luigi Ciotti non è solo consapevole di tutto questo, ma è il principale fulcro di questo sistema che rappresenta la degenerazione della Libera originaria. Anche perché, se lui volesse, queste questioni le si sarebbe già risolte! Gli errori si ammettono e si correggono. Quando si nega, quando si decide di querelare chi indica le cose che non funzionano, quando si prosegue lungo la strada sbagliata, che è evidente ad un bambino, quando è conclamato dai fatti che si è persa la direzione corretta, significa che siamo davanti ad una scelta consapevole, voluta e perseguita. Questo è l'aspetto che genera rabbia e che impone di non tacere! Noi abbiamo posto alcuni problemi, abbiamo indicato alcuni fatti, reali, tangibili, riscontrabili da chiunque li voglia vedere. Per risposta abbiamo avuto due comunicati ufficiali di Libera, uno della Presidenza ed uno di Nando Dalla Chiesa, in cui non si rispondeva ad una virgola di quanto da noi sollevato, ma si dichiarava che ci avrebbero querelati! Siamo noi o loro che hanno acredine, odio e che rifiutano il confronto sui fatti? Noi viviamo una sorta di “guerra fredda” mossaci da Libera. Noi, come gli altri che non hanno accettato di accodarsi al loro monopolio dell'antimafia. Serve una svolta per ritrovare l'unità del movimento antimafia, ammesso che questa ci sia mai stata effettivamente, al di là della facciata.»

Il vertice di Libera quindi le sa queste cose? Ad esempio quelle sulla Liguria...

«Sì, le sanno. Le sanno da sempre e fanno finta di nulla. Anzi più le sanno, perché i fatti emergono inequivocabili, più isolano noi, ad esempio, che abbiamo contribuito a farli emergere, dando avvio alle azioni giudiziarie, e più fanno da “paravento”. E per coprire quanto accaduto, mistificano la realtà, arrivano a mentire. Dalla Chiesa, ad esempio, disse che assolutamente non stava operando sui beni confiscati di Vico Mele, per poi smentirsi da solo! Incontrò noi e gli abitanti della Maddalena dove gli dicemmo, ad esempio, dell'albergo a CACI... poi un anno dopo fece quello che cadeva dal pero. Davide Mattiello, altro esempio. Lo incontrai a Torino, in un bar davanti alla stazione di Porta Susa. Gli dissi tutto su quelli che volevano fondare Libera in Liguria, gli “amici” del fronte del cemento. Gli mostrai le carte dell'inchiesta della Guardia di Finanza dove emergevano i rapporti illeciti e quelli inopportuni ed indecenti tra Gino MAMONE e gli esponenti politici del centrosinistra genovese, dalla Vincenzi a Burlando, a partire dalla partita viziata da corruzione per la variante urbanistica dell'area dell'ex Oleificio Gaslini. Mi disse che avrebbe provveduto... Sapete chi è stato il “garante” della costruzione di Libera in Liguria, per allestire il grande “paravento”? Proprio Davide Mattiello... Quando in diversi gli chiesero se avesse letto il libro-inchiesta “Il Partito del Cemento” dove vi erano nomi, cognomi e connessioni di quelli che stavano promuovendo Libera in Liguria, la sua risposta è sempre stata: no, non l'ho letto e non intendo leggerlo! Non è questione di “noi” e “loro”. Se Libera non funziona è un problema per tutti! Noi per anni, quando Libera non era ancora questo, abbiamo chiesto e spinto perché si fondasse Libera in Liguria. Era salito due volte a Genova per le riunioni da noi richieste anche Alfio Foti, che in allora per il nazionale di Libera si occupava di queste cose. Inizialmente l'Arci sosteneva che non vi era “necessità” di costruire Libera in Liguria. Poi, con la seconda riunione, fecero naufragare tutto. Noi eravamo affiliati a Libera. In Liguria eravamo solo noi ed il CSI, il Centro Sportivo Italiano. Per anni è stato così... Ma l'Arci continuava a gestire il “marchio” Libera, con la Carovana, escludendo sia noi sia il CSI. A noi rimproveravano di aver indicato i rapporti tra i MAMONE con Burlando e l'amministrazione Pericu del Comune di Genova. Ma erano fatti quelli che noi indicavamo che oggi sono confermati da risultanze molteplici di inchieste, da un’interdizione atipica per i MAMONE e da una condanna proprio di Gino MAMONE e di un ex consigliere comunale della Margherita, STRIANO, per corruzione in merito ad una variante urbanistica di un’area dei MAMONE.»

Ma perché secondo voi è così pericolosa la strada imboccata da Libera?

«La questione è semplice e parte dalla solita questione italica: illusione o concretezza. Il sogno non come speranza che si cerca di perseguire con atti quotidiani concreti, ma il sogno in cui ci si racchiude per stare meglio con se stessi. L'illusione è la cosa che i preti sanno vendere meglio, lo fanno da millenni, ed in mezzo a infinite contraddizioni o misteri riescono sempre a conquistarsi “anime” per atti di fede. Don Ciotti è un prete e questo fa. Ora ad esempio parla di “scomunica” ai mafiosi... bene, ma perché, realtà per realtà, né lui, né gli altri responsabili di Libera, non osano mai pronunciare un nome e cognome! Se si vuole scomunicare qualcuno questo qualcuno è in carne ed ossa, ha un volto, ha un nome... La mafia non è un ectoplasma. Poi sappiamo tutti che la lotta alla mafia è fatta anche di segnali. Se i segnali sono equivoci è un problema. Facciamo un altro esempio concreto. “Avviso Pubblico” è una struttura nata da Libera che raccoglie gli Enti Locali e le Regioni. Una struttura in cui i Comuni, le Province e le Regioni possono aderire, previo versamento di una quota annuale. Ma non c'è verifica, non ci sono discriminanti per l'adesione. Prendiamo la Regione Liguria che recentemente ha aderito ad Avviso Pubblico. Qui si ha un presidente della Regione, Burlando, che era amico dei MAMONE, che frequentava e da cui ha preso sovvenzioni attraverso l'associazione Maestrale, che aveva tra i propri supporter alle ultime elezioni liste che avevano uomini legati alla 'ndrangheta tra le proprie fila. Abbiamo un presidente del Consiglio Regionale che nel 2005 incassò i voti della 'ndrangheta, poi un pacchetto di tessere sempre da questi per vincere il congresso, poi li ricercò ancora per le elezioni del 2010, proponendo al capo locale di Genova, GANGEMI, una bella spaghettata, e che, in ultimo, ha festeggiato la rielezione nel ristorante del boss di Cosa Nostra Gianni CALVO. Abbiamo poi un consigliere regionale, Alessio Saso, indagato per il patto politico-elettorale con la 'ndrangheta alle elezioni del 2010. Davanti a questo panorama Avviso Pubblico, crediamo, avrebbe dovuto dire: Cara Regione Liguria, prima ripulisci il tuo palazzo da questi soggetti e poi la tua domanda di adesione sarà accolta. Invece no, accolta subito, con questo bel quadretto. E così Libera che, per la manifestazione del marzo scorso, incassa dalla Regione quarantamila euro di contributo e poi si presenta con don Ciotti al fianco di Burlando e lo ringrazia per quello che fa nella lotta alla mafia.»

In che senso “grande illusione”?

«Antonino Caponnetto ha indicato la strada maestra della lotta alle mafie: rifiutare la logica del favore, indicare i mafiosi perché questi temono più l'attenzione dell'ergastolo! Paolo Borsellino ha spiegato, credo meglio di ogni altro, che la lotta alla mafia è una questione civile e culturale, perché la sola azione giudiziaria non è sufficiente per sconfiggere le mafie. E ci diceva che bisogna mettere in un angolo i politici compromessi, anche per sole semplici frequentazioni indegne, e pur se non esistono rilievi penali. Ci diceva che occorre negare il consenso alle cosche perché gli si fa venir meno la capacità di condizionamento. Giovanni Falcone invece ha reso evidente già allora che la mafia non è coppola, lupara e omicidi, ma è affari. Ci ha spiegato che tutte le attività più cruente e prettamente “criminali” (droga, estorsione, prostituzione...) servono alle organizzazioni mafiose per avere quei capitali illeciti da riciclare facendosi impresa, finanza, politica. Ci spiegava che è lì, seguendo i soldi, che si può colpire l'interesse mafioso. Ed allora perché Libera questo non lo fa? E perché cerca, in un reciproco scambio di favore con la politica, di monopolizzare la lotta alla mafia a livello sociale come se ci fossero solo loro? Libera ha il vantaggio di rafforzarsi e incassare, la politica ha un ritorno perché usa Libera come paravento per coprire le proprie indecenze. Ci si può dire: ma sono solo modi diversi di perseguire lo stesso obiettivo, cioè sconfiggere le mafie. Non ci pare così... Le iniziative “mediatiche”, il merchandising che diventa la principale attività, le illusioni di combattere le mafie con spaghettate, cene o pranzi, il parlare di una mafia ectoplasma e non della concreta e palpabile rete mafiosa, di contiguità, connivenze e complicità, fatta di soggetti ben precisi, con nomi e cognomi, non è lotta alla mafia... al massimo possiamo considerarla una “buona azione”, come il fare l'elemosina davanti alla chiesa al povero cristo di turno... Non risolve il problema, ci convive! Libera parla sempre dei morti... ci dice che bisogna ricordare i morti, vittime della mafia. Giusto e come si fa a non condividere il dovere della Memoria? Ma dei vivi? Dei vivi non si parla mai... le vittime vive delle mafie sono ben più numerose delle già tante, troppo, vittime morte ammazzate. Di queste Libera si dimentica... Non è un caso se fu proprio don Luigi Ciotti a chiedere che venisse previsto anche per i mafiosi l'istituto della “dissociazione”, cioè ti penti, ti dichiari dissociato ma non confessi nulla, non racconti nulla di ciò che conosci dell'organizzazione. E' chiaro che se mai fosse stata accolta questa proposta, di collaboratori di giustizia non ne avremmo più. Se per avere gli stessi benefici basta dissociarsi, senza rompere l'omertà e denunciare i sodali e i segreti dell'organizzazione, quale mafioso rischierebbe la propria vita e quella dei suoi familiari per collaborare? Nessuno e lo strumento essenziale dei Collaboratori svanirebbe.»

Ma l'azione di Libera arriva a molte persone, alla massa. Le vostre iniziative se pur incisive nell'azione di contrasto civile e, nel vostro caso, anche giudiziario, alle organizzazioni mafiose, le conoscono in pochi.

«Questo è un problema che non dipende da noi. Dipende da ciò che dicevamo prima: Libera è utile alla politica ed alle imprese perché gli fa da “paravento”, nascondendo le loro pratiche indecenti. E' ovvio che Libera in cambio ha qualcosa da questo: visibilità mediatica, grandi riconoscimenti, finanziamenti e strumenti per promuoversi. Noi diamo l'orticaria a 360 gradi con la nostra indipendenza. E quindi la risposta è evidente: l'isolamento! E qui Libera gioca di nuovo un ruolo servile verso il Potere, verso quel potere compromesso, si presenta come unica realtà “credibile” ed oscura chi non è gradito e non accetta di piegarsi alla loro stessa logica. Le operazioni mediatiche non servono a colpire le mafie. Pensate alla grande campagna mediatica dell'ex Ministro Maroni. Ogni giorno sfruttava gli arresti di mafiosi fatti da magistrati e forze dell'ordine per dire che stavano sconfiggendo la mafia. Hanno costruito una campagna mediatica per cui “l'arresto” sconfigge la mafia. Una falsità assoluta... tanto è vero che le mafie sono ancora ben forti e radicate sul territorio, con sempre maggiore capacità di condizionare il voto, e quindi le Amministrazioni Pubbliche, anche al Nord. Ed allora: è servita questa campagna mediatica sulla vulnerabilità dei mafiosi per scalfire il loro potere? No. Facciamo alcuni esempi...Trovate un amministratore pubblico in Italia che abbia speso quanto ha investito Totò Cuffaro in manifesti di ogni dimensione, tappezzando un'intera regione, la Sicilia, con lo slogan “la mafia fa schifo”. Non esiste. Cuffaro ha speso più di ogni altro politico italiano in un’azione mediatica su larga scala. Noi però sappiamo chi era quel Cuffaro. Un fiancheggiatore degli interessi mafiosi. Cosa ci dice questo? Semplice: le azioni mediatiche la mafia non le teme, anzi le vanno pure bene, perché le permettono una più efficace azione di mimetizzazione. Altro esempio. Francesco Campanella, uomo che agevolò la latitanza di Provenzano. Questi ebbe un'idea e la propose a Provenzano che l'accolse con grande entusiasmo. L'idea era semplice: promuovere direttamente manifestazioni antimafia. Chiaro? Ed ancora: dove facevano le riunioni gli 'ndranghetisti di Lombardia per eleggere il loro “capo”? Nel “Centro Falcone e Borsellino”! Si vuole o no capire che i mafiosi sono i primi che hanno l'interesse di “mascherarsi” e presentarsi pubblicamente come attori dell'antimafia? Devono farlo i sindaci e gli eletti che hanno stretto un patto con la mafia, così come devono farlo gli affiliati che hanno un ruolo pubblico o comunque una visibilità pubblica. Gli serve per insabbiarsi! La linea “ecumenica” di Libera lascia troppe porte aperte a queste “maschere”... E' pericoloso! E' un insulto alla buona fede dei tanti che in Libera lavorano seriamente e che da questo vedono, in determinati territori, il proprio lavoro screditato. Quelle porte devono essere sbarrate! Se una persona vive su un territorio sa chi sono i mafiosi. E se alla manifestazione antimafia tu vedi che tra i promotori ci sono i mafiosi, il segnale è devastante! Per semplificare: se tu sai che il responsabile degli edili di un grande sindacato va a braccetto con il capobastone che organizza, con la sua rete, il caporalato o le infiltrazioni nei cantieri edili con le ditte di ponteggi e le forniture, e poi vedi questo sindacalista che promuove le manifestazioni antimafia, magari con Libera... magari dicendoti “venite da me a denunciare”, è evidente che nessuno mai si rivolgerà a lui, al sindacato. Quale lavoratore in nero andrà mai a denunciare da lui? Nessuno. Ecco fatto che senza intimidazione, senza alcun gesto eclatante si sono garantiti la pax.»

Ma allora Libera...

«Libera dovrebbe tornare ad essere Libera “di fatto” oltre che di nome. Oggi non lo è. E questo è un danno per tutti. E' un problema per tutti. Noi vogliamo che Libera torni quello che era all'origine. Anche qui un esempio molto tangibile. Il presidente della Casa della Legalità è una persona a rischio, per le denunce che abbiamo fatto e l'azione di informazione mirata a colpire la mafia che si è fatta impresa, la rete di professionisti asserviti, la mafia nella politica. E', come si dice in gergo, un “obiettivo sensibile”... e lo è perché in questi anni soprattutto in Liguria, ma anche in altre realtà, come Casa della Legalità siamo stati soli ad indicare nome per nome, i mafiosi, i professionisti e le imprese della cosiddetta “zona grigia”, la rete di complicità e contiguità con la politica, le forze dell'ordine e persino nella magistratura. Abbiamo ottenuto risultati con lo scioglimento delle Amministrazioni nel Ponente Ligure, così come con le verifiche in corso su altri Comuni. Abbiamo squarciato l'omertà e spinto ad adottare provvedimenti quali interdizioni a “colossi” delle imprese mafiose. Si è contributo a far emergere i patrimoni illeciti che sono stati aggrediti con sequestri e confische... Con un lavoro difficile, senza soldi, a volte neppure per un bicchiere d'acqua. Si è piano piano conquistata la fiducia di persone che poteva parlare e li si è messi in contatto con i reparti investigativi. In alcuni casi hanno verbalizzato, in altri non vi è stato nemmeno bisogno che si esponessero in questo. Ecco questo le mafie non ce lo perdonano, così come non ce lo perdonano i politici che nel rapporto con le cosche avevano costruito un pezzo determinante del loro consenso elettorale. Se non fossimo stati soli, ma Libera avesse fatto qualcosa, oggi non sarei probabilmente identificato dalle cosche come “il problema” da eliminare. Ed invece no, sapendo la realtà ligure, perché la si conosce e la conoscono anche quelli di Libera, hanno scelto di lasciarci soli e di fare da paravento alla politica ed a quelle imprese che la porta alle mafie, in questo territorio, la spalancarono ed ancora la tengono ben aperta. Non vorremmo che si pensasse che queste cose siano questioni “astratte” o ancor peggio “personali”. Ed allora è meglio che, oltre a quanto ho già raccontato, vi faccia un altro esempio concreto. Alcune mesi fa è finalmente emerso quanto dicevamo da anni: Burlando sapeva che nella sua rete di consensi nel ponente ligure vi erano soggetti legati alla 'ndrangheta, della 'ndrangheta. Denunciamo questo con tutti i dettagli del caso. Quello che è emerso è che il “collettore” era l'ex sindaco di Camporosso, Marco Bertaina. Questi con la sua lista civica alle provinciali di Imperia ha candidato due 'ndranghetisti: MOIO e CASTELLANA. Burlando appoggiò quella lista civica che a sua volta appoggiava Burlando quale candidato alla Presidenza della Regione Liguria. E chi è BERTAINA? E' l'attuale vice-sindaco di Camporosso, dopo due anni di mandato come sindaco e diversi come assessore negli anni Novanta... ed è soprattutto quello che ha promosso un progetto di “educazione alla legalità” proprio con Libera. Dopo le rivelazioni su questo asse BERTAINA-MOIO-CASTELLANA-BURLANDO cosa fa Libera? Organizza un convegno con il Comune di Camporosso dove porta direttamente Gian Carlo Caselli! E' chiaro che il segnale, su quel territorio, a quella comunità, è devastante? Noi crediamo di sì e Libera ne ha tutte le responsabilità!»

Non siete stati alla manifestazione della “Giornata della Memoria e dell'Impegno” che vi è stata a Genova, quindi...

«No, come Casa della Legalità non ci siamo andati. Ci è dispiaciuto di non poter “abbracciare” i parenti delle vittime che hanno sfilato. Ci è dispiaciuto per quelli che in buona fede ci credono... Ma noi non ci prestiamo a fare da “paravento” in cambio di fondi, soldi o visibilità. La lotta alla mafia è una cosa seria e le vittime dovrebbero essere rispettate e non usate. No, non ci siamo andati alla “Giornata della Memoria corta e dell'ipocrisia”... Ma abbiamo una speranza: che le persone che in buona fede credono in Libera la facciano tornare Libera nei fatti. Se queste persone riusciranno a laicizzare e decolonizzare Libera sarebbe importante per tutti. Non credo ci possano riuscire... perché, come dicevo: un'illusione fa vivere meglio... la realtà è più problematica ed in questa ci si deve assumere delle responsabilità concrete, non a parole! Ma la speranza c'è, altrimenti queste cose non le direi, se fossi convinto al 100% che nulla possa cambiare. Dico di più. Per noi della Casa della Legalità, che convenienza c'è ad uno “scontro” con Libera? Nessuno. Loro sono, si potrebbe dire, un “potere forte”, per la rete che hanno e che abbiamo cercato di rendere evidente con i fatti enunciati. E se diciamo queste cose, se indichiamo, ripeto, fatti e non opinioni, è perché vorremmo che chi è in buona fede e crede in Libera, la faccia rinascere, eliminando quelle storture, tutte quelle situazioni problematiche. Le critiche che poniamo sono reali, chiediamo di riflettere su queste. Sappiamo già che qualcuno, quelli non in buona fede, per intenderci, cercheranno di rispondere ignorando tutto quanto si è detto, oppure scatenando una guerra aperta, non più sottotraccia alla Casa della Legalità. Punteranno, in estrema sintesi, ad unire il proprio fronte contro il “nemico” esterno... un'altra delle pratiche italiche che tanti danni hanno fatto. Sappiamo di questo rischio, ma dobbiamo rischiare se vogliamo che quel briciolo di speranza che dicevamo, possa avere una possibilità di concretizzarsi in un cambiamento reale. Non siamo dei pazzi suicidi. Diciamo le cose come stanno, guardando ai fatti, perché si rifletta e si affronti la realtà per quello che è e quindi perché si possa agire per “correggerla”.»

Ma siete gli unici a dire queste cose?

«Assolutamente no. Forse siamo gli unici che riescono in qualche modo a bucare la cappa di omertà che vi è su questa vicenda di Libera. Come dicevamo prima siamo davanti ad un “santuario”. Si parla tanto di “poteri forti”, ma questi non sono solo mica quelli della “politica”, ci sono anche nel “sociale”, nella cosiddetta società civile. E' difficile trovare chi è disposto a subire una reazione spietata per il solo fatto di aver indicato dei fatti che sono ritenuti “indicibili” anche se veri. Chi ha rotto con l'associazione di don Luigi Ciotti perché non ha avuto timore di vedere la realtà e di dirla, sono in molti. Partiamo da un giornalista scrittore calabrese, costretto, nell'isolamento, ad una sorta di perenne esilio dalla sua terra, Francesco Saverio Alessio. Potete poi chiedere a Umberto Santino, del Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato, anche lui le cose le dice senza reticenze...Il problema è che nessuno domanda a chi risponde senza ipocrisie, perché se si da voce a chi guarda e parla della realtà, dei fatti, allora l'illusione in cui ci vorrebbero far vivere ed operare, svanisce.»

Ma proprio nulla va in Libera, pare impossibile...

«Sarebbe ingiusto dire che tutto non va. Diciamo che l'impostazione assunta da alcuni anni a questa parte è altamente preoccupante, come abbiamo visto dai fatti. Poi non bisogna mai generalizzare. Ci sono realtà locali che operano bene, che fanno cose importanti e lavorano seriamente. Ci sono attività di formazione che vengono promosse da Libera che rappresentano un contributo importante nella sensibilizzazione. Alcune di queste in particolare, altre invece sono una sorta di promozione di una “educazione alla legalità” slegata dal territorio, dalla concretezza, diciamo ecumeniche e non laiche. Dire che da una parta c'è il bene e dall'altra il male, senza dare esempio tangibile, riconoscibile sui territori dove si promuove quell'attività, rischia di non incidere. Ecco qui vi è una diversa visione... loro promuovono questa attività in modo meno “laico”, noi cerchiamo invece di far vedere la realtà dei fatti, partendo da dove vivono quei ragazzi che si incontrano e far scattare in loro quella capacità critica che gli permette di arrivare loro a concludere ciò che è giusto e ciò che invece è sbagliato, quale sia il bene e quale invece il male.»

Ma perché, visto che vi sta a cuore Libera, non vi confrontate con Libera?

«Anche qui la domanda è da rivolgere a loro. Noi non abbiamo mai avuto e non abbiamo problema alcuno a confrontarci su questo e su altre cose con Libera e con chiunque altro. E' proprio Libera che sfugge al confronto... che ci ignora totalmente e cerca di isolarci, di “cancellarci”. Ma anche qui ci sono degli esempi concreti. Andiamo con ordine...A Bologna un’associazione che fa parte di Libera aveva organizzato un incontro di presentazione del libro “Tra la via Emilia e il Clan”, invitando gli autori, Abbondanza ed Amorosi, ed il Procuratore Capo di Bologna. Poi dal Nazionale di Libera arriva il veto: non ci può essere Abbondanza! Viene comunicato che l'iniziativa è quindi rinviata! A Genova, nessun invito formale, nemmeno semplicemente per partecipare come pubblico, ci è stato mai mandato per le iniziative organizzate in preparazione della manifestazione del marzo scorso...Ma vi è di più. Quando il Consiglio dei Ministri approva lo scioglimento della Giunta e Consiglio Comunale di Ventimiglia (a seguito dell'istruttoria seguita alla nostra denuncia), ed il Presidente della Repubblica firma il Decreto di Scioglimento, il referente regionale di Libera, Lupi (che è di Imperia) cosa dichiara? Che è “rammaricato” per l'esito dello scioglimento! Non una parola sulle minacce ed intimidazioni che ci sono giunte e per la situazione di pericolo che ha portato la Prefettura di Genova ad adottare a tutela del presidente della Casa della Legalità le misure di protezione. Silenzio ed isolamento, come se non esistessi, come se non esistessimo...Per il 23 maggio l'Istituto degli Emiliani a Genova ci ha invitato per ricordare Falcone e per far capire che la mafia c'è ancora, che è concreta, che è qui al Nord... Lo scorso anno c'era anche Libera, quest'anno non si è presentata. Hanno pubblicato due rapporti, redatti da loro, uno sulla Liguria ed uno sull'Emilia-Romagna, in nessuno dei due casi appare neppure mezza delle risultanze di indagini che abbiamo contribuito a raggiungere. Non una citazione… fatti ed atti cancellati. Sull'Emilia-Romagna abbiamo anche pubblicato un “atlante”, il libro “Tra la via Emilia e il Clan”, dove si è messo in evidenza, atto dopo atto, che quella regione, quell'economia, non è affatto esente dalla presenza e dalle attività delle mafie. Un libro che non ha avuto neanche mezza contestazione, nessuna smentita e nessuna querela (un anomalo miracolo, si potrebbe dire). Bene, per Libera non esiste...Se non sei dei loro non esisti e non devi esistere! Poi questa ultima storia di Sarzana, evidenzia un nuovo eclatante esempio. Tempo fa ci contatta l'ANPI di Sarzana per sapere a chi potevano assegnare l'onorificenza civica "XXI luglio 1921". Ci dicono che, essendo il ventennale delle stragi del 1992, volevano assegnarla ad un soggetto che abbia operato ed operi nella lotta alle mafie. Non abbiamo dubbi e proponiamo la DIA di Genova. La proposta viene poi accolta. Il Sindaco di Sarzana contatta il presidente della Casa della Legalità, e gli comunica ufficialmente l'accoglimento della proposta, gli chiede se poteva essere presente per un intervento nella tavola rotonda del 20 luglio in cui verrà consegnata l'onorificenza. Gli risponde di sì. Il giorno seguente Abbondanza viene contattato dalla segreteria del Sindaco per avere conferma del suo intervento, dovendo procedere per la stampa degli inviti. Gli viene data conferma. L'altro ieri ci è arrivato l'invito. Non ci siamo più, l'intervento di Abbondanza è svanito. C'è Libera. Ora, premesso che la cosa importante, significativa, è il riconoscimento alla DIA che compie un lavoro straordinario ma viene “tagliata” continuamente nelle risorse a propria disposizione, spesso resta inascoltata anche da magistrati e istituzioni ciechi. Come abbiamo detto anche al Sindaco che si è scusato ed ha fatto inoltrare anche una nota di scuse ufficiali (tra l'altro nel comunicato stampa questo passaggio è svanito, chissà perché?!), è che spunta Libera, espressione e “paravento” di quel blocco politico-economico che corrisponde a quello dell'amministrazione del Comune di Sarzana, e noi spariamo dagli interventi. Il Sindaco dice che Libera è attiva nello spezzino. A parte il fatto che anche noi lo siamo da tempo, ci piacerebbe sapere dove è Libera nella lotta contro le speculazioni edilizie che hanno devastato quel territorio, contro il progetto della grande colata di cemento alla Marinella, nato tra l'avvocato Giorgio Giorgi, uomo di Burlando, Monte dei Paschi di Siena e cooperative rosse? Dove erano nel contrasto alla cricca del “faraone” delle Cinque Terre, che era “pappa e ciccia” con Legambiente, altro grande “paravento” del PD, legatissima a Libera? Il Sindaco risponde ad Abbondanza: hanno proposto la Consulta per la Legalità e l'abbiamo approvata, una struttura indipendente, con Libera, i sindacati ecc. ecc... Ma come, Sindaco, se ci sono Libera ed i Sindacati, dove è “indipendente” questa consulta? Se i Sindacati, a partire da quelli edili, iniziassero a fare il loro lavoro e denunciassero le infiltrazioni nei cantieri, il caporalato, la lotta all'illegalità ed alle mafie farebbe passi da gigante, ed invece tacciono, coprono. La stessa cosa che avviene con le aziende agricole... ricordiamo la Rosarno, dove tutti sapevano, i sindacati in primis, chi sfruttava come schiavi quegli immigrati, e non osavano denunciarne nemmeno mezzo, mai un nome, ma solo parate, fiaccolate, convegni. Noi ad un confronto siamo sempre disponibili, ma come lo possiamo avere se sfuggono come anguille ad ogni possibilità di confronto e se quando vi sarebbero occasioni di intervenire, entrambi, se non saltano le iniziative, come nel caso di Bologna, fanno saltare la nostra presenza o non si presentano loro?»

Cosa vi aspettate dopo questa pubblicazione?

«Vorremmo dire un confronto. Questo è quello che auspichiamo. Pensiamo che invece avremo da un lato un “muro di gomma”, ovvero il tentativo di tenere tutto questo nel silenzio, come se non esistesse, dall'altro lato invece subiremo un attacco feroce, spietato. Crediamo che valga la pena, proprio per quel briciolo di speranza riposto nelle tante persone in buona fede... Tacere ancora tutto questo significherebbe perdere quella speranza di cambiamento necessario, perché ripetiamo: Libera è una struttura importante e se torna alle origini ne abbiamo tutti un vantaggio! Non vogliamo una “guerra” con Libera, vogliamo dare un contributo, anche se attraverso una critica senza veli sui fatti, perché si possa migliorare. Noi non vogliamo la fine di Libera, vogliamo la sua rinascita.... e chi è in buona fede lo capisce, non può non capirlo.»

ITALIA: PAESE ZOPPO.

Roberto Gervaso: terapie per un Paese zoppo. Il nuovo libro  racconta l’ultimo secolo dell’Italia. Senza sconti a Grillo, Berlusconi, Renzi, Napolitano...La lezione è quella, come lo stesso Roberto Gervaso racconta a Stefania Vitulli di “Panorama”, appresa da Montanelli, Prezzolini, Buzzati, Longanesi. E quanto questa lezione sia ancora inedita e scomoda nell’Italia contemporanea lo dimostra il suo nuovo libro, Lo stivale zoppo. Una storia d’Italia irriverente dal fascismo a oggi. Nella lista dei nomi che ritroviamo alla fine del volume non manca nessuno: Abu Abbas, Agnelli e Alberto da Giussano aprono un elenco alfabetico che si conclude con Zaccagnini, Zeman e Zingaretti. Nel mezzo, l’ultimo secolo di storia di un Paese a cui Gervaso non risparmia ricostruzioni accurate dei fatti e verità dure da accettare.

Che cosa c’è di nuovo in questo libro?

«Le cose che ho sempre detto. Solo che ora le dico con furia. Perché, se non si fa una diagnosi spietata, l’Italia non avrà mai né terapia né prognosi.»

Filo conduttore?

«La storia di un Paese senza carattere, che sta ancora in piedi perché non sa da che parte cadere.»

Si parte dalla Conferenza di Versailles...

«Sì, perché l’Ottocento finisce nel 1919, e quell’anno getta il seme dei fascismi. Suggellò la Prima guerra mondiale, caddero quattro imperi, nacquero le grandi dittature e l’America soppiantò l’Europa nella leadership mondiale.»

E l’Italia?

«Ha vinto una guerra nelle trincee e sulla carta ma l’ha perduta in diplomazia, società, economia. Era divisa fra le squadracce nere all’olio di ricino e quelle rosse che volevano imporre i soviet. Partiti dilanianti e latitanti, i poteri forti scelsero i fasci nell’illusione di addomesticare Benito Mussolini.»

Che si affacciò al balcone...

«Tutto era a pezzi, tutto in vendita. Oggi la situazione non è certo migliore del 1922.»

Partiti dilanianti e latitanti?

«Non hanno mai litigato tanto. La sinistra è un’insalata russa senza maionese, la destra una macedonia di frutta con troppo maraschino giudiziario. Il Paese è a un bivio: il balcone o la colonia.»

Sarebbe a dire?

«O qualcuno si leva dalla folla interpretando l’incazzatura della gente, si affaccia al balcone e dichiara: «Il carnevale è finito», oppure diventiamo una colonia delle grandi potenze europee o di quelle emergenti, come la Cina. La moda italiana, tranne pochi del nostro Paese, si divide tra François Pinault e Bernard Arnault; l’alimentare è in mano ai francesi, la meccanica è dei tedeschi, gli alberghi diventano spagnoli...»

E gli italiani non se ne accorgono?

«Abbiamo un’ancestrale vocazione al servaggio. Gli italiani se ne infischiano della libertà, le hanno sempre anteposto il benessere. L’uguaglianza non esiste: è l’utopia dell’invidia.»

Ma che cosa ci deve capitare di ancora più grave?

«L’Italia ha sempre dato il meglio di sé in ginocchio, con le spalle al muro, l’acqua alla gola e gli occhi pieni di lacrime. Nell’emergenza risorgeremo.»

Come si chiama questa malattia?

«Mancanza di senso dello stato. Al massimo abbiamo il senso del campanile. L’italiano non crede in Dio ma in San Gennaro, Sant’Antonio, San Cirillo. A condizione che il miracolo non lo faccia agli altri ma a se stesso.»

La cura?

«Utopistica: che ognuno faccia il proprio dovere e magari sacrifici. Che devono cominciare dall’alto.»

E parliamo di chi sta in alto. Mario Monti?

«Un economista teorico, un apprendista politico che ha fatto un passo falso e fatale. Si fosse dimesso alla scadenza del mandato, sarebbe al Quirinale. Deve cambiare mestiere: la politica non è affar suo e temo che non lo sia nemmeno l’economia.»

Beppe Grillo?

«Un Masaniello senza competenza politica, collettore dei voti di protesta. Se si instaurasse una seria democrazia, sparirebbero i grillini, che vogliono la riforma della Costituzione senza averla letta.»

Enrico Letta?

«Un giovane vecchio democristiano, serio e competente, ma senza quel quid che fa di un politico un leader o uno statista, cosa che, fra l’altro, non ha mai preteso. Un buon governante.»

Matteo Renzi?

«Un pallone gonfiato sottovuoto spinto. Un puffo al Plasmon che recita una parte che vorrebbe incarnare ma non è la sua. Se lo si guarda bene quando parla e si muove, si vede che non c’è niente di spontaneo. Ha una virtù: il coraggio. Più teorico che pragmatico, però, perché oggi va a braccetto con Walter Veltroni. Non è un rottamatore, è un illusionista.»

Veltroni?

«Un perdente di successo, ormai attempato e fuori dai tempi. Che ha cercato di conciliare Kennedy e Che Guevara.»

Pier Luigi Bersani?

«Un paesano. Un contadino abbonato a Frate Indovino, che parla per proverbi.»

Massimo D’Alema?

«Un uomo di grandi intuizioni. Tutte sbagliate.»

Silvio Berlusconi?

«Un grande leader d’opposizione. Che sa vincere le elezioni e ama il potere. Ma non la politica.»

Giorgio Napolitano?

«Ottimo presidente della Repubblica. Che conserva una foto dei carri armati che invasero l’Ungheria nel ’56. La tiene in cassaforte e la mostra solo ai compagni.»

Cultura a sinistra, Paese a destra Una «strana» Italia divisa in due. Il vizio d'origine? Un'agenda politica, dettata da un antifascismo non sempre democratico, che trova riscontro solo nelle élite, scrive Roberto Chiarini su “Il Giornale”. Pubblichiamo qui uno stralcio della Premessa del nuovo saggio dello storico Roberto Chiarini Alle origini di una strana Repubblica. Perché la cultura politica è di sinistra e il Paese è di destra. Un libro che spiega i mali che affliggono l'Italia, risalendo alla formazione della democrazia a partire dalla caduta del fascismo. I tratti originari della nostra Repubblica hanno reso operante la democrazia ma, alla distanza, l'hanno anche anchilosata. L'antifascismo ha comportato l'operatività di una precisa sanzione costrittiva del gioco democratico, sanzione controbilanciata presto sul fronte opposto da una opposta e simmetrica, l'anticomunismo. Destra e sinistra si sono trovate in tal modo, invece che protagoniste - come altrove è «normale» - della dialettica democratica, solo comprimarie, stabilmente impedite da una pesante delegittimazione ad avanzare una candidatura in proprio per la guida del paese. Da ultimo, la configurazione di un «paese legale» connotato da una pregiudiziale antifascista e di un «paese reale» animato da un prevalente orientamento anticomunista ha comportato una palese, stridente assimetria tra una società politica orientata a sinistra in termini sia di specifico peso elettorale che di obiettivi proposti e un'opinione pubblica molto larga - una maggioranza silenziosa? - per nulla disposta a permettere svolte politiche di segno progressista. L'emersione nel 1994, grazie al passaggio a un sistema tendenzialmente bipolare, della «destra occulta» rimasta per un cinquantennio senza rappresentanza politica diretta ha risolto solo a metà il problema. È rimasta l'impossibilità per una forza politica mantenuta - e tenutasi - nel ghetto per mezzo secolo di esprimere di colpo una cultura, un disegno strategico, una classe dirigente all'altezza del ruolo di comprimaria della sinistra. Al deficit di maturità democratica ha aggiunto, peraltro, un'inclinazione a secondare posizioni vuoi etno-regionaliste (se non dichiaratamente separatiste) inconciliabili con l'ambizione di costruire una forza politica di respiro nazionale, vuoi populistico-plebiscitarie in aperta dissonanza con la destra liberale europea. Tutto ciò ha offerto il destro - e l'alibi - alla sinistra per persistere in una battaglia di demonizzazione dell'avversario, contribuendo in tal modo a rinviare una piena rigenerazione di questa «strana democrazia», normale a parole ma ancora in larga parte prigioniera di comportamenti ispirati alla delegittimazione del nemico. A pagarne le conseguenze continuano a essere non solo destra e sinistra, ma anche le istituzioni democratiche, ingessate come sono in un confronto polarizzato che ha finito con il comprometterne la capacità operativa, soprattutto sul fronte delle importanti riforme di cui il Paese ha un disperato bisogno. Il risultato è stato di erodere pesantemente la credibilità e persino la rappresentatività delle stesse forze politiche. Lo scontento e la disaffezione insorti per reazione non potevano non ridare nuova linfa a una disposizione stabilmente coltivata dall'opinione pubblica italiana, conformata a un radicato pregiudizio sfavorevole alla politica. Una disposizione che ha accompagnato come un fiume carsico l'intera vicenda politica repubblicana sin dal suo avvio, tanto da rendere «il qualunquismo (...) maggioritario nell'Italia repubblicana, sia presso il ceto intellettuale che presso l'opinione pubblica» (Sergio Luzzatto). Una sorta di controcanto, spesso soffocato, al predominio incontrastato dei partiti. S'è detto che la funzione dei partiti è cambiata nel tempo divenendo da maieutica a invalidante della democrazia, da leva per una politicizzazione della società a strumento di occupazione dello Stato e, per questa via, a stimolo dell'antipolitica così come la loro rappresentatività da amplissima si è progressivamente inaridita. Parallelamente anche le forme, i contenuti, gli stessi soggetti interpreti dell'antipolitica si sono trasformati nel corso di un sessantennio. Da Giannini a Grillo, la critica alla partitocrazia ha avuto molteplici voci (da Guareschi a Montanelli fino a Pannella) e solleticato svariati imprenditori politici a valorizzarne le potenzialità elettorali (dal Msi alla Lega, alla stessa Forza Italia, passando per le incursioni sulla scena politica di movimenti poi rivelatisi effimeri, come la Maggioranza Silenziosa dei primissimi anni settanta o i «girotondini» di pochi anni fa). Costante è stata la loro pretesa/ambizione di offrire una rappresentanza politica all'opinione pubblica inespressa e/o calpestata dai partiti, facendo leva sulla polarità ora di uomo qualunque vs upp (uomini politici professionali) ora di maggioranza silenziosa vs minoranza rumorosa, ora di Milano «capitale morale» vs Roma «capitale politica», ora di cittadini vs casta. Altro punto fermo è stato la denuncia dello strapotere e dell'invadenza dei partiti accompagnata spesso dall'irrisione demolitoria della figura del politico strutturato nei partiti, poggiante sull'assunto che la politica possa - anzi, debba - essere appannaggio di cittadini comuni. Un significativo elemento di discontinuità s'è registrato solo negli ultimi tempi. L'antipartitismo prima attingeva a un'opinione pubblica - e esprimeva istanze - marcatamente di destra, per quanto l'etichetta fosse sgradita. A partire dagli anni Novanta, viceversa, l'antipolitica mostra di attecchire anche presso il popolo di sinistra. Un'antipolitica debitamente qualificata come «positiva» e inserita in un «orizzonte virtuoso», comunque non meno accesamente ostile nei confronti della «nomenk1atura spartitoria», della «degenerazione della politica in partitocrazia», dell'«occupazione dello Stato e della cosa pubblica», dell'«arroccamento corporativo della professione politica». È l'antipolitica che ha trovato la sua consacrazione nel M5S, rendendo l'attacco al «sistema dei partiti» molto più temibile e imponendo all'agenda politica del paese l'ordine del giorno del superamento insieme dell'asimmetria storica esistente tra paese legale e paese reale e del ruolo protagonista dei partiti nella vita delle istituzioni.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

Lunedì 12 luglio 2010. Il tribunale di Milano condanna in primo grado il generale Giampaolo Ganzer a 14 anni di prigione, 65mila euro di multa e interdizione perpetua dai pubblici uffici per traffico internazionale di droga, scrive Mario Di Vito su “Eilmensile”. Il processo andava avanti da cinque anni e nella sua storia poteva contare sul numero record di oltre 200 udienze. La sentenza racconta di un Ganzer disposto a tutto pur di fare carriera, in una clamorosa lotta senza quartiere al narcotraffico. Una lotta che – sostiene il tribunale – passava anche per l’importazione, la raffinazione e la vendita di quintali di droga. Il fine giustifica i mezzi, si dirà. Ma, intanto, l’accusa chiese 27 anni di prigione per il “grande servitore dello Stato”, che “dirigeva e organizzava i traffici”. L’indagine su Ganzer nacque per merito del pm Armando Spataro che, nel 1994, ricevette dal generalissimo l’insolita richiesta di ritardare il sequestro di 200 chili di cocaina. Il Ros sosteneva di essere in grado di seguire il percorso dello stupefacente fino ai compratori finali. Spataro firmò l’autorizzazione, ma i i carabinieri procedettero comunque, per poi non dare più notizia dell’operazione per diversi mesi, cioè fino a quando, di nuovo Ganzer se ne uscì con la proposta di vendere il carico di cocaina sequestrata a uno spacciatore di Bari. Spataro – verosimilmente con gli occhi fuori dalle orbite – ordinò la distruzione immediata di tutta la droga. Quasi vent’anni dopo, la procura di Milano avrebbe sostenuto che i carabinieri agli ordini di Ganzer fossero al centro di un traffico enorme e “le brillanti operazioni non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica”. La prima vera, grande, pietra miliare dell’inchiesta è datata 1997, cioè,  quando il giudice bresciano Fabio Salamone raccolse la testimonianza di un pentito, Biagio Rotondo, detto “il rosso”, che gli raccontò di come alcuni agenti del Ros lo avvicinarono nel 1991 per proporgli di diventare una gola profonda dall’interno del mercato della droga. Rotondo si sarebbe poi suicidato in carcere a Lucca, nel 2007.  Secondo l’accusa, i “confidenti del Ros” – reclutati a decine per tutti gli anni ’90 – erano degli spacciatori utilizzati come tramite con le varie organizzazioni malavitose. L’indagine – che negli anni è stata rimpallata tra Brescia, Milano, Torino, Bologna e poi di nuovo Milano, con centinaia di testimonianze e migliaia di prove repertate– sfociò nella condanna del generalissimo e di altri membri del Reparto, che, comunque, sono riusciti tutti ad evitare le dimissioni – e il carcere – poiché si trattava “solo” di una sentenza di primo grado. Il nome di Ganzer viene messo in relazione anche con uno strano suicidio, quello del 24enne brigadiere Salvatore Incorvaia che, pochi giorni prima di morire, aveva detto al padre Giuseppe, anche lui ex militare, di essere venuto a conoscenza di una brutta storia in cui erano coinvolti “i pezzi grossi”, addirittura “un maresciallo”. Incorvaia sarebbe stato ritrovato cadavere il 16 giugno 1994, sul ciglio di una strada, con un proiettile nella tempia che veniva dalla sua pistola di ordinanza. Nessuno ebbe alcun dubbio: suicidio.  Anche se il vetro della macchina di Incorvaia era stato frantumato, e non dal suo proiettile – dicono le perizie – che correva nella direzione opposta. Altra brutta storia che vede protagonista Ganzer – questa volta salvato dalla prescrizione – riguarda un carico di armi arrivato dal Libano nel 1993: 4 bazooka, 119 kalashnikov e 2 lanciamissili che, secondo l’accusa, i Ros avrebbero dovuto vendere alla ‘ndrangheta. Zone d’ombra, misteri, fatti sepolti e mai riesumati. Tutte cose che ora non riguarderanno più il generale Giampaolo Ganzer, già proiettato verso una vecchiaia da amante dell’arte. Fuori da tutte quelle vicende assurde, ma “nei secoli fedele”.

«Traditore per smisurata ambizione». Questa una delle motivazioni per le quali i giudici dell’ottava sezione penale di Milano hanno condannato a 14 anni di carcere il generale del Ros Giampaolo Ganzer, all’interdizione dai pubblici uffici e alla sanzione di 65 mila euro, scrive “Il Malcostume”. Erano i giorni di Natale del 2010 quando arrivò questa incredibile sentenza di primo grado. Secondo il Tribunale, il comandante del Reparto operativo speciale dell’arma, fiore all’occhiello dei Carabinieri, tra il 1991 e il 1997 «non si è fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di droga garantendo loro l’assoluta impunità», dunque «Ganzer ha tradito per interesse lo Stato e tutti i suoi doveri tra cui quello di rispettare e fare rispettare la legge». Tutto questo possibile perché «all’interno del raggruppamento dei Ros c’era un insieme di ufficiali e sottufficiali che, in combutta con alcuni malavitosi, aveva costituito un’associazione finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso, al fine di fare una rapida carriera». La pm Maria Luisa Zanetti aveva chieso 27 anni per il generale Ganzer, ma il tribunale aveva ridotto la condanna a 14 anni, in quanto la Corte presieduta da Luigi Capazzo non ha riconosciuto il reato di associazione a delinquere. Ma non ha concesso nemmeno le attenuanti generiche all’alto ufficiale, in quanto «pur di tentare di sfuggire alle gravissime responsabilità della sua condotta, Ganzer ha preferito vestire i panni di un distratto burocrate che firmava gli atti che gli venivano sottoposti, dando agli stessi solo una scorsa superficiale». Secondo i giudici, inoltre «Ganzer non ha minimamente esitato a fare ricorso a operazioni basate su un metodo assolutamente contrario alla legge ripromettendosi dalle stesse risultati di immagine straordinari per sé stesso e per il suo reparto». 17 i condannati nel processo, tra cui il narcotrafficante libanese Jean Bou Chaaya (tuttora latitante) e molti carabinieri: il colonnello Mario Obinu (ai servizi segreti) con 7 anni e 10 mesi, 13 anni e mezzo a Gilberto Lovato, 10 anni a Gianfranco Benigni e Rodolfo Arpa, 5 anni e 4 mesi a Vincenzo Rinaldi, 5 anni e 2 mesi a Michele Scalisi, 6 anni e 2 mesi ad Alberto Lazzeri Zanoni, un anno e mezzo a Carlo Fischione e Laureano Palmisano. La clamorosa condanna del generale Ganzer fu accolta tra il silenzio dell’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa, la solidarietà dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni e la difesa dell’ex procuratore antimafia Pierluigi Vigna, benché questa brutta vicenda che “scuote l’arma” avrebbe dovuto portare alla sospensione della carica e quindi del servizio di Ganzer, in ottemperanza all’articolo 922 del decreto legislativo 15 marzo 2010, la cosiddetta “norma di rinvio” che dice: “Al personale militare continuano ad applicarsi le ipotesi di sospensione dall’impiego previste dall’art 4 della legge 27 marzo 2001, n. 97” che attiene alle “Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche” e che all’articolo 4 dice espressamente: “In caso di condanna, anche non definitiva, per alcuno dei delitti indicati all’articolo 3 comma 1, i dipendenti sono sospesi dal servizio”. Tra i delitti considerati c’è pure il peculato, reato contemplato nella sentenza a carico di Ganzer. Eppure, da allora, il generale Ganzer è rimasto in carica nonostante “I Carabinieri valutano il trasferimento“, malgrado i numerosi appelli alla responsabilità e all’opportunità delle dimissioni giunti da più parti. Ganzer non ha mai mollato la poltrona e nessun ministro (La Russa allora, Di Paola poi) gli ha fatto rispettare la legge, a parte un’interrogazione parlamentare del deputato radicale Maurizio Turco. Ganzer ha continuato a dirigere il Ros, ad occuparsi di inchieste della portata di Finmeccanica, degli attentatori dell’ad di Ansaldo Roberto Adinolfi, senza contare le presenze ai dibattiti sulla legalità al fianco dell’ex sottosegretario del Pdl Alfredo Mantovano, suo grande difensore. Proprio in questi giorni l’accusa in un processo parallelo, ha chiesto 8 anni di condanna per Mario Conte, ex pm a Bergamo che firmava i decreti di ritardato sequestro delle partite di droga per consentire alla cricca di militari guidati da Ganzer di poterla rivendere ad alcune famiglie di malavitosi. La posizione di Conte era stata stralciata per le sue precarie condizioni di salute. Ebbene, in attesa della sentenza e senza un solo provvedimento di rimozione dall’incarico anche a protezione del buon nome del Ros, ora Ganzer lascia il comando del Reparto. Non per l’infamante condanna. Ma “per raggiunti limiti d’età” . Ganzer lascerà il posto al generale Mario Parente per andare in pensione. Da «Traditore per smisurata ambizione» a fruitore di (smisurata?) pensione. Protetto dagli uomini delle istituzioni e alla faccia di chi la legge la rispetta.

E poi ancora. Sono stati arrestati dai loro stessi colleghi, per il più odioso dei reati, quello di violenza sessuale, ancora più odioso perché compiuto su donne sotto la loro custodia, una delle quali appena maggiorenne. A finire nei guai tre agenti di polizia in servizio a Roma raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla Procura della capitale ed eseguita dagli agenti della Questura.

Ed ancora. Erano un corpo nel corpo. Sedici agenti della Polizia Stradale di Lecce sono stati arrestati con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al falso ideologico e alla concussione ambientale. I poliziotti erano 20 anni che, stando alle accuse, omettevano i controlli ai mezzi di trasporto di circa 100 ditte del Salento in cambio di denaro e merce varia. Dalle intercettazioni telefoniche è emerso che ogni agente racimolasse da questa attività extra qualcosa come 40.000 euro ogni 3 anni . Il “leader” dell’ organizzazione sarebbe l’ ispettore capo Francesco Reggio, 57 anni, leccese. Nel corso di una telefonata intercettata Reggio si sarebbe complimentato con un suo collega che, grazie alle somme intascate, sarebbe andato anticipatamente in pensione. L’ indagine è partita solo quando sulla scrivania del procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta, è arrivata una denuncia anonima contenente i nomi degli agenti e delle ditte coinvolte. Un’ altra lettera, questa volta non anonima, arrivata successivamente in Procura è partita invece proprio dall’interno della sezione di Polizia Stradale di Lecce.

Ed Ancora. Tre agenti di polizia e cinque immigrati sono stati arrestati dalla Squadra Mobile della Questura di
Venezia nell'ambito di un'inchiesta che ha accertato il rilascio di permessi di soggiorno in mancanza di requisiti di legge, sulla base di documentazione falsificata.

Ed Ancora. Arrestati due carabinieri nel Barese, chiedevano soldi per chiudere un occhio. Facevano coppia, sono stati bloccati dai loro colleghi del comando provinciale di Bari e della squadra mobile del capoluogo. A due ragazzi fermati durante un controllo anti-prostituzione avevano chiesto denaro prospettando una denuncia per sfruttamento.

Ecc. Ecc. Ecc.

G8 Genova. Cassazione: "A Bolzaneto accantonato lo Stato di Diritto". La Suprema corte rende note le motivazioni della sentenza dello scorso 14 giugno 2013. "Contro i manifestanti portati in caserma violenze messe in atto per dare sfogo all'impulso criminale". "Inaccoglibile", secondo la Quinta sezione penale, "la linea difensiva basata sulla pretesa inconsapevolezza di quanto si perpetrava all’interno delle celle", scrive "Il Fatto Quotidiano". Un “clima di completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto”. La Cassazione mette nero su bianco quello che accadde nella caserma di Bolzaneto dove furono portati i manifestanti no global arrestati e percossi durante il G8 di Genova nel luglio del 2001: “Violenze senza soluzione di continuità” in condizioni di “assoluta percettibilità visiva e auditiva da parte di chiunque non fosse sordo e cieco”. Nelle 110 pagine depositate oggi dalla Suprema corte si spiega perché, lo scorso 14 giugno 2013, sono state rese definitive sette condanne e accordate quattro assoluzioni per gli abusi alla caserma contro i manifestanti fermati. La Cassazione ha così chiuso l’ultimo dei grandi processi sui fatti del luglio 2001. Nel precedente verdetto d’appello, i giudici avevano dichiarato prescritti i reati contestati a 37 dei 45 imputati originari tra poliziotti, carabinieri, agenti penitenziari e medici – riconoscendoli comunque responsabili sul fronte dei risarcimenti. Risarcimenti che però la sentenza definitiva ha ridotto. I giudici puntano il dito contro chi era preposto al comando: “Non è da dubitarsi che ciascuno dei comandanti dei sottogruppi, avendo preso conoscenza di quanto accadeva, fosse soggetto all’obbligo di impedire l’ulteriore protrarsi delle consumazioni dei reati”. Oltretutto, scrive la Cassazione “non risulta dalla motivazione della sentenza che vi fossero singole celle da riguardare come oasi felici nelle quali non si imponesse ai reclusi di mantenere la posizione vessatoria, non volassero calci, pugni o schiaffi al minimo tentativo di cambiare posizione, non si adottassero le modalità di accompagnamento nel corridoio (verso il bagno o gli uffici) con le modalità vessatorie e violente riferite” dai testimoni ascoltati nel processo. I giudici di piazza Cavour denunciano come il “compimento dei gravi abusi in danno dei detenuti si fosse reso evidente per tutto il tempo, data l’imponenza delle risonanze vocali, sonore, olfattive e delle tracce visibili sul corpo e sul vestiario delle vittime”. Ecco perché, osserva la Quinta sezione penale, è “inaccoglibile la linea difensiva basata sulla pretesa inconsapevolezza di quanto si perpetrava all’interno delle celle, e anche nel corridoio durante gli spostamenti, ai danni di quei detenuti sui quali i sottogruppi avrebbero dovuto esercitare la vigilanza, anche in termini di protezione della loro incolumità”.

La Cassazione descrive inoltre i comportamenti inaccettabili di chi aveva il comando e non ha mosso un dito per fermare le violenze sui no global: “E’ fin troppo evidente che la condotta richiesta dei comandanti dei sottogruppi consisteva nel vietare al personale dipendente il compimento di atti la cui illiceità era manifesta: ciò non significa attribuire agli imputati una responsabilità oggettiva, ma soltanto dare applicazione” alla norma che regola “la posizione di garanzia da essi rivestita in virtù della supremazia gerarchica sugli agenti al loro comando”. Erano poi “ingiustificate” le vessazioni ai danni dei fermati “non necessitate dai comportamenti di costoro e riferibili piuttosto alle condizioni e alle caratteristiche delle persone arrestate, tutte appartenenti all’area dei no global”, si legge nelle motivazioni. Insomma, conclude la Suprema corte, le violenze commesse alla caserma di Bolzaneto sono state un “mero pretesto, un’occasione per dare sfogo all’impulso criminale“.

Scaroni, l'ultras reso invalido dalla polizia: "Dopo anni aspetto giustizia". Il giovane tifoso del Brescia il 24 settembre del 2005 è stato ridotto in fin di vita alla stazione di Verona dagli agenti. Nella sentenza di primo grado i giudici hanno stabilito la responsabilità delle forze dell'ordine ("hanno picchiato con il manganello al contrario"), ma nessuna possibilità di individuare le responsabilità personali. Per questo gli imputati sono stati tutti assolti, scrive David Marceddu su "Il Fatto Quotidiano". ”Sai cosa? Secondo me quel giorno alla stazione di Verona cercavano il morto”. Paolo Scaroni a otto anni esatti da quel pomeriggio di fine estate in cui la sua vita è totalmente cambiata, alcune idee le ha chiare. Sa che lui, che ne è uscito miracolosamente vivo, è uno dei pochi che può, e deve, raccontare. ”Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, me lo dice sempre: io posso essere quella voce che altri non hanno più”, spiega a ilfattoquotidiano.it. Per il giovane tifoso del Brescia, ridotto in fin di vita a colpi di manganello da agenti di polizia il 24 settembre 2005, per tragica coincidenza proprio la sera prima dell’omicidio di “Aldro” a Ferrara, la battaglia nelle aule di giustizia continua: il pubblico ministero della procura scaligera, Beatrice Zanotti ha presentato a fine aprile il ricorso in appello contro l’assoluzione di sette poliziotti del Reparto mobile di Bologna. Per la sentenza di primo grado a pestare l’ultras dopo la partita tra Hellas e Brescia furono sicuramente dei poliziotti, ma non c’è la prova che siano stati proprio Massimo Coppola, Michele Granieri, Luca Iodice, Bartolomeo Nemolato, Ivano Pangione, Antonio Tota e Giuseppe Valente, e non invece altri appartenenti alla Celere (l’ottavo imputato, un autista, è stato scagionato per non aver commesso il fatto). Erano 300 in stazione quel pomeriggio tutti in divisa, tutti col casco, irriconoscibili. Paolo Scaroni, 36 anni, fino al ”maledetto giorno” era un fiero allevatore di tori. Ora, invalido al 100%, dalla sua casa di Castenedolo dove abita con la moglie, lotta giorno per giorno per ritrovare una vita un po’ normale. Adesso potrà forse avere un risarcimento: ora che un giudice ha detto che quello fu un ”pestaggio gratuito”, ”immotivato rispetto alle esigenze di uso legittimo della forza, di un giovane, con danni gravissimi allo stesso”, avere qualcosa indietro dallo Stato potrebbe essere più facile. Il giudice infatti dice che non ci sono prove sull’identità dei poliziotti colpevoli, ma sulla responsabilità della Polizia non ci sono dubbi. ”E finora, anche se proprio in questi giorni lo Stato ha avviato con me una sorta di trattativa, non ho avuto neanche un euro”. Per tutti questi anni Scaroni è stato omaggiato da migliaia di tifosi in tutta Italia, che ne hanno fatto un simbolo delle ingiustizie subite dal mondo ultras. Lui, che ormai raramente va allo stadio, si gode questa vicinanza, ma lamenta la lontananza delle autorità: ”Solo il questore di Brescia mi ha fatto sentire la sua solidarietà. Avevo scritto a Roberto Maroni quando era ministro dell’Interno, persino al Papa. Niente”. Paolo porta sul suo corpo i segni di quel giorno. La diagnosi dei medici non lasciava molte speranze: ”Trauma cranio cerebrale. Frattura affondamento temporale destra. Voluminoso ematoma extradurale temporo parietale destro”. Una persona spacciata: ”Il medico legale si spaventò perché nonostante fossi in fin di vita non avevo un livido nel corpo. Avevano picchiato solo in testa”. E avevano picchiato, certifica il giudice Marzio Bruno Guidorizzi, ”con una certa impugnatura” del manganello ”al contrario”.

Diritti umani, governo Usa attacca l'Italia: “Polizia violenta, carceri invivibili, Cie, femminicidio…”. Un dossier governativo analizza la situazione di 190 Paesi. Nel nostro, sotto accusa forze dell'ordine, carceri, Cie, diritti dei rom, violenza sulle donne..., scrive “FanPage”.  Secondo il Governo americano i “principali problemi risiedono nelle condizioni dei detenuti, con le carceri sovraffollate, la creazione dei Cie per i migranti, i pregiudizi e l'esclusione sociale di alcune comunità”. Senza dimenticare “l'uso eccessivo della forza da parte della polizia, un sistema giudiziario inefficiente, violenza e molestie sulle donne, lo sfruttamento sessuale dei minori, le aggressioni agli omosessuali, bisessuali e trans e la discriminazione sui luoghi di lavoro sulla base dell'orientamento sessuale”. Al sud, denunciati anche i casi di sfruttamento di lavoratori irregolari. Il prende in esame il caso di Federico Aldrovandi e quello di Marcello Valentino Gomez Cortes, entrambi uccisi a seguito di normali controlli di polizia. Ma si critica anche l'assenza del reato di tortura nel nostro ordinamento giuridico e le violenze che subiscono autori di piccoli reati da parte di  alcuni agenti.  Sotto accusa anche i rimpatri forzati degli immigrati irregolari, oppure la loro detenzione nei centri di identificazione ed espulsione: “Il 24 maggio decine di detenuti in un centro di Roma sono stati coinvolti in una rivolta contro quattro guardie, che hanno utilizzato gas lacrimogeni per impedirne la fuga. L'episodio ha seguito le proteste della settimana precedente nei Cie di Modena e Bologna. Un rapporto del Comitato dei Diritti Umani del Senato ha denunciato la promiscuità tra adulti e minori, il sovraffollamento, i lunghi periodi di detenzione e l'inadeguato accesso di avvocati e mediatori culturali”. Sotto accusa anche le frequenti discriminazioni ai danni dei cittadini romanì: “Le violenze nei confronti di rom, sinti e camminanti rimangono un problema. Durante il 2012 le popolazioni rom sono state sottoposte a discriminazioni da parte di autorità comunali, soprattutto attraverso sgomberi forzati non autorizzati”. Naturalmente il report governativo non tralascia le violenze sulle donne, il femminicidio, l'antisemitismo e il lavoro nero.

Polizia violenta, la garanzia dell'anonimato. In Europa gli agenti portano un codice personale sulla divisa. In Italia no. E, in caso di abusi, non sono identificabili, scrive di Alessandro Sarcinelli su “Lettera 43. Sarebbero bastati tre numeri e tre lettere sulla divisa e sul casco dei poliziotti in tenuta anti-sommossa. Sarebbe bastato un semplice codice alfanumerico e Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Quotidiano Nazionale, avrebbe potuto denunciare chi a manganellate gli spaccò entrambe le braccia, la notte del 21 luglio 2001 alla scuola Diaz durante il G8. Invece non ha mai saputo chi stava dietro la furia incontrollata dei manganelli. Dopo 12 anni in Italia nulla è cambiato e i poliziotti del reparto mobile non sono ancora identificabili. Per questo in caso di abusi, la magistratura non ha la possibilità di individuarne i responsabili. In tutto questo tempo ci sono state numerose petizioni e raccolte firme. Lo scorso febbraio durante l’ultima campagna elettorale, 117 candidati poi divenuti parlamentari hanno sottoscritto la campagna Ricordati che devi rispondere proposta da Amnesty International: il primo punto riguardava proprio la trasparenza delle forze di polizia. Tuttavia non si è mai arrivati neanche a una proposta di legge in parlamento. «Nel nostro Paese c’è una bassa consapevolezza su quali siano i limiti all’uso della forza dei pubblici funzionari. Viviamo nelle tenebre», ha attaccato Guadagnucci. L’articolo 30 del nuovo ordinamento di pubblica sicurezza del 1981 recita: «Il ministro dell’Interno con proprio decreto determina le caratteristiche delle divise degli appartenenti alla polizia di Stato nonché i criteri generali concernenti l’obbligo e le modalità d’uso». Se in fondo a questa legge si aggiungesse la formula «compresi i codici alfanumerici» la questione sarebbe risolta. In oltre 30 anni nessun ministro dell’Interno ha mai preso in considerazione questa modifica. Non è andata così invece nei principali paesi europei: i codici alfanumerici sulle divise delle forze dell’ordine sono infatti attualmente in uso in Inghilterra, Germania, Svezia, Spagna, Grecia, Turchia e Slovacchia. In Francia non esistono ancora ma qualche mese fa, Manuel Valls, attuale ministro dell’Interno, ne ha annunciato l'introduzione a breve. Inoltre, nel dicembre 2012 una risoluzione del parlamento Europeo ha chiesto esplicitamente ai paesi che non hanno ancora adottato i codici di avviare una riforma. Ciononostante, la politica italiana non ha mostrato particolare interesse sull’argomento: dei tre principali partiti solo il M5s si è detto completamente favorevole all’introduzione dei codici. Mentre Pd e Pdl non hanno trovato il tempo per esprimere la loro opinione. A causa di questo disinteresse è calato il silenzio sul tema. Ma ogni volta che la cronaca riaccende il dibattito l’opinione pubblica si divide tra chi è a favore della polizia e chi è a favore dei manifestanti. Posizioni intermedie non sembrano esistere. Secondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, l’arroccamento su queste posizioni è frutto di un malinteso: «In Italia introdurre norme riguardanti i diritti umani delle forze di polizia equivarrebbe a stigmatizzarne il comportamento. In realtà l’introduzione dei codici servirebbe a individuare solo i comportamenti penalmente rilevanti». In qualche modo quindi sarebbe uno strumento per tutelare il corpo di polizia nel suo insieme dalle azioni illegali dei singoli. Non la pensa così Nicola Tanzi, segretario generale Sap (Sindacato autonomo di polizia): «Il manifestante violento tramite il codice sulla divisa può risalire all’identità del poliziotto mettendo in pericolo l’incolumità sua e dei suoi familiari». È bene precisare, tuttavia, che per abbinare a un codice l’identità di un agente bisognerebbe avere un infiltrato all’interno della polizia che fornisse queste informazioni. Secondo molte realtà della società civile, l’uso (e l’abuso) della forza da parte della polizia non va affrontato solo da un punto di vista legislativo ma anche culturale. Guadagnucci è convinto che uno dei problemi principali sia la poca trasparenza: «All’interno della polizia si risente ancora di cultura militare e corporativa e non si è sviluppato un forte senso democratico», un’atmosfera da «non vedo, non sento, non parlo». I vertici del Sap, però, non ci stanno, dicendosi convinti che «non ci sia nel modo più assoluto un problema di trasparenza». Il primo in Italia a proporre i codici identificativi per le forze dell’ordine fu Giuseppe Micalizio, braccio destro dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro. Era il 22 luglio 2001 e Micalizio era stato inviato a Genova per fare una relazione dettagliata sull’irruzione alla scuola Diaz, ma i suoi consigli rimasero rimasti inascoltati da tutti, politica compresa. All’orizzonte non si intravede nessun cambiamento e, secondo Amnesty International, per questo si è interrotto il rapporto di fiducia tra cittadinanza e forze dell’ordine, fondamentale in uno stato democratico.  Ma per Noury c’è qualcosa di ancora più grave: «Tutto ciò che ha consentito che la “macelleria messicana” della Diaz accadesse c’è ancora. Quindi potrebbe succedere ancora». A Genova o in qualsiasi altra città italiana.

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht. Bene. Tante verità soggettive e tante omertà son tasselli che la mente corrompono. Io le cerco, le filtro e nei miei libri compongo il puzzle, svelando l’immagine che dimostra la verità oggettiva censurata da interessi economici ed ideologie vetuste e criminali.

Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti  e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché  non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!

Ha mai pensato, per un momento, che c’è qualcuno che da anni lavora indefessamente per farle sapere quello che non sa? E questo al di là della sua convinzione di sapere già tutto dalle sue fonti?

Provi a leggere un e-book o un book di Antonio Giangrande. Scoprirà, cosa succede veramente nella sua regione o in riferimento alla sua professione. Cose che nessuno le dirà mai.

Non troverà le cose ovvie contro la Mafia o Berlusconi o i complotti della domenica. Cose che servono solo a bacare la mente. Troverà quello che tutti sanno, o che provano sulla loro pelle, ma che nessuno ha il coraggio di raccontare.

Può anche non leggere questi libri, frutto di anni di ricerca, ma nell’ignoranza imperante che impedisce l’evoluzione non potrà dire che la colpa è degli altri e che gli altri son tutti uguali.

“Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull'animo del poveretto, quello che s'è raccontato”. Citazione di Alessandro Manzoni.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

“Gli italiani, giustizialisti? No! Disinformati ed ignoranti. Se l'amnistia e l'indulto serve a ristabilire una sorta di giustizia riparatrice per redimere anche i peccati istituzionali: ben vengano.”

E’ chiaro e netto il pensiero di Antonio Giangrande, scrittore e cultore di sociologia storica ed autore della Collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che Siamo" edita su Amazon.it con decine di titoli.

Gli italiani non vogliono né l'indulto né l'amnistia. A mostrarlo e dimostrarlo il sondaggio Ispo per il Corriere: il 71 per cento degli intervistati ha detto no a ogni provvedimento di clemenza. Un vero e proprio plebiscito contro che unisce, trasversalmente, l'elettorato da sinistra a destra. Sempre secondo Ispo tra chi vota Pd è la maggioranza (il 67%) a essere contraria. Così come nell'elettorato del Pdl dove, nonostante ci sia di mezzo il futuro politico e non solo di Berlusconi, qualunque idea di "salvacondotto " non piace per nulla. Il 63 (% contro 35) dice no. Allineanti sulla linea intransigente anche gli elettori M5s: contrari 3 e su 4. Questi sondaggi impongono ai politicanti l'adozione di atti che nel loro interesse elettorale devono essere utili, più che giusti.

Da cosa nasce questo marcato giustizialismo italico?

Dall’ignoranza, dalla disinformazione o dall’indole cattiva e vendicativa dei falsi buonisti italici?

Prendiamo in esame tre fattori, con l’ausilio di Wikipedia, affinchè tutti possano trovare riscontro:

1. Parliamo dei giornalisti e della loro viltà a parlare addirittura delle loro disgrazie. Carcere per aver espresso la loro libertà di stampa scomoda per i potenti.  Dice Filippo Facci: «Siamo una masnada di fighetti neppure capaci di essere una corporazione, anzi peggio, siamo dei professionisti terminali e già «morti» come direbbe un qualsiasi Grillo. La Corte di Strasburgo ha sancito che il carcere per un giornalista - Maurizio Belpietro, nel caso - costituisce una sproporzione e una violazione della libertà di espressione. È una sentenza che farà giurisprudenza più di cento altri casi, più della nostra Cassazione, più degli estenuanti dibattiti parlamentari che da 25 anni non hanno mai partorito una legge decente sulla diffamazione. Il sindacato dei giornalisti si è detto soddisfatto e anche molti quotidiani cartacei (quasi tutti) hanno almeno dato la notizia, che resta essenzialmente una notizia: ora spiegatelo ai censori  del Fatto Quotidiano, a questi faziosi impregnati di malanimo che passano la vita a dare dei servi e chi non è affiliato al loro clan. Non una riga. Niente». Bene. I giornalisti, censori delle loro disgrazie, possono mai spiegare bene cosa succede prima, durante e dopo i processi? Cosa succede nelle quattro mura delle carceri, laddove per paura e per viltà tutto quello che succede dentro, rimane dentro?

2. Parliamo dei politici e della loro ipocrisia.

Sovraffollamento e mancanza di dignità. «È inaccettabile, non più tollerabile, il sovraffollamento delle carceri italiane». La presidente della Camera Laura Boldrini visita Regina Coeli, nel quartiere di Trastevere, a Roma, dove lei vive. «Dignità, dignità», urlano i detenuti della terza sezione, le cui celle ospitarono durante il fascismo Pertini e Saragat, al passaggio della presidente della Camera denunciando le condizioni «insostenibili» di sovraffollamento in cui sono costretti a vivere. «Il tema carceri è una cruciale cartina di tornasole del livello di civiltà di un Paese», dice Boldrini, che si ferma ad ascoltare storie e istanze. «Chi ha sbagliato è giusto che paghi, non chiediamo sconti - aggiunge - ma che ci sia la rieducazione del detenuto: che chi entra in carcere possa uscirne migliore. E invece con il sovraffollamento, che è come una pena aggiuntiva, si crea tensione, abbrutimento, promiscuità e si tira fuori il peggio delle persone. Questo, come ha detto il presidente della Repubblica, è inaccettabile in un Paese come l'Italia». Boldrini invoca «quanto prima» una «risposta di dignità» per superare «una condizione disumana che non fa onore al Paese di Beccaria».

Innocenti in carcere. Ma soprattutto, secondo la presidente della Camera, bisogna «ripensare il sistema della custodia cautelare, perché non è ammissibile che più del 40% dei detenuti sia in attesa di condanna definitiva, con il rischio di danni irreparabili se innocenti. E bisogna pensare a misure alternative alle pene detentive».

3. Parliamo della sudditanza alla funzione giudiziaria e della convinzione della sua infallibilità.

Il giustizialismo. Nel linguaggio politico e giornalistico italiano indica una supposta ideologia che vede la funzione giudiziaria al pari di un potere e come tale il più importante e lo sostiene, o anche la presunta volontà di alcuni giudici di influenzare la politica o abusare del proprio potere. Esso si contrappone al garantismo, che invece è un principio fondamentale del sistema giuridico: le garanzie processuali e la presunzione di non colpevolezza hanno un valore prevalente su qualsiasi altra esigenza di esercizio e pubblicità dell'azione penale anche nella sua fase pre-giudiziale; tale principio è sancito anche dalla Costituzione: « La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.»

La negazione dell’errore giudiziario e la idolatria dei magistrati.

E’ certo che gli umani siano portati all’errore. E’ certo anche che gli italiani hanno il dna di chi è propenso a sbagliare, soprattutto per dolo o colpa grave. E' palese l'esistenza di 5 milioni di errori giudiziari dal dopo guerra ad oggi. E' innegabile che il risarcimento per l'ingiusta detenzione dei detenuti innocenti è un grosso colpo all'economia disastrata dell'Italia. Nonostante l'idolatria è risaputo che i magistrati italiani non vengono da Marte.

Sin dal Corpus iuris il reato di denegata giustizia era oggetto di previsione normativa. La novella 17 colpiva quei magistrati che obbligavano i sudditi ad andare ad implorare giustizia dall'imperatore, perché gli era stata negata dai magistrati locali. La novella 134 puniva con la multa di 3 libbre d'oro il giudice di quella provincia, che, malgrado avesse ricevuto lettere rogatorie, trascurasse l'arresto di un malfattore che si fosse rifugiato nella detta provincia; la medesima pena era comminata agli ufficiali del giudice. In tempi più recenti, nonostante il plebiscitario esito della consultazione referendaria tenutasi sul tema nel 1987, la legge n. 117 del 1989 di fatto snaturò e vanificò il diritto al conseguimento del risarcimento del danno per una condotta dolosa o colposa del giudice. Essa stravolse il risultato del referendum e il principio stesso della responsabilità personale del magistrato, per affermare quello, opposto, della responsabilità dello Stato: vi si prevede che il cittadino che abbia subìto un danno ingiusto a causa di un atto doloso o gravemente colposo da parte di un magistrato non possa fargli causa, ma debba invece chiamare in giudizio lo Stato e chiedere ad esso il risarcimento del danno. Se poi il giudizio sarà positivo per il cittadino, allora sarà lo Stato a chiamare a sua volta in giudizio il magistrato, che, a quel punto, potrà rispondere in prima persona, ma solo entro il limite di un terzo di annualità di stipendio, (di fatto è un quinto, oltretutto coperto da una polizza assicurativa che equivale intorno ai cento euro annui). Quella legge ha così raggiunto il risultato di confermare un regime di irresponsabilità per i magistrati. L'inadeguatezza della legge n. 117 del 1989 è dimostrata dal fatto che, a decenni dalla sua entrata in vigore, non si registra una sola sentenza di condanna dello Stato italiano per responsabilità colposa del giudice, nonostante le numerosissime sentenze con cui la Corte europea dei diritti dell'uomo ha acclarato inadempimenti dello Stato italiano. L'esigenza di rivedere la legge n. 117 del 1989 viene ora avvertita anche al fine di dare piena attuazione alla novella costituzionale approvata sul tema del giusto processo, nonché al fine di dare concreta esecuzione del principio consacrato dall'articolo 28 della Costituzione: tali norme subiscono ingiustificabili limitazioni in riferimento alla responsabilità dei giudici.

Il sistema della responsabilità civile dei magistrati in Italia deroga quindi alla "grande regola" della responsabilità aquiliana, secondo quanto è riconducibile agli altri pubblici funzionari (ai sensi dell'articolo 28 Cost. e con la possibilità di agire in regresso verso lo Stato). La peculiarità giustificata ai magistrati è quella della delimitazione al dolo ed alla colpa grave (articolo 3), e la garanzia di insindacabilità (articolo 2) che fu riconosciuta nella citata sentenza n. 18 del 1989, per la quale "l'autonomia di valutazione dei fatti e delle prove e l'imparziale interpretazione delle norme di diritto (…) non può dar luogo a responsabilità del giudice". Il rapporto tra questa peculiarità e la denegata giustizia è però assai problematico. La responsabilità civile del giudice sussiste in un giudizio procedurale, non del merito, ad esempio per la violazione di termini perentori per l'uso delle intercettazioni, custodia cautelare, notifica di atti o precetti, prescrizione dei reati. Stante questo vincolo, con la normativa attuale restano necessari comunque due procedimenti separati (coi relativi tre gradi di giudizio), uno per l'ammissibilità, perché la richiesta non deve sindacare l'autonomia del giudice, e uno vero e proprio per la richiesta di risarcimento.

Detto questo, cosa ne sa la massa di come si abilita alla funzione giudiziaria e quali siano le capacità, anche psicologiche di chi giudica? Cosa ne sa la massa di cosa significa errore giudiziario e questo riguarda prima o poi una persona (anche se stessi, non solo gli altri) e la sua dignità nella società ed in carcere, dove torture e violenze sono relegate all’oblio o al segreto del terrore? Cosa ne sa la massa se chi (i giornalisti), dovendo loro dare corretta e completa informazione, non sa tutelare nemmeno se stesso?

Ed ecco allora che l'ultimo sport dei giustizialisti è attaccare Balotelli.

Il commissario della Nazionale Prandelli ha deciso di portarlo ugualmente a Napoli, nonostante Balotelli fosse infortunato, per la sfida contro l'Armenia. Qualcuno ha scritto che ci sarebbe andato anche come testimonial anti-camorra perché prima del match l'Italia avrebbe giocato su un campo sequestrato ai clan. Senza dire questo qualcuno, però, come il campo sia stato assegnato ed a chi. Questo qualcuno si è arrogato il diritto di dare una funzione a Balotelli, senza che questo sia consultato. Lui ha letto e ha spiegato su Twitter: «Questo lo dite voi. Io vengo perché il calcio è bello e tutti devono giocarlo dove vogliono e poi c'è la partita». Questo è bastato a scatenare la reazione indignata di politici, parroci, pseudointellettuali. Tutti moralisti, perbenisti e giustizialisti. Perché, secondo loro, questa affermazione sarebbe scorretta, volgare non nella forma ma nella sostanza, perché ci si legge un sottotesto che strizza l'occhio ai clan.

Poi, naturalmente c’è chi va sopra le righe, per dovere di visibilità. Perche? Bisogna chiederlo a Rosaria Capacchione, senatrice Pd e giornalista che è stata la prima ad attaccarlo: «È un imbecille». Subito dopo al parroco don Aniello Manganiello: «Mi chiedo se Balotelli abbia ancora diritto a essere convocato nella Nazionale». Aggiungetevi una serie di insulti sui social network, le dichiarazioni dei politici locali e avrete il quadro della situazione. Napoli. In terra di Camorra spesso è difficile diversificare il camorrista da chi non lo è. C'è chi sparla e c'è chi tace; c'è chi spara e c'è chi copre. A voi sembra che meriti tutto questo (il bresciano Balotelli)? Si chiede Giuseppe De Bellis su “Il Giornale”. È tornato quello stanco ritornello dei personaggi popolari che devono essere da esempio. Dovere, lo chiamano. È un insulto all'intelligenza di chi queste frasi le dice.

C'è il legittimo sospetto che Balotelli sia soltanto uno straordinario capro espiatorio. Un bersaglio facile: lo attacchi e non sbagli, perché tanto qualche sciocchezza la fa di sicuro. Siamo alla degenerazione della critica: sparo su Balotelli perché così ho i miei trenta secondi di popolarità. È questo ciò che è accaduto. Lui sbaglia, eccome se sbaglia. In campo e fuori è già successo un sacco di volte. Questa sarà solo un'altra, devono aver pensato i professionisti dell'anticamorra: buttiamoci, perché noi siamo i giusti e lui è quello sbagliato. Coni, Federazione, Nazionale non hanno avuto nulla di meglio da dire che «Balotelli se le cerca», oppure, «poteva risparmiarsela». Avrebbero dovuto dire solo una cosa: non usate lo sport e gli sportivi per le vostre battaglie partigiane. Ci vuole coraggio per stare al proprio posto. A ciascuno il suo e l'anticamorra non spetta al centravanti della Nazionale. Lui vuole solo giocare a pallone. Lui deve solo giocare a pallone. Il resto è ipocrisia. Balotelli l'ha solo svelata una volta di più.

Cosa ne sanno gli italiani della mafia dell’antimafia, o degli innocenti in carcere. Gli italiani bevono l’acqua che gli danno ed è tutta acqua inquinata e con quella sputano giudizi sommari che sanno di sentenze.

E la colpa è solo e sempre di una informazione corrotta ed incompleta da parte di una categoria al cui interno vi sono rare mosche bianche.

Quindi, ecco perché "Gli italiani, giustizialisti? No! Disinformati ed ignoranti. Se l'amnistia e l'indulto serve a ristabilire una sorta di giustizia riparatrice per redimere anche i peccati istituzionali: ben vengano".

Tanti sono gli esempi lampanti su come disfunziona la Giustizia in Italia.

Che dire, per esempio, dei 12 mesi di carcere di Scaglia, l'innocente. L'ex fondatore di Fastweb assolto per non aver commesso il fatto. Storia di ordinaria ingiustizia, scrive Annalisa Chirico su “Panorama”. Alla fine sono stati assolti. Il pm aveva chiesto sette anni per Silvio Scaglia e per Stefano Mazzitelli, rispettivamente fondatore e presidente di Fastweb e amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle. Entrambi accusati di una frode fiscale da circa 365 milioni di euro. Entrambi passati sotto il torchio delle manette preventive. Insieme a loro sono stati assolti gli ex funzionari di Tis Antonio Catanzariti e Massimo Comito, gli ex dirigenti di Fastweb Stefano Parisi, Mario Rossetti e Roberto Contin. Tutti innocenti per “non aver commesso il fatto” o perché “il fatto non costituisce reato”. Secondo i giudici della prima sezione penale del tribunale di Roma, i manager non sapevano quello che stava succedendo, mentre ad aver ideato e manovrato il sistema di megariciclaggio da due miliardi di euro era Gennaro Mokbel, faccendiere napoletano con un passato di attivismo nell’estrema destra. Su di lui adesso pende una condanna di primo grado a 15 anni di reclusione. “Il mondo è un posto imperfetto. Quando succedono cose di questo tipo ti senti una vittima. Poi però ti guardi attorno e scopri che non sei solo: in Italia ci sono decine di migliaia di innocenti che stanno dietro le sbarre”, è il commento a caldo di Scaglia, pochi minuti dopo la lettura del dispositivo della sentenza. La sua vicenda è solo la miniatura di una piaga ben più imponente: circa il 40 percento dei detenuti nelle galere italiane sono persone in attesa di un giudizio definitivo. Sono, letteralmente, imputati da ritenersi innocenti fino a sentenza definitiva, lo statuisce l’articolo 27 della nostra veneranda Costituzione. Oltre 12mila persone attendono un giudizio di primo grado. Tra questi c’era Scaglia, c’era Mazzitelli, la cui innocenza è stata adesso certificata da una sentenza giudiziaria. L’operazione Broker scatta il 23 febbraio 2010. Cinquantasei persone vengono arrestate nell’ambito di una inchiesta su una maxi operazione di riciclaggio e frode fiscale internazionale che coinvolgerebbe i vertici di Fastweb e Telekom Sparkle. Tra le misure cautelari disposte dai magistrati romani, spicca il mandato di cattura per Scaglia, che trovandosi all’estero noleggia un aereo privato e dalle Antille atterra all’aeroporto romano di Fiumicino. I beni di Scaglia vengono posti sotto sequestro preventivo e i carabinieri traducono l’imprenditore nel carcere di Rebibbia, dove viene rinchiuso in una cella di otto metri quadrati al secondo piano, sezione G11. In regime di isolamento giudiziario non può avere contatti con nessuno, neppure col suo avvocato. Attende tre giorni per l’interrogatorio di garanzia e oltre quaranta per rispondere alle domande dei suoi accusatori, secondo i quali lui sarebbe membro di una associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e a dichiarazione infedele mediante l’uso di fatture per operazioni inesistenti. Ora sono stati smentiti dai giudici. Ma dietro le sbarre Scaglia trascorre tre mesi prima di ottenere gli arresti domiciliari il 19 maggio 2010. In totale, collezionerà 363 giorni di detenzione da innocente. Ancora oggi viene da chiedersi quali fossero le esigenze cautelari nei confronti di un indagato, che non ricopriva più alcun incarico societario in Fastweb e che era montato su un aereo per farsi oltre diecimila chilometri e consegnarsi all’autorità giudiziaria italiana. Nei suoi confronti i giudici hanno rigettato il teorema dipietresco del “non poteva non sapere”. Ecco, sì, all’epoca dei fatti Scaglia era Presidente di Fastweb, ma poteva non sapere. Nel dibattimento dati, prove e testimonianze hanno dimostrato che Scaglia non sapeva, e neppure Mazzitelli sapeva. Si poteva evitare tutto questo? Che giustizia è quella che tratta i cittadini come presunti colpevoli? Arresti infondati, vite dilaniate e i riverberi economici di una vicenda che ha colpito, tra gli altri, il guru italiano della New Economy, l’uomo che il “Time” nel 2003 aveva annoverato nella lista dei quindici manager tech survivors, profeti dell’innovazione usciti indenni dalla bolla della New Economy. Ecco, della New Economy ma non della giustizia made in Italy.

Nel 2010, quando il gip di Roma ordina l’arresto di Silvio Scaglia, Stefano Parisi è amministratore delegato di Fastweb, continua Annalisa Chirico su “Panorama”. A ventiquattro ore dalla notizia dell’ordinanza di custodia cautelare, mentre Scaglia organizza il suo rientro dalle Antille con un volo privato, Parisi decide di  convocare una conferenza stampa per spiegare urbi et orbi che Fastweb non ha commesso alcun reato e che gli ipotetici fondi neri non esistono. “A distanza di tre anni e mezzo posso dire che i giudici mi hanno dato ragione”. Parisi è stato solo lambito dall’inchiesta Fastweb – Telecom Italia Sparkle. Destinatario di un avviso di garanzia, la sua posizione è stata archiviata la scorsa primavera. “Avrebbero potuto archiviare nel giro di quindici giorni, invece ci sono voluti tre anni”. Ora che il Tribunale di Roma ha assolto l’ex presidente di Fastweb Scaglia e altri dirigenti della società di telecomunicazioni, Parisi prova un misto di soddisfazione e rabbia. “Mi chiedo perché accadano vicende come questa in un Paese civile. Le vite di alcuni di noi sono state letteralmente stravolte. La giustizia dovrebbe innanzitutto proteggere cittadini e imprese, non rendersi responsabile di errori simili”. Perché di errori si tratta. Quando nel 2007 su Repubblica compare il primo articolo da cui cui filtrano informazioni riservate sulle indagini condotte dalla procura di Roma su una presunta frode fiscale internazionale che coinvolgerebbe Fastweb, l’azienda avvia immediatamente un audit interno per fare chiarezza. “A distanza di sei anni una sentenza conferma quanto noi abbiamo sostenuto e provato sin dall’inizio. Da quella analisi interna vennero fuori nel giro di un mese dati e informazioni che noi trasmettemmo subito alla procura perché sin dall’inizio ci fu chiaro che la truffa veniva ordita, con la complicità di due dirigenti infedeli (ora condannati in primo grado per corruzione, ndr), ai danni di Fastweb. Insomma noi eravamo la vittima di un raggiro che, come hanno certificato i giudici, ha sottratto circa 50 milioni di euro alla nostra società e 300 milioni a Tis”. Certo, dalle parole di Parisi trapela l’amarezza per quello che si poteva evitare e invece non si è evitato. “Purtroppo la stessa sentenza ha fatto chiarezza su un punto: c’erano dei delinquenti, che sono stati condannati, e degli innocenti perseguitati dalla giustizia”.

Scaglia dopo l'assoluzione: "Il carcere peggio di come lo raccontano". L'imprenditore assolto con formula piena dall'accusa di riciclaggio parla con Toberto Rho su “La Repubblica” dell'anno trascorso in stato di detenzione, prima a Rebibbia poi nella sua casa di Antagnod. "In cella meno spazio che per i maiali. Quel pm non voleva cercare la verità, ma ora so che in Italia la giustizia funziona". Silvio Scaglia, trecentosessantatré giorni, tre ore, trentacinque minuti, quaranta secondi. Ovvero, "la battaglia più dura che ho combattuto nella mia vita, ma sono contento di averla fatta e di non averla evitata, come avrei facilmente potuto". Il counter del sito che amici e sostenitori hanno aperto durante il periodo della sua detenzione per denunciarne pubblicamente l'assurdità, è ancora fermo su quelle cifre, che misurano il periodo che Silvio Scaglia, uno dei manager che hanno costruito il successo di Omnitel, l'imprenditore che è diventato miliardario (in euro) durante il periodo della New economy grazie all'intuizione di eBiscom-Fastweb, ha passato agli arresti. Prima a Rebibbia, tre mesi, poi altri nove rinchiuso nella sua casa di Antagnod, in cima alla Val d'Ayas, finestre affacciate sul gruppo del Monte Rosa. Le sue montagne, che però non poteva guardare: "Nei primi tempi degli arresti domiciliari non mi potevo affacciare, tantomeno uscire sul balcone, per disposizione dei giudici". Oggi che è stato assolto con formula piena dall'accusa di associazione a delinquere finalizzata a quella che la Procura definì "la più grande frode mai attuata in Italia", Scaglia ripercorre l'anno più difficile della sua esistenza. A cominciare da quella notte in cui, alle Antille per affari, rispose alla telefonata della figlia, ventenne, che chiamava dalla loro casa di Londra. "Era stata svegliata dagli agenti inglesi, avevano in mano un mandato di cattura. Per noi era un mistero, non capivamo cosa stesse accadendo. Ho compreso la gravità delle accuse solo quando ho letto l'ordine di arresto con i miei avvocati".

Ha deciso di rientrare in Italia, subito.

«Sapevo esattamente quel che mi aspettava appena scesa la scaletta dell'aereo, ma immaginavo un'esperienza breve. Poche settimane, il tempo di spiegare che di quella vicenda avevo già parlato in un interrogatorio di tre anni prima, che da anni ero uscito da Fastweb, e che l'azienda e i suoi manager non erano gli artefici, ma le vittime di quella frode».

Come fu quella notte in volo tra i Caraibi e l'Italia, ingegner Scaglia?

«Presi una pastiglia per dormire, per non pensare. L'incubo cominciò a Ciampino, era notte fonda. Si rilegga i giornali di quei giorni, per capire quale era il peso che mi sono trovato addosso, all'improvviso, quale era la tensione, la pressione su di me e sulle aziende coinvolte».

Subito in carcere?

«Prima una lunghissima procedura di identificazione e notifica dell'arresto. Poi Rebibbia, in isolamento. Una cella lunga tre metri e larga uno e mezzo, il cesso in vista, intendo in vista anche dall'esterno. Ero nel braccio dei delinquenti comuni. Il carcere è un posto orribile, sporco, affollato all'inverosimile. C'è meno spazio di quello che le leggi prevedono per gli allevamenti dei maiali».

Quale è la privazione più dura?

«Più ancora della libertà, delle umiliazioni, dello spazio che manca, è il senso di impotenza, l'impossibilità di difendersi, di spiegare. Dopo cinque giorni di isolamento, venne il giudice per l'interrogatorio cosiddetto di garanzia. Fu una farsa. Poi, per due mesi, più nulla. Finalmente l'interrogatorio con il Pm: mi sembrava di aver spiegato, di aver dimostrato con il mio ritorno dai Caraibi di non aver alcun progetto di fuga, anzi il contrario. Quanto al possibile inquinamento delle prove, si trattava di fatti avvenuti anni prima, in un'azienda da cui ero uscito da anni. Invece, tornai in carcere. Quel Pm, evidentemente, non aveva interesse a capire».

Poi gli arresti domiciliari, un po' di respiro.

«Al contrario. Fu il periodo più duro. Ero chiuso nella mia casa di Antagnod, l'unica mia abitazione italiana, perché con la mia famiglia vivo da tempo a Londra. Ero completamente solo, non potevo neppure uscire sul balcone, vedevo solo la signora che mi procurava il cibo e la mia famiglia nel fine settimana. Nove mesi così, senza potermi difendere».

Cosa le resta addosso, di quell'anno?

«Certo non la voglia di dimenticare. È stata un'esperienza troppo forte per me e per le persone che mi vogliono bene. Semmai avverto l'urgenza di dire forte che queste cose non dovrebbero più succedere».

Cosa pensa della giustizia, oggi?

«Il mio caso dimostra che la giustizia, in Italia, funziona. Io ho avuto giustizia. Ma ci sono voluti troppo tempo e troppe sofferenze: il problema è la mancanza di garanzie per chi è in attesa di giudizio. Vede, in carcere ho parlato con tantissimi detenuti: la metà di loro erano in attesa di un processo. La metà della metà risulteranno innocenti, come me».

Mai rimpianto quel viaggio di ritorno dalle Antille a Roma, pendente un ordine di arresto, neppure nei giorni più duri?

«Mai, neppure per un secondo. Lo rifarei domattina. Era l'unico modo per reclamare la mia innocenza e cancellare ogni possibile ombra. Fu proprio quella scelta a rendere superflua ogni spiegazione alle persone che mi vogliono bene. La mia famiglia, le mie figlie si sono fidate del loro padre, della sua parola, dei suoi gesti. Non c'è stato bisogno d'altro».

Che ne è del Silvio Scaglia "mister miliardo", l'imprenditore lungimirante e spregiudicato, uno dei dieci uomini più ricchi e potenti d'Italia?

«Sono sempre qui. Faccio ancora quel che so fare, cioè l'imprenditore, pochi mesi fa ho acquistato un'azienda (La Perla, ndr). Certo, la mia reputazione ha subito danni pesanti. Ancora oggi non posso andare negli Stati Uniti, se compilo il modulo Esta mi negano il visto. Ma ad altri è andata peggio: vivendo a Londra, per la mia famiglia è stato relativamente più facile mantenere il distacco dall'onda di riprovazione che si accompagna ad accuse così gravi come quelle che ho subito. E poi, ai miei coimputati è stato sequestrato tutto, hanno vissuto per anni della generosità di amici e conoscenti».

Come vive le eterne polemiche italiane sulla giustizia?

«Con fastidio. Mi sembrano agitate strumentalmente per ottenere un vantaggio politico, non per risolvere i problemi reali delle migliaia di persone che vivono sulla loro pelle quel che ho vissuto io».

Ma il caso Fastweb (a proposito così è stato conosciuto da tutti come se Telecom non ci fosse, ingiustamente, anche lei) ha dimostrato in modo lampante come si debba ragionare seriamente sul funzionamento della giustizia, scrive Nicola Porro su “Il Giornale”. Le tesi dell'accusa (come ha denunciato un'altra vittima dell'accanimento giudiziario, il generale Mario Mori) diventa immediatamente la tesi della verità. I media non pensano, non riflettono, non investigano, copiano gli atti dell'accusa. Gli indagati diventano subito colpevoli. Chiunque conoscesse le carte della difesa, sarebbe stato in grado in un secondo di verificare l'enormità dell'accusa. Ma andiamo oltre. Anche i pm hanno un obbligo legale di ricercare la verità. Come hanno potuto aver avuto così poco buon senso (sì sì certo, non c'è un articolo del codice che lo prevede) nell'applicare misure cautelari così dure? Gli imputati sono stati tosti. Hanno resistito al carcere e non hanno accettato sconti, patteggiamenti, ammissioni. Non sono passati per la strada più facile. Hanno pagato un prezzo altissimo dal punto di vista personale. Una piccola lezione, l'ennesima, ma forse la più clamorosa: una persona, un'azienda, un processo non si giudica solo dalla carte dell'accusa. Ma continuando a fare il nostro mestiere. Il processo Fastweb per il momento è finito. Un terzo della nostra popolazione carceraria è dietro alle sbarre senza una sentenza definitiva come Scaglia e soci. Forse prima dell'amnistia ci si potrebbe occupare di questa mostruosità giuridica.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

Per tutti coloro che del giustizialismo fanno la loro missione di vita si deve rammentare la storia di Sofia Loren che non doveva finire in carcere. La Cassazione dà ragione alla Loren dopo 31 anni: "Non doveva finire in carcere". Dopo un iter giudiziario di 31 anni, la Suprema Corte dà ragione all'attrice finita in carcere nel 1982: l'attrice utilizzò correttamente il condono fiscale. Ha vinto Sofia Loren. Giunge al capolinea, dopo quasi 40 anni, una delle cause fiscali ancora aperte tra l’attrice due volte premio Oscar Sofia Loren - nata Scicolone (sorella della madre di Alessandra Mussolini, nipote di Benito), e rimasta tale all’anagrafe dei contribuenti - e l’ Agenzia delle Entrate. Dopo una così lunga attesa, per una vicenda legata alla presentazione a reddito zero del modello 740 della dichiarazione dei redditi del 1974, la Cassazione ha dato ragione alla Loren concedendole, a norma di quanto previsto dal condono del 1982, di pagare le tasse solo sul 60% dell’imponibile non dichiarato e non sul 70% di quei 920 milioni di vecchie lire sottratti alla tassazione e, invece, accertati dal fisco. Ma non è l'aspetto fiscale da tenere in considerazione, ma come sia facile finire dentro, anche per i big non protetti dal Potere. Sophia Loren aveva ragione e non doveva essere arrestata per evasione fiscale nel 1982. Ha perso la giustizia, ancora una volta. Lo ha riconosciuto, definitivamente, la Cassazione. A riconoscerlo, in maniera definitiva, dopo un iter giudiziario durato 31 anni, è stata la Corte di Cassazione. La sezione tributaria della Suprema Corte, con una sentenza depositata il 23 ottobre 2013, ha infatti accolto il ricorso dell’attrice contro una decisione della Commissione tributaria centrale di Roma risalente al 2006. L'attrice di Pozzuoli vince la causa contro il fisco per una dichiarazione dei redditi del 1974, poi sottoposta al condono 8 anni dopo. Il caso suscitò grande scalpore quando la stella del cinema si consegnò alla polizia a Fiumicino per essere arrestata. Lei finì in carcere 31 anni fa per 17 giorni con l'accusa di evasione fiscale. Il caso suscitò grande scalpore dopo che l'attrice decise di consegnarsi alla polizia all'aeroporto di Fiumicino di ritorno dalla Svizzera dove risiedeva con la famiglia. Le responsabilità della frode vennero poi attribuite al suo commercialista. Al centro del procedimento, la dichiarazione dei redditi per il 1974 che la Loren presentò, congiuntamente al marito Carlo Ponti, in cui si escludeva, per quell’anno, «l’esistenza di proventi e spese», poiché «per i film ai quali stava lavorando erano sì previsti compensi ma da erogarsi negli anni successivi». Sofia Loren, nella dichiarazione dei redditi del 1974 presentata congiuntamente al marito, aveva escluso - ricorda il verdetto della Cassazione - «l’esistenza di proventi e spese per il detto anno e chiariva che per i film ai quali stava lavorando erano sì previsti compensi ma da erogarsi negli anni successivi al 1974, in quanto per gli stessi era stata concordata una retribuzione pari al 50% dei ricavi provenienti dalla distribuzione dei film». Il fisco non ci ha creduto ed è andato a scovare quel quasi miliardo non dichiarato, tassato per poco più della metà del suo valore. Meno propensa all’applicazione delle ganasce soft era stata la Procura della Suprema Corte, rappresentata da Tommaso Basile, che aveva chiesto il rigetto del ricorso della Loren. Nel 1980 all’attrice venne notificato un avviso di accertamento, per un reddito complessivo netto assoggettabile all’Irpef per il 1974 pari a 922 milioni di vecchie lire (l’equivalente, valutando il potere d’acquisto che avevano allora quei soldi, di oltre 5.345.000 di euro di oggi). La Loren, dunque, usufruendo del condono fiscale previsto dalla legge 516/1982, aveva presentato una dichiarazione integrativa facendo riferimento a un imponibile di 552 milioni di vecchie lire, pari al 60% del reddito accertato, ma il Fisco aveva iscritto a ruolo un imponibile maggiore, pari a 644 milioni, sostenendo che la percentuale da applicarsi fosse quella del 70%, poiché la dichiarazione sul 1974 presentata dall’attrice, doveva considerarsi omessa, perché «priva degli elementi attivi e passivi necessari alla determinazione dell’imponibile». Le Commissioni di primo e secondo grado avevano dato ragione alla Loren, mentre la Commissione tributaria centrale di Roma aveva dichiarato legittima la liquidazione del condono con l’imponibile al 70%. Nonostante gli ermellini abbiano sconfessato la pretesa dei giudici fiscali di secondo grado di Roma di sottoporre a tassazione il 70% dei 920 milioni di lire non dichiarati nel 1974 (ossia di calcolare come imponibile 644 milioni anziché 552 milioni, come sostenuto dai legali della Loren che si sono battuti per un imponibile pari al 60% della cifra evasa), nulla dovrà essere ridato all’attrice perché il fisco - in questi tanti anni - le ha usato la cortesia di non chiederle quel 10% di differenza in attesa della decisione della Cassazione. Oltre alla certificazione, ora garantita dalla Suprema Corte, di aver presentato un condono fatto bene, alla Loren rimane anche la soddisfazione di vedere addossate all’Agenzia delle Entrate le spese legali dei suoi avvocati pari a settemila euro. La Loren si è detta "felice" per il verdetto della Cassazione: "Finalmente si chiude una storia che è durata quaranta anni". E Sophia commenta: «Il miracolo della giustizia: quando non ci credi più trova un modo di ridarti speranza. È una vicenda vecchia di 30 anni fa in cui ho avuto finalmente ragione». Interviene anche l‘avvocato Giovanni Desideri che ha difeso Sophia Loren nel ricorso in Cassazione: «È una vicenda kafkiana durata quaranta anni quella vissuta dalla signora Loren, per di più per delle tasse correttamente pagate: adesso la Cassazione ha reso, finalmente, il fisco giusto. Ma l’amministrazione tributaria, senza arrivare a disturbare la Cassazione, avrebbe potuto autocorreggersi da sola prendendo atto delle dichiarazioni in autotutela presentate dalla contribuente Loren anni orsono!».

Forse si sarebbero lasciati andare a qualche parola di più se non fossero ancora calde le polemiche sul gesto dell’ombrello rivolto da Maradona al fisco: chi conosce la Loren - madrina e testimonial di tanti eventi, dalle sfilate di moda al varo di navi da crociera - sa che non ci tiene a finire in compagnia dell’ex pibe de oro nel novero di chi si ritiene «vittima» delle tasse. Si sa in Italia: sono le stesse vittime di ingiustizie che si rendono diverse dai loro disgraziati colleghi e se ne distanziano. Questo perchè in Italia ognuno guarda ai cazzi suoi. Non si pensa che si sia tutti vittime della stessa sorte e per gli effetti fare fronte comune per combatterla. Intanto è polemica sulle dichiarazioni di Diego Armando Maradona a Che tempo che fa. L'ex "pibe de oro" ha parlato dei propri problemi fiscali e ha dichiarato: "Io non sono mai stato un evasore. Io non ho mai firmato contratto, lo hanno fatto Coppola e Ferlaino che ora possono andare tranquillamente in giro mentre a me hanno sequestrato l’orologio e l’orecchino, tanti volevano transare per me con fisco per farsi pubblicità, ma io ho detto no, io non sono un evasore, voglio andare in fondo. Equitalia si fa pubblicità venendo da me, perché il loro lavoro non è Maradona. Io non mi nascondo". Poi il gesto dell'ombrello rivolto a Equitalia. E ripartiamo dunque da Maradona che ha fatto il gesto dell'ombrello a Equitalia «che mi vuole togliere tutto: tié». Nessun commento da parte del conduttore Fabio Fazio. Il gesto invece non è piaciuto al viceministro dell'Economia, Stefano Fassina: "È un gesto da miserabile e credo che vada perseguito con grande determinazione, funzionari di Equitalia hanno notificato nei giorni scorsi a Diego Armando Maradona un avviso di mora da oltre 39 milioni di euro, stiamo parlando di quasi 40 milioni di euro, farebbe bene a imparare a rispettare le leggi", ha tuonato l'esponente del Pd a Mix 24 su Radio 24.

Diego Armando Maradona e il gesto dell’ombrello contro Equitalia. Ma perché il Pibe de oro ha reagito in modo così plateale e non educato durante la trasmissione di Fabio Fazio? Una possibile motivazione la dà il quotidiano di Napoli, il Mattino. Maradona sarebbe stato indispettito da quanto accaduto al suo arrivo in Italia: appena sceso dall’aereo sarebbe stato “ispezionato” da un funzionario di Equitalia per verificare se addosso avesse oggetti pignorabili come orecchini, anelli o affini. Memore di quanto accaduto nel 2010, quando gli fu sequestrato l’orecchino, Maradona si è presentato senza beni pignorabili. Ma spiega il Mattino, la visita degli ispettori, avvenuta davanti  alla figlia Dalma e alla compagna Rocio, lo ha indispettito. E quindi, al sentir nominare Equitalia, Diego ha risposto con l’ombrello. Diego Armando Maradona non ci sta. Finito nel mirino di Equitalia, che lo accusa di aver evaso il fisco per la cifra di 39 milioni di euro, l'ex calciatore argentino ha deciso di reagire. E la controffensiva non si è limitata al gesto dell'ombrello verso l'agenzia di riscossione italiana durante la trasmissione di Fabio Fazio, che già di per se aveva smosso un marasma di polemiche. Il Pibe de Oro ha infatti annunciato un'azione legale nei confronti dell'ente tributario. La ragione? Gli agenti del fisco lo avrebbero perquisito al suo arrivo a Ciampino "davanti al suo legale Angelo Pisano, alla figlia Dalma e alla compagna Rocio", mettendogli le mani addosso per cercare presunti oggetti di valore da poter sequestrare. La denuncia è per "ingiusta attività esecutiva degli organi tributari". Un'offesa, un'umiliazione che il campione non ha sopportato. Soprattutto dopo che Equitalia continua a pretendere soldi che in realtà non sono giustificati sul piano sostanziale. Infatti, la contestazione - notificata al calciatore argentino solo 11 anni dopo i fatti - riguarda un eventuale mancato versamento al fisco dal 1985 al 1990 di 13 miliardi di lire, pari a 6,7 milioni di euro. Quella cifra nel 2013 ammonterebbe a 11,4 milioni di euro. I 28 milioni di euro in più che vengono pretesi da Equitalia sono la somma di mora, interessi di mora e sanzioni.

Dopo il "tiè" al Fisco. Maradona ha ragione: non è un evasore scrive Franco Bechis su “Libero Quotidiano”. Diego non fece ricorso nel '94 contro la presunta frode perché era all'estero: lo avrebbero scagionato. Il Fisco lo sa, ma non rinuncia a sequestri e show. Diego Armando Maradona non ha evaso al fisco italiano i 39 milioni di euro che continuano a chiedergli. Questo è certo, perché nemmeno il fisco italiano lo sostiene: la contestazione - notificata al calciatore argentino solo 11 anni dopo i fatti - riguarda un eventuale mancato versamento al fisco dal 1985 al 1990 di 13 miliardi di lire, pari a 6,7 milioni di euro. Quella cifra nel 2013 ammonterebbe a 11,4 milioni di euro. I 28 milioni di euro in più che vengono pretesi da Equitalia sono la somma di mora, interessi di mora e sanzioni. E questo sarebbe un primo problema di equità per qualsiasi contribuente, anche per Maradona. Ma anche sui 13 miliardi di lire dell’epoca il fisco ha torto sul piano sostanziale e lo sa benissimo: per pretenderli ne fa esclusivamente una questione di forma. Il gruppo di finanzieri e di «messi» di Equitalia che notifica cartelle, avvisi di mora, e sequestra orecchini e orologi a Maradona ogni volta che questo entra in Italia, sa benissimo di avere torto sul piano sostanziale, anche se la forma consente questo show. Maradona è innocente, ma non si è difeso nei tempi e nei modi consentiti: quando lo ha fatto era troppo tardi, e la giustizia tributaria italiana non gli ha consentito di fare valere le sue ragioni (conosciute e indirettamente riconosciute da altre sentenze) perché era prescritta la possibilità di ricorrere e contestare le richieste del fisco. Quello di Maradona così è uno dei rarissimi casi in cui la prescrizione va a tutto danno dell’imputato. Il calciatore più famoso del mondo è finito nel mirino del fisco insieme alla società calcistica per cui aveva lavorato in Italia (il Napoli di Corrado Ferlaino), e a due giocatori dell’epoca: Alemao e Careca. Il fisco ha emesso le sue cartelle esattoriali, e la giustizia tributaria ha iniziato il suo processo quando Maradona era già tornato in Argentina, dove avrebbe ancora giocato quattro anni. Conseguenza naturale: le notifiche del fisco sono arrivate a chi era in Italia (Napoli calcio, Alemao e Careca), e naturalmente non a chi era in Argentina, perché né il fisco italiano né altri lo hanno comunicato laggiù. Il fisco si è lavato la coscienza appendendo le sue cartelle all’albo pretorio di Napoli. Oggi quell’albo è on line e in teoria uno che fosse curioso potrebbe anche guardarlo dall’Argentina (ma perché mai dovrebbe farlo?). Allora no: per conoscere quelle cartelle bisognava andare in comune a Napoli. Non sapendo nulla di quelle cartelle (fra cui per altro c’erano anche alcune multe prese per violazione al codice della strada), Maradona non ha potuto fare ricorso. Né conoscere il tipo di contestazione che veniva fatta. Riassunto in breve. I calciatori allora come oggi erano lavoratori dipendenti delle società per cui giocavano. Maradona, Careca e Alemao erano dipendenti del Napoli. Che pagava loro lo stipendio e fungeva da sostituto di imposta: tratteneva cioè l’Irpef dovuta per quei redditi e la versava al fisco. Tutti e tre i giocatori (e molti altri in Italia) oltre al contratto da dipendenti avevano anche una sorta di contratto ulteriore, con cui cedevano alla società calcistica i propri diritti di immagine anche per eventuali sponsorizzazioni e pubblicità. In tutti e tre i casi, come avveniva all’epoca con i calciatori di tutto il mondo e in tutto il mondo, non erano i calciatori ad incassare dal Napoli il corrispettivo di quei diritti, ma delle società estere di intermediazione (tre diverse nel caso di Maradona), che poi avrebbero dovuto dare ai giocatori gli utili di intermediazione. Secondo il fisco italiano quei diritti in realtà erano stipendio extra per Alemao, Maradona e Careca. Il Napoli quindi avrebbe dovuto versare al fisco trattenute simili a quelle operate sugli stipendi base. Non avendolo fatto il Napoli, avrebbero dovuto versare l’Irpef i singoli giocatori. Squadra di calcio, Alemao e Careca fanno ricorso (Maradona no, perché non ne sa nulla): in primo grado hanno torto. In secondo grado vedono riconosciute pienamente le loro ragioni, con una sentenza che per Careca e Alemao verrà confermata dalla Cassazione. Il Napoli calcio incassa la sentenza favorevole, ma quando la ottiene sta fallendo. Preferisce non allungare i tempi: aderisce a un condono fiscale e sana tutto il passato, pagando in misura ridotta anche l’Irpef che secondo le contestazioni non era stata versata a nome di Alemao, Careca e Maradona. In teoria il caso Maradona avrebbe dovuto considerarsi concluso con quel condono operato dal sostituto di imposta. Ma il fisco va avanti. Si deve fermare davanti a Careca e Alemao perché la sentenza tributaria di appello che verrà poi confermata prende a schiaffoni quelli che sarebbero diventati Agenzia delle Entrate ed Equitalia. La sentenza tributaria ricorda che in parallelo si era già svolto un processo penale sulla stessa materia, e che il pm aveva proposto e il Gip accolto l’archiviazione per Maradona, Alemao e Careca, escludendo «per tutti e tre i calciatori che i corrispettivi versati agli sponsor fossero in realtà ulteriori retribuzioni destinate ai calciatori». I giudici tributari poi accusano il fisco italiano di avere preso un abbaglio: avevano accusato tutti sulla base di norme che per altro sono entrate nel codice italiano con una legge di fine 1989: quindi al massimo si poteva contestare qualcosa solo per il 1990, non potendo essere retroattive le regole tributarie. Ma anche per il 1990 la contestazione non era motivata: nessuna prova che quei diritti fossero cosa diversa e si fossero trasformati in stipendi. Assolti e liberati dal fisco italiano dunque sia Alemao che Careca. Maradona no, perché non aveva fatto ricorso. Quando ha provato a farlo dopo la prima notifica del 2001, è stato respinto perché tradivo. Quindi Maradona ha ragione, ma non può avere ragione perché la sua ragione ormai è prescritta. Cose da azzeccagarbugli. Che però giustificano assai poco lo show che il fisco mette in onda ogni volta che Maradona atterra in Italia.

Maradona, l'avvocato su "La Gazzetta dello Sport": "Stufo dell'Italia: lo trattino come qualsiasi cittadino...". L'appello di Pisani, legale di Diego: "È un campione anche di pignoramenti. E il bello è che alle multinazionali del gioco con debiti di 2 miliardi e mezzo fanno lo sconto, a lui tolgono l'orologio. L'ombrello? Totò faceva la pernacchia..." L'ultima puntata del Maradona-show è un appello accorato di Angelo Pisani via etere. "Faccio un appello ai politici affinchè trattino Maradona come un qualsiasi cittadino", ha detto l'avvocato di Diego a "Radio Crc". La visita in Gazzetta, Roma-Napoli all'Olimpico e l'intervista di Fazio che ha scatenato le polemiche: Diego è andato via, l'onda lunga delle sue parole è rimasta. "In Italia chi è innocente viene perseguitato e chi invece è palesemente colpevole viene agevolato dalle leggi - spiega Pisani - Secondo Equitalia, che all'epoca dei fatti non esisteva, e quindi non secondo i giudici che hanno assolto il mio assistito, Maradona è responsabile di un'evasione di 6 milioni di euro e non 39 milioni, come appare sui giornali Quella cifra è la somma di interessi che non rappresentano evasione fiscale. Il paradosso è che le multinazionali del gioco e delle slot machine, del gioco d'azzardo, che hanno accumulato un debito enorme, pari a 2miliardi e 500milioni di euro relativi a tasse, concessioni e tributi non pagati, godranno di uno sconto. Pare che il Governo abbia inserito, nella legge sull'IMU, un provvedimento relativo allo sconto del 75% su questa somma enorme accumulata dalle multinazionali. È responsabile per un cavillo, viene perseguitato ed è l'unica persona al mondo alla quale viene sequestrato l'orologio e gli orecchini. Maradona è un campione anche nei pignoramenti ed è quasi stufo dell'Italia". Sul gesto dell'ombrello, definito "miserabile" da Fassina e mal valutato anche da Letta, Pisani ribatte: "Si lamentano del gesto di Maradona, di satira, quasi di soddisfazione per non essere vittima di un pignoramento ingiusto, per essere scampato da un agguato. Maradona non voleva offendere nessuno. Totò addirittura faceva la pernacchia che è un gesto goliardico, un gesto che fa parte dell'arte. Tra l'altro, se guardiamo le immagini, il gesto di Maradona era rivolto a se stesso".

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

Come non dare ragione al Papa. Il Papa prega per i detenuti: "Facile punire i più deboli, i pesci grossi nuotano". Il 23 ottobre 2013 prima dell'udienza generale il Pontefice ha incontrato 150 cappellani delle carceri italiane. "Anche Gesù è stato un carcerato". Poi rivela: "Chiamo spesso i reclusi di Buenos Aires". Il Papa ha voluto "far arrivare un saluto a tutti i detenuti" nelle carceri italiane, ricevendo i cappellani, prima dell'udienza generale che ha raccolto anche oggi circa 100mila persone. Gremite, oltre a piazza San Pietro, anche piazza Pio XII e le vie limitrofe, compreso il primo tratto di via Conciliazione. Il Pontefice ha parlato a braccio toccando diversi argomenti. "È facile punire i più deboli, mentre i pesci grossi nuotano" ha detto Bergoglio ai cappellani. "Ai detenuti - ha aggiunto - potete dire che il Signore è dentro con loro. Nessuna cella è così isolata da escludere il Signore". Anche il Signore è stato "carcerato dai nostri egoismi, dai nostri sistemi, dalle tante ingiustizie. È facile punire i più deboli, mentre i pesci grossi nuotano". Parlando a braccio durante l'udienza, il Pontefice ha detto: "Recentemente avete parlato di una giustizia di riconciliazione, ma anche una giustizia di speranza, di porte aperte, di orizzonti, questa non è una utopia, si può fare, non è facile perché le nostre debolezze sono dappertutto, il diavolo è dappertutto, ma si deve tentare". Il Papa ha raccontato che spesso, soprattutto la domenica, telefona ad alcuni carcerati a Buenos Aires e che la domanda che gli viene in mente è: "Perché lui è lì e non io?". "Mi domando: perché lui è caduto e non io? Le debolezze che abbiamo sono le stesse... È un mistero che ci avvicina a loro". Poi ha detto ai cappellani di portare un messaggio da parte sua: "Ai detenuti, a nome del Papa, potete dire questo: il Signore è dentro con loro. Nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, il suo amore paterno e materno arriva dappertutto". Il fondamento evangelico. Gesù stesso si riconosce nel carcerato: "ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi" (Mt.25,35-36). Gesù non giudica e non condanna come fanno i tribunali delle nostre società civili. Egli muore tra due ladri, non tra due innocenti condannati ingiustamente, e a uno dei due dice: "Oggi sarai con me nel paradiso" (Lc 23,43). Gesù insegna a non giudicare e a non condannare: "Non giudicate, per non essere giudicati…"(Mt.7,1).

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

E poi ancora, neanche gli studenti si salvano da questo marasma. Imparare ad essere Casta sin dalle elementari. Pretendere presunti diritti e ignorare i sacrosanti doveri. Altro che proteste, gli studenti sono una Casta iniziatica a future corporazioni: magistrati, avvocati, notai, ecc. Costano molto più di quel che pagano, si laureano dopo i 27 anni, non si muovono da casa. E non azzeccano una battaglia, scrive Filippo facci su “Libero Quotidiano. Non è un Paese per studenti, questo: a meno che siano svogliati, viziati, rammolliti dalla bambagia familiare, cioè bamboccioni, iper-protetti dal familismo e da un welfare schizofrenico. Allora sì, ecco che questo diventa un Paese per studenti: purché siano quelli che sfilavano nel corteo romano, sabato, col fegato di sostenere che «gli stanno rubando il futuro», quelli che il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha sconsigliato dal laurearsi perché avrebbero meno probabilità di trovare lavoro, quelli che hanno scambiato la condizione studentesca per un parcheggio post-puberale, quelli, insomma, ai quali potete anche dirlo: che sono una casta. Loro rimarranno di sale, li farete imbestialire, ma lo sono e lo restano. Lo sono perché lo Stato gli chiede soltanto mille o duemila euro l’anno di tasse universitarie, mentre ne costano - allo stesso Stato - una media di settemila: soldi a carico nostro, della fiscalità generale, soldi pagati anche da chi magari i figli all’università non ce li può mandare, magari perché non può, perché non ce la fa. Una casta è proprio questo: il privilegio di una minoranza a spese di una maggioranza. Ma voi provate a dirglielo. Provate a spiegarglielo. Provate a spiegare a tanti coccolatissimi giovani, che per definizione hanno sempre ragione, che da una quarantina d’anni non hanno azzeccato una battaglia che sia una, spesso rincoglioniti dalla cultura bipolare e catastrofista dei loro cattivissimi maestri sessantottini: dediti, quest’ultimi, a condire il loro progressivo accomiatarsi con profezie di sciagura che hanno trasformato ogni futuro in un funerale sociale, ambientale, economico e tecnologico. Provate a dirglielo senza che vi saltino addosso: loro, i loro genitori e ovviamente la stampa conformista.  Provate a dirgli che l’ex ministro Elsa Fornero, quando diceva che i giovani non devono essere schizzinosi all’ingresso nel mondo del lavoro, aveva ragione e basta. Provate a dirgli che Annamaria Cancellieri, quando parlò degli italiani «mammoni», aveva ragione pure lei, o, peggio, che ce l’aveva anche l’ex viceministro Michel Martone quando disse che un 28enne non ancora laureato è spesso uno sfigato. Oh certo, un laureato italiano resta sfigato a qualsiasi età, molte volte: perché manca il lavoro, perché la scuola non forma, e poi certo, perché un sacco di giovani si chiudono nelle università anche per prolungare una sorta di anticamera della vita reale, sfuggendo ogni minimo approccio col mondo del lavoro. Sta di fatto che gli studenti lavoratori in Italia restano una minoranza: c’è poco da sproloquiare. Da noi ci si laurea in media dopo i 27 anni quando in Europa non si arriva ai 24, con un mercato che ormai è senza confini e rende i giovani italiani dei potenziali ritardatari agli appuntamenti che contano. A sostenerlo ci sono tutti i dati del mondo, e il governatore di Bankitalia l’ha detto chiaro: il livello di istruzione dei nostri giovani è ancora ben distante da quello degli altri Paesi avanzati, c’è dispersione scolastica, un laureato italiano ha meno possibilità di trovare lavoro di un diplomato, c’è una percentuale spaventosa di analfabetismo funzionale e cioè un’incapacità diffusa, in sostanza, di usare efficacemente la lettura e la scrittura e il calcolo nelle situazioni quotidiane. Ma dire questo, politicamente, non serve: ci sono animi da non frustrare - ti spiegano. Teniamoci dunque la patetica casta degli studenti, questi poveracci che siamo riusciti a rovinare con la scusa di proteggerli. Non diciamogli che sono gli studenti con meno mobilità al mondo (l’80 per cento è iscritto nella regione di residenza) e che spesso la facoltà viene scelta secondo la distanza da casa, anche perché cinque giovani su dieci, dai 25 ai 34 anni, vivono ancora coi genitori. Non diciamogli che quello sciagurato e falso egualitarismo chiamato «valore legale del titolo di studio» ha prodotto milioni di false illusioni perché un pezzo di carta non insegna un lavoro né ti aiuta davvero a trovarlo, se nel frattempo non l’hai imparato e non hai capito che una professione e un’emancipazione non sono regali, non sono diritti, non sono pezzi di carta: sono una durissima conquista.  

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

Ogni anno a dicembre c’è un evento che stravolge la vita di molte persone. Il Natale? No! L’esame di avvocato che si svolge presso ogni Corte di Appello ed affrontato da decine di migliaia di candidati illusi.

La domanda sorge spontanea: c’è da fidarsi delle commissioni dei concorsi pubblici o degli esami di Stato?

«Dai dati emersi da uno studio effettuato: per nulla!». Così opina Antonio Giangrande, lo scrittore, saggista e sociologo storico, che sul tema ha scritto un libro “CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. L’Italia dei concorsi e degli esami pubblici truccati” tratto dalla collana editoriale “L’ITALIA DEL TRUCCO, L’ITALIA CHE SIAMO”.

E proprio dalle tracce delle prove di esame che si inizia. Appunto. Sbagliano anche le tracce della Maturità. “Le parole sono importanti”, urlava Nanni Moretti nel film Palombella Rossa alla giornalista che, senza successo, provava a intervistarlo. E’ proprio dalla commissione dell’esame di giornalismo partiamo e dalle tracce da queste predisposte. Giusto per saggiare la sua preparazione. La commissione è quella ad avere elaborato le tracce d’esame. In particolare due magistrati (scelti dalla corte d’appello di Roma) e cinque giornalisti professionisti. Ne dà conto il sito de l’Espresso, che pubblica sia i documenti originali consegnati ai candidati, sia la versione degli stessi per come appare sul sito dell’Ordine, cioè con le correzioni (a penna) degli errori. Ossia: “Il pubblico ministero deciderà se convalidare o meno il fermo”. Uno strafalcione: compito che spetta al giudice delle indagini preliminari. Seguono altre inesattezze come il cognome del pm (che passa da Galese a Galesi) e una citazione del regista Carlo Lizzani, in cui “stacco la chiave” diventa “stacco la spina”.

Sarà per questo che Indro Montanelli decise di non affrontare l’esame e Milena Gabanelli di non riaffrontarlo? Sarà per questo che Paolo Mieli è stato bocciato? E che dire di Aldo Busi il cui compito respinto era considerato un capolavoro e ricercato a suon di moneta? È in buona compagnia la signora Gabanelli & Company. Infatti si racconta che anche Alberto Moravia fu bocciato all’esame da giornalista professionista. Poco male. Sono le eccezioni che confermano la regola. Non sono gli esami giudicate da siffatte commissioni che possono attribuire patenti di eccellenza. Se non è la meritocrazia ha fare leva in Italia, sono i mediocri allora a giudicare. Ed a un lettore poco importa sapere se chi scrive ha superato o meno l'esame di giornalismo. Peccato che per esercitare una professione bisogna abilitarsi ed anche se eccelsi non è facile che i mediocri intendano l'eccellenza. L’esperienza e il buon senso, come sempre, sono le qualità fondamentali che nessuno (pochi) può trasmettere o sa insegnare. Del resto, si dice che anche Giuseppe Verdi fu bocciato al Conservatorio e che Benedetto Croce e Gabriele D’Annunzio non si erano mai laureati.

Che dire delle Commissioni di esame di avvocato. Parliamo della sessione 2012. Potremmo parlarne per le sessioni passate, ma anche per quelle future: tanto in questa Italia le cose nefaste sono destinate a durare in eterno.

A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65% a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Oltretutto l’arbitrio non si motiva nemmeno rilasciando i compiti corretti immacolati.

Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più?

Eppure c’è chi queste commissioni li sputtana. TAR Lecce: esame forense, parti estratte da un sito? Legittimo se presenti in un codice commentato. È illegittimo l’annullamento dell’elaborato dell’esame di abilitazione forense per essere alcune parti estratte da un sito, se tali parti sono presenti all’interno di un codice commentato. (Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – Lecce – Sezione Prima, Ordinanza 19 settembre 2013, n. 465).

E’ lo stesso Tar Catania che bacchetta la Commissione d’esame di Avvocato della stessa città Esame di avvocato...Copiare non sempre fa rima con annullare - TAR CATANIA ordinanza n. 1300/2010. Esame avvocato: Qualora in sede di correzione dell'elaborato si accerta che il lavoro sia in tutto o in parte copiato da altro elaborato  o da qualche manuale, per condurre all’annullamento della prova, deve essere esatto e rigoroso. Tale principio di diritto è desumibile dall’ordinanza in rassegna n. 1300/2010 del TAR Catania che ha accolto l’istanza cautelare connessa al ricorso principale avanzata avverso la mancata ammissione del ricorrente alla prova orale dell’esame di avvocato. In particolare, per il Tar etneo “il ricorso appare fondato, in quanto la Commissione si è limitata ad affermare apoditticamente che il compito di diritto penale della ricorrente conteneva “ampi passi del tutto identici all’elaborato di penale contenuto” in altra busta recante il n. 459 senza alcuna specificazione, anche sul compito, che consenta di appurare che questa presunta “identità” vada oltre la semplice preparazione sui medesimi testi, o la consultazione dei medesimi codici”. Per il TAR siciliano, inoltre, “l’elaborato di penale del candidato contraddistinto dal n. 459 era stato corretto da una diversa sottocommissione durante la seduta del 19 marzo 2010, e tale elaborato non risulta essere stato parimenti annullato”.

E a sua volta è la stessa Commissione d’esame di Avvocato di Lecce ad essere sgamata. Esami di avvocato. Il Tar di Salerno accoglie i ricorsi dei bocciati. I ricorsi accolti sono già decine, più di trenta soltanto nella seduta di giovedì 24 ottobre 2013, presentati da aspiranti avvocati bocciati alle ultime prove scritte da un giudizio che il Tar ha ritenuto illegittimo in quanto non indica i criteri sui cui si è fondato. Il Tribunale amministrativo sta quindi accogliendo le domande cautelari, rinviando al maggio del 2014 il giudizio di merito ma indicando, per sanare il vizio, una nuova procedura da affidare a una commissione diversa da quella di Lecce che ha deciso le bocciature. Il numero dei bocciati, reso noto lo scorso giugno 2013, fu altissimo. Soltanto 366 candidati, su un totale di 1.125, passarono le forche caudine dello scritto e furono ammessi alle prove orali. Una percentuale del 32,53: quasi 17 punti in meno del 49,16 registrato alla sessione dell’anno precedente. Numeri, questi ultimi, in linea con una media che, poco più o poco meno, si è attestata negli ultimi anni sull’ammissione della metà dei partecipanti. Nel 2012, invece, la ghigliottina è caduta sul 64,09 per cento degli esaminandi. In numeri assoluti i bocciati furono 721, a cui vanno aggiunti i 38 compiti (3,38 per cento) annullati per irregolarità come il rinvenimento di svolgimenti uguali. Adesso una parte di quelle persone ha visto accogliere dal Tar i propri ricorsi. I criteri usati dai commissari per l’attribuzione del punteggio, hanno spiegato i giudici, «non si rinvengono né nei criteri generali fissati dalla Commissione centrale né nelle ulteriori determinazioni di recepimento e di specificazione della Sottocommissione locale». La valutazione, quindi, «deve ritenersi l'illegittima».

Che ne sarà di tutti coloro che quel ricorso non lo hanno presentato. Riproveranno l’esame e, forse, saranno più fortunati. Anche perché vatti a fidare dei Tar.

Ci si deve chiedere: se il sistema permette da sempre questo stato di cose con il libero arbitrio in tema di stroncature dei candidati, come mai solo il Tar di Salerno, su decine di istituzioni simili, vi ha posto rimedio?

Esami di Stato: forche caudine, giochi di prestigio o giochi di azzardo? Certo non attestazione di merito.

Sicuramente nell’affrontare l’esame di Stato di giornalismo sarei stato bocciato per aver, questo articolo, superato le 45 righe da 60 caratteri, ciascuna per un totale di 2.700 battute, compresi gli spazi. Così come previsto dalle norme.

Certamente, però, si leggerà qualcosa che proprio i giornalisti professionisti preferiscono non dire: tutte le commissioni di esame sono inaffidabili, proprio perché sono i mediocri a giudicare, in quanto in Italia sono i mediocri a vincere ed a fare carriera!

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

"Licenza di tortura". Ilaria Cucchi. La famiglia di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Riccardo Rasman. La nipote di Franco Mastrogiovanni. Parenti e amici di persone picchiate o uccise da forze dell'ordine, guardie penitenziarie, medici. La giovane fotografa Claudia Guido ha deciso di immortalare i loro volti. Per mostrare che potrebbe succedere ad ognuno di noi, scrive Francesca Sironi su “L’Espresso”. Rudra Bianzino indossa una giacca blu, ha le mani in tasca, sullo sfondo le colline di Perugia. Suo padre, Aldo, è morto in carcere cinque anni fa. Era entrato in ottima salute. È uscito due giorni dopo in una bara. L'unica certezza che Rudra e i suoi fratelli hanno avuto dal processo, finora, è che il padre si sarebbe potuto salvare, se qualcuno avesse ascoltato le sue urla di dolore. Ma la guardia carceraria ch'era servizio non ha chiamato i soccorsi. Per questo l'agente è stata condannato a un anno e mezzo di reclusione: ma in carcere non ci andrà perché la pena è sospesa. Quella di Aldo Bianzino e dei suoi figli è una delle undici storie raccontate attraverso i ritratti dei parenti e dei “sopravvissuti” da Claudia Guido, giovane fotografa padovana che li ha raccolti in una mostra itinerante intitolata “ Licenza di tortura ”. Un progetto che, spiega l'autrice, è diventato anche una forma di protesta: «Per due anni ho vissuto con queste famiglie. Ho conosciuto le loro battaglie, lo sconforto, la difficoltà di arrivare non dico a una sentenza, alla punizione dei colpevoli, ma anche semplicemente al processo: che costa tanto, economicamente ed emotivamente. Con loro ho conosciuto anche la tortura quotidiana dell'abbandono e delle parole di chi accusa, deride o rilegge le loro storie senza pensare alla sofferenza che provano intere famiglie». Gli scatti della Guido sono frontali, scarni, senza forzature: «Non ho aggiunto elementi distintivi, non ho associato ai ritratti le immagini agghiaccianti delle vittime che abbiamo visto sui giornali», spiega l'autrice: «Perché quello che vorrei trasmettere è il sentimento che ho provato io stessa leggendo queste storie sui quotidiani: l'idea che quelle violenze sarebbero potute capitare a me. Quando mia madre ha visto la foto di Patrizia Moretti ha detto: “Potrei essere io”». Lucia Uva - sorella di Giuseppe. La notte tra il 13 e il 14 luglio 2008 Giuseppe Uva rimase per tre ore nella caserma dei carabinieri di Varese. Da lì fu trasferito in ospedale, dove morì. Il giudice di primo grado, Orazio Muscato, ha scritto che le cause del decesso andrebbero individuate "in una tempesta emotiva legata al contenimento, ai traumi auto e/o etero prodotti, nonché all'agitazione da intossicazione alcolica acuta". Se ha assolto i medici, il tribunale ha stabilito però che "permangono ad oggi ignote le ragioni per le quali Giuseppe Uva, nei cui confronti non risulta esser stato redatto un verbale di arresto o di fermo, mentre sarebbe stata operata una semplice denuncia per disturbo della quiete pubblica, è prelevato e portato in caserma, così come tutt'ora sconosciuti rimangono gli accadimenti intervenuti all'interno della stazione dei carabinieri di Varese (certamente concitati, se è vero che sul posto confluirono alcune volanti di polizia) ed al cui esito Uva, che mai in precedenza aveva manifestato problemi di natura psichiatrica, verrà ritenuto necessitare di un intervento particolarmente invasivo quale il trattamento sanitario obbligatorio". Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi , ucciso di botte da quattro poliziotti la notte del 25 settembre 2005, è stata uno dei primi contatti della ventinovenne padovana. Poi sono arrivati il padre e il fratello di Federico, insieme alle altre vittime che ora stanno girando per tutta Italia : la mostra arriverà a breve anche a Roma e a Milano. «Dopo undici casi mi son dovuta fermare: ero troppo coinvolta. Ma non escludo la possibilità di continuare: l'argomento è purtroppo sempre attuale». Nel frattempo, dall'aprile del 2011, la Guido ha portato davanti al suo obiettivo Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano , morto dopo esser stato arrestato, picchiato, e lasciato senza cure il 22 ottobre del 2009; la famiglia di Riccardo Rasman, il giovane con problemi psichici immobilizzato, colpito e asfissiato da tre agenti, a casa sua, il 27 ottobre del 2006; un sopravvissuto come Paolo Scaroni , il tifoso che nel 2005 finì in coma per le manganellate della polizia e dal suo risveglio ha avviato una battaglia legale per individuare i colpevoli; o come Stefano Gugliotta, menato da uomini in divisa il 5 maggio del 2010 e salvatosi da una condanna per “resistenza a pubblico ufficiale” solo grazie ai video girati col cellulare dagli abitanti della zona. Nella mostra ci sono poi Grazia Serra, nipote di Franco Mastrogiovanni , il maestro morto il 4 agosto 2009 in un reparto psichiatrico dell'ospedale di Vallo della Lucania, dopo esser rimasto per ore legato a un letto senza cure né acqua. Si sono fatti ritrarre anche il padre, la madre e la sorella di Carlo Giuliani , il ragazzo di 23 anni ucciso da un proiettile della polizia il 20 luglio 2001 durante le contestazioni del G8 di Genova ; la figlia di Michele Ferrulli , il 51enne morto d'infarto mentre veniva arrestato il 30 giugno del 2011; Luciano Isidro Diaz , fermato la notte del 5 aprile del 2009 mentre guidava troppo forte e reso vittima di lesioni così gravi da causargli la perforazione di un timpano e il distacco della retina; e infine la sorella e il migliore amico di Giuseppe Uva , l'uomo morto in ospedale dopo esser stato trattenuto per tre ore nella caserma dei carabinieri di Varese. Ci sono i volti di tutti loro. Che interrogano, per primo, lo Stato. Perché non lasci ripetere quelle violenze.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

Il perito non capisce il dialetto: tre anni in cella da innocenti. A causa di intercettazioni mal interpretate due fratelli pugliesi vengono scambiati per mafiosi e sbattuti in carcere. Ora chiedono allo Stato un milione di risarcimento, scrive Peppe Rinaldi su “Libero Quotidiano”. In Italia puoi essere sbattuto dentro e restarci tre anni perché il consulente incaricato di analizzare le intercettazioni è di Bologna e, non capendo il dialetto delle tue parti, interpreta fischi per fiaschi. In Italia puoi esser agguantato d’improvviso insieme a tuo fratello perché «promotori di un sodalizio mafioso» che ti costerà 36 e passa mesi di cella. È possibile questo e pure altro, tanto non accadrà nulla a nessuno: tranne che a te, alla tua famiglia e al tuo lavoro. Vecchia storia, solita storia. La stessa capitata ai fratelli Antonio e Michele Ianno, di San Marco in Lamis (Foggia) che un bel mattino si sono visti ammanettare dalla Dda di Bari.  Saranno detenuti «cautelarmente» tre anni uno e tre anni e mezzo l’altro, salvo accorgersi poi che non c’entravano niente,  che quel clan non l’avevano mai costituito e che il duplice omicidio in concorso di cui erano accusati non lo avevano compiuto. E neppure un altro tentato omicidio, il porto d’armi illegale, niente di niente. Insomma, si trattava di un gigantesco abbaglio giudiziario. Nel giugno del 2004 il gip del tribunale di Bari firma la richiesta di custodia cautelare del pm della Dda per Antonio e Michele Ianno, poco meno che 40enni all’epoca, di professione «mastri di cantiere», cioè piccoli imprenditori edili formatisi a botte di secchi di calce sulle spalle. Sono considerati promotori di una compagine malavitosa facente capo alle famiglie Martino-Di Claudio, operante nel contesto della così detta mafia garganica. Associazione mafiosa (il “mitico” art. 416 bis), concorso in tentato omicidio e in duplice omicidio, porto illegale di armi, il tutto con l’aggravante di voler favorire i clan. Una gragnuola di accuse da svenire solo a leggerne i capi d’imputazione, un fulmine che incendia la vita dei due. E non solo. La difesa, rappresentata dal prof. avv. Giuseppe Della Monica, prova a spiegare che stavano prendendo un granchio ma quando le cose prendono una certa piega raddrizzarle è impresa titanica. Sarà così tutto un crescendo di ricorsi e controricorsi, un supplizio di “calamandreiana” memoria. In queste storie, in genere o c’è un «pentito» che si ricorda di te oppure, intercettando a strascico in una certa area sensibile, si rischia di scambiare lucciole per lanterne. Se di sbagliato poi c’è anche la relazione di un consulente del pm che - chissà perché scovato a Bologna - fraintende il dialetto pugliese ecco che la faccenda si complica, fino a farsi kafkiana grazie a un’altra ordinanza che colpirà i fratelli, per giunta per gli stessi reati più un’estorsione che prima non c’era: un modo come un altro per mandare a farsi benedire il ne bis in idem. Negli atti si legge un po’ di tutto oltre al sangue versato: appalti del comune di San Marco in Lamis di esclusivo appannaggio degli Ianno mentre invece l’ente attesterà che non era vero esibendo l’elenco delle opere pubbliche; oppure il pericolo di fuga a giustificazione dell’arresto: per la Dda i due s’erano dati alla macchia per evitare lo Stub (il guanto di paraffina) ma la difesa riuscirà a provare che non era così perché un vigile urbano li aveva identificati su un cantiere per le proteste di un vicino disturbato dai rumori proprio il giorno del reato contestato. Siamo nel 2006, due anni sono già trascorsi intanto. La seconda ordinanza viene annullata totalmente in udienza preliminare e il giudice ordina la scarcerazione «se non detenuto per altro motivo». L’altro motivo, però, c’era ed era la prima ordinanza, i cui effetti erano ancora in itinere dinanzi alla Corte d’Assise di Foggia. Per farla breve, i giudici alla fine si accorgeranno dell’errore della procura e scarcereranno prima Michele e poi Antonio, a distanza di sei mesi uno dall’altro. Inutile dire delle conseguenze dirette ed indirette patite. Risultato? Lo stato prepari un bell’assegno circolare da un milione di euro: tanto hanno chiesto nel 2010 - quando tutto è passato in giudicato - cioè il massimo previsto dalla legge (500mila euro cadauno) per tanta gratuita tragedia. Ovviamente ancora aspettano.

Ed ancora. Correva l’anno 2006. Il 29 settembre, per l’esattezza, scrive di Walter Vecellio su “Libero Quotidiano”. Il luogo: Ruvo del Monte, comune, informano i manuali di geografia, in provincia di Potenza, «situato a 638 metri sul livello del mare, nella zona Nord Occidentale della Basilicata, ai confini con l’Irpinia». A Ruvo del Monte vivono circa milleduecento persone; è da credere si conoscano tutti. E più di tutti, i locali carabinieri, che con il locale sacerdote, evidentemente sono a conoscenza di tutto quello che accade, si fa, si dice. Dovrebbero, si suppone, anche conoscere due fratelli gemelli, Domenico e Sebastiano. Dovrebbero conoscerli bene, perché in paese non deve certo essere sfuggito il fatto che patiscono gravi ritardi mentali. Quando il 29 settembre del 2006 i carabinieri, frugando nella casa dei due fratelli trovano una rivoltella, hanno evidentemente fatto il loro dovere, sequestrandola. Ed è quello che prescrive la legge, quando viene redatto un rapporto che riassume l’accusa in un paio di righe: «Detenzione illegale di arma». I carabinieri si suppone conoscano le armi; se sostengono che si tratta di una pistola fabbricata prima del 1890, si suppone sappiano quello che dicono. E cosa si fa, in casi del genere? Si istruisce un processo; un processo per detenzione di arma illegale che si conclude nel 2012. La sentenza: «Non luogo a procedere».  E come mai, nel 2006 la detenzione illegale di arma sei anni dopo diventa «non luogo a procedere»? Come mai, nei fatti e in concreto, il giudice di Melfi assolve pienamente i due fratelli? Perché la pistola non è una pistola; perché non si può detenere illegalmente un’arma che non è un’arma. Perché la pistola che si diceva «fabbricata prima del 1890» in realtà è una pistola giocattolo. I due fratelli l’avevano detto con tutto il fiato che avevano in gola: «Non è un’arma, è un giocattolo». Niente da fare. «Detenzione di arma illegale». Bastava guardarla, quell’«arma illegale»: «Si vedeva subito che era finta, con quella foggia bizzarra che ricalca quelle strette alla cintura dei conquistadores spagnoli del ‘500». Per i carabinieri era «un’arma illegale». I carabinieri come mai erano entrati a casa dei due fratelli? Cercavano oggetti sacri rubati al cimitero del paese. Qui si può immaginare la scena: chi può introdursi in un cimitero per rubare? Degli spostati. E in paese, tutti lo sanno, i due fratelli con la testa non ci sono del tutto. Allora andiamo da loro. Si bussa alla porta, loro aprono. «Si può?». «Prego, accomodatevi». Ecco. E lì, in bella vista «l’arma illegale». Subito in caserma, per l’interrogatorio di rito. Poi l’avviso di garanzia. Passano i giorni, le settimane e i mesi, e arriva l’imputazione: articolo 687 del codice di procedura penale, che punisce appunto la detenzione illegale di armi: dai tre ai dodici mesi, 371 euro di ammenda. Si chiudono le indagini preliminari, c’è il rinvio a giudizio. Finalmente qualcuno pensa di rivolgersi a un perito. Naturalmente è l’avvocato dei due fratelli, non ci pensano né i carabinieri né il Pubblico Ministero. Racconta l’avvocato: «All’apertura della busta contenente la presunta arma idonea a offendere, presenti io, il giudice e il perito tutto si è risolto in una risata. Non c’è stato nemmeno bisogno di una analisi approfondita: una colata unica, un simulacro da bancarella».

Ed Ancora. "Aspettavo questo momento da 36 anni". Giuseppe Gulotta, accusato ingiustamente di essere l'autore del duplice omicidio dei carabinieri Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, avvenuto nella casermetta di Alcamo Marina il 27 gennaio 1976, lascia da uomo libero il tribunale di Reggio Calabria dove dopo esattamente 36 anni dal giorno del suo arresto (21 gli anni trascorsi in cella) è stato dichiarato innocente. Un nuovo macroscopico caso di malagiustizia, scrive “Libero Quotidiano”. Alla lettura della sentenza, al termine del processo di revisione che si è svolto a Reggio Calabria, Gulotta è scoppiato in lacrime, insieme alla sua famiglia. Accanto a lui c'erano gli avvocati Baldassarre Lauria e Pardo Cellini che lo hanno assistito durante l'iter giudiziario. "Spero - ha dichiarato l'uomo parlando con i giornalisti - che anche per le famiglie dei due carabinieri venga fatta giustizia. Non ce l’ho  con i carabinieri - ha precisato - solo alcuni di loro hanno sbagliato in quel momento". Giuseppe Gulotta, nonostante la complessa vicenda giudiziaria che lo ha portato a subire nove processi più il procedimento  di revisione, non ha smesso di credere nella giustizia. "Bisogna credere sempre alla giustizia. Oggi è stata fatta una giustizia giusta", ha però aggiunto. Un ultimo pensiero va all’ex brigadiere Renato Olino, che con le sue dichiarazioni ha permesso la riapertura del processo: "Dovrei ringraziarlo perché mi ha permesso di dimostrare la  mia innocenza però non riesco a non pensare che anche lui ha fatto parte di quel sistema". Il 26 gennaio 1976 furono trucidati i carabinieri Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo. Ad accusare Gulotta della strage fu Giuseppe Vesco, considerato il capo della banda, suicidatosi nelle carceri di San Giuliano a Trapani, nell'ottobre del 1976 (era stato arrestato a febbraio). Gulotta, in carcere per 21 anni, dal 2007 godeva del regime di semilibertà nel carcere di San Gimignano (Siena). Venne arrestato il 12 febbraio 1976 dai militari dell'Arma dopo la presunta confessione di Vesco. Nel 2008 la procura di Trapani ha iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di sequestro di persona e lesioni aggravate alcuni carabinieri, oggi in pensione, che nel 1976 presero parte agli interrogatori degli accusati della strage di Alcamo Marina: il reato contestato agli agenti è quello di tortura nei confronti degli interrogati.

Dall’altra parte ci troviamo al paradosso. Il killer ha confessato 30 delitti e ha fatto luce su altri 50. Pentitosi di essere diventato un collaboratore di giustizia ha ricominciato dedicandosi allo spaccio di droga. Per questo era stato riammanettato e condannato a 20 anni di galera, scrive Peppe Rinaldi su “Libero Quotidiano”. C’è un signore che ha confessato trenta omicidi e ha fatto luce, con dichiarazioni ad hoc, su altri cinquanta. Era un «pentito» di camorra che, pentitosi del pentimento, ricominciò alla grande sbarcando in Emilia Romagna per dedicarsi alla spaccio internazionale di droga. Ovviamente, in associazione (a delinquere) con altri. Lo stesso signore, riammanettato e condannato a 20 anni nel secondo grado del nuovo giudizio, invece che starsene in gattabuia circola liberamente per le strade di Afragola, popoloso centro dell’hinterland napoletano celebre per essere anche la città d’origine di Antonio Bassolino. Si chiama Mauro Marra, è tecnicamente un libero cittadino perché i suoi giudici naturali non hanno trovato il tempo di rifargli il processo come aveva loro intimato la Corte di Cassazione: sono scaduti i così detti «termini di fase», non c’è più nulla da fare, se riuscite a fargli nuovamente il processo che spetta a ogni cittadino italiano indipendentemente dal reato commesso (si chiama civiltà giuridica) bene, altrimenti Marra deve starsene a casa, come per ora già sta facendo. È una storia incredibile ma vera, neanche tanto originale se si considera lo stato comatoso del servizio giustizia nel Paese. Ne ha scritto ieri il più antico quotidiano italiano, il Roma. Quando parli di Mauro Marra non ti appare il ragazzotto di Scampia, imbottito di cocaina scadente e pronto a sparare anche per 200 euro. No, parli di uno che non solo ha ucciso trenta avversari del clan nemico, non solo era nei programmi strategici per fare altrettanto con ulteriori 50 persone (cosa che si verificò) ma addirittura di uno dalla cieca fede in Raffaele Cutolo (l’ultimo, vero, padrino) e braccio destro di Pasquale Scotti, latitante da 28 anni che difficilmente qualcuno, ormai, prenderà. Sempre che sia vivo. Marra, poi, è ancora molto altro: è il super killer della Nco (Nuova camorra organizzata) che sbugiardò gli accusatori di Enzo Tortora aprendo uno squarcio su una delle punte massime del disonore del sistema giudiziario. «Hanno accusato un innocente» disse in aula il 25 settembre 1985, riferendosi alle «visioni» dei vari Barra, Melluso, Auriemma, Catapano, Pandico e Dignitoso. Anche grazie a quella presa di posizione per l’ex presentatore televisivo fu possibile risalire la china ed ottenere -diciamo- giustizia. Scansata la matematica sfilza di ergastoli grazie alla legge sul pentitismo, dopo una ventina d’anni riprese a delinquere e finì incarcerato nel 2006 mentre era in una località protetta del Nord. Il 26 marzo 2009 la I sezione penale lo condanna a 18 anni; in secondo grado la IV Corte d’Appello di Napoli gli aumenta la pena a venti. Siamo nel dicembre 2011. Il 21 novembre scorso la Cassazione ribalta tutto rinviando gli atti a Napoli per una nuova sentenza: i tre anni entro cui i magistrati avrebbero dovuto rendere definitiva la pena (i termini di fase) sono trascorsi vanamente e, pertanto, Marra deve essere scarcerato. Ovviamente il lavoro minuzioso di ricostruzione degli avvocati (Antonio Abet e Giuseppe Perfetto) è stato determinante. Da una settimana il pluriomicida è libero. Aspetta che la sentenza diventi definitiva. Non è scritto però da nessuna parte che i giudici di II grado lo condannino, così come è altrettanto probabile che ricorra, eventualmente, ancora in Cassazione. E il tempo passa. Ma sarà senz’altro colpa dei cancellieri che mancano, degli stenografi che non si trovano o della carta per fotocopie che scarseggia.

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

Storicamente, il populismo, ha rappresentato una delle più sofisticate manifestazioni politiche di disprezzo per il popolo. La premessa serve a fare gli elogi al discorso tenuto in Senato dalla capogruppo del M5S, Paola Taverna. Un discorso compatto, preciso, ricco di passione e ritmo, costruito impeccabilmente. “In dieci minuti quello che il Pd non ha detto per venti anni“, è stato scritto sulla rete. Lo ripropongo nello stenografico di Palazzo Madama (i puntini di sospensione segnalano le infinite, e stizzite, interruzioni da parte di Forza Italia).

«Signor Presidente, onorevoli colleghi, si chiude, oggi, impietosamente, una «storia italiana», segnata dal fallimento politico, dall’imbarbarimento morale, etico e civile della Nazione e da una pesantissima storia criminale. Storie che si intrecciano, maledettamente, ai danni di un Paese sfinito e che riconducono ad un preciso soggetto, con un preciso nome e cognome: Silvio Berlusconi. La sua lunga e folgorante carriera l’abbiamo già ricordata in passato: un percorso umano e politico costellato di contatti e rapporti mai veramente chiariti, che passano per società occulte, P2, corruzione in atti giudiziari, corruzione semplice, concussione, falsa testimonianza, finanziamento illecito, falso in bilancio, frode fiscale, corruzione di senatori, induzione alla prostituzione, sfruttamento della prostituzione e prostituzione minorile. Insomma un delinquente abituale, recidivo e dedito al crimine, anche organizzato, visti i suoi sodali. Ideatore, organizzatore e utilizzatore finale dei reati da lui commessi. Senatore Berlusconi, anzi signor Berlusconi, mi dispiace che lei non sia in Aula. Forse alcuni hanno dimenticato che la sua discesa in campo ha avuto soprattutto, per non dire esclusivamente, ragioni imprenditoriali: la situazione della Fininvest nei primi anni Novanta, con più di 5.000 miliardi di lire di debiti, parlava fin troppo chiaro; il rischio di bancarotta era dietro l’angolo. Alcuni suoi dirigenti vedevano come unica via d’uscita il deposito dei libri contabili in tribunale. La cura Forza Italia è stata fantastica per le sue finanze, perché – ricordiamolo – non è entrato in politica per il bene di questo Paese, come declamava da dietro una scrivania su tutte le sue televisioni. Le elezioni politiche del 1994 hanno segnato l’inizio di una carriera parlamentare illegittima, sulla base della violazione di una legge vigente sin dal 1957, la n. 361, secondo la quale Silvio Berlusconi era ed è palesemente ineleggibile. Quella legge non è mai stata applicata, benché fosse chiarissima, grazie alla complicità del centrosinistra di dalemiana e violantiana memoria. Per non parlare dell’eterna promessa, mai mantenuta, di risolvere il conflitto di interessi. E tutto ciò è avvenuto non per ragioni giuridiche – come ora qualcuno, mentendo, vorrebbe farci credere – ma per onorare patti scellerati, firmati sottobanco per dividersi le spoglie di un Paese. Forse qualcuno si indignerà, urlando che queste sono semplici illazioni. Lasciamo che sia la storia a rispondere! Camera dei deputati, 28 febbraio 2002, Resoconto stenografico della seduta n. 106 della XIV legislatura. Cito le parole dell’onorevole Luciano Violante, al tempo capogruppo dei Ds, oggi Pd, mentre si rivolge ad un collega dell’apparentemente opposto schieramento: «(…) l’onorevole Berlusconi (…) sa per certo che gli è stata data la garanzia piena – e non adesso, nel 1994, quando ci fu il cambio di Governo – che non sarebbero state toccate le televisioni.. Lo sa lui e lo sa l’onorevole Letta», zio. «Voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni (…). Durante i Governi di centrosinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte». Questa è storia! Come storia è la discesa in campo del senatore, fatta di promesse mai mantenute: dal taglio delle tasse al milione di posti di lavoro. Ma non era l’imprenditore illuminato che avrebbe salvato l’Italia, anzi l’azienda Italia? Quello che doveva pensare alla cosa pubblica? Dal discorso del senatore Berlusconi del 1994 cito: «La vecchia classe politica è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. (…) L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal debito pubblico e dal finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio ad una nuova Repubblica». Incredibile, ma vero: sono proprio sue parole. Potrà però sorgerci legittimamente il dubbio che si sia preso gioco di noi per vent’anni, e ancora adesso? Due mesi fa abbiamo visto diversi Ministri, in suo nome, presentare le dimissioni dando inizio al siparietto della prima crisi di un Governo nato precario, per non parlare della legge di stabilità che giaceva ormai da settimane nella 5a Commissione. Ma lo vogliamo dire agli italiani che la legge, che dovrebbe assicurare i conti ma soprattutto garantire la ripartenza economica del nostro Paese e la sua stabilità, è stata svilita e degradata a semplice espediente dilatorio per farle guadagnare qualche altro giorno in carica? Oppure vogliamo ricordare i due bei regali che riceverà a spese di tutti noi contribuenti? Assegno di solidarietà pari a circa 180.000 euro; assegno vitalizio di 8.000 euro mensili. C’è bisogno poi di ricordare perché ancora oggi qualcuno, nonostante l’evidenza dei fatti, nonostante una sentenza passata in giudicato, voglia un voto, uno stramaledetto voto per applicare una legge? Ha senso ribadire lo sfacelo di venti anni di indottrinamento fondato sull’apparire, sul dire e il non fare, sull’avere e non sull’essere? Anche nell’ultimo atto della sua storia parlamentare comunque il senatore riuscirà a segnare un record. L’illegittimità e l’indegnità della sua carica senatoriale sono addirittura triple: incandidabilità sopravvenuta, ineleggibilità e interdizione da pubblici uffici per indegnità morale. In sostanza, un vero e proprio capolavoro! Questo Senato poi sentirà un’enorme mancanza dell’operato parlamentare del signor Berlusconi. Ho sentito oggi riprendere i senatori a vita. Dall’inizio della legislatura i dati dimostrano la sua dedizione al lavoro in questa istituzione; dimostrano la passione con cui ha interpretato il proprio mandato nell’interesse del Paese: disegni di legge presentati zero; emendamenti presentati zero; ordini del giorno zero; interrogazioni zero; interpellanze zero; mozioni zero; risoluzioni zero (Applausi dal Gruppo M5S); interventi in Aula uno, per dare la fiducia a questo Governo (eppure oggi è all’opposizione); presenze in Aula 0,01 per cento! Quindi, di cosa stiamo discutendo? Della decadenza dalla carica di senatore di un personaggio che il suo mandato non lo ha mai neppure lontanamente svolto, di un signore che però ha puntualmente portato a Palazzo Grazioli e ad Arcore ben 16.000 euro al mese per non fare assolutamente nulla, se non godere dell’immunità parlamentare. In questi venti anni il signor Berlusconi è stato quattro volte Presidente del Consiglio dei ministri, Presidente del Consiglio dell’Unione europea, due volte Ministro dell’economia e delle finanze, una volta Ministro dello sviluppo economico, Ministro degli affari esteri, Ministro della salute ma, soprattutto, è stato il Presidente del Consiglio che ha mantenuto per più tempo la carica di Governo e che ha disposto della più ampia maggioranza parlamentare della storia. Un immenso potere svilito e addomesticato esclusivamente ai propri fini, cioè architettare reati e incrementare il suo personale patrimonio economico.… Quante cose avrebbe potuto fare per questo nostro Paese, se solo avesse anteposto il bene comune ai suoi interessi personali, le riforme strutturali alle leggi ad personam! E, invece, dopo tutto questo tempo ci troviamo con la disoccupazione al 40 per cento, pensionati a 400 euro mensili, nessun diritto alla salute, nessun diritto all’istruzione… un territorio devastato dalle Alpi alla Sicilia, le nostre città sommerse dalle piogge… e le nostre campagne avvelenate… Era il 1997 quando Schiavone veniva a denunciare dove erano stati sversati quintali di rifiuti tossici: lo stesso anno in cui questo Stato decise di segretare tali informazioni. Tutto ciò con l’IVA al 22 per cento e un carico fiscale che si conferma il più alto d’Europa, pari al 65,8 per cento dei profitti commerciali… e gli imprenditori… che si suicidano per disperazione, spesso nemmeno per debiti, ma per i crediti non pagati dalla pubblica amministrazione, cioè dallo Stato stesso! Di tutto questo il senatore Berlusconi non sembra preoccuparsi. La decadenza di un intero Paese sembra non interessargli minimamente, conta solo la sua. Giusto…Ha il terrore di espiare la propria pena ai servizi sociali, di svolgere mansioni che ritiene non alla sua altezza… Beh, sappia che quelli sono lavori che centinaia di migliaia di italiani perbene svolgono con dignità e onestà… Gli auguriamo che questa possa essere invece un’occasione per uscire dal suo mondo dorato, così forse potrà rendersi conto del disastro e del baratro in cui i cittadini normali si trovano a causa del sistema da lui generato e alimentato…Questo però non deve essere un discorso di rabbia. Questo vuole essere un discorso di speranza…Concludo, Presidente. La nostra presenza in quest’Aula oggi rappresenta un solo e semplice concetto: noi non vogliamo chiamarci politici, ma restituire il potere ai cittadini… Questa non è una vendetta. Qui non c’è nessuna ingiustizia o persecuzione. Qui ci sono solo cittadini italiani che vogliono riprendersi il proprio presente, altrimenti non avranno più un futuro.» 

La decadenza di Berlusconi. Cronaca, frasi, retroscena di una giornata entrata nella storia della politica, scrive  Paola Sacchi su “Panorama”. Aldo Cazzullo editorialista e commentatore del "Corriere della sera" inarca il sopracciglio e un po' sorride quando, in uno dei corridoi di Palazzo Madama, il verace senatore dalemiano Ugo Sposetti  confessa: "La decadenza di Silvio Berlusconi è come la caduta del muro di Berlino, ma i miei ora devono stare attenti: quel muro in Italia venne addosso tutto a chi lo aveva preso a picconate, la Dc e il Psi....".  Il senatore Pd, Stefano Esposito, anche lui di rito dalemiano a Panorama.it ammette chiaramente: "Sì, Berlusconi è decaduto, ma è uscito solo dalla vita parlamentare, non dalla politica. L'uomo è ancora vivo e vegeto e guai se il Pd lo dà per morto, commetterebbe lo stesso errore fatto con la sottovalutazione di Beppe Grillo". Se queste sono le grida d'allarme che vengono dalla sinistra (tendenza riformista), figuriamoci quelle che vengono da Forza Italia. "Sarà per loro un boomerang", dice secco il senatore Fi Altero Matteoli. E il vicepresidente del Senato (Fi) Maurizio Gasparri è caustico  sulla conduzione dei lavori in aula da parte del presidente Pietro Grasso: "Lui è l'ultima rotella di un ingranaggio molto più vasto che voleva  cacciare Berlusconi dal Parlamento a tutti i costi". Gasparri ricorre al Manzoni: "E' il piccolo untorello .... non sarà lui che spianta Milano". Quasi in contemporanea, con l'annuncio della sua decadenza da senatore, Silvio Berlusconi in Via del Plebiscito arringa la folla e annuncia dopo la "giornata di lutto per la democrazia", già il "primo appuntamento elettorale: l'8 dicembre riunione dei club di Fi di tutt'Italia", lo stesso giorno delle   primarie del Pd. Rompe di fatto la tregua con Angelino Alfano. La folla urla: "Traditori" E il Cav: "Parole ruvide ma efficaci". Alfano in serata dirà: "Giornata nera per la democrazia". Ma "noi andremo avanti con il governo, in un rapporto di collaborazione-conflittualità", spiega a Panorama.it l'ex governatore lombardo e ora pezzo da novanta di Ndc, Roberto Formigoni.  Che annuncia una formula di craxiana memoria e cioè "la collaborazione-competizione" del Psi con la Dc, in questo caso nelle parti del Pd. Sono le 17,40 quando Grasso  annuncia con tono routinario, quasi  fosse una pratica burocratica, la "non convalida dell'elezione a senatore di Silvio Berlusconi in Molise".  Grasso ad un certo punto nel rush sembra ricorrere anche una celebre frase di Nanni Moretti. "E continuiamo così, continuiamo cosi...". Moretti concludeva "a farci del male". Ma quel "continuiamo così" non riguardava la mancata conoscenza della torta sacher. Era "la violazione del regolamento del Senato". Denunciato da Forza Italia con una valanga di ordini del giorno, ben nove, presentati da  Fi (Elisabetta Alberti Casellati, ne ha presentati la maggioranza e a seguire Francesco Nitto Palma, Anna Maria Bernini e lo stato maggiore dei senatori azzurri. Si è invano chiesto il rispetto del regolamento del Senato tornando al voto segreto. Così come è previsto nelle votazioni che riguardano una singola persona. Grasso ha risposto picche anche a Pier Ferdinando Casini e al socialista Enrico Buemi, che hanno tentato di far passare la proposta di buon senso di aspettare almeno la decisione della Cassazione sulla richiesta di interdizione per Berlusconi da parte della Corte d'Appello di Milano. Niente da fare. Alla fine è stato Sandro Bondi ad avvertire tutti "gli amici di Fi" e i garantisti in generale a fermarsi: "Basta, inutile andare avanti, questa è una decisione già scritta. Lasciateli fare, lasciateli di fronte alle loro responsabilità". Poi stilettata ad Alfano: "E ora il Nuovo centrodestra che governi insieme con questi signori". E'  l'inizio di un'opposizione durissima. E con numeri per la maggioranza meno robusti di quanto Enrico Letta abbia vantato. Sulla stabiliità c'è stato uno scarto di 36 voti. 171 sono stati quelli della maggioranza, 135 quelli dell'opposizione. Ma questo perché in realtà una decina di forzisti non si sarebbero presentati. Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato, che di  numeri si intende, a Panorama.it conferma: "Almeno sei non c'erano e ho visto anche qualche senatore a vita, mai visto di giorno, figuriamoci  a quell'ora di notte". Era presente ieri per la prima volta Renzo Piano, incorrendo negli strali di Gasparri. Il leader dei lealisti di Fi Raffaele Fitto avverte: "E' incredibile che Letta faccia finta di nulla".

Decadenza Berlusconi. Le reazioni della stampa estera. Dalla Spagna al Brasile, passando per Francia, Usa, Germania, Gran Bretagna, Turchia e Qatar. Le prime pagine dei media mondiali aprono sul Cavaliere e in molti credono che non sia finita qui, scrive Anna Mazzone su “Panorama”. La decadenza di Silvio Berlusconi e la sua uscita dai palazzi ufficiali della politica è un vero e proprio caso internazionale. Praticamente tutti i media del pianeta pubblicano la notizia o corposi dossier sul Cavaliere sulle loro pagine online. Mancano all'appello solo i russi e gli asiatici, ma solo per questione di fuso orario. In Germania la Frankfurter Allgemeine  titola subito dopo la grande coalizione tedesca su "Berlusconi espulso dal Senato". Sottolineando che con la decisione di un ramo del Parlamento italiano l'ex premier perde la sua carica politica più importante. "Fino a poco tempo fa - scrive la FAZ - Berlusconi e il suo partito avevano tentato di tutto per scongiurare l'espulsione dal Senato. I sostenitori di Berlusconi hanno dimostrato a Roma denunciando un golpe e la fine della democrazia". Lo stesso Berlusconi ha nuovamente gridato la sua innocenza davanti ai suoi seguaci, definendo quello di oggi "Un giorno amaro e un giorno di lutto per la democrazia". Die Welt mette prima Berlusconi di Angela Merkel nella priorità delle notizie e sottolinea che "L'ex premier italiano non reagisce in modo morbido all'espulsione dal Senato e annuncia un'opposizione serrata", e cita un duro attacco di Berlusconi alla sinistra italiana: "Oggi sono contenti perché hanno messo i loro avversari davanti al plotone di esecuzione. Sono euforici, perché aspettavano questo momento da 20 anni". Il quotidiano tedesco conclude con la frase del Cavaliere sulla scia delle parole dell'inno di Mameli: "Le parole ci Mameli le prendiamo come un dovere, siamo pronti a morire ..". Per Die Welt l'espulsione di Berlusconi dal Parlamento è un momento storico, che segna la fine della Seconda Repubblica italiana. Lo Spiegel non regala a Berlusconi la sua apertura online, ma mette la sua decadenza comunque in prima pagina. Nel sottolineare che l'ex premier non ha alcuna intenzione di arrendersi, il giornale tedesco pubblica un video che mostra i sostenitori di berlusconi assiepati fuori palazzo Grazioli a poche ore dal voto del Senato, in cui molti giovano dichiarano alle telecamere tedesche che "Loro devono decadere e non Silvio". Lo Spiegel poi affianca Berlusconi a Beppe Grillo, che guida il M5S pur stando fuori dal Parlamento, ma - comunque - scrive il quotidiano teutonico "Per il Cavaliere, in politica dal 1994, restare sulla cresta dell'onda da oggi in poi sarà molto difficile". E passiamo alla Gran Bretagna. Al momento in cui scriviamo la rivista finanziaria The Economist - che già aveva dedicato in passato copertine al vetriolo contro Berlusconi - non ha ancora pubblicato il suo commento sull'avvenuta decadenza. L'ultimo articolo dedicato alle cose della politica italiana risale al 21 novembre scorso a parla di "Una opportunità d'oro" per la politica italiana, dopo la decisione di un gruppo di ex fedelissimi di Berlusconi di passare dall'altra parte. "La divisione del partito di Berlusconi potrebbe rilanciare la coalizione di governo", scommette The Economist. Il Guardian apre la sua edizione online con la decadenza del Cavaliere e pubblica un ricco dossier sull'ex premier italiano, a cominciare da una dettagliata timeline dal titolo Ups and downs of Berlusconi's career - Alti e bassi della carriera di Berlusconi. Il quotidiano britannico, sempre molto duro nei confronti dell'ex presidente del Consiglio, sottolinea che "Con il loro leader sbattuto fuori dal Senato adesso i parlamentari di Forza Italia si cimenteranno in un'opposizione serrata e metteranno in pericolo le riforme istituzionali che il governo di Letta afferma di voler portare a termine". Immancabile la prima pagina del Financial Times  che pubblica una foto scattata a Roma con un sostenitore di Berlusconi che agita un manifesto con il Cavlaiere sotto il simbolo delle Brigate Rosse e la scritta: "Prigioniero politico". Mentre il quotidiano conservatore di Londra, The Telegraph scrive nella sua apertura online: "Silvio Berlusconi, l'uomo che ha dato un nuovo significato alla parola 'faccia tosta', con aria di sfida ha promesso di rimanere al centro della politica italiana di ieri, nonostante sia stato ignominiosamente spogliato del suo seggio in parlamento a seguito di una condanna per massiccia frode fiscale". La versione in inglese di Al Jazeera , l'emittente del Qatar, mette Berlusconi nelle sue notizie di apertura, sottolineando che "L'ex primo ministro italiano è stato cacciato dal Senato in seguito alla sua condanna per frode fiscale". Ma - aggiunge Al Jazeera - "In molti credono che il 77enne possa risorgere ancora". Andiamo ora dall'altra parte dell'oceano. Berlusconi campeggia sulle homepage delle principali testate statunitensi. Sul Wall Street Journal la sua decadenza è la notizia di apertura. Il quotidiano della City americana titola sul "Voto per espellere il politico miliardario condannato per frode fiscale". La testata finanziaria sottolinea che la decadenza di Berlusconi "Ha segnato il culmine di quasi quattro mesi di furore politico che ha avuto inizio in agosto con la condanna per frode fiscale dell'uomo che ha dominato la vita politica italiana per due decenni". In più il WSJ pubblica la storia di Berlusconi e una sua gallery di foto. Il New York Times dà a Berlusconi la sua prestigiosa colonna di sinistra in homepage. L'articolo è firmato da Jim Yardley, che scrive che "L'ex primo ministro, un tempo molto potente, è stato allontanato dal Senato". Yardley prosegue dicendo che "Dopo aver speso mesi fabbricando ad arte ritardi procedurali o congiurando melodrammi politici con il fine di salvarsi, Silvio Berlusconi oggi ha dovuto accettare l'inevitabile: essere espulso dal Senato, un'espulsione tragica ed umiliante, mentre altri potenziali problemi si profilano al suo orizzonte". Il Washington Post  preferisce invece aprire sulla politica interna americana e poi passare solo in seconda battuta al caso della decadenza del Cavaliere. E sulla "resistenza" di Berlusconi il giornale di Washington è possibilista: "Anche se Berlusconi non avrà più un seggio in Parlamento - scrive il giornalista - in molti si aspettano che resti comunque influente nella politica italiana". Grancassa decadenza sul quotidiano spagnolo El Pais, che dedica un'apertura a 8 colonne a Berlusconi e un corposo dossier che ricorda - passo dopo passo - tutta la storia del Cavaliere, dalla sua discesa in campo all'espulsione dal Senato. Corredano il dossier due gallery di immagini. L'incipit dell'articolo principale del quotidiano progressista spagnolo ha toni molto ironici: "Dicono che (Berlusconi) non dorma da molti giorni, che alterna momenti di depressione profonda con altri di un'euforia spropositata che lo porta a esclamare: "Giuro che tornerò a Palazzo Chigi [la sede del Governo]. Il sempre teatrale Silvio Berlusconi sta perdendo la bussola. E, a pensarci bene, questa non è una sorpresa". Meno ironico e più ottimista per le sorti del Cavaliere il quotidiano El Mundo , di area conservatrice. In un editoriale a firma di Miguel Cabanillas che commenta la notizia sulla decadenza pubblicata in apertura dell'edizione online, si definisce Berlusconi "Un'araba fenice con molti epitaffi politici sulle spalle". Un politico sempre pronto a sorprendere e a rinascere. "Come un'araba fenice che rinasce dalle sue cenerei quando tutti lo danno per politicamente morto, il magnate italiano - scrive Cabanillas - non rinuncia al pedigree della sua vita che, nelle ultime due decadi, lo ha trasformato in uno dei leader più popolari nel mondo, idolatrato da una parte e odiato dall'altra". Infine, El Pais riporta le parole dell'ex premier italiano che oggi ha dichiarato: "La battaglia non è ancora finita". Fuoco di fila contro Berlusconi sui quotidiani francesi. Le Monde titola in apertura: "L'Italia senza Berlusconi" e pubblica un corposo dossier che include "I suoi 20 anni di processi" e un articolo sui "Fedelissimi che lo hanno abbandonato passando all'opposizione". Liberation pubblica la notizia tra le prime ma non in apertura e sottolinea il j'accuse di Berlusconi che si dice "vittima di una persecuzione" politica e giudiziaria. Per Le Figaro  (quotidiano conservatore) "Questo è l'ultimo atto di una discesa agli Inferi cominciata a novembre de 2011", quando Silvio Berlusconi fu "Attaccato dai mercati, umiliato al G20 di Cannes e congedato dal presidente Giorgio Napolitano che lo ha rimpiazzato al governo con l'economista Mario Monti. Apertura anche per O Globo , primo quotidiano brasiliano, che senza mezzi termini titola: "Il Senato italiano fa fuori Berlusconi" e poi pubblica un dossier che inizia con un articolo di commento che recita: "Berlusconi, la fine è arrivata", con fotografie di manifestanti anti-Cavaliere fuori dal Senato in attesa dell'esito della votazione. O Globo cita anche un twit di Beppe Grillo, che festeggia "cinguettando" la decadenza scrivendo: "Berlusconi è stato licenziato dal Senato. Uno di loro è fuori. Ora dobbiamo mandare a casa anche tutti gli altri". Infine, prima pagina per Berlusconi anche sui principali media turchi. Hurriyet scrive che "La decisione del Senato potrebbe essere uno spartiacque nella carriera del leader che ha dominato la politica italiana per due decenni". Il quotidiano di Ankara così commenta: "Il voto, che arriva dopo mesi di scontri politici, apre una fase incerta nella politica italiana, con il 77enne miliardario che si prepara a usare tutte le sue enormi risorse per attaccare la coalizione di Governo guidata dal premier Enrico Letta".

Urss, Kissinger, massoneria Ecco i misteri di Napolitano. Da dirigente Pci intrattenne rapporti riservati con Unione sovietica e Usa, dove andò durante il sequestro Moro. E da allora la "fratellanza" mondiale lo tratta con riguardo scrive Paolo Bracalini  su “Il Giornale”. «Il presidente Napolitano è stato sempre garante dei poteri forti a livello nazionale e degli equilibri internazionali sull'asse inclinato dal peso degli Stati Uniti» scrivono i giornalisti di inchiesta Ferruccio Pinotti (del Corriere della sera) e Stefano Santachiara (Il Fatto) in "I panni sporchi della sinistra" (ed. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano Chiarelettere). Il primo ritratto, di 60 pagine, è dedicato proprio al presidente della Repubblica («I segreti di Napolitano»), «l'ex ministro degli esteri del Pci» come lo definì Bettino Craxi interrogato dal pm Di Pietro nel processo Enimont. I rapporti con Mosca, quelli controversi con Berlusconi (il mensile della corrente migliorista del Pci, Il Moderno, finanziato da Fininvest, ma anche dai costruttori Ligresti e Gavio), e le relazioni oltreoceano, con Washington. Una storia complessa, dalla diffidenza iniziale del Dipartimento di Stato Usa e dell'intelligence americana («nel 1975 a Napolitano gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti»), alle aperture dell'ambasciata Usa a Roma, al «misterioso viaggio» di Napolitano negli Stati uniti nel '78, nei giorni del sequestro Moro, l'altro viaggio insieme a Occhetto nel 1989, fino «all'incontro festoso, molti anni dopo, nel 2001, a Cernobbio, con Henry Kissinger, ex braccio destro di Nixon, che lo saluta calorosamente: My favourite communist, il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: Il mio ex comunista preferito!». Il credito di Napolitano presso il mondo anglosassone si dipana nel libro-inchiesta anche su un fronte diverso, che Pinotti segue da anni, la massoneria, e che si intreccia con la storia più recente, in particolare con le dimissioni forzate di Berlusconi nel 2011, a colpi di spread e pressioni delle diplomazie internazionali. Su questo terreno gli autori fanno parlare diverse fonti, tra cui una, di cui non rivela il nome ma l'identikit: «Avvocato di altissimo livello, cassazionista, consulente delle più alte cariche istituzionali, massone con solidissimi agganci internazionali in Israele e negli Stati Uniti, figlio di un dirigente del Pci, massone, e lui stesso molto vicino al Pd». Il quale racconta: «Già il padre di Giorgio Napolitano è stato un importante massone, una delle figure più in vista della massoneria partenopea» (proprio nei giorni successivi all'uscita del libro sarebbe spuntata, dagli archivi di un'associazione massonica di primo piano, la tessera numerata del padre di Napolitano). Tutta la storia familiare di Napolitano è riconducibile all'esperienza massonica partenopea, che ha radici antiche e si inquadra nell'alveo di quella francese...». Avvocato liberale, poeta e saggista, Giovanni Napolitano avrebbe trasmesso al figlio Giorgio (legatissimo al padre) non solo l'amore per i codici «ma anche quello per la fratellanza» si legge. E poi: «Per quanto riguarda l'attuale presidente, negli ambienti massonici si sussurra da tempo di simpatie della massoneria internazionale nei confronti dell'unico dirigente comunista che a metà anni Settanta, all'epoca della Guerra fredda, sia stato invitato negli Stati Uniti a tenere un ciclo di lectures presso prestigiosi atenei. Napolitano sarebbe stato iniziato, in tempi lontani, direttamente alla «fratellanza» anglosassone (inglese o statunitense)». Da lì il passo ad accreditare la tesi, molto battuta in ambienti complottisti, di un assist guidato a Mario Monti, è breve, e viene illustrata da un'altra fonte, l'ex Gran maestro Giuliano Di Bernardo («criteri massonici nella scelta di Mario Monti») e da uno 007 italiano. L'asse di Berlusconi con Putin - specie sul dossier energia - poco gradito in certi ambienti, entra in questo quadro (fantapolitica?). Con un giallo finale nelle pagine del libro, raccontato dalla autorevole fonte (senza nome): Putin avrebbe dato a Berlusconi delle carte su Napolitano. Se queste carte esistono, riguardano più i rapporti americani di Napolitano che quelli con i russi». Materiale per una avvincente spy story su Berlusconi, Napolitano, Monti, Putin, la Cia, il Bilderberg...

Il Cav fu costretto da Napolitano a dimettersi perché voleva che l'Italia uscisse dall'euro, scrive Magdi Cristiano Allam  su “Il Giornale”. Alla luce delle recenti rivelazioni, si conferma che il 12 novembre 2011 Berlusconi fu costretto da Napolitano a dimettersi da presidente del Consiglio, pur in assenza di un voto di sfiducia del Parlamento, perché in seno ai vertici dell'Ue aveva ventilato la possibilità che l'Italia esca dall'euro. Di fatto fu un colpo di Stato ordinato dai poteri forti in seno all'Unione europea e alla Bce, innanzitutto la Germania di Angela Merkel, manovrando l'impennata dello spread (il differenziale tra Btp-Bund) che sfiorò i 600 punti alimentando un clima di terrorismo finanziario, politico e mediatico, con la connivenza dei poteri finanziari speculativi che determinarono il crollo delle azioni Mediaset in Borsa, realizzato con un comportamento autocratico di Napolitano che in quattro giorni ottenne le dimissioni di Berlusconi, nominò Mario Monti senatore a vita e lo impose a capo di un governo tecnocratico a cui lo stesso Berlusconi fu costretto a dare fiducia. Questo complotto contro il governo legittimo di uno Stato sovrano va ben oltre l'ambito personale. Lorenzo Bini Smaghi, membro del Comitato esecutivo della Bce dal giugno 2005 al 10 novembre 2011, a pagina 40 del suo recente libro Morire d'austerità rivela: «Non è un caso che le dimissioni del primo ministro greco Papandreou siano avvenute pochi giorni dopo il suo annuncio di tenere un referendum sull'euro e che quelle di Berlusconi siano anch'esse avvenute dopo che l'ipotesi di uscita dall'euro era stata ventilata in colloqui privati con i governi degli altri Paesi dell'euro». Hans-Werner Sinn, presidente dell'Istat tedesco, durante il convegno economico Fuehrungstreffen Wirtschaft 2013 organizzato a Berlino dal quotidiano Sueddeutsche Zeitung, ha rivelato negli scorsi giorni: «Sappiamo che nell'autunno 2011 Berlusconi ha avviato trattative per far uscire l'Italia dall'euro». Lo stesso Berlusconi, intervenendo sabato scorso a un raduno della Giovane Italia, ha rivelato: «Oggi operiamo con una moneta straniera, che è l'euro»; «Siamo nelle stesse condizioni dell'Argentina che emetteva titoli in dollari»; «Il Giappone ha un debito pubblico del 243% rispetto al Pil ma ha sovranità monetaria»; «Le mie posizioni nell'Ue hanno infastidito la Germania»; «La Germania ordinò alle sue banche di vendere i titoli italiani per far salire lo spread, provocando l'effetto gregge»; «Nel giugno 2011 Monti e Passera preparavano già il programma del governo tecnico»; «Nel 2011 ci fu una volontà precisa di far fuori il nostro governo»; «Al Quirinale mi dissero che per il bene del Paese avrei dovuto cedere la guida del governo ai tecnici». Nessuno si illude che la magistratura, ideologicamente schierata a favore della sinistra, interverrà per sanzionare Napolitano (che è il presidente del Csm) o per salvaguardare la sovranità nazionale dell'Italia dalla dittatura dell'Eurocrazia e della finanza globalizzata. Dobbiamo prendere atto che siamo in guerra. Abbiamo perso del tutto la sovranità monetaria, all'80% la sovranità legislativa e ci stanno spogliando della sovranità nazionale. Berlusconi, a 77 anni, limitato sul piano dell'agibilità politica, può oggi dare un senso alto alla sua missione politica contribuendo con tutto il suo carisma e le sue risorse al riscatto della nostra sovranità monetaria, legislativa, giudiziaria e nazionale dalla schiavitù dell'euro, dalla sudditanza di questa Ue alla Germania, ai banchieri e ai burocrati, dalla partitocrazia consociativa che ha ucciso la democrazia sostanziale e lo Stato di diritto, perpetuando uno Stato onerosissimo che impone il più alto livello di tassazione al mondo che finisce per condannare a morte le imprese. Ma bisogna rompere ogni indugio schierandosi con imprenditori, famiglie, sindaci e forze dell'ordine, promuovendo subito la rete di tutti coloro che condividono la missione di salvare gli italiani e far rinascere l'Italia libera, sovrana e federalista. Zapatero rivela: il Cav obiettivo di un attacco dei leader europei.

In un libro l'ex premier spagnolo svela i retroscena del G20 di Cannes nel 2011 e il pressing sull'Italia per accettare i diktat Fmi: "Si parlava già di Monti", scrive Riccardo Pelliccetti su “Il Giornale”. Vorremmo dire «clamoroso», ma non è così perché sapevamo da tempo, e lo abbiamo più volte scritto, che non solo in Italia ma anche dall'estero arrivavano pesanti pressioni per far fuori Silvio Berlusconi. L'ultima prova, che conferma la volontà di rovesciare un governo democraticamente eletto, la rivela l'ex premier spagnolo Luis Zapatero, che nel libro El dilema (Il dilemma), presentato a Madrid, porta alla luce inediti retroscena sulla crisi che minacciò di spaccare l'Eurozona. Il 3 e 4 novembre 2011 sono i giorni ad altissima tensione del vertice del G-20 a Cannes, sulla Costa Azzurra. Tutti gli occhi sono puntati su Italia e Spagna che, dopo la Grecia, sono diventate l'anello debole per la tenuta dell'euro. Il presidente americano Barack Obama e la cancelliera tedesca Angela Merkel mettono alle corde Berlusconi e Zapatero, cercando di imporre all'Italia e alla Spagna gli aiuti del Fondo monetario internazionale. I due premier resistono, consapevoli che il salvataggio da parte del Fmi avrebbe significato accettare condizioni capestro e cedere di fatto la sovranità a Bruxelles, com'era già accaduto con Grecia, Portogallo e Cipro. Ma la Germania con gli altri Paesi nordici, impauriti dagli attacchi speculativi dei mercati, considerano il vertice di Cannes decisivo e vogliono risultati a qualsiasi costo. Le pressioni sono altissime. Zapatero descrive la cena del 3 novembre, con il tavolo «piccolo e rettangolare per favorire la vicinanza e un clima di fiducia». Ma l'atmosfera è esplosiva. «Nei corridoi si parlava di Mario Monti», rivela il premier spagnolo. Già, Monti. Che solo una settimana dopo sarà nominato senatore a vita da Napolitano e che il 12 novembre diventerà premier al posto di Berlusconi. Il piano era già congegnato, con il Quirinale pronto a soggiacere ai desiderata dei mercati e di Berlino. La Merkel domanda a Zapatero se sia disponibile «a chiedere una linea di credito preventiva di 50 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale, mentre altri 85 sarebbero andati all'Italia. La mia risposta fu diretta e chiara: no», scrive l'ex premier spagnolo. Allora i leader presenti concentrano le pressioni sul governo italiano perché chieda il salvataggio, sperando di arginare così la crisi dell'euro. «C'era un ambiente estremamente critico verso il governo italiano», ricorda Zapatero, descrivendo la folle corsa dello spread e l'impossibilità da parte del nostro Paese di finanziare il debito con tassi che sfiorano il 6,5 per cento. Insomma, i leader del G-20 sono terrorizzati dai mercati e temono che il contagio possa estendersi a Paesi europei come la Francia se non prendono il toro per le corna. Il toro in questo caso è l'Italia. «Momenti di tensione, seri rimproveri, invocazioni storiche, perfino invettive sul ruolo degli alleati dopo la seconda guerra mondiale...», caratterizzano il vertice. «Davanti a questo attacco - racconta l'ex leader socialista spagnolo - ricordo la strenua difesa, un catenaccio in piena regola» di Berlusconi e del ministro dell'Economia Giulio Tremonti. «Entrambi allontanano il pallone dall'area, con gli argomenti più tecnici Tremonti o con le invocazioni più domestiche di Berlusconi», che sottolinea la capacità di risparmio degli italiani. «Mi è rimasta impressa una frase che Tremonti ripeteva: conosco modi migliori di suicidio». Alla fine si raggiunge un compromesso, con Berlusconi che accetta la supervisione del Fmi ma non il salvataggio. Ma tutto ciò costerà caro al Cavaliere. «È un fatto - sostiene Zapatero - che da lì a poco ebbe effetti importantissimi sull'esecutivo italiano, con le dimissioni di Berlusconi, dopo l'approvazione della Finanziaria con le misure di austerità richieste dall'Unione europea, e il successivo incarico al nuovo governo tecnico guidato da Mario Monti».

Un governo, ora sappiamo con certezza, eletto da leader stranieri nei corridoi di Cannes e non dalla volontà popolare degli italiani. Verrà un giorno in cui l’Italia troverà il coraggio e l’onestà di rileggere (alcuni, se la coscienza li soccorrerà, lo faranno non senza vergogna) la storia di questi giorni, prima ancora di dedicarsi all’analisi del cosiddetto ventennio di Silvio Berlusconi. Perché è da qui, dai giorni tristi e terribili dell’umiliazione del Diritto, che bisognerà partire per spiegare come sia stato possibile arrivare al sabbah giacobino contro il Cavaliere al Senato in barba a regole, buon senso e dignità, scrive Giorgio Mulè, direttore di “Panorama”, nel suo editoriale. Era cominciato tutto dopo la sentenza di condanna del 2 agosto emessa (prima anomalia) da una sezione feriale della Cassazione, presieduta da un magistrato chiacchierone (seconda anomalia) che non avrebbe dovuto giudicare l’ex premier. Una sentenza in palese contraddizione con i verdetti di due sezioni «titolari» della Suprema corte (terza anomalia) che avevano valutato le stesse identiche prove nella vicenda della compravendita dei diritti televisivi giungendo alla conclusione opposta, e cioè che l’ex premier era innocente. Ma innocente nel profondo, senza ombra di dubbio e senza nemmeno una formula dubitativa che, come un sigaro, non si nega mai a nessuno. Una classe politica prigioniera della sua mediocrità e ossessionata dalla presenza di Berlusconi non poteva far altro che cogliere l’occasione. A cominciare da Beppe Grillo e dai suoi accoliti, arrivati in Parlamento con l’ambizioso programma fondato sull’eliminazione del Cav. Così, dal 2 agosto, è iniziata una corsa orgiastica e forsennata per liberarsi dell’odiato Caimano. In prima fila, a battere il tamburo per la caccia grossa, ci sono stati sempre loro, gli avanguardisti della Repubblica con i cugini del Fatto quotidiano, la falange editoriale che tiene al guinzaglio la mejo sinistra e che ha sempre vissuto con il complesso di disfarsi del male assoluto incarnato nell’uomo di Arcore. Il tutto portato avanti con la solita tecnica becera delle inchieste da buco della serratura grazie all’ausilio di compiacenti magistrati (quarta anomalia), della lettura distorta degli atti, del moralismo ipocrita un tanto al chilo e a senso unico. Una sentina maleodorante spacciata per giornalismo nobile dove si sorvola se a finire accusato di gravissimi reati c’è Carlo De Benedetti. Chi poteva fermare questa ordalia non l’ha fatto. Avrebbe potuto e dovuto farlo Giorgio Napolitano, in virtù dell’alto ed esclusivo ruolo che gli assegna la Costituzione. Avrebbe dovuto usare la tanto sbandierata moral suasion (quinta anomalia) per ricondurre alla ragione i sanculotti del suo ex partito e provare nell’ardua impresa di riuscirci con gli attuali maggiorenti; a cominciare da Matteo Renzi che scimmiotta Fonzie, si indigna per una battuta in un cartone animato dei Simpson e non si rende conto di essere la copia spiccicata (per la profondità delle riflessioni…) del simpatico Kermit, il leader indiscusso dei pupazzi del Muppet show. E invece dal Colle sono venute fuori interpretazioni pelose delle procedure e più o meno pubblici risentimenti per le sacrosante lamentele espresse da un Berlusconi profondamente deluso. Bisogna prendere atto chiaramente che Napolitano poteva concedere la grazia al Cavaliere e non solo per la pena principale ma anche per quella accessoria, cioè l’interdizione dai pubblici uffici, eventualità da lui espressamente negata nella lunga nota del 13 agosto. Non è vero che per la concessione del beneficio fosse necessario aver accettato la sentenza o aver iniziato a espiare la pena (sesta anomalia). È una balla. Il 5 aprile di quest’anno, il Quirinale comunicava: «Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ai sensi dell’articolo 87, comma 11, della Costituzione, ha oggi concesso la grazia al colonnello Joseph L. Romano III, in relazione alla condanna alla pena della reclusione (7 anni, ndr) e alle pene accessorie (interdizione perpetua dai pubblici uffici, ndr) inflitta con sentenza della Corte d’Appello di Milano del 15 dicembre 2010, divenuta irrevocabile il 19 settembre 2012. La decisione è stata assunta dopo aver acquisito la documentazione relativa alla domanda avanzata dal difensore avvocato Cesare Graziano Bulgheroni, le osservazioni contrarie del procuratore generale di Milano e il parere non ostativo del ministro della Giustizia». Per la cronaca: il colonnello era fra gli imputati del rapimento e delle  successive  torture  dell’imam  Abu  Omar,  non  si  è  presentato  mai    al  processo,  non  ha  mai  confessato  alcunché,  non  si  è  mai  pentito  del  gesto,  non  ha  chiesto  scusa  a  nessuno,  non  ha  mai  scontato  un giorno  di  carcere  e  per  la  giustizia  italiana  era  un  latitante  al  pari del  superboss  Matteo  Messina  Denaro.  La  grazia  giunse  dal  Colle dopo  appena  7  mesi  dalla  pronuncia  definitiva  della  Cassazione e  con  il  parere  contrario  dei  magistrati. C’è  ancora  qualche  anima  bella  o  dannata  disposta  a  sostenere  la  tesi  che  il  presidente  della  Repubblica  non  poteva  adottare  lo stesso  metodo  nei  confronti  di  Silvio  Berlusconi?  Chiamiamo  le cose  con  il  loro  nome:  è  mancato  il  coraggio  per  concedere  la grazia.  Il  provvedimento  avrebbe  aperto  una  fase  nuova  nella storia  di  questo  Paese,  sarebbe  stato  l’atto  di  non  ritorno  verso la  pacificazione  dopo  vent’anni  di  guerra  combattuta  nel  nome dell’eliminazione  per  via  giudiziaria  del  Cavaliere  il  quale,  statene certi,  avrebbe  abbandonato  la  politica  attiva.  Il  capo  dello  Stato ha  avuto  l’opportunità  di  consegnarsi  alla  storia  e  non  l’ha  fatto.  E solo  quando  giungerà  quel  famoso  giorno  in  cui  gli  avvenimenti  di oggi  potranno  essere  riletti  senza  veli  e  senza  partigianerie  capiremo se  al  suo  mancato  gesto  dovremo  aggiungere  i  caratteri  poco commendevoli  del  cinismo,  della  pavidità  o  del  calcolo  politico. Nel  quadro  tenebroso  dell’oggi  trova  un  posto  nitido  Enrico Letta,  il  presidente  del  Consiglio  che  ha  conferito  a  questo  Paese una  stabilità  degna  di  un  cimitero,  come  ha  giustamente  notato il  Wall  Street  Journal.  Incapace  di  avviare  le  riforme  oramai  improcrastinabili per  l’Italia,  Letta  non  è  stato  neppure  capace  di imporre  il  più  impercettibile  distinguo  sulla  giustizia  (settima anomalia)  ed  è  rimasto  avvinghiato  al  doroteismo  stucchevole di  una  linea  che  voleva  tenere  distinte  la  vicenda  di  Berlusconi e  le  sorti  dell’esecutivo  quando  anche  un  bambino  ne  coglieva l’intimo  intreccio.  Ma  i  bambini,  si  sa,  hanno  la  vista  lunga.  E  ora tutti  sanno,  anche  quelli  dell’asilo,  che  l’unico  orizzonte  di  Letta non  è  quello  di  varare  le  riforme,  giustizia  compresa,  ma  quello di  mantenere  il  potere. E  infatti  eccoci  all’ottava  anomalia,  Angelino  Alfano:  ha mollato  il  Pdl  per  fondare  il  Nuovo  centrodestra,  che  al  momento si  distingue  solo  per  la  fedeltà  interessata  al  governo.  Sarebbe toccato  proprio  ad  Angelino  costringere  Napolitano  e  Letta  a guardare  la  realtà,  a  spalancare  gli  occhi  sullo  scempio  del  diritto che  si  stava  consumando,  a  denunciare  con  argomenti  solidi  e  di verità  l’inganno  di  una  procedura  interpretata  in  maniera  torbida e  manigolda.  Come  quella  della  retroattività  della  legge  Severino sulla  decadenza  (nona  anomalia),  che  una  pletora  di  giuristi  e politici  di  buon  senso  non  affini  ma  certamente  lontani  dal  mondo berlusconiano  voleva  affidare  al  vaglio  della  Corte  costituzionale per  un’interpretazione  autentica. Anche  per  questo  motivo  il luogotenente  del  Cav  avrebbe  dovuto  elevare  il  caso  B  a  caso internazionale,  avrebbe  dovuto  sfidare  in  campo  aperto  i  satrapi dell’informazione  truccata.  E  invece  ha  preferito  chinarsi  sulla propria  poltroncina,  talmente  affascinato,  e  impaurito  di  perderla, da  consumare  lo  strappo  di  ogni  linea  politica  e  di  ogni  rapporto umano  con  il  proprio  leader. Napolitano,  Letta,  Alfano:  in  questo  triangolo  delle  Bermude, che  si  autoalimenta  nel  nome  dello  status  quo  e  di  un  governo fatto  solo  di  tasse  e  bugie,  c’è  finito  Silvio  Berlusconi.  E  la  conclusione della  storia  è  stata  ovvia:  l’hanno  inghiottito,  macinato  ed espulso  senza  tanti  complimenti.  Neppure  il  colpo  di  reni  finale hanno  sfruttato  i  tre  del  triangolo  mortale,  quello  offerto  dalle nuove  prove  squadernate  dall’ex  premier  per  chiedere  la  revisione del  processo.  Un  percorso  perfettamente  legalitario,  quello del  Cav,  condotto  all’interno  del  perimetro  disegnato  dal  Codice di  procedura  penale  e  che  avrebbe  dovuto  fermare  la  mannaia dell’espulsione  dal  Senato.  Per  mille  motivi,  ma  soprattutto  per una  possibile  e  atroce  beffa:  se  la  Corte  d’appello  darà  ragione al  Cavaliere  e  lo  proscioglierà,  lui  si  troverà  già  fuori  da  Palazzo Madama.  E  nessuno  potrà  dirgli:  «Prego,  ci  scusi,  si  accomodi  e riprenda  il  suo  posto».  Con  il  corollario  non  secondario  che,  senza lo  scudo  da  senatore,  i  picadores  in  toga  potranno  infilzare  il  Cav e  compiere  l’ultimo  sfregio:  l’arresto  (decima  anomalia). In  questa  cornice  assai  triste  tocca  togliersi  il  cappello  di  fronte al  coraggio  di  Francesco  Boccia,  deputato  del  Pd  di  prima  fila (almeno  fino  al  9  dicembre,  quando  Matteo  «Kermit»  si  presenterà sul  palco  della  segreteria  del  partito)  che  martedì  26  novembre, dopo  aver  visto  gli  elementi  esposti  da  Berlusconi,  ha  dichiarato: «Se  fosse  così  mi  aspetto  una  revisione  del  processo  come  per qualsiasi  altro  cittadino».  E  ancora:  «In  un  Paese  normale  si  sarebbe aspettata  la  delibera  della  Corte  costituzionale  sull’interpretazione della  legge  Severino».  Un  Paese  normale  questo?  È  una  battutona, ditelo  a  Matteo  «Kermit»,  che  magari  se  la  rivende.  Dovrà  fare  in  fretta, però.  Perché  adesso  inizia  un’altra  faida,  che  lo  metterà  contro Letta  e  Napolitano.  I  tre  non  possono  convivere:  i  loro  interessi  non sono  convergenti,  i  loro  orizzonti  non  corrispondono.  Per  questo, già  prima  dell’8  dicembre,  ne  vedremo  delle  belle.  Sarà  il  seguito della  politica  da  avanspettacolo  che  ci  hanno  rifilato  negli  ultimi mesi.  Successe  più  o  meno  la  stessa  cosa  ai  tempi  di  monsieur  de Robespierre  e  dei  giacobini.  Fatto  fuori  il  re,  si  illusero  di  avere  la Francia  in  pugno.  Manco  per  niente.  Iniziarono  a  scannarsi  l’un l’altro.  Fin  quando  un  giorno  accompagnarono  Robespierre,  l’Incorruttibile, al  patibolo.  Gli  gridavano  dietro:  «Morte  al  tiranno». Avete  capito  la  storia?

Dopo gli Anni di piombo e le decine di magistrati uccisi dalle Brigate rosse e dall'eversione di destra e di sinistra la corrente di Md più vicina al Partito comunista scala le gerarchie della magistratura e impone il suo diktat, come racconta al Giornale un ex giudice di Md: «Serve una giurisprudenza alternativa per legittimare la lotta di classe e una nuova pace sociale». Ma serviva una legittimazione incrociata. Non dallo Stato né dal popolo, ma da quel Pci diventato Pds in crisi d'identità dopo il crollo del Muro di Berlino. Tangentopoli nacque grazie a un matrimonio d'interessi e un nemico comune: Bettino Craxi.

Quell'abbraccio tra Pci e Md che fece scattare Mani pulite. Magistratura democratica pianificò l'alleanza col Pds sul giustizialismo per ridare smalto alle toghe e offrire agli eredi del Pci il ruolo di moralizzatore contro la corruzione in Italia, scrive Sergio d'Angelo  su “Il Giornale”. «La piattaforma politico-programmatica elaborata per la nuova Magistratura democratica poteva convincere ed attirare buona parte dei giovani magistrati, cresciuti politicamente e culturalmente nel crogiolo sessantottino. Ma bisognava fornire a Md una base giuridica teorica che potesse essere accettata dal mondo accademico e da una parte consistente della magistratura. Ancora una volta fu la genialità di Luigi Ferrajoli a trovare una risposta: «La giurisprudenza alternativa (...) è diretta ad aprire e legittimare (...) nuovi e più ampi spazi alle lotte delle masse in vista di nuovi e alternativi assetti di potere (...). Una formula che configura il giudice come mediatore dei conflitti in funzione di una pace sociale sempre meglio adeguata alle necessità della società capitalistica in trasformazione». In qualunque democrazia matura la prospettiva tracciata da Ferrajoli non avrebbe suscitato altro che una normale discussione accademica tra addetti ai lavori: ma la verità dirompente era tutta italiana. Celato da slogan pseudorivoluzionari, il dibattito nel corpo giudiziario ad opera di Md negli anni '70 e '80 presentava questo tema fondamentale: a chi spetta assicurare ai cittadini nuovi fondamentali diritti privati e sociali? Al potere politico (e di quale colore) attraverso l'emanazione di norme (almeno all'apparenza) generali ed astratte, o all'ordine giudiziario con la propria giurisprudenza «alternativa»? Un dubbio devastante cominciò a infiltrarsi tra i magistrati di Md. Se la magistratura (o almeno la sua parte «democratica») era una componente organica del movimento di classe e delle lotte proletarie, allora da dove proveniva la legittimazione dei giudici a «fare giustizia»? Dallo Stato (come era quasi sempre accaduto), che li aveva assunti previo concorso e li pagava non certo perché sovvertissero l'ordine sociale? Dal popolo sovrano? Da un partito? Quelli furono anni tragici per l'Italia. Tutte le migliori energie della magistratura furono indirizzate a combattere i movimenti eversivi che avevano scelto la lotta armata e la sfida violenta allo Stato borghese: i giudici «democratici» pagarono un prezzo elevato, l'ala sinistra della corrente di Md rimase isolata mentre l'ala filo-Pci di Md mantenne un basso profilo. Dell'onore postumo legato al pesante prezzo di sangue pagato dai giudici per mano brigatista beneficiarono indistintamente tutte le correnti dell'ordine giudiziario, compresa Md e la magistratura utilizzò questo vernissage per rifarsi un look socialmente accettabile. Solo la frazione di estrema sinistra di Md ne fu tagliata fuori, e questo determinò - alla lunga - la sua estinzione. Alcuni furono - per così dire - «epurati»; a molti altri fu garantito un cursus honorum di tutto rispetto, che fu pagato per molti anni a venire (Europarlamento, Parlamento nazionale, cariche prestigiose per chi si dimetteva, carriere brillanti e fulminee per altri). Quelli che non si rassegnarono furono di fatto costretti al silenzio e poi «suicidati» come Michele Coiro, già procuratore della Repubblica di Roma, colpito il 22 giugno 1997 da infarto mortale, dopo essere stato allontanato dal suo ruolo (promoveatur ut amoveatur) dal Csm. L'ala filo Pci/Pds di Md, vittoriosa all'interno della corrente, non era né poteva diventare un partito, in quanto parte della burocrazia statale. Cercava comunque alleati per almeno due ragioni: difendere e rivalutare un patrimonio di elaborazione teorica passato quasi indenne attraverso il terrorismo di estrema sinistra e la lotta armata e garantire all'intera «ultracasta» dei magistrati gli stessi privilegi (economici e di status) acquisiti nel passato, pericolosamente messi in discussione fin dai primi anni '90. Questo secondo aspetto avrebbe di sicuro assicurato alla «nuova» Md l'egemonia (se non numerica certo culturale) sull'intera magistratura associata: l'intesa andava dunque trovata sul terreno politico, rivitalizzando le parole d'ordine dell'autonomia e indipendenza della magistratura, rivendicando il controllo di legalità su una certa politica e proclamando l'inscindibilità tra le funzioni di giudice e pubblico ministero. Non ci volle molto ad individuare i partiti «nemici» e quelli potenzialmente interessati ad un'alleanza di reciproca utilità. Alla fine degli anni '80 il Pci sprofondò in una gravissima crisi di identità per gli eventi che avevano colpito il regime comunista dell'Urss. Non sarebbe stato sufficiente un cambiamento di look: era indispensabile un'alleanza di interessi fondata sul giustizialismo, che esercitava grande fascino tra i cittadini, in quanto forniva loro l'illusione di una sorta di Nemesi storica contro le classi dirigenti nazionali, che avevano dato pessima prova di sé sotto tutti i punti di vista. La rivincita dei buoni contro i cattivi, finalmente, per di più in forme perfettamente legali e sotto l'egida dei «duri e puri» magistrati, che si limitavano a svolgere il proprio lavoro «in nome del popolo». Pochi compresero che sotto l'adempimento di un mero dovere professionale poteva nascondersi un nuovo Torquemada. Il Pci/Pds uscì quasi indenne dagli attacchi «dimostrativi» (tali alla fine si rivelarono) della magistratura che furono inseriti nell'enorme calderone noto come Mani Pulite: d'altronde il «vero» nemico era già perfettamente inquadrato nel mirino: Bettino Craxi. Chi scrive non è ovviamente in grado di dire come, quando e ad opera di chi la trattativa si sviluppò: ma essa è nei fatti, ed è dimostrata dal perfetto incastrarsi (perfino temporale) dei due interessi convergenti. Naturalmente esistono alleanze che si costituiscono tacitamente, secondo il principio che «il nemico del mio nemico è mio amico», e non c'è bisogno di clausole sottoscritte per consacrarle. Quando il pool graziò il Pds e i giudici diventarono casta. Mani pulite con la regia di Md sfiorò il partito per dimostrare che avrebbe potuto colpire tutti Il Parlamento si arrese, rinunciando all'immunità. E così consegnò il Paese ai magistrati - continua Sergio d'Angelo su “Il Giornale”. - Per rendersi credibile alla magistratura, il tacito accordo tra Md e Pds avrebbe dovuto coinvolgere magistrati della più varia estrazione e provenienza politica e culturale. Nel 1989 era entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale che apriva la strada ad un'attività dell'accusa priva di qualunque freno, nonostante l'introduzione del Gip (giudice delle indagini preliminari), in funzione di garanzia dei diritti della difesa. C'è un significativo documento - intitolato I mestieri del giudice - redatto dalla sezione milanese di Md a conclusione di un convegno tenutosi a Renate il 12 marzo 1988, in casa del pm Gherardo Colombo. In quel testo l'allora pm di Milano Riccardo Targetti tracciò una netta distinzione tra «pm dinamico» e «pm statico», schierandosi naturalmente a favore della prima tipologia, come il nuovo codice gli consentiva di fare. Che cosa legava tra loro i componenti del pool Mani pulite? Nulla. Che Gerardo D'Ambrosio (chiamato affettuosamente dai colleghi zio Jerry) fosse «vicino» al Pci lo si sapeva (lui stesso non ne faceva mistero), ma non si dichiarò mai militante attivo di Md. Gherardo Colombo era noto per aver guidato la perquisizione della villa di Licio Gelli da cui saltò fuori l'elenco degli iscritti alla P2: politicamente militava nella sinistra di Md, anche se su posizioni moderate. Piercamillo Davigo era notoriamente un esponente di Magistratura indipendente, la corrente più a destra. Francesco Greco era legato ai gruppuscoli dell'estrema sinistra romana (lui stesso ne narrava le vicende per così dire «domestiche»), ma nel pool tenne sempre una posizione piuttosto defilata. Infine, Di Pietro, una meteora che cominciò ad acquistare notorietà per il cosiddetto «processo patenti» (che fece piazza pulita della corruzione nella Motorizzazione civile di Milano) e l'informatizzazione accelerata dei suoi metodi di indagine, per la quale si avvalse dell'aiuto di due carabinieri esperti di informatica. Il 28 febbraio 1993, a un anno dall'arresto di Mario Chiesa, cominciano a manifestarsi le prime avvisaglie di un possibile coinvolgimento del Pds nell'inchiesta Mani pulite con il conto svizzero di Primo Greganti alias «compagno G» militante del partito, che sembra frutto di una grossa tangente. Il 6 marzo fu varato il decreto-legge Conso che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti. Il procuratore Francesco Saverio Borrelli va in tv a leggere un comunicato: la divisione dei poteri nel nostro Paese non c'era più. Il presidente Oscar Luigi Scalfaro si rifiuta di firmare il decreto, affossandolo. Alla fine di settembre il cerchio sembra stringersi sempre di più intorno al Pds, per tangenti su Malpensa 2000 e metropolitana milanese: tra smentite del procuratore di Milano Borrelli e timori di avvisi di garanzia per Occhetto e D'Alema, la Quercia è nel panico. Il 5 ottobre Il Manifesto titola I giudici scagionano il Pds: l'incipit dell'articolo - a firma Renata Fontanelli - è il seguente: «. La posizione di Marcello Stefanini, segretario amministrativo della Quercia e parlamentare, verrà stralciata e Primo Greganti (il «compagno G») verrà ritenuto un volgare millantatore. Il gip Italo Ghitti (meglio noto tra gli avvocati come «il nano malefico») impone alla Procura di Milano di indagare per altri quattro mesi poi il 26 ottobre come titola il Manifesto a pagina 4 titola D'Ambrosio si ritira dal pool per impedire speculazioni sui suoi rapporti «amicali» con il Pds. Quali indicazioni si possono trarre da questa vicenda? Il pool dimostrò che la magistratura sarebbe stata in grado di colpire tutti i partiti, Pds compreso; la Quercia era ormai un partito senza ideologia e il suo elettorato si stava fortemente assottigliando (era al 16%): c'era dunque la necessità di trovare un pensiero politico di ricambio, che poteva venire solo dall'esterno; nessuna forza politica avrebbe mai potuto modificare l'assetto istituzionale nonché l'ordinamento giudiziario senza il consenso della magistratura; alla magistratura fu fatto quindi comprendere che l'unico modo di conservare i propri privilegi sarebbe stato quello di allearsi con un partito in cerca di ideologia. Il Psi con Bettino Craxi, Claudio Martelli e Giuliano Amato avevano minacciato o promesso un drastico ridimensionamento dei poteri e privilegi dell'ordine giudiziario. Ma la reazione delle toghe fu tanto forte da indurre un Parlamento letteralmente sotto assedio e atterrito a rinunciare ad uno dei cardini fondamentali voluto dai costituenti a garanzia della divisione dei poteri: l'immunità parlamentare. A questo punto il pallino passò al Pds, che non tardò a giocarselo. Senza una vera riforma il Paese resterà ostaggio del potere giudiziario. I giudici sono scesi in guerra per non rinunciare ai privilegi, guidati dalla nuova "giustizia di classe" che Md è riuscita a imporre alle toghe. È arrivato il momento di tirare le somme su quanto è accaduto tra magistratura e politica negli ultimi venti anni. Magistratura democratica avrebbe dovuto rappresentare una componente del «movimento di classe» antagonista allo sviluppo capitalistico della società. L'ala filo-Pci della corrente fu decisamente contraria a questa scelta così netta, e per molti anni praticò una sorta di «entrismo» (né aderire né sabotare). La scelta di classe operata dalla sinistra di Md presentava rischi pesantissimi di isolamento all'interno della magistratura e tra le forze politiche egemoni nella sinistra, che la lotta armata delle brigate rosse evidenziò immediatamente nel corso degli anni '80 («né con lo Stato né con le Br? I brigatisti compagni che sbagliano?»). Alla fine degli Anni di piombo, in pratica l'ala «rivoluzionaria» della magistratura non esisteva già più, e quella filo-Pci ebbe campo libero. Il crollo dell'Urss gettò il partito egemone della sinistra nello sconcerto: il Pci non aveva più un'ideologia, né il cambiamento di sigla (Pds) poteva rivitalizzarlo. Al contrario, l'ala di Md filo Pci/Pds aveva costruito una immagine ed una ideologia di sé stessa - pagata anche col sangue di suoi aderenti di spicco - che poteva essere spesa su qualunque piazza, ma le mancava un alleato sotto la forma partito. L'interesse di entrambi era comunque troppo forte perché l'alleanza sfumasse, anche se non mancarono resistenze e ricatti reciproci: così, il Pci/Pds fu duramente minacciato (ed anche in piccola parte colpito) durante la stagione di Mani Pulite. Alla fine, intorno al 1994, l'alleanza andò in porto, e un partito senza ideologia accolse e fece propria (probabilmente senza salti di gioia) un'ideologia senza partito. Due ostacoli, tuttavia, si frapponevano tra questa alleanza e la conquista del potere: uno era il cosiddetto Caf (Craxi, Andreotti, Forlani); l'altro era interno alla magistratura, formato da tutti quei giudici che da sponde opposte si opponevano a questa operazione. Il primo ostacolo fu eliminato attraverso Mani pulite, al secondo si applicarono vari metodi; dal promoveatur ut amoveatur, ai procedimenti disciplinari, alla elevazione al soglio parlamentare eccetera. Così la magistratura più restia fu lusingata con l'obiettivo di mantenere i privilegi e la fetta di potere (anche economico) cui era stata abituata, al punto di farle accettare impunemente l'accordo che era sotto gli occhi di tutti. Il compito di questa Md era pressochè esaurito, in quanto il nemico principale (il Caf ma soprattutto Bettino Craxi) era stato abbattuto. Quando un nuovo nemico si presentò all'orizzonte, i cani da guardia dell'accordo (ora la magistratura nel suo complesso) non ci misero molto a tirar fuori zanne ed artigli, con l'appoggio del loro referente politico. Fantasie, opinioni personali, dirà qualcuno. Può darsi, ma certo occorre riflettere su tre punti cruciali dell'inchiesta Mani pulite, che sono - come tanti altri elementi - caduti nel dimenticatoio della Storia. Come abbiamo detto in precedenza, tra i membri del pool non c'era assolutamente nessuna identità culturale o «politica», e non può non destare perplessità la circostanza che essi furono messi insieme per compiere un'operazione così complessa e delicata: fu davvero per garantire il pluralismo e l'equidistanza fra i soggetti coinvolti o, come abbiamo sostenuto, per raccogliere e compattare tutte le diverse anime della magistratura? Quando esattamente fu costituito il pool? Al riguardo non abbiamo nessuna certezza, ma di sicuro esso esisteva già il 17 febbraio 1992, data dell'arresto di Mario Chiesa: chi, nei palazzi di giustizia milanesi e non solo, aveva la sfera di cristallo? L'allora console statunitense a Milano Peter Semler dichiarò di aver ricevuto da Antonio Di Pietro - nel novembre '91 - indiscrezioni sulle indagini in corso, il quale gli avrebbe anticipato l'arresto di Mario Chiesa (avvenuto nel febbraio '92) e l'attacco a Craxi e al Caf. In realtà, la magistratura nell'arco di oltre vent'anni e fino ai giorni nostri ha difeso sé stessa e il proprio status di supercasta: non già per motivi ideologico-politici bensì per autotutela da un nemico che appariva pericolosissimo. La casta, in altri termini, ha fatto e sempre farà quadrato a propria difesa, a prescindere dall'essere «toghe rosse» o di qualunque altro colore. L'accanimento contro Silvio Berlusconi riguarda - più che la sua persona - il ruolo da lui svolto ed il pericolo che ha rappresentato e potrebbe ancora rappresentare per la burocrazia giudiziaria e per gli eredi del Pci/Pds. Si può senz'altro convenire che i giudici Nicoletta Gandus (processo Mills), Oscar Magi (processo Unipol, per rivelazione di segreto istruttorio), Luigi de Ruggero (condanna in sede civile al risarcimento del danno per il lodo Mondadori in favore di De Benedetti) abbiano militato nella (ex) frazione di sinistra di Md, come pure il procuratore Edmondo Bruti Liberati (noto come simpatizzante del Pci/Pds): si può supporre che a quella corrente appartenga pure la presidente Alessandra Galli (processo di appello Mediaset). Nel novero dei giudici di sinistra si potrebbe anche ricomprendere la pm Boccassini: ma gli altri? Chi potrebbe attribuire in quota Md il giudice Raimondo Mesiano (primo processo con risarcimento del danno a favore di De Benedetti), il presidente Edoardo D'Avossa (I° grado del processo Mediaset), la presidente Giulia Turri (processo Ruby), il pm Fabio De Pasquale, il pm Antonio Sangermano, il presidente di cassazione Antonio Esposito e tutti gli altri che si sono occupati e si stanno occupando del «delinquente» Berlusconi? La verità è che la magistratura italiana da tempo è esplosa in una miriade di monadi fuori da qualunque controllo gerarchico e territoriale, essendo venuto meno (grazie anche al codice di procedura penale del 1989) perfino l'ultimo baluardo che le impediva di tracimare; quello della competenza territoriale, travolto dalla disposizione relativa alle cosiddette «indagini collegate» (ogni pm può indagare su tutto in tutto il Paese, salvo poi alla fine trasmettere gli atti alla Procura territorialmente competente). Ciascun pm è padrone assoluto in casa propria, e nessuno - nemmeno un capo dell'ufficio men che autorevole - può fermarlo. E la situazione non fa altro che peggiorare, come è sotto gli occhi di tutti coloro che sono interessati a vedere. La magistratura italiana - unica nel panorama dei Paesi occidentali democratici - è preda di un numero indeterminato di «giovani» (e meno giovani, ma anche meno sprovveduti) magistrati pronti a qualunque evenienza e autoreferenziali. Focalizzare l'attenzione solo su Magistratura democratica significa non cogliere appieno i pericoli che le istituzioni nazionali stanno correndo e correranno negli anni a venire, con o senza la preda Berlusconi.

L'ala «ex» comunista del Pd - dal canto suo - non può più abbandonare l'ideologia giustizialista, che ormai resta l'unica via che potrebbe portare quella forma-partito al potere. Una democrazia occidentale matura non può fare a meno di riflettere su questi temi, cercando una via di uscita dall'impasse politico-istituzionale in cui questo Paese si è infilato per la propria drammatica incoscienza, immaturità ed incapacità di governo: con buona pace di una ormai inesistente classe politica.» Sergio D'Angelo Ex giudice di Magistratura democratica.

A riguardo sentiamo il cronista che fa tremare i pm. "Sinistra ricattata dalle procure". Dopo 35 anni a seguire i processi nelle aule dei tribunali Frank Cimini è andato in pensione ma dal suo blog continua a svelare le verità scomode di Milano: "Magistrati senza controllo", scrive Luca Fazzo su “Il Giornale”. «Antonio Di Pietro è meno intelligente di me»: nel 1992, quando i cronisti di tutta Italia scodinzolavano dietro il pm milanese, Frank Cimini fu l'unico cronista giudiziario a uscire dal coro. Sono passati vent'anni, e Cimini sta per andare in pensione. Confermi quel giudizio? «Confermo integralmente». Sul motivo dell'ubriacatura collettiva dei mass media a favore del pm, Cimini ha idee precise: «C'era un problema reale, la gente non ne poteva più dei politici che rubavano, e la magistratura ha colto l'occasione per prendere il potere. Di Pietro si è trovato lì, la sua corporazione lo ha usato. Mani pulite era un fatto politico, lui era il classico arrampicatore sociale che voleva fare carriera. Infatti appena potuto si è candidato: non in un partito qualunque, ma nelle fila dell'unico partito miracolato dalle indagini». Uomo indubbiamente di sinistra, e anche di ultrasinistra («ma faccio l'intervista al Giornale perché sennò nessuno mi sta a sentire») Cimini (ex Manifesto, ex Mattino, ex Agcom, ex Tmnews) resterà nel palazzo di giustizia milanese come redattore del suo blog, giustiziami.it. E continuerà, dietro l'usbergo dell'enorme barba e dell'indipendenza, a dire cose per cui chiunque altro verrebbe arrestato. Sulla sudditanza degli editori verso il pool di Mani Pulite ha idee precise: «Gli editori in Italia non sono editori puri ma imprenditori che hanno un'altra attività, e come tali erano sotto scacco del pool: c'è stato un rapporto di do ut des. Per questo i giornali di tutti gli imprenditori hanno appoggiato Mani pulite in cambio di farla franca. Infatti poi l'unico su cui si è indagato in modo approfondito, cioè Berlusconi, è stato indagato in quanto era sceso in politica, sennò sarebbe stato miracolato anche lui. C'è stato un approfondimento di indagine, uso un eufemismo, che non ha pari in alcun paese occidentale. Ma lui dovrebbe fare mea culpa perché anche le sue tv hanno appoggiato la Procura». Da allora, dice Cimini, nulla è cambiato: nessuno controlla i magistrati. «Il problema è che la politica è ancora debole, così la magistratura fa quello che vuole. Il centrosinistra mantiene lo status quo perché spera di usare i pm contro i suoi avversari politici ma soprattutto perché gran parte del ceto politico del centrosinistra è ricattato dalle procure. Basta vedere come escono le cose, Vendola, la Lorenzetti, e come certe notizie spariscono all'improvviso». Nello strapotere della magistratura quanto conta l'ideologia e quanto la sete di potere? «L'ideologia non c'entra più niente, quella delle toghe rosse è una cavolata che Berlusconi dice perché il suo elettorato così capisce. Ma le toghe rosse non ci sono più, da quando è iniziata Mani pulite il progetto politico che era di Borrelli e non certo di Di Pietro o del povero Occhetto è stata la conquista del potere assoluto da parte della magistratura che ha ottenuto lo stravolgimento dello Stato di diritto con la legge sui pentiti. Un vulnus da cui la giustizia non si è più ripresa e che ha esteso i suoi effetti dai processi di mafia a quelli politici. Oggi c'è in galera uno come Guarischi che avrà le sue colpe, ma lo tengono dentro solo perché vogliono che faccia il nome di Formigoni». Conoscitore profondo del palazzaccio milanese, capace di battute irriferibili, Cimini riesce a farsi perdonare dai giudici anche i suoi giudizi su Caselli («un professionista dell'emergenza») e soprattutto la diagnosi impietosa di quanto avviene quotidianamente nelle aule: «Hanno usato il codice come carta igienica, hanno fatto cose da pazzi e continuano a farle». Chi passa le notizie ai giornali? «Nelle indagini preliminari c'è uno strapotere della Procura che dà le notizie scientemente per rafforzare politicamente l'accusa». E i cronisti si lasciano usare? «Se stessimo a chiederci perché ci passano le notizie, i giornali uscirebbero in bianco».

"La politica ha delegato alla magistratura tre grandi questioni politiche, il terrorismo, la mafia, la corruzione, e alcuni magistrati sono diventati di conseguenza depositari di responsabilità tipicamente politiche". A dirlo è Luciano Violante, ex presidente della Camera e esponente del Partito democratico. Secondo il giurista, inoltre, "la legge Severino testimonia il grado di debolezza" della politica perché non è "possibile che occorra una legge per obbligare i partiti a non  candidare chi ha compiuto certi reati". "È in atto un processo di spoliticizzazione della democrazia che oscilla tra tecnocrazia e demagogia", ha aggiunto, "Ne conseguono ondate moralistiche a gettone tipiche di un Paese, l’Italia, che ha nello scontro interno permanente la propria cifra caratterizzante". Colpa anche di Silvio Berlusconi, che "ha reso ancora più conflittuale la politica italiana", ma anche della sinistra che "lo ha scioccamente inseguito sul suo terreno accontentandosi della modesta identità antiberlusconiana". "Ma neanche la Resistenza fu antimussoliniana, si era antifascisti e tanto bastava", aggiunge. Quanto alle sue parole sulla legge Severino e la decadenza del Cavaliere, Violante aggiunge: "Ho solo detto che anche Berlusconi aveva diritto a difendersi. Quando ho potuto spiegarmi alle assemblee di partito ho ricevuto applausi, ma oggi vale solo lo slogan, il cabaret. Difficile andare oltre i 140 caratteri di Twitter". E sulle toghe aggiunge: "Pentiti e intercettazioni hanno sostituito la capacità investigativa. Con conseguenze enormi. Occorrerebbe indicare le priorità da perseguire a livello penale, rivedendo l’obbligatorietà dell’azione che è un’ipocrisia costituzionale resa necessaria dal fatto che i pubblici ministeri sono, e a mio avviso devono restare, indipendenti dal governo".

Io quelli di Forza Italia li rispetto, scrive Filippo Facci su “Libero Quotidiano”. Conoscendoli, singolarmente, li rispetto molto meno: ma nell'insieme potrebbero anche sembrare appunto dei lealisti, dei coerenti, delle schiene dritte, gente che ha finalmente trovato una linea del Piave intesa come Berlusconi, come capo, come leader, come rappresentante di milioni di italiani che non si può cancellare solo per via giudiziaria: almeno non così. Non con sentenze infarcite di «convincimenti» e prove che non lo sono. Dunque rispetto quelli di Forza Italia - anche se in buona parte restano dei cavalier-serventi - perché tentano di fare quello che nella Prima Repubblica non fu fatto per Bettino Craxi e per altri leader, consegnati mani e piedi alla magistratura assieme al primato della politica. Solo che, dettaglio, Forza Italia ha perso: ha perso quella di oggi e ha perso quella del 1994. E non ha perso ieri, o un mese fa, cioè con Napolitano, la Consulta, la legge Severino, la Consulta, la Cassazione: ha colpevolmente perso in vent'anni di fallimento politico sulla giustizia. Dall’altra c’è qualcuno che ha vinto, anche se elencarne la formazione ora è complicato: si rischia di passare dal pretenzioso racconto di un’ormai stagliata «jurecrazia» - fatta di corti che regolano un ordine giuridico globale - all'ultimo straccione di pm o cronista militante. Resta il dato essenziale: vent’anni fa la giustizia faceva schifo e oggi fa identicamente schifo, schiacciata com'è sul potere che la esercita; e fa identicamente schifo, per colpe anche sue, la giustizia ad personam legiferata da Berlusconi, che in vent'anni ha solo preso tempo - molto - e alla fine non s'è salvato. Elencare tutte le forzature palesi o presunte per abbatterlo, magari distinguendole dalle azioni penali più che legittime, è un lavoro da pazzi o da memorialistica difensiva: solo la somma delle assoluzioni - mischiate ad amnistie e prescrizioni - brucerebbe una pagina. Basti l'incipit, cioè il celebre mandato di comparizione che fu appositamente spedito a Berlusconi il 21 novembre 1994 per essere appreso a un convegno Onu con 140 delegazioni governative e 650 giornalisti: diede la spallata decisiva a un governo a discapito di un proscioglimento che giungerà molti anni dopo. L’elenco potrebbe proseguire sino a oggi - intralciato anche da tutte le leggi ad personam che Berlusconi fece per salvarsi - e infatti è solo oggi che Berlusconi cade, anzi decade. Ciò che è cambiato, negli ultimi anni, è la determinazione di una parte della magistratura - unita e univoca come la corrente di sinistra che ne occupa i posti chiave - a discapito di apparenze che non ha neanche più cercato di salvare. I processi per frode legati ai diritti televisivi non erano più semplici di altri, anzi, il contrario: come già raccontato, Berlusconi per le stesse accuse era già stato prosciolto a Roma e pure a Milano. Ciò che è cambiato, appunto, è la determinazione dei collegi giudicanti a fronte di quadri probatori tuttavia paragonabili ai precedenti: ma hanno cambiato marcia. Si poteva intuirlo dai tempi atipici che si stavano progressivamente dando già al primo grado del processo Mills, che filò per ben 47 udienze in meno di due anni e fece lavorare i giudici sino al tardo pomeriggio e nei weekend; le motivazioni della sentenza furono notificate entro 15 giorni (e non entro i consueti 90) così da permettere che il ricorso in Cassazione fosse più che mai spedito. Ma è il processo successivo, quello che ora ha fatto fuori Berlusconi, ad aver segnato un record: tre gradi di giudizio in un solo anno (alla faccia della Corte Europea che ci condanna per la lunghezza dei procedimenti) con dettagli anche emblematici, tipo la solerte attivazione di una sezione feriale della Cassazione che è stata descritta come se di norma esaminasse tutti i processi indifferibili del Paese: semplicemente falso, la discrezionalità regna sovrana come su tutto il resto. Il paradosso sta qui: nel formidabile e inaspettato rispetto di regole teoriche - quelle che in dieci mesi giudicano un cittadino nei tre gradi - al punto da trasformare Berlusconi in eccezione assoluta. Poi, a proposito di discrezionalità, ci sono le sentenze: e qui si entra nel fantastico mondo dell'insondabile o di un dibattito infinito: quello su che cosa sia effettivamente una «prova» e che differenza ci sia rispetto a convincimenti e mere somme di indizi. Il tutto sopraffatti dal dogma che le sentenze si accettano e basta: anche se è dura, talvolta. Quando uscirono le 208 pagine della condanna definitiva in Cassazione, in ogni caso, i primi commenti dei vertici piddini furono di pochi minuti dopo: un caso di lettura analogica. E, senza scomodare espressioni come «teorema» o «prova logica» o peggio «non poteva non sapere», le motivazioni della sentenza per frode fiscale appalesavano una gigantesca e motivata opinione: le «prove logiche» e i «non poteva non sapere» purtroppo abbondavano e abbondano. «È da ritenersi provato» era la frase più ricorrente, mentre tesi contrarie denotavano una «assoluta inverosimiglianza». Su tutto imperava l’attribuzione di una responsabilità oggettiva: «La qualità di Berlusconi di azionista di maggioranza gli consentiva pacificamente qualsiasi possibilità di intervento», «era assolutamente ovvio che la gestione dei diritti fosse di interesse della proprietà», «la consapevolezza poteva essere ascrivibile solo a chi aveva uno sguardo d’insieme, complessivo, sul complesso sistema». Il capolavoro resta quello a pagina 184 della sentenza, che riguardava la riduzione delle liste testimoniali chieste dalla difesa: «Va detto per inciso», è messo nero su bianco, «che effettivamente il pm non ha fornito alcuna prova diretta circa eventuali interventi dell’imputato Berlusconi in merito alle modalità di appostare gli ammortamenti dei bilanci. Ne conseguiva l'assoluta inutilità di una prova negativa di fatti che la pubblica accusa non aveva provato in modo diretto». In lingua italiana: l’accusa non ha neppure cercato di provare che Berlusconi fosse direttamente responsabile, dunque era inutile ammettere testimoni che provassero il contrario, cioè una sua estraneità. Ma le sentenze si devono accettare e basta. Quando Berlusconi azzardò un videomessaggio di reazione, in settembre, Guglielmo Epifani lo definì «sconcertante», mentre Antonio Di Pietro fece un esposto per vilipendio alla magistratura e Rosy Bindi parlò di «eversione». Il resto - la galoppata per far decadere Berlusconi in Senato - è cronaca recente, anzi, di ieri, Il precedente di Cesare Previti - che al termine del processo Imi-Sir fu dichiarato «interdetto a vita dai pubblici uffici» - è pure noto: la Camera ne votò la decadenza ben 14 mesi dopo la sentenza della Cassazione. Allora come oggi, il centrosinistra era dell’opinione che si dovesse semplicemente prendere atto del dettato della magistratura, mentre il centrodestra pretendeva invece che si entrasse nel merito e non ci si limitasse a un ruolo notarile. Poi c’è il mancato ricorso alla Corte Costituzionale per stabilire se gli effetti della Legge Severino possano essere retroattivi: la Consulta è stata investita di infinite incombenza da una ventina d’anni a questa parte - comprese le leggi elettorali e i vari «lodi» regolarmente bocciati – ma per la Legge Severino il Partito democratico ha ritenuto che la Corte non dovesse dire la sua. Il 30 ottobre scorso, infine, la Giunta per il regolamento del Senato ha stabilito che per casi di «non convalida dell’elezione» il voto dovesse essere palese, volontà ripetuta ieri dal presidente del Senato: nessun voto segreto o di coscienza, dunque. Poi - ma è un altro articolo, anzi, vent'anni di articoli - ci sono le mazzate che il centrodestra si è tirato da solo. La Legge Severino, come detto. Il condono tombale offerto a Berlusconi dal «suo» ministro Tremonti nel 2002 -  che l'avrebbe messo in regola con qualsivoglia frode fiscale – ma che al Cavaliere non interessò. Il demagogico inasprimento delle pene per la prostituzione minorile promosso dal «suo» ministro Carfagna nel 2008. Però, dicevamo, non ci sono solo gli autogol: c’è il semplice non-fatto o non-riuscito degli ultimi vent’anni. Perché nei fatti c’era, e c’è, la stessa magistratura. Non c’è la separazione delle carriere, lo sdoppiamento del Csm, le modifiche dell’obbligatorietà dell’azione penale, l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione, la responsabilità civile dei giudici, i limiti alle intercettazioni. Ci sono state, invece, le leggi sulle rogatorie, la Cirami, i vari lodi Maccanico-Schifani-Alfano, l’illegittimo impedimento: pannicelli caldi inutili o, per un po’, utili praticamente solo a lui. Per un po’. Solo per un po’. Fino al 27 novembre 2013.

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

"Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori.

DELINQUENTE A CHI?

“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht. Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi.

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

"Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori.

"Noi avevamo la nostra idea. Dovevamo formare, per la fine del millennio, i nostri giovani come degli infiltrati dentro lo Stato: quindi dovevano diventare magistrati, poliziotti, carabinieri e perché no, anche ministri e presidenti del Consiglio. Per avere i nostri referenti nelle istituzioni".

"I mafiosi non sono solo i Riina o i Provenzano. I soggetti collusi con la mafia sono ovunque, sono nelle istituzioni pubbliche, siedono anche in Parlamento". Così il presidente del Tribunale di Palermo, Leonardo Guarnotta, al convegno “La mafia non è solo un problema meridionale”, organizzato a Palermo il 29 novembre 2013 dall'associazione Espressione Libre. "In mancanza di sanzioni, ma soprattutto in assenza di una autoregolamentazione deontologica, la responsabilità politica rimarrà impunita, nulla più che un pio desiderio, con la conseguenza che si è arrivati a candidare e fare eleggere a Palermo, politici sotto processo per concorso esterno in associazione per delinquere di tipo mafioso, come Marcello Dell'Utri e Calogero Lo Giudice" ha detto ancora Guarnotta al convegno. Il riferimento a Dell'Utri e Lo Giudice arriva nella parte della relazione di Leonardo Guarnotta, quando parla di lotta alla mafia perché "è indispensabile l'impegno della società civile perché la partita, cioè la lotta alla mafia, che non possiamo assolutamente permetterci di perdere, si gioca nella quotidianità", ha detto il presidente del Tribunale di Palermo. Guarnotta poi ha voluto rimarcare che questa lotta si gioca "nelle scelte, individuali e collettive, non escluse le scelte elettorali, cioè le scelte che vengono fatte dai segretari di partito nel selezionare i candidati, da inserire nelle liste e quelle che operano gli elettori nell'esercizio del diritto-dovere di designare i loro rappresentanti al Parlamento e nelle istituzioni".

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

L’Italia dei figli di qualcuno e dei figli di nessuno, scrive Luigi Sanlorenzo su “Sicilia Informazioni”. Quel termometro, ancora per poco infrangibile, dell’indignazione degli italiani ha raggiunto in queste ore un nuovo picco alla notizia dell’intervento del Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri in favore della scarcerazione per motivi umanitari di Giulia Ligresti. Già ora montano polemiche roventi, immaginabili paragoni con vicende simili, richieste di dimissioni e promesse di giustificazioni che occuperanno i giornali e le televisioni in interminabili dietrologie, pindariche rievocazioni, ardite ipotesi. Ma non c’è da preoccuparsi, perché prima o poi, una cortina fumogena sarà sapientemente fatta posare sui fatti. Proprio per tale ragione, questo articolo ha la pretesa di soffermarsi su una diversa e più pressante preoccupazione degli italiani circa il diverso destino dei figli di nessuno e dei figli di qualcuno. E’ noto come il decantato benessere italiano, i cosiddetti anni del boom che interessarono gli anni ’50 e ’60, si fondò su due principali eventi sociali: la politica industriale sorretta dagli ingenti fondi del Piano Marshall nel centro nord del Paese e l’accesso ai ruoli della Pubblica Amministrazione – ed alle migliaia di enti collegati – di intere coorti di giovani del Mezzogiorno mediante centinaia di concorsi che rappresentarono in un Sud maggiormente scolarizzato, una risposta occupazionale e un inedito e rapido ascensore sociale. Grazie alla possibilità per milioni di diplomati e decine di migliaia di laureati di accedere ad un posto stabile e sicuro, anche se non sempre disponibile nella regione di nascita, la società italiana nel complesso passò nel volgere di un decennio dai bisogni ai desideri, alimentando consumi alti e medio alti e inaugurando stili di vita molto vicini a quelli dei Paesi europei più avanzati, se non, in molti casi, degli Stati Uniti del tempo. Per la prima volta nella storia, il figlio di un contadino poteva diventare qualcuno, rompendo così l’atavico destino riservato a chi lo aveva preceduto. Per la prima volta il neo dottore, diventato funzionario ministeriale, impiegato di una banca pubblica, medico della mutua o semplicemente, assolto l’obbligo scolastico, usciere alla Provincia o portantino in un ospedale, poteva a propria volta sognare un futuro ancora migliore per i figli che, numerosi, – i baby boomers – sarebbero venuti al mondo. Certo, dopo i primi anni, i concorsi divennero sempre più politicizzati e all’insegna della raccomandazione ma il “borghese piccolo piccolo” che alberga in tutti noi sapeva che far studiare un figlio avrebbe comunque portato prima o poi, alle soglie del fatidico concorso, varcate le quali altri sogni potevano diventare realtà: una famiglia, un sorriso assicurato da parte di una banca lieta di offrire un mutuo per la casa, l’autovettura di dimensioni crescenti in proporzione alla carriera, l’assistenza sanitaria, le ferie al mare o all’estero, magari, presto, la seconda casa per le vacanze. Con il crollo rovinoso di quel mondo, che pur in modo imperfetto e non sempre trasparente, sembrava voler realizzare i migliori auspici della Costituzione Repubblicana, i giovani italiani si sono trovati come coloro cui un uragano scoperchia la casa. Cresciuti ed educati nella prima parte della propria vita in famiglia e a scuola con la certezza delle opportunità garantite ai propri genitori, scelta una facoltà universitaria più con l’occhio al “concorso” che alla propria reale vocazione, si sono trovati davanti il vuoto. Mentre essi precipitavano nel baratro del precariato infinito del corpo e dell’anima, risuonavano da ogni possibile mezzo di comunicazione le ipocrisie di una classe dirigente farisaica e compromessa. Era giusto infatti che i ministri dei nuovi governi mettessero in guardia i giovani dall’illusione del posto fisso e li spronassero a mettersi in gioco. La doppiezza di tale morale emerge oggi quando si scopre, sempre più spesso, che proprio i figli di quei ministri avevano tutti già un posto fisso, grazie sicuramente all’influenza di mamma e papà. Mario Monti ha un figlio, Giovanni Monti, ora 39enne. Ripercorriamo la sua carriera: a 20 anni è già associato per gli investimenti bancari per la Goldman Sachs, banca d’affari in cui il padre ha ricoperto il ruolo di International Advisor. A 25 anni diventa consulente di direzione da Bain & company e ci rimane fino al 2001. Dal 2004 al 2009, ha lavorato a Citigroup e in Morgan & Stanley occupandosi in particolare di transazioni economico-finanziarie sui mercati di Europa, Medio Oriente e Africa, alle dipendenze dirette degli uffici centrali di New York. La figlia di Elsa Fornero – l’indimenticabile, sensibile fino alle lacrime, Ministro del Lavoro che dopo aver chiamato i giovani “choosy”, ovvero con poco spirito di adattamento e dopo aver consigliato a tutti di “tornare a lavorare la terra” tacciò gli italiani di essere “scansafatiche” – Silvia Deaglio, ha soli 24 anni quando ottiene un incarico presso un prestigioso college di Boston e 30 quando inizia ad insegnare medicina. Diventa associata all’università di Torino, l’università dove mamma e papà hanno la cattedra, a soli 37 anni. Il figlio di Annamaria Cancellieri per la quale gli italiani devono liberarsi dell’idea del posto fisso vicino ai genitori, Piergiorgio Peluso, appena laureato, inizia una carriera sfolgorante: dall’Arthur Andersen a Mediobanca, fino a Aeroporti di Roma, Credit Suisse, Unicredit e Fondiaria Sai, dove è direttore generale guadagnando circa 500mila euro all’anno. Il resto sarà cronaca dei prossimi giorni. Certamente i citati sono tutti giovani preparati e in gamba ma probabilmente ambiti da multinazionali anche per altre ragioni. Essi comunque non saranno stati certo delle menti così eccezionali rispetto a migliaia di altri coetanei preparati e volenterosi che ormai alle soglie dei 40 anni non avranno mai una famiglia propria, una casa o una pensione. In una democrazia i figli di “nessuno” come chi scrive, possono salire la scala sociale soltanto se messi alla prova del merito comparativo e dei meccanismi dei concorsi da reinventare modernamente nel nostro disperato Paese. Diverso è infatti il destino dei figli di qualcuno che, nella vita, “qualcuno” diventano comunque, spesso ben oltre le proprie reali capacità. Con qualche eccezione di chi, per sensibilità personale o scelta esistenziale, decide di rifiutare i privilegi a di rischiare una vita normale e di cui essere il vero, spesso drammatico, protagonista. La mattina del 15 novembre 2000 il corpo senza vita di Edoardo Agnelli, 46 anni, venne trovato da un pastore cuneese, Luigi Asteggiano, presso la base del trentacinquesimo pilone del viadotto autostradale Generale “Franco Romano” della Torino-Savona, nei pressi di Fossano. La sua Croma scura, con il motore ancora acceso e il bagagliaio socchiuso, era parcheggiata a lato della carreggiata del viadotto che sovrasta il fiume Stura di Demonte. La magistratura concluse presto le indagini formulando l’ipotesi del suicidio. Nelle rare interviste concesse alla stampa, il figlio del più noto Avvocato della storia italiana, aveva affermato di voler prendere le distanze dai valori del capitalismo e di volersi dedicare a studi di teologia. Edoardo Agnelli non nascondeva di simpatizzare per il marxismo-leninismo in chiave mistica e verso l’Iran sciita; secondo voci non confermate negli ultimi anni aveva cambiato persino nome, assumendo un nome islamico. Era comparso in pochissime occasioni pubbliche e in qualche manifestazione religiosa o antinuclearista. I tentativi di inserirlo in attività collaterali del grande gruppo aziendale di famiglia, tra cui anche una breve esperienza nel Consiglio d’Amministrazione della Juventus nel 1986, non avevano dato buon esito. Edoardo era diverso. La fine di Edoardo Agnelli, contrapposta all’aridità e all’egoismo di una borghesia che si auto perpetua non attraverso i meriti ma grazie alla fitta trama di relazioni ed alleanze che vanno ben oltre gli schieramenti ufficiali nella vita politica o delle cordate imprenditoriali, mi ha sempre ricordato la figura di Hanno Buddenbrook, la saga della cui famiglia fu il testo pretesto della mia tesi di laurea, nel lontano 1980. Hanno Buddenbrook è l’ultimo discendente dei Buddenbrook, fiorente famiglia della borghesia mercantile tedesca, di cui il romanzo racconta attraverso tre generazioni la progressiva decadenza che segna la decomposizione di un certo tipo di società. Hanno ne incarna l’epilogo, attraverso la sua inettitudine, che tanto più poeticamente risalta in quanto diviene icona di un’intera epoca che tramonta, schiacciata dal peso dei suoi riti, dei suoi mascheramenti, dei suoi valori opprimenti. Nei giorni scorsi Rachid Khadiri Abdelmoula, il 27enne marocchino torinese, dopo una vita passata a vendere accendini e fazzoletti tra Palazzo Nuovo e la Mole di giorno e a studiare di notte, si è laureato in ingegneria al Politecnico. Il “marocchino” (così definisce se stesso, scherzando su provenienza e senso dato in Italia al termine) più famoso d’Italia è tornato oggi a far parlare di sè per una scelta decisamente controcorrente. Rachid sta infatti resistendo in questi giorni alle lusinghe della televisione commerciale rispondendo con insistiti “no, grazie” alle reiterate proposte che arrivano da Endemol per partecipare all’edizione 2014 del Grande Fratello. Tra lo stupore di tutti ha dichiarato: “I miei valori sono altrove. Non mi riconosco neanche un po’ in una trasmissione che non trovo seria ed educativa. Cosa ci andrei a fare? A recitare? Il successo è un mondo di nicchia, lo stringono in pochissimi. Gli altri si illudono, poi rimangono spiazzati quando la fama svanisce. Ai sogni bisogna obbedire. Il mio è di fare l’ingegnere con la cravatta. Come mi vedo tra dieci anni? Spero di aver svoltato. Non in uno studio televisivo, ma in uno di progettisti.” Nel Capitolo 38 dedicato alle cause della decadenza di Roma , l’illuminista Edward Gibbon, autore de The History of the Decline and Fall of the Roman Empire (1776) ha scritto: “ essa fu conseguenza naturale della sua grandezza. La prosperità portò a maturazione il principio della decadenza…Invece di chiederci perché fu distrutto, dovremmo sorprenderci che abbia retto tanto a lungo”. Un monito estremamente contemporaneo che dovrebbe bastare ad una società come la nostra che ha smarrito da tempo anche il ricordo delle energie vitali da cui nacque e che sembra ogni giorno di più di intravedere nelle storie esemplari dei tanti figli di immigrati che, forse, rifaranno l’Italia.

E che dire ancora. Non ci sono anormali, ma normali diversi, scrive Michele Marzano su “La Repubblica”. Pochi giorni fa, il Tribunale dei Minori di Roma ha autorizzato una coppia ad adottare un bambino straniero, a patto però che il bimbo fosse "perfettamente sano". La decisione è stata subito contestata non solo dall'Aibi (l'associazione Amici dei bambini) - che intende presentare un esposto alla Procura generale della Cassazione - ma anche dal Presidente del Tribunale dei minori, Melita Cavallo, che spera che una cosa del genere "non si ripeta più". Ma al di là di queste contestazioni più che opportune, che cosa rivela l'utilizzo di questo tipo di espressioni? Chi di noi può definirsi "perfettamente sano"? All'epoca del mito della perfezione, sembra scontato ed evidente poter giudicare le persone e valutarle in base ad una serie di criteri reputati oggettivi. Come se l'intelligenza, la salute e la bellezza potessero essere veramente calcolate e misurate. Come se il valore di una persona dipendesse dalla sua capacità o meno di corrispondere a determinati criteri. E se tutto ciò fosse solo il retaggio di un determinismo biologico e genetico ormai desueto? Se il valore di una persona fosse altrove, non solo perché la perfezione non esiste, ma anche perché, molto spesso, sono proprio coloro che sembrano "oggettivamente sani" che poi si rivelano "soggettivamente malati"? Come spiegava bene Georges Canguilhem negli anni Sessanta, la salute non è un'entità fissa. Anzi, varia a seconda dei contesti e delle persone, e solo chi soffre può veramente valutare il proprio stato di salute. Ecco perché non esiste alcuna definizione oggettiva della normalità e dell'anormalità. Tanto più che le persone sono tutte differenti l'una dall'altra e che, inevitabilmente, ognuno presenta "un'anomalia" rispetto agli altri. "L'anormale non è ciò che non è normale", scrive in proposito Canguilhem, "ma è piuttosto un normale differente". Peccato che, nonostante tutto, la differenza continui ancora oggi ad essere identificata con l'inferiorità, e che persista un'insopportabile intolleranza nei confronti delle fragilità umane, al punto da illudersi che la felicità dipenda dal proprio essere "perfettamente sani". La fragilità, in sé, non è un problema. Anzi, è proprio nel momento in cui ci fermiamo un istante e cerchiamo di entrare in contatto con noi stessi, che ci rendiamo poi conto che questa nostra fragilità può diventare un punto di forza. Perché ci aiuta a crescere e a cambiare. Perché ci rivela qualcosa di noi che per tanto tempo, a torto, abbiamo fatto di tutto per ignorare. Soprattutto quando capiamo che l'essere umano non è una semplice somma di competenze più o meno sviluppate, e che i successi, come ricorda sempre Georges Canguilhem, sono spesso dei "fallimenti ritardati". Speriamo che lo capiscano anche i giudici quando autorizzano o meno una coppia ad adottare. Non solo perché l'essere "perfettamente sano" è un'espressione priva di senso, ma anche perché l'amore dei genitori non può certo dipendere dallo stato di salute dei propri figli.

E poi c’è l’anormalità fatta normalità con un commento di Susanna Tamaro. «La notizia dei tre miliardi sottratti allo Stato da parte di 5.000 dipendenti pubblici, che si aggiunge a quella dei finti poveri, dei falsi ciechi o dei turlupinatori di pensioni che ogni giorno vengono «scoperti» dalla Guardia di Finanza, non può che turbare - dove «turbare» è un eufemismo - le tante persone oneste di questo Paese, sempre più perseguitate da un Fisco che li ritiene gli unici «privilegiati» interlocutori. Non è populismo affermare che molti dei nostri problemi economici sarebbero in parte risolvibili con una bella e definitiva pulizia degli sprechi e degli assurdi privilegi che l’apparato statale permette e concede a tutti coloro che sono riusciti a infilarsi sotto le sue ali mafiosamente protettive. Com’è possibile, infatti, ci chiediamo noi contribuenti, che per dieci, venti, trent’anni una persona percepisca una pensione di invalidità come cieco pur essendo perfettamente vedente, mentre una nostra qualsiasi minima mancanza, che sia una multa o un mancato pagamento di un contributo, viene immediatamente sanzionata e punita con severità? Quanti ciechi ci vogliono per non vedere un finto cieco? Come ci interroghiamo anche - e purtroppo sappiamo già la risposta - su quanti di questi 5.073 dipendenti dello Stato che hanno rubato, truffato, corrotto avranno come conseguenza la perdita del loro posto di lavoro. Non sono un’esperta di amministrazione statale, ma temo che la risposta sia «nessuno». Questi uomini e donne che hanno tradito il patto di fiducia etico su cui si regge la società, hanno anche danneggiato i loro colleghi che lavorano con serietà e dedizione. Quali conseguenze avrà questo tradimento? Forse soltanto una multa o il trascinarsi in un processo che durerà anni e che finirà in una bolla di sapone. Il messaggio che ci viene costantemente dato dallo Stato è che in fondo le nostre azioni non sono influenti, che il comportarsi bene o male non cambia nulla, se si ha un posto garantito. Il messaggio che quindi passa alle generazioni future è quello che il merito e l’etica in Italia non hanno alcun peso, cosa che peraltro viene confermata in ogni ambito della nostra società, dall’università alla pubblica amministrazione. A volte, quando guardo i politici immersi nelle loro costanti e sterili polemiche televisive, mi domando: si rendono veramente conto dello stato di esasperazione della parte sana del nostro Paese? Credo proprio di no. Se si rendessero conto, infatti, agirebbero di conseguenza, senza timore dell’impopolarità, sfrondando, pulendo, liberandoci da tutto ciò che è inutile, offensivo e dannoso. È la mancanza di questa semplice azione a spingere sempre più italiani verso l’indifferenza, il cinismo, il disinteresse o tra le braccia dei movimenti che afferrano le viscere e le torcono, perché è lì che, alla fine, si annida la disperazione degli onesti. È su questo che riflettevo, andando in bicicletta per le colline umbre, desolata dallo spettacolo che ormai accompagna ogni mia escursione. Avevo appena superato la carcassa di un televisore abbandonato in mezzo ai rovi; doveva essere un lancio recente, dato che la settimana scorsa non c’era, come non c’era neppure il water di porcellana rovesciato in un fosso, sulla via del ritorno. Anche lui una new entry nel mio paesaggio ciclistico. Chi, come i nostri politici, viaggia sempre in automobile forse non sa che quasi la totalità dei bordi delle nostre strade e autostrade è costellato di rifiuti e spazzatura. Ogni metro quadrato è invaso da bottiglie di acqua minerale, lattine, scatole di sigarette, pannolini, preservativi, batterie di automobili, plastiche: tutto viene allegramente scaraventato fuori dai finestrini. Se poi si abbandonano le strade asfaltate e si imboccano quelle bianche, il panorama diventa ancora più orrendamente variegato: frigoriferi, lavatrici, pneumatici di tutte le dimensioni, reti da letto sfondate, materassi, divani, poltrone, computer, bidet, carcasse di biciclette o di motorino e spesso anche automobili senza targa, per non parlare delle lastre di amianto, residui di pollai e di stalle, maldestramente nascosti sotto pochi centimetri di terra. E tutto questo non accade soltanto nella terra dei fuochi, ma anche nella verde e felice Umbria. Bisogna aver il coraggio di dirlo apertamente: il nostro Paese - il meraviglioso giardino d’Europa - è una discarica a cielo aperto, di cui la «Terra dei fuochi» non è che la punta di un iceberg. Questo disprezzo per il luogo in cui viviamo, oltre a provocare un enorme danno all’ambiente e al turismo, è uno specchio fedele dell’assenza di senso civico che permea ormai tutto il Paese e di cui la classe politica è stata, fino ad ora, la garante. Dopo di me il diluvio, potrebbe assurgere a nostro motto nazionale. Il fatto che esistano, in ogni comune, delle isole ecologiche in cui smaltire ciò che non serve più cambia solo in parte le cose, perché questi luoghi hanno orari e leggi da rispettare, e perché mai dovrei rispettare un orario e una legge, se posso non farlo? Per anni, camminando in montagna, mi sono arrabbiata vedendo tutto quello che veniva abbandonato lungo i sentieri. Poi ho capito che quello sporco riguardava anche me, che arrabbiarsi e non fare niente mi rendeva complice del degrado. Così ho cominciato a raccogliere bottigliette di plastica, rifiuti e lattine come fossero fiori, riportandoli a valle con me. È questo che tutti noi dovremmo fare. Ciò che è fuori è sempre lo specchio di ciò che è dentro. L’immondizia che devasta il nostro Paese non è che la manifestazione del degrado etico che pervade ogni ambito della nostra società. Così, pedalando desolata, pensavo: come sarebbe se ogni comune, ogni quartiere di città, mettesse a disposizione di noi cittadini dei mezzi per permetterci di raccogliere in prima persona i rifiuti abbandonati criminalmente per strada o nei boschi. E poi sarebbe anche bello che tutta questa spazzatura, invece di venir immediatamente smaltita e dimenticata, lasciando spazio all’arrivo di nuova, venisse portata nelle piazze principali dei paesi e dei quartieri e affidata alle mani esperte di ragazzi diplomati alle varie Accademie di belle arti, per venir trasformata, grazie alla loro creatività, in temporanei monumenti alla nostra inciviltà. Così, durante la passeggiata domenicale, prendendo un caffè o conversando con gli amici, tutti noi potremmo ammirare per un anno gli oggetti che abbiamo abbandonato: guarda, la mia vecchia lavatrice, il mio bidet, il televisore della nonna! Sarebbe istruttivo che poi tutti questi precari monumenti al nostro degrado venissero fotografati e raccolti in un delizioso libretto dal titolo: «Ciò che eravamo, ciò che non vogliamo più essere». Susanna Tamaro».

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

La Terra dei Cachi (di Belisari, Conforti, Civaschi, Fasani) è la canzone cantata da Elio e le Storie Tese al Festival di Sanremo 1996, classificatasi al secondo posto nella classifica finale e vincitrice del premio della critica. Prima nelle classifiche temporanee fino all'ultima serata, il secondo posto nell'ultima provocò molte polemiche su presunte irregolarità del voto, confermate dalle indagini dei carabinieri che confermarono che La terra dei cachi era stata la canzone più votata. Il testo racconta la vita e le abitudini dell'Italia travolta da scandali su scandali (il pizzo, episodi criminali mai puniti, la malasanità) e piena di comportamenti che caratterizzano il cittadino italiano nel mondo, come la passione per il calcio, la pizza e gli spaghetti.

Parcheggi abusivi, applausi abusivi,

Villette abusive, abusi sessuali abusivi;

Tanta voglia di ricominciare abusiva.

Appalti truccati, trapianti truccati,

Motorini truccati che scippano donne truccate;

Il visagista delle dive è truccatissimo.

Papaveri e papi, la donna cannolo,

Una lacrima sul visto: Italia sì, Italia no.

Italia sì, Italia no, Italia bum, la strage impunita.

Puoi dir di sì, puoi dir di no, ma questa è la vita.

Prepariamoci un caffè, non rechiamoci al caffè:

C'è un commando che ci aspetta per assassinarci un pò.

Commando sì, commando no, commando omicida.

Commando pam, commando prapapapam,

Ma se c'è la partita

Il commando non ci sta e allo stadio se ne va,

Sventolando il bandierone non più il sangue scorrerà.

Infetto sì? Infetto no? Quintali di plasma.

Primario sì, primario dai, primario fantasma.

Io fantasma non sarò, e al tuo plasma dico no;

Se dimentichi le pinze fischiettando ti dirò:

"Fi fi fi fi fi fi fi fi, ti devo una pinza.

Fi fi fi fi fi fi fi fi, ce l'ho nella panza".

Viva il crogiuolo di pinze, viva il crogiuolo di panze. Eh

Quanti problemi irrisolti, ma un cuore grande così.

Italia sì, Italia no, Italia gnamme, se famo dù spaghi.

Italia sob, Italia prot, la terra dei cachi.

Una pizza in compagnia, una pizza da solo;

Un totale di due pizze e l'Italia è questa qua.

Fufafifi, fufafifi, Italia evviva.

Squerellerellesh, cataraparupai,

Italia perfetta, perepepè nainananai.

Una pizza in compagnia, una pizza da solo;

In totale molto pizzo ma l'Italia non ci sta.

Italia sì, Italia no, scurcurrillu currillo.

Italia sì: uè.

Italia no, spereffere fellecche.

Uè, uè, uè, uè,uè.

Perchè la terra dei cachi è la terra dei cachi.

«Una società sciapa e infelice in cerca di connettività».Così il Censis definisce la situazione sociale italiana nel suo 47mo illustrato a Roma dal direttore generale Giuseppe Roma e dal presidente Giuseppe De Rita. Una società, quella italiana, che sembra sempre ad un passo dal crollo ma che non crolla. «Negli anni della crisi - si legge nel rapporto del Censis - abbiamo avuto il dominio di un solo processo, che ha impegnato ogni soggetto economico e sociale: la sopravvivenza. C’è stata la reazione di adattamento continuato (spesso il puro galleggiamento) delle imprese e delle famiglie. Abbiamo fatto tesoro di ciò che restava nella cultura collettiva dei valori acquisiti nello sviluppo passato (lo «scheletro contadino», l’imprenditorialità artigiana, l’internazionalizzazione su base mercantile), abbiamo fatto conto sulla capacità collettiva di riorientare i propri comportamenti (misura, sobrietà, autocontrollo), abbiamo sviluppato la propensione a riposizionare gli interessi (nelle strategie aziendali come in quelle familiari). Siamo anche una «società sciapa e infelice» secondo il Censis «senza fermento e dove circola troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, disinteresse per le tematiche di governo del sistema, passiva accettazione della impressiva comunicazione di massa». Di conseguenza siamo anche «infelici, perché viviamo un grande, inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali». A giudizio dei ricercatori del Censis si sarebbe «rotto il “grande lago della cetomedizzazione”, storico perno della agiatezza e della coesione sociale. Troppa gente non cresce, ma declina nella scala sociale. Da ciò nasce uno scontento rancoroso, che non viene da motivi identitari, ma dalla crisi delle precedenti collocazioni sociali di individui e ceti». Ciò avrebbe determinato una vera e propria fuga all’estero. Nell’ultimo decennio il numero di italiani che hanno trasferito la propria residenza all’estero è più che raddoppiato, passando dai circa 50mila del 2002 ai 106mila del 2012. Ma è stato soprattutto nell’ultimo anno che l’aumento dei trasferimenti è stato particolarmente rilevante: (+28,8% tra il 2011 e il 2012). Una reazione al grave disagio sociale, all’ instabilità lavorativa e sottoccupazione che interessa il 25,9% dei lavoratori: una platea di 3,5 milioni di persone ha contratti a termine, occasionali, sono collaboratori o finte partite Iva. Ci sono poi 4,4 milioni di italiani che non riescono a trovare un’occupazione «pure desiderandola». Per il Censis «2,7 milioni sono quelli che cercano attivamente un lavoro ma non riescono a trovarlo, un universo che dallo scoppio della crisi è quasi raddoppiato (+82% tra il 2007 e il 2012)». Ci sono poi 1,6 milioni di italiani che, «pur disponibili a lavorare, hanno rinunciato a cercare attivamente un impiego perché convinti di non trovarlo». Cresce sempre più il disinteresse per la politica: il 56% degli italiani (contro il 42% della media europea) non ha attuato nessun tipo di coinvolgimento civico negli ultimi due anni, neppure quelli di minore impegno, come la firma di una petizione. Più di un quarto dei cittadini manifesta una lontananza pressoché totale dalla dimensione politica, non informandosi mai al riguardo. Al contrario, si registrano nuove energie difensive in tanta parte del territorio nazionale contro la chiusura di ospedali, tribunali, uffici postali o presidi di sicurezza. Tuttavia il Censis vede anche dei segnali positivi e di tenuta sociale. «Si registra una sempre più attiva responsabilità imprenditoriale femminile (nell’agroalimentare, nel turismo, nel terziario di relazione), l’iniziativa degli stranieri, la presa in carico di impulsi imprenditoriali da parte del territorio, la dinamicità delle centinaia di migliaia di italiani che studiano e/o lavorano all’estero (sono più di un milione le famiglie che hanno almeno un proprio componente in tale condizione) e che possono contribuire al formarsi di una Italia attiva nella grande platea della globalizzazione». Nuove energie si sprigionano inoltre in due ambiti che permetterebbero anche l’apertura di nuovi spazi imprenditoriali e di nuove occasioni di lavoro. «Il primo -si legge nel rapporto- è il processo di radicale revisione del welfare. Il secondo è quello della economia digitale: dalle reti infrastrutturali di nuova generazione al commercio elettronico, dalla elaborazione intelligente di grandi masse di dati, dallo sviluppo degli strumenti digitali ai servizi innovativi di comunicazione, alla crescita massiccia di giovani “artigiani digitali”». Il nuovo motore dello sviluppo, secondo il Censis, potrebbe essere la connettività (non banalmente la connessione tecnica) fra i soggetti coinvolti in questi processi». Se infatti «restiamo una società caratterizzata da individualismo, egoismo particolaristico, resistenza a mettere insieme esistenze e obiettivi, gusto per la contrapposizione emotiva, scarsa immedesimazione nell’interesse collettivo e nelle istituzioni» avremmo anche raggiunto il punto più basso dal quale non potrà che derivare un progressivo superamento di questa «crisi antropologica». Per fare connettività, secondo il Censis, non si può contare sulle istituzioni «perché autoreferenziali, avvitate su se stesse, condizionate dagli interessi delle categorie, avulse dalle dinamiche che dovrebbero regolare, pericolosamente politicizzate, con il conseguente declino della terzietà necessaria per gestire la dimensione intermedia fra potere e popolo». Neanche la politica può sviluppare questa connettività perché «più propensa all’enfasi della mobilitazione che al paziente lavoro di discernimento e mediazione necessario per fare connettività, scivolando di conseguenza verso l’antagonismo, la personalizzazione del potere, la vocazione maggioritaria, la strumentalizzazione delle istituzioni, la prigionia decisionale in logiche semplificate e rigide». Se dunque, conclude il Censis, «istituzioni e politica non sembrano in grado di valorizzarla, la spinta alla connettività sarà in orizzontale, nei vari sottosistemi della vita collettiva. A riprova del fatto che questa società, se lasciata al suo respiro più spontaneo, produce frutti più positivi di quanto si pensi».

Quella che emerge è una nazione senza scrupoli, che lucra su ogni fonte di guadagno fregandosene delle leggi, della salute della gente e del territorio. Scorie tossiche nelle campagne, rigassificatori a un chilometro dai templi di Agrigento, la decadenza dei Sassi di Matera beneficiari di finanziamenti per la tutela di milioni di euro. L’annientamento di due giudici e dei loro tecnici, avviato e pianificato con precisione maniacale da politici e colleghi, e approvato senza batter ciglio da un Consiglio Superiore della Magistratura che anziché proteggerli dagli attacchi, li consegna agli sciacalli per voce di Letizia Vacca (non me ne voglia il bovino): “due cattivi magistrati”. Il “non sapevo” oggi non è più tollerato, perché se un giorno De Magistris sarà punito dal Csm nonostante la Procura di Salerno dice che contro di lui è in atto un complotto, se la Forleo perderà la funzione di Gip per aver fatto scoprire all’Italia gli alpinisti della sinistra, questo avverrà di fronte ad una nazione cosciente, che forse allora reagirà. Ignorantia legis non excusat.

La certezza della pena non esiste più. Ci troviamo in una situazione di «indulto quotidiano», in cui tutti parlano ma nessuno fa. Il capo della Polizia non usa mezzi termini per definire lo stato della certezza della pena in Italia. «Viviamo una situazione di indulto quotidiano - dice alle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato - di cui tutti parlano. Ma su cui non si è fatto nulla negli ultimi anni». La pena, aggiunge, «oggi è quando di più incerto esiste in Italia»; un qualcosa che rende «assolutamente inutile» la risposta dello Stato e «vanifica» gli sforzi di polizia e magistratura. «Non gioco a fare il giurista - prosegue il capo della Polizia - nè voglio entrare nelle prerogative del Parlamento, ma quella che abbiamo oggi è una situazione vergognosa. La criminalità diffusa in Italia ha un segmento di fascia delinquenziale ben identificato che si chiama immigrazione clandestina» ha aggiunto il capo della polizia. «Il 30 per cento degli autori di reato di criminalità diffusa sono immigrati clandestini, ma questa media nazionale del 30 per cento va disaggregata». Così, ha proseguito il capo della polizia, si scopre, che se al Sud i reati commessi da clandestini incidono relativamente poco («i reati compiuti da irregolari si attesta intorno al 30 per cento»), al Nord e in particolare nel Nord est «si toccano picchi del 60-70 per cento». La maggior parte degli immigrati clandestini entra in Italia non attraverso gli sbarchi ma con un visto turistico. «Solo il 10 per cento dei clandestini entra nel nostro Paese attraverso gli sbarchi a Lampedusa- dice il capo della polizia- mentre il 65-70 per cento arriva regolarmente e poi si intrattiene irregolarmente». E conclude: «Il 70 per cento di quei crimini commessi nel Nord est da irregolari è compiuta proprio da chi arriva con visto turistico e poi rimane clandestinamente sul nostro territorio». Per contrastare la clandestinità, riflette Manganelli, «occorre quindi non solo il contrasto all'ingresso, ma il controllo della permanenza sul territorio dei clandestini». Ma le randellate sono riservate anche alla polizia. "La polizia ha una cultura deviata delle indagini perché pensa che identificare una persona che partecipa a una manifestazione consenta, poi, di attribuirle tutti i reati commessi nell’ambito della stessa manifestazione". A sottolinearlo il sostituto procuratore generale della Cassazione Alfredo Montagna nella sua requisitoria del 27 novembre 2008 innanzi alla prima sezione penale della Cassazione nell’ambito dell’udienza per gli scontri avvenuti a Milano, l’11 marzo 2006 a corso Buenos Aires, durante una manifestazione antifascista non autorizzata promossa dalla sinistra radicale dei centri sociali e degli autonomi per protestare contro un raduno della formazione di estrema destra "Forza Nuova". Lo ha detto in contrarietà ai suoi colleghi dei gradi di giudizio precedenti.

"Quello affermato per la Diaz deve valere anche per i cittadini" "La Giustizia deve essere amministrata - ha proseguito Montagna - con equità e non con due pesi e due misure: quel che è stato affermato per i poliziotti della Diaz, nel processo di Genova, deve valere anche per il cittadino qualunque e non solo per i colletti bianchi. Se è vero, come è vero nel nostro ordinamento che è personale il principio della responsabilità penale, questo deve valere per tutti mentre ho l’impressione che nel nostro Paese oggi, si stia allargando la tendenza ad una minor tutela dei soggetti più deboli, come possono essere i ragazzi un pò scapestrati". Montagna ha aggiunto che "non può passare, alla pubblica opinione, un messaggio sbagliato per cui sui fatti della Diaz i giudici decidono in maniera differente rispetto a quando si trovano a giudicare episodi come quelli di corso Buenos Aires". Invece i giudici hanno deciso in modo differente: per i poliziotti e i loro dirigenti assoluzione quasi generale; per i ragazzi condanne confermate per tutti.

Ma le stoccate vengono portate su tutto il sistema. "Profili di patologie emergono nel settore dei lavori pubblici e delle pubbliche forniture, nonché  nella materia sanitaria, fornendo un quadro di corruzione ampiamente diffuso". Lo ha sottolineato il procuratore generale della Corte dei Conti, nella Relazione all'apertura dell'anno giudiziario della magistratura contabile. Il Pg ha aggiunto che "in particolare l'accertamento del pagamento di tangenti è correlato ad artifici ed irregolarità connesse a fattispecie della più diversa natura, quali la dolosa alterazione di procedure contrattuali, i trattamenti preferenziali nel settore degli appalti d'opera, la collusione con le ditte fornitrici, la illecita aggiudicazione, la irregolare esecuzione o l'intenzionale alterazione della regolare esecuzione degli appalti di opere, forniture e servizi". Comportamenti illeciti di cui e' conseguenza "il pagamento di prezzi di gran lunga superiori a quelli di mercato o addirittura il pagamento di corrispettivi per prestazioni mai rese".

L’Italia non crede più nelle istituzioni che dovrebbero guidarla. Il potere "esercita il comando senza obiettivi e senza principi, perde ogni rapporto con la realtà del Paese", diventa autoreferenziale e alla fine forma "una società separata", con una sua lingua, le sue gazzette, i suoi clan, i suoi privilegi. Questa "società separata ha le finestre aperte solo su se stessa", denuncia il Rapporto Italia dell'Eurispes. In realtà, sottolinea l'Istituto di studi economici e sociali, la politica non c'è più: è estinta, grazie alla tenacia dei poliburocrati, i burocrati dei due poli, ora quasi tutti in "overdose", sopraffatti dai loro stessi abusi.

È una fotografia impietosa quella scattata dal Censis nel suo Rapporto sulla situazione sociale del Paese. L’Italia, secondo l’istituto di ricerca socioeconomica presieduto da Giuseppe De Rita, è un Paese apatico, senza speranza verso il futuro, nel quale sono sempre più evidenti, sia a livello di massa sia a livello individuale, «comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, prigionieri delle influenze mediatiche». Gli italiani si percepiscono, scrive il Censis, come «condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro», vittime di fittizi «desideri mai desiderati» come l’ultimo cellulare alla moda e in preda spesso a «narcisismo autolesionistico», come è testimoniato dal fenomeno del «balconing». Quella italiana sarebbe, in sostanza, una società «pericolosamente segnata dal vuoto». 

"Una mucillagine sociale che inclina continuamente verso il peggio".

Così il Censis descrive la realtà italiana, costituita da una maggioranza che resta "nella vulnerabilità, lasciata a se stessa", "più rassegnata che incarognita", in un'inerzia diffusa "senza chiamata al futuro".

La realtà diventa ogni giorno "poltiglia di massa - spiega il Rapporto sulla situazione sociale del paese - indifferente a fini e obiettivi di futuro, ripiegata su se stessa"; la società è fatta di "coriandoli" che stanno accanto per pura inerzia.

Una minoranza industriale, dinamica e vitale, continua nello sviluppo, attraverso un'offerta di fascia altissima del mercato, produzioni di alto brand, strategie di nicchia, investimenti all'estero; cresce così la voglia di successo degli imprenditori e il loro orgoglio rispetto al mondo di finanza e politica.

Ma "siamo dentro una dinamica evolutiva di pochi e non in uno sviluppo di popolo": "la minoranza industriale va per proprio conto, il governo distribuisce 'tesoretti'", ma lo sviluppo non filtra perché non diventa processo sociale e la società sembra adagiata in un'inerzia diffusa.

Lo sviluppo di una minoranza non ha saputo rilanciare i consumi e la maggioranza si orienta per acquisizioni low cost e su beni durevoli, senza un clima di fiducia.

L'italiano medio dovunque giri lo sguardo sembra pensare di fare esperienza del peggio: nella politica, nella violenza intrafamiliare, nella micro-criminalità e nella criminalità organizzata, nella dipendenza da droga e alcool, nella debole integrazione degli immigrati, nella disfunzione delle burocrazie, nella bassa qualità dei programmi tv.

La minoranza industriale, dinamica e vitale, non ce la fa a trainare tutti, visto che é concentrata sulla conquista di mercati ricchi e lontani, con prodotti a prezzo così alto che non possono scatenare effetto imitativo.

La pur indubbia ripresa - fa notare il Censis - rischia di essere malata se non si immette fiducia nel futuro.

La classe politica, scossa dalla ventata di antipolitica, non può fare da collettore di energie.

Solo delle minoranze "possono trovare la base solida da cui partire" e "sprigionare le energie necessarie per uscire dallo stallo odierno"; si tratta delle minoranze che fanno ricerca e innovazione, giovani che studiano all'estero, professionisti che esplorano nuovi mercati; chi ha scelto di vivere in realtà locali ad alta qualità della vita; minoranze che vivono l'immigrazione come integrazione, che credono in un'esperienza religiosa e sono attente alla persona, che hanno scelto di appartenere a gruppi, movimenti, associazioni, sindacati.

Le diverse minoranze dovranno gestire da sole una sfida faticosa, immaginando spazi nuovi di impegni individuali e collettivi: una sfida assolutamente necessaria - per il Censis - per allontanare l'inclinazione al peggio che "fa rasentare l'ignominia intellettuale e un'insanabile noia".

Il presidente del Censis, De Rita: “Italia rassegnata e furba senza senso del peccato. Lo Stato ha perso autorità morale e sta saltando.”

Nella reazione dell’opinione pubblica ai ripetuti scandali, c’è una sorta di rassegnazione al peggio, un atteggiamento diverso rispetto all’era Tangentopoli, eppure questo approccio non stupisce il presidente del Censis Giuseppe De Rita: «Sì, in giro c’è una rassegnazione vera, ma anche furba. Chiunque di noi può ascoltare grandi dichiarazioni indignate: “Qui sono tutti mascalzoni!”. La gente ragiona così: sento tutti parlare male di tutti e anche io faccio lo stesso. Dopodiché però non scatta la molla: e io che faccio? Non scatta per l’assenza di codici ai quali ubbidire. Non scatta perché non c’è più un vincolo collettivo. Tutto può essere fatto se io stesso ritengo giusto che sia fatto».

La profondità e l’autorevolezza della sua lettura della società e del costume italiano già da tempo hanno fatto di Giuseppe De Rita un’autorità morale, una dei pochissimi intellettuali italiani che è impossibile incasellare.

«Siamo passati dal grande delitto ai piccoli delitti. Dall’Enimont al piccolo appalto. Ma questa è la metafora del Paese. A furia di frammentare, anche i reati sono diventati più piccoli e ciascuno se li assolve come vuole. E’ entrato in crisi il senso del peccato, ma lo Stato che dovrebbe regolare i comportamenti sconvenienti, non ha più l’autorità morale per dire: quel reato è veramente grave. E allora salta lo Stato. Come sta accadendo adesso.  Se sei un piccolo ladruncolo, cosa c’è di meglio che prendersela col grande ladro? Se fai illegalmente il secondo lavoro da impiegato pubblico, poter dire che quelli lì erano ladri e si sono mangiati tutto, non è un alibi, ma è una messa in canto della propria debolezza. Le formichine italiane hanno fatto il Paese, ma hanno preso tutto quello che era possibile dal corpaccione pubblico. Noi che predicavamo le privatizzazioni “alte”, non abbiamo capito che il modo italico di privatizzare era tradurre in interesse privato qualsiasi cosa. Un fenomeno di massa: ognuno si è preso il suo pezzetto di risorsa pubblica.  La classe dirigente della Seconda Repubblica non è stata soltanto la “serie B” della Prima, ma le sono mancati riferimenti di autorità morale. Una classe dirigente si forma sotto una qualche autorità etica. De Gasperi si era formato nell’Austria-Ungheria, il resto della classe dirigente democristiana, diciamoci la verità, si è formata in parrocchia. La classe dirigente comunista si era formata in galera o nella singolare moralità del partito. Questa realtà di illegalità diffusa ha inizio con don Lorenzo Milani. Con don Milani e l’obiezione di coscienza. Ci voleva una autorità morale come la sua per dire che la norma della comunità e dello Stato è meno importante della mia coscienza. E’ da lì che inizia la stagione del soggettivismo etico. Un’avventura che prende tre strade. La prima: la libertà dei diritti civili. Prima di allora non dovevi divorziare, non dovevi abortire, dovevi fare il militare, dovevi obbedire allo Stato e poi sei diventato libero di fare tutto questo. Seconda strada: la soggettività economica, ciascuno ha voluto essere padrone della propria vita, non vado sotto padrone, mi metto in proprio. E’ il boom delle imprese. La terza strada, la più ambigua: la libertà di essere se stessi e quindi di poter giudicare tutto in base ad un criterio personale. Il marito è mio e lo cambio se voglio, il figlio è mio e lo abortisco se voglio. L’azienda è mia e la gestisco io. Io stesso, certe volte parlando con i miei figli, dico: il peccato è mio, me lo “gestisco” io».

Il Csm, è la convinzione del capo dello Stato nella cerimonia al Quirinale di commiato dai componenti del Csm uscenti e di saluto a quelli entranti, deve «contrastare decisamente oscure collusioni di potere ed egualmente esposizioni e strumentalizzazioni mediatiche, a fini politici di parte o a scopo di "autopromozione personale"». Il 31 luglio 2010 l'inquilino del Quirinale cita «fenomeni di corruzione di trame inquinanti che turbano e allarmano, apparendo essi tra l’altro legati all’operare di "squallide consorterie"».

Per il Colle è importante «alzare la guardia nei confronti di deviazioni che finiscono per colpire fatalmente quel bene prezioso che è costituito dalla credibilità morale e dall'imparzialità e dalla terzietà del magistrato». «Già nella risoluzione adottata dal Csm il 20 gennaio 2010 - ricorda Napolitano nel discorso di saluto dei nuovi componenti del Csm - si è mostrata consapevolezza della percezione da parte dell'opinione pubblica che, alcune scelte consiliari siano in qualche misura condizionate da logiche diverse, che possono talvolta affermarsi in "pratiche spartitorie", rispondenti ad "interessi lobbistici, logiche trasversali, rapporti amicali o simpatie e collegamenti politici"».

Nel documento base della ‘Settimana sociale’, di Agosto 2010, la Cei definisce l’Italia “un Paese senza classe dirigente”.Nel documento è possibile leggere: “L’Italia è un paese senza classe dirigente, senza persone che per ruolo politico, imprenditoriale, di cultura, sappiano offrire alla nazione una visione e degli obiettivi condivisi e condivisibili”.

L’Italia è un Paese «sfilacciato», addirittura ridotto «a coriandoli», che ha paura del futuro. È dirompente la radiografia che il presidente dei vescovi italiani, ha fatto aprendo i lavori del Consiglio permanente della Cei.

“La verità è che ‘il Paese da marciapiede’ i segni del disagio li offre (e in abbondanza) da tempo, ma la politica li toglie dai titoli di testa, sviando l’attenzione con le immagini del ‘Presidente spazzino’, l’inutile ‘gioco dei soldatini’ nelle città, i finti problemi di sicurezza, la lotta al fannullone”. Questo scrive Famiglia Cristiana. Ciò svia l’attenzione dai problemi economici del Paese, e con il rischio “di provocare una guerra fra poveri, se questa battaglia non la si riconduce ai giusti termini, con serietà e senza le ‘buffonate’, che servono solo a riempire pagine di giornali”.

Il Vaticano non recepisce più automaticamente, come fonte del proprio diritto, le leggi italiane. Tre i motivi principali di questa drastica scelta: il loro numero esorbitante, l'illogicità e l'amoralità di alcune norme. Lo riferisce l'Osservatore Romano all’atto di presentazione della nuova legge della Santa Sede sulle fonti del diritto firmata da Benedetto XVI, vigente dal primo gennaio 2009 e in sostituzione della legge del 7 giugno 1929.

E che dire della malattia dei politici. Poltronismo, poltronite. La malattia è presto definita: raccogliere sotto lo stesso corpo più incarichi possibili. La prima poltrona dà potere e visibilità. La seconda fiducia e tranquillità. Se casco lì, rimango in piedi qui. O viceversa.

La Prima Repubblica aveva molti difetti ma alcune virtù nascoste. Tra queste separare in modo indiscutibile la guida degli enti locali con l'impegno da parlamentare. Il divieto, contenuto in una legge del 1957 e limitato ai centri con più di ventimila abitanti e alle province, tutte, trovava fondamento nell'idea di offrire parità di condizioni ai candidati. Un deputato che fosse in corsa per fare il sindaco aveva più possibilità di captare voti. Dunque avrebbe violato la par condicio. Per anni norma osservata, e disciplina dei sensi unici assoluta. Con Tangentopoli il mercato della politica si è però ristretto. Molti presentabili sono divenuti impresentabili. Molti politici in carriera si sono ritrovati in panchina. Molti altri colleghi addirittura oltre le tribune, fuori dal gioco, alcuni dietro le sbarre.

Col favore delle tenebre, nel silenzio assoluto e nella distrazione collettiva, il 2 giugno del 2002 la Giunta per le elezioni, organo politico a cui sono affidati poteri giurisdizionali, cambia i sensi, inverte i passaggi. Chi fa il sindaco di una città che abbia più di ventimila abitanti o il presidente della Provincia non può candidarsi a deputato o senatore. Ma chi è parlamentare può. Senso inverso possibile. La cosa è piaciuta ai più: fare il sindaco-deputato è molto meglio che fare soltanto il sindaco. E se è vero che le indennità non sono cumulabili è certo che le prerogative invece lo sono. Esempio su tutte: l'immunità.

E quindi è iniziata la processione. Prima quello, poi quell'altro. Dopo di te io. E allora io. Un deputato è sindaco a Viterbo, un senatore è sindaco a Catania; una deputata è presidente della Provincia di Asti, un senatore presiede quella di Avellino. Un deputato è sindaco a Brescia, un collega è presidente a Napoli. E via così...

I più hanno trasmesso ai nuovi uffici la stessa foto di rappresentanza data agli uffici parlamentari. Quando serve siamo qui. Col tesserino. Quando non serve siamo lì. Con la fascia tricolore. E' un bel segno in questi tempi di crisi: più poltrone per tutti.

Da una ricerca emergono i difetti del “belpaese”. Italiani maleducati, arroganti e corrotti, con scarso rispetto per l'ambiente e le diversità. I più viziosi? Senza ombra di dubbio, i politici seguiti, a ruota, da sindacalisti, imprenditori e banchieri.

Inizia con in esclusiva dell'indagine, curata dal sociologo Enrico Finzi, che il 'Messaggero di “Sant’Antonio” ha commissionato ad Astra Ricerche, istituto di ricerca demoscopica di cui Finzi è presidente.

Uno zoom sui nuovi vizi dal quale emerge una radiografia 'in presa diretta' sull'Italia.

''Nell'anteprima dell'indagine pubblicata in questo numero della Rivista, si possono trovare le prime istantanee - afferma il direttore della rivista, padre Ugo Sartorio - ossia quali sono i nuovi vizi più diffusi, le cause e, soprattutto, l'identikit degli italiani più 'viziosi'''.

In testa alla classifica dei vizi ci sono i politici, secondo il 78% degli interpellati; seguono i sindacalisti al secondo posto, 40% circa, e poi i giovani, i giornalisti e gli immigrati, attorno al 35%. Tra i nuovi vizi più diffusi l'arroganza e la maleducazione, la corruzione, la disonestà, il consumismo, ma anche l'indifferenza e l'irresponsabilità.

Al primo posto, per quanto riguarda i vizi nella società, troviamo la maleducazione: ben nove su dieci abitanti del Belpaese puntano il dito contro questo vizio.

Al terzo posto, col 77% delle indicazioni, incontriamo il menefreghismo. In stretta connessione, con un valore di poco inferiore (74%), quel tipo di degenerazione etica che si traduce nella disonestà e anche nella corruzione.

Insomma, la più aspra preoccupazione della gente riguarda in generale l'imbarbarimento della vita e delle relazioni interpersonali, fondato sul trionfo dell''io isolato dagli altri' e sul venir meno dell'etica personale e collettiva.

Di diversa natura, ''ma in fondo non così dissimile'', è il quinto macro-difetto, lamentato dal 71% dei 18-79enni: ''lo scarso rispetto per la natura e per l'ambiente''.

Il 49% del campione indica come vizio più grave ''il carrierismo e la competizione senza regole e senza freni, essi stessi determinati dall'egoismo o dal considerare gli altri solo un mezzo per raggiungere i propri obiettivi. Al penultimo posto in questa triste classifica - rileva il presidente di Astra ricerche - ecco il dilagare tra gli italiani dell'immaturità e spesso dell'infantilismo.

Infine il 42% denuncia la crescita nella nostra società dell'intolleranza (a volte religiosa, a volte politica, spesso culturale, spessissimo sportiva): quell'incapacità di accettare e anzi di valorizzare la pluralità delle opinioni e dei comportamenti che rende democratica e civile, oltre che moralmente solida, qualunque civiltà.

Una fotografia, quella voluta dal 'Messaggero di sant'Antonio', che aiuta a rilevare attraverso un'ottica il più possibile imparziale i tratti di un Paese dai mille volti.

Un occhio agli italiani anche da parte straniera, e il risultato per noi non è proprio dei migliori.

Impietosa analisi del Belpaese dove regna "una dilagante impunità e uno standard di vita in declino".

"L'Italia è oggi una terra inondata da corruzione, decadenza economica, noia politica, dilagante impunità e uno standard di vita in declino".

E' l'impietosa analisi che fa del nostro Paese il Los Angeles Times in occasione delle elezioni politiche del 2008 per la scelta del "62esimo governo in 63 anni". Elezioni nelle quali gli elettori potranno scegliere fra "rei condannati" o "ballerine della tv". Il titolo dell'articolo di Tracy Wilkinson è: "In Italia il crimine paga e vi può far eleggere".

Il Los Angeles Times descrive l'Italia - un tempo "leggendaria icona di cultura" - come un Paese dove la gestione di un'impresa "è un'esperienza torbida e frustrante, a meno di non essere la Mafia, oggi il più grande business in Italia".

Un Paese dove "il sistema giudiziario raramente funziona", e "i parlamentari sono i più pagati d'Europa ma, secondo l'opinione di molti, i meno efficaci, una elite che si autoperpetua" e sembra "voler trascinare giù il Paese con sé".

Un' Italia ormai in ginocchio, con una classe politica "iper-pagata" preda dell' "immobilismo" e del "trasformismo" che sta inesorabilmente perdendo "legittimità"' tra i cittadini stanchi e disillusi. E' un quadro nero della Penisola, il Paese "peggio governato d'Europa", quello che il professor Martin Rhodes traccia nella pagina dei commenti del Financial Times.

I giornali lo dicono chiaramente: non siamo più emblema di stile, ma quintessenza della maleducazione. "Dimenticatevelo il Bel Paese. Musica rap strombazza da una radio portatile e un pallone rotola sul vostro asciugamano mentre una mamma italiana urla a suo figlio insabbiato. Questa è la vita da spiaggia, almeno alla maniera italiana" sentenzia il Sydney Morning Herald. Ma non solo: "un turista visto una sola volta viene considerato non una persona, bensì un’incombenza" (The Guardian), "nelle code ai musei ti ritrovi spinto addirittura da suore" si sostiene su travelpod.com. E ancora, "ci sono preservativi usati ovunque ad inquinare i parchi protetti" (italy.net), mentre in città "la colonna sonora simbolica dell'Italia è il ronzio del motore a due marce degli scooter che sfrecciano ignorando le regole tra il traffico impenetrabile" (New York Times).

Immagine italiana all'estero: sempre più opaca. È il quadro che emerge da una ricerca sulla stampa estera dell’Osservatorio Giornalistico Internazionale Nathan il Saggio (www.nathanilsaggio.com), reso noto dall’Agenzia KlausDavi, che ha monitorato le principali testate straniere (dal New York Times a Le Monde, dall’Herald Tribune al Der Spiegel) e i più importanti portali di informazioni turistiche sul tema "l’Italia vista dagli altri". Ne scaturisce un’analisi critica e a volte dura da parte della stampa estera che denota l’opacizzazione dell’immagine dello stile italiano all’estero.

"Che fine ha fatto la dolce vita?", il titolo di un articolo del Guardian, pare essere emblematico di questo cambiamento di percezione nei confronti del paese del sole. Da simpatici burloni, pronti ad accogliere con il sorriso gli ospiti e pieni del celeberrimo fascino Italian Style riconosciuto in tutto il mondo, gli italiani di oggi riempiono le colonne della stampa estera per maleducazione ed eccessi di arroganza e furbizia. Per strada sono sempre pronti a fischiare le ragazze, concentrati solo sul proprio aspetto fisico e gettano immondizia ovunque (The Sidney Morning Herald). Nella classifica compare la città di Viareggio, "invasa d’estate dalla solita calca italiana stravaccata sotto gli ombrelloni e sempre impegnata a far squillare i cellulari" (Times) e "meta di chi vuol esibire il proprio status" (Frankfurter Allgemeine Zeitung). Segue Rimini con le sue spiagge sovrappopolate e addirittura da evitare, secondo Liberation. Alberghi non accoglienti e infestati da ragni (Focus), valgono a Bibione la terza posizione in questa ’classificà. Chiudono Varigotti, perla della costa ligure che però è invasa da parcheggiatori e bagni abusivi (Abc), e Amalfi, dove strombazzate e insulti in auto sono la normalità (The Globe and Mail).

Questo per quanto riguarda l'Italia degli adulti. E i nostri figli ??

Cresce fra le ragazzine il fenomeno della microprostituzione: sesso a scuola e sul web per arrotondare la “paghetta”.

Ricordate, appena qualche anno fa, quando si parlava di immagini spinte che gli adolescenti facevano girare con i telefonini? Allora quel fenomeno, che era ai suoi albori, venne inquadrato in una specie di patologia “esibizionistica” imitativa fra teenagers. Capitarono anche casi di video “hard” di ragazzine, destinati all’auto-contemplazione all’interno della coppia o al ristretto giro delle amicizie più intime, diffusi, invece, sempre tramite i cellulari, ad intere scolaresche ed intercettati anche dagli allibiti genitori. Alcuni di questi episodi divennero casi di cronaca anche in Emilia, a Bologna e Modena, con povere ragazze messe in piazza in quel modo, e genitori costretti a rivolgersi ai carabinieri.

Si parlò poi di “bullismo elettronico”, quando, oltre alle scene di sesso precoce, vennero fatte circolare dai cellulari anche immagini girate a scuola di pestaggi (anche ai danni di minorati) o di “scherzi pesanti” a professori (ricordate il caso di Lecce della professoressa in perizoma, palpeggiata dagli alunni?). Ci si interrogò allora sul bisogno dei giovani di “apparire” a tutti i costi, di “visibilità” anche negativa, per esistere….

Ebbene a distanza di pochi anni, il fenomeno ha cambiato definizione e modalità: non più “esibizionismo”, non più “bullismo”, non più violenza gratuita, non più gratuita ostentazione… nel senso che le ragazzine continua a riprendersi o a farsi riprendere in situazioni “osè”, ma adesso pretendono di essere pagate. Il fenomeno si sta cioè convertendo in “microprostituzione” a scuola o tramite web. Una forma di prostituzione per così dire “under”, estemporanea, praticata per lo più fra coetanei (per questo la si chiama “micro”), ma è certo alta la possibilità che queste stesse ragazze possano diventare anche “prede” di adulti senza scrupoli, ed ovviamente più danarosi dei loro compagni di classe.

Il fenomeno è osservato ed in preoccupante espansione. Per molte ragazze sta diventando “normale” concedere prestazioni sessuali, o ritrarsi in pose erotiche tramite la webcam o gli stessi cellulari, in cambio di soldi per arrotondare la paghetta dei genitori. Paghetta che magari la crisi può aver un po’ ristretto.

E che dire delle leggi?

Guida pratica comune del Parlamento Europeo, del Consiglio e della Commissione destinata a coloro che partecipano alla redazione dei testi legislativi delle istituzioni europee.

La redazione degli atti deve essere:

chiara, facilmente comprensibile, priva di equivoci;

semplice, concisa, esente da elementi superflui;

precisa, priva di indeterminatezze.

Tale regola ispirata al buon senso è espressione di principi generali del diritto come i seguenti:

l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, nel senso che la legge deve essere accessibile e comprensibile a tutti;

la certezza del diritto, in quanto l’applicazione della legge deve essere prevedibile.

Invece in Italia così non è. L'aspirante dannunziano Roberto Calderoli ha fatto un miracolo: denunciata la presenza di 29.100 leggi inutili, ne ha bruciate in un bel falò 375.000, scrive Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”. Fatti i conti, lavorando 12 ore al giorno dal momento in cui si è insediato, più di una al minuto: lettura del testo compresa. Wow! Resta il mistero dell’ingombro di quelle appena fatte. Stando al «Comitato per la legislazione» della Camera, i soli decreti del governo attuale hanno sfondato la media di 2 milioni di caratteri l’uno: 56 decreti, 112 milioni di caratteri. Per capirci: l’equivalente di 124,4 tomi di 500 pagine l’uno. Dicono le rappresentanze di base dei vigili del fuoco che quella del ministro è stata «una sceneggiata degna del Ventennio». E c’è chi sottolinea che i roghi di carta, in passato, hanno sempre contraddistinto i tempi foschi. Per non dire delle perplessità sui numeri: se la relazione della commissione parlamentare presieduta da Alessandro Pajno e più volte citata da Calderoli aveva accertato «circa 21.000 atti legislativi, di cui circa 7.000 anteriori al 31 dicembre 1969», come ha fatto lo stesso Calderoli a contarne adesso 375.000? Al di là le polemiche, tuttavia, resta il tema: fra i faldoni bruciati ieri nel cortile di una caserma dei pompieri (lui avrebbe voluto fare lo show a Palazzo Chigi ma Gianni Letta, poco marinettiano, si sarebbe opposto...) c’erano soltanto antichi reperti burocratici quali l’enfiteusi o anche qualcosa di più recente? Prendiamo l’articolo 7 delle norme sul fondo perequativo a favore delle Regioni: «La differenza tra il fabbisogno finanziario necessario alla copertura delle spese di cui all’articolo 6, comma 1, lettera a), numero 1, calcolate con le modalità di cui alla lettera b) del medesimo comma 1 dell’articolo 6 e il gettito regionale dei tributi ad esse dedicati, determinato con l’esclusione delle variazioni di gettito prodotte dall’esercizio dell’autonomia tributaria nonché dall’emersione della base imponibile...». Il ministro Calderoli concorderà: un delirio. Il guaio è che non si tratta di una legge fatta ai tempi in cui Ferdinando Petruccelli della Gattina scriveva «I moribondi del Palazzo Carignano». È una legge del governo attuale, presa mesi fa ad esempio di demenza burocratese da un grande giornalista non certo catalogabile fra le «penne rosse»: Mario Cervi. Direttore emerito del Giornale berlusconiano. Eppure c’è di peggio. Nel lodevolissimo sforzo di rendere più facile la lettura e quindi il rispetto delle leggi, il governo approvò il 18 giugno 2009 una legge che aveva un articolo 3 titolato «Chiarezza dei testi normativi». Vi si scriveva che «a) ogni norma che sia diretta a sostituire, modificare o abrogare norme vigenti ovvero a stabilire deroghe indichi espressamente le norme sostituite, modificate, abrogate o derogate; b) ogni rinvio ad altre norme contenuto in disposizioni legislative, nonché in regolamenti, decreti o circolari emanati dalla pubblica amministrazione, contestualmente indichi, in forma integrale o in forma sintetica e di chiara comprensione, il testo...». Insomma: basta con gli orrori da azzeccagarbugli. Eppure, ecco il comma dell’articolo 1 dell’ultimo decreto milleproroghe del governo in carica: «5-ter. È ulteriormente prorogato al 31 ottobre 2010 il termine di cui al primo periodo del comma 8-quinquies dell’articolo 6 del decreto-legge 28 dicembre 2006, n. 300, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2007, n. 17, come da ultimo prorogato al 31 dicembre 2009 dall’articolo 47-bis del decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 2008, n. 31». Cioè? Boh...È questo il punto: che senso c’è a incendiare un po' di scatoloni di detriti burocratici che parlano di «concessioni per tranvia a trazione meccanica» o di «acquisto di carbone per la Regia Marina» se poi gli spazi svuotati da quelle regole in disuso vengono riempiti da nuove norme ancora più confuse, deliranti, incomprensibili? La risposta è in un prezioso libretto curato dal preside della facoltà di lettere e filosofia di Padova Michele Cortellazzo. Si intitola: Le istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione tradotte in italiano. Sottotitolo: Omaggio al ministero dell’Interno. Non fosse una cosa seria, potrebbe essere scambiata per satira: se le regole elettorali fossero comprensibili, perché mai dovrebbero essere «tradotte in italiano»? Anche negli armadi impolverati delle legislazioni straniere esistono mucchi di leggi in disuso. Un sito internet intitolato «gogna del legislatore scemo» ne ha steso un elenco irresistibile. In certi Stati del Far West americano è proibito «pescare restando a cavallo». Nell’Illinois chi abbia mangiato aglio può essere incriminato se va a teatro prima che siano trascorse quattro ore. A Little Rock dopo le 13 della domenica non si può portare a spasso mucche nella Main Street. Ogni tanto, senza farla tanto lunga, i legislatori svuotano i magazzini. Magari cercando di non fare gli errori sui quali, nello sforzo di fare in fretta, era incorsa la "ramazza" di Calderoli, la quale, come via via hanno segnalato i giornali consentendo di rimediare alle figuracce, aveva spazzato via per sbaglio anche il trasferimento della capitale da Firenze a Roma, l’istituzione della Corte dei Conti o le norme che consentono a un cittadino di non essere imputato per oltraggio a pubblico ufficiale se reagisce ad atti arbitrari o illegali. Ciò che più conta, però, è fare le leggi nuove con chiarezza. Se no, ogni volta si ricomincia da capo. Qui no, non ci siamo. E a dirlo non sono i «criticoni comunisti» ma il Comitato parlamentare per la legislazione presieduto dal berlusconiano Antonino Lo Presti. Comitato che due mesi fa spiegò che i decreti del governo Prodi, già gonfi di parole, numeri e codicilli, contenevano mediamente 1 milione e 128 mila caratteri. Quelli del governo Berlusconi, a forza di voler tener dentro tutto, hanno superato i 2 milioni. E sarebbe questa, la semplificazione? Ci siamo liberati delle ottocentesche norme sulla «riproduzione tramite fotografia di cose immobili» per tenerci oggi astrusità come i rimandi «all’articolo 1, comma 255, della legge 30 dicembre 2004, n. 311, può essere prevista l’applicazione dell’articolo 11, comma 3, del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, e dell’articolo 1, comma 853...»? Ma dai...

Non basta sono gli stessi legislatori ad essere illegittimi, quindi abusivi. Incostituzionalità della Legge elettorale n. 270/2005. Dal Palazzo della Consulta, 4 dicembre 2013. La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza – sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica – alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione. La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali “bloccate”, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza. Le motivazioni saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime settimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici. Resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali.

Il Porcellum è illegittimo, dice la Corte costituzionale. Bocciato il premio di maggioranza, bocciate le liste bloccate. La Consulta dichiara l’illegittimità costituzionale delle norme sul premio di maggioranza, per Camera e Senato, attribuito alla lista o alla coalizione che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e non abbiano avuto almeno 340 seggi a Montecitorio e il 55 per cento dei seggi assegnati a ogni regione, a Palazzo Madama. Contrarie alla Carta anche le norme sulle liste «bloccate»,perché non consentono all’elettore di dare una preferenza. Accoglie in toto il ricorso contro la legge elettorale del 2005, l’Alta Corte. Ma nella lunga camera di consiglio è battaglia. Perché dopo il voto unanime sull’ammissibilità del ricorso e poi sull’eliminazione del premio di maggioranza, sulla terza questione ci si spacca 7 a 8. Sembra che i giudici più vicini alla sinistra, dal presidente Gaetano Silvestri a Sabino Cassese e Giuliano Amato (di nomina presidenziale), allo stesso Sergio Mattarella (scelto dal parlamento e padre del sistema precedente), volessero che l’Alta Corte affermasse che abolite le liste bloccate ci fosse la «reviviscenza» del vecchio sistema. Ma la manovra non sarebbe riuscita perché si sarebbero opposti lo stesso relatore Giuseppe Tesauro, il vicepresidente Sergio Mattarella, i giudici Paolo Maria Napolitano, Giuseppe Frigo e altri scelti da Cassazione e Consiglio di Stato.

GLI EFFETTI GIURIDICI INCONTESTABILI: SONO DA CONSIDERARSI INESISTENTI, QUINDI NON LEGITTIMATI A LEGIFERARE, A DECRETARE ED A NOMINARE CHI E’ STATO ELETTO CON UNA LEGGE INCOSTITUZIONALE, QUINDI INESISTENTE. INESISTENTI SONO, ANCHE, GLI ATTI DA QUESTI PRODOTTI: NORME GIURIDICHE O NOMINE ISTITUZIONALI.

L'abrogazione di una norma giuridica, ossia la sua perdita di efficacia, può avvenire mediante l'emanazione di una norma successiva di pari grado o di grado superiore. Fanno eccezione le leggi temporanee nelle quali l'abrogazione è indicata con il termine della durata indicata dal Legislatore.

L'articolo 15 delle Preleggi delinea tre distinti casi di abrogazione: Art. 15 Abrogazione delle leggi. "Le leggi non sono abrogate che da leggi posteriori per dichiarazione espressa del legislatore, o per incompatibilità tra le nuove disposizioni e le precedenti o perché la nuova legge regola l'intera materia già regolata dalla legge anteriore." Nel caso in cui la norma è abrogata, in tutto o in parte, mediante una legge posteriore con esplicito riferimento alla norma precedente si parla di "abrogazione espressa". Quando l'abrogazione deriva dall'incompatibilità delle precedenti norme con quelle emanate successivamente si parla di "abrogazione tacita". Infine, quando una nuova legge disciplina un'intera materia già regolamentata, conferendogli una nuova sistematicità logico-giuridica, le precedenti norme sono abrogate. In quest'ultimo caso si parla di "abrogazione implicita".

Abrogazione per incostituzionalità. Una norma giuridica può essere abrogata anche mediante sentenza di incostituzionalità pronunciata dalla Corte Costituzionale. Articolo 136 – Costituzione. "Quando la Corte dichiara l'illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge [cfr. art. 134], la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione. La decisione della Corte è pubblicata e comunicata alle Camere ed ai Consigli regionali interessati, affinché, ove lo ritengano necessario, provvedano nelle forme costituzionali."

Abrogazione per referendum. Infine, un altro fenomeno estintivo di una norma giuridica previsto dal nostro ordinamento giuridico è dato dal referendum abrogativo. Articolo 75 – Costituzione. "E` indetto referendum popolare [cfr. art. 87 c. 6] per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge [cfr. artt. 76, 77], quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80]. Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati. La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. La legge determina le modalità di attuazione del referendum."

Abrogazione per desuetudine. Nell'ordinamento giuridico italiano non è valida l'abrogazione per desuetudine. L'abrogazione di una norma giuridica, ossia la sua perdita di efficacia, può avvenire mediante l'emanazione di una norma successiva di pari grado o di grado superiore. Fanno eccezione le leggi temporanee nelle quali l'abrograzione è indicata con il termine della durata indicata dal Legislatore.

L'abrogazione è l'istituto mediante il quale il legislatore determina la cessazione ex nunc (non retroattiva) dell'efficacia di una norma giuridica. Si distingue dalla deroga (posta in essere da una norma speciale o eccezionale) in quanto una norma "derogata" resta in vigore per la generalità dei casi, mentre una norma abrogata cessa di produrre effetti giuridici. Si distingue dall'annullamento, che priva retroattivamente di efficacia una norma. Tutte le norme giuridiche si sviluppano necessariamente su due piani, quello temporale e quello spaziale. In questo scritto sarà la dimensione temporale ad essere presa in considerazione. Questo implica che si muovano i primi passi da una norma ulteriore rispetto a quelle citate in precedenza.

L'articolo 11 delle Preleggi disciplina il principio di irretroattività della legge: "la legge non dispone che per l'avvenire: essa non ha effetto retroattivo". Il significato di tale regola è che una norma non può essere applicata a situazioni di fatto o a rapporti giuridici sorti e conclusisi anteriormente alla sua entrata in vigore. Il principio di irretroattività, previsto dall'articolo 11 delle Preleggi, è ripreso dall'articolo 25 della Costituzione il quale lo codifica, meglio lo costituzionalizza, limitatamente all'ambito penale, disponendo, per assicurare un'esigenza di certezza ai comportamenti dei consociati, che "nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso". La previsione costituzionale del principio di irretroattività delle leggi, anziché definire, almeno in ambito penale, le problematiche sottese alla efficacia delle norme nel tempo apre delle problematiche ulteriori soprattutto quando viene letto in combinato con l'articolo 2 del codice penale. L'articolo 2 del codice penale statuisce che "nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato. Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l'esecuzione e gli effetti penali. Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile".

Quanto detto analiticamente vale per gli att. Per quanto riguarda le persone elette con norme abrogate perché ritenute incostituzionali?

Nel diritto la nullità è una delle massime sanzioni in quanto opera di diritto (ipso iure) cioè non è richiesto l'intervento del giudice: l'atto nullo è inefficace di diritto. Nel codice civile si ha un atto nullo quando manca di uno degli elementi essenziali o risulta in contrasto con norme imperative. Anche la nullità degli atti amministrativi è riconducibile a questa disciplina avendo però, ovviamente, elementi essenziali diversi e norme imperative differenti da rispettare. La conseguenza della nullità è la stessa: l’atto è come mai esistito. Le cause di nullità, quindi, sono:

- Casi previsti dalla legge, nel diritto amministrativo non basta il semplice contrasto con una norma ma occorre che tale norma preveda come conseguenza della sua inosservanza la nullità dell’atto. Ecco perché si parla più propriamente di casi previsti dalla legge.

- Inottemperanza alle sentenze, può essere considerato un sottoinsieme della categoria dei casi previsti dalla legge, in quanto una legge prevede che nel caso che un atto non si conformi ad un precedente giudicato sia nullo.

- Mancanza degli elementi essenziali, si cerca di applicare l’art. 1325 c.c. per individuare gli elementi degli atti amministrativi.

Partendo dal suddetto articolo la giurisprudenza ha individuato gli elementi essenziali degli atti amministrativi in:

- soggetto, è nullo l’atto il cui autore non sia identificabile;

- oggetto, è nullo l’atto avente un oggetto inesistente, indeterminato o indeterminabile, o inidoneo (espropriare un bene demaniale);

- forma, vige il principio di libertà della forma ma in alcuni casi si ritiene che sia essenziale una certa forma, perché richiesta da una disposizione espressa o dalla prassi. In tali casi il difetto di forma causa nullità dell’atto;

- contenuto, è nullo l’atto con contenuto indeterminato, indeterminabile, inidoneo o illecito (autorizzare ad uccidere, autorizzare un’attività non definita, ecc…);

- causa, si discute se sia elemento essenziale e quindi causa di nullità, o consista nell’interesse pubblico specifico che l’atto deve perseguire e in tal caso la sua violazione comporta illegittimità per eccesso di potere.

- Difetto assoluto di attribuzione (incompetenza assoluta), può essere considerato un sottoinsieme in quanto corrisponde alla mancanza di un elemento essenziale: il soggetto.

Si ha incompetenza assoluta quando l’atto emanato era di competenza non-amministrativa oppure di altra amministrazione (Regione che interviene in materie statali è incompetenza assoluta). La c.d. carenza di potere, che non è prevista espressamente tra le cause di nullità, se ha quando l’amministrazione adotta un atto senza che sussistessero i presupposti legali che la autorizzassero ad emanarlo. Le conseguenze della nullità prevedono che l’atto sia privo di efficacia giuridica in maniera retroattiva, cioè le eventuali attività già svolte risultano prive di giustificazione.
Non è necessario che l’atto nullo sia eliminato, è sufficiente la sentenza dichiarativa del giudice competente.
La nullità è assoluta (può essere chiesta da chiunque, anche d’ufficio) ed è imprescrittibile.

Spiego meglio. Gli atti sono invalidi quando risultano difformi da ciò che la legge stabilisce. Possono essere: inesistenti (o nulli), o annullabili.

1. Inesistenza. È la mancanza di un elemento essenziale che comporta la totale nullità dell'atto. I principali casi sono:

a) inesistenza del soggetto; quando l'atto non può essere considerato espressione del pubblico potere poiché emanato da un soggetto non appartenente alla pubblica amministrazione;

b) incompetenza assoluta per territorio; quando l'atto è stato emanato da un organo della pubblica amministrazione ma al di fuori della sua sfera di competenza territoriale;

c) incompetenza assoluta per materia; è inesistente quello emanato da un organo della pubblica amministrazione in una materia che la legge attribuisce a un altro potere pubblico;

d) inesistenza dell'oggetto; è inesistente quando manca il destinatario o quando l'oggetto è indeterminato, indeterminabile o inidoneo: ad es., l'atto di matrimonio tra due persone dello stesso sesso;

e) inesistenza per mancanza di forma essenziale; si verifica quando la legge prevede che l'atto sia espresso in un certo modo (solitamente per iscritto) ed esso è emanato in modo diverso.

2. Annullabilità. L'atto amministrativo è annullabile quando, pur presentando tutti gli elementi essenziali previsti dall'ordinamento, è stato formato in modo diverso da quanto stabilito dalle norme sulla sua emanazione, ed è pertanto illegittimo; l'illegittimità deve riguardare uno dei suoi elementi essenziali. Mentre non esiste un testo normativo che indichi le cause di inesistenza dell'atto amministrativo, la legge rd 1024 26/6/1924 26 prevede espressamente i vizi di illegittimità che rendono l'atto annullabile: l'incompetenza relativa, l'eccesso di potere e la violazione di legge.

a) Incompetenza relativa. Mentre l'incompetenza assoluta si riscontra solo tra organi di diverse amministrazioni, e produce l'inesistenza dell'atto, quella relativa si verifica tra organi dello stesso settore di amministrazione e costituisce uno dei tre vizi di legittimità dell'atto che lo rendono annullabile. Essa si verifica nei seguenti casi:

- quando un organo gerarchicamente inferiore emana un atto di competenza di quello superiore;

- quando un organo esercita la potestà di un altro organo dello stesso settore di amministrazione;

- quando un organo emana un atto riservato all'ambito territoriale di un altro organo del medesimo ramo di amministrazione.

b) Eccesso di potere. Si riscontra nei casi in cui la pubblica amministrazione utilizza il potere di cui è dotata per conseguire uno scopo diverso da quello stabilito dalla legge, o quando il provvedimento appare illogico, irragionevole o privo di consequenzialità tra premesse e conclusioni. L'eccesso di potere è configurabile soltanto per gli atti discrezionali e mai per quelli vincolati.

c) Violazione di legge. Comprende tutte le cause di illegittimità non previste nei due punti precedenti: si verificano casi di violazione di legge quando, ad es., non sono rispettate le regole sul procedimento amministrativo, quando manca la forma prevista dalla legge, quando mancano i presupposti per l'emanazione dell'atto. L'atto illegittimo, fino a quando non viene annullato, è efficace e può essere eseguito. L'annullamento che ha efficacia retroattiva non si verifica di diritto ma dev'essere fatto valere dagli interessati ed essere pronunciato o con un provvedimento della pubblica amministrazione o con una sentenza del giudice amministrativo; in seguito a essi l'atto si considera come mai emanato e gli effetti eventualmente prodotti vengono annullati; anziché annullato può essere suscettibile di convalida o di sanatoria.

La inesistenza? L’ ultima parola, come sempre, alla giurisprudenza, scrive Sergio De Felice. Ancora una volta il diritto amministrativo mima e mutua le categorie giuridiche del provvedimento (in particolare, le sue invalidità) dal diritto civile e dal diritto romano, le madri di tutti i diritti. Si conferma l’assunto di quel grande autore secondo il quale il civile è il diritto, il penale è il fatto, l’amministrativo è il nulla, se non altro, perché esso deve rivolgersi alle altre branche del diritto per disciplinare le categorie patologiche (come dimostra il tentativo di costruzione negoziale del provvedimento).

E’ noto che la disciplina delle invalidità (in particolare della annullabilità, che richiede l’intervento del giudice) deriva dalla sovrapposizione, in diritto romano, dello jus civile e del diritto pretorio, e dalla integrazione, quindi, del diritto processuale con quello sostanziale. Quanto ai confini tra l’atto nullo e l’atto inesistente, ferma restando la chiara distinzione in teoria generale, tanto che l’una appartiene al mondo del giuridicamente rilevante, l’altra no, nella pratica, occorrerà vedere in quale categoria verranno comprese le fattispecie prima liquidate sotto la generale e onnicomprensiva “nullità-inesistenza” dell’atto amministrativo. Sotto tale aspetto, mentre non desteranno problemi pratici, i cosiddetti casi di scuola (atto emesso ioci o docendi causa, la violenza fisica), maggiori problemi, al limite tra nullità e inesistenza, creeranno altre fattispecie, come il caso dell’usurpatore di pubbliche funzioni (art. 347 c.p.), i casi più gravi di funzionario di fatto, i casi di imperfezione materiale (per non completamento della fattispecie), il difetto di sottoscrizione di un atto. Ancora una volta, sarà la giurisprudenza amministrativa a chiarire se residuano ipotesi di inesistenza, quali sono i requisiti essenziali dell’atto ai sensi dell’art. 21 septies e così via. Allo stesso modo, la giurisprudenza dovrà affrontare i nodi tra il rimedio della azione dichiarativa di nullità, il rapporto con la disapplicazione o inapplicazione, che considera l’atto tamquam non esset e non lo applica (e che perciò dovrebbe riguardare solo gli atti imperativi), ne prescinde, ma non lo espunge definitivamente dal sistema - mentre la nullità dichiara che l’atto è di diritto difforme dall’ordinamento. La giustizia amministrativa conferma ancora una volta, ed è chiamata a confermare, il suo ruolo di creatrice del diritto amministrativo. Essa è senz’altro giurisdizione (lo conferma la sentenza n.204/2004 della Corte Costituzionale); essa è amministrazione (judgér l’administration est administrer) quando compara interessi (nella fase cautelare) o quando entra in punto di contatto, annullando l’atto, o quando sostituisce un segmento di attività, nella giurisdizione di merito. Soprattutto, nella specie, la giurisprudenza si conferma il legislatore di fatto del diritto amministrativo, avendo, il legislatore nazionale ripreso dagli orientamenti consolidati in via giurisprudenziale le varie definizioni di invalidità, di nullità, conseguimento dello scopo, i casi di esecutorietà e così via. Resta la osservazione finale che sarà la giurisprudenza a completare (vel adiuvandi, vel supplendi, vel corrigendi) l’opera del legislatore del 2005. Venuta meno la fiducia nel mito della completezza della legge, è chiaro che il legislatore non è né completo, né perfetto (né, d’altronde, deve esserlo). Osservava la dottrina commercialistica a seguito della invenzione della categoria della inesistenza delle delibere assembleari (nata proprio per contrastare la rigida regola, voluta dal legislatore, della generale annullabilità a pena di decadenza, e la tassatività delle nullità delle delibere agli artt. 2377-2379 c.c.), che il legislatore non è onnipotente, ma è il giudice che adegua la norma al fatto, che trova il punto di equilibrio del sistema, unendo “ li mezzi alle regole e la teoria alla pratica”. La storia, e anche il futuro, della invalidità del provvedimento, ma in realtà tutto il diritto amministrativo, poggeranno ancora una volta, emulando una espressione della dottrina francese, sulle ginocchia del Consiglio di Stato.

Legge Elettorale: ITALIA allo sbando ! Il popolo non riconosce più l’autorità dello Stato ! Non sono  un esperto di diritto Costituzionale ma, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito l’illegittimità del Porcellum, immagino che qualsiasi semplice cittadino come il sottoscritto, si ponga numerosi interrogativi ai quali, almeno apparentemente, non risulta  agevole trovare risposta, scrive Paolo Cardenà. Certo che,  in prima istanza, una sentenza di questo genere stimolerebbe il dubbio se questa possa avere effetto retroattivo o meno. Perché, nel primo caso, si determinerebbero effetti sconvolgenti di difficile immaginazione. Ciò deriverebbe dal  fatto che, a rigor di logica, essendo incostituzionale una legge elettorale, sarebbero illegittimi anche tutti gli effetti prodotti in virtù di una norma incostituzionale. Quindi, già da otto anni, i parlamentari eletti con questa legge avrebbero occupato una posizione in maniera illegittima, poiché in contrasto con lo spirito costituzionale e quindi con quanto affermato dalla Consulta. Ne deriverebbe che sarebbero illegittimi anche tutti gli atti normativi (e non solo) prodotti in questo periodo. Di conseguenza tutte le leggi varate e tutti gli atti compiuti dal Parlamento sarebbero affetti dal vizio di illegittimità.

Pensate: secondo questa logica sarebbe illegittima anche la semplice fiducia votata ai vari governi che si sono succeduti in questo periodo, che sarebbero essi stessi illegittimi, quindi naturalmente non abilitati a  formare o porre in essere alcuna azione di governo: decreti compresi. Sarebbero illegittime leggi, modifiche costituzionali (Fiscal Compact compreso), nomine dei vari organi dello Stato di competenza del Parlamento, o la nomina stessa del Capo dello Stato e quant’altro prodotto da organi che, in tutto questo tempo, hanno operato per effetto di attribuzioni derivanti da atti parlamentari formati da un parlamento  illegittimo,  quindi  fuori dal perimetro costituzionale. Pensate ancora agli effetti economici e sociali prodotti in tutto questo periodo. Tutto sarebbe affetto dal vizio di legittimità. Quanto affermato trova fondamento giuridico nel  fatto che  si suole  farsi discendere detta efficacia retroattiva dal fatto che la norma caducata è viziata da nullità e quindi non può produrre ab origine alcun effetto giuridico. Tuttavia autorevoli commentatori e costituzionalisti  avvertono come un’applicazione  così radicale e generalizzata di tale principio possa determinare gravi inconvenienti. Potrebbero invero prodursi effetti profondamente sconvolgenti sul piano sociale, ovvero oneri economici insopportabili, rispetto a situazioni da molto tempo cristallizzate. In fattispecie del genere si afferma che  la pronuncia costituzionale, nel suo concreto risultato, non aderirebbe affatto alla propria funzione, in quanto darebbe luogo ad un grave turbamento della convivenza. Facendo una semplice ricerca in rete, ci si accorgerebbe che quanto appena affermato trova sostegno in numerose sentenze della Cassazione, della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato e dei Tribunali di merito che sono stati chiamati dirimere la  problematica relativa a rapporti costituitisi in base ad una norma dichiarata successivamente incostituzionale.

Ve ne riporto alcune:

“Mentre l’efficacia retroattiva della dichiarazione di illegittimità costituzionale è giustificata dalla stessa eliminazione della norma che non può più regolare alcun rapporto giuridico salvo che si siano determinate situazioni giuridiche ormai esaurite, in ipotesi di successione di legge – dal momento che la norma anteriore è pienamente valida ed efficace fino al momento in cui non è sostituita – la nuova legge non può che regolare i rapporti futuri e non anche quelli pregressi, per i quali vale il principio che la disciplina applicabile è quella vigente al momento in cui si p realizzata la situazione giuridica o il fatto generatore del diritto. (Cass. civile, sez. 28 maggio 1979, n. 311 in giustizia civile mass 1979 fasc. 5)”.

“L’efficacia retroattiva della sentenza dichiarativa dell’illegittimità costituzionale di norma di legge non si estende ai rapporti esauriti, ossia a quei rapporti che, sorti precedentemente alla pronuncia della Corte Costituzionale, abbiano dato luogo a situazioni giuridiche ormai consolidate ed intangibili in virtù del passaggio in giudicato di decisioni giudiziali, della definitività di provvedimenti amministrativi non più impugnabili, del completo esaurimento degli effetti di atti negoziali, del decorso dei termini di prescrizione o decadenza, ovvero del compimento di altri atti o fatti rilevanti sul piano sostanziale o processuale. (Trib. Roma 14 febbraio 1995)”.

“Le pronunce di accoglimento della Corte Costituzionale hanno effetto retroattivo, inficiando fin dall’origine la validità e l’efficacia della norma dichiarata contraria alla Costituzione, salvo il limite delle situazioni giuridiche “consolidate” per effetto di eventi che l’ordinamento giuridico riconosce idonei a produrre tale effetto, quali le sentenze passate in giudica, l’atto amministrativo non più impugnabile, la prescrizione e la decadenza. (Cass. civ. sez. III 28 luglio 1997 n. 7057).”

“La retroattività delle sentenze interpretative additive, pronunciate dalla Corte costituzionale, trova il suo naturale limite nella intangibilità delle situazioni e dei rapporti giuridici ormai esauriti in epoca precedente alla decisione della Corte ( Fattispecie nella quale il provvedimento di esclusione dai corsi speciali I.S.E.F. è stato impugnato in sede giurisdizionale e in quella sede è stato riconosciuto legittimo con sentenza passata in giudicato, con conseguente intangibilità del relativo rapporto) (Con. giust. amm. Sicilia 24 settembre 1993, n. 319).”

“Sebbene la legge non penale possa avere efficacia retroattiva, tale retroattività, specialmente nel settore della c.d. interpretazione legislativa autentica, incontra limiti nelle singole disposizioni costituzionali e nei fondamentali principi dell’ordinamento, tra i quali va annoverata l’intangibilità del giudicato, nella specie giudicato amministrativo, in quanto il suo contenuto precettivo costituisce un modo di essere non più mutabile della realtà giuridica; pertanto, l’amministrazione non può più esimersi ancorché sia intervenuta una nuova legge (nella specie, la l. 23 dicembre 1992 n. 498 art. 13) dall’ottemperare al giudicato, dovendosi anzi ritenere, onde il legislatore, adottando la norma d’interpretazione autentica, abbia comunque inteso escludere dalla sua applicazione le situazioni coperte dal giudicato. (Consiglio di Stato a. plen., 21 febbraio 1994, n. 4).”

“Il principio secondo il quale l’efficacia retroattiva delle pronunce della Corte Costituzionale recanti dichiarazione de illegittimità costituzionale incontra il limite della irrevocabilità degli effetti prodotti dalla norma invalidata nell’ambito dei rapporti esauriti, è applicabile alle sentenze così dette additive. (Consiglio di Stato sez. VI, 20 novembre 1995).

Quindi, tutto il ragionamento proposto, di fatto, a quanto sembra, risolve  la questione degli effetti retroattivi della pronuncia della Corte Costituzionale. Ma se da una parte risulta risolta la questione della retroattività della pronuncia, non altrettanto può dirsi riguardo al da farsi, stante un quadro reso ancor più complesso dalla fragile condizione dell’Italia e dalla necessità di approvare la Legge di Stabilità al vaglio delle aule parlamentari. Infatti, sia la citata giurisprudenza che la stessa dottrina, sembrerebbero convergere sul fatto che siffatta pronuncia della Corte, dovrebbe produrre effetti sui rapporti futuri, quindi, a parer di chi scrive, su tutti gli atti e i fatti che dovrebbe compiere il parlamento in carica, dalla data di effetto della pronuncia della Corte. Tuttavia, secondo quanto si legge nella stampa nazionale sembrerebbe che la consulta abbia lasciato qualche margine di manovra al Parlamento. Secondo quanto riportato da Il Messaggero,  l’efficacia delle novità decise dalla Corte si avrà dal momento in cui le motivazioni della sentenza saranno pubblicate e questo avverrà nelle prossime settimane. Un’indicazione offerta esplicitamente dalla Corte, il che indica che la Consulta ha in qualche modo voluto mettere in mora il Parlamento, affinchè si affretti a legiferare o a sanare i punti illegittimi dell’attuale legge. Resta fermo che le Camere possono approvare una nuova legge elettorale “secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali” sottolinea la Consulta. La corte ha respinto tutti e due i punti sottoposti al giudizio di costituzionalità: premio di maggioranza e preferenze. In ogni caso “L’efficacia della sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale decorrerà dal momento in cui le motivazioni saranno pubblicate». Le motivazioni della sentenza, informa una nota di Palazzo della Consulta, saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime settimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici. Da ciò, a parere di chi scrive, se ne deriverebbe che il Parlamento, dalla data di deposito delle motivazioni, decadrebbe dalla possibilità di legiferare in ogni materia, salvo la riforma della legge elettorale che superi la carenza di legittimità del Porcellum. Ma per un quadro di riflessione più ampio e concreto, bisognerà comunque attendere il deposito delle motivazioni. Il Parlamento è (dovrebbe essere) il tempio più elevato della democrazia popolare. Ancorché la giurisprudenza sani l’illegittimità degli atti consolidati, rimane comunque il fatto che questo Parlamento  risulta illegittimo da un punto di vista sostanziale e morale rispetto ai principi di democrazia sanciti dalla Costituzione, e naturalmente appartenenti ad uno stato di diritto. Napolitano, anch’esso eletto in maniera illegittima, dopo gli strappi alla democrazia perpetrati in questi anni,  dovrebbe rimuovere tutti gli elementi che compromettono l’esercizio libero della democrazia e quindi, dal momento di efficacia della sentenza, limitare l’azione del Parlamento alla sola riforma della legge elettorale da concludersi in tempi strettissimi. Dopodiché, sciogliere le camere e portare a nuove elezioni ristabilendo la democrazia di questo Paese. In mancanza di questo, il rischio è proprio quello che la popolazione non riconosca più l’autorità dello Stato, con tutte le imprevedibili e nefaste  conseguenze che ne deriverebbero, che troverebbero terreno fertile in animi esasperati da anni di crisi e in questa classe politica.

Il Parlamento abusivo rischia l'arresto. Dopo la bocciatura del Porcellum, associazioni e sindacati pronti a bloccare le prossime leggi. Pioggia di ricorsi in arrivo, scrive Antonio Signorini  su “Il Giornale”.  Illegittimo il sistema elettorale che ha portato quasi mille parlamentari a Roma. Illegittime le leggi che hanno approvato o che, più verosimilmente, approveranno in seguito. Il sospetto è al momento quasi solo un argomento da accademia, materia per i giuristi. Ma il tema c'è e su questo ragionamento stanno rizzando le antenne, avvocati, associazioni, sindacati e, più in generale, tutti quelli che hanno qualche conto aperto con la legge di Stabilità o con altri provvedimenti approvati o all'esame del Parlamento. Per tutti questi soggetti, la decisione della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimo il sistema elettorale, può diventare un argomento da spendere in tribunale. Ad accennarlo per prima è stato il presidente emerito della Corte costituzionale Pietro Alberto Capotosti. «In teoria - ha detto in un'intervista a Qn - dovremmo annullare le elezioni due volte del presidente della Repubblica, la fiducia data ai vari governi dal 2005, e tutte le leggi che ha fatto un Parlamento illegittimo. Sennonché il passato si salva applicando i principi sulle situazioni giuridiche esaurite».
Il futuro no, quindi. E se la questione venisse posta, spiega un avvocato, non sarebbe respinta. Tra i provvedimenti che il Parlamento eletto con la legge incostituzionale dovrà approvare c'è appunto la «finanziaria» del governo Letta. I consumatori già affilano le armi. Il presidente di Adusbef Elio Lannutti individua i temi sui quali dal suo punto di vista varrebbe la pena giocare la carta della illegittimità. «Staremo a vedere, ma nella legge ci sono dei provvedimenti che vanno a favore delle banche come la rivalutazione delle quote Bankitalia. Una truffa. Poi ci sono 19,4 miliardi di euro per le banche e la questione della Cassa depositi e prestiti, ormai diventata peggio dell'Iri».
«Se il Parlamento non fosse abilitato a fare le leggi ci troveremmo di fronte a una situazione allucinante», aggiunge Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori. «Io ho sostenuto la nascita del governo delle larghe intese, ma se la prospettiva è che ogni legge votata dalle Camere finisca al Tar, a questo punto sarebbe meglio andare a elezioni».
Tutto dipende da cosa scriverà la Consulta nelle motivazioni. Ed è possibile che alla fine i giudici costituzionali cerchino di salvare gli atti prodotti durante la legislatura. «La Corte - spiega il presidente del Codacons Carlo Rienzi - regola l'efficacia delle sentenze e dirà che l'efficacia vale dalla prossima legislatura». Il nodo è politico, spiega Rienzi. La legge elettorale è illegittima, i parlamentari dovrebbero approvarne una nuova. «Ma siccome nessuno vuole farlo, alla fine si realizzerà quello che volevano Letta e Alfano». Cioè che arrivare a fine legislatura con questo Parlamento e questa legge. Se succederà una cosa è certa: gli avvocati dello Stato avranno molto lavoro. Perché la sentenza è piombata in un momento che ad alcuni sarà sembrato politicamente perfetto (per fare durare il governo e il mandato parlamentare), ma pessimo per la politica economica. In piena sessione di bilancio, con diversi capitoli della legge sui quali sono stati annunciati ricorsi. Ad esempio sul capitolo pubblico impiego con gli insegnanti delle sigle autonome (dalla Gilda allo Snals-Confsal all'Anief) sul piede di guerra per il blocco degli stipendi. Poi le mancate rivalutazioni delle pensioni. Per non parlare del capitolo casa. Tutti temi sui quali sarà chiamato a pronunciarsi un Parlamento - secondo la Consulta - eletto con una legge illegittima.

Avete presente le nane bianche? La morte delle stelle che lascia nel cielo un lucore che a noi sembra una stella viva ed è invece la traccia di un astro “imploso” secoli fa? Bene, l’Italia è quest’illusione ottica, questo effetto visivo che è solo una truffa, scrive Marco Ventura su “Panorama”. È questa l’impressione che ho, l’associazione d’idee con la decisione della Corte Costituzionale sulla incostituzionalità del Porcellum. La legge elettorale con la quale siamo andati a votare nelle politiche degli ultimi otto-nove anni era fasulla, illegittima, contraria alla Costituzione. Bisognerebbe riavvolgere la pellicola a rifare tutto da capo. Barrare con un rigo le liste di eletti, la composizione dei Parlamenti, e poi le fiducie date ai governi. Uno, due, tre, quattro esecutivi. E tutto ciò che consegue dalla ripartizione dei seggi a Montecitorio e a Palazzo Madama. Comprese le nomine pubbliche e la composizione della Consulta che ha sancito l’illegittimità del Porcellum. Tutto per l’ennesima sentenza tardiva, per i tempi di una giustizia che non riesce a restaurare la legittimità perché non può modificare a ritroso gli effetti delle situazioni che riconosce, fuori tempo massimo, contro la legge. Contro la Carta fondamentale. È un po’ come le decisioni della Sacra Rota. Matrimonio nullo. È stato uno sbaglio.

Ma il problema non riguarda soltanto il Porcellum. È di pochi giorni fa la notizia che il procuratore del Lazio della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis, ha sollevato questione di legittimità davanti alla Consulta sul finanziamento pubblico dei partiti. “Tutte le disposizioni a partire dal 1997 e via via riprodotte nel 1999, nel 2002, nel 2006 e per ultimo nel 2012” hanno, scrive, “ripristinato i privilegi abrogati col referendum del 1993” grazie ad “artifici semantici, come il rimborso al posto del contributo; gli sgravi fiscali al posto di autentici donativi; così alimentando la sfiducia del cittadino e l’ondata disgregante dell’anti-politica”. Se la Consulta (tra quanti mesi o anni?) darà ragione alla Corte dei Conti, i partiti dovranno restituire quello che hanno continuato a intascare in tutti questi anni? Voi ci credete che succederà? Io no. E che dire delle eccezioni di costituzionalità che neppure arrivano alla Consulta, ma che si trascinano in un silenzio assordante finché qualcuno, sull’onda di qualche rivoluzione cultural-politica, solleverà il problema? Mi riferisco alla responsabilità civile dei magistrati, per la quale siamo stati condannati dall’Europa. E che è uno scandalo per un Paese che pretende di appartenere al novero delle culture giuridiche civili e liberali.  Nel Paese nel quale il cavillo è elevato al rango di Discrimine Massimo, nella patria dei legulei e degli avvocati, nel paradiso della casta giudiziaria, il cittadino è senza difese, privo di tutele, schiavo dei tempi della giustizia che dalla piccola aula di tribunale fino alle sale affrescate della Consulta dispensa sentenze intempestive e controverse, contaminate dai tempi della politica. Col risultato che nella patria delle toghe che esercitano un potere superiore anche a quello del popolo e dei suoi rappresentanti, non c’è pace né giustizia, e le regole in vigore oggi domani potrebbero rivelarsi una truffa tra dieci anni. Sempre ai nostri danni. Chi mai ci risarcirà del Porcellum? Chi mai ci risarcirà della lentezza della giustizia e dell’irresponsabilità dei magistrati? Chi mai ci risarcirà dei soldi pubblici destinati a chi non ne aveva diritto?

Filippo Facci: La Casta? Siete solo dei pezzenti. Siete dei pezzenti, avete lasciato tutto in mano ai giudici e siete ancora lì a fare calcoli, a preventivare poltrone. I giudici arrestano o no, sequestrano conti, fermano cantieri, giudicano se stessi e cioè altri giudici, non pagano per i propri errori, decidono se questo articolo sia diffamatorio, se una conversazione debba finire sui giornali, se una cura sia regolare o no, se un bambino possa vedere il padre, se un Englaro possa terminare la figlia, se uno Welby possa terminare se stesso, i giudici fanno cose buone e colmano il ritardo culturale e legislativo che voi avete creato in vent’anni, ma i giudici fanno anche un sacco di porcate, e sono in grado di svuotare e piegare ogni leggina che voi gli offriate su un piatto d’argento. Ma siete voi pezzenti che glielo avete lasciato fare. Siete voi che avete lasciato sguarniti gli spazi dei quali loro - o l’Europa - non hanno potuto non occuparsi. E non è che captare il ritardo culturale e legislativo fosse impresa da rabdomanti: della necessità di cambiare il Porcellum lo sapevano tutti, anche i cani, il Porcellum lo odiano tutti, da anni, e voi esistereste solo per questo, per cambiarlo, siete in Parlamento espressamente per questo, e proprio per questo sareste stati eletti: se non fosse che non siete neanche degli eletti. Ma lo abbiamo già detto, che cosa siete. E, ormai, c’è una sola cosa che rende ingiustificata l’antipolitica: che non c’è più la politica. Ci siete voi.

Parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale, anch’essa illegittima perché nominata dal Parlamento e dal Capo dello Stato, anch’esso nominato dal Parlamento Gli effetti sono che la sentenza di incostituzionalità del Parlamento è anch’essa illegittima, perché nominata proprio da un Organo abusivo.

Magari fosse incostituzionale solo il Parlamento, qui siamo tutti incostituzionali, compreso il Capo dello Stato (perchè eletto da un Parlamento illegittimo), e per lo stesso motivo tutte le leggi votate da organismi legislativi illegittimi, e la stessa Corte Costituzionale a rotazione. Paradossalmente, se la corte costituzionale è illegittima, la stessa sentenza di i incostituzionalità è illegittima: paradossale ma assolutamente vero. Mi pare uno dei paradossi filosofici, siamo senza organi istituzionali legittimi e quindi indirettamente nelle mani di chiunque abbia potere effettivo, visto che il potere formale non c'è più.

Elementare…….Watson! Il modo di dire più tipico attribuito ad Holmes è la frase "Elementare, Watson!" ("Elementary, my dear Watson!"), quando egli spiega, con una certa sufficienza, all'amico medico la soluzione di un caso.

Il governo dei giudici? Si chiede Domenico Ferrara su “Il Giornale”. Dal Porcellum all'Ilva, da Stamina alle province e altro ancora. Ormai la magistratura ha preso il posto del Parlamento. Quando fu coniata, l'espressione descriveva l'atteggiamento delle toghe conservatrici della Corte Suprema degli Stati Uniti che per lungo tempo si opposero alle riforme di Roosvelt e del Congresso, ergendosi a impropria opposizione politica.  A distanza di decenni, in Italia, la magistratura ha fatto passi da gigante e si è seduta direttamente sui banchi del governo. Parliamo in senso figurato, per carità, epperò l'immagine rispecchia fedelmente la fotografia degli ultimi anni della vita politica italiana. Complice, per non dire colpevole, un Parlamento inetto, incapace di legiferare di suo pugno (chi ricorda a quando risale l'ultima legge propugnata dal Transatlantico?) e svuotato da ogni funzione di rappresentanza, la magistratura – ora contabile ora amministrativa ora ordinaria – ha spesso dettato l'agenda politica, interpretato norme non scritte o financo imposto decisioni non suffragate da legittimità popolare e rappresentativa. L'ultima decisione della Consulta in materia di legge elettorale – arrivata peraltro dopo otto anni di vacatio decisionis – è solo la punta dell'iceberg. Basti citare il caso dell'Ilva di Taranto, dove i giudici hanno pure ammesso di aver preso il posto delle istituzioni. Emblematiche le dichiarazioni dell'Anm: “La vicenda dell’Ilva è un chiaro esempio del fallimento di altri poteri dello Stato, delle altre autorità che dovevano prevenire questa situazione. Non è che la magistratura si diverta a fare supplenza: è costretta a intervenire di fronte a certe ipotesi di reato con gli strumenti propri del codice". E che dire del taglio alle superpensioni? Bocciato dalla Corte Costituzionale, che ha salvato la casta dei pensionati ricchi, di quelli cioè che incassano pensioni da 90mila euro lordi l'anno (e tra questi ci sono anche i magistrati, guarda caso). Nessun taglio: si sarebbe trattato di un provvedimento discriminatorio perché toccava i redditi dei soli pensionati e non di tutti i lavoratori. Amen. Lo stesso dicasi per la Legge 40, approvata dal Legislatore e dalla volontà popolare. Stessa fine per spesometro e redditometro, cassati e corretti dalla Corte dei Conti, la stessa che si è opposta all'abolizione delle province (motivando la decisione con “basse possibilità di risparmio per gli enti e paventando il rischio di confusione amministrativa nel periodo transitorio”). Ha suscitato critiche anche la decisione sul metodo Stamina presa dal Tar del Lazio, accusato di essersi sostituito ai medici e al governo e di non aver preso in considerazione i pareri del comitato scientifico e di alcuni premi Nobel. Poi c'è la magistratura ordinaria che a volte è passata alle cronache per le diverse interpretazioni date a una legge. Solo per fare un esempio: a Genova un giudice ha pensato bene di non applicare la legge Bossi-Fini nei confronti di un immigrato. Motivazione? Contrasta – a suo dire - con una norma europea. E ancora: dall'affidamento di minori a coppie omosessuali, alle tematiche sul lavoro, passando per i temi etici e altro ancora, la magistratura è sempre lì, pronta a colmare il vuoto o il ritardo della politica, o ancora di più pronta a sostituirsi ad essa. Con buona pace della sovranità popolare.

«Abusivi».  Li chiama proprio così, l’avvocato Gianluigi Pellegrino intervistato da Tommaso Montesano su “Libero Quotidiano”, i 148 deputati eletti a Montecitorio grazie al premio di maggioranza del Porcellum, dichiarato incostituzionale. Un premio contro cui lui, prima ancora della pronuncia della Corte costituzionale, già a marzo 2013 aveva presentato ricorso alla Giunta delle elezioni della Camera. Non ci sarebbe niente di particolare se Gianluigi Pellegrino, figlio del noto avvocato e politico leccese, Giovanni Pellegrino, più volte in Parlamento, non fosse che è il legale di fiducia del Partito Democratico. Gianluigi Pellegrino, come il padre,  amministrativista di fama nazionale, è attivissimo nel campo del centrosinistra per aver condotto nelle aule giudiziarie battaglie sulla legge elettorale, sui quesiti referendari, perché si andasse a elezioni anticipate per il consiglio regionale. Fu lui, per esempio, a investire il Tar del Lazio per spingere l’ex presidente della Regione Lazio a rassegnare finalmente le dimissioni (gesto al quale era legata la tempistica per l’indizione del voto del 2013).

Adesso il giurista incalza: «La mancata convalida delle 148 elezioni è doverosa. Ho presentato in tal senso una memoria in Giunta».

Non sarebbe meglio attendere il deposito delle motivazioni della sentenza da parte della Corte?

«Ci sono già alcuni punti fermi che sono più che sufficienti».

Quali, avvocato?

«La Corte ha emesso una sentenza in parte additiva, cambiando il contenuto delle norme laddove ha previsto l’incostituzionalità del voto ai listoni bloccati senza la possibilità di esprimere almeno una preferenza. Una disposizione solo per il futuro».

E l’altra parte della sentenza, quella sul premio di maggioranza?

«Una pronuncia di tipo classico. Con la quale la Corte ha ritenuto illegittimi i commi da due a cinque dell’articolo 82 del testo unico sull’elezione della Camera così come modificato dal Porcellum. Quei commi sono stati cassati».

E questo che incidenza ha sul Parlamento attuale?

«Nel momento in cui la Giunta delle elezioni affronterà la convalida degli eletti, la procedura dovrà essere compiuta senza applicare i commi che sono stati eliminati dalla Corte».

Ma cosa succede se a Montecitorio, fiutato il pericolo, procedono alle convalide prima che la sentenza produca i suoi effetti?

«Sarebbe un atto indecoroso ed eversivo dinanzi al quale mi aspetterei l’intervento del presidente della Repubblica. E comunque non ci sarebbe il tempo. Devono ancora essere convalidate le elezioni di tutti i deputati. L’articolo 17 del regolamento della Camera stabilisce che alla convalida degli eletti provveda in via definitiva, alla fine di tutti i conteggi e dopo la proposta della Giunta, l’Aula».

Perché la convalida a tempo di record sarebbe un atto eversivo?

«Già a marzo ho impugnato l’elezione dei deputati promossi grazie al premio. E ora il premio è ufficialmente incostituzionale. Rigettare il ricorso ora è impossibile se non con un atto eversivo».

Come deve avvenire l’espulsione degli abusivi?

«Con lo stesso iter adottato per Silvio Berlusconi. La Giunta delle elezioni deve proporre all’Aula della Camera, e la Camera votare, la mancata convalida dei 148 deputati».

Al loro posto chi dovrebbe subentrare?

«Quei seggi andrebbero ripartiti in base ai voti ottenuti. La gran parte andrebbe a Forza Italia, poi, a cascata, al M5S, Scelta civica e così via. Una piccola parte andrebbe anche al Pd».

Un terremoto che avrebbe effetti sui numeri della maggioranza che sostiene il governo.

«Non è importante e non si tratta di una motivazione giuridica. Il rischio è un altro».

Che pericoli vede all’orizzonte?

«Si scatenerà una pressione sulla Corte costituzionale perché i giudici, in sede di stesura delle motivazioni della sentenza, dicano qualche parola in più a favore della salvezza dei deputati sub judice».

Quanto è alto il rischio che ci sia una valanga di ricorsi da parte dei possibili subentranti qualora il Parlamento non procedesse sulla strada delle mancate convalide?

«Premesso che sarebbe un imbroglio, so già che molti di loro si stanno muovendo. E potranno anche chiedere i danni puntando ad ottenere, oltre alla proclamazione, le rispettive indennità per i cinque anni di legislatura. Un ulteriore danno per le casse dello Stato».

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

L’opinione di un saggista, Antonio Giangrande, che sul tema qualcosa ne sa.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

A proposito degli avvocati, si può dissertare o credere sulla irregolarità degli esami forensi, ma tutti gli avvocati sanno, ed omertosamente tacciono, in che modo, loro, si sono abilitati e ciò nonostante pongono barricate agli aspiranti della professione. Compiti uguali, con contenuto dettato dai commissari d’esame o passato tra i candidati. Compiti mai o mal corretti. Qual è la misura del merito e la differenza tra idonei e non idonei? Tra iella e buona sorte?

Detto questo, quanto si risparmierebbe per le casse dello Stato a far cessare la farsa degli annuali esami di avvocato?

Gli emolumenti per migliaia di Commissari d’esame diversificati per gli esami scritti ed orali. Gli oneri per gli impiegati dello Stato. Le spese della transumanza dei compiti. Le spese di vitto, alloggio e trasferte per i candidati. Spese astronomiche per codici spesso inutili. Problemi psicologici non indifferenti per i candidati. Non sarebbe meglio, almeno una volta far decidere chi non ha interesse in conflitto e si estinguesse questa inutile prova che serve solo a far pavoneggiare chi non ha merito? I bravi, se sono bravi, si vedono sul campo. L’avvocato è tale solo se ha lo studio pieno di gente. Chi ha studiato tanti anni, che faccia un periodo di tirocinio con cause limitate, e poi sia valutato dal mercato, anziché farsi giudicare dai primi di questo mondo.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

Di seguito un comunicato dei Giuristi Democratici che entra nel merito delle modifiche che il governo Letta ha imposto col voto di fiducia sulla legge di stabilità. “Non se ne è parlato molto, ma  nella nuova legge di stabilità sono state introdotte, e già approvate al Senato, alcune importanti variazioni economiche anche in materia di giustizia: innanzitutto la riduzione di un 30% dei compensi per i difensori (ma anche per i consulenti tecnici, gli ausiliari e gli investigatori autorizzati) dei soggetti ammessi al cosiddetto “gratuito patrocinio”. Le spettanze che possono essere liquidate per la difesa dei soggetti non abbienti, già ridotte perchè calcolate in base ai valori medi e decurtate del 50% subiscono così un'ulteriore drastica riduzione. Gli effetti sono facilmente prevedibili: sempre meno avvocati, consulenti, investigatori privati si renderanno disponibili a difendere chi si trova nelle condizioni per accedere al patrocinio a spese dello stato;  si parla di persone che possono vantare il non invidiabile primato di percepire un reddito lordo di poco più di 10.000 euro di reddito l'anno. Sempre meno difesa per chi non può, sempre meno garanzie, sempre meno diritti. Verso il basso, ovviamente. Dal punto di vista dell'avvocatura, ovviamente, questa ulteriore riduzione dei compensi (che vengono materialmente erogati, lo ricordiamo per i profani, dopo qualche anno dalla conclusione dei procedimenti) rende la remunerazione di questa attività difensiva inferiore ad ogni limite dignitoso. Se lo Stato per difendere un poveraccio ti paga meno di un quarto di una parcella media quanti saranno i professionisti seri ad accettare la mancetta posticipata di alcuni anni dal lavoro svolto ? Altro che dignità della professione forense, altro che diritto alla difesa, altro che importanza del ruolo professionale... Aumentano poi i costi di notifica e, last but not least, viene chiarito che, in caso di ricorsi con i quali vengono impugnati più atti, il contributo unificato va conteggiato in relazione ad ogni singolo atto impugnato, anche in grado d'appello. Si tratta, tipicamente, dei ricorsi in materia amministrativa, in cui è ordinario impugnare l'atto principale unitamente ai presupposti. Quando si pensa che il contributo unificato, in queste materie, è normalmente di 600 euro, ben si comprende che la giustizia amministrativa diventa veramente un lusso per pochi. Come Giuristi Democratici riteniamo intollerabile questo continuo attacco alla giustizia sostanziale operata sempre verso il basso, a scapito dei soggetti più deboli che incappano nel sistema giustizia o che al sistema giustizia non possono accedere. Pensiamo cosa significa l'applicazione di questi tagli in danno delle migliaia di detenuti prodotto delle leggi criminogene di cui la legislazione ha fatto autentico abuso in questi anni, in materia di stupefacenti, in materia di ingresso e soggiorno degli stranieri, in materia  di recidiva. Pensiamo cosa significano questi aumenti per le centinaia di comitati di cittadini che si muovono contro grandi e piccole opere devastanti nei territori. Non possiamo quindi che esprimere una profonda e ragionata avversità alle misure economiche che il governo vuol mettere in campo nel settore giustizia e chiedere la cassazione senza rinvio di queste disposizioni, che rappresentano un vero e proprio attentato al diritto di giustizia dei cittadini meno abbienti.”

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

I deputati del Movimento 5 Stelle hanno usato espressioni altrettanto forti contro lo strapotere delle lobby in Parlamento. Scandaloso - hanno ribadito ancora in aula durante il voto per la legge di Stabilità del Governo Letta - che il Partito democratico si faccia comandare a bacchetta non dal segretario o dal premier bensì da abili lobbisti che hanno facile accesso alle stanze che contano. Nel ruolo del censore c'è questa volta Girgis Giorgio Sorial, il giovane deputato grillino che nel corso del dibattito in Aula ha usato più volte toni e parole tutt'altro che diplomatiche all'indirizzo del partito del premier. «Questo governo - ha aggiunto - è fallimentare e fallito perché permette agli squali di mettere mano ai conti dello Stato. Mentre lavoravamo in commissione c'erano in giro lobbisti di ogni genere. Mercanteggiavano e barattavano la sicurezza degli incarichi con la garanzia che i propri privilegi e interessi non sarebbero stati toccati». Sorial ha quindi ricordato il nome del relatore Maino Marchi (Pd), non casuale, a suo giudizio, «per una legge che deve essere chiamata marchetta». Sorial si è spinto oltre e ha rivelato il nome del presunto lobbista che avrebbe avuto l'impudenza di vantarsi al telefono, proprio nell'anticamera della commissione Bilancio, di aver «fatto bloccare l'emendamento che prevedeva il taglio delle pensioni d'oro». In Aula la protesta dei grillini non ha risparmiato nemmeno la faccia di Luigi Tivelli, ex funzionario della Camera e, secondo i parlamentari del Movimento 5 Stelle, lobbista di area Pd. Mentre Sorial stigmatizzava il dilagare dell'attività lobbista dentro le istituzioni, i suoi colleghi mostravano volantini con sopra la faccia dell'«indagato». Raggiunto al telefono dalle agenzie di stampa il diretto interessato ha smentito la sua «funzione», giustificando la sua presenza alla Camera per ricerche documentali per un libro. «Quelle parole al telefono? Con i miei amici siamo soliti usare ironia e iperboli, figure retoriche che i grillini non conoscono».

Proprio come uno stipendio. Con regolarità. Mensilmente, racconta Pier Francesco Borgia su “Il Giornale. Ad alcuni senatori e deputati arriverebbero ogni mese finanziamenti da parte di alcune multinazionali che farebbero attività di lobby sfruttando soprattutto l'ingordigia dei nostri rappresentanti politici. Questo almeno il senso dell'accusa lanciata dalla puntata delle Iene andata in onda su Italia Uno il 19 maggio 2013. Nel servizio si vede un assistente parlamentare ripreso di spalle che con la voce alterata racconta il sistema utilizzato da alcune multinazionali per far passare emendamenti «favorevoli». Il meccanismo, racconta la gola profonda, è semplice. «Ci sono multinazionali che hanno a libro paga alcuni senatori». Come funziona il meccanismo? «Semplice - spiega il portaborse - un emissario della società viene da noi a Palazzo Madama e ci consegna i soldi per i parlamentari per cui lavoriamo». Le cifre? Si tratterebbe di operazioni che prevedono addirittura una sorta di tariffario: «Per quel che mi riguarda - spiega l'intervistato - conosco due multinazionali, una del settore dei tabacchi e un'altra nel settore dei videogiochi e delle slot machine ed entrambe elargiscono dai mille ai duemila euro ogni mese». La tariffa, inoltre, cambia «a seconda dell'importanza del senatore e quindi, se è molto influente, sale fino a 5mila euro». Lo scopo è facile da intuire. Questi parlamentari si devono impegnare a far passare emendamenti favorevoli su leggi che interessano le stesse aziende. Per fare un esempio preciso, l'anonimo portaborse cita le sale Bingo per le quali «si sono formati due gruppi, partecipati sia da uomini del centro sinistra che da uomini del centro destra. I due gruppi fanno capo ad ex ministri del centro sinistra». Inutile precisare che questo tipo di attività di lobby non è corretta e, anzi, viola non solo codici morali ma anche le leggi scritte, nonché i patti con gli elettori. Immediata la reazione di Pietro Grasso, presidente dell'aula del Senato. «Dal servizio delle Iene - si legge in una nota di Palazzo Madama - emerge la denuncia di un comportamento che, se provato, sarebbe gravissimo. Purtroppo la natura di denuncia, anonima nella fonte e nei destinatari, rende difficile procedere all'accertamento della verità. Spero quindi che gli autori del servizio e il cittadino informato di fatti così gravi provvedano senza indugio a fare una regolare denuncia alla Procura, in modo da poter accertare natura e gravità dei fatti contestati». Il servizio delle Iene non si limita a questa grave denuncia. La trasmissione mostra, poi, il diffuso malcostume, da parte dei parlamentari, di rimborsare in nero i loro assistenti. Molti «portaborse» prenderebbero, a quanto riferiscono Le iene, 800 euro in nero al mese pur disponendo del regolare tesserino per entrare a Palazzo Madama. La confessione di questo sfruttamento e questo malcostume arriva ovviamente in forma anonima: «Il 70% dei colleghi si trova nelle mie stesse condizioni», racconta la gola profonda spiegando di lavorare in nero da circa dieci anni e di essere stato assistente «sia di un senatore di destra che di un senatore di sinistra». Tutta colpa dell'autodichìa, dice il questore del Senato ed esponente grillina Laura Bottici: «All'interno di Palazzo Madama, dove si approvano le leggi, non hanno validità le leggi stesse ma solo i regolamenti interni. È questo il vero problema». È vero che modificare i regolamenti parlamentari è altrettanto complicato che redigere nuove leggi. Tuttavia non è su questo aspetto che si focalizza l'attenzione del presidente del Senato. «Giorni fa ho evidenziato - ricorda Grasso - l'esigenza di una legge che disciplini, in maniera chiara e trasparente, l'attività lobbistica che al momento, seppur sempre presente, si muove in maniera nascosta».

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

In una sequela di corpi nudi, da quale particolare tra loro riconosceresti un indigente? Dai denti, naturalmente! Guardalo in bocca quando ride e quando parla e vedrai una dentatura incompleta, cariata e sporca.

In fatto di salute dentale gli italiani non si rivolgono alla ASL. I dentisti della ASL ci sono, eppure è solo l'8% degli italiani ad avvalersi dei dentisti pubblici. Nel 92% dei casi gli italiani scelgono un dentista privato. Più che altro ad influenzare la scelta per accedere a questa prestazione medica è perché alla stessa non è riconosciuta l’esenzione del Ticket. Ci si mette anche la macchinosità burocratica distribuita in più tempi: ricetta medica; prenotazione, pagamento ticket e finalmente la visita medica lontana nel tempo e spesso a decine di km di distanza, che si protrae in più fasi con rinnovo perpetuo di ricetta, prenotazione e pagamento ticket. La maggiore disponibilità del privato sotto casa a fissare appuntamenti in tempi brevi, poi, è la carta vincente ed alla fine dei conti, anche, la più conveniente. Ciononostante la cura dei denti ci impone di aprire un mutuo alla nostra Banca di fiducia.

Il diritto alla salute dei denti, in questo stato di cose, in Italia, è un privilegio negato agli svantaggiati sociali ed economici.

LA VULNERABILITA’ SOCIALE. Può essere definita come quella condizione di svantaggio sociale ed economico, correlata di norma a condizioni di marginalità e/o esclusione sociale, che impedisce di fatto l’accesso alle cure odontoiatriche oltre che per una scarsa sensibilità ai problemi di prevenzione e cura dei propri denti, anche e soprattutto per gli elevati costi da sostenere presso le strutture odontoiatriche private. L’elevato costo delle cure presso i privati, unica alternativa oggi per la grande maggioranza della popolazione, è motivo di ridotto accesso alle cure stesse anche per le famiglie a reddito medio - basso; ciò, di fatto, limita l’accesso alle cure odontoiatriche di ampie fasce di popolazione o impone elevati sacrifici economici qualora siano indispensabili determinati interventi.

Pertanto, tra le condizioni di vulnerabilità sociale si possono individuare tre distinte situazioni nelle quali l’accesso alle cure è ostacolato o impedito:

a) situazioni di esclusione sociale (indigenza);

b) situazioni di povertà:

c) situazioni di reddito medio – basso.

Perché il Servizio Sanitario Nazionale e di rimando quello regionale e locale non garantisce il paritetico accesso alle cure dentali? Perché a coloro che beneficiano dell’esenzione al pagamento del Ticket, questo non è applicato alla prestazione odontoiatrica pubblica?

Andare dal dentista gratis è forse il sogno di tutti, visti i conti che ci troviamo periodicamente a pagare e che non di rado sono la ragione per cui si rimandano le visite odontoiatriche, a tutto discapito della salute dentale. Come avrete capito, insomma, non è così semplice avere le cure dentistiche gratis e spesso, per averle, si devono avere degli svantaggi molto forti, al cui confronto la parcella del dentista, anche la più cara, non è nulla. E' però importante sapere e far sapere che, chi vive condizioni di disagio economico o ha malattie gravi, può godere, ma solo in rare Regioni, di cure dentistiche gratuite a totale carico del Sistema Sanitario Nazionale. Diciamo subito che non tutti possono avere questo diritto: le spese odontoiatriche non sono assimilabili a quelle di altre prestazioni mediche offerte nelle ASL, negli ospedali e nelle cliniche convenzionate di tutta Italia. Inoltre, qualora si rendano necessarie protesi dentarie o apparecchi ortodontici, questi sono a carico del paziente: vi sono però alcune condizioni particolari che permettono, a seconda dei regolamenti regionali, di ottenere protesi dentali gratuite e apparecchi a costo zero o quasi. Le regioni amministrano la sanità, e dunque anche le cure dentistiche, con larghe autonomie che a loro volta portano a differenze anche sostanziali da un luogo all'altro. Bisogna, quando si nasce, scegliersi il posto!

Alla fine del racconto, la morale che se ne trae è una. E’ possibile che la lobby dei dentisti sia così forte da influenzare le prestazioni sanitarie delle Asl italiane e gli indirizzi legislativi del Parlamento? In tempo di crisi ci si deve aspettare un popolo di sgangati senza denti, obbligati al broncio ed impediti al sorriso da una ignobile dentatura?

«Siamo un paese di gente che, presi uno ad uno, si definisce onesta. Per ogni male che attanaglia questa Italia, non si riesce mai a trovare il responsabile. Tanto, la colpa è sempre degli altri!». Così afferma il dr Antonio Giangrande, noto saggista di fama mondiale e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno. Associazione fuori dal coro e fuori dai circuiti foraggiati dai finanziamenti pubblici.

«Quando ho trattato il tema dell’odontoiatria, parlando di un servizio non usufruibile per tutti, non ho affrontato l’argomento sulla selezione degli odontoiatri. Non ho detto, per esempio, che saranno processati a partire dal prossimo 6 marzo 2014 i 26 imputati rinviati a giudizio dal gup del Tribunale di Bari Michele Parisi nell'ambito del procedimento per i presunti test di ingresso truccati per l'ammissione alle facoltà di odontoiatria e protesi dentaria delle Università di Bari, Napoli, Foggia e Verona, negli anni 2008-2009. Ho scritto solo un articolo asettico dal titolo eclatante.»

Questo articolo è stato pubblicato da decine di testate di informazione. E la reazione dei dentisti non si è fatta attendere, anche con toni minacciosi. Oggetto degli strali polemici è stato, oltre che Antonio Giangrande, il direttore di “Oggi”.

«I Dentisti non sono mafiosi bensì gli unici che si prendono cura dei cittadini». ANDI protesta con Oggi per una delirante lettera pubblicata. Così viene definito l’articolo. Il 14 gennaio 2014 sul sito del settimanale Oggi, nella rubrica “C’è posta per noi”, è stata pubblicata una missiva del dott. Antonio Giangrande presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie dal titolo “La lobby dei dentisti e la mafia odontoiatrica”. Nella nota Giangrande analizza il bisogno di salute orale e le difficoltà del servizio pubblico di dare le risposte necessarie chiedendosi se tutto questo non è frutto del lavoro della lobby dei dentisti talmente potente da influenzare le prestazioni sanitarie delle Asl e le decisioni del Parlamento. ANDI, per tutelare l’immagine dei dentisti liberi professionisti italiani, sta valutando se intraprendere azioni legali nei confronti dell’autore della lettera e del giornale. Intanto ha chiesto di pubblicare la nota che riportiamo sotto. La Redazione di Oggi ha scritto il 24.1.2014 alle 16:59, Il precedente titolo della lettera del Dottor Giangrande era fuorviante e di questo ci scusiamo con gli interessati. Qui di seguito l’intervento dell’Associazione Nazionale Dentisti italiani, a nome del Presidente Dott. Gianfranco Prada, in risposta allo stesso Dottor Giangrande. «A nome dei 23 mila dentisti italiani Associati ad ANDI (Associazione Nazionale Dentisti Italiani) che mi onoro di presiedere vorrei rispondere alla domanda che il dott. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro tutte le Mafie ha posto sul suo giornale il 14 gennaio. “E’ possibile che la lobby dei dentisti sia così forte da influenzare le prestazioni sanitarie delle Asl italiane e gli indirizzi legislativi del Parlamento? In tempo di crisi ci si deve aspettare un popolo di sgangati senza denti, obbligati al broncio ed impediti al sorriso da una ignobile dentatura?”  La risposta è no. No, dott. Giangrande non c’è una lobby di dentisti così forte da influenzare le scelte della sanità pubblica. La causa di quanto lei scrive si chiama spending review o se vogliamo utilizzare un termine italiano dovremmo dire tagli: oltre 30 miliardi negli ultimi due anni quelli per la sanità. Poi io aggiungerei anche disinteresse della politica verso la salute orale che non ha portato, mai, il nostro SSN ad interessarsi del problema. Vede dott. Giangrande lei ha ragione quando sostiene che un sorriso in salute è una discriminante sociale, ma non da oggi, da sempre. Ma questo non per ragioni economiche, bensì culturali. Chi fa prevenzione non si ammala e non ha bisogno di cure. Mantenere sotto controllo la propria salute orale costa all’anno quanto una signora spende alla settimana dalla propria parrucchiera. Ed ha anche ragione quando “scopre” che le cure odontoiatriche sono costose, ma non care come dice lei. Fare una buona odontoiatria costa e costa sia al dentista privato che alla struttura pubblica, che infatti non riesce ad attivare un servizio che riesca a soddisfare le richieste dei cittadini. Inoltre, oggi, lo stato del SSN quasi al collasso, non consente investimenti nell’odontoiatria: chiudono i pronto soccorso o vengono negati prestazioni salva vita. Ma le carenze del pubblico nell’assistenza odontoiatrica non è neppure di finanziamenti, è di come questi soldi vengono investiti. Qualche anno fa il Ministero della Salute ha effettuato un censimento per capire le attrezzature ed il personale impiegato da Ospedali ed Asl nell’assistenza odontoiatrica e da questo è emerso che i dentisti impiegati utilizzano gli ambulatori pubblici in media per sole 3 ore al giorno. Ma non pensi sia per negligenza degli operatori, molto spesso è la stessa Asl che non può permettersi di attivare il servizio per più tempo. Non ha i soldi. Però poi succede anche che utilizzi le strutture pubbliche per dare assistenza odontoiatrica a pagamento e quindi per rimpinguare i propri bilanci. Come mai non ci indigna per questo? Il problema non è di carenza di attrezzature (mediamente quelle ci sono) sono i costi per le cure. Una visita odontoiatria è molto più costosa di una visita di qualsiasi altra branca della medicina. Pensi quando il suo dermatologo o cardiologo la visita e poi allo studio del suo dentista in termini di strumenti, attrezzature e materiali utilizzati. Anche con i pazienti che pagano il ticket l’Asl non riesce a coprire neppure una piccola parte dei costi sostenuti per effettuare la cure. Da tempo chiediamo ai vari Ministri che negli anni hanno trascurato l’assistenza odontoiatrica di dirottare quegli investimenti in un progetto di prevenzione odontoiatrica verso la fasce sociali deboli e i ragazzi. Una seria campagna di prevenzione permetterebbe di abbattere drasticamente le malattie del cavo orale, carie e malattia parodontale, diminuendo drasticamente la necessità di interventi costosi futuri come quelli protesici. Invece nelle nostre Asl e negli ospedali non si previene e non si cura neppure, perché costa troppo curare, così si estraggono solo denti… creando degli “sdentati” che avranno bisogno di protesi. Dispositivo che il nostro SSN non può erogare. Ma molto spesso lo fa a pagamento. Pensi, dott. Giangrande, siamo talmente lobbie che l’unico progetto di prevenzione pubblica gratuito attivo su tutto il territorio nazionale è reso possibile da 35 anni dai dentisti privati aderenti all’ANDI. Stesso discorso per l’unico progetto di prevenzione del tumore del cavo orale, 6 mila morti all’anno per mancata prevenzione. Per aiutare gli italiani a tutelare la propria salute orale nell’immediato basterebbe aumentare le detrazioni fiscali della fattura del dentista (oggi è possibile detrarre solo il 19%) ma questo il Ministero dell’Economia dice che non è possibile. Però da anni si permette ai cittadini di detrarre oltre il 50% di quanto spendono per ristrutturare casa o per comprare la cucina. Come vede, caro dott. Giangrande, il problema della salute orale è molto serio così come molto serio il problema della mafia. Ma proprio perché sono problemi seri, per occuparsene con competenza bisogna sforzarsi di analizzare il problema con serietà e non fare le proprie considerazioni utilizzando banali lunghi comuni. In questo modo insulta solo i dentisti italiani che sono seri professionisti e non truffatori o peggio ancora mafiosi. Fortunatamente questo i nostri pazienti lo sanno, ecco perché il 90% sceglie il dentista privato e non altre strutture come quelle pubbliche o i low cost. Perché si fida di noi, perché siamo seri professionisti che lavorano per mantenerli sani. Aspettiamo le sue scuse. Il Presidente Nazionale ANDI, Dott. Gianfranco Prada».

Antonio Giangrande, come sua consuetudine, fa rispondere i fatti per zittire polemiche strumentali e senza fondamento, oltre che fuorvianti il problema della iniquità sociale imperante.

Palermo. Morire, nel 2014, perché non si vuole - o non si può - ricorrere alle cure di un dentista. Da un ospedale all'altro: muore per un ascesso. Quando il dolore è diventato insopportabile ha deciso di rivolgersi ai medici, ma la situazione è precipitata, scrive Valentina Raffa su “Il Giornale”, martedì 11/02/2014. Una storia alla Dickens, con la differenza però che oggi non siamo più nell'800 e romanzi sociali come «Oliver Twist», «David Copperfield» e «Tempi difficili» dovrebbero apparire decisamente anacronistici. Eppure... Eppure succede che ai nostri giorni si possa ancora morire per un mal di denti. Un dolore a un molare che la protagonista di questa drammatica vicenda aveva cercato di sopportare. Difficile rivolgersi a un dentista, perché curare un ascesso avrebbe richiesto una certa spesa. E Gaetana, 18enne di Palermo, non poteva permettersela. Lei si sarebbe dovuta recare immediatamente in Pronto soccorso. Quando lo ha fatto, ossia quando il dolore era divenuto lancinante al punto da farle perdere i sensi, per lei non c'era più nulla da fare. È stata accompagnata dalla famiglia all'ospedale Buccheri La Ferla, di Palermo, dove avrebbe risposto bene alla terapia antibiotica, ma purtroppo il nosocomio (a differenza del Policlinico) non dispone di un reparto specializzato. Quando quindi la situazione si è aggravata, la donna è stata portata all'ospedale Civico. Ricoverata in 2^ Rianimazione, i medici hanno tentato il possibile per salvarle la vita. A quel punto, però, l'infezione aveva invaso il collo e raggiunto i polmoni. L'ascesso al molare era divenuto fascite polmonare. L'agonia è durata giorni. La vita di Gaetana era appesa a un filo. Poi è sopraggiunto il decesso. Le cause della morte sono chiare, per cui non è stata disposta l'autopsia. Nel 2014 si muore ancora così. E pensare che esiste la «mutua». Ma Gaetana forse non lo sapeva. Sarebbe bastato recarsi in ospedale con l'impegnativa del medico di base. è una storia di degrado, non di malasanità: ci sono 4 ospedali a Palermo con servizio odontoiatrico. Ma nella periferia tristemente famosa dello Zen questa non è un'ovvietà.

Morire di povertà. Gaetana Priola, 18 anni, non aveva i soldi per andare dal dentista scrive “Libero Quotidiano”. La giovane si è spenta all'ospedale civico di Palermo, dove era ricoverata dai primi giorni di febbraio 2014. A ucciderla, un infezione polmonare causata da un ascesso dentale mai curato. All'inizio del mese, la giovane era svenuta in casa senza più dare segni di vita. I medici le avevano diagnosticato uno choc settico polmonare, condizione che si verifica in seguito a un improvviso abbassamento della pressione sanguigna. Inizialmente, Gaetana era stata trasportata al Bucchieri La Ferla e, in seguito, era stata trasferita nel reparto di rianimazione del Civico. Le sue condizioni sono apparse da subito come gravi. I medici hanno provato a rianimarla ma, dopo una settimana di cure disperate, ne hanno dovuto registrare il decesso. Disperazione e dolore nel quartiere Zen della città, dove la vittima risiedeva insieme alla famiglia.

All'inizio era un semplice mal di denti, scrive “Il Corriere della Sera”. Sembrava un dolore da sopportare senza drammatizzare troppo. Eppure in seguito si è trasformato in un ascesso poi degenerato in infezione. Una patologia trascurata, forse anche per motivi economici, che ha provocato la morte di una ragazza di 18 anni, Gaetana Priolo. La giovane, che abitava a Palermo nel quartiere Brancaccio, non si era curata; qualcuno dice che non aveva i soldi per pagare il dentista. Un comportamento che le è stato fatale: è spirata nell'ospedale Civico per uno «shock settico polmonare». Le condizioni economiche della famiglia della ragazza sono disagiate ma decorose. Gaetana era la seconda di quattro figli di una coppia separata: il padre, barista, era andato via un paio di anni fa. Nella casa di via Azolino Hazon erano rimasti la moglie, la sorella maggiore di Gaetana, il fratello e una bambina di quasi cinque anni. Per sopravvivere e mantenere la famiglia la madre lavorava come donna delle pulizie. «È stata sempre presente, attenta, una donna con gli attributi», dice Mariangela D'Aleo, responsabile delle attività del Centro Padre Nostro, la struttura creato da don Pino Puglisi, il parroco uccisa dalla mafia nel '93, per aiutare le famiglie del quartiere in difficoltà. L'inizio del calvario per Gaetana comincia il 19 gennaio scorso: il dolore è insopportabile tanto da far perdere i sensi alla diciottenne. La ragazza in prima battuta viene trasportata al Buccheri La Ferla e visitata al pronto soccorso per sospetto ascesso dentario. «Dopo due ore circa, in seguito alla terapia, essendo diminuito il dolore, - afferma una nota della direzione del nosocomio - è stata dimessa per essere inviata per competenza presso l'Odontoiatria del Policlinico di Palermo». Dove però Gaetana non è mai andata. Si è invece fatta ricoverare il 30 gennaio al Civico dove le sue condizioni sono apparse subito gravi: in seconda rianimazione le viene diagnosticata una fascite, un'infezione grave che partendo dalla bocca si è già diffusa fino ai polmoni - dicono all'ospedale -. I medici fanno di tutto per salvarla, ma le condizioni critiche si aggravano ulteriormente fino al decesso avvenuto la settimana scorsa. Al momento non c'è nessuna denuncia della famiglia e nessuna inchiesta è stata aperta. «È un caso rarissimo - spiega una dentista - ma certo non si può escludere che possa accadere». Soprattutto quando si trascura la cura dei denti. Ed è questo un fenomeno in crescita. «L'11% degli italiani rinuncia alle cure perchè non ha le possibilità economiche, e nel caso delle visite odontoiatriche la percentuale sale al 23% - denuncia il segretario nazionale Codacons, Francesco Tanasi - In Sicilia la situazione è addirittura peggiore. Chi non può permettersi un medico privato, si rivolge alla sanità pubblica, settore dove però le liste d'attesa sono spesso lunghissime, al punto da spingere un numero crescente di utenti a rinunciare alle cure».

“È un caso rarissimo – spiega una dentista – ma certo non si può escludere che possa accadere”, scrive “Canicattiweb”. Soprattutto quando si trascura la cura dei denti. Ed è questo un fenomeno in crescita. Il Codacons si è schierato subito al fianco dei familiari e dei cittadini indigenti. “Il caso della 18enne morta a Palermo a causa di un ascesso non curato per mancanza di soldi, è uno degli effetti della crisi economica che ha colpito la Sicilia in modo più drammatico rispetto al resto d’Italia”. “L’11% degli italiani rinuncia alle cure mediche perché non ha le possibilità economiche per curarsi, e nel caso delle le visite odontoiatriche la percentuale sale al 23% – denuncia il segretario nazionale Codacons, Francesco Tanasi – Ed in Sicilia la situazione è addirittura peggiore. Chi non può permettersi cure private, si rivolge alla sanità pubblica, settore dove però le liste d’attesa sono spesso lunghissime, al punto da spingere un numero crescente di utenti a rinunciare alle cure. Tale stato di cose genera emergenze e situazioni estreme come la morte della ragazza di Palermo. E’ intollerabile che nel 2014 in Italia si possa morire per mancanza di soldi – prosegue Tanasi – Il settore della sanità pubblica deve essere potenziato per garantire a tutti le prestazioni mediche, mentre negli ultimi anni abbiamo assistito a tagli lineari nella sanità che hanno prodotto solo un peggioramento del servizio e un allungamento delle liste d’attesa”.

Bene, cari dentisti, gli avvocati adottano il gratuito patrocinio, ma non mi sembra che voi adottiate il “Pro Bono Publico” nei confronti degli indigenti. Pro bono publico (spesso abbreviata in pro bono) è una frase derivata dal latino che significa "per il bene di tutti". Questa locuzione è spesso usata per descrivere un fardello professionale di cui ci si fa carico volontariamente e senza la retribuzione di alcuna somma, come un servizio pubblico. È comune nella professione legale, in cui - a differenza del concetto di volontariato - rappresenta la concessione gratuita di servizi o di specifiche competenze professionali al servizio di coloro che non sono in grado di affrontarne il costo.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

Il 3 febbraio 2014 Cecile Malmstrom, commissario europeo per gli affari interni, presenta il primo rapporto sulla corruzione nell’Unione, stimata in 120 miliardi di euro, scrive Emilio Casalini su “Il Corriere della Sera” . Nel capitolo dedicato all’Italia si ricorda che la nostra Corte dei Conti ha valutato la corruzione italiana in 60 miliardi di euro. La maggior parte dei giornali, tg, agenzie di stampa ribatte a caratteri cubitali la notizia per cui metà della corruzione europea è in Italia. I due dati però non sono omogenei né sovrapponibili. Il nostro in particolare lo troviamo nel discorso per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2012, dove a pagina 100 si legge che "Se l’entità monetizzata della corruzione annuale in Italia è stata correttamente stimata in 60 miliardi di euro dal Saet "... sarebbe un’esagerazione. Quindi nemmeno la Corte dei Conti ha mai fatto calcoli di prima mano, ma si riferisce, ritenendolo peraltro esagerato, al rapporto di un altro organismo, il Saet, ossia il Servizio Anticorruzione e Trasparenza. Quest'ultimo però, a pagina 10 nel suo rapporto del 2009, ha scritto esattamente l’opposto, ossia che “le stime che si fanno sulla corruzione, 50-60 miliardi l’anno, senza un modello scientifico, diventano opinioni da prendere come tali, ma che complice la superficialità dei commentatori e dei media, aumenta la confusione e anestetizza qualsiasi slancio di indignazione e contrasto”. Solo opinioni dunque. Il Servizio Anticorruzione negli anni successivi continua a spiegare che si tratta di cifre inventate e cita (a pagina 130) perfino il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, il quale “ha confermato l’infondatezza della fantasiosa stima di 60 miliardi di euro quale costo della corruzione ogni anno in Italia". Quella cifra sembra essere troppo alta perfino per noi! Ma da dove è nata allora questa cifra che da molti anni tutti ripetono come un mantra? Forse da un semplice calcolo, magari citato in un convegno. Nel 2004 la Banca Mondiale aveva pubblicato un rapporto in cui teorizzava che la corruzione del mondo fosse stimabile in mille miliardi di dollari. Considerato il Pil globale dell’epoca, la corruzione corrispondeva quindi ad oltre il 3% del Pil mondiale. Applicando la stessa percentuale al PIL italiano, ecco saltare fuori la cifra tonda di 60 miliardi. Una cifra inventata ma citata ormai anche dalle istituzioni comunitarie. Ma la cosa più grave, come dice il primo rapporto della Saet, è che un elemento che non si misura, non si gestisce, e quindi non si combatte, non si contrasta.

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

Quello che la gente non capisce……e quello che non si osa dire.

Colloquio con il dr Antonio Giangrande, scrittore e sociologo storico, noto per i suoi saggi d’inchiesta letti in tutto il mondo e per i suoi articoli pubblicati in tutta Italia, ma ignorato dai media generalisti foraggiati dallo Stato.

«Da anni racconto ai posteri ed agli stranieri quello che in Italia non si osa dire. In tema di Giustizia la gente si spella le mani ad osannare quelli che certa politica e certa informazione ha santificato: ossia, i magistrati. Dico questo senza alcun pregiudizio e, anzi, con il rispetto che devo ad amici e magistrati che stimo ed ai quali questa percezione, che non credo sia mio esclusivo patrimonio, non rende il giusto merito. Bene. Io, nei miei testi e nei miei video, parlo di chi, invece da innocente non ha voce. Racconto le loro storie, affinchè in un’altra vita venga reso a loro quella giustizia che in questa realtà gli è negata. Un indennizzo o un risarcimento per quello che gli è stato tolto e mai più gli può essere reso. La dignità ed ogni diritto. Specialmente se poi le pene sono scontate nei canili umani. Cosa orrenda se io aborro questa crudeltà e perciò, addirittura, non ho il mio cane legato alle catene. Ogni città ha le sue storie di ingiustizie da raccontare che nessuno racconta. La mia missione è farle conoscere, pur essendo irriconoscenti le vittime. Parlo di loro, vittime d’ingiustizia, ma parlo anche delle vittime del reato. Parlo soprattutto dell’ambiente sociale ed istituzionale che tali vicende trattano. Vita morte e miracoli di chi ha il potere o l’indole di sbagliare e che, con i media omertosi, invece rimane nell’ombra o luccica di luce riflessa ed immeritata. Sul delitto di Sarah Scazzi ad Avetrana, il mio paese, ho raccontato quello che in modo privilegiato ho potuto vedere, ma non è stato raccontato. Ma non solo di quel delitto mi sono occupato. Nel libro su Perugia mi sono occupato del delitto di Meredith Kercher. Per esempio.

FIRENZE. 30 gennaio 2014. Ore 22.00 circa.  Come volevasi dimostrare. Ogni volta che un delitto si basa su indizi aleatori che si sottopongono a contrastanti interpretazioni, i magistrati condannano, pur sussistendo gravi dubbi che lasciano sgomenti l'opinione pubblica. Condannano non al di là del ragionevole dubbio e lo fanno per non recare sgarbo ai colleghi dell'accusa. I sensitivi hanno delle sensazioni e li palesano, spesso non creduti. I pubblici ministeri, in assenza di prove, anch’essi hanno delle sensazioni. Solo che loro vengono creduti dai loro colleghi. Sia mai che venga lesa l’aurea di infallibilità di chi, con un concorso all’italiana, da un giorno all’altro diventa un dio in terra. Osannato dagli italici coglioni, che pur invischiati nelle reti dell’ingiustizia, nulla fanno per ribellarsi.

«Grazie a quei giudici coscienziosi e privi di animosità politica che spero sempre di trovare - ha detto Silvio Berlusconi riferendosi ai suoi guai giudiziari - gli italiani potranno comprendere appieno la vera e propria barbarie giudiziaria in cui l’Italia è precipitata. Una degenerazione dei principali capisaldi del diritto - ha, infine, concluso - che ha riservato a me e alle persone che mi stimano e mi vogliono bene un’umiliazione e, soprattutto, un dolore difficilmente immaginabili da parte di chi non vive l’incubo di accuse tanto ingiuste quanto infondate».

Se lo dice lui che è stato Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana?

Silvio Berlusconi: «Venti anni di guerra contro di me. In Italia giustizia ingiusta per tutti».

Raffaele Sollecito: «Io sono innocente. Come mi sento? Vorrei che gli altri si mettessero al mio posto. E’ così...».

Sabrina Misseri: «Io non c'entro niente, sono innocente».

Alberto Stasi: «Io sono innocente».

Queste sono solo alcune delle migliaia di testimonianze riportate nei miei saggi. Gente innocente condannata. Gente innocente rinchiusa in carcere. Gente innocente rinchiusa in carcere addirittura in attesa di un giudizio che arriverà con i tempi italici e rilasciato da magistrati che intanto si godono le loro ferie trimestrali.

Questo può bastare a dimostrare la mia cognizione di causa?

Quale altro ruolo istituzionale prevede l’impunità di fatto per ogni atto compiuto nell’esercizio del proprio magistero? Quale altro organo dello Stato è il giudice di se stesso?

Di questa sorte meschina capitata ai più sfortunati, la maggioranza dei beoti italici se ne rallegra. Il concetto di Schadenfreude potrebbe anche venire parafrasato come "compiacimento malevolo". Il termine deriva da Schaden (danno) e Freude (gioia). In tedesco il termine ha sempre una connotazione negativa. Esiste una distinzione tra la "schadenfreude segreta" (un sentimento privato) e la "schadenfreude aperta" (Hohn). Un articolo del New York Times del 2002 ha citato una serie di studi scientifici sulla Schadenfreude, che ha definito come "delizia delle disgrazie altrui".

Ecco perché Antonio Giangrande è orgoglioso di essere diverso.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Noi siamo animali. Siamo diversi dalle altre specie solo perché siamo viziosi e ciò ci aguzza l’ingegno.

Al di là delle questioni soggettive è il sistema giustizia ed i suoi operatori (Ministri, magistrati, avvocati e personale amministrativo) che minano la credibilità di un servizio fondamentale di uno Stato di Diritto.

Noi, miseri umani, prima di parlare o sparlare dei nostri simili, facciamo come dice il nostro amico Raffaele Sollecito: “Vorrei che gli altri si mettessero al mio posto”. Quindi, facciamolo! Solo allora si vedrà che la prospettiva di giudizio cambia e di conseguenza si possono cambiare le cose. Sempre che facciamo in tempo, prima che noi stessi possiamo diventare oggetto di giudizio. Ricordiamoci che quello che capita agli altri può capitare a noi, perché gli altri, spesso, siamo proprio noi. Oggi facciamo ancora in tempo. Basta solo non essere ignavi!»

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

«Siamo un paese di truffatori, o, magari, qualcuno ha interesse a farci passare come tali». Così afferma il dr Antonio Giangrande, noto saggista di fama mondiale e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno. Associazione fuori dal coro e fuori dai circuiti foraggiati dai finanziamenti pubblici.

Evasione fiscale, buco di 52 miliardi nel 2013. In base alle indagini delle Fiamme Gialle, l'evasione fiscale italiana del 2013 è pari a 51,9 miliardi di euro, scrive Angelo Scarano su “Il Giornale”. Le evasioni fiscali in Italia sono all'ordine del giorno: niente scontrino, niente fatture, insomma, niente di niente. È così, oggi lo Stato italiano ha scoperto che nelle sue casse c'è un buco di 51,9 miliardi di euro non versati: colpa delle società italiane, che per non incappare nel Fisco hanno attuato i tanto famosi "trasferimenti di comodo", spostando le proprie residenze o le basi delle società nei cosiddetti paradisi fiscali - Cayman, Svizzera, Andorre -. Quanto agli oltre ottomila evasori totali scoperti, hanno occultato redditi al fisco per 16,1 miliardi, mentre i ricavi non contabilizzati e i costi non deducibili riferibili ad altri fenomeni evasivi - dalle frodi carosello ai reati tributari fino alla piccola evasione - ammontano a 20,7 miliardi, una cifra più che consistente. Il totale dell'IVA evasa dagli italiani sarebbe di circa 5 miliardi: un dato che non sorprende, se si considera che secondo una recente ricerca della Guardia di finanza su 400.000 controlli effettuati, il 32% delle attività almeno un paio di volte hanno emesso uno scontrino falso, o non lo hanno emesso proprio. Per frodi e reati fiscali, lo scorso anno sono state denunciate 12.726 persone, con 202 arresti. Nei confronti dei responsabili delle frodi fiscali, i finanzieri hanno avviato procedure di sequestro di beni mobili, immobili, valuta e conti correnti per 4,6 miliardi di euro. Oltretutto, in Italia sono presenti 14.220 lavoratori completamente in nero, scoperti nel 2013, e 13.385 irregolari, impiegati da 5.338 datori di lavoro. Con una media di una su tre società che non emette scontrini, non sorprende come l'evasione sia arrivata a cifre stellari, e come tendenzialmente è destinata ad aumentare col tempo.

I datori di lavoro versano i contributi (altrimenti è un reato). Lo stato il primo evasore fiscale: INPDAP non versa i contributi come fanno le aziende ordinariamente. Lo Stato è il primo evasore contributivo. Secondo stime attendibili (ma non ufficiali) il datore di lavoro di oltre 3 milioni di persone avrebbe mancato di versare circa 30 miliardi di contributi. Risultato? Un buco enorme nell'Inpdap che poi è stato scaricato sull'Inps con un'operazione di fusione alquanto discutibile. Non ha versato all'INPDAP i contributi previdenziali dei suoi dipendenti...

Cresce il buco nei conti dell'INPS. Nel 2015 lo Stato dovrà sborsare 100 miliardi per ripianare l'ammanco dell'istituto. Prendendoli da pensionati e contribuenti. Inps, Mastrapasqua al governo: "Allarme conti". Ma Saccomanni lo smentisce, scrive Il Fatto Quotidiano. Il presidente dell'istituto scrive ai ministri Saccomanni e Giovanni: "Valutare un intervento dello Stato per coprire i deficit dell'ex Inpdap, altrimenti le passività aumenteranno". L'ultimo bilancio segnava un rosso di quasi 10 miliardi. E a "La Gabbia" su La7 aveva detto: "Possiamo sopportare solo 3 anni di disavanzo". Angeletti: "Avvertimento tardivo" e Bonanni chiede di fare chiarezza.

Lo stato italiano non ha versato per anni i contributi pensionistici ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni e quindi li ha fatti confluire nell’Inps, ponendoli a carico di coloro che la sventura pose a lavorare nel comparto produttivo. Forse che i pensionati italiani non saranno solidali con i poveri dipendenti delle pubbliche amministrazioni?

Cerchiamo di raccontare la questione del presunto buco dell’Inps come se fossimo dei privati e non mamma Stato, scrive Nicola Porro su “Il Giornale”. La cosa in fondo è semplice. Un paio di anni fa il governo Monti ha deciso di fondere nella grande Inps, la più piccola Inpdap. È il fondo previdenziale che si occupa dei 2,8 milioni di pensionati pubblici. E ovviamente dei prossimi dipendenti statali che andranno in quiescenza. Il motivo formale era nobile: ridurre di 100 milioni il costo di queste burocrazie. In fondo, Inps e Inpdap facevano e fanno lo stesso mestiere: incassano i contributi sociali da lavoratori e datori di lavoro e pagano le pensioni. Si è rivelato, dobbiamo presumere senza malizia, come un modo di annacquare un gigantesco buco di bilancio. Se fossimo dei privati sarebbe una bancarotta, più o meno fraudolenta. E vi spieghiamo perché. L’Inpdap è nato nel 1994. Prima lo Stato italiano la faceva semplice e male. Non pagava i contributi per i propri dipendenti pubblici, ritenendola una partita di giro. Perché accantonare risorse per le future pensioni pubbliche, si saranno detti i furbetti della Prima repubblica? Paghiamo il dovuto, cioè apriamo la cassa, solo quando la pensione sarà maturata. Se volete si tratta di una variazione ancora peggiore rispetto allo schema Ponzi (dal grande truffatore italo americano) del metodo retributivo. Quando nel 1994 si crea l’ente previdenziale si pone dunque il problema. Come facciamo? Semplice, da oggi in poi la Pubblica amministrazione è costretta a pagare anno per anno i suoi contributi, così come tutti i datori privati lo fanno ogni mese con l’Inps, al suo fondo di riferimento: l’Inpdap, appunto. Il sistema diventa così corretto e identico a quello di un’azienda privata: il costo del personale pubblico, in questo modo, diventa fedele alla realtà e pari (anche in termini di cassa) a stipendio netto, più tasse e contributi sociali. Ma restava un problema. Cosa fare con i contributi che si sarebbero dovuti versare nel passato? La genialata se la inventa il governo Prodi nel 2006 insieme al ministro del lavoro Damiano. All’Inpdap (semplifichiamo per farci capire) lo Stato avrebbe dovuto dare più di 8 miliardi di euro di contributi non versati, ma maturati dai dipendenti pubblici. Una bella botta. E anche all’epoca avevamo bisogno di fare i fighetti con l’Europa. Per farla breve, lo Stato non ha trasferito gli 8 miliardi all’Inpdap, ma ha fatto come lo struzzo: ha anticipato volta per volta ciò che serviva per pagare i conti. Di modo che alla fine dell’anno i saldi con l’Europa quadrassero. I nodi vengono al pettine quando Monti decide di fondere l’Inps con l’Inpdap. Antonio Mastrapasqua, che è il super boss delle pensioni private, sa fare bene i suoi conti. E appena si accorge che gli hanno mollato il pacco inizia a tremare. Un imprenditore privato che omettesse di versare i contributi per i propri dipendenti, pur assumendosi l’impegno di pagare la pensione quando maturasse, verrebbe trasferito in un secondo a Regina Coeli o a San Vittore. In più, il medesimo imprenditore privato non dovendo versare ogni anno i contributi all’Inps, potrebbe fare il fenomeno con le banche o la Borsa, dicendo di avere molta più cassa di quanto avrebbe se dovesse andare a versare ogni mese il dovuto. Un mega falso in bilancio da 8 miliardi, questo è ciò che plasticamente è emerso fondendo l’Inpdap nell’Inps. Mastrapasqua resta un servitore dello Stato e, secondo il cuoco, non lo ammetterebbe neanche a sua nonna, ma la fusione dei due enti ha in buona parte compromesso molti degli sforzi fatti per mettere ordine nel suo carrozzone (che tale in buona parte purtroppo resta). Si è dovuto sobbarcare un’azienda fallita e non può prendersela più di tanto con il suo principale creditore: che si chiama Stato Italiano. La morale è sempre quella. Mentre i privati chiudono, falliscono, si disperano per pagare tasse e contributi sociali, lo Stato centrale se ne fotte. Come diceva il marchese del Grillo: «Io so io e voi nun siete un cazzo.»

C'è soltanto una categoria professionale che invece sta versando molti più contributi di quanto riceve in termini di assegni pensionistici, scrive Andrea Telara su “Panorama”. Si tratta degli iscritti alla Gestione Separata, cioè quel particolare fondo dell'Inps in cui confluiscono i versamenti previdenziali dei lavoratori precari (come i collaboratori a progetto) e dei liberi professionisti con la partita iva, non iscritti agli Ordini. Nel 2013, il bilancio della Gestione Separata sarà in attivo per oltre 8 miliardi di euro. Va detto che questo risultato ha una ragion d'essere ben precisa: tra i precari italiani e tra le partite iva senza Ordine, ci sono infatti molti giovani ancora in attività, mentre i pensionati di questa categoria sono pochissimi (il rapporto è di 1 a 6). Non si può tuttavia negare che, se non ci fossero i contributi della Gestione Separata, il bilancio dell'Inps sarebbe in una situazione ancor peggiore di quella odierna. In altre parole, oggi ci sono in Italia quasi 2 milioni di lavoratori precari e di partite iva che tengono in piedi i conti dell'intero sistema previdenziale e che pagano una montagna di soldi per mantenere le pensioni di altre categorie, compresi gli assegni d'oro incassati da qualche ex-dirigente d'azienda. tema dei «contributi pensionistici silenti», che vengono versati dai lavoratori precari, parasubordinati e libero professionisti privi di un ordine di categoria, alla gestione separata dell’Inps. Contributi che però non si trasformano in trattamenti previdenziali, poiché quei cittadini non riescono a maturare i requisiti minimi per la pensione: e che restano nelle casse dell’ente pubblico per pagare quelle degli altri. È un assetto che penalizza proprio i giovani e i precari, che con maggiore difficoltà raggiungono i 35 anni di anzianità, visto che nel mercato legale del lavoro si entra sempre più tardi e in modo intermittente. Anche quando si matura il minimo di contribuzione richiesto, la pensione non supera i 400-500 euro. Ad aggravare la condizione di questa fascia di popolazione è anche l’elevata aliquota dei versamenti, quasi il 27 per cento della retribuzione: una quota che per la verità fu stabilita nel 2006 dal governo di Romano Prodi su pressione dei sindacati. Peraltro il problema non tocca esclusivamente i lavoratori trentenni, sottoposti al regime contributivo, ma anche i più anziani, soggetti a quello retributivo, che richiede almeno vent’anni di attività per maturare la pensione.

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

Vengo anch'io. No, tu no (1967 - Fo, Jannacci)

Inserita nell'album omonimo (che contiene una schidionata di brani indimenticabili: si va da "Giovanni, telegrafista" a "Pedro, Pedreiro", da "Ho visto un re" a "Hai pensato mai", quest'ultima versione in lingua della stupenda "Gastu mai pensà" di Lino Toffolo), "Vengo anch'io. No, tu no" (1967) porta Enzo Jannacci in cima alle classifiche di vendite, con esiti commerciali mai più ripetuti nel corso della sua lunga carriera. Assai accattivante nell'arrangiamento, attraversato da elementi circensi, la canzone divenne una sorta di inno di tutti gli esclusi d'Italia dai grandi rivolgimenti in atto - siamo, ricordiamolo, nel '68 - perchè snobbati dall'intellighenzia dell'epoca. Grazie a versi beffardi e surreali, scritti da Jannacci in sostituzione di quelli originariamente vergati perlopiù da Dario Fo e maggiormente ancorati al reale, il brano s'imprime nella memoria collettiva, diviene una sorta di tormentone nazionale, contribuisce in larga misura a far conoscere ad un pubblico più vasto la figura di un artista inclassificabile quanto geniale.

Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale

Vengo anch'io? No tu no

Per vedere come stanno le bestie feroci

e gridare "Aiuto aiuto e` scappato il leone"

e vedere di nascosto l'effetto che fa

Vengo anch'io? No tu no

Vengo anch'io? No tu no

Vengo anch'io? No tu no

Ma perché? Perché no

Si potrebbe andare tutti quanti ora che è primavera

Vengo anch'io? No tu no

Con la bella sottobraccio a parlare d'amore

e scoprire che va sempre a finire che piove

e vedere di nascosto l'effetto che fa

Vengo anch'io? No tu no

Vengo anch'io? No tu no

Vengo anch'io? No tu no

Ma perché? Perché no

Si potrebbe poi sperare tutti in un mondo migliore

Vengo anch'io? No tu no

Dove ognuno sia già pronto a tagliarti una mano

un bel mondo sol con l'odio ma senza l'amore

e vedere di nascosto l'effetto che fa

Vengo anch'io? No tu no

Vengo anch'io? No tu no

Vengo anch'io? No tu no

Ma perché? Perché no

Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale

Vengo anch'io? No tu no

per vedere se la gente poi piange davvero

e scoprire che è per tutti una cosa normale

e vedere di nascosto l'effetto che fa

Vengo anch'io? No tu no

Vengo anch'io? No tu no

Vengo anch'io? No tu no

Ma perché? Perché no

No, no e 354 volte no. La sindrome Nimby (Not in my back yard, "non nel mio cortile") va ben oltre il significato originario. Non solo contestazioni di comitati che non vogliono nei dintorni di casa infrastrutture o insediamenti industriali: 354, appunto, bloccati solo nel 2012 (fonte Nimby Forum). Ormai siamo in piena emergenza Nimto – Not in my term of office, "non nel mio mandato" – e cioè quel fenomeno che svela l’inazione dei decisori pubblici. Nel Paese dei mille feudi è facile rinviare decisioni e scansare responsabilità. La protesta è un’arte, e gli italiani ne sono indiscussi maestri. Ecco quindi pareri "non vincolanti" di regioni, province e comuni diventare veri e propri niet, scrive Alessandro Beulcke su “Panorama”. Ministeri e governo, in un devastante regime di subalternità perenne, piegano il capo ai masanielli locali. Tempi decisionali lunghi, scelte rimandate e burocrazie infinite. Risultato: le multinazionali si tengono alla larga, le grandi imprese italiane ci pensano due volte prima di aprire uno stabilimento. Ammonterebbe così a 40 miliardi di euro il "costo del non fare" secondo le stime di Agici-Bocconi. E di questi tempi, non permettere l’iniezione di capitali e lavoro nel Paese è una vera follia.

NO TAV, NO dal Molin, NO al nucleare, NO all’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua: negli ultimi tempi l’Italia è diventata una Repubblica fondata sul NO? A quanto pare la paura del cambiamento attanaglia una certa parte dell’opinione pubblica, che costituisce al contempo bacino elettorale nonché cassa di risonanza mediatica per politici o aspiranti tali (ogni riferimento è puramente casuale). Ciò che colpisce è la pervicacia con la quale, di volta in volta, una parte o l’altra del nostro Paese si barrica dietro steccati culturali, rifiutando tutto ciò che al di fuori dei nostri confini è prassi comune. Le battaglie tra forze dell’ordine e manifestanti NO TAV non si sono verificate né in Francia né nel resto d’Europa, nonostante il progetto preveda l’attraversamento del continente da Lisbona fino a Kiev: è possibile che solo in Val di Susa si pensi che i benefici dell’alta velocità non siano tali da compensare l’inevitabile impatto ambientale ed  i costi da sostenere? E’ plausibile che sia una convinzione tutta italica quella che vede i treni ad alta velocità dedicati al traffico commerciale non rappresentare il futuro ma, anzi, che questi siano andando incontro a un rapido processo di obsolescenza? Certo, dire sempre NO e lasciare tutto immutato rappresenta una garanzia di sicurezza,soprattutto per chi continua a beneficiare di rendite di posizione politica, ma l’Italia ha bisogno di cambiamenti decisi per diventare finalmente protagonista dell’Europa del futuro. NO?

Il Paese dei "No" a prescindere. Quando rispettare le regole è (quasi) inutile. In Italia non basta rispettare le regole per riuscire ad investire nelle grandi infrastrutture. Perché le regole non sono una garanzia in un Paese dove ogni decisione è messa in discussione dai mal di pancia fragili e umorali della piazza. E di chi la strumentalizza, scrive l’imprenditore Massimiliano Boi. Il fenomeno, ben noto, si chiama “Nimby”, iniziali dell’inglese Not In My Backyard (non nel mio cortile), ossia la protesta contro opere di interesse pubblico che si teme possano avere effetti negativi sul territorio in cui vengono costruite. I veti locali e l’immobilismo decisionale ostacolano progetti strategici e sono il primo nemico per lo sviluppo dell’Italia. Le contestazioni promosse dai cittadini sono “cavalcate” (con perfetta par condicio) dalle opposizioni e dagli stessi amministratori locali, impegnati a contenere ogni eventuale perdita di consenso e ad allontanare nel tempo qualsiasi decisione degna di tale nome. Dimenticandosi che prendere le decisioni è il motivo per il quale, in definitiva, sono stati eletti. L’Osservatorio del Nimby Forum (nimbyforum.it) ha verificato che dopo i movimenti dei cittadini (40,7%) i maggiori contestatori sono gli amministratori pubblici in carica (31,4%) che sopravanzano di oltre 15 punti i rappresentanti delle opposizioni. Il sito nimbyforum.it, progetto di ricerca sul fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali gestito dall'associazione no profit Aris, rileva alla settima edizione del progetto che in Italia ci sono 331 le infrastrutture e impianti oggetto di contestazioni (e quindi bloccati). La fotografia che emerge è quella di un paese vecchio, conservatore, refrattario ad ogni cambiamento. Che non attrae investimenti perché è ideologicamente contrario al rischio d’impresa. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è la tendenza allo stallo. Quella che i sociologi definiscono “la tirannia dello status quo”, cioè dello stato di fatto, quasi sempre insoddisfacente e non preferito da nessuno. A forza di "no" a prescindere, veti politici e pesanti overdosi di burocrazia siamo riusciti (senza grandi sforzi) a far scappare anche le imprese straniere. La statistica è piuttosto deprimente: gli investimenti internazionali nella penisola valgono 337 miliardi, la metà di quelli fatti in Spagna e solo l’1,4% del pil, un terzo in meno di Francia e Germania. Un caso per tutti, raccontato da Ernesto Galli Della Loggia. L’ex magistrato Luigi de Magistris, sindaco di Napoli, città assurta come zimbello mondiale della mala gestione dei rifiuti, si è insediato come politico “nuovo”, “diverso”, “portatore della rivoluzione”. Poi, dicendo “no” ai termovalorizzatori per puntare solo sulla raccolta differenziata, al molo 44 Area Est del porto partenopeo, ha benedetto l’imbarco di 3 mila tonn di immondizia cittadina sulla nave olandese “Nordstern” che, al prezzo di 112 euro per tonn, porterà i rifiuti napoletani nel termovalorizzatore di Rotterdam. Dove saranno bruciati e trasformati in energia termica ed elettrica, a vantaggio delle sagge collettività locali che il termovalorizzatore hanno voluto. Ma senza andare lontano De Magistris avrebbe potuto pensare al termovalorizzatore di Brescia, dove pare che gli abitanti non abbiano l’anello al naso. Scrive Galli Della Loggia: “Troppo spesso questo è anche il modo in cui, da tempo, una certa ideologia verde cavalca demagogicamente paure e utopie, senza offrire alcuna alternativa reale, ma facendosi bella nel proporre soluzioni che non sono tali”.

«C’è un disegno, che lacera, scoraggia e divide e quindi è demoniaco, al quale non dobbiamo cedere nonostante esempi e condotte disoneste, che approfittano del denaro, del potere, della fiducia della gente, perfino della debolezza e delle paure. E’ quello di dipingere il nostro Paese come una palude fangosa dove tutto è insidia, sospetto, raggiro e corruzione. - Aprendo i lavori del parlamentino dei vescovi italiani del 27-30 gennaio 2014 , il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, rassicura sulla tenuta morale del paese e chiede a tutti – di reagire ad una visione esasperata e interessata che vorrebbe accrescere lo smarrimento generale e spingerci a non fidarci più di nessuno. L’Italia non è così - afferma il cardinale - nulla – scandisce – deve rubarci la speranza nelle nostre forze se le mettiamo insieme con sincerità. Come Pastori – rileva il porporato – non possiamo esimerci dal dire una parola sul contesto sociale che viviamo, consapevoli di dover dare voce a tanti che non hanno voce e volto, ma che sono il tessuto connettivo del Paese con il loro lavoro, la dedizione, l’onestà.»

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

Letta, Renzi e tutti i governi "non eletti". La "staffetta" non è certo una novità della politica italiana, tra ribaltoni e svolte di ogni tipo (che durano meno di un anno), scrive Sabino Labia su “Panorama”. E sono tre. Stiamo parlando del terzo governo, in tre anni o poco più, non eletto dal popolo ma creato, senza arte ne parte, nella segreteria di un partito con l’avallo autorevole del Quirinale. Già, perché con la nascita del governo Renzi (il sessantesimo della storia Repubblicana) che, a suo dire, mai sarebbe andato a Palazzo Chigi senza passare dalle urne, ma passando solo dalla sede del Pd, sembra di aver fatto l’ennesimo tuffo nel passato. E pensare che ci eravamo convinti che questo tipo di operazione appartenesse a una di quelle mitiche alchimie politiche che tanto deliziavano i partiti della Prima Repubblica, quando i governi non nascevano dalle consultazioni elettorali, ma nella segreteria della DC. E, invece, la Seconda Repubblica e, con ogni probabilità visti i presupposti, anche la Terza Repubblica si avvarrà della facoltà di stabilire l’inquilino di Palazzo Chigi sulla fiducia non dei cittadini ma dei nominati e, per non farci mancare nulla, anche dei non nominati visto che Renzi è soltanto il sindaco di Firenze. In fondo siamo passati da Piazza del Gesù a via del Nazareno. Elencare tutte quelle volte che, dal 1948 a oggi, si è stabilita la fine di un esecutivo, non basterebbe un libro. Per citarne solo alcuni:

- Governo Letta (2013) composto da un'ammucchiata di centro destra e centro sinistra, nato dopo lo sciagurato tentativo di Bersani di coinvolgere l’universo mondo.

- Governo Monti (2011), nato dopo il Friedman-gate dello spread che inseguiva Berlusconi.

- Governo D’Alema (1998), nato dopo il boicottaggio/sabotaggio al primo governo Prodi.

- Governo Dini (1995), nato dopo il ribaltone della Lega, alleata di Berlusconi.

- Governo Ciampi (1993), dopo il sacco dei conti correnti del governo D’Amato.

- Governo De Mita (1988), nato come la vera e unica staffetta, quella con il governo Craxi.

- Governi Rumor/Colombo (1970), Tra l’agosto del 1969 e l’agosto 1970 si ebbe il record di crisi e governi, ben quattro. Ma quelli erano anni veramente difficili.

- Governo Tambroni (1960), nato dopo la decisione presa all’interno della segreteria della Dc di far cadere il governo Segni.

E, proprio in questa occasione, il 25 febbraio 1960 il presidente del Senato, Cesare Merzagora, pronunciò a Palazzo Madama un durissimo discorso contro il Parlamento attaccando i partiti che sostenevano la maggioranza che, nel chiuso delle segreterie, avevano stabilito di far cadere il secondo Governo presieduto da Antonio Segni sostituendolo con un esecutivo guidato da Tambroni. Per di più, Segni, aveva deciso di dimettersi senza fare alcun passaggio dalle Camere. “Se i partiti politici, all’interno dei loro organi statutari, dovessero prendere le decisioni più gravi sottraendole ai rappresentanti del popolo, tanto varrebbe - lo dico, naturalmente, per assurdo – trasformare il Parlamento in un ristretto comitato esecutivo. Risparmieremmo tempo e denaro…". Se poi vogliamo aggiungere un po’ di statistica abbinata alla scaramanzia, che come si sa in Italia non guasta mai, ebbene tutti questi governi non hanno mai avuto una durata superiore a un anno. Prepariamoci ad aggiornare il pallottoliere.

Il Colpo di Stato continua: Renzi sarà il 27mo premier non eletto dal Popolo, scrive Giovanni De Mizio su “Ibtimes”. Mentre continua la sfilata di volti noti e meno noti della politica italiana nel palazzo del Quirinale per le consultazioni del presidente della (ancora per poco) Repubblica Giorgio "Primo" Napolitano e mentre Matteo Renzi, primo ministro in pectore, si riscalda a bordo campo facendo stretching in Piazza della Signoria a Firenze prima di recarsi (a piedi) a Roma, la politica al di fuori del Palazzo continua a rimarcare che il futuro ex-sindaco di Firenze sarà il terzo premier di seguito a non essere stato eletto dal popolo, e come tale privo di legittimazione democratica. Si tratta di un argomento, tuttavia, errato: Renzi non sarà il terzo, bensì il ventisettesimo premier scelto senza mandato popolare a legittimarlo. È un colpo di stato, senza dubbio alcuno, e, a giudicare dalla storia d'Italia del dopoguerra, si tratta di un colpo di stato che parte da lontano, con il chiaro intento di rovesciare la Repubblica per restaurare la Monarchia così come era prima dello Statuto Albertino, possibilmente completando lo svuotamento del Parlamento in atto già da diversi anni. Ne è la prova, fra le altre cose, la volontà di Renzi di mutare il Senato in una camera a parziale nomina regia, pardon, presidenziale. Il colpo di stato attualmente in atto nasce probabilmente a metà degli anni Cinquanta quando, nel corso della Seconda legislatura, si successero ben sei presidenti del Consiglio: De Gasperi, Pella, Fanfani, Scelba, Segni e Zoli. Curiosità: le elezioni si tennero in base alla legge elettorale "truffa" del 1953, che la Corte Costituzionale avrebbe potuto censurare (oppure no), se solo fosse stata istituita (sarebbe "nata" solo nel 1956). Tralasciando De Gasperi (che fallì nell'ottenere la fiducia a causa delle forze monarchiche, carbonare e amatriciane), il primo premier della seconda legislatura, Giuseppe Pella, è dichiaratamente un presidente tecnico, come lo è stato Mario Monti (entrambi, tra l'altro, sono stati ministri degli Esteri e del Bilancio ad interim, a confermare che il complotto, come la Storia, si ripete), e la sua squadra di governo era formata da numerosi ministri altrettanto tecnici. Siamo nel 1953 e Pella ha più o meno la stessa età che avrebbe avuto Monti anni più tardi: dubitiamo sia una coincidenza. Nel gennaio 1954 è Amintore Fanfani ad essere incaricato di formare un governo: anche Fanfani non aveva vinto le elezioni, neppure le primarie del proprio partito, visto che sarebbe stato eletto segretario della DC solo nel giugno successivo (peraltro da un congresso, e non attraverso regolari, libere e democratiche elezioni). Il tentativo delle forze reazionarie, comunque, non va a buon fine, poiché Fanfani non riesce a ottenere la fiducia. Un brutto presagio per il governo Renzi? Lo sapremo nei prossimi giorni. Ciò che avvenne dopo è ancora più disarmante: Mario Scelba riuscì poi a formare un governo, ma fu sostituito da Mario Segni quando fu eletto presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, grazie ai voti, guarda caso, dei monarchici. La Storia si ripeterà, abbastanza simile, anche in seguito, con il governo Tambroni. Ma gli esempi sono tanti anche nella storia successiva: le staffette e la nomina di presidenti del Consiglio che non hanno vinto le elezioni sono state a lungo una regola della Repubblica italiana, a testimonianza del fatto che si tratta di un tentativo ultradecennale di spogliare il popolo dei suoi diritti; basti pensare al fatto che in Italia vi sono stati 62 governi in 18 legislature (una media di 3,44 governi a legislatura), presieduti da 26 presidenti del consiglio (2,39 governi per premier). Solo due presidenti del Consiglio sono rimasti in carica (in più governi) dalle elezioni fino alla scadenza naturale della legislatura: De Gasperi e Berlusconi. Ciò dimostra non certo che il ricambio degli inquilini di palazzo Chigi è fisiologico data la natura del sistema politico italiano nonché il dettato costituzionale (sempre formalmente rispettato), bensì che il complotto per il ripristino della Monarchia in Italia ha più forza di quanto si pensi. Da dove nasce l'equivoco? Nasce dal fatto che, secondo la Costituzione, il presidente del Consiglio è nominato dal presidente della Repubblica e deve avere la fiducia delle Camere. Il popolo elegge il Parlamento ed è questi che decide se una persona può essere o meno il presidente del Consiglio, e può anche togliergli la fiducia per darla a un'altra persona, sempre nominata dal Capo dello Stato. I Padri Costituenti hanno insomma tolto al popolo il diritto di eleggere il proprio presidente del Consiglio sin dalla nascita della Repubblica: a ben guardare, insomma, la Repubblica italiana ha avuto ventisei presidenti del Consiglio (su ventisei) non eletti dal popolo, e Renzi, pertanto, si avvia ad essere non il terzo, bensì il ventisettesimo perpetuatore di questa ignobile tradizione che ormai da oltre sessant'anni infanga l'articolo 1 della Costituzione, secondo la quale, al secondo comma, la sovranità appartiene al Popolo, che viene sottratta ad ogni legislatura. Il complotto, insomma, continua. Nota per chi non se ne fosse accorto. Il presente articolo ha un chiaro intento satirico: l'articolo 1 della Costituzione prevede che la sovranità popolare sia esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione stessa. La carta fondamentale prevede che il presidente del Consiglio non abbia legittimazione popolare (non è eletto dal popolo), poiché l'Italia è una Repubblica parlamentare, ovvero il popolo è sovrano attraverso il Parlamento e non attraverso altri organi, men che meno monocratici. Asserire una presunta incostituzionalità (o peggio) delle nomine di Monti, Letta e (eventualmente) Renzi significa ignorare la storia d'Italia, la sua Costituzione e spingere (ulteriormente) verso un pericoloso presidenzialismo populista privo di un adeguato sistema di pesi e contrappesi che eviti derive ancora peggiori di quelle che l'Italia sta sperimentando da una trentina di anni, ovvero più o meno da quando il declino del Belpaese ha impiantato i propri semi nella penisola. Con questo non vogliamo dire che il presidenzialismo sia un male, ma solo che è necessario modificare l'equilibrio costituzionale per evitare gravi storture e menomazioni della democrazia italiana (come avvenute, per altre ragioni, negli ultimi decenni di quasi-presidenzialismo de facto). In sintesi. Un presidente del Consiglio (nella pienezza dei propri poteri) è tale se, e solo fin quando, ha la fiducia di una maggioranza parlamentare: solo per rifarsi alla storia recente, Berlusconi è caduto nel novembre 2011 perché ad ottobre, benché non sfiduciato, non aveva più una maggioranza in Parlamento, tanto che il rendiconto dello Stato fu approvato solo grazie all'assenza delle opposizioni; stesso discorso per Monti, che ha perso la fiducia dopo l'uscita dalla maggioranza del PDL, e per Letta, che ha perso l'appoggio del suo stesso partito, il PD. Queste situazioni sono state una costante nella storia italiana, se si considera che la prima crisi di governo scoppiata in Parlamento risale al primo governo Prodi: in tutti gli altri casi (tranne il Prodi II) la crisi si è sempre consumata fuori dal Parlamento. Allo stesso modo è stata rispettata la Costituzione nella formazione dei governi che si sono via via succeduti negli anni. La staffetta può non piacere, ma ciò che sta accadendo in queste ore è la regola, non l'eccezione, e che soprattutto si sta rispettando il dettato democratico espresso dalla Costituzione che tanti difensori all'amatriciana della Carta stessa continuano a dimenticare (così come non viola la Costituzione il non presentarsi alle consultazioni del Capo dello Stato). E provoca un senso di vergogna essere costretti a ripetere l'ovvio per via di una diffusa ignoranza delle regole costituzionali anche da chi dovrebbe conoscerle a memoria viste le poltrone su cui sono seduti. L'ignoranza è forza, pare.

Sono giorni che su Internet e nel Paese reale, il popolo protesta perché Renzi andrà a Palazzo Chigi senza elezioni, scrive Fabio Brinchi Giusti su “L’Inkiesta”. “Ma il premier non dovremmo eleggerli noi?” Si domanda la gente mormorando rabbiosa contro la democrazia scippata. A volte non sono solo le persone comuni, a volte si uniscono al coro anche coloro che dovrebbero aiutarli a capire come giornalisti e politici. “No ai premier nominati” “Il popolo deve scegliere” e magari per gettare benzina sul fuoco, si urla anche al golpe. Il guaio che è spesso le voci che urlano contro i governi non-eletti sono le stesse che poi urlano “Giù le mani dalla Costituzione” e “La Costituzione non si tocca”. Ma per difenderla la Costituzione prima andrebbe perlomeno letta. E capirla. Perché è la Costituzione ad aver dato all’Italia un sistema dove il Presidente del Consiglio non viene eletto dal popolo. Il popolo elegge il Parlamento e vota i partiti. Dopo le elezioni i partiti eletti vanno dal Presidente della Repubblica e il Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni ricevute nomina il Presidente del Consiglio. Se quest’ultimo perde il consenso della maggioranza dei parlamentari cade e il gioco di cui sopra si ripete. I partiti vanno dal Capo dello Stato e il Capo dello Stato cerca un nuovo nome (oppure lo stesso se quest’ultimo è in grado di riunire di nuovo una maggioranza). Se non si trova un nome si va ad elezioni anticipate. In tutto questo sistema il popolo non ha voce in capitolo. O meglio lo ha indirettamente tramite i suoi rappresentanti, ma non attraverso votazioni! È così dal 1948, anzi è così da sempre perché a livello nazionale il nostro Paese non ha mai conosciuto l’elezione diretta del capo del Governo. A partire dagli anni ’90 una serie di riforme ha introdotto l’elezione diretta dei sindaci o poi dei leader degli enti locali e il passaggio alla legge elettorale maggioritaria (il cosiddetto Mattarellum poi abolito nel 2005) ha favorito questa tendenza anche a livello nazionale dove le coalizioni di centrodestra e centrosinistra si sono sempre presentate agli elettori guidate da un leader-candidato che in caso di vittoria è poi andato a Palazzo Chigi. Ma non essendo cambiata la Costituzione, di fatto, la scelta del Presidente del Consiglio è rimasto un potere nelle mani del Parlamento e del Presidente della Repubblica. E gli elettori sulla scheda elettorale hanno continuato a sbarrare il simbolo di un partito e non il nome di una persona. I governi in Italia si formano così e dunque è perfettamente costituzionale e legittimo la nascita di un governo non votato dagli elettori. Lo è anche se si regge su una maggioranza completamente modificata da cambi di casacca e voltagabbana vari. Se non vi piace questo sistema, pensateci la prossima volta che urlate: “La Costituzione non si cambia!”.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

«Non è possibile che nel 2014 gli indigenti muoiano per i denti o sono detenuti pur innocenti. Se i comunisti da 70 anni non lo hanno ancora fatto, propongo io la panacea di questi mali.»

Così afferma il dr Antonio Giangrande, noto saggista di fama mondiale e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno. Associazione fuori dal coro e fuori dai circuiti foraggiati dai finanziamenti pubblici.

«Al fine di rendere effettivo l’accesso ai servizi sanitari e legali a tutti gli indigenti, senza troppi oneri per le categorie professionali interessate, presento ai parlamentari, degni di questo incarico, questa mia proposta di legge:

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI

PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO

“Per tutelare i diritti dei non abbienti si obbliga, a mo' di PRO BONO PUBLICO, gli esercenti un servizio di pubblica necessità, ai sensi dell'art.359 c.p., a destinare il 20 % della loro attività o volume di affari al servizio gratuito a favore degli indigenti.

E' indigente chi percepisce un reddito netto mensile non maggiore di 1.000 euro, rivalutato annualmente in base all’inflazione.

L'onere ricade sulla collettività, quindi, ai fini fiscali e contributivi, ogni attività pro bono publico, contabilizzata con il minimo della tariffa professionale, è dedotta dal reddito complessivo. 

Le attività professionali svolte in favore degli indigenti sono esentati da ogni tributo o tassa o contributo.

Sono abrogate le disposizioni di legge o di regolamenti incompatibili con la presente legge.”

NON VI REGGO PIU’.

Il testo più esplicito e diretto di Rino dà il titolo all'album uscito nel 1978.

"Nuntereggaepiù" è un brillante catalogo dei personaggi che invadono radio, televisioni e giornali. Clamorosa la coincidenza con quello che succederà nel 1981, quando la magistratura scopre la lista degli affiliati alla P2 di Licio Gelli, loggia massonica in cui compaiono alcuni nomi citati nella filastrocca di Rino.

A dispetto del titolo, nel brano non c'è un briciolo di reggae. Il titolo gioca sull'assonanza fra il genere musicale giamaicano e la coniugazione romanesca del verbo reggere. Come già era accaduto in "Mio fratello è figlio unico", il finale è dissonante rispetto al tema trattato, con l'introduzione di una frase d'amore:

" E allora amore mio ti amo

Che bella sei

Vali per sei

Ci giurerei. "

È uno sfottò come un altro per dire: "Vabbè, visto che vi ho detto tutte 'ste cose, visto che tanto la canzone non fa testo politico, la canzone non è un comizio, il cantautore non è Berlinguer né Pannella, allora a questo punto hanno ragione quelli che fanno solo canzoni d'amore..".  Possiamo immaginare che, oggi, sarebbero entrati di diritto nella filastrocca Umberto Bossi o Antonio Di Pietro per la politica, Fabio Fazio e Maria De Filippi o il Grande Fratello per la tivvù, calciatori super pagati come Totti, Vieri e Del Piero e chissà quante altre invadenti presenze del nostro quotidiano destinate a ronzarci intorno per altri vent'anni. Quando incide la versione spagnola, che in ottobre scala le classifiche spagnole, "Corta el rollo ya" ("Dacci un taglio”), inserisce personaggi di spicco dell'attualità iberica, come il politico Santiago Carrillo, il calciatore Pirri (che più avanti sarà vittima di un rapimento), la soubrette Susana Estrada e altri.
Qui sta la grandezza di Rino Gaetano, se leggete oggi il testo di "Nun te reggae più" vi accorgerete che i personaggi citati sono quasi tutti ancora sulla breccia e, se scomparsi o ritirati dalla vita pubblica, hanno lasciato un segno indelebile nel loro campo, si pensi a Gianni Brera o all'avvocato Agnelli, o a Enzo Bearzot che, un anno dopo la dipartita del cantautore calabrese, regalerà con la sua nazionale (Causio, Tardelli, Antognoni) il terzo mondiale di calcio dopo quarantaquattro anni.

Abbasso e Alè (nun te reggae più)

Abbasso e Alè (nun te reggae più)

Abbasso e Alè con le canzoni

senza patria o soluzioni

La castità (Nun te reggae più)

La verginità (Nun te reggae più)

La sposa in bianco, il maschio forte,

i ministri puliti, i buffoni di corte

..Ladri di polli

Super-pensioni (Nun te reggae più)

Ladri di stato e stupratori

il grasso ventre dei commendatori,

diete politicizzate,

Evasori legalizzati, (Nun te reggae più)

Auto blu, sangue blu,

cieli blu, amori blu,

Rock & blues (Nun te reggae più!)

Eja-eja alalà, (Nun te reggae più)

DC-PSI (Nun te reggae più)

DC-PCI (Nun te reggae più)

PCI-PSI, PLI-PRI

DC-PCI, DC DC DC DC

Cazzaniga, (nun te reggae più)

avvocato Agnelli,

Umberto Agnelli,

Susanna Agnelli, Monti Pirelli,

dribbla Causio che passa a Tardelli

Musiello, Antognoni, Zaccarelli.. (nun te reggae più)

..Gianni Brera,

Bearzot, (nun te reggae più)

Monzon, Panatta, Rivera, D'Ambrosio

Lauda, Thoeni, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno,

Villaggio, Raffà e Guccini..

Onorevole eccellenza

Cavaliere senatore

nobildonna, eminenza

monsignore, vossia

cheri, mon amour!.. (Nun te reggae più!)

Immunità parlamentare (Nun te reggae più!)

abbasso e alè!

Il numero cinque sta in panchina

si e' alzato male stamattina

– mi sia consentito dire: (nun te reggae più!)

Il nostro è un partito serio.. (certo!)

disponibile al confronto (..d'accordo)

nella misura in cui

alternativo
alieno a ogni compromess..

Ahi lo stress

Freud e il sess

è tutto un cess

si sarà la ress

Se quest'estate andremo al mare

soli soldi e tanto amore

e vivremo nel terrore

che ci rubino l'argenteria

è più prosa che poesia...

Dove sei tu? Non m'ami più?

Dove sei tu? Io voglio, tu

Soltanto tu, dove sei tu? (Nun te reggae più!)

Uè paisà (..Nun te reggae più)

il bricolage,

il '15-18, il prosciutto cotto,

il '48, il '68, le P38

sulla spiaggia di Capo Cotta

(Cardin Cartier Gucci)

Portobello, illusioni,

lotteria, trecento milioni,

mentre il popolo si gratta,

a dama c'è chi fa la patta

a sette e mezzo c'ho la matta..

mentre vedo tanta gente

che non ha l'acqua corrente

e nun c'ha niente

ma chi me sente? ma chi me sente?

E allora amore mio ti amo

che bella sei

vali per sei

ci giurerei

ma è meglio lei

che bella sei

che bella lei

vale per sei

ci giurerei

sei meglio tu

nun te reg più

che bella si

che bella no

nun te reg più!

NUN TE REGGAE PIÙ, NUN TE REGGAE PIÙ, NUN TE REGGAE PIÙ...

LA LIBERTA' Giorgio Gaber (1972)

Vorrei essere libero, libero come un uomo.

Vorrei essere libero come un uomo.

Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura

e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura,

sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale,

incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.

La libertà non è star sopra un albero,

non è neanche il volo di un moscone,

la libertà non è uno spazio libero,

libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.

Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia

e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,

che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare

e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero,

non è neanche avere un’opinione,

la libertà non è uno spazio libero,

libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,

non è neanche il volo di un moscone,

la libertà non è uno spazio libero,

libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.

Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza

e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza,

con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo

e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero,

non è neanche un gesto o un’invenzione,

la libertà non è uno spazio libero,

libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,

non è neanche il volo di un moscone,

la libertà non è uno spazio libero,

libertà è partecipazione.

“LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE” – Dal testo di Gaber alla realtà che ci circonda. Così cantava il mitico Gaber in una delle sue canzoni “La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.” Come rispondereste alla domanda “chi è colui che può definirsi libero?”, certamente molti diranno subito “colui che può fare ciò che vuole, esprimere le proprie opinioni, manifestare la propria fede e  via discorrendo” … invece non proprio. Non proprio perché questa sarebbe anarchia o per lo meno la rasenterebbe; per capire meglio il significato di tale termine, allora, prendiamo in esame la frase di Gaber libertà è partecipazione: partecipare, filologicamente inteso significa “essere parte di …” e quindi essere inseriti in un dato contesto. Libertà non è dunque dove non esistono limitazioni ma bensì dove queste vigono in maniera armoniosa e, naturalmente, non oppressiva. Posso capire che la cosa strida a molti ma se analizzata in maniera posata si potrà evincere come una società senza regole sia l’antitesi di sé stessa. Dove sta la libertà, allora? Innanzitutto comincerei parlando di rispetto: rispetto per l’altro, per le sue idee, per la sua persona: se non ci rispettiamo vicendevolmente non otterremo mai un vivere civile e quindi alcuna speranza di libertà. La libertà è un diritto innegabile. Chi ha il diritto di stabilire quali libertà assegnare a chi? Pensiamo agli schiavi di ieri e , purtroppo, anche di oggi: perché negare loro le libertà? Per la pigrizia di chi gliele nega, chiaramente; su questo si basa il rapporto padrone-schiavo (anche quello hegeliano del servo-padrone), sulla forza ed il terrore, terrore non dell’asservito ma del servito. Dall’Antichità al Medioevo, dal Rinascimento ad oggi gli uomini hanno sempre tentato di esercitare la propria egemonia sugli altri, secondo diritti divini, di nobiltà di natali, tramite l’ostentazione della propria condizione economica e via discorrendo, falciando così in pieno il diritto alla libertà di alcuni. “Libertà è partecipazione”, tale frase continua a ronzarmi in testa e mi sprona ad esortare: rispettiamoci per essere liberi… a tali parole mi sovviene la seconda strofa del nostro inno nazionale (di cui pochi, ahime, conoscono l’esistenza, poiché molti ritengono che il nostro inno sia costituito d’una sola strofa):

Noi fummo da secoli

calpesti, derisi,

perché non siam popolo,

perché siam divisi.

Raccolgaci un’unica bandiera, una speme:

di fonderci insieme

già l’ora suonò.”

e quindi l’invito della terza strofa: “Uniamoci, amiamoci

Dignità, rispetto dell’altro, partecipazione, lievi seppur necessarie limitazioni: questi sono gli ingredienti per un’ottima ricetta di libertà, non certo paroloni da politicanti come “lotta alla criminalità”, “lotta all’evasione fiscale”, “lotta alle cricche”, giusto per citare le più quotate in questi ultimi tempi. La libertà necessita di semplicità, non certo di pompose cerimonie: essa è bella come una ragazza a quindici-sedici anni (o per lo meno, rifacendomi allo Zibaldone leopardiano), tutta acqua e sapone e sempre con un sorriso gentile pronto per tutti. Forse è anche per questo che gli uomini raffigurano la Libertà come una giovane donna…!

IO SE FOSSI DIO di Giorgio Gaber – 1980

Io se fossi Dio

E io potrei anche esserlo

Se no non vedo chi.

Io se fossi Dio non mi farei fregare dai modi furbetti della gente

Non sarei mica un dilettante

Sarei sempre presente

Sarei davvero in ogni luogo a spiare

O meglio ancora a criticare, appunto

Cosa fa la gente.

Per esempio il cosiddetto uomo comune

Com'è noioso

Non commette mai peccati grossi

Non è mai intensamente peccaminoso.

Del resto poverino è troppo misero e meschino

E pur sapendo che Dio è il computer più perfetto

Lui pensa che l'errore piccolino

Non lo veda o non lo conti affatto.

Per questo io se fossi Dio

Preferirei il secolo passato

Se fossi Dio rimpiangerei il furore antico

Dove si amava, e poi si odiava

E si ammazzava il nemico.

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli

Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio

Non sarei mica stato a risparmiare

Avrei fatto un uomo migliore.

Si, vabbè, lo ammetto

non mi è venuto tanto bene

ed è per questo, per predicare il giusto

che io ogni tanto mando giù qualcuno

ma poi alla gente piace interpretare

e fa ancora più casino.

Io se fossi Dio

Non avrei fatto gli errori di mio figlio

E specialmente sull'amore

Mi sarei spiegato un po' meglio.

Infatti voi uomini mortali per le cose banali

Per le cazzate tipo compassione e finti aiuti

Ci avete proprio una bontà

Da vecchi un po' rincoglioniti.

Ma come siete buoni voi che il mondo lo abbracciate

E tutti che ostentate la vostra carità.

Per le foreste, per i delfini e i cani

Per le piantine e per i canarini

Un uomo oggi ha tanto amore di riserva

Che neanche se lo sogna

Che vien da dire

Ma poi coi suoi simili come fa ad essere così carogna.

Io se fossi Dio

Direi che la mia rabbia più bestiale

Che mi fa male e che mi porta alla pazzia

È il vostro finto impegno

È la vostra ipocrisia.

Ce l'ho che per salvare la faccia

Per darsi un tono da cittadini giusti e umani

Fanno passaggi pedonali e poi servizi strani

E tante altre attenzioni

Per handicappati sordomuti e nani.

E in queste grandi città

Che scoppiano nel caos e nella merda

Fa molto effetto un pezzettino d'erba

E tanto spazio per tutti i figli degli dèi minori.

Cari assessori, cari furbastri subdoli altruisti

Che usate gli infelici con gran prosopopea

Ma io so che dentro il vostro cuore li vorreste buttare

Dalla rupe Tarpea.

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli

Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio maledirei per primi i giornalisti e specialmente tutti

Che certamente non sono brave persone

E dove cogli, cogli sempre bene.

Signori giornalisti, avete troppa sete

E non sapete approfittare della libertà che avete

Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate

E in cambio pretendete

La libertà di scrivere

E di fotografare.

Immagini geniali e interessanti

Di presidenti solidali e di mamme piangenti

E in questo mondo pieno di sgomento

Come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento:

Cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti

E si direbbe proprio compiaciuti

Voi vi buttate sul disastro umano

Col gusto della lacrima

In primo piano.

Si, vabbè, lo ammetto

La scomparsa totale della stampa sarebbe forse una follia

Ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza

Non avrei certo la superstizione

Della democrazia.

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli

Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio

Naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente.

Nel regno dei cieli non vorrei ministri

Né gente di partito tra le palle

Perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.

E tutti quelli che fanno questo gioco

Che poi è un gioco di forze ributtante e contagioso

Come la febbre e il tifo

E tutti quelli che fanno questo gioco

C' hanno certe facce

Che a vederle fanno schifo.

Io se fossi Dio dall'alto del mio trono

Direi che la politica è un mestiere osceno

E vorrei dire, mi pare a Platone

Che il politico è sempre meno filosofo

E sempre più coglione.

È un uomo a tutto tondo

Che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo

Che scivola sulle parole

E poi se le rigira come lui vuole.

Signori dei partiti

O altri gregari imparentati

Non ho nessuna voglia di parlarvi

Con toni risentiti.

Ormai le indignazioni son cose da tromboni

Da guitti un po' stonati.

Quello che dite e fate

Quello che veramente siete

Non merita commenti, non se ne può parlare

Non riesce più nemmeno a farmi incazzare.

Sarebbe come fare inutili duelli con gli imbecilli

Sarebbe come scendere ai vostri livelli

Un gioco così basso, così atroce

Per cui il silenzio sarebbe la risposta più efficace.

Ma io sono un Dio emotivo, un Dio imperfetto

E mi dispiace ma non son proprio capace

Di tacere del tutto.

Ci son delle cose

Così tremende, luride e schifose

Che non è affatto strano

Che anche un Dio

Si lasci prendere la mano.

Io se fossi Dio preferirei essere truffato

E derubato, e poi deriso e poi sodomizzato

Preferirei la più tragica disgrazia

Piuttosto che cadere nelle mani della giustizia.

Signori magistrati

Un tempo così schivi e riservati

Ed ora con la smania di essere popolari

Come cantanti come calciatori.

Vi vedo così audaci che siete anche capaci

Di metter persino la mamma in galera

Per la vostra carriera.

Io se fossi Dio

Direi che è anche abbastanza normale

Che la giustizia si amministri male

Ma non si tratta solo

Di corruzioni vecchie e nuove

È proprio un elefante che non si muove

Che giustamente nasce

Sotto un segno zodiacale un po' pesante

E la bilancia non l'ha neanche come ascendente.

Io se fossi Dio

Direi che la giustizia è una macchina infernale

È la follia, la perversione più totale

A meno che non si tratti di poveri ma brutti

Allora si che la giustizia è proprio uguale per tutti.

Io se fossi Dio

Io direi come si fa a non essere incazzati

Che in ospedale si fa morir la gente

Accatastata tra gli sputi.

E intanto nel palazzo comunale

C'è una bella mostra sui costumi dei sanniti

In modo tale che in questa messa in scena

Tutto si addolcisca, tutto si confonda

In modo tale che se io fossi Dio direi che il sociale

È una schifosa facciata immonda.

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli

Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio

Vedrei dall'alto come una macchia nera

Una specie di paura che forse è peggio della guerra

Sono i soprusi, le estorsioni i rapimenti

È la camorra.

È l'impero degli invisibili avvoltoi

Dei pescecani che non si sazian mai

Sempre presenti, sempre più potenti, sempre più schifosi

È l'impero dei mafiosi.

Io se fossi Dio

Io griderei che in questo momento

Son proprio loro il nostro sgomento.

Uomini seri e rispettati

Cos'ì normali e al tempo stesso spudorati

Così sicuri dentro i loro imperi

Una carezza ai figli, una carezza al cane

Che se non guardi bene ti sembrano persone

Persone buone che quotidianamente

Ammazzano la gente con una tal freddezza

Che Hitler al confronto mi fa tenerezza.

Io se fossi Dio

Urlerei che questi terribili bubboni

Ormai son dentro le nostre istituzioni

E anzi, il marciume che ho citato

È maturato tra i consiglieri, i magistrati, i ministeri

Alla Camera e allo Senato.

Io se fossi Dio

Direi che siamo complici oppure deficienti

Che questi delinquenti, queste ignobili carogne

Non nascondono neanche le loro vergogne

E sono tutti i giorni sui nostri teleschermi

E mostrano sorridenti le maschere di cera

E sembrano tutti contro la sporca macchia nera.

Non ce n'è neanche uno che non ci sia invischiato

Perché la macchia nera

È lo Stato.

E allora io se fossi Dio

Direi che ci son tutte le premesse

Per anticipare il giorno dell'Apocalisse.

Con una deliziosa indifferenza

E la mia solita distanza

Vorrei vedere il mondo e tutta la sua gente

Sprofondare lentamente nel niente.

Forse io come Dio, come Creatore

Queste cose non le dovrei nemmeno dire

Io come Padreterno non mi dovrei occupare

Né di violenza né di orrori né di guerra

Né di tutta l'idiozia di questa Terra

E cose simili.

Peccato che anche Dio

Ha il proprio inferno

Che è questo amore eterno

Per gli uomini.

IL CONFORMISTA di Giorgio Gaber – 1996

Io sono un uomo nuovo

talmente nuovo che è da tempo che non sono neanche più fascista

sono sensibile e altruista

orientalista ed in passato sono stato un po' sessantottista

da un po’ di tempo ambientalista

qualche anno fa nell'euforia mi son sentito come un po' tutti socialista.

Io sono un uomo nuovo

per carità lo dico in senso letterale

sono progressista  al tempo stesso liberista

antirazzista e sono molto buono

sono animalista

non sono più assistenzialista

ultimamente sono un po' controcorrente son federalista.

Il conformista è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta,

il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa

è un concentrato di opinioni che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani

e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire

forse da buon opportunista si adegua senza farci caso

e vive nel suo paradiso.

Il conformista è un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza,

il conformista s'allena a scivolare dentro il mare della maggioranza

è un animale assai comune che vive di parole da conversazione

di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori

il giorno esplode la sua festa che è stare in pace con il mondo

e farsi largo galleggiando

il conformista

il conformista.

Io sono un uomo nuovo e con le donne c'ho un rapporto straordinario

sono femminista

son disponibile e ottimista

europeista

non alzo mai la voce

sono pacifista

ero marxista-leninista e dopo un po' non so perché mi son trovato cattocomunista.

Il conformista non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone

il conformista aerostato evoluto che è gonfiato dall'informazione

è il risultato di una specie che vola sempre a bassa quota in superficie

poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato

vive e questo già gli basta e devo dire che oramai

somiglia molto a tutti noi

il conformista

il conformista.

Io sono un uomo nuovo

talmente nuovo che si vede a prima vista

sono il nuovo conformista.

Una canzone molto ironica quella di Giorgio Gaber, un’analisi su chi sia veramente il conformista e proprio per questo proviamo prima di tutto a capire noi cosa sia il conformismo, perchè senza di quello non possiamo comprendere cosa ci voglia dire Gaber con questa canzone.

Il termine conformismo indica una tendenza a conformarsi ad opinioni, usi, comportamenti e regole di un determinato gruppo sociale. Attenzione però qui stiamo parlando di gruppo sociale qualunque e non per forza quello “dominante” (come in genere molti pensano) che sarebbe anche piuttosto difficile da identificare visto che la nostra società è molto grande, complessa ed esistono infinite sfumature. Questo vuol dire che se apparteniamo ad un gruppo sociale che accettiamo in modo assoluto allora siamo conformisti rispetto a quel gruppo. Il prete per esempio è un conformista rispetto al suo gruppo sociale di preti che a loro volta fanno riferimento al Papa. Chi per esempio appartiene ad una famiglia malavitosa e fa il bullo a scuola insieme ad altri bulli suoi amici che disturbano, rubano ecc. è un conformista rispetto al suo gruppo sociale di delinquenti. Molti giovani pensano ingenuamente che conformismo vuol dire solo mettersi giacca, cravatta e comportarsi bene, mentre anticonformismo vuol dire mettersi maglietta, jeans e comportarsi male, ma non è così.

Con questa canzone Gaber prende in giro il conformista, facendone notare tutte le sue possibili caratteristiche che lo contraddistinguono e allo stesso tempo ne fa emergere tutta una serie di contraddizioni: guardiamo per esempio alla prima strofa in cui il conformista nel giro di pochi anni passa prima ad essere “fascista“, per poi diventare “orientalista“, ricordandosi però di essere stato un “sessantottista” e da tempo anche “ambientalista” e pure “socialista“! Da subito quindi una forte critica implicita all’uomo conformista, che alla fine continuando a cambiare idea, risulta essere tutto tranne che conformista. Questa successione di cambio di idee improvvise, seguendo la massa a seconda di cosa sia più comodo e non secondo ciò in cui si creda veramente, porta Gaber a dare lui stesso la definizione del conformista moderno:

“Il conformista è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta,

 il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa

è un concentrato di opinioni che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani

e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire

 forse da buon opportunista si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso”

La critica dunque è forte, un uomo che non è quasi più in grado di pensare con la sua testa, ma si adegua alle circostanze creandosi un mondo tutto suo in cui vivere senza problemi e senza lotte. Ma come è abituato a fare, Gaber lancia una frecciatina a tutti noi, perchè guardandoci in faccia, probabilmente i primi ad essere conformisti siamo proprio noi:“e devo dire che oramai somiglia molto a tutti noi, il conformista“.

LA DEMOCRAZIA di Giorgio Gaber – 1997

Dopo anni di riflessione sulle molteplici possibilità che ha uno stato di organizzarsi ho capito che la democrazia... è il sistema più democratico che ci sia. Dunque c’è la dittatura, la democrazia e... basta. Solo due. Credevo di più. La dittatura chi l’ha vista sa cos’è, gli altri si devono accontentare di aver visto solo la democrazia. lo, da quando mi ricordo, sono sempre stato democratico, non per scelta, per nascita. Come uno che appena nasce è cattolico, apostolico, romano. Cattolico pazienza, apostolico non so cosa sia, ma anche romano... Va be’, del resto come si fa oggi a non essere democratici? Sul vocabolario c’è scritto che la parola "democrazia" deriva dal greco e significa "potere al popolo". L’espressione è poetica e suggestiva. Sì, ma in che senso potere alta popolo? Come si fa? Questo sul vocabolario non c’è scritto. Però si sa che dal ‘45, dopo il famoso ventennio, il popolo italiano ha acquistato finalmente il diritto di voto. È nata così la “Democrazia rappresentativa” nella quale tu deleghi un partito che sceglie una coalizione che sceglie un candidato che tu non sai chi sia e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni. E che se io incontri ti dice: “Lei non sa chi sono io!” Questo è il potere del popolo. Ma non è solo questo. Ci sono delle forme ancora più partecipative. Per esempio il referendum è addirittura una pratica di “Democrazia diretta”... non tanto pratica, attraverso la quale tutti possono esprimere il loro parere su tutto. Solo che se mia nonna deve decidere sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio ha qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia. Per fortuna deve dire un “Sì” se vuoi dire no e un “No” se vuoi dire sì. In ogni caso ha il 50% di probabilità di azzeccarla. Comunque il referendum ha più che altro un valore folkloristico, perché dopo aver discusso a lungo sul significato politico dei risultati tutto resta come prima. Un altro grande vantaggio che la democrazia offre a mia nonna, cioè al popolo, è la libertà di stampa. Nei regimi totalitari, per esempio durante il fascismo, si chiamava propaganda e tu non potevi mai sapere la verità. Da noi si chiama “informazione”, che per maggior chiarezza ha anche il pregio di esser pluralista. Sappiamo tutto. Sappiamo tutto, ma anche il contrario di tutto. Pensa che bello. Sappiamo che l’Italia va benissimo, ma che va anche malissimo. Sappiamo che l’inflazione è al 3, o al 4, o al 6, o anche al 10%. Che abbondanza! Sappiamo che i disoccupati sono il 12% e che aumentano o diminuiscono a piacere, a seconda di chi lo dice. Sappiamo dati, numeri, statistiche. Alla fine se io voglio sapere quanti italiani ci sono in Italia, che faccio? Vado sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio e li conto: Zzzz! Chi va al sud. Zzzz! Chi va al nord! Altro che Istat! Comunque è innegabile che fra un regime totalitario e uno democratico c’è una differenza abissale. Per esempio, durante il fascismo non ti potevi permettere di essere antifascista. In democrazia invece si può far tutto, tranne che essere antidemocratici. Durante il fascismo c’era un partito solo al potere. O quello o niente. In democrazia invece i partiti al potere sono numerosi e in crescita. Alle ultime elezioni, fra partiti, liste autonome, liste di area, gruppi misti, eccetera, ce ne sono stati duecentoquarantotto. Più libertà di cosi si muore! Del resto una delle caratteristiche della democrazia è che si basa esclusivamente sui numeri… come il gioco del Lotto, anche se è meno casuale, ma più redditizio. Più largo è il consenso del popolo, più la democrazia, o chi per lei, ci guadagna. Quello del popolo è sempre stato un problema, per chi governa. Se ti dà il suo consenso vuoi dire che ha capito, che è cosciente, consapevole, e anche intelligente. Se no è scemo. Comunque l’importante è coinvolgere più gente possibile. Intendiamoci, la democrazia non è nemica della qualità. È la qualità che è nemica della democrazia. Mettiamo come paradosso che un politico sia un uomo di qualità. Mettiamo anche che si voglia mantenere a livelli alti. Quanti lo potranno apprezzare? Pochi, pochi ma buoni. No, in democrazia ci vogliono i numeri, e che numeri. Bisogna allargare il consenso, scendere alla portata di tutti. Bisogna adeguarsi. E un’adeguatina oggi, un’adeguatina domani... e l’uomo di qualità a poco a poco ci prende gusto... e “tac”, un’altra abbassatina... poi ce n’è un altro che si abbassa di più, e allora anche lui... “tac”... “tac”... ogni giorno si abbassa di cinque centimetri. E così, quando saremo tutti scemi allo stesso modo, la democrazia sarà perfetta.

DESTRA-SINISTRA di Giorgio Gaber – 2001

Destra-Sinistra è un singolo di Giorgio Gaber, pubblicato nel 2001, tratto dall'album La mia generazione ha perso.

La canzone vuol mettere ironicamente in risalto le presunte differenze tra destra e sinistra politiche, delle quali è una bonaria critica. Tutta la canzone verte infatti su luoghi comuni anziché sulle differenze di tipo idealistico, ed è lo stesso Gaber a specificare che, attualmente, le differenze fra le due parti sono ormai minime, e che chi si definisce di una fazione rispetto ad un'altra lo fa per mera «ideologia», e per «passione ed ossessione» di una diversità che «al momento dove è andata non si sa». In altre parole, la differenza fra chi si definisce di una parte piuttosto che dall'altra è solamente ostentata, ed è nulla per quanto riguarda il lato pratico.

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa è nostra

è evidente che la gente è poco seria

quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Fare il bagno nella vasca è di destra

far la doccia invece è di sinistra

un pacchetto di Marlboro è di destra

di contrabbando è di sinistra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Una bella minestrina è di destra

il minestrone è sempre di sinistra

tutti i films che fanno oggi son di destra

se annoiano son di sinistra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Le scarpette da ginnastica o da tennis

hanno ancora un gusto un po' di destra

ma portarle tutte sporche e un po' slacciate

è da scemi più che di sinistra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

I blue-jeans che sono un segno di sinistra

con la giacca vanno verso destra

il concerto nello stadio è di sinistra

i prezzi sono un po' di destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

I collant son quasi sempre di sinistra

il reggicalze è più che mai di destra

la pisciata in compagnia è di sinistra

il cesso è sempre in fondo a destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

La piscina bella azzurra e trasparente

è evidente che sia un po' di destra

mentre i fiumi, tutti i laghi e anche il mare

sono di merda più che sinistra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

L'ideologia, l'ideologia

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è la passione, l'ossessione

della tua diversità

che al momento dove è andata non si sa

dove non si sa, dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra

la mortadella è di sinistra

se la cioccolata svizzera è di destra

la Nutella è ancora di sinistra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Il pensiero liberale è di destra

ora è buono anche per la sinistra

non si sa se la fortuna sia di destra

la sfiga è sempre di sinistra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Il saluto vigoroso a pugno chiuso

è un antico gesto di sinistra

quello un po' degli anni '20, un po' romano

è da stronzi oltre che di destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

L'ideologia, l'ideologia

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è il continuare ad affermare

un pensiero e il suo perché

con la scusa di un contrasto che non c'è

se c'è chissà dov'è, se c'é chissà dov'é.

Tutto il vecchio moralismo è di sinistra

la mancanza di morale è a destra

anche il Papa ultimamente

è un po' a sinistra

è il demonio che ora è andato a destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

La risposta delle masse è di sinistra

con un lieve cedimento a destra

son sicuro che il bastardo è di sinistra

il figlio di puttana è di destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Una donna emancipata è di sinistra

riservata è già un po' più di destra

ma un figone resta sempre un'attrazione

che va bene per sinistra e destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa è nostra

è evidente che la gente è poco seria

quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Destra-sinistra

Destra-sinistra

Destra-sinistra

Destra-sinistra

Destra-sinistra

Basta!

IO NON MI SENTO ITALIANO di Giorgio Gaber – 2003

La canzone "Io non mi sento italiano" è tratta dall'omonimo album uscito postumo di Giorgio Gaber, nel gennaio 2003, titolo che all'apparenza è di forte impatto evocativo che sa di delusione, di rabbia, di denuncia. Ma poi, per ribilanciare l'affermazione, basta leggere la frase nel seguito, “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”, c'è un grande concetto all'interno, quello di appartenenza, a cui Gaber è legato, che lascia trasparire la sua dolcezza, nonostante il sentimento di sdegno di cui si fa portavoce. Stupisce, e non poco, a distanza di anni, la modernità del testo, l'attualità delle situazioni, che già allora Giorgio Gaber raccontava come quotidianità di quel paese, in quel periodo storico. Album registrato poco prima della sua scomparsa, fu scritto con Sandro Luporini, pittore di Viareggio, suo compagno di scrittura in tutte le sue produzioni più importanti musicali e teatrali. Giorgio Gaber, è il suo nome d'arte, si chiama in effetti Giorgio Gaberscik e nasce a Milano il 25 gennaio 1939 (scompare a Montemagno di Camaiore il 1º gennaio 2003), da padre di origine istriane-goriziano slovene e madre veneziania. Inizia a suonare la chitarra da bambino a 8-9 anni per curare un brutto infortunio ad un braccio. Diventa un ottimo chitarrista e, con le serate, da grande, si pagherà gli studi universitari. E' il 1970 l'anno della svolta artistica di Giorgio Gaber. Gaber è celebre ma si sente “ingabbiato”, costretto a recitare un ruolo nella parte di cantante e di presentatore televisivo. Rinuncia così alla grandissima notorietà, si spoglia del ruolo di affabulatore e porta "la canzone a teatro" (creando il genere del teatro canzone). Gaber si presenta al pubblico così com'è, ricomincia da capo. Per questo crea un personaggio che non recita più un ruolo, il «Signor G», recita se stesso. Quindi un signore come tutti, “una persona piena di contraddizioni e di dolori”.

TESTO - Io non mi sento italiano - parlato:

Io G. G. sono nato e vivo a Milano.

Io non mi sento italiano

ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente

non è per colpa mia

ma questa nostra Patria

non so che cosa sia.

Può darsi che mi sbagli

che sia una bella idea

ma temo che diventi

una brutta poesia.

Mi scusi Presidente

non sento un gran bisogno

dell'inno nazionale

di cui un po' mi vergogno.

In quanto ai calciatori

non voglio giudicare

i nostri non lo sanno

o hanno più pudore.

Io non mi sento italiano

ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente

se arrivo all'impudenza

di dire che non sento

alcuna appartenenza.

E tranne Garibaldi

e altri eroi gloriosi

non vedo alcun motivo

per essere orgogliosi.

Mi scusi Presidente

ma ho in mente il fanatismo

delle camicie nere

al tempo del fascismo.

Da cui un bel giorno nacque

questa democrazia

che a farle i complimenti

ci vuole fantasia.

Io non mi sento italiano

ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese

pieno di poesia

ha tante pretese

ma nel nostro mondo occidentale

è la periferia.

Mi scusi Presidente

ma questo nostro Stato

che voi rappresentate

mi sembra un po' sfasciato.

E' anche troppo chiaro

agli occhi della gente

che tutto è calcolato

e non funziona niente.

Sarà che gli italiani

per lunga tradizione

son troppo appassionati

di ogni discussione.

Persino in parlamento

c'è un'aria incandescente

si scannano su tutto

e poi non cambia niente.

Io non mi sento italiano

ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente

dovete convenire

che i limiti che abbiamo

ce li dobbiamo dire.

Ma a parte il disfattismo

noi siamo quel che siamo

e abbiamo anche un passato

che non dimentichiamo.

Mi scusi Presidente

ma forse noi italiani

per gli altri siamo solo

spaghetti e mandolini.

Allora qui mi incazzo

son fiero e me ne vanto

gli sbatto sulla faccia

cos'è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano

ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese

forse è poco saggio

ha le idee confuse

ma se fossi nato in altri luoghi

poteva andarmi peggio.

Mi scusi Presidente

ormai ne ho dette tante

c'è un'altra osservazione

che credo sia importante.

Rispetto agli stranieri

noi ci crediamo meno

ma forse abbiam capito

che il mondo è un teatrino.

Mi scusi Presidente

lo so che non gioite

se il grido "Italia, Italia"

c'è solo alle partite.

Ma un po' per non morire

o forse un po' per celia

abbiam fatto l'Europa

facciamo anche l'Italia.

Io non mi sento italiano

ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Io non mi sento italiano

ma per fortuna o purtroppo

per fortuna o purtroppo

per fortuna

per fortuna lo sono.

Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili. Citazioni di Bertolt Brecht.

Povera Italia. Povera Calabria, scrive Luciano regolo, direttore de “L’Ora della Calabria”. Non sono renziano, ma neppure lettiano o berlusconiano o alfaniano o grillino. Anzi vi confesso che non voto da un bel po', specialmente da quando, dirigendo un settimanale nazionale popolare a vasta tiratura, ebbi modo di toccare con mano quali e quanti mali attraversino trasversalmente i nostri partiti e come difficilmente i vari leader del nostro scenario politico si tirino indietro dal lobbysmo che domina in Italia. Tuttavia trovo questa staffetta Letta-Renzi ancora più inquietante. Per mesi abbiamo sentito dire a destra e manca che Letta doveva restare in sella per emergenze basilari nella vita del nostro Paese, dalla crisi economica alla riforma elettorale. Ora invece si cambia registro. Ma non si va a nuove elezioni, la volontà popolare, in tutto questo, viene sempre più messa da parte. La scusa è che senza nuove regole per le elezioni si rischierebbe di avere nuovamente una maggioranza troppo risicata per garantire la stabilità governativa. Ma se non si è avuto fino ad ora quel certo senso di responsabilità necessario per mettere da parte gli interessi e i protagonismi personali per arrivare a questo (minimo) obiettivo perché mai le cose dovrebbero cambiare con Renzi premier? Non sarebbe stato più equo e più democratico chiedere agli elettori di andare alle urne, magari esercitando il proprio diritto di voto riflettendo un po' di più, visto quello che stiamo tuttora vivendo? Napolitano avrà pure le sue buone ragioni, anche se a volte riesce difficile condividerle. Però, lo spazio non se l'è preso da solo, gli è dato da tutta una situazione, da tutto un cecchinaggio diffuso e mirato al proprio tornaconto personale. Il sospetto è che il "cancro" della voglia sconfinata di poltrone oramai dilaghi e la faccia da padrona fino ad annientare anche il minimo rispetto per tutte quelle famiglie italiane che stanno versando in condizioni di gravissime difficoltà. La gente si toglie la vita per i debiti (di qualche giorno fa la drammatica scelta dell'editore Zanardi), la gente è disperata. Ma il palazzo continua imperterrito nelle sue logiche. E il male si riverbera dal centro alla periferia, con le stesse modalità. La Calabria ne è un esempio eclatante. Guerre intestine nella destra, guerre intestine a sinistra (difficile che queste sospirate primarie del Pd siano la panacea per vecchie e croniche conflittualità). Intanto i rifiuti ci sommergono, intanto la 'ndrangheta erode sempre più spazi della società civile, intanto la disoccupazione lievita, al pari della malasanità. Povera Italia, povera Calabria.

E poi c’è lei, la fonte di tutti i mali.

Magistratura, la casta e le degenerazioni, scrive Andrea Signini su “Rinascita”. “IMAGISTRATI SONO INCAPACI E CORROTTI, NE CONOSCO MOLTISSIMI”. Il Presidente Francesco Cossiga (Sassari, 26 Luglio 1928 – Roma, 17 Agosto 2010), appartenente ad una famiglia di altissimi magistrati e lui stesso capo del Consiglio Superiore della Magistratura, intervistato dal giornalista Vittorio Pezzuto, disse: “La maggior parte dei magistrati attuali sono totalmente ignoranti a cominciare dall’amico Di Pietro che un giorno mi disse testualmente: “Cosa vuoi, appena mi sarò sbrigato questi processi, mi leggerò il nuovo codice di procedura penale”. Nel corso della medesima intervista Cossiga sottolineava le scadenti qualità dei membri della magistratura, li definiva “incapaci a fare le indagini”. Da Presidente della Repubblica inviò i carabinieri a Palazzo dei Marescialli. Accadde nel 91, il 14 novembre, quando il presidente-picconatore ritirò la convocazione di una riunione del plenum nella quale erano state inserite cinque pratiche sui rapporti tra capi degli uffici e loro sostituti sull’assegnazione degli incarichi. Cossiga riteneva che la questione non fosse di competenza del plenum e avvertì che se la riunione avesse avuto luogo avrebbe preso «misure esecutive per prevenire la consumazione di gravi illegalità». I consiglieri del Csm si opposero con un documento e si riunirono. In piazza Indipendenza, alla sede del Csm, affluirono i blindati dei carabinieri e due colonnelli dell’Arma vennero inviati a seguire la seduta. Ma il caso fu risolto subito, perché il vicepresidente, Giovanni Galloni, non permise la discussione. Invitato a dare una spiegazione sull’incredibile ed ingiustificato avanzamento di carriera toccato ai due magistrati (Lucio di Pietro e Felice di Persia) noti per aver condannato ed arrestato Enzo Tortora e centinaia di persone innocenti nell’ambito dello stesso processo (tutti rilasciati dopo mesi di carcere per imperdonabili errori macroscopici), Cossiga rispose: “Come mi è stato spiegato, la magistratura deve difendere i suoi, soprattutto se colpevoli”. La sicurezza di quanto affermava il Presidente Cossiga gli proveniva da una confessione fattagli da un membro interno di cui non rivelò mai il nome ma risulta evidente che si tratti di un personaggio di calibro elevatissimo, “Un giovane membro del Consiglio Superiore della Magistratura, appartenente alla corrente di magistratura democratica, figlio di un amico mio, il quale mi è ha detto: “Noi dobbiamo difendere soprattutto quei magistrati che fanno errori e sono colpevoli perché sennò questa diga che noi magistrati abbiamo eretto per renderci irresponsabili ed incriticabili crolla”! invitato a dare delle spiegazioni sul come mai il nostro sistema (comunemente riconosciuto come il migliore al Mondo) fosse così profondamente percorso da fatali fratture, Cossiga tuonò: “La colpa di tutto questo è della DC! Lì c’è stato chi, per ingraziarsi la magistratura, ha varato la famosa “Breganzola” che prevede l’avanzamento di qualifica dei magistrati senza demerito. Ci pronunciammo contro quella Legge in quattro: uno era l’Avvocato Riccio, il deputato che poi fu sequestrato ed ucciso in Sardegna; Giuseppe Gargani, io ed un altro. Fummo convocati alla DC e ci fu detto che saremmo stati sospesi dal gruppo perché bisognava fare tutto quello che dicevano di fare i magistrati altrimenti avrebbero messo tutti in galera”. Questo breve preambolo ci deve servire come metro per misurare, con occhio nuovo, quanto più da vicino possibile, l’attuale situazione italiana. Dal 1992 (mani pulite), ad oggi, di acqua sotto ai ponti ne è passata assai. E tutta questa acqua, per rimanere nel solco dell’allegoria, ha finito con l’erodere i margini di garanzia della classe politica (vedi perdita delle immunità dei membri del Parlamento – 1993) espandendo quelli dei membri della magistratura. Membri i quali, poco alla volta, hanno preferito fare il “salto della scimmia” passando da un ramo all’altro (dal ramo giudiziario a quello legislativo e/o esecutivo) e ce li siamo ritrovati in politica come missili (di Pietro, de Magistris, Grasso, Ingroia, Finocchiaro…). Pertanto, quella che da decenni a questa parte viene rivenduta al popolo italiano come una “stagione di battaglia contro la corruzione politica”, in realtà nascondeva e tutt’ora nasconde ben altro. Il potere legislativo (facente capo al Parlamento), quanto il potere esecutivo (facente capo al governo), si sono ritrovati in uno stato di progressiva sofferenza indotta dalla crescente ed inarrestabile affermazione del potere giudiziario (facente capo alla magistratura). Che le cose stiano così, è fuor di dubbio! E “La cosa brutta è che i giornalisti si prestino alle manovre politiche dei magistrati” [Cossiga Ibid.]. Ecco spiegato come mai ci si ostini a ritenere “mani pulite” una battaglia alla corruzione e non già una battaglia tra i tre poteri dello Stato. Ma, scusate tanto, e il POPOLO?!? No, dico, siamo o non siamo noi italiani ed italiane – e non altri popoli diversi dal nostro – a pagare sulla nostra pelle lo scotto generato dalle conseguenze di queste “scalate al potere”? Non siamo forse noi quelli/e che stanno finendo dritti in bocca alla rovina totale, alla disperazione ed al suicidio di massa? COSA CI STANNO FACENDO DI MALE E’ PRESTO DETTO. Innanzi tutto, il riflesso peggiore che ci tocca subìre è dato dal fatto che, dal precedente (prima di “mani pulite”) clima culturale in cui eravamo usi vivere sentendoci protetti dalla magistratura (vedi garanzia di presunzione d’ innocenza), ci siamo ritrovati catapultati in un clima orrido in cui è “la presunzione di colpevolezza” a dettare il ritmo. E, di conseguenza, tutto il discorso è andato a gambe all’aria e le nostre libertà, nonché le nostre sovranità sono andate in fumo. E poi, chi di voi può affermare di non aver mai sentito ripetere sino alla nausea frasi del tipo “Lo deve stabilire la magistratura”, oppure “Lo ha stabilito una sentenza” od anche “Lo ha detto in giudice”; e allora? Forse queste persone (che restano sempre impiegati statali al servizio dello Stato e di chi vi abita) discendono dallo Spirito Santo? Sono o non sono esseri umani? E se lo sono allora posso commettere degli sbagli, sì o no? E se sbaglia un magistrato le conseguenze sono letali, sì o no? E allora per quale ragione da 22 anni a questa parte si sta facendo di tutto per collocarli nell’olimpo della saggezza? Perché è possibile sputtanare un esponente del ramo legislativo o di quello esecutivo e GUAI se si fa altrettanto con uno del ramo giudiziario? L’ex magistrato ed ex politico Antonio Di Pietro (definito da Cossiga “Il famoso cretino… che ha nascosto cento milioni in una scatola delle scarpe” e “Ladro” che si è laureato “Probabilmente con tutti 18 e si è preso pure l’esaurimento nervoso per prepararsi la Laurea” quando era a capo dell’IDV ci ha assillato per anni, farcendo all’inverosimile i suoi discorsi con frasi come quelle succitate. E come lui, ma dall’altro lato della barricata, Silvio Berlusconi ha infarcito i suoi discorsi contro la magistratura corrotta e bla bla bla. Ci hanno fatto un vero e proprio lavaggio del cervello, arrivando a dividere la popolazione in due: una parte garantista ed una giustizialista. Il vecchio e amatissimo strumento del “dividi et impera” inventato dai nostri avi latini per esercitare il potere sulla massa ignorante. Ma se due terzi della medesima torta sono marci e putrescenti (il potere legislativo e quello esecutivo), possibile che il rimanente terzo (potere giudiziario) sia l’unico commestibile? Certo che non lo è, è ovvio! La corruzione, in magistratura è a livelli raccapriccianti, “E’ prassi dividere il compenso con il magistrato. Tre su quattro sono corrotti” confessa Chiara Schettini (nomen omen) impiegata statale con la qualifica di giudice presso il Tribunale dei Fallimenti di Roma, anzi ex, visto che le hanno messo le manette ai polsi e poi sbattuta in galera con gravissime accuse di corruzione e peculato. Ricostruiamo quello che la stampa di regime non osa nemmeno sfiorare. “SONO PIU’ MAFIOSA DEI MAFIOSI” DICE SPAVALDAMENTE IL GIUDICE DI ROMA. La gente normale, quella che lavora per guadagnare e consegnare il bottino allo Stato vampiro, lo sa molto bene: se si può, meglio non fare causa! Si perde tempo, si perdono soldi e non si sa se ti andrà bene. E, stando a quanto sta emergendo da una prodigiosa inchiesta di cui prima o poi anche la stampa di regime sarà costretta a parlare, l’impressione poggia su basi solidissime. E sarebbe bene prendere le distanze da certa gente… più pericolosa dei delinquenti veri. In una elaborazione di un articolo de Il Fatto Quotidiano del 31 Dicembre 2013 apparsa l’1 Gennaio 2014 sul sito malagiustiziainitalia.it, si parla di “Perizie affidate a consulenti dall’ampio potere discrezionale e dai compensi stratosferici, mazzette spartite anche con i giudici. Un crocevia affaristico in cui è coinvolto il vertice dell’ufficio [quello di Roma]”, in riferimento alla vicenda che ha visto coinvolta Chiara Schettini di cui abbiamo appena accennato. La stessa Schettini, chiama in causa (è il caso di dire) anche la magistratura umbra, passivamente prona ai desiderata di quella romana: insabbiare gli esposti, far finta di nulla ed attendere che trascorrano i tempi era l’ordine da eseguire. Sotto interrogatorio, la Schettini ha confessato al giudice (onesto e che ringraziamo a nome di tutti i lettori e le lettrici di signoraggio.it): “Si entrava in camera di consiglio e si diceva questo si fa fallire e questo no”. Chi si esprime così non è un temibile boss della mala ma è sempre lei, il veramente temibile giudice Schettini, lei sì appartenente al ramo pulito del potere, proprio quello!!! Nella sua crassa arroganza venata di ottusa prosaicità, ella ricorreva sovente ad uscite agghiaccianti, sfornando un gergo truce da gangster matricolato. Intercettata telefonicamente mentre parlava col curatore fallimentare Federico Di Lauro (anche lui in galera) minacciava di farla pagare al suo ex compagno: “Guarda, gli ho detto, sono più mafiosa dei mafiosi, ci metto niente a telefonare ai calabresi che prendono il treno, te danno una corcata de botte e se ne vanno” (da Il Fatto, 8 Luglio 2013, R. Di Giovacchino). Non finisce qui. Sempre questo giudice donna, in un’altra intercettazione che ha lasciato di stucco gli inquirenti che l’hanno più e più volte riascoltato il nastro, parlando con un ignoto interlocutore, minacciava il “povero” Di Lauro in questi termini: “Io a Di Lauro l’avrei investito con la macchina… Lui lavorava con la banda della Magliana”. Ciliegina sulla torta: parlando al telefono con un perito del Tribunale, riferendosi all’insistenza di un Avvocato che non aveva intenzione di piegarsi supinamente al comportamento della Schettini, commentava: “Il suo amico Massimo [l’Avvocato insistente Ndr.] ha chiesto la riapertura di due procedimenti. Una rottura senza limiti. Gli dica di non insistere perché non domani, né dopo domani ma fra 10 anni io lo ammazzo”. Alla faccia della magistratura a cui tocca attenersi! Alla faccia delle parole del magistrato “che c’azzecckkhhA” Di Pietro colui il quale, dopo il salto della scimmia ci ha assillato ripetendo come un disco scassato che dobbiamo “affidarci alla magistratura”! come no! Si accomodi lei Di Pietro, prima di noi (senza balbettare come le accadde quando se la vide bruttina a Milano).  Nell’articolo della Di Giovacchino leggiamo inoltre: “L’amico Massimo è in realtà l’avvocato Vita. Mai ricevuto minacce? “Non da Grisolia, però mi hanno telefonato persone con accento calabrese, consigli…”. Messaggi? “Mi dicevano lasci perdere la vecchietta…” La “vecchietta” è Diana Ottini, un tipo tosto, La giudice le consegnò 500 mila euro stipulando una promessa di vendita posticipata di 10 anni, affinché acquistasse la sua casa dal Comune. Ma venuto il momento lei la casa se l’è tenuta e il Tribunale le ha dato ragione. Non è andata altrettanto bene a Francesca Chiumento, altra cliente dell’avvocato Vita, che da anni si batte per riconquistare il “suo” attico in via Germanico: 170 metri quadri, terrazza su tre livelli, che il padre aveva acquistato dagli eredi di Aldo Fabrizi. La casa finì all’asta, nei salotti romani si parla ancora della polizia arrivata con le camionette. Anche quell’asta porta la firma della Schettini: la famiglia Chiumento era pronta a pagare, a spuntarla fu un medico del Bambin Gesù che offrì 50 mila euro di meno. L’appartamento di via Germanico alla fine fu rivenduto per 1 milione e 800 mila euro a una coppia importante. Lei figlia di un costruttore, che ha tirato su villaggi turistici tra Terracina e Sperlonga, lui avvocato della banca che aveva offerto il mutuo ai legittimi proprietari” [Il Fatto Ibid.]. E pensare che questa sguaiata stipendiata statale ha campato una vita sulle spalle di noi contribuenti ed ha potuto nascondere le sue malefatte per anni dietro la protezione del ruolo affidatole dallo Stato e di persone della sua medesima risma. Tutti suoi colleghi e colleghe. Allucinante. Semplicemente allucinante. Solamente dopo essersi impaurita a causa dei giorni trascorsi in prigione, ha confessato che il suo ex compagno “Trafficava anche con il direttore di una filiale di Unicredit su 900 mila euro gliene dava 200 mila” come stecca [malagiustizia. Ibid.]. L’organizzazione funzionava a gonfie vele, il timore di essere scoperti non li sfiorava nemmeno: ‘Non ti preoccupare [la rincuorava il compagno, quello della stecca all’Unicredit] sarà rimesso tutto perfettamente”. Suscita la ripugnanza leggere la storia di questa squallida persona la quale, nel frattempo, con lo stipendio da funzionario statale è riuscita ad accumulare un patrimonio di quasi 5 milioni di euro (quasi 10 miliardi di Lire) oltre ad attici a Parigi e Miami, ville a Fregene, un rifugio a Madonna di Campiglio… A proposito: il figlio della carcerata si è rivelato meno sveglio della mamma ma comunque fatto della medesima pasta! Infatti, mentre alla madre venivano serrati i polsi con le manette, lui riceveva l’sms in cui la madre stessa gli ordinava di fare “quello che sa” (Il Fatto, ibid.). Si avete proprio capito bene. Il figlio diciottenne, evidentemente al corrente delle attività della madre (e del padre) ed istruito a dovere su come agire in caso di necessità, si è prontamente attivato rendendosi complice della vicenda facendo sparire la valigetta col contante, frutto di una delle corruzioni cui la madre era avvezza. Solo che le sue limitate capacità hanno consentito, a chi ha effettuato la perquisizione, di ritrovare tutto all’istante. Ed il Consiglio Superiore della Magistratura dormiva in questi anni? Certo che no! Provvedeva, come fa spessissimo, a trasferirla presso la procura di l’Aquila per ragioni di incompatibilità ambientale. Non sarebbe male saperne di più su questa scelta curiosa. Che questa sia una vicenda riguardante un pugno di magistrati e non tutti i componenti della magistratura è lapalissiano, scontato ed evidente. E CI MANCHEREBBE ALTRO! Ma sappiate che il punto della questione non è arrivare a pronunciare frasi vuote quanto idiote del genere “Sono tutti uguali. Tra cani non si mordono…” qui c’è solo da fare una cosa: il POPOLO deve riconoscere il proprio ruolo di SOVRANO! E poi, non resta che risalire alla fonte del problema e, per farlo, NOI uomini e donne della cosiddetta “società civile” abbiamo il dovere di emanciparci. Se c’intendessimo (mi ci metto dentro anch’io – sebbene non sia un tifoso) di finanza e Stato come di calcio e cucina, con l’aiuto dei nostri veri angeli custodi seri (ed in magistratura ce ne sono eccome), il nostro futuro sarebbe radioso. Ripartire da un punto fermo è cogente. Tale punto risiede nella battaglia “persa contro la magistratura che è stata perduta quando abbiamo abrogato l’immunità parlamentare, che esistono in tutto il Mondo, ovvero quando Mastella, da me avvertito, si è abbassato il pantalone ed ha scritto sotto dittatura di quell’associazione sovversiva e di stampo che è l’Associazione Nazionale Magistrati” – F. Cossiga, Di Pietro… Ibid.

Non dimentichiamoci che di magistrati parliamo e delle loro ambizioni.

Il giudice "pagato" con prostitute di lusso. Quell'ambizione: «Dovevo fare il mafioso». Il profilo di un magistrato finito nell'occhio del ciclone per i suoi rapporti molto stretti con il boss Lampada, già condannato a quattro anni di carcere e sospeso dal servizio, scrive “Il Quotidiano Web”. Il giudice Giancarlo Giusti, arrestato e posto ai domiciliari il 14 febbraio 2014 dalla squadra mobile di Reggio Calabria, era stato condannato dal gup di Milano a 4 anni di reclusione il 27 settembre 2012 ed il giorno successivo aveva tentato il suicidio nel carcere milanese di Opera in cui era detenuto. Soccorso dalla polizia penitenziaria, era stato poi ricoverato in ospedale in prognosi riservata. Successivamente aveva ottenuto gli arresti domiciliari. Giusti, dal 2001 giudice delle esecuzioni immobiliari a Reggio Calabria e poi dal 2010 gip a Palmi, era stato arrestato per corruzione aggravata dalle finalità mafiose il 28 marzo 2012 nell’ambito di una inchiesta della Dda di Milano sulla presunta cosca dei Valle-Lampada e, in particolare, in un filone relativo alla cosiddetta "zona grigia". La Dda di Milano gli ha contestato di essere sostanzialmente a “libro paga” della 'ndrangheta. In particolare, i Lampada, sempre secondo l’accusa, non solo gli avrebbero offerto ''affari”, ma avrebbero anche appagato quella che il gip di Milano, nell’ordinanza di custodia cautelare, aveva definito una vera e propria “ossessione per il sesso”, facendogli trovare prostitute in alberghi di lusso milanesi. Per il giudice di Palmi il clan organizzava viaggi nel nord Italia e incontri con alcune escort. Una ventina di fine settimana di piacere al Nord, in cui gli venivano messe a disposizione prostitute con le quali avrebbe intrattenuto rapporti in un hotel della zona del quartiere San Siro. L’inchiesta che scoperchia qualche figura della “zona grigia” che protegge, favorisce, aiuta o in qualche modo è amica della ‘ndrangheta tra Milano e Reggio Calabria allinea numerosi episodi, e ovviamente si avvale di alcune intercettazioni telefoniche e ambientali. Eccone una che riguarda proprio Giancarlo Giusti, invitato a Milano, all’hotel Brun. La toga non paga mai. Per lui il conto è saldato da un boss del calibro di Giulio Lampada, per una spesa totale di 27mila euro. Senza parlare di quanto costavano le ragazze, tutte identificate. C’era la ceca Jana, quarantenne, le russe Zhanna 36 anni, ballerina al Rayto de Oro, a La Tour, al Venus, e altri night di Milano e del nord, ed Elena, 41 anni, la kazaca Olga, 34 anni, e la slovena Denisa, 27 anni. Giusti, per telefono, si lascia andare: «... Dovevo fare il mafioso, non il giudice...» Giusti e Lampada sono ovviamente in ottimi rapporti, il magistrato gli dice che arriva a Milano «la settimana che entra o la prossima... Dipende dal cugino del tuo caro amico medico!... di Giglio!! no?!», e Giglio sta per Vincenzo, il collega magistrato, presidente del tribunale per le misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria, come conferma lo stesso Lampada. Parlando del “medico”, che si chiama pure lui Vincenzo Giglio.  Ecco uno stralcio delle intercettazioni:

LAMPADA (riferendosi al magistrato Vincenzo Giglio): «...Del nostro Presidente, dobbiamo dire!!... Il Presidente delle misure di prevenzione di tutta Reggio Calabria! Sai che dobbiamo fare?.....».

GIUSTI: «... che facciamo, che facciamo??».

LAMPADA: «lo convochiamo qualche giorno su a Milano e lo invitiamo... come la vedi tu?».

GIUSTI: «... minchia!! guarda!! dobbiamo parlarne col medico!!!...(ride)...».

LAMPADA: «Non dirgli nulla che ti ho detto che è un mese che non ci sentiamo!».

GIUSTI: «... Tu ancora non hai capito chi sono io... sono una tomba, peggio di.. ma io dovevo fare il mafioso, non il Giudice... però l’idea di portarci il Presidente a Milano non è male, sai?!... Lo vorrei vedere di fronte ad una steccona!!».

Ed ancora. Caso escort, Laudati rinviato a giudizio, rallentò l'inchiesta per favorire Gianpi. L'ex procuratore di Bari è accusato di abuso di ufficio e favoreggiamento di Tarantini e Berlusconi. Il giudice Vergine: "Decisione sofferta", scrive Chiara Spagnolo su “La Repubblica”. L'ex procuratore di Bari Antonio Laudati è stato rinviato a giudizio con le accuse di abuso d'ufficio e favoreggiamento personale di Giampaolo Tarantini a causa di presunti illeciti commessi nella gestione delle inchieste baresi sulle escort portate dallo stesso Tarantini nelle residenze dell'ex premier Silvio Berlusconi. Il gup di Lecce Cinzia Vergine, chiamata a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura nei confronti di Laudati (oggi in servizio presso la Procura generale della corte d'appello di Roma) ha sciolto la riserva dopo quattro ore di Camera di Consiglio, con una decisione che lo stesso giudice ha definito "sofferta". L'ex capo degli inquirenti baresi non è arrivato a Lecce per seguire la lettura della sentenza, al contrario di quanto aveva fatto in tutte le altre udienze, nel corso delle quali ha anche preso la parola per rilasciare dichiarazioni spontanee e chiarire la sua posizione. Laudati ha ripetutamente sostenuto di avere sempre agito nel rispetto delle regole e di non avere in alcun modo ritardato le indagini che l'allora pm Giuseppe Scelsi stava conducendo sulle escort che avrebbero frequentato Berlusconi per il tramite di Tarantini. Il procuratore di Lecce,  Cataldo Motta, e l'aggiunto Antonio De Donno sono invece convinti che l'intervento di Laudati sulla polizia giudiziaria a cui erano state delegate le indagini sia stato pesante e comunque finalizzato a rallentare l'inchiesta, al fine di favorire Tarantini e indirettamente Berlusconi. Una tesi sostenuta anche da Scelsi (a sua volta indagato per abuso d'ufficio, per avere illecitamente intercettato la collega Desiree Digeronimo e l'amica Paola D'Aprile, che ha scelto di essere giudicato con il rito abbreviato), il quale ha portato agli inquirenti salentini un'ampia documentazione finalizzata a provare i presunti abusi commessi dal suo capo. Gli ultimi atti sono stati depositati dai legali di Scelsi, Luigi Covella e Andrea Sambati, durante l'udienza del 9 gennaio. A quelle memorie i difensori di Laudati, Andrea Castaldo e Angelo Pallara, hanno ribattuto con ulteriori indagini difensive, depositate nei giorni scorsi presso l'ufficio del gup Cinzia Vergine. È stata lei a disporre anche il rinvio a giudizio di sei giornalisti, accusati di diffamazione nei confronti dell'ex procuratore di Bari, che si è costituito parte civile contro di loro. La Digeronimo compare invece come parte civile in relazione alla posizione di Laudati,  mentre Scelsi è solo parte offesa. Il processo a carico del magistrato e dei sei giornalisti inizierà il 5 maggio davanti ai giudici della Seconda sezione penale del Tribunale di Lecce.

L'ex procuratore di Bari Antonio Laudati, scrive invece “La Gazzetta del Mezzogiorno”, è stato rinviato a giudizio dal gup di Lecce Cinzia Vergine per abuso d’ufficio e favoreggiamento personale nell’ambito delle inchieste baresi sul caso delle escort portate da Gianpaolo Tarantini alle feste dell’ex premier Silvio Berlusconi. Laudati è accusato di abuso d’ufficio per aver indagato “illecitamente” su due magistrati del suo ufficio, Giuseppe Scelsi (ora sostituto pg a Bari) e Desirèe Digeronimo (candidato sindaco del capoluogo pugliese), e di favoreggiamento personale aggravato per aver aiutato Gianpaolo Tarantini e, indirettamente, l’allora premier Silvio Berlusconi ad “eludere le indagini” sulle escort che l'imprenditore barese aveva portato nelle residenze dell’allora capo del governo tra il 2008 e il 2009. Assieme a Laudati sono stati rinviati a giudizio per diffamazione ai danni dell’allora procuratore di Bari quattro giornalisti e due direttori di giornali. Il processo a carico dei sette imputati comincerà il prossimo 5 maggio davanti ai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Lecce, competente a trattare procedimenti in cui sono coinvolti magistrati in servizio nel distretto della Corte d’appello di Bari. Nel processo è anche imputato per abuso d’ufficio, per fatti estranei al processo escort, anche il magistrato Scelsi che sarà processato con rito abbreviato dal prossimo 27 marzo, sempre dal gup Vergine. A Scelsi viene contestata la vicenda legata a intercettazioni telefoniche disposte d’urgenza dal pm per danneggiare – secondo l'accusa – la collega Digeronimo che assieme a lui conduceva indagini sulla sanità pugliese e che aveva intercettato casualmente il fratello di Scelsi, Michele, medico, mentre questi parlava con l’allora assessore pugliese alla Sanità Alberto Tedesco, indagato dalla Digeronimo. Scelsi – secondo l'accusa – temendo che in base a questa intercettazione Digeronimo potesse sottrargli un’altra indagine sulla sanità, intercettò con decreto d’urgenza i telefoni del medico barese Paola D’Aprile che – secondo i pm salentini – sapeva amica di Digeronimo e di Lea Cosentino, soprannominata dalla stampa Lady Asl, affinchè potesse risultare il rapporto di amicizia e la collega fosse costretta ad astenersi dal fascicolo a carico di Tedesco. «Si è trattato di una decisione sofferta e faticosa per l’altissima levatura morale e professionale di tutte le persone coinvolte mandate a giudizio». Lo ha detto ai giornalisti il gup del tribunale di Lecce Cinzia Vergine dopo aver disposto il rinvio a giudizio dell’ex procuratore di Bari, Antonio Laudati, ora sostituto pg presso la Corte d’appello di Roma, e di sei giornalisti. Oltre all’ex procuratore di Bari, Antonio Laudati, il gup del tribunale di Lecce Cinzia Vergine ha rinviato a giudizio quattro giornalisti accusati di diffamazione a mezzo stampa ai danni di Laudati e per omesso controllo il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, e l’ex direttore del Corriere del Mezzogiorno, Marco De Marco. Dal 5 maggio 2014 prossimo dinanzi al Tribunale di Lecce, oltre a Laudati, accusato di abuso d’ufficio e favoreggiamento personale, comparirà il cronista Gianni Lannes, accusato di aver offeso in un articolo la reputazione di Laudati, del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, e dell’allora capo di gabinetto di quest’ultimo, Francesco Manna. L’articolo pubblicato sulla testata on line Costruendo l’Indro, faceva riferimento ad un finanziamento concesso dalla Regione ad un convegno sulla giustizia organizzato a Bari da Laudati. Gli altri articoli ritenuti dalla pubblica accusa diffamatori per la reputazione del procuratore Laudati sono quelli della cronista di Repubblica-Bari, Mara Chiarelli, (di omesso controllo risponde il direttore del quotidiano Ezio Mauro), di Massimiliano Scagliarini de 'La Gazzetta del Mezzogiorno' e di Nazareno Dinoi del Corriere del Mezzogiorno-Puglia (di omesso controllo è accusato l’allora direttore della testata, Marco De Marco). La vicenda attribuita a Scelsi è estranea alle indagini escort e riguarda intercettazioni disposte d’urgenza dal pm per danneggiare – secondo l’accusa – la collega Digeronimo che assieme a lui conduceva indagini sulla sanità pugliese e che aveva intercettato casualmente il fratello di Scelsi, Michele, medico, mentre questi parlava con l’allora assessore pugliese alla sanità Alberto Tedesco, indagato dalla Digeronimo. Scelsi - secondo l’accusa – temendo che in base a questa intercettazione Digeronimo potesse sottrargli un’altra indagine sulla sanità, intercettò "per ripicca" con decreto d’urgenza i telefoni del medico Paola D’Aprile che sapeva amica di Digeronimo e di Lea Cosentino, ex dg della Asl Bari e soprannominata dalla stampa Lady Asl, affinchè potesse risultare il rapporto di amicizia e la collega fosse costretta ad astenersi dall’inchiesta Tedesco. Diverse le accuse mosse a Laudati, al quale viene contestato di aver disposto "arbitrariamente", il 26 giugno 2009, due mesi e mezzo prima di insediarsi nell’incarico di procuratore di Bari, che le indagini sulle escort "venissero sospese e non si adottasse alcuna iniziativa fino a quando non avesse assunto le funzioni" di capo della procura. L’incontro avvenne nella scuola allievi della Guardia di finanza di Bari alla presenza del pm Scelsi e di ufficiali della Gdf. Dando quelle disposizioni - secondo l’accusa – Laudati impedì "l'assunzione di sommarie informazioni dalle altre escort non ancora ascoltate" e causò "ritardo ed intralcio nello svolgimento delle investigazioni". In questo modo il procuratore – è scritto negli atti – "aiutò Tarantini e gli altri indagati" ad "eludere le indagini" nel procedimento escort nel quale "era coinvolto quale fruitore delle prestazioni sessuali il premier Silvio Berlusconi (al fine di favorire indirettamente quest’ultimo preservandone l’immagine istituzionale) ed aiutato anche quest’ultimo ad eludere le suddette indagini, dirette ad accertare anche l’eventuale suo concorso nei suddetti reati". Laudati dovrà difendersi anche dall’accusa di abuso d’ufficio ai danni dei pm Digeronimo (poi trasferita alla procura di Roma e ora candidato sindaco di Bari) e Scelsi che sono stati - secondo l’accusa – "illecitamente sottoposti da parte della Gdf ad investigazioni e ad abusivo controllo della loro attività professionale".

«Desta non poche perplessità apprendere che, insieme con l’ex procuratore di Bari, Antonio Laudati, il gup del tribunale di Lecce ha rinviato a giudizio anche i giornalisti che si occuparono della vicenda, contestando loro il reato di diffamazione a mezzo stampa». Lo afferma in una nota il presidente dell’Assostampa di Puglia, Raffaele Lorusso. «Dalla lettura del provvedimento – spiega Lorusso – appare chiaro che l’unica colpa dei colleghi Massimiliano Scagliarini, Mara Chiarelli e Nazareno Dinoi, della Gazzetta del Mezzogiorno, Repubblica e Corriere del Mezzogiorno, è quella di aver pubblicato il contenuto degli atti su cui si basava il giudizio, peraltro non coperti da segreto istruttorio. In questo modo, è come se il gup sostenesse che la notizia di reato in cui lei stessa ha ravvisato possibili profili di colpevolezza a carico dell’ex procuratore di Bari potrebbe avere anche un contenuto diffamatorio. Delle due l’una. Non si capisce, infatti, come le due ipotesi accusatorie – quelle a carico del dottor Laudati e quelle a carico dei giornalisti – possano stare in piedi contemporaneamente. A meno che, nel disporre il rinvio a giudizio, il gup di Lecce non abbia inteso contestare la pubblicazione del contenuto di atti di indagine». «Nell’esprimere solidarietà ai colleghi rinviati a giudizio, il sindacato dei giornalisti pugliesi, pur non entrando nel merito della vicenda, non può non ricordare – conclude – che è dovere dei giornalisti pubblicare le notizie, anche quelle coperte da segreto istruttorio, perchè esiste il diritto insopprimibile dei cittadini a essere informati. A nessuno - neanche all’autorità giudiziaria – è consentito anche solo tentare di comprimere il diritto di cronaca».

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

Italiani del Cazzo, sì. Italiani che, anzichè prender a forconate i potenti impuniti, responsabili della deriva italica, per codardia le loro ire le rivolgono a meridionali ed extracomunitari. D’altro canto, per onestà intellettuale, bisogna dire che i meridionali questi strali razzisti se li tirano, perchè nulla fanno per cambiare le loro sorti di popolo occupato ed oppresso dalle forze politiche ed economiche nordiche.

Radio Padania. Radio Vergogna. Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania“, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Questa è la mia proposta di riforma costituzionale senza intenti discriminatori.

PRINCIPI COSTITUZIONALI

L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA E FEDERALE FONDATA SULLA LIBERTA'. I CITTADINI SONO TUTTI UGUALI E SOLIDALI.

I RAPPORTI TRA CITTADINI E TRA CITTADINI E STATO SONO REGOLATI DA UN NUMERO RAGIONEVOLE DI LEGGI, CHIARE E COERCITIVE.

LE PENE SONO MIRATE AL RISARCIMENTO ED ALLA RIEDUCAZIONE, DA SCONTARE CON LA CONFISCA DEI BENI E CON LAVORI SOCIALMENTE UTILI.

E' LIBERA OGNI ATTIVITA' ECONOMICA, PROFESSIONALE, SOCIALE, CULTURALE E RELIGIOSA. IL SISTEMA SCOLASTICO O UNIVERSITARIO  ASSICURA L'ADEGUATA COMPETENZA. LE SCUOLE O LE UNIVERSITA' SONO RAPPRESENTATE DA UN PRESIDE O UN RETTORE ELETTI DAGLI STUDENTI O DAI GENITORI DEI MINORI. IL PRESIDE O IL RETTORE NOMINA I SUOI COLLABORATORI, RISPONDENDO DELLE LORO AZIONI PRESSO LA COMMISSIONE DI GARANZIA.

LO STATO ASSICURA AI CITTADINI OGNI MEZZO PER UNA VITA DIGNITOSA.

IL LAVORO SUBORDINATO PUBBLICO E PRIVATO E' REMUNERATO SECONDO EFFICIENZA E COMPETENZA. LE COMMISSIONI DISCIPLINARI SONO COMPOSTE DA 2 RAPPRESENTANTI DEI LAVORATORI E PRESIEDUTE DA UN DIRIGENTE PUBBLICO O AZIENDALE.

LO STATO CHIEDE AI CITTADINI IL PAGAMENTO DI UN UNICO TRIBUTO, SECONDO IL SUO FABBISOGNO, SULLA BASE DELLA CONTABILITA' CENTRALIZZATA DESUNTA DAI DATI INCROCIATI FORNITI TELEMATICAMENTE DAI CONTRIBUENTI, CON DEDUZIONI PROPORZIONALI E DETRAZIONI TOTALI. AGLI EVASORI SONO CONFISCATI TUTTI I BENI. LO STATO ASSICURA A REGIONI E COMUNI IL SOSTENTAMENTO E LO SVILUPPO.

E' LIBERA LA PAROLA, CON DIRITTO DI CRITICA, DI CRONACA, D'INFORMARE E DI ESSERE INFORMARTI.

L'ITALIA E' DIVISA IN 30 REGIONI, COMPRENDENTI I COMUNI CHE IVI SI IDENTIFICANO.

IL POTERE E' DEI CITTADINI. IL CITTADINO HA IL POTERE DI AUTOTUTELARE I SUOI DIRITTI.

I SENATORI E I DEPUTATI, IL CAPO DEL GOVERNO, I MAGISTRATI, I DIFENSORI CIVICI SONO ELETTI DAI CITTADINI CON VINCOLO DI MANDATO. ESSI RAPPRESENTANO, AMMINISTRANO, GIUDICANO E DIFENDONO SECONDO IMPARZIALITA', LEGALITA' ED EFFICIENZA IN NOME, PER CONTO E NELL'INTERESSE DEI CITTADINI. ESSI SONO RESPONSABILI DELLE LORO AZIONI E GIUDICATI DA UNA COMMISSIONE DI GARANZIA CENTRALE E REGIONALE.

GLI AMMINISTRATORI PUBBLICI NOMINANO I LORO COLLABORATORI, RISPONDENDONE DEL LORO OPERATO.

LA COMMISSIONE DI GARANZIA, ELETTA DAI CITTADINI, E' COMPOSTA DA UN SENATORE, UN DEPUTATO, UN MAGISTRATO, UN RETTORE, UN DIFENSORE CIVICO CON INCARICO DI PRESIDENTE. LA COMMISSIONE CENTRALE GIUDICA IN SECONDO GRADO E IN MODO ESCLUSIVO I MEMBRI DEL GOVERNO. ESSA GIUDICA, ANCHE, SUI CONTRASTI TRA LEGGI E TRA FUNZIONI.

IL DIFENSORE CIVICO DIFENDE I CITTADINI DA ABUSI OD OMISSIONI AMMINISTRATIVE, GIUDIZIARIE, SANITARIE O DI ALTRE MATERIE DI INTERESSE PUBBLICO. IL DIFENSORE CIVICO E' ELETTO IN OCCASIONE DELLE ELEZIONI DEL PARLAMENTO, DEL CONSIGLIO REGIONALE E DEL CONSIGLIO COMUNALE.

I 150 SENATORI SONO ELETTI PROPORZIONALMENTE, CON LISTE REGIONALI, TRA I MAGISTRATI, GLI AVVOCATI, I PROFESSORI UNIVERSITARI, I MEDICI, I GIORNALISTI.

I 300 DEPUTATI SONO ELETTI, CON LISTE REGIONALI, TRA I RESTANTI RAPPRESENTANTI LA SOCIETA' CIVILE.

IL PARLAMENTO VOTA E PROMULGA LE LEGGI PROPOSITIVE E ABROGATIVE PROPOSTE DAL GOVERNO, DA UNO O PIÙ PARLAMENTARI, DA UNA REGIONE, DA UN COMITATO DI CITTADINI. IL GOVERNO, ENTRO 30 GIORNI DALLA LEGGE, EMANA I REGOLAMENTI ATTUATIVI DI CARATTERE FEDERALE. LE REGIONI, ENTRO 30 GIORNI DALLA LEGGE, EMANANO I REGOLAMENTI ATTUATIVI DI CARATTERE REGIONALE.

LA PRESENTE COSTITUZIONE SI MODIFICA CON I 2/3 DEL VOTO DELL’ASSEMBLEA PLENARIA, COMPOSTA DAI MEMBRI DEL PARLAMENTO, DEL GOVERNO E DAI PRESIDENTI DELLE GIUNTE E DEI CONSIGLI REGIONALI. ESSA E' CONVOCATA E PRESIEDUTA DAL PRESIDENTE DEL SENATO.

Invece c'è chi vuole solamente i meridionali: föra,o foeura, di ball.

L'Indipendentismo padano, da Wikipedia, l'enciclopedia libera. La bandiera della Padania proposta dalla Lega Nord, con al centro il Sole delle Alpi. L'indipendentismo padano o secessionismo padano è un'ideologia politica nata negli anni novanta del XX secolo e promossa storicamente dal partito politico Lega Nord, che cita testualmente nel proprio statuto l'indipendenza della Padania. L'ideologia è stata sostenuta o è sostenuta anche da altri partiti, come la Lega Padana, alternativa alla Lega Nord, da essi considerata filo-romana, e da figure, afferenti nella loro storia politica alla Lega Nord, come lo scrittore Gilberto Oneto, il politologo Gianfranco Miglio e Giancarlo Pagliarini. La Padania per alcuni geografi economici di inizio Novecento, corrispondeva al territorio italiano sito a nord degli Appennini. Gli indipendentisti padani di fine Novecento affermano che un territorio comprensivo di gran parte dell'Italia settentrionale (la Lega Padana teorizza una Padania formata da quattro nazioni: Subalpina, Lombarda, Serenissima e Cispadana) o centro-settentrionale (la Lega Nord estende più a sud tale confine), di estensione territoriale differentemente definita dai partiti stessi, e da essi stessi ribattezzato "Padania" (toponimo sinonimo di val padana, la valle del fiume Po, in latino Padus), sarebbe abitato da popoli distinti per lingua, usi, costumi e storia, chiamati nazioni della Padania e riconducibili, nelle loro differenze, a un unico popolo padano e che sarebbero stati resi partecipi contro la loro volontà del Risorgimento e, conseguentemente, dello Stato italiano; pertanto propugnano la secessione di queste nazioni dalla Repubblica Italiana e la creazione di una repubblica federale della Padania rispettosa delle peculiarità di ciascuna di esse. A fronte di alcuni geografi che ad inizio XX secolo solevano dividere il Regno d'Italia in Padania ed Appenninia, sino agli anni ottanta il termine Padania era principalmente usato con significato geografico per la pianura Padana, ma anche con accezione poetica, come dimostra l'opera dello scrittore Gianni Brera e nell'ambito di studi linguistici ed etnolinguistici nonché socio-economici. Il termine acquisisce, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, un significato politico - ovverosia comincia a essere utilizzato per indicare la Padania come, a seconda delle posizioni, reale o pretesa entità politica -, grazie al suo utilizzo costante da parte degli esponenti e dei simpatizzanti del partito politico Lega Nord, nato il 22 novembre 1989 dall'unione di vari partiti autonomisti dell'Italia settentrionale originatesi nel decennio precedente, tra i quali la Lega Lombarda, fondata il 10 marzo 1982 da Umberto Bossi, che diviene guida del nuovo movimento politico. Grazie al successo politico del partito e ai mezzi di comunicazione di massa, tale accezione politica del termine è entrata da allora a far parte della lingua corrente e del dibattito politico. La Lega propose inizialmente un'unione federativa della macro-regione Padania, dotata di autonomia, con le restanti parti dello Stato italiano, come forma di riconoscimento e tutela delle peculiarità etnico-linguistiche delle nazioni della Padania. Fallito il progetto e raggiunto un successo elettorale considerevole promosse il concetto di secessione della Padania dall'Italia, proclamata il 15 settembre 1996 a Venezia. La secessione è stata, successivamente al Congresso di Varese, messa parzialmente da parte a favore della Devoluzione, ovverosia del trasferimento di parte significativa delle competenze legislative e amministrative dallo Stato centrale alle regioni, e del federalismo fiscale. Una prima riforma della costituzione verso una maggiore autonomia delle regioni è stata approvata nel 2001. Una seconda riforma sempre in questo senso del 2005 è stata invece bocciata con il referendum costituzionale del 2006.

« Noi, popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana. Noi offriamo, gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore.» (Umberto Bossi, dichiarazione d'indipendenza della Padania, 15 settembre 1996)

Il 15 settembre 1996 a Venezia, nel corso di una manifestazione della Lega Nord, Umberto Bossi ha proclamato, al culmine della politica secessionista del partito, l'indizione di un referendum per l'indipendenza della Padania e ha battezzato il nuovo soggetto istituzionale con il nome di Repubblica Federale della Padania. Il 25 maggio 1997 si è svolto il "Referendum per l'Indipendenza della Padania". Oltre al SI/NO per il referendum, si è votato anche per il Presidente del "Governo Provvisorio della Repubblica Federale della Padania" e per sei disegni di legge di iniziativa popolare da presentare al Parlamento italiano. La Lega Nord ha predisposto i seggi elettorali in tutti i Comuni della supposta Padania. La Repubblica Federale della Padania non è stata mai riconosciuta formalmente da alcuno stato sovrano, né dalle altre forze politiche italiane. L'unico supporto in tal senso è venuto dal partito svizzero della Lega dei Ticinesi. In seguito alla dichiarazione d'indipendenza furono avviate delle inchieste giudiziarie a Venezia, Verona, Torino, Mantova e Pordenone per attentato all'unità dello stato, poi archiviate, e si ebbero scontri tra forze dell'ordine e militanti leghisti in Via Bellerio a Milano, sede della Lega Nord. Per quanto la dichiarazione di secessione non abbia comportato la reale separazione della Padania dall'Italia, la Lega Nord ha da allora promosso e continua a promuovere attivamente la concezione della Padania come entità politica attraverso la creazione e il mantenimento di strutture e organi rappresentativi delle Nazioni della Padania nonché attraverso la promozione di iniziative sportive e sociali di carattere indipendentista o quantomeno autonomista: ha costituito un Governo padano con un proprio parlamento, ha designato Milano capitale della Padania, il Va, pensiero di Giuseppe Verdi suo inno ufficiale, il Sole delle Alpi verde in campo bianco sua bandiera ufficiale, il verde come colore nazionale, ha creato le lire padane e i francobolli padani, una propria Guardia Nazionale, un proprio ente sportivo riconosciuto nel CONI sport Padania e, come organi di stampa ufficiali, il quotidiano La Padania, il settimanale Il Sole delle Alpi, l'emittente radiofonica Radio Padania Libera e l'emittente televisiva TelePadania. Vi fu anche la formazione spontanea, tra i militanti leghisti, delle cosiddette camicie verdi. La Lega Nord ha anche creato una Nazionale di calcio della Padania, non riconosciuta né a livello italiano, né a livello internazionale. Questa selezione Padana ha vinto per 3 volte consecutive il mondiale per le nazioni non riconosciute, la VIVA World Cup, battendo la selezione del Samiland (2008), quella del Kurdistan (2009) e quella della Lapponia (2010). Inoltre il partito padano sponsorizza il concorso di bellezza Miss Padania, aperto a tutte le giovani donne residenti in una regione della Padania da almeno 10 anni consecutivi e di età compresa tra i 17 e i 28 anni. Tra i requisiti necessari per partecipare al concorso vi è anche l'obbligo di non rilasciare dichiarazioni non in linea con gli ideali dei movimenti che promuovono la Padania. Nel 2009 la Lega Nord, in particolare tramite Umberto Bossi, promosse la realizzazione del film storico Barbarossa, coprodotto dalla Rai. Il film, incentrato sulle vicende della Lega Lombarda nel XII secolo, non ebbe buon riscontro né di critica né di pubblico. Il 2011 ha visto la prima edizione dell'evento ciclistico Giro di Padania. Il 26 ottobre 1997 la Lega Nord organizzò le prime elezioni per i 210 seggi del Parlamento Padano. Circa 4 milioni di Italiani residenti nelle regioni settentrionali, 6 secondo il Partito, si recarono ai seggi e scelsero tra diversi partiti padani. Il Parlamento della Padania, creato nel 1996 e oggi denominato Parlamento del Nord, ha sede nella Villa Bonin Maestrallo di Vicenza, che ha sostituito l'originale sede a Bagnolo San Vito in Provincia di Mantova. Si affianca al Governo della Padania, con sede a Venezia, che, storicamente, è stato guidato prima da Giancarlo Pagliarini (1996-97), da Roberto Maroni (1997-98), da Manuela Dal Lago (1998-99) ed è attualmente guidato da Mario Borghezio (dal 1999). Nell'esecutivo presieduto da Pagliarini, Fabrizio Comencini era Ministro degli esteri, subito dimessosi fu sostituito da Enrico Cavaliere, Giovanni Fabris della Giustizia, Alberto Brambilla del Bilancio e Giovanni Robusti, capo dei Cobas del latte, dell'Agricoltura. Nel governo presieduto da Maroni, il cui vice era Vito Gnutti, è stato introdotto un Ministero dell'Immigrazione, presieduto da Farouk Ramadan. L'esecutivo guidato da Manuela Dal Lago comprendeva Giancarlo Pagliarini come vice presidente e Ministro dell'Economia, Giovanni Fabris alla Giustizia, Alessandra Guerra agli Esteri, Flavio Rodeghiero alla Cultura e all'Istruzione, Giovanni Robusti all'Agricoltura, Roberto Castelli ai Trasporti, Francesco Formenti all'Ambiente, Sonia Viale agli Affari Sociali e della Famiglia, Alfredo Pollini, presidente della Guardia Nazionale Padana, alla Protezione Civile, Francesco Tirelli, del CONI sport Padania, allo Sport e Roberto Faustinelli, presidente di Eridiana Records, allo Spettacolo. Secondo l'art. 2 dello Statuto 2012, la Lega Nord considera il Movimento come una Confederazione delle Sezioni delle seguenti Nazioni: La Lega afferma dunque che il progetto della Padania comprende tutte le otto regioni dell'Italia settentrionale più le regioni dell'Italia centrale Toscana, Umbria e Marche, mentre al 2011 la sua attività si è estesa anche in Abruzzo e Sardegna. Il territorio rivendicato dalla Lega Nord come costituente la Padania comprende 160.908 km² di Italia, ossia il 53,39% del territorio dell'Italia (di 301.340 km²) e il 56,15% della sua popolazione (vedere tabella sottostante). Le rivendicazioni politiche padane ricomprendono quindi un territorio maggiore di quello riconducibile al significato geografico del termine Padania, che è geograficamente riferito alla sola Pianura Padana. La linea apertamente secessionista fatta propria dalla Lega Nord portò, tra il 1996 e il 2000, a un isolamento del movimento nel panorama politico italiano, col risultato che, nelle zone dove il radicamento leghista era minore, i suoi candidati alle elezioni amministrative erano nettamente svantaggiati rispetto a quelli di centrodestra e di centrosinistra, generalmente appoggiati da più liste. Per cercare di rimediare a questa situazione, nel settembre del 1998 Bossi lanciò il cosiddetto Blocco padano, una coalizione formata dalla Lega Nord con diverse liste in rappresentanza di varie categorie sociali e produttive del territorio. Già alle elezioni amministrative dell'aprile 1997 altre liste che si richiamavano apertamente all'indipendentismo avevano affiancato la Lega Nord: Agricoltura padana; Lavoratori padani; Padania pensione sicura; Non chiudiamo per tasse! - Artigianato, commercio, industria. Il risultato di queste liste fu complessivamente molto modesto, e nella maggior parte dei casi esse non riuscirono a portare i candidati leghisti al ballottaggio. Le ultime tre liste ottennero complessivamente l'1,1% al comune di Milano e lo 0,8% al comune di Torino. L'Agricoltura padana ebbe l'1,9% alla provincia di Pavia e i Lavoratori padani lo 0,9% alla provincia di Mantova. Un risultato di un certo rilievo fu però ottenuto dai Lavoratori padani nell'autunno dello stesso anno al comune di Alessandria, dove con il 4,4% contribuirono alla rielezione del sindaco uscente Francesca Calvo ed ebbero diritto a tre consiglieri. Nel 1998 il Blocco padano, di cui il coordinatore doveva essere il parlamentare europeo ed ex sindaco di Milano Marco Formentini, fu annunciato come costituito fondamentalmente da cinque partiti, oltre alla Lega: Terra (evoluzione di Agricoltura padana, con a capo Giovanni Robusti, portavoce dei Cobas del latte); Lavoratori padani; Pensionati padani (evoluzione di Padania pensione sicura, con a capo Roberto Bernardelli); Imprenditori padani (evoluzione di Non chiudiamo per tasse!); Cattolici padani (già presentatosi alle elezioni per il Parlamento della Padania del 1997, con a capo Giuseppe Leoni). A questi si unirono a seconda dei casi anche liste civiche di portata locale, che talvolta ebbero maggior fortuna: a Udine Sergio Cecotti raggiunse il ballottaggio e fu poi eletto sindaco grazie all'apporto di due liste civiche, senza che i partiti "regolari" del Blocco padano fossero presenti. La coalizione nel suo complesso risentì del calo di consensi generalizzato subito dalla Lega Nord, tanto che dopo il 1999 non fu più ripresentata se non in maniera sporadica, anche perché la Lega Nord, entrando a pieno titolo nella Casa delle Libertà, trovò alleati di maggiore consistenza elettorale.

Lega secessionista: ora vuole il Veneto indipendente, scrive "Globalist". L'1 e il 2 marzo 2014 i gazebo per la raccolta firme. Dopo oltre vent'anni di lotta per la Padania, ancora in Italia, ora il Carroccio riparte dal Nord Est. Che la voglia di secessione della Lega non si sia mai placata, è cosa nota. A volte viene messa da parte, per lasciare spazio ad altre battaglie come quella contro l'euro o contro lo ius soli, ma comunque è sempre lì, appesa alla mente del segretario Matteo Salvini e dei suoi compagni. E così ogni tanto torna a galla, come in questi giorni. E se tutto il Nord non si può staccare, almeno ci si può provare con una sua parte. Come il Veneto, ad esempio. "La Lega corre, la Lega c'è. La voglia d'indipendenza è tanta, sia da Roma, sia da Bruxelles" ha detto Salvini, intervendo a Verona con i vertici regionali del Carroccio per presentare la raccolta firme per il referendum per l'indipendenza del Veneto, che si terrà sabato e domenica in tutta la regione. "L'indipendenza da Bruxelles - ha aggiunto - è necessaria perchè fuori dall'euro riparte la speranza, riparte il lavoro, ripartono gli stipendi. L'indipendenza da Roma perchè sostanzialmente l'Italia ormai è un Paese fallito". Ogni anno, è la considerazione del segretario, "il Veneto regala 21 miliardi allo stato italiano ricevendo in cambio servizi da poco o niente". Dopo oltre 20 anni di tentativi secessionisti, dunque, la Lega riparte dal Nord-Est. Perché magari, potrebbe essere il pensiero, l'indipendenza si può ottenere a piccoli passi visto che la Padania, nonostante il loro impegno, continua a restare in Italia. "I veneti sono uniti da una lingua e da una cultura e hanno diritto alla propria autodeterminazione - ha detto la senatrice leghista, Emanuela Munerato -. Solo compatti e votando sì a questo referendum potremo fare scuola e aprire la strada anche alle altre regioni decretando l'inizio della fine del centralismo romano che sta uccidendo la nostra cultura e la nostra economia".

Non solo legisti.....

Grillo chiama gli italiani alla secessione. Sul suo blog il comico contro «l'arlecchinata» dei mille popoli, scrive Barbara Ciolli “Lettera 43”. Altro che Lega Nord, anche Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, archiviate le espulsioni dal partito, grida alla secessione. Peggio ancora, al big bang, all'«effetto domino di un castello di carta», alla diaspora dei mille «popoli, lingue e tradizioni che non hanno più alcuna ragione di stare insieme» e «non possono essere gestiti da Roma». «Un'arlecchinata» bella e buona, a detta del comico ligure che ha postato sul suo blog l'ennesima e forse maggiore provocazione: «E se domani l'Italia si dividesse, alla fine di questa storia, iniziata nel 1861, funestata dalla partecipazione a due guerre mondiali e a guerre coloniali di ogni tipo, dalla Libia all'Etiopia» scrive il Beppe, suo malgrado, nazionale, parafrasando ironicamente - e populisticamente - la canzone di Mina? Sotto, il testo apparso l'8 marzo 2014 in Rete: «Italia, incubo dove la democrazia è scomparsa. Non può essere gestita da Roma». «Quella iniziata nel 1861 è una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello Stato. Quale Stato? La parola "Stato" di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti. E se domani, quello che ci ostiniamo a chiamare Italia e che neppure più alle partite della Nazionale ci unisce in un sogno, in una speranza, in una qualunque maledetta cosa che ci spinga a condividere questo territorio che si allunga nel Mediterraneo, ci apparisse per quello che è diventata, un'arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme? La Bosnia è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti. E se domani i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all'interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant'anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all'estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche. E se domani, invece di emigrare all'estero come hanno fatto i giovani laureati e diplomati a centinaia di migliaia in questi anni o di "delocalizzare" le imprese a migliaia, qualcuno si stancasse e dicesse "Basta!" con questa Italia, al Sud come al Nord? Ci sarebbe un effetto domino. Il castello di carte costruito su infinite leggi e istituzioni chiamato Italia scomparirebbe. È ormai chiaro che l'Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino. Una pura rappresentazione senza significato. Per far funzionare l'Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l'identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l'annessione della Lombardia alla Svizzera, dell'autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d'Aosta e dell'Alto Adige alla Francia e all'Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene. E se domani...» Si attendono reazioni.

ADDIO AL SUD.

"Addio al sud" di Angelo Mellone, scrive Paolo Tripaldi su “Il Corriere Romano”. Verrà un giorno in cui tutti i meridionali d'Italia, sparsi un po' ovunque, faranno rientro in patria per sconfiggere definitivamente tutti i mali che hanno affossato per anni il Sud. "Addio al Sud", poema dello scrittore tarantino Angelo Mellone, non è una resa bensì una voglia di rinascita, una chiamata alle armi contro il Sud malato e incapace di riscatto. Un poema che parla al cuore e allo stomaco di ogni meridionale e che cerca di farla finita con ogni stereotipo, con il piangersi addosso e con il  pensare che le colpe siano sempre degli altri. "Il punto di vista di questa voce narrante - scrive Andrea Di Consoli nella prefazione di Addio al Sud - è il punto di vista di chi è scampato a un naufragio, cioè di chi, senza sapere bene da cosa, si è salvato da un male ineffabile". Mellone ci ricorda però che anche se lontani il Sud continua a chiamare: "Tu, chiunque sarai, i vestiti e i profumi e l'accento che saprai sfoggiare, sempre da lì vieni. Da lì. Lì dove la salsedine non dà tregua e l'umido fa sudare d'inverno e sconfigge qualsiasi acconciatura  e il sole, quando c'è, e si fa tramonto, ti uccide di bellezza". Lo sapeva bene Leonida di Taranto, poeta del III secolo a.c., che aveva scelto l'esilio dalla propria patria per non essere schiavo dei romani e che aveva scritto in un suo celebre epitaffio: "riposo molto lontano dalla terra d'Italia e di Taranto mia Patria e ciò m'è più amaro della morte". L'Addio al Sud di Angelo Mellone è un addio ai mali del meridione: alla criminalità, all'assistenzialismo, alla industrializzazione  selvaggia che ha inquinato i territori, al nuovo fenomeno del turismo predatorio. E' un invito anche ad abbandonare il 'pensiero meridiano'  del sociologo Franco Cassano. "Smettiamola con la follia del pensiero meridiano - scrive Mellone - questa scemenza dell'attesa, dell'andare lento, della modernità differente, della sobrietà della decrescita", tutte scusanti "al difetto meridionale dell'amor fati". Mellone passa in rassegna tutti gli episodi che negli ultimi anni hanno affossato ancora di più il Sud: il fenomeno del caporalato, i fatti di Villa Literno, gli omicidi di camorra. Il racconto ci consegna immagini di una sottocultura del sud che partendo dall'omicidio di Avetrana giunge fino ai fenomeni populisti di Luigi de Magistris e Nichi Vendola. "Voglio tornare a Sud a fare la guerra - scrive Angelo Mellone - senza quartiere, senza paese, senza tregua, senza compromessi, con le micce del carbonaro di patria folle, con le ruspe spianando strade a un esercito che si tiene per mano, con la sola divisa dipinta dell'amore infedele che testardamente continui ad amare”. Addio al Sud, che nel sottotitolo e’ chiamato “un comizio furioso del disamore”, è in realtà un atto d’amore per una terra che è sempre nel centro del cuore.

Perché è impossibile dire addio al Sud. Il Meridione ha ancora la forza per rialzarsi, scrive Aldo Cazzullo su “Il Corriere della Sera”. Di Sud, in Italia, si parla tanto e si ragiona poco. E così le domande che si ponevano i grandi meridionalisti - i Cuoco, i Salvemini, i Fortunato - da decenni restano senza risposta: perché il Meridione italiano, terra di assoluta bellezza e di immense potenzialità, continua a galleggiare nel sottosviluppo e non impedire che i suoi figli migliori, quelli che Piercamillo Falasca ha definito «Terroni 2.0», facciano la valigia per emigrare (anche con un pizzico di risentimento)? A questa domanda prova a rispondere un poema civile scritto da Angelo Mellone, Addio al Sud, definito nel sottotitolo «un comizio furioso del disamore» (Irradiazioni, pp. 80, 8, prefazione di Andrea Di Consoli), una sorta di orazione civile tecno-pop congegnata come reading teatrale. Mellone ribalta due cliché dominanti. Il primo è quello del brigantaggio: qui l'autore trova il coraggio, da meridionale, di ammettere - in quanto «fottuto nazionalista» - che avrebbe scelto di arruolarsi con l'esercito italiano per combattere i Carmine Crocco e i Ninco Nanco, per «piantare tricolori su antiche maledizioni». Il secondo oggetto polemico di Addio al Sud è il nuovo meridionalismo, ovvero quel «pensiero meridiano» - sostenuto, ad esempio, dal sociologo Franco Cassano - che vorrebbe un Sud lento, sobrio, canicolare, che cammina a piedi e ammicca al mito della decrescita o all'idea del Meridione italiano come avanguardia di un'improbabile «alternativa allo sviluppo». Al contrario, il Sud di Mellone anela alla velocità, alla modernità, sia pure a una modernità intrisa di miti antichi e di antichi caratteri comunitari. Scrive Di Consoli nella prefazione: «Questo poema è, in definitiva, una dolorosa "possibilità di prendere congedo", ma è anche una possibilità della rifondazione di un patto "oscuro", ancestrale, e che dunque può essere tramandato nei tempi come accade in tutte le comunità che hanno conosciuto la diaspora, o il suo fantasma». Mellone infatti non sigla una lettera di abbandono dall'identità meridionale, ma rilancia la sfida immaginando che il Sud migliore - emigrato ovunque negli ultimi anni - a un certo punto decida di tornare a casa. In quel momento, dice l'autore, il Sud potrà finalmente essere salutato:

«Finita la guerra prenderò congedo

e solo allora dirò a mia figlia

e solo allora dirò a mio figlio:

tu questo sei.

Anche tu porti cenere, ulivo e salsedine.

Adesso anche tu vieni da Sud».

Quasi un congedo militare, anche se "i fuoriusciti" e i figli saranno chiamati, allorquando terminerà la fatica di Sisifo dell'eterno rientro - che è quasi un giorno d'attesa biblica - a una guerra civile contro il male del Sud: il fatalismo, il degrado, l'incuria del territorio, la dissoluzione del legame sociale, l'accettazione di un modello predatorio di turismo che rischia di distruggere nel breve periodo le bellezze meridionali. Difficile da argomentare, ma questo testo è un "addio" ed è anche un foglio di chiamate alle armi, e in questa contraddizione c'è tutta la modernità della posizione ineffettuale, e dunque estetizzante, di Mellone, che alla maniera di Pasolini si considera, rispetto al Sud, «con lui e contro di lui». Il suo è un appassionato "addio" al Mezzogiorno del rancore, della malavita, dell'inciviltà, della subcultura televisiva. È però anche un disperato e struggente ricordo di una giovinezza meridionale, al cui centro c'è Taranto, della quale Mellone ricorda le icone (il calciatore Erasmo Jacovone), le tragedie (l'Ilva, la mattanza criminale degli anni '80), gli aspetti più "privati" (la prematura morte del padre, la vendita della casa di famiglia). La narrazione scorre per icone, fotogrammi, eventi: dal delitto di Avetrana al matrimonio di Sofia Coppola, dai nuovi populismi (Vendola, de Magistris) alla camorra, dal caso Claps alla piaga del caporalato, Mellone attraversa e scandaglia con straordinaria velocità, e con alternarsi di registro basso e alto, l'immaginario contemporaneo collettivo del Meridione. Scrive per esempio su Sarah Scazzi: «Prendete tutta questa pornografia dell'incubo d'amore simboleggiata dallo scarto incolmabile tra il viso di Sarah Scazzi e il piercing, ripeto: il piercing, della cugina culona Sabrina Misseri di anni venti e due che forse a Taranto e nemmeno a Lecce sarà mai andata ma a Uomini e donne ha conosciuto il piercing che al padre dovrà essere parso roba da bestie all'aratro e non da esseri umani oggi le borgate di Pasolini sono i paesi del Sud in entroterra come Avetrana, tuguri dischiusi al mondo solo grazie all'antenna parabolica». Pugliese trapiantato a Roma, giornalista, scrittore, ora dirigente Rai, Angelo Mellone fa parte di quella generazione nata nei primi anni ’70 che da un giorno all’altro si sono ritrovati senza luoghi del dibattere e del confronto. Caduti i muri e le cortine, con essi sono crollati anche le sezioni e i partiti, luoghi simbolo del confronto e della sfida dialettica. E per chi aveva qualcosa da dire o da scrivere la strada è improvvisamente diventata ripida e scoscesa. Ma impegno e determinazione premiano sempre e se i luoghi non esistono, chi vuol farcela se li crea. La notorietà raggiunta nella capitale non gli ha fatto dimenticare le origini pugliesi, tarantine per la precisione. Una città che negli ultimi anni è balzata agli onori delle cronache prima per un tremendo dissesto di bilancio, poi per una sconsiderata gestione degli impianti industriali presenti sul territorio. E per dimostrare l’amore a l’attaccamento alla sua terra, Mellone ha ideato e messo in scena due monologhi poetici che andranno a far parte di una trilogia dedicata a Taranto: “Addio al Sud” e “Acciaiomare”. Quest’ultimo in particolare è una lunga requisitoria, (J’accuse!, direbbe Zola) nei confronti di un lembo di terra che oltre ad avergli offerto la vita lo ha costretto troppo presto a fare i conti con la morte. Ma quello scritto e cantato per la città di Taranto rimanendo pur sempre un eroico canto d’amore. «Acciaiomare. Il canto dell’industria che muore» (Marsilio Editore), tributo di amore e rabbia verso la propria terra martoriata. Un racconto impetuoso e rutilante, dedicato ai 500 caduti del siderurgico di Taranto, che diventa anche l’occasione per un reading teatrale che, mescolando parole, musica, immagini e rumori industriali, alza il sipario sull’industria morente del Sud che ha nell’ILVA il suo occhio del ciclone. Con lui sul palco, Raffaella Zappalà, Dj set Andrea Borgnino e Video di Marco Zampetti. Dopo il successo di «Addio al Sud. Un comizio furioso del disamore», Angelo Mellone scrive il secondo capitolo di una trilogia sulla sua terra, sempre nella forma di monologo poetico, di comizio civile e lirico. «AcciaioMare» è, in particolare, un canto funebre e peana d’amore, ma anche requisitoria e arringa al tempo stesso, invettiva ed engagez-vous, per un Sud e per una città (Taranto) al centro di uno dei più grandi casi economico-industriali al mondo. Mellone, in un caleidoscopio di immagini e ricordi, di luoghi e persone, di visioni ed emozioni, «scioglie all’urna un cantico» che ha la rabbia di una rivendicazione e l’amore di un figlio, il respiro della planata e la precisione del colpo secco. Perché "acciaio" a Taranto vuol dire tante, troppe cose, per chi ci vive e per chi da lì proviene. Lo scrittore (anche giornalista e dirigente di Radio Rai) concluderà la sua trilogia nel 2014, ma questo suo secondo lavoro è senz’altro quello più «doloroso»: con queste pagine Mellone si augura, infatti, di risvegliare «un minimo di coscienza» sul dramma del declino industriale italiano, nell’illusione di trasformare il Belpaese in una nazione di terziario avanzato, dimenticando così la Fabbrica e gli operai. Ma ora quei 500 e più eroi e martiri dell’acciaio (tra i quali c’è anche il papà di Mellone) hanno grazie a questo libro il loro "canto corale" e un sentito risarcimento alla loro memoria. Pagine toccanti dedicate soprattutto a suo padre, che Mellone accende di passione e rabbia, laddove racconta «di quando acciaio chiamava mare e su questa costa di Sparta nasceva l’industria della navi d’Impero e dei toraci siderurgici. Voglio raccontarti una storia d’amore. D’amore che muore». Così, che lo scorso mese d’agosto 2013 Mellone prese subito le difese «di un orgoglio siderurgico impacchettato in fretta e furia» per far posto «all’ondata ambientalqualunquista». E trasfromò le sue vacanze in un’indagine del suo passato. C’era una volta un ragazzino che quando a pranzo c’erano fave e cicoria restava digiuno. Sua madre voleva a tutti costi che le mangiasse, altrimenti pancia vuota. Oggi quel ragazzino mangerebbe tutti i giorni a pranzo e a cena il piatto principe della cucina pugliese. Che cosa è cambiato? Del piatto nulla, solo che allora gli era imposto oggi è una libera scelta.

Il vero Sud lo riscopri solo dal finestrino del treno. "Meridione a rotaia". Angelo Mellone conclude la sua trilogia lirica sul Meridione italiano, giungendo anche all’ultima fermata di un viaggio che è un canto appassionato e dolente, ma al tempo stesso un grido di rabbia, per la sua terra. Un ritorno nella propria terra, che è stata abbandonata anni prima con rabbia. Un ritorno a Meridione, compiuto con il mezzo che più associamo al viaggio: il treno. Sui treni sono partiti i primi emigrati meridionali, sulle carrozze di treni locali scassati, regionali in perenne ritardo, Intercity improbabili, l’Autore fa macchina indietro e, da Roma, arriva a Taranto. In mezzo a partenza e arrivo si alternano situazioni grottesche, aneddoti, ricordi, memorie dolorose, persino una pagina dedicata ai fanti meridionali mandati al massacro nella Prima guerra mondiale. Tutte queste pagine, che Mellone ci regala con lo stile consueto delle sue “orazioni civile”, accostano il tema tradizionale del ritorno a quello, nuovo per l’autore, di una riflessione sull’amore, che viaggia a ritroso attraverso due figure femminili e una singolare disquisizione sui tacchi... E dunque, se l’amore è contesto, radici, terra, e «Meridione tiene sempre i piedi per terra», per trovare amore autentico a Sud bisogna tornare. E questo fa, Meridione a rotaia, nelle scorribande tra paesini, locomotori diesel, vagoni stipati di varia umanità, stazioni metropolitane e stazioncine di montagna. Offrendo, alla fine, un affresco di meridionalità divertente, surreale, commuovente. Un tempo si tornava in rotaia per restare, oggi per ripartire. Ma il lento viaggio verso casa porta alle radici e invita a trovare la propria strada, scrive Giuseppe De Bellis su "Il Giornale". I treni che vanno a Sud sono diversi. D'aspetto, d'odore, d'umore. Non hanno niente di professionale. Non hanno cravatte e collane di perle. Il professionista che dal Nord sale su un treno verso casa, la vecchia casa del padre, è come Clark Kent che toglie l'abito di Superman. Via il vestito da lavoro nobile, su quello dell'essere umano così com'è. Perché è un viaggio nell'anima, quello che si sta per fare. È incredibile quanto il ritorno a Sud sia ancora nel 2014 legato al treno. Controintuitivo e persino antistorico. Da Milano a Bari ci vogliono più di otto ore, contro un'ora e un quarto d'aereo. Da Roma a Reggio Calabria, sei ore di treno contro le... Eppure chi è del Sud sa che in una conversazione con un altro meridionale arriverà a questo punto. - «Sai che “vado giù?”? Solo sabato e domenica». - «Come, ti fai tutto quel viaggio in treno per stare solo due giorni?». Il viaggio in treno è dato per scontato, perché ancestralmente è ormai sinonimo di trasferimento Nord-Sud. Puoi «salire» come vuoi, ma sembra che tu debba sempre «scendere» in treno. Perché è ricordo, memoria, passato che torna, è emigrazione e immigrazione. Noi terroni siamo legati alla ferrovia anche al di là della nostra volontà. Angelo Mellone lo sa perché appartiene alla categoria: professionista meridionale che per obbligo, passione e capacità è stato costretto a lasciare casa e andare verso Nord. Ha portato la testa e il corpo a Roma, ha mantenuto l'anima a Taranto. È uno degli intellettuali sudisti che meglio ha raccontato in questi ultimi anni la nuova questione meridionale, espressione tanto abusata quanto inevitabile. Lo fa anche ora, con il suo Meridione a rotaia (Marsilio, pagg. 92, euro 10), che chiude quella che lui stesso ha definito «trilogia delle radici». Il treno è il mezzo per tornare e tornando raccontare che cos'è il Sud e soprattutto com'è il rapporto tra quelle radici e chi le ha dovute lasciare superficialmente e poi scopre di avercele comunque attaccate al corpo e allo spirito: «Noi meridionali siamo fatti così. Amiamo la terra che abbiamo abbandonato quando la lasciamo, e la odiamo se ci costringe a restare o ci rende impossibile partire. In questo ha ragione Mario Desiati: la letteratura presuppone sempre una partenza. Un momento di straniamento, un distacco, una mancanza. Nel mio caso un'irrequietezza che è tutto il mio riassunto di meridionale atipico, innamorato di una terra ma distante, antropologicamente, dall'“andare lento” meridionalista. Preferisco viaggiare, consumare suole e bruciare le radici che poi voglio conservare. In questo sentimento pendolare sta il senso di Meridione a rotaia. Che è, a suo modo, un ritorno. Un viaggio a ritroso trasognato, surreale, infelice, virile, spavaldo, intimista, appresso alla memoria, dove si incontrano donne, amici, nemici, loschi figuri, personaggi improbabili, odori, panorami, sfondi e valigie di ricordi». Mellone parte da una casa posticcia di Roma per tornare a Taranto, dove è nato, cresciuto, l'Ilva gli ha tolto il padre, dandogli un dolore che nessuno potrà mai placare, ma nonostante il quale non ha ceduto all'idea che quello stabilimento fosse solo morte e non anche vita per tanta gente. È lì che torna a bordo di questo treno che è reale e onirico allo stesso tempo. Sceglie la formula del poema per rendere magico e però duro questo viaggio. Cita luoghi, paesaggi, facce, pensieri che sono familiari a ciascun meridionale che quel viaggio l'ha fatto davvero o anche con la fantasia. Perché è un dovere tornare, anche quando non si ha voglia. Perché è inevitabile farlo. Un viaggio che non è come gli altri, perché non porta a scoprire nulla che non si sappia già, ma è un modo per trovare la strada. La propria: «Meridione restituisce sempre/ ciò che avevi smarrito...». «Ritorno a Sud allora/ è condizione necessaria/ polvere a polvere, sasso a sasso/ tratturo a tratturo, chianca a chianca/ complanare a complanare, binario a binario specialmente/ al momento in cui il corpo sudato/ in discesa puzza/ e l'alito impasta/ la lingua assetata/ per riacciuffare i brandelli di tutto quello/ che ho abbandonato». È un libro malinconico, come dice Mellone, è l'ammissione della sconfitta di chi ha combattuto se stesso pensando di poter essere meridionale senza fare ritorno al Sud. Ecco, dal Sud non si può scappare, anche quando si emigra: te lo porti dentro esattamente come i settentrionali si portano dentro il Nord. Ciò che contraddistingue le nuove generazioni di fuggiaschi da una terra che non può dare non perché non abbia, ma perché è schiava dei propri vizi, è un orgoglio differente: prima si tornava per rimanere, per dire «ce l'ho fatta, ho combattuto lontano, ho vinto, adesso torno dalla mia amata». Era lo stesso spirito di un soldato mandato al fronte con l'unico obiettivo di riabbracciare una ragazza diventata donna o bambini diventati adolescenti. Ora si torna per ripartire, per tenersi agganciati, emigrati con l'elastico che ti riporta indietro fisicamente o idealmente. La sconfitta di Mellone è in un certo senso una vittoria. Perché ammettere di non riuscire a sganciarsi dalle proprie radici è una forza spacciata per debolezza solo per un gioco di forze che fa leva sulla maledizione della nostalgia. Si perde se si rincorre il Sud come passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te. «Amore fatto di terra», dice Mellone. «Amore per la terra».

Ciononostante i nordisti, anzichè essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

“Ingrati. La sindrome rancorosa del beneficiato”. Libro di Maria Rita Parsi, Mondadori 2011. Cos'è la "sindrome rancorosa del beneficato"? Una forma di ingratitudine? Ben di più. L'eccellenza dell'ingratitudine. Comune, per altro, ai più. Senza che i molti ingrati "beneficati" abbiano la capacità, la forza, la decisionalità interiore, il coraggio e, perfino, l'onestà intellettuale ed etica di prenderne atto. La "sindrome rancorosa del beneficato" è, allora, quel sordo, ingiustificato rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente; altre volte, invece, cosciente) che coglie come una autentica malattia chi ha ricevuto un beneficio, poiché tale condizione lo pone in evidente "debito di riconoscenza" nei confronti del suo benefattore. Un beneficio che egli "dovrebbe" spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto. Al punto di arrivare, perfino, a dimenticarlo o a negarlo o a sminuirlo o, addirittura, a trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e a trasformare il benefattore stesso in una persona da dimenticare se non, addirittura, da penalizzare e calunniare. Questo nuovo libro di Maria Rita Parsi parla dell'ingratitudine, quella mancanza di riconoscenza che ognuno di noi ha incontrato almeno una volta nella vita. Attraverso una serie di storie esemplari, l'analisi delle tipologie di benefattori e beneficati, il decalogo del buon benefattore e del beneficato riconoscente e un identikit interattivo, l'autrice insegna a riconoscere l'ingratitudine e a difendersene, arginare i danni e usarla addirittura per rafforzarsi.

La culla dell'ingratitudine. Quand’è che proviamo riconoscenza per qualcuno? A prima vista diremmo che la proviamo verso tutti coloro che ci hanno aiutato, ma non è così. Quelli che si amano non la provano, scrive Francesco Alberoni su “Il Giornale”. Quand’è che proviamo riconoscenza per qualcuno? A prima vista diremmo che la proviamo verso tutti coloro che ci hanno aiutato, ma non è così. Quelli che si amano non la provano. Pensate a due innamorati. Ciascuno fa tutto quello che può per l’amato ma nessuno sente un debito di riconoscenza. Chi si ama non tiene una contabilità del dare e dell’avere: i conti sono sempre pari. Solo quando l’amore finisce riappare la contabilità e ciascuno scopre di aver dato più di quanto non abbia ricevuto. Però anche fra innamorati ci sono dei momenti in cui il tuo amato ti dona qualcosa di straordinario, qualcosa che non ti saresti mai aspettato ed allora ti viene voglia di dirgli un «grazie» che è anche riconoscenza. Insomma la riconoscenza nasce dall’inatteso, da un «di più». Perciò la proviamo spesso verso persone con cui non abbiamo nessun rapporto ma che ci fanno del bene spontaneamente. Per esempio a chi si getta in acqua per salvarci rischiando la vita, a chi ci soccorre in un incidente, a chi ci cura quando siamo ammalati. Ma anche a chi ci aiuta a scoprire e a mettere a frutto i nostri talenti nel campo della scienza, dell’arte, della professione per cui, quando siamo arrivati, gli siamo debitori. La riconoscenza è perciò nello stesso tempo un grazie e il riconoscimento dell'eccellenza morale della persona che ci ha aiutato. Quando proviamo questo sentimento, di solito pensiamo che durerà tutta la vita, invece spesso ce ne dimentichiamo. E se quella persona ci ha fatto veramente del bene allora la nostra è ingratitudine. Ma la chiamerei una ingratitudine leggera, perdonabile. Perché purtroppo c’è anche una ingratitudine cattiva, malvagia. Vi sono delle persone che, dopo essere state veramente beneficiate, anziché essere riconoscenti, provano del rancore, dell’odio verso i loro benefattori. Ci sono allievi che diventano i più feroci critici dei loro maestri e dirigenti che, arrivati al potere diffamano proprio chi li ha promossi. Da dove nasce questa ingratitudine cattiva? Dal desiderio sfrenato di eccellere. Costoro pretendono che il loro successo sia esclusivamente merito della propria bravura e si vergognano ad ammettere di essere stati aiutati. Così negano l’evidenza, aggrediscono il loro benefattore. E quanti sono! State attenti: quando sentite qualcuno diffamare qualcun altro, spesso si tratta di invidia o di ingratitudine malvagia. Guardatevi da questo tipo di persone.

QUALCHE PROVERBIO AFORISMO

Amico beneficato, nemico dichiarato.

Avuta la grazia, gabbato lo santo.

Bene per male è carità, male per bene è crudeltà.

Chi non dà a Cristo, dà al fisco.

Chi rende male per bene, non vedrà mai partire da casa sua la sciagura.

Comun servizio ingratitudine rende.

Dispicca l’impiccato, impiccherà poi te.

Fate del bene al villano, dirà che gli fate del male.

Il cane che ho nutrito è quel che mi morde.

Il cuor cattivo rende ingratitudine per beneficio.

Il mondo ricompensa come il caprone che dà cornate al suo padrone.

L’ingratitudine converte in ghiaccio il caldo sangue.

L’ingratitudine è la mano sinistra dell’egoismo.

L’ingratitudine è un’amara radice da cui crescono amari frutti.

L’ingratitudine nuoce anche a chi non è reo.

L’ingratitudine taglia i nervi al beneficio.

Maledetto il ventre che del pan che mangia non si ricorda niente.

Non c’è cosa più triste sulla terra dell’uomo ingrato.

Non far mai bene, non avrai mai male.

Nutri il corvo e ti caverà gli occhi.

Nutri la serpe in seno, ti renderà veleno.

Quando è finito il raccolto dei datteri, ciascuno trova da ridire alla palma.

Render nuovi benefici all’ingratitudine è la virtù di Dio e dei veri uomini grandi.

Tu scherzi col tuo gatto e l’accarezzi, ma so ben io qual fine avran quei vezzi

Val più un piacere da farsi che cento di quelli fatti.

In amore, chi più riceve, ne è seccato: egli prova la noia e l’ingratitudine di tutti i ricchi.

Philippe Gerfaut

L’ingratitudine è sempre una forma di debolezza. Non ho mai visto che uomini eccellenti fossero ingrati.

Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, 1833 (postumo)

Spesso l’ingratitudine è del tutto sproporzionata al beneficio ricevuto.

Karl Kraus, Di notte, 1918

Ci sono assai meno ingrati di quanto si creda, perché ci sono assai meno generosi di quanto si pensi.

Charles de Saint-Evremond, Sugli ingrati, XVII sec.

Il cuore dell’uomo ingrato somiglia alle botti delle Danaidi; per quanto bene tu vi possa versare dentro, rimane sempre vuoto.

Luciano di Samosata, Scritti, II sec.

Un solo ingrato nuoce a tutti gli infelici.

Publilio Siro, Sentenze, I sec. a.c.

Quando di un uomo hai detto che è un ingrato, hai detto tutto il peggio che puoi dire di lui.

Fenomenologia rancorosa dell'ingratitudine. La rabbia dell'ignorare il beneficio ricevuto. Le relazioni d'aiuto contraddistinguono i diversi momenti del ciclo vitale di una persona e ne favoriscono l'autonomia e l'indipendenza. Esiste tuttavia la possibilità che nella sottile dinamica di dipendenza/indipendenza, caratterizzante questo tipo di rapporto, alla gratitudine per un beneficio ricevuto si sostituisca un sentimento d'ingratitudine, di rancore e di rabbia verso il "benefattore". Questo lavoro di Andrea Brundo prende in esame i fenomeni connessi alle relazioni d'aiuto e i processi collegati alla costruzione della personalità nel corso dell'età evolutiva (a partire dall'iniziale rapporto diadico madre-figlio). In base a questa ipotesi, chi prova rancore non ha avuto la possibilità di sperimentare, aggregare ed elaborare contenuti affettivi significativi nelle prime fasi della vita. Ignora, quindi, l'esistenza di autentiche relazioni d'affetto. È incapace di viverle, proprio per la mancanza di informazioni e per la carenza dei relativi schemi cognitivi. Il "rancoroso", pur potendo ammettere l'aiuto ricevuto, non è in grado di essere riconoscente perché ignora i contenuti affettivi che sono dietro la relazione di aiuto. Non potendoli riconoscere in se stesso non li può trovare neanche negli altri. L'incapacità di provare gratitudine è sostenuta da una generale difficoltà a condividere sentimenti e contenuti psichici. Nelle relazioni che instaura, la condivisione non è mediata dalla sfera affettiva, ma dalle prevalenti esigenze dell'io. Chi manca delle informazioni atte a soddisfare le proprie necessità può ricorrere all'aiuto dell'altro che le possiede. Ciò comporta, sul piano relazionale, il riconoscimento dell’autorevolezza e del relativo "potere" di chi dispone le conoscenze. Nel momento in cui si deve predisporre ad accettare le informazioni, il beneficiato, con prevalente modalità narcisistica va incontro ad una serie di difficoltà legate a:

non sapere;

essere in una posizione subordinata di "potere";

fidarsi e considerare giusta l'informazione ricevuta;

disporsi a ridefinire i propri schemi cognitivi e stili comportamentali;

vivere il disagio provocato dal contenuto affettivo associato all'informazione-aiuto.

Nel caso in cui le informazioni risultino troppo complesse rispetto alla rappresentazione della realtà del soggetto, lo sforzo per elaborarle e integrarle nei propri schemi mentali è eccessivo. A questo punto tale soggetto preferisce ricorrere a una modalità più semplice, quale è quella antagonista, e si mette contro la persona che lo sta aiutandolo. E ancora. Quando il divario tra l'immagine di sé (in termini di sistema di credenze, schemi cognitivi, stili comportamentali, ecc.) e le implicazioni di mutamento insite nelle informazioni-aiuto si rivela insostenibile, il beneficiato non può accettare di cambiare e il peso di questa difficoltà viene proiettato sul beneficiante. L'informazione donata e non elaborata rimane a livello dell'io, ristagna e diventa un qualcosa di stantio, di "rancido", di inespresso che risulta insopportabile. Un qualcosa che alimenta un incessante rimuginio, sostenuto anche dalla vergogna e dal senso di colpa. Nasce l'esigenza di eliminare il fastidio e il senso di oppressione, esigenza che conduce all'odio verso la causa (il beneficiante) di tanto "dolore". Si instaura così un circolo vizioso nel pensiero a cui solo gli sfoghi rabbiosi possono dare un minimo, seppur temporaneo, sollievo. Gli eccessi di rabbia costituiscono l'unica soluzione per tentare una comunicazione (impossibile) attraverso la naturale via dell'affettività. Pertanto, il rancore trova un’auto giustificazione in quanto permette di manifestare al mondo e alla persona beneficante contenuti mentali che non trovano altre modalità espressive.

Altra storica menzogna è stata sbugiardata da "Mai più terroni. La fine della questione meridionale" di Pino Aprile. Come abbattere i pregiudizi che rendono il meridione diverso? Come mettere fine a una questione costruita ad arte sulla pelle di una parte d'Italia? La risposta sta anche negli strumenti di comunicazione odierni, capaci di abbattere i confini, veri o fittizi, rompere l'isolamento, superare le carenze infrastrutturali. E se per non essere più "meridionali" bastasse un clic? Con la sua solita vis polemica, Pino Aprile ci apre un mondo per mostrare quanto questo sia vero, potente e dilagante. "Ops... stanno finendo i terroni. Ma come, già? E così, da un momento all'altro?"

Terroni a chi? Tre libri sul pregiudizio antimeridionale. Come è nata e come si è sviluppata la diffidenza verso il Sud. Tre libri ne ricostruiscono le origini e provano a ipotizzarne gli scenari.

"Negli ormai centocinquant'anni di unità italiana il Mezzogiorno non ha mai mancato di creare problemi". D'accordo, la frase è netta e controversa. Sulla questione meridionale, nell'ultimo secolo e mezzo, si sono sprecati fiumi di inchiostro, tonnellate di pagine, migliaia di convegni. In gran parte dedicati all'indagine sociologica, al pregiudizio politico o alla rivendicazione identitaria. Ciò che colpisce allora di "La palla al piede" di Antonino De Francesco (Feltrinelli) è lo sguardo realistico e l'approccio empirico. De Francesco è ordinario di Storia moderna all'Università degli studi di Milano, ma definire il suo ultimo lavoro essenzialmente storico è quantomeno limitativo. In poco meno di duecento pagine, l'autore traccia l'identikit di un pregiudizio, quello antimeridionale appunto, nei suoi aspetti sociali, storici e politici. Lo fa rincorrendo a una considerevole pubblicistica per niente autoreferenziale, che non si ostina nel solito recinto storiografico. Il risultato si avvicina a una controstoria dell'identità italiana e, al tempo stesso, a un'anamnesi dei vizi e dei tic dell'Italia Unita. Ma per raccontare una storia ci si può ovviamente mettere sulle tracce di una tradizione e cercare, attraverso le sue strette maglie, di ricostruire una vicenda che ha il respiro più profondo di una semplice schermaglia localistica. E' quello che accade nel "Libro napoletano dei morti" di Francesco Palmieri (Mondadori). Racconta la Napoli eclettica e umbratile che dall’Unità d'Italia arriva fino alla Prima guerra mondiale. Per narrarla, si fa scudo della voce del poeta napoletano Ferdinando Russo ricostruendo con una certa perizia filologica e una sottile verve narrativa le luci e le smagliature di un'epopea in grado di condizionare la realtà dei giorni nostri. Ha il respiro del pamphlet provocatorio e spiazzante invece l'ultimo libro di Pino Aprile, "Mai più terroni" (Piemme), terzo volume di una trilogia di successo (Terroni e Giù al Sud i titoli degli altri due volumi). Aprile si domanda se oggi abbia ancora senso dividere la realtà sulla base di un fantomatico pregiudizio etnico e geografico che ha la pretesa di tagliare Nord e Sud. E si risponde che no, che in tempi di iperconnessioni reali (e virtuali), quelli stereotipo è irrimediabilmente finito. "Il Sud - scrive - è un luogo che non esiste da solo, ma soltanto se riferito a un altro che lo sovrasta". Nelle nuove realtà virtuali, vecchie direzioni e punti cardinali non esistono più, relegati come sono a un armamentario che sa di vecchio e obsoleto.

D'altronde siamo abituati alle stronzate dette da chi in mala fede parla e le dice a chi, per ignoranza, non può contro ribattere. Cominciamo a dire: da quale pulpito viene la predica. Vediamo in Inghilterra cosa succede. I sudditi inglesi snobbano gli italiani. Ci chiamano mafiosi, ma perché a loro celano la verità. Noi apprendiamo la notizia dal tg2 delle 13.00 del 2 gennaio 2012.  Il loro lavoro è dar la caccia ai criminali, ma alcuni ladri non sembrano temerle: le forze di polizia del Regno sono state oggetto di furti per centinaia di migliaia di sterline, addirittura con volanti, manette, cani ed uniformi tutte sparite sotto il naso degli agenti. Dalla lista, emersa in seguito ad una richiesta secondo la legge sulla libertà d'informazione, emerge che la forza di polizia più colpita è stata quella di Manchester, dove il valore totale degli oggetti rubati arriva a quasi 87.000 sterline. Qui i ladri sono riusciti a fuggire con una volante da 10.000 sterline e con una vettura privata da 30.000. 

E poi. Cosa sarebbe oggi la Germania se avesse sempre onorato con puntualità il proprio debito pubblico? Si chiede su “Il Giornale” Antonio Salvi, Preside della Facoltà di Economia dell’Università Lum "Jean Monnet". Forse non a tutti è noto, ma il Paese della cancelliera Merkel è stato protagonista di uno dei più grandi, secondo alcuni il più grande, default del secolo scorso, nonostante non passi mese senza che Berlino stigmatizzi il comportamento vizioso di alcuni Stati in materia di conti pubblici. E invece, anche la Germania, la grande e potente Germania, ha qualche peccatuccio che preferisce tenere nascosto.

Polentoni (mangia polenta o come dicono loro po' lentoni, ossia lenti di comprendonio) e terroni (cafoni ignoranti) sono pregiudizi da campagna elettorale inventati ed alimentati da chi, barbaro, dovrebbe mettersi la maschera in faccia e nascondersi e tacere per il ladrocinio perpetrato anche a danno delle stesse loro popolazioni.

Ma si sa parlar male dell'altro, copre le proprie colpe.

Terroni a chi? Tre libri sul pregiudizio antimeridionale. Come è nata e come si è sviluppata la diffidenza verso il Sud. Tre libri ne ricostruiscono le origini e provano a ipotizzarne gli scenari.

"Negli ormai centocinquant'anni di unità italiana il Mezzogiorno non ha mai mancato di creare problemi". D'accordo, la frase è netta e controversa. Sulla questione meridionale, nell'ultimo secolo e mezzo, si sono sprecati fiumi di inchiostro, tonnellate di pagine, migliaia di convegni. In gran parte dedicati all'indagine sociologica, al pregiudizio politico o alla rivendicazione identitaria. Ciò che colpisce allora di "La palla al piede" di Antonino De Francesco (Feltrinelli) è lo sguardo realistico e l'approccio empirico. De Francesco è ordinario di Storia moderna all'Università degli studi di Milano, ma definire il suo ultimo lavoro essenzialmente storico è quantomeno limitativo. In poco meno di duecento pagine, l'autore traccia l'identikit di un pregiudizio, quello antimeridionale appunto, nei suoi aspetti sociali, storici e politici. Lo fa rincorrendo a una considerevole pubblicistica per niente autoreferenziale, che non si ostina nel solito recinto storiografico. Il risultato si avvicina a una controstoria dell'identità italiana e, al tempo stesso, a un'anamnesi dei vizi e dei tic dell'Italia Unita. Ma per raccontare una storia ci si può ovviamente mettere sulle tracce di una tradizione e cercare, attraverso le sue strette maglie, di ricostruire una vicenda che ha il respiro più profondo di una semplice schermaglia localistica. E' quello che accade nel "Libro napoletano dei morti" di Francesco Palmieri (Mondadori). Racconta la Napoli eclettica e umbratile che dall’Unità d'Italia arriva fino alla Prima guerra mondiale. Per narrarla, si fa scudo della voce del poeta napoletano Ferdinando Russo ricostruendo con una certa perizia filologica e una sottile verve narrativa le luci e le smagliature di un'epopea in grado di condizionare la realtà dei giorni nostri. Ha il respiro del pamphlet provocatorio e spiazzante invece l'ultimo libro di Pino Aprile, "Mai più terroni" (Piemme), terzo volume di una trilogia di successo (Terroni e Giù al Sud i titoli degli altri due volumi). Aprile si domanda se oggi abbia ancora senso dividere la realtà sulla base di un fantomatico pregiudizio etnico e geografico che ha la pretesa di tagliare Nord e Sud. E si risponde che no, che in tempi di iperconnessioni reali (e virtuali), quelli stereotipo è irrimediabilmente finito. "Il Sud - scrive - è un luogo che non esiste da solo, ma soltanto se riferito a un altro che lo sovrasta". Nelle nuove realtà virtuali, vecchie direzioni e punti cardinali non esistono più, relegati come sono a un armamentario che sa di vecchio e obsoleto.

Il sud? Una palla al piede? “La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale” è il libro di Antonino De Francesco. Declinata in negativo, è tornata a essere un argomento ricorrente nei discorsi sulla crisi della società italiana. Sprechi di risorse pubbliche, incapacità o corruzione delle classi dirigenti locali, attitudini piagnone delle collettività, forme diffuse di criminalità sono stati spesso evocati per suggerire di cambiare registro nei riguardi del Mezzogiorno. I molti stereotipi e luoghi comuni sono di vecchia data e risalgono agli stessi anni dell'unità, ma quel che conta è la loro radice propriamente politica. Fu infatti la delusione per le difficoltà incontrate nel Mezzogiorno all'indomani dell'unificazione a cancellare presto l'immagine di un Sud autentico vulcano di patriottismo che nel primo Ottocento aveva dominato il movimento risorgimentale. Da allora lo sconforto per una realtà molto diversa da quella immaginata avrebbe finito per fissare e irrobustire un pregiudizio antimeridionale dalle tinte sempre più livide ogni qual volta le vicende dello stato italiano andarono incontro a traumatici momenti di snodo. Il libro rilegge la contrapposizione tra Nord e Sud dal tardo Settecento sino ai giorni nostri. Si capisce così in che modo il pregiudizio antimeridionale abbia costituito una categoria politica alla quale far ricorso non appena l'innalzamento del livello dello scontro politico lo rendesse opportuno. Per il movimento risorgimentale il Mezzogiorno rappresentò sino al 1848 una terra dal forte potenziale rivoluzionario. Successivamente, la tragedia di Pisacane a Sapri e le modalità stesse del crollo delle Due Sicilie trasformarono quel mito in un incubo: le regioni meridionali parvero, agli occhi della nuova Italia, una terra indistintamente arretrata. Nacque così un'Africa in casa, la pesante palla al piede che frenava il resto del paese nel proprio slancio modernizzatore. Nelle accuse si rifletteva una delusione tutta politica, perché il Sud, anziché un vulcano di patriottismo, si era rivelato una polveriera reazionaria. Si recuperarono le immagini del meridionale opportunista e superstizioso, nullafacente e violento, nonché l'idea di una bassa Italia popolata di lazzaroni e briganti (poi divenuti camorristi e mafiosi), comunque arretrata, nei confronti della quale una pur nobile minoranza nulla aveva mai potuto. Lo stereotipo si diffuse rapidamente, anche tramite opere letterarie, giornalistiche, teatrali e cinematografiche, e servì a legittimare vuoi la proposta di una paternalistica presa in carico di una società incapace di governarsi da sé, vuoi la pretesa di liberarsi del fardello di un mondo reputato improduttivo e parassitario. Il libro ripercorre la storia largamente inesplorata della natura politica di un pregiudizio che ha condizionato centocinquant'anni di vita unitaria e che ancora surriscalda il dibattito in Italia. I meridionali sono allegri e di buon cuore ma anche «oziosi, molli e sfibrati dalla corruzione». Sono simpatici e affettuosi, è un altro giudizio sempre sulla gente del Sud, ma pure «cinici, superstiziosi, pronti a rispondere con la protesta di piazza a chi intende disciplinarli». A separare il barone di Montesquieu e Giorgio Bocca, (sono dette da loro queste opinioni sul Mezzogiorno), vi sono circa 250 anni. Eppure nemmeno i secoli contano e fanno la differenza quando si tratta di sputar sentenze sul meridione. Così scrive Mirella Serri su “La Stampa”.  Già, proprio così. Credevamo di esser lontani anni luce dall’antimeridionalismo (il suo viaggio nell’Inferno del Sud, Bocca lo dedica alla memoria di Falcone e di Borsellino), pensavamo di essere comprensivi e attenti alle diversità? Macché, utilizziamo gli stessi stereotipi di tantissimi lustri fa: è questa la provocazione lanciata dallo storico Antonino De Francesco in un lungo excursus in cui esamina tutte le dolenti note su "La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale". La nascita dei pregiudizi sul Sud si verifica, per il professore, nel secolo dei Lumi, quando numerosi viaggiatori europei esplorarono i nostri siti più incontaminati e selvaggi. E diedero vita a una serie di luoghi comuni sul carattere dei meridionali che si radicarono dopo l’Unità d’Italia e che hanno continuato a crescere e a progredire fino ai nostri giorni. E non basta. A farsi portavoce e imbonitori di questa antropologia negativa sono stati spesso artisti, scrittori, registi, giornalisti, ovvero quell’intellighentia anche del Sud che l’antimeridionalismo l’avrebbe dovuto combattere accanitamente.

Uno dei primi a intuire questa responsabilità degli intellettuali fu il siciliano Luigi Capuana. Faceva notare a Verga che loro stessi, i maestri veristi, avevano contribuito alla raffigurazione del siculo sanguinario con coltello e lupara facile. E che sulle loro tracce stava prendendo piede il racconto di un Mezzogiorno di fuoco con lande desolate, sparatorie, sgozzamenti, rapine, potenti privi di scrupoli e plebi ignare di ordine e legalità. Ad avvalorare questa narrazione che investiva la parte inferiore dello Stivale dettero il loro apporto anche molti altri autori, da Matilde Serao, che si accaniva sui concittadini partenopei schiavi dell’attrazione fatale per il gioco del lotto, a Salvatore di Giacomo, che dava gran rilievo all’operato della camorra in Assunta Spina. Non fu esente dall’antimeridionalismo nemmeno il grande Eduardo De Filippo che in Napoli milionaria mise in luce il sottomondo della città, fatto di mercato nero, sotterfugio, irregolarità. Anche il cinema neorealista versò il suo obolo antisudista con film come Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, testimonial dei cruenti e insondabili rapporti familiari e sociali dei meridionali. Pietro Germi, ne In nome della legge, e Francesco Rosi, ne Le mani sulla città, vollero denunciare i mali del Sud ma paradossalmente finirono per evidenziare i meriti degli uomini d’onore come agenzia interinale o società onorata nel distribuire ai più indigenti lavori e mezzi di sussistenza, illegali ovviamente. A rendere la Sicilia luogo peculiare del trasformismo politico che contaminerà tutto lo Stivale ci penserà infine il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. In generale prevale il ritratto di un Sud antimoderno e clientelare, palla al piede del Nord. Milano, per contrasto, si fregerà dell’etichetta di «capitale morale», condivisa tanto dal meridionalista Salvemini quanto da Camilla Cederna, non proprio simpatizzante del Sud. Quest’ultima, per attaccare il presidente della Repubblica Giovanni Leone, reo di aver fatto lo scaramantico gesto delle corna in pubblico, faceva riferimento alla sua napoletanità, sinonimo di «maleducazione, smania di spaghetti, volgarità». «L’antimeridionalismo con cui ancora oggi la società italiana si confronta non è così diverso da quello del passato», commenta De Francesco. Non c’è dubbio.

Benvenuti al Sud, che di questi antichi ma persistenti pregiudizi ha lanciato la parodia, si è posizionato al quinto posto nella classifica dei maggiori incassi in Italia di tutti i tempi. Come un vigile che si materializza nell’ora di punta o un poliziotto che sopraggiunge nel vivo della rissa. Dopo le polemiche sugli afrori dei napoletani, dopo le dispute sul bidet dei Borbone e sulle fogne dei Savoia, mai libro è arrivato più puntuale. Edito da Feltrinelli, «La palla al piede» di Antonino De Francesco è, infatti, come recita il sottotitolo, «una storia del pregiudizio antimeridionale». E come tale non solo capita a proposito, ma riesce anche a dare ordine a una materia per molti versi infinita e dunque inafferrabile. Cos’è del resto l’antimeridionalismo? «È — spiega l’autore a Marco Demarco su “Il Corriere della Sera”  — un giudizio tanto sommario quanto inconcludente, che nulla toglie e molto (purtroppo) aggiunge ai problemi dell’Italia unita, perché favorisce il declino nelle deprecazioni e permette alle rappresentazioni, presto stereotipate, di prendere il sopravvento». Non solo. «Ed è — aggiunge De Francesco — anche un discorso eversivo, perché corre sempre a rimettere in discussione il valore stesso dell’unità italiana». Fin qui la quarta di copertina, ma poi, all’interno, pagina dopo pagina, ecco i testi, le tesi, i personaggi che hanno affollato la scena dello scontro tra meridionalisti e antimeridionali: da Boccaccio a Matilde Serao, da Montesquieu a Prezzolini, passando per Cuoco e Colletta, per Lauro e Compagna, per Mastriani e Totò. Fino a Indro Montanelli, che commentando il milazzismo picchia duro sui siciliani e scrive che «se in Italia si compilasse una geografia dell’abbraccio ci si accorgerebbe che più si procede verso le regioni in cui esso rigogliosamente fiorisce, e più frequente si fa l’uso del coltello e della pistola, della lettera anonima e dell’assegno a vuoto»; o a Camilla Cederna, che addirittura mette in forse la religiosità del presidente Leone: «Tutt’al più — scrive in piena campagna per le dimissioni — il suo è un cristianesimo di folclore...». Materiali preziosi, alcuni noti e altri no, ma tutti riletti all’interno di uno schema molto chiaro. Che è il seguente: negli anni di fuoco a ridosso dell’unità d’Italia, l’antimeridionalismo nasce molto prima del meridionalismo, non ha lasciato testimonianze meritevoli di interesse sotto il profilo culturale, ma, «ha svolto un preciso ruolo normativo nell’immaginario sociale del mondo». Ha creato, cioè, categorie mentali, visioni e schemi interpretativi che hanno condizionato politiche e strategie, alleanze e scelte di campo. In questo senso, l’antimeridionalismo si è rivelato per quello che davvero è: niente altro che uno strumento della lotta politica. L’antimeridionalismo appare e scompare, va e viene, morde e fugge, ma sempre secondo le convenienze del momento storico, del contesto. Così a Masaniello può accadere una volta di assurgere a simbolo del riscatto meridionale e di essere messo sullo stesso asse rivoluzionario che porta fino al ’99, quando del Sud serve l’immagine tutta tesa al riscatto liberatorio; un’altra di precipitare a testimonianza del velleitarismo plebeo, di un ribellismo pari a quello dei briganti, quando del Sud bisogna dare invece l’idea di un mostro da abbattere. Sulla stessa altalena possono salirci anche interi territori, come la Sicilia. Quella pre-garibaldina immaginata dalle camicie rosse è tutto un ribollire di passioni civili e di ansie anti borboniche; quella post-garibaldina descritta dai militari piemontesi è violenta, barbara, incivile. È andata così anche con il Cilento di Pisacane: prima dello sbarco, era la terra promessa del sogno risorgimentale; dopo, la culla del tradimento e del popolo imbelle. Perfino la considerazione della camorra cambia secondo il calcolo politico. Nel 1860 la stampa piemontese, prova ne è «Mondo illustrato», arriva perfino a elogiarla, ritenendola capace di dare organizzazione ai lazzaroni favorevoli al cambio di regime. Ma poi la scena si ribalta. Con Silvio Spaventa comincia l’epurazione del personale sospetto inserito negli apparati statali e la «Gazzetta del Popolo» prontamente plaude. Come strumento della battaglia politica, l’antimeridionalismo non viene usato solo nello scontro tra Cavour e Garibaldi, ma diventa una costante. Liberali e democratici lo usano per giustificare le rispettive sconfitte. E come alibi usano sempre il popolo, che di colpo diventa incolto, superstizioso, asociale, ingovernabile. Ai socialisti succede di peggio. Negli anni del positivismo, arrivano, sulle orme di Lombroso, a cristallizzare il razzismo antimeridionale. Niceforo parla di due razze, la peggiore, la maledetta, è naturalmente quella meridionale; mentre Turati, in polemica con Crispi, vede un Nord tutto proiettato nella modernità e un Sud che è «Medio Evo» e «putrefatta barbarie». Prende forma così quel dualismo culturale che vede ovunque due popoli, uno moderno e l’altro arretrato, dove è chiaro che il secondo, come già ai tempi di Cuoco, giustifica il primo. Ma questo dualismo finisce per mettere in trappola anche la produzione culturale. I veristi, ad esempio, raccontano con passione la vita degli ultimi, della minorità sociale. Ma come vengono lette a Milano queste storie? Chi fa le dovute differenze? Il dubbio prende ad esempio Luigi Capuana quando decide di polemizzare con Franchetti e Sonnino per come hanno descritto la Sicilia. Capuana addebita addirittura a se stesso, a Federico De Roberto e soprattutto all’amico Giovanni Verga, la grave responsabilità di aver favorito, con i loro racconti e con i loro romanzi, la ripresa dei luoghi comuni sull’isola. Credevamo di produrre schiette opere d’arte — scrive avvilito a Verga — «e non abbiamo mai sospettato che la nostra sincera produzione, fraintesa o male interpretata, potesse venire adoperata a ribadire pregiudizi, a fortificare opinioni storte, a provare insomma il contrario di quel che era nostra sola intenzione rappresentare alla fantasia dei lettori». E in effetti, commenta De Francesco, l’opera di Verga, nel corso degli anni Settanta, aveva liquidato l’immagine di una Sicilia esotica e mediterranea a tutto vantaggio della costruzione di potenti quadri di miseria e di atavismo. Il libro si chiude con il caso Bocca, forse il più emblematico degli ultimi anni. Inviato nel Sud sia negli anni Novanta, sia nel 2006. Racconta sempre la stessa Napoli, persa tra clientele, degrado e violenza criminale, ma la prima volta piace alla sinistra; la seconda, invece, la stessa sinistra lo condanna senza appello. La ragione? Prima Bassolino era all’opposizione, poi era diventato sindaco e governatore.

Ed a proposito di Napoli. “Il libro napoletano dei morti” di Francesco Palmieri. Bella assai è Napoli. E non nel senso sciuè sciuè. E’ bella perché sta archiviando una menzogna: quella di essere costretta allo stereotipo e infatti non ha più immondizia per le strade. Non ha più quella patina di pittoresco tanto è vero che il lungomare Caracciolo, chiuso al traffico, è come un ventaglio squadernato innanzi a Partenope. C’è tutto un brulicare di vita nel senso proprio della qualità della vita. Ovunque ci sono vigili urbani, tante sono le vigilesse in bici, sono sempre più pochi quelli che vanno senza casco e quelli che li indossano, i caschi, anche integrali, non hanno l’aria di chi sta per fare una rapina. E’ diventata bella d’improvviso Napoli. Sono uno spasso gli ambulanti abusivi che se ne scappano per ogni dove inseguiti dalla forza pubblica e se qualcuno crede che il merito sia di De Magistris, il sindaco, si sbaglia. Se Napoli è tornata capitale – anche a dispetto di quella persecuzione toponomastica che è la parola “Roma”, messa dappertutto per marchiare a fuoco la sconfitta dell’amato Regno – il motivo è uno solo: Francesco Palmieri ha scritto “Il Libro napoletano dei Morti” e le anime di don Ferdinando Russo e quelle dei difensori di Gaeta hanno preso il sopravvento sui luoghi comuni. Dall'Unità d'Italia alla Prima guerra mondiale, Napoli vive il suo periodo più splendido e più buio. Un'epopea di circa sessant'anni non ancora raccontata e che ne ha segnato il volto attuale. Le vicende avventurose dei capitani stranieri, arrivati per difendere la causa persa dei Borbone, s'intrecciano con quelle di camorristi celebri e dei loro oscuri rapporti con il nuovo Stato italiano. L'ex capitale si avvia verso il Novecento tra contraddizioni storiche e sociali risolte nel sangue o in un paradossale risveglio culturale. Ma, quando calerà il sipario sul drammatico processo Cuocolo, un clamoroso assassinio in Galleria rivelerà che la camorra non è stata sconfitta. E il "prequel" della futura Gomorra. Narratore dell'intera vicenda è il poeta Ferdinando Russo. Celebre un tempo e amato dalle donne, da giornalista ha coraggiosamente denunciato la malavita ma è stato attratto dai codici antichi di coraggio della guapparia. Russo cerca il fil rouge che collega i racconti dei cantastorie napoletani alla tragica fine dei capitani borbonici: questo nesso lo ritrova nell'ineffabile enigma della Sirena Partenope, la Nera, l'anima stessa di Napoli, che si rivela nel coltello dei camorristi o irretisce incarnata in quelle sciantose di cui fu vittima egli stesso, prima con un grande amore perso poi sposando un'altra che invece non amò.

“Il libro napoletano dei morti” è un viaggio alle radici di Gomorra, scrive Luca Negri su “L’Occidentale”. Esiste un antico Libro egiziano dei morti, anche uno tibetano. In poche parole, si tratta di affascinanti manuali di sopravvivenza per l’anima nei regni dell’oltretomba. La versione italica, universalmente nota per l’altissimo valore poetico, è la Commedia di Dante. Commedia appunto perché il finale è lieto: l’anima non si perde negli inferi, fra demoni, ma ascende a Dio, come pressappoco succede nelle versioni egizia e tibetana. Ora il lettore italiano ha a disposizione anche “Il libro napoletano dei morti” (Mondadori, nella collana Strade Blu), che non è un manuale per cittadini partenopei ed italiani prossimi alla fine. O forse sì, lo è. Soprattutto se consideriamo la città sotto il Vesuvio come paradigmatica dei nodi irrisolti della nostra esausta storia patria. Comunque, è un romanzo, un grande romanzo, il migliore uscito quest’anno, a nostro giudizio. Per lo stile felicissimo che combina momenti lirici, squarci storici, immagini cinematografiche. E poi riesce a toccare temi universali, partendo da un luogo e da un tempo ben precisi: Napoli negli anni che corrono dalla conquista garibaldina all’avvento del fascismo.

L’autore si chiama Francesco Palmieri, è un maestro di Kung Fu napoletano che nella vita fa il giornalista e si occupa di economia e Cina. Uno che conosce bene misteri d’oriente, vicende e canzoni della sua città e come va la vita. Per raccontare il suo libro dei morti, Palmieri è entrato nell’esistenza e nella lingua di Ferdinando Russo, poeta, giornalista, romanziere e paroliere di canzoni (la più nota è “Scetate”) nato ovviamente a Napoli nel 1866 e morto nel 1927. Russo era amico di d’Annunzio, firma di punta del quotidiano il Mattino, partenopeo verace che detestava la napoletanità di maniera delle commedie di Eduardo Scarpetta e nelle cantate di Funiculì funicolà. Per lui, come per l’amico-nemico Libero Bovio (autore di “Reginella”), le canzoni con il mandolino rappresentavano il Romanticismo esploso a Napoli con cinquant’anni di ritardo sul resto d’Europa, non roba da cartolina. Russo era una persona seria ed onorata, un guappo, cultore di Giordano Bruno e conoscitore di molti camorristi ma sempre spregiatore della camorra. E con i suoi occhi e le sue parole vere e immaginarie, in versi e prosa, Palmieri ci racconta proprio la degenerazione della camorra: dalla confraternita fondata e regolata nel 1842 nella Chiesa di Santa Caterina a Formello, figlia di “semi spagnoli e nere favole mediterranee” alle spietate bande di “malavitosi senza norma e senza morale”. Al guappo armato solo di scudiscio e coltello, talvolta della sola minacciosa presenza, si sostituiscono “facce patibolari” bramose di soldi e potere, vigliacche al punto da imbracciare solo armi da fuoco, che male modellano le mani di chi le usa. Russo, fin da bambino, si ispirava al teatrino dei Pupi, si sentiva un paladino, un Rinaldo sempre in lotta contro il male: il traditore Gano di Magonza. E vide gli antichi paladini reincarnati negli stranieri che combatterono per la causa persa dei Borbone contro i Piemontesi invasori. Non solo per il piacere di “tirare una sassata sulla faccia di liberali biondi”, ma per difendere “più che un principe, un principio”. Franceschiello diventava un novello Carlo Magno, sconfitto, però da un’imponente macchina bellica che nemmeno schifava il fomentare odi e delazioni e l’ammazzare cristiani appena sospettati di simpatia per l’insorgenza, per i “briganti”. A proposito, Palmieri e Russo ci ricordano che lo Stato risorgimentale si servì proprio della camorra per garantire l’ordine nel regno conquistato ed assicurarsi il successo nel plebiscito del 1860. Il processo di corruzione dell’”Onorata Società” ben s’accompagnò a quello del neonato Regno d’Italia; anzi, i rapporti si fecero sempre più stretti, i fili più inestricabili, al di là di tutte le repressioni di facciata e della professione retorica di antimafia. Sconfitti zuavi e lealisti, non rimarrà che cercare la “presenza dei paladini nelle notti scugnizze”, fra i guappi non ancora degenerati in spietati assassini ed avidi imprenditori senza scrupoli e freni. Ma è sempre più difficile, la cavalleria scompare, i proiettili uccidono anche gli innocenti. La camorra, circondata da una nazione irrisolta e corrotta, svela il suo volto, la sua dipendenza dal “perenne problema demoniaco” legato alla doppia natura della Sirena Partenope che come vuole la tradizione giace sotto Napoli; creatura bellissima e mostruosa “che fu madre di quei pezzenti tarantati, di cantanti e sciantose, di camorristi” e poeti come Russo. Siamo allora sull’orlo del baratro, sotto il vulcano, a Gomorra, come epicentro delle tensioni italiche. E allora serve più che mai “una mano capace di trasformare qualsiasi cosa in Durlindana”, in spada da paladino. Con la consapevolezza evangelica che fare il crociato, “crociarsi”, significa saper portare la propria croce. Ed aiutare i propri simili in questo “strabiliante Purgatorio umano che ci avvampa tra merda e sentimenti”.

"Mai più terroni. La fine della questione meridionale" di Pino Aprile. Come abbattere i pregiudizi che rendono il meridione diverso? Come mettere fine a una questione costruita ad arte sulla pelle di una parte d'Italia? La risposta sta anche negli strumenti di comunicazione odierni, capaci di abbattere i confini, veri o fittizi, rompere l'isolamento, superare le carenze infrastrutturali. E se per non essere più "meridionali" bastasse un clic? Con la sua solita vis polemica, Pino Aprile ci apre un mondo per mostrare quanto questo sia vero, potente e dilagante. "Ops... stanno finendo i terroni. Ma come, già? E così, da un momento all'altro?" Così Pino Aprile inizia, nel modo provocatorio che gli è congeniale, questo suo pamphlet, che affronta l'annosa e scontata Questione meridionale da un'angolatura completamente diversa. In un mondo che sta cambiando a incredibile velocità, ha ancora senso definire la realtà in base a criteri geografici, come quelli di Nord e Sud, che nell'interpretazione dei più portano con sé una connotazione meritocratica ormai superata? E possibile utilizzare ancora definizioni di questo tipo quando internet, la Rete, sta tracciando una mappa che non tiene più conto dei vecchi confini, anzi se ne è liberata per ridisegnare uno spazio davvero globale, senza Sud e senza Nord, di cui fa parte la nuova generazione, tutta, figli dei "terroni" compresi? No, dice Aprile, tutto questo è irrimediabilmente finito, passato, travolto dal vento delle nuove tecnologie che, spinto da molte volontà, sta creando un futuro comune, un futuro che unisce, invece di dividere. Forse i padri non se ne sono ancora accorti, ma i figli sì, lo sanno, così come sanno che quella che hanno imboccato è una strada di non ritorno. "Il Sud è un luogo che non esiste da solo, ma soltanto se riferito a un altro che lo sovrasta." Ma nello spazio virtuale, lo spazio dei giovani di tutti i paesi, le direzioni non esistono più. Boom di vendite, dice Antonino Cangemi su “Sicilia Informazioni”. E’ quasi una regola: ogni libro di Pino Aprile scatena un boom di vendite e un mare di polemiche.

Così è accaduto con “Terroni” e con “Giù al Sud”. Nel primo il giornalista  raccontava, all’anniversario del secolo e mezzo dell’Unità d’Italia, stragi, violenze, saccheggi, sottaciuti dalla storiografia ufficiale, commessi dal Settentrione contro il Meridione per accentuarne la subalternità, provocando le ire dei “nordisti” e le perplessità della maggior parte degli storici accademici. Nel secondo il meridionalista Aprile ribadiva le denunce contro i soprusi subiti dal Sud Italia, ma nello stesso tempo individuava nel Meridione le risorse migliori per “salvare l’Italia”. Nelle librerie “Mai più terroni”, un pamphlet edito da Piemme che già dal sottotitolo, “La fine della questione meridionale”, preannuncia dibattiti accesi.

Molti si chiederanno: come mai Pino Aprile paladino delle ragioni dei “terroni”, che non ha esitato a denunciare, in modo eclatante, i torti subiti dalla gente del Sud per opera di governi filosettentrionali, adesso cambia registro sino a sostenere che la questione meridionale non esiste più? Che cosa è successo nel giro di pochi anni? Lo si scopre leggendo l’agile saggio. Che sostiene una teoria piuttosto originale. E, secondo alcuni, azzardata. Nell’era industriale la distanza tra Nord e Sud si accentuava perché rilevava la posizione geografica dei luoghi dove si produceva ricchezza. Poiché le fabbriche, o la stragrande maggioranza di esse, si trovavano nel Settentrione, i meridionali erano costretti a spostarsi per lavorare e, con l’emigrazione, a vivere in un rapporto di sudditanza. Tutto è ora cambiato con l’avvento di internet. Nella stagione che si è da ultimo avviata, definita da Aprile l’era del Web, la geografia dei territori non assume più rilievo. La rete ha annullato le distanze geografiche, e non importano più dove sono collocate le imprese, la condizione delle sovrastrutture, se le autostrade o le ferrovie funzionano nel Nord e sono dissestate nel Meridione, tanto non occorre percorrerle grazie alla magia telematica. Almeno per i giovani, che a colpi di clic possono cambiare la realtà, dare sfogo al proprio estro creativo, inventare nuove fonti di ricchezza. Non a caso, sostiene l’autore, oggi l’omologazione del web ha fatto sì che tanta ricchezza sia concentrata in Paesi del Sud del mondo, quali ad esempio la Cina e l’India. D’altra parte, secondo Aprile “il Sud è un luogo che non esiste da solo, ma soltanto se riferito a un altro che lo sovrasta”. Non vi sarà perciò più Sud e non vi saranno più “terroni” per effetto della rete che permette di viaggiare restando seduti e di superare ogni barriera geografica. Niente più sopraffazioni e prevaricazioni. Alla fine la spunta, nella competizione democratica del web, chi è più creativo. Ipse dixit Aprile. E’ proprio cosi, o le sue analisi peccano di superficialità? La discussione è aperta. Da "Terroni" a "Mai più terroni", spiega Lino Patruno su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Dal sottotitolo del primo libro («Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali») al sottotitolo di questo («La fine della questione meridionale»). È l’itinerario di Pino Aprile: dalla denuncia di 150 anni ai danni del Sud, alla profezia che fra poco il Sud non sarà più Sud e che gli italiani del Sud non saranno più figli di una patria minore. Ci si chiede cosa sia successo in due soli anni. E come il giornalista-scrittore pugliese dai libri tanto vendutissimi quanto contestatissimi possa passare dalla rabbia per le verità nascoste sulla conquista del Sud, alla convinzione che nonostante tutto il Sud è entrato nella nuova era della parità di condizioni di partenza. Esagerazione ora o prima?La risposta è nelle stesse parole di Aprile: «Per condannare i meridionali a uno stato di minorità civile ed economica, sono state necessarie prima le armi e i massacri, poi è bastato isolarli. Ma il web è viaggiare senza percorrere spazi: scompare, così, lo svantaggio di ferrovie mai fatte e treni soppressi, di autostrade e aeroporti mancanti. Il Sud è, da un momento all’altro, alla pari. E può prendere il largo, su quella pista, perché per la prima volta, dopo 150 anni, è nelle stesse condizioni dei concorrenti». Dire web è dire Internet. Che annulla le distanze: tu puoi stare in un qualsiasi posto del mondo e lavorare per qualsiasi altro posto del mondo. E con Internet vale il tuo talento davanti al computer e basta, anche se stai, chessò, a Matera, unica città italiana senza il treno delle Ferrovie dello Stato. In questo senso Internet annulla anche le differenze di opportunità fra i territori. Con un computer un cittadino in Bangladesh ha le stesse possibilità di lavoro di un cittadino degli Stati Uniti. Così Internet può cancellare anche l’attuale svantaggio del Sud, la sua perifericità geografica: che lo Stato in 150 anni ha accentuato invece di ridurla.

Come? Creando un divario nelle infrastrutture fra Centro Nord e Sud che supera 1140 per cento. E non solo infrastrutture materiali (dalle autostrade agli aeroporti, appunto), ma anche immateriali (ricerca, formazione, sicurezza) e sociali (scuole, ospedali, assistenza). Ecco perché il terrone per la prima volta in 150 anni potrà cessare di emigrare. Facendo da casa ciò che finora può fare soltanto andando via. E dimostrandosi, se lo è, bravo quanto un privilegiato italiano del Centro Nord che finora ha avuto più possibilità di lui perché la produzione di oggetti e il lavoro crescono dove ci sono più mezzi a disposizione: a cominciare dalle infrastrutture. Il «capitale sociale», beni pubblici alla base di qualsiasi sviluppo. Aprile ci ha abituato allo sguardo lungo. Dopo quello all’indietro sulle bugie storiche verso il Sud, ecco ora quello immaginifico su un futuro possibile a favore del Sud. Col superamento di un ritardo tanto tenace e mortificante quanto mai affrontato con leggi e mezzi necessari. E col sospetto che si fingesse di cambiare qualcosa per lasciare tutto come prima. In poche parole: la ricchezza di una parte del Paese basata sulla minore ricchezza dell’altra. Con Internet oggi si fanno la metà dei lavori del mondo. E se finora il vantaggio del Nord era sfornare merci, ora il vantaggio del Sud è poter sfornare idee. E di idee i giovani terroni scoppiano: ecco la grande occasione comunicata con la perentorietà della rivelazione. Ovvio che non tutto spunti per magia: anche i computer sono meno al Sud, e non c’è in Italia quella banda larga che li faccia funzionare da computer e non da catorci. Ma la forza evocativa, la visione di Aprile è contagiosa e irresistibile anche quando suona più controversa e forse (stavolta) troppo ottimistica. Ma col pessimismo non si fa nulla. E poi leggiamo questa sua sorta di libro-testamento: ci sono racconti su ciò che fanno i giovani sudisti proiettati nel domani tecnologico da convincere che il futuro d’Italia è proprio qui. Cose entusiasmanti che nessuno avrebbe potuto immaginare (soprattutto in Puglia), meno che mai chi non guarda, sentenzia. Come nessuno avrebbe potuto immaginare, conclude Aprile, che ciò che non è riuscito ai padri, può riuscire ai figli. Cosicché presto sarà solo un ricordo che per un secolo e mezzo fummo terroni. “Giù al Sud. Perché i terroni salveranno l’Italia” di Pino Aprile è il racconto di un’Italia ancora spaccata in due, di rancori non sopiti, di ferite non rimarginate, dove i ricordi di un passato di sudditanza e soprusi non sono stati cancellati. Ma è anche la storia di nuove generazioni, colte ed intraprendenti, che fanno ribaltare atavici pregiudizi. Già autore di "Terroni", l’autore conosce bene la Storia e si è documentato con serietà e rigore prima di stendere denunce e dare aggiornamenti sulle nuove risorse. In questo viaggio giù al sud si incontrano realtà inattese, che stimolano e inorgogliscono. Il libro può essere letto per capitoli separati, ognuno spunto di riflessione. Lucida ed interessante l’analisi della nuova generazione di trentenni meridionali, colti, scaltri e fantasiosi, affamati di storia, di ricostruzione dell’identità meridionale, avvertita come risorsa economica e personale. Esenti da quel senso di inferiorità che spesso ha frenato e ancora frena i loro padri, si sentono e sono cittadini del mondo, un mondo in cui si muovono sicuri. Forte è l’interesse per l’antropologia in Calabria: è una necessità di sapere di sé, è un “bisogno di passato”, di recupero di un terreno perduto.

Come l’Odisseo omerico, il cui futuro è nella sua radice: ha già fatto il viaggio e ora torna a casa, per essere completo. Hanno desiderio e capacità di riscatto, usano i problemi come risorse, hanno idee, e le portano avanti con creatività e fiducia. Sono interessati alla riscoperta di nomi e bellezze, di luoghi e di cose, dalla toponomastica all’agricoltura, alla produzione di olii, vini, pani; forte l’orgoglio e il senso di appartenenza, per una terra “ritrovata”, per la forza fisica e morale delle sue donne, per la musica che si miscela alla poesia di antichi testi grecanici, che i giovani studiano e tramandano. In questo viaggio si incontra la Murgia, “giardino di ulivi, ricamo di vigne, regione di orgoglio” grazie alla tenacia dei suoi abitanti, che dalla sterile roccia hanno fatto emergere terra grassa e feconda. E poi la Puglia, dove “un deserto si è fatto un orto” a prezzo di un lavoro disumano. Benessere e convivenza anche a Riace, altra tappa di questo percorso, dove nel convivere e condividere di Calabresi ed extra-comunitari integrati, o di passaggio, si evidenzia un forte senso di ospitalità e umanità, e così a Sovereto, luogo di accoglienza per stranieri e tossicodipendenti, luogo di rinascita fisica e morale. Esaltanti le tante storie di giovani coraggiosi, ricchi di ingegno ed iniziative, che restano nella loro terra, rendendola migliore. Di contro, altri emigrati sembrano voler prendere le distanze dai luoghi natii, rinnegando le proprie origini, disprezzando ciò che si è perso e sopravalutando ciò che si è acquisito, in una sorta di “amputazione della memoria”.

La minorità del Calabrese è atavica, è un senso di inferiorità non scalfito dal tempo. Le privazioni subite, l’espoliazione delle antiche ricchezze, hanno costruito ed alimentato la minorità meridionale.

Ma bisogna reagire, esorta l’autore, cercando la solidarietà e l’appoggio di tutti al Nord, perché tutti sappiano, perché si raggiunga un equilibrio perduto. I testi di Pino Aprile sono il tentativo di un riscatto storico, quello di un’Italia che 160 anni fa aveva una propria identità di stato e che dopo l’Unità l’ha persa, col dominio del Nord sul Sud; sono un’esortazione, soprattutto per i giovani, al recupero di questa identità. Questo testo è una guida, ricca, aggiornata, colta, che va al di là ed oltre i luoghi e la Storia, è un compendio di storie personali e familiari, che si intersecano col territorio, sino a trasformarlo, ad arricchirlo, a renderlo appetibile. Le pagine più belle sono quelle descrittive, in cui i luoghi fisici si trasformano in luoghi dell’anima; Vieste e il suo faraglione, la cui sommità uno stilita rubava ad un gabbiano; Aliano, in Lucania, nella valle dell’Agri, “fra due marce muraglie di terra lebbrosa, tagliata dal fiume e dai suoi affluenti, disciolta dalla pioggia, butterata dal sole, che asciuga e svuota gli alveoli di creta.” … e la loro struggente bellezza si fonde nella malinconia dell’abbandono, mentre l’animo si perde nel sublime di fronte ai calanchi “orridi, belli e paurosi”. La presenza di elementi naturali, come il mare, il vento e l’energia che da essi si crea, conferisce forza e pathos ai movimenti dell’uomo sulla terra, rendendo le vicende umane grandiose. Lo sguardo dell’autore ha il privilegio della lontananza, che consente una visione d’insieme, quindi più completa e reale. Le sue parole trasudano orgoglio di appartenenza, ampiezza di orizzonti, fisici e mentali. Sono arrivato alla fine del libro, ma non sono riuscito a trovare una risposta alla domanda che mi ero fatta leggendo il sottotitolo del libro: perché i terroni dovrebbero salvare l'Italia? Così commenta Rocco Biondi. Non vedo un motivo plausibile che dovrebbe spingere i meridionali, che per 150 anni sono stati annientati dalla cultura e dall'economia nordista, ad avere un qualsiasi interesse ad impegnarsi in un qualche modo per risollevare le sorti dell'Italia cosiddetta unita. Questa convinzione mi proviene dall'attenta lettura fatta a suo tempo di "Terroni" ed ora di "Giù al Sud". I due libri di Pino Aprile sono accomunati dal riuscito tentativo di indicare possibili strade di "guerriglia culturale" per far uscire i meridionali dalla minorità cui sono stati condannati dagli artefici della malefica unità. La strada maestra è stata ed è la ricerca della "propria storia denigrata e taciuta". E questa fame di storia è avvertita come risorsa economica e personale. Si cercano i documenti, si scrive l'altra storia, quella della stragrande maggioranza degli abitanti del Sud che dopo il 1860 si sono opposti alla invasione piemontese. Si scoprono i nostri padri briganti, che hanno lottato e sono morti per la loro terra, le loro famiglie, la loro patria. Si dà vita a progetti artistici che hanno come protagonista il proprio passato, del quale non ci si vergogna più. Per andare avanti bisogna ripartire da quel che eravamo e da quel che sapevamo. I nostri antenati subirono e si auto-imposero la cancellazione forzosa della verità storica. Bisogna riscoprirla questa verità se vogliamo diventare quello che meritiamo di essere. Nel Sud i guai arrivarono con l'Unità. Le tasse divennero feroci per «tenere in piedi la bilancia dei pagamenti del nuovo Stato e concorsero a finanziare l'espansione delle infrastrutture nel Nord».A danno del Sud, dove le infrastrutture esistenti vennero smantellate. Messina, perno commerciale dell'intera area dello Stretto, perse il privilegio di porto franco, con scomparsa di molte migliaia di posti di lavoro. La Calabria, che oggi appare vuota e arretrata, era partecipe di fermenti e traffici della parte più avanzata d'Europa. In Calabria si producevano bergamotto, seta, gelsomino, lavanda, agrumi, olio, liquirizia, zucchero di canna. Per favorire l'industria del Nord si provocò il crollo dell'agricoltura specializzata del Sud, chiudendo i suoi mercati che esportavano oltralpe. Scrive Pino Aprile: «L'Italia non è solo elmi cornuti a Pontida, pernacchie padane e bunga bunga».L'Italia è anche la somma di tantissime singolarità positive esistenti nel Sud. E il suo libro è la narrazione, quasi resoconto, degli incontri avuti con queste realtà nei suoi viaggi durati tre anni dopo l'uscita di "Terroni". Pino Aprile si chiede ancora: «Perché la classe dirigente del Sud non risolve il problema del Sud, visto che il Nord non ha interesse a farlo?». E risponde: perché la classe dirigente nazionale è quasi tutta settentrionale, perché il Parlamento è a trazione nordica, perché le banche sono tutte settentrionali o centrosettentrionali, perché l'editoria nazionale è quasi esclusivamente del Nord, perché la grande industria è tutta al Nord e solo il 7,5 per cento della piccola e media industria è meridionale. E allora che fare? «Finché resterà la condizione subordinata del Sud al Nord - scrive Pino Aprile -, la classe dirigente del Sud avrà ruoli generalmente subordinati. Quindi non "risolverà", perché dovrebbe distruggere la fonte da cui viene il suo potere delegato. Si può fare; ma si chiama rivoluzione o qualcosa che le somiglia. E può essere un grande, pacifico momento di acquisizione di consapevolezza, maturità. Succede, volendo».E non ci si può limitare alla denuncia, bisogna lasciarsi coinvolgere direttamente e personalmente, per governare questi fenomeni.

Negli Stati Uniti d'America i persecutori hanno saputo pacificarsi con le loro vittime indiane, riconoscendo il loro sacrificio ed onorandole. In Italia questo non è ancora avvenuto, gli invasori piemontesi non hanno ancora riconosciuto le motivazioni della rivolta contadina e dei briganti. Noi meridionali dobbiamo pretendere questo riconoscimento. Noi meridionali l'unità l'abbiamo subita, non vi è stata un'adesione consapevole. Nei fatti essa unità è consistita nel progressivo ampliamento del Piemonte, con l'applicazione forzata delle sue leggi, strutture, tasse e burocrazia. Il Sud, ridotto a colonia, doveva smettere di produrre merci, per consumare quelle del Nord: da concorrente, a cliente. Non è vero che la mafia esiste solo al Sud. Milano è la principale base operativa per 'ndrangheta e mafia siciliana, dove si trasforma il potere criminale in potere economico, finanziario, politico. Stiamo per uscire dalla minorità, dopo un sonno di un secolo e mezzo, il Sud sembra aprire gli occhi. Lo sconfitto smette di vergognarsi di aver perso e recupera il rispetto per la propria storia. L'interesse primario dei meridionali non deve essere quello di salvare l'Italia, ma quello di valorizzare se stessi. Solo indirettamente e conseguentemente, forse, potrà avvenire il salvataggio dell'Italia intera.

SE NASCI IN ITALIA…

Quando si nasce nel posto sbagliato e si continua a far finta di niente.

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui,  con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Io sono Antonio Giangrande, noto autore di saggi pubblicati su Amazon, che raccontano questa Italia alla rovescia. A tal fine tra le tante opere da me scritte vi è “Italiopolitania. Italiopoli degli italioti”. Di questo, sicuramente, non gliene fregherà niente a nessuno. Fatto sta che io non faccio la cronaca, ma di essa faccio storia, perché la quotidianità la faccio raccontare ai testimoni del loro tempo. Certo che anche di questo non gliene può fregar di meno a tutti. Ma una storiella raccontata da Antonio Menna che spiega perché, tu italiano, devi darti alla fuga dall’Italia, bisogna proprio leggerla. Mettiamo che Steve Jobs sia nato in Italia. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi. Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare. Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”. I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano. Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi? Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”. I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare. Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”. Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro. Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”. I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti. La Apple in Italia non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

In Italia, spesso, ottenere giustizia è una chimera. In campo penale, per esempio, vige un istituto non  previsto da alcuna norma, ma, di fatto, è una vera consuetudine. In contrapposizione al Giudizio Perenne c’è l’Insabbiamento.

Rispetto al concorso esterno all’associazione mafiosa, un reato penale di stampo togato e non parlamentare, da affibbiare alla bisogna, si contrappone una norma non scritta in procedura penale: l’insabbiamento dei reati sconvenienti.

A chi è privo di alcuna conoscenza di diritto, oltre che fattuale, spieghiamo bene come si forma l’insabbiamento e quanti gradi di giudizio ci sono in un sistema che a livello scolastico lo si divide con i fantomatici tre gradi di giudizio.

Partiamo col dire che l’insabbiamento è applicato su un fatto storico corrispondente ad un accadimento che il codice penale considera reato.

Per il sistema non è importante la punizione del reato. E’ essenziale salvaguardare, non tanto la vittima, ma lo stesso soggetto amico, autore del reato.

A fatto avvenuto la vittima incorre in svariate circostanze che qui si elencano e che danno modo a più individui di intervenire sull’esito finale della decisione iniziale.

La vittima, che ha un interesse proprio leso, ha una crisi di coscienza, consapevole che la sua querela-denuncia può recare nocumento al responsabile, o a se stessa: per ritorsione o per l’inefficienza del sistema, con le sue lungaggini ed anomalie. Ciò le impedisce di proseguire. Se si tratta di reato perseguibile d’ufficio, quindi attinente l’interesse pubblico, quasi sempre il pubblico ufficiale omette di presentare denuncia o referto, commettendo egli stesso un reato.

Quando la denuncia o la querela la si vuol presentare, scatta il disincentivo della polizia giudiziaria.

Ti mandano da un avvocato, che si deve pagare, o ti chiedono di ritornare in un secondo tempo. Se poi chiedi l’intervento urgente delle forze dell’ordine con il numero verde, ti diranno che non è loro competenza, ovvero che non ci sono macchine, ovvero di attendere in linea, ovvero di aspettare che qualcuno arriverà………

Quando in caserma si redige l’atto, con motu proprio o tramite avvocato, scatta il consiglio del redigente di cercare di trovare un accordo e poi eventualmente tornare per la conferma.

Quando l’atto introduttivo al procedimento penale viene sottoscritto, spesso l’atto stanzia in caserma per giorni o mesi, se addirittura non viene smarrito o dimenticato…

Quando e se l’atto viene inviato alla procura presso il Tribunale, è un fascicolo come tanti altri depositato su un tavolo in attesa di essere valutato. Se e quando….. Se il contenuto è prolisso, non viene letto. Esso, molte volte, contiene il nome di un magistrato del foro. Non di rado il nome dello stesso Pubblico Ministero competente sul fascicolo. Il fascicolo è accompagnato, spesso, da una informativa sul denunciante, noto agli uffici per aver presentato una o più denunce. In questo caso, anche se fondate le denunce, le sole presentazioni dipingono l’autore come mitomane o pazzo.

Dopo mesi rimasto a macerare insieme a centinaia di suoi simili, del fascicolo si chiede l’archiviazione al Giudice per le Indagini Preliminari. Questo senza aver svolto indagini. Se invece vi è il faro mediatico, allora scatta la delega delle indagini e la comunicazione di garanzia alle varie vittime sacrificali. Per giustificare la loro esistenza, gli operatori, di qualcuno, comunque, ne chiedono il rinvio a giudizio, quantunque senza prove a carico.

Tutti i fascicoli presenti sul tavolo del Giudice per l’Udienza Preliminare contengono le richieste del Pubblico Ministero: archiviazione o rinvio a giudizio. Sono tutte accolte, a prescindere. Quelle di archiviazione, poi, sono tutte accolte, senza conseguire calunnia per il denunciante, anche quelle contro i magistrati del foro. Se poi quelle contro i magistrati vengono inviate ai fori competenti a decidere, hanno anche loro la stessa sorte: archiviati!!!

Il primo grado si apre con il tentativo di conciliazione con oneri per l’imputato e l’ammissione di responsabilità, anche quando la denuncia è infondata, altrimenti la condanna è già scritta da parte del giudice, collega del PM, salvo che non ci sia un intervento divino,  (o fortemente terrestre sul giudice), o salvo che non interviene la prescrizione per sanare l’insanabile. La difesa è inadeguata o priva di potere. Ci si tenta con la ricusazione, (escluso per il pm e solo se il giudice ti ha denunciato e non viceversa), o con la rimessione per legittimo sospetto che il giudice sia inadeguato, ma in questo caso la norma è stata sempre disapplicata dalle toghe della Cassazione.

Il secondo grado si apre con la condanna già scritta, salvo che non ci sia un intervento divino, (o fortemente terrestre sul giudice), o salvo che non interviene la prescrizione per sanare l’insanabile. Le prove essenziali negate in primo grado, sono rinegate.

In terzo grado vi è la Corte di Cassazione, competente solo sull’applicazione della legge. Spesso le sue sezioni emettono giudizi antitetici. A mettere ordine ci sono le Sezioni Unite. Non di rado le Sezioni Unite emettono giudizi antitetici tra loro. Per dire, la certezza del diritto….

Durante il processo se hai notato anomalie e se hai avuto il coraggio di denunciare gli abusi dei magistrati, ti sei scontrato con una dura realtà. I loro colleghi inquirenti hanno archiviato. Il CSM invece ti ha risposto con una frase standard: “Il CSM ha deliberato l’archiviazione non essendovi provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare, trattandosi di censure ad attività giurisdizionale”.

Quando il processo si crede che sia chiuso, allora scatta l’istanza al Presidente della Repubblica per la Grazia, ovvero l’istanza di revisione perchè vi è stato un errore giudiziario. Petizioni quasi sempre negate.

Alla fine di tutto ciò, nulla è definitivo. Ci si rivolge alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, che spesso rigetta. Alcune volte condanna l’Italia per denegata giustizia, ma solo se sei una persona con una difesa capace. Sai, nella Corte ci sono italiani.

Per i miscredenti vi è un dato, rilevato dal foro di Milano tratto da un articolo di Stefania Prandi del “Il Fatto Quotidiano”. “Per le donne che subiscono violenza spesso non c’è giustizia e la responsabilità è anche della magistratura”. A lanciare l’accusa sono avvocate e operatrici della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano che puntano il dito contro la Procura della Repubblica di Milano, “colpevole” di non prendere sul serio le denunce delle donne maltrattate. Secondo i dati su 1.545 denunce per maltrattamento in famiglia (articolo 572 del Codice penale) presentate da donne nel 2012 a Milano, dal Pubblico ministero sono arrivate 1.032 richieste di archiviazione; di queste 842 sono state accolte dal Giudice per le indagini preliminari. Il che significa che più della metà delle denunce sono cadute nel vuoto. Una tendenza che si conferma costante nel tempo: nel 2011 su 1.470 denunce per maltrattamento ci sono state 1.070 richieste di archiviazione e 958 archiviazioni. Nel 2010 su 1.407 denunce, 542 sono state archiviate.

«La tendenza è di archiviare, spesso de plano, cioè senza svolgere alcun atto di indagine, considerando le denunce manifestazioni di conflittualità familiare – spiega Francesca Garisto, avvocata Cadmi – Una definizione, questa, usata troppe volte in modo acritico, che occulta il fenomeno della violenza familiare e porta alla sottovalutazione della credibilità di chi denuncia i maltrattamenti subiti. Un atteggiamento grave da parte di una procura e di un tribunale importanti come quelli di Milano». Entrando nel merito della “leggerezza” con cui vengono affrontati i casi di violenza, Garisto ricorda un episodio accaduto di recente: «Dopo una denuncia di violenza anche fisica subita da una donna da parte del marito, il pubblico ministero ha richiesto l’archiviazione de plano qualificandola come espressione di conflittualità familiare e giustificando la violenza fisica come possibile legittima difesa dell’uomo durante un litigio».

Scarsa anche la presa in considerazione delle denunce per il reato di stalking (articolo 612 bis del codice penale). Su 945 denunce fatte nel 2012, per 512 è stata richiesta l’archiviazione e 536 sono state archiviate. Per il reato di stalking quel che impressiona è che le richieste di archiviazione e le archiviazioni sono aumentate, in proporzione, negli anni. In passato, infatti, la situazione era migliore: 360 richieste di archiviazione e 324 archiviazioni su 867 denunce nel 2011, 235 richieste di archiviazione e 202 archiviazioni su 783 denunce nel 2010. Come stupirsi, dunque, che ci sia poca fiducia nella giustizia da parte delle donne? Manuela Ulivi, presidente Cadmi ricorda che soltanto il 30 per cento delle donne che subiscono violenza denuncia. Una percentuale bassa dovuta anche al fatto che molte, in attesa di separazione, non riescono ad andarsene di casa ma sono costrette a rimanere a vivere con il compagno o il marito che le maltrattata. Una scelta forzata dettata spesso dalla presenza dei figli: su 220 situazioni di violenza seguite dal Cadmi nel 2012, il 72 per cento (159) ha registrato la presenza di minori, per un totale di 259 bambini.

Non ci dobbiamo stupire poi se la gente è ammazzata per strada od in casa. Chiediamoci quale fine ha fatto la denuncia presentata dalla vittima. Chiediamoci se chi ha insabbiato non debba essere considerato concorrente nel reato.

Quando la giustizia è male amministrata, la gente non denuncia e quindi meno sono i processi, finanche ingiusti. Nonostante ciò vi è la prescrizione che per i più, spesso innocenti, è una manna dal cielo. In queste circostanze vien da dire: cosa hanno da fare i magistrati tanto da non aver tempo per i processi e comunque perché paghiamo le tasse, se non per mantenerli?

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

Giustizia da matti. L'ultima follia delle toghe: un'indagine sul morso di Suarez, scrive Filippo Facci su “Libero Quotidiano”. Una giornata come un’altra, quella di ieri 8 luglio 2014: assolvono i vertici di una delle prime aziende italiane (Mediaset) dopo aver però condannato il fondatore, condannano intanto il pluri-governatore dell’Emilia Romagna che perciò si dimette, aprono un’inchiesta surreale sul morso di Suarez a Chiellini - non l’inchiesta della Fifa: un'altra inchiesta tutta italiana - e per finire la magistratura apre, di passaggio, anche un’indagine sul concorso per magistratura. Questo senza contare le polemiche per gli sms inviati da un sottosegretario alla giustizia (un magistrato) i quali invitavano a votare un candidato per le elezioni del Csm, e senza contare, appunto, le elezioni del Csm, e senza contare, ancora, le dure parole del procuratore generale milanese Manlio Minale in polemica con l’archiviazione dell’esposto del procuratore aggiunto Alfredo Robledo contro il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati per presunte irregolarità nelle assegnazioni - prendete respiro - dopodiché Bruti Liberati ha provveduto a nuove assegnazioni che hanno portato a un nuovo esposto del procuratore aggiunto Robledo: tutto chiaro, no? Una giornata come un’altra, quella di ieri: e non dite che la magistratura sia un potere ormai incontrollabile e irresponsabile, perché potrebbero punirvi e togliervi i benefici di legge, non dite che la magistratura occupi ormai tutta la scena e, ormai priva di contrappesi, si stia cannibalizzando e al tempo stesso respinga qualsiasi riforma che possa farla riassomigliare a qualcosa di normale: non fate i berlusconiani, non fate i renziani travestiti. Da che cosa dovremmo incominciare? Quanto dovrebbe essere lungo, questo articolo, se davvero volessimo approfondire i vari addendi della giornata di ieri? Anche perché è la somma che lascia storditi. La Procura di Roma ha aperto un’indagine sul morso di Suarez durante Uruguay-Italia: l’ipotesi è violenza privata. Che dire? Come commentare? Cioè: davvero in questo preciso momento c’è un pubblico dipendente - ciò che è un magistrato - che sta occupandosi di questa sciocchezza per via di una denuncia del Codacons? E che gliene frega, al Codacons, del morso degli uruguaiani? Ma soprattutto: che ce ne frega, a noi, in un Paese che affoga nelle cause arretrate e dove gli imprenditori rinunciano ai contenziosi perché durerebbero 15 anni?

Poi c’è l’indagine della magistratura sul concorso per magistratura: e qui, invece, che cosa dovremmo pensare? Già è assurdo che basti un pubblico concorso, subito dopo gli studi universitari, per trascorrere tutta la vita da magistrato e percorrere automaticamente tutte le tappe di una lunga carriera: ma - domanda - è solo una battuta chiedersi che razza di magistrati possano uscire da un concorso truccato? Il concorso è quello del 25 e 26 e 27 giugno scorsi: un candidato ha denunciato una serie di irregolarità, il solito impiccione di un Codacons ha chiesto l’accesso ai verbali della commissione, c’è stata un’interrogazione parlamentare bipartisan, su un banco hanno trovato tre codici vidimati e timbrati dalla commissione nonostante il regolamento ne vietasse l’utilizzo: non male. Una candidata è stata scoperta mentre scriveva un tema prima ancora che la traccia venisse dettata: e questa ragazza, se passerà il concorso, finirà sino alla Cassazione. Stiamo facendo i brillanti e gli spiritosi? Rischiamo di scivolare, dite, nel qualunquismo anticasta? Ovunque rischiamo di scivolare, in verità, ci siamo già scivolati: è da almeno vent’anni che questo Paese è subordinato all’azione sempre più discrezionale delle magistrature: procure e tribunali avanzano in territori che appartenevano alla politica e l’imprigionano come i laccetti che imbrigliavano Gulliver. Quando non ci sarà più nessun mediocre politico con cui prendercela, forse, sarà a tutti più chiaro.

Strage Borsellino, errori o depistaggi? Ecco la storia “Dalla parte sbagliata”. In libreria nei primi giorni di luglio 2014 il volume di Rosalba De Gregorio, legale di sette imputati ingiustamente condannati nel primo processo su via D'Amelio, e Dina Lauricella, giornalista di Servizio pubblico. La redazione de “Il Fatto Quotidiano” ne anticipa un brano. “Chi si nasconde dietro quel tanto vituperato «terzo livello» che ha legato mafia e pezzi delle Istituzioni attraverso il «papello», ha verosimilmente lo stesso profilo di chi ha ucciso il giudice Borsellino e di chi per 22 anni ci ha dato in pasto una storia da due lire, alla quale abbiamo voluto credere per sedare la diffusa ansia di giustizia che ha scosso il Paese nell’immediato dopo strage”, scrivono l’avvocato Rosalba Di Gregorio e la giornalista Dina Lauricella nel libro “Dalla parte sbagliata”, edito da Castelvecchi, con prefazione del magistrato Domenico Gozzo.Tre processi, 15 anni di indagini, 11 persone ingiustamente condannate all’ergastolo e un nuovo processo, il “borsellino quater” che sta rimettendo tutto in discussione. Che cosa sappiamo oggi della strage di via d’Amelio e della morte di Paolo Borsellino? Davvero poco se consideriamo che la procura di Caltanissetta ha chiesto la revisione del vecchio processo. Un nuovo pentito, Gaspare Spatuzza, ha rimescolato le carte e oggi in aula, chi stava sul banco degli imputati, siede fra le parti civili. È il caso “dell’avvocato di mafia” Rosalba Di Gregorio, che da oltre vent’anni grida al vento le anomalie di un processo che si è basato sulle affermazioni di uno dei pentiti più anomali che i nostri tribunali abbiano mai visto, Vincenzo Scarantino. Per tutti e tre i gradi di giudizio ha inutilmente difeso 7 degli imputati condannati all’ergastolo (oggi tornati in libertà grazie alle dichiarazioni di Spatuzza), e nel libro racconta, con l’impeto e la passione che le è propria, in una sorta di diario di bordo, questi lunghi anni di processi e sentenze. Dina Lauricella, inviata di Servizio Pubblico, riavvolge il nastro di questa oscura storia del nostro Paese provando a riguardarla da una nuova prospettiva. I due punti di osservazione speciale sono quelli dell’ex pentito Vincenzo Scarantino e dell’avvocato Di Gregorio, legale di numerosi boss di Cosa Nostra, tra cui Bernardo Provenzano, Michele Greco e Vittorio Mangano. “Un racconto che parte dal basso, sicuramente di parte, dalla parte sbagliata, per costringerci all’esercizio di tornare indietro nel tempo, per sbarazzarci della confusione accumulata negli anni e, atti alla mano, rimettere al posto giusto le poche pedine certe”. Le stesse sulle quali, a 22 anni di distanza, è tornata ad indagare la procura di Caltanissetta. Seri e rodati cronisti, formati nell’aula bunker di Palermo durante il maxi processo, arrivati per primi sulle macerie e sui corpi dilaniati di via d’Amelio, hanno una fitta al cuore al pensiero che nei successivi 15 anni di vicende giudiziarie hanno visto, sentito e raccontato una storia che è crollata all’improvviso mostrandosi in tutta la sua fragilità. È stato l’ex procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato a chiedere che i processi «Borsellino» e «Borsellino bis» venissero revisionati a seguito delle rivelazioni del nuovo collaboratore, Gaspare Spatuzza. È per questo che tre anni fa, undici imputati, di cui sette condannati all’ergastolo, sono tornati in libertà. Clamoroso errore giudiziario o vile depistaggio che sia, la storia è da riscrivere e chi ha penna non dovrebbe risparmiare inchiostro. Ne serve molto per raccontare fedelmente i punti salienti dei tre processi che dal 1996 al 2008 hanno indagato sull’omicidio Borsellino. Sarebbe una semplificazione giornalistica dire che dobbiamo buttare all’aria tutti questi anni per colpa di Scarantino o di chi ha creduto in lui. Le sentenze del Borsellino ter, infatti, sopravvivono al terremoto Spatuzza, ma non è un caso: in questo processo Scarantino non ha alcun ruolo. Carcere a vita per l’allora latitante Bernardo Provenzano e per altri 10 imputati di grosso calibro, nessuno dei quali tirato in ballo da Scarantino. Questo troncone scaturisce infatti dalle dichiarazioni di mafiosi doc come Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante o Calogero Ganci. Il processo che la Procura di Catania dovrà revisionare, quando Caltanissetta stabilirà se Scarantino è o meno un calunniatore, come emerso dalle dichiarazioni di Spatuzza, è il Borsellino bis. È qui che Enzino fa da pilastro. Faticherà a distinguere i nomi dei mafiosi che coinvolge, non li riconoscerà in foto, talvolta si contraddirà, ma a fronte di un’informativa del Sisde che metteva in luce la sua parentela con il boss Salvatore Profeta, ha goduto di una fiducia che si è rivelata a dir poco esagerata.

Mostri a prescindere. Misteri e depistaggi. Finti pentiti e inchieste sballate. La strage palermitana di via Mariano D’Amelio, dove il 19 luglio 1992 morirono Paolo Borsellino e 5 agenti di scorta, non è soltanto uno dei peggiori drammi italiani: è anche uno dei più velenosi ingorghi giudiziari di questo Paese, scrive Rosalba Di Gregorio su “Panorama”. Tre processi, decine d’imputati, 7 persone ingiustamente condannate all’ergastolo e tenute in carcere 18 anni per le false verità (incassate senza riscontri dai magistrati) del pentito Vincenzo Scarantino. Poi una nuova inchiesta, partita nel giugno 2008, ha iniziato a ribaltare tutto grazie alle rivelazioni (stavolta riscontrate) di Gaspare Spatuzza. Nel marzo 2013, a Caltanissetta, è iniziato un nuovo procedimento, con nuovi imputati: il "Borsellino quarter". Da oltre 21 anni Rosalba Di Gregorio, avvocato di Bernardo Provenzano e altri boss di Cosa nostra, contesta nei tribunali le anomalie di una giustizia che si è mostrata inaffidabile come alcuni dei suoi peggiori collaboratori. Con Dina Lauricella, giornalista di Servizio pubblico, la penalista cerca adesso di riannodare i fili di una delle vicende più sconcertanti della nostra giustizia e lo fa in un libro difficile e duro, ma spietatamente onesto: Dalla parte sbagliata (Castelvecchi editore, 190 pagine, 16,50 euro). Per capire la portata del disastro d’illegalità di cui si occupa il libro, bastano poche righe della prefazione scritta da Domenico Gozzo, procuratore aggiunto a Caltanissetta: "Non ha funzionato la polizia. Non ha funzionato la magistratura. Non hanno funzionato i controlli, sia disciplinari sia penali. Non ha funzionato il Csm (...). Solo un avvocato di mafia ha gridato le sue urla nel vuoto". Urla che non sono bastate a evitare mostruosi errori giudiziari, per i quali nessun magistrato pagherà, e sofferenze indicibili per le vittime di tanta malagiustizia. Panorama pubblica ampi stralci del diario di una visita dell’avvocato Di Gregorio a un cliente sottoposto al "regime duro" del 41 bis nel carcere di Pianosa, appena un mese dopo via D’Amelio. Piombino, agosto 1992. Sotto il sole, all’imbarco, fa caldissimo anche se sono le 8 del mattino. Consegno i documenti e aspetto, ci sono altri due o tre colleghi e dobbiamo imbarcarci per Pianosa. Passano due ore di attesa e io cerco di capire perché mi sento ansiosa: in fondo, al carcere, ci vado da tanti anni. Alcuni colleghi mi hanno detto di vestirmi con abiti che possono essere buttati via, perché a Pianosa c’è troppa sporcizia, e ho indossato zoccoletti di legno, pantaloni di cotone e una maglia: tutto rigorosamente senza parti metalliche e sufficientemente brutto. Aspettiamo ancora, sotto il sole, e non si capisce perché. Tutte le autorizzazioni per i colloqui sono in regola e, infastidita dall’attesa, vado al posto di polizia per capire. "È per colpa sua se ancora non si parte". Non avevano previsto avvocati donne! Stanno convocando il personale femminile che si occupa dei colloqui dei detenuti con i parenti. Si parte. Il panorama è unico e spettacolare. Siamo arrivati a Pianosa e ci accolgono poliziotti e grossi cani che si lanciano ad annusarci appena scesi da una traballante passerella di legno. Meno male che non soffro di vertigini e non ho paura dei cani! Benvenuti a Pianosa. Sbarcati sull’isola, ci informano che è vietato avvicinarsi al mare, che non potremo acquistare né acqua, né altro: dovremo stare digiuni e assetati fino alle 17 sotto il sole, perché non c’è "sala avvocati", né luogo riparato ove attendere, né è consentito andare allo "spaccio delle guardie". (...) La perquisizione per me non è una novità, penso per rassicurarmi. E sbaglio. Nella stanzetta lurida, spoglia, vengo controllata col metal detector. Non suona perché non ho nulla di metallico addosso e allora sto per andarmene. Mi intimano di fermarmi, bisogna perquisire. Ma che significa? La perquisizione manuale non ha senso visto che non ho oggetti metallici. Chiedo a una delle due donne addette alla perquisizione perché ha indossato i guanti di lattice. Le due si guardano e una bisbiglia: "No, forse a lei no, perché fa l’avvocato". Ma che vuol dire? Ho imparato subito e ho sperimentato anche in successive visite, che a Pianosa nessuno sorride, tutti sembrano incazzati, gli avvocati sono i difensori dei mostri e quindi sembra che l’ordine sia di trattarli male: loro sono lo Stato e noi i fiancheggiatori dell’antistato. Questa etichetta, nei processi per le stragi del ’92, ce la sentiremo addosso, ma in modo diverso, forse più subdolo, certamente più sfumato: a Pianosa, invece, è proprio disprezzo. (...) Finalmente esco da quella stanzetta, sudata, anche innervosita, e passo nell’altra stanza a riprendermi il fascicolo di carte processuali, le sigarette e la penna per prendere appunti. O, almeno, pensavo di riprendere queste cose, ma la mia penna è "pericolosa" e mi danno una bic trasparente. Le mie sigarette resteranno lì, perché, per perquisire il pacchetto, sono state tutte tirate fuori e sparse sul bancone sporchissimo. Le mie carte processuali vengono lette, giusto per la sacralità del diritto di difesa. Sono di nuovo con i miei colleghi e sono nervosissima. Ci fanno salire su una jeep, con due del Gom, il Gruppo operativo mobile del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che, seduti davanti a noi, ci puntano i mitra in faccia, lungo tutto il percorso che va dal punto di approdo alla "Agrippa". Terra battuta, campetti coltivati dai detenuti: gli altri detenuti di Pianosa, non quelli del 41 bis. (...) Entriamo nella "sala colloqui", se così può definirsi quella stanza stretta, divisa in due, per tutta la sua lunghezza, da un muro di cemento ad altezza di tavolino, sormontato dal famoso "vetro del 41 bis". Come sedile c’è un blocco di cemento, alle nostre spalle c’è il "blindato" che viene chiuso rumorosamente. I rumori di Pianosa sono particolari: non senti parlare nessuno, la consegna pare sia il silenzio, senti solo rumori metallici, forti, sinistri, nel silenzio dell’isola. Non parlano nemmeno i 5 detenuti che ci portano dall’altro lato del vetro. I "boss" – fra loro c’erano anche incensurati, ma questo si scoprirà con 19 anni di ritardo – hanno lo sguardo terrorizzato, si limitano ad abbassare la testa, entrano già con la testa bassa e alle loro spalle viene rumorosamente chiuso il "blindato". Provo a chiedere, per educazione, come stiano, ma nessuno risponde. Io sono uscita da lì senza aver sentito la voce di nessuno di loro. Ma che succede? Perché, anziché guardare me o ascoltarmi, questi guardano, verso l’alto, alle mie spalle? Mi giro di scatto e vedo che lo sportellino del blindato dietro di me, quello che era stato chiuso al mio ingresso, è stato aperto e una guardia del Gom li osserva. No, forse è più giusto dire che li terrorizza con lo sguardo. (...) Torno sulla jeep e sono sconvolta. Per pochi minuti di non-colloquio, sono stata trattata come un delinquente. (...) Ho parlato con giornalisti, con colleghi, con magistrati, al mio ritorno da Pianosa e mi sono sentita dire che, in fondo, non ero obbligata ad andarci e che la mafia aveva fatto le stragi. Inutile ribattere che alcuni di quelli che erano a Pianosa erano presunti innocenti, persone in attesa di giudizio: in tempo di guerra le garanzie costituzionali vengono sospese. (...) "In ogni caso" mi ha detto un avvocato civilista illuminato "se hanno arrestato loro, vuol dire che, come minimo, si sono messi nelle condizioni di essere sospettati". E già... Un vantaggio estetico, però, c’è stato sicuramente. Alla mia seconda visita a Pianosa ho trovato i miei assistiti in forma fisica migliore: tutti magri, asciutti, quasi ossuti, direi. Il cibo razionato e immangiabile ha la sua influenza sulla dieta. (...) Nel ’94 sono stati arrestati, grazie a Vincenzo Scarantino, anche i futuri condannati (oggi scarcerati) del processo Borsellino bis: tra questi, Gaetano Murana, Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso e Antonino Gambino erano incensurati e furono accusati da Scarantino di concorso nella strage di via D’Amelio. Di questi solo Nino Gambino sarà assolto dalla grave accusa d’aver partecipato al massacro del 19 luglio ’92. Gli altri, assolti in primo grado dopo la ritrattazione di Scarantino, saranno condannati e poi riarrestati a seguito dell’ulteriore ritrattazione della ritrattazione del "pentito a corrente alternata". Oggi, dopo Gaspare Spatuzza, sono scarcerati. Tutti, comunque, erano stati amorevolmente accolti nelle carceri di Pianosa e Asinara. Uno di questi, a Pianosa, ha subìto una lesione alla retina, per lo "schiaffo" di una guardia del Gom. A un altro sono state fratturate le costole. (...) Racconta, oggi, Tanino Murana: "Appena entrato a Pianosa dopo l’interrogatorio del gip, mi hanno portato alla “discoteca". La discoteca è il nome che i detenuti hanno dato alle celle dell’isolamento, perché li si balla per le percosse e per la paura. "Eppure" dice Tanino "so che dal ’92 al ’94, che è quando arrivai io, si stava peggio. Alcuni detenuti mi hanno detto, poi, quando li ho incontrati in altre carceri, che all’inizio il trattamento era peggiore". E perché non glielo hanno raccontato subito, mentre eravate a Pianosa? "Lì non si poteva parlare: si doveva stare in silenzio nelle celle a tre, o quattro posti. Le guardie del Gom non ci volevano sentire neppure bisbigliare. Ma questo vale da quando ci portavano in sezione. Alla discoteca si stava in cella singola". Era l’isolamento. L’accoglienza al supercarcere prevedeva, per iniziare, che il detenuto si spogliasse completamente e, nudo, iniziasse a fare le flessioni sulle gambe... tante, fino a non avere più fiato e, nel frattempo, veniva preso a botte dalle guardie, cinque, sei, otto... "Non lo so quanti erano... a un certo punto non capivi più nulla e trascinandoti di peso, ti portavano, nudo e stremato, fino alla cella, in discoteca, scaraventandoti dentro la stanzetta spoglia e sporca". Qui iniziava la seconda parte del trattamento: perquisizioni, flessioni, acqua e brodaglia razionati, botte, di giorno e di notte, per non farti dormire. "Appena ti addormentavi entravano le guardie, alcune pure incappucciate, spesso ubriache e davano pugni, calci, schiaffi... Dopo un po’ di tempo ho chiesto che mi uccidessero, non ce la facevo più". (...) Ma cosa vi davano da mangiare? "Una pagnotta al giorno, due tetrapak di acqua e poi se riuscivi a mangiarlo, il piatto del giorno". Cosa sarebbe? "Una brodaglia in cui, accanto a qualche pezzetto, o filo di pasta, galleggiava roba di qualunque genere". E cioè? "Io una volta ho trovato pure un preservativo". Ecco perché erano tutti magri e asciutti. Ecco perché, quando Scarantino, nel corso del processo Borsellino, il 15 settembre ’98, ha raccontato il suo trattamento a Pianosa, i detenuti sono rimasti impassibili e noi avvocati avevamo voglia di vomitare. All’epoca, non volendo prestare fede a Scarantino, neppure in ritrattazione, ho cercato di documentarmi. Ho trovato una sentenza del pretore di Livorno10, a carico di due guardie del Gom, processate a seguito della denuncia di un ex ospite di Pianosa, per fatti accaduti in quell’isola "dal luglio ’92 all’08/01/94". (...)

La sentenza (...) riporta il racconto del denunciante, giunto a Pianosa il 20 luglio ’92. "Manganellate, strattoni, pedate, sputi e schiaffi", sia all’entrata, sia all’uscita per andare all’aria. E se "all’aria" non ci andavi, il "trattamento" ti veniva fatto in cella. Il tragitto lungo il corridoio era scivoloso (cera, o detersivo, secondo altre fonti), così si cadeva a terra, diventando bersaglio del "cordone " di 10 o 20 uomini del Gom, che si schieravano nel corridoio, a dare libero sfogo al comportamento "animalesco". Racconta il denunciante – ma non è solo lui, oggi, a riferirlo – che nello shampoo si trovava l’olio, nell’olio si trovava lo shampoo e la pasta era a volte "condita" con i detersivi. Nessuno all’epoca denunciava nulla, perché avevano tutti paura di essere uccisi. Preferivano sopportare le angherie, le botte, gli scherzi, "l’inutile crudeltà" come dice la sentenza. (...) A cosa serviva tanta violenza? Scarantino, che narra d’averla subita tutta quella violenza, sostiene d’essersi determinato a fare il "falso" pentito, perché non era capace più di resistere e non solo alle costrizioni fisiche. Oggi, e nel tempo, ascoltando i racconti di ex detenuti di Pianosa, ti accorgi che il ricordo più vivo sembra quello delle torture psicologiche: le percosse hanno certamente segnato quei corpi, ma te le narrano in modo quasi distaccato. Le hanno subite e, sembra, ormai quasi metabolizzate.

Presentazione su “La Valle dei Templi di Nico Gozzo, procuratore aggiunto di Caltanissetta,  “Dalla parte sbagliata – La morte di Paolo Borsellino e i depistaggi di via D’Amelio”. Un boato, sei morti, tanti misteri. Il 19 luglio del 1992 un’autobomba esplodeva in via D’Amelio uccidendo Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. A ventidue anni di distanza, nonostante le inchieste, i processi, le condanne e le successive assoluzioni, oggi ne sappiamo tanto quanto prima, tranne che per il fatto di aver preso coscienza che molto di più, rispetto la strage mafiosa, si cela dietro quell’evento criminale che ha visto falsi pentiti autori di depistaggi che ci hanno portati sempre più lontani dalla verità. Fallimenti dell’apparato investigativo e giudiziario, carenze e incongruenze che emergono sempre più chiare dalle carte processuali, che ci obbligano a fare i conti con una realtà che vorremmo inconsciamente ignorare e che ci mettono dinanzi ad una domanda alla quale non abbiamo una risposta da dare: furono soltanto madornali errori giudiziari o qualcosa di diverso e molto più grave si cela dietro le tante anomalie che hanno caratterizzato l’intera vicenda? “Dalla parte sbagliata – La morte di Paolo Borsellino e i depistaggi di via D’Amelio” è il libro della giornalista palermitana Dina Lauricella e dell’avvocato Rosalba Di Gregorio che racconta questi venti anni di indagini e processi, partendo dalle dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino, ambigua figura le cui dichiarazioni sono spesso state smentite, per arrivare ad una certa antimafia parolaia e spesso fine a sé stessa alla quale forse poco importa che venga una volta per tutte fatta chiarezza sull’attentato che il 19 luglio del 1992 provocò la morte del Giudice Paolo Borsellino e di altri cinque innocenti caduti nell’adempimento del loro dovere. Non avrei mai pensato di dover scrivere dell’ “Avvocato del diavolo” – come ignominiosamente viene definita Rosalba Di Gregorio – difensore di fiducia di imputati dai cognomi “pesanti” quali Bontate,Pullarà, Vernengo, Marino Mannoia, Mangano, per finire con Provenzano, se non fosse stato per questo libro e per la coltre di silenzio con cui è stata artatamente coperta ogni sua presentazione. Ho conosciuto personalmente l’Avvocato Rosalba Di Gregorio e l’ho conosciuta in quelle aule giudiziarie laddove era in corso un processo per strage contro i vertici di Cosa Nostra. Lei “dalla parte sbagliata”, difensore di fiducia del boss o ex tale, io per scriverne “dalla parte giusta”, accanto ai familiari di vittime innocenti di mafia. In quell’aula non c’erano gli antimafiosi di professione, né, purtroppo, i tanti giornalisti che oggi artatamente ignorano la Di Gregorio. È facile fare antimafia così. Facile come porre il marchio di mafiosità a chi per ragioni professionali si trova a difendere “la parte sbagliata”, il “mostro”. Senza entrare nel merito del diritto, del codice deontologico della professione e su quel sacrosanto diritto alla difesa che è consentito ad ogni imputato, dell’Avvocato Di Gregorio ho avuto modo di apprezzare la professionalità, le doti umane e il contegno mantenuto durante le udienze che – a differenza di tanti difensori di cosiddette “persone per bene” che ho avuto modo di incontrare in questi anni – non l’hanno mai spinta ad andare oltre quella che era la difesa del proprio assistito avendo rispetto per l’altrui dolore e per il lavoro e la professionalità del rappresentante legale della controparte. Se questo libro dovesse servire anche a mettere un solo tassello al posto giusto per cercare di ricostruire quello che realmente accadde nel ‘92, sarebbe molto più di quanto tanti di coloro che si professano antimafiosi  hanno dato come contributo ad una Verità che forse in molti vorrebbero venisse taciuta per sempre. Se si è alla ricerca della Verità, perchè ignorare o censurare chi può dare un contributo? Perchè non conoscere o voler non fare conoscere le opinioni di chi per ragioni professionali ha seguito le vicende osservandole da un’ottica diversa ma non per questo meno valida o totalmente non rispondente a verità? Del resto – piaccia o meno -, ad oggi, la ricostruzione più verosimile di quei tragici eventi sembra essere proprio quella che emerge dal libro la cui esistenza si vorrebbe fosse ignorata. La prossima manifestazione in cui si parlerà del libro si terrà a Trieste il 12 luglio, organizzata da Libera, che da due anni è riuscita a coinvolgere i parenti di Walter Cosina, morto anche Lui nella strage del 19/7/92. Questi parenti dimenticati, di Vittime trattate come se fossero di serie” b”, hanno tanta fame anche Loro di Verità.

Questa la prefazione di Domenico Gozzo, procuratore aggiunto di Caltanissetta, al libro “Dalla parte sbagliata”, di Rosalba Di Gregorio e Dina Lauricella, edito da Castelvecchi: “Normalmente chi scrive la prefazione ha piena conoscenza del libro. Io ammetto di non averla, e per questo la mia è una «prefazione anomala». Ma conosco le autrici. E di loro parlerò. Conosco la vicenda, di cui non parlo, ma penso di avere il dovere, dopo le prime sentenze vicine al giudicato, di stimolare una riflessione che sino ad oggi è, incredibilmente, mancata. E allora, parlando in primis delle autrici, dico che Dina Lauricella mi è sembrata una giornalista indipendente e autonoma. Non fa parte di cordate, e pensa con la sua testa. Qualità rare e importanti. Quanto all’avvocato Di Gregorio, «l’avvocato del Diavolo», cosa dire? Rosalba è una persona che ha una faccia sola. Ha sempre detto, ostinatamente, le stesse cose sul processo di via D’Amelio. Ha sempre detto le stesse cose sui collaboratori. A viso aperto, sopportando, secondo me, conseguenze che l’hanno fatta diventare «un avvocato di mafia», del Diavolo, appunto. Rosalba non è un avvocato di mafia. È un avvocato. E la parola «avvocato» non dovrebbe sopportare ulteriori specifiche. A meno che non si voglia indicare, con quel termine, che si occupa soprattutto di processi di mafia. Il che farebbe anche di principi del Foro antimafia «avvocati di mafia». E a Milano, chi difende i corruttori, come dovremmo chiamarli? «Avvocati della corruzione»? La verità è che la «colpa» di Rosalba è di difendere, e bene, i mafiosi. Ma è una colpa questa? E può essere all’origine di una «messa all’indice» professionale? La verità è che dovremmo limitarci ad ammettere i nostri errori. Dopo le sentenze già intervenute sulBorsellino quater, e senza discutere di prove, dobbiamo o no discutere di questa giustizia, di questa stampa, di questa società, che secondo me, negli anni Novanta, hanno, almeno in parte, fallito? Dobbiamo discutere di chi ha consegnato per 17 anni le chiavi della vita di sette persone innocenti per il reato di strage ad un falso pentito, Scarantino? Dobbiamo avere il coraggio di discutere di una regola, quella della «frazionabilità» delle dichiarazioni dei collaboranti, che forse andrebbe ripensata, perché consente a «collaboranti» scarsamente credibili in via generale di essere utilizzati «per ciò che serve», aprendo il fianco a possibili strumentalizzazioni probatorie? Dobbiamo discutere del fatto che, pur con tutte le considerazioni contenute nelle passate tre sentenze sulla poca credibilità di Scarantino – il processo basato sulle sue dichiarazioni è arrivato sino all’ultimo grado, ed è stato approvato anche in Cassazione? Cosa non ha funzionato? Abbiamo il dovere di chiedercelo. Perché io penso che in questa triste storia nessuno dei relè dello Stato democratico ha funzionato a dovere. Non ha funzionato la Polizia. Non ha funzionato la Magistratura. Non hanno funzionato i controlli, sia disciplinari sia penali. Non ha funzionato il Csm. Non ha funzionato la cosiddetta Dottrina. Ma, soprattutto, non ha funzionato la «libera stampa», che dovrebbe essere, e non lo è stata, il vero cane da guardia di una democrazia. Solo un «avvocato di mafia» ha gridato le sue urla nel vuoto. Sin quando, fortunatamente, grazie a nuove prove, la stessa Giustizia ha avuto il coraggio di autoriformarsi. Ma alti sono i prezzi pagati per questo, soprattutto all’interno delle forze dell’ordine. È accettabile tutto questo? Sono accettabili questi 17 anni? E, soprattutto, dobbiamo chiederci con trepidazione: potrebbe nuovamente accadere, magari sta già riaccadendo, quanto è avvenuto in quella occasione? E allora, per evitarlo, devono assisterci i principi generali delle democrazie cosiddette «occidentali». Il diritto di difesa non è un optional. È un principio cardine delle democrazie, per l’appunto, «di diritto». Il difensore di un mafioso non può divenire, per il solo fatto di difendere un mafioso, inattendibile e pericoloso. La verità la può dire un famoso procuratore antimafia, come anche un «avvocato di mafia». Come tutti e due possono andare dietro ad abbagli. Tutto questo, lo capisco, ci costringe a una fatica immane: non ragionare per schemi (buono-cattivo; mafioso-antimafioso) ma ragionare con la nostra testa. Criticando. Leggendo. Facendoci le nostre personali idee. Ma in questo deve aiutarci una stampa autenticamente indipendente. Una stampa che non si schieri né a favore «a priori», né contro «a priori». E necessitiamo di una magistratura aperta ad essere criticata (se le critiche non sono preconcette), e rispettosa dei diritti della difesa. Perché il processo, ricordiamocelo, è, come dicevano i romani, actus trium personarum, è un rito che richiede il necessario intervento di tre persone: il Giudice, il Pubblico Ministero, e la Difesa. Solo così, tenendo in debito conto tutti questi attori, si può arrivare ad accertare una «verità processuale» che assomigli il più possibile alla Verità. In ultimo, qualche breve considerazione, permettetemi, sul cosiddetto fronte antimafia: ilmovimento antimafia, che è di importanza basilare in uno Stato democratico, deve però essere anch’esso democratico, e rispettoso delle opinioni di tutti. «Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere», diceva qualcuno più saggio di me. Isoliamo gli intolleranti per mestiere. Perché dobbiamo viverci tutti insieme, in questo nostro Stato. E dobbiamo edificarlo tutti insieme, su solide basi di verità, anche a costo di ammettere verità scomode. È un debito, questo della verità, che tutti dobbiamo pagare a chi, in quegli anni, perse la vita per una idea di Giustizia e di antimafia.

Rosalba Di Gregorio. Si laurea in Giurisprudenza all’Università di Palermo nel 1979. Nel periodo di praticantato fa esperienza politica nel Partito radicale. L’esperienza più impegnativa dell’inizio della professione sarà il primo maxiprocesso di Palermo, dove, assieme all’avv. Marasà, difenderà una decina di imputati, tra i quali Vittorio Mangano. Dall’esperienza del maxiprocesso e dall’«incontro» in aula con i primi pentiti nascerà il libro L’altra faccia dei pentiti (La Bottega di Hefesto, 1990).

Dina Lauricella. Palermitana «doc», vive a Roma da 14 anni. Ha scritto per diversi quotidiani e settimanali. Nel 2007 entra a far parte della squadra di inviati di Annozero. Per Michele Santoro firma diversi speciali, tra cui La Mafia che cambia, nella quale parla in tv per la prima volta Angelo Provenzano, il figlio del super boss. Stato criminale, la puntata di Servizio Pubblico con ospite Vincenzo Scarantino, trae spunto da questo libro.

Bombe, omicidi e stragi in Sicilia: ecco tutte le accuse a “faccia da mostro”. Pentiti lo additano, quattro procure lo indagano: Giovanni Aiello, ex poliziotto col volto sfregiato, sarebbe in realtà un sicario per delitti ordinati da pezzi deviati dello Stato, oltre che dai padrini. Dall'eversione nera degli anni '70 all'uccisione di Falcone e Borsellino: la storia scritta da Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo su “La Repubblica”. Ci sono almeno quattro uomini e una donna che l'accusano di avere ucciso poliziotti come Ninni Cassarà e magistrati come Falcone e Borsellino, di avere fornito telecomandi per le stragi, di avere messo in giro per l'Italia bombe "su treni e dentro caserme". Qualcuno dice che a Palermo ha assassinato pure un bambino. Su di lui ormai indagano tutti, l'Antimafia e l'Antiterrorismo. Sospettano che sia un sicario per delitti su commissione, ordinati da Cosa Nostra e anche dallo Stato. Lo chiamano "faccia da mostro" e ha addosso il fiato di un imponente apparato investigativo che vuole scoprire chi è e che cosa ha fatto, da chi ha preso ordini, se è stato trascinato in un colossale depistaggio o se è davvero un killer dei servizi segreti specializzato in "lavori sporchi". Al suo fianco appare di tanto in tanto anche una misteriosa donna "militarmente addestrata ". Nessuno l'ha mai identificata. Forse nessuno l'ha mai nemmeno cercata con convinzione. Vi raccontiamo per la prima volta tutta la storia di Giovanni Aiello, 67 anni, ufficialmente in servizio al ministero degli Interni fino al 1977 e oggi plurindagato dai magistrati di Caltanissetta e Palermo, Catania e Reggio Calabria. Vi riportiamo tutte le testimonianze che l'hanno imprigionato in una trama che parte dal tentativo di uccidere Giovanni Falcone all'Addaura fino all'esplosione di via Mariano D'Amelio, in mezzo ci sono segni che portano al delitto del commissario Cassarà e del suo amico Roberto Antiochia, all'esecuzione del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida, ai suoi rapporti con la mafia catanese e quella calabrese, con terroristi della destra eversiva come Pierluigi Concutelli. E con l' intelligence . Anche se, ufficialmente, "faccia da mostro" non è mai stato nei ranghi degli 007. Negli atti del nuovo processo contro gli assassini di Capaci — quello che coinvolge i fedelissimi dei Graviano — che sono stati appena depositati, c'è la ricostruzione della vita e della carriera di un ex poliziotto dal passato oscuro. La sua scheda biografica intanto: "Giovanni Pantaleone Aiello, nato a Montauro, provincia di Catanzaro, il 3 febbraio del 1946, arruolato in polizia il 28 dicembre 1964, congedato il 12 maggio 1977, residente presso la caserma Lungaro di Palermo fino al 28 settembre 1981, sposato e separato con l'ex giudice di pace.., la figlia insegna in un'università della California". Reddito dichiarato: 22 mila euro l'anno (ma in una recente perquisizione gli hanno sequestrato titoli per un miliardo e 195 milioni di vecchie lire), ufficialmente pescatore. Sparisce per lunghi periodi e nessuno sa dove va, racconta a tutti che la cicatrice sulla guancia destra è "un ricordo di uno scontro a fuoco in Sardegna durante un sequestro di persona", ma nel suo foglio matricolare è scritto che "è stata causata da un colpo partito accidentalmente dal suo fucile il 25 luglio 1967 a Nuoro". Il suo dossier al ministero dell'Interno, allora: qualche encomio semplice per avere salvato due bagnanti, un paio di punzioni, per molti anni una valutazione professionale "inferiore alla media", un certificato sanitario che lo giudicano "non idoneo al servizio per turbe nevrotiche post traumatiche ". Dopo il congedo è diventato un fantasma fino a quando, il 10 agosto del 2009, è stato iscritto nel registro degli indagati "in riferimento all'attentato dell'Addaura e alle stragi di Capaci e di via D'Amelio". Il 23 novembre del 2012 tutte le accuse contro di lui sono state archiviate. Ma dopo qualche mese "faccia da mostro" è scivolato un'altra volta nel gorgo. È sotto inchiesta per una mezza dozzina di delitti eccellenti in Sicilia e per alcuni massacri, compresi attentati ai treni e postazioni militari. Le investigazioni — cominciate dalla procura nazionale antimafia di Pietro Grasso — ogni tanto prendono un'accelerazione e ogni tanto incomprensibilmente rallentano. Forse troppe prudenze, paura di toccare fili ad alta tensione. Ma ecco chi sono tutti gli accusatori di Giovanni Aiello e che cosa hanno detto di lui. Il primo è Vito Lo Forte, picciotto palermitano del clan Galatolo. La sintesi del suo interrogatorio: "Ho saputo che ci ha fatto avere il telecomando per l'Addaura, ho saputo che era coinvolto nell'omicidio di Nino Agostino e che era un terrorista di destra amico di Pierluigi Concutelli, che ha fatto attentati su treni e caserme, che ha fornito anche il telecomando per via D'Amelio". Poi Lo Forte parla del clan Galatolo che progettava intercettazioni sui telefoni del consolato americano di Palermo, ricorda "un uomo con il bastone" amico di Aiello che è un pezzo grosso dei servizi, che ogni tanto a "faccia da mostro" regalavano un po' di cocaina. Dice alla fine: "Era un sanguinario, non aveva paura di uccidere". E racconta che Aiello, il 6 agosto 1985, partecipò anche all'omicidio di Ninni Cassarà e dell'agente Roberto Antiochia: "Me lo riferì Gaetano Vegna della famiglia dell'Arenella. Dopo, alcuni uomini d'onore erano andati a brindare al ristorante di piazza Tonnara. Insieme a loro c'era anche Aiello, che aveva pure sparato al momento dell'omicidio, da un piano basso dell'edificio". Il secondo accusatore si chiama Francesco Marullo, consulente finanziario che frequentava Lo Forte e il sottobosco mafioso dell'Acquasanta. Dichiara: "Ho incontrato un uomo con la cicatrice in volto nello studio di un avvocato palermitano legato a Concutelli... Un fanatico di estrema destra... dicevano che quello con la cicatrice fosse uomo di Contrada (il funzionario del Sisde condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) ". Il terzo che punta il dito contro Giovanni Aiello è Consolato Villani, 'ndranghetista di rango della cosca di Antonino Lo Giudice, boss di Reggio Calabria: "Una volta lo vidi... Mi colpì per la particolare bruttezza, aveva una sorta di malformazione alla mandibola... Con lui c'era una donna, aveva capelli lunghi ed era vestita con una certa eleganza". E poi: "Lo Giudice mi ha parlato di un uomo e una donna che facevano parte dei servizi deviati, vicini al clan catanese dei Laudani, gente pericolosa. In particolare, mi diceva che la donna era militarmente addestrata, anche più pericolosa dell'uomo ". E ancora: "Lo Giudice aggiunse pure che questi soggetti facevano parte del gruppo di fuoco riservato dei Laudani, e che avevano commesso anche degli omicidi eclatanti, tra cui quello di un bambino e di un poliziotto e che erano implicati nella strage di Capaci". Il quarto accusatore, Giuseppe Di Giacomo, ex esponente del clan catanese dei Laudani, di "faccia da mostro" ne ha sentito parlare ma non l'ha mai visto: "Il mio capo Gaetano Laudani aveva amicizie particolari… In particolare con un tale che lui indicava con l'appellativo di “ vaddia” (guardia, in catanese, ndr). Laudani intendeva coltivare il rapporto con “ vaddia” in quanto appartenente alle istituzioni ". Per ultima è arrivata la figlia ribelle di un boss della Cupola, Angela Galatolo. Qualche settimana fa ha riconosciuto Aiello dietro uno specchio: "È lui l'uomo che veniva utilizzato come sicario per affari molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino". Tutte farneticazioni di pentiti che vogliono inguaiare un ex agente di polizia? E perché mai un pugno di collaboratori di giustizia si sarebbero messi d'accordo per incastrarlo? Fra tanti segreti c'è anche quello di un bambino ucciso a Palermo. Ogni indizio porta a Claudio Domino, 10 anni, assassinato il 7 ottobre del 1986 con un solo colpo di pistola in mezzo agli occhi. Fece sapere il mafioso Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio: "Quell'uomo dei servizi di sicurezza con il viso sfigurato era presente quando fecero fuori il piccolo Domino". Poi uccisero anche il mafioso: qualcuno aveva saputo che voleva pentirsi. La figlia ribelle di un boss della Cupola ha incastrato l'uomo misterioso che chiamano "faccia da mostro". L'ha indicato come "un sicario" al servizio delle cosche più potenti di Palermo. È un ex poliziotto, forse anche un agente dei servizi segreti. Ed è sospettato di avere fatto stragi e delitti eccellenti in Sicilia. "Ne sono sicura, è lui", ha confermato Giovanna Galatolo dietro un vetro blindato. Così le indagini sulla trattativa Stato-mafia, sulle uccisioni di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino - ma anche quelle sul fallito attentato all'Addaura e probabilmente sugli omicidi di tanti altri funzionari dello Stato avvenuti a Palermo - dopo più di vent'anni di depistaggi stanno decisamente virando verso un angolo oscuro degli apparati di sicurezza italiani e puntano su Giovanni Aiello. Ufficialmente è solo un ex graduato della sezione antirapine della squadra mobile palermitana, per i magistrati è un personaggio chiave "faccia da mostro" - il volto sfigurato da una fucilata, la pelle butterata - quello che ormai si ritrova al centro di tutti gli intrighi e di tutte le investigazioni sulle bombe del 1992. "È lui l'uomo che veniva utilizzato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino", ha confessato Giovanna Galatolo, l'ultima pentita di Cosa Nostra, figlia di Vincenzo, mafioso del cerchio magico di Totò Riina, uno dei padrini più influenti di Palermo fra gli anni 80 e 90, padrone del territorio da dove partirono gli squadroni della morte per uccidere il consigliere Rocco Chinnici e il segretario regionale del partito comunista Pio La Torre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il commissario Ninni Cassarà. "È lui", ha ripetuto la donna indicando l'ex poliziotto dentro una caserma della Dia. Un confronto "all'americana", segretissimo, appena qualche giorno fa. Da una parte lei, dall'altra Giovanni Aiello su una piattaforma di legno in mezzo a tre attori che si sono camuffati per somigliargli. "È lui, non ci sono dubbi. Si incontrava sempre in vicolo Pipitone (il quartiere generale dei Galatolo, ndr) con mio padre, con mio cugino Angelo e con Francesco e Nino Madonia", ha raccontato la donna davanti ai pubblici ministeri dell'inchiesta-bis sulla trattativa Stato-mafia Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. Un riconoscimento e poi qualche altro ricordo: "Tutti i miei parenti lo chiamavano "lo sfregiato", sapevo che viaggiava sempre fra Palermo e Milano... ". La figlia del capomafia - che otto mesi fa ha deciso di collaborare con la giustizia rinnegando tutta la sua famiglia - aveva con certezza identificato Giovanni Aiello come amico di Cosa Nostra anche in una fotografia vista in una stanza della procura di Caltanissetta, quella che indaga sulle uccisioni di Falcone e Borsellino. Dopo tante voci, dopo tanti sospetti, adesso c'è qualcuno che inchioda lo 007 dal passato impenetrabile, scivolato in un gorgo di inchieste con le ammissioni di qualche altro pentito e di alcuni testimoni. Sembra finito in una morsa, da almeno un anno Giovanni Aiello è indagato dai magistrati di quattro procure italiane - quella di Palermo e quella di Caltanissetta, quella di Catania e quella di Reggio Calabria - che tentano di ricostruire chi c'è, oltre ai boss di Cosa Nostra, dietro i massacri dell'estate siciliana del 1992. E anche dietro molti altri delitti importanti degli anni Ottanta. Ora, con le nuove rivelazioni di Giovanna Galatolo, la posizione dell'ex poliziotto è diventata sempre più complicata. Questa donna è la depositaria di tutti i segreti del suo clan, per ordine del padre faceva la serva ai mafiosi, cucinava, stirava, spesso lavava anche gli abiti sporchi di sangue, sentiva tutto quello che dicevano, vedeva entrare e uscire dalla sua casa i boss. E anche Giovanni Aiello. Giovanna Galatolo parla pure del fallito attentato dell'Addaura, 56 candelotti di dinamite che il 21 giugno del 1989 dovevano far saltare in aria Giovanni Falcone sugli scogli davanti alla sua villa. Erano appostati lì gli uomini della sua famiglia, i Galatolo. C'era anche Giovanni Aiello? E "faccia da mostro" è coinvolto nell'uccisione di Nino Agostino, il poliziotto assassinato neanche due mesi dopo il fallito attentato dell'Addaura - il 5 agosto - insieme alla moglie Ida? Il padre di Nino Agostino ha sempre raccontato che "un uomo con la faccia da cavallo" aveva cercato suo figlio pochi giorni prima del delitto. Era ancora Giovanni Aiello? La sua presenza è stata segnalata sui luoghi di tanti altri omicidi palermitani. Tutti addebitati ai Galatolo e ai Madonia. Lui, l'ex agente della sezione antirapine (quando il capo della Mobile era quel Bruno Contrada condannato per i suoi legami con la Cupola) ha sempre respinto naturalmente ogni accusa, affermando anche di non avere più messo piede in Sicilia dal 1976, anno nel quale si è congedato dalla polizia. Una dichiarazione che si è trasformata in un passo falso. Qualche mese fa la sua casa di Montauro in provincia di Catanzaro - dove Giovanni Aiello è ufficialmente residente - è stata perquisita e gli hanno trovato biglietti recenti del traghetto che da Villa San Giovanni porta a Messina, appunti in codice, lettere, titoli per 600 milioni di vecchie lire, articoli di quotidiani che riportavano notizie su boss come Bernardo Provenzano e su indagini del pool antimafia palermitano, assegni. Dopo quella perquisizione, gli hanno notificato a casa un ordine di comparizione per il confronto con la Galatolo, ha accettato presentandosi con il suo avvocato. Il riconoscimento di Giovanni Aiello segue di molti anni le confidenze di un mafioso al colonnello dei carabinieri Michele Riccio. Il confidente si chiamava Luigi Ilardo e disse: "Noi sapevamo che c'era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro". Era il 1996. Poco dopo quelle rivelazioni Luigi Ilardo - tradito da qualcuno che era a conoscenza del suo rapporto con il colonnello dei carabinieri - fu ucciso. Anche lui parlava di Giovanni Aiello? Le confessioni della Galatolo stanno aprendo una ferita dentro la Cosa Nostra palermitana. Non solo misteri di Stato e connivenze ma anche un terremoto all'interno di quel che rimane delle famiglie storiche della mafia siciliana. "Come donna e come persona non posso essere costretta a stare con uomini indegni, voglio essere libera e non appartenere più a quel mondo, per questo ho deciso di dire tutto quello che so", così è cominciata la "liberazione" di Giovanna Galatolo che una mattina dell'autunno del 2013 si è presentata al piantone della questura di Palermo con una borsa in mano. Ha chiesto subito di incontrare un magistrato: "Ho 48 anni e la mia vita è solo mia, non me la possono organizzare loro". Del suo passato, la donna ha portato con sé solo la figlia. L'uomo del mistero che chiamano "faccia da mostro" l'abbiamo trovato in un paese della Calabria in riva al mare. È sospettato di avere fatto omicidi e stragi in Sicilia, come killer di Stato. È un ex poliziotto di Palermo, ha il volto sfregiato da una fucilata. Vive da eremita in un capanno, passa le giornate a pescare. Quando c'è mare buono prende il largo sulla sua barca, "Il Bucaniere". Ogni tanto scompare, dopo qualche mese torna. Nessuno sa mai dove va. Sul suo conto sono girate per anni le voci più infami e incontrollate, accusato da pentiti e testimoni "di essere sempre sul luogo di delitti eccellenti" come ufficiale di collegamento tra cosche e servizi segreti. È davvero lui il sicario a disposizione di mafia e apparati che avrebbe ucciso su alto mandato? È davvero lui il personaggio chiave di tanti segreti siciliani? L'uomo del mistero nega tutto e per la prima volta parla: "Sono qui, libero, mi addossano cose tanto enormi che non mi sono nemmeno preoccupato di nominare un avvocato per difendermi". Ha 67 anni, si chiama Giovanni Aiello e l'abbiamo incontrato ieri mattina. Abita a Montauro, in provincia di Catanzaro. Da questo piccolo comune ai piedi delle Serre - il punto più stretto d'Italia dove solo trentacinque chilometri dividono il Tirreno dallo Jonio - sono ripartite le investigazioni sulle stragi del 1992. L'ex poliziotto trascinato nel gorgo di Palermo l'abbiamo incontrato ieri mattina, davanti al suo casotto di legno e pietra sulla spiaggia di contrada Calalunga. Sotto il canneto la sua vecchia Land Rover, in un cortile le reti e le nasse. "La mia vita è tutta qui, anche mio padre e mio nonno facevano i pescatori", ricorda mentre comincia a raccontare chi è e come è scivolato nella trama. È alto, muscoloso, capelli lunghi e stopposi che una volta erano biondi, grandi mani, una voce roca. Dice subito: "Se avessi fatto tutto quello di cui mi accusano, lo so che ancora i miei movimenti e i miei telefoni sono sotto controllo, dovrei avere agganci con qualcuno al ministero degli Interni, ma io al ministero ci sono andato una sola volta quando dovevo chiedere la pensione d'invalidità per questa". E si tocca la lunga cicatrice sul lato destro della sua faccia, il segno di un colpo di fucile. Tira vento, si chiude il giubbotto rosso e spiega che quello sfregio è diventata la sua colpa. Inizia dal principio, dal 1963: "In quell'anno mi sono arruolato in polizia, nel 1966 i sequestratori della banda di Graziano Mesina mi hanno ridotto così durante un conflitto a fuoco in Sardegna, trasferito a Cosenza, poi a Palermo". Commissariato Duomo, all'anti-rapine della squadra mobile, sezione catturandi. Giovanni Aiello fa qualche nome: "All'investigativa c'era Vittorio Vasquez, anche Vincenzo Speranza, un altro funzionario. Comandava Bruno Contrada (l'ex capo della Mobile che poi è diventato il numero 3 dei servizi segreti ed è stato condannato per mafia, ndr) e poi c'era quello che è morto". Di quello "che è morto", Boris Giuliano, ucciso il 21 luglio del 1979, l'ex poliziotto non pronuncia mai il nome. Giura di non avere più messo piede a Palermo dal 1976, quando ha lasciato la polizia di Stato. Dice ancora: "Tutti quegli omicidi e quelle stragi sono venuti dopo, mai più stato a Palermo neanche a trovare mio fratello". Poliziotto anche lui, congedato nel 1986 dopo che una bomba carta gli aveva fatto saltare una mano. Giovanni Aiello passeggia sul lungomare di Montauro e spiega quale è la sua esistenza. Mare, solitudine. Pochissimi amici, sempre gli stessi. Sarino e Vito. L'ex poliziotto torna alla Sicilia e ai suoi orrori: "So soltanto che mi hanno messo sott'indagine perché me l'hanno detto amici che sono stati ascoltati dai procuratori, anche mio cognato e la mia ex moglie. E poi tutti frastornati a chiedermi: ma che hai fatto, che c'entri tu con quelle storie? A me non è mai arrivata una carta giudiziaria, nessuno mi ha interrogato una sola volta". Ha mai conosciuto Luigi Ilardo, il mafioso confidente che accusa un "uomo dello Stato con il viso deturpato" di avere partecipato a delitti eccellenti? "Ilardo? Non so chi sia". Mai conosciuto Vito Lo Forte, il pentito dell'Acquasanta che parla della presenza di "faccia da mostro" all'attentato all'Addaura del giugno 1989 contro il giudice Falcone? "Mai visto". Mai conosciuto il poliziotto Nino Agostino, assassinato nell'agosto di quello stesso 1989? "No". E suo padre Vincenzo, che dice di avere visto "un poliziotto con i capelli biondi e il volto sfigurato" che cercava il figlio qualche giorno prima che l'uccidessero? "Non so di cosa state parlando". L'uomo del mistero si tira su la maglia e fa vedere un'altra cicatrice. Una coltellata al fianco destro. "Un altro regalo che mi hanno fatto a Palermo". E ancora: "Tutti parlano di me come faccia da mostro, ma non credo di essere così brutto". Continua a raccontare, del giorno che passò la visita per entrare in Polizia: "Pensavo di essere stato scartato, invece una mattina mi portarono in una caserma fuori Roma e mi accorsi che io, con il mio metro e 83 di altezza, ero il più basso". Estate 1964. "Molto tempo dopo ho saputo che tutti noi, 320 giovanissimi poliziotti ben piantati, eravamo stati selezionati come forza di supporto - non so dove - per il golpe del generale Giovanni De Lorenzo". La famosa estate del "rumore di sciabole" contro il primo governo di centrosinistra, il "Piano Solo". Il primo intrigo dove è finito Giovanni Aiello. Forse non l'ultimo. Forse. Di certo è che su di lui oggi indagano, su impulso della direzione nazionale antimafia, quattro procure italiane. Quelle di Palermo e Caltanissetta per le bombe e la trattativa, quelle di Reggio Calabria e Catania per i suoi presunti contatti con ambienti mafiosi. I dubbi su "faccia da mostro" sono ancora tanti. Non finiscono mai.

Quando di un’inchiesta si appropriano i mass media, vincono le illazioni, i sospetti, i teoremi su una colpevolezza che viene data per certa quando ancora nessun giudice si è pronunciato. Il libro diventa un circostanziato atto d’accusa contro il circuito infernale che da troppi anni lega parte della magistratura a pezzi dell’informazione. Il dr Antonio Giangrande, cittadino avetranese, autore di decine di saggi, tra cui i libri su Sara Scazzi, denuncia in tutta Italia: ora basta questa barbarie !!!

Maurizio Tortorella, vicedirettore di “Panorama”, discute con tempi.it del rapporto fra procure e redazioni: «Non è dignitoso che un giornalista faccia “copia e incolla” dei documenti che la procura gli passa sottobanco». Carcerazione preventiva e giustizia politicizzata. Due argomenti che nella serata di venerdì, all’incontro “Aspettando giustizia” organizzato da Tempi a Milano, hanno avuto profonda risonanza. Le testimonianze del generale Mori, di Renato Farina e di Ottaviano Del Turco sono rappresentative di una giustizia che si mischia con la stampa, diventando una raffigurazione inquietante della società italiana. Tempi.it ne parla con Maurizio Tortorella, vicedirettore di Panorama e autore di un bel libro, La gogna (Boroli editore).

Quando nascono i primi processi a mezzo stampa?

«Tutto comincia con Tangentopoli. Anzi, ancora prima, quando nel 1989 una nuova modifica alla procedura penale cambia il procedimento tradizionale. Mentre prima le indagini erano portate avanti congiuntamente da due magistrati, il pubblico ministero e il giudice istruttore, che avanzavano congiuntamente, da quel momento il pm diventava l’unico titolare dell’azione penale. La polizia giudiziaria inizia a dipendere da lui. Per un tempo illimitato il pm decide su intercettazioni, perquisizioni e arresti, ecc. Nella sua azione diventa completamente libero. Ogni atto, poi, passa al vaglio del giudice preliminare, ma solo successivamente all’azione del pm. Non appena l’atto va a finire tra le mani dell’avvocato difensore dell’imputato e del giudice, diventa automaticamente pubblicabile. Spesso i pm hanno “amici” che lavorano in testate giornalistiche di cui condividono la visione politica. Questa stampa non aspetta la fine del processo, né tantomeno intervista la controparte, per gettare fango su imputati di cui non è ancora stabilita la colpevolezza».

Perché si è modificata la procedura penale?

«Si intendeva migliorare le nostre procedure penali. Il nostro codice aveva caratteristiche arretrate, ben lontane da quelle europee, considerate più moderne. Ma la cura è stata peggiore della malattia che si voleva debellare. Questo meccanismo infernale funziona anche laddove l’avvocato dell’indagato rifiuti di ritirare l’interrogatorio. È il caso di Guido Bertolaso. Sono usciti sulla stampa dei virgolettati di un interrogatorio che non potevano che venire dall’accusa, perché la difesa ha rifiutato il ritiro dei documenti. A quanto pare, è necessario sentire soltanto l’accusa per redigere un articolo».

La “gogna” mediatica colpisce tutti indiscriminatamente o ha una certa predilezione verso un colore politico?

«Il garantismo non è un’idea molto praticata in Italia. Un tempo, fino agli anni Settanta, era la sinistra a essere garantista, a fronte di una destra forcaiola che chiedeva più galera, pene pesanti e l’uso della custodia cautelare. Adesso, le parti si sono invertite. È la sinistra forcaiola a chiedere misure pesantissime, mentre il centrodestra ha un orientamento garantista».

Pubblicare stralci di documenti prima della sentenza segue la deontologia professionale?

«Si dovrebbero ascoltare più voci e diversi punti di vista prima di toccare temi così delicati. Trovo mortificante che in troppi casi un pezzo si risolva aspettando che dalla procura arrivino delle carte. Non è dignitoso che un giornalista faccia “copia e incolla” dei documenti che la procura gli passa sottobanco. Se consideri che il pm di Palermo, dopo che Panorama ha pubblicato parte dell’intercettazione tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex ministro Nicola Mancino, ha smentito di aver passato lui stesso le carte, giustificandosi che Panorama non è un giornale “amico”, ti spaventi. Perché significa che ci sono media “amici” e media “nemici”. E quelli amici, inevitabilmente, sono dello stesso colore politico del magistrato in questione».

La carcerazione preventiva e le lungaggini della giustizia italiana aiutano “la gogna”?

«Certo. Nello Rossi, procuratore aggiunta a Roma e appartenente a Magistratura democratica, ammette che oggi ha più impatto un arresto di una sentenza di primo grado. Perché? Sul piano emotivo, l’immediatezza di un arresto ha più effetto di una sentenza, che impiega anni prima di essere confermata o smentita. Nessuno più segue i processi – come quello di Ottaviano Del Turco – perché questi si svolgono sui giornali. Il vero processo è di carta.

Sbattere il mostro in prima pagina: quando l’orco è uno di noi, scrive in un suo editoriale Raffaella De Grazia. Massimo e Carlo, padri di famiglia realizzati e felici. Massimo e Carlo, lavoratori stacanovisti dalla vita senza ombre. Sono i vicini di casa ideali, i mariti fedeli, coloro ai quali affidereste volentieri i vostri figli, gli amici di mille bevute al bar, mentre si guarda l’ennesima partita di calcio. Se è vero ciò che sostiene Goya – e cioè che “Il sonno della ragione genera mostri” – allora Massimo e Carlo sono gli esempi più eclatanti di come, spesso, la ricerca dell’esecutore di crimini tanto efferati quanto immotivati che macchiano di sangue il nostro Bel Paese debba essere indirizzata poco lontano dalle sempre meno rassicuranti mura domestiche, più vicino a quella che l’uomo medio, erroneamente, denomina la “zona sicura”. Il “mostro”, identificato comunemente come lo sconosciuto, lo “straniero” che porta via la serenità ad una piccola comunità pare essere, invece, sempre più spesso un componente della stessa. E’ inserito perfettamente nel tessuto sociale del paese che gli ha dato i natali, contribuisce all’economia autoctona, conosce tutto di tutti. Nessuno dei suoi parenti o amici ha però idea del suo “lato oscuro”, delle sue perversioni inconfessabili, nemmeno nell’attimo stesso in cui il mostro le confessa, lasciando attoniti persino i più diffidenti tra i suoi conterranei. Il caso di Avetrana ha fatto tristemente “scuola” in tal senso. Come dimenticare lo sgomento di parenti, amici e vicini di casa nel conoscere la vera, presunta natura della famiglia Misseri, umili braccianti fuori le mura domestiche ma, al contempo, spietati killer di una 15enne, peraltro loro stretta parente? Eventi drammatici come il caso di Sarah Scazzi hanno catalizzato l’attenzione mediatica, generando un’ondata di morboso interesse attorno a simili crimini dettati dall’odio. Nello stesso periodo in cui le indagini sull’omicidio della piccola Sarah proseguivano – tra dichiarazioni ufficiali e smentite mezzo stampa – un’altra piccola, innocente creatura spariva, inghiottita dal nulla. Si trattava della 13enne Yara Gambirasio, grande sorriso e voglia di vivere appieno la sua adolescenza, oramai alle porte. Il mostro che ha privato la 13enne Yara del suo bene più prezioso – il diritto alla vita – è stato cercato ovunque. Sin dagli istanti successivi alla sua sparizione, però, il dito dell’intera comunità di Brembate di Sopra e non solo era stato puntato solo contro un operaio extracomunitario. Qual era la sua colpa? Ai compaesani di Yara era forse sembrato più facile “sbattere in prima pagina” un “corpo estraneo” alla propria comunità? Erano tanti i dubbi che circolavano attorno ad un caso così complesso, con pochi reperti a disposizione. Di certo c’è che mai nessun abitante di Brembate avrebbe immaginato di dover cercare il mostro proprio vicino a casa propria, di identificarlo nelle vesti dell’ uomo qualunque, sposato, incensurato e papà di tre figli piccoli. Ancora più cruenta è stata la svolta nel terribile, triplice omicidio di Motta Visconti. Cristina, Giulia e Gabriele hanno perso la vita per mano di una persona talmente vicina a loro da risultare assolutamente insospettabile. Ricordiamo, quasi sempre, più facilmente i nomi dei killer che delle proprie vittime, quando non dovrebbe essere così. Difficilmente, però, dimenticheremo quei volti, visibilmente felici nelle foto di rito, la cui esistenza è stata strappata via per motivi tanto futili quanto squallidi. Voleva un’altra donna il “papà-mostro” che, nella notte d’esordio “mondiale” della nostra Nazionale, ha ucciso senza pietà sua moglie ed i suoi due piccoli bimbi, di appena 5 anni e 20 mesi. Una storia raccapricciante che, man mano che il tempo passa, si arricchisce di orpelli sempre più orridi. Un altro mostro dalla faccia pulita, che sorride beffardo abbracciando sua moglie. Un altro mostro da sbattere in prima pagina, per non dimenticare l’orrore perpetrato dall’uomo comune.

Di che ci stupiamo?

Yara, fermato un uomo. E’ già il killer, scrive “Il Garantista”. Non è detto che  sia la fine del giallo iniziato quattro anni fa ma di sicuro, dopo mesi di stasi apparente nelle indagini, si configura come una svolta cruciale l’arresto di uomo di quaranta anni accusato di essere l’assassino di Yara Gambirasio. A riferire della cattura del presunto colpevole è il ministro dell’Interno in persona: «Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio. E’ una persona dello stesso paese dove viveva la vittima»- annuncia Alfano. Ad incastrare l’uomo, un muratore  della provincia di Bergamo, sposato e  padre di tre figli, sarebbe stata l’analisi del suo Dna che è stato ritenuto dagli esperti sovrapponibile con le tracce biologiche ritrovate sul corpo di Yara ( che era astato rinvenuto il 21 febbraio  2011 dopo quasi un anno di estenuanti ricerche). Per maggiori dettagli Alfano invita ad essere pazienti e aspettare le prossime ore. Pazienza di cui però il ministro e la maggior parte dei media non hanno dato prova additando un uomo che non è nemmeno  ancora stato messo sotto processo come  inequivocabilmente colpevole. 

Caso Yara, così la stampa sbatte il mostro in prima pagina, scrive Angela Azzaro su  “Il Garantista”. Un presunto colpevole – al solito – che diventa senza dubbio l’assassino. Un fermato che viene dato – al solito – in pasto alla rabbia del popolo. Le indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio sono diventate una brutta pagina di giornalismo e politica, e stavolta non è colpa della magistratura. Anzi, la procura di Bergamo, a poche ore dal fermo di Massimo Giuseppe Borsetti, è dovuta intervenire in polemica con il ministro dell’Interno. Perché Alfano aveva dato la notizia parlando di “assassino”. Sentenza già emessa. Il procuratore Francesco Dettori si è sentito obbligato a intervenire, per correggere: «Volevamo il massimo riserbo. Questo anche a tutela dell’indagato in relazione al quale, rispetto alla Costituzione, esiste la presunzione di innocenza». Il capo del Viminale – ex ministro della Giustizia – questi dettagli del diritto non li conosce bene. Perciò ha tuonato, mettendo da parte ogni dubbio: il popolo italiano «aveva il diritto di sapere e ha saputo per essere rassicurato». L’intervento di Alfano ha provocato un vero e proprio linciaggio. Rafforzati dall’intervento del ministro, quasi tutti i giornali, sia nella versione cartacea ma soprattutto in quella on line, hanno dato libero sfogo alla caccia al mostro. Il muratore fermato è diventato immediatamente il reietto, la sua foto sbattuta in prima pagina. Con facebook ci vogliono pochi secondi, si entra nei profili, si prende l’immagine e si fa girare con scritto: è lui il killer. Ma è facile anche prendere altre foto, come quelle con i tre figli, due bambine e un bambino, o quelle con la moglie, adesso chiusi in casa per paura di ripercussioni. La caccia al mostro: giornali all’assalto. Tra i titoli peggiori letti ieri, spicca quello di Repubblica. “E’ lui l’assassino di Yara”, dove le virgolette servono formalmente per riprendere la dichiarazione di Alfano, sostanzialmente sono un modo per condannare ma salvandosi la coscienza. Senza ipocrisie, Libero (“Preso l’assassino di Yara”) e il Giornale che mette insieme Yara e il caso di Motta Visconti (“Schifezze d’uomini”). Su molti quotidiani campeggiava la foto del “colpevole” e vicino, quasi citazione di un mondo che fu, la parola “presunto”. A non mettere in prima pagina la foto del mostro solo pochi giornali, tra cui il Corriere (che la pubblica all’interno, ma l’aveva pubblicata sull’home-page dell’on line) e l’Unità. Per il resto un lancio di pietre virtuali e l’indicazione della via dove abita la famiglia del fermato, fosse mai che qualcuno voglia provare a farla pagare a loro. Un caso esemplare di gogna mediatica. Certo, non è la prima volta che assistiamo a processi sommari di questo tipo. Sempre più spesso in Italia la presunzione di innocenza è un valore costituzionale di cui vergognarsi. Sono tanti i casi soprattutto di cronaca che diventano processi pubblici, senza né primo, né secondo, né terzo grado di giudizio. La sentenza è immediata, la condanna certa. E poco importa se poi nelle aule di tribunale mancano le prove certe. Questa volta però è accaduto qualcosa di più grave: un ministro dell’Interno che dovrebbe far rispettare le regole è stato il primo a “tradirle” in nome del clamore e della pubblicità personale che avrebbe potuto ricavare dalla vicenda. Del resto, bisogna dire che non è la prima volta che i giornali annunciano la cattura dell’assassino di Yara. Con la stessa certezza di oggi descrissero come mostro un ragazzetto egiziano, arrestato 24 ore dopo l’omicidio, e che – si seppe dopo un paio di settimane – con l’omicidio non c’entrava niente di niente ed era stato fermato per un clamoroso errore degli inquirenti. Proprio un caso come questo, così estremo, ci aiuta a capire ancora meglio come il rispetto delle regole sia fondamentale. Tutto fa pensare che Massimo Giuseppe Borsetti sia colpevole, ma proprio per questo dobbiamo essere cauti, per far sì che il processo si svolga nel migliore dei modi, senza interferenze e senza decidere al posto dei giudici. Solo così si può garantire una giustizia giusta e non processi sommari. Ma soprattutto solo in questo modo possiamo evitare di diventare meno umani, più incivili. Il sangue richiama sangue. La parola assassino solletica gli istinti peggiori. Dopo l’arresto del presunto assassino di Yara e dopo la confessione di Carlo Lissi di aver ucciso lui la moglie e due figli a Motta Visconti, sul web è partita una gara a chi la sparava più grande. Dall’ergastolo alle pene corporali. Fino alla richiesta di ripristinare la pena di morte, avanzata da Stefano Pedica, esponente della direzione del Pd, e dal suo compagno di partito, il senatore Stefano Esposito.

Yara: l'oscenità della giustizia-spettacolo, scrive Marco Ventura su “Panorama”. La cattura del presunto killer doveva avvenire senza clamori, proteggendo innocenti e minori. Invece, nel tritacarne, ci sono finiti tutti. Uno spettacolo immondo, inaccettabile, folle. Senza nulla di umano, di corretto, di giustificato. È la vicenda-spettacolo della cattura del presunto assassino di Yara Gambirasio. Una storia terribile, data in pasto senza le dovute cautele - complici autorità e giornalisti - a una pubblica opinione insieme respinta e attratta, attonita ma anche, forse, perversamente golosa dei particolari raccapriccianti, addirittura piccanti, di uno dei più clamorosi delitti di cronaca degli ultimi anni: Yara, la ragazzina di 13 anni uccisa il 26 novembre 2010 e ritrovata dopo tre mesi. Questa tragedia è diventata un thriller, un giallo, uno show, un noir, una gara a chi annuncia per primo la chiusura del caso (che non c’è). A chi ricama meglio. Sui giornali, in televisione, su Twitter. Senza ritegno, senza alcun rispetto per le famiglie coinvolte. Un intreccio sul quale ha improvvidamente alzato il sipario il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, quando secondo i magistrati non erano ancora concluse le operazioni di convalida del fermo del presunto assassino, Massimo Giuseppe Bossetti. Da dove cominciare per dire quanto dovremmo provare disagio per noi stessi, per questo paese, per chi ha gestito la vicenda? Potrei cominciare da un’ipotesi che oggi pare assurda ma che troppi errori giudiziari inducono a non considerare così improbabile: l’ipotesi che l’arrestato sia innocente. A dispetto delle notizie trapelate sul test del Dna confrontato con la macchia di sangue rinvenuta sugli slip della vittima. A dispetto delle convinzioni degli inquirenti (i primi però a invitare alla cautela, perché la prova del Dna non è certa al mille per mille, parliamo sempre di probabilità). L’altro elemento è la quantità di vite umane gettate nel tritacarne di una troppo affrettata divulgazione delle indagini. Adulti e minori, padri e patrigni, figli e figlie, gemelli, fratelli e fratellastri, madri, amanti, cugini, suoceri, amici... Ormai sappiamo tutto (dell’accusa). Il carpentiere sarebbe figlio illegittimo della relazione tra un autista morto (e riesumato) e una donna sposata. L’autista ha una vedova e tre figli (che non c’entrano nulla ma si ritrovano sulle prime pagine dei giornali: un imprenditore “di successo”, una madre “felice” e un idraulico “stimato”). I cronisti di “Repubblica” scrivono che tacciono, “introvabili dietro i loro citofoni nel centro di Clusone”. Già. L’assedio è cominciato, chissà quanto dovrà durare. C’è la madre del presunto assassino, che nega la relazione clandestina ma nessuno le crede e viene descritta come “la donna dei misteri”, barricata dietro le persiane della sua casa di Terno d’Isola. Addirittura i giornalisti abbozzano sentenze: lei assicura che Massimo “è figlio naturale di mio marito”, e così “tenta di salvarlo dalle accuse che lo hanno travolto”. Ecco i sospetti, nascosti dietro punti interrogativi. Lei cerca “di difendere anche di fronte all’evidenza quel segreto inconfessabile che solo gli esami del Dna hanno potuto svelare? E soprattutto: è stata lei negli ultimi mesi più consapevole del figlio che il cerchio delle indagini si stava stringendo attorno a Massimo?”. Già, perché tutti a chiedersi se Massimo sapesse, a sua volta, di essere figlio illegittimo di un altro padre. E con lui la sorella gemella. Poi c’è il terzo figlio, fratellastro di Massimo, di nome e di fatto del padre che non sa più se credere alla moglie e affronta il rovello di un possibile adulterio di oltre quarant’anni fa. Poi ci sono i figli del presunto omicida. Che sono piccoli, hanno 13, 10 e 8 anni. Da chi hanno saputo che il padre è accusato di un delitto così efferato? Come potranno proteggersi se l’altro giorno, durante il primo interrogatorio di Bossetti, tutti sapevano tutto e qualcuno pensava al linciaggio? C’è la moglie del presunto assassino, e madre dei tre bambini (la madre, suocera dell’arrestato, viene fotografata mentre si affaccia a una finestra col cane). Ovviamente diventa titolo sui giornali che lei non fornisca un alibi al marito. Dice di non ricordare. “È strano, molto strano”, osserva il “Corriere della Sera”. “Perché quel 26 novembre del 2010 quando Yara sparì all’improvviso, la notizia circolò velocemente. E già durante la notte cominciarono le ricerche diventate poi mobilitazione di centinaia di persone per giorni e giorni”. Fino al 26 febbraio 2011, quando fu ritrovata. “Possibile che una persona della zona, per di più mamma, non ricordi che cosa ha fatto quella sera?”. Io dico: è possibile eccome. “Che non abbia tenuto a mente ogni dettaglio e spostamento del marito, dei figli, degli altri familiari. Il dubbio è che lei sappia tutto, ma abbia così deciso di marcare la distanza dall’uomo diventato il mostro”. Ma se sono passati tre anni e mezzo! Ma come si fa a tranciare sospetti così. Non mi è piaciuto neppure l’incontro del Procuratore di Brescia, Pier Luigi Maria Dell’Osso, con i giornalisti, quelle risate sull’adulterio e sulla gemella di Bussetti come “complicazione” per le indagini. Tutto assurdo, tutto fuori luogo. E dire che invece il questore di Bergamo, Fortunato Finolli, ha correttamente e ripetutamente precisato che il caso non è per nulla chiuso, che bisogna ancora fare accertamenti e che poi dovrà tenersi il processo, “con le dovute risultanze e il dovuto contraddittorio”. Era tanto difficile mantenere questa linea? Infine, la parte più tragica, quella dei genitori di Yara, costretti a leggere dopo tanti anni che nelle tre pagine con cui il pubblico ministero dispone il fermo di Bossetti ci sono quelle righe che fanno titolo sui giornali: “con l’aggravante di avere adoperato sevizie e avere agito con crudeltà”. Sì, i genitori di Yara sono i più cauti e taciturni. Gli unici, quasi, all’altezza di questo mare di sofferenze. E sono quelli che hanno sofferto (e soffrono) di più. Non spetta a un ministro condannare un indagato, scrive Riccardo Arena su “Il Post”. l processo penale si celebra solo nelle aule di giustizia (e non sui giornali). La sentenza di condanna viene pronunciata solo da un giudice (e non da un Ministro dell’Interno). Ogni imputato è presunto non colpevole fino a condanna definitiva. Sono questi concetti ovvi per un Paese che si dice civile. Concetti che evidentemente non sembrano così ovvi per il Ministro dell’Interno Angelino Alfano. Ministro che si è affrettato ad emettere la sua condanna definitiva nei confronti di un indagato. “Le forze dell’ordine” ha sentenziato Alfano “hanno individuato l’assassino di Yara”. Una frase categorica capace di superare la necessità di celebrare un processo. Un’affermazione lapidaria che si è sostituita a tre gradi di giudizio: Corte d’Assise, Corte d’Appello e Corte di Cassazione. Eppure nessuna norma attribuisce al Ministro dell’Interno il compito di emettere sentenze né di diffondere notizie che riguardano esclusivamente le attività istituzionali dei magistrati. Attività dei magistrati che, soprattutto quando riguardano casi che sono nella fase delle indagini, necessitano del massimo riserbo. Riserbo che se violato potrebbe nuocere alle indagini stesse. Ma c’è dell’altro. La gogna politica di Alfano ha prodotto anche una gogna mediatica su tanti giornali. Una gogna mediatica fatta di titoli in prima pagina che hanno riportato tra le virgolette la sentenza emessa da Alfano: “Yara, preso l’assassino”. È la contaminazione dell’errore. È l’epidemia del decadimento. Resta infine un ultima perplessità: perché il ministro Alfano si è spinto tanto oltre? Al momento non è dato saperlo, anche se è preferibile non pensare al peggio. Ovvero che lo abbia fatto per ragioni di visibilità. Approfittare dell’omicidio di una tredicenne per andare sui giornali sarebbe una condotta davvero inqualificabile. Forse anche peggiore che fingersi giudice.

Caso Scazzi. La pubblica opinione è la "Cavia" di chi ha il potere di trasmettere formule retoriche elementari e ripetitive..., scrive Gilberto Migliorini. Alla fine il topolino partorisce la montagna. Forse l’opera strapperà il primato À la recherche du temps perdu in sette volumi di Marcel Proust. Non tanto per la lunghezza quanto per il tema della rievocazione come oeuvre cathédrale, con quella memoria spontanea e creativa. Come era del tutto logico prevedere, tutto un sistema di sillogismi (teoremi) può risultare una corposa esercitazione di verità apodittiche e dimostrazioni congetturali. Quando ci si avventura sulla strada delle inferenze induttive, quando si dimenticano i fatti e si introducono interpretazioni senza metterle al vaglio di altri fatti, quando non si tiene conto che i testimoni sono suggestionabili dal sistema mediatico e che più ci si allontana nel tempo da un evento tanto più subentrano fisiologicamente mille cose a inquinare e deformare la memoria… si finisce per dar credito alle fantasie, alle illazioni e alle deduzioni senza base empirica, scambiando per prove quelli che sono solo indizi lacunosi e inconsistenti, ricostruzioni di fantasia. Ne nasce un mastodontico zibaldone da leggere come una prolissa inventio di accadimenti, magari anche avvincente, ma priva di quella che si suole chiamare verosimiglianza. Il caso ricorda il feuilleton, quel romanzo d’appendice pubblicato a episodi e rivolto a un pubblico di massa, di bocca buona. I detrattori direbbero di un sottogenere letterario che anticipa certi moderni rotocalchi o le novelle di riviste prevalentemente femminili. Non a caso una delle opere più famose è i Misteri di Parigi (Les Mystères de Paris), di Eugène Sue, romanzo pubblicato a puntate, fra il 1842 e il 1843 su Le Journal des Débats. Non è da dimenticare che dai Misteri di Parigi trarrà ispirazione Victor Hugo con la prima versione de I miserabili (intitolata Les mystères) e Alexandre Dumas (padre), con il suo Edmond Dantès. Il romanzo d'appendice inaugura quella letteratura di massa che ai giorni nostri è andata annacquandosi nel genere dei rotocalchi e soprattutto nei format televisivi nazional-popolari. L’attuale romanzo d’appendice televisivo ha perso qualsiasi velleità letteraria per diventare soltanto un sistema di gossip salottiero con divagazioni psico-sociologiche da accatto, connotate da una sorta di narcisismo retorico da libro cuore (Les Mystères de Paris conservava invece ispirazione e perfino denuncia dei mali sociali, contro la società del suo tempo, contro un sistema giudiziario ed economico incapace di punire i veri colpevoli, anticipando le più complesse e approfondite analisi del naturalismo dei fratelli Goncourt, di Zola e del verismo italiano). Tutta la storia relativa al caso di Avetrana è ricca di misteri, cominciando dalle strane confessioni di Michele, ma nello stesso tempo risulta un caso senza capo né coda, un insieme di fotogrammi spaiati e senza logica. Nulla che abbia la parvenza di un mosaico dove le tessere si embricano con naturale verosimiglianza, sembra piuttosto un collage dove tutto ha l’apparenza di un quadro surreale, quasi un sogno con un incubo al risveglio. Evidentemente c’è un’altra verità che sfugge alla comprensione. Solo un’indagine che riparta da zero può riuscire a mettere insieme le tessere del puzzle senza pregiudizi e senza teoremi, con esiti che potrebbero risultare del tutto imprevedibili, forse perfino ribaltando ruoli e status dei personaggi. Di certo e assodato, c’è solo il corpo della povera ragazza in fondo al pozzo e quelle strane narrazioni di Michele, con un carattere vagamente onirico, e quei sogni che fanno da contraltare a una vicenda avvolta in una sorta di fantasia spettrale. Tanti operatori del settore criminologico (omicidi irrisolti) che affollano gli studi televisivi dimostrano notevoli capacità dialettiche quando discettano di cold case. Un florilegio di analisi e di affermazioni fondate su fantasticherie, dicerie, astruserie, pressapochezze… i classici ragionamenti per assurdo, sillogismi formulati senza il ben che minimo riscontro, tutto sulle spalle di poveri cristi messi alla berlina e senza che nessun settore del parlamento italiano abbia niente da ridire, rappresentanti politici solitamente così pronti ad attivarsi quando si invocano i diritti inalienabili della difesa per uno di loro fino al completamento di tutto l’iter giudiziario. Due imputate sono tenute in galera con motivazioni a dir poco sorprendenti in attesa dei successivi gradi di giudizio. Ovvio che due donne di estrazione contadina - che tutto un sistema massmediatico ha provveduto a rappresentare come diaboliche e perverse assassine - sono in grado con la loro rete di connivenze e di conoscenze non solo di inquinare le prove servendosi del loro mostruoso sistema di supporto e di protezione, ma, fidando su relazioni internazionali distribuite in vari paesi, possono proditoriamente sottrarsi con la fuga in qualche paradiso fiscale dove hanno accumulato cospicue risorse finanziarie grazie alla loro attività come bracciante agricola e estetista a tempo perso. Un sistema di linciaggio morale nei confronti di altri presunti colpevoli di omicidio (fino a sentenza definitiva), o semplicemente di persone entrate per caso in qualche cold case, va avanti ormai da anni (salvo qualche meritoria eccezione di opinionisti garantisti) in trasmissioni televisive che fanno illazioni e ricavano teoremi non già attraverso inchieste basate su dei fatti - mediante una meticolosa e obiettiva ricerca di riscontri, magari sul modello della controinchiesta tesa a sottolineare i dubbi e le incongruenze a favore del più debole o del meno ‘simpatico e fotogenico’ - ma su delle interpretazioni capziose con l’unico fine di creare audience indipendentemente da criteri di verità, obiettività e trasparenza. A questo si aggiungono sedicenti esperti che forniscono interpretazioni scientifiche senza indicare alcun criterio epistemologico, ma solo sulla base di considerazioni empiriche o semplicemente di impressioni soggettive. Semplificazioni che farebbero inorridire qualunque investigatore serio abituato a esercitare il dubbio e a relativizzare le conclusioni in ragione della complessità della realtà investigativa (con tutte le sue implicazioni giuridiche e metodologiche). Si tratta dei limiti di qualsiasi stereotipo di indagine applicato a situazioni che non sono mai quelle di laboratorio in cui si possono individuare con assoluta certezza le variabili (dipendenti e indipendenti) in una situazione controllata. Programmi con opinionisti che parlano spesso senza cognizione di causa, senza veri strumenti interpretativi, senza esperienza sul campo… ma influenzando e orientando un’opinione pubblica educata alla superficialità. Un processo di retroazione che finisce per determinare una sorta di profezia che si autoadempie attraverso l’individuazione di colpevoli sulla base esclusivamente di una influenza mediatica che nei casi più estremi diventa psicosi collettiva e ricerca di un capro espiatorio. Tutto questo avviene soprattutto in periodi di crisi, quando le difficoltà socio-economiche delle famiglie e la ricerca di compensazioni alle frustrazioni e all’angoscia del futuro determinano situazioni di stress e il bisogno di scaricare tensioni e difficoltà emozionali attraverso identificazioni proiettive e protagonismi per interposta persona. Da anni si effettua una sorta di teatro dell’assurdo con giudizi sommari attraverso format ammantati di approfondimento informativo con un circo di opinionisti dall’aria da Sherlock Holmes, armati vuoi di un armamentario da detective improvvisato e vuoi con teorie vagamente neo-lombrosiane, frenologiche, o vuoi semplicemente con il supporto dell’autorevolezza presenzialista di volti da sempre incorniciati nel rettangolo del televisore. La locuzione in dubbio pro reo assume un valore puramente teorico se non entra a far parte dei processi di inferenza logica già nella fase preliminare delle indagini, come forma mentis, in caso contrario, una volta presa una strada è come viaggiare sui binari della ferrovia andando in capo al mondo (un mondo per lo più inventato attraverso teoremi fantasiosi e prove(tte) abborracciate con molta fantasia e zero riscontri. Il dubbio investigativo dovrebbe costituire l’abito mentale di qualsiasi ricerca in qualsiasi ambito. Quel dubbio metodico che consente di tornare continuamente sui propri passi per verificare che qualche perverso particolare possa aver messo l’indagine su una strada sbagliata. Con l’avvento delle prove scientifiche, armi notoriamente a doppio taglio se usate come verifica, e non come falsificatori potenziali, si possono davvero fare danni notevoli. Alcuni sanno lavorare con metodo e consapevolezza, ma altri scambiano un indizio per un passepartout che in quattro e quattr’otto risolve un caso miracolosamente. Siamo tutti in pericolo di errore giudiziario, e senza voler fare di ogni erba un fascio, perché il lavoro dell’inquirente e del giudice è duro, difficile e oneroso (e in qualche caso molto pericoloso quando si ha a che fare con la delinquenza organizzata come la storia del nostro paese dimostra con veri eroi che hanno pagato con la vita l’abnegazione e il servizio alla collettività). Occorre però dire che spesso si ha l’impressione che la categoria si chiuda a riccio in una autodifesa, a prescindere, quando qualcuno dei suoi rappresentanti non si dimostra all’altezza...Il caso di Michele Misseri è poi emblematico. Si tratta di un contadino che in più di un’occasione ha dimostrato di trovarsi in un grave stato confusionale, che ha accumulato una serie di confessioni (narrazioni) diverse, contraddittorie e inattendibili, un teste che porta indizi senza prove, che dichiara cose senza riscontri (nessun elemento che attesti che nella casa di via Deledda sia avvenuto un delitto, nessun elemento che dimostri che la sua auto abbia trasportato un cadavere, nessun elemento che provi che lui abbia infilato il cadavere nel pozzo, nessuna prova che la povera Sarah abbia raggiunto la casa di via Deledda. L’uomo, in palese stato di sofferenza psichica, non viene sottoposto a perizia psichiatrica per capire qualcosa di più della sua personalità, se per caso non sia stato invece semplice testimone di qualcosa che lo ha sconvolto emotivamente. Tornando ai mass media e alla loro utilizzazione, occorre dire che l’influenza sull’opinione pubblica è tale da determinarne l’orientamento e da influenzarne l’interesse puntando sulla spettacolarizzazione e facendo leva sulla curiosità morbosa e sul giudizio di pancia, abituando il target a dare valutazioni basate sull’emotività e sul disimpegno. Tale atteggiamento è tanto più diseducativo quanto più trasforma l’audience in un modello di elettore sempre meno informato e che offre risposte pavloviane. Non a caso i cold case, in quanto casi irrisolti e problematici, rappresentano un test di influenza e un banco di prova su un target sprovvisto di autonomi e adeguati strumenti interpretativi, sempre più influenzabile attraverso l’uso di format che ne orientano le scelte e le modalità di reazione, con input emozionali programmati secondo il vecchio e inossidabile modello SR. Il caso in parola risulta emblematico, dal punto di vista mediatico, della facilità con la quale l’opinione pubblica può essere influenzata utilizzando una comunicazione basata su formule retoriche elementari e ripetitive e senza mai mettere in dubbio i contenuti espressi dall’autorevolezza del mezzo televisivo…

Quando la giustizia semina morti si chiama ingiustizia: Mimino Cosma è uno dei tanti uccisi dalla malagiustizia? Scrive Massimo Prati sul suo Blog, Volando Controvento. Per tanti di noi è difficile capire cosa significhi vivere nello stress e cosa lo stress porti in dote al fisico umano. Parlo in special modo dei giovani, di quelli fortunati che non hanno mai avuto a che fare con le disgrazie e vivono ancora nella leggerezza della loro età senza mai essere passati fra quelle brutte esperienze che cambiano il modo di vedere la vita. Inoltre, non tutte le persone soffrono in maniera cruenta lo stress: questo perché non siamo tutti uguali, non tutti reagiamo alla stessa maniera e non tutti siamo costretti a vivere quelle tragedie familiari che stroncano il pensiero e marciscono la speranza. Eppure i periodi stressanti esistono e prima o poi toccano a tutti noi. Chi non trova lavoro e non sa come andare avanti soffre di stress. Chi ha una famiglia e non sa come mantenerla soffre di stress. Una donna incinta che non si sente pronta a diventare madre soffre di stress. Suo marito, a cui un figlio cambierà radicalmente la vita, soffrirà di stress. Chi subisce la morte improvvisa di un padre o di una madre, perdendo un punto di riferimento importante, soffre di stress. Chi subisce la morte improvvisa di un figlio, perdendo quanto di più caro aveva al mondo, soffre di stress. Lo stress è sempre dietro l'angolo, pronto a colpire chiunque nei momenti meno attesi. Anche le persone a cui pare andare tutto bene. Per capire a cosa portino i periodi stressanti, possiamo far riferimento a diversi studi scientifici. Ad esempio il Brain and Mind Research Institute dell'Università di Sydney, ha pubblicato una ricerca sul Medical Journal of Australia in cui stabilisce che l'infarto è provocato dallo stress che eventi diversi possono scatenare nell'uomo. Ma non è lo stress da lavoro che uccide, non è quello che si prova in ufficio o in una catena di montaggio. No, a uccidere è quello provocato da fatti imprevisti, straordinari, e da tragedie familiari. Un altro studio, questa volta dei ricercatori della Ohio State University, pubblicato sul "Journal of Clinical Investigation" nell'agosto del 2013, ha cercato di stabilire come i tumori possano svilupparsi in caso di stress. Da tempo immemore la scienza ha ipotizzato una correlazione fra stress e cancro, senza però mai individuare un nesso concreto che portasse a una conferma della supposizione. Ma la ricerca non ha smesso di studiare e sperimentare, ed ora gli scienziati statunitensi hanno trovato nel gene ATF3 la possibile chiave per lo sviluppo e la diffusione delle metastasi, con la conseguente morte per cancro. In particolare si può dire che il gene era già conosciuto e già si sapeva che si attivava in condizione di stress. Ciò che gli esperimenti hanno dimostrato è che il gene non solo uccide le cellule sane, ma agendo in modo irregolare aiuta anche la proliferazione delle metastasi. "Se il corpo è in perfetto equilibrio - ha affermato lo scienziato Tsonwin Hai - non è un gran problema. Quando il corpo è sotto stress, però, cambia il sistema immunitario. E il sistema immunitario è una lama a doppio taglio". Detto questo c'è da star certi che l'essere indagati in un caso criminale dal grande profilo pregiudizievole, e dalla grande eco mediatica (essere indagati da una procura, ormai si è capito, significa anche essere additati dai compaesani a causa del pregiudizio iniettato nel popolo da giornalisti e opinionisti sapientoni), porta stress al fisico che più facilmente può subire un infarto o una malattia incurabile. Per averne conferma si potrebbe cadere nella tentazione di ricordare sin da subito il compianto Enzo Tortora, morto di tumore dopo anni di tortura mediatica e pregiudizi. Ma non serve scomodare il caso più eclatante della nostra stampa, perché tanti più gravi (ma meno pubblicizzati) stanno a dimostrare che chi viene indagato, se innocente, soffre in maniera esponenziale di stress, quello stress che può portare alla morte. Prendiamone alcuni e partiamo da Don Giorgio Govoni, che dal '97 al 2000 fu perseguitato dai magistrati che lo additavano a pedofilo-satanista. Nell'ultima udienza a cui assistette, il pubblico ministero lo dipinse come un rifiuto della società, come capo di una setta perversa, e chiese per lui 14 anni di carcere. Il giorno dopo Don Giorgio, agitatissimo, si presentò nello studio del suo legale: aveva bisogno di sfogarsi e di sentire una voce amica. Ma non riuscì a parlargli perché morì di infarto in sala d'attesa. Fu condannato da morto Don Giorgio. Per il giudice, dopo 57 udienze e 300 testimoni (un processo costosissimo), era lui a dire messa nei cimiteri della zona, era lui l'uomo vestito di nero che diceva "diavolo nostro", invece che Padre nostro, mentre i satanisti in maschera lanciavano bambini per aria o li sgozzavano gettandoli nel fiume. Ma c'erano davvero satanisti in quei cimiteri? No, non c'erano satanisti e non c'erano abusi. Tutto venne allestito da un Pm che si basò su quanto stabilito da una psicologa dei servizi sociali di Modena. Ma i procuratori si accanirono e quella brutta storia rovinò la vita anche ad altri. Parlo di una madre che quando le portarono via il figlio si gettò dalla finestra, parlo anche dei coniugi Covezzi che nel '98 se ne videro portar via 4 di figli dai magistrati. L'assoluzione definitiva per loro è giunta nel 2013, ma Delfino Covezzi non se l'è goduta perché subito dopo è morto senza poter rivedere i quattro figli strappatigli dalla giustizia e dati in adozione quindici anni prima del verdetto definitivo (solo in primo grado fu condannato). Storie allucinanti di sofferenza e stress incessante che portano anzitempo alla morte e crescono solo per il propagarsi del pregiudizio, lo stesso che ancora oggi fa dire a tanti italiani che Enzo Tortora qualcosa aveva fatto, altrimenti non sarebbe stato indagato. Storie allucinanti come quella di Giovanni Mandalà che assieme a Giuseppe Gullotta fu condannato per aver ucciso due carabinieri (strage di Alcamo Marina). Giovanni si è sempre proclamato innocente, come Giuseppe a cui la stampa l'anno passato ha dedicato tante parole perché ha chiesto allo Stato 69 milioni di euro per aver trascorso 22 anni in carcere da innocente. Ma il signor Mandalà non è riuscito ad arrivare alla sentenza di assoluzione. Lui è morto nel '98. Morto dopo aver subito il dolore assoluto, vittima di un tumore. Come in carcere è morto Michele Perruzza, un uomo incastrato in una storia che ha attinenze con quella di Avetrana. Forse non la ricorderete, perché contemporanea al delitto di via Poma (Simonetta Cesaroni) e perché in pochi giorni i magistrati dissero di aver scoperto la verità: e come sempre i giornalisti si defilarono senza approfondire né chiedersi se le accuse mosse dalla procura fossero reali. Michele Perruzza nel 1990 abitava in una piccola frazione di Balsorano, provincia de L'Aquila, dove viveva anche sua nipote, la piccola Cristina Capoccitti di soli sette anni. Il 23 agosto, dopo cena, Cristina uscì di casa per giocare all'esterno. Ma quando sua madre la chiamò perché si stava facendo buio, la bimba non rispose. Le ricerche si protrassero per tutta la notte, poi arrivò l'alba e il corpo di Cristina venne visto: la bimba era svestita e aveva la testa spaccata. Due giorni dopo un ragazzo di 13 anni, Mauro Perruzza (figlio di Michele e cugino di Cristina), confessò l'omicidio. Stavano facendo un gioco, disse, quasi erotico. Poi lei cadde sbattendo la testa su una pietra e lui, per paura, la strangolò. Ma gli inquirenti non gli credettero, non ce lo vedevano ad uccidere la cugina e così lo interrogarono per ore fino a fargli dire che era stato suo padre a uccidere e che lui lo aveva visto perché si trovava a 50 metri dal luogo del crimine. Ma questa fu solo la sua seconda versione, nel tempo ne fornì 17 e tutte diverse. Però non appena inserì suo padre, un'auto corse fino alla sua casa per arrestarlo: era l'alba del 26 agosto e nessuno verificò le parole del ragazzo. Quando in caserma gli passò davanti in manette, i giornalisti lo sentirono urlare: "Scusami papà, sono stato costretto!". In effetti il ragazzo, si scoprirà poi, era stato intimidito di brutto. In ogni caso suo padre non fece più ritorno a casa. Ma mai accusò il figlio per quel crimine. Così anche sua moglie che mai ha detto qualcosa contro suo figlio. Come sempre se non ci sono prove si ragiona di pregiudizio usando il solito ragionamento del: "Perché un figlio dovrebbe incolpare il padre se non è colpevole?". Che equivale al moderno: "Perché un padre dovrebbe incolpare la figlia se non è colpevole?". Così, basandosi su un pregiudizio, in un processo in cui l'avvocato del sempliciotto muratore Perruzza era lo stesso che difendeva suo figlio, inconcepibile, il 15 marzo del '91 ci fu una prima condanna all'ergastolo. In paese ormai tutti erano certi della colpevolezza del Perruzza e quella sera si festeggiò la condanna coi fuochi d'artificio. Il pregiudizio della gente era nato da un obbrobrio investigativo e giudiziario in cui non mancava neppure un'audiocassetta scomparsa (era quella di un interrogatorio in cui, si dice, si sentivano distintamente i colpi di un pestaggio). Alcuni giornalisti, solo un paio a dire il vero, muovendosi con sapienza cercarono di entrare nella verità. Ma non era facile e Gennaro De Stefano (uno dei pochi giornalisti veri, purtroppo morto anni fa) venne anche intimidito grazie a un poliziotto che mise della droga nella sua auto prima di una perquisizione (sei mesi dopo il fatto De Gennaro, per nulla intimidito, fu scagionato e risarcito con tante scuse). Tralasciando il resto di questa infame storia che procurò solo dolore, arrivo alla fine. Le Perizie stabilirono che il figlio, da dove aveva detto di trovarsi non poteva vedere il padre uccidere Cristina. Ma sia in appello che in cassazione le accuse della procura tennero e nel settembre del '92 la condanna divenne definitiva. Lo sconcerto subentrò poi, quando in un processo parallelo (celebrato a Sulmona e non a L'Aquila) si scoprì che sulle mutandine di Cristina c'era il dna del cugino Mauro, non dello zio. Per cui la giustizia si trovò agli estremi: la cassazione nel '92 aveva stabilito che Michele era colpevole oltre ogni  ragionevole dubbio, ma nel '98 un giudice, grazie a buone perizie, certificava nelle sue motivazioni l'innocenza di Michele Perruzza. Si poteva a quel punto rifare il processo, ma la procura del capoluogo abruzzese si oppose e alla fine vinsero i procuratori (fra l'altro, il giudice che aveva condannato all'ergastolo il Perruzza in quel periodo era diventato procuratore generale de L'Aquila). Comunque lo strazio e lo stress accesero in maniera esponenziale la sofferenza di Michele Perruzza quando questi capì che nessuno avrebbe fatto nulla per aiutarlo. Morì nel gennaio del 2003 a causa di un infarto e le sue ultime parole furono: "Dite a tutti che non ho ucciso io Cristina". Le disse in punto di morte ai medici dell'ambulanza che inutilmente cercarono di salvargli la vita. Storie di ordinaria follia? Casi rari che non fanno testo e non gettano ombre su una giustizia da decenni malata? Una giustizia spesso falsa e coadiuvata dai media che iniettano il pregiudizio delle procure nelle vene del popolo? In Italia ci sono sacerdoti con le palle. Uno si chiama Don Mario Neva e col suo gruppo (Impsex) da tempo cerca di salvare le ragazze costrette a battere sulle strade. Lui dieci anni fa disse: "Nel ’600 si credeva di combattere la peste uccidendo gli 'untori', innocenti accusati di spargere unguenti mortiferi. Un rito crudele quanto inutile che solo dopo 200 anni ebbe giustizia e cessò. Oggi sta succedendo lo stesso. In buona fede allora, in buona fede oggi: ma è una buona fede che mette radici profonde e diventa madre di ogni inquisizione". Ed è proprio così. Nulla è peggio del pregiudizio e nulla è peggio dello stress che uccide chi sa di essere vittima di una ingiustizia giudiziaria. La vergogna non vive in chi non ha cuore, ma si amplifica in chi il cuore lo ha più grande. Ed arrivo a Cosimo Cosma, morto a causa di un tumore che nessuno può dire lo avrebbe certamente colpito senza lo stress dovuto alle accuse della procura di Taranto. Mimino non era un santo, ma con lui la giustizia si è sbizzarrita e ha dimostrato di avere una doppia personalità (e una doppia morale), perché mentre veniva condannato a Taranto per aver occultato il corpo di una ragazzina di 15 anni (Sarah Scazzi), a Brindisi subiva la medesima sorte per qualcosa che risulta essere l'esatto contrario: per aver messo le mani addosso a chi aveva violentato una ragazza di 16 anni (questa è l'accusa a cui la difesa ha risposto chiedendo al giudice di riconoscere che il violentatore al momento del fatto non era in grado di intendere e volere). Un po' come dire che per la nostra giustizia un missionario può con una mano dare a un bimbo un pezzo di pane e con l'altra mollargli uno schiaffo. Non c'è logica in certe accuse, lo so, ma fin quando non si metteranno paletti e regole vere da rispettare, tutto e il contrario di tutto potrà essere dimostrato dal potere giuridico consolidato. Perché a tutt'oggi c'è chi può iniziare indagando A ed arrivare a condannare C senza alcun problema. Perché se non convince la versione di A si gira la frittata e si manda in galera B. E e se non è possibile incastrare solo B si gira la pentola in verticale e si condanna anche C. Basta volere e con sogni e veggenze alla fine si può anche dire che non era una frittata ma una paella, così da mettere in atto un gioco di prestigio buono per condannare chiunque. Il problema è che, tranne i soliti noti (e sono pochi), nessuno protesta: la maggioranza dei media sparge il pregiudizio e anche grazie a loro, con nulla in mano se non pochi indizi, c'è chi può indagare e condannare chiunque e credere, e far credere, di essere nel giusto. E se qualche avvocato in gamba dimostra che non è zuppa quanto portato dai procuratori in tribunale, per i pubblici ministeri c'è sempre la possibilità giuridica di cambiare la formula e le ricostruzioni e far credere zuppa il pan bagnato. Questo perché quando si entra nella categoria degli indagati, per i magistrati e la pubblica opinione non si è più persone e il dolore che si prova quando nessuno ti crede non figura essere dolore per chi accusa: in fondo, possono soffrire i numeri? L'essere umano per certe istituzioni non esiste e il dolore che una accusa fondata su congetture lascia in dote, come lo stress che si prova nel sentirsi già giudicati prima del processo finale, passa in secondo piano. Ma non solo gli indagati sono numeri. Forse non vi rendete conto che tutti noi siamo solo stupidi numeri scritti in sequenza su una qualche cartella o documento: sia per la sanità che per la giustizia che per i comuni e il governo. Numeri da allevare in provetta per gli scopi altrui, tifosi che vengono plagiati dalle istituzioni e vogliono solo vincere, nei campi di calcio come nella politica e nei tribunali, e a cui non importa di come si giochi la partita, se si fanno entrate oltre il limite, se agli avversari che giocano in inferiorità numerica saltano caviglia e perone, se l'arbitro non si dimostra imparziale, se qualcuno muore. Fin quando non toccherà a noi di subire tutto va bene, anche lo sport che non è più sport, la politica che non è più politica e la giustizia che non è più giustizia. Tanto la pubblica opinione alla fine darà ragione a chi comanda preferendo mettere in campo la volgarità dell'offesa. Tanto i media non daranno risalto alla notizia scomoda e nessuno si indignerà se i carcerati che si proclamano innocenti si suicidano dopo aver perso la speranza, se gli imputati che si proclamano innocenti muoiono di infarto o di tumore a causa di uno stress infinito, se chi ha mandato in carcere gli innocenti, morti e non, invece di venir cacciato dalla magistratura continua a incassare i suoi 100.000 euro all'anno e a far carriera...

Nicola Izzo: "Così i pm mi hanno rovinato". L’intervista di Giacomo Amadori su “Libero Quotidiano”. In questi giorni in Parlamento si sta discutendo di riforma della giustizia e responsabilità civile dei magistrati. Sono migliaia in Italia le persone rovinate dagli errori giudiziari delle toghe. E sicuramente uno dei casi più celebri è quello del prefetto Nicola Izzo. Da qualche mese è in pensione, ma sino al novembre 2012 era il vicecapo vicario della Polizia, quasi il comandante in pectore vista la battaglia contro la malattia che stava conducendo l’allora numero uno Antonio Manganelli. Un gruppo di agguerriti pm napoletani gli ha stroncato la carriera indagandolo per turbativa d’asta nell’ambito di un’inchiesta sull’appalto per il Centro elaborazione dati della Polizia. Lo scorso maggio il gip di Roma, dove il fascicolo era stato trasferito per competenza, ha prosciolto Izzo da ogni accusa. Lui ora resta alla finestra, in attesa che qualcuno lo risarcisca per un danno tanto grande.

Dottor Izzo, quanti milioni di euro dovrebbero darle per ripagarla di questo clamoroso errore giudiziario?

«Non saprei cosa risponderle. Si parla, ormai da troppi anni, dei malanni della giustizia senza trovare un rimedio. Io comunque ho sempre pensato che chi sbaglia deve rispondere: l’irresponsabilità crea i presupposti per aumentare gli errori e formare il convincimento in chi li commette di esercitare un potere incontrollato».

Il gip che ha archiviato il procedimento contro di lei e altri 14 indagati vi ha prosciolti senza ombre. Non fa male avere questo riconoscimento dopo aver lasciato la Polizia?

«Fa male perché in tutto il procedimento ci sono una serie di “travisamenti” che avrebbero, se valutati correttamente e con accertamenti approfonditi, consentito, anziché immaginifiche ricostruzioni giudiziarie, l’immediata archiviazione del tutto, senza creare danni irreparabili. L’inesistenza di qualsiasi ipotesi collusiva tra noi indagati era di un’evidenza solare».

I pm sembra che non abbiano brillato in precisione. Per esempio siete stati accusati di aver fatto vincere aziende senza Nos (nullaosta di sicurezza), mentre in realtà tutte ne erano in possesso. Come è possibile mettere nero su bianco un’accusa del genere senza averla verificata?

«Questa, al pari di alcune altre accuse, è una delle cose più strabilianti e gravi. Come si fa a riportare tra i capi di imputazione fatti neanche accertati, ma solo frutto della propria immaginazione? C’era da fare un semplice accertamento cartaceo, lo stesso che hanno fatto le difese. Bastava consultare gli archivi degli enti deputati al rilascio del Nos».

L’inchiesta è stata trasferita a Roma per competenza. Ma non era chiaro sin dall’inizio che quella presunta turbativa d’asta, se mai ci fosse stata, era stata consumata nella Capitale (dove si tenne la gara) e non a Napoli?

«Dico solo che dal 20 dicembre del 2012, data in cui la Procura Generale della Cassazione aveva individuato la competenza della Procura di Roma, abbiamo dovuto attendere il luglio 2013 per la trasmissione di tutti gli atti da Napoli, con la conseguenza che la procura di Roma ha dovuto emettere due distinti decreti di chiusura indagini per la “rateizzazione”, forse dovuta, mi passi il termine, a “dimenticanze” nella trasmissione dei documenti».

Certi pm sono innamorati dei loro fascicoli e se ne separano mal volentieri. Non vorrei infierire, ma per il giudice della Capitale «tutte le condizioni necessarie al regolare svolgimento della gara erano state seguite». Ma allora perché tenervi sotto processo per tanti anni?

«Non voglio infierire neanche io, credo solo che in questo clamoroso caso di malagiustizia ci siano, per chi ha la responsabilità di farlo, sufficienti elementi per accertare l’inconsistenza e la fantasia dei capi di imputazione e la leggerezza con cui è stata condotta l’indagine».

Pensa che qualcuno risponderà di questo svarione?

«Spero di scoprirlo presto».

In questa vicenda anche i media hanno contribuito al suo calvario. Per esempio hanno dato ampio risalto alla lettera anonima di un “corvo” che collegava il suicidio di un suo stretto collaboratore alle pressioni gerarchiche che avrebbe subito per alterare le procedure di gara. Ma la vicenda processuale ha raccontato un’altra verità.

«La morte del collega, anche per l’affetto che nutrivo per lui, è la vera tragedia nel contesto di questa vicenda. I verbali delle nostre riunioni di lavoro raccontano una verità molto diversa da quella immaginata dal “corvo”, verbali da cui emergono le richieste del mio collaboratore di maggiori risorse economiche per finanziare imprevisti progettuali e le mie pressanti pretese di giustificazioni per questi nuovi costi. Nell’ultima riunione il collega ammetteva di non conoscere il progetto a suo tempo elaborato, ma di essere convinto che avremmo dovuto ricorrere a inconsueti ampliamenti dei contratti, con l’ utilizzo di ulteriori risorse economiche».

Di fronte a tale affermazione come ha reagito?

«Nonostante fossi convinto della sua buona fede, lo richiamai molto fermamente a essere più attento e a documentarsi prima di reclamare altri fondi, anche perché qualsiasi superficialità poteva causare dei dispiaceri. È questo in sintesi il prologo della tragedia sulla quale ho sempre tenuto il più stretto riserbo per non ledere l’immagine di una persona onesta e perbene».

In questa storia c’è stata anche un’altra morte prematura. Per qualcuno pure in questo caso si sarebbe trattato di suicidio…

«Questa notizia non è un refuso di stampa, viene da un’affermazione del Gip di Napoli che a proposito di un dirigente di polizia ha scritto: «anch’egli recentemente deceduto in circostanze oggetto di accertamento, come emerso nel corso degli interrogatori». Di questi accertamenti e interrogatori non ho trovato traccia, se non nell’affermazione falsa, «si è suicidato», fatta dal pm nel corso dell’interrogatorio di un teste. Il figlio del compianto funzionario ha dovuto smentire la circostanza «assurda» con due comunicati in cui dichiarava che il padre era deceduto naturalmente, «stroncato da un infarto».

Perché secondo lei la lettera del “corvo” spunta sui giornali 3-4 mesi dopo la sua spedizione? Secondo lei c’era un piano dietro a quella strana fuga di notizie?

«Il ministro dell’Interno, all’epoca Anna Maria Cancellieri, non ha ritenuto di disporre alcuna inchiesta per scoprire questi motivi e quindi non posso avere certezze sul punto. Di certo, però, quell’azione va contestualizzata: nell’estate del 2012 ci trovavamo in un grave momento di crisi del vertice della Pubblica Sicurezza e vi erano grandi fermenti per la sua sostituzione. Gli artefici della lettera non erano dei passanti: hanno potuto manipolare i documenti sull’attività del Ministero di cui erano in possesso, falsandone i contenuti, e hanno diffuso la lettera utilizzando tecnologie così sofisticate da rendere non identificabili i mittenti neanche per i tecnici della Polizia delle comunicazioni».

Il “corvo” ha trovato anche spazio sui giornali…

«Quel documento anonimo è stato accolto con favore in importanti redazioni che hanno così dato risalto mediatico a una realtà travisata e falsa. Tanto falsa che oggi vi sono tre direttori di testate nazionali e vari giornalisti rinviati a giudizio per diffamazione, ma questo a differenza delle farneticazioni di un anonimo sembra che non sia una notizia degna di nota».

Potremmo definirla una “congiurina” contro la sua eventuale candidatura forte a Capo della Polizia?

«Certo i malpensanti possono opinare che vi sia dietro un vile, ma astuto manovratore, qualche puffo incapace di altro che possa aver ordito un qualche “disegno” per bruciare il mio nome per la successione di Manganelli, ma io non sono un malpensante e quindi mi ostino a credere che sia stato il “fato”».

Subito dopo le notizie di stampa che facevano riferimento al “corvo”, lei ha deciso di presentare le dimissioni. Qualcuno ha fatto pressioni per ottenere quel suo passo indietro?

«Assolutamente no, tutt’altro. Il ministro Cancellieri le respinse. Ma io non sono un personaggio da operetta, come ce ne sono molti in questo Paese, che presenta le dimissioni per incassarne il rigetto. In quel momento c’era un’ombra su di me ed era giusto fare un passo indietro. Per senso dello Stato».

Che cosa le ha fatto più male in questa vicenda, dal punto di vista umano? Di fronte a quelle ricostruzioni fantasiose, non ha avuto la sensazione di essere prigioniero di un castello kafkiano?

«Ho avuto modo in questo periodo di approfondire Kafka, e posso risponderle prendendo in prestito una frase “del traduttore”, Primo Levi: «Si può essere perseguiti e puniti per una colpa non commessa, ignota, che il “tribunale” non ci rivelerà mai; e tuttavia, di questa colpa si può portar vergogna, fino alla morte e forse anche oltre». Tutto questo lo sto provando sulla mia pelle. E nessuno vi potrà porre mai rimedio».

Lo scandalo del Viminale. Il corvo fa dimettere Izzo, ma la Cancellieri dice no. Il ministro dell'Interno ha respinto le dimissioni del vice di Manganelli dopo l'esposto anonimo su appalti pilotati, scrive “Libero Quotidiano”. Il ministro dell'Interno: "Abbiamo preso molto seriamente la vicenda. Quello che vogliamo è che il Viminale resti una casa di vetro e un punto di riferimento per il Paese”. Aperta un'inchiesta. Si è dimesso il vice capo della Polizia, prefetto Nicola Izzo, chiamato in causa dal corvo nell’inchiesta sui presunti appalti truccati al Viminale. Izzo ha inviato questa mattina una email al Capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli e al ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri che però ha ha respinto le dimissioni, perché "credo, ha detto il ministro, che una persona non possa essere giudicata sulla base di un esposto anonimo sul quale non abbiamo ancora riscontri". Intanto la Procura di Roma procede nell'inchiesta partita in seguito dell’esposto anonimo inviato nei giorni scorsi al ministro dell’Interno dove si faceva riferimento a presunte violazioni e illeciti nel conferimento di appalti per l’acquisto di apparecchiature tecnologiche. L'inchiesta è stata avviata dal procuratore capo, Giuseppe Pignatone, che ha affidato il fascicolo all’aggiunto Francesco Caporale, che guida da poco il pool dei magistrati per i reati contro la pubblica amministrazione. L’esposto anonimo, composto da una ventina di pagine, indica episodi circostanziati e diversi illeciti che sarebbero stati compiuti dall’ufficio logistico del Viminale, incaricato delle gare d’appalto per l’acquisto degli impianti tecnologici. Da parte sua, nelle scorse ore, Izzo si era difeso da ogni accusa:"Diffamato per fatti che mi sono estranei: da vicecapo vicario non mi occupo della gestione di  appalti". In una nota ha scritto: "Sono citato ignominiosamente in un esposto anonimo, che potrebbe essere redatto a carico di chiunque e con qualsiasi contenuto - scrive Izzo - per acquisti di cui ho conoscenza solo per la funzione strategica dei beni e non delle procedure per la loro materiale acquisizione. Chi ha costruito l’anonimo, si è nascosto abilmente, dimostrando la sua conoscenza delle tecnologie avanzate e del settore degli appalti, usando la mail di persone ignare; e tale modalità forse merita qualche riflessione sui nobili intenti dell’autore". Prosegue Izzo: "Nello scritto, l’anonimo segnala anomalie sulle procedure amministrative adottate, procedure per le quali, in alcuni casi e per quanto mi consta, le stazioni appaltanti, diverse tra loro e non solo interne al dipartimento della Ps, si sono consultate con gli organi istituzionali preposti e in tutti i casi, a conclusione degli appalti, sono state sottoposte al vaglio e registrate, senza alcun rilievo, dalla Corte dei Conti". Izzo conclude che "nonostante la natura anonima dell’esposto non dovrebbe dare luogo a seguiti e in presenza di un quadro di sostanziale regolarità, l’Amministrazione ha trasmesso gli atti alla Procura per gli eventuali approfondimenti. La morte del compianto Saporito per le sue tragiche modalità merita solo dolore e rispetto e non vili e strumentali insinuazioni. Per il Cen sono stato interrogato circa due anni e mezzo fa e attendo fiducioso il giudizio della magistratura". “Il corvo? Ci piacerebbe conoscerlo, vedere se sono uno, due o quanti sono”, sostiene il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri ribadendo che oltre all’inchiesta della magistratura, “di cui attendiamo gli esiti” sono in corso accertamenti all’interno del Viminale: “Abbiamo preso molto seriamente la vicenda -conclude- perchè non sappiamo chi volesse colpire” il corvo, “forse aveva anche un interesse personale. Quello che vogliamo è che il Viminale resti una casa di vetro e un punto di riferimento per il Paese”.

Lo dice anche il capo della polizia. "I magistrati sono dei cialtroni". Manganelli al telefono col prefetto Izzo: "Vergognoso che le notizie sui processi vengano passate ai giornali per fare clamore", scrive “Libero Quotidiano”. "E' una cosa indegna". Veramente mi disgusta il fatto che io debba leggere sul giornale, momento per momento, 'stanno per chiamare la dottoressa Tizio, la stanno chiamando...l'hanno interrogato...la posizione si aggrava'". E ancora: "Perchè se no qua diamo per scontato che tutto viene raccontato dai giornali, che si fa il clamore mediatico, che si va a massacrare la gente prima ancora di trovare un elemento di colpevolezza". E poi ancora: "A me pare molto più grave il fatto che un cialtrone di magistrato dia indebitamente la notizia in violazione di legge...". Chi parla potrebbe essere Silvio Berlusconi, che tante volte si è lamentato di come le notizie escano dai tribunali prima sui giornali che ai diretti interessati. E invece, quelle che riporta il Corriere della Sera, sono parole pronunciate nel giugno 2010 nientemeno che del capo della polizia Antonio Manganelli, al telefono col prefetto Nicola Izzo, ex vicario della polizia. Si lamenta, Manganelli, della fuga di notizie a proposito del caso degli appalti per il centro elettronico e per gli altri interventi previsti dal patto per la sicurezza, indagine condotta dalla procura di Napoli e che portò a una serie di provvedimenti tra cui l'arresto del prefetto Nicola Fioriolii e l'interdizione dai pubblici uffici per i prefetti Nicola Izzo e Giovanna Iurato.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

Il pm Antimafia della Procura di Bari Isabella Ginefra ha chiesto 58 condanne, 35 assoluzioni e un non luogo a procedere per prescrizione nei confronti dei 103 imputati (gli altri 9 deceduti) nel processo chiamato «Il canto del cigno» su una presunta associazione mafiosa operante sulla Murgia barese tra Gravina e Altamura negli anni Novanta, finalizzata a traffico e spaccio di droga, detenzione di armi ed esplosivi, estorsioni, 8 tentati omicidi, ferimenti e conflitti a fuoco tra clan rivali, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Il procedimento penale fu avviato nel 1997 dall'allora pm antimafia barese Leonardo Rinella quando, nel corso del processo alla mafia murgiana denominato «Gravina» nei confronti di oltre 160 persone, alcuni imputati decisero di collaborare con la giustizia rivelando nuovi particolari sulle attività illecite dei clan Mangione e Matera-Loglisci, all'epoca - secondo la Procura - in stretto contatto con i gruppi criminali baresi di Savino Parisi, Antonio Di Cosola, Giuseppe Mercante, Andrea Montani ed altri. Tra i capi di questa presunta associazione mafiosa c'erano, secondo l'accusa, Vincenzo Anemolo, ritenuto un «figlioccio» del boss Savinuccio, e suo fratello Raffaele, il defunto Francesco Biancoli (il camorrista che avrebbe battezzato Parisi), Bartolo D'Ambrosio (ucciso nel 2010) e il suo ex alleato, poi rivale, Giovanni Loiudice (processato e assolto per l'omicidio del boss), Emilio Mangione e suo nipote Vincenzo, Nunzio Falcicchio, soprannominato «Lo scheletro». L'indagine, ereditata negli anni successivi dai pm Antimafia Michele Emiliano ed Elisabetta Pugliese, portò nel marzo 2002 all'arresto di 131 persone. Per oltre 200 fu poi chiesto il rinvio a giudizio ma soltanto 94 sono ancora imputate per quei fatti. Gli altri sono stati giudicati con riti alternativi o prosciolti. A quasi vent'anni dai fatti contestati sulla base degli accertamenti dei Carabinieri di Bari e Altamura, la Procura chiede ora condanne comprese fra 10 e 4 anni di reclusione per 58 di loro. Tra i reati ritenuti ormai prescritti ci sono due tentati omicidi del 1994 e del 1997 e alcuni episodi di spaccio. Stando all'ipotesi accusatoria quella murgiana era una vera e propria «associazione armata di stampo mafioso-camorristico» promossa e organizzata da «padrini e figliocci». Agli atti del processo, durato oltre sette anni, ci sono prove dei «battesimi», le cerimonie di affiliazione, e l'esatta ricostruzione dei ruoli all'interno del clan sulla base di una precisa ripartizione territoriale per la gestione delle attività illecite. Le discussioni dei difensori sono fissate per le udienze del 16 luglio e del 29 settembre, data in cui è prevista la sentenza.

Niente sentenza per 17 anni. Imputati morti e prescritti. Il pm chiede le condanne per un'inchiesta antimafia del 1997. Ma alla sbarra di 200 ne restano solo 58, scrive Gianpaolo Iacobini su “Il Giornale”. A Bari, il processo alla cosca? Dopo 17 anni arrivano le richieste di condanna in primo grado. L'antimafia dei record è pugliese. Il primato, però, non è di quelli di cui andar fieri: per un procedimento penale nato da indagini avviate nel 1997, e relative a fatti verificatisi agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, soltanto adesso la Procura ha avanzato davanti ai giudici richiesta di pena nei confronti degli imputati. La storia ha un nome simbolico, uno di quelli che tanto solleticano le cronache ed i giornalisti quando scattano i blitz: «Il canto del cigno». È il 2 settembre del 2002: i magistrati della Dda barese Elisabetta Pugliese e Michele Emiliano (proprio lui: l'ex sindaco di Bari) chiudono con un'ordinanza di custodia cautelare a carico di 131 persone il troncone investigativo fiorito 5 anni prima per gemmazione da un altro maxi-processo. Nel mirino della Direzione distrettuale finiscono gli appartenenti ad una presunta organizzazione criminale attiva sull'altopiano delle Murge, nei Comuni di Altamura e Gravina in Puglia, ed i loro collegamenti con i clan del capoluogo di regione. All'attivo estorsioni, detenzione d'armi, traffico di droga e ferimenti. Finalizzati, secondo gli inquirenti, all'affermazione di un'associazione armata di stampo mafioso-camorristico. «Quest'operazione dimostra come la criminalità barese, dalla fine degli anni '80 ad oggi, abbia creato dei cloni in tutta la provincia», commenta in quei giorni coi cronisti Emiliano, esprimendo soddisfazione per il lavoro portato a termine. Ma i processi sono un'altra cosa. Ed in Tribunale il cigno canterà solo a settembre 2014. Quando il collegio giudicante si determinerà in primo grado sulle richieste di pena avanzate l'altro ieri - a quasi vent'anni dall'apertura dell'inchiesta - dal pm antimafia Isabella Ginefra. Che la sua requisitoria l'ha conclusa sollecitando condanne oscillanti tra i 10 e i 4 anni di reclusione nei riguardi di 58 degli oltre 200 imputati: gli altri sono stati prosciolti o processati con riti alternativi. O sono morti. Alcuni per vecchiaia. Qualcuno per piombo, come Bartolo D'Ambrosio, crivellato a colpi di fucile e pistola nel 2010. Ed il passar del tempo, oltre agli uomini, ha spazzato via con la ramazza della prescrizione anche molti dei reati contestati, come un paio di tentati omicidi risalenti al 1994. Farà notizia? No, a giudicare dagli echi di cronaca che arrivano da Palermo, dove il presidente del tribunale del riesame, Giacomo Montalbano, con un'ordinanza ha disposto il rinvio d'ufficio a settembre di tutti i procedimenti che non riguardino detenuti in carcere o ai domiciliari: pochi i magistrati in organico, troppi i ricorsi che si prevede arriveranno dopo l'arresto, il 22 giugno, di 91 persone considerate affiliate ai mandamenti mafiosi di Resuttana e San Lorenzo. La chiamano giustizia. Pare una barzelletta.

Ma non ci sono solo cozze e cozzali. Ostriche per sentenze. Rinviati a giudizio 21 giudici  ed  avvocati, scrive Giovanni Longo su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. C’erano giudici di pace baresi - questa almeno è l’ipotesi della Procura di Lecce - che si facevano scrivere le sentenze dagli avvocati. Gli stessi che erano pronti a ricambiare il favore quando indossavano la toga da magistrato onorario in una diversa giurisdizione. Le sentenze che, secondo l’accusa, sono state aggiustate sono centinaia. E venivano utilizzate come moneta di scambio. In questo modo ci avrebbero guadagnato tutti: l’avvocato perché vinceva la causa, il giudice perché incassava senza fatica i 56 euro di compenso previsti dalla legge. A volte il «favore», rappresentato dalla restituzione della patente revocata a sorvegliati speciali, era compensato con ostriche e champagne. Nel mirino del pm salentino il presunto sistema che, dal 2008 al 2010, avrebbe condizionato decine di provvedimenti. Per il gup del Tribunale di Lecce Alcide Maritati ci sono elementi sufficienti per sostenere l’accusa a dibattimento. Di qui il rinvio a giudizio di 21 persone tra giudici di pace di Bari, Modugno, Bitonto, Altamura e Corato e avvocati baresi. A chiedere il processo che partirà il 3 febbraio davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Lecce, il pm Valeria Mignone (la procura salentina è competente a indagare su magistrati, anche onorari, in servizio nella corte d’Appello di Bari), che aveva ereditato il fascicolo del pm barese Desirèe Digeronimo (oggi alla Procura di Roma). Altri tre imputati, i giudici di Bari Giuseppe Frugis e Maria Marcantonio e l’avvocato Massimo Ungaro, saranno invece giudicati con il rito abbreviato. L’accusa ha chiesto la condanna a 2 anni di reclusione, per il legale a 4 anni. La sentenza nei loro confronti è fissata per l’8 gennaio. Il gup ha inoltre prosciolto un giudice all’epoca dei fatti in servizio a Bitonto, Maria Liotine, e ha ratificato i patteggiamenti di altri due giudici baresi, Pietro Mascolo e Rocco Servodio. Le accuse a vario titolo sono associazione per delinquere, corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e abuso d’ufficio. Saranno processati Vito Squicciarini, ex coordinatore dei giudici di pace di Modugno, Gaetano Consoli, Rober to Cristallini, Giuse ppina Ruocco e Roberto Sorino (tutti in servizio a Corato), Angelo Scardigno e Letizia Serini (Bitonto), l’ex giudice onorario di Altamura Deborah Semidoppio e l’ex magistrato civile Domenico Ancona. Insieme con loro sono stati rinviati a giudizio 13 avvocati della provincia di Bari.

La chiamano giustizia. Pare una barzelletta.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

Dopo aver affermato qualche mese fa che se nel nostro Paese si fanno troppe cause la colpa è del numero eccessivo di avvocati, ora l’illustre magistrato Giorgio Santacroce, presidente della Corte di Cassazione, interviene per chiarire (agli avvocati, ovviamente) come vanno redatti i ricorsi da presentare alla Suprema Corte onde non incorrere in possibili declaratorie di inammissibilità. Lo ha fatto con una lettera inviata al Presidente del CNF Guido Alpa dopo il Convegno “Una rinnovata collaborazione tra magistratura e avvocatura nel quadro europeo” organizzato dal Consiglio Consultivo dei Giudici Europei del Consiglio d’Europa, dal CSM e dal CNF. Prendendo spunto dal dibattito scaturito in quella circostanza, il Dott. Santacroce ha preso carta e penna ed ha scritto una lettera al Consiglio Nazionale Forense per confermare alcune direttive, ora finalmente rese “ufficiali” dall’organo deputato a riceverle. Richiamando quanto già espresso in precedenza sia dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (la quale ha previsto tra le indicazioni pratiche relative alla forma e al contenuto del ricorso di cui all'art. 47 del Regolamento che «nel caso eccezionale in cui il ricorso ecceda le 10 pagine il ricorrente dovrà presentare un breve riassunto dello stesso») e dal Consiglio di Stato (che ha suggerito di contenere nel limite di 20-25 pagine la lunghezza di memorie e ricorsi, e, nei casi eccedenti, di far precedere l’esposizione da una distinta sintesi del contenuto dell’atto estesa non più di 50 righe), il primo Presidente della Corte ha affermato che anche gli atti dei giudizi di cassazione dovranno trovare applicazione criteri similari. “Ben potrebbe ritenersi congruo – scrive il Presidente Santacroce nella lettera indirizzata al CNF - un tetto di 20 pagine, da raccomandare per la redazione di ricorsi, controricorsi e memorie. Nel caso ciò non fosse possibile, per l'eccezionale complessità della fattispecie, la raccomandazione potrà ritenersi ugualmente rispettata se l'atto fosse corredato da un riassunto in non più di 2-3 pagine del relativo contenuto. Sembra, altresì, raccomandabile che ad ogni atto, quale ne sia l'estensione, sia premesso un breve sommario che guidi la lettura dell'atto stesso. Allo stesso modo è raccomandabile che le memorie non riproducano il contenuto dei precedenti scritti difensivi, ma, limitandosi ad un breve richiamo degli stessi se necessario, sviluppino eventuali aspetti che si ritengano non posti adeguatamente in luce precedentemente, così anche da focalizzare su tali punti la presumibile discussione orale”. Attenendosi a tali criteri di massima si potrebbe superare, secondo il primo Presidente - in molti casi quello scoglio che è l’inammissibilità del ricorso “non già per la mancanza di concretezza dei motivi del ricorso, ma per la modalità con cui questo viene presentato, che non rispondono ai canoni accettati dalla Cassazione”, tra i quali appunto la sinteticità degli atti presentati a sostegno della presa in esame del dibattimento arrivato a sentenza in Appello”. Lo spirito dell’iniziativa del Dott. Santacroce è certamente propositivo e positivo, così come lo è il clima di collaborazione che il Magistrato ha auspicato in tal senso. Di certo però andrà conciliato con un altro principio - quello dell’autosufficienza dell’atto - che non poco ha turbato il sonno degli avvocati in questi ultimi mesi, ossia l’esigenza posta a carico del ricorrente di inserire nel ricorso o nella memoria la specifica indicazione dei fatti e dei mezzi di prova asseritamente trascurati dal giudice di merito, nonché la descrizione del contenuto essenziale dei documenti probatori con eventuale trascrizione dei passi salienti. Un requisito (l’autosufficienza) che i giudici della Corte non hanno ritenuto affatto assolto mediante la allegazione di semplici fotocopie, e questo perché, si è detto, non è compito della Corte individuare tra gli atti e documenti quelli più significativi e in essi le parti più rilevanti, “comportando una siffatta operazione un'individuazione e valutazione dei fatti estranea alla funzione del giudizio di legittimità”. Da qui la redazione di atti complessi ed articolati, e dunque anche lunghi, nel timore di non vedere considerato dal parte del Giudice un qualche aspetto o un qualche documento essenziale ai fini del decidere. Ora, insomma, gli avvocati avranno un compito in più: conciliare il criterio della brevità dell’atto con quello dell’autosufficienza. Mica roba da poco….

La conseguenza è.........La Cassazione boccia un ricorso perché "troppo prolisso".Sotto accusa l'atto degli avvocati dell'Automobile club d'Ivrea contro una sentenza della Corte d'Appello di Torino:"Tante pagine inutili". Ma diventa un modello: massimo venti pagine, scrive Ottavia Giustetti su “la Repubblica”. La dura vita del giudice di Cassazione: presentate pure il ricorso, avvocati, ma fate in modo che sia sintetico. Altrimenti state pur certo che sarà respinto. Poche pagine per spiegare i fatti, niente che comporti uno sforzo inutile per chi legge. Insomma «non costringeteci» a esaminare pagine e pagine se volete avere qualche speranza di vincere. Nero su bianco, tra le righe del testo di una recente sentenza della terza sezione sul ricorso contro una decisione della Corte d’appello di Torino, i giudici supremi hanno vergato il vademecum della sintesi estrema. Altrimenti: bocciatura assicurata. Qualche tempo fa lo avevano fatto a proposito dei ricorsi di legittimità legati al fisco. «La pedissequa riproduzione dell’intero, letterale, contenuto degli atti processuali - scrivono i magistrati al primo capoverso che illustra le motivazioni del rigetto del ricorso - è del tutto superfluo ed equivale ad affidare alla Corte, dopo averla costretta a leggere tutto (anche quello di cui non occorre che sia informata) la scelta di quanto rileva. La conseguenza è l’inammissibilità del ricorso per Cassazione». E, a quanto pare, è solo un esempio dei pronunciamenti di questo tenore che in questi mesi agitano le acque nell’ambiente degli avvocati. I forum sul diritto sono zeppi di commenti taglienti sulla «preziosa risorsa» del giudice che va «salvaguardata a tutti i costi». Tempi sterminati della giustizia, necessità di smaltire migliaia di procedimenti arretrati, prescrizione sempre in agguato: è nell’ambito della lotta a questi ormai cronici problemi del Paese il vademecum del giudice all’avvocato per evitare sbrodolamenti inutili. E non si può dire che sia nuova la tendenza a inibire il difensore che non si trasformi ogni volta in un Marcel Proust del diritto quando chiede giustizia. Ma respingere un ricorso perché un legale non è stato capace di sintesi da bignami appare come una novità giuridica importante, dicono gli avvocati. Nel caso della terza sezione civile sulla sentenza della Corte d’appello di Torino l’oggetto del contendere erano le spese di gestione dell’Automobile club di Ivrea. Una vicenda relativamente di poco conto. Ma analoghe prescrizioni si fanno strada e rischiano di diventare obbligo previsto per legge se sarà approvato uno specifico emendamento del decreto di riforma della giustizia in discussione in questi mesi in Parlamento. Il punto che è già stato approvato dalla commissione affari costituzionali della Camera finisce col prevedere la necessità per gli avvocati amministrativisti di scrivere i ricorsi e gli altri atti difensivi entro le esatte dimensioni che sono in via di definizione e sono stabilite con un decreto del Presidente del Consiglio di Stato. Saranno venti pagine al massimo i ricorsi d’ora in poi, mentre quel che sconfina è destinato per sempre all’oblio. Brevità della trattazione, che va in direzione opposta all’abitudine di molti legali che, con il timore di rientrare nei canoni dell’inammissibilità, finiscono per presentare ricorsi-fiume.

Ed ancora: “Inammissibile, prolisso e ripetitivo”. Così i giudici del Consiglio di Stato di Lecce hanno giudicato il ricorso d’appello presentato dai tredici proprietari dei terreni interessati dai lavori di allargamento della tanto contestata s.s. 275. Oltre a riconfermare quanto rilevato dal Tribunale amministrativo leccese, il Consiglio di Stato ha deciso di condannare gli appellanti al rimborso delle spese di lite, con la sanzione prevista per la violazione del principio di sinteticità degli atti processuali, introdotta dall’art. 3 del nuovo Codice del processo amministrativo. “Si deve tener conto – si legge in sentenza – dell’estrema prolissità e ripetitività dell’appello in esame (di 109 pagine)”. Il rispetto del dovere di sinteticità, ha sottolineato il Giudice, “costituisce uno dei modi – e forse tra i più importanti – per arrivare ad una giustizia rapida ed efficace”. Gli appellanti dovranno rimborsare, dunque, le spese alla Provincia di Lecce, alla Regione Puglia, al Consorzio Asi, alla Prosal, al CIPE, all’Anas, al Ministero delle Infrastrutture, al Ministero dell’Ambiente e al Ministero dei Rapporti con la Regione.

Eh, sì! Proprio così : lo affermano la Suprema Corte con sentenza n. 11199 del 04.07.2012 e, di recente, il Tribunale di Milano con sentenza del 01.10. 2013, scrive l’Avv. Luisa Camboni. "Viola il giusto processo l'avvocato che trascrive nel proprio atto processuale le precedenti difese, le sentenze dei precedenti gradi, le prove testimoniali, la consulenza tecnica e tutti gli allegati; il giusto processo richiede trattazioni sintetiche e sobrie, anche se le questioni sono particolarmente tecniche o economicamente rilevanti". I Giudici di Piazza Cavour dicono "NO" agli avvocati prolissi. Perché? Perché, a dire dei Giudici con la toga di ermellino, si violerebbe uno dei principi cardine, uno dei pilastri fondamentali su cui poggia il nostro sistema giuridico: il principio del giusto processo, ex art. 111 Cost. "La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. [...]". Uno dei tanti significati insiti nel menzionato principio, difatti, è quello di garantire la celerità del processo, celerità che si realizza anche attraverso atti brevi, ma chiari e precisi nel loro contenuto ( c.d. principio di sinteticità). Il caso, su cui i Giudici si sono pronunciati, riguardava un ricorso di oltre 64 pagine e una memoria illustrativa di ben 36 pagine, il cui contenuto reiterava quello del ricorso. Il principio cui hanno fatto riferimento per dare un freno, uno STOP a Noi Avvocati, molto spesso prolissi, è il principio del giusto processo. Difatti, hanno precisato che un atto processuale eccessivamente lungo, pur non violando alcuna norma, non giova alla chiarezza e specificità dello stesso e, nel contempo, ostacola l'obiettivo di un processo celere. Il cosiddetto giusto processo, tanto osannato dalla nostra Carta Costituzionale, infatti, richiede da Noi Avvocati atti sintetici redatti in modo chiaro e sobrio: "nessuna questione, pur giuridicamente complessa", a dire della Suprema Corte, "richiede atti processuali prolissi". L'atto processuale, dunque, deve essere completo e riportare in modo chiaro la descrizione delle circostanze e degli elementi di fatto, oggetto della controversia. Ancora una volta la Suprema Corte ha richiamato l'attenzione di Noi Avvocati specificando quali sono i principi che ogni operatore di diritto, nella specie l'Avvocato, deve tener presente nel redigere gli atti: specificità, completezza, chiarezza e precisione. Nel caso, dunque, di violazione del principio di sinteticità, ovvero di redazione di atti sovrabbondanti, il giudice può tenerne conto, in sede di liquidazione delle spese processuali, condannando la parte colpevole ai sensi degli artt. 91 e 92 c.p.c.. Per Noi Avvocati, sulla base di quanto affermato dai Giudici di Piazza Cavour, non ha valore alcuno il motto latino "Ripetita iuvant", in quanto le cose ripetute non giovano alla nostra attività professionale che si estrinseca, nei giudizi civili, in attività di difesa negli atti, i quali devono essere chiari, sintetici e precisi. Un'attività di difesa non dipende dalla lungaggine dell'atto, ma dall'ingegno professionale, ingegno che consiste nell'individuare la giusta strategia difensiva per ottenere i migliori risultati sia per il cliente, sia per lo stesso professionista.

"Avvocati siete troppo prolissi, se volete ottenere giustizia per i vostri assistiti dovete imparare il dono della sintesi": la Cassazione ormai lo scrive nel testo delle sentenze. Ecco il parere di un principe del foro torinese, l'avvocato Andrea Galasso, protagonista nelle battaglie tra Margherita Agnelli e la sua famiglia e nel processo a Calciopoli.

Avvocato, i suoi colleghi sono contrari e allarmati, lei cosa ne pensa?

«Da un certo punto di vista i giudici mi trovano d'accordo perché so che spesso quando ci si dilunga e si sbrodola volentieri sui fatti è perché si teme di non poter argomentare bene in punto di diritto. Quindi la Cassazione ha ragione a ritenere che sia necessaria una buona dote di sintesi anche per non appesantire una attività che è diventata sempre più pressante».

Quindi, secondo lei, un bravo avvocato è capace di rimanere nei limiti che la Cassazione considera legittimi per presentare un ricorso?

«In linea di massima ritengo di sì. Poi, ovviamente, ci sono casi diversi. La sintesi deve essere una indicazione generale. poi ogni processo ha la sua storia».

Però sentenze recenti scrivono proprio nero su bianco che il ricorso può essere respinto perché è troppo prolisso e costringe la Corte a leggere elementi inutili. Lei crede che sia corretto?

«No, questo no. Siamo in un caso di cattiveria intellettuale. Di malcostume alla rovescia».

Tra l'altro queste indicazioni di brevità estrema condizioneranno sempre di più il lavoro degli avvocati. È in via di approvazione un emendamento che stabilisce un tetto di venti pagine per i ricorsi al Tar.

«Questo è un problema serio che riguarda il rapporto degli avvocati con i consigli dell'Ordine che evidentemente non sono in grado di far sentire la propria voce quanto dovrebbero».

Lei crede che la categoria dovrebbe essere più ascoltata, insomma?

«Beh sì. Quando si trasformano in legge regole che condizionano così profondamente il nostro lavoro sarebbe opportuno avere un Ordine degli avvocati capace di proporsi come interlocutore valido. E invece, evidentemente non è così».

Ma all'inaudito non c'è mai fine....

Il giudice: "Troppi testimoni inutili? Pena più alta". E gli avvocati milanesi scioperano. Gli avvocati si asterranno dalle udienze il 17 luglio 2014 perché ritengono che siano stati stravolti "alcuni principi cardine del processo accusatorio, ovvero quelli del contraddittorio nella formazione della prova", scrive “La Repubblica”. Non sono andate giù agli avvocati penalisti milanesi le parole pronunciate in aula da un giudice che, in sostanza, di fronte ai legali di un imputato ha detto che se si insiste per ascoltare testimoni inutili, i magistrati poi ne tengono conto quando si tratta di calcolare la pena. E così la Camera penale di Milano, prendendo una decisione clamorosa e dura, anche sulla base di quel grave "caso processuale" che lede il diritto di difesa, hanno deciso di proclamare una giornata di astensione nel capoluogo lombardo per il prossimo 17 luglio. Come si legge in una delibera del consiglio direttivo della Camera penale,"lo scorso 20 giugno, nell'ambito di un'udienza dibattimentale celebratasi avanti a una sezione del tribunale di Milano, il presidente del collegio ha affermato" a proposito dell'esame di testimoni: "Non mi stancherò mai di ripetere che secondo me quando in un processo si insiste a sentire testi che si rivelano inutili, ovviamente si può essere assolti, ma se si è condannati il tribunale ne tiene sicuramente conto ai fini del comportamento processuale" (che influisce sulla pena). E ha aggiunto: "E mi dispiace che sugli imputati a volte ricadano le scelte dei difensori". Il giudice che ha usato quelle parole in udienza sarebbe Filippo Grisolia, presidente dell'undicesima sezione penale. Il giudice, secondo la Camera penale, ha così violato "l'autonoma determinazione del difensore nelle scelte processuali, il quale deve essere libero di valutare l'opportunità o meno di svolgere il proprio controesame". In più il magistrato ha violato le norme che "riconducono la commisurazione della pena esclusivamente a fattori ricollegati alla persona dell'imputato", oltre a manifestare "non curanza per alcuni dei principi cardine del processo accusatorio, ovvero quelli del contraddittorio nella formazione della prova". I penalisti milanesi, dunque, preso atto che "le segnalazioni agli uffici giudiziari" fatte in passato "non hanno ottenuto" lo scopo di "neutralizzare" i comportamenti lesivi del diritto di difesa, e ritenuta "la gravità del fenomeno che il caso processuale riportato denuncia", hanno deciso di astenersi dalle udienze e da "ogni attività in ambito penale" per il 17 luglio prossimo. Con tanto di "assemblea generale" convocata per quel giorno per discutere "i temi" della protesta. "Questo fenomeno della violazione del diritto di difesa - ha spiegato il presidente della Camera penale milanese, Salvatore Scuto - è diffuso ed è emerso con virulenza in questo caso specifico, ma non va ridotto al singolo giudice che ha detto quello che ha detto. Questa è una protesta - ha aggiunto - che non va personalizzata, ma che pone l'indice su un problema diffuso e che riguarda le garanzie dell'imputato e il ruolo della difesa". La delibera è stata trasmessa anche al presidente della Repubblica, al presidente del consiglio dei ministri, al ministero della Giustizia e al Csm, il Consiglio superiore della magistratura.

IL SUD TARTASSATO.  

Sud tartassato: il Meridione paga più di tutti, scrive Lanfranco Caminiti su “Il Garantista”. Dice la Svimez che se muori e vuoi un funerale come i cristiani, è meglio che schiatti a Milano, che a Napoli ti trattano maluccio. E non ti dico a Bari o a Palermo, una schifezza. A Milano si spende 1.444,23 euro per defunto, a Napoli 988 euro, a Bari 892 euro e 19 centesimi, a Palermo 334 euro. A Palermo, cinque volte meno che a Milano. Il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, si rivolterà nella tomba, che a quanto pare non c’è nessuna livella, dopo morti. E checcazzo, e neppure lì terroni e polentoni siamo uguali. E basterebbe solo questo – il culto dei morti dovrebbe antropologicamente “appartenere” alle società meridionali, era il Sud la terra delle prefiche, era il Sud la terra delle donne in nero, era il Sud la terra dei medaglioni con la fotina dell’estinto che pendono sul petto delle vedove – per dire come questa Italia sia cambiata e rovesciata sottosopra. Si paga al Sud di più per tutto, per l’acqua, la monnezza, l’asilo, gli anziani, la luce nelle strade, i trasporti, insomma per i Lep, come dicono quelli che studiano queste cose: livelli essenziali delle prestazioni. Essenziali lo sono, al Sud, ma quanto a prestazioni, zero carbonella. Eppure, Pantalone paga. Paga soprattutto la classe media meridionale che si era convinta che la civilizzazione passasse per gli standard nazionali. Paghiamo il mito della modernizzazione. Paghiamo l’epica della statalizzazione. Paghiamo la retorica della “cosa pubblica”. Paghiamo l’idea che dobbiamo fare bella figura, ora che i parenti ricchi, quelli del Nord, vengono in visita e ci dobbiamo comportare come loro: non facciamoci sempre riconoscere. Paghiamo le tasse, che per questo loro sono avanti e noi restiamo indietro. Lo Stato siamo noi. Parla per te, dico io. Dove vivo io, un piccolo paese del Sud, pago più tasse d’acqua di quante ne pagassi prima in una grande città, e più tasse di spazzatura, e non vi dico com’è ridotto il cimitero che mi viene pena solo a pensarci. Sono stati i commissari prefettizi – che avevano sciolto il Comune – a “perequare” i prelievi fiscali. Poi sono andati via, ma le tasse sono rimaste. Altissime, cose mai viste. In compenso però, la spazzatura si accumula in piccole montagne. A volte le smantellano, poi si ricomincia. Non sai mai quando, magari qualcuno dei laureati che stanno a girarsi i pollici al baretto della piazza potrebbe studiarla, la sinusoide della raccolta rifiuti. Invece, i bollettini arrivano in linea retta. Con la scadenza scritta bella grossa. L’unica cosa che è diminuita in questi anni al Sud è il senso di appartenenza a una qualche comunità più grande del nostro orto privato. La pervasività dello Stato – e quale maggiore pervasività della sua capacità di prelievo fiscale – è cresciuta esponenzialmente quanto l’assoluta privatizzazione di ogni spirito meridionale. Tanto più Stato ha prodotto solo tanta più cosa privata. E non dico solo verso la comunità nazionale, la Patria o come diavolo vogliate chiamarla. No, proprio verso la comunità territoriale. Chi può manda i figli lontano, perché restino lontano. Chi può compra una casa lontano sperando di andarci il prima possibile a passare gli anni della vecchiaia. Chi può fa le vacanze lontano, a Pasqua e a Natale, il più esotiche possibile. Chi non può, emigra. Di nuovo, come sempre. Il Sud è diventato terra di transito per i suoi stessi abitanti. Come migranti clandestini, non vediamo l’ora di andarcene. il Sud dismette se stesso, avendo perso ogni identità storica non si riconosce in quello che ha adesso intorno, che pure ha accettato, voluto, votato.

C’era una volta l’assistenzialismo. Rovesciati come un calzino ci siamo ritrovati contro un federalismo secessionista della Lega Nord che per più di vent’anni ci ha sbomballato le palle rubandoci l’unica cosa in cui eravamo maestri, il vittimismo. Siamo stati vittimisti per più di un secolo, dall’unità d’Italia in poi, e a un certo punto ci siamo fatti rubare la scena da quelli del Nord – e i trasferimenti di risorse, e le pensioni, e l’assistenzialismo e la pressione fiscale e le camorre degli appalti pubblici – e l’unica difesa che abbiamo frapposto è stata lo Stato. Siamo paradossalmente diventati i grandi difensori dell’unità nazionale contro il leghismo. Noi, i meridionali, quelli che il federalismo e il secessionismo l’avevano inventato e provato. Noi, che dello Stato ce ne siamo sempre bellamente strafottuti. Li abbiamo votati. Partiti nazionali, destra e sinistra, sindaci cacicchi e governatori, li abbiamo votati. Ci garantivano le “risorse pubbliche”. Dicevano. Ci promettevano il rinascimento, il risorgimento, la resistenza. Intanto però pagate. Come quelli del Nord. Facciamogli vedere. Anzi, di più. La crisi economica del 2007 ha solo aggravato una situazione già deteriorata. E ormai alla deriva. È stata la classe media meridionale “democratica” l’artefice di questo disastro, con la sua ideologia statalista. Spesso, loro che possono, ora che le tasse sono diventate insopportabili, ora che il Sud è sfregiato, senza più coscienza di sé, ora se ne vanno. O mandano i loro figli lontano. Chi non può, emigra. Di nuovo, come sempre.

Non solo i cittadini italiano sono tartassati, ma sono anche soggetti a dei disservizi estenuanti.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

Economia Sommersa: Il Nord onesto e diligente evade più del Sud, scrive Emanuela Mastrocinque su “Vesuviolive”. Sono queste le notizie che non dovrebbero mai sfuggire all’attenzione di un buon cittadino del Sud. Per anni ci hanno raccontato una storia che, a furia di leggerla e studiarla, è finita con il diventare la nostra storia, l’unica che abbiamo conosciuto. Storia di miseria e povertà superata dai meridionali grazie all’illegalità o all’emigrazione, le due uniche alternative rimaste a “quel popolo di straccioni” (come ci definì quella “simpatica” giornalista in un articolo pubblicato su “Il Tempo” qualche anno fa) . Eppure negli ultimi anni il revisionismo del risorgimento ci sta aiutando a comprendere quanto lo stereotipo e il pregiudizio sia stato utile e funzionale ai vincitori di quella sanguinosa guerra da cui è nata l‘Italia. Serviva (e serve tutt‘ora) spaccare l’Italia. Da che mondo e mondo le società hanno avuto bisogno di creare l’antagonista da assurgere a cattivo esempio, così noi siamo diventati fratellastri, figli di un sentimento settentrionale razzista e intollerante. Basta però avere l’occhio un po’ più attento per scoprire che spesso la verità, non è come ce la raccontano. Se vi chiedessimo adesso, ad esempio, in quale zona d’Italia si concentra il tasso più alto di evasione fiscale, voi che rispondereste? Il Sud ovviamente. E invece non è così. Dopo aver letto un post pubblicato sulla pagina Briganti in cui veniva riassunta perfettamente l’entità del “sommerso economico in Italia derivante sia da attività legali che presentano profili di irregolarità, come ad esempio l’evasione fiscale, che dal riciclaggio di denaro sporco proveniente da attività illecite e mafiose” abbiamo scoperto che in Italia la maggior parte degli evasori non è al Sud. Secondo i numeri pubblicati (visibili nell‘immagine sotto), al Nord il grado di evasione si attesta al 14, 5%, al centro al 17,4% mentre al Sud solo al 7,9%. I dati emersi dal Rapporto Finale del Gruppo sulla Riforma Fiscale, sono stati diffusi anche dalla Banca d’Italia. Nel lavoro di Ardizzi, Petraglia, Piacenza e Turati “L’economia sommersa fra evasione e crimine: una rivisitazione del Currency Demand Approach con una applicazione al contesto italiano” si legge “dalle stime a livello territoriale si nota una netta differenza tra il centro-nord e il sud, sia per quanto attiene al sommerso di natura fiscale che quello di natura criminale. Per quanto riguarda infine l’evidenza disaggregata per aree territoriali, è emerso che le province del Centro-Nord, in media, esibiscono un’incidenza maggiore sia del sommerso da evasione sia di quello associato ad attività illegali rispetto alle province del Sud, un risultato che pare contraddire l’opinione diffusa secondo cui il Mezzogiorno sarebbe il principale responsabile della formazione della nostra shadow economy. Viene meno, di conseguenza, la rappresentazione del Sud Italia come territorio dove si concentrerebbe il maggiore tasso di economia sommersa". E ora, come la mettiamo?

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

Ma quale Sud, è il Nord che ha la palma dell’evasione, scrive Vittorio Daniele su “Il Garantista”. Al Sud si evade di più che al Nord. Questo è quanto comunemente si pensa. Non è così, invece, secondo i dati della Guardia di Finanza, analizzati da Paolo di Caro e Giuseppe Nicotra, dell’Università di Catania, in uno studio di cui si è occupata anche la stampa (Corriere Economia, del 13 ottobre). I risultati degli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza mostrano come, nelle regioni meridionali, la quota di reddito evaso, rispetto a quello dichiarato, sia inferiore che al Nord. E ciò nonostante il numero di contribuenti meridionali controllati sia stato, in proporzione, maggiore. Alcuni esempi. In Lombardia, su oltre 7 milioni di contribuenti sono state effettuate 14.313 verifiche che hanno consentito di accertare un reddito evaso pari al 10% di quello dichiarato. In Calabria, 4.480 controlli, su circa 1.245.000 contribuenti, hanno consentito di scoprire un reddito evaso pari al 3,5% di quello dichiarato. Si badi bene, in percentuale, le verifiche in Calabria sono state quasi il doppio di quelle della Lombardia. E ancora, in Veneto il reddito evaso è stato del 5,3%, in Campania del 4,4% in Puglia, del 3,7% in Sicilia del 2,9%. Tassi di evasione più alti di quelle delle regioni meridionali si riscontrano anche in Emilia e Toscana. Alcune considerazioni. La prima riguarda il fatto che nelle regioni del Nord, dove più alta è la quota di evasione, e dove maggiore è il numero di contribuenti e imprese, si siano fatti, in proporzione, assai meno accertamenti che nel meridione. Poiché, in Italia, le tasse le paga chi è controllato, mentre chi non lo è, se può, tende a schivarle, sarebbe necessario intensificare i controlli là dove la probabilità di evadere è maggiore. E questa probabilità, secondo i dati della Guardia di Finanza, è maggiore nelle regioni più ricche. La seconda considerazione è che il luogo comune di un’Italia divisa in due, con un Nord virtuoso e un Sud di evasori, non corrisponde al vero. L’Italia è un paese unito dall’evasione fiscale. Il fatto che in alcune regioni del Nord si sia evaso di più che al Sud non ha nulla a che vedere né con l’etica, né con l’antropologia. Dipende, più realisticamente, da ragioni economiche. L’evasione difficilmente può riguardare i salari, più facilmente i profitti e i redditi d’impresa. E dove è più sviluppata l’attività d’impresa? Come scrivevano gli economisti Franca Moro e Federico Pica, in un saggio pubblicato qualche anno fa della Svimez: «Al Sud ci sono tanti evasori per piccoli importi. Al Nord c’è un’evasione più organizzata e per somme gigantesche». Quando si parla del Sud, pregiudizi e stereotipi abbondano. Si pensa, così, che la propensione a evadere, a violare le norme, se non a delinquere, sia, per così dire, un tratto antropologico caratteristico dei meridionali. Ma quando si guardano i dati, e si osserva la realtà senza la lente deformante del pregiudizio, luoghi comuni e stereotipi quasi mai reggono. Di fronte agli stereotipi e alle accuse – e quella di essere evasori non è certo la più infamante – che da decenni, ogni giorno e da più parti, si rovesciano contro i meridionali, non sarebbe certo troppo se si cominciasse a pretendere una rappresentazione veritiera della realtà. Insieme a pretendere, naturalmente, e in maniera assai più forte di quanto non si sia fatto finora, che chi, al Sud, ha responsabilità e compiti di governo, faccia davvero, e fino in fondo, il proprio dovere. 

Quante bugie ci hanno raccontato sul Mezzogiorno! Scrive Pino Aprile su “Il Garantista”. L’Italia è il paese più ingiusto e disuguale dell’Occidente, insieme a Stati Uniti e Gran Bretagna: ha una delle maggiori e più durature differenze del pianeta (per strade, treni, scuole, investimenti, reddito…) fra due aree dello stesso paese: il Nord e il Sud; tutela chi ha già un lavoro o una pensione, non i disoccupati e i giovani; offre un reddito a chi ha già un lavoro e lo perde, non anche a chi non riesce a trovarlo; è fra i primi al mondo, per la maggiore distanza fra lo stipendio più alto e il più basso (alla Fiat si arriva a più di 400 volte); ha i manager di stato più pagati della Terra, i vecchi più garantiti e i giovani più precari; e se giovani e donne, pagate ancora meno. È in corso un colossale rastrellamento di risorse da parte di chi ha più, ai danni di chi ha meno: «una redistribuzione dal basso verso l’alto». È uscito in questi giorni nelle librerie il nuovo libro di Pino Aprile («Terroni ’ndernescional», edizioni PIEMME, pagine 251, euro 16,50). Pubblichiamo un brano, per gentile concessione dell’autore. Quante volte avete letto che la prova dell’ estremo ritardo dell’Italia meridionale rispetto al Nord era l’alta percentuale di analfabeti? L’idea che questo possa dare ad altri un diritto di conquista e annessione può suonare irritante. Ma una qualche giustificazione, nella storia, si può trovare, perché i popoli con l’alfabeto hanno sottomesso quelli senza; e í popoli che oltre all’alfabeto avevano anche ”il libro” (la Bibbia, il Vangelo, il Corano, Il Capitale, il Ko Gi Ki…) hanno quasi sempre dominato quelli con alfabeto ma senza libro. Se questo va preso alla… lettera, la regione italiana che chiunque avrebbe potuto legittimamente invadere era la Sardegna, dove l’analfabetismo era il più alto nell’Italia di allora: 89,7 per cento (91,2 secondo altre fonti); quasi inalterato dal giorno della Grande Fusione con gli stati sabaudi: 93,7. Ma la Sardegna era governata da Torino, non da Napoli. Le cose migliorarono un po’, 40 anni dopo l’Unità, a prezzi pesanti, perché si voleva alfabetizzare, ma a spese dei Comuni. Come dire: noi vi diamo l’istruzione obbligatoria, però ve la pagate da soli (più o meno come adesso…). Ci furono Comuni che dovettero rinunciare a tutto, strade, assistenza, per investire solo nella nascita della scuola elementare: sino all’87 per cento del bilancio, come a Ossi (un secolo dopo l’Unità, il Diario di una maestrina, citato in Sardegna , dell’Einaudi, riferisce di «un evento inimmaginabile »: la prima doccia delle scolare, grazie al dono di dieci saponette da parte della Croce Rossa svizzera). Mentre dal Mezzogiorno non emigrava nessuno, prima dell’Unità; ed era tanto primitivo il Sud, che partoriva ed esportava in tutto il mondo facoltà universitarie tuttora studiatissime: dalla moderna storiografia all’economia politica, e vulcanologia, sismologia, archeologia… Produzione sorprendente per una popolazione quasi totalmente analfabeta, no? Che strano. Solo alcune osservazioni su quel discutibile censimento del 1861 che avrebbe certificato al Sud indici così alti di analfabetismo: «Nessuno ha mai analizzato la parzialità (i dati sono quelli relativi solo ad alcune regioni) e la reale attendibilità di quel censimento realizzato in pieno caos amministrativo, nel passaggio da un regno all’altro e in piena guerra civile appena scoppiata in tutto il Sud: poco credibile, nel complesso, l’idea che qualche impiegato potesse andare in  giro per tutto il Sud bussando alle porte per chiedere se gli abitanti sapevano leggere e scrivere» rileva il professor Gennaro De Crescenzo in Il Sud: dalla Borbonia Felix al carcere di Penestrelle. Come facevano a spuntare oltre 10.000 studenti universitari contro i poco più di 5.000 del resto d’Italia, da un tale oceano di ignoranza? Né si può dire che fossero tutti benestanti, dal momento che nel Regno delle Due Sicílie i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie a sussidi che furono immediatamente aboliti dai piemontesi, al loro arrivo. Sull’argomento potrebbero gettare più veritiera luce nuove ricerche: «Documenti al centro di studi ancora in corso presso gli archivi locali del Sud dimostrano che nelle Due Sicilie c’erano almeno una scuola pubblica maschile e una scuola pubblica femminile per ogni Comune oltre a una quantità enorme di scuole private» si legge ancora nel libro di De Crescenzo, che ha studiato storia risorgimentale con Alfonso Scirocco ed è specializzato in archivistica. «Oltre 5.000, infatti, le ”scuole” su un totale di 1.845 Comuni e con picchi spesso elevati e significativi: 51 i Comuni in Terra di Bari, 351 le scuole nel complesso; 174 i Comuni di Terra di lavoro, 664 le scuole; 113 i Comuni di Principato Ultra, 325 le scuole; 102 i Comuni di Calabria Citra, 250 le scuole…». Si vuol discutere della qualità di queste scuole? Certo, di queste e di quella di tutte le altre; ma «come si conciliano questi dati con quei dati così alti dell’analfabetismo? ». E mentiva il conte e ufficiale piemontese Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, che scese a Sud pieno di pregiudizi, e non li nascondeva, e poi scrisse quel che vi aveva trovato davvero e lo scempio che ne fu fatto (guadagnandosi l’ostracismo sabaudo): per esempio, che «la pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia»? Di sicuro, appena giunti a Napoli, i Savoia chiusero decine di istituti superiori, riferisce Carlo Alianello in La conquista del Sud. E le leggi del nuovo stato unitario, dal 1876, per combattere l’analfabetismo e finanziare scuole, furono concepite in modo da favorire il Nord ed escludere o quasi il Sud. I soliti trucchetti: per esempio, si privilegiavano i Comuni con meno di mille abitanti. Un aiuto ai più poveri, no? No. A quest’imbroglio si è ricorsi anche ai nostri tempi, per le norme sul federalismo fiscale regionale. Basti un dato: i Comuni con meno di 500 abitanti sono 600 in Piemonte e 6 in Puglia. Capito mi hai? «Mi ero sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato,» racconta Raffaele Vescera, fertile scrittore di Foggia «il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l’Unità, analfabeta». Nessun Sud, invece, nel 1860, era più Sud dell’isola governata da Torino; e rimase tale molto a lungo. Nel Regno delle Due Sicilie la ”liberazione” (così la racconta, da un secolo e mezzo, una storia ufficiale sempre più in difficoltà) portò all’impoverimento dello stato preunitario che, secondo studi recenti dell’Università di Bruxelles (in linea con quelli di Banca d’Italia, Consiglio nazionale delle ricerche e Banca mondiale), era ”la Germania” del tempo, dal punto di vista economico. La conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta: lo scrisse il braccio destro di Cavour. Ma la cosa è stata ed è presentata (con crescente imbarazzo, ormai) come una modernizzazione necessaria, fraterna, pur se a mano armata. Insomma, ho dovuto farti un po’ di male, ma per il tuo bene, non sei contento? Per questo serve un continuo confronto fra i dati ”belli” del Nord e quelli ”brutti” del Sud. Senza farsi scrupolo di ricorrere a dei mezzucci per abbellire gli uni e imbruttire gli altri. E la Sardegna, a questo punto, diventa un problema: rovina la media. Così, quando si fa il paragone fra le percentuali di analfabeti del Regno di Sardegna e quelle del Regno delle Due Sicilie, si prende solo il dato del Piemonte e lo si oppone a quello del Sud: 54,2 a 87,1. In tabella, poi, leggi, ma a parte: Sardegna, 89,7 per cento. E perché quell’89,7 non viene sommato al 54,2 del Piemonte, il che porterebbe la percentuale del Regno sardo al 59,3? (Dati dell’Istituto di Statistica, Istat, citati in 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011, della SVIMEZ, Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno). E si badi che mentre il dato sulla Sardegna è sicuramente vero (non avendo interesse il Piemonte a peggiorarlo), non altrettanto si può dire di quello dell’ex Regno delle Due Sicilie, non solo per le difficoltà che una guerra in corso poneva, ma perché tutto quel che ci è stato detto di quell’invasione è falsificato: i Mille? Sì, con l’aggiunta di decine di migliaia di soldati piemontesi ufficialmente ”disertori”, rientrati nei propri schieramenti a missione compiuta. I plebisciti per l’annessione? Una pagliacciata che già gli osservatori stranieri del tempo denunciarono come tale. La partecipazione armata dell’entusiasta popolo meridionale? E allora che ci faceva con garibaldini e piemontesi la legione straniera 11 domenica 4 gennaio 2015 ungherese? E chi la pagava? Devo a un valente archivista, Lorenzo Terzi, la cortesia di poter anticipare una sua recentissima scoperta sul censimento del 1861, circa gli analfabeti: i documenti originali sono spariti. Ne ha avuto conferma ufficiale. Che fine hanno fatto? E quindi, di cosa parliamo? Di citazioni parziali, replicate. Se è stato fatto con la stessa onestà dei plebisciti e della storia risorgimentale così come ce l’hanno spacciata, be’…Nei dibattiti sul tema, chi usa tali dati come prova dell’arretratezza del Sud, dinanzi alla contestazione sull’attendibilità di quelle percentuali, cita gli altri, meno discutibili, del censimento del 1871, quando non c’era più la guerra, eccetera. Già e manco gli originali del censimento del ’71 ci sono più. Spariti pure quelli! Incredibile come riesca a essere selettiva la distrazione! E a questo punto è legittimo chiedersi: perché il meglio e il peggio del Regno dí Sardegna vengono separati e non si offre una media unica, come per gli altri stati preunitari? Con i numeri, tutto sembra così obiettivo: sono numeri, non opinioni. Eppure, a guardarli meglio, svelano non solo opinioni, ma pregiudizi e persino razzismo. Di fatto, accadono due cose, nel modo di presentarli: 1) i dati ”belli” del Nord restano del Nord; quelli ”brutti”, se del Nord, diventano del Sud. Il Regno sardo era Piemonte, Liguria, Val d’Aosta e Sardegna. Ma la Sardegna nelle statistiche viene staccata, messa a parte. Giorgio Bocca, «razzista e antimeridionale », parole sue, a riprova dell’arretratezza del Sud, citava il 90 per cento di analfabeti dell’isola, paragonandolo al 54 del Piemonte. Ma nemmeno essere di Cuneo e antimerìdionale autorizza a spostare pezzi di storia e di geografia: la Sardegna era Regno sabaudo, i responsabili del suo disastro culturale stavano a Torino, non a Napoli;

2) l’esclusione mostra, ce ne fosse ancora bisogno, che i Savoia non considerarono mai l’isola alla pari con il resto del loro paese, ma una colonia da cui attingere e a cui non dare; una terra altra («Gli stati» riassume il professor Pasquale Amato, in Il Risorgimento oltre i miti e i revisionismi «erano proprietà delle famiglie regnanti e potevano essere venduti, scambiati, regalati secondo valutazioni autonome di proprietari». Come fecero i Savoia con la Sicilia, la stessa Savoia, Nizza… Il principio fu riconfermato con la Restaurazione dell’Ancièn Regime, nel 1815, in Europa, per volontà del cancelliere austriaco Klemens von Metternich). E appena fu possibile, con l’Unità, la Sardegna venne allontanata quale corpo estraneo, come non avesse mai fatto parte del Regno sabaudo. Lo dico in altro modo: quando un’azienda è da chiudere, ma si vuol cercare di salvare il salvabile (con Alitalia, per dire, l’han fatto due volte), la si divide in due società; in una, la ”Bad Company”, si mettono tutti i debiti, il personale in esubero, le macchine rotte… Nell’altra, tutto il buono, che può ancora fruttare o rendere appetibile l’impresa a nuovi investitori: la si chiama ”New Company”.

L’Italia è stata fatta così: al Sud invaso e saccheggiato hanno sottratto fabbriche, oro, banche, poi gli hanno aggiunto la Sardegna, già ”meridionalizzata”. Nelle statistiche ufficiali, sin dal 1861, i dati della Sardegna li trovate disgiunti da quelli del Piemonte e accorpati a quelli della Sicilia, alla voce ”isole”, o sommati a quelli delle regioni del Sud, alla voce ”Mezzogiorno” (la Bad Company; mentre la New Company la trovate alla voce ”Centro-Nord”). Poi si chiama qualcuno a spiegare che la Bad Company è ”rimasta indietro”, per colpa sua (e di chi se no?). Ripeto: la psicologia spiega che la colpa non può essere distrutta, solo spostata. Quindi, il percorso segue leggi di potenza: dal più forte al più debole; dall’oppressore alla vittima. Chi ha generato il male lo allontana da sé e lo identifica con chi lo ha subito; rimproverandogli di esistere. È quel che si è fatto pure con la Germania Est e si vuol fare con il Mediterraneo.

PARENTOPOLI: DIVIETO PER PARENTI ED AFFINI; AMMESSI CONIUGI, CONVIVENTI ED AMANTI.

Università, vietato assumere i parenti. Tranne le mogli. Bari, 31 assunzioni all’università. La legge vieta congiunti dei professori fino al quarto grado. Ma il rettore annuncia: «L’interpretazione non è univoca», scrive Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”. La moglie è una parente? «Che razza di domanda!», direte voi. All’università di Bari, invece, indifferenti alle risate di scherno, la domanda se la pongono sul serio: d’accordo che la legge vieta l’assunzione in facoltà di «parenti e affini fino al quarto grado» ma perché mai escludere le mogli? Passi pure per i cognati, ma i mariti? Il tormentone di Parentopoli, all’ateneo «Aldo Moro» di Bari, va avanti da tempo immemorabile. «Per anni giornali, settimanali, libri e tv hanno elevato agli onori della cronaca i casi di alcune famiglie particolarmente portate alla carriera accademica - scrive Roberto Perotti già nel 2008 -. Nella facoltà di Economia sono noti i casi della famiglia Girone, con l’ex magnifico rettore Giovanni professore di Statistica, la moglie Giulia Sallustio, tre figli, un genero tutti docenti nella stessa facoltà; o della famiglia Massari, con Lanfranco professore di Economia aziendale, due fratelli, e almeno cinque tra figli e nipoti, a Bari e atenei limitrofi; o della famiglia Tatarano, con il padre Giovanni e due figli, tutti docenti di Diritto privato e tutti nello stesso corridoio». «Meno noto è il fatto che non ci sono soltanto loro - insiste il docente della Bocconi -. Nella facoltà di Economia almeno 42 docenti su 179 (quasi il 25 per cento) risultano avere almeno un parente stretto nella stessa facoltà; altri parenti sono sparsi per le altre facoltà dell’ateneo, e altri ancora insegnano negli atenei satelliti, nella sede staccata di Taranto, a Lecce, a Foggia. Tutte queste sono stime prudenziali, perché in parecchi casi fortemente sospetti non sono riuscito a rompere il muro di omertà e ad accertare al di là di ogni dubbio l’esistenza di un legame di parentela. E non c’è soltanto Economia: a Medicina e Chirurgia i cognomi che ricorrono almeno due volte sono 40, su 417 docenti». L’anno dopo, nel libro Parentopoli, Nino Luca rincara: «Antonella, Fabrizio, Francesco Saverio (vale uno nonostante il doppio nome), Gian Siro, Gilberto, Lanfranco, Manuela Monica Danila (tre nomi ma vale sempre uno) e Stefania. Totale otto Massari: Massari, Massari, Massari, Massari, Massari, Massari, Massari e Massari. Nell’ordine: ordinario, associato, ricercatore, associato, associato, ordinario, ricercatore e straordinario. Facoltà di Economia, economia, economia, economia, tutti ad economia. Stessa facoltà, stesso cognome, stessa famiglia, stesso mestiere, la stessa città. Anche se qualcuno, forse per frenare le malelingue, si è dovuto sobbarcare una piccola trasferta a Lecce e a Casamassima. Ma gli otto Massari portano l’università di Bari nel guinness dei primati». Macché record! Tre anni dopo, nel 2012, Striscia la notizia becca il direttore amministra-tivo Giorgio De Santis, via via consolato nella sua solitudine dall’arrivo all’ateneo barese della moglie, della figlia, di un fratello, della cognata, della sorella della cognata e di sette nipoti. Totale: dodici. «Ma no! Ma no!», si affrettavano via via a precisare dopo ogni scandalo i più rocciosi difensori del buon nome dell’università. «È tutta roba vecchia, un accumulo di casi isolati che non possono essere messi insieme. È il passato! Adesso c’è il codice etico!». Giusto, dal gennaio del 2007. Quando l’allora rettore Corrado Petrocelli benedisse le nuove regole, che vietavano le assunzioni dei parenti prima ancora che arrivasse la legge nazionale firmata da Maria Stella Gelmini, con parole di esultanza: «È un momento altissimo per l’intera comunità accademica barese. Bari adesso si pone come capofila nazionale per la lotta ai mali dell’università. Spero che da oggi in poi si parli più della bravura dei nostri ricercatori che degli scandali che in passato han travolto l’intera istituzione». Nel 2010, replay. Col trucco. Codice etico alla mano, Medicina è costretta infatti a negare l’assunzione di Maria Luisa Fiorella, prima al concorso per un posto da associato ad Otorinolaringoiatria. «Non è giusto!», si ribella il padre, Raffaele Fiorella, otorinolaringoiatra lui pure, professore e primario del Policlinico. E perché non sarebbe giusto? «Non è una legge, è un regolamento». E spiega al nostro Corriere del Mezzogiorno: «Mi verrebbe voglia di dimettermi, ma non lo faccio solo per rispetto dei miei pazienti e degli studenti». Poi ci ripensa, si dimette, va in prepensionamento e fa strada alla figlia. Il tempo che Maria Luisa si insedi e lui torna ad insegnare, con un contratto a tempo, nel dipartimento che dirigeva. Tié! Ma, ahinoi, il 30 dicembre 2010 l’insieme di «Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento», meglio nota appunto come legge Gelmini, sembra spazzare via ogni scappatoia. Dice infatti che «in ogni caso, ai procedimenti per la chiamata non possono partecipare coloro che abbiano un grado di parentela o di affinità, fino al quarto grado compreso, con un professore appartenente al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata ovvero con il rettore, il direttore generale o un componente del consiglio di amministrazione dell’ateneo». Chiaro? Non bastasse, una sentenza dell’Abruzzo annulla due anni dopo un’assunzione furbetta all’università di Teramo, basata proprio sul fatto che la legge non cita espressamente tra i parenti mogli e mariti, spiegando che «se l’affinità presuppone il coniugio, la ragione di incompatibilità riferita all’affinità (si badi, fino al quarto grado), a maggior ragione, deve valere per il coniugio». Linguaggio buro-giudiziario orrendo, ma chiaro. O no? No, pensa qualche testa fina a Bari. Tanto è vero che, essendo in arrivo i bandi per assumere trentuno nuovi professori associati, un’occasione in altri tempi unica per infilare un po’ di parenti, il problema è stato sollevato dal Collegio dei garanti, deciso a sciogliere le «incongruenze» appunto tra il codice etico dell’ateneo che precisa il divieto per i coniugi e la legge Gelmini che lascerebbe, per quanto sia ridicolo, questo pertugio. Il presidente del Collegio Ugo Villani ha invitato in una lettera i colleghi a interpretare la legge Gelmini in modo costituzionalmente corretto: «Sarebbe irragionevole il divieto per gli affini entro il quarto grado e non per il coniuge». Insomma, ha spiegato alla Gazzetta del Mezzogiorno, «non posso chiamare in dipartimento il cugino di mia moglie, che magari non ho mai visto in vita mia, ma posso chiamare mia moglie. È una situazione assolutamente irragionevole». Ovvio, agli occhi di tutti gli italiani. Ma non a quelli di tutti i docenti di Bari. Tanto che il rettore Antonio Uricchio, spiegando che «quella del Collegio dei garanti non è una interpretazione univoca» (testuale!), ha convocato il Senato accademico. Il tema è quello che dicevamo: la moglie è una parente? Chissà se questa dotta disquisizione contribuirà a rafforzare il profilo internazionale dell’università barese. Nell’ultimo ranking «Times Higher Education World» è tra il 351º e 400º posto in Europa. E quella mondiale è ancora più umiliante. Auguri.

Entro due mesi partiranno i bandi straordinari per 32 associati, e subito dopo le chiamate per i 15-16 ordinari con idoneità «esterna» finanziati dalla Regione. Ma a breve ci sarà anche una nuova tornata di assunzioni di docenti ordinari, secondo le nuove regole della legge Gelmini, e si parla di almeno altri 40 posti da mettere a bando. In tutto, dopo quasi 10 anni di sostanziale stop in cui ne ha persi almeno 400, l’Università di Bari si prepara ad assumere quasi 100 nuovi docenti, scrive Massimo Scagliarini su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. E questo spiega la grande importanza della riunione in cui oggi il Senato accademico deciderà come regolarsi per le chiamate: ed in particolare se vieterà - o meno - la chiamata di marito e moglie nello stesso dipartimento. Il problema su cui sta ragionando il rettore Antonio Uricchio, prima che etico, è soprattutto pratico. Gli uffici amministrativi dell’Università hanno fatto una valutazione: a fronte di 1460 docenti in servizio (di cui 288 professori ordinari, 412 associati, 747 ricercatori a tempo indeterminato e appena 12 a tempo determinato) i casi di mariti e mogli interessati a un concorso da professore sono circa 40: parliamo di quelli in cui uno dei due coniugi ha i titoli (l’abilitazione nazionale) per concorrere a un posto di associato o di ordinario nello stesso dipartimento in cui già lavora l’altro. La legge Gelmini vieta le assunzioni di parenti o affini fino al quarto grado, ma non parla esplicitamente dei coniugi. A porre il divieto è il codice etico dell’Università di Bari, che però è tarato sulle facoltà (che non esistono più) e sui settori scientifico-disciplinari. Ma per il garante, Ugo Villani (e per il Consiglio di Stato) poco cambia: il divieto va esteso anche a marito e moglie. Il problema è di difficilissima soluzione pratica. Le materie che esistono in più dipartimenti (ad esempio diritto commerciale che c’è a giurisprudenza, nei due dipartimenti di economia e nel dipartimento jonico), sono circa il 10% del totale, tutte le altre no: quindi non è nemmeno possibile «separare» marito e moglie prima del concorso.
Ed è per questo che si verificano - si stanno verificando - casi come quello di Giuseppe Moro, docente di Sociologia generale, che sta per essere chiamato dal dipartimento di Scienze della formazione diretto dalla moglie Rosalinda Cassibba in base alla convenzione con la Regione. Non avrà problemi invece Angela Bergantino, associato di Economia Applicata al dipartimento di studi aziendali, moglie di Ernesto Longobardi e anche lei nell’elenco degli «esterni» finanziati dalla Regione: anche se lavorano a 10 metri di distanza, Longobardi è inquadrato nel dipartimento di studi economici. Il finanziamento regionale permetterà di far diventare ordinario anche Roberto Voza, docente di diritto del Lavoro, delegato del rettore alla gestione del personale.

«Parentopoli» All'Università di Bari, il caso di mariti e mogli, scrive Massimiliano Scagliarini su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Forse si è trattato di una svista. Forse, ed è più probabile, di un calcolo ben ponderato. Fatto sta che la legge Gelmini ha un buco, un buco che sta spaccando il mondo accademico e in particolare l’Università di Bari, dove sono in arrivo i bandi per reclutare 31 nuovi professori associati. Nell’eterna lotta al familismo universitario si pone un problema non da poco: sebbene sia vietato assumere chi ha «parenti o affini fino al quarto grado» nello stesso dipartimento, quel divieto non vale per mogli o mariti. E a Bari, tra quanti aspirano a un posto da professore, ce ne sono parecchi. Il problema è stato sollevato dal Collegio dei garanti, che ha fatto emergere le incongruenze tra la legge (e il nuovo regolamento di Ateneo) e il codice etico dell’Università di Bari, in cui - oltre ai parenti fino al quarto grado - è vietata anche l’assunzione del coniuge. In una lettera, il presidente del Collegio, Ugo Villani, ha dunque invitato i colleghi a una interpretazione «costituzionalmente orientata» della legge Gelmini: «Sarebbe irragionevole - scrive - sancire il divieto per gli affini entro il quarto grado e non per il coniuge». Al telefono, il professor Villani è ancora più esplicito: «Non posso chiamare in dipartimento il cugino di mia moglie, che magari non ho mai visto in vita mia, ma posso chiamare mia moglie. È una situazione assolutamente irragionevole, ed ecco perché mi sembrava giusto sollevare una questione che ha una indubbia rilevanza etica: per questo proponiamo una interpretazione della legge Gelmini che a noi pare giusta, ed è sostenuta da una sentenza del Consiglio di Stato». I giudici amministrativi hanno infatti annullato un assegno di ricerca che l’Università di Teramo aveva assegnato alla moglie di un ricercatore dello stesso dipartimento: «Se l’affinità presuppone il coniugio - hanno scritto i giudici -, la ragione di incompatibilità riferita all’affinità a maggior ragione vale per il coniugio»: in caso contrario, hanno avvertito, si rischia di istituzionalizzare «il biasimevole, ma non infrequente, fenomeno detto del familismo universitario». Ma per il momento il corpo docente barese si è mostrato scettico. Il codice etico, fanno notare in molti, è obsoleto (è stato emanato prima della legge 240, quando esistevano ancora le facoltà, e parametrava le incompatibilità ai settori scientifico-disciplinari), e spesso le relazioni personali tra colleghi nascono proprio in dipartimento. Altre Università (Milano Bicocca, Firenze, Venezia) hanno però emanato regolamenti che vietano anche mariti e mogli, seppur con sfumature diverse (in alcuni casi il divieto vale solo per i nuovi ingressi e non per le progressioni di carriera). Bari, invece, ha emanato un regolamento - non ancora in vigore - che richiama parola per parola il testo della legge Gelmini, e dunque salta a piè pari il problema dei coniugi. «Sono impegnatissimo a difendere il codice etico - dice il rettore Antonio Uricchio - ma quella del Collegio dei garanti non è una interpretazione univoca. Per questo motivo ho convocato per venerdì il Senato accademico, in quella sede il professor Villani rappresenterà le sue conclusioni e decideremo». È probabile che si arrivi a una votazione, ed a quel punto potrebbe accadere di tutto: anche che il Senato voti per ammettere ai concorsi mariti e mogli. Anche perché le prime 31 assunzioni secondo la legge Gelmini preludono a una successiva infornata di professori associati: se i vincitori dei concorsi (una procedura comparativa telematica) risulteranno già in servizio presso l’Università, infatti, i singoli dipartimenti potranno utilizzare le risorse economiche liberate per effettuare chiamate dirette a chi ha conseguito l’ido - neità nel concorso nazionale. A Bari i casi di marito professore e moglie ricercatore nello stesso dipartimento (o viceversa) sono diverse decine. A Giurisprudenza, a Medicina, ma anche (e forse soprattutto) nelle facoltà scientifiche. La legge Gelmini ha eliminato la figura del ricercatore a tempo indeterminato, quelli che ci sono sono destinati a diventare tutti (prima o poi) professori. E c’è una vera guerra per chi deve entrare per primo. La questione è tutto sommato semplice, ma - qualunque sia la soluzione - si rischia di scontentare qualcuno. Venerdì il Senato accademico dell’Università di Bari, chiamata a reclutare 32 nuovi professori associati, dovrà scegliere come regolarsi sul caso dei coniugi che in queste ore sta spaccando la comunità accademica: se vietare l’assunzione di moglie e mariti - come chiede il garante del Codice etico, Ugo Villani - o se invece scegliere di adeguarsi al testo letterale della legge Gelmini che al proposito è vago, continua Scagliarini. Dopo i 32 bandi per associati, cui potrebbero far seguito un certo numero di chiamate dirette, arriveranno le assunzioni dei professori ordinari. E di coniugi che lavorano nello stesso dipartimento, a Bari ce ne sono tantissimi: quasi tutti, guarda caso, in possesso dell’abilitazione nazionale e dunque interessati agli imminenti bandi. Il direttore del dipartimento di Psicologia, Rosalinda Cassibba, è ad esempio moglie di Giuseppe Moro, professore associato di Sociologia. A Biotecnologie, la ricercatrice Grazia Paola Nicchia è sposata con il professore associato Antonio Frigeri (Fisiologia). Ad agraria, sono marito e moglie i ricercatori Agata Gadaleta e Giuseppe Ferrara. Il preside di Giurisprudenza, Massimo Di Rienzo, è il marito di Francesca Vessia, professore associato di Commerciale (in attesa di abilitazione). La legge 240 prevede il divieto di assumere nello stesso dipartimento «parenti o affini fino al quarto grado», senza far riferimento ai coniugi. Ma nella lettera che ha fatto scoppiare il caso, il professor Villani ha evidenziato che il rapporto di coniugio è alla base del concetto di affinità, e - soprattutto - che secondo il Consiglio di Stato il divieto va esteso anche a marito e moglie. Quello stesso divieto, peraltro, è contenuto anche nel Codice etico dell’Università di Bari, mentre il nuovo regolamento per le chiamate dei docenti non ne fa menzione: si limita a richiamare la norma di legge. È per questo che il rettore Antonio Uricchio ha demandato tutto al Senato che si riunirà venerdì. In quella occasione, dovrebbero essere votati i criteri delle assunzioni: la comunità accademica rischia dunque, indirettamente, di votare per l’assunzione di mogli e mariti. Il problema è che a Bari c’è un precedente, un precedente pesante. Nel precedente concorso per associati, a marzo 2013, uno dei 37 vincitori era la professoressa Stefana Santelia, moglie dell’allora rettore Corrado Petrocelli. All’epoca l’Università ha temporeggiato (l’assunzione di parenti del rettore non può avvenire in alcun dipartimento): la professoressa Santelia è stata chiamata a novembre 2013, dopo la scadenza del mandato di Petrocelli. Una procedura formalmente ineccepibile. Il problema è che la legge Gelmini era in vigore già allora, ma all’epoca nessuno si era posto il problema: e dunque c’è sul tavolo un precedente fortissimo.

Parentopoli in Ateneo, oltre venti cattedre per mogli e mariti prof. Scontro sul codice etico. Il presidente del Collegio dei garanti, Ugo Villani sarà ascoltato dal Senato accademico. "Il regolamento va modificato perché va prevista l'incompatibilità tra i coniugi", scrive Antonio Di Giacomo su “La Repubblica”. In pole position ci sarebbero circa venti docenti pronti a saltare in cattedra. Peccato, però, che sembra si tratti di mogli e mariti di professori già in servizio nell'Università di Bari. A meno che, venerdì prossimo, il Senato accademico durante la sua riunione straordinaria non accolga le sollecitazioni di Ugo Villani, presidente del Collegio dei garanti dell'Ateneo barese, che ha preso carta e penna e fornito chiare indicazioni sul regolamento per la chiamata dei professori di ruolo: "Il Collegio raccomanda al Senato accademico di modificare la normativa interna dell'Università di Bari per rendere esplicito divieto fondato sul rapporto di coniugio". Il peccato originale, infatti, è nell'articolo 18 della legge 240/10, meglio nota come riforma Gelmini, che fra le cause di esclusione dai procedimenti per chiamata dei professori, dal conferimento di assegni e dalla stipulazione di contratti considera incompatibili i parenti e affini anche non stretti (fino al quarto grado) e non il coniuge di "un professore appartenente al Dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata, ovvero del rettore, del direttore generale o di un componente del Consiglio di amministrazione dell'Ateneo". Figli, cugini, nipoti, fratelli e sorelle no, insomma, ma mariti e mogli sì. Fatto sta che, sebbene curiosamente l'articolo 18 della Gelmini abbia lasciato proprio una finestra interpretativa aperta, il 15 settembre scorso il Senato accademico barese ha approvato un regolamento che richiama alla lettera la stessa legge. Superando così le più strette maglie del codice etico che pure l'Ateneo si era dato. Ma qui Villani invoca l'autorevole parere del Consiglio di Stato che, rispetto alle cause di esclusione, ha già parlato chiaro nella sentenza 1270 del 2013, giudicando "irragionevole considerare ai fini dell'incompatibilità, un rapporto di parentela e affinità anche non stretto (fino al quarto grado) ed escluderlo invece per il coniuge ". A meno che non si ritenga "che il biasimevole, ma non infrequente, fenomeno del familismo universitario, vada addirittura istituzionalizzato". Ed è appellandosi a questo pronunciamento che Villani, anche alla luce di una delibera assunta dal Collegio dei garanti lo scorso 21 ottobre, ha osservato, come sarebbe "irragionevole sancire il divieto per gli affini entro il quanto grado e non per il coniuge, essendo invero il rapporto di coniugio il presupposto giuridico della affinità". Ma qual è il parere della comunità accademica? Per Giovanni Lapadula, direttore del dipartimento di Medicina, "l'osservazione di Villani è giusta, visto che marito e moglie sono due persone inizialmente estranee fra cui si crea un legame affettivo forte che va poi sottoposto a valutazioni etiche quando si parla di carriere. Ma credo ci sia pure il problema di quei legami affettivi, come le convivenze, non registrati ufficialmente e che pure pongono questioni etiche, le convivenze nel quale non c'è vincolo matrimoniale ma lo stesso vincolo. Ritengo, quindi, che laddove ci siano dei dubbi debba poter esistere una commissione etica indipendente, costituita da componenti esterni all'Ateneo, perché i singoli casi siano analizzati con serenità ". Mentre Massimo Di Rienzo, direttore di Giurisprudenza, osserva che "escludere qualcuno da una procedura in assenza dei presupposti di legge significa adottare delle decisioni delle quali si può essere responsabili ai fini risarcitori. Le incompatibilità devono essere quelle stabilite dalle norme: ogni decisione non potrà che essere coerente al dettato legislativo". Non ha dubbi, invece, il Codau, l'associazione dei direttori generali delle università italiane che, richiamando il Consiglio di Stato, in un documento del novembre 2013 scrive: "Il rapporto di parentela e coniugio devono essere considerati tra le incompatibilità".

TANTO BRAVO DA INSEGNARE ALL’ESTERO? PENALIZZATO. Insegnavi a Yale? Mettiti pure in coda. All’Università del Salento più punti a chi ha avuto cattedre nei nostri atenei, scrive Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”. Vale di più una cattedra ad Harvard o all’ateneo di Villautarchia? Dipende. All’Università del Salento, pare impossibile, il concorso per assumere 16 professori riconosce più punti a chi ha già insegnato nelle nostre aule piuttosto che ai docenti di Berkeley o Yale. Che gli atenei italiani possano essere sottovalutati dalle classifiche mondiali, come sospirano i rettori, è possibile. Anche l’ultimissimo «World University Ranking» del Times Higher education vede nelle prime 200 addirittura 74 università statunitensi, 29 britanniche, 12 tedesche, 11 olandesi, 8 canadesi, 8 australiane, 7 svizzere, 7 francesi, 5 giapponesi, 4 turche (quattro!) e una sola italiana. Cioè la Normale di Pisa che si piazza al 63º posto e, nella classifica pro capite, tenendo conto del numero degli studenti, starebbe molto più in alto. Seguono, nella seconda fascia, l’ateneo di Trieste e la Bicocca di Milano: nelle prime 250, a dispetto di tutte le vanità sulla «patria della cultura», non abbiamo altro. Domanda: allora come mai, se le università italiane sono così scarse, i nostri ragazzi appena mettono il naso al di là della frontiera fanno spessissimo un figurone in tutto il mondo? Risposta: perché evidentemente, nonostante tutti i difetti, tutti i concorsi truccati, tutte le Parentopoli, nelle nostre aule si insegna e si impara meglio di quanto si pensi. Il problema della reputazione, però, resta. Ed è pesante: come possiamo rassegnarci ad avere tra le prime 400 università d’Europa solo 17 italiane? Fatto sta che, non contentandosi di contestare la sacralità di queste classifiche, l’Università del Salento ha deciso di andare oltre. E di valutare di più i curriculum «caserecci» che non quelli di profilo internazionale. Lo dice il bando di selezione «per la copertura di 16 posti di professore universitario di ruolo di 2ª fascia» firmato dal rettore Vincenzo Zara. Già il documento, va detto, è un capolavoro del delirio burocratese in cui affoga l’Italia: prima di arrivare al nocciolo, la delibera vera e propria, elenca infatti 42 «visto» e «vista» (da «vista la legge 23 agosto 1988 n.370 - esenzione dell’imposta di bollo...» a «vista la legge 9 maggio 1989 n.168-istituzione del ministero dell’Università...») più due «considerato» e un «ritenuto» per un totale di 189 righe di logorrea «codicillica». Il seguito, però, è perfino peggio. Già alla prima delle cattedre messe in palio, infatti, quella di Archeologia, il massimo riconosciuto per l’«attività di docenza svolte in Italia» è di 20 punti, quello per le «attività di docenza e attività di ricerca all’estero» compresi gli «incarichi o fellowship ufficiali presso atenei e centri di ricerca esteri di alta qualificazione» e la «partecipazione a convegni internazionali in qualità di relatore», solo di 4. Cinque volte di meno. Col risultato, ad esempio, che se un fuoriclasse celebre nel mondo come Andrew Stewart, specializzato in «Ancient Mediterranean Art and Archaeology», volesse prendersi lo sfizio di lasciare l’Università di Berkeley per venire a Lecce (ammesso che fosse accettato nonostante il passaporto straniero) avrebbe per la sua esperienza didattica 4 punti rispetto ai 20 riconosciuti a un ipotetico professor Tizio Caio che abbia insegnato in un’università telematica di Rocca Cannuccia. Assurdo. Tanto più di questi tempi, coi docenti delle «telematiche» che paiono (ma ci torneremo) moltiplicarsi miracolosamente. E se può essere spacciato come una scelta sensata lo squilibrio (16 punti agli «italiani», cinque agli «stranieri») per la cattedra di letteratura italiana contemporanea, anche se ci sono fior di stranieri che la conoscono meglio di tanti italiani, appare folle la sproporzione, ad esempio, per la cattedra di Econometria (20 punti a 10), di «Meccanica applicata alle macchine» (30 punti a 10), di Botanica (20 punti a 5) o di «Misure elettriche ed elettroniche» dove lo squilibrio è ancora quintuplo: 10 punti ai «casalinghi», 2 agli eventuali acquisti dall’estero. Un terzo del punteggio che l’aspirante professore potrebbe guadagnare dimostrando di sapere l’inglese! E non è tutto. Un ricercatore ha generalmente un punteggio uguale a quello del capo-ricerca e in alcune discipline perfino più alto. Peggio: a «Progettazione industriale» chi ha avuto la «responsabilità scientifica di progetti di ricerca, nazionali e internazionali ammessi al finanziamento sulla base di bandi competitivi» ottiene un punto. Chi ha solo partecipato ne ottiene nove! Che razza di criterio è? Per carità: evviva l’Italia ed evviva gli italiani! Ma se all’estero vanno a cercarli apposta gli stranieri (compresi moltissimi dei nostri, soprattutto giovani) per dotare il proprio ateneo di una classe accademica più variegata e internazionale e multiculturale possibile, perché mai noi dobbiamo fare il contrario? A Flavia Amabile che ne ha scritto nel blog de La Stampa , il direttore del dipartimento di fisica leccese ha spiegato che era importante «avere personale docente con esperienza didattica in Italia che possa da subito svolgere al meglio i corsi e, eventualmente, ricoprire cariche accademiche» (testuale!) e che c’era da «valorizzare i ricercatori (italiani e non) che in questi anni di blocco dei concorsi hanno consentito il normale svolgimento delle attività didattiche». Per carità, sarà anche vero... Ma all’estero come la vedranno, questa faccenda? Ci farà guadagnare o perdere altri punti nelle classifiche?

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

In molti mi hanno scritto chiedendomi il testo del mio monologo effettuato durante il Festival di Sanremo 2013 il 16 Febbraio scorso. Beh, eccolo. Inoltre alcuni di voi, sull'onda del contenuto di quel monologo hanno creato una pagina facebook "Quelli che domenica voteranno con un salmone". Come vedete, l'ho fatto anch'io... 

Sono un italiano. Che emozione... E che paura essere su questo palcoscenico... Per me è la prima volta. Bello però. Si sta bene… Il problema ora è che cosa dire. Su questo palco è stato fatto e detto davvero di tutto. E il contrario di tutto. Gorbaciov ha parlato di perestroika, di libertà, di democrazia… Cutugno ha rimpianto l’Unione Sovietica. Gorbaciov ha parlato di pace… e Cutugno ha cantato con l’Armata Rossa… Belen ha fatto vedere la sua farfallina (io potrei farvi vedere il mio biscione, ma non mi sembra un’ottima idea… è un tatuaggio che ho sulla caviglia, dopo tanti anni a Mediaset è il minimo…) Ma soprattutto Benigni, vi ricordate quando è entrato con un cavallo bianco imbracciando il tricolore? Ecco, la rovina per me è stato proprio Benigni. Lo dico con una sana invidia. Benigni ha alzato troppo il livello. La Costituzione, l'Inno di Mameli, la Divina Commedia... Mettetevi nei panni di uno come me. Che è cresciuto leggendo Topolino... Però, se ci pensate bene, anche Topolino, a modo suo, è un classico. Con la sua complessità, il suo spessore psicologico, le sue contraddizioni… Prendete Nonna Papera, che animale è? ... chi ha detto una nonna? Non fate gli spiritosi anche voi, è una papera. Ma è una papera che dà da mangiare alle galline. Tiene le mucche nella stalla... Mentre invece Clarabella, che anche lei è una mucca, non sta nella stalla, sta in una casa con il divano e le tendine. E soprattutto sta con Orazio, che è un cavallo. Poi si lamentano che non hanno figli... Avete presente Orazio, che fa il bipede, l’antropomorfo, però ha il giogo, il morso, il paraocchi. Il paraocchi va bene perché Clarabella è un cesso, ma il morso?!? Ah, forse quando di notte arriva Clarabella con i tacchi a spillo, la guêpiere, la frusta: "Fai il Cavallo! Fai il cavallo!" nelle loro notti sadomaso… una delle cinquanta sfumature di biada. E Qui Quo Qua. Che parlano in coro. Si dividono una frase in tre, tipo: "ehi ragazzi attenti che arriva Paperino/ e/ ci porta tutti a Disneyland", oppure: "ehi ragazzi cosa ne direste di andare tutti/ a/ pescare del pesce che ce lo mangiamo fritto che ci piace tanto..." ecco, già da queste frasi, pur banali se volete, si può evincere come a Quo toccassero sempre le preposizioni semplici, le congiunzioni, a volte solo la virgola: "ehi ragazzi attenti che andando in mezzo al bosco/, / rischiamo di trovare le vipere col veleno che ci fanno del male" inoltre Quo ha sempre avuto un problema di ubicazione, di orientamento... non ha mai saputo dove fosse. Tu chiedi a Qui: "dove sei?" "sono qui!" ... Chiedi a Qua "dove sei?", e lui: "sono qua!" tu prova a chiederlo a Quo. Cosa ti dice? "sono Quo?" Cosa vuol dire? Insomma Quo è sempre stato il più sfigato dei tre, il più insulso: non riusciva né a iniziare né a finire una frase, non era né qui, né qua... Mario Monti. Mari o Monti? Città o campagna? Carne o Pesce? Lo so. So che siamo in piena par condicio e non si può parlare di politica. Ma sento alcuni di voi delusi dirsi: ma come, fra sette giorni ci sono le elezioni. E questo qui ci parla di mucche e galline... Altri che invece penseranno: basta politica! Io non voglio nascondermi dietro a un dito, anche perché non ne ho nessuno abbastanza grosso… decidete voi, volendo posso andare avanti per altri venti minuti a parlare di fumetti, oppure posso dirvi cosa penso io della situazione politica… Ve lo dico? Io penso che finché ci sono LORO, non riusciremo mai a cambiare questo paese. Dicono una cosa e ne fanno un'altra. Non mantengono le promesse. Sono incompetenti, bugiardi, inaffidabili. Credono di avere tutti diritti e nessun dovere. Danno sempre la colpa agli altri… A CASA! Tutti a casa!!! (A parte che quando dici tutti a casa devi stare attento, specificare: a casa di chi? No perché non vorrei che venissero tutti a casa mia) Vedo facce spaventate... soprattutto nelle prime file... Lo so, non devo parlare dei politici, ho firmato fior di contratti, ci sono le penali... Ma chi ha detto che parlo dei politici? Cosa ve l'ha fatto pensare? Ah, quando ho detto incompetenti, bugiardi, inaffidabili? Ma siete davvero maliziosi... No, non parlavo dei politici. Anche perché, scusate, i politici sono in tutto poche centinaia di persone... cosa volete che cambi, anche se davvero se ne tornassero tutti a casa (casa loro, ribadisco)? Poco. No, quando dicevo che devono andare tutti a casa, io non stavo parlando degli eletti. Io stavo parlando degli elettori... stavo parlando di NOI. Degli italiani. Perché, a fare bene i conti, la storia ci inchioda: siamo noi i mandanti. Siamo noi che li abbiamo votati. E se li guardate bene, i politici, ma proprio bene bene bene... è davvero impressionante come ci assomigliano: I politici italiani… sono Italiani! Precisi, sputati. Magari, ecco, con qualche accentuazione caricaturale. Come le maschere della commedia dell'arte, che sono un po' esagerate, rispetto al modello originale. Ma che ricalcano perfettamente il popolo che rappresentano. C'è l'imbroglione affarista, tradito dalla sua ingordigia “Aò, e nnamose a magnà!... A robbin, ‘ndo stai?”; C'è il servitore di due padroni: "orbo da n'orecia, sordo de n'ocio"… qualche volta anche di tre. Certi cambiano casacca con la velocità dei razzi… C'è il riccone arrogante...”Guadagno spendo pago pretendo” C'è la pulzella che cerca di maritarsi a tutti i costi con il riccone, convinta di avere avuto un'idea originale e che ci rimane male quando scopre che sono almeno un centinaio le ragazze che hanno avuto la sua stessa identica idea... C'è il professore dell'università che sa tutto lui e lo spiega agli altri col suo latino/inglese perfetto: "tananai mingheina buscaret!" Cos’ha detto? “Choosy firewall spending review” Ah, ecco, ora finalmente ho capito… C'è quello iracondo, manesco, pronto a menar le mani ad ogni dibattito... “culattoni raccomandati” Insomma, c'è tutto il campionario di quello che NOI siamo, a partire dai nostri difetti, tipo l'INCOERENZA. Come quelli che vanno al family day... ma ci vanno con le loro due famiglie... per forza poi che c'è un sacco di gente.... E se solo li guardi un po' esterrefatto, ti dicono: "Perché mi guardi così? Io sono cattolico, ma a modo mio”. A modo tuo? Guarda, forse non te l'hanno spiegato, ma non si può essere cattolico a modo proprio... Se sei cattolico non basta che Gesù ti sia simpatico, capisci? Non è un tuo amico, Gesù. Se sei cattolico devi credere che Gesù sia il figlio di Dio incarnato nella vergine Maria. Se sei cattolico devi andare in chiesa tutte le domeniche, confessare tutti i tuoi peccati, fare la penitenza. Devi fare anche le novene, digiunare al venerdì... ti abbuono giusto il cilicio e le ginocchia sui ceci. Divorziare: VIETATISSIMO! Hai sposato un farabutto, o una stronza? Capita. Pazienza. Peggio per te. Se divorzi sono casini… E il discorso sulla coerenza non vale solo per i cattolici... Sei fascista? Devi invadere l’Abissinia! Condire tutto con l'olio di ricino, girare con il fez in testa, non devi mai passare da via Matteotti, anche solo per pudore! Devi dire che Mussolini, a parte le leggi razziali, ha fatto anche delle cose buone! Sei comunista? Prima di tutto devi mangiare i bambini, altro che slow food. Poi devi andare a Berlino a tirare su di nuovo il Muro, mattone su mattone! Uguale a prima! Devi guardare solo film della Corea… del nord ovviamente. Devi vestirti con la casacca grigia, tutti uguali come Mao! …mica puoi essere comunista e poi andare a comprarti la felpa da Abercrumbie Sei moderato? Devi esserlo fino in fondo! Né grasso né magro, né alto né basso, né buono né cattivo... Né…Da quando ti alzi la mattina a quando vai a letto la sera devi essere una mediocrissima, inutilissima, noiosissima via di mezzo! Questo per quanto riguarda la coerenza. Ma vogliamo parlare dell'ONESTÀ? Ho visto negozianti che si lamentano del governo ladro e non rilasciano mai lo scontrino, Ho visto fabbriche di scontrini fiscali non fare gli scontrini dicendo che hanno finito la carta, Ho visto ciechi che accompagnano al lavoro la moglie in macchina, Ho visto sordi che protestano coi vicini per la musica troppo alta, Ho visto persone che si lamentano dell’immigrazione e affittano in nero ai gialli… e a volte anche in giallo ai neri!, Ho visto quelli che danno la colpa allo stato. Sempre: se cade un meteorite, se perdono al superenalotto, se la moglie li tradisce, se un piccione gli caga in testa, se scivolano in casa dopo aver messo la cera: cosa fa lo stato? Eh? Cosa fa?... Cosa c’entra lo stato. Metti meno cera, idiota! Lo sapete che nell'inchiesta sulla 'ndrangheta in Lombardia è venuto fuori che c'erano elettori, centinaia di elettori, che vendevano il proprio voto per cinquanta euro? Vendere il voto, in democrazia, è come vendere l'anima. E l'anima si vende a prezzo carissimo, avete presente Faust? Va beh che era tedesco, e i tedeschi la mettono giù sempre durissima, ma lui l'anima l'ha venduta in cambio dell'IMMORTALITA'! Capito? Non cinquanta euro. Se il diavolo gli offriva cinquanta euro, Faust gli cagava in testa. La verità è che ci sono troppi impresentabili, tra gli elettori. Mica poche decine, come tra i candidati… è vero, sembrano molti di più, ma perché sono sempre in televisione a sparar cazzate, la televisione per loro è come il bar per noi... "Ragazzi, offro un altro giro di spritz" "E io offro un milione di posti di lavoro" e giù a ridere. "E io rimborso l'imu!” “e io abolisco l'ici!" “Guarda che non c'è più da un pezzo l'ici" "Allora abolisco l'iva... E anche l'Emy, Evy e Ely!" "E chi sono? "Le nipotine di Paperina! "Ma va là, beviti un altro grappino e tasi mona!..." Vedi, saranno anche impresentabili ma per lo meno li conosci, nome e cognome, e puoi anche prenderli in giro. Invece gli elettori sono protetti dall’anonimato… alle urne vanno milioni di elettori impresentabili, e nessuno sa chi sono! Sapete quale potrebbe essere l’unica soluzione possibile? Sostituire l'elettorato italiano. Al completo. Pensate, per esempio, se incaricassimo di votare al nostro posto l'elettorato danese, o quello norvegese. Lo prendiamo a noleggio. Meglio, lo ospitiamo alla pari... Au pair. Carlo, ma chi è quel signore biondo che dorme a casa tua da due giorni? “Oh, è il mio elettore norvegese alla pari, domenica vota e poi riparte subito... C'è anche la moglie”... E per chi votano, scusa? "Mi ha detto che è indeciso tra Aspelünd Gründblomma e Pysslygar". Ma quelli sono i nomi dell'Ikea!, che tra l’altro è svedese… "Ma no, si assomigliano… però ora che mi ci fai pensare, effettivamente ho visto nel suo depliant elettorale che i simboli dei loro partiti sono un armadio, una lampada, un comodino. Mah. E tu poi, in cambio cosa fai, vai a votare per le loro elezioni? In Norvegia? "Ah, questo non lo so. Non so se mi vogliono. Mi hanno detto che prima devo fare un corso. Imparare a non parcheggiare in doppia fila. A non telefonare parlando ad alta voce in treno. A pagare le tasse fino all'ultimo centesimo. Poi, forse, mi fanno votare." Si, va beh, qualche difficoltà logistica la vedo: organizzare tutti quei pullman, trovare da dormire per tutti... Ma pensate che liberazione, la sera dei risultati, scoprire che il nostro nuovo premier è un signore o una signora dall'aria normalissima, che dice cose normalissime, e che va in televisione al massimo un paio di volte all'anno.

(Lancio di batteria e poi, sull’aria de “L’italiano”)

Lasciatemi votare

con un salmone in mano

vi salverò il paese

io sono un norvegese…

LA FIERA DEGLI SPRECHI E DEI PRIVILEGI. FIERA DEL LEVANTE E AQP ACQUEDOTTO PUGLIESE.

Fiera del Levante in profondo rosso, ora vengono fuori gli sprechi, scrive “Antenna Sud”. Da una parte gli sprechi per costi eccessivi, oltre 120mila euro solo nel 2012, dall’altra i costi troppo elevati per il personale. Così non si può andare avanti, almeno per non molto a meno che non si decida di mandare la barca a picco. I bilanci della Fiera del Levante sono finiti sotto la lente d’ingrandimento dei revisori dei conti, situazione che ha determinato lo slittamento approvazione del bilancio. Dopo l’allarme lanciato qualche giorno fa dal presidente della provincia, Schittulli, Vendola  ha chiamato a raccolta i soci e in prima persona il neopresidente Patroni Griffi. I conti della Fiera del Levante, in un arco temporale che va dal 2002 fino al 2012, sono tutti segnati con la famigerata matita rossa con una perdita di circa tre milioni di euro l’anno. La parola “sprechi” è quella che prevale. In un quadro di totale dissesto finanziario, i debiti accumulati in una gestione che definirsi “allegra” è solo un eufemismo, sono pari a quasi 19 milioni di euro. Un capitolo di approfondimento merita la voce “gestione e spese del personale”. La storia della Fiera – si legge in un documento – è anche la storia della elargizione di munifici incrementi al proprio personale , e a volte l’erogazione di benefit non è neppure passata dal tavolo sindacale, concretizzandosi in vere e proprie elargizioni personali. Nei cedolini paga di alcuni dipendenti appaiono delle voci con denominazioni incomprensibili, giusto per non far capire di cosa si trattava: superminimi a gogò o assegni ad personam. Altro capitolo quello delle allegre spese di rappresentanza, soldi per pagare alberghi, pranzi e cene, ma anche quello delle  consulenze istituzionali che solo nel 2012 sono costate oltre 150 milioni di euro. Tra le chicche 26mila euro pagati ad un tecnico che da Melfi doveva raggiungere l’Albania per occuparsi del sistema di irrigazione per un ulivo secolare donato dall’Ente. Non c’è che dire. Un ulivo d’oro.

La Fiera del Levante a rischio fallimento ed il dossier sprechi. Il disastro finanziario della Fiera del levante raccontato in un dossier di 500 pagine, scrive Nicola Pepe su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. È il risultato dell’operazione verità sui conti dell’ente, ormai sull’orlo del default se non arriveranno risposte immediate. Per arrivare alla fine dell'anno prossimo servono 10 milioni, le perdite dello scorso anno aspettano la certificazione del bilancio per attestarsi sui 3 milioni e mezzo mentre i debiti accumulati e «consolidati» hanno raggiunto i 20 milioni di euro. Nei faldoni trasmessi dal neo presidente, il prof. Ugo Patroni Griffi (si è insediato il 6 agosto 2013) c'è persino una proposta choc del direttore generale, Leo Volpicella che ipotizza di compensare le perdite con 50 esuberi di personale (sui 72 lavoratori dipendenti complessivi) per poi reclutarne altri 20 con profili diversi e più coerenti con un potenziale rilancio dell'ente. Una manovra lacrime e sangue quella che si profila per l'ente fieristico, sul quale si sono abbattute le relazioni di una società di revisione e di un consulente commercialista che disegnano una fotografia drammatica. Il dossier non fa sconti di alcuni tipo: e mette gli azionisti in condizione di decidere il da farsi per evitare il peggio. Questa mattina, il governatore Nichi Vendola ha convocato una riunione per chiedere chiarimenti e pianificare una strategia. Ogni giorno che passa, nonostante ogni sforzo possibile e immaginabile, la Fiera è un carrozzone, o meglio una vera e propria idrovora che continua a drenare soldi senza che si riesca a frenare l'emorragia. E spulciando nel ricco e interessante carteggio, probabilmente si scopre il perchè di tale situazione: a cominciare dalla buste paga d'oro di figure non dirigenziali, per finire al contratto blindato dello stesso dg, o a transazioni che hanno sfiorato il milione di euro senza un adeguata e convincente motivazione sull'opportunità di proseguire un’azione giudiziaria. Per non parlare del periodo in cui, proprio per bisticci interni, la Fiera - che perdeva fiumi di denaro - si è permessa di pagare due stipendi ad altrettanti segretari generali. Nelle «schede» contabili c'è di tutto, anche gli acquisti di terreni o di altre scelte che, pur se allo stato non appare corretto parlare ancora di mala gestio, non sono state certo caratterizzate da strategie di rilancio. In queste settimane si è più volte parlato di una possibilità di apertura ai mercati esteri, pensando a una privatizzazione della gestione e conservando la proprietà pubblica della struttura come peraltro ipotizzato dall'attuale presidente dell'ente e dallo stesso Governatore. Ma se qualcuno pensa che le notizie economiche (negative) della Fiera non sono una novità, probabilmente cambierà idea nel leggere il dossier finito sulla scrivania del Governatore. La Fiera del levante rischia di diventare un terreno minato, pericoloso terreno di confronto politico - condito da calunnie e illazioni - alla vigilia di una campagna elettorale che si preannuncia dura.

I revisori dei conti hanno segnalato «perplessità» sulle spese di rappresentanza della precedente gestione, scrive Marco Seclì su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La due diligence chiesta dal presidente, Ugo Patroni Griffi, parla di «elargizione di munifici incrementi economici» al personale. E, come se non bastasse, un parere del professor Raffaele Rodio mette nel mirino l’ex numero uno Gianfranco Viesti, cui dovrà essere chiesta la restituzione di 40mila euro. Una nuova bufera si abbatte sulla Fiera del Levante, proprio il giorno in cui la Regione ha convocato Comune, Provincia e Camera di Commercio di Bari per decidere il futuro dell’ente che dal 2002 al 2012 ha accumulato 30 milioni di perdite ed ora è al bivio della privatizzazione. I numeri sono impietosi ma in buona parte già noti: la Fiera perde 3 milioni di euro all’anno ed ha (al 31 dicembre scorso) 18,2 milioni di debiti. Ma ora si scopre che il via libera al bilancio 2012, previsto lunedì, è slittato per le via dei chiarimenti chiesti dai revisori. E l’operazione trasparenza lanciata da Patroni Griffi ha fatto saltare il coperchio su quanto accaduto nell’ultimo decennio, soprattutto per una gestione del personale a dir poco generosa. Tra i rilievi dei revisori ci sono gli 84mila euro per la missione di «brand reputation» a Tirana, in occasione del centenario della repubblica albanese. Per quella missione, voluta da Viesti e dal direttore generale in carica Leo Volpicella, sono stati spesi tra l’altro 18mila euro per donare un albero di ulivo, e altri 26mila per far arrivare (da Melfi) il tecnico che ha realizzato l’impianto di irrigazione. Per questo il collegio ha chiesto «chiarimenti», e - con ogni probabilità - segnalerà la spesa alla Corte dei Conti. L’altro problema, relativo a Viesti, è quello del suo stipendio da presidente: 40mila euro che, secondo i revisori, il consiglio d’amministrazione deve chiedere indietro in quanto incompatibile con lo status giuridico dell’ente. A Viesti poteva essere erogato al più un gettone di presenza. In caso contrario, come sostiene un parere pro-veritate, la Fiera dovrebbe rinunciare ai contributi (750mila euro) degli enti fondatori. Ma il vero buco nero è il personale, su cui la due diligence del commercialista Massimiliano Cassano è a dir poco impietosa. Non solo perché su 70 dipendenti si registrano 60 contenziosi. Ma soprattutto perché molti dipendenti hanno trattamenti eccezionali: c’è ad esempio un impiegato che arriva a 53mila euro annui lordi (sono 2.500 euro netti al mese), ed un vigilante che tocca i 31mila (circa 1.600). «Nei prospetti-paga di alcuni dipendenti (con lunga anzianità di servizio) - dice il documento - compaiono curiose voci retributive, con denominazioni incomprensibili. In qualche caso, si arriva alla triplicazione del superminimo, scomposto in superminimo “individuale”, superminimo “personale” e assegno ad personam». E non basta: la Fiera ha firmato transazioni per riconoscere incrementi di livello economico «senza alcun riferimento diretto e concreto alle mansioni espletate»: «In pratica - scrive Cassano - , a parità di mansioni, e quindi di prestazione resa, l’ente si è accollato un maggior costo del lavoro». Un modus operandi che in alcuni casi si avvicina pericolosamente alla malagestione: «Emblematico il caso di un dipendente che, dopo aver perso in primo e secondo grado una controversia promossa al fine di ottenere il livello professionale del quadro, poco prima del pronunciamento della Cassazione, si è visto riconoscere in via transattiva quanto fino a quel momento negato dalla magistratura del lavoro». Al dg Volpicella va riconosciuto di aver rivisto il contratto integrativo aziendale (ha ridotto di tre quarti gli straordinari), ma sono anche stati allungati numerosi contratti part-time. Il ridimensionamento dei costi - è un’altra perplessità sollevata dai revisori - non è stato accompagnato da alcuno sforzo per incrementare i ricavi. Con i risultati ormai ben noti. «Il requisito della continuità aziendale dell’ente - scrive la Grant Thornton, che ha esaminato il bilancio è subordinato alla immissione da parte dei soci della liquidità, almeno nel breve periodo, necessaria per far fronte in modo puntuale alle obbligazioni dell’ente». Ma soprattutto, i 70 dipendenti sono ritenuti un lusso che la Fiera del Levante non può più permettersi. «La nota a firma del direttore generale - prosegue la relazione - ipotizza una riduzione del personale (50 unità circa) con la eventuale assunzione di nuove unità (20 assunzioni circa) che se attuata nei prossimi mesi avrebbe un significativo impatto nel miglioramento della redditività aziendale per l’esercizio 2014». Ecco perché le decisioni non sono più rinviabili. La Regione chiede di procedere, subito, alla privatizzazione, anche - eventualmente - vendendo il patrimonio per far fronte ai debiti: ed è di questo che si discuterà oggi pomeriggio. Ma la Provincia ha già fatto sapere che non metterà altri soldi, ritenendo che il ripiano spetti proprio alla Regione. Una posizione, evidentemente politica, destinata a far saltare il banco.

Stipendi d'oro e superminimi Vendola apre il dossier Fiera. Dieci anni di malagestione. Debiti per 19 i milioni. Solo nel 2012 costi di rappresentanza per 124 mila euro: nel mirino la gestione Viesti-Volpicella. Il presidente convoca i vertici, scrive Giuliano Foschini e Gabriella De Matteis su “La Repubblica”. Il presidente della Regione Nichi Vendola ha convocato il presidente della Fiera del Levante Ugo Patroni Griffi e i soci dell'ente. E il punto di partenza della discussione sarà la relazione dei revisori del conti che punta l'indice contro alcuni sprechi (124 mila euro nel 2012 sono stati impiegati per spese di rappresentanza) e la due diligence, una fotografia della situazione finanziaria della Fiera, che il consiglio di amministrazione ha commissionato al commercialista Massimiliano Cassano. Un'informativa quest'ultima di 94 pagine per spiegare che lo stato di salute della Fiera del Levante non è buono. "Nel periodo esaminato, dal 2002 al 2012, i ricavi in media (anno) - scrive il consulente - sono stati pari a 9,4 milioni di euro. I costi medi pari ad 12,06 milioni, con una perdita media costante di tre milioni di euro all'anno ". I debiti che la Fiera del Levante ha accumulato ammontano a quasi 19 milioni di euro. Dal 2002 al 2012 sono più che raddoppiati. Nella due diligence, il commercialista Cassano esamina le diverse voci, da quella dei ricavi a quella dei costi. E un capitolo è dedicato "alla gestione e alle spese per il personale". Nella relazione, commissionata anche perché la gestione della Fiera deve essere privatizzata e quindi di fatto deve andare sul mercato, Cassano allega alcune note, firmata dai manager della Fiera. Ed una è relativa al reclutamento. "La storia della Fiera è anche la storia della elargizione di munifici incrementi al proprio personale " si legge nel documento, riportato nella relazione. E ancora: "A volte l'erogazione di benefici non è neppure passata dal tavolo sindacale, concretizzandosi in vere e proprie elargizioni ad personam. Nei prospetti paga di alcuni dipendenti (con lunga anzianità di servizio) compaiono curiose voci retributive, con denominazioni incomprensibili. In qualche caso, si arriva alla triplicazione del superminimo, scomposto in superminimo "individuale", superminimo "personale" e assegno ad personam!". Nella nota, allegata alla due diligenze, si citano anche alcuni casi particolari, come "quello di un dipendente che, dopo aver perso in primo e in secondo grado una controversia promossa al fine di ottenere il livello professionale del Quadro, poco prima del pronunciamento della Cassazione, si è visto riconoscere in via transattiva quanto sino a quel momento negato dalla magistratura del lavoro". Riflessioni quelle che il management della Fiera del Levante ha offerto a Cassano in parte riferite al passato, in parte invece più attuali. "Dopo 50 anni l'orario normale di lavoro è passato (a parità di retribuzione) da 36 a 38 ore settimanali". Ma che i conti non siano buoni, lo dice anche una relazione dei revisori dei conti, arrivata all'attenzione del consiglio di amministrazione nelle ultime ore e così delicata da far slittare l'approvazione del bilancio. Sotto accusa finisce non solo il capitolo delle spese di rappresentanza (soldi per pagare anche pranzi e cene), ma anche quello delle consulenze istituzionali che nel 2012 sono costate 152 milioni di euro. E poi c'è la missione istituzionale in Albania in occasione del centenario della fondazione della Repubblica albanese. In questo caso, la Fiera del Levante (nella passata gestione) ha speso ben 80mila euro; 26mila euro sono servite per pagare un tecnico che da Melfi ha raggiunto l'Albania per occuparsi del sistema di irrigazione per un ulivo secolare, donato dall'ente.

Fiera del Levante, il tracollo passa dalle “allegre” assunzioni. Un documento interno svela il tracollo della Fiera del Levante. Una valanga di assunzioni, avanzamenti di carriera, bonus e benefit senza controllo e criterio. La Fiera del Levante agonizza per la gestione allegra del fortunato personale, scrive TRNews, emittente televisiva di Lecce di proprietà di Paolo Pagliaro del movimento Regione Salento, notoriamente contro il bari centrismo e per questo molte verità taciute da altri organi di informazione vengono a galla. Un esercito di assunti nel giro di una notte. Promozioni senza meriti e criteri, bonus e incentivi senza nemmeno aver raggiunto il risultato. Buste paga che anno dopo anno si ingrossavano. La Fiera del Levante è stata per oltre 10 anni l’isola felice di chi ambiva al posto fisso senza passare dal concorso pubblico. E anno dopo anno, il costo del personale è cresciuto al punto da causare una voragine nei conti senza freni e più controllo. E’ questo uno dei motivi più gravi del disastro finanziario in cui versa l’Ente. Lo stato di salute è stato definito dal presidente Ugo Patroni Griffi, “gravissimo”. Ma il quadro, incredibile, emerge dalla due diligence che lo stesso presidente ha commissionato al commercialista e revisore legale Massimiliano Cassano e dalla precedente relazione del prof. Roberto Voza. 91 pagine in cui si scandagliano i conti della Fiera dal 2002 ad oggi. E che mostra come il debito è scivolato sempre più giù, passando dai quasi 7 milioni del 2002 ai 18 del 2012, escludendo da questi le spese per le cause, i rischio e i costi del 2013. Ma, come detto, è il personale la voce che fa strabuzzare gli occhi. E allora capiamo perché: oggi, innanzitutto i 67 dipendenti dell’Ente costano 3 milioni e 600 mila euro a fronte di un ricavo di appena 4 milioni e 200. E tante sono le anomalie. Il primo giugno del 2001, ci fu un’assunzione di massa. 28 dipendenti in meno di 24 ore. Una stranezza ma che, nei corridoi della Fiera, appare sospetta. La versione più morbida è che si siano volute evitare decine di vertenze visto che quelle 28 persone erano state assunte con contratti illegittimi. Altro problema è la classificazione del personale: il contratto nazionale del settore terziario prevede contratti di primo livello impiegatizio, in Fiera invece sono tutti diventati dirigenti. Oggi ne sono ben 7 inquadrati così. Inquadramenti, quelli ad hoc della Fiera, che consentono scivolamenti verso l’alto molto veloci. Altro punto: l’orario di lavoro. Il contratto nazionale prevede 38 ore, in Fiera se ne fanno 36 con il risultato che solo nel 2012 sono stati pagati 212 mila euro di straordinario per arrivare alle 38 previste dal contratto nazionale. Una anomalia tutta in salsa fieristica è lo straordinario per i dirigenti. Tanto strano da doverlo definire nelle “carte ufficiali” una sperimentazione. Tradotto i già privilegiati dirigenti hanno un bonus da 7mila euro all’anno ciascuno da aggiungere alla busta paga. Per tutti, poi, compaiono superminimi aziendali, individuali, assegni ad personam, una tantum, insomma bonus che non hanno alcun collegamento con i premi di produttività che alla Fiera del Levante non sono affatto necessari per avere degli incentivi in busta paga. Menzione particolare meritano anche i custodi del quartiere fieristico. Il contratto nazionale prevede 45 ore, ma lì se ne fanno solo 39. Anche in questo caso un’ora e mezza al giorno è ormai consolidata come straordinario con il relativo bonus. E non basta perché i vigili semplici sono inquadrati non con un primo livello ma con un quarto, il capovigile è un terzo livello e il responsabile della vigilanza ha, va da sé, un contratto da manager. L’ultimo caso anomalo riguarda una dipendente. Chiede l’avanzamento di carriera, l’Ente fiera lo nega. Finiscono dinanzi al giudice. La dipendente perde la causa in primo grado, la perde in appello ma prima che si arrivi al giudizio della cassazione, la Fiera rinuncia al contenzioso e le riconosce l’avanzamento di carriera. Dei 67 fortunatissimi dipendenti, solo 6 sono stati assunti con concorso pubblico. Il resto non è da dato sapere. O forse è meglio non sapere. Come i 400 contratti a termine che si stipulano per il periodo della Campionaria, anche in quel caso mai attinti dalle graduatorie dei centri per l’impegno ma sempre ad affidamento diretto. Il personale è oggettivamente in esubero. Il Fabbisogno stimato parla di 20 dipendenti. Ma naturalmente i sindacati sono sul piede di guerra per aver paventato i licenziamenti. Il problema è che per terminare l’anno in corso servono altri 10 milioni di euro e questo, ha spiegato in Commissione consiliare Patroni Griffi, dovrebbe essere a carico dei Soci fondatori. Anche perché nel 2014 sono preventivate spese per oltre 4 milioni di euro per il rifacimento degli immobili. E oggi sembra davvero impossibile trovarli. L’abisso in cui è finita la Fiera, affogata negli sprechi e nelle gestioni allegre, poteva essere evitato già 4 anni fa. Ma nessuno l’ha fatto. “Ora – ha spiegato il presidente – se non si sana almeno il pregresso l’Ente fiera rischia l’insolvenza” e allora anche l’ultima possibilità di privatizzarla sfumerà sancendone la fine.

Gli sprechi ed i privilegi dell'AQP Acquedotto Pugliese. Ricorderete che due anni fa fummo chiamati alle urne per esprimerci su quattro referendum. Due di questi quattro riguardavano la gestione dei servizi idrici: i promotori del referendum fecero leva sulla "privatizzazione dell'acqua". Una balla grande quanto una casa, scrive “L’Inkiesta”. In realtà l'obiettivo di chi voleva vendere i servizi di distribuzione idrica era quello di togliere dalle mani della politica un potere oggettivamente grande e, in più, quello di alleggerire le spese. Sappiamo come andò a finire: i comitati referendari vinsero e l'acqua rimase "pubblica" per via di un risultato bulgaro. Ora, dopo un po' di tempo, sono stati sollevati alcuni casi sulla gestione della rete idrica. In particolar modo riguardano i casi dell'Aqp, uno degli acquedotti più importanti d'Europa. Innanzitutto va data notizia che la Puglia di Vendola (proprio lui, quello che parla di beni sacri) ha raddoppiato la tariffa dell'acqua per uso irriguo - da 34 centesimi di euro a 70 -, scatenando le ire dei contribuenti e dei produttori pugliesi. L'altro caso riguarda sempre la Puglia e precisamente gli stipendi d'oro di alcuni manager dell'Acquedotto Pugliese. Poco tempo fa, grazie alla legge sulla trasparenza approvata dal tanto criticato governo Monti, l'Aqp è stato costretto a pubblicare gli stipendi dei dirigenti dell'ente. I quadri responsabili della Spa non possono lamentarsi della crisi, visto che con benefit, auto aziendali e appartamenti in affitto ricevono stipendi di tutto rispetto. In nove percepiscono uno stipendio superiore a quello dell'amministratore unico Maselli, che ha un'entrata di 120mila euro. Il direttore dei servizi tecnici, Antonio De Leo, percepisce 131.678,00 euro; a questo stipendio deve essere aggiunto un "premio competenza" da 28.000 euro e l'auto aziendale. C'è chi riesce ad avere un premio competenza più importante: parliamo del direttore commerciale e del direttore amministrazione e finanza, che hanno un premio di 42.000 euro, a cui aggiungere l'auto aziendale e uno stipendio - rispettivamente - di 88.000 euro e di 110.000 euro. Ma non basta, Giorgio Martellino (Responsabile unità affari legali) percepisce uno stipendio di 115.000 euro, a cui devono essere aggiunte l'auto aziendale e la casa in fitto nel pieno centro di Bari. Lo stipendio più basso è quello Sebastiano Pizzulli (Direttore generale unità compostaggio): 70.000 euro, con un premio competenza di 25.000 euro. Una vera e propria miniera d'oro che, di fatto, si scontra con la retorica dell'acqua "bene comune" e del "non si può speculare su un bene fondamentale". 

Aqp, tra pubblico e privato, una lunga storia di sprechi, scrive Maria Moretti su “Mediterraneo News”. Gli invasi: l'anima dell'acquedotto pugliese. Il più grande d'Europa e uno dei più estesi del mondo, da otto anni è in mano privata. L'acqua un bene comune, un diritto, così viene ribadito nel manifesto mondiale dell'acqua (sottoscritto a Lisbona nel 1998) diventa bene di consumo. E in quanto tale è soggetto a tariffe, restrizioni, politiche di intervento e distribuzione. La trasformazione dell'Acquedotto pugliese da Ente autonomo a società per azioni si ha con il decreto legislativo numero 141 dell'undici maggio 1999. Il capitale azionario, inizialmente attribuito al ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica, è stato trasferito nel 2002 alle Regioni Puglia (87 %) e Basilicata (13%). Con la legge numero 36 del 1994 «Disposizioni in materia di risorse idriche» sono stati introdotti gli ATO (Ambiti territoriali Ottimali) per poter gestire con più efficacia queste risorse. In Puglia la creazione di un unico ATO che gestisce il sistema idrico dovrebbe garantire l'efficienza delle strutture e l'economicità dei servizi garantiti. Dal primo gennaio 2003 la tariffazione è stata suddivisa per tipologia d'utenza e per fasce progressive di consumo. Questo consente di definire una quota fissa per l'uso potabile e fognario e una quota variabile in base all'effettivo utilizzo. All'attività principale di distribuzione e depurazione dell'acqua potabile nella regione, l'Acquedotto si occupa anche di rifornire un'agricoltura e un'industria continuamente bisognose. Questo crea non pochi problemi nella gestione razionale della risorsa. Accanto alle campagne di sensibilizzazione della popolazione nella riduzione dei consumi (sono stati forniti 94 mila riduttori di flusso), si affianca un progetto di risanamento e sostituzione delle reti malandate con uno stanziamento di 150 milioni di euro che interesserà il 70% della rete in 143 comuni e l’82% della popolazione. La maggior parte della rete, costruita all'inizio del secolo scorso, risente dei segni del tempo e con questo intervento si potrebbero recuperare 70-90 milioni di metri cubi all'anno. Un altro aspetto da considerare nella razionalizzazione degli sprechi è la possibilità di ridurre la pressione idrica in alcune province nel caso l'andamento dei consumi e delle piogge dovessero essere negativi. «Per il momento- dice il direttore della rete di Aqp, Gialuigi Fiori- siamo tranquilli. I livelli dell'acqua negli invasi è in linea con la media dello scorso anno, con oltre il 90% in alcuni».

Gli stipendi d'oro dei manager Aqp. Premi, auto e casa come benefit. In nove guadagnano più dell'amministratore unico. Il record spetta al direttore generale Bianco: due anni fa ha intascato più di 285mila euro, 48mila solo come gratifica, scrive Lello Parise su “La Repubblica”. Il trenta per cento dei dirigenti di Acquedotto pugliese guadagna di più rispetto all'amministratore unico della società per azioni controllata dalla Regione. La notizia salta fuori grazie alla legge sulla trasparenza: quella partorita dall'ex governo Monti e entrata in vigore ad aprile. Impone alle pubbliche amministrazioni di rendere noto come si spendono i soldi dei cittadini. Salta fuori così l'elenco degli stipendi più o meno dorati elargiti all'ombra di via Cognetti e s'intreccia con una polemica di queste ore a proposito di nuove assunzioni, fra l'ex assessore della giunta Vendola Fabiano Amati e l'amministratore unico Gioacchino Maselli. È lo stesso Amati che si ritrova coinvolto in un'inchiesta giudiziaria (Affaritaliani.it del 22 marzo 2012) per un concorso legato all'ingaggio di un "esperto in comunicazione istituzionale" alla Protezione civile messo in scena proprio quando era assessore: il bando era stato definito "irrituale" dal sindacato dei giornalisti, sono gli investigatori della Guardia di finanza ad occuparsi di questa storia, non ancora conclusa. Amati con i tempi che corrono, avanza dubbi che riguardano altri bandi: quelli pubblicati da Aqp per selezionare venti tra biologi, periti chimici, manutentori elettrico-meccanici, conduttori d'impianti di potabilizzazione, un ingegnere e uno specialista di gare e contratti. "Le procedure di selezione esplorativa" spiega, offrirebbero "un ampio margine di discrezionalità nella scelta delle candidature che perverranno ". Cambiano i limiti di età o il voto di laurea, per decidere chi può e chi non può aspirare al posto fisso. Ecco perché in una lettera scritta a Maselli, chiede di rivedere e correggere le regole del gioco per rendere "omogenei i requisiti richiesti". Quelli che invece, già lavorano ad Aqp non possono lamentarsi. Nella plancia di comando della spa, buona parte dei trentadue "ufficiali" ha più di una ragione per evitare di lagnarsi. Fra retribuzioni fisse, premi e benefit, mettono insieme somme rispettabili. In nove poi percepiscono stipendi addirittura superiori a quello di Maselli, che porta a casa 120mila euro. Il direttore dei servizi tecnici, per esempio, ha una busta paga pari a 131mila 678 euro dall'1 gennaio 2011, anno in cui aggiungeun "premio competenza" di 28mila euro (totale: 159mila 678). Ma lungo il fronte delle premialità, c'è anche chi riesce a fare meglio perché incassa, sempre nel 2011, 42mila euro. Sono i casi dei direttori commerciale, del personale e del settore amministrazione e finanza. Quanto ai benefit, ventitré dei trentadue prescelti viaggiano a bordo di un'automobile aziendale. Il responsabile degli affari legali abita pure in una casa messa a disposizione da Aqp. Gode di entrambi i privilegi solo in compagnia del direttore generale, Massimiliano Bianco, che due anni fa intasca complessivamente 285mila 900 euro, 237mila 900 per governare il più grande acquedotto d'Europa e una gratifica di 48mila euro. Auto a parte, i compensi più bassi non sono al di sotto dei 70mila euro, arrotondati da bonus fino a 25mila euro. Vale il vecchio adagio: Acquedotto dà più da mangiare che da bere.

Aqp, quei dirigenti d’oro con auto e casa pagate. Un manager con la 3^ media, scrive Massimiliano Scagliarini su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. I privati, è vero, pagano molto di più. Ma visto che parliamo di una società pubblica, 115mila euro di stipendio (lordo) più automobile e casa pagata nel centro di Bari non sono da buttare via. Benvenuti all’Acquedotto Pugliese, dove la pubblicazione - in ossequio alla trasparenza - degli stipendi di dirigenti e manager sta provocando una bufera: ci sono cifre da far concorrenza a qualche multinazionale. Prendiamo l’ultimo arrivato, il responsabile dell’ufficio legale, Giorgio Martellino. Romano, 45 anni, un curriculum solidissimo (Abbott, Natuzzi, Cementir), l’avvocato Martellino è figlio di Cesare Martellino, neo-procuratore di Terni ed ex presidente della Caf (la Cassazione del calcio): lo ricorderanno molto bene i tifosi genoani, mandati in C nel 2006 da una sentenza firmata da papà ma scritta dal figlio. Martellino, fortemente voluto nel giugno 2012 dall’ex amministratore unico Ivo Monteforte (notoriamente tifoso del Genoa: chissà se sapeva... ) può contare su uno stipendio di 115mila euro l’anno, più l’auto (508 Station Wagon) e una casa a pochi passi dalla sede di via Cognetti. Tutto a spese dell’azienda. Anche Monteforte fino a quando è stato in Aqp aveva a disposizione una bella casa nel centro di Bari (gli è stato pagato anche l’arredamento) e l’automobile con autista, una Audi A6 Station la cui rata di noleggio si aggira sui 2.000 euro al mese. L’Audi ha camminato parecchio, per riportare Monteforte a casa sua nelle Marche quasi tutti i weekend, ma ora è nel garage aziendale e continua ad essere pagata in attesa che scada il contratto di noleggio. Un’altra Audi A6 - anche questa spesso con autista - è invece al servizio del direttore generale Massimiliano Bianco, che percepisce 237mila euro lordi di stipendio più 48mila euro di premio di produzione. Oltre l’auto aziendale, appunto, e la solita casa in fitto nel centro di Bari (e chissà perché, visto che risiede a Gioia del Colle). Tolto Bianco, su 32 dirigenti complessivamente in organico ben 23 hanno l’auto aziendale (che è un benefit, e dunque viene tassato come se fosse parte della retribuzione). Gli stipendi più alti sono quelli di Antonio De Leo, direttore tecnico, con 131.678 euro più 28mila di premio, e di Alfredo Correra, il capo del personale, che ai 110mila euro di retribuzione tabellare ne somma 42mila di premio, stesso trattamento che spetta a Vincenzo Silvano, direttore finanziario. Poco più sotto ci sono Mauro Spagnoletta, capo del settore Depurazione (130mila euro complessivi), Giuseppe Valentini, direttore a Brindisi (121.000), Maurizio Cianci, dirigente degli Affari generali (112.500), Francesca Portincasa, direttore a Bari (108.000). Gli altri dirigenti portano a casa dagli 80 ai 100mila euro lordi l’anno, qualcuno con l’auto e qualcuno no: in genere modelli di media cilindrata che valgono 5-600 euro di rata mensile. I curriculum, peraltro, fanno emergere qualche curiosità. Come direttore commerciale, l’Acquedotto (un’azienda da 400 milioni di fatturato) ha infatti preso un ragioniere, che ha sotto di sé un ingegnere con docenze universitarie negli Stati Uniti. Uno degli ultimi dirigenti assunti, Sebastiano Pizzulli, si è addirittura fermato alla terza media. Pizzulli, un 46enne nato in Svizzera che figura come direttore generale dell’unità compostaggio, è l’ex proprietario dell’Aseco, la società di trattamento fanghi di Ginosa che Aqp ha comprato nel 2009: dall’operazione Pizzulli ha guadagnato circa un milione di euro. Ed ora prende pure 95mila euro di stipendio all’anno. Val la pena di ricordare che l’Acquedotto è controllato dalla Regione, dove le retribuzioni dei dirigenti sono in genere più basse: i direttori d’area (e il capo di gabinetto) prendono 120mila euro lordi l’anno. Lo stesso stipendio che si è dato il nuovo amministratore unico, Gioacchino Maselli, un ingegnere che in Regione è stato dirigente fino al 2006. Maselli, dicono in Aqp, ha preteso la pubblicazione sul sito aziendale di stipendi e consulenze. La mattina va al lavoro in autobus.

Aquedotto: non solo super stipendi, ma anche "appalti fai da te". Il ruolo della Venicecom srl, società di Marghera, a cui l’AQP ha affidato il compito di mantenimento del cosiddetto “Sistema telematico di gestione degli acquisti”, scrive Francesco De Martino su “Il Quotidiano di Bari”. “Acqua bene comune? Per i cittadini pugliesi che l’acqua la pagano, sicuramente no, per i dirigenti dell’Acquedotto Pugliese, che grazie all’acqua percepiscono stipendi d’oro, sicuramente si. Stipendi che non sembrano scandalizzare più di tanto il presidente Vendola, che sostanzialmente li difende come assolutamente legittimi, così come quelli delle altre società regionali dove, evidentemente, si elargiscono a piene mani stipendi pubblici di uguale livello”. Salvatore Tararella, già vicesindaco a Bari e da quattro parlamentare europeo, adesso è impegnato a comprendere cosa sta accadendo all’ombra degli uffici di via Cognetti, nell’Ente Autonomo Acquedotto Pugliese: “Per il direttore generale Bianco l’acqua è una “mission” di vita, tanto da coinvolgere anche i parenti. La moglie, avvocato Rosade Masi, assunta come dirigente all’Autorità Idrica Pugliese per vigilare sulla corretta gestione dell’AQP (quindi del marito); il dottor Vincenzo Silvano direttore finanziario dell’AQP, da più parti indicato come parente della moglie di Bianco. Indipendentemente dalla parentela, sicuramente il dottor Silvano è un giovane prodigio che, fresco di laurea, all’età di soli 31 anni, dopo una breve carriera come “consulente” (termine utilizzato nel curricula per rendere altisonante anche la posizione di “precario”) svolta essenzialmente in una sconosciuta azienda di consulenza (L.E.K. Consulting), nel luglio del 2005 (dopo l’elezione di Vendola a presidente della Regione), viene assunto dall’AQP con un appannaggio che oggi apprendiamo essere di oltre 150.000 mila euro, più i soliti benefit. Ma l’AQP non è solo stipendi d’oro, ma è anche provvigioni multimilionarie. Infatti, è ancora da chiarire il ruolo della Venicecom srl, società di Marghera, a cui l’AQP ha affidato (come e perché non si sa) il compito di mantenimento del cosiddetto “Sistema telematico di gestione degli acquisti”, da cui passano tutti gli appalti dell’Acquedotto Pugliese. Per questo servizio la Venicecom srl percepisce “solo” qualche milione di euro ogni anno. Per evitare che queste somme compaiano nel bilancio di AQP, soggetto al controllo della Corte dei Conti, la provvigione di Venicecom viene per contratto accollata al fornitore che ovviamente ricarica la spesa nel prezzo offerto, restando questa, quindi, sempre a carico del pubblico”. La conclusione dell’on. Tatarella? “Il fornitore, senza neanche aver iniziato i lavori, è costretto ad anticipare immediatamente, oltre alle già onerose spese contrattuali, anche la ricca provvigione di Venicecom, che può arrivare ad oltre 70mila euro per un singolo appalto. Infatti tramite il sistema telematico vengono gestite con procedure negoziate, ossia senza bandi pubblici e con inviti alle sole ditte “di fiducia”, centinaia di appalti per forniture, lavori e servizi, alcuni di importo ben superiore alla soglia comunitaria”. Ma questa è un'altra storia che speriamo non annacqui nel ginepraio di auto blu, superminimi, consulenze, assunzioni facili e superstipendi che qualche parola di chiarimento richiederebbero da parte del presidente Vendola, paladino di quella trasparenza che le società controllate dalla Regione, di cui è presidente, sembrano proprio trascurare.

L’Acquedotto Pugliese: poca acqua, tanti debiti, ma un fiume d’oro per gli amici di Vendola, scrive Rosengarten su “Quelsi”. L’acquedotto pugliese è la più grande struttura d’Europa, ed una delle maggiori al mondo, per la raccolta, il trasporto e la distribuzione dell’acqua potabile. Numeri impressionanti quelli che caratterizzano l’impianto: la rete idrica si sviluppa su una lunghezza di 15mila km, quasi 25 volte quella del Po, ha una portata complessiva teorica, perchè ne perde quasi la metà lungo il tragitto, di 19mila litri al secondo, ovvero 1140 metri cubi al minuto, sufficienti a riempire in un’ora 640 piscine olimpiche, serve 4 milioni di persone in 330 comuni, dispone di 154 impianti di depurazione, 6 di potabilizzazione, 321 serbatoi con capacità di stoccaggio complessiva di 3 milioni di metri cubi. Un mondo complesso, dunque, quello dell’AQP: si pensi solo ai laboratori per il controllo giornaliero degli oltre 70 parametri chimici e batteriologici richiesti dalla legge. Od alle risorse umane per la sua gestione, un piccolo esercito composto da oltre 1700 addetti tra dirigenti ed operai, funzionari e tecnici per un’opera avviata all’inizio del secolo scorso e che lo scoppio della Grande Guerra impedì di completare entro il termine previsto del 1920. Nel dopoguerra, la grande crisi economica e politica conosciuta dall’Italia non permise alcun avanzamento dei lavori nonostante la costituzione di un apposito Ente Autonomo. Fu il Commissario Straordinario Postiglione durante il Ventennio a portare a termine i lavori facendo arrivare l’acqua in Puglia, una regione che già Orazio aveva definito “terra siticulosa, senza fiumi, spogliata di boschi”, con un suolo di natura carsica incapace di assorbire le rare piogge, vincendo alla fine la sfida portata alla natura matrigna che aveva privato la regione d’uno degli elementi indispensabili alla vita. Il resto è praticamente storia d’oggi, ma è una bruttissima storia. Come racconta Michelangelo Borrillo, giornalista del Corriere del Mezzogiorno nel suo libro : “Il buco nell’acqua. L’Acquedotto Pugliese e la privatizzazione che non c’è”, 2005 Editrice Laterza, l’AQP, piace più ai politici che agli utenti: per i primi rappresenta una formidabile macchina clientelare per la produzione di consenso elettorale, per i cittadini un onere da sostenere a copertura delle enormi spese di manutenzione e degli interventi di risanamento per ridurre sprechi e perdite per 3,2 miliardi di euro, ma vedrete che alla fine saranno due o tre volte tanto, di cui necessita da qui al 2018, tutti a carico dei contribuenti. Fu per questo che 12 anni fa si decise di adottare per l’acqua dell’AQP la stessa logica di razionalizzazione gestionale e di contenimento dei costi adottata per le reti nazionali di distribuzione di luce e gas, con la separazione tra produzione e rete di trasporto in regime di concorrenza. Il Governo D’Alema avrebbe voluto privatizzare l’AQP nel 1999, cedendolo all’Enel, ente allora del tutto pubblico, per 3100 miliardi di lire, ma come spesso accade per le buone intenzioni di molti italici esecutivi, dopo tante chiacchiere non se ne fece più nulla. Allora fu il governo Berlusconi a fine 2001 a prendere la decisione di “girare” le azioni AQP in mano allo Stato alle Regioni Puglia e Basilicata, senza alcun onere per queste, con l’unico impegno di avviare la privatizzazione entro sei mesi. Da allora nulla è cambiato e di fatto l’AQP è diventato un feudo privato dello Zar di tutte le Puglie, con la Regione che detiene l’intero pacchetto azionario. Ovviamente, trattandosi di una creatura di Vendola viene gestita con criteri alla Vendola, puntualmente finiti nel mirino della Corte dei Conti, che nella sua relazione di maggio 2012 sulle cose di Puglia rileva tra l’altro: “Sui bilanci dell’AQP del 2009 e del 2010 pesano la minaccia di un indebitamento crescente, oltre ad alcuni dubbi espressi sul processo decisionale e sulla governance dell’Acquedotto. Ad esempio, lascia perplessi – sostiene la Corte – la scelta assunta l’anno scorso dalla Regione Puglia di staccarsi un dividendo da 12,25 milioni di euro a valere sulle riserve 2010, anche perché questa decisione può mettere a rischio l’equilibrio economico-finanziario dell’azienda nel medio periodo. Peraltro, le perplessità sulla deliberazione assunta nel 2011 per la distribuzione straordinaria una tantum di dividendi a favore dell’azionista unico Regione Puglia, si legano anche alla questione della bocciatura da parte di un’altra Corte, quella Costituzionale, della legge che ha regionalizzato l’Acquedotto e alla relativa confusione nel quadro normativo”. Insomma, chiariamo noi, Vendola mantiene pubblica la proprietà dell’acquedotto per disporne come vuole ed usa le casse dell’AQP come un salvadanaio dal quale attingere fondi da destinare a scopi diversi da quelli legati alla distribuzione dell’acqua potabile. La Corte dei Conti rileva inoltre che, dopo tale bocciatura (da parte della Consulta, ndr), “è venuto meno il supporto normativo delle modifiche statutarie, le quali, peraltro, già apparivano in contrasto con la legge statale 448 del 2011, che, nel trasferire a titolo gratuito alle Regioni Puglia e Basilicata le azioni dell’Acquedotto pugliese (poi finite chissà come al 100% in Puglia, ndr), chiedeva alle stesse Regioni di avviare in tempi rapidi la privatizzazione della società con procedure trasparenti (in Puglia, con Vendola, trasparenti? Che inguaribili sognatori questi giudici contabili, ndr)”. Ciò, rileva la Corte dei Conti, “rende necessaria la riconduzione dello Statuto della società alla normativa statale e la ricerca di un punto di equilibrio tra le opzioni dell’azionista Regione Puglia e gli obblighi di privatizzazione derivanti dalla normativa statale mai abrogata (quella del governo Berlusconi, ndr), anche al fine di assicurare una coerenza della posizione dell’Acquedotto rispetto alla disciplina generale del settore in cui opera”. Ma non è tutto, perchè oltre alla questione del dividendo straordinario i giudici contabili criticano anche il modo in cui si è conclusa un’altra vicenda, quella degli swap sottoscritti nel 2004 dalla Regione con Merryl Linch a copertura di un bond da 250 milioni di euro (una rischiosa e complicata operazione finanziaria basata su derivati). Questi contratti – che servivano a rateizzare il rimborso di un prestito a scadenza – si sono rivelati molto più ri­schiosi del previsto, perché le risorse del fondo di ammorta­mento della regione Puglia erano state investite nei bond di case automobilistiche americane, come la General Motors, travol­te dalla crisi, per cui per chiudere la partita ed evitare guai peggiori l’AQP dovette rassegnarsi a pagare e perdere “solo” 13,1 milioni di euro, ipotecando futuri utili di bilancio e pregiudicando il buon andamento generale dei conti. Tuttavia, a non convincere la Cor­te dei Conti è soprattutto il fatto che l’AQP non abbia av­viato azioni di rivalsa nei confronti dei suoi incapaci amministratori causa delle perdite, ai quali ha persino erogato un “incentivo straordinario” per l’attività svolta al fine di chiudere lo swap, invece di punirli per il danno procurato. Ma perchè tutta questa resistenza al “cambiamento” cioè alla privatizzazione dell’AQP decisa dallo Stato, ribadita dalla Corte dei Conti e riaffermata dalla Corte Costituzionale, che andrebbe tutta a beneficio dei cittadini? Cui prodest, chi se ne avvantaggia di questa situazione? Beh, abbiamo visto che quando sta scannato in bolletta Vendola non ha alcuna remora ad attingere a piene mani dalle casse dell’AQP. Lui è uno a cui le cose vanno bene così. Poi ci stanno le assunzioni clientelari, che se l’ente rimane pubblico così com’è si fanno con i concorsi alla Vendola, quelli in cui il governatore decide personalmente i vincitori, vantandosene pure e facendosi assolvere dal reato di abuso d’ufficio dalle amiche della sorella. Poi gli stipendi d’oro ed i privilegi, roba da fare invidia a manager di importanti multinazionali, auto di grossa cilindrata e case pagate al centro di Bari per gli amici e gli amici degli amici, sui quali ora si sta abbattendo una bufera. Prendiamo l’ultimo arrivato, il responsabile dell’ufficio legale, Giorgio Martellino, 45nne romano, un curriculum solidissimo ed invidiabile (Abbott, Natuzzi, Cementir). Come ricostruito da un importante quotidiano pugliese, l’avvocato Martellino è figlio di Cesare Martellino, neo-procuratore di Terni ed ex presidente della Caf ( Commissione d’Appello Federale, la Cassazione degli Organi di Disciplina del calcio), quello che ricorderanno molto bene i tifosi genoani, mandati in C nel 2006 da una sentenza firmata da papà, ma scritta dal figlio (raro esempio questo di onestà intellettuale e di professionalità da parte di un giudice, ndr). Martellino, fortemente voluto nel giugno 2012 dall’ex amministratore unico di AQP Ivo Monteforte (notoriamente tifoso del Genoa, ma è evidente che non sapeva di essere amico del giaguaro… ) può contare su uno stipendio di 115mila euro l’anno, più l’auto (Peugeot 508 Station Wagon) e una casa a pochi passi dalla sede di via Cognetti. Tutto a spese dell’azienda. Lo stesso Monteforte fino a quando è stato in AQP aveva a disposizione una bella casa nel centro di Bari, per la quale gli è stato pagato anche l’arredamento, nonchè l’automobile con autista, una Audi A6 Station Wagon la cui rata di noleggio si aggira tutt’ora sui 2.000 euro al mese. Quell’Audi ha camminato parecchio, avanti ed indietro per riportare Monteforte a casa sua nelle Marche quasi tutti i weekend, ma ora è mestamente parcheggiata nel garage aziendale e continua ad essere pagata (dai contribuenti pugliesi, l’auto, non l’acqua, questa la pagano a parte, ndr) in attesa che scada il contratto di noleggio. Un’altra Audi A6 – anche questa spesso con autista – è invece al servizio del direttore generale Massimiliano Bianco, che percepisce 237mila euro lordi di stipendio più 48mila euro di premio di produzione, oltre all’auto aziendale ed alla solita casa con affitto pagato nel centro di Bari (e chissà perché, visto che risiede ad un tiro di schioppo dall’ufficio, a Gioia del Colle). Tolto Bianco, su 32 dirigenti complessivamente in organico, ce ne sono ben 23 con il benefit dell’auto aziendale, manco fossero in un’azienda privata che con i propri soldi può fare come gli pare. Gli stipendi più alti sono quelli di Antonio De Leo, direttore tecnico, con 131.678 euro più 28mila di premio, e di Alfredo Correra, il capo del personale, che ai 110mila euro di retribuzione tabellare ne somma 42mila di premio, stesso trattamento che spetta a Vincenzo Silvano, direttore finanziario. Poco più sotto ci sono Mauro Spagnoletta, capo del settore Depurazione (130mila euro complessivi), Giuseppe Valentini, direttore a Brindisi (121.000), Maurizio Cianci, dirigente degli Affari generali (112.500), Francesca Portincasa, che porta benissimo a casa come direttrice a Bari (108.000 più premi). Pure gli altri dirigenti portano qualcosina a casa, dagli 80 ai 100mila euro l’anno, qualcuno con l’auto e qualcuno no: in genere modelli di media cilindrata che valgono 5-600 euro di rata mensile. Tutta gente, questa, che si oppone alla privatizzazione dell’AQP, mica per tutelare i propri privilegi, ma no, macchè, ma che andate a pensare, ma solo perchè l’acqua è un bene comune. Infatti, nessuno di noi vuol privatizzare l’acqua, bensì i tubi che la trasportano sui quali loro possono speculare arricchendosi e sperperando risorse della comunità. Mantenendo lo status quo i manager dell’AQP conservano un potere contrattuale enorme, possono darsi tutti i benefici che vogliono e gestire persino dissennatamente l’acquedotto perchè poi tanto possono presentare il conto delle perdite a piè di lista ai cittadini. Acqua bene comune: sì per loro, mica per i pugliesi.

BARI E BARESITA'. BARI TRA COZZALI E COZZARI.

«In volo per Bari, città mafiosa». Ribelliamoci (non solo a Ryanair), scrive Donato Carrisi su “Il Corriere della Sera”. La provocazione di una hostess e la denuncia dei viaggiatori. La compagnia si è dissociata e aprirà un'inchiesta. La gaffe e il moto d'orgoglio. I passeggeri salgono sull'aeromobile e si sistemano ai propri posti, in attesa del decollo. La candida voce di una hostess saluta i viaggiatori in perfetto italiano. Poi, la stessa ripete l'annuncio in inglese, ma stavolta il contenuto suona più o meno: «Benvenuti a bordo di questo volo Ryanair da Parigi Beauvais a Bari, la città della mafia e di San Nicola». Confusione fra i patrioti a bordo. Avranno sentito bene? Si sa, pochi prestano ascolto ai comunicati in cabina. Ci si consulta in cerca di conferme e, in pochi minuti, montano sgomento e incredulità. Una ragazza barese risparmia la collera e, giunta a destinazione, scrive alla compagnia aerea. Si dichiara offesa dal modo in cui sono stati trattati dei passeggeri «paganti» e ricorda il sostegno economico offerto a Ryanair con denaro pubblico affinché aprisse un hub proprio a Bari. Ma resta il dubbio. Perché la hostess avrebbe pronunciato una simile frase? Da scrittore di thriller (pugliese doc!), azzarderò la soluzione del giallo.

Prima ipotesi: la boutade pubblicitaria. Ryanair ci ha abituato a campagne provocatorie che negli anni hanno tirato in ballo anche Berlusconi, Sarkò e Carlà, la Gioconda, procaci cameriere bavaresi e, da ultima, la Polverini. Incurante di inimicarsi i fan del Cavaliere o di Leonardo Da Vinci, Ryanair sa bene che per la gente le questioni economiche pesano più delle questioni di principio. Come a dire: «Coi nostri prezzi possiamo dire ciò che ci pare» - (lo slogan è mio, protetto da copyright: quelli di Ryanair sono avvisati nel caso volessero usarlo). In fondo, è stata loro la sensazionale trovata pubblicitaria di riempire un aereo di zecche (un Londra-Ciampino che - putacaso! - avrebbe dovuto proseguire per Bari). Perciò non dovremmo stupirci se domani scoprissimo che la ragazza barese che ha sollevato l'ultima querelle è, in realtà, un agente provocatore al soldo della compagnia. Per la cronaca, Ryanair con un comunicato si dissocia dal pensiero espresso (non si capisce se nei confronti di Bari, della mafia o di San Nicola) e assicura che sarà aperta un'istruttoria per accertare i fatti.

Seconda ipotesi: il fidanzato barese. L'ignota hostess nei suoi passaggi pugliesi ha frequentato e, forse, amato un giovane del posto (sicuramente un devoto di San Nicola). Dopo essere stata lasciata e/o tradita, non potendo colpire lui, ha deciso di rivalersi contro la città che gli ha dato i natali e il suo santo patrono.

Terza ipotesi: la montatura. Sono stati i baresi a ordire tutto per poter affermare che, se il volo in questione fosse stato un Parigi-Linate e la hostess avesse affermato che «Milano è la città di Sant'Ambrogio e della 'ndrangheta», avrebbero dato tutti la colpa a Saviano e un leghista avrebbe preteso di salire sul volo successivo per leggere al microfono un comunicato di smentita.

Quarta ipotesi: la hostess ha detto solo la verità. Personalmente mi sento più offeso dalla parola mafia che dal fatto che fosse diretta a una città che amo. Ma in Italia ci si indigna solo quando viene toccato un campanile, perché viviamo nell'assurda convinzione che la mafia sia roba da mafiosi e non riguardi invece un intero popolo, una nazione. Un Paese che permette a un politico di vantarsi della propria ingordigia e che costringe uno scrittore ad avere una scorta, non può che dirsi mafioso. E in questo momento storico, Bari è mafiosa nella misura in cui lo sono tutte le città d'Italia, da Nord a Sud. Condannare una compagnia aerea o l'idiozia di una hostess purtroppo non cambierà la sostanza. Perciò, visto il moto d'orgoglio che ha generato la vicenda, propongo che l'annuncio, da oggi in poi, venga ripetuto su ogni mezzo di trasporto indipendentemente della destinazione. Così, invece che un'offesa, proveremo forse a cancellare la mafia.

"Noi baresi non ci possiamo nascondere...si sente sempre che siamo di qua...". Da: "La doppia vita di Natalia Blum", con Emilio Solfrizzi.

Un barese lo capisci a gesti, scrive Alessia De Pascale su “La Repubblica”. Anche all’estero. Ecco spiegato il titolo della mostra "Capisc a me? Do you understand" di Anna Simi, vincitrice della quarta edizione del Laboratorio del Museo della fotografia del Politecnico di Bari (tra 250 allievi). Attenzione al gesto, alla topologia, ai segni distintivi di un popolo in 33 scatti in bianco e nero rappresentativi dei principali modi di dire e di fare della baresità, raccontati attraverso immagini, mani, sguardi e facce comuni come quelle degli abitanti di Bari vecchia (con un cameo dell'attore Mario Mancini). "La spontaneità del gesto barese non l’ho ritrovata in nessun altro posto al mondo", ha raccontato la Simi, operatrice turistica alla sua prima personale fotografica, “dietro ogni foto c’è uno studio meticoloso della tradizione verbale del dialetto barese con i suoi modi di dire più antichi e i gesti che rendono intellegibili anche suoni e fonemi a volte incomprensibili”. A riprova dell’esportabilità della gestualità barese, ogni foto riporta accanto alla dicitura in dialetto, anche la traduzione in inglese: “Arrèt” (di nuovo) diventa così “Again” per gli anglosassoni, “Tacchisce (gira i tacchi-vattene) è “Turn on your heels”. Il trofeo del gesto più amato resta sempre “Va arrub a Sanda N’Col” (Vai a rubare a San Nicola), abbinato al tipico movimento della mano che si apre e chiude velocemente, che affonda le sue radici semantiche nella leggendaria trafugazione delle ossa del santo patrono. La mostra, presentata dall’attore Gianni Ciardo e dal direttore del Museo della fotografia, Pio Meledandri in un’affollata Aula Magna del Politecnico, è aperta fino al 21 marzo 2014 (dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 19, esclusi sabato e domenica).

Baresità? Quando il ''cozzalo'' diventa moda, tra polpo e Peroni alla canna, scrivono Marco Montrone e Mina Barcone su “Bari inedita”. La Peroni bevuta "alla canna", intonare cori da stadio inneggianti l'amore per "la Bari" in qualsiasi luogo e situazione, lo stereo con il volume a "pompa" e ancora i ricci e le cozze nere, lo sbattere sugli scogli il polpo appena pescato dopo avergli tirato un morso in testa, vantarsi di abitare ind a u megghie pais. Sembra quasi un virus quello che ha contagiato migliaia di baresi negli ultimi tempi. In molti la chiamano “baresità”: ciò che prima era patrimonio del “popolino”, ora viene ostentato in ogni momento, anche attraverso i social network. Proprio su Facebook spopolano gruppi e pagine che inneggiano al dialetto barese e ai nostri presunti modi di agire, illustrando come fare a diventare un "barese doc". «La baresità oggi è famosa e apprezzata anche grazie a una serie di personaggi come Antonio Cassano o Checco Zalone e grazie anche ai molti film che ne hanno riabilitato l'immagine. “Barese” non è più “sporco e scippi” come era idea comune dieci anni fa: oggi essere barese è diventato chic». Ad affermarlo  è il regista Antonio Palumbo che con il video "Polpo Grosso - lo sport preferito dai baresi" (che illustra in un “tutorial” il modo giusto per arricciare un polpo) ha raggiunto migliaia di visualizzazioni su Youtube. Palumbo vorrebbe realizzare altri cinque video fondati sui presunti «canoni della baresità»: "come si mangia il panzerotto da Di Cosimo" "come avviene lo scippo a Bari", "come si litiga a Bari" "la brasciola" "le cozze nere". Abbiamo chiesto a un po’di giovani baresi cos’è per loro la “baresità” e la prima risposta è stata quasi all’unisono: «Bere la Peroni alla canna».  Perché proprio la Peroni? «Perché è di Bari». La Peroni in realtà non è mai stata di Bari, è di Vigevano, in provincia di Pavia e dal 2003 ha spostato la sua sede a Roma e fa parte di una multinazionale della birra, la SABmiller. A Bari c’è solo uno stabilimento, come c’è anche uno stabilimento della Coca Cola, bevanda che però chissà perché al contrario della birra non è diventata “patrimonio di Bari”. Altra risposta sul ciò che vuol dire essere barese:  essere tifoso “della Bari” e andare allo stadio. Per chi per decenni è andato allo stadio (magari mezzo vuoto) tifando “il Bari” e lottando con orgoglio contro tutti i baresi-juventini, baresi-interisti e baresi-milanisti sparsi per la città, quando neonato amore per la squadra biancorossa ha di per sé dell’incredibile. E’ una moda, certamente, la speranza è che non sia passeggera: vedremo cosa accadrà quando la Juventus verrà a giocare a Bari o se la squadra dovesse cominciare a perdere qualche partita. Altri “atteggiamenti baresi”? «Il vero barese non paga mai alla Fiera del Levante, riesce sempre ad avere i biglietti gratis», «parcheggia sempre in doppia fila», «litiga ma alla fine non fa mai a “mazzate”», «a San Nicola non manca mai e mangia lupini e olive in calce».  E poi il panzerotto. «Il panzerotto esiste solo a Bari - afferma Palumbo -. In tutte le altre città italiane chiamano “calzone” un surrogato di quello che è il panzerotto vero e proprio, quello che quando lo mangi devi necessariamente sbrodolarti addosso». Ma è veramente questa la “baresità”, e se è così, alla fine che cosa può portarci in dote? Una soddisfazione a tavola e una pancia piena, certo, soprattutto grazie alla birra. Ma poi? E’ possibile che una città millenaria si debba contraddistinguere solo per questo? No, noi non crediamo che sia solo questa la baresità, crediamo invece che questi siano atteggiamenti e modi di fare che sì, è bene indicare come “cozzali”, che possono essere simpatici certo, ma di cui onestamente non è che si possa andare così orgogliosi. Come dice giustamente lo studioso di tradizioni baresi, Gigi De Santis: «Molti di quei luoghi comuni patrimonio della nostra identità culturale sono stati presi d'assalto dalle nuove generazioni e decontestualizzati. Si continua a confondere baresità con volgarità ed è un vero peccato». Ma allora cos’è la baresità? Da cosa si caratterizza il “vero barese”? Noi abbiamo provato a fare una lista di cinque tratti (positivi) che riteniamo siano comuni a molta parte dei cittadini di Bari: giovani e vecchi, ricchi e poveri, acculturati e ignoranti. Tratti che forse neanche noi baresi ci accorgiamo di avere, perché fanno parte del nostro dna. Vediamo se siete d’accordo.

La voglia di star fuori – Andate sulla costa barese una domenica di luglio e capirete cosa vogliamo dire. Nonostante andare a mare imponga caricarsi di ombrellone, lettino, giochi per i bambini, pinne e maschere e borsa termica, i baresi appena scorgono un po’ di sole vanno via di casa, skafuescn. Che sia il mare, la campagna, o magari mete più lontane (se hanno due euro da parte i baresi viaggiano), il mondo è visto come un posto da scoprire, a volte da “occupare”. Se i napoletani hanno l’appocundria, quell’apatia che ha il sapore dell’indolenza e dell’impotenza, ai baresi non verrà mai in mente di rimanere da soli in casa a pensare e rimuginare su sé stessi: di sicuro se hanno problemi andranno a farsi una camminata. Il barese è positivo.

L’amore per un certo tipo di cucina  – Vogliamo parlare di “cose da mangiare” in maniera seria? Bene, Bari è la città italiana in cui forse si mangia meglio. Dove si unisce il sapore alla corretta alimentazione. I nostri nonni ci avevano addirittura insegnato la dieta dissociata (il lunedì il brodo, il martedì la pasta, il mercoledì i legumi...). Se in altre parte d’Italia i piatti assumono sempre un non so che di “molto carico e pesante”, dai tortellini emiliani, alla “cassola” milanese, dal fritto alla romana, al cassata siciliana, i piatti baresi si caratterizzano per la semplicità e per la varietà (vedi i mille antipasti). Il crudo di mare (altro che sushi) o comunque il pesce mangiato così come l’ha fatto mamma (fresco e poco condito), fave e cicorie, le orecchiette alle cime di rape, la focaccia, giusto per fare qualche esempio classico. Si parla tanto di nouvelle cousine, ma a Bari è da sempre che si uniscono prodotti di mare con prodotti di terra. Un esempio su tutti: patate, riso e cozze. Insomma se nel resto d’Italia sono la pasta e i dolci a farla da padrone, a Bari vincono verdure e pesce. Da intenditori della buona tavola e della sana alimentazione.

Il comunicare attraverso frasi idiomatiche – Il linguaggio barese si caratterizza per un grandissimo uso di frasi idiomatiche, che poi spesso vengono riportate nel linguaggio di tutti i giorni, anche traducendole in italiano. Ne deriva un linguaggio essenziale e se vogliamo “universale”, dove con un frase (spesso ironica) esprime un intero mondo. A mis u quadre mmenze a la chiazz, Ammìin’t che l’acque ie vasce,  Iè nu shkàff a Crist, Iapr’  l’ecchie che ad achiute non ge vole nudd’….Chi non ha mai pronunciato almeno una volta una frase come questa? E come sarebbe difficile farsi intendere in così breve tempo utilizzando costruzioni verbali complesse? La “parlata” barese è semplice ma allo stesso tempo creativa. E poi provate a tradurre in italiano una parola come priscio

La comicità innata – E da qui deriva la comicità insita nel linguaggio barese. Per anni i baresi hanno sofferto quando qualcuno gli diceva “ah, ma tu sei di Beri”, riferendosi a Lino Banfi, che da canosino (ben 80 km dal capoluogo pugliese), aveva fatto credere a un’intera nazione che noi parliamo così, ad esempio pronunciando la “e” al posto della “a”. Per fortuna ora è arrivato Checco Zalone, che sta dando un’immagine che seppur edulcorata, si avvicina molto a quello che è il modo di essere simpatici a Bari. Perché il linguaggio barese è comico. Costruito come detto su ironiche frasi idiomatiche, ma anche sulla capacità di inserire in un discorso incredibili “battute”. Non siamo un popolo di barzellettieri, non siamo un popolo di narratori, né di teatranti, ma ogni barese ha in sé il gusto della battuta, veloce, rapida e spesso anche un po’ cattiva.

L’ospitalità verso tutti  – “A Bari nessuno è straniero”, dice il detto. Ed è vero. Bari, città di porto, abituata ad avere scambi commerciali con tutti i popoli, si sta dimostando anche in questi anni di globalizzazione e multiculturalismo, aperta e soprattutto non razzista. A Bari lavora e vive gente di qualsiasi colore, ma a differenza di tante altre città italiane, episodi di razzismo non se ne sono mai verificati. Neanche allo stadio, che invece nel resto d’Italia si caratterizza per essere spesso teatro di intolleranza. E’ facile vedere “vu cumprà” che parlano in dialetto barese tra le risate di coloro che prendono il sole sulla costa e che magari offrono al lavoratore di colore un pezzo di focaccia.

Questa è la Baresità, questo è ciò che il popolo barese deve ostentare e portare nel mondo con orgoglio. Altro che Peroni alla canna.

Non sei vero barese se al mare non peschi i ricci e te li scrofani, scrive Alberto Selaggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Non c’è dubbio, ha ragione il collega che mi ha ispirato: «Uno non è barese se, quando va al mare, non si porta il coltello, pesca i ricci e li mangia». Non sei un barese se non unisci l’utile al dilettevole. Non sei un barese se non levantinizzi finanche lo svago. Non sei barese davvero se non sgrosci di brutto succhiando il nettare che offre il fondale. Il torinese, il milanese nevrotizzato vanno al mare come prevedibili umani: il costume, il lettino, la crema abbronzante. Il barese, avvezzo a commutare in convenienza pure l’amicizia datata, a massimizzare il profitto sul suo percepire squallido in qualsivoglia situazione esistenziale, applica al mare la regola aurea: nello zainetto cela sempre coltellino, retina, o un secchiello, o la busta di «blastica» (mai pronunciare con la pi, ché si perde la cittadinanza). Si trovi a Trinidad, in Kuwait come a Fesca, San Giorgio o Torre a Mare, si accomoda sulle natiche: «Aah, sì!». Prende un poco di sole, si sciacquetta qua e là: pla-plaplà, pla-plaplà. Dopo di che, brandendo la lama da sub, da bragiuola o da cozza gratinata si ammena e incomincia la caccia. Le prede più ambite sono i ricci, pur se smagriti in agosto, che – generoso - passa ai bambini talvolta: «Pigliate... Pigli!». Sia perché ne è ghiotto, sia perché alla Lanza ‘ngostano assai, mentre la prateria subacquea li smolla gratis. Il barese, in quanto tale, non si spinge mai in immersione oltre i due metri. Ma se avvista putacaso una costellazione di gusci aculei calcarei, può toccare anche i 470 metri in apnea tenendo la bocca aperta per afferrarli alla maniera dei cani. Tornato sopra lo scoglio insozzato dalla rimmata che egli per primo ha depositato, li acciaffa con la manotta prensile, li sfracana con l’arma e slurpa le leccornie con lingua di lama. Ne sorchia orribilmente l’apparato buccale e le labbra si tingono di sbaffi corallo in un face-painting da sessantottesco indiano metropolitano. A questo punto pronuncia la frase: «Nèh, ci è ssò bell’ ‘l rizz! So’ chijn chijn!». Dalla quale echeggia la meditatio degli astanti: «Moh, ha pigghiàt’ ‘l rizz’, kudd figgh’ d’ sfessat’...». Per tale consuetudine il barese è molto apprezzato sulle coste del Ghana. Ottuso com’è suddivide questi echinodermi in «femmine» polpose e «maschi» esangui. Non sa che quelli vacanti sono semplicemente Arbacia lixula, altra specie dal Para centrotus lividus, delle cui gonadi di ambo i sessi ci ingozziamo, o dallo Sphaerechinus granularis, il «regina» violaceo. Ma allu baràis non basta il riccio per sentirsi veramente d’ Bbàr. Il suo istinto ladro preme a 360 gradi. Gli insaziabili non si fermano davanti alla gozza selvatica che cresce a ridosso dei depuratori affogati. È gente già appestata da epatiti A, B, B³, X e M (M sta per Mutante). Per questo può ben vantarsi, prima di crepare: «A me queste mi fanno solo la sciacquatura». Tanti, considerando taratuffi e musci leccornie insperate, si incanagliscono sulle patelle, indifese come pecore davanti a branchi ungolati. Bella forza a frecarti la patella, barese che non sei altro. Di qua ai cozzilli, all’erba marina all’amianto, al granchietto stecchito con una zoccolata, è breve il passo. Quanti ne vediamo sul Lungomare sgranocchiare contenti le zampucce elettrizzate, affondare gli incisivi nei carapaci: cra- cracrack! La pelosa, è noto, si cuoce, non si mangia, offrendo al sugo un prodigioso concentrato aromatico. Il polpo invece, se si auanda per puro miracolo, si crepa sulla roccia seduta stante, si arriccia spandendo scivolose trappole per gli altri bagnanti, e si mangia con laceranti scotimenti del capo o risucchiando cirri come il formichiere nelle praterie africane. A questo punto il barese, se è davvero tale, può pure suicidarsi o consumare rapporti impuri con un leccese ed è lo stesso. Esulta come mai avrebbe sperato: «Mudù, mudù, cci è bell’ ‘u pulp!». E il giubilo genera l’eco dei vicini su canone inverso bachiano: «Ma vid a cudd kittemmurt: pur ‘u pulp s’ha frecat’».

In vacanza a Bari... che i baresi non me ne vogliano, scrive Grazia Nonis. Più di trent’anni di trasferte nord-sud mi hanno insegnato ad amare la Puglia ed i suoi abitanti. In particolar modo Bari ed i baresi, imbattibili per simpatia, ospitalità, cibo meraviglioso e mare. Ma, come in tutte le cose, anche a notarne i difetti. Ospiti dei miei suoceri alloggiamo in periferia, dove le case sono tutte uguali ma le stranezze no. Appartamenti a piano terra dotati di giardini e box (abusivi) su terreni sottratti ad aiuole e marciapiedi. Ce n’è per tutti i gusti: in muratura, in legno, in sasso e in plastica. Le forme di questi cortili-giardini sono un inno alla geometria e infatti, oltre ai classici rettangoli e quadrati, possiamo ammirarne alcuni a triangolo, cono e semicerchio. L’indisciplina stradale ricorda le strade di Il Cairo. Si potrebbero vendere le auto senza frecce o chiederle come optional perché non le usa nessuno, potenziando però i clacson che qui vengono usati per salutare, insultare e per sport. I cartelli stradali andrebbero aboliti. Si entra e si parcheggia ovunque. Seconda, terza e quarta fila. Gli automobilisti non si fermano in mezzo alla strada per chiedere informazioni, ma per chiacchierare amabilmente con un conoscente pedone o un conoscente autista di altra vettura proveniente dal senso opposto. In questo caso nessuno strombazza col clacson perché … è così. I motorini sfrecciano con intere famiglie e borsoni a carico, e non si capisce mai chi guida perché ci sono mani ovunque. Dei caschi neanche l’ombra, oppure sì ma slacciati. Il diritto di precedenza resta un diritto ma senza la precedenza. E’ come un accordo telepatico tra i due guidatori che se lo contendono a suon di sguardi. Il semaforo rosso non sempre vuol dire “Guarda che ti devi fermare”, è più un “Dovresti fermarti, ma se pensi di poter passare senza incidenti per me va bene”.

P.S. Ieri, affacciandomi alla finestra, sono rimasta a bocca aperta nel veder passare un’ambulanza con le porte posteriori spalancate ed un uomo legato a torace nudo sulla lettiga. La domanda sorge spontanea: i soccorritori e il malato avevano caldo oppure il paziente era morto ed era necessario un ricambio d’aria?

La cosa che colpisce maggiormente il turista è l’immondizia che si trova ovunque, in ogni angolo di via, vicolo, parco e marciapiede. Bottiglie vuote, cartacce, involucri di cibo e tovaglioli di carta. In netto contrasto con le abitazioni dei singoli perché, ovunque io sia andata, a casa di parenti o amici, ho trovato case linde e splendenti che mal s’accostano col pattume esterno. Nel corso delle tante vacanze e frequentando le spiagge locali, i bar o le pizzerie d’asporto, ho potuto constatare che gran parte dei baresi, così puliti a casa propria, non lo sono fuori casa. Mangiano e gettano in terra perché, udite udite, ci sono persone pagate per pulire... e se le strade sono sporche è colpa degli spazzini, pardon … operatori ecologici, che non fanno bene il loro lavoro … ovvio noooo?  Che lo facciano bene oppure no non m’è dato di sapere. Bari è la casa dei baresi ed è il biglietto da visita per il turista che la visita. I suoi cittadini dovrebbero amarla un po’ di più e trattarla bene, così come farebbero a casa propria. Cambiano i sindaci ma le strade sono sempre più sporche e la domanda sorge spontanea “Ma il primo cittadino è un non vedente?”. Possibile che non si faccia mai una passeggiata serale nelle vicinanze di Piazza Ferrarese o sul lungomare? Tra una pizzella e un panino seduto alla panchina potrebbe pattinare su piatti di carta, giocare a campana dribblando le cacche dei cani, utilizzare le centinaia di bottiglie di vetro, sparse ovunque, per farsi la salsa o riciclare le cartacce e farne agende eco-gratis-compatibili da regalare ai suoi consiglieri a Natale.

P.S. La raccolta differenziata si chiama così perché in alcune zone si fa ed in altre no.

Ci sono altre cose che m’hanno stupito passeggiando per le vie che portano in centro. Una è la quantità di biancheria stesa ad asciugare che ondeggia da ogni finestra o balcone. Credo che qui non ci siano furti di panni stesi perché, anche dai primi piani dei palazzi, tovaglie e lenzuola penzolano  sulla testa del passante che potrebbe usarle per asciugarsi il sudore, pulirsi le mani o aggiungerle al suo corredo. Le tende da sole poi, anche se dello stesso palazzo, sono di colori e fogge differenti … praticamente un’anarchia di stoffe e di teste condominiali in totale disaccordo. Ragnatele di fili, canaline e antenne serpeggiano sui muri creando ghirigori di plastica mentre dei “tiranti” di fili elettrici si tendono da un palazzo fino al tetto di un’edicola sottostante o verso altra destinazione sconosciuta, stile “filo d’Arianna”. Alla faccia della sicurezza e della dichiarazione a “norma” che “dovrebbe essere” obbligatoria.  Ho anche provato l’ebbrezza dell’Ufficio postale tirato in ballo da Striscia la Notizia per le lunghe attese e gli accampamenti degli utenti sin  dall’alba. Ho preso il numerino e ne avevo trenta davanti. Me ne sono andata per tornare tre quarti d’ora dopo. Ho atteso altri cinque minuti ed è arrivato il mio turno.

P.S. Nel locale colava acqua dal soffitto e una grossa bacinella di plastica, con tanto di logo delle Poste, era collocata a terra in direzione del plin plin.

Ma già che c’ero potevo farmi mancare un salto in banca? Non faccio nomi ma trattasi di filiale di nota banca con sede in Lombardia. Poca gente, operazione super veloce ma …. il cassiere! Premetto che credevo e credo sia di prassi un abbigliamento sobrio e, se non obbligatorio l’uso  della cravatta, almeno la camicia o la polo. Il personaggio in questione vestiva una maglietta con il logo della moto con tanto d’aquila in pieno petto, jeans e stivali da cowboy fortunatamente senza speroni. Al polso un bracciale in cuoio che copriva quasi l’intero avambraccio, con tanto di tatuaggio multicolor che si estendeva verso il bicipite. Mentre l’emulo di Marlon Brando in Gioventù Bruciata terminava l’operazione cercavo d’allungarmi sugli alluci il più possibile. La sedia era a forma di sella di cavallo o di Harley? Ma se tutto questo è in gran parte imputabile al lassista  che “sta sopra ai piani alti dell’amministrazione”, e si sa che è pesante e noioso vigilare e mettere paletti, il barese vive o sopravvive con un ottimismo ed un’allegria innati che noi, al nord, non riusciamo neanche ad imitare: se si sale sul tram a Milano ognuno si fa i fatti propri e non ci si sogna di chiacchierare con gli sconosciuti. Sull’autobus a Bari sembra di essere al mercato. Trovano un motivo per attaccare discorso e si parla del più e del meno come al bar. Mi piace. Se si è loro ospiti il trattamento è degno di un re e parte il tour dell’oca all’ingrasso: pasta al forno, tiedd di riso patate e cozze, panzerotti, frutta e fritti di mare, mozzarelle, burratine, scamorze, dolci e limoncello. In qualche caso anche la lavanda gastrica. E come dimenticare i cornetti baresi (da noi brioches). Megabombe friabili e talmente colme di crema che sembrano sul punto di scoppiare. Le nostre sembrano cartongesso, anoressiche e  con una stitica quantità di farcia. Al bar, ordinando un caffè, è d’obbligo il bicchier d’acqua minerale GRATIS. Da noi si deve chiedere e pagare a parte. Una ladrata da 50 centesimi (minimo). Se si vuole mangiare qualcosa al volo, qui si spazia dai tramezzini alle pizze o ai panzerotti che, a differenza dei nostri, sono ottimi e sembrano fatti in casa. Le gelaterie meritano una ola per la qualità, il servizio e la presentazione dei prodotti. I mega gelati su parigine semplici od elaborate costano la metà dei nostri. Non per ultimo  suggerisco almeno un’ospitata ad un matrimonio barese. Quando riceviamo un invito del genere, noi del nord, cerchiamo subito una scusa per non intervenire perché più che una festa sembra un funerale, però senza la bara. Al matrimonio di un barese, invece,  ci si diverte, si mangia benissimo, si canta e si balla. L’organizzazione non lascia spazio ad errori, a cominciare dagli inviti, i fiori, e le auto per gli ospiti. Il ristorante viene prenotato anche due anni prima perché tutti, benestanti e non, vogliono un matrimonio da favola. Più che un ristorante è una reggia. Tovaglie di fiandra, porcellane finissime e posate d’argento. Camerieri e servizio impeccabili. La cucina poi … l’angolo della griglia dove l’ospite sceglie cosa mettere sul fuoco, quello delle mozzarelle fatte artigianalmente e il carretto coi gelati per i bimbi. Ad ogni angolo cascate di prosciutti e cestelli di ghiaccio sempre colmi di bottiglie di vino. E’ d’obbligo sia la musica sia lo showman per far ballare ed intrattenere. Al termine del pranzo, da noi al nord, viene servita la classica fetta di torta nuziale mentre gli ospiti ballano il tip tap sotto il tavolo cercando di infilare i piedi gonfi, stile zampone, nelle scarpe. A Bari si seguono gli sposi in un’altra sala imbandita di torte, pasticcini, crepes e gelati fatti al momento dove lo stomaco dell’ospite, anche se sazio, non rinuncia al giro dei dolci. Prima di andare a casa c’è il rito della carta oleata. Il cameriere porge a tutti i commensali un sacchetto contenente porzioni intatte di cibo avanzato in cucina. E’ tutto pagato, perché lasciarlo?

BARESI E IL DIALETTO. INTERVISTA AL DOTT. FELICE GIOVINE, scrive Biancamaria su “Libertiamoci”, Articolo di Agnese Di Nardi. Nel cuore del quartiere Libertà, quasi all’incrocio tra due vie storiche della città (via Crisanzio e via Sagarriga Visconti) dove attualmente è il Centro Studi Baresi, si è aggiunta l’Accademia della lingua Barese di Felice Giovine, figlio di Alfredo. E’ grazie a loro che  il dialetto non viene considerato come “improvvisazione, ma materia di studio e d’insegnamento con giuste regole di grammatica e di sintassi”. Si ritorna alle origini, alla difesa e al recupero della lingua madre. Abbiamo incontrato e intervistato il Dott. Felice Giovine, direttore editoriale del giornale “U Corrìire de BBàre” e responsabile del Centro Studi Baresi. Ecco cosa ci ha detto.

Quali motivazioni l’hanno spinta a portare avanti per tre anni l’iniziativa di pubblicare un giornale in dialetto barese?

«L’idea è nata da un famoso detto inventato da mio padre (Alfredo Giovine) che recita “Chi non conosce le cose della nostra città, più che i forestieri sono proprio i baresi”. Noi non conosciamo la nostra storia, camminiamo sempre con la testa china, non la alziamo mai per guardare cosa ci circonda, perché se la alzassimo, vedremmo dei palazzi che sono splendidi. Anche qui vicino (via Crisanzio angolo via Sagarriga Visconti) c’è un palazzo molto bello in stile Liberty; è una vera e propria magnificenza e con grandi sacrifici viene conservato dai proprietari. Quindi non ci rendiamo conto di cosa abbiamo nella nostra città, in più i baresi sono sporcaccioni, permalosi, strafottenti, il barese ha bisogno di essere “messo sotto” perché solo così dà il meglio di sé. Dico queste cose in modo provocatorio perché vorrei che le generazioni odierne si svegliassero e si rendessero conto che tutto ciò di cui godono ora, è frutto dei sacrifici dei loro nonni, che lavoravano fino a notte fonda. Pensate che in passato i magazzini in particolare di via Melo o via Argiro, che erano le zone dove c’era un grosso commercio, chiudevano ufficialmente alle 20, ma i negozianti si sedevano fuori dai loro negozi e parlavano fra loro, discutevano, si confrontavano e se passava qualcuno che all’ultimo momento doveva acquistare qualcosa, loro continuavano a vendere. L’intento del giornale era di dare una guida per l’interpretazione e lo studio del dialetto. Mia madre mi diceva di non parlare in dialetto per non far emergere che venivamo da una zona periferica della città, invece mio padre diceva di parlare in italiano a scuola e in dialetto in casa; il senso di quello che voleva dire mio padre era di non dimenticare le mie radici. Mio padre si era fermato negli studi alla quinta elementare, ma aveva continuato a studiare da autodidatta, aveva una biblioteca immensa, era un grande appassionato di lirica. Scrisse anche una grammatica perchè gli studiosi dell’epoca dicevano che siccome si trattava di dialetto ognuno poteva scrivere a proprio piacimento e non potevano esistere regole; invece mio padre con Oronzo Parlangèli, glottologo di fama nazionale, capì che il punto era trovare un’uniformità di grafia perché tutti potessero intendersi. I baresi però sono individualisti e male accettarono questo progetto che infatti poi non decollò. Io ho costituito il Comitato barese per l’abolizione del J (i lunga). Il J con la lingua italiana non ha nulla a che spartire, pare sia l’invenzione di alcuni notai del 500. “Per esempio scrivono jaluronico e lo sentiamo pronunciare ialuronico, scrivono jella, jettatore e le sentiamo pronunciare iella e iettatore. Scrivono junior e lo pronunciano iunior. Jesolo per Iesolo, Jole per iole, e ancora scrivono jonio, japigia, e leggono ionio, ionico, iapigia e iapigi, e poi non si comprende perché pronuncino Giazz per Jazz, Gim per Jim, Giolli per Jolly, Giumbo per Jumbo, giungla per jungla, ecc. Allora se scrivi Juventus devi leggere Giuventus, al pari di Jovanotti per Giovanotti, se leggi iunior devi scrivere iunior, se scrivi junior devi leggere giunior. Tale confusione, si riscontra anche nelle trascrizioni dialettali, generando il convincimento che trattandosi di dialetto, ognuno possa adottare il sistema di scrittura che più preferisce, senza tener conto che ciò ne limiterà la comprensione, relegando lo scritto solo a quanti riusciranno a interpretarlo. Se si parla e si scrive italiano italianamente, si scriva barese, baresemente” . Ve ne racconto un’altra: spesso si sente dire “i Borboni”, ma in realtà si chiamano “i Borbone”! Mio fratello ed io ci chiamiamo di cognome Giovine, ma non è che siccome siamo in due devono chiamarci “i Giovini”!»

Nell’opinione comune si ha la percezione che il nostro dialetto sia utilizzato da persone poco colte, a differenza di altre culture locali che hanno valorizzato anche letterariamente il loro dialetto (per esempio il dialetto napoletano o quello siciliano). Qual è la sua opinione in merito?

«Non c’è dubbio che la base della comunicazione sia la lingua italiana e che sia questa la lingua che si deve utilizzare per relazionarsi. Il ruolo del dialetto è di creare un legame con la terra di origine. Il nostro dialetto è stato ritenuto da esperti in materia in più musicale fra i dialetti meridionali, il napoletano è uno dei dialetti più antichi ed insieme agli altri dialetti meridionali ha contribuito allo sviluppo della lingua italiana come oggi la conosciamo. Lo stesso Dante Alighieri ha utilizzato per le sue opere una lingua contaminata da espressioni che appartenevano ad un registro che noi definiremmo “quotidiano”, ossia per l’epoca “basso” o “comico”».

In che modo la tradizione della nostra città può essere utile ad un cittadino barese che oggi vive in una società e in un mondo che sembrano allontanarsi dalla tradizione e dalle specificità locali e andare verso l’omologazione?

«Le tradizioni sono senz’altro importanti, ma bisogna assolutamente essere al passo con i tempi. Le tradizioni servono per esempio per ricordare riti religiosi particolari, per conservare e tramandare ricordi, ma non si può prescindere dalle novità che ci sono. Grazie ad il professor Lasorsa e ai libri di mio padre abbiamo salvato la tradizione fra 800 e 900, sono stati ripresi e messi in musica i canti popolari; per esempio Matteo Salvatore si è occupato della salvaguardia canti del Gargano».

Bari è da sempre un ponte con l’oriente, quanto può contribuire il dialetto all’accoglienza in una società multietnica?

«Io conosco un senegalese e un albanese che parlano meglio di alcuni baresi!  Non dimentichiamo che una parte importante del dialetto è rappresentata dalla gestualità quindi il dialetto, accompagnato dalla gestualità può senz’altro essere un modo per comunicare».

In qualità di esperto conoscitore della città può dirci, oltre ai difetti già citati, anche un pregio dei baresi?

«Più che un pregio, voglio fare un augurio a voi e ai vostri lettori, e cioè che il barese si svegli, perché se lo fa e lavora anche il 50% delle sue possibilità può fare grandi cose. Può far sorridere ma una prova della genialità del barese è rappresentata dal modo in cui si “sbattono” i polpi crudi. I baresi hanno trovato il modo per rendere il polpo morbido e questa è una nostra peculiarità perché altrove adottano altri metodi che non sono altrettanto efficaci!»

Un viaggio tra i quadretti selvaggi di Alberto Selvaggi pubblicati su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Ieri, ore 7.10, sceso da casa, ho trovato una lettera sul marciapiede che orla l’angolo tra via Melo e via Dante. Era arabescata da una calligrafia tonda d’infanzia e recava a caratteri grandi il seguente destinatario: «Inge Feltrinelli – Milano». Del mittente nessuna traccia. L’ho aperta, dato che non sono abituato a farmi i miei cavoli, e ho seguito il percorso verde d’inchiostro sinusoidale. Ecco quanto, lungo quattro pagine quadrettate, vi era riportato: «Cara signora Inge Feltrinelli, sono un bambino di una certa età molto buono e bravo che abita sopra alla vostra libreria grande grande di Bari che ha pure tanti salottini, il bar e tantissime copertine colorate da tutte le parti. E vi volevo avvisare di una cosa, per fare il bene, non per spiare: troppi parassiti umani girano dentro il vostro mediastore!! E anche se voi siete ricchissimi, cioè di sinistra, non vuol dire, è sempre una cosa brutta! Attenta!! Liberatevi subito degli scrocconi. Che a furia di fare i generosi finirete voi poveri, che non lo meritate, vendendo cultura a vagoni agli ignoranti brutti. «La mattina molti studenti che fanno filone a scuola usano la Feltrinelli di Bari per rifugiarsi, tanto i genitori, più ignoranti di loro, mai entrerebbero in una libreria che gli viene da vomitare. Fanno chiasso, spintonano, ridono, si attaccano alle cuffie per sentire i dischi gratis e cantare, musica orrenda e trash che potrebbe comporre chiunque e difatti piace da matti a tutti, vi hanno scassato le apparecchiature che stanno tutte a riparare per la terza volta in Germania (che danno!). Amano solo le cantanti cozzale e vacue e che perciò sono strafamose e amatissime. Le avete ospitate pure voi paralizzando via Melo per la folla in delirio in coda per ore (ma perché? non è che Marta Flavi è più comunista di voi?). «Poi ci sono un sacco di sgrosciatori delle lettere. Si piantano sopra alle poltroncine capa sotto e di spalle a tutti e non se ne vanno più. Si leggono i libri interi, anche quelli difficili di Moccia, lo scrittore più ricco e venduto della storia della letteratura italiana, lasciano tra le pagine l’orecchietta o un pezzettino di carta, pochi il segnetto a matita. Quando va bene si appapagnano pure, un occhio mezzo aperto e l’altro mezzo chiuso. Perché avete messo tutte quelle poltrone?? Poi spesso viene dalla provincia un uomo che mi fa paura – attentaaa!!! -: il Defecatore. Chiede informazioni sui libri di politica, poi va al bagno e intasa lo scarico incloacando tutto. Perciò i vostri dipendenti scioperano ogni tanto, mica per i contratti. Ma oltre al Defecatore stanno molti che escono e entrano solo per usare la Feltrinelli come orinale. Nessuno vi paga il servizio wc e le pulizie.

«Stanno due matti che fanno rituali strani. Stanno i rattusi che sbirciano i sederi delle impiegate e questo non è bello, poi così nascono i femminicidi ecc... Stanno i dormienti, che arrivano subito dopo pranzo e cadono in catalessi digestiva sui divani. E gli impasticcati (sono quelli che russano). Altri fanno le comitive, fanno le carte, e una volta pure un compleanno. All’ingresso intralciano il traffico le comitive dei cinefili, dei cinofili, dei rapper, delle barbie, gli emo, certe volte escort e clienti e molti che si danno appuntamento all’ora di pranzo per fare le corna o fare le cose sporche.

«È brutto ciò, Inge. Vanno da voi anche dei professori universitari che si fanno le ricerche intere con tanto di taccuini, belli seduti tranquilli, consulta qui, consulta là… E i soldi a voi??? I giornalisti poi non ne parliamo, si ricopiano brani o li incidono parlando piano piano (vergogna!) nei registratori o nei cellulari per fare le recensioni senza manco aprire il libro, uno una volta strappò le pagine!! O si appuntano citazioni per fare i colti al fischietto e invece sono capre forte. Io – attenta Inge, incolpo pure me stesso! - ho brevettato un sistema nuovo di sgrosciatura: fotografo intere pagine con l’iPhoneeee!!! Tipo gli agenti segreti di 007!! E qualcuno già mi imita. Vengono bene».

Siamo – anzi, siete – un popolo che per indicare un giovane capace pronuncia «figghie de cazzengule», «nu rutte de cule» se con la buona sorte è imparentato, che esprime fratellanza con «auèee keddascassat..!» nell’abbraccio amicale. Non siamo esattamente il massimo della finezza, abbiamo la cozzalitudine incarnata: come un sorchiar di taratuffo, uno sbrodolare di polpo salso. Con l’arte e col teatro non c’entriamo, costituzionalmente non si va oltre il cabaret un po’ trash e volgare. Tuttavia oggi per ragioni oscure – o magari lampanti e piuttosto tragiche – abbiamo conquistato le simpatie nazionali. Qualcuno potrà lamentarsi del «facce ride, dai, dì le parolacce come Cassano in campo». Ma non chi con noi pensa che in fondo l’unica cosa da salvare a Bari è proprio l’innata, inarrivabile cozzalità esteriore e interiorizzata. Cosa sarebbe Bari senza i cozzali che cantiamo come rapsodi nei racconti orali? Dimmi, che te ne fai di una città popolata da tanti Gianni Agnelli con la evve schifeggiante e la noia piemontese che lappa sul palato? Bleah! Immagina un perbenino come Pisapia, pasciuto nei saloni della borghesia, ormai rappresentata dalla sinistra e basta, tra maggiordomi in guanti, al posto di Emiliano. Dove lo trovi un sindaco come il nostro che ti parte in quarta in tv con dizione dodecafonica emessa dalla bocca a imbuto incarciofata (l’ho già scritto e replico perché la definizione è piaciuta tanto)? Ama il cozzalo: amalo e basta. Io lo amo e non mi frega se non l’ami: impara ad amarlo perché la cozzalità vuol dire Bari. A parte Luciano Canfora e qualche mummia vagante non abbiamo altro: ama la cozzaleria, la sgagliozza, lo scaracchio, la berotta e tutto quanto. Devi amare il guzzale, altrimenti non ti darò pace. Lotta per un mondo di soli trappani. Devi sapere, o ragazzetto che leggi digitando sull’i-Phone e sull’iPad nello stesso istante, che i cata-cozzaloni gorgoglianti Peroncini sera e mane, che si grattugiano lo deretano esalando «aaah seèeeh!» sollazzati, che ammenano la scutura di semini d’uva sul pareto candido della Banca d’Italia, non sono niente. I cata-guzzali veramente ripugnanti, fantastici, adorabili, ce li siamo goduti noi cartepecore tra i Settanta e i primi Ottanta. Non erano cuzzaliter ripuliti come ‘sti griffati no made in China. Bensì mega-iper-guzzali da competizione planetaria. Australopitechi, cercopitecoidi, anelli mancanti della catena involutiva umana per i quali l’«ho stato ho andato» e l’«abbiamo uscito» dei politici baresi di oggi era nulla. Gente munita di anellazze i cui rubini saettavano sulle pudenda nel frenetico grattugiare compulsivo perpetuale. Che scoteva le zazzere frangettate sulla fronte oranga rincagnata e le prolunghe spioventi nell’unto di mappazze sulle spalle. Che in slippini neri smollati espettorava grida tarzaniche («aouèiaouuuu!») non appena il bancario putacaso li urtava o il camionista al semaforo, inquadrato tra il basculare della coda di tigre e del cagnetto peluche nella A112 amaranto Abarth, non scattava anticipando il verde di 4 secondi di prassi. Tomi di preziosità interstellare che se ne stavano fierissimi soppra al marciappiede (pi raddoppiate) con le gambe taralliformi cow-boy nei pantaloni fascianti color diarrea a campana, pudenda inorgoglite da protesi di ovatta, che si stuzzicavano il canino con l’ònghiera giallastra sputacchiando il fil di braciola d’asino, «ptù», snudando il petto villoso su camiciuole blu crepate dai colli aerospaziali strette sull’ombelico dal nodo sopra il quale puntellava i piedi il Cristo d’oro colato pencolante da catenazze di barca rette da colli minotauri. Questo era l’orrore vero, questa la beltà. Zampi che, prima che dilagasse l’haute couture della tuta in acetato, spetacchiavano nei cinema senza dir né se né ma: «Mè, e allòur’?!». Cuzzaliter che ammenavano la mano al gluteo della pulzella flettendosi nel rodeo arrapato dalla Vespa lanciata a 130 Km/h. Altro che cavoli. Questi erano baresi veri, cioè veri cozzali. Questi cata-guzzale purissimi, cioè baresi con il marchio. E non la frattaglia che oggi spaccia l’evoluzione metropolitana. E se tu ami Bari, e se sei di Bari, e se sai che Bari vuol dire cozzalità: devi amarli, amarli e adorarli, come adori la santità del capoluogo che non ti ha partorito, bensì eruttato per strabiliare.

In principio fu "u chiu trmon d tutt si tu", il tweet entrato nel mito contro lo studente 'sfalzino' (scansafatiche) che avrebbe voluto l'ordinanza di chiusura delle scuole baresi per maltempo, scrive Gianvito Rutigliano su “La Repubblica”. Ma nella collezione di risposte per le rime di Michele Emiliano via Twitter è entrato ufficialmente un nuovo intervento. Il sindaco di Bari, in procinto di lasciare il testimone, infatti, non deve aver apprezzato la replica sprezzante di un utente dopo una sua seria riflessione sul proprio partito e sugli ultimi arresti per la vicenda Mose a Venezia. "Voglio chiarire che nel PD conduciamo da anni battaglie contro corrotti e corruttori - aveva scritto il segretario pugliese dei democratici - e che siamo in milioni a chiedere massima severità". E la successiva risata lunga quasi 140 caratteri di un suo follower è stata salutata da un eloquente "rid bac a cuss" (ridi di fronte a questo), prima di riprendere la conversazione col suo interlocutore come se niente fosse. Dopo anni di attaccamento alla sua pagina Facebook, Emiliano si dimostra sempre più legato al suo canale Twitter: il numero limitato di lettere utilizzabili bastano e avanzano per confrontarsi con i curiosi. E all'occorrenza mandarli a quel paese.

IMPRESENTABILI A SINISTRA.

Impresentabili a sinistra. Quando il candidato governatore è imbarazzato. In Liguria la renziana Raffaella Paita ha conflitti d’interesse. A Napoli le primarie potrebbero saltare dopo la condanna del sindaco di Salerno Vincenzo de Luca. In Veneto Luca Zaia vanta un assessore arrestato per lo scandalo Mose e un altro con spese elettorali irregolari, scrive Michele Sasso “L’Espresso”. Una competizione elettorale tra centrosinistra e centrodestra che coinvolge soprattutto il partito democratico del premier Matteo Renzi, che tenterà di strappare i parlamentini di Venezia e Napoli alla Lega e Forza Italia, e allo stesso tempo confermare il centrosinistra a Genova e Bari. In molte sfide però i candidati partono già azzoppati. Sotto il peso di veleni, condanne, inquisiti ingombranti, inchieste dagli esiti incerti e conflitti d’interesse. A Napoli si sfidano il protagonista delle primarie-truffa Andrea Cozzolino e il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca che potrebbe presentarsi nonostante le inchieste della Procura che lo inseguono. L’ultima di mercoledì 21 gennaio potrebbe costargli caro: interdizione dai pubblici uffici e nessuna speranza di correre nella sfida a Stefano Caldoro. E anche le primarie potrebbero saltare. In Puglia anche l’ex magistrato Michele Emiliano è caduto in fallo con una condanna della Corte dei conti, mentre in Veneto Luca Zaia ha assistito in diretta l’arresto del suo potente assessore Renato Chisso per le presunte tangenti milionarie del Mose di Venezia. Le primarie sembravano una svolta per invogliare alla partecipazione e non lasciare la scelta ai capi-bastone e invece sono diventate una guerra. In Toscana e Umbria neppure convocate perché decisa e imposta la candidatura bis degli attuali governatori Enrico Rossi e Catiuscia Marini. La crisi del modello americano delle primarie è esplosa in Liguria, dove a vincere è stata la renziana Raffaella Paita, ma a costo di brogli, elettori portati con i pulmini, ricompense e accordi con il centrodestra. Tanto da spingere lo sconfitto Sergio Cofferati, ex segretario della Cgil ed eurodeputato, a lasciare il partito e portare tutti i documenti in Procura: «Ci sono numerose segnalazioni di irregolarità, casi di violazioni esplicite delle regole e l’inquinamento delle primarie attraverso il voto sollecitato e ottenuto dal centrodestra. È un problema politico e morale. Inaccettabile è il silenzio del mio partito. Le primarie, così, praticamente non ci sono più».

Pronti-via ecco una grana in più per il Pd, che nonostante 13 sezioni annullate ha dato il suo ok alla candidatura di Raffaella Paita. A gettare pesanti ombre su di lei sono però anche i suoi conflitti d’interesse. Che partono dal tinello di casa e arrivano fino al porto di Genova. Come scrive Manuele Bonaccorsi sul Corriere: «Lo scalo è un business di famiglia. Lui, Luigi Merlo, è il presidente dell’Autorità portuale, nominato nel 2008 dal governo Prodi e riconfermato da quello Monti nel 2011, con la sponsorizzazione di Claudio Burlando, per 10 anni governatore della Liguria. Lei è Raffaella Paita, 40 anni, con una fulminea carriera alle spalle che l’ha portata al soglio di assessore alle Infrastrutture della giunta regionale. La gestione del più importante scalo marittimo italiano si decide tra la cucina e il soggiorno. Che la coppia abbia molti interessi in comune lo dimostra la staffetta proprio nell’assessorato alle Infrastrutture. Merlo lo ha occupato fino al 2008. La moglie lo ha sostituito a partire dal 2010. Governatore, sempre Claudio Burlando». Un sistema di potere ligure che non crea nessun imbarazzo alla coppia. Merlo annuncia il passo indietro in caso di elezione della moglie, mentre lei dopo la vittoria diceva: «Vi assicuro che saranno anni rock». Poco, ma sicuro.

In Campania le primarie per sfidare il governatore uscente Stefano Caldoro saranno il 1 febbraio. Solo due nomi sembrano certi: l’eurodeputato Andrea Cozzolino e il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. L’ultima volta di Cozzolino protagonista alle primarie è finita malissimo: era gennaio 2011 e si doveva decidere il candidato sindaco di Napoli ma fu il caos con irregolarità, denunce e dubbi di infiltrazioni della camorra. Lui era uno enfant prodige del partito in Campania: ex leader della Fgci, assessore regionale all’Agricoltura e alle Attività Produttive con la giunta Bassolino fino al grande salto al parlamento Europeo dove viene riconfermato a maggio 2014. A prendere posizione contro le primarie-truffa napoletane si schierò anche  lo scrittore Roberto Saviano: «Rifare le primarie: questa l'unica soluzione. Si sono denunciati brogli in molte zone della città con candidati che hanno denunciato pagamenti e con la presenza, con tanto di foto, di candidati del centrodestra che andavano a votare alle primarie del Pd per modificare il voto». Il segretario Pier Luigi Bersani non ci pensa due volte e annulla tutto, manda un commissario per calmare le acque nelle litigiose sezioni locali e di fatto apre la strada (vincente) a Luigi De Magistris. Quattro anni dopo Cozzolino di nuovo in pista, pronto a vedersela con l’ uomo forte del Pd: il sindaco di Salerno De Luca e viceministro alle Infrastrutture con il governo Letta. La candidatura di De Luca non sembra arrestarsi neanche davanti alle tegole giudiziarie. Indagato per concorso in abuso d'ufficio in relazione a due delibere approvate dalla sua giunta comunale in violazione di norme tecniche e urbanistiche per la costruzione del Crescent, un mega-complesso edilizio che si affaccia sul lungomare del capoluogo. Ma l’ultima, più pesante, potrebbe far saltare il banco: condannato mercoledì 21 gennaio a un anno, con interdizione dai pubblici uffici, per il reato di abuso d'ufficio. Ora per lui, in base alla legge Severino, scatterebbe la sospensione da sindaco e nessuna chance nella corsa da governatore.

Di tutt’altro spessore i problemi giudiziari dell’ex sindaco di Bari Michele Emiliano che, con un’affluenza record di 140mila aventi diritto, ha ottenuto oltre il 57 per cento delle preferenze nelle primarie di dicembre. Lui è pronto a correre per sostituire il leader di Sel Nichi Vendola e sfidare il centrodestra che qui non ha ancora trovato un nome per le regionali. A fine anno però è stato condannato dalla Corte dei Conti al risarcimento di 15 mila euro a causa di un licenziamento e la mancata riassunzione di un ingegnere all’Asi di Bari, il consorzio per lo sviluppo dell’area industriale del capoluogo pugliese all’epoca in cui Emiliano era sindaco e presidente del consorzio. Un biglietto da visita per l’ex magistrato di Bari e attuale segretario del Pd regionale non proprio edificante ma che non ferma il suo rush: «Non ho mai preso soldi per quell’incarico e adesso devo anche pagare i danni. Sono cose che succedono agli onesti».

Non è solo un pasticcio in casa Pd. In Veneto Luca Zaia cerca il secondo mandato da governatore con forza. Per lasciare il segno nella sua regione: dieci anni di dominio sarebbe un bel traguardo per l’ex presidente della Provincia di Treviso e per il suo partito, la Lega Nord. Ma ci sono due nomi che turbano i sonni di Zaia: Renato Chisso e Maria Luisa Coppola. Chisso è stato arrestato a giugno per lo scandalo Mose, la grande opera da 6 miliardi di euro per difendere Venezia dall’acqua alta, che avrebbe generato una marea di mazzette e finanziamenti illeciti. Da assessore alle infrastrutture in carica, era uno dei beneficiari delle tangenti milionarie. Soprannominato l'asfaltatore di Quarto d'Altino, da socialista a Forza Italia, dal 1995 sempre eletto e rieletto nel consiglio regionale, forte di 21 mila preferenze. Il cemento e l’asfalto la sua passione. Una carriera con centinaia di inaugurazioni di bretelle, rondò, circonvallazioni, raccordi anulari. Ora è accusato dai magistrati veneti di aver incassato dalle grandi aziende del Mose uno stipendio in nero di 200 mila euro all'anno (per un totale di quasi quattro milioni di euro), versatogli a partire dalla fine degli anni Novanta fino al primi mesi del 2013, e poi un giro di quote societarie, consulenze e assunzioni di comodo per amici e appalti di favore a imprese amiche. Anche per Maria Luisa Coppola, assessore all’Economia e Sviluppo i guai arrivano dalla Magistratura. La Corte d’Appello di Venezia l’ha dichiarata decaduta dalla carica di consigliere regionale. Secondo la sentenza l’azzurra Coppola per la campagna elettorale delle regionali nel 2010 ha speso 255 mila euro, ma ne ha dichiarati solo 40 mila. A sollevare dubbi è il segretario regionale del Pd Roger De Menech: «Zaia ha intenzione di mantenere nella propria giunta un consigliere decaduto per aver falsato le spese elettorali?».

QUANDO STRISCIA LA NOTIZIA TOPPA.

Striscia la notizia, chiuse a Bari le indagini su Mingo: "Confezionò dieci servizi falsi con la moglie". L'altro inviato, Fabio, era all'oscuro di tutto. Mediaset, parte offesa, aveva pagato 21mila euro e dopo la segnalazione della truffa ha licenziato i due. L'inchiesta partita da un servizio su un falso avvocato, scrive Gabriella De Matteis il 05 ottobre 2016 su "La Repubblica". Avrebbero percepito un compenso per la realizzazione di dieci servizi televisivi che denunciavano episodi di malaffare in realtà mai verificatisi, ma semplicemente frutto di fantasia. La Procura di Bari ha chiuso le indagini su Domenico De Pasquale, in arte Mingo, fino a un anno fa inviato di Striscia la notizia, e la moglie Corinne Martino (ai due fa capo la società che aveva sottoscritto il contratto con Mediaset). L'inchiesta, coordinata dalla pm Isabella Ginefra, è partita dopo un approfondimento della polizia giudiziaria su un servizio trasmesso dalla trasmissione satirica e realizzato da Mingo che denunciava l'esistenza di un falso avvocato. Un legale che in realtà non è mai esistito, ma era stato interpretato da un attore. Per la realizzazione dei dieci servizi, Mediaset (che risulta parte offesa) ha pagato alla società di Mingo e della moglie compensi per un valore di 21mila euro, somma che si aggiunge al fisso annuale (160mila euro lordi). Nei servizi Mingo aveva denunciato presunti truffatori, come una maga, un assicuratore o un sedicente dipendente della motorizzazione, figure in realtà interpretate da attori ingaggiati apposta. Fabio, l'altro ex inviato di Striscia, sarebbe stato all'oscuro di tutto. Corinne Martino, amministratore della società, avrebbe truffato Mediaset chiedendo il rimborso per 150mila euro per l'impiego di cinque figuranti e attori: un modo per coprire altre spese dell'azienda. I fatti si riferiscono al 2013: Indagata anche la segretaria della società. Sulla vicenda interviene l'avvocato Fabio Verile, difensore di Mingo e della moglie, ricordando che "un giudice terzo valuterà la condotta dei miei clienti, che sollecitano un processo celere in cui dimostreranno la loro estraneità ai fatti". L'avvocato parla anche di presunte pressioni su testimoni durante la fase delle indagini, denunciate dai suoi assistiti, ritenendo così le imputazioni "evidentemente viziate" e chiedendo per questo "chiarezza sui tanti lati oscuri di questa vicenda".

La fine della storia di Fabio e Mingo contro Striscia la Notizia, scrive Giovanni Drogo su "Next Quotidiano" il 5 ottobre 2016. La Procura di Bari ha chiuso le indagini relative alla vicenda esplosa l'anno scorso sui video falsi dei due inviati di Striscia. Secondo i PM baresi Mingo e sua moglie all'insaputa di Fabio avrebbero venduto a Mediaset dieci servizi falsi architettando una truffa da oltre 170mila euro.  Poco più di un anno fa Fabio De Nunzio e Domenico De Pasquale, in arte Fabio e Mingo, venivano sospesi da Striscia La Notizia, il programma di Antonio Ricci per il quale facevano gli “inviati” dal 1997. In seguito allo “scandalo” dei servizi truccati organizzati dai due il Gabibbo (fa ridere lo so) il 24 aprile del 2015 diede la notizia che Fabio e Mingo erano stati sospesi dal programma e i due vennero successivamente licenziati da Canale 5. «Cari telespettatori, abbiamo ricevuto una segnalazione che potrebbe mettere in discussione il rapporto di fiducia con la redazione pugliese di Fabio e Mingo. Da subito sono sospesi da inviati. Qui siamo a Striscia, mica a MasterChef» disse il celebre pupazzone rosso alludendo allo scoop fatto dal programma di Ricci che qualche tempo prima aveva rivelato che il vincitore della quarta edizione del concorso per cuochi amatoriali era in realtà uno chef professionista (affermazione poi smentita dal vincitore Stefano Callegaro). Dalla scoperta del fatto che alcuni servizi di “denuncia” (come quello della maga sudamericana) risalenti al 2013 erano delle messinscena organizzate da Mingo partì anche un procedimento giudiziario a carico dei due ex investigatori di Striscia. L’accusa iniziale con la quale vengono iscritti nel registro degli indagati assieme ad altre tre persone è abbastanza pesante: simulazione di reato e associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Sul tavolo dei PM i due servizi incriminati: quello della maga truffatrice e quello su un uomo che si spacciava per avvocato senza averne il titolo. Due servizi che, stando a quanto disse il Gabibbo, erano stati organizzato dal duo con l’aiuto di attori e che non rispondevano alla realtà dei fatti. Fabio e Mingo all’epoca si difesero dicendo che avevano sempre fatto quello che veniva chiesto loro di fare spiegando che in fondo loro erano solo attori, ma la direzione di Canale 5 è stata irremovibile e dopo qualche mese si erano trovati un nuovo posto di lavoro, alla conduzione di Luciano – L’Amaro Quotidiano un programma sulla falsariga di Striscia in onda su TeleNorba. La vicenda del licenziamento da Striscia è però giunta in tribunale e il 15 settembre scorso i due hanno convocato una conferenza stampa per spiegare la loro versione dei fatti sostenendo, per bocca del loro avvocato Fabio Verile, di aver “sempre sostenuto che tutti i servizi rappresentavano dei fatti effettivamente verificatesi; in alcuni casi è capitato che – in accordo con la produzione – ci fosse una rappresentazione scenica di fatti veri”. Insomma erano gli autori del programma a decidere come presentare la notizia e in alcuni casi è stato deciso di “rappresentare scenicamente” fatti realmente accaduti. I due si sono detti anche molto amareggiati per il trattamento subito da parte dei vertici Mediaset e da alcuni colleghi del TG satirico che li avrebbero scaricati senza troppi complimenti. L’avvocato dei due attori ha anche riferito di minacce ricevute da alcuni dei testimoni ascoltati dalla procura di Bari: Molti dei soggetti ascoltati dalla procura di Bari hanno avvicinato Fabio e Mingo per riferire di aver deposto in un clima di terrore e di soggezione. In particolare il più stretto collaboratore della dottoressa Ginefra, titolare delle indagini, Gianluca De Stefano (agente di Polizia giudiziaria), ha ascoltato testimoni che hanno riferito di cose molto gravi che si sono verificate. Sostenendo che ci sono “elevate possibilità” che le indagini siano state falsate e riferendo le parole che sarebbero state pronunciate da De Stefano all’indirizzo di un testimone per convincerlo “a non mettersi contro Mediaset”: Guarda che ti stai mettendo contro Mediaset, ti stai mettendo contro un colosso, finisci in galera. Ti rendi conto di quello che stai dicendo, non ti conviene dire queste cose. Senti a me, non dire queste cose, tutti gli altri che ho interrogato hanno detto cose diverse da quelle che stai dicendo. Adesso me le dici in un’altra maniera, è meglio per te. Qualche giorno dopo, durante la conferenza stampa di presentazione della nuova edizione del programma Antonio Ricci ha commentato con freddezza le dichiarazioni e le accuse fatte dai suoi due ex collaboratori: «Ho letto tutte le loro dichiarazioni. Posso dire solo che hanno scelto una strategia difensiva molto pericolosa. Non è questo il modo giusto di trovare una via d’uscita». Nel frattempo le indagini sono andate avanti ed è notizia di oggi che il PM di Bari sostengono che Mingo all’insaputa del collega Fabio avrebbe truffato per 170mila euro Mediaset per la realizzazione di dieci servizi falsi. Con l’aiuto di alcuni complici Mingo si sarebbe fatto pagare il compenso dovuto per dieci servizi relativi a fatti inventati di sana pianta e spacciati per veri agli autori del programma. De Pasquale si sarebbe fatto anche rimborsare i costi non dovuti relativi al pagamento di figuranti e attori. Gli indagati sono quindi Domenico De Pasquale e Corinna Martino, moglie di Mingo e amministratore unico della Mec Produzioni Srl, società della quale De Pasquale è socio. I due sono accusati a vario titolo di truffe, simulazione di reato, falso, calunnia (ai danni di un autore di Striscia) e di diffamazione ai danni degli autori di Mediaset che erano stati accusati di essere corresponsabili nella realizzazione dei servizi falsi. La segretaria della Mec è invece accusata di favoreggiamento personale perché ha mentito agli inquirenti che indagavano sul giro di falsi servizi messo in piedi da Mingo. Non ci sarebbero quindi solo quello relativo alla  maga e al falso avvocato ma anche quello riguardante un sedicente intermediario bancario di Margherita di Savoia che concedeva prestiti irregolari dietro pagamento di una “tangente”, poi c’è il sedicente dipendente della Motorizzazione che prometteva di recuperare i punti della patente in cambio di soldi senza la necessità di sostenere esami di recupero, due falsi assicuratori, un falso medico, un falso manager aziendale che assumeva dipendenti in cambio di prestazioni sessuali, il falso agente interinale e ovviamente i due servizi sulla maga guaritrice e sul falso avvocato che ha finto di aggredire Mingo. Questi servizi in seguito alle indagini della PM Isabella Ginefra sono “risultati artefatti, simulando fatti, personaggi, circostanze e condizioni, frutto della fantasia degli indagati e precostituiti all’insaputa dell’inviato Fabio De Nunzio”. Le truffe in realtà sarebbero due, la prima – relativa al periodo compreso tra il dicembre 2012 e il dicembre 2013 – riguarda le spese sostenute da Mediaset e pagate alla Mec per questi dieci servizi falsi. Si tratterebbe di oltre 21 mila euro che si vanno ad aggiungere al forfettario da 160mila euro (più IVA) a stagione stabilito dal contratto tra Mec e Mediaset e al compenso per i due inviati. La seconda truffa, dell’importo di 151mila euro, è contestata alla sola Martino e fa riferimento a presunte false prestazioni lavorative di figuranti/attori rimborsate da Mediaset. Sul libro paga della società Rti spa venivano cioè inseriti i compensi del cameraman, dell’autista personale di Mingo, di un giornalista-informatore e della segretaria della Mec, che risultavano attori dei servizi mandati di onda. Resta da vedere ora come intenderà muoversi il duo, viste le accuse a carico di Mingo Fabio potrebbe anche decidere di parlare e abbandonare il compagno di questi ultimi vent’anni di carriera.

Fabio e Mingo vs Striscia la Notizia, rotto il silenzio: "Pressioni da parte di un agente di pg sui testimoni", scrive venerdì 16 settembre 2016 “Lecce Sette”. Hanno atteso oltre un anno ma poi, come annunciato tempo fa, hanno deciso di raccontare la loro versione dei fatti. Gli ex inviati di Striscia la Notizia, Fabio e Mingo, disarcionati in diretta dal Gabibbo, hanno parlato di "minacce, clima di terrore ed indagini inquinate". I due inviati storici del tg satirico della rete ammiraglia di Mediaset furono licenziati in tronco, nell'aprile del 2015, dopo alcune segnalazioni arrivate in redazione sulla presenza di un attore che nel servizio veniva spacciato per un finto avvocato. Da lì la Procura di Bari avviò una inchiesta che travolse i due inviati. Striscia prese subito le distanze dall'accaduto ma è proprio questo aspetto che oggi viene puntualizzato dagli ex inviati: la redazione sapeva tutto, anche in questo caso. "Per un anno e mezzo - ha spiegato Mingo - siamo stati sereni, abbiamo aspettato, ma se le indagini devono essere alterate e viziate, non ci stiamo più, rendiamo pubblico tutto". "Perché è stato fatto tutto questo a noi? Chi può avere interesse ad alterare il corso delle indagini? Non siamo più sereni come prima, siamo arrabbiati". Il riferimento del conduttore è ad un agente di Polizia giudiziaria, denunciato da Fabio e Mingo, perché "ha remato contro". "Dicci chi ti ha chiamato - hanno detto - ti abbiamo scoperto". A spiegare l'accaduto, è il legale dei due ex inviati di Striscia, Verile: "Ci sono elevate possibilità che le indagini siano state falsate, perché un ufficiale della Procura di Bari ha provato a influenzare le deposizioni. È stata infangata la dignità dei miei assistiti. Valuteremo se ricorrere al ministero di Grazia e Giustizia". Verile ha spiegato che "molti dei soggetti ascoltati dalla procura di Bari hanno avvicinato Fabio e Mingo per riferire di aver deposto in un clima di terrore e di soggezione. In particolare il più stretto collaboratore della pm titolare delle indagini, ha ascoltato testimoni che hanno riferito di cose molto gravi che si sono verificate". Sarebbero almeno quattro le persone che hanno riferito di pressioni da parte dell'agente. Il legale ha letto le parole dichiarate dalle presunte vittime di pressione da parte dell'agente stesso: "Guarda che ti stai mettendo contro Mediaset, ti stai mettendo contro un colosso, finisci in galera. Ti rendi conto di quello che stai dicendo, non ti conviene dire queste cose. Senti a me, non dire queste cose, tutti gli altri che ho interrogato hanno detto cose diverse da quelle che stai dicendo. Adesso me le dici in un'altra maniera, è meglio per te". Dichiarazioni, per Verile, "rese in clima di terrore". "Lo abbiamo denunciato alla Procura, vogliamo sapere in tempi rapidi cosa è successo". L'avvocato ha parlato di "denunce reciproche" e di "servizi mai inventati ma che rappresentavano dei fatti effettivamente verificatesi; in alcuni casi - in accordo con la produzione - con una rappresentazione scenica di fatti veri". "Quando è giunta voce ai vertici che qualcuno aveva scoperto che alcune fattispecie erano rappresentate da attori hanno preso le distanze. E invece erano cose condivise. Noi siamo sicuri poter dimostrare l'estraneità all'interno del processo". La vicenda ha lasciato segni nei due conduttori. "Ho sofferto molto per mio figlio - ha raccontato Fabio, commosso - è stata la parte più brutta e nera". "Hanno tentato - ha incalzato Mingo - ma il sorriso non ce l'hanno tolto". Sempre Mingo ha voluto analizzare anche il comportamento tenuto da Striscia la Notizia, uno degli aspetti che più li ha fatti soffrire: "Ammettiamo che abbiamo commesso qualche errore, ma non lo abbiamo fatto - ha spiegato -. Ma perché Ricci non ci ha difeso? Perché ha difeso Greggio per il caso di Guardia di Finanza, perché ha difeso Luca Abete dopo il cui servizio un padre di famiglia si è suicidato e noi no? Loro sono stati protetti, Fabio e Mingo no. Due pesi e due misure. Stiamo parlando di gag comiche!". Fabio e Mingo hanno raccontato anche della solidarietà di alcuni degli ex colleghi inviati, della chiusura totale da parte di Antonio Ricci e dei collaboratori, delle tante telefonate rimaste senza risposta, della scelta del Gabibbo di "licenziarli" in diretta senza nemmeno un preavviso. In quel momento, davanti a milioni di telespettatori, terminò un rapporto di lavoro durato 19 anni e un contratto "da attori e non da giornalisti". Tornerebbero a Striscia? "Sì - conclude Mingo - da conduttori per risollevare le sorti del programma".

Fabio e Mingo all’attacco di Striscia: “Indagini falsate, perché Ricci non ci ha difeso?”. Gli ex inviati di Striscia la Notizia denunciano presunte pressioni attuate durante le deposizioni in difesa di Mediaset e Striscia La Notizia: "Luca Abete ed Ezio Greggio difesi da Striscia, noi no", scrive il 15 settembre 2016 Andrea Parrella su “Fanpage". Fabio e Mingo non si arrendono e continuano la loro battaglia contro Striscia La Notizia, dopo l'incredibile "cacciata" di un anno e mezzo fa, quando i due inviati del programma vennero accusati di aver realizzato servizi falsi, per essere sospesi temporaneamente prima ed esclusi definitivamente dal programma nella stessa stagione. La vicenda è finita in tribunale, con un contenzioso tra il programma Mediaset e la coppia di inviati che va avanti da mesi. Fabio e Mingo hanno convocato una conferenza stampa per chiarire alcuni aspetti dell'inchiesta e rivelare novità che potrebbero rivelarsi determinanti. Presente alla conferenza stampa anche il legale dei due: Molti dei soggetti ascoltati dalla procura di Bari hanno avvicinato Fabio e Mingo per riferire di aver deposto in un clima di terrore e di soggezione. In particolare il più stretto collaboratore della dottoressa Ginefra, titolare delle indagini, Gianluca De Stefano (agente di Polizia giudiziaria), ha ascoltato testimoni che hanno riferito di cose molto gravi che si sarebbero verificate. In pratica, stando alla ricostruzione dell'avvocato dei due, ci sarebbero state delle pressioni sui testimoni durante le deposizioni sulla vicenda messe in atto da De Stefano, che avrebbe pronunciato frasi come "Guarda che ti stai mettendo contro Mediaset, ti stai mettendo contro un colosso, finisci in galera. Ti rendi conto di quello che stai dicendo, non ti conviene dire queste cose. Senti a me, non dire queste cose, tutti gli altri che ho interrogato hanno detto cose diverse da quelle che stai dicendo. Adesso me le dici in un'altra maniera, è meglio per te". Il legale di Fabio e Mingo, che ha annunciato una denuncia presso la Procura, ha inoltre precisato come non sussisterebbe l'accusa da parte di Striscia di aver inventato i servizi realizzati, sottolineando che quelle che si possono definire rappresentazioni sceniche della realtà fossero ampiamente concordate con la redazione: "Non si sono mai inventati servizi televisivi rappresentando fatti non verificati, i vertici di Striscia lo sanno benissimo. Quando è giunta voce ai vertici che qualcuno aveva scoperto che alcune fattispecie erano rappresentate da attori hanno preso le distanze. E invece erano cose condivise. Noi siamo sicuri poter dimostrare l'estraneità all'interno del processo". La parola è passata a Fabio e Mingo, i quali confessano di essere rimasti disorientati dall'atteggiamento della redazione, la quale avrebbe deciso di comportarsi con loro in maniera molto diversa dalla linea scelta per altri casi in cui erano rimasti coinvolti inviati storici del programma come Luca Abete o il conduttore Ezio Greggio per i suoi guai con il fisco: "Ammettiamo che abbiamo commesso qualche errore – ma non lo abbiamo fatto. Ma perché Ricci non ci ha difeso? Perché ha difeso Greggio per il caso di Guardia di Finanza, perché ha difeso Luca Abete dopo il cui servizio un padre di famiglia si è suicidato e noi no? Loro sono stati protetti, Fabio e Mingo no. Due pesi e due misure. Stiamo parlando di gag comiche!".

Perché Fabio e Mingo sono stati licenziati da Striscia. Era il 24 aprile del 2015 quando il Gabibbo, con un annuncio improvviso, informava i telespettatori della sospensione di Fabio e Mingo dalla trasmissione: "Cari telespettatori, abbiamo ricevuto una segnalazione che può mettere in discussione il rapporto di fiducia con la redazione pugliese di Fabio e Mingo. Da subito, sono sospesi da inviati. Quando tutto sarà chiaro, vi faremo sapere. Oh, qui siamo a Striscia, mica a MasterChef". Dopo 19 anni di collaborazione si chiudeva così il rapporto lavorativo, a causa di due video incriminati che Striscia ha giudicato truccati. Fabio e Mingo hanno poi avviato altri progetti in solitaria, come il tg satirico condotto su TeleNorba Luciano l'amaro quotidiano.

Fabio e Mingo: «Cacciati via mail. Increduli per trattamento del genere». Gli ex inviati di Striscia: «Per Reti Televisive italiane il contratto è risolto dal 7 maggio 2015. Per una presunta indagine della Procura di Bari di cui non siamo al corrente», scrive Vito Fatiguso su “Il Corriere della Sera”. «Una mail per mandarci a casa dopo 19 anni. Con una comunicazione inviata per posta elettronica, Reti Televisive italiane pretende di aver risolto il nostro contratto a far data dal 7 maggio 2015 accusandoci di aver realizzato un servizio “precostituito e artefatto”. In tale comunicazione si fa riferimento anche a una presunta indagine della Procura di Bari su tale vicenda, nella quale evidentemente non ci viene mosso alcun addebito non avendo ricevuto alcuna comunicazione in proposito». È quanto scrivono in comunicato Fabio e Mingo, i due ex inviati di Striscia la Notizia sospesi in diretta tv due settimane fa. La coppia del tg satirico, dal momento del licenziamento, aveva preferito non rilasciare dichiarazioni sul caso «non prima di aver chiarito i motivi del provvedimento». «Nell’esprimere incredulità e stupore - conclude il comunicato - per il trattamento che ci è stato riservato senza consentirci alcun diritto di replica e senza rispondere alle nostre reiterate richieste di incontro, ribadiamo la correttezza dell’attività svolta in questi anni esclusivamente come attori». Tutto nasce con la puntata del 23 aprile quando il Gabibbo dagli studi di Striscia la Notizia comunica: «Cari telespettatori, abbiamo ricevuto una segnalazione che può mettere in discussione il rapporto di fiducia con la redazione pugliese di Fabio e Mingo. Da subito, sono sospesi da inviati. Quando tutto sarà chiaro, vi faremo sapere. Oh, qui siamo a Striscia, mica a MasterChef». Dopo qualche giorno (e molte versioni anche fantasiose) ecco la motivazione ufficiale di Striscia che riguarda sue servizi: uno su una maga sudamericana e l’altro su un falso avvocato. «Abbiamo acclarato che il caso di qualche tempo fa della maga sudamericana non esiste - le parole del Gabibbo - e anche quella del falso avvocato era una messa in scena. E a noi già questo basta: è una cosa grave, seguiranno azioni legali per accertare le responsabilità. Non tutti hanno la nostra sensibilità». Nel mezzo il reclutamento per un nuovo inviato dalla Puglia con tanto di provini.

Striscia, a Bari inchiesta per truffa sul caso Fabio e Mingo. E Antonio Ricci sceglie Almo. Dopo la messa in onda di un servizio su un finto avvocato, la Procura si era mossa per individuare e punire il lestofante. La polizia giudiziaria è però arrivata alla conclusione che il video era un tarocco, scrive Giuliano Foschini su “La Repubblica”. A due settimane dallo scandalo è possibile tirare le somme su cosa è successo realmente nel divorzio, tanto rumoroso, fra Striscia la notizia e Fabio e Mingo. E a leggerla ora racconta il più incredibile dei cortocircuiti: un finto telegiornale, fatto con finti giornalisti, il cui servizio dà il via a una vera inchiesta della Procura che mossa per cercare il truffatore si accorge, in realtà, che era tutto finto. Tutto comincia i primi giorni di aprile, quando negli studi Mediaset arriva una richiesta di acquisizione di informazioni. A firmarla è il sostituto procuratore Isabella Ginefra, che suo malgrado si è imbattuta in una strana storia. Dopo la messa in onda di un servizio su un finto avvocato, pare addirittura su input dell’Ordine, la Procura di Bari si era mossa per individuare e punire il lestofante. Dopo alcune indagini delegate alla polizia giudiziaria era però arrivata alla conclusione che quell’avvocato, con la faccia nascosta, in realtà era un attore. Il servizio, in sostanza, era finto. O per lo meno erano finti gli interpreti. Da qui la richiesta di chiarimenti a Striscia, dove però, a quanto pare, nulla sapevano della finzione del servizio. Immediatamente da Mediaset hanno inviato i loro avvocato a Bari per approfondire la vicenda: fanno una richiesta di accesso agli atti, che viene però loro negata stante ancora il segreto istruttorio. E a quel punto avviano un’indagine interna. Accertano, dicono, che effettivamente quello era un attore e scoprono anche altri casi simili (per esempio la cartomante). Per Ricci è troppo. Seduta stante licenzia i due in video, affidando il messaggio al Gabibbo: nessuno della redazione era stato informato (nemmeno Ficarra e Picone, che in quei giorni conducevano). Ma soprattutto nulla sapevano Fabio e Mingo, che chiedono incontri su incontri ma vengono sempre respinti. L’indagine interna dura ancora una settimana: da Mediaset mettono in campo i migliori avvocati che, dopo aver raccolto informazioni, presentano a Bari nel fascicolo del pm Ginefra due denunce. Una a nome della ditta e una a nome di Ricci, nella quale chiedono di indagare per truffa: i due inviati hanno infatti un contratto fisso più bonus legati ai singoli servizi. Ma Fabio e Mingo non ci stanno: «Siamo stupiti e increduli - dicono - Ribadiamo la correttezza dell’attività svolta in questi anni come attori. Non possono inviarci una mail per mandarci a casa dopo 19 anni. E dell’inchiesta della Procura noi nulla sappiamo». Tant’è che Striscia ormai si è messa alla caccia dei loro sostituti: uno, come ha anticipato Repubblica, dovrebbe essere Almo Bibolotti, cuoco ex concorrente di Masterchef, che nel confermare la notizia ha spoegato che dovrebbe occuparsi di «truffe alimentari».

Striscia la Notizia, l'ex Masterchef Almo Bibolotti al posto di Fabio e Mingo, scrive “Libero Quotidiano”. Fuori Fabio e Mingo, il sostituto è già pronto. L'indiscrezione dell'ultimissima ora, infatti, indica che al posto del duo barese arriverà Almo Bibolotti, il cuoco finalista alla terz'ultima edizione di Masterchef. Un nome e un volto che gli appassionati del talent culinario ben ricorderanno, e che ora starebbe per essere "paracadutato" proprio a Striscia la Notizia. L'indiscrezione viene rilanciata dal Corriere della Sera. E sembra molto più che un'indiscrezione, poiché è lo stesso Almo a spiegare: "Non tradirò la mia passione, dovrò occuparmi di servizi sul cibo per smascherare truffe alimentari". Lo chef barese, però, poi aggiunge: "Sono molto amico di Fabio e Mingo e con loro ho parlato a lungo di questa proposta, ancora in fase di valutazione per me". Dunque non è tutto già deciso. Eppure Almo, oltre alla "ribalta" offerta dal programma di Antonio Ricci, ha un ulteriore ottimo motivo per dire sì a Striscia: vendicarsi di MasterChef. Già, perché oltre ai presunti brogli relativi al vincitore di quest'anno (smascherati putacaso sempre da Striscia la Notizia), i più attenti o appassionati ricorderanno che anche lo scorso anno la finalissima del talent di Sky finì nel mirino. Fu proprio Almo a lamentare irregolarità sulla gestione dei tempi e dei concorrenti nella finale in cui arrivò secondo. E dunque, oggi, Almo si può prendere una succulente rivincita, lavorando proprio per il format che tanti grattacapi ha causato a Masterchef. E - forse non a caso - afferma: "Apprezzo Striscia, davvero la voce della verità. Quella verità che spesso manca per fare dell'Italia una grande nazione". Una scelta, quella di Striscia, che sembra una vera e propria "dichiarazione di guerra" a Sky...

Striscia la notizia, Fabio e Mingo indagati a Bari con il finto avvocato: simulazione di reato. I due inviati baresi di Striscia la notizia sono da giorni al centro di uno scandalo, dopo essere stati licenziati e denunciati da Mediaset per truffa. Nei guai anche chi ha lavorato al servizio, continua “La Repubblica” Indagati gli ex inviati baresi di Striscia la notizia, Fabio e Mingo, con l'ipotesi di reato di simulazione di reato. Il fascicolo d'inchiesta è quello relativo al servizio sul presunto falso avvocato, interpretato invece da un attore, e che è costato ai due il licenziamento dal tg satirico di Mediaset. Nel fascicolo d'inchiesta coordinato dal sostituto procuratore Isabella Ginefra sono indagati per lo stesso reato anche il finto legale e le altre due persone che hanno partecipato alla realizzazione del servizio andato in onda nel 2013. Le indagini sono affidate al nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri di Bari e al momento si concentrano su quell'unico episodio. Nell'ambito degli accertamenti sulla vicenda, all'inizio di aprile la Procura ha inviato agli studi Mediaset una richiesta di acquisizione di informazioni. L'azienda e l'autore del programma, Antonio Ricci, hanno quindi depositato due denunce per truffa presso gli uffici giudiziari di Bari e messo a disposizione della magistratura il video integrale, quello cioè nel quale il viso dell'attore non era oscurato, rendendolo di fatto riconoscibile e dunque identificabile da parte degli inquirenti. Fabio e Mingo, licenziati in diretta dalla voce del Gabibbo, secondo la produzione avrebbero realizzato anche un altro falso filmato, anch'esso andato in onda nel 2013, che riguarderebbe una presunta cartomante, smascherata dai due. "La nostra - aveva fatto sapere nei giorni scorsi Ricci con una nota - è una collaborazione attiva alle indagini". I due inviati si sono dichiarati "sconcertati. dagli atteggiamenti ostili che stiamo riscontrando attraverso la stampa. Per ben 19 anni - hanno reso noto - abbiamo collaborato fedelmente dando il massimo della nostra professionalità nel rispetto di ogni indicazione ricevuta, anche se non sempre condivisa. Quando le autorità competenti riterranno utile ascoltarci, risponderemo con lealtà e serenità. Siamo i primi a voler conoscere le fila di questa assurda vicenda nella quale ci si vuole coinvolgere".

Simulazione di reato, indagati Fabio e Mingo. Gli ex inviati del tg satirico Striscia la notizia nel mirino dell’inchiesta. Indagato anche l’attore che ha partecipato al servizio poi risultato fasullo, scrive Vincenzo Damiani su “Il Corriere della Sera”.  Gli ex inviati del tg satirico Striscia la notizia, Fabio e Mingo, sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla pm Isabella Ginefra per simulazione di reato. Nel fascicolo compaiono i nomi di altre persone, tra cui l’attore che ha partecipato alla presunta messa in scena e tutti coloro che hanno realizzato il servizio risalente al 2013. Non sono invece coinvolti nell’indagine gli autori del programma, gli accertamenti però non sono terminati. I due inviati baresi sono stati licenziati dal programma nei giorni scorsi. Le indagini sono state affidate al nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri della Procura di Bari. Nel fascicolo sono confluite anche due denunce di Antonio Ricci e Mediaset che, sentendosi parti lese, chiedono agli inquirenti di indagare per truffa. Fabio e Mingo si sono affidati all’avvocato penalista Francesco Maria Colonna, i due si sono messi a disposizione dell’autorità giudiziaria e potrebbero essere interrogati nei prossimi giorni. Tutto nasce con la puntata del 23 aprile quando il Gabibbo dagli studi di Striscia la Notizia comunica: «Cari telespettatori, abbiamo ricevuto una segnalazione che può mettere in discussione il rapporto di fiducia con la redazione pugliese di Fabio e Mingo. Da subito, sono sospesi da inviati. Quando tutto sarà chiaro, vi faremo sapere. Oh, qui siamo a Striscia, mica a MasterChef». Dopo qualche giorno (e molte versioni anche fantasiose) ecco la motivazione ufficiale di Striscia che riguarda sue servizi: uno su una maga sudamericana e l’altro su un falso avvocato. «Abbiamo acclarato che il caso di qualche tempo fa della maga sudamericana non esiste - le parole del Gabibbo - e anche quella del falso avvocato era una messa in scena. E a noi già questo basta: è una cosa grave, seguiranno azioni legali per accertare le responsabilità. Non tutti hanno la nostra sensibilità». Nel mezzo il reclutamento per un nuovo inviato dalla Puglia con tanto di provini.

Il pm "striscia" Fabio e Mingo. La coppia ora è sotto inchiesta. Avrebbero costruito ad arte il servizio su un falso avvocato. Saranno interrogati presto. Ricci tace ma trapela delusione, scrive Paolo Giordano su “Il Giornale”. Insomma Striscia la Notizia non guarda in faccia a nessuno. Specialmente ai propri inviati. Andrà come andrà, però da ieri Fabio e Mingo (ossia Fabio De Nunzio e Domenico De Pasquale) sono stati iscritti nel registro degli indagati per simulazione di reato. Avrebbero, e sia chiaro il condizionale è sempre obbligatorio fino a sentenza passata in giudicato, inventato di sana pianta uno di quei servizi che dal 1997 erano parte integrante del programma. Ora se ne sta occupando il pm Isabella Ginefra della Procura di Bari che a inizio aprile ha chiesto ulteriori informazioni a Mediaset e vedremo come evolverà il giudizio. Già nel 2013, dopo la messa in onda del servizio, l'autorità giudiziaria aveva chiesto le immagini senza oscuramento dei volti e senza modifiche audio. Ma la redazione pugliese, «nella persona di Corinne Martino» come recita un comunicato diffuso in serata, «aveva sostenuto di aver subito un furto e quindi di essere impossibilitata a fornirlo». Intanto però sia Striscia la Notizia che Mediaset alcuni giorni fa hanno denunciato per truffa la coppia di «inviati speciali», che nei prossimi giorni potrebbe essere ascoltata dagli inquirenti. Nel frattempo, come ha annunciato pubblicamente il Gabibbo (intervento molto significativo), i due sono stati sospesi dal programma: «Oh qui siamo a Striscia, mica a Masterchef », ha ironizzato il 23 aprile 2015 il pupazzone con l'accento genovese. Quella sera è iniziato (anche) pubblicamente il calvario della coppia di inviati che ha rastrellato per quasi vent'anni il sud Italia. Centinaia di servizi. E una fama invidiabile. Non per nulla sono stati gli «inviati speciali» più longevi del programma di Antonio Ricci. Per tutta l'Italia ( Striscia la Notizia è senza dubbio uno dei programmi più seguiti), loro due hanno rappresentato il volto umano delle inchieste in tv, implacabili ma anche ironiche, e si sono costruiti un'immagine che giocoforza questa inchiesta contribuirà a incrinare. Uno spilungone loquace e uno rotondetto e muto: «Awè amici di Striscia, da Mingo, e dal buon Fabio, a voi studio!». In sostanza, Fabio e Mingo si sarebbero inventati un servizio: secondo una denuncia anonima, un falso avvocato si faceva dare acconti dai clienti e poi spariva senza dare più notizie. La segnalazione sottolineava anche che il legale in realtà non era neppure laureato né tantomeno iscritto all'Ordine degli Avvocati. Un caso perfetto. E subito la macchina di Striscia è partita con la velocità che tutti le riconoscono. Un'attrice si presenta all'avvocato chiedendo assistenza per fare causa alla propria assicurazione. Lui assicura assistenza prevedendo un onorario complessivo di 500 euro e facendosene anticipare 200. Dopodiché sparisce. Fabio e Mingo lo rintracciano nel bar vicino all'ufficio e gli consegnano il loro famoso «provolone». Lui si arrabbia, scoppia il litigio ma nessuno dei clienti del bar interviene per difendere Mingo (particolare sospetto). Il sedicente avvocato scappa, sale sulla propria auto e, partendo, mostra il dito medio. Servizio impeccabile. Peccato che, secondo le accuse, fosse costruito ad arte, proprio una precedente denuncia riguardante una maga sudamericana. «Siamo delusi e arrabbiati - si sente ripetere negli ambienti Mediaset -: delusi perché va in fumo un rapporto di fiducia durato quasi vent'anni e arrabbiati perché questo è un episodio che rischia di screditare il programma». E difatti la linea è molto dura. Da quando è iniziata pubblicamente la querelle , tra Striscia e Fabio e Mingo non ci sono più stati contatti se non attraverso avvocati, procure e comunicati stampa. Per farla breve, Fabio e Mingo sono i Robespierre che ora rischiano di finire sulla simbolica ghigliottina. E, se perderanno la causa, aiuteranno la causa di Striscia perché è davvero raro che un programma prenda così duramente le distanze da un collaboratore sotto inchiesta.

Nella puntata, andata in onda stasera  e ...dopo aver letto il mio articolo (bwuahahahah...) finalmente viene svelato il mistero della sospensione dei due inviati: due servizi falsi, quello del finto avvocato e della maga sudamericana...il seguito alla prossima puntata per chi avrà voglia e tempo di seguire il "velino" Ricci. Io no...no... io no! Scrive Anna Maria. Questa volta il provolone l'hanno preso proprio loro, da Ricci. Non si è ancora risolta la vicenda dei due inviati di striscia Fabio e Mingo, "licenziati senza spiegazione," attraverso una puntata di striscia e mi sorprende questa loro affermazione “Francamente non ne sappiamo nulla, sono caduto dalle nuvole. Sappiamo quello che sapete anche voi e non riusciamo a metterci in contatto con Antonio Ricci né con la produzione. Non sappiamo cosa pensare, se sia una trovata di Ricci. Non siamo preoccupati, se avessimo fatto qualcosa lo saremmo, invece siamo sereni”. Se sono coerenti e per solidarietà quelli delle Iene dovrebbero mandare qualcuno dei loro inviati da Ricci...Sempre se Ricci non si chiude  dentro la pancia del gabibbo per non rispondere. Visto che striscia ha reso la cosa pubblica attraverso il gabibbo deve spiegare le motivazioni di questo licenziamento. E' questa la trasparenza di Ricci? Oppure era scarso di ascolti e ha voluto creare un caso? Non possono gli inviati andare a chiedere spiegazioni a politici, finti medici, truffatori e poi loro stessi non dare spiegazioni sul perchè di questo licenziamento in tronco. Ed ora sono alla ricerca di altri inviati. Per mesi  l 'hanno menata sul caso cuochi a masterchef per poi comportarsi ben peggio per cose interne. Silenzio assoluto e Ricci si nega di dare spiegazioni ai due inviati. Mah. Questo video è del 2007  Stefano Salvi, allora inviato di striscia, spiega i motivi della  rottura con Ricci  e le interviste più eclatanti che precedettero i contrasti con Striscia. Che non sia successa la stessa cosa con Fabio e Mingo? Ossia aver scoperto qualcosa di scomodo per il "velino" Ricci ,che proprio qualche sera fa ci ha propinato la Belen dopo che aveva frignato pubblicamente che la tv (mediaset) l'avesse messa da parte per i vari flop recenti? Io consiglio di  boicottare questo programma e tutte le aziende che lo sponsorizzano! Il "povero" Salvi fu cacciato quando scoprì alcune magagne che riguardavano gente di Forza Italia  e non solo...Nel caso di Salvi : quando dici delle verità  ti cacciano senza spiegazioni perchè diventi scomodo, tanto ci sono sempre i pecoroni che abboccano o non si pongono domande serie o peggio ancora fanno come gli struzzi. "Striscia la notizia " genera svariati milioni di euro di pubblicità e per questo Ricci a Mediaset è tollerato, ma evidentemente certi tasti non vanno toccati. Come mai Ricci non ha cacciato  Ezio Greggio quando si sono scoperti i suoi giochini monegaschi ? Ehhhh ma c'è di peggio , direte voi, ecccerto....Come al solito, tutto fumo e niente arrosto, tanto si insabbia tutto nel giro di pochi giorni e...avanti un altro!

QUANDO MICHELE EMILIANO TOPPA.

Emiliano follie: “Cantiere TAP sembra Auschwitz”. Poi il governatore si scusa, scrive il 14 dicembre 2017 "Il Corriere del Giorno". La replica di Calenda è arrivata via twitter: “Dire che sostengo il Tap per favorire le lobby e trovarmi un posto di lavoro è infantile e volgare ma tutto sommato innocuo, dire che il cantiere è uguale ad Auschwitz è grave e irrispettoso. Cerca di rientrare nei limiti di un confronto civile”. Ennesimo scontro tra Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, e Carlo Calenda ministro per lo Sviluppo Economico. Emiliano arriva a definire il cantiere Tap di Melendugno ad Auschwitz. “Se vedete le fotografie – ha detto – è proprio identico. Hanno alzato un muro di cinta con filo spinato, è impressionante”. Immediata la replica del ministro per lo Sviluppo Economico che ritiene le accuse molto gravi. Poi il governatore fa marcia indietro, probabilmente ben consigliato questa vota, e si scusa: “Il paragone tra il cantiere Tap e Auschwitz – si è giustificato Emiliano – è oggettivamente sbagliato e mi scuso per averlo inopportunamente utilizzato questa mattina in radio durante una diretta”. “Stanno militarizzando inutilmente una zona – aveva detto Emiliano – e i cittadini si sentono coartati e vedono in quella struttura qualcosa che ricorda cose tristi della storia”.  “Noi siamo favorevoli al Tap – ha aggiunto Emiliano – ma con approdo a Brindisi. Io non sono il ‘Signor No’, perché propongo sempre alternative e in questo caso ho indicato Brindisi come approdo migliore per il gasdotto”. “Calenda – continua l’attacco di Emiliano – parli di come prevenire incidenti come quello in Austria. Il Tap non è stato assoggettato al Decreto Seveso, perché sennò avrebbe rallentato i lavori. Io segnalo che il comandante dei Vigili del Fuoco che a Lecce disse che si doveva applicare la Seveso fu trasferito nel giro di pochi giorni”. Calenda parla di pseudo-guerriglia urbana a Melendugno? “Se io guidassi la guerriglia la vincerei– risponde con la solita presunzione il Presidente della Regione Puglia – ma io sono magistrato (ma si dimentica di dire che è sotto inchiesta disciplinare del Csm n.d.r.) e non guido guerriglie. Sono lontanissimo da chi pensa di usare la violenza anche di fronte a un sopruso di Stato. Calenda parla così perché cerca una collocazione futura, visto che tra qualche mese sarà senza lavoro”. Il ministro Calenda replica duramente ma civilmente: “Caro Michele Emiliano dire che sostengo il TAP per favorire le lobby e trovarmi un posto di lavoro è infantile e volgare ma tutto sommato innocuo, dire che il cantiere è uguale ad Auschwitz è grave e irrispettoso. Cerca di rientrare nei limiti di un confronto civile”.

La storia infinita sull’ ILVA di Taranto. E qualche sospetto…, scrive il 14 dicembre 2017 "Il Corriere del Giorno". Tutelare contestualmente l’occupazione e la salute non è operazione facile ed agevole come dimostra il discutibile ricorso strumentale presentato dal Comune di Taranto e dalla Regione Puglia, fortemente osteggiato e criticato da Governo e sindacati insieme, che rischia di bloccare di nuovo la produzione ed il rilancio dell’occupazione ed economia dell’indotto tarantino. Nelle ultime settimane si è tornati a parlare della ipotesi fortemente cavalcata da Emiliano, improvvisatosi manager ed ambientalista, che lo stabilimento dell’ILVA di Taranto possa essere chiuso, facendo saltare l’acquisizione da parte della cordata Am InvestCo Italy, ma anche il posto di lavoro di 14 mila dipendenti (e circa 4.000 dell’indotto) e soprattutto la bonifica dell’area inquinata limitrofa al quartiere Tamburi di Taranto. L’ultimo problema nella prolungata difficile vita dell’acciaieria tarantina è un ricorso presentato irresponsabilmente al TAR Lecce dal Comune di Taranto e dalla Regione Puglia contro l’autorizzazione che il Governo ha dato all’azienda per consentirle di continuare a produrre fino al 2023, in cui devono essere terminati i lavori di bonifica dell’impianto. Il decreto di Palazzo Chigi di fatto consente allo stabilimento di continuare a produrre nelle condizioni attuali per cinque anni, in vista della bonifica degli impianti pronta a partire. Secondo il Comune di Taranto e la Regione, sostenuti da circa un migliaio di persone aderenti ai vari comitati di cittadini e dalle associazioni pseudo-ambientaliste, sarebbe un periodo di tempo troppo lungo, soprattutto per una città come Taranto che da anni è colpita dalle emissioni fuori misura dell’enorme stabilimento costruito a ridosso del centro urbano. Ma i due ultimi “populisti” pugliesi e cioè il governatore Emiliano ed il “fido” sindaco di Taranto Melucci hanno osteggiato la decisione, trovandosi contro il Governo ed sindacati, alleati a difesa del lavoro, sostenendo unitariamente che il ricorso alla magistratura è la strada sbagliata per poter migliorare la situazione.  La travagliata vicenda dell’ILVA di Taranto ha origine nel 2012, quando una certa magistratura fortemente “politicizzata” e sopratutto alla spasmodica ricerca di protagonismo e visibilità nazionale, aveva disposto il sequestro dell’acciaieria e l’arresto di alcuni suoi dirigenti, tra cui i proprietari, la famiglia Riva, per violazioni ambientali affidandoli a commissari giudiziari che definire incompetenti e pericolosi è dir poco. Nell’ordinanza di sequestro della magistratura tarantina era scritto: “Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Nei successivi due anni prima il governo Letta e poi quello guidato da Matteo Renzi hanno cercato di mantenere aperta almeno una parte dell’acciaieria, per poter proseguire nella produzione (che si è dimezzata a seguito anche dei lavori di risanamento ad alcuni altoforni), che è molto importante per diversi settori dell’industria italiana. La via per ottenere questo risultato fu l’approvazione di una serie di decreti leggi che, in pratica, consentivano all’ILVA di produrre inquinando oltre i livelli consentiti e prolungando il termine entro il quale l’impianto doveva essere riportato a norma. Operazione per cui occorrevano ingenti somme che neanche il Governo poteva stanziare a causa del divieto comunitario di “aiutare” finanziariamente le aziende. Nel 2014 l’ILVA venne posta dal Governo in amministrazione straordinaria ed affidato agli amministratori nominati dallo Stato venne affidato il compito di iniziare il risanamento ambientale ed economico, e successivamente metterla in vendita. Nel gennaio 2016 venne pubblicato il bando per la messa in vendita di Ilva, e ad aggiudicarselo è stato il consorzio Am InvestCo Italy, costituito dalla multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal (85%) leader mondiale nella produzione di acciaio, e dal Gruppo Marcegaglia (15%) che finora era stato il principale cliente di acciaio prodotto nello stabilimento siderurgico di Taranto. Lo scorso 29 settembre 2017 il Governo Gentiloni ha approvato una nuova Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), con cui autorizza lo stabilimento di Taranto a continuare a produrre alle attuali condizioni fino al 2023, allorquando le opere di bonifica e riduzione delle emissione dovranno essere definitivamente ultimate. Nello scorso mese di novembre 2017  la cordata Am InvestCo Italy ha illustrato e reso noto in una serie di incontri con il Governo e con i sindacati, le procedure e tempistiche con cui si intendeva procedere alla definitiva agognata bonifica dell’impianto di Taranto e conseguentemente all’attesa diminuzione delle sue emissioni dannose, impegnandosi a investire 1,15 miliardi di euro per il risanamento ambientale degli impianti  dal 2018 al 2023, cioè anno in cui scadrà l’AIA approvata dal governo. I sindacati a partire dai leader nazionali della FIOM insieme a quelli di UILM, il più grande sindacato tra i lavoratori di Taranto, e di FIM CISL, sono sembrati abbastanza soddisfatti. Ma al Comune di Taranto guidato da Rinaldo Melucci un “neofita” della politica (con un recente passato di operatore portuale dai risultati non esaltanti, anzi deficitari) eletto per puro caso, ed alla Regione Puglia nelle mani dell’ex-magistrato Michele Emiliano, due “politicanti” che non hanno entrambi alcuna esperienza manageriale e soprattutto competenza scientifica-ambientale invece, il piano elaborato dai manager della multinazionale Arcelor Mittal non è piaciuto. Lo scorso 16 novembre, era previsto un altro incontro al Ministero dello Sviluppo Economico in cui la cordata Am InvestCo Italy avrebbe dovuto presentare il suo piano ambientale agli enti locali. Incontro a cui con poco tatto istituzionale il sindaco di Taranto, si è rifiutato di partecipare, pretendendo che venisse aperta una trattativa diretta, cioè un “tavolo” a cui avrebbero dovuto partecipare solo gli enti locali toccati direttamente dalla questione dello stabilimento di Taranto. Il sindaco di Taranto Melucci pretendeva di essere convocato entro il 24 novembre ed allorquando si è reso conto di essere stato ignorato, e la convocazione non arrivata, ha annunciato (“pilotato” dietro le quinte da Emiliano) che avrebbe fatto ricorso al TAR contro l’AIA approvata dal governo il 29 settembre, cioè l’autorizzazione che consente all’ILVA di Taranto di continuare a produrre alle attuali condizioni fino al 2023. Michele Emiliano e Melucci hanno annunciato ufficialmente il 28 novembre di aver presentato il ricorso affidandosi ad un avvocato-politicante barese Marcello Vernola già coinvolto nella vicenda delle “consulenze d’oro” del crack Ferrovie Sud Est, in cui la Guardia di Finanza e la magistratura barese hanno accertato sprechi e consulenze d’oro e soprattutto “allegre”. Come purtroppo accade in Italia quando c’è di mezzo la magistratura amministrativa, non è mai chiaro cosa potrebbe succedere in sede di giudizio. Qualora il TAR dovesse accogliere il ricorso del Comune di Taranto e della Regione Puglia è possibile che l’AIA venga sospesa in attesa della decisione finale del Consiglio di Stato al quale inevitabilmente il tal caso il Governo ricorrerebbe in appello. Ma in questa funesta ipotesi lo stabilimento dell’ILVA di Taranto verrebbe di fatto costretto a interrompere tutte le attività, con ingenti danni economici e sopratutto conseguenze sociali ed occupazionali imprevedibili. Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda molto presente e responsabilmente attivo sulla vicenda, su cui è calato il silenzio assordante dei partiti a partire dal Pd per finire a Forza Italia, ha duramente criticato la decisione del governatore Emiliano ed ha paventato l’ipotesi che il fermo delle attività produttive dell’ILVA di Taranto, potrebbe indurre la cordata Am InvestCo Italy ad un ritiro dell’offerta di acquisizione. Voci da tenere in considerazione ricordano che tale ipotesi potrebbe far rientrare in gioco il gruppo indiano Jindal concorrente nella gara pubblica di acquisizione dell’ILVA, che aveva persino manifestato (dopo aver perso la gara) la propria disponibilità ad aumentare la propria offerta iniziale che non era particolarmente vantaggiosa. Ed in certi affari dietro le quinte può succedere e “girare” di tutto e di più. soprattutto in termine di soldi e contributi politico-elettorali…Il ministro Calendo ha ricordato che sinora “Emiliano ha fatto ricorso su tutto: dai vaccini al Tap, all’Ilva stessa. Per fortuna li ha sempre persi. Oggi però la situazione è diversa, perché il rischio è che Arcelor Mittal ritenga impossibile gestire l’acciaieria più grande dell’Unione Europea con il sindaco della città e il presidente della regione che vogliono cacciarlo via”. Come dicevamo poc’anzi i sindacati UILM e FIM-CISL sono schierati con Calenda e quindi con il Governo, la settimana scorsa hanno organizzato una forte protesta proprio di fronte alla sede del Consiglio Regionale di Puglia per protestare e manifestare contro il ricorso di Emiliano e Melucci, che mette a rischio i posti di lavoro dei 14 mila dipendenti ed i 4mila dell’indotto. Il ministro Calenda ha fatto sapere di essere pronto a ricominciare le trattative convocando per il prossimo 20 dicembre un “Tavolo per Taranto” che si terrà a condizione (giusta secondo noi) che la Regione e il Comune di Taranto ritireranno il loro ricorso, annunciando che, fino a quando il TAR non avrà adottato una propria decisione, tutti i colloqui sono sospesi, non volendo sottostare al vero e proprio “ricatto” dei due politicanti pugliesi. Infatti definire “politici” Emiliano e Melucci, potrebbe fare giustamente offendere la lunga tradizione di “veri politici” a cui la Puglia ha dato i Natali, a partire dai compianti Aldo Moro e Pinuccio Tatarella, arrivando a Claudio Signorile, Biagio Marzo, ecc.. Ma il problema ambientale di Taranto è in realtà soltanto l’ultimo dei problemi che si sono presentati nella “questione ILVA”.  Un altro ostacolo è relativo alla procedura di infrazione aperta dalla Commissione Europea, in quanto secondo qualcuno con l’acquisizione di ILVA, il Gruppo Arcelor Mittal (il socio maggioritario e di controllo di Am InvestCo Italy n.d.r.) potrebbe arrivare ad avere una posizione dominante nella produzione dell’acciaio in Europa, violando così la normativa anti-trust dell’Unione. Il procedimento deve terminare entro il prossimo 23 marzo 2018, ma secondo fonti della Commissione dovrebbe concludersi anche prima. La multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal ha già annunciato che in caso di richiesta da parte dell’Antitrust Europea di ridurre la produzione per non superare le soglie comunitarie, che non ridurrà o modificherà la produzione in Italia, ma piuttosto dismetterà altre sue attività all’estero. La storia degli ultimi mesi, conferma che quella dell’ILVA è di fatto una delle questioni industriali più complesse degli ultimi anni, dove si incrociano e scontrano esigenze ed interessi (a volte occultati) differenti e spesso in contrasto fra di loro. La questione delle questioni fondamentali è quella ambientale in quanto a causa delle numerose violazioni della normativa ambientale, lo stabilimento di Taranto, ha causato non pochi danni alla popolazione cittadina, portando a proteste dei cittadini. Ma esiste anche un fondamentale problema occupazionale: l’ILVA dà lavoro direttamente a Taranto 14 mila dipendenti, mantenendo di fatto altrettante famiglie, e tramite l’indotto, ad altre 4mila ed oltre 300 imprese di fornitori ed appaltanti. A Taranto l’ILVA è l’unica reale attività produttiva industriale ed economica, importantissima e fondamentale per l’economia locale. Concludendo c’è una questione industriale, la circostanza che l’acciaio prodotto da ILVA è molto importante per l’economia italiana e, conseguentemente, se gli stabilimenti dovessero chiudere per la gioia e vanità di Emiliano e Melucci e di un migliaio di pseudo-ambientalisti della domenica, diverse aziende italiane sarebbero costrette a rifornirsi all’estero, soprattutto in Germania, acquistando peraltro acciaio a prezzi maggiorati. Ma tutto questo Emiliano e Melucci non lo capiscono o non lo sanno. O forse è proprio quello che vogliono…?

E’ costata 16 miliardi all’ Italia la crisi dell’Ilva, scrive il 7 dicembre 2017 "Il Corriere del Giorno". Nella stima inedita della SVIMEZ emerge, come il CORRIERE DEL GIORNO ha più volte scritto e denunciato (unico organo di informazione a farlo!), un vero e proprio conflitto fra i poteri dello Stato: una magistratura desiderosa più di visibilità e palcoscenico nazionale che di giustizia e la politica, con la prima prevalente grazie al potere giudiziario esercitato, rispetto alla seconda. Per arrivare al ricorso di Emiliano e Melucci contro il Governo! La crisi dell’Ilva è costata all’economia nazionale italiana per essere precisi, 15 miliardi e 800 milioni. Tanto. Questo l’impatto sul nostro PIL (prodotto interno lordo) causato dalla minore produzione dell’impianto di Taranto secondo i calcoli dello Svimez, che, su richiesta del Sole 24 Ore, ha inserito nel suo modello econometrico i dati sull’andamento manifatturiero reale forniti dall’impresa. Il deterioramento dell’ “output” è risultato significativo. In cinque anni, fra il 2013 e il 2017 sono andati in fumo quasi 16 miliardi di euro di Pil, cioè l’equivalente di una manovra finanziaria sui conti pubblici in tempo di recessione. Il primo elemento che colpisce, come evidenzia lo SVIMEZ è la costanza dell’effetto negativo. Tutto ha origine con l’arresto di Emilio Riva e dal sequestro degli impianti disposti dalla Procura di Taranto, avvenuti il 26 luglio 2012, a seguito della quale sono accadute molte cose. Il 26 novembre 2012 vengono sequestrate 900mila tonnellate di semilavorati e di prodotti finiti per il valore di un miliardo di euro. Il 24 maggio 2013, vengono “bloccati” ai Rivabeni per 8 miliardi di euro, la cifra da loro risparmiata – secondo l’opinione ed i calcoli dei custodi giudiziari – per il mancato ammodernamento degli impianti. Il 4 giugno 2013, il Governo Letta procede al commissariamento dell’ILVA. Il 5 gennaio 2016, viene reso pubblico il bando per la vendita. Il 30 novembre 2016, il Governo Renzi raggiunge un accordo extra-giudiziale con la famiglia Riva per il rientro degli 1,3 miliardi di euro custoditi fra la Svizzera e il paradiso fiscale delle isole Jersey e scoperti dalla Guardia di Finanza a seguito di una dichiarazione non veritiera di “scudo” fiscale introdotto dal ministro Giulio Tremonti durante il Governo Berlusconi. AmInvestco Italia, la società a maggioranza Arcelor Mittal (85%) ed a minoranza Gruppo Marcegaglia (15%), si aggiudica l’ILVA il 6 giugno 2017. Arrivando ai nostri giorni, si consumano gli scontri fra il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e il sindaco del Comune di Taranto, Rinaldo Melucci, propugnatori di un minaccioso (ed inutile, secondo noi) ricorso al Tar di Lecce contro il decreto sul piano ambientale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ed il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.  Un percorso accidentato in questi cinque anni avente sullo sfondo, il vano tentativo di trovare una conciliazione fra salute d occupazione, una piaga che non è stata ancora guarita a Taranto e che soltanto un cieco o un folle non vedrebbe.

Come il CORRIERE DEL GIORNO ha più volte scritto e denunciato (unico organo di informazione a farlo!) abbiamo assistito ad un vero e proprio conflitto fra i poteri dello Stato: una magistratura desiderosa più di visibilità e palcoscenico nazionale che di giustizia e la politica, con la prima prevalente grazie al potere giudiziario esercitato, rispetto alla seconda.  Nella stima inedita della Svimez emerge la linearità della perdita di ricchezza nazionale: 3,22 miliardi di euro di Pil in meno nel 2013, 3,23 miliardi in meno nel 2014, 3,42 miliardi in meno nel 2015, 2,5 miliardi in meno nel 2016 e 3,47 miliardi in meno nel 2017. Un bel risultato non c’è che dire…per il quale nessun magistrato, consulente della procura, commissario straordinario pagherà mai un solo centesimo di euro! La freddezza dei numeri appare evidente, non può chiaramente tener presente gli sforzi o i ritardi nella annosa risoluzione del problema ambientale che rimane il “cuore” della questione Ilva, e fa risaltare quanto l’impatto economico sia profondo per la fisiologia del Paese. Basti sapere che, a causa gli effetti diretti e indiretti della minore produzione della acciaieria di Taranto, l’export nazionale è stato “decapitato” fra il 2013 e il 2017, sulla base calcoli effettuati da Stefano Prezioso economista della Svimez – di 7,4 miliardi di euro. Un dato che dimostra quanto l’incapacità dei precedenti proprietari (Gruppo Riva) e della politica, della magistratura e dei sindacati di raggiungere una mediazione, un accordo e soprattutto un reale e stabile punto di equilibrio in questa vicenda abbia danneggiato non poco la natura manifatturiera e orientata all’export di un Paese delle fabbriche, che ha avuto fin dagli anni Cinquanta una delle sue componenti principali e più importanti nella siderurgia. Contestualmente i calcoli e le analisi della Svimez fanno chiarezza su uno dei principali quesiti di una vicenda che, qualsiasi sia il giudizio o l’opinione su di essa, è senza dubbio di “interesse nazionale”: il maggiore import estero conseguenziale alla crisi dell’Ilva. Per dirla in soldi ed essere chiari, i vantaggi acquisiti dai gruppi stranieri concorrenti all’ ILVA di poter conquistare delle quote di mercato e nel appropriarsi delle parti più ricche della filiera del valore nelle forniture di acciaio alla manifattura italiana. Secondo la Svimez, questo altro capitolo di ricchezza svanita e persa strada facendo costituisce in cinque anni ad un valore economico pari a 2,9 miliardi di euro. In questa vicenda, applicando un criterio di valutazione economica, vi è anche un altro aspetto che, è stato trascurato: il tema degli investimenti fissi lordi nazionali andati perduti  in maniera diretta e indiretta trasformando l’ ILVA in un “gigante”  limitato dalla magistratura, che ha visto scendere la produzione dalle nove milioni di tonnellate toccate sotto la gestione del Gruppo Riva agli attuali cinque milioni di tonnellate (quasi il 50% in meno) e con una minore capacità produttiva di generare ricavi e valore. Va anche detto che l’impianto di Taranto non ha mai realizzato una eccelsa produzione specializzata ed innovativa. Al contrario, si è sempre collocata su un segmento medio basso, con la “spremitura” dell’impianto e con l’“efficienza organizzativa” dei Riva a garantire una buona produttività (e buoni bilanci). Ma è altresì vero che la scelta obbligata, da parte dei commissari, di non fare implodere i conti mantenendo a livelli accettabili i ricavi, ha portato ad una diminuzione del ciclo interno ed a politiche di acquisti più espansive. A causa della gracilità generale dell’impianto e per l’irradiamento di questa sua debolezza, ecco che gli investimenti fissi lordi persi a causa della riduzione della produzione sono stati pari fra il 2013 e il 2017 a 3,7 miliardi di euro.

Per non parlare di un indotto “paralizzato” ed indebitato a causa dei pagamenti non pagati da parte dell’ ILVA in amministrazione straordinaria, che diceva ai suoi fornitori “continua a lavorare a fornirci, altrimenti non lavori più per noi” senza pagare i debiti maturati che hanno raggiunto i 180 milioni di euro alla data odierna, con le oltre 300 aziende dell’indotto ed in appalto, che rischiano di fallire e non hanno più credito dalle banche, come ha ricordato ed evidenziato nei giorni scorsi in una conferenza stampa Vincenzo Cesareo il presidente di Confindustria Taranto . In realtà, questo problema, è strategicamente maggiore rispetto alla semplice quantificazione del “danno” per usare un linguaggio tecnico-giuridico, in una storia piena di troppi magistrati ed altrettanti avvocati. In un Paese come l’Italia, che come evidenzia lo Svimez ha un problema strutturale con la dimensione di impresa per via della ritirata dei grandi gruppi privati e post-pubblici, il danno economico di fatto non è rappresentato soltanto dai 3,7 miliardi di euro di investimenti in meno. Il danno infatti è prevalentemente costituito anche da quello che non si vede: la diminuzione di quello che gli economisti chiamano “spillover”, cioè la diffusione informale di innovazione verso i clienti e i fornitori, che sono per lo più piccoli e medi imprenditori. Concludendo vi un tema “sociale” che appare complementare alla “questione ambientale”: i consumi persi dalle famiglie in quanto i redditi di chi è in Cassa Integrazione sono chiaramente inferiori alla normalità. Consumi andati persi perché quando lavori in una azienda dell’indotto locale tarantino o in una società della filiera della fornitura nazionale il tuo posto di lavoro è sempre costantemente “a rischio”. In questo caso, il calcolo finale elaborato dagli economisti della Svimez consiste in 2,5 miliardi di euro. Cioè mezzo miliardo di euro all’anno in meno, dal 2013 ad oggi. Questi sono i “reali” numeri di Taranto e per l’Italia. Ed i numeri parlano. Molto meglio delle carte giudiziarie e tantomeno dei ricorsi dei “masanielli” di turno.

La sinistra è morta all’Ilva di Taranto. Quella dell’impianto siderurgico pugliese è una vicenda enorme, che coinvolge decine di migliaia di lavoratori e il diritto alla salute di una comunità. In tutto questo, le due sinistre italiane - né Renzi, né Grasso - hanno una posizione chiara. Avanti così, verso l'irrilevanza, scrive Francesco Cancellato il 4 Dicembre 2017 su "L'Inkiesta". Sulla vicenda Ilva sappiamo tante cose. Sappiamo che è complessa, innanzitutto. Perché se un’azienda decide di mettere 2,4 miliardi in investimenti industriali e progetti ambientali nell’acciaieria più grande d’Europa, col corollario di 10mila nuovi posti di lavoro, è indubbiamente un’ottima notizia. Allo stesso modo, però, l’allungamento dei tempi del piano di recupero ambientale è una brutta notizia – certificata dall’Arpa e sottoscritta da un profondo conoscitore della vicenda Ilva come l’ex ministro dell’ambiente Corrado Clini - soprattutto per gli abitanti del quartiere Tamburi, a poche centinaia di metri dal campo minerario, le cui scuole non aprono ogni volta che tira vento, per evitare che i bambini respirino veleno. Nel frattempo, mentre tutto questo accade, si sente dire che serve la sinistra. Che serve per combattere le onde nere, i fascismi di ritorno, i populisti, le destre vere e quelle mascherate. Perfetto: ma come la mettiamo con l’Ilva? Che opinione avete in proposito? Vanno bene 10mila nuovi posti di lavoro e 2,4 miliardi di investimenti o ha ragione Emiliano a ricorrere al Tar contro il decreto ministeriale per difendere, qui e ora, la salute dei tarantini? Va bene tornare a produrre acciaio, a costo di inquinare – meno ma comunque un bel po’ – l’aria, oppure è meglio importarlo dalla Cina, dall’India e da ovunque vi siano governi che non si pongono certe remore? Di fronte a questa domanda, la sinistra non sa, o comunque non risponde. Non sa Renzi, che evidentemente ritiene molto più importante – bontà sua – occuparsi di fake news e bufale online. E se non lo sa il suo segretario, figurarsi se lo sa la base: così, mentre il sottosegretario Teresa Bellanova sta con il ministro Calenda e contro Emiliano, i consiglieri regionali pugliesi sono usciti dall’aula o si sono astenuti quando un loro collega ha promosso un ordine del giorno che prevedeva, tra le altre cose, il ritiro del ricorso al Tar promosso dalla Regione contro il decreto del Governo. Di fronte a questa domanda, la sinistra non sa, e comunque non risponde. Non sa Renzi, che evidentemente ritiene molto più importante – bontà sua – occuparsi di fake news e bufale online. E anche dalle parti di “Liberi e Uguali”, nel giorno della fondazione del nuovo soggetto politico a sinistra del Pd, tutto tace sulla vicenda Ilva.

Nemmeno a sinistra del Pd il quadro è chiaro. Nel giorno della nascita del nuovo soggetto politico “Liberi e Uguali” tutto tace sulla vicenda Ilva. Il neo leader Piero Grasso parla di dignità del lavoro, di diritti e di doveri, di Falcone e Borsellino - e di Renzi, ovviamente - ma non risulta abbia rilasciato memorabili dichiarazioni programmatiche sul sito tarantino, così come del resto i suoi compagni di viaggio. La stessa Cgil ha le idee un po’ confuse, se è vero che Susanna Camusso ha definito il ricorso di Emiliano «un gioco da bambini», sebbene la Fiom di Maurizio Landini sarà l’unica sigla sindacale che non parteciperà al presidio sotto la sede della Regione Puglia per convincere Emiliano e compagni a ritirare il ricorso al Tar. Motivo? «Non è utile per raggiungere l’obiettivo», disse l’uomo che meno di un mese fa ha occupato l’Ilva di Genova, perché «lo Stato ci costringe a fare i matti». Mistero. Di certo c’è che su vicende come questa una linea ce la dovete avere, care sinistre in cerca d’autore. E se non ce l’avete, se pensate che siano più importanti le fake news o la distanza dal Pd del destino di 35mila lavoratori – sommando addetti, indotto e nuove assunzioni previste -, o che un feticcio giuslavorista come l’articolo 18 sia più meritevole d’attenzione delle politiche industriali non è che non siete di sinistra. Semplicemente, non siete. E qualunque colore va bene, alla gente, persino il nero pece, se l’alternativa è trasparente.

Ilva, duello Calenda-Emiliano. Il ministro: «Fa ricorsi su tutto e perde. Così fuggono investitori». Il capo del dicastero dello Sviluppo economico «Serve una legge conto i populismi locali». E avverte il Governatore: si assumerà la responsabilità di 20mila posti di lavoro, scrive il 3 Dicembre 2017 "La Gazzetta del Mezzogiorno". «La prossima legislatura si deve porre il problema di una clausola di supremazia, una legge per superare i veti degli enti locali di fronte ad interessi strategici nazionali, come in Germania». A dirlo è il ministro Sviluppo Carlo Calenda, intervistato dal Corriere della Sera, in apertura, partendo dal caso Ilva. Torna a scagliarsi ancora contro il governatore della Puglia: "Emiliano ha fatto ricorso su tutto: dai vaccini al Tap, all’Ilva stessa. Per fortuna li ha persi. Oggi però il rischio è che Mittal ritenga impossibile gestire l’acciaieria più grande della Ue con Comune e Regione che vogliono cacciarlo», «viene da pensare che non abbia consapevolezza di quello che fa, quello che stiamo vedendo è inaccettabile": «Se l’Ilva chiude andiamo a comprare l’acciaio in Germania e perdiamo un punto di Pil. Con il Tap diversifichiamo rispetto al gas russo. Di fronte a tutto questo Emiliano dice che la questione riguarda solo la Puglia». Il silenzio del Pd le pesa? «Il silenzio - risponde - non è solo del Pd, ma della classe dirigente italiana. Anche negli altri partiti non populisti e nella società civile. Ed è sconcertante». Ieri, il governatore pugliese aveva definito il governo in un "cul de sac" e che ora deve far vedere le carte in attesa del pronunciamento dei giudici. Per Emiliano il ricorso serve «a conoscere moltissimi atti che sono ancora segreti, per esempio il piano industriale che nessuno conosce ancora». Tesi smentita dal ministro secondo il quale «Il piano industriale ed il piano ambientale sono stati presentati al Governatore della Puglia ed a quello della Liguria insieme a molti sindaci, non a quello di Taranto che non si è presentato all’ultimo minuto pur avendo richiesto l'incontro, da Mittal nell’ambito del tavolo istituzionale». «Nello stesso tavolo - ha proseguito Calenda - si era deciso di convocare due incontri separati per Taranto e per Genova per approfondire le tematiche ambientali e industriali. All’uscita dalla riunione Emiliano dichiarava alla stampa la sua soddisfazione per la convocazione del tavolo Taranto salvo qualche giorno dopo presentare ricorso al Tar contro il Dpcm ambientale. Da quel momento Emiliano ha dichiarato tutto e il contrario di tutto: che il ricorso era uno come un altro, che in caso di accoglimento della sospensiva l’Ilva non rischia la chiusura, che il ricorso serve a conoscere carte segrete quali il piano industriale. Si tratta di affermazioni non rispondenti al vero». Poi il ministro ribadisce il timore «che l’investitore, constatata l’ostilità delle Istituzioni locali, scappi, a prescindere dall’esito del ricorso lasciando sulle spalle del Governo, e non certo di Emiliano, che sino ad ora nulla di concreto ha fatto a questo proposito, il destino di 20000 persone e i costi delle bonifiche».

MONS. SANTORO: FARE IL BENE DELLA GENTE - Sulla questione Ilva «non sta a me entrare nella disputa tra Governo ed enti locali ma desidero ribadire, circa la vertenza che si è aperta in questi giorni nella città di Taranto, che il mio unico interesse è il bene della gente e la rinascita del nostro territorio, spesso lasciato nell’incertezza circa il suo presente ed il futuro». Lo afferma l’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro, nel suo intervento al meeting «Emigrazione, accoglienza, integrazione, cittadinanza», che si sta svolgendo nella Basilica San Martino di Martina Franca e a cui partecipa il ministro dell’Interno Marco Minniti. «Il primo problema - aggiunge mons. Santoro - è porre fine alla devastazione ambientale e che sia seriamente preso in considerazione da parte del Governo e del nuovo acquirente il danno sanitario. In secondo luogo, che sia rispettato e garantito il lavoro dei dipendenti dell’azienda e delle ditte che lavorano nell’indotto». Inoltre, l’arcivescovo di Taranto auspica «che, come segno di concreto di una risposta forte all’impatto inquinante, si dia inizio a partire dai primi di gennaio 2018 alla copertura dei parchi minerali. Gli allarmi Wind days sono indegni di un paese civile, inaccettabili, non possiamo tollerarli oltre». Che «tutte le parti in causa - ammonisce il presule - si siedano intorno a un tavolo lasciandosi alle spalle orgoglio e strategie e lavorino nell’interesse esclusivo della città, degli operai, dei residenti tutti. Ci sono già stati 12 decreti; non farebbe male un intervento governativo questa volta condiviso dalla popolazione. Io - conclude mons Santoro - continuo ad avere fiducia perché le persone di buona volontà, possano ritrovarsi, unirsi, per essere costruttori di bene e di bello».

SINDACO MELUCCI: RICORRONO CONFERMA FABBRICA - «Il ricorso del Comune di Taranto al Tar di Lecce non sospende l’aggiudicazione dell’Ilva a AM Investco Italy e non c'è rischio alcuno di fermo o chiusura della fabbrica». Lo scrive il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, in una lettera aperta al ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Dieci punti per ricordare «quello - sottolinea Melucci - che il ministro non dice». Il ricorso, secondo il primo cittadino, «non blocca né ritarda la copertura dei parchi minerali, che in realtà potevano essere coperti già da anni. Chiunque dichiari il contrario, contribuendo a creare agitazione tra lavoratori e cittadini, dimostra un grave deficit di competenze». L’unico «vero rischio - sostiene ancora il sindaco di Taranto - deriva proprio dall’azione del Governo che consente lo slittamento al 2023 di diversi interventi urgenti e improcrastinabili per la tutela della salute. Lo dice l’Unione Europea». Al Comune di Taranto «non è stato notificato - si fa presente - ancora alcun atto formale a garanzia dell’avvio dei lavori di bonifica e messa in sicurezza dei parchi. Non ci si può accontentare di promesse e annunci, sotto la pressione del ricatto occupazionale». E il ministro Calenda «non vuole - attacca Melucci - l’istituzione di un tavolo esclusivo per Taranto e non è in grado di rispondere nel merito alle proposte della città di Taranto: la comunità non cederà al ricatto (immorale e forse illecito) del ritiro preventivo del ricorso». Il primo cittadino fa rilevare che "il Comune di Taranto ha fatto precise proposte sulla rimodulazione di tempi e tecnologie per mettere in sicurezza lo stabilimento: i ministri Calenda e Galletti non hanno mai preso in considerazione le osservazioni degli enti locali. Il ministro Calenda, oltre che sulla valutazione del rischio sanitario, è muto rispetto alla definizione delle pendenze dell’indotto locale. Evidentemente è più sensibile alle esigenze di lobby e multinazionali che a quelle delle imprese pugliesi». Per il sindaco «il ministro Calenda sorvola sul fatto che il Comune di Taranto chiede l’avvio immediato delle bonifiche e l'aggiornamento dei protocolli di ristoro ambientale» e «difende i commissari che non hanno costruito alcun utile rapporto con la città; il Comune di Taranto, per lo stesso motivo, chiede avvicendamento immediato». Infine, il ministro Calenda «a tutt'oggi - insiste il sindaco - non è in grado di fornire agli enti locali la documentazione di dettaglio relativa al piano industriale, fattispecie ampiamente prevista dalla procedura di legge. Il Comune di Taranto non rinuncia al dialogo costruttivo, per il quale resta disponibilità piena e immediata. Un dialogo che coinvolga finanche le procedure giudiziali avviate». Ma «nessuno - conclude Melucci - può pretendere che l'amministrazione chiuda gli occhi e tradisca i cittadini sulla madre delle questioni, la loro salute, la loro qualità della vita. Dopo una dozzina di decreti salva Ilva, ora il Governo fornisca garanzie serie su un decreto salva Taranto e tarantini».

Ecco chi cerca di distruggere l’economia di Taranto: Emiliano & Melucci, scrive "Il Corriere del Giorno" il 30 novembre 2017. Ilva: Calenda, stop negoziato attesa Tar “se il Tar accoglierà la sospensiva richiesta, gli amministratori straordinari dovranno iniziare lo spegnimento dell’Ilva, poi faremo ricorso al Consiglio di Stato, ma al Governo non può essere chiesto l’impossibile”. “Ho deciso che congeleremo il negoziato sull’Ilva aspettando la decisione del Tar di Lecce sull’impugnativa di Michele Emiliano governatore della Regione Puglia, e del Comune di Taranto”. Lo ha annunciato il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, durante l’assemblea della Cgil sull’acciaio. “Sono inutili i tavoli finché non è chiara la situazione. Se il Tar di Lecce accoglie l’impugnativa, l’amministrazione straordinaria dovrà procedere allo spegnimento dell’Ilva”. Il giudizio del ministro Calenda è tranchant: “Dagli Enti locali c’è una gestione schizofrenica. Ma si sappia, se Regione e Comune usano tutti i mezzi necessari per far saltare l’Ilva, l’Ilva salta”. “Allora però Emiliano lo dica in modo chiaro, non attraverso i ricorsi ma assumendosene la responsabilità” Secondo Calenda, quella del presidente della Regione Puglia è “una battaglia ideologica […] fatta sulle spalle dei lavoratori e dell’ambiente”. Emiliano – ha aggiunto il ministro – “sta costruendo una campagna elettorale dicendo cose che non esistono”. E ancora: “dobbiamo evitare il pericolo più grande che è la fuga dalla realtà e dalla responsabilità. Dire che l‘Ilva può essere del tutto decarbonizzata è una fesseria, non dovete dare sponda a chi dice queste cose che non esistono. Non esistono stabilimenti al mondo. In ballo – avverte Calenda – ci sono 5 miliardi di euro. Vorrei sapere qual è stato l’ultimo investimento di questa portata al sud”. Infine il ministro dello Sviluppo economico, ha annunciato che, “se il Tar accoglierà la sospensiva richiesta, gli amministratori straordinari dovranno iniziare lo spegnimento dell’Ilva, poi faremo ricorso al Consiglio di Stato, ma al Governo non può essere chiesto l’impossibile”. Per il segretario confederale della Cgil Maurizio Landini, quella di Emiliano “è una scelta sbagliata”. “Questo non è il momento dei tribunali, c’è una trattativa in corso, è il momento della responsabilità”. “Oggi – ha proseguito Landini – è opportuno far ripartire gli investimenti e la copertura dei parchi minerari. È importante – ha proseguito – portare ArcelorMittal a utilizzare tutte le tecnologie migliori e le soluzioni possibili” per ambientalizzare l’Ilva. “La lotta dei lavoratori – ha proseguito Landini – ha prodotto l’avvio di una trattativa vera. Sono stati aperti tavoli istituzionali che adesso devono partire in sede locale. Non è questo – ha concluso Landini – il momento dei tribunali e dei magistrati”. Anche per Francesca Re David, segretaria generale della Fiom, il ricorso della Regione “non è un fatto positivo in una fase così delicata della trattativa”. Intervistata a margine di un convegno sulla siderurgia in Cgil, la leader della Fiom ha fatto presente che per gli interventi ambientali dell’Ilva c’è uno stanziamento di 2,7 miliardi: “Non era mai avvenuto”. “Siamo alle soglie dell’apertura di tavoli locali e bisogna lavorare insieme per raggiungere il miglior risultato possibile. Tanto per le questioni industriali quanto per quelle ambientali ci deve essere l’impegno congiunto di tutti”. Qualcuno adesso spieghi a Emiliano e Melucci che Roma non è Bari, Bari non è Taranto, e tantomeno Taranto è Crispiano o una banchina portuale, ambiente dove sicuramente l’attuale sindaco pro-tempore del capoluogo jonico, si trova sicuramente a suo più agio… e dove ha dimostrato con i bilanci della sua società di non essere neanche un valido imprenditore dati i risultati negativi di bilancio sinora conseguiti della sua società di servizi portuali. E di novelli “masanielli”  Taranto è stanca da molto tempo e non ha certamente più bisogno !

Ed Emiliano, lo Zapata delle Puglie, si attaccò al Tar, scrive Domenica 03 dicembre 2017 Aldo Grasso su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Cul-de-sac. L’Emiliano Zapata delle Puglie non recede. Umiliato alle primarie del Pd, cerca sempre una rivincita, soffia sul fuoco dell’ostilità popolare a infrastrutture e impianti, sacrifica il senso di responsabilità «in preda a un delirio d’infantilismo» (così si è espressa una parte del sindacato). I fatti sono noti: il governatore Michele Emiliano, appoggiato dal sindaco di Taranto, ha fatto ricorso al Tar contro il nuovo piano ambientale per l’Ilva. Fermare tutto con le carte bollate, con il fondato rischio che il futuro gestore dell’acciaieria se la svigni, insalutato ospite! L’ha spiegato molto bene Goffredo Buccini: «La fabbrica uccide coi suoi fumi ma senza fabbrica si muore di fame». Il Sud non può mandare all’aria cinque miliardi d’investimenti e 20 mila posti di lavoro tra diretti e indiretti. Da quei soldi dipende anche il risanamento del territorio, altrimenti Taranto resterà sola con i suoi veleni, un dramma ambientale e sanitario che nessuno vuole sottovalutare e che è di tutti. Come lo è ora, quando il vento spira da nord-ovest. La politica è confronto continuo, il governatore-magistrato, invece, ricorre su tutto, oltre ogni buon senso. Come ha dichiarato sabato: «Il governo è praticamente in un cul-de-sac. E adesso deve attendere il giudizio dei giudici e soprattutto deve far vedere le carte». Si potrebbe dire che Emiliano è il diretto irresponsabile delle sue scelte.

Calenda: “Siamo ormai abituati ai ricorsi di Emiliano su Vaccini, Buona scuola, Tap e anche precedenti su Ilva per fortuna tutti regolarmente perduti”, scrive il 3 dicembre 2017 "Il Corriere del Giorno". “In questo caso però il rischio è che l’investitore Arcelor Mittal, constatata l’ostilità delle Istituzioni locali, revochi il proprio investimento e scappi”. In gioco il destino di oltre 20mila persone e di una città intera. I retroscena sull’incarico ad un avvocato barese-politico per il ricorso al Tar. “Rinnovo l’offerta di riaprire immediatamente il tavolo di Taranto per avviare un dialogo costruttivo ritirando contestualmente il ricorso contro il Dpcm ambientale”. Il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda replica al Governatore Michele Emiliano affermando come costui abbia “dichiarato tutto e il contrario di tutto”. “In questo caso però – conclude il ministro – il rischio è che l’investitore, constatata l’ostilità delle Istituzioni locali, scappi a prescindere dall’esito del ricorso lasciando sulle spalle del Governo, e non certo di Emiliano, il destino di 20.000 persone e i costi delle bonifiche”. “Il piano industriale ed il piano ambientale dell’Ilva – spiega Calenda nella nota – sono stati presentati al Governatore della Puglia ed a quello della Liguria insieme a molti sindaci – ma non a quello di Taranto che non si è presentato all’ultimo minuto pur avendo richiesto l’incontro – da Mittal nell’ambito del tavolo istituzionale tenutosi al Ministero dello Sviluppo Economico lo scorso 16 novembre”. “Nello stesso tavolo – prosegue il ministro dello Sviluppo Economico – si era deciso di convocare due incontri separati per Taranto e per Genova per approfondire le tematiche ambientali e industriali. All’uscita dalla riunione Emiliano dichiarava alla stampa la sua soddisfazione per la convocazione del tavolo Taranto salvo qualche giorno dopo presentare ricorso al Tar contro il Dpcm ambientale. Da quel momento Emiliano ha dichiarato tutto e il contrario di tutto: che il ricorso era uno come un altro, che in caso di accoglimento della sospensiva l’Ilva non rischia la chiusura, che il ricorso serve a conoscere carte segrete quali il piano industriale. Si tratta di affermazioni non rispondenti al vero.” “Oggi però il rischio è che Arcelor Mittal ritenga impossibile gestire l’acciaieria più grande della Ue con Comune e Regione che vogliono cacciarlo. Viene da pensare che Emiliano non abbia consapevolezza di quello che fa, quello che stiamo vedendo è inaccettabile” aggiungendo “Se l’Ilva chiude andiamo a comprare l’acciaio in Germania e perdiamo un punto di Pil. Con il Tap diversifichiamo rispetto al gas russo. Di fronte a tutto questo Emiliano dice che la questione riguarda solo la Puglia”. Commentando l’equivoco silenzio del Pd sulla vicenda Calenda dice: “Il silenzio non è solo del Pd, ma della classe dirigente italiana. Anche negli altri partiti non populisti e nella società civile. Ed è sconcertante”. Il Pd infatti non può parlare. Emiliano e Melucc isono stati eletti nelle loro liste… “Siamo ormai abituati ai ricorsi di Emiliano – conclude il ministro Calenda – su Vaccini, Buona scuola, Tap e anche precedenti su Ilva per fortuna tutti regolarmente perduti. In questo caso però il rischio è che l’investitore, constatata l’ostilità delle Istituzioni locali, scappi”. Quello che sfugge a molti, è che questa è la prima volta che i sindacati in maniera unitaria sono dalla parte del Governo e dell’industria (Ilva) e contro il protagonismo dei politicanti di provincia (leggasi Emiliano e Melucci) che si atteggiano a “masanielli” di turno. Nell’imbarazzante dialogo fra il governatore Emiliano ed il sindaco Melucci (attraverso i loro ventriloqui-staffisti) con Calenda, è intervenuto persino il cosiddetto “Museo spartano di Taranto” che ha ricordato al sindaco di Taranto e al presidente della Puglia la famosa “pisciata d’orgoglio”: quella del capostipite Filonide che urinò sull’ambasciatore romano (o ministro?) Lucio Postumio. Ma anche il Museo Spartano ha qualche lacuna storica e non ricorda come andò a finire la storia con Roma e quanto costò la “pisciata” alla città (e al suo orgoglio). Glielo ricordiamo noi: fu assediata, sottomessa, e conquistata. Più o meno quello che Emiliano da tempo sta cercando di fare. Ma c’è anche un imbarazzante filo conduttore dell’invasione “barese” nella vicenda ILVA, contestata dall’ Ordine degli Avvocati di Taranto, e cioè l’incarico affidato dal Comune di Taranto all’ Avv. Marcello Vernola, ex Presidente della Provincia di Bari con una giunta di centrodestra, candidatosi anche alla Regione, ed il cui nome compare nella vicenda degli appalti “facili” delle Ferrovie Sud Est  , in cui l’avv. Vernola risulta aver ricevuto molte delle consulenze d” oro”  come ad esempio gli incarichi legali spezzettati, ben  dodici consulenze legali, tutte con affidamento diretto, e ben sei delle quali arrivate in uno stesso giorno; incarichi che gli fruttarono quasi 295 mila euro, proprio mentre l’azienda di trasporti pugliese risultava indebitata per centinaia di milioni di euro. Incarichi affidati a Vernola dall’ex-amministratore unico, il tarantino Luigi Fiorillo suo vecchio amico e militante, nel Movimento Giovanile Democristiano (i giovani della DC – n.d.r.), che è plurindagato.

Calenda “spiazza” Emiliano ed incontra il sindaco Melucci a Taranto, scrive il 5 dicembre 2017 "Il Corriere del Giorno". Il ministro Calenda ha telefonato questa mattina al Sindaco di Taranto parlandosi per qualche minuto, ed a un certo punto della conversazione avrebbe detto a Melucci: “ok, sto venendo da te”. Dopo alcuni minuti Calenda è arrivato a Palazzo di Città dove ha incontrato il Sindaco di Taranto. Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, sta incontrando a Taranto in queste ore il sindaco Rinaldo Melucci, il quale insieme al governatore della Puglia Michele Emiliano avevano avviato un braccio di ferro sulla questione Ilva presentando un ricorso al Tar di Lecce. La visita, a sorpresa, è stata anticipata dal ministro con una telefonata e l’incontro si sta svolgendo a Palazzo di Città.  Proprio ieri il ministro Calenda aveva invitato Emiliano a ritirare il ricorso al Tar e ad aprire un tavolo di confronto. Questa mattina il ministro Calenda ha telefonato al sindaco di Taranto parlandosi per qualche minuto, ed a un certo punto della conversazione avrebbe detto a Melucci: “ok, sto venendo da te”. Dopo alcuni minuti Calenda è arrivato a Palazzo di Città dove ha incontrato il Sindaco di Taranto. Al termine dell’incontro, è stato diffuso un comunicato stampa concordato con cui è si è resa nota la convocazione di un Tavolo negoziale dedicato a Taranto con all’ordine del giorno quanto già richiesto con apposita lettera dal Sindaco al Ministro prima dell’incontro istituzionale del 16 novembre scorso al Mise. Il Sindaco di Taranto ed il Ministero dello Sviluppo Economico con un comunicato congiunto hanno confermato che “al ricevimento della formale convocazione con l’ordine del giorno condiviso sarà disponibile al ritiro del ricorso al Tar, previa consultazione sulla questione anche con il Governatore Emiliano”. L’ordine del giorno dovrebbe comprendere: analisi del piano ambientale del DPCM e verifica dei possibili miglioramenti; condivisione del cronoprogramma della copertura anticipata dei parchi primari; gestione e valutazione del danno sanitario; gestione dell’attività del fondo sociale di Taranto; provvedimenti per l’indotto; condivisione del piano bonifiche di competenza dell’amministrazione straordinaria; istituzione di un centro di Ricerca e Sviluppo sull’acciaio e tecnologie carbon free. “All’ordine del giorno del Tavolo per Taranto ci sarà anche la valutazione del danno sanitario, oltre all’analisi del Dpcm, e dei suoi eventuali miglioramenti e il cronoprogramma per la copertura dei parchi minerali. Sapete che ho dato disposizione all’amministrazione straordinaria dell’Ilva di partire comunque, prima ancora che si completi il processo di trasferimento degli asset”, ha dichiarato il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda dopo aver incontrato a Taranto il sindaco Rinaldo Melucci. “Si parlerà – ha specificato – dello sviluppo del fondo sociale per Taranto, che prevede 30 milioni di euro a sostegno in particolare dei giovani; del Centro di ricerca che Mittal vuole sviluppare qui, investendo per farlo diventare centro di eccellenza anche per le tecnologie di carbon free; del miliardo e 80 milioni di euro di bonifiche che l’amministrazione straordinaria impiegherà, oltre al miliardo e duecento che investirà Mittal sulla parte ambientale e dei provvedimenti a favore dell’indotto“. Parallelamente “può ripartire – ha concluso il ministro – la vertenza sindacale. Per la convocazione del Tavolo per Taranto sentirò il sindaco e il governatore e poi indicheremo la data”.

Ilva Taranto: Comune, Regione, Governo… pace (s)fatta, scrive il 6 dicembre 2017 Michele Tursi su La Ringhiera. In teoria ora ci sarebbe solo da attendere la data della ripresa del confronto sull’Ilva che dovrebbe vedere seduti al tavolo del ministero dello Sviluppo economico anche il Comune di Taranto e la Regione Puglia. Usiamo il condizionale perchè nero su bianco, al momento, non c’è niente (a parte la nota congiunta diffusa ieri) e perchè troppo spesso abbiamo assistito a repentini cambiamenti. Come dicevano i latini “rebus sic stantibus”, stando così le cose, conoscere la data del nuovo incontro sarebbe la logica prosecuzione della convulsa giornata vissuta ieri. Ma la politica è fatta di sfumature. E probabilmente a Michele Emiliano non è molto piaciuto il blitz del ministro Calenda a Taranto, senza nemmeno una telefonata di cortesia al presidente della Regione. “Ma non ci formalizziamo sul protocollo – ha detto in conferenza stampa a Palazzo di città, al fianco del sindaco Rinaldo Melucci – abbiamo ottenuto un risultato storico”. Nella nota congiunta di Palazzo di città e del Mise, infatti, vengono accolte tutte le richieste avanzate dal primo cittadino di Taranto con la lettera del 16 novembre scorso in occasione dell’incontro istituzionale cui Melucci non partecipò. Il tema che ancora fa discutere è il ritiro dei ricorsi al Tar, avverso il dpcm del 29 settembre 2017, avanzati da Comune e Regione. “Il Sindaco ha confermato – si legge nella nota congiunta – che al ricevimento della formale convocazione con l’ordine del giorno condiviso sarà disponibile al ritiro del ricorso al Tar, previa consultazione sulla questione anche con il Governatore Emiliano”. La consultazione con il governatore c’è stata e sul punto Emiliano ha frenato. “Non c’è alcun ritiro – ha detto ai giornalisti riuniti nell’aula consiliare – se nella trattativa verranno affrontati e risolti positivamente gli elementi costitutivi dei ricorsi, è ovvio che l’azione legale non avrà più motivo di sussistere e decadrà”.

Dietro le quinte dei “ricatti” alle istituzioni di Michele Emiliano, politico-magistrato sotto inchiesta del CSM, scrive Antonello de Gennaro il 6 dicembre 2017 su "Il Corriere del Giorno". Michele Emiliano è bene ricordarlo ancora una volta, è un magistrato (non in servizio per fortuna!) sotto inchiesta dalla 1a Commissione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura per aver violato la norma che impedisce ai magistrati di “fare politica”, che è cosa ben diversa dall’ essere un rappresentante eletto dai cittadini nelle istituzioni. Devo innanzitutto confessare che sin dal mio primo incontro con Michele Emiliano in una conferenza stampa a Taranto durante la campagna elettorale per le elezioni regionali, non ho avuto particolare sintonia e simpatia per l’attuale governatore della Regione Puglia, ed ancora una volta la mia prima impressione, il mio intuito hanno avuto ragione. Nella mia lunga vita professionale, sono oltre 30 anni che faccio il giornalista in lungo e largo per l’Italia non avevo mai incontrato un politico così ambiguo. Hanno ragione dei politici baresi di lungo corso a definirlo uno “sfalsino” (cioè una persona a due facce). Michele Emiliano è bene ricordarlo ancora una volta, è un magistrato(non in servizio per fortuna !) sotto inchiesta dalla 1a Commissione disciplinare del CSM (il  Consiglio Superiore della Magistratura n. d.a.) per aver violato la norma che impedisce ai magistrati di “fare politica”, che è cosa ben diversa dal essere un rappresentante eletto dai cittadini nelle istituzioni, e quindi dovrebbe avere il buon gusto di tacere prima di “emettere” sentenze e pareri giuridici  su questioni di cui dimostra una palese ed evidente ignoranza. Dopo essere stato fatto fuori dalla politica cittadina barese con l’avvento del “renziano” Dicaro. Emiliano ha cercato di ampliare la propria “corrente” sostenendo la sfortuna candidatura a sindaco di Brindisi di Nando Marino, dove lo stesso Partito Democratico brindisino al ballottaggio ha preferito votare il candidato (eletto) della lista civica centrista, pur di non farsi calpestare dall’arroganza barese di Emiliano. Dopo il fallimento brindisino, Emiliano ha “cavalcato” la candidatura last-minute di Rinaldo Melucci, un “profano” della politica, con la complicità di un Pd tarantino frantumato ed incapace di trovare al proprio interno un candidato alla poltrona di primo cittadino. Qualche “pazzo” aveva offerto la candidatura a sindaco di Taranto un anno prima delle elezioni al sottoscritto, ottenendo un garbato netto rifiuto. Dopodichè qualcuno ha provato a convincere il prefetto Francesco Tagliente (ex questore di Roma e Firenze) che vantava un solido rapporto di amicizia con Matteo Renzie Luca Lotti, e già indicato come assessore alla sicurezza nella capitale dall’ on.  Roberto Giacchetti (vicepresidente della Camera) candidato del Pd al Comune di Roma contro la “grillina” Virginia Raggi. Anche in questo caso è arrivato dal prefetto Tagliente un garbato rifiuto istituzionale. Alla fine i democratici” (si fa per dire…) tarantini ci hanno provato anche con il mio amico e collega Walter Baldacconi direttore dell’emittente televisiva pugliese Studio 100, il quale dopo aver tentennato per qualche secondo, è stato ben consigliato, ed ha rifiutato anch’egli. Nel frattempo si consumavano le guerriglie interne al Pd tarantino dove volevano candidarsi in tre : Gianni Azzaro, Piero Bitetti e Lucio Lonoce, rispettivamente un semplice finanziere in aspettativa, un ex-macellaio, ed un ex-operaio dell’ ILVA, e quindi per evitare di consegnare la poltrona di primo cittadino al centrodestra o allo sfumato “pericolo” grillino, qualcuno ha (mal)pensato di candidare Rinaldo Melucci, noto in città, negli ultimi anni, solo per essere il presidente dello Ionian Shipping Consortium un consorzio di operatori portuali, le cui limitate capacità sono raccontate e testimoniate dai bilanci in perdita della sua società e dei lamenti e critiche sul suo operato da parte degli stessi soci del consorzio marittimo. Emiliano ha ben pensato di sottomettere sotto la sua ala “protettiva“ (o distruttiva ?) il sindaco di Taranto Melucci, usandolo come “cavallo di Troja”, contro il Governo Renzi, nella spinosa questione dell’ ILVA, ma fonti bene informate interne al Pd di terra jonica, raccontano dei lamenti di Emiliano con i referenti tarantini del Pd nei confronti del Sindaco Melucci che, esaltato dalla sua “staffista-portavoce-tuttofare“, ha letteralmente perso il proprio controllo ed equilibrio e pensa di poter dettare condizioni a tutti, senza in realtà contare nulla soprattutto nei reali equilibri e “pesi” della politica che conta. Il Governatore della Regione Puglia che non ha alcun potere istituzionale e tantomeno decisionale sulle scelte e posizioni del Comune di Taranto, appresa la notizia della presenza del ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda a Taranto, non ha gradito il blitz del ministro definendo l’iniziativa di Calenda una “scorrettezza” istituzionale. Resta da capire qualcosa: quale sarebbe questa scorrettezza?  Un ministro della repubblica, infatti, è assolutamente libero di incontrare quando e dove vuole un Sindaco, senza necessariamente dover chiedere il permesso ad Emiliano, che sta invadendo un pò troppo la politica di Taranto. Non a caso al contrario di Emiliano i sindacati (Fim Cisl, Fiom, Uil e Cgil) ed altri rappresentanti istituzionali più seri e capaci del governatore pugliese, come ad esempio il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, (centrodestra) hanno espresso il proprio consenso e soddisfazione per la “buona notizia della riapertura del dialogo”. Ma il governatore pugliese timoroso di perdere l’amato “palcoscenico” si è messo subito in auto con il suo fido autista-segretario destinazione Taranto, dove a sua volta ha incontrato e “sgridato” il sindaco Melucci il quale ha dimostrato ancora una volta di essere un “burattino” (politicamente parlando s’intende) nella mani del “burattinaio” barese. Emiliano infatti ha subito cercato di frenare le aspettative sostenendo in una conferenza stampa congiunta con Melucci, ritornato all’ordine… che “il ricorso sarà ritirato solo se l’esito del tavolo sarà positivo”. Affermazione che nella vita (non politica, evidentemente) costituirebbe un ricatto, un estorsione, aggiungendo “Il ministro Calenda ha cambiato idea sul coinvolgimento degli enti locali e registriamo una sopravvenuta saggezza che è un fatto sicuramente positivo   ma il ricorso contro il Dpcm sarà ritirato solo se l’esito del tavolo per Taranto sarà positivo, se cioè saranno prese in considerazione le nostre richieste, che pure sono state inserite all’ordine del giorno e questo ci fa ben sperare“. In realtà non è stato Calenda ad avere cambiato idea, ma bensì sono il sindaco Melucci ed il governatore Emiliano che hanno accettato di sedersi al tavolo ministeriale, dove si erano rifiutati di partecipare. La realtà è questa. Speriamo solo che non facciano ulteriori danni. Anche perchè Emiliano tutte le sue battaglie contro il Governo dinnanzi al Tar, Consiglio di Stato, Consulta, le ha perse tutte. Tanto il conto agli avvocati lo pagano i poveri “contribuenti” pugliesi. Che sono le vere vittime di questo burattinaio della politica levantina.

L’ambiente e Taranto. Lettera di Claudio Riva, Presidente Riva Forni Elettrici al direttore del Corriere della Sera, pubblicata il 4 dicembre 2017. "Caro Direttore, l’articolo “La miopia più forte dell’acciaio” (2 dicembre) merita alcune riflessioni. Il Gruppo Riva ha investito nell’ Ilva oltre 6 milioni di euro (emerge dai bilanci) – quasi il triplo di quanto vuole investire il futuro proprietario – tanto che Taranto è citata più volte come “modello” nella normativa Ue del 2012 (a cui bisognava adeguarsi nei 4 anni successivi). Nel 2013 l’Ilva veniva commissariata e i 4 anni per gli ulteriori investimenti sono passati: gli “omessi risanamenti” non possono quindi essere addebitati alla gestione Riva. Se non fosse stata commissariata, anche i restanti investimenti sarebbero stati fatti dal Gruppo Riva: cosa ancora oggi non avvenuta. C’è stata invece l’incredibile distruzione di un patrimonio netto pari a 3 miliardi (a inizio commissariamento) e la perdita di enormi quote di mercato. La “gestione privata” è finita in Tribunale, ma è vero che ben prima che il processo iniziasse – l’Ilva è stata illegittimamente espropriata ai titolari, peraltro senza alcun indennizzo. Anche questo farà riflettere, come scrive l’articolo all’estero, chi “all’estero decidesse di investire in Italia”. A oltre 5 anni dal sequestro degli impianti, il processo vede sgretolarsi importanti capisaldi dell’accusa e i periti del Tribunale ammettono che la gestione Riva ha rispettato tutti i limiti previsti dalle normative nazionali ed europee. Al governatore Emiliano è dunque difficile dar torto: l’Ilva è stata tolta al legittimo proprietario (italiano) sul presupposto errato che non rispettasse il cronoprogramma degli investimenti ambientali previsti dall’ ultima Aia: passati cinque anni tale programma non è stato attuato e viene ora addirittura modificato a favore del nuovo acquirente indiano. Riguardo alla “corruzione di interi pezzi della società pugliese”, i verdetti giunti finora dicono l’opposto, essendo stati assolti con formula piena dal reato di favoreggiamento l’ex-segretario del vescovo di Taranto don Marco Gerardo e Lorenzo Nicastro, ex assessore all’ambiente della Regione Puglia. Claudio Riva, Presidente Riva Forni Elettrici"

Quando la miopia è più forte dell’acciaio. L’Ilva, mal gestita per decenni, inquinante e tuttavia strategica per l’industria italiana, è ora al centro di uno scontro tra governo e Regione Puglia in cui è davvero difficile tenersi neutrali, scrive Goffredo Buccini l'1 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Il vasto repertorio dell’autolesionismo nazionale si sta arricchendo in queste ore di un nuovo, sconcertante capitolo sull’Ilva. La grande acciaieria, mal gestita per decenni, inquinante e tuttavia strategica per l’industria italiana, è ora al centro di uno scontro tra governo e Regione Puglia in cui è davvero difficile tenersi neutrali. Vale la pena di riassumere: tutto nasce dal ricorso del presidente pugliese Michele Emiliano (appoggiato dal sindaco di Taranto) contro il decreto con cui Roma fissava modi e termini nella produzione e nel risanamento ambientale della fabbrica in procinto di passare sotto il controllo della multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal; a fronte di tale ricorso che, davanti al Tar di Lecce, accusa il governo di procrastinare troppo i tempi di bonifica ignorando le raccomandazioni degli enti locali e di fatto colloca in un ennesimo limbo giudiziario il futuro dell’Ilva, il ministro Carlo Calenda ha preso un’iniziativa non meno clamorosa: bollando gli enti locali di «gestione schizofrenica», ha congelato il negoziato con Arcelor Mittal (su investimenti e posti di lavoro) «fino alla decisione del Tar» e ha specificato che, ove l’impugnativa pugliese fosse accolta, i commissari straordinari, cui tutt’oggi tocca gestire l’azienda, dovrebbero «procedere allo spegnimento degli impianti». Certificando, in sostanza, la fine dell’Ilva e, forse, di molto altro. Qui le letture possibili sono due e in qualche modo si incrociano. La prima riguarda appunto il futuro dei tarantini, ma anche di un grosso pezzo di Meridione e, in fondo, della nostra stessa posizione di grande Paese manifatturiero. La seconda, persino più inquietante, attiene al messaggio che da questa vicenda trasmettiamo a chiunque, all’estero, decidesse di investire in Italia. In questo senso (ma, a nostro avviso, solo in questo senso) il ministro per lo Sviluppo Economico ha torto, perché definisce il caso «senza precedenti»: si tratta invece di un caso grave ma tipico, purtroppo, in un Paese immobile, ancora malato di veti e «ricorsismo», che consegna a un localismo bellicoso e velleitario opzioni di interesse nazionale, in modo che qualsiasi decisione non diventi mai definitiva e che l’ultima parola spetti sempre, anziché alla politica, a una magistratura chiamata a compiti palingenetici (sia detto col massimo rispetto: ci sarà sempre un giudice a Lecce...). Tuttavia la vicenda di Taranto non si può liquidare come fosse frutto di una qualsiasi sindrome Nimby (non nel mio cortile) che paralizza un po’ ovunque opere e progetti. È, invece, un dramma collettivo con morti e malati veri, con acqua piovana rossa di veleni e scuole chiuse nei giorni di vento, e nasce da errori vecchi di mezzo secolo, da una gestione privata finita in tribunale, dalla corruzione di interi pezzi di società pugliese, cominciando da politici, sindacalisti e giornalisti che hanno sempre finto di non vedere omessi risanamenti e danari distratti. Taranto non è mai riuscita a superare la dicotomia salute-lavoro: la fabbrica uccide coi suoi fumi ma senza fabbrica si muore di fame. Dunque? Dunque si doveva voltare pagina. Innanzitutto Taranto non è solo Taranto, è la ragione per la quale siamo una potenza siderurgica in Europa: l’acciaieria si dovrà trasformare ma non si può spegnere (quanto alla riuscita di certe de-industrializzazioni e di certe bonifiche qualcuno vada a farsi un giretto a Crotone o a Bagnoli). Taranto e i tarantini hanno perciò ottimi argomenti da far pesare. Quelli di Arcelor Mittal non sono filantropi e nessuno pretende che lo siano, ma sono leader di settore e sono l’ultima chance: la produzione verrà tagliata (anche per inquinare meno), l’occupazione lo sarà di conseguenza, il risanamento ambientale imporrà costi che i franco-indiani recalcitreranno ad accettare, l’antitrust europeo dovrà dire la sua; e tuttavia su ciascuna di queste voci e di questi problemi la partita è aperta, il confronto possibile. O, almeno, lo era, fino al ruggito di Emiliano. Il presidente della Puglia è uomo di istituzioni. E sta assai stretto nei panni di politico guevarista dentro cui ha deciso di infilarsi da qualche tempo (più o meno dall’infelice referendum sulle trivelle). Nemmeno i sindacati hanno capito la sua mossa, gravata secondo alcuni dal sospetto di una faida interna al Pd; molti lo invitano a ritirare il ricorso e a sedersi di nuovo al tavolo delle trattative: un tavolo ancora scosso dal pugno picchiato da Calenda, incredulo all’idea che il Sud possa mandare all’aria cinque miliardi di investimenti e ventimila posti di lavoro tra diretti e indiretti (di questo si discuteva). Poco incline alle diplomazie, il ministro ha in questa storia soprattutto un merito: la chiarezza. Ha urlato che il re è nudo, che così non si può più andare avanti. C’è da augurarsi che qualcuno lo senta, prima che l’ultimo treno si sia allontanato da Taranto, Italia.

Il ministro Calenda: «Ilva, emergenza nazionale. L’Italia bloccata dai veti incrociati». Il ministro dello Sviluppo Economico: «La fabbrica rischia di chiudere. C’è un silenzio assordante della classe dirigente, non soltanto del Pd», scrive Marco Galluzzo il 2 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". «Il dato della realtà è questo: oggi Comune di Taranto e Regione Puglia presentano un ricorso contro un piano ambientale che prevede 1,2 miliardi di investimenti a carico dell’investitore, la copertura dei parchi minerari che inizierà a gennaio, e una produzione limitata a 6 milioni di tonnellate sino a che non si completano tutte le misure. Un piano approvato da una commissione di esperti indipendenti del ministero dell’Ambiente, che porta l’Ilva ad essere una della acciaierie più avanzate al mondo. Se il Tar concederà la sospensiva al piano, come chiesto da Emiliano, si dovrà iniziare il processo di spegnimento mentre si ricorre al Consiglio di Stato».

Lei ha parlato di irresponsabilità della classe dirigente regionale, perché?

«Emiliano ha fatto ricorso su tutto: dai vaccini al Tap, all’Ilva stessa. Per fortuna li ha sempre persi. Oggi però la situazione è diversa, perché il rischio è che Mittal ritenga impossibile gestire l’acciaieria più grande della Ue con il sindaco della città e il presidente della Regione che vogliono cacciarlo. È stupefacente quello che ha dichiarato Emiliano, sorprendendosi dello scandalo che ha suscitato, dicendo che è solo uno dei ricorsi, come tanti altri. Viene da pensare che non abbia consapevolezza di quello fa e che per lui ricorrere sia normale attività di governo. Per queste ragioni invece di ignorare i ricorsi e le polemiche che Emiliano cerca con ogni mezzo ritengo sia importante dire con chiarezza e senza mezzi termini che quello che stiamo vedendo in Puglia è inaccettabile».

Questo lo deciderà il Tar, o no?

«Certo ma il problema non è solo giuridico. C’è una Regione che ha due infrastrutture strategiche per l’intero Paese, l’Ilva e il Tap, contro le quali il Governatore ha mosso una guerra. Dice che vuole Ilva a gas, cosa che non sta in piedi, perché in nessun paese, neanche quelli che pieni di gas, c’è un’acciaieria delle dimensioni di Ilva che va a gas. Ma poi comunque fa ricorsi contro un tubo, quello del Tap, che porta in Europa, attraverso l’Italia, il gas azero. Ci sono 3 mali che hanno condizionato tutta la seconda Repubblica: la politica dei ricorsi al Tar; la fuga della realtà, quando si promettono cose che non si possono fare; l’irresponsabilità nei confronti delle conseguenze degli atti che si pongono in essere. Lo vedremo quando poi Emiliano dirà che è responsabilità del governo prendersi cura delle 20 mila persone che perderebbero il lavoro se Ilva chiude».

Perché accosta il Tap all’Ilva?

«Ilva è il caso più eclatante degli ultimi anni, si tratta di oltre 5 miliardi, il più grande investimento industriale nel Meridione da decenni. Ma quello del Tap è un caso altrettanto significativo: per un piccolo tubo di 1,5 metri di diametro, che passa 16 metri sotto la costa e a cui siamo arrivati dopo la valutazione di 13 percorsi alternativi, siamo in grande ritardo, rischiamo una figuraccia internazionale. La Regione è persino arrivata a certificare che gli ulivi sono alberi ad alto fusto per bloccare l’opera mostrando livelli di creatività mai visti prima».

Perché sono opere strategiche per il Paese?

«Se Ilva chiude andiamo a comprare l’acciaio in Germania e perdiamo un punto di Pil. Con il Tap diversifichiamo rispetto al gas russo. Di fronte a tutto questo Emiliano dice che la questione riguarda solo la Puglia. E il Sindaco minaccia battaglie in quanto discendente degli Spartani. Il governo intanto ha tenuto in piedi l’Ilva con quasi 500 milioni di euro prestati all’amministrazione straordinaria. Soldi degli italiani, di tutti i contribuenti che rientrerebbero se l’acquisto andasse a buon fine».

È una storia già vista con Alitalia. 

«Certo, è l’idea che tutto è gratis e dovuto. Il gas deve essere ad un prezzo basso ma senza gasdotti. Si vogliono posti di lavoro ma quando ci sono investitori non vanno bene, e quando non ce ne sono è colpa del Governo. C’è un populismo istituzionale che ormai è quasi un virus. Si è già visto anche con Alitalia, che probabilmente non otterrà condizioni migliori al prossimo compratore rispetto a quelle che offriva Ethiad, condizioni che a loro volta erano peggiori di quelle che garantiva Air France anni fa. Un processo che è una continua fuga dalla realtà. Se Mittal rinuncia all’acquisto Emiliano non si farà carico delle bonifiche e dei lavoratori, e sarà il primo a protestare per il prezzo del gas dopo aver boicottato il Tap. Su Alitalia già si riparla di nazionalizzare dopo aver speso miliardi di euro dei contribuenti. Perché alla fine il conto di tutta questa cialtroneria lo pagano sempre i tanti italiani che lavorano, producono e tengono in piedi il paese».

Pensa anche ai sindacati? La protesta contro Emiliano sono lacrime di coccodrillo?

«Non si può generalizzare. Per Alitalia sì, Annamaria Furlan ha definito giustamente quel caso un esempio di populismo sindacale. Per l’Ilva è diverso i sindacati metalmeccanici hanno ben altro spessore e consapevolezza del rischio che si corre. Insieme abbiamo vinto una battaglia giusta con l’investitore perché riconoscesse i livelli salariali precedenti».

Si può fare politica industriale in questo Paese? 

«La si fa. Con Industria 4.0., con il piano Made in Italy, con la Strategia energetica nazionale. Gli investimenti degli imprenditori sono cresciuti più del 10% l’export è il doppio di quello francese. Ma certo senza un sistema amministrativo che funziona e una politica ancorata alla realtà diventa difficile in particolare occuparsi dei casi più complessi di quei settori, dall’acciaio ai call center, più colpiti dalla crisi. E in questo modo aumentano i divari».

Negli stabilimenti Ilva si sono circa 200 ispezioni ambientali l’anno, con 500 risorse che lavorano per gestirle.

«Ecco, l’unico modo per risolvere il problema è investire il miliardo e duecento milioni del piano ambientale e il miliardo confiscato ai Riva per le bonifiche».

Il silenzio del Pd le pesa?

«Il silenzio non è solo del Pd, che vede peraltro Bellanova e De Vincenti insieme a Galletti impegnati tanto quanto me, ma il silenzio della classe dirigente italiana anche negli altri partiti non populisti e nella società civile. Ed è sconcertante. Non c’è una strategia di sviluppo senza una presa di coscienza del fatto che la fuga dalla realtà è la malattia che nutre il populismo. Noi abbiamo stabilito: dal 2025 niente carbone nelle centrali elettriche. Bene, tutti d’accordo, oggi tutti vogliono decarbonizzare, ma se poi provi a fare le necessarie infrastrutture nessuna Regione o comune si astiene dal fare ricorsi. Così non si va lontano».

Si aspetta una parola da Gentiloni?

«Ogni giorno mi coordino con Gentiloni, il quale peraltro mi sta supportando molto in Europa che è un altro fronte aperto e difficile di questa vicenda Ilva».

Ci vogliono norme diverse? 

«Fallito purtroppo il referendum, la prossima legislatura si deve porre il problema di una clausola supremazia in grado di superare i veti locali di fronte ad interessi strategici nazionali, come in Germania».

Il Tap rischia di fallire come l’Ilva? 

«L’Ilva in realtà è già in amministrazione straordinaria, e rischia di chiudere. Il Tap lo faremo con enormi difficoltà, e con l’umiliazione internazionale di essere l’unico Paese che non rispetta i tempi, mentre tutti gli altri hanno già finito o stanno completando i loro tratti, dall’Albania alla Grecia alla Turchia».

Oggi Grasso viene incoronato leader Mdp, che ne pensa?

«Penso che bisogna trovare il modo di fare un’alleanza ampia nel centrosinistra, ma che parta dai contenuti e che non sacrifichi la coerenza alle logiche di appartenenza di questa legge elettorale. Grasso è una persona di grande livello, porterà un contributo, ma ci vogliono programmi sui punti nodali del Paese. Qui ci occupiamo solo di polemiche sulle banche e della cronaca del giorno, mentre rischia di chiudere l’Ilva e il silenzio è assordante. La campagna elettorale è iniziata all’insegna delle promesse che non si manterranno e si tiene alla larga dalla realtà dove le soluzioni sono più complesse e le spiegazioni semplicistiche non reggono. Se questo Paese non fa un bagno di realismo rischiamo lo squagliamento disordinato della Seconda Repubblica».

Esiste un partito, o metodo, Gentiloni? 

«Io credo che Gentiloni ha portato un metodo di lavoro nuovo nel governo, proseguendo le riforme iniziate da Renzi ma rassicurando il Paese e rendendo il lavoro più fluido. Credo che sia la strada giusta, ma senza voler togliere meriti ai risultati del Governo Renzi. Il paradosso attuale è che i provvedimenti di Renzi sono stati i più riformisti da molti anni, ma hanno comunicato ad una parte ampia del Paese non un senso di svolta, ma di insicurezza. Usare il coraggio riformista di Renzi e la forza tranquilla di Gentiloni secondo me è un mix che porterebbe il Pd lontano».

Ma il programma? 

«Appunto manca la costruzione di un programma solido che porti avanti le riforme, e al momento è un pericolo mortale. La campagna elettorale oggi si occupa di realtà virtuale innestata in un Truman show giornaliero incomprensibile per i cittadini e pieno di rancori e sospetti persino all’interno del Pd. È una situazione che non paga, sicuramente non con gli elettori di centrosinistra. E non è in linea con quanto fatto dagli ultimi due governi, che hanno affrontato anche nodi molto complessi e difficili in modo serio rimettendo in moto il Paese».

ESCLUSIVA. La citazione per danni dei Riva ai giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno, che non la raccontano tutta…! Scrive Antonello de Gennaro l'1 dicembre 2017 su "Il Corriere del Giorno". L’atto di citazione della famiglia Riva (e società) contro la Gazzetta del Mezzogiorno, il suo direttore De Tomaso ed il cronista Mimmo Mazza. Un documento “esclusivo” per capire la verità dietro le quinte del processo senza interpretazioni pittoresche… o fiancheggiamenti a favore dei magistrati che hanno imbastito il processo Ambiente Svenduto. Secondo quanto riportato dall’annuale rapporto di Reporters sans Frontieres, il nostro Paese ha migliorato e di molto la propria condizione relativa alla libertà di informazione, balzando dal 77° al 52° posto nella classifica mondiale. Nonostante questo, l’Italia ancora oggi si colloca agli ultimi posti nell’Unione Europea. Il primato, invece, continua ad appartenere alla Finlandia, paese in cui le condizioni di lavoro per i giornalisti sono le migliori al mondo. Sarebbe davvero interessante, poi, stilare una classifica di quali siano i paesi al mondo che continuano, forti della convinzione che la libertà di espressione sia un diritto di tutti, a fare dell’informazione un esercizio di “giornalismo disinformata”. Proprio così, perché il rischio che all’Italia venga assegnato il primato della disinformazione non è poi così lontano. Quando nei giorni scorsi abbiamo ricevuto per posta in una busta l’atto di citazione della famiglia Riva alla Gazzetta del Mezzogiorno, al suo direttore Giuseppe De Tomaso, ed al vice-capo servizio della redazione tarantina Cosimo (detto Mimmo) Mazza, ed effettuato le opportune verifiche a seguito delle quali abbiamo appurato che si trattava di un  documento reale ed integrale, relativo ad una delle varie cause civili intraprese dai legali della famiglia Riva, abbiamo deciso di pubblicarla in esclusiva, ritenendo che i lettori abbiano il diritto di conoscere ogni ragione di parte, soprattutto in una vicenda processuale così complessa come il processo Ambiente Svenduto, di rilievo nazionale attualmente in corso a Taranto. Il nostro intento sia ben chiaro non è quello di difendere le tesi accusatorie dei Riva, nè tantomeno salire sul carro di quei giornalisti e sindacalisti che si stracciano le vesti atteggiandosi a vittime di una censura inesistente, ma bensì quello di fare il nostro lavoro di giornalisti ed offrire ai lettori delle notizie nella loro completezza, e come sempre documentandole “integralmente”. La causa è relativa ad un articolo pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno lo scorso 17 gennaio 2017nel quale secondo gli avvocati della famiglia Riva, a cui il codice penale e civile sembrerebbero dare ragione (dal punto di vista della diffamazione subita dai loro assistiti)  in conseguenza dell’utilizzazione giornalistica manipolata del concetto del “patteggiamento” al fine di far credere al lettore, facilmente suggestionabile per il tecnicismo delle questioni, che con tale forma di definizione del procedimento la società dei Riva ed i componenti della importante famiglia di industriali lombardi abbia confessato a tutti gli effetti il compimento dei reati. Cosa che non ha ancora fatto. Secondo il legale dei Riva e delle loro società il “contenuto diffamatorio” dell’articolo pubblicato e firmato da Mimmo Mazza coinvolge certamente gli esponenti della famiglia Riva rinviati a giudizio nonché la Riva Forni Elettrici s.p.a. (parte exd.lgs 231/01) e “coinvolge altresì il medesimo Claudio Riva in proprio il quale, benché non rinviato a giudizio, avrebbe secondo la Gazzetta del Mezzogiorno, ammesso il proprio coinvolgimento nella vicenda. Peraltro il contenuto diffamatorio a carico del sig. Claudio Riva attiene alla circostanza che allo stesso viene attribuita la paternità di una dichiarazione a contenuto potenzialmente calunnioso nei confronti degli imputati del processo” (Ambiente Svenduto in corso a Taranto – n.d.a.).

Il cronista Mazza, si legge nell’atto legale dei Riva, avrebbe utilizzato la capacità di generare confusione della fattispecie, “attribuendo al legale rappresentante della società che ha avanzato la richiesta di applicazione di sanzione ex art 63 d.lgs 231/01 una dichiarazione sostanzialmente coincidente con i capi di imputazione utilizzando l’errato postulato secondo cui il patteggiamento ( quello previsto dal cit. art. 63 assume la medesima natura dell’ istituto di cui all’ art444 c.p.p. ) equivarrebbe ad un accertamento con sentenza o addirittura aduna piena confessione di colpevolezza”. Così continua l’atto: ” Nel caso di specie la fattispecie complessiva costituita dall’ utilizzo distorto dei titoli e sottotitoli nei quali le dichiarazioni vengono rappresentate fuori dal contesto dell’ istanza di patteggiamento ex art 63 d.lgs 231/01 e portate all’immediata attenzione del lettore come una piena confessione di colpevolezza e di fondatezza totale del teorema accusatorio per evocare una sorta di colpo di scena processuale, e poi il contenuto dell’· articolo con i capi di imputazione riportati come dichiarazioni del legale rappresentante di Riva Forni Elettrici s.p.a., portano a doversi ritenere consumata la fattispecie di cui all’ art 595 comma 3 c.p” (cioè il reato di  diffamazione aggravata prevista dal Codice Penale n.d.a.). Il rispetto del requisito della verità avrebbe quindi imposto al cronista secondo il legale della famiglia Riva e della loro società “di dare precisa e completa spiegazione della fattispecie precisando la natura del procedimento ex art 63 d.lgs 231/01 e ciò proprio al fine di evitare di ingenerare nella platea dei lettori quella confusione che ha invece voluto alimentare alterando la verità con l’espressa e colorita attribuzione del contenuto dei capi di imputazione alle dichiarazioni del legale rappresentante della Riva Forni Elettrici s.p.a.” invece della ricerca spasmodica del sensazionalismo fine a stesso che segue logiche poco chiare e sicuramente strumentali fondate sulla spettacolarizzazione della notizia che punta al gossip più basso senza in realtà, di fatto, informare il lettore. La comunicazione in senso generale e con essa l’informazione, giornalistica o televisiva che sia, è portatrice di un preoccupante potere che apporta una pesante responsabilità altrettanto grande. Questa responsabilità è nelle mani degli operatori, siano essi giornalisti, broadcaster o opinion leader, i quali, allorquando veicolano un messaggio verso un pubblico di fruitori più o meno vasto, più o meno capace di verificarne la fondatezza, hanno il dovere della completezza, dell’obiettività e dell’imparzialità. Anche quando il messaggio stesso è contestualizzato dall’opinione, legittima, di chi comunica. Ed è per questo che non abbiamo mai voluto fare gli “opinionisti”, preferendo lasciare a tutti voi lettori le debite considerazioni dopo la lettura dell’atto. Impantanati nel “giornalismo fai da te”, che fuoriesce nel labirinto delle fake news da social network, molti sono convinti che, in quanto giornalisti, si possa esprimere qualunque opinione, credendo di aver acquisito anche il diritto di raccontare ciò che si voglia, dimenticando troppo spesso che le notizie dovrebbero essere prima verificate e poi pubblicate. Oggi tutti pensano di essere giornalisti. Qualcuno serio che si attiene alle regole deontologiche per fortuna esiste ancora, ma il vero dramma è che giovani blogger, o giornalisti privi di alcuna esperienza reale, hanno la presunzione di atteggiarsi a giornalisti “esperti” nei vari settori facendo delle proprie convinzioni dei dati di fatto, per poi far cadere nella trappola migliaia e migliaia di lettori. Questo genere di informazione falsata diventa “pura disinformazione” ed è ormai all’ordine del giorno: dalle fake news alla manipolazione delle notizie, spesso alcuni mezzi di comunicazione non ci raccontano la verità. E la cosa peggiore è quando a fare queste campagne di disinformazione sono dei giornalisti. Assistiamo costantemente ad un uso strumentale del messaggio: ossia si cerca, a volte, di “colorare” una notizia o di metterla maggiormente in risalto perché funzionale, rispetto ad altre, a perseguire fini di consenso politico, sociale o di semplice popolarità di una “casta” o di un gruppo d’influenza o di potere.  In alcuni casi, emerge una certa superficialità di chi fa informazione, ad esempio nella verifica delle fonti e/o dei fatti, una delle regole più importanti del giornalismo. Quest’atteggiamento alimenta la totale disinformazione e la nascita delle cosiddette bufale, che si trovano ad essere legittimate dall’autorevolezza del mezzo comunicativo (quotidiano, tv o web) che le veste di veridicità e come tale le diffonde. Si pensi ad esempio a tutte le notizie gravitate intorno alla vicenda dei migranti negli ultimi tempi. Ogni giornalista dovrebbe seguire le norme previste dalla Legge e dal codice deontologico professionale, ma soprattutto scrivere e raccontare la verità per il dovuto rispetto nei lettori e delle persone di cui si parla e scrive, altrimenti troveremo sempre più millantatori che si atteggiano a esperti di tuttologia di cui la rete, la tv, i quotidiani ormai ne sono colmi. Oggi la disinformazione miete le sue vittime ovunque e spesso ci racconta un mondo diverso da quello in cui viviamo, per cui diventa complesso e difficile interagire. Il mondo dell’informazione invece deve garantire trasparenza e certezza della notizia, evitando così di perdere anche quel poco di credibilità e di lettori che gli è rimasta. E non sarà sicuramente l’alzata di scudi del sindacato dei giornalisti a favore di un proprio rappresentante a cambiare il corso della giustizia. Nei tribunali viene ricordato in ogni aula la regola che “la legge è uguale per tutti”. E deve continuare ad esserla. Per tutti.

Vincenzo Di Maggio: «L’Ilva di Riva? Miniera d’oro che scontentava molti». «Con Riva molti potentati dell’era pubblica rimasero a secco e proprio allora, sarà stato un caso, si è sviluppata una coscienza ambientalista per problemi che erano noti da anni», scrive lunedì 04 dicembre 2017 Enzo Ferrari, Direttore Responsabile Taranto Buona Sera. Vincenzo Di Maggio, il presidente dell’Ordine degli Avvocati: i suoi rapporti con Riva, la Taranto degli anni ‘70 e il sogno della serie A. Tutto in una intervista.

Avvocato, lei è stato per circa undici anni il consulente del Gruppo Riva, per gli aspetti civilistici. Come le fu affidato l’incarico?

«Mi telefonò lo Studio Colombo di Milano. Chiesero a me e ad altri avvocati tarantini il curriculum per valutare a chi rivolgersi qui su Taranto in caso di necessità. Il giorno dopo mi chiamarono per farmi occupare di una grana che avevano avuto per gli accessi al porto.

Dopo aver lavorato così a lungo per Riva, che idea si è fatto di questa famiglia? 

«Una famiglia dedita al lavoro. Con una dimensione aziendale molto semplice. Riva sapeva poco di evergetismo, di gesti di benevolenza fatti alla comunità. A lui interessava solo produrre acciaio.

Cosa le ha insegnato quella sua esperienza? 

«Ho capito quello che era lo stabilimento nella gestione pubblica e ho compreso che Taranto non ha mai avuto una vocazione industriale. Storicamente gli unici veri imprenditori che abbiamo avuto sono stati i tintori ebrei che avevano gli opifici nell’attuale Via Roma. Taranto è sempre stata legata alla mammella dello Stato.

Sta dicendo che l’insediamento dell’Italsider non è servito a creare una classe imprenditoriale. 

«Infatti. Abbiamo vissuto solo di appalti e subappalti. L’indotto importante era costituito dalle imprese del nord. E ci siamo accontentati di quanto veniva offerto attraverso il mondo politico e sindacale.

Dicevamo che Riva era interessato solo alla produzione. 

«Sì. Non a caso i suoi primi atti furono la cessione del circolo Italsider e il trasferimento dell’ufficio contratti a Milano.

Cosa ha significato il trasferimento di quell’ufficio? 

«Semplice: si passò dalla voragine di debiti della gestione pubblica alla trasformazione della fabbrica in una miniera d’oro. Cambiarono le modalità di gestione e molti dei potentati dell’era pubblica rimasero a secco e scontenti. Sarà stato un caso, ma proprio in quel momento si è sviluppata una coscienza ambientalista per problemi che, come TarantoBuonasera ha già avuto modo di mettere in evidenza nelle scorse settimane, erano noti da molti anni. E non è che Riva inquinasse più dell’Ilva pubblica, anzi.

Gli effetti sull’indotto di quel cambio di marcia quali furono? 

«Con la privatizzazione molte imprese hanno pagato la mancanza di una vera e propria identità imprenditoriale. Taranto per la prima volta si era imbattuta in un imprenditore.

Un imprenditore a cui la situazione è però sfuggita di mano, soprattutto per la questione ambientale.

«Io ho avuto la famiglia sterminata dai tumori. Mia madre è morta a 46 anni e quindi non posso distribuire assoluzioni. Ma a mio avviso va condannato l’establishment che ha governato non il singolo imprenditore che è l’ultimo anello di una catena che non ha funzionato.

Da “Ambiente svenduto” sono emerse relazioni piuttosto torbide tra i Riva e alcune personalità del territorio… 

«Se fossero state fatte indagini negli anni dell’Ilva pubblica oggi avremmo potuto scrivere dei trattati su certi tipi di relazioni…

Oggi siamo di fronte all’ennesimo scontro istituzionale. Crede che si riuscirà a trovare una soluzione? 

«Sinceramente sono disorientato. Abbiamo voluto dare la colpa di tutti i nostri mali ad una persona mentre credo che questo sia il momento di cercare soluzioni più che responsabilità di quanto accaduto.

La riconversione è possibile? 

«Sono scettico. Taranto ha tre risorse: agricoltura, cultura, pesca. Ma possiamo utilizzarle solo a patto di bonificare l’ambiente che abbiamo svenduto.

E il turismo? 

«Nel resto d’Italia oggi Taranto è conosciuta per le tre “d”: dissesto, disorganizzazione, diossina. Purtroppo noi stessi stiamo esportando un’immagine devastante della città. Abbiamo avuto colleghi arrivati a Taranto da tutta Italia per partecipare a iniziative dell’Ordine degli Avvocati: avevano persino paura di mangiare al ristorante. Così che turismo vogliamo fare?

Quindi non crede alla riconversione? 

«Alla riconversione deve contribuire in modo determinante lo Stato che ha creato questa situazione. Il vice sindaco ha parlato di modello Essen: ben venga la realizzazione di un disegno del genere. È chiaro che lo stabilimento dovrà essere ridimensionato e gli esuberi ben potrebbero essere ricollocati in nuove industrie, perché no, tese a risanare l’ambiente, da creare sul territorio.

Passiamo a migliori ricordi: gli anni ‘60 ’70 e suo padre, Michele Di Maggio, presidente del Taranto. 

«Era un’altra Taranto. Elegante. Era la Milano del Sud. C’era educazione e senso di appartenenza, orgoglio di essere Tarantini. Oggi la nostra è una città litigiosa, che si piange addosso: altro che identità spartana! Allora, invece, c’era speranza nel futuro.

E nel calcio si sperava nella serie A… 

«Arrivammo quinti in serie B con Invernizzi in panchina. Mio padre nutriva l’ambizione della promozione in serie A. De Palo, presidente del Bari, avrebbe fatto carte false per Beretti e Paina. Lui disse di no, voleva la massima serie.

Che non arrivò. Anzi, qualche anno dopo suo padre lasciò… 

«Aveva un caratteraccio e si ritrovò quasi tutta la stampa contro. Poi arrivarono persino le minacce. Per un anno fui costretto ad essere accompagnato dalla scorta…non era vita!

Ora lei è presidente dell’Ordine degli Avvocati. E proprio l’altra settimana è nata la polemica per l’affidamento ad un avvocato barese dell’incarico per il ricorso del Comune contro l’Aia Ilva. Non l’avete presa bene. 

«A Taranto ci sono 3.875 avvocati. Non credo che non ve ne fosse uno in grado di fare quel ricorso. Comunque, subito dopo, ci siamo incontrati con il vicesindaco De Franchi e gli abbiamo proposto di formulare una nuova short list dove poter attingere le nostre migliori professionalità a seconda del tipo di causa da affrontare. Speriamo così di poter costruire migliori relazioni per il futuro ed offrire un valido contributo alle scelte operative dell’Ente civico.

La legalità di Emiliano? Nomina assessore Mazzarano, salvatosi da un processo per finanziamento illecito al Pd grazie alla prescrizione, scrive il 19 luglio 2017 “Il Corriere del Giorno”. Dopo il coinvolgimento del suo assessore Giannini nell’inchiesta della magistratura barese ed i precedenti giudiziari di Mazzarano, Michele Emiliano avrà il coraggio di parlare nuovamente della “legalità” dei suoi assessori, dinnanzi al Csm a fine luglio? Siamo proprio curiosi…Il “magistrato” Michele Emiliano ancora una volta manifesta la sua predilezione per l’illegalità, e lo dimostra con la nomina ad assessore del massafrese Michele Mazzarano, un suo “fedelissimo”, salvatosi da una condanna pressochè certa grazie all’intervenuta prescrizione del reato, alla quale il politicante di Massafra non ha saputo fare a meno. I fatti risalgono al 2008 quando Mazzarano, originario di Massafra (Taranto), era vicesegretario regionale del partito. La vicenda riguarda i diecimila euro che Gianpaolo Tarantini (il noto “Gianpi” che procurava le escort a Berlusconi) aveva consegnato nell’aprile 2008 a Michele Mazzarano, per pagare il concerto di Eugenio Bennato in occasione dell’evento di chiusura della campagna elettorale del Pd a Massafra per le elezioni politiche. Il gup del Tribunale di Bari Sergio Di Paolaa settembre del 2014 decise per il rinvio a giudizio di Mazzarano ed il il processo a suo carico nei confronti di Michele Mazzarano consigliere regionale pugliese del Pd, e dell’imprenditore (fallito) Gianpaolo Tarantini, entrambi accusati di illecito finanziamento ai partiti, iniziò tre mesi dopo, cioè 9 dicembre 2014. Mazzarano venne inoltre rinviato a giudizio anche per un episodio di millantato credito, mentre sempre per un altro millantato credito, il Giudice si dichiarò incompetente e dispose l’invio degli atti riguardati il politicante massafrese alla Procura della Repubblica di Taranto. La “verginella” Mazzarano, come il Corriere del Giorno aveva già raccontato, a suo tempo si stracciava le vesti atteggiandosi a “perseguitato” dichiarando: “Nel processo tali accuse si scioglieranno come neve al sole. Rimane l’agonia mia e delle persone a me più care per questi lunghi cinque anni di vera e propria via crucis. Quando la giustizia agisce così, rovina la vita delle persone oneste”, aggiungendo “Dopo due anni di indagini e altrettanti di udienza preliminare – spiega Mazzarano – finalmente un giudice di merito potrà raccogliere la prove che confermeranno la mia correttezza e la mia totale innocenza. Rimane l’agonia mia e delle persone a me più care per questi lunghi cinque anni di vera e propria via crucis. Quando la giustizia agisce così, rovina la vita delle persone oneste”. Peccato che il “giudice di merito” abbia potuto soltanto applicare l’intervenuta prescrizione, e Mazzarano si sia salvato, da una condanna pressochè certa! Emiliano ha così premiato la “fedeltà” di Mazzarano, eletto alle ultime regionali, grazie ai voti ricevuti a Taranto in “dote” dal gruppo dell’on. Michele Pelillo (recentemente passato anch’egli con Emiliano) alle ultime elezioni regionali, senza dei quali non sarebbe mai stato eletto. La limitata forza (o meglio) debolezza elettorale di Mazzarano si è manifestata successivamente alle amministrative comunali del 2016 quando nel suo comune, a Massafra, la lista del Pd ha conseguito un ottimo risultato…: il 7% dei voti. Il peggior risultato del partito democratico in tutt’ Italia. Bisogna riconoscere all'“accoppiata” Emiliano-Mazzarano il primato dell’incoerenza. Infatti fino all’ anno scorso Mazzarano si auto-proclamava “seguace” a livello nazionale di Roberto Speranza (all’epoca dei fatti ancora nel Pd n.d.r.), alleato di Pelillo (all’epoca dei fatti “renziano”) a Taranto, e con Emiliano a Bari. Ed infatti in occasione dell’ultima campagna referendaria, Mazzarano aveva provato a sostenere l’iniziativa referendaria per il “Si” di Matteo Renzi, organizzando una manifestazione pubblica a Massafra invitando ad un dibattito il Ministro Claudio De Vincenti (un “renziano” di ferro) che invece Emiliano ha osteggiato aderendo al “No”!

Ciliegina sulla torta l’adesione di Mazzarano “last minute” alla corrente di Emiliano, a cui nel frattempo il “politicante” di Massafra. nella sua precedente veste di capogruppo in consiglio regionale, aveva assunto al gruppo del Pd alla Regione Puglia,Gianni Paulicelli l’autista-ombra-amico di Michele Emiliano  ed un amico di suo fratello, un giornalista barese, Michele Mascellaro noto alle vicende per il suo coinvolgimento nelle vicende dell’inchiesta giudiziaria “Ambiente svenduto” , dove si era venduto giornalisticamente alle “operazioni” di Girolamo Archinà il noto “corruttore” alle dipendenze dell’ ILVA sotto la gestione della famiglia Riva. Mascellaro all’epoca dei fatti era direttore del quotidiano pugliese Taranto Buona Sera venne “inquisito” dal Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia, dove non si è mai presentato dinnanzi al “fantomatico” inutile consiglio disciplinare, ed infatti, incredibilmente non ha ricevuto alcuna sanzione disciplinare nonostante i gravi episodi di corruzione giornalistica che lo riguardavano. Successivamente Mascellaro pur lavorando al gruppo consiliare del Pd alla Regione Puglia, è rimasto alle dipendenze della cooperativa Sparta che edita il quotidiano tarantino (ora diretto da Enzo Ferrari) violando anche in questo caso il Codice deontologico dell’Ordine dei Giornalisti. Una vicenda questa di cui si occuperanno a breve la Procura di Bari e la Direzione Generale Affari Civili del Ministero di Giustizia. Avrà Emiliano il coraggio di parlare di “legalità” dei suoi assessori, dinnanzi al Csm? Siamo proprio curiosi….

La legalità “double face” di Michele Emiliano e dei suoi “compagni di merende”…, scrive il 5 agosto 2017 "Il Corriere del Giorno". Le ultime parole famose di Emiliano: “In due anni da presidente della Regione ho cercato di applicare la stessa correttezza che ho tenuto nelle mie funzioni giurisdizionali. Non ho mai avuto un avviso di garanzia, né io né i miei assessori”.“ Mazzarano, Giannini ed ora D’ Addario. Chi sarà il prossimo? Il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, magistrato attualmente sotto processo disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, prendendo in prestito un’affermazione usata da Roberto Giacchetti, vice presidente della Camera dei Deputati, rivolta a Roberto Speranza disse “Hai la faccia come il c….o“ diventata virale, quella faccia ha dimostrato di averla a pieno titolo quando il mese scorso dinnanzi alla Commissione Disciplinare del CSM  ha dichiarato : “In due anni da presidente della Regione ho cercato di applicare la stessa correttezza che ho tenuto nelle mie funzioni giurisdizionali. Non ho mai avuto un avviso di garanzia, né io né i miei assessori”. “Mai dichiarazione fu più intempestiva, infatti dopo solo 48 un suo assessore regionale Giovanni Giannini, è stato indagato per una vicenda di tangenti e regalie varie a fronte di delibere compiacenti, ha rassegnato le dimissioni. Ma Emiliano è un politico “double face”, cioè a doppia faccia. A Roma e davanti alle telecamere e taccuini della stampa nazionale si erge a rappresentante della legalità prestato alla politica, mentre a Bari sguazza ed annaspa nella illegalità compiacente, come dimostra la sua successiva nomina ad assessore a Michele Mazzarano, un politicante di paese (Massafra, in provincia di Taranto n.d.r.), esponente del Pd pugliese, coinvolto in due procedimenti penali dai quali si è salvato solo e soltanto grazie all’intervenuta prescrizione dei reati.

Gianpi Tarantini e le escort “baresi” care… a Silvio Berlusconi. Il faccendiere barese Gianpaolo Tarantini (cioè il “Gianpi” che procacciava le escort a Silvio Berlusconi) ha rivelato alla procura di Bari di aver elargito una “tangente” di 10 mila euro all’ex vice-segretario regionale pugliese del Pd, Michele Mazzarano che venne indagato dalla procura di Bari, in concorso con Tarantini, per illecito finanziamento pubblico ai partiti. Mazzarano con la sua sfacciataggine negò: “Se Tarantini avesse davvero reso le dichiarazioni che gli vengono attribuite, provvederò a sporgere querela nei suoi confronti”. Querela che non ci risulta essere stata presentata in quanto le indagini della procura barese accertarono la presenza di un assegno elargito da Tarantini, destinato proprio a Mazzarano, che a settembre 2014 venne rinviato a giudizio per “illecito finanziamento ai partiti” e “millantato credito”. Secondo l’accusa della procura barese, l’esponente politico pugliese aveva ricevuto da Tarantini 70 mila euro: 10mila per pagare il concerto di chiusura della campagna elettorale del Pd a Massafra per le elezioni politiche dell’aprile 2008; altri 60 mila, su indicazione di Tarantini, da un imprenditore che si aggiudicò un appalto ospedaliero da 600 mila euro al quale Mazzarano assicurò che si sarebbe interessato. Per questi due episodi, rivelati da Gianpi ai pm della procura di Bari nel 2009, il consigliere regionale Mazzarano e lo stesso Tarantini vennero rinviati a giudizio per essere processati nel dicembre 2014 dinanzi al tribunale di Bari: nel primo caso per finanziamento illecito ai partiti, nel secondo per millantato credito. Per un altro episodio di millantato credito il gup di Bari Sergio Di Paola, dispose il rinvio a giudizio di Mazzarano, trasmettendo gli atti per competenza territoriale alla procura di Taranto. Mazzarano per anni ha continuato a proclamarsi innocente e a difendersi. “Nella campagna elettorale delle politiche del 2008 – diceva il consigliere regionale del Pd pugliese – chiesi a Tarantini di finanziare un concerto di Eugenio Bennato, attraverso un assegno di 10.000 euro che girai direttamente al promoter di Bennato. Da quella manifestazione non avrei potuto trarre nessun vantaggio personale in quanto non ero candidato. L’ho fatto per il Pd”. Per quanto riguarda l’accusa di millantato credito, il politico massafrese sostenne che “le accuse di Tarantini sono totalmente false” e nel processo “si scioglieranno come neve al sole”. Di questo era convinto anche il presidente dei deputati del Pd (all’epoca dei fatti) Roberto Speranza, a cui Mazzarano faceva riferimento a livello nazionale, che dichiarò di essere “assolutamente fiducioso”. Come non difendere un suo “compagno” di corrente, che aveva preso dei soldi per la propaganda del Pd a guida Bersani? Ma Mazzarano ed i suoi “compagni” del Partito Democratico hanno potuto contare sui tempi lunghi della giustizia, in quanto i reati si sono tutti prescritti nel 2016. Lo “sfacciato” Mazzarano a suo tempo, quando venne rinviato a giudizio ebbe anche la sfacciataggine di dichiarare: “Dopo due anni di indagini e altrettanti di udienza preliminare, finalmente un giudice di merito potrà raccogliere la prove che confermeranno la mia correttezza e la mia totale innocenza. Rimane l’agonia mia e delle persone a me più care per questi lunghi cinque anni di vera e propria via crucis. Quando la giustizia agisce così, rovina la vita delle persone oneste”. Resta da chiedere a Mazzarano qualcosa a cui siamo sicuri non risponderà mai: come mai non ha rinunciato alla prescrizione, consentendo ad un giudice di merito, come lui stesso auspicava di “raccogliere la prove che confermeranno la mia correttezza e la mia totale innocenza”? Sapete cosa ha fatto recentemente Michele Emiliano? Ha nominato Michele Mazzarano assessore regionale !!! Un premio forse per aver preso dei soldi per il Partito Democratico? Un riconoscimento per aver aderito alla sua corrente Fronte Democratico, invece di seguire Speranza, Bersani e D’ Alema nella scissione in Mdo? O forse un premio-riconoscimento a Mazzarano per aver assunto, nel suo precedente incarico di capogruppo in consiglio regionale per il Partito Democratico (usando soldi pubblici del Consiglio regionale della Puglia) il segretario-autista-ombra di Emiliano, Gianni Paulicelli, ed un, tale Michele Mascellaro notoriamente amico del fratello di Emiliano?  Mascellaro,  accanto nella foto con Emiliano,   è l’ex direttore del quotidiano Taranto Buona Sera, che finì coinvolto nelle intercettazioni della magistratura tarantina, al telefono con  Girolamo Archinà, il responsabile delle pubbliche relazioni a Taranto del Gruppo ILVA ( all’epoca dei fatti di proprietà della  famiglia Riva) , nei cui confronti incredibilmente ad oggi il Consiglio di Disciplina dell’ Ordine dei Giornalisti di Puglia non ha ancora adottato alcun provvedimento, al contrario di altri giornalisti che avevano analoghe o ben più lievi responsabilità. Ed attualmente risulta ancora nel libro paga del quotidiano tarantino edito dalla Cooperativa Sparta, nello stesso tempo in cui è anche a libro paga del Pd pugliese, dopo aver lavorato anche per Forza Italia a Taranto! Un comportamento poco deontologico sul quale l’Ordine dei Giornalisti e l’Assostampa di Puglia tacciono e fingono di nulla. Sarà forse perchè a settembre ci sono le elezioni per il rinnovo del Consiglio, ed allora ogni voto è utile…? Emiliano ha dimenticato qualcosa…come ad esempio l’intervento della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, che dopo le indagini svolte dai Carabinieri di bari, ha mandato a giudizio e richiesto cinque condanne a pene comprese fra i 20 anni e i 12 anni e 8 mesi di reclusione per altrettanti imputati accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, voto di scambio e coercizione elettorale. I fatti contestati si riferiscono alla primavera 2015 e riguardano le elezioni regionali. Quattro dei cinque imputati, tutti pregiudicati baresi ritenuti affiliati al clan Di Cosola, avrebbero fermato gli elettori per strada invitandoli, con minacce e intimidazioni, a votare per Natale Mariella (nella foto accanto con Emiliano), poi non eletto, che era candidato alle ultime regionali nella lista dei Popolarì a sostegno di Michele Emiliano presidente. Mariella è indagato in un separato procedimento insieme con altre cinque persone. Stando alle indagini della magistratura barese gli imputati dicevano agli elettori che avrebbero verificato il voto, impedendo così «il libero esercizio del diritto di voto – recita l’imputazione – ed alterando il risultato delle votazioni per la nomina dei rappresentanti del Consiglio regionale della Puglia per l’anno 2015». E lo avrebbero fatto avvalendosi della forza intimidatrice del clan Di Cosola, “oltre che della capacità di controllo del territorio e della possibilità di contare sull’omertà delle vittime e dell’ambiente in genere”.

Ma la verità ha sempre due facce. Quella reale, e quella che si vuole spacciare. Ed Emiliano in questo è un “pusher” di caratura nazionale. Ma il governatore “levantino” finge di dimenticare la contestazione ricevuta in Consiglio regionale a Bari, dalle opposizioni ma anche all’interno della sua stessa maggioranza (Sinistra Italiana ex-Sel), e cioè quella di aver moltiplicato i posti nella società regionale istituendo i consigli di amministrazione invece che un normale amministratore unico,  coinvolgendo personaggi privi di alcuna esperienza e competenza specifica , e spesso provenienti dal centrodestra, area da cui Michele Emiliano non disdegna consensi dei soliti voltagabbana. Emiliano parlando con i giornalisti pugliesi si autoproclamava garante delle sue scelte dicendo: “Di questi che ho nominato, il primo che sgarra gli stacco la testa e ci gioco a pallone”. Anche in questo sono passate alcune ore dopo la sua nomina alla presidenza di InnovaPuglia, l’agenzia regionale alla cui guida era stato appena nominato dal governatore Michele Emiliano, ed il professor Fabrizio D’Addario è stato indagato dalla procura di Bari per truffa e peculato, in un’indagine sulla sua gestione all’Amgas srl. Per questo motivo, nella tarda serata di ieri, D’Addario ha presentato le sue dimissioni, accolte immediatamente dal presidente della Regione. Fabrizio D’Addario aveva ricoperto per quattro anni la carica di direttore generale della municipalizzata barese che si occupa della distribuzione del gas. Nel 2016 il sostituto procuratore della repubblica di Bari Marco d’Agostino, ha avviato un’indagine conoscitiva sulla base di alcuni esposti, delegando per le indagini il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza. Fabrizio D’Addario era stato candidato alle regionali nel collegio di Bari, guarda caso…proprio in una delle liste civiche a supporto delle liste di Emiliano. Scopo dell’indagine era quello di verificare ed approfondire eventuali promesse “elettorali” formulate dal direttore generale D’Addario ad alcuni dipendenti della municipalizzata prima delle elezioni. Nel corso degli approfondimenti tecnici svolti, gli investigatori delle Fiamme Gialle hanno scoperto altri problemi ed anomalie, che successivamente erano state segnalate anche da alcuni componenti della società. Il professore D’Addario, secondo l’ipotesi investigativa, non svolgeva quello che avrebbe dovuto fare come direttore generale dell’azienda municipalizzata, pensando essenzialmente ad esercitare il ruolo di “politico”, al quale dedicava la maggior parte del suo tempo pur percependo un compenso di oltre 100mila euro disponendo anche di beni aziendali, secondo quanto sarebbe emerso nel corso delle indagini, e dalle risultanze conseguenti alle analisi tecniche. I finanzieri del nucleo di polizia tributaria di Bari, adesso stanno effettuando tutti gli accertamenti del caso su alcuni appalti dell’azienda, ma questa volta la delega d’indagine è stata disposta dalla Corte dei Conti, proprio sulle consulenze assegnate dalle municipalizzate Amgas ed Amtab controllate al 100% dal Comune di Bari. D’Addario peraltro ha un passato nel centrodestra, per il quale  è stato consigliere comunale e nel 2010 si era candidato alle elezioni regionali  in una lista che appoggiava la candidatura alla presidenza della Regione Puglia di Rocco Palese, dopo non essere stato confermato nell’incarico manageriale della municipalizzata barese, e dopo essere stato candidato per il centrosinistra alle regionali del 2015 ottenendo 5.500 voti (risultando primo dei non eletti nella lista la Puglia con Emiliano) è stato “premiato” e scelto dal governatore Emiliano alla presidenza di InnovaPuglia, la società per la programmazione strategica dell’innovazione che gestisce centinaia di milioni di euro provenienti dai Fondi Strutturali Europei , nonostante avesse ricevuto l’avviso di proroga delle indagini nella scorsa primavera.

Nella serata di ieri il collega Giuliano Foschini del quotidiano La Repubblica, ha contattato il presidente Michele Emiliano per sapere se ne fosse già a conoscenza delle indagini in corso su D’Addario, visto che il professore aveva ricevuto ben prima della nomina l’avviso di proroga delle indagini. “Non ne sappiamo assolutamente nulla” è stata la risposta “per noi, non avere indagini penali a carico è un prerequisito per le nomine e c’era stato assicurato che non ce ne fossero”. Dopo aver fatto alcune verifiche, e dopo aver contattato direttamente D’Addario, che ha confermato l’esistenza dell’indagine, Emiliano ha accolto le dimissioni (richieste), a pochi giorni dalla sua nomina, del presidente di InnovaPuglia.  “Benvenuti nella pappatoia di Emiliano— hanno dichiarato Nino Marmo e Domenico Damascelli, di Forza Italia, al Corriere del Mezzogiorno — ricca di politicanti e arrivisti in cerca di poltrone, pronti ad abbandonare anche le proprie radici per questo, ringraziando un presidente di Regione che fa nomine utili solo al suo consenso senza pensare per un attimo a selezionare il meglio. La pattuglia dei nominati è un’accozzaglia degna dell’armata Brancaleone”. Secondo Andrea Caroppo (Forza Italia): “Emiliano sta pagando cambiali elettorali: aveva preso impegni e li sta onorando. A modo suo”. A questo punto Emiliano di “teste da staccare con cui giocare a pallone” ne ha più di una. Ma innanzitutto dovrebbe auto-staccare per primo la sua. Queste nomine imbarazzanti le ha fatte lui!

Il Csm processa Michele Emiliano: "E' iscritto al Pd nonostante sia ancora un magistrato". Il governatore pugliese, probabile sfidante di Renzi alla guida del partito, ha violato la norma che vieta alle toghe di fare vita attiva nelle formazioni partitiche. Il processo è fissato per il 6 febbraio, scrive il 23 gennaio 2017 "La Repubblica". E' pronto a candidarsi alla guida del Pd come alternativa a Matteo Renzi. Ma ora proprio la militanza in quel partito, nel quale ricopre da una decina d'anni cariche dirigenziali, rischia di costare cara al governatore pugliese Michele Emiliano. Perché, nonostante si sia affacciato alla politica nel 2004, con la prima elezione a sindaco di Bari, è ancora a tutti gli effetti un magistrato. E chi indossa la toga, anche se come lui è in aspettativa o fuori ruolo, non può essere iscritto né fare vita partitica attiva, almeno secondo la Procura generale della Cassazione. Che ha chiesto e ottenuto per lui un processo disciplinare. Il giudizio si celebrerà a breve, il 6 febbraio prossimo davanti alla sezione Disciplinare del Csm, il Consiglio superiore della magistratura, e a difendere il probabile competitor di Renzi sarà - come avviene solitamente in questi casi - un collega magistrato (in un primo momento era circolato il nome dell'avvocato e costituzionalista Aldo Loiodice). Lui però sembra non avere timori: "Non temo una condanna", aveva detto intervistato da La7. "L'accusa non regge" perché fondata sull'idea sbagliata che ci siano due categorie di politici": i magistrati che devono far politica "da soli e gli altri che possono farla nei partiti". Il governatore affida a una nota la propria replica: "Sono l'unico magistrato nella storia della Repubblica italiana eletto democraticamente dal popolo come presidente della Regione al quale la Procura generale della Cassazione contesta l'iscrizione a un partito politico, nonostante non svolga le funzioni di magistrato da 13 anni causa l'espletamento di mandato elettorale". E ancora: "In questi 13 anni ho sempre fatto politica all'interno di formazioni politiche assimilabili a partiti politici, prima liste civiche e poi nel Pd a partire dal 2007. L'ho fatto fin dall'inizio richiedendo l'aspettativa, anche se la legge non mi obbligava a farlo. L'aspettativa serviva a far cessare l'esercizio delle funzioni ed a rispettare il divieto di iscrizione ai partiti per i magistrati. Ho avuto per questo un blocco di carriera che avrei evitato se avessi scelto di rimanere in servizio come la legge mi consentiva". La Procura generale della Cassazione sembra invece non avere dubbi. Nell'atto di incolpazione ricorda che Emiliano durante i mandati prima di sindaco di Bari (dal 2004 al 2014), poi di assessore al Comune di San Severo e ancora oltre di presidente della Regione Puglia (dal giugno 2015a oggi) ha ricoperto contemporaneamente gli incarichi di segretario e presidente del Pd della Puglia. Cariche dirigenziali che "presuppongono per statuto l'iscrizione al partito politico di riferimento". Proprio "iscrivendosi a un partito e svolgendovi attività partecipativa e direttiva in forma sistematica e continuativa", Emiliano "ha violato" la disposizione del decreto legislativo 109 del 2006, che prevede come illecito disciplinare questi comportamenti. Norma che a propria a volta dà attuazione a una prescrizione della Costituzione, "posta a garanzia - rimarca ancora la Procura generale della Cassazione - dell'esercizio indipendente e imparziale della funzione giudiziaria" e che vale anche per i magistrati "collocati fuori del ruolo organico". "Secondo la teoria accusatoria - ribatte ancora Emiliano - esisterebbero dunque due tipi di politici in Italia. Quelli che una volta eletti dal popolo hanno il diritto di costruire la politica nazionale dentro i partiti, ai sensi dell'articolo 49 della Costituzione, e quelli che possono essere eletti, ma devono rimanere da soli, senza la possibilità di fare politica in partiti o gruppi parlamentari di partito". "Tra questi ultimi - prosegue - ci sono solo i magistrati. Che dovrebbero dunque farsi eleggere senza candidarsi in liste di partito o iscriversi a gruppi parlamentari. Che differenza vi sarebbe tra una tessera di partito e la candidatura in un partito o l'iscrizione a un gruppo parlamentare?". E conclude: "Non temo dunque il giudizio del Csm, al quale mi rimetto con fiducia".

Il Csm processa Emiliano, ancora magistrato: giudizio disciplinare il 6 febbraio per il governatore pugliese. Il governatore pugliese, autocandidatosi a sfidare Matteo Renzi alla guida del partito, secondo la Procura Generale della Suprema Corte di Cassazione ha violato la norma che vieta alle toghe di fare vita attiva nelle formazioni partitiche, scrive “Il Corriere del Giorno” il 24 gennaio 2017. E’ iscritto al Partito Democratico, partecipa alla vita di quel partito in “forma sistematica e continuativa”; ma, comportandosi in questo modo, visto che è ancora un magistrato, ha compiuto un illecito disciplinare, perchè ha violato la norma che vieta alle toghe di fare vita attiva nelle formazioni partitiche. E’ questa l’accusa da cui dovrà difendersi il presidente della Regione Puglia, auto-candidato sfidante di Matteo Renzi a giorni alterni   alla guida del Pd, Michele Emiliano davanti alla Sezione disciplinare del Csm. Il processo, di cui lo stesso governatore ha parlato in una recentissima intervista, è stato fissato per il 6 febbraio prossimo. Nell’atto di accusa che lo ha mandato a giudizio si evidenzia che Emiliano durante i mandati prima di sindaco di Bari (dal 2004 al 2014), poi di presidente della Regione Puglia (dal giugno 2015 a ad oggi) ha ricoperto contemporaneamente gli incarichi di segretario (dall’ottobre 2007 all’ottobre 2009 e poi dal 2014 ad oggi) e di presidente (dal novembre 2009 al gennaio 2014) del Pd in Puglia. Michele Emiliano nonostante si sia affacciato alla politica nel 2004, con la prima elezione a sindaco di Bari, è ancora a tutti gli effetti un magistrato.   E chi indossa la toga, anche se come lui è in aspettativa o fuori ruolo, non può essere iscritto né fare vita di partito attiva, almeno secondo quanto ha sostenuto la Procura generale della Cassazione, che ha richiesto ed ottenuto per lui un processo disciplinare dinnanzi al Consiglio Superiore della Magistratura. Il processo disciplinare si svolgerà fra due settimane, esattamente il 6 febbraio prossimo dinnanzi alla sezione Disciplinare del Csm, il Consiglio superiore della magistratura, e a difendere il probabile avversario di Renzi alla segreteria nazionale del Pd sarà – come accade quasi sempre in questi casi – un suo collega magistrato. In un primo momento era circolato il nome dell’avvocato e costituzionalista Aldo Loiodice. Emiliano però sembra non avere timori, ed intervistato appena 48ore fa da Giovanni Minoli a La7 ha dichiarato: “Non temo una condanna, l’accusa non regge” perché fondata sull’idea sbagliata che ci siano due categorie di politici”: i magistrati che devono far politica “da soli e gli altri che possono farla nei partiti”. Il governatore ha affidato la propria replica ad una nota scritta recapitata esclusivamente alle agenzie ed ai giornali “amici” (fra i quali evidentemente non compare il Corriere del Giorno che Emiliano ha “bloccato” persino sulla sua pagina ufficiale Facebook ) evitando così le nostre puntuali domande scomode : “Sono l’unico magistrato nella storia della Repubblica italiana eletto democraticamente dal popolo come presidente della Regione al quale la Procura generale della Cassazione contesta l’iscrizione a un partito politico, nonostante non svolga le funzioni di magistrato da 13 anni causa l’espletamento di mandato elettorale” aggiungendo “In questi 13 anni ho sempre fatto politica all’interno di formazioni politiche assimilabili a partiti politici, prima liste civiche e poi nel Pd a partire dal 2007. L’ho fatto fin dall’inizio richiedendo l’aspettativa, anche se la legge non mi obbligava a farlo. L’aspettativa serviva a far cessare l’esercizio delle funzioni ed a rispettare il divieto di iscrizione ai partiti per i magistrati. Ho avuto per questo un blocco di carriera che avrei evitato se avessi scelto di rimanere in servizio come la legge mi consentiva”. La Procura generale della Cassazione invece sembra non avere alcun dubbio. Infatti nell’atto di incolpazione ricorda che Emiliano durante i mandati politici prima di sindaco di Bari (dal 2004 al 2014), poi di assessore al Comune di San Severo ed ancora oltre di presidente della Regione Puglia (dal giugno 2015a oggi) ha ricoperto contemporaneamente gli incarichi di segretario e presidente del Partito Democratico della Puglia. Cariche politiche dirigenziali che “presuppongono per statuto l’iscrizione al partito politico di riferimento”. Pertanto, secondo la Procura, Emiliano ha violato la disposizione del decreto legislativo 109 del 2006, che prevede come illecito disciplinare questi comportamenti “iscrivendosi a un partito e svolgendovi attività partecipativa e direttiva in forma sistematica e continuativa, norma che a propria a volta dà attuazione a una prescrizione della Costituzione, posta a garanzia – rimarca ancora la Procura generale della Cassazione – dell’esercizio indipendente e imparziale della funzione giudiziaria e che vale anche per i magistrati collocati fuori del ruolo organico”. Emiliano nella sua nota arrogante presunzione ribatte: “Secondo la teoria accusatoria esisterebbero dunque due tipi di politici in Italia. Quelli che una volta eletti dal popolo hanno il diritto di costruire la politica nazionale dentro i partiti, ai sensi dell’articolo 49 della Costituzione, e quelli che possono essere eletti, ma devono rimanere da soli, senza la possibilità di fare politica in partiti o gruppi parlamentari di partito”. “Tra questi ultimi – continua nella sua rabbiosa contestazione – ci sono solo i magistrati. Che dovrebbero dunque farsi eleggere senza candidarsi in liste di partito o iscriversi a gruppi parlamentari. Che differenza vi sarebbe tra una tessera di partito e la candidatura in un partito o l’iscrizione a un gruppo parlamentare?” e conclude la sua arringa mediatica difensiva: “Non temo dunque il giudizio del Csm, al quale mi rimetto con fiducia”. Questo giornale, nella persona del suo direttore Antonello de Gennaro, in occasione della conferenza stampa di presentazione delle Liste per Emiliano a Taranto in occasione delle regionali del 2015, fu l’unico organo d’informazione in Puglia a ricordare ad Emiliano le contestazioni della Procura generale della Cassazione per le quali sarà chiamato a rispondere davanti al Csm. Emiliano cercò di sviare le domande venendo incalzato dal nostro Direttore, senza mai dare una risposta seria e corretta, limitandosi a dire “Ma a lei ha dormito bene la scorsa notte? Si è svegliato storto questa mattina?”. Ma questa volta saremo noi il prossimo 6 febbraio al Csm a rivolgere le stessa domande ad Emiliano a Palazzo dei Marescialli.  Chissà se quella mattina Emiliano avrà ancora la voglia di prenderci in giro. Il tempo è galantuomo. Ed ancora una volta possiamo dire con orgoglio, “giornalisticamente” parlando che avevamo ragione noi. Insieme alla Procura Generale della Cassazione. Gli altri giornali e televisioni pugliesi che tacevano…ora parlano perchè obbligati di fatto a dare la notizia. Per loro questo è giornalismo….

Michele Emiliano: “smemorato” di professione o “furbetto del quartierino”? Ascoltare oggi Emiliano che cerca di dare “lezioni” a Renzi su come “scegliere le persone con cui interloquire” è veramente ridicolo: Ecco perchè: tutto documentato. Nello stile giornalistico del CORRIERE DEL GIORNO, scrive Antonello de Gennaro il 22 gennaio 2017. Il governatore pugliese Michele Emiliano si è fatto ospitare ieri sera nel programma ‘Faccia a faccia‘ di Giovanni Minoli su La 7 cercando il palcoscenico mediatico annunciando ancora una volta una sua ipotetica candidatura alla segreteria del Pd affermando “Se qualcuno si prende la briga di aprire il Congresso è possibile che mi candidi. Di certo non starò a guardare”. Perchè parlare solo di ipotesi? Semplice.  Perchè Emiliano anche questa volta dimostra di non conoscere lo statuto del Partito Democratico, dove un congresso non si può convocare solo perchè lo vuole la minoranza o qualcuno come lui che è minoranza all’interno di quella stessa minoranza congressuale.  Il “furbetto di Bari” ha aggiunto che caso di vittoria terminerebbe il suo mandato da presidente, confermando il suo attaccamento alla poltrona, che lo ha sempre contraddistinto. Ma Emiliano ha dimenticato qualcosa…e cioè che prima di Lui c’è Roberto Speranza, l’ex capogruppo della Camera dei Deputati, braccio destro di Pierluigi Bersani, ed il governatore della Regione Toscana Rossi che ha un seguito nel Pd sicuramente di molto superiore a quello del governatore pugliese che probabilmente ha capito che alle prossime regionali gli elettori lo spediranno a casa. Emiliano dice di essere pronto a sfidare Renzi: “Potrei candidarmi”, ma il presidente della Regione Puglia anche in questo dimentica…che soltanto la scorsa settimana dopo aver aveva annunciato ai suoi l’intenzione di candidarsi alla segreteria del partito, lui stesso aveva smentito seccamente una possibile sua auto-candidatura dichiarando: “Cosa ho imparato da segretario regionale? Che da solo non si va da nessuno parte, mi auguro che questo sia compreso da tutto il Pd”. Emiliano chiaramente non si è fatto mancare le solite punzecchiate contro l’ex premier Matteo Renzi   aggiungendo: “Renzi al Sud non arriva, è troppo complicato per lui. E’ abituato in Toscana dove se uno si candida con il Pd viene eletto. Non capisce il Sud perché in Toscana e Emilia il Pd vive naturalmente la sua dimensione. Nel Sud doveva scegliere le persone con cui interloquire. Scegliere delle persone per bene”. Michele lo smemorato. Emiliano dimentica quante ne ha combinate mentre era segretario regionale del Pd. Allora gliele ricordiamo noi. partiamo dal famoso “Patto del Nazareno” stipulato a livello nazionale da Forza Italia (Berlusconi) e Partito Democratico (Renzi) dinnanzi al quale nessuno ricorda una sola parola di critica dell’ex-magistrato, probabilmente perchè in quel periodo (siamo nel 2014)  era sotto procedimento disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura che aveva aperto un procedimento contro di lui che, infischiandosene delle norme che regolamentano l’attività ed il ruolo di magistrato da circa 10 anni faceva politica, violando le normative che impediscono le due attività parallele.. Emiliano era diventato segretario regionale del Pd pugliese dal febbraio 2014 ed in questo ruolo svolgeva con carattere di continuità attività politica. Una condotta che per norma sarebbe incompatibile con il suo ruolo di magistrato. Ai magistrati infatti non è consentita l’iscrizione ai partiti politici. E le limitazioni valgono anche per gli ex-magistrati come Michele Emiliano, che per fortuna   ormai sono fuori ruolo della giustizia. Ma Emiliano alle porte della sua candidatura alle primarie del Pd per candidarsi alla carica di Governatore della Regione Puglia, minacciò ferro e fuoco nei confronti del vertice del Pd di Taranto che avevano replicato il “Patto del Nazareno” alleandosi a Forza Italia e vincendo insieme le elezioni della Provincia di Taranto. L’ex-segretario regionale del PD annunciò (a chiacchiere) inutilmente dei fantomatici provvedimenti disciplinari contro gli esponenti tarantini che erano entrati nella giunta delle larghe intese. Chiaramente non accadde mai nulla anche perchè già in quell’occasione Emiliano dimostrò di non conoscere lo statuto del Pd che consente alle segreterie provinciali la totale autonomia, dovendo loro rispondere alla segreteria nazionale, a non quella regionale. Ebbene anche quest’ anno si è ripetuta l’alleanza, alla Provincia di Brindisi, ma questa volta Emiliano si è ben guardato dal proferire parola, forse perchè stava leccandosi ancora le ferite della sconfitta elettorale del suo candidato indicato e sostenuto alla guida del Comune di Brindisi, uscito sconfitto da una lista civica sostenuta dall’ area di centro. Candidato sbagliato? No, perchè Nando Marino è una persona per bene ed un imprenditore capace e noto per le sue qualità, ma il Pd locale non lo ha voluto e sostenuto sino in fondo, solo perche non voleva farsi mettere i mettere i piedi in testa dalla nota arroganza di Emiliano, punendolo e dirottando al ballottaggio la bellezza del 12% dei voti sull’altro candidato. Risultato: il Pd a Brindisi ha perso le elezioni per il sindaco, ma il Partito Democratico sicuramente ha manifestato e dimostrato la propria dignità ed indipendenza dall’arrogante “baricentrismo” galoppante del governatore regionale. Sentire oggi Emiliano accusare Renzi” Nel Sud doveva scegliere le persone con cui interloquire” fa a dir poco ridere. Soprattutto quando pur di vincere le primarie ed essere eletto alla guida della Regione Puglia, Emiliano ha fatto patti con il diavolo, candidando nelle sue liste per le regionali ex fascisti, indagati e berlusconiani, promettendo posti ed incarichi a chiunque gli potesse portare qualche voto.  Il web dovrebbe aiutare a ricordare qualcosa, che venne raccontato dai colleghi dell’Huffington Post: “Il caso più eclatante è quello di Eupreprio Curto, candidato nella lista dei Popolari, uno che da giovane aveva la Fiamma nel cuore, e dunque la tessera del Movimento Sociale. Poi, da adulto, Alleanza Nazionale nelle cui fila arrivò a Palazzo Madama. Quando Curto venne beccato per aver fatto assumere 22 tra amici e parenti in un concorso pubblico a Francavilla Fontana, la sua città, lui si difese dicendo che i suoi parenti erano “meno del dieci per cento”. Un’altra volta, sollecitato in tv da un finto faccendiere, si mise a disquisire serenamente di tangenti. Ora sostiene Emiliano. Nelle liste di Emiliano “A Foggia c’è Pippo Liscio, anche lui ex Msi e ex An, così come Antonio Martucci che invece è candidato a Taranto. Mentre a Lecce è candidato Paolo Pellegrino, che viene dalla destra, ma stava con Fini in Futuro e Libertà, di cui era coordinatore”. Sempre a proposito delle persone scelte da Emiliano l’Huffington Post scriveva che “a portare pesanti interessi ecco la carica dei “riciclati” di Forza Italia. Il coordinatore delle liste civiche di Emiliano, nella Provincia Bat (Barletta-Andria-Trani) è Francesco Spina, che fino a qualche tempo fa era con Forza Italia e ora è iscritto all’Udc. E fin qui sembra il classico “riciclo”. Ma Spina non è uno qualunque. Mentre coordina le civiche a sostegno di Emiliano è sindaco di Bisceglie in carica (con una coalizione di centro destra) e presidente della Provincia Bat, sempre col centrodestra. E già così è più ardita. Ma poiché Spina è un vero campione del trasformismo, va oltre. E oltre a sostenere Emiliano (mentre governa col centrodestra), nella stessa tornata elettorale a Trani e Andria, dove si vota per le comunali, sostiene i candidati del centrodestra. Per Emiliano è tutto normale. Anzi, è tutto nobile, tutta una questione di alti valori e princìpi”. Al comune di Molfetta il sindaco Paola Natalicchio, una di sinistra, che continua l’Huffington Post “non ha capito come funziona ormai, si è infuriata, anche pubblicamente, con Emiliano quando ha visto candidato a suo sostegno Saverio Tammarco, che a Molfetta faceva il capogruppo di Forza Italia, all’opposizione (prima sempre Tammarco era stato consigliere provinciale del Pdl in provincia di Bari). Altro pezzo pesante del centrodestra passato con Emiliano è Fabrizio D’Addario. Consigliere comunale a Bari nel 2009 nella lista di Simeone di Cagno Abbrescia, nel 2010 si candida nella lista “I Pugliesi” con Rocco Palese. La folgorazione sulla via di Emiliano (e del centrosinistra) avviene quando – ancora consigliere comunale di centrodestra –D’Addario diventa direttore generale di una municipalizzata del comune di Bari che gestisce la rete gas, l’Amgas. È una folgorazione analoga a quella che ha colpito tal Giacomo Oliveri, che nel 2005 era consigliere regionale di Forza Italia e oggi è il leader dei Moderati, per cui – anche non essendo candidato – va in tv, concede interviste, partecipa ai tavoli delle candidature. La folgorazione è legata alla nomina di presidente della Multiservizi, la municipalizzata di Bari, nomina avvenuta ad opera di Michele Emiliano. Emiliano ha accusato Renzi, sostenendo che “Nel Sud doveva scegliere le persone con cui interloquire”. Ma lui, il Michelone “barese” quello che annaspava nel pesce custodito nella sua vasca da bagno, dono di suoi amici con qualche problemino…penale cosa ha fatto di sinistra alle regionali del 2015? ce lo racconta sempre l’Huffington Post: “È lungo l’elenco degli azzurri a sostegno di Emiliano. Tra i nomi più importanti quello di Tina Fiorentino, ex assessore col centrodestra ora candidata nella lista civica “La Puglia con Emiliano”. E soprattutto Anita Maurodinoia, la casalinga di Triggiano diventata miss preferenze al Comune di Bari lo scorso anno grazie al sostegno di Schittulli, oggi competitor di Emiliano. Raccontano nel Pd locale: “Schittulli la considerava una pupilla, ha litigato col mondo per farla eleggere alla città metropolitano. Ora è passata al nemico del suo padre politico. E noi abbiamo gli estranei in casa”. Ci sono anche quelli che vennero candidati nella lista “Puglia prima di tutto”, di Tato Greco, che divenne famosa per aver candidato nelle proprie liste Patrizia D’Addario, la escort dei primi scandali sessuali di Silvio Berlusconi. Come Natalino Mariella, che ha trovato ospitalità nella lista i Popolari (per Emiliano). A Foggia per Emiliano corre Luigi Damone, figlio dell’ex consigliere regionale Cecchino Damone che della Puglia prima di tutto era capogruppo”. Lo schema Emiliano prevedeva che i “riciclati” vanno a ingrossare le liste civiche per mietere messe di voti mentre gli indagati sono nel Partito democratico, che sarà il più penalizzato. Ecco che nelle liste del Pd si trovavano candidati l’ex deputato leccese del Pds Ernesto Abaterusso, chiamato a candidarsi da Emiliano al posto del figlio Gabriele Abaterusso, condannato a due anni per bancarotta. Indagato in due procedimenti penali anche il consigliere uscente Michele Mazzarano (finanziamento illecito ai partiti da cui è salvato con la prescrizione, e per millantato credito e tangenti) . Secondo il gup della Procura di Bari, Sergio Di Paola, che nel settembre 2014 ne ha disposto il rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta su Gian Paolo Tarantini per finanziamento illecito ai partiti, l’esponente politico massafrese avrebbe ricevuto 70 mila euro da Tarantini: diecimila per pagare il concerto di chiusura della campagna elettorale del Pd a Massafra per le elezioni politiche dell’aprile 2008 e altri 60 mila per il tramite di un imprenditore che, secondo l’accusa, si sarebbe aggiudicato un appalto da 600 mila euro alla Asl proprio per il tramite del politico. A mettere nei guai Mazzarano è stato lo stesso Tarantini. Il processo è cominciato a dicembre 2014, e quindi Mazzarano si è salvato solo grazie alla prescrizione. Risultato? Mazzarano eletto  capogruppo del Pd alla Regione Puglia, il quale appena insediatosi ha assunto nel gruppo (a spese del contribuente) lo “storico” segretario-ombra di Michele Emiliano, Gianni Paulicelli e come addetto stampa tale Michele Mascellaro, un giornalista finito nelle intercettazioni della Procura di Taranto (leggi QUI) , allorquando dirigeva un quotidiano tarantino  del pomeriggio  (di cui ancora oggi è alle dipendenze) si prestava ai giochi “sporchi ” e relative corrutele economiche del factotum dell’ Ilva Girolamo Archinà. Mascellaro dopo due anni dall’apertura del procedimento a suo carico continua a rifiutarsi di presentarsi dinnanzi al Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia adducendo di volta in volta certificati medici e giustificazioni prive di alcuna legittimità. Ma di tutto questo l’Ordine dei Giornalisti di Puglia ed il sindacato nazionale dei giornalisti, retto da un ex-collaboratore di Emiliano, tale Raffaele Lorusso non fiatano. Anzi ci vanno amabilmente a braccetto! Ma forse c’è un caso che dice tutto di Michele Emiliano e su come ha amministrato e gestisce la sua “fabbrica” del consenso prezzolato. Ad Altamura, provincia di Bari, Emiliano concesse a Luigi Lorusso, un candidato sindaco, di usare a sostegno la sua lista “Puglia con Emiliano”. Niente di strano, si dirà. Se non fosse che il suo avversario, Antonello Stigliano è del Partito democratico. Emiliano ed i suoi sostenitori hanno forse dimenticato il caso di Gianni Filomeno, della lista civica appoggiata dal Pd dove si sente una donna al telefono che, attraverso Facebook, recluta ragazzi “per sostenere il nostro candidato” e dice “portati la tessera elettorale, abbiamo bisogno del riscontro del tuo voto” e anche di quello “della famiglia” ???  Ha dimenticato quel Gianni (o Giovanni) Filomeno, suo candidato a Bari per la lista civica “La Puglia con Emiliano”, parlare davanti alla telecamera (nascosta): “Sono 30 euro. Ma non è voto di scambio, è un rimborso spese”. Attività questa scoperta e denunciata pubblicata dal Movimento 5 Stelle in campagna elettorale? Noi non lo abbiamo dimenticato. E cosa dire dei voti della malavita barese comprati in favore di Emiliano? Esponenti di un potente clan malavitoso barese avrebbero minacciato e costretto gli elettori a votare il candidato alle regionali pugliesi Natale Mariella, candidato nei Popolari per Emiliano Presidente, in cambio di 70mila euro in parte versati e in parte promessi da un referente di Mariella, tale Armando Giove.  Attenzione, cari lettori. Questa non è una diceria. E’ quanto accertato dai Carabinieri nel corso delle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari. Di fatto, secondo i pm Carmelo Rizzo e Federico Perrone Capano, il clan avrebbero pesantemente “condizionato” le elezioni regionali del 2015 che consentirono al Centrosinistra di portare l’ex-magistrato Michele Emiliano sulla poltrona che, in precedenza, era stata di Nichi Vendola. Per concludere. Emiliano dovrebbe ricordare quanto appurato dalla Commissione antimafia e alla fine l’organismo parlamentare presieduto da Rosy Bindi che divulgo i nomi degli “impresentabili” pugliesi . Ma chi c’era fra questi candidati pugliesi impresentabili che, in base al codice etico dei loro partiti o dei partiti al cui candidato sono collegati non avrebbero potuto presentare la loro candidatura? Il primo di loro era l’imprenditore Fabio Ladisa della lista «Popolari con Emiliano» che appoggiava il candidato del Pd ed ex sindaco di Bar, Michele Emiliano. La Commissione parlamentare precisò che “è stato rinviato a giudizio per furto aggravato, tentata estorsione (e altro), commessi nel 2011, con udienza fissata per il 3.12.2015″ . E Michele Emiliano, “preso atto della comunicazione della Commissione nazionale Antimafia“, fu costretto a chiedere pubblicamente  al coordinatore della lista Udc, Realtà Italia, Centro democratico di ritirare la candidatura di Ladisa. E cosa dire delle sue frequentazioni…. quando era Sindaco di bari con la famiglia di imprenditori baresi De Gennaro (che nulla hanno a che fare per mia fortuna con la mia famiglia !) coinvolti nell’inchiesta su alcuni appalti realizzati a Bari negli ultimi anni, che  portò agli arresti i domiciliari i fratelli Daniele e Gerardo De Gennaro (quest’ultimo consigliere regionale del Pd), due professionisti e tre dirigenti comunali e regionali e dalla quale emerse una notevole capacità di condizionamento della famiglia di imprenditori sull’amministrazione comunale retta all’epoca dei fatti da Emiliano, sindaco di Bari ?  Nel maggio 2015 vi è stato il patteggiamento delle cinque società del gruppo Degennaro di Bari coinvolte nel procedimento sui presunti appalti truccati per la realizzazione dei parcheggi interrati di piazza Giulio Cesare e piazza Cesare Battisti nel centro del capoluogo pugliese. La Dec Spa e altre quattro aziende del gruppo De Gennaro hanno definito quindi il procedimento in cui rispondevano di illeciti amministrativi con una sanzione pecuniaria di poco più di 100mila euro e la confisca di un profitto pari a 3,75 milioni di euro. Il processo per i De Gennaro “amici” e sodali di partito di Michele Emiliano è iniziato lo scorso 1 dicembre 2016. Alla luce di tutto questo, ascoltare oggi Emiliano che cerca di dare “lezioni” a  Renzi su come “scegliere le persone con cui interloquire“ è adir poco imbarazzante, o meglio  ridicolo. Come la stragrande maggioranza delle boutade politiche, del novello ambientalista last-minute, il quale adesso dopo Brindisi sta cercando di danneggiare il Pd anche a Taranto, stringendo alleanze oscure ed imbarazzanti con liste piene di esponenti della massoneria “ciellina”, “faccendieri” e “predoni” di denaro e cariche pubbliche, nel tentativo di portare sulla poltrona di sindaco un magistrato in pensione, candidatura auspicata e sostenuta dal vescovo di Taranto mons. Filippo Santoro. Una candidatura con molti scheletri nell’armadio e tante carte scottanti nei nostri archivi giornalistici, che non mancheremo di pubblicare al momento opportuno. Così come del governatore Emiliano in conclusione fanno molto ridere certi suoi messaggi pubblicati sulla sua pagina Facebook, salvo no accettare le critiche ed impedire bloccando i commenti contrari ai suoi post “fantozziani” . Ma è questo il significato di “democrazia” di Emiliano?  E’ questo il suo rispetto per la libertà di opinione ed il diritto di critica? O soltanto un arrogante brama di potere? Ma in definitiva cari lettori, cosa ci si può aspettare da uno come Michele Emiliano che proviene da una famiglia barese che come raccontano fonti baresi  più che attendibili ha origini ben poco democratiche….? Giovanni Minoli un esempio di buon giornalismo per tutti noi, questa volta mi ha deluso. Quante domande ha dimenticato di fare ad Emiliano. Eppure sarebbe bastato poco per documentarsi meglio. Gli anni passano…

Un po’ magistrati e un po’ politici, da Emiliano a Digeronimo, scrive Angelo Rossano su “Il Corriere del Mezzogiorno”. Si può essere un po’ magistrati e un po’ politici? Si può davvero rivendicare la propria toga, il lavoro svolto con quella toga sulle spalle e nello stesso momento, nella stessa intervista, pretendere che si accetti come normale che un magistrato si candidi dove ha esercitato le sue funzioni di inquirente? Evidentemente, si può: lo ha spiegato la dottoressa Desirée Digeronimo in un’intervista a Repubblica. Si può, ma non ci piace. Digeronimo è stata pm antimafia a Bari, indagò su Vendola e su Decaro, si candidò a sindaco contro Decaro e ora si candida a consigliera regionale nello stesso schieramento di Vendola. Le porte girevoli che portano dalla magistratura alla politica sono sempre in rapido movimento nel Paese. Lo straniamento che provoca nei cittadini questa danza dal passo doppio, da ruolo doppio, da immagine doppia è questione nazionale, ma questa vicenda trova in Puglia una delle sue espressioni più alte (o basse, dipende da qual è il punto di osservazione). Ma quale imputato potrà mai sentirsi tranquillo se le regole del gioco sono queste? In ogni cittadino, imprenditore, amministratore, politico, dinanzi all’indagine di un pm potrebbe sorgere un retropensiero, un sospetto, un dubbio: «Lo fa per far carriera politica». Dalla Procura di Bari sono transitati un sindaco (Michele Emiliano), un assessore regionale (Lorenzo Nicastro), uno scrittore poi senatore (Gianrico Carofiglio), una candidata sindaca e ora consigliera regionale (Digeronimo). E questo, solo negli ultimi anni. Nel frattempo nessuno fa più caso al fatto che da magistrato in aspettativa, Michele Emiliano non dovrebbe ricoprire incarichi politici eppure, incidentalmente, fa il segretario regionale del Pd.

Poi continua Marco Demarco per “Il Corriere della Sera”. Neanche il tempo di uscire dal consiglio comunale di Bari, e già Desirée Digeronimo si prepara a entrare in quello regionale, al seguito del suo amico e collega Michele Emiliano. Entrambi sono infatti magistrati. Prestati alla politica, certo. Ma pur sempre magistrati, e non perché rimasti fedeli alla toga e ai valori della cultura giuridica, ma più terra terra perché né l’uno né l’altro si è mai formalmente dimesso. E ciò pur essendo lui ex primo cittadino di Bari, attuale segretario regionale del Pd e candidato governatore benedetto da Renzi; e lei candidata sindaco per una lista civica: fu battuta dall’attuale sindaco del capoluogo Antonio Decaro, anche lui passato, indenne, per una sua indagine. In consiglio comunale, Digeronimo c’era finita proprio in quella occasione. Poi però il Tar ha stabilito che il seggio le era stato illegittimamente attribuito. «Per me Miss Italia finisce qua», commentò lei, leggera, su Facebook. Ma si sottovalutava. Negli insoliti panni di Enzo Mirigliani, storico patron del concorso in bikini, Emiliano l’ha subito rimessa in gara. E lo ha fatto, tra l’altro, proprio mentre si complimentava con Nichi Vendola per aver regalato alla Puglia dieci «meravigliosi» anni di governatorato: da un lato gli diceva questo, inducendolo alla commozione fino alle lacrime, e dall’altro lo infilzava inserendo in lista Digeronimo, che di Vendola, poi assolto, è stata la grande accusatrice: da pm gli attribuì il concorso in abuso d’ufficio per aver favorito un primario. Tutto questo sembra quasi un remake di un vecchio «guardie e ladri». Ma purtroppo non è un film. Un padre costituente diceva che quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra. A Bari politica e giustizia intasano porte, finestre e balconi.

Desirée Digeronimo: "Ho indagato Vendola, è il mio lavoro e oggi corro con Emiliano senza imbarazzi". Il pubblico ministero è candidata in una lista civica del Pd per le regionali in Puglia, scrive Lello Parise su “La Repubblica”. Desirée Digeronimo, pubblico ministero, candidata in una civica di Michele Emiliano (Pd) per le regionali in Puglia: "Mi ha promesso un grande rinnovamento. Come, per esempio, la politica fuori dalla sanità. E io lo seguo".

Quando era pm a Bari indagò sul conto di Nichi Vendola, accusato di avere favorito la nomina di un primario. Il governatore, però, fu assolto.

"Ho fatto il mio lavoro".

Vendola considera la sua discesa in campo, una "sgrammaticatura pesante ".

"Sono fatti suoi".

Ex accusatrice ed ex accusato, sulla stessa barca politica.

"Io non provo nessun imbarazzo".

Indagò anche sul conto di Antonio Decaro, sindaco dem. Pure lui assolto. È in difficoltà? "Assolutamente no. È una persona onesta, intellettualmente". Alla fine sale a bordo dell'arca di Noè allestita da Emiliano, in corsa per diventare presidente della Regione, tra ex aennini, ex berlusconiani, ex schittulliani...?

"Per alcune cose, potrebbe essere così".

Si dimetterà dalla magistratura?

"No, per un motivo molto semplice: non credo che io possa fare la professionista della politica".

È requirente a Roma: farà campagna elettorale e, insieme, indagini?

"Ho chiesto l'aspettativa: me la concederanno ".

E dopo?

"Io credo che sia una cosa giusta quella prevista nel testo di legge in discussione alla Camera secondo cui i magistrati destinati a rientrare in ruolo debbano essere ricollocati in settori diversi della pubblica amministrazione".

Al momento, nessun disagio?

"Per il voto clientelare che c'è ancora, sì. Il sistema va cambiato perché chi ti chiede il voto promettendoti un favore ha già calpestato un tuo diritto".

Nelle liste di Emiliano c’è di tutto un po’, una sorta di minestrone. Troviamo alcuni rappresentanti del vecchio partito comunista accanto all’ex senatore di An Euprepio Curto. Emiliano imbarca anche il collaboratore di D'Alema Mazzarano (coinvolto nel Tarantini gate) e la Digeronimo, il pm che ha indagato Vendola. Infime l’ex prefetto di Bari, Enunziante. Una miscellanea per pescare voti in una platea elettorale più vasta possibile, scrive Leonardo Ventura su “Il Tempo”.

Michele Emiliano: nelle liste per le regionali ex fascisti, indagati e berlusconiani. Ecco il Partito della Nazione in Puglia, scrive Alessandro De Angelis su L’Huffingtonpost.it. Da Vincenzo De Luca a Michele Emiliano. Cambiando l’ordine degli aspiranti governatori, il Partito della Nazione non cambia. Sussurrano nel Pd pugliese i vecchi “compagni”: “Emiliano è perfetto come futuro sfidante di Renzi, perché ha stessa concezione del potere”. Il perché è questo: “Emiliano ha già vinto: la destra è divisa, non ha rivali. E lui che fa? Mette su due liste civiche "Emiliano presidente" e "Emiliano sindaco di Puglia". Così i voti alla lista del Pd diminuiscono e quando fa la giunta decide come vuole. E nelle sue liste imbarca di tutto”. A partire dai “fascisti”. Il caso più eclatante è quello di Eupreprio Curto, candidato nella lista dei Popolari, uno che da giovane aveva la Fiamma nel cuore, e dunque la tessera del Movimento sociale. Poi, da adulto, Alleanza Nazionale nelle cui fila arrivò a Palazzo Madama. Quando Curto venne beccato per aver fatto assumere 22 tra amici e parenti in un concorso pubblico a Francavilla Fontana, la sua città, lui si difese dicendo che i suoi parenti erano “meno del dieci per cento”. Un’altra volta, sollecitato in tv da un finto faccendiere, si mise a disquisire serenamente di tangenti. Ora sostiene Emiliano. Non è l’unico, tra i “camerati” degli Anni Settanta. A Foggia c’è Pippo Liscio, anche lui ex Msi e ex An, così come Antonio Martucci che invece è candidato a Taranto. Mentre a Lecce è candidato Paolo Pellegrino, che viene dalla destra, ma stava con Fini in Futuro e Libertà, di cui era coordinatore. I vecchi comunisti del Pd pugliese inorridiscono: “A vincere – dicono - con questo sistema vinci, ma poi quando governi non cambi nulla. Quelli oltre a essere impresentabili, una volta eletti, risponderanno agli interessi che tutelavano prima”. E a portare pesanti interessi ecco la carica dei “riciclati” di Forza Italia. Il coordinatore delle liste civiche di Emiliano, nella Provincia Bat (Barletta-Andria-Trani) è Francesco Spina, che fino a qualche tempo fa era con Forza Italia e ora è iscritto all’Udc. E fin qui sembra il classico “riciclo”. Ma Spina non è uno qualunque. Mentre coordina le civiche a sostegno di Emiliano è sindaco di Bisceglie in carica (con una coalizione di centro destra) e presidente della Provincia Bat, sempre col centrodestra. E già così è più ardita. Ma poiché Spina è un vero campione del trasformismo, va oltre. E oltre a sostenere Emiliano (mentre governa col centrodestra), nella stessa tornata elettorale a Trani e Andria, dove si vota per le comunali, sostiene i candidati del centrodestra. Per Emiliano è tutto normale. Anzi, è tutto nobile, tutta una questione di alti valori e princìpi. Il vincitore annunciato ha presentato l’operazione in grande stile, facendosi fotografare assieme a Spina davanti a una foto con Berlinguer e Moro: “Sarei un pasticcione – dice Emiliano presentando il patto a Bisceglie - soltanto perché ritento la strada del compromesso storico, nel solco della storia di questo territorio, e questa volta con buone probabilità di successo?” È il partito della Nazione, bellezza. Funziona così: pezzi di centrodestra si schierano col vincitore annunciato, nello sconcerto della sinistra che si trova come alleati gli avversari di un tempo. Al comune di Molfetta il sindaco Paola Natalizio, una di sinistra che non ha capito come funziona ormai, si è infuriata, anche pubblicamente, con Emiliano quando ha visto candidato a suo sostegno Saverio Tammarco, che a Molfetta faceva il capogruppo di Forza Italia, all’opposizione (prima sempre Tammarco era stato consigliere provinciale del Pdl in provincia dei Bari). Altro pezzo pesante del centrodestra passato con Emiliano è Fabrizio D’Addario. Consigliere comunale a Bari nel 2009 nella lista di Simeone di Cagno Abbrescia, nel 2010 si candida nella lista “I Pugliesi” con Rocco Palese. La folgorazione sulla via di Emiliano (e del centrosinistra) avviene quando – ancora consigliere comunale di centrodestra – D’Addario diventa direttore generale di una municipalizzata del comune di Bari che gestisce la rete gas, l’Amgas. È una folgorazione analoga a quella che ha colpito tal Giacomo Oliveri, che nel 2005 era consigliere regionale di Forza Italia e oggi è il leader dei Moderati, per cui – anche non essendo candidato – va in tv, concede interviste, partecipa ai tavoli delle candidature. La folgorazione è legata alla nomina di presidente della Multiservizi, la municipalizzata di Bari, nomina avvenuta ad opera di Michele Emiliano. È lungo l’elenco degli azzurri a sostegno di Emiliano. Tra i nomi più importanti quello di Tina Fiorentino, ex assessore col centrodestra ora candidata nella lista civica “La Puglia con Emiliano”. E soprattutto Anita Maurodinoia, la casalinga di Trigiana diventata miss preferenze al Comune di Bari lo scorso anno grazie al sostegno di Schittulli, oggi competitor di Emiliano. Raccontano nel Pd locale: “Schittulli la considerava una pupilla, ha litigato col mondo per farla eleggere alla città metropolitano. Ora è passata al nemico del suo padre politico. E noi abbiamo gli estranei in casa”. Ci sono anche quelli che vennero candidati nella lista “Puglia prima di tutto”, di Tato Greco, che divenne famosa per aver candidato nelle proprie liste Patrizia D’Addario, la escort dei primi scandali sessuali di Silvio Berlusconi. Come Natalino Mariella, che ha trovato ospitalità nella lista i Popolari (per Emiliano). A Foggia per Emiliano corre Luigi Damone, figlio dell’ex consigliere regionale Cecchino Damone che della Puglia prima di tutto era capogruppo. Lo schema Emiliano prevede che i riciclati vanno a ingrossare le liste civiche per mietere messe di voti mentre gli indagati sono nel Partito democratico, che sarà il più penalizzato. Ecco che nelle liste del Pd troviamo candidato l’ex deputato leccese del Pds Ernesto Abaterusso, chiamato a candidarsi da Emiliano al posto del figlio Gabriele Abaterusso, condannato a due anni per bancarotta. Indagato anche il consigliere uscente Michele Mazzarano (finanziamento illecito ai partiti) nonché Donato Pentassuglia, assessore uscente della giunta Vendola, a cui viene contestato il favoreggiamento nel maxi dibattimento per i disastri provocati dall’Ilva. Ma forse c’è un caso che dice tutto di come Michele Emiliano amministra la sua fabbrica del consenso. Ad Altamura, provincia di Bari, Michele Emiliano ha concesso a Luigi Lorusso, un candidato sindaco, di usare a sostegno la sua lista “Puglia con Emiliano”. Niente di strano, si dirà. Se non fosse che il suo avversario, Antonello Stigliano è del Partito democratico. E dunque, avversari al Comune, corrono tutti per “Michele” alle regionali. All’ombra del capo, ogni genere del trasformismo. Anche nel tavoliere è nato il Partito della Nazione.

"Impresentabili in lista", la replica di Michele Emiliano: "Tutti aderiscono al programma, fui l'unico a chiedere codice etico".

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di Michele Emiliano, in risposta all'articolo di Alessandro De Angelis "Nelle liste per le regionali ex fascisti, indagati e riciclati". In Puglia abbiamo presentato 400 candidati alle elezioni regionali per il centro sinistra. Tra questi solo due Tammacco e Maurodinoia hanno una storia recente nel centro destra, e in queste elezioni hanno deciso di cambiare schieramento e sostenere il nostro programma. Gli altri casi citati nell’articolo fanno tutti parte della coalizione da anni, molti di loro hanno sostenuto Vendola alle precedenti elezioni, così come hanno sostenuto lealmente la mia amministrazione al Comune di Bari (che, lo ricordo, andava da Sel all’Udc, per dieci anni) e poi quella regionale, e siedono da anni al tavolo del centro sinistra e ne rispettano il programma. (Martucci e Olivieri Idv, Curto e Spina Udc, Fiorentino ex “Margherita”, Liscio e Pellegrino mai ricoperto cariche elettive prima, D’Addario e Marinella sono nel centro sinistra da cinque anni). Gli altri 390 candidati circa sono del centro sinistra e qualcuno della società civile alla prima esperienza politica. Per quanto riguarda i singoli casi di persone sottoposte ad indagine della magistratura, si tratta di candidature del Pd per le quali ho dovuto accettare le regole imposte dal codice etico del partito nazionale. Sono stato credo l’unico in Italia ad aver chiesto pubblicamente da mesi regole più rigide in assenza delle quali è impossibile evitare situazioni del genere. Dove invece ho avuto piena libertà di scelta è stato sulle mie liste civiche, nelle quali non solo non figurano persone sottoposte ad indagine, ma compaiono storie simbolo di impegno per la legalità come quella dell’ex prefetto di Bari e di un magistrato della Dda di Bari. Inoltre ho evitato che si candidassero persone che, per ruolo imprenditoriale o peso economico, potessero vivere una condizione di conflitto di interesse. Anche questa la ritengo una scelta chiara che probabilmente comporterà parecchi voti in meno, ma in caso di vittoria darà un ulteriore segnale di assoluta libertà della mia presidenza da qualsiasi tipo di condizionamento. Concludo dicendo che da mesi lavoriamo alla scrittura del programma del centro sinistra insieme ai pugliesi. Ancora una volta, in continuità con gli ultimi undici anni, la coalizione va da Sel e Comunisti italiani ai moderati di centro. Lo presenteremo a giorni, sarà tutto nero su bianco e i candidati consiglieri hanno già accettato di rispettarlo alla lettera. Se la coalizione da me guidata ha una forza attrattiva che va oltre lo schieramento tradizionale, questo è un fatto positivo perché si fonda sulla credibilità del nostro progetto politico e non su inciuci o svendita di valori. L’importante per me è mantenere fermo il programma di governo del centro sinistra e realizzarlo, come ho sempre fatto. Tra l’altro a vigilare c’è un’intera coalizione che ha celebrato in Puglia primarie regolarissime e molto partecipate (oltre 140mila votanti) insieme a tutto il popolo di centro sinistra che è sempre molto attento e partecipe.

Tra indagati, post-fascisti e trasformisti: gli “impresentabili” di Michele Emiliano, scrive Gaetano De Monte su “Siderlandia”. Diciannove liste, sette candidati governatori, novecentocinquanta aspiranti consiglieri. Sono i numeri delle prossime elezioni regionali che si terranno, anche in Puglia, il 31 maggio. Il favorito indiscusso è lui: il sindaco di Puglia – come lui stesso si definisce – l’ex magistrato Michele Emiliano, il quale, secondo i sondaggi, staccherebbe di ben venti punti percentuali il suo diretto concorrente, l’oncologo Francesco Schittulli, candidato fortemente voluto e sponsorizzato da Raffaele Fitto. L’ex sindaco di Bari ha dalla sua ben otto liste, per un totale di quasi cinquecento candidati. Si va dal Partito Democratico – attuale partito di maggioranza relativa in Regione – alle liste cartello “Popolari per l’Italia” e “Popolari con Emiliano”, fino al Partito Comunista d’Italia: Emiliano ha posto per tutti, o quasi. A due giorni dalle presentazioni ufficiali dei candidati, però, sono davvero tanti i nomi che imbarazzano anche i suoi alleati. Molti “impresentabili” si trovano proprio nel raggruppamento “Popolari con Emiliano“, nato dall’unione di Udc, Centro democratico e Realtà Italia. Tra di loro spicca per la biografia il nome di Euprepio Curto, ex missino, dal 1994 al 2011 senatore di Alleanza Nazionale. Di Francavilla Fontana, nel 2004 è stato il candidato, sconfitto, della coalizione di centro-destra alla presidenza della provincia di Brindisi. Sempre con lo stesso schieramento, nel 2010, è eletto consigliere regionalea. Da qualche tempo Curto è il commissario dell’Udc in Provincia di Brindisi. A destra della coalizione, a fare compagnia all’ex senatore c’è il tarantino Giovanni Ungaro, appena tre anni fa eletto consigliere comunale a Taranto con il movimento post-fascista di Giancarlo Cito, Lega d’azione meridionale. Da lì confluito in Forza Italia, poi nel nuovo centrodestra di Alfano e successivamente all’interno di Realtà Italia, partito che sostiene nella città dei due mari la giunta di centro-sinistra. Come dire… un trasformista della politica, Ungaro, che è stato già due volte consigliere comunale nelle file di Forza Italia: nel 2005 e nel 2007. Uno dei tanti, nella coalizione a sostegno di Michele Emiliano. Che annovera candidature che hanno fatto discutere parecchio. Come quella di Saverio Tammacco, consigliere provinciale di Forza Italia a Bari, candidato anche lui nelle liste nei Popolari. Non è bastata la dura presa di posizione dell’ex assessore della Giunta Vendola, Guglielmo Minervini, che aveva chiesto ad Emiliano di rinunciare alla candidatura di Tammaco, “evocando gli anni più bui della città di Molfetta e le inchieste condotte da Pm antimafia dallo stesso candidato governatore”. “Forse il vero problema di Minervini è che Tammaco è di Molfetta come lui”, aveva replicato sprezzante Emiliano. Nel collegio di Bari, tra i trasformisti, Tammacco è in buona compagnia. A cominciare dal capolista, Michele Colonna, detto Lillino, ex vicesindaco di Altamura, in giunta con Forza Italia. Sempre nel collegio di Bari ha trovato posto pure Giuseppe (Peppino) Longo, già consigliere regionale dal 2010 ad ora, ovviamente nelle file del centro-destra. In provincia di Bari, dunque, larghe intese a tutti gli effetti, con la benedizione di Francesco Spina, presidente di centro destra della Provincia Bat (Barletta, Andria e Trani), coordinatore delle liste locali a sostegno del “sindaco di Puglia”. Anche a Foggia quanto a trasformisti non sono da meno: a capeggiare la pattuglia degli ex forzisti schierati con l’ex sindaco di Bari c’è Paolo Mongiello, ex capogruppo del Pdl nella Provincia di Foggia che si era già schierato nel novembre scorso sostenendo l’ex pm nelle primarie del centrosinistra. In verità, il foggiano Leo Di Gioia aveva battuto i colleghi trasformisti sul tempo, già due anni fa. Così si legge sul sito internet della Regione Puglia che ne riporta la biografia: “eletto nella circoscrizione di Foggia per la lista il Popolo della Libertà, è alla sua prima esperienza al Consiglio regionale. Nel 2004 è il primo degli eletti per la carica a consigliere comunale di Foggia nella lista di Alleanza Nazionale. Nel 2008, con la stessa compagine alle elezioni provinciali di Foggia, è nominato assessore al bilancio, programmazione economica e finanziaria, demanio e patrimonio, affari generali e informatizzazione”. Poi, più nulla fino al 2013, quando Leo Di Gioia, nel frattempo approdato sotto l’ala protettiva di Mario Monti, viene nominato Assessore regionale al Bilancio, con deleghe al Contenzioso Amministrativo, al Demanio e al Patrimonio. Mica male per uno eletto con un partito d’opposizione. Ora Di Gioia si candida, forte del ruolo ricoperto in Regione, fianco a fianco con Michele Emiliano, in rappresentanza della Provincia di Foggia. La Daunia potrà contare in queste consultazioni su un altro big della politica trasformista, nonché figlio d’arte: Napoleone Cera, figlio del sindaco di San Marco in Lamis e parlamentare dell’Udc, Angelo Cera; manco a dirlo, anche Cera è candidato alla carica di consigliere regionale nella lista dei “Popolari”. C’è da sperare che non imiti troppo il padre, che fu condannato qualche anno fa ad 1 anno e 6 mesi di reclusione per truffa ai danni della Regione Puglia e falso ideologico. L’accusa era quella di aver lucrato sui rimborsi previsti per i pasti e i viaggi. Tant’è. Dunque, c’è notevole imbarazzo per la presenza nelle liste di alcuni nomi che suonano indigesti per gli stessi alleati di Emiliano. Volti che troveranno posto soprattutto nelle civiche che sostengono Emiliano, e nel calderone dei centristi: di Popolari e Udc che correranno con il centrosinistra pugliese. Polemiche e sospetti hanno suscitato anche i profili di alcuni candidati che risultano indagati in alcune inchieste della magistratura pugliese. In questo caso è il Pd a fare ad aver fatto incetta. Un caso curioso è quello del leccese Ernesto Abaterusso, ( non indagato) che ha preso il posto del figlio Gabriele, coordinatore provinciale del Pd (condannato anche in secondo grado per il reato di bancarotta in distrazione) nella lista per le regionali. Sotto la scure della Procura di Bari c’è già da qualche anno Michele Mazzarano, consigliere regionale uscente del Pd, di Massafra. Secondo il gup della Procura di Bari, Sergio Di Paola, che nel settembre dello scorso anno ne ha disposto il rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta su Gian Paolo Tarantini per finanziamento illecito ai partiti, l’esponente politico avrebbe ricevuto 70 mila euro da Tarantini: diecimila per pagare il concerto di chiusura della campagna elettorale del Pd a Massafra per le elezioni politiche dell’aprile 2008 e altri 60 mila per il tramite di un imprenditore che, secondo l’accusa, si sarebbe aggiudicato un appalto da 600 mila euro alla Asl proprio per il tramite del politico. A mettere nei guai Mazzarano è stato lo stesso Tarantini. Il processo è cominciato a dicembre 2014, ed entro il 2016 sarà quindi prescritto. Un altro consigliere uscente del Pd, per cui è stato chiesto il rinvio a giudizio, e ricandidato, è Donato Pentassuglia, di Martina Franca. L’inchiesta in cui l’attuale assessore regionale alla sanità è coinvolto, è quella sull’Ilva, portata avanti dal procuratore capo Franco Sebastio, dal procuratore aggiunto, Pietro Argentino, e dai sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano. È “ambiente svenduto”: quarantanove indagati tra funzionari, imprenditori e politici, ad undici di loro la Procura di Taranto contesta il reato di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale e a reati contro la pubblica amministrazione, nonché l’avvelenamento di acque e sostanze alimentari. A Donato Pentassuglia, che all’epoca dei fatti era il presidente della Commissione Ambiente della Regione Puglia, viene contestato il favoreggiamento personale, reato per cui la Procura ne ha chiesto il rinvio a giudizio. Sembra spettare alla Provincia di Taranto il record degli indagati: Alfredo Spalluto, ex assessore ai lavori pubblici al Comune di Taranto, ora candidato con la civica “Emiliano sindaco di Puglia” è indagato dal luglio 2013 in un’inchiesta della Procura di Taranto sui lavori di ristrutturazione di alcuni edifici pubblici nella Città Vecchia. Insieme a lui, altri sei tra tecnici e funzionari comunali, per cui il magistrato Vincenzo Bruschi, che conduce le indagini, ha ipotizzato a vario titolo i reati di corruzione, truffa aggravata e ricettazione. Un altro tarantino, divenuto assessore regionale all’agricoltura nel 2013, Fabrizio Nardoni, è candidato nella lista “Noi a Sinistra per la Puglia”. Su di lui non pende nessuna richiesta della magistratura, sia chiaro, ma in due anni da assessore è finito più volte nella bufera mediatica: per i conflitti di interesse che ruotavano attorno alle sue aziende aggiudicatarie di alcuni appalti, poi cedute; per i finanziamenti regionali a una tv locale dove lavora la moglie, e da ultimo per le ombre che ruotano attorno alla vicenda Xilella. Gli “impresentabili”, i trasformisti, i post-fascisti, devono proprio piacere a Michele Emiliano. Lo ricordiamo quando nelle elezioni comunali a Bari volle fortemente nelle sue liste addirittura Alberto Savarese, detto “il Parigino” capo della curva di estrema destra del Bari, indagato per una sfilza di reati, tra cui associazione per delinquere di stampo mafioso. Voleva dare una seconda opportunità a Savarese, dichiarò Emiliano, candidandolo nella lista“Moderati per Emiliano”. Ora vuole dare una seconda opportunità a una sfilza di notabili di prima, seconda e terza repubblica. Eppure lui stesso dichiarava sulla sua pagina facebook, nel lontano 2011, a proposito delle inchieste che riguardavano proprio Michele Mazzarano: “mi vergogno del mio partito. Questo soggetto dovrebbe dimettersi da ogni carica politica ed andare a lavorare. Sarebbe la prima volta nella sua vita. Ha preso soldi da Tarantini e non può più rappresentare il Pd. Non capisco perché insistiamo a farci del male”. Già, non si capisce perché si insiste a farsi del male. Ma questa è un’altra storia.

Regionali, così Emanuele Macaluso sculaccia Michele Emiliano. Il Corriere della Sera ha ripreso un messaggio politico del segretario regionale Pd della Puglia, candidato alla presidenza della Regione – il magistrato Michele Emiliano – inviato agli elettori e a tutti noi attraverso Twitter. Quel testo ci diceva: “Destra e sinistra? Basta con le ideologie dissolte dalla Storia”. Lui, Michele Emiliano, è con la Storia che dissolve. Anzi, è lui stesso la Storia. E per la sua elezione imbarca tutti. Il discrimine – dice – è uno solo: “Essere uniti alle persone per bene”. Anche il fascista Caradonna, che guidava la sua cavalleria contro la sinistra, in Puglia diceva di essere “persona per bene” e tante persone per bene lo sostenevano anche quando, sempre in Puglia, fu assassinato il deputato socialista Di Vagno. Nella terra di Giuseppe Di Vittorio, secondo Emiliano non c’è più destra né sinistra ma solo “persone per bene” o non per bene. Non voglio, anche in questa occasione, riprendere ciò che su questi temi ha scritto non un comunista ma Norberto Bobbio, il quale polemizzava con gli ideologi che teorizzavano la fine della sinistra e della destra. Non vale la pena anche perché, in questo caso, non siamo di fronte a un nuovo teorico del “superamento”. Infatti, se Emiliano e altri come lui – penso a De Luca in Campania – condiscono il loro minestrone elettorale anche con persone di destra (ma per bene!), non è necessario invocare le vecchie o nuove categorie ideologiche oppure ciò che ha travolto o non travolto la Storia. Un minestrone era quello di Emiliano, prima del suo messaggio “ideologico”, e minestrone resta dopo. (questo post è stato pubblicato da Emanuele Macaluso su Facebook e ripreso da “Formiche”).

Kamasutra politico di Emiliano. Il candidato presidente spadroneggia a tal punto da essere l'unico avversario di se stesso. Ad Altamura, Pd e lista Emiliano con due candidati opposti, scrive Raffaele Porrisini su “Italia Oggi”. Nel pieno della crisi del centrodestra pugliese, al candidato del Pd Michele Emiliano non resta che competere con se stesso. Non ha avversari tali da insidiarlo nella corsa alla poltrona di governatore, soprattutto dopo che la coalizione avversa s'è divisa tra Adriana Poli Bortone e Francesco Schittulli. Dunque, che fa? Si complica la vita (politica) da solo. Siamo ad Altamura, popoloso centro da 70mila abitanti in Alta Murgia, provincia di Bari, il Comune più grande in Puglia ad andare alle urne domenica 31 maggio insieme alla Regione. Lì il sindaco uscente è Mario Stacca che ha guidato per 10 anni un'amministrazione targata centrodestra. Nonostante questo, l'ex primo cittadino per settimane ha trattato con Emiliano una sua possibile candidatura regionale in una civica di centrosinistra, salvo poi farsi inserire nella lista di Forza Italia. Per conquistare il municipio di Altamura il Pd un suo candidato ce l'ha: è l'avvocato Antonello Stigliano, volto nuovo del partito, che dopo aver vinto le primarie è sostenuto da una coalizione che oltre ai dem comprende sia Sel sia Udc e Realtà Italia, partiti fondamentali per intercettare i transfughi del centrodestra. Si dirà: tutto chiaro, Emiliano è il segretario regionale del Pd, oltre che candidato governatore, quindi sosterrà l'aspirante sindaco del suo partito, magari facendoci pure campagna elettorale insieme. Troppo facile. Già, perché uno degli altri sette candidati è Luigi Lorusso, presidente uscente del consiglio comunale nonché consigliere nella Città Metropolitana in quota Forza Italia, sostenuto dalle liste civiche Rinnovamento Altamura e – udite, udite! - La Puglia per Emiliano. Tradotto, il Pd, guidato da Emiliano in Puglia, candida Stigliano all'interno di una coalizione di centrosinistra, mentre la civica di Emiliano – quindi diretta espressione dell'aspirante presidente di Regione – sostiene un altro candidato, peraltro ex berlusconiano. Motivo per cui le cronache locali parlano dello «sdoppiamento di Emiliano» o di «Emiliano contro Emiliano», ironizzando sulla sua capacità di darsi fastidio da solo visti i troppi sostenitori provenienti da ogni angolo dello scacchiere politico. Tuttavia, i due candidati pro Emiliano potrebbero stringere un accordo al ballottaggio, con Lorusso pronto a fare l'assessore in una possibile giunta di Stigliano. Guai poi a dimenticare il fatto che la civica La Puglia per Emiliano al centro di questo singolare episodio candida in Regione come capolista proprio in provincia di Bari l'ex pm Desirèe Digeronimo che alle comunali di un anno fa ha sfidato il Pd a Bari e in passato in qualità di magistrato ha indagato Nichi Vendola. Ma non è finita, perché pure il centrodestra in quel di Altamura riserva sorprese. Come in Regione, qui Forza Italia ha rotto con il resto della coalizione e corre da sola sostenendo Nico Dambrosio, mentre i fittiani di Oltre, Movimento Schittulli, Fdi-An e altre liste civiche tirano la volata a Giacinto Forte, consigliere regionale uscente eletto nel 2010 con l'Idv, quindi con il centrosinistra pro Vendola e ora passato dall'altra parte del fosso.

SE NASCI A BARI…..HAI MICHELE EMILIANO.

Piangevano tutti, durante la consegna della fascia tricolore dall’ex primo cittadino al suo primo vicario: l’omaccione caricaturale, il cucciolotto con la crapa da televisore anni Sessanta (che le preoccupazioni stanno estendendo a uovo), i gregari, i sinceri affezionati, i numerosissimi lacchè per i quali un posto o una consulenza o dieci appalti valgono dalla sinistra mesciata quanto dalla destra incolore. E anch’io ho pianto, scrive Alberto Selvaggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno” , (giusto per dire, lì da quelle parti, da che parte stanno, politicamente…..). Vedendo sfocarsi, fra le trasparenze delle lacrime, l’unico bambolotto brutale che mi faceva sghignazzare e che riempiva il vuoto politico di questa città. Certo, Michele Emiliano ingloba incarichi come un’idrovora – altra contingenza naturalmente comica -, pendolare a San Severo, a Santeramo in Colle. Lo vogliono a Galliate (Novara), dato che «è più leghista di noi». Nel futuro prossimo lo vedremo troneggiare sul Lungomare Nazario Sauro, civico 33 (immaginate la faccia) come governatore. Ma le sue natiche incallite non sfregheranno più la scranna del Municipio, suo vero proscenio di baresitudine. Non sarà più la stessa cosa. Perciò piango. Io più dei suoi sguatteri, o dei suoi pidini fighetti inutili. Non ascolteremo più in strada crocchi di vecchiardi digrignare, «mocc’ a ‘l mu… d’ MichelEmiglién’…», «kudd’ cor nutòn’ d’u sindac’ de Bbare!». Le norme elettorali mi hanno scippato il cartone animato col suo testolone. Appena lo vedevo, in una delle sue pose, mi spiattellavo le mani sul volto e mi cappottavo dalle risate. E adesso che ci è rimasto? Non un fegato biancorosso, non una barbula da Canalone, no sceneggiate straordinarie: l’unica personalità d’impatto su queste rive smorte. Ecco perché sono piangiuto – come si dice a Bari – mentre tutti piangevano durante l’insediamento di Capa Quadrata in Comune. Per carità, è stata una delle scene più ridicole della storia iper-umana (protagonisti erano due umanoidi). I colleghi della Cronaca di Bari della Gazzetta mi hanno telefonato in tempo reale, «corri!, vieni a vedere le foto della cerimonia arrivate sul nostro sistema, è roba che svieni dalle risate e ci monti una commedia sopra». Ma già mi si configuravano prospettive in desertificazione. Niente più corpaccione sciamannato che in pausa dieta si gonfia e alla ripresa si sgonfia. Niente più occhiolotto (occhio) aquileggiante brutto. Niente più petto tacchinoide di spocchia. Niente più piedozzi 49,5 menati a casaccio per l’aia, gamboni, manotte. Niente più sederotto rinforzato e bocca incarciofata come del cardo il bocciolo. Niente più MichelEmiglién’ che espettora: «Cittadini di Bbbari, vi prèigo, per favòure..!». Niente piùMichelEmiglién’ ch e spara un «questi quattro fascistelli qua abbasso al Comune che stanno protestando..!». Niente più acciènti doc sulle tv non appena scocchiava la bocca. Niente più MichelEmiglién’ fotografato mentre smanetta su Twitter e Facebook scornandosi col popolo bue, anche quando incontra il Papa o sul wc di casa ponza. Niente più «trimone» sdoganato (grazie, smack smack!, da allora anch’io sono potuto utilizzarlo senza i tre puntini di censura), né «va’ a fatic’ uagliò» né «e ridi in bacci’a cùss’» o «rid’ in bacci’a chess’», declinato per Paola Concia durante una diatriba sui social network. Niente più MichelEmiglién’ con casco e occhialoni sul motorazzo che fa brum-brum (mi fai morire!). Niente più MichelEmiglién’ che per Legambiente solca la città su bici rossa con Vitantonio Laricchia al fianco (pazzeschi!, che coppia) e la faccia da centurione. Dove lo troveremo un altro? Ha destrutturato, praticamente da solo, arrembando, sbaciucchiando cittadini-elettori sconosciuti, «ciao carissimo, come stai?», battendo mercati, lungomari e angiporti, il centrodestra sfasulato, dato che i voti si conquistano così e punto. E da allora, unico protagonista con Nichi Vendòla, ha continuato a triturare tutti. Mai più un Emiglién’che in via De Rossi scornacchia al cellulare a tutto volume, ancora unto di pizza e con la sciarpa biancorossa sul collo. Mai più Emiglién’ spiaggiato sul seggiolone che sbadiglia tanto che Moby Dick pare una triglia al confronto. Mai più scenette, più comiche che altro, di vasche da bagno animate da spigole e astici privi di visto di immigrazione. Mai più un teatro, trash quanto si vuole, ma capace di empire lo zero assoluto. Mai più – sigh sigh, sob! – un barese più barese della Bari più migliore ancora.

IN MORTE DI PIETRO CAPONE.

Se sei diverso ed hai il coraggio di difendere i tuoi e gli altrui diritti, prima ti fanno passare per mitomane o pazzo, dopo ti perseguitano come calunniatore e diffamatore ed alla fine …….ti ammazzano. Il sistema ti dice subisci e taci. Non potendo usare i mitra, si sceglie la via della denuncia e della querela, pensando di avere i magistrati e le istituzioni dalla parte della legalità. Invece……10 marzo 2014. Un misterioso omicidio si è consumato a Gravina in Puglia in provincia di Bari. Anche gli eroi a volte perdono: due colpi di pistola alla testa hanno tolto la vita a Pietro Capone, 49 anni, noto in paese come “il paladino della legalità”. Da anni si batteva contro irregolarità e scorrettezze della pubblica amministrazione con un’unica arma: la denuncia. Pietro Capone, 49enne che in passato aveva presentato numerose denunce per irregolarità compiute dalla pubblica amministrazione, è stato ucciso a Gravina di Puglia, in provincia di Bari. Capone, che era conosciuto come un "paladino della legalità" è morto per due colpi di pistola alla testa, in circostanze su cui sta indagando la polizia. È stato colpito a poca distanza dalla sua abitazione, intorno alle 22. Incensurato, proprietario di case e terreni, aveva lottato per la legalità, battendosi soprattutto su problemi legati a edilizia e urbanistica e presentando molti esposti in comune.

L’altra faccia di Pierino ha del raccapricciante, scrive Marina Dimattia su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Un mondo in bianco e nero testimone di una felicità a tratti smarrita. Una vita in apnea, sequestrata dentro il mondo della povertà. «A casa sua i termosifoni erano spenti. Come faceva a pagare le bollette? Fino a due anni fa andava avanti con la pensione di suo padre. Morto il genitore ha dovuto stringere la cinghia fino all’impossibile». Giovanni Silvestri, ingegnere, l’amico di sempre, racconta l’altro Pierino. Quello che conoscevano in pochi. Né imprenditore, né proprietario terriero. Ma sottoposto alla tirannia della precarietà economica. Sono i dettagli che raccontano chi era Pierino. «Se dovessi definire la sua attività direi che era studente. Era ancora iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, una laurea che ci teneva a prendere, considerando che gli mancavano pochi esami». Ma lui era uomo di legge dentro. Anni spesi a studiare il carteggio dei numerosi contenziosi intentati e di cui era parte, molti dei quali ancora in corso. Niente hobby né interessi. Solo studio. Il resto era uno sfondo lontano di cui non gli importava nulla. Il suo era un patrimonio solo potenziale, una eredità esistente eppure non ancora spartita per via di scaramucce familiari e di procedimenti in corso su “torte” da dividere tra molti, per ricavare qualche fetta. Storie di cortocircuiti tra parenti sarebbero emerse dalle prime ricostruzioni. Eppure ad aiutarlo economicamente erano proprio alcuni dei suoi fratelli. Oltre agli amici. «Chi gli portava la verdura. Chi gli pagava la luce. Mai in un pub, mai in un ristorante, se a trascinarlo non erano amici o parenti vicini», continua l’ingegnere. L’esterno della abitazione in via Ravenna come vestigia della sua esistenza. Lasciata allo stato grezzo perché in tasca non aveva i soldi per intonacare. «Non era un santo, ma non era neanche un uomo nero. Aveva pregi e difetti come tutti. C3, B2, B4 erano tutte cause in cui Pierino tutelava i suoi interessi come ogni cittadino avrebbe fatto di fronte ad abusi o irregolarità. Sottoservizi fatti senza espropri o oneri distribuiti solo sui suoi terreni: lui reagiva denunciando», continua l’ingegnere. «Non poteva permettersi una macchina e a Bari andava o in pullman o con qualche amico. Quindi non era solo. Ma nonostante tutto preferiva trascorrere Pasqua e Natale in solitudine», aggiunge Silvestri. Più accanito e infame di così non poteva essere il destino. Pierino è stato finito prima ancora che finissero i suoi più importanti processi. Quelli che attendeva da anni di vedere conclusi. «Prima di intentare una causa chiedeva ai suoi legali se ci fossero speranze di vittoria e solo a conclusione del processo pagava le parcelle», continua l’amico fraterno. «Quando vinceva qualche causa doveva comunque dividere i soldi con gli altri otto fratelli. Però qualcosa restava anche a lui. E con quel denaro sopravviveva. Ma mai piangeva miseria», conclude Silvestri. Mentre la memoria di quel Pierino carico di dignità è vernice ancora fresca. Nella speranza che la morte dell’amico serva a cambiare la mentalità del paese.

Pietro Capone aveva la denuncia e la querela facili, scrive opinatamente Carmine Festa su “La Stampa”. Lo sanno bene tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui e le sue proprietà. E su molti di loro, familiari inclusi, si concentrano le indagini per scoprire chi ha ucciso questo “paladino della legalità”, freddato sotto casa con due colpi di pistola. Il soprannome glielo avevano affibbiato in paese dopo che, per una vita intera, Pietro Capone aveva denunciato o sporto querela contro quasi tutti.

Un appuntamento inimmaginabile con la morte, scrive Marina DiMattia su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Il corpo esanime abbandonato per strada. Una esecuzione spietata. Pietro Capone, conosciuto in paese come «Pierino» è stato freddato ieri sera intorno alle 22. Capone, 49 anni, laureato in giurisprudenza, ha sempre fatto della difesa della legalità un cavallo di battaglia. Uno dei pochi che non si è mai fermato di fronte alle impossibilità e per questo in città era molto noto. Fatale è stato il rientro a casa attorno alle 22. Secondo una prima ricostruzione dell’accaduto, mentre percorreva la stradina buia di via «La Spezia», alle spalle del cinema «Sidion», a circa venti metri dalla abitazione in via «Ravenna» in cui viveva solo, Capone sarebbe stato avvicinato da ignoti e colpito alla nuca con un fendente tirato probabilmente con un’arma da fuoco. Forse è stato anche accoltellato con una lama. Una volta a terra è stato finito con tre colpi di pistola alla testa. Il corpo è rimasto in una pozza di sangue fino all’arrivo, intorno a mezzanotte, del magistrato Giovanni Buquicchio, che sta coordinando le indagini. La prima ipotesi investigativa - ma non l’unica - collega l’omicidio all’attività di Capone: schiacciato da una delle sue stesse denunce circostanziate? Divorato dalla sua energia? Fischia il vento, infuria la bufera dei perché. Si riavvolge il film di una vita intera, scrive Marina DiMattia su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Quella di Pietro Capone, 49 anni, vittima di una esecuzione di siciliana memoria. Gravina ieri si è svegliata davanti a una pozza di sangue. Quella lasciata su via La Spezia dagli esecutori dell’assassinio dell’imprenditore. Freddato alle 22 di lunedì, a pochi passi dall’abitazione in cui viveva solo, con due colpi di pistola calibro 7,65 alla testa. Olezzo di criminalità d’altri tempi e d’altre terre. Ora si scava tra le numerose denunce presentate dalla vittima, con la spada della giustizia troppo spesso senza fodero. L’uo - mo, pochi esami dal conseguimento della laurea in Giurisprudenza, aveva alle spalle una lunga frequentazione di aule giudiziarie e una spiccata conoscenza di leggi e regolamenti. Senza rinunciare al linguaggio della verità, Capone aveva segnalato negli anni numerose irregolarità legate soprattutto a presunti abusi edilizi. Rendendosi più volte bersaglio di una marea montante di polemiche.Pierino Capone infondeva fiducia nel poter cambiare le cose. Solido, roccioso, determinato scrive Carlo Stragapede  su “la Gazzetta del Mezzogiorno”. Chi lo ha conosciuto negli ambienti della giustizia barese ricorda la sua figura tarchiata nei corridoi della Procura. In via Nazariantz era diventato ormai una figura familiare. Alla macchinetta automatica del caffè oppure nell’anticamera di un magistrato, eternamente con un fascicolo sotto il braccio. Aveva gli occhi limpidi di chi sogna un mondo senza ingiustizie, senza privilegi, senza burocrati addomesticabili, senza amici degli amici. Quante volte avrà immaginato un futuro pulito per la nostra Puglia, per i figli che non aveva, mentre guidava mai stanco su e giù per la 96, da Gravina a Bari, da Bari a Gravina. Affrontava a viso aperto l’ingiustizia, gli abusi, le prepotenze o ciò che egli riteneva tali. Li contrastava con la forza della legge, anche se non era in effetti un avvocato. Non amava forse le mezze misure, in un mondo che ha perso il senso della misura. Ha commesso l’errore di non nascondersi, in una società infestata dai professionisti della trappola invisibile. Pierino Capone forse non avrebbe dovuto esporsi così tanto. A Gravina era conosciuto come difensore dei diritti e stava diventando un modello per i giovani. Tanti pensieri affollano la mente del cronista costretto suo malgrado a ricordare una persona che non c’è più. Certo tocca alla magistratura individuare e punire gli autori dell’omicidio di un uomo perbene. Spetta agli inquirenti, soprattutto, decifrare il movente dell’assassinio. Per gli uomini di legge sarà un lavoro più difficile, senza Pierino Capone. Tuttavia confidiamo che ci riusciranno. Riguarda la vendita dei loculi del cimitero di Gravina in Puglia una delle ultime denunce presentate da Pietro Capone, il 49enne ucciso nella tarda serata di ieri con due colpi di pistola che lo hanno raggiunto alla testa, mentre l’uomo si trovava a pochi passi dalla sua abitazione nella cittadina della provincia di Bari, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Sulle scrivanie dei pm baresi, da almeno 10 anni ad oggi, sono state depositate decine di denunce, molte delle quali per abusivismo edilizio. In alcuni casi le accuse di Capone sono sfociate in sequestri penali. Nei mesi scorsi aveva presentato una denuncia in cui ipotizzava la vendita illegittima di loculi in concessione. Le sue denunce – riferiscono fonti giudiziarie – erano sempre precise e circostanziate. In Procura a Bari la vittima era un volto noto. Si aggirava spesso nei corridoi, in attesa di parlare con i pm titolari dei fascicoli aperti sulla base delle sue denunce. “Si era fatto tanti nemici” è la voce comune. Negli anni aveva denunciato numerose società edilizie ottenendo anche la revoca di permessi a costruire e pendono alcuni contenziosi con il Comune di Gravina, relativi anche a strade costruite su terreni di proprietà della sua famiglia. Le indagini della Polizia sulla sua morte, coordinate dal pm Fabio Buquicchio e dall’aggiunto Anna Maria Tosto, si stanno concentrando proprio sull'individuazione del movente. Domani mattina sarà affidato l’incarico per l’autopsia al medico legale Alessandro Dell’Erba.

Pietro Capone, 49 anni, in passato aveva presentato numerose denunce per irregolarità compiute anche dalla pubblica amministrazione. A sentire la polizia il movente andrebbe ricercato nel risentimento di qualcuno nei confronti della vittima a causa proprio della sua nota propensione ad adire alle vie legali, scrive opinatamente Il Fatto Quotidiano. Due colpi di pistola 7.65 alla testa, di notte, da distanza ravvicinata. Come in un’esecuzione mafiosa. La vittima, però, tutto è tranne che un esponente della malavita organizzata. Anzi. A Gravina di Puglia, in provincia di Bari, Pietro Capone, 49 anni, da tutti era conosciuto come un “paladino della legalità”. Il motivo? In passato aveva presentato numerose denunce per irregolarità compiute dalla pubblica amministrazione. A sentire la polizia, che indaga sul caso, è da escludere che l’omicidio sia maturato in ambienti criminali. Il movente, invece, andrebbe ricercato nel risentimento di qualcuno nei confronti della vittima a causa proprio della sua nota propensione ad adire alle vie legali. Capone, celibe e incensurato, camminava a piedi quando ha incrociato uno o più killer che lo hanno ucciso sparandogli alla testa, forse dopo averlo tramortito. Proprietario terriero e immobiliare, viveva da solo e lavorava amministrando i beni di famiglia. E sarebbero numerosissime, negli anni, le denunce presentate alle forze dell’ordine, con le quali segnalava irregolarità amministrative, tra cui presunti abusi edilizi. Un uomo, secondo quanto riferito dagli investigatori, che non aveva più rapporti con la famiglia di appartenenza per motivi di eredità. Sin da stamattina, al Commissariato di Gravina tante le persone ascoltate dagli investigatori per ricostruire la vita dell’uomo e i rapporti con i denunciati, con i quali di conseguenza si erano venute a determinare frizioni. Gli inquirenti, inoltre, hanno sentito gli otto fratelli della vittima e un gruppo di persone a lui vicine e che spesso Capone coinvolgeva nelle attività di denuncia. Al momento, però, non ci sono testimoni che possono aiutare la Polizia a fare chiarezza sull’accaduto. Non ci sarebbero state urla precedenti all’omicidio, avvenuto in una zona interna e centrale del paese. Due i proiettili che hanno ucciso Capone e non è ancora chiaro se quello che lo ha colpito alla testa sia stato indirizzato al volto o alla nuca avendo attraversato il cranio. Ad avvertire la Polizia (che ha acquisito i filmati dei sistemi di video sorveglianza privata e pubblica) è stato il personale del 118 chiamato da persone che si sono accorte dell’accaduto. “Quello che interpreto all’interno della comunità è un sentimento di sgomento e rabbia verso un gesto violento che offende la serenità dei miei concittadini” ha detto Alessio Valente, sindaco Pd di Gravina in Puglia. Il primo cittadino, parlando con i giornalisti, ha detto di non aver mai conosciuto di persona Capone. Riguardo a presunti contenziosi con il Comune, ha detto di essere “a conoscenza di un esproprio disposto da passate amministrazioni che riguardò Capone e la sua famiglia”. Una delle ultime denunce presentate da Pietro Capone riguardava la vendita dei loculi del cimitero di Gravina. Sulle scrivanie dei pm baresi, da almeno 10 anni ad oggi, sono state depositate decine di denunce, molte delle quali per abusivismo edilizio. In alcuni casi le accuse di Capone sono sfociate in sequestri penali. Nei mesi scorsi aveva presentato una denuncia in cui ipotizzava la vendita illegittima di loculi in concessione. Le sue denunce – riferiscono fonti giudiziarie – erano sempre precise e circostanziate. In Procura a Bari la vittima era un volto noto. Si aggirava spesso nei corridoi, in attesa di parlare con i pm titolari dei fascicoli aperti sulla base delle sue denunce. “Si era fatto tanti nemici” è la voce comune. Negli anni aveva denunciato numerose società edilizie ottenendo anche la revoca di permessi a costruire e pendono alcuni contenziosi con il Comune di Gravina, relativi anche a strade costruite su terreni di proprietà della sua famiglia. Le indagini della Polizia sulla sua morte, coordinate dal pm Fabio Buquicchio e dall’aggiunto Anna Maria Tosto, si stanno concentrando proprio sull’individuazione del movente. Domani mattina sarà affidato l’incarico per l’autopsia al medico legale Alessandro Dell’Erba.

Nella Puglia di Vendola vitalizi a go-go, scrive di Franco Bechis su “Libero Quotidiano”. Ancora 6 delibere dell'ufficio di presidenza del Consiglio regionale della Puglia e 6 decisioni che consentono ad altrettanti consiglieri in carica di garantirsi un vitalizio che oscilla fra 4 e 5 mila euro al mese. Ma non erano stati aboliti? Sì, ma solo per finta, visto che si li concedono tutti quelli in carica. Con un trucco: prima si fanno dare dalla Regione l'anticipo della buonuscita, poi lo restituiscono alla Regione pagando i contributi che gli mancano per il vitalizio e così garantendoselo come diritto acquisito. A che età? 55 anni, in barba alla legge Fornero che vale per gli altri italiani. Puglia è il Bengodi della casta. Ma attenzione, perchè di burla in burla sta per fregare tutti Matteo Renzi con la falsa abolizione del Senato che farà risparmiare qualche decina di milioni di euro, e non il miliardo promesso...

04/03/2014. Lettera aperta del vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Maniglio (PD) al segretario del PD Michele Emiliano. Di seguito il testo della lettera. "Caro segretario, dopo i fuochi d'artificio del congresso regionale, e io ti auguro un proficuo lavoro, è tempo di occuparsi della Puglia e della vita concreta dei pugliesi. Vengo subito al punto: in questi giorni sono stati resi i dati drammatici sulla disoccupazione giovanile in Puglia e non sono mancate, secondo i peggiori riti della politica, le note dolenti e accorate per il disagio che attraversa migliaia di famiglie. Il lavoro, dunque. E le attese di tantissimi giovani pugliesi che attendono quasi come un evento soprannaturale l'opportunità  di concorrere  ai pochissimi concorsi pubblici. E qui c'è il caso concreto della Puglia: nelle settimane scorse è stata pubblicata la delibera della giunta regionale  (n. 7/2014) che avvia la procedura per la copertura di 200 posti di lavoro in Regione; duecento opportunità per migliaia di disoccupati, una cifra importante che susciterà attese e speranze in  tante famiglie. Il rischio però, caro segretario, è che il concorso  sia semplicemente fasullo e che con una serie di trucchetti burocratici si proceda non a scegliere i migliori ma a dare sicurezza a chi, non so attraverso quali meccanismi, ha contratti a tempo determinato con la regione. Chiedo: è questa la linea del Pd e del centrosinistra? Perché chiamare "concorso" e suscitare grandi speranze per una procedura che assegna già in partenza un punteggio aggiuntivo a chi lavora temporaneamente in Regione e consentire ai dipendenti regionali di saltare tutte le selezioni e accedere direttamente alle prove scritte? E che senso hanno di fronte a questi pasticci parole come trasparenza, diritti, merito? Né ci si venga  a srotolare commi e accidenti vari per affermare che ciò non è vietato oppure, peggio ancora, che questa è la prassi consolidata. Per chi è di sinistra e vuole cambiare verso alle cose c'è un principio di giustizia sociale irrinunciabile: dare a tutti le stesse opportunità, premiare chi è capace e merita e non chi si è trovato al posto giusto e con gli amici giusti. Sarebbe un bel gesto, caro segretario, se il tuo primo atto politico fosse rivolto non a coloro che cercano voti ma a quei giovani laureati che sperano in una politica seria e che non chiedono altro che di essere valutati per quello che sono in grado di dare. Questo concretamente significa chiedere, e far chiedere ai consiglieri del PD, il ritiro della delibera e un nuovo atto improntato alla trasparenza e alle eguali opportunità per tutti i giovani pugliesi. Io penso che questo è il dovere cui deve assolvere il principale partito della Puglia. Ma, naturalmente, è una decisione che spetta a te".

Nichi Vendola, il concorso pubblico truccato, scrive Maria Giovanna Maglie su “Libero Quotidiano”. Chissà se possiamo «osare la speranza», citandolo nel suo immaginifico linguaggio da poeta dilettante, da «comunista di Dio», che questa volta Nichi Vendola lasci il trono della Puglia, o che ci sia qualcuno in grado di indurlo con la forza della politica ad accomodarsi alla porta insieme alla sua fabbrica del nulla. Altri lo avrebbero fatto già da tempo. Che cosa rende Nichi Vendola così sicuro di restare un intoccabile anche oggi che non di un avviso di garanzia si tratta ma di richiesta di rinvio a giudizio per concussione in concorso, avanzata dalla Procura di Taranto nell’inchiesta Ilva? Come mai non si è vergognato neanche un po’ di essere comparso durante la fase preliminare di indagini in una imbarazzante telefonata (intercettata) con Girolamo Archinà, l’ex dirigente del gruppo Riva, nella quale si congratulava con lui per aver strappato il microfono a un giornalista, definito da Vendola faccia da provocatore, reo di aver provato a fare il suo mestiere? Ovvio, non si è vergognato perché i maligni siamo noi tutti, lui esercitava l’arte sublime della captatio benevolentiae, pronto al sacrificio perfino dell’ignominia di sembrare amico del nemico capitalista pur di salvare posti di lavoro. Quale doppia morale e convinzione di onnipotente impunità anima un politico così spudorato che per anni ci ha massacrato con frasi del tipo «Il messaggio ecologico del mio partito è quello potenzialmente più capace di parlare all’intero genere umano, perché parla innanzitutto di quell’ecosistema complicato e prezioso che è ciascun essere umano e delle relazioni tra questo ecosistema umano e quello non umano», e intanto allegramente inquinava, con sprezzo della salute, e minacciava pure. Vendola manifestò «disapprovazione, risentimento ed insofferenza» verso l’Arpa rea di aver stilato un rapporto allarmante, in una riunione con il solito Archinà, il suo ex capo di gabinetto Francesco Manna e gli assessori Michele Losappio e Nicola Fratoianni (ora deputato di Sel). «Così com’è Arpa Puglia può andare a casa perché hanno rotto...», avrebbe detto secondo la procura. Il 15 luglio, in occasione di un’altra riunione con i Riva e Archinà, il direttore dell’Arpa «invece di essere ricevuto, veniva fatto attendere fuori dalla stanza e ammonito dal dirigente Antonicelli, su incarico del Vendola, a non utilizzare i dati tecnici come «bombe carta che poi si trasformano in bombe a mano». Ma il nostro poeta d’Apulia è lo stesso che ha condotto con ciglio umido la battaglia del referendum contro la privatizzazione dell’acqua, definendola «una bestemmia in chiesa», «un bene comune dell’umanità, un diritto di tutti non assoggettabile a logiche di mercato»; poi la proprietà dell’Acquedotto Pugliese è passata completamente nelle mani della Regione Puglia, che ha acquisito anche le azioni, pari al 12,78%, detenute dalla Regione Basilicata, e Vendola ha seraficamente spiegato: «È necessario fare i conti con la realtà, per non precipitare nei burroni della demagogia: sull’acquedotto pugliese abbiamo deciso di intraprendere la strada dell’efficientamento e su quella proseguiremo. Per questo non abbasseremo le tariffe». Capito la doppia morale? Fresco di rinvio a giudizio, il governatore della Puglia è sempre in campagna elettorale nello stile classico della clientela, e sta assumendo 200 nuovi funzionari di categoria D con contratto a tempo indeterminato da inserire nella pianta organica. La famosa mitologica spending review che dovrebbe chiedere di farla finita con i posti pubblici non lo riguarda; non solo, il concorso ha il trucchetto, clientelare appunto. I dipendenti precari della Regione, quelli cioè assunti a tempo determinato, saranno ammessi direttamente alle prove scritte, saltando le due preselettive, o nelle parole del vicepresidente del consiglio regionale, Andrea Maniglio, esponente del Partito democratico, sostenendo un concorso «semplicemente fasullo e che con una serie di trucchetti burocratici procede non a scegliere i migliori ma a dare sicurezza a chi, non so attraverso quali meccanismi, ha contratti a tempo determinato con la Regione Puglia». Il partito democratico nuovo di zecca di Matteo Renzi, del neo segretario regionale Michele Emiliano, che cosa risponde? Azzardo una risposta al senso di impunità di Vendola, sperando che sia un episodio non ripetibile. Al processo per abuso d’ufficio di ottobre 2012, il gip Susanna De Felice lo assolse dall’accusa di aver imposto la nomina di un primario, riaprendo il concorso a termini scaduti, «perché il fatto non sussiste». Pochi mesi dopo, saltò fuori la foto di un pranzo di famiglia in spiaggia del 2006, con Nichi seduto allo stesso tavolo del gip De Felice.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

Una cosa è certa, però. Per i poveri cristi vale “Colpevole fino a prova contraria”. Per gli intoccabili vale "Innocente fino a prova contraria o fino all’archiviazione o alla prescrizione".

Nel "palazzo dello scandalo". Un giorno con i giudici indagati, scrive Riccardo Lo Verso Mercoledì 23 Settembre 2015 su “Live Sicilia”. Da Silvana Saguto a Tommaso Virga, passando per Lorenzo Chiaromonte e Dario Scaletta. Alcuni hanno cambiato incarico, altri hanno rinunciato a parte dei loro compiti, ma è negli uffici giudiziari palermitani che attenderanno il giudizio del Cms sulla loro eventuale incompatibilità ambientale. Tommaso Virga è nella sua stanza al primo piano del nuovo Palazzo di giustizia di Palermo. Due rampe di scale lo separano dalla sezione Misure di prevenzione finita sotto inchiesta. Siede alla scrivania dopo avere appeso la toga e tolto la pettorina, il bavaglino bianco che un regio decreto del 1865 impone di indossare ai giudici in udienza. Questioni di forma e decoro. Virga parla con i cancellieri e prepara il calendario delle udienze della quarta sezione penale. Fa tutto ciò che deve fare un presidente che si è appena insediato. Archiviata l'esperienza di consigliere togato al Consiglio superiore della magistratura aspettava che si liberasse una sezione a Palermo. Un incrocio, quanto meno insolito, ha fatto sì che andasse a prendere il posto di Mario Fontana, chiamato a sostituire Silvana Saguto, l'ex presidente delle Misure di prevenzione travolta dall'indagine in cui è coinvolto lo stesso Virga. Che si mostra disponibile con il cronista che bussa alla sua porta. “Nel rispetto del ruolo che ricopro non ho mai fatto dichiarazioni”, dice il presidente chiarendo subito la sua intenzione di non cambiare idea proprio adesso. Inutile chiedergli dell'indagine che lo coinvolge, della credibilità della magistratura che vacilla, della perplessità legittima di chi si chiede se questa storia possa intaccare la serenità necessaria per chi deve amministrare la giustizia al di là di ogni ragionevole dubbio, dell'opportunità di continuare a fare il giudice a Palermo. Perché tutti i magistrati coinvolti nell'indagine sono e resteranno a Palermo. Alcuni hanno cambiato incarico, altri hanno rinunciato a parte dei loro compiti, ma è negli uffici giudiziari palermitani, nei luoghi dello scandalo, che attenderanno il giudizio del Csm sulla loro eventuale incompatibilità ambientale. Virga è tanto garbato quanto ermetico. Si limita a fare registrare un dato incontrovertibile: “Sono al mio posto, a lavorare”. I suoi gesti e il tono della voce sembrano rispondere alla domanda sulla serenità. Qualcuno degli addetti alla cancelleria si spinge oltre le impressioni con una frase asciutta: “L'autorevolezza del presidente Virga è fuori discussione”. Già, l'autorevolezza, al centro delle discussioni che impegnano gli addetti ai lavori nell'apparente normalità di una mattinata al Palazzo di giustizia. Apparente perché è profondo il solco tracciato dalla domanda che anima ogni capannello che si forma nei corridoi o davanti alle aule: può essere credibile una magistratura segnata da un'indagine, fastidiosa oltre che grave visti i reati ipotizzati? Nello scandalo dei beni confiscati sono coinvolti quattro magistrati. Uno è Tommaso Virga, gli altri sono Silvana Saguto e Lorenzo Chiaramonte (vecchi componenti della sezione Misure di prevenzione, azzerata con l'arrivo di Fontana) e il pubblico ministero Dario Scaletta. Hanno ruoli diversi nella vicenda. Per tutti vale il principio della presunzione di non colpevolezza su cui si basa il nostro stato di diritto. La Saguto sarebbe il vertice del presunto sistema affaristico - i pubblici ministeri di Caltanissetta ipotizzano i reati di corruzione, induzione alla concussione e abuso d'ufficio - creato attorno alla gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. Un sistema che avrebbe finito per favorire alcuni amministratori giudiziari piuttosto di altri. Fra i “favoriti” ci sarebbero Gaetano Cappellano Seminara, il principe degli amministratori, e il giovane Walter Virga, figlio del Tommaso di cui sopra. A detta dei pm nisseni, il primo sarebbe stato nominato in cambio di consulenze assegnate al marito della Saguto e il secondo per "ringraziare" Virga padre che, quando era consigliere del Csm, avrebbe calmato le acque che si agitavano sull'operato della Saguto. Un aiuto smentito nei giorni scorsi da Virga, tramite il suo legale, l'avvocato Enrico Sorgi: “Durante il proprio mandato al Csm non risultano essere stati avviati procedimenti disciplinari a carico della Saguto. I fatti che formano oggetto della notizia diffusa sono del tutto privi di potenziale fondamento”. Chiaramonte, invece, è indagato per abuso d'ufficio perché non si sarebbe astenuto quando ha firmato l'incarico di amministratrice giudiziaria a una persona di sua conoscenza. Infine c'è Dario Scaletta, pm della Direzione distrettuale antimafia e rappresentante dell'accusa nei processi in fase di misure di prevenzione. Scaletta avrebbe fatto sapere alla Saguto che era stata trasferita da Palermo a Caltanissetta l'inchiesta su Walter Virga e cioè il fascicolo da cui è partito il terremoto giudiziario. Il pubblico ministero ha chiesto di non occuparsi più di indagini su Cosa nostra e di misure di prevenzione. Tutti i magistrati, coinvolti nell'indagine a vario titolo e con profili diversi, restano a Palermo. Silvana Saguto, appena avrà recuperato da un infortunio fisico, andrà a presiedere la terza sezione della Corte d'assise. Chiaramonte, ultimate le ferie, prenderà servizio all'ufficio del Giudice per le indagini preliminari. Sarà il Csm a decidere se e quando trasferirli. Sul caso è stato aperto un fascicolo, di cui si occuperà la Prima Commissione, competente sui trasferimenti per incompatibilità ambientale e funzionale dei giudici. Il Consiglio superiore della magistratura per tradizione non spicca in velocità. In una giustizia spesso lumaca non fa eccezione il procedimento davanti all'organismo di autogoverno della magistratura che somiglia molto, nel suo svolgimento, ad un processo ordinario. A meno che non venga preso un provvedimento cautelare urgente ci vorrà tempo prima di conoscere il destino dei magistrati, forse più di quanto ne servirà ai pubblici ministeri di Caltanissetta per chiudere le indagini o agli stessi indagati per chiarire la loro posizione. Il “forse” è dovuto al fatto che le indagini affidate ai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Palermo sembrano essere appena all'inizio e i pm non hanno alcuna intenzione, al momento, di sentire i magistrati che avevano chiesto di essere interrogati. Oggi, però, son arrivate le parole del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini durante il plenum. "Oggi parlerò con il presidente della Repubblica", ha detto ribadendo la volontà di "procedere con la massima tempestività e rigore".

C’era una volta il «mafioso» Cavallari. Ecco l’immenso patrimonio che «Cicci» vuole indietro, scrive Carmela Formicola su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 23 settembre 2015. Cravatte jacquard, all’epoca si usava così. Si diceva ne avesse 12 tutte uguali. E anche 12 costose regimental. E almeno 12 o forse 24 maglioncini di cashmere, da usare nelle occasioni informali. Ai ricchi piace la dozzina, come unità di misura. Chissà perché. E Francesco Cavallari era indiscutibilmente un uomo ricco (magari lo è anche oggi ma la circostanza al momento non ci riguarda). Ricco, ricchissimo. Si narra che all’epoca d’oro del Teatro Petruzzelli - gestione Ferdinando Pinto - il re della sanità privata barese avesse regalato agli amici un viaggio in Egitto, con volo charter, per andare a vedere l’Aida alle Piramidi. Non tutti, della comitiva, apprezzavano Giuseppe Verdi, ma questo è un dettaglio. E quella era tutta un’altra epoca, aurea e opulenta un fiorire di accordi e amicizie, carriere e palazzine, di soldi e bella vita. Altro che i tempi uggiosi e striminziti di oggi, questo anemico orizzonte che ti tocca a meno che non sia tra i truculenti speculatori di Roma Capitale (che però anche quelli una bella fine non la stanno facendo). Quando lo chiamavano Re Mida - Francesco Cavallari, nel 1994, quando i primi magli della magistratura cominciarono a colpire, era proprietario non solo delle mitiche Case di cura riunite (ben dieci cliniche e una undicesima in costruzione) ma anche di una serie di società quali Oncohospital, Magida, Immobil D, Immobil M, Immobil Ag, Immobilgero, Gerohospital, Cardiohospital e altre ancora. Poi c’erano le ville e gli appartamenti, i titoli, i conti correnti, le automobili, le collezioni d’arte, le lire, i marchi, le sterline. Ma gran parte di questo patrimonio, com’è noto, è stato confiscato dalla magistratura nel dicembre 1996. Sono bastati circa due anni alla Giustizia per azzerare non solo un impero ma anche un pezzo di storia barese. Perché «Cicci», come lo chiamavano gli intimi, è stato un autentico personaggio, amato ed odiato, sfruttato, forse sfruttatore, per taluni generosissimo, per altri uno squalo. L’intreccio mafia politica affari - Una «triangolazione», l’avevano chiamato i giudici inquirenti, l’intreccio fatale tra impresa, politica e mafia. Mafia, già. Roba seria. Difatti Cavallari il 30 giugno 1996 patteggia una pena a un anno e dieci mesi di reclusione per associazione mafiosa. Secondo i magistrati l’imprenditore avrebbe «promosso diretto e organizzato tra il 1985 e il 1994 un’associazione per delinquere di stampo mafioso assieme ai pluripregiudicati Savino Parisi e Antonio, Mario e Giuseppe Capriati con la partecipazione di altre 25 persone». Il paradosso - Ma a distanza di anni e anni (quando forse di Cavallari, cliniche, triangolazioni, tangenti vere o presunte ci eravamo scordati tutti) l’ex imprenditore - che oggi simpaticamente gestisce (!) una gelateria a Santo Domingo - chiama i suoi avvocati e chiede: scusate, sbaglio o sono l’unico condannato per mafia in quel dannato procedimento? E i legali gli confermano che non sbaglia affatto. Perché la grande inchiesta sulla sanità privata culminata nel 1995 negli arresti della cosiddetta «Operazione Speranza» (allusione all’aria pulita che finalmente si sarebbe tornata a respirare dopo gli anni plumbei delle gestioni amicali) alla fine si è sciolta nel nulla. Qualcuno, con sintesi giornalistica, l’avrebbe definita «flop», almeno in termini di risultato finale. Qualche proscioglimento, qualche assoluzione, qualche prescrizione e del grandioso impianto accusatorio rimasero le ceneri. Possibile? Sì, e ancora oggi gli osservatori si domandano se fosse frettolosa, paranoica o peggio «politica» l’accusa, se sia invece stata morbida la magistratura giudicante, se siano stati prodigiosi gli avvocati degli imputati. Tant’è. Quel che è fatto è fatto. Come si fa un’associazione mafiosa da solo? - Ma torniamo a Cavallari che tra le palme e le noci di cocco, nella beatitudine dei Caraibi a un certo punto comincia a domandarsi: non ho capito, sono io l’unico fesso? Pardon: colpevole? Lui, informatore scientifico, compìto, sorridente, cattolico, un self made man che nel buen retiro dominicano intuisce la logica stringente del sillogismo aristotelico senza nemmeno averlo studiato, Aristotele. Il codice penale è moto chiaro. All’articolo 416 recita: «Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti...». Il 416 bis connota l’associazione di stampo mafioso. In ogni caso, per dar vita a un’associazione per delinquere, mafiosa o meno, bisogna essere almeno «tre o più persone». Cavallari a questo punto del ragionamento si chiede: ma se non ci sono altri condannati, con chi l’avrei fatta io questa cavolo di associazione mafiosa? Alcune buone ragioni per chiedere la revisione - Decidere di chiedere la revisione del patteggiamento significa per Cavallari riprendersi un paio di cose fondamentali: la dignità. E i soldi. Se i giudici stabilissero che Cavallari non è mafioso, verrebbe meno anche l’ordinanza di confisca dei suoi beni, emessa in base alla normativa antimafia. Sacrosanto: sei mafioso? Ti tolgo i soldi, che sicuramente hai guadagnato in maniera illegale. Ma all’ex Re Mida della sanità pugliese non interessa soltanto la possibilità di riavere indietro l’ingente patrimonio confiscato (i soldi non sono mai troppi, anche Pablo Picasso diceva: «Mi piacerebbe vivere come un povero ma con un sacco di soldi»). C’è dell’altro, c’è di più. Cancellare il reato di associazione mafiosa significa riprendersi un pezzo di vita. La soddisfazione di dire: avevo ragione quando dicevo che non ero mafioso, che c’era un teorema, un accanimento contro di me. Una questione di immagine, oltre tutto, e per la borghesia, certe volte, l’immagine conta più dei soldi. Corte d’appello, Cassazione e ritorno - Così Cavallari, assistito da due avvocati-mastini (il tranese Mario Malcangi, relativamente giovane ma soprattutto agguerrito e il luminare della legge professor Franco Coppi, già legale tra l’altro di Giulio Andreotti) chiede la revisione del patteggiamento. Revisione che riceve dai giudici della Corte d’Appello di Lecce un granitico «No». La Corte di Cassazione, tuttavia, cui la difesa dell’ex imprenditore ricorre, rispedisce le carte a Lecce. «Vedete bene», sussurra in soldoni la Suprema corte. E il 18 settembre scorso i giudici d’Appello leccesi hanno deciso di acquisire la sentenza di patteggiamento e tutti i verbali del procedimento concluso nel ‘96. I giudici torneranno a riunirsi a metà gennaio, in seguito potrebbero decidere di rideterminare la pena inflitta all’ex presidente delle Ccr e di eliminare dunque il reato di associazione mafiosa. Ma è il copione di Punta Perotti? - La storia si ripete. Qualora la Corte d’Appello di Lecce accogliesse le richieste di Cavallari ci sembrerebbe di assistere a qualcosa di già visto. «Assolti e confiscati» è il titolo che Michele Matarrese ha dato al suo libro autobiografico, un titolo che ha dentro l’ossimoro di una vicenda giudiziaria surreale: i costruttori di Punta Perotti, nel lungo e controverso procedimento giudiziario, sono stati a un certo punto assolti dall’accusa di lottizzazione abusiva. Tuttavia gli scheletri di Punta Perotti sono rimasti sotto confisca, e poi abbattuti in uno show mediatico-politico che tutti ricordiamo. A quel punto la famiglia Matarrese ha dovuto costruire un impianto giudiziario internazionale, perfino più tenace del cemento armato, per sentirsi dire alla fine, ma molto alla fine, e sempre con la lieve smorfia del dissenso legalistico: va bene, forse avevate ragione voi. Risultato: prima o poi l’amministrazione dovrà risarcire i costruttori degli edifici (abbattuti) di Punta Perotti e magari restituirgli i suoli dove oggi si stende la verde spianata della giustizia. O ingiustizia. Punti di vista. Una stagione indimenticabile - Non a caso sia il caso Punta Perotti sia l’affaire Ccr (ma non dimentichiamo l’oscura storia del rogo doloso del teatro Petruzzelli) maturano sostanzialmente nella stessa stagione. Si nutrono di un humus, pescano negli stessi ambienti, in quella Bari sull’orlo del grande salto di qualità, pronta a cambiare pelle e a dire basta al marchio/stereotipo «bottegai, commercianti, levantini, palazzinari», no, no: noi siamo ben altro! Ma qualcosa si è inceppato nel meccanismo del revanchismo. Le cause? Mah, bisognerà chiederlo ai sociologi, agli economisti, agli intellettuali. Tribunale, il palazzo dei passi perduti - Da cronisti possiamo solo fare un salto all’indietro, nei corridoi del palazzo di Giustizia di piazza De Nicola. Qualcuno riteneva di avere buoni amici tali da coprire le audacie? Qualcun altro aveva deciso di vestire i panni del giustizieredellanotte e fare piazza pulita di ogni illecito anche solo sospetto? Sospetti, veleni e fango, di fatto, alla metà degli anni Novanta, si sono consumati nei corridoi (e non solo) della giustizia barese. Ma sono cicli destinati a ripetersi, né possiamo dimenticare che spazzata via la (presunta) triangolazione che governava la sanità privata convenzionata pugliese, non siano venute altre batoste giudiziarie, in epoca più recente, a raccontarci crudamente che forse una sanità scevra da interessi non esisterà mai. Vuoi che da qualche parte della Puglia, in questo stesso istante, non sia all’opera il Tarantini di turno pronto a tentare di corrompere qualcuno per piazzare le protesi commercializzate dalla sua società magari intestata a un cugino lontano? Ah, quante cose abbiamo visto noi umani...E se dovessero restituirgli tutto? - Ma torniamo a Francesco Cavallari. E al suo patrimonio. Le gloriose, eleganti, efficientissime cliniche private sono diventate patrimonio della Cbh. Qualcuna ha chiuso, qualcun’altra è stata accorpata, altre sono state riconvertite. Ci sono stati procedimenti civili e poi scioperi, proteste, cassintegrati, interrogazioni parlamentari. In più la tecnologia ha rifatto il giro del mondo e le leggi sono cambiate. Morale: difficilmente, qualora Cavallari rientrasse in possesso delle quote societarie delle sue antiche società, il polo sanitario privato potrebbe rinascere con quella struttura e quell’organizzazione. Poi ci sono le quote delle società edili e immobiliari. L’ex presidente delle Case di cura riunite le cliniche se le costruiva da solo, con le sue aziende. Così non solo erano floride le sue attività sanitarie ma lo era anche il suo business edilizio. Ma questi, lo abbiamo già detto, sono tempi cupi, la crisi ha messo in ginocchio moltissime imprese edili, sono sopravvissuti soltanto i grandi e una marea di gente sta a spasso. E che dire della sfarzosa villa di corso De Gasperi? Oggi è occupata dalla Guardia di Finanza, che ha sistemato certi tristi armadietti di metallo e la macchina per le fotocopie accanto al camino bianco con le colonnine doriche. Che fai: sfratti le Fiamme Gialle? Cose che solo in Italia possono succedere. Ma queste sono tutte congetture. Una volta rientrato in possesso del suo immenso tesoro, Francesco Cavallari potrebbe:

a) tornare sulla scena sociale ed economica barese come una consumata primadonna, quale di fatto è già stato;

b) rinchiudersi in uno dei suoi lussuosi appartamenti o delle sue sontuose ville e fare il nonno felice.

(C’è anche una terza opzione: restare a Santo Domingo, in compagnia della sua giovane compagna dominicana, continuare a servire il buon gelato italiano e mandare tutti a quel paese, che magari dà ancora più soddisfazione). Ville, appartamenti e poi, come ogni ricco che si rispetti, Cavallari aveva anche un bel parco macchine, una Maserati, una «collezione di beni d’interesse storico e archeologico», come annota il giudice nell’ordinanza di confisca. E ancora quote societarie, titoli, conti correnti. Un tesoro intestato anche ai figli Daniela, Marco e Alceste Giancarlo e alla moglie, Grazia Biallo, che lo lasciò intensamente provata dallo scandalo. In una effervescente intervista rilasciata in esclusiva alla Gazzetta del Mezzogiorno nel luglio 2013, Cavallari ammise: «Sì sono ancora innamorato di mia moglie. Le ho detto che finiremo la nostra storia insieme». Una boutade? Chissà...Francesco Cavallari, nel tempo, ha affinato le sue doti di comunicatore, che sono sempre state il suo punto di forza, fin dall’epoca dei giri faticosissimi che toccano a ogni informatore scientifico che si rispetti, epoca in cui - si narra - manteneva il sorriso anche dinanzi alle porte sbattute in faccia. Ma ora si è fatto più acuto, più sottile, più ironico. Nelle rarissime dichiarazioni pubbliche è stato chiaro a tutti quanti messaggi cifrati stesse inviando a personaggi di ogni genere, pesci grandi e piccoli, amici, ex amici, vecchi nemici, uomini e donne. E ai magistrati, ovvio. Dalla donna che per prima lo fece arrestare (l’attuale procuratore generale di Bari, Anna Maria Tosto) al suo più grande accusatore (Alberto Maritati, già procuratore nazionale antimafia aggiunto poi anche sottosegretario di un governo di centrosinistra), fino a uno dei giovani pubblici ministeri che firmò le richieste di arresto dell’«Operazione Speranza» (Michele Emiliano, l’attuale presidente della Regione Puglia). E adesso? Il 2016 potrebbe essere l’anno della cancellazione del reato di associazione mafiosa, della restituzione dei beni confiscati e del trionfale ritorno a Bari. E - chi può dirlo? - delle clamorose rivelazioni che, 22 anni dopo l’arresto, a 77 anni d’età, Cavallari potrebbe infine decidersi a fare. Raccontando davvero la storia che solo qualcuno conosce, che solo in pochi hanno intuito. I pochissimi amici che gli sono rimasti accanto in tutto questo tempo (tanti altri hanno preso il volo dopo il rovesciamento di fortune) parlando di «Cicci» amano citare una canzone di Francesco De Gregori, «Il panorama di Betlemme», quando il vecchio soldato sul campo di battaglia dice «... io non sono quel tipo di uomo che si arrende senza sparare». Ecco, questo era (forse è ancora) Francesco Cavallari, l’uomo in doppiopetto e cravatta che con la ventiquattrore di similpelle girava come una trottola dal lunedì e al sabato e la domenica andava a messa con le suore negli istituti religiosi, preparando in cuor suo la grande scalata alle vette del successo. Dei beni che forse un giorno lo Stato gli restituirà, anche la villa di Rosa Marina (attualmente occupata da un’associazione che di tanto in tanto porta i disabili al mare): «Qui passerò i miei prossimi 50 anni di vita», confidò fiducioso Cicci alla Gazzetta nel luglio 2013. Contento lui.

L’irresistibile ascesa di Cicci e le mille luci della città che pensava in grande. Il rappresentante di farmaci che divenne il re Mida della sanità privata. Nella sua villa cenò Liza Minnelli, scrive Angelo Rossano su “Il Corriere del Mezzogiorno”. È un’alba livida e umida. E’ l’alba di martedì 28 marzo 1995. Se, alla fine, questa storia diventerà davvero la trama per un film, ebbene, la prima scena non potrà che essere questo momento in questa città: Bari. I blitz vengono fatti sempre all’alba, sia che si tratti di criminalità comune, organizzata o di colletti bianchi. Sia che si tratti di sicari di malavita o del sindaco o del direttore della Gazzetta del Mezzogiorno. L’appuntamento con le manette è a quell’ora lì. E lo fu anche quel giorno. Quando 35 persone finirono coinvolte in un’inchiesta sulla sanità privata. Una storia di tangenti, giri miliardari e rapporti mafiosi. Così si disse e si scrisse. Il Corriere della Sera titolò il pezzo: «Tangenti, in manette i padroni di Bari». E poi finirono tutti assolti. Quell’inchiesta era iniziata qualche tempo prima: il 3 maggio del 1994, un altro martedì. Francesco Cavallari finì in manette con alcuni suoi collaboratori per una storia di ricoveri poco chiara. Da lì, alle sue agendine, ai racconti e alle testimonianze sui suoi rapporti con la politica e con i pezzi che contavano nella società barese, il passo fu breve. E’ l’operazione «Speranza» coordinata dall’allora procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia Alberto Maritati (poi divenne parlamentare prima dei Ds e poi del Pd e anche sottosegretario). Al centro di tutto c’è lui: Francesco Cavallari, detto Ciccio solo da chi voleva far credere di conoscerlo bene, mentre il suo vero nomignolo era «Cicci». E con lui finirono nell’inchiesta e agli arresti domiciliari gli ex ministri Vito Lattanzio (Dc) e Rino Formica (Psi), accusati di corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Furono pesantemente coinvolti l’allora sindaco di Bari, Giovanni Memola (Psi), accusato di corruzione, l’ex sindaco Franco De Lucia (Psi), ma ancora un ex presidente della Regione, Michele Bellomo (Dc), ex assessori regionali come Franco Borgia (Psi) e Nicola Di Cagno (liberale), il direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Franco Russo. E anche appartenenti alle forze dell’ordine, capiclan, magistrati. In vent’anni sono stati tutti assolti. Tutti, tranne uno: Cicci. Lui aveva patteggiato. Ma l’altro ieri (che giorno era? il 6 maggio, un altro martedì) la Cassazione - proprio in occasione del suo compleanno - ha stabilito di fatto che Francesco Cavallari, l’ex «re Mida» della sanità privata barese, non è mafioso. I giudici hanno disposto un nuovo procedimento per la rideterminazione della pena. Assistito dagli avvocati Franco Coppi e Mario Malcangi, Cavallari nel 1995 patteggiò una condanna a 22 mesi di reclusione per associazione mafiosa e corruzione e gli fu confiscata gran parte del patrimonio, circa 350 miliardi di lire. Chiariamo: la corruzione resta, ma la pena andrà rideterminata. Il patrimonio? Si vedrà. Un vero tesoro accumulato a partire dalla fine degli anni ’70, grazie alla legge che istituì il servizio sanitario nazionale e che prevedeva le convenzioni con i privati. Il rappresentante di medicinali Cavallari compie il grande passo: «Rileva le quote di una società che possedeva la clinica Santa Rita, in via Bottalico, a Bari», racconta Antonio Perruggini, che fu suo stretto collaboratore ed è l’autore del libro Il botto finale, sottotitolo: «Morì un giudice, un imprenditore finì in esilio. Storia dello scandalo giudiziario più clamoroso di Bari e delle sue inaspettate fortune» (Wip edizioni, 10 euro). Fu quella la porta che Cavallari attraversò per entrare negli anni Ottanta da protagonista. Era la Bari da bere, la Bari governata dall’asse socialisti-democristiani. Nelle elezioni del 1981 per la prima volta in città il Psi superò il Pci. Era la Bari del giro vorticoso di soldi e favori, di affari e carriere, di rapporti opachi con il malaffare e la malavita, di assistenza medica privata in cliniche che sembravano alberghi a 5 stelle e posti di lavoro da chiedere e da garantire. Una città dove tutto si teneva insieme. Ma era soprattutto una città che aspirava al ruolo di capitale e poggiava le sue ambizioni su quattro pilastri: la sanità privata, la cultura, la finanza, la tecnologia. Erano le Ccr (le Case di cura riunite), il Petruzzelli, la Cassa di risparmio di Puglia e Tecnopolis. Era quindi anche la città del Petruzzelli e di Ferdinando Pinto, un altro socialista. Un lustro per la città che toccò l’espressione più alta con la produzione dell’Aida in Egitto, tra le vere Piramidi. Altri tempi, si dirà: rubinetti della spesa pubblica sempre aperti e politica compiacente. Certo, ma anche altre ambizioni, altre visioni, altra borghesia. Com’è finita lo ricordano tutti. Teatro in fiamme e a Pinto ci sono voluti dieci anni per dimostrare di essere innocente. Erano anche gli anni delle cene a casa Cavallari: villa su corso Alcide De Gasperi, lato destro andando verso Carbonara, con due piscine (una era coperta e l’altra scoperta), interni progettati dallo studio barese dell’ingegnere Dino Sibilano. Una volta, lì cenò Liza Minnelli, ma c’è chi ricorda anche Umberto Veronesi e Renato Dulbecco. Nulla di strano, in fondo nel frattempo Cavallari era diventato il capo di un’azienda, le Case di Cura Riunite, «cui facevano capo - ricorda Perruggini - 11 strutture a Bari e provincia specializzate in cardiochirurgia, dialisi, cardiologia, chirurgia, geriatria: è stata fino alla metà degli anni ’90 la prima azienda sanitaria privata di Italia con un fatturato prossimo ai 300 miliardi di lire annui e oltre 4mila dipendenti. All’epoca le Case di Cura Riunite erano per dimensioni seconde solo all’Ilva di Taranto». Bari era diventata l’eldorado della medicina convenzionata. Antonio Gaglione cardiochirurgo, già deputato, senatore e sottosegretario, ricorda ancora quell’8 maggio del 1992, oggi sono esattamente 22 anni, era il giorno che i baresi dedicano a San Nicola: a Villa Bianca (clinica Ccr) eseguì per la prima volta in Puglia un’angioplastica su un malato di cuore. Non era un paziente qualunque: si trattava di quel Nicola Di Cagno, politico e docente universitario, che tre anni dopo sarebbe finito coinvolto nell’inchiesta. E se la sera, dopo il teatro, si andava a cena da «Cicci» e dalla moglie, la signora Grazia Biallo, la mattina si facevano affari anche grazie al ruolo che aveva assunto la Cassa di Risparmio di Puglia, presidente Franco Passaro, socialista, docente universitario. Sotto la presidenza Passaro (dal 1981 al 1994) la Cassa diventa banca leader della Puglia assieme al Banco di Napoli. Com’è finita? L’ex presidente ha raccontato nel 2010 la sua versione in un libro La Resa. Piccola storia di una banca e di un processo. Infine, la quarta gamba di questa sorta di «primavera tecnocratica» barese anni ’80. Tecnopolis, il primo parco scientifico e tecnologico d’Italia, nasce alle porte di Bari da un’intuizione del professore di fisica Aldo Romano (prima socialista, poi vicino ai democristiani), allievo di Michelangelo Merlin che era a capo di un dipartimento di fisica, quello barese, dove ci fu la prima laurea d’informatica del Sud, seconda in Italia. Tecnopolis viene inaugurato nel 1984, per l’occasione arriva anche il vice governatore della California e assiste al convegno di battesimo intitolato «Finanza, tecnologia e imprenditorialità». L’Università di Bari, la Banca d’Italia, la Cassa per il Mezzogiorno e il Formez erano insieme nell’incubatore che consentirà la nascita del parco. Il modello del parco scientifico e tecnologico fu esportato in tutta Italia. Anche su Tecnopolis fu aperta un’inchiesta giudiziaria. Romano lasciò la presidenza del parco e andò a insegnare a Roma. Dall’inchiesta, alla fine, non emerse nulla. Nel 1982, intanto, la Regione Puglia, presidente Antonio Quarta varò il «Piano regionale di Sviluppo centrato sull’innovazione». Era l’82 e alla Regione si parlava di innovazione. Oggi Tecnopolis di fatto è InnovaPuglia, società della Regione che progetta e gestisce programmi di tecnologia dell’informazione e della comunicazione ed è anche una società per la promozione, gestione e sviluppo del Parco Scientifico e Tecnologico. Forse si farà davvero un film su un pezzo di questa storia. E se la scena iniziale sarà quella dell’alba sul lungomare di Bari, quella finale non potrà che essere il tramonto di Santo Domingo, dove adesso Francesco Cavallari, detto Cicci, gestisce una gelateria.

Francesco Cavallari, ex «re Mida» della sanità privata barese, non è mafioso. Lui lo aveva sempre sostenuto, ma le sue dichiarazioni dinanzi a pubblici ministeri e giudici erano rimaste inascoltate. E vent'anni dopo arriva la clamorosa decisione della Cassazione: è stata annullata la sentenza con la quale la corte di appello di Lecce aveva respinto l'istanza di revisione del processo al termine del quale nel gennaio 2013 era stato condannato per associazione mafiosa. I giudici della Suprema corte hanno disposto un nuovo procedimento per la rideterminazione della pena. Lo aveva sempre sostenuto e la Cassazione gli ha dato ragione: Francesco Cavallari non è mafioso. La Suprema Corte ha annullato la sentenza con la quale la corte d’Appello di Lecce nel gennaio 2013 aveva detto «no» all’istanza di revisione del processo avanzata dai suoi difensori, sulla base di un principio, in fondo, semplice semplice: un’associazione mafiosa con se stesso non può esistere. Cavallari è stato assistito dagli avvocati Franco Coppi e Mario Malcangi. Bari. Tutti assolti: con questo verdetto, 14 anni dopo gli arresti, si è concluso il processo d’appello per trentuno imputati coinvolti nell’operazione Speranza, in cui la procura di Bari ipotizzava un intreccio tra mafia, politica e affari. E così l’unico colpevole è rimasto Francesco Cavallari, noto come Cicci, per lungo tempo il re Mida della sanità privata pugliese e italiana: l’imprenditore, infatti, dopo essere stato arrestato, patteggiò una pena a ventidue mesi di reclusione per associazione mafiosa e corruzione subendo un sequestro patrimoniale di circa 350 miliardi di vecchie lire. A questo punto, però, visto che tutti i presunti componenti di quella organizzazione criminale sono stati scagionati nei vari processi relativi all’inchiesta che si sono susseguiti nel corso degli anni, Cavallari di fatto risulta associato con se stesso: proprio per questa ragione l’imprenditore, un tempo ex presidente delle Case di Cura Riunite e adesso gestore di una gelateria a Santo Domingo, ha chiesto la revisione del processo. L’inchiesta sul presunto intreccio tra politica, affari e criminalità organizzata nella gestione delle case di Cura Riunite di Bari, denominata speranza, fu diretta dall’allora pm Alberto Maritati, successivamente parlamentare del partito democratico e più volte sottosegretario, e coinvolse politici, magistrati e giornalisti. Tutti, naturalmente, non toccati dalla vicenda. Il vicenda giudiziaria che travolse Bari nel 1995 vide coinvolti oltre all’imprenditore esponenti politici di primo piano (tra i quali gli ex ministri Lattanzio e Formica poi assolti) amministratori regionali e infine esponenti della criminalità organizzata barese. Cavallari da anni vive a Santo Domingo dove gestisce una gelateria.

Lo aveva sempre sostenuto e la Cassazione gli ha dato ragione: Francesco Cavallari non è mafioso, scrive Giovanni Longo su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La Suprema Corte ha annullato la sentenza con la quale la corte d’Appello di Lecce nel gennaio 2013 aveva detto «no» all’istanza di revisione del processo avanzata dai suoi difensori, sulla base di un principio, in fondo, semplice semplice: un’associazione mafiosa con se stesso non può esistere. Le carte, adesso, torneranno a una diversa sezione della Corte d’Appello salentina che dovrà rideterminare la pena che Cavallari aveva patteggiato: corruzione sì, falso in bilancio anche, ma mafia davvero «no». Così ha stabilito la Suprema Corte che ha accolto la richiesta della stessa Procura generale, oltre che quella dei difensori dell’ex «Re Mida» della sanità privata pugliese. «Sono contento che sia stata ristabilita la verità storica su quello che abbiamo sempre sostenuto da molto tempo», ha commentato l’avvocato Mario Malcangi, difensore di Cavallari, insieme con il principe del foro, il professor Franco Coppi. Si chiude così, dopo qua-si vent’anni, non solo la vicenda privata di Cavallari, ma anche quella della imponente operazione denominata «Speranza». Gli inquirenti teorizzarono la sussistenza, nel territorio barese, di u n’associazione a delinquere di stampo mafioso nata da un ben preciso accordo criminoso intervenuto tra Cavallari, maggior azionista e presidente del consiglio d’amministrazione della società «Case di Cura Riunite» s.r.l. e titolare effettivo della Geoservice s.r.l. - e i principali capi clan baresi. Nel mirino degli inquirenti «il controllo di attività economiche e servizi di pubblico interesse » anche «attraverso la manipolazione del consenso elettorale a beneficio di candidati compiacenti». L’operazione rappresentò un «cataclisma» per il sistema politico e imprenditoriale locale. Il primo vero scandalo nella gestione della sanità privata. Pesanti accuse che non hanno retto al vaglio della magistratura giudicante. Personaggi del calibro di Antonio, Sabino, Mario e Giuseppe Capriati, tra gli altri sono stati strada facendo assolti in via definitiva. Era il 1995 quando il gup del Tribunale di Bari aveva ratificato il patteggiamento a una pena (sospesa) di 22 mesi anche per l’ac - cusa di associazione mafiosa per Cavallari. Un patteggiamento criticato dalla stessa sentenza con cui il Tribunale di Bari assolse alcuni suoi computati. Il re della sanità privata, che oggi vive a Santo Domingo dove gestisce una gelateria, non poteva essere considerato credibile quando ammise «di avere posto in essere molteplici e gravi condotte di corruzione di pubblici amministratori e di reati finanziari, e una serie di assunzioni di malavitosi» e non attendibile quando «pur riconoscendo di avere intrattenuto rapporti di connivenza con alcuni boss della malavita» negò «di avere stipulato un rapporto con i clan » . Nel corso del tempo tutti gli altri imputati erano stati assolti in via definitiva dalla stessa accusa. Di qui la richiesta di revoca della sentenza con proscioglimento «dal menzionato delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso, perché il fatto non sussiste, con conseguente rideterminazione della pena inflitta ». La Corte d’Appello di Lecce aveva detto «no». Di diverso avviso la Cassazione. Dalle sentenze di merito è persino emerso come «Cicci» «sia stato sottoposto ad atti di intimidazione da parte dei clan». A seguito del patteggiamento, i giudici confiscarono numerosi beni tra i quali ville, appartamenti e terreni. Tra questi, anche la villa di corso De Gasperi a Bari e l’appartamento in via Putignani, nel centro del capoluogo, ora in uso alle forze dell’ordine. Un sequestro disposto ai sensi del codice antimafia. Adesso il rischio è che potrebbero ritornare nelle mani di Cavallari. Con tante scuse.

«Anzitutto, devo precisare che sono stato difeso da prof. Franco Coppi, ma anche dall’avv. Mario Malcangi di Bari, che mi ha seguito in questa vicenda. Qual è la mia prima reazione? Sono molto, molto felice, perché è tornata serenità e pace in famiglia e, finalmente, penso che potrò ritornare con un bel rapporto con mia moglie, perché purtroppo all’epoca non resse a tutto quel tam tam che ci fu tra carabinieri, guardia di finanza, ecc. Tanto che arrivammo al divorzio. Adesso, penso che lei si sia definitivamente convinta che in casa non ha mai avuto un Totò Riina o un Bernardo Provenzano. Quindi sono molto felice. Anche se in questa grande gioia che provo in questo momento c’è grande dolore per come sono ridotte le mie strutture, che erano un gioiello all’epoca. Non lo dico io, lo dicevano tutti. E soprattutto per le migliaia di dipendenti che hanno perso il posto di lavoro. Io non sono d’accordo con chi dice, con chi ha sempre detto che mi hanno tolto i magistrati, Maritati, Scelsi, 20 anni di vita. Io ho guadagnato 20 anni di vita in questo periodo. Perché se fossi rimasto a Bari, con quelle ansie, preoccupazioni, anni di dolore che ho provato, sarei crepato. Ecco perché io non sono crepato a Bari, ma finalmente, posso dire oggi, che loro mi hanno regalato 20 anni di vita. Quindi, sembrerà un paradosso. Sono grato a quei provvedimenti, che all’epoca presero per la mia libertà personale, che mi consentì, dopo tanti anni, di fare degli accertamenti diagnostici. Da qui venne fuori che ero un cardiopatico. Sto aspettando la mia famiglia, che mi raggiungerà in questi giorni, proprio per chiarire alcune situazioni tra di noi, di famiglia, e, quindi, penso di ritornare al momento debito. Perché adesso voglio completare tutto l’iter giudiziario. Certamente ritornare a Bari. Vedere quello strazio. Quelle condizioni in cui versano le mie strutture. Io penso che eviterò di passare da via Fanelli. Eviterò di passare da via Salandra, da via Ciro Petroni. Ecco quindi cercherò di non frequentare quei posti, per non rivivere certi momenti che ho vissuto. Molto belli. Ho maturato in me una grande decisione, che mi fa piacere, in primis, riportare attraverso Telenorba. Io creerò una fondazione per assistere coloro i quali sono senza difesa, perché non hanno la possibilità di permettersi un avvocato, ed anche un assistenza a parenti di persone che sono incarcerate».

Cavallari fu arrestato nel ’94 e patteggiò la pena di 22 mesi per associazione mafiosa ed alcuni episodi di corruzione. Dalle sue dichiarazioni racconta, rimasero coinvolti una sessantina di politici e tra loro l’ex assessore regionale Alberto Tedesco, che però, non venne indagato. Cavallari affermò di aver dato 20 milioni di lire anche a Massimo D’Alema, ma i pm baresi chiesero ed ottennero l’archiviazione dell’accusa per finanziamento illecito ai partiti. Ha riferito anche che alla fine degli anni 80 un amico gli segnalò per un’assunzione Patrizia D’Addario, ma non se ne fece nulla.

Sanità, Politia ed Affari. E’ già successo a Bari nei primi anni 90, dice Antonio Procacci in un suo servizio su Telenorba. Fu un vero terremoto. Un’ottantina le persone indagate e una trentina gli arrestati. Alla fine ha pagato solo uno: Francesco Cavallari. Il re delle cliniche private. Fu arrestato nel maggio ’94 e scarcerato a novembre, quando cominciò a svuotare il sacco. Fece i nomi, e che nomi: da i ministri Lattanzio e Formica al sottosegretario Lenoci; dall’ex presidente della giunta regionale Michele Bellomo all’ex senatore Alberto Tedesco, a cui, secondo il racconto fatto all’allora pm Alberto Maritati, oggi compagno di partito dell’ex assessore, diede un contributo di 40 milioni di lire per la campagna elettorale di Lenoci, pochi mesi prima del sui arresto. E poi parlò di magistrati, funzionari pubblici, direttori generali di ASL e persino di giornalisti. Partito come informatore scientifico, Cavallari ha costruito un impero. Il più grande della sanità italiana ed europea. Con 10 cliniche private e 4000 dipendenti: pagando mazzette finanziano campagne elettorali ed assumendo centinaia di dipendenti sponsorizzati dai politici e dalla malavita locale. Tutto annotato in agende e sul computer in un file denominato, non a caso, mala.doc. “Sono l’unico imprenditore che non si è potuto sottrarre ai ricatti dei politici, malavita organizzata, magistrati e forze dell’ordine” ha sempre sostenuto e dichiarato Cicci Cavallari, che era solito favorire l’acquisto di materiale sanitario da fornitori che li venivano segnalati dai politici. Nulla di nuovo nella successiva inchiesta “Tarantini”. All’epoca non c’era la droga e neanche le escort, anche se una giovanissima Patrizia D’Addario fu presentata pure a Cavallari, ma con l’intento di fargli eseguire giochi di prestigio in alcune serate nelle sue cliniche. C’erano già, invece, i viaggi regalati, però, non ai medici, bensì ad alcuni giudici e funzionari regionali. La grande differenza di ieri, rispetto ad oggi, la fanno, però, soprattutto i soldi. Davvero tanti: 4,5 miliardi di vecchie lire, secondo le ultime stime che l'ex re delle CCR avrebbe pagato a tutti: dal PCI, come ammesso da Massimo D’Alema, fino all’MSI. Chi più, chi meno, un po’ tutti confermarono di aver intascato mazzette da Cavallari, anche se alla fine, gogna mediatica a parte, nessuno, o quasi, ha pagato. Anzi, è la Regione Puglia che deve pagare a Cavallari 63 milioni di euro per TAC, risonanze magnetiche e ricoveri in esubero non saldati ai tempi dello scandalo. Fu proprio Tedesco, all’epoca assessore alla Sanità, a stoppare i pagamento alle CCR, come ha ricordato recentemente il re Mida della Sanità. Per non parlare delle parcelle degli avvocati, che hanno difeso molti di quei politici e rigorosamente a carico dello Stato. Alcuni di essi si sono ritirati dalla scena, altri invece, sono ancora sugli scudi.

Guardia di finanza in azione: finiti in prigione anche l'ex assessore regionale Marroccoli e un consigliere comunale di Bari. TITOLO: Puglia, manette alla sanità privata. Tra le accuse più pesanti: truffa aggravata, falso e corruzione. Ricoveri mai effettuati, pagati dall'Usl 600 mila lire al giorno. Coinvolti anche i vertici di "Apulia Salus" e "Santa Maria". Ventisei arresti, il carcere attende Francesco Cavallari padrone di dieci cliniche, scriveva Piraino Giancarlo su “Il Corriere della Sera” il 4 maggio 1994. Per qualche ora s'è temuto che, avvertito in tempo, fosse riuscito a riparare all'estero. Poi, a metà pomeriggio, è giunta notizia che stava tornando da Milano per costituirsi ai giudici baresi. Francesco Cavallari, "re" della sanità privata in Puglia, era stato infatti raggiunto da due ordinanze di custodia cautelare. Al mattino era già finito in cella Paolo Biallo, suo cognato e braccio destro nella gestione delle Case di cura riunite (10 cliniche, 4 mila dipendenti, 250 miliardi di fatturato all'anno), il direttore sanitario Nicola Simonetti (piantonato in ospedale), e altri quattro tra medici e dirigenti del gruppo. Sempre in mattinata erano stati arrestati l'ex assessore alla Sanità della Regione Puglia, Tommaso Marroccoli, e un consigliere comunale di Bari, Giuseppe Pellecchia. Il blitz della Guardia di finanza aveva raggiunto anche i vertici dei due gruppi concorrenti delle Case riunite: i fratelli Franco e Giuseppe Cacurri, proprietari dell'Apulia Salus (tre cliniche, più altre tre partecipate) e Vincenzo Traina, della Santa Maria. Coinvolti anche tre funzionari della Regione, Maria Grazia De Luca, Nicola Armenise e Lorenzo D'Armento. In tutto 34 ordinanze di custodia cautelare, che hanno interessato 27 persone (qualcuno ne ha ricevuta più d'una). Truffa aggravata, falso, reati contro la pubblica amministrazione e corruzione, i reati contestati dai giudici Giovanni Colangelo ed Annamaria Tosto. I provvedimenti sono stati firmati dal gip Maria Iacovone. In ballo i ricoveri in regime di convenzione e soprattutto quelli d'urgenza. Negli uffici dei funzionari regionali sono stati sequestrati documenti riguardanti il periodo 1990-93. Alle sole Case di cura riunite sarebbero stati versati 85 miliardi per ricoveri mai effettuati. Un soggiorno di degenza, alla Mater Dei o altra clinica del gruppo, costava sino a 600 mila lire. L'indagine sarebbe partita da una denuncia riguardante le risonanze magnetiche e le Tac. Differenziate le accuse: quella di corruzione riguarderebbe solo i vertici delle Case di cura riunite, l'ex assessore Marroccoli e i funzionari regionali. Marroccoli, i funzionari regionali e i vertici delle Case di cura sono finiti in carcere; per tutti gli altri, arresti domiciliari. Per Bari è un autentico terremoto. I personaggi sono tutti notissimi. Cavallari era nel mirino della magistratura da tempo. Il sostituto procuratore Nicola Magrone (ora deputato progressista) aveva accusato lui e il cognato Paolo Biallo d'assunzioni fatte negli ambienti della malavita. L'indagine gli era poi stata tolta, alla vigilia, pare, del coinvolgimento di alcuni personaggi politici. Magrone era stato anche deferito al Csm e poi completamente prosciolto. Di fronte al plenum del Csm era invece finito nel gennaio scorso il procuratore generale di Bari, Michele De Marinis. A lui erano stati contestati anche l'atteggiamento tenuto in quella vicenda e la sua supposta amicizia con Cavallari, ma nei suoi confronti non era poi stato assunto alcun provvedimento. La sanità privata pugliese è sempre stata al centro di polemiche politiche. Le opposizioni, di destra e di sinistra, alla giunta regionale hanno sempre contestato l'entità dei finanziamenti. Cifre imponenti: nel solo bilancio 1993 94, 310 miliardi, più altri 100 per la sola assistenza nelle malattie da tumore. Dei 310 miliardi i due terzi sarebbero finiti ai tre gruppi ora sotto indagine; i 100 miliardi per l'oncologia quasi tutti alla sola "Mater Dei", clinica di Cavallari in regime di convenzione con la Regione sino al 31 dicembre di quest' anno. Dopo quella data il governo della Puglia dovrebbe decidere se rinnovare la convenzione o acquistare la clinica. Ma in questo caso Cavallari aveva già pronta la soluzione di ricambio: proprio in questi giorni stava per varare l'Istituto oncologico del Mediterraneo, con i soldi dell'Isveimer e della Cassa di risparmio di Puglia; benchè il suo gruppo abbia con la Cassa barese un'esposizione di 65, qualcuno dice 100 miliardi.

Il giudice morto che turba un pm e un senatore Pd, scrive Gian Marco Chiocci su “Il Giornale”,  Lun, 26/09/2011 con  Massimo Malpica. Le inchieste sulla sanità pugliese, le accuse tra magistrati, gli esposti al Csm, le denunce in Procura. I veleni tra le toghe baresi di questi giorni, che vedono l'ex pm Scelsi contrapposto al capo dell'ufficio giudiziario del capoluogo, Laudati, ricalcano una storia oscura di 15 anni fa. Nel 1994 la Procura di Bari indaga su un re della sanità pugliese, Francesco Cavallari, presidente delle Case di cura riunite. Al lavoro ci sono quattro pm. Alberto Maritati (l'attuale senatore Pd che a detta di Scelsi, nel 2009, gli chiese notizie sull'affaire Tarantini per conto del dalemiano De Santis) e Corrado Lembo della Direzione nazionale antimafia, Giuseppe Chieco e Pino Scelsi (lo stesso che oggi accusa Laudati) della Dda locale. Procuratore capo facente funzioni è Angelo Bassi.
Bassi non è una toga rossa. Non ha colori. A dicembre '94 difende Antonio Di Pietro: «Si sono disfatti di un magistrato scomodo facendo disperdere intorno a lui il senso della giustizia», detta alle agenzie. Quando però il mese prima Silvio Berlusconi era stato raggiunto da un avviso di garanzia alla conferenza Onu sulle mafie, Bassi aveva apertamente parlato di «scempio». Non sui giornali, ma in ufficio sì. Tanto era bastato, racconta oggi la moglie, Luigina, per inquadrarlo come «non allineato». Di certo, da quel momento la sua vita prende una piega drammatica. Bassi, come tanti a Bari, conosce Cavallari, che è sotto intercettazione. Viene registrato un colloquio tra l'aggiunto e l'indagato. I due si danno del tu, si chiamano per nome. E poi, un giorno, a dicembre del 1994, Bassi va a casa di Cavallari per interrogarlo. «Essere andato a interrogare Cavallari, che intendeva collaborare, a casa sua (...) bastò a far decretare la mia fine», racconta lui stesso, a luglio del 1997, a Carlo Vulpio del Corriere della Sera. I «colleghi» che indagano su Cavallari lo denunciano alla procura di Potenza (allora competente per i magistrati baresi, ora è Lecce, come Laudati sa bene) e al Csm. Bassi si ritrova indagato: abuso di potere e omissione di atti d'ufficio le ipotesi di reato. Il Csm a settembre del 1995 lo trasferisce a Napoli: incompatibilità ambientale. E l'otto novembre '96 viene rinviato a giudizio dalla procura di Potenza. Proprio due dei suoi «accusatori», Scelsi e Chieco, in udienza confermano che Bassi «li raggiunse nel loro ufficio per informarli dell'incontro con Cavallari», nel corso del quale Bassi aveva raccolto una confidenza, utile per un'indagine che vedeva Maritati parte lesa a Potenza, subito trasmessa dagli stessi pm alla procura lucana. Non sembra un comportamento da favoreggiatore. Infatti il 14 marzo '97 Bassi viene assolto perché il fatto non sussiste. La motivazione della sentenza è devastante per gli accusatori dell'ex procuratore, e stigmatizza in particolare Maritati. Che, pur in conflitto di interessi, come inquirente e come parte lesa di quelle dichiarazioni, secondo il giudice «non ha avvertito la necessità di astenersi dal prendere parte a qualsiasi iniziativa del suo ufficio in relazione ad un fatto che lo riguardava personalmente, ed abbia anzi redatto unitamente ai colleghi Chieco e Scelsi la relazione inviata in data 23-12-94 al procuratore della Repubblica di Potenza». Bassi, assolto in tribunale, il giorno dopo la sentenza viene condannato in ospedale, dove gli viene diagnosticata una malattia in fase terminale. Morirà un anno dopo, non prima di aver denunciato i suoi accusatori Maritati, Scelsi, Chieco e Lembo che si ritrovarono sotto indagine a Potenza in un fascicolo. Archiviato. Come archiviata finì la denuncia degli stessi pm da parte di Cavallari, che nella maxi-inchiesta barese che aveva coinvolto anche big della politica come Massimo D'Alema (percettore per sua stessa ammissione di un finanziamento da Cavallari, ma il reato era prescritto) era stato, alla fine, l'unico condannato, patteggiando 22 mesi. Decisivo per chiudere l'indagine potentina in cui Cavallari denunciava «gravi violazioni» dei pm, fu il nastro di un colloquio in procura a Bari di Maritati e Chieco con lo stesso Cavallari, in cui l'imprenditore rivelava ai suoi interlocutori una sorta di «complotto» della politica contro di loro. Deja-vu? Fatto sta che Cavallari, di fatto, li scagiona mentre, a Potenza, li accusa. Tutto normale? Insomma. Maritati, come rimarcava in un'interrogazione del '97 l'allora senatore di An Ettore Bucciero, era «al contempo indagato (...) e magistrato inquirente che raccoglie e registra le dichiarazioni confidenziali del suo accusatore». Un delirio. Ma non è la sola stranezza. Quel verbale viene chiuso con Maritati che fa presente come alle «11.50 del giorno 12 febbraio 1996, Cavallari è uscito dalla nostra stanza», a Bari. Eppure lo stesso Cavallari quel giorno, secondo gli atti del procedimento della procura lucana, venne convocato e interrogato dai pm Nicola Balice ed Erminio Rinaldi. Alle 12: dieci minuti dopo, a 140 chilometri di distanza. E i due magistrati, ascoltando il nastro barese dell'ubiquo imprenditore, invece di stupirsi della strana coincidenza di date, chiesero (e ottennero) l'archiviazione per il futuro senatore Maritati e per i suoi colleghi. Chi tocca certi fili muore, come Bassi.

“Cavallari? Il male lo ha subito”. "In punta di piedi mi permetto di rivolgermi alla Sua persona in qualità di amico di Francesco Cavallari, dopo aver appreso dagli organi di informazione della consegna, anche alla Sua presenza, della villa di Rosa Marina in favore di una nobile causa sociale. Annoveri anche il buon Cavallari nelle preghiere che anche altri vescovi gli hanno sempre riservato". "In punta di piedi mi permetto di rivolgermi alla Sua persona in qualità di amico di Francesco Cavallari, dopo aver appreso dagli organi di informazione della consegna, anche alla Sua presenza, della villa di Rosa Marina in favore di una nobile causa sociale. Annoveri anche il buon Cavallari nelle preghiere che anche altri vescovi gli hanno sempre riservato". Una lettera aperta, (pubblicata da Nicola Quaranta su “Brindisi Report”) una difesa a tutto campo dell'imprenditore barese Francesco Cavallari. Antonio Perruggini, ex responsabile delle Pubbliche relazioni del Gruppo Case di Cura Riunite di Bari, all'indomani dell'inaugurazione, presso l'ex villa del Re delle Ccr di Bari, del Centro per l'autonomia, ripercorre le tappe della vicenda giudiziaria di Cicci Cavallari: fondatore delle "Case di Cura Riunite" di Bari, coinvolto negli anni Novanta nella tangentopoli barese. E lo fa rivolgendosi in prima persona al Vescovo di Brindisi e Ostuni, monsignor Rocco Talucci, che nel corso della cerimonia di benedizione ha sottolineato il senso e il valore dell'evento che ha sancito la consegna ai volontari del Centro per la riabilitazione dei disabili del patrimonio immobiliare a suo tempo confiscato: "Come nella Resurrezione, siamo a celebrare il passaggio dal male al bene". Queste le parole del vescovo. Ma chi, al fianco di Cavallari, ha lavorato per anni, vivendo la stagione fortunata delle Case di cura Riunite (all'epoca azienda leader in Europa nella Sanità Privata, con 250 miliardi di fatturato, undici presidi e oltre 4000 dipendenti), non ci sta: "Il Procuratore della Repubblica di Bari Angelo Bassi, il magistrato integerrimo che si permise di trattare Francesco Cavallari con umanità pur non avendo mai avuto alcun rapporto con lo stesso imprenditore imputato per mafia, mentre era in preda a atroci sofferenze, mi disse poco prima di morire che il caso Cavallari sarebbe terminato con un botto finale. E così è stato, anche se quello più fragoroso deve ancora arrivare. Non so se Cavallari assisterà a quell'esplosione, ma di sicuro il suo nome, la sua storia e quella dei suoi carnefici, ci saranno. In prima fila, ognuno con le proprie responsabilità e meriti. Proprio come diceva l'indimenticabile magistrato". La ragione dello sfogo: "Ancora oggi - scrive Perrugini - le cronache regalano pezzi di ingiustizia, così eclatante da far rabbrividire. Mi chiedo come si può non sapere che quell'uomo è innocente e ha subito ingiustamente un martirio durato 17 anni. Invece ancora oggi in pompa magna autorevolissimi esponenti della politica, dello Stato e della Chiesa partecipano all'affidamento di un bene di Cavallari, sequestrato perché lo stesso era accusato (mai condannato !) di ipotesi mafiose risultate penosamente infondate. Anzi infondatissime. E così l'azione devastante verso quell'uomo e l'azienda che aveva realizzato, ovvero di quelle cliniche che furono un vanto per il territorio pugliese e un esempio di eccellenza clinica per il meridione di Italia, pare non terminare mai, nonostante ben tre gradi di giudizio che hanno urlato la stessa parola finale: innocente. Dopo 17 anni". E la difesa continua: "Era il 17 dicembre del 2009 quando per l'ennesima volta un collegio giudicante di appello aveva sconfessato sonoramente tutta l'opera costata miliardi, contro Cavallari. Ma non bastò. Chi volle il suo sacrificio, quello della sua famiglia e dei suoi dipendenti, non si dette per vinto e in un ultimo disperato tentativo, tentò la strada della Cassazione, che con decisione ha consacrato quanto per anni e in tutte le lingue aveva riferito e avevano motivato i suoi legali. Non bastarono le testimonianze, i riscontri inesistenti, le rogatorie internazionali in mezzo mondo finite con un nulla di fatto, e la leale collaborazione dell'imprenditore a far ragionare i suoi accusatori". "Doveva sparire. E così avvenne. Ora è esiliato a Santo Domingo. Oggi è gravissimo e in certi versi sconvolgente, che la "signora con la spada" pronta a troncare ogni ingiustizia, non ottenga il giusto rispetto. E così mentre si scrive la parola fine "all'assalto alla diligenza", ora deve essere il tempo della presa d'atto di un fallimento e del riconoscimento morale e materiale di quanto è avvenuto in danno di un innocente. Di mafia si intende. Perché Francesco Cavallari è stato accusato di altri reati, che non potevano procurare l'attacco verso tutto il suo essere e consentire di entrare anche nei "buchi delle sue serrature" e incenerire anche la polvere che calpestava. Quindi l'affondo, nelle parole di Peruggini: "L'affare ciclopico c.c.r". ha sorpassato da tempo i limiti della decenza politico-economico - istituzionale e nonostante le urla di giustizia consacrate in coerenti sentenze penali e civili, non ha fatto muovere nulla e nulla è stato fatto, come se in una sorta di limbo imbalsamato e maledetto da un diabolico sortilegio, "la bestia" doveva restare vittima, in attesa della tanto adorata "bella". Quello che è stato più volte e chiaramente scritto "in nome del popolo italiano", evidentemente ha infastidito i pochi reduci della "lotta verso Cavallari" e così mentre viene consacrato che quanto ha subito è stato davvero troppo, attraverso le ipotesi di mafia e truffa naufragate insieme alle loro congetture, l'unica vittima di questo affare colossale, resta Cicci Cavallari che ha creato lavoro e sviluppo economico, restando completamente estraneo alle insussistenti accuse del naufragio annunciato". Ed in fine le conclusioni: parole rivolte direttamente a monsignor Talucci. "Mi aspetto che almeno un Vescovo, con il suo noto senso di Carità avverta la opportunità di condividere una atroce sofferenza, agevolmente da conoscere con un minimo cenno, al fine di poter annoverare anche il buon Cavallari nelle preghiere che anche altri vescovi gli hanno sempre riservato. Penso che qualsiasi uomo che sente il dovere della giustizia terrena e divina, debba avere la gioia di conoscere una storia, a maggior ragione quando questa è costellata da grandi sofferenze trasformate spesso in altre versioni lontane dalle sentenze e dai fatti per il tramite di articoli e menzogne riportate in centinaia di "cronache", e in libri pubblicati e venduti sulla pelle di Cavallari e di una azienda passata di mano senza troppe esitazioni". "La storia vera, che in tutta solitudine Cavallari, ormai stremato, ha invocato per anni e che non è stata mai ascoltata ha sostenuto invece varie fortune politiche, una drammatica disoccupazione e l'affermazione di un nuovo modello di gestione della sanità che viviamo ogni giorno. Basta ancora oggi alzare il telefono e chiedere la disponibilità di una Risonanza Magnetica o di una Tac per rendersene conto". La chiosa, in calce alla lettera indirizzata al vescovo: "Ringrazio il Signore - scrive Perruggini - per avermi donato la gioia di essermi rivolto alla Sua pregevole persona e di aver vissuto nel mio cuore un glorioso momento di giustizia, pregandoLa di perdonare il mio sfogo e di rivolgere la Sua preghiera e il Suo perdono anche verso chi a Cavallari volle così male". La storia giudiziaria di Cavallari, in sintesi: negli anni Novanta l'imprenditore barese finì in manette nell'ambito di un'operazione che portò la magistratura a scoperchiare un presunto intreccio affaristico, politico, criminale. Una vicenda giudiziaria che scosse nel capoluogo i palazzi del potere. Cavallari a suo tempo patteggiò la pena, quella di associazione per delinquere di stampo mafioso, e uscì dal carcere. Riacquistata la libertà, perse però i suoi averi. Quel patteggiamento, infatti, segnò la fine del suo impero economico e portò alla confisca di gran parte dei beni di famiglia, compresa la lussuosa villa nel residence più esclusivo del litorale ostunese. Nei mesi scorsi la Cassazione ha chiuso anche l'ultimo capitolo di quella vicenda giudiziaria, dichiarando inammissibile il ricorso che era stato presentato dalla Procura generale avverso la sentenza con la quale nel 2009 i giudici d'appello mandarono assolti, perché il fatto non sussiste, anche le dodici persone ritenute vicine ai clan baresi a cui, sempre secondo la Pubblica accusa, Cavallari aveva concesso una serie di aiuti, a partire dalle assunzioni presso le sue cliniche. Nel corso del tempo furono assolti anche gli altri personaggi eccellenti coinvolti in quella inchiesta: ex assessori e funzionari regionali, ex ministri, giornalisti. Cavallari, l'unico all'epoca a scegliere la strada del patteggiamento, risulta così anche l'unico colpevole.

Maritati & C.: “liberammo Bari”. Adesso chi ci libererà da loro? Si chiede Nicola Picenna su “Toghe Lucane”. L'inchiesta “Speranza” (31 imputati) e l'inchiesta “Toghe Lucane” (34 indagati) hanno molto in comune, oltre al numero degli indagati che quasi quasi coincide. Entrambe ipotizzano una vasta rete di corruttela fra imprenditori, politici, magistrati e delinquenza comune e non. Entrambe sembrano destinate a finire in un nulla di fatto. Tutti assolti in appello (tranne Francesco Cavallari che aveva scelto il patteggiamento) quelli di “Speranza”. Tutti in attesa che si pronunci il Gip sulla richiesta di archiviazione tombale, per “Toghe Lucane”. Uno dei PM che aveva condotto le indagini nell'inchiesta “Speranza”, Alberto Maritati, difende il suo operato: “può anche succedere che l'accusa venga rovesciata con una sentenza di assoluzione, ma non per questo si deve pensare che il pm sia stato un cieco persecutore”. Anche il Procuratore Capo, Giuseppe Chieco, difende l'operato della Procura di cui ha la responsabilità, criticando quello del dr Luigi de Magistris dopo che gli indagati da quest'ultimo – nel “filone” Marinagri, troncone rilevante del “Toghe Lucane, sono stati assolti. Nel processo “Speranza”, “non si deve pensare che il pm sia un cieco persecutore. I provvedimenti cautelari da noi richiesti sono passati al vaglio di tre giudici: il gip, il Tribunale del Riesame e la Cassazione”, così parla Alberto Maritati. Nel procedimento “Toghe Lucane-Marinagri” il provvedimento (cautelare) del sequestro del cantiere è stato confermato dal Gip, dal Riesame, dalla Cassazione e, per altre due volte, nuovamente dal Gip. Ma De Magistris viene dipinto come un “cattivo magistrato”. Nel procedimento penale “Toghe Lucane” il pensiero infamante è obbligatorio. “Di regola il pm che svolge le indagini è lo stesso che sostiene l'accusa anche nel dibattimento e, a certe condizioni, anche in appello. I pm non hanno seguito il procedimento fino alla conclusione... e il processo è stato spezzettato in tanti tronconi: questo secondo me ne ha decretato la fine”. Così parla Maritati del processo “Speranza” e non si sbaglia. Per “Toghe Lucane” è lo stesso. Il primo pm (Luigi de Magistris) viene sottratto all'inchiesta; gli subentra Vincenzo Capomolla che spezzetta “Toghe Lucane” in tanti tronconi. Nel momento topico del processo anche Capomolla evapora. Arriva Cianfrini che in pochi minuti valuta quintali di atti giudiziari e chiede l'assoluzione. Gabriella Reillo, Gup dalle indiscusse capacità valutative, assolve. “Quell'inchiesta ha liberato Bari da una cappa... Cavallari controllava la città. Così come ha detto egli stesso a noi e come ha detto a voi (Corriere del Mezzogiorno, ndr) nell'intervista conferma di aver distribuito 4 miliardi di lire ai politici e non solo”; sempre Maritati che parla apertis verbis. Anche per “Toghe Lucane” emergeva la “cappa” o, come scrisse De Magistris, “l'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, alla truffa aggravata ai danni dello Stato ed al disastro doloso”. Che Bari si sia liberata da quella cappa, alla luce delle recenti inchieste sulla sanità pugliese, appare affatto certo. Come accade in Basilicata, dove gli indagati da De Magistris (in buona parte) occupano ancora i posti di comando e controllo. Se non che, a guardare tutto, si scopre che Giuseppe Chieco, oggi fra gli indagati in “Toghe Lucane” è stato fra i PM dell'inchiesta “Speranza” insieme con Maritati. Che Chieco e Maritati furono indagati per abuso d'ufficio in una inchiesta tenuta dalla Procura di Potenza da cui vennero prosciolti grazie alle improvvide dichiarazioni rese loro (che strano) proprio da Francesco Cavallari. Era il 12 febbraio 1996, in Procura a Bari, presenti Chieco, Maritati e Cavallari. Ma Cavallari nega e si scopre che in quello stesso giorno, a quella stessa ora, Cavallari Francesco veniva interrogato a Potenza. Carte false, Chieco e Maritati vennero salvati da carte false autoprodotte. “Liberammo Bari” dice Maritati, ma chi ci libererà da loro? p.s. Qualcuno chieda ad Alberto Maritati, perché la quota parte dei 4 miliardi finita nelle tasche di Massimo D'Alema finì con la prescrizione e come mai egli decise di candidarsi proprio nel partito di Max e come fu che, eletto alle suppletive, D'Alema lo volle immediatamente sottosegretario nel I e II governo di cui era Presidente del Consiglio. Qualcuno chieda a Maritati perché non indagò Alberto Tedesco, indicato fra i percettori di una quota consistente dei “soliti” 4 miliardi; come oggi risulta indagato per analoghe operazioni poste in essere da assessore della giunta “Vendola”. Qualcuno chieda a Maritati come fa a sostenere lo sguardo dei parenti di quel magistrato coperto da accuse infamanti ma poi assolto per non aver commesso il fatto. Qualcuno gli chieda perché, ancora oggi, non sente vergogna ogni qualvolta ne richiama la memoria, tradendolo anche da morto, come di un magistrato colpevole di inqualificabili (ma inesistenti) reati.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO E GAFFE. QUANDO I MAGISTRATI DANNO I NUMERI.

Anno giudiziario 2015, la gaffe dei numeri. Errore nella trasmissione dei dati tra gli uffici giudiziari: le statistiche sono sbagliate, scrive Vincenzo Damiani su “Il Corriere del Mezzogiorno”. Un errore materiale nel riportare le cifre, un’analisi diversa dei fenomeni criminali oppure qualcosa non ha funzionato nella trasmissione dei dati da un ufficio giudiziario all’altro. Quale sia stata la causa non è ancora chiaro, quel che è certo, invece, è che gli omicidi volontari consumati a Bari e nella sua provincia nell’ultimo anno non sono 66, come riportato nella relazione annuale sull’amministrazione della giustizia, ma molti di meno, 18 (11 nel capoluogo). Così come non sono 24 i delitti consumati a Trani, troppi anche in questo caso rispetto a quelli avvenuti realmente (3). I 66 omicidi a Bari avevano riempito i titoli dei giornali e dei tg e avevano indotto a parlare di una escalation criminale senza freni. Difatti, comparando il dato con quello dell’anno precedente risultavano raddoppiati i delitti, passati da 33 a 66. Identica situazione per la Bat, dove si era passati, stando alla lettura della relazione, da 11 a 24 assassinii. Però, andando a spulciare le statistiche fornite annualmente dalle forze di polizia è subito emersa la discrepanza nelle cifre. Dagli uffici della Corte di Appello confermano che il dato a loro trasmesso è di 66, ma il presidente reggente Gianfranco Castellaneta ha dato ordine di svolgere degli approfondimenti per capire cosa possa essere accaduto. Anche perché ci sono altre importanti discrasie tra i dati in possesso della Corte di Appello e quelli memorizzati negli archivi centrali delle forze di polizia e del ministero dell’Interno. Ad esempio, i furti registrati dal tribunale nella provincia di Bari nel periodo luglio 2013-giugno 2014 sono 5.608, mentre per le forze dell’ordine sono poco più di 35mila. Così come c’è forte differenza sul numero delle persone sottoposte alle indagini dalla Dda: 3.530 stando alla lettura della relazione, 150 per gli investigatori. Insomma, una guerra di cifre sulla quale c’è poca chiarezza al momento, ma nelle prossime ore, dopo aver riesaminato i dati, dalla Corte di Appello sarà fornita una spiegazione. Per ora restano i dubbi su quale sia la reale portata di alcuni fenomeni criminosi. Statistiche a parte, su un punto non sembrano esserci dubbi, ovvero il fatto che gli omicidi e i tentati omicidi abbiano destato «allarme sociale» perché «spesso perpetrati in pieno centro cittadino con esposizione al rischio per la propria incolumità anche di ignari passanti». Agguati preparati e compiuti dagli affiliati ai clan mafiosi in lotta tra loro per la gestione degli affari illeciti che riguardano, prevalentemente, «il traffico, anche internazionale, di sostanze stupefacenti, l’estorsione e l’usura ai danni degli imprenditori locali». Ma, secondo la Dda distrettuale, «stanno emergendo con sempre maggiore insistenza elementi probatori che confermano una particolare attenzione dei gruppi criminali, specie nella provincia di Foggia, per il traffico illecito dei rifiuti, con gravi danni ambientali». C’è un altro aspetto che non lascia dormire sonno tranquilli: con i boss baresi quasi tutti dietro le sbarre, le cosche del capoluogo di regione cercano nuove leve tra i minorenni. «Nell’ambito della provincia di Bari e soprattutto nella città capoluogo – scrive il presidente Castellaneta - il contemporaneo stato di detenzione della maggior parte dei capi clan storici sta provocando un pericoloso fenomeno di emersione di giovani personalità criminali».Nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata sottolineata l’imp0rtanza delle indagini sul terrorismo islamico: undici le persone considerate sospette.

Bari, i numeri pazzi dei delitti all'anno giudiziario: prefetto «chiama» la Corte d'appello, scrive Isabella Maselli su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. «Quel pasticciaccio brutto» dei numeri dell’anno giudiziario. Sembra non essere stata ancora scritta la parola fine alla vicenda. Il dato eclatante degli omicidi (66 a Bari e 24 a Trani), nonostante la spiegazione fornita dal presidente della Corte d’Appello Gianfranco Castellaneta, continua a non convincere. Ieri il prefetto di Bari, Antonio Nunziante, ha inviato una nota scritta a Castellaneta, chiedendo formalmente di fare chiarezza su quei dati. Errore materiale di battitura, di calcolo, oppure una diversa interpretazione delle statistiche? A queste domande risponderà nei prossimi giorni il presidente facente funzioni della Corte d’Appello di Bari. Pur non avendo materialmente raccolto di persona i numeri ormai noti dei delitti consumati nel distretto, la firma sulla relazione presentata sabato scorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario è sua.Dai dati messi nero su bianco emerge il quadro allarmante degli omicidi volontari. Nella provincia di Bari, dice la relazione, ci sono 66 omicidi «consumati», il doppio dei 33 dell’anno precedente. E in quella di Trani ben 24 rispetto agli 11 del periodo luglio 2012-giugno 2013. Nelle banche dati delle forze dell’ordine e della Prefettura, però, i conti sono altri. A Bari gli omicidi sono stati 18 e a Trani 3. Numeri ben al di sotto di quelli presentati. E poi ci sono i dati relativi agli indagati per associazione mafiosa (stando alla relazione più di 3.500 a fronte dei circa 150 rilevati) e quelli sui furti (qui la relazione va al ribasso, contandone poco più di 5mila rispetto ai reali 35mila). Sulla vicenda lo stesso presidente Castellaneta ha fornito una prima spiegazione nei giorni scorsi, dicendo che «non c'è alcun errore nei dati sulla criminalità riportati nella relazione perché la discrepanza deriva dal diverso modo di assumere le statistiche e dalla diversa finalità a cui queste statistiche rispondono. Noi - ha spiegato il presidente - nella relazione dell’anno giudiziario diamo conto del lavoro svolto dai magistrati. Quindi quando diamo un certo numero di omicidi ci riferiamo alle iscrizioni nei registri degli indagati. Queste iscrizioni per omicidio non necessariamente riguardano omicidi verificatisi nel periodo di riferimento. Possono riguardare anche omicidi avvenuti precedentemente e questo, sia perché possono essere stati individuati gli autori per effetto di dichiarazioni di cosiddetti “pentiti”, o perché le indagini delle forze dell’ordine, svolte in mille modi diversi, hanno portato a individuare gli autori di questi omicidi». Insomma, stando a questo precisato dal presidente della Corte d’Appello di Bari, a fronte dei 18 omicidi commessi nella provincia, nello stesso periodo la Procura Antimafia avrebbe aperto altri 48 fascicoli per delitti precedenti. La questione continua a non essere così chiara e ora Castellaneta dovrà spiegarlo formalmente al prefetto, che attende anche di capire come il numero dei presunti mafiosi sia lievitato fino a oltre 3.500 sospettati. 

Se il numero degli omicidi diventa un'opinione, scrive Michele Partipilo su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Il prefetto di Bari, Antonio Nunziante, ha annunciato di aver scritto una lettera al presidente facente funzioni della Corte d’Appello di Bari per chiedere spiegazioni in merito ai dati sulla criminalità forniti durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario. La vicenda, che comincia ad assumere toni kafkiani, è nota. Nella relazione distribuita ad autorità e giornalisti è scritto fra le altre cose che nel periodo di riferimento - cioè dal 1° luglio 2013 al 30 giugno 2014 - nella provincia di Bari sarebbero stati commessi ben 66 omicidi, cioè più di uno a settimana, e «solo» 5.608 furti; che nel Distretto (Bari, Bat e Foggia) ci sarebbero 3.530 indagati per mafia dalla Dda. Nella realtà le cose - per fortuna - sono un po’ diverse perché gli omicidi a Bari sono stati 18, gli indagati per mafia sono 150 mentre i furti denunciati sono stati circa 35mila. I dati forniti dalla Corte d’Appello, oltre che balzare agli occhi degli uomini delle forze dell’ordine, sono palesemente in contrasto con quanto dichiarato qualche tempo fa proprio dal ministro dell’Interno, Alfano, che aveva sottolineato il calo degli omicidi a Bari. È nota anche la risposta piuttosto bizzarra fornita ai cronisti dal presidente reggente, Gianfranco Castellaneta, il quale ha prima messo in dubbio la scientificità delle statistiche («più che scienza, un’arte») e poi si è rifugiato dietro una fumosa spiegazione secondo cui i dati forniti nella Relazione sarebbero riferiti non ai singoli casi, ma alle iscrizioni nel registro degli indagati relative a quei casi. Un metodo di rilevamento singolare, per altro mai attuato in passato, che porterebbe a dire che se oggi c’è una strage a Bari con dieci assassinati e nessuno viene indagato, quegli omicidi non verranno registrati nella prossima Relazione né se ne saprà nulla al ministero. Conscio della stranezza dell’affermazione, il presidente reggente della Corte d’appello alla fine ha dichiarato: «Se i dati che io ricevo dalla Procure mi danno certi numeri devo pensare che sia così». Di fronte a queste parole finisce la singolarità e comincia la preoccupazione. Se un alto magistrato - non un giornalista imbrattacarte o un verduraio giocherellone - trova normale vivere in una città dove ci sono 5-6 morti ammazzati al mese, allora vuol dire che Bari e la sua provincia sono messe proprio male, peggio della Palermo della stagione stragista. E questo non fa sobbalzare una persona che lo Stato retribuisce per occuparsi proprio di tali questioni? L’interrogativo si fa ancora più serrato dinanzi alle «spiegazioni» di Castellaneta («se le Procure mi danno quei dati... »). Allora la Procura generale, la Corte d’Appello, che fanno? Si limitano a collazionare carte senza un minimo di riscontro e di valutazione? È vero che Bari, come altre città italiane, attende da tempo la nomina di procuratore generale e di presidente della Corte d’appello, ma questo non può implicare che l’amministrazione della giustizia se ne va per i fatti suoi. Ammettere subito l’errore - perché di questo si tratta - sarebbe stato scusabile, sebbene non giustificabile. Non ci si rende conto forse che i dati forniti e diffusi da tutti gli organi d’informazione hanno costretto a sbagliare i giornalisti, i quali hanno pubblicato di fatto una notizia falsa, creando allarme in un’opinione pubblica già sofferente per il malfunzionamento della giustizia. Il Pg presso la Corte d’Appello può far avviare un’azione disciplinare nei confronti dei giornalisti quando violano la deontologia professionale, per esempio pubblicando notizie false. Domanda: il dott. Castellaneta farà promuovere un’azione disciplinare nei confronti dei giornalisti che hanno pubblicato una falsa notizia da lui stesso fornita? Non è il gusto di ragionare per paradossi, ma solo un esempio del livello cui è giunta l’etica pubblica in Italia, dove nelle cerimonie di apertura dell’anno giudiziario si mescolano rivendicazioni sindacali, giudizi sull’operato di altre Procure e dati fasulli. Ma torniamo alla Corte d’Appello di Bari, dove evidentemente il baco dell’errore si annida in qualche computer, perché anche nella relazione letta nel gennaio 2013 furono forniti dati imprecisi, sebbene in maniera non così clamorosa come qualche giorno fa. In particolare si disse che nel periodo considerato (1° luglio 2011 - 30giugno 2012) c’erano state 173 richieste di adozione di bambini italiani e 127 di bambini stranieri; che per portare a compimento un’adozione nazionale occorrevano in media 2.369 giorni (6 anni) e 545 giorni per una internazionale. La presidente del Tribunale dei minorenni, Rosa Anna De Palo, sussultò davanti a quei numeri e li addebitò alla «distrazione» dei giornalisti. Ma di fronte al testo della relazione, dovette ricredersi, anche se per garbo istituzionale non volle sollevare il caso. Qualche tempo dopo rilasciò un’intervista in cui forniva le cifre autentiche: 408 domande di adozioni nazionali, 266 internazionali, 1.106 giorni per definire un procedimento di adozione nazionale, 260 giorni per quella internazionale. Ora della vicenda barese se ne occuperà forse il ministero, anche se è più probabile che tutto finisca in fondo a qualche cassetto: ci sono problemi più importanti da affrontare. Magari quello delle ferie dei magistrati o degli equilibri di corrente da mantenere.

TRIBUNALE DI BARI. IL PALAZZO DEI VELENI.

La prima opera sullo scandalo giudiziario più clamoroso di Bari e la conseguente confisca di un patrimonio di 350 miliardi di lire. La distruzione di una grande realtà imprenditoriale e la perdita di migliaia di posti di lavoro, scrive Puglia Live. La “guerra” tra i magistrati e il triste battesimo del Tribunale di Bari come “Palazzo dei Veleni”, nel 1993….fino ad oggi. La morte del Procuratore Bassi, le insperate fortune di politici e imprenditori. Francesco Cavallari In “esilio”, le cliniche confiscate e passate di mano. Tutto descritto minuziosamente ne “IL BOTTO FINALE” (wip edizioni - Bari), l’opera dello scrittore Antonio Perruggini. Una ricostruzione esclusiva e minuziosa, durata diciotto anni attraverso le testimonianze e i documenti che hanno sancito la fine di una drammatica vicenda giudiziaria che non doveva “sussistere”, come ha confermato la Suprema Corte di Cassazione. Nell’inchiesta furono indagati, catturati, per poi finire definitivamente assolti, Ministri della Repubblica, Parlamentari, uomini delle Istituzioni, Magistrati, in un unico procedimento che chiamarono “Operazione Speranza”, che riguardò anche i boss più noti della criminalità locale. Il Ministro Vito Lattanzio, il Ministro Rino Formica, il Sottosegretario Lenoci, il Presidente della Regione Michele Bellomo, l’Assessore alla Sanità Tommaso Marroccoli, l’Assessore al Bilancio Nicola Di Cagno, Il Sindaco di Bari Giovanni Memola, e poi Assessori, Ufficiali delle forze dell’ordine, decine di altri esponenti della politica e delle istituzioni…..tutta la cosiddetta “Prima Repubblica” fu spazzata via da quell’inchiesta finita con un nulla di fatto. Centinaia di famiglie sono rimaste senza reddito e la vertenza lavorativa, costata una cifra ciclopica (oltre trecento milioni di Euro), dura, ANCORA OGGI DA OLTRE VENT’ANNI ! IL PROCURATORE ANGELO BASSI, AMMALATOSI GRAVEMENTE ANNUNCIO’ ALL’AUTORE QUALCHE GIORNO PRIMA DI MORIRE “IL BOTTO FINALE”, PREVEDENDO CON QUELLA FRASE IL MOMENTO IN CUI OGNUNO AVREBBE TROVATO LA PROPRIA COLLOCAZIONE PER QUANTO STAVA SUCCEDENDO.

Antonio Perruggini, il manager più vicino a Francesco Cavallari ha vissuto da testimone tutta la vicenda umana e giudiziaria, restando vittima anch’esso di un clamoroso errore giudiziario che lo annovera nei cento casi più eclatanti di ingiustizia dal dopo guerra ad oggi (“Cento volte ingiustizia” – Ed. Mursia), quando a soli ventisette anni venne catturato e scambiato per il “direttore sanitario” di una clinica. Perruggini, alla sua seconda opera letteraria, dedica a Angelo Bassi il suo libro che è una attenta riflessione sul sistema giustizia che può anche annientare molto di più di quanto possiamo immaginare.

Francesco Cavallari è stato un imprenditore italiano fondatore nel 1976 delle Case di Cura Riunite srl di Bari. Ne rimase Presidente fino alla fine del 1994. La sua azienda sanitaria che deteneva 11 strutture a Bari e provincia specializzate in cardiochirurgia, dialisi, cardiologia, chirurgia, geriatria,  è stata fino alla metà degli anni ‘90 la prima azienda sanitaria privata di Italia con un fatturato prossimo ai 300 miliardi di lire annui e oltre 4000 dipendenti. All’epoca le Case di Cura Riunite erano per dimensioni seconde solo all’Ilva di Taranto. A partire dal maggio 1994, Cavallari fu coinvolto in una  clamorosa inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari con il supporto della Direzione Nazionale Antimafia che sfociò in una operazione giudiziaria denominata “Operazione Speranza”. Tale inchiesta portò all’esecuzione di numerosi arresti all’alba del 28 marzo 1995, ove furono coinvolti Ministri della Repubblica, Sottosegretari, Parlamentari, Assessori,  Magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti e un folto gruppo di soggetti appartenenti alla criminalità organizzata barese. Durante il travagliato iter giudiziario, Cavallari patteggiò una pena per 22 mesi di reclusione, mentre tutti gli altri imputati finirono sotto processo e poi assolti definitivamente dalla Corte di Cassazione, dopo che anche gli altri gradi di giudizio univocamente constatarono l’insussistenza delle accuse. A Francesco Cavallari fu confiscato un patrimonio miliardario e applicata la misura della sorveglianza speciale per tre anni. L’imprenditore sostenne da sempre la sua innocenza per il reato di mafia, ammettendo la sua colpevolezza in ordine agli altri reati contestatigli (corruzione, evasione fiscale, finanziamento illecito ai partiti, ecc.). Cavallari denunciò presso la Procura di Potenza (all’epoca competente per la valutazione di reati commessi da magistrati del distretto di Bari) i metodi adottati nei suoi confronti dai PP.MM. inquirenti in ordine alle modalità del patteggiamento che avvenne senza che nel dispositivo si facesse cenno alla confisca, avvenuta solo dopo, e al suo trasferimento presso il carcere di Pisa nel mentre era ricoverato presso il Policlinico di Bari per una grave malattia cardiaca accertata dagli stessi periti incaricati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari.  La procura di Potenza mise sotto inchiesta i PP.MM. e ne dichiarò il proscioglimento, con la conseguenza che Cavallari fu sottoposto a procedimento per calunnia. L’inchiesta sulle CCR fu resa ancora più clamorosa dal coinvolgimento di alcuni magistrati in servizio nel Tribunale di Bari ritenuti “vicini” a Cavallari che anche a riguardo di queste ipotesi reclamò la sua innocenza. Tutti i magistrati coinvolti furono sempre assolti. Il Tribunale di Bari fu definito dalla stampa “Il Palazzo dei Veleni”. Destò particolare clamore la vicenda del Procuratore reggente la Procura di Bari Angelo Bassi, anch’egli accusato dai suoi colleghi di aver avuto un rapporto troppo amichevole con Cavallari, e anch’egli assolto dal Tribunale di Potenza, per poi morire dopo una improvvisa malattia. Nel 2013 è stato pubblicato un libro  dal titolo “Il Botto Finale” (wip edizioni Bari -  giugno 2013) con gli interventi di Vincenzo Magistà (direttore Telenorba) Leonardo Rinella (Procuratore Onorario della Corte di Cassazione) Francesco Schittulli (Presidente della Provincia di Bari) e Antonio Gaglione (già Parlamentare del PD), che ripercorre le vicende drammatiche e umane della vicenda attraverso una minuziosa e documentale ricostruzione della inchiesta.

“Il Botto Finale”, che è dedicato al compianto Procuratore della Repubblica Angelo Bassi, intende sensibilizzare l’opinione a riguardo dell’anomalia della vicenda che avrebbe potuto riguardare chiunque e quindi, senza alcuna polemica verso i magistrati ovvero senza alcuna inclinazione politica, mira alla riflessione su una storia, di indubbio interesse pubblico, per le ripercussioni che l’inchiesta ha avuto sul piano socio economico e soprattutto occupazionale, nel mentre racconta l’evoluzione sociale di alcuni suoi protagonisti e il rapporto che i mass media ebbero con la vicenda. Il dott. Bassi, poco prima di morire annunciò all’autore, che “il tutto sarebbe finito con un botto finale ove colpevoli e innocenti avrebbero trovato la loro collocazione”. Di qui il titolo del libro. L’autore è Antonio Perruggini che è un manager del settore socio sanitario che all’epoca fu un dipendente molto vicino a Cavallari e alla sua famiglia.  Perruggini nel 1994, a ventisette anni,  fu vittima di un clamoroso errore giudiziario (riconosciuto dagli stessi magistrati) nel mentre fu catturato poiché ritenuto dalla Procura di Bari il Responsabile della clinica Villa Bianca e accusato di concorso in truffa per aver falsificato dei ricoveri, mentre lo stesso non era neppure laureato in medicina. Il suo caso fu inserito nella raccolta di cento casi eclatanti di errori giudiziari dal dopo guerra ad oggi (“Cento volte ingiustizia” – Maimone – Lattanzi ed. Mursia) e la sua storia fu ripercorsa in una intervista durante “Uno Mattina” (25 gennaio 2006) con Monica Maggioni e Luca Giurato. Le Case di Cura Riunite furono inizialmente commissariate e dopo la confisca ai sensi della legge antimafia, vendute.  Anche la vicenda della procedura di vendita delle cliniche fu oggetto di durissime critiche e numerose interrogazioni parlamentari. Il personale (oltre 3000 dipendenti) finì in cassa integrazione e la procedura, dopo vent’anni, è ancora in essere per alcune centinaia di questi. Ancora oggi molti ex dipendenti campeggiano presso la sede della Regione Puglia con un presidio permanente di protesta. Francesco Cavallari vive a Santo Domingo e ha chiesto tramite il suo legale Franco Coppi, la revisione della sua posizione essendo l’unico imputato ad aver patteggiato per un reato associativo (416 bis) per il quale si è proclamato sempre innocente nel mentre ogni altro accusato, ritenuto suo “socio”, è stato definitivamente assolto. Quindi Cavallari reclama l’insussistenza di una associazione a delinquere tra lui e se stesso.

Dall'operazione Speranza al Botto Finale, dopo vent'anni dal primo scandalo della Sanità, scrive Francesco De Martino su “Il Quotidiano di Bari”. Antonio Perruggini, segretario e uomo di fiducia dell'ex presidente della Case di Cura Riunite, da quando Francesco Cavallari fu arrestato nella primavera del 1993 e lui stesso incarcerato per errore, ha raccolto con certosina pazienza atti, documenti, sentenze sul primo, grande scandalo della sanità pugliese. E poi ha scritto un 'pamphlet' intitolato "Il botto finale", presentato l'altro giorno a Bari. Ne riparliamo con lui.

Allora, Perruggini, forse il 'botto finale' del tuo libro sulle Ccr di Cavallari non c'è ancora stato, come ha detto il dott. Rinella giovedì scorso, alla presentazione. Insomma, è stato tutto inutile?

"Assolutamente no. Il dr. Rinella universalmente noto per la sua schiettezza e il suo equilibrio, ha solo affermato che "il botto finale", sarebbe potuto essere il riconoscimento di chi perseguì tesi infondate, mentre invece sottolineava che siamo stati osservatori dell'avanzamento di carriera e dell'assegnazione di incarichi politici a più di un magistrato interessato all'inchiesta. Questo è un dato di fatto, ma credo che il problema non riguardi il singolo magistrato che fa carriera con o senza meriti, oppure salta il guado e va a finire in politica anche dalla parte avversa di un suo indagato eccellente che gli ha dato ancora più visibilità perché semmai lo ha arrestato, ha rilasciato quotidiane interviste, scritto articoli, libri e partecipato a conferenze. "Il Botto Finale", oltre a essere un  racconto di ingiustizia e sofferenza, è anche una riflessione sul il sistema che consente tutto questo, e secondo me è un sistema che lede le garanzie di equilibrio che si aspetta qualsiasi cittadino. Questo aspetto dovrebbe essere oggetto di profonda riflessione proprio da parte dei magistrati stessi, senza la necessità che la politica, di qualsiasi orientamento, allarmi l'opinione pubblica sull'argomento.  Spesso in Italia accade, legittimamente purtroppo, che inquirenti si affermano  in politica e sul loro territorio, grazie alla non comune risonanza mediatica delle loro inchieste. L'inquirente gode di una crescita di immagine non di rado inversamente proporzionale ai risultati dell'inchiesta stessa che conduceva con grande determinazione perché purtroppo, in Italia, i processi si fanno prima sui giornali e nei talk show, e poi nelle sacrosante aule di un Tribunale. Per me questo è devastante, sia per le garanzie dell'imputato e sia per l'autonomia che un magistrato deve poter esercitare senza condizionamenti di alcun genere. Quindi come è evidente e all'ordine del giorno, si individua nel magistrato che opera nel territorio una sorta di potere ciclopico in grado di condizionare il consenso popolare a causa del suo incarico, mascherando la scelta su fattori di etica, trasparenza, ecc. ecc.. Ma se la politica cerca davvero l'etica e la trasparenza del magistrato senza altri fini, perché non candida magistrati di altri distretti? Pensiamo davvero che a Bari un P.M. di Milano possa trovare consenso? Oppure il contrario? Hai voglia a emettere mandati di cattura, sequestri e a fare interviste anche sulle condizioni metereologiche, pur di non perdere un giorno di gloria. Si può risolvere il tutto -secondo me- con un gesto coerente e semplicissimo: le dimissioni. Nessun cittadino deve vivere il turbamento di sapere che chi lo sta giudicando è platealmente e ufficialmente un cultore di una determinata ideologia politica. La magistratura e la politica devono essere in concreto e nei fatti due cose distinte nelle loro funzioni. Non solo apparentemente. Mesi fa ammirai il Procuratore di Taranto che rifiutò la candidatura, sottolineando il pensiero di un illustre uomo di dottrina, nel mentre riferiva  «I magistrati che si candidano esercitano un diritto costituzionalmente garantito a tutti i cittadini, ma Piero Calamandrei diceva che quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra». Ritengo questo concetto insuperabile e che proprio in questa particolare fase della vita del Paese la magistratura che per la stragrande maggioranza è fatta di donne e uomini di buon senso, debba proporre una soluzione al problema, conservando la sua sacrosanta indipendenza ma pure una inevitabile coerenza".

Il giudice Bassi ha pagato il prezzo più alto e la Città se l'è cavata intitolandogli una strada a Poggiofranco, cerimonia a cui non era presente nemmeno l'attuale Sindaco: che ne pensi?

"Il giudice Bassi non credo avrebbe gradito enfatizzazioni della sua persona. Lui non amava le telecamere e i microfoni e non credo che dall'Aldilà sia felice di quanto avvenuto sulla terra. Lui auspicava la conciliazione, il dialogo, il confronto civile. Anche con coloro che lo denunciarono. Non era consentito a nessuno esprimere giudizi negativi sui magistrati che lo denunciarono. Secondo me somatizzò troppo la sofferenza e l'isolamento a cui fu costretto dall'evolversi della vicenda. Rimase mortificato dall'indifferenza di chi sperava gli fosse amico. Soffrì tanto, ma conservò un comportamento che disorientava per la sua compostezza e fede in Dio. Personalmente la sua condizione spirituale mi ha condizionato molto. Quando lo conobbi venivo dalla mia tragica esperienza giudiziaria ove fui vittima di un clamoroso errore, e grazie a lui mi impegnai a perdonare, riuscendoci. Angelo era una persona beata e comprendeva il disagio di quel momento, senza accanirsi. Annunciò "il botto finale", e si è avverato. Non c'è più possibilità di riscrivere la storia. La storia è quella del "botto finale" e lo sanno bene tutti. Addetti ai lavori compresi. Angelo ora è in cielo e prega per tutti, compreso per il giudice che lo assolse. Anche lui fu denunciato per quanto scrisse nella sentenza. Anche lui morì di cancro. Anche lui fu assolto".

E i tanti ex dipendenti Ccr, ancora "invisibili", costretti a protestare davanti alla Regione?

"La loro composta protesta e la richiesta di sostegno civile che rivolgono quotidianamente alle istituzioni è legittima. La Regione deve farsi carico di questa situazione, evitando annunci e illudendo le famiglie. Io non mi occupo più da anni della vertenza, ma ritengo che occorra dare valore ai grandi risultati normativi raggiunti all'epoca con l'ottenimento della famosa legge per il loro ricollocamento. Negli anni più caldi della vertenza ero segretario regionale dell'Usppi per la sanità privata e con Nicola Brescia, facemmo una analisi approfondita, perfezionando già dal 1997 "il patto per le Ccr", incontrando autorevolissime personalità (Bindi, Violante, Bersani, Boccia, Tatarella, Treu, la presidenza del consiglio dei ministri, numerosi sottosegretari) ne parlarono tutti i giornali, anche nazionali, fummo ospiti al 'Maurizio Costanzo'. Il "patto" fu perfezionato nelle sedi competenti (Camera e Senato) e diventò legge, poi non capisco cosa abbia interrotto l'iter che ha consentito comunque la ricollocazione di centinaia di lavoratori. Sospesi il mio impegno in favore della vertenza poco dopo un incontro con Gerardo Bianco nella stanza che fu di Aldo Moro a Piazza del Gesù. Il leader dei popolari mi disse che aveva saputo che "avevamo a che fare con il clan".... Rimasi inorridito da tanta cattiveria da parte di chi informò falsamente l'on. Bianco, calunniandoci. Davamo evidentemente fastidio. Per Brescia chiesero addirittura la sorveglianza speciale. Una follia. Poi seguì il mio contenzioso personale con la gestione commissariale e decisi di affrontarli direttamente con ogni mio sforzo. Furono costretti a rivedere le loro posizioni. Fu una brutta storia anche quella.

Cavallari è lontano mille miglia da Bari, ma non ha dimenticato: è vero che ha chiesto il dissequestro dei suoi beni e un risarcimento miliardario, allo Stato?

"Non è vero. Ha chiesto tramite i suoi legali quanto in suo diritto, ovvero la revisione del suo procedimento. Non ho incontrato ancora nessuno che mi ha detto che non sia un suo sacrosanto diritto. Cavallari deve essere riportato innanzi ad un Gup che dovrà decidere in base alla storia processuale complessiva secondo quanto prevede la legge. È una storia da dove non si esce. Penso che la Cassazione non smentirà se stessa. Può sembrare strano, ma ho la ragionevole impressione che non sia il risarcimento il principale obbiettivo del commendatore. È più un timore di altri oppure l'aspettativa di tantissimi lavoratori, ma non credo in nessuna "reincarnazione dell'impero Cavallari", peraltro demolito, non utilizzato o in fase di demolizione. Penso dobbiamo conservare un meraviglioso ricordo e lasciare alla storia gli eventi futuri che saranno positivi o negativi ma senza dubbio più sereni. Chi poteva anche sulla storia del destino della sua azienda, essere più incisivo ha avuto questa possibilità. Ho letto gravissime accuse su come avvenne il tutto e non mi risulta che i denuncianti siano finiti sotto processo per calunnia. Ho letto anche ultimamente qualche lucida intuizione, ma lasciamo stare".

Il Palazzo di Giustizia di Bari è avvolto nelle nebbie e nelle faide interne tra magistrati come e peggio che nel '93, quando partì l'Operazione Speranza...

"E' davvero un problema inquietante quanto stiamo vivendo ed è di dominio pubblico, ancora oggi dopo vent'anni. Spero possa prevalere il buon senso da parte di tutti. La gente perde la fiducia ed è la cosa peggiore. Da cittadino che ama tenersi informato, non posso non prendere atto di evidenti risultati da parte della procura ordinaria, della Dda e quindi del suo capo. Non capisco davvero cosa stia succedendo. È orribile pensare ad una lotta intestina per motivi ideologici in un luogo che dovrebbe essere sacro per le aspettative del cittadino che chiede giustizia ovvero deve esserne sottoposto.

L'attuale Capo della Giunta Regionale è inciampato anche lui sulla sanità e un suo assessore è sotto processo...la storia si ripete?

"Storia totalmente diversa. A Cavallari contestavano un sistema che comunque a giusto o a torto ha dato immenso sviluppo, occupazione e una sanità eccellente al servizio di chiunque. L'inchiesta attuale su protesi, corruzioni, accreditamenti allegrie tanto altro racconta arricchimenti personali e carriere, arrivismo e megalomania. Un sistema da censurare, ma imparagonabile con l'inchiesta verso le Ccr, ove i ricoveri, le strutture, i risultati eccellenti fanno parte della storia. Cavallari non aveva o disponeva di escort.....al massimo era "corteggiato" da qualcuna che gli portava i taralli con lo zucchero o le orecchiette. Nessun Presidente di Regione avrebbe resistito allo 'tsunami' giudiziario vissuto anche con il suo coinvolgimento poi risultato infondato. Per moltissimo meno, Bubbico si è dimesso. Io ritengo Vendola una persona intelligente. Uno stratega abilissimo. Non ho mai condiviso la sua politica e il suo metodo di attaccare Cavallari (mentre Cavallari lo stimava molto, diceva semplicemente che era informato male). Oggi lui ha una reale possibilità di dimostrare coerenza, chiedendo scusa o per lo meno invitare la famiglia ad assistere all'incendio delle sue interrogazioni che parlavano di una mafia che non sussiste......dopo il botto finale".

Lettera a monsignor Talucci: “Cavallari? Il male lo ha subito”, scrive Nicola Quaranta su “Brindisi Report”. “In punta di piedi mi permetto di rivolgermi alla Sua persona in qualità di amico di Francesco Cavallari, dopo aver appreso dagli organi di informazione della consegna, anche alla Sua presenza,  della villa di Rosa Marina in favore di una nobile causa sociale. Annoveri anche il buon Cavallari nelle preghiere che anche altri vescovi gli hanno sempre riservato”. Una lettera aperta, una difesa a tutto campo dell’imprenditore barese  Francesco Cavallari. Antonio Perruggini, ex responsabile delle Pubbliche relazioni del Gruppo Case di Cura Riunite di Bari, all’indomani dell’inaugurazione, presso l’ex villa del Re delle Ccr di Bari, del Centro per l’autonomia, ripercorre le tappe della vicenda giudiziaria di Cicci Cavallari: fondatore delle “Case di Cura Riunite” di Bari, coinvolto negli anni Novanta nella tangentopoli barese. E lo fa rivolgendosi in prima persona al Vescovo di Brindisi e Ostuni, monsignor Rocco Talucci, che nel corso della cerimonia di benedizione ha sottolineato il senso e il valore dell’evento che ha sancito la consegna ai volontari del Centro per la riabilitazione dei disabili del patrimonio immobiliare a suo tempo confiscato: “Come nella Resurrezione, siamo a celebrare il passaggio dal male al bene”. Queste le parole del vescovo. Ma chi, al fianco di Cavallari, ha lavorato per anni, vivendo la stagione fortunata delle Case di cura Riunite (all’epoca azienda leader in Europa nella Sanità Privata, con 250 miliardi di fatturato, undici presidi e oltre 4000 dipendenti), non ci sta: “Il Procuratore della Repubblica di Bari Angelo Bassi, il magistrato integerrimo che si permise  di trattare Francesco Cavallari con umanità pur non avendo mai avuto alcun rapporto con lo stesso imprenditore imputato per mafia, mentre era in preda a atroci sofferenze, mi disse poco prima di morire che il caso Cavallari sarebbe terminato con un botto finale.  E così è stato, anche se quello più fragoroso deve ancora arrivare. Non so se Cavallari assisterà a quell’esplosione, ma di sicuro il suo nome, la sua storia e quella dei suoi carnefici, ci saranno. In prima fila, ognuno con le proprie responsabilità e meriti. Proprio come diceva l’indimenticabile magistrato”. La ragione dello sfogo:  “Ancora oggi – scrive Perrugini – le cronache regalano pezzi di ingiustizia, così eclatante da far rabbrividire. Mi chiedo come si può non sapere che quell’uomo è innocente e ha subito ingiustamente un martirio durato 17 anni. Invece ancora oggi in pompa magna autorevolissimi esponenti della politica, dello Stato e della Chiesa partecipano all’affidamento di un bene di Cavallari, sequestrato perché lo stesso era accusato (mai condannato !) di ipotesi mafiose risultate penosamente infondate. Anzi infondatissime. E così l’azione devastante verso quell’uomo e l’azienda che aveva realizzato, ovvero di quelle cliniche che furono un vanto per il territorio pugliese e un esempio di eccellenza clinica per il meridione di Italia, pare non terminare mai, nonostante ben  tre gradi di giudizio che hanno urlato la stessa parola finale: innocente. Dopo 17 anni”. E la difesa continua:  “Era il 17 dicembre del 2009 quando per l’ennesima volta un collegio giudicante di appello aveva sconfessato sonoramente tutta l’opera costata miliardi, contro Cavallari. Ma non bastò. Chi volle il suo sacrificio, quello della sua famiglia e dei suoi dipendenti, non si dette per vinto e in un ultimo disperato tentativo, tentò la strada della Cassazione, che con decisione ha consacrato quanto per anni e in tutte le lingue aveva riferito e avevano motivato i suoi legali. Non bastarono le testimonianze, i riscontri inesistenti, le rogatorie internazionali in mezzo mondo finite con un nulla di fatto, e la leale collaborazione dell’imprenditore a far ragionare i suoi accusatori”. “Doveva sparire. E così avvenne. Ora è esiliato a Santo Domingo. Oggi è gravissimo e in certi versi sconvolgente, che la “signora con la spada” pronta a troncare ogni ingiustizia, non ottenga il giusto rispetto. E così mentre si scrive la parola fine “all’assalto alla diligenza”, ora deve essere il tempo della presa d’atto di un fallimento e del riconoscimento morale e materiale di quanto è avvenuto in danno di un innocente. Di mafia si intende. Perché Francesco Cavallari è stato accusato di altri reati, che non potevano procurare l’attacco verso tutto il suo essere e consentire di entrare anche nei “buchi delle sue serrature” e incenerire anche la polvere che calpestava. Quindi l’affondo, nelle parole di Peruggini: “L’affare ciclopico c.c.r”. ha sorpassato da tempo i limiti della decenza politico-economico – istituzionale e nonostante le urla di giustizia consacrate in coerenti sentenze penali e civili, non ha fatto muovere nulla e nulla è stato fatto, come se in una sorta di limbo imbalsamato e maledetto da un diabolico sortilegio, “la bestia” doveva restare vittima, in attesa della tanto adorata “bella”. Quello che è stato più volte e chiaramente scritto “in nome del popolo italiano”, evidentemente ha infastidito i pochi reduci della “lotta verso Cavallari” e così mentre viene consacrato che quanto ha subito è stato davvero troppo, attraverso le ipotesi di mafia e truffa naufragate insieme alle loro congetture, l’unica vittima di questo affare colossale, resta Cicci Cavallari che ha creato lavoro e sviluppo economico, restando completamente estraneo alle insussistenti accuse del naufragio annunciato”. Ed in fine le conclusioni: parole rivolte direttamente a monsignor Talucci. “Mi aspetto che almeno un Vescovo, con il suo noto senso di Carità avverta la opportunità di condividere una atroce sofferenza, agevolmente da conoscere con un minimo cenno, al fine di poter annoverare anche il buon Cavallari nelle preghiere che anche altri vescovi gli hanno sempre riservato. Penso che qualsiasi uomo che sente il dovere della giustizia terrena e divina, debba avere la gioia di conoscere una storia, a maggior ragione quando questa è costellata da grandi sofferenze trasformate spesso in altre versioni lontane dalle sentenze e dai fatti per il tramite di articoli e menzogne riportate in centinaia di “cronache”, e in libri pubblicati e venduti sulla pelle di Cavallari e di una azienda passata di mano senza troppe esitazioni”. “La storia vera, che in tutta solitudine Cavallari, ormai stremato, ha invocato per anni e che non è stata mai ascoltata ha sostenuto invece varie fortune politiche, una drammatica disoccupazione e l’affermazione di un nuovo modello di gestione della sanità che viviamo ogni giorno. Basta ancora oggi alzare il telefono e chiedere la disponibilità di una Risonanza Magnetica o di una Tac per rendersene conto”. La chiosa, in calce alla lettera indirizzata al vescovo: “Ringrazio il Signore – scrive Perruggini – per avermi donato la gioia di essermi rivolto alla Sua pregevole persona e di aver vissuto nel mio cuore un glorioso momento di giustizia, pregandoLa di perdonare il mio sfogo e di  rivolgere la Sua preghiera e il Suo perdono anche verso  chi a Cavallari volle così male”. La storia giudiziaria di Cavallari, in sintesi: negli anni Novanta l’imprenditore barese finì in manette nell’ambito di un’operazione che portò la magistratura a scoperchiare un presunto intreccio affaristico, politico, criminale. Una vicenda giudiziaria che scosse nel capoluogo i palazzi del potere. Cavallari a suo tempo patteggiò la pena, quella di associazione per delinquere di stampo mafioso, e uscì dal carcere. Riacquistata la libertà, perse però i suoi averi. Quel patteggiamento, infatti, segnò la fine del suo impero economico e portò alla confisca di gran parte dei beni di famiglia, compresa la lussuosa villa nel residence più esclusivo del litorale ostunese. Nei mesi scorsi la Cassazione ha chiuso anche l’ultimo capitolo di quella vicenda giudiziaria, dichiarando inammissibile il ricorso che era stato presentato dalla Procura generale avverso la sentenza con la quale nel 2009 i giudici d’appello mandarono assolti, perché il fatto non sussiste, anche le dodici persone ritenute vicine ai clan baresi a cui, sempre secondo la Pubblica accusa, Cavallari aveva concesso una serie di aiuti, a partire dalle assunzioni presso le sue cliniche. Nel corso del tempo furono assolti anche gli altri personaggi eccellenti coinvolti in quella inchiesta: ex assessori e funzionari regionali, ex ministri, giornalisti. Cavallari, l’unico all’epoca a scegliere la strada del patteggiamento, risulta così anche l’unico colpevole.

IL SEGRETO DI PULCINELLA. LA MAFIA E’ LO STATO.

"Le istituzioni ci hanno abbandonato", sostiene l'ex boss del clan dei Casalesi e collaboratore di giustizia a “Sky tg 24”. E poi: le terre del Sud sono state avvelenate, "il vero affare del clan è il traffico dei rifiuti dal Nord e dall'Europa". "Se potessi tornare indietro non mi pentirei. Sono pentito di essermi pentito e non lo farei più perché le istituzioni ci hanno abbandonato. Quando non sono riusciti ad ammazzarmi materialmente, hanno cercato di distruggermi economicamente, moralmente”. Queste le parole di Carmine Schiavone, ex boss di camorra del clan dei Casalesi, intervistato in esclusiva da SkyTG24. Collaboratore di giustizia per 20 anni, dal 1993, a luglio ha terminato il suo programma di protezione. Ha ordinato l'esecuzione di centinaia di omicidi e con le sue rivelazioni ha permesso le condanne definitive all'ergastolo per i boss e gregari del clan imputati nel processo Spartacus e ha fornito importanti informazioni anche sul vero business dei Casalesi: quello dello smaltimento dei rifiuti tossici. "Ero uno dei capi della cupola, ma mi sono pentito davvero perché altrimenti quelle carte lì non le avrei mai scritte. Il mio guaio - aggiunge Schiavone - è stato proprio quello di essermi pentito veramente perché in Italia non c’era una giustizia, una legge, un politico che sappia capire questo. Chi me lo ha fatto fare di vivere in questo mondo di cani rognosi perché è vero che noi abbiamo sparato, ma i ministri, i carabinieri, i magistrati, i poliziotti sono più responsabili di me perché hanno permesso questo. Io ho sbagliato nella mia vita e ho cercato di rimediare quando la mia coscienza si è ribellata a certi soprusi commessi da altri. Tutti quanti hanno fatto facile carriera sulla mia pelle”. Schiavone, nel corso dell’intervista a SkyTG24, parla anche dei rifiuti tossici interratti dal lungo mare di Baia Domizia fino a Pozzuoli. E aggiunge: "La mafia non sarà mai distrutta perché ci sono troppo interessi, sia a livello economico sia a livello elettorale. L’organizzazione mafiosa non morirà mai".

Camorra, parla il pentito Schiavone: "Abbiamo ordinato oltre 500 omicidi". Intervista a Sky Tg24 del feroce ex boss dei Casalesi, testimone di giustizia dal '93: "Ministri, carabinieri, magistrati, poliziotti sono più responsabili di me perché hanno permesso questo". "La mafia non sarà mai distrutta, ci sono troppo interessi", scrive Conchita Sannino su “La Repubblica”. "Chi me lo ha fatto fare di vivere in questo mondo di cani rognosi. Sì, lo dico: sono pentito di essermi pentito". Così parla Carmine Schiavone, l'ex capo killer e super-ragioniere del gotha dei Casalesi, in un'intervista concessa a Sky Tg 24. E' l'assassino (per almeno 53 volte) che con le sue fluviali dichiarazioni rese ai magistrati antimafia nei primi anni Novanta, aprì alla giustizia il primo varco nel bunker degli impenetrabili segreti della mafia casertana. Ed è anche il cugino  del famoso ed omonimo boss Francesco Schiavone, quel Sandokan tuttora rinchiuso al 41 bis sotto il peso di numerosi ergastoli, il padrino che non ha mai voluto seguire l'esempio di Carminiello. Ora Carmine recrimina sul suo rapporto con lo Stato. E premette: "Io ho sbagliato nella mia vita e ho cercato di rimediare quando la mia coscienza si è ribellata a certi soprusi commessi da altri. Tutti quanti hanno fatto facile carriera sulla mia pelle". Schiavone è stato accusato di aver dato l'assenso o partecipato complessivamente a 53 omicidi. Lui fa spallucce rispetto a quel numero. "Io coinvolto in 53 omicidi? Molti di più, ci sono 500 e rotti omicidi fatti (il riferimento è alle varie faide consumate tra opposte fazioni). Ma non è che li ho proprio ordinati tutti io, è che ero uno dei capi della cupola". Poi , nel corso della stessa intervista, firma la facile profezia secondo cui finché le mafie sposteranno i voti "l'organizzazione non finirà mai". Spiega: "Noi spostavamo 70-80mila voti, significava la differenza tra la vittoria di un partito e un altro". E dà la pagella a quelle divise, o magistrati o politici comprati o corrotti proprio da quelli come lui. Schiavone affronta anche il tema dei rifiuti tossici interrati, dal lungomare di Baia Domizia fino a Pozzuoli. "La mafia - conclude - non sarà mai distrutta perché ci sono troppo interessi, sia a livello economico sia a livello elettorale. L'organizzazione mafiosa non morirà mai". Vero è che Carmine Schiavone ha dato una spallata consistente al lavoro dei pubblici ministeri antimafia. Ha collaborato alla prima costruzione di quel super processo che avrebbe spazzato in carcere tutti i vertici dei casalesi: Spartacus I e Spartacus II. Ma, superata anche la boa dei settant'anni, ora riserva l'ennesima confessione choc. "Se potessi tornare indietro non mi pentirei - dice - Io mi sono pentito davvero, se no tutte quelle carte non le avrei date. Ma qui non siamo in America. Io mi sono pentito veramente, quello è stato il guaio. Perché non c'è un politico che sappia guardare davvero un pentito, non siamo negli Stati Uniti. E non lo farei più : perché qui le istituzioni ci hanno abbandonato. Quando non sono riusciti ad ammazzarmi materialmente, hanno cercato di distruggermi economicamente, moralmente". Poi spara a zero su politici, divise e magistrati inquinati. "Noi mantenevamo una buona parte delle forze dell'ordine, carabinieri e polizia. A me alla sera mi veniva portata la striscetta dalla polizia, con le operazioni che avrebbero fatto il giorno successivo". E in cambio, cosa offriva l'organizzazione criminale? "Gli davamo ogni tanto qualcuno, qualche piccolo spacciatore, per fargli fare carriera". E aggiunge: "Noi sì, è vero che abbiamo sparato. Però un ministro, un magistrato, un carabiniere e un poliziotto, che si sono venduti, sono più responsabili di noi". Irascibile, amante delle iperboli, ma sempre stratega. Carmine Schiavone è colui che rivelò, fin dalle sue prime dichiarazioni, il concepimento di un vero e proprio Stato Mafia da parte dell'organizzazione criminale del casertano. "Noi avevamo la nostra idea. Dovevamo formare, per la fine del millennio, i nostri giovani come degli infiltrati dentro lo Stato: quindi dovevano diventare magistrati, poliziotti, carabinieri e perché no, anche ministri e presidenti del Consiglio. Per avere i nostri referenti nelle istituzioni". Lo stesso Schiavone , non più di qualche mese fa, in un'aula di giustizia, proclamava a voce alta, nello scontro verbale con un avvocato di parte avversa: "Ma io non sono mai stato un camorrista. Io ero un uomo d'onore". Così come aveva destato scalpore un altro racconto reso in aula, secondo cui don Peppino Diana, noto parroco antimafia ucciso da una fazione dei casalesi avversa agli Schiavone a Casal di Principe nel 1994, avrebbe aiutato più volte durante le elezioni i "candidati politici vicini agli Schiavone, tra cui Nicola Cosentino", l'ex deputato del Pdl oggi agli arresti domiciliari e imputato in due processi a Santa Maria Capua Vetere. Violento, e vendicativo. Sembra che la sua vita di cittadino sotto copertura in località segreta gli sia sempre stata strettissima, procurandogli non pochi dispiaceri familiari. Finì a processo persino quando suo figlio fu arrestato per la detenzione di un vero e proprio arsenale nel periodo in cui lui era già pentito e doveva dimostrare di non saperne nulla: un ispettore di polizia raccontò, in aula, che quel ragazzo voleva sparare a suo padre. "Aveva un sacco di problemi, quel figlio veniva seguito anche dall'assistenza sociale. Non aveva mai perdonato al padre di essersi pentito e di aver perso potere, denaro, rispetto e riconoscibilità sui loro territori".

Tirato fuori dopo decenni, giovedì 31 ottobre 2013 il documento che denuncia la collusione dello Stato con le organizzazioni mafiose. In data 31 Ottobre il Parlamento ha fatto ciò che non ha mai voluto fare in passato, scrive “News You-ng”. Tutti i governi, di destra e di sinistra, dal 1997 in poi non hanno mai tolto il segreto di stato posto 16 anni fa sul verbale di 63 pagine concernente le dichiarazioni e le prove che il boss mafioso Carmine Schiavone, appartenente alla “Cosa Nostra Campana” (cioè il clan dei casalesi), ha consegnato ai giudici e ai parlamentari presenti nella Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Il boss noto come il “cugino di Sandokan“, non solo ha indicato tutti i siti in cui sono stati intombati i rifiuti, ma ha anche sottolineato più e più volte che quei rifiuti prima o poi “uccideranno tutta la povera gente“. In un’intervista di venerdì scorso a Le Iene (in onda su Italia Uno), Schiavone descrive con disprezzo la reazione del governo, dell’amministrazione locale e di tutti coloro che avrebbero dovuto predisporre le bonifiche dicendo: “Mi sono sentito dire che non hanno i soldi, in nome dei soldi lasciano che tutta questa gente muoia…“. “Da che pulpito viene la predica” verrebbe da dire, anche perché a sotterrare quei rifiuti è stata proprio la Cosa Nostra Campana che lucra maggiormente col traffico di droga e il traffico dei rifiuti tossici e nucleari e che oggi potrebbe voler lucrare sulle bonifiche. Ma Carmine Schiavone non ci sta a queste dietrologie, lui dice che si è pentito “per un fatto di coscienza”, una coscienza che dovrebbe pesargli tanto dopo aver ucciso con le sue stesse mani di “50 o 70 persone”… Non riesce nemmeno a contarle ma afferma che “però erano tutti colpevoli perché appartenevano ai clan avversari“. Una personalità davvero sui generis quella del boss pentito, che però consegna nomi, cognomi e numeri di targa anche dei camionisti e delle ditte di trasporti che si sono occupati nella propria vita del trasporto di rifiuti. Almeno quelli che conosce lui, uno dei massimi esponenti della mafia casertana. Perché di mafia si tratta, Schiavone ci tiene a precisare che il clan dei casalesi non è “Camorra” come Saviano ha tentato di insegnarci, ma “Mafia” affiliata a quella siciliana di cui parla anche con un certo disprezzo. Infatti quando il giornalista gli chiede: “Ma chi ha ucciso il giudice Giovanni Falcone?”, Schiavone risponde pesando molto bene le parole: “Materialmente chi può essere, solo quell’ignorante di Riina o quel pecoraio di Provenzano. I giudici si corrompono, non si ammazzano, non si fa un allarme sociale di questo genere, solo che loro non volevano essere corrotti e allora li hanno uccisi“. Fubini continua: “Ma allora chi li ha uccisi?” e Schiavone risponde: “Loro materialmente, ma gli ha detto di ammazzarli?“. Il giornalista incalza: “Chi?“. A quel punto Schiavone dice una cosa che fa rabbrividire: “Vuoi che ci prendiamo una denuncia per calunnia io e te o vuoi essere ammazzato da qualcuno qui fuori? Ma tu che pensi: i segreti di Stato… lo sai quanti ce ne stanno sepolti?“. Ha consegnato allo Stato particolari scottanti che valgono molto, ma ha consegnato anche 2500 miliardi di beni e ha fatto arrestare 1500 persone, ha fatto condannare persone per centinaia e centinaia di anni di galera ed è grazie a lui se son stati sentenziati un centinaio di ergastoli. In pratica Schiavone si vanta di aver distrutto la Mafia “sia a livello internazionale, sia nazionale”. Lui in compenso però si è fatto 10 anni e mezzo e basta, perché è un pentito. Carmine Schiavone è quello che non si stupisce della Trattativa Stato Mafia, infatti ha detto che “la Mafia fa parte dello Stato“, solo che è un braccio nascosto di questo sistema. Non c’è da stupirsi insomma, soprattutto quando si parla di continuità o di trattativa tra Stato e Mafia. Non c’è niente da stupirsi soprattutto se lo Stato sapeva che sarebbero morti tutti con i rifiuti nucleari sepolti, intombati sotto la falda acquifera. Sarebbe bastato che si abbassasse la falda acquifera per portare i danni di questi rifiuti a decine e decine di chilometri di distanza. Il bacino imbrifero si reticola per chilometri. Per dare l’idea di quanto sia pericoloso porre dei rifiuti vicino alla falda acquifera, facciamo l’esempio dell’Irpinia che oggi combatte contro le compagnie petrolifere che vorrebbero trivellare per l’estrazione di petrolio. Premesso che le trivellazioni provocano terremoti come hanno sostenuto in questi anni molti scienziati e premesso che gli acidi perforanti sono composti da sostanze altamente tossiche di cui non si conosce la composizione perché coperte dal segreto industriale, è stato stimato che l’inquinamento delle falde acquifere in Irpinia potrebbe portare danni fino a Reggio Calabria. Ma in Campania l’inquinamento delle falde acquifere interessa moltissimi siti: da Pianura ad Acerra, da Caserta a Somma Vesuviana, da Terzigno a tutta l’area Nord della città partenopea, dall’agro nolano ad Orta di Atella dove si è formato un vero e proprio lago grazie ai barili chimici discioltisi nelle acque sotterranee. Con quelle stesse acque gli agricoltori innaffiano pomodori e peperoni e tutte le colture dei vari vegetali che arrivano sulle tavole locali ma che vengono appaltate anche da prestigiose aziende dell’agroalimentare e quindi distribuite in tutta Italia e, in alcuni casi, anche in Europa. Una popolazione ingannata quindi non solo dalla Mafia e dalla Camorra, ma anche dallo Stato. Servivano davvero 16 anni per desecretare queste 63 pagine? Ed ora che sono state rese note cosa ne sarà del registro tumori il cui finanziamento fu bloccato nel settembre 2012 proprio dal governo monti che impugnava la legge regionale del 19 Luglio dello stesso anno in cui la giunta Caldoro (PDL) disponeva il finanziamento del registro per 1,5 milioni? Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano era Ministro dell’Interno all’epoca delle dichiarazioni. Sapeva tutto sulla sua città natale, Napoli. Come poteva non sapere delle dichiarazioni rilasciate alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti? Oggi che le dichiarazioni sono state desecretate dopo ben 16 anni, si sono espressi tutti su questo piccolo ma significante particolare. Le dichiarazioni più addolorate sono quelle di Antonio Marfella, Presidente dell’Isde Medici per l’Ambiente, il quale si è sfogato su Facebook con queste parole: “Scoprire che Giorgio Napolitano era il Ministro dell’interno all’epoca delle dichiarazioni secretate di Schiavone è una notizia che mi da un dolore profondo, insopportabile, veramente una pugnalata in petto. Ve lo giuro. Non me lo aspettavo….”. Lo stesso Giorgio Napolitano chiamato a testimoniare per il processo sulla Trattativa Stato Mafia, lo stesso Giorgio Napolitano per cui venne ordinata la “distruzione dei nastri delle intercettazioni usate come prove per la Trattativa”. Perchè una simile disposizione? Cosa c’era in quei nastri?  ”Per le bonifiche non ci sono soldi” dicono le amministrazioni locali, ma quando questi soldi usciranno l’unica speranza è che non vadano a quei criminali che hanno ucciso decine e decine di migliaia di persone in questi 30 anni di avvelenamento.

Rifiuti, la Camera rende pubblica la deposizione di Carmine Schiavone: «Quei camion dal nord» (da Il Mattino – 31.10.2013), scrive Chiara Graziani. Il pentito dei Casalesi nel ’97 indicò i luoghi degli sversamenti: «Fra vent’anni lì moriranno tutti di tumore. Per ogni fusto tossico 500mila lire a noi, due milioni a chi doveva smaltire». Cade il segreto sulla deposizione del pentito dei Casalesi Carmine Schiavone, deposizione rilasciata nel remoto ’97 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. All’epoca parve tanto deflagrante da richiedere la segretazione. Oggi, una decisione dell’ufficio di presidenza della Camera, presa all’unanimità, ci restituisce la verità di Carmine Schiavone. Una verità detta, ormai, 16 anni fa. Dalla viva voce del pentito dei Casalesi torna la descrizione di anni impuniti e criminali: alcune cose già note, altre tutte da scandagliare. Schiavone, ad esempio, elenca i luoghi dove finivano i rifiuti tossici dalla Germania e dall’Italia del centro nord, portati con i camion nelle discariche. Dice di aver già detto tutto “all’autorità giudiziaria”, di avere accompagnato sui luoghi gli investigatori. Racconta che sopra i veleni, appena ricoperti di terra, poi qualcuno ci allevava le bufale. Il tutto in un clima descritto come di generale collaborazione per cui, secondo i ricordi di Schiavone, «la discarica autorizzata faceva scaricare là, attraverso i clan». I rifiuti partivano da fuori la Campania, racconta, inviati da altre amministrazioni e con destinazione discariche autorizzate. Finivano, invece, smaltiti nel terreni dei clan, racconta il pentito. Ricostruzioni già note, in gran parte. Ma la forza del documento sta nell’essere così remoto e così attuale. E di svelarci la mentalità “statale” della camorra, totalmente indifferente ai destini delle persone. Perfino burocratica e banale. Così è stata devastata la Campania. Da persone così. Col registro sottobraccio. Fra le altre cose dal documento emerge il completo controllo dei Casalesi sui subappalti per le opere stradali. Controllo che dava loro la gestione di tutti gli scavi. Per questo sarebbe stato proposto a Schiavone, si legge nella deposizione, lo smaltimento di fusti tossici fin nel 1988. Lui, a quel punto, si sarebbe accorto che “qualcuno”, però, aveva già iniziato a sfruttare l’affare ma che teneva per sè i proventi. Circa 700 milioni al mese. Segue l’affermazione scioccante: «Arrivavano camion di fanghi nucleari (sic) dalla Germania. E hanno scaricato nelle discariche». Ad un certo punto Carmine Schiavone ha un lapsus che fa innervosire il presidente Scalia che lo interroga. Spiega che, secondo lui, «mio cugino (Francesco Schiavone) , Mario Iovine e Bidognetti», già prima del ’90 avrebbero fatto attività di smaltimento illegale di rifiuti, senza versare però nelle casse del clan. «Fino al ’90 – sentenzia quasi sdegnato – hanno rubato . Poi hanno iniziato a versare soldi nella casse dello Stato..(…) Era un clan di Stato, mi sono confuso». Alla protesta di Scalia (“Il vostro Stato!”) Schiavone non si scompone e dice: «La mafia e la camorra non potevano esistere se non era (sic) lo Stato». Così parlava 16 anni fa l’uomo che teneva il registro sotto il braccio e si arrabbiava se qualcuno faceva la cresta mentre lui teneva la contabilità dei fusti tossici, prezzo di smaltimento 500mila lire l’uno. Veleni gettati nei campi, nelle falde acquifere (“Le bucavamo, ci passavamo attraverso, avevamo il controllo totale di tutti gli scavi”). E lui prendeva nota e faceva la somma. Cinquecentomila a noi, e voi ve ne mettete in tasca due milioni secchi a fusto. Da registrare lo stupore nel quale procede l’interrogatorio, nel remoto ’97. Domanda del presidente, che quasi non trova le parole:«Lei è in grado di fare una stima..Quante tonnellate..quanti camion..». Preciso, l’uomo del registro risponde: «Qui si parla di milioni, non di migliaia…Si tratta di milioni e milioni di tonnellate». Ma è la storia dei fanghi nucleari che non può restare sospesa, mostruosa, lugubre. Può dirci qualche cosa di più, chiede Scalia? «So solo che questi fanghi arrivavano in cassette di piombo da 50, un po’ lunghe. Ma mica andavo a vedere l’immondizia di notte..», No, non c’era bisogno che Schiavone seguisse l’affare di notte. Ci pensava il “sistema militare” messo su per gestire il territorio ed il flusso dei rifiuti. Incensurati, con il porto d’armi, con l’auto di dotazione. Pattuglie che, all’occorrenza, potevano usare palette e divise di carabinieri, polizia, finanza. Le forze dell’ordine dei Casalesi. Con un “coordinamento un po’ massonico, un po’ politico”. Laura Boldrini, presidente della Camera, si è detta molto soddisfatta: «Esprimo grande soddisfazione – ha detto Boldrini – per la decisione di togliere il segreto sui contenuti dell’audizione che il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone svolse nell’ottobre 1997 alla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti». «Si tratta della prima volta che la presidenza della Camera – senza che questo sia richiesto dalla magistratura – decide di rendere pubblico un documento formato da commissioni di inchiesta che in passato lo avevano classificato come segreto».

La mafia e la camorra non potevano esistere se non era lo Stato … Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, queste avrebbe forse potuto esistere?….All’epoca tenevo ancora il relativo registro, in cui figurava che per  l’immondizia entravano 100 milioni al mese, mentre poi mi sono reso conto che in realtà il profitto era di almeno 600-700 milioni al mese….Sono inoltre al corrente del fatto che arrivavano dalla Germania camion che trasportavano fanghi nucleari, che sono stati scarica nelle discariche, sulle quali sono stati poi effettuati rilevamenti aerei tramite elicotteri: da qualche verbale dovrebbe risultare che ho mostrato quei luoghi…..Vi erano fusti che contenevano tuolene, ovvero rifiuti provenienti da fabbriche della zona di Arezzo: si trattava di residui di pitture.…I rifiuti venivano anche da Massa Carrara, da Genova, da La Spezia, da Milano….Vi sono molte sostanze tossiche, come fanghi industriali, rifiuti di lavorazione di tutte le specie, tra cui quelli provenienti da concerie….. è diventato un affare autorizzato, che faceva entrare soldi nelle casse del clan. Tuttavia, quel traffico veniva già attuato in precedenza e gli abitanti del paese rischiano di morire tutti di cancro entro venti anni; non credo, infatti, che si salveranno: gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via avranno forse venti anni di vita!….Qui si parla di milioni, non di migliaia. Se lei guarda l’elenco che le ho consegnato, vedrà che ci sono 70-80 camion di quelli che smaltivano dal nord, tra i quali vi era anche un mio camion. Si tratta di milioni e milioni di tonnellate. Io penso che per bonificare la zona ci vorrebbero tutti i soldi dello Stato di un anno…..Fino al 1992 noi arrivavamo nella zona del Molise (Isernia e le zone vicine), a Latina … Non so cosa è accaduto dopo. Se vogliono, possono arrivare anche a Milano ….In tutti i 106 comuni della provincia di Caserta. Noi facevamo i sindaci, di qualunque colore fossero. C’è la prova … Io, ad esempio, avevo la zona di Villa Literno e sono stato io a fare eleggere il sindaco. Prima il sindaco era socialista e noi eravamo democristiani. Dopo la guerra con i Bardellino… Ci avrebbe fatto piacere anche se fosse rimasto socialista, perché era la stessa cosa. Per esempio, a Frignano avevamo i comunisti. A noi importava non il colore ma solo i soldi, perché c’era un’uscita di 2 miliardi e mezzo al mese. Posso raccontare un aneddoto, anche perché è già stato verbalizzato ed i protagonisti sono agli arresti, tranquilli. A Villa Literno, che era di mia competenza, ho fatto io stesso l’amministrazione comunale. Abbiamo candidato determinate persone al di fuori di ogni sospetto, persone con parvenze pulite ed abbiamo fatto eleggere dieci consiglieri, mentre prima ne prendevano tre o quattro. Un seggio lo hanno preso i repubblicani, otto i socialisti ed uno i comunisti (un certo Fabozzo). La sera li abbiamo riuniti e ne mancava uno. Io li ho riuniti e ho detto loro: “tu fai il sindaco, tu fai l’assessore e via di questo passo. Mi hanno detto: “ma manca un consigliere per avere la maggioranza”. All’epoca c’era Zorro, il quale era capo zona e dipendeva da me; ho detto: andate a prendere Enrico Fabozzo e lo facciamo diventare democristiano. Infatti, lo facemmo assessore al personale. La sera era comunista e la mattina dopo diventò democristiano. E così che si facevano le amministrazioni. Il patto era che gli affari fino a 100 milioni li gestiva il comune, oltre i 100 milioni, con i consorzi, ci portavano l’elenco dei lavori e noi li assegnavamo. Ai comuni dicevamo che sui grandi lavori avrebbero trattato direttamente con noi al 2,50 per cento. C’era una tariffa: 5 per cento sulle opere di costruzione e 10 per cento sulle opere stradali. Perché le strade si debbono rifare ogni anno? Perché non venivano fatte bene, perché se il capitolato stabiliva che vi dovessero essere sei centimetri di asfalto, in realtà ne venivano messi tre, perché il cemento utilizzato non era quello previsto, e così via. Il sistema generale era così. Speriamo che cambi….Il mercato dei rifiuti in Italia è uno solo e veniva tutto gestito da poche persone. Poi i clan si sono intromessi e hanno detto (come hanno fatto per le strade): noi vi facciamo passare i camion, non ve li distruggiamo, ma ci dovete dare tanto. Poiché era più conveniente dare ai clan che lavorare di nascosto … Ma per poter fare ciò serviva gente che entrasse in queste associazioni culturali, quindi gente intelligente, che studiava…..” Carmine Schiavone - audizione dell’ottobre del 1997 davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo di rifiuti.

Carmine Schiavone, l’esperto di finanza del clan dei Casalesi, l’uomo che muoveva i miliardi degli affari illeciti dell’associazione camorristica si apre alle telecamere di Sky Tg24 e alla maniera sua avverte che ancora tanta gente è destinata a morire a causa dei rifiuti tossici che giacciono nel sottosuolo del basso Lazio e Campania, finanche nella loro stessa terra, Casal di Principe. Esce dal processo Spartacus dove come pentito ha svelato i movimenti economici dell’intero clan ma avverte pure che le mafie sopravviveranno e che nessuno sarà in grado di sconfiggerle (e sembra non sia una minaccia quanto una promessa). L’intervista dura 9 minuti e è agghiacciante per due motivi: per il messaggio che manda alle istituzioni, ovvero che non sono migliori della camorra e perché avverte che una bomba a orologeria di veleni e scorie nucleari è destinata a esplodere a breve nel basso Lazio a Latina dove nelle cave sono interrati fusti con rifiuti nucleari. Il che già ha scatenato le reazioni di tutti quei movimenti che da tempo lottano nella Terra dei Fuochi per essere ascoltati proprio da quelle istituzioni che Schiavone non esita a definire corresponsabili con la camorra. E ne spiega il perché: Ci sono forti interessi a livello economico a livello elettorale e noi spostavamo 70 mila 80 mila voti da un partito all’altro e questo faceva la differenza nelle elezioni. Ma si stanno a rendere conto che ci stanno 5 milioni di persone a morire? Abbiamo scelto basso Lazio e Campania perché facevano parte dei Casale. Era terra nostra. Caso ha voluto che proprio il giorno prima su Avvenire don Maurizio Patriciello il prete di Caivano che si batte contro l’omertà e la strage nella Terra dei fuochi scrivesse: Vedere morire i figli è qualcosa di orrendo, insopportabile. Soprattutto se si poteva evitare. Il popolo semplice non riesce a capire il motivo di tanti ritardi e omissioni, di questo lasciar mano libera a chi viola la legge, a chi uccide. E comincia a serpeggiare il pensiero che, in realtà, non si voglia proprio intervenire. Che sia in atto una strategia per non arrivare a soluzioni. Che si voglia nascondere qualcosa o qualcuno. Che questa situazione «faccia comodo» a tanti. Non ha tutti i torti, la povera gente. Si sente presa in giro. I verbi coniugati da chi comanda sono sempre al futuro: faremo, diremo, provvederemo. Calato il sipario dell’occasione pubblica, resta solo un silenzio angosciante. E la gente muore, di cancro. E la Campania ancora non ha un registro tumori. E il nuovo ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ancora non viene a vedere con i suoi occhi che cosa sta accadendo in questa regione bella e disgraziata. E si fanno illazioni… Qui si agonizza e si lotta tra fuochi e fumi assassini, e chi ci governa e ci rappresenta ancora pronuncia parole come fumo leggero. Queste morti sono sempre più dolorose e insopportabili. Si muore per motivi vergognosi ed evitabili. Per silenzi omertosi. Per denaro e per potere. Ma chi se non lo Stato, nel quale continuiamo caparbiamente a credere e a sperare, deve prendere di petto la situazione?

Come risponderanno, se risponderanno, politica e istituzioni?

«Esprimo grande soddisfazione per la decisione di togliere il segreto sui contenuti dell’audizione che il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone svolse nell’ottobre 1997 alla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti’»: così Laura Boldrini, sulla decisione dell’Ufficio di Presidenza. «Si tratta della prima volta che la Presidenza della Camera - senza che questo sia richiesto dalla magistratura - decide di rendere pubblico un documento formato da Commissioni di inchiesta che in passato lo avevano classificato come segreto».  «Lo dovevamo in primo luogo - ha proseguito la presidente della Camera - ai cittadini delle zone della Campania devastate da una catastrofe ambientale cosciente e premeditata, come ho avuto modo di dire anche recentemente a Pollica, per la commemorazione dell’assassinio del sindaco Angelo Vassallo: cittadini che oggi hanno tutto il diritto di conoscere quali crimini siano stati commessi ai loro danni per poter esigere la riparazione possibile. Troppo spesso, nella storia del nostro Paese, il segreto è stato infatti invocato non a tutela non dei diritti di tutti ma a copertura degli interessi di alcuni. La fiducia nelle istituzioni - ha sottolineato Laura Boldrini - si rinsalda anche facendo luce su zone d’ombra immotivate e perciò inaccettabili all’opinione pubblica».

Ecomafia, la profezia del boss Schiavone: "Gli abitanti del Casertano moriranno di cancro". Le parole del pentito del clan dei Casalesi nel 1997: "C'erano camion con sostanze tossiche". Poi l'accusa alla cosca: "Aveva affari milionari", scrive “Libero Quotidiano”. "Entro venti anni gli abitanti di numerosi comuni del Casertano rischiano di morire tutti di cancro". Furono queste le parole che il pentito del clan dei Casalesi, Carmine Schiavone, profetizzò nel corso dell'audizione dell'ottobre del 1997 davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta su mafia e rifiuti tossici. Verbali che solo oggi, dopo la rimozione del segreto, sono diventati pubblici: "un segnale di trasparenza e attenzione da parte dell'ufficio di presidenza della Camera nei confronti delle popolazioni della Campania, colpite dal dramma dei rifiuti tossici", come ha sottolineato Valeria Valente, Segretario di Presidenza della Camera dei Deputati.  La profezia - "Quel traffico veniva già attuato in precedenza. Gli abitanti del paese rischiano tutti di morire di cancro entro vent'anni; non credo infatti che si salveranno: gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via, avranno, forse, venti anni di vita", ribadiva Schiavone sedici anni fa, per poi spiegare: "C'erano camion che arrivavano dalla Germania, camion che trasportavano fanghi nucleari, che sono stati scaricati nelle discariche, sulle quali sono stati poi effettuati rilevamenti tramite elicotteri. Lì ci sono i bufali e non cresce più l'erba. C'erano rifiuti anche da Genova, Massa Carrara, La Spezia e Milano. Erano sostanze tossiche, come fanghi industriali, rifiuti di ogni tipo di lavorazione". Il pentito del clan dei Casalesi raccontava anche degli affari milionari della cosca: "Con i soldi del traffico di rifiuti - diceva - si pagavano i mensili agli affiliati, le spese per i latitanti, gli avvocati, circa due miliardi e mezzo di lire al mese, comprese le spese extra. Per l'immondizia entravano nelle casse del clan dei Casalesi circa 600-700 milioni di lire al mese". Le ecomafie - Carmine Schiavone, durante l'audizione del '97, ricostruiva la genesi dell'ecomafia del Casertano: "A cominciare furono mio cugino Sandokan e Francesco Bidognetti". Poi, ecco spuntare Cerci e Chianese: "Il potere del clan crebbe anche perché gestivano il ciclo di smaltimento dei rifiuti". "In tutti i 106 comuni della provincia di Caserta noi facevamo i sindaci, di qualunque colore fossero. C'è la prova. Io ad esempio avevo la zona di Villa Literno e sono stato io a far eleggere il sindaco. Prima era socialista e noi eravamo democristiani. A Frignano avevamo i comunisti. A noi non importava il colore ma solo i soldi, perché c'erano uscite di due miliardi e mezzo al mese".

Il traffico illegale delle scorie pericolose, i fusti tossici interrati nelle cave, le coperture politiche e massoniche, la maledizione del cancro, scrivono Antonio Castaldo e Antonio Crispino su “Il Corriere della Sera”. L’anno è il 1997, il collaboratore Carmine Schiavone aveva già raccontato tutto. È l’audizione davanti alla commissione parlamentare sulle Ecomafie del pentito che con le sue confessioni ha fatto crollare il clan dei Casalesi. L’operazione Spartacus risale a due anni prima. Di rifiuti interrati e di rischi per la salute non si parlava ancora. E non se ne parlò neanche negli anni successivi, perché le dichiarazioni del cugino di Francesco «Sandokan» Schiavone sono rimaste secretate per oltre 16 anni. La Camera ha deciso di renderle pubbliche giovedì 31 ottobre 2013. «Entro venti anni gli abitanti di numerosi comuni del Casertano rischiano di morire tutti di cancro», affermò Schiavone, con un tono profetico che purtroppo è stato confermato dai fatti. Le ricerche del Cnr e del Pascale, fatte proprie dal ministero della Salute, descrivono un’impennata della mortalità per tumori nelle province di Napoli e Caserta. Riferendosi al traffico illegale di rifiuti nocivi, Schiavone spiegò che divenne un business «autorizzato» per il clan dei Casalesi nel 1990. «Tuttavia - riferì il pentito - quel traffico veniva già attuato in precedenza. Gli abitanti rischiano tutti di morire di cancro entro 20 anni; non credo infatti che si salveranno: gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via, avranno, forse, venti anni di vita». Nel corso della sua audizione, Schiavone cita i nomi dei referenti del clan per gli affari nello smaltimento illegale dei rifiuti. Cita Cipriano Chianese, a capo della Resit, e il suo socio Gaetano Cerci. Ovvero gli stessi imprenditori che continueranno a fare affari con lo Stato negli anni successivi, quando l’emergenza rifiuti diventerà incontrollabile. E che ora sono sotto processo. «Chianese - aggiunse Schiavone - aveva introdotto Cerci in circoli culturali ad Arezzo, a Milano, dove aveva fatto le sue amicizie. Attraverso questi circoli culturali entrò automaticamente in un gruppo di persone che gestiva rifiuti tossici. Lavorava a Milano, Arezzo, Pistoia, Massa Carrara, Santa Croce sull’Arno, La Spezia. Cerci si trovava molto bene con un signore che si chiama Licio Gelli». A proposito dei profitti enormi ottenuti smaltendo i rifiuti tossici, oltre 600 milioni di lire al mese, Schiavone aggiunge particolari sulle coperture ai più alti livelli garantite all’organizzazione criminale: «Il nostro era un clan di Stato... La mafia e la camorra non potevano esistere se non era lo Stato... Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, questo avrebbe forse potuto esistere?». Schiavone ricostruì anche la genesi delle ecomafie casertane: «A cominciare furono mio cugino Sandokan e Francesco Bidognetti». Il potere del clan crebbe anche perché gestivano il ciclo di smaltimento dei rifiuti: «In tutti i 106 comuni della provincia di Caserta noi facevamo i sindaci, di qualunque colore fossero. (...) socialisti, democristiani, ma anche comunisti se serviva». Rifiuti tossici sono stati interrati lungo tutto il litorale Domitio e sversati anche nel lago di Lucrino, specchio d’acqua nell’area flegrea. Schiavone raccontò che erano coinvolte diverse organizzazioni criminali - come mafia, `ndrangheta e Sacra Corona Unita - tanto da fare ipotizzare che in diverse zone di Sicilia, Calabria e Puglia, le cosche abbiano agito come il clan dei Casalesi. Il collaboratore di giustizia si soffermò sulle modalità di smaltimento. «Avevamo creato un sistema di tipo militare, con ragazzi incensurati muniti di regolare porto d’armi che giravano in macchina. Avevamo divise e palette dei carabinieri, della finanza e della polizia. Ognuno aveva un suo reparto prestabilito». Schiavone citò una serie di località nell’hinterland di Napoli: «Pure a Villaricca abbiamo fatto scaricare 520 fusti tossici in una cava che fu scavata nel terreno tramite Mimmuccio Ferrara. Durante lo scarico un autista rimase cieco». Ma anche luoghi molto frequentati, a due passi dai centri abitati: « A Casal di Principe, dietro il campo sportivo e nei pressi della superstrada (recentemente è stato fatto un sopralluogo e non è stato trovato nulla)». I camion delle ecomafie imperversavano poi lungo il litorale domizio: «Nel 1992 c’erano 10mila ettari di terreni che costeggiavano tutta la Domitiana, tutti per l’Eurocav e tutto scavato a 30, 40 e 50 metri. Le draghe estraevano sabbia e le buche venivano sistematicamente riempite. Se lei guarda l’elenco che le ho consegnato vedrà che ci sono 70-80 camion di quelli che smaltivano dal nord. Si tratta di milioni e milioni di tonnellate. Io penso che per bonificare la zona ci vorrebbero tutti i soldi dello Stato in un anno». Sotto terra sono finite anche scorie nucleari: «Sono al corrente che arrivavano dalla Germania camion che trasportavano fanghi nucleari che sono stati scaricati nelle discariche. Alcuni dovrebbero trovarsi in un terreno sul quale oggi vi sono i bufali e su cui non cresce più erba». Come avveniva l’interramento? «Di notte i camion scaricavano rifiuti e con le pale meccaniche vi si gettava sopra un po’ di terreno. Tutto questo per una profondità di circa 20-30 metri nella zona di Parete o di Casapesenna, in cui la falda acquifera è più bassa vi sono punti che si trovano a 30 metri».

I verbali del pentito Schiavone. "In Puglia le discariche della camorra". Le rivelazioni dell'uomo dei casalesi all'Antimafia: "Per tutti gli anni Ottanta la camorra ha usato alcune pattumiere. Una si chiamava Puglia", scrive Giuliano Foschini su “La Repubblica”. La camorra per tutti gli anni '80 ha usato alcune pattumiere. Una si chiamava Puglia. Lo ha raccontato nel 1997 il pentito Carmine Schiavone alla commissione parlamentare antimafia in un verbale che soltanto giovedì è stato dissecretato. Ma lo hanno confermato anche le indagini più recenti in tema di mafia e di rifiuti, come ha spiegato in audizione di alcuni mesi fa l'ex procuratore di Bari, Antonio Laudati. "Parlavamo spesso di Puglia - spiega il pentito - c'erano discariche nelle quali si scaricavano sostanze che venivano da fuori, in base ai discorsi che facevamo negli anni fino al 1990-1991". Schiavone parla di "Salento, ma sentivo parlare anche delle province di Bari e Foggia". Pochi i riferimenti precisi anche perché, dice, "il nostro era un discorso "accademico" interno che facevamo, dicendo: mica siamo solo noi, lo fanno tutti quanti". Il traffico riguardava "sostanze tossiche, fanghi industriali, rifiuti di lavorazione, rifiuti radioattivi ". Tutto materiale che veniva nascosto metri e metri sotto terra, dove ancora oggi è probabilmente conservato. È bene ricordare che in alcune zone del Salento si registrano percentuali di malattie oncologiche assai superiori alla media. Quei dati sono stati oggetto nei giorni scorsi di una riunione all'Istituto superiore di Sanità nella quale l'Arpa Puglia e il ministero hanno previsto un percorso comune: l'anomalia nei numeri c'è, ed è importante. Bisogna trovare ora le cause. I rifiuti interrati potrebbero essere uno dei problemi. Tornando alle dichiarazioni di Schiavone, il pentito ha parlato anche del "supporto" logistico dei clan locali: "In effetti - ha messo a verbale . in Puglia, la Sacra corona unita non è mai stata nessuno. Era sorta inizialmente insieme al gruppo della Nuova camorra organizzata di Cutolo, e poi fu staccata. C'erano gruppi che operavano con noi e con i siciliani. Nel Brindisino operava un certo Bicicletta, un certo D'Onofrio che stava con Pietro Vernengo, il suo capozona. Con me operavano un certo Tonino 'o Zingaro e Lucio Di Donna, che era di Lecce". Le parole di Sandokan sono però state integrare e in parte superate dal quadro tracciato nei mesi scorsi dal procuratore Laudati sempre in commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti. È stato il magistrato a parlare del legame tra i casalesi e il foggiano. "Se io devo smaltire un frigorifero e lo butto a Savignano Irpino  -  ha detto - rischio l'arresto nella flagranza, se mi sposto di un chilometro e mezzo, se mi va male prendo una contravvenzione. Dove butta il frigorifero la criminalità organizzata? ". Le indagini stanno verificando anche in questo caso "sinergie" criminalità locale e Casalesi. Ma c'è altro. Alcune aziende, "anche a partecipazione pubblica - ha detto Laudati - hanno avuto forme di condizionamento dalla criminalità organizzata sul modello di quello che è successo in Campania".

«Forse sbaglia persona. Io sopralluoghi con Schiavone non ne ho mai fatti. Non è che non rammento, ne sono abbastanza sicuro». E di quel filone d’inchiesta «non ho memoria che uscisse qualcosa riferibile alla Puglia». Il prefetto Nicola Cavaliere, uomo di Stato d’altissimo lignaggio, con una pluridecennale carriera che l’ha portato in posizioni apicali in Polizia e nel servizio segreto per la sicurezza interna (Aisi), nonché cittadino onorario di Mesagne, nel Brindisino, dove ha vissuto molto a lungo, puntualizza a Marisa Ingrosso su “La Gazzetta del Mezzogiorno” alcune dichiarazioni di Carmine Schiavone che lo chiamano in causa e che riguardano la Puglia, come territorio in cui sarebbero stati sepolti rifiuti illecitamente. L’ex camorrista e collaboratore di giustizia, infatti, fu ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse. Era il 7 ottobre del 1997 e soltanto ora quei verbali sono stati desecretati e pubblicati sul web. In essi Schiavone spiega che esisteva una «cupola» che si occupava di smaltire illecitamente nel Sud Italia i rifiuti speciali e tossici provenienti soprattutto delle grandi aziende del Nord ed europee, Germania in testa. Della «cupola» dei veleni facevano parte insospettabili, i «colletti bianchi». Gente che aveva agganci con alcuni «circoli culturali» e - secondo il pentito - con esponenti della Massoneria dell’epoca, come lo stesso «venerabile », Licio Gelli. Secondo quanto dice Schiavone, per alcuni anni la criminalità organizzata era stata tagliata fuori dal business. Ma poi la «cupola» decise di coinvolgere anche i clan, ottenendone aiuto logistico e coperture, in cambio di alcuni miliardi di lire. Schiavone dice d’essere entrato nell’affaire alla fine degli anni Ottanta: «La vicenda è iniziata nel 1988; all’epoca mi trovavo ad Otranto», afferma in audizione al presidente della Commissione Massimo Scalia. Secondo l’ex boss, «fusti e casse » sono stati tombati in «scavi abusivi». Afferma: «Ricordo di aver accompagnato i rappresentanti della Criminalpol, dello Sco (con Nicola Cavaliere) nei luoghi di quelle che non erano cave ma scavi che poi sono stati chiusi». Scavi profondi «circa 20-24 metri» che arrivavano alla falda sotterranea dell’acqua «sui quali - dice Schiavone - esiste un’ampia documentazione che credo sia in possesso dello Sco, della Criminalpol (all’epoca c’era Cavaliere)». Epperò, sentito in proposito dalla «Gazzetta», il prefetto chiarisce molto bene questi passaggi. «Schiavone - dice Nicola Cavaliere - non l’ho mai conosciuto, né mai mi sono interessato direttamente dell’inchiesta». «Si tenga conto che - asserisce il superpoliziotto - nel periodo 1990-1994 ero a capo della Mobile Roma (lì contribuì allo smantellamento della Banda della Magliana) e che nel periodo 1994-1997 ero alla Criminalpol di Roma». «Quindi, io non mi sono mai interessato. Forse sbaglia persona. Io sopralluoghi con Schiavone non ne ho mai fatti. Non è che non rammento, ne sono abbastanza sicuro».....

Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO??? QUASI TUTTI!!!!

VENDOLA E L’AMBIENTE SVENDUTO.

Ilva, la telefonata shock di Vendola: risate al telefono per le domande sui tumori. Nel luglio del 2010 il leader di Sel viene intercettato con Girolamo Archinà, il pr della famiglia Riva. "Dica che non mi sono defilato". E dà della “faccia da provocatore” a chi chiedeva spiegazioni sui morti. Per tutta la giornata del 14 novembre 2013 non ha risposto al Fatto, scrive  Francesco Casula e Lorenzo Galeazzi su “Il Fatto Quotidiano”. E’ il 19 novembre 2009. La conferenza stampa di presentazione del “Rapporto ambiente e sicurezza” dell’Ilva è appena terminata. Luigi Abbate, giornalista dell’emittente tarantina Blustar Tv, si avvicina a Emilio Riva, 87enne ex patron dell’acciaio e gli chiede: “La realtà non è così rosea visti i tanti morti per tumore…”. Riva non è abituato a domande scomode. Abbozza una risposta bofonchiando: “Ve li siete inventati” e si salva grazie all’intervento del suo addetto alle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, che strappa letteralmente il microfono dalle mani del giornalista. Il video finisce su Youtube e comincia a fare il giro d’Italia. Diversi mesi più tardi, nel luglio del 2010, appena tornato da un viaggio in Cina anche Nichi Vendola lo vede. A mostrarglielo sono stati “degli amici di Roma”, in quei giorni interessati al caso Ilva perché in quei giorni l’azienda era tornata sulle pagine dei giornali a causa della diffusione dei dati dell’Arpa sui livelli allarmanti di benzo(a)pirene a Taranto. Il video della conferenza stampa sarà al centro di una telefonata tra il governatore della Puglia e Archinà, considerato dai pm la “longa manus” dei Riva.  Nell’intercettazione, il governatore di Puglia ride di gusto dicendo ad Archinà di aver apprezzato “lo scatto felino”. Confessa di essersi divertito insieme al suo capo di gabinetto. Definisce una “scena fantastica” l’immagine di Archinà che impedisce al giornalista di intervistare Emilio Riva. Il leader di Sel, ridendo, rivolge anche i suoi “complimenti” ad Archinà. Non solo. Riferendosi al giornalista lo definisce una “faccia di provocatore”. Vendola, che afferma di aver fatto davvero le battaglie a difesa della vita e della salute, suggerisce di “stringere i denti” di fronte a questi improvvisatori “senza arte né parte”. E aggiunge: “Dite a Riva che il presidente non si è defilato”. Oggi Nichi Vendola è tra i 53 indagati dell’inchiesta “Ambiente svenduto”. Per la procura di Taranto, che ha coordinato l’attività investigativa della Guardia di finanza, il leader di Sinistra ecologia e libertà ha fatto pressioni sul direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, perché ammorbidisse il suo atteggiamento nei confronti dell’Ilva. Concussione. Girolamo Archinà, invece, è finito in carcere il 27 novembre 2012. Associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Sono le ipotesi di reato da cui dovrà difendersi l’ex pr dell’Ilva insieme a Emilio, Fabio e Nicola Riva, all’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso. Ma non è tutto. Archinà, infatti, è accusato anche di corruzione in atti giudiziari per aver versato una tangente di diecimila euro a Lorenzo Liberti, ex consulente della procura, incaricato di svolgere una perizia sulle emissioni nocive dello stabilimento siderurgico. Nel corso dell’inchiesta è anche emerso come molti cronisti locali (e alcune testate) fossero di fatto a libro paga di Archinà. Soldi per nascondere lo scandalo inquinamento e, soprattutto, per non fare domande. 

Per tutta la giornata di giovedì 14 novembre i cronisti de Il Fatto Quotidiano hanno provato a contattare telefonicamente Vendola e i suoi collaboratori. Il cellulare del governatore ha sempre suonato a vuoto. E nonostante l’invio di sms, il leader di Sel non ha mai risposto nè richiamato. Diventa pubblico l'audio della scandalosa telefontata tra Nichi Vendola e Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni esterne dell'Ilva. "Complimenti, io e il mio capo di gabinetto siamo stati a ridere per un quarto d’ora”, dice il presidente della regione Puglia parlando dello "scatto felino" con cui Archinà rubò il microfono a un giornalista che chiedeva a Emilio Riva spiegazioni sui morti di tumore causati dalle emissioni dell'Ilva. Video che, come riporta il Fatto Quotidiano, risale al 2009, ma viene diffuso quando a Taranto scoppia il caso sulle emissioni di benzo(a)pirene, scrive “Libero Quotidiano”. Ma andiamo con ordine. E' il 29 maggio 2010 quando a Taranto viene indetta una mobilitazione sul benzo(a)pirene e centinaia di persone assediano il Municipio.  I manifestanti richiedono uno stop tecnico della cokeria per valutare l'incidenza nel quartiere Tamburi del benzo(a)pirene da essa prodotto. I dati sono impressionanti: il 98% del benzo(a)pirene che si respira nel quartiere Tamburi di Taranto avrebbe come sorgente l'Ilva. L'inchiesta della Procura pone l'attenzione - attraverso le intercettazioni - proprio su questo documento delicato dell'Arpa. Due giorni dopo la diffusione di tale studio accade qualcosa di particolare. Lo spiega l'ex magistrato Ferdinando Imposimato che scrive: "Dalle carte dell'inchiesta risulterebbe che 'l'avvocato Francesco Manna, capo di gabinetto del governatore Vendola, il 6 luglio 2010, e l'assessore Nicola Fratoianni sono stati incaricati di frantumare il direttore generale dell'Arpa Puglia, Giorgio Assennato, che aveva osato diffondere dati allarmanti sul superamento delle soglie di inquinamento ambientale dello stabilimento e sugli effetti catastrofici sulla popolazione'. Il governatore Vendola, indagato dalla Procura per disastro ambientale, nega di avere interferito indebitamente nella vicenda". La telefonata tra Vendola e Archinà fa seguito a tutto ciò. Ecco l'audio, riportato dal Fatto Quotidiano.it, e la trascrizione della chiamata.

Ne riportiamo il contenuto: 

Archinà - Pronto?

Vendola - Sono Nichi Vendola.

A - Oh come va presidente...

V - Sono per dire una cosa seria anche se mi… sono molto colpito da una scena che ho appena visto ora i miei amici mi hanno fatto vedere a Roma una conferenza stampa e un’immagine, uno splendido scatto felino. [Risata]

A - [Risata]

V - Non potevo riprendermi. [Risata]. Non potevo riprendermi, ho visto una scena fantastica Dica a

A - [Risata]

V - Col mio capo di gabinetto siamo rimasti molto colpiti siccome ho capito quel è la situazione volevo dire che mettiamo subito in agenda un incontro con l’ingegnere.

A - Mh mh.

V - Archinà no! state tranquilli, non è che mi sono scordato.

A - No assolutamente.

V - Come fare ho paura che...

A - No ero sicuro.

V - Ho paura che metto la faccia mia e si possono accendere ancora di più i fuochi.

A - No ero siocuro, soltanto che sta degenerando veramente sta degenerando…

V - I vostri alleati principali in questo momento, lo voglio dire, sono quelli della Fiom.

A - Lo so.

V - Quelli più preoccupati, mi chiamano 25 volte al giorno.

A - E lo so e lo so lo lo so purtroppo i miei timori del recente passato si stanno dimostrando sempre di più sempre di più non solo l’Ilva ma anche altre persone sono nell’occhio del ciclone, ma tutto poggiato su una scivolata del nostro stimato amico direttore [Assennato, ndr]

V - Vabbè vabbè noi dobbiamo fare ognuno la sua parte e però dobbiamo sapere che a prescindere da tutti i procedimenti le cose le iniziative...

A - Se se

V - L’Ilva è una realtà produttiva.

A - E lo so infatti.

V - Cui non possiamo rinunciare e quindi dobbiamo vederci dobbiamo...

A - Certo certo...

V - Rifare garanzie, volevo dirglielo perché poteva chiamare Riva e dirgli che il presidente non si è defilato.

A - Vabbè no ma ne eravamo assolutamente certi.

Quando erano gli altri a ridere - Eppure dimostrava ben altro rigore morale, Vendola, quando a ridere delle tragedie altrui erano "gli amici dei nemici". Nel febbraio 2010, nell'ambito dell'inchiesta su presunti casi di corruzione negli appalti per il G8 (indagato l'allora capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso), finirono sui giornali le intercettazioni dell'imprenditore napoletano Francesco Piscicelli "se la rideva dentro al letto" per il terremoto de L'Aquila. Ecco, in questa occasione il governatore della Puglia si diceva pronto a trarre conclusioni tranchant che non lasciavano spazio a interpretazioni. "Ci sono responsabilità politiche che prescindono dalle responsabilità penali - tuonava Nichi -. Credo che al di là della condizione personale di Bertolaso in questa inchiesta, la Protezione civile abbia subito un'onta che merita conseguenze politiche serie". Un duro, insomma, con gli scivoloni altrui.

Intercettazione, Vendola rideva per le domande sui tumori dell'Ilva. Spunta una telefonata imbarazzante tra il governatore della Puglia e Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva, scrive Luca Romano su “Il Giornale”. Spunta un'intercettazione decisamente imbarazzante per Nichi Vendola. Risale al luglio 2010. Il governatore della Puglia parla al telefono con Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva. Si parla di tumori e dei dati relativi all'inquinamento, con la conseguente forte preoccupazione di lavoratori e sindacati.

Vendola se la ride di gusto... Ma facciamo un passo indietro per capire meglio. Come ricostruisce Il Fatto quotidiano il governatore della Puglia è appena rientrato da un viaggio in Cina. I suoi collaboratori gli fanno vedere un video che sta spopolando su Youtube: risale al 19 novembre 2009, in occasione della presentazione del rapporto ambiente e sicurezza dell'Ilva. Un giornalista di Taranto, Luigi Abbate, si avvicina all'industriale Emilio Riva per contestare i dati: "La realtà non è così rosea visti i tanti morti per tumore”. Riva tergiversa un po', alla fine replica "ve li siete inventati". La situazione rischia di infiammarsi, con il giornalista che lo incalza. A quel punto interviene Archinà: strappa di mano il microfono al giornalista "impertinente".  L'Ilva è sulle pagine di tutti i giornali a causa della diffusione dei dati dell’Arpa sui livelli allarmanti di alcune sostanze inquinanti. Il video della conferenza stampa - e dello "scippo" del microfono - finisce al centro di una telefonata tra il governatore della Puglia e Archinà, che i pm la “longa manus” dei Riva. Nell’intercettazione telefonica (Vendola è tra i 53 indagati dell’inchiesta "Ambiente svenduto" della Procura di Taranto) il governatore ride dicendo ad Archinà di avere molto apprezzato "lo scatto felino" con cui il suo interclocutore, come si vede nel video, toglie il microfono al giornalista. "Una scena fantastica", prosegue Vendola, facendo addirittura i complimenti ad Archinà. Ma le cose ancor più imbarazzanti vengono dopo. Riferendosi al giornalista, Vendola lo definisce "faccia di provocatore". E suggerisce al suo interclocutore di "stringere i denti" di fronte a questi improvvisatori "senza arte né parte". E si congeda da lui - oggi considerato l'eminenza grigia della fabbrica, il "maestro degli insabbiatori" - con una raccomandazione: "Dite a Riva che il presidente non si è defilato".

Oggi però Vendola scarica ogni colpa sull'Ilva: "Il torto maggiore - ha detto ieri sera rispondendo ad una domanda del direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, ad un convegno sul Sud all’Ateneo di Bari - è legato alla storia dell’industria, che è stata lungamente indifferente alla tutela della salute e dell’ambiente. Non so se è stato un reato. Se è stato un reato lo confesso" ha aggiunto Vendola riferendosi alla circostanza di essere finito tra gli indagati nell’inchiesta sull’Ilva di Taranto. "Per me - ha aggiunto - quello che la Corte Costituzionale ha chiamato dovere precipuo di ogni pubblico amministratore, cioè la contemperanza degli interessi, è stata la bussola con cui ho agito. E io rivendico con orgoglio questo lavoro e non me ne pento".

Vendola annuncia querela. Dopo il clamore suscitato dalla telefonata, Vendola ha dato mandato ai propri avvocati di sporgere querela ai responsabili dell’articolo pubblicato sul sito "Il Fatto quotidiano" di oggi e ripreso da altre testate giornalistiche web che hanno ripreso la notizia. "Nell’articolo si racconta, in modo volgarmente strumentale - si spiega in una nota - di presunte risate del presidente suscitate dalle domande sulle morti per cancro. Come tutti invece possono tranquillamente constatare, il presidente era solo rimasto colpito dallo specifico episodio in cui Archinà (ex responsabile relazioni istituzionali dell’Ilva ndr), con un salto improvviso, si era avvicinato ad un giornalista che stava intervistando Riva. È quindi solo lo scatto di Archinà ad aver suscitato il sorriso di Vendola e non certamente il riferimento alla tragedia delle morti per cancro a Taranto. Su questo tema - conclude la nota della Regione - si registra invece, come si può constatare ascoltando la telefonata e non solo, l’attenzione del presidente Vendola testimoniata dalla sua storia politica e personale".

EMILIANO: CHE CAZZO GUARDI?

Tassisti, il diktat del Comune di Bari: "Vietato giocare a tressette durante le soste e girare in canotta". Il servizio previsto dal nuovo regolamento comunale dei taxi, pronta per l’esame in aula, offre la possibilità a più utenti, almeno tre, di viaggiare a bordo della stessa auto frazionando in parti uguali la tariffa, scrive Francesca Russi il 6 gennaio 2016 su “La Repubblica”. Usufruiscono del servizio in più persone condividendone il costo. A Bari arriva il taxi collettivo. Il servizio previsto dal nuovo regolamento comunale dei taxi, una bozza passata al vaglio dei Municipi e pronta per l’esame in aula, offre la possibilità a più utenti, almeno tre, di viaggiare a bordo della stessa auto frazionando in parti uguali la tariffa. A una condizione: il punto di partenza deve essere lo stesso e la destinazione sulla stessa direttrice. A favorire il “taxi sharing” ci penserà il Comune attraverso l’istituzione, sancisce l’articolo 3 del regolamento, di piazzole dedicate con pannelli informativi per velocizzare le operazioni. Ci si potrà trovare a una fermata collettiva, dunque, e decidere, in base alla meta, di condividere il costo del viaggio. L’uso collettivo del taxi, però, non è l’unica novità che il testo messo a punto dalla ripartizione Sviluppo economico, diretta fino a qualche giorno fa da Nicola Marzulli, si prepara a introdurre. La bozza di regolamento, che dovrà ricevere l’ok dal consiglio comunale, mette nero su bianco regole di comportamento sia per i conducenti sia per i passeggeri. Tra queste c’è un divieto assai curioso inserito all’articolo 26: per l’esercente in servizio taxi è vietato «giocare a carte durante la sosta nelle piazzole». Stop, dunque, a eventuali tornei di briscola o tressette giocati in attesa di clienti. Una norma che ha lasciato perplessi alcuni consiglieri municipali. «Inutile scriverla», hanno chiesto alcuni rappresentanti di Municipio durante le assemblee. «Sono menzionate delle dinamiche anacronistiche – ha commentato in consiglio il presidente della III Commissione del Municipio del Mare, Nicola Battista - in quanto richiamano vecchi comportamenti scorretti e usanze che sicuramente non fanno parte di quella che è la visione di un servizio taxi nel 2015». In orario di lavoro bandite anche le chiacchierate in auto con persone che non siano clienti. I conducenti in servizio, inoltre, non possono «fumare o consumare cibo durante la corsa», «consumare cibo durante il posteggio stando all’interno del taxi» o anche «consumare cibo durante la sosta nelle piazzole». E poi ci sono gli obblighi: tenere pulito il veicolo, seguire il percorso più economico, esporre le tariffe, azionare il tassametro e «avere, durante il servizio, abbigliamento decoroso e comunque confacente al pubblico servizio prestato (è bandito l’uso di pantaloncini, bermuda e canotte)». E, ancora, «depositare qualunque oggetto dimenticato sul mezzo entro tre giorni dal ritrovamento all’ufficio Economato» e «prendere posto nella piazzola secondo l’ordine di arrivo» senza superare il collega. Le licenze vengono assegnate a seguito di concorso pubblico bandito dal Comune: le prove riguardano, oltre alla conoscenza della disciplina di circolazione stradale, anche la toponomastica e la conoscenza dell’inglese.

“CHE CAZZO HAI DA GUARDARE?” E GIU’ BOTTE: IL SINDACO DI BARI VIETA GLI “SGUARDI DI SFIDA” PER LIMITARE RISSE E PESTAGGI IN STRADA. E’ un retaggio ancestrale: due sconosciuti si incrociano per strada, si guardano negli occhi e se uno dei due non abbassa lo sguardo scatta la zuffa - Per evitare caos e pestaggi, Michele Emiliano con un’ordinanza vieta “di sostare con atteggiamento di sfida, presidio o vendetta…”

Immaginate due uomini che si fronteggiano ai lati opposti di una via, scrive Donato Carrisi su “Il Corriere della Sera”. Magari non si sono mai visti prima. Ognuno seguiva la propria strada senza sapere che avrebbero incontrato l'altro, ma il destino ha voluto che alla stessa ora, quello stesso giorno, si ritrovassero a condividere uno spazio di pochi metri. Una malvagia provvidenza, poi, ha fatto in modo che ciascuno simultaneamente si voltasse verso l'altro, incrociando gli sguardi. In altre circostanze, forse, i due si sarebbero ignorati, distratti da altri pensieri. Ma quello scambio imprevisto, quella carezza «occhi sugli occhi» stavolta è durata un attimo di troppo. È diventata una sfida. «Abbassa lo sguardo». Nessuno dei due contendenti pronuncia queste parole, perché la frase intimidatoria è contenuta a sua volta in uno sguardo, assieme a un corollario di impronunciabili insulti. La partita è appena iniziata. In palio c'è un attestato di virilità: il primo che cede è il più debole. Sembra la scena di un film Western, ma chi non ha vissuto a Bari o in una delle città in cui vige ancora questa regola ancestrale, non può comprendere il valore della posta in gioco. Proprio come i pistoleri solitari, certi individui cresciuti con il mito della propria mascolinità sembrano pronti a colmare il breve confine che li separa per regolare con la violenza la questione. Forse è per questo che Michele Emiliano, il sindaco del capoluogo pugliese, ha deciso di intervenire con un'ordinanza per mettere fine alle disfide causate da futili motivi. Il documento che porta la sua firma recita: «Si fa divieto di sostare con atteggiamento di sfida, presidio o vendetta». Diciamolo subito, la proibizione è volta a impedire che il decoro e la fruibilità dei luoghi pubblici siano pregiudicati da comportamenti violenti, compromettendo i diritti e l'incolumità degli altri cittadini. Anche se rimane il dubbio sui criteri sulla base dei quali si dovrà giudicare se uno sguardo è o meno appropriato. Per esempio, cosa distingue un'occhiata di sfida da una che allude a un approccio sentimentale? Di qui, la scarsa possibilità di applicare la relativa sanzione pecuniaria. Tuttavia il ridicolo non è nell'ordinanza, ma nel comportamento che cerca di regolare. La ragione che spinge due sconosciuti che non si sono mai fatti nulla di male a fronteggiarsi per farsene a vicenda è legata al primitivo retaggio degli ominidi che tenevano a bada con il solo sguardo la minaccia di un invasore del loro territorio. Fatto sta che ancora oggi tale istinto è avvertito da individui che pure avrebbero tutti gli strumenti intellettuali per ignorare un simile, immotivato richiamo. È un po' come i peli del corpo, l'osso sacro o i capezzoli maschili: orpelli ormai superflui che l'evoluzione non ha saputo o voluto cancellare. Ecco spiegata la ragione per cui i nostri due contendenti non possono fare a meno di continuare a fissarsi dai lati opposti della strada, in realtà senza un reale motivo. Affilano lo sguardo, perfezionando la postura in modo da sembrare più minacciosi, e intanto misurano il nemico, calcolandone la forza e pronosticando le possibilità di vittoria in un eventuale scontro fisico. La decisione del sindaco di Bari, in realtà, è rivolta soprattutto a evitare che due o più idioti si ritrovino a sostare per ore (a volte per giorni) a pochi metri di distanza, affrontando la fatica e le intemperie pur di non cedere all'avversario, perché la verità è che sono entrambi troppo vigliacchi per attraversare la strada. Nessuno lo dice, ma ne sono caduti a decine falcidiati dalla congiuntivite.

"Vietati gli sguardi di sfida in piazza". Bari insorge contro l'ordinanza shock. Il sindaco Michele Emiliano emana una lunga lista di divieti da osservare nelle principali piazze della città. Ma i comitati dei cittadini che avevano sollecitato maggiore sicurezza prendono le distanze: "Una esagerazione", scrive “La Repubblica”. Vietati gli sguardi di sfida. Il sindaco ‘sceriffo’ di Bari sforna un'ordinanza che sta dividendo la città.  Ai baresi proprio non va giù questo provvedimento che vieta “di sostare prolungatamente in gruppo superiore a cinque persone, con atteggiamento di sfida, presidio o di vedetta, o comunque in modo tale da impedire la piena fruibilità della piazza agli altri cittadini ed ai turisti”. L'inosservanza di questa norma costituirà una palese violazione punibile con una denuncia o con multe comprese tra i 25 e i 500 euro. “Vale esclusivamente per i pregiudicati e per prevenire reati. Ovunque nel mondo la polizia può vietare a gruppi di persone di ingaggiare tra loro conflitti potenzialmente violenti prima che si verifichino” risponde il sindaco Pd investito dalle polemiche. Gli sguardi di sfida sono tassativamente vietati in 5 piazze centrali della città, Umberto, Garibaldi, Moro, Balenzano e Battisti, al pari di palloni, bocce, pattini, atteggiamenti indecorosi e bivacchi. Sei mesi di tolleranza zero così come avevano chiesto i comitati di quartiere che da anni tramite petizioni popolari e manifestazioni invocano il rilancio dei giardini della città. “Ma forse il sindaco ha un po’ esagerato, è andato oltre le nostre richieste…” commentano ora i referenti dei comitati. Eppure nell'ordinanza  viene citata la petizione popolare di 1700 residenti della zona ma anche il dossier presentato mesi fa al Comune e nel quale vengano testualmente citati alcuni fenomeni incresciosi come "la costante presenza del nero-pusher in cerca di clienti" o "gli anziani omosex appostati in adescamento di prestazioni a basso costo". Il problema di queste regole non è tanto scriverle, ma farle rispettare. Nella classe politica locale nessuno si fa illusioni. Pierluigi Introna, capogruppo di Sel, in consiglio comunale riconosce la sostanziale inapplicabilità delle norme. "L'ordinanza del sindaco ha senso politicamente, ma dal punto di vista pratico credo che difficilmente potrà produrre effetti".  "È da dieci anni che chiediamo ordinanze per sanzionare chi non rispetta le regole  -  accusa Filippo Melchiorre, capogruppo di Fratelli d'Italia  -  Emiliano arriva soltanto adesso, esagerando. Come si fa a giudicare se uno sguardo è di sfida? E se una persona è assorta nei suoi pensieri? Diciamo la verità: quella del sindaco è una trovata elettorale e niente di più". Luigi D'Ambrosio Lettieri, segretario cittadino del Pdl, è ancora più netto. "Stiamo assistendo alle sceneggiate di fine impero  - osserva  -  Pur di guadagnarsi la ribalta Emiliano è ormai disposto a tutto. Anche a ridicolizzare la città e a far mettere alla berlina un argomento serio come la sicurezza dei nostri concittadini e il decoro urbano".

Vietato lanciarsi sguardi di sfida, scrive “Libero Quotidiano”. Ma anche giocare, andare sui pattini, mangiare, alzare la voce, sdraiarsi. Sembra Teheran, ma è Bari. Il primo cittadino del capoluogo pugliese, il democratico Michele Emiliano, ha sfornato un'ordinanza comunale che impone un bel pacchetto di divieti da rispettare in quattro piazze del centro cittadino. Altrimenti si rischiano sanzioni da 25 a 500 euro e denuncia penale. "Che guardi a fare?" - Il provvedimento più controverso riguarda gli atteggiamenti minacciosi. Il testo dell'ordinanza recita: si fa divieto di stazionare "in gruppo superiore a cinque persone, con atteggiamento di sfida, presidio o di vedetta". In altre parole, Emiliano prova a mettere ordine in tutti quegli scambi non verbali di aggressività che a volte si scambiano gli estranei. Il sindaco di Bari si prende cioè la briga di affrontare uno dei codici ancestrali dell'umanità, quella provocazione veicolata dallo sguardo che non solo è tipica dei paesi mediterranei, ma che ha portato uno di formazione scandinava come Zlatan Ibrahimovic a rivolgesi a una cronista sportiva inopportuna chiedendo: "Cazzo guardi?". Le contraddizioni - L'intento di tutela dell'ordine pubblico è comprensibile. Meno l'applicabilità del divieto: chi dovrebbe valutare la proditorietà degli sguardi che si scambiano i baresi? E' perché il minimo di cinque persone? Se sono in due contro due a stuzzicarsi, vuol dire che va bene? Emiliano, poi, che è un uomo di legge, impone una sorta di aggravante per i pregiudicati: se sei stato ospite delle patrie galere (scontando il tuo debito con la società), il tuo eventuale sguardo incattivito sarà valutato in maniera più grave. Basta divertirsi - Si trattasse solo di sventare possibili risse. Il primo cittadino introduce una serie di proibizioni che faranno passare ai baresi la voglia di trascorrere un po' di tempo all'aperto. Sono infatti vietati "gli esercizi e i giochi - si legge nell'ordinanza - come pattini e tavole a rotelle, bocce, palloni etc." al di fuori degli spazi predisposti. Quindi i bambini e i ragazzini di Bari sono equiparati ai cani: sono liberi di divertirsi solo negli ritagli di giardinetti a loro dedicati. A questo divieto si somma quello di "schiamazzare e gridare". Insomma, ovunque si trovino, è bene che i baresi non si abbandonino a una risata magari un po' troppo lunga o alta, perché se passa un vigile urbano si ritrovano con multati. Ordine e disciplina - Emiliano racconta di aver raccolto le proteste di alcuni comitati di cittadini e di essersi mosso "per riportare l'ordine a Bari". Ma forse ha esagerato, perché ora risulta proibito "consumare cibi e bevande in maniera scomposta o contraria al decoro", o anche "sdraiarsi e dormire". Il sindaco pretende che nelle piazze di Bari, in pratica, si stia in maniera più composta che nei salotti di Buckingham Palace.

Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO!!

GOZZOVIGLI ALLA REGIONE.

La Corte dei Conti «frusta» i politici alla Regione e boccia il 90 per cento dei bilanci dei gruppi consiliari, scrive Nicola Pepe su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Conti del bar, ristorante, biglietti della Fiera, spese astronomiche di telefonini e spese di rappresentanza ingiustificate. Per non parlare di pieni fatti contemporaneamente nello stesso giorno (di diesel e benzina) o di conti «salati» al ristorante pagati cash in barba alle regole sulla tracciabilità finanziaria. Pur se la Regione Puglia non può essere paragonata (per ora) al Lazio, alla Lombardia o alla Basilicata dove si sono abbattuti cicloni giudiziari sugli sprechi a carico di Pantalone, i giudici contabili pugliesi richiamano all'ordine i partiti politici dettando la linea sul rispetto di regole. Una decisione, quella pubblicata l'altro giorno dalla sezione di controllo dopo il «faro» acceso un mese fa con le richieste di chiarimenti, che passa in rassegna i rendiconti dei vari gruppi consiliari di via Capruzzi facendo emergere uno spaccato di «consuetudini» che la dicono lunga sulla gestione allegra dei contributi. Ad onor del vero, va detto che la Puglia è una delle regioni italiani che «regala» ai gruppi il minor numero di fino: fino all'anno scorso erano 750 mila euro, mentre da quest'anno - con le nuove regole - arriveranno a non più di 350 mila (5mila euro a poltrona) salvo poi ridursi quando si ridurrà il parlamentino.

La scure della Corte dei conti è stata un po' inaspettata per tutte le regioni italiane: occorre fare un passo indietro e arrivare alla legge 213 del 2012, varata dal governo Monti prima di Natale scorso) che ha previsto l'obbligo di rendicontazione da parte dei gruppi consiliari regionali sulle entrate e sulle spese rappresentate dall'utilizzo dei contributi pubblici, scrive Massimiliano Scagliarini su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Le spese per l’automobile del gruppo Pdl, quelli per i manifesti di Sel, ma anche - ad esempio - i biglietti aerei del Pd, e le consulenze stipulate da vari partiti. Nonostante qualche timore nei corridoi di via Capruzzi, quella avviata dalla Corte dei Conti sul Consiglio regionale della Puglia è una verifica di routine, in applicazione della nuova disciplina introdotta dal governo Monti dopo il caso-Lazio: da quest’anno in poi, infatti, i rendiconti dei gruppi politici saranno sempre sottoposti a controllo. Le richieste di chiarimento recapitate dai giudici contabili lunedì, tramite la Finanza, richiamano infatti le disposizioni della legge 2013/2012. Non ci sono, al momento, contestazioni di tipo penale, anche perché la Puglia è tra le Regioni con la minor spesa di funzionamento per i gruppi politici: 736mila euro totali nel 2012 (anno di riferimento della verifica), che scenderanno a 350mila nel 2013. I gruppi politici pugliesi non erogano rimborsi a piè di lista ai consiglieri, come avviene altrove: più che altro sostengono spese varie di funzionamento e propaganda politica. Ad esempio al Pd, che nel 2012 ha speso in totale 83.000 dei 133.000 euro assegnati (il resto è stato restituito alle casse del Consiglio), i giudici contabili chiedono lumi in merito all’acquisto di biglietti aerei per una trasferta a Roma: le spese per viaggi - rileva la Corte - vengono infatti sostenute direttamente dal Consiglio. La lettera più lunga è quella recapitata ai Moderati e Popolari, di cui all’epoca era capogruppo Antonio Buccoliero: sono 12 i punti evidenziati dalla Corte dei Conti, che chiede di specificare (ad esempio) quando e dove sono stati esposti i manifesti pagati con i soldi del gruppo, di giustificare alcuni acquisti di carburante e di consegnare le copie dei contratti di collaborazione con un commercialista e con l’addetto stampa. Quello delle consulenze è un oggetto di chiarimento per molti dei 10 gruppi oggetto del rilievo, perché non tutti hanno allegato documentazione idonea a valutare il merito della consulenza: anche se, in ogni caso, le cifre in gioco sono mediamente basse. Stesso discorso per le manifestazioni politiche e le spese di rappresentanza, per le quali le fatture di diversi gruppi appaiono generiche: la Corte dei Conti chiede dunque di giustificare le spese, così da poterne valutare la rilevanza rispetto alle attività politiche.

MAGISTRATI. CON LA DESIRE' DIGERONIMO I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA?!?

Punita la pm anti Vendola. E ora vuole candidarsi. La Digeronimo denunciò i rapporti tra Nichi e il gip che l'aveva assolto dall'abuso di ufficio, scrive Tiziana Paolocci su “Il Giornale”. Il processo a Nichi Vendola ha fatto strike di magistrati all'interno del Tribunale di Bari. Il pm Desirè Digeronimo, che all'indomani dell'assoluzione del governatore della Regione Puglia da parte del gup Susanna De Felice denunciò l'amicizia tra questa e la sorella del governatore, Patrizia, è stata trasferita alla Procura di Roma. Una punizione in piena regola per chiudere un procedimento aperto proprio dal Csm per «rimuovere preventivamente una situazione di presunta incompatibilità tra lei e i colleghi». Il gup che giudicò innocente il presidente di Sel dall'accusa di abuso d'ufficio, invece, verrà trasferita alla Corte d'appello di Taranto, ma solo per avallare una sua richiesta. Era stato lo stesso giudice a chiedere, infatti, il trasferimento all'interno di un concorso ordinario. Due pesi due misure, quindi, per i principali attori di un processo che sollevò un vero e proprio terremoto all'interno del Tribunale, seguito da uno strascico di polemiche. I pm Desirè Digeronimo e Francesco Bretone che avevano chiesto una condanna a 20 mesi di reclusione per Vendola (processato insieme all'ex assessore alla Salute Alberto Tedesco), infatti, subito dopo l'assoluzione del politico avevano inviato un esposto al procuratore generale di Bari, al capo del loro ufficio e a un procuratore aggiunto, segnalando l'amicizia che legava il giudice De Felice alla sorella del governatore. Dall'iniziativa, però, avevano preso le distanze 26 pm firmando una lettera, che aveva spinto poi i consiglieri di Area ad aprire una pratica sulla Digeronimo. Le accuse del Csm su di lei erano basate non solo sulla conflittualità con alcuni colleghi e avvocati, ma anche sul rischio di non imparzialità per via dei rapporti personali con l'ex direttore generale della Asl di Bari, Lea Cosentino e con la sua amica Paola D'Aprile. E non era bastato a dar manforte alle parole della Digeronimo le foto pubblicate a febbraio da Panorama, che mostravano una pranzo organizzato nell'aprile 2006 per il compleanno di una cugina di Vendola, al quale partecipavano lo stesso governatore e il giudice De Felice. Così il pm non ha potuto far altro che indicare una nuova sede di lavoro ottenendo in cambio l'archiviazione della pratica disciplinare. Ma non ha deposto le armi e ieri in una lettera aperta è tornata ad attaccare il Csm, Vendola e i colleghi: «Incolpevolmente ho pensato che indossare la toga significasse osservare fino in fondo il principio che la legge è uguale per tutti». Poi annuncia: «Se si creeranno le condizioni servirò in altro ruolo i miei concittadini». Una promessa che non esclude un futuro da candidato sindaco di Bari.

Ecco il testo della lettera aperta indirizzata "ai cittadini di Bari" e postata dal sostituto procuratore Desirée Digeronimo sul suo profilo Facebook: "Ho chiesto il trasferimento alla Procura di Roma ritenendo non più “tollerabile” la mia permanenza in servizio presso la Procura di Bari a seguito delle accuse totalmente infondate di alcuni colleghi sostituti auditi al CSM nel corso della pratica che mi ha riguardata. Preciso che tale procedura per incompatibilità non attiene in alcun modo a profili disciplinari né tantomeno a pretese irritualità riferibili all’invio di una nota, riservata personale, diretta ai miei superiori gerarchici e avente ad oggetto accadimenti inerenti il processo a carico del Presidente di Regione, Niki Vendola. La richiesta di trasferimento è stata motivata dal profondo rispetto dovuto all’istituzione della Procura della Repubblica di Bari e dalla mia personale indisponibilità a proseguire una collaborazione con alcuni colleghi in servizio in tale ufficio; infatti, dopo la pubblicazione sulla stampa del contenuto delle contestazioni formulate dal CSM, ancor prima che, in un legittimo contraddittorio, potessi dimostrarne la pretestuosità e falsità, come in ogni caso ho fatto depositando una memoria ampiamente supportata da riscontri documentali, ho ritenuto doveroso tutelare, da tali false accuse, la mia onorabilità e dignità professionale depositando un esposto alla competente Procura di Lecce. Nel corso di questi anni e soprattutto di questi ultimi mesi, attraverso un’ ossessiva sovraesposizione mediatica, ovviamente mai da me voluta o ispirata, sono state riportate notizie non corrispondenti alla verità dei fatti, che oggi ritengo opportuno precisare e smentire. La riservata da me sottoscritta unitamente al collega Bretone sulla vicenda De Felice – Vendola costituiva, nell’esercizio delle mie funzioni di Pubblico Ministero titolare di quel processo, una doverosa comunicazione di ufficio con riferimento a fatti e circostanze che necessitavano di superiore valutazione da parte dei soggetti istituzionali a ciò preposti. Tale atto, e non esposto, lungi dall’essere stato compiuto in violazione di legge e/o regole processuali era corrispondente a precisi doveri del mio ufficio. Illegittima e in violazione del dovere di riservatezza risulta la pubblicazione di tale nota riservata, circostanza in merito alla quale ho provveduto a formalizzare denuncia presso le sedi competenti. Tralasciando aspetti suscettibili di altre e ben più gravi valutazioni, una irrituale interferenza nell’esercizio delle funzioni a me assegnate dallo Stato potrebbero considerarsi i successivi documenti diramati alla stampa da parte dei rappresentanti di associazioni di categoria e/o di singoli uffici, con i quali, senza cognizione di causa e frettolosamente, veniva stigmatizzata a mio carico l’inesistente violazione di regole processuali. In merito ad una serie di false affermazioni riferite da alcuni protagonisti di tale vicenda e riportate dalla stampa , ho sporto denuncia presso la Procura di Lecce, in particolare: al contrario di quanto riferito dal Presidente Vendola nel corso di numerose trasmissioni televisive non sono mai stata amica, nel senso pieno del termine, della collega De Felice né mai ho presentato quest’ultima alla sorella del Presidente, Patrizia; del resto nella ormai nota fotografia del settimanale “Panorama” non sono certo io ad essere ritratta tra tali intimi protagonisti del pranzo di compleanno della cugina del Presidente; al contrario di quanto riferito da Patrizia Vendola non ho mai chiesto favori a lei o al fratello né mai ho avuto motivi di astio o inimicizia nei confronti di costoro; al contrario di quanto riferito dalla dott.ssa Pirrelli, moglie del ex senatore PD e magistrato Gianrico Carofiglio, non ho mai avuto rapporti conflittuali con giudici o avvocati del distretto, né con la maggior parte dei colleghi sostituti di Bari, mai ho intrattenuto rapporti di amicizia o colloqui telefonici con la dott.ssa Lea Cosentino, come risulta peraltro inconfutabilmente dimostrato dalla trascrizione di una intercettazione telefonica tra me e la dott.ssa Paola D’Aprile avvenuta ad opera del collega Scelsi nell’agosto del 2009, collega oggi imputato a Lecce per tali condotte in un processo che mi vede persona offesa. La verità di ciò che è accaduto in questi lunghi anni è tutta da un’altra parte. Prima di indagare sugli illeciti nella gestione della sanità regionale pugliese anche per chi oggi mi accusa ero magistrato competente e attento e del resto i risultati prodotti in 15 anni di lavoro appassionato e serio presso la Procura di Bari sono sotto gli occhi di tutti. La mia incompatibilità ambientale nasce dall’ “incolpevole” circostanza di essermi imbattuta in un’indagine che avevo il dovere, in ossequio al servizio che svolgevo per i cittadini di Bari, di approfondire e concludere; doveri che mi imponevano di non voltare la testa, di non tenere le carte nei cassetti. “Incolpevolemente” ho pensato che indossare la toga significasse osservare fino in fondo il principio che “la legge è uguale per tutti” e pur provocata e aggredita , “incolpevolemente” ho pensato che per un giudice il primo dovere fosse proseguire il suo lavoro nel silenzio e nella riservatezza, facendo parlare esclusivamente i propri provvedimenti. Ed in effetti i provvedimenti della Corte di Cassazione che hanno confermato la bontà dell’impianto accusatorio dell’indagine sulla sanità che sino al novembre 2009 ho personalmente seguito e poi condiviso con altri colleghi non possono che parlare per me. Oggi sono fiera di essere riuscita a indossare con onore una toga, pervenendo a tali importanti risultati , mentre un “potente” , come Lui stesso si è definito in recenti interviste, Presidente di Regione, nell’agosto 2009 in una lettera aperta pubblicata su tutte le testate nazionali, pur dichiarando di agire “per amore della verità” chiedeva a gran voce la mia astensione dall’indagine, mi tacciava di incompetenza, accusandomi genericamente di intrattenere rapporti di parentela e amicizia incompatibili con il ruolo. Sono fiera di aver saputo onorare con il silenzio l’istituzione che rappresento a fronte di tale comportamento del Presidente della Regione Puglia, che omettendo di rappresentare le sue doglianze presso le sedi competenti, così privandomi di ogni legittima difesa e contraddittorio, compiva una grave interferenza nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali di un magistrato della Repubblica Italiana. Sono fiera di aver resistito nell’adempimento del dovere nonostante la solitudine e la mancanza di solidarietà di chi avrebbe dovuto proteggere non me ma la mia funzione. E così la sezione locale dell’ANM che liquidava la questione della lettera di Vendola come un “fatto personale” tra me e il Presidente o il CSM dell’epoca che, contrariamente a quanto fatto per identici casi che riguardavano altri colleghi e altri personaggi pubblici, mi negava tutela posso dire oggi, con assoluta convinzione, che mancavano di salvaguardare non un singolo magistrato ma il prestigio e la credibilità delle funzioni giudiziarie. Vado via dalla mia città lasciando processi delicati e indagini in corso, forse a qualcuno ciò piacerà, ma a loro dispetto Bari sarà sempre il centro dei miei affetti e dei miei pensieri, e, se si creeranno le condizioni, sarò felice di continuare a servire in altro ruolo i miei concittadini, con lo stesso impegno e determinazione, ma soprattutto con lo stesso Amore, quello che in questi anni ha fatto la differenza. Tanto esprimo ai cittadini di Bari che non mi hanno fatto mancare l’affetto e la solidarietà ma anche a chi oggi gioisce per una vittoria di “Pirro”. Un grazie speciale e con il cuore alle donne e agli uomini con cui ho condiviso quotidianamente le fatiche e le gioie del mio lavoro, ho apprezzato in voi onestà e coraggio, abnegazione assoluta a uno Stato spesso avaro con i suoi uomini migliori. Infine, rivolgendo un pensiero a quei colleghi della Procura di Bari, che pur decretando il mio esilio ringrazio per avermi aperto nuove e luminose strade da percorrere, mi torna in mente con un sorriso la frase di Diogene il cinico, il quale, condannato dai “ Sinopi” all’esilio, condannava costoro a rimanere in Patria". Bari lì 26 luglio 2013 Desirée Digeronimo.

La giunta distrettuale di Bari dell’Anm esprime "il proprio rammarico per il discredito che è stato gettato sull'intera magistratura, sul suo organo di autogoverno e sulla stessa Associazione nazionale magistrati". Secondo la giunta barese dell’Anm, è doveroso "sottolineare come il magistrato non possa sottrarsi alle regole che è chiamato a far rispettare". "La scelta della dott.ssa Digeronimo – rileva l’Anm – di trasferirsi presso altra sede, che di fatto ha bloccato il procedimento apertosi per la verifica di condotte che l’abbiano resa incompatibile con la permanenza presso la Procura di Bari, non può e non deve portare a cercare il consenso popolare, per fini evidentemente extragiudiziali, attraverso dichiarazioni unilaterali che altri magistrati, in ossequio ai principi di serietà, riservatezza e rispetto del codice deontologico, hanno riservato esclusivamente alle sedi istituzionali".

Vendola risponde al magistrato che lo indagò. "Scende in politica? Ci guadagna la giustizia". Scontro aperto tra il governatore leader di Sel e il pm Digeronimo che ha annunciato la volontà di candidarsi a sindaco di Bari. "Contro di me spinta da motivazioni politiche".  "Una discesa in campo da cui la politica non guadagnerà, la giustizia certamente sì".  E' scontro aperto tra il governatore Nichi Vendola e il magistrato Desirée Digeronimo che lo ha indagato per la vicenda della nomina di un primario, cui sono seguiti strascichi giudiziari e frizioni interne al Palazzo di Giustizia di Bari che hanno portato al trasferimento del pm a Roma per incompatibilità, scrive “La Repubblica”. Trasferimento annunciato con una lettera aperta alla città in cui la Digeronimo, oltre ad attaccare Vendola e i colleghi che l'hanno segnalata al Csm, si è detta pronta  a candidarsi per diventare il prossimo sindaco di Bari. Circostanza che - attacca Vendola - porta a galla la verità sulla "lunga clandestina campagna elettorale che spingeva le azioni della dottoressa Digeronimo". "Vado via dalla mia città lasciando processi delicati e indagini in corso" scrive la Digeronimo alla cittadinanza, sostenuta da un gruppo di associazioni politiche, pronte a lanciare le primarie della società civile. "Forse a qualcuno ciò piacerà, ma a loro dispetto Bari sarà sempre al centro dei miei affetti e dei miei pensieri e, se si creeranno le condizioni, sarò felice di continuare a servire in altro ruolo i miei concittadini con lo stesso impegno e determinazione, ma soprattutto con lo stesso Amore, quello che in questi anni ha fatto la differenza". "Sebbene sia abituato a cercare sempre le parole più appropriate per raccontare le mie emozioni - questa la replica del governatore - confesso che questa volta, dinanzi alle parole della dottoressa Digeronimo, ho provato la tentazione di restare in silenzio. Per marcare una distanza. Tuttavia, siamo dinanzi a una lettera pubblica e non davanti ad un atto giudiziario: ed è doveroso parlare. Una lettera ai 'cittadini baresi' proveniente da un magistrato tuttora in servizio a Bari, che non disdegna di esibire la propria 'folgorazione' per la politica. Lo fa con esibita ostilità nei confronti della mia persona. Lo fa, ed è la cosa che appare più paradossale e imbarazzante, con ostilità nei confronti della funzione giudiziaria, che tutti i cittadini vorrebbero esercitata da uomini e donne equilibrati e sereni. Che la dottoressa Digeronimo non sia stata terza e serena nei miei confronti, io lo so bene e la sua lettera una volta di più lo conferma. "Oggi capisco che non è serena nemmeno con il Csm, che ne ha decretato all'unanimità l'incompatibilità, imponendole di fatto il trasferimento. E non è serena neppure con i suoi colleghi, pm e giudici. Per cinque anni ho bevuto un calice amaro, ma sono stato sempre ossequioso verso le istituzioni giudiziarie e mi sono difeso nei processi uscendone sempre a testa alta. E' vero: mille volte ho sospettato che il suo accanimento nei miei confronti fosse motivato anzitutto da vanità, sebbene piuttosto crudele. Oggi finalmente appare la verità. Dunque, era solo una lunga clandestina campagna elettorale per una sorprendente autocandidatura quella che spingeva le azioni della dott. ssa Digeronimo. Una discesa in campo da cui la politica non guadagnerà, la giustizia certamente sì".

Comunque troppi indizi fanno una prova. Troppi dubbi sull'operato della magistratura.

E sulle foto di Vendola spunta Carofiglio. C'è il nome del magistrato-scrittore, secondo Panorama, nell’inchiesta barese sul presunto furto delle foto del governatore  a pranzo con il giudice De Felice. Spunta a sorpresa il nome del magistrato-scrittore-politico Gianrico Carofiglio nell’inchiesta barese sul presunto furto delle foto di Nichi Vendola a pranzo con Susanna De Felice, il giudice che lo ha assolto nell’ottobre 2012 dall’accusa di abuso d’ufficio. Lo rivela Panorama, in edicola da domani, giovedì 18 luglio. Lo ha scoperto la Polizia postale di Bari che ha analizzato il computer dell’uomo che dice di avere rubato quelle immagini, Cosimo Ladogana, all’epoca compagno di Patrizia Vendola, sorella del governatore pugliese Nichi. Tutto inizia quando Ladogana, tra il 22 e il 23 febbraio scorsi, senza rivelare la sua identità, propone a Panorama alcuni scatti di quel pranzo e altri riguardanti un incontro a casa di Carofiglio tra Patrizia Vendola e De Felice alla vigilia del processo contro il governatore della Puglia. Il settimanale, subodorando una trappola, dà conto della strana offerta. L’identikit di Ladogana viene riconosciuto da amici e parenti e così, il 28 febbraio, il presunto ladro scrive all’allora senatore del Pd Carofiglio, amico della famiglia Vendola e del giudice De Felice, un’email di giustificazioni: «Ho preso delle decisioni e ho intrapreso delle iniziative con l’intento di colpire una precisa persona (il cronista di Panorama, ndr) e non certo tutti noi». Giura che il suo piano (successivamente realizzato) era quello di far incriminare per ricettazione il giornalista: «Era da giorni che avevo quella maledetta idea in testa, tanto da parlarne in maniera scherzosa anche a Patrizia. Dicevo: “A quel pezzo di merda bisognerebbe fargli il culo proponendogli materiale rubato”». Ladogana è disperato e a Carofiglio assicura: «Sono disposto a tutto (…). Non avrei problemi, se fosse necessario, di presentarmi davanti a un giudice autodenunciadomi». Dopo pochi minuti Carofiglio, sempre per posta elettronica, risponde e promette di concedere la sua consulenza a una condizione: Cosimo dovrà inviare - precisa il magistrato - «tutto (ma davvero tutto senza censura) lo scambio di email con quel signore» e «un sunto delle comunicazioni telefoniche, con numeri delle utenze e durate delle conversazioni ed eventuali sms» tra il cognato e il cronista. Nei giorni successivi Ladogana spedisce in visione diverse bozze della sua autodenuncia al magistrato-scrittore e il 5 marzo, quando il documento è già stato lungamente corretto e limato (anche nella parte sull’incontro a casa Carofiglio), ne consegna una copia alla Digos. Dopo poche ore la procura di Bari apre un fascicolo per furto e ricettazione.

Tutta la verità sulle foto di Vendola. La vera storia del fidanzato di Patrizia Vendola e delle foto regalate a Panorama, scrive Giacomo Amador su “Panorama”. Oggi la notizia del giorno a Bari la offre ai suoi lettori «La Repubblica», sulla prima pagina del dorso locale: «Il partner di Patrizia Vendola: “Ho dato io le foto a Panorama». Il sommario chiarisce meglio la vicenda: «Cosimo Ladogana ha presentato denuncia alla Digos accusandosi di aver ceduto lui al settimanale le foto della festa a cui hanno partecipato il governatore (Nichi Vendola) e il gip (Susanna De Felice) che lo ha assolto». Bum! Ma perché avrebbe tradito la famiglia della fidanzata «all’insaputa di tutti»? Semplice: «Voleva scoprire le carte del settimanale e tutelare la sua donna» sarebbe la versione offerta ai poliziotti. In realtà la storia è andata un po’ diversamente e vale la pena di essere raccontata dall’inizio. Alle 10 e 52 minuti di giovedì 21 febbraio sul computer della segreteria di Panorama arriva una email di un lettore misterioso, nascosto dietro il nickname Japigia69 (Japigia è un quartiere di Bari). Panorama è da poche ore in edicola con la storia della foto della ormai famosa festa di compleanno a cui parteciparono il Vendola e il giudice De Felice, che lo avrebbe assolto nel 2012 dall’accusa di abuso d’ufficio a fronte di una richiesta di condanna a 20 mesi di reclusione. Il nostro settimanale, però, sino a quel momento, aveva pubblicato solo un disegno, una ricostruzione grafica di quell’evento conviviale. Scrive Japigia: «La foto originale, scattata da me, del 15 aprile 2007 (non 2006) di cui parlate nell’articolo di oggi è in mio possesso insieme ad altre 30 foto che ritraggono e raccontano l’evento. Se interessati, le cedo molto volentieri, altrimenti passo ad altri che sono in attesa. Grazie». Panorama, mentre il giornale va in stampa, è riuscito a entrare in possesso dell’immagine del pranzo e la pubblicherà sul suo sito Internet verso mezzogiorno di quella stessa mattina. Ma Japigia non può saperlo e ritiene di poter fare il colpo grosso. Anche se l’immagine la abbiamo, il cronista è ovviamente interessato a capire meglio la vicenda e invia una email a Japigia. La risposta è rapida e l’appuntamento viene fissato per il pomeriggio successivo, venerdì 22 febbraio. Nel frattempo ci attrezziamo per capirne di più e smascherare l’anonimo. Pochi giorni prima ci aveva telefonato, schermato da un numero privato, un altro mister x e ci aveva offerto immagini a un prezzo cospicuo. L’uomo senza volto dà del «tu» al cronista e sa che ha già visionato (senza riuscire a ottenerla) un’istantanea della festa. La storia non ci piace e pensiamo a come svelare l’identità del trafficante di immagini. Dopo un consulto con la direzione viene chiamato il procuratore di Lecce Cataldo Motta che, a quanto ci risulta, ha un fascicolo aperto sui rapporti tra De Felice e Vendola. Non sappiamo, né possiamo sapere, che Motta ha già chiesto l’archiviazione per il gip. La risposta del magistrato è secca: «E che c’entro io?». Quindi consiglia: «Avvertite le forze di polizia, se lo ritenete». Noi preferiamo a quel punto raccontare la proposta ricevuta ai nostri lettori. Torniamo a Japigia. Dopo il primo colloquio, le nostre difese non si abbassano. Ma come i giocatori di poker chiediamo di «vedere». L’uomo, grande e grosso, età apparente sui 45 anni, si presenta nella hall dell’albergo in cui alloggiamo. Si siede con noi a un tavolino e inizia subito a riempire l’aria di millanterie (lo scriverà lui stesso in una mail successiva, quando scoveremo la sua reale identità). Dice di essere tornato in Puglia da un anno, di lavorare per un misterioso gruppo di persone che lo paga profumatamente per trovare notizie «scomode» e di essere iscritto all’albo dei giornalisti. Questa informazione, come accerteremo, è vera: Ladogana dovrebbe aver fatto il praticante in un piccolo giornale di Sesto San Giovanni (Milano) ai tempi in cui faceva il «galoppino» di alcuni noti politici del luogo, ci rivela un amico dell’epoca, Filippo Penati in primis, ex caposegreteria di Pier Luigi Bersani, oggi afflitto da qualche grattacapo giudiziario. In albergo Cosimo (ma lui si presenta come Domenico, anche se a un certo punto si confonde e dichiara il vero nome) tira fuori tre quattro fogli formato A4 pieni di foto, stampe di provini o di cartelle digitali, e ce le mostra. Ci sono gli scatti del pranzo (sono davvero una trentina) e quelle di un altro evento molto più recente. Cosimo insiste su questo punto, dice che risalgono all’1 maggio del 2012 e che erano presenti sia De Felice che Patrizia Vendola. Aggiunge pure che ci sono altre foto delle due donne in occasione di una Pasquetta e di un Capodanno trascorsi insieme, sempre successivi al 2009 e quindi «pericolosamente» recenti per la famiglia Vendola. Sono questi scatti vicini nel tempo la merce che prova a vendere in questo mercatino improvvisato, visto che le immagini del pranzo del 2007 hanno perso valore alla borsa della notizia dopo la pubblicazione della prima foto su Panorama.it. L’informatore dice di avere estratto le istantanee da un vecchio telefonino della Vendola, poi si contraddice e racconta di aver pagato un tecnico per recuperare un hard-disk usato della donna, pagando 3 mila euro. Una cifra buttata lì, quasi a dare un prezzo al pacchetto. Japigia non capisce, o forse sì, che quegli scatti, con tali premesse, diventano roba buona per i ricettatori. Lui, per tranquilizzarci, si propone per una collaborazione che duri nel tempo con il giornale, ovviamente da realizzare con la sua reale identità. Nel frattempo sul tavolo srotola altre storie. Dice di avere degli audio compromettenti di un magistrato a colloquio con Patrizia Vendola e che quelle registrazioni le aveva suggerite un parlamentare del Pd. Sostiene inoltre di avere  il file di un colloquio tra due imprenditori che scagionerebbe Penati. Gli riferiamo che il nostro tempo è scaduto perché dobbiamo andare al comizio di Vendola per provare a intervistarlo. Sospendiamo la trattativa, con la promessa di rivederci. Siamo in una fase di studio: il racconto di Cosimo è confuso, le foto sono chiaramente autentiche, lui preferisce rimanere anonimo. La sera lo incrociamo in compagnia di una donna (tra poche righe scoprirete la sua identità). Ci ignoriamo volutamente. Il giorno dopo, altro appuntamento in albergo, ma la matassa non si sbroglia. Anzi. Japigia ci dà appuntamento a Roma, promette di svelare il suo nome e di consegnarci il materiale. In realtà sparisce dai radar. Salvo inviare quattro foto via email: «Sta a voi decidere se ringraziarmi» precisa. Anche senza pagare un centesimo, l’accusa per Panorama di essere una macchina del fango (un ritornello che Vendola aveva già cantilenato dopo una nostra intervista alla sorella) è dietro l’angolo. E sebbene scopriremo che quella melma Vendola ce l’ha in casa, con la direzione decidiamo di pubblicare le istantanee e di descrivere così chi ce le ha consegnate: «Ma qual è l’identità della fonte e come è entrata in possesso delle foto? Il percorso non è chiaro. Potrebbe essere tortuoso, financo illegale. “Carbonara” (nel pezzo lo chiamiamo così ndr) dice di essere un giornalista freelance e di aver videoregistrato il nostro incontro. Quindi scompare e non si fa più sentire (…). Un approccio indecifrabile. Anche perché nelle stesse ore il cronista incrocia Carbonara per le vie di Bari, e lui fa finta di niente. Passeggia con una signora, con cui sembra in confidenza. Il cronista la riconosce: è Patrizia Vendola (ecco chi è la donna ndr). Gioco o doppiogioco? In ogni caso non è divertente». Secondo noi ce n’è abbastanza per incuriosire le forze dell’ordine o un magistrato. Ma nessuno, a Bari, sembra interessato alla nostra storia. Nessuno si preoccupa di verificare chi siano gli strani personaggi che offrono foto di cronaca in città senza rivelare la propria identità. Proviamo a chiedere aiuto a Gianrico Carofiglio, magistrato, senatore Pd e grande amico dei Vendola: «So chi è la vostra fonte, ma vi rivelerò la sua identità solo se prima mi racconterete tutto». Quello che avevamo da dire sull’informatore lo abbiamo scritto, replichiamo. A Carofiglio non basta, vuole altri particolari, cerca conferme ai suoi sospetti. Eppure quanto pubblicato su Panorama sembra sia bastato a rendere identificabile Ladogana all’interno del cerchio magico di Vendola. Per lo meno questo sostiene Japigia, che il 28 febbraio ricompare con una email intestata «Ringraziamenti»: «Davvero un peccato. Tutto sommato anche previsto. Grazie. Buona giornata». Il messaggio è vagamente minaccioso. Rispondiamo spiegando che il suo comportamento, le sue parole e le sue frequentazioni ci avevano fatto sospettare di una trappola. Lui si indigna: «Io ero sincero, volevo darvi sul serio una mano, per motivi personali, non ho preteso soldi (…) non sono scomparso, aspettavo il vostro articolo. È andata così, pazienza». Lo abbiamo reso riconoscibile e questo lo ha mandato nel panico: «Beh, almeno adesso avete la certezza che non era un trappolone come lo chiamate voi, che non ero in combutta con nessuno. Cellulare bollente il mio oggi, insulti a non finire, dai miei ex conoscenti, impossibile negare e quindi reo confesso». La storia è sempre più intricata e Cosimo non intende proprio togliersi la maschera. Scopriamo il suo nome casualmente, da un conoscente vicino al cerchio magico, ma anche questo ci aiuta poco. Esistono diversi omonimi. Iniziamo la caccia. Vogliamo conoscere la verità e glielo facciamo sapere. Chiediamo, sempre per iscritto, di incontrarlo e di parlare a quattr’occhi, per capire i reali motivi del suo comportamento. Non risponde. Gli riferiamo che il materiale in suo possesso ci servirà in vista di eventuali querele già annunciate. Lui preferisce restare nell’ombra. Ma l’uomo è venale e per riagganciarlo gli proponiamo «una soluzione buona per entrambi». Abbocca. «Non vedo perché dovrei fidarmi di te» scrive riferendosi al cronista, «ti ho incontrato e tu due ore dopo mi vedi in compagnia (di Patrizia Vendola) e decidi di trattarmi così? Mi hai messo tutti contro» si lamenta. Ma alla fine del messaggio apre uno spiraglio: «Quale sarebbe “una buona soluzione per entrambi”?». Restiamo sul vago. Non promettiamo niente di concreto. Lui torna alla carica: «Anche se volessi accettare come potreste tutelarmi da eventuali conseguenze penali e quale sarebbe il mio compenso?». Proponiamo di continuare a proteggere il suo anonimato ed eventualmente di pagargli foto e collaborazione, se dimostrerà di essere un giornalista, attraverso «un regolare bonifico». Probabilmente queste condizioni lo scoraggiano e si eclissa di nuovo. Nel frattempo apprendiamo molte informazioni sul suo conto. Un ex politico di Sesto San Giovanni ci racconta la sua vera storia, le imprese fallite, l’attuale vita fatta «di espedienti». Ci invia il suo numero di cellulare con questa raccomandazione: «Non fategli male, è un buon diavolo, forse un po’ c…e». Inviamo a Cosimo altre email, messaggini sul cellulare, ma lui continua a non dare segni di vita. Il 4 marzo, a causa della nostra insistenza, probabilmente si sente in trappola e spedisce al cronista poche righe, apparentemente dettate da un leguleio: «Preciso che tutto quello che ho detto nella nostra chiacchierata, erano invenzioni e millanterie. Ho frequentato Patrizia Vendola per oltre un anno, siamo stati insieme tutti i giorni e nell’arco di quest’anno c’è stato un solo casuale incontro con la dottoressa De Felice. Ogni cosa diversa tu dovessi dire o attribuire virgolettata, sul tuo giornale sarà falso e ne dovrai rispondere alle persone eventualmente diffamate, in sede civile e penale». Rispondiamo che per tutelarci a noi basta rivelare il suo nome, il fatto che ci abbia consegnato le foto e che ne abbia altre. Il 5 marzo scriviamo un articolo sull’affaire Vendola-De Felice senza citarlo. È l’ultima possibilità che gli diamo per uscire allo scoperto. Gli facciamo capire che lo proteggeremo come fonte in cambio delle prove di quello che abbiamo scritto, riscontri che abbiamo visto, ma che non ci ha consegnato. Ribadiamo che se non si farà vivo saremo costretti a svelare la sua identità per difendere il nostro lavoro con i lettori e nei tribunali. Quello stesso pomeriggio un collega ci avverte che Ladogana è andato ad autodenunciarsi alla Digos. Alle 19.25 Japigia ci annuncia personalmente la decisione: «Ho riferito tutto alla polizia giudiziaria, consegnando la documentazione. Ognuno si prenderà le proprie responsabilità». La nostra risposta è lapidaria e un po’ ironica: «Bene. Finalmente trionferanno verità e giustizia. Speriamo che almeno alla Digos tu non abbia chiesto soldi, abbia dato le tue vere generalità, consegnato tutto quello di cui parli nell’audio e le foto che ci hai fatto vedere». Già. Chissà se a qualcuno, adesso, interesseranno le immagini che documentano gli incontri della famiglia Vendola e del giudice De Felice anche in anni molto recenti. Forse ora ci sarà chi proverà a vederci chiaro. Se accadrà, di questo piccolo miracolo dovremo ringraziare Japigia.

Patrizia Vendola, sorella di Nichi, è stata sentita dai giudici in merito alla sua amicizia con Susanna De Felice, il giudice che nell’ottobre scorso ha assolto il governatore pugliese dall’accusa di concorso in abuso d’ufficio, scrive “Libero Quotidiano”. A rivelarlo è un articolo del settimanale Panorama, che racconta il giro di frequentazioni della sorella del leader di Sel, vicina a molti magistrati della procura di Bari, che poi ha assolto il governatore. Vendola, dal canto suo, smentisce e querela il settimanale della Mondadori. Ma vediamo i fatti. Il 31 ottobre dello scorso anno Nichi Vendola viene assolto con formula piena dal tribunale di Bari «perché il fatto non sussiste» dall’accusa di abuso d’ufficio in merito alla nomina di un primario dell’ospedale San Paolo. A puntare il dito contro il governatore era stata un’ex dirigente dell’Asl del capoluogo pugliese, Lea Cosentino, a suo tempo sollevata dal suo incarico proprio da Vendola. La richiesta dell’accusa nei confronti di Nichi è pesante: 20 mesi di reclusione. Vendola, che ha appena dato vita all’alleanza di centrosinistra insieme al Pd, però afferma con forza la sua innocenza: «Se verrò condannato, lascerò la politica», disse Nichi, prima di essere assolto. A dicembre, però, il procuratore di Lecce, Cataldo Motta, apre un fascicolo proprio sulla De Felice, il giudice che ha assolto il governatore. Lo spunto arriva proprio dai due pm che hanno indagato Vendola: Desirèe Di Geronimo e Francesco Bertone. La Di Geronimo, tra l’altro, è stata per anni anche lei molto amica della sorella del governatore, come testimoniano alcune immagini su Facebook. E il 31 gennaio Patrizia Vendola viene convocata in procura per dare spiegazioni sulla sua amicizia con la De Felice. Quello che vogliono capire è se tra le due donne, la sorella di Vendola e il giudice, esistesse un’amicizia che possa gettare ombre sulla sentenza di assoluzione del governatore. E davanti ai pm la sorella dei Vendola avrebbe ammesso la conoscenza con la De Felice, specialmente nel periodo dal 2004 al 2009, in seguito alle frequentazioni con Carofiglio e sua moglie, Francesca Pirrelli, altra pm del capoluogo pugliese. «Ho condiviso amici e feste con De Felice per diversi anni, con una cadenza di circa una volta al mese, fino al 2009. Dopo ci saremmo viste cinque o sei volte, non di più», ha detto Patrizia Vendola ai magistrati. Insomma, la frequentazione c’era, anche con il compagno della De Felice, il magistrato Achille Bianchi, anch’egli amico di Carofiglio e della moglie. Nulla di male, per carità. Il problema, però, si pone se si viene a scoprire che un giudice che assolve una determinata persona è amica di colui che ha assolto o di un suo stretto familiare. E nell’inchiesta sarebbero saltate fuori anche delle fotografie che ritraggono allo stesso tavolo Vendola e, appunto, De Felice. «E’ possibile, ma si tratta di occasioni o episodi avvenuti molto tempo prima il processo nei confronti di mio fratello», ha spiegato la sorella di Vendola ai pm. Un intreccio che rischia di gettare un’ombra di sospetto sull’assoluzione del governatore pugliese ora impegnato nella campagna elettorale per le Politiche al fianco di Pier Luigi Bersani. Ma Vendola fermamente smentisce e querela Panorama.  «Ho dato mandato ai miei legali di sporgere denuncia nei confronti del settimanale Panorama, per il piccolo concentrato di fango, con cui, in linea con l'informazione berlusconiana, ha inteso colpirmi», afferma il governatore, annunciando il ricorso alle vie legali. 

Comunque troppi indizi fanno una prova. Troppi dubbi sull'operato della magistratura.

Condannarono Fitto: giudici sotto inchiesta.

Sentenza in tempi ristretti e durante le elezioni: Lecce apre un fascicolo. L'ira di Savino: procedura irrituale, non ci sono ancora le motivazioni del verdetto, scrive Giuliano Foschini su “La Repubblica”. La procura di Lecce ha aperto un'inchiesta sul collegio di giudici che, nel dicembre scorso, ha condannato l'ex ministro del Pdl, Raffaele Fitto a quattro anno di reclusione per corruzione e abuso di ufficio. Nelle scorse settimane il procuratore Cataldo Motta ha chiesto al presidente del Tribunale di Bari, Vito Savino, alcune carte che documentano lo svolgimento del processo. Una richiesta che ha colto di sorpresa il presidente che ha inviato tutti gli atti alla procura. Ma contestualmente ha segnalato la vicenda al presidente della Corte d'Appello, Vito Marino Caferra, indicandone l'originalità non fosse altro perché si sta indagando su una sentenza della quella non si conoscono ancora le motivazioni. L'indagine della procura di Lecce nasce dopo le durissime accuse di Fitto, 24 ore dopo la sentenza nei confronti della corte che lo aveva condannato. Secondo l'ex ministro il presidente di sezione Luigi Forleo, e gli altri due giudici Clara Goffredo e Marco Galesi avrebbero imposto un ritmo serrato al suo processo in modo da condannarlo proprio nel mezzo della campagna elettorale. "Si è aperta in maniera ufficiale un'azione da parte della magistratura barese - aveva detto Fitto - che è entrata a piedi uniti in questa campagna elettorale. Non c'era bisogno di fare questa sentenza in questi tempi. Attendo di sapere dal presidente Forleo, dalla consigliera Goffredo e dal presidente del tribunale Savino - aveva attaccato Fitto - perché vengono utilizzi due pesi e due misure in modo così clamoroso. Ci sono dei processi - aveva spiegato - per i quali gli stessi componenti del collegio che mi ha condannato hanno fatto valutazioni differenti con tre udienze all'anno, salvo dichiarare la prescrizione di quei procedimenti a differenza del caso mio nel quale ho avuto il privilegio di avere tre udienze a settimana". Il riferimento era al processo sulla missione Arcobaleno che era appunto seguito dagli stessi giudici e che invece aveva avuto tempi molto più lunghi. "Questa è la volontà precisa di un collegio che ha compiuto una scelta politica precisa, che è quella di dare un'indicazione a questa campagna elettorale". Alle domande di Fitto vuole rispondere evidentemente ora la procura di Lecce che ha aperto prontamente l'indagine e altrettanto prontamente si è mossa con il tribunale. Tra gli atti che verranno analizzati ci sono appunti i calendari delle udienze: l'obiettivo è capire se sono stati commessi degli abusi, come dice Fitto, o se tutto è stato svolto secondo le regole. Bisognerà invece aspettare ancora per avere le motivazioni della sentenza Fitto: la corte ha chiesto un'ulteriore proroga, bisognerà aspettare sino al 14 agosto. Non hanno ancora finito di scrivere le motivazioni per la sentenza che ha condannato Raffaele Fitto a quattro anni di reclusione per corruzione e abuso d’ufficio, e già questo processo è finito in un altro fascicolo giudiziario: Fitto ha accusato i suoi giudici, con un esposto alla procura di Lecce, di essere stati troppo celeri nei suoi riguardi. Il procuratore di Lecce Cataldo Motta, aperto il fascicolo, ha chiesto gli atti del processo al presidente del tribunale di Bari, Vito Savino, che glieli ha trasmessi e di fatto ora sono i giudici Luigi Forleo, Clara Goffredo e Marco Galesi a doversi difendere. “Non c’era bisogno di fare questa sentenza in questi tempi”, aveva attaccato Fitto poche ore dopo la condanna, “gli stessi giudici, per altri processi, hanno tenute tre udienze l’anno mentre, nel mio caso, ci sono state anche tre udienze a settimana”, scrive Antonio Massari su “Il Fatto Quotidiano”. Dopo l’attacco verbale, l’esposto in procura, con annesso fascicolo e indagine appena aperta. Per quanto possa apparire surreale, ora sono i giudici a doversi tutelare dall’accusa di essere stati troppo ligi, di aver evitato la prescrizione in un processo che vedeva coinvolto, con l’accusa di corruzione, uno dei più potenti politici del Pdl, ex ministro e tuttora pupillo dell’ex premier Silvio Berlusconi. E come Berlusconi con Nicolò Ghedini, anche Fitto è difeso da un avvocato che siede in Parlamento, ovvero Francesco Paolo Sisto. Condannato in primo grado – la vicenda riguarda la tangente da 500mila euro, pagata dagli Angelucci al movimento politico di Fitto, “la Puglia prima di tutto”, per ottenere in cambio, secondo l’accusa, la gestione di 11 Residenze sanitarie assistite (Rsa) – ora Fitto si rimetterà al giudizio della Corte d’Appello. Il Presidente della corte d’Appello di Bari è Vito Marino Caferra, da poco nominato “osservatore” del “comitato dei saggi” per le riforme costituzionali. Una nomina passata in commissione affari costituzionali, fortemente voluta proprio da Francesco Paolo Sisto, che l’ha proposto, questa volta – s’intende – nella sua veste di parlamentare Pdl. E quindi, in sintesi, da un lato Fitto denuncia – e la procura di Lecce indaga – i giudici che l’hanno condannato, perché troppo celeri nel calendarizzare le udienze del suo processo. Dall’altro il suo avvocato, in qualità di parlamentare, spinge il presidente della Corte d’appello – che dovrà calendarizzare le future udienze – nel ruolo di osservatore dei saggi. Nessun dubbio sul fatto che Caferra, nella sua veste di giudice, non si lascerà condizionare. Molti dubbi, invece, sull’opportunità di accettare questo incarico, giunto proprio su proposta di Sisto.

DIGERONIMO, VITTIMA DEI CORVI O DELLA POLITICA?

Desirèe Di Geronimo vittima dei corvi o della politica?

Alta tensione, chi tocca i fili muore; in sostanza, quando si mettono le mani su vicende che scottano e che hanno tutta l’aria di essere poco pulite, succede che si rischia di turbare certi equilibri tra politica e malaffare, scrive Lucio Marengo su “Made in Italy”. I giornali esprimono differenti opinioni sul comportamento del sostituto procuratore della Repubblica che ha avuto l’ardire di osare di dubitare della buona fede di personaggi legati al Presidente della Giunta Regionale Vendola. La Di Geronimo, da inquirente a inquisita e questo su sollecitazione di togati di “area” per punire la loro collega, rea di aver espresso perplessità sul comportamento del giudice barese Susanna De Felice che aveva assolto Vendola. Al Tribunale di Bari comandano forse i togati di “area”? Significa che sono politicamente schierati? Sarebbe questa la Giustizia uguale per tutti? E il CSM non è anche espressione della politica? Il pesce come si è soliti dire, puzza dalla testa, e se nei tribunali tra corvi e  veleni si è scatenata una rivolta, i cittadini possono ancora credere in una Giustizia giusta a due binari? Il Parlamento deve urgentemente predisporre una commissione d’inchiesta finalizzata a riportare serenità tra i magistrati il cui compito è quello di essere imparziale e di non ritenersi padroni di vita e di morte. E’ urgente la riforma della Giustizia e la separazione delle carriere. Basta con l’accanimento giudiziario nei confronti di nemici politici da eliminare. Abbiamo compreso poco nella vicenda Di Geronimo-Bretone contro Susanna De Felice difesa dai togati di “area”, ed avendo come motivo della contesa l’assoluzione di Vendola da una pesante accusa. Ricordo solo per la cronaca che in questi tempi recenti nel tribunale di Bari non si è respirata aria salubre. In attesa che le vicende si chiariscano esprimiamo la nostra convinta solidarietà alla Dott.ssa Desirèe Di Geronimo  autrice di tante inchieste coraggiose.

Una lettera di convocazione di otto pagine, scrive Gabriella De Matteis e Giuliano Foschini su “La Repubblica”. Una relazione con la quale la prima commissione del Csm contesta al pubblico ministero Desirèe Digeronimo "l'intervenuta impossibilità di continuare a svolgere con piena indipendenza ed imparzialità le funzioni di sostituto procuratore della Repubblica di Bari". E' un vero e proprio atto di accusa quello che il Csm mette nero su bianco per spiegare l'apertura di una procedura di incompatibilità per il magistrato barese. "Dalle dichiarazioni rese davanti alla Prima commissione emerge, come dato costante, il suo isolamento all'interno della procura". La relazione è suddivisa in capitoli. C'è quello ad esempio che riguarda i "rapporti con i colleghi dell'ufficio". Spiega la prima commissione: "Non pochi risultano essere anche i contrasti con i colleghi che lei tende a giustificare con implicazioni politiche delle sue indagini o con sentimenti di invidia nei suoi confronti". Il Csm ha ascoltato dieci, tra magistrati e giudici. E così riassume il senso della maggior parte delle audizioni. "Nelle difficoltà incontrate dai colleghi nell'approccio con lei, vi sono evidenti ricorrenze: "La collega di fronte al dissenso o all'obiezione è portata ad attuare un retropensiero, a pensare che il dissenso sia per ragioni diverse"; "viola gli accordi presi ed arrogante nei modi", "ci sono state delle discussioni molto aspre, io assolutamente non lo posso negare", "ho dovuto dar ragione a chi da anni mi diceva: "Attenta, è una accentratrice, è una collega che non ha rispetto degli altri, che non collabora con gli altri"". E ancora, la prima commissione fa notare: "Più di uno ha riferito di una vicenda riguardante la dottoressa Ginefra, in lacrime per essere stata aggredita ed umiliata da lei". Così conclude allora il Consiglio Superiore della Magistratura: "Fa riflettere, inoltre, la circostanza che i suoi più importanti rapporti amicali si siano interrotti, a dire delle interessate, non già come - come lei sostiene - per la delicatezza e la rilevanza politica delle indagini da lei svolte, bensì per il suo modo di interpretare la sua funzione e di relazionarsi alle persone". Nella relazione della prima commissione, c'è anche un capitolo che riguarda i "rapporti con giudici e avvocati". Un rapporto che "sembrerebbe difficile, a volte conflittuale". "Anche la sua condotta in udienza non sembrerebbe caratterizzarsi per sobrietà e rispetto degli altri attori del processo. "E' nota la sua pretesa di essere sentita sempre per prima, com'è noto che quando non vengono eseguite le sue indicazioni arriva in udienza (...) sbatte i suoi fascicoli, si siede sbuffando al banco presso cui il pm esercita le proprie funzioni (...)... alcune volte ha rapporti anche abbastanza conflittuali con il collegio"". Agli atti degli accertamenti preliminare, condotti dal Csm, c'è anche l'esposto presentato da un avvocato al Consiglio dell'Ordine e alla Camera Penale. Secondo l'avvocato, dopo uno screzio in aula, la pm avrebbe esclamato un "A' la guerre comme a la guerre" promettendo di "non voler soprassedere" più su "fantomatiche intercettazioni telefoniche" in suo possesso che riguardavano avvocati. Ma è l'ultimo il capitolo più delicato, quello che la prima commissione così introduce: "Improprie commistioni tra i suoi rapporti personali e la funzione svolta". Ed il riferimento è "alle relazioni con Patrizia Vendola, sorella del presidente della Regione Puglia, con la dottoressa Cosentino, direttore dell'Asl di Bari, con la dottoressa Paola D'Aprile, medico personale di quest'ultima". Un magistrato, ad esempio, ha assistito ad una telefonata tra la D'Aprile e la Cosentino. D'Aprile che poi avrebbe passato il cellulare alla Digeronimo. "Anche altro giudice ha riferito di incontri tra lei, la dottoressa Cosentino e la dottoressa D'Aprile che, per modi e circostanze, le sembrarono strani, tanto da sentire la necessità di parlarne ad altri colleghi".

Ora la Digeronimo fornirà la sua versione dei fatti nell'audizione dinanzi alla prima commissione fissata il 9 luglio. Poi il Csm deciderà se disporre il trasferimento o archiviare il caso. La storia inizia a Bari, passa da Lecce e approda a Roma, scrive Massimiliano Scagliarini su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Parte dal palazzo di giustizia e abbraccia quello della Regione, proiettando «una luce particolare» (la definizione è dell’organo di autogoverno dei giudici) sui rapporti tra una pm e il presidente Nichi Vendola. O meglio, sui rapporti tra sua sorella Patrizia e Desiree Digeronimo, oggi sotto i riflettori per la procedura di trasferimento per incompatibilità ambientale aperta dal Csm. Un atto, quello notificato nei giorni scorsi alla Digeronimo, che riporta il calendario all’agosto del 2009: cioè quando, nel pieno della prima indagine barese sulla sanità, Vendola attaccò la pm scrivendo che «la sua rete di amici e parenti le impedisce di svolgere con obiettività questa specifica inchiesta». Per motivare la procedura disciplinare a carico della Digeronimo, parlando di «improprie commistioni tra i suoi rapporti personali e la funzione svolta», la Prima commissione del Csm attinge a piene mani dalle dichiarazioni rese da Patrizia Vendola. La sorella del presidente a fine gennaio è stata sentita dalla procura di Lecce nell’ambito dell’indagine (poi archiviata) a carico di Susanna De Felice. La De Felice è il giudice che ha assolto il governatore dall’accusa di aver truccato la nomina di un primario, e che - secondo la Digeronimo - avrebbe invece dovuto astenersi per una sua presunta amicizia con Vendola. Nella prospettazione fatta al procuratore Cataldo Motta, assumendosene ogni responsabilità, Patrizia Vendola è piuttosto esplicita. «Ricevetti - racconta - una telefonata da Desirè che, con tono particolarmente aggressivo ed agitato, sollecitava un intervento mio presso mio fratello (all'epoca già presidente della Regione) affinché il suo compagno dell'epoca, un medico neurochirurgo, non continuasse a subire i torti e le ingiustizie da parte del direttore del suo reparto». L’intervento chiesto a Patrizia, annota il Csm, serviva «per sistemare, per dare un incarico al fidanzato dell'epoca», richiesta che la Digeronimo avrebbe poi fatto «direttamente al fratello nella stanza di un ospedale in cui un'amica del fratello era sotto intervento neurochirurgico da parte del fidanzato Roberto De Blasi». «Ritenni di prendere le distanze da Desirè - racconta Patrizia - per quel suo comportamento dal quale si sarebbe potuto ricavare un significato diverso dalla nostra amicizia». E ancora: «Uno o due mesi dopo, in occasione di una manifestazione pubblica (...) mi avvicinai alla Digeronimo per salutarla ed ella mi prese in disparte e mi disse che sarebbe stato opportuno che in pubblico non ci salutassimo nemmeno perché stava indagando su mio fratello». Terminata la relazione con il neurochirurgo, annota il Csm, la Digeronimo «continuò ad interessarsi impropriamente - questa volta, per così dire in malam partem - alle prospettive professionali dello stesso». Il riferimento è all’incarico di primario neuroradiologo del Di Venere. Il concorso, vinto nel 2009 da De Blasi, venne poi annullato dopo il ricorso di Paola D’Aprile, che poi verrà nominata primario da Lea Cosentino, allora manager della Asl. La delibera del Csm ricostruisce quell’episodio rifacendosi al racconto reso da un altro sostituto procuratore barese, collega della Digeronimo: «Entrando nella vettura con la quale il sostituto, insieme alla dottoressa D'Aprile, era passata a prenderla, lo stesso sostituto dovette ascoltare, sconcertata, queste sue esclamazioni: “Ma che colpaccio! Che colpaccio! Che buona idea che avete avuto! Che brava Lea! Che brava Lea, così impara, quello s... di De Blasi”. Per poi sentirla soggiungere: “Dai, dai, bellissimo, chiamiamo Lea”. La D'Aprile prende il cellulare, compone il numero e, dopo aver detto “Lea, guarda che c'è con me Desirè che vorrebbe complimentarsi”, passa il cellulare a lei che si rivolge all'interlocutrice telefonica in questi termini: “Brava Lea, brava Lea. Ottima idea. Così gliela mettiamo in (...) a De Blasi».

"Non sono mai stata amica del pubblico ministero Desirée Digeronimo che, peraltro, per ben due volte ha chiesto il mio rinvio a giudizio". Con queste parole l’ex direttore generale dell’Asl di Bari Lea Cosentino ha commentato le indiscrezioni delle audizioni davanti alla prima commissione del Csm sul caso Digeronimo. In una conferenza stampa, accanto ai suoi legali Massimo Chiusolo e Francesca Conte, la Cosentino ha precisato: "Sono stanca di questi pettegolezzi. Non ho mai avuto alcun rapporto di amicizia o di conoscenza con la Digeronimo".

In merito al contenuto dei verbali relativi all’audizione alla Procura di Lecce di Patrizia Vendola, sorella del presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, quale persona informata sui fatti e acquisiti dal Csm nell’ambito della procedura di trasferimento per incompatibilità ambientale a carico del pubblico ministero, ora alla Direzione distrettuale antimafia, Desireé Digeronimo, il legale del magistrato ha inviato alla Gazzetta la seguente nota che pubblichiamo in forma integrale. «In nome e nell’interesse della dott.ssa Desirèe Digeronimo, con riferimento agli articoli pubblicati in data odierna su La Gazzetta del Mezzogiorno - dal titolo : “Digeronimo chiese un favore a Nichi” (prima pagina) “La Digeronimo voleva un favore da Nichi” (pagina nove), si comunica che con riferimento alle affermazioni rese dalla signorina Patrizia Vendola la mia assistita ha presentato denunzia sin dal 15 febbraio 2013 presso la Procura di Lecce. Quanto alle affermazioni virgolettate di un magistrato impropriamente divulgate da un atto riservato inviato esclusivamente alla mia cliente dal Consiglio superiore della magistratura esse verranno documentalmente smentite nelle sedi competenti (Csm) in data 9 luglio 2013».

Il pm di Bari, Digeronimo: “Con Vendola al potere niente spazio per la legalità”. Relazione choc in Senato del magistrato barese Digeronimo. L’atto d’accusa sulla sanità pugliese lottizzata politicamente, scrive Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica su “Il Giornale”. Un atto d’accusa politico, ma al limite della censura giudiziaria, contro il governatore pugliese Nichi Vendola. Sotto la cui amministrazione il sistema sanitario della regione sarebbe «degenerato» da singoli episodi corruttivi a sistema, «al punto tale che non c’era più spazio per la legalità». L’ennesimo colpo all’immagine di paladino della trasparenza e della legalità del «poeta della politica» arriva dall’audizione, secretata, del pm barese Desirée Digeronimo in Senato, di fronte alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla Sanità, lo scorso 8 novembre. Dal pm pugliese, l’organismo vuol sapere qualcosa in più su «meccanismi e prassi amministrative» attraverso i quali «i fenomeni di corruzione abbiano avuto modo di radicarsi nella sanità pugliese». Il magistrato antimafia esordisce ricostruendo la sua indagine, che ha portato alla richiesta d’arresto per il senatore (ex Pd) Alberto Tedesco, capo di un’associazione per delinquere. E quasi subito la Digeronimo spiega di aver dovuto «distinguere due aspetti», ossia i «reati veri e propri» e «il deprecabile spoil system», attuato a piene mani dalla giunta Vendola. La prima «bacchettata» al governatore è indiretta ma inequivocabile: «Nell’indagine è emerso che l’assessore Tedesco già in partenza aveva un evidente conflitto d’interessi, per le molte società (attive nella Sanità, ndr) gestite dai parenti, come la figlia o il genero». Quel «già in partenza» si riferisce ovviamente alla sua nomina come assessore alla Sanità, voluta e difesa in seguito pubblicamente, proprio da Vendola. Ancora, il pm barese osserva che il sistema che «pilotava» la sanità non era «riferibile solo a Tedesco», perché «vi erano più correnti politiche interne al centrosinistra». Salta fuori anche il nome di Tommaso Fiore, già consulente di Vendola per la Sanità, e poi assessore misteriosamente dimissionario un mese fa, ma la Digeronimo spiega che a citarlo è lo stesso Tedesco, intercettato. E il pm aggiunge che «il vero contatto con l’assessore Tedesco per ottenere o meno il gradimento del presidente Vendola o per concordare su alcune scelte era il suo (di Vendola, ndr) segretario, Francesco Manna». Il pm spiega alla commissione di aver «evidenziato l’esistenza di più correnti di riferimento politico», tre per l’esattezza, facenti capo a Loizzo (assessore ai trasporti fino a un anno e mezzo fa), a Tedesco e a Vendola e Fiore. Anche se sull’ultimo punto la Digeronimo spiega prudentemente, che i riferimenti al governatore li aveva fatti Tedesco, e aggiunge un dettaglio interessante. Ossia che in una «celebre» intercettazione all’hotel De Russie di Roma – tra Gianpi Tarantini, l’imprenditore dalemiano Enrico Intini, l’ex Lady Asl Lea Cosentino – parlando di lottizzazione degli appalti «si faceva il nome di Loizzo, si faceva il nome di Tedesco; c’era anche un riferimento a Vendola, in quanto si diceva che parlava con l’Opus Dei». Viene chiesto conto alla Digeronimo della lettera con cui, nell’estate 2009, Vendola attaccava il pm, chiedendole di lasciare le indagini. Il magistrato rivela che in seguito a quella missiva era rimasta «sola» in procura, «senza tutela del Csm», «ho subito attacchi violentissimi» tant’è che aveva rimesso la delega delle indagini al procuratore Emilio Marzano. Che nel respingere la sua istanza d’astensione «stigmatizzava il comportamento del presidente Vendola che – a suo dire – non era degno della trasparenza di cui andava parlando». La pm affronta il tema della «trasversalità nella malasanità» e i ruoli di Fitto prima e di Vendola poi. La Digeronimo non ha indagato sull’esponente Pdl, non sa «se da quell’indagine (…) emerga il fenomeno sistemico che invece emerge dalle indagini in corso» sulla nuova giunta. Quanto a Vendola, ammette che per un episodio, «e solo in quello», il governatore andava indagato per concorso in abuso d’ufficio: il siluramento del direttore sanitario della Asl di Lecce, Franco Sanapo. «Tedesco e Vendola concordavano di destituirlo. Solo che Tedesco lo faceva per interesse personale, mentre per Vendola non è stato riscontrato». Ma per il presidente «c’era un concorso nell’abuso d’ufficio perché c’era il danno per Sanapo, illegittimamente destituito». I due pm che la affiancavano nell’inchiesta non la pensavano così. E Vendola è finito archiviato. Ciò non toglie, conclude la Digeronimo, che «Vendola sapeva, emerge dalle intercettazioni. Vendola dice chi deve andare a fare il direttore sanitario. Vendola lottizza insieme agli altri, e questo è nelle carte». Ma «io non do giudizi politici – sospira la pm – io faccio il magistrato». Ascoltando gli addetti ai lavori della sanità «la sensazione è che sia stato un crescendo nella corruzione, dove addirittura c’era sfiducia da parte di chi sapeva di non poter far nulla senza santi in paradiso».

Il risvolto della medaglia è che poi, dalla padella si cade nella brace.

Quando il crimine diviene un potere, scrive Valentino Scaramella su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Racket ad imprenditori e commercianti. In certe zone di Bari, la mala incute terrore. Incutere paura significa vedere un uomo in ginocchio dinanzi a se. Giuseppe è un imprenditore di 52 anni. Non ce la fa più. Ma ha deciso di non cedere ai ricatti dei malviventi. Parlare con lui è molto difficile. L’uomo agisce con circospezione. Non si fida di nessuno. Bisogna inseguirlo per giorni. Ma alla fine accetta. L’incontro avviene in una zona appartata della città. Giuseppe è un fiume in piena. L’attività l’ha ereditata da suo padre. Gli affari procedono a gonfie vele. Si lavora tanto e l’imprenditore riesce ad affermarsi. Un bel giorno, trasferisce l’azienda da un capo all’altro della città. Giuseppe trova un locale più bello e visibile. E cominciano i guai. «Dopo pochi giorni si è presentato qualcuno che mi ha detto: qui sto io, per qualsiasi cosa devi rivolgerti a me». Giuseppe finge di non capire. Cominciano i primi fastidi. «Venivano da me e mi chiedevano un utensile in vendita e non volevano pagare». Oppure: «Per adesso ti do 100 euro poi ti darò il resto», per un articolo che costa molto di più. Ma la differenza in denaro non è mai giunta. «Molto spesso, mi chiedevano attrezzi che io non vendo; mi intimavano di procurarmeli». Altrimenti? «Sennò so’ fastidi», gli dicono di rimando. Giuseppe non si arrende. Pensa che sia un sistema per insinuarsi nella sua attività. E che se cede la prima volta cederà sempre. «Hanno cominciato tagliando i quattro pneumatici dell’auto». Lunedì di Pasqua del 2012. «Era una giornata ventosa – ricorda bene Giuseppe - mio figlio aveva parcheggiato l’auto all’interno dello stabilimento». La ritrovano completamente distrutta. Ma la mala incalza. «Appena entrava un cliente nel mio punto vendita me ne ritrovavo almeno tre di loro al seguito». Iniziano le minacce. «Qualche dì ta mà fa passà l’uà. Ti faremo passare guai seri. Una tensione continua. Un equilibrio instabile». Un giorno spunta un nome nuovo: Maurizio S. «Non l’avevo mai visto in precedenza; mi pare fosse uscito di galera. Da quando è in circolazione abbiamo smesso di campare». Giuseppe racconta: «Dall’entrata in scena di S. anche i miei colleghi hanno cominciato a sfogarsi, hanno trovato le loro auto distrutte, vetrine infrante, lucchetti divelti». Rivolgersi alla polizia? «Sa cosa mi dicono? Tanto anche se facciamo la denuncia non serve a nulla». Dice Giuseppe: «Forse, ho commesso l’errore di sottovalutarli; non li ho mai calcolati, non ho mai portato loro rispetto». Ecco perché Giuseppe, forse più di altri, è stato preso di mira. Perché fosse di esempio per tutti. Dinanzi alla sua attività, ogni giorno tre o quattro di loro hanno continuano a vendere droga indisturbati. «Lasciano i loro motorini dinanzi al negozio e vendono il fumo e le varie porcherie e io li guardo in maniera storta, gli ho fatto sempre capire che la loro presenza è sgradita». ... Il commento all’articolo di Lucio da Brindisi è sarcastico, ma anche realistico. «Caro amico, cosa ti aspettavi? Le istituzioni? Ah,ah,ah,ah,ah,ah,ah... che ridere!! Ti illudevi, credevi che qualcosa fosse cambiato. Favole, fiabe, una tragica e terribile Fantasyland quella delle istituzioni vicine ai cittadini. Certo che ti sono vicine: quando devi pagare le tasse, quando devono drenarti il sangue del tuo impegno, della tua fatica, del tuo lavoro, quando devono stritolarti nella orrenda macchina della burocrazia e dei suoi scherani, nei moduli e nei regolamenti pazzotici, quando ti fanno multe stratosferiche per aver commesso un errore su una fattura o su una scartoffia perbacco se non te le trovi vicine!Anzi, altro che vicine: te le trovi dentro, dentro il tuo corpo in un modo e in un posto che non si può dire per decenza. E i delinquenti sempre liberi e padroni di fare il loro comodo. Ascoltami: se puoi pianta tutto e vattene all'estero, emigra, lascia questo paese che va verso il baratro, scappa verso la civiltà.»

BARI TERRA D’INGIUSTIZIA. MICHELE LA FRATTA, MICHELE MATARRESE E LE TOGHE PERMALOSE.

23 anni di processo, ma viene assolto "per non aver commesso il fatto".  Assolto dopo 23 anni di processo ''per non aver commesso il fatto''.  La Corte d’Appello di Bari ha assolto Michele La Fratta, di San Giovanni Rotondo «per non aver commesso il fatto». Niente di particolare se non fosse che l’imputato ha atteso ben 23 anni per vedersi prosciolto da ogni accusa. Nel 1991 La Fratta, oggi 67 anni, fu arrestato insieme ad altre sette persone con l’accusa di estorsione a danno di un costruttore, il quale dopo un primo rifiuto, cedette alle richieste estorsive dopo essere stato oggetto di un attentato dinamitardo e di un successivo avvertimento a colpi d’arma da fuoco al portone della sua abitazione. Il giudizio di primo grado si è concluso nel maggio del 2005 con il Tribunale di Foggia che lo ha condannato a sette anni di reclusione. Tale decisione è stata confermata dalla Prima Sezione Penale della Corte di Appello di Bari nel novembre del 2010. Sentenza poi annullata dalla Cassazione. Oggi a 23 anni dai fatti, i giudici baresi hanno assolto l’imputato da tutte le accuse a suo carico. La Fratta ha richiesto un cospicuo risarcimento per l’ingiusta detenzione subita. La Corte d'Appello di Bari ha riconosciuto l'innocenza del 67enne Michele La Fratta, di San Giovanni Rotondo, coinvolto in un procedimento della magistratura foggiana su estorsioni ai cantieri edili di San Pio nei primi anni Novanta. Nel 1991 La Fratta fu arrestato insieme ad altre sette persone con l'accusa di aver estorto, nel giugno 1990, la somma di 50 milioni di lire ad un costruttore che, prima si rifiutò i pagare il ''pizzo'', ma poi cedette alle richieste estorsive dopo essere stato oggetto di un attentato dinamitardo e dell'esplosione di colpi di arma da fuoco contro la porta di ingresso della sua abitazione. La Fratta trascorse un anno in carcere in attesa nel processo. Il giudizio di primo grado si è concluso nel maggio del 2005 con una sentenza pronunciata dal Tribunale di Foggia che lo ha condannato a sette anni di reclusione.  Tale decisione è stata confermata dalla Prima Sezione Penale della Corte di Appello di Bari nel novembre del 2010. Sentenza poi annullata dalla Cassazione, che ha accolto il ricorso presentato dal difensore dell'imputato, l'avvocato Massimo Roberto Chiusolo, disponendo un nuovo giudizio dinanzi ad una diversa sezione della Corte di Appello di Bari. A 23 anni dai fatti, i giudici baresi hanno assolto l'imputato da tutte le accuse.

Il 19 marzo 2014 tutta Italia ne parla. "Il caso di Punti Perotti. E' un pò come il gioco dell'oca, 10 anni per tornare al punto di partenza. 10 anni di polemiche e veleni utili forse a qualcuno ma non certo alla città. Non ritengo affatto grave l'approvazione della delibera di ieri che consente di costruire sui terreni di Punta Perotti, ritengo molto più grave, invece, tutto l'iter che ha portato fino ad oggi, compresa la spettacolarizzazione di un abbattimento a fini puramente propagandistici". A riferirlo in una nota il candidato sindaco del centrodestra per le amministrative del 2014, Mimmo Di Paola.

Dieci anni di Emiliano, un bilancio fra luci e ombre da Punta Perotti al Palagiustizia. Mentre il sindaco comincia la campagna elettorale per le Europee è tempo di tirare le somme del suo doppio mandato alla guida della città, scrive Raffaele Lorusso su “La Repubblica”. Una cavalcata lunga dieci anni. Con luci e ombre. Adesso che sta per sfilarsi la fascia tricolore, Michele Emiliano si guarda indietro. "La mia città era un disastro e bisognava salvarla dalle famiglie di miliardari approfittatori che la facevano da padroni", ricorda con un tweet ad una signora che gli rimprovera la fame di poltrone. I miliardari ha cercato di tenerli a bada, ma non sempre ci è riuscito. Anche perché, pur di blandirlo, le hanno provate tutte, perfino a riempirgli la vasca da bagno di astici e spigole e di quelle cozze pelose che lo hanno reso famoso in tutto lo Stivale. Michele Emiliano può però appuntarsi al petto la medaglia di aver regnato, governato e comandato senza ricevere neanche un avviso di garanzia. A qualcuno della sua giunta non è andata meglio. Diventa sindaco il 13 giugno 2004. L'inizio non è facile. Lui cerca di subito di tirare su il morale di assessori e dirigenti, ingaggiando come motivatore Roberto Lorusso, guru della sua trionfale campagna elettorale, per un importo che sfiora i 100mila euro per dodici mesi. Lorusso prova a creare lo spirito di squadra invitando giunta e consiglieri comunali di maggioranza a sedute collettive di autopersuasione, qualcosa a metà fra le sedute spiritiche e i balli di gruppo, e assegnando ai dirigenti compiti del tipo: "Descrivi il giorno del tuo funerale". A Palazzo di Città si pensa in grande. Nasce il gruppo di lavoro del Piano strategico, coordinato da Luca Scandale. Mesi di lavoro di cui, più che i progetti, rimasti tutti nel cassetto, si ricordano i compensi dello staff di progettazione. Emanuele Martinelli, l'allora vicesindaco con una passione per la divisa (quella della polizia municipale) prova a stupire tutti con gli effetti speciali: fa piazzare fontane nel tratto di mare che va da piazza Diaz alla spiaggia di Pane e Pomodoro. Lo spettacolo costa tanto (400mila euro) e dura poco: i getti d'acqua vanno in tilt in continuazione e il Comune alza le mani. La macchina comunale comincia a carburare. Antonio Decaro si inventa i Park&Ride, comincia la corsa alla demolizione dei palazzi di Punta Perotti, che vengono distrutti con la dinamite il 2 aprile 2006. Emiliano punta in maniera più decisa sul sociale, destinando ingenti risorse alla creazione di servizi per gli indigenti. La scossa arriva dopo la tragica morte della piccola Eleonora, stroncata dall'inedia nel quartiere di Enziteto. Prende anche forma un piano straordinario per la casa, che permette di soddisfare in maniera più decisa la domanda di alloggi, soprattutto nei quartieri popolari. Rimane irrisolta l'emergenza uffici giudiziari. Così come resta fermo al palo il progetto di riqualificazione di via Sparano. L'amministrazione Emiliano riesce ad acquisire l'ex caserma Rossani. Della riqualificazione dovrà occuparsi il nuovo esecutivo. Emiliano, infatti, guarda già a Strasburgo. E dalla Calabria promette: "Ce la metterò tutta".

Più lo butti giù più si tira su. Il paradosso italiano del caso di Punta Perotti, scrive Bepi Castellaneta su “Il Giornale”. Alle 10,32 del 2 aprile del 2006 lo specchio di mare adagiato sul lungomare sud brillava sotto il tiepido sole primaverile. Poi un boato squarciò il silenzio e fece tremare la terra sotto i piedi sollevando qualche onda che schiaffeggiò le barchette dei pescatori e i motoscafi della Bari-bene arrivati dall'esclusivo Circolo della Vela per osservare l'evento da un palcoscenico privilegiato: così saltò in aria il primo palazzone di Punta Perotti, tre torri da tredici piani ciascuna e trecentomila metri cubi di cemento giudicati abusivi e sbriciolati in qualche frazione di secondo. Ma quattro anni dopo, in una splendida mattinata di metà novembre, i fantasmi di cemento armato affiorano ancora una volta sulle ceneri di quella fetta di costa dove adesso c'è un grande prato con i giochi per i bambini, panchine di legno e qualche tendone bianco sparso qua e là per regalare un angolo d'ombra nelle torride giornate estive. Il gup del tribunale di Bari, Antonio Lovecchio, ha infatti revocato la confisca dei suoli su cui sorgevano gli edifici disponendo la restituzione ai costruttori: le società Sud Fondi, Iema e Mabar che fanno a capo agli imprenditori Matarrese, Andidero e Quistelli. I quali si sono rivolti con successo alla Corte europea dei diritti dell'uomo. E così le lancette della storia recente di una grande città meridionale che aspira al ruolo di metropoli mediterranea affacciata sui Balcani ma non riesce neanche a progettare il presente e il futuro del suo lungomare, tornano improvvisamente indietro di qualche anno: la nuvola di polvere che inghiottì le torri sembra spazzata via dalle quindici pagine firmate dal giudice, i proclami trionfalistici di chi voleva appuntarsi all'occhiello il fiore della demolizione appaiono un fiume di parole cancellate nel nome della legge, le sfavillanti interviste del sindaco Michele Emiliano ai microfoni di Rai e Mediaset e Bbc si rivelano vecchie immagini in bianco e nero oscurate dopo l'ennesimo verdetto. E adesso è tutto come prima. Al punto che i costruttori potrebbero decidere di tirare su altro cemento, anche se il sindaco torna a indossare i panni del gladiatore per rassicurare la città. "Non possiamo consentire che sull'area del parco di Punta Perotti si possa ancora edificare", tuona Emiliano, spiegando di essere pronto a rimediare con una variante al piano regolatore e soprattutto ribadendo che indietro non si torna. Ma in realtà si è già tornati indietro, insomma il passato è adesso e il futuro non promette niente di buono per palazzo di città visto che le imprese hanno presentato una richiesta di risarcimento danni da 500 milioni di euro nei confronti di Comune, Sovrintendenza e Regione. Tutto comincia il 14 novembre del 1987, quando i costruttori chiedono il permesso di costruire su quella fetta di lungomare oscuro proiettata verso l'estrema periferia barese, una distesa di terreni incolti affacciati su una sottile striscia d'asfalto consegnata al degrado dove da decenni trovano posto villini a luci rosse, discariche a cielo aperto, piccole baie divenute punto d'approdo per i motoscafi dei contrabbandieri. L'obiettivo è riqualificare un'area lasciata ai margini nonostante la posizione privilegiata sulla costa, sospesa tra la ex frazione di Torre a Mare e le luci dei lampioni di epoca fascista che troneggiano sul lungomare dei locali alla moda. Passano gli anni e il consiglio comunale nel 1992 approva il progetto mentre nel '95 viene accordata la concessione edilizia. E dopo il via libera si comincia a costruire, dal cantiere spuntano le tre torri che secondo il primo progetto dovevano essere allineate ma successivamente vengono realizzate in modo da regalare la vista mare a tutti i futuri proprietari. Il fatto è che la vista mare viene sbarrata invece ai baresi, che si ritrovano la cosiddetta "saracinesca" sull'orizzonte sud. A poche centinaia di metri c'è il palazzone giallo di quella che all'epoca era la procura circondariale, i pm Roberto Rossi e Ciro Angelillis osservano gli edifici dalla finestra e quando sulle loro scrivanie arriva un esposto scatta l'inchiesta: i palazzi sono troppo vicini alla costa. Il 29 gennaio del 2001 il processo si chiude con la decisione della Cassazione che assolve i costruttori e dispone la confisca di terreni con l'acquisizione al patrimonio del Comune degli immobili. Cinque anni dopo inizia la demolizione. Il lungomare viene chiuso al traffico e invaso da migliaia di baresi. Emiliano si ispira a Caparezza e canticchia «sono fuori dal tunnel», per strada si vendono le magliette con le torri di Punta Perotti e il timbro «abbattuto», giornalisti da tutta Europa si accalcano dinanzi al cordone della polizia, la gente di Bari vecchia si arrampica sull'antica muraglia di via Venezia per dare un'occhiata, il vippaio barese ne approfitta per una gita in barca e godersi lo spettacolo dal mare mentre gli unici a mostrarsi preoccupati sono i tifosi della squadra di calcio perché "adesso - spiegano - Matarrese non comprerà nessuno". Poi il conto alla rovescia e la prima torre che si sbriciola, l'assalto dei cacciatori di souvenir per accaparrarsi una pietra, un frammento di storia nell'illusione che la storia sia finita. Ma non è così. I costruttori si rivolgono alla Corte europea dei diritti dell'uomo, che il 20 gennaio 2009 condanna l'Italia, stabilisce che la confisca è un'ingerenza nel legittimo diritto dei ricorrenti di beneficiare delle loro proprietà e invita il governo a cercare un accordo. L'avvocatura dello Stato propone incidente di esecuzione dinanzi al gup di Bari Marco Guida, che respinge la richiesta di restituzione dei suoli. Ma la Cassazione annulla la decisione e quando si torna in aula il verdetto è ribaltato: la richiesta è accolta e viene disposto l'invio degli atti alla procura generale per valutare presunte pressioni esercitate dalla procura per la demolizione. "E' un primo parziale risarcimento dei danni dubiti", è scritto in una nota delle imprese. Che avvertono: "In mancanza di una immediata e soddisfacente liquidazione del risarcimento danni la Corte europea di Strasburgo, dove la causa è ancora pendente a questo scopo, provvederà direttamente a quantificare gli importi e ad ingiungere il pagamento allo Stato italiano".

In Consiglio passa il piano: addio all'inedificabilità. Emiliano presenta quattro emendamenti, tra cui quello che individua un compromesso urbanistico con la famiglia Matarrese e gli altri costruttori per evitare nuove battaglie giudiziarie, scrive Francesco Petruzzelli su “La Repubblica”. Una retromarcia inaspettata dopo anni di polemiche e di carte bollate e che di fatto apre le porte alle ruspe sull'attuale parco della legalità e al progetto ecosostenibile, con palazzi bassi e verde, presentato lo scorso anno dai costruttori Matarrese proprietari dei suoli. Su Punta Perotti a Bari si potrà tornare a costruire ma solo con precise prescrizioni e nell'ambito dei "programmi integrati di rigenerazione urbana", in sostanza nelle aree ad alta concentrazione di degrado e di abbandono. L'indicazione, che comprenderà anche le altre zone a ridosso di lame, coste, canali e strade panoramiche, è arrivata durante la maratona del consiglio comunale di Bari chiamato in seconda convocazione, dopo il flop di lunedì pomeriggio, a dare il via libera, con appena 18 voti favorevoli del centrosinistra, a una delle delibere più delicate dell'intera consigliatura: l'approvazione della variante urbanistica che adegua il piano regolatore al piano per il paesaggio. Ma l'ultimo colpo di coda lo ha dato lo stesso sindaco Michele Emiliano che, accogliendo i mugugni e i tormenti della sua maggioranza, ha presentato in aula quattro emendamenti, tra i quali quello del punto tre che di fatto individua un compromesso urbanistico con la famiglia Matarrese e gli altri costruttori per evitare nuove battaglie giudiziarie. L'emendamento numero quattro invece allenta, e di molto, il vincolo storico-paesaggistico sui quartieri più vecchi della città, come Libertà, Madonnella, Murat e Bari Vecchia prevedendo ad esempio che l'autorizzazione paesaggistica debba essere rilasciata solo per le demolizioni (mentre prima era necessaria anche per l'installazione di una semplice insegna commerciale). Sparite anche alcune strade panoramiche che di panoramico non hanno nulla, come via Trisorio Liuzzi a Carbonara, e ridotto da 120 a 30 metri la fascia di rispetto da canali e corsi d'acqua. Insomma, un compromesso urbanistico che evita, per il caso Punta Perotti nuove battaglie giudiziarie, ma che fa andare su tutte le furie il centrodestra pronto a presentare, all'apertura del consiglio, una pregiudiziale per far saltare la discussione della seduta. "Dovevano essere chiesti anche i pareri delle circoscrizioni" tuona il capogruppo della Lista Simeone, Peppino Loiacono. "È una delibera che sacrifica in maniera tombale la città ed è votata solo da pochi consiglieri" aggiunge il forzista Ninni Cea. "Sono solo vincoli, non variazioni di destinazione d'uso dei suoli, imposti dalla legge e dallo Stato. Abbiamo solo aggiornato la cartografia anticipando i termini" assicura l'assessore all'Urbanistica Elio Sannicandro.

Ma i toni in aula da campagna elettorale non si placano. "I cittadini vi puniranno nelle urne", chiosano dai banchi dell'opposizione. Ma l'aula registra anche alcuni cambi in corsa. Federico Pirro, ex volto Rai ed esponente dell'Idv, ha infatti annunciato di passare col Pd, incassando subito la benedizione del segretario regionale Emiliano. Bagarre finale poi per i 5 nuovi Municipi. A Punta Perotti si potrà costruire, scrive Nicola Signorile su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Il via libera è arrivato ieri sera in Consiglio comunale con l’approvazione della delibera di adeguamento del Piano regolatore generale al Putt/p, il piano tematico del paesaggio. A sbloccare la situazione è l’emendamento presentato dalla maggioranza, a firma del sindaco Emiliano, che integra due articoli delle Nome tecniche di attuazione per ammettere «gli interventi previsti da piani integrati di rigenerazione urbana», se risultano «incluse negli ambiti già individuati dal documento preliminare di rigenerazione urbana». Di fatto, i due articoli 71.2 e 71.3 delle Nta che avrebbero reso inedificabile l’area vengono disinnescati. Erano l’ultimo, eventuale ostacolo al progetto che il consorzio tra i costruttori Matarrese e Andidero hanno presentato un mese fa al Comune per costruire nuovi palazzi a Punta Perotti dopo la restituzione dei suoli ai proprietari, per effetto della sentenza della Corte europea di Strasburgo. La Gazzetta ha già descritto i tratti salienti del progetto, o meglio dello studio di fattibilità predisposto dall’architetto milanese Ottavio Di Blasi. Una proposta che, infatti, allarga lo sguardo ben oltre l’area di Punta Perotti, fino a Torre Carnosa, come è richiesto da un piano di rigenerazione urbana. L’idea consiste nel far arretrare i palazzi rispetto alla costa, per realizzare un parco urbano lungo due chilometri e mezzo e grande quasi 20 ettari. I progetto limita le altezze dei palazzi tra i 26 e i 35 metri, comunque al di sotto dell’altezza massima consentita dal piano regolatore è di 40 metri. In sostanza, lì dove sarebbe possibile costruire 5 metri cubi per ogni metri quadrato, le imprese si accontentano di realizzarne meno di 4. Tutto ciò è possibile - sottolinea l’architetto Di Balsi, grazie allo spostamento dei binari previsto dall’accordo sul «Nodo ferroviario». La proposta, insomma, punta ad affermare il diritto dei proprietario dei suoli a ricostruire i palazzi demoliti nell’aprile del 2006 e al tempo stesso a non cancellare del tutto il parco realizzato sette anno fa al posto delle macerie. Il caso di Punta Perotti è clamoroso, ma la delibera approvata ieri con gli emendamenti investe altre zone della città, zone edificabili, ma su cui ricadono i vincoli paesaggistici. Archiviata la polemica sul «vincolo diffuso» nei quartieri centrali San Nicola, Murat, Madonnella e Libertà (la delibera regionale di salvaguardia è decaduta dopo due e sentenze del Tar). Restano però i vincoli su centinaia di singoli fabbricati, individuati dall’ufficio tecnico in un censimento e dichiarati non sostituibili, perché di valore storico e architettonico. In definitiva, nel confronto con la Regione e con la Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio, l’ha spuntata Palazzo di città. Anche se la Regione Puglia - ha ricordato il direttore della Ripartizione Urbanistica Anna Maria Curcuruto - potrà sempre imporre un vincolo. «Ci auguriamo però che la Regione ritenga sufficiente il nostro regime di tutela». Un altro emendamento sul quale si è sviluppato il dibattito (è stato approvato alla unanimità) è quello che ha ridimensionato la fascia di rispetto dei canali artificiali, così come previsto nel piano paesaggistico regionale e riportandola alla dimensione dei 30 metri: una decisione che interessa in particolare i suoli edificabili di Carbonara. La delibera è stata illustrata dall’assessore all’Urbanistica Elio Sannicandro: «Con questo atto, che è un atto dovuto, il Comune di Bari può finalmente considerarsi virtuoso e perciò sul territorio di Bari non saranno applicate le norme di salvaguardia previste dal piano paesaggistico regionale. Le procedure di approvazione dei progetti saranno più rapide: basterà ora un unico passaggio». A sostegno della delibera sono intervenuti tra gli altri Carlo Paolini (Gruppo misto), Federico Pirro (da ieri nel gruppo Pd; era nell’Idv) e Roberto Carbone (Pd) che ha sottolineato la necessità di regole chiare perché «non esistono vincoli di destra e vincoli di sinistra». Non sono mancate le critiche dai banchi dell’opposizione, che pure sugli emendamenti della maggioranza si è astenuta quando non ha votato a favore. Il consigliere Giuseppe Loiacono (Forza Italia) ha preso più di una volta la parola, per criticare la generale impostazione vincolistica che riduce le possibilità di costruire rispetto al piano regolatore che prefigurava una città di 600mila abitanti. Contro l’opinione diffusa, secondo Loiacono «le previsioni di Quaroni non erano sballate, ma più che fondate», perché il vano per abitante considerato allora andrebbe sostituito oggi con il coefficiente di un vano e mezzo. «Auspico che i terreni edificabili, nel rispetto dei vincoli, restino edificabili», ha spiegato Loiacono. Chiusura preelettorale di Ninni Cea (Forza Italia): «La proposta di delibera in una materia fondamentale, che interessa tutti i cittadini, proprietari e no, che doveva essere il fiore all’occhiello dell’amministrazione, oggi la maggioranza di centrosinistra la approva con meno di 20 consiglieri e solo per fedeltà». La delibera è stata infatti approvata con 18 sì, 7 voti contrari e un astenuto.

 “Assolti e Confiscati. Punta Perotti, una storia di straordinaria ingiustizia.” «Mi chiamo Matarrese, Michele Matarrese». Per quanto poco originale, l'inizio è indubbiamente a effetto, scrive Massimiliano Scagliarini su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Ma la colonna sonora non è quella di James Bond, bensì il crepitare sordo del cemento che implode, sgretolando i palazzi di Punta Perotti e il sogno imprenditoriale della più nota famiglia di costruttori pugliesi. Una storia tutta barese, perché Bari è la città in cui l'urbanistica fa e disfa fortune, costruisce carriere e crea (falsi) miti nel triangolo tra imprenditori, politica e magistratura. «Assolti e confiscati» è il libro di Michele Matarrese. «Una vita dedicata a creare e realizzare, nel segno della serietà e per decenni, strade, ponti, ferrovie, stadi, strutture pubbliche e via dicendo», si preme di evidenziare nella prefazione. È la storia, naturalmente dal punto di vista dei Matarrese, dei vent'anni trascorsi tra il primo via libera al complesso di Punta Perotti e la decisione con cui la Corte europea dei diritti dell'uomo ha sancito che lo Stato italiano non avrebbe dovuto appropriarsi dei terreni su cui sorgevano i palazzoni abusivi. Un pasticcio all'italiana in cui Matarrese ha qualche briciolo di ragione: un costruttore progetta, investe, chiede un permesso, lo ottiene, inizia a costruire salvo poi subire un sequestro, ottenere un’assoluzione, poi un secondo sequestro e alla fine l'onta della demolizione pur senza aver riportato alcuna condanna. E dopo tre lustri, a Bruxelles, c'è un giudice che ordina allo Stato di risarcire. Anche per questo il sottotitolo del libro è «una storia di straordinaria ingiustizia». Una storia infinita impastata di tribunali e di sofferenze, ma anche di qualche passaggio divertente (una perizia giustificò il pregio ambientale dell'area di Punta Perotti con la presenza in loco di «merli, torni, pettirossi, passere scopaiole, capinere, silvie, occhicotti, magnanine, sterpazzole, cuculi (…) e altre specie di fosso che si uniscono alle stanziali»: prima dei palazzi lì c'erano prostitute e sfasciacarrozze) e di molti particolari inediti, tipo l’esposto inviato al Csm contro i magistrati baresi o anche la lunga lettera al giudice Maria Mitola che per prima aveva disposto il sequestro. Rimasti, l’uno e l’altra, senza risposta. Il libro, la cui tesi è che in molti - a partire dal sindaco di Bari, Michele Emiliano - hanno costruito una carriera sulla demolizione dei palazzi, è costruito su documenti e ritagli di giornale.

"Pronti a ricostruire se l´indennizzo non sarà equo", dice Michele Matarrese a Lello Parise il 22 gennaio 2011 su “La Repubblica di Bari”. "Quell´area è edificabile, dunque si edificherà: le regole urbanistiche non sono variate".

«Ci volevano vedere morti» dice l´ingegner Michele Matarrese, capofila dei costruttori a cui il gup restituisce i suoli dove erano stati tirati su i palazzi di Punta Perotti.

Tutto è bene quello che finisce bene?

«Formalmente, non è stata ancora scritta la parola fine. Io, invece, ho già scritto un libro a proposito di questa storia che uscirà quando le bocce si saranno fermate una volta per tutte. Il titolo sarà: Assolti e confiscati».

Il dente è avvelenato.

«Non riesco a essere felice. Piuttosto, sono amareggiato. Non doveva essere ingaggiato questo braccio di ferro con la pubblica amministrazione. Nel 2005, come ci aveva chiesto il sindaco Emiliano, avremmo potuto chiudere una transazione: a nostre spese, sarebbe stato risistemato il "luogo del delitto". Abbiamo fatto una proposta, ma non abbiamo mai ricevuto una risposta se non quella di vedere abbattere i palazzi».

E adesso?

«Aspettiamo la sentenza di Strasburgo per essere risarciti dei danni subiti, valore del suolo compreso».

Se, però, il prezzo per Matarrese & C. non fosse giusto?

«Quel suolo è edificabile. Dunque, si edificherà. Mica sono cambiate le regole del gioco in materia urbanistica».

Il parco della legalità potrebbe avere i giorni contati?

«Non lo so. Io, comunque, lo ribattezzerei "parco dell´illegalità" visto che Emiliano per realizzarlo avrebbe dovuto approvare una variante al piano regolatore perché quella potesse diventare un´area verde. Non ha fatto niente di tutto questo: con l´abbattimento, voleva essere il sindaco più importante d´Italia, essere ripreso dalle televisioni di tutto il mondo. Ci è riuscito».

La vittoria di Pirro?

«In una partita c´è il primo e il secondo tempo: per i primi quarantacinque minuti ha avuto la meglio Emiliano, ma al novantesimo siamo stati noi ad uscire con le braccia alzate. Tuttavia, ripeto, non c´è nulla di cui gioire. Anzi, no».

Cioè?

«E´ dal 1997 lottiamo per difendere la nostra onorabilità: non ha prezzo, quella. Alla fine siamo riusciti a fare valere le nostre ragioni».

L´onore è salvo.

«In questi quattordici anni ho raccolto tutti i ritagli dei giornali, quelli che si sono occupati di Punta Perotti: sono quindici volumi!».

Emiliano assicura di volere lavorare per una «soluzione amichevole» di questa contesa.

«Le vie del Signore sono infinite».

TOGHE CONTRO. La giustizia a Bari è una macchietta. Se a Palermo ci sono i clan,  a Bari vi è un nido di vipere ed a Lecce son felici di metter dito. Antonio Laudati lascia la guida della Procura di Bari. Il Plenum del Csm ha accolto la sua richiesta di essere destinato alla Procura Generale presso la Corte d'Appello di Roma, con funzioni di sostituto. Verrà ora quindi archiviata la procedura di trasferimento d'ufficio per incompatibilità che gli era stata aperta dalla Prima Commissione del Csm. Laudati è indagato a Lecce per favoreggiamento nei confronti di Paolo Tarantini e di Silvio Berlusconi in relazione all'inchiesta sulle escort. "Non è per nulla facile, perché quella richiesta di trasferimento non l'avrei mai firmata e avrei voluto continuare a servire questa Comunità. Ho dovuta presentarla non per timore di procedure di incompatibilità, dalle quali, per gli stessi fatti, ero già stato prosciolto, ma per un senso di dovere istituzionale che avverto profondamente". Lo afferma, in una nota, il procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, a proposito dell'accoglimento da parte del plenum del Csm della sua richiesta di trasferimento. Il dirigente dell'ufficio della Procura del capoluogo pugliese è stato assegnato alla Procura generale di Roma, "una delle sedi da me indicate", sottolinea. "Non appena saranno espletate le procedure previste - aggiunge – lascerò la Procura e i validissimi colleghi, funzionari e dipendenti amministrativi con i quali ho fatto squadra insieme alle Forze dell'Ordine, ma soprattutto dovrò salutare i cittadini di Bari e del Distretto giudiziario che per circa quattro anni mi hanno accolto e fatto sentire parte integrante di un territorio straordinariamente ricco di risorse umane e professionali". Laudati evidenzia che "la richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Lecce, mi ha convinto che dovevo assolutamente mettere al riparo l'Ufficio di Bari da ogni ulteriore danno di immagine malgrado io consideri le accuse formulate radicalmente infondate".

Il procuratore di Bari e un ex pm imputati, un altro pubblico ministero parte civile contro entrambi e Palazzo Chigi citato come responsabile civile per l'eventuale risarcimento dei danni subiti da un medico intercettato «per ripicca» durante la guerra tra le toghe, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. I veleni che da quasi quattro anni scuotono la procura di Bari approdano per la prima volta davanti al gup di Lecce per l'udienza preliminare al procuratore di Bari, Antonio Laudati, e all’ex pm Giuseppe Scelsi, da qualche tempo sostituto presso la procura generale barese. Al centro della vicenda, le indagini sulla sanità pugliese e l’inchiesta sulle escort che Gianpaolo Tarantini, tra il 2008 e il 2009, ha portato nelle residenze dell’allora premier Silvio Berlusconi, e che il procuratore Laudati è accusato di aver rallentato per favorire Gianpi e, indirettamente, l’ex capo del governo. Basta leggere gli atti di costituzione di parte civile depositati, in apertura dell’udienza preliminare dinanzi al giudice Cinzia Vergine, per capire che tra le toghe baresi è arrivata l’ora della resa dei conti. Il primo a costituirsi parte civile contro il suo capo e l'ex collega Scelsi, è stato il pm Desireè Digeronimo, autore delle indagini sulla sanita» che hanno coinvolto anche il governatore della Puglia Nichi Vendola e l’ex senatore del Pd ed ex assessore pugliese alla Sanità Alberto Tedesco. Su Digeronimo e Scelsi – secondo l’accusa – Laudati ha indagato «illecitamente» impiegando un «contingente» di militari della Guardia di Finanza. Scelsi fu il primo a denunciare il suo capo, accusandolo di aver rallentato le indagini sulle escort. Ne seguì una bufera che la procura di Lecce, titolare ad indagare sui magistrati baresi, ha tradotto in accuse ben precise: favoreggiamento personale e abuso d’ufficio per Laudati; abuso d’ufficio per Scelsi. Il procuratore Laudati è accusato di aver convocato, il 26 giugno 2009, due mesi prima del suo insediamento a Bari, una riunione in una caserma con il pm Scelsi e ufficiali della Gdf durante la quale dispose che le indagini sulle escort «venissero sospese e non si adottasse alcuna iniziativa fino a quando non avesse assunto le funzioni» di capo della procura. In questo modo - secondo la procura di Lecce - ha «ritardato ed intralciato» le investigazioni aiutando Tarantini e Berlusconi «ad eludere» le indagini. Oltre alla costituzione di parte civile del pm Digeronimo e di Laudati contro i sei giornalisti accusati di averlo diffamato, il gup ha ammesso quella del medico barese Paola D’Aprile, ritenuta amica di Digeronimo e dell’ex dg della Asl Bari Lea Cosentino, conosciuta come Lady Asl. D’Aprile vuol chiedere i danni a Scelsi e ha per questo citato come responsabile civile la Presidenza del Consiglio dei ministri, per obbligarla in solido con l’imputato. La vicenda contestata a Scelsi non riguarda l’indagine escort ma intercettazioni telefoniche disposte d’urgenza dal pm per danneggiare – secondo l'accusa – la collega Digeronimo che assieme a lui conduceva indagini sulla sanità e che aveva intercettato casualmente il fratello di Scelsi, Michele, medico, mentre questi parlava con l'allora assessore Tedesco, indagato dalla Digeronimo. Scelsi - secondo l’accusa – temendo che Digeronimo potesse sottrargli un’altra indagine sulla sanità, intercettò con decreto d’urgenza i telefoni di Paola D’Aprile affinchè – secondo i pm salentini - potesse risultasse il rapporto di amicizia e la collega fosse costretta ad astenersi dal fascicolo a carico di Tedesco.

«Per l'ennesima volta apprendo dalla stampa delle iniziative giudiziarie prese nei miei confronti dalla Procura di Lecce: dall'iscrizione nel registro degli indagati (giugno 2011 sulla base di un esposto anonimo), passando per i due avvisi di chiusura indagine (25 settembre 2012 e 10 gennaio 2013)»: comincia così il commento del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati a poche ore dalla richiesta di rinvio a giudizio da parte della procura di Lecce che lo ha indagato con l'accusa di aver ostacolato le indagini sul giro di escort che Giampaolo Tarantini reclutava per le feste nella residenza romana di Silvio Berlusconi. Rinvio a giudizio che riguarda anche il suo sostituto, Giuseppe Scelsi.  «Questa mattina - aggiunge Laudati - dopo aver letto che la Procura di Lecce ha inviato nella tarda serata di ieri, 18 marzo 2013, a Roma all'Ufficio di presidenza del Csm la richiesta di rinvio a giudizio a mio carico ho immediatamente chiamato il mio avvocato di Lecce, scoprendo che anche lui ne era a conoscenza solo per aver letto il quotidiano La Repubblica. Le indagini preliminari a mio carico non hanno garantito né celerità né riservatezza, come la normativa impone - conclude il capo della procura di Bari - A questo punto, confidando nella correttezza della Magistratura della quale mi onoro di far parte, sto valutando tutte le iniziative da prendere».

GIUSTIZIA AD OROLOGERIA? CONDANNATO RAFFAELE FITTO.

Questi politici e questi editori, conoscendo l’inefficienza e l’inaffidabilità il sistema giudiziario italiano, perché non intervengono e/o non ne parlano?

E’ da considerarsi sprovveduto colui il quale rinuncia alla prescrizione, sicuro della propria innocenza, e si affida all’esito incerto di un giudizio?

E' arrivata in piena notte, intorno alle 00.30 del 13 febbraio 2013, e dopo oltre 28 ore di camera di consiglio, la sentenza del processo di primo grado, meglio noto come 'La Fiorita', che si svolgeva davanti alla seconda sezione del Tribunale penale di Bari. L'ex ministro degli affari regionali Raffaele Fitto, è stato condannato alla pena di 4 anni di reclusione e all'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Tuttavia, per effetto dell'indulto, sono stati condonati tre anni sono stati condonati. La Procura della Repubblica aveva chiesto una pena a 6 anni e 6 mesi. L'imprenditore del settore sanitario ed editore Giampaolo Angelucci è stato condannato a 3 anni e 6 mesi mentre l'accusa aveva chiesto un anno in più. La sentenza è stata emessa dal tribunale collegiale presieduto da Luigi Forleo, giudici a latere Clara Goffredo e Marco Galesi che erano in camera di consiglio in un albergo cittadino. La sentenza è stata letta a mezzanotte e mezza, fatto abbastanza insolito. Fitto ha scosso la testa durante la lettura del dispositivo e al termine, visibilmente amareggiato, non ha voluto rilasciare dichiarazioni ai giornalisti.

Dopo oltre un giorno di camera di consiglio i giudici baresi si sono pronunciati: 4 anni all'ex ministro Raffaele Fitto nel processo «La Fiorita» (trenta gli imputati), scrive Vincenzo Damiani su “Il Corriere della Sera”. Fitto è stato condannato per i reati di corruzione, illecito finanziamento ai partiti, e un episodio di abuso d'ufficio. È stato interdetto per cinque anni dai pubblici uffici. Assolto, invece, da tutti gli altri reati contestati tra cui peculato e un altro abuso d'ufficio. Condannato anche l'imprenditore Giampaolo Angelucci a tre anni e 6 mesi. Per l'ex ministro salentino la Procura aveva chiesto una condanna a sei anni e sei mesi di detenzione, oltre alla confisca di circa dieci milioni, l’interdizione legale e dai pubblici uffici. La richiesta del pubblico ministero sorprese l’ex ministro, che a caldo commentò così: «Sono allibito dall’assurda ed incredibile richiesta della Procura di Bari - disse - ricordo che fino ad oggi, dopo ben otto anni di processi, ho collezionato solo assoluzioni e proscioglimenti». Tra gli episodi che venivano contestati dalla Procura a Fitto, all’epoca dei fatti governatore pugliese, vi era la presunta tangente da 500mila euro che l’editore e imprenditore romano, Giampaolo Angelucci, secondo la magistratura inquirente, avrebbe versato nelle casse della «Puglia Prima di Tutto», il partito che faceva capo proprio a Fitto. Per Angelucci, il pm Nitti aveva chiesto una condanna a quattro anni e sei mesi: secondo la ricostruzione della Procura, ci fu un presunto accordo illecito finalizzato ad assicurare alla società «La Fiorita» le concessioni di servizi di pulizia, sanificazione ed ausiliariato da parte di enti pubblici e di Asl pugliesi, e l’affidamento di un appalto da 198 milioni di euro ad una società di Angelucci per la gestione di 11 residenze sanitarie assistite (Rsa). I fatti contestati si riferivano al periodo 1999-2005. Il pubblico ministero, complessivamente, aveva chiesto 27 condanne (le pene oscillavano tra i tre mesi e gli otto anni di reclusione), un’assoluzione, un proscioglimento per prescrizione e una restituzione degli atti. Erano state chieste sanzioni pecuniarie per oltre cinque milioni di euro per le persone giuridiche e l’interdizione, tra gli altri, per il consorzio San Raffaele, la fondazione San Raffaele e la Cascina. Erano numerosi gli episodi di corruzione, falso e turbativa d’asta che venivano contestati agli imputati: oltre all’ex ministro e all’imprenditore romano Angelucci, era stata chiesta la condanna, rispettivamente a otto anni e a sei anni e sei mesi di reclusione, per coloro che venivano considerati dall’accusa i proprietari della Fiorita, Dario e Piero Maniglia; e a due anni per l’ex assessore regionale alla formazione professionale, Andrea Silvestri. Le Asl di Foggia e Lecce avevano quantificato in 10 milioni di euro ciascuna il risarcimento dei danni e avevano chiesto un milione di provvisionale; l’Asl di Taranto aveva sostenuto di aver subito un danno da 150 milioni e aveva chiesto 75 milioni di provvisionale; milionario anche il risarcimento che era stato presentato dalla Regione Puglia. Fitto era presente alla lettura del dispositivo, ma non ha voluto rilasciare dichiarazioni ai cronisti annunciando però una conferenza stampa. Fitto è capolista alla Camera in Puglia nelle liste del Pdl.

L'ex governatore pugliese Raffaele Fitto è colpevole dei reati di corruzione, finanziamento illecito ai partiti e abuso d'ufficio: lo ha deciso la seconda sezione penale del tribunale che ha condannato l'ex ministro a quattro anni, scrive invece “La Repubblica”. Tre anni e sei mesi, invece, per l'imprenditore romano Giampaolo Angelucci. Secondo i giudici, quindi, Fitto nella campagna elettorale del 2005 ricevette una tangente da 500mila euro da Angelucci in cambio fece assegnare alla Tosinvest l'appalto da 198 milioni di euro per la gestione delle residenze sanitarie assistite. L'ex ministro, che è capolista nel 2013 in Puglia alla Camera per il Pdl, è stato ritenuto responsabile anche di uno dei due episodi di abuso d'ufficio, quello relativo allo stanziamento dei fondi per gli oratori destinati inizialmente all'impiantistica sportiva. Assolto invece dal reato di peculato e da un'altra contestazione di abuso d'ufficio. Fitto è stato condannato anche all'interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e ad un anno di inibizione a trattare con la pubblica amministrazione. I giudici hanno sostanzialmente accolto le tesi dell'accusa sostenuta dal pm Renato Nitti, elevando tredici condanne in un processo che contava trenta imputati. Tre anni e sei mesi, tra gli altri, all'imprenditore Giampiero Angelucci per corruzione e illecito finanziamento. Il dispositivo della sentenza è stato letto alla una del mattino del 13 febbraio 2013 al termine di una camera di consiglio durata oltre 28 ore. Sono state disposte anche confische di beni: per le società di Angelucci oltre 6 miloni e 600 mila euro, mentre per Fitto l'ammontare è di 500 mila euro. Sia per Fitto che per Angelucci deciso il risarcimento dei danni nei confronti della Regione Puglia, costituitasi in giudizio, ma da definire in altra sede. Numerose condanne per illeciti amministrativi hanno colpito le numerose società coinvolte, a partire da quelle del gruppo Tosinvest come il Consorzio San Raffaele, la Fondazione omonima ed altre con il pagamento di pene pecuniarie per diverse centinaia di migliaia di euro. Condannate anche le società "La Fiorita" e la Cascina" e Duemila, quest'ultima risulta confiscata per 800mila euro. Il peculato era relativo ad un episodio riguardante l'utilizzazione del fondo del presidente: secondo l'accusa l'ex ministro avrebbe utilizzato impropriamente i soldi per finanziare iniziative elettorali. Per un altro episodio di corruzione, contestato a Fitto i giudici hanno disposto la trasmissione degli atti alla procura. Il caso è quello delle presunte pressioni esercitate da Fitto perchè a un'emittente locale salentina venisse affidata la trasmissione di alcuni spot di Aeroporti di Puglia. L'ex ministro, dopo la lettura della sentenza, si è intrattenuto coi suoi avvocati per esaminare il contenuto del dispositivo. Il processo Fiorita si è chiuso così, dopo tre anni. Raffaele Fitto è arrivato in aula dieci minuti prima delle 22 con uno dei suo legali, l'onorevole Francesco Paolo Sisto. Ha seguito il processo sino all'ultimo, partecipando alle udienze più importanti, dando indicazioni ai suoi legali, cercando e trovando atti e delibere che a suo dire lo scagionerebbero. La procura per lui aveva chiesto 6 anni e 6 mesi di reclusione. La sentenza arriva alla vigilia della visita a Bari del leader del Pdl Silvio Berlusconi per la campagna elettorale che vede l'ex ministro Fitto candidato alla Camera dei Deputati. I giudici della seconda sezione, presieduta da Luigi Forleo, si sono riuniti in camera di consiglio lunedì pomeriggio dopo le controrepliche dell'accusa e della difesa, interventi che hanno riguardato principalmente la posizione di Fitto e Angelucci. La corte (giudici a latere Clara Goffredo e Marco Galesi) ha trascorso una notte in albergo, per una riflessione ininterrotta e non semplice. Numerose le posizioni, i capi di imputazione, alcuni dei quali riguardano le società.

L'ex ministro è uno dei 30 imputati (ci sono anche 10 società, quasi tutte del gruppo Angelucci), 13 dei quali sono stati condannati a pene comprese tra un anno e quattro anni e sei mesi di reclusione, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Tra i nomi noti spicca quello di Giampaolo Angelucci, imprenditore nella sanità privata, editore e immobiliarista al quale i giudici hanno inflitto la pena di tre anni e sei mesi per corruzione e illecito finanziamento ai partiti. I fatti contestati si riferiscono al periodo 1999-2005, quando Fitto era presidente della Regione Puglia, e riguardano l'esistenza di un presunto accordo illecito finalizzato ad assicurare alla società “Fiorita” le concessioni di servizi di pulizia, sanificazione ed ausiliariato da parte di enti pubblici e di Asl pugliesi, e l'affidamento di un appalto da 198 milioni di euro per sette anni a una società di Angelucci per la gestione di 11 Residenze sanitarie assistite (Rsa). Per vincere questo appalto - secondo l'accusa - Angelucci versò al movimento politico creato da Fitto per le regionali dell'aprile 2005, "La Puglia prima di tutto", una tangente di 500.000 euro. Da qui anche l'accusa di illecito finanziamento ai partiti. Per questi fatti Angelucci, il 20 giugno 2006, fu posto agli arresti domiciliari per alcuni giorni; per Fitto, essendo frattanto divenuto parlamentare di Forza Italia, la magistratura barese chiese alla Camera l'autorizzazione a procedere all'arresto, richiesta che fu negata dall'Aula di Montecitorio. Gli altri reati contestati a Fitto sono il peculato (dal quale è stato assolto) per aver stanziato «per finalità private» 189.700 euro del fondo di rappresentanza del presidente della giunta regionale a favore di soggetti elencati in due determine dirigenziali; i due episodi di abuso d'ufficio fanno invece riferimento il primo (per il quale è stato assolto) alla proroga per 12 mesi di un appalto da 556.000 euro alla Asl di Lecce, il secondo (per il quale è stato condannato) al finanziamento di circa 30 milioni agli oratori cattolici. L'altro episodio di corruzione, per il quale i giudici hanno restituito per una nuova valutazione dei fatti gli atti alla procura, è contestato a Fitto in concorso con Paolo Pagliaro (candidato nel 2013 nelle liste del Mir alla Camera), editore dell'emittente pugliese Telerama, che in cambio dell'appoggio elettorale al presidente Fitto avrebbe ricevuto un appalto pubblicitario dalla Seap, la società pubblica che gestisce gli aeroporti pugliesi (ora Aeroporti di Puglia). Fitto e Angelucci sono stati anche interdetti per cinque anni dai pubblici uffici. Al gruppo Tosinvest della famiglia Angelucci sono stati confiscati beni per oltre 6 milioni di euro. Sanzioni pecunarie sono state disposte anche per le società del gruppo Angelucci, accusate di aver avuto un ruolo nella vicenda del pagamento della presunta tangente da 500mila euro: il Consorzio San Raffaele dovrà versare 210mila euro, 26mila ciascuna le altre sette società.

Cadute invece le accuse nei confronti dell’editore Paolo Pagliaro, coinvolto nelle intercettazioni telefoniche di Fitto. L’altro episodio di corruzione contestato a Fitto è infatti quello relativo alle presunte pressioni esercitate dall’esponente del Pdl perché Aeroporti di Puglia affidasse la trasmissione di alcuni spot pubblicitari all’emittente televisiva salentina Telerama di Paolo Pagliaro. Per il pm Pagliaro avrebbe orientato, a favore di Fitto e contro Vendola, i telegiornali e le trasmissioni politiche delle sue televisioni, in cambio di commesse pubblicitarie da parte di Fitto. “Mi contestano un reato di corruzione che consiste nell’aver ricevuto, esattamente come tutte le altre tv locali e i media del territorio, un contratto pubblicitario da Aeroporti di Puglia – commentò a caldo l’editore di Telerama - L’accusa è che TeleRama avesse ripreso e mandato in onda un confronto realizzato da La 7 per ricevere in cambio un vantaggio da Fitto sotto forma di contratto pubblicitario di Aeroporti di Puglia. E di quanto sarebbe questo vantaggio? Nella requisitoria, dopo aver parlato dell’appalto per le Rsa da oltre 130 milioni di euro e della tangente da 500.000 euro che sarebbe stata versata da Angelucci per vincerlo, il PM ha precisato ancora meglio le cifre di questa astronomica corruzione: TeleRama avrebbe ottenuto che il preventivo presentato fosse addirittura tagliato del 50 per cento, e non del 60 per cento come inizialmente previsto. Una differenza del 10 per cento, pari a circa 200 euro netti. Corruzione per un vantaggio da 200 euro pagato con regolare fattura e IVA al 20 per cento: ecco l’accusa, francamente ridicola, che mi viene rivolta! La verità è un’altra: quei contratti erano regolari, il confronto de La 7 non venne mai mandato in onda il nostro invece venne programmato spesso perché era un “colpo” giornalistico condotto secondo regole giornalistiche impeccabili, quelle telefonate erano le normali richieste di un imprenditore che chiedeva di non essere discriminato nel suo lavoro. Io non ho commesso alcun reato, sono innocente (anzi, innocentissimo!) e vittima di assurde congetture che si sono riaffacciate alla ribalta mediatica non sei mesi fa, in tempo per restituire onore e dignità a chi è coinvolto nel processo, ma nel giorno di presentazione delle liste che vedono candidato me e Raffaele Fitto. Spero che questo incubo finisca presto e che, una volta per tutte, emerga la verità, che possa restituire la credibilità minata in primis alla magistratura barese e al mondo della giustizia. Non permetto a nessuno di mettere in dubbio la mia onestà e infangare il mio onore: sono e sarò sempre un guerriero, forse scomodo ma onesto”, concluse Pagliaro.

E a quanto pare per l’editore di Telerama, l’incubo è davvero finito, spiega “Il Quotidiano Italiano”. E’ stato infatti disposto il trasferimento degli atti alla Procura per quanto riguarda questo episodio di corruzione contestato a Fitto e relativo alle presunte pressioni esercitate dall’esponente del Pdl perché Aeroporti di Puglia affidasse la trasmissione di alcuni spot pubblicitari all’emittente televisiva salentina Telerama di Paolo Pagliaro. La posizione di Pagliaro è stata stralciata perché durante il dibattimento è emersa una condotta diversa da quella contestata dall’accusa: «Finalmente è finito un incubo, la mia posizione è stata stralciata, sono cadute le accuse che mi erano state rivolte dai pm ….Ma, nonostante la soddisfazione per questo risultato, sono molto amareggiato per la condanna di Raffaele Fitto, ed ancor di più per come sia utilizzata la giustizia per finalità politiche…- commenta così Paolo Pagliaro sul suo profilo Facebook. Spiega ancora Paolo Pagliaro su “Il Quotidiano Italiano” - Caso Monte dei Paschi interessa solo i senesi e l’ex Banca Antonveneta? Io non credo e penso che anche la magistratura pugliese dovrebbe accendere un faro ed indagare sull’acquisto dell’ex Banca del Salento che, per ciò che sappiamo, ha avuto gli stessi connotati della vendita della banca Antonveneta. Oltre allo scandalo dei derivati, dei milioni di euro che noi italiani stiamo pagando per salvare l’Istituto senese vorremmo sapere: perchè il direttore generale di una Banca di provincia (De Bustis) assorbita dal colosso toscano diviene numero uno di questa? Sono esatti i calcoli effettuati dal Sole 24 Ore, che indica in 800 miliardi di vecchie lire il valore di Banca 121 al momento dell’acquisizione da parte di Mps che però pagò ben 2.400 miliardi? Perchè in un periodo ben preciso si ha un aumento di assunzioni presso la Monte dei Paschi su un territorio che vede impegnato, elettoralmente, un esponente di primo piano degli ex Ds? E’ vero che in occasione delle elezioni politiche suppletive del 1999 l’ex Presidente della Banca del Salento salì sul palco durante un comizio di un candidato Ds? Sono delle risposte che i tanti risparmiatori del Salento (Lecce, Brindisi e Taranto) vorrebbero per capire, ulteriormente, cosa c’è stato dietro l’acquisto della nostra ex Banca e dietro le accuse di varie procure d’Italia sui titoli della ex Banca 121: se quelle accuse fossero state infondate, quando mai su quei titoli si sarebbe registrata la disponibilità del rimborso da parte del Monte dei Paschi? Il vero problema del sistema bancario è il senso della totale impunità dei manager bancari, avvallato peraltro da governi, spesso troppi compiacenti, con la Casta di Banchieri». Conclude Paolo Pagliaro, Coord. Reg. Puglia MIR, Candidato alla Camera dei Deputati.

«Da oggi si è aperta in maniera ufficiale un'azione da parte della magistratura barese, che è entrata a piedi uniti in questa campagna elettorale. - A denunciarlo è l'ex ministro Raffaele Fitto, condannato per le tangenti di Angelucci. - Non c'era nessun bisogno di fare questa sentenza oggi - ha sottolineato -. Perché non è stata fatta il 28 di febbraio? E' una scelta politica precisa, quella di dare un'indicazione elettorale». Fitto attacca la magistratura barese e il collegio che lo ha giudicato. «Da oggi si è aperta un'azione della magistratura barese nei mie confronti - ha detto in conferenza stampa -, c'è stata un'entrata a piedi uniti dei giudici nella campagna elettorale. È stata fatta una scelta politica precisa da parte del collegio dei magistrati». Sui contenuti della vicenda l'ex ministro è stato chiaro: «Non ho preso alcuna tangente del cazzo, perché la gara era regolare e i commissari sono stati tutti assolti. Io non ho preso mai un euro, ho ricevuto un contributo regolare messo in bilancio dal mio partito e pagato con un bonifico». «Ho atteso per 28 ore la sentenza - ha attaccato Fitto - senza che nessuno ci comunicasse l'ora. Anche questo è stato un segno di inciviltà. Il mio futuro? Vadano avanti e sono più convinto di prima». Fitto, inoltre, si chiede il perché della «fortuna» di alcuni magistrati. «I pubblici ministeri che hanno indagato sul di me - ha concluso - sono stati tutti promossi e fatto carriere importanti, mentre quelli che hanno avuto la sfortuna di indagare sul governatore Nichi Vendola ora rischiano il trasferimento. Inoltre, il collegio sapeva che il 13 febbraio sarebbe arrivato a Bari Silvio Berlusconi. Coincidenza ha voluto che la sentenza sia stata emessa proprio nelle prime ore del 13. D'ora avanti mia sorella avrà un rapporto difficile con me perché non ha amicizie e non conosce alcun magistrato (il riferimento è alla vicenda Vendola-De Felice). «Leggo che io avrei preso una tangente, scusatemi una tangente del cazzo, io non ho preso nessuna tangente e non accetto che venga indicata in questo modo perchè una gara in questione è una gara regolare». Lo ha detto l'ex ministro degli Affari regionali, Raffaele Fitto, nel corso della conferenza stampa svoltasi a Bari il 13 febbraio 2013 dopo la sentenza di condanna a 4 anni di reclusione nell'ambito del processo denominato "La Fiorita". La seconda sezione penale, del Tribunale di Bari lo ha riconosciuto colpevole dei reati di corruzione, illecito finanziamento dei partiti e abuso d'ufficio. In particolare al centro dell'inchiesta c'era il presunto scambio tra un appalto vinto dal gruppo Angelucci per la gestione di 11 residenze sanitarie assistite nella Regione Puglia e un finanziamento che la stessa impresa che opera in ambito sanitario versò al movimento politico "La Puglia prima di tutto", fondato da Fitto in occasione delle elezioni regionali del 2005. Secondo il parlamentare del Pdl la sentenza di condanna contiene "un'offesa" nei suoi confronti. «Poi leggeremo le motivazioni - ha aggiunto - ma c'e' un presupposto e cioè che io sia scemo. Per questo sono profondamente arrabbiato». Fitto ha poi spiegato che «la gara in questione fu regolare perchè la pubblica accusa ha archiviato i componenti della commissione di gara. Questa è stata fatta da un dirigente con una determina dirigenziale. E lo stesso dirigente è stato assolto in via definitiva con sentenza passata in giudicato. Io - ha concluso - sono stato imputato anche per il reato di falso, collegato a questa corruzione, e sono stato assolto da questa imputazione. Ora – ha aggiunto – a fronte di una gara regolare sono state assegnate undici rsa al gruppo Angelucci, due delle quali sono state attivate con la forma del contratto dalla mia giunta, e nove attivate e inaugurate dalla giunta e dal presidente Vendola. In questa situazione vi è stato un finanziamento, non una tangente. Io non ho mai preso in euro. Io ho avuto come partito politico un contributo regolare, fatto con bonifico bancario». Per Fitto, l’accusa prevede che «io sia scemo e ritengo questa sentenza un atto di accusa nei miei confronti che chiarisce che sono deficiente, perchè prendo la tangente con bonifico bancario alla "Puglia prima di tutto" (partito fondato da Fitto), e non in una bella busta o valigetta a me personalmente». «La prendo – ha continuato – per un importo pari allo 0,25% dell’appalto. E la prendo sulla base di una gara regolare per avere un contributo che viene dichiarato pubblicamente con due dichiarazioni congiunte, della parte che lo eroga e della parte che lo riceve, iscritto nel bilancio della "Puglia prima di tutto", inviato alla Camera dei deputati che lo approva, e certificato dalla Corte dei conti». «Questa - ha concluso Fitto – è la tangente di cui stiamo parlando. Io, a chiunque si permette di dire che ho preso una tangente, gli faccio un servizio così. Mi sono seccato di questa cosa». Poi una stoccata: «Attendo di sapere perchè i giudici che indagano sul sottoscritto sono stati tutti promossi». «Uno – ha spiegato – è diventato assessore regionale (Lorenzo Nicastro), l’altro è diventato procuratore della Repubblica di Brindisi, l’altro è stato nominato componente del Csm, l’altro ha portato avanti l'indagine fino a oggi». «E perchè – ha chiesto Fitto – coloro i quali hanno avuto la sventura di indagare su Vendola sono stati tutti trasferiti o sono in via di trasferimento o isolamento all’interno della Procura?». «Attendo queste risposte – ha concluso – perchè se da un lato c'è da seguire l’iter del processo, dall’altro c'è da mettersi in campo per dimostrare con chiarezza che il rispetto per la magistratura, che io ancora oggi affermo con forza, non possa in alcun modo essere delegittimato da alcuni magistrati che sono organici fra loro e hanno intento di carattere politico». «Non ho creato problemi al processo, ma la tempistica avuta è poco nota a tutti gli italiani: 5 udienze a settimana, 10 e oltre al mese. Il collegio che ha pronunciato sentenza di condanna ha ritenuto opportuno procedere con udienze a ripetizione e che sono durate anche 10-12 ore. Quanti processi potrebbero trovare soluzione con questa velocità. Non dirò nulla di ironico. Al collegio avevamo chiesto il rinvio dell’udienza dell’11 febbraio perché Silvio Berlusconi doveva essere a Bari. Il collegio ha detto di no e il presidente mi ha dato un’altra data. Il collegio sapeva che il 13 ci sarebbe stato Berlusconi a Bari. Mentre presentavo le liste al Tribunale il pubblico ministero richiedeva la mia condanna: per quale ragione il collegio ha fatto queste cose, disattendendo le indicazioni del CSM? Raffaele Fitto contesta anche la diversità di trattamento, prendendo come processo di paragone quello relativo alla Missione Arcobaleno, con quattro udienze fino al 13 febbraio 2013: del 5 marzo 2009; poi 3 udienze nel 2011, a febbraio, a maggio e a novembre ed un rinvio al 17 maggio 2012 dove verrà proclamata la prescrizione. Io chiedo perché al presidente Forleo, alla consigliera Goffredo, che compongono lo stesso collegio: io ho avuto 70 udienze in un anno e per il processo Arcobaleno quattro in due anni. Il leader del Pdl in Puglia poi fa una riflessione nel merito del processo, considerando che i reati per i quali è stato condannato i dirigenti regionali e finanche monsignor Cosmo Francesco Ruppi hanno visto le loro posizioni o archiviate o assolte. Sulla questione del finanziamento agli oratori Fitto ricorda che tutto iniziò come iniziativa politica degli esponenti del centrosinistra in Regione Puglia, ripresa dai giornali e poi da un magistrato, diventato poi assessore regionale all’Ambiente con Nichi Vendola: “Io come devo leggere tutte queste cose insieme? Mia sorella non esce con nessun magistrato, io con lei avrò un rapporto complicato. Chi ha assolto il presidente Vendola è amica della sorella del presidente. Il presupposto: che io sia scemo. Leggo che io avrei preso una tangente, tangente del cazzo. C’è stata una gara regolare per l’apertura di 11 RSA e io non ho mai preso un euro, la Puglia Prima di Tutto ha avuto un bonifico. Le tangenti si prendono con bonifico? Fino ad oggi ho fatto l’imputato modello, ma non c’era nessuno bisogno, c’era la volontà precisa di un collegio della magistratura di entrare nella campagna elettorale. Sto ricevendo migliaia di attestazioni di stima, mobilitiamoci, lo faccio con la schiena dritta. C’è stata una dimostrazione di inciviltà, con la volontà di entrare a piedi uniti nella campagna elettorale in una regione come la Puglia che vede tendenzialmente il centrodestra in recupero. Attendo le risposte a tutti i miei quesiti anche dal presidente del tribunale Savino. Perché i giudici che indagano su di me vengono promossi o diventano assessori e chi indaga su Vendola viene trasferito? Io ho rispetto per la magistratura, ma è delegittimata da alcuni».

Ricordiamo il processo "Arcobaleno". Dopo oltre 12 anni dagli arresti si è concluso, con la dichiarazione di non luogo a procedere per avvenuta prescrizione di tutti reati, il processo sulla gestione della «Missione Arcobaleno», l'operazione umanitaria voluta nel 1999 dal governo D'Alema in Albania per sostenere i kosovari in fuga dalla loro terra bombardata dalla Nato in conseguenza dell'intervento contro la Serbia, scrive “Il Corriere della Sera”.  Lo ha deciso il tribunale di Bari su richiesta della procura che nel novembre scorso, d'accordo con i difensori dei 17 imputati, aveva chiesto ai giudici della seconda sezione un rinvio preliminare ai fini di una declaratoria predibattimentale della prescrizione di tutti i reati, l'ultimo dei quali si è «estinto» il 28 aprile scorso. Il processo - cominciato il 10 febbraio 2011 - non è quindi mai andato oltre le questioni preliminari anche perchè vi era un lasso di tempo troppo breve per istruire un dibattimento che contava 17 imputati e oltre 100 testimoni. I giudici hanno dichiarato anche l'estinzione della misura cautelare a carico dell'albergatore albanese Ramhi Isufi per il reato di peculato aggravato. Isufi era sfuggito nel 2000 alla cattura e da allora era latitante. Secondo l'accusa, gli italiani avrebbero aiutato l'albanese ad impossessarsi di centinaia di quintali di pasta e prodotti alimentari vari destinati ai fuggiaschi. Il 20 gennaio del 2000 furono invece arrestati: Massimo Simonelli (dipendente della Protezione civile e capo della missione italiana), Luciano Tenaglia, capo del campo profughi di Valona, Silvia Lucatelli e Alessandro Mobobno, dipendente e volontario della Protezione civile. Tutti erano accusati di occultamento, falso, uso distorto di atto pubblico. Tra i 17 imputati a processo l'ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Franco Barberi, all'epoca dei fatti capo dipartimento della Protezione civile. Barberi era accusato di associazione per delinquere assieme al suo segretario Roberto Giarola, a Simonelli, Tenaglia, Mobono, Emanuele Rimini, Luca Provolo e Antonio Verrico. Nei loro confronti si erano costituiti parte civile Palazzo Chigi e il Viminale, che non saranno risarciti. L'accusa era oggi rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Pasquale Drago, che ha ereditato il fascicolo istruito da Michele Emiliano (poi sindaco di centrosinistra di Bari) e passato, dopo l'avviso di conclusione delle indagini preliminari, al pm Marco Dinapoli (poi procuratore di Brindisi). Dal 5 febbraio 2009, data prevista per l'inizio del processo, il collegio dei giudici è cambiato quattro volte e la prima udienza è stata rinviata sette volte in due anni.

Ed a proposito delle punizioni. La prima commissione del Csm ha ascoltato i pm della Procura di Bari Desirèe Digeronimo e Francesco Bretone, il procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno e il giudice Antonio Diella, presidente aggiunto dell’ufficio gip-gup del Tribunale di Bari. Palazzo dei Marescialli sta verificando se sussistano i presupposti per un trasferimento d’ufficio per incompatibilità del pm di Bari Digeronimo, che insieme al collega Bretone e all’aggiunto Bruno rappresentava l'accusa nel processo contro il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. A sollecitare la pratica sul magistrato barese erano stati i togati di Area, dopo che il pm Digeronimo aveva, assieme al collega Francesco Bretone, inviato al pg, al procuratore capo e a uno degli aggiunti di Bari un esposto sul giudice Susanna De Felice, che ha assolto Vendola. Nell’esposto i due pm di Bari rilevavano che il giudice De Felice è amica della sorella di Vendola. Il giudice aveva già sollevato la questione al suo superiore Diella, che non aveva ritenuto di sostituirla nella trattazione del processo. Il Csm sta ascoltando i magistrati baresi nell’ambito di una fase preliminare all’eventuale apertura di un procedimento per trasferimento d’ufficio.

Dopo le polemiche e l’apertura di una inchiesta da parte della Procura di Lecce, adesso è la prima commissione del Consiglio superiore della Magistratura ad occuparsi della sentenza di assoluzione di Nichi Vendola e della presunta amicizia - sostenuta in un documento dai pubblici ministeri Desirée Digeronimo e Francesco Bretone - tra la sorella del governatore pugliese, Patrizia Vendola e la giudice Susanna De Felice che pronunciò quella sentenza, scrive Vincenzo Damiani su “Il Corriere della Sera”.  Infatti, sono stati ascoltati a Roma il capo dell’ufficio gip-gup, Antonio Diella, il procuratore aggiunto Giorgio Lino Bruno e Digeronimo e Bretone. Massimo riserbo su cosa sia stato riferito dai quattro magistrati ai componenti della prima commissione del Csm. A chiedere di avviare una pratica su Digeronimo per verificare se esistano i presupposti per un trasferimento per incompatibilità ambientale erano stati due componenti togati del Csm appartenenti alla corrente Area. Al centro delle audizioni e della nuova querelle c’è la lettera riservata con la quale Digeronimo e Bretone, lo scorso novembre, all’indomani dell’assoluzione del governatore Vendola dall’accusa di abuso d’ufficio, manifestarono dubbi sull’imparzialità della giudice per la sua presunta amicizia con Patrizia Vendola.

Ricostruiamo la vicenda. Il 31 ottobre 2012, la giudice De Felice assolse il presidente della Regione Puglia e Lea Cosentino, ex direttore generale dell’Asl Bari. Qualche giorno dopo, i due pubblici ministeri titolari dell’indagine inviarono una lettera al procuratore generale, Antonio Pizzi, al procuratore di Bari, Antonio Laudati e per conoscenza all’aggiunto Giorgio Lino Bruno con la quale i due magistrati segnalavano un’amicizia tra la giudice che si era occupato del caso e la sorella del governatore. Secondo Bretone e Digeronimo, le due donne sarebbero legate da «un’amicizia diretta» e da «frequentazione di amici in comune». Per questo motivo, a loro dire la giudice si sarebbe dovuta astenere dal processo. I due pubblici ministeri motivarono la scelta di scrivere e trasmettere la lettera «in modo da consentire di attivare, ove lo ritengano, i poteri loro attribuiti di vigilanza e controllo». I magistrati baresi spiegarono anche di aver sollevato il caso dopo l’assoluzione perché, sostenevano, soltanto dopo il processo avrebbero avuto contezza che l’amicizia tra il giudice e la sorella di Vendola fosse cosa nota a Bari.

La voce di una presunta conoscenza tra le due donne, però, pare girasse da diverso tempo nei corridoi della Procura, tanto che lo scorso settembre, un mese prima della sentenza, era stata la stessa De Felice a prendere carta e penna per fare presente al capo del suo ufficio, Antonio Diella, di conoscere la sorella del governatore. Non di esserle amica, ma di averla incontrata a un paio di cene una delle quali proprio in casa di Digeronimo. La lettera dei due pubblici ministeri sollevò un polverone: il procuratore generale Pizzi avviò gli accertamenti e ascoltò i capi degli uffici, predisponendo una relazione finale che dovrebbe essere già stata trasmessa a Lecce e, probabilmente, a Roma, proprio al Consiglio superiore della magistratura.

Il magistrato denunciata dalle colleghe: «Non doveva giudicare Nichi», scrive Gian Marco Chiocci  su “Il Giornale”. Il giudice che ha assolto Nichi Vendola per la storiaccia del concorso da primario all'ospedale di Bari finisce sotto inchiesta. Al gip Susanna De Felice è dedicato un fascicolo ad hoc aperto a Lecce, non si sa se d'ufficio o dopo la denuncia dei pm titolari dell'inchiesta su Nichi che avevano (invano) chiesto il rinvio a giudizio per il leader di Sel, e in subordine s'erano affrettati a denunciare che lo stesso gip si sarebbe dovuto astenere perché amico della sorella dell'indagato eccellente e sempre a loro dire in rapporti pure con l'ex pm e senatore Pd Carofiglio, marito della pm barese Pirrelli. L'indagine sulla gip è emersa per caso, con un appunto del procuratore Cataldo Motta scritto in calce all'avviso di chiusura indagini inviato ai due protagonisti della guerra alla procura di Bari: il capo Laudati e l'ex aggiunto Scelsi. E si rifà a una lettera, depositata a Lecce dalla pm Digeronimo, nella quale spiega che per ovvii motivi insieme al collega Bretone si asterrà dalle indagini su tre filoni di sanità (in uno dei quali è indagato ancora il governatore). Proprio questa lettera, scrive a mano il procuratore Motta, va allegata al fascicolo intestato «contro De Felice Susanna», il gip di Vendola, amica della sorella di Nichi. Proprio in quest'inchiesta avviata dai pm di Lecce è stata interrogata come persona informata sui fatti anche Patrizia Vendola. Oggetto le accuse, nemmeno tanto velate, dei pm Digeronimo e Bretone che al procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, nero su bianco l'avevano messa così: «Già prima del processo eravamo a conoscenza che la dottoressa De Felice fosse amica della sorella di Vendola. Le lega un'amicizia diretta e amici comuni come il senatore Gianrico Carofiglio e la moglie dottoressa Pirrelli, sostituto di questo ufficio, entrambi amici stretti di Patrizia Vendola» come peraltro confermato da Carofiglio in un'intervista a Repubblica il 3 aprile 2009. Nel carteggio a Laudati i pm baresi spiegano di non aver ricusato formalmente il gip per il troppo rispetto che nutrivano nei suoi confronti. Senonché, dopo le uscite di Vendola che annunciava urbi et orbi che si sarebbe dimesso in caso di condanna («Questo comportamento ha costituito a nostro giudizio un'indebita pressione su un giudice che in caso di condanna avrebbe determinato l'uscita dalla scena politica del fratello della sua amica») molti colleghi di Bretone e Digeronimo, alla luce dell'assoluzione, «ci hanno chiesto come fosse stato possibile che a giudicare il governatore fosse stata un'amica della sorella di Vendola». Il gip, in una contro-nota all'aggiunto Divella, a fronte di voce che le arrivavano all'orecchio a proposito di un'amicizia con Patrizia Vendola specificava di non essere amica della sorella di Nichi ma di averla conosciuta proprio a casa della sua accusatrice, la Digeronimo. E quest'ultima ha sentito il bisogno di precisare al procuratore di Lecce che dal 2009 non intrattiene più alcun rapporto con la sorella di Nichi e con i coniugi Carofiglio «all'epoca miei amici», e che soprattutto «non ho mai avuto rapporti di frequentazione diretta con la collega Susanna De Felice».

Patrizia Vendola, sorella di Nichi, è stata sentita dai giudici in merito alla sua amicizia con Susanna De Felice, il giudice che nell’ottobre 2012 ha assolto il governatore pugliese dall’accusa di concorso in abuso d’ufficio. A rivelarlo è un articolo del settimanale Panorama, che racconta il giro di frequentazioni della sorella del leader di Sel, vicina a molti magistrati della procura di Bari, che poi ha assolto il governatore. Vendola, dal canto suo, smentisce e querela il settimanale della Mondadori. Ma vediamo i fatti. Il 31 ottobre dello scorso anno Nichi Vendola viene assolto con formula piena dal tribunale di Bari «perché il fatto non sussiste» dall’accusa di abuso d’ufficio in merito alla nomina di un primario dell’ospedale San Paolo. A puntare il dito contro il governatore era stata un’ex dirigente dell’Asl del capoluogo pugliese, Lea Cosentino, a suo tempo sollevata dal suo incarico proprio da Vendola. La richiesta dell’accusa nei confronti di Nichi è pesante: 20 mesi di reclusione. Vendola, che ha appena dato vita all’alleanza di centrosinistra insieme al Pd, però afferma con forza la sua innocenza: «Se verrò condannato, lascerò la politica», disse Nichi, prima di essere assolto. A dicembre, però, il procuratore di Lecce, Cataldo Motta, apre un fascicolo proprio sulla De Felice, il giudice che ha assolto il governatore. Lo spunto arriva proprio dai due pm che hanno indagato Vendola: Desirèe Di Geronimo e Francesco Bertone. La Di Geronimo, tra l’altro, è stata per anni anche lei molto amica della sorella del governatore, come testimoniano alcune immagini su Facebook. E il 31 gennaio Patrizia Vendola viene convocata in procura per dare spiegazioni sulla sua amicizia con la De Felice. Quello che vogliono capire è se tra le due donne, la sorella di Vendola e il giudice, esistesse un’amicizia che possa gettare ombre sulla sentenza di assoluzione del governatore. E davanti ai pm la sorella dei Vendola avrebbe ammesso la conoscenza con la De Felice, specialmente nel periodo dal 2004 al 2009, in seguito alle frequentazioni con Carofiglio e sua moglie, Francesca Pirrelli, altra pm del capoluogo pugliese. «Ho condiviso amici e feste con De Felice per diversi anni, con una cadenza di circa una volta al mese, fino al 2009. Dopo ci saremmo viste cinque o sei volte, non di più», ha detto Patrizia Vendola ai magistrati. Insomma, la frequentazione c’era, anche con il compagno della De Felice, il magistrato Achille Bianchi, anch’egli amico di Carofiglio e della moglie. Nulla di male, per carità. Il problema, però, si pone se si viene a scoprire che un giudice che assolve una determinata persona è amica di colui che ha assolto o di un suo stretto familiare. E nell’inchiesta sarebbero saltate fuori anche delle fotografie che ritraggono allo stesso tavolo Vendola e, appunto, De Felice. «E’ possibile, ma si tratta di occasioni o episodi avvenuti molto tempo prima il processo nei confronti di mio fratello», ha spiegato la sorella di Vendola ai pm. Un intreccio che rischia di gettare un’ombra di sospetto sull’assoluzione del governatore pugliese impegnato nella campagna elettorale per le Politiche al fianco di Pier Luigi Bersani. Ma Vendola fermamente smentisce e querela Panorama. «Ho dato mandato ai miei legali di sporgere denuncia nei confronti del settimanale Panorama, per il piccolo concentrato di fango, con cui, in linea con l'informazione berlusconiana, ha inteso colpirmi», afferma il governatore, annunciando il ricorso alle vie legali.

“E' mai stata a casa della dottoressa Susanna De Felice?”. Intorno a questa domanda riportata da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, si è svolto l’interrogatorio di Patrizia Vendola, sorella del governatore pugliese Nichi, ascoltata come persona informata dei fatti il 31 gennaio scorso dal procuratore di Lecce Cataldo Motta. E’ una delle informazioni pubblicate da Panorama da domani 14 febbraio in edicola, che alla vicenda ha dedicato un’inchiesta. La donna – informa una nota di Panorama – è stata sentita dopo che il giudice De Felice il 31 ottobre 2012, aveva assolto Nichi Vendola da un’accusa di abuso di ufficio; e soprattutto dopo che i pm Francesco Bretone e Desirèe Di Geronimo, titolari del procedimento, avevano protestato con i loro superiori contestando i rapporti tra Patrizia Vendola e De Felice, anche grazie alla comune amicizia con Gianrico Carofiglio ex pm barese e parlamentare Pd, e con sua moglie Francesca Pirrelli, magistrato della stessa procura. Secondo Panorama, nell’interrogatorio Patrizia Vendola “ha così quantificato gli incontri conviviali con De Felice a partire dal 2004: Ho condiviso amici e feste con lei per diversi anni, con una cadenza di circa un incontro al mese sino al 2009; da allora, dopo che è mancato mio padre, ci saremo viste cinque o sei volte, non di più. In tutto fa oltre cinquanta occasioni”. Patrizia Vendola ha comunque negato di essere mai stata a casa del giudice De Felice (su cui Motta ha aperto un fascicolo). “Anche se da qualche anno ho improvvisi vuoti di memoria e per questo sono andata anche da un neurologo. A Bari, in questi giorni, – è detto nella nota di Panorama – si vocifera pure di foto che ritrarrebbero a una festa e allo stesso tavolo Nichi Vendola e il giudice De Felice”. Intervistata da Panorama, Patrizia Vendola non lo esclude “ed elenca le occasioni in cui i due potrebbero essersi ritrovati insieme: Forse alla festa per i miei 40 anni, in una discoteca di Bisceglie del 2005. Oppure ai festeggiamenti per i miei 42 anni e mezzo in una masseria di Monopoli”.

E non solo: Escort, caso Laudati al Csm, rischia il trasferimento d'ufficio. La Prima Commissione avvia a maggioranza assoluta la procedura dopo che i pm di Lecce lo hanno accusato di aver aiutato Tarantini a eludere le indagini sulle ragazze portate nelle residenze di Berlusconi, scrive “La Repubblica”. Rischia il trasferimento d'ufficio per incompatibilità il procuratore di Bari Antonio Laudati, accusato dai pm di Lecce di aver aiutato Silvio Berlusconi e l'imprenditore barese Paolo Tarantini a eludere le indagini sulle escort. A quanto si è appreso la Prima Commissione del Csm gli ha aperto a maggioranza la relativa procedura. Cinque i voti a favore dell'apertura della procedura, contrario solo il laico del Pdl Nicolò Zanon. Poco più di un anno fa il Csm aveva archiviato l'esposto del pm barese Pino Scelsi che accusava Laudati di aver rallentato la sua inchiesta sulle escort portate nelle residenze di Silvio Berlusconi, quando era a capo del governo, e di aver affidato a una "aliquota" Gdf un'indagine parallela per controllare il lavoro dei sostituti. Ma quel fascicolo è stato riaperto nel novembre a seguito degli sviluppi dell'inchiesta di Lecce, che vede Laudati accusato di favoreggiamento di Berlusconi e Tarantini, e di abuso d'ufficio per aver indagato illecitamente due pm del suo stesso ufficio, Scelsi e Desirè Digeronimo. In questi mesi la Commissione ha compiuto una sorta di pre-istruttoria, ascoltando il procuratore generale di Bari Pizzi e i pm Pasquale Drago, Anna Maria Tosto e Giorgio Lino Bruno. Ora però partirà l'indagine vera e propria, il cui primo atto sarà la convocazione di Laudati perchè possa difendersi, anche con l'assistenza di un collega o di un avvocato, dalle contestazioni che gli vengono mosse. Solo al termine degli accertamenti che saranno ritenuti necessari la Commissione deciderà se proporre al plenum il trasferimento del procuratore o una nuova archiviazione.

«Alquanto curiosa e preoccupante è la decisione della Prima commissione del Csm di aprire a distanza di tempo una pratica per incompatibilità ambientale del Procuratore di Bari su fatti già noti ed ampiamente chiariti dall'interessato ed archiviati sia dal Csm che dall'Ispettorato del Ministero della Giustizia che ne ha approvato pienamente il lavoro. Non se ne comprendono i motivi e questa iniziativa non convince per le modalità e per i tempi. - Lo dichiara il segretario di Magistratura indipendente, Cosimo Ferri. Il Csm, sottolinea Ferri, - non fa autocritica su come avvengono le nomine dei capi d'ufficio, questione su cui sono stati richiamati anche recentemente dal Presidente della Repubblica, si attiva invece per aprire una pratica di trasferimento per un Procuratore che ha riorganizzato un ufficio importante e delicato raggiungendo risultati eccellenti.»

Laudati, l'atto d'accusa di Lecce: "Favorì Tarantini e Berlusconi". Oltre tremila pagine che fanno tremare la procura di Bari. Ieri a Lecce sono stati depositati gli atti allegati all’inchiesta che coinvolge il procuratore capo di Bari e il pm Giuseppe Scelsi. La relazione choc degli ispettori: in procura guerra di veleni, scrive Giuliano Foschini su “La Repubblica”. Gli atti della procura di Napoli, i verbali dei magistrati che secondo il procuratore Cataldo Motta inchiodano Laudati come "favoreggiatore " di Tarantini e Berlusconi. Gli ispettori che, a differenza dei magistrati di Lecce, salvano il procuratore e dicono che se un ritardo nelle indagini c'era stato, la colpa era proprio di Scelsi che le stava conducendo male. La Digeronimo che secondo gli ispettori avrebbe dovuto astenersi. Una brutta storia raccontata analiticamente nelle 3.386 pagine depositate ieri dalla procura di Lecce negli atti allegati all'inchiesta che coinvolge Laudati e Scelsi. E che sta facendo tremare (più ancora delle fondamenta ballerine) il palazzo di giustizia di Bari. La procura di Lecce ha pochi dubbi: l'atteggiamento di Laudati è stato sin dall'inizio indirizzato a salvaguardare dall'inchiesta su Tarantini l'allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Per motivarlo, utilizzano i verbali dei partecipanti alla riunione di luglio (prima dell'insediamento ufficiale di Laudati) quando sia Scelsi sia il finanziere Paglino raccontano che Laudati, in missione per conto di Alfano, avrebbe chiesto e ottenuto di bloccare l'inchiesta fino al suo arrivo a settembre. Un passo questo, dice Lecce, che avrebbe minato definitivamente la bontà dell'inchiesta visto che le escort interrogate a settembre (e non a Luglio come la D'Addario & co.) hanno "salvato" Berlusconi forse perché indottrinate dagli avvocati vicini all'allora premier. Il presidente del consiglio - annota Lecce - godeva di una struttura in grado di avvicinare indagati e testimoni, come hanno fatto con Tarantini, la cui difesa è stata in un certo senso commissariata proprio da Berlusconi. Le intercettazioni telefoniche (nelle quali si parla indirettamente del procuratore di Bari) dimostrerebbero inoltre, secondo Motta, come alcuni dei legali di Tarantini avessero rapporti che andavano oltre la normale collaborazione con un procuratore con Laudati. E a riprova che Laudati sapeva che la riunione di luglio fosse da temere, avrebbe informato preventivamente della cosa i pm (Iodice e Dentamaro, che lo hanno raccontato a verbale) che avevano disposto l'arresto di Paglino. Su questo punto però, la procura di Lecce è arrivata a conclusioni diversi rispetto agli ispettori del ministero che invece avevano archiviato l'archiviazione di Laudati disponendo la denuncia invece sia per Scelsi sia per la Digeronimo. Scelsi accusava Laudati di aver rallentato le indagini su Tarantini? "Il quadro che emerge circa lo stato dei procedimenti a carico di Tarantini all'atto dell'insediamento di Laudati è quello di una attività di indagine ancora tutta da sviluppare, con circa 150mila intercettazioni svolte e non trascritte, nonché una massiccia acquisizione documentale, disposta a seguito di attività di perquisizione e sequestro, non ancora compiutamente esaminata e riscontrata. Ovvero, in buona sostanza, emerge documentalmente che se inerzia e incongruità vi furono avvennero prima della formazione dei gruppi e pertanto paradossalmente, sono ascrivibili proprio al denunziante Scelsi. Peraltro, a riscontro dell'efficienza ed assiduità del magistrato deve, altresì, evidenziarsi la circostanza della enorme quantità di atti relativi alle indagini in argomento rinvenuti, ammassati alla rinfusa, all'atto del suo trasferimento in Procura Generale, nel giugno 2011". La squadretta? "Era un semplice potenziamento della polizia giudiziaria a cui erano state delegate le indagini e alla analisi del materiale probatorio acquisito per consentire un efficace coordinamento tra tutti i filoni di indagine ". Scelsi è indagato per abuso di ufficio per aver intercettato abusivamente la dottoressa Paola D'Aprile, che aveva la sola colpa di essere amico del sostituto procuratore Digeronimo: secondo la procura di Lecce, Scelsi temeva che la collega le "scippasse" l'inchiesta e voleva dimostrare l'incompatibilità della collega. La D'Aprile era infatti amica di Lea Cosentino, indagata nell'inchiesta Digeronimo. Secondo gli ispettori, Scelsi ha commesso un abuso. Ma la Digeronimo (archiviata a Lecce) avrebbe dovuto astenersi da quel fascicolo. Per spiegare il perché, utilizzano il verbale dello stesso pm. "Paola D'Aprile - si legge - è mia amica da tempo (...) Sapendo che era amica della Cosentino, mia indagata nel procedimento Tedesco, ho colto l'occasione in cui si parlava con il collega Scelsi, con il quale avevo un rapporto di amicizia e confidenza, delle indagini sulla sanità per invitarlo, nel caso fosse emerso un qualche coinvolgimento della, di avvisarmi tempestivamente al solo fine di prendere le distanze e di non frequentarla più. Scelsi mi rassicurò e mi disse di non preoccuparmi assolutamente ". Poco dopo, Scelsi intercettò il telefono della D'Aprile. E registrò alcune telefonate tra lei e l'amica. "A novembre - racconta sempre la Digeronimo - dopo una cena a cui ero stata invitata dal Procuratore, Laudati in separata sede mi fece ascoltare la registrazione di una conversazione intercorsa tra me e la D'Aprile e mi chiese di chiarire alcune circostanze rilevabili dal colloquio ". Agli atti di Scelsi finisce poi un messaggio della D'Aprile alla Cosentino dal testo: "non ho finito, sto lavorando per te. Tutto ok", inviato un'ora dopo che la stessa D'aprile era salita a casa della Digeronimo. "Ma io - ha spiegato la pm - non ho mai parlato con la D'Aprile di attività investigative, tantomeno sulla Cosentino". "In occasione dell'arresto della Cosentino - segnalano però gli ispettori - la dottoressa Digeronimo non ha esitato a incontrare la D'Aprile premurandosi di prendere l'iniziativa di contattarla e, sentendola in lacrime, di invitarla nel proprio ufficio peraltro invitandola a non dichiararlo al piantone". Un elemento che, insieme agli altri, farebbe secondo gli ispettori "sussistere i presupposti perché il magistrato facesse formale istanza di astensione in quanto si era manifestata una situazione obiettivamente suscettibile di far ipotizzare che la condotta funzionale potesse essere ispirata al perseguimento di fini diversi da quelli istituzionali".

GUAI A FARE SCOOP SULLE NEFANDEZZE DEI GIUDICI.

Fa uno scoop sui giudici: indagato e perquisito per ore. Il cronista di Repubblica si era occupato della lettera dei pm scritta ai superiori. Accusato di ricettazione scrive Massimo Malpica su “Il Giornale”. Quelli in toga litigano, e chi dà le notizie si ritrova indagato e perquisito. Stavolta succede a Bari, dove la polizia venerdì sera ha bussato alla redazione locale di Repubblica e a casa di un redattore del quotidiano, Giuliano Foschini, «reo» di aver rivelato il contenuto di una lettera scritta da due pm baresi alla stessa procura per chiedere lumi sul perché il gip che a fine ottobre ha assolto Vendola, Susanna De Felice, non si sia astenuta, visto che sarebbe amica della sorella del governatore, Patrizia. La storia è vera, la lettera c'è e denuncia esattamente quello che Repubblica, e altri quotidiani tra cui questo, hanno scritto. Però mentre i veleni spaccano la procura, il primo a intossicarsi è il malcapitato Foschini, che adesso è iscritto nel registro degli indagati della procura di Lecce (che si occupa della vicenda) addirittura per ricettazione, e l'altra sera s'è sorbito a domicilio lo spiacevolissimo rito del setaccio di armadi, cassetti e computer da parte dei poliziotti. Proprio l'ipotesi di reato è il dettaglio più odioso dell'intera vicenda, e fa pensare a scenari di vendetta più che di giustizia. Invece di capire in che modo, e grazie a chi, il contenuto di quella missiva - vera, val la pena di ribadire - è finito fuori dalla procura, ci si accanisce su chi di quella lettera è venuto a conoscenza, e che poi ha fatto nient'altro che il proprio dovere: raccontare un fatto che aveva tutti i crismi della notizia. Una notizia, appunto, non un'autoradio rubata. Anche se di fronte alla possibilità per i giornalisti di opporre il segreto professionale e tutelare le fonti, e in mancanza di qualsiasi elemento anche lontanamente diffamatorio (reato per il quale come è noto il Senato ha ora reintrodotto l'arresto), qualcuno avrà pensato che dare del ricettatore (di notizie) a un cronista era un'ideona, abbassando ancora un po' l'asticella del sistema giustizia nel nostro Paese. Un giornalista che dà conto di un documento ufficiale dal quale emergono con chiarezza le spaccature interne a una procura, ovviamente, non sta ricettando proprio niente. Semmai sta solo alzando meritoriamente il tappeto sotto al quale qualcun altro ha nascosto la polvere. Sta solo informando. Indagarlo per questo, accusandolo per di più di ricettazione, sembra una reazione muscolare e invasiva, un tentativo nemmeno velato di intimidire, lasciando lo spazio aperto ad altri metodi di indagine, intercettazioni comprese, in grado di disarmare una penna. Un dubbio sollevato anche dal segretario della Fnsi, Franco Siddi, che si dice «interdetto», e ricorda come un cronista abbia «il dovere del segreto professionale e di rendere noto ai cittadini le notizie di pubblico interesse»: «Immaginare che un giornalista possa essere messo sotto inchiesta per ricettazione - aggiunge Siddi - è un'operazione che, ancorché proceduralmente legittima, appare impropria e incomprensibile». Anche perché, conclude il segretario Fnsi, «i cittadini debbono sapere che in casi del genere l'indagato può essere messo anche sotto intercettazione e, nel caso del giornalista, vulnerato nelle sue fonti». Duro anche il commento del presidente dell'assostampa pugliese Raffaele Lorusso, che quanto alla ricettazione parla di «situazione inquietante e intollerabile»: «L'approccio nei confronti dei giornalisti da parte una certa magistratura inquirente non può non destare preoccupazione perché le passerelle delle forze di polizia nelle redazioni nascondono sempre il tentativo di mettere il bavaglio alla stampa».

Secondo “La Gazzetta del Mezzogiorno” Il pretesto è una indagine aperta a tempo di record con le ipotesi di violazione della corrispondenza e rivelazione di segreto. Ma è un modo per individuare chi ha passato alla stampa la lettera in cui i pm Francesco Bretone e Desiree Digeronimo hanno formulato accuse al giudice che ha assolto Vendola. I veleni della procura di Bari non si fermano, e stavolta ci vanno di mezzo i giornalisti: venerdì sera, su ordine del procuratore di Lecce, Cataldo Motta, la polizia ha perquisito per alcune ore Giuliano Foschini, di «Repubblica», che per aver pubblicato quella lettera dovrà rispondere di ricettazione.

Un pretesto, appunto. A sporgere querela a Lecce è stato Bretone: dopo la pubblicazione della lettera sono piovute le critiche degli altri pm baresi, del presidente del Tribunale, della Anm e della camera penale. Nella missiva, datata 8 novembre, Bretone e Digeronimo sollevavano dubbi sull'imparzialità del giudice Susanna De Felice, che essendo amica della sorella di Vendola avrebbe dovuto astenersi nel processo per abuso d’ufficio contro il governatore concluso con l’assoluzione. I due pm avevano scritto al pg Antonio Pizzi, al procuratore Antonio Laudati e all’aggiunto Giorgio Lino Bruno. La perquisizione a Foschini, svolta - dice il giornalista - «con estrema cortesia», si è conclusa con esito negativo. L’atto - spiega il decreto firmato da Motta - era «necessario a fini probatori e per tentare di identificare da quale originale sia stata estratta ed eventualmente sottoporla ad accertamenti tecnici che consentano di ricondurla ad uno dei tre originali». Va sottolineato che al giornalista non è contestato il furto e che la lettera aveva tra i destinatari solo tre magistrati: ecco perché anche questo episodio va ascritto alla guerra interna al palazzo di giustizia barese, che vede il procuratore Laudati indagato a Lecce e la Digeronimo parte offesa. Mercoledì 14 novenbre 2012 la missiva non è stata pubblicata solo da «Repubblica». Ma Foschini (secondo la denuncia) aveva telefonato a Bretone informandolo «di essere in possesso» della missiva e chiedendogli un commento: da qui l’accusa di ricettazione, che consente ai magistrati di effettuare intercettazioni per tentare di scoprire le eventuali fonti.

E’ la stessa “La Repubblica” a parlarne. Perquisizioni sono state compiute dalla polizia, nella tarda serata di venerdì, nella redazione barese di Repubblica e nell'abitazione del cronista giudiziario Giuliano Foschini, indagato per ricettazione dalla Procura di Lecce in relazione ad articoli sui 'veleni' al palazzo di giustizia di Bari. Ne dà notizia il presidente dell'Assostampa di Puglia, Raffaele Lorusso. L'inchiesta è stata aperta dopo una denuncia presentata dal pm Francesco Bretone che assieme alla collega Desirèe Digeronimo, aveva scritto la lettera contenente le accuse mosse dai due pm al gup di Bari che ha assolto il governatore pugliese, Nichi Vendola, dall'accusa di abuso d'ufficio, sostenendo che il giudice è amico della sorella del leader di Sel. La perquisizione è avvenuta nell'ambito della massima correttezza da parte degli agenti e con la totale collaborazione del cronista. L'Associazione della Stampa di Puglia esprime "sconcerto e preoccupazione per la decisione della Procura della Repubblica di Lecce di sottoporre a perquisizione il collega Giuliano Foschini, giornalista di Repubblica". Lo afferma in una nota il presidente, Raffaele Lorusso. "Con un tempismo raramente riscontrabile in analoghe vicende in cui sono cittadini comuni a rivolgersi alla magistratura - prosegue - la Procura di Lecce, poche ore dopo la denuncia di uno dei sostituti procuratori della Repubblica di Bari protagonisti dello scontro, ha disposto la perquisizione da parte della polizia nell'abitazione del collega Foschini e nella redazione barese di Repubblica, dove lavora. Il collega Foschini, cui va la piena solidarietà del sindacato dei giornalisti pugliesi, ha fatto soltanto il proprio dovere, informando i cittadini su una vicenda che, indipendentemente da come andrà a finire, non contribuisce a rafforzare nell'opinione pubblica la fiducia nella giustizia e in coloro che l'amministrano. L'approccio nei confronti dei giornalisti da parte una certa magistratura inquirente non può non destare preoccupazione perché le passerelle delle forze di polizia nelle redazioni nascondono sempre il tentativo di mettere il bavaglio alla stampa. Ancor più grave, in questo caso, appare la contestazione al collega Foschini del reato di ricettazione". "Essendone poco chiari, se non fantasiosi i contorni - prosegue Lorusso - sarebbe grave se l'ipotesi di reato fosse stata formulata soltanto per risalire alle fonti del giornalista, attraverso perquisizioni e intercettazioni, e quindi per impedire a quest'ultimo di lavorare e di dare notizie scomode". "Quello di indagare per ricettazione i giornalisti in presenza di fughe di notizie chiaramente ascrivibili ad altri e non a chi ha il dovere di divulgarle nell'interesse esclusivo dei cittadini ad essere informati - conclude - è ormai uno schema cui la magistratura inquirente ricorre con sempre maggiore frequenza e verso il quale non si può restare inermi e silenti. Si tratta di una situazione inquietante e intollerabile, che riporta ai tempi della censura di cui, evidentemente, in tanti, non soltanto in Parlamento, sentono la nostalgia".

Ma non è tutto. Le nefandezze giudiziarie non solo non vanno pubblicate, ma nemmeno criticate. Assoluzione Vendola, veleni in Procura: «Csm valuti se trasferire Digeronimo», scrive Giovanni Longo su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La guerra tra toghe non conosce pause. Dopo il Procuratore della Repubblica di Bari Antonio Laudati (su di lui, dopo una prima archiviazione pende un nuovo fascicolo), nel mirino del Consiglio superiore della magistratura potrebbe finire un altro magistrato barese. Nel Palazzo dei Marescialli, infatti, c’è chi vorrebbe trasferire d’ufficio il Pm antimafia Desirèe Digeronimo per «incompatibilità ambientale» dagli uffici giudiziari baresi. A chiedere l’avvio della procedura per verificare se sussistano i presupposti previsti dalla legge, i consiglieri togati di Area (Magistratura Democratica e Movimenti). Tempi duri, dunque, per il Pm in qualche modo isolata anche dai suoi colleghi baresi che hanno inviato all’Associazione nazionale magistrati una lettera indirettamente critica nei suoi confronti e nei confronti del Pm Francesco Bretone. Pomo della discordia la «riservata» personale in cui Digeronimo e Bretone avevano fatto riferimento all’amicizia che esisterebbe tra il giudice Susanna De Felice e la sorella del governatore Nichi Vendola, Patrizia. Una missiva che, dopo avere scatenato le dure reazioni e le critiche del presidente del Tribunale di Bari Vito Savino, dell’Anm distrettuale e della Camera Penale, dunque, potrebbe avere un pesante strascico disciplinare. Il giudice De Felice, nel settembre scorso, prima di decidere a proposito del reato per il quale Vendola era imputato (un presunto abuso d’ufficio in relazione alla riapertura per un concorso da primario nell’ospedale San Paolo di Bari), aveva scritto al presidente facente funzioni del suo ufficio, Antonio Diella, dicendogli di conoscere Patrizia Vendola per averla incontrata ad alcune cene a casa di amici, una delle quali organizzata nell’abitazione del Pm Digeronimo. E il presidente ad interim della sezione le aveva confermato l’assegnazione del fascicolo.

Digeronimo, Bretone e l’aggiunto Lino Giorgio Bruno avevano chiesto una condanna per Vendola e per l’ex direttore generale dell’Asl di Bari Lea Cosentino a 20 mesi di reclusione. Il giudice De Felice ha invece assolto entrambi con la formula più ampia («perché il fatto non sussiste»). La lettera «riservata» a firma di Digeronimo e Bretone e inviata a Laudati, al Procuratore generale Antonio Pizzi e all’aggiunto Bruno, non è l’unico elemento su cui poggia la richiesta di avviare l’iter per un trasferimento d’ufficio. I consiglieri del Csm, infatti, intendono chiedere l’apertura del procedimento a carico del solo Pm Digeronimo (escludendo quindi il Pm Bretone) anche per approfondire eventuali altri aspetti emersi dagli atti dell’inchiesta della Procura di Lecce che, nelle scorse settimane, ha fatto notificare a Laudati, un avviso di conclusione delle indagini per abuso d’ufficio e favoreggiamento personale.

Dopo un lungo interrogatorio in cui si è difeso dalle accuse, il Procuratore salentino Cataldo Motta sta valutando se chiedere il rinvio a giudizio. Spetterà al comitato di presidenza del Csm decidere se aprire oppure no una pratica davanti alla prima Commissione. A «pesare» potrebbero essere anche le dure dichiarazioni dell’Anm distrettuale e, chissà, la lettera di solidarietà al giudice De Felice inviata al sindacato delle toghe e firmata da tutto l’ufficio inquirente barese, fatta eccezione per Bruno (cotitolare del fascicolo su Vendola) e Laudati. Nella missiva i 26 Pubblici ministeri esprimono «fiducia» nell’operato degli uffici giudicanti, «la stessa fiducia che chiediamo ai cittadini di nutrire in tutta la magistratura». «Crediamo fermamente – prosegue il documento – che i magistrati abbiano il dovere di utilizzare esclusivamente nella sede processuale, nei tempi e nelle forme stabilite dalla legge, le informazioni di cui dispongono, così come di promuovere, nei tempi e nelle forme previste, ogni contestazione che abbia ad oggetto le decisioni giudiziarie. Soltanto il rispetto delle regole costituisce garanzia irrinunciabile dei diritti di ogni cittadino e fonda la legittimazione delle istituzioni». Un Pm - dicono in sostanza - ha a disposizione altri strumenti giuridici se sospetta che un giudice non sia imparziale o se non condivide un provvedimento. Quanto basta per confermare, qualora ce ne fosse bisogno, che negli uffici giudiziari il clima è davvero pesante.

Le mani della giustizia sull'informazione. Non è la prima volta che succede.

SE SI DENUNCIANO ERRORI DEI MAGISTRATI: SCATTA LA REAZIONE.

Si sono concluse il 5 aprile 2008 le perquisizioni operate dalla Polizia nella sede di Telenorba, a Conversano, in provincia di Bari, nell'ambito delle indagini sull'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher e sulla trasmissione "Il Graffio", che ha mostrato le immagini girate dalla Polizia Scientifica subito dopo il ritrovamento del corpo della vittima. Secondo quanto si apprende, oltre a un'indagine della procura del capoluogo umbro per violazione della privacy (sarebbero indagati il direttore responsabile della testata giornalistica e conduttore della trasmissione Enzo Magistà e un altro giornalista impegnato in alcuni servizi per "il Graffio"), sarebbe stata aperta un'azione penale anche da parte della Procura di Bari per pubblicazione di atti osceni (articolo 528 del Codice Penale). “Abbiamo dato tutta la nostra disponibilità, perché non abbiamo nulla da nascondere”: è il commento del direttore del TgNorba, Enzo Magistà, alla perquisizione a Telenorba fatta dalla polizia su disposizione della procura della Repubblica di Perugia in relazione alla trasmissione, il 31 marzo scorso, delle immagini dei sopralluoghi della scientifica nella casa dove venne uccisa Meredith Kaercher: nel filmato si mostrava tra l'altro il corpo della studentessa inglese. Alla perquisizione Magistà non ha assistito: in risposta a una domanda su quanto sia stato acquisito nella perquisizione, ha detto di ritenere che siano stati acquisiti i filmati andati in onda.

QUANDO AD ASSOLVERE CI SONO GLI AMICI.

Dopo l'assoluzione del governatore della Puglia, Nichi Vendola, in tribunale è l'ora dei veleni, scrive “Il Corriere della Sera”. Il clima che si respira nei corridoi di via Nazariantz è quello della resa dei conti tra i pubblici ministeri Desirè Digeronimo e Francesco Bretone, che avevano chiesto la condanna a 20 mesi di Vendola, e il gup Susanna De Felice che il 31 ottobre 2012 ha mandato assolto il governatore dall'accusa di concorso in abuso d'ufficio con la formula più ampia prevista dal Codice, «perchè il fatto non sussiste». La vendetta si è consumata subito dopo l'assoluzione che ha smontato tutto l'impianto accusatorio. In una missiva riservata inviata al procuratore generale di Bari, Antonio Pizzi, al procuratore della Repubblica, Antonio Laudati, e all'aggiunto Giorgio Lino Bruno, i due pubblici ministeri sollevano dubbi sull'imparzialità del giudice De Felice rimarcando che il magistrato è amica della sorella del governatore, Patrizia. E in virtù di questa amicizia avrebbe dovuto astenersi dal trattare il procedimento. Sulla lettera-esposto sono piovute critiche durissime da parte dell'Anm di Bari che definisce il carattere dell'iniziativa «assolutamente irrituale» perchè «si pone in violazione di ogni regola processuale oltre che dei canoni di lealtà che devono presidiare la condotta delle parti all'interno del processo».

Assoluzione di Vendola, bufera sui pm: "Sorella del governatore amica del gup", scrive “La Repubblica”. In tribunale è l'ora dei veleni per la lettera dei due magistrati dell'accusa che hanno sollevato dubbi sull'imparzialità di giudizio del giudice. Gli interventi del presidente del Tribunale, dell'Anm e della camera penale. Dopo l'assoluzione del governatore della Puglia, Nichi Vendola, in tribunale è l'ora dei veleni. Il clima che si respira nei corridoi di via Nazariantz è quello della resa dei conti tra i pubblici ministeri Desirè Digeronimo e Francesco Bretone, che avevano chiesto la condanna a 20 mesi di Vendola, e il gup Susanna De Felice che il 31 ottobre scorso ha mandato assolto il governatore dall'accusa di concorso in abuso d'ufficio con la formula più ampia prevista dal Codice, "perché il fatto non sussiste". La vendetta si è consumata subito dopo l'assoluzione che ha smontato tutto l'impianto accusatorio. In una missiva riservata inviata al procuratore generale di Bari, Antonio Pizzi, al procuratore della Repubblica, Antonio Laudati, e all'aggiunto Giorgio Lino Bruno, i due pubblici ministeri sollevano dubbi sull'imparzialità del giudice De Felice rimarcando che il magistrato è amica della sorella del governatore, Patrizia. E in virtù di questa amicizia avrebbe dovuto astenersi dal trattare il procedimento. Sulla lettera-esposto sono piovute critiche durissime da parte dell'Anm di Bari che definisce il carattere dell'iniziativa "assolutamente irrituale" perché "si pone in violazione di ogni regola processuale oltre che dei canoni di lealtà che devono presidiare la condotta delle parti all'interno del processo". Il presidente dell'Anm, Salvatore Casciaro, esprime quindi "sconcerto per questo grave episodio, del tutto al di fuori di una cornice istituzionale" e manifesta "viva solidarietà alla collega De Felice, da tutti apprezzata per serietà e scrupolo professionale". Dello stesso tenore il giudizio del presidente del tribunale di Bari, Vito Savino, che definisce la missiva dei pm "un'iniziativa irrituale ed improvvida". Secondo Savino, "nel caso in cui ci fossero stati gli estremi o dubbi sulla terzietà del giudice, i pm avrebbero dovuto e potuto farlo prima, e non dopo l'assoluzione". "Il diritto è buon senso e logica, che in questo caso sono mancate", rimarca. E conclude con una domanda provocatoria: "Nel caso in cui il presidente Vendola fosse stato condannato, quella lettera sarebbe stata scritta?". Forse no, fa intuire la Camera penale di Bari che afferma che l'esposto dei pm rischia di "apparire come una reazione nei confronti di chi, giudicando, non ha inteso aderire alle tesi dell'accusa". Savino dice di aver saputo della missiva con la quale il presidente facente funzione della sezione gip, Antonio Diella, aveva confermato a De Felice l'assegnazione del procedimento a carico di Vendola, accusato assieme a Lea Cosentino (anche lei assolta) di aver favorito la nomina di un primario. La riconferma dell'assegnazione è giunta dopo che, nel settembre scorso, lo stesso giudice De Felice aveva scritto a Diella dicendogli di conoscere Patrizia Vendola (ma di non essere nè sua amica nè sua abituale frequentatrice) per averla incontrata ad alcune cene a casa di amici, una delle quali organizzata tempo fa proprio a casa del pm Digeronimo.

I commenti su “Libero Quotidiano” e di Gian Marco Chiocci su “Il Giornale”. I pm che hanno sostenuto l'accusa contro Nichi Vendola per il caso della sanità in Puglia (dove è stato assolto) hanno scritto una lettera alla Procura di Bari per chiedere che si faccia chiarezza sulla presunta amicizia fra la sorella del governatore Patrizia Vendola e il giudice Susanna De Felice. Come riporta il Fatto quotidiano Desireé Digeronimo e Francesco Bretone hanno scritto ai procuratori Antonio Pizzi e Antonio Laudati "affinché possano attivare ove lo ritengano i loro poteri di vigilanza e controllo". I due pm infatti sostengono che Patrizia Vendola e il gup che ha prosciolto il leader di Sel con formula piena siano legati da "un'amicizia diretta" e da "frequentazione di amici in comune". Insomma, la De Felice avrebbe dovuto evitare di giudicare Vendola ma non l'ha fatto. Scrivono: "Dopo l'assoluzione che ha smentito in toto l'impianto accusatorio, siamo stati contattati da molti amici e colleghi che ci hanno chiesto come fosse stato possibile che a giudicare il governatore fosse stata un'amica della sorella". In sintesi, secondo Bretone e Digeronimo, la De Felice avrebbe dovuto astenersi dal giudicare Vendola, ma così non è stato. "Non ha ritenuto di doversi astenere", si lamentano i due. "Dopo l'assoluzione che ha smentito in toto l'impianto accusatorio, siamo stati contattati da molti amici e colleghi, che ci hanno chiesto come fosse stato possibile che a giudicare il governatore fosse stata un'amica della sorella di Vendola". E ancora: "Ci sono arrivati messaggi sul telefonino, alcuni colleghi si sono meravigliati del fatto che non avessimo ritenuto di rilevare formalmente nel processo questa circostanza". Addirittura sarebbero circolate sui profili di facebook delle due protagoniste alcune foto che le ritraggono a cena - e anche in altre occasioni - insieme. Per ora però sia Patrizia Vendola, sia Nichi, non commentano. Eppure era stato lo stesso governatore, non molto tempo fa ad annunciare: "Una sentenza di condanna, sia pure relativamente ad un concorso in abuso d’ufficio, per me sarebbe un punto di non ritorno, segnerebbe un mio congedo dalla vita pubblica. Ma una sentenza ispirata a verità e giustizia credo che restituirà a me quello che mi è dovuto, cioè la mia totale innocenza".

Il giudice che ha assolto Vendola (nella foto) è amico della sorella del governatore pugliese. Che a sua volta è anche amica del pm barese diventato senatore Pd, Gianrico Carofiglio, marito del pm barese Francesca Pirrelli, amica anche lei della sorella di Nichi e pm impegnato nelle indagini sulla pubblica amministrazione, giunta Vendola inclusa. Un buon motivo, per il giudice, per astenersi dal giudicare il fratello della sua amica. Ne sono convinti i pm Francesco Bretone e Desiree Digeronimo che hanno seguito l'inchiesta che portò al rinvio a giudizio per abuso d'ufficio del leader di Sel, poi assolto dall'accusa di aver abusato della sua posizione per riaprire i termini di un concorso per primario. Il gip che scagionò Vendola, e che oggi è l'oggetto di un carteggio durissimo dei due sostituti con il procuratore capo e il procuratore generale di Bari, si chiama Susanna De Felice. «Già prima del processo - scrive la coppia di pm - eravamo a conoscenza che la dottoressa De Felice fosse amica della sorella di Vendola, Patrizia. Li lega una amicizia diretta, sia la frequentazione di amici in comune quali il collega e attuale senatore Gianrico Carofiglio e la moglie dottoressa Pirrelli, sostituto di questo ufficio, entrambi amici stretti di Patrizia Vendola, vedi intervista del dottore Carofiglio che si allega». Effettivamente il 3 aprile 2009 l'ex pm-senatore-scrittore, a Repubblica confermava: «Mia moglie e io siamo amici di Patrizia Vendola, sorella del presidente della Regione. Il fatto è notorio (...). Quando a mia moglie recentemente è capitato un procedimento in cui l'indagato era il presidente della Regione (una querela per diffamazione) ha semplicemente fatto quello che fa un magistrato serio in un caso del genere: si è astenuta e il fascicolo è passato ad altri». I due pm aggiungono che se non sollevarono prima il problema della ricusazione fu solo per rispetto al giudice che avrebbe dovuto avere la sensibilità di astenersi. «Sta di fatto - continua la lettera - che dopo l'assoluzione di Vendola molti amici e colleghi ci hanno chiesto come mai fosse stato possibile che a giudicare il governatore fosse stata un'amica della sorella di Vendola nonché amica di suoi carissimi amici». E ancora. «Il processo, già di per sé delicato, veniva caricato di ulteriori contenuti dal Vendola il quale dichiarava più volte pubblicamente che in caso di condanna sarebbe uscito dalla scena politica: questo comportamento ha costituito a nostro giudizio una indebita pressione su un giudice che in caso di condanna avrebbe determinato l'uscita dalla scena politica del fratello della sua amica». In realtà il gip De Felice, prima di pronunciarsi, sulla scia di voci che le arrivavano all'orecchio, aveva sollevato nero su bianco il problema al suo capo Antonio Diella (che l'aveva respinto) spiegando di non essere amica della sorella di Nichi ma di averla conosciuta in un paio di occasioni, una delle quali a casa della signora Digeronimo. Proprio quella pm delle rimostranze di cui sopra.

MA TANT'E': UNA CONDANNA TI CAMBIA LA VITA........E SAREBBE UTILE CONOSCERE L'OPINIONE DI CHI, CONDANNATO, NON HA AVUTO COME AMICO IL GIUDICE GIUDICANTE.

IN CHE MANI SIAMO?

«All'Università di Bari obbligo acquisto libro di Vendola». «Eravamo abituati ai libri di testo faziosi e di parte in cui vengono estromesse, a discrezione dei docenti, parti fondamentali della storia d’Italia, ma che il libro scaturito da un progetto personale di un Leader politico diventi oggetto, obbligatorio, di studio da parte degli studenti è davvero sconcertante». Lo dichiara Andrea Volpi, Presidente Nazionale di Azione Universitaria, a “La Gazzetta del Mezzogiorno” commentando la notizia secondo cui nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari è stato inserito tra i libri obbligatori da studiare per superare l’esame di Sociologia del Diritto un testo, che nasce da un progetto finanziato dall’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia che «è di fatto – denuncia Azione universitaria - un manifesto politico dei diritti targato Niki Vendola. La prefazione di questo testo è direttamente a firma del Governatore della Regione Puglia, gli argomenti trattati altro non sono che le tesi "vendoliane" relative ai diritti delle comunità Gay, comprese le adozioni, tesi anticlericali che mettono in discussione l’idea di famiglia sancita dalla Costituzione. Persino la presentazione del volume da parte della casa editrice – continua la nota dell’associazione studentesca - ne certifica la parzialità e la connotazione politica». «Nella giornata di oggi – commentano Laura De Marzo ed Erio Buceti – i rappresentanti di Azione Universitaria eletti nel consiglio di facoltà dell’Ateneo di Bari hanno segnalato agli organi accademici il disagio degli studenti nell’essere costretti a studiare e farsi interrogare su un testo politico e poco condivisibile e lo stesso faranno i rappresenti di Azione Universitaria al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari presentando un’interrogazione al Ministro Profumo per chiedere di bandire dagli Atenei un testo politico che rappresenta uno degli strumenti che Vendola sta utilizzando per promuovere le proprie tesi e che non ha nessuna velleità formativa bensì propagandistica».

PARLIAMO DI USURA E DI FALLIMENTI TRUCCATI?

Su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 19 novembre 2011 Giovanni Longo racconta la Fallimentopoli barese. C’è voluto un camion per trasportare tutte le carte da Bari a Lecce. E quando i faldoni sono giunti a destinazione, pare che nella stanza del procuratore di Lecce Cataldo Motta non ci fosse spazio sufficiente. L’inchiesta della Procura di Bari sulle procedure fallimentari si allarga e trasloca: oltre a curatori, consulenti, professionisti, bancari e cancellieri, nel mirino del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza sono finiti anche magistrati in servizio presso il Tribunale del capoluogo pugliese. E dunque il Pm ha passato la mano.

I primi particolari dell’inchiesta sono emersi nella primavera del 2011, con numerose perquisizioni e l’arresto dell’avvocato barese M. V. Dopo che l’indagine ha toccato alcuni giudici le carte sono passate a Lecce, ufficio competente a indagare sui magistrati in servizio nel distretto di Corte d’Appello di Bari. Quattro i filoni d’indagine. In tre sarebbero stati individuati comportamenti penalmente rilevanti da parte di toghe baresi, in merito, sembra, alle modalità con cui per anni sarebbero stati gestiti i mandati di pagamento delle curatele. È il tema toccato in due informative che gli investigatori hanno depositato a fine settembre e fine ottobre ipotizzando, sembra, anche la corruzione in atti giudiziari. Che le indagini potessero allargarsi lo si era intuito leggendo la richiesta di misura cautelare nei confronti di V., indagato per falso, peculato, truffa e omesso versamento delle imposte. «Occorre capire - scriveva tra l’altro il Pm barese Ciro Angelillis, ormai ex titolare di tutti i fascicoli - se e come sia stato possibile operare nel modo contestato senza che altri soggetti (cancellieri, creditori, giudici, bancari, ecc.) operanti all’interno di uffici in vario modo al controllo se non proprio alla gestione congiunta (col curatore) del patrimonio fallimentare se ne siano avveduti; occorre capire se vi siano state connivenze o, addirittura, forme di concorrenza nei reati commessi».

L’indagine era partita dalla presunta falsificazione dei mandati di pagamento per oltre sette milioni di euro che sarebbe stata commessa dall’avvocato G. V., padre di M., curatore fallimentare da almeno un ventennio. Ma ora l’inchiesta si è allargata: in uno solo dei quattro filoni passati a Lecce sarebbero analizzate otto procedure. Più recente invece il fascicolo su M. V., indagato nella veste di curatore della procedura fallimentare «Nova Tessile Srl». I fatti contestati al giovane legale - che ha assistito Alessandro Mannarini, uno dei tre «moschettieri» del caso Tarantini - si riferiscono agli anni 2000-2008 e riguardano presunti falsi mandati di pagamento e l’appropriazione di 1,6 milioni dai conti del fallimento. Soldi che il professionista sta restituendo alla nuova curatela.

Ora tocca a Lecce iniziare la fase degli accertamenti su alcuni magistrati baresi.

Fallimenti e parcelle false: «Processate V.». L'accusa: si appropriò di un milione e mezzo. Chiuse le indagini sull'avvocato. Lecce indaga sul padre, scrive il 15 marzo 2013 "Il Corriere della Sera". «Processate M. V.». A chiedere il rinvio a giudizio dell’avvocato barese è il pm della Procura di Bari, Ciro Angelillis. V. junior è indagato in uno stralcio dell’inchiesta sulla sezione Fallimentare del Tribunale barese, un altro filone è finito a Lecce dove risulta coinvolto - tra gli altri - il padre Gaetano, alcuni giudici. I reati ipotizzati, a vario titolo, vanno dal falso ideologico e materiale, alla truffa, passando per il peculato, il favoreggiamento e l’omesso versamento delle imposte. A M. V. vengono contestati decine di episodi di presunti falsi e peculati che, però, riguarderebbero una sola curatela fallimentare, quella riguardante l’azienda Nova Tessile, avviata nel 2000. Alcuni reati ipotizzati sarebbero stati compiuti addirittura nel 2001 e sono praticamente prescritti. M. V., nel 2000, fu nominato dal Tribunale barese curatore fallimentare della Nova Tessile, secondo gli inquirenti avrebbe approfittato della sua posizione per gonfiare le parcelle, ma non solo. Il professionista si sarebbe anche appropriato del denaro del fallimento (in modo particolare dei canoni locativi degli immobili in curatela), finendo per svuotare la casse; inoltre avrebbe compiuto false dichiarazioni, alcune finalizzate all’emissione di falsi mandati di pagamento che sarebbero servite a giustificare i prelievi dalle casse del fallimento. Secondo la ricostruzione degli investigatori, complessivamente M. V. avrebbe intascato poco meno di un milione e 500mila euro, di questa somma 835mila euro li ha già riconsegnati. La Procura ritiene che l’avvocato abbia fotocopiato per 112 volte un mandato di pagamento originale, riutilizzandolo per incassare i soldi. L’avvocato barese, ora in libertà, venne anche arrestato nell’ambito di questa indagine e ottenne i domiciliari dopo l’interrogatorio di garanzia e un paio di giorni di carcere. Ma quello chiuso ieri è solamente il primo capitolo di un’inchiesta ben più articolata e delicata che, per competenza, è stata trasmessa, nel frattempo, a Lecce. La Procura salentina, infatti, sta svolgendo ulteriori accertamenti su altri otto fallimenti che sarebbero gestiti quantomeno allegramente, con un buco nelle casse che ammonterebbe ad oltre dieci milioni di euro. Quello che emerge dalle carte degli inquirenti sono anni di mala gestione delle milionarie curatele fallimentari, affidate quasi sempre alle stesse persone in un circolo vizioso e dannoso. Gli investigatori, ad esempio, sospettano che un ruolo nel presunto scandalo l’abbiano avuto anche alcuni consulenti nominati dai curatori. L’ipotesi ancora tutta da dimostrare è che una fitta "rete" di legami tra professionisti abbia governato, per almeno 15 anni, a proprio piacimento curatele milionarie.

Fallimenti, arrestato M. V., l'avvocato amante della dolce vita. Parcelle gonfiate nei fallimenti, un'accusa che condivide con il padre già indagato. E' uno dei difensori del trio di Tarantini a giudizio per i festini a base di sesso e coca. Tra le procedure sotto osservazione anche quella che riguarda la ditta di Gianpi, scrive Mara Chiarelli il 13 aprile 2011 su "La Repubblica". E' stato arrestato per disposizione della magistratura barese M. V., penalista barese: è in carcere con le accuse di falso, peculato, truffa e omesso versamento delle imposte. La vicenda, a quanto si apprende da fonti giudiziarie, riguarderebbe procedure fallimentari con parcelle gonfiate. L'ordinanza di arresto in carcere è stata emessa da gip Vito Fanizzi su richiesta del pm Ciro Angelillis. Nel fasciolo di inchiesta ci sarebbero anche altri indagati, forse avvocati. All'esame degli investigatori, numerosi fallimenti, oltre quello della Nuova Tessile Srl per il quale è stato arrestato. Tra i fallimenti sotto osservazione ci sarebbe anche quello della Tecnohospital, l'azienda dei fratelli Tarantini. La Procura di Bari ha altresì disposto a carico del professionista barese un sequestro preventivo anticipato per equivalente di 622mila euro (in denaro, beni mobili ed immobili) corrispondente all'imposta evasa. Secondo gli inquirenti, V. si è reso responsabile di numerosi episodi di peculato e centoundici falsificazioni - accertati dai finanzieri sia attraverso l'esame della documentazione sequestrata, sia attraverso le intercettazioni telefoniche - che hanno portato all'illecita appropriazione di oltre un milione e 500mila euro sottratti, nel corso di un decennio, ai creditori ammessi al fallimento e all'istituto di credito presso il quale era depositato parte dell'attivo liquidato. Secondo gli inquirenti, in maniera sistematica e fin dall'inizio del suo incarico di curatore fallimentare, il legale avrebbe messo in atto una condotta criminale tesa da un lato ad appropriarsi del denaro del fallimento (in modo particolare dei canoni locativi degli immobili in curatela), così da svuotare la casse; dall'altro a compiere numerose false dichiarazioni alcune finalizzate all'emissione di falsi mandati di pagamento che servivano a giustificare i prelievi dalle casse del fallimento. M. V. è, tra l'altro, il difensore di Alessandro Mannarini, uno dei tre moschettieri, come le cronache hanno ribattezzato il trio di cui facevano parte anche l'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini e Massimiliano Verdoscia, tutti e tre a giudizio dinanzi al gup per i festini a base di cocaina dell'estate 2008, nella villa affittata in Sardegna da Tarantini: per Mannarini l'accusa ha chiesto una condanna a tre anni di reclusione. La decisione del gup per 'i tre moschettieri' e per i loro coimputati in questo processo è attesa per il 21 aprile prossimo. M. V., è il figlio dell'avvocato G. V., finito nei guai nel gennaio di un anno fa. Era uno dei legali fallimentaristi più noti della città, accusato di aver falsificato alcuni mandati di pagamento, intascando più di quanto dovuto. Si parla di cifre milionarie. Amante della dolce vita, è stato spesso paparazzato a Cortina, Porto Cervo e nelle località preferite dal jet set. Amante anche degli sport estremi, è nazionale di bob e ha gareggiato alle Olimpiadi con i colori della Polonia. Tra i suoi flirt, anche quello con l'attrice Deborah Caprioglio. 

Caso V., bufera in Tribunale. Spuntano sospetti su diversi avvocati. «Rapporti con altri professionisti per inquinare le prove». Le ipotesi del gip nel provvedimento di arresto del legale, scrive Vincenzo Damiani il 15 aprile 2011su "Il Corriere della Sera". Ci sarebbe «la necessità di capire se V. abbia agito con la complicità di soggetti operanti all’interno degli uffici in vario modo preposti al controllo della gestione». E ancora: «Va sottolineato il rapporto con altri professionisti di cui il V. si avvale per inquinare le prove. Per esempio il rapporto con i professionisti (omissis) al fine di risolvere il problema della mancata indicazione, nel rendiconto di gestione, degli interessi bancari maturati…». Nelle 55 pagine di ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Vito Fanizzi nei confronti dell’avvocato M. V., 41 anni, emerge un particolare di rilievo: l’inchiesta penale sulla gestione delle curatele fallimentari è all’inizio e rischia di coinvolgere altri avvocati e professionisti dello stesso Tribunale. Al momento gli indagati risultano essere tre, ma l’inchiesta si sta allargando a macchia d’olio e ulteriori informazioni potrebbero arrivare dalle parole di V., che stamattina verrà sottoposto all’interrogatorio di garanzia in carcere. Nel motivare le esigenze cautelari e la decisione di trasferire nell’istituto penitenziario il 41enne legale, il giudice evidenzia la necessità di tutelare l’indagine del pm Ciro Angelillis e di evitare «l’inquinamento probatorio». V., campione di bob, è accusato di falso, peculato, truffa e omesso versamento delle imposte. Nell’ordinanza vengono contestati 111 presunti episodi di falsificazione che sarebbero stati accertati durante le indagini dalla guardia di finanza. Tutti gli episodi riguarderebbero una sola curatela fallimentare, quella riguardante l’azienda Nuova Tessile, avviata nel 2000. Secondo gli inquirenti V. avrebbe gonfiato le parcelle: il professionista si sarebbe «appropriato del denaro del fallimento (in modo particolare dei canoni locativi degli immobili in curatela), così da svuotare la casse»; inoltre avrebbe compiuto «numerose false dichiarazioni, alcune finalizzate all’emissione di falsi mandati di pagamento che servivano a giustificare i prelievi dalle casse del fallimento». Dalle carte emergono alcuni tentativi da parte dell’indagato di «provvedere al reintegro delle somme», scrive il gip a pagina 40, delle quali si sarebbe appropriato indebitamente. Così cerca, con l’aiuto di altri professionisti, di trovare una soluzione che dimostri che si è trattato solo di un «errore», di «un’omessa indicazione degli interessi attivi maturati sul conto corrente…». L’avvocato, sempre secondo il giudice, avrebbe compiuto «artifici e raggiri nei confronti dei dipendenti degli istituti di credito» inducendoli «all’errore». Nell’ordinanza si legge di «un mandato di pagamento originale, privo di istanza del curatore e fondato su una motivazione inesistente... Non è nota l’identità del soggetto che avrebbe prestato l’opera di consulenza; non esiste un’istanza del curatore; l’assegno circolare relativo risulta versato, in data 9.6.2004 su un conto corrente in testato allo studio legale associato V.».

Sei i giudici del tribunale di Bari sono indagati dalla procura di Lecce (insieme con dieci imprenditori, avvocati e commercialisti) nell'ambito di una inchiesta su presunte irregolarità che sarebbero avvenute nel 2009 nella sezione fallimentare. Le ipotesi di reato sono corruzione per atto d'ufficio, peculato e usura. Ad agosto il pm inquirente, Antonio Negro, ha chiesto e ottenuto dal gip di Lecce Alcide Maritati la proroga per sei mesi delle indagini. Scrive “Il Corriere della Sera”. Tra gli indagati figurano l'attuale presidente della sezione fallimentare del tribunale, Franco Lucafò i suoi colleghi Enrico Scoditti e Anna De Simone. C’è poi il predecessore di Lucafò, il giudice Luigi Claudio, che ora guida la sezione Lavoro, nonché Maria Luisa Traversa, presidente della Terza sezione civile ed in precedenza addetta alle esecuzioni immobiliari. Ancora, il giudice Michele Monteleone, altro ex della Fallimentare barese che ora presiede la sezione Civile a Benevento. L’inchiesta della Procura di Lecce è partita lo scorso gennaio, dopo che a novembre 2011 Bari aveva trasmesso per competenza uno stralcio dell’indagine sull’avvocato G. V., indagato per peculato nell’ambito della sua attività di curatore fallimentare: i finanzieri, coordinati dal pm Ciro Angelillis, contestarono a V. di aver falsificato numerosissimi mandati di pagamento, con la presunta complicità di alcuni giudici e cancellieri. Il presidente del tribunale di Bari, Vito Savino, interviene con una nota sulla notizia dell'inchiesta della Procura di Lecce nei confronti di alcuni giudici della Sezione Fallimentare del Tribunale precisando che «non è dato conoscere riferimenti specifici di reati ai singoli giudici, che si tratta di accertamenti in svolgimento, e che gli accertamenti sono derivati da denunzie puntuali presentate dagli stessi giudici (specificamente dal presidente della sezione Franco Lucafò in servizio alla sezione fallimentare da gennaio 2009)». Nella nota, Savino precisa, inoltre, che «senza imputazioni formali e in contesto di indicazioni approssimative e generiche, non è corretto pubblicare riferimenti titolati, tali da determinare pubblico discredito per l'attuale svolgimento della attività giurisdizionale dei magistrati facenti parte della sezione fallimentare da me apprezzata per competenza, professionalità e moralità, impegnati d'altronde nella gestione di complesse ed importanti procedure fallimentari e concordatarie».

«La divulgazione sulla stampa di notizie sommarie in merito a indagini doverosamente avviate a Lecce, su denuncia peraltro del Presidente della Sezione Fallimentare di Bari Franco Lucafò, e ancora in fase di approfondimento», rischia «di ingenerare ingiustificato discredito sull'operato di una intera importante Sezione del Tribunale di Bari». Lo afferma in una nota il presidente della sezione barese dell'Associazione nazionale magistrati, Salvatore Casciaro. L'Anm parla di «frettolose, incaute indicazioni giornalistiche in ordine a un possibile personale coinvolgimento di magistrati in servizio alla stessa sezione fallimentare, senza però alcuna precisazione di fatti e circostanze o imputazioni a loro carico». Secondo Casciaro, si «rischia di ingenerare ingiustificato discredito sull'operato di una intera importante Sezione del Tribunale di Bari, e sui magistrati alla stessa addetti, ledendone il prestigio e alimentando, com'è agevole intuire, falsi convincimenti nell'opinione pubblica».

Il commento:  come mai quando vengono divulgati notizie di accertamenti di privati cittadini l'Anm non prende la stessa posizione? E' l'occasione affinché la stessa possa proporre serie sanzioni disciplinari per la fuga di notizie nei confronti dei PM dal cui ufficio escono le stesse? Sarebbe credibile il rilievo se si andasse a tutto campo. Solo la casta va protetta? E la responsabilità patrimoniale del PM che sbaglia?

Il sistema dei crack pilotati spiegato da Vincenzo Damiani su “Il Corriere della Sera”. Fallimenti durati oltre 20 anni, gli stessi mandati di pagamento fotocopiati e presentati in banca decine e decine di volte per la riscossione. E poi, finte compravendite di appartamenti organizzate per celare, in realtà, il versamento di tangenti per ottenere la gestione dei fallimenti più ricchi. È questo il meccanismo che, per almeno quindici anni e sino al 2009, avrebbe inquinato il sistema di gestione dei fallimenti al Tribunale di Bari.

L’inchiesta parte nell’estate del 2009, quando il nuovo presidente della sezione fallimentare, Franco Lucafò, appena insediatosi si accorge che c'è qualcosa che non quadra. Sul suo tavolo finisce il fallimento di una vecchia impresa di costruzioni, 26 anni dopo l’avvio di quella procedura il fallimento non era stato ancora concluso. A occuparsi della vicenda era l’avvocato G. V., tra i 16 indagati. Lucafò lo convoca e gli chiede una relazione scritta sulla vicenda. La difesa non convince il giudice, scattano i controlli e viene scoperto che uno stesso mandato di pagamento da settemila euro era stato fotocopiato e presentato otto volte in banca. Lucafò revoca tutti gli incarichi a V. e invia le carte alla Procura. Tra i raggiri utilizzati per ottenere la gestione dei fallimenti ci sarebbe anche quello della falsa compravendita di case: il curatore interessato finge di comprare un’abitazione e versa una caparra. Al momento della stipula del contratto non si presenta e l’affare (falso) salta. Ecco che, secondo gli investigatori, la caparra versata si trasforma in tangente.

Fallimentare, ecco i nomi dei sei giudici indagati, scrive “La Repubblica”. L'inchiesta per corruzione, peculato e usura è partita da uno stralcio dell'indagine sull'avvocato barese G. V.. Nel fascicolo anche imprenditori, legali e commercialisti. C'è il presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Bari, Franco Lucafò, e il suo predecessore, Luigi Claudio, che ora guida la sezione lavoro. I suoi colleghi Enrico Scoditti e Anna De Simone, Maria Luisa Traversa (presidente della Terza sezione civile) e Michele Monteleone (ora a Benevento). Sono i sei giudici indagati dalla procura di Lecce: un'inchiesta nata da uno stralcio dell'inchiesta sull'avocato barese G. V., indagato per peculato nell'ambito della sua attività di curatore fallimentare.

Insieme ai magistrati del Tribunale di Bari sono indagati a Lecce anche dieci imprenditori, avvocati e commercialisti, nell'ambito di una inchiesta su presunte irregolarità che sarebbero avvenute nel 2009 nella sezione fallimentare del Tribunale di Bari. Le ipotesi di reato sono corruzione in atto d'ufficio, peculato e usura. Lo scorso agosto il pm inquirente, Antonio Negro, ha chiesto e ottenuto dal gip di Lecce Alcide Maritati la proroga per sei mesi delle indagini. Il meccanismo ipotizzato dalla procura salentina è il seguente. C'è una fiduciaria. Mettiamo con sede a San Marino, oppure a Malta o magari in Lussemburgo. C'è un privato che ha un appartamento, o un qualsiasi immobile, da voler vendere. Diciamo pure che il privato è un magistrato. La fiduciaria è interessata all'affare. Le due parti firmano un preliminare d'acquisto, in sede del quale la fiduciaria versa una caparra importante con molti zero, diciamo una cifra da qualche centinaia migliaia di euro. Al definitivo però i rappresentanti della fiduciaria non si presentano. L'affare sfuma. E il privato - che magari appunto di mestiere fa il magistrato - ha diritto a tenere la caparra. E, mantenendo la proprietà dell'immobile, intasca l'assegno con molti zeri. Ecco, il meccanismo è questo. Il sospetto della Guardia di Finanza, della procura di Bari prima e di quella di Lecce ora, è che non si tratti soltanto di affari sbagliati e sfumati.

Ma di una maniera per nascondere tangenti. Tangenti che imprenditori e professionisti hanno versato ad altri professionisti, curatori di importanti fallimenti. Oppure direttamente ai giudici. Tutta la vicenda è raccontata nelle carte che la procura di Bari - a firma del procuratore capo Antonio Laudati e del suo sostituto Ciro Angelillis - ha spedito circa un anno fa ai colleghi leccesi. Nel fascicolo c'erano già i nomi di sei magistrati, ora ufficialmente indagati.

Sei Giudici condizionavano i fallimenti a Bari scrivono Giovanni Longo e Masimiliano Scagliarini su “La Gazzetta del Mezzogiorno”.

Imprenditori, avvocati, commercialisti e giudici fino all’agosto del 2009 avrebbero in qualche modo condizionato la gestione dei fallimenti presso il Tribunale di Bari. Dopo quella sul procuratore Antonio Laudati e sull’ex pm Giuseppe Scelsi (oggi alla procura generale), a Lecce c’è un’altra indagine che farà molto rumore: tra le 16 persone che il pm salentino Antonio Negro ha iscritto nel registro degli indagati ci sono anche sei giudici: quasi tutti lavorano - o hanno lavorato - nella sezione Fallimentare di Bari. L’inchiesta della procura di Lecce è partita a gennaio, dopo che a novembre 2011 Bari aveva trasmesso per competenza uno stralcio dell’indagine sull’avvocato G. V., indagato per peculato nell’ambito della sua attività di curatore fallimentare: i finanzieri del nucleo di polizia tributaria del comando provinciale di Bari, coordinati dal pm Ciro Angelillis, contestano a V. di aver falsificato numerosissimi mandati di pagamento, con la complicità (non si sa quanto volontaria) di giudici e cancellieri addetti ai fascicoli. Per questa ragione le carte, come la «Gazzetta» aveva anticipato, sono state trasferite a Lecce, ufficio competente ad indagare su magistrati in servizio nel distretto di Bari. Tra le accuse che la procura salentina ipotizza a vario titolo a carico di 16 persone c’è, infatti, anche il peculato (quello che Bari contesta a V.), oltre che la corruzione per atto d’ufficio e persino l’usura. Va notato che la corruzione per atto d’ufficio (articolo 318 del codice penale) è fattispecie ben diversa dalla corruzione in atti giudiziari, ed è compatibile con l’ipotesi di una falsificazione dei mandati di pagamento. In agosto il pm salentino Antonio Negro ha ottenuto dal gip Alcide Maritati la prima proroga delle indagini per altri 6 mesi: la notifica di questo atto ha causato la discovery del fascicolo. Dalle carte sin qui a disposizione non si evincono le singole accuse mosse a ciascuna delle 16 persone né tantomeno i capi di imputazione su cui gli investigatori mantengono il più stretto riserbo.

Si può però dire che tra gli indagati figura l’attuale presidente della Fallimentare, Franco Lucafò, con i suoi colleghi Enrico Scoditti e Anna De Simone. C’è poi il predecessore di Lucafò, il giudice Luigi Claudio, che ora guida la sezione Lavoro, nonché Maria Luisa Traversa, presidente della Terza sezione civile ed in precedenza addetta alle esecuzioni immobiliari. Ancora, il giudice Michele Monteleone, altro ex della Fallimentare barese che ora presiede la sezione Civile a Benevento, ed è indagato insieme al padre Vittoriano Monteleone. Poi il cancelliere Luigia Valentini, quindi una serie di professionisti: la commercialista Anna Maria Accogli (parente acquisita di V.) e sua sorella Cosima Damiana.

Ancora, una serie di professionisti romagnoli ed emiliani: l’avvocato Michele Di Lella, i commercialisti Lorenzo Ferrari ed Enzo Zafferani.

Uno di loro, Ferrari, ha svolto attività professionale per altri due degli indagati, gli imprenditori cesenati Franco e Sergio Rossi, titolari dell’omonimo marchio delle calzature. Mentre Zafferani è uno dei più noti commercialisti di San Marino. L’inchiesta, come detto, è ancora in corso. La procura di Lecce ha affidato una serie di consulenze tecniche il cui esito non è ancora stato depositato: è questo il motivo con cui il pm Negro ha giustificato la richiesta al gip di prorogare le indagini per altri 6 mesi. Al vaglio degli inquirenti ci sarebbero le modalità di gestione di una serie di fallimenti avvenuti a Bari fino al 2009, che includono anche la vendita di alcuni immobili: su questo punto, negli scorsi mesi, la Finanza ha ascoltato a Bari numerosi testimoni tra cui anche commercianti del centro.

Ma questo non basta. Dal mondo accademico balziamo a quello giudiziario. Si legge sul “Il Corriere della Sera” che sono stati notificati gli avvisi di conclusione delle indagini per abuso d'ufficio al procuratore di Bari, Antonio Laudati, e al suo ex sostituto Giuseppe Scelsi. Il caso riguarda il procedimento penale sulle escort che l'ex imprenditore barese, Gianpaolo Tarantini, ha portato dall'ex premier Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli. Lo stesso atto, che solitamente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, è stato notificato anche a sei giornalisti accusati di diffamazione. L'inchiesta a carico del procuratore di Bari è stata avviata dopo che Laudati è stato accusato da un suo ex pm, Scelsi (ora sostituto procuratore presso la Corte d'appello di Bari), di aver di fatto rallentato l'indagine sulle escort. Dopo i primi accertamenti, la procura di Lecce aveva indagato Laudati per favoreggiamento personale, abuso d'ufficio e tentativo di violenza privata. I sei giornalisti indagati per diffamazione sono stati invece denunciati dal procuratore Laudati nel corso del tempo. A proposito del procuratore di Bari, Antonio Laudati, la procura di Lecce ipotizzando il reato di abuso d'ufficio scrive: «Nello svolgimento delle funzioni di procuratore avrebbe intenzionalmente arrecato ingiusto danno ai magistrati Giuseppe Scelsi e Desirèe Digeronimo consistito nella indebita aggressione alla sfera della personalità per essere stati i due magistrati illecitamente sottoposti da parte della guardia di finanza ad investigazioni e ad abusivo controllo della loro attività professionale e della loro immagine». Ed ancora è scritto nell'avviso di conclusione delle indagini Laudati avrebbe «delegato, senza alcun atto scritto, al personale di polizia giudiziaria della guardia di finanza attività d'indagine - seguendone personalmente gli sviluppi - sulle modalità di conduzione delle indagini sulla sanità pubblica pugliese svolta dai sostituti procuratori Giuseppe Scelsi e Desirèe Digeronimo e sulle irregolarità e criticità di esse in violazione sia dell'articolo 11 del codice di procedura penale, sia delle disposizioni del decreto legislativo n. 109/2006 in materia di accertamento della responsabilità disciplinare nonché della relativa normativa secondaria del Csm che non consentivano di avviare di iniziativa indagini per accertare eventuali profili di legittimità svolte dai magistrati del suo ufficio». Il procuratore di Bari, Antonio Laudati, è anche accusato di favoreggiamento personale per aver aiutato sia «Gianpaolo Tarantini ed altri indagati» ad eludere le indagini sulle escort, sia «aiutato» Silvio Berlusconi ad eludere le stesse indagini «dirette ad accertare anche l'eventuale suo concorso nei suddetti reati». A Laudati viene contestato di aver disposto «arbitrariamente», il 26 giugno 2009, due mesi e mezzo prima di insediarsi nell'incarico di procuratore di Bari, che le indagini sulle escort portate da Tarantini nelle residenze di Berlusconi «venissero sospese e non si adottasse alcuna iniziativa fino a quando non avesse assunto le funzioni» di capo della procura. L'incontro avvenne nella scuola allievi della Guardia di finanza di Bari alla presenza del pm inquirente, Giuseppe Scelsi, e di ufficiali della Gdf a cui erano state delegate le indagini. L'insediamento di Laudati avvenne il 9 settembre 2009. Dando quelle disposizioni - secondo l'accusa - «con abuso dei poteri e violazione dei doveri di magistrato» Laudati, tra l'altro, ha impedito «l'assunzione di sommarie informazioni dalle altre escort non ancora ascoltate» e ha causato «ritardo ed intralcio nello svolgimento delle investigazioni per la maggiore difficoltà di accertamento di fatti e circostanze conseguente alla maggiore distanza temporale del momento investigativo dal loro verificarsi». In questo si è concretizzato - secondo i magistrati salentini - il reato di favoreggiamento personale aggravato contestato al procuratore di Bari. Laudati avrebbe quindi - è scritto nell'avviso di conclusione delle indagini - «aiutato Gianpaolo Tarantini e gli altri indagati» ad «eludere le indagini» nel procedimento per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione delle «cosiddette escort» avviato dal pm Giuseppe Scelsi «nel quale era coinvolto quale fruitore delle prestazioni sessuali il presidente del Consiglio dei ministri, on. Silvio Berlusconi (al fine di favorire indirettamente quest'ultimo preservandone l'immagine istituzionale) ed aiutato anche quest'ultimo ad eludere le suddette indagini, dirette ad accertare anche l'eventuale suo concorso nei suddetti reati». Avrebbe «intenzionalmente arrecato ingiusto danno» ad un altro pm della procura di Bari, Desirèe Digeronimo, e a un'amica di quest'ultima, Paola D'Aprile, attuando una «indebita aggressione alla sfera della loro personalità» intercettandone le conversazioni «per fini estranei alla funzione giurisdizionale»: è con questa motivazione che la procura di Lecce contesta al pm barese Giuseppe Scelsi (ora sostituto procuratore generale) il reato di abuso di ufficio nell'avviso di conclusione delle indagini a suo carico e a carico del procuratore di Bari, Antonio Laudati. La vicenda attribuita a Scelsi nel capo di imputazione è estranea alle indagini escort che riguardano il suo ex capo Antonio Laudati. La contestazione del reato all'ex pm riguarda invece le inchieste sulla sanità della Regione Puglia che tra il 2008 e il 2009 conducevano sia Digeronimo (che aveva tra gli indagati l'ex assessore Alberto Tedesco) sia Scelsi stesso, che avrebbe agito per «ripicca», secondo la procura di Lecce, e per «costringere» la collega ad astenersi. Per perseguire le proprie finalità «estranee alla funzione giurisdizionale», Scelsi, infatti, avrebbe più volte usato «surrettiziamente» elementi acquisiti durante altre intercettazioni, che lui stesso alcuni mesi prima aveva ritenuto penalmente irrilevanti. Sempre per perseguire il proprio intento, avrebbe anche coinvolto la guardia di finanza chiedendo informative che giustificassero le sue richieste di intercettazione di D'Aprile, che sapeva amica di Digeronimo. L'accusa dei confronti di Antonio Laudati per abuso di ufficio è invece legata alla costituzione di un'aliquota di finanzieri voluta dallo stesso procuratore e che aveva l'incarico di lavorare esclusivamente ai suoi ordini. Secondo la denuncia presentata a suo tempo da Scelsi quei finanzieri avrebbero però svolto una sorta di indagine parallela sul modo in cui veniva condotta l'indagine su Tarantini. La Procura di Lecce sostiene oggi che di fatto Laudati "spiò" il pm Scelsi e la collega Desierè Digeronimo eseritando nei loro confronti una vera e propria violenza privata, deleggitimandone anche la funzione agli occhi dei finanzieri incaricati di controllarli. Sul caso era intervenuta anche la commissione disciplinare del Csm che aveva tuttavia archiviato il fascicolo.

L'avviso di conclusione delle indagini è stato notificato anche a sei giornalisti accusati di diffamazione a mezzo stampa al procuratore di Bari, Antonio Laudati. I cronisti indagati sono di Massimiliano Scagliarini de "La Gazzetta del Mezzogiorno" per un articolo che riguarda la stessa materia per la quale oggi la procura ha indagato Laudati. Poi Gianni Lannes, accusato di aver offeso in un articolo la reputazione di Laudati, del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e dell’allora capo di gabinetto di quest’ultimo, Francesco Manna. L’articolo faceva riferimento ad un finanziamento concesso dalla Regione ad un convegno sulla giustizia organizzato a Bari da Laudati. Gli altri 'pezzi' ritenuti diffamatori per la reputazione del procuratore Laudati sono quelli della cronista di "Repubblica-Bari", Mara Chiarelli, (di omesso controllo risponde il direttore del quotidiano Ezio Mauro), e di Nazareno Dinoi del "Corriere del Mezzogiorno-Puglia" e direttore de “La Voce di Manduria” (di omesso controllo è accusato il direttore della testata, Marco De Marco).

Ma i giornalisti sono vittime od artefici di questo sistema informativo-giudiziario censorio od omertoso.

«Con un’informazione libera l’Italia cambierebbe in 24 ore. I giornalisti italiani si suddividono in tre categorie: gli indipendenti (pochi, eroici e spesso emarginati), gli schiavi (tantissimi, sfruttati e pagati 5/10/20 euro a pezzo) e i Grandi Trombettieri del Sistema, nominati in posizioni di comando dai partiti e dalle lobby (direttori di testata, caporedattori, grandi firme, intellettuali per meriti sul campo). - E’ quanto scrive Beppe Grillo sul proprio blog, nell’iniziativa "Intervistiamo i giornalisti". - Il conflitto di interessi tra informazione e potere economico e politico è diventato insopportabile - sottolinea il comico - Siamo manipolati dai partiti, dalle banche e dalle industrie che, attraverso i media, stravolgono la realtà. L'Italia è un'Isola dei Famosi, un reality show di sessanta milioni di persone che ascoltano favole, racconti fantastici in dosi così massicce e da così lungo tempo da aver trasformato il Paese in un gigantesco Truman Show in cui la verità è menzogna e la menzogna è verità. Più il Sistema si decompone, più i media ne diventano l'ultimo feroce baluardo (dopo infatti non c'é più alcuna difesa) perdendo ogni ritegno e vergogna. La maggior parte degli italiani è informata da sette televisioni e tre giornali. Rai1, Rai 2 e Rai 3 sono occupate dai partiti, Canale 5, Italia 1 e Retequattro sono di proprietà di Berlusconi, a capo di un partito, la7 appartiene a Telecom Italia. La Repubblica è di De Benedetti, tessera numero uno del Pdmenoelle, La Stampa è della famiglia Agnelli, gli azionisti di riferimento del Corriere della Sera sono le banche e Confindustria. Siamo manipolati dai partiti, dalle banche e dalle industrie che, attraverso i media, stravolgono la realtà - aggiunge il fondatore del Movimento 5 Stelle. - Vorremmo però sapere qualche cosa di più su chi ci informa. Una questione di reciprocità. Il perché talvolta non riportano i fatti, se sono costretti o se è una loro attitudine. Vorremmo sapere quali direttive ricevono da parte dei loro giornali o telegiornali. Perché fanno le domande che fanno (talvolta tendenziose per dimostrare una tesi a priori).

Vorremmo conoscerli più da vicino: i loro nomi, il loro curriculum, i loro pensieri» conclude Grillo.

Riguardo alla violazione del diritto di cronaca su “Il Giornale” c’è un appunto di Filippo Facci Quando una campagna tipo «Sallusti libero» mette d’accordo praticamente tutti (destra e sinistra, da Libero a Ingroia, dal Giornale a Di Pietro) vien voglia di rimettere qualche puntino sulle i e di sforzare la memoria prima di rincoglionire del tutto. Allora:

1) Non è vero che il caso Sallusti accomuna tutti i giornalisti nello stesso modo: il cosiddetto «omesso controllo» riguarda solo i direttori della carta stampata ed esclude invece i direttori delle testate online e delle testate televisive.

2) Non è vero che siano finiti in galera per diffamazione solo Giovanni Guareschi e Lino Jannuzzi. A parte che Jannuzzi finì solo ai domiciliari (prima di essere graziato) finirono dentro altri colleghi tra i quali ricordiamo solo Stefano Surace (che finì dentro a 70 anni per una diffamazione di trent’anni prima: Libero ci fece una campagna) e poi Gianluigi Guarino (direttore del Giornale di Caserta) per non parlare dei casi di Vincenzo Sparagna e Calogero Venezia del periodico Il Male.

3) Non è vero che Sallusti mercoledì potrebbe finire in carcere: in caso di conferma della condanna, essendo la sua pena inferiore ai 3 anni e non essendo quindi immediatamente esecutiva, occorrerebbe attendere che la Cassazione notifichi la sua decisione alla procura di Milano (e già qui passa del tempo) e poi che la Procura faccia eguale notifica ai legali di Sallusti (altro tempo che passa) sinché da quel momento, cioè dalla ricezione, gli avvocati avrebbero altri 30 giorni di tempo per proporre delle pene alternative come per esempio il classico affidamento ai servizi sociali. La semi-libertà no, perché la pena supera i sei mesi. Insomma, tempo per fare qualcosa ce n’è.

4) Non è vero che i giudici si sono limitati ad applicare la legge. Il tribunale può giostrarsi tra sospensione della pena e riconoscimento delle attenuanti generiche, e, anche se la pena non fosse sospesa, possono decidere se infliggere il carcere in totale discrezionalità: in genere infatti si limitano a una pena pecuniaria. Così non è stato.

5) Non è vero, purtroppo, che le cause intentate dai magistrati corrano in corsia di sorpasso surrettiziamente: l’hanno addirittura codificato e previsto da una circolare del Csm (la n. 5245 dell’11 giugno 1981) che teorizza «la trattazione più sollecita» dei procedimenti riguardanti i magistrati. Chi l’ha deciso? I magistrati.

6) Non è vero, o pare strano, che i legali del giudice diffamato, ora, dicano che ingabbiare Sallusti non gli interessa e che a fronte di un «equo risarcimento» ritirerebbero la querela: la sentenza della Corte d’Appello ha già previsto multe e quantificazione del danno (5000 Sallusti, 4000 Montinone, altri 30mila generici) e quindi non è chiaro perché la querela non la ritirino subito, visto che il pagamento è obbligato. Se ingabbiare Sallusti non fosse stato tra gli obiettivi, dunque, non è chiaro perché non si siano limitati ad un’azione civile (che puntasse solo ai soldi) e perché il pm che rappresenta l'accusa, soprattutto, abbia formulato Appello e dunque richiesto che carcere fosse.

7) È vero che molti giornalisti e molti giornali, ormai, tendono a considerare le cause per querela come un costo ordinario da mettere a bilancio: i tempi e i costi della giustizia portano a transigere (si paga una cifra e buonanotte) e si rinuncia a far valere le proprie ragioni. Qui le colpe sono da ripartire tra la lentezza della giustizia e una certa pigrizia di qualche avvocato e giornalista, non c’è dubbio.

8) È vero che la situazione di Sallusti è stata peggiorata da recenti decisioni dei governi di centrodestra: anche se è vero che tutti i governi, negli ultimi lustri, se ne sono fottuti. Per diffamazione semplice non si può finire in carcere, ma per quella «a mezzo stampa» sì in quanto è quasi sempre «aggravata» dall’attribuzione di un fatto determinato. Dalla famigerata «ex Cirielli» del 2005 in poi, peraltro, è impedito ai recidivi (come Sallusti, colpevole di altri «omessi controlli») di ottenere la sospensione del carcere per le pene che non superino i tre anni; non bastasse, sono state introdotte delle restrizioni nell’accedere alle pene alternative per chi abbia dei precedenti come i citati «omessi controlli». Nel caso di Sallusti, tuttavia, va detto che di precedenti che prevedano la carcerazione non ce ne sono: il direttore ha solo delle condanne indultate o trasformate in pena pecuniaria, nessuna delle quali per articoli scritti da lui.

9) È vero che la solidarietà tra penne d’ogni bandiera è una buona cosa, ma certi toni di sufficienza fanno prudere la penna. Il Giornale - direttore Maurizio Belpietro - nell’estate 1998 pubblicò la prima inchiesta in assoluto sul tema della diffamazione a mezzo stampa: 9 puntate, 60.277 battute a cura dello scrivente. Seguirono pochi servizi di Panorama e del Foglio mentre la Fnsi, sollecitata, fece solo sapere che: «Abbiamo chiesto agli editori l’istituzione di un fondo per coprire le spese legali». Traduzione: per risolvere il problema delle querele, basta pagare; come a dire che per risolvere il problema della malagiustizia basta andare in galera. Fu il Giornale a pubblicare regolarmente i monitoraggi del professor Vincenzo Zeno-Zencovich (anche qui, silenzio) e furono giornalisti di centrodestra o comunque non di sinistra (Roberto Martinelli, Alessandro Caprettini) a promuovere incontri e convegni. Di una fantomatica proposta di legge annunciata da Luciano Violante non si seppe più nulla, di un’altra presentata dal senatore radicale Pietro Milio, pure ispirata dalle inchieste del Giornale, pure nulla. Analogo destino ebbe una proposta del senatore Marcello Pera di Forza Italia. Tutto questo sempre nel silenzio: tranne un paio di casi (forse uno solo, nel 2009) in cui il condannato era di sinistra e allora c’è stato un po’ di baccano.

10) È vero che Antonio Di Pietro ora fa il buono e invoca un decreto per salvare Sallusti. Ma andrebbe ricordato che un suo progetto di legge prevedeva il «decreto cautelare di rettifica» oltreché la rilettura obbligatoria dei virgolettati agli intervistati, nonché - inevitabile - un inasprimento delle pene per il reato di diffamazione: alle testate che di tale diffamazione si macchiassero, a suo dire, doveva appunto essere imposta un’esponenziale sospensione delle pubblicazioni: più diffamazioni ergo più sospensioni, ogni volta più prolungate. Se per salvare Sallusti finiamo nelle mani del molisano, uh, siamo a posto.

A questo punto ci tocca dare la parola all'indagato. Cosa che nè i giornali fanno, nè i magistrati consentono.

Laudati contrattacca con una intervista a di Giovanni Longo su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. «Mi accingo a chiedere formalmente alla Procura di Lecce di essere sentito. Non si possono condurre indagini sull'attività di un procuratore senza ascoltarlo».

Amareggiato, ma al tempo stesso combattivo. Il Procuratore della Repubblica di Bari Antonio Laudati, indagato dalla Procura di Lecce, respinge le accuse e fa quadrato intorno all’ufficio inquirente che dirige da tre anni. L’inchiesta è quella partita dalla denuncia del Pm Giuseppe Scelsi (oggi alla Procura generale), il magistrato che per primo ha indagato sulle escort reclutate da Gianpaolo Tarantini per partecipare a feste esclusive in residenze private dell’ex premier Silvio Berlusconi.

Procuratore, due giorni fa alcuni suoi sostituti sono stati sentiti come persone informate sui fatti dal procuratore di Lecce Cataldo Motta. Come commenta la notizia?

«Ho il massimo rispetto delle procedure istituzionali e sono convinto che chi svolge una funzione come la mia pubblica e di rilievo deve essere sottoposto a ogni forma di controllo. Sono sicuro di non avere nulla da temere perché ho improntato il mio comportamento al rispetto della legge, all’imparzialità della mia funzione e al perseguimento della giustizia».

Prima il Csm, poi gli ispettori ministeriali (i cui accertamenti al momento sono finiti con un nulla di fatto), infine la Procura di Lecce. Le verifiche sul suo operato non finiscono mai?

«Non posso non rilevare che questo tipo di accertamenti è iniziato un anno fa, ma un’indagine a carico di un procuratore non può durare tanto. Occorre dare risposte rapide sia che siano stati commessi reati, sia che non siano stati commessi, soprattutto per la credibilità dell’ufficio».

La pensano allo stesso modo migliaia di persone indagate che vivono in un «limbo» e che chiedono senza fortuna di potere dire la loro. La giustizia non è uguale per tutti?

«Capita a me quello che accade a tanti cittadini. Rappresento, però, che, indipendentemente dalla vicenda personale, la questione si riverbera sull'intero ufficio. Non sostengo che la mia posizione è diversa, ma lamento che così si mette a rischio la credibilità della giustizia e delle istituzioni. Una situazione che deve essere definita in tempi rapidi. Per questo voglio subito essere interrogato».

In realtà l’inchiesta di Lecce sembra volere accendere un faro non tanto o non solo sulla sua attività, ma anche su quella di alcuni suoi sostituti. Qual è il clima che si respira nel Palagiustizia?

«Non so se la vicenda riguarda altri magistrati, e comunque, leggendo i giornali, si tratta di cose avvenute prima del mio arrivo a Bari. Sono dispiaciuto della rappresentazione che viene data del nostro ufficio. In questi tre anni abbiamo svolto una grande mole di lavoro in rapporto all’organico e alle scarse risorse disponibili. Occorrerebbe guardare quello che facciamo tutti i giorni e mandare in soffitta tutti i veleni».

Eppure proprio l’indagine più delicata sarebbe stata rallentata. E poi ci sono l’aliquota e la banca dati volute da lei.

«Al mio arrivo mi sono posto due obiettivi: trasparenza ed efficienza. Ho istituito pool di magistrati, un coordinatore, è stata potenziata la polizia giudiziaria, ho applicato alla Procura di Bari quanto ho imparato in Antimafia: si lavorava in pool per garantire maggiore correttezza possibile delle decisioni (sei occhi guardano meglio di due) e per evitare la sovraesposizione di un singolo Pm».

Alla luce delle accuse che le vengono mosse, considera gli obiettivi raggiunti?

«L’inchiesta Tarantini è stata divisa in sette tronconi tutti a processo, prima che arrivassi non era stato neanche arrestato. Il processo Tedesco è all’udienza preliminare, prima del mio arrivo non era stata notificata neanche un’informazione di garanzia. Per tutti questi processi c'è la valutazione di Gip, del Riesame e della Cassazione. Trovo una certa amarezza nel fatto che il lavoro dei miei colleghi, al prezzo di grandi sacrifici anche personali, passi in secondo piano. Nessun rallentamento, dunque, per non parlare della fantomatica ricostruzione della “aliquota”. Sono solo stati creati gruppi “ad hoc” di Carabinieri (per Tedesco) Gdf (per Tarantini) e Polizia (per le fughe di notizie) decisi dai vertici della forze di polizia. L’accusa è smentita dai fatti».

Pensa di avere commesso qualche errore?

«Sì, per esempio, con il senno di poi, non avrei trasmesso al Procuratore generale presso la Cassazione la “relazione Sportelli”, in cui venivano evidenziate tutte le anomalie commesse prima del mio arrivo. Pensavo fosse mio dovere segnalarle, e, invece, la relazione si è ritorta contro di me».

Prima dello scandalo si parlava di lei come possibile Procuratore di Napoli o Roma o come prossimo Procuratore nazionale antimafia. Tutto sfumato? Pentito, oggi, di avere scelto Bari?

«Chi assume un ruolo come il mio in un distretto importante come Bari accetta anche il rischio della sovraesposizione. Sono stati anni pesanti, ma ho fatto una scelta di cui non mi pento. Sono convinto che il tempo è galantuomo e mi darà ragione».

Tra un anno scade il suo primo «mandato». Ne seguirà un altro? Cosa farà da grande?

«Chi fa il Procuratore ha incarichi a termine, indipendentemente dalla propria volontà. La legge stabilisce quanto devo rimanere, ma è un problema che non mi pongo adesso anche perché fino a quando non avrò dimostrato ai cittadini l'assoluta infondatezza di tutte le questioni sollevate nei miei confronti, mai penserò di cambiare incarico. Credo di dovere dare ai cittadini la sicurezza che hanno avuto un Procuratore al di sopra di ogni sospetto e che non ha commesso alcun reato».

Sprechi, tagli sui servizi, disservizi e solita partigianeria.

Regione Puglia, Lazio, Sicilia e tutte le altre. Per favore non chiamatele Mafia. «Un certo tipo di giornalismo, che va per la maggiore, produce un certo tipo di politica imperante. Questi promuovono un certo tipo di antimafia monopolista: di parte e di facciata. - spiega il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” www.controtuttelemafie.it , scrittore dissidente che proprio sul tema della mafia e della mala politica e della mala amministrazione ha scritto dei libri, tra i tanti libri scritti dallo stesso autore e pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. - I soliti giornalisti promuovono ed i soliti politici finanziano iniziative della solita antimafia monopolista. Iniziative volte a dare un’immagine della mafia come la manovalanza del crimine organizzato. Per loro la mafia deve essere il cafone analfabeta con la lupara in mano che chiede soldi a strozzo o denaro in cambio di sicurezza. Come dire: affidati allo Stato che con i soldi estorti con le tasse esso sì ti presta i soldi e ti assicura benessere, istruzione, cultura, salute, giustizia e sicurezza (sic).  Invece per me la mafia siamo tutti noi: omertosi, emulatori, collusi e codardi. Questo tipo di giornalismo e questo tipo di antimafia, che addita gli avversari politici o la manovalanza criminale come mafiosi, è foraggiato da questo tipo di politica, spesso regionale. Ed è foraggiato con i nostri soldi estorti con le tasse. Invece di denunciare lo sperpero di denaro pubblico per amicarsi un certo sistema d’informazione ed un discutibile sistema antimafia, ai consiglieri ed agli assessori regionali si dà la colpa di dilapidare i nostri soldi. Ed i cittadini lì ad imprecare. Però si fa finta di non sapere che quei soldi, di cui a volte facciamo finta di chieder conto, non sono altro che quelli usati (per voto di scambio) per attirare favori e benevolenza da parte di quell’elettorato, che oggi è indignato. Quei soldi servono per comprare il consenso per la rielezione di quei politici che oggi si manda all’inferno. Fa niente se per mantenere lor signori si chiudono ospedali e tribunali. Ma tanto per il sistema tutto ciò non è racket, anche perché è omertosamente taciuto. Sulle emittenti tv vi sono sempre servizi di parte, se non servizi che raccontano altre realtà (su Studio Aperto alle 12.47 circa di tutti i giorni vi è un servizio sulla famiglia reale inglese). Certo che a fare vera informazione si rischia l’oscuramento del portale web o la galera (ma solo per il direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, vi è stato il polverone). Anche di questo una certa politica si deve fare carico. Sul nostro canale Youtube MALAGIUSTIZIA abbiamo dovuto montare e produrre un video sugli scandali alle Regioni. Un video tratto da servizi caricati sul web dal TG3, dal 884c25tv e dal TRnews di Tele Rama. Un video che è bene far vedere a tutti perché si dimostra che tutte le regioni sono uguali. Spezzoni video di tv anche locali. Vi è anche una parte riferita alla Regione Puglia di Nicola Vendola (dispensatore di sogni e di speranze), affinchè ci si renda conto con che tipo di informazione e di antimafia e di politica il cittadino si deve confrontare e che con questo sistema informativo è dura debellare.»

PUGLIA. Regione-cuccagna: la Puglia è la capitale degli sprechi di Stato

Caso Frisullo, scandalo Mele e spese di Introna: breve viaggio in Puglia, l'impero degli sprechi raccontato da Franco Bechis su “Libero Quotidiano”.

Per tutti gli italiani andare in pensione è diventato un calvario. Qui no: puoi ancora ritirarti a 55 anni avendo versato contributi solo per cinque anni. E l’assegno mensile anche così supera i tremila euro al mese, perché invece di essere tagliato come è avvenuto nel resto di Italia, viene periodicamente rivalutato. Dopo nemmeno un anno di lavoro puoi chiedere l’anticipo del Tfr, e fino a quando non hai raggiunto l’80% del dovuto puoi chiederlo anche l’anno dopo, e l’anno dopo ancora. Qui il numero uno può andare in giro su un’auto di lusso straniera tremila di cilindrata, e al suo vice è concessa una duemila di cilindrata con tutti i comfort, anche se c’è una legge che dice che sopra i 1.600 cc non si può salire. Benvenuti in Puglia, nel regno di Nichi Vendola, nel cuore di quel consiglio regionale che oggi è il paese della cuccagna della Casta. Qui tutto è ancora possibile, e se non ci fossero delibere, timbri amministrativi, stanziamenti effettivi, ci sarebbe da non credere ai propri occhi. Accadono cose nel cuore della politica pugliese che nemmeno la più fervida fantasia avrebbe immaginato esistere in Sicilia, la tradizionale patria di tutti i mali della spesa pubblica, del privilegio dei satrapi. In Puglia qualsiasi cosa è concessa. Tutto - anche quello che non pensavi possibile - diventa realtà. Grazie allo status di consigliere regionale possono rifarsi una vita politici che ne hanno combinata più di una e sono stati triturati dalle cronache. Prendiamo Sandro Frisullo, il luogotenente di Massimo D’Alema in zona, finito in carcere per l’inchiesta su soldi e donne elargiti da Giampaolo Tarantini. Per lui la carriera politica si è dovuta chiudere, ma la Regione gli ha consentito di ripartire grazie a bei mattoncini per rifarsi una seconda vita. Prima gli ha consegnato un assegno di fine mandato da 388.992,96 euro. Il 13 luglio 2010 ha chiesto e ottenuto di andare in pensione anticipata a 55 anni e gli è stato concesso. Da allora percepisce ogni mese dalla Regione un assegno da 10.071,80 euro lordi. Non sarebbe mai accaduto in un altro posto. Ma almeno Frisullo era stato consigliere regionale ininterrottamente dal 1995 al 2010: 15 anni. L’8 marzo di quest’anno la domanda di pensione anticipata appena compiuto il cinquantacinquesimo anno di età è giunta da un altro ex consigliere regionale: Cosimo Mele. Era deputato dell’Udc quando finì nei guai per una notte in albergo in via Veneto con due donne - una delle quali finì all’ospedale per overdose di cocaina. Mele fu mandato a processo, e il leader del suo partito gli impose le dimissioni da deputato. Fu però consigliere regionale per tutti i 5 anni della precedente legislatura (2000-2005). Solo quelli aveva alle spalle, così il suo assegno previdenziale è per forza ridotto: 3.403,82 euro lordi al mese che gli vengono corrisposti dal consiglio regionale dal primo aprile scorso. Non lo farà diventare ricco, certo. Bisogna però provare a raccontare agli italiani comuni che con il governo di Mario Monti e la stretta pensionistica di Elsa Fornero in vigore, c’è un Mele in Puglia che può andare in pensione a 55 anni, avendone lavorati solo cinque, con 3.403,82 euro lordi di pensione. I due nomi citati sono i più noti alle cronache nere nazionali, ma in Puglia sono a decine gli ex consiglieri che negli ultimi due anni sono andati in pensione prima dei 60 anni con emolumenti mensili di tutto rispetto (il più basso è quello di Mele). Non è una eccezione: è la regola. Per altro mentre le leggi nazionali in piena crisi economica dicevano tutt’altro e perfino i deputati e senatori tiravano la cinghia si tagliavano gli stipendi e i rimborsi spese, nel regno di Vendola è accaduto l’esatto opposto. I vitalizi sono stati ritenuti esenti dai tagli, e il loro importo è stato periodicamente rivalutato. Che le leggi in Puglia vadano in controtendenza, è evidente perfino dal ruolino delle cause davanti alla Corte Costituzionale. Due vedono contrapposti Vendola e il presidente del Consiglio, Mario Monti. La prima nasce dal fatto che quando la legge nazionale ha deciso di ridurre i consiglieri regionali, in Puglia si è fatto un taglietto, scendendo a 60, dieci in più del tetto imposto agli altri. E il governo ha fatto loro causa. La seconda diatriba nasce da una legge di Giulio Tremonti che riduceva la spesa per consulenze e collaboratori. Anche la Puglia si è adeguata, ma non per tutti. Vendola ha escluso dalla scure proprio i suoi collaboratori, e così è stato citato prima da Berlusconi e poi da Monti di fronte alla Corte costituzionale. Per capire come l’andazzo da queste parti sia di tutto altro tenore, tanto da trasformarsi nel paradiso della Casta, basta dare un’occhiata agli stanziamenti amministrativi che riguardano il presidente del consiglio regionale, Onofrio Introna, compagno di partito di Vendola in Sel. Quando si è insediato gli hanno messo a disposizione una Bmw. Lui ha voluto cambiare, preferendo una Audi A6 tremila di cilindrata. Siccome la Consip non ce l’aveva, ha costretto gli uffici della Regione a una trattativa privata con un noleggiatore del posto. Intanto che c’era, ha fatto prendere altre due Audi A6, però duemila di cilindrata, destinate al vicepresidente del consiglio regionale (Nicola Marmo, Pdl) e a un consigliere segretario. Non bastava l’auto di lusso. Quando Introna è nel suo bell’ufficio in Regione, che fa? Sicuramente scrive ad amici ed elettori. Perché ha chiesto e ottenuto una delibera amministrativa per la fornitura di carta intestata, buste e suppellettili a suo uso, indicandone anche i produttori prescelti: «500 buste shoppers della ditta Paperstore di Gravina di Puglia; n. 3mila fogli di carta intestata /Il Presidente/ e n. 3mila cartoncini formato americano intestati /Il Presidente/ della ditta Ragusa Tipografia di Bari; n. 70 cornici con riproduzione stemma Consiglio - lastra in argento - in vari formati, dalla ditta Braganti Antonio di Milano; n. 60 prodotti in terracotta artigianali /La nostra Terra/ dalla ditta Gallo Maria di Rutigliano (Ba)». Non si può dire che Introna non avesse idee sicure. Ma quando ha finito di scrivere? Nessun problema. Ha chiesto e ottenuto un abbonamento Sky che avesse dentro tutto, ma proprio tutto: partite di calcio, cinema, Hd, possibilità di registrare, perfino il pacchetto per le famiglie. Il primo anno valeva 65 euro al mese. Il secondo è lievitato a 1.800 euro anno, chissà perché. Visto che l’andazzo era quello, anche il vicepresidente Marmo non ha voluto esser da meno. Quando ha preso possesso del suo ufficio, ha deciso che i mobili erano «deteriorati e fatiscenti». E come il dirigente amministrativo ha voluto scrivere nella delibera di spesa, per coprirsi le spalle «considerato che lo stesso Vicepresidente ha fortemente insistito per la sostituzione degli arredi con quelli realizzati dalla ditta Fantoni», sono stati stanziati per la bisogna 9.513,60 euro. Con un clima così, ognuno ha abbandonato qualsiasi ritegno. In pieno scandalo Luigi Lusi il 10 maggio scorso la Regione Puglia ha pagato alla società di riscossione crediti Credit Tech una fattura Telecom da 403,3 euro protestata al vecchio gruppo consiliare della Margherita. L’aveva girata alla amministrazione l’ex presidente del gruppo, Francesco Ognissanti, dopo avere controllato sul vecchio conto corrente locale del partito: «Ha ragione Telecom», ha spiegato Ognissanti agli uffici amministrativi della Regione, «ho controllato sul nostro conto del Banco di Napoli e noi quella bolletta non l’abbiamo mai pagata. Potete tranquillamente pagarla voi». E la Regione Puglia di Vendola, che quando si tratta della Casta ha un cuore grande come un melone, ha pagato il debito della Margherita senza battere ciglio.

PUGLIA.

Regione-avvelenata: la Puglia è la capitale dell'inquinamento.

Una regione avvelenata, secondo l’inchiesta di Emiliano Fittipaldi su “L’Espresso”. Non c'è solo l'Ilva: i siti considerati pericolosi sono quasi 500. E tre sono nella lista nera d'Europa. Un disastro che uccide l'economia, ma soprattutto le persone. Se Taranto è il centro dell'inferno e l'Ilva la bocca di Satana, anche il resto della Puglia non se la passa bene. Inquinamento alle stelle, emissioni di CO2 da record, tracce di diossina nel latte materno, incidenza di tumori troppo alta vicino ai poli industriali: la regione dei trulli è il tacco nero d'Italia, il luogo dove sorgono le fabbriche più inquinanti del Belpaese. L'Agenzia europea dell'Ambiente lo scorso anno ha stilato una classifica delle industrie più "sporche" del Vecchio Continente. Nelle prime cento posizioni ci sono cinque fabbriche italiane. Tre sono in Puglia e due in Sardegna. Se l'Ilva di Taranto è cinquantaduesima, la centrale termoelettrica dell'Enel di Brindisi è piazzata addirittura al diciottesimo posto, mentre l'altra centrale di Taranto (sempre dell'Enel) è all'ottantesimo posto. Non è tutto: secondo gli studi dell'Arpa tra Foggia e Santa Maria di Leuca si contano centinaia di altri siti potenzialmente pericolosi. In tutto sono 498, di cui 70 di origine industriale, 145 discariche, 11 luoghi a rischio contaminazioni da amianto. «Non stupisce», chiosa Annibale Biggeri, epidemiologo, professore ordinario a Firenze e perito del gip di Taranto che ha ordinato il sequestro dell'Ilva, «che in alcune zone della Puglia i dati epidemiologici siano così allarmanti». Taranto è il caso più devastante. Lo studio "Sentieri" ha definito la zona vicino l'Ilva«area insalubre», e la procura ha deciso - dopo anni di inedia da parte di istituzioni locali e nazionali - di intervenire bloccando la produzione. Il Gruppo Riva, oggi nel mirino dei magistrati, ha comprato il sito alla fine degli anni '90 e ha inquinato allegramente per quindici anni l'aria e il mare della città, ma sono almeno tre decadi che gli esperti degli istituti di ricerca andavano spiegando dei pericoli mortali dell'acciaieria più grande d'Italia. «A Taranto in 13 anni di osservazioni, che vanno dal 1998 al 2010», ricorda Biggieri, «sono attribuibili alle emissioni industriali (misurate come polveri sottili) ben 386 decessi. Circa 30 l'anno. Un eccidio». A settanta chilometri dall'Ilva, a Brindisi, c'è un altro dei siti d'interesse nazionale (Sin) che fa tremare gli esperti. Comprende la zona industriale della città, il porto e una fascia costiera che si estende per oltre 30 chilometri quadri. Qui sorge la Syndial, la Polimeri europa, l'Enipower, la Powerco, senza dimenticare le due enormi centrali dell'Enel, campioni nazionali nell'emissione di CO2. Gli studi in mano agli scienziati sono scioccanti. La mortalità per l'area di Brindisi è stata analizzata nel periodo 1990-1994, quando vennero segnalati eccessi di mortalità per tutte le cause e per tutti i tipi di tumore. Un report più recente, pubblicato nel 2004, riguardò l'area residenziale vicino al petrolchimico: i risultati evidenziarono un incremento «moderato» nel rischio di mortalità per tumore del polmone, della vescica e del sistema linfoematopoietico per chi risiedeva in un raggio di due chilometri dalle industrie inquinanti. L'Arpa recentemente ha effettuato nuovi rilievi del suolo e delle falde acquifere, trovando di tutto: l'arsenico supera i limiti del 63 per cento, lo stagno del 42, il mercurio del 14, ci sono troppi idrocarburi, composti cancerogeni di vario tipo, clorobenzeni. Nello studio "Sentieri" gli esperti ricordano pure la presenza massiccia di amianto, che potrebbe aver causato«l'eccesso di mortalità per tumore alla pleura», e le troppe malformazioni congenite presenti a Brindisi. Il ministero dell'Ambiente, nella conferenza di servizi del marzo 2011, ha chiesto al Comune di presentare un progetto di bonifica della zona, e di fare rapidamente gli interventi di messa in sicurezza d'emergenza delle acque di falda. Chissà a che punto stanno i lavori. Di sicuro la commissione bicamerale d'inchiesta, che ha pubblicato lo scorso giugno una relazione sulla situazione pugliese in tema di illeciti e criminalità ambientale, sul tema delle bonifiche ha bacchettato l'amministrazione guidata da Nichi Vendola, rea di essere troppo lenta negli interventi di pulizia. «Il piano di stralcio delle bonifiche (pubblicato nel bollettino ufficiale del 9 agosto 2011, ndr) non riporta né una definizione degli interventi prioritari né un quadro chiaro dei meccanismi di finanziamento degli stessi». L'unica eccezione positiva, nota il Parlamento, è il sito inquinato di Manfredonia. Qui, grazie alla «spinta propulsiva» di una procedura d'infrazione della Comunità europea (che avrebbe portato a pagare multe da centinaia di migliaia di euro al giorno) la Regione ha investito una quarantina di milioni ed ha bonificato tre discariche pubbliche che aspettavano di essere pulite da 13 anni. La situazione in città è migliorata, ma c'è ancora molto da fare. Innanzitutto nell'area della Syndial (Ex Enichem), che nel 1976 finì sulle prime pagine dei giornali per un'esplosione che provocò una nube tossica di arsenico. Dieci tonnellate di veleni caddero sotto forma di polveri, come ricorda la commissione bicamerale, «nei pressi dello stabilimento e fino all'estrema periferia» di Manfredonia, ricoprendo i tetti delle case, le strade, i campi e i giardini. Uno studio ha segnalato per la città - per quanto riguarda la mortalità- trend temporali in crescita per tutti i tumori. «Su quell'evento bisognerebbe indagare meglio: è un incidente tipo Seveso, non si sa cosa sia davvero successo alla salute delle persone, i possibili danni di chi fu esposto dovrebbero essere studiati con maggiore cura», ragiona Biggeri. Il quarto sito di interesse nazionale è quello di Bari, area Fibronit. Qui l'assassino è l'amianto, che ha ucciso negli anni (per asbestosi, tumori e malattie dell'apparato respiratorio) centinaia di persone, gli operai che andavano al lavoro, le mogli che venivano in contatto con le polveri nascoste nelle tute da lavoro, i figli che le respiravano. Nella zona, sostengono gli scienziati, c'è ancora un eccesso di malattie. La fabbrica ha chiuso da lustri, ma incredibilmente ci sono ancora migliaia di metri quadri da bonificare, con residui di eternit che rischiano di far ammalare, oggi, gli abitanti dei quartieri vicini: solo a Japigia vivono oltre 50 mila persone. Lo studio "Sentieri" dà alcuni suggerimenti: «Considerata la particolare complessità della città di Bari (ambiente urbano, area portuale, altri insediamenti produttivi) si ritiene opportuna una caratterizzazione ambientale più ampia, e un approfondimento del quadro di salute della popolazione». I biomonitoraggi, però, costano caro, e i loro risultati non sempre piacciono ai politici. Le bonifiche sono operazioni complesse e richiedono enormi sforzi economici: è impossibile fare una stima precisa, ma di sicuro mettere in sicurezza i quattro Sin pugliesi non costerebbe meno di una decina di miliardi di euro. Soldi che nessuno (né il pubblico né tantomeno i privati) ha mai voluto investire. La commissione bicamerale alza il dito anche contro la gestione commissariale in tema di rifiuti e bonifiche. «In Puglia come in altre regioni ha prodotto scarsi risultati, dal momento che il primo censimento dei siti contaminati è stato pubblicato nel 1994 dall'Enea, e quindi da allora si aveva contezza dello stato di degrado ambientale del territorio». Un disastro che ammazza anche l'economia: se i mancati investimenti dovuti all'inquinamento pesano sul Pil regionale per centinaia di milioni di euro l'anno (nel 2006 uno studio della Ue quantificò un costo annuale per le mancate bonifiche in un range che andava, per quanto riguarda l'Italia, tra i 2,4 e i 17,3 miliardi di euro), i veleni hanno penalizzato anche l'agricoltura, «martoriata», scrive la Commissione, «dalle emissioni industriali degli insediamenti di Brindisi e Taranto e dallo sversamento illegale di rifiuti». La commissione non risparmia nessuno, e se la prende anche con il ministero dell'Ambiente, che non avrebbe mai emanato il regolamento relativo agli interventi di bonifica. In assenza di norme precise, ogni situazione viene gestita «caso per caso, rendendo di fatto inefficaci le richieste di intervento». Senza un quadro normativo di riferimento, in pratica, tutto è demandato ai Tar. Che, in caso di ricorso, possono bloccare il lavoro di bonifica. Come è capitato alla Fibronit di Bari: il Comune voleva trasformare l'area in un parco cittadino dedicato alle vittime dell'amianto, il Tar ha bocciato il progetto, i lavori sono stati bloccati e i veleni sono rimasti a terra.

POLITICA, INFORMAZIONE E GIUSTIZIA

BARI: COZZE E COZZARI.

Bari e la Puglia: il regno di Nicola Vendola e della sua creatura “Sinistra, Ecologia e Libertà. Vendola, il paladino della democrazia. Quello che, quando perde, democraticamente accetta la sconfitta. Siiiiii?….e quando? Il 21 gennaio 2009, Vendola, risultato sconfitto al Congresso, lascia il partito di Rifondazione Comunista  e dichiara di volersi impegnare in un percorso, mirante alla costituzione di un nuovo soggetto politico che riunisca le diverse anime della Sinistra italiana. Ma anche in tema di libertà non è secondo a nessuno. Però spesso tra la democrazia casareccia e la libertà arbitraria nasce l’anarchia. E dove c’è anarchia vige la legge del più forte e non la forza della legge: ergo, le cupole imperversano. La cupola della sanità pugliese. Asl e Regione nella rete di Tarantini. Inchiesta di Mara Chiarelli su “La Repubblica”. Assessori e consiglieri regionali. Primari, imprenditori e dirigenti Asl. Un groviglio di indagini giudiziarie racchiude un decennio di illeciti e ruberie attorno alla sanità pugliese. Cominciati con l'ex governatore Raffaele Fitto e proseguiti sotto la giunta Vendola. C'è un nome che tiene uniti vecchi e nuovi 'affari': Gianpaolo Tarantini, l'ex faccendiere amico di Silvio Berlusconi. Si intrecciano, mescolando affari e nomi, le decine di inchieste sulla sanità pugliese, oggetto di voluminosi fascicoli aperti negli ultimi anni dalla Procura di Bari. Si comincia dalla strada maestra tracciata da Gianpaolo Tarantini, l'imprenditore barese noto per aver portato le escort a Palazzo Grazioli e capace di intessere amicizie con politici, amministratori e primari, utili ad elevare il fatturato della sua vendita di protesi. Su un binario parallelo, si scoprirà, si muovevano gli interessi di un'altra cupola, quella che a parere della Procura era guidata dal senatore Alberto Tedesco, salvato dall'arresto grazie al Senato. In mezzo direttori generali, più o meno noti come Lea Cosentino, "lady Asl", e un pulviscolo di dirigenti, funzionari e baroni universitari, ma soprattutto i politici: due le inchieste nelle quali l'attuale Governatore pugliese Nichi Vendola risulta indagato, dopo che la sua posizione era stata archiviata in un'altra indagine, ormai un anno fa. Proviamo a sbrogliare la matassa.

Il primo scandalo Tarantini. In principio fu lo scandalo delle protesi. Risale infatti al periodo compreso fra il 2001 e il 2004 la prima traccia degli affari condotti in maniera illecita, secondo la Procura, dai fratelli Tarantini. I due, con il coordinatore regionale de "La Puglia Prima di Tutto" e consigliere regionale pugliese, Tato Greco, avrebbero costituito un'associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al falso. Avrebbero condizionato i vertici delle aziende ospedaliere pugliesi nell'acquisto dei prodotti sanitari commercializzati dalle società dei Tarantini. Nel processo, in corso al tribunale di Bari, sono state dichiarate inutilizzabili 11 mila intercettazioni (pari a 120 mila conversazioni), buona parte delle quali rappresenta l'ossatura dell'impianto accusatorio.

Le protesi a Ortopedia. Numerosi gli episodi di corruzione contestati dai pm Ciro Angelillis ed Eugenia Pontassuglia, che nel 2011 avevano portato agli arresti domiciliari il direttore della seconda clinica ortopedica del Policlinico di Bari, Vittorio Patella, e la fisiatra S. I. T., accusati di aver messo in piedi con Tarantini un sistema corruttivo che avrebbe permesso di intascare belle cifre di denaro. Durante un pranzo nell'hotel "Eden" di Roma, sostiene la Procura, si cristallizzò l'accordo associativo, che avrebbe fruttato ai Tarantini la vendita in regime di monopolio delle protesi commercializzate dalle loro società. In cambio, Gianpi avrebbe fatto da tramite fra i medici, il funzionario Francesco Lippolis e Lea Cosentino: da quest'ultima, con la complicità di Lippolis, avrebbero ottenuto un incremento del budget di 50 mila euro, assegnato alle loro strutture di fisioterapia. La dottoressa T. si sarebbe occupata dei medici di base, facendo in modo che fossero prescritte ai pazienti le protesi, poi impiantate da Patella.

Le gare vinte nelle Asl.Tra il 2008 e il 2010 si collocano i reati contestati nel filone di inchiesta relativo alla gestione delle gare e delle trattative per l'acquisto di attrezzature e protesi sanitarie, a vantaggio delle società della famiglia Tarantini, nel quale è coinvolta anche l'ex direttore generale della Asl, Lea Cosentino. La prima indagine era partita a seguito delle dichiarazioni dello stesso Tarantini che, in un interrogatorio, aveva parlato di fatture liquidate a tempo di record grazie a documenti truccati, di gare pilotate e delibere redatte con un unico obiettivo: avvantaggiare lui e la società Tecno Hospital. L'imprenditore barese, emergeva dai racconti, riusciva persino a far nominare suoi uomini ai vertici della Asl e discuteva degli appalti, indicando presunte spartizioni con assessori regionali. L'ex dg della Asl, Lea Cosentino, in cambio avrebbe ottenuto vacanze a Montecarlo e regali, come un orologio Rolex o un cappotto di cachemire Kiton, disponibilità di autisti e auto per i suoi viaggi, oltre alla promessa fattale da Gianpi di mediare, nel suo interesse, con politici regionali e nazionali, come l'ex vicepresidente regionale Sandro Frisullo, l'ex ministro Raffaele Fitto e con l'ex premier Silvio Berlusconi, perché conservasse il suo incarico o ne assumesse altri. A dare una mano a Tarantini e alla Cosentino, ci sarebbero stati i funzionari Antonio Colella, Michele Vaira e Francesco Lippolis che, secondo la Procura, avrebbero ricevuto in cambio nomine, soldi e prestazioni di escort. Le forniture che Tarantini si sarebbe aggiudicato irregolarmente sono sette, per un valore complessivo di oltre 770 mila euro.

Escort in cambio di appalti. È approdato alla fase dell'udienza preliminare il processo che riguarda i rapporti con l'ex vicepresidente della giunta regionale pugliese, Sandro Frisullo (Pd). Imputati anche Gianpaolo e Claudio Tarantini, Vincenzo Valente, ex direttore amministrativo dell'Asl di Lecce, e Antonio Montinaro, all'epoca dei fatti primario di neurochirurgia del Vito Fazzi di Lecce: sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere, corruzione, abuso d'ufficio, turbativa d'asta e millantato credito. Per la Procura, Frisullo avrebbe ricevuto da Tarantini regali, mazzette e favori in cambio di vantaggi economici. In particolare, il politico leccese avrebbe percepito "dodicimila euro al mese da gennaio a novembre 2008, costosi capi di abbigliamento, buoni benzina, regali di vario genere, prestazioni di natura sessuale delle prostitute Teresa De Nicolò, Sonia Carpentone e Vanessa Di Meglio, la disponibilità di un'autovettura ed un autista nonché quella del servizio di pulizia settimanale presso il suo domicilio di via Giulio Petroni". In cambio, avrebbe garantito la "buona riuscita degli affari illeciti delle società di Tarantini grazie al rapporto di tipo fiduciario del Frisullo con i dirigenti degli uffici della Asl di Lecce". Tra le gare pilotate ci sarebbe quella da quattro milioni di euro per la gestione dinamica delle cartelle cliniche della Asl leccese. 

La cupola Tedesco. Si è chiusa con la richiesta di rinvio a giudizio la prima delle tre inchieste a carico del senatore Alberto Tedesco. La Procura di Bari ha chiesto al gip di mandare a processo una quarantina di persone con le accuse, a vario titolo, di associazione a delinquere, illecito finanziamento ai partiti, concussione (anche tentata), abuso d'ufficio, turbativa d'asta, rivelazione del segreto d'ufficio, corruzione e falso. Nell'inchiesta sono coinvolti anche l'ex direttore generale della Asl Bari Lea Cosentino, imprenditori, dirigenti di Asl e ospedali pubblici pugliesi, tre esponenti locali del Pd e l'ex braccio destro dell'allora assessore alla sanità Mario Malcangi. Sarebbe stata così costituita "una rete che era in grado di controllare forniture e gare di appalto". In particolare, la struttura guidata da Tedesco era in grado di pilotare le nomine di dirigenti generali di Asl pugliesi fatte dalla giunta regionale verso persone di fiducia. E, a catena, si controllava la nomina di quelli amministrativi e sanitari, in modo da dirottare gare di appalto e forniture verso imprenditori legati a Tedesco (il genero Elio Rubino e l'imprenditore Paolo Emilio Balestrazzi) da interessi economici ed elettorali (come gli imprenditori Carlo Dante Columella e Francesco Petronella). Tedesco, inoltre, sarebbe intervenuto "attivamente sui direttori generali e sui dirigenti amministrativi e sanitari per nominare quali primari persone di sua fiducia, influendo sui vertici amministrativi per destituire dal loro incarico persone che non obbedivano ai suoi ordini". Al senatore Tedesco viene contestato anche il finanziamento illecito ai partiti: non si tratta di soldi dati alla politica ma del modo in cui, secondo i pm, erano gestite dalla "rete Tedesco" le Asl, serbatoi di voti.

Lo scandalo degli accreditamenti. Amministratori regionali, dirigenti sanitari e imprenditori. Persino un finanziere. Sono i nuovi indagati, in tutto 47, dell'inchiesta sugli accreditamenti sanitari appena chiusa dalla procura di Bari. Nella lista ci sono il senatore Alberto Tedesco, ex assessore regionale alla sanità, Mario Morlacco, ex dirigente dell'Agenzia regionale sanitaria, gli ex direttori generali della Asl Bari Nicola Pansini e Alessandro Calasso e il direttore sanitario Francesco Lippolis; gli imprenditori Rocco Colonna e Francesco Ritella, amministratori della società Kentron di Putignan, e l'ex senatore Francesco Carella dirigente della sanità foggiana. I reati contestati a vario titolo sono quelli di corruzione, concussione, truffa, abuso d'ufficio, falso, peculato, estorsione e rivelazione del segreto d'ufficio. Al centro dell'inchiesta, condotta dai pm Desirèe Digeronimo e Francesco Bretone e coordinata dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno, c'è la società barese Kentron accreditata illecitamente al servizio sanitario regionale sebbene avesse una struttura assolutamente inagibile e priva delle apparecchiature per fornire le prestazioni previste: tac, risonanza magnetica e riabilitazione. Ma sono in tutto sei le società che avrebbero beneficiato, senza avere i requisiti, delle procedure amministrative della Regione Puglia per il rilascio di vari provvedimenti autorizzativi sanitari: la Cbh-Città di Bari Hospital di Modugno, la Kentron di Putignano, la Spgs srl di Bari, il Gruppo Villa Maria di Lugo (Ravenna), la Gestione e management sanitario di Adelfia e le Case di Cura Riunite Villa Serena e Nuova San Francesco di Foggia. I provvedimenti 'falsati', con cui sono stati dirottati alle società fondi del bilancio regionale, hanno provocato dal 2007 al 2011 danni per 7,8 milioni di euro alle casse della Regione.

La transazione con il Miulli. È la terza delle inchieste nelle quali è coinvolto il senatore Tedesco. In questa risulta indagato anche il presidente della Giunta regionale pugliese, Nichi Vendola. È attorno a 45 milioni di euro che si snoda tutta la vicenda dell'ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti che ha portato il 13 aprile scorso a un avviso di garanzia per abuso d'ufficio, falso e peculato a carico del governatore, dei due ex assessori Tommaso Fiore e Alberto Tedesco e dei vertici dell'ente ecclesiastico tra cui il vescovo di Altamura, Mario Paciello. L'accusa è di concorso in peculato e falso: avrebbero chiuso e poi annullato una transazione immaginando già che il Tar l'avrebbe cassata. In modo tale da far lievitare i costi a favore dell'ospedale Miulli. Il falso ideologico (contestato a Vendola, Fiore e Messina) riguarda la firma della transazione, mentre il peculato viene contestato dal procuratore aggiunto Giorgio Lino Bruno e dal sostituto Desirèe Digeronimo perché per pagare la prima tranche del debito sono stati utilizzati i soldi della Asl. La storia comincia l'11 marzo del 2009 quando la Regione firma la transazione con il Miulli per 45 milioni. L'iter era stato avviato dall'ex assessore Alberto Tedesco, la delibera è presentata da Fiore. La transazione nasce dalla richiesta del Miulli di un ripianamento dei debiti per la realizzazione dell'ospedale e per il rimborso delle prestazioni sanitarie che secondo l'ospedale erano troppo basse.

L'ultima inchiesta su Tedesco. Ancora un avviso di garanzia per il senatore Alberto Tedesco è stato notificato il 14 aprile. Con lui sono indagati Lea Cosentino, Paolo Cappiello, consigliere delegato di "Assidea & Delta srl", l'ex direttore amministrativo della Asl Bat, Felice De Pietro, l'ex direttore amministrativo dell'Asl di Bari, Luciano Lovecchio, e l'ex direttore sanitario della stessa Asl Giuseppe Lonardelli. La storia questa volta riguarda un contratto assicurativo sottoscritto dalla Asl di Bari nell'aprile 2007. Il servizio veniva affidato alla società Assidea & Delta e valeva per tutti gli ospedali della Asl barese. Secondo gli investigatori Tedesco avrebbe indotto gli uffici a prorogare senza gara d'appalto il contratto alla Assidea per circa 12 milioni. Contemporaneamente l'assessore aveva nominato una commissione per formulare nuove regole sulla gestione del rischio delle aziende sanitarie. Un gruppo che ha lavorato molto a lungo, bloccando ogni gara d'appalto: per questo la giunta regionale adottò poi una propria delibera, di fatto garantendo per altri tre anni, secondo gli inquirenti, il monopolio alla società fino al 2010. Anche questa indagine è condotta dal sostituto procuratore Desirèe Digeronimo.

I guai di Vendola. Il procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno, e i pm Desirèe Digeronimo e Francesco Bretone lo accusano di concorso in abuso d'ufficio con Lea Cosentino, la Lady Asl travolta dalle inchieste sulla sanità pugliese. Il governatore, dicono i pm, avrebbe condizionato il concorso per primario di chirurgia toracica all'ospedale San Paolo di Bari, favorendo la nomina di Paolo Sardelli. In un memoriale datato 8 aprile 2011, lady Asl accusa Vendola di aver riaperto i termini per il concorso di primario all'unità operativa di chirurgia toracica del presidio ospedaliero San Paolo: "Vendola mi chiese di procedere velocemente e sponsorizzò la nomina del dottor Sardelli del Policlinico di Foggia, suo amico e secondo lui molto bravo; espletai il concorso ma il dottor Sardelli non presentò la domanda confidando di poter essere collocato presso il Di Venere in una istituenda unità complessa. Quando Sardelli appurò tramite Francesco Manna, capo gabinetto di Vendola, che l'istituzione non si sarebbe realizzata, Vendola mi chiese insistentemente di riaprire il concorso per consentire al dottor Sardelli di parteciparvi. Io, a fronte di tali richieste e nonostante fosse stata già composta la commissione che non si era ancora riunita, riaprii i termini del concorso, anche se non ero d'accordo, con la scusa di consentire il massimo accesso a tutte le professionalità. Era chiaramente una forzatura ma Vendola mi disse di farlo perché mi avrebbe tutelata. Vinse il dottor Sardelli poiché in effetti era il più titolato". Vendola, in una conferenza stampa, ha ammesso di essersi interessato a quel concorso come a tutti i concorsi ma "nella misura di chiedere che fossero concorsi veri, che avessero una platea credibile di partecipanti e che potesse vincere il migliore". E ancora: "I miei unici interventi rari, relativamente ai concorsi, sono stati sempre mirati alla raccomandazione che potesse vincere il migliore". E il caso sotto osservazione dimostra che "a vincere è stato il migliore".

Francesca Russi presenta i personaggi della vicenda.

Gianpaolo Tarantini. Tutti ormai lo conoscono come "Gianpi". Il re delle protesi è stato il primo a finire nei guai nel 2001 per aver corrotto, sostengono i pm, i vertici della sanità pugliese perché acquistassero le protesi commercializzate dalla sua azienda. Il rampante imprenditore barese deve vedersela anche con molte altre accuse a suo carico. È lui infatti, secondo la ricostruzione dei magistrati, ad aver portato le escort nei festini a Palazzo Grazioli dall'ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, e proprio da Tarantini nasce tutto l'affaire Patrizia D'Addario. Gianpi avvicina l'ex premier durante l'estate 2008 in Sardegna: lì comincia la dolce vita fatta di feste vip e cocaina. Il "faccendiere" per eccellenza, come viene definito dai magistrati, fa affari con la destra e con la sinistra. Gianpi "compra" gli appalti non con le tangenti, ma con le escort: è sempre lui ad aver combinato l'incontro dell'ex vice presidente della Giunta regionale pugliese Sandro Frisullo con Terry De Nicolò. L'ultimo guaio giudiziario di Gianpi riguarda le dichiarazioni mendaci fatte alla procura di Bari: avrebbe mentito ai pm sui festini ad Arcore e a Palazzo Grazioli in cambio di soldi. A pagarlo sarebbe stato proprio Berlusconi attraverso Valter Lavitola.

Nichi Vendola. Sono due le inchieste in cui è coinvolto il governatore pugliese. Vendola, dicono i pm, avrebbe condizionato il concorso per primario di chirurgia toracica all'ospedale San Paolo di Bari, favorendo la nomina di Paolo Sardelli. Ad accusarlo è Lea Cosentino in un memoriale datato 8 aprile 2011. "Vendola mi chiese di procedere velocemente e sponsorizzò la nomina del dottor Sardelli del Policlinico di Foggia, suo amico e secondo lui molto bravo". Vendola ha ammesso di essersi interessato a quel concorso come a tutti i concorsi ma "nella misura di chiedere che fossero concorsi veri, che avessero una platea credibile di partecipanti e che potesse vincere il migliore". E ancora: "I miei unici interventi rari, relativamente ai concorsi, sono stati sempre mirati alla raccomandazione che potesse vincere il migliore". E il caso sotto osservazione dimostra che "a vincere è stato il migliore". Il suo nome è finito anche in un'indagine su una transazione da 45 milioni di euro a favore dell'ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti. Il governatore ha ribadito però di non temere nulla.

Alberto Tedesco. Prima assessore alla sanità della Regione Puglia, poi senatore della Repubblica. Tedesco, pluri-indagato, non rinuncia alla poltrona. Il suo nome viene tirato in ballo fin dall'inizio: è l'opposizione in consiglio regionale ad accusarlo di conflitto d'interessi perché assessore con un'azienda di famiglia di prodotti sanitari. Subito dopo c'è la prima inchiesta della Procura: l'assessore viene accusato di aver messo in piedi una rete che era in grado di controllare forniture e gare di appalto, su invito del presidente Nichi Vendola si dimette. Le inchieste dei pm, in tutto tre, rivelano l'esistenza di una "cupola". La struttura guidata da Tedesco, secondo l'accusa, era in grado di pilotare le nomine di dirigenti generali di Asl pugliesi. E, a catena, controllava la nomina di quelli amministrativi e sanitari, in modo da dirottare gare di appalto e forniture verso imprenditori legati all'assessore da interessi economici ed elettorali come il genero Elio Rubino e gli imprenditori Paolo Emilio Balestrazzi, Carlo Dante Columella e Francesco Petronella.

Lea Cosentino. Per tutti è Lady Asl. L'ex direttore generale della Asl di Bari, nominata e scaricata direttamente dal presidente Nichi Vendola, è coinvolta in più indagini della procura di Bari. Avrebbe pilotato nomine e appalti e garantito l'acquisto di protesi sanitarie dalla società di Tarantini. In cambio avrebbe ottenuto vacanze a Montecarlo e regali, come un orologio Rolex o un cappotto di cachemire Kiton, disponibilità di autisti e auto per i suoi viaggi, oltre alla promessa fattale da Gianpi di mediare, nel suo interesse, con politici regionali e nazionali, come l'ex vicepresidente regionale Sandro Frisullo, l'ex ministro Raffaele Fitto e con l'ex premier Silvio Berlusconi, perché conservasse il suo incarico o ne assumesse altri. L'ultima inchiesta in cui è finita è quella sul concorso da primario per il reparto di chirurgia toracica all'ospedale San Paolo di Bari: in quel fascicolo gli indagati sono due, Lady Asl e Nichi Vendola. Lea Cosentino ha anche querelato Vendola per diffamazione.

Sandro Frisullo. Esponente prima dei Ds e poi del Pd. Considerato l'uomo di D'Alema in Puglia, Frisullo viene nominato vice presidente della giunta regionale finché non finisce sotto inchiesta. Per la Procura, avrebbe ricevuto da Tarantini regali, mazzette e favori in cambio di vantaggi economici concessi alle società gestite da Gianpi e il fratello. In particolare, il politico leccese avrebbe percepito "dodicimila euro al mese da gennaio a novembre 2008, costosi capi di abbigliamento, buoni benzina, regali di vario genere, prestazioni di natura sessuale dalle prostitute Teresa De Nicolò, Sonia Carpentone e Vanessa Di Meglio, la disponibilità di un'autovettura ed un autista nonché quella del servizio di pulizia settimanale presso il suo domicilio di via Giulio Petroni". In cambio, avrebbe garantito la "buona riuscita degli affari illeciti delle società di Tarantini grazie al rapporto di tipo fiduciario del Frisullo con i dirigenti degli uffici della Asl di Lecce". Tra le gare pilotate ci sarebbe quella da quattro milioni di euro per la gestione dinamica delle cartelle cliniche della Asl.

Michele Mazzarano. Un capolista chiacchierato, una candidatura per molti inopportuna, le lotte intestine al Pd pugliese e sullo sfondo lo scandalo della sanità regionale. Questo secondo “Il Fatto Quotidiano” del 20 aprile 2011. All’origine di tutto, però, una dichiarazione contenuta in un verbale della Procura di Bari: “Gli unici due politici pugliesi ai quali ho corrisposto tangenti sono Sandro Frisullo e Michele Mazzarano”. Così parlò Giampaolo Tarantini, che da settembre 2009 ha ricostruito davanti ai pm il giro di tangenti della sanità regionale. Era la metà di aprile dell’anno scorso, le parole dell’imprenditore finirono sui giornali (secondo i quali Mazzarano era indagato per corruzione), quest’ultimo si dimise da ogni carica di partito (all’epoca era il numero due del Pd in Puglia), rinunciò alla candidatura alle elezioni regionali, ma poi venne eletto lo stesso e passò nel gruppo misto come capogruppo di se stesso (prebende salve). In altre parole, basso profilo assicurato e nessuna esposizione mediatica. Oggi, però, a distanza di dodici mesi dal suo presunto coinvolgimento nell’affaire Tarantini, Mazzarano torna a far parlare di sé: è il capolista del Pd alle elezioni comunali di Massafra, la sua città natale in provincia di Taranto. Nel comune jonico di 32 mila abitanti – dove il centrodestra governa da una vita -, il centrosinistra è compatto intorno alla candidatura a sindaco del consigliere provinciale in quota Pd Vito Miccolis, sostenuto anche da Idv, Sel, Udc e tre liste civiche. Ciò che fa notizia, tuttavia, non sono tanto le scaramucce da fine campagna elettorale, bensì la nuova discesa in campo dell’ex segretario regionale dei Ds. Ad accendere il fuoco della polemica direttamente il presidente del Pd pugliese, ovvero il sindaco di Bari Michele Emiliano: “Questi sono i casi in cui mi vergogno del mio partito – ha scritto Emiliano su Facebook – Questo soggetto dovrebbe dimettersi da ogni carica politica ed andare a lavorare. Sarebbe la prima volta nella sua vita. Ha preso soldi da Tarantini e non può più rappresentare il Pd. Non capisco perché insistiamo a farci del male. Ma le vecchie abitudini sono dure a morire. Prendere soldi da imprenditori fuori dalle regole che consentono il finanziamento dei partiti e delle campagne elettorali è il più grave dei delitti politici ed il Pd deve stabilire da che parte sta”. Parole durissime quelle di Emiliano, che quando parla di soldi per finanziare le campagne elettorali si riferisce ai diecimila euro che, secondo la ricostruzione di Giampaolo Tarantini, Michele Mazzarano avrebbe ricevuto dall’imprenditore in cambio di appalti, soprattutto nell’area ionica. Contattato dal Fatto, il sindaco di Bari ha preferito non ritornare sull’argomento, confermando in tutto e per tutto la sua presa di posizione. Che il rapporto tra i due non sia mai stato rose e fiori, del resto, è testimoniato anche da un altro fatto a suo modo “storico”: due anni fa fu proprio Emiliano a scaricare sul politico massafrese la responsabilità di aver organizzato la famosa cena elettorale in cui far incontrare D’Alema e Tarantini, con lo scopo di ricambiare alcuni favori ottenuti. Tornando ad oggi, diametralmente opposto il comportamento del segretario del Pd pugliese Sergio Blasi, che appena saputo della sparata di Emiliano ha chiamato Mazzarano e il candidato sindaco del Pd massafrese per esprimere la sua vicinanza in questa fase delicata, promettendo di essere presente ad una manifestazione elettorale. Ma lui, Michele Mazzarano, come ha preso la dichiarazione incendiaria del sindaco di Bari? “Non è nuovo ad attacchi gratuiti nei miei confronti, ma questa volta lo querelo – ha detto al Fatto – Un anno fa ho appreso dai giornali di essere indagato, ma ad oggi non mi è stato comunicato nulla dagli inquirenti. Credo, invece, che Emiliano voglia ancora farmi pagare il mio sostegno a Blasi nella corsa alla segreteria regionale del partito”. Candidatura opportuna? “Mi è stato chiesto dagli iscritti e dal gruppo dirigente del Pd di Massafra e ho accettato. La mia strada sarà quella che decideranno gli elettori”. In attesa del futuro (le urne), il presente conferma il dato storico: tra divisioni e scelte discutibili, il Pd riesce sempre a complicarsi la vita. Per Ivan Cimmarusti su “Bari Sera” così Mazzarano chiese (senza averla) una tangente per il lavaggio della biancheria nella Asl di Taranto. Concedere un appalto per il lavaggio ed il noleggio della biancheria con l’Asl Taranto, ma solo dietro una tangente da pagare all’ex vice segretario regionale del Pd, Michele Mazzarano. Questo annotano i militari del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza, nelle carte dell’indagine in cui sono coinvolti il primario di ortopedia dell’ospedale di Castellaneta, Nicola Galante, e i fratelli Gianpaolo e Claudio Tarantini. Come già anticipato negli articoli precedenti, il filone delle forniture ortopediche è solo una piccola parte della più ampia inchiesta sugli appalti concessi dall’Asl Taranto tra il 2007 e il 2009. Tra i nomi più importanti, ritroviamo proprio Mazzarano che, secondo la Procura di Bari, all’epoca dei fatti contestati avrebbe preteso una tangente per un appalto con l’Ente sanitario del capoluogo Jonico. Negli atti depositati, la Procura ritiene esistere un unico filo conduttore: Gianpaolo Tarantini che si preoccupa non solo di sistemare al Di Venere di Bari o al Santissima Annunziata di Taranto il dottor Galante ma anche del business di un imprenditore, tale D’Alba, proprietario sembra di una azienda che lava e fitta biancheria. Gli investigatori della Gdf parlano “della gara d’appalto per il lavaggio ed il noleggio della biancheria bandita dalla Asl di Taranto per la quale il Mazzarano avrebbe preteso dall’imprenditore D’Alba del denaro, attraverso l’intermediazione di Gianpaolo Tarantini, il quale però, nello specifico frangente, non sarebbe stato in grado di tenere fede agli impegni presi, suscitando il risentimento del Mazzarano che se ne lamenta con il fratello Claudio”. Si tratta di un’analisi degli investigatori, tra l’altro riportata dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare per Galante, che prelude al contenuto di un secondo filone d’indagine sull’Asl Taranto. Elementi di prova consistenti, in questi atti (ma non si sa in quelli ancora coperti da segreto investigativo), mancano. L’unico indizio, attraverso uno stralcio di intercettazione, riguarda il contenuto di una telefonata tra lo stesso Mazzarano – che in passato tra l’altro ha negato di conoscere i Tarantini – e Claudio. La telefonata è del 15 luglio 2008, alle 17:24.

Claudio: “Uè Michele come stai?”

Mazzarano: “Bene…sono due giorni che sto cercando al telefono quello stronzo di tuo fratello, gli puoi dire che domani mattina ci dobbiamo vedere urgentemente…(…) Tu lo senti e gli dici che domani mattina ho bisogno di vederlo! Urgentemente perché non mi sta rispondendo al telefono…omissis”.

Secondo gli investigatori, la telefonata dovrebbe provare che Gianpaolo non rispondeva al telefono perché “non sarebbe stato in grado di tenere fede agli impegni presi (la presunta tangente di D’Alba, ndr), suscitando il risentimento del Mazzarano che se ne lamenta con il fratello Claudio.

Raffaele Fitto. "Devi dire al nostro amico, nonostante l'esito complessivo, di stare tranquillo, perché lui comunque... diciamo nei prossimi giorni, troverà modo e ruolo. L'unica cosa che devi fare è chiamartelo per dire che abbiamo parlato, e digli di stare tranquillo. Tu gli devi dire che ci sentiamo nei prossimi giorni, che nonostante questa cosa che è venuta fuori io non mi sono dimenticato di lui e glielo dimostrerò. E poi, quando vieni, vieni con lui pure". La voce è quella di Raffaele Fitto. La telefonata risale all'8 agosto 2002 quando l'ex ministro agli affari regionali era presidente della Regione Puglia. Esattamente dieci anni fa. Subito dopo le nomine regionali dei direttori sanitari delle Asl pugliesi. La giunta decide nomi e cognomi dei nuovi dirigenti dopo ore di riunione e di trattative ma lascia fuori qualcuno. Si tratta di Luigi Nilo, ex direttore della Asl di Foggia. È lui, secondo la guardia di finanza, l'"amico" che deve stare tranquillo perché, prima o poi, "troverà ruolo". È questa una delle intercettazioni chiave della procura di Bari che contesta a Fitto due episodi di corruzione, un peculato ma soprattutto il reato di finanziamento illecito ai partiti. Al centro di tutto c'è la sanità e una mazzetta da mezzo milione di euro pagata dall'imprenditore sanitario Angelucci al partito di Fitto. Il processo con rito ordinario a carico dell'onorevole del Pdl è ormai nel vivo: in aula sono state ascoltate proprio le intercettazioni in viva voce. Con Fitto seduto sul banco degli imputati a prendere appunti. Oltre all'ex ministro, sono coinvolte in totale 42 persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere, corruzione, falso, turbativa d'asta, abuso d'ufficio, riciclaggio, ricettazione e peculato, per fatti commessi fra il 1996 e il 2003. Sono 32 invece gli imputati usciti dal processo per la prescrizione dei reati. Questa è una delle prime inchieste avviate dalla procura di Bari sulla sanità pugliese. Il processo rischia però di finire con un nulla di fatto. Perché, a distanza di dieci anni, è arrivata una prima sentenza che potrebbe avere effetti anche sul processo in corso. Riguarda i due reati di falso contestati sempre a Fitto e giudicati invece con rito abbreviato. Il primo giugno il gup del tribunale di Bari Giulia Romanazzi ha assolto l'ex ministro. Secondo il giudice, la delibera della giunta regionale del 2004 con cui veniva affidata la gestione delle residenze sanitarie assistite ai privati è regolare. Così come sarebbe legittima la delibera adottata subito dopo dall'Ares (Agenzia regionale sanitaria) per l'affidamento di un appalto da198 milioni di euro per la gestione di 11 residenze sanitarie al Consorzio San Raffaele degli Angelucci. Eppure secondo l'impianto accusatorio costruito dalla procura di Bari dall'appalto da 198 milioni di euro sarebbe scaturita la mazzetta da mezzo milione di euro, pagata da Angelucci, per finanziare il partito fondato da Fitto "La Puglia prima di tutto" alla vigilia delle elezioni regionali del 2005.

BARI: TUTTI PAZZI PER LE COZZE.

Bari, toghe corrotte con le cozze è il resoconto di Bepi Castellaneta su “Il Giornale”.

Conclusa l’inchiesta sul giro di sentenze aggiustate. Il pesce non piace solo al sindaco Emiliano: sotto accusa 28 persone, 14 sono giudici di pace. Un sistema collaudato per pilotare decisioni, una rete che sfornava sentenze confezionate a tavolino, uno scambio di favori per ottenere vantaggi senza correre il rischio di provvedimenti sgraditi: è questo lo scenario allarmante che emerge da un’inchiesta della procura di Lecce su presunti casi di giustizia inquinata a Bari e provincia che si sarebbero consumati tra il 2006 e il 2008. In tutto gli indagati sono ventotto: sono coinvolti avvocati, intermediari che avevano rapporti con studi legali, un ex giudice, un ex giudice onorario di tribunale e quattordici giudici di pace di cui tre ancora in servizio. E ancora una volta, come accaduto in un’inchiesta barese su rapporti tra imprenditori e politici – anche se in quella circostanza non fu riconosciuto alcun rilievo penale - negli atti riguardanti un terremoto giudiziario che scuote la pescosa Puglia spunta una cassetta di pesce, anzi prodotti ittici: perché un giudice di pace avrebbe ricevuto salmone, aragoste, caviale e champagne in cambio di un provvedimento di favore. L’inchiesta è condotta dalla procura di Lecce. Gli accertamenti, diretti dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, sono conclusi e sono già stati notificati ventotto avvisi di conclusione delle indagini. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo, sono pesantissime: dall’associazione a delinquere all’abuso di ufficio e alla corruzione in atti giudiziari; in un caso viene anche ipotizzata l’aggravante di aver favorito un clan mafioso. Il fascicolo della procura di Lecce è voluminoso. Gli inquirenti ritengono infatti di aver scoperto numerosi casi di giustizia inquinata che si sarebbero verificati nel corso degli anni. Tra questi c’è la restituzione della patente ad alcuni sorvegliati speciali. Ma non solo. Secondo quanto si sostiene nell’avviso di conclusione delle indagini, un giudice onorario di tribunale avrebbe emesso «provvedimenti di assoluto favore» per compiacere un avvocato ricevendo in cambio bottiglie, aiuti per un trasloco e «provvedimenti di favore a vantaggio di persone di suo interesse». Nel fascicolo ci si sofferma sui rapporti tra giudici di pace e avvocati: in alcune circostanze erano proprio i legali a scrivere le sentenze. Le decisioni aggiustate attraverso questa rete sarebbero centinaia. E alla fine – è l’ipotesi della procura di Lecce – ci guadagnavano tutti: gli avvocati vincevano la causa, i giudici di pace incassavano senza muovere un dito il compenso previsto dalla legge. Dopo la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, alcune delle persone coinvolte hanno chiesto di essere ascoltate. E così scatteranno i primi interrogatori. Intanto è bufera al palazzo di giustizia di Bari. Il presidente del tribunale, Vito Savino, ha chiesto alla magistratura salentina la trasmissione degli atti per valutare sanzioni disciplinari e la stessa richiesta è stata fatta dal presidente dell’Ordine degli avvocati, Manuel Virgintino. Quella sulle decisioni dei giudici di pace non è la prima indagine della procura di Lecce sulla giustizia barese. È ancora aperta un’ampia inchiesta che riguarda la gestione dei fallimenti: per ora sono tre i giudici indagati, e un fascicolo sulla vicenda è stato avviato anche al Consiglio superiore della magistratura.

Ed a Bari, quando i Giudici sono onesti, mascalzoni lo sono gli avvocati ed i medici. Da “La Gazzetta del Mezzogiorno" si scopre che  la Procura di Bari ha notificato l'avviso di conclusione delle indagini preliminari a 82 persone tra avvocati, medici, presunte vittime di incidenti stradali, conducenti e testimoni, accusati, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni di compagnie assicurative, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e fraudolento danneggiamento dei beni assicurati. La presunta truffa, commessa tra il 2006 e il 2011, ammonterebbe a oltre 300.000 euro. Sono 66 i casi documentati di falsi incidenti stradali regolarmente risarciti da 14 compagnie di assicurazione (Reale Mutua, Lloyd Adriatico, Cattolica, Duomo Uno One, Ras, Carige, Toro, Allianz, Ubi, Nuova Tirrena, Ina Assitalia, Aurora, Piemontese e Ugf). L’inchiesta, due anni fa, venne avviata su denuncia di una compagnia assicurativa che evidenziava anomalie e continui incidenti stradali nei quali figuravano sempre le stesse persone, tutte residenti a Grumo Appula, Modugno, Toritto, Bitonto o Palo del Colle (comuni in provincia di Bari) con ruoli che di volta in volta cambiavano. Gli agenti della sezione di polizia giudiziaria della Polizia di Stato sono riusciti a ricostruire, soprattutto attraverso l'acquisizione di documenti, il complesso sistema truffaldino che avrebbe consentito di ottenere illegalmente dalle assicurazioni risarcimenti danni derivanti dai falsi incidenti stradali. «Il riscontro della truffa – è detto in una nota della Procura di Bari – gli inquirenti lo hanno ottenuto nel corso delle verifiche effettuate in modo particolare presso la sezione distaccata di Modugno del Tribunale di Bari e gli Uffici di Giudice di Pace di Modugno e Bitonto. È qui che è risultato lampante il coinvolgimento degli 82 indagati (in modo particolare degli avvocati e dei medici compiacenti) che, ciascuno nel proprio ruolo, inducevano in errore i giudici che dovevano decidere sul risarcimento per incidenti falsi o mai avvenuti». In alcuni casi sarebbe emerso che per le certificazioni attestanti diagnosi post-traumatiche aggravate o lunghi periodi di inabilità fisica, i medici si servivano di vere e proprie 'fotocopie' che venivano utilizzate per più casi, anche nei giorni festivi quando non erano in servizio, o addirittura in giorni lavorativi in cui però la prestazione avveniva in altri ospedali fuori Regione, anche del nord Italia.

Lo scandalo riportato da tutta la stampa nazionale delle presunte sentenze pilotate e l’indagine sulle truffe alle assicurazioni che coinvolge molti avvocati baresi gettano discredito su un’intera categoria. «Purtroppo - commenta Manuel Virgintino, presidente dell’Ordine degli avvocati di Bari - questi episodi producono un danno d’immagine all’intera categoria. Purtroppo è così - ammette - però è bene sottolineare un altro aspetto: a Bari sono settemila gli avvocati iscritti, un numero enorme, mentre i malandrini sono una percentuale bassissima, fortunatamente. Attenzione, quindi, a non fare dell’erba tutto un fascio». Assai emblematiche sono proprio le intercettazioni di Squicciarini, considerato dagli investigatori uno dei personaggi centrali della cricca. "Io che cosa faccio per andare incontro a questo o a quello - spiegava il giudice di pace al telefono discutendo di una multa per una patente - Perché, effettivamente, che tu ad uno gli togli la macchina, come devi fare, se uno si vuole reinserire, vuole guidare, vuole andare a fare il pittore, vuole andare a fare il carpentiere, vuole fare il rappresentante di commercio, tu che fai, glielo impedisci. Allora a quel punto io che cosa faccio? Faccio i rinvii lunghissimi, passa un anno...". Così l'amico guida e tutti sono contenti. L'importante era però non toccare la suscettibilità del giudice. "Io oggi all'ufficio mio non mi comanda nessuno. Io sono re e padreterno veramente... faccio quello che cazzo voglio". Per esempio? "Quando fai un ricorso contro una multa da me e dici: Vito, ma sai, là c'è questo punto... Ragazzo devi fare il ricorso a me... Non scrivere niente. Me la vedo io. Cioè, se lo fai a me e mi hai avvisato, non è che tu vieni assolto o vieni... per il merito. Vieni assolto perché l'hai detto a me, giusto? Allora. Tu me l'hai detto a me. Lascia stare la professionalità. Lascia stare che tu sei innocente. Me l'hai detto a me. Basta!". Il sistema era standardizzato e si ripeteva Per ogni sentenza depositata, i giudici di pace ricevono 56 euro. Le indagini hanno accertato che agli avvocati autori dei provvedimenti ne venivano girati 20. Ma è tutto sommato una piccola cosa: il vero business, infatti, era nella possibilità di ottenere decisioni favorevoli per i propri clienti, con un danno allo Stato (o alla controparte) e un guadagno in termini di spese legali. Un esempio è il caso dell’avvocato Vincenzo Sergio: durante una perquisizione, il giorno di San Valentino del 2008, gli vengono trovate 10 sentenze scritte per conto del giudice Domenico Ancona, all’epoca in servizio in Tribunale come giudice di appello per i gdp. «I provvedimenti - annotano i carabinieri - sono assolutamente identici a quelli depositati dal giudice in data successiva a quella della redazione. Per due, l’avv. Sergio Vincenzo, è parte processuale nella veste di legale dell’appellante e attore. Pertanto lo stesso, con la complicità del giudice Ancona, ha redatto i provvedimenti a lui favorevoli, autodeterminandosi anche il compenso per le spese legali».

A volte il sistema delle sentenze «conto terzi» si inceppa. Accade ad esempio quando l’avvocato Angelo Scardigno si accorge che il giudice Gaetano Consoli, cui aveva consegnato tre provvedimenti, ha depositato in cancelleria i fascicoli sbagliati. È il 2 gennaio 2008.

SCARDIGNO: Oh hai sbagliato borsa no? Oppure questi che tu mi hai dato sono tutte firmate da te non è che quelle che hai depositato oggi erano un’altra cosa?».

CONSOLI: «Con che cosa? Ma non sono quelle là? A te ti ho dato quelle là che bisognava correggere».

SCARDIGNO: «No. Quelle tre sono a parte. Le ho già fatte.

CONSOLI: «Ah».

SCARDIGNO: «Quelle che stanno nella borsa sono tutte fatte. sono quelle che io ti ho consegnato l’ultima volta».

CONSOLI: «Ah allora ho fatto un errore di, di coso di...».

SCARDIGNO: «No adesso mi sta preoccupando se fosse così tu te le vieni a prendere e non ci sono problemi, ma tu domani devi scappare lì perché ancora poi...».

Erano «re e padre eterno, veramente», sia per i clienti che per loro stessi. Prendiamo Alfredo Fazzini, l’intermediario cui insieme a Squicciarini, ai gdp Letizia Serini, Angelo Scardigno e Rocco Servodio, Roberto Cristallini (di Corato), Pietro Mascolo e Roberto Sorino, e all’avvocato Vincenzo Sergio è contestata anche l’associazione per delinquere. Fazzini e la sua famiglia fanno causa alla Costa Crociere e ad una agenzia di viaggi. Chiedono un risarcimento per un viaggio in Florida. Il giudice è Letizia Serini, ex coordinatore dei giudici di pace di Bitonto, l’avvocato è Cristallini (all’epoca giudice a Bitonto). La Serini non avrebbe la competenza, né quella territoriale (Costa ha sede a Genova, l’agenzia di viaggi a Bari), né quella per importo (fino a 2.500 euro). Ma non fa niente: la Serini riconosce un risarcimento di 9.133 euro e 11.500 euro di spese legali, dieci volte oltre la sua competenza.

Il più delle volte gli interessi in gioco erano più semplici. Una multa da annullare. La patente da restituire al pregiudicato, problema su cui Squicciarini era imbattibile. E, a quanto pare, in molti erano al corrente dell’andazzo. Ad esempio l’ex compagno della Serini, che il 17 febbraio 2008 (poco dopo la notizia dell’avvio delle indagini) le manda un sms irridente: «Scusa ma, un po’ ne sono contento. Ho appena letto delle dimissioni del tuo amico (Vito Squicciarini) al trib di Modugno, t’immagini risalgono a te, ad Alfredo e agli altri studi legali con i quali collabori? Buona fortuna giudice». Ascoltato dai carabinieri, l’uomo non si nasconde e fa i nomi degli avvocati: «La Serini - dice - si accordava sull’esito delle cause iscritte presso il suo ufficio. In compenso riceveva regalie varie, nonché riparazioni della sua auto e varie manutenzioni presso il suo ufficio». Non era l’unica. A fronte dei favori ricevuti, l’avvocato Massimo Ungaro manda a Squicciarini un bel pacco di Natale: crostacei, salmone, champagne e caviale. Ad avvertire il giudice è lo stesso titolare della pescheria: «Ho un’affare di salmone qua che ti ho messo da parte, Re di King quello buono, un vasettino di caviale che ho fatto arrivare a posta, ho fatto sette, otto aragoste, vuoi prendere una bottiglia di champagne rosè e la mettiamo in mezzo e ti fai il Natale pure tu?».

Il pesce puzza sempre dalla testa.

Da “Il Quotidiano Italiano” e “La Gazzetta del Mezzogiorno” per una città di mare si parla di pesce.

Accordi e scambi di favore avrebbero “aiutato nelle decisioni” alcuni giudici di pace tra il 2006 e il 2008 nei Tribunali pugliesi. I favori giudiziari erano ripagati ad un prezzo relativamente basso: nessuna mazzetta, ma aragoste, caviale, champagne, salmone e vantaggi futuri. Le sentenze emesse, infatti, erano scritte di comune accordo con gli avvocati della difesa: l’inchiesta condotta dall’Antimafia di Lecce e di Bari ha iscritto 28 persone nel registro degli indagati. Le indagini erano partite dalla Procura di Bari dalla sezione coordinata dal pm Desirèe Digeronimo, ma l’operazione è stata portata a termine dopo due anni di controlli da parte dell’Antimafia leccese. Sono 29 i capi d’imputazione a carico degli indagati tra cui associazione a delinquere, falso, abuso d’ufficio, corruzione, con l’eventuale aggravante di aver preso accordi con la mafia. Le sentenze “aggiustate” sarebbero oltre 100, nell’arco di due anni dal 2006 al 2008, e sul tavolo delle trattative tra giudice di pace e avvocato, in palio, ci sarebbero stati regali e favori che, a tempo debito, si sarebbero dimostrati utili. Da fonti interne, risulterebbero coinvolti nell’inchiesta 14 giudici di pace in servizio tra Bari, Bitonto, Corato e Modugno. Risulterebbe indagato anche l’avvocato Vincenzo Sergio con il suo intermediario Alfredo Fazzini: stando agli inquirenti, il primo scriveva le sentenze a favore dei propri assistiti che poi sarebbero state pronunciate dai giudici. Per Sergio e Fazzini si parla anche di associazione a delinquere. Lo scambio tra le parti è avvenuto non solo per episodi meno gravi come la restituzione della patente ad alcuni sorveglianti speciali, ma anche per sentenze relative ad accuse più pesanti come quelle per furto o detenzione di armi o droga, da cui i presunti colpevoli ne sono usciti con provvedimenti a loro pieno favore. Il prezzo per restituire la patente ai sorvegliati speciali (tra cui il boss Dambrosio) era una cassetta di pesce, un classico in tempi di polemiche sui rapporti tra imprenditoria e politica. Ma lo scenario è la corruzione al massimo livello possibile, quella in atti giudiziari. 

A Bari e in provincia, tra il 2006 e il 2008, un gruppetto di giudici di pace e avvocati sarebbe stato disponibile ad aggiustare sentenze, spesso in cambio di quasi nulla. È il sistema smascherato dall’Antimafia di Lecce, che dopo due anni di indagini - partite da un’inchiesta coordinata dal pm antimafia barese Desirèe Digeronimo - ha iscritto nel registro degli indagati 28 persone, tra cui 14 giudici di pace, un giudice onorario e un ex magistrato recentemente cancellato dai ruoli per un’altra storiaccia di sentenze comprate. Associazione per delinquere, falso, abuso d’ufficio, corruzione (in un caso con l’aggravante di aver favorito un sodalizio mafioso). Un vero terremoto, perché alcuni dei giudici coinvolti sono in attività. Tra i 29 capi di imputazione contenuti nell’avviso di conclusione delle indagini che il pm salentino Valeria Mignone ha fatto notificare sono riassunti episodi piccoli e grandi. Come quello che riguarda Vito Squicciarini, altamurano, ex coordinatore dei giudici di pace di Modugno, In cambio della disponibilità a restituire la patente ad alcuni sorvegliati speciali, a Natale 2007 avrebbe ricevuto da un avvocato (anche lui indagato) «una confezione contenente 7-8 aragoste, salmone, caviale e champagne». Sempre a Squicciarini, insieme ai gdp Letizia Serini, Angelo Scardigno e Rocco Servodio (in servizio a Bitonto, dove la prima era coordinatore), Roberto Cristallini (di Corato), Pietro Mascolo e Roberto Sorino (di Bari, il primo ex vice coordinatore), l’avvocato Vincenzo Sergio e l’intermediario Alfredo Fazzini, è contestata l’associazione per delinquere: c’erano giudici di pace che si facevano scrivere le sentenze dagli avvocati, gli stessi che erano pronti a ricambiare il favore quando indossavano la toga da gdp in una diversa giurisdizione. Le sentenze aggiustate sono centinaia, e venivano utilizzate come moneta di scambio. In questo modo - secondo l’Antimafia di Lecce - ci guadagnavano tutti: l’avvocato perché vinceva la causa, il giudice perché incassava senza fatica i 56 euro di compenso previsti dalla legge. Sarebbero state truccate anche sentenze più importanti, come quelle emesse dal Got di Altamura, Deborah Semidoppio: il giorno che nella sua aula si presenta Squicciarini (in qualità di avvocato di persone arrestate per furti o per detenzione di armi e droga), la giudice emette «provvedimenti di assoluto favore» come il ritorno in libertà e la restituzione dei beni sequestrati. In cambio la giudice riceve bottiglie, aiuti per un trasloco e «provvedimenti di favore a vantaggio di persone di suo interesse». Mentre l’ex giudice del Tribunale civile di Bari, Domenico Ancona, è indagato insieme all’avvocato Vincenzo Sergio: il secondo scriveva le sentenze al primo assicurandosi così «la piena soddisfazione delle ragioni nonché la liquidazione delle spese».

Bari, Italia. Per capire Bari (e l’Italia) e la sua classe dirigente, bisogna leggere l’editoriale di Antonio Polito su “Il Corriere della Sera”. Sacerdoti della legalità - Bisogna capire che Michele Emiliano era il Sol dell'Avvenire. L'altra gamba della lista civica nazionale che il collega de Magistris già pronosticava al 20%, una sorta di Ppm, Partito dei Procuratori Meridionali fattisi sindaci. L'uomo che Marco Travaglio aveva suggerito come potenziale candidato per Palazzo Chigi, e che Vendola aveva già scelto come suo successore alla Regione. Società civile allo stato più puro, un eroe delle mani pulite prestato alla politica, uno che si definisce così nel suo profilo su Twitter: «Magistrato antimafia in aspettativa e casualmente sindaco di Bari da sette anni». Emiliano poteva guidare la rivolta contro la vecchia politica corrotta, e vincere.

Solo così si spiega ora il silenzio, l'imbarazzo, il fischiettare distratto di quel milieu politico-mediatico che avrebbe crocefisso qualsiasi altro uomo pubblico nelle condizioni di Emiliano. In fin dei conti, una vasca da bagno ricolma di pesce fresco non deve costare molto meno di una vacanza all'Argentario dell'ex sottosegretario Malinconico. Stavolta, invece, neanche un'imitazione della Guzzanti, nemmeno un docu-dramma con le intercettazioni da Santoro, nemmeno una citazione tra i fatti quotidiani di cui bisognerebbe vergognarsi. E però, meglio dirlo subito, è un bene che da quel mondo non si levi il solito grido «dimissioni, dimissioni». È un bene perché un sindaco eletto direttamente dal popolo non può lasciare il suo incarico per un rapporto della Guardia di Finanza, senza nemmeno essere indagato, per un'indagine su fatti di cui i pm sapevano dal 2006 e che, se la Procura avesse agito a tempo debito, certamente avrebbero indotto il sindaco a scansare i fratelli Degennaro et dona ferentes.

Non c'era infatti bisogno di questa inchiesta per sapere che cosa non va in Emiliano e nell'emilianismo. Basterebbe pensare che la figlia del capofamiglia Degennaro era stata fatta da lui assessore, e neanche la dinastia Matarrese, quando pure comandava a Bari, si era mai sognata di mettere un familiare in giunta. Basterebbe dire che in un'intervista Emiliano aveva definito quel gruppo «un'impresa vicina all'amministrazione», senza falsi pudori. Ma soprattutto, per negare a Emiliano la patente di sacerdote del «controllo di legalità» che sempre più spesso, e senza alcun appiglio nel codice, viene regalata ai pm d'assalto, basterebbe dire che lui la legalità la viola dal 2009. Da quando una sentenza della Corte Costituzionale ha chiarito senza ombra di dubbio che un magistrato non può essere un dirigente di partito nemmeno se è fuori ruolo. Ed Emiliano, che non si è mai dimesso dalla magistratura, è stato segretario del Pd pugliese, ha partecipato alle primarie, le ha perse, ed è stato ricompensato con l'attuale carica di presidente regionale del partito.

Ma davvero c'era bisogno dei molluschi di Degennaro per capire quanto pericoloso sia questo leaderismo alle cozze? Appena pochi giorni fa il nuovo Petruzzelli è stato commissariato per un buco di sette milioni di euro, ed Emiliano è il presidente della fondazione. È volata una mosca? No, perché la voga di questi anni stabilisce che il pm che va in politica assolve, purifica e beatifica tutti quelli che gli si accompagnano; e invece gli interessi, gli affari, i soldi, gli appalti continuano ovviamente ad esistere, ed è tutto da dimostrare che il leader solitario sappia dominarli meglio. Così si fonda un «potere senza critica», che sfugge al principio liberale della trasparenza, cioè non se ne risponde all'opinione pubblica. Così può accadere che il pm che a Bari faceva le inchieste sulla sanità pugliese, Lorenzo Nicastro, venga nominato da Vendola assessore regionale nel bel mezzo dell'indagine, dopo essersi candidato con l'Idv. Così succede che la Regione finanzi lautamente un convegno del Procuratore che sta indagando il Governatore. Che cosa è più la politica democratica in una città in cui, da quando c'è l'elezione diretta del sindaco, la carica è sempre andata o a un immobiliarista o a un procuratore? Una città in cui Emiliano si presentò candidato dicendo: «Il programma sono io»; proprio come Berlusconi nelle elezioni del 2001, solo che a Berlusconi lo rinfacciò persino il New York Times, e a Emiliano arrivarono gli applausi del nuovismo che finalmente si disfaceva dei partiti.

Ps : non si può deplorare Emiliano senza dir niente del presidente leghista del consiglio della Lombardia, Davide Boni, lui sì indagato per corruzione e non per una polenta omaggio ma per tangenti, il quale ha avuto la sfrontatezza di presiedere il dibattito sulla mozione di sfiducia contro di lui pur di non mollare la poltrona. Milano vicina all'Europa, cantava Lucio Dalla. Oggi più vicina a Bari.

Quando per Emiliano i pesci erano tangenti. Due pesci e due misure.

Il sindaco di Bari è nei guai per le cozze pelose. Ma da pm mandò a processo un agente (poi assolto) per le spigole donate dai clan. Così raccontato da Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica su “Il Giornale”: Il sindaco di Bari - che ora chiede scusa per aver accettato «cozze e spigoloni» dagli imprenditori edili Degennaro, ma spiega di non voler dimettersi «per un po’ di pesce» - da pm ha trascinato nella rete del maxiprocesso «Dolmen» un poliziotto, accusato ingiustamente di corruzione per aver ricevuto una «tangente ittica», ovviamente fresca e di qualità. Una storia surreale «tutta a base di pesce», anche perché tra i protagonisti c’è l’ex superboss pentito Salvatore Annacondia, detto «Manomozza» per aver perso l’uso dell’arto pescando a strascico. A prendere di petto il sindaco per aver valutato diversamente episodi simili è Luigi de Gregorio, figlio di Vincenzo, ex sovrintendente della polizia a Trani all’inizio degli anni ’90. Luigi, dopo aver letto della vasca di cozze pelose, spigoloni, seppioline e astici che il sindaco di Bari ebbe in regalo dal gruppo di costruttori vicini alla sua giunta, ha preso carta e penna e ha scritto una lettera alla Gazzetta del Mezzogiorno. Che l’ha pubblicata col titolo «Mio padre poliziotto processato da Emiliano per una cesta di pesce mai ricevuta».

De Gregorio racconta l’odissea giudiziaria del padre, poliziotto oggi in pensione, tirato in ballo dallo stesso Annacondia e indagato dal «sindaco sceriffo» quando ancora indossava la toga come magistrato dell’Antimafia. E nella lettera attacca Emiliano. «Non credo siano sufficienti le scuse, sia pure pubbliche, per aver accettato e consumato questo pacco. Un primo cittadino, un uomo di giustizia, integerrimo al dire comune, si autocondanna moralmente e fa pubblico mea culpa, pur non essendo accusato di nessun reato. Ma un errore l’ha commesso, perché lo stesso sindaco è ben cosciente che tali omaggi sono quanto mai pericolosi, e bisogna fare di più per convincere gli elettori baresi dell’integrità morale del primo cittadino». Per il padre di Luigi De Gregorio, infatti, quel regalo ittico, mai ricevuto e dunque mai consumato (secondo la giustizia italiana che prima ha considerato prescritto il reato, e poi ha assolto l’uomo «per non aver commesso il fatto»), è stato foriero di anni di sofferenza. Nessuna attenuante per l’ex sovrintendente di Ps, ritenuto compromesso con il clan Annacondia anche per quei doni. Dopo l’avviso di garanzia, «mio padre - continua la lettera del figlio - ha dovuto subire un processo, il “Dolmen”, lungo 12 anni, che ha visto assumere il ruolo di pm almeno per i primi e più intensi anni, il dottor Michele Emiliano». E prima dell’assoluzione, ricorda ancora il figlio del poliziotto, «ci sono piovute addosso le critiche più sgradevoli, sguardi di sdegno da parte di chi ci conosceva, commenti biechi e condanne spregevoli da parte di chi, in queste occasioni, trova nelle disgrazie altrui gli unici spazi di autostima e la vaga sensazione di vivere sotto un cielo più blu di quello di altri». Insomma, «anche mio padre come lei, signor sindaco, ha cercato di preservare il buon nome e l’onorabilità della famiglia, soprattutto per proteggere quella dei propri figli, esattamente come lei ha dichiarato in un’intervista. Ma intanto nessuno ci ha ancora risarcito i rilevanti danni subiti per quattro spigole e cinquanta cozze pelose - a differenza sua - mai ricevute e consumate. Ma che ci hanno rovinato la vita». Contattato dal Giornale a Trani, dove oggi si gode la meritata pensione, l’anziano poliziotto è di poche parole: «Sono stato accusato di corruzione per delle affermazioni false di un collaboratore di giustizia a cui gli inquirenti di allora hanno creduto ciecamente. La parola di un pentito che parlava di un regalo periodico che io avrei ricevuto, ossia appunto una cesta di pesce a settimana, evidentemente valeva più di quella di un poliziotto che da anni era in prima linea a combattere il crimine. Emiliano da pubblico ministero ha preferito credere a quello (il pentito Annacondia) che a me, che pure per anni ho servito onestamente questo Stato. Evidentemente davo fastidio, e sono stato punito con accuse infamanti che solo dopo anni e anni di vicissitudini giudiziarie, si sono risolte come era naturale che si risolvessero: con il definitivo riconoscimento della mia totale estraneità ai fatti contestati». Niente pesce per il poliziotto, dunque, mentre Annacondia lo amava al punto di averne guadagnato, come detto, il nome di battaglia, quel «manomozza» che faceva tremare il Nord Barese. Lo amava così tanto da parlarne anche nelle sue audizioni con l’Antimafia di Violante. Al quale racconta per esempio di una cena dell’86 con la Juventus in trasferta in Puglia, organizzata da un noto avvocato barese. «Ero il suo consigliere nel fargli mangiare il pesce perché lui si fidava solo del pesce che io gli portavo. Lo dovevo pulire, gli consigliavo: questo lo puoi mangiare in questo modo, questo lo puoi mangiare in un altro modo», racconta il pentito di mafia. Ben altra storia quella di Emiliano. Una vita per la legalità, salvo ritrovarsi «pentito» di pesce.

A proposito di giustizia (omertà) ed informazione (censura), ossia della morale di magistrati e giornalisti, io Antonio Giangrande a chi mi legge non racconto la mia opinione o scrivo delle mie esperienze, in riferimento alle ritorsioni e le censure subite combattendo in prima linea contro i poteri forti. Poteri resi impuniti e coperti da cricche autoreferenziali. Processi senza condanna per diffamazione a mezzo stampa e archiviazioni delle mie denunce. Appunto. A proposito di giustizia ed informazione mi immedesimo nell’esperienza di Carlo Vulpio, che come me si batte in prima linea senza peli sulla penna e faccio mia la sua storia, identica in tutto e per tutto a quello che avrei potuto dire io, ma che proprio i media mi impediscono di farlo. Quei giornalisti che sono amici dei magistrati (e guai a parlar male di loro), o che quando parlo o scrivo di raccomandazioni in generale, quei giornalisti ti dicono: "io non sono raccomandato". Si pensi un po', questi poi con che spirito  scrivono articoli o formano trasmissioni tv in tema di giustizia o di lavoro. Vulpio si rivolge al Direttore de “Il Giornale”, il quale pubblica la lettera, non per lo scandalo in sé, ma solo perché è notoriamente antagonista della sinistra.

“Ecco la cricca di carta che "protegge" Nichi Vendola”. Il racconto di un giornalista attaccato e diffamato dal governatore. Tutte le sue querele contro il presidente pugliese sono state archiviate. «Caro direttore, il vostro articolo che denunciava la «cricca di Vendola», è solo uno dei tanti «incroci pericolosi» che vedono protagonista il governatore pugliese. A me è capitato diverse volte, mio malgrado, di finire al centro di questo incrocio. Due vicende esemplari aiuteranno a capire meglio. La prima. Per il mio giornale, il Corriere della Sera, scrivo che la giunta Vendola incarica un consorzio guidato dal gruppo Marcegaglia di realizzare in Puglia alcune discariche, tra le quali una a ridosso di un sito neolitico. Non vengo querelato, né smentito. Ma quando sul litorale di Brindisi viene trovata una finta bomba con un messaggio di protesta per un depuratore non realizzato, Vendola coglie al balzo l’occasione e a reti (Rai) unificate pronuncia una «fatwa » gravissima: dice in sostanza che il mandante morale di quella bomba sono io. Lo querelo. Ma passano due anni e mezzo e non succede nulla. Presento un esposto alla procura generale di Bari, chiedendo che, come vuole la legge, il caso venga avocato dal procuratore generale a causa dell’inerzia nell’esercizio dell’azione penale da parte del pm a cui era stato assegnato. Improvvisamente, quel pm si fa vivo, tira fuori dal cassetto la querela e dice che deve astenersi perché lei (è una signora) è molto amica di Vendola. Il pm è Romana Pirrelli in Carofiglio (pm anch’egli e senatore Pd). La vicenda finisce dunque sulla scrivania del procuratore capo, Emilio Marzano (ora in pensione, di area Ds), il quale chiede l’archiviazione (ma va?) con una motivazione a dir poco fantastica: «È vero che Vendola ha gravemente diffamato Vulpio dice il procuratore - ma Vulpio lo ha provocato». Sì, hai capito bene, pur non avendo ricevuto querele e smentite, il mio diritto di cronaca e di critica garantito dalla Costituzione è diventato «provocazione». La seconda vicenda si svolge nel pieno dell’inchiesta sui disastri della Sanità pugliese. A Vendola non erano piaciute le cose che avevo scritto sull’argomento. Ma poiché erano cose vere non ha potuto querelarmi, né smentirmi. E allora, interrogato dal pm Desireé Digeronimo, mi tira in ballo senza ragione e con un livore senza eguali, e nonostante sappia bene che sono incensurato, mi definisce «noto diffamatore professionale». L’atto giudiziario viene pubblicato da quasi tutti i giornali e finisce su tutti i siti web. Questa volta, oltre a querelarlo, poiché pure lui è un giornalista, lo deferisco anche all’Ordine dei giornalisti della Puglia. Sì, lo stesso di cui parlate nel vostro articolo, proprio quello presieduto dalla moglie del capo di gabinetto di Vendola. L’Ordine,esaminati gli atti, archivia. Avrebbe fatto lo stesso a parti invertite, se fossi stato io a definire Vendola «noto diffamatore professionale »? Ah, saperlo... In ogni caso, c’è sempre la querela. Di cui si occupa il procuratore aggiunto di Bari, Annamaria Tosto. La quale chiede l’archiviazione con un’altra, meravigliosa motivazione: sostiene, la pm, che le parole di Vendola non possono considerarsi diffamatorie, poiché il sottoscritto ha subito molti procedimenti per diffamazione (che poi non sia mai stato condannato, è per la pm un dettaglio), dando così a Vendola «licenza di uccidere» con tutte le parole che vuole. Adesso, attendo la pronuncia della Camera di consiglio sulla mia opposizione all’archiviazione. Intanto, tacciono tutti. Dai «paladini » della libertà di stampa e di espressione alle ronde anti-bavaglio, dall’Ordine dei giornalisti nazionale alla Federazione nazionale della stampa, il cui presidente, Roberto Natali, ha recentemente fatto passerella accanto a Vendola, elogiando i giornalisti che ne elogiano le gesta: l’Istituto Luce , al confronto, è il New York Times .»

ED ECCO A VOI BARI. CITTA’ DALLA CULTURA SOCIO MAFIOSA O DEDITA AL VOTO DI SCAMBIO IMPUNITO??

La risposta la dà tutta la stampa nazionale. Qui il resoconto lo dà “La Gazzetta del Mezzogiorno" del 14 marzo 2012. Gli imprenditori Vito, Gerardo e Daniele Degennaro hanno avuto una «forte influenza politica» all’interno «delle formazioni politiche di maggioranza nel governo regionale e comunale» e «potevano contare sull'amicizia di diversi consiglieri e assessori della Giunta (comunale) con i quali intrattenevano numerosissime conversazioni telefoniche e riunioni con cadenza settimanale in cui discutere la linea politica del gruppo della Margherita». E' quanto è scritto nella richiesta di custodia cautelare (di 2448 pagine) sulla base della quale il gip di Bari ha disposto l’arresto dei fratelli Daniele e Gerardo Degennaro, di due professionisti e di tre dirigenti comunali e regionali nell’ambito dell’inchiesta sulla realizzazione di rilevanti opere pubbliche dal 2004 in poi. «Dal contenuto delle conversazioni intercettate – scrivono i pm Renato Nitti e Francesca Romana Pirrelli – emerge che i Degennaro potevano influenzare alcune decisioni politiche». Negli atti si ripercorre la natura dei rapporti tra i «più rilevanti politici» locali, tutti di centrosinistra, e i Degennaro ai quali «si aprono porte pur in mancanza di una immediata utilità per il pubblico ufficiale che quelle porte avrebbe dovuto tener chiuse». «E' questa la ragione per la quale non sono state contestate – annotano i pm -, in tutti i casi, specifiche ipotesi di reato nelle condotte di pubblici amministratori, ancorchè certamente sintomatiche di ampia disponibilità verso il gruppo Degennaro». Dagli atti risulta che i Degennaro hanno avuto rapporti con il sindaco di Bari, Michele Emiliano, con il consigliere comunale Gaetano Anaclerio, con Massimiliano Vitale della segreteria provinciale del Pd, con Emanuele Sannicandro, detto "Lillino" (il quale chiama Vito Degennaro, fratello di Daniele e Gerardo «grande capo»), con l’ex vicesindaco Emanuele Martinelli, con l’ex assessore comunale Antonio Decaro, ora capogruppo del Pd alla Regione Puglia (che avrebbe chiesto l'assunzione di un suo segnalato), con Antonio Ricco, ex factotum di Emiliano, con gli assessori comunali Ludovico Abbaticchio, Giovanni Giannini e con l’ex assessore Simonetta Lorusso. I soli che negli anni scorsi hanno ricevuto avvisi di garanzia sono Martinelli e Ricco, tutti gli altri invece - confermano fonti della procura – non sono indagati. Nell’informativa della Guardia di finanza si evidenzia che il sindaco Emiliano, in occasione del Natale del 2007, ha ricevuto dai Degennaro «champagne, vino e formaggi, quattro spigoloni (grosse spigole), venti scampi, ostriche imperiali, cinquanta noci bianche, cinquanta cozze pelose, due chili di allievi (seppioline, ndr) locali di Molfetta e otto astici». Stesso pacco regalo – viene sottolineato – era stato inoltrato ad Onofrio Introna, attuale presidente del Consiglio regionale pugliese, a Tonino Ricco, al giudice Amedeo Urbano del Tar Puglia, all’ex assessore alla sanità della Regione Puglia, Alberto Tedesco, ora senatore, a Gaetano Anaclerio e Ludovico Abbaticchio. Per quanto riguarda il sindaco Emiliano negli atti vi è un’annotazione che riguarda una «richiesta di assunzione», andata a buon fine, di un giovane operaio. Non vi sono prove che la richiesta sia stata fatta dal primo cittadino poichè della circostanza parlano al telefono un dipendente dell’ufficio del personale dei Degennaro e un professionista che lavorava per il gruppo. Dall’inchiesta della procura di Bari sulle opere pubbliche realizzate dal 2004 ad oggi emerge che il potere del gruppo Degennaro è stato «garantito da un fortissimo appoggio politico, in alcuni casi persino incondizionato se non servile, in altri episodico ma comunque significativo». Lo scrivono i pm Francesca Romana Pirrelli e Renato Nitti nella richiesta di misura cautelare sulla base della quale ieri sono stati disposti gli arresti domiciliari per i fratelli Daniele e Gerardo Degennaro e per altre cinque persone. Secondo la pubblica accusa, dagli atti emerge che l’appoggio politico che avevano i Degennaro, ha consentito loro di godere «del totale asservimento di diversi pubblici ufficiali e di vincere gare importanti e remunerativi appalti pubblici». Inoltre, dirigenti e funzionari pubblici indagati – annota la Procura – «hanno rivestito il mero ruolo di esecutori della volontà dell’impresa legittimando formalmente, attraverso la produzione di atti spesso ideologicamente e talora anche materialmente falsi, un’attività, che, di fatto, si è rivelata spesso illecita sia sotto il profilo amministrativo sia sotto il profilo penale». L'esito delle indagini ha rivelato l’esistenza – secondo i pm - di «una sorta di mercimonio della funzione pubblica negli uffici strategici per le opere pubbliche dell’amministrazione di Bari in cui le attività e gli atti che si formano sono funzionali agli interessi del gruppo Degennaro». In particolare, «il contenuto degli atti amministrativi è stato concordato, se non addirittura imposto (nelle numerose riunioni riservate, tenute peraltro negli uffici comunali, tra i dirigenti dell’amministrazione comunale e i rappresentanti dell’impresa), tra imprenditore e uffici dell’amministrazione ed è stato finalizzato al perseguimento del massimo profitto in danno degli interessi della collettività». I parcheggi interrati, il Direzionale, le case per le forze dell’ordine. Ma anche la metropolitana per l’aeroporto e gli appartamenti nel «mix» di Japigia.

C’è stato un momento, lungo un decennio, in cui le aziende della famiglia Degennaro avevano in mano i più grandi lavori edili della città e una presenza stabile nei palazzi della politica: con uno dei fratelli, Gerardo, consigliere regionale del Pd. E con Annabella, figlia di Vito, assessore nella giunta di Michele Emiliano. Poi il 26 novembre lei si è improvvisamente dimessa. Erano le prime avvisaglie della bufera che si è abbattuta ieri sulla famiglia più liquida di Puglia: Gerardo e Daniele sono finiti ai domiciliari, dove la procura avrebbe voluto mandare anche il patriarca Vito. Anche l’avvocato Giovanni è indagato. Sul loro impero, la Dec, un’azienda da 400 milioni di euro di fatturato, rischiano di scorrere i titoli di coda. Dalle 486 pagine dell’ordinanza del gip Michele Parisi che contesta a 51 persone, a vario titolo, i reati di corruzione, falso, abuso d’ufficio, turbativa d’asta, frode in pubbliche forniture, truffa, sino al subappalto non autorizzato e alla appropriazione indebita, emerge proprio questo: uno spaccato di potere amministrativo fatto di appalti e di delibere, di soldi e di favori. Un sistema liquido che - nonostante non siano stati riconosciuti i gravi indizi di colpevolezza per l’accusa più pesante, l’associazione a delinquere - aveva ramificazioni ovunque. «Un sistema diffuso di gravi reati contro la pubblica amministrazione e la fede pubblica - scrive la procura - perpetrati dal 2006 in poi». C’è Vito Degennaro, il patron della Dec, che secondo i pm Renato Nitti e Francesca Pirrelli «cura in prima persona i rapporti con esponenti politici locali e nazionali al fine di ottenere una copertura politica sulle operazioni di interesse dell'associazione». Copertura politica: perché i professionisti, i funzionari e i dirigenti coinvolti sembrano essere pedine di un gioco più grande. L’hanno chiamata operazione «Sub urbia», chiaro riferimento letterario per i parcheggi interrati che sono il cuore delle oltre 45mila pagine di documenti accumulati dalle fiamme gialle in sette anni di lavoro. Una storia che comincia nel 2002, quando la giunta Di Cagno Abbrescia autorizza la realizzazione in project financing delle tre strutture sotterranee (piazza Cesare Battisti, piazza Giulio Cesare, corso Cavour). Il successore Michele Emiliano ne porterà avanti solo due, congelando il terzo non senza polemiche. La procura ritiene di aver individuato una lunga serie di irregolarità nella realizzazione dei primi due parcheggi: opere realizzate in più, opere realizzate in meno, procedure di collaudo «morbide». E irregolarità ci sarebbero anche nel procedimento che, dopo il primo sequestro del 2004, avrebbe portato la Regione a concedere la Valutazione d’impatto ambientale per piazza Cesare Battisti: una vicenda amministrativa che ad oggi non si è ancora conclusa. L’altro grande capitolo è il Direzionale del quartiere San Paolo. Un altro project financing, sostenuto però da un contributo pubblico di 50, che fa finire nei guai l’ex capo dell’ufficio tecnico comunale Vito Nitti e la dirigente dell’Urbanistica, Anna Maria Curcuruto: avrebbe pagato senza far domande il primo, avrebbe contribuito a far aggiudicare un appalto costruito su misura la seconda. Anche grazie a loro, secondo l’accusa, i tre fratelli Degennaro avrebbero ottenuto «costi decisamente inferiori rispetto a quelli previsti» e una «prospettiva di profitti superiore a quella legittima». Il danneggiato, ovviamente, sono le casse pubbliche. E poi le case di via Pappacena, quelle destinate alle forze dell’ordine dove finora sono andati ad abitare tanti consiglieri comunali e nessun poliziotto. Un filone su cui le indagini continuano, e su cui finora i finanzieri sono riusciti a mettere un primo punto fermo: realizzati gli appartamenti, gli imprenditori si sono «dimenticati» di costruire una parte di opere pubbliche. Chi doveva controllare, non ha controllato.

Bari, ostriche e champagne per il sindaco Pd Emiliano: ecco i regali degli arrestati. Nelle carte dei pm sull'inchiesta di Bari i doni inviati dai Degennaro al primo cittadino e i tentativi di influenzare il Pd. Inchiesta di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica su “Il Giornale”. Buon appetito e buon Natale, con i migliori auguri dei costruttori amici, ora arrestati e indagati. «La pg evidenzia che il sindaco (Michele Emiliano) era stato omaggiato di champagne, vino e formaggi, quattro spigoloni, venti scampi, ostriche imperiali, cinquanta noci bianche, cinquanta cozze pelose, due chili di allievi locali di Molfetta e otto astici, come risulta dalla conversazione di Carofiglio (titolare della pescheria) con Vito Degennaro». Un bel pacco dono, quello recapitato al sindaco a dicembre 2007 dagli imprenditori del gruppo Degennaro, finiti nei guai giudiziari per alcuni appalti col comune. Quel regalino, recapitato identico ad altri notabili baresi (tra i quali Alberto Tedesco, l’ex assessore alla Sanità indagato e salvato dall’arresto per la promozione a senatore Pd) emerge, come detto, dal lavoro degli inquirenti sugli appalti dei Degennaro. Se ne parla in un paragrafo dedicato ai «rapporti con il sindaco Emiliano» nella richiesta di arresto, che approfondisce molto di più i rapporti del gruppo Degennaro con la politica locale rispetto all’ordinanza. Il capitoletto su Emiliano, oltre al pacco dono marinaro e all’assunzione di un operaio che, secondo un terzo intercettato, lui avrebbe imposto agli amici imprenditori, tocca anche il fratello del sindaco, Alessandro, e un cugino omonimo. Il primo è citato in una lunga intercettazione del 14 dicembre 2007 tra Vito Degennaro e il figlio, Simone. Quest’ultimo racconta di aver conosciuto la sera prima Alessandro Emiliano («stava pure il fratello del sindaco»), un «chiacchierone». Vito a un certo punto lo interrompe e gli chiede: «Sa che lo aiutiamo al fratello, o no?». «Certo che lo sa, sa tutto. Sapeva tutto, per filo e per segno». L’aiuto, annotano gli inquirenti, potrebbe essere «di tipo elettorale». Infine, «degna di attenzione» nell’ambito dei lavori di realizzazione del direzionale del San Paolo, «la fornitura e messa in opera di strutture prefabbricate da parte della Ianus Srl il cui socio e presidente del consiglio era Michele Emiliano, cugino del sindaco». Una commessa da 1,8 milioni di euro. Mica spiccioli. Il documento dei pm del maggio 2010 racconta il «ruolo attivo», la «forte influenza politica» del gruppo, che pesava eccome all’interno delle formazioni politiche di maggioranza nel governo regionale e comunale», ossia il centrosinistra, tanto da rendere difficile percepire «la alterità rispetto alla pubblica amministrazione della impresa privata». I Degennaro «potevano contare sull’amicizia di diversi consiglieri e assessori della giunta con i quali intrattenevano numerosissime conversazioni telefoniche e riunioni con cadenza settimanale (allo Sheraton) in cui discutere la linea politica del gruppo della Margherita». Rapporti intesi anche coi big nazionali del Pd. Il dettaglio emerge a proposito del tentativo di inserire un emendamento per finanziamenti pubblici voluto dal gruppo nel decreto fiscale, in Finanziaria e infine nel «Milleproroghe», perché Vito Degennaro chiede a un amico comune «di ricordare a Boccia di seguire l’approvazione del decreto». La Gdf racconta come era «determinante l’azione di Vito Degennaro, che vantava illustri conoscenze di esponenti del governo quali Mario Lettieri (ex sottosegretario con Prodi, ndr) e Francesco Boccia, consigliere economico del ministro Enrico Letta». Saltano fuori anche altri nomi in una conversazione di Daniele Degennaro (arrestato) che dice a un altro consigliere: «Chiama... chiama Vito (Degennaro, ndr), che se la stava vedendo Vito con Gero Grasso (senatore Pd, ndr), la Servodio (deputata Pd, ndr)... mi segui? (...) E qualche altro parlamentare dei Ds». A far saltare il banco è l’allora ministro Di Pietro «e i suoi collaboratori dell’ufficio legislativo» che, «accortisi di quanto si stava tramando, provvedevano a far modificare il testo dell’articolo». E ai referenti politici dei Degennaro non resta che definire il cambio di rotta «una truffa, una porcata». Ma Daniele Degennaro si lamenta con i politici amici: «Voi non contate un cazzo (...). Siamo nelle mani di questo Di Pietro, siete pazzi... un cretino del Molise... mo’ parlo in termini politici non come uomo, è stato capace di prendere 230 milioni di euro da tutto il meridione d’Italia e spostarli in Molise». Ma i «nazionali» non sono finiti. Si citano Giovanni Carbonella e Salvatore Tomaselli «deputati che avevano firmato a loro favore». Il 13 dicembre 2007, «in una conversazione tra Daniele Degennaro e il fratello Vito si discuteva degli ostacoli del deputato Michele Ventura, relatore della Finanziaria nonché “uomo” dell’On. Nicola Latorre», e in seguito emerge «la conoscenza di un altro importante referente politico che aveva incontrato Daniele Degennaro: l’on. Paolo De Castro». Ex ministro dell’Agricoltura, poi volato al parlamento europeo, liberando lo scranno in Senato che avrebbe occupato Tedesco. 

Casta del malaffare, così spartivano i posti: "Le mani sulla sanità di Vendola e Tedesco". C’è un interrogatorio dirompente per l’immagine di Nichi Vendola e della sua giunta. Il verbale senza omissis della ex manager Asl fa tremare il governatore della Regione Puglia: "Primari imposti col manuale Cencelli. Se non obbedivo mi avrebbero fatto fuori". Talpe in procura: il Pd sapeva in anticipo delle indagini. Gli atti trasmessi alla procura di Lecce. Il resoconto di Gian Marco Chiocci su "Il Giornale". C’è un interrogatorio dirompente per l’immagine di Nichi Vendola e della sua giunta. Un verbale che i magistrati di Bari hanno in gran parte riempito di omissis, e che è finito a Lecce perché si parla anche di alcune toghe interessate a vario titolo alle inchieste collegate a Gianpi Tarantini. A rivelare la mala gestione della cosa pubblica pugliese è Lea Cosentino, un tempo fedelissima del leader di Sel, già potente manager della Asl di Bari coinvolta nelle inchieste sulla sanità che hanno travolto la giunta regionale, a cominciare dall’allora assessore alla sanità, poi senatore del Pd, Alberto Tedesco. La Cosentino che sembra aver pagato molto più di altri per le magagne “politiche” della sanità regionale, viene ascoltata l’8 aprile 2011 dai pm Digeronimo, Bretone e Quercia. Dopo essersi soffermata sulle pressioni ricevute da Tedesco per la nomina del professore Antonio Acquaviva a primario di oculistica, la manager vuota il sacco sull’applicazione, da parte di Vendola & Co, dei favori ai compagni in camice bianco. Prima veniva il partito, poi la professionalità. «Il manuale Cencelli si applicava fin dal 2005 in questo modo: quando una Asl andava in quota Ds con il direttore generale, poi il direttore amministrativo e il direttore sanitario dovevano essere di area o della Margherita o socialista o di Rifondazione, e viceversa. Vendola e Tedesco ci chiamavano e ci dicevano chi nominare: noi direttori generali non conoscevamo le persone che nominavano né la loro professionalità (…). Dal 2007 è diventato più stringente il sistema di accontentare i partiti della maggioranza poiché con la ristrutturazione delle Asl i posti erano stati diminuiti: quindi furono costituiti dei posti di sub-commissario per accontentare le varie correnti: su ogni Asl che era stata accorpata nominarono un sub-commissario in modo da aumentare i posti». E via con gli esempi: «Il sub commissario di Altamura, Capozzolo, era in quota al professor Fiore (successore di Tedesco alla Sanità), il sub-commissario Rocco Canosa era in quota Rifondazione, il dottor Pansini ex Ba5 in quota Tedesco e ai Ds, Rosato in quota Introna (ex presidente consiglio regionale, assessore ai lavori pubblici, Sel) (…). Questo avveniva anche nelle altre Asl». Quanto ai politici che avrebbero influenzato le scelte sulle nomine del management arrivando a determinare l’espulsione di questo o quel Dg non allineato, la manager non si sottrae: «Su Bari Tedesco, Minervini (all’epoca assessore al personale, poi ai Trasporti, Pd) e Loizzo (all’epoca ai Trasporti, Pd), per Lecce Frisullo (ex Ds, già vicepresidente del Consiglio regionale, arrestato nell’inchiesta Tarantini), per Taranto Pelillo (Pd), per Brindisi Saponaro, per Foggia l’assessore Gentile (Pd). Anche l’onorevole Grassi, parlamentare della Margherita (Gero Grassi, deputato Pd) interloquiva per le nomine». Ed è anche a conoscenza degli imprenditori a cui erano legati?, chiede il pm. «Alberto Intini (dalemiano, il suo nome spunta in varie inchieste anche legate a Tarantini) è collegato a Loizzo, Partipilio e Columella a Tedesco, per le forniture sanitarie la Dragher a Tedesco così come le società di proprietà dei figli; Grassi a Pierino Inglese (…)». La Cosentino va oltre: «Ebbi timore a espletare gare di appalto, infatti ne ho fatte pochissime, avendo percepito proprio che scontentare un imprenditore sponsorizzato dal politico di turno avrebbe determinato un disequilibrio negli assetti di giunta e dei politici sul territorio nonché avrebbe prodotto ritorsioni nei miei confronti. Per questi motivi preferivo prorogare i contratti (…). Sulle nomine era assolutamente implicito che se non avessi obbedito sarei stata fatta fuori».

Ma dove il verbale diventa esplosivo è al capitolo delle «fughe di notizie» in procura. «Il 26 giugno 2009 vengo perquisita alle sei del mattino dalla Gdf, al termine chiamai l’assessore Fiore per informarlo, ma rimasi turbata perché mi disse che era stato informato di tutto e mi chiese di raggiungerlo in assessorato». Chi lo aveva informato? E come faceva ad esser stato edotto «di tutto»? Vediamo. «In assessorato dove mi disse di esser stato informato alle 7.30 dalla Gdf e che poi era andato in procura e aveva avuto contezza della vicenda. Poi ho scoperto successivamente, leggendo le carte, che Fiore era stato sentito quella stessa mattina tra le 9 e le 10 ed era stato edotto dell’intercettazione ambientale dell’incontro all’hotel De Russie» fra lei, Tarantini e Intini, l’imprenditore vicino a D’Alema. Una scelta anomala, sia perché l’assessore non c’entra con quel summit e poi perché Fiore viene incredibilmente messo a conoscenza di atti secretati dal pm Scelsi. Ma c’è di più. Il 30 giugno Vendola dice alla Cosentino d’aver letto le intercettazioni (secretate?) e dunque, le fa capire che sarebbero utili le sue dimissioni. Nemmeno un mese dopo il pm Scelsi nel chiedere l’archiviazione del procedimento rivelato a Fiore finisce per mettere a disposizione della Regione, che nel frattempo si è costituita parte offesa, la visione di tutti gli atti d’indagine che riguardano la Regione stessa. Un bel boomerang, visto che poi l’indagine riprende quota. A proposito di toghe baresi, la Cosentino fa presente che «le sue paure venivano valorizzate dalla particolare durezza della misura cautelare a me applicata da parte del gip Giulia Romanazzi (…) da me conosciuta in occasione di due cene con il Tarantini, ospite alla mia festa di compleanno a cui avevano partecipato anche l’assessore Tedesco e Tarantini». E chi vuole capire, capisca.

E di sicuro “La Gazzetta del Mezzogiorno" ci si spiega bene. Un verbale «omissato» a Bari nell’inchiesta Tedesco e trasmesso in forma integrale a Lecce. Dove il pm Antonio De Donno indaga, e non è la prima volta, su magistrati del capoluogo. Stavolta per approfondire le dichiarazioni di Lea Cosentino, ex manager della più importante Asl pugliese che espone una serie di sospetti: nella più dirompente inchiesta giudiziaria degli ultimi anni ci sarebbero stati favoritismi e contiguità tra magistrati e indagati. L’8 aprile 2011, ascoltata dai pm Desiree Digeronimo, Francesco Bretone e Marcello Quercia nell’ambito dell’inchiesta Tedesco (dove è accusata di aver truccato la nomina del primario di oculistica all’ospedale di Terlizzi), la Cosentino ha allargato il tiro parlando per quasi 5 ore. Le sue parole sono state condensate in 7 pagine di verbale, mandato alla procura generale e di qui trasmesso a Lecce (competente per i reati commessi da magistrati in servizio nel distretto di Bari). La Cosentino, così come la «Gazzetta» ha raccontato il 27 settembre 2011, ritiene che la procura di Bari possa aver informato la Regione delle indagini sul suo conto. «Il 26 giugno 2009 alle 7 del mattino - mette a verbale Lady Asl - ho subito presso la mia abitazione una perquisizione da parte della Finanza. Chiamai al termine della perquisizione verso le 9 prima Calasso (il direttore sanitario della Asl Bari) e poi l’assessore Fiore per informarlo della perquisizione; rimasi turbata dal fatto che l’assessore mi disse di essere già stato informato di tutto e mi chiedeva di raggiungerlo in assessorato. Cosa che io feci subito e lui mi disse che era stato sin dalle 7.30 informato dalla Finanza della perquisizione e che poi era andato in Procura dove aveva avuto contezza dell’intera vicenda». Quella perquisizione è collegata alla ormai celebre riunione all’hotel De Russie di Roma, dove Giampaolo Tarantini, presente la Cosentino (che dice di aver fatto «da agente provocatore»), propose agli imprenditori Enrico Intini e Cosimo Catalano e all’ex dirigente di Finmeccanica, Rino Metrangolo, di dividere tra loro in tre parti uguali un appalto da 55 milioni per le pulizie in realtà mai fatto. Il fascicolo era condotto dall’ex pm Giuseppe Scelsi, poi alla procura generale, lo stesso pm che con la sua denuncia ha fatto aprire l’indagine del Csm sul procuratore Antonio Laudati. «Ho scoperto successivamente dalla lettura delle carte del fascicolo archiviato del De Russie - mette a verbale la Cosentino - che Fiore era stato sentito quella stessa mattina (della perquisizione) tra le 9 e le 10 e che era stato edotto dell’intercettazione ambientale del De Russie». Fiore era stato convocato come testimone, e Scelsi gli aveva fatto leggere la trascrizione della riunione nell’hotel romano. La Cosentino dice che a seguito della perquisizione del settembre 2009 lei fu sospesa, «cosa che non è avvenuta per nessuno degli altri indagati pur attinti da richieste di misure cautelari». Ma va anche oltre. «Le mie paure venivano ulteriormente valorizzate dalla particolare durezza della misura cautelare a me applicata con riferimento alla vicenda Nettis (primario di allergologia nominato ad Altamura, vicenda per cui Cosentino è imputata) da parte della dottoressa Giulia Romanazzi da me conosciuta in occasione di due cene con Tarantini nel 2008 e ospite alla mia festa di compleanno a cui avevano partecipato anche l’assessore Tedesco e Gianpaolo Tarantini». Il giudice Romanazzi è in servizio a Bari presso l’ufficio gip. La Cosentino ripete che le nomine nelle Asl pugliesi erano lottizzate. «Il manuale Cencelli si applicava nel 2005 in questo modo: quando una Asl andava in quota Ds con il direttore generale, poi il direttore amministrativo e il direttore sanitario dovevano essere di area o della Margherita o socialista o di Rifondazione e viceversa. Vendola e Tedesco ci chiamavano e ci dicevano chi nominare, noi direttori generali non conoscevamo le persone che nominavamo né la loro professionalità se non dai curricula. Dal 2007 è diventato più stringente il sistema di accontentare i partiti della maggioranza poiché con la ristrutturazione delle Asl i posti erano stati diminuiti, quindi furono istituiti i posti di sub-commissario per accontentare le varie correnti». La Cosentino dice di non aver mai avuto pressioni per truccare gli appalti: «Io personalmente diktat espliciti non ne ho mai subiti (...) lo stile era quello di richiedere le cose con apparente gentilezza».

Lady Asl si toglie un altro sassolino: «Nell’ex giunta Vendola (quella in carica fino al 2009) gli assessori che contavano di più e che influenzavano anche le scelte sulle nomine del management e potevano determinare l’espulsione dei direttori generali erano per Bari Tedesco, Minervini e Loizzo, per Lecce Frisullo, per Taranto Pelillo, per Brindisi Saponaro, per Foggia l’assessore Gentile. Anche l’on. Grassi, parlamentare della Margherita, interloquiva per le nomine».

La cronaca giudiziaria, con “Il Corriere del Mezzogiorno”, intanto ci dice che La Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio per Sandro Frisullo (Pd), l'ex vicepresidente della giunta regionale pugliese, e per le altre quattro persone coinvolte in una delle inchieste sull'illecita gestione della sanità pubblica pugliese: gli imprenditori baresi Gianpaolo e Claudio Tarantini, Vincenzo Valente, direttore amministrativo della Asl di Lecce, e Antonio Montinaro, primario di Neurochirurgia del Vito Fazzi di Lecce. Gli imputati sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere, corruzione, abuso d'ufficio, turbativa d'asta e millantato credito. Nell'ambito di questa indagine Frisullo fu condotto in carcere il 18 marzo 2010 e l'8 aprile successivo, su disposizione del tribunale del Riesame, ottenne gli arresti domiciliari, protrattisi fino al 17 luglio 2010, data dalla quale è libero. Secondo le indagini dei pm inquirenti, Ciro Angelillis ed Eugenia Pontassuglia, basate soprattutto sulle intercettazioni e sulle dichiarazioni rese durante alcuni interrogatori da Gianpaolo Tarantini, Frisullo avrebbe ricevuto dall'imprenditore barese escort e denaro in cambio di vantaggi per le società della famiglia Tarantini nell'aggiudicazione di appalti presso la Asl di Lecce. I fatti contestati si riferiscono agli anni 2007-2009. La Procura attribuisce il ruolo di promotori e organizzatori dell'intera struttura proprio a Gianpaolo Tarantini e Sandro Frisullo. Tarantini - secondo l'accusa - avrebbe versato a Frisullo: 12.000 euro al mese per undici mesi (da gennaio a novembre 2008), 50.000 euro in una circostanza, ha acquistato per il politico costosi capi d'abbigliamento, buoni benzina, gli ha fatto regali di vario genere e pagato le prestazioni sessuali delle prostitute Maria Teresa De Nicolò, Vanessa Di Meglio, Sonia Carpentone, oltre a fornirgli un'autovettura e un autista e il servizio di pulizia settimanale di un appartamento che Frisullo utilizzava.

Alla fine si ritorna sempre lì, alle protesi ortopediche. Per GIOVANNI LONGO e MASSIMILIANO SCAGLIARINI che danno un resoconto su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Quelle che hanno fatto la fortuna e la disgrazia di Gianpaolo Tarantini sono, secondo la procura di Bari, anche dietro le mosse dell’ex assessore Alberto Tedesco. I medici che acquistano protesi dalla ditta del figlio di Tedesco - dicono i pm, conferma il gip - ottengono raccomandazioni per la nomina a primario. E i manager che si oppongono ai desiderata di Tedesco vengono defenestrati. Illuminante, a questo proposito, sarebbe la vicenda della nomina del primario di ortopedia del «Santissima Annunziata di Taranto», dove Tedesco avrebbe fatto pressioni a favore del dottor Vincenzo Caiaffa. L’allora direttore generale Marco Urago ha invece scelto un altro medico, il dottor Nicola Annichiarico: e per questo - ipotizza il gip - sarebbe poi stato destituito dall’incarico, alla prima occasione utile. 

È lo stesso Urago a raccontare la circostanza in un interrogatorio con il pm Digeronimo. 

URAGO: «Una grande battaglia è stata sulla scelta dei primari». 

DIGERONIMO: «Oh! Vediamo queste scelte dei primari».

U: «La scelta dei primari gli è andata malissimo all’assessore Tedesco». 

D: «E chi voleva lui come primari?». 

U: «Quando sono arrivato, la logica, devo dire la verità, era che normalmente alla Asl di Taranto arrivassero quasi sempre i trombati della Asl di Bari». 

D: «Ah! Come mai?». 

U: «Eh. Non riuscendo a sistemarli nella Asl di Bari, bisognava rifilarli da qualche parte. Io ho cominciato con il primario di oculistica. Che ho nominato io, che veniva da fuori, un tarantino che però era in Università, sta a Modena. Poi il primario di ortopedia, ho scelto il primario di ortopedia che veniva dall’ospedale di Chiavenna. Diciamo che non ho mai obbedito ai desiderata dell’assessore».

D: «E sì, ma chi erano i suoi prediletti? Chi doveva nominare? In questi due concorsi dove lei ha nominato altre persone...» (...). 

U: «Dunque quello più eclatante è il primario di ortopedia. È eclatante perché io ho nominato ... Non me lo ricordo, è uno di Grottaglie che stava a Chiavenna... (...) Che dopo che me ne sono andato io se n’è andato (...). Ortopedia è stata una battaglia ferocissima, perché c’erano moltissimi candidati che arrivavano e che dovevano essere sponsorizzati». 

D: «Chi voleva lui, Tedesco?». 

U: «L’attuale primario». 

D: «Cioè, poi è stato nominato?».

U: «È stato nominato adesso primario a Taranto ». 

D: «Quando, se lo ricorda?». 

U: «Un anno e mezzo dopo di me, un anno dopo che il primario di Grottaglie se n’è andato». 

Nel corso delle indagini, i carabinieri accertano che il 27 ottobre 2008 il nuovo direttore generale della Asl di Taranto, Angelo Colasanto, nominerà primario proprio il dottor Caiaffa. Ma perché Caiaffa? La risposta, secondo l’accusa, ha a che fare con gli affari di famiglia. Il 21 aprile 2009 i carabinieri hanno infatti effettuato una perquisizione nella ditta di Carlo Tedesco (figlio di Alberto), e nel computer trovano la lista dei clienti della Eurohospital. Ai primi posti di quella lista ci sono il professor Mori, il dottor Gismondi (primario e aiuto di ortopedia al San Paolo di Bari) e il dottor Caiaffa, che «risultano tra i maggiori utilizzatori» delle protesi Biomet vendute da Carlo Tedesco. Ora, Mori e Gismondi erano due dei componenti della commissione di valutazione (nominata da Urago) che ha selezionato la terna per il primariato al «Ss. Annunziata »: Caiaffa è tra gli idonei, ma poi Urago sceglie Annichiarico. La nomina di Annichiarico viene ufficializzata il 4 maggio 2007.

Urago sarà destituito dalla guida della Asl di Taranto sette giorni dopo, l’11 maggio 2007, con una delibera della giunta regionale che gli addebita la responsabilità per gli 8 morti all’ospedale di Castellaneta facendosi forte del rapporto di una commissione d’inchiesta guidata dal futuro assessore Tommaso Fiore. Ebbene, il gip De Benedictis osserva che Urago non è tra gli imputati nel procedimento penale per i morti di Castellaneta: «Il fatto accaduto - scrive il gip - era grave, ma va considerato che il dottor Urago è stato allontanato dalla Commissione d’inchiesta regionale praticamente per una responsabilità meramente oggettiva». Tedesco, come ovvio, respinge in toto questa ricostruzione: «Urago - dice - ha dichiarato cose non vere». Ma è disarmante ciò che l’ex manager racconta al pm Digeronimo a proposito della sua visione della sanità, e del perché si fosse opposto alle pressioni di Tedesco: «Io volevo scegliere in autonomia perché, una volta riferii all’assessore questa evenienza: una volta mi ero trovato all’ospedale di Massafra e c’era una ragazza che era ricoverata in ospedale in seguito ad un incidente automobilistico, ed avevo trovato un politico del posto che stava lì che era il padre della ragazza. Dissi: “Va bene, non c’è problema, c’è dentro il primario”. Dice: “No, no, che quello l’ho nominato io, lo so come l’ho nominato, per questo sono preoccupato”. Questa è la logica, voglio dire». 

“Toghe... patate e cozze”. Emiliano, Carofiglio, Maritati e le storie di malagiustizia pugliese.

“Toghe…patate e cozze” di Tommaso Francavilla e Franco Metta, edito da Nuova Stampa. Un lavoro che parte dalla mini-tengentopoli pugliese fino all’operazione “Arcobaleno” passando per l’operazione “Speranza”.

"Toghe...patate e cozze" è il titolo del libro scritto dal giornalista castellanese Tommaso Francavilla, edito da nuova stampa Bari. Un lavoro certosino che parte dalla mini-tangentopoli pugliese all'operazione arcobaleno passando per l'operazione speranza. 141 pagine dove Francavilla, insieme all'opinionista di Puglia D'oggi Franco Metta, raccontano come dall'aula di un tribunale si approdi a quella di Montecitorio, chiamando in causa esempi come quelli di Carofiglio, Maritati, Emiliano. Ovvero: come avviare indagini eclatanti e guadagnarsi un posto in Parlamento, naturalmente tra i banchi della sinistra.

Da “Il Giornale” del 19 giugno 2009 a firma di Gian Marco Chiocci un dettagliato resoconto. "Per inquadrare la sibilla D’Alema può esser utile soffermarsi sui rapporti tra l’ex leader ds e la magistratura pugliese, barese in primo luogo. Per farlo occorre lavorare pazientemente d’archivio, compulsare avvocati, carabinieri e pm locali non schierati, leggere con attenzione atti processuali e (suoi) proscioglimenti contestati, sfogliare un recentissimo libro dal titolo curioso (Toghe, patate e cozze, scritto da Tommaso Francavilla e Franco Metta) ma dai contenuti devastanti per l’immagine del preveggente ex leader ds. Che si è preoccupato di far eleggere in Parlamento alcuni corregionali pm, mentre altri se li è portati al governo, e uno l’ha messo addirittura a fare il sindaco nonostante fosse il titolare dell’inchiesta sugli sperperi miliardari della missione Arcobaleno dove figurava pure il suo nome.

La storia è lunga. E ha natali lontani. Parte ovviamente dall’ondata giustizialista nazionale cavalcata dal Pci e portata avanti dai magistrati d’area, nei primi anni Novanta, tra avvisi di garanzia e carcerazioni preventive. Tra il 1990 e il 1995 cambiano cinque presidenti regionali, altrettanti sindaci baresi, non c’è giorno senza che più consiglieri comunali e funzionari di partito finiscano indagati o arrestati. Solo una parte (indovinate quale) è casualmente risparmiata dalle inchieste. Un’intera classe politica viene tolta di mezzo, e a nulla varrà la tardiva consolazione delle assoluzioni di massa degli indagati eccellenti e dei flop nelle aule di giustizia. Per l’ascesa in politica dei protagonisti pugliesi con la toga, gli esempi si sprecano. Il più eclatante riguarda la cosiddetta «Operazione Speranza», con riferimento al re delle cliniche private Francesco Cavallari e alle presunte tangenti elargite a destra come a sinistra. Tantissimi politici si ritirarono dalla politica attiva e bastò l’annuncio intimidatorio, poi rivelatosi inesatto, di una «seconda ondata», per bloccarne altri o per dirottarli all’improvviso altrove, come Pino Pisicchio pronto a candidare il fratello in Forza Italia, dopodiché riparò sotto Lamberto Dini (poi con Di Pietro). Si salvarono solo i comunisti, si salvò soprattutto D’Alema accusato d’aver intascato qualche soldarello pure lui quand’era ancora segretario del Pci pugliese e consigliere regionale. Il reato venne «derubricato» in «illecito finanziamento» datandolo prima dell’amnistia del 1989. Reato prescritto, pratica archiviata. Non tutti sanno che D’Alema, su quel finanziamento generosamente elargito dal boss della sanità, qualcosina aveva ammesso a verbale dopo che Cavallari al pm l’aveva tirato in ballo quale suo referente in Regione. Poi il re delle cliniche aggiunse: «Sa, signor magistrato. Non nascondo che in una circostanza particolare ho dato un contributo di 20 milioni al partito. D’Alema è venuto a cena a casa mia, e alla fine della cena io spontaneamente mi permisi di dire, poiché eravamo alla campagna elettorale 1985, che volevo dare un contributo al Pci». Accogliendo la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm, il gip Concetta Russi il 22 giugno ’95 decise per il proscioglimento, ritenendo superfluo ogni approfondimento: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti – scrisse nelle motivazioni - e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci (...). L’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato». Chi era il titolare dell’inchiesta che sollecitò l’archiviazione? Il pm Alberto Maritati, eletto coi Ds e immediatamente nominato sottosegretario all’Interno durante il primo governo D’Alema, numero due del ministro Jervolino, poi ancora sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, emulo di un altro pm pugliese diventato sottosegretario con D’Alema: Giannicola Sinisi. E chi svolse insieme a Maritati gli accertamenti su Cavallari? Chi altro firmò la richiesta d’archiviazione per D’Alema? Semplice: l’amico e collega Giuseppe Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari, poi titolare della segretissima indagine sulle ragazze reclutate per le feste a Palazzo Grazioli, indagine «anticipata» proprio da D’Alema. Il quale è stato generoso anche con un altro suo inquisitore: Michele Emiliano, sindaco di Bari e segretario regionale del Pd, già titolare del procedimento sugli sperperi della missione Arcobaleno per aiutare i profughi kossovari che sfiorò proprio D’Alema e pezzi del suo governo, come il sottosegretario Barberi (rinviato a giudizio) e l’imputato sottosegretario diessino Giovanni Lolli, per il quale il gip, su sollecitazione del pm Di Napoli, ha dichiarato il non luogo a procedere insieme a un altro ex ds, Quarto Trabacchi. L’inchiesta che per bocca del pm Emiliano inizialmente prometteva sfracelli e di cui poi chiese a sorpresa l’archiviazione (contestata dal procuratore Di Bitonto), col tempo s’è lentamente arenata fino alla contestuale candidatura del pm Emiliano – benedetta da D’Alema - a sindaco di Bari. Prima di entrare in politica, Emiliano ha iniziato a lanciare invettive politiche contro il sindaco precedente sulla scarsa lotta alla criminalità da parte dell’amministrazione cittadina eppoi s’è scoperto garantista di se stesso quando il suo nome comparve in una intercettazione telefonica con cui una famiglia mafiosa gli faceva la campagna elettorale, in vista di una vittoria che per la prima volta spostò a sinistra i quartieri più «a rischio» di Bari: oggi, insieme a Maritati, fa a gara a straparlare di pericolo di voto di scambio con la criminalità.

Ma non c’è solo Bari nell’orbita di interesse della magistratura militante considerata vicina a D’Alema. C’è l’intera Puglia. C’è Taranto, dove la procura ha messo ripetutamente sott’inchiesta le ultime tre amministrazioni di centrodestra i cui rappresentanti sono stati «condannati a trascorrere decenni nelle aule di giustizia a discolparsi all’infinito da ogni genere di incriminazioni» – scrivono Metta e Francavilla –, senza riuscirci nel caso del povero Mimmo De Cosmo, ma solo perché morto anzitempo, stroncato dalle persecuzioni. In procura a Taranto, nel 2007, a ridosso delle amministrative, calò l’allora sottosegretario Maritati, insieme a esponenti locali dei Ds. Voleva perorare un’accelerazione delle inchieste a carico degli ex amministratori di centrodestra. L’unico a ribellarsi fu il procuratore capo che parlò di un assedio stalinista al suo ufficio, «volto a fargli aprire comunque inchieste anche in assenza di adeguati fondamenti». E c’è Brindisi, dove il potere dalemiano imperniato sul triangolo Bargone–La Torre-Di Pietrangelo «avrebbe fortissimi riferimenti nel palazzo di giustizia - si legge sempre nel libro-shock – e aveva scientificamente massacrato la vecchia guardia democristiana e socialista, con la quale pure aveva condiviso molte vicende, quali la gestione – tramite il vicepresidente dell’Enel Valerio Bitetto, che chiamò in causa D’Alema – dei succulentissimi appalti della centrale nucleare a costruirsi negli anni ’80...». L’inchiesta era quella sulle operazioni fatte intorno a un famoso rigassificatore inglese, inchiesta che si soffermò su alcune società off-shore in paradisi fiscali riconducibili a Bargone coinvolte nelle indagini che avevano inguaiato l’ex sindaco Antonino.

Intanto nella metà del 1995 inizia a far parlare di sé, anche per inchieste «politiche», un altro magistrato predestinato a sedere a Palazzo Madama col Partito democratico: Gianrico Carofiglio. Sul pm-giallista si è abbattuta l’ira del ministro pugliese Raffaele Fitto a causa della moglie del neoparlamentare che è nel pool sui reati contro la pubblica amministrazione, competente quindi a indagare «sul Comune di Bari guidato da un collega e amico del marito». Prima ancora la sinistra aveva puntato sul pm barese Nicola Magrone, oggi procuratore a Larino, autore di uno spettacolare arresto, «a ridosso delle elezioni politiche del 1994, con due imputazioni rivelatesi assolutamente fasulle, del Cda dell’Irccs “De Bellis” il cui presidente era stato designato quale possibile candidato del Polo. Fu il suo ultimo atto prima di mettersi in aspettativa in vista dell’elezione alla Camera». L’inchiesta poi abortì. Come sono abortiti tantissimi altri procedimenti nati nei confronti di esponenti del centrodestra a ridosso delle elezioni.  

AMMINISTRATOPOLI REGIONALE

NELL'INTERESSE DEI CITTADINI PUGLIESI ?

Puglia, dalle plafoniere a 637 euro al costo complessivo raddoppiato: tutti i conti della nuova sede della Regione. La storia dura da 16 anni, da quando nel 2002 l'allora governatore Fitto decise di dotare il suo ente di una nuova casa: sarebbe dovuta costare 40 milioni, ma ne serviranno almeno 87. Colpa di cambi in corsa, irregolarità e lavori a rilento. E ora indaga anche la Procura. E anche il presidente Michele Emiliano vuole vederci chiaro, scrive Rosanna Volpe l'11 novembre 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Non ci sono solo le plafoniere da 637 euro ciascuna a turbare il sonno dei pugliesi, ma anche una lunga lista di spese pazze che riguardano la nuova sede della Regione. La settimana scorsa il programma Non è l’arena di La7 ha alzato il polverone sulla vicenda, anche se – a onor del vero – più volte la stampa locale ci aveva provato. A rincarare la dose ci ha pensato poi il Movimento Cinque Stelle che oltre alle plafoniere (ne servono 1.600 per un costo totale di 1.019.200 euro), ha messo nero su bianco altre spese: 228mila euro per un gruppo elettrogeno, 290mila per 19,6 chilometri di cavi. Per non parlare delle postazioni di lavoro: i dipendenti del Consiglio regionale sono 300, ma le postazioni di lavoro saranno 1.102. La vicenda ha quindi preso una piega diversa e – dopo gli esposti presentati dal M5s, a cui se n’è poi aggiunto un altro del Codacons – è arrivata in Procura. Al momento non ci sono indagati né ipotesi di reato. Il fascicolo è stato aperto dalla pm Savina Toscani, che ha chiesto alla Guardia di finanza di acquisire, nei competenti uffici regionali, la documentazione relativa al cantiere. Nel frattempo il governatore Emiliano ha promesso – ai microfoni di La7 e sulla sua pagina Facebook – che farà chiarezza sulla vicenda. “Se qualcuno ha commesso un errore, dovrà avere molta più paura di me che di lei” risponde a un giornalista. Quindi, ha istituito un collegio di vigilanza composto – oltre che da se stesso – dall’assessore Gianni Giannini, dal capo di gabinetto, Claudio Stefanazzi, dal commissario di Asset Elio Sannicandro, dal direttore del dipartimento Barbara Valenzano e dal capo dell’avvocatura Rossana Lanza. Una sorta di task force che avrà il compito di verificare la corrispondenza alle leggi e alle regole di economicità della condotta del direttore dei lavori e del responsabile unico del procedimento che, in via esclusiva, avevano il compito di verificare la congruità dei costi delle plafoniere incriminate. Emiliano infine ha dato ordine di sospendere la fornitura “se ancora in itinere e, comunque, ogni pagamento nei confronti della ditta che ha acquistato le plafoniere sino a esito delle verifiche disposte”. Il progetto per la realizzazione della nuova sede della Regione Puglia era ambizioso e prevedeva un asilo, un campo da calcio, uno da tennis, una sala fitness, grandi fontane. Oltre agli uffici del consiglio regionale oggi ospitati in un palazzo in via Capruzzi che costa di 1,5 milioni di euro all’anno. Il progetto risale al 2002, quando l’allora presidente della Regione Raffaele Fitto decise di dotare il consiglio regionale di una nuova sede. Viene avviata una gara di progettazione. Anni dopo si scoprirà che quella gara era truccata. La vicenda è andata avanti per anni tra modifiche, ripensamenti e cinque varianti. I costi nel frattempo sono saliti da 40 a 87 milioni. Nel 2010 la Regione, guidata da Nichi Vendola, ha avviato la successiva gara per la realizzazione dell’opera con prezzo fissato a 67 milioni: ha vinto un’impresa che ha presentato un ribasso del 41 per cento, facendo così scendere il costo della realizzazione dell’opera a circa 40 milioni di euro. I lavori però sin da subito sono andati molto a rilento e sono partite le varianti al progetto: eliminati i campi da calcio, da tennis, le palestre e le grandi fontane previste nel progetto originario, sono stati inseriti nuovi parcheggi.

Il compenso dei progettisti è aumentato, con le varianti, da 3 a 11,2 milioni di euro. Ed è proprio sulla quinta variante che si sono concentrati i 5 Stelle. “Abbiamo presentato a luglio scorso esposti a Procura, Anac e Corte dei conti sulle spese extra” ha raccontato a ilfattoquotidiano.it il consigliere regionale pentastellato Antonella Laricchia. “Ora siamo contenti di sapere che la Procura ha deciso di aprire un fascicolo. Questo progetto è nato malato – ha proseguito – ed è davvero scandaloso che Emiliano abbia deciso di occuparsi della vicenda solo dopo il clamore del programma di Giletti”. Insomma, questa è una storia che dura da 16 anni: un cantiere senza fine che taglia a metà la città. E la sensazione – conti alla mano – è che la vicenda delle plafoniere sia solo la punta dell’iceberg sotto la quale si nascondono sprechi e fiumi di soldi pubblici mal (o mai) gestiti.

Nuova sede Regione Puglia, esposto M5S: "Non solo plafoniere, ecco gli altri costi lievitati". La consigliera Antonella Laricchia ha depositato un'integrazione agli esposti già depositati in estate. E si è presentata al comando provinciale della Guardia di finanza, scrive l'8 novembre 2018 "La Repubblica". La consigliera del M5S Antonella Laricchia ha depositato un'integrazione agli esposti già depositati a luglio presso Procura della Repubblica, Anac e Corte dei Conti sui costi della nuova sede del consiglio regionale. Si è inoltre recata personalmente presso il comando provinciale della Guardia di finanza. "Ho chiesto al comandante provinciale della Guardia di finanza - dichiara Laricchia - di fare chiarezza sugli ulteriori elementi emersi nella trasmissione televisiva di Massimo Giletti. La Regione ha voluto concentrare l'attenzione solo sulle 1.600 plafoniere costate ciascuna 637 euro (a cui aggiungere il 12 per cento per parcella progettisti e il 22 per cento di Iva, giungendo a un costo per la collettività di 870 euro ciascuna), per cui è stata creata addirittura un'apposita commissione di vigilanza, ma sono tante le spese folli che andrebbero controllate, come abbiamo verificato leggendo i documenti in nostro possesso". Nell'integrazione agli esposti vengono aggiunte le spese sostenute per l'efficientamento energetico dell'edificio. Tra queste vi sono quelle per il gruppo elettrogeno da 1.250 kVA, previsto dalla quinta variante al posto di quello originario da 1.025 kVA. Un gruppo elettrogeno più potente del 20-25 per cento, che ha portato un aumento del costo di 108.586 euro. Quello iniziale aveva infatti un prezzo di 119.999 euro e da indagini di mercato si è rilevato che, ad un aumento di circa il 20 per cento della potenza del gruppo, sarebbe dovuto corrispondere un aumento del costo di circa il 20-25 per cento. Invece, il prezzo è passato da 119.999 a 228.586 euro. Altra anomalia segnalata è quella che riguarda i cavi elettrici di grossa sezione, e cioè quelli che alimentano i quadri principali dell'edificio, arrivati alla quantità spropositata di 19,6 chilometri, per un enorme maggior costo di 290.739 euro. Un'anomalia che vale anche per i canali zincati, posizionati a soffitto dell'edificio, in cui vengono alloggiati i cavi elettrici. Anche in questo viene segnalata la quantità in più di 17,72 chilometri con un aumento di costo di 271.104 euro. "Ci sembra quantomeno strano - commenta Laricchia - che chi da una parte continua a giustificare alcuni aumenti di costi con l'esigenza di migliorare l'efficienza energetica dell'edificio, e quindi di abbassare i consumi di energia elettrica, specie per il condizionamento ambientale, dall'altra abbia contestualmente sentito la necessità di sostituire i gruppi elettrogeni iniziali con gruppi elettrogeni più grandi e ovviamente più costosi, anziché più piccoli. Per non parlare dei 19 chilometri di cavi a grossa sezione che sembra quantomeno improbabile possano essere inseriti in un edificio di 6+4 piani, ciascuno dei quali lungo circa 100 metri." L'attenzione dei Cinque Stelle si è concentrata anche sulle 1.012 postazioni Lavoro, un numero più che raddoppiato rispetto alle iniziali 462. Postazioni il cui costo è aumentato del 250 per cento, passando da 102,36 a 268,22 euro per l'aggiunta di sole due prese e due spie luce. È stato poi evidenziato il costo per quattro pozzi idrici trivellati, per il raffreddamento delle macchine di condizionamento: per ciascuno è infatti previsto un prezzo di 63.376 euro, a fronte di un prezzo massimo di mercato che, secondo i Cinque Stelle, dovrebbe attestarsi attorno agli 17.500 - 18.000 euro. "La stessa sezione Lavori pubblici, nella precedente versione della quinta perizia di variante del 2016 aveva già previsto gli stessi pozzi, applicando però a ciascun un prezzo di 44.156,59 euro mentre poi, solo qualche mese dopo, il prezzo è stato fatto lievitare da 44.156 a 63.376 euro, con un incremento del 50 per cento per ragioni che ci sfuggono". "Alla luce di quanto sta emergendo - conclude Laricchia - ci sembra ancora più assurda la bocciatura della mozione che avevamo presentato lo scorso settembre in consiglio per chiedere la sospensione del pagamento dei progettisti. Una bocciatura arrivata con il voto contrario anche dei consiglieri di centrodestra, che oggi a quanto pare hanno cambiato idea e parlano di vicenda gravissima. Questo ovviamente non ci sorprende dal momento che le responsabilità per questi sprechi vanno equamente distribuite in tutti i vecchi partiti e alcuni dei politici che ora si accodano alla nostra battaglia sedevano in consiglio già nel 2003, quando questa vicenda ha avuto inizio".

Regione Puglia, plafoniere da 600 euro nella nuova sede: Non è l’Arena punta i fari sullo spreco dell’Ente, scrive Letizia Cramarossa il 5 Novembre 2018 su bari.ilquotidianoitaliano.com. “Le norme dell’efficientamento hanno imposto l’utilizzo dei Led, quindi abbiamo dovuto sostituire le lampade a neon da 150 euro con quelle più costose”. Queste le parole del Direttore del dipartimento lavori pubblici, Barbara Valenzano, intervenuta ieri a “Non è l’Arena” per dare spiegazioni sul caso plafoniere. Giletti ha cercato di far luce sul mistero della lampada dimmerabile, una plafoniera a incasso, prodotta dall’azienda svizzera Regent Illuminazione che costa 637 euro. Ne sono state ordinate 1.637, per un valore complessivo che supera il milione di euro. “Quest’estate i magistrati hanno lavorato in una tendopoli – ha ribattuto il conduttore – oggi spendiamo più di 600 euro per una lampada, sebbene esistano modelli simili a soli 32”. Un elemento d’arredo che offrirà senza dubbio un tocco di classe agli uffici del nuovo consiglio regionale di via Gentile, pur eleggendosi a simbolo dello spreco. ‘Tanto spendi, tanto mangi’, sarà stato questo detto a giustificare l’acquisto. Tuttavia restano aperti non pochi interrogativi, perché è difficile immaginare che tra una lampada di 32 e una di più di 600 euro non ci fosse un ampio ventaglio di scelta. In fondo si tratta sempre dell’antica questione della coperta troppo corta: se la tiro verso il viso lascio scoperti i piedi, viceversa rimane fuori la testa. Se non si spreca in energia, lo si fa in plafoniere.

Regione Puglia, plafoniere: inchiesta della procura. Nuova sede, polemiche per i costi, scrive il 10 novembre 2018 noinotizie.it. La procura della Repubblica di Bari ha aperto un’inchiesta. Il governatore Michele Emiliano ha convocato il collegio di vigilanza. Quanto costa, e perché, la nuova sede della Regione Puglia? Di seguito, da Telenorba: Le plafoniere acquistate per la nuova sede del Consiglio regionale della Puglia sono dell’azienda austriaca Zumtobel e sono costate meno di quelle della Regent, prese a riferimento dalla direzione dei lavori, che a listino quotavano 754 euro. È quanto emerso da “Il Graffio”, programma di approfondimento in onda ieri sera alle 23.30 su Telenorba e su TgNorba24. La seconda puntata è stata dedicata proprio ai costi del palazzo di via Gentile. In studio il capogruppo del Movimento 5 Stelle, Antonella Laricchia, e l’assessore regionale ai lavori pubblici Giovanni Giannini. Ampio spazio è stato dedicato alla vicenda plafoniere. Il Graffio ha mostrato in anteprima il preventivo della Regent, richiesto e ottenuto dalla direzione dei lavori e da cui partono i conti che poi portano a quantificare in 637 euro il costo di una singola plafoniera. Mostrato anche il preventivo che la società Guastamacchia ha richiesto e ottenuto dall’agente di Puglia e Basilicata della Regent, che dunque sapeva del capitolato della Regione Puglia e aveva anche formulato un preventivo. Nell’ordine di servizio, lo strumento con cui il direttore dei lavori ordina i materiali all’impresa di costruzione, viene chiesta a Guastamacchia la fornitura e posa in opera di un apparecchio tipo Dime Led della Regent “o equivalente”, così come previsto dalle norme sugli appalti pubblici. L’impresa ha poi trovato sul mercato un apparecchio dalle caratteristiche ritenute superiori, quello della Zumtobel, e la direzione dei lavori ha approvato la scelta. Nel corso della trasmissione sono stati diffusi ulteriori dettagli sull’acquisto delle plafoniere, ma sono state anche approfondite le altre contestazioni mosse dal Movimento 5 Stelle. Inoltre sono stati fatti i conteggi complessivi dell’opera, che come confermato dall’imprenditore Guastamacchia sarà ultimata entro fine anno.

Plafoniere d’oro, un anno di denunce, scrive il 6 novembre 2018 trnews.it. Il governatore Emiliano, sulla vicenda delle plafoniere da 637 euro della nuova sede del Consiglio Regionale, resa famosa dal servizio di Danilo Lupo per Non è L’arena di Giletti, ha istituito un collegio di verifica per fare chiarezza. Ma siamo sicuri che la decisione di vederci chiaro non arrivi in ritardo? Forse sì. Lo scorso aprile Telerama raccontava questo: “Sedici anni per progettarla, costruirla ma non vederla ancora completata. La nuova sede del Consiglio regionale della Puglia non sarà inaugurata nemmeno nel prossimo giugno. E intanto i costi lievitano, non solo quelli necessari per pagare l’affitto dello stabile di via Capruzzi, ma anche quelli per costruirla. A quanto sembra dagli atti, il compenso previsto per i progettisti che si aggiudicarono la gara nel 2002, ammontava a 3 milioni di euro. Sedici anni e numerose varianti dopo il conto presentato ammonta a 11 milioni di euro”. Qualche mese dopo, a luglio, aggiungemmo che “la responsabilità dell’aumento del prezzo totale, passato da 50 milioni di euro a 87 milioni è da ricercare nell’aumento dei costi, anche più piccoli. Come – hanno ricostruito anche i consiglieri del Movimento 5 Stelle – le plafoniere costate 830mila euro perché da 200 euro l’una costerebbero almeno il triplo. Oppure i controsoffitti: il nuovo materiale scelto avrebbe un costo di 59,16 euro in più a metro quadro, rispetto ad un prezzo iniziale di 3,50 euro. L’aumento è di 200mila euro”. Basta questo? No. Perché lo scorso aprile riportavamo questo: “Sono tre i filoni d’inchiesta aperti dalla Procura regionale della Corte dei Conti sulla nuova sede del Consiglio regionale. Il primo, noto è sugli incarichi conferiti a legali esterni alla Regione per seguire i numerosi ricorsi presentati negli anni dall’ingegnere barese Michele Cutolo, arrivato quarto nella gara d’appalto. La Cassazione prima e il Consiglio di Stato poi, gli hanno dato ragione. Il punto è, per i magistrati contabili, che il contenzioso sarebbe scaturito dagli errori commessi dalla Regione stessa nella gara. E, dunque, se non li avesse commessi non ci sarebbero stati l’aggiudicazione illegittima, i ricorsi, i legali esterni ecc. Il secondo filone, più corposo, riguarda altri incarichi conferiti ad un legale esterno della Regione. Un “elevatissimo” numero di incarichi legali affidati sempre ad un solo avvocato, legato a doppio filo per altri incarichi sempre alla Regione. Sul professionista, scelto dall’amministrazione retta all’epoca dall’ex governatore Vendola, ci sarebbe una incompatibilità che gli avrebbe permesso di incassare parcelle da record. La cifra è ancora da quantificare ma è dell’ordine di decine di migliaia di euro. Il terzo filone riguarda le 5 varianti del progetto della sede del Consiglio che stanno portando ad una lievitazione dei costi e all’allungamento dei tempi, come riportato da TrNews nei giorni scorsi. Per questo filone però è tutto ancora agli albori, l’attività istruttoria è in corso ma è presto per capire se porterà ad una ipotesi di danno erariale o no. E se, in buona sostanza, il fisiologico aumento dei prezzi per il perdurare del cantiere da 10 anni, ha provocato per responsabilità dell’ente pubblico, un danno erariale o no. E ancora, a dicembre: “La Finanza sta studiando gli incartamenti acquisiti a settembre per verificare l’eventuale esistenza di irregolarità durante le fasi di progettazione e realizzazione del faraonico immobile”. E dire che la stessa Regione ha istituito nel 2017 una Commissione d’inchiesta interna per sondare su eventuali sprechi. Quali risultati avranno ottenuto i commissari? Davvero non era possibile istituire un collegio i verifica, molto prima? Prima o subito dopo i numerosi articoli della stampa locale e subito dopo l’istituzione della commissione d’inchiesta interna?

Plafoniere da 637 euro l'una per la nuova sede della regione. Emiliano sospende la fornitura, l'opposizione attacca, scrive quotidianodipuglia.it Lunedì 5 Novembre 2018. Plafoniere da 637 euro per il nuovo palazzo della Regione, in via di ultimazione a Bari. Dopo la denuncia venuta fuori durante la trasmissione condotta da Massimo Giletti su La7, “Non è l’Arena”, il governatore Emiliano vuole vederci chiaro ed ha quindi istituito un collegio di vigilanza composto dallo stesso presidente della Regione, dall’assessore Gianni Giannini, dal capo di gabinetto Claudio Stefanazzi, dal commissario di Asset Elio Sannicandro, dal direttore del dipartimento Barbara Valenzano e dal capo dell’avvocatura Rossana Lanza. Una sorta di task force che avrà il compito di verificare la corrispondenza alle leggi ed alle regole di economicità della condotta del direttore dei lavori e del responsabile unico del procedimento che, in via esclusiva, avevano il compito di verificare la congruità dei costi delle suddette plafoniere. In una nota, il presidente chiarisce di aver dato «immediata disposizione agli uffici preposti di sospendere la fornitura se ancora in itinere e, comunque, ogni pagamento nei confronti della ditta che ha acquistato le plafoniere sino a esito delle verifiche disposte». Le reazioni. Puntuali le reazioni dell’opposizione in Consiglio regionale. Per il Movimento 5Stelle «gli scandali delle spese folli per la nuova sede del Consiglio regionale che noi del Movimento 5 Stelle Puglia abbiamo denunciato in questi mesi sono ormai un caso nazionale nonostante i tentativi del governatore Emiliano, di alcuni dirigenti e dell’assessore Giannini, di sminuire la gravità della “sprecopoli pugliese”». «Il vero nuovo elemento gravissimo emerso sul quale indagheremo - evidenziano - è che la ditta Regent produttrice delle plafoniere non avrebbe mai nemmeno inviato un preventivo per questo appalto. Insomma il sospetto è che quelle plafoniere dal costo esorbitante non siano in realtà neanche le stesse installate nella sede del Consiglio regionale». «Se così fosse - concludono - saremmo di fronte ad una nuova ipotesi di reato». Per il gruppo consiliare di Direzione Italia-Noi con l’Italia, «mai come in questo caso è auspicabile che l’autorità giudiziaria faccia piena luce, anche per ridare piena credibilità alla politica pugliese». «Riteniamo inaccettabili - commentano i parlamentari pugliesi della Lega, Rossano Sasso, Anna Rita Tateo e Roberto Marti - le cifre che il governatore della Puglia, Michele Emiliano, intende spendere per l’acquisto delle plafoniere che andranno a comporre il nuovo palazzo della Regione Puglia. Una cifra esorbitante ed uno spreco di soldi pubblici, da parte di Emiliano e del Pd, tale che potrebbe intervenire pure la Corte dei Conti».

Caso plafoniere, Forza Italia: "Si sapeva già tutto, perché Emiliano si sveglia solo ora?", scrive giornaledipuglia.com il 6.11.18. Nota del Gruppo consiliare di Forza Italia (Nino Marmo, Domenico Damascelli, Francesca Franzoso e Giandiego Gatta. “Il caso delle plafoniere per la nuova sede del Consiglio regionale è un fatto grave, gravissimo, perché sono spese inaccettabili soprattutto in una Regione che chiude reparti ospedalieri e taglia l’assistenza sanitaria. Ciò detto, ci sono altri elementi di profonda ambiguità: la questione, nota da tempo, fu affrontata in Consiglio regionale due mesi fa e fu assicurato che la Giunta avrebbe proceduto con le verifiche del caso e che avremmo atteso anche le eventuali iniziative della Procura della Repubblica e della Corte dei Conti. Ne hanno parlato per mesi tutti i quotidiani pugliesi. Eppure, dal presidente Emiliano - prosegue la nota di Fi - non si è mai avuta una risposta precisa, una reazione governativa per chiarire le ombre sulle spese sostenute. C’è voluto un risalto mediatico nazionale, per non dire una ‘figuraccia nazionale’, per avere dal presidente della Giunta un cenno: un nucleo ispettivo per verificare la congruità dei prezzi. Ci voleva Giletti? Perché fino ad oggi la Regione non ha fatto niente? Eppure, parliamo di plafoniere pagate a caro prezzo. Ancor più grave del prezzo, poi, c'è che la ditta ha affermato di non aver mai avuto un ordine dalla Regione. Cosa dice a riguardo Emiliano? Allora, oltre a spiegare come si spendono i soldi dei pugliesi e come sia possibile che una ditta dica di non aver ricevuto alcun ordine dall'ente, dal presidente vorremmo capire anche come mai si sia svegliato solo dopo essere finito su La7 in modo inglorioso. Non è affatto una questione di poco conto, sulla quale c’è ancora molto da spiegare. Incauto, inopportuno, impreparato al limite dell’offensivo, il capo dell’esecutivo non può permettersi di scaricare la patata bollente sul Consiglio regionale! Perché egli sapeva, e sa molto bene, che la stazione appaltante è la Regione, cioè la Giunta regionale. Sapeva che c’è un RUP (Responsabile Unico del Procedimento) e un Direttore dei Lavori, i quali sono, appunto, i responsabili delle opere e delle scelte tecniche. Ancora più ridicola è la nuova commissione di controllo! Controllo su chi? Sulla stessa Giunta? Che, guarda caso, dal punto di vista politico e amministrativo, è l’organo di indirizzo e controllo. Quindi, Emiliano istituisce una commissione che dovrebbe controllare il suo stesso operato! Non c’è più il senso del ridicolo e si è persa la misura del decoro istituzionale”, conclude la nota Fi.

Dai dati del libro “La Casta” di Rizzo e Stella e dai dati del sito della Conferenza delle Regioni si nota come la retribuzione netta dei Governatori delle Regioni italiane sia un diritto liberticida: ognuno prende quello che vuole!

Scandaloso se si raffronta con i redditi lordi dei Governatori degli Stati Uniti.

Si noti bene: per gli italiano sono netti, per gli americani sono lordi. Inoltre i primi sono governatori di Regioni, i secondi sono governatori di Stati.

PUGLIA

228.631

 

CALIFORNIA

162.598

SARDEGNA

175.733

 

NEW YORK

130.656

SICILIA

171.954

 

MICHIGAN

129.197

CALABRIA

160.240

 

NEW JERSEY

127.737

VENETO

151.380

 

PENNSYLVANIA

119.997

LAZIO

150.576

 

ILLINOIS

113.576

CAMPANIA

148.656

 

WASHINGTON

110.215

LOMBARDIA

144.777

 

CONNECTICUT

109.489

MOLISE

144.457

 

OHIO

105.715

LIGURIA

139.342

 

VERMONT

105.078

PIEMONTE

135.251

 

WYOMING

76.642

VALLE D'AOSTA

126.740

 

UTAH

75.895

TRENTINO ALTO ADIGE

126.089

 

MONTANA

70.410

EMILIA ROMAGNA

120.073

 

ARIZONA

69.343

ABRUZZO

119.613

 

OREGON

68.321

BASILICATA

114.073

 

NORTH DAKOTA

67.505

MARCHE

101.734

 

COLORADO

65.693

FRIULI VENEZIA GIULIA

96.459

 

TENNESSEE

62.043

TOSCANA

89.980

 

ARKANSAS

59.013

UMBRIA

85.231

 

MAINE

51.094

APPARATO REGIONALE: IL PIU’ PAGATO IN ITALIA.

Gli stipendi per il Presidente, la Giunta, i Consiglieri, le Commissioni: un vero salasso per l’erario regionale.

Regione Puglia, quanto mi costi. Confrontando gli stipendi dei dirigenti politici delle Regioni, dal presidente ai consiglieri regionali, vari quotidiani, e da ultimo “Il Corriere della Sera”, hanno scoperto che in Puglia si pagano gli stipendi più alti. Se il presidente della Giunta Regionale percepisce 24.620 euro al mese, due volte rispetto al collega presidente della giunta regionale della Lombardia, chi siede nell'aula di via Capruzzi guadagna 16.115 euro, il doppio del compenso di un consigliere della Toscana, fermo, si fa per dire, a 8.082 euro. Lo stipendio di chi, invece, presiede l'assemblea è di 21.486 euro. Gli importi furono stabiliti con l'accordo di destra e sinistra. Intanto, i consiglieri pugliesi restano i più ricchi d'Italia.

In questo modo le poltrone regionali costano oltre 10 milioni di euro in più.

Tanto paga il contribuente: solo di stipendi, l’aggravio di costi è di oltre 2 milioni di euro all’anno per i cinque anni di legislatura. In tutto quasi 10,4 milioni. Conto stimato per difetto, visto che alcune spese non sono ancora quantificabili.

Le mosse iniziali del governatore di Rifondazione comunista, Niki Vendola, sono state.

Primo: aumentare gli assessori da 12 a 14 (massimo consentito dallo Statuto).

Secondo: sceglierne solo otto tra i consiglieri regionali.

Terzo: portare da sette a undici le commissioni consiliari (e la prima proposta era quattordici!).

Quarto: scegliere un capo di gabinetto fuori dalla Regione, che pure annovera centinaia di dirigenti con i requisiti per l’incarico.

Giunta regionale. Partiamo dagli assessori. Sei sono «esterni», ovvero non membri del Consiglio regionale. La differenza non è di poco conto: un consigliere che fa anche l’assessore riceve la normale indennità per la prima carica (che la Regione pagherebbe comunque) con una lieve maggiorazione per la seconda. Invece gli assessori «esterni» rappresentano stipendi extra. E non sono noccioline: le indennità si calcolano in rapporto a quelle dei parlamentari nazionali. Risultato: la Regione paga sei stipendi pieni in più, che costano 1.772.000 euro all’anno. Va aggiunto il costo delle strutture dei due nuovi assessorati: dalle auto blu al personale, dagli uffici alle missioni. Cifre non ancora quantificabili.

Commissioni consiliari. Fin qui il capitolo giunta. Poi c’è quello «commissioni consiliari». Erano sei da trentacinque anni, cioè da quando era nata la Regione. Il centrosinistra ha già deciso di farle diventare undici, quanti sono i gruppi della coalizione in Consiglio regionale. Alla Regione Puglia anche i muri sanno che l’aumento delle commissioni è l’escamotage per accontentare partiti e consiglieri smaniosi di poltrone. Tanto che sono già state distribuite le presidenze delle quattro commissioni che nasceranno a settembre: Mediterraneo ai Ds, Ambiente alla Margherita, Agricoltura allo Sdi, Servizi sociali all’Udeur. Ogni commissione ha un presidente, due vice e un consigliere segretario. Con undici organi anziché sette, non esisteranno più peones. Tutti i consiglieri avranno un incarico e un corrispondente aumento di stipendio: per il presidente di commissione ogni mese 2.238 euro in più, per i vice 895 euro, per i segretari 671. Solo di stipendi, le nuove commissioni costano 225.552 euro l’anno (107.424 ai presidenti, 85.920 ai vice, 32.208 ai segretari).

Capo di gabinetto. Vendola ha chiamato il coordinatore della sua campagna elettorale, Denny Gadaleta, e non un dirigente della Regione. Risultato: un altro stipendio da 80mila euro e spiccioli, esclusi premi di risultato e indennità di missione.

Consigli per una vecchiaia felice. Come si fa a lavorare (lavorare...) 15 anni e garantirsi una pensione di 10.071,8 euro lordi al mese (circa 7mila netti)? Rivolgersi per informazioni in via Capruzzi a Bari, sede del consiglio regionale della Puglia. Dove, alla faccia della crisi (per gli altri) è stata disposta l’erogazione dei vitalizi agli ex consiglieri, compreso l’ex vicepresidente Sandro Frisullo.

I vitalizi sono uno dei tanti regali previsti dalla legge 8 del 2003, meglio nota come legge De Cristofaro. Oltre a prevedere che ai consiglieri in attività spetti una indennità pari all’80% di quella dei parlamentari (da quest’anno sono 11.190,89 euro al mese) cui si aggiunge una diaria variabile ed esentasse, la legge ha pensato pure alla vecchiaia del consigliere. Che ha diritto, con almeno 5 anni di servizio ed a partire dai 60 anni d’età, a un vitalizio mensile pari al 40% dell’indennità. Più sono gli anni trascorsi in aula, più sale l’assegno (fino ad arrivare al 90% per chi ha fatto tre lustri o più) e più diminuisce l’età minima necessaria a ricevere il vitalizio (bastano 10 anni di presenza per ottenere il vitalizio a 55 anni). Gli anni, ovviamente, si calcolano all’italiana (bastano 6 mesi e un giorno), e per chi si fa riconoscere l’inabilità parziale o totale al lavoro non si calcolano affatto.

Naturalmente non c’è trucco e non c’è inganno. È tutto in regola, come la legge comanda. Per aver diritto al vitalizio, i consiglieri in attività lasciano ogni mese nelle casse dell’ente il 25% dell’indennità. Soldi ben spesi, dato che il vitalizio è come WinForLife, una rendita assolutamente cumulabile con qualunque altro reddito e con la pensione di anzianità o di vecchiaia.

Logico che nessuno se la faccia sfuggire. Finora, a fronte di 35 consiglieri non rieletti, l’hanno potuta chiedere in 19. Tra loro c’è pure l’ex vicepresidente Sandro Frisullo, che avendo trascorso in consiglio 15 anni di vita, ha diritto alla cifra massima (10.071 euro al mese). Frisullo, peraltro, è stato il primo in assoluto a sfruttare un’altra normetta inserita con lungimiranza nel 2003. A chi è stato destinatario di «misure cautelari tali da impedire l’effettivo esercizio del mandato», la legge garantisce il 50% dell’indennità, il 70% della diaria e il 100% del trattamento accessorio (in cui sono compresi i 900 euro di rimborso per il «rapporto con gli elettori»). Frisullo, arrestato il 18 marzo 2010 e tecnicamente in carica fino a maggio, per due mesi ha dunque ricevuto il sussidio regionale.

Tra gli ex consiglieri che portano a casa il vitalizio massimo ci sono anche Luciano Mineo, Roberto Ruocco, Nicola Tagliente e Giovanni Copertino. Pina Marmo, l’unica donna della passata legislatura, deve invece accontentarsi di appena 3.783 euro lordi al mese: con soli 5 anni di contribuzione, in virtù di un altro bizantinismo contenuto nella legge, può infatti ricevere un assegno leggermente ridotto anche se le mancano 3 anni ai fatidici 60 d’età.

Ora, è chiaro che non approfittare di questo beneficio sarebbe criminale. E infatti Antonio Scalera, che nella scorsa legislatura ha fatto solo 44 mesi, per poter accedere al vitalizio ha chiesto di versare i 38mila euro che mancano (2.377,18 euro per 16 mesi). Altri ancora, essendo troppo lontano il traguardo dei 5 anni, hanno chiesto indietro i contributi versati: si tratta di Zaccagnino (riceverà 36.599 euro), Caputo (20.674 euro) e degli ex assessori Magda Terrevoli e Gianfranco Viesti (20.854 euro a testa). Il tutto, naturalmente, senza contare la liquidazione che spetta agli ex consiglieri con almeno una legislatura alle spalle: un bell’assegnone da non meno di 129mila euro, tanto per rendere meno traumatico il ritorno tra i comuni mortali.

NELL’INTERESSE DEI LAVORATORI PUGLIESI ?!?

Lo scandalo delle internalizzazioni. Assunzione senza concorso pubblico per stabilizzare i precari nella sanità, già afflitta dallo scandalo “Tedesco”, e nell'università. In questo modo migliaia di amici di sinistra vengono stabilizzati senza concorso pubblico, producendo illegalità, consenso politico con voto di scambio e parzialità di trattamento avverso gli avversari politici. Il 30 aprile 2010 su proposta del ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, il Consiglio dei Ministri ha deciso di impugnare presso la Corte Costituzionale due leggi della Regione Puglia in materia di organizzazione del lavoro pubblico.

«In violazione del riparto di competenza tra norme statali e disciplina regionale, la legge regionale n. 4 del 2010 consente infatti la stabilizzazione di oltre 8000 precari tra dirigenti medici e personale ex LSU e proroga gli effetti delle procedure di stabilizzazione previste dalla precedente normativa regionale, ampliando così i destinatari delle stesse – spiega il ministero in una nota -. Inoltre, consente l’illegittimo inquadramento di personale proveniente da imprese o società cooperative all’interno di società, aziende o organismi della Regione Puglia in violazione della richiamata disciplina statale in materia di stabilizzazioni. Questa norma si pone altresì in contrasto sia con i principi costituzionali che riservano alla competenza esclusiva dello Stato la materia dell’ordinamento civile (contratti collettivi), sia con la giurisprudenza costituzionale che ha più volte ribadito come il pubblico concorso costituisca l'unica forma di reclutamento del personale idonea a garantire l'efficienza, il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica Amministrazione».

La seconda legge della Regione Puglia impugnata dal Governo, la n. 5 del 2010, autorizza invece il transito nei ruoli dell’Agenzia per il Diritto allo studio universitario (ADISU) del personale finora in servizio a tempo determinato, con conseguente inquadramento riservato, «in violazione della vigente disciplina statale e dei già citati principi costituzionali di cui agli articoli 3, 97 e 117, secondo comma, lett. l), della Costituzione», sottolinea il ministero.

NELL'INTERESSE DELLE ASSOCIAZIONI PUGLIESI ?

La "Associazione Contro Tutte le Mafie" - ONLUS è una associazione nazionale contro le ingiustizie e le illegalità, iscritta per obbligo di legge, ai fini dell'attività antiracket ed antiusura, solo presso la Prefettura - UTG di Taranto, competente sulla sede legale. Non ha sostegno politico perchè è apartitica e non nasconde gli abusi e le omissioni del sistema di potere, tra cui i magistrati, e la codardia della società civile. Per questo non riceve alcun finanziamento pubblico, o assegnazione da parte della magistratura dei beni confiscati. Il suo presidente è, spesso, perseguito per diffamazione, solo perchè riporta sui portali web associativi le interrogazioni parlamentari o gli articoli di stampa sugli insabbiamenti delle inchieste scomode. Le scuole non lo invitano, in quanto il motto "La mafia siamo noi" non è accettato dai professori di Diritto, che sono anche, spesso, avvocati e/o giudici di pace e/o amministratori pubblici, sentendosi così chiamati in causa per corresponsabilità del dissesto morale e culturale del paese. Pur affrontando questioni attinenti la camorra, la mafia, la 'ndrangheta, la sacra corona unita, la mafia russa, ecc; pur essendo stato ringraziato dal Commissario governativo per la collaborazione svolta ed invitato da questi a partecipare al forum tenuto a Napoli coi Prefetti del Sud Italia per parlare di Mafie e sicurezza, la Prefettura di Taranto, non solo non gli dà la scorta, ma gli diniega la richiesta del porto d'armi per difesa personale. La regione Puglia non iscrive la stessa associazione all'albo regionale, né il comune di Avetrana, città della sede legale, ha iscritto l'associazione presso l'albo comunale. Il sostegno mediatico è inesistente, tanto che vi è stata interrogazione parlamentare del sen. Russo Spena per chiedere perchè Rai 1 non ha trasmesso il servizio di 10 minuti dedicato all'associazione, autorizzato dall'apposita commissione parlamentare. L'editoria ha rifiutato le pubblicazione del saggio d'inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", il sunto e l'elenco degli scandali  e i misteri italiani, senza peli sulla lingua.

La associazione "Libera" è un coordinamento nazionale di tante associazioni e comitati locali. Queste, spesso hanno sede presso la CGIL, sindacato di sinistra, come a Taranto. I magistrati assegnano a loro i beni confiscati. Le scuole invitano i loro rappresentanti. Il sostegno mediatico è imponente, come se "Libera" fosse l'unico sodalizio antimafia esistente in Italia. La regione Puglia, con giunta di sinistra, riconosce a loro cospicui finanziamenti, pur non essendo iscritta all'Albo regionale.

200 mila euro. In favore della Cooperativa “Terre di Puglia – Libera Terra” (100 mila euro) e dell’Associazione Libera di don Luigi Ciotti (100 mila euro).

La cooperativa denominata «Terre di Puglia – Libera Terra» è formata da giovani pugliesi e si occupa della gestione dei terreni agricoli e degli altri beni confiscati alla Sacra Corona Unita. Attualmente, in partenariato con la Prefettura e la Provincia di Brindisi, con l’Associazione Libera ed Italia Lavoro Spa, gestisce un progetto che prevede l’impiego a fini agricoli dei terreni confiscati alle mafie nella provincia di Brindisi, nei comuni di Mesagne, Torchiarolo e San Pietro Vernotico.

L’Associazione Libera di don Luigi Ciotti in Puglia sosterrà il progetto MOMArt (Motore Meridiano delle Arti), che prevede la trasformazione di una ex discoteca di Adelfia (Ba), centrale di spaccio e illegalità, in un luogo generatore di sviluppo sociale e civile per i giovani pugliesi.

Per il raggiungimento di questo obiettivo la Giunta il 15 luglio 2008 ha approvato un protocollo d’intesa tra Regione Puglia, Tribunale di Bari, Commissario governativo per i beni confiscati e Associazione Libera.

Il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie denuncia una palese ingiustizia e discriminazione politica che viene perpetrata da parte della Giunta della Regione Puglia guidata da Nicola Vendola e dal suo assessore competente Loredana Capone.

«Sin dal 27 settembre 2008, avendone titolo anche in virtù di una verifica della Guardia di Finanza che ne attesta la reale attività, il sodalizio nazionale riconosciuto dal Ministero dell’Interno ha chiesto l’iscrizione all’Albo Regionale delle associazioni antiracket ed antiusura – dice il dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie -. La risposta che è stata data è che l’Albo non è stato ancora costituito, nonostante in pompa magna si sia dato risalto della sua emanazione per legge. Intanto però la Giunta Vendola si prodiga a finanziare ed a promuovere “Libera” e le sue associate in ogni modo, pur non essendo iscritta all’albo non ancora costituito. Ciò che dico è confermato dalle varie determine di finanziamento delle varie convenzioni e così come appare su “Striscia La Notizia”del 18 novembre 2011. In occasione del servizio di Fabio e Mingo in tema di favoritismi e privilegi l’assessore alle risorse umane, Maria Campese, pur non essendo competente sulla materia della mafia, in bella vista presso i suoi uffici sfoggiava un muro tappezzato di manifesti di “Libera”, da cui si palesava la scritta “I beni confiscati sono Cosa Nostra”.

Spero che questa ipocrisia antimafia cessi e la Giunta Vendola sia meno partigiana, perché oltre a discriminarle, perché non sono comuniste, nuoce a quelle associazioni che si battono veramente contro le mafie. Spero che sia dato dovuto risalto alla denuncia, in quanto abbiamo bisogno del sostegno istituzionale per poter continuare a svolgere la nostra attività.»  

DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA REGIONALE 23 settembre 2009, n. 1747

"La Regione Puglia intende sviluppare azioni sui temi della legalità, della sicurezza partecipata e sul riutilizzo produttivo e sociale dei beni confiscati e realizzare adeguate iniziative di informazione, sensibilizzazione e animazione sul territorio pugliese; vi è una convergenza di interessi tra Libera e la Regione Puglia a porre in essere eventuali collaborazioni per il perseguimento dei fini sopra indicati. Si propone pertanto:

• di dichiarare la disponibilità della Regione Puglia ad avviare forma concrete di collaborazione tra Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie e la Regione stessa al fine di condividere attività di ricerca, monitoraggio, informazione, sensibilizzazione e animazione territoriale sui temi della legalità, della sicurezza partecipata e del riuso dei beni confiscati alla criminalità organizzata:
• di approvare, a tal fine, uno schema di protocollo di intesa tra la Regione Puglia e Libera -Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, allegato al presente provvedimento."

In data 2-3-4 marzo 2010, il servizio di Stefania Petix, inviata di Striscia La Notizia, per la prima volta in Italia ha sollevato il problema della destinazione clientelare dei beni confiscati alla mafia. In quel caso si evidenziava che a Palermo la destinazione a fini sociali dei beni confiscati era stata effettuata a favore di associazioni inesistenti o a fini di lucro. Inascoltata la “Associazione Contro Tutte le Mafie” da sempre ha denunciato che il fenomeno è nazionale.

Si riscontra che l’associazione “Libera” ha un rapporto privilegiato con le strutture Prefettizie a scapito delle tantissime associazioni indipendenti che non fanno capo a quel coordinamento. In questo caso vi è silenzio assoluto delle Istituzioni e degli organi di stampa su un fatto gravissimo.

Allo stesso sodalizio nazionale denominato “Associazione Contro Tutte le Mafie”, iscritta presso la Prefettura di Taranto al n. 3/2006, è impedita l’iscrizione presso altre prefetture pur operando nel loro territorio, in virtù del Decreto del Ministero dell’Interno n. 220 del 24/10/2007, che prevede l’iscrizione delle associazioni antiracket solo ed esclusivamente presso le prefetture competenti sulla sede legale.

In data 3 marzo 2010, anche grazie ad una legge regionale, denominata appunto “Libera il bene”, attraverso la quale la Regione Puglia si assume il 90% dell’onere economico delle spese per la ristrutturazione degli immobili, il commissario straordinario prefettizio di Manduria Giovanni D’Onofrio ha promosso ed ottenuto, con la firma del protocollo di intesa, la collaborazione della stessa associazione Libera (rappresentata da Davide Pati e Annamaria Bonifazi) e della Prefettura di Taranto (rappresentata dalla dott.ssa Distante), finalizzata all’analisi dei beni confiscati agli esponenti mafiosi di Manduria, al monitoraggio delle loro condizioni strutturali, alla verifica del possibile riutilizzo e alla progettazione per la trasformazione in centri di aggregazione o per altro uso (da stabilirsi). Con il protocollo l'Ente pubblico si assume l'onere del restante 10%.

“Libera” è un coordinamento, non un’associazione, e come tale, in virtù del Decreto citato, non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto, in quanto il coordinamento non ha la sede legale in quella città, ma in via IV Novembre, 98, Roma, per cui il protocollo d’intesa è nullo e la Prefettura di Taranto e il Comune di Manduria, dovrebbero collaborare con le associazioni con sede legale nella provincia di Taranto, e l’Associazione Contro Tutte le Mafie, ha la sede legale in Avetrana, 15 Km da Manduria.

Se passa il principio che chiunque spenda il nome “Libera” possa essere iscritto e privilegiato dagli enti Prefettizi, è normale che in Italia si formi un monopolio illegale delle assegnazioni dei beni, specie se poi questa attività è sostenuta dai finanziamenti pubblici. E’ ancor più grave se poi i coordinamenti hanno sede presso la CGIL. In questo caso parrebbe un’espropriazione proletaria.

Poi non si capisce come mai la Regione Puglia possa riconoscere finanziamenti solo a “Libera”, escludendo le altre associazioni indipendenti, specie se dopo tanta enfasi, dopo anni non è ancora stato istituito l’albo regionale delle associazioni antiracket, che dovrebbe legittimare gli stessi finanziamenti.

I giovani poi illusi di essere forza attiva pensano di poter contrastare il mal governo, la corruzione, la mafia. Sicuramente accorreranno per l'edizione del Forum internazionale “Otranto Legality Experience”, organizzato dal 29 agosto al 3 settembre, per il quale  l’assessore Fratoianni ha chiesto un finanziamento di 70.000 euro, che verrà concesso all’associazione Libera, che ha il monopolio delle attività antimafia, e ad Agnoletto. Sarà quello il luogo gioioso della moltiplicazione dei forum, delle discussioni guidate con la presenza dei soliti volti locali, nazionali e internazionali, sempre che siano di sinistra, e l’assoluta indifferenza della classe lavoratrice, dei numerosi disoccupati e del popolo pugliese.

NELL’INTERESSE DELLE TV LOCALI PUGLIESI ?

La Regione Puglia di Vendola è indifferente alle proposte o alle esigenze di Tele Web Italia, www.telewebitalia.eu, la web tv di promozione e tutela del territorio. Lo stesso trattamento è riservato a tutte le altre tv locali pugliesi, salvo che non siano televisioni di parte.

Mentre sulle televisioni private pugliesi incombe un’autentica decimazione a seguito del superamento dell’analogico; mentre piange miseria con il governo nazionale, Vendola non trova di meglio, su proposta dell’Assessore Fratoianni, ossia del regista delle sua campagne auto-promozionali, che regalare 480 mila euro alla RAI TRE per una trasmissione immancabilmente destinata alla sua auto-apologia, con la quale saremmo molto lieti se fosse anche ulteriormente valorizzata l’indubbia professionalità del suo ex-Addetto Stampa». È quanto protesta il vice presidente del consiglio regionale pugliese del Pdl, Nino Marmo. «Su questa decisione, in quanto palesemente discriminatoria ai danni delle televisioni pugliesi, abbandonate di fatto al loro destino da un Vendola sempre più proiettato verso dimensioni nazionali se non universali - conclude Marmo – ho inviato un esposto al Corecom».

«La delibera con cui, il 25 giugno 2010, la Giunta Vendola ha regalato alla Rai Tv 480 milioni di euro per realizzare dieci puntate della trasmissione “Okkupati” alla modica cifra di 40mila euro a puntata, ha dell’incredibile», ribadisce il consigliere regionale de La Puglia prima di tutto, Andrea Caroppo. «Per tutta la campagna elettorale e fino nel convegno organizzato dal Corecom Puglia - dice Caroppo - Vendola e la sinistra hanno accusato il Governo Berlusconi di aver tagliato le gambe all’emittenza privata, di aver negato loro i fondi necessari per la stessa sopravvivenza delle piccole emittenti. Intanto nelle stesse ore la Giunta Vendola pensava bene di regalare 480mila euro alla Rai. Bella coerenza».

«A RaiTre 480mila euro per qualche puntata di una trasmissione, alle emittenti locali pugliesi soltanto chiacchiere», aggiunge dal canto suo Salvatore Greco, anche lui consigliere regionale della Puglia prima di tutto: «Altre Regioni italiane hanno emanato bandi per finanziare gli investimenti delle emittenti radiotelevisive locali in innovazione e tecnologie, provvedimenti fondamentali per la sopravvivenza delle tv territoriali costrette a far fronte a centinaia di migliaia se non milioni di euro in vista dello “switch off” e del passaggio al digitale terrestre. Il governatore, Nichi Vendola, da mesi difende a parole il diritto alla sopravvivenza delle televisioni locali ma finora non ha mosso un dito, concretamente, in loro favore».

La replica «Nessun furto alle emittenti regionali», mentre le argomentazioni dei consiglieri regionali del Pdl Marmo, Greco e Caroppo sono “molto sterili e demagogiche”: così l’assessore regionale all’Attuazione del programma e alle Politiche giovanili, Nicola Fratoianni, risponde alle accuse.

NELL'INTERESSE DEGLI EMIGRANTI PUGLIESI ?

EMIGRAZIONE ED IMMIGRAZIONE, FONDI A PERDERE.

SOLO IL 10 % AGLI AVENTI DIRITTO

Il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, denuncia l’ennesima anomalia a danno dei più deboli. La Giunta Regionale ha dato avvio a fine febbraio, con la prima presa d’atto del disegno di legge presentato dall’Assessore Elena Gentile, al percorso per la formazione della nuova legge regionale per l’integrazione culturale e l’inclusione sociale degli immigrati in Puglia.

L’iniziativa può sembrare meritevole, se non ci si scontrasse con la realtà dei dati.

Si manifesta la volontà di includere socialmente gli immigrati extracomunitari in Puglia e poi si è incapaci, per dolo o per colpa, di accogliere i nostri emigranti pugliesi di rientro.

Dal Bollettino Ufficiale della Regione Puglia - n. 169 del 28-11-2007 si legge la Deliberazione della Giunta Regionale del 31 ottobre 2007, n. 1810.

La deliberazione riguarda il Piano 2007 degli “Interventi in favore dei pugliesi nel mondo” (Legge regionale n. 23/2000 – Regolamento regionale n. 8/2001 di attuazione della Legge regionale n. 23/2000). Dai criteri di ripartizione delle risorse si rileva il “BAZAR DEL TRUCCO”, le cui anomalie sono state oggetto di una denuncia penale da parte di alcuni emigranti pugliesi rientrati in patria.

I contributi economici una tantum per emigrati pugliesi che rientrano in Puglia, secondo i criteri e le modalità in vigore ai sensi della D.G.R. 1638/2005, riguardano contributi per acquisto prima casa, affitto e ristrutturazione immobili di proprietà e contributi per l'avvio e il potenziamento di attività produttive (artigianali, agricole, manifatturiere,ecc..). I contributi previsti sono pari a euro 170.000,00 a fronte di euro 1.419.265,00 previsti per tutto il piano di interventi.

Premettendo che molti uffici comunali non sono a conoscenza dei benefici a favore degli emigranti, in modo da rendere il contributo conosciuto e fruibile, è scandaloso che un piano di intervento per gli emigranti preveda proprio a loro favore solo il 10 % circa, da impiegare per il reinserimento abitativo e produttivo di corregionali pugliesi, mentre tutto il resto va ad una ripartizione che suscita qualche perplessità.

Non è diffamazione dire che “c’azzecca” il piano 2007 chiamato “Interventi in favore dei pugliesi nel mondo” con i cittadini pugliesi nel mondo. Agli emigranti che vogliono rientrare è destinata la infima somma di 170.000 euro a fronte di 1.420.000. Poteva essere chiamato benissimo “Piano 2007 per interventi di propaganda e promozione del sistema Puglia.”

La logica chiama il ragionamento:

1.250.000 euro per eventi culturali, gemellaggi, ed altro, cosa vuol significare se non eventi festaioli, a cui qualcuno partecipa, spesso viaggiando.

PIANO DI RIPARTIZIONE

ATTIVITA' ISTITUZIONALI

 

PREMIO PUGLIA

25.000

 

 

INTERVENTI AD INIZIATIVA REGIONALE

 

COMUNICAZIONE ED INFORMAZIONE

125.000

EVENTI CULTURALI

70.000

STUDI E RICERCHE

55.000

BORSE DI STUDIO

280.000

DOCUMENTAZIONE

9.265

INTERVENTI URGENTI ALLE ASSOCIAZIONI DI PUGLIESI NEL MONDO

30.000

 

 

SOVVENZIONI A PROGETTI DI ASSOCIAZIONI O ENTI

 

EVENTI CULTURALI

315.000

GEMELLAGGI

260.000

 

 

INTERVENTI SU RICHIESTA DELLE ASSOCIAZIONI

 

DOTAZIONE STRUMENTALE E LOGISTICA

80.000

 

 

INTERVENTI SU RICHIESTA PER REINSERIMENTI PRODUTTIVI ED ABITATIVI

 

CONTRIBUTI PER EMIGRANTI PUGLIESI DI RIENTRO

170.000

 

 

TOTALE

1.419.265

NELL'INTERESSE DELLA CULTURA PUGLIESE ??

Gianni Liviano presenta interrogazione su attività di Apulia Film Commission. Nell'interrogazione a risposta scritta il consigliere liviano chiede di fornire chiarimenti in merito alle eccezioni sollevate dall'Ordine di vigilanza di Apulia Film Commission, scrive il 25 settembre 2018 "Il Corriere di Taranto". È una lunga serie di rilievi quella mossa, all’indirizzo dell’operato di Apulia Film Commission, dal consigliere regionale del Gruppo Misto, Gianni Liviano, e tutti racchiusi in una interrogazione a risposta scritta indirizzata al presidente del Consiglio regionale, Mario Loizzo,  e per conoscenza al presidente della Giunta regionale, Michele Emiliano, e alla Corte dei Conti. Si tratta di un lavoro minuzioso e certosino portato avanti dal consigliere regionale tarantino e che fa seguito a quello sull’affidamento al Teatro pubblico pugliese della somma di 1 milione di euro nell’ambito del “Polo territoriale delle Arti e della Cultura Fiera del Levante 2018“. E, allora, eccoli i rilievi: assenza puntuale nella trasmissione dei flussi informativi; assenza dell’autorizzazione da parte del consiglio di amministrazione di Apulia Film Commission per  l’accordo di cooperazione per la realizzazione integrata di servizi pubblici finalizzati alla valorizzazione, promozione e comunicazione della puglia come destinazione turistica e come industria culturale cinematografica sottoscritta in data 20/10/2017 tra il presidente della Fondazione Apulia Film Commission e l’Agenzia Regionale PugliaPromozione con durata di tre anni a partire dall’accordo; assenza, all’interno del nuovo “regolamento per il reclutamento del personale dipendente e per l’instaurazione dei rapporti di collaborazione” ( approvato dal c.d.a. in data 24 aprile 2018), delle procedure di affidamento di incarichi professionali, e il non recepimento, all’interno del l’art. 7 di tale regolamento “commissioni esaminatrici”, di quanto suggerito dall’Organismo di vigilanza nel parere espresso in data 31 luglio 2017, e approvato dal c.d.a. il 1 agosto 2017, sui criteri di nomina delle commissioni;  assenza di trasparenza nelle procedure finalizzate alla richiesta di sponsorizzazione della fondazione; abuso nell’utilizzo della procedura di affidamento diretto anche nelle more dell’assenza dei requisiti di unicità ed esclusività nei servizi offerti e la non chiarezza delle motivazioni che inducono all’individuazione di tale procedura di aggiudicazione; individuazione di soggetti affidatari direttamente da parte del direttore generale dell’Afc e non già da parte del rup; assenza, nelle determine di nomina, delle motivazioni  che hanno condotto alla scelta dei commissari delle commissioni esaminatrici; assenza dei riferimenti alle dichiarazioni di assenza di conflitti di interessi e di cause di incompatibilità; assenza sul sito della Fondazione dei curricula dei commissari. “Si tratta – spiega ancora Liviano – di rilievi espressi dall’Organismo di vigilanza della stessa fondazione Apulia film commission (che fa riferimento all’assessorato all’Industria turistica e culturale presieduto dall’assessore Capone) nei verbali di maggio e del 13 e del 18 luglio del 2018.  Ecco – conclude Liviano – di questi rilievi chiedo conto nella mia interrogazione (che si allega)”. Pubblichiamo, di seguito, il testo dell’interrogazione a risposta scritta indirizzata al presidente del Consiglio regionale, Mario Loizzo, e, per conoscenza, al presidente della Giunta regionale, Michele Emiliano, nonché alla Corte dei Conti.

«Premesso che  

- l’Organismo di vigilanza (Odv) monocratico della fondazione Apulia film commission (Afc), istituito ai sensi dell’art. 6 del decreto legislativo 231 del 2001 e rappresentato dal dott. Ernesto De Vito il quale riveste anche la funzione di responsabile della prevenzione della corruzione e trasparenza giusta nomina del cda di Afc del 27 marzo 2017;

– lo stesso organismo si è recentemente riunito, tra l’altro, nelle date 21 maggio 2018, 13 luglio 2018 e 18 luglio 2018;

– in data 21/05/2018, nel verbale di riunione, l’Odv ha segnalato un’assenza nella trasmissione dei seguenti flussi informativi (con richiesta di invio immediato):

a) adempimenti presso le autorità pubbliche di vigilanza e presso gli enti pubblici per l’ottenimento delle autorizzazioni, abilitazioni, licenze, concessioni o provvedimenti simili attraverso un report delle richieste di autorizzazioni e licenze presentate. L’Odv indica, altresì, che il referente per l’invio di tali documenti è il direttore generale, che la periodicità di invio sarebbe semestrale e che allo stato all’Odv non era mai arrivato alcun flusso in merito;

b) rendicontazioni contributi, sovvenzioni e finanziamenti erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dall’unione europea attraverso un riepilogo delle rendicontazioni effettuate e segnalazioni di eventuali anomalie o altre criticità. L’Odv indica altresì che il referente per l’invio di tali documenti è l’ufficio gestione e rendicontazione progetti, che la periodicità di invio sarebbe trimestrale e che allo stato all’Odv l’ultimo flusso era pervenuto in data 05/05/2017;

c) sponsorizzazioni, partnership e rapporti commerciali con soggetti privati attraverso un report su sponsorizzazioni, partnership e rapporti commerciali con soggetti privati con indicazione degli importi e dell’oggetto.  L’Odv indica altresì che il referente per l’invio di tali documenti è il direttore generale, che la periodicità di invio sarebbe semestrale e che allo stato all’Odv non era mai arrivato alcun flusso in merito;

– in data 13/07/2018 nel verbale di riunione l’Odv:

a)  lamenta di non aver ancora ricevuto il flusso informativo sulle sponsorizzazioni e partnership effettuate dalla Fondazione;

b) esamina a campione l’accordo di cooperazione per la realizzazione integrata di servizi pubblici finalizzati alla valorizzazione, promozione e comunicazione della Puglia come destinazione turistica e come industria culturale cinematografica sottoscritta in data 20/10/2017 tra la Fondazione Apulia Film Commission e l’Agenzia Regionale Puglia Promozione con durata di tre anni a partire dall’accordo, esamina le schede riepilogative delle spese effettuate a valere su detto accordo, chiede copia delle determine del rup sulle spese di importo più rilevante con particolare riferimento agli affidamenti diretti,  e  segnala l’assenza della delibera del consiglio di amministrazione di autorizzazione alla realizzazione di tale attività, nonostante la firma dell’accordo stesso da parte del presidente consiglio di amministrazione;

c) prende atto che il nuovo “regolamento per il reclutamento del personale dipendente e per l’instaurazione dei rapporti di collaborazione”, approvato dal c.d.a. in data 24 aprile 2018, a differenza del precedente regolamento per il reclutamento del personale non disciplina le procedure di affidamento di incarichi professionali ma solo l’assunzione di personale dipendente e l’instaurazione di rapporti di collaborazione e che l’art. 7 di tale “commissioni esaminatrici”, non recepisce quanto suggerito dall’Odv nel parere espresso in data 31 luglio 2017 e approvato dal c.d.a. il 1 agosto 2017 sui criteri di nomina delle commissioni.

d) fa richiesta al c.d.a di chiarire se l’attuale regolamento per il reclutamento del personale ha abrogato quanto deliberato il 01 agosto 2017 sui criteri di nomina delle commissioni o se tali criteri sono ancora validi eventualmente integrando l’art. 7 e per quanto riguarda l’affidamento degli incarichi professionali di stabilire se sia da considerarsi ancora in vigore il precedente regolamento per la parte riferibile a tali conferimenti di  incarichi ovvero si proceda alla predisposizione di un nuovo regolamento che vada a disciplinarli;

– in data 18/07/2018 nel verbale di riunione l’Odv:

a) raccomanda di prevedere una procedura di evidenza pubblica anche per le richieste di sponsorizzazione della Fondazione al fine di rendere più trasparente l’individuazione dello sponsor e permettere ad altri operatori economici di partecipare;

b) esamina a campione le modalità di affidamento del servizio di accoglienza e ospitalità per l’evento “BIFeST 2018” (per la quale è stato disposto l’avvio della procedura di affidamento diretto da assegnare con il criterio del minor prezzo attraverso un’indagine di mercato effettuata attingendo dall’elenco dei fornitori presente sulla piattaforma regionale Empulia a seguito della quale sono stati individuati cinque operatori idonei a soddisfare la domanda. Tra questi cinque operatori il servizio di accoglienza e ospitalità è stato affidato alla ditta PROTEM COMUNICAZIONE SRLS). Al fine di garantire l’integrità e la correttezza delle modalità di presentazione delle offerte, l’Odv suggerisce o di inserire una password che permetta l’apertura delle offerte dopo il termine di scadenza stabilito o che si proceda tramite invio delle offerte in busta chiusa;

c) esamina a campione gli affidamenti diretti di importo maggiormente rilevante assegnati all’interno dell’accordo di cooperazione per la realizzazione di servizi volti alla promozione della Puglia come destinazione turistica e come industria cinematografica tra Afc e PugliaPromozione (già sopra riportato).  In particolare esamina la determina di affidamento diretto del 1/12/2017 all’associazione CHERLOVEKMAKAK per servizi di promozione e marketing nell’ambito della fiera internazionale di Mosca e la determina di affidamento diretto del 21/06/2018 alla stessa associazione per servizi di promozione, organizzazione e allestimento. L’Odv evidenzia che per tali affidamenti diretti la scelta dell’operatore è ricaduta sempre sullo stesso fornitore, (così come per un precedente affidamento diretto nell’ambito del progetto Riff 2017) e che dai servizi offerti non si evince l’esclusività e l’unicità degli stessi. Inoltre esamina la determina di affidamento diretto del 07/03/2018 alla SOCIETA’ COOP PASSO UNO PRODUZIONI, sempre nell’ambito dell’accordo succitato. Rispetto a questo affidamento diretto l’Odv rileva che, oltre a non rilevarsi dai servizi offerti l’esclusività e l’unicità degli stessi, le procedure sono state adottate con determinazioni del direttore generale e non con determinazione della responsabile unica del procedimento (rup). L’Odv esamina anche la determina di affidamento diretto dell’11/05/2018 al gruppo TERRAROSS e nella stessa data alla società LE BUL snc. L’odv osserva che in entrambi i casi non è stato adeguatamente motivato il ricorso all’affidamento diretto;

d) l’Odv esamina la nomina delle commissioni di valutazioni da parte del Direttore Generale a partire dal 1 agosto 2017 data in cui è stato ratificato il parere rilasciato dall’Odv. L’Odv rileva che nelle determine di nomina dei componenti delle commissioni non sono riportate le motivazioni che hanno condotto alla scelta dei commissari individuati da Apulia film commission, che non sono riportati i riferimenti alle dichiarazioni di assenza di conflitti di interessi e di cause di incompatibilità, che sul sito della Fondazione non vi è evidenza dei curricula dei commissari.

CONSIDERATO che Dai verbali dell’Odv si evince:

–  l’assenza puntuale nella trasmissione dei flussi informativi sopra indicati;

–  l’assenza dell’autorizzazione da parte del consiglio di amministrazione di Apulia Film Commission per  l’accordo di cooperazione per la realizzazione integrata di servizi pubblici finalizzati alla valorizzazione, promozione e comunicazione della Puglia come destinazione turistica e come industria culturale cinematografica sottoscritta in data 20/10/2017 tra il presidente della Fondazione Apulia Film Commission e l’Agenzia Regionale PugliaPromozione con durata di tre anni a partire dall’accordo;

–  l’assenza, all’interno del nuovo “regolamento per il reclutamento del personale dipendente e per l’instaurazione dei rapporti di collaborazione”, ( approvato dal c.d.a. in data 24 aprile 2018), delle procedure di affidamento di incarichi professionali, e il non recepimento, all’interno del l’art. 7 di tale regolamento “commissioni esaminatrici”, di quanto suggerito dall’Odv nel parere espresso in data 31  luglio 2017 e approvato dal c.d.a. il 1 agosto 2017 sui criteri di nomina delle commissioni;

–  l’assenza di trasparenza nelle procedure finalizzate alla richiesta di sponsorizzazione della fondazione;

–  la frequenza nell’utilizzo della procedura di affidamento diretto anche nelle more dell’assenza dei requisiti di unicità ed esclusività nei servizi offerti e la non chiarezza delle motivazioni che inducono all’individuazione di tale procedura di aggiudicazione;

–  l’individuazione di soggetti affidatari direttamente da parte del direttore generale dell’Afc e non già da parte del rup;

– l’assenza nelle determine di nomina, delle motivazioni che hanno condotto alla scelta dei commissari delle commissioni esaminatrici, l’assenza dei riferimenti alle dichiarazioni di assenza di conflitti di interessi e di cause di incompatibilità, l’assenza sul sito della Fondazione dei curricula dei commissari;

  Il sottoscritto Gianni Liviano nella sua qualità di consigliere regionale CHIEDE alle SS.VV di fornire chiarimenti in merito alle eccezioni sollevate dall’Odv e indicate nella presente interrogazione».

Dopo l’AFC anche Pugliapromozione nel ciclone per affidamenti diretti. Liviano: “Chi c’è dietro la Protem?”, scrive il 26 settembre 2018 Telerama News. Non c’è solo l’Apulia Film Commission a generare dubbi e sollevare polveroni per l’affidamento diretto di incarichi senza passare da procedure pubbliche. Nel mirino ora finisce anche Puglia Promozione, agenzia satellite della Regione Puglia. Nel primo caso a finire sotto la lente dell’Organismo di vigilanza interno di Apulia, e poi in una interrogazione e in una segnalazione alla Corte de Conti da parte del consigliere tarantino Gianni Liviano, sono stati gli incarichi per 37mila euro conferiti alla Protem Comunicazione per servizio accoglienza al Bi&Fest, e ripetuti affidamenti diretti alla Cherlovek makak, anch’essa di Lecce. Perché tanti e tutti diretti? Si chiede l’organismo di vigilanza. E la stessa domanda ora viene posta a Puglia Promozione. Con la specifica che dal 2016 al 2018 le cifre salgono e gli affidamenti diretti avrebbero superato anche l’ostacolo della soglia dei 40mila euro. A fare due conti sempre Liviano. E così, dai dati aggregati, risulterebbe che in due anni: l”88% di bandi si sarebbero chiusi con affidamenti diretti. Per la precisione 590 affidamenti per un valore di 11 milioni 110mila euro.  Ma non solo: ci sarebbero anche 43 procedure negoziate previa pubblicazione del bando per un totale di euro 1 milione 648 mila euro, procedure senza bando per ulteriori 2 milioni di euro e altre varie procedure dello stesso tenore. In più alcune società come la Protem e la società Salento d’Amare che orbita sempre nel raggio della prima, risultano destinatarie di affidamenti. Di qui le nuove richieste di Liviano: “Considerato che in molti casi non sono indicati i nomi beneficiari degli affidamenti, che l’importo massimo consentito per questo tipo di procedura – 40mila euro – è stato superato spesso, che oltre alle due società già citate risultano essere stati assegnati fondi anche a associazioni datoriali come Confindustria e Confartigianato, perché si è agito così? E, chiude Liviano, “il rappresentante legale della Protem è vicino a personaggi impegnati nella politica?”. Intanto i vertici di Pugliapromozione difendono l’operato dell’agenzia spiegando che gli affidamenti diretti sono possibili. Che le scelte fatte hanno seguito le disposizioni normative, che la quasi totalità degli affidamenti diretti ha seguito procedure comparative. E che sarà tutelato il nome dell’agenzia.

Appalti, Pugliapromozione: affidamenti a società Protem senza gara. Dopo i rilievi su Apulia Film Commission. Ex assessore Gianni Liviano: «Nell'agenzia il 92% di contratti senza gara», scrive Massimiliano Scagliarini il 27 Settembre 2018 su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Dal 2016 a oggi la società leccese Protem ha beneficiato da parte di Pugliapromozione di cinque affidamenti per un totale di 135mila euro, quattro dei quali senza gara. Un altro affidamento per 20mila euro (con gara) è andato alla Salento D’Amare, riconducibile a Massimiliano Torricelli, lo stesso amministratore della Protem. Dopo il caso degli appalti alla Apulia Film Commission, sollevato dall’Organo di vigilanza e amplificato da un esposto dell’ex assessore Gianni Liviano, la Protem spunta pure in un’altra delle agenzie regionali riconducibili al mondo della cultura. E la politica, specie quella salentina, rumoreggia. Torricelli è figlio dell’ex consigliere comunale del Pd di Lecce, Antonio, recentemente coinvolto nell’indagine sulle case popolari, uomo vicinissimo all’attuale assessore alla Cultura, Loredana Capone. In Protem ha lavorato come art director (non è un segreto: il suo curriculum è pubblicato su Linkedin) anche Antonio Martella, che tutti ricordano in Regione nella segreteria della Capone nell’assessorato allo Sviluppo economico, dove si occupava dei rapporti con le Camere di commercio pugliesi. Liviano, ex assessore alla Cultura, fatto fuori da Emiliano proprio per via di un affidamento diretto alla società di un suo amico, ieri ha presentato una seconda interrogazione incentrata proprio sugli affidamenti diretti in Pugliapromozione e sul ruolo di Protem. Ne emerge che dal 2016 a venerdì scorso l’agenzia regionale per il turismo ha effettuato 590 affidamenti diretti, pari all’88% degli affidamenti totali, per 11 milioni di euro, pari al 70% di quanto complessivamente speso. Se si aggiungono le 63 procedure negoziate, si sale al 92% della spesa totale effettuata senza procedura di gara. «L’importo massimo di 40.000 euro per l’affidamento diretto risulta essere superato in svariate circostanze - secondo Liviano - e alcune società, come Protem e Salento d’Amare, risultano essere destinatarie svariate volte di affidamenti diretti». «Il consigliere Liviano ha preso una cantonata - risponde il direttore generale Matteo Minchillo - anche le procedure sotto soglia hanno avuto contenuto comparativo, quegli affidamenti diretti con unico partecipante sono motivati dal fatto che si tratta di attività in continuazione rispetto ad altre attività affidate con procedura comparativa. Ma siamo comunque molto lontani dall’80% di cui parla Liviano».

"Affidamenti diretti". L' attacco di Liviano a PugliaPromozione finirà in Tribunale, scrive il 28 settembre 2018 "Il Corriere del Giorno". Puntuale ed immediata la replica di Matteo Minchillo direttore generale di PugliaPromozione: “Nessun caso appalti. Le affermazioni del consigliere regionale Giovanni Liviano che riguardano i bandi e gli affidamenti diretti di PugliaPromozione sono false, appaiono strumentali e sono fortemente lesive dell’immagine dell’Agenzia regionale PugliaPromozione. Per questo l’Agenzia intraprenderà ogni azione possibile per tutelare il proprio operato”. Nella sua interrogazione il consigliere regionale del Gruppo Misto (eletto nelle liste di Emiliano) , il tarantino Gianni Liviano si chiede  “Perché PugliaPromozione ha fatto un uso diffuso dell’istituto dell’affidamento diretto anche per importi superiori ai 40mila euro? E quali sono le ragioni per le quali risultano ancora aperte procedure del 2017 oltre che del 2018 e quali le ragioni per cui spesso non sono indicati i nomi delle società aggiudicatarie dei bandi?”. Questi alcuni dei quesiti alla base dell’interrogazione che il consigliere regionale ha indirizzato al presidente del Consiglio regionale, Mario Loizzo, e per conoscenza al presidente della Giunta regionale, Michele Emiliano, ed all’ Anac l’  Autorità nazionale anticorruzione. Un’interrogazione molto dettagliata quella di Liviano che quanto riguarda l’attività di PugliaPromozione, l’agenzia regionale per la promozione turistica pugliese che punta a fare chiarezza su diversi punti. Tra le contestazioni evidenziate da Liviano nella sua interrogazione il fatto “che alcune società, a mero titolo esemplificativo si cita la società Protem srl e la società Salento d’amare, risultano essere svariate volte destinatarie di affidamenti diretti e che risultano essere destinatari di fondi alcune associazioni datoriali, Confindustria Lecce e Confartigianato Lecce”. Una nostra fonte interna alla società di promozione regionale, racconta che la rabbia di Livianosarebbe esplosa dopo i ripetuti rifiuti del vertice di Puglia Promozione ad assumere l’addetto stampa del consigliere regionale, sin dai tempi in cui era assessore al turismo, incarico da cui dovette dimettersi dopo aver assegnato un contratto ad un suo sostenitore elettorale. Puntuale ed immediata la replica di Matteo Minchillo direttore generale di PugliaPromozione : “Nessun caso appalti. Le affermazioni del consigliere regionale Giovanni Liviano che riguardano i bandi e gli affidamenti diretti di PugliaPromozione sono false, appaiono strumentali e sono fortemente lesive dell’immagine dell’Agenzia regionale PugliaPromozione. Per questo l’Agenzia intraprenderà ogni azione possibile per tutelare il proprio operato”. Minchillo evidenzia invece come “PugliaPromozione procede secondo la legge, con bandi e procedure ad evidenza pubblica» e precisa che “non è vero affatto che il 92 per cento delle attività dell’agenzia sono state assegnate con affidamento diretto; lo stesso Liviano parla di 670 bandi, il che vuol dire che a monte dell’affidamento esiste sempre una procedura ad evidenza pubblica. La polemica dunque del consigliere è finalizzata a generare l’idea, da lui affermata, che PugliaPromozione eroghi risorse a pioggia senza procedure comparative. È questo il dato falso che lede l’immagine di PugliaPromozione le cui procedure sono invece assistite da trasparenza e correttezza, oltre che nel rispetto delle norme del codice”. Il direttore dell’Agenzia Regionale del Turismo pugliese ricorda inoltre che il Collegio dei Revisori dei Conti “non ha mai mosso rilievi, così come gli organi di controllo europei, che hanno certificato la spesa, validando le procedure. Il consigliere Liviano riporta dati confusi e mischiati e definisce affidamenti diretti quelli che sono quasi sempre atti di conclusione di procedure di evidenza pubblica. Ora, come quando lui era Assessore al Turismo. I reali affidamenti diretti nel 2018, per esempio, sono solo due. Se il consigliere Liviano avesse richiesto all’Agenzia le informazioni di cui aveva bisogno, gli sarebbero state prontamente fornite”. Minchillo elenca alcuni numeri abbastanza significatici ed indicativi: “Ai bandi e alle procedure di evidenza pubblica hanno partecipato centinaia di imprese e di associazioni: dal 2016 al 2018 sono stati 909 i partecipanti a Inpuglia 365 fra imprese, associazioni e comuni per un totale di 3 milioni 627.541 euro. Dal 2017 ad oggi sono stati 216 i partecipanti al bando per gli infopoint per un totale di 2 milioni 407mila euro; persino sugli educational Pugliapromozione effettua avvisi pubblici, perché riteniamo che attraverso una sana competizione tra i territori si può ottenere una migliore promozione dell’intera Puglia. Perciò – conclude la nota – le accuse lanciate dal consigliere appaiono doppiamente lesive dell’immagine dell’Agenzia, della Regione e dell’intera Puglia con il suo comparto turistico”.

Liviano attacca, PugliaPromozione risponde. Il consigliere: "Si sta accontentando tutti". La replica: "Falso!" Scrive il 27 settembre 2018 "Il Corriere di Taranto". “Perché PugliaPromozione ha fatto un uso diffuso dell’istituto dell’affidamento diretto anche per importi superiori ai 40mila euro? E quali sono le ragioni per le quali risultano ancora aperte procedure del 2017 oltre che del 2018 e quali le ragioni per cui spesso non sono indicati i nomi delle società aggiudicatarie dei bandi?”. Sono solo alcuni dei quesiti alla base dell’interrogazione che il consigliere regionale del Gruppo Misto, Gianni Liviano, ha indirizzato al presidente del Consiglio regionale, Mario Loizzo, e per conoscenza al presidente della Giunta regionale, Michele Emiliano, nonché al responsabile dell’Anac. Questa volta è l’attività di PugliaPromozione, agenzia regionale per la promozione turistica, a finire sotto la lente di ingrandimento del consigliere Liviano. Un’interrogazione molto dettagliata per quanto riguarda l’attività di PugliaPromozione e che punta a fare chiarezza su diversi punti. “Al di là della dimensione etica dell’intera vicenda che segnalo nella mia interrogazione – spiega Liviano -, il ricorso agli affidamenti sotto soglia significa che, così, si sta accontentando un po’ tutti e che, quindi, alla base non c’è un vero progetto nè una programmazione degna di tal nome”. Altri punti evidenziati nell’interrogazione, il fatto che alcune società risultano essere svariate volte beneficiare di affidamenti diretti e che risultano essere destinatari di fondi anche associazioni datoriali. Di qui la risposta del Direttore generale di Pugliapromozione Matteo Minchillo: “Nessun ‘caso appalti’ in Pugliapromozione. Le affermazioni del consigliere regionale Giovanni Liviano che riguardano i bandi e gli affidamenti diretti di Pugliapromozione sono false, appaiono strumentali e sono fortemente lesive dell’immagine dell’Agenzia regionale Pugliapromozione. Per questo l’Agenzia intraprenderà ogni azione possibile per tutelare il proprio operato. Pugliapromozione procede secondo la legge, con bandi e procedure ad evidenza pubblica. Non è vero affatto che il 92 per cento delle attività dell’agenzia sono state assegnate con affidamento diretto; lo stesso Liviano parla di 670 bandi, il che vuol dire che a monte dell’affidamento esiste sempre una procedura ad evidenza pubblica.  La polemica dunque del consigliere è finalizzata a generare l’idea, da lui affermata, che Pugliapromozione eroghi risorse a pioggia senza procedure comparative. E’ questo il dato falso che lede l’immagine di Pugliapromozione le cui procedure sono invece assistite da trasparenza e correttezza, oltre che nel rispetto delle norme del codice. Ciò emerge chiaramente dal sito di Pugliapromozione su cui sono pubblicate tutte le determine delle procedure ad evidenza pubblica, tra cui bandi ed avvisi. D’altronde il Collegio dei Revisori dei Conti non ha mai mosso rilievi, così come gli organi di controllo europei, che hanno certificato la spesa, validando le procedure. Il consigliere Liviano riporta dati confusi e mischiati e definisce affidamenti diretti quelli che sono quasi sempre atti di conclusione di procedure di evidenza pubblica. Ora, come quando lui era Assessore al Turismo. I reali affidamenti diretti nel 2018, per esempio, sono solo due. Se il consigliere Liviano avesse richiesto all’Agenzia le informazioni di cui aveva bisogno, gli sarebbero state prontamente fornite in modo completo e probabilmente non avrebbe inteso le definizioni associate ai Cig (codici identificativi di gara), presenti sul DMS, come reali “affidamenti diretti”, ma come atti conclusivi delle procedure selettive, come realmente sono. Del resto è noto, invece, anche a tutti agli organi di stampa che ne hanno dato ampia diffusione, che ai bandi e alle procedure di evidenza pubblica di Pugliapromozione  – Inpuglia 365, infopoint, co-branding, educational, media Planning – hanno partecipato centinaia di imprese e di associazioni: dal 2016 al 2018  sono stati 909 i partecipanti a Inpuglia 365 fra imprese, associazioni e comuni per un totale di 3 milioni 627.541 euro.  Dal 2017 ad oggi sono stati 216 i partecipanti al bando per gli infopoint per un totale di 2 milioni 407mila euro; persino sugli educational Pugliapromozione effettua avvisi pubblici, perché riteniamo che attraverso una sana competizione tra i territori si può ottenere una migliore promozione dell’intera Puglia. E questo solo per fare alcuni esempi. Per ottenere le risorse di Pugliapromozione, insomma, concorrono i comuni, le imprese, le agenzie perché più ampia é la partecipazione e più si va verso la qualità delle proposte selezionate. Questo è stato l’indirizzo dell’Assessorato al Turismo e questa la strategia contenuta nel Piano strategico del Turismo. Perciò le accuse lanciate dal consigliere appaiono doppiamente lesive dell’immagine dell’Agenzia, della Regione e dell’intera Puglia con il suo comparto turistico”.

Questo, invece, il testo dell’interrogazione di Gianni Liviano:

“PREMESSO

– che come si evince dal sito agenziapugliapromozione,it, nella pagina indicata come bandi di gara e contratti: informazioni sulle singole procedure in formato tabellare, l’agenzia regionale Pugliapromozione ha aggiudicato nel periodo dal 1/1/2016 al 21/9/2018 un numero pari a 670 bandi per un ammontare complessivo di euro 15.833.225,22;

– che tali bandi sono stati così ripartiti:

1. anno 2018 n. 182 per un ammontare complessivo di euro 5.550.873,11;

2. anno 2017 n. 362 per un ammontare complessivo di euro 8.191.098,00;

3. anno 2016 n. 126 per un ammontare complessivo di euro 2.141.254,11;

– che nell’anno 2018 i bandi sono stati aggiudicati secondo le seguenti procedure:

1. n. 159 AFFIDAMENTI IN ECONOMIA: AFFIDAMENTI DIRETTI per un totale di euro 2.598.452;

2. n. 1 PROCEDURA risultante ancora APERTA per un totale di euro 408.900,00;

3. n. 2 PROCEDURE NEGOZIATA PREVIA PUBBLICAZIONE DEL BANDO per un totale di euro 269.881,14;

4. n. 19 PROCEDURE NEGOZIATE SENZA PUBBLICAZIONE DEL BANDO per un totale di euro 2.003.639,63;

5. n 1 PROCEDURA NEGOZIATA DERIVANTE DA AVVISI CON CUI SI INDICE LA GARA per un totale di euro 220.000,00;

– che nell’anno 2017 i bandi sono stati aggiudicati secondo le seguenti procedure:

1. n. 321 AFFIDAMENTI IN ECONOMIA. AFFIDAMENTI DIRETTI per un totale di euro 6.902.811,00;

2. n.1 PROCEDURA risultante ancora APERTA per un totale di euro 9.049,00;

3. n. 38 PROCEDURE negoziate PREVIA pubbl. bandi per un totale di euro 1.054.147,11;

4. n. 2 PROCEDURE ristrette derivanti da AVVISI con cui si indice la gara per un totale di euro 228.722,00;

– che nell’anno 2016 i bandi sono stati aggiudicati secondo le seguenti procedure:

1. 110 AFFIDAMENTI IN ECONOMIA: AFFIDAMENTI DIRETTI per un totale di euro 1.606.119,95;

2. n. 2 AFFIDAMENTI IN ECONOMIA: COTTIMO FIDUCIARIO per un totale di euro 28.000;

3. n. 3 PROCEDURE NEGOZIATE PREVIA PUBBLICAZIONE BANDO per un totale di euro 324.197,00;

4. N. 10 PROCEDURE RISTRETTE per un totale di euro 171.063,16;

5. N. 1 PROCEDURE NEGOZIATE SENZ A pubblicazione di bando per un totale di euro 11.875;

che pertanto nel triennio considerato, i dati risultano così aggregati:

1. n. 590 AFFIDAMENTI DIRETTI (88,05% dei bandi complessivi) per un totale di euro 11.110.383,29 euro (pari al 70% dell’importo complessivo erogato);

2. n. 43 PROCEDURE NEGOZIATE PREVIA PUBBLICAZIONE BANDO (6,42% deibandi complessivi) per un totale di euro 1.648.225 (pari al 10,41%);

3. n. 20 PROCEDURE NEGOZIATE SENZA PUBBLICAZIONE BANDO (2,98%) per un totale di euro 2.015.514,63 (pari al 12,73%);

4. n. 3 PROCEDURE NEGOZIATE DERIVANTI DA AVVISI CON CUI SI INDICE LA GARA per un totale di euro 428.722,00;

5. n. 10 PROCEDURE RISTRETTE per un totale di euro 171.063,16;

6. n. 2 AFFIDAMENTI A COTTIMO FIDUCIARIO per un totale di euro 28.000;

7. n. 2 PROCEDURE NEGOZIATE DERIVANTI DA AVVISI CON CUI SI INDICE LA GARA per un totale di euro 428.722;

8. n. 2 PROCEDURE APERTE per un totale di euro 417.949,00.

CONSIDERATO:

– che in molti casi non sono indicati sul sito i nomi di soggetti di impresa beneficiari di affidamenti diretti o di procedure negoziate previa pubblicazione dei bandi;

– che l’importo massimo di 40.000 per l’affidamento diretto risulta essere superato in svariate circostanze;

– che alcune società (a mero titolo esemplificativo si cita la società Protem srl e la società Salento d’amare) risultano essere svariate volte destinatarie di affidamenti diretti;

– che risultano essere destinatari di fondi alcune associazioni datoriali (Confindustria Lecce e Confartigianato Lecce p.e.s);

CHIEDE ALLA S.V.

– di conoscere le ragioni per cui sono state adottate queste modalità nell’aggiudicazione dei bandi;

– in particolare le ragioni per cui si è fatto un utilizzo così diffuso dell’istituto dell’affidamento diretto anche per importi superiori a 40.000;

– se il rappresentante legale della società Protem è persona vicina a personaggi impegnati nel mondo della politica;

– quali sono le ragioni per cui risultano sul bando ancora aperte procedure nel 2017 (oltre che del 2018);

– quali sono le ragioni per cui nel sito non sono spesso indicati i nomi delle società aggiudicatarie dei bandi”. 

Il capogruppo di FI in Consiglio regionale, Rocco Palese, ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Il Sindacato lavoratori della Comunicazione (Slc) aderente alla Cgil concorda come noi sull'illegittimità ed inutilità del progetto “Puglia Night Parade” 2008, puntando il dito accusatore sui benefici e sui ritorni dell'iniziativa tanto decantati dall'accoppiata Ostillio-Vendola, mente e braccio del più colossale spreco di denaro pubblico che la storia regionale ricordi e rileva che dei 6 milioni di euro della spesa prevista, solo il 5% (300.000 euro) andrà agli artisti pugliesi, mentre la parte da leone la faranno artisti di fama nazionale ed internazionale, il cui “peso" nel cast individuato è pari all'88%.

"Per giorni ho resistito alla tentazione di chiamare giornali e tv per dire ciò che penso sulla questione Notti Bianche regionali; ma essendo venuto a conoscenza di troppi particolari, non posso che gridare Vergogna! - Questo dice Mauro Arnesano, della “Notte Bianca” di Lecce... quella vera! - Per due anni consecutivi ho organizzato a Lecce l’evento “Notte Bianca”, che ha coinvolto ogni volta circa 300.000 persone, consentendo  a chiunque ha voluto aderire la possibilità di esserci, di farsi conoscere,  di divertirsi. Il tutto è stato sempre organizzato CON IL SOLO CONTRIBUTO DI PRIVATI, SENZA RICEVERE UN SOLO EURO NE’ DALLA REGIONE PUGLIA, NE’ DAL COMUNE DI LECCE, NE’ DALLA PROVINCIA DI LECCE. Le richieste di contributo non hanno avuto neanche l'onore di una risposta, sarebbe costata al massimo 60 centesimi di francobollo".

Oggi la Regione Puglia spende circa 6 MILIONI di Euro, di danari di tutti, per organizzare un evento “Le Notti Bianche Regionali”, il corrispondente dell’intera somma prevista per la cultura regionale nel quinquennio 2007-2013.

Io, nell’organizzare la Notte Bianca a Lecce, ho scelto una strategia completamente diversa: ho preferito 57 eventi gratuiti dislocati in tutta la città, coinvolgendo anche le periferie fino alle più tarde ore possibili (mission dell'evento, far vivere i luoghi della città di notte); ho scelto di promuovere gli  artisti locali (che rappresentavano il 90% dell’offerta culturale), anziché pagare solo quelli di fuori; ho coinvolto nell’apertura gli esercizi commerciali, ma anche  musei,  luoghi di interesse architettonico e culturale, Università,  Fondazioni, Enti, Associazioni di volontariato, culturali etc etc. Ho scelto un periodo morto, quando “non gira una lira”, ed ho saputo offrire il tutto esaurito ad alberghi, Ristoranti, Bar, Pub,  bed and breakfast ed anche alle Ferrovie dello Stato sulla tratta Roma-Lecce. Dopo tutto questo bel lavoro (che è stato possibile solo grazie alla collaborazione dei volontari, che non hanno preso un Euro ed hanno lavorato notte e giorno, con me per primo), qualcosa però abbiamo ricevuto dalla Regione, il patrocinio GRATUITO del Presidente della Regione Vendola  e dell'assessore Godelli: come si direbbe volgarmente in gergo, “se è gratis, ungimi tutto”….

NELL'INTERESSE DELLA SANITA' PUGLIESE ??

Tangenti, festini, appalti truccati, intercettazioni, la sanità pugliese gestita da un comitato d’affari sotto la regìa della sinistra.

Il quadro delle inchieste di Bari è ormai chiaro: ne ha preso atto anche il governatore Nichi Vendola, che ha chiesto e ottenuto le dimissioni della giunta regionale. Aveva già fatto saltare un assessore alla Sanità, Alberto Tedesco, caduto in piedi con la garanzia di entrare al Senato. Poi ha avuto la testa del direttore generale dell’Asl di Bari, Lea Cosentino, manager legata al Pd e amica di Giampiero Tarantini. Infine è toccato agli assessori, tutti. L’unico a resistere sul ponte di comando è lui, Vendola, che appena sente odore di guai giudiziari caccia gli altri per mostrare chi ha in pugno la «questione morale». Ma neppure il governatore potrà chiamarsi del tutto fuori, dal momento che è stato convocato lunedì 6 luglio 2009 in procura come persona informata dei fatti. Il presidente ha depositato un rapporto frutto di ispezioni e controlli forse tardivi.

Quanto sia esteso il marcio (presunto), lo dimostra il numero di inchieste aperte dalla procura di Bari. Quattro. E affidate ad altrettanti pm. Attività investigative nate da fonti diverse e che si muovono in tante direzioni. Nei fascicoli c’è di tutto. Ci sono i presunti illeciti nella fornitura di protesi ortopediche. Ci sono i rapporti sospetti tra primari e cliniche riabilitative cui venivano indirizzati i pazienti. E ancora i grandi appalti per servizi e prodotti medicali preceduti e seguiti da feste e festini. I dubbi sull’accreditamento di strutture sanitarie private. Un appartamento nel centro di Bari utilizzato come garçonniere da politici di sinistra.

Su tutto sembra regnare un solo nome, quello del «grande burattinaio» Tarantini, il «re delle protesi» diventato famoso per aver portato un tot di bellezze, tra cui una prostituta di lusso, a casa di Silvio Berlusconi. Ma il «sistema Tarantini» è assai vasto, prevede rapporti con la politica che conta in Puglia (cioè soprattutto con il Pd, che governa la regione e gran parte delle province).

In realtà Tarantini è uno dei tanti: nell’inchiesta più articolata e - a quanto si dice - più pericolosa per la sinistra, di cui è titolare il sostituto procuratore della Dda Desirée Digeronimo, gli indagati sarebbero una ventina, tra cui Tedesco, la Cosentino, il direttore generale del policlinico di Bari Vitangelo Dattoli, il primario di ortopedia Vittorio Patella, la direttrice di un centro di riabilitazione I. T., l’imprenditore Enrico Intini grande amico di Massimo D’Alema. Le ipotesi di reato comprendono a vario titolo la corruzione, la turbativa d’asta, le false dichiarazioni, l’associazione per delinquere.

Succede così che le inchieste del pm Giuseppe Scelsi che hanno scatenato i veleni sulla vita privata di Berlusconi perdono peso: secondo il procuratore capo Emilio Marzano, è caduta l’ipotesi di indagare Tarantini per droga mentre la tranche sull’induzione alla prostituzione è sostanzialmente chiusa e sarà definita entro luglio. Crescono invece i capitoli sugli intrecci tra imprenditori, manager sanitari, funzionari della regione e politici della sinistra pugliese. Il primo dei quattro fascicoli, aperto nel 2000 dal pm Roberto Rossi e avviato a rapida conclusione, riguarda presunti illeciti nella fornitura di protesi ortopediche e nei rapporti tra i Tarantini, aziende sanitarie pugliesi ed enti locali.

Personaggio chiave è Alberto Tedesco, che nonostante siano a lui riconducibili aziende del settore elettromedicale (concorrenti con Tarantini), è stato fino al 6 febbraio 2009 assessore alla sanità. Il conflitto d’interessi fu denunciato dall’Italia dei valori, partito esterno alla giunta regionale il quale ora rifiuta l’invito di Vendola di entrare nella maggioranza.

Sullo sfondo resta l’inchiesta sull’immobiliarista campano Alfredo Romeo, che non solleva più il clamore di qualche mese fa. Romeo ebbe un appalto dalla regione Puglia e dalle intercettazioni emergevano riferimenti a un referente pugliese.

«Riteniamo gravissime e degne di attenzione da parte del ministro della Giustizia le dichiarazioni del Capo della Procura di Bari, Emilio Marzano, in merito ad una delle inchieste in corso sulla sanità pugliese». Lo sostengono in una interrogazione parlamentare dell’8 luglio 2009 i deputati pugliesi del Pdl (primo firmatario Luigi Vitali), che aggiungono: «Il procuratore Marzano incredibilmente giustifica l'operato di un pm, Roberto Rossi, che tiene aperta fino ad oggi una inchiesta per fatti commessi tra il 2001 e il 2004, causando probabilmente, e per stessa ammissione del Procuratore Capo, la prescrizione dei reati, piuttosto che chiedergliene conto. Ma quel che è più grave è che sulla Gazzetta del Mezzogiorno di oggi il procuratore Marzano aggiunge anche che ad alcuni degli indagati in questa inchiesta sarebbe stato contestato il reato di associazione a delinquere solo per "questioni di metodo legate al potenziale coordinamento con inchieste sorelle"».

«Insomma – dicono i deputati – non solo il procuratore giustifica un pm che tiene aperta una inchiesta per 5 anni arrivando forse a far prescrivere i reati, ma ammette candidamente che un reato gravissimo come l’associazione a delinquere viene contestato solo per questioni di metodo… Peccato che nel frattempo, nonostante reati prescritti e questioni di metodo, quelle persone siano finite in prima pagina su tutti i giornali accusate di associazione a delinquere. Quel che accade alla Procura di Bari è vergognoso: alcune inchieste su cui pure sembrano emergere fatti gravissimi e a quanto pare riscontrati vengono condotte con i guanti bianchi quasi giustificando l’esigenza di interrogare persone informate dei fatti, altre invece vengono direttamente sbattute in prima pagina con foto e nomi di persone a cui, a quanto dice il Procuratore, vengono ascritti contestati reati o prescritti o contestati solo per "metodo". Riteniamo che ci siano tutti gli elementi affinchè il Ministro della Giustizia valuti se avviare iniziative ispettive, al fine della individuazione delle responsabilità in ordine a questi gravissimi comportamenti».

Le cinque inchieste che hanno sconvolto la Puglia

Quattro le inchieste sulla sanità pugliese, più una, «figliata» dalle indagini sull’apparato sanitario, che ha riguardato i festini a base di droga e di escort riconducibili al giovane imprenditore pugliese Gianpaolo Tarantini, di 34 anni. Questa «quinta» inchiesta ha acceso i riflettori su presunti incontri con le escort nelle due dimore del presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi: a Palazzo Grazioli a Roma e nella villa in Sardegna. Il premier non è indagato.

L’INDAGINE «TARANTINI 1» - ll pubblico ministero Roberto Rossi ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini a 23 persone, coinvolte in ipotesi accusatorie riguardanti fatti del periodo 2001-2004. I fratelli Gianpaolo e Claudio Tarantini, imprenditori del settore sanitario, l’attuale coordinatore regionale del movimento politico «la Puglia prima di tutto» (ma all’epoca dei fatti consigliere regionale in quota Udc) Salvatore Greco, insieme con una ventina di altre persone tra primari ospedalieri, dirigenti, funzionari e impiegati amministrativi, sono indagati dalla Procura di Bari per associazione per delinquere e concorso in falso nell’ambito di una inchiesta sulla fornitura di protesi, strumentario chirurgico e prodotti medicali.

L’INCHIESTA ACCREDITAMENTI - Il sostituto procuratore Lorenzo Nicastro ha avviato da oltre un anno un’inchiesta su una serie di convenzioni stipulate nel 2007 dall’assessorato alle Politiche della salute della Regione Puglia - all’epoca retto da Alberto Tedesco - con case di cura private di Bari e provincia. L’indagine riguarda la regolarità degli accreditamenti, per i quali la legge fissa precisi requisiti.

INDAGINE TEDESCO - L’inchiesta maggiore, che ha portato alle dimissioni dell’assessore alla Sanità, Alberto Tedesco e nel cui ambito ieri gli investigatori hanno acquisito documentazione sui bilanci di 5 partiti di centro sinistra, è condotta dai carabinieri del Reparto operativo provinciale ed è coordinata dal pm antimafia Desirée Digeronimo. Secondo la tesi elaborata dagli inquirenti un sistema creato da politici, amministratori delle Asl e imprenditori che operano nel settore della sanità avrebbe creato una specie di «cupola» affaristica interna alla pubblica amministrazione, capace di orientare forniture e appalti. Gli investigatori oltre che ipotizzare l’esistenza di una sistema di appalti per finanziare i partiti, formulano una serie di congetture su una presunta contiguità tra sistema politico e sistema mafioso.

«TARANTINI 2» - Il nome di Gianpaolo Tarantini è, insieme con quello della dottoressa I. S. T., specialista in fisiatria e medicina del lavoro, del professor Vittorio Patella, specialista in ortopedia e traumatologia e primario della II Clinica ortopedica del Policlinico di Bari, e da ieri anche del professor Pasqualino Ciappetta, docente ordinario di neurochirurgia. Nella seconda inchiesta, datata 2008-2009, sulla fornitura di protesi a strutture sanitarie pubbliche. L’inchiesta è coordinata dal pubblico ministero Giuseppe Scelsi.

ESCORT E COCA - Dalla attività investigativa riguardante il caso-protesi è nata l’indagine, coordinata sempre dal dottor Scelsi, sul festini a base di coca e sulle accompagnatrici ingaggiate - secondo la ricostruzione degli investigatori - da Gianpaolo Tarantini per affiancarlo in cene negli ambienti del jet-set romano e barese. Tra le presunte escort, la barese 42enne Patrizia Daddario che avrebbe raccontato di avere trascorso una notte con il premier.

L'ex assessore pugliese alla sanità Alberto Tedesco, poi senatore del Pd, ha avuto un «ruolo di vertice» in «un’organizzazione criminale, radicatasi all’interno della pubblica amministrazione, tendente a condizionare le scelte della stessa allo scopo di perseguire i progetti illeciti del sodalizio in esame, che spaziano dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, alle forniture dei beni e servizi alle Asl, agli appalti nelle aziende ospedaliere pugliesi». È pesante l’accusa che il pm Desirè Digeronimo contestava a Tedesco già nei decreti di perquisizione e sequestro eseguiti dai carabinieri nell’aprile 2009 nell’ambito dell’inchiesta sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari che avrebbe gestito la sanità pugliese.

Col passare del tempo sembra che i sospetti del magistrato sia aumentati e ciò giustifica perché Digeronimo ha ordinato ai carabinieri di acquisire dalle sedi dei partiti del centrosinistra pugliese (Pd, Sinistra e Libertà, Lista Emiliano, Prc e Socialisti Autonomisti) i bilanci dal 2005 al 2008 e tutta la documentazione bancaria. Il sospetto è che parte del danaro confluito nelle casse di alcune imprese vincitrici di appalti sia poi tornato, almeno in parte, ai partiti o agli stessi politici. La pubblica accusa non ha dubbi: Tedesco – è scritto nel decreto di perquisizione – aveva nel sodalizio criminoso «il ruolo di vertice» mentre il suo collaboratore Mario Malcangi era il collegamento tra Tedesco e il mondo imprenditoriale ed era incaricato di tessere «i contatti e a portare a compimento gli interessi del sodalizio». Interessi che spaziavano dalla gestione degli appalti per la sanità, all’accreditamento presso la Regione di strutture sanitarie private, alla nomina in quota politica dei direttori generali delle Ausl, ai concorsi per primario fino allo smaltimento dei rifiuti sanitari.

«Agli imprenditori e alle società – scrive il pm – viene garantita assistenza e un canale privilegiato per l’acquisizione di contratti, anche attraverso un illegale meccanismo di proroghe, per la fornitura di beni e/o servizi presso le Asl». Secondo la ricostruzione dell’accusa, il sistema ideato da Tedesco poteva contare anche su «soggetti intranei al sodalizio» e cioè su alcuni manager delle Asl pugliesi, che sono indagati. Dall’indagine – sottolinea il magistrato – emergono anche i presunti interessi di Tedesco con il mondo imprenditoriale, «nel quale figurano società direttamente o indirettamente riconducibili alla sua famiglia», che da sempre opera nel settore delle protesi sanitarie. In una conversazione, intercettata con una microspia il 30 giugno del 2008 e riportata nel provvedimento, Tedesco parla con l'imprenditore Diego Rana di ipotetiche correzioni da apportare al piano sanitario. «Ti preparo un appuntino?» chiede l'imprenditore che gestisce a Bernalda (Matera) un centro di riabilitazione. E lui: «No! Non c'è bisogno. Basta che mi dici gli errori dove stanno».

LA PROCURA ANTIMAFIA HA AVVIATO UNA SERIE DI VERIFICHE IN REGIONE.

Verifiche da parte della procura antimafia di Bari sull'attività amministrativa della giunta regionale pugliese, in carica dal 2005 fino ai primi giorni di luglio 2009, data, infatti, per decisione del presidente Nichi Vendola cinque assessori sono stati sostituiti. Gli accertamenti del pm della Dda, Desirè Digeronimo, riguarderebbero atti e delibere regionali, che il magistrato sospetta siano illegittimi.

Le delibere che vengono esaminate sono quelle proposte dall’allora assessore alla Sanità, Alberto Tedesco (poi senatore del Pd) e varate dalla giunta Vendola. Il pm vuole accertare se all’interno del governo pugliese Tedesco godeva dell’appoggio di alcuni assessori. Quindi, vuole accertare se vi siano state complicità. L'indagine della procura antimafia, che ha portato all’acquisizione dei bilanci dei partiti del centrosinistra, riguarda buona parte del settore sanitario regionale: gestione degli appalti, nomine dei direttori generali ed i concorsi per primari e l’accreditamento di strutture private da parte della Regione Puglia.

“Il giornale” del 25 giugno 2009 riporta una notizia. C’è un’inchiesta, a Bari, che anziché restare riservata finisce sui giornali perché riguarda indirettamente un premier e/o persone a lui vicine presumibilmente in contatto con alcune prostitute. E c’è un’altra inchiesta, a Roma, che invece resta «sconosciuta» per quasi dieci anni e che riguarda l’entourage di un altro premier in contatto sicuramente con una scuderia di prostitute d’alto bordo. Il doppiopesismo mediatico-giudiziario cui si fa riferimento concerne un’inchiesta avviata nel 1999 dal pm capitolino Felicetta Marinelli e conclusasi il 4 ottobre 2000 con il patteggiamento a un anno della maîtresse R.F. che secondo l’accusa inviava sue «squillo» ai fedelissimi dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, per ottenere ritorni economici di vario genere.

A giocar troppo col fuoco si rischia di rimaner bruciati: quelli che a sinistra puntavano il dito contro Silvio Berlusconi storcendo il naso per la “politica priva di morale” del Cavaliere, avrebbero dovuto ricordarlo questo proverbio della saggezza popolare. Perché il ritornello si è ritorto contro.

L’inchiesta pugliese alla base della “scossa di Bari” si è, infatti, allargata con nuove “ragazze” pronte a testimoniare e nuovi festini: incredibilmente non più solo a Palazzo Grazioli, come preferirebbero quelli del partito del dito puntato, ma anche a Cortina, Milano e nella stessa Bari. Festini che coinvolgerebbero numerosi altri nomi noti fra imprenditori, professionisti e politici, fra cui - appunto - alcuni esponenti baresi del PD.

Articolo che parla di prostitute d’alto bordo coinvolte con uomini importanti e di ingressi “confidenziali” alla Camera dei Deputati, che non ha reso per nulla contento l’ex Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, che ha dato mandato ai suoi legali di querelare il quotidiano. In quell’articolo viene tirato in ballo anche l’on. Cesa dell’UDC.

In relazione alla querela annunciata dall’On. Massimo D’Alema e dall’onorevole Lorenzo Cesa, Il Giornale ribadisce che la notizia pubblicata si fonda su un dato di fatto incontrovertibile: Cesa era socio, nella Global Media Srl, di R.F., la maitresse che aveva organizzato un giro di squillo per ottenere favori da un gran numero di politici, tra i quali alcuni stretti collaboratori di Massimo D’Alema. In quella società Cesa era intestatario di quote per 11 milioni, R.F per otto.

Sui corsi e ricorsi storici, inutile dirlo: la Rete ha buona memoria.

Correva l’anno 1994. Il pubblico ministero pugliese, Alberto Maritati, stava indagando su un finanziamento illecito erogato - tramite assegno - dal patron delle Cliniche Riunite di Bari a Massimo D'alema.

Nel giugno del 1995, quel processo fu archiviato per decorrenza dei termini di prescrizione, su richiesta dello stesso pm Maritati. Il gip Concetta Russi, con queste parole dispose l’archiviazione:

Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”.

D’Alema, dunque, confessò di aver percepito un finanziamento illecito per il Partito comunista. E tuttavia, non venne condannato e non finì in gattabuia grazie alla prescrizione del reato da lui compiuto. Destino diverso toccò agli indagati di Di Pietro.

Va aggiunto, inoltre, che il pubblico ministero di questo processo, Alberto Maritati, fu candidato - per volontà di D’Alema - alle elezioni suppletive del giugno 1999 (si era liberato un seggio senatoriale, dopo la morte di Antonio Lisi). E divenne sottosegretario all’Interno del governo presieduto dallo stesso D’Alema. Ancora oggi, Maritati, siede al Senato nelle fila del Partito democratico.

Dalle mie parti si dice: una parola è poca, e due sono troppe.

Specialmente se è tutto un corso e ricorso storico. Il sostituto procuratore generale ha chiesto ai giudici della corte d’appello di Bari di confermare la condanna a 3 anni e 6 mesi inflitta in primo grado a Lucio Tarquinio, già consigliere regionale e vice presidente del Consiglio e Nicola Cardinale, ex direttore generale degli ospedali riuniti, accusati di turbativa d’asta per l’appalto per la vigilanza nella cittadella ospedaliera. L’accusa sostiene che il politico esercitò indebite pressioni sul manager per favorire una ditta; la difesa chiede l’assoluzione. Il pg Angela Tomasicchio ha chiesto la conferma delle nove condanne inflitte in primo grado per i due filoni dell’inchiesta Vigilantes.

LA STORIA

Un grande puzzle costruito su una montagna di euro, quelli della sanità (il buco regionale supera i 600 milioni di euro) e dell'ecologia (quest'ultimo, a sua volta, giocato sui business delle energie rinnovabili da un lato e delle discariche pro monnezza dall'altro), con la partecipazione di politici, imprese d'assalto, faccendieri, lacchè  e la solita delinquenza organizzata al seguito.

Cominciamo dai palazzi di giustizia. E come in un gioco di scatole cinesi - stavolta investigative - cerchiamo di dipanare l'intricata matassa. L'ultima, clamorosa inchiesta, condotta dal pm barese Giuseppe Scelsi, a base di ragazze disinvolte e incontri a luci rosse o rosè tra Villa Certosa, palazzo Grazioli e dintorni, in realtà parte da un filone d'indagine su sanità e appalti. Siamo solo al primo gradino, perché quel filone si innesta su uno ancor più corposo, portato avanti da un'altra toga pugliese, Desiree Digeronimo della Direzione Distrettuale Antimafia, la quale anni fa ha cominciato a far luce su una serie di “traffici” che vedono come epicentro la Regione, in particolare l'assessorato alla Sanità retto da Tedesco.

Non è finita, perché il tutto prende le mosse da un prima inchiesta, partita quattro anni fa, sempre nel mirino la sanità arcimilionaria: stavolta, passate ai raggi x, sono le attività del gruppo Cavallari - da sempre leader in campo sanitario - e soprattutto il gruppo CCR;(Case di cura riunite), poi diventato CBH;(Citta' di Bari hospital) e passato sotto il controllo di Banca Intesa. Quell'inchiesta del 2005 ha portato alla condanna definitiva di Francesco Cavallari per associazione mafiosa, pena poi patteggiata a 1 anno e 10 mesi. Scriveva in un articolo per il Corsera Carlo Vulpio a maggio 2005: «L'attuale CBH fattura più di cento miliardi di vecchie lire l'anno. Soldi che provengono quasi tutti dai servizi erogati in convenzione con la Regione. Lo stesso trattamento di cui godeva la CCR quando era ancora del patron Cavallari che, dice la sentenza, finanziava generosamente alcuni uomini politici, tra i quali uno, Claudio Lenoci, che operava con Cavallari per il tramite di ‘suoi uomini', in particolare Alberto Tedesco, consigliere regionale e poi assessore alla Sanità, con cui Cavallari ha avuto numerosi appuntamenti». Continua Vulpio «Il pm Lerario oggi sta indagando su una vendita che si sospetta essere stata pilotata dai tre commissari straordinari nominati per evitare il fallimento di Ccr e da funzionari del ministero dell'Industria (all' epoca retto da Enrico Letta, rappresentato dal suo consigliere Francesco Boccia, l' avversario alleato di Nichi Vendola, che doveva esserne il vice nella nuova giunta ma ha rinunciato). Il ruolo più da sponsor che non da vigilanza che organi pubblici avrebbero avuto nell' affare pone oggi alla giunta Vendola un grosso problema in tema di «sanità malata» . Anche perché tra i nuovi assessori ce n'è uno, Onofrio Introna, che era nel collegio sindacale di Cbh spa, e come Boccia sosteneva con fervore l'operato dei commissari e la validità della vendita, o svendita, del gruppo sanitario. Problema che lo stesso Vendola conosce bene, anche perché lui c'era al ministero dell'Industria, il 23 maggio 2000, quando se ne è discusso, e sa anche che 25 senatori di centrodestra, nel 2001, proposero una commissione parlamentare d'inchiesta su questa storia. Iniziativa poi lasciata cadere perché in Puglia governava Fitto. Al quale, sotto elezioni, Cbh non ha fatto mancare il proprio plauso pubblico per il piano di riordino ospedaliero».

Come in un cortocircuito: da Tedesco (2005) a Tedesco (2009), con un diversivo chiamato Tarantini. Scrive oggi lo stesso Vulpio (autore del recente “Roba Nostra”, edizioni il Saggiatore) sul suo blog: «La cosa più seria e importante, di cui non si sta parlando, è l'inchiesta sulla sanità pugliese. Roba tosta. Roba che scotta. E' un piatto bollente che da anni ambienti giudiziari e politici rigorosamente bipartisan cercano di raffreddare e di fronte al quale il signor Tarantini e la relativa puttanicizia appaiono poco più che una compagine di smandrappati».

Torniamo a Tedesco e all'inchiesta-chiave della Digeronimo. L'assessore è indagato per associazione a delinquere e truffa. Sentendo puzza di bruciato, si dimette perché sa bene di poter contare su un salvagente da novanta: un posto in Parlamento targato Pd, visto che è il primo dei non eletti alle ultime politiche e che, grazie alle europee del 6 giugno, si libera una poltrona a palazzo Madama, quella di Paolo Di Castro (ex ministro all'agricoltura nei governi di Romano Prodi e Massimo D'Alema), appena sbarcato a Strasburgo.

Sulle sue acrobatiche performance aveva scritto la Voce nel reportage “Modello Tedesco” di novembre 2007. Dove veniva minuziosamente dettagliata la mappa dei fedelissimi, quasi tutti ex uomini di Raffaele Fitto, che a maggio 2005, appena appreso della nomina di Tedesco come assessore alla Sanità, dichiarava con candore: «Tutto potevo immaginare meno di avere un assessore nella giunta Vendola». A cominciare da Lea Cosentino (coindagata nell'inchiesta Degeronimo), proveniente dalla Margherita, poi attivista per Forza Italia, quindi nominata da Fitto a capo di Sisri, una struttura sanitaria territoriale. Al vertice di Ares, l'agenzia regionale per la sanità, Tedesco pensa bene di confermare Mario Morlacco, non solo ideatore del contestatissimo piano sanitario made in Fitto, ma addirittura suo segretario particolare! Tedesco conferma tutti i fans di centrodestra, da An all'Udeur passando per Forza Italia, ai vertici di Asl e presidi sanitari: tra gli altri, Vincenzo Valente (Fitto doc) direttore amministrativo a Bari; Guido Scoditti (ex An, poi Margherita) all'Asl di Brindisi, dove viene nominato al vertice amministrativo Alfredo Rampino, prima An, poi Udeur ma soprattutto cugino di Fitto. Fino a Vitangelo Dattoli, voluto da Fitto al vertice dell'Asl di Foggia, “socialista autonomista”, proprio come Tedesco; e come Antonio Marra, ex assessore ai trasporti della Provincia di Lecce e coinvolto in una truffa da 20 milioni di euro per prescrizioni false di medicinali.

Un vero pallino, la sanità, per Tedesco e la sua dinasty. Fino al 2006 proprietario di Medical Surgery e Aesse Hospital, poi passate di mano per «evitare ogni ipotesi di conflitto di interesse», in campo sono rimasti il figlio Carlo Tedesco, a bordo della Eurohospital, costituita comunque (alla faccia del conflitto) a cinque mesi dall'insediamento sulla poltrona di assessore (settembre 2005) e il fratello Marcello Tedesco, in sella ad AF Medical. E appena nominato, Tedesco ha pensato subito alla famiglia (allargata), consegnando nelle mani del cognato, Bruno Falsea, la carica di direttore sanitario all'Asl Lecce 1.

Ed è proprio la prima della lista, la superfedele Cosentino, quarant'anni appena compiuti, il trait-d'union fra Tedesco e Tarantini. “Lady Asl”, infatti, e' stata ospite di Villa Certosa nei giorni della bollente estate 2008 in cui ha furoreggiato l'astro di Giampi e del suo lussureggiante codazzo femminile. Dal vertice di Ares la Cosentino è poi balzata alla strategica poltrona di direttore generale della Asl di Bari, crocevia di mega appalti e non solo. E' di fine giugno la perquisizione degli 007 della Guardia di Finanza nella sua abitazione, in cerca di documenti - a quanto pare - bollenti. E al calor bianco si annunciano i prossimi sviluppi dell'inchiesta Digeronimo, che vede ancora un protagonista in campo, Enrico Intini, altro pezzo da novanta nello straricco mondo che ruota intorno al mega business sanitario in Puglia. Le fiamme gialle, infatti, sempre a fine giugno e sempre su imput del dinamico pm barese, hanno rastrellato gli uffici del Gruppo Intini che sfiora i 200 milioni di euro come fatturato annuo, supera i tremila dipendenti, quartier generale alla periferia sud di Bari e sedi distaccate a Roma, in Italia e all'estero: anche stavolta alla ricerca di carte su commesse pubbliche. O meglio su un maxi appalto. «Da molti milioni di euro - sottolineano a Bari - tipo quello della Global Service di Alfredo Romeo a Napoli. Con tre personaggi intorno: Tarantino, Intini e la Cosentino».

Un bell'ambiente, di certo. E a proposito, l'ultima frontiera del business, per i due rampanti imprenditori, a quanto pare è proprio l'ecologia, la protezione ambientale. Subito fulminato sulla via delle energie rinnovabili, Tarantini, in sella alla Prod.Eco. Che poi, sulla carta, lascia. Fa capolino, invece, in Fulgor Investment, sede in Lussemburgo, come capita per svariate sigle dedite al lucroso campo delle energie rinnovabili (vedi Voce aprile e maggio 2009). Fulgor, a sua volta, controlla la SMA, passata dal colosso Finmeccanica proprio al gruppo Intini, per occuparsi, come sottolinea il suo oggetto sociale, di “tutela del territorio, ambiente e metereologia”.

Ma chi può essere l'interlocutore privilegiato per Fulgor-Sma? La Protezione civile, naturalmente. Ed e' per questo che Giampi organizza per fine 2008 un incontro romano tra Intini e il sottosegretario Guido Bertolaso. Ammette Intini: «Alla protezione civile hanno una short list, una sorta di elenco riservato di imprese da far intervenire in situazioni di emergenza, e a noi sarebbe piaciuto farne parte».

Alla short (o long) list di disponibili girls viene accostato - in ambienti giudiziari baresi - anche il nome del vicepresidente della regione Puglia, il pd Alessandro Frisullo. Del quale parla, davanti agli inquirenti, Alessandro Mannarini, il “fornitore” per i coca-party. «Lo conosco personalmente perché è di Lecce». E a proposito dei rappori tra Frisullo e Tarantini: «Li ho visti qualche volta passeggiare insieme. Cosa si siano detti non lo so». Dalemiano di ferro, numero due di Vendola, delega al bilanco, Frisullo ha sponsorizzato in pieno il piano a base di eolico spinto (secondo molti, “selvaggio”) della regione.

E concludiamo il giro di valzer tornando a bomba, ovvero il primo troncone dell'inchiesta del pm Desiree Digeronimo. Che punta dritta anche al cuore dell'ecologia, a base di monnezza e discariche. Tutto ruota intorno ad un asse di ferro, quello fra due sigle, Tradeco e Cogeam. La prima è riconducibile al re dei rifiuti pugliese, Carlo Columella, la seconda al gruppo di Emma Marcegaglia, numero uno di Confindustria. «Tradeco da vent'anni è proprietaria e gestore, tra le altre, della discarica di Altamura, una delle più grandi in Italia, capace di contenere 1 milione di metri cubi di spazzatura. Nel rapporto di Legambiente, a proposito delle ecomafie in Puglia, viene citato un solo nome, Tradeco». A parlare è l'anima storica di Radio Regio Stereo, Alessio Dipalo, autore di denunce al calor bianco, più volte minacciato, querelato a suon di milioni da imprenditori e politici. «Senza alcuna sentenza la sua radio è stata chiusa per mesi - punta l'indice Vulpio - e oggi le udienze nei processi per diffamazione a suo carico sono seguite regolarmente dal procuratore aggiunto, Marco Dinapoli, e addirittura dal procuratore capo di Bari, Emilio Marzano. Neanche si trattasse di Al Capone». Le denunce di Dipalo, comunque, in un'altra inchiesta sono diventate possenti capi d'accusa a carico di politici, imprenditori e pezzi da novanta di monnezza e ecologia: proprio quella di Digeronimo.

Da una discarica da novanta all'altra eccoci a quella di Burgesi, a un passo da Lecce, “dedicata” ai rifiuti speciali (quelli supertossici, per intendersi) e appannaggio di Cogeam acchiappatutto. «Domina incontrastato, Cogeam, in tutta la Puglia», sottolinea il cronista Cosimo Forina, che in anni di lavoro ha documentato l'assalto dei gruppi d'affari in splendide terre trasformate in maxi sversatoi. Subendo anche lui minacce e intimidazioni. Sulla discarica Buggeri (e sull'assalto delle torri eoliche in Salento) aveva denunciato senza peli sulla lingua Peppino Basile, il consigliere comunale di Ugento ucciso con una quarantina di coltellate  il 15 giugno 2008. «Ma un altro grande affare - punta l'indice Forina – è quello di Grottelline, nei pressi di Spinazzola, un sito archeologico che si vuol trasformare in discarica, per fortuna oggi sotto sequestro probatorio. Sulla vicenda - aggiunge - stanno succedendo cose molto strane: all'assessorato regionale per l'ambiente e' letteralmente sparita la memoria del computer, così come a inizio giugno si sono volatilizzati tutti i dati sensibili contenuti nei computer dell'Arpa di Lecce».

E chiudiamo il cerchio con il convitato di pietra. Osserva una addetto ai lavori del la procura di Bari: «Nell'affare delle energie rinnovabili si segnalano forti interessi di Cosa Nostra, specie gli affiliati di Matteo Messina Denaro. Mentre non stanno certo a guardare i Casalesi. E lo prova il crescente interesse della procura di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano, sui business di Grottelline e non solo».

Il presunto intreccio tra politica e affari nella sanità pugliese, sulla quale sta indagando la Procura di Bari, avrebbe un precedente che risale a 15 anni fa. Lo sostiene nel prossimo numero di Panorama, in edicola venerdì 14 agosto, Francesco Cavallari, ex re delle cliniche private baresi, arrestato nel 1994, che nel giugno 1995 patteggiò la pena di 22 mesi per associazione mafiosa e alcuni episodi di corruzione. "Dalle mie dichiarazioni - racconta Cavallari a Panorama - rimasero coinvolti una sessantina di politici. Tra loro c'era anche il socialista Alberto Tedesco (coinvolto nell'attuale inchiesta barese ed eletto senatore nel PD), ma non venne indagato. Io non mi spiego la decisione del pm".

Tra le dazioni di danaro a cui fa cenno Cavallari, ce n'è una di 20 milioni di lire che l'ex re delle cliniche private dice di aver fatto a Massimo D'Alema, ma i pm baresi chiesero e ottennero l'archiviazione dell'accusa per finanziamento illecito ai partiti. Cavallari ricorda: "Io consegnai personalmente a D'Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire".

Ma nell'inchiesta si è sempre parlato solo di 20 milioni... Cavallari afferma: "Nell'agenda inizialmente annotai il nome "D'Alema" poi, vista la cresciuta confidenza, lo indicai come "Massimo". Il PM Alberto Maritati, poi eletto senatore nel PD, non mi ha creduto".

I rapporti fra Cavallari e l'ex premier iniziano a metà degli anni Ottanta e durano diversi mesi. "Fu Antonio Ricco, commercialista e direttore generale delle mie cliniche, oggi consulente personale del sindaco Emiliano (Ricco è indagato per corruzione in un'inchiesta sulla costruzione del centro direzionale San Paolo, ndr), a presentarmelo: andava in giro a chiedere soldi per conto del Partito comunista".

Cavallari incontrò il funzionario più volte: "Io, nel chiarire la mia posizione a Maritati, spiegai che D'Alema mi era stato molto utile nei rapporti con la Cgil. Dal momento in cui sono iniziate le dazioni di danaro io non sono più stato attaccato violentemente dal sindacato, il rapporto è diventato più collaborativo e garbato. Una volta, a Roma, D'Alema sottolineò questi progressi, ma mi raccomandò un atteggiamento più dialogante nei confronti del sindacato rosso e non solo verso Cisl e Uil".

Un discorso che per gli avvocati di Cavallari prefigurava altri reati oltre al finanziamento illecito. Maritati fu di diverso avviso. Quattro anni dopo, il 30 giugno 1999, il magistrato viene eletto senatore e il 4 agosto è nominato sottosegretario all'Interno del primo governo D'Alema.

Nel frattempo Cavallari venne condannato a 18 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa: "Non potevo reggere oltre, ero già stato operato al cuore: patteggiai". Fu l'unico condannato su un'ottantina di imputati.

Per l'ex re della sanità pugliese l'accusa di mafia resta indigesta: "Assumevo ex detenuti o i loro familiari per non saltare in aria. Che vantaggi avevo? La quiete". Per i magistrati, invece, i dipendenti «mafiosi» intimidivano il sindacato, anche se non ci sono state condanne. I carabinieri segnalarono episodi di tensione nell'azienda. «Macché minacce, mi sono salvato dalla Cgil grazie a D'Alema!" dice Cavallari.

Le coincidenze tra ieri e oggi non sono finite. Dalla memoria riemerge anche la figura di una affascinante ragazza bionda: "Io quella Patrizia D'Addario l'ho conosciuta. Me la presentò un giornalista con cui si accompagnava. Mi chiese di poter intrattenere i nostri ammalati con giochi di prestigio. Era una brava prestigiatrice, molto bella e di classe. Ma il direttore sanitario mi sconsigliò l'iniziativa".

Non finisce qui. E’ un pozzo senza fondo la Mele-story ricostruita dal superteste Francesco Cavallari. L' "amico Vittorio" viene dipinto, nei verbali di Milano e di Perugia, come un uomo che direttamente non chiede mai, ma che può contare su chi chiede per lui. Tra l'alto magistrato Vittorio Mele e il ras della sanità barese Cavallari c’è Antonio Ricco, il faccendiere amico di tutti i partiti della prima Repubblica. E Ricco, senza esitazioni, sollecita regali e soldi, promettendo e ottenendo in cambio favori giudiziari. Oggi Ricco conferma tutto quanto non gli nuoce - le feste, i viaggi, le frequentazioni -, nega quanto può danneggiarlo direttamente: un assegno, una busta con i soldi, i contributi in denaro. Ma Cavallari va avanti. Racconta di un costoso anello che fu portato alla signora Mele.

Della casa romana dei Salabé che Mele ottenne con la mediazione del fratello di Malpica, l'ex direttore del Sisde. Descrive come "il Pds gli presentò il conto per averlo appoggiato alla procura di Roma": e lui fu costretto ad archiviare l' inchiesta sui finanziamenti di Mosca al Pci. Ma ecco, capitolo per capitolo, la Mele-story. Il potente faccendiere Ricco. è durato 13 ore, a Perugia, il faccia a faccia tra Cavallari e Ricco, il padrone e l'uomo di fiducia. "Lo assunsi nel 1986. Me lo segnalò Nicola Quarta, l'ex presidente dc della giunta regionale pugliese. Mi disse: "Prenditelo: ti sarà utilissimo". Aveva lavorato per l' impresa di Romualdo Di Corato di Trani ed era amico di Vito Vattanzio, di Riccardo Misasi, di Adolfo Sarti. Aveva rapporti con Massimo D'Alema e Achille Occhetto. Era amico personale di Peppino Tatarella. Nel Psi contava su Claudio Lenoci e Rino Formica. Aveva agganci alla Corte dei conti e con moltissimi magistrati baresi. Poteva arrivare all' allora capo di stato maggiore dell' Arma, Domenico Pisani. Era ammanicato con la Finanza. A me ha provocato più guai che altro". 1988, cento milioni in regalo. Mele e Cavallari s'erano conosciuti nell' 87. Era stato Ricco - che oggi lo conferma - a fare le presentazioni. Ed era cominciato uno stillicidio di piccoli, medi, grandi regali per il futuro procuratore. Poi, per il weekend di tutti i santi, Mele arrivò a Bari. A casa Cavallari si vide con Ricco e l' ex consigliere istruttore Domenico Iandolo. Qualche mese prima il pm Vito Savino aveva chiesto l' archiviazione per un' accusa di truffa ai danni della Regione. Disse Ricco: "Stanno per archiviare la pratica". E Mele l' interruppe: "Ma come, Domenico, non l' hai ancora chiusa?". Iandolo rispose: "Lo sto facendo, non ci sono problemi". La mattina dopo Ricco chiese per Mele un presente di cento milioni. Spiegò che lui si doveva trasferire a Roma e un gruppo di amici aveva deciso di dargli una mano. Il giorno dopo Mele passò per un saluto e ricevette una busta. Ricco oggi conferma l'episodio, ma non ricorda quella consegna. Un cadeau da 50 milioni. Verso il 20 dicembre 1989 Ricco partì per un giro di auguri natalizi e propose a Cavallari di "fare un gesto di amicizia nei confronti di Mele". Un regalo di 50 milioni. Cavallari gli dette un assegno: ma Ricco oggi non ricorda bene chi l'abbia cambiato e a chi siano finiti quei soldi. Per Cavallari finirono a Mele.

Da Parigi alle Maldive. Fu un anno intenso quel 1990. Due viaggi memorabili e senza badare a spese. A settembre fu la volta di Parigi. Ricco propose di portare Mele, Cavallari accettò. C' era anche il pretore di Trani Renato La Serra. Tutti ospiti di Cavallari all' hotel Crillon, di place de la Concorde, uno dei più belli di Parigi. Mele ebbe una suite. Cavallari ha consegnato a Perugia l' estratto conto dell' American Express, con tanto di scheda per ogni ospite. E le foto che mostrano le serate al Lido, al Moulin Rouge e le cene al ristorante della Tour Eiffel. Andò tanto bene quella volta che Cavallari organizzò un altro viaggio per Natale: 13 giorni alle Maldive, al villaggio Aturuga. Ricco, Cavallari, Mele con moglie, figlia, figlio e nuora. Le foto rivelano che il gruppo era affiatato. Craxi, Martelli e il Psi. Fu anche un anno di aggiustamenti, il ' 90. Ligresti a Milano era in difficoltà per un palazzo abusivo. La faccenda era finita in Cassazione. Se ne occupò direttamente Bettino Craxi, che ne parlò con Lenoci, che coinvolse Cavallari. A Milano s'incontrarono lui, l'amico Franco Taverna, i due Ligresti, Salvatore e Antonino. Cavallari promise e andò a trovare Mele a Roma. Al magistrato brillarono gli occhi "perché poteva legarsi al Psi". Ma voleva avere un contatto diretto. E così avvenne. A Cavallari lo racconterà poi Ricco durante il viaggio alle Maldive. Sarà Claudio Martelli, tramite Filippo Verde, a chiedere a Mele "quel favore per un grande elettore del Psi come Ligresti". In cambio gli promise aiuti in futuro. Mele racconterà poi a Cavallari: "Il Psi mi ha appoggiato per il posto di procuratore. La firma per il concerto, dopo l' ok del Csm, è rimasta sul tavolo di Martelli non più di mezz'ora".

Il procuratore e l'anello. Anche il 1992 fu un anno intenso. A Mele fu chiesto di darsi da fare per "salvare" l'impresa Di Corato dallo scandalo Anas. A casa di Mele, a Napoli, andarono l' imprenditore in persona, che si presentò con un anello per la signora, e l' immancabile Ricco. Sarà poi l' ex generale della Gdf Ignazio Terranova, amministratore dell' impresa, a raccontare a Cavallari che Di Corato fu interrogato a Roma e gli fu contestata la concussione. Il generale, per sistemare la faccenda, raccolse un miliardo e 750 milioni. Interrogato a Milano, Terranova ha fatto ammissioni solo parziali. Il procuratore e il Sisde. Appena diventato capo della Procura di Roma Mele ebbe bisogno di una casa. Se ne occupò Ricco che si rivolse a un ex ufficiale della Gdf, fratello di Riccardo Malpica, allora direttore del Sisde. Fu trovata una soluzione eccellente: via della Croce 80, un appartamento dei Salabè per un paio di milioni al mese. In cambio, quello stesso anno, Mele avrebbe fatto in modo di far passare inosservati i miliardi di Malpica e soci scoperti in una filiale della Carimonte dal pm Antonino Vinci. Un regalo da 200 milioni. Del rapporto privilegiato Cavallari- Mele-Ricco avrebbe approfittato anche l' industriale Stefano Romanazzi  per il cognato Francesco Gaetano Caltagirone. Un giorno del 1993 Romanazzi parlò con i due e gli segnalò che Caltagirone aveva un problema giudiziario con un palazzo in costruzione da vendere al ministero della Sanità. Cavallari incontrò Mele a Roma e lui lo rassicurò raccontandogli che aveva avocato a sé il fasciscolo nominando un perito. Quel giorno Cavallari andò a pranzo a casa di Romanazzi, in via San Valentino, dove c' era anche Caltagirone, che oggi però giura di non conoscerlo.

La storia si concluse positivamente. Un giorno Ricco chiese a Cavallari il favore di ritirare una busta da Romanazzi e portarla a Mele. Cavallari eseguì. Ricco poi gli raccontò: "Hai visto che ben ragalo gli abbiamo fatto? In quella busta c' erano 200 milioni". Il procuratore e il Pds. è ampio il capitolo delle confidenze che Mele avrebbe fatto a Cavallari. Tra queste ce n' è una che allude un altro intervento giudiziario. Un giorno, mentre si lagnava per le difficoltà di ambientazione alla procura di Roma, Mele raccontò a Cavallari che anche il Pds gli aveva presentato il conto per l'appoggio datogli al Csm e lui aveva dovuto archiviare l' inchiesta sui finanziamenti di Mosca all' ex Pci.

NELL'INTERESSE DELLA GIUSTIZIA PUGLIESE ??

CASO TARANTINI: SCANDALO SUI MEDIA E SUI MAGISTRATI. ITALIA, 21 SETTEMBRE 2011.

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Il governo sotto assedio”. Di spalla: “’Napoli non è competente’ L’inchiesta passa a Roma. L’editoriale di Sergio Romano: “Una possibile soluzione”. Fotonotizia al centro: “L’Inter a pezzi, Novara in festa”. In basso: “Se la giustizia ordina di prevedere il sisma”.

REPUBBLICA – In apertura: “Italia declassata, via Berlusconi”. Editoriale di Massimo Giannini: “La linea di affondamento”. Al centro: “Il Gip: a Roma l’inchiesta Tarantini”. Di spalla: "L’addio all’Europa del gigante turco". In basso: “Aiuto, si è ristretta (troppo) la Groenlandia”.

LA STAMPA – In apertura: “Triplo allarme per l’Italia”. Editoriale di Bill Emmott: “Il peccato della coerenza”. Fotonotizia: “Gli indignados a Wall street”. Al centro: “A Roma l’inchiesta Tarantini”. In basso: “Napolitano, giro di consultazioni per verificare la tenuta del governo”. Ancora in basso: “Una miss venuta dal Paese degli ‘omini’".

IL GIORNALE – In apertura: “Woodcock ha fallito”. Editoriale di Vittorio Feltri: “La classe degli asini non può dare voti”. Fotonotizia al centro: “Il fisco vuole 10 milioni dall’editore dell’Unità”. In basso: Nevrosi Marcegaglia su tasse e sindacati”.

LIBERO – In apertura: “Silvio sputtanato da Pm incompetenti”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Una manovra sbagliata e un’opposizione cieca. Così finiamo in serie B”. Al centro la fotonotizia: “Lavitola voleva menare Ghedini”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Italia declassata, emergenza crescita”. Editoriale di Roberto Napoletano: “Signor Presidente, l’Italia prima di tutto”. In alto: “Ghizzoni: non rinvieremo il piano industriale”. Di spalla, a destra: “Il Parlamento, il Quirinale e il bunker: giorni decisivi”. In basso: “La Bce sostiene i Btp, Piazza Affari recupera”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Crisi, ultimatum al governo”. L’editoriale di Alberto Gentili: “Se Roma paga più di tutto il Veneto”. Al centro la fotonotizia: “Lampedusa, rivolta e fiamme immigrati in fuga dal centro”, sempre al centro: “A Roma il caso Tarantini”. In basso: “In fin di vita dopo lo scippo” e “Il tempo della settembrata”.

IL TEMPO – In apertura: “Il caso degli incompetenti”. L’editoriale di Mario Sechi: “Il Cav esce? L’Italietta resta”. Al centro, la fotonotizia: “Lo stop di Napolitano”. Di spalla: “Le agenzie di rating vanno chiuse”. In basso: “Scippato. È in fin di vita”.

L’UNITA’ – Al centro la fotonotizia: “Berlusconi declassa l’Italia”. L’editoriale di Claudio Sardo: “Dimissioni subito”. Il commento di Massimo D’Antoni: “Non si esce dall’euro”. In alto: “Secessione fuori dalla storia”. In basso: “Ricatti al Premier. Il Gip: l’inchiesta non spetta a Napoli”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Lo scaricano tutti. Anche il maggiordomo”. Editoriale di Marco Travaglio: “La malavitola”. In basso: “Lampedusa, il Cpa in fiamme: la rabbia degli africani disperati”. Fotonotizia: “Bossi è fuori dalla storia”.

Tutta l'Italia ne parla, a secondo della fazione. Intanto il procuratore di Bari Antonio Laudati è indagato dalla Procura di Lecce.

La sua iscrizione era nell’aria. Ed è la conseguenza della trasmissione degli atti dell’inchiesta della Procura di Napoli sul presunto ricatto al premier, atti in cui si ipotizzano ritardi nell’indagine barese sulle escort utilizzate da Gianpaolo Tarantini per allacciare rapporti affaristici. Nei dialoghi intercettati dalla Procura partenopea il procuratore Laudati viene indicato come colui che avrebbe cercato di favorire Gianpi e, soprattutto, di evitare la divulgazione delle intercettazioni scomode di Silvio Berlusconi. Abuso d’ufficio e favoreggiamento personali sono le ipotesi per le quali è stato aperto il fascicolo che è sul tavolo del procuratore Cataldo Motta. Un fascicolo blindato, la cui titolarità il capo della Procura leccese (competente ad indagare sui fatti che coinvolgono i magistrati del distretto della Corte d’Appello di Bari) divide con il suo aggiunto Antonio De Donno.

L’inchiesta avviata a Lecce dovrà chiarire se Gianpaolo Tarantini, parlando al telefono con il direttore ed editore dell’Avanti Valter Lavitola, diceva il vero quando riferì che il procuratore capo Laudati avrebbe chiesto ai suoi legali di patteggiare la pena per evitare tanto una nuova esposizione pubblica al presidente Berlusconi, con l’avviso di conclusione delle indagini e la conseguente diffusione degli atti e delle intercettazioni, quanto anche un processo pubblico che avrebbe comportato l’interrogatorio dello stesso Tarantini.

«L’ha fatto apposta Laudati questo, perché, si sono messi d’accordo, nel momento in cui riaprono l’indagine e non mandano l’avviso di conclusione, non escono pubbl... non diventano pubbliche le intercettazioni». Sono le parole di Tarantini trascritte dagli investigatori napoletani ed inserite nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti dello stesso Tarantini, della moglie Angela Devenuto e del direttore e editore dell’Avanti Valter Lavitola per la presunta estorsione ai danni del premier. Soldi pretesi per assicurare versioni concordate e di basso profilo sulla vicenda delle escort.

C’è, poi, un’altra intercettazione. La voce è sempre quella di Tarantini: «Quello a Nicola gli ha messo l’ansia... ha detto che è catastrofica... che il suo ruolo è fallito... perché lui era convinto, ti ricordi, di archiviarla». Nella conversazione, almeno secondo quanto ipotizzato dagli investigatori napoletani, il riferimento dovrebbe essere all’avvocato Nicola Quaranta, all’epoca difensore di Tarantini, e al procuratore Laudati (“quello”). L’intercettazione è del 5 luglio 2011.

Pochi giorni prima nella Procura di Bari si era consumato lo strappo fra Laudati e l’ex sostituto Giuseppe Scelsi, che per primo ha indagato sulla scuderia di escort di Tarantini e che ora è sostituto alla Procura generale di Bari. Alla base della frizione c’è l’iniziativa di Laudati che avrebbe ordinato alla Guardia di Finanza di consegnare a lui anziché a Scelsi l’informativa finale sull’indagine relativa al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione. Sul punto l’ex pm ha trasmesso un esposto al Csm e il contenuto è materia che interessa anche l’inchiesta della Procura di Lecce.

«Un procuratore se indagato non può continuare a svolgere il suo ruolo con la serenità e il dovuto prestigio che deve caratterizzare la sua funzione. Per questo mi dichiaro a completa disposizione delle Procure di Napoli e Lecce». Così si era espresso Laudati all’indomani della diffusione del contenuto delle intercettazioni di Tarantini sul suo conto, lasciando intendere che si sarebbe dimesso qualora fosse stato indagato. L’inchiesta, intanto, va avanti. Nel fine settimana i magistrati leccesi insieme con quelli napoletani hanno sentito i loro colleghi baresi: Giuseppe Scelsi e Eugenia Pontassuglia che ha ereditato il fascicolo. Sul contenuto il riserbo è massimo.

Il 19 settembre 2011 infine, c’è stata l’audizione durata quattro ore di Giuseppe Scelsi davanti alla Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura sull’esposto presentato dall’ex pm contro il procuratore Laudati. Laudati sarà ascoltato il giovedì successivo. Abuso d’ufficio, favoreggiamento, addirittura tentata violenza privata. Il procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, si ritrova indagato dai colleghi di Lecce per il «caso Tarantini». Ben tre ipotesi di reato e con questo biglietto da visita giovedì è atteso davanti alla prima commissione del Csm, che potrebbe decidere un suo trasferimento d’ufficio. Per non parlare dell’eventuale azione disciplinare, che è proprio dietro l’angolo.

Che ha fatto Laudati per meritare tutti questi guai? L’accusa è pesante, infangante: quella di aver voluto controllare le indagini su Gianpaolo Tarantini, anche per rallentare la diffusione delle intercettazioni tra il faccendiere e le ragazze portate alle feste del premier. E questo per favorire, più che Tarantini, Silvio Berlusconi. La grande colpa di Laudati, insomma, sarebbe quella di non aver fatto abbastanza per inchiodare il Cavaliere. Il sospetto nasce da intercettazioni in cui Giampaolo Tarantini e il direttore de L’Avanti Valter Lavitola parlano di presunti accordi degli avvocati con lui. E lo sostiene il suo grande accusatore, l’ex pm Giuseppe Scelsi, oggi alla procura generale barese. La tentata violenza privata sarebbe proprio nei confronti dell’ex titolare dell’inchiesta, che a luglio 2011 ha inviato un esposto al Csm, poi ha ripetuto la sua versione dei fatti di fronte ai colleghi leccesi e napoletani e lunedì 19 settembre a Palazzo de’ Marescialli. Così, da inquisitore di Tarantini (lo ha fatto anche arrestare) Laudati diventa indagato.

Passa in ombra la pubblica autodifesa in cui il procuratore capo racconta della situazione trovata in Procura al suo arrivo a settembre 2009, con i sostituti che a suo dire lavoravano a ruota libera, senza coordinamento e, soprattutto, con le continue e clamorose fughe di notizie sui giornali. Quello che Laudati descrive come un necessario mettere ordine nell’ufficio, imporre regole ferree ai pm, maggiore controllo sulla Guardia di finanza per i compiti di polizia giudiziaria e assoluto riserbo verso i mass media, per Scelsi è imposizione verticistica, interferenza sospetta, come quella di avocare a sé, di fatto, la delicata inchiesta sulle escort.

Sembra che il primo titolare delle indagini si sia sentito sotto accusa per il sospetto che proprio dal suo computer siano fuggite le prime notizie a luci rosse sull’escort Patrizia D’Addario e le altre, pubblicate dal Corriere della Sera proprio il giorno dell’insediamento di Laudati. Il rapporto tra i due (il primo vicino alla corrente di Magistratura indipendente, l’altro militante in Magistratura democratica) comincia male e prosegue peggio. Al pm vengono affiancati due colleghi per l’inchiesta scottante, lo stress sale, gli attriti con il capo pure e Scelsi chiede il trasferimento alla Procura generale. Ma prima vuole a tutti i costi l’informativa finale delle Fiamme gialle. La sollecita. A tre giorni dalla sua uscita, salta l’ultima riunione per le ferie dei colleghi e non ci riesce. Scelsi lascia con l’amaro in bocca, si sente defraudato e, forse anche per pararsi da eventuali attacchi, scrive al Csm.

Lunedì 19 settembre 2011, alla prima commissione presieduta dal laico Nicolò Zanon, ripete la sua versione calcando la mano. Accusa Laudati di aver imposto alla Guardia di finanza di consegnare solo a lui la famosa informativa. Lo stabilisce una direttiva del Capo del dicembre 2009, ma lui la contesta. Contesta addirittura l’opportunità della riunione di coordinamento delle indagini indetta da Laudati, parla di ritardi voluti, di intromissione verticistica nelle inchieste, di suggerimenti a Tarantini, di uso personalistico delle Fiamme Gialle da parte del procuratore, con un «pool» che rispondeva solo a lui. Addirittura, di un’«indagine parallela» alla sua. E Laudati viene crocifisso.

Il senatore del Pd Alberto Maritati - dalemiano, sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi e amico di vecchia data dell’avvocato della D’Addario, Maria Pia Vigilante - nell’estate 2009 chiese informazioni all’ex pm barese Pino Scelsi sulle indagini che riguardavano Tarantini appena perquisito. E lo fece su incarico di Roberto De Santis, dalemiano di ferro. A riferirlo è proprio Scelsi, nel suo interrogatorio a Lecce su Laudati, procuratore di Bari indagato. «Laudati mi disse che a Roma si era sparsa la voce che la fuga delle notizie pubblicate sul Corriere della Sera, preceduta dalle dichiarazioni di D’Alema (quelle sulla «scossa nel governo», ndr) (...) era a me addebitabile, o che comunque io avrei contribuito (...). Risposi che non avrei avuto alcun interesse a danneggiare la mia indagine con improvvide rivelazioni, e che peraltro dalla stessa indagine risultava che Tarantini era legato ad ambienti vicini all’area politica di D’Alema (...). Feci presente a Laudati che io personalmente avevo avuto richieste di informazioni da parte di Alberto Maritati, vicino all’ambiente di D’Alema, e che avevo categoricamente rifiutato di dare notizie, come tra l’altro risultava da alcune conversazioni intercettate sull’utenza di De Santis, persona assai vicina a D’Alema e suo compagno di barca».

DALEMIANI PREOCCUPATI

Dalle intercettazioni, prosegue Scelsi, «risultava sia l’incarico dato da De Santis a Maritati di raccogliere informazioni (…), sia la risposta di Maritati che aveva riferito a De Santis l’impossibilità di avere alcuna informazione (…)». Un episodio che Scelsi avrebbe raccontato anche al predecessore di Laudati, Marzano, e all’ex coordinatore della Dda Marco Di Napoli. Interessante anche alla luce di una dichiarazione di Tarantini in un verbale di novembre 2009, di cui parla anche Scelsi nel suo interrogatorio: «Angelillis (uno dei due pm che Laudati affiancò a Scelsi, ndr) aveva chiesto al Tarantini di riferire sui suoi rapporti con De Santis e Tarantini aveva dichiarato di essersi rivolto, dopo le perquisizioni, a De Santis chiedendogli di attivarsi presso qualche politico presumibilmente vicino ai magistrati. A detta di Tarantini, De Santis non aveva mai dato risposta». Dunque, se non era nell’interesse di Tarantini, per conto di chi Maritati e De Santis avevano cercato informazioni?

«MI MANDA ALFANO»

Scelsi non risparmia stoccate a Laudati che prima dell’insediamento, a suo dire, tenne una riunione coi finanzieri Bardi, D’Alfonso e Paglino: «Laudati fece un discorso chiaro, che era molto amico del ministro della Giustizia, che “gli aveva concesso l’onore del tu”, e che in virtù di quest’amicizia aveva garantito per me, così impedendo l’avvio dell’attività ispettiva sul mio operato. Aggiunse che era stato mandato a Bari per conto del ministro della Giustizia».

IL COMPLOTTO «ROSSO»

Anche l’altra pm del caso escort, Eugenia Pontassuglia, ha riferito che tra i temi da sottoporre a Gianpi in uno degli interrogatori, «si era individuato quello dell’esigenza di comprendere (…) i rapporti tra De Santis, Tarantini e D’Alema (che da alcune intercettazioni risultava essere presente in Sardegna nello stesso periodo in cui c’era Tarantini, agosto 2008) e se vi fosse collegamento» tra questi e il rapporto «che la D’Addario aveva avuto con Berlusconi», per valutare «la possibilità che vi fosse stato un accordo tra i tre in virtù del quale Tarantini avesse messo in collegamento D’Addario con Berlusconi (ipotesi che la Pontassuglia alla luce degli atti dice «poter essere esclusa», ndr)». Tanti indizi, non fanno un complotto.

Dagli interrogatori di Scelsi, Pontassuglia e Paglino uno spaccato della procura barese divorata da guerre fra magistrati e polizia giudiziaria e attraversata da presunte omissioni e depistaggi.

Trenta pagine di verbali resi da due sostituti procuratori di Bari e da alte cariche della Guardia di Finanza. Le carte depositate dalla procura di Napoli e Lecce nell'ambito del processo Tarantini raccontano la rete assai ingarbugliata, tanto da risultare preoccupante, che si è sviluppata a Bari intorno all'inchiesta su Gianpi e le prostitute da portare al presidente del Consiglio. Una rete fatta di guerre tra magistrati e polizia giudiziaria e piena di presunte omissioni e depistaggi. Con dietro lo spettro di un complotto. In mezzo ci sono accuse molto dure mosse dal pm Scelsi e da alcuni finanzieri al lavoro di Laudati accusato di aver ritardato e controllato le indagini su Tarantini. Ma ci sono anche le parole sofferte di Eugenia Pontassuglia, il sostituto che più di tutti ha seguito l'indagine (ascoltando per esempio tutte i file audio delle intercettazioni telefoniche) e che si trova costretta a rispondere di accuse incrociate, a volte anche durissime e forse strumentalizzate, tra i colleghi al fianco dei quali ha lavorato in questi mesi. Ecco i sunti dei verbali di tutti i testimoni dell'indagine ascoltati in questi mesi dalla procura generale di Bari e dai magistrati di Lecce e Napoli.

GIUSEPPE SCELSI

"Confermo il contenuto dell'esposto indirizzato al Csm. (...) Quando fu pubblicata l'intervista di Patrizia d'Addario e fu pubblicata sui giornali la notizia dell'inchiesta, la collega Elisabetta Pugliese mi disse che Laudati, già nominato dal Csm procuratore di Bari, mi cercava e aveva bisogno di parlarmi. Mi misi in contatto con lui e mi disse che a Roma si era sparsa la voce che la fuga delle notizie preceduta dalle dichiarazioni dell'onorevole D'Alema era me addebitabile. Risposi a Laudati che non avrei avuto alcun interesse a danneggiare la mia indagine con improvvide rivelazioni e che peraltro dalla stessa indagine risultava che Tarantini era legato ad ambienti vicini all'area politica di D'Alema. In quella stessa occasione o forse successivamente feci presente al collega Laudati che io personalmente avevo avuto richieste di informazioni da parte dell'onorevole Alberto Maritati, vicino all'ambiente di D'Alema, e che avevo categoricamente rifiutato di dare notizie, come tra l'altro risultava da alcune conversazioni intercettate sull'utenza di Roberto De Santis, persona assai vicina a D'Alema e suo compagno di barca. Dalle conversazioni intercettate, infatti, risultava sia l'incarico dato da De Santis a Maritati di raccogliere informazioni sulla vicenda per la quale erano state disposte le perquisizioni, sia la risposta di Maritati che aveva riferito a De Santis della impossibilità di avere alcuna informazione stante la mia categorica chiusura.
Successivamente mi incontrai con Laudati in occasione della festa della Finanza, il 26 giugno 2009. Dopo la cerimonia ci spostammo in caserma dove si sarebbe dovuto tenere un incontro, come Laudati mi aveva preannunciato. Era stato organizzato un pranzo cui partecipavano, oltre a Laudati, il generale Bardi, il colonnello D'Alfonso, il colonnello Paglino e il generale Bartoletti comandante della Scuola: non c'era invece il generale Inguaggiato e Laudati mi disse che non era stato invitato perché inaffidabile per la sua provenienza dai Servizi e i suoi legami con il direttore del Sismi, Pollari. Laudati fece un discorso molto chiaro dicendo che era molto amico del Ministro della Giustizia, che "gli aveva concesso l'onore del tu", e che in virtù di quest'amicizia aveva garantito per me, così impedendo l'avvio dell'attività ispettiva sul mio operato. Aggiunse che era stato mandato a Bari per conto del Ministro della Giustizia e che era necessario costituire un organo che sovraintendesse alle indagini in corso, in particolare a quelle sulla vicenda Tarantini. Il 9 settembre Laudati prese possesso del suo ufficio di procuratore e lo stesso giorno furono integralmente pubblicati gli interrogatori di Tarantini (quelli della fine di luglio) benché neanche il difensore ne avesse avuto copia. Quello stesso giorno ci fu un duro scontro tra Laudati e il colonnello Paglino in quanto quest'ultimo aveva chiesto a me il permesso di riferire al Procuratore alcuni aspetti delle indagini. Laudati si alterò tanto che Paglino lasciò la stanza in cui ci trovavamo.
Disposi poi il fermo di Tarantini per questioni di droga, come suggerito da Laudati. Il difensore di Tarantini chiese un nuovo interrogatorio e la richiesta fu passata a me e ai colleghi Pontassuglia e Angelillis che nel frattempo mi avevano affiancato. Subito dopo la coassegnazione, Angelillis prospettò l'ipotesi dell'impossibilità di configurare reati in materia di prostituzione sulla base di una sua ricerca giurisprudenziale. L'orientamento del collega corrispondeva a quello del procuratore Laudati. Le perplessità di Angelillis furono manifestate anche alla collega Pontassuglia, ma sia io che lei ritenemmo necessario approfondire il tema.

Laudati manifestò l'esigenza di costituire un coordinamento presso la sua segreteria con un contingente della Finanza a sua disposizione, e di una banca dati in cui dovevano confluire le copie delle indagini fatte in materia di sanità, nonché le vecchie intercettazioni e le nuove che si andavano facendo. Tale banca dati fu costituita presso la scuola Allievi della Finanza dove un intero corridoio di uno degli ultimi piani era occupato dagli atti, dai terminali informatici.

Nel secondo interrogatorio il collega Angelillis introdusse l'argomento del complotto medialicopoliticogiudiziario chiedendo a Tarantini, per quanto io ricordi, notizie sulla presenza di D'Alema in Sardegna e sugli eventuali suoi incontri con Tarantini nella stessa estate in cui quest'ultimo aveva iniziato a frequentare Villa Certosa di Berlusconi. Tarantini escluse tale circostanza rispondendo che era inutile che si continuasse a chiedergli di dichiarare cose che non rispondevano al vero. Ricordo che già nel precedente interrogatorio, Angelillis aveva chiesto al Tarantini di riferire sui suoi rapporti con Roberto De Santis e Tarantini aveva dichiarato di essersi rivolto, dopo le perquisizioni, a De Santis chiedendogli di attivarsi presso qualche politico presumibilmente vicino ai magistrati. A detta dello stesso Tarantini, De Santis non aveva mai dato risposta a quella richiesta. Quando nel successivo interrogatorio Tarantini sbottò di smetterla con quelle continue richieste sul complotto, facendo implicito riferimento ad ipotesi ricostruttive che nessuno di noi aveva in precedenza formulato, io mi rivolsi all'avvocato Quaranta che assisteva all'interrogatorio con sguardo interrogativo e con un significativo gesto della mano per chiedergli a chi si riferisse Tarantini; e Quaranta articolò con le labbra un nome che io non compresi. Risentito per l'evidente intromissione da parte di altri nella programmazione degli argomenti da chiedere a Tarantini mi alzai adirato e uscii dalla stanza sbattendo la porta. Qualche minuto dopo, tranquillizzatomi, rientrai e proseguii l'interrogatorio.

Mi risulta che più volte l'avvocato Quaranta è andato a conferire in ordine ai procedimento che coinvolgevano il Tarantini direttamente con il Procuratore Laudati. Rimanevo sorpreso che non venisse a parlare con i magistrati delegati.

EUGENIA PONTASSUGLIA

"Il primo interrogatorio di Tarantini si svolse ad Ariano Irpino il 6 novembre 2009. A seguito di una mia domanda a Tarantini sul contenuto di un incontro che aveva avuto in Piazza Navona a Roma con Roberto De Santis (incontro che era stato videoregistrato senza l'audio nell'ambito delle indagini su Tarantini) quest'ultimo spiegò i suoi rapporti con De Santis e il contenuto della discussione avuta con lui e di cui alla videoregistrazione; di sua iniziativa aggiunse che comunque non c'era alcun complotto e non c'era la possibilità di pensare ad alcun complotto. Gli chiesi come mai parlasse di complotto e Tarantini, guardando interrogativamente l'avvocato Quaranta gli chiese, quasi a chiederne conferma, se non sì trattasse di uno degli argomenti in merito ai quali avrebbe dovuto riferire. E l'avvocato Quaranta dandogliene conferma disse che effettivamente si trattava di uno degli argomenti che gli erano stati indicati dal dottore Laudati come temi da approfondire.

icordo che si fece riferimento ad un foglietto sul quale l'avvocato Qauranta aveva annotato le indicazioni ricevute dal dottor Laudati e che aveva consegnato a Tarantini. Mi pare di ricordare, ma non ne sono certa, che quest'ultimo tirò fuori dalla tasca un biglietto con degli appunti. Devo dire che non ricordo alcun episodio in cui durante un interrogatorio, a seguito di una domanda di Angelillis che prospettava l'ipotesi di un complotto, Scelsi si sia rivolto con un segno della mano dal significato interrogativo all'avvocato Quaranta e quest'ultimo abbia risposto articolando con le labbra un nome.

Ricordo invece un episodio nel quale Scelsi si allontanò, innervosito, dalla stanza dove avveniva l'interrogatorio sbattendo la porta, ma non riesco a collocarlo in alcun contesto. (...) Avemmo un incontro di coordinamento e tra i temi discussi si era individuato quello dell'esigenza di comprendere quali fossero stati i rapporti tra De Santis, Tarantini e l'onorevole D'Alema.

Da “Il Corriere”. È il 4 marzo 2009. Tarantini organizza una cena al ristorante dell’hotel Valadier, a Roma. Procaccia per il post serata tre ragazze. Seduti al tavolo ci sono dirigenti di Finmeccanica e Cosimo Bottazzi, ex procuratore della Repubblica di Brindisi, attualmente sostituto procuratore generale presso la corte di appello di Bari. L’incontro viene ampiamente documentato nell’informativa della guardia di Finanza. Per i magistrati l’ex imprenditore in quel momento sta cercando di entrare nel circuito dei lavori per le grandi opere pubbliche. Accanto a Bottazzi, c’è il manager di Finmeccanica Rino Metrangolo che si è dimesso, e l’imprenditore brindisino Marco Macchitella.

Macchitella e Bottazzi secondo gli investigatori erano «presumibilmente» amici di Metrangolo. Come ricostruito nelle carte alla cena, alla quale Tarantini non si presentò, furono invitate: Fadoua Sebbar, Niang Kardiatou (detta Hawa) e «tale Emiliana». Scrivono i pm: «Fatta eccezione per Emiliana le donne trascorrevano la notte in compagnia degli uomini, prostituendosi presso l’hotel Valadier», dove Tarantini aveva fatto riservare tre camere a nome di Metrangolo. E’ una delle ragazze che, ascoltata dagli inquirenti, racconta la composizione della tavolo. Non ricorda il nome di Bottazzi, ma parla di due uomini, pugliesi, forse di Bari.

Ecco cosa dice Fadoua Sebbar quando viene interrogata: «Relativamente all’episodio dei primi di marzo 2009 in cui Gianpaolo Tarantini mi invitò a partecipare ad una cena presso il ristorante Valentino in Roma, (...) mi porse una somma pari a 1000 euro affinché io consumassi dei rapporti intimi con una persona di nome Rino che avrei dovuto incontrare presso il ristorante Valentino. (...) Io ed Hawa, invece ci recammo a cena con Rino ed altri due uomini, che non conoscevo e di cui non ricordo il nome, so però che erano entrambi pugliesi forse di Bari. Durante la cena sopraggiunse un’altra ragazza di cui non ricordo il nome, la quale comunque a cena terminata andò via. Io invece dopo cena mi trattenni con Rino nella sua camera ubicata nello stesso albergo ed Hawa con uno degli altri due uomini, circostanza questa che ricordo in quanto dopo una trentina di minuti circa io e lei ci siamo riviste all’ingresso dell’albergo».

Da “Il Nuovo Quotidiano di Puglia” del 31 maggio 2011. Scontro in atto a Bari tra la Procura e la Camera Penale che accusa un pm di aver compiuto la falsificazione di un atto processuale per dimostrare l'inattendibilità di una testimone: «Un atto gravissimo e senza precedenti - ha dichiarato Egidio Sarno, presidente della Camera Penale di Bari - mai accaduto nella storia del processo italiano». L'episodio si è verificato durante l'udienza del processo "La Fiorita", in cui il ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, è imputato insieme con altre 42 persone. Il pm, Renato Nitti, ha imitato di sua mano la firma di una testimone su un'attestazione di presenza ad una delle assemblea della società 'La Fiorita', chiedendole di riconoscerla. La donna ha riconosciuta quella firma come propria, procurandosi in questo modo anche la contestazione di falsa testimonianza. «Ci riserviamo - ha detto Sarno - di valutare l'accaduto. Se l'avesse fatto un difensore sarebbe già stato sottoposto a procedimento disciplinare. Anche se il fine è legittimo, dimostrare l'inattendibilità di un testimone con un atto falso - ha continuato Sarno - non è accettabile. Il processo ha delle regole che non possono essere violate». «È un fatto strettamente processuale - ha commentato il presidente dell'Anm di Bari, Marco Guida - che attiene ad un singolo processo che si è svolto tutto in maniera regolare. Il pubblico ministero ha fatto le sue domande a un testimone nel contraddittorio delle parti davanti ad un giudice terzo e non c'è stata nessuna falsificazione di atti».

Si accendono i riflettori del sistema giudiziario su una delle vicende al centro dell’inchiesta ‘Vendola: corruzione nei palazzi del potere?’. Così come riporta l’Indro.

Magistrato, anzi capo della Procura della Repubblica (Antonio Laudati) e indagato (Nichi Vendola) per gravi reati penali, fianco a fianco in conferenza, senza imbarazzo. Stiamo parlando del convegno ‘Organizzare la Giustizia’ (tenuto a Bari dal 29 al 30 ottobre 2010), costato ai contribuenti pugliesi ben 163 mila e 500 euro (Regione Puglia, 100 mila euro, Comune  di Bari 33 mila euro, Provincia di Bari 30 mila e 500 euro). Il Procuratore Generale della Corte d’Appello di Bari, Antonio Pizzi, ha aperto un fascicolo proprio su questa assise pubblica, promossa dal procuratore della Repubblica di Bari Laudati con il lauto finanziamento dell’allora indagato Governatore Vendola. L’acquisizione degli atti amministrativi è stata fatta dai Carabinieri, negli uffici della Giunta Regionale, in conseguenza della volontà della Procura Generale di fare chiarezza “nella prospettiva di un accertamento predisciplinare”. Al convegno aveva preso parte anche il Presidente Nichi Vendola, all’epoca dei fatti indagato dalla Procura per concussione nell’ambito dell’indagine sulla gestione della sanità che ha portato alla richiesta di arresto per il senatore del Partito democratico Alberto Tedesco. L’ex assessore regionale della sanità designato espressamente da Vendola, è accusato di una serie di gravi illegalità nel suo ruolo di Assessore alla sanità nel primo governo vendoliano.

La Regione Puglia figura tra gli enti locali che hanno finanziato il convegno voluto da Laudati: l’ente regionale, infatti, ha elargito a favore dell’organizzazione del convegno un contributo di 100 mila euro. La circostanza era stata messa in relazione alla richiesta di archiviazione che la stessa Procura aveva presentato per Vendola, indagato per i medesimi reati di Tedesco, che il giudice delle indagini preliminari, Sergio Di Paola, ha disposto solo il 24 febbraio 2011. Contravvenendo alla legge sulla trasparenza, voluta dallo stesso Vendola, le specifiche determine di spesa regionale elaborate dal Gabinetto del Presidente Vendola risultano secretate, ovvero non sono mai state rese di dominio pubblico.

«In Puglia non c’è l’uso politico della giustizia, perché siamo in una fase più evoluta ed abbiamo da anni l’uso giudiziario della politica». Va giù duro il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, a Bari, alla presentazione del libro del capogruppo del Pdl alla Camera dei deputati, Fabrizio Cicchitto, proprio su «L’uso politico della giustizia».  Così riporta l’articolo de Il Corriere del Mezzogiorno del 16 aprile 2011.

«Il federalismo - ha detto Fitto - porta alle peculiarità locali e questa è quella pugliese». Dunque, in Puglia, per il ministro salentino, non sarebbero i partiti del centrosinistra ad usare la magistratura politicizzata per bloccare l’azione del centrodestra con inchieste ad orologeria (secondo uno dei vecchi cavalli di battaglia del Pdl), ma sarebbe addirittura la magistratura ad ingerire direttamente nell’azione della politica. Magari inserendo propri rappresentanti nelle amministrazioni. Una considerazione rafforzata dalle parole dello stesso Cicchitto, provocato dai giornalisti che gli chiedevano se si potesse parlare di giustizia ad orologeria anche per le inchieste della procura di Bari sulla giunta Vendola. «Noi abbiamo in Puglia - ha detto - un interscambio singolare fra magistrati e politici: il pm che si occupava della vicenda Arcobaleno, che riguardava indirettamente anche D’Alema, è diventato sindaco di Bari. E un altro pm, che si è occupato di Fitto per molti anni, è diventato assessore alla Regione. Un interscambio singolare fra politica e magistratura alla rovescia». E’ stato un pomeriggio giocato a tutto tondo sull’attacco frontale ai magistrati, in una sala gremita di esponenti politici locali del Pdl, presenti anche per la vicinanza con le prossime amministrative.

I magistrati sono stati descritti da Cicchitto alla stregua di golpisti, «o quantomeno con una dimensione rivoluzionaria ed eversiva che mette in questione lo stato di diritto». Questo è avvenuto, ha spiegato il capogruppo Pdl «nei confronti della Dc, del Psi e dei partiti laici nel ’92-’94 con due pesi e due misure, per quello che riguarda Tangentopoli. Perché in quel sistema c’era anche il Pci che, però, se l’è cavata brillantemente. E dopo il ’94 l’azione della magistratura ha colpito Berlusconi perché aveva raccolto l’area moderata del Paese». In sala Cicchitto spiega quella che per lui è una delle anomalie italiane, in un Paese «dove c’è stato il più grande Partito comunista dell’Occidente, organicamente legato all’Unione sovietica, con un gruppo dirigente di livello che riuscì a radicarsi». Ma che a tutt’oggi non è riuscito ad affrancarsi dalla sua matrice politica, trasformandosi in una formazione socialdemocratica evoluta, «a causa del berlinguerismo che lo ha impedito». E’ a questo proposito che Cicchitto cita le parole «di un senatore del Pci, Pellegrino che ha scritto che il Pci privo della cultura comunista e senza essere riuscito ad elaborarne un’altra, si nutrì della cultura giustizialista di Violante ed altri». Un partito massimalista che ha finito per fare sua la «dialettica dell’amico-nemico di Carl Schmitt». Il libro, di qualche anno fa, non è superato secondo l’autore. Tutt’altro. «L’utilizzazione della giustizia a fini politici che ha sempre serpeggiato nella vita italiana dagli anni ’80». E questo dipenderebbe dal fatto «che c’è un settore, anche minoritario della magistratura, che ideologicamente ha elaborato una teoria secondo la quale ci può essere un uso alternativo del diritto a fini - chiamiamoli così - rivoluzionari. Sia nei confronti del sistema politico che di quello economico». Una elaborazione culturale «passata dalla teoria ai fatti: cioè alla giurisdizione. Di qui, la cosiddetta sentenza creatrice: cioè la sentenza che innova rispetto alla lettera della legge. E quella che anticipa la condanna, teorizzata da Borrelli: un avviso di garanzia con raffica mediatica, anche se si traduce dopo 10 anni in una assoluzione». Sciagurata per Cicchitto nel ’93 anche la riforma dell’articolo 68 (quella che riguarda l’immunità parlamentare), «in questo modo l’equilibrio tracciato dalla Costituzione fra autonomia della magistratura - enorme nel nostro Paese - e autonomia della politica è venuta meno».

Non sarà un inaccettabile esposto anonimo a poter gettare discredito sulla Procura della Repubblica della nostra città, né potrà generare ombre sulla professionalità e assoluta correttezza dell’ufficio giudiziario requirente e del suo capo». La giunta distrettuale di Bari dell’Associazione nazionale magistrati, commenta così la decisione del Csm, di aprire un pratica riguardante il procuratore di Bari, Antonio Laudati, per i finanziamenti pubblici ricevuti per un convegno sulla giustizia. Il tutto riportato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 17 aprile 2011. Il sospetto lanciato dall’esposto finito anche sul tavolo della procura generale della Corte d’Appello che sta conducendo le verifiche, è quello di un condizionamento nell’operato della procura in merito al proscioglimento del governatore Nichi Vendola che aveva contribuito al quel convegno (tra i cui promotori c’era proprio Laudati) con un finanziamento di 100mila euro, mentre per episodi apparentemente simili aveva chiesto l’arresto del senatore Alberto Tedesco. In una nota i magistrati che compongono la giunta barese dell’Anm manifestano la loro solidarietà ai colleghi. «Nel respingere la vile pratica del dossieraggio e del pettegolezzo anonimo, esprimiamo a tutti i magistrati della Procura della Repubblica del Tribunale di Bari viva solidarietà, confidando che ogni indagine non potrà che confermare l'assoluta legittimità dell’operato dei magistrati dell’ufficio requirente». L’Anm distrettuale di Bari è intervenuta anche sulle dichiarazioni del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, che puntando il dito contro i magistrati baresi (che nei mesi scorsi lo hanno rinviato a giudizio) ha parlato di «uso giudiziario della politica in Puglia». «Parole che destano sconcerto» spiegano in una nota i rappresentati dei magistrati, perché «un ministro della Repubblica, che pertanto dovrebbe mirare a salvaguardare la dignità delle istituzioni in genere e di quelle della sua regione in particolare, si lasci andare a definizioni tanto generiche quanto immotivate, usate come meri slogan, ma che possono sortire il devastante effetto di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni stesse». Tutto questo, sottolinea l’organismo sindacale dei magistrati, avviene peraltro «in uno scenario nazionale oltremodo delicato e preoccupante, in cui assistiamo quotidianamente ad attacchi denigratori inaccettabili nelle forme e nei contenuti all’ordine giudiziario complessivamente considerato, nonchè – concludono i componenti della giunta – a singoli magistrati nell’esercizio delle loro funzioni». Il ministro Fitto non ha perso tempo e ha risposto subito: «E' sconcertante che l’Anm di Bari esprima sconcerto per il mio commento politico sugli sconcertanti fatti degli ultimi mesi e degli ultimi giorni in Puglia e non si sconcerti, piuttosto, per i fatti in sè». Secondo il ministro, l’Anm di Bari dovrebbe scandalizzarsi per i «magistrati che in pochi giorni passano dalla toga alla lista elettorale e poi alla poltrona di Giunta regionale nello stesso distretto»; per i «magistrati con parenti stretti in politica, sempre nello stesso distretto»; per i «magistrati che usano due pesi e due misure e sulle stesse vicende assumono decisioni e provvedimenti diametralmente opposti nello stesso giorno oltre che nello stesso distretto»; per le «faide interne al Palazzo di Giustizia sulle quali l’Anm, piuttosto che sconcertarsi solidarizza paradossalmente con tutti».

La «guerra di Bari» tra esposti anonimi al Csm e i malumori dei magistrati. È oggetto di un articolo de Il Tempo del 17 aprile 2011. Ha lasciato la procura di Bari dopo vent'anni di onorata carriera. Il pubblico ministero Giuseppe Scelsi, negli ultimi tempi balzato agli onori della cronaca per le indagini sui rapporti tra la escort Patrizia D'Addario e il premier Silvio Berlusconi, è stato promosso alla procura generale. Lo ha esplicitamente richiesto e non è un caso. A pesare sulla sua scelta i non ottimi rapporti con il capo della procura Antonio Laudati che avrebbe sollevato qualche osservazione sul modo in cui venivano condotte le indagini sul caso D'Addario. Indagini che, dopo le rivelazioni del 2009 si sono praticamente fermate. Ma i dissidi tra Laudati (che a Bari è arrivato nel settembre 2009) e Scelsi sono solo l'ultima puntata di una guerra che vede il procuratore capo assoluto protagonista. Un po' di storia. La magistratura barese è sempre stata un ottimo «bacino di pesca» per il centrosinistra. Da qui arrivano il sindaco di Bari Michele Emiliano, il senatore Pd Gianrico Carofiglio, il suo collega Alberto Maritati (entrato per la prima volta a Palazzo Madama nel 1999 con i Ds) e l'assessore regionale all'Ambiente Lorenzo Nicastro. Per completezza va poi ricordato che Scelsi è sempre stato vicino a Magistratura democratica, una delle correnti di sinistra dell'Anm, mentre il suo collega Roberto Rossi è diventato membro del Csm sostenuto dal Movimento per la giustizia (altro gruppo di sinistra). Laudati si inserisce in questo contesto che, al suo arrivo, è reso particolarmente incandescente da battaglie intestine tra pm, fughe di notizie e una certa sovraesposizione mediatica delle toghe. Immediato il giro di vite. Che produce anche vere e proprie «eccezioni» nel panorama della giustizia italiana. Ad esempio, è stata arrestata la presunta «talpa» che avrebbe passato al Corriere della Sera i verbali di interrogatorio di Giampaolo Tarantini. In ogni caso Laudati riorganizza anche la gestione delle indagini. Costituisce pool di magistrati e ne affianca due a Scelsi: Eugenia Pentassuglia e Ciro Angelillis. I maligni parlano di «commissariamento» e non è escluso che anche questo esacerbato i rapporti tra i due. Di certo il procuratore capo non vuole che il caso D'Addario-Berlusconi venga trattato con superficialità e vuole avere contezza di tutti i fatti prima di prendere qualsiasi decisione. Un atteggiamento che lo ha immediatamente etichettato come «berlusconiano». Peccato che il Csm abbia aperto un fascicolo su di lui per l'accusa opposta: troppo amico di Nichi Vendola. Al punto da organizzare, con il contributo economico della Regione, un'iniziativa sul tema della giustizia con ospite il governatore. Che però è stato indagato, uscendone indenne, nell'ambito dell'inchiesta sulla gestione della Sanità in cui è stato chiesto l'arresto del senatore Pd Alberto Tedesco. Il fascicolo è stato aperto sulla base di un esposto anonimo sostenuto da una relazione del procuratore generale di Bari Antonio Pizzi. E proprio il carattere anonimo della denuncia ha immediato scatenato la fantasia dei «complottisti», mentre la giunta barese dell'Anm ha difeso Laudati attaccando la «vile pratica del dossieraggio». Di certo la sua gestione ha dato fastidio a qualcuno. Sarebbe bello capire a chi. 

Archiviazione per Vendola. Coincidenze: secondo Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica sul “Il Giornale”. Con una tempistica calibrata al millesimo di secondo, il gip barese Sergio Di Paola il 25 febbraio 2011 ha accolto la richiesta di archiviazione per il governatore pugliese Nichi Vendola, che era indagato – come anche il suo capo di Gabinetto Francesco Manna – per concussione in concorso per alcune nomine di direttori di Asl pugliesi. Coincidenze provvidenziali. Eppure la decisione del gip si è fatta attendere un bel po’, visto che la richiesta della procura porta la data del 26 marzo 2010. Ed è arrivata proprio, coincidenza, a ruota dell’ordinanza con la quale un altro gip di Bari, Giuseppe De Benedictis, ha accolto parzialmente la richiesta della procura di custodia cautelare in carcere per il senatore del Pd ed ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco (l’ordinanza è già a Palazzo Madama), per il suo braccio destro Mario Malcangi (arrestato due giorni fa), per il caposcorta di Vendola e per tre tra imprenditori e manager sanitari, spediti ai domiciliari.

La curiosa conseguenza temporale delle due decisioni colpisce proprio perché, nell’ordinanza con cui si chiede l’arresto di Tedesco, il gip De Benedictis non riserva giudizi lusinghieri nemmeno per i vertici dell’amministrazione regionale. E rimarca, soprattutto, come per lo stesso episodio per cui i pm avevano chiesto l’archiviazione per il governatore, ora i sostituti baresi chiedevano l’arresto di Tedesco i domiciliari per il dirigente sanitario Guido Scoditti (tornato in libertà). Strana incongruenza che suona come una stoccata ai pm, come un colpo per Vendola, ma anche come una sorta di rottura interna al palazzo di giustizia di Bari. Crepa resa più evidente dall’accoglimento immediatamente successivo, da parte dell’altro gip, di quella richiesta di archiviazione, decisione che invece sposa la tesi «difensivista» dei magistrati, accogliendo l’assenza di «fatti penalmente rilevanti» non solo per Vendola e per il suo capo di gabinetto, ma persino per Tedesco, proprio esaminando un episodio per il quale il gip De Benedictis, invece, ritiene evidenti e gravi gli indizi di colpevolezza per Tedesco, anche se stavolta non per concussione, ma per abuso d’ufficio (reato che non giustifica, annota il gip, l’arresto). Insomma, sullo stesso fatto prima i pm - e poi i due gip - hanno dato letture diverse a seconda degli indagati e dei reati contestati.

Al di là dell’apparente schizofrenia giudiziaria, Vendola ha incassato con sollevata soddisfazione la sua archiviazione, distribuendo in conferenza stampa copie fresche di stampa della decisione, prendendo le distanze dal suo ex assessore Tedesco che pure fu lui a nominare e a difendere a spada tratta persino quando il conflitto d’interessi del responsabile della sanità pugliese, i cui figli lavorano nel settore delle protesi, era di pubblico dominio. Chiusa la parentesi giudiziaria, Nichi non si fa carico nemmeno delle responsabilità politiche per quello che il gip definisce «un consolidato sistema di malaffare incancrenito nel “sottosistema” della sanità regionale». Lui era il presidente della Giunta, ma l’unico errore che ammette «è di non aver avviato un rinnovamento più radicale».

Eppure, se non penalmente rilevante, l’operato del governatore viene stigmatizzato proprio nell’ordinanza d’arresto per Tedesco. Lì Vendola viene citato più volte, come si diceva, nel capo d’imputazione di Tedesco sulla cui valutazione giuridica pm e gip baresi sembrano non avere le stesse convinzioni. Ossia sulla sostituzione, del 2008, di un direttore sanitario (Franco Sanapo) sgradito all’ex assessore, con uno (Umberto Caracciolo) a lui più gradito, alla Asl di Lecce. Il gip scrive, per esempio, che «questa volontà del Tedesco emerge anzitutto dalla conversazione del 5 agosto 2008 in cui Tedesco parlava di tale suo pio desiderio con il capo di gabinetto del governatore Vendola, ricevendo l’approvazione del Manna (che, evidentemente, non poteva dargliela a titolo esclusivamente personale) a bloccare illegittimamente in regime di prorogatio a Nardò il Sanapo». E più avanti, ancora, il giudice riserva un’altra stoccata a Nichi, commentando un’altra conversazione tra l’ex assessore Tedesco e il capo di gabinetto di Vendola, incentrata su nomi e nomine. Un’intercettazione che, secondo il gip, «costituisce un dato irrecusabile circa la consapevolezza dei responsabili politici – di tutti i responsabili politici – di operare per fini di spartizione politica e/o correntizia». Un sistema, si legge ancora nell’ordinanza, che «non risulta circoscritto a singoli esponenti della maggioranza di centrosinistra ma assurge a logica di strategia politica, al fine di acquisire consenso e rendere stabile la maggioranza di governo». E nel caso di questa sostituzione alla Asl Tedesco, secondo la procura, «curava i suoi interessi personali e economici», mentre Vendola aderiva ai desiderata del suo assessore per «criteri di spoil system». Criteri legittimi ma, secondo il gip, «del tutto avulsi da esigenze di corretta gestione amministrativa dell’Asl di Lecce», come proverebbe una intercettazione tra il presidente e l’assessore, in cui Vendola spiega: «Hai presente che a noi quelli ci hanno chiesto quattro cose tra cui anche Lecce, uno loro al posto di Sanapo». Vendola ieri ha rivendicato la decisione di rimuovere il manager, negando però moventi di bassa politica. Cosa che aveva fatto anche a luglio 2009, quando venne interrogato dal pm Digeronimo, sostenendo – scrive il gip «contrariamente a quanto emerso dalle intercettazioni che non vi era stata alcuna intromissione del Tedesco». Dichiarazioni che il giudice ribadisce, poi, essere «inverosimili».

Tedesco sfida Vendola "Perché io sì e lui no?" Su “Il Giornale” lo sfogo dell'ex assessore Pd che rischia l'arresto per la sanitopoli pugliese. "Sulle nomine Asl hanno accusato me di concussione, lui no".

E chi deve capire, capisca: «La fattispecie del reato era pressoché identica e i fatti contestati erano sovrapponibili al 90 per cento. Evidentemente c’è un atteggiamento diverso da parte dei procuratori, e francamente non riesco a capire perché». Le parole dell’ex assessore Alberto Tedesco, diventato senatore del Pd dopo le sue dimissioni dalla giunta Vendola, alle prime avvisaglie di un epilogo devastante dell’inchiesta sulla malasanità pugliese, sono indirizzate proprio al governatore. Un messaggio diretto al «presidente Vendola», all’«amico» Nichi, al «mio candidato» che, ribadisce il senatore sotto richiesta d’arresto da parte del gip di Bari, personalmente ha appoggiato in due distinte occasioni elettorali. Riuscendo persino, alle ultime consultazioni, nel 2009, a convincere lo scettico D’Alema che non era affatto convinto di voler concedere il bis al leader di Sinistra e Libertà. L’atto d’accusa di Tedesco colpisce ovviamente la magistratura barese che a suo dire (ma lo scrive anche il gip De Benedictis, proprio nell’ordinanza con cui chiede l’autorizzazione per l’arresto dell’ex assessore) avrebbe valutato in modi diversi episodi praticamente identici evidenziati dalle informative dei carabinieri. La vicenda esaminata riguardava una rimozione e una nomina nella Asl di Lecce. E i pm avevano inizialmente contestato a Tedesco la concussione, mentre su Vendola, che a quei «movimenti » diede il suo assenso, non imputano che un legittimo, seppur criticabile, spoil system . Poi cambiano i reati, viene contestato l’abuso d’ufficio e non la concussione. Ma quasi in contemporanea per quell’episodio nella Asl salentina Vendola viene archiviato dal gip Di Paola, mentre un altro gip, De Benedictis, appunto, ritiene sussistenti i gravi indizi di colpevolezza. I dubbi, dunque, non sono solo di Tedesco. Che ora, sulla graticola, si mostra più che mai insofferente per le prese di distanza dei suoi «ex» amici. Non solo Vendola, appunto, ma anche Michele Emiliano, sindaco di Bari e, secondo quanto disse Vendola nel suo interrogatorio con i pm, grande sponsor e «blindatore» di Tedesco come responsabile della Sanità pugliese, alla faccia del conflitto d’interesse (i figli del senatore sono, da sempre, molto attivi nel business delle protesi). Ed ecco dunque Tedesco partire all’attacco, intervistato dal Tg1. «Quanto a Nichi Vendola - scandisce il politico appena auto­sospeso dal Pd - i miei rapporti si sono interrotti improvvisamente il giorno dopo la rielezione di Vendola a governatore della Puglia, dopo che ho fatto per la seconda volta la campagna elettorale per lui, esprimendomi a suo favore, anche interloquendo direttamente con il presidente D’Alema che non era convinto di questa ricandidatura». La storia è nota: il Pd non vorrebbe accreditare l’ascesa politica di Vendola, spinto dalla base nonostante i disastri sanitari del suo primo quadriennio da governatore. Tedesco, che a febbraio 2010 s’era fatto da parte dopo aver saputo che era indagato, dice di essersi speso per il «suo» presidente. Che oggi gli volta le spalle.

Come pure Emiliano. I due? Per Tedesco «Sono due facce della stessa medaglia. Ti blandiscono, ti inseguono quando puoi essere utile a una causa, e naturalmente poi ti scaricano immediatamente».

Ogni riferimento ai distinguo dell’ultim’ora, e all’atteggiamento ondivago del Pd sulla posizione da prendere per l’arresto, non sono nient’affatto casuali. Invece di difendersi dalle accuse di aver costruito un sistema di malaffare nel settore di riferimento del suo assessorato, Tedesco sfrutta le telecamere del telegiornale di Minzolini per togliersi i proverbiali sassolini dalle scarpe, e per lanciarli contro gli ex alleati. Un messaggio, forse, diretto anche ai vertici del Pd (e più precisamente a D’Alema) che appaiono in imbarazzo sulla posizione da prendere sulla richiesta d’arresto per il senatore. Baffino, finora, sulla scottante storia pugliese ha solo cercato di salvare se stesso, prendendo le distanze dall’imprenditore Tarantini, quello che portava escort al vice di Vendola, Frisullo, e a palazzo Grazioli (ricordate la D’Addario?). E tacendo su Tedesco, che pure era un suo fedelissimo. Ora, sull’onda giustizialista di Ruby,il partito democratico sembra essere tornato quello dei tempi dell’ex governatore Ottaviano Del Turco, ammanettato e scaricato politicamente prim’ancora che quell’inchiesta sulla malasanità abruzzese evidenziasse agghiaccianti anomalie. Sull’arresto del suo senatore il Pd non sa davvero che pesci prendere. E quel «messaggio» in codice al Tg1 complica maledettamente le cose. A ciò si aggiunge la provocazione del Ministro Fitto che commenta: “prima o poi qualcuno scriverà un libro sugli ultimi 15 anni della Procura di Bari”.

Il testo integrale della lettera del 7 agosto 2009 di Niki Vendola, Presidente della giunta regionale, alla Digeronimo, P.M. antimafia di Bari.

Gent.ma Dott.ssa Digeronimo, l’amore per la verità non mi consente più di tacere.

Ho l’impressione di assistere ad un paradossale capovolgimento logico per il quale i briganti prendono il posto dei galantuomini e viceversa. Io ho la buona e piena coscienza non solo di non aver mai commesso alcun illecito nella mia vita, ma viceversa di aver dedicato tutte le mie energie a battaglie di giustizia e legalità. “Nichi il puro” titola “Panorama” per stigmatizzare le mie presunte relazioni con un imprenditore che non conosco e a cui ho chiuso, dopo trent’anni, una discarica considerata un autentico eco-mostro (stupefacente notare che “L’Espresso” pubblica un articolo fotocopia del rotocalco rivale: sarebbe carino indagare sul calco diffamatorio che origina questa singolare sintonia di scrittura!). In effetti mi considero un puro: e non rinuncio ad aver fiducia nel genere umano e a credere che la giustizia debba alla fine trionfare. In questi anni di governo ogni volta che ne ho ravvisato la necessità ho adottato provvedimenti tanto tempestivi quanto drastici a tutela delle istituzioni: sono fatti noti, che fanno la differenza tra il presente e il passato.

Ma la sua indagine, dott.ssa Degironimo, sta diventando, suo malgrado, lo strumento di una campagna politica e mediatica che mira a colpire la mia persona pur non essendo io accusato di nulla. Per antico rispetto verso la magistratura e verso di lei ho evitato, in queste settimane, di reagire alla girandola di anomalie con le quali si coltiva un’inchiesta la cui efficacia si può misurare esclusivamente sui Tg.

La prima anomalia è che lei non abbia sentito il dovere di astenersi, per la ovvia e nota considerazione che la sua rete di amici e parenti le impedisce di svolgere con obiettività questa specifica inchiesta.

La seconda anomalia riguarda l’aver trattenuto sotto la competenza della Procura Antimafia una mole di carte che hanno attinenza con eventuali profili di illiceità nella Pubblica Amministrazione.

La terza riguarda l’acquisizione di atti che costituiscono il processo di gestazione di alcune leggi, come se le leggi fossero sindacabili dall’autorità inquirente.

La quarta riguarda la incredibile e permanente spettacolarizzazione dell’inchiesta: che si svolge, in ogni suo momento, a microfoni aperti e sotto i riflettori. Così per la mia convocazione in Procura. Così per l’inaudita acquisizione dei bilanci di alcuni partiti e addirittura di alcune liste elettorali. Il polverone si è mangiato i fatti: quelli circostanziati legati al cosiddetto sistema Tarantini: e nella festosa scena abitata da questo imprenditore io, a differenza persino di alcuni magistrati, non ho mai messo piede.

Lei è così presa dalla sua inchiesta che forse non si è accorta di come essa clamorosamente precipita fuori dal recinto della giurisdizione: sono diventato io, la mia immagine, la mia storia, la posta in gioco di questa ignobile partita. Non dico altro. Il dolore lo può intuire. Qualcuno sta costruendo scientificamente la mia morte. Per me che amo disperatamente la vita è difficile non reagire. Le chiedo solo di riflettere su queste scarne parole.

Firmato: Nichi Vendola

Il Ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, replica sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 1 aprile 2009, contrattaccando, alla interrogazione al Ministro della Giustizia, Alfano, dei senatori Pd sul suo conto, segnalando la "coincidenza" con iniziative e decisioni del Csm.

Il Ministro Alfano ha disposto un’ispezione Ministeriale presso la Procura di Bari per verificare il suo modus operandi, mentre il CSM ha respinto un esposto di Fitto contro la stessa Procura. "In Spagna - scrive Fitto in una nota - un ministro della giustizia socialista si dimette per essere stato fotografato a caccia con un magistrato che indaga sul partito popolare. Da noi alla fine ci si mette anche una "casta" togata che siede "pro tempore" sui banchi del Senato a interrogare il Ministro Alfano. Sei pubblici ministeri su nove firme. Nomi celebri: Finocchiaro, Casson, D'Ambrosio, Della Monica ma anche: Gianrico Carofiglio, fino all'altro giorno pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Bari, dove la moglie, Francesca Romana Pirrelli esercita la stessa attività nel pool che indaga sui reati contro la Pubblica Amministrazione, competente quindi sul Comune di Bari del quale è sindaco l'ex collega magistrato e compagno di partito del marito, Michele Emiliano. Competente anche sulla Regione Puglia. Tra l'altro dello stesso magistrato e della moglie magistrata circolano nella Rete foto in atteggiamenti di grandi familiarità con parenti stretti del Presidente Vendola. Firmatario anche Alberto Maritati, già sostituto procuratore presso la Procura di Bari e successivamente applicato a Bari dalla Direzione Nazionale Antimafia. Celebre per avere suscitato un immenso clamore con la cosiddetta "Operazione Speranza", alla metà degli anni novanta, che vide decine di persone tra arrestate e variamente imputate in una serie di procedimenti che, dopo ben più di un decennio, si sono conclusi tutti con assoluzioni in tutti i gradi di giudizio. Ma ebbe di che consolarsi con un patteggiamento. Né va dimenticato che nella stessa indagine Maritati si imbatté in esponenti politici dai quali, senza difficoltà, in seguito ottenne la candidatura nel medesimo partito".

Secondo Fitto, poi, "non va dimenticato che è sindaco di Bari Michele Emiliano, magistrato presso la Procura della stessa città e che a lungo indagò sulla cosiddetta Missione Arcobaleno, ipotizzando reati gravissimi a carico di tutta una serie di alti esponenti di quello che, con nuova denominazione, è diventato il partito del quale è segretario regionale e che, a suo tempo lo candidò a sindaco del Comune di Bari". E "che sono stato definito "mafioso" in un`intervista al giornale La Repubblica da Marco Di Napoli, magistrato impegnato in un`indagine sulla mia persona. Segue in proposito una denuncia penale e un procedimento civile". Così come "un altro magistrato, Roberto Rossi, analogamente impegnato in un`indagine sulla mia persona si lasciava fotografare in ridente condivisione con una assessore comunale di Bari dei Verdi, nel corso del cosiddetto Vaffa Day in svolgimento nella stessa città nella quale esercita il suo delicato ufficio. Peraltro compiendo eloquente gesto".

Inoltre, "un altro firmatario non magistrato, Nicola Latorre ha sicuramente minuziosa conoscenza di tutte queste vicende". "Per il resto - prosegue il ministro- vale il criterio opinabilissimo dell'opportunità che una serie tanto nutrita di magistrati si impegni in politica e che alcuni lo facciano all'indomani di indagini delicatissime a carico di esponenti dello stesso partito che finisce con il candidarli? Va da sé: liberi tutti.... E mi si vuole negare la libertà di un esposto, più volte integrato in questi mesi con ulteriori elementi, peraltro nel più rigoroso rispetto delle regole e che riguardano per ciò che mi concerne intercettazioni ambientali tra avvocati e indagati in colloqui precedenti all'interrogatorio, iscrizione nel registro degli indagati e successiva autorizzazione alle intercettazioni distanza di 23 mesi dalla notizia di reato e senza che ci fossero fatti nuovi e in coincidenza con la mia campagna elettorale, indagini preliminari che durano 7 anni. Telefonate intercettate e riportate in brogliacci come "non inerenti" e il cui contenuto è invece totalmente riferibile alla, vicenda. Telefonate riportate con degli omissis, contenenti invece brani che attribuiscono diverso significato. Tentativo con diversi ostacoli durato 2 anni per poter esercitare il mio legittimo diritto, previsto dal Codice di ascoltare tutte le telefonate e non solo quelle scelte dai P.m.. E potrei continuare".

"Peraltro - conclude Fitto- vedo che con una velocità del tutto inusitata, non solo si mobilitano le associazioni dei magistrati locale e nazionale, ma lo stesso CSM non archivia, come si è detto, ma eccepisce la sua non competenza, a tempo di record, sul mio esposto e, sempre a tempo di record, si dispone a intervenire sul caso dell'ispezione come ci informa, per agenzia, il Consigliere del CSM, Ciro Riviezzo, che appartiene alla stessa corrente di alcuni pubblici ministeri titolari delle indagini a mio carico. Sicuramente tutte strane coincidenze".

A questo si aggiunge che il palazzo di giustizia di via Nazariantz a Bari è "illegale, incapiente e insicuro". Ne è convinto il procuratore della Repubblica del capoluogo pugliese, Antonio Laudati, riferendosi alla struttura in cui sono ospitati da diversi anni gli uffici della procura della Repubblica, del gip-gup, del dibattimento penale di primo grado, il tribunale del Riesame e le sezioni di polizia giudiziaria.

“E' illegale perchè non rispetta la legge 626 (sulla sicurezza nei luoghi di lavoro) per cui tra poco – ha detto sorridendo – dovrò autodenunciarmi e trasmettere gli atti alla procura di Lecce. E’ incapiente perchè lo Stato paga 30 vice procuratori onorari che devono lavorare per l’ufficio ma, non avendo una sistemazione, lavorano a casa loro o portano fascicoli della procura nei loro studi legali. E’ insicuro anche perchè ieri è stato sequestrato un coltello a serramanico che veniva clandestinamente introdotto. Si tratta di un fatto serio perchè l’introduzione dell’arma era legata ad un’udienza che doveva essere tenuta”.

“Spero – ha concluso Laudati – che gli avvocati possano essere al mio fianco, anche perchè ho visto le aule di udienze e, onestamente, mi sembrano un caso unico in Italia in cui anche la figura dell’avvocato viene completamente svilita. Sono sicuro e convinto che le istituzioni locali vorranno collaborare per migliorare la situazione”.

DENUNCE ITALIA FORZE DELL'ORDINE

TOTALE

AUTORI IGNOTI

AUTORI NOTI

 

2.456.887

1.840.209

616.678

TOTALE CONDANNE ITALIA

198.263

 

 

RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE

8%

 

 

 

 

 

 

DENUNCE PUGLIA

 

 

 

Foggia

24.368

15.643

8.725

Bari

61.003

44.814

16.189

Taranto

19.333

13.419

5.914

Brindisi

16.538

11.621

4.917

Lecce

28.202

20.373

7.829

Totale

149.444

105.870

43.574

 

 

 

 

CONDANNE PUGLIA

 

 

 

Foggia

1.923

 

 

Bari

5.639

 

 

Taranto

5.513

 

 

Brindisi

2.348

 

 

Lecce

2.113

 

 

Totale

17.536

 

 

RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE

11%

 

 

 

Tre procedimenti penali archiviati ogni ora. Settantadue al giorno, più di 12mila nei primi sei mesi di quest’anno. Sono gli «indagati» che si volatilizzano negli archivi del tribunale di Bari per una serie disparate di ragioni: le stesse, probabilmente, che sono alle origini delle dichiarazioni rese dal procuratore capo, Antonio Laudati, secondo il quale non ci sarebbero neanche più i magistrati per indagare sui reati meno gravi: e così ammette che furti e scippi resteranno impuniti perché non ci sono pm per indagare.

Una provocazione? Sulle prime potrebbe sembrare così, ma i dati parlano chiaro: basta confrontare il numero dei pubblici ministeri dei distretti di Bari e Palermo per comprendere che si viaggia nell’ordine di organici dimezzati.

L’allarme, il capo della procura di Bari, lo lancia nel mezzo dell’emergenza criminalità, toccando anche un nervo scoperto: quello della sete di giustizia, soprattutto da parte di chi si ritrova l’appartamento ripulito o la borsa strappata dal balordo di turno.

L’alto magistrato sa perfettamente che l’azione penale è obbligatoria, ma al tempo stesso avverte: di questo passo non si va da nessuna parte. E i dati della sezione del giudice delle indagini preliminari di Bari, diretta da Antonio Lovecchio, sembrano andare proprio in questa direzione: nel primo semestre del 2010, gli 11 (dei 13 previsti) giudici hanno mandato negli archivi del palazzo di giustizia oltre 12mila e 100 procedimenti contro persone note.

E altri 8mila sarebbero in attesa del «visto si archivi». Perchè, purtroppo, come accade per la procura, anche per il gip l’attività d’ufficio consiste nel mero smaltimento del fascicolo senza possibilità di approfondimento o meno del caso giudiziario. Per non parlare dei fascicoli contro ignoti: per intendersi, se vi rubano l’auto o ripuliscono l’appartamento. L’eventuale sopralluogo della Scientifica rischierebbe di non andare oltre gli archivi della questura.

Il problema, dunque, sono i numeri. Laudati non spara nel mucchio, ma è convinto di parlare sulla base di dati certi. I pm sono pochi, appena 67 (per il distretto che include Bari, Foggia e Lucera), cioè la metà di quelli di Palermo. E un terzo di quelli di Napoli nonostante i 43 omicidi avvenuti nel distretto in appena un anno. La coperta, dunque, è troppo corta. Tirandola da un parte c’è sempre qualcosa che non si riesce a coprire.

Eppure, «i reati contro il patrimonio sono decisamente quelli maggiormente percepiti dal cittadino comune, quelli che lo offendono maggiormente, quelli che lo fanno sentire non sufficientemente tutelato, dalla Magistratura e dalle forze dell’ordine, nei propri diritti e, perchè no, nei propri affetti».

Ma «con i pochi sostituti a disposizione - lamenta Laudati - si è costretti a fare delle scelte. Ritengo che questo non sia giusto, ma continuerà ad essere così se l’organico della Procura consentirà di fronteggiare solo le emergenze e i gravi fatti di sangue. Per questo mi impegnerò per dare al distretto di Bari un ufficio di Procura degno del prestigio e della crescita della società, spero con il sostegno di tutti».

"UNA DOMANDA SORGE SPONTANEA: QUALI SONO I CRITERI DELLE SCELTE ADOTTATE PER DECIDERE QUALE DENUNCIA PENALE DEVE ESSERE ESAUDITA E QUALI SONO LE RISULTANZE DI PRODUTTIVITA' PER OGNI PM?!? SOTTO ORGANICITA' E' UNA COSA, IMPRODUTTIVITA' PER INETTITUDINE E' UN'ALTRA".

PARLIAMO DI INSABBIAMENTI.

INSABBIAMENTI: SE SUCCEDE A LORO, FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI !!!!!

Quando la legge non è uguale per tutti.

Denunce fondate presentate a Potenza contro i magistrati di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto: nessuna condanna per i denunciati, nessuna calunnia contestata ai denuncianti !!!!

Il Gip presso il Tribunale di Potenza ha disposto l’archiviazione della denunzia presentata dal ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, contro il procuratore della Repubblica di Brindisi, Marco Dinapoli, per violazione del segreto d’ufficio. La denuncia ipotizzava una presunta divulgazione di notizie riservate compiuta da Dinapoli quando questi era procuratore aggiunto a Bari e coordinava il pool di magistrati che indagava sui reati contro la pubblica amministrazione.

L’ipotesi di violazione del segreto riguardava anche gli altri tre magistrati del pool barese (Roberto Rossi, Lorenzo Nicastro e Renato Nitti), che ha indagato su Fitto per fatti che risalgono a quando il ministro era presidente della Regione Puglia. Lorenzo Nicastro, divenuto assessore regionale dipietrista con la Giunta di Vendola, ha indagato su Fitto fino al giorno prima di candidarsi alle regionali pugliesi nel distretto in cui operava. A sollevare perplessità sulla candidatura del pm è stato il presidente dell'Anm, Luca Palamara, ribadendo che "il tema della credibilità della magistratura non può essere disgiunto da quello dell'inopportunità della partecipazione alla vita politica dei magistrati nei luoghi dove abbiano esercitato la giurisdizione, per evitare il rischio di indebite strumentalizzazioni dell'attività svolta". Roberto Rossi, è stato eletto nel Consiglio superiore della magistratura. Roberto Nitti, l’unico a essere rimasto nell’organico della Procura di Bari. Già nel giugno 2010 vi furono nuovi colpi di scena nell’ambito dell’inchiesta delle Procure di Bari e Trani sulle ormai note fughe di notizie su Berlusconi. Quattro magistrati sarebbero stati intercettati mentre parlavano con giornalisti rivelando notizie relative ad indagini in corso. Ad avere il telefono sotto controllo sono però i cronisti: scopo degli inquirenti è quello di stanare le loro fonti.

L’archiviazione, disposta con ordinanza il 23 luglio 2010. Fitto aveva lamentato che “la diffusione alla stampa di notizie riservate costituisca la regola seguita dai predetti magistrati” sostenendo inoltre la sussistenza di “una vera e propria emorragia di notizie dalla Procura di Bari a fini politici verso alcuni organi di stampa".

"In seguito alla pubblicazione di notizie riservate di carattere penale, erano stati chiesti accertamenti per scoprire gli autori di tali rivelazioni. Il gip, pur individuando precise responsabilità penali per la pubblicazione non consentita di atti giudiziari, si è dovuto arrendere dinanzi alla difficoltà delle indagini e al muro di gomma innalzato dal silenzio dei giornalisti”. Lo afferma l'avv. Francesco Paolo Sisto, difensore del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto e al contempo deputato al Parlamento, commentando in una nota il provvedimento del gip del Tribunale di Potenza. “Come al solito, quindi – aggiunge il legale – non è stato possibile scoprire i responsabili. Un film già visto, troppe volte. I giornalisti tacciono, le indagini, se e quando effettuate, non servono allo scopo”.

Lecce come Potenza.

La seconda sezione penale del Tribunale di Lecce il 12 luglio 2010 ha assolto "perchè il fatto non sussiste" l'ex presidente aggiunto della sezione gip del Tribunale di Bari, Piero Sabatelli, dalle accuse di rivelazione del segreto d'ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura della Repubblica barese. I fatti contestati risalgono al 2004. Lo ha reso noto il difensore del magistrato, avvocato Mario Guagliani. Sabatelli, che è attualmente in servizio presso la sezione lavoro della Corte d'Appello di Bari, era imputato con due segretarie e altre quattro persone che sono state tutte assolte. Secondo l'accusa (sostenuta dalla procura di Lecce competente per i procedimenti relativi ai magistrati in servizio nel distretto della Corte d'appello di Bari), Sabatelli e le sue segretarie, dopo aver consultato il registro generale della Procura di Bari, avrebbero rivelato a terzi notizie coperte dal segreto d'ufficio in relazione all'andamento delle inchieste sulle cooperative romana e barese La Cascina (quest'ultima aveva portato nell'aprile 2003 all'esecuzione di dieci provvedimenti cautelari) e La Fiorita. L'accusa, sostenuta dal pm Valeria Mignone, aveva chiesto la condanna ad un anno di reclusione.

SFIDUCIA NELLA GIUSTIZIA PUGLIESE: BEN RIPOSTA.

Mesi di indagine: otto. Fughe di notizie: 187. Se la chiamano procura «colabrodo», un motivo ci sarà. E ventuno violazioni di atti segretati ogni mese paiono sufficienti. D’altra parte, da quando siede nel suo nuovo ufficio, il principale impegno del procuratore capo Laudati sembra essere stato «tappare» i buchi di cui sopra, contenere le falle, armonizzare il lavoro dei magistrati, riorganizzare la gestione del suo ufficio. Cercando in tutto questo di tenere le fila delle tante inchieste aperte.

Fra veleni e accuse incrociate l’estate 2009 la procura di Bari era infatti al centro dell’attenzione mondiale per le note vicende. La Sanitopoli pugliese esplodeva annunciata da D’Alema in diretta tv, travolgendo non i vertici politici locali del centrosinistra (il cui ruolo centrale nelle inchieste emergerà solo più tardi, sfociando nel clamoroso arresto proprio di un dalemiano, il vice di Vendola, Sandro Frisullo) bensì il capo del governo, Silvio Berlusconi, tirato in mezzo a un giro di ragazze che ruotava intorno a un giovane imprenditore, Gianpaolo Tarantini. In quei giorni le attenzioni e i titoli sono solo per Patrizia D’Addario, la escort che aveva consegnato in procura foto e registrazioni audio di due serate a Palazzo Grazioli e che anziché restare in cassaforte era subito finito in edicola. E quando in autunno cominciano a venir fuori le magagne della macchina amministrativa regionale guidata dal centrosinistra, ecco che a settembre sui giornali finisce una «verbalata» di Tarantini sulle cene a Palazzo Grazioli. Laudati si insedia proprio quel giorno, e quel «benvenuto», percepito come un segnale a lui diretto, non lo manda giù bene. Così ai tanti fascicoli su protesi, escort e appalti se ne aggiunge uno: fuga di notizie. Per una volta non è un’inchiesta di routine, una di quelle che si risolvono in perquisizioni ai giornalisti seguite da scontate archiviazioni. Stavolta l’indagine è approfondita, lunga e finalizzata a scoprire non solo la talpa, ma le debolezze della filiera mediatico-giudiziaria. La conducono poliziotti arrivati da fuori Bari, non «contaminabili», con tecniche degne dell’antimafia. Il timore è che nei mesi del «tutti contro tutti», quando nulla restava segreto e in procura regnava l’anarchia, vi siano state pressioni per orientare politicamente le indagini, pilotando proprio certe fughe di notizie e strumentalizzandole per scopi che con la giustizia c’entrano poco. Due esempi che gli inquirenti avrebbero valutato riguarderebbero proprio i «festini» del premier e l’indagine sul governatore pugliese Nichi Vendola.

Da investigatore di punta della procura di Bari a soggetto «investigato» dalla stessa procura. Insolita parabola per il tenente colonnello della guardia di finanza, Salvatore Paglino, responsabile delle indagini sulle note inchieste pugliesi che hanno preso di mira il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. L’ufficiale della Gdf barese, poi trasferito su sua richiesta in una città del Nordest, sarebbe finito incidentalmente nella rete buttata dalla procura del capoluogo, intenzionata a fare luce sulle continue fughe di notizie che hanno contraddistinto sia i procedimenti sulle escort a Palazzo Grazioli avviati a Bari, che le «pressioni» istituzionali per bloccare determinati programmi Rai, sfociate nel fascicolo sull’Agcom a Trani.

Il nome del colonnello, infatti, si ritrova negli accertamenti svolti dall’ufficio del capo degli uffici giudiziari baresi, Antonio Laudati, relativamente a un presunto «stalking» operato dall’ufficiale nei confronti di alcune ragazze precedentemente ascoltate come persone informate sui fatti in relazione alle rivelazioni di Patrizia D’Addario, la prostituta che entrò con un registratore nella residenza romana del premier e che oggi è oggetto, anch’essa, di accertamenti a margine dell’ipotesi di «complotto» ai danni del capo del governo.

In realtà il fascicolo d’indagine sarebbe molto più ampio, tanto da poter definire «quasi marginali» le presunte condotte scorrette del colonnello nei confronti delle ragazze. E includerebbe il filone nato in seguito alla fuga di notizie che portò gli interrogatori del re delle protesi Gianpaolo Tarantini, che dovevano essere blindati, sulla prima pagina del Corriere della sera il giorno stesso in cui Laudati si insediava come procuratore capo.

Quei faldoni, che contengono anche le prove raccolte a proposito delle presunte molestie telefoniche, confermate a verbale da alcune delle vittime. Quello che emergerebbe, più che un «complotto» in senso stretto, sarebbe una rete di interessi giudiziari e mediatici tesi a orientare politicamente alcuni frangenti delle inchieste sulla sanità pugliese. E le risultanze di mesi di indagine avrebbero portato a individuare nomi di rilievo tra quanti hanno lavorato a vario titolo alla caldissima estate giudiziaria pugliese del 2009.

Tra i nomi che ricorrono c’è appunto quello di Paglino, investigatore di punta proprio nell’indagine su Berlusconi e sui giri di ragazze gestiti da Tarantini per incrementare il proprio business. Un protagonista, spesso presente negli interrogatori chiave sia delle giovani e belle testimoni dell’affaire D’Addario-Tarantini, che dei vip nell’inchiesta tranese sulle presunte pressioni del premier per boicottare Annozero. C’era lui, per esempio, con il pm di fronte al direttore del Tg1 Augusto Minzolini e del commissario dell’authority Giancarlo Innocenzi.

Quali siano le ipotesi avanzate dai pm che hanno chiuso le indagini nei suoi confronti non è dato sapere, ma certamente nel corso dell’inchiesta su fuga di notizie e anomalie della Sanitopoli pugliese gli inquirenti sono sbattuti su quei tabulati e su quei messaggi sospetti. Sarebbero centinaia gli approcci telefonici nei confronti di testimoni, troppi per essere casuali o attinenti al suo ruolo istituzionale, secondo gli inquirenti. Che avrebbero riscontrato con interrogatori e attività di verifica la consistenza delle «attenzioni particolari» che il colonnello Paglino avrebbe rivolto alle ragazze del giro di Tarantini. Proprio una di queste ultime, convocata in procura, avrebbe confermato di aver subìto per mesi pressioni, messaggi e chiamate da parte dell’ufficiale, per motivi che, con le indagini, non avevano nulla a che vedere. Contattato dal Giornale l’ufficiale resta abbottonato e nega tutto: «Io non ne so niente, non sto nemmeno più a Bari, non so dire niente e vi saluto, arrivederci».

Molestie? Stalking? Ma che l’uomo alla guida del gruppo investigativo della gdf in azione a Bari volesse offrire amicizia, conforto o chissà che altro - comunque, va ribadito, non attinente alle indagini - a persone che erano testimoni in un’inchiesta delicata, e quindi in condizioni di potenziale sudditanza, è già così qualcosa di talmente poco ortodosso da insospettire i pm.

Terry De Nicolò era una ragazza della "scuderia" Tarantini. È diventata bersaglio di Salvatore Paglino, il finanziere che a Bari indagò su Berlusconi: "Mi chiamava 30 volte al giorno, citofonava, mi seguiva. Insisteva: voleva salire da me".

Appuntamento sul lungomare. Dopo molte insistenze vince la curiosità. Terry De Nicolò, protagonista suo malgrado dell’inchiesta che ha finito per portare in carcere l’ex vice di Vendola, Sandro Frisullo, una delle ragazze che Gianpi Tarantini aveva invitato alle feste a Palazzo Grazioli per ingraziarsi il premier, arriva su un’utilitaria rossa. Accosta, scende dall’auto, lo sguardo nascosto da un paio di occhiali scuri. «Di che cosa si tratta, ’sta volta?». Le diciamo un nome, quello del tenente colonnello Salvatore Paglino, l’uomo che indagò su Berlusconi e la D’Addario, l’ufficiale che poi, a Trani, ha condotto l’inchiesta sul caso Agcom, che vedeva il premier indagato. Avrebbe tempestato di messaggi e chiamate alcune testimoni dell’inchiesta barese. E la procura avrebbe indagato su quell’episodio. Terry si stringe nelle spalle. «Sì, ero io la destinataria. E non credo d’essere l’unica. Ne ho già parlato mesi fa ai magistrati».

L’inchiesta ora è chiusa. Ci racconta com’è andata?

«Maggio 2009, un anno fa. Gli investigatori di Bari che indagavano sulla vicenda Tarantini-D’Addario mi convocano. Incontro per la prima volta quel colonnello che poi avrei ritrovato sempre accanto al pm Scelsi, e non solo lì».

E quindi?

«Ho fatto altri interrogatori, si era nel pieno dell’inchiesta Tarantini e il colonnello Paglino era sempre lì, tranne forse una volta, a far domande sulle feste a palazzo Grazioli e tutto il resto. Terminate le deposizioni il colonnello inizia con gli sms».

Prego?

«Mi tempesta di messaggini, mi chiama. Con insistenza sempre maggiore, fino a settembre, poi una tregua, e a novembre ricomincia. Devo dire la verità: all’inizio era gentile, quasi formale, pensavo fosse una strategia per carpirmi chissà quali segreti. Ma davvero non avevo altro da dire. Ma ho capito quasi subito che puntava ad altro. Anche perché non mi spiegavo tutte quelle chiamate, frequentissime, ossessive».

Quanto frequenti? Quanto ossessive?

«Un’infinità, centinaia di sms, molti dei quali conservo ancora, piovuti a tutte le ore, fino a trenta telefonate al giorno. E se non rispondevo, lui continuava, insisteva, non mollava mai. Cominciava in tarda mattinata e andava avanti per ore, anche fino a notte, qualche volta».

Cosa scriveva, messaggi attinenti all’inchiesta?

«Macché. “Dai vediamoci”, oppure, “sono sotto, fammi salire a casa”, roba così. Io prendevo tempo, gli dicevo che ero col fidanzato o con mia madre, anche se non era vero. Quando non sapevo come uscirne gli proponevo di vederci in luoghi pubblici, tipo al bar. Una volta mi ha raggiunto in un bar, sospetto che mi avesse seguita fino lì. Ma invece di parlare dell’inchiesta si guardava intorno e parlava di questioni personali. A parte quella volta, i miei tentativi di dirottare lontano da casa le sue richieste di incontro sono andati sempre falliti. Lui diceva “no, meglio di no, se ci vedono è pericoloso. A casa tua è meglio”. Faceva anche le poste sotto casa. Avevo crisi di panico appena vedevo le macchine della Guardia di finanza. E quando gli chiedevo conto di quegli appostamenti, si giustificava dicendo che aveva accompagnato un magistrato, o che si trovava a passare da lì perché andava in una caserma lì vicino. Se fosse vero o no, io non lo so. Di certo l’ho visto spesso aggirarsi intorno a casa mia».

E alla fine l’ha fatto salire?

«No. Non è mai salito da solo, ma non è stato facile tenerlo fuori dalla porta. Inventavo sempre scuse. Più di una volta mi ha detto, seccato, che non mi credeva, che era impossibile che non fossi mai sola in casa nell’arco della giornata. È capitato anche che citofonasse, per fortuna avevo il video, sapevo che era lui e non rispondevo. Insomma, era un’ossessione, e io ero in preda all’ansia».

Lo ha denunciato?

«No».

E perché, scusi?

«Ma come perché? Ero terrorizzata. Vivevo un incubo in quel periodo. Tutti mi tartassavano: giornalisti, finanzieri, amici, avvocati, magistrati. Non si parlava d’altro che del premier, delle serate a palazzo Grazioli a cui anche io avevo partecipato. Avete idea di quanti vostri colleghi insistevano perché raccontassi particolari piccanti su Berlusconi, sulle feste, sugli altri politici? Che cosa avrei dovuto fare? Denunciare quello che per me era il capo degli investigatori della procura? Di chi avrei dovuto fidarmi? E a chi avrebbero creduto, a me, che mi chiamavano escort, e mi dipingevano per quello che non ero, o a lui? E poi grazie al cielo ero riuscita a tenerlo lontano da casa, non è che mi avesse mai messo le mani addosso. Dovevo dire che mi tormentava? Era la parola del capo degli inquirenti contro la mia. Speravo solo che finisse».

Lei però poi ne ha parlato a verbale.

«Certo che ne ho parlato, ma non spontaneamente. Me l’hanno chiesto loro. Il nome del colonnello me lo hanno fatto loro. I pm».

Quando?

«Il pomeriggio del 13 novembre, un venerdì, mi presento in procura perché avevo ricevuto un mandato di comparizione dai magistrati di Bari. Pensavo all’ennesimo interrogatorio su Tarantini. Una volta lì capisco che qualcosa non torna. Di Gianpi (Tarantini, ndr) i pm non parlano. Si informano su chi frequento, chiedono se ho problemi con qualcuno, e con chi avessi continui contatti telefonici...».

E lei?

«Dico loro che non capisco, ed era vero. Ma insistono, mi mostrano un numero di cellulare. “Le dice niente questo?”. Lì per lì non lo riconosco. Insistono: “Ci sono centinaia di chiamate e messaggi che lei ha ricevuto da questo numero”. A quel punto sudo freddo, ma ancora non pensavo fosse lui. Così lo digito sul telefonino e, chiamandolo, vedo quel nome salvato in rubrica: “Colonnello”. Capisco e sbianco».

Che cosa aveva capito?

«Che i pm sapevano già tutto. Degli sms, delle telefonate, delle insistenze. Di fronte all’evidenza, e alle loro domande dettagliate, non ho potuto più evitare di dire quel che mi era capitato. A dirla tutta mi sono tolta un bel peso. E alla fine sono stata fortunata, perché mi è sembrato di capire che non sono stata la sola ragazza a essere stata oggetto di attenzioni particolari. Ho capito allora che avevo fatto molto bene a non farlo mai salire a casa».

Da allora l’ha più sentito?

«Sì, dopo l’interrogatorio. Quando i magistrati mi chiesero di controllare quel numero, involontariamente feci partire uno squillo. Il colonnello se ne sarà accorto perché, nei giorni successivi, ricominciò a chiamare insistentemente. Non so se sospettasse qualcosa o se fosse solo tornato alla carica...».

Morale della storia?

«Non so come sia proseguita questa vicenda, che fine abbiano fatte le indagini. So che mi fidavo di un inquirente che di questa fiducia ha sicuramente abusato. È possibile che una testimone si ritrovi marcata stretta da un ufficiale che l’ha interrogata, manco fosse uno spasimante ossessivo? Stalking, molestie. Io non lo so, non sta a me giudicare. So solo che non auguro a nessuno di provare quel che è toccato a me. A nessuno».

AMBIENTOPOLI

Un terzo scuole pugliesi costruito in zone inquinate.

Un terzo delle scuole pugliesi è stato costruito in zone inquinate. Ben 937 sedi scolastiche, su un totale di 2.627, sono nate all’interno o nelle vicinanze delle aree industriali (131), sotto le antenne di radio e televisioni (632), a confine con le discariche (42) o gli aeroporti (29), sopra gli elettrodotti (103). L’inquinamento elettromagnetico mette ogni giorno in pericolo la salute di migliaia di studenti e insegnanti. I mali della scuola non vanno perciò ricercati esclusivamente negli edifici che cadono a pezzi, nelle richieste di manutenzione ordinaria e straordinaria indispensabili a garantire la funzionalità degli edifici, nei banchi e nelle sedie rotte, nelle palestre spesso chiuse perché inagibili. Sicurezza è anche vivere in un ambiente sano, al riparo da smog, radiazioni prodotte da cavi elettrici e reti per i telefoni cellulari, inquinamento acustico.

È ancora il rapporto «La scuola in controluce» - la ricerca a due mani che porta la firma dell’Ufficio scolastico regionale e dell’assessorato regionale al Diritto allo studio - a far emergere la contraddizione: i templi del sapere, i luoghi di formazione delle giovani generazioni sono fonti di pericolo.

Nella classifica delle scuole messe peggio, il primo posto va alla provincia di Bari (417 istituti in aree non idonee), seguita da Lecce (190), Foggia (130), Taranto (117) e Brindisi (83). Le antenne di radio e televisioni destano il maggiore allarme. Ben 632 plessi - fra sedi centrali, succursali e sezioni distaccate - si trovano all’ombra delle antenne. A Loseto, quartiere periferico del capoluogo pugliese, la materna comunale prende il nome dalla strada sulla quale si affaccia: via della Rai. Uno sguardo al cielo e il mistero è presto svelato: pali e tralicci si rincorrono uno dietro l’altro.

ABUSI EDILIZI

PUNTA PEROTTI: UNA STORIA ITALIANA. LA CRONISTORIA

Punta Perotti è il nome di un complesso immobiliare che fu edificato sul lungomare di Bari, all'altezza della spiaggia di Pane e Pomodoro.

L'opera fu realizzata dai gruppi imprenditoriali Andidero, Matarrese e Quistelli, che ricevettero regolare autorizzazione dal Comune di Bari.

1995. Si aprono i cantieri.

1996. I pm Rossi e Angelillis avviano l'indagine sulla presunta violazione alla legislazione sull'ambiente relativa alla costruzione dei tre edifici di Punta Perotti, realizzata dalle imprese Sud Fondi, del Gruppo Matarrese, Mabar, del gruppo Andidero e Iema di Antonio Quistelli. Una delle norme violate sarebbe il divieto di costruire a meno di trecento metri dalla costa fissato dalla legge Galasso.

Marzo 1997. I pm chiedono e ottengono dal gip il sequestro preventivo dei fabbricati di Punta Perotti.

Novembre 1997. La Cassazione annulla il sequestro affermando, sia pure con una valutazione sommaria, che le costruzioni sono state realizzate nel rispetto della legge.

Febbraio 1999. Il gup Mitola, con rito abbreviato, assolve i costruttori e progettisti "per errore scusabile", ma ordina la confisca degli immobili e il trasferimento nel patrimonio del Comune per lottizzazione abusiva.

Giugno 2000. La prima sezione penale della Corte di appello assolve gli otto imputati "per non aver commesso il fatto" e ordina la restituzione degli edifici ai costruttori. Il Pg Dibitonto presenta ricorso in Cassazione.

Gennaio 2001. La Cassazione annulla il verdetto di appello e conferma definitivamente la confisca. A seguito di tale sentenza la società Sudfondi propone il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro lo Stato italiano, ritenendo la misura della confisca incompatibile con la ritenuta assenza di reato che ha portato alla assoluzione.

Primavera 2001. Il Comune trascrive la confisca, diventando proprietario degli immobili.

2001-2003. I costruttori, con alcuni incidenti di esecuzione, chiedono al gip la restituzione dei palazzi, senza ottenerla. La cassazione conferma la sentenza del gip. Tutti i provvedimenti successivi dicono che è obbligo del Comune demolire.

Aprile-Maggio-Giugno 2004. La società costruttrice degli immobili, la Salvatore Matarrese s.p.a., acquista da una banca il credito garantito da ipoteca da quest'ultima vantato nei confronti dell'impresa proprietaria, Sudfondi s.r.l. (società appartenente sempre al gruppo Matarrese) e a maggio sottopone a pignoramento gli immobili confiscati, divenuti già proprietà del Comune, facendo valere il proprio credito – anziché verso la sua debitrice Sudfondi – verso il Comune divenuto proprietario di beni "ipotecati". In questo modo l'azione esecutiva dei Matarrese tenderebbe a bloccare la demolizione, perché gli edifici risulterebbero pignorati e quindi intoccabili. A giugno l'Amministrazione comunale propone opposizione all'esecuzione.

Luglio 2004. Michele Emiliano, eletto sindaco, si insedia al Comune di Bari. Il Comune di Bari ottiene dal giudice civile una decisione favorevole: i palazzi - spiega a più riprese il Tribunale - sono abusivi, quindi per legge non esistono e non possono essere pignorati.

Dicembre 2004. Il giudice del pignoramento dichiara che non si può procedere a pignoramento e dispone la liberazione dal vincolo perché i fabbricati pignorati sono incommerciabili e destinati alla demolizione e quindi non possono essere oggetto di vendita nel processo di esecuzione. L'impresa Matarrese si oppone a questo provvedimento con un giudizio che viene definito solo a ottobre 2005.

Febbraio 2005. Nel frattempo, il giudice della opposizione fatta dal Comune a giugno 2004 dichiara estinta l'ipoteca sui fabbricati in virtù della quale la Matarrese s.p.a. aveva fatto il pignoramento.

Agosto 2005. Il Comune di Bari indice la gara per la selezione del soggetto che dovrà effettuare le operazioni di demolizione.

Ottobre 2005. Il Tribunale di Bari, il 12 ottobre rigetta l'azione fatta dalla Matarrese s.p.a. contro il provvedimento del giudice dell'esecuzione del 22 dicembre 2004, dichiarando immediatamente demolibili gli immobili, confermando quindi le pronunzie favorevoli ottenute dal Comune sino a quel momento, ritenendo la necessità che il processo di esecuzione fosse riattivato al fine della pronunzia anche sull'area sottostante i palazzi. Infatti, tornato il processo nelle mani del giudice dell'esecuzione, lo stesso il 27 ottobre dichiara l'improcedibilità del pignoramento anche sui suoli sottostanti e dispone la liberazione degli immobili dal vincolo. La Salvatore Matarrese s.p.a. impugna il provvedimento.

Ottobre 2005. Il Comune aggiudica la gara per la demolizione dei fabbricati di Punta Perotti alla ditta General Smontaggi di Novara. La gara viene impugnata, ma il tar e poi il Consiglio di Stato rigettano i ricorsi.

Dicembre 2005. La Matarrese s.p.a. si oppone all'ordinanza del 27 ottobre e all'udienza del 10 gennaio 2006 ricusa il giudice, dott. Scoditti, il quale sospende il processo. La ricusazione viene rigettata con provvedimento di fine marzo 2006.

Gennaio 2006. Le società Sud Fondi, di Matarrese, e Mabar, di Andidero, citano in giudizio Comune, Regione e Ministero dei Beni culturali chiedendo un risarcimento di 570 milioni di euro: nell'atto di citazione si segnala che tutte le autorizzazioni necessarie erano state rilasciate. L'Avvocatura Comunale si mette al lavoro per predisporre la difesa e la domanda riconvenzionale da proporre al gruppo Matarrese. L'udienza è fissata per l'8 maggio 2006.

Febbraio 2006. La Matarrese s.p.a. ricorre in Cassazione contro la decisione del pignoramento, favorevole al Comune.

Febbraio 2006. Matarrese s.p.a. propone appello contro la sentenza del febbraio 2005 che ha dichiarato l'estinzione dell'ipoteca. L'appello si discuterà a giugno 2006.

2 marzo 2006. Michele Matarrese, in Procura, chiede formalmente l'apertura di un'indagine penale sul Sindaco, Michele Emiliano, e su alcuni dirigenti comunali e inoltre il sequestro preventivo degli immobili in attesa del pronunciamento della Cassazione. Lo stesso giorno, in una Conferenza di servizi in cui partecipano il Comune di Bari, Capitaneria di Porto, R.F.I., Trenitalia, Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco, Ausl Bari/4, Amgas, Enel, Aqp, Telecom, Arpa, Enac, Enav, General Smontaggi, Questura e Prefettura, vengono individuate le date per la demolizione.

24 marzo 2006. La Matarrese s.p.a. chiede alla Procura Generale di avocare le indagini in quanto la procura della Repubblica sarebbe rimasta inerte sulla sua denuncia e richiesta di sequestro.

Fine marzo 2006. Viene respinta la richiesta di avocazione delle indagini presentata dalla Matarrese s.p.a..

27 marzo. La Matarrese s.p.a. chiede al Tribunale di Bari un provvedimento di urgenza per tutelare i palazzi, che ancora pretende sottoposti a pignoramento.

30 marzo 2006. Il Tribunale di Bari rigetta la richiesta ritenendola inammissibile.

31 marzo 2006. La Matarrese s.p.a. propone reclamo contro questa decisione.

31 marzo 2006. Viene disposta dalla Procura della Repubblica l'archiviazione delle indagini a carico del Sindaco e dei dirigenti del Comune.

1 aprile 2006. Il tribunale in collegio ritiene inammissibile il reclamo e lo rigetta.

2 aprile 2006. Primo "sparo" per la demolizione di Punta Perotti.

20 gennaio 2009. Punta Perotti, Italia condannata: "Violata la proprietà privata". La Corte europea accoglie la richiesta di indennizzo presentata dai costruttori dopo l'esproprio del complesso abbattuto nel 2006. La confisca dei terreni di Punta Perotti da parte dello Stato rappresenta "una violazione" del diritto di protezione della proprietà privata e della Convenzione per i diritti dell'uomo. E' quanto stabilisce la Corte europea per i diritti umani che si è espressa in merito al ricorso contro la Repubblica italiana presentato il 25 settembre 2001 dalle società Sud Fondi, Mabar e Iema. Nel caso della confisca "c'è stata una violazione dell'articolo 7 della Convenzione" e "dell'articolo 1 del Protocollo numero 1" si legge nella sentenza della Corte con sede a Strasburgo. "La confisca dei terreni e delle costruzioni oggetto della controversia di cui erano proprietari i ricorrenti costituisce un'ingerenza nel godimento del loro diritto al rispetto dei beni" affermano i giudici nella loro decisione. "La Corte - prosegue il documento - constata che l'infrazione in base a cui è stata inflitta ai ricorrenti la confisca non aveva base legale ai sensi della Convenzione e la sanzione inflitta ai ricorrenti era arbitraria. Questa conclusione porta la Corte a dire che l'ingerenza nel diritto al rispetto dei beni dei ricorrenti era arbitraria e che c'è stata una violazione dell'articolo 1 del Protocollo numero 1". Secondo i giudici di Strasburgo, lo Stato italiano ha violato l'articolo 7 della Convenzione dei diritti dell'uomo che sancisce che non può essere inflitta una pena se quest'ultima non è prevista dalla legge. La Corte europea conferma così quanto a suo tempo venne rilevato dalla Corte di Cassazione italiana quando assolse i costruttori di Punta Perotti "per aver commesso un errore inevitabile e scusabile nell'interpretare le disposizioni di legge regionali, essendo queste oscure e mal formulate". Nella sentenza dei giudici europei si legge che al tempo in cui si svolsero i fatti "le leggi in materia di confisca in Italia non erano chiare e quindi non permettevano di prevedere l'eventuale sanzione". I giudici di Strasburgo hanno anche condannato l'Italia per la violazione del diritto alla proprietà privata, perché la confisca illegale ha costituito un'ingerenza nel legittimo diritto dei ricorrenti di beneficiare delle loro proprietà. Ma non solo. "La Corte osserva che il comune di Bari, responsabile di aver concesso i permessi di costruzione abusiva, è l'organismo che è diventato proprietario dei beni confiscati, che è paradossale". La Corte stabilisce dunque che "c'è una violazione dell'articolo 7 della Convenzione; c'è una violazione dell'articolo 1 del Protocollo numero 1" e impone all'Italia di "versare ai ricorrenti entro tre mesi dal momento in cui la sentenza sarà definitiva", 40.000 euro per Sud Fondi, Iema e Mabar: nel dettaglio, 10.000 euro per i danni morali e 30.000 di spese. Le società proprietarie dei terreni avevano fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo chiedendo di condannare lo Stato italiano perché la confisca, disposta dal giudice penale, in caso di assoluzione degli imputati incorre nella violazione dell’art.7 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo. I proprietari hanno chiesto la restituzione dei terreni, oppure, in alternativa, di procedere alla liquidazione del valore per equivalente e di liquidare in ogni caso i danni morali subiti. L’ammontare della richiesta è di alcune centinaia di milioni di euro.

MEDIOPOLI

Bari, sesso a pagamento con i bambini allo stadio. “Le Iene” ridicolizzano il giornalismo barese, scrive il 20 marzo 2017 "Il Corriere del Giorno”. La trasmissione delle Iene ha intervistato un bambino rom di 8 anni che ha svelato il giro di prostituzione minorile che da molto tempo avviene nel parcheggio dello stadio di Bari. Alla luce del sole. “Bari, favelas di Rio de Janeiro, dove i bambini rom si vendono a 10 o 20 euro alla luce del giorno” scrive oggi una giornalista barese freelance sul suo profilo Facebook aggiungendo “Oggi mi aspetto una serie di dimissioni, anche di molti giornalisti garantiti, assunti e tutelati ai quali le Iene hanno dato un calcio sui denti dimostrando che il buon giornalismo si può ancora fare. Basta alzare il deretano dalle comode e blindate scrivanie. Buon fantacalcio a tutti! Viva lo stadio San Nicola (del quale è più importante occuparsi del nuovo nome che potrebbe prendere), viva i servizi sociali, viva le forze dell’ordine, viva gli investigatori, viva i comunicati stampa!” Come non darle ragione? Ancora più acuta l’osservazione di un noto avvocato barese che così scrive e commenta sui social network: “Domanda per i miei amici giornalisti: a Bari esistono uno storico quotidiano, due dorsi locali di testate nazionali, un quotidiano indipendente, una sede Rai, una grande emittente radiotelevisiva privata, molteplici TV e radio locali, più testate giornalistiche online. Come mai della prostituzione minorile si sono occupate Le Iene?” Il servizio delle Iene sui bambini che si prostituiscono a Bari. Un collaboratore dell’inviata Nadia Toffa ha ripreso con una videocamera nascosta adulti che invitavano i bambini nella propria auto, a fronte di un compenso concordato precedentemente. Il collaboratore delle IENE ha invitato in auto diversi minori per farsi raccontare le loro vite parlando con diversi ragazzini da diversi anni mandati a battere in strada, tra i quali alcuni di nascosto dai propri genitori, con lo scopo di “raccogliere soldi per sopravvivere e fornire da mangiare alla famiglia”. I ragazzini hanno fornito anche informazioni sui loro clienti. Persone tra i 50 ed i 70 anni fra i quali a loro dire “uomini e donne, forze dell’ordine, giudici, medici”. Devastante la testimonianza di bambino di soli otto anni, proveniente dalla ex Jugoslavia che ha parlato di sesso e denaro, ricordando che la sua richiesta di pagamento è di cento euro, raccontando di come spesso debba saltare diversi giorni di scuola, costretto dalla prostituzione minorile.  Nadia Toffa sconvolta dalle riprese così scioccanti ha deciso di intervenire, avvisando i servizi sociali di Bari su ciò che accade nelle vicinanze dello stadio San Nicola. E tutto ciò è accaduto alla luce del sole senza che mai alcun giornalista locale abbia pensato di occuparsene. Per nostra fortuna non siamo ancora considerati una “presenza” nel giornalismo barese, città in cui è prevista entro l’estate l’apertura di una nostra sede, ma ci permettiamo di osservare che lo “storico” quotidiano barese, e cioè la Gazzetta del Mezzogiorno, ha un editore siciliano, e non più barese, e secondo gli ultimi accertamenti ADS vende appena 20mila copia al giorno in tutta la Puglia e Basilicata, numeri che giustificano i contratti di solidarietà applicati ai propri dipendenti (amministrativi e giornalisti) . Quando un giornale ha un direttore come Giuseppe De Tommaso che si preoccupa solo di non perdere gli annunci legali (alias pubblicità a pagamento) litigando pubblicamente con dei deputati per degli emendamenti sfavorevoli alla carta stampata, o di far pagare laute transazioni al proprio editore pur di evitare di venire condannato insieme ai suoi giornalisti, allora si spiega tutto… Con direttori e giornalisti come  Oronzo Valentini e Giuseppe Giacovazzo ve lo garantisco questo “crollo” giornalistico alla Gazzetta del Mezzogiorno non sarebbe mai arrivato...Per non parlare poi dei dorsi regionali dei quotidiani nazionali, anche loro in crisi di lettori, a causa anche della pochezza giornalistica all’interno delle loro redazioni, infarcite di giornalisti figli di giornalisti o “infilati dal sindacato”, circostanze queste che spiegano la crisi dell’editoria  e televisione in Puglia. Adesso dopo il servizio de Le Iene, sono partiti gli accertamenti della magistratura barese per fare luce sulla prostituzione minorile dei bambini del campo rom vicino lo stadio San Nicola di Bari. Il fascicolo assegnato al pm Marcello Quercia al momento non ha indagati, e viene ipotizzato il reato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione minorile. Per identificare vittime ed eventuali sfruttatori. E’ bene ricordare che nei mesi scorsi il pm di Bari Simona Filoni aveva aperto un’indagine sulla stessa ipotesi di reato, ma gli approfondimenti investigativi non avevano condotto ad accertare alcuna responsabilità e quindi tutto era stato archiviato. Che occorra cambiare investigatori, o metodi investigativi magari usando quelli de Le Iene? 

Mafia: Ciancio editore della Gazzetta del Mezzogiorno a processo per concorso esterno. La Gazzetta del Mezzogiorno ed i suoi giornalisti tacciono, così come tutti gli altri organi d’informazione pugliesi. Ma ce ne siamo occupati noi del Corriere del Giorno sin dal primo giorno, scrive "Il Corriere del Giorno" l'1 giugno 2017. Mario Ciancio Sanfilippo l’imprenditore siciliano editore del quotidiano la Sicilia di Catania, e de La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, questa mattina è stato rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. Questa la decisione del giudice Loredana Pezzino che ha disposto il giudizio dinanzi alla prima Sezione penale del Tribunale di Catania, dopo che la Corte Cassazione aveva annullato con rinvio la decisione di “non luogo a procedere” precedentemente disposta dal giudice del Tribunale di Catania Gaetana Bernabò Distefano. L’inchiesta della Procura di Catania che si avvalse del supporto investigativo del ROS dei Carabinieri, durata diversi anni, si era inizialmente fermata con una richiesta di archiviazione. Ma il Gup Luigi Barone aveva disposto la trasmissione degli atti ai Pm che avevano inizialmente chiesto il rinvio a giudizio dell’editore. La Procura della repubblica di Catania ha presentato appello contro l’archiviazione che era stata decisa dal Gup Bernabò Distefano. Parti civili i fratelli del commissario Beppe Montana, e l’Ordine dei Giornalisti di Sicilia. In aula per l’accusa i Pm Antonino Fanara e Agata Santonocito. L’editore è difeso dagli avvocati Giulia Bongiorno e Carmelo Peluso. “E’ un rinvio a giudizio che non mi stupisce – afferma l’editore catanese Mario Ciancio dopo il suo rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa – la mia assoluta estraneità ai fatti che mi vengono contestati è nelle indagini dei carabinieri del Ros. “Sarebbe bastato leggerle per decidere diversamente”.  “Non posso però fare a meno di dire che provoca in me un moto di indignazione – aggiunge Ciancio – il fatto che una ricostruzione fantasiosa e ricca di errori e di equivoci, che ha deformato cinquant’anni della mia storia umana, professionale e imprenditoriale, alterando fatti, circostanze ed episodi, sostituendo la verità con il sospetto, sia stata adottata quale impermeabile capo di accusa per attivare un processo contro di me. Ho sempre piena fiducia nell’operato della magistratura e non ho dubbi che sarò assolto da ogni addebito”. Ciancio conclude: “Sono pronto a difendermi con determinazione, continuerò serenamente a lavorare mentre i miei legali riproporranno con pazienza tutte le innumerevoli argomentazioni a sostegno della mia innocenza. Anche se i tempi si dilateranno riuscirò a dimostrare chiaramente il grave errore consumato con questo rinvio a giudizio”. Nel corso delle udienza, la Procura aveva chiesto di svolgere il processo a porte aperte, ma la difesa di Ciancio si è opposta. Un comportamento un pò strano ed ambiguo per un editore, cioè per colui che si occupa di informazione! Sin da quando il Corriere del Giorno iniziò ad occuparsene, era il 16 ottobre 2015, i giornalisti de La Gazzetta del Mezzogiorno direttore in testa, tacquero ai propri lettori la notizia, ed un giornalista-sindacalista (assunto grazie ad una vertenza di lavoro) dipendente di Mario Ciancio, in servizio presso la redazione periferica di Taranto, ci accusò con una ridicola denuncia accusandoci di aver dato informazioni distorte sulla vicenda. Solitamente i sindacalisti difendono i lavoratori, non i datori di lavoro, ma al giornale barese lavorano da due anni grazie ai contratti di solidarietà, e quindi difendere l’editore può servire a fare carriera o non perdere il posto di lavoro. La prima udienza è stata fissata per il 20 marzo 2018. Chissà se i giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno se ne accorgeranno….

Guerra fra i soci di Radionorba. La famiglia Chiarappa in Tribunale contro la famiglia Montrone, scrive Antonello De Gennaro su "Il Corriere del Giorno" l'1 gennaio 2017. Chiarappa aveva sollevato alcuni dubbi sull’ammontare dei compensi che continuerebbero a percepire i membri della famiglia Montrone, nonostante l’azienda perda annualmente circa 3 milioni di euro. Perdite queste che si ripercuotono sul patrimonio dei soci, tra cui persino la Banca Popolare di Bari (che detiene in pegno le azioni anche dell’Edisud spa, società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno) e dei suoi piccoli azionisti in rivolta. Lo scontro epistolare tra Matteo Chiarappa, socio di minoranza di Radionorba s.r.l. di cui detiene il 4,55% delle quote, che sommate a quelle dei suoi familiari, arrivano a controllare un terzo dell’intero capitale sociale e il presidente della radio di Conversano, Marco Montrone, finisce nelle aule del Tribunale civile di Bari. La famiglia Chiarappa vuole avere accesso ai documenti secondo quanto previsto dalla legge, relativi all’esercizio societario del 2015 e a quello in corso. In pratica, vuole conoscere tutti i dettagli sulla gestione economica ed amministrativa dell’azienda barese.  Montrone jr., invece oppone al socio il diritto sancito dall’articolo 2476, comma 2, del Codice Civile. La “guerra” è iniziata lo scorso 9 luglio quando è stato sostituito l’avvocato Giovanni Marangelli dal ruolo di sindaco revisore di Telenorba, venendo sostituito da Francesco Albergo, 49 anni. L’ex revisore, si trovava in una evidente e quindi inconfutabile situazione di conflitto d’interesse, in quanto oltre a fare il revisore era anche l’avvocato del gruppo radiotelevisivo di Conversano. Secondo le voci ricorrenti Montrone non lo avrebbe scaricato completamente, lasciandogli la gestione delle cause in precedenza assegnate al genero, da tempo peraltro separatosi dalla primogenita Simonetta.  Il fatto che Marangelli si trovasse nell’ imbarazzante posizione di “controllore” e “controllato”, è parso particolarmente grave agli osservatori più attenti, ed è molto brave che abbia relazionato sul bilancio senza osservare e verbalizzare alcunchè che meritasse un approfondimento, nonostante Matteo Chiarappa, rappresentante del gruppo familiare che controlla un terzo del gruppo Telenorba, avesse denunciato una serie di presunte irregolarità, che a un certo punto della storia diventano più che un mistero. All’interno del verbale di approvazione del bilancio, depositato nel registro delle imprese della Camera di Commercio di Bari, le dichiarazioni di Chiarappa sembrerebbero essere scomparse e quindi il socio   ha formalmente contestato il grave episodio. In questa vicenda dai contorni poco chiari, fa molto rumore proprio l’assenza del Collegio dei Revisori per legge chiamato a vigilare sugli atti, innanzitutto da quello più importante: il bilancio della società. La circostanza a dir poco grave starebbe proprio nel fatto che proprio nell’assemblea societaria per l’approvazione del bilancio, è l’unico momento in cui i soci di minoranza hanno il diritto di poter esprimersi sulla gestione societaria. Chiarappa aveva sollevato alcuni dubbi sull’ammontare dei compensi che continuerebbero a percepire i membri della famiglia Montrone, nonostante l’azienda perda annualmente circa 3 milioni di euro. Perdite queste che si ripercuotono sul patrimonio dei soci, tra cui persino la Banca Popolare di Bari (che detiene in pegno anche le azioni dell’ Edisud spa, società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno) e dei suoi piccoli azionisti in rivolta, che non saranno certamente felici di sapere che tipo di investimenti e partecipazioni venivano effettuati con i soldi degli azionisti e risparmiatori della banca barese, che grazie alle sue compartecipazioni nel mondo dell’informazione pugliese di fatto la condiziona. Altra contestazione sollevata in Assemblea dei soci riguardava i contratti delle società controllate, che fisicamente operano tutte nella stessa sede di Telenorba, ed infatti che al telefono risponderebbe persino la stessa persona in ogni caso, Cioè se si vuole parlare con Telenorba, Radionorba o Video Puglia. In pratica, mancherebbe una netta distinzione legale ed operativa tra le società e quindi secondo alcuni soci di minoranza la gestione del gruppo non sarebbe chiara. Il silenzio del presidente Luca Montrone crea molto rumore, soprattutto poichè durante l’ultima assemblea societaria, l’ingegner Montrone aveva dichiarato di voler sottoporre all’attenzione del Consiglio di amministrazione tutte le rimostranze sollevate da Chiarappa e altri soci minoritari. Ma di questo chiarimento sono rimaste le parole. Infatti, non c’ è mai stato. “Debbo precisare che io personalmente partecipo per il 4.5 per cento al capitale di Radionorba, – ha precisato Matteo Chiarappa – ma che assieme alla mia famiglia rappresento circa un terzo della società della famiglia Montrone. La mia battaglia non è la risultante di un’azione isolata, ma la rivendicazione della mia famiglia nei confronti dei Montrone, che ritengono essere al di sopra della legge e che dunque non debbano dar conto del proprio operato a soci che rappresentano circa un terzo della società. Penso che nessun giudice potrà consentire ad un socio che chiede spiegazioni di non essere ascoltato. Non è possibile nel corso delle assemblee chiedere chiarimenti sulle voci di spesa di bilancio e non ricevere alcuna informazione. Non è possibile accettare che Marco Montrone percepisca lauti compensi e benefit, drenando tutti gli utili ed i soci da anni non debbano percepire niente. Gli investimenti sono stati fatti da tutti i soci, ma gli utili servono a pagare solo i Montrone. Queste le ragioni di fondo per le quali dobbiamo conoscere le carte.”. Secondo Montrone la richiesta di accesso agli atti è “generica”. Ed è a causa di questa spiegazione poco corretta che è partita una battaglia legale a colpi di istanze, esposti, ma la risposta dei Montrone è sempre la stessa: nessun accesso, cambiando di volta in volta le motivazioni del diniego. Partendo da motivazione generiche ed incomprensibile ad arrivare all’assurdità dei Montrone che scrivono che il diritto esercitato da Chiarappa avrebbe comportato: “… ingiustificati disagi organizzativi ed intralci all’attività sociale”. Secondo il professor Michele Castellano avvocato di Matteo Chiarappa ,  nella sua memoria presentata al giudice, davanti al quale le parti si presenteranno per discutere del ricorso ex articolo 700 del Codice di procedura civile,  scrive:: “Appare del tutto evidente che la posizione assunta dalla società è solo ed esclusivamente diretta ad evitare l’esercizio del diritto attribuito dalla legge al socio” aggiungendo che “Non sussiste alcuna ragione per giustificare il comportamento assunto dalla società”. Il secondo comma dell’artico 2476, infatti, attribuisce al socio un diritto soggettivo potestativo il cui esercizio non può essere negato né per generiche esigenze di riservatezza della società nè attraverso il richiamo ad altre ragioni. Adesso la famiglia Chiarappa resta in attesa che il giudice si esprima sul ricorso del socio Marco Montrone per l’accesso agli atti amministrativi e contabili che è stato continuamente negato dalla famiglia Montrone. La battaglia legale è appena iniziata.

Essere il megafono delle procure e lo zerbino del potere politico ed economico spesso non paga.

L'inchiesta archiviata, per cui Paolo Pagliaro, editore di Telerama, aveva querelato il Tacco d'Italia di Lecce, ricostruiva brevemente una vicenda che anni fa aveva sollevato un polverone nell'opinione pubblica leccese e occupato non poche pagine di giornali. Riguardava i soldi dati dalla Provincia di Lecce (Giunta Giovanni Pellegrino) con affidamento diretto a Telerama, per la messa in onda di varie campagne promozionali. Parlava anche del meccanismo con cui vengono stilate le graduatorie per l'attribuzione alle televisioni locali, dei finanziamenti pubblici ai sensi della legge 448/98, spiegando il meccanismo perverso con cui è sufficiente dichiarare di essere in regola con il versamento dei contributi previdenziali ai dipendenti, anche se in regola non lo si è, per poi ricevere i soldi pubblici e sanare il proprio debito con gli Istituti di previdenza con gli stessi finanziamenti ricevuti. Parlava infine di altre cosucce relative all'occupazione delle frequenze Rai riscontrata e denunciata dalla stessa emittente statale.

Per questo si ha clamorosa conferma la notizia del Corriere della Sera del 1 luglio 2011: Dichiarazioni fasulle per i contributi. Sequestro di 900mila euro a Studio 100.

Le domande non veritiere sarebbero del 2005 e 2006. Dei 31 giornalisti, 12 non avrebbero svolto attività tv.

Nel chiedere i contributi relativi agli anni 2005 e 2006, aveva reso false dichiarazioni in ordine al numero di addetti all’attività televisiva, incrementandolo in maniera artificiosa e ottenendo un maggiore ed immeritato punteggio. Così la società proprietaria dell’emittente televisiva Studio 100 tv, che ha la sede sociale a Taranto, ha subìto un sequestro di circa 900mila euro dalla Guardia di finanza di Taranto. Grazie a quelle false dichiarazioni, infatti, avrebbe beneficiato indebitamente dei contributi pubblici erogati tramite il Corecom Puglia. Il provvedimento riguarda quote societarie, conti correnti, depositi bancari, beni mobili ed immobili. Dagli accertamenti è emerso che i dipendenti impiegati in attività televisiva non erano 31 come esposto nelle domande di contribuzione. Di questi, infatti, 12 non avrebbero svolto attività prettamente televisiva in quanto occupati in un’altra attività svolta dalla società proprietaria della rete televisiva, ovvero la rilevazione e il censimento della cartellonistica pubblicitaria sulle strade provinciali di Taranto.

E dire che proprio su Studio 100 si tenne una trasmissione: I CONTRIBUTI ALLE TV LOCALI: DENUNCIATE IRREGOLARITA’.

Il 12 settembre 2008, un'ora e mezzo di trasmissione in diretta sulla tv tarantina Studio 100, per l'occasione collegata con le emittenti Canale 7, Telebari e Teleonda Gallipoli. Argomento: la ripartizione - da parte del Corecom - dei contributi pubblici all'emittenza privata, previsti dalla legge 448 del 98. Nel corso della diretta - condotta dal direttore Walter Baldacconi con tre ospiti, due avvocati e l'editore di Canale 7, Gianni Tanzariello - una circostanziata denuncia. 13 emittenti pugliesi, su 42 ammesse ai contributi, avrebbero prodotto - in autocertificazione - documentazione non rispondente al vero in merito alla regolarità dei contributi versati all'Enpals per i lavoratori dipendenti. Ancora da accertare le posizioni con Inps e Inpgi. L'anno di riferimento è il 2006. Il puntuale versamento dei contributi previdenziali, costituisce condizione vincolante all'erogazione delle provvidenze pubbliche in questione. La denuncia è oggetto di interrogazione parlamentare del senatore di AN, Adriana Poli Bortone, che - collegata in diretta nel corso della trasmissione - ha ribadito la sua ferma intenzione di voler andare fino in fondo, nell'interesse di tutti. Nel corso del dibattito televisivo è emerso un altro dato: se quelle tv non sono in regola, non potranno sanare a posteriori la loro inadempienza. E’ al momento della richiesta del contributo che bisogna avere i titoli, come prevede la legge. Se è vero che il Corecom è tenuto ad accettare per buona l'autocertificazione sostitutiva, è altrettanto vero che quando questa dovesse risultare non veritiera - come pare nel caso di specie – sarà il ministero, erogante il contributo, a sospendere la procedura, e pare che questo stia già accadendo, con una prima richiesta di chiarimenti agli interessati.

A tanta meticolosità si contrappone l'inchiesta sulle baronie baresi. Dalla redazione di "Repubblica" di Palermo per svelare verità taciute dalle redazioni dei giornali pugliesi. "L'università affare di famiglia. A Bari mogli e figli in cattedra" di Attilio Bolzoni.

PERO' SE SI DENUNCIANO ERRORI DEI MAGISTRATI: SCATTA LA REAZIONE.

Si sono concluse il 5 aprile 2008 le perquisizioni operate dalla Polizia nella sede di Telenorba, a Conversano, in provincia di Bari, nell'ambito delle indagini sull'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher e sulla trasmissione 'Il Graffio', che lunedì sera ha mostrato le immagini girate dalla Polizia Scientifica subito dopo il ritrovamento del corpo della vittima. Secondo quanto si apprende, oltre a un'indagine della procura del capoluogo umbro per violazione della privacy (sarebbero indagati il direttore responsabile della testata giornalistica e conduttore della trasmissione Enzo Magistà e un altro giornalista impegnato in alcuni servizi per 'il Graffio'), sarebbe stata aperta un'azione penale anche da parte della Procura di Bari per pubblicazione di atti osceni (articolo 528 del Codice Penale).

MALAGIUSTIZIOPOLI

GIUSTIZIA INGIUSTA. ITALIA FANALINO DI CODA NEL MONDO: E' 156/MA SU 181 PAESI NELLA CLASSIFICA INTERNAZIONALE DEL SISTEMA GIUDIZIARIO.

"Non possiamo andare avanti così - lo ha detto il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, nella relazione che ha aperto la cerimonia dell’ inaugurazione dell’ Anno Giudiziario - In più, oltre a un più rigoroso richiamo dei giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe contestualmente evitare la realizzazione di veri e propri 'processi mediatici', simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali". "La giustizia - sottolinea Carbone - deve essere trasparente ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria". “Inoltre – conclude - in Europa solo l'Italia supera la soglia dei 200mila avvocati (per l'esattezza, 213.081), più del 30% del totale europeo. (La stima, è elaborata dal Ccbe, il Consiglio degli ordini forensi d'Europa). "Tutti gli altri Paesi - scrive Carbone - si attestano ben al di sotto di questa cifra: la Spagna con 154.953, la Germania con 146.910, il Regno Unito con 139.789, la Francia con soli 47.765".

Anche nella magistratura sono presenti "sacche di inefficienza e di inettitudine". A dirlo un addetto ai lavori. Colpisce a fondo Vitaliano Esposito, Procuratore Generale della Corte di Cassazione nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Inoltre Esposito ha attaccato il rischio di politicizzazione della magistratura: ''I magistrati sono in crisi di identità. Ci muoviamo su un terreno impervio in cui il magistrato rischia di divenire il mediatore dei conflitti con un rischio di politicizzazione e radicalizzazione''. Esposito ha chiesto dunque ai magistrati di mantenersi estranei al conflitto con la politica: ''La magistratura deve essere estranea al conflitto con le parti politiche. L'unica politica consentita alla magistratura è quella della legalità'''. Esposito ha poi spiegato che la lentezza dei processi nell'anno precedente ha portato all'aumento del 19% dei risarcimenti previsti dalla legge Pinto (quella che appunto risarcisce le vittime di giudizi troppo lunghi - ndr) per un totale di 32 milioni di euro in un solo anno.

«PROCESSO INGIUSTO: TEMPI LUNGHI, ERRORI GIUDIZIARI E INGIUSTE DETENZIONI»

Più che ispirarsi ai principi costituzionali del giusto processo, la realtà giudiziaria italiana presenta gravi disfunzioni che rivelano l’esistenza di un processo ingiusto. E’ dura l’analisi del presidente della Corte d’appello di Bari, Vito Marino Caferra, all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Assenti i penalisti che protestano per ottenere una riforma del processo.

Caferra si è soffermato a lungo sul 'processo al processo', ovvero sui processi 'derivati' dal principale con i quali i cittadini chiedono la riparazione per la violazione del termine ragionevole della durata del processo (legge Pinto), oppure la revisione per errore giudiziario (art.314 del codice di procedura penale), quest’ultima avanzata da coloro che sono stati arrestati e poi assolti. Fino al 30 giugno 2008 in corte d’appello pendevano 428 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione.

A proposito di processi-lumaca: un processo civile dura in media 775 giorni in primo grado e 1.193 in appello. Va meglio nel penale con 441 giorni davanti al giudice monocratico, 366 al collegiale e 535 in assise. In appello il dibattimento penale dura in media 1.025 giorni. Tempi biblici che hanno fatto aumentare da 10.962 a 13.099 (+9) le prescrizioni dei reati. Proprio per evitare la proliferazione dei procedimenti penali Caferra invita i suoi colleghi della procura e del gup del tribunale a rispettare la legge e a “non chiedere (e disporre) il giudizio quando gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio e non consentono di pervenire ad una pronunzia di colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio”.

«CREDIBILITÀ DEI MAGISTRATI AI MINIMI TERMINI»

''Tacere e rinunciare alla discussione significherebbe certificare definitivamente la nostra sconfitta. E la sconfitta della magistratura è una sconfitta per la nostra democrazia e per il nostro futuro di uomini liberi”. E’ la considerazione fatta dal presidente della Corte d’Appello di Lecce, Mario Buffa, nel corso della relazione tenuta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

“Noi magistrati – ha sottolineato – siamo consapevoli dell’importanza del nostro ruolo all’interno della società e del nostro dovere di fare quanto da noi dipende per esserne all’altezza. E tuttavia siamo altrettanto consapevoli che la nostra credibilità va sempre più diminuendo”. Buffa, tra le tante motivazioni, ha tra l’altro indicato “la nostra incapacità di far capire di chi è la vera responsabilità delle incredibili deficienze dell’apparato giudiziario, a cui in definitiva è legata la nostra perdita di credibilità”.

“Sta di fatto – ha detto ancora – che se anche i sondaggi dicono il contrario, che ci danno in vantaggio di fronte ad altre istituzioni, la nostra credibilità è oggi ai minimi termini. E siamo ormai circondati da sentimenti di vera e propria insofferenza quando pretendiamo di indicare responsabilità altrui sminuendo invece le nostre. Ed è triste dover constatare che noi giudici oggi siamo più temuti dai cittadini, che non rispettati”. “E anche per questo – ha concluso Buffa – ci dobbiamo sforzare di cambiare e dobbiamo cambiare e possiamo cambiare, come si legge in un recente documento della nostra associazione, solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno, perché è nostro dovere e responsabilità assicurare ai cittadini una magistratura, capace, motivata e professionalmente adeguata”.

«TROPPE INTERCETTAZIONI, MISURE CAUTELARI, CENSURE E FUGHE DI NOTIZIE IMPUNITE»

Il ''notevole aumento'' delle intercettazioni, da un lato, e delle pendenze, alle quali si aggiungono le carenze di organico: sono stati questi i due principali temi che, a Potenza, hanno oggi caratterizzato la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, nella quale gli avvocati hanno lamentato il ricorso “troppo facile” alle misure cautelari.

Il Presidente della Corte di Appello, Ettore Ferrara, e il Procuratore Generale, Vincenzo Tufano, hanno messo in evidenza i “numeri”: in tre anni, ad esempio, la durata complessiva delle intercettazioni della Procura della Repubblica potentina è stata di circa 267 anni, vale a dire oltre due secoli e mezzo, con un netto incremento nell’ultimo anno. Ferrara ha anche evidenziato “l'aumento delle pendenze”, che “è molto più preoccupante per i Tribunalì. Un caso per tutti: il Tribunale di Matera “dove in materia di lavoro e previdenza risultano pendenti circa 5.600 ricorsi, tutti assegnati a un solo giudice”.

Affermazioni ancora più “pesanti” sono arrivate sempre da Tufano (che, poco dopo lascerà l'incarico) sulle fughe di notizie, che “scandalosamente restano impunite”. In particolare, il Pg si è rivolto al Procuratore della Repubblica di Melfi (Potenza), Domenico De Facendis, al quale ha chiesto di “scoprire le fonti delle fughe di notizie” sulla risoluzione dell’omicidio dell’avvocato Francesco Lanera, ucciso nel suo studio nel 2003. I rappresentanti degli ordini degli avvocati hanno espresso un giudizio di “eccessiva facilità per l’emissione di misure restrittive della libertà”, mentre il Presidente dell’Ordine dei giornalisti, Oreste Lo Pomo, ha detto che “non bisogna mettere il bavaglio ai cronisti”.

Non è tutto.

Il gup del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis è stato arrestato per detenzione illegale di armi. De Benedictis è stato posto agli arresti domiciliari nella sua città di Molfetta. L'arresto - a quanto si apprende a Bari - è stato disposto dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere (Ce) in flagranza di reato. De Benedictis è da alcuni anni in servizio presso la sezione Gip-Gup del tribunale di Bari dove ha esaminato diverse ed importanti indagini, tra cui quella sul presunto arruolamento di alcuni ex ostaggi italiani in Iraq, Maurizio Aliana, Didri Forese e Umberto Cupertino. De Benedictis è anche conosciuto, soprattutto all’interno della magistratura, per essere un collezionista di armi da fuoco. Pare sia titolare di una collezione composta da oltre 1400 armi da fuoco solo una delle quali sarebbe risultata detenuta illegalmente.

Il gip-gup del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis stava esaminando importanti fascicoli di indagine e aveva predisposto provvedimenti ritenuti di rilievo. Lo si apprende da fonti giudiziarie baresi. In passato il magistrato si è occupato, oltre che del caso degli ex ostaggi italiani in Iraq e dei clan mafiosi pugliesi, anche dell’arresto di Filippo Pappalardi, il papà di Ciccio e Tore, i due ragazzini scomparsi e trovati morti dopo 20 mesi in una cisterna a Gravina in Puglia (Bari). De Benedictis, nel novembre 2007, dispose l’arresto di Pappalardi per omicidio e occultamento del cadavere dei figli, ma dopo tre mesi di carcere e un mese trascorso ai domiciliari, l’uomo fu scarcerato perchè si scoprì che i suoi due bambini erano caduti accidentalmente nella cisterna. L’inchiesta a carico dell’uomo è stata archiviata e pende ora una richiesta di Pappalardi di risarcimento di danni per ingiusta detenzione da 516mila euro. De Benedictis nel giugno 2006 firmò un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari (poi revocata) nei confronti, tra gli altri, dell’ex presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto, e dell’editore ed imprenditore romano Giampaolo Angelucci, coinvolti nel pagamento di una presunta tangente da 500mila euro versata dall’imprenditore al partito di Fitto 'La Puglia prima di tutto'. Nei confronti di Fitto, ora ministero degli Affari regionali, la misura non fu eseguita essendo l’ex governatore diventato deputato di Forza Italia. Il giudice, infine, il 4 novembre 2010 avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di incidente di esecuzione proposto dall’Avvocatura dello Stato per conto della presidenza del Consiglio dei ministri per ottenere la revoca della confisca dei suoli della lottizzazione dell’ecomostro (poi demolito) di Punta Perotti e la loro restituzione alle società costruttrici che ne erano proprietarie.

Nell’abitazione di Molfetta (Bari) del giudice Giuseppe De Benedictis è stata trovata una carabina che spara a raffica e un’altra arma (che non spara a raffica) sulla quale il consulente dei carabinieri che ha compiuto i controlli, e che ha partecipato alla perquisizione, ha dei dubbi sulla sua qualificazione di arma comune da sparo. Per la detenzione illegale della carabina, che per la sua caratteristica di sparare a raffica è equiparata ad un’arma da guerra, si è proceduto all’arresto del magistrato in flagranza di reato. Sulle circa 1.350 armi da fuoco collezionate dal giudice De Benedictis e regolarmente detenute, sono ora in corso controlli amministrativi. Le armi si trovano presso l’abitazione di Molfetta del magistrato: per questo motivo il giudice è ai domiciliari a casa di suo padre.

L'arma trovata a casa del giudice del tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis «è risultata un’arma originariamente da guerra, poi modificata per apparire una comune arma da sparo e successivamente rimodificata perché sparasse a raffica». Lo ha detto il procuratore di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), Corrado Lembo, parlando a Bari con alcuni giornalisti dell’arresto del giudice De Benedictis, ai domiciliari con l’accusa di detenzione illegale di una carabina da guerra. Il procuratore di Santa Maria Capua Vetere, che partecipa a Bari ad un convegno sulla giustizia, ha inoltre annunciato verifiche su un’altra arma trovata in possesso del giudice e su tutte le armi da lui detenute, circa 1.350, «che saranno classificate», ha detto. «E' stato un accertamento del tutto incidentale – ha concluso – che ha necessariamente imposto verifiche».

Ma non è solo questo.

Dopo circa due ore e mezzo di camera di Consiglio, il Tribunale di Lecce ha emesso ieri sera la sentenza nei confronti dell'ex giudice onorario aggregato Italo Ferrieri Caputi, di 71 anni di Bari, accusato di concussione e corruzione in atti giudiziari.

La prima sezione penale lo ha condannato a 5 anni di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici ed interdizione legale per tutta la durata della pena, nonché al risarcimento dei danni nei confronti del Ministero di Grazia e Giustizia per un importo pari a 50mila euro, più altri 5mila euro in favore dell'altra parte offesa, oltre al pagamento delle spese legali in favore di entrambe le parti civili costituitesi in giudizio.

Un altro imputato, Pietro Antonio Masellis, 63enne di Bitonto (Ba), ex consulente tecnico di cui si avvaleva il Ferrieri Caputi nelle sue cause presso il Tribunale Tributario di Bari, aveva già patteggiato una pena a 2 anni di reclusione.

I carabinieri della Compagnia di Altamura alla fine del 2005 scoprirono che il giudice ed il consulente avevano chiesto e ricevuto da un avvocato di Altamura 3mila euro in cambio di una "sentenza favorevole", soldi poi divisi equamente tra i due condannati.

Il legale si era rivolto ai carabinieri, che colsero in flagranza, con i soldi in tasca, il giudice ed il suo aiutante.

Se non bastasse c'è la cupola dei Giudici di Pace.

L'indagine è partita da alcuni accertamenti bancari. Indagando sui prestanome di alcuni pregiudicati, coinvolti in inchieste di mafia, gli investigatori sono arrivati a loro. Ai presunti componenti di quello che ora viene definito un «comitato politico affaristico», di un'associazione che scriveva le sentenze prima ancora delle udienze. Sono alcuni particolari che emergono dall'inchiesta che, con le perquisizioni di venerdì, ha travolto l'ufficio dei giudici di pace. I carabinieri dagli uffici e dalle abitazioni degli indagati hanno portati via computer, floppy disk e documenti. Da una prima analisi del materiale, la tesi dell'accusa è uscita rafforzata. Sono stati trovati elementi interessanti, carte che se non provano almeno confermano la prima, iniziale ipotesi di lavoro. E poi ci sono gli accertamenti bancari.

I primi sono quelli condotti nella prima fase dell'inchiesta, quelli che hanno permesso di dare il via all'indagine, ora coordinata per competenza dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce. Gli investigatori della Dda di Bari stava svolgendo controlli patrimoniali sui prestanome di alcuni pregiudicati. E si sono imbattuti su movimenti sospetti, prelievi di denaro poco chiari. Hanno compiuto approfondimenti e le carte dall'ufficio del pm Desirèe Digeronimo sono state trasmesse alla procura di Lecce che, per competenza, indaga sui giudici del distretto di Bari.

Ora l'inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto della Dda Cataldo Motta e dal sostituto Elsa Valeria Mignone. Quattro i giudici di pace perquisiti. Si tratta di Pietro Mascolo (in servizio nel capoluogo pugliese sino all'estate scorsa quando è andato in pensione), Vito Squicciarini (al lavoro nella sede di Modugno e autosospesosi dopo il blitz dei carabinieri), Roberto Cristallini e Angelo Scardigno, rispettivamente in servizio a Corato e Bari. Indagati anche quattro avvocati Gianfranco Bellini, Eugenio Di Desidero, Sergio Vincenzo e Cipriano Popolizio. L'inchiesta ruota attorno alle pratiche per la revoca delle sospensioni delle patente. Documento che viene ritirato ai pregiudicati, sottoposti alla misura della sorveglianza speciale.

Ai giudici di pace, gli avvocati si rivolgevano, impugnando il provvedimento della prefettura. Chiedevano che ai propri assistiti venisse restituita la patente. E loro, secondo la tesi dell'accusa, avrebbero accolto le richieste, in cambio avrebbero ottenuto un tornaconto personale. Questo almeno pensano i carabinieri del reparto operativo che concentrano l'attenzione su cento pratiche sospette, provvedimenti con i quali piccoli pregiudicati hanno ottenuto la revoca della sospensione della patente.

E poi c'è il capitolo dell'infortunistica stradale, dei risarcimenti concessi grazie a perizie compiacenti, ad accordi stretti, prima delle udienze, tra giudici di pace e avvocati. E intanto, da ieri, si sono mossi ufficialmente anche la presidenza del Tribunale e l'ordine degli avvocati che hanno chiesto notizie dell'indagine alla procura di Lecce. Il consiglio giudiziario, chiamato a proporre azioni disciplinari nei confronti dei giudici di pace, si riunirà nei prossimi giorni, mentre l'ordine degli avvocati attende notizie formali per convocare i legali, coinvolti nell'inchiesta, prima di procedere con le sospensioni cautelari.

E poi, la polizia giudiziaria di Lecce ha arrestato il 19 febbraio 2008 un giudice del tribunale civile di Bari con l'accusa di concussione.

Lo hanno riferito a Reuters fonti della polizia giudiziaria di Lecce che ha eseguito stamani l'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura salentina, competente sulle indagini sui magistrati della Corte d'Appello di Bari.

Il giudice, Domenico Ancona, è stato arrestato assieme al geometra Domenico Lorusso, perito del tribunale barese.

Nell'inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, Cataldo Motta, sono stati contestati ad Ancona diversi episodi di concussione.

Il mese scorso Ancona fu rinviato a giudizio dal gip del tribunale di Lecce per un presunto tentativo di concussione ai danni del Consorzio che studia l'uomo di Altamura, lo scheletro scoperto nel 1993 in una nicchia della grotta di Lamalunga, in Puglia.

Il presunto coinvolgimento del giudice Ancona venne a galla nell'ambito di un'inchiesta che nel 2007 aveva già visto la condanna a 4 anni di reclusione di un altro giudice barese, Michele Salvatore. Salvatore fu condannato con l'accusa di aver chiesto una tangente di 75mila euro per firmare una sentenza favorevole al Consorzio che studia l'Uomo di Altamura.

E poi ci sono i mafiosi scarcerati.

Quando c'è da discutere sui problemi che affliggono l’Italia si arriva sempre alla medesima conclusione: nella penisola manca la certezza della pena. Che si tratti di mafia, di violenza negli stadi o di appalti truccati, la burocrazia lumaca e le falle del sistema giudiziario fanno si che l'epilogo di molte vicende sia, tristemente, sempre lo stesso. L'elenco potrebbe essere interminabile. Alla lunga sfilza di casi simili si aggiunge il 15 aprile 2009 l'assurdo episodio di Bari. Nel capoluogo pugliese, infatti, Rosa Anna De Palo, giudice dell'udienza preliminare del Tribunale, non ha depositato le motivazioni della sentenza di primo grado che condannava 21 presunti mafiosi e narcotrafficanti nell'ambito del maxiprocesso “Eclissi”, nei confronti del clan “Strisciuglio”. A seguito della prima fase di tale processo, conclusasi il 16 gennaio 2008, erano stati condannati anche un'altra trentina di imputati che verranno scarcerati in ottobre 2009. Ci si interroga ora sulle motivazioni che hanno spinto la De Palo a non depositare le motivazioni sebbene avesse avuto oltre 15 mesi a disposizione. Intanto le forze di polizia sono state allertate per far fronte a questa possibile minaccia.

Sono molto preoccupato» ammette il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano. Non capita tutti i giorni che liberino ventuno delinquenti, o presunti tali, perché un giudice non riesce a depositare le motivazioni della sentenza di condanna.

«Non è nemmeno la prima volta che in questo distretto giudiziario accadono cose del genere: la mafia foggiana aveva beneficiato dello stesso trattamento. In quel caso perché non erano state trascritte secondo tempi utili una serie di intercettazioni telefoniche. Oggi come ieri, il risultato non cambia: non riescono ad essere osservati i termini fissati dalla legge. Qualsiasi scusa per giustificare comportamenti di questo tipo, non ha fondamento».

Rimedi?

«Ho chiesto al prefetto Schilardi di convocare una riunione col procuratore della Repubblica e con i vertici delle forze di polizia».

Ci sarà anche il numero due del Viminale?

«Sì, certamente. Insieme con tutti quanti gli altri, voglio valutare bene l´impatto che queste scarcerazioni provocano in termini di incremento della pericolosità».

Cioè?

«Un mafioso non può fare altro che il mafioso. Questa regola, verosimilmente, sarà seguita pure in questa occasione: ritorneranno a fare quello che facevano prima di essere arrestati».

Non c´è da stare allegri.

«Ci sarà, temo inevitabilmente, un deficit di sicurezza ed un incremento di insicurezza».

Mantovano pecca di pessimismo?

«Non stiamo mica parlando di agnellini».

Il presidente dell´Anm Salvatore Casciaro, fa sapere che «le scarcerazioni non riguardano le imputazioni e le condanne più gravi».

«Invidio chi riesce a fare distinzioni».

Quali, scusi?

«Quella fra chi è imputato di strage e di omicidio, e che non esce dal carcere, e chi è accusato solo di associazione per delinquere. Solo fra virgolette, mi raccomando. Gente, insomma, che sembra destinata esclusivamente a fare ammuina, come dicono a Napoli. Non è così, naturalmente».

Perché, che cosa potrebbe succedere?

«C´è un rischio per la collettività. Siamo di fronte a scarcerazioni improvvide: adesso si tratta di comprendere come contenerle».

Il responsabile della giunta dell'Anm, sostiene: il gup Anna Rosa De Palo, promossa dal Csm alla guida del tribunale per i minori, è «bravo e stimato» e se fosse stato «esonerato dalle urgenze» avrebbe potuto scrivere la sentenza che ancora non c´è.

«A me risulta che avesse avuto l'esonero proprio per scrivere quella sentenza. Poteva ad ogni buon conto segnalare eventuali problemi al capo dell'ufficio, e si sarebbe trovata la maniera di risolverli».

La maniera di risolverli.

«Bari non è Gela o la Calabria dove l'assenza di giudici è cronica. L´Anm piuttosto, la smetta di difendere acriticamente i suoi associati. Mi attenderei un minimo di riflessione: possibile che perfino davanti a fatti pesanti come questo, la colpa è sempre degli altri? Del Parlamento, del governo, dei partiti... E´ come rifiutarsi di capire».

A riguardo ci sono dei precedenti eclatanti.

Edi Pinatto non farà mai più il magistrato in quanto, avendo impiegato otto anni per scrivere una sentenza di mafia, ha gettato "discredito sul prestigio della magistratura tutta". Ecco perché le sezioni unite civili della Cassazione hanno respinto il ricorso presentato dall'ex giudice di Gela, poi pm a Milano, sospeso dal Csm dalle sue funzione di giudice per avere appunto impiegato otto anni per stendere una sentenza che riguardava capi mafia, scarcerati per decorrenza dei termini. Il magistrato, il 7 luglio del 2008, era stato sospeso dalle sue funzioni con provvedimento del Csm.

Inutilmente Edi Pinatto si è difeso in Cassazione, lamentando un "eccesso di potere" da parte della magistratura nell'ordinare la sua rimozione da giudice. Secondo Pinatto, infatti, nei suoi confronti avrebbero potuto adottare una linea più morbida. Piazza Cavour non ha condiviso la linea difensiva e ha respinto il ricorso, evidenziando che "il ritardo" nella stesura della sentenza di mafia "si è tradotto in un diniego di giustizia lungamente protratto in netto ed insanabile contrasto con il principio di ragionevole durata del processo di cui all'art. 111 della Costituzione".

Tutto questo "ha inevitabilmente provocato nella pubblica opinione una assoluta caduta di stima - annota la Suprema Corte nella sentenza 8615 -, fiducia e considerazione nella persona del dottor Pinatto del tutto incompatibile con l'esercizio delle funzioni giudiziarie". Infatti, dicono gli 'ermellini', "il ritardo ha superato la soglia della ragionevolezza e giustificabilità  e ha gettato discredito sul prestigio del magistrato e della magistratura tutta".

Ciliegina sulla torta poi è il caso delle sentenze tributarie truccate.

Un giudice, diversi funzionari amministrativi della Commissione tributaria regionale della Puglia e provinciale di Bari, noti professionisti ed imprenditori pugliesi sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza di Bari. Complessivamente sono 17 le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del tribunale di Bari su richiesta della Procura, nell’ambito di un’inchiesta relativa a delle sentenze pilotate.

Nell’operazione sono stati impegnati circa 300 militari del comando provinciale della Guardia di Finanza di Bari, che hanno eseguito anche una sessantina di perquisizioni domiciliari e locali. Le indagini condotte dalla Gdf e dalla procura di Bari hanno consentito di portare alla luce un sistema di corruzione, utilizzato per pilotare sentenze relative a processi tributari che erano scaturiti da verifiche fiscali effettuate dalla Guardia di Finanza. Un sistema che avrebbe garantito un esito favorevole ai contribuenti, causando un danno all’Erario per oltre 100 milioni. Nel corso dell’operazione i militari del nucleo di polizia tributaria delle Fiamme Gialle hanno anche sequestrato beni mobili e immobili per un valore di mercato pari a circa 200 milioni tra cui complessi aziendali, appartamenti e terreni. Le persone arrestate dalla Guardia di finanza di Bari nell’ambito di un’indagine sulle sentenze delle commissioni tributarie provinciale e regionale sono finite quattro in carcere e 13 ai domiciliari: sono perlopiù accusate di corruzione. 60 perquisizioni domiciliari e in studi privati. Tra le persone coinvolte figurano funzionari delle commissioni tributarie regionale e provinciali, avvocati, commercialisti e imprenditori.

A questo si aggiungono le tangenti ad ispettori del lavoro.

L'obiettivo era di 'ammorbidire' accertamenti e ispezioni nei luoghi di lavoro; lo strumento per raggiungerlo erano le tangenti a funzionari pubblici, ispettori e consulenti del lavoro. E’ il quadro delineato dagli accertamenti della Guardia di finanza del comando di Bari e della Compagnia di Barletta (Bari), che ha eseguito 16 ordinanze di custodia cautelare (cinque in carcere e 11 ai domiciliari) nei confronti di altrettante persone accusate di corruzione e concussione. In tutto gli indagati sono 24.

L'OPERAZIONE - I finanzieri hanno eseguito a Bari e provincia una quarantina di perquisizioni, una delle quali nell’ufficio provinciale del lavoro di Bari, in abitazioni, uffici pubblici, Centri di assistenza fiscale (Caf), sedi di associazioni di categoria legate al mondo agricolo, studi professionali e imprese. Il provvedimento restrittivo è stato firmato dal gip del tribunale di Trani (Bari), Roberto Oliveri del Castillo, su richiesta del pm Michele Ruggero, che ha diretto le indagini.

GLI ARRESTATI - In manette sono finiti 16 insospettabili professionisti tra pubblici ufficiali, commercialisti, consulenti e ispettori del lavoro. Il gip del tribunale di Trani, Roberto Oliveri Del Castillo, li accusa a vario titolo accusati di corruzione, concussione e rivelazione di segreti d'ufficio; incastrati da intercettazioni telefoniche e riprese filmate. professionisti coinvolti sono di Bari, Trani, Bisceglie, Corato, Ruvo di Puglia, Bitonto e Sannicandro. In tutto 24 gli indagati.

Tra gli arrestati ci sono anche un consigliere provinciale di Bari, Salvatore Tupputi, di 56 anni, eletto nel gruppo dei Socialisti Autonomisti, e un carabiniere di Turi (Bari), Diego Guarnaccia, di 37 anni, di Turi (Bari) in servizio al Nucleo ispettorato lavoro. In carcere sono stati portati un consulente del lavoro di Bari e quattro funzionari dell’Ufficio provinciale del lavoro di Bari, gli altri undici arrestati hanno beneficiato dei domiciliari.

LE INDAGINI - L'inchiesta è partita dalla denuncia del titolare di un’officina di autolavaggio di Canosa di Puglia (Bari), al quale nel corso di una ispezione venne contestata la presenza di lavoratori in nero. Gli ispettori, anzichè contestare e sanzionare, scelsero la strada della tangente, chiedendo all’imprenditore 3.000 euro per ciascun lavoratore in nero scoperto, ma l’imprenditore denunciò poi tutto ai finanzieri.

LE INTERCETTAZIONI - I militari hanno utilizzato intercettazioni telefoniche e ambientali, piazzando una telecamera nella sede dell’Ufficio provinciale del lavoro di Bari. Così hanno ripreso anche il passaggio di denaro sotto la scrivania da un imprenditore al funzionario. In altre occasioni invece lo scambio di denaro avveniva in strada. Le tangenti partivano da un migliaio di euro per arrivare fino a tre-quattromila euro, denaro che non è stato recuperato. Sono invece stati sequestrati tre telefoni cellulari di ultima generazione, regali fatti per compiacere i funzionari e altri indagati.

INGIUSTIZIOPOLI

SITUAZIONE CARCERARIA IN PUGLIA.

Tutte le carceri pugliesi vanno chiuse, «sono fuori legge». È quanto denuncia il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, alle luce delle visite effettuate negli istituti penitenziari della regione per verificare le condizioni di vita e di lavoro della Polizia Penitenziaria.

«La situazione di degrado delle condizioni igienico-sanitarie dovuta alla fatiscenza delle strutture carcerarie – si legge in una nota firmata da Federico Pilagatti, segretario regionale del Sappe – è stata aggravata dal grave sovraffollamento dei detenuti che ormai ha superato la popolazione detenuta prima dell’indulto, con circa 3600 detenuti, di cui 600 stranieri». Per questo motivo, il sindacato ha inviato alle Asl competenti una richiesta di intervento ai sensi dell’art.11 della legge 345/75 e successive modificazioni che prevede che «il medico provinciale (ora Asl) visiti almeno due volte l’anno gli istituti di prevenzione e di pena allo scopo di accertare lo stato igienico-sanitario, l’adeguatezza delle misure di profilassi contro le malattie infettive disposte dal servizio sanitario penitenziario e le condizioni igieniche e sanitarie dei ristretti negli istituti» e riferisca «sulle visite compiute e sui provvedimenti da adottare al ministero della sanità e a quello di grazia e giustizia informando i competenti uffici regionali e il magistrato di sorveglianza».

Se le cose «non cambieranno – continua la nota - interverrà la magistratura ordinaria a cui nei giorni scorsi abbiamo trasmesso per conoscenza una dettagliata relazione informando della situazione anche il magistrato di sorveglianza, l’ispettorato del lavoro, il presidente della regione, i presidenti delle province, i sindaci interessati». L'attuale situazione, infatti, secondo il sindacato, «oltre ad andare contro alcune leggi costituzionali ed ordinarie che dovrebbero tutelare i lavoratori nonché la popolazione detenuta, ne offende la dignità». Durante le sue visite nei penitenziari pugliesi, il Sappe afferma di aver trovato stanze di 1,5 x 3 metri che ospitano fino a 5 detenuti, stanze per 3 posti con 7 detenuti senza acqua, cubicoli stretti e maleodoranti con il bagno a vista, sezioni detentive in cui cadono pezzi di intonaco, muri scrostati, precaria assistenza sanitaria, mancanza di medicinali, cucine fuori legge, sezioni detentive scarsamente illuminate che emanano cattivi odori dovuti all’umidità, al fumo, al cibo, nonché detenuti affetti da diverse patologie, che vivono in maniera promiscua, mancando letti, materassi, lenzuola e coperte.

In carcere 11 anni ma era innocente scagionato grazie alla sua compagna.

E' lei che non ha mai mollato. Per dieci anni ha cercato le prove per scagionare il compagno, in carcere per omicidio. è lei che non ha mai smesso di credere a quel giuramento. «Sono innocente», le disse prima di essere sbattuto in cella. Giuseppe Lastella, ragioniere di Bari accusato ingiustamente, in carcere c' è rimasto per undici anni. Avrebbe dovuto scontarne trenta se non ci fossero stati l' amore, la tenacia, la forza di Elisabetta che è riuscita a far riaprire il processo e a cambiare un destino baro. Era l' aprile del 1990, in provincia di Cosenza fu ucciso un pregiudicato coinvolto in un traffico di stupefacenti, Domenico Chionna. Prima di morire fece il nome dei suoi killer e indicò un autosalone gestito da Giuseppe Lastella. Il ragioniere fu rinviato a giudizio ma assolto in primo grado. Seguì l' appello del pubblico ministero, e il secondo processo a Catanzaro si concluse con una condanna a trent' anni. La sentenza fu impugnata in Cassazione che l' annullò, affidando il nuovo giudizio alla corte d' Assise di Reggio Calabria. La gioia durò poco, il 26 ottobre del 1994 arrivò di nuovo una condanna a trent' anni, poi confermata a piazza Cavour. Giuseppe Lastella rimase in carcere. Sembrava una situazione irrimediabile, ma Elisabetta decise di non rassegnarsi.

Credeva al suo uomo, credeva a ciò che le diceva il cuore. Diventò un segugio. Fu così che si mise a fare indagini per conto suo. E riuscì a trovare nuovi indizi. Gli avvocati chiesero la revisione del processo. Domanda respinta. Elisabetta decise di insistere con l' ennesimo ricorso in Cassazione, che a sorpresa dispose un processo di revisione davanti alla corte d' Appello di Salerno: il giudizio è stato dichiarato ammissibile perché due presunti complici di Lastella dichiararono che questi era completamente estraneo all' omicidio. «Se dopo undici anni la storia è finita bene - dice l' avvocato Gregorio De Palma, del foro di Bari - lo si deve soprattutto all' amore e alla tenacia della compagna dell' imputato. Non lo ha mai abbandonato, ha partecipato a tutti i processi, non ha mai messo di sperare e di lottare».

SANITOPOLI A BARI

Seicentomila euro di provvisionale da versare nelle casse della Regione Puglia immediatamente e circa 300 anni complessivi di reclusione per la maggior parte dei 99 imputati. Si è concluso a Bari il 14 ottobre 2010, dopo tre giorni di camera di consiglio, il primo grado del processo Farmatruffa che vedeva coinvolti capi area e informatori scientifici di nove case farmaceutiche e multinazionali, medici di base e farmacisti. A quasi un decennio dall’avvio delle indagini ha trovato un primo epilogo una vicenda giudiziaria che fece scalpore. Secondo l'accusa, i medici di base dopo aver ricevuto danaro ed altre utilità (viaggi e favori di vario genere) dagli informatori scientifici avrebbero prescritto farmaci all'insaputa dei loro pazienti, ma avvalendosi nel loro disegno della complicità dei farmacisti. Questi, dopo aver tolto le fustelle dai medicinali, avrebbero provveduto a gettare le confezioni nella spazzatura: in questo modo si sarebbero sbarazzati anche di farmaci salva vita con un prezzo che arrivava fino a 700 euro per confezione. Alcuni di loro furono visti e registrati in diretta dai carabinieri del Nas. Nel 2009 le nove case farmaceutiche coinvolte patteggiarono circa sette milioni di euro. Hanno patteggiato la pena e hanno versato le somme (a titolo di risarcimento danni, di maggior profitto e di sanzione) le società: Pfizer (1,5 milioni di euro), Astrazeneca (900mila), Lusofarmaco (1,016 milioni), Novartis (1,010 milioni), Recordati (724mila), Bracco (718mila), Bristol Myers Squibb (359mila), Biofutura (474mila), Glaxosmitkline (419mila). Difficilmente si arriverà alla conclusione dei tre gradi di giudizio: incombe la prescrizione. Tutto finirà a “tarallucci e vino”.

Sanità e corruzione. Su “La Stampa” l’inchiesta sulla Farmatruffa.

"Provi a digitare su Google le parole medici corrotti e vengono fuori più di due milioni e ottocento risultati. Medici e tangenti superano di poco un milione. Medici onesti arrivano appena a 645 mila voci. Nessuno sa a quanto ammonti il giro d’affari della corruzione nel mondo dei farmaci e più in generale della sanità. Si dice cento milioni di euro contando l’intero circo di traffici di politici, imprenditori, burocrati e medici. Ma si tratta di cifre troppo grandi e sommerse. Soltanto ricorrere al motore di ricerca più cliccato della rete può dare un’idea meno astratta del fenomeno. D'altra parte, Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti, nel 2009 l’aveva detto nel leggere la sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario. «Siamo tra i peggiori Paesi al mondo per corruzione». E aveva precisato che alcuni settori sono particolarmente a rischio truffa e sperpero, in particolare il settore della spesa farmaceutica-sanitaria. E aveva elencato le irregolarità riscontrate dai magistrati della Corte dei Conti: la fatturazione fraudolenta, il mancato completamento di strutture ospedaliere o la mancata utilizzazione di impianti già realizzati, le spese per corsi di formazione mai tenuti o carenti di documentazione, l’irregolare gestione di case di cura convenzionate, l’irregolarità sulla gestione di ticket e l’eccesso di prescrizione di farmaci. Sulla sanità e sulle tangenti si sono costruiti imperi e distrutti fior di politici. La sanità faceva da sfondo al traffico di escort a Palazzo Chigi. La Sanità è costata la poltrona a Ottaviano Del Turco, presidente della regione Abruzzo. Ed è stata il filo conduttore della Sanitopoli che travolse Francesco De Lorenzo, ministro della Sanità ai tempi della Dc, e Duilio Poggiolini direttore generale del ministero. Poggiolini, il re Mida della Sanità, colpito da 145 capi d’accusa, fra cui aver favorito l'ingresso di alcuni farmaci nel prontuario sanitario dietro compensi e regalie, in beni o denaro o aver autorizzato aumenti dei prezzi sempre dietro compensi. O, ancora, la farmatruffa esplosa nel 2003 a Verona con viaggi, regali, cene, consulenze per un totale di cento milioni di euro per comprare circa tremila medici che avevano prescritto prodotti farmaceutici in cambio di denaro. Oppure c’è l’inchiesta nata a Torino nel 2005 e approdata a Roma che coinvolge addirittura l’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, che classifica e cataloga i medicinali da immettere sul mercato. Due dirigenti dell’Agenzia vengono accusati di intrattenere rapporti privilegiati con gruppi multinazionali di società farmaceutiche nella sperimentazione di sperimentazione di due prodotti bio-equivalenti."

ESAMI TRUCCATI

Concluse le indagini a Bari: 35 indagati per «esamopoli».

La procura di Bari ha inviato a 35 persone un avviso di conclusione delle indagini per l’inchiesta chiamata «Esamopoli», legata a un giro d’affari (circa 50.000 euro in otto mesi) per la compravendita di esami e di tesi di laurea nella facoltà di economia dell’Università di Bari.

L'inchiesta il 3 aprile 2008 portò all’arresto di sei persone e all’emissione di provvedimenti interdittivi. Agli indagati il pm inquirente, Francesca Pirrelli, contesta, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere, concussione, corruzione, falso e rivelazione del segreto d’ufficio. Ai «domiciliari» furono posti il docente di matematica Pasquale Barile, in pensione da qualche tempo, l'assistente di matematica Massimo Del Vecchio, Lucia Lavermicocca, segretaria del dipartimento studi aziendali della facoltà, Sergio Riso e Giuseppe Maurogiovanni, addetti alle aule, e il funzionario a riposo della facoltà Michele Milillo. Le indagini dei carabinieri hanno accertato che gli esami venivano venduti con formule «all inclusive» a cifre oscillanti tra i 700 e i 3.000 euro.

Le vittime erano studenti italiani fuori sede e studenti greci, cioè coloro che incontravano maggiori difficoltà nel sostenere le prove. Dall’inchiesta è emerso che uno studente ha sborsato 15 mila euro per superare una serie di esami.

Esami pagati in natura o con mazzette. Studentesse pronte a tutto. E un dossier segreto rivela come una cupola con docenti e politici si spartiva cattedre e concorsi nell’ateneo di Bari.

È un «mosaico, una tessera che va ad incastrarsi con l'altra, perché là non esiste una persona indipendente... tutti quanti fanno parte di un ingranaggio perverso, tutti! Voglio essere molto buono, il 30 per cento delle persone che si sono laureate nell'ultimo decennio non sarebbero più laureate». Ecco che cos'è stata per anni l'Università di Bari, e in particolare la facoltà di Economia, secondo Massimo Del Vecchio, 46 anni, professore o, meglio, "cultore della materia" a Matematica.

Per la Procura di Bari Del Vecchio è la tesserina magica nel sistema della compravendita degli esami universitari. Una rete organizzata a cellule: gli studenti avvicinano i bidelli, i bidelli avvicinano chi di dovere e l'esame si supera. C'è un tariffario, si arriva fino a 2 mila euro. Ci sono i filmati che dimostrano i passaggi di denaro da una mano all'altra, due mazzette prese in flagrante. Ci sono anche le intercettazioni che raccontano favori sessuali. Centinaia di pagine che hanno spinto il sostituto procuratore Francesca Pirrelli a chiedere e ottenere l'arresto di sei persone: due dipendenti dell'università, due bidelli e due professori, uno dei quali è appunto Del Vecchio. Altri quattro docenti rischiano l'interdizione, compresa la presidente del corso di laurea. E l'inchiesta potrebbe presto allargarsi ancora. Da qualche giorno, sotto gli occhi del comandante provinciale dei carabinieri, Gianfranco Cavallo, c'è un particolare in più.

La tessera che chiuderebbe il mosaico: al momento dell'arresto a casa di Del Vecchio sono state trovate una dozzina di pagine, scritte in corsivo, fitte di nomi e cognomi, episodi, riferimenti, intrecci, nuove rivelazioni. Un memoriale - che ora viene valutato dagli uomini del tenente Michele Cataneo - che svelerebbe tutti i segreti della facoltà e dell'università, dove una cupola gestirebbe le elezioni del preside, del rettore e i concorsi universitari. Ci sono nomi di alcuni tra i più noti professori della città e quello di un parlamentare del Pdl.

Appunti che non sorprendono, perché confermano il quadro delle registrazioni telefoniche. Nelle quali Del Vecchio spiegava: «Qui ci sono tre-quattro famiglie importanti: non è che loro determinano soltanto il nuovo preside, ma determinano chi si deve mettere alle cattedre. Perché al preside dicono: "Noi abbiamo la possibilità di farti preside, però dopo che ti abbiamo fatto preside tu...". Alla prossima tornata sono ancora più forte di prima e dirò a un altro preside: "Vedi che se non vengo io, tu non vieni nominato". Allora tu verrai da me e mi dirai: "Cosa vuoi da me?". Due parenti falli entrare... Così il mio potere aumenterà sempre». Al professore i carabinieri hanno sequestrato «copioso materiale cartaceo» con numeri di telefono «abbinati a giovani donne», nonché «voluminoso dossier fotografico dall'esplicito contenuto erotico, ritraente giovani donne, molte delle quali verosimilmente studentesse ». Il docente era proprio al telefono con una studentessa, il 12 aprile 2006.

Del Vecchio: «Tu, ti devi aprire, ti devi aprire proprio... perché se ti apri a metà poi... ti metti in una situazione di tranquillità locale, perché se vedo che tu anziché aprirti ti copri, mi copro anche io... Se non ti sbottoni... io non ti posso fare niente».

Studentessa: «Professore, se lei mi dice ho la soluzione al tuo problema, io domani stesso sto qua... ».

Del Vecchio: «Io non intendevo sbottonati in senso figurato, io intendo in un altro senso...».

Studentessa: «Io, professore domani le porto i soldi». Del Vecchio: «Non intendevo nemmeno in senso economico... Va bè andiamo avanti».

Secondo Del Vecchio però il baratto sessuale non è un'abitudine isolata alla facoltà di Economia e Commercio. Lo fanno i professori ma anche i bidelli. Parla per cognizione di causa perché in tanti si rivolgevano poi a lui per fare superare l'esame di matematica. Così racconta a un amico.

Del Vecchio: «Nicola (un bidello) si è fatto le studentesse greche in facoltà nell'Aula magna».

Amico: «Davvero?».

Del Vecchio: «Sì, nell'aula magna dove si riuniscono per decidere... là non ci sono nemmeno le finestre, capito?... Una ragazza di Bitonto era stata con Nicola che voleva alcuni giochetti... orali.

Questa si è rifiutata e ha detto, giochiamo in questo modo... Io l'ho saputo perché questa doveva fare matematica, Nicola su matematica non poteva fare niente».

Amico: «Era cosa vostra».

Anche l'11 gennaio 2006 Del Vecchio parla con una studentessa. E allude - scrivono i carabinieri - a «rapporti sessuali intrattenuti tra studentesse, docenti e addetti alle aule allo scopo di superare gli esami».

Del Vecchio: «Tu, non ti devi spaventare, perché certe cose esistono a Bari... Io te lo dico sapendo che sei una persona che rimane qua...». E indica i nomi di alcuni docenti, non indagati. Poi prosegue: «Lui se li porta in quell'albergo; proprio ti posso dire anche il numero della stanza dove va, perché là è amico del proprietario... Una volta fu sgamato dalla moglie, si separarono pure... Poi si fanno anche i bidelli le ragazze. I bidelli non belli, quelli proprio che una dice: "Madonna, neanche se stessi in punto di morte..."».

Il 21 gennaio, invece, sempre Del Vecchio «illustra alla candidata le modalità di superamento dell'esame di inglese mediante il versamento di una mazzetta di 1.500 euro ». Ma come al solito il discorso cade anche sul sesso:

Del Vecchio: «Se puoi essere interessata dopo all'inglese, l'altro te lo posso far fare con molto poco... Per tutte e due le lingue... 1.500 euro». Poi ride. E spiega come funziona nelle altre facoltà.

Del Vecchio: «A Giurisprudenza non solo si comprano, ma bisogna vedere anche con quale metodo si comprano: se in euro o in natura. Io là conosco ragazze che si vendono proprio. Oh Dio, stanno anche a Economia... Hanno una storia con il professore che fa diritto ed è una storia che si chiude dopo la verbalizzazione sul libretto, poi hanno una storia con quell'altro... Ti dico che sono molto belle queste si vogliono solo... divertire. Cose che succedono anche da noi ma a Giurisprudenza, succede ancora di più perché il numero di cultori della materia è maggiore...».

La ragazza non sembra stupirsi. Laconica infatti commenta: «Sì, è logico». Accanto alla compravendita degli esami c'è quella delle tesi. C'è il caso per esempio di «una tesi procurata da Vincenzo Milillo (il bidello al centro dell'inchiesta, ndr) e approntata dal docente Giorgio Cusatelli», in cambio di un assegno da 2.500 euro. «Il professore - si rassicurano al telefono gli indagati - ha detto che se la vedeva tutta lui... Nicola si deve mettere d'accordo con il professore... Si segnasse tutto quello che gli dice, è il professore che sta dirigendo tutto... La tesi si fa allo scanner, non c'è bisogno di scriverla due volte. Viene nel computer, già. Si va sopra e si cambiano solo le frasi dove ha cambiato quello... e se no dobbiamo scrivere tutto di nuovo. E che siamo, fessi?». No, fessi no. Ma almeno riconoscenti: «Avevo appuntamento con il professor Cusatelli gli ho portato il vino, dieci litri di vino proprio buono».

Nell'inchiesta emerge poi una fitta rete di raccomandazioni su alcuni esami, al centro della quale si troverebbe il professore ordinario di Diritto del Lavoro, Antonio De Feo. Presidente del Circolo tennis, De Feo è un uomo di fiducia del parlamentare della Cdl ed ex governatore pugliese, Raffaele Fitto: il docente anni fa è stato arrestato con l'accusa di aver favorito un amico e parente dell'onorevole nella vendita di una società di cui era curatore fallimentare.

Fitto viene più volte nominato da De Feo anche in questa inchiesta. Il professore si premura per esempio con la sua segretaria di preparare «una cartellina dei raccomandati... perché poi farò una lettera se appoggiano Fitto». Il 15 febbraio del 2005 lo chiama invece il capo di gabinetto dell'allora governatore pugliese, Mario De Donatis che gli aveva chiesto una raccomandazione per una studentessa.

De Donatis: «L'ha fatta?».

De Feo: «Già fatta... già fatta...».

De Donatis: «Quanto?».

De Feo: «Io mi scrivo tutti ricordati...».

De Donatis: «Dammi un giorno del mese... ».

De Feo: «Un giorno del mese vuoi tu... (ride)... Aspetta, aspetta un attimo, sto facendomi dare il verbale.... Giorno trenta!».

CONCORSI TRUCCATI

Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.

Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.

Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.

Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.

Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?

COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentregli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni  e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).

LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione,  tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una  interrogazione a al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).

INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.

IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.

IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.

CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e, cosa, fondamentale, sui principi di diritto del parere dato. Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi. Di fatto le commissioni sono illegittime, perché mancanti, spesso, di una componente necessaria. Di fatto i compiti non sono corretti, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. Di fatto le motivazioni sono mancanti o infondate. Su tutti questi notori rilievi vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Oltre che quella n. 4-01126 presentata da Giampaolo Fogliardi mercoledì 24 settembre 2008, seduta n.054. Illegale ed illegittimo è anche il ritardo con cui sono consegnate dalle commissioni di esame le copie degli elaborati, al fine di impedire la presentazione in termini dei ricorsi al Tar, in quanto la maggior parte di questi ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: nel 2005 candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni)  del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista  ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale. Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.

Miracoli all'Asl di Bari: in 58 assunti «perchè non riescono a guarire»

Il problema, effettivamente, sembrava serio. Settanta persone che non rispondevano ai trattamenti medici, team di psicologi impotenti di fronte a patologie che sembravano incurabili. Ed ecco che nel 2007, alla Asl di Bari, qualcuno ebbe l’idea: li guariremo, scrissero, dando loro un posto di lavoro a tempo indeterminato. Nel campionario dei modi creativi con cui è stato gestito il sistema sanitario pugliese, questo è il più particolare: 58 assunzioni che alla fine la Asl è stata costretta a revocare. Perché far passare per disagiata gente che stava benissimo, tanto da potersi iscrivere a un partito, era decisamente troppo.

Facciamo un salto a novembre del 2007, quando la Asl di Bari rinnova i suoi tirocini formativi con la firma del subcommissario Rocco Canosa. Si tratta di uno strumento con cui è possibile avviare al lavoro persone svantaggiate che poi – in determinate condizioni – possono essere assunte: la scelta dei beneficiari deve avvenire con un bando pubblico. Alla Asl di Bari, invece, la lista dei tirocinanti fu fatta su «segnalazione» di alcuni medici, e forse di qualcun altro.

Prima di arrivare alle assunzioni, dunque, c'era da risolvere questo problema. Come giustificare il fatto di essersi «dimenticati» il bando pubblico? Ci pensa un parere di 11 pagine steso dalla Struttura burocratico legale ex Ausl Ba/2. Un vero capolavoro che – prendendola un po' alla lontana – sembra suggerire al legislatore la soluzione definitiva per tutte le patologie incurabili. «La urgenza di ricorrere alle forme di inserimento lavorativo essenzialmente come percorso terapeutico (…) è legata alla gravità delle patologie stesse; la insostituibilità di tali interventi terapeutici in aggiunta ai protocolli farmaceutici è sostanzialmente legata alla insufficienza di questi».

E dunque? «La giurisprudenza si è già occupata in sede di applicazione del precetto di cui all'art. 32 Cost. della deroga a protocolli istituzionali, laddove, in presenza della gravità della patologia rispetto al valore “vita”, dell'urgenza di ricorrere a forme alternative di cura ancorché non rientranti nei prontuari farmaceutici ufficiali e della insostituibilità di tali cure, si è potuto neutralizzare quelle forme ostative di tipo strettamente burocratico-amministrative pur di raggiungere tali virtuosi obiettivi». Le «forme ostative di tipo strettamente burocratico-amministrative», secondo gli illuminati giuristi della Asl, sarebbero i bandi pubblici. Che si possono pure dimenticare («neutralizzare») di fronte a cure che non funzionano: perché un posto di lavoro, si sa, è una medicina universale.

E’ un po’ come se a un candidato sindaco sconfitto e caduto in depressione, la Asl dovesse garantire una poltrona di primo cittadino, ovviamente senza passare dalle elezioni. Oppure se a un allenatore di calcio trombato e che non dorme più, l'Asl dovesse garantire una nuova panchina.

Ma torniamo alla storia. A partire da maggio 2008 partono i tirocini formativi per 70 persone: sono (dovrebbero essere) disagiati psichici o ex tossicodipendenti. Che evidentemente non sono tutti uguali, perché a fine anno l'Asl ne assume solo 56 più altri 6 che non si sa bene da dove saltino fuori. A tutti gli altri viene detto che i tirocini termineranno ad aprile 2009. Poi, arrivederci e grazie. E così sul tavolo del direttore generale della Asl e sulla scrivania di Vendola cominciano ad arrivare alcune lettere di protesta, che la «Gazzetta» ha esaminato e che raccontano una storia singolare. Molti degli assunti, dicono gli esclusi firmandosi con nome e cognome, godono di ottima salute. Qualcuno di loro, accusano, è stato inserito nell'elenco su segnalazione di certi sindacalisti. Un tirocinante, messo a lavorare in un laboratorio di falegnameria, svela che il suo compito era aggiustare i mobili portati lì da un dirigente della Asl. E quei 6 «aggiunti» alla lista degli assunti figurano in un foglio Excel (di cui la «Gazzetta» ha avuto copia) il cui titolo è PD_Puglia_2007. Sembrerebbe la lista degli iscritti al partito in occasione delle primarie.

Insomma, un bel pasticcio. Tanto che lo scorso aprile (con la delibera 955) il direttore generale della Asl ferma tutto. Annulla i contratti di assunzione («inficiati da nullità per violazione delle richiamate norme imperative») e manda le carte all'ufficio provinciale del lavoro. A oggi, nessuno si è azzardato a fare ricorso.

È interessante notare che la delibera iniziale, quella del 2007, porta la firma di Rocco Canosa, oggi direttore generale della Asl Bat. È lo stesso manager che, come la «Gazzetta» ha già raccontato, ha bandito a Barletta le 22 borse di studio assegnate per tre anni alle stesse 7 persone. Il manager che ad aprile ha annullato tutto è invece Lea Cosentino, dimissionata dalla Regione dopo il suo coinvolgimento nell'indagine su Tarantini: il fascicolo penale va verso l'archiviazione ma, ha spiegato l'assessore Fiore, la Cosentino ha «violato il rapporto di fiducia».

Intanto i veri disagiati psichici inseriti nel famoso elenco (sì, qualche vero bisognoso c'era) sono ancora a spasso. Sempre disperati, ma senza tessere di partito.

CORSI E RICORSI STORICI. 2009

TEST TRUCCATI PER L'ACCESSO IN ODONTOIATRIA

Nel corso dell’irruzione nell’appartamento di via dei Papaveri ad Altamura (di proprietà di un assessore) dove una specie di commissione di esperti di matematica, fisica, biologia e chimica stava cercando di trovare le risposte ai quiz contenuti nella traccia (unica per tutti gli atenei italiani) della prova di ammissione alla facoltà di Odontoiatria, gli investigatori della guardia di finanza hanno trovato diversi oggetti di interesse archeologico. Si tratta di reperti la cui provenienza si ipotizza possa essere illegale. Per questa ragione sono stati requisiti. 

Un aspetto comunque marginale emerso nell’ambito di una vicenda nella quale oltre alle otto persone trovate nell’appartamento di Altamura, risulterebbero coinvolto anche il presidente del corso di laurea in Odontoiatria della Facoltà di medicina e Chirurgia della Università di Bari, il professor Felice Roberto Grassi al quale è stato notificato l’avviso di garanzia contestualmente (forse proprio in veste di presidente del corso) alla perquisizione effettuata dai finanzieri, venerdì mattina, mentre era in corso la prova di ammissione, nella segreteria amministrativa di Odontoiatria.

Da quello che si è saputo gli investigatori hanno notificato un ulteriore avviso di garanzia ad un informatore scientifico al quale alcuni suoi clienti (medici odontoiatri e odontotecnici), genitori di giovani che avevano in animo di partecipare all’esame a quiz, si sono rivolti per cercare qualcuno che potesse favorire l’ambizione dei loro figli. Al rappresentate di prodotti per l’odontoiatria sono stati sequestrati due telefoni cellulari e un personal computer.

Una cinquantina sono state le perquisizioni eseguite, alcune «semplici» altre per decreto a carico di persone indagate. Gli studenti baresi che nei campus di Foggia, Napoli e altri (potrebbero essere coinvolte le università di Verona e Milano ma su questi nomi non ci sono conferme) stavano aspettando l’«aiutino», sarebbero una quindicina ma potrebbero essere molti di più.

Gli investigatori, dopo il blitz hanno esaminato tabulati telefonici per individuare altre utenze mobili (cellulari e palmari di ultima generazione) collegate al gruppo di «intelligence service» preso con le mani nella marmellata, ossia con la traccia del tema (composto da 80 domande a risposta multipla) inviato ad Altamura attraverso una e-mail forse partita da una delle aule di esame, forse da un’altra sede. Si parla anche dell’ipotetico utilizzo di un sistema fotografico (forse quello installato sui cellulari) per riprodurre e inviare i quesiti. 

A quanto pare l’appartamento di via dei Papaveri nel quale gli investigatori hanno sorpreso gli otto «luminari» al lavoro sarebbe nella disponibilità dell’odontotecnico Francesco Miglionico, assessore comunale ad Altamura, con un figlio tra le centinaia di esaminandi. Tra le otto persone che la guardia di finanza ha identificato c’è anche il ricercatore barese Andrea Ballini già coinvolto con Grassi e altre undici persone in un concorso per l’assegnazione di posti di dottorato di ricerca in Biotecnologie applicate alle scienze odontostomatologie, presso l’Università di Bari. Nel corso delle perquisizioni gli investigatori hanno collezionato personal computer, telefonini e palmari. Non è noto al momento il numero degli indagati, si parla di una trentina di persone.

L’inchiesta si sta sviluppando sotto la direzione dei sostituti procuratori Francesca Romana Pirrelli e Renato Nitti. I reati contestati sono quelli soliti in questi casi: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio, alla corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio, alla rivelazione e utilizzazione dei segreti di ufficio.

CORSI E RICORSI STORICI. 2008

BARI, UNDICI INDAGATI IN UNIVERSITA'. ABUSI AD UN CONCORSO DI ODONTOIATRIA.

Corruzione o truffa: sono i reati che la procura di Bari ipotizza nei confronti di undici persone tra docenti e candidati al concorso per dottorato di ricerca della facoltà di odontoiatria della locale università. Le indagini sono state avviate dopo l'inoltro in procura di un esposto nel quale si segnalava che, già prima delle prove del concorso, venivano indicati i nomi dei quattro vincitori.

CORSI E RICORSI STORICI. 2007

BARI, TRENTA INDAGATI IN UNIVERSITA'. ABUSI AD UN CONCORSO DI ODONTOIATRIA.

Sono un trentina gli studenti che hanno tentato di barare ai test di ammissione alle facoltà a numero chiuso di medicina e odontoiatria di Bari, Ancona e Chieti il 4 e 5 settembre 2007. La procura presso il tribunale di Bari trasmetterà domani al rettore dell'università del capoluogo pugliese, Corrado Petrocelli, l'elenco con i nomi. La decisione è stata presa oggi dal procuratore, Emilio Marzano, e dal pm inquirente, Francesca Romana Pirrelli.

L'elenco. Secondo fonti inquirenti, l'elenco dovrebbe contenere "tra i 20 e i 30 nominativi" di studenti che avrebbero ricevuto dall'esterno (con telefonate e messaggi giunti sui loro cellulari) le risposte ai quiz della prova di ammissione. Risposte che provenivano da due 'centri di ascolto' allestiti a poca distanza dall'aula in cui si svolgevano le prove.

Perquisizioni e sequestri. Nell'ambito delle indagini nei giorni scorsi il pm Pirrelli ha fatto compiere alla Guardia di finanza di Bari perquisizioni e sequestri a carico di sette persone - tra cui due docenti universitari di Bari e Ancona - iscritte nel registro degli indagati per associazione per delinquere finalizzata alla truffa e alla corruzione. Nel registro degli indagati finiranno presto anche gli studenti che hanno barato durante i test.

Dalla procura, però, dovrebbe solo partire l'elenco dei nomi degli studenti sotto indagine e che sarebbero stati intercettati anche durante i test, ma non le fonti di prova a loro carico, essendo gli atti coperti dal segreto istruttorio. L'elenco dei nomi sarà fornito anche perché, è il ragionamento degli investigatori, dal punto di vista amministrativo il solo possesso del telefonino da parte di un candidato alla prova è causa di esclusione.

UNIVERSITA', CONCORSI TRUCCATI. ARRESTATI 5 CARDIOLOGI.

L'accusa: formavano un'associazione per delinquere allo scopo di inserire amici e conoscenti nelle facoltà di Bari, Firenze e Pisa. "Riuscivano a controllare le commissioni esaminatrici".

Cinque cardiologi sono stati arrestati oggi dalla guardia di finanza nell'ambito dell'inchiesta sui presunti concorsi universitari truccati. Il provvedimento del gip del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis ha raggiunto i professori Livio Dei Cas, di 62 anni, primario cardiologo all'ospedale Civile di Brescia e docente universitario, Paolo Rizzon, di 72 anni, fondatore della scuola di cardiologia dell'Università di Bari, il pisano Mario Mariani, di 68, il milanese Maurizio Guazzi, di 69, e il fiorentino Luigi Padeletti, di 57. L'accusa è di associazione a delinquere, corruzione e falso. A tutti è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari.

L'ipotesi investigativa è di aver costituito e preso parte a un'associazione per delinquere attraverso la quale hanno fatto vincere a candidati a loro graditi diversi concorsi per docente ordinario e associato e per ricercatore nelle facoltà di cardiologia delle università di Bari, Firenze e Pisa. Per ottenere questo scopo i medici avrebbero anche controllato presso alcune università italiane l'elezione di componenti delle commissioni esaminatrici.

L'accusa era contenuta nell'avviso di proroga delle indagini preliminari notificato lo scorso 26 maggio dalla guardia di finanza a sette persone. Al centro dell'inchiesta della procura barese c'è una decina di concorsi che sarebbero stati truccati in diversi atenei italiani.

I magistrati avrebbero accertato che i concorsi erano solo una formalità per procedere all'assunzione dei docenti universitari (ordinari e associati, in forma più attenuata anche quella di ricercatori) perché l'indicazione del nominativo della persona che doveva risultare idonea al concorso era già stato definito in precedenza. Nell'ambito della stessa inchiesta il 19 maggio scorso fu bloccato un concorso indetto a Firenze e furono sequestrati i relativi atti.

Oltre ai cinque cardiologi arrestati, ricevettero avviso di proroga Giovanni Modica, di 74 anni, di Catania, e Mario Erminio Lepera, barese, di 41 anni. Lepera - in concorso con Rizzon - è indagato per tentativo di estorsione continuata per aver costretto qualcuno a far ottenere loro varie utilità.

Il reato di corruzione fa riferimento a presunti scambi di favori che si sarebbero fatti i componenti delle commissioni esaminatrici dei concorsi che, di volta in volta, sostiene l'accusa, si sono favoriti per far vincere a persone a loro gradite le gare. Tra coloro che avrebbero beneficiato delle assunzioni ci sono figli, nipoti, amanti e allievi dei cardiologi.

PARENTOPOLI A BARI

da Il Messaggero del 5 aprile 2007, pag. 1. Colonialismo? C’è chi, di fronte allo scandalo dei concorsi universitari pilotati e delle famiglie plenipotenziarie in certe facoltà, è arrivato a proporre la presenza di professori stranieri nelle commissioni che valutano docenti e ricercatori. In nome dell’italianità, dell’autonomia, della libertà, della Costituzione, dei principi repubblicani, l’idea è subito abortita. Anche se ieri il ministro Mussi ha annunciato, nell’intervista al Messaggero, di volerla introdurre nella bozza di riforma dei concorsi. «E’ fondamentale allontanarsi dalla perversa logica dello scambio!», dicono i più. Tutti d’accordo, a parole: il compito anonimo, come in molti altri concorsi, però non lo vuole quasi nessuno. Ecco, così, germinare negli anni, proliferare, infine esplodere, termitai con molte, troppe regine lungo corridoi inestricabili. E inesplicabili: per complessità levantina, “aum aum” mafioso, “quaquaraquà” burocratese. Corridoi in cui tentano di incunearsi forze dell’ordine e magistrati, trovando di tutto, ma potendo fare ben poco. L’università di Bari, la più grande del Sud insieme a Napoli, da un paio d’anni è la Treccani di quanto può accadere, non dovrebbe accadere, però accade negli atenei italiani.

Mafia? - Se venisse provata l’associazione di stampo mafioso, chi ha pilotato certi concorsi non sarebbe tutelato dall’indulto. Come provarla, però? Emanuele De Maria, sostituto procuratore, si stringe nelle spalle: i suoi armadi traboccano di faldoni, e sugli armadi altri faldoni. E dentro di lui la frustrazione di un magistrato che lavora in un palazzo di giustizia abusivo (a Bari succede anche questo), fra qualche mese arriverà a processo, ma poi? «Certo, l’indulto non estingue il reato, però...». Ha messo ai domiciliari sei medici-commissari a un concorso di cardiologia (associazione a delinquere e corruzione), fra poco saranno processati, poi si vedrà.

«Quel professore è molto inviso alla fascia degli ordinari che si muovono in un sistema simile alla mafia», diceva un commissario del concorso di medicina interna bandito due anni fa. Docente intercettato, la conversazione è in una istanza di ricusazione presentata all’università da un candidato. «Ho detto a un collega che ci doveva dare una mano. Ma tu cosa ci dai in cambio? gli ho risposto», dice un altro docente. Fra innumerevoli ”a buon rendere” pronunciati via telefono, tra frasi come: «Per questa cosa qua dovete darmi in cambio un’idoneità», due settimane fa partono avvisi di garanzia contro sei docenti di medicina interna baresi, un palermitano, un milanese, un foggiano e il novarese Ettore Bartoli, in alcune chiacchierate definito ”burattinaio” dei concorsi in tutt’Italia. Giuseppe Palasciano lascia la commissione, si muovono accademici di mezz’Italia, si scoprono altri quattro concorsi sospetti destinati agli amici degli amici.

“Ci siamo ribellati” - Emilio Tafaro, 66 anni, professore associato da un ventennio, scrive alla Procura: «Mi sentivo vittima di una irregolarità.» Rincara il ricercatore Edoardo Guastamacchia: «Discriminato? Certamente sì, lo sono.» Già sei anni fa una ventina di medici universitari baresi chiedevano che Riccardo Giorgino non restasse primario di endocrinologia, poltrona che ha poi tramandato al figlio Francesco: indagati entrambi. L’erede, associato nel 2000 con un concorso bandito dall’università di Bari, pochi mesi dopo divenne ordinario a Chieti. Ancora poco e rieccolo a Bari, professore con la benedizione del padre.

Lo scambio - Giuseppe Palasciano, coinvolto nel famigerato concorso per medicina interna: «Giusto occuparsi di parentopoli. Non a caso i miei figli non hanno studiato medicina.» Il figlio Fabrizio è infatti dottorando di archeologia a Foggia, dove preside è Franca Pinto Minerva. La signora ha un figlio, Francesco, specialista in medicina interna. Chi è suo direttore? Esatto: Palasciano senior. Non è medico nemmeno Nicola Barbuti, figlio dell’ex docente Salvatore. Lavora a Scienze della formazione, dipartimento di Scienze storiche di Giovanna Da Molin. Il figlio di quest’ultima, Christian Napoli, è ricercatore a Igiene: la specializzazione di Barbuti padre. Questi esempi dimostrano che “parentopoli” può anche non essere un fatto giudiziario. Inchieste a parte, all’ateneo di Bari il fenomeno ha una connotazione sociologica e di costume. Quasi fosse il carattere distintivo di un certo modo di vivere l’accademia. E di tramandarla alle generazioni future. Gianluca e Raffaella Girone, figli dell’ex rettore Giovanni, lavorano nel dipartimento di studi aziendali, da sempre area dei Massari, otto-docenti-otto tutti a Bari. E la figlia di Lanfranco Massari, Antonella, è ordinaria al dipartimento di Scienze statistiche: “roba” dei Girone.

Oggi sposi - Le alleanze si stringono anche per matrimonio. Franco Dammacco, prorettore in epoca Girone, medico di fama coinvolto nello scandalo di medicina interna, era membro della commissione che sei anni fa promosse Vito Racanelli. Il quale, nello spazio di alcune settimane, impalmò sua figlia Rossana. Una casalinga? Un’impiegata? No: ricercatrice di oculistica nella clinica del professor Carlo Sborgia. Un nome entrato, suo malgrado, nella giostra dei concorsi: il professor Renato Meduri, di Bologna, lo accusa di non aver fatto promuovere sua moglie Lucia Scorolli. La commissione si riunì a Bari, la storia ha avuto un brutto seguito di minacce e di proiettili spediti a un altro oculista.

Tengo famiglia - Alla facoltà di Medicina di Bari trentacinque docenti risparmiano benzina. Figli, nipoti e parenti vari, infatti, lavorano nello stesso posto, si può viaggiare con un’auto sola. Se Giorgino è accusato di aver pilotato la successione del figlio, e di avere spinto anche il cognato di Francesco, basta spingersi a Economia per piombare dentro Dinasty. In un solo corridoio ecco il chiarissimo professor Giovanni Tatarano, il figlio Marco e la figlia Maria Chiara. Roba da dilettanti: i Dell’Atti sono il doppio, i Girone anche. E i Massari addirittura otto, tutti a Economia. In pratica, una facoltà in appalto. Medicina? Il 40 per cento dei figli dei primari è nella medesima facoltà dei genitori. Davide Canfora è neo ordinario a Lettere. Ha superato Federico Sanguineti, figlio del poeta Edoardo. Papà non è uno qualunque, ma Luciano Canfora, filologo, che ha in università la moglie e la figlia Irene, quest’ultima ben inserita a Legge nel dipartimento già diretto dal cognato, e anche la nuora, sposa del figliolo.

Studiare? E’ da scemi - Millecinquecento euro per un esame, cinquemila e ne compri quattro. Si accettano assegni. I carabinieri hanno scoperto uno studente di Economia che passava quattrini a un bidello, poi gli indagati sono diventati una ventina. Le indagini sono state estese a Medicina e a Legge. Prezzo delle tesi, duemila euro, due sono state sequestrate il giorno prima della discussione.

UNIVERSITA': AFFARE DI FAMIGLIA. A BARI MOGLI E FIGLI IN CATTEDRA

BARI - La stanza numero 24 è quella del professore Giovanni Tatarano, ordinario di Diritto privato. Suo figlio Marco insegna lì accanto, nella stanza numero 4. Sua figlia Maria Chiara riceve gli studenti proprio di fronte a papà, nella stanza numero 12.

Tutta la famiglia in un corridoio. E non come quegli altri, che si sono sparpagliati invece su quattro piani e sopra cinque cattedre. Quegli altri che si chiamano Dell'Atti, tutti parenti, tutti docenti.

Ma mai tanti e mai tanto esimi come i Massari, nove tra fratelli e nipoti e cugini, probabilmente la tribù accademica più numerosa d'Italia. Benvenuti all'Università di Bari, benvenuti nella città dove in pochi intimi si spartiscono il sapere e il potere.

Buongiorno, dov'è la stanza del professore Girone? "Girone chi?", risponde spazientito il vecchio custode di Economia e Commercio. Girone Giovanni il Magnifico Rettore o Girone Raffaella che è sua figlia?, Girone Gianluca che è suo figlio o Girone Sallustio Giulia che è sua moglie? In ordine, stanza numero 3, stanza numero 26, stanza numero 58, stanza numero 13. E aggiunge, sempre più infastidito il custode: "Poi se vuole parlare con un altro parente stretto dei Girone, ci sarebbe pure il dottore Francesco Campobasso, associato di statistica, che è il marito della professoressa Raffaella, quinto piano, stanza numero 19".

E' cominciato così il nostro viaggio in quel labirinto che è l'Ateneo pugliese, concorsi pilotati, test truccati, esami comprati e venduti, tentate estorsioni e una Parentopoli che è ormai al di là del bene e del male. Lo scandalo sta dilagando. E a Bari, per la prima volta la razza barona trema. Sussurri, voci, grida. Si sta scoprendo un vero verminaio nell'Università dalle più antiche tradizioni delle Puglie. Facoltà dopo facoltà, dipartimento dopo dipartimento. E anche sotto la spinta di una valanga di anonimi.

Sono tanti i Corvi che volano nel cielo di Bari in queste settimane di paura. Raccontano di tutto e di tutti, spiegano in lunghe lettere (con tanto di allegati grafici e di alberi genealogici) come una mezza dozzina di clan accademici hanno allungato le mani sull'Università. "Arrivano ogni mattina sulle scrivanie dei sostituti con la posta prioritaria", confessa il procuratore aggiunto Marco Dinapoli, il magistrato che coordina le indagini sulla pubblica amministrazione. Denunce di combine nelle commissioni esaminatrici, nomi, cognomi, favori incrociati per piazzare di qua e di là consanguinei o amanti, fidanzati e generi. Ci sono inchieste aperte dappertutto. A Veterinaria e a Matematica, a Scienze delle Comunicazioni, a Cardiologia, a Ginecologia, a Genetica, al Politecnico. Ma è Economia e Commercio - dove il rettore Giovanni Girone è ordinario di Statistica - che è il cuore della razza barona barese, è in quell'edificio grigio a cinque piani il suq delle cattedre.

Sono tutte qui le grandi famiglie accademiche, tutte super rappresentate a cominciare da quella del Magnifico fino agli illustrissimi Massari, tre fratelli - Giansiro, Lamberto e Lanfranco - e poi un nugolo di figli ricercatori. Concorsi a regola d'arte, carte naturalmente sempre a posto come vuole la legge. Tanto a vincere sono soprattutto i parenti. Il preside della facoltà si chiama Carlo Cecchi e allarga sconsolato le braccia: "A me i professori me li regalano le commissioni aggiudicatrici dei concorsi: cosa posso fare io? Io non sono mai stato nelle commissioni di esami".

Senza vergogna e senza pudore una dozzina di clan accademici, anno dopo anno, si sono impadroniti dell'Ateneo. "E' come se ci fosse stata una competizione tra alcuni professori a chi riusciva a collocare più membri del proprio gruppo familiare", commenta Nicola Colaianni, ex magistrato di Cassazione, il docente di Diritto pubblico nominato dal senato accademico a presiedere una commissione d'inchiesta sui buchi neri dell'ateneo. La sua relazione finale l'altro ieri è finita dritta dritta alla procura della Repubblica.

Ci sono i clan ad Economia e Commercio e ci sono quelli al Policlinico, altro girone infernale della cultura universitaria pugliese. Clan e ancora clan, lo scambio di promesse per un posto di ricercatore o di associato, i figli e i nipoti tutti specializzandi, sempre gli stessi nomi che occupano le stesse cattedre: i Ponzio a Lingue, i Foti al Politecnico e via via tutti gli altri. Fino alle grandi famiglie dei "professori" del Policlinico. Quasi tutti hanno trovato un dottorato di ricerca o un incarico nella stessa clinica del padre o dello zio o del cugino. A Psichiatria. A Ortopedia. A Neurochirurgia. A Endocrinologia. A Chirurgia generale. Un elenco infinito. Con il 40 per cento circa dei figli dei primari nella stessa facoltà dei padri e, molto spesso, nella stessa struttura operativa. Con l'età dei "fortunati" parenti a volte molto sospetta, mediamente dieci anni più bassa di quella dei loro colleghi senza blasone.

Privilegi di casta e anche qualcosa di più. Come quell'holding che gestiva concorsi con il trucco a Cardiologia, il fondatore della scuola barese Paolo Rizzon arrestato per associazione a delinquere "finalizzata al falso e alla corruzione", secondo i giudici un componente di rango di una sorta di Cupola che "dirigeva" gli affari della cardiologia. E non solo in Puglia. O come il primario di Ginecologia e ostetricia Sergio Schonauer, indagato per avere votato una commissione che avrebbe dovuto giudicare suo figlio Luca per un posto di ricercatore nella sua stessa clinica. E' la prepotente "normalità" di questa Bari universitaria che si sente impunita, è l'intrigo alla luce del sole, l'omertà delle complicità estese.

Rettore, ma cos'è questa sua Università, una sola grande famiglia? Prima Giovanni Girone travolge con la sua mole un gruppo di giornalisti e si fa sfuggire un magnifico "vaff...", poi si scusa, minaccia la solita querela a chiunque parli o scriva dei suoi e degli altri parenti cattedratici, finalmente si placa e ci fa entrare nella sua stanza. Alle sue spalle due grandi foto, una di Padre Pio e l'altra di Aldo Moro. E alla fine Girone sospira: "I nomi non c'entrano, i concorsi o sono corretti o non sono corretti. E nel caso di mia moglie e dei miei figli è stato tutto regolarissimo: quel che conta è soltanto la produzione scientifica". Così parla il Magnifico rettore dell'Università di Bari, l'ateneo delle grandi tribù.

ALTAMURA. INTRECCI MAFIA E POLITICA.

Da "Il Corriere della Sera": Altamura, intrecci tra mafia e politica. Ad Altamura perquisizioni e arresti scaturiti da un'operazione coordinata dall'Antimafia barese ed eseguiti da carabinieri e guardia di finanza. Sono quattordici gli indagati, tra questi due avvocati e due carabinieri. Tre le persone arrestate, due ai domiciliari, uno in carcere. L'inchiesta è stata condotta dalla pm Desiree Digeronimo, che ipotizza un intreccio tra mafia, politica e colletti bianchi. Nel mirino gli affari con Bartolomeo Dambrosio, il presunto boss ucciso, a settembre 2010, con 43 colpi di pistola nelle campagne della Murgia barese. Le relazioni sospette sono state evidenziate anche da Valeryia Hiblova, 35 anni origini ucraine, moglie di Dambrosio.

La donna ha ottenuto il programma di protezione e sarebbe stata ascoltata già più volte dagli inquirenti. Gli indagati sono Giuseppe Antonio Colonna, Vincenzo Crapuzzi, il boss defunto, Bartolomeo Dambrosio e suo fratello Mario, Biagio Genco (scomparso cinque anni fa), Vincenzo Laterza (collaboratore di giustizia), Vincenzo Scalera, l’avvocato Vincenzo Siani, Giuseppe Bruno, l’ex assessore comunale e vice sindaco, nonché avvocato, Vito Zaccaria, Mario Clemente (detto Franco), il maresciallo dei carabinieri Nicola Logiudice, il carabiniere Massimo Carotenuto, e Domenico Cicirelli. La pm Desiree Digeronimo aveva chiesto la custodia cautelare per tutti, ma il giudice Vito Fanizzi ha concesso l’arresto in carcere solamente per Mario Dambrosio e Giuseppe Colonna, mentre è stato posto ai domiciliari il maresciallo Logiudice, comandante della stazione dei carabinieri di Altamura. Ai 14 indagati vengono contestati, vario titolo, l’associazione mafiosa, lesioni personali, violenza privata, estorsione, usura, detenzione e porto d'armi da guerra, simulazione reato, favoreggiamento personale, frode processuale e omicidio e occultamento del cadavere di Biagio Genco. In particolare, avrebbero fatto parte dell’associazione mafiosa Giuseppe Antonio Colonna, Vincenzo Crapuzzi, il boss defunto, Bartolomeo Dambrosio e suo fratello Mario, Biagio Genco (scomparso cinque anni fa), Vincenzo Laterza (collaboratore di giustizia), Vincenzo Scalera, l’avvocato Vincenzo Siani, Giuseppe Bruno e Domenico Cicirelli. Ai due carabinieri, invece, è contestato il favoreggiamento e la frode processuale. Mentre all’ex vice sindaco, Zaccaria, è contestato il concorso esterno, lesioni personali e violenza privata.

Da  “La Repubblica”: Mafia e politica, terremoto ad Altamura, arrestato anche il comandante dei carabinieri. Nell'inchiesta sono due i militari coinvolti, 13 in tutto gli indagati tra cui due avvocati penalisti del foro di Bari e alcuni presunti esponenti del clan Dambrosio. Sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, lesioni, estorsione, usura, detenzione di armi da guerra, favoreggiamento e frode processuale. Tre persone, tra le quali il comandante dei carabinieri, sono state arrestate dal Gico della guardia di finanza nell'ambito di un'inchiesta su presunti intrecci tra organizzazioni mafiose ed esponenti politici nella Murgia barese.

Durante il blitz della guardia di finanza e dei carabinieri ad Altamura i militari hanno notificato le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Bari Vito Fanizzi su disposizione del sostituto procuratore antimafia Desiree Digeronimo. Nell'inchiesta su presunti intrecci tra mafia e politica nella cittadina sono finiti però due i carabinieri della stazione di Altamura: il sottoufficiale è stato posto agli arresti domiciliari, un secondo è indagato. Tra gli indagati, inoltre, ci sono anche due avvocati penalisti del foro di Bari. In tutto, 13 gli avvisi di garanzia tra cui quelli notificati a presunti esponenti del clan Dambrosio. Due ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state notificate al 44enne di Altamura Giuseppe Antonio Colonna, detto "Il Fighetto", e al 39enne Mario Dambrosio, fratello del defunto boss Bartolo, ucciso nelle campagne alla periferia di Altamura il 6 settembre 2010. Al 45enne di Matera Nicola Logiudice, comandante della stazione dei carabinieri di Altamura, sono stati concessi gli arresti domiciliari. Per il maresciallo Massimo Carotenuto, in servizio presso la stessa stazione dei Carabinieri, è stata rigettata la richiesta d'arresto ed è stato fissato l'interrogatorio per il prossimo 13 dicembre. Sono indagate a piede libero altre 10 persone, tra cui il defunto boss Bartolo Dambrosio e Biagio Genco, scomparso da Altamura il 17 novembre 2006, forse vittima di lupara bianca. Le posizioni di entrambi saranno stralciate e archiviate perché defunti. Rigettate anche altre sette richieste di misura cautelare, tra cui quelle a carico di due avvocati altamurani, il 53enne Vincenzo Siani e il 36enne Vito Zaccaria, entrambi impegnati in politica. I reati contestati dall'Antimafia sono, a vario titolo, associazione mafiosa, lesioni personali, violenza privata, estorsione, usura, detenzione e porto di armi da guerra con relative munizioni e sostanze esplodenti, simulazione di reato, favoreggiamento personale e frode processuale. Al 35enne Giuseppe Bruno l'Antimafia contesta anche l'omicidio e l'occultamento di cadavere di Genco. I fatti contestati si riferiscono agli anni 2001-2010. L'indagine - a quanto si è saputo - è cominciata dopo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Laterza, indagato a piede libero in questo procedimento, a partire dal dicembre 2006. Amicizie importanti nelle forze dell'ordine, che gli avrebbero garantito protezione. Nella torbida storia dell'omicidio di Bartolo D'Ambrosio emergono nuovi spaccati sui quali si indaga, mentre ad Altamura il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano ha partecipato al comitato sicurezza, tenutosi in Municipio tra le proteste della minoranza in Consiglio. «La gravità della situazione nella città murgiana - ha detto Mantovano - la si può comprendere partendo dal 2005 e cioè dall'omicidio Scalera avvenuto ad Altamura, dal sequestro De Nola, dalle reazioni di carattere criminale che sono state condotte in quell'epoca nei confronti di un giornalista di una emittente radiofonica locale, fino all'ultimo omicidio». Partono da lontano anche i rapporti di Bartolomeo, per gli amici "Bartolo", e sono tanti gli amici che il boss, ucciso una settimana fa, aveva coltivato negli anni. Tra questi, anche esponenti delle forze dell'ordine che lo avrebbero aiutato in numerose circostanze. Uno, in particolare, avrebbe protetto D'Ambrosio. Un nome che torna in numerose situazioni e che è stato portato all'attenzione degli inquirenti dall'onorevole Pierluigi Zazzera, coordinatore regionale dell'Idv. Nei giorni scorsi, il politico aveva dichiarato: «Ad Altamura è a rischio la tenuta delle istituzioni e la sicurezza sociale». Lo stesso parlamentare, un anno fa, aveva scritto al ministro Alfano un'interrogazione parlamentare nella quale si denunciavano anomalie riguardanti la Compagnia dei carabinieri di Altamura dove, riferiva Zazzera, il teste di giustizia Francesco De Palo (fratello del conduttore di Radio Regio, Alessio, destinatario di minacce e aggressioni, come menzionato ieri da Mantovano) sarebbe stato sequestrato e picchiato, e poi arrestato. Nella riunione di ieri, alla presenza dei vertici delle forze dell'ordine, del prefetto di Bari Schilardi e del procuratore Laudati, Mantovano ha assicurato una pronta risposta dello Stato: «Se qui oggi ci sono i vertici dei reparti investigativi nazionali dei vari corpi di polizia - ha detto - è perché è questo il profilo dal quale ci attendiamo maggiori risultati nell'immediato futuro, soprattutto sul fronte dei tentativi di infiltrazione della criminalità di tipo mafioso operante sul territorio all´interno del mondo economico». E ha ripreso un comunicato diffuso dalla opposizione in Consiglio che si dissocia dalle parole di apprezzamento espresse nei confronti di D'Ambrosio da esponenti della maggioranza: «Mi auguro che appartengano solamente a un brutto ricordo di un passato recente alcune esaltazioni di personaggi criminali veramente inaspettate e fuori luogo - ha detto - E non è bello leggere nelle cronache giornalistiche (ndr, Repubblica del 9 settembre), che "aveva una personalità eccessivamente portata verso il prossimo, che il suo atteggiamento di vita era quello di una persona che puntava a una promozione sociale". Stiamo parlando di un morto, ma anche di un criminale». "Il carabiniere compagno di corsa del boss della Murgia". Insieme in una foto, atleti della stessa squadra. Un sottufficiale dei carabinieri della Stazione di Altamura fotografato con Bartolo D'Ambrosio, ucciso lo scorso 6 settembre, mentre faceva footing. Lo stesso che la Direzione nazionale antimafia descrive come 'personaggio di spessore della criminalità organizzata. Un sottufficiale dei carabinieri della Stazione di Altamura (Bari) è ripreso in tuta di ginnastica insieme con una trentina di persone tra le quali c'è il boss della malavita locale, Bartolo D'Ambrosio, ucciso lo scorso 6 settembre, mentre faceva footing. Lo denuncia il deputato Pierfelice Zazzera (Idv) che in una nota ha allegato anche la fotografia. Il sottufficiale - commenta - "si è fatto fotografare in tuta da ginnastica insieme al più potente dei boss della Murgia che la stessa Direzione nazionale antimafia nel suo rapporto annuale del 2008 descrive come 'personaggio di spessore della criminalità organizzata affiliato al clan Di Cosola, dedito a usura e estorsioni. Ma il rappresentante dello Stato che avrebbe dovuto garantire l'ordine pubblico nella città - aggiunge Zazzera - invece fa parte della stessa squadra di maratoneti cui il boss altamurano poi assassinato apparteneva". Il militare, secondo il deputato, sarebbe "colui il quale il 7 settembre 2009 presso la caserma di Altamura avrebbe pestato Francesco Di Palo, testimone di giustizia la cui unica colpa è aver denunciato i propri estorsori e che si trova attualmente sotto programma di protezione assieme alla famiglia". "Mi chiedo - conclude Zazzera - come sia possibile una risposta forte dello Stato laddove le guardie fanno parte della stessa squadra dei mafiosi? La lotta alla Mafia passa prima di tutto dal ripristino della credibilità delle istituzioni, che vanno depurate da infiltrazioni criminali come purtroppo sembra ci siano in pezzi dello Stato ad Altamura".

MAFIA ED ANTIMAFIA AD ALTAMURA. Resoconto da Panorama. Dei testimoni di giustizia, cioè delle persone che denunciano i mafiosi di cui sono vittima e che rientrano in uno specifico programma di protezione (da distinguere dalla figura del collaboratore di giustizia), si parla poco. È per certi versi logico, visto che appunto vivono in località protette e in segreto. Ma questo comporta che le loro condizioni di vita, spesso difficili, non sono conosciute e non finiscono sui giornali. Anzi, se hanno la forza di lamentarsi e di denunciare i disservizi (nel migliore di casi) che subiscono, rischiano di passare per rompiscatole. La vicenda di Francesco Dipalo, il testimone di giustizia scomparso il giorno di Natale senza portare con sé soldi, cellulare né auto, è un esempio importante. La moglie di Dipalo, Laura Lorusso, ha spiegato che il marito non dà notizie di sé dal 25 dicembre 2010, giorno in cui si è allontanato dal luogo dove vive sotto protezione insieme alla famiglia. La Dda di Bari ha aperto un’inchiesta, le ricerche sono affidate ai carabinieri della stessa città, in collaborazione con quelli della località protetta. Secondo la donna, Dipalo è depresso perché si sente abbandonato dalla istituzioni ed è in cattive condizioni di salute. Il 24 dicembre avrebbe anche inviato una mail alla procura di Bari, senza ricevere risposta. Già nel 2008 l’imprenditore di Altamura, che aveva denunciato gli estorsori cui aveva pagato il pizzo per anni, era sparito per qualche giorno. Non si sentiva adeguatamente protetto, dichiarò, e si considerava vittima “non solo del racket delle estorsioni, ma anche di un sistema che non tutela chi denuncia i propri aguzzini”. Dopo aver testimoniato contro chi lo taglieggiava infatti sia lui sia la sua famiglia avevano subito aggressioni, una anche nella caserma dei carabinieri di Altamura. Anche in questo caso gli inquirenti credono che Dipalo si sia allontanato volontariamente. Questo è il punto. La vita dei testimoni di giustizia, e delle loro famiglie con bambini anche piccoli, è fatta di coraggio e rispetto per la legalità ma spesso anche di disattenzioni subite, amarezze, disagi pratici ed emotivi, sradicamento, ingiustizie. Persino scarsa protezione da parte dello Stato ed episodi che farebbero pentire i più di aver sfidato la criminalità ed essersi messi nelle mani delle istituzioni. Una condizione descritta, lucidamente e rivendicando le scelte fatte, in un libro (Organizzare il coraggio, Add Editore) da Pino Masciari dopo 13 anni di vita in fuga. L’imprenditore edile calabrese si è sempre rifiutato di cedere alla ‘ndrangheta e ha dovuto lasciare la propria terra. Lea Garofalo, compagna di un affiliato alla ‘ndrangheta e poi collaboratrice di giustizia, è stata uccisa e sciolta nell’acido. Francesco Dipalo, pare, si nasconde dai criminali ma anche da chi dovrebbe proteggerlo. “Se dovesse succedergli qualcosa, se dovesse fare qualche atto estremo, voglio che la gente sappia: denunciare non serve, è meglio non farlo. Quello che ti fa lo Stato è peggio di quel che fanno i delinquenti”, ha detto sua moglie. L’Imprenditore scomparso: Le sue prime dichiarazioni rientrato ad Altamura: «Basta vado via da qui». «Me ne vado via per sempre con la mia famiglia, non sarò più deriso per le mie denunce e io e i miei famigliari non saremo più costretti a subire non solo le aggressioni dei criminali ma anche le umiliazioni da parte di chi, come un magistrato, è arrivato a dire che sono mentalmente instabile». Lo ha detto l'imprenditore Francesco Dipalo, appena rientrato ad Altamura. L'uomo era stato via per cinque giorni senza dare notizie e suscitando preoccupazioni nei famigliari, che temevano potesse essere stato vittima di gruppi criminali dopo le sue denunce di estorsioni e aggressioni. Dipalo ha spiegato di essersi allontanato per cercare un luogo dove poter trasferire la propria famiglia, aggiungendo di non aver potuto avvertire neppure i suoi congiunti per non correre rischi. A una domanda se vi siano state sottovalutazioni delle sue denunce, Dipalo ha detto che se ci sono state non gli interessa più, aggiungendo che «tutti possono constatare che da parte dello Stato non c'è stata alcuna reazione». Di chi sia la responsabilità, «della procura di Bari o di Matera, della polizia di Bari o di Matera, «non m'interessa più». «Ho preso il treno da Altamura e mi sono recato a Bari e da qui, sempre in treno per Milano,e quindi a Parigi dove avevo già fissato degli appuntamenti con alcuni colleghi industriali». Solo successivamente al rientro a Milano casualmente l’imprenditore avrebbe scoperto l’agitazione provocata dalla sua scomparsa e si sarebbe quindi recato a Roma dove in un internetpoint avrebbe verificato il grande clamore della sua scomparsa sui media nazionali.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno dell’8 dicembre 2011, il resto.

L’inchiesta si allarga. Sono almeno altre venti le persone finite sotto la lente d’ingrandimento della Dda. Coinvolti altri insospettabili: politici, imprenditori, professionisti. Nel fascicolo ci sono riferimenti anche alle attività estorsive ed usuraie e viene citato l'episodio in cui un avvocato altamurano si sarebbe rivolto a Bartolo Dambrosio per recuperare un credito nei confronti dell’impresario barese Ferdinando Pinto. A dimostrarlo, un’intercettazione ambientale del 20 gennaio 2008. Riferimenti anche ai «servigi» resi da un giudice di pace di Altamura «in favore di Colonna, dei suoi raccomandati e di Dambrosio». Il giudice avrebbe «fruito – si legge nell’ordinanza – di alcune prostitute, messe a sua disposizione in cambio dei suoi interessamenti» che riguardavano il pagamento di multe, il rilascio di patenti di guida e persino la restituzione di veicoli rubati. A fronte dei nove indagati ai quali la Procura contesta, a vario titolo, l’associazione mafiosa, il concorso esterno nella stessa, e per i quali aveva chiesto l’arresto, il gip, ha riconosciuto la sussistenza dei gravi indizi solo per Colonna e Dambrosio, finiti in carcere, e per il maresciallo Nicola Logiudice, comandante della stazione dei carabinieri di Altamura, posto ai domiciliari, con l’accusa di favoreggiamento personale e false dichiarazioni per non aver segnalato che Bartolo Dambrosio non ottemperava all’obbligo di firma. Stessa accusata contestata anche al maresciallo Massimo Carotenuto che rischia però solo una misura interdittiva. Sebbene a parere del giudice non sussistano i gravi indizi di colpevolezza contestati dall’accusa nella richiesta di arresto (che infatti è stata rigettato), proseguono le indagini per l’avvocato altamurano Vincenzo Siani (denunciato per associazione mafiosa, violenza privata, estorsione e usura), Giuseppe Bruno (associazione mafiosa, detenzione e porto di armi, omicidio e occultamento di cadavere di Biagio Genco, scomparso il 17 novembre 2006), dell’avvocato ed ex assessore comunale Vito Zaccaria (concorso esterno nell’associazione mafiosa, lesioni personali e violenza privata ai danni di Dipalo) e di Mario Clemente (concorso esterno nell’associazione mafiosa, estorsione). Indagati a piede libero inoltre Vincenzo Crapuzzi e Vincenzo Scalera e Domenico Cicirelli, autista della Tradeco e uomo di fiducia di Dante Columella, ritenuto dall’accusa «collegamento tra sodalizio e apparato politico». Vista dall’interno, la caserma dei carabinieri di Altamura, anziché un avamposto della legalità, diventa «una sorta di luogo di incontro e di ritrovo dei personaggi più controindicati della zona, tra cui Dambrosio Bartolomeo, Columella figlio, quello con i capelli lunghetti e biondino, un tale Macella Liborio a me noto come vicino agli ambienti della prostituzione». Un sottufficiale dell’Arma tale G. non ce la fa più. Il 24 febbraio scorso viene sentito dalla Dda che indaga su presunte coperture del comandante della stazione di Altamura maresciallo Nicola Logiudice e del maresciallo Massimo Carotenuto. Il primo avrebbe omesso di predisporre il registro dove il boss avrebbe dovuto firmare, in quanto sorvegliato speciale. Il secondo avrebbe saputo e non avrebbe denunciato. E quando il Tribunale chiede alla stazione come si fosse comportato il boss nel 2007, il comandante dichiara il falso. Il suo collaboratore lo sa e, anche questa volta, non denuncia. Una situazione nota in caserma, stando al racconto di G.: «Come ho già detto - dichiara agli inquirenti - mi recai dal comandante provinciale per rappresentare la complessiva situazione da me constatata in diversi anni di servizio presso la stazione di Altamura, situazione di cui la vicenda relativa alla sorveglianza speciale del Dambrosio non era che l’ultima manifestazione di una interminabile serie di fatti e comportamenti che mi avevano umiliato come carabiniere, al punto che avevo anche pensato di farmi mettere in “forza assente”». Una caserma, dunque, frequentata da persone «che per gli atteggiamenti complessivi» e «per il modo di fare non appariva certamente che venissero per ragioni istituzionali (...) ma per altri motivi che a noi subordinati venivano tenuti nascosti». Un clima di familiarità che il carabiniere descrive così: «Ciò che ci colpiva pure era il modo in cui queste persone si rivolgevano ai nostri sottufficiali, dandosi del “tu” e chiamandosi col nome proprio. Per loro il Logiudice non era “il maresciallo”, ma “Nicola”». La vedova del boss si sente abbandonata. Il suo Bartolo che tutti rispettavano e che qualcuno ha tradito è stato ucciso da cinque giorni quando Nico Dambrosio, cugino del boss, ma anche presidente del Consiglio Comunale di Altamura, la chiama e lei perde le staffe. La telefonata che segue è agli atti dell’inchiesta sul presunto intreccio tra mafia e affari che conta quattordici indagati e in cui due giorni fa tre persone sono state arrestate (Mario Dambrosio, fratello del boss assassinato, e Giuseppe Colonna, suo fedelissimo, entrambi in carcere oltre al comandante della stazione dei carabinieri di Altamura, maresciallo Nicola Logiudice che invece è stato posto agli arresti domiciliari). Secondo la Dda per quasi dieci anni ad Altamura avrebbe agito un’associazione che avrebbe instaurato «rapporti con ambienti politico-amministrativi, economico- imprenditoriali, giudiziari e di polizia». La conversazione tra la moglie di Bartolo Dambrosio e il politico Nico Dambrosio, viene intercettata l’11 settembre 2010. Cinque giorni prima Bartolo è stato ucciso in un agguato mentre correva nella campagna murgiana.

Valeryia Hiblova, vedova del boss, accusa Nico Dambrosio «di aver utilizzato - annotano gli inquirenti - la vittima quale “intermediario” in vicende politiche» e che dopo la sua morte lo avrebbero invece scaricato.

Hiblova: « Pronto?» .

Dambrosio: «Sono Nico, buongiorno».

Hiblova: «Nico non mi chiamare più nè tu e di a tutti quanti del Comune che siete dei falsi ipocriti bastardi siete! Bastardi! capito? Bastardi!».

Dambrosio: «Posso sapere cosa è successo?».

Hiblova: «Bastardi! Non vi voglio neanche conoscere più! Non vi voglio conoscere più! Voi dovevate sostenerlo capito? E adesso?».

Dambrosio: .. ine...

Hiblova: «E adesso tutto ciò che sto leggendo sui giornali è una vergogna, vergogna! Vergognatev i!

Dambrosio: «E che cosa...?».

Hiblova: «Non voglio più sapere niente».

Dambrosio: «Hai letto le mie dichiarazioni? ».

Hiblova: Non mi interessa!»

Dambrosio: «...ine...».

Hiblova: «E specialmente a quell'altro... a quell'altro falso ipocrita, quel sindaco là capito? Che io guarda credimi!»

Dambrosio: «Ognuno, Valeria ognuno risponde delle proprie dichiarazioni...ine...».

Hiblova: «Non mi interessa, meglio se chiude quella bocca sua e non parla, perché il silenzio preferisco adesso! che parla, non deve neanche aprire bocca! Ne ai giornalisti, ne ai Carabinieri! Meglio se chiude quella sua boccaccia! Che è lui che è stato sempre quello che gli interessava, gli interessava per i comodacci vostri! Voi avete attaccato il medaglione a mio marito come boss come quello ... come quello...! Avete tenuto un fantoccio!»

Dambrosio: «Assolutamente!».

Hiblova: «A voi era comodo di avere un fantoccio! E adesso alzatevi i culi e lavorate perchè sino ad oggi avete fatto la vacanza! grazie a mio marito! avete capito!». «L’amministrazione comunale conferma piena fiducia nell’operato della magistratura, mantenendo comunque alta l’attenzione sugli sviluppi dell’indagine, al fine di potere tempestivamente tutelare i propri diritti». Quando sono quasi le sette della sera e sono trascorse ben più di ventiquattro ore dagli ennesimi arresti eccellenti che hanno sconquassato mezza città; quando già da ore più esponenti delle opposizioni (i parlamentari Dario Ginefra del Pd e Pierfelice Zazzera dell’Idv e il consigliere regione Michele Ventricelli di Sel) e tutto il fronte dei partiti di centrosinistra hanno chiesto le dimissioni del sindaco e lo scioglimento del consiglio comunale, ecco che dall’indirizzo di posta elettronica del primo cittadino di Altamura, Mario Stacca (Udc, medico, da oltre sei anni a capo di un’amministrazione di centrodestra), arriva sui computer di giornali, siti internet e tivvù locali un laconico e striminzito comunicato stampa. Solo quattro righe quattro: quanto basta, a parer suo, per dare un segno di vita al termine di una giornata in cui ha fatto di tutto e di più per tenersi deliberatamente a distanza da microfoni e taccuini. Eppure, quelli fatti pervenire martedì dagli uffici della Procura antimafia di Bari (in un’inchiesta tutta incentrata sul ruolo di intermediazione politico-affaristico-mafiosa svolto sino ad un anno fa, prima che lo ammazzassero, dal boss locale Bartolo Dambrosio) non sono proprio messaggi indolore per una amministrazione di centrodestra che già in passato era finita nell’occhio del ciclone. E non solo e non tanto perché tra gli indagati (la Procura ne aveva persino chiesto l’arresto) c’è quel Vito Zaccaria (36 anni, avvocato, co-coordinatore cittadino del Pdl) che sino a sei mesi fa (e per tutti i sei anni precedenti) ha ricoperto cariche amministrative importanti (assessore all’Urbanistica e ai Lavori pubblici) e tuttora si trova a capo di «Murgia Sviluppo» (un consorzio di ben 14 Comuni, tra i quali la stessa Altamura). Lo scenario che viene evidenziato nelle oltre 200 pagine dell’ordinanza è chiarissimo. Il boss Bartolo Dambrosio, finché è stato in vita (lo hanno ammazzato il 6 settembre 2010) avrebbe svolto un ruolo tutt’altro che marginale nei rapporti tra l’amministrazione comunale e svariati pezzi della città.

Sia chiaro, né la Procura né il gip che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare per 3 dei 14 indagati ritengono che il sindaco Stacca e l’intera amministrazione facciano parte del presunto sodalizio affaristico-mafioso ruotante intorno al boss Dambrosio. Ma il fatto stesso che in questa indagine si sia arrivati a chiedere e in un caso ad ottenere l’arresto (ai domiciliari) di due sottufficiali dell’Arma dei Carabinieri, dà la misura di quanto elevata sia la volontà della magistratura di affondare le mani nei gangli più misteriosi di questa città. E che ve ne sia un disperato e impellente bisogno, è confermato da un clima sempre più irrespirabile soprattutto all’interno di quella che sulla carta dovrebbe essere la casa comune, ovvero il Municipio. È qui, ad esempio, che intorno a mezzogiorno chi scrive è costretto a registrare uno scenario inquietante. Sì, perché nel giorno in cui Altamura torna alla ribalta della cronaca per fatti di mafia, si scopre che i giornalisti non possono entrare a Palazzo. E ad annunciarlo non è un dirigente o un funzionario. All’ingresso, a dare ordini, con tanto di divisa che fa potente, c’è una guarda giurata. E così quando le si chiede di parlare con il sindaco, si scopre che «oggi è impegnato e non parla con i giornalisti». E quando si prova a ribattere che a dirlo forse dovrebbe essere la segretaria del sindaco o il suo portavoce, questo ragazzone armato non sa fare di meglio che chiamare il suddetto portavoce e, di fatto, ordinargli di scendere. Tutto senza indugiare per un attimo. Come se fosse tutto normale. regolare. E così, per assistere al miracolo di far salire i giornalisti al primo piano dove si trova la stanza del sindaco Stacca (impegnato in non si sa bene quali faccende), c’è bisogno di chiamare i Carabinieri. Ma lui, il sindaco, «è appena andato via», come riferiscono alcuni consiglieri comunali, o comunque «non c’è», come fa sapere la sua segretaria. E non c’è nemmeno due ore dopo. E nemmeno sino a sera. Il sindaco, come si diceva, non va oltre le quattro righe quattro di un comunicato stampa, dal quale, peraltro, traspare una velata minaccia nei confronti di chi potrebbe attentare ai «diritti» dell’amministrazione comunale. Sia chiaro, anche questo è legittimo, soprattutto se si tiene conto - e lo abbiamo già sottolineato - che né il sindaco né uno solo dei suoi assessori attuali è indagato di alcunché. Ma in questa giornata particolare, forse non è un caso che, nel Palazzo, a parlare, a non sottrarsi ai taccuini, sia quello che negli ultimi anni è stato da più parti indicato come il «vero sindaco» di Altamura. «Si fa presto a parlare di mafia e di scenario mafioso o di contiguità della politica, ma ho l’impressione che si stia esagerando», dice Pasquale Lomurno, democristiano da sempre, sulla scena da 35 anni, sino a pochi mesi fa capo di gabinetto del sindaco. «Questa - aggiunge - è una città che si sta impoverendo. Qui ogni giorno c’è qualcuno che minaccia di impiccarsi. C’è una grandissima pressione. E qualche volta le minacce arrivano anche dagli ex detenuti come quel Regina che si è rivolto a Dambrosio e al sindaco per ottenere un lavoro. Ma dov’è la contiguità? Qui è materia di ogni giorno avere a che fare con queste richieste». Lomurno assolve ancor prima del processo anche il maresciallo Nicola Logiudice, comandante della stazione dei carabinieri, da martedì agli arresti domiciliari, accusato di aver favorito la non sorveglianza del boss Bartolo Dambrosio. «Mi hanno riferito - dice Lomurno - che due anni fa fu proprio Logiudice ad arrestarlo in spiaggia a San Basilio nel Metapontino». E questa, se confermata, sarebbe una notizia.

GRAVINA DI PUGLIA: CICCIO E TORE.  La storia di Ciccio e Tore Pappalardi: una storia di ordinaria italianità. La Procura di Bari riapre le indagini sulla morte dei fratellini di Gravina in Puglia, morti il 5 giugno del 2006. Indagano la Procura ordinaria e quella dei minorenni sulla base dell’esposto presentato dalla madre di Salvatore e Francesco Pappalardi, 11 e 13 anni, Rosa Carlucci. Secondo la donna cinque ragazzini, all’epoca dei fatti minorenni, erano in compagnia dei figli e saprebbero di più su come morirono.

I corpi furono trovati nel pozzo di un palazzo abbandonato al centro della cittadina murgiana il 25 febbraio del 2006.

La vicenda - Per il periodo della scomparsa gli amici dei due fratellini avrebbero taciuto sulla loro morte ma la donna nella denuncia accusa anche alcuni maggiorenni. Il ritrovamento dei corpi portò a scagionare il padre di Ciccio e Tore che nel frattempo era finito in carcere con l’accusa di aver sequestrato e ucciso i figli e di averne fatto sparire i corpi. Secondo Rosa Carlucci, i fratellini caddero verosimilmente nella cisterna mentre partecipavano, assieme ad altri cinque adolescenti, a un gioco, a una sorta di prova di coraggio nella casa poi soprannominata delle cento stanze. Gli amichetti di Ciccio e Tore, quindi, sempre stando all’esposto, avrebbero visto i due ragazzini precipitare nella cisterna ma avrebbero nascosto la verità. La vicenda dei fratellini di Gravina ha inizio il 5 giugno del 2006 con la scomparsa di Francesco e Salvatore Pappalardi, 13 e 11 anni, di Gravina in Puglia. Una scomparsa rimasta nel mistero per quasi due anni, quando vengono ritrovati morti in una cisterna sotterranea in via Consolazione. Di seguito le tappe del caso.

5 Giugno 2006: E' il giorno della scomparsa a Gravina di Francesco e Salvatore Pappalardi. Al momento della scomparsa da circa venti giorni per decisione del Tribunale dei minorenni sono affidati al padre Filippo che vive con una convivente, Maria Ricupero, le sue due figlie ed una figlia nata dalla seconda unione del genitore. Pappalardi è separato dalla moglie Rosa Carlucci, che vive con un'altra figlia minorenne della coppia a Santeramo in Colle (Bari).

Giugno 2006: Ricerche ininterrotte in città (compresi pozzi e anfratti), nella gravina , sulla Murgia, nei boschi, finanche in Romania. Le ipotesi sono varie: allontanamento volontario, ruolo della madre, pista della pedofilia, pista rumena, tutte senza riscontri. Le indagini si concentrano sul padre.

27 Novembre 2007: Primo sviluppo importante dell'inchiesta: viene arrestato Filippo Pappalardi con le accuse di duplice omicidio aggravato da futili motivi e dai vincoli di parentela ed occultamento di cadavere.

25 Febbraio 2008: La tragica scoperta: i corpi di Ciccio e Tore vengono trovati da un vigile del fuoco alle 19.00 in una cisterna sotterranea di un grande stabile abbandonato (la 'casa delle cento stanze') in via Giovanni Consolazione, nel centro storico di Gravina. Il ritrovamento avviene fortuitamente: nella cisterna è caduto un altro bambino, Michelino, 12 anni, precipitato nel pozzo che conduce alla cisterna da un'altezza di 25 metri. Per soccorrerlo, i vigili del fuoco si calano, facendo così la drammatica scoperta.

11 Marzo 2008: Filippo Pappalardi viene scarcerato ma non viene rimesso del tutto in libertà: dopo l'istanza del legale difensore Angela Aliani e nonostante il parere negativo del procuratore Emilio Marzano e del pm Antonino Lupo, il gip Giulia Romanazzi dispone gli arresti domiciliari. Derubrica l'accusa di omicidio e ipotizza invece il reato di ''abbandono di minore o persona incapace aggravato da morte successiva'', come stabilito dall'articolo 591 comma 3, che prevede una reclusione da 3 a 8 anni di reclusione. Secondo questa nuova impostazione Pappalardi non ha ucciso i due figli Francesco e Salvatore, ma non ha detto tutta la verità e potrebbe avere delle responsabilità in quanto è accaduto.

4 Aprile 2008: Filippo Pappalardi viene rimesso in libertà. Le perizie medico-legali avvalorano l'ipotesi della caduta accidentale. Ciccio è morto per un'emorragia dopo la caduta nel giro di poche ore, Tore è morto nel sonno dopo un'agonia per fame, freddo, sete e per le ferite riportate nella caduta.

24 Luglio 2009: L'inchiesta a carico di Filippo Pappalardi viene archiviata dal gip del tribunale di Bari Giulia Romanazzi. Viene chiuso così ogni possibile profilo penale a carico dell'uomo. Rimane in piedi l'aspetto civile della vicenda con la richiesta di risarcimento danni di 516mila euro del legale Angela Aliani, avanzerà in merito all'ingiusta detenzione 'sancita' dalla Corte di Cassazione il 27 maggio del 2008.

21 Febbraio 2012: La Procura di Bari riapre le indagini sulla morte dei fratellini di Gravina in Puglia, morti il 5 giugno del 2006. Indagano la Procura ordinaria e quella dei minorenni sulla base dell'esposto presentato dalla madre di Salvatore e Francesco Pappalardi, 11 e 13 anni, Rosa Carlucci. Secondo la donna cinque ragazzini, all'epoca dei fatti minorenni, erano in compagnia dei figli e saprebbero di più su come morirono.

Sono gli amichetti di Ciccio e Tore la chiave di volta della riapertura del caso dei fratellini di Gravina in Puglia, Francesco e Salvatore Pappalardi, all'epoca di 13 e 11 anni, morti in un pozzo il 5 giugno del 2006 ma ritrovati solo venti mesi dopo, il 25 febbraio del 2008. Dopo la denuncia della madre, Rosa Carlucci, la Procura di Bari e quella dei minorenni hanno riaperto il caso. I bambini morirono in una cisterna sotterranea dopo che Ciccio cadde da un'altezza di circa 15 metri e l'altro fratellino lo seguì per soccorrerlo. Rosa Carlucci vuole che si indaghi proprio sulle circostanze della caduta e, attraverso le tv, ha fatto sapere che bisogna riascoltare gli amici, all'epoca minorenni, che erano con i due fratellini quel 5 giugno quando scomparvero. L'ipotesi dichiarata pubblicamente dalla madre (anche se non è esplicitata nella denuncia) è quella di una ''prova di coraggio'' a cui i due bambini potrebbero essere stati sottoposti, costretti a scendere in quel pozzo che percorre dalla cima ai sotterranei la famigerata ''casa delle cento stanze'' dove trovarono la morte. E qualcosa poi e' andato storto, con la caduta rovinosa del maggiore dei due fratelli. Agli atti dell'indagine ci sono le testimonianze dei tre amici che dichiarano di aver giocato a gavettoni con dei palloncini nella piazza delle Quattro fontane. Due di loro oggi sono maggiorenni e tra loro c'e' anche il bambino che veniva ritenuto teste-chiave dell'accusa quando dichiarò di aver visto l'ultima volta i suoi amici nell'auto di Filippo Pappalardi. Queste dichiarazioni sono state sconfessate dagli eventi successivi, a cominciare dalla riabilitazione di Pappalardi, ora ritenuto innocente.

Era stato arrestato proprio ma dopo il ritrovamento dei corpi fu scarcerato e scagionato da ogni accusa.

La svolta nell'inchiesta avvenne il 25 febbraio del 2008 con il ritrovamento fortuito dei corpi dei bambini dopo la caduta di un altro minorenne, Michele, nello stesso pozzo. Anche lui ci giocava, come altri gruppi di bambini e come Ciccio e Tore. Gli accertamenti medico-legali, radiografici ed anatomo-patologici hanno stabilito che Ciccio è morto nel giro di poche ore per un'emorragia e sono state riscontrate numerose fratture, dovute alla precipitazione. Il più piccolo, Salvatore, è morto invece per un'agonia di freddo, fame, sete. Sono stati riscontrati anche segni di sanguinamento da una ferita. Se davvero c'erano altri bambini, dando l'allarme Ciccio e Tore si sarebbero salvati. Come è avvenuto per Michele che si salvò perché un amico di gioco avvisò la madre. E' questo il dilemma della vicenda. Ma gli amici del 5 giugno non parlano nè vogliono essere disturbati dai giornalisti. Perché è già stata dura uscire da quel trauma ed ora invece vengono nuovamente tirati dentro. Rosa Carlucci indica la presenza di altri bambini con la necessità di fare nuove investigazioni, risentendoli. E' importante sapere se c'erano, cosa hanno fatto, se ci sono implicazioni di genitori in tutto quello che è accaduto. Vale a dire nei silenzi. Quindi se c'è stata omertà. Anche Filippo Pappalardi vuole l'inchiesta sull'ipotesi della ''prova di coraggio'' in cui potrebbero essere coinvolti anche altri bambini. Stavolta gli ex coniugi la pensano allo stesso modo. “Se sarà necessario chiederò la riesumazione delle salme di Ciccio e Tore”. Rosa Carlucci lo riferisce oggi a “Barisera” e lo ripete in diretta tv in quelle trasmissioni che sono tornate a occuparsi della morte dei suoi figli, Francesco e Salvatore Pappalardi. “Ci sono verità nascoste in un maledetto fascicolo che nessuno ha mai preso in considerazione. Anche le modalità del ritrovamento dei corpi non sono chiare. Un piedino di Francesco fu trovato in posizione innaturale. E come mai? E’ giusto che mi diano spiegazioni. E se c’è qualcuno che ha nascosto le cose, è giusto che paghi”. Rosa nutre più di un sospetto ed è per questo che ha deciso di andare avanti. Il suo avvocato è già pronto a sostenere le richieste della donna. “Non ho ancora formalizzato la richiesta di riesumazione dei fratellini – dichiara Domenico Ciocia – Un nuovo esame sarebbe funzionale ad accertare la causa della morte. E’ nostra intenzione ripercorrere tutto l’iter, a 360 gradi, senza lasciare nulla di intentato. E se ci sono dei dubbi, chiarirli”. Aggiunge poi il legale: “Questa volta i nostri dubbi possiamo rappresentarli al magistrato. C’è un approccio più sereno alla vicenda. Nelle precedenti indagini ci si è concentrati sulla figura di Filippo Pallapardi trascurando tutto il resto. Quando poi furono trovati i fratellini e il padre fu scagionato, l’indagine non ha avuto più stimoli per procedere in altre direzioni. E credo che questo sia il problema fondamentale”. L’attenzione della mamma di Ciccio e Tore si è ora concentrata sui compagni di gioco dei suoi figli. Definisce due di loro “leader”, si facevano chiamare così anche perché più grandi. E continuando a indagar in forma privata, Rosa ha scoperto che a Gravina era consuetudine sottoporsi a prove di coraggio nella casa delle “cento stanze”, la stessa dove furono ritrovati morti i fratellini.

Insomma, in paese qualcuno potrebbe conoscere la verità e continuare a negarla. “Alcuni compagni di gioco di Ciccio e Tore sono caduti in contraddizione quando furono ascoltati dal magistrato – conclude Ciocia – A Gravina c’è un’omertà dilagante.

A volte sembra di entrare in un paesino della Sicilia o della Calabria”.

Da un atto dell’inchiesta sulla morte dei fratellini di Gravina di Puglia Ciccio e Tore, spunta una telefonata che il padre Filippo Pappalardi fece alla questura di Bari chiedendo di verificare circostanze della scomparsa dei figli. Al commissario Barbara Strappato, Pappalardi descrive con dovizia di dettagli circostanze e protagonisti di un’assurda sfida infantile che ha portato alla scomparsa dei suoi figli il 5 giugno 2006. L’uomo parla del luogo dove sono poi stati ritrovati i corpi dei bambini, di un altro bambino che giocava con loro quel pomeriggio. Cita nomi, cognomi, numeri di telefono, prove indiziarie che avrebbero potuto condurre ad una puntuale risoluzione del caso della scomparsa, se verificati subito. Grazie alla determinazione della madre dei bambini, ex- moglie di Pappalardi, che ha portato avanti con convinzione la sua battaglia per la verità in questa storia, finalmente, emerge un quadro chiaro di ciò che potrebbe essere accaduto. Una puerile ed incosciente sfida di coraggio proposta ad uno dei due ragazzini, si è sviluppata in una tragedia che ha commosso tutto il paese.

Ciccio e Tore, la verità in una registrazione? A Tgcom24 la telefonata del papà alla questura Filippo Pappalardi la sera del 14 agosto 2006 chiamò il commissario capo della Polizia di Stato Barbara Strappato fornendo dettagli sull'ultima sera in cui furono visti i suoi figli  E' la sera del 14 agosto 2006: Filippo Pappalardi, il papà di Ciccio e Tore i due fratellini di 11 e 13 anni, morti nel 2006 dopo esser precipitati nella cisterna di un palazzo abbandonato a Gravina di Puglia, chiama la questura di Bari e chiede di verificare una testimonianza. Filippo parla in maniera dettagliata con il commissario capo della Polizia di Stato, Barbara Strappato fornendo dettagli sulla sera del 5 giugno, giorno della scomparsa dei suoi figli. In particolare nomina un bambino che quel pomeriggio stava giocando con Ciccio e Tore: cita luoghi esatti, cognomi precisi, numeri di telefono e tutta una serie di indizi che forse avrebbero potuto svelare prima il mistero della scomparsa. Da quando si è riaperto il caso sulla morte dei fratellini, grazie alla pervicacia della mamma, l'attenzione degli investigatori si è concentrata proprio su quei bambini che forse imposero una prova di coraggio finita in tragedia. Una pista, all'inizio, forse trascurata.

La richiesta di archiviazione del pm è stata rigettata, la Procura di Bari dovrà rileggere le carte, fare ulteriori accertamenti sugli atti già a sua disposizione e, entro tre mesi, comunicare al giudice la nuova valutazione. L’inchiesta in sostanza deve andare avanti, così ha deciso il giudice Antonio Diella che era stato chiamato a decidere se porre o meno la parola fine su una vicenda legata all’indagine sulla scomparsa dei fratellini di Gravina, Salvatore e Francesco Pappalardi. A riaccendere i riflettori sull’inchiesta una data di un verbale di audizione del padre di Ciccio e Tore, Filippo Pappalardi, che sarebbe stata cambiata a penna e posticipata di circa due mesi. Il 17 giugno del 2006, dodici giorni dopo la scomparsa di Ciccio e Tore, Filippo Pappalardi venne ascoltato dagli investigatori e riferì a polizia e magistratura che una donna di Gravina le aveva confessato di aver visto i suoi figli giocare in piazza Quattro fontane prima che si perdessero le loro tracce. Quando Pappalardi fu arrestato (il 27 novembre 2007) con l’accusa di aver ucciso i ragazzini, tra gli indizi a suo carico venne inserito anche quel verbale. Ma la data dell’audizione era stata cambiata a penna, non veniva più riportato il 17 giugno 2006 bensì il 16 agosto dello stesso anno. Nell’accusare Pappalardi, gli inquirenti si chiedevano come mai l’uomo avesse riferito agli investigatori quei particolari ritenuti importanti solo due mesi dopo la scomparsa dei figli e non immediatamente. La tesi degli inquirenti era che Pappalardi stava provando a depistare le indagini. Ma la difesa dell’uomo, l’avvocato Angela Aliani, durante l’udienza davanti al Tribunale del Riesame sollevò il problema della data cambiata a mano. Il 13 dicembre 2007, però, i giudici sostennero che l’ipotesi del “falso” nella data risultava “priva di elementi di riscontro”. La Procura aprì un fascicolo senza indagati né ipotesi di reato, salvo poi chiedere al gip l’archiviazione non avendo trovato riscontri. Il giudice, però, ha rigettato la richiesta della Procura. Dopo la decisione della Procura di Bari di riaprire le indagini per la morte di Ciccio e Tore, i fratellini di Gravina di Puglia, Rosa Carlucci, la madre dei piccoli di 13 e 11 anni trovati morti venti mesi dopo la loro sparizione (i sospetti all'epoca caddero proprio sulla donna) alla trasmissione tv 'Quarto grado' del 24 febbraio 2012 ha denunciato di essere stata malmenata dagli inquirenti. A tanti mesi della tragedia, ospite nello studio per fare il punto sulle indagini, la donna dopo la proiezione di un filmato in cui si sottolineava come all'epoca (nel 2006) i sospetti per la sparizione dei bambini caddero su di lei, la signora Carlucci è sbottata dicendo:«Ho subito sedici ore di interrogatorio e sono anche stata malmenata dagli organi inquirenti». Poi:«Mi hanno messo le mani alla gola, hanno aperto una finestra minacciando di lanciarmi di sotto». E solo alla fine, ha detto, «si sono scusati affermando che era il loro metodo per arrivare ad avere informazioni».

Indizi fragili, suggestioni, false piste: i buchi neri di un'indagine che adesso rischia di sgretolarsi. Tra intercettazioni e microspie. La caccia al colpevole perfetto e l'inchiesta è finita in un pantano. L’inchiesta di Attilio Bolzoni su “La Repubblica”. L'inchiesta ha tanti buchi quanti ce ne sono nel ventre di Gravina in Puglia. Il padre era il colpevole perfetto e sembra proprio un brutto pasticcio giudiziario quello che si sta per rivelare intorno alla morte di Francesco e Salvatore, i fratellini ritrovati in fondo a una caverna. Errori, passi falsi, incertezze investigative. Il "caso" è raccontato soprattutto da una frase, due righe scritte da quei magistrati di Bari che hanno deciso l'arresto del padre per l'omicidio dei suoi figli. È alla pagina 165 dell'ordinanza di custodia cautelare contro Filippo Pappalardi: "Sarà sua cura, se lo vorrà, spiegare a questa Autorità Giudiziaria dove li abbia portati e, soprattutto, dove gli stessi siano attualmente". I procuratori hanno praticamente chiesto all'imputato di fornire le prove che loro non avevano trovato. È la sintesi di un'investigazione, il riassunto di diciassette mesi di ricerche. È la fine del novembre del 2007, il padre violento è appena finito in carcere per avere ammazzato i due bimbi, l'inchiesta è chiusa e con una rapidità sorprendente - 15 minuti è il conto che fa Angela Aliani, l'avvocato di Pappalardi - il Tribunale del riesame conferma l'impianto accusatorio che indica nel violento autotrasportatore l'assassino di Salvatore e Francesco. "Filippo Pappalardi non può confessare quello che non ha fatto, è incredibile, i procuratori dicono che è stato lui a uccidere i suoi figli senza però dimostrarlo con gli atti", accusa sempre l'avvocato Aliani dopo aver letto le carte sull'arresto del padre padrone. E denuncia, dopo il Tribunale del riesame: "Quei giudici sono senza pudore, poco più di un quarto d'ora per decidere su una situazione così complessa, significa che sapevano già come sarebbe andata a finire prima di entrare in camera di consiglio: scandaloso". Bisogna cominciare dalla fine per ricostruire questa inchiesta che vacilla sempre di più dopo la scoperta dei corpicini, la loro posizione in fondo al pozzo (erano distanti uno dall'altro, segno inequivocabile che erano ancora vivi, che uno dei due si è spostato di almeno quindici metri), il luogo inaccessibile senza essere visti da qualcuno, la frattura del femore del bambino più grande. Bisogna cominciare da quell'ordinanza di custodia cautelare quando i magistrati arrivano all'assassino.

Interpretando malamente parole intercettate. Credendo frettolosamente a una tardiva testimonianza. Lasciandosi trasportare da suggestioni per azzardare ipotesi che oggi sembrano smentite dai fatti. Per esempio. Nell'atto di accusa i magistrati scrivevano ancora: "Solo la perfetta conoscenza del territorio, l'indagato ha fatto anche il pastore, poteva agevolare l'occultamento dei cadaveri rendendo vane le ricerche fin qui operate in un luogo impervio come quello della Murgia ricca di gravine e pozzi". Il pozzo della morte non era così lontano, appena cinquecento metri dalla piazza Quattro Fontane, il centro di Gravina in Puglia, l'ultimo posto dove - secondo l'accusa - avevano avvistato Francesco e Salvatore. Era stato controllato quel pozzo ma distrattamente, qualcuno si era avventurato sul precipizio di quella "bocca" sul terrazzino del caseggiato abbandonato, aveva gettato un'occhiata in fondo e poi se n'era andato. Non aveva visto niente. È stato un controllo scrupoloso? E come si fa un controllo scrupoloso dentro un pozzo quando si cercano i cadaveri di due bambini? Con una torcia? Con i vigili del fuoco? Scendendo con le corde nei sotterranei? Quello che sappiamo di sicuro è che i "soccorsi" di lì sono passati, hanno lasciato una freccia di vernice rossa e se ne sono andati. Francesco e Salvatore c'erano ma non li hanno trovati.

I soccorsi? Quali soccorsi? "Le ricerche sono scattate solo il giorno dopo la scomparsa dei bambini", ricorda l'avvocato Aliani. In verità la ricostruzione della polizia è un po' diversa. Alle 23,50 del 5 giugno 2006, Filippo Pappalardi e la sua compagna Rosa Ricupero si sono presentati al commissariato. Parlano con un poliziotto, raccontano che Francesco e Salvatore si sono allontanati "e comunque non sporgono una formale denuncia di scomparsa". Un paio di ore dopo, "esattamente all'1,40 del mattino del 6 giugno, il Pappalardi si portava nuovamente presso il commissariato senza entrarvi, citofonicamente, comunicava di non avere ricevuto più notizia dei suoi figli". Alle 7 il padre è contattato telefonicamente dai poliziotti del commissariato di Gravina, gli chiedono se ha trovato Francesco e Salvatore, lui risponde di no. Invitato a tornare in commissariato, dice che non può, sta lavorando. È in quel momento che, a torto o a ragione, nasce il primo sospetto sul padre "assassino". Il resto dell'indagine sono quasi due anni all'inseguimento di un indizio. La pista "romena", le sette sataniche, i pedofili. E di voci captate ai telefoni o dalle microspie. Quella del padre più di tutte. Una mattina è con suo cognato Giuseppe, sono in campagna per dar da mangiare ai cani. Filippo dice al cognato: "È da sabato o da domenica che non vengo qua, dovessero pure morire i cani qua". È una tipica espressione dialettale ma quelle sono parole che lo inchiodano, quel "pure" porta Filippo Pappalardi in galera. Anche se le ruspe scavano e scavano in quel terreno ma non trovano niente. Un'altra telefonata intercettata, un altro indizio contro il padre: "Mai successa la morte di due fratelli, eh". Filippo Pappalardi "dava per scontato" che i suoi figli non ci fossero più. Quindi sapeva, lo sapeva soltanto lui, perché lui li aveva uccisi. Il profilo dell'indiziato si adattava ai sospetti: prepotente e manesco.

Anche la sua miserabile vita era quella ideale per un assassino. La sua tragica storia familiare, la sua provenienza sociale, i suoi modi selvatici, la sua strafottenza nei confronti dei magistrati che l'avevano interrogato per due volte. L'identikit di un omicida perfetto. Un colpevole "a tutti i costi". La giustizia, si sa, è uguale per tutti.

L'ITALIA DEL PREGIUDIZIO. Ora che i corpi di Salvatore e Francesco Pappalardi sono stati trovati in un pozzo, dove nessuno era andato a cercarli, emerge un volto della nostra giustizia penale a dir poco discutibile. Da un lato, il padre dei due bambini, Filippo Pappalardi, in carcere perché indiziato, sulla base solo di un’intercettazione ambientale e della fragile testimonianza (tardiva) di un bambino, di averli uccisi. Inoltre un' inchiesta che ha cercato Salvatore e Francesco nelle grotte di Matera, nelle campagne delle Murge, persino in Romania, lungo le piste delle sette sataniche e del traffico di organi. Dall'altro, il casuale ritrovamento dei loro corpi in un pozzo nel centro di Gravina, non lontano dalla piazza dove erano stati visti l'ultima volta. Da un lato, dunque, il volto di una giustizia metafisica, che cerca aprioristicamente la verità attraverso la speculazione intellettuale e gli indizi, anche i più inverosimili, costruiti nel laboratorio della mente inquirente. Dall’altra, la scoperta casuale dei corpi dei due bambini morti, ma per fame e per freddo, nella profondità di un pozzo.  Qui non è in discussione la colpevolezza o l'innocenza del Pappalardi. Sono in discussione un pregiudizio giudiziario e la stretta correlazione fra il sistema giudiziario e quello mediatico che sta diventando tale da rendere sempre più difficile capire dove finisca l'uno e incominci l'altro e viceversa.

«Lo Stato ha ammazzato Ciccio e Tore»: è una delle scritte che sono state fatte nelle ultime ore su muri di Gravina in Puglia, evidentemente in polemica con le modalità con cui sono state condotte le ricerche dei due fratellini. Ricerche che hanno trascurato quel pozzo annesso alla vecchia casa in via Giovanni Consolazione, nel quale sono morti i due fratellini.

Le accuse sono contenute nella richiesta di archiviazione del procedimento presentata dal pm nei confronti del padre dei bambini, Filippo Pappalardi. Nel provvedimento, di cui oggi sono pubblicati stralci sui giornali locali, si parla tra l’altro di «pesante ombra sull'operato della polizia giudiziaria (Squadra mobile) delegata per le indagini». Il magistrato accusa la polizia di avere posticipato di oltre due mesi (dal 17 giugno al 19 agosto 2006) la data di un verbale di audizione del padre che riferiva particolari sul luogo in cui i figli erano stati visti l’ultima volta. Secondo il pm, poiché questa audizione fu fondamentale per la formulazione dell’accusa nei confronti dell’uomo, il cambio di data lo avrebbe indotto in errore.

"Forti contrasti" e "conflitti accentuati" nella gestione delle ultime fasi dell'inchiesta sui fratellini di Gravina, Ciccio e Tore Pappalardi. Le audizioni al Csm del procuratore capo di Bari Emilio Marzano e del pm Antonino Lupo, titolare dell'indagine, confermerebbero quanto già circolato, ossia il sorgere di opinioni del tutto diverse tra il capo della Procura e del sostituto su come continuare l'inchiesta.

Il pm Lupo, secondo quanto si è appreso al termine delle audizioni davanti alla Prima Commissione di Palazzo dei Marescialli, avrebbe voluto, subito dopo il ritrovamento dei cadaveri dei due fratellini, la pronta scarcerazione di Filippo Pappalardi, il padre finito in cella con l'accusa di omicidio e occultamento di cadavere. Il pm, però, avrebbe incontrato le resistenze del procuratore, la cui intenzione era quella di continuare il lavoro seguendo la linea più dura. Era stato proprio il pm Lupo ad inviare un esposto al Csm, lamentando il comportamento del capo della Procura, il quale, pur non essendo formalmente assegnatario dell'indagine sui bambini di Gravina, aveva delegato ad altri sostituti o alla squadra mobile l'adempimento di alcuni atti.

«ADDIO CICCIO E SALVATORE, ADDIO PICCOLI ANGELI»

Sono le parole scritte dal padre Filippo Pappalardi e lette da un nipote nella cattedrale di Gravina in Puglia al termine dei funerali dei suoi figli, Francesco e Salvatore. I due bambini vennero trovati morti in una cisterna sotterranea il 25 febbraio scorso. «Addio Ciccio, addio Salvatore». Comincia così una lettera che Filippo Pappalardi ha scritto rivolgendosi ai suoi figli scomparsi, letta in cattedrale da un nipote del papà dei fratellini. «Nei tristi giorni del buio della detenzione – ha scritto Pappalardi – un solo pensiero mi confortava: avrei potuto ancora rivedervi, stringervi, vi immaginavo in un paese lontano correre sereni verso casa. Sapevo che sareste tornati, aspettavo quel momento. Poi un bambino cadde in una cisterna. Michelino precipita lungo un cunicolo buio con lo stesso dolore di Ciccio. Grida aiuto, gli amici chiamano i soccorsi che arrivano e Michelino si salva. Starà bene. Ciccio e Salvatore hanno gridato per ore, ma nessuno ha potuto ascoltarli. Le loro grida mi tormentano, le urla di dolore di Ciccio e la disperazione del piccolo Salvatore osservare impotente spegnersi suo fratello nel buio freddo di una cisterna, lontani dalla luce della notte e sperare, pregare, implorare aiuto per lunghe, lunghissime ore che qualcuno si accorgesse che in fondo a quel pozzo un bambino lottava con la fame, il freddo, la sete, la paura, l’angoscia. Interminabili momenti di atroce dolore». «Addio Ciccio – conclude la lettera – addio Salvatore. Addio piccoli angeli che in fondo al buio hanno visto la luce di una nuova vita. Angeli che con il loro spirito hanno chiamato un altro bambino, salvando lui e me, che resto un uomo solo che può continuare a vivere libero nel ricordo di tanti giorni felici vissuti insieme. Addio piccoli angeli. Il vostro papà». L'uomo non era in condizione di leggere quelle parole: ha pianto per quasi tutta la durata del rito funebre, disperandosi. Sempre piangendo a dirotto e urlando i nomi dei figli, Ciccio e Salvatore, Filippo Pappalardi ha baciato e toccato le bare dei due bambini che sono state trasportate fuori dalla chiesa per il loro ultimo viaggio.

TRANI. QUANDO I BUONI TRADISCONO O FANNO SCANDALO.

Appalti truccati, bufera sul Comune. Arrestato il sindaco e altre 5 persone. Il primo cittadino ai domiciliari. Gli altri destinatari della misura sono politici, dirigenti e amministratori locali. Nel mirino la concessione della vigilanza dei palazzi comunali, scrive Carmen Carbonara su “Il Corriere del Mezzogiorno”. L’inchiesta sull’appalto della vigilanza dei palazzi comunali è sfociata in sei arresti, disposti dal gip del Tribunale di Trani Francesco Messina ed eseguiti questa mattina dagli agenti della Digos della questura di Bari. Si tratta di politici e amministratori del Comune di Trani, tra cui anche il sindaco Luigi Riserbato (Puglia prima di tutto), finito agli arresti domiciliari. Con lui anche il funzionario comunale Edoardo Savoiardo. Mentre sono finiti in carcere l’ex vicesindaco Giuseppe Di Marzio (Fi), il consigliere comunale Nicola Damascelli (movimento Schittulli), l’ex consigliere Maurizio Musci (si è dimesso qualche mese fa, sempre Fi) e l’ex amministratore unico dell’Amiu, Antonello Ruggiero. Sono indagati dal pm Michele Ruggiero, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata a commettere più delitti contro la pubblica amministrazione, concussione, corruzione, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, ed altro. Indagate a piede libero altre 7 persone. Le indagini partirono nel 2013 in seguito a una denuncia, che segnalava richieste di mazzette per aggiudicare il servizio di vigilanza degli immobili comunali. L’appalto, fino ad allora gestito dalla cooperativa Vigilanza Tranese, venne aggiudicato alla Sicurcenter di Palermo. Le indagini subirono un’accelerata con l’incendio doloso del capannone per la vendita di infissi della famiglia di Damascelli, avvenuto a fine settembre 2013. Indagati a piede libero l’ex segretario comunale Pasquale Mazzone; l’ex dirigente dell’ufficio tecnico, Claudio Laricchia (attualmente in servizio al Comune di Bari); l’ex dirigente alle Finanze Yanko Tedeschi (arrivato in prestito dalla Provincia Bat) e la vigilessa Elsa Coppola, tutti componenti della commissione di gara per l’aggiudicazione dell’appalto; più i responsabili della Sicurcenter Francesco Lupo, Massimo Aletta e Nicola Lisi. Secondo l’ordinanza, gli amministratori comunali coinvolti avevano costituito “un comitato politico-affaristico”, anzi un “sistema” che “comandava” a Trani. In particolare, venivano imposte assunzioni lavorative in società comunale, “secondo logiche clientelari” e persino “dietro minaccia di ritorsioni”.

Trani: concussione e corruzione, arrestati 2 cc e 4 poliziotti, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Chiudevano gli occhi sui controlli e sulle contravvenzioni in cambio di soldi o altro: stamane sette persone, tra le quali un imprenditore di Trani, due militari dell’Arma dei Carabinieri e quattro agenti della Polizia Stradale, sono stati arrestati da militari della Guardia di Finanza del Comando provinciale di Bari per i reati di concussione e corruzione. Nei loro confronti sono state eseguite altrettante ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari, emesse dal gip del Tribunale di Trani Francesco Zecchillo, su richiesta del pm della Procura Michele Ruggiero. Le misure eseguite sono il risultato di un’indagine, avviata circa due anni fa (maggio-dicembre 2010), nel corso della quale era stata posta sotto intercettazione l’utenza cellulare di un imprenditore di Trani che opera nel settore del trasporto merci su strada. Nel corso di queste attività tecniche è emerso un grave episodio di concussione consumato da appartenenti al distaccamento di Polizia Stradale di Gioia del Colle (Bari) ai danno dell’autotrasportatore. In pratica avrebbero preteso da lui la somma di 500 euro per non elevare contravvenzioni relative al sovraccarico di un automezzo di sua proprietà ed alla mancanza di documenti di trasporto. L’attività svolta dagli investigatori del Nucleo di Polizia Tributaria di Bari, anche nelle fasi successive all’episodio, ha consentito di raccogliere ulteriori elementi di riscontro in merito ad altri comportamenti penalmente rilevanti dell’imprenditore e dei pubblici ufficiali indagati. Successivamente è stato lo stesso imprenditore che ha denunciato altre prevaricazioni e concussioni subite, nel tempo, anche da diversi militari appartenenti alle forze dell’ordine. Ciò ha consentito di ampliare l’oggetto delle indagini e di accertare un più ampio fenomeno di concussione che coinvolgeva non solo appartenenti alla Polizia Stradale di Gioia del Colle, di Bari e Barletta, ma anche militari dell’Arma dei carabinieri in servizio a Trani e Molfetta. Nell’ambito dei controlli ordinari su strada, questi avrebbero preteso sistematicamente somme di denaro o altre utilità (quali rifornimenti di carburante per le auto private presso il distributore che si trova in uno dei suoi cantieri o, in alternativa, buoni benzina) per omettere di elevare contravvenzioni a carico dell’imprenditore tranese. E’ stato accertato anche un episodio di corruzione da parte dell’imprenditore per aver offerto ad un carabiniere un rifornimento di carburante al fine di far compiere al pubblico ufficiale un atto contrario ai propri doveri (non elevare un verbale per violazioni al codice della strada). A conclusione delle indagini sono state deferite in tutto 13 persone (l’imprenditore e 12 appartenenti alla Polizia ed ai Carabinieri) tra cui i destinatari della misura cautelare odierna, responsabili, a vario titolo, dei reati di concussione e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio.

L’operazione è stata denominata "A pieno carico". La Procura di Trani e la Gdf di Bari evidenziano “che le misure cautelari personali sono state eseguite con la fattiva collaborazione degli Uffici di Ps e dei Comandi dell’Arma dei Carabinieri, territorialmente competenti”.

Da una intercettazione il via all'indagine. Proprio grazie a un’intercettazione a carico dell’imprenditore gli investigatori scoprirono l’episodio di concussione che ha dato il via all’indagine sul personale delle forze di polizia: agenti del distaccamento di Polizia Stradale di Gioia del Colle (Bari) pretesero 500 euro dall’imprenditore per non riscontrare contravvenzioni avendo scoperto il sovraccarico di un suo automezzo privo anche di documenti di trasporto. Ulteriori indagini del Nucleo di Polizia Tributaria di Bari e, in parte, la collaborazione dell’imprenditore tranese, hanno portato agli arresti odierni accertando un più ampio fenomeno di concussione. Nonostante sia stato vittima di richieste in danaro da parte dei rappresentanti delle forze di polizia, l'imprenditore tranese è ora agli arresti domiciliari per essere stato lui il corruttore in una occasione.

BOTTE E MINACCE TRA GIUDICI DIETRO LA GUERRA CONTRO IL CAVALIERE.

Il giudice M.G.C., ex GIP di Trani, è stata trasferita a Matera e per questo motivo è balzata agli onori della cronaca, anche se a suo dire, gli articoli a lei dedicati sono inveritieri e, per toni e contenuti, gravemente lesivi del proprio onore e decoro. Stesso trattamento, d'altronde, riservato ai poveri cristi, che non si possono nemmeno lamentare. Gogna e mancato ristoro in caso di assoluta estraneità ai fatti. Secondo La Gazzetta del Mezzogiorno a Trani se ne parla da settimane, se non da mesi. Sin da quando in piena estate durante un incontro in Sardegna, «lei» ha lanciato una borsa contro di «lui», mandandolo in ospedale. Un rapporto difficile quello tra due magistrati, un uomo e una donna, che litigano da mesi, lanciandosi reciproche, pesanti, accuse. Dalle parole i due sono passati prima ai fatti, poi alle carte bollate. Una vicenda, quella tra un magistrato in servizio a Trani e un altro che in passato ha prestato servizio nell’ufficio tranese, finita così davanti alla Procura di Lecce, competente ad indagare su reati che sarebbero stati commessi da magistrati in servizio nel distretto di Corte d’Appello di Bari, e anche davanti al Csm. Dalle denunce per stalking e lesioni che dopo l’estate si sono scambiati è nato un fascicolo in cui tutti e due, per reati diversi, risultano indagati e persone offese. Proprio ieri è stato disposto un accertamento tecnico preventivo, un atto irripetibile sui cinque telefoni cellulari sequestrati a lei a metà settembre e sul computer portatile sequestrato a lui. Lì ci sarebbero le fonti di prova dei rispettivi sms.

Entrambi si accusano reciprocamente di avere subìto dall’altro telefonate ripetute, sms continui, in qualche caso persino inviati, a mo’ di molestia trasversale, ad alcuni parenti. La Procura di Lecce ha conferito l’incarico ad un consulente. Al vaglio della magistratura leccese, le reciproche accuse che i magistrati si stanno lanciando da tempo. E c’è chi parla di alcuni video, qualcuno persino a luci rosse, che sarebbero finiti agli atti dell’inchiesta. Ma si tratta in questo caso solo di una indiscrezione. Una delle tante che circolano sulla vicenda a Trani, dove, da settimane, non solo negli ambienti giudiziari, non si parla d’altro. La vicenda del tutto personale, ma da tempo divenuta di dominio pubblico, è finita anche davanti al Csm.

Il comportamento della dottoressa era stato considerato talmente grave dal Procuratore generale presso la corte di Cassazione al punto da chiederne la sospensione del magistrato tranese dalle funzioni e dallo stipendio. La sezione disciplinare dell’organo di autogoverno dei magistrati ha ritenuto il provvedimento cautelare troppo severo. Per questo ha disposto nei suoi confronti la misura meno grave del trasferimento ad un altro ufficio, a Matera, fuori dal distretto di Corte d’Appello di Bari. Per ora lontano da Trani, poi si vedrà nel merito.

Da “Il Giornale”. Ristorante di Sassari. Luglio 2011. Scena, atto primo: un alto magistrato della città e un ispettore del ministero della Giustizia, già in servizio a Trani, degustano un piatto di pesce quando nel locale irrompe una donna che non sembra aver voglia di pranzare. È abbastanza su di giri, decisa a farsi giustizia di un qualche torto subito da uno dei due commensali. Il tempo di individuare il tavolo giusto e la borsa della signora finisce violentemente in faccia allo 007 di via Arenula, che crolla a terra, semisvenuto, una maschera di sangue. Seguono insulti e accuse.

La toga padrona di casa prova a separare l'aggredito dall'aggressore. Intervengono i camerieri, mentre un cliente seduto vicino chiama l'ambulanza perchè l'ispettore è conciato male. La rissa finisce lì: la signora, soddisfatta, se ne va. L'ispettore finisce immediatamente sotto i ferri dell'ospedale cittadino: 17 punti di sutura e interventi di chirurgia plastica a ricomporre il viso. Così, almeno, la racconta la vittima dell'aggressione in un esposto in procura e al Csm. Lecce, atto secondo. Scena: di lì a poco l'aggredito prende carta e penna e denuncia l'aggressore, una signora magistrato di Trani, con la quale già da tempo è in attrito per varie questioni legate a complicati rapporti personali. L'esposto è dettagliato e agghiacciante. Le accuse sono incredibili quanto allucinanti. La procura leccese, competente sui magistrati del distretto tranese, apre immediatamente un fascicolo, altrettanto fa il Consiglio superiore della magistratura. Lei reagisce denunciando lui per stalking dando così vita a un altro fascicolo e non si capisce più se sia solo lei indagata, se lo sia anche lui, e se entrambi ricoprano pure la figura di parti offese. Un casino. Un groviglio di accuse via sms, mail, telefonate, piazzate sotto casa, urla, schiaffi, liti furibonde, danneggiamenti di auto, addirittura un video, per non parlare delle minacce di morte a familiari e parenti. Per capire chi abbia cominciato prima e/o continuato poi, i pm di Lecce dispongono una perizia tecnica affidata a un consulente esperto di telefonia e computer chiamato a riesumare la memoria dei 5 telefonini sequestrati a lei e del pc sequestrato a lui. La procura, intanto, interroga lei e interroga lui. A lui vengono fatti vedere documenti e chieste delucidazioni su alcuni fatti gravi: l'esistenza di filmini a luci rosse, alcune decisioni favorevoli adottate dal magistrato donna nei confronti di persone da lei conosciute, l'acquisto di autovetture e di case, i rapporti con uomini dell'Arma. Esce fuori di tutto, e tanto di più. Uno spaccato indescrivibile della realtà tranese che ruota intorno al tribunale. Anche storie pruriginose, oltre che di ripicche e di vendette con altri appartenenti all'ordine giudiziario, con avvocati, ufficiali dei carabinieri. Il Csm, caso rarissimo nella sua storia, si muove alla velocità della luce. La donna ha chiesto, invano, di essere spostata a Lucera. Il procuratore generale presso la Cassazione ha invece sollecitato il provvedimento della sospensione dalla funzione e dallo stipendio tanto sarebbe grave, a suo avviso, il comportamento tenuto dal magistrato di Trani. Addirittura si vocifera di un intervento del Quirinale. Alla fine la sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli reputa la richiesta del pg esagerata, ma prende comunque una decisione dura, senza se e senza ma: trasferimento d'urgenza, immediato, per la signora magistrato da Trani a Matera. Ma non è tutto. Sullo sfondo, stando alle carte depositate, vi sarebbe anche una traccia che porterebbe a retroscena inquietanti sulla genesi dell'inchiesta della procura di Trani nei confronti di Berlusconi, quella nota come Agcom-Minzolini, sulle pressioni per bloccare la trasmissione televisiva di Michele Santoro, Annozero. Protagonista indiretta, anche qui, la signora in toga e un altro magistrato col quale la donna avrebbe avuto rapporti diventati col tempo più che conflittuali. All'ufficialità della notizia dell'inchiesta e del provvedimento del Csm corrisponde l'ufficiosità del vortice di pettegolezzi che da mesi tiene banco negli uffici giudiziari di Trani e Lecce, per non dire dei commenti increduli al Csm a Roma. Gossip allo stato puro alimentato dalle voci sull'esistenza di esposti anonimi con gravi notizie di reato snocciolate con dovizia di particolari, video a luci rosse girati col telefonino, lettere, appunti, memorie, diari.

Siamo all'inizio della «guerra dei Roses» fra toghe, all'inizio della verità dell'inchiesta che voleva colpire Berlusconi attraverso Minzolini e l'Agcom.

Allucinante da “Il Giornale”: Grave imbarazzo al Csm, dove è arrivata sul tavolo del Consiglio una querelle tra magistrati che fa tremare le Procure. L'ex gip di Trani, il cui nome è riportato sull'articolo linkato, è stata trasferita dal CSM disposto dal C.S.M., in data 20.10.2011, dalla cittadina pugliese a Pisticci, in provincia di Matera, per «carenza di equilibrio». L'accusa? Aver perseguitato per anni un suo amante, ex gip di Trani a sua volta, M. N..

Minacce, un'aggressione, inseguimenti e sms violenti che avrebbero potuto costarle il posto e la carriera. La vicenda privata, però, si intreccia parzialmente con l'inchiesta sulle presunte pressioni di Berlusconi sull'Agcom per fermare Santoro. Secondo N., infatti, la gip disse «Berlusconi è un dittatore, lo faranno cadere» e avrebbe mentito ai carabinieri sulla fuga di notizie legata all'intercettazione del Cavaliere. La donna però nega tutto: «Quel messaggio è falso, mai detto nulla in proposito». E anche il pm Ruggiero respinge le accuse di fuga di notizie.

Botte e minacce tra giudici dietro la guerra contro il Cav. Al Csm la lite tra due toghe porta alla luce particolari inquietanti sul caso Agcom-Annozero Un magistrato di Trani: «La gip mi disse che Berlusconi è un dittatore, lo faranno cadere» di Gian Marco Chiocci su “Il Giornale”. Quando le toghe trescano e inforcano i guantoni pensando a Berlusconi come a un dittatore. Ha dell’incredibile la relazione tra due magistrati sfociata in pestaggi, volti sfregiati, minacce, appostamenti sotto casa, rocamboleschi pedinamenti, irripetibili ingiurie telefoniche, denunce e controdenunce, coinvolgimenti di ufficiali dei carabinieri, persino filmini hard. La storia che a Trani è finita a cazzotti e carte bollate ha incidentalmente portato alla luce inquietanti collegamenti con la nota inchiesta Agcom, quella delle intercettazioni selvagge dell’ex premier Silvio Berlusconi. Emergerebbero, infatti, retroscena tali da riscrivere la genesi dell’inchiesta del pm di Trani, Michele Ruggiero, finito lui stesso sott’inchiesta al Csm per aver nascosto parte dell’indagine su Berlusconi al procuratore capo di Trani, Carlo Maria Capristo. Per addentrarci in questo ginepraio occorre rifarsi all’ordinanza 163/2011 con la quale la sezione disciplinare del Csm dispone il trasferimento da Trani al tribunale di Matera del gip M. G. C. Nella decisione dell’ottobre scorso si fa presente che il procuratore generale della suprema corte di Cassazione, letti gli atti, ha chiesto la sospensione cautelare delle funzioni e dallo stipendio e il collocamento fuori ruolo organico della dottoressa C. In subordine, il trasferimento d’ufficio, opzione poi scelta dal Csm che la manderà in provincia di Matera dopo aver fatto presente che la gip è indagata a Lecce e che «vi sono serie ragioni per ipotizzare, con ragionevole fondatezza, la sussistenza di fatti posti a fondamento dell’azione disciplinare» posto che «le condotte contestate appaiono (...) sintomatiche di una carenza di equilibrio». Come dire: un gip con poco equilibrio non può stare a Trani, ma può benissimo esercitare a Matera. Nelle motivazioni si parla di una relazione «caratterizzata da atteggiamenti violenti e minacciosi» della gip che «hanno creato disdoro per l’immagine della magistratura» in quel di Trani, dove la storia era divenuta pubblica attraverso un esposto anonimo. «La verosimiglianza e la credibilità delle prospettazioni accusatorie – continua il dispositivo - sono provate anche dalla documentazione in atti e in particolare dai certificati medici da cui si evincono le lesioni (riportate da N.) di cui alle incolpazioni» e ancora «dal tenore e dal contenuto degli sms, dal fatto che la dottoressa C. non neghi, nella sua memoria difensiva, il rapporto conflittuale con N.», dando un’altra versione dei fatti. Le due parti in causa, contattate dal Giornale, hanno rifiutato qualsiasi commento. Anche i testimoni hanno preferito non esprimersi. Parlano le carte, ovvero l’atto d’accusa del giudice N. e la controdenuncia della C. finita alla procura generale. N. la mette così. Spiega che nell’ambito di rapporti di natura personale si sono sviluppati «atti aggressivi, violenti e persecutori» da parte della dottoressa C. Le cose, aggiunge, si mettono presto male. Gli episodi di stalking selvaggio riferiti dall’autore dell’esposto (che fa sempre i nomi dei testimoni dei fatti denunciati) non si contano. E quando N. minaccia di rivolgersi al Csm, la gip, a suo dire, fa presente che gliela farà pagare perché lei ha amici intimi a palazzo dei Marescialli. N. dice d’aver provato a ricondurla a più miti consigli. Ma il 15 marzo scorso viene raggiunto a Sassari e aggredito a pranzo. «Verso le 14.45 la C. piombò letteralmente nel ristorante senza alcun preavviso e dopo avermi strattonato e preso a calci e pugni davanti agli astanti cominciava a insultarmi ad alta voce col solito frasario: figlio di puttana, merda, stronzo. Erano presenti il presidente del tribunale di sorveglianza dottoressa Vertaldi, i presidenti delle sezioni di corte d’appello, l’avvocato generale Claudio Locurto...» e via discorrendo. Proprio l’avvocato, continua N., prova inutilmente a calmare la donna. Dopodiché, fuori dal locale, N. è colpito al volto con una borsa. «Cadevo privo di sensi, in una pozza di sangue». Come da referti medici allegati, N. si risveglierà al pronto soccorso: viso sfregiato, 17 punti di sutura per 70 giorni di prognosi. Atti violenti si sarebbero susseguiti anche nei mesi a seguire in più luoghi. Quel che più avrebbe scioccato i componenti del Csm sarebbero però i toni degli sms inviati dalla C. Frasi dettate dal risentimento, che lasciano però interdetti: «Non smetterò di respirare finché non ti avrò visto nel fango», «a suo tempo devi crepare», «So cose su di te con cui posso schiacciarti come un verme, stai attento tu verme e pensa a non fare ingravidare tua figlia da qualche delinquente come te verme schifoso», «pagherai caro, e non per mano mia», «Aspetteremo di vedere il fiorellino che hai a casa (mia figlia di 11 anni, scrive N.) da quanti sarà colto, «tanto ci penseranno altri a fartela pagare, e comunque i tuoi figli sono merde come te». La gip, da parte sua, offre un’altra versione ai carabinieri che hanno appena finito di perquisirla a casa e in ufficio. Riferisce che alla luce dei suoi ripetuti tentativi di lasciare l’uomo, N. «implementava la sua attività persecutoria già manifestata in precedenza con minacce di ogni genere (“stai bene attenta, guardati le spalle, ti distruggerò, se mi attraversi la strada accelero”) e iniziava una pressante attività di persecuzione ai miei danni già manifestata in passata con ingiurie, minacce e aggressioni fisiche». La C. mette nella denuncia contenuti di alcuni sms e chiosa: «Sinora ho vissuto in un clima di terrore che è aumentato dopo l’arrivo dell’esposto anonimo» ai miei genitori. Il Csm ha creduto a N., per ora. Le contestazioni della gip sono ora al vaglio della Procura generale. Lo stesso Csm si dovrebbe però concentrare anche sul contenuto di alcune e-mail, tra gli allegati agli atti della controversia, che il terrorizzato N. archiviava a futura memoria. Perché in una di queste si dà conto di uno strano presunto episodio che coinvolge la gip e il pm dell’inchiesta Agcom-Annozero, finito lui stesso sotto procedimento disciplinare al Csm per aver nascosto al capo parte dell’inchiesta su Berlusconi. Accuse gravi, queste di N., che non si possono lasciare appese al dubbio. Perché se è vero quel che dice N., il pm Ruggiero avrebbe riferito alla gip C. notizie che non solo non aveva messo a conoscenza del suo procuratore ma ne avrebbe parlato con un potenziale giudice terzo dell’inchiesta. In una e-mail delle ore 9.54 del 22 giugno 2010 N. scrive: «La stessa (la C.) mi ha riferito di aver deposto il falso dinanzi al maggiore dei carabinieri nascondendo la circostanza che il dottor Ruggiero, con il quale ha un rapporto confidenziale, nel dicembre del 2009 le disse che stava intercettando Berlusconi e che presto il clamore della vicenda avrebbe fatto cadere il governo. La circostanza mi fu immediatamente riferita dalla C. poco prima di Natale del 2009. Ero convinto che avrebbe deposto la verità. Le ho chiesto le ragioni della falsa dichiarazione e lei mi ha risposto che non poteva tradire Michele Ruggiero e che comunque Berlusconi meritava di cadere perché è un dittatore». Il pm Ruggiero, rintracciato dal Giornale, casca dalla nuvole: «Della vicenda fra loro (N. e C.) so quello che sanno un po’ tutti. Ma una cosa è certa: quello che sarebbe scritto nella mail è assolutamente e totalmente falso. Non solo io non ho riferito niente a nessuno ma queste cose erano coperte da segreto e mai e poi mai le avrei dette, né in ragione della mia professione e nemmeno dal fatto che vi era un rapporto di colleganza o di amicizia». E siamo solo al primo round.

La gip e quei rapporti "particolari" al Csm. La denuncia contro la giudice coinvolta nel caso Agcom-Berlusconi: "Mi diceva che era protetta da certi colleghi..." di Gian Marco Chiocci su “Il Giornale”. La relazione intima tra due magistrati di Trani finita letteralmente a cazzotti e carte bollate davanti al Csm offre un ulteriore retroscena inedito dopo quello che ha disvelato particolari inquietanti sul caso delle intercettazioni a Berlusconi nel procedimento Agcom-Annozero (di cui abbiamo parlato ieri). Una trama che porta dritto a quel Palazzo dei Marescialli che alla fine di una rapida istruttoria ha trasferito la gip M. G. C. in provincia di Matera senza tenere conto delle sollecitazioni della procura generale presso la Suprema Corte che alla semplice lettura degli atti depositati dal denunciante ferito (il giudice M. N.) aveva sollecitato iniziative durissime: la sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio e il collocamento fuori ruolo organico. Per la più alta procura d’Italia, insomma, la gip C. doveva essere sanzionata più energicamente. Il Csm ha optato, invece, per il nuovo incarico lontano da Trani, riconoscendo comunque nei comportamenti violenti della gip all’ex amante e ai suoi familiari una «carenza di equilibrio» e «un disdoro per l’immagine della magistratura nella sede dove l’incolpata esercita le funzioni di gip, come emerge anche dalla lettera anonima inviata al presidente del tribunale di Trani» nella quale si raccontano fatti a dir poco sconvolgenti, se confermati da un’inchiesta della procura di Lecce. Nelle carte che irrobustiscono i fascicoli d’indagine si dà conto di una storia parallela a quella che ha portato alla luce la mail con la quale la gip C., a detta di N., sarebbe stata a conoscenza delle segrete indagini della procura di Trani su Berlusconi (che la stessa avrebbe definito un dittatore). Una vicenda poco o niente approfondita dal Csm, riferita dal giudice M. N. e che, omissata dei nomi dei consiglieri del Csm citati, riportiamo così com’è posto che nessuna delle parti in causa ha accettato di parlarne con Il Giornale. In soldoni. Nel riferire dettagliatamente tutta una serie di violenze e di minacce subite dalla donna-gip, il giudice denunciante fa presente di aver appreso dalla C. dei rapporti particolari di un certo tipo che la stessa avrebbe all’interno del Consiglio superiore della magistratura. E che dunque qualsiasi iniziativa finalizzata a metterla in difficoltà presso la sezione disciplinare non avrebbe portato al risultato sperato da N.. «La dottoressa C. disse che se solo avessi provato a presentare un esposto al Csm contro di lei per tutto quello che mi aveva combinato, tutto si sarebbe ritorto contro il sottoscritto per via delle sue particolari amicizie. La C. - continua N. nella memoria - si sente così vicina a certi componenti del Csm, che a suo dire le coprirebbero le spalle, che parla dell’organo di autogoverno della magistratura come se ne facesse parte integrante». Per spiegarsi meglio N.riporta alcuni sms della C., tra cui uno del 21 agosto 2011: «Sei un patetico coglione che non conosce il funzionamento delle istituzioni. Abbiamo altro a cui pensare al Csm, con le tue denunce ci faremo due risate». E ancora, sempre a leggere dalla memoria: «Una volta la C. mi minacciò di rovinarmi la carriera se solo mi fossi rivolto al Csm mostrandomi un messaggio, ma sarebbe meglio dire sbattendomi sotto gli occhi un sms, che lei asseriva esserle stato inviato dal consigliere (...)». Pur specificando nero su bianco che a suo avviso l’ex amante, con riferimento ai presunti rapporti «particolari», «millantava credito presso consiglieri del Csm», N. non tralascia nulla. Riferisce tutto. Fa nomi e cognomi di illustri componenti di Palazzo dei Marescialli in strettissimo contatto con la donna perché fu la stessa a fargliene menzione. Osserva come un simile atteggiamento era assolutamente mirato non tanto a ingelosirlo quanto a «indurmi uno stato d’ansia e di paura costanti». E che tale modo di fare oltre a essere «uno strumento di pressione e di minaccia utilizzata contro il sottoscritto, sottolinea la scorrettezza e la mancanza di eticità della dottoressa C.». Entrare nei dettagli di altre delicatissime situazioni che hanno portato, ad esempio, all’allontanamento di un ufficiale dei carabinieri, ci pare obiettivamente fuori luogo. Così come non meritano particolari attenzioni i riferimenti ai pettegolezzi, contenuti nella memoria di N. e in un esposto anonimo girato al Csm, riferiti all’esistenza di presunti, improbabili, scottanti video hard. Ha collaborato Simone di Meo. 

Da parte sua La Repubblica riporta che due magistrati che si denunciano a vicenda per ragioni strettamente personali e che finiscono in un fascicolo alla procura di Lecce. Una di loro che viene trasferita a Matera dal Consiglio superiore magistratura. In mezzo una storia di carte bollate e accuse che diventa un caso nel tribunale di Trani dove i due giudici lavorano o hanno lavorato.

Proprio per questo motivo il Csm, dopo una richiesta esplicita dello stesso giudice, ha deciso di trasferire il magistrato in Basilicata per evitare ogni ulteriore motivo di dissidio. Agli atti del Consiglio, così come a quelli di Lecce che indaga per competenza, è finita infatti tutta una serie di esposti anonimi contro il magistrato, esposti che per il momento non hanno trovato riscontri. Alcune denunce sono state però presentate direttamente da N., ex gip a Trani e poi all'ispettorato del ministero. Denunce che devono essere ancora esaminate: è possibile quindi che la storia non sia ancora finita.

Fin qui la sintesi della vicenda, che da sè sarebbe già allarmante e poco etica. Ma c'è un seguito. Il resoconto è il coordinamento sintetico  di articoli pubblicati da vari giornali (di destra e di sinistra, locali e nazionali) con il link di riferimento. Nell'occasione si è omesso il nome della protagonista, che si trova sugli articoli originali, e si sono saltate le questioni più scabrose. Nonostante ciò, con spirito di rivalsa e di censura, la signora, anziché far oscurare le pagine dei quotidiani che riportano gli articoli ha pensato di inviare alla nostra redazione questa diffida: «Spett.le  Redazione "ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE" ONLUS C. F. 90151430734 SEDE LEGALE: AVETRANA (TA), VIA PIAVE 127 in persona del responsabile del SITO WEB dott. GIANGRANDE ANTONIO, Ad ogni effetto, la sottoscritta, dott.ssa M.G.C., Magistrato Ordinario, nel proprio interesse e con riferimento agli articoli di cui all’oggetto, comparsi sui siti web in indirizzo; considerato che gli articoli riportati nei suindicati siti web sono inveritieri e, per toni e contenuti, gravemente lesivi del proprio onore e decoro; impregiudicata ogni azione a tutela della propria onorabilità nella sede penale e civile DIFFIDA Il responsabile del sito web in indirizzo affinché provveda all’immediata rimozione dal web degli articoli di cui all’oggetto. Rappresenta sin d’ora che in difetto, si vedrà costretta a convenire in giudizio il responsabile per inibire con urgenza la detta pubblicazione, con ogni conseguenza e riserva, anche a fini di rettifica. Addì, 03 aprile 2012      Dott.ssa M.G.C».

Prontamente si è riportata la richiesta di rettifica. Non è certo il tono usato, però, che può sminuire quello che io faccio per la società.

Sicuramente non si conosce quello che noi facciamo e chi noi siamo. Non si conoscono i miei libri, lo spot nazionale antiracket ed antiusura, il film, la nostra web tv di promozione del territorio, i nostri siti d'inchiesta e i nostri canali you tube. Tutto questo senza aver vinto alcun concorso pubblico che possa contenerci o darci l’appoggio o il potere istituzionale. L’aggiornamento avviene prontamente non per timore, ma perché devo essere grato alla signora per aver ricevuto solo un’intimazione e non direttamente una ritorsione come hanno fatto i suoi colleghi, tanto da dover presentare istanza di rimessione per legittimo sospetto, che i processi a mio carico a Taranto, artatamente formati, possano essere inficiati da inimicizia e pregiudizio. Preme precisare, però, ad un valido tecnico di discipline giuridiche come è la signora che il nostro non è un blog. Un blog è un sito, generalmente gestito da una persona o da un ente, in cui l'autore (blogger) pubblica più o meno periodicamente, come in una sorta di diario online, i propri pensieri, opinioni, riflessioni, considerazioni ed altro, assieme, eventualmente, ad altre tipologie di materiale elettronico come immagini o video. Il definirmi blogger per molti è l’intento diffamatorio per denigrare il mio operato e su questo si montano dei processi. Peccato però che gli innumerevoli detrattori devono mettersi in fila e aspettare il proprio turno per colpirmi, essendo in molti, in quanto le nostre inchieste coprono l’intero territorio nazionale. Il nostro, peccato per loro, è un vero portale d’inchiesta a livello istituzionale letto in tutto il mondo. Strumento con cui si esercita il sacrosanto diritto di critica e di informazione, di cui all’art. 21 della Costituzione. Portale dove la cronaca diventa storia attingendo da fonti pubbliche. I dati riportati sono pubblici e si basano su: a) la verità dei fatti (oggettiva o “putativa”); b) l’interesse pubblico alla notizia; c) la continenza formale, ossia la corretta e civile esposizione dei fatti. In ossequio al dettato della Suprema Corte. Non è nostra intenzione danneggiare o favorire alcuno. Le nostre inchieste non riportano alcun nostro commento: bastano ed avanzano quelli dei redattori degli articoli di stampa. Gli articoli citati dalla signora sono inseriti in un più ampio spettro di fatti e circostanze che minano la credibilità del sistema giustizia.

L’abitudine all’omertà mediatica degli organi d’informazione territoriale non può impedirmi di dire la verità. Il fatto che per la signora siano inveritieri e diffamatori, questo non salva l’immagine che il sistema giustizia dà di sé in Italia. E' certo, però, che le nostre inchieste sono frutto di ricerca e di didattica su materiale altrui su cui va indirizzata la volontà repressiva. In questo caso gli articoli citati sono: 

La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 novembre 2011

La Repubblica del 15 novembre 2011

“Il Giornale” del 16 novembre 2011 di Gian Marco Chiocci

“Il Giornale” del 5 febbraio 2012

"Il Giornale" del 5 febbraio 2012

"Il Giornale" del 6 febbraio 2012

Comunque, anche se non dovuto, si è omesso ogni riferimento al nome della signora in ordine a fatti e circostanze degli articoli pubblicati. Tanto io dovevo ad un magistrato che non conosco e che sarò lieto di aiutare, quando si riterrà essere vittima di un complotto mediatico giudiziario, in integrazione esplicativa alla sua richiesta di aggiornamento.

Ed in quest’ottica, non potendo operare azione di censura nei confronti di tutte le altre testate, continuo la mia opera di rettifica ed integrazione sui miei scritti, così nei modi e nei tempi come in precedenza, omettendo il nome del giudice e pubblicando ulteriore sollecito di rimozione da parte del giudice in oggetto. “Ho ricevuto mandato dalla dott.ssa M. G. C., Magistrato, al fine di assisterla nella tutela legale per l’intrapresa di azioni a ristoro dei danni cagionati alla sua immagine personale e professionale dalla permanenza sul web di articoli di contenuto diffamatorio e non conforme agli accertamenti giurisdizionali effettuati nei suoi confronti. Allo scopo, segnalo che sul motore di ricerca Google risultano indicizzate le pubblicazioni sopra indicate e contenenti circostanze non veritiere e manifestamente offensive nei confronti della Dott.ssa M. G. C., da me assistita. Il contenuto di quegli articoli è smentito dagli accertamenti giurisdizionali medio-tempore compiuti in quanto la dott.ssa C. è stata assolta da ogni addebito con sentenza del novembre 2013 e, in quanto, con distinto provvedimento del 19/12/2014, il Consiglio Superiore della Magistratura ha prosciolto la mia assistita dagli addebiti mossi in sede disciplinare. Per di più ella risulta attualmente persona offesa dai reati di calunnia, diffamazione e false informazioni al P.M. I procedimenti pendono dinanzi alla Procura della Repubblica di Lecce. La permanenza sul web dei detti articoli (che riportano notizie smentite da una sentenza definitiva) determina una incalcolabile lesione della immagine professionale della dott.ssa C. e ove essi non vengano immediatamente rimossi, mi vedrò costretta ad adire l’autorità giudiziaria per il ristoro dei danni patiti dalla mia assistita. Confido che rimuoverà sollecitamente dal web i pezzi richiamati in oggetto e tutti quelli ad essi collegati. Cordialmente Avv. R. M.”

TRANI. LIBERTA' D'INFORMAZIONE E SEGRETO ISTRUTTORIO: OSSIA, SPUTTANARE I CITTADINI CON IMPUNITA'. «Pm di Trani spifferò di Minzolini e Del Noce» Ecco le intercettazioni. La giornalista che chiama l’ufficiale della finanza, l’ufficiale che passa il telefono a un magistrato. Il tenente colonnello Salvatore Paglino poi è stato ai domiciliari. E nelle 86 pagine della richiesta con cui i pm Teresa Iodice e Giuseppe Dentamaro lo avrebbero voluto mandare in carcere, è riportata l’intercettazione che chiama in causa Michele Ruggiero, il pm che a Trani ha seguito l’inchiesta in cui era indagato Silvio Berlusconi. La telefonata, dunque. È il 17 dicembre 2009, giorno in cui in procura a Trani si svolge l’audizione del direttore del Tg1 Augusto Minzolini e del direttore di Rai1 Fabrizio del Noce. L’inchiesta riguarda le carte di credito Amex, che porterà Trani a indagare sulle presunte pressioni di Berlusconi per far chiudere AnnoZero. Alle 18,57, la giornalista chiama sul cellulare Paglino.

GIORNALISTA: «Ma avete finito?»

PAGLINO: «Sì abbiamo finito, abbiamo finito».

G: «Ah, ok, mi sono detta bah, mi sembrava un po’ lungo... impossibile che sono ancora là». (...)

P: «Tutto a posto, vuole parlare con il dottore?». 

G: «Sì sì se è libero... Prima non ha risposto». (gli investigatori annotano: Si sente Paglino che chiama il dottore e gli passa il telefono

RUGGIERO: «Ehi (nome della giornalista».

G: «Pronto?». 

R: «Ciao dimmi». 

G: «No niente volevo sapere se era tutto a posto (...). È stato contento l’ultimo?».

R: «Tutti contenti sono stati... (...) Quelli quando vengono a Trani, vedono la Cattedrale, vedono le bellezze di qua, vedono le... diciamo così, le maniere diciamo così, gentili, garbate, serie di come facciamo le indagini e quindi sai...».

G: «Ho capito, ma l’ultimo lo hai, come dire... incontrato tu o non lo hai incontrato, perché agli altri non li hai degnati di uno sguardo, mi è parso di... o quasi».

R: « L’ultimo l’ho incontrato io... sì... sì».

G: «Ah, anche l’ultimo sì... ah, diciamo che hanno parlato con la Finanza, ho scritto che hanno parlato con la Finanza... ».

R: «Sì, sì hai fatto bene».

Il giorno dopo, annotano gli inquirenti, la giornalista scrive un articolo in cui si dice che in procura sono stati ascoltati Minzolini e Del Noce. Un resoconto dello stesso tenore, per la cronaca, è stato pubblicato su quasi tutti i quotidiani italiani. A Paglino la procura contesta pure la fuga di notizie che ha portato alla pubblicazione, sul «Corriere», dei verbali di Gianpaolo Tarantini. In questo caso, però, i riscontri sono di tipo diverso: le giornaliste del «Corriere » hanno pubblicato i verbali integrali, di cui sembrano aver ottenuto una copia di lavoro in formato elettronico. «Dalla lettura degli articoli era emerso che i giornalisti avevano avuto il possesso di una copia degli interrogatori, in quanto, non solo negli articoli è dato trovare la riproduzione pedissequa delle stesse parole e frasi, ma anche quella di alcuni errori grammaticali come “della mia relazioni personali”, “una serie richieste vantate”». Nell’articolo del 10 settembre 2009, scrivono ancora i pm, sul «Corriere» il verbale che inizia con «Conosco Enrico Intini da circa un anno...» viene datato al 27 luglio, «data nella quale il Tarantini non ha reso alcun interrogatorio». Le giornaliste, insomma, hanno riportato «l’errore presente solo nel file che, però, veniva corretto a penna sul documento ufficiale dove veniva indicata la data esatta del 28 luglio». Per questo la procura ipotizza anche il reato di accesso abusivo a sistemi informatici: qualcuno, dicono i pm, si è introdotto nei server della Finanza per copiare i file contenenti l’interrogatorio.

MODUGNO CORROTTA.

Una tempesta annunciata, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”.

Dodici persone tra cui l'attuale sindaco, Mimmo Gatti (Pd), l'ex sindaco ed oggi consigliere, Giuseppe Rana (Udc) ed altri dieci tra amministratori pubblici e funzionari, sono stati arrestati con le accuse di aver riscosso tangenti in cambio di concessioni edilizie.

L'indagine della Guardia di Finanza era scattata già nel 2003. Soldi, professionisti, amici imposti agli imprenditori in cambio di licenze e concessioni edilizie, per anni a Modugno l'urbanistica sarebbe stata gestita così, almeno secondo le accuse. All’iniziale ipotesi di reato di concorso in concussione (imprenditori costretti a pagare a tecnici e amministratori comunali una mazzetta per ottenere il rilascio di concessioni e licenze) si è aggiunta l’associazione a delinquere. Il sospetto è che ad imperversare per anni sia stato un gruppo organizzato. Non solo. A quanto pare, infatti, quando il Comune, finalmente, rilasciava le licenze, non sempre queste erano conformi alle norme urbanistiche. Almeno due maglie ed un comparto (una zona residenziale di recente realizzazione alla periferia della città, nei pressi delle piscine comunali, ed alcuni capannoni industriali) sono finite sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori. Due, in particolare, le lottizzazioni che violerebbero le norme urbanistiche.

Sta di fatto, però, che da un certo momento in poi, le cose a Modugno sono cambiate. L’edilizia avrebbe subito una brusca frenata tanto da indurre le imprese a rivolgersi ai giudici amministrativi. Ed è stato proprio il Tar, in più occasioni, come anticipato dalla «Gazzetta», a puntare l’indice contro tale sistema di gestione della cosa pubblica. Poi la svolta con l'operazione «Pay to build». Ai domiciliari sono finiti il sindaco Gatti, l'ex assessore comunale Vito Carlo Liberio, tecnici e funzionari comunali ed imprenditori. Gli indagati nell’ambito dell’indagine sulla 'cupola d’affari' che governava le concessioni edilizie nel Comune di Modugno sono in tutto 27. I 12 arresti - tre eseguiti in carcere e gli altri ai domiciliari – sono stati disposti dal gip del tribunale di Bari Ambrogio Marrone, su richiesta del pm Francesco Bretone. Gli arrestati – a quanto viene reso noto – sono il sindaco in carica, Mimmo Gatti (Pd), il sindaco della precedente amministrazione, Giuseppe Rana (che è stato Pd e poi Udc), tre consiglieri comunali (il Pd Saverio Pascazio, architetto, l'imprenditore Vito Carlo Liberio, prima Pd poi Api, e un esponente Udc della passata amministrazione, Giuseppe Vasile), due dirigenti dell’Ufficio tecnico comunale (Emilio Petraroli, da poco in pensione, e Giuseppe Capriulo), e tre funzionari dello stesso Ufficio (Francesco Loiacono, Vincenzo Alfonsi e Sergio Maiorano), un imprenditore (Giuseppe Caggiano) e un dipendente del consorzio per l’Area di Sviluppo Industriale (Francesco Stramaglia). Agli indagati è stato contestato il reato di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione e contro il patrimonio, e in materia edilizia. Nei confronti degli amministratori pubblici coinvolti a Modugno nell’ambito dell’indagine che ha portato oggi a 12 arresti tra sindaco, consiglieri e dirigenti comunali i militari della guardia di finanza hanno anche proceduto al sequestro di beni immobili, quote societarie e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di circa 2,5 milioni di euro.

Tangenti a Modugno per le concessioni edilizie, scrive invece “La Repubblica”. Sono in tutto 12 gli arresti - che comprendono amministratori, consiglieri e dirigenti del Comune di Modugno - fatti oggi per il rilascio di licenze per costruire nel grosso comune alle porte di Bari. Sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione e contro il patrimonio, e in materia edilizia. Gli arresti - a quanto rende noto la guardia di finanza - giungono al termine di un'indagine coordinata dalla Procura di Bari sulla gestione delle pratiche inerenti il rilascio delle concessioni edilizie da parte del Comune. Gli indagati nell'ambito dell'indagine sulla 'cupola d'affari' che governava le concessioni edilizie nel Comune di Modugno sono in tutto 27. Le indagini furono avviate dopo un atto intimidatorio subito da un imprenditore edile di Modugno presso la propria abitazione. Le modalità con cui si era consumato l'atto di violenza e le frasi intimidatorie pronunciate dagli aggressori inducevano a collegare l'episodio all'attività economica svolta dall'imprenditore. Attraverso intercettazioni telefoniche, i finanzieri hanno fatto luce sulle irrituali modalità di rilascio dei permessi di edificazione da parte degli amministratori e dipendenti del Comune di Modugno. Veniva infatti appurato che questi ultimi avevano preteso e riscosso dal denunciante ingenti somme di denaro ed altre utilità quantificabili in oltre 800 mila euro (nel periodo 2003-2008), per il rilascio delle prescritte autorizzazioni edilizie. A seguito dei primi rifiuti opposti alle ripetute ed insistenti richieste di denaro avanzate dagli amministratori pubblici, l'imprenditore subiva forti ritorsioni in termini di mancata approvazione di una serie di progetti giacenti presso i competenti uffici comunali. Secondo le indagini, le persone finite ai domiciliari, abusando sistematicamente dei propri poteri, richiedevano e ottenevano prestazioni in denaro ed altre utilità (soggiorni all'estero, acquisti di immobili a prezzo scontato), in cambio del rilascio delle licenze edilizie. Accertata dai finanzieri l'esistenza di un vero e proprio "tariffario " applicato dai funzionari e dai dirigenti addetti all'ufficio tecnico comunale per il calcolo dell'importo della tangente per l'ottenimento delle concessioni edilizie che si aggirava tra i 2-3mila euro per ciascuna unità immobiliare realizzata. Oltre alle persone arrestate, ulteriori informazioni di garanzia sono state notificate a 16 persone (fra pubblici dipendenti ed imprenditori), indagati, a vario titolo, per peculato, corruzione, falsità ideologica e materiale, estorsione, truffa, riciclaggio e lottizzazione abusiva. Nei confronti degli amministratori pubblici indagati si procedeva inoltre al sequestro di 26 immobili (ubicati in Bari e Taranto), quote societarie e disponibilità finanziarie per un valore equivalente alle somme da essi indebitamente percepite per un ammontare complessivo di oltre un milione di euro.

GIOIA DEL COLLE CORROTTA.

Tangenti sull'appalto a Gioia del Colle, l'ex vicesindaco: «I soldi? Subito», scrive “Il Quotidiano di Bari” il 5 febbraio 2015. «Ho l'operazione sotto controllo...e l'operazione andrà per forza in porto...ci siamo visti con l'ingegnere comunale, con il sindaco e abbiamo fatto quello che dovevamo fare...faremo il bando...fatto in una certa maniera». A parlare così, in una intercettazione telefonica, è Antonio Posa, l'imprenditore di Gioia del Colle (Bari) arrestato all'alba dai finanzieri baresi insieme con il sindaco Sergio Povia e l'ex vicesindaco Francesco Paolo Ventaglini (ai domiciliari altre sei persone tra professionisti e funzionari dell'ufficio tecnico del Comune di Gioia del Colle). «Parlando con il dipendente di un istituto di credito - scrive il gip Gianluca Anglana nell'ordinanza di custodia cautelare - per dimostrare la capacità di poter sanare la propria esposizione debitoria nei confronti della banca, gli descrive i dettagli dell'operazione illecita che stava portando avanti con la complicità di alcuni funzionari pubblici». Una volta predisposto il bando e decisa la commissione («la commissione è scelta da me - dice Posa parlando con uno dei tecnici - forse non è chiaro»), resta da definire, secondo l'accusa, la 'mazzetta' per aggiudicarsi l'appalto. I contatti sono particolarmente frequenti - stando a quanto accertato dalle indagini - con l'ex vicesindaco Ventaglini. «Dopo la mia disavventura - gli dice Ventaglini con riferimento all'arresto del 2013 per concussione (domani l'udienza del processo in abbreviato) - io mi sono riciclato... se prima stavo otto ore al Comune adesso sto sedici ore, se prima comandavo al trenta per cento, adesso comando al novanta per cento, se prima tenevo un assessorato adesso ce li ho tutti. Ora lo noto che mi rispettano». Ed è proprio con lui che si sarebbe definito l'accordo per il pagamento di una tangente da 100mila euro. «Poco, maledetto e subito - gli dice Ventaglini - all' avanzamento lavori non si può fare» spiegandogli che il denaro doveva essere consegnato subito. «In che tempi avete bisogno voi, io ti dico i tempi miei...- gli risponde in una successiva intercettazione Posa - non meno di cinque mesi, venti al mese (20mila euro, ndr)». «E però - continua l'ex vicesindaco - dobbiamo vedere da quando parte...se i cinque mesi partono tra un anno». «Da subito - taglia corto l'imprenditore - ...firmato l'accordo. Anzi, il giorno in cui firmiamo l'accordo io vi dò una ventina». L'importo della presunta tangente, che non sarà mai consegnata, sarebbe già stato definito e Posa lo spiega ad un collega imprenditore, interessato ad un eventuale subappalto nei lavori per gli alloggi popolari. «Sono cinque persone - dice - i tre (componenti della commissione di gara) il vicesindaco e il sindaco, sono cinque persone, è come se gli dai 20mila euro a testa». Meno frequenti risultano i contatti con il sindaco Povia, il quale, in occasione di un incontro al Comune, prospetta all'imprenditore «di utilizzare, quale possibile giustificazione da offrire alle forze dell'ordine in caso di indagini in merito alla natura dei contatti tra i due, il riferimento alla vicenda Palmintullo», relativa - spiega il giudice nell'ordinanza d'arresto - ad una causa civile intentata da Posa contro il Comune. Nel novembre scorso, a bando ormai scaduto e in attesa dell'aggiudicazione dell'appalto, la moglie del sindaco incontra a scuola la moglie di Posa (le figlie frequentano la stessa classe) e la seconda riferirà poi al marito, scrive il gip, che «a titolo precauzionale, i loro prossimi contatti (tra Povia e l'imprenditore) sarebbero dovuti avvenire per il tramite delle mogli».

Mazzetta da 100mila euro per costruire case popolari. Blitz a Gioia: sindaco in cella, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Il sindaco di centrosinistra di Gioia del Colle (Bari), Sergio Povia, è stato arrestato assieme ad altre otto persone dalla Guardia di Finanza per reati contro la pubblica amministrazione. In carcere sono finiti, oltre al primo cittadino, l'ex vicesidnaco  Francesco Paolo Ventaglini (già arrestato due anni fa) e l'imprenditore, Antonio Posa amministratore di una immobiliare, peraltro vittima di usura circostanza da cui sarebbe partita l'indagine. Ai domiliari altri 6 fra tecnici, funzionari comunali e professionisti: perquisito anche lo studio di un avvocato di Acquaviva alla presenza del pubblico ministero inquirente, Eugenia Pontassuglia. L'inchiesta, ruota attorno al progetto per la costruzione degli alloggi popolari: secondo quanto è stato ricostruito dai militari della Guardia di Finanza, il bando per la costruzione di alloggi popolari sarebbe stato predisposto e pubblicato si misura per far vincere la società, la AP immobiliare dell'imprenditore Posa che, attraverso i suoi tecnici, avrebbe fornito ai funzionari pubblici incaricati di predisporre la gara il capitolato. Nell’indagine vengono contestati, a vario titolo, i reati di corruzione, turbativa d’asta e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. Tutto è partito in quanto l'imprenditore era sotto usura e, indagando su tali fatti, gli uomini delle Fiamme gialle sono riusciti a risalire al presunto appalto pilotato. Povia in passato è stato consigliere comunale, provinciale e regionale dei Democratici di sinistra e poi del Pd. Recentemente è stato eletto nel consiglio della Città metropolitana di Bari.

Ecco i nomi dei destinatari degli arresti domiciliari: Nicola Bartolomeo Laruccia (responsabile settore urbanistico comune Gioia) e Rocco Plantamura (funzionario ufficio tecnico comunale),  Vito Antonio Martielli e Nicola Bruno (tecnici di fiducia di Posa), Rosa Fedora Celiberti (impiegata comunale) e Nicola Manzo (architetto di fiducia dell'imprenditore). Gli amministratori pubblici arrestati a Gioia del Colle, in cambio della promessa di una tangente di 100.000 euro, avrebbero creato le condizioni affinchè l’imprenditore Antonio Posa, titolare della Ap immobiliare srl, partecipasse e si aggiudicasse la gara pubblica per la realizzazione di numerosi alloggi da destinare ad edilizia popolare, nel quadro di un programma di social housing. L'accordo corruttivo – secondo la pubblica accusa – coinvolge Posa, il sindaco di Gioia del Colle Sergio Povia, l’ex vicesindaco Francesco Paolo Ventaglini, Nicola Laruccia - ingegnere responsabile del settore urbanistico – e Rocco Plantamura, responsabile dell’Ufficio Tecnico Comunale. Secondo l'accusa, gli indagati hanno tenuto una "molteplicità di condotte collusive che interessavano sia la fase concernente la pubblicazione del bando di gara, predisposto dai funzionari comunali seguendo le direttive indicate da Posa e contenute in elaborati tecnici redatti da professionisti di sua fiducia (Vito Antonio Martielli e Nicola Bruno), sia la fase successiva connessa all’espletamento della gara". "E' stato accertato inoltre che, oltre alla nomina di una commissione di gara composta da persone – tra i quali gli stessi Laruccia e Plantamura – che avevano intrattenuto rapporti illeciti con Posa, all’imprenditore – secondo la procura - venivano costantemente fornite indicazioni in merito alle modalità di redazione del progetto da predisporre per partecipare alla gara e al contenuto delle offerte presentate dalle imprese concorrenti".

Una «mazzetta» da pagare in 5 rate, continua “la Gazzetta del Mezzogiorno”. Doveva essere pagata in 5 rate (da 20.000 euro ciascuna) la presunta tangente da 100.000 che l'imprenditore gioiese Antonio Posa avrebbe promesso al sindaco di Gioia del Colle (Bari), Sergio Povia, all’ex vicesindaco Francesco Paolo Ventaglini e agli altri tre funzionari pubblici arrestati oggi dalla Guardia di finanza. La mazzetta – secondo la Guardia di finanza – doveva essere pagata dall’imprenditore Antonio Posa, titolare della Ap immobiliare srl, affinchè questi partecipasse e si aggiudicasse la gara pubblica per la realizzazione di numerosi alloggi da destinare ad edilizia popolare, nel quadro di un programma di social housing. La circostanza, a quanto è dato sapere, sarebbe emersa intrecciando le intercettazioni telefoniche con le videoriprese di alcuni incontri tra l’imprenditore, gli amministratori e i funzionari pubblici indagati. Questi sono stati filmati mentre si ritrovano per strada e raggiungono insieme lo studio professionale di uno degli inquisiti. L'indagine, avviata nel 2013, si basa anche su intercettazioni telematiche. A partire dal gennaio 2014, secondo la Gdf, i contatti tra gli indagati si fanno più frequenti, riservati, e i funzionari pubblici fanno molta attenzione ad usare il telefono e, quando si incontrano cercando di giustificare sempre gli appuntamenti facendo riferimento – secondo gli investigatori – a "documentazioni di circostanza per dare giustificazioni plausibili ai contatti che non avrebbero avuto nessun’altra spiegazione". L'indagine – a quanto si è appreso – nasce da un’inchiesta su un giro d’usura la cui vittima era in contatto con alcuni degli arrestati.

Le intercettazioni: il bando è fatto, conclude “la Gazzetta del Mezzogiorno”. "Ho l’operazione sotto controllo...e l'operazione andrà per forza in porto...ci siamo visti con l'ingegnere comunale, con il sindaco e abbiamo fatto quello che dovevamo fare...faremo il bando...fatto in una certa maniera". A parlare così, in una intercettazione telefonica, è Antonio Posa, l'imprenditore di Gioia del Colle (Bari) arrestato all’alba dai finanzieri baresi insieme con il sindaco Sergio Povia e l’ex vicesindaco Francesco Paolo Ventaglini (ai domiciliari altre sei persone tra professionisti e funzionari dell’ufficio tecnico del Comune di Gioia del Colle). "Parlando con il dipendente di un istituto di credito - scrive il gip Gianluca Anglana nell’ordinanza di custodia cautelare – per dimostrare la capacità di poter sanare la propria esposizione debitoria nei confronti della banca, gli descrive i dettagli dell’operazione illecita che stava portando avanti con la complicità di alcuni funzionari pubblici". Una volta predisposto il bando e decisa la commissione ("la commissione è scelta da me – dice Posa parlando con uno dei tecnici – forse non è chiaro"), resta da definire, secondo l'accusa, la 'mazzettà per aggiudicarsi l’appalto. I contatti sono particolarmente frequenti – stando a quanto accertato dalle indagini – con l’ex vicesindaco Ventaglini. "Dopo la mia disavventura – gli dice Ventaglini con riferimento all’arresto del 2013 per concussione (domani l’udienza del processo in abbreviato) – io mi sono riciclato... se prima stavo otto ore al Comune adesso sto sedici ore, se prima comandavo al trenta per cento, adesso comando al novanta per cento, se prima tenevo un assessorato adesso ce li ho tutti. Ora lo noto che mi rispettano". Ed è proprio con lui che si sarebbe definito l'accordo per il pagamento di una tangente da 100mila euro. "Poco, maledetto e subito – gli dice Ventaglini – all’avanzamento lavori non si può fare" spiegandogli che il denaro doveva essere consegnato subito. "In che tempi avete bisogno voi, io ti dico i tempi miei...- gli risponde in una successiva intercettazione Posa – non meno di cinque mesi, venti al mese (20mila euro, ndr)". "E però – continua l’ex vicesindaco - dobbiamo vedere da quando parte...se i cinque mesi partono tra un anno". "Da subito – taglia corto l’imprenditore – ...firmato l'accordo. Anzi, il giorno in cui firmiamo l’accordo io vi dò una ventina". L'importo della presunta tangente, che non sarà mai consegnata, sarebbe già stato definito e Posa lo spiega ad un collega imprenditore, interessato ad un eventuale subappalto nei lavori per gli alloggi popolari. "Sono cinque persone – dice – i tre (componenti della commissione di gara) il vicesindaco e il sindaco, sono cinque persone, è come se gli dai 20mila euro a testa". Meno frequenti risultano i contatti con il sindaco Povia, il quale, in occasione di un incontro al Comune, prospetta all’imprenditore "di utilizzare, quale possibile giustificazione da offrire alle forze dell’ordine in caso di indagini in merito alla natura dei contatti tra i due, il riferimento alla vicenda Palmintullo", relativa – spiega il giudice nell’ordinanza d’arresto – ad una causa civile intentata da Posa contro il Comune. Nel novembre scorso, a bando ormai scaduto e in attesa dell’aggiudicazione dell’appalto, la moglie del sindaco incontra a scuola la moglie di Posa (le figlie frequentano la stessa classe) e la seconda riferirà poi al marito, scrive il gip, che "a titolo precauzionale, i loro prossimi contatti (tra Povia e l'imprenditore) sarebbero dovuti avvenire per il tramite delle mogli".