Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

BARI

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

TUTTO SU BARI E LA PUGLIA

I BARESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

Quello che i Baresi ed i Pugliesi non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i Baresi ed i Pugliesi non avrebbero mai voluto leggere. 

di Antonio Giangrande

  

 

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

PARLIAMO DELLA PUGLIA.

IL CREDITO CHE SI DISCREDITA…

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

IL BARI E LA BARESITA'.

IL TRIBUNALE DI BARI? ABUSIVO, ANZI, FUORILEGGE.

PALADINI DELL’ANTIMAFIA?

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

IL SUD TARTASSATO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

PARENTOPOLI: DIVIETO PER PARENTI ED AFFINI; AMMESSI CONIUGI, CONVIVENTI ED AMANTI.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

LA FIERA DEGLI SPRECHI E DEI PRIVILEGI. FIERA DEL LEVANTE E AQP ACQUEDOTTO PUGLIESE.

BARI E BARESITA'. BARI TRA COZZALI E COZZARI.

IMPRESENTABILI A SINISTRA.

QUANDO STRISCIA LA NOTIZIA TOPPA.

QUANDO MICHELE EMILIANO TOPPA.

SE NASCI A BARI…..HAI MICHELE EMILIANO.

IN MORTE DI PIETRO CAPONE.

NELLA PUGLIA DI VENDOLA: VITALIZI A GO-GO E CONCORSI TRUCCATI.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO E GAFFE. QUANDO I MAGISTRATI DANNO I NUMERI.

TRIBUNALE DI BARI. IL PALAZZO DEI VELENI.

IL SEGRETO DI PULCINELLA. LA MAFIA E’ LO STATO.

VENDOLA E L’AMBIENTE SVENDUTO.

EMILIANO: CHE CAZZO GUARDI?

GOZZOVIGLI ALLA REGIONE.

MAGISTRATI. CON LA DESIRE' DIGERONIMO I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA?!?

DIGERONIMO, VITTIMA DEI CORVI O DELLA POLITICA?

BARI TERRA D’INGIUSTIZIA. MICHELE LA FRATTA, MICHELE MATARRESE E LE TOGHE PERMALOSE.

GIUSTIZIA AD OROLOGERIA? CONDANNATO RAFFAELE FITTO.

GUAI A FARE SCOOP SULLE NEFANDEZZE DEI GIUDICI.

SE SI DENUNCIANO ERRORI DEI MAGISTRATI: SCATTA LA REAZIONE.

QUANDO AD ASSOLVERE CI SONO GLI AMICI.

IN CHE MANI SIAMO?

PARLIAMO DI USURA E DI FALLIMENTI TRUCCATI?

E DI ALTRO ANCORA SUI MAGISTRATI E SULL'INFORMAZIONE.

PUGLIA: REGIONE CUCCAGNA. CAPITALE DEGLI SPRECHI.

PUGLIA: REGIONE AVVELENATA.

POLITICA, INFORMAZIONE E GIUSTIZIA. BARI: COZZE E COZZARI.

BARI: TUTTI PAZZI PER LE COZZE.

IL PESCE PUZZA SEMPRE DALLA TESTA.

LA CRICCA DI CARTA CHE PROTEGGE VENDOLA.

ED ECCO A VOI BARI. CITTA’ DALLA CULTURA SOCIO MAFIOSA O DEDITA AL VOTO DI SCAMBIO IMPUNITO??

PARLIAMO DI AMMINISTRATOPOLI REGIONALE:

NELL'INTERESSE DEI CITTADINI PUGLIESI?

NELL’INTERESSE DEI LAVORATORI PUGLIESI?!?

NELL'INTERESSE DELLE ASSOCIAZIONI PUGLIESI?

NELL’INTERESSE DELLE TV LOCALI PUGLIESI?

NELL'INTERESSE DEGLI EMIGRANTI PUGLIESI?

NELL'INTERESSE DELLA CULTURA PUGLIESE??

NELL'INTERESSE DELLA SANITA' PUGLIESE??

NELL'INTERESSE DELLA GIUSTIZIA PUGLIESE??

PARLIAMO DI INSABBIAMENTI.

SFIDUCIA NELLA GIUSTIZIA PUGLIESE: BEN RIPOSTA.

AMBIENTOPOLI.

ABUSI EDILIZI E PUNTA PEROTTI.

MEDIOPOLI.

MALAGIUSTIZIOPOLI.

INGIUSTIZIOPOLI.

SANITOPOLI A BARI.

ESAMI TRUCCATI.

CONCORSI TRUCCATI. CORSI E RICORSI STORICI.

PARENTOPOLI A BARI.

UNIVERSITA': AFFARE DI FAMIGLIA. A BARI MOGLI E FIGLI IN CATTEDRA.

ALTAMURA. INTRECCI MAFIE E POLITICA.

GRAVINA DI PUGLIA: CICCIO E TORE. UNA STORIA DI ORDINARIA ITALIANITA'.

TRANI. QUANDO I BUONI TRADISCONO O FANNO SCANDALO.

BOTTE E MINACCE TRA GIUDICI DIETRO LA GUERRA CONTRO IL CAVALIERE.

TRANI. LIBERTA' D'INFORMAZIONE E SEGRETO ISTRUTTORIO: OSSIA, SPUTTANARE I CITTADINI CON IMPUNITA'.

MODUGNO CORROTTA.

GIOIA DEL COLLE CORROTTA.

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

PARLIAMO DELLA PUGLIA.

Puglia, la caccia abusiva in mano ai clan: la criminalità controlla anche il business dei bracconieri. I clan foggiani che hanno messo le mani su un business lucroso. E il gelo di questi giorni sta peggiorando la situazione: senza cibo e acqua, gli uccelli si spingono in territori più esposti, scrive Chiara Spagnolo il 17 gennaio 2017 su "L'Espresso". Un posto fisso per la caccia "regolare" in Capitanata può costare fino a 40mila euro l'anno, uno abusivo almeno 10mila in meno: si scrive 'caccia non consentita' e si legge bracconaggio, gestito dai clan foggiani che hanno messo le mani su un business lucroso, trovando nei campani i clienti più spregiudicati e facoltosi. Dalla provincia settentrionale della Puglia a quelle della Campania i chilometri sono pochi e acquistare un posto in capanno o bunker - nel Parco del Gargano così come nelle saline di Margherita di Savoia, vicino al lago di Lesina o sulle alture della Daunia - è per molti un buon antidoto alla noia domenicale. Per capirlo basta fare un giro nei bar di paese e ascoltare accenti e inflessioni dialettali o affacciarsi alla porta e controllare le targhe dei grossi suv carichi di armi. Il problema del bracconaggio è tornato d'attualità dopo il freddo intenso che ha messo in ginocchio la Puglia a inizio anno e ha indotto Lipu (la Lega italiana protezione uccelli) e Wwf a chiedere alla Regione la chiusura anticipata della caccia consentita e maggiore vigilanza nelle zone martoriate dal gelo. L'ente ha prima illuso gli ambientalisti con un provvedimento di sospensione nel weekend della Befana e poi ha fatto parziale retromarcia, con l'interdizione limitata alla beccaccia e che rischia di determinare un contenzioso giudiziario. Di certo, al momento, c'è che gli uccelli migratori che scelgono la Puglia per il clima più mite rispetto all'Est Europa sono allo stremo. Provati dalla mancanza di cibo e acqua, si spingono in territori più esposti e diventano facili prede, come è accaduto all'oca collorosso abbattuta pochi giorni fa sul lago di Lesina. Si tratta di un anatide originario della Siberia, di cui sopravvivono appena 50mila esemplari e che dovrebbe godere di protezione particolare, come la moretta tabaccata impallinata poche ore prima sul litorale di Zapponeta. Ma il condizionale è d'obbligo, perché tra il passaggio del Corpo forestale nell'Arma dei carabinieri e la soppressione delle Province, che ha di fatto esautorato la polizia provinciale, i controlli sull'attività venatoria sono ridotti al lumicino. E se pure la Regione Puglia, con il Piano faunistico di agosto, ha stanziato un milione 800mila euro per attività che comprendono la gestione delle aree protette e i controlli, resta il fatto che nell'intrico di norme e competenze molto poco si riesce a fare per contrastare l'armata cacciatori. Già quelli iscritti agli Ambiti territoriali provinciali sono un piccolo esercito di 50.142 - 20.030 a Foggia, 13.159 a Bari, 6.167 a Lecce, 5.720 a Taranto, 5.066 a Brindisi - ansiosi di sparare soprattutto a volatili, ma anche a volpi e cinghiali. I residenti fanno la parte del leone, ma i posti a disposizione per gli extraregionali non sono pochi: 801 a Foggia, 526 a Bari, 243 a Lecce, 228 a Taranto e 202 a Brindisi. Su tutto vige la regola della proporzione, con il territorio foggiano trasformato in riserva venatoria, considerato che dei 560.000 ettari di territorio agro-silvo-pastorale, appena 12.000 sono ambiti protetti, mentre più della metà (380.000) sono considerati superficie utile alla caccia. Aree immense e anche poco agevoli alla percorrenza, su cui la difesa del territorio è affidata a forze dell'ordine impegnate in mille altre attività e a sparuti gruppi di volontari. Poche decine sono quelli della Lipu, altrettanti quelli del Wwf, e battono boschi e zone umide. Sono loro a scoprire bunker ricoperti di sabbia e capanni circondati dalle canne. E sono loro a ricevere minacce esplicite, danneggiamenti alle auto e ai posti di osservazione. È accaduto in Capitanata, ma anche in Salento - dove gli irregolari (che cacciano senza permesso o in giorni di silenzio venatorio) si concentrano nell'oasi delle Cesine e nel Parco di Porto Selvaggio - ma anche sulla costa tarantina, in particolare verso le saline di Manduria, o in Valle d'Itria nella zona della Selva di Fasano.

Il male e i talebani del “bene”, scrive il 3 dicembre 2017 su "La Repubblica" Enrico Bellavia - Giornalista di Repubblica. Chiesero a Luciano Liggio se esistesse la mafia e lui serafico rispose, sì, se esiste l’antimafia. Vero perché troppo spesso in Italia quell’“anti” vive solo nella ragione del suo opposto. Così se c’è la mafia, c’è l’antimafia e se c’è il fascismo c’è anche l’antifascismo. Così i destini del male e del suo antidoto sembrano indissolubilmente legati. L’antimafia che è o dovrebbe essere la sostanza dello stato di diritto, esiste invece come una setta, una organizzazione da contrapporre alla mafia e non la ragione stessa del vivere civile. Ci si deve accreditare antimafiosi per vedersi riconoscere la legittimazione a dire qualcosa, altrimenti si rischia l’indistinto anonimato dell’ovvietà. Ma con i galloni addosso dell’antimafiosità militante, allora anche la banalità dell’evidenza, veste i panni del martirio sofferto della rivelazione. L’antimafia che avrebbe dovuto essere la constatazione che nella società, nella vita civile, nel sostrato di regole e diritti di un Paese c’erano già gli strumenti per la ribellione, ha finito con l’essere una comoda tenda sotto la quale accasarsi mentre altri impiantavano il gabbiotto dell’ufficio rilascio patenti. Il talebanismo antimafioso, fatto di dogmi e uomini simbolo, fatto di eroi di carta vendicatori delle verità negate ha finito con il prendersi tutto il campo, consegnando in dote ai populismi di ogni risma la genuina volontà di un popolo, siciliano, italiano, di farla finita con i bravi. Ecco, l’antimafia come totem, il venerabile nulla al quale votarsi incuranti di selezionare i compagni di strada, consegnando ruoli da guru agli illuminati del momento, la perpetuazione di un male presupposto del bene che gli si oppone è l’unico totem dal quale fuggire e di gran carriera. Non lo fanno gli antimafiosi tutti d’un pezzo, quelli mai un dubbio, quelli che decidono a chi concedere la benemerenza della parola. Quelli che se la raccontano ogni giorno e sperano, in cuor loro che ci sia sempre un nemico, così tanto per giustificare la loro di esistenza di anti qualcosa. Magari con il fondoschiena poggiato su qualche polverosa poltrona di comando di qualcosa diventata per contatto essa stessa antimafiosa. L’antimafia del contagio virtuoso è così l’antimafia del contatto provvidenziale. E per tutto il resto basta un po’ di martirio, una spruzzatina di illuminismo, due quarti di ovvietà e un terzo di furbizia.  Dopotutto ogni totem incarna un tabù.

L’arrestocrazia e il potere del “Coro antimafia”, scrive Piero Sansonetti l'11 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Dal caso De Luca al caso Spada, quando l’arresto mediatico e a furor di popolo conta più le regole del diritto. E chi dissente è considerato un complice dei farabutti. Ieri pomeriggio Cateno De Luca è stato assolto per la quattordicesima volta. Niente concussione, nessun reato. A casa? No, resta agli arresti perché dopo 15 accuse, 15 processi e 15 assoluzioni, martedì scorso era arrivata la 16ima accusa. E ci vorrà ancora un po’ prima che sia assolto di nuovo. Stavolta l’accusa è evasione fiscale. Non sua, della sua azienda. Cateno De Luca è un deputato regionale siciliano. Era stato eletto martedì. Lo hanno ammanettato 24 ore dopo. L’altro ieri sera invece era stato fermato Roberto Spada. Stiamo aspettando la conferma del suo arresto. Lui è in una cella a Regina Coeli. Roberto Spada è quel signore di Ostia che martedì ha colpito con una testata – fratturandogli il naso – un giornalista della Rai che gli stava facendo delle domande che a lui sembravano inopportune e fastidiose. È giusto arrestare Spada? È stato giusto arrestare Cateno De Luca? A favore dell’arresto ci sono i giornalisti, gran parte delle forze politiche, una bella fetta di opinione pubblica. Diciamo: il “Coro”. Più precisamente il celebre “Coro antimafia”. Che ama la retorica più del diritto. Contro l’arresto c’è la legge e la tradizione consolidate.

Prendiamo il caso di Spada. La legge dice che è ammesso l’arresto preventivo di una persona solo se il reato per il quale è accusata è punibile con una pena massima superiore ai cinque anni. Spada è accusato di lesioni lievi (perché la prognosi per il giornalista è di 20 giorni) e la pena massima è di un anno e mezzo. Dunque mancano le condizioni per la custodia cautelare. Siccome però il “Coro” la pretende, si sta studiando uno stratagemma per aggirare l’ostacolo. Pare che lo stratagemma sarà quello di dare l’aggravante della modalità mafiosa. E così scopriremo che c’è testata e testata. Ci sono le testate mafiose e le testate semplici. Poi verrà il concorso in testata mafiosa e il concorso esterno in testata mafiosa.

Mercoledì invece, dopo l’arresto di Cateno De Luca, non c’erano state grandi discussioni. Tutti – quasi tutti – contenti. Sebbene l’arresto per evasione fiscale sia rarissimo. Ci sono tanti nomi famosi che sono stati accusati in questi anni di evasione fiscale per milioni di euro. Alcuni poi sono stati condannati, alcuni assolti. Da Valentino Rossi, a Tomba, a Pavarotti a Dolce e Gabbana, a Raul Bova e tantissimi altri. Di nessuno però è stato chiesto, ovviamente, l’arresto preventivo. Perché? Perché nessuno di loro era stato eletto deputato e dunque non c’era nessun bisogno di arrestarlo. L’arresto, molto spesso, specie nei casi che più fanno notizia sui giornali, dipende ormai esclusivamente da ragioni politiche. E il povero Cateno ha pagato cara l’elezione. I Pm non hanno resistito alla tentazione di saltare sulla ribalta della politica siciliana. Comunque qui in Italia ogni volta che qualcuno finisce dentro c’è un gran tripudio. L’idea che ormai si sta affermando, a sinistra e a destra, è che l’atto salvifico, in politica, sia l’arresto. Mi pare che più che in democrazia viviamo ormai in una sorta di “Arresto- Crazia”. E che la nuova aristocrazia che governa l’arresto-crazia sia costituita da magistrati e giornalisti. Classe eletta. Casta suprema.  Gli altri sono colpevoli in attesa di punizione. Poi magari ci si lamenta un po’ quando arrestano i tuoi. Ma non è niente quel lamento in confronto alla gioia per l’arresto di un avversario. Il centrodestra per esempio un po’ ha protestato per l’arresto pretestuoso di Cateno De Luca. Il giorno prima però aveva chiesto che fosse sospesa una fiction in Rai perché parlava di un sindaco di sinistra raggiunto da avviso di garanzia per favoreggiamento dell’immigrazione. Il garantismo moderno è così. Fuori gli amici ed ergastolo per gli avversari. Del resto la sinistra che aveva difeso il sindaco dei migranti ha battuto le mani per l’arresto di Cateno.

L’altro ieri intanto è stato minacciato l’avvocato che difende il ragazzo rom accusato di avere stuprato due ragazzini. L’idea è quella: “se difendi un presunto stupratore sei un mascalzone. Il diritto di difesa è una trovata farabutta. Se uno è uno stupratore è uno stupratore e non serve nessun avvocato e nessunissima prova: condanna, galera, pena certa, buttare la chiave”. Giorni fa, a Pisa, era stato aggredito l’avvocato di una ragazza accusata di omicidio colposo (poi, per fortuna, gli aggressori hanno chiesto scusa). Il clima è questo, nell’opinione pubblica, perché questo clima è stato creato dai politici, che sperano di lucrare qualche voto, e dai giornali che un po’ pensano di lucrare qualche copia, un po’, purtroppo, sono scritti da giornalisti con doti intellettuali non eccezionali. E se provi a dire queste cose ti dicono che sei un complice anche tu, che stai con quelli che evadono le tasse, che stai con quelli che danno le testate. Il fatto che magari stai semplicemente col diritto, anche perché il diritto aiuta i deboli mentre il clima di linciaggio, il forcaiolismo, la ricerca continua di punizione e gogna aiutano solo il potere, beh, questa non è nemmeno presa in considerazione come ipotesi. Tempo fa abbiamo pubblicato su questo giornale “La Colonna Infame” di Manzoni. Scritta circa due secoli fa. Due secoli fa? Beh, sembra ieri…

P. S. Ho letto che Saviano ha detto che Ostia ormai è come Corleone. Corleone è la capitale della mafia. A Corleone operavano personaggi del calibro di Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano. Corleone è stato il punto di partenza almeno di un migliaio di omicidi. Tra le vittime magistrati, poliziotti, leader politici, sindacalisti, avvocati. Paragonare Ostia a Corleone è sintono o di discreta ignoranza o di poca buonafede. Ed è un po’ offensivo per le vittime di mafia. P. S. 2. Il giornalista Piervincenzi, quello colpito con la testata da Spada, ha rilasciato una intervista davvero bella. Nella quale tra l’altro, spiega di non essere stato affatto contento nel sapere dell’arresto di Spada. Dice che lui in genere non è contento quando arrestano la gente. Davvero complimenti a Piervincenzi. Io credo che se ci fossero in giro almeno una cinquantina di giornalisti con la sua onestà intellettuale e con la sua sensibilità, il giornalismo italiano sarebbe una cosa sera. Purtroppo non ce ne sono.

Consiglio di Stato, minigonne obbligatorie e il divieto di matrimonio: scandalo alla scuola per futuri magistrati. Pugno duro - Verso la destituzione il consigliere Bellomo: gli strani criteri di selezione della sua scuola per futuri magistrati, scrive Carlo Tecce l'8 dicembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Clausola del fidanzato, divieto di matrimonio e obbligo di minigonne – “fino a un terzo della distanza dall’anca al ginocchio per le occasioni mondane” – scelta meticolosa delle calze e della marcatura del trucco. Una totale sottomissione al docente. Più che studi di formazione al concorso in magistratura, quelli della società Diritto e Scienza erano “addestramenti”, termine che rivendica il direttore scientifico Francesco Bellomo, quarantenne di Bari, ex magistrato ordinario, ora consigliere di Stato. Il contratto per i borsisti della scuola non rispetta la “libertà e la dignità della persona”, sottolinea invece il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (guidato da Alessandro Pajno) che ha approvato la destituzione, cioè la rimozione dall’incarico di Bellomo. Per rendere effettiva la sanzione più grave, però, occorre il parere dell’adunanza dei consiglieri. Ma il racconto che emerge dal dibattimento è inquietante. Palazzo Spada ha aperto un’istruttoria dopo l’esposto del padre di un’allieva. Ha ascoltato la figlia, in passato legata al consigliere, e un’altra ragazza. Ha esaminato gli articoli della rivista di Diritto e Scienza e le fonti – anche dei carabinieri – che hanno contribuito a ricostruire la delicata vicenda. Poi ha elaborato un documento finale – che il Fatto ha visionato – in un cui riassume i quattro addebiti disciplinari che “violano il prestigio della magistratura”. Il primo riguarda i rapporti – anche personali – fra il docente e le allieve e le imposizioni ineludibili per non perdere la borsa di studio: “Risulta che era il consigliere Bellomo a sottoporre a colloquio gli aspiranti a tale borsa di studio e a selezionarli. L’accesso alle borse di studio comportava per i borsisti la sottoscrizione di un vero e proprio contratto. Il contratto prevede numerosi impegni dei borsisti nell’interesse della società, tra cui la scrittura di articoli per la rivista Diritto e Scienza, la partecipazione a studi e convegni, la promozione dell’immagine della società. (…) È emerso che conteneva una clausola limitativa relativa a matrimonio e fidanzamento: decadenza in caso di matrimonio; fidanzamento consentito solo se il/la fidanzato/a risultasse avere un quoziente intellettuale pari o superiore a un certo standard; competeva al consigliere stabilire se i fidanzati o fidanzate dei o delle borsiste superassero il quoziente minimo necessario per essere fidanzati e/o ammessi/e (ciò appare particolarmente significativo). È stato poi dichiarato che, allegato a tale contratto, vi fosse un documento contenente il cosiddetto dress code, che prevede diversi tipi di abbigliamento dei borsisti a seconda delle occasioni. Per l’abbigliamento femminile si fa anche menzione alla diversa lunghezza della gonna, del tipo di calze e del tipo di trucco”. La “qualità” del fidanzato/a influiva sul percorso di formazione dei borsisti: “Dalla rivista giuridica della società si desumono le modalità e gli strumenti valutativi per attribuire il punteggio che consente di beneficiare delle borse di studio di fascia A e di fascia B. Per quanto riguarda il genere femminile, i criteri di scelta si riassumono in potere/successo; intelligenza; capacità di amare; bellezza; personalità. Per quanto riguarda, invece, i criteri di scelta del genere maschile: bellezza; femminilità; attitudine materna; intelligenza; eleganza”. E dopo la promozione o la bocciatura cosa succedeva? Una borsista, rivela una ragazza, aveva deciso di lasciare il fidanzato perché ambiva alla fascia A e Bellomo le aveva proposto di “sottoscrivere un contratto con il quale si impegnava a corrispondergli 100 mila euro se non avesse tenuto fede a questa decisione”. Il borsista era costretto a un vincolo di riservatezza assoluto, l’unico referente era Bellomo. E dunque il direttore scientifico poteva “esporre in pubblico la vita personale della borsista inadempiente”, durante le lezioni e negli articoli. È accaduto a un’ex allieva e fidanzata di Bellomo. Il relatore Sergio Zeuli “cita alcuni argomenti della vita della donna riportati nelle riviste, gli incontri con il suo fidanzato, i luoghi dove avvenivano questi incontri, anche di natura sessuale, le descrizioni degli incontri e tutta una serie di particolari intimi, sui quali per decenza evita di intrattenersi”. Per Palazzo Spada, Bellomo è colpevole pure di aver gestito la società Diritto e Scienza come un amministratore, ben oltre l’incarico di insegnamento, autorizzato dal Consiglio di Stato dal 2009 al 2016. E non solo. Ha tentato di sfruttare la sua posizione di magistrato per ottenere l’accompagnamento coattivo dai carabinieri dell’ex allieva e fidanzata per una “conciliazione” in caserma. Il consigliere Hadrian Simonetti, per sostenere la richiesta di destituzione, conclude l’intervento con l’implorazione del padre della ragazza: “Vi chiedo con il massimo rispetto, quale cittadino e quale padre, se un alto magistrato che appartiene a un organo così illustre della Repubblica possa accanirsi così, anche avvalendosi di una procedura apparentemente legale, nei confronti di una giovane ragazza in evidente stato di inferiorità. Mi chiedo se l’immagine del Consiglio di Stato sia compatibile con una scuola che pubblicizza con il nome di borse di studio contratti che si rilevano un capestro per i firmatari. Mi chiedo se l’immagine del Consiglio di Stato sia compatibile con un contratto/borsa di studio nel quale è imposta l’assoluta segretezza e dove si chiede fedeltà assoluta a una persona, dove si coartano scelte personalissime e diritti inviolabili della persona e dove uomini e donne sono classificati in esseri superiori e inferiori”. Il Consiglio di presidenza ha risposto con la punizione più severa. Adesso il Csm dovrà valutare la condotta di un magistrato, collaboratore del capo di Diritto e Scienza. Contattato dal Fatto per una replica, Bellomo ha spiegato che non può parlare finché non sarà chiuso il procedimento disciplinare.

Gogna per le “ribelli” e “trasgressività”: il codice-magistrate. I criteri della scuola di formazione giuridica del consigliere di Stato Bellomo. “Le minigonne? Lo dice anche Ichino”, scrive Marco Franchi il 10 dicembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Il Consiglio di Stato ha aperto un’istruttoria dopo l’esposto di un padre di un’allieva, “vittima” del sistema Bellomo, ex magistrato ordinario, consigliere di Palazzo Spada e soprattutto dominus dei corsi di formazione per magistrati della società “Diritto e scienza”. Le regole – anzi i “contratti” – di “Diritto e scienza” prevedono per le borsiste obbligo di minigonna in determinate situazioni, valutazioni sugli standard dei fidanzati (alcuni quindi sono stati lasciati…) e norme sui matrimoni. Il tutto – secondo il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa – ha rappresentato una violazione del “prestigio della magistratura”. Bellomo dunque è stato proposto per la destituzione. Ecco una breve antologia del sistema-Bellomo.

Le regole, i fidanzati e la teoria di Darwin. Il codice di condotta di Bellomo è stringente: “Il borsista è vincolato alla fedeltà nei confronti del direttore”; “La scelta del partner (del borsista, ndr), applicando i dettami della teoria della selezione naturale, deve cadere sul soggetto che presenta le caratteristiche più vantaggiose. La preferenza deve essere dunque accordata al soggetto più dotato geneticamente”. E ancora: “La negazione dei criteri scientifici porta come inevitabile conseguenza che l’operatore orienti le proprie scelte verso il modello rispettivamente del fidanzato sfigato e della donna oggetto”. Una delle studentesse racconta: “C’era anche una clausola riguardante la scelta del fidanzato. Le borsiste avrebbero dovuto assegnare un punteggio algoritmico al loro fidanzato e confrontarlo con il punteggio assegnato da Bellomo. Se i due punteggi non coincidevano, prevaleva quello assegnato dal consigliere Bellomo”. Anche perché il borsista – sempre secondo il codice – “non potrà mantenere o avviare relazioni intime con soggetti che non raggiungano il punteggio di 80/100 se appartenente alla prima fascia, di 75/100 se appartenente alla seconda fascia. Il borsista decade automaticamente non appena contrae matrimonio”.

Che eleganza questo “dress code”. Il punto 4 del codice prevede, inoltre che “il borsista deve attenersi al dress code in calce e, comunque, deve curare la propria immagine anche dal punto di vista dinamico (gesti, conversazione, movimenti), onde assicurarne il più possibile l’armonia, l’eleganza, la superiore trasgressività”.

La “dottrina” del lavoro e il lodo iraniano. Proprio riguardo al dress code la difesa di Bellomo – sostenuta dal consigliere Birritteri nell’udienza del consiglio di presidenza della giustizia amministrativa che poi deciderà di rimuovere il magistrato – cita: “Pietro Ichino nel suo trattato del 2003, affronta proprio il problema del dress code e dice: ‘Accade che il datore di lavoro chieda al prestatore il rispetto di disposizioni circa l’abbigliamento o l’aspetto personale’. È chiaro che l’obbligo del prestatore di lavoro è perfettamente identico all’obbligo contrattualmente assunto da un borsista. (…) ‘Questo vale anche per la pattuizione dell’obbligo di portare abiti moderatamente-sexy, quando la particolarità dell’abito non sconfini nell’indecenza. Minigonne e camicie attillate – sempre la citazione di Ichino della difesa di Bellomo – non possono considerarsi di per sé lesive della dignità della persona’.” Ma la difesa di Bellomo va oltre: “Viviamo brutti tempi, mi preoccuperei più che delle minigonne delle giuste preoccupazioni delle hostess dell’Air France. Sapete perché hanno protestato? Perché la compagnia ha ripreso i voli per Teheran e non hanno apprezzato le hostess. La circolare interna della compagnia ha richiesto loro l’obbligo di indossare pantaloni, una giacca lunga e di coprire la testa e i capelli con un velo al momento dell’uscita dell’aereo. Preoccupazioni esattamente opposte. Ora dico: forse dovremmo preoccuparci di più di chi ci vuole mettere il burqa e il velo in testa anziché contestare un dress code”.

La gogna sulla rivista scientifica. Diritto e scienza è anche una pubblicazione curata dallo stesso magistrato ed è oggetto anche essa dell’incolpazione nei confronti di Bellomo. Ha ospitato contenuti difficilmente ascrivibili alla “scienza” giuridica. In particolare vi sono riportate le vicende personali di una borsista – indicata con nome e cognome – come gli incontri con un suo fidanzato, i luoghi dove avvenivano questi incontri, anche di natura sessuale, le descrizioni e tutta una serie di particolari intimi in evidente violazione della privacy. Sugli accadimenti della vita personale di questa donna si scatena poi una sorta di “caccia all’uomo”, nella quale vari lettori della rivista intervengono per commentare le scelte e i fatti personalissimi della borsista. Alla quale dedica risposte lo stesso Bellomo, scientificamente s’intende: “È vero, lei ha evidenti limiti che l’addestramento non ha risolto, ma dell’immensa quantità di donne che ho avuto, peraltro di elevata qualità media, lei è stata una delle poche, se non l’unica, a non avermi fatto sentire solo. Se perderla è il prezzo che pago per le pubblicazioni, è alto. Mi consolo con l’utilità didattica che hanno avuto. Lo sviluppo palesato dagli allievi, costretti ad applicare categorie scientifiche ad una storia di vita, è stato eccezionale”.

La scienza dell’amore: una e-mail. Sempre nel rispetto della scienza giuridica, così Bellomo presenta un numero della sua rivista del 2013: “Il 30 agosto ricevetti una e-mail. “Se è vero tutto quello che mi hai detto, noi dobbiamo stare insieme. (…) Dovremmo stare insieme, oggettivamente. I sentimenti possono mutare (…), ma la realtà non cambia. Seguire la via razionale non è stato uno sbaglio”. “Seguire la via razionale non è stato uno sbaglio…”. Per convincermi aveva impiegato la teoria delle “convergenze geometriche”, che io stesso avevo elaborato come versione moderna del mito platonico dell’anima gemella”. Però gli amanti – nel mondo reale – falliscono. La donna cambia idea, adduce “un episodio – scrive Bellomo – a suo giudizio gravissimo di cui ero stato responsabile, aggiungendo: ‘Non facciamoci altro male. Ti auguro ogni bene’”. Bellomo rimugina: “‘I sentimenti possono mutare (…), ma la realtà non cambia’. In un mese aveva cambiato idea su una cosa che non ammette mutamenti. E che lei stessa aveva definito immutabile”. I lettori di Diritto e scienza avranno capito di chi si tratta? Avranno indovinato chi ha infranto il codice?

LO SBERLEFFO Vedi alla voce “Ripubblica”, continua "Il Fato Quotidiano". “Minigonna imposta alle allieve, due magistrati rischiano il posto”. Lo leggiamo su Repubblica e proviamo uno strano senso di déjà vu. Dove l’abbiamo sentito già? Mistero. Andiamo avanti. “Un consigliere di Stato, Francesco Bellomo, già proposto per la destituzione dai suoi colleghi. (…) Due toghe – che avevano ricevuto distinte autorizzazioni per insegnare diritto alla scuola di formazione ‘Diritto e Scienza’ – avevano elaborato codici di comportamento lesivi della libertà dei partecipanti: Bellomo, il direttore, intrecciava diritto e rapporti con le studentesse”. E ancora: “Un codice di comportamento per guadagnare punti per il concorso da magistrato. Che prevedeva un rigido dress code, minigonne e tacchi a spillo, ben visibili nelle foto del sito. Niente matrimonio, fidanzati valutati per vedere se le aspiranti magistrate meritassero la fascia A o B. Rapporti sentimentali plurimi”. Tutto già letto. Ma dove? Ecco dove: sul Fatto Quotidiano del giorno prima. Altri giornali hanno ripreso lo scoop del nostro giornalista Carlo Tecce, citando la testata su cui era stato pubblicato. Repubblica invece no. Ripubblica e si dimentica la fonte.

Bellomo e il caso delle magistrate molestate: «È innamorata di me». Così il consigliere di Stato parlava delle aspiranti magistrate che seguivano il suo corso. La vita intima di una borsista con cui aveva avuto una relazione rivelata in ogni dettaglio ai lettori della rivista giuridica trasformata in chat, scrive Virginia Piccolillo il 10 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Si può discutere di diritto rendendo «caso» la vita intima di una donna da cui ci sentiamo traditi? E renderla oggetto di decine di numeri di una rivista giuridica, con nome, cognome, foto, mail. È davvero «Diritto e Scienza», o assomiglia più a una vendetta in chat? Il caso del consigliere di Stato, Francesco Bellomo, che secondo l’organo di autogoverno dello stesso Consiglio di Stato non deve più vestire la toga (manca il parere dell’adunanza), solleva nuovi interrogativi. Legati alla rivista del suo corso per aspiranti magistrati, che il Corriere ha avuto modo di sfogliare. Un quesito lo dovrà risolvere anche il CSM, su quel pm anti-violenza sulle donne, Davide Nalin che alla rivista collaborava senza nulla eccepire. Malgrado della borsista lui raccontasse tutto: «Pochi giorni dopo confessa di essersi innamorata di me. Sono abituato a sentirmelo dire e la mia reazione è sempre di neutralità, perché così sono costruito. Ma questa volta non resto indifferente». Disamina con i lettori la «mediocrità della vita» di lei. Racconta il punteggio algoritmico che le aveva chiesto di assegnare all’ex fidanzato con cui lei dopo un po’ si rivede. Rivela: «Lei intuisce l’abnormità della sua condotta e cerca di giustificare il perché aveva fatto l’amore ...».

La testimone. Di «violenza psicologica» parlano in molte. Dopo la testimonianza al Corrieredel padre che ha rivelato il dramma della figlia giunta «al limite del suicidio», un’allieva, «ancora terrorizzata da Bellomo, che sa tutto e vede tutto come l’occhio del Signore degli Anelli» e «ha il potere assoluto per farti passare o bocciare al concorso in magistratura», rivela dal di dentro quel clima. «All’inizio il corso sembrava normale. Poi iniziava la selezione. Lui aveva un gruppo, come una setta. Ti dicevano cose strane». Tipo? «“I borsisti sono una razza superiore perché saranno futuri giudici”. “Chi è contro Bellomo non sarà mai un giudice”, perché lui è potentissimo. E chiedevano: “Se ti invitasse a casa sua ci andresti?”». Poi la prova stile Weinstein: un incontro privato. «C’è chi dopo quella prova non è più tornata al corso — racconta ancora l’aspirante magistrato —. Chi tornava invece non era più uguale a prima. Super-minigonne, total black e non ti rivolgeva più la parola. Bellomo finita la lezione parlava solo con loro. Una ragazza l’abbiamo vista dopo essere diventata borsista baciarsi con lui in pubblico. Tu pensavi, ma che c’entra col diventare giudice? Però molti avevano pagato in anticipo. Altri temevano che non ti facesse passare l’esame».

La rivista. Del tutto anomalo il contenuto della rivista diretta da Bellomo. In un numero racconta l’antefatto di quello che definisce un «caso emblematico»: quando la borsista «supera la prima selezione, ma all’inizio della seconda, dopo un minuto, cade in contraddizione sul regolamento e la dichiaro inidonea». Poi, scrive, «al chiaro scopo di ottenere una seconda chance, lei adotta un look analogo a quello indicato nel dress code allegato al regolamento, non perdendo occasione per mettersi in evidenza. A marzo accetta tutte le condizioni, firmando il contratto di durata annuale». Tra le quali «fedeltà all’Agente Superiore». E il fatto che «i risultati dell’attività di addestramento possono essere oggetto di analisi nella rivista». Lui stesso rivela l’appuntamento una settimana dopo «non in occasione del corso. Lei si organizza tacendo ai genitori finalità del viaggio». Poi racconta «l’innamoramento» e il presunto «tradimento». E rivela fatti intimi per mesi. «Si succedevano i numeri della rivista — scrive lui stesso — per dimostrare la natura della fanciulla e la falsità della sua rappresentazione avevo messo in campo i massimi sistemi»: algoritmi, teorie sociali. «Aveva detto non avrò mai più contatti con lui. Il “mai” erano stati 6 mesi» scrive. E mette nero su bianco il ricatto: «Avevo prospettato la revoca della borsa di studio qualora lo avesse rivisto». Eppure per il pm Nalin non c’era «nulla di strano».

"L'HO DENUNCIATO E LUI MI HA MANDATO I CARABINIERI A CASA", scrive Giuseppe Baldessarro per "La Repubblica", l'11 dicembre 2017.

«Mia figlia sta meglio. Bene, ma non ancora benissimo. Ha ripreso a mangiare, e a studiare. Un'ora al giorno. Poca roba rispetto a quanto studiava in passato, ma è un altro passo verso la normalità».

Parla con voce titubante il padre che ha denunciato il consigliere di Stato Francesco Bellomo. Sua figlia, lui stesso e sua moglie, ora «vogliono dimenticare» e tornare alla vita normale. Mentre lui parla la moglie continua a dirgli «chiudi il telefono, non parlare con i giornalisti».

Come sta oggi sua figlia?

«È ancora in cura, entra ed esce dall' ospedale tutte le settimane. Fa sedute con gli psicologi, nonostante sia passato un anno dai fatti. Sta provando a raccogliere i cocci di una vicenda che ha lasciato macerie. Ma la prego, di più non mi faccia aggiungere. Questa storia le ha distrutto la vita e continua a lasciare per strada cicatrici che faticano a guarire. E ogni volta che se ne parla le ferite tornano a riaprirsi».

Sua figlia studia di nuovo?

«Ci sta provando, un po' per volta. Spero che ce la faccia. Tenga conto che lei, laureata alla Cattolica di Piacenza, è stata premiata come una delle 12 migliori allieve di tutti corsi, non solo quello di legge, e di tutta Italia. Ha fatto l'apprendistato come avvocato. Ha frequentato la scuola di Parma per due anni. Solo dopo è cominciata l'avventura di "Diritto e scienza". Ma ora noi vogliamo solo la sua serenità, passo dopo passo».

Quando ha deciso di denunciare Bellomo?

«Guardi, non posso aggiungere altro se non che mia figlia è stata sotto ricatto per troppo tempo».

Cosa ricorda dei carabinieri che bussavano alla sua porta?

«Sono venuti più volte, mandati da lui, volevano che mia figlia firmasse un atto di conciliazione. Sono venuti a maggio, e poi a ottobre, ma lei era in ospedale».

Cos' è successo quando sua figlia ha staccato i cellulari?

«Sì, ha cambiato il cellulare, ha cancellato l'account su Facebook, per non essere raggiunta in alcun modo, ma lui ce l'ha fatta lo stesso attraverso i carabinieri».

Bellomo ha fatto esposti contro lei e sua figlia chiedendo100mila euro di risarcimento.

«Solo 100mila? Voleva molto di più. Sta provando tuttora a distruggerle la vita. Ma quello che ho fatto lo rifarei ancora».

Cosa spera oggi?

«Di tornare alla nostra serenità. Ma è ancora troppo presto per dimenticare».

L'ASPIRANTE MAGISTRATA "COSÌ IL PROF MI MINACCIAVA", scrive Liana Milella per "La Repubblica" l'11 dicembre 2017. «Il consigliere Bellomo mi ha rivolto anche minacce dirette. C' è stato un periodo in cui aveva iniziato a trattare anche al corso e a parlare con me di autotutela. Prefigurava la possibilità che anche il mio caso sarebbe finito sulla rivista». Ecco il drammatico interrogatorio della studentessa che teme di finire, come le sue colleghe, su " Diritto e scienza", la rivista della scuola.

La clausola del fidanzato. «Ho iniziato a frequentare il corso nel 2014- 2015 a pagamento. Non avevo fatto domanda per la borsa di studio in quanto alcune clausola, come l'obbligo di segretezza, avevano destato in me perplessità. Avevo letto il caso di una collega che era stata sottoposta a due prove, un giro in macchina a velocità elevata e una passeggiata in una zona urbana connotata da microcriminalità». La studentessa descrive Bellomo «docente di tutte e tre le materie, diritto civile, penale, amministrativo, l'impressione è che lui facesse tutto». È il factotum di " Diritto e scienza". «Ho espresso perplessità sul dress code obbligatorio. Sulla clausola del fidanzato non sollevai obiezioni perché non ero fidanzata. Bellomo mi ha detto che potevo mantenere rapporti amichevoli con lui, studente dello stesso corso, facendomi capire che non raggiungeva il punteggio algoritmico sufficiente per poter avere una relazione sentimentale».

Le lacrime al ristorante. «Siamo andati a cena. Mi ha chiesto l'elenco dei miei ex. Ne è nata una discussione perché non gli avevo detto di aver avuto un incontro intimo con il mio ex. Bellomo si è alterato, io ho pianto. Quella sera, con un bacio, è iniziata la nostra relazione. Mi ha detto che era una grande opportunità per me e che se le cose non fossero andate bene ognuno sarebbe tornato alla sua vita». La relazione diventa morbosa. «Mi chiese di non avere più contatti con il mio ex. Dopo un contatto con lui Bellomo si è arrabbiato dicendomi "pacta sunt servanda"».

La rottura e gli attacchi di panico. Nell' aprile 2016 cominciano gli «screzi». Entra in scena il «mediatore» Nalin. «Quando mi fu detto che avrei dovuto parlare di cose intime con lui ho avuto un attacco di panico. Bellomo mi dice che stava chiudendo il numero della rivista che si era occupata del caso di un'altra ragazza e che c'era spazio anche per me. Protestai perché c'era il nome dell'interessata». La rivista era pubblica, ma poi lo fu «solo tramite codici e password». Bellomo «dice che i miei comportamenti fanno parte del medesimo disegno criminoso. Mi contesta il reato di truffa. Minaccia il trattamento sanitario obbligatorio e lo sputtanamento sulla rivista».

Le pressioni sull' Arma. Gli ufficiali dell'Arma applicano una vecchia norma e bussano più volta a casa della ragazza. Ma scrivono al procuratore di Piacenza Cappelleri: «In modo autoritario e in più occasioni Bellomo ha detto che la procedura doveva proseguire nel modo più assoluto e che non sarebbero più stati tollerati ritardi e/o omissioni. Ha anche prospettato una serie di accorgimenti per raggiungere lo scopo di notificare l'invito a comparire, contattare i vicini, i parenti, i familiari sulle utente a noi note».

La seconda ragazza. La storia si ripete con un'altra studentessa. «Bellomo invitò ciascuna borsista ad assegnare punteggi all' attuale o all' ex fidanzato. Era lui a stabilire se si potesse continuare a frequentarli e a rivedere i punteggi. Gli raccontai poco della mia privata perché mi resi conto che era solito commentarli con altre. Mi riprese perché avevo risposto solo il giorno dopo a un suo sms. Per il mio tenerlo a distanza mi disse che se avessi voluto crescere sul piano professionale avrei dovuto seguire le regole, fidandomi di lui. Attivai sul cellulare il " rifiuto di chiamata" per le continue insistenze a riprendere il rapporto personale. Uscì un articolo sulla rivista e mi riconobbi nella descrizione. Il mio nome era richiamato in una mail in terza persona».

La difesa del mediatore. È una sequela di niet l'interrogatorio del pm Nalin, in stretti rapporti con Bellomo. «Ero solo il coordinatore della rivista. Sapevo che lì sarebbero state analizzate vicende personali con metodo scientifico.

Ai corsisti era richiesta un'immagine ordinata, pulita, di bellezza globalmente intesa. Non ero a conoscenza di clausole su gonne corte. Mi sono offerto come mediatore quando i rapporti tra una studentessa e Bellomo sono divenuti tesi, Era convinta che Bellomo fosse l'uomo della sua vita ed era preoccupata per la situazione».

Il brillante magistrato sotto azione disciplinare. Il caso al consiglio di stato Le accuse su Bellomo: minigonne e tacchi per le sue corsiste, scrive Carmela Formicola l'11 Dicembre 2017 su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Cappotti di pelle lunghi, stile Keanu Reeves in Matrix. E un po’ lo ricorda, per colori e postura. Francesco Bellomo, tuttavia, non è un divo di Hollywood ma un magistrato del Consiglio di Stato finito nell’occhio del ciclone per le sue attività di direttore scientifico di «Diritto e scienza». È l’uomo che alle corsiste avrebbe prescritto di imparare le differenze tra imputazione oggettiva e soggettiva, di leggere Sir Edward Coke e Cesare Beccaria, di indossare minigonne e tacchi a spillo. Sull’ultima «prescrizione» si sono accesi i riflettori dei media e una certa prouderie che, in tempi di molestatori alla gogna, divampa come focare e fanoje del periodo. Ma Bellomo non è un molestatore. È un brillantissimo studente di Giurisprudenza dell’Università di Bari, poi pubblico ministero (è stato uditore di Gianrico Carofiglio nei primi anni Duemila quando il famoso scrittore era ancora pm antimafia a Bari), giudice amministrativo quindi componente della terza sezione giurisdizionale del Consiglio di Stato. Nel suo curriculum vitae, Bellomo dichiara con nonchalance di essere accreditato alla Wais (Wechsler adult intelligence scale) di un quoziente intellettivo pari a 188 (la media umana è pari a 100). Last but not the least, ultimo ma non ultimo, Bellomo è direttore scientifico di «Diritto e scienza», accorsata rivista on line nonché associazione che organizza corsi di alta formazione e prepara al concorso in magistratura. Nella sua attività di formatore, il brillante magistrato barese avrebbe introdotto nuove visioni, avrebbe ampliato lo spettro dei requisiti che fanno di una persona qualsiasi un uomo/una donna di legge. Anzi, soffermiamoci sulle donne di legge secondo il Bellomo pensiero. Belle e magre. Di minigonne e tacchi a spillo abbiamo già parlato. Alle corsiste vincitrici di borsa di studio, raccomandava inoltre di non sposarsi. Fidanzati? Sì, ammessi ma con riserva. Più che un codice di regole potrebbe sembrare un decalogo da setta segreta, ma Bellomo, già incalzato dai media nazionali, bolla la vicenda come «surreale» e «grottesca». Che con le donne Bellomo non abbia sempre avuto rapporti sereni, lo dimostrano alcune denunce/querele fatte dalle sue ex che sono state a loro volta controquerelate dal magistrato. Di cosa lo accusavano? Di qualcosa riconducibile a una presunta volontà manipolatoria. Plagio? Ma nessuna condanna è mai intervenuta a dar ragione alle fanciulle. E arriviamo a una data importante. Il 28 dicembre del 2016 il padre di una ragazza che frequenta i corsi di «Diritto e scienza» scrive alla Procura di Piacenza. La Procura invia gli atti al Consiglio di Stato che avvia un’azione disciplinare nei confronti di Bellomo. L’accusa: «Clausole contrattuali lesive dei diritti della persona». Il «contratto», con le prescrizioni di cui abbiamo già detto, sarebbe quello firmato dalle corsiste ammesse alle borse di studio. Il consiglio di presidenza del Consiglio di Stato, a un anno circa dall’esposto, non raggiunge una decisione unanime sulla destituzione di Bellomo dalla magistratura. La parola passa dunque all’assemblea di tutti i consiglieri, che deve ancora pronunciarsi. Al Consiglio superiore della magistratura pende invece un procedimento disciplinare nei confronti di Davide Nalin. Chi è costui? È pubblico ministero a Rovigo nonché componente della redazione della rivista «Diritto e Scienza» (della quale fanno parte anche Stefano Vitale, Federica Federici, Alessia Iacopini e la giovane giudice barese Valentina D'Aprile). Nalin viene chiamato in ballo da una ragazza che aveva frequentato il corso per il concorso in magistratura organizzato da «Diritto e Scienza». La ragazza sostiene che Nalin sia stato una sorta di «mediatore» tra Bellomo ed altre corsiste. Sarebbe stato lui a chiedere, ad esempio, foto intime o anche particolari intimi della vita delle ragazze. Ma lo avrebbe fatto - questo almeno riferisce l’«accusatrice» - per conto di Bellomo.

Sulla «vicenda Bellomo» indaga anche la Procura di Bari, scrive l'11 Dicembre 2017 “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La Procura di Bari ha aperto un’indagine conoscitiva sulla vicenda relativa al giudice del Consiglio di Stato Francesco Bellomo, di origini baresi, che avrebbe obbligato le allieve della sua scuola privata di formazione per magistrati «Diritto e Scienza» a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato, pretendendo anche che non fossero sposate. Questo è quanto denuncia il padre di una studentessa: denuncia, presentata a Piacenza, che ha dato avvio fino ad oggi a un procedimento disciplinare nei confronti del consigliere e ad accertamenti sull'intera vicenda anche sul piano penale, come scritto da alcuni quotidiani. La scuola ha tre sedi in Italia, a Milano, Roma e Bari. Oggi i magistrati di via Nazariantz hanno aperto un fascicolo «modello 45», cioè senza ipotesi di reato né indagati, proprio per accertare eventuali condotte illecite commesse anche nel capoluogo pugliese.

Francesco Bellomo, il magistrato delle minigonne «imposte»: «Anche Einstein fu attaccato come me». Il consigliere di Stato: «Sono un genio, giudicatemi come uomo ma per 25 anni ho amministrato la giustizia in modo praticamente perfetto», scrive Virginia Piccolillo il 12 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera".

Consigliere Bellomo, ci spiega perché costringeva le borsiste al dress code con minigonna nera e tacchi? 

«Sono tenuto al silenzio e fino a che non sarà finita non posso difendermi. Sono state scritte cose false. Il magistrato si giudica per quello che fa».

Che vuol dire? 

«La giustizia è criticatissima e invece vi trovate davanti uno che per 25 anni l’ha svolta in maniera praticamente perfetta. Una volta che io esco dalle aule di giustizia torno una persona libera di esprimere le mie idee. Giudicatemi come uomo».

E il regolamento con vestiti succinti e obbligo di omertà?

«Ma quale omertà? Voi non ce l’avete il contratto. È tutto trasparente».

Allora lo mostri. Perché tanto segreto? 

«Esistono delle clausole di riservatezza nel contratto che viene sottoscritto con la società che organizza i corsi. Come negli Stati Uniti».

Il Corriere però ha letto i suoi articoli. 

«Visto che avete rubato quelle riviste cercate di capire il mio metodo innovativo».

Che problema c’è a leggere una rivista giuridica? Perché deve essere segreta? 

«È riservata agli allievi del corso. Innanzitutto perché hanno pagato, e poi perché è un metodo che li avvantaggia nel superare l’esame».

È lei a scrivere che una borsista scartata venne ripescata dopo aver indossato a lezione il dress code. 

«È una semplificazione. Il mio è un metodo scientifico di intendere la funzione della ragione nelle cose umane. Tutti i geni, anche Einstein, si sono dovuti difendere dagli attacchi di chi non ne conosceva le idee. Non avrei voluto divulgare le mie, ma sono venute fuori. Allora perché non dite che funzionano? Le mie allieve (e i miei allievi) hanno superato il concorso più di quelle di qualunque altro corso. E poi il dress code non è quello che scrivete».

Ma ci sono le foto. 

«Quelli sono eventi. E il dress code non mi è stato contestato, mentre leggo che sono stato condannato per quello. Io non posso e non voglio parlare di quel procedimento di fronte al Consiglio di Stato. Ma se anche volessi, come nel processo di Kafka io, tutt’ora, le accuse non le conosco. Non mi hanno contestato nessuna clausola. Un uomo che ha fatto il pm in realtà complicate come la Sicilia, può essere censurato per un dress code?»

Anche per aver raccontato i rapporti sessuali che una borsista aveva con lei e con altri uomini. 

«Bisognerebbe sapere se c’era il consenso».

C’era? 

«Certo. Questa ragazza ha vinto il concorso, durante la pubblicazione della rivista. Non vi fate domande?».

Alcune ragazze raccontano di altre allieve selezionate per meriti che, una volta diventate borsiste, non parlavano più con nessuno e sembravano entrate in una setta. 

«Non è vero niente. Non è scritto da nessuna parte. Io quando ero pm gli anonimi li cestinavo». 

Allora può rassicurare le sue allieve che non denuncerà chi deciderà di parlare? 

«Come posso rassicurarle di una cosa che non esiste?» 

Temono che le faccia bocciare al concorso. 

«Assurdo. Non ne ho il potere». 

E allora come spiega quanto sta accadendo? 

«Facciamo un esempio: due persone si incontrano, fanno l’amore, il giorno dopo l’uomo dice che è stato bello. La donna lo denuncia. Vogliamo capire come mai?». 

Facciamone un altro: aspiranti attrici facevano un provino da Weinstein e venivano molestate. 

«Non c’entro nulla con quel tipo di cose. Weinstein è un produttore che ti può bloccare la carriera. Io non sono la casta sono uno che ne sta completamente al di fuori e tutto questo ha un peso su ciò che sta accadendo. Ma quando potrò parlare si capirà tutto». 

Francesco Bellomo, la borsista: «Così il pm delle pari opportunità mi spingeva a inviare foto intime». L’aspirante magistrata al corso di Bellomo. Il Pg: il suo collaboratore Nalin va sospeso, scrive di Virginia Piccolillo il 12 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". «Continue vessazioni di carattere anche sessuale», l’obbligo a «indossare minigonne e tacchi alti», il «timore ingenerato nelle ragazze dal direttore della Scuola, Francesco Bellomo, ma anche dal dottor Nalin». Nel sexgate delle toghe venerdì riflettori accesi sul pm anti-violenza di Rovigo, Davide Nalin. Mentre anche la procura di Milano valuta se aprire un’indagine, il Csm analizzerà la richiesta del Pg della Cassazione, Pasquale Ciccolo, di sospenderlo dall’attività di magistrato per il «grave» ruolo avuto nella vicenda: un po’ da «mediatore», un po’ da postino delle minacce di Bellomo alla borsista che finì in ospedale dallo stress, convincendo il padre ad appellarsi al Consiglio di Stato.

L’incolpazione. Nelle carte, inviate a tempo di record dal Consiglio di Stato, le parole della ragazza che aveva una relazione con Bellomo: «Il dott. Nalin prese a contattarmi per farmi comprendere gli errori logici che commettevo» (è il metodo «scientifico»-sessuale rivendicato alCorriereda Bellomo così: «Anche Einstein veniva attaccato da chi non lo capiva»). «Nalin — prosegue la ragazza — aveva assunto la veste di “mediatore”, e quando il nostro rapporto attraversava momenti critici, interveniva analizzando pacatamente le mie reazioni». Per lei non è un sostegno, ma un obbligo: «Quando mi è stato detto che avrei dovuto parlare di cose intime con Nalin ho provato un forte imbarazzo». Non accade una volta sola, ma «ogni volta che c’era un dissidio con il consigliere subito interveniva Nalin». Era gentile, dice, ma «contribuiva alla compenetrazione tra piano personale e professionale». Le evidenziava «errori logici». Ma non si parlava di matematica, ma di sesso forzato: «Ricordo una volta che Bellomo si è arrabbiato perché ho indugiato a inviargli una foto mia intima. Non era la prima volta che me la chiedeva. Gliene avevo inviate già altre. Subito dopo è intervenuto Nalin chiedendomi notizie del perché non volessi rispettare i patti con il consigliere». Ma il pm del pool Pari Opportunità sapeva? No, ma assicura la ragazza: «Dopo aver saputo mi ha invitato a inviare la foto».

«Ero terrorizzata». C’è di più: la minaccia della denuncia. «Aspiravo a superare il concorso in magistratura e non volevo la denuncia», dice la ragazza quando racconta perché rimane «terrorizzata» dall’arrivo dei carabinieri che, su pressione di Bellomo, le notificano l’avviso di conciliazione. Nalin fa leva su quel timore. Quando «alla richiesta di Bellomo di definire i giorni in cui trascorrere insieme le ferie, ho esitato perché sapevo che per ogni impegno preso con lui era derogabile solo per cause di impossibilità assoluta», riferisce, comincia «a contestarmi il reato di truffa» e a «spiegarmi che si trattava di un medesimo disegno criminoso».

Un «clima di soggezione psicologica», censura il Pg, che evidenzia le «vessazioni anche di carattere sessuale» e «lo stravagante, se non aberrante, regolamento (dress code) di cui Nalin era a conoscenza». Una condotta «grave» che per far avere «indebiti vantaggi sessuali a Bellomo», scrive il Pg, arreca un «irrimediabile» danno alla credibilità e all’immagine della magistratura che «non può ridursi a un trasferimento». Nalin deve essere sospeso.

Pg: pm può reiterare illeciti, scrive il 13 Dicembre 2017 "la Gazzetta del Mezzogiorno". Impedire che possa reiterare, cioè continuare a compiere, condotte «gravemente scorrette» e "incompatibili» con le funzioni giudiziarie; episodi di «tale degrado» da aver danneggiato non solo la sua personale credibilità di magistrato, ma quella dell’intera giurisdizione . E' per questo che il procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo ha chiesto alla sezione disciplinare del Csm - che deciderà venerdì prossimo - di sospendere con urgenza dalle funzioni e dallo stipendio e di collocare fuori ruolo il pm di Rovigo Davide Nalin, stretto collaboratore del consigliere di Stato Francesco Bellomo nella Scuola di formazione giuridica "Diritto e scienza». Bellomo - su ci pende una proposta di destituzione - è il giudice amministrativo che avrebbe obbligato le allieve a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato e preteso anche che non fossero sposate, secondo la denuncia presentata dal padre di una studentessa. La ragazza, una borsista, aveva avuto una relazione con il consigliere di Stato e il Pg contesta a Nalin di aver fatto da «mediatore» per procurare «indebiti vantaggi di carattere sessuale» a Bellomo, quantomeno la prosecuzione di quel rapporto. Il tutto facendo leva sulla sua autorevolezza di magistrato e prospettando alla ragazza che se non avesse dato seguito alle richieste di Bellomo, come quella di mandargli una foto intima o di definire il periodo in cui passare insieme le ferie estive, avrebbe commesso reati che le avrebbero impedito di partecipare al concorso in magistratura. Condotte che sono particolarmente gravi per il Pg, anche considerato «il clima di soggezione psicologica» subito dalle studentesse che ambivano a entrare in magistratura «per la sottoposizione a continue vessazioni anche di carattere sessuale», e «lo stravagante se non aberrante regolamento (dress code) di cui Nalin era a conoscenza». Adoperandosi per far conseguire a Bellomo «ingiusti vantaggi», il pm di Rovigo ha "fortemente leso il rispetto della dignità umana» che assieme a correttezza e equilibrio, costituisce uno dei presupposti dell’esercizio delle funzioni giudiziarie. E a pesare c'è anche «l'allarme e lo sconcerto» che si sono diffusi nell’ambiente degli aspiranti magistrati, ai quali è stato fatto credere che il concorso di possa superare con metodi del tutto «estranei alla formazione tecnica, professionale e deontologica». 

«Nel cerchio magico del giudice sembravano pronte per il night». Il magistrato e le corsiste Lo scandalo dei corsi per la magistratura con obbligo di minigonna Una delle studentesse di Bellomo: lui scostante, aveva le sue elette, scrive il 13 Dicembre 2017 Giovanni Longo su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Sembra di vederle quelle poltroncine rosa antico in velluto descritte da una delle corsiste. Chiede l’anonimato: per questo la chiameremo Maria. In una grande sala di un albergo barese, in corso Alcide De Gasperi, ci sono una sessantina di aspiranti magistrati come lei. Sono più donne che uomini. Qualcuno, nelle ultime file, chiacchiera un po’. Davanti, invece, siedono le più fortunate, meritevoli o chissà che. Giovani ragazze, magrissime, qualcuna in abiti succinti pendono dalle labbra di chi è di fronte: il consigliere di Stato Francesco Bellomo. Parlava «sempre con lo stesso tono, non era un grande oratore ma i ragionamenti che faceva ti aprivano la mente», racconta adesso Maria della periferia di Bari. Lei, che finora il concorso non lo ha superato, non sedeva avanti e non indossava abiti corti come alcune borsiste. La maggior dei corsisti, infatti, prendeva appunti e seguiva con attenzione. Come ha fatto lei. L’investimento era davvero significativo: circa 4.000 euro per i due anni di corso necessari alla preparazione al concorso in magistratura ordinaria. Più il costo dei libri. Scritti sempre da Bellomo, finito al centro dello scandalo su dress code e clausole sul quoziente intellettivo di fidanzati e fidanzate, accuse che il giudice respinge.

Maria, come si svolgevano i corsi?

«Lezione venerdì pomeriggio dalle 14 alle 19. Il sabato tutta la giornata. E poi c’erano i temi. Tutto molto faticoso».

Cosa ricorda del consigliere Bellomo?

«Un genio, con la capacità di farci spaziare in modo interdisciplinare. Il suo metodo era incredibile con le dispense e le correzioni che faceva lui personalmente, non gli assistenti. Anche se era anche scostante».

Un esempio?

«Un paio di volte ho provato ad avvicinarmi per fargli domande di carattere giuridico, ma sono stata allontanata, non prima di essere stata stata squadrata. In 30 secondi mi ha liquidato come se lo infastidissi. Non dava confidenza a nessuno».

Proprio a nessuno?

«Beh, ricordo la trasformazione di una ragazza dell’hinterland barese. I primi giorni era vestita normalmente e sedeva dietro. Dolcissima, bravissima, di punto in bianco indossava gonne cortissime, stivali, sembrava fosse pronta per salire sul cubo. Iniziò a sedersi in prima fila. Solo a poche elette il consigliere Bellomo dava confidenza, specie durante le pause».

Cosa accadeva?

«Dopo due ore ci si fermava per un caffè. Bellomo restava seduto al tavolino e prendeva un espressino in compagnia della borsista di turno, oppure se ne stava per conto suo».

Qual era la vostra reazione?

«Questa ragazza era un po’ “ghettizzata” dagli altri. I pettegolezzi su una relazione tra i due erano tantissimi. Non so se era vero, ma a me dispiaceva per lei e cercavo di starle vicino».

Cosa ricorda del professor Bellomo?

«Magrissimo, indossava sempre la stessa maglietta un po’ ingiallita, soprabito di pelle nera, jeans tagliati e stivali texani. Ricordo il riscaldamento al massimo nella sala perché lui aveva freddo, la voce monocorde, il volto inespressivo e l’intelligenza di gran lunga superiore rispetto alla media».

Le è mai venuto in mente di “adeguarsi” a quello che oggi viene descritto come il «dress code»?

«Ho avuto la sensazione che ci fosse qualcuno che lo faceva per compiacerlo. Della serie: “Chissà, se mi vesto anche io così posso essere considerata di più”. Io mi sono concentrata solo sulla mia presenza in quella sala: studio e basta».

Mai avuto il sospetto dell’esistenza di questi contratti?.

«Non mi sono accorta mai di nulla, onestamente e non potrei dire nulla in merito. Se quello che sto leggendo sui giornali fosse confermato, sarebbe gravissimo e le responsabilità sarebbero duplici».

In che senso?

«Non ci sarebbe solo quella di Bellomo perché il tema sarebbe la mortificazione di una funzione pubblica così importante come quella giudiziaria. Ma anche chi ha accettato quelle condizioni, in fondo, ha delle responsabilità perché hanno avallato tutto questo, svilendo se stesse».

"Dietro ogni donna c’è una prostituta". Raffaele Morelli ha parlato del caso Weinstein (ed è come se parlasse del caso Bellomo ndr) a Le Iene il 5 novembre 2017, scrive Giuseppe D'Alto, Esperto di Tv e Gossip, su "it.blastingnews.com" il 6 novembre 2017. "Dietro ogni donna c’è una prostituta". Nei giorni scorsi lo psichiatra Raffaele Morelli [VIDEO] aveva espresso questo concetto durante un’intervista radiofonica sul #caso Harvey Weinstein. Sulla questione sono tornate #Le Iene con l’inviato #Matteo Viviani che ha deciso di approfondire il discorso intervistando lo psicoterapeuta milanese. "Questo produttore non è uno stupratore ma un uomo che esercita la sua azione di dominio come modalità relazionale". Il sessantanovenne ha spiegato che fare l’amore è l’unico modo che il cervello ha per realizzare se stesso. "Quest'uomo non godeva ma voleva dominare e umiliare. In questo caso non è previsto l’innamoramento". Morelli ha sottolineato che una persona del genere vuole soltanto che la donna ceda alle sue richieste. Per lo psichiatra Weinstein è una persona profondamente triste. "L’ha mai visto ridere, guardi le donne che gli stanno vicino hanno il gelo negli occhi". Il professionista ha rimarcato che un personaggio simile vive un enorme disagio interiore.

"Molte attrici ritenevano di condurre le danze". Lo psicoterapeuta si è poi soffermato sulle vittime del produttore americano. "Molte donne ritenevano di condurre le danze, magari fingendo un orgasmo. Poi si sono trovate di fronte ad un uomo che non è uno stupratore ma un dominatore che incalza con meccanismi che non conosci". Raffaele Morelli ha precisato che i produttori sono persone molto acute ed abili nel cogliere le debolezze degli altri. "Se dovessimo portare in tribunale la violenza psicologica andrebbe alla sbarra il 90% del paese. Quante volte si dice un sì ad un capo invece di un no. Può capitare anche ad un uomo di essere accondiscendente di fronte a delle cose che non si condividono per nulla’. Per Morelli le ragazze che hanno ceduto alle avance di un uomo potente senza avere la forza di reagire non possono essere definite vittime di violenza sessuale. ‘Una persona che si è prostituita per il successo dopo anni si sente sporca. In ogni donna è presente il fatto di poter usare la seduzione per ottenere un vantaggio".

"La donna santa non esiste". Lo scrittore ha precisato che i vantaggi non devono essere necessariamente economici: "In alcuni casi possono essere anche affettivi". Lo psichiatra ha spiegato che l’essere umano fin dagli albori 'semina' l’idea che l’affettività sia legata ad un vantaggio. "A 21 anni sei dentro una psicologia sognante ed in questo stato sei più facilmente preda dell’uomo dominatore. In questo caso bisogna sapere che qualsiasi successo si voglia raggiungere deve basarsi sulle proprie capacità". Il professionista milanese ha sottolineato che Weinstein dovrebbe andare da un terapeuta bravo per imparare a riconoscere il suo lato malvagio e distruttivo. Morelli ha evidenziato che si fa bene a parlare di queste vicende: "Solo così si fanno capire i rischi che si corrono'. Per lo psicoterapeuta la donna santa non esiste: ‘Se esiste è una grave malattia". Per il sessantanovenne molte delle attrici che stanno parlando del loro passato sono esibizioniste. Le affermazioni di Morelli hanno diviso il web con reazione di sdegno e pesanti critiche nei confronti del noto psichiatra.

Ecco i doveri (in più) che spettano ai giudici. Ci si chiede come ha fatto un «maestro» di tal fatta a entrare nel Consiglio di Stato che fornisce pareri su regolarità e legittimità degli atti amministrativi, scrive Gian Antonio Stella il 12 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". «Soldato Jacovacci, ti sarà el più anzian ma ti xé anca el più mona», dice un sottufficiale nel film «La grande guerra» ad Alberto Sordi, appena promosso caporale e già sbronzo di potere. E così verrebbe da rispondere al giudice Francesco Bellomo che, prima di far sparire il materiale più imbarazzante dal web, si vantava anche d’avere «un quoziente intellettivo di 188 (media umana 100)» e d’aver avuto «un’immensa quantità di donne». Peraltro, aggiungeva il gentleman, «di elevata qualità media». Lasciano senza fiato le vanterie da galletto del consigliere di Stato finito in questi giorni sulle prime pagine per le «regole» dettate alle giovani laureate in giurisprudenza che per entrare in magistratura si erano iscritte al suo corso di formazione alla scuola «Diritto e scienza». Basti leggere il diario delle «conquiste» da sciupafemmine sbandierate sulla rivista «scientifica» della scuola e rivelate da Virginia Piccolillo: «Ci incontriamo prima della lezione sul piano dove alloggio e lei mi abbraccia e bacia ripetutamente… Sono stato anni in Sicilia quindi non posso attribuire la veemenza della fanciulla al temperamento della specie femminile locale». Finezze da caserma che mai si sarebbe permesso neppure il mitico «Zanza», storico maschio alfa dei bagnini riminesi. Ma il punto, ovvio, non è questo. Né le fanfaronate ulteriori inserite nei «contratti» da questa specie di Capitan Sputasaette in toga. Come, per citare il Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa che lo vuole destituire, «una clausola limitativa relativa a matrimonio e fidanzamento». Per capirci: «applicando i dettami della teoria della selezione naturale» la scelta dei fidanzati «deve cadere sul soggetto che presenta le caratteristiche più vantaggiose. La preferenza deve essere dunque accordata al soggetto più dotato geneticamente». Il punto è: come ha fatto un «maestro» di tal fatta a entrare a Palazzo Spada, la sede di quel Consiglio di Stato che fornisce al governo e alle regioni i pareri sulle regolarità e la legittimità dei vari atti amministrativi e ha l’ultima parola sulle sentenze, spesso delicatissime, dei vari Tar? Fosse anche tecnicamente un genio, la preparazione «scientifica», da sola, può bastare? O un giudice davvero all’altezza dei compiti che gli sono stati affidati, come suggerisce il buon senso, deve essere dotato anche di sobrietà, misura, consapevolezza del ruolo ricoperto? In ogni cesta, ovvio, può esserci una mela ammaccata. O addirittura marcia. Si pensi al giudice milanese, che per non farsi trovare con le mani nel sacco gettò i soldi della corruzione in un cassonetto. O al collega, consigliere di Stato, romano, condannato con rito abbreviato in primo grado a poco più di un anno per prostituzione minorile. Per non dire del caso di un consigliere d’appello che anni fa venne sorpreso mentre compiva, come si diceva, allora «atti innominabili» con un ragazzino: arrestato, processato e condannato se la cavò infine con un’amnistia e la restituzione del grado e degli stipendi. Capita. In tutti i mestieri. Proprio per la delicatezza del compito loro assegnato, però, ai magistrati che devono giudicare gli altri viene chiesto di essere più solleciti nel raccogliere le denunce, più zelanti nell’esaminarle, più severi non solo nel giudicare i reati ma nel pesare l’opportunità di certi comportamenti. Lo sono stati? Sempre? O hanno preferito spesso non calcare la mano o addirittura nascondere la polvere sotto il tappeto come è successo troppe volte nei confronti di chi per anni grondava di arbitrati e ricchissimi incarichi esterni e ci scherzava su dicendo che «la legge è la moglie, gli incarichi l’amante»? Può darsi che scrivere in un «contratto» che «il borsista deve attenersi al “dress code” in calce e, comunque, deve curare la propria immagine anche dal punto di vista dinamico (gesti, conversazione, movimenti), onde assicurarne il più possibile l’armonia, l’eleganza, la superiore trasgressività» non sia un reato. E che non lo sia neppure, in situazioni e lavori e luoghi diversi, suggerire le minigonne e i tacchi a spillo. Può darsi. Ma è opportuno pretendere questi pedaggi da cascamorto in un istituto privato che si presenta come una «Scuola di Formazione Giuridica Avanzata specializzata nella preparazione al concorso in magistratura ordinaria»? Ed è opportuno che altri magistrati in servizio, come il rodigino Davide Nalin, frequentino i convegni anti-violenza e insieme collaborino senza un cenno di dissenso con una rivista come quella citata dove intere puntate sono state dedicate a sgocciolare veleni, con nome e cognome, su una ragazza via via andata in crisi al punto di ridursi a uno scheletro di quarantuno chili? «Non posso raccontare i fatti, perché sono tenuto al silenzio, ma non sono come li hanno descritti», ha detto il consigliere di Stato al Corriere, «Anche se lo fossero però sarebbe solo una vicenda di costume». Sic… Ma cosa insegna, un «professore» che dice una frase così insensata, solo commi, codici e codicilli?

Caso Bellomo, la ragazza ritira la querela ma il processo prosegue. Oggi l'udienza preliminare della causa per stalking e lesioni personali gravi. Le parti hanno raggiunto un accordo di conciliazione, ma i reati sono procedibili d'ufficio. Chiesta una perizia per accertare gli effetti psichici delle condotte dell'ex consigliere di Stato e dell'ex pm di Rovigo Nalin sulla giovane, scrive il 27 settembre 2018 "La Repubblica". Ha scelto di rimettere la querela e uscire dal processo. La ragazza piacentina di 32 anni, dal cui racconto è partita la vicenda che vede rinviati a giudizio per stalking e lesioni personali gravi Francesco Bellomo, consigliere di stato destituito, e Davide Nalin, pm di Rovigo sospeso dal ruolo, ha ritirato la denuncia. Borsista alla scuola di formazione Diritto e Scienza, era stata proprio lei, dopo un esposto del padre, a dare il via all'inchiesta sul comportamento tenuto dai giudici nei confronti delle studentesse iscritte alla scuola per la preparazione al concorso in magistratura diretto da Bellomo. La rimessione della querela è arrivata al termine della prima udienza davanti al giudice monocratico del tribunale di Piacenza. C'è stata "una conciliazione tra le parti all'esito di una vicenda comunque travagliata e di un rapporto affettivo che certamente esisteva", spiegano Vittorio Manes e Beniamino Migliucci, difensori dei due imputati. Le parti hanno dunque raggiunto un accordo extraprocessuale, che non pone però fine al processo. La causa infatti andrà avanti, dal momento che i reati contestati ai due magistrati sono procedibili anche d'ufficio. La denuncia della ragazza aveva scoperchiato il "sistema Bellomo", storie di oppressione e minacce, minigonne e tacchi a spillo come dress code imposto alle studentesse e la tegola della risoluzione del contratto se si fossero sposate. Una vera e propria attività di "addestramento", secondo i pm Roberto Fontana e Emilio Pisante che hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio, con la vittima coinvolta "in modo totalizzante e caratterizzata da rigide regole", tra cui "l'obbligo di svolgere attività sessuale ogni volta che Bellomo lo richiedesse". Nel corso dell'udienza di oggi, gli avvocati della difesa hanno presentato al giudice una memoria che mette in dubbio il rapporto di causa tra il comportamento di Bellomo e le presunte lesioni psichiche che la ragazza afferma di aver riportato. La giovane era stata infatti ricoverata in ospedale, raccontando poi alla procura di Piacenza delle presunte richieste sulla sua precedente vita intima e privata da parte di questi, oltre all'insistenza sull'abbigliamento richiesto per partecipare al corso giuridico. I difensori hanno chiesto quindi al giudice di accertare con una perizia se il comportamento di Bellomo abbia influito sulle conseguenze psichiche contenute nel capo di imputazione. Il giudice ha rinviato tutto al 6 novembre quando nominerà un perito. La difesa di Bellomo ha già presentato una propria perizia, che è stata depositata. Gli stessi avvocati hanno intanto chiesto al gup Luca Milani di procedere con rito abbreviato.

…DELLA BAT. Trani, 2 magistrati a processo: “Minacce durante l’interrogatorio di testimoni”, scrive il 15 maggio 2018 "Il Corriere del giorno". I magistrati Alessandro Pesce e Michele Ruggiero vengono accusati di aver minacciato 3 testimoni di un’inchiesta su un giro di mazzette in favore dell’ex comandante della Polizia Municipale di Trani. ROMA – Il pm Roberta Licci e Leonardo Leone De Castris procuratore capo della Procura di Lecce, hanno citato i due magistrati della Procura di Trani direttamente in giudizio per concorso in tentata violenza privata (in un caso anche aggravata) per aver esercitato delle pressioni durante gli interrogatori di tre testimoni, svoltisi nell’ambito di due procedimenti relativi al cosiddetto “Sistema Trani” sulla pubblica amministrazione tranese. Si tratta del magistrato Alessandro Pesce, 44 anni, attualmente in servizio presso la Procura di Trani, e del suo collega Michele Ruggiero, 52 anni, da dicembre scorso fuori ruolo per ricoprire l’incarico di consulente nella commissione bicamerale banche su indicazione del Movimento 5 Stelle. L’udienza è stata fissata davanti al giudice monocratico Alessandra Sermarini, per il prossimo 12 novembre. La Procura leccese aveva già chiesto per la stessa questione l’interdizione dei due magistrati, ma la loro richiesta era stata rigettata nello scorso dicembre anche dalla Corte di Cassazione dopo le richieste di misura interdittiva avanzate dal pubblico ministero Licci, che erano state respinte sia dal giudice per le indagini preliminari, Michele Toriello, che dal collegio di giudici del Tribunale del Riesame. Dinnanzi al Gip non vennero messi in discussione i fatti, ma bensì la qualificazione giuridica degli stessi. “Non può in alcun modo revocarsi in dubbio che Ruggiero e Pesce abbiano condotto i tre interrogatori con modalità poco ortodosse”, ha sostenuto il gip Toriello nell’ordinanza. “Ed è certamente condivisibile l’impossibilità di ricondurre le condotte ad una “strategia investigativa”. Poiché ogni strategia investigativa deve misurarsi con i principi fondamentali dell’ordinamento. E deve adeguarsi alle norme che, anche per ossequio a quei principi, detta il codice di rito”. All’epoca dei fatti vi fu totale divergenza fra il giudice per le indagini preliminari Toriello ed il pubblico ministero Licci sulla sussistenza dei reati: “In nessun momento, né prima dell’esame, né durante l’esame essi hanno avuto a disposizione elementi per contestare il delitto di corruzione. In realtà, la qualificazione giuridica in termini di concussione era l’unica al momento ricavabile dagli atti, né i pubblici ministeri disponevano di alcun elemento che consentisse loro di procedere per corruzione. Se ne ricava che non può sostenersi che le espressioni suggestive, aggressive, intimidatorie a più riprese proferite dal Pesce e dal Ruggiero mirassero ad indurre i soggetti escussi a commettere un qualsivoglia reato”. I fatti contestati della procura salentina ai due magistrati di Trani risalgono all’ottobre 2015, quando sentirono a sommarie informazioni, in qualità di persone informate dei fatti, tre referenti (a vario titolo) di una società specializzata in apparecchiature per la rilevazione delle infrazioni stradali. Secondo le contestazioni della Procura di Lecce i due magistrati avrebbero minacciato i tre testi “con abuso dei poteri e con violazione dei doveri inerenti la loro qualità di magistrati del pubblico ministero, posto in essere atti diretti in modo non equivoco a costringere con modalità intimidatorie e violenze verbali” ad accusare se stessi ed altre persone di intrattenere dei rapporti illeciti nei confronti di Antonio Modugno ex comandante della Polizia locale di Trani. Le pressioni più pesanti sarebbero state esercitate nei confronti del rappresentante legale della società, per costringerlo ad affermare sotto interrogatorio “di aver pagato o comunque di essere a conoscenza del pagamento di tangenti in favore di Antonio Modugno”, per la fornitura di apparecchiature al Comune di Trani e di affermare che “a tale pagamento era stato costretto dallo stesso Modugno”. Molto simile secondo quanto si legge nell’atto di citazione della Procura leccese sarebbe stato l’interrogatorio di un amministratore di fatto dell’azienda, al quale i due magistrati della procura di Trani avrebbero detto che “se non avesse dichiarato quanto da loro stesso intimato e letteralmente suggerito ovvero l’avvenuto pagamento di mazzette a seguito di costrizione da parte di Modugno, ci sarebbe stata una cella pronta per lui”. Fra le minacce rivolte al rappresentante legale della società c’erano anche quella del sequestro dell’azienda e di un’ordinanza di arresto a suo carico. I magistrati della procura di Trani dopo aver affermato che “le cose che vi dobbiamo chiedere le sappiamo già”, aggiungevano: “vogliamo vedere voi che risposte ci dite e se quello che voi ci dite non converge, lei se ne andrà in galera veloce e lei dice ma io c’ho il coso al cuore possiamo impegnarci per farla stare con il caldo che fa al fresco” circostanza per la quale l’accusa contestata è quella di “concorso in tentata violenza privata aggravata”. I magistrati della Procura di Lecce hanno contestato ai due colleghi di Trani anche le modalità dell’interrogatorio di una terza persona che in passato era stato rappresentante della stessa società in questione. Incredibilmente uno degli interrogatori avvenne alla presenza di “un nutrito numero di ufficiali di polizia giudiziaria”.

Trani, 2 pm indagati per presunte pressioni sui testimoni della tangentopoli al Comune. Michele Ruggiero e Alessandro Pesce sono accusati di tentato falso. I pm di Lecce hanno chiesto la loro sospensione ottenendo un netto no prima dal gip e poi dal Riesame. Ora deciderà la Cassazione, scrive Chiara Spagnolo il 14 dicembre 2017 su "La Repubblica". Due magistrati di Trani indagati dalle Procura di Lecce per presunte pressioni fatte su alcuni testimoni dell'inchiesta sulla tangentopoli tranese: si tratta dei pm Michele Ruggiero (che presto prenderà servizio a Bari) e Alessandro Pesce, titolari di alcune tra le indagini pugliesi più scottanti degli ultimi anni, da quella su Standard and Poor's a quella sul disastro ferroviario sulla Andria-Corato. Sono accusati di tentato abuso d'ufficio, tentata violenza privata e tentato falso e per ben due volte i colleghi salentini hanno chiesto la loro sospensione dai pubblici uffici, ottenendo un netto no prima dal gip Michele Toriello e poi dal Tribunale del Riesame. La pm Roberta Licci, insieme al procuratore Leonardo Leone DeCastris, ha quindi reiterato la richiesta per la terza volta davanti alla Corte di Cassazione, che si pronuncerà tra qualche giorno. A seguire, la commissione competente del Csm valuterà se portare avanti il procedimento disciplinare oppure archiviare l'intera vicenda. In attesa che le questioni giudiziarie e disciplinari si definiscano, resta bloccata la nomina di Ruggiero quale consulente della Commissione Banche, sostenuta da Forza Italia e dal Movimento Cinque Stelle. Il plenum del Csm ha infatti ricevuto l'atto di incolpazione nei confronti del pm proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto deliberare la momentanea immissione fuori ruolo (necessaria per assumere l'incarico di consulente) e ha conseguentemente sospeso la pratica. Per difendersi, sia Ruggero che Pesce hanno già inviato al Consiglio superiore una serie di documenti, comprese le pronunce del gip e del Tribunale del Riesame di Lecce, che sembrano non condividere le tesi della Procura. L'assunto accusatorio è stato costruito a partire da una serie di esposti anonimi, attraverso le indagini dei carabinieri. L'indagine ruota attorno agli ascolti di alcune persone informate dei fatti, sentite nell'ambito dell'inchiesta "Sistema Trani 2", relativa a un presunto giro di mazzette attorno al Comune. In particolare, la pm Licci contesta ai colleghi di Trani di avere usato metodi poco ortodossi nei confronti dei testimoni, che in quella indagine risultavano vittime dei presunti tentativi corruttivi del funzionario comunale tranese Sergio De Feudis. Secondo l'ipotesi accusatoria, Ruggiero e Pesce avrebbero minacciato le persone ascoltate di farle finire in carcere se non avessero detto la verità, mentre i due pm - sia negli interrogatori davanti al gip che nelle memorie presentate al Riesame - hanno spiegato di avere solo spiegato ai testimoni le conseguenze penali a cui sarebbero andati incontro se avessero rilasciato false dichiarazioni. Le presunte vittime di De Feudis sono diventate ora le parti offese nell'indagine di Lecce, che potrebbe presto arrivare alla richiesta di rinvio a giudizio. Il gip di Lecce e il Riesame non hanno ritenuto che Ruggiero e Pesce debbano essere sospesi dal servizio. Gli inquirenti, però, restano dell'idea che le pressioni esercitate dai colleghi siano state eccessive al punto da diventare reati. Se tale prospettiva sia valida, al punto da rendere necessaria la loro sospensione dal servizio, lo deciderà tra pochi giorni la Cassazione.

Il pm di Trani Ruggiero indagato a Lecce, scrive il 13/12/2017 Alessandro Barbera su "La Stampa". Perché il Consiglio superiore della magistratura continua a rimandare la nomina dell’ex pubblico ministero di Trani Michele Ruggiero a consulente della commissione sulle banche? Nonostante manchino pochi giorni allo scioglimento delle Camere, il plenum ha messo in calendario la decisione solo il 20 dicembre. La ragione - inconfessabile - è che su di lui pendono ben altre richieste. Secondo quanto riferiscono tre fonti concordanti a La Stampa, Ruggiero è indagato dalla Procura di Lecce per abuso di ufficio e falso. Il fascicolo - secretato - riguarda un caso di criminalità economica di cui si è occupato a Trani. Due i procedimenti disciplinari aperti a seguito dell’inchiesta: uno di fronte allo stesso Csm, il secondo è sul tavolo della Cassazione. Pur avendo avuto il no del giudice per le indagini preliminari e del Tribunale del riesame, i colleghi di Lecce insistono per ottenerne la sospensione dagli incarichi. Michele Ruggiero è una star internazionale. Convinto sostenitore di un complotto contro l’Italia fra il 2011 e il 2012, l’ex pm di Trani (ora a Bari) è noto nel mondo per aver portato alla sbarra le agenzie di rating Standard and Poor’s e Fitch. Per dare forza al suo castello accusatorio ha chiesto e ottenuto la testimonianza di ministri, uomini di finanza e analisti, compreso Mario Monti. Nel giorno in cui lo scorso marzo il giudice di Trani ha smontato le accuse e prosciolto tutti gli imputati si è presentato in aula con la cravatta tricolore. Aveva chiesto multe milionarie e il carcere per i vertici delle agenzie fra i quali l’allora presidente mondiale di S&P Deven Sharma. «Sono stato lasciato solo», si sfogò. Nel frattempo Ruggiero aveva già messo in cantiere un altro processo eccellente, questa volta contro Deutsche Bank e il suo ex numero uno Josef Ackermann. L’inchiesta, ora trasferita a Milano per competenza, si fonda sullo stesso teorema caduto a Trani: vendendo la gran parte del suo portafoglio di Btp italiani nel 2011, Deutsche avrebbe agito illecitamente sui mercati ai danni dell’Italia. A dispetto degli sfoghi la politica non si è dimenticata di lui. Un lungo post su Facebook dopo la fine del processo fu ripreso sul sito di Beppe Grillo. Ed è stato proprio il grillino Carlo Sibilia, insieme al capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta, a chiederne la nomina a consulente della commissione banche.  

Malagiustizia. Il “caso Trani” sembra non essere finito, scrive il 13 dicembre 2017 "Il Corriere del Giorno". Lo rivela il quotidiano La Stampa, che si trincera citando tre fonti “anonime”, o meglio coperte dal segreto professionale giornalistico. Le accuse riguardano un’altra indagine relativa a un caso di criminalità economica del quale Ruggiero si era occupato a Trani, sono state avviate presso la Procura di Lecce. Michele Ruggiero, ex pm della Procura di Trani, attualmente trasferito a Bari, colui che aveva portato in aula le agenzie di rating americane per una presunta manipolazione del mercato nel 2011, sarebbe iscritto nel registro degli indagati della Procura di Lecce per “abuso di ufficio” e “falso”. Lo rivela il quotidiano La Stampa, che si trincera citando tre fonti “anonime”, o meglio coperte dal segreto professionale giornalistico. Le accuse riguardano un’altra indagine relativa a un caso di criminalità economica del quale Ruggiero si era occupato a Trani, sono state avviate presso la Procura di Lecce.

Sarebbe questa la reale motivazione per cui il Consiglio superiore della magistratura ha a rimandato di seduta in seduta la nomina dell’ex pubblico ministero della Procura di Trani Michele Ruggiero a consulente della commissione sulle banche, fissando in calendario la propria decisione per l’ultima udienza dell’anno fissato per il prossimo 20 dicembre, nonostante manchino pochi giorni allo scioglimento delle Camere. Mentre è stata subito accolta la richiesta del Pd, che ha indicato il sostituto procuratore di Torino Giancarlo Avenati Bassi segnalato dal vicepresidente del Pd Mauro Marino. La ragione inconfessabile, che filtra da Palazzo dei Marescialli è che su sul Pm Ruggiero in realtà pendono anche altre richieste. Il fascicolo attualmente secretato riguarda un caso di criminalità economica di cui si è occupato il pm Ruggiero a Trani. I procedimenti disciplinari aperti a suo carico sarebbero due: uno già arrivato dinnanzi Csm, il secondo invece sarebbe ancora giacente sulle scrivanie della Procura Generale della Suprema Corte di Cassazione. Pur avendo avuto semaforo rosso del giudice per le indagini preliminari e del Tribunale del Riesame, i magistrati di Lecce insistono per ottenerne la sospensione del pm Michele Ruggiero dagli incarichi. Dopo l’emersione di questo procedimento si è aperta una discussione nel Csm, con una parte del plenum favorevole comunque al collocamento fuori ruolo visto che il procedimento è ancora nelle fasi iniziali e una parte invece contraria perché le ipotesi nel fascicolo sarebbero “gravi” e “imbarazzanti”. Il pubblico ministero Ruggiero è ormai conosciuto in mezzo mondo. Sostenitore convinto ed agguerrito di un complotto contro l’Italia fra il 2011 e il 2012, l’ex pm di Trani (ora in servizio a Bari) è noto per aver portato a processo le agenzie di rating Standard and Poor’s e Fitch. e per sostenere il suo castello accusatorio ha chiesto e ottenuto la testimonianza di ministri, uomini di finanza e analisti, compreso l’ex-premier Mario Monti. Nel giorno in cui lo scorso marzo il giudice del Tribunale di Trani ha smontato le sue accuse   prosciogliendo tutti gli imputati, Ruggiero si presentò in aula indossando la cravatta tricolore, chiedendo multe milionarie e il carcere per i vertici delle agenzie fra i quali l’allora presidente mondiale di S&P Deven Sharma. Al termine del processo che smantellò il suo teorema processuale accusatorio, si sfogò dicendo “Sono stato lasciato solo”. Ma il magistrato aveva già avviato un altro processo eccellente, questa volta contro Deutsche Bank e il suo ex numero uno Josef Ackermann. L’inchiesta che è stata trasferita alla Procura di Milano per competenza territoriale, di fatto si bassa sullo stesso “teorema” accusatorio annientato a Trani. Secondo il pm Ruggiero la Deutsche vendendo nel 2011 la gran parte del suo portafoglio di Btp italiani, avrebbe agito illecitamente sui mercati ai danni dell’Italia. La politica però non si è dimenticata di lui. Dopo la fine del processo Un suo lungo post su Facebook fu ripreso sul sito di Beppe Grillo. Ed infatti è stato proprio il grillino Carlo Sibilia, insieme a Renato Brunetta capogruppo alla Camera dei Deputati di Forza Italia, a chiedere la sua nomina a consulente della Commissione parlamentare sulle banche.

Falso e abuso d'ufficio: il pm di Trani Ruggiero indagato a Lecce, scrive Giovedì 14 Dicembre 2017 "Il Nuovo Quotidiano di Puglia". Sul candidato a consulente della commissione parlamentare sulle banche pende una richiesta della Procura di Lecce di interdizione dalle funzioni di pubblico ministero. Perché accusato, tra le altre cose, di aver cercato di costringere un testimone a dichiarare di essere al corrente del pagamento di mazzette al comandante della polizia municipale di Trani nella fornitura di photored. Michele Ruggiero, 52 anni, magistrato di punta della Procura di Trani fino a pochi mesi fa, è indagato con il collega Alessandro Pesce, 44 anni, per le ipotesi di reato di violenza e minaccia per costringere a commettere reato, violenza privata, abuso di ufficio e tentato falso. Il caso approda domani davanti ai giudici della Corte di Cassazione: l’ultima spiaggia delle richieste di misura interdittiva avanzate dal pubblico ministero della Procura di Lecce, Roberta Licci, e respinte sia dal giudice per le indagini preliminari, Michele Toriello, che dal collegio di giudici del Tribunale del Riesame. Difeso dall’avvocato Viola Messa, sui comportamenti contestati a Ruggiero ed il collega Pesce ci sarà un giudicato che potrà avere peso anche sul futuro dell’inchiesta e sull’eventuale processo. Il vaglio prima del gip e poi del Riesame non ha avallato la gravità dei comportamenti ravvisata dalla Procura di Lecce (competente per i reati contestati e subiti dai magistrati della Corte d’Appello di Bari). Al centro di questa vicenda gli interrogatori a cui furono sottoposti gli imprenditori salentini della azienda Italtraff, sull’appalto vinto per la fornitura dei photored al Comune di Trani. I due magistrati - questa l’accusa - avrebbero usato parole e toni minacciosi, invocando la possibilità del carcere, il famigerato tintinnio delle manette, se non avessero ammesso il pagamento delle tangenti. Come anche il sequestro della stessa azienda. Le cose andarono veramente così in quelle sommarie informazioni cominciate ad ottobre del 2015? Nelle indagini della Procura di Lecce sono state acquisite le fonoregistrazioni ed i verbali. E le persone sentite negli uffici della Procura di Trani sono state chiamate a testimoniare anche a Lecce. Non sono in discussione i fatti, ma la qualificazione giuridica degli stessi. I fatti: «Non può in alcun modo revocarsi in dubbio che Ruggiero e Pesce abbiano condotto i tre interrogatori con modalità poco ortodosse», ha sostenuto il gip Toriello nell’ordinanza. «Ed è certamente condivisibile l’impossibilità di ricondurre le condotte ad una “strategia investigativa”. Poiché ogni strategia investigativa deve misurarsi con i principi fondamentali dell’ordinamento. E deve adeguarsi alle norme che, anche per ossequio a quei principi, detta il codice di rito». Piena divergenza fra giudice per le indagini preliminari e pubblico ministero sulla sussistenza dei reati: «In nessun momento, né prima dell’esame, né durante l’esame essi hanno avuto a disposizione elementi per contestare il delitto di corruzione. In realtà, la qualificazione giuridica in termini di concussione era l’unica al momento ricavabile dagli atti, né i pubblici ministeri disponevano di alcun elemento che consentisse loro di procedere per corruzione. Se ne ricava che non può sostenersi che le espressioni suggestive, aggressive, intimidatorie a più riprese proferite dal Pesce e dal Ruggiero mirassero ad indurre i soggetti escussi a commettere un qualsivoglia reato». Parola alla Cassazione. La decisione andrà ad influire anche sulla nomina del consulente della commissione parlamentare sulle banche.

L’ex pm Savasta della procura di Trani condannato in appello, scrive il 29 marzo 2017 “Il Corriere del Giorno”. Accusa di falso per lavori ampliamento di masseria a Bisceglie: non dichiarò piscina. Nell’ambito della stessa vicenda Savasta è stato assolto nelle scorse settimane dall’accusa di concussione e sarà processato a partire da luglio insieme con familiari, soci e tecnici comunali per lottizzazione abusiva e violazione del codice dei beni culturali e del paesaggio. La Corte di Appello di Lecce ha confermato nella tarda mattinata di ieri la condanna a 2 mesi di reclusione (pena sospesa e non menzione) per falso nei confronti dell’ex pm di Trani Antonio Savasta, nei mesi scorsi trasferito come giudice a Roma.  Si tratta di uno dei procedimenti penali relativi alla trasformazione di una antica masseria di Bisceglie in resort di lusso. Il Procuratore Generale della Corte di Appello di Lecce aveva in udienza chiesto la conferma della sentenza di primo grado.

L’accusa di falso riguarda l’aver falsamente dichiarato dinanzi ad un notaio in due diverse occasioni (nel 2009 e nel 2010) di non aver fatto costruire una piscina, per la cui realizzazione sarebbe stata necessaria specifica autorizzazione edilizia. Nell’ambito della stessa vicenda Savasta è stato assolto nelle scorse settimane dall’accusa di concussione e sarà processato a partire da luglio insieme con familiari, soci e tecnici comunali per lottizzazione abusiva e violazione del codice dei beni culturali e del paesaggio. L’ abuso edilizio contestato all’ex pm di Trani realizzato in concorso con famigliari, tecnici e funzionari pubblici, è relativo alla trasformazione urbanistico-edilizia della Masseria, “immobile di interesse storico, ambientale e paesaggistico, sul quale – riporta imputazione – vigeva divieto assoluto di nuove costruzioni, demolizioni e trasformazione, in una struttura turistico alberghiera” attraverso la realizzazione sprovvista delle previste necessarie  senza autorizzazioni “di rilevanti modifiche ed ampliamenti”. Questa non è l’unica vicenda giudiziaria sulla masseria San Felice che vede coinvolto Savasta, giudicato da Lecce per ragioni di competenza, nate in seguito alle controversie fra Antonio Savasta e l’imprenditore barlettano Giuseppe Dimiccoli, attivo nel settore dell’abbigliamento, che nel 2005 acquistò insieme al magistrato la masseria.

Procura Trani sotto lente Csm: "Rete sospetta di conoscenze". Due pm a rischio trasferimento. Sulla base di esposti anonimi, il Consiglio superiore apre un fascicolo sulla condotta dell'ufficio pugliese, già protagonista di indagini sui potenti della finanza: "Intreccio di rapporti con avvocati e imprenditori". Per due magistrati anziani, Savasta e Scimè, possibile spostamento per "incompatibilità ambientale", scrivono Giuliano Foschini e Liana Milella il 05 ottobre 2016 su "La Repubblica". Decine di esposti. Un intreccio di rapporti tra magistrati, avvocati e imprenditori. O, per dirla con le parole del procuratore generale di Bari Anna Maria Tosto, "un'indicazione costante che in quel tribunale ci sarebbe una sorta di rete conoscenze" che indirizzi le indagini, a volte accelerandole a volte rallentandole, per utilizzarle "come ragione di pressione indiretta per conseguire alcuni vantaggi". Che succede alla procura di Trani, il piccolo eppure famosissimo ufficio giudiziario che in questi anni ha indagato, tra gli altri, sui potenti della finanza italiana e internazionale? Se lo chiede il Consiglio superiore della magistratura che, nei giorni scorsi, ha aperto un fascicolo per valutare il trasferimento di ufficio dei due sostituti procuratori anziani, Antonio Savasta e Luigi Scimè, per "incompatibilità ambientale". L'iniziativa nasce al termine di una prima istruttoria effettuata dal Consiglio superiore della magistratura che in questi mesi ha visto protagonista gli uffici giudiziari tranesi, al centro di una rete fitta e incrociata di veleni a tutti i livelli. Tutto è cominciato un paio di anni fa quando un gip in passato in servizio a Trani, Roberto Oliveri del Castillo, dà alle stampe un romanzo, "Frammenti di storie semplici", nel quale racconta le "malefatte" che avvengono proprio in un piccolo tribunale di provincia. I nomi sono di fantasia ma i riferimenti chiari: magistrati che si accordano per far finire "sotto indagine, se non arrestarlo, qualche imprenditore o qualche politico (una volta addirittura un vescovo), per poi estorcere denaro per far morire il processo". Fratelli avvocati che sfruttano le parentele oltre a una lunga serie di malefatte che avvengono in questo tribunale "davanti al mare, in mezzo al castello e alla cattedrale". Proprio come quello di Trani. Il libro di Del Castillo (che sull'argomento è stato ascoltato anche dal Csm, in un fascicolo parallelo) solleva un polverone. Mai alto come quello che si alza a luglio quando è pubblicata la foto di un magistrato della procura, Simona Merra, che si fa leccare il piede scherzosamente durante una festa da un avvocato, Leonardo De Cesare. La foto è del 2012. Ma a luglio, quando viene fuori perché allegata in un esposto inviato al Csm, Merra è una delle titolari del fascicolo sulla strage del treno Andria-Corato, De Cesare l'avvocato del principale indagato, il capostazione Vito Piccarreta, le famiglie delle vittime si indignano, la foto finisce ovunque, sui giornali, sui siti e sulle televisioni e il magistrato Merra preferisce lasciare le indagini per evitare "strumentalizzazioni". Da grande accusatrice, la procura di Trani comincia quindi a sentirsi grande accusata. Al Csm in meno di due anni arrivano una decina di esposti che, scrive oggi il Consiglio nella procedura aperta a carico dei due magistrati, "anche se in alcuni casi generici o provenienti da soggetti che non è stato possibile identificare hanno contenuto analogo". Nelle denunce "si evidenzia l'esistenza di una rete di conoscenze tra sostituti procuratori che da anni operano a Trani, avvocati, appartenenti alle forze dell'ordine, amministratori locali e alcuni imprenditori. Tale "rete" influenzerebbe l'inizio e lo svolgimento delle indagini nel senso che, in alcuni casi, in presenza di persone "amiche" le indagini non verrebbero iniziate o comunque "attivate" e per questo archiviate. In altri casi, all'opposto, le indagini avrebbero costituito uno strumento di pressione per conseguire vantaggi, soprattutto economici, per sé o per altri "sodali" e pregiudizio per gli "avversari"". A Savasta viene contestato il ruolo di un fratello avvocato civile, di un cugino commercialista e di un altro cugino avvocato e alcuni incarichi ricevuti da municipalizzate di Barletta a un avvocato, definito socio occulto del fratello. Inoltre, si parla di "indagini eclatanti" che il pm avrebbe portato avanti, soprattutto nei confronti di banche (Mps, Bnl, Unicredit tra le altre), e finite "sempre con un'archiviazione". Infine si parla dei suo i rapporti con un imprenditore da cui aveva acquistato una masseria oggetto di procedimenti penali poi finiti però con assoluzioni, mentre sarebbero in corso altre due indagini partite da altre denunce. A Scimè, che ha anche un fratello con "rilevanti incarichi in aziende municipalizzate del comune di Barletta", appunta sempre l'organo di autogoverno dei magistrati, il Csm contesta i rapporti con un altro avvocato e un appuntato dei carabinieri. "Dagli esposti - ha detto in un'audizione al Consiglio il procuratore generale di Bari, Anna Maria Tosto - emerge un clima di oggettivo disagio: la Procura è oggetto di una serie di segnalazioni che comunque dimostrano proprio nella loro sistematicità, l'esistenza di una condizione diffusa di disagio dell'utenza giustizia tranese (...) C'è indubbiamente questa condizione (...) L'indicazione costante è quella che ci sarebbe una sorta di rete tra alcuni sostituti procuratori che da anni operano a Trani, alcuni avvocati e poli economici molto importanti. E in virtù di questa rete di conoscenze, frequentazioni, amicizie, lamentano il fatto che alcune indagini non sono state fatte, che in altri casi vengono fatte indagini solo eclatanti e che altre indagini sono state attivate e archiviate. E che alcune indagini sono state utilizzate come ragione di pressione indiretta per conseguire alcuni vantaggi". "Il Csm non ci ha comunicato nulla e comunque ci troviamo in una fase del tutto iniziale del fascicolo" spiegano sia Savasta sia Scimè che, comunque, avevano già chiesto o stavano per chiedere il trasferimento e quindi bloccherebbero la procedura di trasferimento. Il profilo delle contestazioni non è disciplinare, ma soltanto di natura ambientale. "Io non ho mai avuto una contestazione disciplinare nella mia vita" dice Scimè. "E io sono stato sempre assolto da tutto" aggiunge Savasta. "Non ho più rapporti con quell'avvocato citato dal Consiglio- continua il pm Scimè - da più di quattro anni e la vicenda era già stata archiviata, proprio perché tutto era stato trasparente. La storia riguardava la commissione tributaria, io avevo fornito un parere corretto e per questo ho impugnato al Tar la decisione del consiglio giudiziario perché ingiusto ed errato. E proprio oggi è in calendario la discussione". "Su questi stessi fatti - si difende invece Savasta - ho già ricevuto due assoluzioni dalla procura di Lecce e dallo stesso Csm. Per questo trovo incredibile che si torni a parlare di questa storia per ragioni ambientali, sulla base di esposti anonimi. Storia nella quale mi sembra chiaro di non avere alcuna responsabilità, come dimostrerò senza alcun problema anche questa volta".

Accertamenti del Consiglio Superiore della Magistratura sulla Procura di Trani. Il Consigliere togato di Magistratura Indipendente, Lorenzo Pontecorvo: “non delegittimare pm che indagano su scontro treni”. E presto il Csm si occuperà anche di qualche altra Procura pugliese…scrive “Il Corriere del Giorno” il 25 luglio 2016. Il Csm sta svolgendo accertamenti preliminari sulla Procura di Trani, che sta conducendo l’inchiesta sullo scontro di due treni in Puglia in cui sono morte 23 persone. La pre-istruttoria della Prima Commissione di Palazzo dei Marescialli non riguarda le indagini sull’incidente ferroviario, ma vicende, tutte da accertare, segnalate da “parecchi” esposti a carico di alcuni pm, alcuni su presunte frequentazioni non corrette con avvocati. L’esistenza del fascicolo è emersa ieri nel dibattito sulla delibera che ha disposto l’archiviazione della pratica sul procuratore di Arezzo, Roberto Rossi. Criticando il modo di procedere della Prima Commissione in questo come in altri casi, uno dei suoi componenti – il togato di Magistratura Indipendente, Lorenzo Pontecorvo– ha citato la pratica su Trani e le audizioni svolte in mattinata dell’ex procuratore Carlo Maria Capristo e del Pg di Bari Anna Maria Tosto, avvertendo che “così si sta pregiudicando la serenità di un ufficio giudiziario impegnato nelle indagini sul grave disastro ferroviario”. A sollecitare l’intervento del Csm non sono stati solo “parecchi esposti, tanti dei quali anonimi” su alcuni pm, ma anche un romanzo scritto da un ex gip di Trani, Roberto Oliveri del Castillo: “Frammenti di storie semplici”. Si tratta del diario di un giudice che racconta fatti e misfatti dell’ambiente giudiziario. Nel romanzo si legge per esempio la storia di un masseria comprata da un pm che Oliveri del Castillo chiama “Cricco”. “Non c’è alcun riferimento alla realtà”, ha giurato Oliveri del Castillo, ma il pm Antonio Savasta, uno dei magistrati che coordina l’indagine sul disastro ferroviario, possiede una masseria ed è sotto processo a Lecce per concussione per induzione nei confronti di un imprenditore, indotto a vendere un terreno adiacente. Solo delle strane coincidenze? Un tentativo di stoppare le interpretazioni, riprese e pubblicate anche su un quotidiano nazionale che ha sovrapposto la figura di pm molto noti della Procura di Trani ai protagonisti di “fantasia” del libro. Il magistrato-scrittore quando è stato ascoltato per primo dal Csm ha dichiarato che “è frutto di pura fantasia”. Ma che in realtà non sia esattamente così lo pensa più di qualcuno, e non soltanto perché in quelle pagine ci sarebbe un’eco di qualche fatto di cronaca, ma anche perché ci sarebbe un’affinità con alcune delle vicende riferite negli esposti presentati al Csm, a partire da quelli su frequentazioni ritenute non propriamente corrette tra magistrati e avvocati. Giovedì scorso l’organo di autotutela della magistratura ha ascoltato il procuratore generale di Bari, Anna Maria Tosto, e Carlo Maria Capristo, fino al marzo scorso alla guida della Procura di Trani ed attualmente procuratore capo a Taranto. La Prima Commissione del CSM intende accertare e capire attraverso le audizioni se i fatti, segnalati dagli esposti anonimi, siano credibili o meno. Al momento un dato di fatto è certo: un giudice che ritiene di essere stato danneggiato da un riferimento contenuto nel libro ha citato il gip-scrittore Oliveri del Castillo in sede civile.

Andria, il legale del capostazione bacia i piedi del pm che indaga. Una foto per alimentare i veleni. Non c’è pace per la procura di Trani, alle prese da quasi un mese con la delicata indagine sul disastro ferroviario del 12 luglio, scrive Massimo Malpica, Venerdì 05/08/2016, su "Il Giornale". Una foto per alimentare i veleni. Non c’è pace per la procura di Trani, alle prese da quasi un mese con la delicata indagine sul disastro ferroviario del 12 luglio scorso nel quale hanno perso la vita 23 persone. La prima commissione del Csm ha aperto un procedimento sui magistrati pugliesi a fine luglio e la notizia è trapelata per l’intervento del togato di MI Lorenzo Pontecorvo che aveva messo in guardia dal rischio di pregiudicare «la serenità di un ufficio giudiziario impegnato nelle indagini sul grave incidente ferroviario». Alle attenzioni di palazzo dei Marescialli ci sarebbe in particolare il pm Antonio Savasta, al centro di alcuni degli esposti pervenuti al Csm. Come pure il controverso romanzo dell’ex gip di Trani Roberto Oliveri del Castillo (già ascoltato dal Csm), «Frammenti di storie semplici», che dietro nomi di fantasia racconta storture ed episodi di malagiustizia che sembrano riferirsi proprio alla procura della città a nord di Bari. Ma secondo i rumors, il procedimento si concentra anche sui rapporti tra magistrati e avvocati del distretto giudiziario, che secondo alcuni degli esposti non sarebbero sempre contenuti nei limiti della correttezza. In uno degli ultimi esposti spediti al Csm, l’imprenditore barlettano Giuseppe Dimiccoli, da tempo impegnato in un braccio di ferro giudiziario con il pm Savasta (per una questione relativa a una masseria sfociata in diversi strascichi giudiziari), allega al testo della denuncia una foto (qui a destra) scattata a una festa. La donna a sinistra è la pm tranese Simona Merra, nel pool di magistrati che indaga sull’incidente ferroviario. L’uomo che le fa il «baciapiede» è l’avvocato Leonardo De Cesare, legale del capostazione di Andria Vito Piccarreta, che dell’inchiesta è uno degli indagati. Nel suo esposto Dimiccoli collega l’immagine all’ipotesi sostenuta dal gip nel suo romanzo «che la scelta dei legali da parte degli indagati venga pilotata dalla convinzione che taluni avvocati siano legati da rapporti di amicizia e frequentazione con alcuni pm». Ovviamente Trani è una piccola città, e l’immagine sembra provare solo una certa familiarità tra il pm che indaga e il difensore di un indagato. Ma nel clima rovente della procura tranese anche l’istantanea di una festa può alzare la temperatura.

Scontro fra treni, spunta una vecchia foto della pm col legale dell'indagato: il caso al Csm. Lo scatto di tre anni fa pubblicato dal Giornale ha scatenato l'indignazione della figlia di una delle vittime. La magistrata: "Un gioco durante una festa". E l'avvocato: "Un momento di goliardia", scrive Gabriella De Matteis il 5 agosto 2016 su "La Repubblica". La pm Simona Merra con l'avvocato Leonardo De Cesare Daniela Castellano, figlia di Enrico, uno delle 23 vittime della strage ferroviaria di Andria, è la prima a commentare la foto, pubblicata sul Giornale. "Come possiamo pensare di avere giustizia per i nostri cari", scrive postando su Facebook l'immagine che in poche ore fa il giro del web per finire anche sulle scrivanie del Csm. L'avvocato Leonardo De Cesare, legale del capostazione Vito Piccarreta, principale indagato dell'inchiesta sullo scontro fra treni in cui hanno perso la vita 23 persone, finge di baciare il piede alla pm Simona Merra, nel pool dei magistrati di Trani che indaga sul disastro. "Quella foto risale al 2013", prova a difendersi la sostituta procuratrice nell'occhio del ciclone. "Vogliamo chiarezza e verità", dice ancora Daniela Castellano parlando anche a nome dei familiari delle altre vittime dello scontro tra i treni. "Siamo scioccati, allibiti e arrabbiati, la logica vorrebbe che la pm abbandonasse il caso perché noi parenti non possiamo vivere con l'incubo che le indagini possano essere influenzate da qualcos'altro". La polemica è accesa, ma il magistrato cerca di ridimensionare la portata della fotografia. Simona Merra ha avuto un colloquio con il procuratore facente funzioni Francesco Giannella: si dice serena, pronta a continuare l'indagine, parlando di "una conoscenza limitata con l'avvocato". "Non ritengo di dover formulare alcuna richiesta di astensione - aggiunge - perché non ci sono gravi motivi di opportunità. Ma se il procuratore riterrà di sollevarmi da questo incarico, chiaramente mi adeguerò". La foto è stata scattata all'inizio dell'estate del 2013, a un compleanno di una comune amica. "Lo scatto coglie in un momento di goliardia", dice l'avvocato De Cesare. Durante un gioco alla presenza di altri invitati, Simona Merra era stata schizzata con acqua e con quel gesto il legale voleva farsi perdonare. "Non ho nulla da nascondere - spiega il magistrato - De Cesare difende Piccarreta, che noi abbiamo interrogato tutti e cinque insieme alla presenza anche del procuratore. Non c'è stata alcuna attività che io ho svolto in autonomia. È un fascicolo molto delicato in cui ogni provvedimento viene firmato almeno da due sostituti. Non ho fatto nulla e non avrei motivo di favorire nessuno perché il mio compito è accertare la verità. Non comprometterei mai il mio ruolo per nessuno: avvocati, indagati e chicchessia". E anche De Cesare assicura: "Alla luce della volontà del mio assistito di collaborare con la magistratura, non si ritiene vi siano state e vi siano attualmente esigenze tali da rendere incompatibile l'esercizio dei rispettivi ruoli, anche in considerazione della delicata indagine condotta da un pool di magistrati". Nel pomeriggio, però, è lo stesso Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm, a spiegare che gli atti che riguardano il caso del pm Marra "sono già in possesso della Procura Generale della Cassazione per la valutazione degli eventuali profili disciplinari". Sul caso una prima relazione è stata trasmessa dal procuratore generale di Bari Anna Maria Tosto. "Il Csm dunque - spiega Legnini - nel rispetto delle procedure e delle garanzie previste dalla legge proseguirà la sua attività istruttoria e non mancherà di esercitare tempestivamente le sue prerogative". Del resto, nei giorni scorsi, la foto era stata inviata al Consiglio Superiore della Magistratura, allegata ad un esposto, firmato da un imprenditore pugliese che ha già denunciato un altro pm di Trani Antonio Savasta (anche lui nel pool che indaga sul disastro). La prima commissione del Csm ha così aperto un procedimento per verificare se nell'ufficio giudiziario pugliese vi siano casi di incompatibilità: procedimento nel quale, ora, dovrà essere approfondito questo nuovo esposto. Alla fine di luglio il Csm ha ascoltato il procuratore generale Anna Maria e Carlo Maria Capristo, ora procuratore a Taranto ma fino a marzo procuratore di Trani. Prima di loro, dinanzi ai componenti della prima commissione era arrivato Roberto Oliveri del Castillo, ora gip a Bari, ma in passato con le stesse funzioni a Trani, autore del libro Frammenti di storie semplici: alcuni passaggi del romanzo, per l'autore frutto di "pura fantasia", a detta di qualcuno sono sovrapponibili a episodi citati negli esposti.

Avvocato «bacia» i piedi alla pm. Foto sul Giornale. «Una goliardata». Il quotidiano pubblica l’immagine del legale del capostazione indagato e del magistrato che indaga sulla strage del treno. Il caso finisce all’attenzione del Csm, scrive Michele De Feudis il 5 agosto 2016 su “Il Corriere della Sera”. «E’ una foto di una festa di compleanno degl’inizi dell’estate 2013. Il party di una amica comune. Ovviamente si tratta di un momento di goliardia»: così l’avvocato Leonardo De Cesare, legale del capostazione di Andria Vito Piccarreta (indagato per lo scontro tra treni che ha causato 23 morti sui binari della Bari Nord), ha commentato la foto pubblicata da Il Giornale nella quale mima di baciare i piedi al pm della Procura di Trani Simona Merra, componente del pool che cura l’inchiesta sulla strage della Ferrotramviaria. La prima reazione del procuratore di Trani: «Sto verificando». La reazione su Facebook. «Gogliardata ha detto lui...peccato che le foto pubblicate sulle loro bacheche dicano altro». Così ha scritto Daniela Castellano, la figlia di una delle vittime quando ho visto la fotografia. Ed aggiunge: «Ora vogliamo chiarezza». Tanti i commenti negativi che sono seguiti al suo post. Il vice presidente del Csm ha disposto la trasmissione alla I Commissione dell'esposto con allegata la foto del pm di Trani, Simona Merri, pubblicata da alcuni quotidiani. Lo fa sapere lo stesso Legnini, ricordando che la commissione da diverse settimane «lavora ad un'istruttoria preliminare per verificare se sussistano o meno le condizioni per promuovere la procedura di incompatibilità ambientale e funzionale in relazione ai fatti narrati e ai magistrati della Procura di Trani menzionati in diversi esposti. Ho contattato - dice ancora Legnini - anche il procuratore della Repubblica facente funzioni di Trani, il dottor Giannella, che mi ha assicurato che provvederà a fare le sue valutazione nell'ambito dei poteri propri di Capo dell'Ufficio, e il Procuratore Generale di Bari, la dott.ssa Tosto, la quale mi ha informato che a breve invierà al Consiglio e ai titolari dell'azione disciplinare una prima relazione sulla vicenda. «Il Csm dunque - conclude Legnini - nel rispetto delle procedure e delle garanzie previste dalla legge proseguirà la sua attività istruttoria e non mancherà di esercitare tempestivamente le sue prerogative». È «serena» e non ritiene di dover abbandonare l'indagine sull'incidente ferroviario. «Non ritengo di dover formulare alcuna richiesta di astensione perché non ci sono gravi motivi di opportunità - ma se il Procuratore riterrà di sollevarmi da questo incarico chiaramente mi adeguerò». La pm spiega che la foto «risale a luglio del 2013», e precisa di aver «avuto una conoscenza limitata» a quel periodo «con l'avvocato De Cesare». Merra ricorda che erano a una festa e durante un gioco fatto alla presenza degli altri invitati lei era stata schizzata con acqua e l'avvocato le stava solo chiedendo scusa. La pm precisa di aver gestito il fascicolo, di cui è coassegnataria insieme ad altri colleghi, «serenamente e senza condizionamento». «Ho fatto una relazione al procuratore facente funzioni - evidenzia - e gli ho rappresentato come stanno le cose. Dopodiché sono serena. È tutto alla luce del sole». Merra ribadisce di non aver «nulla da nascondere: ho una vita trasparente», dice. «De Cesare - sottolinea - difende Piccarreta che noi abbiamo interrogato tutti e cinque insieme alla presenza anche del procuratore. Non c'è stata nessuna attività che io ho svolto in autonomia. È un fascicolo molto delicato dove ogni provvedimento viene firmato almeno da due sostituti. Mai singolarmente». «Non ho fatto nulla - prosegue - e non avrei motivo di favorire nessuno perché il mio compito è accertare la verità. A prescindere da quelli che possono essere gli avvocati che difendono gli indagati». «La posizione di Piccarreta - rileva la pm - tra l'altro si è cristallizzata da subito e c'è poco da discutere». «Io - rimarca Merra - devo dare conto al mio capo e se quel capo riterrà che io debba rinunciare a gestire questo fascicolo, ancorché è un fascicolo mio perché io ero di turno quel giorno e sono il pm tabellarmente competente, mi adeguerò. Però rispondo in prima persona degli atti che firmo e non comprometterei mai il mio ruolo per nessuno: avvocati, indagati e chicchessia». «I miei fascicoli sono qui - conclude - mai nessuno ha potuto fare considerazioni sul mio operato. Ci sarà una ragione».

"Baciapiede" tra pm e avvocato. Spuntano altre foto, indaga il Csm. I familiari delle vittime: siamo avviliti, si faccia da parte. Spuntano nuove foto, scrive Massimo Malpica, Sabato 6/08/2016, su "Il Giornale". La foto del «baciapiede» tra il pm tranese Simona Merra e l'avvocato Leonardo Di Cesare -, la prima nel pool che indaga sul disastro ferroviario del 12 luglio scorso, il secondo difensore del capostazione di Andria indagato per l'incidente - finisce trasmessa, insieme all'esposto al quale era allegata, alla Prima Commissione del Csm. L'iniziativa è stata del vicepresidente di Palazzo Marescialli, Giovanni Legnini, che conferma in una nota come la Prima Commissione stia da tempo lavorando a «un'istruttoria preliminare per verificare se sussistano o meno le condizioni per promuovere la procedura di incompatibilità ambientale e funzionale in relazione ai fatti narrati e ai magistrati» tranesi coinvolti «in diversi esposti». Molti dei quali riguardano proprio i rapporti tra magistrati e avvocati del distretto. Anche la denuncia con la foto del pm Merra, ha aggiunto Legnini «confluirà pertanto nella procedura in corso e nell'ambito della stessa sarà valutato». Foto ed esposto sono stati già trasmessi anche alla Procura Generale della Cassazione per valutare eventuali profili disciplinari, insiste Legnini, che ha anche parlato con il procuratore capo facente funzioni di Trani - e coordinatore del pool che indaga sull'incidente - Francesco Giannella, che «mi ha assicurato che provvederà a fare le sue valutazioni», mentre il procuratore generale di Bari, Anna Maria Tosto, «a breve invierà» al Csm «una prima relazione sulla vicenda». Si dice invece «serena» la pm Merra, che spiega di non voler astenersi dall'incarico «perché non ci sono gravi motivi di opportunità», pur rimettendosi alle valutazioni del procuratore: «Se riterrà di sollevarmi da questo incarico chiaramente mi adeguerò». La foto, spiega il magistrato, venne scattata durante un gioco a una festa nell'estate 2013, unico periodo nel quale la pm avrebbe avuto una «conoscenza limitata» con l'avvocato (ma di foto ce n'è almeno un'altra, come vedete qui a fianco), che da parte sua ha confermato la «datazione» dello scatto, derubricato a «goliardata». Che però ha mandato su tutte le furie la figlia di una delle vittime dello schianto tra i treni della Ferrotramviaria, Daniela Castellano, «scioccata, avvilita e arrabbiata». «Noi parenti non possiamo vivere con l'incubo che le indagini possano essere influenzate da qualcos'altro», commenta la donna, chiedendo un passo indietro alla pm Merra.

La pm lascia l’inchiesta sulla strage. «Ma essere bella non è un peccato». Il magistrato Simona Merra rinuncia dopo il caso delle foto con l’avvocato Leonardo De Cesare che difende uno degli indagati: «Era la mia festa in discoteca e mi ha fatto gli auguri», scrive Fabrizio Caccia il 7 agosto 2016 su "Il Corriere della Sera". «Ci ho riflettuto tutta notte, perché a caldo anzi avrei voluto continuare. Mi dicevo: Simona, tu non hai nulla da nascondere, tu non hai fatto niente di male. Perché, dopo tanto lavoro, dovresti lasciare? Tu quella maledetta mattina del 12 luglio eri già lì dall’inizio, a fare il sopralluogo. Perché?». La pm di Trani Simona Merra è un fiume in piena. Alla fine del giorno più lungo — in cui ha deciso di lasciare l’inchiesta sulla strage del binario unico in Puglia — si sfoga senza più freni con una persona amica. Ha visto le due nuove foto pubblicate ieri mattina dail Giornale che la ritraggono sempre in lieta compagnia dell’avvocato Leonardo De Cesare, non uno qualunque ma il difensore del capostazione di Andria, Vito Piccarreta, uno degli indagati. La foto in cui lui faceva finta di baciarle un piede risale al luglio 2013 e ha fatto indignare moltissimo i familiari delle 23 vittime della strage. Queste due nuove foto, forse, sono state la goccia. «Ah la foto in cui ho il vestito di pizzo bianco. Anzi, color panna? E l’altra è quella in cui porto il soprabito, vero? Sì, sono del 9 febbraio 2014, il mio compleanno di due anni fa — si sfoga la pm —. Avevo organizzato una festa alla discoteca Chiascia, frazione di Palombaio, Bari. Il proprietario è mio amico. Sapevo che la sera dell’8 era in programma un evento con Umberto Smaila, così ho pensato di far coincidere la mia festa con la fine dello spettacolo e fare tutti insieme il brindisi a mezzanotte. E al Chiascia quella sera c’era anche l’avvocato Leonardo De Cesare, eh, che ci posso fare?, ma non l’avevo invitato io! Lui stava lì per conto suo con altri amici, ma noi ci conoscevamo e così mi ha abbracciato per farmi gli auguri. Tutto qua. Però, lo giuro perché adesso me lo chiedono in tanti, tra noi non c’è mai stato un flirt! Poi a me piacciono gli uomini bruni, mentre lui è biondo e predilige una fascia d’età che di sicuro non è la mia. Comunque per ragioni sentimentali due anni fa io ho cambiato giro e non ci siamo più frequentati». Già, però al Csm non devono aver gradito neppure quei brutti scivoloni sul suo profilo Facebook, in cui la Merra si definisce «beata tra gli uomini», svela dettagli intimi come «puoi dire a billy che il perizoma non lo uso più». Scherzava probabilmente, ma ora anche l’uso spregiudicato dei social le sarà contestato. Da sabato, comunque, la pm di Trani non si occupa più della strage dei treni: «L’ho fatto per restituire serenità ai miei due figli e all’intera Procura. Questa mattina (ieri, ndr) alle 8 mi sono blindata in ufficio e ho deciso di preparare la richiesta di astensione. Il mio capo, Francesco Giannella, ha apprezzato molto, lodando il mio senso di responsabilità. Da domani lavorerò su nuovi fascicoli con lo stesso impegno di sempre. Spero almeno che i familiari delle vittime ora siano contenti. Hanno chiesto che facessi un passo indietro e io l’ho fatto. Mi auguro però che d’oggi in poi finiscano tutti questi pettegolezzi infondati, questo fastidioso chiacchiericcio da mercato». A farle male — dice — son state soprattutto le cattiverie sui social: «Essere una bella donna non è mica un peccato!». Anche l’avvocato De Cesare appare indignato: «Son tutte foto vecchie! Eppoi io sono un mattacchione, mi piace scherzare con tutti, faccio il maestro di surf, il maestro di sci... Se avessi avuto un flirt con la dottoressa Merra, non avrei accettato l’incarico dall’inizio! Sono molto addolorato. Mi dispiace perché è una persona integerrima. Eppoi io con il mio assistito da subito abbiamo scelto la strada della piena collaborazione con i magistrati: il processo è bell’e segnato! Piccarreta si è assunto subito la responsabilità nel primo interrogatorio. Ne abbiamo chiesto un altro: produrremo un plastico dei treni per provare a spiegare le concause del disastro». Daniela Castellano, figlia di Enrico, una delle 23 vittime, anche dopo il passo indietro della pm, resta diffidente: «Speriamo non ci siano altri errori in futuro».

Caso Merra, parla l'avvocato: “Era il pegno di un gioco e io alle feste divento un molestatore seriale”. De Cesare: “Mi spiace per i parenti di chi è morto in quell'incidente ferroviario, ma è normale scherzare con i magistrati”, scrive Gabriella De Matteis il 7 agosto 2016 su “La Repubblica”. "La dottoressa ha lasciato l'inchiesta? Mi dispiace. Non credo sia giusto". Leonardo De Cesare, 45 anni, è appena tornato da Gallipoli. "Io sono molto sportivo. Stavo facendo surf. Poi mi hanno chiamato per dirmi quello che stava succedendo".

La foto di lei che fa finta di baciare il piede del pm Merra ha suscitato molte polemiche.

"Ho già spiegato il senso di quell'immagine. Io sono molto allegro, mi piace scherzare, sono un molestatore seriale in senso positivo si intende. Era l'estate del 2013, ad una festa di compleanno. Avevo fatto qualche gavettone e un po' di acqua ha schizzato il vestito della dottoressa. Gli amici mi hanno detto che come penitenza avrei dovuto baciarle i piedi. Ecco tutto. Ma io sono fatto così: quando sono in compagnia sono goliardico. Avrei baciato anche i piedi a un procuratore, ma non per il suo ruolo. Chi mi conosce lo sa. Era un debito d'onore e io l'ho pagato e dopo tutte queste polemiche sto continuando a pagarlo".

Le famiglie delle vittime, però, hanno protestato.

"E di questo sicuramente mi dispiace perché qualcuno ha voluto dare una interpretazione maligna a quella foto. Con la dottoressa Merra, che io conosco, i rapporti sono sempre stati improntati alla massima correttezza professionale. Io difendo Vito Piccarreta, il capo stazione che, sin dall'inizio, ha deciso di collaborare alle indagini, di dire tutto quello che sa perché qui siamo di fronte ad un disastro costato la vita a 23 persone. Abbiamo appena depositato la richiesta di un nuovo interrogatorio perché Piccarreta vuole essere utile, in ogni modo".

Intanto, però, la dottoressa Merra ha lasciato l'incarico. Dopo la foto del finto bacio sono spuntate anche altre immagini.

"Guardi, io neanche me lo ricordavo quello scatto perché se vado a una festa è normale che si facciano delle fotografie, non ho nulla da nascondere. Il mio carattere è quello, non ho segreti".

La dottoressa Merra ha parlato di "una conoscenza limitata".

"Ma certo. Conosco la dottoressa, come conosco altri magistrati, anche perché io ho ricoperto l'incarico di vice procuratore onorario".

E le feste?

"Può capitare che ad una festa di compleanno incontri magistrati, giudici, o avvocati, ma non mi chieda chi perché, scherzando le dico, che faccio fatica anche a ricordare le ragazze con cui esco. Trani è un piccolo centro. Abbiamo studiato insieme al liceo, all'università di Bari, qualcuno ora fa il magistrato, anche fuori città, qualcun altro, invece, il legale. L'ambiente è quello. Che cosa dovremmo fare? Girarci dall'altra parte quando ci incontriamo per strada? Ma questo non significa che siccome un magistrato lo incontro ad una festa o è un mio amico, poi in Tribunale gli chiedo un favore o lui lo fa a me".

Ha letto il libro del giudice Del Castillo. Qualcuno dice che ci siano riferimenti non positivi all'ambiente giudiziario di Trani.

"No, ho di meglio da fare".

Il caso della foto, quindi, secondo lei, è stato ingigantito?

"Certo. Sto ricevendo molte attestazioni di solidarietà in queste ore. Io intanto sto preparando le querele".

A chi?

"A chi ha voluto dare interpretazioni fuorvianti. Io non ho nessun interesse a uscire sui giornali. Con una battuta potrei dire che sono abituato ai cartelloni (l'avvocato è stato testimonial del brand Mascalzone Latino, ndr). 

La toga non fa il santo. Durante l'ultimo ventennio la stampa di sinistra li ha resi tutti vergini e intoccabili in chiave antiberlusconiana. Sarebbe ora che li riportassero sulla terra, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 7/08/2016 su "Il Giornale". Il pm Simona Merra ieri si è dimessa dall'inchiesta sul disastro ferroviario di Andria. Le foto, pubblicate da questo giornale, che la ritraggono in atteggiamenti sconvenienti con l'avvocato Leonardo De Cesare, difensore di alcuni imputati dell'inchiesta stessa, hanno scoperchiato un intreccio di relazioni incompatibile con un corretto corso della giustizia al di sopra di ogni sospetto. Non sappiamo se il Csm - l'organo di autogoverno delle toghe - che sul caso ha aperto un'inchiesta, andrà oltre sul piano disciplinare. La cosa non ci riguarda. Per noi il punto è un altro, e va oltre il palese conflitto di interesse insito nell'intimità tra un pm e un avvocato controparte in una indagine su venti morti. E cioè aver dimostrato che i magistrati non sono degli dei immacolati appartenenti a una casta superiore priva dei vizi e delle debolezze di noi comuni mortali. Le foto di Simona Merra e Leonardo De Cesare sono le stesse - lui che le bacia inginocchiato un piede e che le sfiora provocante il ventre - che si possono trovare sui social e sui telefonini di molti uomini e donne di mezza età come ricordo di una festa o serata nella quale si è bevuto un bicchiere di troppo. Nulla di male, la sconvenienza e il decoro, così come il senso del pudore, se non costituiscono reato, sono parametri soggettivi e non saremo certo noi a dare pagelle morali. E chissà di quanti altri magistrati si potrebbero documentare situazioni simili se solo si potessero aprire i loro telefonini e computer con la stessa leggerezza con la quale loro aprono i nostri. Perché questi signori, che ci guardano dall'alto, che a volte irrompono nelle nostre vite oltre il lecito, che mettono alla berlina le nostre vite private e sputano sentenze morali manco fossero sacerdoti, in realtà sono esattamente come noi, con le nostre stesse pulsioni, passioni, ambizioni. Come in qualsiasi categoria, anche nella loro ci sono santi e peccatori, geni e cretini, onesti e mascalzoni, incorruttibili e venduti, asceti e sessuomani, depressi, alcolizzati e via dicendo. Durante l'ultimo ventennio la stampa di sinistra li ha resi tutti vergini e intoccabili in chiave antiberlusconiana. Sarebbe ora che li riportassero sulla terra. Che indaghino seriamente e la smettano di fare i maestrini, perché in quanto a vita privata e a costumi morali non possono certo scagliare la prima pietra.

Trovato il fotografo del bacio del piede: è un magistrato! Scrive Giovanni M. Jacobazzi il 12 ago 2016 su "Il Dubbio". Lo svela una nota dell'Anm, che lo redarguisce perché "spione". «È preciso obbligo denunciare, ma senza scegliere forme comunicative anomale e che possano creare discredito». È proprio un clima "sereno" ed "idilliaco" quello che contraddistingue il palazzo di Giustizia di Trani. Questa "serenità" la si percepisce chiaramente dalla lettura del comunicato diramato l'altro giorno dalla locale sottosezione dell'Associazione Nazionale Magistrati. Una nota che fa seguito alle polemiche scatenatesi dopo la pubblicazione su alcuni quotidiani della foto che ritraeva la pm tranese Simona Merra intenta a farsi baciare il piede dall'avvocato Leonardo De Cesare. La prima, ricordiamolo, nel pool di magistrati che indaga sull'incidente ferroviario della tratta Bari-Barletta dove il 12 luglio scorso persero la vita 23 persone, il secondo, legale del capostazione di Andria Vito Piccaretta, uno dei principali indagati per il disastro ferroviario. Si legge nella nota del sindacato delle toghe: "È preciso obbligo del magistrato denunciare, in modo formale e nelle sedi previste per legge, i comportamenti deontologicamente scorretti o illeciti di cui egli abbia avuto conoscenza nell'esercizio delle sue funzioni, senza scegliere forme comunicative anomale e che, anche per la sua genericità insidiosa possano creare discredito anche ai colleghi che svolgono la funzione giurisdizionale con onore e autorevolezza". Tradotto, il "colpevole" del clamore mediatico suscitato dalla scatto dal sapore fetish è stato scoperto. È un collega della Merra, reo di aver creato, appunto, "discredito ai colleghi che svolgono la funzione giurisdizionale con onore e autorevolezza". Le generalità di questo magistrato ai più non sono al momento note, ma ai diretti interessati sicuramente sì, avendo costui preso parte alla festa di compleanno della pm, luogo dove sarebbe avvenuta la foto incriminata, oltre che come ospite anche come fotografo involontario. Senza dover scomodare il Consiglio Superiore della Magistratura che era prontamente intervenuto sul punto, "ho disposto - aveva detto il Vice Presidente Giovanni Legnini - la trasmissione alla I Commissione (competente sui profili di incompatibilità, ndr) della foto della dottoressa Merra. Gli atti, inoltre, sono già in possesso della Procura Generale della Cassazione per la valutazione degli eventuali profili disciplinari", la vicenda per l'Anm tranese è dunque risolta. Inutile quindi, che Legnini abbia contattato anche il procuratore della Repubblica facente funzioni di Trani, il dottor Giànnella, che gli ha "assicurato che provvederà a fare le sue valutazione nell'ambito dei poteri propri di Capo dell'Ufficio", e il Procuratore Generale di Bari, la dottoressa Tosto, che lo ha informato che "a breve invierà al Consiglio e ai titolari dell'azione disciplinare una prima relazione sulla vicenda". Tutto tempo perso. È il magistrato "fotografo" quello che deve essere oggetto del "pronto e rigoroso accertamento" presso gli organi di garanzia e controllo. Questa presa di posizione dell'Anm legittima pienamente le parole dell'avvocato De Cesare. Che, tranchant, dichiarò ad una giornalista che lo intervistava: "Può capitare che ad una festa di compleanno incontri magistrati, giudici, o avvocati, ma non mi chieda chi perché, scherzando le dico, che faccio fatica anche a ricordare le ragazze con cui esco. Trani è un piccolo centro. Abbiamo studiato insieme al liceo, all'università di Bari, qualcuno ora fa il magistrato, anche fuori città, qualcun altro, invece, il legale. L'ambiente è quello. Che cosa dovremmo fare? Girarci dall'altra parte quando ci incontriamo per strada?" Neppure lontanamente si fa, dunque, menzione della parola "opportunità" e, per le toghe, al "dovere di astensione". In certe realtà del Paese il sistema giustizia è gestito in maniera autoreferenziale senza controllo alcuno. Al di sopra della legge e della deontologia. Con tanti saluti ai principi cardine di terzietà ed imparzialità. Eppure esiste l'art. 1 comma 2 del decreto legislativo 109 del 2006, "Disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati": "Il magistrato, anche fuori dall'esercizio delle proprie funzioni, non deve tenere comportamenti, ancorché legittimi, che compromettano la credibilità personale, il prestigio e il decoro del magistrato o il prestigio dell'istituzione giudiziaria". E poi il successivo art. 3 che elenca gli illeciti disciplinari fuori dell'esercizio delle funzioni: "ogni comportamento tale da compromettere l'indipendenza, la terzietà e l'imparzialità del magistrato, anche sotto il profilo dell'apparenza". Il Consiglio di Stato, a proposito dei criteri di comportamento che un giudice amministrativo deve avere nella vita sociale, scrive in un suo regolamento, "i rapporti di amicizia con gli avvocati sono espressioni di esercizio delle libertà della vita di relazione. Nella certezza che mai l'avvocato li dichiarerà con clienti o possibili clienti. Ove questo dovesse accadere è tenuto ad interrompere tali rapporti". Per la cronaca, dopo l'iniziale sua difesa, la Merra ha fatto richiesta di astensione dalla trattazione del procedimento sul disastro ferroviario.

Pretendiamo trasparenza anche dalla Giustizia, scrive Annalisa Chirico, Sabato 6/08/2016 su "Il Giornale". Questa non è una foto, è molto di più. Dopo l'imbarazzante «baciapiede», ecco l'abbraccio, con la mano dell'avvocato Leonardo de Cesare che sfiora la pancia del pm di Trani Simona Merra. Un gesto che tradisce confidenza e amicizia, le ragioni per le quali il magistrato Merra avrebbe dovuto astenersi dall'inchiesta che annovera tra gli indagati un capostazione difeso, guarda caso, dal biondo De Cesare, avvocato e testimonial del brand Mascalzone latino. Con lui, ha sostenuto Merra, ho avuto «una conoscenza limitata a quel periodo», luglio 2013. Peccato che questa seconda foto, pubblicata in esclusiva dal Giornale, risalga ai primi mesi del 2014. Le foto imbarazzanti sono sparite dal profilo Facebook del magistrato, ma non dalla memoria di qualcuno. Viene da chiedersi se qualcuno possa poi stupirsi se la fiducia dei cittadini italiani nella giustizia sia tra le più basse in Europa. Non c'entra la politica, non c'entrano i salvacondotti o la querelle sulla prescrizione. Le foto in questione sono il ritratto del piccolo mondo incantato e autoreferenziale di magistrati e avvocati di provincia, che gestiscono un sistema di relazioni e potere fuori da ogni controllo. La trasparenza resta un miraggio, incarichi e consulenze vengono assegnati quotidianamente senza un meccanismo effettivo di accountability. Pretendiamo la trasparenza totale dalla politica, dovremmo fare altrettanto con chi amministra la giustizia in nome del popolo italiano.

«Strage Corato-Andria ferrovieri impreparati». L'incidente del 2016. In arrivo l'indagine tecnica del ministero: «Non c'entra il binario unico», scrive l'1 Dicembre 2017 Massimiliano Scagliarini su "La Gazzetta del Mezzogiorno". La mancanza del doppio binario non può essere considerata una concausa dell’incidente. E il sistema di blocco telefonico, pur obiettivamente vetusto, era regolarmente autorizzato in base alle norme vigenti all’epoca. Il motivo dello scontro tra due treni della Ferrotramviaria che il 12 luglio 2016 ha fatto 23 morti e 50 feriti (di cui 7 gravissimi) va cercato negli errori commessi da tre diversi addetti (un capotreno e due capistazione), il cui livello di preparazione tecnica lascerebbe molto a desiderare. Possono essere riassunte così le conclusioni dell’inchiesta tecnica che il ministero delle Infrastrutture si prepara a depositare, in contemporanea - o quasi - con la chiusura delle indagini avviate dalla Procura di Trani. «Il rapporto di indagine sarà reso pubblico tra una quindicina di giorni», conferma alla «Gazzetta» l’ingegner Fabio Croccolo, direttore della Fema (la direzione del ministero che si occupa delle investigazioni ferroviarie e marittime). Le conclusioni sono ancora riservate, anche se mercoledì a Roma i periti hanno incontrato i familiari delle vittime. Del pool di investigatori fa parte anche un pugliese, l’ingegner Vito Pascale (Ferrovie del Gargano), un esperto di sicurezza che ha collaborato alle indagini tecniche su diversi altri incidenti. Gli esperti del ministero la scorsa settimana hanno incontrato anche i pm della Procura di Trani che coordinano le indagini, e che hanno ricevuto una bozza della relazione. Per quanto la Procura abbia infatti i propri periti, l’accertamento tecnico e quello giudiziale sono andati infatti di pari passo. Nell’inchiesta giudiziaria sono indagati dal principio il capostazione di Andria, Vito Piccarreta, quello di Corato, Alessio Porcelli, e il capotreno del convoglio partito per errore, Nicola Lorizzo (l’altro capotreno e i due macchinisti sono morti nell’incidente). La dinamica dello scontro è ormai definitivamente chiara: l’ET1021 partì alle 10,58 da Andria (con il via libera di Piccarreta) nonostante non si fosse verificato il prescritto incrocio in stazione con l’ET1016 proveniente da Corato. L’errore nel dare il via libera, la telefonata (quella da Corato ad Andria) fatta «dopo» e non «prima» della partenza del treno, e infine il capotreno dell’ET1021 (un Alstom Coradia) che avrebbe dovuto aspettare di vedere con i propri occhi l’ET1016 (uno Stadler Flirt) prima di dare la partenza al suo macchinista. Questi sono i tre errori gravi. Forse causati, secondo la perizia tecnica ministeriale, anche da una insufficiente preparazione. La Procura di Trani ipotizza a vario titolo, come noto, i reati di disastro ferroviario, omicidio e lesioni colpose, oltre che violazioni alle normative sulla sicurezza del lavoro: riguardano i ferrovieri, ma anche i manager e gli amministratori di Ferrotramviaria. Ma negli ultimi giorni gli accertamenti si sarebbero concentrati anche su un livello superiore, quello che si sarebbe dovuto occupare dei controlli: sia il ministero delle Infrastrutture, che con l’Ustif aveva la vigilanza sulle reti concesse al momento dell’incidente, sia l’Ansf che ha ereditato la competenza a seguito del decreto del 5 agosto 2016 del ministro Graziano Delrio. Gli inquirenti sembrerebbero interessati a stabilire se ci sono state eventuali omissioni nella catena delle verifiche sulle autorizzazioni, e ritardi nel trasferimento delle competenze all’Agenzia nazionale per la sicurezza che - fino al giorno della strage - si occupava soltanto della rete Rfi. La norma di riferimento (il Dlgs 112/2015) impone la competenza dell’Ansf solo sulle reti private «connesse» con la rete nazionale, e quella di Fnb tecnicamente non lo era: fu necessario l’atto d’imperio del ministro per forzare la mano e far scattare gli standard di sicurezza più stringenti, quelli che ancora oggi costringono buona parte dei treni pendolari italiani a non superare i 50 km l’ora.

Scontro treni, nel 2002 i soldi della sicurezza non furono spesi. La Finanza: la Regione aveva stanziato 7 milioni per la Bari-Barletta ma Ferrotramviaria disse che non conveniva spenderli così, scrive il 25 Gennaio 2018 Massimiliano Scagliarini su "La Gazzetta del Mezzogiorno". La tesi della Procura di Trani, che dovrà ora essere portata all’esame di un tribunale, è ben sintetizzata nel provvedimento con cui il gip Rossella Volpe ha autorizzato una serie di intercettazioni telefoniche. «I vertici di Ferrotramviaria erano ben consapevoli degli interventi mitigativi che sarebbero stati necessari per continuare a operare alla stregua dei requisiti di sicurezza imposti dalle norme nazionali in assenza di sistemi di sicurezza automatici e si ponevano il problema dei costi dell’adeguamento delle linee». I costi dell’adeguamento: secondo l’accusa, la tratta Andria-Corato su cui si verificò l’incidente del 12 luglio 2016 era priva di qualunque dispositivo elettronico perché non conveniva. Per dimostrare questa tesi, che getta ombre molto pesanti, la Procura di Trani ha valorizzato dei tanti documenti scovati dalla Finanza tra i progetti depositati da Ferrotramviaria alla Regione. Massimo Nitti, attuale direttore generale e all’epoca direttore di esercizio, già nel 2005 (a valle di un accordo di programma firmato già dal 2002) spiegava al ministero delle Infrastrutture che l’installazione del sistema di blocco automatico, inizialmente prevista su tutta la Bari-Barletta, era stata limitata alla sola Ruvo-Corato cioè alla tratta a doppio binario. Perché? Per «evitare l’installazione di impianti destinati ad essere rimossi o pesantemente modificati in tempi non certo compatibili con il loro ammortamento». Detto in altri termini: siccome dopo Ruvo era comunque previsto il raddoppio dei binari, che avrebbe comunque comportato la realizzazione da zero dei sistemi tecnologici, Ferrotramviaria preferiva spendere una sola volta. Una «logica aziendale, basata su ragioni eminentemente economiche» secondo il gip Volpe che per lo stesso motivo ritiene Ferrotramviaria responsabile di aver minimizzato il rischio: se già dal 2005 avesse introdotto misure di mitigazione, come i 20 «quasi incidenti» registrati dal 2003 al 2016 avrebbero suggerito di fare, si sarebbe prodotto «un sensibile calo della produttività e quindi della redditività dell’impresa», visto che significava (come sta accadendo oggi, da dopo l’incidente) rallentare i treni o introdurre il servizio a spola (un unico treno che fa avanti e indietro tra due punti). Ed è proprio per evitare questo, secondo l’impostazione accusatoria, che Ferrotramviaria avrebbe evitato di comunicare i 20 incidenti sfiorati alle autorità di controllo: una decisione di cui ora la Procura di Trani chiede conto sia agli amministratori che ai dirigenti di vertice. Gli atti del «grande progetto» di ammodernamento della Bari-Barletta (finanziato dalla Ue con 83 milioni) sono stati passati al setaccio dai finanzieri, che in una lunga informativa sottolineano come «da nessuna parte» sia indicata «la specifica esigenza della messa in sicurezza della circolazione sulla tratta Corato-Andria», il cui raddoppio (già programmato prima) è stato affidato pochi mesi dopo l’incidente. E del resto, nell’accordo di programma del 2002 di cui abbiamo parlato prima, un accordo da 109 milioni, inizialmente erano previsti 7,2 milioni di euro per l’installazione del blocco automatico su tutta la linea fino a Barletta. Ma il conte Enrico Maria Pasquini, all’epoca numero uno di Ferrotramviaria, propose di dimezzare l’investimento in sicurezza da 7,2 a 3,6 milioni, utilizzando la differenza per incrementare le somme destinate all’acquisto di quattro elettrotreni. Una proposta accolta dalla Regione e dal ministero delle Infrastrutture a luglio del 2004: nessuno dei vertici ebbe da ridire. Questo accordo, nato nel 2002, si è trascinato fino al 2011, con una serie di finanziamenti integrativi che hanno sì interessato la sicurezza, ma sempre fino a Ruvo: «Per la Corato-Andria (e Barletta) - scrive la Finanza nell’informativa - sono stati sostanzialmente azzerati i fondi destinati alla sicurezza della marcia del treno». L’idea è insomma che la sicurezza non fosse tra le priorità della Ferrotramviaria, che nell’ultimo decennio ha avuto un enorme boom di traffico e lo ha sostenuto con l’acquisto di treni moderni e confortevoli (Alstom e Stadler), grazie ai quali ha potuto aumentare il numero di passeggeri e anche gli utili di bilancio. La sicurezza della tratta finale, quella da Ruvo a Barletta, semplicemente non era ritenuta urgente, nonostante i soldi fossero (almeno in teoria) disponibili già dal 2002. «Vi è quindi prova documentale - scrive la Finanza nelle sue conclusioni - che l’ipotesi di realizzare il “blocco automatico” sul binario unico ha avuto una genesi che, dal punto di vista temporale, precede di alcuni anni la proposta di finanziamento del raddoppio della linea interessata dal disastro ferroviario». Cioè, detto in altri termini: l’intera linea poteva essere dotata di blocco automatico fin dal 2004 o giù di lì. I soldi c’erano. Ma qualcuno decise che non valeva la pena spenderli in quel modo.

Il disastro ferroviario in Puglia sulla tratta Corato-Andria ed il Binario unico del giornalismo italiano. Che fine hanno fatto la mamma e la figlia trovate morte avvinghiate?

La puntualizzazione del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. "Sono 23 le vittime del disastro ferroviario avvenuto in Puglia il 12 luglio 2016 alle ore 11.05 sulla tratta Corato-Andria; 52 i feriti transitati dai pronto soccorsi degli ospedali; 24 le persone attualmente ricoverate, otto dei quali in prognosi riservata, tra cui il piccolo Samuele che 7 anni appena compiuti e che era con la nonna, morta nell'incidente ferroviario. Non ci sono dispersi. I dati sono stati ufficializzati in una conferenza stampa che si è tenuta dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano e dal professor Franco Introna, primario di Medicina Legale del Policlinico di Bari il 13 luglio 2016 alle ore 14.30. Otto cadaveri individuati da dettagli: anelli, fotografie o carte che gli infermieri hanno mostrato ai familiari. Per quasi tutti i giornali Giuseppe Acquaviva è lo sfortunato contadino morto sul suo campo. Per “Andria Live”, invece, Giuseppe Acquaviva, 59 anni, di Andria, era disoccupato e viaggiava con la sorella Serafina Acquaviva, detta Lella, 62 anni, anche lei morta nell'impatto. Per “La Repubblica”, invece, era un ragioniere. E poi la chicca. Da più fonti e con più interviste si è parlato che i soccorritori si sono ritrovati anche davanti ad una scena di due corpi esanimi abbracciati: una madre e sua figlia. I loro nomi, però, non risultano tra quelli comunicati dalle autorità come vittime riconosciute o non riconosciute. Sono state ritrovate senza vita una madre e sua figlia, avvinghiate l'una all'altra in quell'ultimo abbraccio istintivo e protettivo. Una scena drammatica che i soccorritori si sono trovati dinanzi agli occhi, non appena giunti sul luogo del disastro, su quel tratto ferroviario a binario unico che collega Bari a Barletta, in Puglia. A raccontarlo sono gli stessi soccorritori all'emittente locale Telenorba ed ad altre emittenti private. Testimonianze su cui hanno ricamato i loro commenti centinaia di giornalisti. "Erano contro un ulivo, la mamma con il suo corpo proteggeva la bimba piccola ed erano in posizione fetale. Sono le prime che ho trovato, in mezzo a teste, braccia, mezzi busti sparsi ovunque sotto gli ulivi", ha raccontato Marianna Tarantini, una volontaria del Ser di Corato, una delle prime ad arrivare sul luogo dell'incidente. Che sia una bufala a cui tutti ci sono cascati? Scrivevano i giornali: Giuseppe Acquaviva, il contadino proprietario del fondo, 51 anni, nato ad Andria il 15.02.1957, faceva il contadino. La mattina dell'incidente lavorava nel suo campo agricolo, che confinava con la ferrovia. Era impegnato nella potatura degli alberi, quando alcuni pezzi dei treni lo hanno colpito in pieno. L'uomo è morto in ospedale. Stava lavorando nel suo campo di fianco al luogo dell'incidente. Poi è arrivato lo schianto, i finestrini che esplodono, i pezzi di ferro lanciati a velocità folle in tutte le direzioni. Uno di questi lo ha colpito in testa. Era arrampicato su un albero, lì vicino alle rotaie, Giuseppe Acquaviva. La sua campagna sfiora la ferrovia, al rumore dei treni che passano non ci faceva più caso. Perché la sua morte è pura follia, un maledetto sbaglio. Ieri mattina stava tagliando i rami, non ha fatto in tempo a voltarsi al boato dei due convogli che si schiantavano. Le lamiere lo hanno investito, i pezzi dei convogli gli sono arrivati addosso come schegge impazzite. Il contadino è morto, la stessa fine dei pendolari e dei passeggeri, lui che sul treno non c’era e non stava andando da nessuna parte. Era lì, a tagliare i rami. L’unica vittima del disastro ferroviario che non è stata recuperata tra i rottami dei convogli. L’hanno trovato sotto il suo albero. «Non aveva alcun segno sul corpo - raccontano i medici del Bonomo - solo un buco impressionante in testa. Non c’era nulla da fare». Adesso quella campagna è un cimitero, solo sangue e lamiere sparse ovunque. Tranne che inserire il nome di Giuseppe nella lista dei morti del treno. 

E poi ci sono i commenti degli idioti italici.

“20 terroni deceduti, grande notizia!”, il post razzista fa infuriare Facebook. A poche ore dalla tragedia ferroviaria, compare su Facebook un post razzista di tal Giorgio Cutrera: " 20 terroni deceduti...Grande notizia... - si legge - 20 non sono tanti, ma è pur sempre meglio di niente”. Il web si indigna e lo segnala alla Polizia Postale, scrive il 12 luglio 2016 “Trnews”. Mentre il Salento, come il resto d’Italia resta senza parole davanti alla tragedia che questa mattina ha macchiato di sangue i binari tra Andria e Barletta, qualcun altro sembra che sia riuscito persino a prendersi cinque minuti per ironizzare su questo catastrofico episodio: “20 terroni deceduti…Grande notizia…non sono tanti, ma è pur sempre meglio di niente”. Questo è quanto si legge nel post che ha mandato in furie tutto il popolo di Facebook. “Che dio benedica i malfunzionamenti e i disagi”, si continua a leggere nello status su cui è pubblicata anche la foto dell’incidente ferroviario. Inutile dire che il post sta facendo il giro del web, accompagnato da una valanga di commenti e offese contro l’autore di questo gesto inaccettabile. Il profilo risulta privato, ma è già stato segnalato alla Polizia Postale. Ed ancora...

Tragedia ferroviaria in Puglia, riecco i razzisti social: lazzi e battute sui “terroni morti”, scrive il 12 luglio 2016 Gianmaria Roberti su “Il Desk”. Non sono isolati gli episodi di chi esulta per la strage dei treni. Su Facebook è stato aperto un gruppo per denunciare gli account discriminatori. E’ il corollario permanente di ogni sciagura. L’idiota del web colpisce anche per la strage ferroviaria nel Barese. C’è il razzista da tastiera che scippa il cantautore pugliese Caparezza, trasformando il brano “Vieni a ballare in Puglia” nel macabro “Vieni a scontrarti in Puglia”, didascalia dell’immagine con i treni accartocciati che ha fatto il giro del mondo. Ma sui social sono tutt’altro che isolati i commenti entusiastici. C’è chi esulta per i “20 terroni deceduti”, che “non sono tanti ma è sempre meglio di niente”. Qualcuno si lascia andare al sarcasmo ottuso: “Volevo rassicurare tutti coloro che si sono preoccupati, l’incidente è avvenuto a Bari, non in Italia, potete stare tranquilli!”. Un altro commenta sodisfatto: “Enniente dormo due orette e scopro che in Puglia è avvenuto un incidente, Dovrei dormire più spesso”. E un giovane veneto tal Nicola Destro osserva: “La cosa che più mi stupisce dell’incidente dei treni in Puglia è il fatto che ci siano i treni in Puglia”. Su Facebook è stato aperto un gruppo per segnalare gli account dei razzisti.

Bisogna segnalare che la Puglia, così come tutto il sud Italia, è frequentata da tanti turisti stranieri. Per questi motivi moltissime ambasciate straniere hanno telefonato alle Asl ed alle Prefetture, per avere notizia di eventuali coinvolgimenti di loro connazionali nella tragedia avvenuta sui treni della tratta tra Corato ed Andria. Tratta che collega anche l'aeroporto di Bari, scrive "La Gazzetta del Mezzogiorno".

Strage dei treni: non basta cercare solo i colpevoli, scrive Antonio Tedesco il 12 luglio 2016. Mentre leggiamo i giornali ci coglie una tristezza infinita. Un bilancio drammatico, ancora parziale ma funesto: 23 morti e decine di feriti, uno dei peggiori incidenti ferroviari degli ultimi cinquant’anni in Italia. È difficile trovare le parole e analizzare lucidamente una tragedia di queste dimensioni, l’ennesima per il nostro Paese. Ha ragione Pino Aprile (l’autore di “Terroni”), quando dice che mentre al Nord si costruisce la costosissima, e forse poco utile, TAV Torino-Lione, il Sud viaggia a binario unico. Da anni la Puglia è la meta estiva preferita dagli italiani e da milioni di stranieri ma sconta gravi problemi infrastrutturali, come del resto tutte le regioni del Sud Italia. Scarsi sono gli interventi pubblici e poca è l’attenzione della classe dirigente e della politica locale, spesso di scarsa qualità, sempre meno efficace ed efficiente. Una tragedia, quella di Corato, che ha spezzato la vita a tanti, troppi, studenti e lavoratori pendolari che deve accendere i riflettori sullo stato di arretratezza delle infrastrutture del Sud, perchè negli ultimi anni ha prevalso la cultura che non bisogna fare investimenti nelle regioni meridionali, perchè “c’è la mafia e i politici che rubano” (mentre nel Nord Italia vige la trasparenza e la legalità). Questa perversa “cultura” dominante ha prodotto uno scenario da area sottosviluppata; nel nostro Mezzogiorno ci sono ancora alcune tratte ferroviarie non elettrificate e delle aree completamente isolate (a Matera non arriva il treno ad esempio). Nei prossimi giorni sicuramente ci sarà la caccia al colpevole: errore umano, oppure colpa dell’azienda che gestisce la tratta ferroviaria. Si apriranno commissioni e si accerteranno responsabilità e carenze. Un copione già visto. L’auspicio è che si apra una seria discussione sulla condizione di arretratezza del Sud, costantemente penalizzato da politiche “nordcentriche”. Ci aspettiamo un cambio di rotta, un attenzione maggiore alle difficoltà delle Regioni meridionali, anche nel trasporto ferroviario e aereo. Secondo alcuni dati (citati da Pino Aprile e da altri giornalisti) su 4.560 milioni per le ferrovie negli ultimi anni i governi ne hanno destinati solo 60 per il Sud. Povera Puglia, povero Mezzogiorno d’Italia.

Un fatto è certo. Il Governo centrale usa i fondi europei come finanziamento sostitutivo a quello statale per lo sviluppo del mezzogiorno considerato area svantaggiata, anziché considerarlo aggiuntivo. Essendo appunto fonti europei essi riguardano mini progetti e non un programma ad ampio raggio. Ecco perché quasi tutte le risorse statali vanno spalmate sul centro-nord Italia e per il Sud manca una programmazione. I Fondi Europei sono tre: il FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), il FSE (Fondo Sociale Europeo), il FEASR (Fondo Europeo Agricolo di Sviluppo Rurale). I tre fondi cofinanziano i Programmi Operativi Regionali (POR) e i Programmi Operativi Nazionali (PON). Se si pensa che per le lungaggini burocratiche create ad arte per fomentare la corruzione questi fondi spesso non vengono spesi, ecco come tali finanziamenti per evitarne la scadenza dei termini di spesa, vengano dirottati al centro nord in aggiunta a quelli statali già previsti per opere finanziate di ampio respiro. Insomma il sud: cornuto e mazziato.

Scontro fra treni in Puglia, una tragedia annunciata. Non si investe nelle ferrovie del sud, scrive Giacomo Pellini il 12 luglio 2016 su “Left”. È di almeno 20 vittime e decine di feriti, il bilancio provvisorio dello scontro frontale avvenuto tra due treni delle Ferrovie del Nord Barese. L’incidente si è verificato oggi verso le 11 sul binario unico tra Ruvo di Puglia e Corato, in aperta campagna. «C’è stato uno scontro frontale su un binario unico, alcune carrozze sono completamente accartocciate e i soccorritori stanno estraendo dalle lamiere le persone» ha detto il comandante dei vigili urbani di Andria, Riccardo Zingaro. Subito i soccorsi hanno estratto dalle lamiere un bimbo di pochi anni, che, fortunatamente ancora in vita, è stato trasportato via con l’elicottero. Secondo il presidente della Provincia di Barletta-Andria-Trani, Giuseppe Corrado, il numero dei morti è sicuramente destinato ad aumentare. Il sindaco di Corato, Massimo Mazzilli, ha scritto su facebook che «il disastro è paragonabile alla caduta di un aereo», visto le conseguenze che ha comportato il grave incidente: uno dei treni ha due vagoni rimasti intatti, l’altro solo l’ultimo, e pezzi di lamiera sono sparsi praticamente ovunque. «Faremo chiarezza» ha affermato il premier, Matteo Renzi, esprimendo il proprio cordoglio per le famiglie. Il Ministro dei trasporti, Graziano Delrio, giunto sul posto, ha chiamato immediatamente la società della Rete ferroviaria italiana (Rfi) – che gestisce l’infrastruttura ferroviaria, ed è partecipata al 100% dalle Ferrovie dello stato (Fs) – per chiedere un «supporto alle indagini e supportare le società coinvolte» (che non appartengono a Fs, ma fanno parte della società Ferrotramviaria Spa). E annuncia una Commissione d’inchiesta per chiarire le cause dell’incidente, ancora sconosciute. «Cerchiamo di recuperare il ritardo di decenni per le infrastrutture del sud» diceva sempre Delrio nel 2015, rispondendo dopo un articolo del Mattino, a firma di Marco Esposito, dove si denunciava la sproporzione degli investimenti tra nord e sud del paese nell’aggiornamento 2015 del Contratto di programma con la Rfi. Su 4859 milioni di euro previsti dallo Sblocca Italia e dalla Legge di stabilità 2015, denunciava Esposito, solo 60 sono destinati alla rete ferroviaria del sud, contro i 4799 per il nord. «Per l’esattezza, al Mezzogiorno è destinato il 19 per cento dei nuovi finanziamenti complessivi e l’1,2 per cento se si considerano soltanto quelli ferroviari. Contro il 98,8% di quelli destinati al nord del Paese» conclude poi Esposito. Secondo il rapporto di Legambiente, Pendolaria, 2015, sullo status del trasporto ferroviario pendolare nel nostro paese, l’Italia viaggerebbe a due velocità diverse: da una parte treni ad Alta velocità sempre più moderni e veloci, in costante aumento a causa dell’aumento progressivo degli investimenti (+7% nel 2015), dall’altra una diminuzione degli Intercity e dei collegamenti a lunga percorrenza (-22,7% dal 2010 al 2014). Dal rapporto emerge come vi sia un grande divario tra il nord e sud Italia, dove i treni regionali sono vecchi, lenti e dove, ogni giorno, tra Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna ne transitino meno rispetto alla sola Lombardia. Legambiente denuncia anche come la maggior parte delle linee non sono elettrificate e a binario unico, cosa che – come abbiamo appreso, purtroppo, dall’episodio di oggi – rende i viaggi nelle regioni del sud insicuri e pericolosi. C’è poi il caso di Matera, capitale europea della cultura nel 2019, patrimonio dell’Unesco, che è l’unico capoluogo di provincia italiano non coperto dalla rete ferroviaria. Anzi, Matera una stazione ce l’ha, ma non è attiva: i lavori per la sua costruzione cominciarono nel 1986, ma non furono mai terminati. Una città che non esiste, per Fs. Per riparare al danno, le Ferrovie hanno lanciato la formula «Freccia link», collegando la stazione di Salerno – coperta dalle Tav – con dei pullman diretti nella città lucana. Forse Trenitalia – partecipata al 100% da Fs – è troppo impegnata nell’acquisto della società ferroviaria greca Trainose, per la quale ha investito ben 100 milioni di euro, come ha recentemente denunciato il deputato di Sinistra Italiana, Franco Bordo, «Il nuovo management di Trenitalia, invece di fare operazioni estere, pensi alle decine di migliaia di pendolari che ogni giorno vivono sulla loro pelle la drammatica situazione in cui versa il nostro sistema ferroviario», ha sostenuto il parlamentare, che ha poi concluso: «Il trasporto pendolare dovrebbe rappresentare una priorità per l’azienda, non le acquisizioni all’estero». Ma intanto in Puglia è già successo l’irreparabile.

I corpi fra gli ulivi della mia Puglia dimenticata dall'Alta velocità, scrive Tony Damascelli, Mercoledì 13/07/2016, su “Il Giornale”. Furgoni funebri tra gli ulivi. Polvere rossa sollevata dagli elicotteri. L'aria è afosa, pesante, soffocante. Sembra aggiungere ansia alla tragedia. Si cercano vite, si contano i morti. Non è possibile. Sì, qui è possibile. Tredici chilometri e un solo binario dividono Andria da Corato. Un binario, unico, solo, per una terra, il Sud, la Puglia, le Puglie, come ci insegnavano a scuola, per quanto lunga è questa terra piena di contraddizioni e di luce e di solitudine, dimenticata da chi discute, parla, scrive e decide sull'alta velocità, privilegio e premio di un'altra e alta Italia. Ulivi secolari, come guardiani, lungo i fianchi di questi due convogli. Stavolta non sono loro a piangere, prosciugati dalla xylella cattiva e malvagia, stavolta osservano la morte degli uomini, la fine tragica di un viaggio, improvvisamente interrotto, lungo una curva che ha negato la possibilità di scorgere, di vedere, di salvarsi. Piange la Puglia di Banfi e dei Negramaro, piange la Puglia di Arbore e di Mimmo Modugno, piange come sa fare da sempre, amara terra mia ma senza l'elemosina delle proprie lacrime, abituata a soffrire e a offrire, le pepite della sua natura, del suo mare, del suo sole. Ma questo, oggi dodici di luglio, non conta nulla, i turisti restano attoniti, disarmati, in disparte, rispettosi del dolore altrui. Niente sagre, spente le luminarie. È l'ora del silenzio. La Ferrotramviaria ha ottant'anni di storia, fondata da Ugo Pasquini, conte di Costafiorita. Il servizio fa il suo lavoro quotidiano, pendolari, studenti, viaggiatori qualunque. Ha pronti i grandi progetti per raddoppiare i binari, per interrare le linee proprio nella zona di Andria. Ma la burocrazia sconfigge l'intelligenza, tutto bloccato. La scena del disastro sembra una beffa. Due treni si sono sfidati su quella striscia nera, correndo uno contro l'altro, per errore umano. Non si sa di chi. Si sa quando. Uno dei due non doveva essere lì, non doveva lasciare la stazione di partenza, non doveva. Lo ha fatto. L'Et 1016 che avrebbe dovuto lasciare la stazione di Corato alle 10.48 e arrivare ad Andria alle 10.59, forse viaggiava in ritardo. Secondi fatali. L'altro, l'Et 1021, partito da Andria alle 10.58, avrebbe raggiunto Corato alle 11.09. Alle undici, l'incontro. Lo scontro. Le voci dei politici disturbano il dolore, il silenzio, il cordoglio. Ronzano i loro commenti, come zanzare maledette, parole inutili, un repertorio di sempre, annunciano indagini, promettono la verità, preannunciano commissioni di inchiesta. Il sole di Puglia non concede luce a questa storia improvvisa. Una madre abbracciata alla figlia. Giacciono, morte. Sembrano addormentate. L'ultimo sonno, ultima atroce immagine di una fine improvvisa, il tentativo di proteggere la vita, accucciandosi davanti all'arrivo della morte, il gesto eroico di una genitrice verso la propria speranza, la coscienza che ormai non c'è più, nulla oltre le lamiere stracciate, gli schizzi di sangue, le urla di strazio. Il silenzio della morte nella carrozza dove si parlava della vita, scherzando, ascoltando la musica, sognando come in un qualunque giorno. Adesso un giorno diverso. Mille figure continuano ad agitarsi negli uliveti: ministri, governatori, prefetti, sindaci, infermieri, medici, e poi parenti, amici, volti di cera, disperati, angosciati, alla ricerca di una voce, di una semplice parola, una promessa, un'illusione, i due convogli sono come mostri giurassici accartocciati, cambia la luce del giorno, il frinire delle cicale rompe il silenzio tra gli ulivi, il palazzetto dello sport di Andria raccoglie le bare di zinco e di noce. La sera, come sempre, porta il dolore della speranza ormai inutile. Quella madre e la sua bambina non dormono più abbracciate.

La solidarietà dei vip pugliesi. Uno dei primi è stato Giuliano Sangiorgi, il cantante dei Negramaro. E poi Lino Banfi, e Flavia Pennetta: dal mondo dello spettacolo a quello dello sporti, il dolore di volti e nomi noti per la tragedia ferroviaria nel Barese.

Sangiorgi, su Facebook, pubblica l’immagine di un binario e scrive: “Sono su un treno qualunque che mi porterà verso giorni di musica e bellezza. Ma oggi il cuore è sospeso. Come se non lo sentissi più battere. Sento solo il suono delle rotaie che mi porta altrove...nella mia terra. Oggi l’oro perlato degli ulivi si è tinto di rosso. Ogni pensiero è rivolto a quelle persone che hanno perso la vita su un binario che taglia in due la Puglia e da oggi... anche l’anima di tutti noi”.

E su Twitter il dolore di Lino Banfi, originario proprio di Andria.

E su Facebook anche il messaggio di Al Bano, che parla di immane incredibile disgrazia.

Raf, che dedica un pensiero alla sua terra ferita.

Un cuore e le mani giunte in segno di preghiera, questo il messaggio affidato ai social network da Emma Marrone, che seppur nata a Firenze si è trasferita da piccola ad Aradeo, in Puglia, terra d’origine dei genitori.

E su Twitter anche il messaggio dei Sud Sound System.

Su Facebook l’appello di Mietta, nata a Taranto.

E affidano a Twitter il loro messaggio anche due tenniste azzurre di origini pugliesi: Roberta Vinci, tarantina, e la brindisina Flavia Pennetta.

LA MORTE CI RENDE UGUALI.

Serafina Acquaviva, nata ad Andria il 14 maggio 1954, 62 anni. Viveva ad Andria insieme al fratello Giuseppe e faceva la casalinga. Nessuno dei due si era mai sposato. Martedì erano andati insieme all'ospedale di Bari perché lei era andata a fare alcuni controlli neurologici

Giuseppe Acquaviva, nato ad Andria il 15 febbraio 1957, 59 anni. Viveva ad Andria insieme alla sorella Serafina. Nessuno dei due si era mai sposato. Inizialmente è stato scambiato per un contadino perché il suo corpo è stato ritrovato nei campi, invece era anche lui sul treno, a fianco di sua sorella. La sorte ha deciso che, oltre a vivere insieme, morissero nell'abbraccio mortale delle lamiere. Giuseppe e Lella Acquaviva, fratello e sorella uniti in un destino inesorabile, scrive “Andria Live” il 14 luglio 2016. «Erano persone affettuose, amavano camminare insieme. Stavano andando in Policlinico perché mia zia doveva effettuare un esame e una visita specialistica». Giuseppe e Lella (all'anagrafe Serafina) Acquaviva, fratello e sorella, 59 e 62 anni, erano su quel treno: la sorte ha deciso che, oltre a vivere insieme, morissero nell'abbraccio mortale delle lamiere. Una vita «umile, riservata, fatta di affetti semplici, di passeggiate insieme», ci racconta una nipote. Il sig. Giuseppe non era un contadino: diplomato aveva conseguito il diploma di maturità commerciale, ma ultimamente svolgeva lavoretti occasionali: aiutava tante persone e accudiva la sorella, di salute precaria e invalida. Entrambi mai sposati, vivevano da sempre insieme, per accudirsi vicendevolmente. Una storia semplice ma terribile, di una famiglia che nel disastro ha perso ben 2 membri: «Erano persone affettuose, amavano camminare insieme. Stavano andando in Policlinico perché mia zia doveva effettuare un esame e una visita specialistica». Non un contadino raggiunto dalla morte mentre lavorava nei campi, dunque, ma un passeggero come gli altri che è andato, accanto alla sorella, incontro a un destino inesorabile.

I macchinisti, capotreno e capostazione: Pasquale Abbasciano, di Andria, nato ad Andria il 17.04.1955, era uno dei due macchinisti. A fine anno sarebbe andato in pensione. Amava il suo lavoro e la campagna, coltivava ciliegie. Dopo il lavoro doveva andare ad Andria per raggiungere la figlia che era in Comune per le pratiche preliminari del matrimonio. A quanto si apprende, inoltre, qualche anno fa Abbasciano sarebbe rimasto coinvolto in un deragliamento leggero dello stesso treno ma senza conseguenze. Luciano Caterino, 37 anni, nato a Ruvo di Puglia il 29.04.1979, originario di Corato (Bari), era invece il macchinista del convoglio giallo proveniente da Bari. L'uomo nell'impatto è rimasto dilaniato.  Si sarebbe sposato a breve. Il suo corpo è stato dilaniato dal tremendo impatto e recuperato a brandelli. La sua è una perdita che colpisce tutta la comunità di Corato". Così Massimo Mazzilli, sindaco del comune pugliese, ricorda Caterino. "Luciano - prosegue il sindaco - viene da una famiglia apprezzata in paese e so che il papà, un lavoratore autonomo, era rimasto vedovo da poco. Era uno che si dava da fare per vivere e so che stava preparando il suo matrimonio che era imminente. Alla notizia della sua perdita la famiglia si è chiusa in se stessa. In serata conto di incontrare i suoi cari per porgere a nome di tutta Corato il senso del nostro cordoglio". «Un grande lavoratore, un grande collega, un grande amico» dicono i colleghi della Ferrotramviaria. Tutti preferiscono il silenzio, almeno per ora: «è difficile riprendere a lavorare o anche solo a pensare». Albino De Nicolo, 53 anni di Terlizzi, nato a Terlizzi il 23.01.1959, capotreno, finora dato per disperso nella strage ferroviaria avvenuta ieri mattina sulla Andria-Corato, è ufficialmente tra le vittime accertate. Il capotreno terlizzese, 53 anni, è stato identificato già ieri presso il Policlinico di Bari. Nicola Gaeta, nato a Bari il 16.01.1960, capostazione.

Michele Corsini, 61 anni, nato a Milano il 20.02.1955, originario di Barletta, si muoveva tra la città natale, dove gestiva un bar, e Bergamo. La mattina dell’incidente aveva preso il treno per arrivare a Barletta dall’aeroporto di Bari Karol Wojtyla.

Maurizio Pisani, nato a Pavia il 26,08,1966, 49 anni, originario di Pavia, laurea alla Sda Bocconi, era il fondatore della Pisani Foor Marketing. Stava andando a prendere l'aereo per tornare a Milano, lascia una bimba di pochi anni. Viveva a Milano e proprio nel capoluogo lombardo stava tornando dopo aver passato del tempo con la figlia e la moglie (che non si trovavano sul treno) in Puglia. Cristina Chiabotto in lacrime. Nell'incidente ferroviario in Puglia che è costato la vita a un suo amico vip, un volto dell'imprenditoria e anche del piccolo schermo. Si tratta di Maurizio Pisani, 49 anni. Esperto di marketing, era uno dei giudici de La ricetta perfetta, il talent culinario condotto dall'ex Miss Italia. "Svegliarsi questa mattina e sapere che sul quel maledetto treno c'eri anche tu, Maurizio", scrive l'ex Miss Italia, "è stato un onore lavorare con te, porterò sempre nel cuore il ricordo di una tua battuta, la tua calma, la tua ironia, la tua grande professionalità e l'amore immenso per tua figlia, proprio lei che stavi correndo ad abbracciare e che raccontavi con tanta luce negli occhi". Il talent della Chiabotto è andato in onda suLa5, una delle reti digitali del gruppo Mediaset. "E' un duro colpo ed è proprio vero come la vita possa cambiare in un istante", continua la showgirl," in quel brutto gioco del destino, su un treno pronto ad unire tante anime. Il gruppo della Ricetta Perfetta vola nel tuo ricordo e stringe con un abbraccio immenso i tuoi cari. Bello averti incontrato sul mio cammino". Maurizio Pisani è stato il fondatore della Pisani Food, agenzia di consulenza e outsourcing di strategia, marketing, vendite e training legati al mondo del food. Il manager durante la sua carriera aveva lavorato nelle aree marketing di alcune delle aziende più importanti del mercato food & beverage italiano.

Maria Aloysi, 49 anni, nata a Bari il 4.10.1966, viveva a Modugno ma tornava spesso ad Andria per far visita al padre. Lascia il marito Donato e i figli LeoMarco e Andrea. Stava tornando verso Bari dopo aver passato alcuni giorni ad Andria ad assistere il padre. "Ha preso il treno all'ultimo minuto: quella mattina era molto in ritardo ma alla fine ce l'ha fatta". A parlare è Giuseppe Colaleo, cognato di Maria Aloisi, 49 anni, morta nell'incidente ferroviario avvenuto in Puglia. "Su quel treno - racconta l'uomo - avrebbe potuto esserci mio fratello: ogni giorno si davano il cambio" per assistere un loro parente. "Mio fratello l'ha accompagnata al treno - aggiunge - e quando ha visto le immagini in tv si è fatto il segno della croce". Maria Aloisi inizialmente era tra i dispersi: "Abbiamo vagato per tutti gli ospedali, alla fine ci hanno mandati al Policlinico di Bari", dove oggi ci sono stati i riconoscimenti delle vittime. "Mio fratello - precisa - ha spiegato che sua moglie aveva una collana con una lettera 'M' come ciondolo, e che aveva una cicatrice sul labbro superiore. Insomma, segni di riconoscimento". A questo punto, aggiunge, "una infermiera ha detto è probabile sia qui". Maria lascia due figli, di 21 e 28 anni.

Benedetta Merra, nata ad Andria il 18.06.1964, 52 anni di Andria, si stava recando a Bari per alcuni controlli medici.

Rossella Bruni, nata a Trani il 16.03.1994 22enne la cui famiglia è originaria di Martina Franca, una delle vittime dell’incidente ferroviario di Corato. Non c’è la formalizzazione di un elenco delle vittime per ora ma la comunicazione del sacerdote non lascia speranze. Fra l’altro, Michele, papà di Rossella, era catechista in quella parrocchia ed ha comunicato la notizia al prete. Rossella, con la sua famiglia, viveva da anni ad Andria dove il padre è funzionario comunale. Blogger, scrittrice, attivista per i diritti delle donne, la giovane originaria di Andria scriveva su "Il ritorno di Gea" con il nickname Malinii Paroliera.

Julia Favale, nata in Francia il 04.07.1965, nata a Chalon-sur-Saône, era docente di conversazione francese. Aveva lavorato presso al Liceo Classico di Andria, dove viveva, e presso il Liceo Scientifico di Barletta.

Enrico Castellano, nato a Ostuni l’1.1.1942 aveva 72 anni. 74 anni, fratello del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, Franco. Viveva tra Torino e Cuba. Da tempo viveva a Torino ed era un dirigente del Banco di Napoli. Dopo la pensione tornava più spesso in Puglia. Lunedì era atterrato a Bari per andare a trovare il figlio in occasione del compleanno del figlio di due anni. La festa era stata organizzata per martedì che sarebbe poi coincisa con il giorno del suo onomastico, come ha raccontato il figlio Giuseppe che ha ricordato il padre: "Mi avevi abituato ad attenderti e a farti desiderare…e un po’ mi piaceva… perché rivederti era un segno di conquista e di grande appagamento. C’erano le nostre chiacchierate che parlavano di mesi trascorsi lontani l’uno dall'altro. Mi hai insegnato a vivere in modo spensierato e sfrontato trovando il giusto equilibrio tra la follia e la razionalità. Amavo il tuo stile, la tua infinita classe. Però quest’ultima parte del tuo infinito libro non l’avrei mai voluta leggere". 

Donata Pepe, 60 anni, nata a Cerignola il 03.10.1953, originaria di Terlizzi, è la nonna del piccolo Samuele, il bambino trovato ancora vivo tra le macerie e salvato dai soccorritori. Donata ha salvato la vita al nipote Samuele. Il bambino di 6 anni era tra le sue braccia quando c’è stato lo scontro ed è stato salvato dai vigili del fuoco. Stavano andando a Barletta per prendere una coincidenza per Milano e tornare a casa dai genitori. Il piccolo era in Puglia per passare qualche giorno di vacanza con la nonna. “Stavo dormendo sulla nonna, e poi c’è stato quello scoppio fortissimo”, è riuscito a dire Samuele agli zii. Il ragazzino è ricoverato in prognosi riservata, ma non in pericolo di vita. Piangeva, il piccoli Samuele di 6 anni appena, con le lamiere che gli comprimevano il petto e anche il pianto era un dolore in più. Aveva tanto male, tanta paura e cercava la nonna con cui era in vacanza in Puglia. Tornavano da una gita a Bari. Non poteva muoversi incastrato tra i rottami del treno. «Tranquillo, non avere paura. Adesso ti tiriamo fuori noi», i soccorritori gli parlano con calma e con dolcezza anche se non c’è un attimo da perdere e le mani si muovono con ansia tra i sedili accartocciati. Ma Samuele continua a piangere. «Guarda qui», una delle persone che cercano di salvarlo gli mostra i cartoni animati sul telefonino. E mentre il bimbo con gli occhi pieni di lacrime si distrae con il cellulare, i soccorritori muovono le lamiere piano piano. Gli “angeli” sono scesi dal Drago 52, l’elicottero dei vigili del fuoco intervenuto sul luogo dell’incidente. Appena a terra hanno sentito le urla di un bimbo che si trovava dietro un sedile con un pezzo di lamiera che gli comprimeva il petto. Samuele è stato tirato fuori dai rottami, caricato sull’elicottero e portato in ospedale. Samuele è in un lettino del reparto pediatria con schegge di vetro nel corpo. «Gliele stanno ancora togliendo» dicono i medici che cercano in tutti i modi di proteggere questo cucciolo.

Fulvio Schinzari, nato a Galatina il 31.10.1957, era stato commissario a Canosa di Puglia e Trani. Il corpo dell’uomo è stato riconosciuto da un collega poliziotto che stava lavorando ai soccorsi. Stava tornando al lavoro dopo le ferie il vice questore aggiunto della Polizia di Stato Fulvio Schinzari, una delle vittime della tragedia ferroviaria. Da Andria, dove viveva con la moglie e due figlie (in un primo momento si era diffusa la notizia, poi smentita, che anche una di loro si trovasse sul treno), era diretto a Bari: qui, esattamente quattro anni fa, aveva assunto l'incarico di dirigente dell'ufficio del Personale della Questura. 59 anni, nato a Galatina (Lecce), Schinzari ha svolto tutta la sua carriera di poliziotto in Puglia. Ma nei ranghi della Polizia di Stato non è entrato subito. Dopo la laurea in Giurisprudenza, nel 1985, per quattro anni ha fatto l'avvocato. Nell'ottobre del 1989 è entrato nei ruoli dei funzionari della Polizia, dove ha ricoperto diversi incarichi. Il primo, per circa un anno, a Bari: funzionario addetto alla Squadra Mobile. A seguire, per un lungo periodo, da fine '91 a inizio 2000, è stato funzionario al Commissariato di Barletta con incarico di responsabile della squadra di polizia giudiziaria e poi, dal 2000 al 2002 ha diretto il Commissariato di Canosa di Puglia. Dal 2002 al 2005 è stato responsabile del settore Sicurezza e Protezione Civile presso il Comune di Andria e a seguire, per due anni, ha diretto il Commissariato di Corato. A Canosa, come dirigente del Commissariato, è tornato nel febbraio 2007: qui è rimasto fino al giugno 2012, quando ha assunto l'incarico di Dirigente dell'Ufficio del Personale della Questura di Bari: stava raggiungendo l’ufficio a Bari da Andria, dove abitava, per prendere servizio alle 14 dopo un periodo di ferie. «Era un poliziotto atipico», dice chi lo conosceva. La musica era la sua grande passione. «Dove sei?», chiede una signora all’amica. Sono le 15 del giorno più lungo ad Andria. «Sono in ospedale, ho accompagnato la moglie di Fulvio. Lo sta cercando, lui prende sempre quel treno. In ufficio non c’è, al cellulare non risponde...» Un urlo senza fine, la telefonata s’interrompe. È la moglie del vice questore aggiunto di polizia Fulvio Schinzari, di 59 anni. Le hanno appena detto che il marito era sul treno maledetto, il suo corpo è lì in ospedale. E lei grida tutto il suo dolore, grida finché non le manca l’aria. Fulvio Schinzari era uno dei tanti pendolari di quella linea. Viveva ad Andria e lavorava alla questura di Bari, tutti i giorni avanti e indietro. Si temeva che con lui ci fosse anche la figlia, spesso viaggiano insieme. Ma la ragazza ieri mattina non era sul convoglio accanto al padre. Lascia due figlie. Era appena tornato dalle ferie e stava andando a Bari dove 4 anni fa aveva assunto l’incarico di dirigente dell’ufficio del personale.

Antonio Summo, nato a Terlizzi il 12.11.2001, aveva 15 anni e stava tornando a casa, a Ruvo di Puglia, dopo aver partecipato a un corso di recupero per gli esami di riparazione nel suo istituto superiore a Andria. Era andato ad Andria per sostenere due esami di riparazione. Il destino lo ha fermato tra un esame e l’altro: la mattina aveva sostenuto la riparazione in una delle materie di cui aveva il debito, il professore lo aveva invitato a tornare a casa a riposarsi e tornare nel pomeriggio. Non doveva neppure andare a scuola Antonio Summo, 15 anni (nella foto sopra), Antonino per chi lo conosceva. Ieri aveva mal di pancia e suo padre gli aveva detto di non andare ad Andria. Ma Antonio ha insistito, “papà devo recuperare due debiti formativi, lo sai”. I genitori lo hanno riconosciuto dalla borsa, dai libri, dai pantaloncini e dalle scarpe da ginnastica. “Un ragazzo eccezionale, suonava la tromba al Conservatorio”, ricorda la zia Pasqua Livorti. Seconda superiore all’industriale di Andria, e una lezione finita fatalmente prima. “Il professore li ha mandati a casa in anticipo”. Alla stazione del suo paese, a Ruvo di Puglia, c’era il nonno ad attenderlo. Purtroppo invano. Il 30 giugno, Antonio aveva superato il test d’ingresso al «Piccinni», il conservatorio di Bari, come trombettista. Era orgoglioso di quel successo, se ne faceva vanto con suo padre, artigiano titolare di una falegnameria nella zona industriale, e sua madre, casalinga. Ma più ancora con suo fratello e con gli amici. Era tanto felice di poter rendere professionale lo studio della tromba che la sbavatura all’industriale era passata in secondo piano. Oggi e domani di sarebbe dovuto esibire in due uscite con la banda di paese. Esibizioni sospese, ovvio, perché Ruvo è in lacrime. Il padre non voleva che sostenesse gli esami, ma lui aveva insistito: «Non ti preoccupare papà. Io vado» gli aveva risposto. I genitori lo hanno cercato invano tra i feriti in tutti gli ospedali della zona. Sul foglietto bianco si legge: «Dal presidente da tutta la società Real football». Poi, un genitore che ha accompagnato i ragazzi, ricorda Antonio come «un giovane tranquillo, sorridente, educato», e con la «passione per il calcio. Un ragazzo che amava giocare a pallone ma a cui piaceva anche molto suonare», precisa mentre i giovani amici ricordano che «l’ultima partita a pallone insieme l’hanno giocata a giugno, per il campionato».

Jolanda Inchingolo, nata ad Andria il 10 12.1991, 25 anni, studente di Lettere e Filosofia (per altre fonti stava andando a Bari per il tirocinio prima di conseguire la laurea in Chimica). Si doveva sposare il prossimo settembre con, il ragazzo che ora urla disperato. Stava andando a Bari anche per incontrarlo. E’ stata riconosciuta da un anello con una pietra nera che portava al dito, non lo toglieva mai. Jolanda stava andando a Bari proprio per incontrare lui. Amava il suo fidanzato e amava Parigi. Sul suo profilo c’è la Torre Eiffel, e il giorno dopo gli attentati terroristici di un anno fa aveva messo la foto di loro due, modificata con i colori della bandiera francese. “Aveva un unico desiderio: fare la mamma. E chissà quanto sarebbe stata bella”.

Patty Carnimeo, 30 anni, nata a Modugno l'1.11.1985, che lascia una figlia di due anni e mezzo. "Era originaria di Bari - racconta sua zia - ma si era trasferita ad Andria dopo il matrimonio. Era un angelo, bellissima e dolcissima". Altre amiche precisano che Patty faceva l'estetista e veniva tutti i giorni a Bari per lavoro: "Prendeva sempre quel treno, non ce lo saremmo mai aspettato". "Come si fa - domanda sua zia - a spiegare a una bimba di due anni e mezzo che tua madre non c'è più? Come crescerà quella bambina senza una mamma?

Gabriele Zingaro, nato ad Andria il 30.10.1999, 23 anni di Andria. Studente di Scienze dei materiali e Perito industriale diplomato all’Istituto Tecnico Industriale Onofrio Jannuzzi e appassionato di musica. Gabriele faceva il metalmeccanico, aveva da poco trovato lavoro in una fabbrica di Modugno. Si era recato al Policlinico di Bari per farsi controllare una ferita a un dito che si era procurato in un infortunio sul lavoro. «Aiuta qualcuno. Nel dubbio. Aiuta Qualcuno» scriveva come motto sul suo profilo Facebook.

Francesco Ludovico Tedone, nato a Terlizzi il 4.01.1999, 17 anni, di Corato, appassionato di videogiochi: Francesco ha trovato la morte sul treno mentre tornava verso casa. Il giovane era uno studente dell’Itis Jannuzzi di Andria: «Era tornato alla nostra scuola dopo aver frequentato il quarto anno di informatica in Giappone con l'organizzazione Intercultura. Era stato in segreteria per l’iscrizione alla quinta classe che avrebbe frequentato da settembre» lo ricorda uno dei suoi professori su Facebook.

Salvatore Di Costanzo, nato a Bergamo il 2 11.1959, 56 anni, del quartiere Colognola di Bergamo. Di Costanzo, di professione agente di commercio, era noto nella Bergamasca per essere allenatore del calcio provinciale. Ieri pomeriggio si sarebbe dovuto recare ad Andria per un appuntamento di lavoro: volato di prima mattina da Orio al Serio, era atterrato all'aeroporto di Bari, ma dopo un sms inviato a un amico, di lui non si era avuta più traccia. Nella serata di ieri il suo nome non era tra quelli delle vittime accertate, ma verso le 22, non avendo avuto comunicazioni di alcun tipo, la moglie e il figlio Marco erano volati direttamente in Puglia per capire la situazione poi la conferma con il riconoscimento della salma da parte del figlio Marco.

Alessandra Bianchino, di Trani, aveva 29 anni, nata a Trani il 5.11.1987, viveva a Andria e, come scriveva sul suo profilo Facebook, lavorava all'Oratorio giovanile salesiano della città. Sempre disponibile per il prossimo, Alessandra Bianchino, 29 anni, natali a Trani, una laurea in Scienza dell’Educazione e un impegno sin da piccola nell'oratorio dei Salesiani di Corso Cavour ad Andria. Nel mondo dell’associazionismo e del volontariato la conoscevano tutti ad Andria. A partire dai volontari dell’Avis, impegnati da ieri in una straordinaria gara di solidarietà per la raccolta di plasma. Una esperienza tante volte condivisa con lei che già da bambina aiutava in Chiesa e frequentava il catechismo prima di proseguire il suo impegno all’insegna della solidarietà all’oratorio. Chi la conosceva - come Giampaolo, un amico d’infanzia - la descrive come «una ragazza dolce, affabile, piena di voglia di vivere». Sembra fosse di ritorno dall'aeroporto di Bari dopo un breve soggiorno a Milano da parenti. 

Giovanni Porro, l'ultimo a essere identificato è stato, nato ad Andria l’1.06.1956, 60 anni, di Andria, che lavorava presso la Comunità Montana di Ruvo e si stava recando lì. Giovanni Porro, “ultimo” tra gli sventurati. A casa non c’era nessuno ad aspettarlo e nessuno poteva immaginare il suo triste destino, scrive Sabino Liso su “Andria Live” il 15 luglio 2016. Porro Giovanni, andriese classe 1956. Chi ha avuto modo di conoscerlo lo ricorda come una persona schiva, molto umile; viveva da solo, non aveva né moglie, né figli ad aspettarlo a casa. Un fratello e una sorella con i quali non si sentiva assiduamente. Martedì si stava recando a Ruvo, presumibilmente, sul posto di lavoro: era impiegato presso la Comunità Montana. «Ultimamente – ci racconta suo nipote Francesco– era ossessionato da un fantomatico trasferimento professionale a Bari. Aveva me come punto di riferimento, si era allontanato da tutti. Ha vissuto nell’ultimo periodo una fase difficile della sua esistenza ma cercava di andare avanti nonostante tutto. Schivava l’aiuto degli altri; piuttosto, assisteva le persone in difficoltà. Un modo per reagire alla vita che è stata caratterizzata da innumerevoli delusioni, fino all’ultimo». Martedì non ha detto a nessuno che stava uscendo di casa e nessuno avrebbe potuto immaginare che fosse su quel treno maledetto che alle ore 11.00 si è andato a schiantare. È stato l’ultimo tra le vittime ad essere riconosciuto presso l’ospedale di medicina legale di Bari. Ad effettuare il riconoscimento della salma c’erano Francesco e sua moglie Ketty. Francesco ci racconta che dopo aver appreso della tragedia ha subito chiamato al cellulare suo zio, inviando anche innumerevoli messaggi, ma senza avere risposta. Questo è accaduto fino alle sera di martedì. Conseguentemente si è recato a casa sua ma anche lì non c’era traccia della sua presenza e nemmeno i vicini sapevano dare notizie sul suo conto.  Ha pensato di andare a dichiarare la sua scomparsa al palasport dov’era in corso il censimento dei dispersi ma anche lì Giovanni Porro non compariva in nessuna lista né degli infortunati e né dei deceduti. Lì uno spiraglio di luce, che purtroppo svanisce quando viene esortato dalla Polizia a recarsi a Bari. Ci è voluto poco per capire che, forse, tra le 23 vittime c’era anche suo zio. Poi la corsa all’istituto di Medicina Legale e la triste scoperta. È morto a 60 anni Giovanni Porro, ultimo tra gli sventurati. Problemi di socializzazione accelerati da qualche sfortunata circostanza di troppo. L’infinito, ora, potrà dargli tutto ciò che in vita non è riuscito a prendere. A guardare la sua foto, Giovanni aveva in sé una bellezza che solo i “vinti” sanno trasmettere. Una bellezza che ci invita a riflettere sull’importanza di non rimandare a domani le carezze, una pacca sulla spalla, una parola di conforto verso chi è più debole. Verso gli ultimi.

Le testimonianze dei sopravvissuti. Le testimonianze raccolte dal cronista di Tele Sveva subito dopo l'incidente tra Andria e Corato. Una signora ai microfoni di Tg Sveva: "Ho liberato mio marito togliendo le macerie con le mani". Volontario della Protezione civile: "Numerosi bambini si sono messi in salvo da soli scendendo dalle vetture". «L’ho tirato io da sotto le macerie», dice sconvolta una sopravvissuta. «Io scalza», continua. «E sono andata da mio marito che gridava». «Io non mi ricordo niente» dice il marito di lei. Confuso. Incredulo. Una ferita alla testa: «Gambe e piedi delle persone a pezzi». Poi riprende la moglie: «Scavalcare è triste», e si riferisce ai corpi che ha dovuto superare per aiutare il marito ad uscire dalle lamiere. «Ma per gli altri non potevo fare niente. Stavano le loro gambe in un altro posto». “Quel rumore, non lo dimenticherò mai. E poi il buio, i lamenti. Le grida, tante grida. Riesco ad alzarmi, comincio a camminare, mi accorgo che sotto di me ci sono dei cadaveri. Li pesto, vado avanti. Cerco Matteo, mio marito. Urlo il suo nome, ma lui non mi sente. Poi riesco a trovarlo: è incastrato nelle lamiere. Scavo con le mani, cerco di togliergli di dosso quei pezzi di ferro. Alla fine ci riesco, non so neanche io come, e attraverso un buco del treno lo porto fuori. Restiamo lì, abbracciati.” Questa è la storia di Giuseppina Rutigliani, la donna sopravvissuta al disastro ferroviario che ha salvato il marito. Giuseppina e Matteo sono sposati da 40 anni e si sentono miracolati, sono sopravvissuti. Non è stato così per gli altri 27 passeggeri del treno maledetto. Un altro testimone ha aggiunto: “Stavo ascoltando la musica, poi mi sono trovato a terra senza riuscire a muovermi. Ho visto anche il controllore che purtroppo era bloccato e insieme ad altri abbiamo aspettato i soccorsi. Non doveva succedere”. Una studentessa universitaria ci racconta tra le lacrime: «Ho visto le mie amiche morire davanti a me, senza poter fare nulla. É una scena che non dimenticherò mai, abbiamo sentito lo schianto e nessuno si spiegava il perchè». La confusione e lo shock sono stati fortissimi anche in un'altra ragazza, che lavora in un noto pub andriese, che ancora attonita ci ha dichiarato: «Io non so come sia successo. So soltanto che eravamo partiti da Andria e abbiamo sentito la botta fortissima. Non si riusciva a capire nulla, se dovessimo scendere dal treno. Sentivamo le urla, ma fino a che sono arrivati i soccorsi eravamo tutti in stato di shock». "In quel momento mi trovavo in mezzo al campo, a una cinquantina di metri dal luogo dell'incidente, stavo finendo di montare l'impianto di irrigazione dell'orto quando ho sentito un boato. Ho visto tantissimi detriti che volavano verso l'alto. Mi sono subito precipitato perché non è una cosa che si vede tutti i giorni. Mio papà è proprietario di queste terre da venticinque anni e non è mai successa una cosa del genere. Mi sono avvicinato, ho aiutato delle ragazze a scendere dal treno e ho indicato ai soccorsi la posizione in cui ci trovavamo. Erano tutti spaventati, per fortuna i passeggeri di dietro erano illesi, solo un po' doloranti". A parlare è un ragazzo che lavorava nei campi, ieri mattina, al momento dello schianto fra i due treni in Puglia; in queste ore vengono raccolte le dichiarazioni anche dei sopravvissuti. Uno dei primi soccorritori arrivato sul posto, il volontario della Protezione Civile Felice Gammariello, ha detto che numerosi bambini che viaggiavano sui due treni si sono messi in salvo da soli scendendo dalle vetture. Gammariello ha sottolineato che la maggioranza dei feriti, in base a quello che ha potuto notare, aveva diverse fratture. Ha infine lodato la “rapidità dei soccorsi” in quanto pochissimi minuti dopo la collisione sul posto erano a lavoro già molte squadre. Nel primo pomeriggio una donna si è presentata all’ospedale di Barletta cercando disperatamente la figlia. La ragazzina è stata rintracciata qualche ora dopo: è ricoverata e le sue condizioni non sono gravi. Mamma e figlia si sono abbracciate in ospedale tra la commozione di medici, pazienti e soccorritori. Una donna all’ottavo mese di gravidanza invece ha raccontato: “Mi sono sentita spingere avanti, è successo tutto così velocemente e non ho capito granché. Sono stata salvata dai ragazzi che erano sul treno”. La donna è stata intervistata dal Corriere del Mezzogiorno subito dopo l’incidente, nella campagna dove i superstiti si sono raccolti. “Ho visto mia madre a terra, mio padre e mia sorella avvolti nel sangue. I ragazzi che stavano sul treno ci hanno aiutati a scendere e a metterci in salvo. Sono incinta all’ottavo mese, non riesco a credere a quello che è successo”. Anche Marianna Tarantini, volontaria del Ser di Corato, è fra le prime persone a essere giunte ieri sul luogo tragedia. E oggi è ancora qui per continuare a prestare soccorso. Ha ancora gli occhi pieni di lacrime, mentre racconta i momenti dopo il disastro. Ha trovato corpi ammassati l'uno sull'altro, nel migliore dei casi. C'erano "teste, braccia, mezzi busti sparsi ovunque sotto gli ulivi". In mezzo, i corpi ancora intatti di due vittime, rimaste abbracciate anche dopo aver perso la vita. "Erano contro un ulivo - ricorda commossa -, la mamma con il suo corpo proteggeva la bimba piccola ed erano in posizione fetale. Sono le prime che ho trovato".  Una scena struggente, ma allo stesso tempo di una dolcezza infinita. "Chi è mamma può capire la dolcezza infinita di questi corpi abbracciati, con la madre che ha tentato fino all'ultimo di proteggere la sua bambina". La morte le ha portate via insieme, l’una nelle braccia dell’altra. I soccorritori le hanno trovati così, strette strette come se fino all’ultimo avessero tentato di proteggersi, di farsi scudo con i corpi. Madre e figlia, immobili nell’abbraccio tra le lamiere accartocciate, tra le urla e il sangue e i corpi feriti. Madre e figlia non si muovevano più, inutile qualsiasi tentativo di salvarle. E tra le tante storie di morte che circolavano ieri ai margini dei binari insanguinati c’era la loro. «Le hanno trovate abbracciate», un dettaglio in più che aggiunge solo strazio a una giornata che non conosce altro che lacrime. Un’immagine che presto avrà anche una storia e si saprà chi era questa mamma che con il suo abbraccio ha tentato di salvare la figlia, l’ultimo gesto disperato. E dove andavano prima che lo schianto le fermasse.

Disastro ferroviario, le drammatiche testimonianze. Le agghiaccianti parole di chi è riuscito a salvarsi, scrive “Norbaonline” il 12 luglio 2016. "Quel rumore, non lo dimenticherò mai. E poi il buio, i lamenti. Le grida, tante grida. Riesco ad alzarmi, comincio a camminare, mi accorgo che sotto di me ci sono dei cadaveri. Li pesto, vado avanti. Cerco Matteo, mio marito. Urlo il suo nome, ma lui non mi sente. Poi riesco a trovarlo: è incastrato nelle lamiere. Scavo con le mani, cerco di togliergli di dosso quei pezzi di ferro. Alla fine ci riesco, non so neanche io come, e attraverso un buco del treno lo porto fuori. Restiamo lì, abbracciati. Poi qualcuno ci separa e ci porta in ospedale. L'ho rivisto ora". Giuseppina Rutigliani accarezza la mano di Matteo Mascoli: stanno insieme da 40 anni e questa mattina stavano andando a Corato all'istituto dove è ricoverato il loro figlio disabile. Dovevano pagare la retta. Ora invece sono ricoverati all'ospedale “Bonomo” di Andria, assieme ad altri 26 sopravvissuti dello scontro. Loro ce l'hanno fatta, possono raccontare l'incubo che hanno vissuto e l'orrore che si porteranno dentro per sempre, dopo aver visto certe immagini. Ad esempio quelle che descrive con le lacrime agli occhi Enza, l'operatrice del 118 di Corato. "Quando siamo arrivati c'erano pezzi di corpi ovunque. Ad un certo punto abbiamo visto una donna che era come rannicchiata su se stessa, con le braccia incrociate sul petto. Ci siamo avvicinati e abbiamo capito: tra le braccia stringeva la sua bambina, ha cercato di proteggerla in tutti i modi. Enza non riesce ad andare oltre, dice solo: "le lamiere, le lamiere l'hanno dilaniate". Al Bonomo i sopravvissuti li riconosci dallo sguardo perso nel vuoto. Dalla labbra che ancora tremano per la paura. Monica Gigantiello sta andando a fare una tac, ha 24 anni. "Ero seduta di spalle, ho sentito soltanto un boato invadere tutto il vagone e poi mi sono ritrovata a terra. Tra noi c'era un signore che lavorava per il 118 e ci ha salvato, è riuscito a farci uscire". Cosa hai visto Monica? "Non voglio ricordare, ma non riesco a mandare via tutte le urla". Sabino, invece, ricorda. Lui è il figlio del vecchio primario del pronto soccorso dell'ospedale di Andria. "Mai avrei pensato di essere testimone di quello che papà mi ha raccontato tante volte, mai avrei creduto di poter vedere così tanto orrore". E invece non è andata così. "Per miracolo, sono vivo per miracolo. Non mi ricordo nulla, sono vivo per miracolo", butta fuori con un filo di voce Michele, 35 anni. A lui gli è andata bene, solo qualche ferita lieve. Si aggira per il pronto soccorso come uno zombie, qualcuno che è tornato da laggiù. Ognuno di quelli che ce l'ha fatta, dicono i medici, è sotto choc. Continuano a ripetere di aver visto decine di cadaveri, di sentire ancora le urla della gente attorno a loro. Oppure stanno in silenzio. E chissà cosa ha visto, cosa ha pensato, Giuseppe Acquaviva.  Chissà se ha fatto in tempo a pronunciare qualche parola. Perché la sua morte è pura follia, un maledetto sbaglio. Giuseppe faceva il contadino, era nel suo campo questa mattina. Stava raccogliendo il frutto del suo lavoro. Poi è arrivato lo schianto, le lamiere che si contorcono, i finestrini che esplodono, i pezzi di ferro lanciati a velocità folle in tutte le direzioni. Uno di questi lo colpisce in piena testa. È un attimo. "Non aveva alcun segno sul corpo”, raccontano i medici del Bonomo, “solo un buco impressionante in testa. Non c'era nulla da fare". Tranne che inserire il nome di Giuseppe nella lista dei morti del treno.

La testimonianza di Valentina Achille, sopravvissuta alla sciagura ferroviaria, scrive Serena Ferrara il 13 luglio 2016 su “Bisceglie in diretta”. «Avevo scelto le ferrovie del Nord Barese perché sono più pulite, confortevoli e puntuali». Valentina Achille, 24 anni, studentessa in scienze politiche prossima alla laurea, ce l’ha fatta. È tra i sopravvissuti del più tragico incidente ferroviario della storia della Puglia. Tranese, volontaria del centro di Bisceglie “Tra Naso e Coda”, divide la sua vita tra Trani, Bisceglie ed Andria. Una ragazza dal cuore d’oro, la descrivono gli operatori dell’ASD di via Luchino Visconti, che con lei hanno condiviso tanti momenti di impegno civico. Due costole rotte e alcune ferite sul volto, la diagnosi dei medici dell’ospedale Bomono di Andria, dove la ragazza, ricoverata, trova la forza di scrivere un lungo, commuovente messaggio su Facebook. Valentina era partita alle 7.30 da Trani, in direzione Bari. Ad accompagnarla il fidanzato Pietro Loconte, di Andria, che la stava supportando nel difficile periodo della stesura della tesi di laurea. Aveva scelto Ferrotramviaria e non Trenitalia, anche in questa occasione «per l’igiene, il comfort, la puntualità» Per lei, la mattinata si era conclusa positivamente, con un ok dato sul lavoro svolto da parte del prof. dell’università. Il treno del ritorno l’avrebbe accompagnata dalla sorella prima, dal fidanzato ad Andria poi. «Ieri mi ero svegliata con tanti buoni propositi… appena rientravo da Bari sarei andata da mia sorella e poi a pranzo dal mio ragazzo. Ho sempre preferito la Barinord al Trenitalia…per l’igiene, il confort e soprattutto la puntualità (una volta sono rimasta 3h in treno nelle fs). Ieri ero felice, il capitolo della tesi va bene e potevo andare avanti, J Ax nelle orecchie e il solito viaggio…» racconta. Poi lo scontro, annunciato da “qualcosa che non andava”: più fermate sospette durante il viaggio, diversi inceppamenti del mezzo, di cui ufficialmente nessuno ancora parla. «Un solito viaggio che però stava avendo problemi… troppe volte abbiamo sostato e che qualcosa non andava si sentiva. Un attimo e mi sono ritrovata sotto il tavolino dei sedili… un forte boato “cazzo sta succedendo??” … il tempo di riprendermi e un ragazzo si è accertato delle mie condizioni… ho pensato ad una bomba poi non so forse per pensare ad altro ho iniziato a cercare la borsa per bere acqua che non ho più bevuto… una testa su di un albero … cazzo vale sei viva… ho pensato e subito le lacrime mi hanno attraversato! la mia maglia sporca di sangue e il petto dolorante… grazie al ragazzo della valigia blu e a quello della campagna siamo usciti dal treno...». A soccorrerla, grazie ad un messaggio Whatsapp, il fidanzato, giunto sul posto grazie alle indicazioni inviate tramite tracciamento GPS dalla fidanzata, che solo così si è potuta salvare. «Eravamo salvi… era una tragedia più grossa di quello che pensavo… ho avvisato Pietro, mia sorella e famiglia e un paio di amici nessuno ci credeva …io non ci credo ancora … questa notte ho rivissuto tutto… ma io sono viva… si viva... distrutta ma viva … nel 2016 non si può morire così!!! cosa ho pensato una volta qui? che devo essere grata di poterlo raccontare…piango per il dolore di chi ha perso cari e di chi è ancora a rischio! Sono felice per la ragazza bionda che ho accompagnato… fin quando non ho saputo che stava bene io non avevo dolori … appena rilassata ho pensato che forse proprio così bene non sto ma poco importa sono viva e devo alzarmi!!» Commuoventi le parole di ringraziamento che scrive d’un fiato sul web: «Ringrazio il mio ragazzo, la mia vita, che ha anche aiutato il 118 ad arrivare su quel luogo dimenticato da Dio… gli operatori del pronto soccorso e tutto l’ospedale … i dottori e infermieri che mi hanno rassicurato e confortato... che hanno asciugato le mie lacrime e detto” non è una gara a chi soffre meno, chiedi aiuto e piangi quanto vuoi … ma rilassati!” La mia famiglia, non che quella di Pietro e le mie custodi… mi sono vicine … come tutti voi che mi avete contattato! Siate felici per me… camminerò e riprenderò a pieno la mia vita! certo le ferite fisiche… la cicatrice al mento e le costole fratturate resteranno con me per sempre ... quelle degli occhi che hanno visto e del cuore stremato dalle urla, per cui non potevo fare nulla, le userò per farmi forza! Ora si va avanti, soprattutto per coloro che non ci sono più!! Ringrazio il mio Papà che dal cielo mi ha fatto da scudo, ne sono sicura! Ancora grazie e scusate se non rispondo … ma sono scossa mi fanno male i denti e piango». Anche Pietro è molto scosso, quasi avesse perso alcuni anni della sua ancor giovane vita: «La prima telefonata è arrivata alle ore 11.00 – racconta – ma ero convinto che Valentina fosse arrivata in stazione, ad Andria, e non risposi. Subito dopo arrivarono altre due telefonate: alla terza capì che era il caso di rispondere. La voce era straziante, piangeva, non capivo cosa stesse succedendo. Decisi di affidarmi all’istinto: mi misi subito in sella alla Vespa per cercare una pattuglia e ricevere delle indicazioni. Nessuno sapeva di cosa stessi parlando. Ho seguito la prima ambulanza che ho visto sfrecciare lungo la direzione dell’incidente, ma fummo costretti a fermarci, perché non conoscevamo il luogo esatto dell’incidente. Fu un operatore del 118, frattanto giunto sul posto, a fornirmi la posizione tramite whatsapp, dopo alcuni minuti. Giunto sul posto, mi si parò di fronte una scena orribile: tutti urlavano, c’erano persone piene di sangue, gente che non dava segni di vita. Non sapevo dove andare, cosa fare, correvo da una parte all’altra senza riflettere. Alle 11.40 telefonai nuovamente a Valentina, che si trovava dall’altra parte del binario. La raggiunsi con il cuore spezzato e decisi di portarla via da quell’inferno maledetto. Fornì aiuto a chi potevo e mi misi in macchine insieme ad un’altra ragazza e un ragazzo. Riuscimmo a raggiungere il pronto soccorso di Andria alle 12.00. Prime notizie alle ore 17.00: Valentina era salva, ricoverata al quinto piano per via delle fratture.   Grazie a chi si è preso cura della mia Valentina, grazie a chi ha reso possibile il miracolo».

Lo studente, il contadino, l’agente: quelle vite perdute fra gli ulivi in Puglia. Il pellegrinaggio dei familiari nelle camere ardenti degli ospedali. Lo strazio del riconoscimento, solo in cinque avevano i documenti, scrive Francesca Paci il 13/07/2016 su “La Stampa”. Il nonno di Antonio urla come un pazzo. Per ore la famiglia Summo ha girato da un ospedale all’altro, Andria, Barletta, Bisceglie, cercando tra i feriti il quindicenne che non rispondeva più al cellulare. Giungono all’istituto di medicina legale del Policlinico di Bari verso le 18. I genitori non ce la fanno a entrare e tocca a questo omone con la camicia madida di sudore riconoscere il nipote tra i corpi a cui ancora mancano i nomi. Solo cinque avevano i documenti addosso: il resto delle borse, gli zainetti, i portafogli, tutto è sparpagliato tra le macerie nella campagna degli ulivi insanguinati. Antonio è lì dentro, il nonno impreca contro il cielo, mamma e papà, fuori, inebetiti nel caldo torrido, rivivono in trance le ultime immagini del ragazzino, quasi a convincersi che la sorte avrebbe potuto essere diversa: «Gli avevamo detto di non andare. Non serviva che pendolasse ogni giorno tra Andria e Ruvo per recuperare quelle due materie. Ma Antonio ci teneva tanto, gli piaceva l’istituto tecnico, voleva seguire le lezioni e arrivare a settembre prontissimo. Non doveva andare e invece è andato e poi il preside della scuola gli ha detto che avendo lavorato bene poteva tornare a casa prima, poteva prendere il treno in anticipo, poteva arrivare per pranzo e non è arrivato più...». Per tutto il pomeriggio la camera mortuaria del principale ospedale del capoluogo pugliese, dove si trovano 20 delle 27 vittime della tragedia ferroviaria di ieri, accoglie un’umanità sbandata, confusa, disperata ma anche incredula, attonita, aggrappata a speranze già dissolte. Una signora dai capelli argentei indossa ciabatte e una vestaglia a fiori incrociata sul seno, era ai fornelli quando l’hanno chiamata. Due ragazzi barcollano abbracciati, lei ripete singhiozzando «non c’era nessun bisogno che andasse oggi a comprare quel maledetto macchinario ma sembrava sempre che i campi non potessero aspettare». Un uomo sui quaranta s’incammina verso l’obitorio con un bollettino che sbuca fuori dal taschino della camicia, viene direttamente dall’ufficio postale. Lo schianto dei treni dei pendolari ha colto le loro famiglie nella routine di giornate scandite dal bacio del mattino e da quello della sera. Tutti cantilenano il mantra dell’impossibile rassegnazione «Non si può morire così nel 2016». C’erano braccianti, studenti, impiegati, chi andava e chi tornava, c’era il tessuto produttivo della regione a bordo dei vagoni accartocciati come si fossero divorati a vicenda divorando al tempo stesso la campagna circostante e il contadino ucciso dalle lamiere volanti mentre si arrampicava su uno dei suoi ulivi.  C’era Fulvio Schinzari, 59 anni, alto funzionario della polizia di Bari, una scomparsa che lascia i colleghi della Questura balbettanti, sotto shock, tutti incollati alle foto di treni in corsa che Fulvio aveva postato online appena qualche giorno fa. C’era il settantatreenne Enrico Castellano, un ex funzionario del Banco di Napoli ormai residente a Torino da quasi mezzo secolo che era rientrato ad Andria lunedì per festeggiare il compleanno del nipotino oggi, 13 luglio, onomastico di San Enrico: data la mattinata oziosamente soleggiata aveva pensato di trascorrere un po’ di tempo con i vecchi amici di Bari, il fratello, la sorella, aveva appuntamento in un ristorante sul mare, qualche ora appena e poi di nuovo in treno per la cena a casa del figlio. E c’era Pasqua, una estetista di trent’anni che come sempre si recava al lavoro da Andria a Bari, poco più di un’oretta di viaggio durante la quale guardare e riguardare sul telefonino gli scatti più recenti della figlioletta di due anni. Pasqua, come diversi altri, non risulta tra i feriti, il cellulare è muto, sua cugina Tamara, studentessa di medicina a Roma, aspetta notizie sugli scalini della camera mortuaria dove un gruppo di giovani psicologhe si è messo a disposizione per l’assistenza ai famigliari. Non piange, Tamara. Parla e, a tratti, tira lunghi sospiri: «Sono a Bari in vacanza, come ogni estate. Sarà deformazione professionale ma dopo aver chiamato tutti gli ospedali ho cercato di mantenere la calma e sono venuta qui, tra poco arriverà anche il padre di Pasqua. Suo marito invece no, si è precipitato sul luogo dell’incidente ed è rimasto là, vorrebbe scavare tra i rottami. Ci vorranno ancora alcune ore per il riconoscimento, dicono che quattro o cinque corpi sono ridotti molto male, a noi che siamo fuori chiedono segni particolari, cicatrici, tatuaggi, il colore e il tipo degli abiti indossati». L’obitorio del Policlinico è una sorta di non luogo. C’è un ragazzo di 25 anni che cerca la fidanzata del fratello e poi la trova e vorrebbe non averla trovata e si accascia e singhiozza come un bambino. C’è una signora bionda che si appoggia a corpo morto a un uomo dai capelli bianchi, il fratello di suo padre che, ripete, gli assomiglia come una goccia d’acqua. Non hanno voglia di raccontare, ma parlano a voce alta, piangono, imprecano: «Gli piaceva sedersi davanti, sempre davanti, anche in aereo. In treno cercava sempre il posto nel primo vagone. Quando ho realizzato che papà era su quel convoglio ho preso la macchina e ho guidato come un automa fino là, mi sono gettata tra quelli dei soccorsi, mi tenevano in dieci, urlavo che dovevo salvare mio padre». Cala la sera e le anime perse sono ancora qui. Qualcuno cita la storia della mamma trovata abbracciata alla figlia, morte entrambe, un unico inscindibile corpo. «Meglio non sopravvivere», mormora una ragazza accasciandosi sugli scalini: è stata qui tutto il giorno e solo alla fine l’hanno fatta entrare a guardare tra le salme. 

Quelle due Italie allo specchio, scrive Massimo Gramellini il 13/07/2016 su “La Stampa”. Quale sarà la vera Italia? L’Italia che nel secolo dell’alta velocità boccheggia ancora sopra un binario unico, oppure quella che di slancio si mette in coda nelle corsie d’ospedale per donare il proprio sangue ai feriti? Il guaio è che sono vere tutte e due. Lo sono sempre state, in guerra e in pace, tra le scintille della tragedia e nella prosa della quotidianità. La prima Italia, così ripetitiva e immutabile nei suoi vizi, ogni volta ci sgomenta al punto da farci dimenticare l’esistenza dell’altra, sentimentale o semplicemente viva, che invece sopravvive intatta tra le pieghe del cinismo disseminato a piene mani spesso dai ceti più colti.  Ieri in Puglia l’egoismo ha conosciuto la sua giornata nera. Subito dopo che l’incidente ferroviario aveva depositato sul terreno uno strascico di dolore, è bastato che i medici lanciassero la richiesta urgente di sangue del gruppo “0” positivo perché una comunità intera interrompesse qualsiasi attività e si mettesse in movimento. Da Andria a Molfetta, da Trani al Policlinico di Bari, non esiste nosocomio della zona che non sia stato letteralmente travolto dagli aspiranti donatori. Una fiumana di operai, professionisti, ma soprattutto studenti. A Bari i laureandi in medicina sono usciti dall’aula in cui avevano appena sostenuto gli esami per correre in massa al pronto soccorso: erano talmente numerosi che hanno dovuto prendere il numeretto come alle poste. Chi era arrivato a stomaco pieno cedeva il suo e si metteva in fondo alla coda, così da digerire in tempo utile per sottoporsi alla trasfusione. E i «social», che tanto spesso assomigliano a un binario unico che veicola soltanto odio, almeno per un giorno si sono trasformati in un trampolino di appelli e informazioni vitali. Dai giorni lontani dell’alluvione di Firenze e degli «angeli del fango» che accorsero a metterne in salvo i capolavori, il richiamo emotivo dell’emergenza agisce sui giovani come una molla. E ci ricorda sostanzialmente due cose. Che i ragazzi, in mezzo a mille difetti, hanno riserve pressoché inesauribili di entusiasmo ed energia. E che una società capace soltanto di umiliarli e di deprimerli, affogando i loro sogni esistenziali dentro «stage» infiniti e lavori sottopagati, sta commettendo l’unico delitto che potrebbe distruggerla: quello di lesa speranza.  

Il giornalista Antonio Loconte: "II selfie notturni col bambino in braccio di chi chiama noi giornalisti sciacalli". E su Facebook insulti alle vittime, scrive su "ilquotidianoitaliano.com" il 13/07/2016. “No, non siamo parenti, siamo solo venuti a vedere la scena per fare qualche foto da avere sul telefonino. Un fatto così quando ricapita più”. A scrivere è Antonio Loconte, un giornalista di Qi-Il Quotidiano italiano Bari, che sta facendo il suo lavoro di cronista dal luogo dell'incidente. Scrive sul suo giornale: La storia è sempre quella: i giornalisti sono sciacalli, ma non si può fare a meno della loro faccia tosta per portare alla luce storie e fatti altrimenti sepolti, in questo caso dalle lamiere accartocciate dei due convogli pieni di pendolari: studenti, pensionati, operai. Gente comune pronta a un’altra levataccia, mentre quelli con la pancia piena un treno come quello non sanno neppure com’è fatto. Dopo dodici ore sul luogo del disastro, al palazzetto dello sport e all’ospedale di Andria, dove altra gente comune prestava soccorso ai feriti, vedendo morire i più gravi, intorno alle 23 ho assistito a una scena altrettanto difficile da dimenticare. Il suo racconto continua. Mentre cercavano la macchina di un collega, ecco che vedono due autovetture. Sono parenti, amici di qualche disperso? È a quel punto che inizia il dialogo di un tempo che non appartiene neppure a noi “sciacalli”. Siete parenti? mi dispiace profondamente per quanto è successo, spero riusciate ad avere presto buone notizie. L’approccio è quello di chi non aveva visto altro che morti e feriti, lacrime e disperazione. L’uomo, con un sorriso beffardo, risponde come se stesse andando a vedere al cinema un film su un incidente ferroviario: “No, non siamo parenti, siamo solo venuti a vedere la scena per fare qualche foto da avere sul telefonino. Un fatto così quando ricapita più”. Avrei voluto dargli un pugno in faccia, invece, non ho avuto neppure la forza di rispondere. Mi sono consolato con l’immagine della mamma trovata abbracciata alla figlia nell’ultimo tentativo di strapparla alla morte. Non ce l’hanno fatta entrambe, insieme ad un’altra trentina di persone. Sarò anche uno sciacallo, ma dopo aver fatto il mio lavoro, dopo aver cercato di raccontare il disastro in maniera rispettosa e appassionata, le foto dal mio telefonino le ho cancellate. Ma su Facebook c'è anche chi insulta le vittime: "Venti terroni deceduti, 35 feriti gravi. E' questa la grande notizia che ho appena sentito Venti non sono tanti ma sono pur sempre meglio di niente". E' il post choc apparso su Facebook sotto l'account di Giorgio Cutrera e contro il quale le volontarie del Ser di Corato, le prime a prestare soccorso sul luogo del disastro ferroviario, si scagliano furibonde mentre prendono parte ai soccorsi. "Non sono morti venti terroni, sono morti venti italiani come te.

Vergognati. Sei tu che non meriti di essere vivo", si indigna Enza, commentando il messaggio arrivato via web.

Lo scontro dei treni: "Sì, ho alzato la paletta, ma sono anch'io vittima di questo dramma". Il capostazione di Andria chiuso nella sua casa insieme alla moglie: “Lo so, adesso tutti ci odieranno”. Ma i colleghi lo difendono, scrive Giuliano Foschini il 14 luglio 2016 su “La Repubblica”. "In questa storia anche noi siamo delle vittime. Siamo disperati ma un solo errore non può aver causato tutto questo". Al primo piano di una palazzina nella zona dello stadio di Corato, il capo stazione di Andria Vito Piccarreta e sua moglie sono barricati nel dolore. Lia è appena tornata da Medjugorje dove era andata con don Vito, il prete della parrocchia del Sacro Cuore che la famiglia frequenta da sempre. Sua figlia non è andata al lavoro, un negozio di telefonini in centro che gestisce nel centro della città. "È gente per bene, saranno distrutti", dicono al panificio di fronte. E hanno ragione. Sono distrutti: "Stiamo soffrendo, quelle immagini sono inaccettabili, tutto quel dolore, quello che è accaduto è incredibile. Ma non è pensabile dare la colpa di quello che è successo soltanto a un errore umano. Non è così", dice la signora. E probabilmente ha ragione: non può essere soltanto un errore umano. Lo ha detto chiaramente il procuratore aggiunto Francesco Giannella: "Non ci fermeremo assolutamente alle prime responsabilità. L'errore umano è soltanto il punto di partenza di questa storia". Spiega un investigatore: "Il problema non è il binario unico perché in Italia la maggior parte dei treni viaggiano sul binario unico. Il problema è il sistema di controllo che ovunque è automatizzato tranne che qui". Qui fanno tutto i capistazione e i macchinisti. E se sbagliano tocca soltanto a loro rimediare. Gli intoppi sono sempre accaduti. Ma prima era molto più facile rimediare perché su questa linea viaggiavano pochi treni. Da qualche anno, da quando le Ferrovie del Nord Barese sono state rilanciate, e ancora di più negli ultimi mesi con l'introduzione del metro per l'aeroporto di Bari, le corse sono aumentate. E c'è stata grandissima attenzione ai ritardi: treni supplementari, corse eccetera. Questo ha portato un carico di lavoro maggiore pur lasciando inalterate però le obsolete tecnologie di sicurezza. Risultato: lo scontro. Piccarreta d'altronde non fa un mistero di quello che ha accaduto: "È vero quel treno non doveva partire. E quella paletta l'ho alzata io: non sapevo che da Corato stesse arrivando un altro treno per questo ho dato il via libera", spiega oggi, così come ha confermato ai funzionari che stanno conducendo l'inchiesta interna. A loro ha provato a spiegare che quella era stata una giornata complicata, i treni che portavano ritardo, c'era stata l'aggiunta di un treno supplementare e dunque in quel lasso di orario era previsto l'arrivo di tre treni e non dei soliti due, i macchinisti che assemblavano nuove vetture per sopperire il ritardo. "È stata una giornata molto particolare", dice. "Ma quello che è successo è troppo". Troppo. "So che ora se la prenderanno tutti quanti con noi", dice la signora Lia, a casa. "Mio marito è il capro espiatorio perfetto. Ma non è giusto: perché è un lavoratore serio, in questi anni ha fatto sempre e soltanto il suo dovere. Questa è una tragedia troppo grande per noi. È un lutto, abbiate rispetto del nostro dolore". Ecco perché questo capostazione di Andria non è Schettino. Non c'era alcuna ragazza che ballava nella sua stanzetta dello scalo di Andria. Non ha abbandonato nessuna nave. Ha commesso un errore, un gravissimo errore ma ha perso un amico. Un caro amico: Pasquale Abbasciano, uno dei macchinisti morti nello scontro era come uno di famiglia. Stessa città, stesso lavoro, tutti i giorni l'incrocio su quel binario. Uno a bordo del treno, l'altro alla guida delle vetture. "Era uno di noi", racconta fuori dalla chiesa Cataldo Angione, uno dei colleghi. "Vito è persona seria e scrupolosa. Grandissima esperienza. Ma sotto pressione, come sono i nostri colleghi negli ultimi tempi, è più facile sbagliare". Dicono gli amici e colleghi alla stazione di Andria, dove l'azienda ha dato loro la consegna del silenzio: "Non dovete chiedere a Vito perché ha alzato quella paletta ma a qualcun altro perché non è in grado di controllare il nostro lavoro. Noi guidiamo treni. Non siamo piloti di aereo". Nel pomeriggio le finestre di casa Piccarreta sono chiuse. In serata un lungo fiume di persone è per strada. Sono qualche centinaio, portano candele in mano e hanno la faccia rigata dal pianto. Corato è una città segnata dal dolore, molte delle vittime, a partire proprio dai colleghi di Vito, vivevano in questo paese. La città è a lutto, le saracinesche sono abbassate, questa marea di ragazzi è partita da piazza Cesare Battisti e si dirige in silenzio verso la stazione. In testa c'è un prete e un fascio di fiori bianchi. Lia dice: "Ci odieranno" e invece qui in mezzo in molti conoscono Vito, ne parlano con calore misto anche ad affetto. "Uno come lui, seppur con la sua fede, non potrà reggere un dolore così grande" dice Luca Fiore, un ragazzo che frequentava la stessa parrocchia. Il corteo si spinge fino alla stazione, le candele si poggiano per terra. Qualcuno abbozza un applauso, si piange, i ferrovieri si abbracciano. Da poche ore è arrivata la notizia che Vito è stato sospeso. Una ragazza inserisce i soldi in una biglietteria automatica. In lontananza, nessun rumore di rotaie.

Non abbandoniamo quell'uomo schiacciato dal suo sbaglio. Il capostazione che ha dato il via libera è distrutto: va aiutato a sopravvivere al rimorso. Che può durare per tutta la vita, scrive Alessandro Meluzzi, Venerdì 15/07/2016, su "Il Giornale". La tragica vicenda del tratto ferroviario tra Andria e Corato, in cui hanno perso la vita 27 persone, ripropone nuovi drammi e vecchi quesiti. I drammi sono quelli di sempre. Il quesito è se vi sia una colpa in cui hanno contribuito il taglio della spesa pubblica, il declino civico o l'abbandono amministrativo. Insomma, tutti elementi che possono diventare fatali per l'irrompere di un'apocalissi para-tecnologica, perché il treno e la ferrovia non sono sicuramente al livello della modernità di un'astronave, ciò nonostante anche rispetto alla tecnica matura come quella del treno il dibattito avvampa intorno alla presenza di linee che si aprono con una telefonata o scambi meccanici a mano, smentendo l'idea dell'onnipresenza rassicurante che l'unione tra scienza e tecnica sembravano dover garantire. È in questo mix tra umano e meccanico, tra tecnico e civile, che il dibattito si posa su una questione umanissima. Quanta colpa ha il ferroviere, quel capostazione archetipo del tempo passato, rispetto ad una tragedia in cui viene chiamato in causa? Il procuratore di Trani, Francesco Giannella, non vuole considerare la tragedia come un puro errore umano, lo considera riduttivo. Persino, Cantone ha attribuito al Molok della corruzione attraverso le tangenti la colpa ultima di ciò che è avvenuto. È vero che molti si dibattono sul perché quella linea non fosse stata raddoppiata con i fondi europei disponibili. Per ora si sa che nel registro degli indagati per disastro ferroviario e per omicidio colposo plurimo sono stati inseriti i due capistazione Vito Piccarreta e Alessio Porcelli. Ma nonostante queste attenuanti di natura ambientale la causa ultima è quella paletta che viene alzata dalla mano di un uomo, gettando la persona in un dramma tragico. È vero che i colleghi hanno detto che non lo lasceranno solo ma quando il capostazione non si è reso conto che i treni erano tre e non due e che il treno a cui dava il via era il secondo e non il terzo rappresentava l'interruttore di un evento tragico. Le foto circolano sui media come il dibattito. Quanto più la tecnologia cresce tanto più la responsabilità umana si attenua e definire la causa principale di un errore umano è una scorciatoia. Tutto ciò contribuirà a razionalizzare la colpa dell'uomo. Probabilmente nessuno ha parlato di lui come ha fatto con Schettino. Ma sapere che dopo quel fischio e quell'alzata di paletta un treno si proiettava contro la morte non potrà non turbare i sogni di quest'umo pacifico nella Murgia pugliese. Questo pensiero, però, riflette su di noi una morale al di là della consolazione e del rimorso che agita il cuore di quest'uomo ed è una lezione controcorrente e non inutile. Pensare che anche nell'epoca delle tecnologie mirabolanti, della robotica dei sistemi esperti che si auto-governano da soli, tutto torni all'uomo non è una lezione inutile. Una macchina intelligente può decidere di suicidare il proprio padrone dopo un calcolo utilitaristico ma quanti di noi si affiderebbero ad una tecnologia così? Gli accertamenti svolti fino a questo punto non hanno ancora consentito di ricostruire con esattezza la dinamica dell'incidente ma esistono, secondo gli inquirenti e la procura, alcuni punti fermi: il convoglio si è messo in movimento quando non doveva spostarsi con l'assenso del capostazione e con il semaforo verde del semaforo. A questo proposito il capostazione di Andria, Vito Piccarreta, si assume la colpa di aver dato il via libera, anche se non sapeva che da Corato stesse arrivando un altro treno. Quanto detto prima sulla difficoltà del ipotetico responsabile di prendere sonno si avvera nelle sue parole. Piccarreta dice di considerarsi anche lui una vittima, dice di essere disperato ed è convinto che un solo errore, il suo, non può aver causato tutti quei morti. Che cosa avrebbe dovuto fare il capostazione di Andria? Avrebbe dovuto consentire la partenza del treno solo nel momento in cui gli altri due treni, provenienti da Corato, fossero arrivati in stazione. L'uomo diventa importante quando il caso incontra la necessità, quando non si deve trovare un capro espiatorio ma un passaggio di un evento.

"Il botto mi ha scagliato sui sedili poi ho visto l'orrore di quei corpi". Roberta Saudella, sopravvissuta alla strage in Puglia, ha preso il treno per caso per finire nell'incubo, scrive Massimo Malpica, Venerdì 15/07/2016, su "Il Giornale". «Quell'uomo, il capotreno, era per terra, insanguinato, rantolava. Un attimo prima mi aveva controllato il biglietto e poi eccolo lì, gli occhi fissi, incapace di parlare». Chi può farlo, chi può parlare, invece, per raccontare che cosa è successo martedì mattina a bordo di quel treno partito dalla stazione di Andria sul binario unico già occupato da un convoglio in direzione opposta, correndo verso una tragedia a quel punto inevitabile è lei, Roberta Saudella. Barese, madre di due bimbi, Roberta insegna in una scuola di Andria, e le ferrovie del Nord Barese sono il suo consueto mezzo di trasporto.

Come mai a scuole chiuse si è trovata su quel treno?

«Ero ad Andria per il recupero del debito formativo di un alunno. Ho finito presto e sono arrivata in stazione. Quel treno era il primo utile. Era un po' in ritardo, sono salita a bordo sulla terza carrozza, semivuota, e mi sono seduta. Eravamo partiti da pochissimo, ho preso il cellulare dalla borsa e ho sentito un gran botto. Un secondo dopo sono stata scaraventata sui sedili di fronte a me, per fortuna vuoti: ricordo solo un gran dolore e lo stridio dell'acciaio finché ci siamo fermati».

Come è scesa dal treno?

«Sono riuscita a rialzarmi, acciaccata, con la nuca dolorante per la botta alla testa, ma viva. Ho visto subito il capotreno per terra, era ridotto male, privo di sensi, l'ho riconosciuto dai baffi. Era in piedi nel momento dello schianto ed è finito sulla porta che separa i vagoni. Ho subito chiamato il 118, erano le 11.08, poi ho avvisato mio marito. Qualcuno ha aperto la porta con la leva di emergenza e siamo scesi saltando sulla massicciata. Io, come gli altri che sono riusciti a scendere sulle nostre gambe, ci siamo trovati di fronte uno spettacolo irreale. Dai vagoni squarciati arrivavano urla e lamenti, c'era gente con gravi ferite che si affacciava dai finestrini rotti e dalle porte ma non era in grado di tenersi in piedi. Ho cominciato a camminare verso il punto dell'impatto, ma...».

Che cosa è successo?

«Ho visto un uomo per terra, inanimato, penso non ce l'abbia fatta. Poi un ragazzo steso vicino ai rottami, sbalzato fuori nell'impatto, con terribili ferite. Mi sono paralizzata, non ho avuto il coraggio di proseguire, sono tornata verso la mia carrozza. Lì con due ragazze praticamente incolumi abbiamo cercato di aiutare il capotreno, che aveva ripreso conoscenza ma era sotto choc. Si era messo seduto, ma era confuso, rantolava, gli parlavamo per tenerlo vigile ma non ci rispondeva. E il 118 per telefono ci diceva di non fare nulla prima dell'arrivo dei soccorsi».

Sono arrivati subito?

«Penso di sì, ma io continuavo a chiamarli anche perché i telefoni non prendevano bene ed era difficile per i soccorsi trovare la strada per raggiungere il luogo dell'incidente».

Lei è una passeggera abituale, ha mai temuto qualcosa del genere?

«Sono ottimi treni, la questione del binario unico era nota, ma pensavo ci fossero sistemi di sicurezza tecnologici. Non sapevo, e non avrei mai pensato, che nel 2016 fosse tutto affidato a telefonate tra capistazione».

La figlia vigila sul capotreno sopravvissuto. (Articolo di Vincenzo Chiumarulo, ANSA, pubblicato su “La Gazzetta del Mezzogiorno del 14 luglio 2016). Lo sguardo pieno d’amore della sua giovane figlia, che lo osserva con gli occhi di chi è consapevole che ha rischiato di non vederlo mai più, vigila sul capotreno Nicola Lorizzo, sopravvissuto all’incidente ferroviario in cui hanno perso la vita 23 persone. Nicola è ricoverato nel reparto di Neurochirurgia del Policlinico di Bari. E’ in prognosi riservata e il suo volto tradisce i segni di chi è scampato a una tragedia: provato sì, ma non in pericolo di vita. Nel pomeriggio è uno dei feriti che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, saluta e conforta. Una vita, quella di Lorizzo che ora sembra quasi più preziosa di quanto già fosse prima di scampare all’impatto tremendo sulla curva di quel binario unico che taglia le campagne tra Andria e Corato, e su cui due convogli si sono scontrati frontalmente. Nicola, che era sul treno con il macchinista Pasquale Abbasciano, morto a un anno dalla pensione, potrebbe essere uno dei testimoni chiave per capire le cause della tragedia. Infatti il capotreno, che su quei convogli svolgerebbe anche la funzione di aiuto macchinista, è una delle persone che ha dialogato con il capostazione ora sotto inchiesta e che forse ha dato il segnale sbagliato per la partenza del treno proveniente da Barletta. Sarà anche per questo motivo, oltre che per ovvie ragioni di riservatezza, che l’accesso ai cronisti nell’ala del reparto in cui è ricoverato, è severamente vietato. C'è però chi riesce ad avvicinarsi alla sua stanza: sua figlia sembra serena, sorride, si raccoglie i capelli e con una infermiera aiuta Nicola a cambiare posizione nel letto. Lorizzo si copre con una coperta: fuori fa molto caldo, ma a Neurochirurgia l’aria condizionata è forte. Con discrezione un giornalista si avvicina, prova a chiedere all’infermiera che subito lo raggiunge se la figlia di Nicola abbia voglia di parlare delle condizioni del padre. L'infermiera però chiude la porta, sbattendola, e urla al cronista di allontanarsi. Al primo giornalista se ne aggiunge un altro. E’ a questo punto che l’infermiera chiude a chiave l'ingresso dell’intero reparto, annunciando di aver chiamato la polizia. 

Scontro fra treni, il cielo in una stanza nella cabina. "L'eterna solitudine di noi macchinisti". Ore alla guida, stipendi bassi, e un'aspettativa di vita di 64 anni. "Ma la Fornero ci manda in pensione a 67...", scrive Francesco Merlo il 14 luglio 2016 su “La Repubblica”. "Lei mi chiede cosa ha visto, cosa ha capito e cosa ha fatto il mio amico Albino in quella cabina che per noi macchinisti, mi creda, è il cielo in una stanza ".

Glielo chiedo perché, per me, la locomotiva che "corre, sempre più forte / e corre verso la morte" è ancora quella di Guccini, "il mostro strano / che l'uomo dominava con il pensiero e con la mano". Dunque, ingenuamente, immagino che il suo amico sia morto come aveva vissuto. "Lei se lo immagina che, nel suo ultimo momento, cerca il freno, preme bottoni, inventa soluzioni ". E invece ha gridato e si è messo le mani nei capelli?

"Quello sicuramente no, perché Albino i capelli non li aveva".

E però Albino ha visto il treno che gli volava addosso.

"Sì, ma mentre capiva non era più tra i vivi".

Com'era Albino De Nicolo?

"Era piccolo e calvo ma aveva gli occhi sporgenti, occhi di ferroviere, occhi che non si spaventano mai. E poi Albino rideva sempre. Quando gli altri gridano, lui rideva".

Come Mangiafuoco che invece di piangere starnutiva?

"Forse perché era di Terlizzi, un paese allegro".

Il paese di Vendola. Albino aveva figli?

"Sì. Uno è stato assunto in azienda: capotreno pure lui".

Vi frequentavate solo sul treno?

"No. Andavamo con le famiglie a mangiare in campagna. Lui era più vecchio di me". 

Angelo Cirone, che ora di Albino di sente orfano, si presenta così: "Macchinista, figlio di macchinista. Purtroppo però da un po' di tempo mi hanno trasferito in ufficio perché mi sono ammalato. Ma il treno mi manca. Io sono orgoglioso di essere nato e di essere diventato grande sotto lo sguardo di quegli occhi di ferroviere ". Cirone racconta il ferroviere come l'eroe di Vittorini, come il duro di Piero Germi. E lavora appunto per la Ferrotramviaria, l'azienda del crash dell'altro ieri, quella della contessa Pasquini: "Un'impresa magnifica, e una signora simpatica, una dirigente attenta, mi creda ".

Però il sistema di sicurezza era antiquato.

"Ma legale. E stavano per appaltare l'ammodernamento anche di quel maledetto tratto".

Conosce i due capistazione che si sono telefonati?

"Certo che li conosco. Ma preferirei non parlare di loro. Sono stati sospesi, c'è l'inchiesta giudiziaria".

Non si sono capiti?

"Evidentemente no".

Pivelli?

"Ma no. Hanno trenta, trentacinque anni di servizio sulle spalle. Di sicuro, la telefonata, breve, è stata fatta per avvisare che un treno era partito e che bisognava fermare l'altro treno nella stazione".

E invece...: sarà facile scoprire chi dei due ha sbagliato?

"Non lo so. Sono inchieste complicate. Mi auguro che tutto avvenga con rigore e prudenza. In metafora anche le indagini sono potenti e delicate come un treno".

La responsabilità è tremenda: con il sistema delle Ferrovie dello Stato l'incidente non sarebbe accaduto.

"No. Perché i treni si sarebbero entrambi bloccati. E i via libera non arrivano con una telefonata da una stazione all'altra".

Lo stereotipo dice che la stazione non è mai troppo amata dai macchinisti, dai ferrovieri, forse perché il treno è futurista (De Pero) e metafisico (De Chirico) mentre la stazione è un mito romantico, quella di Claude Monet, la gare inspiratrice dove Proust andava "a cercare il treno di Balbec" e gli parevano "immensi cieli del Mantegna o del Veronese" quelle volte di vetro, quei tetti dove, passo dopo passo, costruisce il suo sentiero di bambino mitologico l'Hugo Cabret di Scorsese nella straordinaria scenografia del nostro Dante Ferretti. Dunque mi sposto. E di stazione vado a parlare adesso con un altro macchinista, questa volta delle Ferrovie dello Stato. Anche lui pugliese. La stazione "per noi macchinisti", spiega Antonino Vito che conduce treni merci in partenza da Bari, "è perdita di tempo, la parte più sgradevole del nostro lavoro. Io ci mangio, piuttosto male, alla mensa. Dormo nei ferro-hotel che sono i vecchi dormitori, con il nome cambiato, modernizzato. Personalmente non amo tanto neppure i passeggeri che considero, mi passi il termine, scassacz ...". A Vito piace solo il treno, "non ho mai messo piede in un dopolavoro ".

I dopolavoro sono le associazioni che gestiscono i lidi balneari per voi ferrovieri?

"Ne ho visto uno in provincia di Foggia, a Marina di Chieuti".

Bello?

"Immagino di sì, ma non mi interessa ".

Perché le piace guidare il treno?

"Perché decido tutto io. Mi piace entrare nei paesaggi, amo il buio delle gallerie, ogni tanto scendo e vado a controllare il sistema di frenata, porto macchine di 1500 tonnellate. E stasera per esempio partirò per Ancona".

Quanto guadagna?

"Dipende, perché c'è il notturno. Diciamo 2.400 euro al mese".

Figli?

"Due. Devono ancora completare gli studi".

È vero che voi macchinisti siete tutti di sinistra?

"Storicamente sì. Non la prenda solo come una battuta: io penso che il treno, la macchina-treno, sia di sinistra".

Beh, di sicuro ha fatto la storia della sinistra italiana.

"Appunto: il treno che accorcia le distanze e arriva nei luoghi di produzione, trasporta le merci, scarica la gente nelle città sottraendola al mondo angusto del paesello e del villaggio".

Per esempio il treno che porta a Milano Rocco e i suoi fratelli?

"Pensi al ferro, all'industria pesante, al treno che portava lo zolfo dalla Sicilia sino a Marsiglia, alle miniere e all'industria tessile. Mi piace sentirmi figlio di quei macchinisti, silenziosi e sporchi che portavano il treno in stazione nonostante il governo fosse ladro, la borghesia feroce o ridicola, la tecnologia inesistente, il rischio personale enorme e la paga bassissima".

Lei per chi ha votato?

"Il mio primo voto l'ho dato a Mario Capanna. Poi ho preso la tessera del Pci. Quindi sono a passato a Rifondazione comunista. Non mi piacevano i Ds, mi pareva l'abbreviazione di Destra-Sinistra".

E oggi?

"Sto con il Pd, nonostante tutti i suoi difetti".

Renzi?

"È un macchinista come noi. Bisogna lasciarlo guidare".

Sul binario unico?

"Guardi che il binario per il macchinista è sempre unico".

Il regno del binario unico è la Sicilia dove l'89 per cento della linea ferroviaria ha appunto un solo binario. Giuseppe Terranova è capotreno a Palermo: "Capotreno e macchinista sono sempre fratelli, la cabina è la nostra casa-famiglia: oltre che uno spazio reale è un luogo etico, come le cabine degli aerei, come il timone delle navi". Terranova sorride amaro: "In Italia c'è stato il periodo degli esperti di Islam, quello dei rifiuti termovalorizzati, quello dei costituzionalisti..., e ora tutti sono diventati esperti di treni, scambi, binari, elettrificazione, infrastrutture. Ebbene, la magistratura accerterà cosa è accaduto, ma il binario unico c'entra poco. Il binario unico infatti fa perdere moltissimo tempo, rallenta tutto, assimila i treni alla vecchie corriere, ma non diminuisce la sicurezza. Se i sistemi sono adeguati da quel punto di vista non cambia nulla". Terranova ha lavorato ad Aosta, poi ha fatto il manovratore a Messina. Adesso parte da Palermo: "Nella vita del macchinista italiano non accade nulla di pericoloso sul treno. Ogni tanto cade un albero, io ricordo di aver dovuto fermare il convoglio perché c'era una mucca. Una volta ho salvato un ragazzo che per evitare il sottopassaggio aveva attraversato i binari ed era scivolato. Il momento peggiore per noi è quando mettiamo sotto i suicidi. Ma se sul lavoro il ferroviere ha per divinità l'orario, il tic tac dell'orologio è il nostro respiro, il miracolo della puntualità è la nostra forza, nella vita invece trionfa il disordine, i nostri turni ordinari sono di dieci ore al giorno (per un massimo sindacale di 38 la settimana). E noi mangiamo quando gli altrui digeriscono, dormiamo quando le nostre mogli si alzano. Il ferroviere italiano, che una volta si adattava a tutto per senso del dovere, adesso si è stufato: è finita l'epoca dei giuramenti, dei treni carichi di bandiere...".

Anche lei è di sinistra?

"Guardi che negli anni venti persino i monarchici organizzarono l'antifascismo sui treni creando il movimento del "soldino" dal nome della piccola moneta che i ferrovieri portavano stampata sui fazzoletti perché aveva come effige la faccia del re".

E oggi?

"Io mi taglierei la mano prima di votare a destra. Ma è diventato tutto così difficile".

Tuttavia anche Terranova crede ancora "all'Italia delle piccole vittorie e dei grandi sentimenti: l'Italia dei treni che per essere normali dovevano sempre diventare un po' speciali. Ma è una vita di sacrificio che lo Stato non ci riconosce. Pensi che l'Istat ci assegna un'aspettativa di vita di 64 anni ma, con la legge Fornero, ci manda in pensione a 67. Andrò in pensione tre anni dopo la mia morte".

“Macchinista, figlio di macchinisti”. Come si diventa Macchinista di treni? Requisiti e lavoro. Tra i lavori più richiesti da chi è in cerca di lavoro c’è sicuramente il macchinista dei treni. Si tratta di un lavoro di responsabilità e di capacità che può offrire guadagni molti interessanti, nonostante ritmi di lavoro non sempre leggeri. Come si diventa quindi macchinista ferroviario? Per intraprendere la carriera di macchinista ferroviario sono richiesti alcuni requisiti fondamentali:

18 anni d’età (20 anni per legge della comunità europea per la circolazione in UE);

Diploma Scuola Media Superiore;

Idoneità psico-fisica accertata da medici competenti;

Superamento test attitudinali, motivazionali e tecnico professionali;

Formazione professionale acquisita tramite corsi di specializzazione.

Lavorare come Macchinista nelle Ferrovie dello Stato. Un tempo per lavorare come macchinista ferroviario venivano indetti appositi concorsi, da anni ormai invece le selezioni sono simili alle assunzioni nelle grandi aziende. E’ il caso ad esempio di Trenitalia che tramite la sezione “lavora con noi” del sito aziendale valuta i curriculum ricevuti e si occupa della formazione del propri macchinisti.

Per il ruolo di Macchinista di treni le Ferrovie dello Stato richiedono i seguenti requisiti:

Altezza di almeno 1.55 m;

Acutezza visiva: 10/10 complessivi con non meno di 5/10 nell’occhio peggiore raggiungibile con lenti di valore diottrico +5/-8;

Campo visivo completo: visione binoculare efficace, sensibilità al contrasto buona, resistenza all’abbagliamento buona;

Senso cromatico nella norma;

Senso stereoscopico nella norma;

Udito nella norma per tenere una conversazione telefonica. I valori di eventuale deficit uditivo non devono essere superiori a 40 dB a 500 e 1000 Hz ed a 45 dB a 2000 Hz per l’orecchio peggiore.

Come candidarsi ad un posto da macchinista in Trenitalia. Gli interessati che ritengono di possiede i requisiti fisici richiesti dall’azienda per il ruolo di macchinista possono inviare il proprio curriculum vitae tramite l’apposita sezione “Invia il tuo Cv”: se l’azienda vi contatterà dovrete affrontare i test attitudinali, motivazioni e tecnico professionali; se supererete questa fase sarete inizialmente assunti come apprendisti (150 ore annue retribuite) dopo apposito percorso di formazione erogato dall’azienda stessa. Il lavoro inizierà in affiancamento a personale esperto per poi continuare in base ai turni definiti dall’azienda.

Comunque, o a concorso pubblico italiano (truccato) o a chiamata diretta, il destino del macchinista è segnato.

“Macchinista, figlio di macchinista”. Che bello essere comunisti e sindacalizzati per poter entrare nelle aziende ferrotranviarie. Un esempio per tutti.

Parentopoli FAL: ecco i parenti e gli amici piazzati nelle “Ferrovie di famiglia”, scrive Antonio Loconte il 4 Aprile 2015 su “Il Quotidiano Italiano”. Vogliamo subito precisare che la nostra non è una caccia alle streghe. Stiamo cercando di dare il nostro contributo affinché spariscano certe brutte abitudini, come quella assai diffusa di trasformare le aziende pubbliche in giganteschi uffici di collocamento per pochi eletti, come nel caso delle FAL. Nei prossimi capitoli della nostra inchiesta vi racconteremo anche gli escamotage utilizzati per dare una parvenza di regolarità soprattutto alle assunzioni, con stage di dubbia fattura e riqualificazioni interne tenute sotto banco fino all’ultimo istante. In un momento così delicato per molte famiglie pugliesi, in cui il lavoro manca e non si sa come arrivare a fine mese, è necessario che ognuno si prenda le proprie responsabilità. Magari non succederà niente, anche se riteniamo che le autorità competenti dovrebbero approfondire quello che denunciamo da giorni. I tanti messaggi e le email che continuiamo a ricevere da alcuni dipendenti su certe dinamiche aziendali confermano molti dei nostri dubbi. Il pesce, si sa, puzza dalla testa. Nelle Fal lavora Michele Corvino (ufficio paghe), figlio dell’ex dirigente poi diventato capo del personale Aldo Corvino (per moltissimo tempo CGIL). Ce n’è per tutti. Sempre nell’ufficio paghe e sempre sotto il controllo di Corvino sr. lavora Giovanna, la figlia di Antongiulio Velon (UIL) che, a 67 anni, coordina i turni degli autisti. Di Giuseppe De Manna abbiamo già parlato. Ex CGIL, ora CONFAIL, molto amico di Corvino sr., è riuscito a piazzare il figlio Raffaele, che ha recentemente superato la riqualificazione da operaio, piazzandosi primo in graduatoria. Ex UGL ora CONFAIL è Marco Veneziani. Non Siamo riusciti a sapere molto della sua mansione. Suo figlio Francesco è impiegato. Uomo della CGIL è Nicola Liso. Suo figlio Pasquale è entrato in azienda come manovratore, poi è diventato autista. Adesso è capotreno. Della UIL è il capotreno Antonio Ciliberti. Il figlio Giuseppe è entrato con uno di quegli stage di cui vi diremo in seguito. È diventando un operaio. Il macchinista (ORSA) Ferrante Domenico ha sistemato suo figlio Leonardo, anche lui come il rampollo di De Manna è diventato manovratore con una recente riqualificazione interna. Appartiene alla CGIL Michele Patano, impiegato. Il figlio Maurizio è entrato come guarda barriera e ora fa l’operaio. Particolarmente interessante è proprio il concorso da guarda barriere. Entrambi operai sono Vincenzo De Benedictis (UIL) e sua figlia Valentina. Il macchinista Vincenzo Gimigliano (CGIL) ha sistemato suo figlio Vittorio, che adesso fa l’operaio. Sergio Pinto (UIL) è un macchinista. Il figlio Paolo è capotreno. Come sanno anche le pietre Cosimo Andrulli (CGIL), grande amico di Corvino, ha tramandato il suo sapere da macchinista e non solo quello al figlio Giuseppe. Avevamo già parlato di Pasquale Malatesta, l’ex sindacalista FAISA-CISNAL ha lavorato per tanto tempo insieme alla figlia Annamaria e anche il nipote Rocco, un avvocato che non è riuscito a scalare le posizioni aziendali. Ci sono delle altre situazioni sulle quali i disoccupati pugliesi e i giovani costretti a emigrare per avere la possibilità di fare quello per cui hanno studiato, vorrebbero dei chiarimenti. Uno dei capitoli è quello dei compagni di vita e lavoro. Pietro Passaquindici, responsabile unità amministrativa complessa, è marito di Clorinda Drago, la segretaria del presidente Colamussi. A Potenza, Francesco Costa, uomo di Corvino sr. e responsabile dell’Ufficio paghe, è sposato con Graziella Cersosimo, responsabile della disciplina. Ricoprono entrambi ruoli apicali. Gianni Vincenzo, stando ad alcune indiscrezioni creditore dalle FAL dei fitti dei locali baresi in corso Italia, è unito a Maria Portoghese (sono nello stesso ufficio e tutti e due CGIL), ricoprendo ruoli apicali. Della CGIL e ben vista da Corvino sr., è Annamaria Caradonna, moglie di Giuseppe Luongo, assunto a Potenza e poi trasferito alla corte dello Corvino. Lavorano nello stesso ufficio. Ci sono, poi, alcune figure il cui ingresso in azienda ha suscitato non pochi mal di pancia, tutt’altro che guariti. Leonardo De Bellis, autista personale del presidente, per esempio. Massimiliano Natile, uomo di Colamussi (come il presidente è di Forza Italia) è il responsabile degli investimenti. Un’assurdità se si considera che a Potenza – per fare un esempio – ci sono due ingegneri che guidano i treni e per i quali nessun sindacato si è mai speso, nonostante vorrebbero fare ciò per cui hanno studiato.  A quanto pare, il capo del personale non permetterebbe loro di scendere dai treni tirando in causa il un assurdo regolamento interno, approvato da lui e sindacati anni fa. Un regolamento che non premia il merito. In sostanza, se appartieni al personale viaggiante, con parametro basso, non hai diritto nemmeno a fare concorsi interni per parametri più alti anche se hai sei lauree. Uno dei casi più discussi, però, è quello legato all’assunzione di Viviana Fox, nelle elezioni del 2008 segretaria di Antonio Distaso (Forza Italia). Sul suo conto se ne dicono tante, ma non le riferiamo per non cadere nel gossip. Sarebbe stata assunta senza un concorso subito dopo le elezioni e, dopo solo tre anni in azienda, è al massimo del livello apicale. È responsabile di tutti gli affidamenti agli studi legali, consulenze e transazioni. Un’altra anomalia è proprio quella dell’affidamento di incarichi esterni, nonostante l’azienda abbia all’interno un nutrito gruppi di professionisti validi, ma sistemati in posti sbagliati, frustrati e richiamati costantemente al minimo dissenso, alla minima contestazione. Non si tratta solo di beghe interne. Ciò che spesso si dimentica è che le Ferrovie Apulo Lucane sono un’azienda pubblica, non un feudo Medievale. Il danno – indipendentemente da quello che dicono i bilanci – è fatto a tutta la comunità, non solo ai poveri disgraziati che non fanno parte del cerchio magico. L’elenco è lunghissimo e include, per esempio, anche le aziende esterne alle quali vengono affidati incarichi diretti. Aziende nelle quali lavora gente imparentata con pezzi più o meno grossi delle Ferrovie Apulo Lucane. Iniziamo dalla Mafer, fornitore esclusivo per le FAL da 30 anni di materiale ferroviario (ricambi di vario genere). In regime di assoluto monopoli, può permettersi di applicare i prezzi che vuole. Le FAL azienda pubblica, lo ricordiamo – non hanno mai sentito la necessità di chiedere preventivi alla concorrenza. Nando Bucarella è il titolare. È cresciuto proprio nelle FAL (essendo stato anche fornitore delle Ferrovie Sud Est mediante il padre che ci lavorava). Nando Bucarella è intimo amico di Pietro Passaquandici. Pierpaolo, il figlio di Passaquindici, lavora da anni per la Mafer. La ditta Bellizzi, da 30 anni fornitrice esclusiva di materiale e lavorazioni sul materiale ferroviario, di riparazione di pompe diesel, negli ultimi anni si è specializzata anche sul parco automobilistico. Pure Bellizzi è tra le ditte storiche che hanno per moltissimi anni operato senza gare. Il titolare, Alberto Bellizzi, e prima di lui Italo, sono amici personali di Passaquindici. Da Bellizzi lavora da molti anni ormai la figlia di Passaquindici, Valentina eil figlio del capo tecnico dell’Officina motori, Guseppe Maiullari. La cosa che fa riflettere è il fatto che sono proprio Maiullari e Passaquindici a richiedere le lavorazioni o gli acquisti di materiale. Attraverso loro, poi, vengono decise le congruità dei prezzi, si stabiliscono le quantità degli acquisti e si procede al pagamento. Le Ferrovie Apulo Lucane sono un carrozzone che premia qualcuno e danneggia la maggior parte dei lavoratori. Una situazione emblematica di come funziona il mondo del lavoro in Italia. Nel corso degli anni qualcuno di questi nomi era già venuto fuori, per la verità erano emersi anche altri che non abbiamo scritto. Ci sono state denunce e interrogazioni argomentatissime. Adesso, però, la misura è colma e bisognerebbe ripristinare la regolarità più volte sacrificata sull’altare della raccomandazione. Abbiamo deciso di non tirarci indietro. Qualcuno potrebbe essere passato da un sindacato a un altro o qualche nome di battesimo potrebbe essere inesatto. Qualcun altro potrebbe aver lasciato l’azienda e i rapporti di amicizia – documentabili in mille modi – saranno certamente contestati. Facciamo un appello ai politici che in questi giorni ci stanno chiedendo carte e testimonianze. Dimostrate di tenere al vostro territorio e a tutti i cittadini in egual misura. Al netto di qualche imprecisione, resta assolutamente in piedi tutto l’impianto di una gestione familiare e clientelare.

Parentopoli sui binari, il virus FAL colpisce la CIRCUMETNEA: ecco i nomi dei parenti, continua ancora Antonio Loconte il 5 Maggio 2015. Il virus delle Ferrovie Appulo Lucane, che ha portato parenti e amici della politica a entrare in azienda in maniera a dir poco sospetta, purtroppo, ha colpito anche la città di Catania e la provincia. La cosa più preoccupante è che nella FCE, la Circumetnea, l’epidemia è più diffusa. In Puglia come in Sicilia sono in corso battaglie legali e indagini della Procura. Il virus, però, appartiene al ceppo italico della consuetudine. Per molti ricercatori il più difficile da estirpare, avendo radici solidissime ancorate alla tutela di figli, mogli, generi e persino figliocci (categoria molto diffusa al Sud). Ieri – dopo aver chiesto un parere all’Avvocatura dello Stato – la FCE ha permesso l’avanzamento di carriera a 10 dei 13 vincitori di altrettanti concorsi interni. Per gli altri 3 di area tecnica – essendo stato presentato un tribolato ricorso specifico al Tar – il verdetto dovrebbe arrivare il 13 maggio. Quesa situazione particolarmente controversa ci ha spinto a fare un approfondimento sulle decine e decine di concorsi banditi dalla FCE per la ricerca del personale. Graduatorie dalle quali si continua ad attingere nonostante i concorsi (anche del 2012), prevedessero un determinato numero di assunzioni. I 5 autisti sono diventati per esempio 25; i 2 operatori di manovra sono diventati 9 e così via. Sugli amici della politica e gli ammanicati non possiamo esprimerci perché i loro rapporti, pur essendo noti anche alle pietre, non hanno una validità scientifica. Ciò che è stato più facile individuare in queste graduatorie è stato il grado di parentela o comparizio (testimoni di nozze, padrini e madrine di battesime e cresime). Tradizione, quest’ultima, particolarmente diffusa tanto in Puglia quanto in Sicilia. Date, graduatorie e protocolli sono facilmente reperibili sul sito internet dell’azienda circumetnea.it (sezione concorsi). Mettetevi comodi perché l’elenco è lungo e articolato. Partiamo dal concorso probabilmente più controverso, secondo alcuni costruito ad arte per far entrare in azienda persone alle quali è stato già preparato un altro posto: due posizioni per operatore di manovra. Per partecipare non servono requisiti specifici, basta la licenza media. Secondo i malpensanti un modo per far entrare i figli di sindacalisti e dipendenti rimasti fuori dagli altri concorsi. Luca Mortellaro, Giulio Antonio Bonaccorsi, primo e secondo, si dimettono per andare a fare gli operatori di esercizio, altro concorso a cui hanno partecipato. Curioso il caso del terzo: Ignazio Biuso. Lavorava come geometra nella FCE prima di fare il concorso per operatore di manovra, ma nonostante tutto – non avendo più la qualifica – continua a frequentare l’Ufficio tecnico, entrando e uscendo a piacimento con un proprio badge. Luigi Maugeri, il quarto, è fratello di Fulvio, RSA della CGIL. Aldo Ronsivalle, il quinto, a detta dei bookmakers andrà presto a fare il capotreno, liberando un altro posto. Ronsivalle è figlio del capotreno Vincenzo e uomo fidato di Lorena (UIL). C’è, poi, appunto Lorena Federica, un bravo avvocato. Tanto bravo che, sempre secondo i bookmakers, potrebbe accomodarsi presto come collaboratrice nell’ufficio legale della FCE. Una figura professionale finora non prevista, aggiunta recentemente in pianta organica, rimodulata tre volte in un anno. La Lorena non è solo molto brava. È anche figlia di Alberto Lorena, ex capo ufficio, neo funzionario alla direzione amministrativa nell’Ufficio paghe, ex RSA UIL, ora dirigente UIL. Riccardo Calì e Alfio Ferri, invece, avrebbero lasciato le Ferrovie dello Stato, piazzandosi settimo e ottavo tra i manovratori FCE. Massimo Spina, è il figlio di Giovanni, ormai in pensione. Massimo, dicono i bookmakers, sarebbe destinato a indossare i panni del capotreno come Ronsivalle. La graduatoria è quasi tutta un inno alla parentela fino al 22mo posto di Luigi Pezzillo, marito di Federica Lorena. I più arditi stanno scommettendo sul fatto che si possa scorrere la graduatoria fino a queste latitudini. Noi, però, non siamo così spregiudicati perché prima di arrivare al 22mo posto di Pezzillo ci sono da sistemare Costantino Coppola, figlio di Raffaele, capo ufficio movimento e dirigente CISL; Giovanni Riciputo, figlio del macchinista e dirigente FAISA Antonio; Furnari Carmelo, figlio dell’ex dipendente Salvatore; Gianluca Galati, figlio dell’ex dipendente Salvatore. Un’altra cosa curiosa di questo concorso sono le domande fatte durante la selezione, non sul regolamento della Ferrovia Circumetnea, ma su quello delle Ferrovie dello Stato. Perché se i segnali, per esempio, non sono gli stessi? Perché se quello che in un regolamento vuol dire una cosa, nell’altro ha un significato diverso? Un’idea ce la siamo fatta, ma siamo nel campo delle ipotesi e avrete capito che noi non azzardiamo. Noi. Nei corridoi delle FCE qualcuno scherza sul fatto che l’azienda sia diventata una succursale dell’Ikea, in considerazione dell’alto numero di falegnami di cui c’è bisogno pur non essendo più nel 1800. Un posto utile, ma alla fine ne sono entrati quattro. Al concorso interno – come spesso succede alla CIRCUMETNEA – non partecipa nessuno e per questo si procede con una selezione pubblica. I vecchi falegnami intanto sono diventati capiufficio o capo operatori. Al quarto posto si piazza Damiano Caruso. Il padre Angelo è un RSA della UGL. Capitolo operatore di manutenzione. Primo arriva Giuseppe Merlo, figlio di un caposquadra di una ditta di armamento ferroviario. A seguire Vito Mario Farina, figlio di Mario, operatore di esercizio e nipote di Antonio, ex capotreno neo promosso coordinatore di movimento. Damiano Catania è figlio di Maurizio, neo capo operatore dello stesso settore in cui è stato assunto. Ai tempi Maurizio era operatore qualificato. Non solo. Damiano è anche nipote di Giancarlo, transitato dal personale stazione al personale uffici, grazie a un provvedimento giudicato ad personam. Giovanni Vinci, il quarto, è figlio di Antonio, operatore d’esercizio, e autista personale di Virginio Di Giambattista, il gestore della FCE e direttore generale del Trasporto Pubblico Locale (TPL) del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Su Di Giambattista torneremo a parlare in maniera specifica). Il quinto, Strano Salvatore, è figlio di Alfio, ex dipendente, ma ai tempi della selezione operatore tecnico di manutenzione. Settimo posto per Francesco Lo Schiavo, figlio di Giovanni, segretario provinciale della Fast Confsal e macchinista, il quale ha attraversato tutte le sigle politiche e sindacali di Catania, pare uno molto influente per le dinamiche aziendali. Nono è Calì Gioacchino Andrea, figlio del macchinista Salvatore e cugino del macchinista Alfredo e del capotreno Giovanni. Marco Mario Mannino, piazzatosi subito dietro, figlio di Giovanni, ex dipendente, della FAISA-CISAL. Giuseppe Zingali è undicesimo. È figlio e nipote dell’operatore di esercizio Alfio e dell’operatore di stazione Carmelo, pure loro UIL. Tra chi sta per entrare, scorrendo la graduatoria, ci sono anche Aldo Ronsivalle, che abbiamo trovato nell’enco dei manovratori. Alessio Azzara (quindicesimo), invece, è il figlioccio del capo operatore manutenzione Nunzio Pecorino, il cui figlio è arrivato, purtroppo, solo ventiquattresimo. Grazie alle nomine sbloccate ieri, a giorni entrerà nella Ferrovia Circumetnea anche Scarpignato, figlio di Franco, assistente coordinatore movimento, secondo quanto ci viene riferito particolarmente vicino al direttore d’esercizio Sebastiano Gentile. Uno dei due verniciatori è Cardullo, Santo come suo cugino, neo funzionario FCE al movimento. Antonino Scavuzzo, è figlio di Santo, ex operatore di esercizio ora in pensione. I quattro posti per elettromeccanici impianti tecnologici sono diventati sette. Tra questi ci sono Salvatore Rosario Alberti, nipote di Concetto Fortunato, già segretario RSA UGL e operatore generico FCE; ma anche, Marco Agatino Sciuto e Giuseppe Rosta figli di dipendenti o ex dipendenti della FCE. Un manipolo di figli della politica e dipendenti è riuscito a piazzarsi come operatore di esercizio, in altre parole autisti. I cinque posti sono diventati 25. Su tutti, il caso del secondo in graduatoria, Andrea Fiore, figlio dell’ex dipendente Salvatore (RSA UIL) e cugino di primo grado di Salvatore Fiore, il dirigente tecnico della FCE (Anche nel caso di Fiore ci sarà molto da dire nelle prossime settimane). Fiore non è l’unico tra i 25 ad avere rapporti di parentela con dipendenti ed ex dipendenti: Rizzeri Giuseppe, Fichera Angelo, Privitera rosario, Puglisi Severino, Persiano Alfio. Quest’ultimo, poi, era già operatore di esercizio a tempo determinato della FCE, autista personale del direttore generale Vincenzo Garozzo, poi assunto a tempo indeterminato dall’azienda Municipale del trasporto di Catania, da cui si licenzia per partecipare, risultando idoneo, al concorso di autista alla FCE. Tra i tre fabbri segnaliamo il secondo, Carmelo Santoro, figlio del capo squadra manutenzione Matteo. In poco tempo Carmelo s’è guadagnato un posto da capotreno. Al quarto posto, invece, con la possibilità di rientrare in gioco s’è piazzato Francesco Mario Sciacca, genero di Michelangelo Puglisi, capo del settore falegnameria delle FCE. Nella graduatoria degli otto motoristi spiccano il primo e l’ultimo, i fratelli Ottavio e Alfio Salamone. Il primo è consigliere comunale a Santa Maria di Licodia. In mezzo ci sono i figli dei dipendenti ed ex dipendenti: Alfio Privitera, Pasquale Spina, Giovanni Di Perna, Rosario Di Bella, Santo Giglio. Chiusura dedicata gli elettromeccanici. Cinque posti utili. Il primo della lista è Daniele Murgana, cognato (marito della sorella) dell’ex segretario RSA CGIL Antonio Gulisano (dimessosi dal sindacato appena in tempo), capo operatore impianti tecnologici della FCE. Secondo è Antonio Pafumi, figlio di Isidoro, ex dipendente.  Il testimone di nozze di Antonio è il dirigente tecnico delle FCE Salvatore Fiore. Antonio Pafumi è uno dei tre di area tecnica il cui avanzamento di carriera è stato temporaneamente sospeso dal Tar e ratificato dal CGA. Pafumi sarebbe dovuto finire nello staff personale del compare di nozze. Ignazio Palumbo è figlio di Rosario, operatore qualificato (tornitore). Riccardo Gino Vasta, quarto, è figlio di Antonino, ex capo dell’Ufficio acquisti, oggi in pensione. Riccardo, entrato con parametro 140, in un anno, proprio ieri, è volato al parametro 193, a dispetto delle indicazioni del Tribunale Amministrativo Regionale della Sicilia che, per analogia rispetto ai tre bloccati dal Tar. Il quinto in graduatoria, Salvatore Finocchiaro, è figlio di Gaetano, ex RSA CISL. Il papà di Salvatore Puliafito è il macchinista Paolo. C’è poi una storia di dignità, assurda per molti versi in questo assurdo contesto, quella di Leonardo Privitera, ottavo, nella stessa graduatoria per elettromeccanici. Privitera – all’oscuro di questo articolo, ma siamo certi conscio della stima di una parte dei colleghi – è fratello di un dipendente delle FCE e figlio di un ex dipendente. Nonostante tutto, insieme allo zoccolo duro dei 106 precari fatti fuori pur avendo lavorato per almeno 4 anni in azienda, non solo ha sostenuto il concorso – arrivando ottavo – ma pur avendo diritto di rientrare è stato tenuto fuori per un lungo periodo. Senza ragioni, per il gusto di non far lavorare uno che ha deciso di non allinearsi. La graduatoria da elettromeccanico di impianti tecnologici, infatti, a differenza delle altre, è stata tenuta immobilizzata per due anni almeno pur essendoci posti liberi da riempire. La storia di Privitera è la prova di come le cose possano andare in un certo modo, pur essendo parenti o amici di politici, dipendenti o sindacalisti. A nessuno deve essere negato il lavoro, purché non si sbarri la strada a chi partecipa a gare e concorsi pubblici, certo dell’imparzialità.

Ovviamente ci scusiamo per aver dimenticato di citare altre persone o nel caso avessimo sbagliato i nomi di battesimo o le esatte qualifiche dei menzionati. Come dicevamo, l’elenco è lungo e siamo solo all’inizio di questa storia. Dal 2002 almeno il 60% delle persone vincitrici dei concorsi pubblici a tempo indeterminato a cui fa riferimento questo articolo, hanno un lungo trascorso aziendale. Sono transitati nella Ferrovia Circumetnea prima come lavoratori interinali, poi, grazie ai commissari che si sono succeduti negli anni, sono passati nel 2006 a tempo determinato direttamente con l’azienda attraverso altre selezioni pubbliche, per arrivare al 2008-2009 al rinnovo dei contratti a tempo determinato anche a seguito dell’applicazione del diritto di precedenza previsto dal Regio Decreto 148/31 e dalla legge numero 368/2001. In conclusione – La vicenda delle Ferrovie Appulo Lucane e delle Ferrovia Circumetnea hanno molto in comune e dovrebbero far riflettere su certe dinamiche. Storie, presunti abusi e raccomandazioni che contribuiscono a fare dell’Italia ciò che è, con la complicità di chi dovrebbe intervenire, ma per non infastidire nessuno, resta a guardare decomporsi il cadavere.

Strage Puglia, il pm: "Parlare di errore umano è corretto ma riduttivo". Strage Puglia, il procuratore facente funzioni di Trani, Francesco Giannella, osserva che "parlare di errore umano è corretto ma assolutamente riduttivo", scrive Raffaello Binelli, Giovedì 14/07/2016, su "Il Giornale". "Parlare di errore umano è corretto ma è assolutamente riduttivo. Per ora è un work in progress, noi ci impegneremo per fare sì che tutti coloro che hanno avuto un ruolo in questo terribile disastro, se lo hanno avuto, siano perseguiti dalla giustizia". Così il procuratore facente funzioni di Trani, Francesco Giannella, ha risposto ai cronisti facendo un punto sulle indagini per la tragedia ferroviaria tra Andria e Corato. "Tutti vogliono i veri colpevoli - ha aggiunto - e la richiesta di giustizia dei familiari delle vittime è legittima". Giannella non conferma il numero degli indagati - secondo alcune fonti giudiziarie sarebbero soltanto due i nomi iscritti nel registro, i due capostazione di Andria e Corato, ma non ci sono conferme. Ma rivela che per gli investigatori la dinamica di quel che è accaduto è chiara: "In linea di massima la dinamica è stata ricostruita ma dobbiamo avere certezze". Colpa di un cambio di treno? Moglie e figlia di una delle 23 vittime (Enrico Castellano) riferiscono la versione data da alcuni sopravvissuti: i passeggeri del treno partito da Andria sarebbero stati fatti scendere dal primo treno, fermo sul binario 1, per salire su un secondo convoglio, fermo sul binario 2, che sarebbe partito in ritardo. La causa dell'incidente potrebbe essere legata proprio al cambio di treno. "La comunicazione tra i capistazione per il via libera - si ipotizza - si sarebbe basata sul primo treno e sull'orario di partenza di questo, che però non è più partito. E non sul secondo convoglio che invece è partito in ritardo rispetto al primo". Dalla procura di Trani, però, al momento non ci sono conferme.

"La verità la sappiamo ma non la diciamo". La parola d’ordine dell’azienda è non parlare con i giornalisti. Il personale: «Basterà ascoltare le registrazioni», scrive Michele De Feudis il 24 luglio 2016 su “Il Tempo”. «Ferrovia sgarrupata, sistemi di comunicazione antiquati, vagoni arcaici? Tutte falsità. Questa azienda è un gioiello. La versione dell’incidente? Abbiamo una idea, ma la teniamo per noi». Nelle stazioni della Ferrotranviaria di Corato e Andria, dopo lo scontro tra treni che ha causato la morte di ventitré tra passeggeri, macchinisti e un capotreno (una cinquantina i feriti, di cui quattro gravi), l’ordine dell’azienda è «non parlare con i giornalisti». Le dichiarazioni del personale però sgorgano come un fiume in piena quando è messa in discussione la professionalità dei lavoratori (i due capistazione sono indagati e sospesi dal servizio). «Seguiamo duri corsi di formazione - spiega un capotreno che vuole rimanere anonimo - e abbiamo connaturato al nostro ruolo un forte senso di responsabilità. Le cause dello scontro? Verranno appurate con le registrazioni telefoniche e i fonogrammi». 

Binario Unico? Una “Balla”! In Puglia sono morti per questo, scrive Franco Bechis il 14 luglio 2016 su "Libero Quotidiano". Un approfondimento giornalistico sul tragico incidente ferroviario pugliese. Una “lezione” di giornalismo esemplare, di Franco Bechis vicedirettore del quotidiano LIBERO. Era un giorno da segnare in agenda per tutti, quel 19 luglio 2013. Lo si è ben visto all’aeroporto di Bari, dove sono apparsi all’improvviso i big della politica pugliese. Davanti a tutti, con bel paio di forbicione in mano per la cerimonia del taglio del nastro l’allora presidente della Regione, Nichi Vendola. Alle sue spalle, un po’ ingrugnito per la scena rubata dall’altro, Michele Emiliano che in quel momento era sindaco di Bari. E poi primi cittadini di tutti i capoluoghi e i comuni, tra cui Pasquale Cascella, allora sindaco di Barletta ed ex portavoce al Quirinale di Giorgio Napolitano. C’era perfino un monsignore, Alberto D’Urso a rappresentare l’arcidiocesi di Bari-Bitonto con in mano l’aspersorio per la benedizione di rito. E poi una sfilza di manager e dirigenti pubblici e privati. Davanti a tutti naturalmente il presidente e amministratore delegato di Ferrotramviaria, Enrico Maria Pasquini, perché ad essere inaugurata e benedetta quel giorno era l’ultimo tratto della linea ferroviaria che oggi si direbbe maledetta: quella in cui si sono scontrati e accartocciati due treni, portando via 23 vite e ferendo decine di passeggeri. L’ultimo tratto di quella linea era quello che la portava all’aeroporto Karol Wojtyla di Bari, la ragione per cui sulle carrozze maledette qualcuno viaggiava l’altro ieri. Grande evento dunque, e parolone sparse con generosità da Vendola ed Emiliano: grazie a quella ferrovia – dissero- la Puglia era entrata definitivamente in Europa, e altre amenità simili con la roboante retorica del presidente della Regione Puglia. Fu l’occasione anche di un piccolo incontro pubblico, con i saluti ufficiali dei vari relatori che precedettero il taglio del nastro davanti ai gongolanti amministratori della Ferrotramviaria. Il direttore generale della compagnia, Massimo Nitti, strabordò, definendo quel prolungamento con passante nella città di Bari “un qualcosa che colpisce i sensi”. Ma si spinse oltre il rappresentante del ministero dei Trasporti, Alessandro De Paola, direttore dell’Ufficio speciali trasporti impianti fissi (Ustif) della Puglia, che lodò preso dall’entusiasmo “l’alto livello tecnologico della realizzazione innovativa soprattutto per la parte di segnalamento e sicurezza, che la pone fra le infrastrutture di alto livello tecnologico in Italia”. Mai complimenti furono concessi così frettolosamente e fuori posto, come tragicamente si è visto in queste ore. Quell’intervento dell’ingegnere però ci dice una cosa: l’Ustif Puglia, e quindi il ministero dei Trasporti, era il controllore di quella linea ferroviaria. E avrebbe dovuto conoscere perfettamente quel che è emerso in queste ore ed è la causa principale del terribile incidente ferroviario: l’assenza proprio di quel sistema di segnalamento e sicurezza di cui è dotata tutta la rete ferroviaria italiana su cui passano treni veloci e meno veloci di Ferrovie dello Stato. I dispositivi Sctm– sistemi di sicurezza per controllare la marcia dei treni non c’erano e non erano in funzione sull’intera tratta Bari-Ruvo di Puglia, e se ci fossero stati come nel resto di Italia quei due treni non si sarebbero scontrati perché sarebbero stati automaticamente fermati prima di trovarsi uno di fronte all’altro. Quell’assenza avrebbe dovuto essere nota al Ministero dei Trasporti che ancora oggi se ne lava le mani, e conosciuta pure da tutte le autorità istituzionali della Puglia. Che invece si spellavano le mani raccontando frottole e facendo pure i complimenti a chi non li meritava proprio. Tutta la stampa ieri se l’è presa con il binario unico, che c’entra poco o nulla con quel che è accaduto. La maggiore parte della rete ferroviaria italiana corre su binari unici, e così è anche negli altri paesi di Europa. Ma su quei binari ci sono sistemi automatici di sicurezza che fermerebbero i treni in caso di errore umano. Perché non c’è solo l’errore colposo fra le eventualità possibili: un macchinista potrebbe sentirsi male, magari essere colpito da infarto, e così chi da una stazione dovrebbe dare il via libera o meno al passaggio dei treni. I Scmt servono anche a a supplire ad eventualità simili. Poi certo, il doppio binario per cui era in corso una gara avrebbe ridotto i rischi, ed è vero che l’apertura delle buste è stata rinviata dal 6 al prossimo 26 di luglio. Ma sarebbe stata solo il primo passo di un lungo lavoro: si sarebbe aggiudicata la gara, e poi il secondo binario ci avrebbe messo mesi e forse anni prima di essere costruito, collaudato ed entrare in funzione. Sarebbe bastato assai meno invece acquistando i sistemi di segnalamento e sicurezza che su quella linea non esistevano. Lo sapevano tutti che quello era il rischio di Ferrotramviaria. Tanto è che la Regione Puglia nell’aprile 2014 ha finanziato l’acquisto con fondi europei tratti dal Po Fesr 2007-2013. Mica un investimento da restare in mutande: 4,8 milioni di euro per la tratta Bari-Bitonto e altri 8,78 milioni di euro per la tratta Bitonto-Ruvo di Puglia. Per la prima il contratto è stato firmato dopo una procedura negoziata con Alstom Ferroviaria spa nel gennaio 2015. Nell’ultimo bilancio approvato nel maggio scorso Ferrotramviaria spa scrive che “le attività sono ancora in corso, essendo state interferite da diverse altre attività e dall’intenso esercizio ferroviario”. Parole misteriose, perché che i treni corrano è evidente, ma quali diverse altre attività erano più urgenti di quella della sicurezza della linea, che tale non era? Per la tratta Bitonto-Ruvo sempre Alstom Ferroviaria aveva firmato un contratto nel marzo 2015 “e i lavori sono in corso di esecuzione. Si ritiene che detti sistemi Scmt sia sulla tratta Bari-Bitonto sia quelli sulla Bitonto-Ruvo potranno essere attivati entro settembre 2016”. Troppo tardi, purtroppo per i 23 che non ci sono più. 

Perché hanno dimenticato il Sud. Questa tragedia ci parla di investimenti non fatti, di una totale assenza di visione e prospettiva che riguarda questo governo e i suoi precedenti, scrive Roberto Saviano il 14 luglio 2016 su “La Repubblica”. Piove, governo ladro. Se piove e tracimano le fogne, se piove e si sciolgono le strade come fossero di sale, se piove e rovinano i palazzi come castelli di sabbia, se piove e tutto questo accade, allora sì: piove, governo ladro. La tragedia ferroviaria sulla tratta Corato-Andria non è una tragedia casuale, parlare di responsabilità umane è una risposta parziale che alleggerisce le istituzioni. Istituzioni che in questo paese, e nel nostro Sud, sono terribilmente, drammaticamente inadeguate. Ci sono responsabilità tecniche, responsabilità politiche locali e responsabilità nazionali: non è sciacallaggio evidenziarle, ma irresponsabilità tacerle. Sciacallo è il silenzio che si appropria di un concetto semplice: è stata una sventura. Proprio per rispetto delle vittime è un dovere puntare il dito su un sistema inefficiente che spera - spera! - che la tragedia non avvenga, senza fare nulla per evitarla. Le parole che oggi si pronunciano saranno le sole a essere ascoltate: domani, sepolti i corpi delle povere vittime, la tragedia sarà presto dimenticata, fino a quando non ne arriverà un 'altra. Chi sa parli: racconti dell'esodo di ogni pendolare, dell'impossibilità di raggiungere località meravigliose, di ritardi infiniti, di treni vecchissimi che si fermano d'improvviso su binari sperduti di campagna. Racconti dei treni a gasolio che ancora girano per il Sud. Questa tragedia ci racconta il sud Italia esattamente come chi ci abita lo vive. Questa tragedia ci parla di investimenti non fatti, di una totale assenza di visione e prospettiva che riguarda questo governo e i suoi precedenti. Al Sud non si investe sui trasporti perché non porta vantaggio politico, perché si tratta di aree da cui l'emorragia di giovani è tale che lavorare sulle infrastrutture significherebbe fare una scommessa senza un immediato riscontro di consenso. Si è scelto di dare impulso al Nord, dove un tessuto imprenditoriale esiste, in sofferenza certo, ma esiste. Il Sud si deve accontentare di qualche comunicato a effetto, due parole sulle organizzazioni criminali, mali da debellare sì, ma di cui sarebbe meglio non parlare troppo per non creare un clima di sfiducia, null'altro. Al Sud si resta in superficie, si annunciano in pompa magna corsi di formazione che sono solo realtà virtuali, esistono solo sui siti internet. Ho vissuto a Napoli tanto a lungo da riconoscere un teatrino quando lo vedo. Ho vissuto altrove tanto a lungo da indignarmi quando il teatrino è orchestrato ai danni di terre che meritano investimenti veri e non elemosine. In Campania, in Calabria, in Puglia, in Basilicata, in Molise, in Sicilia investire su trasporti e infrastrutture significherebbe dare inizio allo sviluppo di quei territori. Non impulso, non una spintarella, no: sarebbe un vero e proprio inizio. La tragedia ferroviaria in Puglia ci racconta una parte di Paese che se ancora esiste è solo per la strenua volontà di chi ci vive. Se e dove le cose funzionano al Sud è perché ci sono persone che non ci stanno a lasciare andare in malora la terra in cui sono nati, cresciuti e dove, da eroi, hanno deciso di vivere. Ciò che va bene al Sud lo si deve alle individualità. Ma lo sforzo che si richiede a queste persone è sovrumano. "Ho visto il collega piangere, ma è troppo facile dire che la colpa è sua: l'unica responsabilità è di chi non doveva permettere che uno sbaglio, uno solo, potesse portare a questa tragedia". Ecco le parole di un macchinista di Andria. Parole come pietre. L'uomo che ha commesso l'errore umano pagherà a vita responsabilità che non sono sue, non soltanto sue. Omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario, una mattinata di ritardi e confusione nel gestire quei 17 chilometri che collegano Andria a Corato, in cui il binario è unico. Non è il solo caso in Italia di tratta a binario unico, ma è uno dei pochissimi in tutta Italia in cui non è attivo il sistema automatico di controllo e dove si richiedono ai macchinisti tempi di reazione da supereroe per evitare tragedie. Il sistema automatico di controllo è un servizio fondamentale che consente di ricevere la segnalazione che il binario è occupato da un'altra vettura ed evitare lo scontro. Sistema che sulle vetture era stato montato, ma che non poteva funzionare perché il binario è vecchio. Doveva essere messo a norma quel tratto di ferrovia, il binario raddoppiato, ma il termine del primo luglio fissato per le offerte relative alla gara d'appalto è stato da poco prorogato al 19 luglio. E così tra Corato e Andria, per gestire quel tratto a binario unico, la comunicazione avviene oggi come avveniva 50 anni fa: attraverso fonogrammi e una macchina che, come riferiscono testimoni, sembra obsoleta ed è collegata a una vecchia stampante. Allora non cerchiamo capri espiatori, ma capiamo soprattutto perché sulla Bari-Nord, una tratta che i pugliesi considerano il fiore all'occhiello dei trasporti regionali, la sicurezza di migliaia di viaggiatori, ogni giorno, era nelle mani di due macchinisti e due capistazione. Questo governo, come i precedenti, è in ritardo al Sud, non ha una visione né ha saputo provare a modificare la classe dirigente. Al Sud avrebbe potuto cambiare e non l'ha fatto, e proprio al Sud rischia di collassare. Ma il Mezzogiorno ha ormai da tempo smesso di mantenersi dentro i suoi confini meridionali (come non considerare Roma Mezzogiorno italiano?) e, come la linea della palma, si sta alzando. Ricordate la metafora di Sciascia? "A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il Nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno... La linea della palma... E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma... degli scandali: su su per l'Italia, ed è già oltre Roma...".

La tragedia in Puglia e il disastro dei commentatori. Gramellini usa i luoghi comuni su vizi e virtù degli italiani, Annunziata parla di buchi neri, Saviano usa tutti gli stereotipi sul sud e Lagioia parla di treni che non esistono, scrive Luciano Capone il 13 Luglio 2016 su "Il Foglio". E’ inevitabile e anche naturale che quando accade una tragedia come un disastro ferroviario di queste dimensioni e con un così alto tributo di vite, si faccia in una certa misura ricorso alle armi della retorica. Ma nel caso dello scontro tra i due treni in Puglia, tra Andria e Corato, i commentatori si sono lanciati in esercizi di stile tra il manierista e il rococò, completamente sconnessi dai fatti. Sulla Stampa Massimo Gramellini parte con la stereotipata disamina di vizi e virtù degli italiani: “Quale sarà la vera Italia? L’Italia che nel secolo dell’alta velocità boccheggia ancora sopra un binario unico, oppure quella che di slancio si mette in coda nelle corsie d’ospedale per donare il proprio sangue ai feriti? Il guaio è che sono vere tutte e due. La prima Italia, così ripetitiva e immutabile nei suoi vizi, ogni volta ci sgomenta al punto da farci dimenticare l’esistenza dell’altra, sentimentale o semplicemente viva, che invece sopravvive intatta tra le pieghe del cinismo disseminato a piene mani spesso dai ceti più colti”. Il binario unico prende così il posto del Suv parcheggiato sul marciapiede o in doppia fila e diventa il simbolo dei mali del paese. E chissenefrega se il binario unico non c’entra, se la maggior parte delle ferrovie d’Europa sono a binario unico, dalla Germania alla Svizzera, e basta avere dei sistemi di sicurezza efficienti per evitare incidenti. Sembrerà strano, ma il doppio binario serve là dove c’è un elevato traffico, serve per fa viaggiare merci e persone e non per evitare collisioni. Perché gli incidenti ferroviari avvengono anche dove c’è il doppio binario se si verificano falle nei sistemi di sicurezza. Ma il discorso su vizi e virtù dell’Italia viene così bene che Gramellini raddoppierebbe seduta stante tutti i binari del paese per far viaggiare i buoni su uno e i cattivi sull’altro. Sull’Huffington post Lucia Annunziata invece dice che “Tutti siamo pendolari”: “C'è sempre, in Italia, il buco nero di un pozzo che ci si para davanti e su cui ci affacciamo per scoprire quanto fragile, incerta, non garantita sia la vita quotidiana di tutti noi in questo paese. Uno di quei pozzi si è aperto oggi in mezzo agli ulivi sulla linea ferroviaria fra Andria e Corato”. Non ci sono viziosi e virtuosi, siamo tutti nel pozzo nero. Roberto Saviano invece fa il meridionalista e denuncia lo stato di abbandono delle ferrovie al sud: “A Renzi spetterebbe il compito di rendere il servizio ferroviario dignitoso, un servizio che è abbandonato, trascurato, sottodimensionato. Muoversi in Puglia, in Calabria, in Campania, in Basilicata, in Sicilia è un’impresa da avventurieri”. Stessi commenti sul Sud dimenticato su Avvenire e sul Meridione abbandonato sul Manifesto. Non conta che i treni delle Ferrovie del Nord Barese che si sono scontrati, probabilmente per un errore umano, siano nuovi e moderni e a detta dei pendolari pugliesi abbiano sempre garantito un servizio puntuale ed efficiente, accessibile anche ai non avventurieri. L’immagine dell’arretratezza del sud e dei treni a carbone è talmente forte ed evocativa che non possiamo rinunciarci solo perché la realtà è diversa. Su Repubblica invece il premio Strega Nicola Lagioia scrive un commento che come stile, per il giusto mix di ars retorica e pathos, sta tra Marco Fabio Quintiliano e Concita De Gregorio: “I treni coinvolti nel terrificante impatto verificatosi tra Andria e Corato non erano convogli ad alta velocità. Erano i mezzi di trasporto su cui ogni giorno si muove il Paese reale. Pendolari. Studenti. Migranti”. Sui regionali non viaggiano quindi gli immigrati o gli stranieri, magari arrivati chissà quanti anni fa, che non hanno ancora diritto ad essere pendolari come gli altri. Viaggiano i migranti, che appunto migrano da Barletta a Corato o da Andria a Ruvo. Ma oltre ai migranti su quei treni viaggiano “camerieri, precari, professori di scuola media, disoccupati, baby sitter, anziani senza mezzi, imbianchini, badanti, interinali, domestici a ore, muratori” e così via. “E’ sufficiente scendere da un Frecciarossa, da un Frecciargento, da un Italo e salire su un regionale” per ritrovarsi “in un mondo molto distante da quello che viene fuori dal racconto ufficiale del paese”. Lagioia svela quindi al Paese immaginario che il Paese reale viaggia “a bassa velocità”: “Sono spesso i corpi e i volti di chi è stato lasciato indietro, di chi lotta con i denti per non essere sbattuto fuori dal consesso sociale”, dice lo scrittore, concludendo che “sono la testimonianza che Pier Paolo Pasolini aveva torto” perché “la pialla dello sviluppo, che avrebbe dovuto rendere tutti uguali, ha avuto il più imprevedibile (e per certi sensi disastroso) degli arresti. Se volete un bagno di realtà, veniteli a incontrare sui treni che viaggiano lenti”. Ma Lagioia l’ha mai preso un Frecciarossa, un Italo o un Frecciargento, magari non in prima classe? Perché in quei vagoni si vedono proprio le stesse “facce” dei regionali, quelle di persone comuni (al netto della affettata descrizione da diseredati e miserabili). Su Italo e sul Frecciarossa, che con le offerte garantiscono prezzi molto accessibili, viaggiano studenti, imbianchini, immigrati, pendolari, anziani, precari, magari quando devono andare da Torino a Milano, da Roma a Firenze, da Napoli a Bologna. Quando invece devono spostarsi da Corato a Barletta non prendono il Frecciarossa, non perché “sono i nuovi poveri” e con quelle “facce” non li fanno salire, ma perché la distanza è di 20 chilometri. L’alta velocità per la tratta Barletta-Bitonto non c’è perché non serve. Pasolini avrà pure torto, ma Lagioia da quanto tempo non prende un regionale?

Il binario unico del giornalismo italiano. A Bari la strage è originata da un errore umano e da un ritardo tecnologico figlio della burocrazia appaltante locale e nazionale, scrive Mario Sechi il 13 Luglio 2016 su "Il Foglio". I giornali hanno scoperto il binario unico. I titoli di oggi sulla tragedia di Bari sono in ciclostile. Corriere della Sera: “Morire sul binario unico”. La Stampa: “Apocalisse sul binario unico”. Repubblica: “La strage del binario unico”. Il Messaggero: “La strage del binario unico”. La Gazzetta del Mezzogiorno: “Il binario unico scatena l’inferno”. Poi c’è il classico “Binario morto” (il Giornale) e non può mancare “L’inferno fra gli ulivi” (l’Unità) e “L’inferno sui treni dei pendolari (Il Secolo XIX). A giudicare da questo colpo di fantasia collettivo, i 27 morti e 50 feriti sono stati causati dalla presenza aliena del binario unico. Non è così. Gran parte della rete ferroviaria italiana viaggia sul binario unico e il raddoppio della linea avviene in presenza di alti volumi di traffico. Chi fa binari unici senza passeggeri da trasportare, spreca il denaro del contribuente. A Bari la strage è originata non dalla presenza del binario unico, ma da un errore umano e da un ritardo tecnologico figlio della burocrazia appaltante locale e nazionale. Pare ci sia stato un “buco” nella telefonata tra capostazione, macchinista e capotreno. La tecnologia avrebbe ridotto drasticamente le possibilità di errore. I treni si scontrano quando non funzionano i controlli. I treni si scontrano anche su un binario doppio. I treni si scontrano se c’è un errore umano o un guasto tecnico. La situazione della rete italiana, questo straordinario “binario unico” pugliese che domina le prime pagine dei giornali, non è un’eccezione, è la regola della rete ferroviaria in Italia e in Europa. L’incidente, secondo tradizione italica viene commentato con un'altra serie di errori, frasi fatte e analfabetismo di andata e di ritorno. Dunque, a ruota libera, c’era il binario unico, siamo un paese del terzo mondo, il Sud è abbandonato, è colpa di Berlusconi, è colpa di Prodi, è colpa di Monti, è colpa del neoliberismo, è colpa di Renzi ma anche della Boschi e piove governo ladro. Sul binario tedesco (unico o doppio) muoiono più persone e così pure in quello francese. L’Italia deve fare investimenti sulla sicurezza, levare agli enti locali qualsiasi diritto di veto e competenza. Stazione d'arrivo: la realtà. Buona giornata.

Gli errori da non fare nel commentare il disastro dei treni in Puglia. Più di venti morti nello scontro di questa mattina tra Andria e Corato. “Ma prima di accusare la rete ferroviaria privata italiana è bene guardare i dati oggettivi”. Parla Andrea Giuricin, docente di Turismo e Trasporti all’Università di Milano Bicocca, scrive Enrico Cicchetti il 12 Luglio 2016 su "Il Foglio". Le prime carrozze si sono sbriciolate, accartocciate in un groviglio di rottami e vetri a pezzi. Sarebbero – al momento – venti i morti e più di trenta i feriti nel disastro ferroviario di questa mattina nella campagna pugliese, tra Andria e Corato. Lo scontro frontale, violentissimo, è avvenuto tra due treni di linea della Bari Nord, sul tratto ferroviario a binario unico gestita da Ferrotramviaria spa. La società privata, costituita nel 1937 dal conte Ugo Pasquini, è proprietaria dei treni e dell’infrastruttura ferroviaria. Convogli nuovi e un sistema computerizzato a dare il via libera. Ma qualcosa è andato storto. La brutalità dell’incidente scatena subito il bisogno di cercare cause, trovare spiegazioni, affibbiare responsabilità. Viene da chiedersi se il disastro sia stato provocato dal fatto che i treni viaggiavano su binario unico, se la causa sia che i treni erano di una società privata, se la colpa sia della Tav o delle datate infrastrutture del Mezzogiorno - errore umano o meno. “Dopo ogni incidente di questa gravità”, spiega al Foglio Andrea Giuricin, docente di Turismo e Trasporti della Facoltà di Economia all’Università di Milano Bicocca, “è normale e umano rimanere scioccati, ma bisogna riportare i dati per avere una panoramica oggettiva”.  Il primo capro espiatorio è la rete ferroviaria privata: “La più grande balla che possa esistere”, assicura Giuricin. “Se si guardano le statistiche il settore ferroviario britannico, che è totalmente privato, da dieci anni a questa parte è il più sicuro in Europa. Molto più delle ferrovie francesi e italiane, ad esempio. Si può anche notare che dal 1987 ad oggi l’alta velocità giapponese, un altro sistema privato, non ha mai avuto un incidente”. I dati Eurostat sono chiarificatori: nel 2014 gli incidenti ferroviari in Gran Bretagna hanno provocato in totale 34 morti su 65miliardi di passeggeri per chilometro. In Italia i decessi salgono a 113 per 50miliardi di utenti, mentre in Germania i morti sono 300 per 89 miliardi di passeggeri per chilometro. “Solo il 12 per cento delle morti sulla rete ferroviaria”, spiega poi Giuricin “avviene per veri e propri incidenti, come quello di oggi. Significa che l’88 per cento dei casi sono persone o macchine che attraversano passaggi a livello o binari laddove non si può. E non bisogna neppure guardare solamente ai dati del singolo anno”, continua “perché un grave incidente come quello di Bari può far saltare il tavolo. Guardando ai dati di medio e lungo periodo, l’andamento è evidente. Il settore privato è scagionato”. Per quello che riguarda l’alta velocità poi, i dati sono ancora più stringenti: “L’unico incidente è avvenuto in Cina, dove l’infrastruttura è gestita dal settore pubblico”. La seconda accusa è stata rivolta al binario unico su cui viaggiavano i convogli. “Non è così: è solo questione di gestione, anche sul binario unico esistono i sistemi di sicurezza. Ancora non si sono chiarite le cause dell’incidente, capiremo cosa non ha funzionato. Nell’alta velocità esiste un impianto chiamato Ermts (European Rail Traffic Management System, Ndr). Si tratta di un sistema di gestione, controllo e protezione del traffico ferroviario e relativo segnalamento a bordo, progettato proprio per sostituire i diversi e, tra loro incompatibili, sistemi di circolazione e sicurezza europei. Sui treni di Ferrotramvia immagino ci fossero sistemi di altro tipo”. Allora hanno ragione quanti sostengono che la colpa è tutta della Tav, che come un’idrovora ha risucchiato tutti i fondi necessari a rimettere in sicurezza le linee secondarie? “Assolutamente no, ribatte Giuricin “perché l’Emts è molto costoso: impossibile da sostenere su 16mila chilometri di linea. Ma le ferrovie italiane hanno comunque sistemi di sicurezza elevatissimi: guardando ai dati il nostro sistema ferroviario è uno dei più sicuri d’Europa”. L’ultimo luogo comune prevede che la colpa sia del divario nord-sud. Non è un caso che il disastro sia avvenuto in Puglia. “Al sud c’è meno domanda. Questo implica che le linee siano meno potenziate. Non avrebbe senso fare l’alta velocità tra Palermo e Messina, ma ad esempio esiste tra Napoli e Roma e non tra Milano e Venezia”. Ma “il movente meridionalista” non funziona: “gli incidenti accadono anche in altri paesi: nella ricca Baviera, nel febbraio scorso, un tremendo incidente ha provocato 10 morti e decine di feriti. A Crevalcore, in Emilia, nel 2005 morirono 17 persone nello scontro fra un treno merci e un interregionale. Le statistiche non evidenziano questa differenza”.

Una tragedia che si poteva evitare, ma non per i motivi che vi hanno detto. Sul disastro ferroviario di martedì tra Andria e Corato sulla linea delle Ferrovie Nord Barese negli ultimi due giorni si sono sentite svariate analisi che hanno portato avanti posizioni alquanto assurde sulle cause di questo scontro tra i due treni. Breve guida ai luoghi comuni da non ripetere, scrive Andrea Giuricin il 13 Luglio 2016 su "Il Foglio". Il disastro ferroviario dello scorso martedì tra Andria e Corato sulla linea delle Ferrovie Nord Barese è stata una tragedia evitabile. Negli ultimi due giorni su diversi mezzi stampa e sui social network si sono sentite svariate analisi che hanno portato avanti posizioni alquanto assurde sulle cause di questo scontro tra i due treni. In primo luogo si è data la colpa del fatto che nella tratta dello scontro ci fosse il binario unico. E’ giusto precisare che la maggioranza delle ferrovie è ancora a binario unico, non solamente in Italia e tale scelta non riguarda questioni di sicurezza ma solo di economicità. Il ragionamento sbagliato che è stato sviluppato in diverse sedi è stato questo: siamo nel sud Italia, c’è sotto investimento, quindi c’era il binario unico. Conseguenza di tutto questo, l’incidente. Il binario unico invece è la norma, come dicevamo, e con adeguati sistemi di sicurezza, è sicuro tanto quanto il binario doppio. Il binario unico è stato utilizzato anche nella linea tra Madrid e la Galizia, nella nuovissima infrastruttura ad alta velocità spagnola per il semplice motivo che la domanda non era abbastanza alta per sostenere i costi. L’Italia è uno dei paesi più sicuri in Europa per il settore ferroviario, più della Germania ad esempio, come mostrano chiaramente le statistiche Eurostat. E il settore ferroviario è di gran lunga più sicuro del trasporto stradale. Un altro dato importante da ricordare è che l’88 per cento degli incidenti non avviene sui treni, ma per gli attraversamenti incauti delle persone. Per quanto riguarda la sicurezza è da ricordare che il settore alta velocità non ha mai avuto incidenti a livello globale dalla sua nascita, in oltre cinquanta anni di storia, ad eccezione di un caso tragico in Cina. Un altro punto di critica deriva dal fatto che la società che gestisce la linea è Ferrotramviaria S.p.A., una compagnia privata. Anche in questo caso, guardando i freddi numeri, non si può che notare che laddove il sistema è privato, il numero di incidenti è meno elevato. Le statistiche dimostrano come il paese più sicuro nell’ultimo decennio sia proprio la Gran Bretagna, che vede operare compagnie private sui binari. Perché allora la tragedia era evitabile? Il punto chiave è dunque un altro: il sistema di segnalamento. Il sistema di controllo della marcia dei treni è ormai generalizzato sulla rete nazionale RFI, da nord a sud. Il livello di sicurezza è molto elevato perché permette il blocco automatico del treno in caso di non rispetto del segnale. Non tutte le ferrovie regionali hanno invece questo livello di sicurezza, con il blocco automatico del treno e questa sembra essere la causa di quanto successo. Proprio l’ERA, l’Agenzia Ferroviaria Europea, aveva avvertito che diverse ferrovie regionali italiane non avevano questo sistema di sicurezza. Dalla dinamica dell’incidente, sembrerebbe che ci sia stato un non rispetto di un segnale (per errore umano o malfunzionamento del segnale stesso). Quel che sorprende nel dibattito italiano è che ci sia soffermati sul fatto che la burocrazia abbia bloccato l’investimento per il raddoppio della linea. In Italia questo non deve sorprendere, ma prima di pensare al raddoppio della linea, si poteva pensare di fare un investimento certamente inferiore in termini di denaro per migliorare il sistema di segnalamento. C’è un’ultima domanda che è lecito porsi: di chi era la responsabilità a vigilare? Nel contratto di servizio tra Regione Puglia e la Ferrotramviaria è così scritto: “Alla Regione Puglia compete per legge la funzione di programmare e amministrare il servizio di Trasporto Pubblico Locale e inoltre, quella di vigilare sulla regolarità, qualità e sicurezza dello stesso”. Essendo un servizio con un contratto di pubblico servizio, la responsabilità ricade proprio sull’Ente regionale. Ancora una volta in Italia il rumore di fondo serve a coprire le responsabilità e la caduta nella rete (di internet) del qualunquismo è ormai diventato il nuovo sport nazionale, purtroppo anche nelle tragedie.

In Puglia ha fallito la demagogia del regionalismo all'italiana, scrive Umberto Minopoli il 13 Luglio 2016 su "Il Foglio". Inutile girarci intorno imbarazzati: sul binario unico Bari-Barletta si è schiantato il modello demagogico italiano del federalismo e del regionalismo senza innovazione. Le reti ferroviarie minori in concessione sono un tributo della storia italiana, un retaggio della nostra particolare costruzione unitaria e dell'eredità del localismo pre-unitario? Vero. Ma solo in parte. L'eredità pre-unitaria riguardava 1.326 Km di rete affidate a imprese ferroviarie locali e private. Oggi si apprende che le reti locali assommano a 9.000 km di rete (su 16.000 km): più della metà della rete ferroviaria. Ma la gestione di questa rete "minore" non è affatto privata. Attenti ad agitare la nenia del liberismo e della privatizzazione. La rete ferroviaria italiana è, nei fatti, tutta pubblica. E' solo splittata tra due soggetti pubblici di proprietà e regolazione: Rete Ferroviaria Italiana, di proprietà delle Fs (che gestisce poco più che 7.000 Km di rete) e società che gestiscono la "rete minore" (ben 9.000 Km di rete) in base a contratti di servizio con le Regioni. Si apprende, inoltre, che solo la rete in gestione diretta Fs è realmente sottoposta ai vincoli e agli standard (europei e internazionali) dell'Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, nata nel 2007. La giurisdizione di questa Agenzia, infatti, si esercita solo sulla rete di proprietà di RFI. Sul resto delle linee, la maggioranza della rete, la politica di sicurezza è articolata tra Regioni, Ministero dei Trasporti, concessionari locali. Un'evidente distorsione. Che non ha niente a che vedere con la liberalizzazione. E ha molto a che vedere con una malintesa interpretazione del decentramento e del federalismo: in cui lo Stato, in nome del regionalismo, rinuncia ad esercitare la sua giurisdizione diretta, specie in termini di scelte per la sicurezza, sulla parte maggioritaria della rete ferroviaria italiana. La seconda ragione del disastro pugliese è tecnologica. L'assenza di un regolatore nazionale e unico, il localismo e il federalismo imperfetto, la limitatezza della risorse regionali hanno portato a una frammentazione dei piani di ammodernamento e di investimento delle reti locali. Con scelte discutibili. Ad esempio: apprendiamo che è stata data priorità al raddoppio delle linee locali e al superamento del binario unico (ne abbiamo ancora 9.161 Km). Non pare che questo sia il vero problema. Altri paesi europei hanno reti a binario unico anche più estese. Il vero problema non è il raddoppio. E' la tecnologia elettronica di separazione e controllo di sicurezza tra i treni. Questa è la chiave che minimizza gli incidenti: annulla l'errore umano (il vero obiettivo della sicurezza) e affida il mancato impatto tra i treni, esclusivamente, agli automatismi del fattore tecnologico. E' la vera frontiera della politica di sicurezza nei sistemi complessi in ogni campo: l'operatore deve limitarsi, sempre più, a controllare la macchina dotato del massimo di informazioni possibili; i sistemi di sicurezza (blocco del treno, gestione degli allarmi ecc.) devono attivarsi automaticamente ben prima della materializzazione del rischio. Se si annulla il fattore umano la probabilità incidentale si abbatte esponenzialmente. Le più importanti tecnologie si chiamano Ertms/Etcs per le linee ad Alta velocità e Scmt (Sistema controllo marcia treno) per le linee convenzionali. In pratica, se un macchinista non si adegua ai segnali che dalle rotaie vengono rimbalzati in cabina, il treno si ferma. Ad esse, ormai, si aggiunge l'uso esteso delle tecnologie satellitari (Ersat) per il distanziamento dei treni. Essa però ha ancora un'applicazione molto limitata. Ora il problema è che la scelta tecnologica, per ragioni di risorse limitate e di modello gestionale (decentramento localistico) è stata sacrificata. E solo meno della metà della rete italiana può dirsi oggi sicura e sottoposta a standard moderni. Su oltre metà della rete italiana, quella regionalizzata e data in concessione, si viaggia senza tecnologia e con soluzioni di sicurezza ancorate a metodologie dell'800. E' frutto della demagogia federalista. Qualche imbecille ambientalista se la prenderà con l'alta velocità. Dove l'applicazione delle tecnologie della sicurezza è al massimo. Per costoro nel medioevo doveva restare, invece, tutta la rete ferroviaria italiana. Invece è il contrario: nelle tecnologie di sicurezza e controllo tipici dell'alta velocità, sarebbe dovuta entrare l'intera rete ferroviaria italiana. Invece ha prevalso la demagogia del decentramento e del federalismo: affidare a regioni senza soldi e competenze (che gestiscono attraverso concessioni a società senza soldi e competenze) la sicurezza ferroviaria. E' l'aberrazione del regionalismo cretino italiano che ha sostituito moderne politiche di privatizzazione e liberalizzazione. Un modello che va superato. Pochi sanno ancora che questa aberrazione potrebbe essere superata se passa il Si al referendum di ottobre. Che tra i suoi quesiti contiene la riscrittura e della aree di competenza distinta di Stato e Regioni. Dico la verità: basterebbe questa revisione del regionalismo per votare, convintamente, si.

Altro che Governo ladro o minchiate alla pari…la verità è un’altra. La colpa, da qualunque verso la si prende, è sempre della Burocrazia che frena lo sviluppo. Burocrazia sindacalizzata, quindi politicizzata, ergo, intoccabile.

Il manager di Ferrotramviaria: "Tutta colpa della burocrazia". Il direttore generale di Ferrotramviaria sulla tragedia della Puglia: "Non è un problema di soldi. Quelli ci sono ma le gare restano ferme per anni", scrive Raffaello Binelli, Mercoledì 13/07/2016, su “Il Giornale”. È ancora forte il dolore per la morte di decine di persone, in Puglia, a seguito dello scontro frontale tra due treni. Massimo Nitti, direttore generale di Ferrotramviaria, l'azienda proprietaria dei due treni coinvolti nel tragico incidente, in un'intervista a Sky Tg24 assicura che verrà accertato chi ha sbagliato e che quei due treni lì non dovevano stare. "Ora bisogna capire le cause di quanto è successo", e difende l'azienda accusata per l'utilizzo del "blocco telefonico" per regolare la circolazione. "È un regime di circolazione previsto e riconosciuto, dipende dalla capacità di linea, che è a unico binario". Il manager spiega che il sistema del blocco telefonico "riguarda 300 km di linee regionali in Italia", è "una delle modalità di esercizio che viene regolarmente utilizzata nelle ferrovie", anche se "è in via di eliminazione. Ieri qualche cosa nella catena di controllo non ha funzionato, ma la circolazione con il consenso telefonico ha tutti i crismi della sicurezza". Polemica sui lavori. Secondo Nitti la situazione della linea in cui è avvenuto l'incidente non è così disastrata: "In dieci anni è stato fatto non poco, direi tantissimo. Ma questa è l'Italia. Ci sono parecchi intoppi burocratici e tempi lunghi rispetto agli altri paesi europei. Dieci anni fa abbiamo cominciato con la regione Puglia un lavoro di ammodernamento infrastrutturale che ha portato a raddoppiare 37 km di linea, ha portato alla costruzione di altri 8 km e con i finanziamenti 2015-2020 è stata avviata la gara d'appalto per il raddoppio per la Corato-Andria. Entro il 2018 concluderemo i lavori di raddoppio, poi cominceranno i lavori di interramento". L'Huffington Post riporta anche una dichiarazione che Nitti ha fatto a TgNorba: "Non è assolutamente vero che non ci sono soldi. Non è assolutamente vero che ci sono i soldi e non si spendono. Abbiamo il problema che conosciamo noi italiani: i processi autorizzativi in questa nazionale sono il 60-80% più lunghi di qualunque altra nazione in Europa, per non parlare poi delle gare che si appaltano e che restano ferme per qualche anno in attesa di valutazioni del Tar e del Consiglio di Stato. Se ce ne dobbiamo ricordare soltanto quando succedono le tragedie, va bene, fa parte delle regole del gioco, ma non si dica che i soldi ci sono e non si spendono, almeno per quanto riguarda Ferrotramviaria". Tra pochi giorni scade il termine per presentare le offerte per la gara d'appalto per il raddoppio della linea Corato-Andria. Le buste saranno aperte il 26 luglio.

Massimo Nitti (Ferrotramviaria): "Soldi ci sono, ma gare ferme da anni. Questa è l'Italia". "Blocco telefonico ancora molto usato", scrive "L'Huffington Post" il 13/07/2016.  "Accerteremo chi ha sbagliato e perché, ma quei due treni lì non ci dovevano stare". Lo afferma in un'intervista a Sky Tg24 Massimo Nitti, direttore generale di Ferrotramviaria, l'azienda proprietaria dei due treni coinvolti nel disastro ferroviario lungo la linea fra Andria e Corato. "Ora bisogna capire le cause di quanto è successo" ha dichiarato il manager, difendendo l'azienda dalle accuse per l'utilizzo del "blocco telefonico" per regolare la circolazione. "È un regime di circolazione previsto e riconosciuto, dipende dalla capacità di linea, che è a unico binario". Nitti ha spiegato che il blocco telefonico "riguarda 300 km di linee regionali in Italia", è "una delle modalità di esercizio che viene regolarmente utilizzata nelle ferrovie", anche se "è in via di eliminazione. Ieri qualche cosa nella catena di controllo non ha funzionato, ma il regime di circolazione con consenso telefonico ha tutti i crismi della sicurezza". Nitti esclude particolari ritardi nei lavori di ammodernamento: "In dieci anni su questa linea è stato fatto non poco, direi tantissimo. Ma questa è l'Italia. Ci sono parecchi intoppi burocratici e tempi lunghi rispetto agli altri paesi europei. Dieci anni fa abbiamo cominciato con la regione Puglia un lavoro di ammodernamento infrastrutturale che ha portato a raddoppiare 37 km di linea, ha portato alla costruzione di altri 8 km e con i finanziamenti 2015-2020 è stata avviata la gara d'appalto per il raddoppio per la Corato-Andria. Entro il 2018 concluderemo i lavori di raddoppio, poi cominceranno i lavori di interramento". Nitti ha spiegato al TgNorba, infatti che "non è assolutamente vero che non ci sono soldi. Non è assolutamente vero che ci sono i soldi e non si spendono. Abbiamo il problema che conosciamo noi italiani: i processi autorizzativi in questa nazionale sono il 60-80% più lunghi di qualunque altra nazione in Europa, per non parlare poi delle gare che si appaltano e che restano ferme per qualche anno in attesa di valutazioni del Tar e del Consiglio di Stato. Se ce ne dobbiamo ricordare soltanto quando succedono le tragedie, va bene, fa parte delle regole del gioco, ma non si dica che i soldi ci sono e non si spendono, almeno per quanto riguarda Ferrotramviaria". A giorni scade il termine per la presentazione delle offerte per la gara d'appalto per la progettazione esecutiva e la realizzazione del raddoppio della Corato-Andria e che "per il 26 luglio è fissata l'apertura delle buste". I registratori degli eventi e delle comunicazione delle stazioni ferroviarie di Corato ed Andria sono stati prelevati da Ferrotramviaria e messi a disposizione della magistratura. "Ora vanno analizzate, esaminate con serenità e determinazione. Arriveremmo alle conclusioni" ha assicurato Nitti.

L'eredità di Vendola e quel piano ferroviario mai messo in pratica. Ferrotramviaria aveva ottenuto i fondi Ue che sono rimasti nel cassetto. Emiliano tace, scrive Gian Maria De Francesco, Giovedì 14/07/2016, su "Il Giornale”. «È urgente ricostruire una trama di comunità che sappia guardare il mondo senza le lenti deformanti dell'ideologia dominanti». Quante frasi come queste ha lasciato in eredità Nichi Vendola dopo aver abbandonato (almeno ufficialmente) la politica. Trascorsi dieci anni nell'incarico di governatore della Puglia, oggi si gode la famiglia in quel di Montreal e il vitalizio di 5.618 euro mensili della Regione. L'eredità politica di Vendola dovrebbe comprendere anche un Piano dei trasporti, ma il disastro ferroviario di martedì scorso fa capire che nessuno ha voglia di intestarsela. A partire dall'attuale governatore, l'ex sindaco di Bari, Michele Emiliano. Eppure, in linea teorica i finanziamenti europei per il raddoppio della linea tra Andria e Corato avrebbero dovuto essere disponibili sin dal lontano 2007. Il piano operativo regionale Fesr 2007-2013, infatti, conteneva diversi «Grandi Progetti», (non è megalomania, in ambito Ue si chiamano così) uno dei quali riguardava proprio le Ferrovie del Nord Barese e il suo gestore Ferrotramviaria. Nell'ultima stesura del piano effettuata a inizio 2015 per salvare il salvabile, invece, di «Grandi Progetti» non c'era più traccia anche se Ferrotramviaria risultava tra i beneficiari dei fondi, ad esempio per il raddoppio dei binari tra Ruvo e Corato (circa 12 milioni ricevuti). Che cosa non ha funzionato nella narrazione vendoliana? Perché la poesia non si è tradotta in fatti, come recitava un suo fortunato slogan? Perché Michele Emiliano oggi si vanta di aver inserito nel piano dei fondi europei 2014-2020 i 153 milioni per le Ferrovie Bari Nord? In primo luogo, a far difetto è stata la programmazione. Per quanto la Regione Puglia non sia certo la peggiore tra quelle meridionali, è abbastanza in ritardo nella definizione dei programmi. A fine 2015 (anno gestito per metà da Vendola) meno di un terzo dei piani di rafforzamento amministrativo, che definiscono gli interventi da realizzare, era stato completato. A questo problema gestionale si aggiunge quello finanziario. I Fondi europei si spendono solo c'è la compartecipazione al 50% dello Stato e della Regione. E proprio Vendola, due anni fa, bloccò l'erogazione dei contributi regionali avendo la necessità di destinare risorse al capitolo sanità. In una Regione ad alta spesa corrente come la Puglia (che non differisce molto dallo Stato) le risorse per gli investimenti finiscono presto. Che cosa si fa allora per non perdere i fondi europei? Li si indirizza verso progetti già finanziati oppure verso opere a basso costo. Non a caso l'ex governatore si è beccato la reprimenda della Corte dei Conti Ue e Bruxelles ha sospeso erogazioni per oltre 500 milioni di euro a causa della scarsa trasparenza. Con quei soldi si sarebbero potuti realizzare più di tre raddoppi dell'Andria-Corato, ma tant'è. La burocrazia italiana, con la sua lentezza, fa il resto. Eppure Vendola, come il suo ex compagno di partito Walter Veltroni, ha spesso raccontato di una politica capace di «spegnere i rancori e accendere le passioni». I rancori non si sono sopiti, ma in compenso l'inventore di Sel e i suoi sodali politici hanno «spento» la Puglia trasformandola in un deserto. Niente più acciaio a Taranto, British Gas costretta ad abbandonare il progetto di rigassificatore a Brindisi, i fondi per il potenziamento del trasporto ferroviario dispersi nei corridoi del palazzo della Regione così il potenziamento dei sistemi di segnalazione. Su cui da Bari Vendola avrebbe anche potuto spendere qualche parola.

Scontro fra treni, Nichi Vendola all'HuffPost rifiuta accusa di immobilismo: "L'odore della morte attira gli sciacalli", scrive Alessandro De Angelis il 13/07/2016 su   "L'Huffington Post".

Nichi Vendola, certamente lei non è colpevole di quanto accaduto, ma si sente in qualche modo responsabile della tragedia, ovvero dei ritardi istituzionali che hanno impedito che si realizzasse il raddoppio del binario?

«Lo so: la cosa più semplice, la più scontata dinanzi alla tragedia pugliese è tornare a sgranare il rosario di luoghi comuni sul Sud che non funziona, che si avvita nella propria indolenza, nei propri ritardi, nelle proprie mafie. La morte, tutte quelle povere vite tranciate dallo schianto di due treni, diviene occasione per far rivivere un repertorio di banalità, di analisi surreali, persino di speculazioni indecenti: perché sempre l’odore della morte attira gli sciacalli. Per fortuna dinanzi alla strage vi è stata una grande prova della nostra protezione civile e una straordinaria gara di solidarietà dei pugliesi».

Quando parla di sciacallaggio si riferisce anche alle dichiarazioni del sottosegretario Luca Lotti che ha parlato di una tragedia “frutto dell’immobilismo della politica”?

«Molti, troppi, in questi giorni, hanno parlato a sproposito. Per me invece è difficile parlarne e doloroso, perché conoscevo alcune di quelle vittime, perché quello è stato il treno su cui ho viaggiato per anni, perché questa sciagura incide con violenza inaudita nella carne viva della mia comunità».

Avverto, nella sua voce una tensione autentica che da cronista mi pare giusto registrare. Vorrei però approfondire il punto più delicato e più discusso in queste ore. Nell’epoca in cui lei era presidente i soldi furono stanziati, ma i cantieri non partirono.

«La verità è ben documentata. Come lei sa, noi il binario unico lo combattiamo da sempre, sia quando si tratti di ferrovie dello Stato - basti ricordare la battaglia per il raddoppio della Termoli-Lesina, 30 km che strozzano la linea adriatica - sia quando si tratti di ferrovie concesse di carattere regionale. L’ammodernamento della Bari Nord con i suoi 83 km di rete, con il raddoppio del binario, al servizio di 700 mila abitanti, la mia amministrazione l’ha progettato come "opera strategica" nella programmazione dei fondi comunitari del settennio 2007-2013. Con un investimento di circa 180 milioni di euro».

I famosi fondi europei.

«Ecco, noi abbiamo usato le risorse comunitarie per supplire anche alla assoluta scarsità di finanziamenti dei governi nazionali. Durante gli anni del mio mandato abbiamo investito risorse ingenti proprio nel trasporto ferroviario. Ricordo ancora la sorpresa dei miei assessori ai trasporti quando i tecnici relazionavano sullo stato disastroso dei binari nel Salento o sui troppi attraversamenti dei binari con le croci di Sant'Andrea senza nemmeno i passaggi a livello. Per rimettere in sesto quello che altrove ha fatto lo Stato, noi impegnammo risorse europee. Noi, cioè la Regione Puglia: che, lo ricordo agli smemorati, è un ente di programmazione, non una stazione appaltante».

Però in altre tratte partono lavori di raddoppio e di potenziamento delle stazioni, come tra Ruvo e Corato.

«Appunto. La Commissione europea ha validato quell'intervento, garantendo le risorse, nel 2012. Solo i marziani o gli ipocriti possono stupirsi del fatto che in Italia un'opera finanziata nel 2012 nel luglio 2016 non sia stata completata del tutto».

Però nel programma di questa "opera strategica" si indicava la conclusione dei lavori entro il 2015. E lo stesso dichiarava la Ferrotranviaria Spa, la società che avrebbe dovuto realizzare l’opera. I ritardi sono imputabili alla regione o alla società ferrotranviaria Spa?

«Ripeto, la Regione non è il soggetto attuatore. Forse occorre ricordare che un'opera come questa, che collega grandi centri urbani, richiede progetti ingegneristici complessi, una serie infinita di autorizzazioni e pareri, di varianti urbanistiche, e si realizza grazie a centinaia di espropri. E la stragrande parte di queste procedure non dipende dall'ente finanziatore ma da Comuni, Province, Sovrintendenze, e da tante disparate articolazioni pubbliche».

Sta dicendo: colpa della burocrazia?

«L’ho denunciato mille volte l’appesantimento burocratico, consegnando il problema dello snellimento procedurale all'unico in grado di regolarlo: lo Stato. Ricordo poi che il soggetto attuatore dell’opera è Ferrotramviaria, che è la concessionaria della ferrovia. E Se Ferrotramviaria scrive all’ente di programmazione che è in ritardo per incompletezza delle autorizzazioni, la Regione ha l’obbligo di rimodulare gli interventi per evitare di perdere i soldi europei».

Insomma, se su quella tratta i lavori non sono partiti, non è responsabilità della Regione.

«Guardi, la Regione non è stata con le mani in mano. Abbiamo finanziato il rinnovamento di tanta parte del parco treni, facendo viaggiare vagoni tra i più moderni d’Europa, abbiamo portato il treno fin dentro l'aeroporto di Bari Palese, fornendo un servizio tra i più efficienti ed evoluti d’Italia. E in queste azioni di ammodernamento tutti sapevano che la Bari-Nord era considerate un fiore all’occhiello della Puglia. Tutt’altro dal degrado di quelle ferrovie Sud-Est, che sono proprietà del Ministero dei trasporti e che rappresentano uno scandalo infinito, dalla Regione Puglia denunciato molte volte, ma nella disattenzione generale».

Lei rivendica che la sua esperienza di governo è stata un’esperienza di innovazione sul tema dei trasporti e delle infrastrutture?

«È vero: l’Italia è un paese che ha puntato sulla gomma piuttosto che sulle rotaie, sul trasporto privato piuttosto che sul trasporto pubblico. È fu proprio questa filosofia che io e la mia amministrazione abbiamo cercato di capovolgere. A coloro che ricordano che a due passi dalla tragedia c’è un’azienda leader al mondo nelle tecnologie della sicurezza ferroviaria ricordo che quell’azienda e stata costantemente sorretta anche dai finanziamenti della Regione Puglia».

Se ho capito il senso del suo ragionamento, lei dice: io quando sono arrivato ho trovato una situazione drammatica. E ho innovato: guardate come ho trovato la Puglia e guardate come l’ho lasciata. Per questo rifiuto le accuse generiche che sanno di sciacallaggio. Però dice che c’è una burocrazia indomabile. Le chiedo: sulla tratta Andria Corato, il Sistema è stato più forte di lei?

«Metà dell'opera è stata realizzata, l'altra metà è in corso di appalto. Dobbiamo intenderci quando parliamo di burocrazia: ci sono gli eccessi barocchi, ma c'è dentro anche la tutela ambientale e le complessità tecniche. Non siamo a "uno contro tutti". Siamo dentro processi di cambiamento che chiamano in causa una folla di attori istituzionali e sociali. Per il resto vale l'opera, speriamo rapida e puntuale, della magistratura: che dovrà dirci come è potuta accadere questa immane sciagura e chi ne porta la responsabilità».

Soldi, espropri e ritardi della giunta Vendola: tre motivi per una strage. Dal 2008 la Regione convoglia 180 milioni per le Ferrovie Bari Nord. I lavori? Mai iniziati, scrive Gian Maria De Francesco, Venerdì 15/07/2016, su “Il Giornale”. L’obiettivo ora è spostato al 2020. La tratta tra Corato e Andria potrebbe finalmente avere il doppio binario tra quattro anni. Decisamente troppi se si considera, come riportato dal Giornale, che già dal 2008 la Regione Puglia aveva convogliato ben 180 milioni di euro del Fondo europeo di sviluppo regionale sul «Grande Progetto» relativo all’ammodernamento delle Ferrovie Bari Nord. Se non vi fosse stata la sciagura, si potrebbe anche dire che i pugliesi sono solleciti. Un’infrastruttura come la Variante di Valico, seppur maggiormente complessa, ha richiesto una trentina d’anni sebbene la lunghezza sia comparabile. Cerchiamo, allora, di tracciare una linea di confine tra la questione finanziaria e quella burocratico- amministrativa in modo tale da profilare quelle che potrebbero essere le responsabilità, politiche. Denaro e scartoffie sono due facce di una stessa medaglia. Il «Grande progetto» da 180 milioni, di cui 110 erano fondi regionali europei (dunque i restanti 70 milioni erano a carico dello Stato e della Regione), parte nel 2008 sulla carta, ma verso la fine del 2010 era stata solo decisa l’assoggettabilità a Valutazione di impatto ambientale (la temibile Via) il raddoppio della Corato-Andria, mentre erano nel frattempo partiti altri interventi come la linea da 7,7 chilometri per collegare l’aeroporto di Palese alla Ferrovia Bari Nord. Il progetto definitivo poteva essere approvato dall’Unione Europea solo dopo un quadro chiaro degli espropri che, però, nel 2012 non c’era. Solo nel 2013 (e dunque ben 6 anni dopo l’avvio) l’iter avrebbe potuto dirsi avviato alla conclusione. Ma il 2013 era anche l’ultimo anno di vigenza della programmazione dei fondi europei. Per utilizzarli immediatamente la Regione Puglia avrebbe dovuto cofinanziare subito i lavori ed è altamente improbabile che l’ente locale disponesse immediatamente dello stanziamento vista l’inderogabilità di alcune spese correnti come quella sanitaria. Ma la telenovela non finisce qui. Il 10 luglio 2014 la giunta Vendola riprogramma l’intervento Corato-Andria suddividendolo in due lotti perché il gestore Ferrotramviaria ha denunciato «un allungamento imprevisto della fase istruttoria». Insomma, amministrazioni locali ed espropri vanno per le lunghe: il ciclo dei fondi sta per finire e dunque, come fanno quasi tutte le Regioni in questi frangenti, si riprogramma. Ecco perché la gara si chiuderà il 19 luglio prossimo. «I lavori non sono stati completati a causa dei ritardi sul terreno, per le difficoltà a ottenere i permessi legati agli espropri dei terreni», hanno spiegato ieri a Bruxelles e così nel dicembre dell’anno scorso la Commissione Ue ha approvato la riprogrammazione pugliese. «La gestione del finanziamento spetta alle autorità nazionali», ha spiegato la portavoce della Commissione Ue per i Trasporti. Allo stesso modo, si sarebbe potuto ammodernare il sistema di segnalamento automatizzandolo e dotando i treni del sistema automatico di blocco in caso di pericolo. Nello scorso dicembre è stata recepita una direttiva europea che impone la modernizzazione degli standard sulle reti ferroviarie interconnesse come la Bari Nord, anche se manca ancora il decreto attuativo. Ferrotramviaria ha già avviato gli adeguamenti tecnologici, forte anche del servizio in concessione. Ieri la Commissione Ue ha spiegato che gli adeguamenti sono obbligatori sulle nuove reti o su quelle che vengono ammodernate. E Andria-Corato è una vecchia tratta. Il risultato? L’ex governatore Vendola può dire di aver fatto tutto il possibile, il nuovo governatore Emiliano sottolineare di aver fatto partire i lavori e i ministri delle Infrastrutture degli ultimi quattro anni dire di aver vigilato. In Italia, purtroppo, funziona così.

"Il Piano anticorruzione? E' rimasto un pezzo di carta". La denuncia di Raffaele Cantone. Sconfortante la relazione del presidente Anac: le anomalie gravi negli appalti su sanità e rifiuti, le grandi opere arenate o mai cominciate. Anche nel disastro in Puglia c'entra la corruzione: "Problema atavico nel fare infrastrutture", scrive Susanna Turco il 14 luglio 2016 su “L’Espresso”. Piani anticorruzione rimasti sostanzialmente dei "pezzi di carta”, "anomalie” e "disfunzioni” anche gravi negli appalti dei servizi – in particolare sanità e rifiuti – criticità nella progettazione delle grandi opere, che spesso sono "arenate”, soprattutto al Sud. E’ dolente e a tratti drammatica la relazione del presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone: e non risparmia nulla. Fa esercizio di ottimismo spiegando che "si iniziano a intravvedere le prime tracce degli anticorpi” per la lotta alla corruzione, visto che le segnalazioni all’Anac sono più che raddoppiate quest’anno. Ma non fa sconti: chiarisce peraltro Cantone, che a suo avviso c’è un "oggettivo collegamento” tra il disastro ferroviario in Puglia e la "corruzione” nel nostro Paese: "Scontiamo un problema atavico nel fare le infrastrutture”. Il quadro, del resto, è coerente. E’ rimasto sostanzialmente sulle carta, per esempio, il piano anticorruzione. L’Anac ha esaminato 1.900 piani e aperto 929 procedimenti istruttori. Risultato: "La qualità appare modesta”. Una "attuazione insoddisfacente” che, secondo Cantone, è da ricondurre a varie motivazioni (difficoltà organizzative, pochi soldi) tra cui una da brivido: viene considerato una formalità, non importa a nessuno. "Vi è un diffuso atteggiamento di mero adempimento formale, limitato ad evitare le responsabilità in caso di mancata adozione del Piano”, spiega Cantone. Chi se ne deve occupare, cioè per legge il "Responsabile della prevenzione della corruzione, resta "isolato”, cioè da solo, "nel sostanziale disinteresse degli organi di indirizzo politico”.  Che ratificano, ma non sostengono. Non va certo meglio per quel che riguarda le grandi Opere. Per le quali Cantone rileva "carenze nella progettazione”, "numerose varianti e riserve”, "lunghi e complessi contenziosi” a causa dei quali non hanno visto la luce. Ecco alcuni esempi: l’anello ferroviario di Palermo, di cui a nove anni dal bando è stato realizzato il 3 per cento dell’importo dei lavori; il caso della metro C a Roma, il cui "progetto posto a base di gara era carente di adeguate indagini preventive per una parte molto estesa del tracciato”, al punto da rendere opportuno riconsiderare  il prosieguo dell’opera; la vicenda della diga sul Fiume Melito, che inserita nei programmi della ex Cassa del Mezzogiorno, con progetto approvato nel 1982, ad oggi "non solo non ha ancora visto la luce, ma è addirittura in fase di rivisitazione lo stesso intervento”. Per quel che riguarda gli appalti per servizi e forniture, dove si riscontrano "criticità anche gravi” , è da rilevare la sindrome della proroga, riscontrata soprattutto nel settore della sanità. Si proroga l’appalto per il doppio, il triplo, del tempo originario, a volte ancor prima che sia cominciato l’affidamento del servizio: "Un'indagine su un campione di stazioni appaltanti  ha rivelato un utilizzo eccessivo e illegittimo delle proroghe, in molti casi attivate senza che la procedura per l'affidamento del servizio avesse avuto alcun inizio, con opzioni giunte anche a tre volte la durata contrattuale originaria (e in un caso pari addirittura a 13 volte), evidenziando complessivamente 5.694 mesi di proroga, ben il 203% delle durate originarie”, spiega la relazione.

Sui siti di tutto il mondo civile, dove i treni arrivano in orario, rimbalzano le foto della "tragedia immane", come l'ha definita il ministro dell'Infrastrutture Graziano Delrio. Aggiungiamone un'altra, di foto, per spiegare la solita Italia, in cui dietro "l'immane tragedia" c'è sempre una responsabilità anche della politica, con i suoi immani ritardi sull'ammodernamento delle infrastrutture. È la foto in bianco e nero dell'allora presidente del Consiglio Aldo Moro che il 30 settembre del 1965, oltre 50 anni fa, inaugura le ferrovie del Nord barese, momento storico per la Puglia del miracolo economico. «Da allora la tratta della tragedia odierna, da Corato ad Andria, non è mai stata raddoppiata. Ed è evidente che, al netto di un errore tecnico o di un errore umano nell'incidente, la prima anomalia - anzi: si può usare il termine "scandalo" senza essere accusati di scandalismo? - è che quella tratta che unisce zone ricche e popolose del Mezzogiorno sia a su un unico binario, come nell'Italia degli anni Sessanta, e non doppio. Fondi stanziati, gare in ritardo, lavori non iniziati. La politica meridionale celebra freneticamente i suoi riti per acchiappare i voti col vizio atavico, una volta presi, di custodire l'immobilismo infrastrutturale. Addirittura sul grande progetto del raddoppio la Regione Puglia ha dovuto riprogrammare i finanziamenti europei già stanziati e mai utilizzati. Nella delibera di Giunta numero 1450 del 2014 l'opera viene "spostata" dalla Programmazione dei Fondi Europei 2007-2013 alla nuova programmazione 2014-2020. Per capire meglio, occorre andare indietro nel tempo a circa un decennio fa, quando vengono stanziati i fondi per il raddoppio della tratta Corato Andria: 25 milioni per quella tratta, mai spesi per ritardi di gare e progettazioni, nell'ambito di un progetto ambizioso di Adeguamento ferroviario dell'Area Metropolitana Nord Barese, presentato dalla Ferrotramviaria SpA. L'obiettivo è creare una sorta di metropolitana di superficie di 70 km da Bari ai centri ricchi e popolosi del nord barese: Corato, Andria, Barletta, centri ricchi a nord di bari direttamente fino all'aeroporto. Città da 80 centomila abitanti. Il progetto prevede una serie di interventi - parcheggi, riorganizzazione della viabilità - tra cui il "raddoppio per uno sviluppo complessivo di 11 km" e "interramento della linea ad Andria". Alcuni lavori sono iniziati, quelli della tratta della tragedia non sono mai partiti. Un anno fa i parlamentari dell'M5S di Andria avevano messo nero su bianco la loro denuncia: "La nostra grande opera approvata con Decisione (CE) n. C/2007/5726 del 20 novembre 2007, dovrebbe essere ormai al taglio del nastro rosso ed invece è ancora sul binario morto. Il grande progetto di ammodernamento delle ferrovie del nord barese, denominato Adeguamento ferroviario dell'Area Metropolitana Nord Barese, non verrà realizzato nei tempi previsti". Ora il ministro Graziano Delrio chiede una "commissione di indagine". E un'intera classe politica, che ha avuto nella regione le leve del governo evita di spiegare come mai i due treni si sono scontrati sulla tratta inaugurata da Moro 50 anni fa.

Scontro treni, M5S aveva presentato interrogazione su binario unico: “Governo non rispose”. Spunta un'interrogazione parlamentare alla quale nessuno dei ministri, Lupi prima, Delrio poi, ha mai risposto. I soldi per ammodernare il tratto, fondi europei, non sono mai stati utilizzati, scrive Gaia Bozza il 12 luglio 2016 su “Fan Page”. Atto Camera Interrogazione a risposta scritta 4-00836 presentato da D'AMBROSIO Giuseppe testo di Mercoledì 12 giugno 2013, seduta n. 32. D'AMBROSIO. — Al Ministro per gli affari europei, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che: il grande progetto delle Ferrovie del nord barese è una infrastruttura che permetterà la prima interconnessione delle reti ferroviarie e che inciderà in modo strategico sul sistema della mobilità della regione Puglia. L'importo del finanziamento è di 180 milioni di euro del programma operativo F.E. S.R. Puglia 2007-2013, il soggetto attuatore è la Ferrotramviaria spa; oggetto dell'intervento sono: il raddoppio per 13 chilometri del binario sulla tratta Corato-Barletta; l'interramento della ferrovia nell'abitato di Andria per 2,9 chilometri, di cui una zona di circa 460 metri in galleria, con tre nuove fermate; la realizzazione di parcheggi di scambio intermodali dislocati in prossimità di 11 stazioni-fermate ferroviarie che offriranno circa 2.000 posti auto; l'eliminazione di 13 passaggi a livello sono l'interconnessione con la Rete ferroviaria italiana nelle stazioni di Bari centrale e Barletta. Sette i comuni interessati direttamente dall'intervento: Barletta, Andria, Corato, Ruvo, Terlizzi, Bitonto e Bari; il nodo di scambio di Barletta fra Ferrotramviaria ed Rfi darà accesso, non solo ai residenti nei, comuni serviti dalle Ferrovie del Nord ma anche a tutta l'area della Capitanata, al collegamento ferroviario con l'aeroporto di Bari. Sono previste ricadute importanti anche sul capoluogo regionale attraverso la realizzazione della prima interoperabilità funzionale nel nodo ferroviario di Bari della linea adriatica con le linee regionali. I treni della Ferrotramviaria provenienti dall'aeroporto arriveranno, infatti, direttamente al quinto binario del piazzale ovest della stazione delle Ferrovie dello Stato; dal punto di vista amministrativo, dopo l'approvazione del Consiglio regionale dei lavori pubblici e degli uffici dell'assessorato all'ambiente per la valutazione di impatto ambientale, e dopo i restanti adempimenti presso la Commissione europea per gli ultimi aspetti di valenza economica, potranno partire le procedure di appalto. La cantierizzazione dei lavori dovrà essere attuata quanto prima, poiché il collaudo, per problematiche connesse al finanziamento, dovrà essere effettuato entro il 2015–: se si intenda verificare che non vi siano motivi ostativi, anche in sede europea, alla cantierizzazione dei lavori; se si intenda porre in essere ogni opportuna iniziativa, per quanto di competenza per agevolare la realizzazione di questa strategica infrastruttura ferroviaria non solo per il nord-barese, ma anche per la regione Puglia. (4-00836)

Mentre l'Italia piange decine di morti per lo scontro tra treni sul binario unico tra Andria e Corato, spunta un'interrogazione parlamentare alla quale nessuno dei ministri – governo Letta e governo Renzi – ha mai risposto. Argomento? Proprio il binario unico e i lavori di ammodernamento della ferrovia. "Ormai nel 2013, in un'interrogazione parlamentare, chiedevamo all'allora ministro Lupi, quali fossero le sorti di 180 milioni di euro di fondi europei stanziati per ammodernare la tratta del nord Barese che va da Bari a Barletta, passando proprio per il tratto interessato dalla tragedia di oggi". A spiegarlo a Fanpage.it è Giuseppe D'Ambrosio, deputato del Movimento 5 Stelle, che con rabbia ricorda quell'interrogazione seguita da un silenzio di tre anni e da un terribile schianto sui binari. Le prime ipotesi intorno all'incidente vertono sull'errore umano, ma "intanto io lì ci ho vissuto e conosco benissimo i pericoli della Bari Nord, per questo avevo presentato questa interrogazione parlamentare – continua – Intanto, quei soldi sono stati già persi una volta e rischiamo di perderli di nuovo". Non usa mezzi termini il deputato Cinquestelle che nel 2013 chiedeva conto di questi fondi e del fatto che quel tratto di ferrovia, a binario unico, dovesse essere interessato da lavori di raddoppio e di messa in sicurezza, con "addirittura l'interramento della parte più pericolosa che passa all'interno della città di Andria. Questo avveniva quando ancora vi erano due anni ancora per cantierizzare i lavori ma tutto è rimasto così" – sbotta – Oggi ci troviamo queste tante vittime inconsapevoli. Gli amministratori hanno delle enormi responsabilità. Si parla da oltre trent'anni di lavori su quel tratto di ferrovia ma non si è mai fatto nulla". E i soldi, che fine hanno fatto? Sono stati già traslati una volta sulla nuova programmazione "perché i lavori non sono mai partiti ed entro questo fine mese i soldi rischiano di essere di nuovo persi – spiega D'Ambrosio – Adesso pubblicheremo degli atti della Regione Puglia che accusano pesantemente gli amministratori locali che non partivano e gli amministratori centrali che non hanno mai fatto nulla, da Lupi a Delrio nessuno ha risposto". Per il Cinquestelle, errore umano o no, le responsabilità politiche dell'incidente sono precise e vanno ricercate nei "politici che sono andati oggi lì" che "devono vergognarsi. Mentre accade questa tragedia in Puglia, ci sono decine di luoghi in quella situazione e noi ci ostiniamo a finanziare porcherie come il TAV".

Insicurezza a bordo, incoscienza al potere, scrive Giuseppe De Tomaso il 13 luglio 2016 su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Il problema non è l’errore umano, ammesso che si sia trattato di errore umano. Il problema è che simili disastri e tragedie sono inammissibili, dal momento che la tecnologia ha ridotto assai, anzi ha pressoché annullato, sui binari, il rischio di incidenti causati da una distrazione umana. E questi progressi, la tecnologia, li ha realizzati proprio in Puglia, nella regione della Mermec di Vito Pertosa, azienda leader, a livello mondiale, nel campo della sicurezza ferroviaria. Il meccanismo anti-errore si chiama Sistema Controllo Marcia Treno (funziona su terra e sui convogli): ha il compito di mantenere sotto vigilanza elettronica il comportamento del personale di macchina dei treni in base all’aspetto dei segnali ferroviari, alla velocità massima consentita, al grado di frenatura della linea eccetera. Ecco. Il Sistema Controllo Marcia Treno è in funzione sui binari nazionali da parecchi anni, ma è un illustre sconosciuto su molte linee ferroviarie locali (è attivo, invece, in Lombardia, in parte della Campania e in brevissime tratte pugliesi). Per impedire o ridurre al massimo il pericolo di stragi come quella di ieri tra Andria e Corato, è indispensabile che gli standard di sicurezza della Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) siano introdotti anche sulle reti regionali e locali. Perché finora questi standard di sicurezza hanno marciato a due velocità? Perché nessuno ha pensato bene di imporre alle ferrovie in concessione il ricorso agli standard di sicurezza in vigore sui binari della Rete nazionale. Non ci ha pensato il governo centrale, non ci ha pensato la Regione, non lo hanno chiesto i sindacati. Troppi intrecci clientelari, troppe rendite elettorali, troppe mangiatoie pseudo-manageriali, come ha testimoniato, a proposito dello scandalo Ferrovie Sud Est, il libro denuncia dei colleghi della Gazzetta Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini. Eppure una direttiva ministeriale obbliga le aziende del settore e le stesse Regioni a installare il Sistema Controllo Marcia Treno su ogni tratta. Perché non è stato fatto? Perché la stessa Agenzia Nazionale della Sicurezza delle Ferrovie è una scatola vuota che non fa controlli? La magistratura farebbe bene ad approfondire. Se c’era un punto in cui il Sistema Controllo Marcia Treno era fondamentale, questo era proprio il binario unico su cui ieri è successo il finimondo. Invece, sembra che l’apparato di controllo fosse rimasto in lista d’attesa perché un’azienda del ramo aspettava il raddoppio del binario. Do ut des da brivido, con molti colpi di sonno (!) da parte di chi doveva controllare. La sicurezza sulle linee locali è un optional. Il che, paradossalmente, non si traduce in un risparmio economico, ma in un salasso finanziario per Stato e Regione. Sigle di potentati locali che hanno tesaurizzato i vantaggi del capitalismo tariffario privo di rischi. Aziende ferroviarie che si sono trasformate in fabbriche di potere e voti per gli amici degli amici. Insomma, le ferrovie locali sono il bancomat privilegiato per larghi settori della classe politica, una sorta di bicamerale degli affari in cui tutti hanno di che saziarsi. La tragedia di ieri è anche figlia di questo atteggiamento indifferente di politici e tecnocrati sui sistemi di sicurezza delle reti locali. Sistemi che possono essere garantiti o dall’immediata introduzione del Sistema Controllo Marcia Treno fino all’ultima linea ferroviaria locale o, meglio ancora, dal passaggio delle ferrovie locali sotto il controllo della Rete statale, l’unica che può assicurare i meccanismi di sicurezza. Provvederà, successivamente, una gara pubblica tra gli operatori, anche privati, ad affidare in concessione la gestione del servizio per i passeggeri. Finora, i trasporti ferroviari si sono rivelati il festival dello spreco. Fondi europei persi. Fondi pubblici sprecati a go-go per incarichi e consulenze da nababbi. Una Casta trasversale che ha programmato carriere e patrimoni. Ora non ci sono più alibi. Lo Stato centrale non può restare a guardare mentre la condizione dei trasporti ferroviari nel Sud evoca scenari di qualche secolo fa. La Regione Puglia e il suo Presidente si concentrino sui temi clou della Puglia: trasporti, sanità e rifiuti in primis. È inammissibile che il tratto Termoli-Lesina sia ancora a binario unico, nonostante i mille tavoli di questi anni e l’incessante campagna di questo giornale a sostegno della linea ferroviaria adriatica. È assurdo che la stessa sicurezza dei convogli penalizzi la Puglia e il Sud, per non dire delle carrozze antiquate e degli orari incredibili. Ma la tragedia di ieri ha acceso un faro innanzitutto sulle responsabilità, sulle complicità, sui grovigli tra classe politica locale e classe imprenditoriale rapace e parassitaria. Assunzioni e favori. Intrallazzi e mercimoni. Chi se ne importa se l’intero sistema ferroviario locale possa finire sotto il controllo di Trenitalia. Meglio, se serve a ridurre i rischi di gravissime tragedie umane. Meglio, se serve a ridimensionare i costi. Meglio, se serve a fare pulizia nel sottobosco della politica e dell’affarismo più spregiudicato. Meglio se evita arricchimenti stabiliti dalla politica, sempre smaniosa di scegliere i vincenti e premiare i perdenti, in tutti i settori. È la storia di una tragedia annunciata. Sembra una frase fatta, retorica. Ma è la verità. Se una regione è priva, per la sicurezza dei suoi viaggiatori, delle più elementari premesse di sicurezza - che nulla hanno a vedere con l’errore umano - c’è poco da sofisticare o filosofare: prima o poi si verificherà l’inferno. Finiamola con l’orgia di concessioni ad aziende del settore che vivacchiano grazie agli apparati della politica distributiva e acquisitiva. Spesso queste concessioni sono più scandalose di mille camarille tangentizie. Affrontiamo a viso aperto il tema della modernizzazione e della sicurezza dei trasporti. E smettiamola di fare passerella ovunque ci sia una telecamera pronta a riprendere anche la più inutile dichiarazione.

l principale responsabile del disastro sulla Andria-Corato è un Paese che non funziona. Gli investimenti inesistenti al Sud, lo spreco dei fondi europei, la burocrazia che blocca tutto, le eccellenze globali dimenticate dal territorio: ecco quali sono le quattro tragiche lezioni del disastro sulla Andria-Corato, scrive Francesco Cancellato il 13 Luglio 2016 su “L’Inkiesta”. È una tragedia che parla, quella della collisione dei treni sulla linea Andria - Corato, nella campagna pugliese. Che racconta molto, al di là degli errori e del caso, di quel che non funziona in Italia e nel Sud. Ad esempio, non funziona che 8 euro su 10 per l’ammodernamento ferroviario siano spesi da Roma in su, sovente per progetti di dubbia utilità come la Tav Torino - Lione. Non ha senso che una linea pendolare congestionata come la Bari-Barletta - quella che passata Andria e Corato - sia a binario unico e per 33 maledetti chilometri senza controlli automatici. Non ha senso nemmeno che a Matera - capitale europea della cultura - non arrivino treni perché mancano 20 km di binari che dovevano essere pronti nel 1986. E non ha senso che gli investimenti ferroviari al Sud siano scesi del 20% in più rispetto alla media nazionale, già in contrazione del 34%, peraltro, come giustamente scrive Gianfranco Viesti sul Mattino. Tre esempi a caso figli di terre in cui la spesa pubblica è ipertrofica solamente per assunzioni di massa, enti inutili, clientele assortite. Per gli investimenti, citofonare altrove. In Europa, ad esempio. La brutta, cattiva, sovietica matrigna di Bruxelles, l’unica che da qualche decennio a questa parte sgancia quattrini per lo sviluppo del meridione d’Italia. Soldi che troppo spesso vengono sprecati o addirittura rispediti al mittente per assenza di idee, di competenze, di volontà politica. Il caso del raddoppio della linea Corato-Andria - e più in generale il grande progetto di ammodernamento delle ferrovie pugliesi - sono un caso scuola per spiegare agli euroscettici a cosa serva l’Europa. Se quei soldi non fossero finiti congelati per quattro anni, persi negli iter autorizzativi e nella schizofrenia procedurale della nostra bizantina burocrazia oggi la linea Corato-Andria sarebbe stata un caso scuola, non il teatro di una tragedia. La storia più paradossale di tutta questa tragedia è che i più moderni sistemi di controllo per i treni superveloci e per le metropolitane del mondo siano ideati, progettati, prodotti a pochi chilometri dal luogo della tragedia, dagli spin off del Politecnico di Bari, vera e propria eccellenza del territorio. Fulcro, ovunque altrove, dello sviluppo di un territorio sulla frontiera dell’eccellenza. Gigantesco, tragico rimpianto, nella terra delle occasioni sprecate. La burocrazia, per l’appunto. C’è chi, sui giornali, ha scritto che le ventisette vittime della tragedia sono morte di lentezza. La lentezza di un Paese che anche quando ha idee, progetti, soldi si perde nel proceduralismo. Che non è, si badi bene, la rigida applicazione delle regole, bensì la sua aberrazione. Che con la scusa di combattere la discrezionalità, i conflitti d’interesse, la corruzione, la malagestio finisce per castrare ogni velleità d’investimento e ogni decisione, investendo chi presidia tali processi, per contrappasso, di un potere immenso e di un’immensa discrezionalità. In grado di impedire che un opera finanziata venga costruita. Ma non che un operatore privato si doti di sistemi di sicurezza automatica che invece sono regola nelle ferrovie gestite dal pubblico. Qualunque riforma della pubblica amministrazione, del codice degli appalti, degli sblocca-qualcosa, dovrebbe partire da qua. Due righe, infine, sulla storia più paradossale di tutta questa tragedia. Che i più moderni sistemi di controllo per i treni superveloci e per le metropolitane del mondo siano ideati, progettati, prodotti a pochi chilometri dal luogo della tragedia, dagli spin off del Politecnico di Bari, vera e propria eccellenza del territorio. Fulcro, ovunque altrove, dello sviluppo sulla frontiera dell’eccellenza. Gigantesco, tragico rimpianto, nella terra delle occasioni sprecate.

I furbetti nascosti dietro un cartone e il cavillo della tragedia del binario. Le due facce della burocrazia criminale. Le due notizie sono arrivate lo stesso giorno: una è la strage del treno Andria-Corato, l'altra è l’ennesima catena di arresti di "furbetti del cartellino", scrive   Giovanni Maria Bellu il 13 luglio 2016 su “Tiscali”. Le due notizie sono arrivate lo stesso giorno, quasi in contemporanea. Una tragica, l’altra tragicomica. Può suonare quasi blasfemo metterle assieme, eppure sono notizie che parlano l’una all’altra. La prima è su tutte le prime pagine dei giornali e nelle aperture di tutti i siti, la strage del treno Andria-Corato, ventisette morti fino a ora accertati, più di cinquanta feriti. Anche l’altra notizia è su tutti i giornali, ma in posizione più defilata, nelle pagine interne. In effetti non è una notizia particolarmente nuova: l’ennesima catena di denunce e di arresti di “furbetti del cartellino”. Questa volta si tratta di una trentina di dipendenti di Boscotrecase, un comune del napoletano. Gli uni timbravano al posto degli altri, chi andava a fare la spesa, chi a lavorare per l’azienda di famiglia. Storie già sentite. La novità è la tecnica: forse memore di precedenti indagini (e del fotogramma ormai diventato un’icona nazionale del vigile in mutande di Imperia) uno di loro timbrava il cartellino con la testa nascosta dentro un cartone. Le cronache della tragedia ferroviaria pugliese ci dicono che i finanziamenti per la costruzione del secondo binario – quello che se ci fosse stato la tragedia non si sarebbe verificata – erano stati stanziati già da tre anni. Finanziamenti certi, provenienti dall’Unione europea.  “Ma la burocrazia – come sottolinea Alessandro De Nicola su Repubblica – aveva bloccato tutto”.  Le cronache ci dicono che gli espropri dei terreni, indispensabili per l’ampliamento, erano stati effettuati fin dal 2013, ma la gara d’appalto non era stata mai indetta. La scadenza per la presentazione delle domande era stata inizialmente fissata per il primo luglio, ma poi era stata rinviata ancora: al prossimo 19 luglio. La catastrofe è avvenuta una settimana prima. Le cronache ci dicono che su quel tratto di ferrovia – a pochi chilometri di distanza dal punto in cui si è verificato il devastante impatto – c’è una grande azienda che occupa di indagini diagnostiche sui binari ed esporta il suo know how in tutto il mondo (Antonio Dacaro, sindaco di Bari, al Corriere della Sera). Ma che sul binario unico dov’è avvenuto lo scontro si viaggiava ancora col sistema del “blocco telefonico”, quello che era operativo nel 1965, quando l’allora presidente del Consiglio Aldo Moro inaugurò la nuova linea elettrificata da Bari a Barletta. E ci dicono anche che questo sistema (che risale all’Ottocento, con la sola differenza che all’epoca il blocco era “telegrafico” anziché “telefonico”) è ancora legittimo e operativo perché i gestori delle tratte ferroviarie minori, come quella di cui stiamo parlando, non hanno l’obbligo di installare i nuovi (costosi) sistemi di sicurezza. Parliamo di sistemi che danno garanzie pressoché assolute ed escludono la possibilità dell’errore umano. Quello che – stando ai primi elementi – pare essere la causa più probabile della sciagura. Il premier Matteo Renzi ha detto che l’Italia saprà “fare chiarezza” su questa tragedia che il presidente Mattarella ha definito “inammissibile”. Già, ma cosa intendiamo per “chiarezza”? L’individuazione del capo stazione che si è confuso, ha fatto partire uno dei due treni quando invece avrebbe dovuto tenerlo fermo? O la “chiarezza” riguarda questo intricatissimo insieme di ritardi, omissioni, rinvii che ha portato a non realizzare un’opera già finanziata? La prima ipotesi è quella largamente più probabile. In questi casi, infatti, di solito si scopre che ciascuno dei comportamenti dei vari controllori è stato formalmente legittimo. Ognuno ha fatto la sua parte, con scrupolo e pignoleria. Se poi il risultato finale è un disastro, non lo si può attribuire a persone determinate, ma è colpa del “sistema”. Ed ecco perché la notizia della catastrofe “parla” a quella degli ultimi furbetti del cartellino. Quel tale che si è coperto la testa col cartone sapeva perfettamente che le telecamere l’avrebbero individuato come uno dei dipendenti del Comune. O comunque come persona incaricata da uno dei dipendenti. L’occultamento del viso poteva solo nascondere la sua persona, non la truffa. Se, in una partita di calcio, un difensore si mettesse una maschera prima di compiere un fallo da espulsione, sarebbe giudicato come un pazzo irresponsabile da tutta la squadra. Nell’amministrazione pubblica non succede. Il sistema serve a coprire le manchevolezza dei singoli. A volte lo strumento è un cavillo, un codicillo. Altro volte è una scatola di cartone. Un “cartone animato” per adulti irresponsabili.

Invece per le istituzioni c’è altro di molto importate e fondamentale che queste tragedie.

Quella masseria "magica" del pm indagato per truffa. Denunciato dall'amico con cui aveva acquistato l'immobile, avrebbe moltiplicato i vani della casa e imbrogliato il socio con artifici e raggiri, scrive Massimo Malpica, Giovedì 06/12/2012, su "Il Giornale". Non vanno in archivio i guai giudiziari per il pm di Trani Antonio Savasta, indagato a Lecce per truffa aggravata, appropriazione indebita ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Tutta «colpa» della bella masseria nelle campagne di Bisceglie, comprata nel 2005 insieme all'imprenditore barlettano Giuseppe Di Miccoli, ma intestata solo al magistrato per motivi fiscali. La storia della società - raccontata da questo quotidiano a marzo 2011 - finisce male. Nonostante in una scrittura privata, su carta intestata della procura di Trani e firmata da Savasta a giugno 2006, il pm si impegnasse a vendere all'imprenditore la quota già peraltro pagata (circa 400mila euro), nei fatti Di Miccoli si ritrova nel giro di pochi anni fuori dalla società, e anche dalla masseria. Savasta sostiene, in barba alla sua stessa scrittura privata, che i soldi incassati dall'ex amico erano solo un prestito. E dona la masseria ai fratelli, con un atto in cui i vani dell'immobile risultano moltiplicati rispetto alla compravendita di pochi anni prima. Di Miccoli non ci sta, e denuncia il pm a Lecce, procura competente per Trani. Un mese dopo la pubblicazione sul Giornale della querelle, ad aprile 2011, il pm che indaga sul collega, Giovanni De Palma, chiede al gip di archiviare. L'imprenditore fa opposizione, il gip accoglie, la procura delega i carabinieri a indagare e gli uomini dell'Arma, nell'informativa, danno ragione a Di Miccoli. Su tutto: chiavi cambiate, comproprietà della masseria negata, mobili spariti, scrivono i militari. Che ritengono «del tutto inverosimile» che i 400mila euro fossero un «prestito filantropico» offerto da Di Miccoli a Savasta. Sembra un preludio al rinvio a giudizio per la toga, e invece lo scorso 12 aprile al gip arriva una seconda richiesta di archiviazione, firmata da De Palma e dal procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta. Per le toghe, le indagini dei carabinieri «non apportano alcuna sostanziale modifica al quadro probatorio». Di Miccoli si oppone ancora e il 12 ottobre scorso si arriva al confronto in udienza davanti al gip Vincenzo Brancato tra gli ex soci-amici, il pm e l'imprenditore. Come sia andato il faccia a faccia, lo si intuisce dall'ordinanza con cui il 28 novembre scorso il giudice per le indagini preliminari ha rigettato anche la seconda richiesta di archiviazione, chiedendo ai pm l'imputazione coatta del collega Savasta per truffa aggravata, appropriazione indebita, esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Il documento, un preludio alla richiesta di rinvio a giudizio, per il magistrato amante delle masserie è devastante. Il gip rimarca anche come gli «artifizi e raggiri» con cui Savasta avrebbe truffato l'imprenditore, «si sono realizzati anche per effetto dell'influenza esercitata dalla caratura e competenza giuridica» dell'uomo. E proprio «la qualità di pm» di Savasta giustifica le aggravanti, scrive il gip. Che prima dell'imputazione coatta, sintetizza la vicenda: «lucida e compiuta ideazione di un articolato disegno criminoso integralmente realizzato». Di certo, i colpi di scena non sono mancati. I legali di Di Miccoli tra le carte del fascicolo d'indagine hanno trovato la fotocopia di un procedimento avviato contro l'imprenditore su querela di una donna che diceva di essere stata minacciata dall'uomo perché dichiarasse il falso e si unisse alle accuse contro Savasta. Di Miccoli, però, aveva imparato a fidarsi poco. E aveva videoregistrato l'incontro con quella donna, che aveva in passato lavorato nella masseria al centro della contesa, procurandosi un alibi spettacolare: niente minacce. Ora, però, è Di Miccoli che ha denunciato la donna. Per capire «se è stata indotta da qualcuno, e da chi, a denunciare il falso nei miei confronti». Accuse boomerang? Toccherà ai pm di Lecce stabilirlo.

E poi ancora. Inchiesta imbarazzante. Agli atti dell’inchiesta ci sono decine di messaggi e mail di «fuoco» che i due magistrati si sono scambiati mentre la loro relazione terminava, pare, in modo piuttosto modo burrascoso. Parole pesanti, minacce e denunce reciproche che il 28 maggio 2013 approderanno davanti al Tribunale di Lecce. Sul banco degli imputati, citati direttamente a giudizio dal pm salentino Carmen Ruggiero, due magistrati già in servizio presso il Tribunale di Trani. Il giudice M.G.C., ex gip di Trani (trasferita dal Csm a Matera, a seguito della vicenda) che deve difendersi dalle accuse di lesioni e atti persecutori nei confronti del magistrato M. N. Quest’ultimo, oggi in servizio presso il Ministero della Giustizia, è imputato, invece, per minacce nei confronti della stessa Caserta.

Il giudice M.G.C., ex GIP di Trani, è stata trasferita a Matera e per questo motivo è balzata agli onori della cronaca, anche se a suo dire, gli articoli a lei dedicati sono inveritieri e, per toni e contenuti, gravemente lesivi del proprio onore e decoro. Stesso trattamento, d'altronde, riservato ai poveri cristi, che non si possono nemmeno lamentare. Gogna e mancato ristoro in caso di assoluta estraneità ai fatti.

Fin qui la sintesi della vicenda, che da sè sarebbe già allarmante e poco etica. Ma c'è un seguito. Il resoconto è il coordinamento sintetico di articoli pubblicati da vari giornali (di destra e di sinistra, locali e nazionali) con il link di riferimento. Nell'occasione si è omesso il nome della protagonista, che si trova sugli articoli originali, e si sono saltate le questioni più scabrose. Nonostante ciò, con spirito di rivalsa e di censura, la signora, anziché far oscurare le pagine dei quotidiani che riportano gli articoli ha pensato di inviare alla nostra redazione questa diffida: «Spett.le  Redazione "ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE" ONLUS C. F. 90151430734 SEDE LEGALE: AVETRANA (TA), VIA PIAVE 127 in persona del responsabile del SITO WEB dott. GIANGRANDE ANTONIO, Ad ogni effetto, la sottoscritta, dott.ssa M.G.C., Magistrato Ordinario, nel proprio interesse e con riferimento agli articoli di cui all’oggetto, comparsi sui siti web in indirizzo; considerato che gli articoli riportati nei suindicati siti web sono inveritieri e, per toni e contenuti, gravemente lesivi del proprio onore e decoro; impregiudicata ogni azione a tutela della propria onorabilità nella sede penale e civile DIFFIDA Il responsabile del sito web in indirizzo affinché provveda all’immediata rimozione dal web degli articoli di cui all’oggetto. Rappresenta sin d’ora che in difetto, si vedrà costretta a convenire in giudizio il responsabile per inibire con urgenza la detta pubblicazione, con ogni conseguenza e riserva, anche a fini di rettifica. Addì, 03 aprile 2012      Dott.ssa M.G.C».

Ed in quest’ottica, non potendo operare azione di censura nei confronti di tutte le altre testate, continuo la mia opera di rettifica ed integrazione sui miei scritti, così nei modi e nei tempi come in precedenza, omettendo il nome del giudice e pubblicando ulteriore sollecito di rimozione da parte del giudice in oggetto. “Ho ricevuto mandato dalla dott.ssa M. G. C., Magistrato, al fine di assisterla nella tutela legale per l’intrapresa di azioni a ristoro dei danni cagionati alla sua immagine personale e professionale dalla permanenza sul web di articoli di contenuto diffamatorio e non conforme agli accertamenti giurisdizionali effettuati nei suoi confronti. Allo scopo, segnalo che sul motore di ricerca Google risultano indicizzate le pubblicazioni sopra indicate e contenenti circostanze non veritiere e manifestamente offensive nei confronti della Dott.ssa M. G. C., da me assistita. Il contenuto di quegli articoli è smentito dagli accertamenti giurisdizionali medio-tempore compiuti in quanto la dott.ssa C. è stata assolta da ogni addebito con sentenza del novembre 2013 e, in quanto, con distinto provvedimento del 19/12/2014, il Consiglio Superiore della Magistratura ha prosciolto la mia assistita dagli addebiti mossi in sede disciplinare. Per di più ella risulta attualmente persona offesa dai reati di calunnia, diffamazione e false informazioni al P.M. I procedimenti pendono dinanzi alla Procura della Repubblica di Lecce. La permanenza sul web dei detti articoli (che riportano notizie smentite da una sentenza definitiva) determina una incalcolabile lesione della immagine professionale della dott.ssa C. e ove essi non vengano immediatamente rimossi, mi vedrò costretta ad adire l’autorità giudiziaria per il ristoro dei danni patiti dalla mia assistita. Confido che rimuoverà sollecitamente dal web i pezzi richiamati in oggetto e tutti quelli ad essi collegati. Cordialmente Avv. R. M.”

Prontamente si è riportata la richiesta di rettifica. Non è certo il tono usato, però, che può sminuire quello che io faccio per la società. Sicuramente non si conosce quello che noi facciamo e chi noi siamo. Non si conoscono i miei libri, lo spot nazionale antiracket ed antiusura, il film, la nostra web tv di promozione del territorio, i nostri siti d'inchiesta e i nostri canali you tube. Tutto questo senza aver vinto alcun concorso pubblico che possa contenerci o darci l’appoggio o il potere istituzionale. L’aggiornamento avviene prontamente non per timore, ma perché devo essere grato alla signora per aver ricevuto solo un’intimazione e non direttamente una ritorsione come hanno fatto i suoi colleghi, tanto da dover presentare istanza di rimessione per legittimo sospetto, che i processi a mio carico a Taranto, artatamente formati, possano essere inficiati da inimicizia e pregiudizio. Preme precisare, però, ad un valido tecnico di discipline giuridiche come è la signora che il nostro non è un blog. Un blog è un sito, generalmente gestito da una persona o da un ente, in cui l'autore (blogger) pubblica più o meno periodicamente, come in una sorta di diario online, i propri pensieri, opinioni, riflessioni, considerazioni ed altro, assieme, eventualmente, ad altre tipologie di materiale elettronico come immagini o video. Il definirmi blogger per molti è l’intento diffamatorio per denigrare il mio operato e su questo si montano dei processi. Peccato però che gli innumerevoli detrattori devono mettersi in fila e aspettare il proprio turno per colpirmi, essendo in molti, in quanto le nostre inchieste coprono l’intero territorio nazionale. Il nostro, peccato per loro, è un vero portale d’inchiesta a livello istituzionale letto in tutto il mondo. Strumento con cui si esercita il sacrosanto diritto di critica e di informazione, di cui all’art. 21 della Costituzione. Portale dove la cronaca diventa storia attingendo da fonti pubbliche. I dati riportati sono pubblici e si basano su: a) la verità dei fatti (oggettiva o “putativa”); b) l’interesse pubblico alla notizia; c) la continenza formale, ossia la corretta e civile esposizione dei fatti. In ossequio al dettato della Suprema Corte. Non è nostra intenzione danneggiare o favorire alcuno. Le nostre inchieste non riportano alcun nostro commento: bastano ed avanzano quelli dei redattori degli articoli di stampa. Gli articoli citati dalla signora sono inseriti in un più ampio spettro di fatti e circostanze che minano la credibilità del sistema giustizia. L’abitudine all’omertà mediatica degli organi d’informazione territoriale non può impedirmi di dire la verità. Il fatto che per la signora siano inveritieri e diffamatori, questo non salva l’immagine che il sistema giustizia dà di sé in Italia. E' certo, però, che le nostre inchieste sono frutto di ricerca e di didattica su materiale altrui su cui va indirizzata la volontà repressiva. In questo caso gli articoli citati sono: 

La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 novembre 2011

La Repubblica del 15 novembre 2011

“Il Giornale” del 16 novembre 2011 di Gian Marco Chiocci

“Il Giornale” del 5 febbraio 2012

"Il Giornale" del 5 febbraio 2012

"Il Giornale" del 6 febbraio 2012

A questi si aggiungono gli aggiornamenti.

Trani, toghe a luci rosse: sms piccanti e minacce tra pm e gip. La Procura di Lecce indaga per stalking e molestie reciproche. Lei scriveva: "I tuoi figli sono str... come te". Lui: "Io ti distruggo".

Lui è il pm M. N., lei il gip M.G.C.. Nei verbali conversazioni durissime e scenate di gelosia. Una storia d'amore (finito) e di coltelli (volati) all'ombra della Procura di Trani, quella per intenderci che vuole alla sbarra le agenzie di rating Fitch e Standard&Poor's. Protagoniste due toghe, lui pm e lei giudice per le indagini preliminari, ex amanti con contorno di sms proibiti, minacce, colluttazioni, schiaffi e aggressioni in pubblico. Un dossier scottante già preso in carico dalla Procura di Lecce, nel quale erano finiti anche dettagli ancora più caldi ma fin qui senza riscontri: video hard, rapporti lesbo, membri del Csm coinvolti. La vicenda la riporta Gian Marco Chiocci sul Giornale e ripresa da “Libero Quotidiano” e la definizione data al Tribunale, "boccaccesco", è decisamente azzeccata. Il pm M. N. e il Gip M.G.C. sono entrambi imputati e parti lese. La giudice risponderà di "minacce e molestie" nei confronti dell'ex amante sposato: lei, trasferita in provincia di Matera per "carenza di equilibrio", avrebbe procurato a N. un "perdurante e grave stato di ansia" generando "timore per l'incolumità sua, di sua moglie e dei figli". Sì, anche dei figli, visto che negli sms di fuoco inviati dalla Caserta ci sarebbero accuse anche nei loro confronti: "I bambini? - scriveva al cellulare la Gip - Sono stronzi, non sono bambini, figli di puttana come il padre, come te". E ancora, riferendosi alla figlia 11enne del pm: "Aspetteremo di vedere il fiorellino che hai a casa da quanti sarà colto". A verbale, N. ha poi parlato di "cinquanta o sessanta aggressioni fisiche": "All'interno di un ristorante e di un centro commerciale, alla presenza di più persone". E poi, riporta Chiocci, il fattaccio in strada a Sassari, quando la Caserta avrebbe colpito violentemente alla testa l'ex amante con una borsettata in fronte. Altri magistrati e un avvocato generale dello Stato avrebbero cercato di fermare la donna, ricevendo una brusca risposta: "Me ne fotto di chi sei, fatti i cazzi tuoi, io sono un gip". N. parla di vero e proprio stalking, con la collega che lo avrebbe addirittura "pedinato in vacanza", soggiornando nello stesso albergo della sua famiglia. Dal canto suo, la Caserta ribatte sostenendo di essere stata minacciata dall'uomo, "anche di morte, di persona, in conversazioni telefoniche e con sms". Per esempio, il gip cita un messaggio piuttosto pesante inviatole da N.: "Non ti permettere mai più di chiamarmi, io non ti mando più messaggi, io non ti scrivo più e tu non mi contattare più. Ma sappi che io ti distruggerò".

Quegli ex amanti in toga che imbarazzano il Csm, scrive Gian Marco Chiocci su “Il Giornale”. Odio e amore a Trani, nel Tribunale delle grandi inchieste. Nelle stanze giudiziarie più gettonate dai media, in origine fu il gossip, poi la passione, dopodiché subentrò la gelosia e dunque l'odio. Seguirono minacce, ripicche, sms irripetibili, pedinamenti e appostamenti sotto casa. Quindi i due amanti in toga, perché di questo si tratta, passarono agli schiaffi, alle urla, i pestaggi. Col tempo arrivarono traumi e ferite, ricoveri in ospedale accompagnati da denunce e controdenunce. Di contorno al regolamento di conti venne volantinato anche un esposto anonimo dove si favoleggiava di presunti video hard, mentre nell'inchiesta finivano i pettegolezzi su presunti rapporti «ravvicinati» di un certo tipo con membri del Csm, chiacchiericcio che potrebbe divenire pubblico a breve. Per non parlare di quel che man mano usciva a margine degli accertamenti disposti dall'imbarazzata procura di Lecce: i veleni su storie lesbo, carabinieri amanti di giudici, molestie tra giudici e giudici, tra questi ultimi e avvocati: tutto questo nel boccaccesco tribunale di Trani dove però, scava scava, alla fine non s'è trovata prova di quel che un Corvo raccontava con dovizia di particolari. È da brividi la lettura delle migliaia di carte dell'inchiesta di Lecce che ha portato alla citazione diretta a giudizio di due magistrati protagonisti di una lite sentimentale senza precedenti: di qua il gip M.G.C., di là il pm M. N.. Oggi i due sono reciprocamente imputati e parti lese di un intreccio giudiziario che a maggio esploderà pubblicamente in Tribunale. La giudice, trasferita d'urgenza dal Csm da Trani in provincia di Matera per «carenza di equilibrio», deve rispondere di aver «minacciato e molestato» l'ex amante (sposato), reo di aver voluto interrompere la relazione, procurandogli «un perdurante e grave stato di ansia» tale da «ingenerare in lui fondato timore per l'incolumità sua, di sua moglie e dei figli». Anche e soprattutto per effetto della valanga di sms reciproci - trascritti nel procedimento leccese - dove la giudice a sua volta ha riversato perizie tese a dimostrare che in realtà era lui che la martellava e che «le esternazioni erano per lo più reciproche, espresse nell'ambito di una litigiosità ad armi pari». N. a verbale fa ripetutamente presente come i messaggi prendevano di mira non solo lui ma anche e soprattutto i suoi più stretti congiunti («I bambini? Sono stronzi, non sono bambini, figli di puttana come il padre, come te». Oppure: «Aspetteremo di vedere il fiorellino che hai a casa (la figlia di 11 anni, ndr) da quanti sarà colto». A leggere i reati contestati, il pm è stato aggredito verbalmente e pure picchiato tre volte. «All'interno di un ristorante e di un centro commerciale, alla presenza di più persone» e in strada, a Sassari, «colpito alla fronte con la borsa da passeggio» (per quest'ultima ferita, testimonieranno la furia della gip altri magistrati presenti e un avvocato generale dello Stato che racconterà di essere intervenuto per fermare la donna, ricevendo in cambio il seguente complimento: «Me ne fotto di chi sei, fatti i cazzi tuoi, io sono un gip»). A verbale il magistrato ferito preciserà di aver subito «cinquanta o sessanta aggressioni fisiche». L'ira della toga- stalker, continua N., era incontenibile e improvvisa. Esplodeva nelle più impensabili circostanze, a qualsiasi ora del giorno e della notte, tant'è che, dice, «sono stato costretto a pagare un vigilantes per prendere mia figlia a scuola». Non solo: a imperitura memoria, «temendo le azioni vendicative e criminali della Caserta» il poveretto fa presente di essersi mandata una mail al suo indirizzo di posta elettronica: «Non so che fare - scriveva - che Dio mi aiuti e illumini la mente di questa folle». In una di queste mail viene riportata anche una dissertazione della gip sul «Berlusconi dittatore». E ancora. Leggendo gli atti si scopre che la gip l'ha addirittura seguita in vacanza, la famigliola del pm, «soggiornando nel medesimo albergo e pedinando lui e i suoi familiari». Un pressing asfissiante. A cui N. decise di porre fine denunciando l'ex amante. Solo che, controquerelato a sua volta dalla Caserta, pure lui è finito alla sbarra per «eccesso di legittima difesa». Le risposte piccate di quest'uomo stravolto sono state ritenute «condotte intimidatorie» nei confronti dell'ex amante, minacciata «anche di morte, di persona, in conversazioni telefoniche e con sms» del tipo: «Non ti permettere mai più di chiamarmi, io non ti mando più messaggi, io non ti scrivo più e tu non mi contattare più. Ma sappi che io ti distruggerò». Al pm che l'ha interrogato, N. ha parlato del desiderio di troncare la relazione quando si è reso conto che il rapporto non era poi così rose e fiori, e che poteva finire male per i suoi figli. Di segno opposto, ovviamente, le dichiarazioni rese a verbale dalla Caserta, che agli investigatori ha raccontato di un N. «ossessivo e opprimente», che le impediva «le frequentazioni con colleghi e amici» per cercare così di isolarla. Aggiungendo pure quello che, a suo dire, sarebbe stato un doppio gioco sulla reale situazione con la sua famiglia. «Troppe bugie, così ho deciso di troncare». E sul pestaggio di Sassari? La gip la mette così: «È vero, gli ho dato un calcio, avevo una borsa e la tiravamo quando l'ho mollata, e l'ho colpito (involontariamente) al volto. Ma poi lui, successivamente, mi ha detto che è inciampato probabilmente urtando contro un cassonetto». Sia come sia, è finita male. Laconica la «chiusa» di N. in ogni memoria presentata: «È questo un magistrato che può rappresentare lo Stato e lo può amministrare con autorevolezza?» (Ha collaborato Simone Di Meo).

Relazioni pericolose tra magistrati, gip e pm sott'inchiesta: ascoltateci. L'amicizia finita in stalking, minacce e lesioni, con accuse reciproche dei protagonisti finiti indagati, scrive Chiara Spagnolo su “La Repubblica”. Se ne sono dette di tutti i colori, dopo la fine della loro amicizia molto intima. Il giudice M.G.C. e il sostituto procuratore M. N. si sono minacciati reciprocamente di morte, poi querelati a vicenda, sono finiti sui giornali e i loro nomi sono stati iscritti nel registro degli indagati, persino il Csm ha deciso di occuparsi di loro, ma hanno ancora voglia di parlare. Questa volta, però, davanti agli inquirenti salentini nel corso di formali interrogatori che saranno effettuati nei prossimi giorni dai carabinieri. A chiedere di essere sentiti sono stati gli stessi protagonisti di una brutta vicenda, iniziata come lite personale e sconfinata in farsa che ha avuto come palcoscenico d'eccezione il tribunale di Trani, dove entrambi prestavano servizio fino a pochi mesi fa. N. e la Caserta, che qualche giorno fa hanno ricevuto l'avviso di conclusione delle indagini preliminari firmato dal pm Carmen Ruggiero, hanno sollecitato l'interrogatorio per tentare di discolparsi dalle accuse di minacce aggravate contestate a lui e di stalking e lesioni addebitate a lei. Il loro ascolto potrebbe modificare il quadro accusatorio, migliorando o peggiorando la posizione degli indagati (che risultano anche parti offese), e aprendo nuovi scenari investigativi relativi a presunti illeciti che potrebbero essersi consumati negli uffici giudiziari di Trani. Proprio N., infatti, nelle sue denunce aveva ventilato la possibilità che la Caserta fosse venuta a conoscenza di notizie riservate nell'ambito dell'inchiesta sul caso Berlusconi-Agcom-Annozero, per cui non è escluso che gli inquirenti leccesi vogliano approfondire tale aspetto. Di sicuro gli interrogatori imprimeranno una veloce accelerazione all'indagine di cui N. e la C. sono attualmente protagonisti, nata da denunce incrociate dopo la burrascosa fine di un'amicizia molto stretta. Il primo a denunciare è stato il pm, all'epoca in servizio a Trani oggi a Roma, che ha raccontato di liti furibonde e di colpi di borsetta sferrati in faccia, allegando alla querela sms della Caserta dai toni inequivocabili ("ci penseranno gli altri a fartela pagare", "non smetterò di respirare finché non ti avrò visto nel fango". Il giudice, dal canto suo, ha risposto tirando fuori le presunte minacce subite da N. ("se ti incontro per strada ti devo murare viva") e le prove di vere e proprie aggressioni fisiche. I messaggi al veleno e le testimonianze di diverse persone informate sui fatti sono finiti all'attenzione del pm Ruggiero, che ha ritenuto di formulare contestazioni precise nei confronti di entrambi. Dopo gli interrogatori il magistrato dovrà decidere se chiedere il rinvio a giudizio oppure l'archiviazione della posizione dei due colleghi. Le determinazioni della Procura di Lecce dovranno essere inviate anche alla Procura della Cassazione, che ha avviato il procedimento disciplinare nei confronti dei due querelanti-indagati. La Caserta è già stata trasferita da Trani a Pisticci "per aver leso l'immagine della magistratura", ma dopo il trasferimento cautelare potrebbero arrivare ulteriori sanzioni, dalle quali anche N. potrebbe non essere immune.

I Savonarola di Trani. Come una piccola procura che s’è esibita nell’accusare il mondo ha fatto più che altro buchi nell’acqua, scrive Luciano Capone il 6 Giugno 2016 su “Il Foglio”. Illustrazione per “Il castello di Otranto”, del 1764, considerato il primo romanzo gotico: storia di spiriti e fantasmi, come quelli che sembrano aleggiare, poco più a nord, negli uffici giudiziari di Trani. Nel 1764 Horace Walpole, figlio del primo premier britannico sir Robert, pubblica un romanzo destinato a fare storia, “The Castle of Otranto”. L’intricata trama gira attorno a una profezia che incombe sugli usurpatori del castello di Otranto, su cui aleggia lo spirito del principe Alfonso il Buono. Nel castello accadono cose inquietanti, sbocciano amori, si compiono uccisioni e appaiono spiriti misteriosi, in una serie di scene che diventeranno stereotipi letterari del genere horror. Il libro di Walpole è considerato il primo romanzo gotico, fonte d’ispirazione per la letteratura che va dal Dracula di Bram Stoker al Frankenstein di Mary Shelley, passando per i racconti di Edgar Allan Poe fino ad arrivare ai romanzi di Stephen King. Ma anche la realtà ha preso ispirazione da Walpole. Poco più a nord di Otranto c’è un’altra fortezza, teatro di scene da horror giudiziario, nelle cui mura vaga smarrito lo spirito della Giustizia: il Tribunale di Trani. Gli uffici sembrano stregati, infestati da strani demoni. Negli ultimi anni la procura tranese è salita agli orrori delle cronache per una serie d’inchieste contro l’universo mondo, poi smarritesi in qualche cunicolo sotterraneo o finite nascoste dietro qualche botola segreta. I magistrati accalappiafantasmi, guidati dal procuratore Carlo Maria Capristo (da pochi giorni trasferito a Taranto), con le loro reti vanno a caccia di spettri malvagi che però, come per maledizione, una volta acciuffati si trasformano in persone innocenti. In questi anni i ghostbusters tranesi hanno inquisito presidenti del Consiglio, banchieri, agenzie di rating, sindaci, imprenditori, gente comune e praticamente mai hanno beccato un colpevole. Cosa accade in quel tribunale lo ha scritto in un libro Roberto Oliveri del Castillo, per diversi anni giudice per le indagini preliminari a Trani. Il libro del magistrato “Frammenti di storie semplici” – in cui sono contenuti i contributi di due importanti magistrati progressisti come Domenico Gallo e Armando Spataro – è ispirato dalla cronaca ma è di pura fantasia. Anche se sfogliandolo si riconoscono facilmente fatti e protagonisti reali, a partire dalla location, un tribunale “davanti al mare, in mezzo al castello e alla cattedrale”. Proprio come a Trani. Il racconto si sviluppa sotto forma di diario, in cui un giudice racconta la sua impotenza di fronte alle ingiustizie di cui sono vittime gli sventurati cittadini, la sete mediatica che anima le inchieste dei magistrati (“pieni di se stessi e basta, ansiosi di finire sui giornali per quel famoso quarto d’ora di notorietà”) e la corruzione diffusa tra le toghe: “I due colleghi erano conosciuti nell’ambiente come organizzatori di truffe e corruzioni di alto livello. Uno faceva il pubblico ministero, l’altro il giudice: la tattica preferita era l’intesa, il mettere in mezzo, sotto indagine, se non arrestarlo, qualche imprenditore o qualche politico (una volta addirittura un vescovo), per poi estorcere denaro per far morire il processo”. Tra le tante inchieste clamorose evaporate o sospese, ce n’è stata realmente una nei confronti del vescovo di Trani, accusato di usura per aver comprato un palazzo che secondo la procura avrebbe dovuto pagare il doppio. Il procuratore e i suoi sottoposti vengono descritti come boss che taglieggiano la comunità. Nel romanzo di Oliveri del Castillo c’è la storia di un immaginario “Salvatore Granello”, titolare di un famoso pastificio, arrestato per la vendita di grano contaminato: “Un mese di carcere, poi la scarcerazione, e dopo alcuni anni di attesa, con il processo che non si sapeva che fine avesse fatto, finalmente l’archiviazione... I dati anomali sembravano scomparsi. Intanto Granello era stato arrestato e la sua immagine pubblica compromessa”. Nel racconto l’imprenditore sarebbe stato costretto a sborsare centinaia di migliaia di euro, finiti in gran parte nelle tasche dei magistrati: “C’era solo da incriminare Cricco (il pm, ndr) e i suoi amici per concussione, e risarcire i danni a Granello, che per sua fortuna e capacità era riuscito a rimettersi in piedi e continuare a lavorare”. La storia di fantasia ricalca – concussione a parte – la disavventura di Francesco Casillo, imprenditore leader nella commercializzazione del grano, incarcerato e processato per aver importato secondo il pm Antonio Savasta grano contaminato e cancerogeno. Gran clamore e prime pagine sull’incarcerazione dell’imprenditore-avvelenatore, ma dopo sette anni di processo Casillo viene prosciolto dallo stesso pm che l’aveva sbattuto in galera: le analisi sul grano erano sbagliate. Nei “frammenti” di Oliveri del Castillo, il pm “Cricco” compare in un’altra vicenda, quella di una “masseria acquistata con modalità poco chiare e costata anni di indagini a suo carico, e concluse con una dubbia archiviazione pilatesca”. La storia rievoca i problemi sorti attorno alla masseria San Felice a Bisceglie, di proprietà del pm Savasta e oggetto di diversi processi. Inizialmente Savasta è stato accusato, e poi assolto, di truffa e appropriazione indebita ai danni del socio. Ora è rinviato a giudizio per concussione per aver indotto un imprenditore, su cui aveva indagato, a vendergli un terreno vicino alla masseria sottocosto, facendo leva sul timore che da pm avrebbe potuto riaprire il fascicolo a suo carico. In un altro processo è stato condannato a due mesi per non aver dichiarato la costruzione di una piscina nel relais. Mentre in un procedimento è indagato per abuso d’ufficio il sindaco di Bisceglie, per aver approvato una variante che ha consentito l’ampliamento della masseria-relais del magistrato e il cambio di destinazione del suolo da agricolo a turistico. In questa intricata trama, oltre ai problemi alberghiero-giudiziari, Savasta ha anche un ruolo da comprimario nei processi contro la finanza internazionale. Si può dire che è il Sancho Panza del Don Chisciotte Michele Ruggiero, il pm che sfida i mulini a vento finanziari che complottano contro l’Italia. Ruggiero debutta sul palcoscenico nazionale con il Tranigate: mentre lavora a un’inchiesta sulle carte di credito, tra un’intercettazione e l’altra, arriva ad ascoltare le chiamate dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E così scattano per il Cavaliere le accuse di concussione e minacce per alcune telefonate in cui avrebbe fatto pressioni sulla Rai e l’Agcom per censurare Michele Santoro. Le intercettazioni finiscono sui giornali e Ruggiero finisce davanti al Csm per aver aperto il fascicolo sul premier senza aver avvisato il procuratore Capristo, mentre l’inchiesta finisce per competenza territoriale a Roma, dove si sgonfia e viene archiviata su richiesta della stessa procura. Dal Tranigate in poi sarà un crescendo di inchieste con diversi elementi costitutivi comuni: hanno un forte impatto mediatico per il coinvolgimento di nomi eccellenti, non riguardano la circoscrizione giudiziaria di Trani e si perdono nel nulla. Le prime tracce risalgono al 2004, quando Savasta indaga per favoreggiamento il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e l’ex presidente della Consob Luigi Spaventa, chiedendone poi l’archiviazione. Da lì parte l’assalto al cielo della finanza mondiale, con i pm tranesi che mettono sotto inchiesta American Express, banche come Mps, Bnl, Unicredit, Credem e Intesa, la Banca d’Italia, le principali agenzie di rating del pianeta – Moody’s, Fitch e Standard & Poor’s – accusate di aver ordito un complotto e pure Deutsche Bank, che ha fatto impennare lo spread. L’attivismo su vicende molto lontane dal proprio perimetro d’azione sembra anomalo anche ai colleghi magistrati. Dopo l’apertura a Trani di un terzo filone di indagini su Mps, l’allora procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati sarcasticamente sbotta: “Ci sono uffici di procura dove sembra che la regola della competenza territoriale sia un optional: c’è stata al riguardo una gara tra diversi uffici, ma sembra che la new entry abbia acquistato una posizione di primato irraggiungibile”. L’insopportabile limite territoriale viene brillantemente superato da Ruggiero negli altri processi su istituzioni finanziarie estere, grazie al fatto che si occupa di ipotesi di reati commessi da stranieri residenti all’estero la procura che per prima apre il fascicolo. Uno spiraglio che consente alla procura di Trani di non avere più confini. Ma come si fa a spiegare questa cosa all’estero? L’ad italiana di S&P’s, intercettata mentre tenta di far capire ai capi americani cosa diavolo sta succedendo e dove dovrebbero andare, la mette giù così: “Trani? E’ una specie di piccolo paese dell’Oklahoma”. Può darsi che a Washington abbiano iniziato a immaginare di che roba si tratta, ma più difficile sarà stato spiegare che l’inchiesta è ispirata dalle intuizioni di Elio Lannutti e Rosario Trefiletti. C’è in Oklahoma un equivalente di “ospite di Barbara D’Urso e Massimo Giletti”?. Chissà. Intanto le inchieste sulle tre sorelle del rating non hanno portato a nulla. Quella su Moody’s è finita con un’archiviazione. Il processo contro Fitch è diviso in due tronconi, con quello spostato a Milano già archiviato, e quello a S&P’s è avviato allo stesso destino visto che la Corte dei conti ha archiviato un procedimento parallelo. Però è appena iniziato il filone contro Deutsche Bank e la giostra può ripartire. A Trani sono stati chiamati a testimoniare ex ministri come Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi, ex presidenti del Consiglio come Romano Prodi e Mario Monti, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, il presidente della Consob Giuseppe Vegas. Ruggiero ha anche chiesto di visionare un rapporto di Barack Obama sulle agenzie di rating ed era pronto a volare a Washington per far testimoniare il Nobel Paul Krugman, ma poi non se n’è fatto nulla. Durante le deposizioni nell’incantato Tribunale di Trani si sono verificati fenomeni paranormali e presagi funesti. Dopo un’attesa di ore prima di testimoniare, si è addirittura visto un Romano Prodi seccato, lui, il semaforo guzzantiano, il simbolo della calma e della pacatezza. Non era mai accaduto prima. Peggio è andata a Vegas, a cui poco prima dell’udienza qualche spirito ha rubato l’auto parcheggiata vicino al tribunale. Ruggiero ha trovato anche il tempo di aprire un’inchiesta che punta al cuore di Big Pharma: la ricerca del nesso tra i vaccini e l’autismo. Sono le teorie spacciate anche da Red Ronnie, ma se hanno creato scalpore le idiozie di un attempato dj in televisione, nessuno si è preoccupato che quelle stesse cose erano materiale di studio di una procura. L’inchiesta di Ruggiero parte dalle teorie di Massimo Montinari, un personaggio screditato che vende a caro prezzo alle famiglie dei bambini malati cure farlocche contro l’autismo. Ruggiero e Montinari si conoscono a Trani in un convegno in cui il “luminare” spiega che i vaccini causano l’autismo, l’opposto di quanto afferma la comunità scientifica mondiale. Ruggiero, con il dovuto equilibrio che caratterizza un magistrato, afferma dal palco del convegno: “Dopo questa sera i vaccini facoltativi non li faccio fare più”. Applausi del pubblico, che assiste anche a una lezione giuridico-scientifica in cui il magistrato illustra il metodo tranese: “I processi sono in gran parte indiziari, non c’è la prova di chi è stato preso con le mani nella marmellata, ma noi facciamo un percorso logico-deduttivo che ci porta a dire queste cose”. Ed è grazie a questo “percorso logico-deduttivo” che un mese dopo, il convegno “Vaccini e autismo” si trasforma in un’indagine condotta da Ruggiero. Dopo qualche anno, proprio pochi giorni fa, Ruggiero scopre ciò che si sapeva, non c’è alcuna correlazione tra vaccini e autismo. Caso archiviato, ancora una volta. Oltre ai problemi di scienza e di finanza, a Trani ci si occupa anche di cose locali. Ma anche in questi casi accadono cose paranormali. Dopo una certosina operazione di intelligence, Ruggiero scova una falsa cieca che percepiva indebitamente una pensione d’invalidità da sei anni. Immediatamente scattano l’accusa di truffa aggravata e il sequestro di 80 mila euro. L’anno dopo però la signora viene assolta, il fatto non sussiste, la donna è davvero cieca e quella di Ruggiero è stata una svista. Non mancano le incursioni nella politica locale, con indagini contro due ex sindaci di centrodestra. L’ex primo cittadino Giuseppe Tarantini viene coinvolto in due inchieste, una sul degrado al cimitero condotta da Ruggiero e l’altra per concussione condotta da Savasta, e in entrambi i casi è stato assolto. Più complicata è la vicenda di Luigi Riserbato, successore di Tarantini alla poltrona di primo cittadino. Il 20 dicembre 2014 Riserbato viene arrestato con l’operazione “Sistema Trani”: sei persone arrestate e altre sette indagate con l’accusa di associazione a delinquere, concussione, corruzione elettorale e altro ancora. L’inchiesta, condotta sempre da Ruggiero, ha una grande eco nazionale, tra l’altro pochi giorni dopo l’esplosione di Mafia Capitale a Roma. Alcuni arrestati passano il Natale in carcere e Riserbato viene liberato solo dopo aver rassegnato le dimissioni, la giunta cade e l’anno dopo si va alle elezioni in cui vince il centrosinistra. La vicenda ha alcuni aspetti particolari. Innanzitutto il giudice che conferma gli arresti, il gip Francesco Messina, è il fratello di Assuntela Messina, all’epoca vice-segretario regionale (ora presidente) del Partito democratico, scelta in quota rosa dal governatore pugliese Michele Emiliano (collega magistrato del di lei fratello). Ma non è l’unica anomalia, perché a distanza di due anni dalla maxi operazione non sono state ancora chiuse le indagini, i termini sarebbero scaduti e non si hanno notizie di proroghe. Semplicemente non si sa cosa fare di un’inchiesta in cui mancano le prove. In questo horror giudiziario, non poteva mancare una storia d’amore da brividi. E’ quella che unisce due magistrati in servizio a Trani, il giudice M.ria G.zia Caserta e M. N., prima amanti e poi travolti dalla loro stessa passione in un vortice di ricatti, minacce, molestie, violenze verbali e aggressioni fisiche. La vicenda finisce in tribunale con N. che denuncia l’ex amante per stalking e lesioni (la giudice gli ha spaccato la faccia con una borsettata) e la Caserta che ha risposto accusando il collega di averla minacciata di morte. Alla fine entrambi vengono assolti. Tutto è bene quel che finisce bene. Non si chiude con un lieto fine il romanzo di Walpole, quello di cui si parlava all’inizio. Al termine di una trama intricata, per punire gli usurpatori lo spirito di Alfonso il Buono scuote il Castello di Otranto, lo fa crollare fino alle fondamenta e appare maestoso e immenso sulle rovine. Si spera che il tanto maltrattato spirito della Giustizia non si vendichi allo stesso modo con il Tribunale di Trani. Pochi giorni fa, in occasione di una visita a Trani, sono giunti sulla piazza del tribunale a bordo della stessa auto il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo e il pm Michele Ruggiero. I muri hanno retto.

Csm, prosciolto il giudice Caserta del Tribunale di Trani. Fu trasferita a Matera per un procedimento disciplinare a suo carico, scrive TraniViva Mercoledì 31 Dicembre 2014. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha prosciolto la dottoressa M.ria G.zia Caserta, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani, e ha, conseguentemente, revocato il suo trasferimento al Tribunale di Matera. Il Csm ha, dunque, posto la parola fine al procedimento a carico del giudice Caserta, prosciogliendola dai residui addebiti contestati a seguito delle diverse denunce sporte da un collega. Perciò l'organo autogoverno dei magistrati ha revocato il trasferimento provvisorio al Tribunale di Matera disposto il 20 Ottobre 2011. La decisione della sezione disciplinare del Csm segue di tredici mesi quella del Tribunale Penale di Lecce che aveva assolto Caserta con la formula "perché il fatto non sussiste", escludendo, dunque, le contestazioni a suo carico. Ciò aveva determinato anche il ridimensionamento dell'incolpazione disciplinare, con esclusione degli iniziali e più gravi addebiti. Il procedimento disciplinare era sorto per effetto delle numerose denunce di un altro magistrato, poi indagato per calunnia, diffamazione e false informazioni al pubblico ministero, nonché per la redazione di alcuni esposti anonimi diffusi contro il Gip Caserta. Quest'ultimo procedimento pende dinanzi al Tribunale Penale di Lecce.

Il libro-scandalo del giudice che fa tremare tutta la Bat, scrivono Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini l'11 giugno 2015. C’è un libro che da alcune settimane sta facendo parlare - e molto - gli ambienti giudiziari di Bari e Trani. È uscito per un piccolo editore di Reggio Calabria ad ottobre 2014, e finora trovarne una copia in Puglia è stato molto, molto difficile: se ne parla tanto, ma in pochi sono riusciti a leggerlo, almeno fino ad oggi (è stato presentato ieri sera alla Laterza di Bari). L’autore è un giudice, Roberto Olivieri del Castillo, il titolo è «Frammenti di storie semplici». Racconta storie di processi, ma soprattutto di magistrati che ad un lettore attento potrebbero apparire familiari. Perché se anche Del Castillo, 50 anni, giudice delle indagini preliminari prima a Trani e poi a Bari, prende in prestito una celebre frase di Camilleri («Fatti e nomi sono di pura fantasia. Chi vi si volesse riconoscere commetterebbe solo un inutile peccato di vanità»), tra le sue pagine ci sono alcuni riferimenti che stanno alimentando la fantasia e tante voci. Voci che l’autore, ovviamente, considera infondate. Il protagonista è un giudice con la passione per il calcio e per il rock degli anni ’70, che dopo gli inizi in Calabria arriva in una terra «dove il sole sorge dal mare» e la gente sul treno parla in dialetto barese. Al governo c’è il Cumenda, padrone di canali tv e presidente dei Custodi della Libertà, di cui un giorno si occupa anche il suo ufficio, un Tribunale «che si affaccia sul mare e sulla cattedrale». Qui ci sono il presidente Catino, che per mesi gli ordina di «non arrestare e non scarcerare nessuno» a seguito di un esposto anonimo sul suo conto (che poi verrà archiviato), il procuratore Clammis, i pubblici ministeri Spelli («Sfruttava qualunque occasione, come l’indagine su una nave affondata a Pantelleria, solo perché si era firmata in un posto qui vicino per acquistare grano, ipotizzando chissà quale coinvolgimento della mafia che faceva contrabbando di scorie radioattive, prima di essere costretto a rimettere l’indagine al giudice competente per l’intervento della Corte Suprema»), Cricco (che presentava «richieste taroccate con la copertura di Clammis») e Magno, amico del giudice Biscardi. Cricco e Biscardi «erano conosciuti nell’ambiente come organizzatori di truffe e corruzioni di alto livello»: «La tattica preferita era l’intesa, il mettere in mezzo, sotto indagine, se non arrestarlo, qualche imprenditore o qualche politico (una volta addirittura un vescovo), per poi estorcere denaro per far morire il processo». Il giudice racconta di un mondo autoreferenziale tra magistrati, forze dell’ordine e avvocati, dove tutti sono amici di tutti e le inchieste si fanno e si disfano a tavolino, con una trattativa su nomi e numero delle persone da arrestare. Una «tela di ragno», la chiama: un sistema marcio con una avvocatura compiacente rappresentata dall’avvocato Granchio. «Da pochi mesi si era sposato, e la cerimonia, con ospiti politici e industriali del posto, era avvenuta, con tutti i notabili del luogo, compreso il procuratore Clammis, presso la masseria del pm Cricco, acquistata con modalità poco chiare e costata a questo anni di indagini a suo carico, e conclusa con una dubbia archiviazione pilatesca». Anche Granchio aveva avuto problemi con la giustizia: difeso da Mamello «imparentato, sempre casualmente, col pubblico ministero Cricco» che poi «ne chiedeva l’archiviazione» sottoscritta anche da Clammis: tanto che «ormai nella zona si parlava ironicamente dello “studio associato Mamello-Cricco”». E così racconta dell’archiviazione delle accuse a carico di Salvatore Granello, «il titolare del pastificio omonimo», arrestato «dal gip Biscardi, su richiesta del pm Cricco» con l’accusa di «alterazione di sostanze alimentari con grano contaminato». Granello, racconta il romanzo, «si diceva che avesse sborsato parecchio - chi diceva tre, chi quattro, chi cinquecentomila euro - a degli “amici” che avrebbero curato il buon esito della vicenda». Ce n’è anche per i giornalisti come Mario Lomastro, direttore di una tv locale, che «confezionava articoli politici mistificatori, per lo più al servizio del suo padrino-padrone politico, l’on. Densi, suo concittadino, plurinquisito, fedelissimo figlioccio del Cumenda». Una stampa, secondo il giudice, compiacente con il pm Cricco: «Due volte l’anno fa trapelare notizie sul giornale locale, una notifica, un interrogatorio finto, o un altro motivo qualsiasi. Chi deve leggere la notizia sa che quello è il segnale che significa che una somma di denaro deve essere destinata ad un commercialista amico, che poi farà pervenire la somma a Cricco. E il fascicolo continua a vegetare nei cassetti della Procura».

…DI BARI.  Esame avvocati a Bari, otto indagati per plagio alle prove del 2013. Chiuse le indagini, il pm chiederà il rinvio a giudizio. Mercoledì l’interrogatorio di garanzia per tre arrestati per l’inchiesta sulla prova del 2014, scrive “Il Corriere della Sera” il 18 aprile 2016. La Procura di Bari ha chiuso le indagini nei confronti di otto aspiranti avvocati che durante le prove scritte dell’esame di abilitazione alla professione forense del dicembre 2013 avrebbero copiato i propri elaborati. Stando agli accertamenti del pm Marcello Quercia, gli otto candidati, residenti nelle province di Bari, Bat e Foggia, avrebbero copiato da altri colleghi oppure direttamente da siti internet giuridici. Gli otto furono subito esclusi dalla selezione e a denunciare i presunti illeciti alla Procura fu il presidente della Commissione d’esame. I membri della commissione si accorsero dei plagi durante le correzioni degli elaborati, perché individuarono compiti in parte identici gli uni agli altri. Agli indagati la Procura di Bari contesta il reato di «falsa attribuzione di lavori altrui», cioè l’articolo 1 della legge 475 del 1925. Il pm si appresta a chiederne il rinvio a giudizio mentre prosegue l’altra indagine della Procura di Bari sull’esame da avvocati dell’anno successivo che venerdì scorso ha portato all’arresto di tre persone. Durante gli scritti del dicembre 2014 sette candidati avrebbero ricevuto dall’esterno gli elaborati da consegnare alla commissione per passare l’esame. Nell’ambito di questa vicenda tre persone sono finite agli arresti domiciliari, l’ex funzionaria dell’Università di Bari Tina Laquale, sua figlia Innocenza Losito, responsabile dell’ufficio legale dell’Adisu, e l’avvocato barese Giuseppe Colella (altre 15 persone, tra i quali due docenti universitari e i sette candidati sono indagate a piede libero). L’interrogatorio di garanzia dei tre è stato fissato per mercoledì dinanzi al gip del Tribunale di Bari Sergio Di Paola. Il pm che coordina l’inchiesta, Luciana Silvestris, sta valutando se avviare ulteriori accertamenti sulla base delle dichiarazioni di un ex collega di Tina Laquale, con riferimento ad altre vicende risalenti ad alcuni anni fa, in particolare a presunti esami universitari registrati ma mai superati dagli studenti e tesi di laurea fotocopiate alla facoltà di Giurisprudenza.

«Tranquì, tra mezz'ora avrai». Il compito viaggiava su whatsapp. Dalle intercettazioni telefoniche e dall’analisi del contenuto dei telefoni cellulari sequestrati, gli investigatori baresi hanno potuto ricostruire le tre giornate d’esame, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 15 aprile 2016. «Stai tranquì me la vedo io», «tra mezz'ora avrai», «adesso vai a posto ti avviserò io quando sto per arrivare», «stai al posto tuo serena e non ti preoccupare», "come sempre vi preoccupate inutilmente, io do con tutte le indicazioni, ieri quello che si è verificato non è mai successo ma l’ansia fa fare i figli ciechi, oggi andrà meglio». Sono solo alcuni dei messaggi scambiati via whatsapp fra Tina Laquale, ex funzionaria dell’Università arrestata oggi nell’ambito dell’inchiesta sull'esame da avvocato del dicembre 2014, e i candidati con cui ci sarebbe stato l’accordo illecito per ottenere gli elaborati delle prove scritte. Dalle intercettazioni telefoniche e dall’analisi del contenuto dei telefoni cellulari sequestrati, gli investigatori baresi hanno potuto ricostruire le tre giornate d’esame e i continui contatti fra il «gruppo di lavoro» a casa di un avvocato barese, il 38enne Giuseppe Colella (anche lui agli arresti domiciliari), incaricato di svolgere le tracce, e i candidati. Laquale risponde, tranquillizzandoli, alle continue richieste degli aspiranti avvocati: «ciao Tina, non si è presentato nessuno, c'è stato tanto tempo come mai? Ti prego aiutatemi». Nell’ordinanza di arresto a firma del gip del Tribunale di Bari Sergio Di Paola c'è poi una lunga nota dedicata a decine di prelievi bancari nelle settimane precedenti e successive alle tre prove d’esame per complessivi 9mila euro circa, emersi da una perquisizione effettuata a casa di una candidata nel gennaio 2015.

Bari, esami da avvocato truccati: arrestati legale ed ex funzionaria dell'Università con la figlia. Una prova d'esame da avvocato (non quella incriminata) alla Fiera del Levante. Ai domiciliari Tina Laquale, sua figlia Innocenza Losito e Giuseppe Colella. La corruzione tra le accuse. Quindici gli indagati tra avvocati, componenti della commissione, funzionari pubblici e aspiranti avvocati, scrive Gabriella De Matteis il 15 aprile 2016. Svolta nelle indagini sulle presunte irregolarità nel concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato, le cui prove scritte si sono effettuate nel dicembre del 2014. I carabinieri hanno arrestato Tina Laquale, 63 anni, ex funzionaria della facoltà di Giurisprudenza, sua figlia Innocenza Losito, responsabile dell’Unità di controllo dell’Adisu Puglia (Agenzia regionale per il diritto allo studio universitario) e l'avvocato barese Giuseppe Colella. Tutti sono ai domiciliari. Le indagini coordinate dal pm Luciana Silvestris hanno permesso di scoprire una vera e propria centrale operativa, organizzata nello studio dell'avvocato, in cui venivano preparati gli elaborati consegnati ai candidati del concorso durante le tre prove scritte. Come è accaduto per i test di accesso alla facoltà di Medicina, anche quella che ruotava attorno a Tina Laquale, potente ex funzionaria di Giurisprudenza, era una macchina organizzativa ben collaudata. Il sistema era molto semplice: nello studio dell'avvocato civilista, nei tre giorni della prova scritta, sono stati redatti gli elaborati, anche su suggerimento di due componenti della commissione (entrambi docenti dell'Università di Bari) che davano consigli su come formulare correttamente i temi delle tre tracce. Nella centrale operativa oltre all'avvocato e alla sua segretaria, secondo la ricostruzione della Procura, era presente Tina Laquale. L'ex funzionaria, andata in pensione dopo lo scandalo, avrebbe avuto il compito di portare gli elaborati alla Fiera del Levante, dove si sono svolte le prove scritte. I due docenti indagati sono Giuseppe Salvatore Simone e Daniele Vittorio Piacente, entrambi componenti aggiunti della commissione di esame, e sono accusati di aver "fornito a mezzo di comunicazioni telefoniche opportune indicazioni quanto alla corretta redazione degli elaborati". Giacomo Santamaria, cancelliere della Corte d’appello, così come documentato dall'intervento dei carabinieri nel dicembre del 2014, avrebbe invece introdotto gli elaborati all'interno delle aule. Almeno 15 le persone coinvolte nell'inchiesta: tra loro alcuni aspiranti avvocati che avrebbero ricevuto i compiti. Indagato anche Angelo Lapolla, autista dell'Ateneo. L'avvocato e l'ex funzionaria dell'Università hanno trascorso di fatto tre giorni impegnati nella formulazione dei compiti. Difficile pensare che lo abbiano fatto senza pretendere in cambio denaro: nel fascicolo viene contestata anche la corruzione. Nell'ordinanza di custodia cautelare a firma del gip Sergio Di Paola sono riportati i numerosi messaggi fra Laquale e i candidati per concordare tempi e modi di consegna delle tracce e poi degli elaborati. "Ciao Tina, non si è presentato nessuno. C'è stato tanto tempo: come mai? Ti prego aiutatemi", scriveva una ragazza a Laquale. "Stai tranquì, me la vedo io", "tra mezz'ora avrai", "adesso vai a posto ti avviserò io quando sto per arrivare", "stai al posto tuo serena e non ti preoccupare", rispondeva la donna alle continue richieste di aiuto. Dalle intercettazioni telefoniche e dall'analisi del contenuto dei telefoni cellulari sequestrati gli investigatori hanno così potuto ricostruire le tre giornate d'esame, compresi i piccoli intoppi per foto poco leggibili o tracce consegnate alla persona sbagliata. "Come sempre vi preoccupate inutilmente, io do con tutte le indicazioni, ieri quello che si è verificato non è mai successo, ma l'ansia fa fare i figli ciechi, oggi andrà meglio", rassicurava Laquale al termine del primo giorno. Sulla vicenda l'Università di Bari ha avviato un'indagine interna sui docenti coinvolti e l'Ordine degli avvocati aprirà nei prossimi giorni i procedimenti disciplinari nei confronti dei legali indagati.

Esame avvocati Bari: in atti anche false dichiarazioni Isee, scrive "L'Ansa" il 15 aprile 2016. Ci sarebbe stato un accordo illecito fra l'avvocato barese 38enne Giuseppe Colella e Innocenza Losito, figlia della ex funzionaria dell'Università di Bari Annunziata Laquale (tutti e tre arrestati oggi nell'inchiesta sugli esami da avvocato del dicembre 2014). La Losito, infatti, responsabile dell'unità di controllo dell'Adisu Puglia, era "in grado di individuare gli studenti sottoposti a verifiche di accertamento e conseguente irrogazione di sanzioni per l'indebito ottenimento di borse di studio da parte dell'Università" sulla base di false dichiarazioni Isee. Avrebbe quindi "suggerito agli studenti universitari - è scritto nel provvedimento cautelare - di rivolgersi all'avvocato Colella rappresentando loro che tale professionista aveva individuato un'eccezione al sistema sanzionatorio tale da consentire l'archiviazione del procedimento amministrativo". In cambio Colella avrebbe non soltanto collaborato al gruppo di lavoro per truccare l'esame da avvocati, ma anche corrisposto alla Losito una somma proporzionale alla sua parcella, pari a 500 euro per ogni incarico procuratogli. Secondo il giudice che ha emesso l'ordinanza di arresto accogliendo le richieste del pm Luciana Silvestris, "il pericolo che gli indagati, ove lasciati liberi, possano determinarsi ad iniziative idonee ad alterare il quadro delle prove, è elevatissimo e del tutto attuale" tenuto conto della "spregiudicatezza e capacità di attivare sistemi di ostacolo e copertura delle attività illecite". A questo proposito il gip ricorda l'episodio che ha dato avvio all'inchiesta, la scoperta da parte dei carabinieri, il giorno della terza prova scritta, del passaggio di una busta con gli elaborati fra Laquale e Santamaria, funzionario della Corte di Appello, che avrebbe poi avuto il compito di distribuirli ai candidati. Quando i due vennero fermati dai militari, partì subito un giro di telefonate per cancellare i messaggi, resettare i cellulari, "alterare e occultare definitivamente le tracce dei reati commessi".

Uricchio: presto uno sportello onestà. Verranno anche avviate iniziative formative e di promozione dei valori e di regole comportamentali con il coinvolgimento dell’Osservatorio etico di Ateneo, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 18 aprile 2016. Dopo gli arresti dei giorni scorsi per i presunti esami pilotati per l’abilitazione alla professione forense del dicembre 2014, l’Università di Bari ha deciso che tutelerà la propria immagine «istituendo uno sportello dell’onestà presso il Garante degli Studenti» ed «avviando iniziative formative e di promozione dei valori e di regole comportamentali con il coinvolgimento dell’Osservatorio etico di Ateneo». Lo scrive in una lettera il rettore dell’Università di Bari Antonio Felice Uricchio. «Sarà la magistratura, nella quale riponiamo tutta la nostra fiducia, che accerterà i fatti e le eventuali responsabilità dei singoli nel rispetto delle garanzie della difesa», scrive il rettore riferendosi all’arresto di un ex funzionario dell’ateneo, di sua figlia, dipendente dell’Adisu, e di un avvocato. Nell’indagine sono indagati a piede libero anche un funzionario della Corte d’appello di Bari e due docenti universitari baresi.

Crac Ferrovie Sud Est, dodici arresti. Contestata la bancarotta fraudolenta, scrive l'1 febbraio 2018 "Il Corriere della Sera". Tra le persone arrestate c’è anche il commissario governativo, Luigi Fiorillo. La Procura: «Distratti fondi per centinaia di milioni». In tutto 29 indagati. Dodici persone, fra le quali Luigi Fiorillo, già commissario governativo, legale rappresentante e amministratore unico di Ferrovie Sud Est, sono state arrestate dalla guardia di finanza per il crac da 230 milioni di euro della società pugliese di trasporti. Agli indagati la Procura di Bari contesta, a vario titolo, reati di bancarotta fraudolenta documentale, societaria e patrimoniale. I fatti contestati si riferiscono agli anni 2001-2015, fino a quando la società è stata commissariata. Oltre agli arresti, è in corso l’esecuzione di sequestri e di una misura interdittiva. Ferrovie Sud Est è una società interamente partecipata dal Ministero dei Trasporti, concessionaria per la Regione Puglia del servizio ferroviario, acquistata circa un anno fa da Ferrovie dello Stato e attualmente sottoposta a procedura di concordato preventivo in continuità.

I nomi. L’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari per il crac da 230 milioni di euro di Ferrovie Sud Est è stata notificata all’ex amministratore Luigi Fiorillo, ad Angelo Schiano, presunto amministratore occulto e avvocato della società, a Fausto Vittucci, revisore e certificatore dei bilanci Fse, e agli imprenditori Ferdinando Bitonte, Carlo Beltramelli, Carolina e Gianluca Neri, Franco Cezza, a sua moglie Rita Giannuzzi e a suo figlio Gianluigi Cezza, e a Fabrizio Romano Camilli. Il giudice ha anche ordinato la disattivazione delle linee telefoniche e internet delle abitazioni degli arrestati e le rispettive utenze mobili. I provvedimenti restrittivi, perquisizioni e sequestri per decine di milioni di euro sono in corso a Bari, Roma, Bologna, Lecce, Maglie. La misura cautelare è a firma del gip Alessandra Susca, emessa su richiesta dei pm Francesco Bretone, Bruna Manganelli, Luciana Silvestris e dal procuratore aggiunto Roberto Rossi.

Le accuse. Nell’inchiesta sul crac di Ferrovie Sud Est, coordinata da un pool di pm della Procura di Bari, sono indagate in totale 29 persone, fra imprenditori, dirigenti e progettisti di Fse. Stando alle indagini della magistratura barese Fiorillo, in concorso con consulenti e funzionari della società e imprenditori, avrebbe dissipato o distratto fondi per centinaia di milioni di euro nell’arco di circa 10 anni falsificando bilanci e esternalizzando servizi senza fare gare d’appalto. La guardia di Finanza ha eseguito sequestri preventivi fino al valore di circa 90 milioni di euro nei confronti di 15 indagati nell’inchiesta della Procura di Bari.

La relazione. I fatti contestati si riferiscono agli anni 2001-2015. Nei confronti del responsabile tecnico di Fse Nicola Alfonso, attualmente in pensione, il gip ha applicato la misura del divieto temporaneo di esercitare l’attività di consulenza per la gestione della logistica aziendale. L’indagine è partita nel marzo 2016 sulla base di una relazione del commissario straordinario di Fse, Andrea Viero, poi integrata da numerosi successivi esposti alla Procura. Nella relazione si individuavano già le cause del dissesto, «una lunga serie di atti e decisioni - spiega il gip - che hanno progressivamente depauperato il patrimonio della società e compromesso gravemente il suo equilibrio economico-finanziario».

Appalti e consulenze d’oro. Dalle indagini è emerso un radicato sistema di affidamenti ad personam di incarichi professionali e di appalti milionari per servizi, lavori e forniture, cui è conseguita una esposizione debitoria di circa 300 milioni di euro. I provvedimenti restrittivi, le perquisizioni ed i sequestri sono in corso in Bari, Roma, Bologna, Lecce, Maglie.

Crac delle Ferrovie Sud Est, arrestati l'ex amministratore Luigi Fiorillo e altre dieci persone. Devono rispondere di bancarotta fraudolenta documentale, societaria e patrimoniale, dissipazione e distrazione di ingenti quantità di denaro. Disposti sequestri per decine di milioni di euro, scrive Mara Chiarelli l'1 febbraio 2018 su "La Repubblica". Undici persone, tra cui l'ex commissario governativo, legale rappresentante e amministratore unico delle Ferrovie sud est Luigi Fiorillo, sono state arrestate (ai domiciliari) dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Bari per i reati, a vario titolo, di bancarotta fraudolenta documentale, societaria e patrimoniale, dissipazione e distrazione di ingenti quantità di denaro. Le misure sono state disposte dalla gip del tribunale di Bari, Alessandra Susca. In corso la notifica di una misura interdittiva nei confronti di un'altra persona e sequestri patrimoniali per decine di milioni di euro. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, i pm Francesco Bretone, Bruna Manganelli e Luciana Sivestris, avrebbe accertato un crac da 230 milioni nella gestione della società partecipata dal ministero dei trasporti, concessionaria per la Regione Puglia del servizio ferroviario, acquistata un anno fa da Ferrovie dello Stato e attualmente sottoposta a procedura di concordato preventivo in continuità. L'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari è stata notificata, oltre che all'ex amministratore Luigi Fiorillo, ad Angelo Schiano, presunto amministratore occulto e avvocato della società, a Fausto Vittucci, revisore e certificatore dei bilanci Fse, e agli imprenditori Ferdinando Bitonte, Carlo Beltramelli, Carolina e Gianluca Neri, Franco Cezza, a sua moglie Rita Giannuzzi e a suo figlio Gianluigi Cezza, e a Fabrizio Romano Camilli. Nell'inchiesta, sono in tutto 29 persone indagate, fra le quali anche imprenditori, dirigenti, consulenti e progettisti Fse. Accertati, secondo gli investigatori, elevati sprechi di denaro in favore di Fiorillo e dei suoi complici nei reati contestati con un radicato sistema di affidamenti ad personam di incarichi professionali e appalti milionari per servizi, lavori e forniture cui è conseguita una elevata esposizione debitoria.

Crac delle Ferrovie Sud. Arrestati Fiorillo e altri 10. Anche ex assessore Camilli. In manette, tra gli altri, l’avvocato romano Angelo Schiano, il commercialista Fausto Vittucci, l’imprenditore Ferdinando Bitonte, il bolognese Carlo Beltramelli. A Maglie Franco Cezza, la moglie Rita Giannuzzi e il figlio Gianluigi Cezza per l’appalto-monstre dell’archivio storico costato 2,6 milioni, scrive l'1 Febbraio 2018 "La Gazzetta del Mezzogiorno". Luigi Fiorillo ha svuotato le Sud-Est di oltre 230 milioni di euro portandole al dissesto. Con questa accusa stamattina la Guardia di Finanza ha arrestato a Roma l’ex manager della società ferroviaria, sulla base di una ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Alessandra Susca su richiesta della Procura di Bari: undici le persone finite ai domiciliari, una interdetta dall’attività di impresa, complessivamente 29 gli indagati per 17 capi di accusa. La società, fino al 2016 del ministero delle Infrastrutture, secondo l’accusa sarebbe stata depredata con forniture e consulenze a costi stratosferici. Stando alle indagini della magistratura barese Fiorillo, in concorso con consulenti e funzionari della società e imprenditori, avrebbe dissipato o distratto fondi per centinaia di milioni di euro nell’arco di circa 10 anni falsificando bilanci e esternalizzando servizi senza fare gare d’appalto. Insieme a Fiorillo sono finiti ai domiciliari l’avvocato romano Angelo Schiano, ritenuto dalla Procura amministratore occulto di Fse, il commercialista Fausto Vittucci, l’imprenditore Ferdinando Bitonte, il bolognese Carlo Beltramelli ras delle forniture di treni a Sud-Est, sua moglie Carolina Neri e suo cognato Gianluca Neri. A Maglie sono stati messi ai domiciliari Franco Cezza, la moglie Rita Giannuzzi e il figlio Gianluigi Cezza per l’appalto-monstre dell’archivio storico costato 2,6 milioni. Ancora, ai domiciliari l’ex assessore regionale Fabrizio Camilli, accusato di aver venduto a Sud-Est il carburante con un ricarico del 40% rispetto ai prezzi di mercato. Interdetto il dirigente Sud-Est Nicola Alfonso, il gip ha rigettato l’arresto per l’altro ex dirigente Francesco Paolo Angiulli già sotto processo alla Corte dei Conti. L’inchiesta si basa in larga parte sulla relazione predisposta dall’ex commissario governativo Andrea Viero. Tra gli episodi contestati e finora non conosciuti, spuntano persino i 2.600 euro che Fiorillo avrebbe speso per una bottiglia di vino acquistata a giugno 2009 presso l’enoteca Capranica di Roma: pagata anche quella con i soldi delle ferrovie. Dalle indagini della Finanza è emerso, tra l ‘altro, che Sud-Est veniva in realtà amministrata da Roma, dallo studio dell’avvocato Schiano in piazza di Spagna. Il giudice ha anche ordinato la disattivazione delle linee telefoniche e internet delle abitazioni degli arrestati e le rispettive utenze mobili. I provvedimenti restrittivi, perquisizioni e sequestri per decine di milioni di euro sono in corso a Bari, Roma, Bologna, Lecce, Maglie. La misura cautelare è a firma del gip Alessandra Susca, emessa su richiesta dei pm Francesco Bretone, Bruna Manganelli, Luciana Silvestris e dal procuratore aggiunto Roberto Rossi. Ferrovie Sud Est è una società interamente partecipata dal Ministero dei Trasporti, concessionaria per la Regione Puglia del servizio ferroviario, acquistata circa un anno fa da Ferrovie dello Stato e attualmente sottoposta a procedura di concordato preventivo in continuità. [g.l.-m.s.]

SEQUESTRATI 90MLN - La Guardia di Finanza ha eseguito sequestri preventivi fino al valore di circa 90 milioni di euro nei confronti di 15 indagati nell’inchiesta della Procura di Bari sul crac da 230 milioni di euro delle Ferrovie Sud Est che oggi ha portato all’arresto di 11 persone, fra le quali l’ex amministratore unico Luigi Fiorillo. I fatti contestati si riferiscono agli anni 2001-2015. Nei confronti del responsabile tecnico di Fse, Nicola Alfonso, attualmente in pensione, il gip ha applicato la misura del divieto temporaneo di esercitare l’attività di consulenza per la gestione della logistica aziendale. L’indagine è partita nel marzo 2016 sulla base di una relazione del commissario straordinario di Fse, Andrea Viero, poi integrata da numerosi successivi esposti alla Procura. Nella relazione si individuavano già le cause del dissesto, «una lunga serie di atti e decisioni - spiega il gip - che hanno progressivamente depauperato il patrimonio della società e compromesso gravemente il suo equilibrio economico-finanziario». 

Saccheggio Sud-Est. Libro della «Gazzetta» alle ore 20 a Polignano. Atti giudiziari e documenti inediti in un testo dei colleghi Scagliarini e Longo. Alla presentazione ci sarà il ministro Delrio, scrive il 7 Luglio 2016 "La Gazzetta del Mezzogiorno". Non capita tutti i giorni di vedere una busta paga di oltre un milione e mezzo di euro per un netto di 862mila euro. Si tratta del compenso riconosciuto nel gennaio 2006 all’ex amministratore unico di Ferrovie Sud Est Luigi Fiorillo. È solo uno dei documenti pubblicati in «Niente treni la domenica», l’instant book edito da Edisud e dal 1° luglio in edicola con la Gazzetta al prezzo di cinque euro più il costo del quotidiano. Gli autori, i giornalisti Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini hanno ricostruito con una serie di documenti in parte inediti quella che appare ogni giorno di più la storia del saccheggio della più grande ferrovia concessa d’Italia. Partendo dal granello che ha inceppato tutto l’ingranaggio, l’inchiesta sulle carrozze d’oro partita quasi per caso, con una ispezione programmata dall’Agenzia delle Entrate in tema di iva intracomunitaria, gli investigatori si sono imbattuti in ben altro. I treni acquistati in Polonia per quasi cento milioni di euro, dodici dei quali serviti per pagare una lauta provvigione a una società riconducibile a un imprenditore bolognese e la triangolazione di carrozze usate che hanno percorso più chilometri per arrivare in Puglia di quanti ne abbiano effettivamente fatti per trasportare cittadini pugliesi ancora in attesa di un servizio pubblico degno di questo nome, sono solo un pezzo della vicenda. Nel libro si passano in rassegna anzitutto le consulenze milionarie spesso affidate senza una gara a evidenza pubblica e che hanno contribuito – ritengono i commissari – ad avere creato l’immenso buco quantificato in 311 milioni di euro. A beneficiarne esponenti vicini al mondo politico di destra, ma soprattutto di sinistra (in particolare quella cosiddetta “Ferroviaria”). Le tracce hanno portato gli autori quasi sino alle porte del Vaticano e di certi ambienti cattolici. Gli stessi personaggi, a volte intere famiglie, hanno fornito per anni, a volte decenni, interi servizi appaltati all’esterno. Nel libro vengono così tratteggiati non solo i protagonisti, a partire dall’avvocato tarantino Luigi Fiorillo che per quasi un quarto di secolo, prima come commissario straordinario, poi nella veste di amministratore unico, è stato il padre e padrone di un’azienda pubblica. Nonostante da tempo e da più parti provenissero segnali di crisi e di una gestione forse non così efficiente, Fiorillo è stato confermato alla guida di un’azienda pubblica da ben sedici ministri. In “Niente treni la domenica”, che sarà presentato giovedì alle 20 a Polignano a Mare nell’ambito del festival “Libro Possibile” (confermata la presenza dello stesso ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio che ha “dimissionato” Fiorillo lo scorso novembre) si approfondiscono anche i collegamenti tra le inchieste baresi, condotte dai finanzieri del nucleo di polizia tributaria del comando provinciale di Bari, coordinati dal pm Isabella Ginefra, e altre importanti indagini, come quella sulle grandi opere condotte dalla Procura di Firenze. Dalle carte emerge come più di qualcuno avesse considerato le Ferrovie Sud Est come un terreno di conquista per appalti milionari. Un viaggio sui binari pugliesi da non perdere. Fermata dopo fermata.

Niente treni la domenica, Scagliarini e Longo spiegano il “fallimento” delle FSE, scrive Gianni Tinelli il 27 agosto 2016 su "Leggi Noci". «Il nostro lavoro è solo la punta di un iceberg, purtroppo una buona parte dell’inchiesta potrebbe finire in prescrizione». Così i colleghi della Gazzetta del Mezzogiorno Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini spiegano il loro libro edito da Edisud “Niente treni la domenica”, presentato a Noci in occasione di “Asterischi di Cittàdeilibri”. Un libro inchiesta sul depauperamento delle risorse finanziarie di una delle aziende pubbliche di servizi più grande del Mezzogiorno e che oggi si trova sull’orlo del fallimento. «È paradossale – spiegano gli autori in esclusiva a LeggiNoci – che le stazioni ferroviarie chiudano a mezzogiorno del sabato e riaprano alle 6 del lunedì mattina. In un periodo storico in cui si parla di mobilità sostenibile, i treni della Sud-Est, soprattutto in Salento, rappresentano quasi l’unico mezzo di trasporto di persone. L’alternativa è l’automobile privata». Da dove è nata questa vicenda e come siete arrivati alle “carrozze d’oro” da cui è partita l’inchiesta giudiziaria? Risponde Giovanni Longo: «semplicemente io mi occupo di cronaca giudiziaria e Massimiliano di cronache regionali e ci siamo imbattuti in una storia in cui c’era molto di più di quello che era la storia delle carrozze dismesse e poi riacquistate in Polonia a cifre stratosferiche. Questo ha posto in essere uno studio dell’inchiesta della magistratura contabile da cui si sono collegati anche consulenze che nulla avevano a che fare a cifre gonfiate e quindi ci siamo resi conto dell’enorme sperpero di danaro pubblico». Oltre all’azienda principale sono finite nell’inchiesta anche molte aziende dell’indotto, specie della manutenzione. Risponde Massimiliano Scagliarini: «molte di quelle aziende dell’indotto erano un pezzo del sistema perché si sono ritrovate al punto giusto nel momento giusto. Questa società che aveva sede in Toscana improvvisamente viene catapultata in Puglia a fare manutenzioni dei treni, poi 10 anni dopo, scopri che non avevano nemmeno le certificazioni per operare sui treni. Questo è uno dei tanti problemi in cui probabilmente sono andati persi tanti soldi». Come mai col passare del tempo il servizio diminuiva e i prezzi dei biglietti aumentano? Scagliarini: «I prezzi li stabilisce la Regione. Ma è vero anche che è il concessionario a chiedere più soldi e quindi l’ente si trova a inflazionare i prezzi. Purtroppo non è solo un problema della Sud-est ma di tutte le aziende che si occupano di trasporto pubblico locale». Quali difficoltà avete incontrato nell’affrontare l’inchiesta giornalistica e quando avete pensato a concentrare tutto il lavoro in un libro? Longo e poi Scagliarini: «avevamo raccolto parecchio materiale che purtroppo non potendolo pubblicare tutto sul giornale per via degli approfondimenti abbiamo deciso di riversare in un libro. Sul giornale non è stato pubblicato tutto non perché non si poteva ma perché l’inchiesta si allargava anche ad altre inchieste giudiziarie in corso, comunque continueremo a seguire la vicenda anche con l’apertura della parte processuale». Data l’enorme mole di materiale raccolto per una vicenda tutt’ora in atto e che vedrà sviluppi giudiziari anche rilevante è probabile un secondo capitolo del libro inchiesta dei due giornalisti molto legati al territorio.

FERROVIE SUD EST. Ferrovie del Sud Est, l’ad con il contratto co.co.co da 2,4 milioni. La relazione del ministero sul dissesto dell’azienda pugliese. Spesi 132 milioni di euro solo per le consulenze, scrive Sergio Rizzo il 20 marzo 2016 su "Il Corriere della Sera". Come sia stato possibile che al ministero delle Infrastrutture nessuno, per anni, si fosse accorto dell’andazzo, appartiene alla sfera dei misteri italiani. Eppure una spesa per consulenze che in un decennio supera allegramente 132 milioni di euro, per un’azienda pubblica che ne incassa, sì e no, 150 l’anno, e ha 311 (trecentoundici) milioni di debiti, non può non saltare all’occhio dell’azionista. Perché il ministero è appunto il padrone della ditta in questione: Ferrovie del Sud Est, con sede a Bari. È la società che gestisce in Puglia mille chilometri di binari più autobus per i pendolari. Così disastrata che quando il nuovo presidente Andrea Viero, nominato dal ministro Graziano Delrio nel tentativo di rimettere le cose in sesto, ci ha ficcato il naso, ha capito che il commissariamento era inevitabile. E non soltanto perché oltre 1.400 cause di lavoro in un’azienda con 1.393 dipendenti rappresentino un elemento indiscutibile di sofferenza. L’agghiacciante relazione che lo stesso Viero, ora commissario, ha appena finito di scrivere, consegna alla cronaca fatti inimmaginabili. L’amministratore unico Luigi Fiorillo, che ha trascorso nell’azienda ben 23 anni, nel periodo intercorso fra il 2006 e il 2012 aveva percepito per quel ruolo 48 mila euro l’anno. Per un totale di 240 mila euro. Ma il suo compenso effettivo aveva raggiunto 13 milioni 750 mila euro: un milione 145 mila euro in media per ognuno di quei 12 anni. Al confronto, la retribuzione dell’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato era una bazzecola. Come si spiega? Al compenso da amministratore si aggiungevano altre sorprendenti prebende, come un contratto da co.co.co (!!!), che nei soli tre anni dal 2004 al 2006 gli avrebbe fruttato 7 milioni 161 mila euro: al ritmo di circa 2,4 milioni l’anno. Molto meno, ma pur sempre una somma considerevole (220 mila euro l’anno) percepiva invece il capo del personale, che però non lavorava a Bari ma nell’ufficio di Roma (perché c’era anche una sede a Roma). Per trasferirsi in seguito direttamente a casa sua. E ogni volta che andava a Bari, ecco l’indennità di trasferta: 98 euro l’ora. Quindi le consulenze. La relazione dedica un passaggio ai 12 incarichi in tre anni, di cui sei in un solo giorno del 2014, per un totale di 294.550 euro, attribuito allo studio Vernola. Un prestigioso studio barese, famoso anche perché uno dei suoi soci, Marcello Vernola, è stato presidente della Provincia di Bari e parlamentare europeo di Forza Italia. Ma si tratta di briciole, rispetto ad altre voci. Un esempio? «A quanto risulta dalle schede contabili gli onorari liquidati allo studio Schiano a far data dal 2001 a oggi sono stati pari a circa 27 milioni di euro. Tali rilevanti corresponsioni non hanno impedito che si creasse nei confronti dello studio un notevole scaduto che ammonta, secondo quanto rilevato nel corso della due diligence a circa 15,8 milioni di euro». Totale: circa 43 milioni. Per non parlare dei costi siderali delle forniture. La rinegoziazione di quella del gasolio per la ferrovia ha fatto risparmiare 200 mila euro al mese. Quella delle polizze assicurative, invece, oltre un milione l’anno. Di proroga in proroga, le aveva gestite per una dozzina d’anni sempre lo stesso broker con la medesima compagnia. E quando due anni fa l’appalto era stato incidentalmente vinto da un’altra compagnia, l’amministratore unico aveva annullato la gara e aveva riaffidato l’affare alla solita ditta. Il tutto in un caos contabile e operativo indescrivibile. La relazione racconta di servizi indecenti, un’evasione tariffaria mostruosa e senza «sostanziale attività di contrasto». Intanto ai pendolari, furibondi, venivano destinati treni con un età media di oltre vent’anni e locomotori del 1959. E un parco autobus con 90 mezzi su 325 inutilizzabili. Mentre tre treni Stadler, comprati per 5,6 milioni otto anni fa, non hanno mai trasportato neanche un passeggero. 

Ferrovie Sud-Est, dal contratto co.co.co milionario per l’ad fino agli incarichi ai parenti: tutti gli sprechi. A rivelarlo è la relazione elaborata dall’agenzia di consulenza Deloitte incaricata dal commissario straordinario della società Andrea Viero. Nelle 103 pagine del documentato depositato presso il ministero delle Infrastrutture si ricostruiscono tutti i contratti, gli sprechi e i compensi per i dirigenti che hanno portato l’azienda ad accumulare 311 milioni di debiti e 1400 contenziosi. Renzi: "Faremo pulizia", scrive Luisiana Gaita il 20 marzo 2016 su "Il Fatto Quotidiano". “Ferrovie Sud Est ha progressivamente smarrito la propria missione, il trasporto pubblico locale”. Negli ultimi dieci anni l’azienda ha speso 42 milioni di euro nella manutenzione di treni e autobus e 272 milioni in esternalizzazione di servizi, spese legali e consulenze. Che hanno mandato in fumo circa il 18 per cento dei ricavi, arricchendo famiglie amiche, studi legali e consulenti. Una ‘casta’ selezionata dal vertice. “L’azienda era l’amministratore unico” Luigi Fiorillo, che tra il 2004 e il 2005 ha ricevuto compensi per oltre 13,7 milioni di euro. C’è anche questo nella relazione elaborata dall’agenzia di consulenza Deloitte incaricata dal commissario straordinario della società Andrea Viero. Una due deligence contabile, fiscale e legale di 103 pagine depositata presso il ministero delle Infrastrutture in cui si ricostruiscono tutti i contratti, gli sprechi e i compensi per i dirigenti che hanno portato l’azienda ad accumulare 311 milioni di debiti e 1400 contenziosi. “Sulla vicenda squallida di Ferrovie Sud Est andremo fino in fondo. Abbiamo commissariato. E faremo pulizia totale. Il Sud cambia verso” ha scritto il presidente del Consiglio Matteo Renzi su Twitter. Mentre il ministro dei Trasporti Graziano Delrio ha annunciato: “Valuteremo l’azione di responsabilità e consegniamo ufficialmente le carte alla Procura”. Nell’attesa di un piano industriale serio “alle Ferrovie Sud Est sono già stati revocati incarichi e ridotti i costi”. Nel frattempo, però, resta l’amarezza per le cause che hanno condotto al disastro. L’avvocato tarantino Luigi Fiorillo ha ricoperto diversi ruoli al vertice dell’azienda per poi diventare nel 2001 amministratore unico della Ferrovie Sud Est. Gli analisti ammettono che “non è possibile ricostruire tutti i compensi entrati nelle tasche di Fiorillo nei 23 anni trascorsi in azienda”, ma dalle verifiche è emerso che tra il 2004 e il 2005 l’ex amministratore unico ha portato a casa certamente 13,7 milioni di euro. Non c’era un sistema di controlli e formalizzazione delle procedure aziendali che potesse bilanciare il suo potere. “Oltre ai compensi in qualità di organo amministrativo – si legge nella relazione – Fiorillo ha percepito nel tempo diverse e non irrisorie forme di remunerazione. Basti pensare che come amministratore guadagnava 48mila euro, ma tra il 2004 e il 2005 gli sono stati corrisposti – attraverso un contratto co.co.co – oltre 7 milioni di euro. A questi vanno aggiunti i compensi come responsabile unico del procedimento (quasi 5 milioni dal 2008 al 2015) e quelli pagati da Trenitalia come dirigente distaccato di Ferrovie Sud Est (circa un milione). Parti importanti del funzionamento aziendale erano ‘fisicamente’ al di fuori di Fse: “Il direttore del personale svolgeva la propria attività in telelavoro da Roma”, mentre alcune attività fondamentali per la gestione erano in toto appaltate all’estero. Nel corso degli ultimi dieci anni esternalizzare i servizi è costato 272 milioni, 26 solo nel 2015. La spesa per la gestione contabile ammonta a 83 milioni percepiti da Centro Calcolo per le buste paga (42 milioni), Bit per i biglietti (30 milioni) ed Eltel (10). Sono stati pagati, invece, 116 milioni a società esterne per i sistemi informativi, mentre per spese legali, amministrative e di consulenza Ferrovie Sud Est ha sborsato circa 73 milioni. Fra il 2013 e il 2015 le spese legali sono passate da 1,9 fino a 8,1 milioni. Crescendo insieme ai debiti. Il caso più rappresentativo è quello dello studio legale Schiano a cui la società si è affidata totalmente, tanto che “nonostante la gigantesca mole di contenziosi – rilevano gli analisti – non c’è alcuna traccia di una direzione affari legali o almeno di un ufficio che sia stato capace di rapportarsi con i legali esterni”. Lo studio Schiano (a cui sono stati liquidati onorari per 27 milioni dal 2001 a oggi) vanta crediti con l’azienda per circa 15 milioni. L’avvocato Angelo Schiano ha fatto anche parte dell’Organo di vigilanza dell’azienda. Fa capo all’ex presidente della Provincia di Bari Marcello Vernola e al fratello Massimo, l’omonimo studio associato al quale dal giugno 2013 al febbraio 2015 sono stati corrisposti oltre 294mila euro. In tre anni, infatti, sono stati affidati 12 incarichi, sei dei quali in uno stesso giorno, il 22 gennaio 2014. Le consulenze riguardano programmi di valorizzazione con studi di fattibilità di diverse stazioni ferroviarie, ma anche una relazione sul possibile trasporto dei rifiuti degli Ato pugliesi sulla rete ferroviaria Fse. Nel giro di 24 ore, tramite affidamento diretto lo studio ha intascato circa 110mila euro. All’esterno era affidata anche la gestione dell’archivio storico. Fiorillo ha firmato contratti per incarichi a tre Rita Giannuzzi, Franco Cezza e Gianluca Cezza, rispettivamente madre, padre e figlio.  Per un ammontare di 5 milioni di euro, dei quali ad oggi sono stati pagati 2,9 milioni. Il primo contratto se l’è portato a casa l’archivista Rita Giannuzzi, per un compenso mensile di 8.950 (oltre a spese generale forfettarie) poi salito a 9.500.  Nel 2005, il marito dell’archivista, Franco Cezza ha ottenuto un’altra consulenza per curare l’archivio storico per un compenso di 6.650 euro al mese fino al dicembre 2012. Sono seguiti aumento e proroga. Nel frattempo è spuntata un’altra consulenza per il figlio Gianluca Cezza, che nel 2009 ha proposto a Fse di dotarsi di un sistema informatico che consente di semplificare e snellire il sistema di archiviazione dei dati attraverso i codici a barre. Tra gli esempi ricordati nel documento quello degli immobili che l’azienda aveva a Roma. Più volte il collegio sindacale aveva sottolineato l’inopportunità di spendere notevoli risorse economiche nel mantenimento di un ufficio nella Capitale, dato che là aveva sede operativa a Bari (mentre l’amministratore unico risiedeva a Roma). Per non parlare del direttore del personale che, al momento dell’insediamento del commissario, aveva abbondantemente superato i termini per l’accesso alla pensione, ma che “per motivi di salute svolgeva la propria attività da Roma”. E percepiva annualmente 220mila euro e una indennità di trasferta (per ogni volta che andava a Bari) pari a 98 euro all’ora. Un’indennità, ed ecco il paradosso, “non per recarsi fuori dall’azienda, ma per raggiungere la propria azienda”.

Ferrovie Sud Est, la voragine degli sprechi. L'ira di Renzi: "Vicenda squallida, faremo pulizia". Le cifre sconcertanti della cattiva gestione pubblicate nella relazione del ministero: 14 milioni di stipendi a Fiorillo, 27 a uno studio legale di Roma. E poi c'è l'indennità speciale per l'archivio a marito, moglie e figlio, scrive Antonello Cassano il 20 marzo 2016 su "La Repubblica". Compensi stellari per i dirigenti, archivi d’oro e consulenze costose e ingiustificate. C’è questo e molto altro nella relazione che il commissario delle Ferrovie Sud Est, Andrea Viero, ha consegnato nelle ultime ore e che il ministero dei Trasporti ha già pubblicato. Una relazione di poco più di 100 pagine da cui emerge con chiarezza che le Fse sono una macchina mangia soldi e produttrice di scandali. Ora quella relazione mette tutto a nudo, a partire dalle incredibili remunerazioni dei dirigenti. Primo fra tutti quel Luigi Fiorillo che ha fatto il bello e cattivo tempo al vertice dell’azienda come amministratore unico dal 2004 al 2015. In questo arco di tempo, l’ingegnere ha percepito qualcosa come 13,7 milioni di euro. Tutto ciò accadeva «senza che il socio o il collegio sindacale — scrive Viero nella sua relazione — assumessero alcuna determinazione» in merito ai compensi di Fiorillo. E su questa storiaccia all'italiana interviene anche il premier: "Sulla vicenda squallida di Ferrovie Sud Est andremo fino in fondo. Abbiamo commissariato. E faremo pulizia totale. Il Sud cambia verso". Lo scrive il presidente del Consiglio Matteo Renzi su Twitter, commentando la relazione del commissario. "Alle Ferrovie Sud Est sono già stati revocati incarichi e ridotti i costi". E' quanto invece afferma il ministro dei trasporti, Graziano Delrio che su twitter preannuncia: "presto il piano industriale". Il ministro ricorda che nella società ci sono anche "tanti lavoratori per bene". "Il Sud - conclude - #cambiaverso". Ma monta anche la polemica politica. "Le squallide notizie che leggiamo sulla situazione di Ferrovie Sud Est ne nascondono una positiva: finalmente c'è una politica che ha deciso di andare a fondo in vicende di malcostume e malaffare a danno dei cittadini. La decisione del governo e del ministro Delrio di fare piena luce su una vicenda evidentemente losca testimonia la volontà del governo di risollevare il Sud partendo dal settore chiave delle infrastrutture che possono non solo migliorare la qualità della vita dei cittadini ma sono anche strumento di accesso e scambio commerciale, nonché opportunità reale di uno slancio economico per le regioni più depresse d'Italia". Lo afferma il presidente dei senatori del Pd Luigi Zanda. "Era ora! Per anni e anni, purtroppo inascoltati abbiamo denunciato l'opacità e le criticità delle Ferrovie Sud Est e dei suoi vertici, e i governi, proprietari di quell'azienda, che si sono succeduti hanno fatto sempre orecchie da mercanti. Per anni Palazzo Chigi e i ministri competenti hanno taciuto, di fronte alle denunce di Vendola e della Regione Puglia il silenzio o la sottovalutazione dei ministri berlusconiani, di Passera, di Lupi sono eloquenti. Ora si può e si deve aprire una pagina nuova. Era ora che i responsabili del dissesto e delle ruberie venissero perseguiti, ed era ora di permettere a quelle ferrovie di rilanciarsi". Lo dice l'esponente di Sel Nicola Fratoianni. "Ma non si dica che il Mezzogiorno così è alla svolta, altrimenti si ricade nella propaganda. Serve anche altro di fronte all'abbandono di ogni politica nazionale di valorizzazione del Sud: investimenti, risorse, progetti che dalle parti di Palazzo Chigi latitano..." La malagestione parte da lontano. Neanche per i commissari è stato possibile ricostruire la remunerazione corrisposta da Fse all’avvocato Fiorillo per tutti i 23 anni trascorsi in azienda. Quel che è certo è che tra il 2004 e il 2015 l’amministratore unico ha percepito una remunerazione totale lorda pari a 13 milioni 750mila euro. Gli “anni d’oro” per Fiorillo sono quelli che vanno dal 2004 al 2007, quando arriva a percepire quasi due milioni e mezzo all’anno. In questo triennio “risultano corrisposti, attraverso un contratto di collaborazione co.co, importi complessivi pari a 7,6 milioni di euro”. Un compenso, fa notare il commissario, che è stato stabilito dall’assemblea dei soci di Fse. Non va dimenticato che Fiorillo ha percepito un altro milione di euro in qualità di dirigente distaccato di Trenitalia. Nel suo ruolo di assistente al Rup, Fiorillo ha percepito compensi lordi per 4,9 milioni di euro. Ma in merito a questi incarichi conferiti dal Rup a Fiorillo la relazione fa notare che si rileva “un palese conflitto di interessi sia tra quest’ultimo quale Au e Fse, quale società appaltante e sia tra il Rup e il medesimo Fiorillo, in quanto il secondo nomina il primo, il primo nomina il secondo assistente del Rup”. Ma gli scandali nella più grande ferrovia concessa d’Italia non hanno mai fine. Dalla relazione emerge un altro caso eclatante. È quello riguardante l’archivio aziendale e la costituzione dell’archivio storico di Fse. “L’affidamento del servizio avviene mediante l’individuazione diretta del fornitore, in questo caso tre persone fisiche, incaricate separatamente”. Si parte dall’incarico dell’archivista Rita Giannuzzi, poi si passa al commercialista Franco Cezza (incidentalmente — si fa notare nella relazione — si osserva che questi è marito della Giannuzzi) e si amplia l’incarico all’avvocato Gianluca Cezza, “figlio della Giannuzzi e di Cezza”. Un archivio tutto in famiglia dai costi considerevoli. Il compenso mensile per la Giannuzzi veniva fissato in 8,9mila euro, poi rivisto al rialzo fino a 9,5mila euro al mese. Contratto che sarebbe stato esteso fino al 2021 se non fosse intervenuta la revoca del commissario nel gennaio 2016. La stessa dinamica si ripete sui contratti degli altri due, padre e figlio. Fino a oggi ai tre sono stati erogati compensi pari a 2,9 milioni di euro. “Ove non fosse intervenuta la revoca del commissario — è scritto nella relazione — il costo totale per la realizzazione dell’archivio sarebbe giunto alla cifra di 5,4 milioni di euro. Corrispondente al costo di un treno e mezzo (Atr)”.

Non dimentichiamoci…

24 aprile 2015. Un autobus della Sud Est, proveniente da Taranto e diretto a Martina Franca, nel pomeriggio di oggi ha preso fuoco mentre si trovava all’altezza del semaforo di San Paolo, sulla statale 172. Un cittadino che si trovava a bordo del mezzo pubblico, al momento dell’incendio, ha raccontato la sua esperienza e dell’odissea dei passeggeri iniziato sin a Taranto, quando erano stati costretti a scendere dal primo pullman per un’avaria. Saliti a bordo del secondo automezzo delle Ferrovie Sud Est, quest’ultimo ha fuoco all’altezza di San Paolo. Guasti e malfunzionamenti agli autobus della compagnia che serve la provincia di Taranto ed i paesi della Puglia non sono però una novità.

21 ottobre 2015. Un bus delle Ferrovie Sud-Est carico di pendolari ha preso fuoco a Torre Santa Susanna mentre viaggiava sulla tratta tra Brindisi ed Erchie. L'autista, accortosi del guasto, è riuscito a far scendere tutti i passeggeri, che sono rimasti illesi. Le fiamme si sono sviluppate in paese, in piazza Matteotti. I vigili del fuoco sono intervenuti a spegnere le fiamme che avevano avvolto parte del mezzo. A quanto accertato la causa del rogo sarebbe imputabile a un corto circuito.

20 novembre 2015. Un autobus della Sud Est in sosta ad una fermata di via Di Palma, a Taranto, ha preso fuoco per cause in corso di accertamento. Accortosi del principio di incendio, sviluppatosi dal vano motore, l'autista ha subito invitato a scendere dal mezzo gli studenti. Solo spavento, ma nessun ferito tra i passeggeri. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, che hanno spento le fiamme e avviato gli accertamenti per comprenderne l'origine. Il bus, a quanto si è appreso, proveniva da Avetrana.

Il 21 settembre 2015 un pullman della Sud Est prese fuoco ad Avetrana nella tratta tra Manduria e Avetrana. L'autista fiutò il pericolo è fasce scendere i passeggeri, anche in quella occasione studenti pendolari. Il mezzo andò completamente distrutto.

In contralto alla parte viaggiante logora e pericolosa c’è…. Lo scandalo carrozze d'oro delle Sud est: costate 22 milioni e sono ferme, scrive Massimiliano Scagliarini il 27 gennaio 2015 su “La Gazzetta del Mezzogiorno. Sono state comprate di seconda mano in Germania, e sono state ristrutturate in Croazia con l’intermediazione di una società polacca. Secondo la Finanza, in questo giro d’Europa sono state pagate il doppio rispetto al valore di mercato. E ora salta fuori che 21 delle 25 carrozze Silberling che le Ferrovie Sud Est hanno acquistato nel 2009 non sono utilizzate. Alcune non hanno mai percorso nemmeno un chilometro con passeggeri a bordo: e, viste le condizioni in cui si trovano ora, non lo faranno per molto tempo. Le 25 carrozze ex Db sono un pezzo del fascicolo di cui la Procura di Bari sembra essersi dimenticata: è dal 2013 che la Finanza ha consegnato al pm Isabella Ginefra un’informativa in cui ipotizza corruzione e truffa allo Stato per l’acquisto di materiale ferroviario, denunciando 5 persone e chiedendo il sequestro per equivalente di circa 11 milioni di euro. Ma da allora nulla si è mosso. Nel frattempo, gran parte delle 25 carrozze giacciono inutilizzate: soltanto 4, quelle su cui è stato montato un sistema di sicurezza modificato per la chiusura delle porte, circolano nell’hinterland barese. Le altre, per quanto sottoposte a revisione nello scorso aprile, sono ferme: alcune hanno ruggine che cola dal tetto, graffiti sulle fiancate, vetri rotti e sostituiti alla meno peggio. Non un bello spettacolo visti i 22 milioni di soldi pubblici che sono stati utilizzati. «Quattro carrozze circolano regolarmente - conferma il direttore delle Sud Est, Luciano Rizzo -, e vengono fatte ruotare secondo le esigenze del servizio. Il sistema di apertura modificato è una miglioria, ma non significa che le carrozze su cui non c’è non possano essere utilizzate». Fonti interne all’azienda segnalano problemi di circolabilità delle Silberling: «È tutto superato - dice Rizzo -: dopo un’indagine sulla rete abbiamo scoperto che l’unica curva troppo stretta era quella di accesso all’officina, che è stata modificata». Fatto sta che gran parte delle carrozze è ferma sui binari, e non sembra in condizione di circolare: «Questo non è vero - risponde il direttore tecnico -: le abbiamo portate a Bari proprio perché fossero sorvegliate, perché ce le stavano vandalizzando, ma le rimetteremo a posto». A questo proposito, Rizzo dice che «a giorni» verranno messi in esercizio in Salento anche i tre treni Stadler Gtw comprati di seconda mano in Svizzera e fermi dal 2010 per un problema di peso assiale troppo elevato. Resta da capire perché siano state prese 25 carrozze Silberling se, a quanto pare, ne sarebbero bastate molte meno. Le Sud-Est, di proprietà del ministero delle Infrastrutture, le hanno comprate dalle ferrovie tedesche allo stato di rottame spendendo 912mila euro, e le hanno subito dopo vendute alla Varsa di Varsavia per 280mila euro ciascuna. Varsa le ha poi fatte ristrutturare nella fabbrica croata Gredelj, e le ha a sua volta rivendute a Sud-Est a 900mila euro l’una: la spesa totale è di 22,5 milioni. Ma secondo un consulente della Procura il valore delle carrozze ristrutturate è di 448mila euro l’una, cioè 11,2 milioni in totale, mentre Sud Est le ha pagate (al netto della prima plusvalenza) 16,4 milioni, cioè quasi il 50% in più del reale valore di mercato. Siccome 7 delle 25 carrozze sono state finanziate dalla Regione, il Nucleo di polizia tributaria di Bari ipotizza la truffa ai danni dello Stato: le Sud-Est hanno ricevuto 5,36 milioni di contributo pubblico (l’80% del costo delle 7 carrozze), cioè 2,8 milioni in più rispetto al valore reale di quelle carrozze oggi in gran parte inutilizzate.

Ferrovie Sud Est, ecco gli uomini che gestivano la cassa: 50 milioni di euro all'ingegnere di Gallipoli. I nomi più citati nella documentazione sulle origini del dissesto. Vito Antonio Prato ha percepito 50 milioni in 15 anni per la redazione di alcuni studi sul materiale rotabile o l’elettrificazione della rete, scrive Antonello Cassano il 23 marzo 2016 su “La Repubblica”. Dal Berlusconi di Gallipoli all’uomo del collegamento Helsinki-Bari. Dal commercialista con la passione per la scrittura al dipendente distaccato in ambasciata macedone per realizzare una linea autobus Bari-Tirana. Fino allo studio romano che, secondo alcuni, reggeva le fila del sistema messo in piedi da Luigi Fiorillo, l’avvocato da 13 milioni di euro alla guida di Ferrovie Sud Est (Fse) per vent'anni. Sono questi alcuni dei personaggi più citati nella relazione sul dissesto delle ferrovie concesse più lunghe d’Italia che il subcommissario Domenico Mariani ha consegnato in Procura a Bari. L'ingegnere d'oro. A Gallipoli lo hanno soprannominato “Berlusconi”. C’è chi giura che una delle barche più grandi ormeggiate nel porto della città salentina sia di sua proprietà. Quel che è certo è che l’ingegner Vito Antonio Prato ha percepito da Fse nell’arco di un quindicennio circa 50 milioni di euro. Da una visura camerale emerge che la Prato Engineering srl ha una sede legale in via Imbriani a Lecce in cui lavorano 11 dipendenti, una a Milano e anche un distaccamento in Bulgaria. La nota dell'ex ministro Lupi. La relazione della Deloitte, richiesta dai commissari di Ferrovie Sud Est per fare chiarezza sui conti dell'azienda, analizza anche le remunerazioni dei dirigenti. Ma è su Sandro Pacella che si soffermano gli analisti. Strettissimo collaboratore di Ercole Incalza, grand commis del ministero dei Trasporti, è proprio lì, al dicastero romano, che di fatto lavora, nonostante Fse gli paghi uno stipendio di 173mila euro all’anno. Quando gli analisti hanno chiesto informazioni su di lui, dagli uffici è stata fornita «esclusivamente — segnala la Deloitte — una comunicazione del 15 maggio 2013 del ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi» con cui quest’ultimo segnalava la presenza di Pacella al gabinetto del ministero fin dal 2003 come componente dei seguenti gruppi: Alto Livello diretto da Karel Van Miert, gruppo di lavoro relativo al Corridoio 8. Nella stessa comunicazione di Lupi si fa notare la necessità per Pacella di continuare a seguire questi progetti, «in quanto sia nel corridoio Helsinki-La Valletta sia nell’area Balcani il ruolo del nodo di Bari è rilevante e quindi, di converso, anche quello di Fse che opera in tale nodo». Insomma, fondamentale per collegare Helsinki a Bari. Arrestato nell’ambito dell’inchiesta di Firenze sulle grandi opere, Pacella ha lasciato Fse a fine febbraio. Beltramelli e la Filben. Un altro capitolo della due diligence riporta i legami tra Fse e Filben srl, controllata da una società di Carlo Beltramelli, l’uomo che ha fornito a Fse le 20 carrozze polacche della Varsa. Ma la Filben controlla per intero anche la Sil, che per Fse ha effettuato vari servizi al costo di 402mila euro. Gli analisti della Deloitte fanno notare che la Sil «nella propria opera di monitoraggio degli acquisti ha privilegiato società alla stessa collegate, operando in totale conflitto di interessi». Il commercialista di Maglie. Nel romanzo sugli sprechi messo a punto dai commissari spicca anche il personaggio di Franco Cezza. Per questo commercialista di Maglie la famiglia è tutto. Non è un caso se si ritrova a lavorare gomito a gomito assieme alla moglie e al figlio per mettere a punto l’archivio delle Sud Est. I tre hanno percepito 3 milioni di euro in un decennio di lavoro, fino all’arrivo dei commissari che hanno bloccato tutto. Ma Cezza ha anche la passione per la scrittura: è autore, insieme con il figlio Gianluca, del volume La liquidazione coatta amministrativa. Lo studio Schiano. Un ruolo importante è svolto dallo studio legale romano Schiano, che negli anni si è occupato del contenzioso di Fse. Gli nonorari dello studio ammontano a 27 milioni di euro, senza considerare i 15 ancora dovuti da Fse. Deloitte rimarca che Fse è sovente costituita in giudizio con il patrocinio di più avvocati, addirittura in aggiunta i sopradetti procuratori generali con una «moltiplicazione dei compensi». Il software utilizzato per archiviare pratiche e relative fatture, seppure di proprietà di Fse, che ne paga il canone e manutenzione, è installato «esclusivamente presso l’associazione Schiano». Il Macedone. Forse il personaggio più curioso del romanzo delle Sud Est è Giovanni Sabato, dipendente distaccato presso l’ambasciata della Repubblica di Macedonia a Roma. Perché? «Dai documenti — scrive Deloitte — emerge lo svolgimento di inizative relative al Corridoio 8». L’obiettivo era accorciare le distanze tra Fse e Macedonia. Nel 2013 per questo dipendente le Sud Est hanno sostenuto costi totali pari a «133mila euro (di cui 16mila per premi) e altri 133mila nell’anno fiscale 2014». Al loro arrivo, a gennaio scorso, i commissari hanno convocato in sede a Bari anche Sabato. Oggi il dipendente e è tornato a lavorare nella sede leccese di Fse. Ma non rinuncia ai suoi progetti, uno dei quali illustrato anche ai commissari: una linea autobus tra la Puglia e l’Albania.

Il disastro Sud-Est aperto il quarto fascicolo. In Procura a Bari la relazione sui 270 milioni sperperati. «Cercheremo i soldi anche in Vaticano», scrive Massimiliano Scagliarini su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 23 marzo 2016. La Procura di Bari verificherà i contenuti della relazione sullo scempio delle Sud-Est, puntando dritta sui 270 milioni che negli ultimi anni sono usciti dalla più grande ferrovia concessa d’Italia per spandersi in mille rivoli tra consulenze e appalti d’oro. Da ieri i documenti sono anche nelle mani della magistratura ordinaria: il subcommissario Domenico Mariani è stato per oltre un’ora a colloquio con il procuratore Giuseppe Volpe e con l’aggiunto Lino Giorgio Bruno, che coordinerà il nuovo fascicolo già delegato alla Finanza per gli approfondimenti di indagine. Nel mirino, dunque, finiranno le procedure e le modalità con cui le Sud-Est sono state gestite fino a causare un buco da 310 milioni che, anche questo mese, vede l’azienda nell’impossibilità di pagare in tempo gli stipendi. Un approfondimento investigativo che dovrà riguardare, oltre che i manager, anche i destinatari degli incarichi d’oro firmati dall’ex amministratore unico Luigi Fiorillo. Dunque una caccia ai soldi: i magistrati baresi non hanno infatti escluso la possibilità di verificare, tramite una rogatoria, se l’avvocato tarantino risulta titolare di conti presso lo Ior, la banca vaticana. Una buona parte dei consulenti, in particolare l’avvocato romano Angelo Schiano, sembrerebbero infatti collegati con i centri del potere vaticano, anche per motivi storici. Le Sud-Est furono fondate dal marchese Bombrini, un banchiere genovese che ai primi del ‘900 scese in Puglia per finanziare i lavori dell’Acquedotto Pugliese: e, del resto, le società che fino all’anno scorso hanno gestito la contabilità della Sud-Est erano le stesse che si occupavano delle aziende di Bombrini. Quello sulla relazione di Viero è il quarto fascicolo aperto a Bari sulle Sud-Est. È già approdata in udienza preliminare l’indagine sui treni d’oro in cui si ipotizza l’acquisto a prezzi gonfiati di vagoni di seconda mano e dei convogli polacchi Atr-220: una parte delle accuse (quelle relative alla corruzione) va verso la prescrizione. Altre due indagini, sempre affidate alla Finanza, riguardano poi aspetti fiscali: la prima è relativa alla polacca Varsa, la società intermediaria dei treni, che secondo gli investigatori sarebbe in realtà riconducibile all’imprenditore bolognese Carlo Beltramelli. La seconda indagine è nata dalle risultanze della verifica compiuta dalla Finanza sui bilanci del 2013, ed ipotizza reati fiscali. Sulla relazione di Viero ha già aperto un fascicolo la procura regionale della Corte dei Conti. Il ministro Graziano Delrio ha fatto sapere che i documenti sono stati trasmessi anche all’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone.

Ferrovie Sud Est, nel mirino gli sprechi per il personale: in 180 negli staff, boom di permessi. Fra 2013 e 2014, come ha certificato la Deloitte nella due diligence sui conti richiesta dai commissari, i costi per il personale ammontavano a circa 73 milioni di euro (pari al 47 per cento del valore della produzione), scrive Antonello Cassano il 24 marzo 2016 su "La Repubblica". Contenziosi in tribunale, spese elevate per gli straordinari e per contrattazione di secondo livello, permessi e distacchi sindacali. Non ci sono soltanto gli sprechi in appalti e consulenze. Una parte della relazione dei commissari delle Ferrovie Sud Est è dedicata anche alle spese sui circa 1.300 dipendenti delle più grandi ferrovie concesse d’Italia. È anche su questa partita che si gioca il piano di risanamento aziendale. Tre i temi su cui le parti dovranno discutere nei prossimi giorni: il contenzioso con i dipendenti sul trattamento di fine rapporto non corrisposto, l’aumento dell’efficienza sul posto di lavoro e la rinegoziazione dei permessi sindacali. Si parte dalle cifre: fra 2013 e 2014, come ha certificato la Deloitte nella due diligence sui conti di Fse richiesta dai commissari, i costi per il personale ammontavano a circa 73 milioni di euro (pari al 47 per cento del valore della produzione). È sempre Deloitte a segnalare che una parte significativa del costo del personale era costituita dal costo connesso alla contrattazione di secondo livello, che mostra un’incidenza sul totale del costo pari al 25 per cento nel 2014. Su questo fronte i commissari sono già intervenuti con la disdetta degli accordi sindacali di secondo livello. Ma la relazione dei commissari evidenzia anche alcune inefficienze: si segnala una elevata incidenza di risorse adibite ad attività di supporto operativo «presso le funzioni centrali cosiddette “di staff” (complessivamente oltre 180 addetti pari al 15 per cento dell’organico aziendale) oltre che di personale non idoneo a svolgere le mansioni assegnate (circa 60 risorse)». Inoltre al loro arrivo i commissari hanno anche constatato una pesante incidenza di tempi cosiddetti non produttivi sul totale del tempo di lavoro (tra cui trasferimenti a vuoto e soste intermedie) cui l’azienda ha sopperito con un importante ricorso al lavoro straordinario. Un caso a parte è rappresentato da quei cinque dipendenti di Fse che hanno lavorato negli anni scorsi dalla loro sede di Roma. Non a caso la due diligence della Deloitte dedica loro un capitolo a parte. Per mantenere quegli uffici nella capitale l’azienda ha speso nel 2014 circa 1,6 milioni di euro, che si riferiscono principalmente a costi per il personale (1,4 milioni). Ma la partita più delicata è forse quella legata ai permessi sindacali. Al momento non ci sono dati precisi riguardanti il numero di permessi e distacchi concessi ai dipendenti con funzioni sindacali. Quel che è certo è che i permessi saranno destinati a ridursi, così come previsto dalle nuove regole del contratto nazionale. È invece già avviata la partita per chiudere il contenzioso con i dipendenti legato alla mancata erogazione del tfr. Il primo incontro fra le parti è avvenuto nei giorni scorsi. Da una parte Fse con i suoi avvocati e dall’altra 30 legali dei sindacati. L’azienda ha dichiarato di essere disponibile a transare con i dipendenti, mettendo sul tavolo una cifra non superiore a 8 milioni di euro. Per soddisfare tutte le richieste, in realtà, ci vorrebbe almeno il doppio di quella cifra. Ma l’azienda ha chiarito ai legali che la disponibilità economica per chiudere la partita è limitata. In questo modo Fse punta a chiudere in tempi rapidi le cause perse e tentare, per tutte le controversie che rimarranno in piedi, di trovare punti di incontro. L’obiettivo è quello di tornare ad avere un numero fisiologico di contenziosi. Le parti torneranno a incontrarsi nei prossimi giorni per cercare una soluzione più adeguata e meno dolorosa per tutti. Intanto prosegue la polemica sul fronte politico. Andrea Caroppo, capogruppo di Forza Italia in consiglio regionale, attacca: «Fse è un carrozzone clientelare e inefficiente che brucia annualmente centinaia di milioni di euro dei pugliesi, offrendo servizi da terzo mondo. È giunto il momento di chiudere e indire quanto prima più gare a evidenza pubblica, affidando i servizi ad altri».

Donato Ceglie, pm ex icona Antimafia sospeso dal Csm da funzioni e stipendio. La decisione è legata all’indagine che la Procura di Roma ha aperto sul magistrato. Sostituto procuratore generale a Bari, Ceglie si era occupato del processo d'appello dell'ex presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto e anche di uno stralcio della vicenda escort. Da pm a Santa Maria Capaua Vetere aveva indagato sulla Terra dei fuochi. A gennaio, sempre in relazione all’indagine penale a suo carico, il Csm aveva deciso di aprire nei suoi confronti la procedura per il trasferimento d’ufficio, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 4 marzo 2016. Un magistrato simbolo dell’Antimafia, un’icona della lotta alle ecomafie. Questo era il pm Donato Ceglie fino a due anni fa. Per lui oggi è arrivata la sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio e collocamento fuori ruolo dal parte del Consiglio superiore della magistratura. Il magistrato era stato ascoltato dal collegio disciplinare, presieduto dal vice presidente del Csm Giovanni Legnini. Il provvedimento è passato quindi alla firma del ministro della Giustizia, Andrea Orlando. La decisione è legata all’indagine che la Procura di Roma ha aperto sul magistrato. Sostituto procuratore generale a Bari, Ceglie si era occupato del processo d’appello dell’ex presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto e anche di uno stralcio della vicenda escort. Da pm a Santa Maria Capaua Vetere aveva indagato sulla Terra dei fuochi. A gennaio, sempre in relazione all’indagine penale a suo carico, il Csm aveva deciso di aprire nei suoi confronti la procedura per il trasferimento d’ufficio. Ceglie è indagato dai colleghi romani per vari reati, tra cui abuso d’ufficio, una presunta violazione fiscale, ma anche per corruzione aggravata, reato quest’ultimo caduto però in prescrizione. Dall’inchiesta, condotta dal pm Barbara Sargenti e dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, emergerebbero però anche contatti con un imprenditore legato al clan dei Casalesi. Non a caso, quando sollecitò il Csm ad aprire una pratica, il consigliere di Area, Antonello Ardituro, fece riferimento anche a quanto segnalato dal Fatto.it, in cui si citavano, disse, “fatti molto gravi, tra cui quello già prescritto di corruzione in atti giudiziari con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, in concorso con Sergio Orsi, l’imprenditore nel ramo dello smaltimento dei rifiuti, noto per il suo stabile collegamento con il clan dei Casalesi”. In sostanza il magistrato avrebbe invece agevolato imprenditori legati ai clan camorristici. Dalle intercettazioni, inoltre, sono emerse frasi choc ed offensive contro diverse persone, dal procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone al presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone, ai magistrati di Napoli Alessandro Milita, pubblica accusa nel processo Cosentino, e Antonello Ardituro, oggi al Csm. Dalle indagini sarebbero, infatti, emersi anche contatti con un imprenditore legato al clan dei Casalesi, scrive “Il Corriere del Mezzogiorno del 4 marzo 2016. Non a caso, quando il consigliere di Area, Antonello Ardituro, magistrato a Napoli, sollecitò il Csm ad aprire una pratica, fece riferimento anche a «fatti molto gravi», rilevati dagli organi di stampa, «tra cui quello già prescritto di corruzione in atti giudiziari con l'aggravante dell'agevolazione mafiosa, in concorso con Sergio Orsi, l'imprenditore nel ramo dello smaltimento dei rifiuti, noto per il suo stabile collegamento con il clan dei Casalesi». I fratelli Orsi (uno dei quali è stato ucciso dalla camorra) erano titolari della Eco 4 e sono tra i nomi al centro delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto anche l'ex sottosegretario Nicola Cosentino. Dalle intercettazioni, inoltre, sono emerse frasi choc ed offensive contro Pignatone, il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, il pm di Napoli Alessandro Milita e lo stesso Ardituro. C'è poi il capitolo, pure agli atti dell'inchiesta, che riguarda le frequentazioni femminili, da presunti incontri con alcune studentesse di Giurisprudenza, al legame con la moglie di un imprenditore: quando era pm a S.Maria Capua Vetere abusando del suo potere avrebbe costretto la donna, sposata col principale imputato di un'inchiesta, a rapporti sessuali prospettando una serie di benefici. Storia in realtà intricata e poco chiara, che gli è valsa però il rinvio a giudizio nel febbraio 2014 di fronte al Tribunale di Roma per concussione per costrizione e violenza sessuale.

IL CREDITO CHE SI DISCREDITA…

Banche, il caso Popolare di Bari fa tremare la Puglia e 70mila azionisti: indagati i vertici. Nel mirino della Procura anche il presidente Marco Jacobini con i due figli. Anni di gestione irregolare, bilanci in perdita, prestiti anomali, aggravati dall’acquisizione di Tercas. E sullo sfondo, una vicenda di maltrattamenti ed estorsione ai danni di un funzionario che è stato denunciato dall'istituto di credito: "Per noi contano solo i fatti, gli atti, i numeri, la trasparenza delle procedure", scrive Mara Chiarelli il 30 agosto 2017 su "La Repubblica". Regge da sola un pezzo importante dell'economia della città di Bari e della Puglia. Ha garantito prestiti a migliaia fra imprese e famiglie, può contare su 70mila soci e sul lavoro di 3.500 dipendenti. La Banca Popolare di Bari non può crollare: se ciò accadesse, i danni per l'economia regionale sarebbero incalcolabili. Ma una nuova inchiesta della Procura barese racconta anni di gestione irregolare, bilanci in perdita, prestiti anomali, aggravati dalla acquisizione di Tercas, la vecchia Cassa di Teramo. E sullo sfondo, una vicenda di maltrattamenti ed estorsione ai danni di un funzionario troppo solerte.

JACOBINI E DE BUSTIS SOTTO INCHIESTA. È questo il ritratto della Banca popolare di Bari, come emerge appunto dalla nuova indagine affidata ai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria e che è già arrivata a un primo step: i vertici del più grande istituto di credito del Sud sono finiti per la prima volta nel registro degli indagati e con accuse pesanti. Il presidente Marco Jacobini, l'allora direttore generale Vincenzo De Bustis, già amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena e Deutsche Bank, i due figli di Jacobini, Gianluca e Luigi (rispettivamente condirettore generale e vice), il responsabile della linea contabilità e bilancio della popolare Elia Circelli, il dirigente dell'ufficio rischi Antonio Zullo.

LA DENUNCIA DEL FUNZIONARIO. Sono tutti, a eccezione di De Bustis, indagati per associazione per delinquere, truffa, ostacolo all'attività della Banca d'Italia e false dichiarazioni nel prospetto informativo depositato alla Consob. A carico di Marco Jacobini e dei suoi due figli anche i reati di concorso in maltrattamenti ed estorsione. De Bustis, invece, è accusato solo di maltrattamenti. La vicenda, finita sul tavolo del procuratore aggiunto Roberto Rossi, riguarda un arco temporale che va dal 2013 al 2016, quando le irregolarità nascoste nei bilanci dell'istituto di credito sono state svelate da una gola profonda: un funzionario incaricato di mettere a posto le carte nell'ufficio rischi, ma che avrebbe esagerato, evidenziando ai vertici le irregolarità emerse durante la sua attività.

IL LICENZIAMENTO IN TRONCO. Le sue segnalazioni, che riguardavano in buona parte la fase dell'acquisizione di Tercas, non sarebbero state gradite, al punto che sarebbe stato prima mobbizzato e poi licenziato in tronco. Il provvedimento però non ha fermato il bancario, che si è presentato in Procura snocciolando numeri e fatti, raccontando tutto quello che riteneva illecito, prima di avviare contro di loro un procedimento parallelo per mobbing.

LA CONTRODENUNCIA DELL'ISTITUTO DI CREDITO. La replica dell'istituto di credito è stata affidata in un primo momento a una nota: "Le dichiarazioni rancorose di un dipendente licenziato per giusta causa è bene che siano oggetto di ogni approfondimento da parte della Procura, per consentire poi alla Banca Popolare di Bari di agire nei confronti dell'autore di tali inaccettabili propalazioni", si legge in un comunicato. "Per la banca contano solo i fatti, gli atti, i numeri, la trasparenza delle procedure e, di conseguenza, la fiducia dei soci e dei clienti". "E' così fortemente auspicabile - conclude la nota - che gli accertamenti (a cui vi è ampia disponibilità a cooperare) siano rapidi, per sostituire al clamore mediatico, la certezza della correttezza dei comportamenti tenuti". Poi l'annuncio che l'ex dirigente avrebbe chiesto nel giugno scorso alla banca una somma di denaro per evitare la cattiva pubblicità derivante da quelle denunce. La Banca Popolare di Bari, si riferisce ancora, a "tutela della propria reputazione" ha dato incarico "ai propri legali di presentare denuncia per tentata estorsione nei confronti" dell'ex dirigente dell'Istituto "a suo tempo licenziato per giusta causa". In una lettera, secondo la denuncia, l'ex funzionario proponeva un "accordo diretto" con termine di pochi giorni per la definizione, finalizzato a "prevenire" le conseguenze di "pubblicità negative che a queste controversie si accompagnano".

LA PRIMA INCHIESTA. Era dicembre scorso e i finanzieri che già indagavano sulle attività anomali del più grande istituto di credito del Sud hanno trovato riscontri a ipotesi già emerse durante l'esame delle carte sequestrate durante un'altra indagine già aperta con l'ipotesi di reato (a carico di ignoti) per ostacolo alle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, quella coordinata dai pm Lydia Giorgio e Federico Perrone Capano. Nello stesso periodo in cui la gola profonda raccontava, gli investigatori perquisivano le tre sedi baresi, portando via documenti utili a ricostruire "il rilascio di linee di credito, in via diretta o indiretta, con l'acquisto di azioni".

"DANNEGGIATI I PICCOLI AZIONISTI". A proposito dell'altra inchiesta, invece, la Procura ritiene che per agevolare alcuni grossi azionisti, gli ordini di vendita dei titoli sarebbero stati inseriti manualmente senza rispettare l'ordine cronologico e violando così il principio della parità di trattamento dei soci: il tutto a danno dei piccoli azionisti. Una delle contestazioni riguarda la vendita, prima che venissero deprezzate, delle 430mila azioni della Banca Popolare di Bari contenute nel portafoglio della società barese Debar. Alla quale - secondo l'accusa - sarebbe stato concesso di vendere le azioni nell'asta del marzo 2016, prima cioè dell'assemblea dell'aprile successivo in cui le stesse azioni subirono un deprezzamento del 20 per cento (da 9,53 a 7,50 euro). Anche in questa inchiesta si ipotizza il reato di ostacolo alle attività degli organi di vigilanza.

L'AVVOCATO DELLA BANCA: "ACCOSTAMENTI OFFENSIVI". "La fermezza della banca - fa sapere l'avvocato dell'istituto di credito barese, Francesco Paolo Sisto - conduce ad assumere, rapidamente, ogni iniziativa tesa alla tutela della sua reputazione, ivi compresa la denuncia per tentata estorsione nei confronti di un dipendente a suo tempo licenziato per giusta causa". "È solo offensivo, sul piano tecnico - prosegue il legale commentando le notizie sull'indagine - accostare la vicenda tutta da dimostrare della Banca Popolare di Bari a quelle di altre ex banche, con conclamati problemi giudiziari ben diversi", riferendosi alle inchiesta su Montepaschi Siena e Banca 121. "Per il resto - conclude Sisto - i fatti in questione non sussistono. Le procedure dell'istituto sono del tutto trasparenti e certificate, con la conseguenza che le accuse formulate sono destinate inevitabilmente a regredire a mere illazioni".

Popolare di Bari, azionisti pronti a costituirsi in giudizio: per la banca è un incubo da un miliardo. Una protesta degli azionisti della Banca Popolare di Bari. La nuova inchiesta che coinvolge i vertici dell'istituto potrebbe avere effetti importanti per migliaia di correntisti che da anni provano a vendere le loro azioni e che si sono rivolti agli avvocati, scrive Antonello Cassano il 31 agosto 2017 su "La Repubblica". Una svolta per 70mila azionisti, un incubo per la banca. La nuova inchiesta della Procura di Bari che coinvolge i vertici della Banca Popolare di Bari potrebbe avere effetti importanti per migliaia di correntisti che da anni provano a vendere le loro azioni e che si sono rivolti agli avvocati pur di riavere indietro il loro denaro. A disegnare un primo scenario è il Comitato per la tutela degli azionisti della Bpb. Costituitosi a novembre scorso, sull'onda delle proteste dei risparmiatori della Popolare, è composto da Adusbef, Codacons, Codici e Confconsumatori. Proprio il Comitato fa notare che i reati di associazione per delinquere e truffa, di cui sono accusati Marco Jacobini e i due figli Gianluca e Luigi, sono pesanti. Ma ancora più deflagranti per il futuro degli azionisti e per la stessa banca potrebbero essere gli effetti dell'accusa di false dichiarazioni nel prospetto informativo depositato alla Consob.

GLI AUMENTI DI CAPITALE. "Quel reato - dice un rappresentante del comitato - nel caso in cui fosse confermato, potrebbe avere una rilevanza diretta per i soci". Per comprendere questo punto, bisogna tornare indietro agli anni 2013-2015, quando la Bpb vara due aumenti di capitale, il primo per 243 milioni di euro e il secondo per 50 milioni di euro, che si riveleranno importanti anche per acquisire la banca Tercas. Quell'aumento di capitale, secondo l'accusa, sarebbe stato fatto dando prospetti falsi alla Consob. "In un prospetto - spiega un rappresentante di una associazione dei consumatori - la banca comunica tutti i dati sulla propria situazione finanziaria. L'istituto è obbligato a fornire dati finanziari veritieri, anche perché è su quei dati che gli investitori si regolano per acquistare titoli della banca". Se fosse confermata la tesi accusatoria gli azionisti della Bpb in quegli anni avrebbero acquistato titoli sulla base di dati non veritieri. "Pertanto - è scritto nel comunicato diffuso dal Comitato - gli azionisti sarebbero legittimati a domandare il risarcimento dei danni subiti, per un investimento fatto sulla base di dati di prospetto e di bilancio irregolari". Si tratta di un principio stabilito dalla Cassazione, come spiega Antonio Pinto (Confconsumatori): "In casi come questo, se confermato, chi ha investito ha diritto a chiedere la risoluzione del contratto di acquisto, con conseguente restituzione dell'investimento".

LE CONSEGUENZE. Un salasso per la banca, tenuto conto che il valore di tutte le azioni distribuite fra i 70mila soci ammontava fino a qualche mese fa a più di un miliardo di euro e che una buona parte degli azionisti si è già rivolta negli anni all'istituto per cercare di rivendere le sue azioni. Ma le conseguenze dell'inchiesta della procura non si esauriscono qui. Sempre il Comitato fa notare che adesso si apre la possibilità di costituirsi come parte offesa nel procedimento contro la banca. "Infatti, alcuni dei reati ipotizzati, laddove accertati, avrebbero un nesso di causalità diretto sia con il prezzo a cui sono state vendute le azioni e sia con le modalità di vendita delle stesse".

LE MOSSE DELLE ASSOCIAZIONI. Alla luce delle ultime novità giudiziarie, quindi, le associazioni si rimettono in moto. Non a caso il Comitato degli azionisti della Bpb ha convocato un incontro con i suoi iscritti per mercoledì pomeriggio nella sua sede barese per descrivere le azioni di tutela che si potranno intraprendere. Anche perché "le risultanze dell'inchiesta penale consentirebbero pure di acquisire elementi per rafforzare le domande di restituzione degli investimenti da proporre dinanzi al giudice civile, oppure dinanzi all'arbitro delle controversie finanziarie".

LE VOCI DEGLI AZIONISTI. Intanto, gli stessi soci che hanno fatto ricorso contro la banca per cercare di rivendere le loro azioni, tornano a farsi sentire. "È terribile sapere di dover rinunciare a soldi che potrebbero servire per far studiare i propri figli e garantirgli un futuro. Siamo stati presi in giro". Adriano Lorusso è uno dei tanti risparmiatori che si sono ritrovati fra le mani azioni della più grande banca del Sud. Le voci dei risparmiatori sono quasi tutte molto simili. Correntisti appartenenti per lo più alla classe media che, per usare un eufemismo, non hanno grande esperienza in campo finanziario. Ora si ritrovano tra le mani titoli azionari che non possono restituire per riavere indietro i loro soldi. Quasi tutti si dicono beffati. I casi variano solo per la quantità di denaro investito. Si va dall'imprenditore classificato nei profili di rischio dai funzionari di banca come "investitore esperto" e che si è ritrovato tutta la sua liquidità pari a 396mila euro investita in azioni, alla coppia (invalido disoccupato lui, casalinga lei) di Bari che non sa come rientrare dall'investimento di 30mila euro in titoli. Fino alla signora ultranovantenne che ancora non sa che circa 20mila euro dei suoi risparmi sono stati spesi per comprare titoli della Bpb: "Sua figlia non le dice la verità per tranquillizzarla - conferma l'avvocato Filippo Grattagliano, che segue il caso - se lo sapesse ne morirebbe".

Bari, sotto inchiesta i vertici BpB. «Accuse rancorose, verifiche rapide». Contestati associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’ attività della Banca d’Italia. La gola profonda «licenziata». La Banca: sostituire clamore mediatico con verità e correttezza, scrive il 30 Agosto 2017 “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Per i reati, contestati a vario titolo, di associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’ attività della Banca d’Italia e false dichiarazioni nel prospetto informativo depositato alla Consob, la Procura di Bari ha fatto notificare un avviso di proroga delle indagini ai vertici della Banca Popolare di Bari (BpB). I fatti - riporta La Repubblica - risalgono al periodo 2013-2016 quando la BpB acquistò la Cassa risparmio di Teramo. Sei gli indagati: il presidente Marco Jacobini, l’allora direttore generale Vincenzo De Bustis, ex amministratore delegato di Mps e Deutsche Bank Italia, i due figli di Jacobini, Gianluca e Luigi (rispettivamente condirettore generale e vice), il responsabile della linea contabilità e bilancio della popolare Elia Circelli, il dirigente dell’ufficio rischi Antonio Zullo. A carico di Marco Jacobini e dei suoi due figli si ipotizzano anche i reati di concorso in maltrattamenti ed estorsione. De Bustis, invece, è accusato solo di maltrattamenti. La vicenda all’attenzione dei pm riguarda presunte irregolarità nascoste nei bilanci dell’istituto di credito svelate ai magistrati da un funzionario incaricato di mettere a posto le carte nell’ufficio rischi. Il dipendente avrebbe evidenziato ai vertici della banca le irregolarità emerse durante la sua attività, ma queste sue segnalazioni non sarebbero state gradite dai vertici della banca, al punto che il funzionario sarebbe stato mobbizzato e licenziato. "Le dichiarazioni rancorose di un dipendente licenziato per giusta causa è bene che siano oggetto di ogni approfondimento da parte della Procura, per consentire poi alla Banca Popolare di Bari di agire nei confronti dell’autore di tali inaccettabili propalazioni». È quanto dichiara in una nota l’istituto di credito con riferimento alla notizia dell'indagine della magistratura barese. «Sia chiaro: per la Banca - prosegue la nota - contano solo i fatti, gli atti, i numeri, la trasparenza delle procedure e, di conseguenza, la fiducia dei soci e dei clienti. E’ così fortemente auspicabile che gli accertamenti (a cui vi è ampia disponibilità a cooperare) siano rapidi, per sostituire al clamore mediatico, la certezza della correttezza dei comportamenti tenuti».

BANCA DENUNCIA EX DIRIGENTE PER TENTATA ESTORSIONE - L’ex dirigente della Banca Popolare di Bari che ha denunciato presunte irregolarità nei bilanci (dando avvio all’indagine a carico dei vertici dell’istituto di credito) e di aver subito maltrattamenti fino al licenziamento, avrebbe chiesto nel giugno scorso alla banca una somma di denaro per evitare la cattiva pubblicità derivante da quelle denunce. Lo sostiene la BpB che, a «tutela della propria reputazione», ha dato incarico «ai propri legali di presentare denuncia per tentata estorsione nei confronti» dell’ex dirigente dell’Istituto «a suo tempo licenziato per giusta causa». In una lettera, secondo la denuncia, l’ex funzionario proponeva un «accordo diretto» con termine di pochi giorni per la definizione, finalizzato a «prevenire» le conseguenze di "pubblicità negative che a queste controversie si accompagnano». "La fermezza della banca - dichiara il legale dell’istituto di credito barese, avv. Francesco Paolo Sisto - conduce ad assumere, rapidamente, ogni iniziativa tesa alla tutela della sua reputazione, ivi compresa, la denuncia per tentata estorsione nei confronti di un dipendente a suo tempo licenziato per giusta causa». «È solo offensivo, sul piano tecnico - prosegue il legale commentando le notizie di stampa sull'indagine - accostare la vicenda tutta da dimostrare della Banca Popolare di Bari a quelle di altre ex banche, con conclamati problemi giudiziari ben diversi», riferendosi alle inchiesta su MPS e Banca 121. «Per il resto - conclude Sisto - i fatti in questione non sussistono. Le procedure dell’istituto sono del tutto trasparenti e certificate, con la conseguenza che le accuse formulate sono destinate, inevitabilmente a regredire a mere illazioni».

Banca Popolare di Bari in crescita nonostante crisi. Nonostante una crisi globale, che nell'ultimo anno non ha risparmiato nessuno, la Banca Popolare di Bari continua in un processo di crescita che dalla sua fondazione, 50 anni fa nel 1960, non ha conosciuto interruzioni con fusioni ed acquisizioni che oggi ne fanno una delle roccaforti del sistema finanziario meridionale con 260 filiali ed una base sociale forte di 47mila soci azionisti. In questo contesto i numeri del bilancio 2009, approvato dal cda e che sarà portato in assemblea domenica 18 aprile, assumono un rilievo che va ben oltre il dato quantitativamente positivo, scriveva il 7 Aprile 2010 Luciano Sechi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Nonostante una crisi globale, che nell'ultimo anno non ha risparmiato nessuno, la Banca Popolare di Bari continua in un processo di crescita che dalla sua fondazione, 50 anni fa nel 1960, non ha conosciuto interruzioni con fusioni ed acquisizioni che oggi ne fanno una delle roccaforti del sistema finanziario meridionale con 260 filiali ed una base sociale forte di 47mila soci azionisti. In questo contesto i numeri del bilancio 2009, approvato dal cda e che sarà portato in assemblea domenica 18 aprile, assumono un rilievo che va ben oltre il dato quantitativamente positivo.  «Il 2009, ha visto per il nostro istituto, la crescita su tutti i mercati dove la banca è presente e di tutti i principali indicatori commerciali e patrimoniali dell’Istituto – commenta l’amministratore delegato Marco Jacobini - anche in un anno di congiuntura negativa si è riusciti ad incrementare il sostegno a famiglie e imprese e ad ottenere risultati al di sopra delle aspettative. Tant’è vero che sarà proposto all’assemblea dei soci un incremento del prezzo di emissione delle azioni». Nonostante la particolare tensione del sistema creditizio la Popolare di Bari ha proseguito nel rafforzamento patrimoniale con un incremento del patrimonio netto che si attesta a 770 milioni di euro (+ 34%). E' peraltro da sottolineare che nel corso del 2009, il gruppo ha acquisito la maggioranza del capitale della Cassa di Risparmio di Orvieto, storico istituto umbro che amministra raccolta da clientela per oltre 1 miliardo ed impieghi per 750 milioni, con 47 filiali, un numero che, precisa ancora Marco Jacobini, sottolineando la positività dell'andamento della banca umbra, potrebbe salire ad una sessantina di sportelli con quelli già acquisiti dalla Popolare di Bari nella stessa area. Del centro Italia. In un anno caratterizzato da una congiuntura economica particolarmente complessa si è peraltro registrata una crescita della raccolta complessiva del 3,2% raggiungendo così i 9,3 miliardi e della raccolta diretta dell’8,9% raggiungendo i 5,2 miliardi. Notevole è stato l’incremento degli impieghi attestatisi a 4,6 mld di euro (+11,4%), con una crescita dei mutui alle famiglie a 1,6 mld. (+ 10,8%) del credito al consumo del 12,5% e degli impieghi alle imprese a 2,11 mld. (+12,9%). «La crisi – ricorda ancora Marco Jacobini – si è avvertita maggiormente a partire da settembre e solo nel febbraio di quest'anno ha rallentato i suoi effetti, i settori che hanno sofferto di più sono stati quelli industriali, soprattutto le piccole e medie imprese, con i beni durevoli che hanno scontato un rallentamento delle vendite ed una riduzione di ordinativi». Anche per questo e in un contesto che comunque punta ad una tenuta del credito la Popolare di Bari ha previsto una cinquantina di milioni di euro di accantonamento, anche perchè, per dirla con Marco Jacobini «per continuare la crescita è necessario essere cauti» senza mai rinunciare ad una ottimizzazione dell'efficienza che rimane un obiettivo costante della banca, del resto nel 2009 il margine di intermediazione è risultato in aumento attestandosi a 276,3 mln (+2,6%). La banca può contare su 47.500 soci (+6,7% rispetto al 2008) e nel solo 2009 sono stati acquisiti 24.500 nuovi clienti, che hanno incrementato del 13,2% lo stock complessivo rispetto al 2008 mentre i costi operativi si sono attestati a 195,4 mln di euro (+1,8%). Peraltro in un contesto di particolare deterioramento del credito a livello mondiale e nazionale, la Popolare di Bari pur continuando nella crescita dell’attività di sostegno al territorio, alle famiglie e alle piccole e medie imprese, ha operato, in ottica prudenziale, rettifiche nette su crediti per l’1,1% circa degli impieghi medi determinando così un utile netto di 10,5 mln di euro ed una conseguente proposta di distribuzione del dividendo pari a 0,10 euro per le azioni con godimento pieno e 0,075 per le azioni emesse nel corso del 2009. Di sicuro la Popolare di Bari può contare su un incremento del patrimonio netto ma anche su una crescita della quota di mercato nei territori dove è maggiormente presente e se nel 2007 era tra le prime dieci banche oggi, in regioni come la Puglia la Basilicata, la Campania e l'Umbria, è tra le prime tre banche del territorio.

Banca Popolare di Bari, osservazioni sull’indagine della magistratura, scrive il 30 agosto 2017 Giovanni Falcone su "Wallstreetitalia.com". Banca Popolare di Bari, avviata un’indagine da parte della magistratura barese. Stante ai rumors apparsi sulla stampa di oggi, apprendo di una indagine della Procura della Repubblica di Bari nei confronti dei vertici – Presidente Jacobini & Figli – per presunte irregolarità nella gestione della Banca Popolare di Bari, con presunte irregolarità nei bilanci, prestiti allegri e addirittura “maltrattamenti ed estorsione” ai danni di un funzionario. Se queste sono le accuse, peraltro tutte da provare, verrebbe da dire: embè, qual è la novità? Intanto diciamo che trattasi del più grande, forse l’unico Istituto di credito del Mezzogiorno con solide basi ramificate sul territorio che, negli ultimi anni, anche grazie a giudizi favorevoli della Banca d’Italia sta sempre più assumendo i connotati di una banca di portata nazionale.

Ricordo personale. Al netto dei lavori in corso da parte dell’Autorità giudiziaria, trattasi dell’Istituto presso il quale, dopo aver volontariamente lasciato il Corpo della Guardia di finanza, fui assunto come Responsabile Aziendale Antiriciclaggio e Rapporti con le Autorità inquirenti (1999/2007). Ho svolto il citato incarico in assoluta autonomia ricevendo in otto anni ben cinque ispezioni dall’Organo centrale di vigilanza (ex UIC) – due direttamente e tre presso Istituti cui tenevamo il controllo al 100% – senza mai ricevere alcun rilievo anzi, solo complimenti dagli stessi Ispettori della Banca d’Italia intervenuti di volta in volta. Questa è storia! Grazie a questa opportunità, ho avuto la possibilità di conoscere in maniera più approfondita un lavoro che conoscevo solo in parte, nella veste di Ufficiale nel Corpo di provenienza. Lavoro che ancora oggi svolgo attraverso la Falcone Consulting Srl.

Osservazioni. Se oggi fossi chiamato a fornire un giudizio sulla Governance ed organizzazione di questa banca, per quanto parlo di conoscenze datate, direi che il vero problema di questa società del credito è che forse non è mai stata una banca nel senso più compiuto del termine, intesa come distinzione di ruoli e responsabilità delle funzioni, bensì una “ditta individuale” cui ci si faceva riferimento per ogni iniziativa di qualunque specie e natura. Trattasi di un problema per il quale ho ragione di credere che sia stato sollevato anche dall’Organo centrale di vigilanza che, nella realtà non ha mai trovato soluzione. Per intanto aspettiamo l’esito delle indagini appena iniziate. Buon lavoro all’Ufficio inquirente!

Guai giudiziari per la Popolare di Bari: Puglia in ginocchio, scrive il 30 agosto 2017 Daniele Chicca su "Wallstreetitalia.com". Dopo la Toscana ora a tremare è la Puglia. Anni di mala gestione, di bilanci in rosso e di prestiti anomali, aggravati peraltro dalla dubbia operazione di acquisto di Tercas: la banca Popolare di Bari è in crisi e se i suoi guai giudiziari dovessero portare a crac, potrebbero finire sul lastrico i suoi 70 mila azionisti e l’intera Regione Puglia. Come nei casi Mps e delle quattro banche regionali salvate con il bail-in, Banca Etruria, Carife, Carichieti e Banca delle Marche, la Popolare di Bari – che conta 70mila azionisti e 3.500 dipendenti, rischia la bancarotta. Dopo le rivelazioni di una “gola profonda”, la procura ha avviato indagini sul presidente della Popolare di Bari Marco Jacobini. Sotto inchiesta è finito anche l’ex direttore generale Vincenzo De Bustis, già amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena e di Deutsche Bank, Gianluca e Luigi (rispettivamente condirettore generale e vice), e i due figli di Jacobini, Luigi e Gianluca (rispettivamente vice direttore generale e condirettore generale). Nel mirino delle autorità giudiziarie ci sono anche il responsabile della linea contabilità e bilancio della popolare Elia Circelli, il dirigente dell’ufficio rischi Antonio Zullo. Insomma tutti i vertici della banca che da sola rappresenta la colonna reggente più importante dell’attività economica e creditizia della città di Bari, la capoluogo e città più grande della Puglia. La banca Popolare di Bari, come riporta Maria Chiarelli su La Repubblica, ha infatti concesso dei prestiti a migliaia di imprese e famiglie baresi e può contare su 70mila soci e sul lavoro di 3.500 dipendenti. “La Banca Popolare di Bari non può crollare: se ciò accadesse, i danni per l’economia regionale sarebbero incalcolabili. Ma una nuova inchiesta della Procura barese racconta anni di gestione irregolare, bilanci in perdita, prestiti anomali, aggravati dalla acquisizione di Tercas, la vecchia Cassa di Teramo. E sullo sfondo, una vicenda di maltrattamenti ed estorsione ai danni di un funzionario troppo solerte”. Fatta eccezione per De Bustis i dirigenti sono accusati di associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’attività della Banca d’Italia e false dichiarazioni nel prospetto informativo consegnato alla Consob. La famiglia Jacobini dovrà rispondere inoltre del reato di concorso in maltrattamenti ed estorsione. “La vicenda finita sul tavolo del procuratore aggiunto Roberto Rossi – racconta il quotidiano – riguarda un arco temporale che va dal 2013 al 2016, quando le irregolarità nascoste nei bilanci dell’istituto di credito sono state svelate da una gola profonda: un funzionario incaricato di mettere a posto le carte nell’ufficio rischi, ma che avrebbe esagerato, evidenziando ai vertici le irregolarità emerse durante la sua attività”.

Popolare di Bari: le inchieste e i danni ai piccoli azionisti. Con la prima inchiesta, avviata grazie alle rivelazioni di una “gola profonda”, probabilmente un insider della banca, gli inquirenti hanno iniziato a fare luce sulle attività anomali del più grande istituto di credito del Sud. Sono emersi “riscontri a ipotesi già emerse durante l’esame delle carte sequestrate” durante un’altra inchiesta, aperta con l’ipotesi di reato (a carico di ignoti) per ostacolo alle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, quella coordinata dai pm Lydia Giorgio e Federico Perrone Capano. “Nello stesso periodo in cui la gola profonda raccontava, gli investigatori perquisivano le tre sedi baresi, portando via documenti utili a ricostruire il rilascio di linee di credito, in via diretta o indiretta, con l’acquisto di azioni”. Nell’ambito di una indagine separata, la Procura si sta occupando di verificare i sospetti che la Popolare di Bari abbia agevolato alcuni grossi azionisti: “gli ordini di vendita dei titoli sarebbero stati inseriti manualmente senza rispettare l’ordine cronologico e violando così il principio della parità di trattamento dei soci: il tutto a danno dei piccoli azionisti. Uno dei fatti più clamorosi contestati riguarda la cessione, prima della perdita di un quinto del loro valore, delle azioni della Popolare di Bari presenti nel portafoglio della società barese Debar. Secondo la ricostruzione dell’impianto accusatorio, Debar avrebbe ottenuto il permesso di vendere le azioni nell’asta di marzo dell’anno scorso, “prima cioè dell’assemblea dell’aprile successivo in cui le stesse azioni subirono un deprezzamento del 20 per cento (da 9,53 a 7,50 euro)”. Il reato ipotizzato è di ostacolo alle attività degli organi di vigilanza. L’integrazione tra Banca Teras e Banca Caripe è avvenuta a luglio dell’anno scorso, in un’operazione che è stata salutata da Jacobini come un importante passo verso il consolidamento significativo del posizionamento di mercato del Gruppo nei territori d’elezione “per accompagnarne la crescita in Puglia, Basilicata, Abruzzo, Campania e Umbria, attraverso l’evoluzione del modello di business e il miglioramento dell’efficienza operativa”.

Indagati i vertici della Banca Popolare di Bari: associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’attività della Banca d’Italia e false dichiarazioni alla Consob, scrive “Il Corriere del Giorno" il 30 agosto 2017. Sotto inchiesta il presidente Marco Jacobini con i due figli Gianluca e Luigi. Anni di gestione irregolare, bilanci in perdita, prestiti anomali, aggravati dall’acquisizione di Tercas. E dietro le quinte una vicenda di maltrattamenti ed estorsione ai danni di un funzionario troppo ligio al suo dovere, “premiato” …con il licenziamento in tronco. ROMA –  Il top management della Banca Popolare di Bari che annovera 70mila soci con  3.500 dipendenti, rischia seriamente di finire sotto processo a seguito di nuova inchiesta della magistratura barese che riguarda anni di gestione irregolare, bilanci in perdita, prestiti “allegri”… ed un bilancio  appesantito dalle recenti acquisizioni della Tercas, (l’ex-Cassa di Risparmio di Teramo) con dietro le quinte una torbida storia di maltrattamenti ed estorsione ai danni di un funzionario ritenuto troppo solerte. E’ conseguenza dalla nuova indagine affidata dalla Procura ai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria e che è già arrivata a un primo passo non indifferente: per la prima volta il vertice del più grande istituto di credito pugliese è finito nel registro degli indagati e con accuse abbastanza serie. Indagati il presidente Marco Jacobini, i suoi due figli, Gianluca e Luigi Jacobini (rispettivamente condirettore generale e vicedirettore generale), l’ex direttore generale Vincenzo De Bustis, precedentemente amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena e della Deutsche Bank, il dirigente dell’ufficio rischi Antonio Zullo del il responsabile della linea contabilità e bilancio Elia Circelli. Con esclusione del solo De Bustis che è accusato soltanto di “maltrattamenti”, tutti gli altri sono indagati per “associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’attività della Banca d’Italia” e “false dichiarazioni nel prospetto informativo depositato alla Consob”. Nei confronti di Marco Jacobini e dei suoi due figli Gianluca (nella foto a lato) e Luigi anche i reati di “concorso in maltrattamenti” ed “estorsione”. La vicenda seguita dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, si colloca un arco temporale che va dal 2013 al 2016, quando sono state svelate tutte le irregolarità nascoste nei bilanci dell’istituto di credito da una gola profonda: un funzionario incaricato di mettere a posto i documenti delle pratiche presso l’ufficio rischi, il quale sarebbe stato troppo, ligio al dovere segnalando ai vertici della Banca tutte le irregolarità emerse durante la sua attività di verifica e controllo. Queste segnalazioni, che in buona parte erano relative alla fase dell’acquisizione di Tercas, non sarebbero state gradite dal vertice della Popolare di Bari, al punto che il ligio funzionario sarebbe stato “mobbizzato” e successivamente licenziato in tronco. Azione di forza questa che però non ha fermato il bancario ed ha sortito un effetto contrario e negativo. Infatti il funzionario si è presentato in Procura raccontando tutto quello che riteneva illecito, elencando con minuzia e nel dettaglio numeri e fatti, prima di intraprendere contro di loro un procedimento per mobbing. Lo scorso dicembre gli investigatori della Guardia di Finanza di Bari  che già stavano indagando da tempo  sulle attività anomali della più grande banca di Puglia,  hanno reperito nuovo riscontri documentali a delle ipotesi investigative di un’un’altra indagine già aperta coordinata dai pm Lydia Giorgio e Federico Perrone Capano, emerse durante l’analisi delle documentazioni sequestrate con l’ipotesi di reato (all’epoca dei fatti, a  carico di ignoti) per ostacolo alle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza . Nello stesso periodo in cui il funzionario svelata i retroscena delle operazioni creditizie della banca, i finanzieri hanno perquisito le tre sedi baresi, portando via documenti utili a ricostruire “il rilascio di linee di credito, in via diretta o indiretta, con l’acquisto di azioni”. La Procura ritiene in merito alla precedente inchiesta che il vertice della Popolare di Bari per agevolare alcuni grossi azionisti, gli ordini di vendita dei titoli sarebbero stati inseriti manualmente senza rispettare l’ordine cronologico e violando così il principio della parità di trattamento dei soci: operazione questa in danno dei piccoli azionisti. Una delle contestazioni riguarda la vendita, prima che venissero deprezzate, delle 430mila azioni della Banca Popolare di Bari contenute nel portafoglio della società barese Debar. Alla quale – secondo l’accusa ipotizzata degli investigatori – sarebbe stato reso possibile di poter vendere le azioni nell’asta interna del marzo 2016, cioè poco prima dell’assemblea dell’aprile successivo, quando le stesse azioni subirono un tracollo e deprezzamento del 20 per cento scendendo da 9,53 a 7,50 euro. Anche in questa inchiesta la Procura di Bari ipotizza il reato di ostacolo alle attività degli organi di vigilanza. Gli inquirenti stanno svolgendo accertamenti anche sulle modalità di acquisizione di Tercas, la ex Cassa di Teramo.  Nel dicembre 2016 la banca era stata oggetto di una perquisizione nell’ambito dell’inchiesta sul presunto ostacolo alle attività di Bankitalia. La Banca Popolare Bari avrebbe dovuto trasformarsi in spa se il Consiglio di Stato non avesse sospeso, appellandosi alla Consulta, la riforma che eliminava il principio “una testa un voto” negli istituti con oltre 8 miliardi di attivi. La 1semestrale dell’anno la Banca controllata dalla famiglia Jacobini, non è stata una bella semestrale, che ha visto il rallentamento la dinamica delle sofferenze lorde (-0,6% nei sei mesi), mentre si confermano consistenti i livelli di copertura: 61,7% per le sofferenze, 43% per i crediti deteriorati nel loro complesso. In relazione ai dati reddituali, il margine di intermediazione, pari a 202 milioni, si contrae del 7,9% rispetto alla semestrale 2016, a causa del persistere di un contesto di tassi bassi e conseguente riduzione del margine di interesse, e del calo dell’apporto dell’intermediazione sul portafoglio titoli, mentre beneficia di una significativa crescita delle commissioni nette (+9,9%) Il Gruppo sta completando una ulteriore operazione di cartolarizzazione di posizioni a sofferenza, per un importo di circa 350 milioni, per la quale, replicando la cessione del 2016, intende avvalersi della Garanzia dello Stato (GACS). Cioè alla fine paga sempre “pantalone”…

È stata altresì contabilizzata la svalutazione integrale della quota del Fondo Atlante investita nel salvataggio delle due banche venete per una cifra pari a 23,6 milioni di euro In funzione di quanto sopra, il risultato netto semestrale, inclusa la quota di pertinenza di terzi, evidenzia una perdita di 2,6 milioni (2,3 milioni al netto della quota dei terzi). Immediatamente la stampa barese, con in testa la Gazzetta del Mezzogiorno, di cui è bene ricordare la Banca Popolare di Bari detiene in pegno il 30% delle azioni, ha alzato le barricate difensive, sostenendo che “non può crollare: se ciò accadesse, i danni per l’economia regionale sarebbero incalcolabili”, e che la Popolare di Bari “regge da sola un pezzo importante dell’economia della città di Bari e della Puglia ed ha garantito prestiti a migliaia fra imprese e famiglie”.  L’istituto di credito barese con una nota con riferimento alla notizia sull’indagine in corso della magistratura barese coadiuvata dalla Guardia di Finanza si difende: “Le dichiarazioni rancorose di un dipendente licenziato per giusta causa è bene che siano oggetto di ogni approfondimento da parte della Procura, per consentire poi alla Banca Popolare di Bari di agire nei confronti dell’autore di tali inaccettabili propalazioni». “Sia chiaro per la Banca contano solo i fatti, gli atti, i numeri, la trasparenza delle procedure e, di conseguenza, la fiducia dei soci e dei clienti – prosegue la nota – E’ così fortemente auspicabile che gli accertamenti (a cui vi è ampia disponibilità a cooperare) siano rapidi, per sostituire al clamore mediatico, la certezza della correttezza dei comportamenti tenuti”. Qualcuno non ha spiegato qualcosa alla famiglia Jacobini, e cioè che quello che conta è il rispetto delle norme di Legge, che è uguale per tutti e quindi invocare la rapidità è sintomo di debolezza ed arroganza nello stesso tempo. Le indagini hanno per legge dei loro tempi, e la Guardia di Finanza deve poter lavorare serenamente, per tutelare gli azionisti ed il mercato. Che non sembrano molto entusiasti dell’operato della vertice della banca e delle loro decisioni ed iniziative. Sono molti piccoli azionisti che hanno aderito a un comitato di tutela gestito dalle associazioni dei consumatori dopo che la Banca lo scorso anno ha svalutato le azioni del 21% a 7,5 euro.

Popolare di Bari, anche in Puglia rischiamo il disastro-banche. Ieri le anticipazioni su un’indagine della Procura di Bari sui vertici della banca pugliese: le accuse riguardano presunte irregolarità nascoste nei bilanci ma anche vendite di azioni in cambio di finanziamenti. Come nel caso delle banche venete. Il rischio è che il valore delle azioni cali a picco, scrive Fabrizio Patti il 31 agosto 2017 su "L'Inkiesta". Bisognerà osservare molto da vicino gli sviluppi dell’inchiesta sulla Popolare di Bari. Potrebbe sgonfiarsi oppure trasformarsi in un vulcano, ossia in un’altra crisi bancaria dagli esiti imprevedibili. A rischiare di scottarsi sono prima di tutto gli azionisti, che già oggi non riescono a vendere i propri titoli al prezzo finora negoziabile. Andiamo pure con i piedi di piombo. Quello che è emerso di nuovo, riguardo alla Banca Popolare di Bari, è che c’è un salto di qualità nelle indagini della Procura di Bari. Come ha anticipato Repubblica, la procura non sta più solo indagando sulla svalutazione del 20% del valore delle azioni, decisa nel 2016 dall’istituto, e sull’ipotesi che solo alcuni azionisti “privilegiati” siano riuscite a venderle saltando ogni graduatoria. La novità è l’accusa verso i vertici della banca di associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’attività della Banca d’Italia e false dichiarazioni nel prospetto informativo consegnato alla Consob. L’indagine per associazione a delinquere parte dalle rivelazioni di una gola profonda, un funzionario che, ricostruisce Repubblica, doveva sistemare le carte nell’ufficio rischi e sarebbe stato mobbizzato e poi licenziato in tronco per aver riportato ai vertici le irregolarità emerse. Da qui la sua decisione di andare in Procura dove ha raccontato le presunte “irregolarità nascoste nei bilanci” portando “nomi, numeri e fatti”, prima di avviare un procedimento per mobbing. Al numero uno della banca Marco Jacobini e ai due figli Gianluca e Luigi sono contestati i reati di concorso in maltrattamenti ed estorsione. Per l’ex dg Vincenzo De Bustis l’accusa è di maltrattamenti. Subito è arrivata la replica secca della banca. «Le dichiarazioni rancorose di un dipendente licenziato per giusta causa è bene che siano oggetto di ogni approfondimento da parte della Procura, per consentire poi alla Banca Popolare di Bari di agire nei confronti dell’autore di tali inaccettabili propalazioni - dice una nota -. Sia chiaro: per la Banca contano solo i fatti, gli atti, i numeri, la trasparenza delle procedure e, di conseguenza, la fiducia dei Soci e dei clienti».

Ci sono state operazioni baciate? Tra le cose da chiarire ce ne sono almeno due. La prima: cosa si intenda per irregolarità nascoste nei bilanci. La seconda: se sia vera l’ipotesi che stanno seguendo i magistrati, cioè che ci siano state delle “operazioni baciate”, sul modello già tristemente conosciuto presso la Popolare di Vicenza e Veneto Banca. L’ipotesi della Procura è che i dirigenti della banca «procedono al rilascio di linee di credito, in via diretta o indiretta, con l’acquisto di azioni». Quando? Nella ricostruzione del giornale non è chiaro il momento, si fa riferimento a titoli emessi per gestire la liquidità necessaria per la trasformazione da cooperativa in Spa. Di sicuro l’istituto ha effettuato due aumenti di capitale nel novembre 2014 (azioni per 300 milioni e obbligazioni subordinate per 200 milioni circa) e nella primavera del 2015 (50 milioni). Lo scopo era digerire l’acquisizione della banca Tercas di Teramo e poi la più piccola Banca Popolare delle Province Calabre. Come ha sottolineato in un post su Linkerblog Fabio Bolognini, dall’acquisizione la banca barese è uscita con un’esplosione degli Npl e una riduzione della redditività. Questi due grafici rendono l’idea. Il salto di qualità delle indagini della Procura riguarda le presunte irregolarità nei bilanci. Sono state vendute azioni in cambio di crediti? E sono state iscritte correttamente nel bilancio? La risposta a queste domande è fondamentale per il futuro della banca. Secondo Andrea Cattapan, analista finanziario della società di consulenza Consultique, la domanda sull’esistenza operazioni baciate ha un’importanza fondamentale per il futuro della banca. Perché «se fosse vero la situazione sarebbe molto grave. È fondamentale appurare quanta quota ci sia di azioni “autofinanziate”, cioè di azioni sottoscritte da soci ma dove i soldi li dà la banca stessa. È chiaro che il patrimonio formato in questo modo non può essere solido, per questo tali azioni non possono formare il patrimonio di una banca. A Vicenza quando uscì fuori che il 30% del patrimonio era autofinanziato si capì che era la fine della banca».

Azioni, il prezzo è fuori mercato. Le azioni della Popolare di Bari sono già state al centro di un’indagine della Procura di Bari. Non è essendo la banca quotata, il valore delle azioni non oscilla sulla base della domanda e dell’offerta come avviene in Borsa. Nel 2016, a seguito di due perizie esterne di Deloitte e studio Laghi, il prezzo fu abbassato da 9,53 a 7,50 euro. L’occasione fu la registrazione delle perdite del 2015 (297 milioni di euro). Solo alcuni azionisti riuscirono a vendere le azioni a 9,53 euro e la Procura sta indagando per capire se sia stata data precedenza ad alcuni azionisti privilegiati, invece che rispettare il criterio cronologico. Ci sono state proteste dei piccoli azionisti proprio su questo aspetto, richieste di danni e la costituzione di un Comitato per la tutela degli azionisti della Banca Popolare di Bari. Gli avvocati dei consumatori chiesero in particolare il risarcimento del danno di tutti gli azionisti che sarebbero stati scavalcati dalla famiglia di imprenditori edili De Bartolomeo. È un dejavù, uno dei tanti, rispetto a quel che accadde a Vicenza e a Montebelluna. C’è però un problema ulteriore. Con lo scopo di creare un meccanismo simile a quello di mercato, le azioni della Popolare di Bari sono state rese scambiabili sulla piattaforma Hi-Mtf, noto anche come “borsino telematico”. Il risultato però è stato deludente. Le azioni vendute sono state pochissime, perché l’oscillazione massima consentita era ridotta. A oggi, nota Cattapan, «a un valore di 6,90 euro ci sono 6 milioni di azioni offerte e domanda per sole 100 azioni». Di fatto, nessuno compra (qui il link alla contrattazione della Popolare di Bari su Hi-Mtf). Perché? Perché il rapporto tra la capitalizzazione (prezzo per numero di azioni) e il patrimonio (valore di libro tangibile) è troppo alto. «Per la Popolare di Bari attualmente il rapporto è di circa 1, per le altre banche quotate è di 0,5-0,6 - nota Cattapan -. Perché il rapporto di 1 fosse accettabile, dovremmo avere un bilancio molto più integro, mentre la situazione degli Npl di Popolare di Bari rimane grave; oppure dovrebbe avere una redditività molto maggiore, con a un Roe pari a quello ante-crisi, del 5 o 10%, mentre oggi le banche lo hanno mediamente attorno all’1 per cento. Per Popolare di Bari è di 0,5%». L’utile di bilancio del 2016, pari a 4,5 milioni, ha evitato valutazioni peggiori, ma per Cattapan il “fair value” delle azioni della Bari è del «40% in meno rispetto ai valori attuali». Tutto questo vale tenendo conto dei numeri approvati, gli unici su cui si possono fare ragionamenti precisi. E se eventualmente gli accertamenti della magistratura dovessero imporre di pesare diversamente le azioni autofinanziate? Siamo nel campo delle ipotesi, ma secondo Cattapan lo scenario sarebbe gravissimo. «Le azioni diventerebbero illiquide, come successe per le banche venete. In altre parole, non si troverebbe nessuno disposto a comprarle. Non ci sarebbe neanche più un prezzo». La conclusione? «Sono abbastanza pessimista. I ministri hanno detto che la crisi delle banche venete sarebbe stata l’ultima a essere risolta. Io non credo, questo è un possibile altro caso. Sono pessimista soprattutto per gli azionisti, perché abbiamo visto che le banche in un modo o nell’altro le salvano, mentre il valore per gli azionisti va in fumo». «Sono abbastanza pessimista. I ministri hanno detto che la crisi delle banche venete sarebbe stata l’ultima a essere risolta. Io non credo, questo è un possibile altro caso. Sono pessimista soprattutto per gli azionisti, perché abbiamo visto che le banche in un modo o nell’altro le salvano, mentre il valore per gli azionisti va in fumo».

Il parallelismo con le banche venete. Dobbiamo concludere che la situazione della Popolare di Bari sia simile a quella delle venete? A guardare i numeri approvati no, continua l’analista, perché il rapporto tra i crediti deteriorati netti e il patrimonio netto è 1,4, un valore molto alto ma lontano da quello stratosferico di 3 delle banche venete. Anche il grado di copertura delle sofferenze è maggiore rispetto ai casi veneti ed è stato alzato. E la banca ha fatto dei passi, di cui c’è traccia nel bilancio 2016 e nella semestrale gennaio-giugno 2017, sul contenimento dei costi (soprattutto di personale, con 500 esuberi volontari annunciati) e sull’aumento dei ricavi da commissioni. Sebbene i numeri siano diversi, i parallelismi tra la banca pugliese e quelle venete sono diversi. Li ricordava un anno fa Bolognini: «una crescita fatta da una lunga serie di acquisizioni di altre banche, le ultime particolarmente controverse. La lunghissima gestione padronale della banca da parte di una famiglia. Una serie di aumenti di capitale e prestiti obbligazionari collocati presso la clientela. Il fastidio e il ritardo nel trasformarsi in spa per obbedire al decreto sulle banche popolari e da ultimo la svalutazione improvvisa del 20% del valore delle azioni - non quotate in Borsa - con il malumore di alcuni dei 70.000 azionisti che da mesi o forse più di un anno non riescono più a vendere quelle azioni nel mercatino gestito dalla banca stessa». Ora bisognerà vedere se un altro parallelo sia il ricorso ad operazioni baciate.

Le autorità di vigilanza. Uno scandalo alla Banca Popolare di Bari porrebbe anche domande sul ruolo svolto dalla vigilanza di Banca d’Italia, dopo le critiche arrivata per la gestione della crisi delle banche venete e in particolare di Banca Popolare di Vicenza. Un articolo di Vittorio Malagutti su L’Espresso nel novembre 2016 ha dato conto di un’ispezione di Bankitalia avvenuta in tre riprese nel 2013 presso la Popolare di Bari. Furono segnalate diverse criticità e in particolare che alcuni prestiti importanti sarebbero stati erogati senza verifiche adeguate sulla solidità del cliente, nel gergo bancario «eccessiva correntezza». Nell’ottobre 2013, scrive Malagutti, «poche settimane dopo quella severa reprimenda, proprio da Bankitalia era arrivato a Bari l’invito a farsi carico di Tercas, la vecchia Cassa di Teramo». Il ruolo di Bankitalia in questi casi non ha mai il bollino dell’ufficialità ed è difficilmente dimostrabile: un’indagine sulla cessione della Banca Popolare di Spoleto al Banco di Desio vide l’archiviazione per il governatore Ignazio Visco dell’accusa di abuso d’ufficio. Di «persone che un anno fa suggerivano a Banca Etruria un’operazione di aggregazione con la Popolare di Vicenza» parlò, squarciando un velo di silenzio, la stessa Maria Elena Boschi, allora ministro delle Riforme. In ogni caso l’acquisizione di Tercas da parte della Popolare di Bari non è dispiaciuta in via Nazionale. La stessa acquisizione è stata accompagnata, ricorda il professor Luca Erzegovesi, Università di Trento, da un combinato disposto di strumenti di sistema, per salvare Tercas e allo stesso tempo mantenere in sicurezza la Popolare di Bari. Tra le misure (a parte gli aumenti di capitale) c’è il fatto che metà dei sodi dell’acquisizione siano arrivati dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (ci fu prima una bocciatura da parte della Commissione europea, che però avallo la costituzione di uno schema volontario di intervento, separato rispetto a quello obbligatorio posto a tutela dei depositi). Ci fu anche il primo caso in Italia di ricorso alla Gacs, la garanzia pubblica sulla tranche senior, che permette di alzare il prezzo di vendita medio delle sofferenze e quindi di limitare i buchi di bilancio per la svalutazione delle stesse sofferenze (che in genere sono inserite a un valore molto superiore a quello effettivo di vendita). Nel caso di Bari, la titolarità della tranche senior è rimasta nel portafoglio della stessa Popolare di Bari; il che significa che gli Npl così cartolarizzati sono stati lasciati nell’attivo di bilancio. Lo Stato in caso di perdite che dovessero superare il valore delle tranche junior e mezzanine si troverebbe a pagare, in forza della sua garanzia (che comunque non è gratuita). Altre domande riguardano il tema della trasparenza in caso degli aumenti di capitale e in particolare l’efficacia dei prospetti informativi approvati dalla Consob. Che il valore delle azioni non fosse in linea con quello di mercato non era un mistero e si poteva leggere chiaramente anche sui documenti relativi agli aumenti di capitale, nota Erzegovesi. Se si prende il prospetto Consob per l’aumento di capitale del novembre 2014, alla voce “Rischi connessi alle condizioni economiche delle Offerte”, si legge in effetti una frase significativa, circa la determinazione del prezzo di offerta delle azioni (8,95 euro, con uno sconto del 6% rispetto al prezzo di emissione di 9,53 euro): «L’Emittente non si è avvalso del supporto di esperti indipendenti (non è stata rilasciata alcuna fairness opinion)». Non solo: «Si segnala che i moltiplicatori “Price/Earnings” e “Price/Book Value” riferiti all’Emittente e calcolati sulla base del citato Prezzo di Offerta evidenziano un disallineamento rispetto ai multipli di mercato di un campione di banche popolari le cui azioni sono quotate in mercati regolamentati». Frase che si trova a pagina 3 sulle 411 del documento, ma che bisogna capire quanti dei 70mila soci della banca abbiano interpretato come un campanello di allarme da ascoltare attentamente.

Lo strascico politico. L’ultimo punto interrogativo che sollevano le anticipazioni di Repubblica sono i rapporti con la politica. «In quel momento - documentano le intercettazioni telefoniche - la banca si muove ad alti livelli anche con la politica, cercando di fare pressioni sul governo attraverso agganci locali e nazionali», si legge. Della Popolare di Bari parlò lo stesso Matteo Renzi in un attacco a Massimo D’Alema durante una Direzione Pd dello scorso febbraio. «Non vedo l’ora che parta questa commissione d’inchiesta sulle banche - disse l’ex premier -. Per mesi è sembrato che il problema fosse solo di due-tre banchette toscane. Ma quanto sarà affascinante e appassionante poter discutere delle banche pugliesi, della Banca Popolare di Bari, della 121». Materiale per discussioni di certo ora non manca.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto. 
21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

IL BARI E LA BARESITA'.

Arrestato Giancaspro ex-presidente del Bari Calcio, scrive il 27 settembre 2018 "Il Corriere del Giorno". Avrebbe sottratto beni alla società Finpoweer per un valore di 3,4 milioni di euro. La Guardia di Finanza di Bari ha posto agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta Antonio Giancaspro, l’ex patron del Bari Calcio accusato del crac della Finpoweer srl, società della quale – secondo l’accusa della Procura di Bari – era amministratore di fatto. Le contestazioni risalgono al periodo compreso fra maggio 2013 e gennaio 2018, data del fallimento. Giancaspro, in concorso con il legale rappresentante della Finpoweer Giovanni Ferrara, imprenditore campano indagato a piede libero, avrebbe fatto sparire dalle casse societarie 3,4 milioni di euro. Il denaro proveniente dal crac sarebbe poi finito nella società Kreare Impresa che a sua volta controllava e possedeva il 70% della Finpoweer, di proprietà di Giancaspro. Indagato a piede libero per bancarotta, anche il liquidatore di Finpoweer, il terlizzese Francesco Pio Izzo, per avere agito in concorso con Giancaspro. I due, prima del fallimento della società, avrebbero prima svenduto parte delle quote (3 milioni rispetto al prezzo di mercato di 10 milioni), e successivamente avrebbero svenduto a Kreare Impresa tutte le quote della FTV srl, un’altra società controllata dalla Finpoweer. Cosmo Giancaspro e alcuni funzionari della Banca Popolare di Bari  sono  indagati da tempo anche in un’altra inchiesta della magistratura barese, relativa alla gestione del Bari Calcio, per aver escogitato uno “stratagemma” che aveva il fine di evitare una penalità della FIGC alla squadra barese retrocessa d’ufficio in serie D. Nell’aprile scorso Giancaspro riuscì “con la complicità di funzionari della BPB“,  a far risultare il pagamento dei contributi previdenziali dei giocatori circa 20 giorni prima dell’effettivo versamento, “per evitare di subire le penalità da parte della FIGC“. L’operazione venne realmente effettuata il 6 aprile, ma sui documenti prodotti alla FIGC riportava la data del 15 marzo, facendo risultare come spiega il Gip Francesco Mattiace che “il ritardo era dovuto a non meglio chiariti disguidi addebitabili all’istituto di credito. Ma tutto ciò non sortì effetto sperato al punto tale che l’organo di disciplina sportiva della Federcalcio comminò una penalità alla squadra”. La società ha poi continuato ad accumulare debiti fino alla richiesta di fallimento avanzata dalla Procura. Uno dei particolari di rilievo contenuti all’ordinanza d’arresto spiega le ragioni per cui il Gip Mattiace ha disposto le esigenze cautelari, che si fondano sul pericolo di reiterazione del reato in quanto Giancaspro “opera ancora nel settore imprenditoriale” e, in particolare, per il suo “ruolo di azionista totalitario e amministratore della FC Bari spa”. Il gip del Tribunale di Bari nella sua ordinanza ricostruisce la circostanza nel marzo scorso, in prossimità del pagamento degli F24 della società sportiva, aspettava che arrivasse nelle casse nella società Kreare Impresa una somma di circa 3 milioni di euro “da un non meglio individuato ‘Fondo Libanese‘”. Dopodichè avrebbe cercato “l’ausilio dell’avvocato Giancarlo Lamma” membro del Cda della FC Bari 1908, di creare una società con sede a Londra con conto corrente in una banca a Francoforte per riuscire a far poi transitare il denaro “in pochissimo tempo (un giorno) nelle casse della FC Bari”». Operazione questa della quale Giancaspro avrebbe parlato anche ad un funzionario della Banca Popolare di Bari. Negli atti dell’indagine che ha portato oggi all’arresto di Giancaspro infatti si fa riferimento anche a queste “ulteriori condotte delittuose” relative alle scadenze previdenziali dei calciatori biancorossi. In questa inchiesta, coordinata dal pm Larissa Catella, Giancaspro e i funzionari di banca sono accusati anche di ostacolo all’Autorità di vigilanza. Giancaspro avrebbe portato sull’orlo del fallimento anche la Helios srl, un’altra società riconducibile alla sua Kreare Impresa, che gestiva la “Casa Protetta Ancelle del Santuario” una casa di cura per anziani, accreditata presso il Servizio Sanitario Nazionale, che versa in in stato di crisi ed attualmente in fase di richiesta di concordato preventivo fallimentare. Secondo le certosine ed approfondite indagini della Guardia di Finanza guidata dal comandante provinciale di Bari Gen. Nicola Altiero non avrebbe presentato i bilanci della società per sei anni, esattamente come aveva fatto per la Finpower, Giancaspro. L’ultimo bilancio infatti risulta presentato nel 2012 quando la società risultava già in perdita.  Nel momento in cui i creditori hanno iniziato a pignorarne i conti correnti, Giancaspro l’anno scorso avrebbe pilotato la cessione di un ramo d’azienda ad una cooperativa controllata da suoi prestanome e così facendo “dirottato altrove gli incassi”, in particolare le rette dei pazienti, per evitare che confluissero presso i conti correnti sottoposti a pignoramento.

Bari calcio, pm acquisisce gli atti sul fallimento Matarrese: ipotesi bancarotta fraudolenta. La documentazione acquisita sulla base dell'inchiesta sulla vecchia gestione dell'as Bari: stando alla sentenza di fallimento la società aveva accumulato debiti per circa 31 milioni di euro, tra tasse, fornitori e stipendi, scrive l'11 settembre 2018 "La Repubblica". Documentazione relativa alla vecchia gestione della società as Bari calcio, quella della famiglia Matarrese, è stata acquisita nello stadio San Nicola. A quanto si è appreso, si tratta di una indagine avviata cinque anni fa, dopo la dichiarazione di fallimento della società (il titolo fu poi messo all'asta e acquistato da Gianluca Paparesta). Il fascicolo d'inchiesta, in cui si ipotizza il reato di bancarotta fraudolenta, è coordinato dalla pm di Bari Bruna Manganelli. Il magistrato ha disposto l'acquisizione di documentazione utile a definire il quadro debitorio dell'epoca. Durante l'acquisizione degli atti allo stadio erano arrivati i consiglieri comunali Irma Melini (Gruppo Misto) e Sabino Mangano(M5S), ai quali è stato negato l'accesso e che hanno denunciato l'accaduto chiedendo spiegazioni al Comune di Bari, proprietario dell'immobile. Allo stadio si sono recati un consulente della Procura e il curatore fallimentare, accompagnati dalla guardia di finanza. Stando alla sentenza di fallimento del marzo 2014, la società di calcio barese sorta nel 1928 e dal 1977 nelle mani della famiglia Matarrese, avrebbe accumulato negli ultimi anni debiti per circa 31 milioni di euro, tra tasse, fornitori e stipendi. Con la dichiarazione di fallimento il titolo fu messo all'asta. Dopo una breve gestione Paparesta, la nuova società sportiva passò nelle mani di Cosmo Giancaspro (anche lui adesso al centro di indagini penali, con la società in procedura di concordato), e ora il Bari è stato acquistato dall'imprenditore campano Aurelio De Laurentis.

Illusioni, bluff e cavalieri bianchi: in 18 anni traditi i sogni dei baresi. Negli ultimi 4 anni annunci trionfali di miliardari oltre Oceano che non hanno messo un soldo e hanno illuso una città innamorata della sua squadra, scrive Nicola Pepe l'11 Luglio 2018 su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Dal tentativo, agli inizi del 2000, di mettere insieme una cordata di imprenditori, alle illusioni o bluff di Cavalieri bianchi arrivati da ogni parte del mondo negli ultimi 4 anni. La favola del Bari può essere, purtroppo, riassunta così ed è fotografata nei volti di coloro che hanno illuso (o deluso) una comunità colpevole di essere affezionata ai colori biancorossi, una città innamorata della sua squadra. Ciò che fa più male è rivivere alcuni momenti di gioia: cori, caloroso accoglienza, ospitalità e soggiorni pagati da magnati o pseudo tali. Ma la storia del Bari è lastricata non solo da personaggi che hanno approfittato del brand della squadra per un proprio (legittimi oppure no) tornaconto: la storia è fatta anche di occasioni perse e sogni traditi. Ecco una beve ricostruzione degli ultimi 18 anni.

LA CORDATA DI IMPRENDITORI BARESI - I tentativi di acquisto del Bari risalgono addirittura al 2000: fu Vincenzo Divella a farsi promotore di una cordata di imprenditori locali pronta ad aprire un dialogo con la famiglia Matarrese (era in vita Vincenzo Matarrese, il «Presidente», morto nel giugno 2016) ma il discorso si interruppe immediatamente di fronte all’esosa richiesta dell’ex proprietà. Sei anni dopo toccò all’imprenditore lombardo Gianmario Cazzaniga lanciarsi verso la scalata, senza, però, raggiungere risultati apprezzabili.

DAI RUSSI, AI MONEGASCHI AL REAL MADRID - Dal 2007 al 2009, si intensifica la schiera dei potenziali acquirenti. Suggestivo l’interesse di imprenditori russi che incontrarono in segreto l’ex sindaco Michele Emiliano, ma una vera breccia non si aprì. Ad ottobre dello stesso anno, ecco il trio cosiddetto «monegasco» composto da Claude Cohen, Paolo Stancarone e Marco Vedeo che, però, formulò un’offerta piuttosto flebile. Nel 2008 esce allo scoperto persino Lorenzo Sanz, ex presidente del Real Madrid: nulla da fare, anche stavolta.

TIM BARTON, L'AMERICANO LOW COST - Nell’estate del 2009, con la squadra appena promossa in serie A, si consuma il flop forse più famoso della storia: l’imprenditore americano Tim Barton, acclamato al suo arrivo in aeroporto (con un volo low cost) da migliaia di tifosi, si spinge addirittura fino alla firma di un contratto preliminare d’acquisto del 100% del club, salvo poi dissolversi nel nulla. Poco dopo, emerge pure la Meleam con un’offerta formalizzata subito rispedita al mittente.

LE METEORE DELLA RETROCESSIONE - Con la retrocessione in B del 2011, spuntano una serie di «meteore» che non lasceranno tracce evidenti del loro passaggio: dall’immobiliarista Vittorio Casale, alla Real Florida Tv, dal manager milanese Alessandro Proto ad una nuova offensiva della Meleam, fino alle ambizioni di Fabio Montecalvo (presidente di alcune società di comunicazione nel mondo sportivo) che voleva creare un contatto con imprenditori arabi.

IL TENTATIVO DI MONTEMURRO - Nell’estate del 2013, per oltre due mesi Paolo Montemurro (attuale presidente dell’Andria) cercò di acquistare la società, ma la situazione debitoria era già tale da pregiudicare il buon esito dell’affare. Non a caso, nel marzo 2014 il club subì il fallimento.

L'ARRIVO DI PAPARESTA (E INFRONT) - Lo stesso Gianluca Paparesta ha intrattenuto molteplici dialoghi per coinvolgere nuovi investitori nella nuova società che l’ex arbitro internazionale rilevò all’asta del 20 maggio 2014, grazie ai capitali derivanti dalla vendita dei diritti audiovisivi e d’archivio alle società Infront e Mp & Silva. L’ipotesi più intrigante conduceva ai fratelli Boris ed Arkady Rotenberg, magnati russi, già proprietari della Dinamo Mosca: un’eventualità stoppata, tra le varie motivazioni, pure dai provvedimenti assunti in seguito alle tensioni internazionali in Crimea.

L'INTERESSE DEL CINESE ZHENG - Il magnate cinese Zheng, con il suo gruppo Winston, manifesta l'interesse ad acquisire il 100% del Bari calcio formulando anche una offerta. TRa società calcistica e potenziale acquirente le trattative si trascinano, alla fine non approdano a nulla.

LA SCALATA DEL MOLFETTESE GIANCASPRO - Dal 5% delle quote di Romeo Paparesta, l'imprenditore molfettese Cosmo (Mino) Giancaspro entra timidamente della società di cui ne acquisirà il completo controllo dopo il fallimento del progetto di Paparesta di portare un nuovo acquirente (straniero), relegando l'ex arbitro a una quota pari allo 0,66%. Con Giancaspro si apre una vera e propria guerra a colpi di ricorsi e carte bollate.

L'ORSETTO DELLA MALESIA, NOORDIN - L’ultimo capitolo è Ahmad Noordin: l’imprenditore malese che sembrava dover ratificare il suo ingresso nel Bari a tempo di record. Il «tycoon» che aveva regalato la vertigine di approdare in Champions League entro cinque anni. Promesse che ormai da due mesi non hanno avuto un seguito, lasciando in una piazza già lacerata dalla perenne precarietà, l’ennesima sensazione di sentirsi incompiuta.

Da Masiello a Giancaspro: i 7 anni di crisi e nefandezze del Bari, scrive il 17 luglio 2018 Domenico Brandonisio su Bari nel Pallone. Tanto tuonò che piovve. E fallimento fu, quasi al termine di quello che sarà ricordato come il decennio più buio della storia del Bari. Nulla, però, nasce per caso: la cronistoria degli eventi susseguitisi dal 2011 al 16 luglio 2018 ha probabilmente seguito il corso naturale degli eventi. Tempi e modi per correggere la rotta ci sono stati, ma nessuno vi ha posto (voluto o potuto porre) rimedio. Viene quasi da pensare che in fondo è giusto così. Ed è per questo che urge un esame di coscienza collettivo.

L’INIZIO DELL’INCUBO –Riavvolgiamo il nastro dal campionato di Serie A 2010/11. Il Bari è la squadra che pratica il miglior calcio d’Italia e le prime 5 giornate fanno pensare in grande. Via Perinetti, c’è Angelozzi. Sembra ci siano i presupposti per ripetere la strepitosa precedente annata e Ventura (si, proprio l’ex ct della nazionale) continua ad essere considerato un maestro di calcio. Una qualifica che viene smarrita (verrà ritrovata altrove) in un caldo pomeriggio al Ferraris contro il Genoa: succede di tutto, il Bari alla fine perde 2-1. Unica gioia successiva il derby vinto al ‘Via del Mare’ contro il Lecce alla penultima d’andata. Le voci ed i sospetti si rincorrono e proprio i salentini nella sfida di ritorno si ‘garantiscono’ la salvezza sul campo. E quelli che prima erano idoli tirano indietro la gamba, s’infortunano, salutano in lacrime i tifosi in conferenza o, come molti altri, si coprono volto e dignità di vergogna. Uno di loro, Andrea Masiello, era tra i più acclamati della folla. Sarà in seguito il più odiato. Vengono meno unità e compattezza, tutto si sfascia.

STAGNAZIONE – Il Bari, appena retrocesso in B, scopre pian piano i suoi mali. I tifosi sono increduli. Nel frattempo si disimpegna Vincenzo Matarrese dalla carica di presidente (in sella dal 1983, non vi ritornerà più) ed il ds Angelozzi è costretto a fare gli straordinari per mettere su una squadra: già, solo questo. Competitiva o no è un dettaglio, viste le ristrettezze economiche. Torrente si salva per due anni di fila ed è più forte di tutto: penalizzazioni, voci di corridoio e crisi di risultati. Prova a farsi luce un certo Ciccio Caputo, mai del tutto amato e compreso dalla tifoseria. Subirà anche lui una squalifica per calcioscommesse, ma ci torniamo dopo. Si cerca in qualche modo di cedere il club e si punta forte sul duo Montemurro-Rapullino: sembra possibile, sembra fatta. I due entrano nel cuore dei tifosi. La piazza non vede l’ora di ‘sbarazzarsi’ dei Kennedy di Puglia, la tensione è altissima. Dopo 18 trattative fallite a partire dal 2001 la svolta sembra vicina, ma i Matarrese, alla fine, restano. E replicano: “Abbiamo 36 anni di storia, venderemo tutto quello che c’è da vendere”. Ed i debiti, intanto, ammontano a 50 milioni di euro…

IL FALLIMENTO (DEI MATARRESE) – Stagione 2013/14: per la prima volta non viene indetta una campagna abbonamenti, l’aria diventa irrespirabile. Entra nel club Gianluca Paparesta, nella speranza di attrarre qualche imprenditore dall’alto delle sue conoscenze internazionali. La squadra arranca e rischia perennemente la zona playout. Al termine di una sfida persa contro lo Spezia si registra lo strappo con Angelozzi: il ds parla di salvezza, l’ex arbitro di obiettivo playoff. E viene preso per folle. Meno, invece, quando invoca il fallimento pilotato: libri in tribunale e possibilità di salvare la categoria meritata sul campo in caso di acquisizione del club. Il fatidico giorno arriva. Il 7 marzo i Matarrese consegnano i libri in tribunale e pongono fine ad una presidenza in sella dal 1977. Nel frattempo la squadra fa a meno per tutto il campionato di Ciccio Caputo.

LA GRANDE ILLUSIONE – Con i Matarrese fuori dai giochi la città riscopre la sua squadra: 10, 20, 40, 50.000 persone al ‘San Nicola’. Col Modena, in una delle prime giornate di campionato, se ne contavano appena 936. La gente crede e spera in un grande futuro. Si innamora di Paparesta, dei turchi, degli indiani, dei russi. Vive nel terrore dopo le prime due aste andate a vuoto, si tranquillizza alla terza. Il club lo rileva proprio Paparesta: è il 20 maggio 2014, il tutto avviene dopo un’asta perfezionata a suon di rilanci. Sul campo il club risale la china e vede perdere la Serie A al termine di uno sfortunato doppio confronto col Latina. In molti ritengono che quella eliminazione abbia cambiato i connotati al futuro dei biancorossi. Non c’è una controprova, ma da quel momento i dubbi sul nuovo corso aumentano col passare dei mesi. Restano al timone il figlio Gianluca e papà Romeo, non ci sono ingressi di magnati e qualcuno inizia a perdere sogni di grandeur. Si chiacchiera con insistenza del sostegno tacito di Lotito, presidente della Lazio: secche le smentite. Ci saranno anche inchieste giudiziarie, esse si concluderanno con un nulla di fatto. Male la squadra al primo anno con Mangia e Nicola, meglio col tecnico piemontese nella prima metà del secondo anno: eppure, al termine del girone d’andata, l’ex Livorno viene esonerato. Fatali tre sconfitte consecutive nonostante il terzo posto, siderali le distanze da Cagliari e Crotone. Due i ds del biennio: Antonelli ed il rumeno Zamfir, che non sembra avere una grande padronanza dell’italiano. Con Camplone le cose non cambiano di molto: è quinto posto finale, ma la A sfugge al termine di un confronto al cardiopalmo: 3-4 col Novara in casa e nonostante l’esultanza di Paparesta sotto la Curva Nord. Ma il peggio arriva a fine partita e nelle settimane dopo. Perchè il fantomatico magnate Datò Noordin Ahmed – presentato in pompa magna ad aprile 2016 come futuro presidente – si tira indietro all’ultimo istante. Bonifici promessi che non arrivano mai nonostante le promesse da Champions League. Ci avevano creduto tutti alla bontà dell’operazione, almeno in un primo momento. Il Bari sembra ad un passo dal fallimento dopo appena due anni di gestione. Ma a salvarlo provvisoriamente dal baratro è Cosmo Antonio Giancaspro: a dicembre era entrato in società col 5% delle quote ed aveva messo mano al portafoglio per curare la parte economica del club. Il 22 giugno 2016 ribalta le carte in tavola diventando amministratore unico. E Caputo? Lontano da Bari – dove era offeso e fischiato – si riscopre un bomber come mai in precedenza…

L’AGONIA – Il peggio, inizialmente, sembra alle spalle. Ma l’eredità della precedente gestione rende la strada in salita: tanti già da allora i debiti accumulati. Nonostante rivoluzioni, tagli e ridimensionamenti vari Giancaspro a conti fatti Giancaspro non riesce a ridurre la massa debitoria. Eppure, nonostante ciò, l’imprenditore di Molfetta punta anch’egli al piatto forte: la Serie A. Spuntano anche in questo caso indagini giudiziarie, aumentano i contenziosi. Ma lui va avanti e vuole regalare alla città un grande stadio ed un piano industriale (ancora ignoto). Sceglie Stellone e Sogliano, al primo anno non gli dice affatto bene: arriva Colantuono. Tutto sembra procedere bene, ma un’inopinata sconfitta a Trapani (4-0, i siciliani retrocederanno poi in C) rovina tutto. La piazza risponde bene in termini di affluenza, ma a fine anno è delusa e chiede a gran voce le dimissioni di Sogliano. Che non arrivano. Quello che invece cambia è il mister. Scelto Grosso: campione del mondo, faccia da bravo ragazzo. Dopo 3 sconfitte nelle prime 4 giornate la squadra ingrana poco a poco e, al termine del derby interno vinto contro il Foggia, ottiene la testa della classifica del campionato di Serie B. Una gioia che non dura molto, ma la squadra rimane li e se la gioca. A gennaio Anderson sembra ad un passo dalla cessione (misteriosamente in tribuna contro l’Empoli), alla fine rimane dov’è. Idem Galano. Tutto poi scorre fino al mese di aprile, tra alti e bassi. Prima che succeda l’irreparabile…

LA FINE – Siamo ad aprile: voci incontrollate vogliono un Bari incapace di aver onorato per tempo i pagamenti di stipendi e contributi. I debiti accumulati in soli 4 anni di FC Bari 1908 sono 18 milioni. “Fake news” sentenzia Giancaspro in un primo momento: ma la penalizzazione arriva e, nonostante il sesto posto finale con 67 punti, i galletti giocano i playoff fuori casa contro il Cittadella: i veneti avevano fatto ricorso basandosi sulla regolarità del campionato ed avevano avuto la meglio. Il Bari non va oltre il 2-2: si fosse giocato in Puglia, sarebbe stata semifinale. Succede il putiferio: risse, spintoni, tutti contro tutti, Basha contro Giancaspro. “Qualcuno ci aveva detto che era tutto a posto”, tuonava. E tuonava contro quella stessa persona che sosteneva “di avere un piano B senza Serie A”. Ed in realtà non disponeva della cifra necessaria neppure per ricapitalizzare. Il resto della storia è nota ed è un insieme di trattative, disperate corse contro il tempo e di CdA senza esito alcuno, irritazioni e mancate risposte. Chiede di “meritare rispetto” e non lo dà. Nemmeno a quei papabili compratori pronti ad accollarsi i debiti. Prova a cercare una soluzione, a salvare il salvabile. Ma ha una piazza contro, perde progressivamente quel minimo di credibilità di cui disponeva. Viene lasciato solo anche dai suoi più stretti collaboratori: sa tanto di Ceausescu. Fino al rifugio finale in Roma, città eterna. Eterna come la sofferenza di un popolo che dopo oltre sessant’anni riscoprirà l’amarezza di ripartire dai campi di terra battuta e nella speranza di tornare grande.

Fallimento FC Bari, avete spennato il galletto: andate tutti al diavolo, scrive Antonio Loconte il 16 Luglio 2018 su "Il Quotidiano Italiano". Non sono un tifoso del Bari, nel senso ultras del termine, ma ho a cuore i colori della città. La farsa a cui abbiamo assistito mi ha disorientato, anche più della possibile ripartenza da zero, qualunque sia la nuova società. Non è il primo caso e non sarà certo l’ultimo. Ve lo avevamo detto. Sì, ma sarebbe troppo banale. La colpa è soprattutto di Giancaspro. Vero, ma è riduttivo. Vi siete fatti anestetizzare. Evidente, ma neppure questa tesi spiega come il Bari sia fallito molto tempo fa, non oggi. Il lutto non è stato ancora metabolizzato, è ancora il tempo di provare a capire cosa sia potuto succedere. Un paio d’anni fa, quasi contemporaneamente all’idolatrato arrivo di Giancaspro, abbiamo iniziato a mettere tutti in guardia: il suo impero sembrava di cartone. Lo abbiamo fatto subendo le peggiori maldicenze. Neppure con Paparesta siamo stati clementi, tanto per frenare i commenti dei buontemponi. Nessuno, nemmeno i Sindaci e i componenti del Cda si è mai degnato di spiegare i mancati pagamenti a fornitori, calciatori e dipendenti. Non hanno spiegato nemmeno come fosse possibile che una squadra senza quattrini potesse sottoscrivere più di 30 contratti di un certo peso. Se ne sono scappati tutti quando ormai la barca stava affondando. Se l’è svignata ancora una volta l’avvocato Francesco Biga, l’eminenza grigia della storia biancorossa, da Matarrese ai giorni nostri. Dove stavano quando intervistavamo creditori speranzosi di vedere pagati servizi, materiali e prestazioni? Nessuno ha mai acceso i riflettori sulla gestione familiare dell’imprenditore di Molfetta, seppure non abbia personalmente ancora capito in cosa Giancaspro imprenda. Non da febbraio o marzo scorso, ma due anni fa. Qualche risposta potrebbe arrivare dai magistrati. In questa storiaccia il condizionale è d’obbligo sempre. Quarantasei decreti ingiuntivi, 17 milioni di euro di debiti. Neppure il Sindaco, spesso tardivo nei suoi interventi e neppure uno solo degli amministratori pubblici ha sentito mai il bisogno di chiedere conto. Invettive inutili quando ormai era troppo tardi. Si sono concesse proroghe, deroghe, persino stesi tappeti rossi per il progetto di uno stadio copiato e incollato in malo modo. Nell’incubo, non solo sportivo, i voltagabbana hanno dato il meglio di sé. Su certa parte della tifoseria organizzata e alcuni colleghi giornalisti, sempre e comunque proni, evito di scrivere, potrei non riuscire a controllarmi. Le fake news non erano quelle che abbiamo raccontato noi. Giancaspro l’ha fatta a tutti, come detto da Roberto Maffei nelle uniche trasmissioni sportive che contano a Bari: gli allocchi si sono trovati a dover contestare l’unico chirurgo che avrebbe potuto salvare nostra madre e che, invece, l’ha ammazzata. Bugiardo, questo è stato Giancaspro. Ha mentito ed è scappato. Tempi e modi della pantomima sono stati vomitevoli, mentre in tanti si affannavano nelle richieste di sempre: “Nessuna pressione”, “Lasciamoli lavorare”, “Va tutto bene”, ” I soldi ci sono” e poi via libera anche ai selfie sorridenti dei calciatori in ritiro. Chissà poi cosa avevano da ridere. Nell’era dei social Sogliano e la squadra sono caduti dal pero. Nessuno si è accorto di niente. Inverosimile, eppure a Bari può succedere e in effetti succede di tutto. I baresi sono un popolo troppo forte per non ripartire. Ciò che fa più male è il lassismo di chi avrebbe potuto fare qualcosa in tempi non sospetti e invece ha preferito girare la testa dall’altra parte. Sono ancora confuso, ci sono milioni di cose da dire. Intanto andate tutti al diavolo e per quel che conta da queste parti non troverete spalle su cui piangere: le vostre sarebbero solo le lacrime di un galletto che si è lasciato spennare.

Bari calcio: dal 2014 ad oggi una pericolosa giostra tra sogni di gloria e rischio fallimento. Bari calcio: dal 2014 ad oggi una pericolosa giostra tra sogni di gloria e rischio fallimento. La storia recente del club biancorosso racconta di alti (pochi) e bassi (tanti). Ancora una volta il destino del club è appeso a un filo: questa volta si spera nell’imprenditoria locale, scrive Marco Giuliani il 12 luglio 2018 su Bari Today. Tifare Bari nel corso di questi anni è diventato sempre più un atto di fede incondizionata. A rendere difficoltoso il ruolo dei supporter baresi non sono tanto i risultati sportivi, che pure hanno la loro importanza, quanto le vicende societarie che nel passato recente hanno avuto gravi ripercussioni sull'entusiasmo della piazza. Dal 2014 ad oggi, infatti, la passione dei sostenitori biancorossi è stata duramente messa alla prova e frustrata da un turbinio di avvenimenti che ha contribuito a determinare l’instabile situazione odierna e che proveremo a ripercorrere nelle prossime righe.

Il primo fallimento e l’avvento di Paparesta. Dopo le ferite lasciate dal calcioscommesse, emerse al termine della stagione 2010-2011 (addirittura un derby tra le partite incriminate), il Bari ha fatto una grande fatica a rialzarsi. Sfiorata la Serie A con una società in amministrazione controllata, dopo essere usciti in semifinale contro il Latina al termine del campionato 2013-2014 (la “meravigliosa stagione fallimentare”, ndr) l’era dell’A.S. Bari è terminata con una procedura di auto-fallimento che in seguito alla vittoria dell'asta ha poi portato alla costituzione di una nuova società (con tanto di nuovo logo) chiamata F.C. Bari 1908 e presieduta dall’ex arbitro Gianluca Paparesta.

Il bluff di Dato, il club nelle mani di Giancaspro. Accolto trionfalmente come il salvatore della patria, con l'ex fischietto sembrava essere incominciata l’alba di un nuovo corso ma dopo sole due stagioni trascorse in qualità di patron del club, ecco di nuovo i soliti problemi di liquidità. A gennaio 2016, proprio per questo motivo fu consentito in società l’ingresso dell’imprenditore molfettese Cosmo Antonio Giancaspro come socio al 5%. Parallelamente Paparesta era alla ricerca di nuovi investitori e uno di essi fu individuato nel sedicente imprenditore malese Ahmad Noordin Datò. Accolto in città con grande entusiasmo, tra bandiere malesi allo stadio e grandi mangiate di frutti di mare, il tycoon (?) asiatico che aveva promesso di portare il Bari in Champions in 5 anni, si tirò improvvisamente indietro senza fornire spiegazioni. Un plot che ricalcava fedelmente quanto era avvenuto già nel 2009 con Tim Barton, l’americano che voleva comprare il Bari dai Matarrese a cui Michele Emiliano, allora sindaco del capoluogo pugliese, aveva addirittura consegnato le chiavi della città. Oltre a minare la credibilità di Paparesta, il mancato acquisto del Bari da parte di Datò ebbe ripercussioni sul bilancio, tanto che a giugno 2016 Cosmo Giancaspro fu costretto a ripianare da solo le perdite, diventando così amministratore unico del club con il 99,37% delle quote. Con un passato di successo nel ramo delle ristrutturazioni aziendali, Giancaspro sembrava l’uomo ideale per mettere a posto i traballanti conti dei galletti.

I debiti e il nuovo rischio fallimento. Con l’avvento dell’amministratore unico le cose sembravano poter cambiare una volta per tutte per il club di via Torrebella: oltre a iniziative simboliche come il ritorno del galletto, scomparso con Paparesta, si era iniziato a parlare di piano industriale, di centro sportivo e rifacimento dello stadio e dell’area ad esso circostante. Tutto però, così come i sogni di Serie A, è svanito nell’arco di due stagioni coincise anch’esse con la mancata promozione (l'ultima macchiata addirittura da una penalizzazione per irregolarità amministrative con conseguente slittamento dei playoff di Serie B). Nonostante i capitali immessi da Giancaspro (dal suo avvento poco meno di 20 milioni di euro) non è cambiato nulla o quasi né dal punto di vista infrastrutturale, né da quello sportivo. Non ci si può dunque meravigliare se in assenza di miglioramenti le casse del club piangano e ci si trovi un’altra volta in una situazione di grave pericolo.

La chiamata agli imprenditori locali. Il lunghissimo CdA conclusosi ieri ha deliberato per l’ingresso in società di soggetti terzi. Una decisione cui si è arrivati con grande fatica dopo aver respinto le proposte di aumento di capitale presentate da Giancaspro e Paparesta, e che era contemplata già dall’assemblea dei soci dello scorso 15 giugno. Ora resta poco tempo (fino a lunedì 16 luglio) ma le manifestazioni d’interesse da parte di soggetti come Nicola Brienza e Mimmo Di Paola, lasciano intravedere un barlume di speranza. “Per salvare il Bari e rilevarne il 70% bastano 3 milioni di euro” ha ricordato nella tarda serata di ieri l’avvocato Biga, membro del CdA biancorosso. “Ora servono fatti che diano seguito alle parole” ha poi ribadito il legale del club, esortando chi ha dato la sua disponibilità a mettere mano al portafogli e a sottoscrivere quote con l’intento di garantire la sopravvivenza della società.

IL TRIBUNALE DI BARI? ABUSIVO, ANZI, FUORILEGGE.

Bari: Palagiustizia, Anm e procuratore contro Ministero. Anm chiede ai cittadini di affiancare magistratura. Volpe: Ministero sapeva da 15 anni, scrive la Redazione Norbaonline, venerdì 25 maggio 2018. Continua a far discutere il caso del Palagiustizia di Bari. "Un assoluto e preoccupante silenzio" del Ministero della Giustizia sulla emergenza della edilizia giudiziaria barese viene denunciato in una nota dell'Anm di Bari, che ora chiede "ai cittadini di affiancare la magistratura in questa battaglia per proteggere i loro diritti". "Siamo in uno stato di profonda prostrazione”, è scritto nella nota a firma del presidente della Giunta distrettuale Anm, Lorenzo Gadaleta, “perchè è accaduto proprio ciò che si poteva e si doveva evitare. Una incuria protratta per decenni ha dimostrato quanto il potere politico sia distante dalle esigenze della collettività. I magistrati baresi non hanno mai abbandonato i cittadini, nonostante le gravi e oggettive difficoltà materiali in cui si è operato". Dure anche le parole del procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, in una nota inviata ieri pomeriggio al personale amministrativo del Palagiustizia di via Nazariantz. “È falso", ha scritto il procuratore, che il Ministero ha saputo della situazione di pericolo crollo del Palagiustizia di via Nazariantz solo lunedì scorso, "perchè ha ricevuto informazioni ed inviti continui a rimediare ai problemi segnalati, da almeno quindici anni, se non più". Nella nota inviata ieri pomeriggio Volpe, parlando di "squallida vicenda", comunica inoltre ai dipendenti il trasferimento nell'edifico di via Brigata Bari n.6 di Procura e Ufficio gip dove si lavorerà "a rotazione", annunciando per lunedì "un provvedimento che spiegherà cosa faremo".

Bari, giustizia in tenda, scrive il 25 maggio 2018 Liana Milella su “La Repubblica”. Il nuovo Guardasigilli ancora non c’è, ma il biglietto da visita per accoglierlo sì. Contiene la foto dell’anno, la Protezione civile impegnata a costruire tre tende di fronte a quello che dovrebbe essere il palazzo di giustizia di Bari. Via Nazariantz. Con triste vista sul cimitero. Non c’è stato il terremoto, né alcun’altra calamità naturale. Semplicemente c’è un edificio che rischia di precipitare sulla testa di chi ci lavora, e che ha già sopportato, da 15 anni in qua, topi, crolli, caldo e freddo, inutili spese per rabberciare le tante falle, come documentano gli articoli pubblicati sull'edizione di Bari di Repubblica, a partire dal 22 maggio. Gli aggettivi si sprecano. «Fatto gravissimo» dicono le toghe di Area. «Una vergogna nazionale» la definisce l’avvocato Laforgia. L’Anm chiede «mentre il ministero tace, l’aiuto dei cittadini». Il procuratore Giuseppe Volpe s’arrabbia con via Arenula e dice che «loro lo sanno da anni». Il procuratore aggiunto Roberto Rossi conduce, dall’interno del palazzo, l’inchiesta sul palazzo medesimo (di proprietà dell’Inail e con un affitto milionario) e sulla sua evidente precarietà, e scopre dall’ultima perizia che non ci sono più garanzie su possibili crolli. Quindi bisogna sgombrare. Ricerca affannosa, e ovviamente costosa, di sedi provvisorie. Smembramento di carte e uffici. Inevitabili ritardi per i processi e conseguente rischio prescrizione. Non c’è la guerra, ma è come se ci fosse. Si precipita a Bari il vice presidente del Csm Legnini. Ma quelle foto dimostrano che ormai è troppo tardi, ormai il danno è fatto.

Bari, sgombero per il Palagiustizia: tre maxi tende per ospitare le udienze. La macchina della Protezione civile si è messa in moto: le udienze di rinvio saranno spostate in tre tensostrutture allestite da sabato 26 maggio nel piazzale davanti al palazzo, scrive Chiara Spagnolo il 25 maggio 2018 su "La Repubblica". Tre tende per svolgere le udienze di rinvio, che non possono più tenersi nel tribunale penale di via Nazariantz a Bari, sottoposto a procedura di sgombero a causa della sospensione dell’agibilità decretata dal Comune. La macchina della Protezione civile si è messa in moto, al termine di una giornata di lunghissime riunioni tra i vertici degli uffici giudiziari del capoluogo e la Regione. Sarà proprio quest’ultima a fornire tre tensostrutture (una da 200 metri quadrati e due da 70), che sabato 26 maggio, di prima mattina, saranno montate nel piazzale antistante il palazzo, che ospita il Tribunale penale e la Procura. La scelta è stata fatta per evitare ulteriore permanenza di giudici e utenti nello stabile che una perizia commissionata dall’Inail (che ne è proprietario) ha ritenuto pericoloso. Le udienze con detenuti sono state infatti spostate nel vecchio palazzo di giustizia e attuale sede della Corte d’appello, in piazza De Nicola e nell’aula bunker di Modugno ma, al momento, non vi sono altri spazi in cui poter svolgere le udienze ordinarie, che devono comunque essere aperte per consentire il rinvio (a date che oscillano tra i tre e i sei mesi) di ogni singolo procedimento. L’intervento della Protezione civile era stato chiesto dal sindaco Antonio Decaro, che ha indicato il termine di quindici giorni per poter effettuare il trasferimento degli uffici giudiziari, alcuni dei quali saranno allocati in un altro stabile Inail in via Brigata Regina. 

A Bari il tribunale in tenda. Oltraggio alla giustizia. Il palazzo è inagibile. Udienze penali nelle tensostrutture con i bagni chimici. Protesta l'Anm, scrive Stefano Zurlo, Domenica 27/05/2018, su "Il Giornale". Come ci fosse stato un terremoto. E invece è l'emergenza della routine. La Protezione Civile monta tre tensostrutture: sì, la giustizia si fa in tenda. Però non siamo nelle steppe dell'Asia Centrale, ma a Bari. Il palazzo in cui dovrebbero tenersi le udienze è fuori uso, a rischio crollo. E allora si corre ai ripari. I tecnici, gli stessi che abbiamo visto in azione fra sciagure e calamità naturali, costruiscono una sede provvisoria, per i processi penali. Con tanto di bagni chimici, stile concerti o grandi eventi. Una situazione penosa: in città dicono che si va avanti così da 15 anni. Denunce. Segnalazioni. Promesse. E un degrado inarrestabile fino alla decisione estrema: abbandonare i locali pericolanti e adattarsi a quello scenario da conflitto mondiale. Qualcuno ironizza: questo è il biglietto d'ingresso per il nuovo ministro, ma si potrebbe aggiungere che è anche una pessima foto d'addio per il Guardasigilli uscente, Andrea Orlando. Sentiamo da anni la litania sulla giustizia che cambia, si rinnova, smaltisce finalmente il ciclopico arretrato che quasi la schiaccia. E poi ci ritroviamo con questo quadretto da Terzo Mondo. Incommentabile. Il procuratore Giuseppe Volpe non fa sconti: «Il ministero ha ricevuto informazioni e inviti continui a rimediare ai problemi segnalati, da almeno 15 anni se non di più». Risultato: zero. «Ora - aggiunge il magistrato dando una pessima notizia - i pm dovranno lavorare a rotazione». Umiliante. D'altra parte, le aule sono un'altra cosa. Si procede fra smembramenti, ritardi, in spazi risicatissimi. La struttura più grande ha una superficie di 200 metri quadri, le altre due di 75. Si fa quel che si può in un contesto surreale: le tende sorgono nel parcheggio del Palagiustizia, appena abbandonato dopo attenta indagine della stessa procura di Bari che alla fine ha gettato la spugna: non si poteva continuare a lavorare in quell'edificio zeppo di guai. Troppi rischi. E cosi è partita la delocalizzazione che fa arrossire le istituzioni. Lunedì dovrebbe cominciare un altro trasloco verso un altro palazzo, che però è come un vestito troppo stretto: dunque si faranno i turni. E una giustizia già ingolfata si ingolferà ancora di più. Senza contare il danno all'immagine di un pezzo dello Stato che ha, o dovrebbe avere, una suo decoro. E dovrebbe tenere, almeno su questo versante, alla forma che non è un fregio barocco. Ma una parte importante in un rituale che ha una sua solennità e drammaticità. Chiacchiere se le pratiche restano nei cassetti, se i guasti non trovano soluzione, se la macchina giudiziaria è costretta a dividersi fra diverse sedi. Con disagi. Spostamenti continui. Spese che potrebbero essere evitate se tutte le attività fossero concentrate in un unico luogo. Lunedì l'Associazione nazionale magistrati ha dato appuntamento a tutti gli operatori in via Nazariantz, l'indirizzo dello scandalo. I giudici marceranno con la toga sul braccio e con loro ci sarà Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm. A Roma si litiga per la composizione del nuovo governo. Quello che sta facendo gli scatoloni lascia in eredità molte parole, qualche abbozzo di riforma - alcune da bocciare su tutta la linea - e pagine vergognose. Come questa, arrivata peraltro dagli esecutivi precedenti. Speriamo che si ponga rimedio in fretta. Prima che le immagini delle tende facciano il giro del mondo. E spingano altre imprese a stare alla larga da un Paese in cui il diritto sembra quello delle tribù nomadi. Bari, processi nelle tende dopo sgombero del palazzo di Giustizia per rischio crollo. “Vicenda squallida. E il ministero sapeva”. Montate in un parcheggio tre tensostrutture con bagni chimici all'esterno: lì e in altre sedi periferiche si svolgeranno le udienze penali ordinarie. Il procuratore Volpe: "Il ministero ha ricevuto informazioni ed inviti continui a rimediare ai problemi segnalati, da almeno quindici anni, se non più. Ora i pm dovranno lavorare a rotazione". Lunedì manifestazione con la toga sottobraccio alla presenza di Legnini (Csm). Il presidente della Seconda sezione penale: "Così ignominiosamente muore un pezzo di Stato", scrive "Il Fatto Quotidiano" il 26 maggio 2018. Tre tende refrigerate, una da 200 metri quadri e due da 75, con bagni chimici all’esterno. Così si svolgeranno da lunedì le udienze di rinvio dei processi penali ordinari a Bari dopo lo sgombero del Palagiustizia per il rischio crollo, con la stessa procura del capoluogo pugliese che indaga sulle gravi criticità strutturali. Le udienze con detenuti continueranno a celebrarsi nelle sedi di piazza De Nicola, aula bunker di Bitonto ed ex Tribunale di Modugno. Una situazione “squallida”, l’ha definita il procuratore capo Giuseppe Volpe in una nota nella quale accusa direttamente il ministero della Giustizia: “Ha ricevuto informazioni ed inviti continui a rimediare ai problemi segnalati, da almeno quindici anni, se non più”. Mentre le tensotrutture, montate dalla Protezione Civile nel parcheggio antistante gli ormai ex uffici dei magistrati, prendono forma, dall’inizio della prossima settimana dovrebbe iniziare il trasloco degli uffici della Procura e dell’ufficio gip in un altro immobile dove si lavorerà “a rotazione”. E sempre lunedì magistrati e avvocati saranno in corteo con la toga sul braccio. Su iniziativa dell’Associazione nazionale magistrati, pubblici ministeri, giudici, avvocati e personale amministrativo marceranno dalla sede sgomberata di via Nazariantz a piazza De Nicola per accogliere le autorità convocate per la riunione con il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini. Mentre martedì, nell’ex cinema Royal di Bari, l’Ordine degli avvocati con l’adesione dei magistrati baresi, terrà un’assemblea pubblica per “richiamare tutte le autorità competenti ad assumere le proprie responsabilità e ad adottare i provvedimenti necessari per garantire assoluta priorità è urgenza agli interventi risolutivi del problema”. Il pericolo infatti che era già stato rilevato nel 2010. All’epoca il pm barese Renato Nitti aveva affidato delle verifiche tecniche al Servizio di vigilanza sull’igiene e sicurezza dell’Amministrazione della Giustizia (Visag) e ai vigili del fuoco. L’allora procuratore di Bari, Antonio Laudati, aveva poi trasmesso gli atti alla procura di Lecce perché, essendo datore di lavoro e responsabile della sicurezza dei lavoratori dell’edificio, rischiava di essere indagato a sua volta. I colleghi salentini decisero quindi di archiviare l’indagine e rinviarono gli atti a Bari. Da qui, ora, la decisione di aprire un nuovo fascicolo d’inchiesta per valutare eventuali altre responsabilità. Una storia giudiziaria, quella del palazzo di Giustizia di via Nazariantz, iniziata più di quindici anni fa. I due costruttori Giuseppe e Antonio Mininni, infatti, sono finiti al centro di due procedimenti penali, entrambi conclusi con condanne in primo grado e prescrizione dei reati in appello. Il primo processo per abuso edilizio, filone che ha portato nel 2002 al sequestro con facoltà d’uso dell’immobile (poi revocato nel 2008). Il secondo per frode in pubbliche forniture, truffa ai danni dell’Inail e del Comune e falso. Anche sulla base di questi precedenti, ora il procuratore Volpe punta l’indice contro il ministero spiegando che “è falso” che via Arenula ha saputo della situazione di pericolo crollo solo lunedì scorso, “perché ha ricevuto informazioni ed inviti continui a rimediare ai problemi segnalati, da almeno quindici anni, se non più”. In una nota inviata al personale amministrativo, il numero della Procura di Bari spiega che “non è colpa nostra se siamo arrivati a tanto”. Adesso, aggiunge, il ministero “sta per concludere con la proprietà il contratto di locazione”, spiegando che “in base al sopralluogo effettuato nella nuova, limitata sede provvisoria, potremo allestire l’ufficio posta e la sala intercettazioni, nonché una mega-segreteria centralizzata e alcuni uffici per magistrati e parte del personale”. Il tutto servirà solo “per trattare solo le pratiche urgenti” e infatti, annuncia Volpe, “al ministero abbiamo chiesto anche un decreto di sospensione dei termini processuali”. Per il presidente dell’Anm, Francesco Minisci occorre che le istituzioni centrali e locali “intervengano immediatamente, per consentire la ripresa del regolare svolgimento del lavoro giudiziario nel Distretto di Bari, che rischia di bloccarsi nell’arco di pochi giorni, individuando altre strutture idonee nel capoluogo pugliese” e chiede “la massima attenzione per una vicenda tanto grave quanto inammissibile che non solo non deve essere sottovalutata o relegata, ma deve essere affrontata e risolta con urgenza”. Sabato sera, in un lungo post su Facebook, il giudice Marco Guida, presidente della Seconda sezione penale del Tribunale di Bari, ha ripercorso i suoi anni nel Palagiustizia: “Entrare in quell’aula, la toga indosso, il momento che rinnova in ogni istante il tuo giuramento. E quell’aula calda o fredda, pareti scrostate o sporche, le fessurazioni, le poltrone consunte – scrive il magistrato – Quell’aula accoglie il tuo giuramento, quell’aula è lo Stato e alle pareti sembra che ci sia Caravaggio. Allora puoi amare un palazzo così. Puoi piangere perché sta morendo, ignominiosamente morendo. E con lui, oltre ai tuoi sogni, anche un pezzo di Stato”.

Il tribunale di Bari è fuorilegge. «Stop udienze», scrive Ninni Perchiazzi su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 3 dicembre 2015. Via Nazariantz, ci risiamo. Nel tribunale penale del capoluogo non si possono svolgere processi e udienze. O meglio non si potrebbero, perché non si può interrompere un pubblico servizio. Il Comune di Bari ha appena riavviato la procedura sanzionatoria a carico del Tribunale frutto dell’iter che ha visto la luce a marzo 2009, attraversando la burrasca tra carte bollate, contrapposizioni (tra amministrazione cittadina e commissione di manutenzione del Tribunale) e polemiche, per poi finire nel dimenticatoio. Fino a ieri. Si tratta di un atto dovuto e formale, destinato in realtà a spalancare le porte a nuove e più idonee soluzioni all’edilizia giudiziaria dopo anni di stasi. Sullo sfondo infatti, c’è l’imminente incontro (forse in programma il 17 dicembre) tra Comune, commissione di Manutenzione, agenzia del Demanio, prefetto, presidente del Tribunale, Procuratore capo e ministero di Giustizia per definire una volta per tutte la questione dell’edilizia giudiziaria cittadina che a breve potrebbe trovare una soluzione definitiva nell’ubicazione sul suolo delle ex casermette, a Carrassi. Palazzo di Città torna pertanto a contestare l’errata destinazione urbanistica dell’immobile di proprietà dell’Inail, rispetto al suo effettivo utilizzo. Il titolo edilizio rilasciato prevede che il palazzo sia su u n’area di «servizi per la residenza», mentre una parte delle attività svolte al suo interno (udienze e dibattimenti) sono da catalogare tra i «servizi di rango urbano». Una difformità che si traduce nel reato di abuso edilizio, la cui sanzione è peraltro l’abbattimento dell’immobile dichiarato abusivo. La situazione è peraltro figlia del processo del 2008, quando la Corte d’appello respinge le accuse di lottizzazione abusiva dell’immobile, sancendo una violazione che comporta il ripristino della destinazione d’uso. Ma torniamo ad oggi. La ripartizione Urbanistica ha fatto ripartire l’iter che di fatto non si è mai chiuso. L’ordinanza dirigenziale ribadisce quindi «l’inibizione e/o il divieto di svolgere attività dibattimentale presso l’immobile ubicato in Bari alla via Nazariantz 3». L’affermazione non fa altro che riproporre quanto asserito quasi 8 anni fa nel corso di un’audizione in commissione Urbanistica dell’allora capo dell’Avvocatura comunale, Renato Verna: ovvero, oggi come allora «i processi penali vengono celebrati in violazione della legge». Nulla però, avviene per caso. Quindi, da un lato torna a galla l’inadeguatezza anche formale di parte degli edifici di via Nazariantz (mentre sulla parte a norma degli stessi sono previsti a breve ulteriori controlli di staticità), dall’altra acquisisce sempre maggiore consistenza il progetto del polo giudiziario da sottoporre all’attenzione del ministero di Giustizia, ma già forti di studi di fattibilità e di cessione delle aree delle caserme Capozzi e Milano da parte del Demanio. Nelle more sarà necessario trovare una soluzione per le aule di via Nazariantz. Due le ipotesi al vaglio: trovare una sede alternativa (strada già imboccata dall’amministrazione Emiliano qualche anno fa addirittura con una mini ricerca di mercato, ma poi bloccata) oppure procedere ad una variante urbanistica che sani l’irregolarità (in tal caso si dovrà passare dal consiglio comunale). Ma dopo il tavolo tecnico con tutti i soggetti interessati sarà tutto più chiaro.

Scandalo a Bari: il palazzo di giustizia è abusivo, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 16 gennaio 2006. E’ stato confiscato perchè lottizzato abusivamente il "nuovo" palazzo di giustizia di via Nazariantz, a Bari, che ospita parte degli uffici giudiziari. Lo ha deciso il giudice monocratico del Tribunale di Bari Rosa Calia di Pinto, che ha disposto l’acquisizione dell’immobile e delle sue pertinenze (parcheggi e terreno circostanti) nel patrimonio del Comune del capoluogo pugliese. La sentenza è stata emessa al termine del processo per il reato di lottizzazione abusiva contestato ai costruttori ed ex proprietari dell’immobile - i fratelli Antonio e Giuseppe Mininni - che sono stati assolti «perchè il fatto non costituisce reato». Il complesso confiscato è attualmente di proprietà dell’Inail, che riscuote dal Comune di Bari un canone di locazione annuo di un milione e 300 milioni di euro. Secondo il giudice, i due imputati hanno costruito l’immobile per adibirlo a servizi per la residenza ma lo hanno poi destinato ad uffici giudiziari dopo aver ricevuto dagli organi competenti quasi tutte le autorizzazioni necessarie: per questo motivo nei loro confronti è stata disposta l’assoluzione per difetto dell’elemento psicologico, cioè per mancanza di dolo. Il complesso giudiziario era stato sequestrato (con facoltà d’uso) nel settembre 2002 perchè, secondo l’accusa, sorge in una zona che il piano regolatore generale di Bari destina a servizi per la residenza. L’accusa, rappresentata dai pm inquirenti, Roberto Rossi e Renato Nitti, oltre alla confisca aveva chiesto al giudice la condanna dei due imputati. Nell’immobile sono ospitati gli uffici della Procura della Repubblica, dell’ufficio gip-gup, tutte le sezioni del Tribunale penale (esclusa la Corte d’assise) e le aule d’udienza del Tribunale per i minorenni. Secondo l’accusa, l’immobile - che nei progetti della presidenza della Corte d’appello doveva essere una sede provvisoria in attesa dell’auspicata costruzione della cittadella della Giustizia - sarebbe inadeguato all’uso. Ogni lunedì lo spazio antistante il palazzo di Giustizia ospita il mercato rionale: per questo motivo i blindati che trasportano i detenuti passano a poca distanza dalle bancarelle degli ambulanti, la circolazione stradale "impazzisce" e i disservizi per gli utenti del palazzo, e per i residenti nella zona, sono notevoli. Il complesso, inoltre, si affaccia sul cimitero di Bari ed è per questo definito dagli operatori "Hotel Milleluci". Sull’immobile la Procura ha anche in corso un’inchiesta per frode nelle pubbliche forniture a carico dei fratelli Mininni, nell’ambito della quale sono ipotizzate numerose lacune. Secondo il capitolato d’appalto, il palagiustizia avrebbe dovuto avere il pavimento in granito (invece è in ceramica); è poi sprovvisto di vetri atermici, di decine di bidet, i soffitti in alcune zone sono più bassi anche di 30 centimetri dei limiti previsti dalla legge, l’impianto elettrico in alcune circostanze è inadeguato e attraverso le sbarre di alcune ringhiere delle scale ci passa anche un bambino. Per non parlare dell’unico varco di accesso (per pedoni e autoveicoli), non in regola con le norme sulla sicurezza. Le indagini hanno permesso di accertare che, mesi prima del sequestro, l’immobile è stato venduto dalla "Gmc" dei Mininni alla società romana "Gesfin" per 30 miliardi di vecchie lire; poco tempo più tardi l’immobile è stato venduto all’ Inail per 45 miliardi di lire. Su queste compravendite i magistrati hanno avviato indagini per accertare anche il modo in cui è stato determinato il prezzo di mercato dell’immobile e il suo vero valore.

PALADINI DELL’ANTIMAFIA?

Paladini dell’antimafia?

A processo il pm barese Di Bari. Fece “pressioni” per favorire il figlio, scrive “Il Corriere del Giorno” del 30 settembre 2015.I fatti risalirebbero al 2011 e l’inchiesta è stata coordinata dal pm Carmen Ruggiero della Procura della repubblica di Lecce. Un magistrato di Bari sarà processato dai giudici del Tribunale di Bari per una presunta raccomandazione a favore del figlio affinché vincesse un dottorato di ricerca. Si tratta del pm Gaetano Di Bari in attività presso la Procura della repubblica di Bari, che è stato rinviato a giudizio dal gup di Lecce. L’accusa è stata derubricata in tentata induzione indebita a dare o promettere utilità. Secondo l’accusa della procura leccese, il pm Di Bari avrebbero abusato dei suoi poteri per costringere il prof.  Antonio Dell’Atti, preside della facoltà di Economia dell’Università di Bari, per favorire la carriera di suo figlio Carlo, dottore di ricerca in diritto commerciale. Obiettivo: farlo farlo diventare ricercatore. Il pm Gaetano De Bari chiaramente ha sempre negato qualsiasi tipo di pressione, ma non ha convinto i giudici leccesi competenti sull’operato dei colleghi baresi. Una cosa è certa se a Taranto si indagasse a fondo sulle “pressioni” che partono dalla Procura per sistemare amici, figli, mariti e mogli, negli enti e società pubbliche, incassando decine e decine di migliaia di euro, allora ci sarebbe da ridere, o meglio da piangere per molti di loro. Chissà che qualcuno del Consiglio Superiore della Magistratura prima o poi si svegli ed aprano gli occhi anche su Taranto. Se non ora, quando?

Bari, sesso e soldi per superare l'esame di avvocato: inchiesta su un cancelliere del tribunale. Una ragazza ha presentato ai pm una registrazione per denunciare di essere stata oggetto di una richiesta da parte di un faccendiere per superare l'esame: due avvisi di garanzia, scrive Gabriella De Matteis il 25 novembre 2015 su “La Repubblica”. Agli atti dell’indagine c’è una registrazione. Un nastro che l’aspirante avvocato, autore della denuncia, ha realizzato e poi depositato in procura, puntando l’indice contro un cancelliere in servizio alla Corte di appello di Bari e un faccendiere che avrebbero fatto proposte a luci rosse o richieste di denaro promettendo il superamento delle prove orali del concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato. L’inchiesta, affidata al sostituto procuratore Antonino Lupo, ora conta due indagati: il faccendiere appunto e il cancelliere ai quali l’accusa contesta il reato di corruzione. Le indagini, affidate ai carabinieri del reparto operativo sono nella fase iniziale e ai due, come atto dovuto, il magistrato ha notificato un avviso di garanzia. Un atto dovuto perché la denuncia della donna, candidata a indossare la toga, se pure arricchita da una registrazione, deve essere verificata attentamente. Al centro del fascicolo, in questo caso, ci sono le prove orali (il secondo step della selezione) del concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato dell’anno 2013-2014. La donna che si è rivolta alla magistratura non supera la seconda fase del concorso e nella sua denuncia racconta, secondo il suo punto di vista, il motivo della bocciatura. «Mi hanno fatto proposte a luci rosse o in alternativa mi hanno chiesto 5mila euro per passare le prove orali» racconta in sintesi la ragazza. Come prova della sua denuncia deposita la conversazione con un faccendiere, un uomo che gravita negli ambienti giudiziari, già coinvolto in passato in un’altra indagine. È quest’uomo a dire di poter fare da tramite tra la ragazza e il cancelliere che, a suo dire, sarebbe potuto intervenire per aiutarla a superare l’esame orale. Sin qui la denuncia e il contenuto della registrazione. La donna ha raccontato di non aver assecondato le richieste di sesso o denaro. I carabinieri stanno cercando di ricostruire il caso che appare molto delicato. La figura del faccendiere è molto chiacchierata e per questo gli investigatori vogliono capire se l’uomo abbia millantato un contatto con il cancelliere o se tra i due vi fosse un accordo. La difesa dei due indagati è molto netta: la ragazza, spiegano, è stata più volte bocciata agli esami, la sua denuncia non corrisponde al vero e la conversazione registrata è stata fraintesa. L’inchiesta procede parallelamente con quella del magistrato Luciana Silvestris che invece ha avviato accertamenti sulle prove scritte del concorso per l’abilitazione alla professione forense dell’anno 2014-2015. In questo caso, tra gli indagati, c’è Tina Laquale, ex funzionaria amministrativa della facoltà di giurisprudenza di Bari e Giacomo Santamaria, cancelliere in servizio alla Corte di appello.

Gratteri: da imputato a questore. «Da imputato per la "mattanza cilena" della scuola Diaz - era il più alto in grado quella notte a Genova - a questore di Bari prima ancora di sapere come andrà a finire il processo genovese dove deve rispondere di falso e abuso d'ufficio. Un bel salto, e in soli quattro anni, per Francesco Gratteri, all'epoca del G8, direttore dello Sco, il servizio centrale operativo della polizia, superinvestigatori creati da De Gennaro». Continua il ricordo di Genova 2001 con un altro bel personaggio che si affianca ad Alessandro Perugine immortalato qui a sinistra mentre "serve le istituzioni". Si parla di Francesco Grattieri, la più alta carica alla mattanza, promosso nonostante l'autorizzazione a procedere. Questa è l'Italia che fa più schifo. Da Liberazione del 16 luglio 2005. G8, ieri "pezzo da 90" alla Diaz, domani questore a Bari di Cecchino Antonini. Da imputato per la "mattanza cilena" della scuola Diaz - era il più alto in grado quella notte a Genova - a questore di Bari prima ancora di sapere come andrà a finire il processo genovese dove deve rispondere di falso e abuso d'ufficio. Un bel salto, e in soli quattro anni, per Francesco Gratteri, all'epoca del G8, direttore dello Sco, il servizio centrale operativo della polizia, superinvestigatori creati da De Gennaro. Gratteri al G8 era la "testa" delle squadre mobili e degli uffici di prevenzione crimine nonché supporto per gli uomini delle digos. Il pomeriggio del 20 è lui che ordina l'operazione alla scuola Klee dove furono arrestati 23 cobas con l'accusa di essere un'inesistente associazione sovversiva di black bloc. Sempre lui, il 20 e il 21 luglio spedisce pattuglioni a caccia di dimostranti sospetti sparpagliati in città. Alla Diaz sarà il più alto in grado se si esclude il prefetto che si dileguerà all'arrivo della stampa. Insomma era nella manciata di dirigenti che gestirono il sanguinoso blitz nel dormitorio del Genoa social forum e nell'edificio di fronte (dove furono distrutti e trafugati i computer del legali e dove il peggio fu evitato dalla presenza deterrente, in quei corridoi, di un'europarlamentare di Rifondazione, Luisa Morgantini). Nell'altra scuola, dove dormiva un centinaio di manifestanti, sfollati dal nubifragio del giovedì notte, oltre cento agenti di diverse specialità della ps - irriconoscibili da caschi, occhialoni e fazzoletti sul viso - fecero in tempo a sfondare le porte, massacrare 62 persone sorprese nel sonno, poi deportarle in massa nel carcere provvisorio di Bolzaneto dove li aspettavano altre torture fisiche e psicologiche. Fuori, a bloccare la strada a parlamentari e avvocati, c'era niente meno che l'allora braccio destro di De Gennaro, il dottor Sgalla. La procura di Genova scoprirà che non era la ´normale perquisizioneª che diceva quel portavoce e che i 93 arresti di ospiti della Diaz erano illegittimi. Un faticoso processo si sta occupando di quei pestaggi (commessi perlopiù da parte di agenti di basso rango restati ignoti) e dei depistaggi da parte dei comandanti, che mai avrebbero collaborato con la magistratura per consentire una seria indagine sugli autori materiali del cumulo di violenze. I gradi alti, alla Diaz, avrebbero firmato verbali falsi per avallare gli arresti illegali e coperto la fabbricazione di false prove (due molotov furono portate apposta dalla questura per simulare un bottino di guerra inesistente e un agente si sarebbe squarciato da solo la giubba a coltellate e perfino la sassaiola con le volanti, motivo dell'intervento, si sarebbe rivelata una invenzione). Intanto le carriere dei protagonisti di quella notte - che per Amnesty International fu la più grande violazione dei diritti umani e civili in Occidente dalla fine della seconda guerra mondiale - sono letteralmente schizzate verso l'alto. Gratteri, qualche tempo dopo Genova, andò a guidare, come vice, quell'antiterrorismo che fu dello scomparso Arnaldo La Barbera, che a Genova presiedette i due vertici che pianificarono la Diaz e il cui vice, Giovanni Luperi (imputato anche lui ma promosso da tempo alla direzione del servizio informazioni generali della polizia di prevenzione) era tra i "pezzi da 90" davanti la scuola. Voci di corridoio sempre più insistenti, una sorta di "Radio Viminale" clandestina, danno per certa la nuova promozione per il giovanissimo dirigente generale, considerato pupillo di De Gennaro. Il valzer di poltrone sarebbe questione di pochi, pochissimi giorni. Con un po' di sinistro tempismo il dipartimento di Pubblica sicurezza potrebbe addirittura firmare la promozione di Gratteri a questore di Bari proprio nell'anniversario delle giornate genovesi. Gratteri ci arriva con la meritata fama di grande poliziotto antimafia, fu lui a svelare i retroscena della strage di Via D'Amelio. Un carnet che si sarebbe arricchito con gli scalpi delle nuove Br, sgominate dalla sua Ucigos dopo gli omicidi D'Antona e Biagi. Non gli sarebbe potuta andare meglio, dicono nell'ambiente: con quel grado e da una città come Bari si esce da prefetto. Ma la macchia genovese non può essere considerata un dettaglio per chi dovrà governare l'ordine pubblico di una importante metropoli di frontiera. Senza verità e giustizia, lo scollamento tra polizie e società civile non si rimarginerà mai. Anche il suo vice di allora, Gilberto Calderozzi, che alla Diaz firmò montagne di verbali, non può lamentarsi se dovesse essere confermata la voce che lo riguarda. Starebbe infatti per salire lui ai vertici dello Sco, sebbene per ora solo come reggente in attesa di prendere i gradi da questore per i quali è necessario un anno di corso. A Genova, nel 2001, Calderozzi operò in zona rossa da dove diresse telefonicamente il blitz contro i cobas della Paul Klee e da dove uscì per prendere parte ai pattuglioni. Sarà lui a consigliare a Gratteri di appiccicare l'aggravante (inesistente come avrebbero detto i giudici) di associazione sovversiva ai i 93 arrestati alla Diaz. Le indiscrezioni sulle due ennesime promozioni giungono a un mese dall'incoronazione di altri due protagonisti della Diaz, uno è Vincenzo Canterini, divenuto Dirigente superiore, l'altro è il neo Primo dirigente, Alessandro Canterini. Il primo era il capo della celere romana e a Genova guidava il VII nucleo sperimentale antisommossa, braccio violentissimo dell'irruzione alla Diaz con l'ausilio di uomini in borghese e in divisa atlantica. Un reparto nato e morto senza grandi formalità, costituito ad hoc per Genova. In alcune interviste dopo i fatti cercherà di sottrarsi al ruolo di capro espiatorio, invocando lui stesso un'inchiesta parlamentare e facendo capire che quella notte ´la catena di comando era fatta di papaveroni (gli uomini di De Gennaro nel gergo di Canterini, ndr) in contatto con Roma prima durante e dopo. Ora, secondo il capogruppo Prc al Senato, Gigi Malabarba, Canterini può sentirsi finalmente risarcito: ´Sembra quasi che la polizia premi i peggioriª, scrive Malabarba, firmatario pochi giorni fa, con altri 50 senatori dell'Unione, di un'interpellanza che chiede lumi a Pisanu sui criteri per l'avanzamento in carriera. L'altro neo-dirigente è quel bell'uomo con la polo filmato in una strada di Genova mentre prendeva la rincorsa per scalciare un minorenne di Ostia, già bello pesto, tenuto fermo dai soliti 3-4 agenti travisati. Tutto ciò gli ha fruttato una nomination per concorso in lesioni aggravate, falso ideologico e calunnia. Ma il nome del dottor Perugini, che era il vicecapo della digos genovese, figura anche nell'elenco degli imputati per Bolzaneto tra i 44 tra agenti, carabinieri, medici e guardie carcerarie accusati di abusi, violenze e lesione variamente aggravati "per aver commesso il fatto su persone in condizioni di minorata difesa".

Francesco Gratteri, nato a Taurianova (Reggio Calabria) il 25 febbraio 1954. Capo della direzione anticrimine (da fine 2006). Ex direttore dello Sco e poi questore di Bari. Indagato per i fatti del G8 di Genova (21 luglio 2001). Il 5 luglio 2012, dopo undici anni dalla mattanza nella scuola Diaz, durante il G8 di Genova, sono stati condannati i vertici della polizia per il reato di falso e arresto arbitrario. Hanno infatti tentato di aggiustare le prove dopo le botte ai no-global, portando nella scuola due bottiglie molotov. La Cassazione ha condannato definitivamente a 4 anni Francesco Gratteri (altre condanne: 5 anni per il questore Vincenzo Canterini; 4 anni per Giovanni Luperi; 3 anni e 8 mesi a Gilberto Caldarozzi, Filippo Ferri Fabio Ciccimarra, Spartaco Mortola, Nando Dominici, Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi, Davide Di Novi e Massimiliano Di Bernardini. Prescritti, invece, i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti appartenenti al settimo Nucleo speciale del reparto mobile). Gratteri ha sempre dichiarato «quella notte sono stato ingannato» da chi ha fornito prove false e «non devo scusarmi». Negato l’affidamento ai servizi sociali, sconterà la pena ai domiciliari. Il 19 gennaio 2013 Gratteri torna nelle pagine di cronaca a seguito di un’intercettazione telefonica che risale al 28 maggio 2010 (quando era capo della Direzione centrale anticrimine), con l’ex prefetto dell’Aquila Giovanna Iurato, coinvolta nell’inchiesta sugli appalti per la sicurezza a Napoli. Nella conversazione la Iurato commenta con una risata il devastante sisma dell’Aquila, che il 6 aprile 2009 provocò la morte di 309 persone. I magistrati napoletani la definiscono «Una risata non giustificabile che non si addice soprattutto a chi ricopre un ruolo istituzionale». La Iurato «scoppiava a ridere ricordando come si era falsamente commossa davanti alle macerie e ai bimbi rimasti orfani», spiegano i Pm. Giorgio Dell’Arti. Catalogo dei viventi 2015 scheda aggiornata al 21 marzo 2014 da Daniela Doremi.

G8, il superpoliziotto ai domiciliari. Lo stesso tribunale che ha dato il permesso premio al serial killer evaso nega i servizi sociali all'ex Sco Gratteri, scrive Stefano Zurlo Venerdì 3/01/2014 su "Il Giornale". Probabilmente sarebbe diventato il capo della polizia. Invece dal 30 dicembre scorso è blindato in casa. Detenzione domiciliare. Per scontare un anno di pena residua, visto che gli altri sono stati portai via dall'indulto. Dopo un'interminabile querelle, il G8 di Genova risucchia anche Francesco Gratteri, l'ex capo dello Sco, uno dei più autorevoli investigatori italiani. Il tribunale di sorveglianza di Genova ha messo da parte i suoi indiscussi meriti, le medaglie di una carriera straordinaria chiusa con l'arresto di Giovanni Vantaggiato, il mostro che aveva piazzato una bomba assassina davanti a una scuola di Brindisi, e ha usato con lui il pugno di ferro. Nessuna sorpresa, lo stesso trattamento riservato ad una decina di poliziotti, tutti condannati in via definitiva per i fatti accaduti alla scuola Diaz la notte ormai lontana del 21 luglio 2001, e tutti costretti a trascorrere i mesi della pena in casa, con la possibilità di uscire un paio d'ore al giorno. Avevano chiesto l'affidamento in prova ai servizi sociali, insomma una misura soft, ma hanno rischiato di andare in cella: non ci fosse stata l'ancora di salvezza del decreto svuotacarceri sarebbero finiti in galera, anzi nel caso di Gilberto Caldarozzi, per intenderci il superpoliziotto che ha messo le manette ai polsi di boss del calibro di Piddu Madonia, Bernardo Provenzano, Nitto Santapola, la procura generale di Genova ha fatto ricorso anche contro lo svuotacarceri ritenendo che un personaggio del genere dovesse comunque andare in un penitenziario. C'è qualcosa che stride perché parliamo di fatti ormai lontani nel tempo e perché il reato contestato è sostanzialmente uno solo, il falso: i Caldarozzi, i Gratteri e tutti gli altri avrebbero firmato e avallato una relazione falsa in cui si diceva che le due bombe molotov trovate all'interno della Diaz erano state nascoste dai no global mentre si è appurato che furono alcuni agenti, quelli sì infedeli, a portarle all'interno della struttura. Gratteri in aula si è difeso respingendo gli addebiti: «Non mi inginocchio per chiedere i benefici. Mi dispiace per quanto accaduto alla scuola Diaz, ma quella nei miei confronti la ritengo una sentenza ingiusta. Io quella notte sono stato ingannato». Risultato: ai domiciliari pure lui e solo grazie allo svuotacarceri. Come un criminale. Anche se proprio a lui si deve la cattura di mafiosi potentissimi, come Leoluca Bagarella. E la soluzione di casi angoscianti che hanno turbato l'opinione pubblica, come la strage alla scuola Morvillo Falcone di Brindisi. Tutto spazzato via. Tutto azzerato. Anzi, capovolto. Stupisce che negli stessi giorni in cui il magistrato Daniela Verrina relazionava ai colleghi del tribunale di Sorveglianza sulla posizione di Gratteri e i giudici decidevano una linea intransigente, la stessa Verrina, membro di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe italiane, concedeva un incredibile permesso premio al serial-killer Bartolomeo Gagliano, tre omicidi e una sfilza interminabile di reati sulle spalle. Sorpresa: Gagliano ne approfittava prontamente per tagliare la corda. La fuga di Gagliano ha rovinato il clima natalizio, poi per fortuna l'evaso, che era già scappato per inciso cinque o sei volte, è stato riacciuffato in Francia. E di lui ci si è già dimenticati. Tutto come prima. Così, la magistratura genovese ha completato la serie di provvedimenti fotocopia con cui ha abbattuto come birilli i poliziotti che hanno segnato la storia della lotta alla criminalità. E il possibile erede del compianto Antonio Manganelli trascorrerà dodici mesi in casa. Un finale imbarazzante e umiliante. Ad anni e anni di distanza dai fatti. E al termine di un estenuante ping pong di sentenze, ricorsi e controricorsi. Dettaglio beffardo e sconcertante, i superpoliziotti erano stati assolti in tribunale prima di essere condannati in appello e Cassazione. Beffa delle beffe: Pietro Troiani, il poliziotto che portò le molotov, ha ottenuto l'affidamento in prova.

Alcove, politici e amicizie pericolose: la doppia vita del magistrato Ceglie, scrive Lorenzo Calò su  “Il Mattino” di Venerdì 8 Gennaio 2016. Una fitta rete di rapporti quantomeno spuri con imprenditori indagati per mafia, politici collusi, intermediari dalle frequentazioni non proprio irreprensibili. E poi donne, molte donne, dalle amanti degli indagati alle indagate stesse, persino le giovani laureande che frequentavano la facoltà di Giurisprudenza a Santa Maria Capua Vetere e che con lui avevano scelto di compilare la tesi: se le portava a letto utilizzando come alcova la casa del suo ex consulente informatico in Procura che finì per diventare il suo autista per poi interrompere ogni rapporto. È il quadro che emerge dalle risultanze investigative depositate agli atti della Procura di Roma nell'ambito dell'inchiesta condotta dal pm Barbara Sargenti sull'ex pm di Santa Maria Capua Vetere, Donato Ceglie, per anni magistrato di punta nelle indagini sulla Terra dei Fuochi, nei confronti del quale il Csm ha aperto un procedimento disciplinare. Attualmente Ceglie riveste il ruolo di procuratore generale a Bari. Nei confronti del magistrato le ipotesi di reato sono corruzione aggravata in atti giudiziari per favorire le illecite attività dell'imprenditore dei rifiuti Cipriano Chianese e concorso esterno in associazione mafiosa per aver favorito i fratelli Orsi, imprenditori del settore rifiuti, titolari della Eco 4, gli stessi - insomma - al centro delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto anche l'ex sottosegretario Nicola Cosentino. Con Ceglie e Sergio Orsi (l'altro dei fratelli, Michele, è stato ucciso in un agguato) risultano indagati - a vario titolo - anche l'ex assessore regionale della Campania Vito Amendolara (ex leader della Coldiretti), Vincenzo Gesmundo, Raffaele Russo e Giovanni Cristiano. Agli atti dell'inchiesta, documentati attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali svolte dai carabinieri del comando provinciale di Caserta, emergono contatti fra Ceglie e l'imprenditore pugliese Roberto Quaranta arrestato nel 2011 in un'indagine della Procura di Lecce su un'associazione per delinquere transnazionale finalizzata all'illecito traffico di rifiuti con la Cina. Altro nome ricorrente nelle frequentazioni del magistrato è quello di Carmine Giuseppe Talarico, ex presidente della Provincia di Crotone, arrestato per concussione, truffa e falso e condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione. I due mostrano una certa confidenza - annotano i carabinieri nell'informativa inviata al pm - tanto che Ceglie si rivolge a Talarico chiamandolo «presidentissimo». È uno dei capitoli più ampi della vasta documentazione agli atti della Procura e del Csm e riguarda una serie di rapporti sentimentali. Si va da una dipendente del consorzio Eco 4 nominata da Ceglie consulente e poi viceprocuratore onorario presso il tribunale di Santa Maria per finire alla relazione intrecciata con Maria Rosaria Granata, la cui vicenda è già nota per un'inchiesta parallela istruita a Roma nella quale Ceglie risulta indagato di concussione e violenza sessuale. La donna a sua volta ha patteggiato una condanna a seicento euro di multa, per aver ripetutamente bersagliato il magistrato, al termine di una relazione sentimentale terminata in malo modo. Difeso dal penalista Giuseppe Fusco, Ceglie è stato rinviato a giudizio. Ma a riferire nuovi particolari sulle frequentazioni femminili di Ceglie è stato l'ex consulente informatico Raffaele Russo che ha confermato di aver concesso nel 2006 persino il suo studio - su esplicita richiesta del magistrato - trasformato in «garconniere» per incontri intimi con le studentesse di Giurisprudenza che stavano compilando con lui la tesi di laurea. Almeno cinque di loro sono state individuate e ascoltate dagli inquirenti. I fatti sono stati ricostruiti a partire dal 2004. Sentite a verbale nel marzo del 2015, le ragazze (oggi alcune di loro sono persino sposate e con figli) avrebbero confermato tutto. Nel «mirino» di Ceglie sono finiti i pm della Dda Alessandro Milita, Antonello Ardituro (oggi al Csm) e Raffaele Cantone, attualmente presidente dell'Anac. «È chiaro - dice Ceglie in una conversazione intercettata - tra loro c'è un accordo con alcuni politici e imprenditori per stritolarmi». L'astio nei confronti di Cantone nascerebbe dalle indagini che il magistrato condusse nel 2005 sugli affari dei fratelli Orsi. Dagli accertamenti scaturì un'informativa inviata alla Procura di Roma sui rapporti tra gli Orsi, Ceglie e il funzionario di prefettura Raio, al quale lo stesso Ceglie si era rivolto per favorire il rilascio di una licenza per porto d'armi a beneficio di Orsi. Nel 2007, Cantone con Milita e Franco Roberti, oggi Procuratore nazionale Antimafia, viene ascoltato dalla commissione Ecomafie: il verbale è dapprima secretato e poi reso pubblico. Parlando al telefono con la sua amante, Ceglie si lascia sfuggire che Milita avrebbe negato la scorta a una persona indagata perché voleva che facesse il suo nome: «... a uno non diede la scorta perché gli voleva estorcere il mio nome... e quello fu ammazzato». Ceglie in un'altra conversazione (intercettata a bordo di un'autovettura) definisce Cantone «un codardo... quando annusa che è mal tempo, si è fuori ruolo... quando annusa che c'è aria di merda... mo' vuole andare a fare il direttore della Mondadori. È andato a prostarsi da Berlusconi, lui può fare quello che vuole... è fuori ruolo... Il fratello riesce ad avere autorizzazioni a tutto spiano». In altre conversazioni Ceglie fa riferimento a un'attività di dossieraggio nei confronti del presidente dell'Anac, «... i servizi sono in moto alla grande». E al riguardo la stessa Procura di Roma da aprile 2015 sta svolgendo accertamenti presso l'Aisi. Il nucleo centrale dell'inchiesta ruota attorno ai rapporti tra il magistrato Ceglie e gli imprenditori Chianese e Orsi, rapporti per altro già documentati in una informativa della Criminalpol redatta dall'ispettore Roberto Mancini, poi deceduto. Stando a quanto risulta agli atti, nel momento in cui i fratelli Orsi decidono di impegnarsi in un'attività imprenditoriale nel settore rifiuti, avrebbero avvicinato Ceglie, definito il loro «santino», colui cioè in grado di offrire consigli su come vincere le gare e mettere fuori gioco la concorrenza e garantire protezione sotto il profilo giudiziario. Un'opera che lo stesso Orsi riferisce agli inquirenti di aver «remunerato» in più occasioni e in svariati modi: con il conferimento di un incarico di consulenza al fratello del magistrato (ricompensato con 20mila euro) e tramite il versamento di somme di denaro tra il 2001 e il 2003 - 20/30mila euro - per tre, quattro occasioni «sotto forma di prestito». In altre circostanze la protezione sarebbe stata ricompensata attraverso assunzioni alla Eco 4, delle quali una offerta a una delle amanti del pm, incaricata del recupero crediti presso un Comune. Insomma, un rapporto solido in grado di giovare anche all'immagine della società Eco4. L'episodio è in sé esplicativo del legame tra Ceglie e gli imprenditori collusi con i casalesi. Ascoltato dagli investigatori nel giugno del 2015 Sergio Orsi racconta l'aneddoto relativo a una visita ricevuta in azienda dall'onorevole Massimo Scalia, all'epoca dei fatti presidente della Commissione bicamerale d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti. L'incontro fu propiziato proprio da Ceglie per mostrare all'inconsapevole Scalia un esempio di virtuosa gestione dell'impresa nel settore ambientale. «Per noi fu una buona pubblicità - dice Orsi - perché ne parlarono tutti i giornali...».

 “Cantone? Un delinquente”. Il pm Ceglie, ex icona antimafia finita sotto inchiesta, e il dossieraggio contro il presidente Anac. Nuova inchiesta contro l'ex procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere già simbolo della lotta all'ecomafia, poi indagato per una serie di reati, dalla corruzione (prescritta) alla violenza sessuale, ai rapporti con imprenditori legati ai Casalesi. Nelle intercettazioni, gli insulti rivolti all'attuale presidente dell'Anticorruzione (e ai colleghi napoletani Milita e Ardituro) e un cenno ad attività dei servizi per screditarlo, scrive Nello Trocchia il 5 gennaio 2016 su "Il Fatto Quotidiano". “Un delinquente”. Così viene definito Raffaele Cantone presidente dell’autorità anticorruzione. Mentre i magistrati anticamorra di Napoli, tra questi Alessandro Milita, pubblica accusa nel processo Cosentino e Antonello Ardituro, oggi consigliere al Csm, vengono così appellati: “Bastardi”. Giuseppe Pignatone, capo della Procura di Roma, è definito “un cornuto”. A pronunciare queste offese, intercettato, è Donato Ceglie, magistrato, già procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, ospite acclamato nei convegni di Libera e Legambiente, considerato pm di punta nella lotta ai responsabili della terra dei fuochi. Ceglie oggi è sostituto procuratore generale a Bari. Le frasi choc emergono dalle informative dei carabinieri, che il Fatto Quotidiano ha letto in esclusiva, agli atti dell’indagine della Procura di Roma, pm Barbara Sargenti, che vede Ceglie indagato per abuso d’ufficio, violazione fiscale, corruzione aggravata, per quest’ultimo reato è maturata la prescrizione. L’inchiesta parte dall’iscrizione di Ceglie nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione camorristica. Accuse tutte da provare, ma dalla lettura degli atti emerge uno spaccato inquietante. L’ipotesi è che Ceglie sia colluso ai principali protagonisti del saccheggio ambientale in Campania, accuse pesantissime che possono riscrivere la storia della mattanza compiuta in quel territorio raccontando dei controllori in combutta con i controllati. Nell’informativa del comando provinciale dei carabinieri di Caserta, si legge: “L’odierna indagine riguarda le condotte di persone che (…), sciaguratamente, in alcune circostanze, da inquisitori sono diventati tutori di camorristi di elevato spessore criminale”. I servizi e Cantone. L’inchiesta prende avvio dalle parole pronunciate, a fine 2014, da Giuseppe Valente, oggi collaboratore di giustizia, già presidente del consorzio Ce4, durante il processo a carico di Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’economia. Tutto ruota attorno alla gestione criminale proprio del consorzio che si occupava della raccolta dei rifiuti. La gara viene aggiudicata ad una impresa del clan dei Casalesi, quella dei fratelli Sergio e Michele Orsi (quest’ultimo poi ucciso in un agguato di camorra nel giugno 2008, ndr). Per pilotare il bando di gara in favore degli Orsi emergerebbe il ruolo di Ceglie. I militari, nell’informativa, aggiungono: “Sono stati acquisiti gravi elementi probanti a carico di Ceglie Donato, commessi durante la sua funzione di pm presso la Procura di Santa Maria Capua Vetere, connessi all’affare illecito del traffico di rifiuti pericolosi”. Le parole di Valente a processo scatenano la reazione di Donato Ceglie contro i colleghi ritenuti causa dei propri guai giudiziari. Il pm specifica di essere tranquillo perché non ha mai fatto una porcata. Al telefono, nel gennaio 2015, Ceglie parla di Cantone: “Stanno scandagliando tutti gli incarichi che ha avuto il fratello (…). I servizi (segreti, ndr) sono in moto alla grande”. I carabinieri scrivono: “Ufficiali di questo nucleo hanno appreso fiduciariamente che Ceglie effettivamente sarebbe impegnato nella raccolta di notizie, soprattutto di carattere privato, a carico dei magistrati Milita, Ardituro e Cantone, che vorrebbe utilizzare per screditare le loro funzioni”. I rapporti con l’inventore dell’ecomafia. I rapporti tra gli Orsi e Donato Ceglie vengono confermati da dichiarazioni, considerate attendibili, di diversi soggetti come Raffaele Russo, per anni persona di fiducia del magistrato, ma anche della vedova di Michele Orsi, Miranda Diana, che, nel novembre 2014, racconta: “Si trattava di rapporti eccellenti”. Anche il pentito Gaetano Vassallo, “ministro dei rifiuti” dei Casalesi, aveva raccontato, per primo, proprio al Fatto in una intervista esclusiva, dei rapporti tra Orsi e Ceglie. Un paragrafo dell’informativa è dedicato “al pagamento di somme di denaro a Donato Ceglie”. Sergio Orsi, nel verbale del luglio scorso, svela agli inquirenti: “Lo pagavo per avere una protezione sulla Procura di Santa Maria Capua Vetere”. Nell’informativa si legge “Sergio Orsi ha affermato che complessivamente ha consegnato a Ceglie150mila euro, versando somme direttamente a lui o tramite Cristiano Giovanni”. Fatti, tutti da provare, che arrivano fino al 2005, per i quali comunque è maturata la prescrizione. Un paragrafo dell’informativa è dedicato ai rapporti ‘particolari’ tra Ceglie e Cipriano Chianese, quest’ultimo sotto processo per collusione con i Casalesi e considerato dalla Procura di Napoli l’inventore dell’ecomafia in Campania e viene rivelata, attraverso gli interrogatori dei favoriti, l’assunzione di persone da parte dell’imprenditore su richiesta del magistrato. Nel gennaio 2015 Donato Ceglie è in auto con il cugino. Giovanni Devito dice: “Poi io me la faccio con i malandrini, con i malandrini pesanti. Mi faccio la mezza chiacchierata”. E di risposta il magistrato: “Ti tieni aggiornato”. E più avanti il cugino racconta che si era rivolto al capomafia per far desistere un imprenditore concorrente dal partecipare ad una gara d’appalto. “A tali affermazioni – scrivono i carabinieri – Ceglie con tono tutt’altro contrariato, ha replicato che così si è regolarizzata la questione”. Ceglie e le studentesse. Ceglie è indagato anche per abuso d’ufficio perché non si sarebbe astenuto, da pm della Procura di Santa Maria, dalla trattazione del procedimento penale nel quale aveva un interesse “perché aveva un rapporto sentimentale con la denunciante (Sara Fusco, ndr)”. L’indagine a suo carico, svelata da ilfattoquotidiano.it, nel novembre scorso ha provocato l’avvio di una pratica presso il Consiglio superiore della magistratura. Nell’informativa è dedicato un paragrafo ai rapporti di Ceglie con le studentesse universitarie quando il magistrato era docente di ordinamento giudiziario presso la Facoltà di Giurisprudenza, sede distaccata della seconda università di Napoli. A raccontarlo, tra gli altri, l’ex collaboratore del magistrato Raffaele Russo, ma soprattutto le ragazze interrogate dagli inquirenti (di cui non pubblichiamo i nomi per tutelarne la privacy, ndr). La prima spiega di aver conosciuto Ceglie durante la stesura della tesi di laurea perché gli aveva chiesto di essere il suo relatore. Durante il corso di specializzazione la ragazza intrattiene una relazione sentimentale con Ceglie perché gli era stato promesso un lavoro. “In sintesi la ragazza – scrivono i carabinieri – ha intrattenuto una relazione sentimentale con Ceglie perché questi aveva promesso di procurarle un impiego lavorativo. Venuto meno alla promessa, la ragazza l’ha allontanato, così Ceglie, al solo scopo di prolungare la relazione, l’ha presentata a una persona per il quale ha svolto consulenze”. Una vicenda analoga è stata raccontata anche da una seconda ragazza. Nessun profilo di natura penale per questi rapporti. Diversa la storia, invece, che riguarda il rapporto con Maria Rosaria Granata: in questo caso Ceglie è già a processo a Roma per violenza sessuale e concussione davanti al Tribunale di Roma. Ora arriva un altro macigno giudiziario.

Csm: «Pm Ceglie indagato», Ardituro chiede apertura pratica, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 23 novembre 2015. "Ho depositato una richiesta al comitato di presidenza" del Consiglio superiore della Magistratura "per chiedere l’apertura di una pratica in prima commissione, alla luce delle notizie riportate oggi dal Fatto Quotidiano sull'indagine della Procura di Roma sul pm Donato Ceglie. Al di là dei gravi risvolti penali, si impone una valutazione del Csm sui profili ambientali e funzionali legati all’attività del magistrato, noto come esperto della lotta alle ecomafie". E’ quanto scrive il consigliere del Csm Antonio Ardituro nella richiesta di apertura pratica. "Dal quotidiano – prosegue il componente della prima commissione Ardituro – si apprende che il pm Ceglie, attualmente in servizio presso la Procura generale di Bari, sarebbe indagato per fatti molto gravi tra cui quello già prescritto di corruzione in atti giudiziari con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, in concorso con Sergio Orsi, l’imprenditore nel ramo dello smaltimento dei rifiuti, noto per il suo stabile collegamento con il clan dei Casalesi". Secondo ilfattoquotidiano.it, Ceglie, per anni pm alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, oggi sostituto procuratore generale a Bari e "già sotto processo, a Roma, per concussione per costrizione, violenza sessuale e calunnia" – è indagato dalla Procura della Capitale per abuso d’ufficio e per una presunta violazione fiscale. Tutto ciò in relazione ad "una vicenda giudiziaria che coinvolgeva due coniugi in corso di separazione e procedimenti penali instauratisi per le denunce reciproche tra i due", oltre ad una questione di presunte false fatture. Ma nell’invito a comparire per l’interrogatorio, recapitato a Ceglie dalla procura di Roma, si fa riferimento anche al fatto che il procedimento è relativo pure all’ipotesi di corruzione in atti giudiziari aggravata dall’agevolazione mafiosa, in concorso con Sergio Orsi, ma per questo reato "risulta maturato il termine di prescrizione". Donato Ceglie, di nuovo indagato il pm “paladino” della lotta alle ecomafie.

Al magistrato, già in forza alla Procura di Santa Maria Capua Vetere e oggi sostituto pg a Bari, contestati abuso d'ufficio e una presunta violazione fiscale. Un altro processo è in corso a Roma per violenza sessuale, concussione per costrizione e calunnia. E ilfattoquotidiano.it aveva documentato i suoi rapporti con un imprenditore legato ai Casalesi, scrive Nello Trocchia il 23 novembre 2015 su “Il Fatto Quotidiano”. Donato Ceglie, per anni pm alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, oggi sostituto procuratore generale a Bari, è indagato dalla Procura di Roma per abuso d’ufficio e per una presunta violazione fiscale. Ilfattoquotidiano.it può rivelare, in esclusiva, l’indagine a carico del magistrato, considerato paladino del contrasto alle ecomafie, condotta dal pm Barbara Sargenti e dal procuratore capo Giuseppe Pignatone. L’indagine emerge dall’invito a comparire per sottoporsi a interrogatorio firmato dalla Procura di Roma che chiarisce i contorni dell’inchiesta a carico di Ceglie e fa emergere, tra le pieghe del procedimento, un capitolo inquietante di contatti con un imprenditore legato al clan dei Casalesi. L’icona della lotta alle ecomafie, in passato ospite celebrato e osannato nei convegni di Libera e Legambiente, è già sotto processo, a Roma, per concussione per costrizione, violenza sessuale e calunnia. Ora arriva un altro guaio giudiziario. Il legame sentimentale con la denunciante. Il primo reato contestato è l’abuso d’ufficio. Tutto ruota attorno ad una vicenda giudiziaria che coinvolgeva due coniugi in corso di separazione e procedimenti penali instauratisi per le denunce reciproche tra i due. E qui entra in gioco il magistrato. La Procura contesta, infatti, a Ceglie di non essersi astenuto dalla trattazione del procedimento penale nel quale aveva un proprio interesse “avendo instaurato un rapporto sentimentale – si legge nell’atto – e di abituale frequentazione con la denunciante”. Inoltre “in violazione dei doveri di correttezza e terzietà su di lui gravanti” avrebbe proceduto all’unificazione di due procedimenti, quello scaturito dalla denuncia della donna, Sara Fusco, e quello apertosi a seguito della denuncia presentata dal coniuge Luigi Leo. Riuniti i procedimenti Ceglie avanzava richiesta di archiviazione totale nei confronti dei due coniugi perché Sara Fusco aveva rimesso la querela, “mentre per le ipotesi procedibili di ufficio (le ipotesi di reato denunciate da Luigi Leo), non erano stati acquisiti sufficienti elementi di prova per l’esercizio dell’azione penale, archiviazione disposta dal gip nel maggio 2010”. Per la Procura di Roma Ceglie, con questa condotta, “intenzionalmente provocava a Sara Fusco un ingiusto vantaggio patrimoniale consistito nel non dover affrontare gli oneri connessi alla prosecuzione del procedimento penale e alle possibili ripercussioni di tale procedimento sul processo civile di separazione. Al contempo cagionava ingiusto danno a Leo Luigi”. La difesa di Donato Ceglie, affidata al penalista napoletano Giuseppe Fusco, potrebbe puntare sull’impossibilità dell’astensione da un procedimento penale da parte del pm. Il magistrato non si è presentato all’interrogatorio fissato per il 16 novembre scorso. Ceglie è indagato anche per un reato fiscale per aver indotto, secondo l’accusa, il collaboratore Raffaele Russo a “emettere sei fatture per operazioni inesistenti aventi a oggetto prestazioni di consulenza mai effettuate da Russo a favore di varie federazioni della Coldiretti”. In pratica il collaboratore fatturava le somme, riceveva il denaro tramite bonifico sul proprio conto corrente “con successiva retrocessione del denaro a Donato Ceglie”. C’è una fattura da 14.248 euro, un’altra da 18.720 euro e altre quattro da 8.320 euro a favore di varie articolazioni di Coldiretti, per attività relativa al progetto Agromafia, svolto in diversi anni. Gli affari con Sergio Orsi, imprenditore del clan. Nell’avviso di garanzia e invito a comparire per interrogatorio c’è, però, un altro passaggio che apre un capitolo inquietante: “Si informa la persona sottoposta alle indagini che il procedimento penale risulta iscritto anche per i reati (…), in concorso con Sergio Orsi, per quali risulta maturato il termine di prescrizione, tuttavia, qualora l’indagato vi consenta o abbia interesse l’interrogatorio verterà anche su questi fatti”. I reati sono la corruzione in atti giudiziari aggravata dall’articolo 7della legge 203/91, ovvero l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, ipotesi gravi, ma prescritte, chiarisce la Procura. I rapporti con Sergio Orsi erano già stati documentati proprio da un’inchiesta di ilfattoquotidiano.it che aveva ripercorso con dichiarazioni dei pentiti, ma anche con la pubblicazione esclusiva di un atto parlamentare poi desecretato, i contatti tra Donato Ceglie e Orsi, quest’ultimo considerato imprenditore a disposizione dei Casalesi, punto di congiunzione tra politica e camorra nel grande affare del consorzio Ce4 che vede a processo per concorso esterno in associazione camorristica l’ex sottosegretario forzista Nicola Cosentino.

La donna si chiama Rosaria Granato. Il giudice che si batte contro le ecomafie è sott'inchiesta. E si difende: «È stalking», scrive "Il Corriere del Mezzogiorno" il 25 gennaio 2014. Niente ricatti, niente violenza: solo una storia d’amore tra persone consenzienti. Donato Ceglie, ex pm «ecologista» a Santa Maria Capua Vetere e oggi sostituto procuratore generale a Napoli, definisce così la storia con Rosaria Granata, la moglie di un suo indagato, che gli è costata le accuse di concussione, violenza sessuale e calunnia. La vicenda è stata rivelata ieri da Repubblica: l’inchiesta è affidata al pm di Roma Barbara Sargenti, che ne ha chiesto il rinvio a giudizio, ed era stata avviata in seguito a un esposto dello stesso Ceglie. Rosaria Granata (in un primo momento indagata per calunnia e poi divenuta persona offesa) è la moglie di Gaetano Ferrentino, imprenditore titolare della So. Ri. Eco, azienda che gestiva un impianto di compostaggio in provincia di Salerno. Quando era pm a Santa maria, Ceglie lo aveva iscritto nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta «Chernobyl», che verteva su un traffico di rifiuti smaltiti illecitamente in terreni agricoli tra le province di Caserta, Salerno e Foggia. Nel corso delle indagini preliminari, il pm aveva conosciuto la moglie dell’indagato e di lì a poco aveva avviato con lei una relazione. Secondo l’accusa, il magistrato aveva approfittato della sudditanza psicologica che la donna nutriva nei suoi confronti. Circostanza smentita perentoriamente dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Peppino Fusco. Tre i punti che il penalista evidenzia: Ceglie non svolse alcuna attività nel fallimento della So. Ri. Eco., gestito dal Tribunale di Nocera; la storia tra lui e Rosaria Granata cominciò dopo la richiesta di rinvio a giudizio di Gaetano Ferrentino, dunque quando il pm non era più coinvolto nel processo; soprattutto fu la donna a cercare la compagnia del pm, che non la forzò in alcun modo ad avere rapporti con lui. È la stessa Rosaria Granata a raccontare ai carabinieri come nacque e proseguì la sua storia con il magistrato: «Ho conosciuto Donato Ceglie nell’ottobre del 2008 presso la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere in occasione di una mia richiesta di informazioni rivolta personalmente a quest’ultimo su un’inchiesta denominata "Chernobyl"». I due si incontrarono altre volte, sempre nell’ufficio dell’allora pm, alla presenza di un avvocato. Fino ad arrivare al 23 dicembre 2009, quando Rosaria Granata da Ceglie ci andò da sola: «In tale circostanza quest’ultimo prima che io mi congedassi da lui mi confidò che io gli piacevo come donna e che era sua intenzione vedermi al rientro dalle festività natalizie per approfondire la nostra conoscenza da un punto di vista relazionale, premettendomi però che tale proposta non interferiva per nessunissima ragione sullo svolgimento e sugli esiti giudiziari di mio marito Ferrentino Gaetano. Doveva essere soltanto una cosa nostra personale al di fuori di tutte le altre mie problematiche. Io gli risposi che non era mia intenzione rivederlo per tale scopo, lo salutai e andai via. Il 10 gennaio successivo vi fu la requisitoria e mio marito fu rinviato a giudizio ed attualmente è ancora in corso il processo di primo grado a suo carico». Di lì a poco, tuttavia, la donna cambiò idea: «Dopo una mia estenuante meditazione a seguito della proposta, decidevo di recarmi da lui poiché dentro di me sentivo come donna la necessità di rivederlo, dato che vedevo in lui una figura protettiva, una persona con la quale poter parlare bene e non nascondo che probabilmente iniziavo a provare dei sentimenti che andavano al di là di una conoscenza prima e di pseudo amicizia poi». La relazione, secondo Rosaria Granata, si è protratta fino al febbraio del 2012. Era quasi sempre lei a cercare Ceglie, sottolinea la difesa, fino a perseguitarlo presentandosi in udienza, ai convegni, in ufficio: per questo motivo l’avvocato Fusco ha presentato ricorso contro l’archiviazione delle accuse nei confronti della donna, sostenendo che il reato che si configura non è quello di calunnia, in un primo momento ipotizzato dal pm, ma quello di stalking. In circa un anno Rosaria Granata avrebbe telefonato 3500 volte Ceglie, lui a lei solo 800; dopo la fine della loro relazione, ci sono 1800 telefonate di lei a lui, molte delle quali brevissime (uno squillo e basta), solo 200 di lui a lei. La donna ha anche ammesso di avere inviato mail a moltissime persone per rendere pubblica la sua storia con il magistrato, scrivendo però anche cose false: «Il dottor Ceglie non mi ha mai fatto alcun ricatto per portarmi a letto, ho utilizzato questo termine nella mia e-mail in maniera forse impropria. Con questo termine intendevo la paura del suo abbandono e quindi di rimanere di nuovo sola ma il tutto era sempre inerente alla sfera sentimentale e non aveva nulla a che vedere con i fatti giudiziari». Il magistrato in ogni caso non nega di averla incontrata anche in ufficio, vicenda per la quale arriveranno presumibilmente pesanti sanzioni disciplinari. I primi incontri, secondo Rosaria Granata, avvenivano in un appartamento di Santa Maria Capua Vetere distante un paio di chilometri dalla Procura. Nel settembre del 2011, tuttavia, Ceglie fu trasferito in Procura generale, a Napoli: e gli incontri continuarono nel suo ufficio, al 12° piano della torre C, su un divano. La donna ha conservato un oggetto per provare le cose che dice: una borsa sulla quale, pare, è rimasta una macchia. Ma i due si incontravano anche fuori dall’ufficio, tant’è che Rosaria Granata presenziò a un convegno dell’Università Parthenope alla quale fu presentata come «assistente» del pg. La storia, racconta infine, terminò quando sua figlia telefonò a Ceglie; voleva «chiedergli aiuto per un mio stato depressivo; ma lui riattaccò il telefono senza darle alcun consiglio. Questa cosa mi fece arrabbiare tantissimo; da lì è iniziata la nostra rottura». Ascoltata altre volte in seguito, Rosaria Granata tuttavia in una circostanza ha ammesso che sperava «di avere da lui agevolazioni» e che, avendogli fatto una richiesta specifica, si sentì rispondere: «Ora non posso fare niente, poi si vedrà».

Rifiuti, verbale segreto: “Pm Ceglie in contatto con imprenditori dei Casalesi”. Le accuse di Cantone e Roberti davanti alla commissione Ecomafie contro un magistrato simbolo dell'antimafia, oggi sotto processo per violenza sessuale. Il documento del 2007 desecretato, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 17 novembre 2014. E’ considerato l’icona della lotta alle ecomafie, ospite celebrato in convegni di Libera e Legambiente. Il magistrato Donato Ceglie è, dallo scorso febbraio, sotto processo a Roma, per concussione per costrizione, violenza sessuale e calunnia. Avrebbe abusato del suo potere costringendo la moglie di un imprenditore, principale imputato di una inchiesta in cui il magistrato era titolare, a rapporti sessuali promettendo benefici riguardanti il fallimento dell’azienda. Ceglie è anche finito citato in un’audizione, appena desecretata, risalente al 24 aprile 2007, un’altra storia con altri protagonisti che ilfattoquotidiano.it può raccontare. La commissione bicamerale di inchiesta sulle ecomafie ascoltava Raffaele Cantone, attuale commissario anticorruzione e Franco Roberti, oggi a capo della Direzione nazionale antimafia. Audizione, il cui contenuto, per primo fu riferito dal Fatto Quotidiano in una inchiesta del 2011. Oggi, finalmente, quell’audizione è accessibile a tutti. A chiederne per prima la desecretazione, ad avviarne così l’iter, fu, nel novembre dello scorso anno, la senatrice del Pd Rosaria Capacchione che da giornalista si era già occupata della vicenda. Lo scorso gennaio anche il M5S aveva sollecitato l’eliminazione del segreto sull’audizione in oggetto. Le parole di quella seduta tornano di stretta attualità. L’audizione choc: i rapporti con Orsi. Raffaele Cantone riferiva del contenuto dell’indagine giudiziaria, da lui condotta insieme al collega Alessandro Milita, sul consorzio Ce4, dove l’impresa privata era quella dei fratelli Orsi “organici, secondo le indicazioni di numerosi collaboratori di giustizia, al clan dei Casalesi (fazione Bidognetti)”. Il sistema criminale di quel consorzio ha portato, poi, a giudizio Nicola Cosentino. Raffaele Cantone riferisce di come gli Orsi avessero lavorato per inserire nella struttura commissiarale, quello che definivano un loro uomo, Claudio De Biasio. E qui spunta Donato Ceglie. Cantone chiarisce: “Dalle intercettazioni telefoniche risultavano rapporti tra l’imprendiotre Orsi ed un magistrato del distretto di Napoli, che era intervenuto per cercare di far avere il porto d’armi all’Orsi, pur non avendone questi probabilmente titolo e, soprattutto, avrebbe messo in rapporti diretti l’imprendiotre Orsi con il commissario Catenacci (…) Il collega in questione è Donato Ceglie”. La procura di Napoli trasferisce gli atti alla Procura di Roma, il reato contestato era abuso d’ufficio per la vicenda del porto d’armi, ma l’accusa chiede, nell’aprile 2005, e ottiene l’archiviazione della posizione di Donato Ceglie. Restano quei contatti. Ancora Cantone: “Nella parte finale del provvedimento di archiviazione si riporta quanto di seguito: ‘Di rilievo ancora agli esiti delle s.i.t rese dal prefetto Catenacci, il quale, in termini compatibili con quanto già desumibile dall’attività intercettiva, fa riferimento (…) a un inusitato interessamento del Ceglie per risolvere un ostacolo formale che si pensava sussistesse per l’assunzione presso il commissariato di un professionista, l’architetto De Biasio”.

I boss pentiti parlano. Le rivelazioni inedite di Vassallo. Nei giorni scorsi, in un’udienza del processo a carico di Nicola Cosentino, è stato ascoltato Giuseppe Valente, da poco collaboratore di giustizia, ex presidente del famoso consorzio Ce4. Valente ha riferito in merito alla scelta del socio privato nel consorzio: “Prima della gara ero molto preoccupato del fatto che dovessero vincere gli Orsi in quanto c’era la Covim, azienda creatura del clan La Torre e sapevo che sarebbe stata interessata alla gara. Avevo paura di essere ucciso se avessi escluso la Covim; così Sergio Orsi mi disse di rivolgermi all’allora pm della Procura di Santa Maria Caputa Vetere Donato Ceglie, con cui mi fissò un appuntamento. Così incontrai il pm che mi consigliò di inserire nel bando di gara la clausola che prevedeva l’esclusione di aziende che avessero contenziosi con il consorzio”. Il legale di Donato Ceglie, Giuseppe Fusco, ha negato tutto spiegando “suggerimenti mai chiesti e neanche forniti”. Ma a parlare del ruolo di Ceglie nella vicenda Ce4 è anche un altro pentito. Nell’esclusiva intervista realizzata al pentito Gaetano Vassallo, il principale accusatore di Nicola Cosentino, pubblicata dal Fatto Quotidiano, il collaboratore ha riferito a proposito di Donato Ceglie: “Gli Orsi avevano un rapporto con Donato Ceglie. Lo chiamavano Donatino. Gli Orsi mi dicevano che Ceglie era una persona loro, l’ho riferito anche nei verbali rivelando anche il ruolo di un commercialista di Santa Maria Capua Vetere in questo rapporto. Eco4 (la società nata dall’unione tra il consorzio e l’impresa degli Orsi, ndr) è nata grazie anche all’appoggio di Donatino”. Michele Orsi fu ucciso nel giugno 2008 dal gruppo di fuoco di Giuseppe Setola mentre Sergio Orsi è stato condannato, in appello, per diversi reati nel processo Eco4.

Ceglie contro La Peste. La vicenda giudiziaria, con seguito di archiviazione, i rapporti che Ceglie ha avuto con Orsi e l’interessamento per l’iter di assunzione al commissariato di Claudio De Biasio erano stati svelati nel 2010 nel libro ‘La Peste’, edito da Rizzoli, scritto a quattro mani da Tommaso Sodano, oggi vicesindaco di Napoli, e dal giornalista Nello Trocchia, collaboratore di ilfattoquotidiano.it. Donato Ceglie ha, però, pensato bene di portare in tribunale gli autori e la casa editrice, ma solo in sede civile, chiedendo un risarcimento record pari a 250mila euro. “Ci siamo limitati – spiegano gli autori, difesi dallo studio legale dell’avvocato Marcello Franco – a riportare i fatti, precisando l’archiviazione della posizione giudiziaria, ma raccontando vicinanze e relazioni, convinti che nella lunga storia del disastro campano nulla dovesse essere taciuto. Lo dovevamo alla nostra terra e alla verità. A distanza di 4 anni una mole di dichiarazioni e documenti ora desecretati danno ragione alla nostra attenta e scrupolosa ricostruzione”.

Terra dei Fuochi: Tutti sapevano! Il PM Donato Ceglie in Commissione Ambiente. Il PM Donato Ceglie in audizione al Senato in Commissione Ambiente ci ha lasciato tutti senza parole, quello che sosteniamo da tempo, a cui avevano contrapposto contro un muro di gomma, è stato ripetuto con chiarezza inequivocabile da un magistrato di assoluta ed indubbia esperienza. "quando nel 1997 sono stati ascoltati i collaboratori di giustizia ed accertati i fatti, gli intombamenti, il traffico internazionale di rifiuti industriali, che genera un abbattimento sui costi dell'80%, tutti gli atti sono stati trasmessi agli enti responsabili, Sindaci, Prefetti, Presidente di Regione e Presidente del Consiglio, Ministri, tutti sono stati informati, tutti sapevano, nessuno ha agito. Sentire ora che qualcuno si meraviglia e si scandalizza delle dichiarazioni di Schiavone mi meraviglia e scandalizza molto." e ancora "qualcuno all'epoca ebbe pure a dire che ero troppo zelante, che a scoprire tanti intombamenti di rifiuti tossici, bidoni ed altro, aggravavo la situazione dell'emergenza rifiuti" naturalmente l'emergenza rifiuti, come è noto riguardava il ciclo di RSU e non lo smaltimento illecito di rifiuti industriali organizzato a "SISTEMA", come ha detto lo stesso PM, su scala internazionale per abbattere i costi del comparto industriale dell'80%. Parla con carte alla mano il magistrato, che ha depositato un documento di oltre 400 pagine, con le principali inchieste svolte dal 1997 ad oggi, dove si evince un dato ormai chiaro e inattaccabile ovvero il traffico di rifiuti speciali verso Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. Il Dott. Ceglie riferisce su molte cose, dice che i rifiuti radioattivi ad oggi non sono mai stati ritrovati, parla anche di no food, portando ad una riflessione ed accendendo la discussione in commissione, dice "Bisogna parlare più di rifiuti che di contaminazione" riferendosi alla Campania e al fatto che nei terreni è facile trovare quantitativi di sostanze che superano i livelli di legge ma che in realtà sono dovuti alle eruzioni vulcaniche che hanno depositato nei secoli metalli e minerali. Il problema principale dice "E' la persistenza dei rifiuti" e su questo passaggio evidenzia il fatto che ci sono 6.5MlN di Ecoballe stoccate alle quali ad oggi non si sa dare una risposta, aggiunge che non si possono trattare ne con Inceneritori e nemmeno con la torcia al plasma. Infine il PM Ceglie chiede un meccanismo "cuscinetto" che controlli le eventuali bonifiche e che ritiene indecoroso strumentalizzare il principio di libertà di stampa per dire cose che mettono in difficoltà il lavoro della magistratura.  24 gennaio 2014. Commissione Ambiente M5S Senato

Ma proprio a proposito di Donato Ceglie e l'enunciazione che ha dedicato la propria vita a combattere Ecomafia in tribunale c'è una notizia censurata ai più. Il Mattino è uscito con una notizia a tutta pagina; titolo: “Rifiuti, sotto inchiesta il magistrato Ceglie”, catenaccio: “Avviso di garanzia per abuso d’ufficio nel filone d’indagine sul consorzio Ce4. Gli atti alla procura di Roma”, sommario: “Il sostituto casertano si sarebbe interessato per un porto d’armi / A breve l’interrogatorio”. , scrive Iustitia. Si tratta di una notizia policentrica: nasce a Caserta, viene lavorata a Napoli ed è firmata Roma. In calce all’articolo c’è infatti la sigla ‘re. ro.’, che sta per redazione romana. La notizia è stata pubblicata con grandissimo rilievo sia nelle pagine di Napoli-Campania, settore guidato da Claudio Scamardella, che nell’edizione di Caserta, affidata a Nando Santonastaso. Ma veniamo alla vicenda che vede protagonista il sostituto procuratore della procura di Santa Maria Capua Vetere Donato Ceglie, napoletano, quarantasei anni, da diciotto in magistratura, noto per le sue inchieste sull’ambiente e sulle ecomafie. Il quotidiano di Caltagirone scrive che “nei confronti del magistrato viene ipotizzato il reato di concorso in abuso d’atti d’ufficio. L’accusa si riferirebbe a un presunto interessamento che avrebbe esercitato il pm sammaritano nei confronti di un funzionario di prefettura per il rilascio di un porto d’armi a favore di un imprenditore del settore dei rifiuti”. Una notizia importante, ma piccola, impaginata con un titolo fortissimo e inserita all’interno di un articolo dalla chiusa durissima. “Un’inchiesta – quella sui rifiuti in provincia di Caserta - che si è andata sviluppando – scrive l’estensore anonimo del Mattino – negli ultimi mesi. Al di là delle accuse ai singoli indagati, gli inquirenti hanno disegnato uno scenario complessivo inquietante: un giro di mazzette, regali e favori collegato all’individuazione della discarica – e della ditta a cui demandare lo smaltimento – nella zona compresa tra Falciano del Massico, Mondragone, Santa Maria La Fossa, Castelvolturno e Sessa Aurunca, nella parte alta della provincia di Caserta.  Un giro che vede coinvolti funzionari dello Stato, imprenditori e, in ultimo, anche un magistrato”. L’articolo non è piaciuto al pm Ceglie e il 10 giugno il suo legale, l’avvocato Giuseppe Fusco del foro di Napoli, ha presentato alla procura di Roma una querela nei confronti dell’autore dell’articolo e del direttore del Mattino Mario Orfeo. Nella querela il pm di Santa Maria precisa che l’indagine a suo carico riguarda un fatto che non ha nulla a che vedere con l’inchiesta sui rifiuti e sulle discariche condotta dai magistrati dell’antimafia di Napoli Raffaele Cantone e Alessandro Milita, così come non ha nulla a che vedere con presunte tangenti e attività di corruzione di pubblici funzionari in quanto scaturisce dai suoi “presunti rapporti con il vice prefetto Ernesto Raio”, cui si sarebbe rivolto per sollecitare il rinnovo di un porto d’armi a favore di un imprenditore. E aggiunge che questo è l’unico fatto per il quale è indagato dalla procura di Roma. Inoltre Ceglie ricorda la sua intensa attività di pubblico ministero: ”Sono stato e sono titolare di inchieste proprio nel settore dei rifiuti e delle discariche; sono stato e sono titolare di inchieste anche in materia di cave con sequestri recenti di cave e cementifici (decreti firmati in tandem con il procuratore aggiunto della procura di Santa Maria Paolo Albano, ndr) anche di proprietà della Cementir Cementerie del Tirreno spa; sono conosciuto, non solo nell’ambito locale, ma a livello nazionale, come uno dei magistrati di maggior impegno nel perseguire (con iniziative di grosso spessore) fatti illeciti riguardanti tutta la problematica della tutela del territorio”. Probabilmente non è casuale nella querela il riferimento al sequestro delle cave della Cementir, una spa, che come l’Edime-Il Mattino, fa parte della galassia del gruppo Caltagirone. E proprio sul collegamento tra le due società ha battuto il direttore della Gazzetta di Caserta Pasquale Clemente nel fondo che il 22 maggio ha dedicato alla vicenda Ceglie, fondo esplicito e duro fin dal titolo: “Il magistrato ha fatto chiudere la Cementir illegale / Mattino, vergogna per un porto d’armi”.

Ma di Ceglie si è occupato anche un altro giornale, proprio vicino ai Pubblici Ministeri.

Davanti alla commissione parlamentare ecomafie tre magistrati svelano i rapporti oscuri di Claudio De Biasio, vicino alla famiglia Orsi e numero due della struttura per l'emergenza monnezza, scrivono Tommaso Sodano e Nello Trocchia su  Il Fatto Quotidiano. Il 24 aprile 2007 presso la commissione parlamentare ecomafie presieduta da Roberto Barbieri, sfilano tre, tra i migliori magistrati anticamorra, Franco Roberti (allora coordinatore della Dda), Maria Cristina Ribera e Raffaele Cantone. Fanno luce sulle responsabilità della politica nell’eterna emergenza e chiariscono il ruolo, anche di un magistrato, nella nomina di Claudio De Biasio al commissariato di governo per l’emergenza rifiuti. Un’audizione che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere e che contiene molte risposte a punti oscuri dell’eterna emergenza rifiuti in Campania. L’uomo buono per tutte le stagioni. Claudio De Biasio è stato arrestato pochi giorni fa per lo scandalo depuratori. Nell’ordinanza si legge: ” Negli anni ha dimostrato una personalità criminale allarmante (…)Sconcerta che un personaggio così colpito da iniziative giudiziarie riesca ancora a trovare credito nella pubblica amministrazione con la copertura di incarichi fiduciari, e non certo per concorso pubblico”. De Biasio, infatti, continuava a lavorare al Consorzio Unico ed era commissario liquidatore al commissariato acque della regione Campania, nonostante le ripetute indagini che lo hanno coinvolto. Nel 2005 Claudio De Biasio entra al commissariato di governo per l’emergenza rifiuti, nel 2007 nonostante l’indagine a suo carico, diventa numero due della struttura, nominato da Guido Bertolaso. De Biasio, forte della sua esperienza nel consorzio Ce4, quello che incrocia gli affari della camorra con il malaffare politico. Pochi giorni dopo la nomina al vertice del commissariato viene arrestato proprio per la gestione del consorzio Ce4 (poi assolto e per un reato prescritto) insieme con i fratelli Orsi (Michele verrà ucciso dalla camorra, Sergio condannato per collusioni)”. A questo punto, i parlamentari convocano i magistrati per capire i retroscena dietro quella nomina. Raffaele Cantone, allora pm presso la distrettuale antimafia napoletana, racconta: “ Le indagini si fermano al 2004, quindi, alla struttura commissariale che passa dalla gestione Facchi alla gestione Catenacci (indagato nel nuovo scandalo depuratori, ndr). E’ sicuramente provata tutta una serie di rapporti fra gli imprenditori Orsi e la gestione Facchi, ma è purtroppo provata anche una serie di rapporti fra gli Orsi e la gestione Catenacci”. Gli Orsi hanno l’obiettivo di entrare nella struttura commissariale con un fidato sodale, e indicano il nome di De Biasio, tutto deciso in una cena, a riprova una telefonata tra Orsi ed il viceprefetto Ernesto Raio ( allora capo di gabinetto di Catenacci), nella quale l’imprenditore indica la necessità di inserire “uno dei nostri” al commissariato. I controllati che si scelgono il controllore. Il magistrato Donato Ceglie, pm a Santa Maria Capua Vetere, ha contatti con gli Orsi, si spende presso Raio (prima alla prefettura poi al commissariato) per il rilascio di un porto d’armi a Michele Orsi, per questa vicenda la toga sammaritana sarà indagato e archiviato su richiesta del pm di Roma Giuseppe Amato. Ceglie venne già indicato dall’allora ministro Pecoraro Scanio come sponsor per la nomina di De Biasio al commissariato di governo. Su richiesta dei parlamentari, a precisa domanda, i magistrati auditi fanno il nome di Ceglie chiarendo l’esito dell’indagine: archiviazione. Nel provvedimento di archiviazione, citato in audizione, si legge: “ Di rilievo ancora agli esiti delle s.i.t. rese dal prefetto Catenacci, il quale, in termini compatibili con quanto già desumibile dall’attività intercettativa, fa riferimento ad un’inusitata attività di consulenza svolta dal Ceglie nei confronti dello stesso prefetto e del commissariato, in ragione della sua precipua competenza professionale, nonché a un parimenti inusitato interessamento del Ceglie per risolvere un ostacolo formale che si pensava sussistesse per l’assunzione presso il commissariato di un professionista, l’architetto De Biasio”. Nel verbale dell’audizione si leggono le parole di stima nei confronti di Ceglie di molti parlamentari per la sua opera contro i traffici illeciti di rifiuti. L’eterna emergenza e il Nord protagonista. Gli Orsi mani e piedi nell’emergenza, rapporti con una toga di primo piano, capaci di indicare un proprio uomo presso il commissariato, quel De Biasio che solo l’arresto nel 2007 eviterà alla commissione ecomafie di sceglierlo come consulente. Ma gli Orsi non si fermano. E nel 2005, dopo l’uscita dal consorzio Ce4, sono pronti con un’altra impresa la Gmc; un’attività imprenditoriale frenata dagli arresti. Sullo sfondo il ruolo di Impregeco, il superconsorzio raggiunto da interdittiva antimafia, che teneva insieme i consorzi casertani e quelli napoletani, la cui vicenda entra a pieno titolo nella richiesta di rinvio a giudizio a carico di Nicola Cosentino (il processo con rito immediato inizierà a marzo). Impregeco vedeva la presenza degli uomini di Cosentino, dominus politico dell’area casertana, e dei fedelissimi di Bassolino, egemone e controllore dei consorzi napoletani. Una vicenda quella della nomina e del consociativismo dietro la finta emergenza che resta coperta dal silenzio, di cui al momento hanno parlato solo Terra e il Mattino. Torniamo all’audizione, da cui emerge un sistema simile a quello del dopo terremoto del 1980, dove la politica e l’imprenditoria camorrista vanno a braccetto e lucrano dietro il paravento dei rifiuti in strada. Ecomafie diffuse anche al nord, come conferma la pm Maria Cristina Ribera in un passaggio dell’audizione: “Nella mia esperienza, ho potuto constatare che la gestione illegale dei rifiuti, in maniera organizzata e sistematica, ha coinvolto il consorzio Milano Pulita Ambiente, la società Nuova Esa di Marcon veneto, il consorzio Tev di Massarosa Toscana, l’ecoindustria che gestiva rifiuti pericolosissimi in un territorio con vincoli paesaggistici e non aveva neanche il piano di sicurezza in Toscana, Agroter di Pesaro (…) il fenomeno è talmente diffuso che credo sia esteso a livello nazionale”.

Ma non finisce qui. Ceglie è ancora chiacchierato. 

Il magistrato nei guai: "Aveva rapporti con la moglie di un carcerato", scrive “Libero Quotidiano”. "Rapporti frettolosi, nascosti e spesso consumati a volte nel suo ufficio della procura di Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta, a volte nelle stanze della procura generale di Napoli". Stando a quanto riportato dal quotidiano La Repubblica venerdì 24 gennaio, il magistrato Donato Ceglie, impegnato da anni nella lotta contro le ecomafie in Campania, è accusato di concussione e violenza sessuale. Avrebbe infatti preteso e ottenuto rapporti sessuali dalla moglie di un uomo, Gaetano Ferrettino, che lui stesso aveva fatto arrestare. Sulla carriera del magistrato, 56 anni, pende infatti dal dicembre scorso, una richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pm di Roma Barbara Sergenti che sosteiene che "Ceglie induceva Maria Rosaria Granata, 46 anni, moglie di Gaetano Ferrentino, a instaurare e proseguire una relazione sentimentale che gli procurava indebitamente rapporti sessuali”. Tutto inizia  nel 2007. "In quel periodo Ceglie - come riporta La Repubblica - si occupa dell’inchiesta Chernobyl, scopre tonnellate di rifiuti interrati tra Caserta, Napoli e Vallo della Lucania e sequestra un impianto di compostaggio di cui Ferrentino è amministratore unico, spedendo quest’ultimo agli arresti domiciliari". Nel 2009, secondo la Procura di Roma, sarebbero iniziati i rapporti con la moglie di Ferrentino. Maria Rosaria Granata accetta nella speranza di indurre il pm  ad abbandonare il procedimento contro il marito. Ma la speranza della donna non si realizza. "Quello che il pm fa, invece - continua Repubblica - è ordinare il dissequestro dell’impianto di compostaggio, affidarne la gestione alla Compost Campania e – come scrive il pm Sargenti – "rilasciare indebitamente il nulla osta per riassumere Maria Rosaria Granata". La donna, infatti, era stata licenziata dal curatore fallimentare perché la Compost non poteva per contratto impiegare persone collegabili alla So.Rie.Co di Ferrettino. Ma Ceglie per la sua fiamma riesce ad ottenere una deroga". Il giallo però scoppia nel 2012 quando delle email anonime arrivano in procura e alla redazione del Mattino, quotidiano campano. "I messaggi di posta elettronica - riporta sempre il quotidiano romano -  riportano informazioni scioccanti: "Il dott. Ceglie non è altro che un pagliaccio con la toga", "Dottore Ceglie, rientra nelle sue inchieste portarsi a letto le mogli degli indagati? E poi sparire distruggendo i numeri di telefonici? Aspetto una sua risposta" e "Da tre anni chiama ripetutamente e si porta a letto con ricatto la moglie di Gaetano Ferrentino". Ceglie non nega gli incontri, ma sarebbero avvenuti per motivi legati alla giustizia.  Secondo la difesa, infatti, "gli incontri innanzitutto sono stati limitati nel tempo" e, in secondo luogo, risulterebbero "al solo scopo istituzionale".

"Pretendeva sesso dalla moglie di un arrestato". Finisce nei guai il pm della lotta all'ecomafia. Napoli, il magistrato Donato Ceglie accusato di concussione e calunnia. La difesa: "Incontri con lei limitati nel tempo", scrivono Fabio Tonacci e Francesco Viviano su “La Repubblica”. Chiedeva sesso, il magistrato Donato Ceglie. Lo pretendeva, e lo otteneva, dalla moglie di uno che aveva fatto arrestare. Rapporti frettolosi e nascosti, consumati a volte nel suo ufficio della procura di Santa Maria Capua Vetere, a volte nelle stanze della procura generale a Napoli. Proprio lui, il pm simbolo della lotta all’ecomafia del casertano, proprio lui che indaga da anni sui veleni nascosti sotto terra. Ora se la deve vedere con altri veleni. Sulla carriera di Donato Ceglie, 56 anni, pende infatti dal dicembre 2013 scorso, una richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pubblico ministero Barbara Sargenti di Roma. Le accuse sono di concussione e violenza sessuale, perché «induceva — si legge nell’atto — Maria Rosaria Granata, 46 anni, moglie di Gaetano Ferrentino, a instaurare e proseguire una relazione sentimentale che gli procurava indebitamente rapporti sessuali». Abuso che sarebbe iniziato a Santa Maria Capua Vetere e proseguito anche dopo che Donato Ceglie, era il 2011, viene trasferito alla procura generale di Napoli. Una storiaccia ancora poco chiara, con un esito giudiziario ancora tutto da definire (la richiesta è ferma davanti al gip) e che però ha un prologo certo nel 2007. In quel periodo il pm napoletano sta seguendo personalmente l’inchiesta “Chernobyl”: scopre tonnellate di rifiuti interrati tra Napoli, Caserta e Vallo della Lucania, sequestra l’impianto di compostaggio nel salernitano gestito dalla So.Rie.Co., dove venivano smaltiti illegalmente quelli di quattro depuratori, e di cui Ferrentino è amministratore unico. Ceglie lo spedisce agli arresti domiciliari. Seguono un paio di anni di indagini, altri sequestri, il fallimento della So.Rie.Co. nel 2009. Poi, sempre secondo la procura romana, cominciano i «rapporti sentimentali e sessuali» tra Ceglie e la Granata. Una relazione che, a prescindere dalla sua natura, forse consenziente forse no, avrebbe dovuto indurre il pm napoletano a abbandonare per ragioni di opportunità il procedimento contro Ferrentino, nel frattempo rinviato a giudizio. Cosa che non accade. Accade invece che Ceglie si adoperi per trovare un lavoro alla Granata. Prima ordina il dissequestro dell’impianto di smaltimento, poi lo affida in gestione alla Compost Campania a cui nel 2011 rilascia «indebitamente — scrive la Sargenti — il nulla osta per riassumere Maria Rosaria Granata». La donna, infatti, era stata licenziata dal curatore fallimentare perché la Compost non poteva per contratto impiegare persone collegabili alla So.Rie.Co. di Ferrentino. Ma Ceglie, per la sua “fiamma”, riesce a ottenere una deroga. E continua a interessarsi del rinnovo del contratto di gestione anche dopo essere stato trasferito a Napoli. Nel 2012 però qualcosa si rompe. Nelle caselle di posta elettronica di alcuni magistrati della Procura generale e alla redazione del Mattino iniziano ad arrivare decine di e-mail e fax del genere: «Il dott. Ceglie non è altro che un pagliaccio con la toga », «Dottore Ceglie, rientra nelle sue inchieste portarsi a letto le mogli degli indagati? E poi sparire distruggendo i numeri di telefonici? Aspetto una sua risposta», «da tre anni chiama ripetutamente e si porta a letto con ricatto la moglie di Gaetano Ferrentino». Ma a quali ricatti si riferisce l’autore delle missive? Che cosa sa veramente? Fatto è che Ceglie decide di denunciare la Granata, sostenendo sì di averla incontrata, ma solo «limitatamente» e «sempre per motivi istituzionali ». I pm romani non gli credono, e così hanno indagato il magistrato che lotta contro la mafia dei rifiuti anche per calunnia, per aver incolpato la donna «pur sapendola innocente».

Roberto Oliveri del Castillo ed il suo libro “Frammenti di storie semplici”. Esercitare la professione di giudice non è di certo cosa semplice: c’è chi, come il nostro protagonista, lo fa nel pieno rispetto dei principi costituzionali e chi, come molti dei personaggi che incontriamo nel romanzo (specchio di una realtà desolante), sceglie invece la via della corruzione. Con uno sguardo critico e attento al contesto sociale e politico, Roberto Oliveri del Castillo accompagna il lettore all’interno dell’universo giudiziario, messo a nudo nella sua complessa galleria di vizi e virtù. “Questi frammenti di storie semplici parlano di giustizia e, a volte, di ingiustizia; di verità negata e violata da chi dovrebbe farla emergere. Sono storie che ci devono far ricordare che è sempre necessario parlare di giustizia, mentre l’ingiustizia si nutre di silenzio”.

RECENSIONE: Frammenti di storie semplici di Oliveri del Castillo di Annalaura Barreca. Organizzato dal Centro Monoriti, Movimento Contaminiamo i Saperi e dal Gruppo stud.”Aria” si è svolta lo scorso 31 gennaio 2015 presso l’aula magna della Cittadella Universitaria di Reggio Cal. la presentazione del libro Frammenti di storie semplici (anno 2014, 312 pagg. Città del sole edizioni) del magistrato napoletano Roberto Oliveri del Castillo. Animato da un intenso dibattito sui temi della giustizia il libro è stato introdotto dalla relazione del prof. Angelo Viglianisi Ferraro, docente di Diritto ed Economia dell’Università di Reggio Calabria. “Pensare alla camera interiore degli altri è un lusso che non mi posso permettere. Giudicare l’etica degli altri… e chi sono poi per farlo? Meglio pensare solo alla mia di camera interiore”. È così che il protagonista del libro “Frammenti di storie semplici” ci introduce nella sua profonda riflessione sulla giustizia, sulla politica e sulla società italiana. Roberto Oliveri del Castillo, magistrato che opera a Bari dal 1991 e scrittore neofita, racconta del viaggio interiore di un giudice senza nome, il quale sceglie di svolgere il proprio mestiere onestamente, nonostante la corruzione che lo circonda, nonostante una società fatta di “gente che sembra di carne, ma poi ti accorgi che in realtà è fatta di fango, acqua e terra, a volte anche peggio”. Né un saggio, né un diario autobiografico, ma semplicemente un racconto che descrive il nostro paese attraverso gli occhi di un giudice, che afflitto dalla decadenza sociale che lo circonda, incomincia un viaggio all’interno della propria coscienza. Attraverso il racconto delle storie semplici di persone che hanno incrociato il suo cammino, il protagonista narra del marcio sociale e politico in cui l’Italia vive ormai da anni, di un paese dove l’apparire vince sull’essere in tutti gli strati della società, in cui il potere politico non difende più i cittadini, ma li esorta a combattere contro chi è chiamato a tutelarli, di un paese in cui tutti si dichiarano difensori della democrazia e del popolo, ma in realtà sono solo nemici travestiti da amici. L’autore raccontando la quotidianità del protagonista, fatta di faldoni, incarti processuali, codici, verbali di udienze, riesce a far entrare il lettore all’interno dell’universo giudiziario, cogliendo la complessità e la difficoltà di chi ogni giorno svolge questo mestiere, specchio della società moderna, fatta di persone semplici e umili, ma anche di individui senza coscienza che farebbero di tutto per ottenere un po’ di notorietà o per accumulare maggiore potere e denaro. Il nostro giudice senza nome, non è un eroe, ma una persona semplice che ricorda ad ognuno di noi di “fare il proprio dovere ogni giorno […] evitando di sentirsi sempre degli eroi investiti di chissà quale sacra missione”. Roberto Oliveri del Castillo con il suo libro ci invita a riflettere su come ormai siamo abituati a vedere le ingiustizie spesso voltandoci dall’altra parte, perché è così che va il mondo. Ma non solo. Attraverso lo sfogo e la forte denuncia del degradato sistema italiano, il protagonista riesce a parlare a tutti, infondendo al lettore quella fiducia nel futuro, anche se tutto sembra non cambiare mai; ed anche quando gli ingiusti riescono sempre a farla franca, la speranza può ancora rinascere.

Una lettura psicoanalitica del romanzo di un giudice – Frammenti di storie semplici, scrive Amedeo Caruso. Come mai un giudice – autore di un romanzo che può fregiarsi della prefazione di Domenico Gallo, un insigne magistrato già senatore nella XII legislatura ed è arricchito dalla postfazione di Armando Spataro, altro illustre magistrato attualmente procuratore della Repubblica di Torino – richieda a uno psicoanalista a lui sconosciuto di fare una lettura psicoanalitica del suo romanzo, è quello che i lettori scopriranno nello scritto di Amedeo Caruso che conclude il libro di Roberto Oliveri del Castillo, magistrato che opera nel distretto di Bari. Si respira ancora l’aria del famoso caso del Diario di un giudice di Dante Troisi, che costrinse l’autore, un giudice anche lui, alla censura? Correvano allora gli Anni Cinquanta. Nel 1973, lo stesso giudice Troisi si trovò ad essere imputato in un altro procedimento disciplinare insieme a due colleghi. Si dimise dalla magistratura nell’ottobre 1974. Leggetevi come e perché nella postfazione a Diario di un giudice (da poco ristampato) di Andrea Camilleri. Ma siamo ormai in un nuovo secolo, oltre sessant’anni dopo quella triste storia sospesa tra letteratura e giustizia. Quale ruolo ha la psicoanalisi nell’esercizio della giustizia e nella comprensione delle azioni degli esseri umani? Dopo il convegno Psiche e Giustizia del Centro Studi Psiche Arte e Società, questo scritto aggiunge un capitolo ulteriore per un migliore dialogo tra avvocati, giudici, psicologi, psicoanalisti, medici e politici. Dov’è Dike conviene sempre che ci sia anche Psiche.

Il libro-scandalo del giudice che fa tremare tutta la Bat, scrivono Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini su  “La Gazzetta del Mezzogiorno” . C’è un libro che da alcune settimane sta facendo parlare - e molto - gli ambienti giudiziari di Bari e Trani. È uscito per un piccolo editore di Reggio Calabria ad ottobre 2014, e finora trovarne una copia in Puglia è stato molto, molto difficile: se ne parla tanto, ma in pochi sono riusciti a leggerlo, almeno fino ad oggi (è stato presentato ieri sera alla Laterza di Bari). L’autore è un giudice, Roberto Olivieri del Castillo, il titolo è «Frammenti di storie semplici». Racconta storie di processi, ma soprattutto di magistrati che ad un lettore attento potrebbero apparire familiari. Perché se anche Del Castillo, 50 anni, giudice delle indagini preliminari prima a Trani e poi a Bari, prende in prestito una celebre frase di Camilleri («Fatti e nomi sono di pura fantasia. Chi vi si volesse riconoscere commetterebbe solo un inutile peccato di vanità»), tra le sue pagine ci sono alcuni riferimenti che stanno alimentando la fantasia e tante voci. Voci che l’autore, ovviamente, considera infondate. Il protagonista è un giudice con la passione per il calcio e per il rock degli anni ’70, che dopo gli inizi in Calabria arriva in una terra «dove il sole sorge dal mare» e la gente sul treno parla in dialetto barese. Al governo c’è il Cumenda, padrone di canali tv e presidente dei Custodi della Libertà, di cui un giorno si occupa anche il suo ufficio, un Tribunale «che si affaccia sul mare e sulla cattedrale». Qui ci sono il presidente Catino, che per mesi gli ordina di «non arrestare e non scarcerare nessuno» a seguito di un esposto anonimo sul suo conto (che poi verrà archiviato), il procuratore Clammis, i pubblici ministeri Spelli («Sfruttava qualunque occasione, come l’indagine su una nave affondata a Pantelleria, solo perché si era firmata in un posto qui vicino per acquistare grano, ipotizzando chissà quale coinvolgimento della mafia che faceva contrabbando di scorie radioattive, prima di essere costretto a rimettere l’indagine al giudice competente per l’intervento della Corte Suprema»), Cricco (che presentava «richieste taroccate con la copertura di Clammis») e Magno, amico del giudice Biscardi. Cricco e Biscardi «erano conosciuti nell’ambiente come organizzatori di truffe e corruzioni di alto livello»: «La tattica preferita era l’intesa, il mettere in mezzo, sotto indagine, se non arrestarlo, qualche imprenditore o qualche politico (una volta addirittura un vescovo), per poi estorcere denaro per far morire il processo». Il giudice racconta di un mondo autoreferenziale tra magistrati, forze dell’ordine e avvocati, dove tutti sono amici di tutti e le inchieste si fanno e si disfano a tavolino, con una trattativa su nomi e numero delle persone da arrestare. Una «tela di ragno», la chiama: un sistema marcio con una avvocatura compiacente rappresentata dall’avvocato Granchio. «Da pochi mesi si era sposato, e la cerimonia, con ospiti politici e industriali del posto, era avvenuta, con tutti i notabili del luogo, compreso il procuratore Clammis, presso la masseria del pm Cricco, acquistata con modalità poco chiare e costata a questo anni di indagini a suo carico, e conclusa con una dubbia archiviazione pilatesca». Anche Granchio aveva avuto problemi con la giustizia: difeso da Mamello «imparentato, sempre casualmente, col pubblico ministero Cricco» che poi «ne chiedeva l’archiviazione» sottoscritta anche da Clammis: tanto che «ormai nella zona si parlava ironicamente dello “studio associato Mamello-Cricco”». E così racconta dell’archiviazione delle accuse a carico di Salvatore Granello, «il titolare del pastificio omonimo», arrestato «dal gip Biscardi, su richiesta del pm Cricco» con l’accusa di «alterazione di sostanze alimentari con grano contaminato». Granello, racconta il romanzo, «si diceva che avesse sborsato parecchio - chi diceva tre, chi quattro, chi cinquecentomila euro - a degli “amici” che avrebbero curato il buon esito della vicenda». Ce n’è anche per i giornalisti come Mario Lomastro, direttore di una tv locale, che «confezionava articoli politici mistificatori, per lo più al servizio del suo padrino-padrone politico, l’on. Densi, suo concittadino, plurinquisito, fedelissimo figlioccio del Cumenda». Una stampa, secondo il giudice, compiacente con il pm Cricco: «Due volte l’anno fa trapelare notizie sul giornale locale, una notifica, un interrogatorio finto, o un altro motivo qualsiasi. Chi deve leggere la notizia sa che quello è il segnale che significa che una somma di denaro deve essere destinata ad un commercialista amico, che poi farà pervenire la somma a Cricco. E il fascicolo continua a vegetare nei cassetti della Procura».

Laudati: «Complotto contro Vendola per favorire Boccia alle primarie», scrive Giovanni Longo e Massimilano Scagliarini su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Più che un complotto della D’Addario ai danni di Berlusconi, complotto che la giustizia ha già ritenuto inesistente, ce n’era stato uno ai danni di Nichi Vendola. Un doppio tentativo di delegittimare l’allora governatore, prima nel culmine delle indagini sulla sanità, poi alla vigilia delle elezioni primarie, che l’ex procuratore di Bari, Antonio Laudati, dice di aver sventato. A raccontarlo è lui stesso, nelle trascrizioni dei colloqui che un giornalista di «Panorama», Giacomo Amadori, ha registrato all’insaputa del magistrato. Il documento è stato depositato ieri a Lecce, dove Laudati è imputato per abuso d’ufficio e favoreggiamento, dall’ex pm Giuseppe Scelsi, che in questo troncone è parte civile: il Tribunale si è riservato di decidere. Per raccontare questa storia bisogna contestualizzarla. A gennaio 2010, Vendola - in cerca di riconferma - avrebbe dovuto sfidare alle primarie del centrosinistra Francesco Boccia, candidato del Pd. Laudati racconta dell’intervento di un «politico» («Non era del Pd») che avrebbe dato la notizia ad alcuni giornali. Laudati dice di essere stato chiamato da alcuni giornalisti («“No, noi non la possiamo scrivere, perché noi non abbiamo mai avuto conferma, anzi, il Procuratore ha smentito, eccetera”») e che gli stessi giornalisti si sarebbero accordati tra loro: «“Se lo scriviamo tutti insieme, (inc.) lo facciamo”. E allora quel giorno che cosa fa, si fa un lavoro da redazione di giornale». Vendola era stato ascoltato in Procura come testimone il 6 luglio 2009 nell’inchiesta sulla «cupola della sanità» condotta da Desirèe Digeronimo. Uno dei temi, a dirlo era stato lo stesso governatore, era appunto la nomina (mai avvenuta) di Giancarlo Logroscino a primario del Miulli di Acquaviva, nomina che Vendola avrebbe chiesto in una telefonata con l’allora assessore Alberto Tedesco. «Allora - racconta Laudati - i giornalisti che dicono? Diamo la notizia che è imputato per tentata concussione, come può essere questa tentata concussione per Logroscino, che è talmente una cazzata che uno che ci riflette, no, Vendola telefona, prima di tutto è una valutazione di discrezionalità amministrativa». La notizia su Vendola indagato per tentata concussione è pubblicata il 18 gennaio 2010, sei giorni prima delle primarie. Quel giorno, smentendo la circostanza, il governatore è sibillino: «Nella lotta politica, continuo ad essere contrastato con mezzi impropri». Anche la Procura di Bari, informalmente, fa subito sapere che la circostanza «non risulta». Parlando con il giornalista di Panorama, Laudati parla di «strumentalizzazione»: «Allora, Vendola io non lo riesco a fregare politicamente, perché è forte. Allora cerco la via giudiziaria. Io sono stato costretto a fare la smentita, e l’ho salvato. Perché siccome Vendola aveva fatto dimettere cinque assessori, se io avessi confermato: “Vendola è indagato”, Vendola dopo due secondi si doveva dimettere». Lo stesso problema, secondo l’allora procuratore, si era verificato nell’autunno precedente. L’11 novembre 2009 «Libero» aveva pubblicato la notizia di una iscrizione come indagato di Vendola, in base ad una informativa dei Carabinieri, sempre per tentata concussione. La Procura smentì immediatamente: Vendola «non è indagato» e a suo carico «attualmente non c’è alcun procedimento penale». «L’11 novembre - dice Laudati - viene fatta, come dire, confezionata ad hoc una informativa, viene registrata… E io lì ho sgamato tutto, avevo disposto la secretazione quando ho fatto il comunicato». Ovvero: il governatore era effettivamente indagato, ma non per tentata concussione e anzi per una vicenda su cui «ci sarà l'archiviazione a brevissimo». «L’informativa riguarda tutt’altro, è tutta un’altra storia. Anche lì una baggianata costruita ad arte, perché il problema di Vendola esiste. Su Vendola esisterà lo stesso problema che è esistito per Berlusconi per Mediaset, non poteva non sapere. Poi bisognerà vedere se è una responsabilità penale, se è una responsabilità politica». Sappiamo che l’inchiesta ha preso la seconda strada: la presunta associazione che pilotava le nomine nelle Asl, secondo l’accusa, faceva capo all’ex assessore Alberto Tedesco, che per questo è a giudizio. Ma in un troncone concluso in abbreviato, sei imputati della principale inchiesta sulla gestione della sanità pugliese sono stati assolti con formula piena. Tra le ipotesi scartate dai magistrati leccesi ci sono le pressioni che Laudati avrebbe esercitato nei confronti dei suoi pm: un esposto anonimo, infatti, ipotizzava che il capo della procura avesse «imposto» l’archiviazione delle indagini sul presidente della giunta regionale Nichi Vendola dopo aver ricevuto dalla Regione Puglia un finanziamento da 100mila euro per il convegno «Organizzare la giustizia», da lui voluto. Secondo gli inquirenti le ipotesi di reato sono «insussistenti». E le carte raccontano un retroscena inedito: nell’ambito di quelle indagini - che riguardavano la gestione delle nomine nelle Asl - la pm Desirèe Digeronimo voleva arrestare Vendola. «Nell'ambito del troncone investigativo assegnato alIa dott.ssa Digeronimo - è detto nella richiesta di archiviazione - era accaduto che quest'ultima avesse ricevuto una denuncia dei Carabinieri che, con riferimento aIle nomine di dirigenti ospedalieri, ipotizzavano il reato di concussione nei confronti di più persone, tra Ie quali il presidente Vendola. La dott.ssa Digeronimo aveva disposto l'iscrizione di tutti i denunciati nel registro delle notizie di reato ed aveva programmato di chiedere l'applicazione di una misura cautelare personale anche - tra gli altri - al presidente della Regione». L’inchiesta riguardava le presunte pressioni nelle nomine di primari e dirigenti della Asl, a carico di Vendola e altre 10 persone (tra cui l’ex assessore Alberto Tedesco). Dell’intenzione di procedere ad arresti la Digeronimo «aveva informato il procuratore (che invece non era stato informato preventivamente dell'iscrizione dell'on. Vendola e degli altri denunciati nel registro delle notizie di reato in quanto non era in sede quando era pervenuta l'informativa) ed aveva colto la preoccupazione del dott. Laudati per una eventuale fuga di notizie, perché, come le aveva scritto in un sms, se vi fosse stata fuga di notizia "sarebbero divenuti nemici"». La notizia il giorno dopo («puntualmente», commenta la procura di Lecce) è stata pubblicata sul quotidiano «Libero». Tuttavia, sono state le stesse dichiarazioni della Digeronimo a far cadere le accuse a Laudati: il procuratore «non aveva mai sollecitato o richiesto I'archiviazione nei confronti di Vendola e degli altri ed aveva sempre detto che lui voleva che si giungesse ad una decisione condivisa» tra tutti i pm assegnati al pool sanità. Nel pool (formato anche dai pm Francesco Bretone e Marcello Quercia) c’erano differenze di vedute, ma questo era già emerso. Ma c’è altro. «Copia della richiesta di archiviazione, poi accolta dal giudice per le indagini preliminari, era risultata in possesso dell' on. Vendola già il giorno dopo la sua sottoscrizione, benché dagli atti non risultasse né richiesta di copia, né autorizzazione al rilascio, né lo stesso rilascio. Ma, a tacere della impossibilità di identificare l'autore della copia e della sostanziale irrilevanza dell'omessa riscossione dei diritti di rilascio stante la modestia dell'ammontare di essi, la disponibilità della richiesta di archiviazione da parte dell'indagato non appare in contrasto con alcun segreto di indagine ed avergliela consegnata non integra alcun illecito penale». E il convegno di Bari? Anche «se da un canto c'e forse da rilevare la inopportunità di averne chiesto il finanziamento ad un ente il cui presidente (con altri esponenti politici e amministrativi) dal novembre 2009 era sottoposto ad indagini dalla Procura barese», secondo i Pm salentini «non è risultato alcun collegamento tra il finanziamento del convegno e la richiesta di archiviazione nei confronti dell'on. Vendola».

I magistrati, se non sono di sinistra, non meritano rispetto.

Occhi bendati su Laudati, scriveva Liana Milella sul suo Blog il 2 aprile 2013. "Certo che è davvero con la benda sugli occhi questa giustizia disciplinare del Csm, del procuratore generale della Cassazione, del ministro della Giustizia. Il caso Laudati - il tuttora capo della procura di Bari, per chi non se lo ricordi - fa davvero scuola. Scuola in negativo, s'intende. Dimostra che tutte le autorità che dovrebbero occuparsi di giustizia disciplinare per le toghe sono strabiche, o quanto meno, nel caso Laudati, si sono volutamente messe una benda sugli occhi. Quella stessa benda che invece non portano se c'è da guardare il famoso pelo nell'uomo che riguarda Antonio Ingroia. Per l'ex procuratore aggiunto di Palermo basta un aggettivo in più in una dichiarazione per far scattare subito la vigile attenzione del Guardasigilli Paola Severino e del procuratore generale della Suprema Corte Gianfranco Ciani. Altrettanto accade per il pm Nino Di Matteo, che finisce isolato e nel mirino di Cosa nostra. Per Laudati invece non avviene nulla. È lì tranquillo al suo posto da oltre due anni. Un ex collega della procura come Pino Scelsi gli imputa scorrettezze gravi e che succede? Che il Csm lo manda assolto. Azione disciplinare? Neanche a parlarne. Nel frattempo si apre un'indagine a Lecce grazie alle intercettazioni inviate da Napoli che evidenziano un comportamento di Laudati nient'affatto commendevole. Logica vuole che, se non altro per un ovvio gesto di corretta trasparenza e perché l'onore qualcosa ancora conta nella vita, Laudati chieda di sua iniziativa il trasferimento. Nemmeno a parlarne. Lecce ipotizza reati come l'abuso d'ufficio e il favoreggiamento. Non bazzecole. Per chi poi? Laudati avrebbe favorito Berlusconi, mentre l'indagine che riguarda l'ex premier e Tarantini, l'uomo delle escort scelte per il sovrano, sta proprio a Bari, in quella procura dove Laudati continua a svolgere funzioni di capo. Ma non è finita. Lecce notifica la chiusura delle indagini, la posizione di Laudati si aggrava, ma continua a non succedere niente, Laudati è sempre al suo posto. Poi arriva la richiesta di rinvio a giudizio per quei gravi reati. Scelsi, dunque, aveva visto e detto il vero. Che fa il Csm? Decide di sentire Laudati. Che fanno il Guardasigilli e il pg della Cassazione? Ancora niente. In un Paese dov'è stata approvata una pur del tutto insufficiente legge sulla non candidabilità dei condannati in Parlamento, dove perfino un partito come il Pdl è stato costretto a non mettere in lista personaggi con pendenze giudiziarie ancorché non definitive come Dell'Utri, Cosentino, Papa, Scajola ed altri, che cosa fa la magistratura? Consente che a capo di una grande procura come Bari ci stia ancora il signor Laudati. La prima domanda da farsi è questa: ma chi è il santo o chi sono i santi che proteggono Laudati? La seconda: non si lamentino poi le toghe quando in futuro si discuterà di modificare il sistema della giustizia disciplinare. La terza: non crede il Guardasigilli Severino di svolgere il suo lavoro in via Arenula vestendo troppo i panni dall'avvocato penalista? Forse, per veder traslocare Laudati, dovremo aspettare il terzo grado di giudizio tra una decina d'anni?"

Invece, d’altro canto…

Panorama: Sino ad ora, almeno ufficialmente, nessuna toga italiana si è pronunciata sulla vicenda della foto pubblicata da Panorama.it che ritrae Nichi Vendola seduto accanto al giudice Susanna De Felice che il 31 ottobre 2012 lo ha assolto da un’accusa di abuso d’ufficio. Un silenzio che non hanno rotto neppure i componenti del Consiglio superiore della magistratura o i vertici dell’Associazione nazionale magistrati o i rappresentanti delle diverse correnti solitamente così prodighi di interventi su ogni genere di questione, compresa la condizione degli operai in Cina. Nessuno si è espresso, tranne un giudice, di Massa Carrara, Cosimo Maria Ferri, segretario generale di Magistratura indipendente, la corrente moderata delle toghe, che ha affidato alle agenzie questa nota: «Sul rapporto politica e giustizia e su ciò che è accaduto e sta succedendo a Bari il Csm mostra distacco e non interviene. I cittadini non comprendono come gli stessi protagonisti possano passare dalle aule di giustizia, dove si ricerca la verità, fine primario del processo penale, allo scontro politico».

A chi si riferisce Ferri? Ai sei magistrati immortalati a pranzo con Vendola e i suoi parenti? Il segretario di Mi non lo precisa, ma nel testo prolunga il suo pensiero: «Tutto ciò fa male alla magistratura e come sempre c'è molta ipocrisia perché il Csm invece di intervenire e difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, si è preoccupato di aprire una pratica di incompatibilità nei confronti del procuratore della Repubblica (Antonio Laudati ndr) che ha cercato e sta cercando di organizzare il proprio ufficio giudiziario nell'interesse di tutti i cittadini».

Un lavoro che era già stato approfonditamente messo sotto osservazione da una lunga ispezione ministeriale, conclusasi con un giudizio favorevole. Chiude Ferri: «Allora la domanda è legittima e va reiterata: perché il Csm sta guardando solo nella  direzione sbagliata? Magistratura indipendente chiede chiarezza e trasparenza a 360 gradi».

Si attende risposta.

E poi…

I colloqui di Laudati: «A Bari una lobby di giudici e politici», scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Non solo il racconto di un’inchiesta su un presunto «complotto istituzionale», fascicolo reso noto da Panorama ma che, in realtà, non sarebbe mai esistito. Nelle frasi riferite dall’ex procuratore della Repubblica di Bari Antonio Laudati a un cronista del settimanale, che le avrebbe registrate di nascosto, emergono giudizi non lusinghieri sui colleghi magistrati in servizio a Bari. Le conversazioni, che sarebbero avvenute a Bari tra fine gennaio e inizio febbraio 2010, sono state depositate in un procedimento civile, a Milano, dove si discute in appello sul risarcimento danni che Patrizia D’Addario, reclutata da Gianpaolo Tarantini per partecipare a feste nelle residenze dell’allora premier Berlusconi, ha chiesto a Panorama. In primo grado la donna, assistita dall’avvocato Fabio Campese, ha ottenuto un risarcimento di 55mila euro. Sulla base delle trascrizioni di quei colloqui la D’Addario ha anche depositato una querela per diffamazione ai danni di Laudati che la definisce una «ricattatrice». E così si scopre che l’ex procuratore barese definisce, in quelle conversazioni, «disastrosa» la situazione nel suo ufficio. Basti pensare che, a suo giudizio, «c’era una guerra tra lobby politiche e giornalistiche, dalla Procura di Bari si fa carne da macello» perché era «diciamo permeabile». Il procuratore avrebbe illustrato al cronista, Giacomo Amadori una «questione inesplorata», ovvero «il rapporto che lui (Tarantini, ndr) aveva con l’ambiente giudiziario, a queste feste quanti magistrati ci andavano?». Riferendo una frase di tale Cosimo, Laudati dice: «Lì non dovevate mandare un procuratore, dovevate togliere cinquanta magistrati». È l’intero contesto a fare storcere il naso al magistrato oggi in servizio alla Dna, imputato a Lecce con l’accusa di avere favorito Berlusconi e Tarantini durante le indagini sulle escort. Laudati parla del presidente del Tribunale che è stato presidente della Regione, di Emiliano che «va a fare il sindaco», di Maritati che «fa le indagini su D’Alema e va a fare il sottosegretario, va a fare il parlamentare». Di conseguenza, dice senza sapere di essere registrato, «è ovvio che esiste un cordone ombelicale. Penso che dopo il Csm dovrà farsi una sessione speciale».

E poi, ancora…

Superare una prova dell’esame da avvocato senza aver studiato nulla. E’ quanto hanno dimostrato le telecamere di Studio Aperto che ha messo in onda un filmato realizzato con telecamera nascosta da un giornalista che ha preso il posto di un candidato assente e si è fatto “passare” il compito scritto valido come secondo test della prova per l’iscrizione all’albo degli avvocati. Il reportage ha messo in evidenza tutti i “vizi” tipici degli esami di Stato in Italia. Il cronista del tg di Mediaset e’ entrato tranquillamente nella sala d’esame e nessuno ha mai controllato la sua identità. Sarebbe potuto essere un magistrato che sostituisce un parente impreparato o un avvocato deciso ad aiutare un collega principiante. Il reporter si è tranquillamente seduto sul banco vuoto destinato a tal Federico C. poi – una volta cominciata la prova – si è fatto passare tutto il compito riempiendo gli appositi moduli timbrati e firmati dalla Corte d’Appello di Roma. Il tutto sotto l’occhio di una telecamerina che ha anche filmato come nella vasta aula ci si passassero manuali, e suggerimenti atti a superare la prova. Infine nel filmato di Studio Aperto si documenta anche come nei bagni del mega-hotel che ha ospitato gli esami i candidati abbiano potuto consultarsi sui contenuti del compito e passarsi le relative soluzioni.

Copi alla maturità, a un esame o a un concorso o a un esame di Stato? Ecco cosa rischi legalmente. Hai il vizietto di copiare? Lo sai che in alcuni casi si rischia anche l'arresto? Ecco, caso per caso, cosa rischi a livello legale quando copi. Quante volte incappate in persone che copiano agli esami o a un concorso pubblico, o magari chissà..siete voi stessi a farlo. Quello che forse non sapete è che copiare non è uno scherzo, ma in molte circostanze costituisce un vero e proprio reato perseguibile a livello penale.

Se copi vi è il reato di plagio. Secondo l'art. 1 della legge n. 475/1925 infatti: Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l'abilitazione all'insegnamento ed all'esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l'intento sia conseguito.

Se poi qualche commissario ti aiuta nell'ordinamento italiano, vi è l’abuso d'ufficio che è il reato previsto dall'art. 323 del codice penale ai sensi del quale: 1. Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno a quattro anni. 2. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità.

Se chi ti aiuta ti obbliga o ti induce a pagare c’è la concussione. La concussione (dal latino tardo concussio «scossa, eccitamento» dunque «pressione indebita, estorsione») è il reato del pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o delle sue funzioni, costringa (concussione violenta) o induca (concussione implicita o fraudolenta) qualcuno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità anche di natura non patrimoniale. Reato tipico dell'ordinamento giuridico penale della Repubblica Italiana, la fattispecie concussiva non è presente nella maggior parte degli ordinamenti europei e internazionali (al suo posto troviamo l'estorsione aggravata). I beni tutelati dalla fattispecie sono pubblici (buon andamento e imparzialità della Pubblica amministrazione) e allo stesso tempo anche privati (tutela contro abusi di potere e lesioni della libertà di autodeterminazione). Tra i delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica amministrazione, la concussione è il reato più gravemente sanzionato. Oggi, a seguito della riforma introdotta dalla l. 6 novembre 2012, n.190, è prevista la reclusione da sei a dodici anni (anche ante riforma era il reato contro la P.a. più sanzionato). La normativa italiana di contrasto al fenomeno concussivo è contenuta nel codice penale e precisamente nel Libro II, Titolo II "Dei delitti contro la pubblica amministrazione" (art. 314-360).

Se chi ti aiuta si fa pagare è corruzione ed indica, in senso generico, la condotta di un soggetto che, in cambio di danaro oppure di altri utilità e/o vantaggi che non gli sono dovuti, agisce contro i propri doveri ed obblighi. Il fenomeno ha molte implicazioni, soprattutto dal punto di vista sociale e giuridico; uno stato nel quale prevale un sistema politico incontrollabilmente corrotto viene definito "cleptocrazia", cioè "governo di ladri", oppure "repubblica delle banane". In Italia il concetto di corruzione è riconducibile a diverse fattispecie criminose, disciplinate nel Codice Penale, Libro II - Dei delitti in particolare, Titolo II - Dei delitti contro la pubblica amministrazione. Le relative fattispecie criminose sono tutte accomunate da alcuni elementi:

reati propri del pubblico ufficiale

accordo con il privato

dazione di denaro od altre utilità

Quindi, la corruzione è categoria generale, descrittiva dei seguenti reati:

art. 318 c.p. - Corruzione per l'esercizio della funzione

art. 319 c.p. - Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio

art. 319 ter c.p. - Corruzione in atti giudiziari

art. 320 c.p. - Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio

art. 321 c.p. - Pene per il corruttore

In base all'art. 319 codice penale il pubblico ufficiale che, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da due a cinque anni. È definita questa corruzione propria ed è la forma più grave di corruzione poiché danneggia l'interesse della pubblica amministrazione a una gestione che rispetti i criteri di buon andamento e imparzialità (art.97 cost). Di questo reato (corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, art. 319 c.p.) può essere ritenuto responsabile anche un Consigliere Regionale per comportamenti tenuti nella sua attività legislativa. In base alla definizione dell'art. 357 c.p. è pubblico ufficiale anche colui che esercita una funzione legislativa. È priva di fondamento la tesi secondo cui nell'esercizio di un'attività amministrativa discrezionale, ed in particolare della pubblica funzione legislativa, non può ipotizzarsi il mercanteggiamento della funzione, nemmeno qualora venga concretamente in rilievo che la scelta discrezionale non sia stata consigliata dal raggiungimento di finalità istituzionali e dalla corretta valutazione degli interessi della collettività, ma da quello prevalente di un privato corruttore. Non è applicabile la speciale guarentigia sanzionata dal quarto comma dell'art. 122 della Costituzione secondo cui i Consiglieri Regionali non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. Questa speciale immunità non trova applicazione qualora il Consigliere Regionale non sia perseguito dal giudice penale per avere concorso alla formazione ed alla approvazione di una legge regionale, ma per comportamenti che siano stati realizzati con soggetti non partecipi di tale procedimento al fine di predisporre le condizioni per il conseguimento di un vantaggio illecito.

In base all'art. 318 codice penale il pubblico ufficiale che, per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Questa forma di corruzione viene definita corruzione impropria antecedente poiché l'oggetto della prestazione che il pubblico ufficiale offre in cambio del denaro o dell'altra utilità che gli viene data o promessa, è un atto proprio dell'ufficio e la promessa o la dazione gli vengono fatti prima che egli compia l'atto. Il disvalore della condotta è sicuramente minore poiché pur nella violazione dei beni giuridici di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione non ci sono atti che ledano gli interessi della stessa, come avveniva invece nella corruzione propria con ritardi o omissione di atti dovuti ovvero con il compimento di atti contrari ai doveri d'ufficio. Il pubblico ufficiale non sarà imparziale avendo accettato una retribuzione non dovuta e venendo meno all'espresso divieto che gli pone la legge e pertanto sarà punito.

La legge 13 gennaio 2003, n. 3 ha istituito nell'ordinamento italiano l’Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito all’interno della pubblica amministrazione. L'articolo 68, comma 6, del decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008, ha successivamente soppresso l’Alto Commissario. Con DPCM del 5 agosto 2008 le relative funzioni sono state attribuite al Dipartimento per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione che ha istituito il Servizio Anticorruzione e Trasparenza. L'Italia ha aderito al Gruppo di Stati contro la corruzione (GRECO), unità del Consiglio d'Europa a Strasburgo che monitora la corruzione, il 30 giugno 2007. GRECO è stato fondato nel 1999 da 17 paesi europei, oggi ne conta 49, e include anche paesi non europei. L'ultima valutazione di GRECO sullo stato della corruzione in Italia è stato pubblicato in marzo 2012, ed è disponibile in inglese e francese.

Se poi chi ti aiuta falsifica i verbali d’esame vi è Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici , previsto dall'art. 476 C.P. Il pubblico ufficiale, che, nell'esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, e' punito con la reclusione da uno a sei anni. Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni.

Se poi chi ti aiuta, afferma in atti pubblici, che tu inabile al ruolo, sei invece capace e meritevole, vi è Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, punito dall'art. 479 c.p.: Il pubblico ufficiale, che, ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità, soggiace alle pene stabilite nell'articolo 476.

Se poi chi ti aiuta fa parte di una commissione di esame (formata da avvocati od altre figure professionali specifiche al concorso o dall'esame; magistrati; professori universitari)  ed è d’accordo con i solidali vi è un’associazione a delinquere. L'associazione per delinquere è un delitto contro l'ordine pubblico, previsto dall'art. 416 del codice penale italiano. I tratti caratteristici di questa fattispecie di reato sono:

la stabilità dell’accordo, ossia l’esistenza di un vincolo associativo destinato a perdurare nel tempo anche dopo la commissione dei singoli reati specifici che attuano il programma dell’associazione. La stabilità del vincolo associativo dà al delitto in esame la tipica natura del reato permanente;

l'esistenza di un programma di delinquenza volto alla commissione di una pluralità indeterminata di delitti. La commissione di un solo delitto non integra la fattispecie in esame.

Parte della dottrina e della giurisprudenza richiede inoltre l’esistenza di un terzo requisito, vale a dire il fatto che l’associazione sia dotata di una "organizzazione", anche minima, ma adeguata rispetto al fine da raggiungere. Sul punto però non v'è uniformità di vedute: secondo taluno in dottrina non è necessaria alcuna organizzazione; secondo altri, invece, è indispensabile una struttura ben delineata "gerarchicamente" organizzata. Infine, soprattutto in giurisprudenza, si è sostenuto talvolta che è sufficiente una struttura "rudimentale". L'associazione per delinquere va ricondotta nella categoria dei reati a concorso necessario e presenta delle affinità con il concorso di persone nel reato (definito eventuale, poiché integra la fattispecie monosoggettiva); ciononostante i due istituti vanno tenuti nettamente separati. Infatti, mentre nel concorso di persone due o più soggetti s'incontrano e occasionalmente si accordano per la commissione di uno o più reati ben determinati dopo la realizzazione dei quali l'accordo si scioglie, nell'associazione per delinquere, invece, tre o più soggetti si accordano allo scopo di dar vita a un'entità stabile e duratura diretta alla commissione di una pluralità indeterminata di delitti per cui dopo la commissione di uno o più reati attuativi del programma di delinquenza i membri dell'associazione restano uniti per l'ulteriore attuazione del programma dell'associazione. Diretta conseguenza di ciò è che l'associazione per delinquere è punibile, teoricamente (non è questo il caso di trattare problemi di carattere probatorio), per il solo fatto dell'accordo, con un'eccezione rispetto alle ordinarie norme penali.

Se l'organizzazione stabilita ha carattere di sistema generale, taciuto, impunito e ritorsivo contro chi si ribella vi è l'associazione per delinquere di stampo mafioso. Il mezzo che deve utilizzarsi per qualificare come mafiosa un'associazione è quindi la forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di soggezione e di omertà che ne deriva.

Gli obiettivi sono:

il compimento di delitti;

acquisire il controllo o la gestione di attività economiche;

concessioni;

autorizzazioni;

appalti o altri servizi pubblici;

procurare profitto o vantaggio a sé o ad altri;

limitare il libero esercizio del diritto di voto;

procurare a sé o ad altri voti durante le consultazioni elettorali.

Ciò nonostante si può star tranquilli che in Italia nulla succede se chi delinque sono quelle istituzioni che dettano legge ed operano i controlli.

Bari. Test per avvocati 2014-2015, trovati i soldi l’accusa: ora è di corruzione. Blitz a Giurisprudenza. Sequestrati i computer della dirigente Laquale, sotto inchiesta.  Indagate madre e figlia: pagarono per ottenere le tracce dell’esame, scrive Francesca Russi su Repubblica. Blitz dei carabinieri ieri mattina all'Università di Bari. I militari del nucleo investigativo si sono presentati negli uffici amministrativi di Giurisprudenza con un decreto di perquisizione firmato dalla pm della procura di Bari Luciana Silvestris. Al centro dell'indagine, che riguarda il tentativo di truccare le prove per l'esame da avvocato, c'è, infatti, il nome della dirigente amministrativa Tina Laquale in servizio a Giurisprudenza. Alla dipendente universitaria, 62 anni, accusata di aver passato gli elaborati delle prove scritte per la professione di avvocato a diversi candidati, sono contestati oltre alla violazione della legge 475 del 1925 che punisce chi presenta come proprio un lavoro altrui, anche i reati di corruzione in concorso e abuso d'ufficio. Ed è proprio questa la novità nelle indagini. Spunta il reato di corruzione. L'ipotesi, dunque, è che i candidati, per ottenere copia degli elaborati d'esame, abbiano pagato. Alla base dunque ci sarebbe stato uno scambio di soldi. Un elemento che finora non era ancora emerso e su cui si concentrano adesso le attenzioni degli investigatori. I carabinieri che si sono presentati a sorpresa ieri mattina negli uffici amministrativi di Giurisprudenza hanno sequestrato il computer in uso alla 62enne e hanno ascoltato anche altri dipendenti universitari in servizio in quello stesso ufficio e che potevano avere accesso a quel pc. I dati presenti in memoria nel computer verranno passati ora al setaccio dai periti informatici a caccia di prove che possano documentare quel tentativo di truccare il concorso di dicembre scorso a Bari. Anche eventuali file cancellati da dicembre scorso, quando i carabinieri intervennero nel corso dell'esame sequestrando copie degli elaborati pronte a essere distribuite tra i banchi ad alcuni candidati, a oggi potrebbero essere recuperati. Le perquisizioni sono state estese anche in casa della Laquale e nell'abitazione di altre due persone, Carmela Di Cosola e Rossella Trabace, rispettivamente mamma e figlia, iscritte nel registro degli indagati perché avrebbero, secondo la procura, consegnato denaro per poter passare l'esame. L'accusa nei confronti della Laquale, si legge nel decreto di perquisizione a firma del sostituto procuratore Silvestris, è di "ricezione illecita, nella sua qualità di pubblico ufficiale, di denaro corrisposto da Di Cosola in vista del compimento di atti contrari ai doveri di ufficio consistiti nella predisposizione e messa a disposizione, per mezzo di altri soggetti, in favore di Trabace degli elaborati riferiti alle prove scritte dell'esame di abilitazione alla professione di avvocato ". E anche, prosegue l'accusa, "in favore di numerosi candidati procurando loro il relativo vantaggio patrimoniale ingiusto ". Nei confronti di madre e figlia, 60 e 27 anni, invece, pesano le accuse di "illecita dazione di denaro materialmente corrisposto da Di Cosola Carmela a Laquale Nunzia, pubblico ufficiale che accettava la dazione in vista del compimento di atti contrari ai doveri di ufficio" (l'articolo 321 del codice penale che prevede le pene per il corruttore) e di violazione della legge 475 in particolare la "presentazione come propri degli elaborati da altri procurati". Bisognerà attendere ora le consulenze informatiche per capire se tra il materiale sequestrato ci siano elementi utili per l'inchiesta. Secondo quanto emerso finora dalle indagini dei carabinieri, il sistema si basava sulla presenza, all'interno del padiglione della Fiera del Levante in cui era in corso l'esame di avvocato, di un cancelliere della Corte d'appello, Giacomo Santamaria, segretario di una commissione, che avrebbe avuto il compito di fare arrivare ad alcuni ragazzi i compiti redatti all'esterno da tre professionisti, che potevano contare sul dirigente amministrativo del dipartimento di Giurisprudenza di Bari, Tina Laquale. Sarebbe stata lei, secondo i carabinieri, a portare dentro gli elaborati, accompagnata in Fiera da un autista della stessa Università di Bari. Sarebbero stati sei i giovani aspiranti avvocati che avrebbero dovuto beneficiare di quell'aiuto. Per averlo, è la nuova ipotesi contenuta nell'avviso di garanzia recapitato ieri alla Laquale, avrebbero pagato una somma in denaro. L'inchiesta, però, è ancora agli inizi e potrebbe ulteriormente allargarsi.

Catanzaro. Esame di Avvocato 2013-2014. Copiano gli esami per avvocato, annullati 120 compiti. Nulle le prove scritte degli aspiranti avvocati del distretto di Corte d’Appello: contenevano passaggi identici. La commissione ammette agli orali soltanto il 40% degli oltre 1.600 candidati, scrive “La Gazzetta del Sud”. La “sorpresa” all’apertura delle buste contenenti i compiti degli aspiranti avvocati del distretto di Catanzaro appena corretti a Firenze: ci sono passaggi identici nella bellezza di 120 prove scritte, molto probabilmente copiate da Internet. E pensare che non hanno avuto neanche la “furbizia” di modificare le prime due o tre righe. Naturalmente i 120 autori dei compiti risultati copiati sono stati tutti esclusi dall’esame; ritenteranno, nella speranza che serva loro da lezione. Resta però il dato di una mezza ecatombe: circa l’8% degli aspiranti avvocati dell’ultima sessione, a Catanzaro, ha copiato è stato punito dalla commissione. Le prove orali, secondo quanto è stato stabilito dal presidente della commissione, inizieranno il prossimo 4 luglio. E il sorteggio ha decretato che si comincerà con la lettera “L”. Accede agli orali, complessivamente, il 40% circa degli oltre 1.600 candidati. La percentuale di stangati si attesta dunque sulla media delle ultime stagioni. 

Lecce. Esame di Avvocato 2012-2013. L’Interrogazione parlamentare del  dr Antonio Giangrande, scrittore e Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia.

Al Ministro della Giustizia. — Per sapere – premesso che: alla fine di giugno 2013 si apprendeva dalla stampa che a Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di esame di avvocato presso la Corte d’Appello di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati dell’esame di avvocato sessione 2012 tenuta presso la Corte d’Appello di Lecce. Più di cento scritti sono finiti sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati.

Tenuto conto che le notizie sono diffamatorie e lesive della dignità e dell’onore non solo dei candidati accusati del plagio, ma anche di tutta la comunità giudiziaria di Taranto, Brindisi e Lecce coinvolta nello scandalo, si chiede di approfondire alcune questioni (in relazione alle quali l’interrogante ritiene opportuno siano comunicati con urgenza dati certi) per dimostrare se di estremo zelo si tratti per perseguire un malcostume illegale o ciò non nasconda un abbaglio o addirittura altre finalità.

Per ogni sede di esame di avvocato ogni anno qual è la media degli abilitati all’avvocatura ed a che cosa è dovuta la disparità di giudizio, tenuto conto che i compiti corretti annualmente presso ogni sede d’esame hanno diversa provenienza. Se per l’esame di avvocato è permesso usare codici commentati con la giurisprudenza; Se le tracce d’esame di avvocato indicate del 2012 erano riconducibili a massime giurisprudenziali prossimi alla data d’esame e quindi quasi impossibile reperirle dai codici recenti in uso i candidati e se, quindi, i commissari, per l’impossibilità acclamata riconducibile ad errori del Ministero, hanno dato l’indicazione della massima da menzionare nei compiti scritti;

Nella sessione di esame di avvocato 2012 a che ora è stabilita la dettatura delle tracce; presso la sede di esame di avvocato di Lecce a che ora sono state lette le tracce; se in tal caso la conoscenza delle stesse non sia stata conosciuta prima dell’apertura della sessione d’esame con il divieto imposto dell’uso di strumenti elettronici; Quali sono le mansioni delle commissioni d’esame di avvocato: correggere i compiti e/o indagare se i compiti sono copiati e quanto tempo è dedicata ad  una o all’altra funzione;

Quali sono i principi di correzione dei compiti, ed in base ai principi dettati, quali sono le competenze tecniche dei commissari e se corrispondono esattamente ai criteri di correzione: Chiarezza, logicità e metodologia dell’esposizione, con corretto uso di grammatica e sintassi; Capacità di soluzione di specifici problemi; Dimostrazione della conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati e della capacità di cogliere profili interdisciplinari; Padronanza delle tecniche di persuasione. Tra i principi indicati qual è la figura professionale tra avvocati, magistrati e professori universitari che ha la perizia professionale adatta a correggere i compiti dal punto di vista lessicale, grammaticale, sintattico,  persuasivo ed ogni altro criterio di correzione riconducibile alle materie letterarie, filosofiche e comunicative.

Quanti e quali sono le sottocommissioni in Italia che da sempre hanno scoperto compiti accusati di plagio e in base a quali prove è stata sostenuta l’accusa;

Quante e quali sono le sottocommissioni di Catania che hanno verificato il plagio de quo e quanti sono gli elaborati accusati di plagio ed in base a quali prove è sostenuta l’accusa.

Se le Sottocommissioni di Catania coinvolte erano composte da tutte le componenti necessarie alla validità della sottocommissione: avvocato, magistrato, professore.

Se tutti i compiti di tutte le sottocommissioni di esame di avvocato di Catania (contestati, dichiarati sufficienti, e dichiarati insufficienti) presentano segni di correzione (glosse, cancellature, segni, correzioni, note a margine);

Quanto tempo, in base ai verbali apertura-chiusura sessione, per ogni compito tutte le sottocommissioni di Catania (anche quelle che non hanno scoperto le plagiature) hanno dedicato alla fase di correzione (apertura della busta grande, lettura e correzione dell’elaborato, giudizio e motivazione, verbalizzazione e sottoscrizione);

Quanto tempo, in base ai verbali apertura-chiusura sessione, per ogni compito tutte le sottocommissioni di Catania (quelle che hanno scoperto le plagiature) hanno dedicato alla fase di correzione e quanto tempo alla fase di indagine con ricerca delle fonti di comparazione e quali sono stati i periodi di pausa (caffè o bisogni fisiologici).

Al Ministro si chiede se si intenda valutare l’opportunità di procedere ad un indagine imparziale ed ad un’ispezione Ministeriale presso le sedi d’esame coinvolte per stabilire se Lecce e solo Lecce sia un nido di copioni, oppure se la correzione era mirata, anzichè al dare retti giudizi,  solo a fare opera inquisitoria e persecutoria con eccesso di potere per errore nei presupposti; difetto di istruttoria; illogicità, contraddittorietà, parzialità dei giudizi.

Copiano all’esame, nei guai 12 avvocati salernitani, scrive "Salerno Notizie". Inchiesta sulla prova scritta del 2011 – 2012 per l’abilitazione professionale. La soluzione del compito fu presa da un sito internet, secondo l’accusa che ha portato sotto inchiesta 12 avvocati salernitani destinatari di un avviso di conclusione delle indagini . A darne notizia il quotidiano La Città oggi in edicola. La questione è seguita dal sostituto procuratore Maria Chiara Minerva. Al momento della correzione dei compiti dodici svolgimenti risultarono identici tra loro e uguali a quello proposto dal sito internet dal quale sarebbe stato copiato il compito. Il tema – scrive La Città - era quello del ruolo di pubblico ufficiale assegnato ai notai, e l’analisi dei dodici praticanti poi finiti sotto inchiesta era così uguale finanche nei dettagli da non lasciare ai membri della commissione nessun margine di dubbio.

Salerno. Copiano all’esame, indagati 12 avvocati. Inchiesta sulla prova scritta della sessione 2011/2012, scrive Clemy De Maio su La Città di Salerno. Che tra gli esaminandi di ogni categoria vi sia una quota che provi a “copiare” è storia vecchia, ma stavolta la tentazione di truccare la selezione è costata cara a dodici avvocati, finiti sotto inchiesta e destinatari di un avviso di conclusione delle indagini firmato pochi giorni fa dal sostituto procuratore Maria Chiara Minerva. Nel mirino c’è la sessione 2011/2012 per l’abilitazione alla professione forense e in particolare la prova scritta che nel dicembre di quattro anni fa si svolse nel campus universitario. Una prova finita da subito al centro delle polemiche perché alcuni candidati lamentarono un sistema di controllo d’impronta poliziesca, con l’utilizzo persino di metal detector. Eppure nemmeno quella sorveglianza così rigorosa bastò a evitare che qualcuno riuscisse a utilizzare in aula telefoni di ultima generazione e si collegasse al web per copiare un tema che nel frattempo era stato inserito sul sito Altalex, specializzato in argomenti giuridici. La commissione però se ne accorse. Al momento della correzione dei compiti dodici svolgimenti risultarono identici tra loro e uguali in tutto e per tutto all’elaborato circolato su internet. Il tema era quello del ruolo di pubblico ufficiale assegnato ai notai, e l’analisi dei dodici praticanti poi finiti sotto inchiesta era così uguale finanche nei dettagli da non lasciare ai membri della commissione nessun margine di dubbio. La correzione si svolse a Lecce, in ossequio al principio di incrocio tra le sedi che era stato introdotto per evitare il rischio di collusioni tra esaminandi ed esaminatori. Lì furono annullati i compiti copiati e da lì partì pure la segnalazione alla Procura, che dopo quasi tre anni e mezzo ha chiuso l’inchiesta. Nel frattempo quei giovani praticanti sono divenuti avvocati, superando l’esame negli anni successivi e specializzandosi chi nel diritto civile e chi in quello penale. Ora rischiano di dover affrontare un processo con l’accusa di violazione delle norme sul diritto d’autore, e hanno venti giorni di tempo per chiedere al magistrato di essere ascoltati e fornire la propria versione. «Valuteremo se richiedere l’interrogatorio» commenta l’avvocato Antonio Zecca, secondo il quale la vicenda impone ancora un approfondimento, innanzitutto sulla “paternità” del testo pubblicato sul web. «È mia opinione che il tema non sia stato redatto da chi lo ha firmato – spiega – ma che questi lo abbia preso a sua volta da altri testi e si sia limitato a divulgarlo». Qualcuno ha poi diffuso la notizia che lo svolgimento della traccia era on line e in dodici, secondo l’accusa, lo hanno copiato tal quale pensando così di assicurarsi il superamento dell’esame. Furono invece bocciati (come accadde in quell’anno al 51 per cento dei candidati) e ora si trovano sottoposti a un procedimento penale.

Salerno, l’inchiesta sull’esame divide gli avvocati. In dodici sono indagati per avere copiato da internet. Il presidente Montera: «Si controllino pure magistrati e notai», scrive Clemy De Maio su "La città di Salerno". «La Procura indaga sugli esami degli avvocati? E perché non si verificano pure quelli per magistrati o notaio, visto che negli anni scorsi un concorso al notariato è stato persino annullato perché qualche figlio “illustre” conosceva già le tracce prima di entrare». Più che una difesa, quello di Americo Montera è un contrattacco. E tanto per essere chiaro il presidente dell’Ordine degli avvocati getta subito la “palla” nel campo degli inquirenti: «Certo è stranissimo che si sia potuto copiare – osserva – visto che la prova si svolge sotto la stretta sorveglianza di una commissione di cui fanno parte anche magistrati». La sessione finita nel mirino è quella 2011/2012: agli scritti del dicembre 2011 parteciparono oltre 1250 candidati e in dodici sono ora sotto inchiesta con l’accusa di avere violato le norme sul diritto d’autore, copiando lo svolgimento di una traccia dal sito internet Altalex. Nei giorni scorsi hanno ricevuto un avviso di conclusione delle indagini firmato dal sostituto procuratore Maria Chiara Minerva e rischiano di dover affrontare un processo, sebbene nel frattempo siano divenuti avvocato superando gli esami degli anni successivi. Tre anni fa la loro prova fu invece annullata, la commissione di Catania che corresse gli scritti si accorse di quei compiti ciclostilati e decretò le bocciature. Ne nacque prima un contenzioso amministrativo, perché qualcuno presentò ricorso al Tar, e poi una denuncia penale che ha dato origine all’inchiesta. E dire che proprio quell’anno gli esami erano già finiti al centro delle polemiche per presunti eccessi nelle misure di vigilanza, giunte per la prima volta all’utilizzo del metal detector. A volerlo fu il presidente di commissione Andrea Di Lieto, avvocato e docente universitario, che ora apprende con sorpresa dell’esistenza di un procedimento penale: «Non ne avevamo saputo nulla – spiega – e d’altronde, non correggendo noi gli elaborati non potevamo renderci conto che ve ne fossero di uguali». Neanche i numeri delle bocciature avevano destato sospetti, perché statistiche alla mano i compiti annullati per irregolarità erano stati al di sotto della media. Però il sospetto che l’uso degli smartphone potesse inquinare la selezione lo avevano avuto: «Per questo pensammo ai metal detector – ricorda Di Lieto – ma dei sei che avevamo richiesto ne arrivarono solo tre. Li utilizzammo a rotazione sui vari varchi e ottenemmo la consegna volontaria di cento telefoni. Però controllare tutti era impossibile».

Eppure secondo il docente il potenziamento della vigilanza è soprattutto una questione di volontà ministeriale: «Di più si può fare, ma aumentando i costi e allungando i tempi, impiegando più personale e strumenti sofisticati. Altrimenti, se non si attivano tutte le procedure in astratto prevedibili, si deve ritenere fisiologico che una parte dei candidati non sia corretta. Accade ovunque e vale per tutte le categorie». Qualche modo per stringere la vite dei controlli ci sarebbe, magari prendendo a prestito gli strumenti da concorsi come quello per l’ingresso in magistratura «dove i libri devono essere consegnati nei giorni prima, in modo che la commissione possa visionarli». Ma su un irrigidimento della sorveglianza non tutti sono d’accordo, a cominciare dal presidente Montera che da quindici anni è alla guida dell’avvocatura salernitana. «Il nostro – sottolinea – è solo un esame per l’abilitazione professionale, cosa diversa dai concorsi che danno accesso a un posto di lavoro. E poi anche questa inchiesta... Non ne conosco i dettagli ma sulle ipotesi di plagio bisogna andarci cauti. Francamente? Mi pare si stia un po’ esagerando».

Gli aspiranti avvocati copiano i temi: 110 indagati a Potenza. L'esame di abilitazione è stato corretto a Trento nel 2007, scrive “La Stampa”. La Procura della Repubblica di Potenza ha inviato 110 avvisi. Un centinaio di elaborati troppo simili per poter parlare di semplice coincidenza. La Commissione esaminatrice di Trento, che nel dicembre 2007 ha corretto le prove scritte degli aspiranti avvocati lucani per l’esame di abilitazione professionale, decide per questo motivo di annullarle in quanto «copiate in tutto o in parte da altri lavori», segnalando poi l’accaduto alla Procura della Repubblica di Potenza: ne è scaturita un’inchiesta che ha portato a 110 avvisi di garanzia per gli esaminandi. La vicenda è emersa nel luglio 2008, con la pubblicazione dei risultati delle prove che si sono svolte a dicembre dell’anno precedente: l’esame prevede la redazione di due «pareri» (uno di diritto civile e uno di diritto penale) e di un atto a scelta, e si è svolto a Potenza con una Commissione composta da avvocati del Distretto. Gli elaborati, come da prassi, vengono poi inviati per la correzione a una Commissione esterna, stabilita attraverso un sorteggio. Nel 2007 è toccato a Trento, «così come per i tre anni precedenti - ha spiegato uno degli esaminandi - e abbiamo l’impressione che i commissari si siano accaniti contro di noi». Al termine delle correzioni un centinaio di elaborati sono stati annullati: non sarebbe stato però un unico testo quello copiato, ma tre diversi che hanno «ispirato» altrettanti gruppi di esaminandi lucani. La Commissione non si è però fermata alla bocciatura, ma ha segnalato l’accaduto alla Procura della Repubblica di Potenza, che ha aperto un’inchiesta per capire se, ed eventualmente come, le tracce sono state «passate» agli aspiranti avvocati. Il tutto è proseguito fino ai giorni scorsi, quando il pm di Potenza, Sergio Marotta, ha inviato 110 avvisi di garanzia e di conclusione delle indagini. Per il momento nessuno ha voluto commentare l’accaduto: l’Ordine degli avvocati di Potenza preferisce ricevere una comunicazione ufficiale dalla Procura prima di prendere una posizione e decidere eventuali provvedimenti disciplinari. La vicenda però ha avuto un effetto immediato, forse casuale, già nella sessione successiva, nel dicembre 2008, quando la sede per lo svolgimento della prova scritta è stata trasferita da un quartiere centrale di Potenza a una zona periferica e isolata della città. Dove, per altro, i cellulari hanno pochissimo campo.

Campobasso. Trentotto persone sono indagate nell'ambito di un'inchiesta sullo svolgimento dell'esame per diventare avvocato. L'esame, tenutosi nel dicembre del 2007 in Molise, sarebbe stato "truccato", scrive "Altro Molise". I compiti svolti da molti concorrenti sarebbero identici, cioè copiati. Il caso è finito nelle mani della Procura di Campobasso che ha iscritto sul registro degli indagati 38 persone, tutti concorrenti, quasi tutti molisani. Sono accusati del reato di attribuzione a sé di elaborati altrui in materia di concorsi pubblici. Sono stati già ascoltati dai giudici. Ma presto potrebbero essere contestati altri reati. Il presidente della commissione esaminatrice, l'avvocato Lucio Epifanio, difende l'operato dei commissari e ribadisce che tutto si è svolto nel rispetto delle leggi.

Ci sono molti giovani molisani fra gli indagati dello scandalo dei temi copiati all’esame di abilitazione alla professione di avvocato, scrive "Primo Numero". Dopo la comunicazione di chiusura delle indagini da parte del sostituto procuratore di Campobasso Rossana Venditti, emergono nuovi particolari sul caso dei temi copiati durante l’esame dell’anno 2007. Secondo l’accusa infatti, i 38 aspiranti avvocati ora indagati, avrebbero copiato in parte o nella totalità le tre prove previste, vale a dire un atto giuridico e due pareri legali. Secondo quanto emerso, la commissione giudicante, composta dalla Corte d’Appello di Trieste, avrebbe riscontrato temi uguali e divisi in sottogruppi. In alcuni casi il testo giuridico sembra sia stato copiato per filo e per segno. Il magistrato Venditti attende ora la scadenza dei 20 giorni durante i quali gli indagati potranno farsi interrogare o potranno presentare memorie giuridiche. Scaduto quel termine è molto probabile il rinvio a giudizio.

Copiano esame per diventare avvocati: 5 termolesi nei guai, continua "Primo Numero". Ci sono anche cinque ragazzi di Termoli e uno di Montenero di Bisaccia tra i 20 indagati dalla Procura di Campobasso per aver copiato l’esame per diventare avvocati. Passaggi importanti del tema di diritto civile e di diritto penale sono identici nei 20 elaborati che sono stati annullati dalla Commissione esaminatrice. Stanno per scadere i 20 giorni di tempo per essere ascoltati dal Pm. Stesse parole, punteggiatura identica, intere frasi copiate. La Procura di Campobasso non ha dubbi: 20 candidati molisani che hanno partecipato al concorso per avvocati nel dicembre del 2007 hanno copiato, e per questo ora sono indagati "per aver attribuito a se stessi elaborati altrui in materia di concorsi pubblici". Tra di loro ci sono anche cinque termolesi tra i 30 e i 33 anni, tre ragazzi e due ragazze e un giovane di Montenero di Bisaccia. Sono difesi dagli avvocati Antonio De Michele e Oreste Campopiano. In questi giorni, dopo aver ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, alla chetichella si stanno recando dal pm di Campobasso Rossana Venditti, chi a farsi interrogare chi a presentare memorie difensive. Sono accusati di aver copiato passaggi importanti sia del tema di diritto civile che di quello di diritto penale. Ora si dovrà capire chi è il vero autore degli elaborati e chi invece ha copiato anche se non sarà facile. I temi infatti non sono stati scaricati da internet come invece si era detto in precedenza. Ma c’è stato qualcuno che ha redatto gli elaborati e tutti gli altri invece si sono semplicemente limitati a svolgere il ruolo comprimario di amanuensi. Le prove erano state annullate a tutti i candidati con temi uguali dalla commissione esaminatrice della Corte di Appello di Trieste, sorteggiata per la correzione degli elaborati molisani. I membri della stessa poi avevano provveduto a mandare tutti gli atti alla Procura della Repubblica di Campobasso.

Sotto inchiesta la prova scritta che si è tenuta a Catanzaro nel '97. Avvisi di garanzia a legali di tutta Italia. Avvocati, all'esame di Stato hanno copiato 2.295 candidati su 2.301, scrive Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”. «Laudemus sanctum Ivonem, qui fuit advocatus sed non latro. O res mirabilis!». Per decenni, quelle righette carogna contenute nel breviario dei parroci in ricordo di Sant' Ivo alla Sapienza, «avvocato ma non ladro», hanno fatto ridere e irritare intere generazioni di penalisti e civilisti. Una foltissima schiera di giovani legali, però, se l'è tirata. L'ha scoperto la Guardia di Finanza di Catanzaro che sta smistando 2.295 avvisi di garanzia ad altrettanti laureati in legge che, scesi in massa da tutte le lande italiche fino a Catanzaro per passare l'esame di Stato e diventare avvocati a fine '97, hanno fatto (o res mirabilis!) esattamente lo stesso identico compito. Esame per avvocato, compiti tutti uguali Truffa scoperta a Catanzaro: su 2.301 partecipanti solo sei non avevano copiato Riga per riga, parola per parola, virgola per virgola: 2.295 temi in fotocopia su 2.301 partecipanti. Fate i conti: a non avere avuto già il tema in tasca erano in 6. Lo 0,13% di onesti contro un 99,87% di truffatori. Riassunto per i non addetti. Per diventare avvocato occorre prendere la laurea in giurisprudenza, iscriversi all'albo dei praticanti procuratori, fare due anni di pratica nello studio di un avvocato, frequentare le aule di giustizia per accumulare esperienza e «imparare il mestiere», farsi timbrare via via dai cancellieri un libretto sul quale viene accertata l'effettiva frequenza alle udienze e infine superare l'esame di Stato, che viene indetto anno dopo anno nelle sedi regionali delle corti d'appello. Esame non facile. Basti dire che sulla prova scritta (che prevede tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) o sulla successiva prova orale si schianta in media oltre la metà dei concorrenti. Con qualche ecatombe qua e là, soprattutto al Nord, segnata da picchi del 94% di respinti. A Catanzaro no. Sarà l'aria buona, sarà il profumo del bergamotto, sarà la percentuale di ferro nell' acqua, ma non c'è allievo che, messo davanti al foglio protocollo o assiso davanti a una commissione, non riesca a tirar fuori il meglio di sé. Basti leggere le tabelle dei promossi e dei bocciati agli esami di maturità pubblicata ieri dalla Gazzetta del Sud. Promossi: 98,84%. Bocciati: 1,16%. Ma molti istituti hanno fatto di meglio: tutti promossi i 133 ragazzi del liceo classico «Fiorentino», tutti i 207 dello scientifico «Siciliani», tutti i 209 dell'Itis «Scalfaro» e così via: 19 istituti su 34 senza un trombato. Fantastico il rendimento alle magistrali «Cassiodoro»: sono usciti col massimo dei voti (100 su 100) 34 giovani su 141 iscritti. Un genio ogni quattro. Va da sé che la voglia di respirare queste brezze salutari, benefiche anche per gli aspiranti avvocati (se è vero che nel 1995, per prendere un anno a caso, venne promosso oltre il 90 per cento dei candidati, è cresciuta di anno in anno, a mano a mano che la fama di Catanzaro risaliva la Penisola, dilagava tra le colline dell'Astigiano, si incuneava nelle valli della Carnia, allagava le piane mantovane. Ma come superare l'handicap della legge, che stabilisce che tu possa fare l' esame a Trento oppure a Palermo soltanto se risulti residente lì da almeno 6 mesi, durante i quali devi aver fatto parte di uno studio legale del posto e aver fatto timbrare il tuo libretto di pratica negli uffici giudiziari locali? Un bel problema. Irrisolvibile se gli avvocati catanzaresi, che per bontà d' animo e disponibilità verso la gioventù non hanno eguali al mondo, non avessero via via accolto nei loro studi mandrie annuali di laureati in legge provenienti da Roma (14%), Torino (6%), Milano (3%), Genova (3%) e così via. Giovani comunisti umbri, leghisti lombardi, forzisti veneti, diessini liguri, postfascisti laziali, popolari friulani. Magari accomunati nella feroce contestazione verso il «lassismo» meridionale, ma compatti nel cercare di prender parte alla spartizione della torta. E che torta! Pensate solo che nel ' 95 i partecipanti in corsa a Catanzaro furono esattamente quanti quelli di Milano e il doppio di quelli di Torino. E che nel '97, l'anno finito nel mirino dei sostituti procuratori Luigi De Magistris (poi trasferito a Napoli) e Federica Baccaglini (una padovana che fra un mese dovrebbe lei pure passare a un'altra sede), riuscirono a superare l'esame, in tutta intera l'Italia, circa 8.000 procuratori legali. Ai quali, se non fosse saltato tutto per la scoperta della truffa, si sarebbero aggiunte altre duemila «pagliette» promosse nel solo capoluogo calabrese. Una su cinque. Meglio di una fiera dell'agricoltura o del passaggio del Festivalbar era, per Catanzaro, l'appuntamento annuale con l'esame. I 260 posti nei 5 alberghi cittadini venivan prenotati con mesi d'anticipo, nascevano qua e là «pensioni» improvvisate per accogliere le torme di pellegrini giudiziari, riaprivano in pieno inverno i villaggi sulla costa che talora offrivano il pacchetto completo: camera, colazione, cena e minibus per portare gli ospiti direttamente alla sede dell' esame dove erano attesi dalla commissione: avvocati, magistrati di corte d'appello, giudici di cassazione, professori universitari. Il tutto senza che i vertici del Palazzo di Giustizia locale, tra cui c'era ad esempio l' attuale «governatore» regionale forzista Giuseppe Chiaravalloti, sentissero mai puzza di bruciato. Finché, un bel giorno ai primi del 1998, grazie probabilmente a una soffiata anonima di chi non ne poteva più dell'andazzo, non viene fuori che una ventina di compiti svolti in dicembre dai candidati riuniti al liceo classico «Galuppi» erano identici. Calligrafie diverse, ovvio. Ma i testi parevano fotocopiati: pagina dopo pagina, riga dopo riga. In marzo, il ministero chiede informazioni. La Commissione d'esame, tenetevi forte, risponde che «non è corretto fare riferimento a gravi irregolarità» ma «soltanto» (testuale: soltanto...) a «comportamenti improvvidi quanto sciocchi di candidati che, al postutto si ritorcono a loro danno, avendo provveduto questa Commissione all' annullamento degli elaborati identici». Cosa abbiano scoperto in realtà, setacciando uno per uno tutti i temi, i due magistrati autori dell' inchiesta e i finanzieri che con il capitano Fulvio Marabotto si sono dovuti sciroppare il noiosissimo confronto tra i 2.301 temi trovando infine quei sei sparuti «fessi» che non avevano copiato l' abbiamo raccontato. Come abbiano fatto tutti quegli aspiranti «uomini di legge» a infognarsi in una faccenda così zozza senza che alcuno sentisse poi il bisogno di andare dal giudice lo racconteranno loro stessi nei prossimi interrogatori. A noi resterà, comunque, un piccolo rovello: superato lo scritto, come se la sarebbero cavata con l'esame orale di deontologia? Potete scommetterci: sarebbe stato un trionfo.

Cassazione SU: l’avvocato che favorisce i candidati durante l’esame di abilitazione va sospeso, scrive Francesca Russo su Filo Diritto del 16 febbraio, le Sezioni Unite hanno rinviato al Consiglio nazionale forense la decisione sulla sospensione di un avvocato per aver aiutato un candidato durante l’esame di abilitazione. Nel caso in esame, il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma aveva irrogato ad un avvocato la sanzione disciplinare della cancellazione dall’Albo, avendolo ritenuto colpevole della violazione dei doveri di probità, dignità e decoro (articolo 5 del vigente Codice deontologico forense), di lealtà e correttezza (articolo 6 Codice deontologico forense) nonché del dovere di agire in modo tale da non compromettere la fiducia che i terzi debbono avere nella dignità della professione (articolo 56 Codice deontologico forense). L’avvocato era accusato di essersi abusivamente introdotto munito di appunti e trasmettitori, esibendo tesserino simile a quello in dotazione ai commissari di esame e qualificandosi delegato del Consiglio dell’ordine, nelle aule di un Hotel, mentre si svolgeva la sessione di esami di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato per l’anno 2010, ed aver tentato di favorire partecipanti all’esame. Avverso la decisione del Consiglio nazionale forense, di integrale conferma di quella del Consiglio territoriale, l’avvocato aveva proposto ricorso per Cassazione in quattro motivi, lamentando:

1) la mancata sospensione del giudizio nonostante la pendenza, in relazione ai medesimi fatti, di procedimento penale per il reato di cui agli articoli 340 e 494 del codice penale;

2) il mancato rilievo della nullità del giudizio di primo grado per avervi preso parte un componente del Consiglio dell’Ordine, poi dichiarato decaduto con decisione del Consiglio nazionale;

3) la carenza di prova, con particolare riguardo alla mancata ammissione di testi a discarico;

4) la misura eccessiva e sproporzionata della sanzione in rapporto al comportamento ascrittogli.

Per quanto riguarda il primo motivo, la Cassazione ritiene che non può omettersi di rilevare che non risulta provato in atti il concreto esercizio di azione penale a carico del ricorrente per i medesimi fatti oggetto del giudizio.

Quanto al secondo (sulla composizione del collegio del Consiglio territoriale dell’Ordine), deve considerarsi che la decisione del Consiglio nazionale forense appare aver tratto, dalla natura amministrativa delle funzioni esercitate in materia disciplinare dai Consigli dell’Ordine degli avvocati e del correlativo procedimento (Cassazione, SU 20360/07, 23240/05), coerente corollario in merito alla validità di deliberazione, che, in rapporto alla circostanza dedotta, non risulta specificamente censurata con riguardo all’osservanza del quorum prescritto.

Il terzo motivo (sulla prova dell’illecito), secondo la Cassazione, si rivela, poi, inammissibile, giacché il ricorrente riporta in termini essenzialmente generici il contenuto delle prove testimoniali che sostiene ingiustificatamente non ammesse dal giudice disciplinare; mentre le uniche circostanze concrete in proposito riferite (in merito alle giustificazioni fornite al personale di vigilanza sulla sua presenza nel luogo dell’esame) non risultano decisivamente contraddire il tenore dell’incolpazione attribuitagli.

Pertanto, la Corte, a Sezioni Unite, rigetta i primi tre motivi di ricorso e, decidendo sul quarto motivo incidente sulla misura della sanzione, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese, al Consiglio nazionale forense. (Corte di Cassazione - Sezioni Unite Civili, Sentenza 16 febbraio 2015, n. 3023).

UNA COSA E’ CERTA. NESSUNO DI COLORO CHE HA USUFRUITO O HA AGEVOLATO UN CONCORSO TRUCCATO E’ STATO MAI CONDANNATO O RADIATO. SE POI VAI A PARLAR CON COSTORO SI DIPINGONO ANIME BIANCHE E TI ACCUSANO DI MITOMANIA O PAZZIA. ADDIRITTURA ARRIVANO A DIRTI: TI RODI PER NON AVER SUPERATO L'ESAME O IL CONCORSO!!!

Il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Termini Imerese, in primo grado fu condannato a 10 mesi. L’accusa: truccò il concorso per avvocati. Non fu sospeso. Da “La Repubblica” di Palermo del 10/01/2001: Parla il giovane aspirante avvocato, che ha portato con sé una piccola telecamera per filmare “palesi irregolarità”. «Ho le prove nel mio video del concorso truccato. Ho un’altra cassetta con sette minuti di immagini, che parlano da sole. Oggi sarò sentito dal magistrato. A lui racconterò tutto ciò che ho visto. La giornata di un concorsista, aspirante avvocato, comincia alle quattro e mezza del mattino. Alle sei devi esser in prima fila. Ed è quello il momento in cui capisci come vanno le cose. Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla». I.D.B., 38 anni, ha voluto rompere il silenzio. Nei giorni dell’esame scritto per l’abilitazione forense si è portato dietro una piccola telecamera e ha documentato quelle che lui chiama “palesi irregolarità”. E’ stato bloccato dai commissari e la cassetta con le immagini è stata sequestrata. Ma lui non si perde d’animo: «in fondo io cerco solo la verità». Intanto, I.D.B. rompe il silenzio con “La Repubblica” perché dice «è importante cercare un movimento d’opinione attorno a questa vicenda ». E ha già ricevuto la solidarietà dell’associazione Nazionale Praticanti ed avvocati. «Vorrei dire – racconta – delle sensazioni che ho provato tutte le volte che ho fatto questo esame. Sensazioni di impotenza per quello che senti intorno. Ed è il segreto di Pulcinella. Eccone uno: basta comunicare la prima frase del compito a chi di dovere. Io ho chiesto i temi che avevo fatto nelle sessioni precedenti: non c’era una correzione, una motivazione, solo un voto». Il primo giorno degli esami scritti il giovane si è guardato intorno. L’indomani era già dietro la telecamera: «Ho filmato circa sette minuti, in lungo ed in largo nel padiglione 20 della Fiera del Mediterraneo, dove c’erano più di novecento candidati. A casa ho rivisto più volte il filmato e ho deciso che avrei dovuto documentare ancora. Così è stato. Il secondo filmato, quello sequestrato, dura più del primo. A un certo punto una collega si è accorta di me e ha chiamato uno dei commissari. Non ho avuto alcun problema, ho consegnato la cassetta. E sin dal primo momento ho detto: Mi sono accorto di alcune irregolarità e ho documentato. Allora mi hanno fatto accomodare in una stanza. E insistevano: perché l’ha fatto?. Tornavo a parlare delle irregolarità. Poi mi chiedevano chi le avesse fatte. Lo avrei detto al presidente della commissione, in disparte. Davanti a tutti, no!» Il giovane si dice stupito per il clamore suscitato dal suo gesto: «Non dovrebbe essere questo a sorprendere, ho avuto solo un po’ più di coraggio degli altri». Ma cosa c’è in quelle videocassette? L’aspirante avvocato non vuole dire di più, fa cenno ad un commissario sorpreso in atteggiamenti confidenziali con alcuni candidati: «Francamente non capisco perché non siano stati presi provvedimenti per il concorso. Quei capannelli che ho ripreso sono davvero troppo da tollerare. Altro che piccoli suggerimenti!».

Chi non è raccomandato, scagli la prima pietra.

Essere raccomandati in un’azienda privata è una cosa lecita. Esser raccomandati per vincere un concorso pubblico o un esame di Stato è reato. Spesso, però, per indulgenza o per collusione, le cose si confondono.

Se non basta un muro di parole per vincer la resistenza degli scettici, allora è solo mala fede in loro.

La Costituzione all'art. 3 non cita che siamo tutti uguali o tutti discendenti di eccelsi natali, esplica solo che tutti siamo uguali, sì, ma di fronte alla legge!!!

Chi non è raccomandato scagli la prima pietra. Più di quattro milioni di italiani sono ricorsi a una raccomandazione per ottenere un'autorizzazione o accelerare una pratica. E 800mila hanno fatto un "regalino" a dirigenti pubblici per avere in cambio un favore. Sono alcuni dati emersi da una ricerca realizzata dal Censis.

Non solo. Il coro di voci, che hanno chiesto le dimissioni al Ministro Lupi del governo Renzi, è roboante. Tra i vari aspetti della vicenda Incalza che lo vedono coinvolto, al ministro delle Infrastrutture non viene perdonata la presunta raccomandazione per il figlio. Ma è davvero così peccaminoso prodigarsi per il proprio figlio come ogni genitore farebbe, oltretutto, in un Paese dove la raccomandazione è all'ordine del giorno?

E’ inutile negarlo, la pratica della raccomandazione è la sola che funziona perfettamente nel nostro Paese, anche perché coinvolge ognuno di noi in maniera democratica senza distinzione di genere, scrive “Panorama”. Ci sono gli italiani che raccomandano e gli italiani che si fanno raccomandare, una sorta di catena di Sant’Antonio che prosegue all’infinito. Almeno una volta nella vita bisogna provare l’ebbrezza della spintarella, anche quando si è coscienti che questa non servirà a nulla per raggiungere l’ambita destinazione, qualsiasi essa sia (il posto di lavoro, la visita medica, l’esame all’università) e non importa se alla meta arriverà un altro, perché la nostra osservazione sarà “chissà chi lo ha raccomandato…!” E poi ci sentiamo a posto con la coscienza per due motivi, il primo perché, comunque, il tentativo lo abbiamo fatto, il secondo perché la volta successiva non ci faremo trovare impreparati, anzi ci organizzeremo meglio cercando una spinta più potente. Forse un giorno potremo anche inserirla nel curriculum vitae.

Il caso esemplare è lo scandalo di Catanzaro: oltre duemila compiti-fotocopia. Su 2301 prove scritte per l’accesso all’albo degli avvocati consegnate a metà dicembre del 1997 alla commissione d’esame di Catanzaro, ben 2295 risultano identiche. Soltanto sei elaborati, cioè lo 0,13 per cento del totale, appare non copiato. Compiti identici, riga per riga, parola per parola. Le tre prove di diritto civile, diritto penale e atti giudiziari non mettono in risalto differenze. Sono uguali anche negli errori: tutti correggono l’avverbio «recisamente» in «precisamente». Una concorrente rivela che un commissario avrebbe letteralmente dettato lo svolgimento dei temi ai candidati. Racconta: «Entra un commissario e fa: “scrivete”. E comincia a dettare il tema, piano piano, per dar modo a tutti di non perdere il filo».  «Che imbecilli quelli che hanno parlato, sono stati loro a incasinare tutto. Se non avessero piantato un casino sarebbe andato tutto liscio», dice una candidata, che poi diventerà avvocato e probabilmente commissario d’esame, che rinnegherà il suo passato e che accuserà di plagio i nuovi candidati. L’indagine è affidata ai pm Luigi de Magistris e Federica Baccaglini, che ipotizzano il reato di falso specifico e inviano ben 2295 avvisi di garanzia. Catanzaro non è l’unica mecca delle toghe: le fa concorrenza anche Reggio Calabria che, tra l’altro, nel 2001 promuove il futuro ministro dell’Istruzione per il Pdl Mariastella Gelmini in trasferta da Brescia. Ma Catanzaro è da Guinness dei primati. I candidati arrivano da tutta Italia, e i veri intoccabili soprattutto dalle sedi del Nord dove gli esami sono molto selettivi per impedire l’accesso di nuovi avvocati nel mercato saturo. Gli aspiranti avvocati milanesi o torinesi risultano residenti a Catanzaro per i sei mesi necessari per il tirocinio, svolto in studi legali del luogo, i quali certificano il praticantato dei futuri colleghi. Frotte di giovani si fanno consigliare dove e come chiedere ospitalità. In città esistono numerose pensioni e alloggi, oltre a cinque alberghi, che periodicamente accolgono con pacchetti scontati i pellegrini forensi. Tutti sanno come funziona e nessuno se ne lamenta. L’omertà è totale. I magistrati interrogano gruppi di candidati dell’esame del dicembre 1997, che rispondono all’unisono: «Mi portai sovente in bagno per bisogni fisiologici […]. Non so spiegare la coincidenza tra gli elaborati da me compilati e quelli esibiti. Mi preme tuttavia evidenziare che qualcuno potrebbe avermi copiato durante la mia assenza». Mentre il procedimento giudiziario avanza a fatica per la difficoltà di gestire un numero così grande di indagati, tutti gli aspiranti avvocati dell’esame del 1997 rifanno le prove nel 1998 nel medesimo posto e sono promossi. Dopo otto anni di indagini e rinvii, nell’estate 2005 il pm Federico Sergi, nuovo titolare dell’indagine, chiede e ottiene per ciascuno il «non luogo a procedere per avvenuta prescrizione». Tutto finito. Questi avvocati esercitano.

La Calabria è bella perchè c’è sempre il sole, scrive Antonello Caporale su “La Repubblica”. Milano invece spesso è velata dalla nebbia. E’ bella la Calabria anche, per esempio, perchè il concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato sembra più a misura d’uomo. Non c’è il caos di Milano, diciamolo. E  in una delle dure prove che la vita ci pone resiste quel minimo di comprensione, quell’alito di  compassione… In Calabria c’è il sole, e l’abbiamo detto. Ma vuoi mettere il mare?  ”Avevo bisogno di un luogo tranquillo, dove poter concentrarmi senza le distrazioni della mia città. Studiare e affrontare con serenità l’esame”. Ecco, questo bisogno ha portato Antonino jr. Giovanni Geronimo La Russa, il figlio di Ignazio, anch’egli avvocato ma soprattutto ministro della Difesa, a trasferirsi dalla Lombardia in Calabria. Laureato a pieni voti all’università Carlo Cattaneo, Geronimo si è abilitato con soddisfazione a Catanzaro a soli ventisei anni. Due anni ha risieduto a Crotone. Dal 25 luglio 2005, in piazza De Gasperi, nella casa di Pasquale Senatore, l’ex sindaco missino.  E’ rimasto nella città di Pitagora fino al 18 gennaio 2007. E si è rigenerato. Un po’ come capitò a Mariastella Gelmini, anche lei col bisogno di esercitare al meglio la professione di avvocato prima di darsi alla politica, e anche lei scesa in Calabria per affrontare con ottimismo l’esame. La scelta meridionale si è rivelata azzeccata per lei e per lui. Il piccolo La Russa è tornato in Lombardia con la forza di un leone. E dopo la pratica nello studio Libonati-Jager, nemmeno trentenne è divenuto titolare dello studio di famiglia. Quattordici avvocati a corso di porta Vittoria. Bellissimo. “Ma è tutto merito mio. Mi scoccia di passare per figlio di papà”.

Ma guarda un po’, sti settentrionali, a vomitar cattiverie e poi ad agevolarsi del…sole calabro.

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR  per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano.

Quando si dà la caccia ai figli per colpire i padri, scrive Lanfranco Caminiti su “Il Garantista”. E poi dicono, i potenti, povero ministro Lupi. Un figlio laureato con 110 e lode al Politecnico di Milano, e tutto quello che gli trova è un lavoretto su un cantiere Eni a partita iva da 1300 euro mese. Un precario aggiunto ai milioni di giovani senza posto fisso. E sì che mica lo poteva infilare in una delle cooperative di Comunione e liberazione, quelle ormai stanno nell’occhio del ciclone, e poi che fai, vai a pulire il culo degli ammalati negli ospedali, dai i pasti alla mensa, ti sbatti coi tossici, ricicli i libri usati, oh, c’ha una laurea al Politecnico. E però, per i figli si farebbe tutto, certo. Anche mettendoti a rischio. I figli sono pezzi di cuore, sono quello per cui ti sbatti, sono quello che rimarrà di te, sono il punto debole. È una costante questa. Sarà che noi italiani c’abbiamo il familismo amorale, c’abbiamo. Prima di tutto la famiglia, i figli.

Chissà se hanno telefonato per i loro figli in carriera. Indignazione per Lupi jr, ma nessuno si chiede se i rampolli dei leader democratici abbiano avuto l'aiutino. Dagli eredi dei presidenti alle ragazze di Veltroni e D'Alema, scrive Paolo Bracalini su “Il Giornale”. «Mio figlio è laureato al Politecnico con 110 e lode, gli faccio sempre questa battuta: purtroppo ha fatto Ingegneria civile e si è ritrovato un padre ministro delle Infrastrutture» si difende Maurizio Lupi, accusato di familismo all'italiana. Quella è una sfortuna che capita spesso ai figli di potenti, quasi sempre dotati di grande talento tanto da meritare posti prestigiosi, carriere formidabili, magari in settori affini a quelli di papà o mammà. Così viene il sospetto, malizioso e certamente infondato, che qualche telefonatina per lanciare i rampolli, una sponsorizzazione paterna o materna, sia prassi diffusa. Anche a sinistra, magari a partire da chi si indigna per Lupi jr. Avere parenti potenti non serve, se si è bravi, però aiuta. Sempre che non li intercettino.

Caso Lupi, Giampiero Mughini su Dago critica Giuliano Ferrara: "Tutti siamo stati raccomandati, anche tu", scrive “Libero Quotidiano”. Chi è senza raccomandazione alzi il ditino da moralista. Giampiero Mughini interviene a piedi uniti nel dibattito sul ministro Maurizio Lupi e la sospetta raccomandazione che avrebbe fatto al figlio ingegnere per farlo lavorare. A far saltare la mosca al naso di Mughini è un pezzo di Giuliano Ferrara sul Foglio che in un passaggio scrive: "Non mi hanno ristrutturato case a buon prezzo, assunzioni di parenti no e poi no, non li conosco. Le cricche mi sono lontane". Apri cielo: Mughini in una lettera a Dagospia prima ricostruisce il suo ingresso nel mondo del lavoro, ricordando la lettera di raccomandazione scrittagli da Gian Carlo Pajetta per lavorare a Paese Sera. Poi passa proprio all'Elefantino, sulla cui vita ha anche scritto un libro in passato: "Era stato Alberto Ronchey, negli anni Cinquanta moscoviti collega di papà Maurizio Ferrara, a intercedere presso il Corriere della Sera perché Giuliano potesse iniziarvi una sua collaborazione". Con il ministro di Ncd, Mughini dice di non avere legami, quindi nessuna difesa di ufficio. Se poi venisse confermata la telefonata con la quale Lupi avrebbe chiesto un lavoro per il figlio: "Io - scrive Mughini - altissimamente me ne strafotto. E tutti quelli che si stanno alzando con il ditino puntato - continua - hanno a che vedere con la faziosità politica".

"La credibilità dello Stato oggi è ampiamente compromessa e il primo atto, lo dico non per ragioni giudiziarie, ma per ragioni politiche, dovrebbe essere una bonifica radicale del ministero delle Infrastrutture, e anche le dovute dimissioni del ministro competente". Lo ha detto il leader di Sel e presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, parlando il 17 marzo 2015 oggi a Bari con i giornalisti in merito alla maxi operazione dei Cc del Ros sulla gestione illecita degli appalti delle cosiddette Grandi opere. Certo che non vi è vergogna nei nostri politici. Si parla delle dimissioni di Lupi che non è indagato. Mentre chi le chiede, e gli esponenti del suo partito, nel processo a Taranto "Ambiente Svenduto", per loro la Procura ha chiesto al giudice per l'udienza preliminare Wilma Gilli il rinvio a giudizio. Chiesto dalla Procura il rinvio a giudizio per il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, per il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, per gli attuali assessori regionali all'Ambiente, Lorenzo Nicastro, e alla Sanità, Donato Pentassuglia, quest'ultimo all'epoca dei fatti presidente della commissione regionale Ambiente, nonché per l'allora assessore regionale Nicola Fratoianni, oggi deputato di Sel.

Vittorio Feltri: “Se Santoro è giornalista la colpa è mia che l’ho promosso all’esame. Si dà infatti il caso che Santoro sia diventato giornalista professionista con il mio contributo, giacché facevo parte della commissione all'esame di Stato che lo promosse e gli consentì l'iscrizione all'Ordine nazionale dei giornalisti. Era il 1982. Me lo ricordo perché erano in corso i Mondiali di calcio in Spagna, quelli vinti dall'Italia con Sandro Pertini in tribuna d'onore. La vita del commissario esaminatore aveva qualche risvolto piacevole. Feci comunella con Giuseppe Pistilli, vicedirettore del Corriere dello Sport, il quale sedeva con me nel sinedrio. La sera andavamo a cena insieme. Il ponentino e il Frascati ci aiutavano a dimenticare le miserie cui avevamo assistito durante la giornata nel valutare i candidati. Ancora non avevo maturato la convinzione che l'Ordine dei giornalisti fosse un ente inutile, anzi peggio: dannoso. Pistilli contribuì a instillarmi qualche sospetto, illustrandomi come funzionava la commissione d'esame. Esempio: un aspirante scriba ti era stato raccomandato o ti stava a cuore? Bene, si trattava di farsi dare da lui le prime righe dell'articolo che aveva steso durante la prova scritta. Nessuno comincia un pezzo nella stessa maniera del compagno di banco, chiaro no? Perciò, non appena s'iniziava la lettura ad alta voce e in forma anonima degli elaborati, all'udire l'attacco familiare il commissario dava un calcetto sotto il tavolo a chi gli stava accanto. Costui a sua volta sferrava un calcetto al commissario più vicino, e avanti così. Con sei calcetti, il candidato era promosso. Dopodiché ricevevi a tua volta altri colpi negli stinchi e dovevi restituire il favore ricevuto. In questo modo passavano l'esame (e lo passano tuttora) asini sesquipedali.”

Il tribunale del popolo guidato da Di Pietro, scrive Tiziana Maiolo su "Il Garantista". Maurizio Lupi non è un indagato. È un condannato dal Tribunale del Popolo composto di giornalisti invidiosi, magistrati esibizionisti e una folla di tricoteuses opportunamente istigata dai Paladini della Virtù che passeggiano per i talkshow spargendo il proprio verbo, la propria “moralità”. Il 17 marzo 2015 mattina si è svegliato presto Antonio Di Pietro, si è collegato subito con Radio24, poi è corso in Rai per farsi intervistare ad Agorà sgusciando poi via velocemente per planare su La7. Una fatica per chi ha tante lezioni di moralità da elargire al ministro Maurizio Lupi. Che non è indagato, ma condannato perché “forse” si è lasciato regalare un vestito da un imprenditore suo amico di famiglia, il quale avrebbe anche donato un orologio costoso a suo figlio in occasione di una laurea particolarmente brillante al Politecnico di Milano. Tra le imputazioni di stampo moralistico c’è anche un posto di lavoro temporaneo al neo-ingegnere in un cantiere. Giusto quindi che intervenga subito il Pm più famoso d’Italia. Un plauso a tutti i conduttori che hanno pensato di invitare proprio Di Pietro a commentare i comportamenti di Lupi. È uno che se ne intende.

Da quale pulpito vien la predica?

Si riportano vari articoli di stampa, a scanso di persecuzione personale.

L’incipit della confidenza di Elio Belcastro, parlamentare dell’Mpa di Raffaele Lombardo, pubblicata su “Il Giornale”. Belcastro ci fa subito capire, scandendo bene le parole, che Tonino non era nemmeno riuscito a prenderlo quel voto, minimo. «Tempo fa l’ex procuratore capo di Roma, Felice Filocamo, che di quella commissione d’esami era il segretario, mi ha raccontato che quando Carnevale si accorse che i vari componenti avevano bocciato Di Pietro, lo chiamò e si arrabbiò molto. Filocamo fu costretto a tornare in ufficio, a strappare il compito del futuro paladino di Mani pulite e a far sì che, non saprei dire come, ottenesse il passaggio agli orali, seppur con il minimo dei voti». Bocciato e ripescato? Magistrato per un falso? Possibile? Non è l’unico caso. Era già stato giudicato non idoneo, ma in una seconda fase sarebbero saltati fuori degli strani fogli aggiuntivi che prima non c’erano. Ecco come sarebbe sorto il sospetto che qualcuno li avesse inseriti per “salvare” il candidato già bocciato, in modo da giustificare una valutazione diversa oppure da consentire un successivo ricorso al TAR. I maggiori quotidiani nazionali e molti locali, ed anche tanti periodici, si sono occupati di tale gravissimo fatto, e che è stato individuato con nome e cognome il magistrato (una donna) in servizio a Napoli quale autore del broglio accertato. Per tale episodio il CSM ha deciso di sospendere tale magistrato dalle funzioni e dallo stipendio. In quella sessione a fronte di 350 candidati ammessi alle prove orali pare che oltre 120 siano napoletani, i quali sembrano avere particolari attitudini naturali verso le scienze giuridiche e che sembrano essere particolarmente facilitati nel loro cammino anche dalla numerosa presenza nella commissione di esami di magistrati e professori napoletani.

Si riportano vari articoli di stampa, a scanso di persecuzione personale.

Corrado Carnevale: "Quell’aiutino a Di Pietro per diventare magistrato...", scrive “Libero Quotidiano”. Corrado Carnevale: "Al concorso in magistratura, Di Pietro ha avuto due aiutini". L'ex giudice Corrado Carnevale: "Era stato in seminario ed era di famiglia povera. Fu così che chiusi un occhio", scrive Rachele Nenzi su “Il Giornale”.

Quell’aiutino a Di Pietro per diventare magistrato. L’ex giudice Carnevale sull’esame di Tonino a pm: «Era povero, mi commossi. E due 5 diventarono 6», scrive Valeria Di Corrado su “Il Tempo”.

Giancarlo De Cataldo su “L’Espresso”: L'Italia è una repubblica fondata sullo scandalo. Dai tempi di Cavour a Mani Pulite: ogni vent’anni un’indagine-choc. Corsi e ricorsi storici delle tangenti, specchio di un Paese che non cambia. Il commento dello scrittore-magistrato. La fiction “1992” è bella e coraggiosa. Racconta - ed è già questo un merito innegabile - la controversa stagione di Mani Pulite. Lo fa con la disinvolta ferocia narrativa che è il marchio di fabbrica delle grandi serie. “1992” è televisione avanzata. Ma ha anche un altro merito. “1992” declina con linguaggio di oggi una vicenda che affonda radici profonde nella storia d’Italia. Una storia antica: la storia della nostra corruzione. Una storia cominciata tanti anni fa. Conquistato il Sud grazie all’impresa dei Mille, il conte di Cavour si mette all’opera per disegnare il futuro della nuova nazione. Giorgio Asproni, deputato sardo, alta carica massonica, ex-prete, esponente dell’estrema sinistra mazziniana, nei suoi impietosi diari annota disgustato l’incessante processione di faccendieri, ufficiali, imprenditori che assediano l’ufficio di Cavour a Palazzo Carignano. Tutti a vantare inesistenti meriti patriottici, tutti a implorare un incarico, una commessa, un’onorificenza. Ciò che l’incendiario Asproni non può sapere è che in quegli stessi momenti Cavour, il liberale, l’odioso tessitore di trame che i democratici accusano di essersi impossessato per turpi fini della bandiera della Patria, proprio Cavour, prova, nei confronti dei questuanti, sentimenti non molto dissimili. Al punto da bollare i clientes con parole di fuoco. Asproni e Cavour, ciascuno eroico a suo modo, divisi da visioni radicalmente inconciliabili della Storia (e della natura umana) su un punto concordano: il disprezzo per quei molli figuri che non versarono una sola goccia di sangue per la “causa” e ora si avventano sulla greppia dell’Italia unita. Ma se Asproni li metterebbe volentieri al muro, corrotti e corruttori, Cavour, secondo il suo costume, pensa di poterne agevolmente “trarre partito”. Costruire dal nulla un’identità nazionale è compito arduo, ai limiti dell’impossibile. Nella fase d’avvio non si può andare tanto per il sottile. Anche gli affaristi servono, e servono i faccendieri. Cavour opera una scelta di campo destinata a ipotecare pesantemente il nostro futuro. Il destino fa il resto. Cavour, che forse sarebbe riuscito a contenere le smanie predatorie nell’alveo della fisiologia democratica, muore troppo presto. I suoi successori non si riveleranno all’altezza. Quindici anni dopo l’Unità, nel 1875, un popolano trasteverino accoltella a morte Raffaele Sonzogno, coraggioso giornalista calato a Roma dal Nord, animatore di inchieste sul dilagante malaffare post-unitario. Il sicario viene subito arrestato, ma è chiaro che, secondo uno schema destinato a ripetersi drammaticamente negli anni, se il pugnale viene dalla strada, l’ordine è partito dal Palazzo. Giancarlo De Cataldo Dietro l’uccisione di Sonzogno c’è una colossale speculazione edilizia sui terreni espropriati al Vaticano. Sono coinvolti banchieri, palazzinari, preti attenti al portafoglio, pezzi della Destra storica, che uscirà sconfitta dalle elezioni dell’anno dopo, e pezzi della Sinistra che già pregusta la vittoria, e persino un rampollo “agitato” dell’eroe dei Due Mondi. Una pregevole compagnia di giro che ritroveremo spesso nella cronaca del nostro Paese. Troppo, per una nazione appena nata. L’inchiesta, abilmente pilotata, porta alla condanna del deputato Luciani. Movente: una questione di corna. Luciani becca una condanna tombale, e invano, per anni, minaccerà sconvolgenti rivelazioni. Dalla speculazione verranno poste le basi per uno dei tanti, anch’essi ricorrenti, “sacchi” di Roma. Qualche anno dopo, nel 1892, un giornale satirico della capitale, “Il carro di Checco”, svela la vicenda finanziaria che passerà alla storia come “scandalo della Banca Romana”. Incalzato dal battagliero Napoleone Colajanni, il governo è costretto a nominare una commissione d’inchiesta. Emergono notevoli reati: si va dalla fabbricazione e spaccio di monete false al falso in bilancio, dalle false fatturazioni alla corruzione dei funzionari e deputati incaricati dei controlli, passando per la costituzione di “fondi neri” riversati nelle tasche di personaggi pubblici. Coinvolto il gotha politico del tempo, Giolitti in testa, lambita Casa Savoia. Giolitti, anche se non è più ministro, pretende e ottiene una giurisdizione “politica”. Il finale è deprimente, con la morte per suicidio di un onorevole accusato di un reato minore e il proscioglimento generale. Favorito, si disse, da un’attenta “gestione” dei materiali probatori concordata fra Governo e vertici della magistratura. Grande e diffusa fu la frustrazione. Un giurista scrisse che si era consacrata «l’immoralità di chi ha troppo mangiato e che dopo il pasto pare abbia, come la lupa di Dante, più fame di pria». La stampa, come sovente accade, deplorò. E tutto ricominciò come prima. Fra l’altro, proprio mentre si dibatteva della Banca Romana, in Sicilia veniva assassinato Emanuele Notarbartolo di San Giovanni. Un banchiere onesto che si era messo di traverso alle speculazioni ordite da quella che, allora, si chiamava “Alta Mafia”. Fu incriminato per questo omicidio l’onorevole Palizzolo, poi assolto all’esito di un interminabile processo. Il vecchio liberale Gaetano Mosca parlò di «disfatta morale». Gli amici festeggiarono la liberazione di Palizzolo noleggiando una nave con tanto di gran pavese. In tempi più recenti, sembra essersi affermata una paradossale “legge del venti”. Nel senso che ogni vent’anni circa il Paese “scopre” uno o più colossali scandali a base di corruzione. Si deplora, si invocano cambiamenti legislativi, emergono demagoghi più o meno versati nell’arte di arringare le masse promettendo “pulizia”, si adottano misure asseritamente restrittive, si fanno esami di coscienza, si va in Tribunale. Nel 1974 alcuni giovani giudici, definiti con un certo risentimento “pretori d’assalto” (l’anticamera del “giudici ragazzini” di qualche anno dopo), scoprono che i petrolieri pagano i ministri per ottenere leggi favorevoli alla propria lobby. Sandro Pertini, Presidente della Camera, li incoraggia a «non guardare in faccia a nessuno», inclusi i suoi compagni del Partito Socialista. Minaccia, in caso di insabbiamento, le dimissioni. Il governo cade. Gli imputati sono giudicati dalla Commissione Parlamentare per i procedimenti di accusa. Pertini non si dimette. Esito del giudizio: due ministri archiviati, due prescritti, due assolti dopo qualche tempo. Mani Pulite, si è detto, esplode nel 1992, quindi a circa vent’anni dallo scandalo dei petroli. Fra il 1992 e il 1993 si consumano gli ultimi delitti eccellenti e le ultime stragi di mafia. Curiosa coincidenza con quanto era accaduto esattamente un secolo prima. Ieri corruzione a Roma e morte di un banchiere onesto in Sicilia, oggi corruzione a Milano e non solo, piombo e tritolo per politici, giudici e inermi cittadini in Sicilia e non solo. Quasi a voler sottolineare che gli inconfessabili legami e lo spregiudicato uso della violenza e della corruttela, col tempo, invece di attenuarsi, si sono rafforzati. Le stragi mafiose e Mani Pulite suscitarono un’ondata di indignazione. Furono approvate leggi per favorire il fenomeno del pentitismo e confiscare i beni dei mafiosi. Una nuova classe politica spazzò via la precedente: e anche questo era accaduto, cent’anni prima. Poi, col tempo, tutto si è sopito e troncato. I pentiti sono diventati più o meno degli appestati. Mani Pulite è oggetto di revisione storiografica critica. Ritocchi normativi bipartisan hanno reso sempre più disagevole l’operato degli investigatori. A risvegliare i dormienti, guarda caso a vent’anni da Mani Pulite, gli scandali Expo, Mose, e, infine, l’inchiesta “Mafia Capitale”. Che, fra l’altro, come all’epoca del trapasso fra Destra storica e Sinistra, propone uno spaccato di cointeressenze fra gente che dovrebbe, teoricamente, militare su opposte sponde. Oggi la stampa deplora. Sono allo studio inasprimenti di pena. Si nominano authority anticorruzione e assessori alla legalità. Intanto, si vara una legge punitiva sulla responsabilità civile dei magistrati e si tuona contro il loro “protagonismo”: senza mai riempire di contenuto questa parola dal suono, si direbbe, gnostico. Si giura, soprattutto, che è venuto il momento di voltare pagina. Come diceva Nino Manfredi: «Fusse ca fusse...». Dobbiamo dunque ritenerci rassegnati e sfiduciati? Ci mancherebbe! A un ragazzo che si affaccia alla vita non puoi trasmettere il messaggio del “tutto è perduto”. Sarebbe delittuoso. Però un minimo di onestà intellettuale non disturba, anzi. Bisogna spiegare che fra corruzione e legalità si combatte una guerra aspra, senza esclusione di colpi. Che corrotti e corruttori offrono scorciatoie convincenti, indossano maschere seducenti, vantano - e purtroppo sovente a ragione - indiscutibili successi. Sono simpatici, mondani, ricchi di fascino, corrotti e corruttori. “Legalità” è invece una parola astratta che ossessivi, abili messaggi fanno apparire sempre più ostile, odioso patrimonio di arcigni, e dunque antipatici, guardiani. “Moralista” fa oggi sorridere, “incorruttibile” suscita panico. Bisogna spiegare che giudici e poliziotti sono patologi del sistema, intervengono quando il danno è stato fatto. Bisogna insistere sull’istruzione e sulla cultura, e persino sull’estetica: si può combattere, consapevoli della disparità fra le forze in campo, anche per il solo gusto di non darla vinta alla società dei magnaccioni. E dopo, a casa, magari, tutti a vedere “1992”, la serie. Con Asproni che digrigna i denti e Cavour che perde un po’ alla volta il suo ironico sorrisetto.

Perché leggere Antonio Giangrande?

Ognuno di noi è segnato nella sua esistenza da un evento importante. Chi ha visto il film si chiede: perché la scena finale de “L’attimo fuggente” , ogni volta, provoca commozione? Il professor John Keating (Robin Williams), cacciato dalla scuola, lascia l’aula per l’ultima volta. I suoi ragazzi, riabilitati da lui dalla corruzione culturale del sistema, non ci stanno, gli rendono omaggio. Uno dopo l’altro, salgono in piedi sul banco ed esclamano: «Capitano, mio capitano!». Perché quella scena è così potente ed incisiva? Quella scena ci colpisce perché tutti sentiamo d’aver bisogno di qualcuno che ci insegni a guardare la realtà senza filtri.  Desideriamo, magari senza rendercene conto, una guida che indichi la strada: per di là. Senza spingerci: basta l’impulso e l’incoraggiamento. Il pensiero va a quella poesia che il vate americano Walt Whitman scrisse dopo l'assassinio del presidente Abramo Lincoln, e a lui dedicata. Gli stessi versi possiamo dedicare a tutti coloro che, da diversi nell'omologazione, la loro vita l’hanno dedicata per traghettare i loro simili verso un mondo migliore di quello rispetto al loro vivere contemporaneo. Il Merito: Valore disconosciuto ed osteggiato in vita, onorato ed osannato in morte.

Robin Williams è il professor Keating nel film L'attimo fuggente (1989)

Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto,

La nostra nave ha resistito ogni tempesta: abbiamo conseguito il premio desiderato.

Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta.

Mentre gli occhi seguono la salda carena,

la nave austera e ardita.

Ma o cuore, cuore, cuore,

O stillanti gocce rosse

Dove sul ponte giace il mio Capitano.

Caduto freddo e morto.

O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.

Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;

Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;

Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i Walt Whitman (1819-1892) cupidi volti.

Qui Capitano, caro padre,

Questo mio braccio sotto la tua testa;

È un sogno che qui sopra il ponte

Tu giaccia freddo e morto.

Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate;

Il mio padre non sente il mio braccio,

Non ha polso, né volontà;

La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.

Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,

Esultino le sponde e suonino le campane!

Ma io con passo dolorante

Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.

Antonio Giangrande. Un capitano necessario. Perché in Italia non si conosce la verità. Gli italiani si scannano per la politica, per il calcio, ma non sprecano un minuto per conoscere la verità. Interi reportage che raccontano l’Italia di oggi  “salendo sulla cattedra” come avrebbe detto il professore Keating dell’attimo fuggente e come ha cercato di fare lo scrittore avetranese Antonio Giangrande.

Chi sa: scrive, fa, insegna.

Chi non sa: parla e decide.

Chissà perché la tv ed i giornali gossippari e colpevolisti si tengono lontani da Antonio Giangrande. Da quale pulpito vien la predica, dott. Antonio Giangrande?

Noi siamo quel che facciamo: quello che diciamo agli altri è tacciato di mitomania o pazzia. Quello che di noi gli altri dicono sono parole al vento, perche son denigratorie. Colpire la libertà o l’altrui reputazione inficia gli affetti e fa morir l’anima.

La calunnia è un venticello

un’auretta assai gentile

che insensibile sottile

leggermente dolcemente

incomincia a sussurrar.

Piano piano terra terra

sotto voce sibillando

va scorrendo, va ronzando,

nelle orecchie della gente

s’introduce destramente,

e le teste ed i cervelli

fa stordire e fa gonfiar.

Dalla bocca fuori uscendo

lo schiamazzo va crescendo:

prende forza a poco a poco,

scorre già di loco in loco,

sembra il tuono, la tempesta

che nel sen della foresta,

va fischiando, brontolando,

e ti fa d’orror gelar.

Alla fin trabocca, e scoppia,

si propaga si raddoppia

e produce un’esplosione

come un colpo di cannone,

un tremuoto, un temporale,

un tumulto generale

che fa l’aria rimbombar.

E il meschino calunniato

avvilito, calpestato

sotto il pubblico flagello

per gran sorte va a crepar.

E’ senza dubbio una delle arie più famose (Atto I) dell’opera lirica Il Barbiere di Siviglia del 1816 di Gioacchino Rossini (musica) e di Cesare Sterbini (testo e libretto). E’ l’episodio in cui Don Basilio, losco maestro di musica di Rosina (protagonista femminile dell’opera e innamorata del Conte d’Almaviva), suggerisce a Don Bartolo (tutore innamorato della stessa Rosina) di screditare e di calunniare il Conte, infamandolo agli occhi dell’opinione pubblica. Il brano “La calunnia è un venticello…” è assolutamente attuale ed evidenzia molto bene ciò che avviene (si spera solo a volte) nella quotidianità di tutti noi: politica, lavoro, rapporti sociali, etc.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ha la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le macagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

A’ Cuscienza di Antonio de Curtis-Totò

La coscienza

Volevo sapere che cos'è questa coscienza 

che spesso ho sentito nominare.

Voglio esserne a conoscenza, 

spiegatemi, che cosa significa. 

Ho chiesto ad un professore dell'università

il quale mi ha detto: Figlio mio, questa parola si usava, si, 

ma tanto tempo fa. 

Ora la coscienza si è disintegrata, 

pochi sono rimasti quelli, che a questa parola erano attaccati,

vivendo con onore e dignità.

Adesso c'è l'assegno a vuoto, il peculato, la cambiale, queste cose qua.

Ladri, ce ne sono molti di tutti i tipi, il piccolo, il grande, 

il gigante, quelli che sanno rubare. 

Chi li denuncia a questi ?!? Chi si immischia in questa faccenda ?!?

Sono pezzi grossi, chi te lo fa fare. 

L'olio lo fanno con il sapone di piazza, il burro fa rimettere, 

la pasta, il pane, la carne, cose da pazzi, Si è aumentata la mortalità.

Le medicine poi, hanno ubriacato anche quelle, 

se solo compri uno sciroppo, sei fortunato se continui a vivere. 

E che vi posso dire di certe famiglie, che la pelle fanno accapponare,

mariti, mamme, sorelle, figlie fatemi stare zitto, non fatemi parlare.

Perciò questo maestro di scuola mi ha detto, questa conoscenza (della coscienza)

perchè la vuoi fare, nessuno la usa più questa parola,

adesso arrivi tu e la vuoi ripristinare. 

Insomma tu vuoi andare contro corrente, ma questa pensata chi te l'ha fatta fare, 

la gente di adesso solo così è contenta, senza coscienza,

vuole stentare a vivere. (Vol tirà a campà)

SE NASCI IN ITALIA…

Quando si nasce nel posto sbagliato e si continua a far finta di niente.

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui,  con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Io sono Antonio Giangrande, noto autore di saggi pubblicati su Amazon, che raccontano questa Italia alla rovescia. A tal fine tra le tante opere da me scritte vi è “Italiopolitania. Italiopoli degli italioti”. Di questo, sicuramente, non gliene fregherà niente a nessuno. Fatto sta che io non faccio la cronaca, ma di essa faccio storia, perché la quotidianità la faccio raccontare ai testimoni del loro tempo. Certo che anche di questo non gliene può fregar di meno a tutti. Ma una storiella raccontata da Antonio Menna che spiega perché, tu italiano, devi darti alla fuga dall’Italia, bisogna proprio leggerla. Mettiamo che Steve Jobs sia nato in Italia. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi. Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare. Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”. I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano. Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi? Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”. I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare. Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”. Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro. Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”. I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti. La Apple in Italia non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

AVVOCATI. ABILITATI COL TRUCCO

Facile dire: sono avvocato. In Italia dove impera la corruzione e la mafiosità, quale costo intrinseco può avere un appalto truccato, un incarico pubblico taroccato, od una falsificata abilitazione ad una professione?

Ecco perché dico: italiani, popolo di corrotti! Ipocriti che si scandalizzano della corruttela altrui.

Io sono Antonio Giangrande, noto autore di saggi pubblicati su Amazon, che raccontano questa Italia alla rovescia. A tal fine tra le tante opere da me scritte vi è “Concorsopoli ed esamopoli” che tratta degli esami e dei concorsi pubblici in generale. Tutti truccati o truccabili. Nessuno si salva. Inoltre, nel particolare, nel libro “Esame di avvocato, lobby forense, abilitazione truccata”, racconto, anche per esperienza diretta, quello che succede all’esame di avvocato. Di questo, sicuramente, non gliene fregherà niente a nessuno, neanche ai silurati a quest’esame farsa: la fiera delle vanità fasulle. Fatto sta che io non faccio la cronaca, ma di essa faccio storia, perché la quotidianità la faccio raccontare ai testimoni del loro tempo. Certo che anche di questo non gliene può fregar di meno a tutti. Ma la cronistoria di questi anni la si deve proprio leggere, affinchè, tu italiano che meriti, devi darti alla fuga dall’Italia, per poter avere una possibilità di successo.

Anche perché i furbetti sanno come cavarsela. Francesco Speroni principe del foro di Bruxelles. Il leghista Francesco Speroni, collega di partito dell’ing. Roberto Castelli che da Ministro della Giustizia ha inventato la pseudo riforma dei compiti itineranti, a sfregio delle commissioni meridionali, a suo dire troppo permissive all’accesso della professione forense. È l’ultima roboante voce del curriculum dell’eurodeputato leghista, nonché suocero del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, laureato nel 1999 a Milano e dopo 12 anni abilitato a Bruxelles. Speroni ha avuto un problema nel processo di Verona sulle camicie verdi, ma poi si è salvato grazie all’immunità parlamentare. Anche lui era con Borghezio a sventolare bandiere verdi e a insultare l’Italia durante il discorso di Ciampi qualche anno fa, quando gli italiani hanno bocciato, col referendum confermativo, la controriforma costituzionale della devolution. E così commentò: “Gli italiani fanno schifo, l’Italia fa schifo perché non vuole essere moderna!”. Ecco, l’onorevole padano a maggio 2011 ha ottenuto l’abilitazione alla professione forense in Belgio (non come il ministro Gelmini che da Brescia ha scelto Reggio Calabria) dopo ben 12 anni dalla laurea conseguita a Milano. Speroni dunque potrà difendere “occasionalmente in tutta Europa” spiega lo stesso neoavvocato raggiunto telefonicamente da Elisabetta Reguitti de “Il Fatto quotidiano”.

Perché Bruxelles?

Perché in Italia è molto più difficile mentre in Belgio l’esame, non dico sia all’acqua di rose, ma insomma è certamente più facile. Non conosco le statistiche, ma qui le bocciature sono molte meno rispetto a quelle dell’esame di abilitazione in Italia”.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 Mariastelalla Gelmini si trova dunque a scegliere tra fare l’esame a Brescia o scendere giù in Calabria, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fa