Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

ANNO 2023

LA CULTURA

ED I MEDIA

NONA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Covid: sembrava scienza, invece era un…calesse.

L’Umanità.

I Benefattori dell’Umanità.

Le Invenzioni.

La Matematica.

L’Intelligenza Artificiale.

La Digitalizzazione.

Il PC.

I Robot.

I Chip.

La telefonia.

Le Mail.

I crimini sul web.

Al di là della Terra.

Gli Ufo.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da Freud all’MKUltra.

I Geni.

I Neuroni.

La Forza della Mente.

Le Fobie.

L’Inconscio.

Le Coincidenze.

La Solitudine.

Il Blocco Psicologico.

La Malattia.

La Depressione.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scrittura.

La Meritocrazia.

Le Scuole al Sud.

Le Scuole Private.

Il Privatista.

Ignoranti e Disoccupati.

Ignoranti e Laureati.

Decenza e Decoro a Scuola.

L’aggiotaggio scolastico.

La Scuola Alternativa.

La scuola comunista.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’onestà e l’onore.  

Il Galateo.

Il Destino.

La Tenacia.

La Fragilità.

Body positivity. Essere o apparire?

Il Progresso.

Le Generazioni.

I Baby Boomer.

Gioventù del cazzo.

Il Linguaggio.

I Bugiardi.

L’Ipocrisia.

I Social.

Influencer.

Le Classifiche.

L’Amicizia.

Il fastidio.

L’Invidia.

L’Odio.

Il Mostro.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Moda.

Le Auto.

I Fumetti.

I Giochi da Tavolo.

L’Architettura e l’Ingegneria.

Il Restauro.

Il Podcast.

L’Artista.

La Poesia.

La Letteratura.

Il Teatro.

Le Autobiografie.

L’Ortografia.

Intrecci artistici.

La Fotografia.

Il Collezionismo.

I Francobolli.

La Pittura.

I Tatuaggi.

Le Caricature.

I Writer.

La Musica.

La Radio.

Le Scoperte.

Markalada, l'America prima di Colombo.

La Storia.

La P2 culturale.

Ladri di cultura.

I vandali dell'arte.

Il Kitsch.

Gli Intellettuali.

La sindrome di Stendhal.

Gli Snob.

I radical chic.

La Pubblicità.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alberto Asor Rosa.

Alberto Moravia.

Aldo Nove.

Alessandro Manzoni.

Alessia Lanza.

Aleksandr Isaevic Solzhenicyn.

Andy Warhol.

Andrea Camilleri.

Andrea Pazienza.

Anna Premoli.

Annie Duchesne Ernaux.

Anselm Kiefer.

Antonio Delfini.

Antonio Riello.

Artemisia Gentileschi.

Benedetta Cappa.

Barbara Alberti.

Beethoven.

Banksy.

Camillo Langone.

Caravaggio.

Carlo Emilio Gadda.

Cristina Campo.

Curzio Malaparte.

Dacia Maraini.

Dante Alighieri.

Dante Ferretti.

Dario Fo.

Dino Buzzati.

Domenico "Ico" Parisi.

Eduardo De Filippo.

Elena Ferrante.

Eleonora Duse.

Emanuel Carnevali.

Emmanuel Carrère.

Émile Zola.

Emilio Isgrò.

Ennio Morricone.

Enrico "Erri" De Luca.

Erin Doom.

Eugenio Montale.

Eve Babitz.

Ezra Pound.

Fabio Volo.

Federico Fellini.

Federico Palmaroli: Osho.

Friedrich Nietzsche.

Filippo Tommaso Marinetti.

Francesco Alberoni.

Francesco Piranesi jr.

Franco Cordelli.

Franco Ferrarotti.

Franz Kafka.

Fulvio Abbate.

Gabriele D'Annunzio.

Gaetano Bonoris.

Gaetano Salvemini.

George Orwell.

Georges Simenon.

Giacomo Leopardi.

Giacomo Puccini.

Giampiero Mughini.

Gianfranco Salis.

Gianni Vattimo.

Gianrico Carofiglio.

Gioachino Rossini.

Giordano Bruno Guerri. 

Giorgio Manganelli.

Giovanni Testori.

Giovanni Verga.

Giovannino Guareschi.

Giuseppe Prezzolini.

Giuseppe Verdi.

Hanif Kureishi.

Italo Calvino.

Jago sta per Jacopo Cardillo.

Jacques Maritain.

Jean Cocteau.

Jean-Jacques Rousseau.

John Ronald Reuel Tolkien.

Johann Wolfgang von Goethe.

J. K. Rowling.

Jorge Luis Borges.

Julius Evola.

Lara Cardella.

Laura Ingalls Wilder.

Lee Miller.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lina Sotis.

Luigi Illica.

Luigi Vanvitelli.

Luis Sepúlveda.

Louis-Ferdinand Céline.

Ludovica Ripa di Meana.


 

INDICE SESTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marcello Marchesi.

Marcello Veneziani.

Marina Cvetaeva.

Mario Vargas Llosa.

Mark Twain.

Martin Scorsese. 

Massimo Rao.

Matilde Serao.

Maurizio Cattelan.

Mauro Corona.

Michel Houellebecq.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarroti.

Michelangelo Pistoletto.

Michele Mirabella.

Michele Rech: Zerocalcare.

Milo Manara.

Oliviero Toscani.

Oriana Fallaci.

Pablo Neruda.

Pablo Picasso.

Paul Verlaine.

Pier Paolo Pasolini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Pietro Cavallini.

Pietro Citati.

Primo Levi.

Robert Capa.

Roberto Ruffilli.

Roberto Saviano.

Salman Rushdie.

Sergio Leone.

Sergio Pautasso.

Sibilla Aleramo.

Stefania Auci.

Susan Sontag.

Suzanne Valadon.

Sveva Casati Modignani.

Tim Page.

Truman Capote.

Tullio Pericoli.

Umberto Eco.

Umberto Pizzi.

Wolfang Amadeus Mozart.

Vasco Pratolini.

Veronica Tomassini.

Virginia Woolf.

Vitaliano Trevisan.

Vittorio ed Elisabetta Sgarbi.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. La Distrazione di Massa: Propaganda e realtà.

Lo ha detto la Televisione…

L’Opinionismo.

L’Infocrazia.

Rai: Il pizzo e l’educatrice di Stato.

Mediaset: la manipolazione commerciale.

Sky Italia.

La 7.

Sportitalia.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le fake news.

I Censori.

Il Diritto d’Autore e le furbizie di Amazon.

La Privacy.

L’Oblio.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

Wikipedia, l’enciclopedia censoria.


 

INDICE NONA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Se questi son giornalisti!

Gli Uffici Stampa.

Il Corriere della Sera.

Avanti!

La Gedi.

Il Fatto Quotidiano.

L’Espresso.

Il Domani.

Il Giornale.

Panorama.

La Verità.

L’Indipendente.

L’Unità.

Il Manifesto.

Il Riformista.

I più noti.

Alberto Dandolo.

Alberto Matano.

Alda D’Eusanio.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Amedeo Goria.

Andrea Scanzi.

Angela Buttiglione.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Antonello Piroso.

Antonio Caprarica.

Antonio Di Bella.

Augusto Minzolini.

Attilio Bolzoni.

Barbara Costa.

Barbara Palombelli.

Bruno Vespa.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carmen Lasorella.

Cesara Bonamici.

Claudio Sabelli Fioretti.

Clemente Mimun.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Corrado Formigli.

Cristina Parodi.

David Parenzo.

Donatella Raffai.

Enrico Mentana.

Enrico Varriale.

Enzo Magistà.

Fabio Fazio.

Federica Sciarelli.

Ferruccio Sansa.

Filippo Facci.

Flavia Perina.

Franca Leosini.

Francesca Barra.

Francesca Fagnani.

Francesco Borgonovo.

Francesco Repice.

Furio Focolari.

Gennaro Sangiuliano.

Gian Antonio Stella.

Gian Marco Chiocci.

Gianni Riotta.

Gigi Marzullo.

Giovanni Minoli.

Hoara Borselli.

Indro Montanelli.

Italo Cucci.

Ivan Zazzaroni.

Jas Gawronski.

Laura Tecce.

Lirio Abbate.

Lucia Annunziata.

Luisella Costamagna.

Malcom Pagani.

Manuela Moreno.

Marco Travaglio.

Mario Sechi.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Massimo Gramellini.

Maurizio Mannoni.

Mia Ceran.

Michele Cucuzza.

Michele Santoro.

Milena Gabanelli.

Myrta Merlino.

Natalia Aspesi.

Nicola Porro.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Flores d'Arcais.

Riccardo Iacona.

Roberto D’Agostino.

Roberto Poletti.

Romana Liuzzo.

Rula Jebreal.

Salvo Sottile.

Selvaggia Lucarelli.

Serena Bortone.

Sigrido Ranucci.

Tancredi Palmeri.

Tiberio Timperi.

Tiziano Crudeli.

Tommaso Cerno.

Valentina Tomirotti.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.

 


 

LA CULTURA ED I MEDIA

NONA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Comandamenti.

Partigiani.

Condannati.

Sputati.

Automatizzati.

Ignoranti.

Viziosi.

I Comandamenti

Papa Francesco Bergoglio attacca la disinformazione: “il primo peccato del giornalismo”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 26 Agosto 2023 

Il Papa ha chiesto un aiuto al mondo del giornalismo in vista del Sinodo dei Vescovi che si svolgerà nel prossimo ottobre a Roma : " oso chiedere aiuto a voi, maestri di giornalismo: aiutatemi a raccontare questo processo per ciò che realmente è, uscendo dalla logica degli slogan e di racconti preconfezionati. No, la realtà”.

Il Papa evidenzia e contesta i danni della disinformazione. “E’ uno dei peccati del giornalismo, che sono quattro: la disinformazione, quando un giornalismo non informa o informa male; la calunnia (a volte si usa questo); la diffamazione, che è diversa dalla calunnia ma distrugge; e il quarto è la coprofilia, cioè l’amore per lo scandalo, per le sporcizie, lo scandalo vende. La disinformazione è il primo dei peccati, degli sbagli – diciamo così – del giornalismo”, ha detto il Santo Padre accogliendo in udienza la delegazione che gli ha conferito il Premio “è Giornalismo”.

”Dovete sapere che io, ancora prima di diventare Vescovo di Roma, ero solito declinare l’offerta di premi. Mai ne ho ricevuti, non volevo. E ho continuato a fare così anche da Papa. C’è però un motivo che mi ha spinto ad accettare il vostro, – ha spiegato Bergoglio – ed è l’urgenza di una comunicazione costruttiva, che favorisca la cultura dell’incontro e non dello scontro; la cultura della pace e non della guerra; la cultura dell’apertura verso l’altro e non del pregiudizio. Voi siete tutti illustri esponenti del giornalismo italiano. Permettetemi, allora, di confidarvi una speranza e anche di rivolgervi con tutta franchezza una richiesta di aiuto. Ma non vi chiedo soldi, state tranquilli! La speranza è questa: che oggi, in un tempo in cui tutti sembrano commentare tutto, anche a prescindere dai fatti e spesso ancora prima di essersi informati, si riscopra e si torni a coltivare sempre più il principio di realtà – la realtà è superiore all’idea, sempre –: la realtà dei fatti, il dinamismo dei fatti; che mai sono immobili e sempre si evolvono, verso il bene o verso il male, per non correre il rischio che la società dell’informazione si trasformi nella società della disinformazione“.

Papa Francesco, ripreso dall’ da Adnkronos, indica la strada: “Per far questo, c’è bisogno di diffondere una cultura dell’incontro, una cultura del dialogo, una cultura dell’ascolto dell’altro e delle sue ragioni. La cultura digitale ci ha portato tante nuove possibilità di scambio, ma rischia anche di trasformare la comunicazione in slogan. No, la comunicazione è sempre andata e ritorno. Io dico, ascolto e rispondo, ma sempre dialogo. Non è uno slogan”.

Il Papa ha chiesto un aiuto al mondo del giornalismo in vista del Sinodo dei Vescovi che si svolgerà nel prossimo ottobre a Roma : “Vogliamo contribuire insieme a costruire la Chiesa dove tutti si sentano a casa, dove nessuno sia escluso. Quella parola del Vangelo che è tanto importante: tutti. Tutti, tutti: non ci sono cattolici di prima, di seconda e di terza classe, no. Tutti insieme. Tutti. È l’invito del Signore. Per questo oso chiedere aiuto a voi, maestri di giornalismo: aiutatemi a raccontare questo processo per ciò che realmente è, uscendo dalla logica degli slogan e di racconti preconfezionati. No, la realtà”. 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN OCCASIONE DEL CONFERIMENTO DEL PREMIO “È GIORNALISMO”

Sabato, 26 agosto 2023

Cari amici, benvenuti!

Vi saluto e vi ringrazio per questo incontro e per il conferimento del Premio “è Giornalismo”. Dovete sapere che io, ancora prima di diventare Vescovo di Roma, ero solito declinare l’offerta di premi. Mai ne ho ricevuti, non volevo. E ho continuato a fare così anche da Papa. C’è però un motivo che mi ha spinto ad accettare il vostro, ed è l’urgenza di una comunicazione costruttiva, che favorisca la cultura dell’incontro e non dello scontro; la cultura della pace e non della guerra; la cultura dell’apertura verso l’altro e non del pregiudizio. Voi siete tutti illustri esponenti del giornalismo italiano. Permettetemi, allora, di confidarvi una speranza e anche di rivolgervi con tutta franchezza una richiesta di aiuto. Ma non vi chiedo soldi, state tranquilli!

La speranza è questa: che oggi, in un tempo in cui tutti sembrano commentare tutto, anche a prescindere dai fatti e spesso ancora prima di essersi informati, si riscopra e si torni a coltivare sempre più il principio di realtà – la realtà è superiore all’idea, sempre –: la realtà dei fatti, il dinamismo dei fatti; che mai sono immobili e sempre si evolvono, verso il bene o verso il male, per non correre il rischio che la società dell’informazione si trasformi nella società della disinformazione. La disinformazione è uno dei peccati del giornalismo, che sono quattro: la disinformazione, quando un giornalismo non informa o informa male; la calunnia (a volte si usa questo); la diffamazione, che è diversa dalla calunnia ma distrugge; e il quarto è la coprofilia, cioè l’amore per lo scandalo, per le sporcizie, lo scandalo vende. La disinformazione è il primo dei peccati, degli sbagli – diciamo così – del giornalismo.

Per far questo, però, c’è bisogno di diffondere una cultura dell’incontro, una cultura del dialogo, una cultura dell’ascolto dell’altro e delle sue ragioni. La cultura digitale ci ha portato tante nuove possibilità di scambio, ma rischia anche di trasformare la comunicazione in slogan. No, la comunicazione è sempre andata e ritorno. Io dico, ascolto e rispondo, ma sempre dialogo. Non è uno slogan. Mi preoccupano ad esempio le manipolazioni di chi propaga interessatamente fake news per orientare l’opinione pubblica. Per favore, non cediamo alla logica della contrapposizione, non lasciamoci condizionare dai linguaggi di odio. Nel drammatico frangente che l’Europa sta vivendo, con il protrarsi della guerra in Ucraina, siamo chiamati a un sussulto di responsabilità. La mia speranza è che si dia spazio alle voci di pace, a chi si impegna per porre fine a questo come a tanti altri conflitti, a chi non si arrende alla logica “cainista” della guerra ma continua a credere, nonostante tutto, alla logica della pace, alla logica del dialogo, alla logica della diplomazia.

E ora vengo alla richiesta di aiuto. Proprio in questo tempo, in cui si parla molto e si ascolta poco, e in cui rischia di indebolirsi il senso del bene comune, la Chiesa intera ha intrapreso un cammino per riscoprire la parola insieme. Dobbiamo riscoprire la parola insieme. Camminare insieme. Interrogarsi insieme. Farsi carico insieme di un discernimento comunitario, che per noi è preghiera, come fecero i primi Apostoli: è la sinodalità, che vorremmo far diventare abitudine quotidiana in ogni sua espressione. Proprio a questo scopo, fra poco più di un mese, vescovi e laici di tutto il mondo si riuniranno qui a Roma per un Sinodo sulla sinodalità: ascoltarsi insieme, discernere insieme, pregare insieme. La parola insieme è molto importante. Siamo in una cultura dell’esclusione, che è una specie di capitalismo della comunicazione. Forse la preghiera abituale di questa esclusione è: “Ti ringrazio, Signore, perché non sono come quello, non sono come quello, non sono…”: si escludono. Dobbiamo ringraziare il Signore per tante cose belle!

Capisco benissimo che parlare di “Sinodo sulla sinodalità” può sembrare qualcosa di astruso, autoreferenziale, eccessivamente tecnico, poco interessante per il grande pubblico. Ma ciò che è accaduto nell’anno appena passato, che proseguirà con il momento assembleare del prossimo ottobre e poi con la seconda tappa del Sinodo 2024, è qualcosa di veramente importante per la Chiesa. È un cammino che ha incominciato San Paolo VI, alla fine del Concilio, quando ha creato il Segretariato del Sinodo dei Vescovi, perché si era accorto che nella Chiesa occidentale la sinodalità era venuta meno, invece nella Chiesa orientale hanno questa dimensione. E questo cammino così, di tanti anni – 60 anni – sta dando un frutto grande. Per favore, abituarci ad ascoltarsi, a parlare, a non tagliarsi la testa per una parola. Ascoltare, discutere in modo maturo. Questa è una grazia di cui abbiamo bisogno tutti noi per andare avanti. Ed è qualcosa che la Chiesa oggi offre al mondo, un mondo tante volte così incapace di prendere decisioni, anche quando in gioco è la nostra stessa sopravvivenza. Stiamo cercando di imparare un modo nuovo di vivere le relazioni, ascoltandoci gli uni gli altri per ascoltare e seguire la voce dello Spirito. Abbiamo aperto le nostre porte, abbiamo offerto a tutti la possibilità di partecipare, abbiamo tenuto conto delle esigenze e dei suggerimenti di tutti. Vogliamo contribuire insieme a costruire la Chiesa dove tutti si sentano a casa, dove nessuno sia escluso. Quella parola del Vangelo che è tanto importante: tutti. Tutti, tutti: non ci sono cattolici di prima, di seconda e di terza classe, no. Tutti insieme. Tutti. È l’invito del Signore.

Per questo oso chiedere aiuto a voi, maestri di giornalismo: aiutatemi a raccontare questo processo per ciò che realmente è, uscendo dalla logica degli slogan e di racconti preconfezionati. No, la realtà. Qualcuno diceva: “L’unica verità è la realtà”. Sì, la realtà. Ne trarremo tutti vantaggio e, ne sono certo, anche questo “è giornalismo”!

Cari amici, di nuovo vi dico il mio grazie per questo incontro, per quello che significa in riferimento al nostro comune impegno per la verità e per la pace. Affido tutti voi all’intercessione di Maria e vi raccomando: non dimenticatevi di pregare per me! Redazione CdG 1947

Dagospia il 24 maggio 2023 LO SCIACALLO IN REDAZIONE – IL FIGLIO DI PIERO OTTONE RICORDA LE DIECI REGOLE STILATE DAL PADRE PER ESSERE UN BUON GIORNALISTA. E FRANCESCO MERLO REPLICA CON IL DECALOGO DEL PERFETTO GIORNALISTA “SCIACALLO”: “IMBRUTTIRE IL BRUTTO, AUMENTARE IL NUMERO DELLE VITTIME E CONTARE I DISPERSI COME MORTI. TRASFORMARE L’ALLUVIONE IN UN’ALLUVIONE DI COLPE. FARE IL TITOLO “SI POTEVA EVITARE” E RACCONTARE TUTTE LE ESITAZIONI COME ALLARMI IGNORATI...” (ANCHE A “REPUBBLICA” A QUALCUNO FISCHIERANNO LE ORECCHIE?)

Dietro il giornalismo. I 10 comandamenti di Ottone. E le discussioni con Eco sull’obiettività. Da professionereporter.eu il 29 Luglio 2022  

In un’intervista a Stefano Malatesta su la Repubblica, 25 settembre 1996) Piero Ottone, che aveva diretto Il Corriere della Sera dal 1972 al 1977, dava le dieci regole che, secondo lui, dovrebbero essere alla base del buon giornalismo. Le ha riproposte su Facebook Stefano Mignanego, figlio di Ottone e per molti anni Direttore delle relazioni esterne del Gruppo Espresso.

“In particolare -scrive Mignanego- l’ultima regola, quella sull’obiettività, fu all’epoca motivo di ampio dibattito. Mio padre ne discusse tanto, e a lungo, con Umberto Eco. Mio padre diceva: ‘Si, forse non esiste l’ obiettività assoluta, l’impossibilità di conoscere la cosa in sé, come direbbe un filosofo. Ma se adesso guardi attraverso la finestra verso il mare, ti accorgi che sta piovendo. E questa è una realtà incontrovertibile, non c’ è bisogno di rifarsi a Kant. Quindi bisogna tendere verso questo assoluto, come fanno i giornalisti anglosassoni, e non cercare delle scuse per costruirsi la realtà che più ti fa comodo. Il bravo giornalista deve essere disposto a seguire una serie di regole base, valide per tutti: citazione rigorosa delle fonti, separazione tra notizia e commento, descrizione dei vari punti di vista sullo stesso argomento. L’informazione libera e obiettiva costituisce il contributo della stampa affinché la società italiana… migliori il sistema democratico. Nulla è più benefico della verità, anche se amara… Il giornale deve essere creduto da tutti, quali che siano i colori politici di chi lo legge. Purtroppo il giornalismo in Italia si è assunto il compito di convincere, di influenzare, di educare il pubblico. È proprio questo equivoco che ha rovinato i giornali italiani’”.

Ricorda Mignanego: “Umberto Eco, invece, nel ‘69 scriveva sull’Espresso che l’obiettività è un ‘mito’, ‘una manifestazione di falsa coscienza, una ideologia’. In seguito, però, ammise che le poteva essere riconosciuta una sua validità sul piano empirico: ‘Il limite alto dell’obiettività è irraggiungibile perché non può mai esserci una corrispondenza assoluta fra evento e resoconto giornalistico, il limite basso dell’obiettività consiste nel separare notizia e commento; nel dare almeno quelle notizie che circolano via agenzia; nel chiarire se su una notizia vi sono valutazioni contrastanti; nel non cestinare le notizie che appaiono scomode; nell’ospitare sul giornale, almeno per i fatti più vistosi, commenti che non concordano con la linea del giornale; nell’avere il coraggio di appaiare due commenti antitetici per dare la temperatura di una controversia…’. Una volta riconosciuto all’obiettività un ruolo centrale nella pratica giornalistica, Eco propose anche una precisazione di cosa voglia dire informazione obiettiva: ‘Le regole dell’obiettività giornalistica sono almeno tre: la separazione del fatto dall’opinione personale; un rapporto bilanciato dell’eventuale dibattito in corso; la convalida delle affermazioni giornalistiche attraverso fonti attendibili ed autorevoli’”.

Ed ecco i dieci comandamenti della stampa, secondo Piero Ottone.

1) Scrivi sempre la verità, tutta la verità, solo la verità;

2) Cita le fonti. Se la tua fonte vuole restare anonima, diffida;

3) Verifica quel che ti dicono. Se non puoi verificare, prendi le distanze;

4) Non diffamare il prossimo, ed evita frasi tipo: “Sembra che quel tale abbia rubato…, si dice che il tal altro abbia ammazzato..

5) Non obbligare il lettore a leggere una colonna di roba prima che cominci a capire cosa è successo;

6) Non fare lunghe citazioni tra virgolette all’inizio di un pezzo senza rivelare subito chi sia il suo autore (il metodo non crea suspense, come forse crede il giornalista: dà solo fastidio);

7) Non mettere mai tra virgolette, nei titoli, frasi diverse da quelle che sono state pronunciate;

8) Evita le iperboli e le metafore come bufera (“il partito è nella bufera”‘), giallo (“il giallo di Ustica”), rissa (“ed è subito rissa tra x e y), fulmine a ciel sereno, scoppiato come un bomba;

9) Prima di scrivere nel titolo che Londra è nel panico, va’ a Londra e controlla se otto milioni di persone sono davvero uscite di testa;

10) Non dire mai: “L’obiettività non esiste”. E’ l’alibi di chi vuole raccontare palle.

Da “Posta e risposta – la Repubblica” il 24 maggio 2023.

Caro Francesco, sabato nella tua posta ho trovato quel bel riferimento a Hemingway, e mi sono venute in mente le regole che mio padre, Piero Ottone, seguiva, e voleva far seguire, per fare buon giornalismo. 

Ti allego i suoi 10 comandamenti.

1) Scrivi sempre la verità, tutta la verità, solo la verità. 

2) Cita le fonti. Se la tua fonte vuole restare anonima, diffida. 

3) Verifica quel che ti dicono. Se non puoi verificare, prendi le distanze. 

4) Non diffamare il prossimo, ed evita frasi tipo: “sembra che quel tale, si dice che il tal altro.” 

5) Non obbligare il lettore a leggere una colonna di roba prima che cominci a capire cosa è successo.

6) Non fare lunghe citazioni tra virgolette all’inizio di un pezzo senza rivelare subito chi sia il suo autore (il metodo non crea suspense: dà solo fastidio). 

7) Non mettere mai tra virgolette, nei titoli, frasi diverse da quelle che sono state pronunciate. 

8) Evita iperboli e metafore come bufera (“il partito è nella bufera”), giallo (“il giallo di Ustica”), fulmine a ciel sereno, scoppiato come un bomba.

9) Prima di scrivere nel titolo che Londra è nel panico, va a Londra e controlla se otto milioni di persone sono davvero uscite di testa. 

10) Non dire mai: “L’obiettività non esiste”. È l’alibi di chi vuole raccontare palle. (Piero Ottone, la Repubblica ,25 settembre 1996)

Stefano Mignanego 

Risposta di Francesco Merlo:

Ecco, invece, nelle sciagure, i dieci comandamenti dello sciacallo: 

1) Imbruttire il brutto.

2) Aumentare il numero delle vittime e contare i dispersi come morti.

3) Trasformare l’alluvione in un’alluvione di colpe. 

4) Fare il titolo “Si poteva evitare” e raccontare tutte le esitazioni come allarmi ignorati.

5) I competenti sono sempre sprovveduti.

6) La Protezione civile è sempre lenta e impreparata a tutto.

7) Individuare, tra i colpevoli a prescindere, pochissimi “eroi”, meglio se vecchi o giovanissimi.

8) Chiedere ai superstiti come si sentono e consolarli promettendo che i politici pagheranno e “niente resterà impunito”.

9) Accarezzare la testa del bimbo e poi anche quella della madre che sorride mentre stringe le mani guantate degli “angeli del fango”.

10) Dire che questa è la fine del mondo e nulla sarà più come prima, “nemmeno noi che abbiamo visto e raccontato”.

Perché L’Indipendente a volte pubblica le notizie in ritardo.  Andrea Legni – direttore de L’Indipendente - su L'Indipendente il 24 Maggio 2023

Il buon giornalismo, per essere praticato, richiede tempo. Tempo per comprendere una notizia e approfondirla. Tempo per capire se un certo fatto è realmente accaduto, per separare il vero dal falso, per capire se dietro la superfice della notizia c’è altro. Tempo per mettere insieme i pezzi e renderli al lettore in un articolo capace di fare chiarezza sull’accadimento e sul suo contesto, cercando di assolvere al ruolo di spiegare in parole chiare e comprensibili a tutti anche le dinamiche più complesse del mondo in cui viviamo. Il buon giornalismo è, in pratica, il contrario di quello si legge spesso sui principali giornali, pieni di contenuti scritti di fretta e all’affannosa ricerca di titoli e contenuti sensazionalistici per produrre maggiori volumi di traffico e, quindi, introiti pubblicitari.

Quello in cui viviamo è un tempo che si muove al ritmo di un consumo frenetico: di prodotti, ma anche di informazioni. Districarsi nella complessità di questo sistema, fatto di milioni di input disponibili alla velocità di un click su migliaia di piattaforme, non è semplice. Spesso, per comodità o per mancanza di tempo, gli utenti nemmeno si soffermano a leggere la notizia, ma si informano fagocitando un titolo dietro l’altro sui social. I mezzi di informazione sono pienamente consci di queste dinamiche. Così, nella corsa per pubblicare una notizia prima della concorrenza, si perde per strada un criterio fondamentale: la verifica dei fatti. Numerose testate importanti, consultate ogni giorno da milioni di italiani, finiscono così con il pubblicare – talvolta coscientemente, altre per sola fretta e mancanza di deontologia – bufale totali e contenuti fuorvianti. E se questa affermazione vi suona eccessiva, andate a consultare la nostra rubrica Anti Fakenews, una sorta di galleria degli orrori aggiornata ogni settimana con le bufale pubblicate sul mainstream.

Facciamo solo un esempio. Il 15 novembre scorso, un missile vagante è caduto in territorio polacco, abbattendo una fattoria e uccidendo due persone. La prima agenzia a lanciare la notizia è Associated Press, dopo che uno dei suoi giornalisti ha dichiarato di aver avuto conferma da una sua fonte – ritenuta autorevole – del fatto che il missile fosse russo. Il fatto rimbalza su quasi tutti i principali quotidiani, i quali cavalcano l’entusiasmo una notizia che si presta perfettamente alla propaganda atlantista che hanno scelto di portare avanti, alimentando il panico in milioni di persone e potenzialmente esacerbando le tensioni geopolitiche. Basteranno pochissime ore per arrivare alla conclusione che, con tutta probabilità, il missile era ucraino. 

L’episodio descritto costituisce un esempio di un fatto di gravità estrema, perché riguardante un conflitto che ha assunto fin da subito una portata globale. Naturalmente anche dentro la redazione de L’Indipendente avevamo visto il lancio dell’Associated Press. Ma anziché correre a pubblicare la notizia, ci siamo messi al lavoro per capirne di più. E così, mentre quasi tutti i grandi giornali italiani uscivano – puntualissimi ed in contemporanea – con una bufala che faceva credere ai loro malcapitati lettori di trovarsi sull’orlo di una guerra mondiale per l’attacco russo ad un Paese della NATO, noi abbiamo potuto tenere al riparo i nostri lettori dal leggere una notizia falsa.

Fin da quando L’Indipendente è stato fondato ci siamo dati un obiettivo sopra a tutti gli altri: diventare un porto sicuro per chi cerca un giornalismo coraggioso e scomodo – certo – ma soprattutto ancorato ai fatti. Un giornale al riparo dalle falsità e dalla propaganda. Per questo, talvolta, L’Indipendente pubblica le notizie un po’ in ritardo: perché non partecipiamo a nessuna corsa di velocità e abbiamo il solo obiettivo di dare notizie corrette. Come possiamo farlo? Semplice: rinunciando ad ospitare sul nostro sito ogni tipo di pubblicità. È la corsa ai click che generano introiti pubblicitari a portare i media a sacrificare la precisione e la verifica delle fonti a discapito della velocità. Più si punta sulla quantità e sui titoli strillati più lettori si ottengono: più lettori si hanno, più soldi si guadagnano con gli spazi pubblicitari. Questo è il meccanismo perverso che domina la gran parte dei giornali. Una dinamica nociva alla quale ci possiamo sottrarre, perché il nostro sostegno finanziario deriva al 100% dagli abbonamenti dei lettori.

Quindi la prossima volta che leggerete un articolo in ritardo su L‘Indipendente ricordatevi di queste righe: non è che siamo distratti, è che verifichiamo le fonti. Almeno noi.

Partigiani.

Antonio Giangrande: I giornalisti di sinistra: voce della verità? L’Espresso e l’ossessione per Silvio Berlusconi.

«Quando la disinformazione è l’oppio dei popoli, che li rincoglionisce. I giornalisti corrotti ed incapaci ti riempiono la mente di merda. Anziché essere testimoni veritieri del loro tempo, si concentrano ad influenzare l’elettorato manovrati dal potere giudiziario, astio ad ogni riforma che li possa coinvolgere e che obbliga i pennivendoli a tacere le malefatte delle toghe, non solo politicizzate», così opina Antonio Giangrande, sociologo storico ed autore di tantissimi saggi, tra cui “Governopoli”, “Mediopoli” ed “Impunitopoli”.

Il declino di un’era. 20 anni di niente. Silvio Berlusconi: ossessione dei giornalisti di destra, nel difenderlo, e di sinistra, nell’attaccarlo.

1977: quell'articolo premonitore di Camilla Cederna su Silvio Berlusconi. Uno splendido pezzo di una grande firma de "L'Espresso". Che aveva già capito tutto dell'ex Cavaliere, agli albori della sua ascesa.

1977: Berlusconi e la pistola. Il fotografo Alberto Roveri decide di trasferire il suo archivio in formato digitale. E riscopre così i ritratti del primo servizio sul Cavaliere. Immagini inedite che raccontano l'anno in cui è nato il suo progetto mediatico. Con al fianco Dell'Utri. E un revolver sul tavolo per difendersi dai rapimenti, scrive Gianluca Di Feo su “L’Espresso”.

Il Caimano in prima pagina: vent'anni di copertine dell'Espresso. Sono 88. La prima, il 5 ottobre del 1993. L'ultima, ma non ultima, il 25 novembre 2013. Ecco come l'Espresso ha sbattuto il Cavaliere in prima pagina.

5 ottobre 1993. Berlusconi a destra. Nuove Rivelazioni: QUI MI FANNO NERO! Dietro la svolta: Le ossessioni, la megalomania, la crisi Fininvest….

17 ottobre 1993. Esclusivo. I piani Fininvest per evitare il crac. A ME I SOLDI! Rischio Berlusconi. Rivelazioni. Il debutto in politica e l’accordo con segni. A ME I VOTI!

21 novembre 1993. Elezioni. Esclusivo: tutti gli uomini del partito di Berlusconi. L’ACCHIAPPAVOTI.

7 gennaio 1994. BERLUSCONI: LE VERITA’ CHE NESSUNO DICE. Perché entra in politica? Forse per risolvere i guai delle sue aziende? Che senso ha definirlo imprenditore di successo? Quali sono i suoi rapporti oggi con Craxi? Cosa combina se si impadronisse del Governo? Quali banchieri lo vedono già a Palazzo Chigi? Esistono cosi occulti nella Fininvest? Chi sono? Insomma: questo partito-azienda è una barzelletta o una cosa seria?

4 marzo 1994. Speciale elezioni. CENTO NOMI DA NON VOTARE. Dossier su: buoni a nulla, dinosauri, inquisiti, riciclati, voltagabbana.

11 marzo 1994. DIECI BUONE RAGIONI PER NON FIDARSI DI BERLUSCONI. Documenti esclusivi da: commissione P2, magistratura milanese, Corte costituzionale.

29 luglio 1994. Troppe guerre inutili. Troppi giochetti d’azzardo. Troppe promesse a vuoto. Troppo disprezzo degli altri. Troppe docce fredde per lira e borsa….LA FANTASTICA CANTONATA DEGLI ITALIANI CHE SI SONO FIDATI DI BERLUSCONI.

26 agosto 1994. Tema del giorno. Atroce dubbio su Berlusconi: ci sa fare o è un…ASINO?

18 novembre 1994. Dossier Arcore: LA REGGIA. Storia di un Cavaliere furbo, di un avvocato, di un’ereditiera. Dossier alluvione. LA PALUDE. Storia di un governo ottimista e di una catastrofe.

14 aprile 1995. L’incubo di pasqua. Ma davvero la destra vince? VENDETTA!

9 giugno 1995. L’AFFARE PUBBLITALIA. Tre documenti eccezionali. 1. Dell’Utri. Viaggio tra i fondi neri. Della società che voleva conquistare un paese. 2. Berlusconi. Le prove in mano ai giudici: dal caso Berruti alla pista estera. 3. Letta. I verbali dei summit di Arcore. Con i big di giornali e televisioni Fininvest.

10 settembre 1995. Case d’oro/ esclusivo. L’ALTRA FACCIA DELLO SCANDALO. Rapporto sui raccomandati di sinistra. Rivelazioni: manovre ed imbrogli della destra.

17 settembre 1995. L’ALTRA FACCIA DI AFFITTOPOLI/NUOVE RIVELAZIONI. 745.888.800.000! Come, dove e quanto hanno incassato i fratelli Berlusconi rifilando palazzi e capannoni agli enti previdenziali.

25 ottobre 1995. SHOWMAN. Berlusconi ultimo grido. L’attacco a Dini e Scalfaro: astuzie, bugie, sceneggiate.

2 febbraio 1996. L’uomo dell’inciucio. Segreti, imbrogli, stramberie, pericoli…. SAN SILVIO VERGINE.

5 aprile 1996. Dall’album di Stefania Ariosto: festa con il cavaliere. C’ERAVAMO TANTO AMATI. Nuove strepitose foto/La dolce vita di Berlusconi & C. Caso Squillante/Tutto sui pedinamenti. E sui gioielli Fininvest. Se vince il Polo delle Vanità/Poveri soldi nostri…

24 ottobre 1996. D’Alema e Berlusconi: il nuovo compromesso. Origini, retroscena, pericoli. DALEMONI.

18 dicembre 1996. FORZA BUFALE. Rivelazioni. Chi e come alimenta la campagna contro Di Pietro. Qual è la fabbrica delle false notizie agghiaccianti sul Pool Mani Pulite. Che cosa fa acqua nei rapporti della Guardia di Finanza. I segreti dell’agenda di Pacini Battaglia. Le grandi manovre per l’impunità. E il ritorno di fiamma dell’amnistia….C’è in Italia un partito antigiudici. Ha capi, quadri, ha compagni di strada. Per vincere deve spararle sempre più grosse. Inchiesta su un malessere che non passa. E che nessuna riforma risolve.

3 maggio 1996. THE END.

10 aprile 1997. ALBANIA SHOW. Speciale/tragedie e polemiche, sceneggiate e pericoli.

3 agosto 2000. Esclusivo. Un rapporto dei tecnici della Banca d’Italia. COSI’ HA FATTO I SOLDI BERLUSCONI.

22 marzo 2001. LA CARICA DEI 121. Fedelissimi, folgorati e riciclati. Con loro Berlusconi vorrebbe governare l’Italia.

16 maggio 2001. L’AFFONDO. Berlusconi si gioca il tutto per tutto. Ma la partita è ancora aperta. Le urne diranno se sarà alba o tramonto.

24 magio 2001. E ORA MI CONSENTA. L’Italia alle prese con il Cavaliere pigliatutto.

19 dicembre 2001. GIUSTIZIA FAI DA ME. Sondaggio choc: i giudici, gli italiani e Berlusconi.

7 febbraio 2002. L’importante è separare la carriera degli imputati da quella dei giudici. L’ILLUSIONE DI MANI PULITE.

15 maggio 2003. COMPARI. Negli affari, nella politica, nei processi. Berlusconi e Previti pronti a tutto. A riscrivere le leggi e a sconvolgere le istituzioni.

11 settembre 2003. Esclusivo. GLI ZAR DELLA COSTA SMERALDA. Le foto segrete dell’incontro Berlusconi-Putin.

29 gennaio 2004. RISILVIO. Vuole rifare il governo, rifondare Forza Italia, riformare lo Stato. E per cominciare si è rifatto.

13 maggio 2004. LE 1000 BUGIE DI BERLUSCONI. Il suo governo ha stabilito il record di durata. E anche quello delle promesse non mantenute. Ecco il bilancio.

24 giugno 2004. – 4.000.000. Ha perso voti e credibilità. Ora gli alleati gli presentano il conto. L’estate torrida del cavalier Silvio Berlusconi.

3 marzo 2005. AFFARI SUOI. Società e fiduciarie nei paradisi fiscali. Falsi in bilancio. Così Silvio Berlusconi dirottava i proventi del gruppo Mediaset sui diritti Tv.

7 aprile 2005. RISCHIATUTTO. Il voto delle regionali segnerà il destino dei duellanti. Romano Prodi e Silvio Berlusconi? Ecco che cosa ci aspetta dopo il verdetto delle urne.

21 aprile 2005. FARE A MENO DI BERLUSCONI. L’ennesima sconfitta ha chiuso un ciclo. Gli alleati del Cavaliere pensano al dopo. E a chi potrà prendere il suo posto.

2 febbraio 2006. PSYCHO SILVIO. Impaurito dai sondaggi tenta di rinviare la campagna elettorale. Occupa radio e tv. Promuove gli amici nei ministeri. Distribuisce una pioggia di finanziamenti clientelari. Così Berlusconi le prova tutte per evitare la sconfitta.

6 aprile 2006. DECIDONO GLI INDECISI. Identikit degli italiani che ancora non hanno scelto. Ma che determineranno l’esito del voto del 9 aprile.

9 novembre 2006. LA CASA DEI DOSSIER. Da Telecom-Serbia alle incursioni informatiche. Ecco il filo che lega le trame degli ultimi anni. Con un obbiettivo: delegittimare Prodi e la sinistra.

29 novembre 2007. Retroscena. VOLPE SILVIO. Il piano segreto di Berlusconi per far cadere Prodi e tornare al Governo. Fini e Casini azzerati. L’Unione sorpresa. Ma Veltroni è tranquillo. Non mi fanno paura.

24 aprile 2008. Elezioni. L’ITALIA DI B&B. Il ciclone Berlusconi. Il trionfo di Bossi. Lo scacco a Veltroni. E l’apocalisse della sinistra radicale rimasta fuori dal Parlamento.

15 maggio 2008. Inchiesta. LA MARCIA SU NAPOLI. Silvio Berlusconi arriva in città con il nuovo governo. Per liberarla dai rifiuti ma anche per spazzare via la sinistra da Comune e Regione.

25 giugno 2008. DOPPIO GIOCO. Si propone come statista. Aperto al dialogo. Ma poi Berlusconi vuole fermare i suoi processi. Ricusa i giudici. Vieta le intercettazioni. Manda l’esercito nelle città. Ed è solo l’inizio.

3 luglio 2008. Esclusivo. PRONTO RAI. Raccomandazioni. Pressioni politiche. Affari. Le telefonate di Berlusconi, Saccà, Confalonieri, Moratti, Letta, Landolfi, Urbani, Minoli, Bordon, Barbareschi, Costanzo….

19 febbraio 2009. Berlusconi. L’ORGIA DEL POTERE. L’attacco al Quirinale e alla Costituzione. Il caso Englaro. La giustizia. Gli immigrati. L’offensiva a tutto campo del premier.

19 marzo 2009. Inchiesta. PIER6SILVIO SPOT. Le reti Mediaset perdono ascolto. Ma fanno il pieno di pubblicità a scapito della Rai. Da quando Berlusconi è tornato al governo, i grandi inserzionisti hanno aumentato gli investimenti sulle tivù del cavaliere.

14 maggio 2009. SCACCO AL RE. Il divorzio chiesto da Veronica Lario a Berlusconi. Tutte le donne e gli amori del Cavaliere. La contesa sull’eredità. Le possibili conseguenze sulla politica.

11 giugno 2009. SILVIO CIRCUS. Per l’Italia la fiction: tra promesse fasulle e clamorose assenze come nel caso Fiat-Opel. Per sé il reality: le feste in villa e i voli di Stato per gli amici.

17 giugno 2009. Governo. ORA GUIDO IO. Umberto Bossi è il vero vincitore delle elezioni. E già mette sotto ricatto Berlusconi e la maggioranza. Nell’opposizione Di Pietro si prepara a contendere la leadership al PD, reduce da una pesante sconfitta.

25 giugno 2009. ESTATE DA PAPI. Esclusivo. Le foto di un gruppo di ragazze all’arrivo a Villa Certosa. Agosto 2008.

9 luglio 2009. Il vertice dell’Aquila. G7 E MEZZO. Berlusconi screditato dalle inchieste e dagli scandali cerca di rifarsi l’immagine. Con la passerella dei leader della terra sulle macerie. L’attesa per un summit che conferma la sua inutilità.

16 luglio 2009. SILVIO SI STAMPI. Tenta di intimidire e limitare la libertà dei giornalisti. Ma Napolitano stoppa la legge bavaglio. E i giornali stranieri non gli danno tregua. Umberto eco: “E’ a rischio la democrazia”.

23 luglio 2009. TELESFIDA. Tra Berlusconi e Murdoch è il corso una contesa senza esclusione di colpi. Per il predominio nella Tv del futuro. Ecco cosa succederà e chi vincerà.

30 luglio 2009. Esclusivo. SEX AND THE SILVIO. Tutte le bugie di Berlusconi smascherate dai nastri di Patrizia D’Addario. Notti insonni, giochi erotici, promesse mancate, E ora la politica si interroga: può ancora governare il paese?

12 agosto 2009. Governo. SILVIO: BOCCIATO. Bugie ed escort. Conflitti con il Quirinale. Assalti al CSM. Debito Pubblico. Decreti di urgenza. Soldi al Sud. Clandestini e badanti. Bilancio del premier Berlusconi. E, ministro per ministro, a ciascuno la sua pagella.

3 settembre 2009. DOPPIO GIOCO. Montagne di armi per le guerre africane. Vendute da trafficanti italiani a suon di tangenti. Ecco la Libia di Gheddafi cui Berlusconi renderà omaggio. Mentre l’Europa chiede di conoscere il patto anti immigrati.

10 settembre 2009. SE QUESTO E’ UN PREMIER. Si scontra con la chiesa. Litiga con l’Europa. Denuncia i giornali italiani e stranieri non allineati. E, non contento, vuol metter le mani su Rai 3 e La7.

1 ottobre 2009. GHEDINI MI ROVINI. Oggi è il consigliere più ascoltato del premier. Autore di leggi ad personam e di gaffe memorabili. Storia dell’onorevole-avvocato, dai camerati al lodo Alfano.

8 ottobre 2009. SUA LIBERTA’ DI STAMPA. Attacchi ai giornali. Querele. Bavaglio alle trasmissioni scomode della tv. Così Berlusconi vuole il controllo totale dell’informazione.

15 ottobre 2009. KO LODO. La Consulta boccia l’immunità, Berlusconi torna imputato. E rischia un’ondata di nuove accuse. Ma la sua maggioranza si rivolge alla piazza. E apre una fase di grande tensione istituzionale.

19 novembre 2009. LA LEGGE DI SILVIO. Impunità: è l’obbiettivo di Berlusconi. Con misure che annullano migliaia di processi. E con il ripristino dell’immunità parlamentare. Mentre Cosentino resta al governo dopo la richiesta di arresto.

16 dicembre 2009. SCADUTO. I rapporti con i clan mafiosi. Lo scontro con Fini. I guai con la moglie Veronica e con le escort. L’impero conteso con i figli. L’anno orribile di Silvio Berlusconi.

21 gennaio 2010. Palazzo Chigi. SILVIO QUANTO CI COSTI. 4.500 dipendenti. Spese fuori controllo per oltre 4 miliardi di euro l’anno. Sono i conti della Presidenza del Consiglio. Tra sprechi, consulenze ed eventi mediatici.

4 marzo 2010. UN G8 DA 500 MILIONI DI EURO. Quanto ci è costato il vertice tra la Maddalena e l’Aquila. Ecco il rendiconto voce per voce, tra sprechi e raccomandazioni: dal buffet d’oro ai posacenere, dalle bandierine ai cd celebrativi.

18 marzo 2010. SENZA REGOLE. Disprezzo della legalità. Conflitti con il Quirinale. Attacchi ai magistrati e all’opposizione. Scandali. E ora per la sfida elettorale Berlusconi mobilita la piazza. Con il risultato di portare il paese nel caos.

31 marzo 2010. STOP A SILVIO. Le elezioni regionali possono fermare la deriva populista di Berlusconi. Bersani: “Pronti al dialogo con chi, anche a destra, vuole cambiare”.

13 maggio 2010. IL CASINO DELLE LIBERTA’. Le inchieste giudiziarie. Gli scontri interni al partito. La paralisi del Governo. Dopo le dimissioni di Scajola, Berlusconi nella bufera.

27 maggio 2010. STANGATA DOPPIA. Prima il blocco degli stipendi degli statali, i tagli sulla sanità, la caccia agli evasori e un nuovo condono. Poi la scure sulle pensioni e un ritorno alla tassa sulla casa.

8 luglio 2010. I DOLORI DEL VECCHIO SILVIO. La condanna di Dell’Utri per mafia e il caso Brancher. La rivolta delle Regioni contro i tagli e l’immobilismo del governo. Le faide nel Pdl e i sospetti della Lega. Il Cavaliere alla deriva.

15 luglio 2010. SENZA PAROLE.

11 novembre 2010. BASTA CON ‘STO BUNGA BUNGA. BASTA LO DICO IO.

18 novembre 2010. QUI CROLLA TUTTO. Le macerie di Pompei. L’alluvione annunciata in Veneto. L’agonia della maggioranza. L’economia in panne. Per non dire di escort e bunga bunga. Fotografia di un paese da ricostruire.

16 dicembre 2010. La resa dei conti tra Berlusconi e Fini è all’atto finale. Chi perde rischia di uscire di scena. FUORI UNO.

22 dicembre 2010. FINALE DI PARTITA. Voti comprati. Tradimenti. Regalie…Berlusconi evita a stento la sfiducia, ma ora è senza maggioranza e deve ricominciare daccapo. Anche se resisterà, una stagione s’è chiusa. Eccola, in 40 pagine, di foto e ricordi d’autore.

27 gennaio 2011. ARCORE BY NIGHT. Un harem di giovanissime ragazze pronte a tutto. Festini, orge, esibizioni erotiche, sesso. L’incredibile spaccato delle serate di Berlusconi nelle sue ville. Tra ricatti e relazioni pericolose.

10 febbraio 2011. PRETTY MINETTI. Vita di Nicole, ragazza chiave dello scandalo Ruby. Intima di Berlusconi, sa tutto sul suo harem. Se ora parlasse.

26 maggio 2011. MADUNINA CHE BOTTA! Milano gli volta le spalle, Bossi è una mina vagante, il PDL spaccato già pensa al dopo. Stavolta Berlusconi ha perso davvero. Analisi di una disfatta. Che, Moratti o non Moratti, peserà anche sul governo.

21 giugno 2011. Esclusivo. VOI QUORUM IO PAPI. Domenica 12 giugno l’Italia cambia, lui no. Domenica 12 giugno l’Italia corre a votare, lui a villa Certosa a occuparsi d’altro. In queste foto, la wonderland del cavaliere. Lontana anni luce dal paese reale.

7 luglio 2011. Sprechi di Stato. IO VOLO BLU MA PAGHI TU. Il governo brucia centinaia di milioni per i suoi viaggi. E Berlusconi si regala due super elicotteri. A spese nostre.

21 luglio 2011. MISTER CRACK. La tempesta economica. La borsa in bilico. La paura del default. E un premier sempre isolato. Il varo della manovra è solo una tregua. Prima della resa dei conti. E spunta l’ipotesi di un governo guidato da Mario Monti.

25 agosto 2011. LACRIME E SANGUE. Diceva: meno tasse per tutti. Ma la pressione fiscale non è mai stata così alta. Chiamava Dracula gli altri. Ma ora è lui a mordere i soliti. Processo all’iniqua manovra d’agosto. Che ci cambia la vita e non tocca gli evasori.

15 settembre 2011. E SILVIO SI TAGLIO’ 300 MILIONI DI TASSE. Il Premier impone il rigore agli italiani. Ma gli atti sulla P3 svelano le trame per evitare la causa fiscale sulla Mondadori. Dal presidente della Cassazione al sottosegretario Caliendo, ecco chi si è mosso per salvarlo dalla maximulta.

29 settembre 2011. SERIE B.

13 ottobre 2011. SQUALIFICATO. Condannato dalla Chiesa, mollato dagli imprenditori, bocciato dalle agenzie di rating. E’ l’agonia di un leader né serio né credibile che non si decide a lasciare. Denuncia Romano Prodi a “L’Espresso”: Qualsiasi governo sarebbe meglio del suo.

17 novembre 2011. THE END. Berlusconi tenterà di sopravvivere, ma ha dovuto prendere atto della fine del suo governo. Intanto la crisi economica si fa sempre più drammatica e la credibilità dell’Italia è ridotta a zero. Non c’è più tempo da perdere.

19 gennaio 2012. I GATTOPARDI. Crescita, liberalizzazioni, lotta all’evasione e alla casta…Monti è atteso alla prova più dura. Ma i partiti frenano. Come se avessero voluto cambiare tutto per non cambiare niente.

5 luglio 2012. RIECCOLO. Attacco euro e Merkel. Destabilizza il governo Monti. Blocca la Rai. E rivendica la leadership del suo partito. Così Berlusconi prova ancora una volta a farsi largo.

14 febbraio 2013. VI AFFONDO IO. Pur di risalire al china Silvio Berlusconi sfascia tutto accende la campagna elettorale con promesse da marinaio e terrorizza i mercati. Davvero può farcela? Chi lo fermerà? E come dovrebbe reagire il PD? L’Espresso lo ha chiesto a due guru.

19 settembre 2013. BOIA CHI MOLLA. Accettare il silenzio la decadenza o l’interdizione. O fare un passo indietro prima del voto. Berlusconi ha pronta una via d’uscita. Per restare il capo della destra.

29 novembre 2013. EXTRA PARLAMENTARE. Per Berlusconi si chiude un ventennio e comincia lo scontro finale: fuori dal Senato e in piazza, dalle larghe intese all’opposizione dura. Contro il governo, contro Napolitano, contro l’Europa…..

"Report", tribunale rosso a senso unico. Salvini ultimo bersaglio del programma Rai. Mai una puntata dedicata ai guai di esponenti Pd. Paolo Bracalini il 28 Novembre 2023 su Il Giornale.

Una puntata su Salvini, una su Gasparri, una su Urso (con repliche), una su La Russa e famiglia, più di una sulla Santanchè, una su Brugnaro sindaco (di centrodestra) a Venezia, una sull'assessore della giunta regionale (di centrodestra) in Sicilia, una su Zaia, una pure su Silvio Berlusconi, anche se non c'è più. Report indaga «con inchieste e approfondimenti su politica, economia e società», recita la Rai, ma sulla politica sembra avere una passione particolare per gli esponenti del centrodestra. Le uniche inchieste su leader di sinistra sono state quelle su Matteo Renzi, che però a sinistra è considerato di destra, quindi non va calcolato. E su Roberto Speranza, per la gestione della pandemia, ma insieme ai vertici della Regione Lombardia (centrodestra). Briciole in confronto alle attenzioni dedicate a Lega, Fi e Fdi. Un esponente Pd può accendere serenamente su RaiTre senza temere sorprese, per il centrodestra invece è l'appuntamento domenicale con il tribunale, il giorno in pretura firmato Sigfrido Ranucci, il conduttore wagneriano del programma creato da Milena Gabanelli.

Malgrado il costante stato di allarme da censura di regime, i vertici della Rai «meloniana» non hanno mai messo in forse Report, riconfermato senza dubbi per la stagione e in palinsesto fino a maggio. «Il giornalismo d'inchiesta è nel contratto di servizio della Rai» fanno notare da Viale Mazzini, nel senso che è parte integrante della mission aziendale rispetto al suo azionista pubblico, per cui il programma - insieme ad altri format Rai di inchiesta - resterà finché Ranucci non deciderà di imitare altri protomartiri della sinistra televisiva che hanno traslocato, di loro iniziativa, su altre reti. Neppure dalle file del centrodestra è mai arrivata la richiesta di rimuovere o cancellare il programma (Salvini, dopo la puntata di ieri sulle presunte sciagure legate al Ponte sullo Stretto, si limita alla battuta: «Con tutto rispetto per Report, guardo altro in televisione»). In commissione di Vigilanza, dove è stato convocato Ranucci insieme al responsabile dell'Approfondimento Rai, Paolo Corsini, il programma di RaiTre è però stato accusato di fare un «giornalismo di teorema, con «attacchi politici di matrice ideologica», e un «particolare accanimento nell'ultimo anno», cioè da quando governa la Meloni. L'elenco dei politici di centrodestra attenzionati da Report sembra confermare l'attenzione speciale.

Sotto accusa anche i metodi disinvolti del programma, con le panzane di Baiardo riilanciate e le bufale sui testamenti colombiani del Cavaliere (in onda durante le suppletive a Monza), l'uso di intercettazioni e «pentiti» inquadrati di spalle per raccontare inconfessabili segreti del centrodestra. Nel metodo di lavoro di Ranucci c'è anche il rapporto con i servizi segreti. L'ex 007 Marco Mancini, finito in una puntata di Report per un incontro all'autogrill di Fiano Romano con Matteo Renzi, ha svelato che la soffiata a Ranucci non è arrivata da una oscura prof di Viterbo che passava di lì, ma da una telefonata dall'utenza di Carlo Parolisi, ex dirigente del Sisde. La stessa fonte usata da Report, con voce camuffata, per riconoscere in Mancini l'interlocutore di Renzi in quelle immagini. Una vicenda piena di zone oscure. Le inchieste di Report non toccano l'opposizione, che anzi le cavalca per attaccare la maggioranza, il M5s chiede «chiarimenti» a Salvini sul Ponte, la sinistra interpella la giunta delle elezioni sulla «compatibilità» del senatore Gasparri. Inchieste senza «valutazioni ideologiche», ma finora a senso unico.

DAGOSPIA il 16 maggio 2023. FLASH – A CIASCUNO LA SUA REALTA': "REPUBBLICA" E "CORRIERE" RIESCONO A DARE DUE LETTURE OPPOSTE SULL'ESITO DELLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE - PER IL QUOTIDIANO DIRETTO DA MOLINARI "L'ONDA DI DESTRA SI E' FERMATA", PER IL GIORNALE DI URBANETTO CAIRO "IL CENTRODESTRA E' AVANTI NELLE CITTA'". COSA DEVE FARE UN POVERO LETTORE PER CAPIRE COME E' ANDATA?

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano” l'1 giugno 2023.

Abbiamo sempre tifato per Schlein […] ma un vero amico quando l’altro sbaglia glielo dice […] Ora che ha perso le Comunali, cioè le elezioni più propizie al Pd, ci sta ancora più simpatica. Anche perché i giornaloni che per tre mesi l’avevano pompata come un incrocio fra Dolores Ibarruri, Indira Gandhi e Golda Meir, ora che ha seguito tutti i loro consigli gridando al fascismo, difendendo il fazismo, sposando il bellicismo e nascondendo il tutto con supercazzole da assemblea studentesca, già la scaricano col classico calcio dell’asino.

Il Corriere celebrava “I magnifici 5 della squadra Schlein” […] Rep strombazzava “Schlein e la community: il manifesto del nuovo Pd”, “Schlein conquista il congresso Cgil”, “Effetto Schlein: 4mila iscritti in un giorno”. […] Si sbucciava le ginocchia anche quando sbagliava: “Schlein, Vogue e la loook-strategia”, “Schlein col fazzoletto rosso supera la prova della piazza”, “Schlein indossa il look da comizio”. Concita passava dall’“avercene di Meloni” all’avercene di Elly: “La donna nuova che spinge Giorgia nel secolo scorso”. 

Cappellini in piena estasi vedeva “Millennials alla riscossa. Sfida coi boomers dem per cambiare il partito” e riusciva a esaltare anche la sua inesistenza: “L’assenza è presenza: le pause di Schlein”.

La Stampa era tutta un’“Offensiva Schlein”, “Schlein a valanga”, “Il Manifesto Schlein”, “La Pax di Elly”, persino la “Primavera Schlein”. Per Domani dello sponsor-portafortuna De Benedetti, “Il cambiamento di Schlein fa paura”, “Schlein si prende l’opposizione”, “Schlein porta in Europa l’altra Italia”. Lì Damilano celebrava sobriamente l’“Effetto Schlein. Il nostro tempo. La nostra parte. Domenica 26 febbraio, una data che segnerà la nostra storia”. […] Corriere: “Giorgia ed Elly si parlano”, “Leader (e vite) parallele”. Stampa: “Meloni-Schlein: le due Europe”.

Ora le lingue retrattili dei maestri cantori la degradano a pippa lessa. Corriere: “Stavolta la sfida non si è nemmeno giocata”, “Schlein, alibi in stile Belushi per spiegare lo stop”. Rep: “Una leadership che non incide e non comunica alla maggioranza degli italiani, ma solo all’arcipelago delle minoranze”. Stampa: “Serviva un progetto e quel progetto non c’è”, solo “un’illusione artificiosa”. Dai servi encomi ai codardi oltraggi. Fino al prossimo carro del vincitore (si fa per dire).

Il direttore onnipresente. Travaglio conquista La7, Otto e Mezzo (Fatto): tutte le presenza in tv con Scanzi e Padellaro. Riccardo Puglisi su Il Riformista il 9 Giugno 2023 

Nel panorama televisivo italiano La7 è un caso piuttosto eclatante per la sua posizione politica particolarmente netta, così come emerge dai suoi talk show. Grazie ai dati raccolti con Tommaso Anastasia e Nicola Chelotti, posso qui fornirmi dei numeri più precisi, alla faccia del postmoderno disprezzo per l’analisi quantitativa.

Mi soffermo su Otto e Mezzo di Lilli Gruber e su DiMartedì, presentato da Giovanni Floris. Il modo più semplice per analizzare la posizione politica di un talk show consiste nel verificare la percentuale di ospiti politici che appartengono ai diversi partiti. Bisogna però tenere altresì conto del fatto che anche i giornalisti –invitati in massa nei talk show italiani – hanno una connotazione politica che di certo non si nasconde profondamente, e che lo stesso vale – anche se in misura minore – per gli esperti.

Nel 2016 il 62 per cento degli ospiti politici da Lilli Gruber (sessantadue percento) apparteneva al Partito democratico, mentre nel 2021 si raggiunge il massimo del 66. Anni strani? Mica tanto, perché la percentuale minima di ospiti del Pd viene raggiunta nel 2018 (al tempo del governo Conte I) con un robusto 39.4 per cento, a cui aggiungere il 7.6 degli ospiti appartenenti ad Articolo Uno (formazione capitanata da Bersani e Speranza).

Nello stesso periodo gli ospiti grillini oscillano intorno al 12 per cento, con percentuali simili per Lega e Forza Italia solo nel 2018 e 2019. Nel caso di DiMartedì c’è invece un’interessante discesa della percentuale degli ospiti del Pd, che vanno da un’eclatante 53.4 per cento nel 2016 al 19.9 del 2021. Gli ospiti grillini di Floris oscillano intorno al 17 per cento, con una punta del 29 nel 2017. Si tenga anche presente che nel 2020 il 19 per cento degli ospiti di Floris appartenevano ad Articolo Uno, per la precisione l’allora ministro della salute Roberto Speranza 21 volte e Pierluigi Bersani 9 volte. Le puntate di DiMartedì nel 2020? 38.

E i giornalisti? Nel periodo 2016-2019 ci sono state 1215 ospitate di giornalisti da Floris: qui spiccano le 191 ospitate per giornalisti di Repubblica, seguite dalle 177 per il Corriere, le 133 per Libero e le 104 per il Fatto Quotidiano. Il quadro diventa galvanizzante nel caso di Otto e Mezzo: 2252 ospitate, di cui 682 per giornalisti del Fatto Quotidiano (cioè il 30 per cento delle ospitate totali), a cui possiamo confrontare le 278 ospitate (cioè il 12 per cento circa del totale) per i giornalisti del Corriere, che peraltro giocherebbero in casa a motivo di Urbano Cairo editore in comune. E chi ci ritroviamo tra i giornalisti del Fatto? Un aitante terzetto domina la scena ai limiti della co-conduzione, ovvero Antonio Padellaro con 151 presenze, Andrea Scanzi con 171 presenze e soprattutto Marco Travaglio, con 248 presenze: l’11 per cento delle ospitate totali di giornalisti, poco meno delle ospitate di tutti i giornalisti del Corriere. Quindi non si può concludere che con un fragoroso, nonparcondicioso: Travaglio c’è! Riccardo Puglisi

Il “bullismo” giornalistico di Gramellini sa di misoginia. Sciltian Gastaldi, Insegnante, giornalista e scrittore, su Il Riformista il 18 Maggio 2023 

Ai bei tempi della Scuola di giornalismo di Urbino mi venne insegnato che il giornalismo dovrebbe essere il cane da guardia del potere politico. Significa che noi giornalisti dovremmo porre l’attenzione su ciò che fanno i politici al governo più che quelli all’opposizione. Più su Meloni, Salvini e Berlusconi, insomma, che non su altri.

Questo non significa che non si possa fare le pulci ai leader dell’opposizione, ci mancherebbe altro. Ecco dunque che quando succede che in un partito di minoranza – un nome a caso: Azione, di Carlo Calenda – si hanno intere classi dirigenti che si dimettono in polemica con il proprio leader nazionale e fondatore (sempre Carlo Calenda), uno si aspetterebbe che la brillante penna di Massimo Gramellini approfitti per stigmatizzare il fallimento politico di Calenda e il dissolvimento di Azione.

Non uso il termine in modo esagerato: a Modena, città del numero 2 di Calenda, Matteo Richetti, si sono dimessi in massa 38 iscritti del direttivo provinciale, e non so quanti iscritti ad Azione siano rimasti in quella città. In Piemonte si è dimesso il segretario regionale, l’ex deputato Gianluca Susta. A Firenze se n’è andato il segretario cittadino, l’imprenditore Franco Baccani. In Emilia ha salutato la consigliera regionale emiliana Giulia Pigoni. Alla Camera, la deputata Naike Gruppioni. E queste sono solo le defezioni degli ultimi giorni. Gli ultimi tre politici sono passati a Italia Viva, ossia quel partito politico contiguo, aderente allo stesso eurogruppo, con cui Azione si è presentata sotto lo stesso simbolo, non avendo le firme per partecipare alle elezioni del 2022 da soli. Piccolo dettaglio che molti azionisti omettono, ma che Calenda ha correttamente riconosciuto.

Oppure ti aspetteresti che l’arguto Gramellini decidesse di prendere in giro quel senatore romano che, in pieno spirito Il Marchese del Grillo, ha fin qui litigato personalmente con Emma Bonino, Federico Pizzarotti, Enrico Letta e Matteo Renzi – vale a dire tutti i leader del centrosinistra italiano del 2022/2023.

E non è che l’ha fatto in modo asciutto, sobrio e diplomatico: no. Mancava solo che gli citasse i morti, per il resto gliene ha dette di tutti i colori e anche di più. Dileggio, critiche, insulti. Calenda sui social è preso dallo spirito di Blair, ma non Tony: Linda, la bimba dell’esorcista. L’ex manager della Ferrari quando rompe con qualche leader politico con cui fino al giorno prima si abbracciava e baciava in pubblico ai limiti degli atti osceni, lo fa all’incirca come facevamo noi alla bella età di 8 anni: “non mi hai fatto niente, / faccia di serpente! / Specchio riflesso, / buttati nel cesso!” e daje di ostentazione di palmi di mani intrecciate e braccia tese. Poi però Carletto chiede scusa, eh. Ammette l’errore. Solo che lo fa con allarmante frequenza, per dirla con Charlie Brown.

Insomma, l’ottimo Gramellini avrebbe davvero l’imbarazzo della scelta, se volesse inzuppare il pane della sua ironia. Invece cosa ti combina la firma del Corriere? Se la prende con Matteo Renzi. Colpevole di aver “sfilato” la deputata Gruppioni e la consigliera regionale Pigoni. Capito come? E’ Renzi che le ha “sfilate”, come fossero perline di una collana, oggetti, ammennicoli.

L’ipotesi che le due donne politiche siano arrivate a una scelta politica ponderata in modo autonomo e indipendente non sfiora la mente dell’arguto giornalista torinese. E cosa avrebbe dovuto fare, di grazia, Renzi? Rifiutarsi di accogliere la deputata e la consigliera regionale? Respingerle? Dire loro, con un dorso della mano sulla fronte, “No, tornate con Carlo, io non vi merito!” O non avrebbe dovuto organizzare una conferenza stampa? Non dire niente a nessuno, nella speranza che Calenda e il resto del mondo non si accorgessero delle dimissioni delle due e della loro entrata in Italia Viva? Oppure non doveva elogiarle per la scelta fatta?

Caro Gramellini, in democrazia i partiti hanno l’obiettivo istituzionale di attrarre voti (e classi dirigenti) di altri partiti: lo chiamiamo gioco democratico. Non c’è “bullismo” se io mi prendo i voti che erano tuoi. Non c’è “bullismo” se Renzi celebra una deputata che, davanti ai giornalisti, dichiara: “Me ne sono andata da Azione per un problema di leadership, di autorità e di autorevolezza”. Perché lo dichiara LEI, la donna deputata, e quelle parole – ci creda o no – non gliel’ha mica scritte o chieste Renzi. Pensi: le deputate, ancorché provviste di utero, sono in grado di produrre pensiero autonomo e di scriversi un discorso politico, spiegando a parole loro come mai lasciano un signore romano che pochi anni fa ammise di “non capirci nulla di politica” in favore di un altro signore di Rignano sull’Arno riconosciuto perfino dai suoi avversari come uno dei politici di oggi più intelligenti.

Oddio, soppesati i competitori di Renzi, non mi pare si debba essere Churchill per esser valutati così bene, ma questo – caro Gramellini, ne converrà – è un altro discorso.

 Bulli vivi in Azione. Massimo Gramellini su Il Correre Della Sera il 17 maggio 2023

Segnaliamo ai servizi sociali un grave caso di bullismo politico, informando i lettori che, per la delicatezza della vicenda, siamo stati autorizzati a fornire soltanto le iniziali dei protagonisti. 

La vittima sarebbe un burbero pacioccone dall’umore variabile e dallo spiccato accento romano: C.C. 

L’aguzzino, un predatore toscano di indubbia intelligenza applicata alla cattiveria, con tendenza ai comportamenti autolesionistici sul medio-lungo periodo: M.R. 

Da tempo M.R. aveva messo nel mirino C.C. , con cui condivideva interessi ed elettori, seminandogli il cammino di trappole e prendendosi gioco di lui anche in pubblico. Nelle ultime ore però la situazione è degenerata: infatti M.R. ha sfilato a C.C. la deputata bolognese Naike Gruppioni e la coordinatrice emiliana Giulia Pigoni. Così, per sfizio. Al puro scopo di farlo soffrire, le ha persino definite «due straordinarie fuoriclasse della politica», nonostante fino a ieri non avesse mai parlato di loro neanche ai suoi amici arabi più intimi. 

Il bullizzato ha finto di abbozzare, ma si capiva che era molto provato, e questo suo disagio ha rallegrato ulteriormente M.R. «Si faccia delle domande!», lo ha irriso. 

Una, se permette, ce la facciamo anche noi. Se M.R. bullizza C.C., e C.C. si lascia bullizzare da M.R., quale alternativa rimane agli elettori, pochi o tanti, che non si riconoscono nelle idee di Schlein né in quelle di Meloni? Non resta loro che sperare in Gruppioni. O in Pigoni? 

Il quotidiano La Stampa ormai al servizio della sinistra italiana non ne “azzecca” una ! Povero giornalismo…Redazione CdG 1947 su Il Corriere del giorno il 25 Aprile 2023

Ma costa molto a questi giornalisti fare del giornalismo libero ed indipendente, e non schierato ? A proposito il direttore Giannini quando garantirà il diritto di replica a "Striscia la Notizia" ? O preferisce finire anche lui dinnanzi al Consiglio di Disciplina dell' Ordine dei Gionalisti ?

Se non è il direttore Massimo Giannini, è l’editorialista della “Stampa” Marcello Sorgi, a coprirsi di ridicolo, già noto alle cronache per aver scambiato in passato l’ ex premier inglese Boris Johnson per il tennista tedesco Boris Becker, il quale dopo essersi come sempre vantato di essere “bene informato”, scrivendo un articolo in cui sostiene che Giorgia Meloni in occasione del 25 aprile si sarebbe isolata. 

Chi le ha parlato spiega che la leader di Fratelli d’Italia – scrive sul quotidiano La Stampa Sorgi (a proposito, chi avrebbe parlato alla Meloni ?) – consideri le polemiche sul 25 aprile rivolte contro di lei come un invito alla sottomissione, una sorta di mancato rispetto della volontà popolare che solo sette mesi fa l’ha proiettata alla guida del governo senza interrogarsi sulle sue posizioni sul Fascismo e sull’antifascismo”. Continua Sorgi: “Un esempio di testardaggine che, se portata alle estreme conseguenze, rischia di trasformarsi in una prova di miopia politica. Oltre a farle pagare un prezzo, non solo sul piano interno, ma anche su quello internazionale, che poteva risparmiarsi”. 

Un presunto isolamento, smentito dalle immagini di questa mattina dall’altare della Patria, che ritraggono Giorgia Meloni ed anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, sorridenti al fianco di Sergio Mattarella, per celebrare la festa della liberazione. E come se non bastasse, proprio questa mattina Giorgia Meloni, ha scritto una lettera al “Corriere della Sera”, con la quale prende le distanze “da qualsiasi nostalgia del fascismo”. E questo sarebbe l’isolamento, il silenzio “che diventerà assordante”, di cui scriveva Sorgi.

Ma costa molto a questi giornalisti fare del giornalismo libero ed indipendente, e non schierato ? A proposito il direttore Giannini quando garantirà il diritto di replica a “Striscia la Notizia” ? O preferisce finire anche lui dinnanzi al Consiglio di Disciplina dell’ Ordine dei Gionalisti ?

Redazione CdG 1947

Littizzetto-scandalo: cosa cita da Fabio Fazio. E la Rai tace. Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 25 aprile 2023

Dai, dai, che ora, lo dice. Con i miei figli, sdraiati sul divano, nelle domeniche affossate nella noia televisiva, ci divertiamo a fare un gioco: vince chi becca per primo Luciana Littizzetto a Che tempo che fa mentre cita le «Poltrone Sofà» o gli «artigiani delle qualità», ficcati qua e là, come un cameo di Hitchcock in un monologo, in una finta battuta o in un ammicco che può sembrare improvvisato e invece è un capolavoro di calcolo.

Lucianina non s’è smentita, anche l’altra sera: la sua smodata passione per l’azienda mobiliera ha preso il sopravvento. «Papà, tranquillo, guarda che ora arriva...» mi ha rassicurato il piccolo Tancredi. E, infatti, ecco che al minuto 100 del programma arriva la battuta della comica nel descrivere «una delicatissima poltrona a forma di scorpione, idea di relax e serenità, ti punge e diventi un supereroe delle Poltrone Sofà...». Grande Tancredi. E grande pure Luciana. La quale riesce sempre ad evocare l’azienda - che in Francia e in Italia è già stata multata per pubblicità ingannevole - in tutte le posizioni e occasioni possibili. Ma lo fa con classe innata. Cito random.

Il 20 febbraio 2020 la Litti, nel collegamento da casa sua, aveva ospite Piero Pelù; e, nella solita gag dell’ormone selvaggio, se n’era uscita, all'improvviso, con una frase sui pantaloni del rocker fiorentino, a suo dire sexyssimi «come un divano di Poltrone e Sofà». Che non c’entrava un piffero, frase avulsa dal contesto, assolutamente fuori luogo che ha spiazzato Pelù e ha imbarazzato Fazio collegato dallo studio. Solo pochi mesi prima, novembre 2019, nel divertente remix-parodia di Giorgia Meloni, Luciana aveva declamato: «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana» aggiungendo la frase: difendiamo la nostra identità/difendiamo la nostra qualità/poltrone e sofà». E anche lì, le risate dell’insieme avevano lasciato scivolare sotto silenzio la frase posticcia sul mobilificio.

Ma, il mese prima, l’ardore rrefrenabile di Lucianina per i divani l’aveva portata ad un gesto estremo. La signora aveva invocato in studio - come prassi - la presenza di virili maschi italiani guarda caso testimonial pubblicitari (ieri l’altro c’era il ragazzone nudo che offre un «succhino?», quello di un spot immobiliare).

Sicché prima s’era materializzato l’attore che impersona Capitan Findus; e dopo, a seguire, in una scena paradossale, avevano fatto irruzione proprio «gli artigiani della qualità», ossia i due testimonial della marca di divani che, in quel momento, inondava di spot ciclici i palinsesti. La Litti, introducendoli, aveva commentato «Ho bisogno di qualità, del 2X1». Ma i mobilieri erano stati citati anche l’8 ottobre 2018. E il 20 gennaio del 2020, quando si era rotta una gamba («Che artigiano della qualità. Il mio osteopata massofisioterapista»). E persino sulla sua rubrica sulla Stampa gli «artigiani della qualità» affiorano dappertutto; l’ultima volta nel pezzo titolato «Cadiamo tutti, sarà l’asse terrestre» o è colpa degli «artigiani della qualità».

Roba che, as usual, nel contesto del racconto, c’entrava come i cavoli a merenda. Il collega Luca Bottura mi rimproverava d’esser troppo sospettoso. Ma lo diceva due anni fa, assai prima che la Litti non piazzasse ancora una mezza dozzina di “poltrone e sofà” sul servzio pubblico. Laddove, di prassi, ogni spot, parola, viene piazzata col bulino; dove perfino le citazioni di eventi benefici e marchi no profit sono passati al setaccio di una spietata selezione. Ora, mi dicono che l’Authority abbia già avuto segnalazione del sordo lavorio degli artigiani, della loro incontinenza fatta di scaffalature, cuscini e piumoni divenuti per Litti insopprimibile richiamo ancestrale. E alcuni potrebbero pensare ad uno spot spudorato in prima serata della Litti, che si perpetua come un contratto negli anni; ma non possibile, perché in quel caso, lo spot dovrebbe essere segnalato. A meno che anche Rai Pubblicità trovi del tutto normale il chiodo commerciale della comica.

Nel maggio 2021, su segnalazione dell’Unione Nazionale Consumatori, l’Agcom avviò un procedimento istruttorio nei confronti di British America Tobacco Italia e Stefano De Martino e Cecilia Rodriguez per uso occulto del marketing. Per dire. Forse non è soltanto ossessione per poltrone, tendaggie truciolati... 

Lucia Annunziata a rischio? Augusta Montaruli: "Ne chiederemo conto". Libero Quotidiano il 24 aprile 2023

Scoppia ancora la polemica su Mezz'ora in più. Il motivo? La conduzione di Lucia Annunziata. La giornalista, proprio durante la puntata di domenica 23 aprile su Rai 3, ha ammesso: "Io sono faziosa. Lo sono apertamente. Sono faziosa ma apertamente". Quanto basta a scatenare l'ira di Fratelli d'Italia che, attraverso la vicepresidente della Vigilanza, Augusta Montaruli, assicura: "Chiederemo conto nelle audizioni già programmate in commissione". "Il collegamento infelice tra 25 Aprile e le modalità con cui il governo sta trattando l'immigrazione - spiega ancora la deputata - sono solo l'ultimo attacco di una faziosità palese e offensiva nella tv pubblica, di cui Lucia Annunziata si sta rendendo protagonista. La Rai non può essere la clava ideologica verso il governo dando una visione distorta del suo operato. L'atteggiamento assunto in trasmissione, non per la prima volta, sono una violazione del pluralismo".

A farle eco Francesco Filini. Per il capogruppo in Vigilanza "è stata scritta un'altra pessima pagina di giornalismo in Rai, con Lucia Annunziata che dimentica ancora una volta di essere una giornalista del servizio pubblico e indossa le vesti di oppositrice del Governo Meloni. Arrivare a parlare di un 25 aprile di diritti negati perché il governo italiano avrebbe 'tagliato corto il diritto all'immigrazione' non è solo sintomo di faziosità, ma addirittura di scarsa conoscenza delle norme: in nessuna parte del mondo esiste il diritto ad immigrare in maniera indiscriminata e senza controllo". 

Basta pensare che solo qualche settimane fa la Annunziata ha avuto uno scontro acceso con il ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità, Eugenia Roccella. Da qui la frase infelice della giornalista: "Prendete le responsabilità di fare queste leggi, ca**o!". Il tutto sulla tv pagata dagli italiani.

25 Aprile, Sallusti: "Lucia Annunziata indignata speciale, la sua specialità". Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 25 aprile 2023

Tanto hanno fatto e tanto hanno detto che anche il 25 aprile di quest’anno va così, festa della divisione. Giorgia Meloni ha tenuto i nervi saldi, Ignazio La Russa si è divertito a prendere per i fondelli le sinistre con sadico cinismo, i soliti tipo Gad Lerner e Lucia Annunziata sono caduti nella trappola recitando come da copione il ruolo di indignati speciali, la loro specialità. Stasera cala il sipario, fine dello spettacolo e da domani si torna a lavorare, appuntamento all’anno prossimo, stesso copione e stessi attori e stessi comprimari alla Gianfranco Fini che come tutte le vecchie glorie non resistono alla tentazione di fare un giro di campo pur che sia. 

Il calendario dei perditempo prevede come prossimo turno del torneo “commedia all’italiana” la festa del Primo Maggio: fuori i politici antifascisti dentro i cantanti democratici, il famoso concertone di Roma, insomma Fedez e Ferragni al posto dell’Anpi, una specie di dopo Festival di Sanremo di inizio estate. Cosa diavolo c’entrino i cantanti con i lavoratori non si capisce ma va bene lo stesso, del resto neppure i sindacalisti hanno mai lavorato davvero un giorno in vita loro eppure saranno lì al gran completo. Ma superato anche quell’ostacolo mediatico - si passerà dal governo amico dei fascisti al governo nemico dei lavoratori - la strada per l’esecutivo dovrebbe farsi se non in discesa almeno piana. 

Un respiro di sollievo ma attenzione: a quel punto conteranno i fatti, non più le parole. Non dubitiamo che l’agenda sia pronta, dico che nell’aria c’è molta attesa, che le polemiche fin qui viste e ascoltate non hanno scalfito di un millimetro - lo testimoniano anche i sondaggi - la fiducia che gli italiani di ogni ordine e grado hanno riposto nelle urne nel settembre scorso. E che cosa si aspettano questi italiani? L’altro giorno uno di loro, uno che tutto il mondo conosce ed apprezza, me l’ha riassunto in modo assai efficace: «Giusto all’inizio fare catenaccio, ma ora vogliamo vedere il contropiede, vogliamo il gol che ci stupisca». Stupire, sorprendere: parliamo delle specialità di Giorgia Meloni. Per quel poco che ne so può accadere da un momento all’altro, un po’ di pazienza e ci sarà di che festeggiare oltre il 25 aprile e il Primo Maggio.

Sorrisini, applausi e "talk boh". Il travet della partigianeria tv. Da "Ballarò" a "Dimartedì" il conduttore "sardo" da vent'anni replica il suo show: stessi ospiti, stesse idee, stessa ideologia. Luigi Mascheroni su Il Giornale il 17 Aprile 2023

Forse aveva ragione Giuliano Ferrara quando, a chi gli chiedeva un'opinione su Giovanni Floris, rispose: «Ha troppi denti». E su un vecchio televisore in bianco e nero scorre l'episodio di Alberto Dentone Sordi, giornalista ferrato e risoluto che partecipa senza complessi al concorso Rai. Scioglilingua, prova scritta con citazioni in arabo, tedesco, fiammingo, e sorriso.

Detto «Sorrisino» dagli amici (non così tanti) e «Durban's» dai nemici (non così pochi), Giovanni Floris è giornalista ferrato, risoluto, studioso, sempre preparato - falce e pennarello - pacato, deciso, gentile (come dice la vecchia nonna sarda, gallurese di Tèmpiu, «Gjuanni è così beddu: sorride sempre»), faccia e modi del bravo ragazzo, un professionista che prepara la scaletta anche per andare in bagno, professorino figlio di professoressa del Tasso («Ah, la Floris!»), metodico, abitudinario vacanze sempre a San Teodoro, bermuda stinti e quelle Crocs raccapriccianti, sempre il cinepanettone a Natale, stessi amici per la pizza, stesso gruppo di lavoro, stesse infinite riunioni, stessa noia redazionale - occhialino da intellettuale zdanoviano, realismo socialista e pragmatismo antiberlusconiano. «Giovaaaaaaaa!!!».

Sardo di origini nuoresi, romanista tottiano e romano del Nomentano, dalle Domus de janas alle catacombe di Villa Torlonia, Giovanni Ciao Giova Floris rimane un cattolico democratico di piazza Bologna, un cattocomunista cacio e pepe, Pajata e Vaticano, suppliche e supplì, passato indenne dalla liberalissima Luiss - docenti: Dario Antiseri, Luciano Pellicani, Domenico Fisichella e Antonio Martino; compagni di corso: Giovanni Orsina, Andrea Mancia, Fausto Carioti e Vittorio Macioce gli altri fissati con l'epistemologia di Karl Popper, lui con la storia del Partito comunista. Tesi: «Capitale e lavoro: dallo scontro alla cooperazione conflittuale?». E anche i talk, in fondo, sono scontro e conflitti.

Tesi, Antiseri e sintesi: Floris alla fine sceglie il giornalismo. Piccole collaborazioni politically oriented l'Espresso, l'Avanti! poi Scuola di giornalismo a Perugia e l'entrata in Rai: al Giornale Radio. Le scorciatoie per il successo sono solo due: bravura e fortuna. Giovanni, al quale entrambe sorridono, da cui il famoso risolino, da bravo giornalista si trova nel posto sbagliato al momento giusto. A New York, per sostituire un collega in ferie, l'11 settembre 2001. Che per lui fu tutto, tranne che una tragedia. E così diventa la voce e il volto italiano da Ground Zero. Uno, due, tre... passa un anno e grazie al più grande floriscultore di Viale Mazzini, il plenipotenziario apostolico palermitano Paolo Ruffini, direttore di tutte le reti democraticamente corrette, da Rai3 a «Lazette», diventa l'étoile del nuovo talk show Ballarò, stagioni 2002-2014, dodici anni di applausi e sorrisi. Poi il passaggio a La7: Dimartedì, di tutti i mesi, da dieci anni.

Interruzione pubblicitaria. Lettiano con un debole televisivo per Bersani e una cotta politica per Elsa Fornero - c'è chi sorride e c'è chi piange - in quello stesso 2014 il ridanciano Giovanni Flori (ride, ride sempre, anche alle battute stinte dei comici ospiti fissi in trasmissione, che di solito come Luca&Paolo sono della sua stessa scuderia, chez Caschetto, altro furbetto del quartierino televisivo) a La7 ottiene anche il preserale, Diciannovequaranta, un flop sospeso dopo due settimane. E a un certo punto, da Nuoro a Castel Sant'Angela, novello Piero e Alberto, nel 2017 s'inventa persino una striscia culturale, Artedì, altro flop espunto senza clamori dal palinsesto. Morale. Da 22 anni Floris, cambiandogli nome, fa lo stesso programma, con gli stessi identici ospiti, mandando in loop un'identica eterna trasmissione, un ininterrotto teatrino delle maschere, qua a sinistra facciamo sedere quelli presentabili, lì a destra gli scappati di casa...

Format di Ballarò-Dimartedì. Copertina: pezzo dei due comici di turno, di solito sui «fasci», con Floris che si sbellica per riempire le pause. Poi si invitano degli ospiti, tanti ospiti, una caterva di ospiti, un nugolo di ospiti, a caso, così che tutti parlano di qualcosa, senza capo né coda, del tutto fuori contesto, tutti gratis (tipi esemplari: Diego Della Valle che scambia Floris per Formigli; gente che non ha particolari titoli accademici; un'anziana partigiana che recita la parte richiesta e intanto presenta il suo libro, pensa un po', edito dalla Mondadori...); Floris che affetto da dromomania saltella qua e là, dando e togliendo la parola, incapace di stare fermo nello stesso posto o sullo stesso argomento per più di un pixel; poi molti applausi, una valanga di applausi, una piramidale cascata di applausi, del tutto immotivati, e il sottile retropensiero che la trasmissione, indipendentemente dai temi, si poggi solo su una frase della settimana, fuori posto, di un politico di destra. Il resto viene da sé.

Esempio. Dimartedì scorso, blocco 23.10-23.50. Temi sfiorati: le nomine della Meloni, il Patto di stabilità - sanità e scuola en passant «l'identità di questa destra», immigrazione, la Destra e l'Europa, le pene agli eco-vandali, il decreto anti-Rave (ancora?!), le tasse, le pensioni, l'(anti)fascismo, il musical su Silvio Berlusconi a Londra, una marketta al libro di Antonio Caprarica, la legge di bilancio, l'eliminazione del reddito di cittadinanza, la lotta alla corruzione «Lasci parlare...» - i dossier aperti con l'Europa, il Pnrr, una frase del 2018 della Meloni su Orbán (ma che cazzo c'entra?, ndr), la flat tax, i costi delle armi all'Ucraina, la transizione di sesso nei minori, l'immigrazione come sostituzione etnica «Abbassiamo lo studio...» - un blob di dichiarazioni dei politici di destra sui genitori omosessuali, Macron, la Cina, l'atlantismo della Meloni, una clip di Salvini e Putin, una di Meloni e Mosca, Ignazio La Russa, la Russia e «il tema dei temi, che rimane la guerra»... Applausi. «È difficile tenere insieme tutto». Sorriso. Ma cos'è?!? Talk boh...

Resumè: 40 minuti, 35 argomenti, 11 ospiti. E li chiamano talk show di approfondimento.

Domanda. Ma che cazzo ha da ridere Floris?

Flos Floris. «Ut flos in saeptis secretus nascitur hortis». Scegliere fior da Floris. Il fior Floris del giornalismo. «Tu fior de la mia pianta/ Percossa e inaridita,/ Tu de l'inutil vita/ Estremo unico fior». Fare un fioretto. Il più bel fiore che non colsi. Essere nel Floris della vita. Un fior di galantuomo. «Non è tutto rose e Floris». Avere i nervi a floris di pelle (in senso figurato). Ma soprattutto: un sorriso a floris di labbra.

Trentadue denti, 55 anni, moglie scrittrice - che come lui pubblica per Berlusconi, lui per Rizzoli, lei per Sperling ('Tacci vostra...) - detto il «Vespino di sinistra» malsopportato dal Vespone, Giovanni Floris è oggi il giornalista più strettamente vicino a Urbano Cairo, giocandosi il primato con Enrico Mentana (e se questo è la ghiandola pineale di Urbano, quello è l'aorta), l'unico che in assenza forzata di Lilli può condurre Otto e mezzo, prendendosi un bel nove... E così si avverò il sogno del grigio burocrate - la versione Facis, tendenza Lebole, del giornalismo che ha finito per costruirsi la più perfetta delle maschere, anonima ma telegenica. Button down e orgoglio altissimo, abiti color travet e impegno civile. È lui l'impeccabile direttore dell'orchestra più democratica e più bella, che se la suona e se la canta. Sempre sulla stessa musica. «Abbassa lo studio...». Applausi.

«Alè!».

Condannati.

(ANSA il 7 aprile 2023) - La Procura Generale di Milano ha chiesto la conferma della sentenza con cui il Tribunale ha condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere e a una multa di 50mila euro Roberto Napoletano, l'ex direttore del Sole 24 Ore, ora alla guida del Quotidiano del Sud, per presunte irregolarità nei conti del gruppo editoriale nel periodo in cui era ai vertici.

 Il giornalista risponde di false comunicazioni sociali e aggiotaggio informativo. Il sostituto procuratore generale Celestina Gravina, nel suo intervento, oltre ad aver parlato di "bolla di falsificazione" di "entità non del tutto disprezzabile", ha citato per esempio alcune mail del maggio 2015, "che vedono il dott. Napoletano dare l'ordine di incrementare le copie": ciò dimostrerebbe il suo "diretto interesse al di là di ogni ragionevole dubbio".

Il pg ha inoltre sostenuto che è "pacifica" la sua "partecipazione alla diffusione dei comunicati" al mercato e che, citando una sentenza della Cassazione sul "superamento del lato formale della qualificazione" e un ordine di servizio del 2012, ha aggiunto che il ruolo ricoperto da Napoletano "equivaleva" a quello di "direttore generale" con "poteri di coordinamento tra i contenuti e le vendite".

Napoletano, in qualità di direttore editoriale del Sole 24 Ore, secondo le motivazioni di primo grado, condivise da Celestina Gravina, si sarebbe "attivato con impegno costante nell'attività aziendale relativa alla diffusione delle copie cartacee e digitali, (...) assumendo, in particolare, le decisioni gestionali".

 Inoltre avrebbe fornito "le indicazioni numeriche da inserire nei rapporti informativi ad Ads", Accertamenti diffusione Stampa srl, "e nei comunicati sociali che rappresentavano al Mercato i dati e i ricavi diffusionali del quotidiano" pur avendo "immediata contezza dell'impossibilità di verificare" se fossero esatti o meno. Tutte accuse che il giornalista ha sempre respinto, rivendicando la correttezza del suo operato e precisando di aver "ricevuto un giornale sull'orlo del baratro" e di aver "conseguito risultati editoriali sempre positivi".

Sputati.

Rai, lecito sputare contro le giornaliste: porcheria e vergogna. Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 27 aprile 2023

Quattro. Quattro giornaliste Rai aggredite e minacciate in cinque giorni è un record di una tristezza infinita. Per tre giorni, dai possenti ascolti del day time, sono circolati - a loop, nei siti e su tutte le testate d’informazione- gli attacchi, a volte feroci a brave colleghi intente a raccogliere notizie dal ventre della cronaca nera.

Un’imperlata di reati e di violenza imbarazzanti.

Per prima è toccata a Tatiana Bellizzi inviata di Ore 14 aggredita e presa a sputi dal fidanzato della figlia della coppia che ha ucciso e cosparsa d’acido Marzia Capezzuti, la milanese trattata come un animale e seviziata per anni in una casa in provincia di Salerno. Contestualmente, la stessa sorte è toccata a Barbara di Palma direttamente da La vita in diretta, alla quale l’aggressore di anni 23 addirittura, dopo sputi e offese, ha strappato il microfono, e «ha minacciato, ha urlato, ha fatto gesti viscidi (cioè ha mostrato le parti intime, ndr)» prima che intervenissero due vigilesse di passaggio. Risultato: la giornalista sconvolta, gli astanti terrorizzati, un bambino piccolo in macchina che piange terrorizzato, “bip” a raffica nel montaggio della scena ripresa. E l’umiliazione delle colleghe che raggiunge vette imbarazzante: la Di Palma crolla emotivamente, piange e si sente “sporca”; e il conduttore del programma Alberto Matano, condannando il brutale gesto, abbraccia da lontano la sua giornalista. 

DI SANTI E MADONNE Giorno successivo, altro scenario: Trevignano, luogo della Madonnina a lacrimazione intermittente e della «veggente» Gisella, la bancarottiera fraudolenta che fa da dimafono – con tanto di testo corretto- alle dichiarazioni quasi omicidiarie di una Maria Vergine che le confiderebbe l’avvento di apocalissi sul Vaticano e di preti dalla mani mozzate. Qui, nella piana delle liturgie sovvenzionati dai fan, in mezzo ai fedeli che finalmente stanno chiedendo indietro i soldi del biglietto, ecco il marito della veggente che scatta. Placca la collega Filomena Leone sempre della Vita in diretta e le strappa il microfono.

Il giorno dopo la collega Arianna Giunti sempre Ore 14, autrice dello scoop sul sacerdote “sospeso” da cui promanerebbe l’ispirazione per il business della Madonnina piangente- viene raggiunta sul cellulare privato e minacciata brutalmente. Il minacciatore comunica con voce mafiosa a Arianna (che comunque, nonostante l’aspetto angelicato, reagisce come un pitbull) «Se mandi in onda il servizio chiamo il ministro apposito, i vertici Rai, il tuo direttore...». Tra l’altro, in questo momento, non c’è un direttore di Raidue, ma tant’è. Epperò il “ministro apposito” non si fa vivo ma la minaccia alla Giunti prosegue con un anatema : «Attenta a quello che mangi e bevi, può esserci il demonio». Qui, onestamente, ci si inoltra nella psichiatria. Sembra una scena dell’Esorciccio. Infine, per tornare seri, ecco, sempre scuola Milo Infante (che in questi giorni nefasti di nera tocca comunque anche il 10% di share) Nicole Di Giulio che si trova ad indagare sulla bambina abusata di Scandale; e a Scandale viene fermata, e ripresa in strada, e intimata ad andarsene dalla grida belluine non di un passante qualsiasi, ma del sindaco stesso del paese. 

Ora, non è tanto spiazzante che ottime colleghe giovani, nell’esercizio della professione vengano trattate in modo così indicibilmente violento. Quello, in fondo, è un rischio del mestiere. Semmai mi chiedo, a parte le telefonate di solidarietà di qualche direttore, perché il potente ufficio legale della Rai non quereli. Perché, soprattutto non si registra nessuna reazione dall’a Carlo Fuortes, ma soprattutto dalla presidente Marinella Soldi Rai? La Soldi è sempre così attenta alla tutela delle quote rosa nei programmi in viale Mazzini; eppure ora risulta desaparecida (probabilmente distratta da l’ennesimo premio ricevuto da Variety come donna mondialmente influente); e proprio nel momento in cui si tratta di difendere con ogni mezzo le sue dipendenti...

Automatizzati.

Il giornalismo automatizzato è già tra noi. Walter Ferri su L'Indipendente il 13 Gennaio 2023.

In questi ultimi giorni una notizia sta avviando un dibattito acceso tra gli esperti di tecnologia: si è scoperto che la rivista di settore CNET sta pubblicando già da mesi alcuni articoli scritti con l’ausilio di un’intelligenza artificiale. Anzi, per essere più precisi, è emerso che sta subappaltando a una macchina la composizione di alcuni pezzi finanziari e che il ruolo della redazione sia limitato al controllare che quanto prodotto dallo strumento non contenga amenità problematiche.

Il progetto di CNET non rappresenta un primato, già in passato testate di portata internazionale si sono appoggiate a delle IA per velocizzare il proprio carico di lavoro – si vedano Associated Press e The Washington Post –, tuttavia il caso in questione è atipico sotto molteplici aspetti. Le realtà editoriali hanno attinto alle potenzialità delle intelligenze artificiali già dal lontano 2014, tuttavia l’uso di una macchina all’interno della cucina redazionale è tradizionalmente confinato a obiettivi basilari e ripetitivi quali il riportare i risultati della Borsa o delle attività sportive, elementi che non richiedono una scienza particolare e che si limitano a fagocitare i dati ricevuti dalle istituzioni di riferimento. Si tratta di automatismi che limitano il proprio intervento a testi estremamente sintetici, scevri di ogni commento o approfondimento, lapidari per natura.

Quanto intavolato da CNET esplora però una dimensione di natura diversa. Il giornale web Futurism ha identificato che almeno 73 articoli divulgativi presenti sulla rivista siano stati generati con una tecnologia di automatizzazione. Pezzi quali “Cos’è Zelle e come funziona?” si limitavano originariamente a segnalare l’identità dell’autore semplicemente con un generico “Money Staff”, ovvero si guardavano bene dal notificare il pubblico che dietro a una simile etichetta non vi fosse alcun essere umano. Da che è emersa la notizia, l’azienda non ha rilasciato nessun commento, tuttavia ha provveduto a modificare il suo portale in modo che fosse perlomeno garantita in merito una minima trasparenza.

Bisogna rimarcare che CNET, reduce da un recente rebrand, non ha commesso alcun reato e che l’uso delle intelligenze artificiali, essendo adeguatamente supervisionato da un editore umano, non si sia neppure tradotto in una marcata disinformazione, eppure l’episodio non può che sollevare qualche osservazione sullo stato della Stampa odierna e sulla gestione delle IA nel ramo della comunicazione. La sostituzione degli autori con delle macchine è il frutto di un’attività giornalistica di natura generalista che fa più affidamento alle tendenze del momento che a un lavoro redazionale profondo, un fenomeno che, mescolato con una situazione di precariato allarmante, sta secondo il Media Pluralism Monitor ledendo la pluralità dell’informazione. Dall’altro lato non si può non notare che l’applicazione dell’intelligenza artificiale sia in Occidente ancora ancorata a una deregolamentazione che un domani potrebbe causare danni ingenti.

Il mondo accademico continua a notificare con i suoi report che l’introduzione di strumenti capaci di scrivere testi convincenti in maniera veloce ed economica possa tradursi in un prossimo futuro in un’ulteriore intensificazione delle strategie di disinformazione e propaganda. Le possibilità di intervento a disposizione dei Governi sono molteplici e vanno dall’imposizione di regolamenti ferrei in stile cinese al responsabilizzare blog, social e rotocalchi attribuendo loro gli obblighi editoriali normalmente confinati alle testate registrate. Esistono molteplici percorsi utili a prevenire il peggio, ma la loro percorribilità è sempre condizionata a una dimensione politica. In tal senso, l’Europa sta lavorando animatamente al cosiddetto AI Act, una proposta normativa che vede in contrapposizione interessi economico-civili profondamente divergenti. Solo il tempo ci rivelerà quali saranno le priorità dominanti che andranno a definire il panorama legislativo. [di Walter Ferri]

Ignoranti.

Antonio Giangrande: Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad arrivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande: ITALIA. PROCESSO ALLA STAMPA. COME IL FATTO DIVENTA NOTIZIA.

Siamo sicuri di essere e di voler essere correttamente informati di quello che succede intorno a noi?

In Italia la notizia è tale solo se data da un giornalista iscritto all’albo di origine fascista e non perché il fatto vero, raccontato correttamente da chiunque, può suscitare un pubblico interesse. Se non creata dal pennivendolo, la notizia è solo una misera e opinabile opinione. L’opinione si eleva a notizia solo se è pubblicata come editoriale dal direttore dell’organo di informazione, o da un suo delegato. Gli esperti, che hanno molto da dire, invece, se graditi, parlano solo se intervistati.

Il giornalista, come in tutte le categorie professionali, può essere un incapace raccomandato, vincitore di un esame-concorso truccato. Come tutti, del resto, in Italia. Inoltre in questa professione può essere anche uno sfruttato a 5 euro al pezzo.

La preparazione culturale del giornalista non permette alcuna competenza specifica, né egli ha alcuna esperienza diretta dei fatti, vivendo recluso in redazione, di conseguenza si appoggia alle considerazioni di coloro che lui reputa esperti. Quindi, non ci si aspetti da lui un approfondimento peritale del fatto.

Importante sapere è che i fatti non sono cercati dalle redazioni giornalistiche, d'altronde non possono prevedere gli eventi, ma sono vagliati in base alle segnalazioni ricevute. Sono cestinati i suggerimenti scomodi o che comportano approfondimento e ricerca. Sono dileggiate le note che urtano i loro convincimenti o danno fastidio ai loro amici. Alcune fonti, poi, sono da loro trattati erroneamente come mitomani o pazzi.

Quindi come far diventare notizia, un fatto vero ed interessante ed assolutamente conoscibile?

“Conditio sine qua non” è che il fatto deve essere giornalisticamente pubblicabile: vero; pubblicamente interessante; con obbiettiva, corretta e civile esposizione. A questi requisiti noti si aggiunge il modus operandi corrente: comodo, condiviso ed omologato. Insomma diventa notizia quella che tutti danno. Non esiste lo scoop, se non quello artefatto.

Chi ha un fatto da far conoscere, per prima cosa ha bisogno di attivarsi nel cercare quanto più contatti redazionali, per poter inviare la segnalazione o il contributo pre confezionato in stampo giornalistico. Tra il mucchio si può trovare la redazione interessata alla problematica condivisa dalla sua politica editoriale. Le grandi testate nazionali, che nessuno più legge, destinati all’estinzione dall’inevitabile assottigliarsi del numero dei loro lettori, disdegnano tutto quanto esce dalla loro dotta (a loro dire) professionalità. Le piccole testate lette solo dal parentado redazionale ed interessate esclusivamente alle loro sagre paesane, scartano le segnalazioni non attinenti la competenza condominiale. Eccezionalmente, nel mucchio si può anche trovare qualcuno che si impietosisce e fa passare il suggerimento come l’istanza di un caso umano.

Se la nota parte da un organo politico o istituzionale, avrà fortuna solo se il ricevente è un suo referente politico o destinatario di contributi pubblici. Invece le veline dei magistrati e degli organi di polizia giudiziaria, pur attinenti fatti coperti da segreto istruttorio, hanno pubblicazione certa e pedissequa alla virgola, specie se si sbatte il mostro in prima pagina.

Il contributo già formato in stampo giornalistico, inoltre, non deve urtare la suscettibilità del ricevente. Bisogna apparire inferiori intellettualmente. Quindi non deve essere perfetto in sintassi e grammatica ed essere zoppicante nella fluidificazione del discorso. Avere un linguaggio politically correct. Non avere intercalari di linguaggio comune e moderno, né usare un lessico comprensibile al popolo. Non offendere nessuno. Meglio appuntare i nomi. Non denunciare il malaffare di magistrati ed avvocati e comunque del sistema di potere precostituito di cui i giornalisti sono servi, salvo eccezioni. Chi è giornalista lo sa, chi dice verità scomode è tacciato di mitomania, pazzia o addirittura accusato di diffamazione a mezzo stampa. Oggi il valore del giornalista si compara alla quantità delle querele a carico. Parlar male della politica e di politici in particolare, può segnare l’interesse della redazione avversa a quel partito.

Non approfondire la tematica, pur se esperti, sareste chiamati prolissi. Basta l’accenno del profano. Non collegarli a casi similari, sareste chiamati confusionari. Basta l’allusione dell’inesperto. L’autore del contributo non si deve presentare nel testo, sarebbe accusato di autocelebrazione ed autocitazione. Meglio essere anonimi. Sia mai che diventi propaganda gratuita, perché la pubblicità è l’anima del commercio….e pure dell’informazione. E poi, il testo come può essere firmato come proprio da chi lo riceve e lo pubblica?

Le recensioni dei libri, inviate alle redazioni cultura, devono essere attinenti ai testi pubblicati dall’editore della testata: non è permesso agevolare la concorrenza. Gli scrittori, poi, violentino il loro talento e diano una parvenza di inettitudine allo scritto. Insomma, bisogna essere sintetici e divulgativi. I giornalisti superano l’esame di abilitazione nello svolgimento di una prova di sintesi di un articolo o di un altro testo scelto dal candidato tra quelli forniti dalla commissione in un massimo di 30 righe di 60 caratteri ciascuna, per un totale di 1.800 caratteri compresi gli spazi. Per le moderne testate tutto questo spazio è troppo, meglio centellinare i periodi, se no nella pagina non entra nello spazio lasciato libero dalle inserzioni pubblicitarie. Per esempio, questo pezzo è troppo lungo è sarebbe di sicuro cestinato.

L’espressione del pensiero deve essere misurato e limitato in spazi preconfezionati. Non si consulti il dizionario, ma la calcolatrice.

Seguendo queste basilari regole, forse, dico forse, tra 1500 testate, ai cui contatti email arrivano le note stampa, qualcuno di loro può prendere in considerazione la missiva sotto forma di lettere al direttore e far leggere ai suo pochi lettori quello che solo allora diventa notizia.

In caso contrario, se i giornalisti altezzosi o permalosi ci ignorano, ci si apre un blog o si fa parte di un social network o di un portale di giornalismo partecipativo. In tal caso, però ci si accorge che i commenti dei lettori alla notizia da noi data, spesso, sono postate da gente esaltata ed alienata: lo specchio della società. Solo allora ci si rende conto qual è l’umanità frustrata che ci circonda e che la notizia dovrebbe leggere. A quel punto ci si pensa che è meglio tenere il fatto per sé, non elevandolo a notizia, e far vivere gli altri nell’illusione di essere informati su tutto. Perché gli altri son convinti che la notizia è solo quella detta dai tg. Perche?!? Perché l’ha detto la televisione!!!

Per inciso ed in conclusione, voglio dire che sui media ho scritto un saggio “Mediopoli. Disinformazione, censura ed omertà”. Ho cognizione di causa. Facendo parlar loro, la cronaca diventa storia. Per il resto i miei scritti, quelli sì, pur non pubblicizzati, sono al vaglio del giudizio dei miei tanti lettori, anzi studiosi, oggetto delle loro tesi di laurea. Ad ognuno il suo.

Dr Antonio Giangrande

Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia

Massimo Gramellini per corriere.it il 12 gennaio 2023.

Ergendosi in tutto il suo carisma nell’aula del Senato, Maurizio Gasparri ha preso la parola con un incedere degno di Marcantonio: «Non ho certo la presunzione di dare lezioni di storia come altri…»

 Dopo una breve pausa per lasciarci il tempo di compatire questi «altri», ha aggiunto: «Ma qualche libro è bene leggerlo, ogni tanto». E lui, modestamente, li lesse.

I problemi sono iniziati appena ha esposto il risultato delle sue letture. Tema prescelto: la guerra di Crimea contro l’impero russo. Gasparri ha detto che fu combattuta dal regno di Piemonte tra il 1861 e il 1863 quando l’Italia ancora non esisteva, con ciò riuscendo nell’impresa di inanellare tre sfondoni in una sola frase.

Il regno piemontese si chiamava di Sardegna, la guerra di Crimea fu combattuta nel decennio precedente, e tra il 1861 e il 1863 l’Italia era già nata.

 Persino il senatore latinista Lotito, seduto accanto all’oratore, dopo avere annuito vigorosamente ai primi accenni di Crimea, sentendolo sciorinare date a casaccio si è guardato intorno smarrito in cerca di un Bignami. Bisogna riconoscere che Gasparri ha poi saputo spiegare la ragione che spinse Cavour a partecipare a una guerra in cui non aveva niente da guadagnare, se non il fondamentale ingresso nel salotto buono d’Europa.

Quindi qualche libro lo ha letto davvero. È che ha voluto esagerare, esponendosi così agli sberleffi di Calenda, la cui maggiore autorevolezza deriva dal fatto incontestabile che con Cavour ha in comune ben due lettere del cognome.

Viziosi.

(Adnkronos il 10 gennaio 2023) - "E' mai possibile che un noto giornalista di una delle più importanti testate italiane, uno di quelli che va anche ospite di talk e trasmissioni in tv e che si qualifica come uno che ha funzioni direttive nel gruppo per cui lavora, proponga un articolo della prestigiosa testata in cambio della disponibilità di un'imprenditrice a spogliarsi e a fare delle cose con lui in una video chat erotica?" Roberta Rei annuncia il caso che sarà messo in onda domani sera a 'Le Iene'.

 Racconta l'imprenditrice: "Era squallido. Se vuoi scrivere un articolo su di me lo scrivi perché sei interessato a me, in cambio di nulla. Mi è arrivata una richiesta su Instagram, di una persona che era interessata a quello che io facevo nella vita, lavorativamente: il Sud, il lavoro, l'imprenditoria femminile... e quindi la cosa mi ha incuriosita - spiega - anche perché era una testata importante. Lui, prima di chiamarmi, mi ha dato dei link, per farmi vedere che effettivamente era un giornalista. Ho controllato ed era vero che lavorava su (...), motivo per cui mi sono fidata. Solo che poi è stato un po' ambiguo, perché puntava non ad una chiamata conoscitiva ma ad una videochiamata. 'Lo sapremo solo io e te... Tu fai uno spogliarello per me, io in cambio ti do un articolo su (...) Il che mi ha schifata, ci sono rimasta malissimo ed è il motivo per il quale ho chiamato Le Iene", conclude l'imprenditrice.

Articolo in cambio di spogliarello: giornalista nel mirino delle Iene. La denuncia di un'imprenditrice pugliese. La donna ha deciso di denunciare tutto alla trasmissione condotta da Teo Mammucari e Belen Rodriguez, e ha poi spiegato com’è avvenuto il contatto con l'uomo. La Gazzetta del Mezzogiorno l’11 Gennaio 2023

Sulle pagine ufficiali social delle Iene è stato pubblicato un post in cui la iena Roberta Rei ha rivelato di aver ricevuto una segnalazione da parte di un’imprenditrice pugliese, Stefania Pellicoro di Gioia del Colle, che ha fatto una clamorosa rivelazione su un famoso giornalista di una testata nazionale: l'uomo pare le abbia offerto un articolo sul suo quotidiano in cambio di uno spogliarello sul web. La notizia ha fatto il giro dei social: nel promo pubblicato su Instagram si vede l'imprenditrice che racconta lo squallore della proposta indecente: “Era squallido…Se vuoi scrivere un articolo su di me lo scrivi perché sei interessato a me, in cambio di nulla….”

La donna ha deciso di denunciare tutto alla trasmissione condotta da Teo Mammucari e Belen Rodriguez, e ha poi spiegato com’è avvenuto il contatto: “Mi è arrivata una richiesta su Instagram, di una persona che era interessata a quello che io facevo nella vita lavorativamente: il Sud, il lavoro, l’imprenditoria femminile…Ho controllato ed effettivamente era un giornalista…”

L’imprenditrice sul famoso giornalista svela: “E’ stato un po’ ambiguo. Voleva subito fare una videochiamata. Ed in questa occasione si sarebbe presentato in mutande, cogliendo la palla al balzo per farmi delle proposte di un certo tipo. Mi ha detto che lo avremmo saputo solo io e lui…’Tu fai uno spogliarello per me, io in cambio ti do un articolo su…'”

Richiesta prontamente respinta dall’imprenditrice, che ha deciso di denunciare l’accaduto: “Mi ha schifata, ci sono rimasta malissimo…”.

Da leiene.it il 10 Gennaio 2023.

Un articolo in cambio di uno spogliarello osé in videochiamata? La proposta indecente è stata fatta da un importante giornalista di una delle maggiori testate italiane a Stefania, imprenditrice di 43 anni della moda che ha anche un suo profilo OnlyFans. Ecco come lo abbiamo smascherato con Roberta ReI, in diretta

Da fanpage.it il 10 Gennaio 2023.  

Si chiama Stefania Pellicoro la donna che accusa un giornalista, pare noto, di molestie nell’esplosivo servizio di Roberta Rei che sarà trasmesso nella puntata de Le Iene in onda martedì 10 gennaio su Italia1. Lo conferma una dipendente della donna a Fanpage.it. Si tratta di un volto noto al grande pubblico: Stefania ha partecipato a Ultima Fermata, il programma tv targato Fascino andato in onda tra marzo e aprile del 2022 su Canale5. Prese parte al programma per affrontare una crisi di coppia con il compagno Luca Santonienna. Originari di Bari, raccontarono in tv di possedere quattro negozi di abbigliamento.

Le accuse di Stefania Pellicoro

Ed è proprio di abbigliamento che Stefania si occupa. Imprenditrice affermata, ha raccontato a Le Iene di essere stata contattata da un noto giornalista che le avrebbe chiesto di spogliarsi e a partecipare a una chat in cambio di articoli da pubblicare sulla sua testata. “Era squallido. Se vuoi scrivere un articolo su di me, lo scrivi perché sei interessato a me. In cambio di nulla”, ha raccontato Stefania di fronte alle telecamere de Le Iene.

L’uomo, giornalista che partecipa a talk e programmi tv e che, secondo Roberta Rei, si qualificherebbe come professionista che avrebbe funzioni direttive all’interno del gruppo per il quale lavora, l’avrebbe contattata attraverso il suo profilo Instagram: “Mi è arrivata una richiesta su Instagram di una persona che era interessata a quello che facevo nella vita, lavorativamente. Il Sud, lavoro, imprenditoria femminile. Quindi la cosa mi ha incuriosito, anche perché era una testata importante”.

 Stefania Pellicoro a Le Iene: “Il giornalista voleva una videochiamata”

Prima di chiamarmi, mi ha dato dei link per farmi vedere che era effettivamente un giornalista. Quindi ho controllato ed era vero che lavorava a (nome zippato, ndr). Motivo per cui mi sono fidata. Solo che poi è stato un po’ ambiguo perché puntata non ad una chiamata conoscitiva ma ad una videochiamata”, prosegue la donna nella sua denuncia a Le Iene, “‘Lo sapremo solo io e te. Tu fai uno spogliarello per me, io in cambio ti do un articolo’. Il che mi ha schifata. Ci sono rimasta malissimo ed è il motivo per il quale ho chiamato Le Iene”.

 Chi è Stefania Pellicoro

Stefania è diventata popolare con la partecipazione a Ultima Fermata. In tv raccontò di essere in crisi conio compagno Luca che, dopo una relazione durata 12 anni, l’aveva tradita con la dipendente di uno dei loro 4 negozi di abbigliamento. Stefania è originaria di Gioia Del Colle ed è madre di tre figli.

Gianluca Nicoletti per “La Stampa” il 12 gennaio 2023.

Si vocifera che il giornalista presunto virtual porcone «smascherato dalle Iene» scriva su una delle maggiori testate italiane. Comprendo quindi di essere io stesso nella rosa dei possibili sospettati, dico a mia preventiva difesa che mai ebbi contatto digitale con la bella pugliese imprenditrice nel campo della moda, per solo diporto spogliarellista su OnlyFans, la cui virtù fu dal reprobo vilmente attentata.

 Cercherò di ricostruire una possibile trama dell'accaduto, che trovo una perfetta case history sulle mutazioni nel costume e nel malcostume in epoca digitale, lo farò ispirandomi all'immortale Rashomon del maestro Kurosawa, capolavoro esemplare sull'assoluta relatività di ogni verosimile ricostruzione, prodotta dai protagonisti e testimoni di un fatto delittuoso.

La prima a prendere la parola è colei che, nella narrazione a disposizione della collettività, è la vittima. Ecco la mia libera sintesi di ciò che lei ha dichiarato nel servizio tv che la rende oggi celebre: «Sono una quarantenne imprenditrice pugliese che si è fatta da sola; ho iniziato come operaia e grazie al mio impegno e la mia indefessa dedizione al lavoro ora sono titolare di tre bei negozi di vestiti.

L'idea che un giornalista mi proponesse tramite Instagram un'intervista per un'importante testata italiana, che mi avrebbe descritta come esempio di imprenditoria femminile al Sud per me era "wow!". Tanto che l'ho raccontato subito ai miei tre figli. È stato umiliante quando in realtà mi ha detto che in cambio voleva vedermi spogliata.

 Io ho un profilo su OnlyFans dove vendo come contenuto la mia immagine, anche nudo artistico. Uno spogliarello costa 150 euro, quindi sarebbe come se questo articolo io avessi dovuto pagarlo.

Gli ho detto che io mi spoglio solo per chi dico io e per quanto dico io, lui insisteva sull'"equo scambio" quindi ho deciso di rivolgermi alle Iene.

 Il doppio risultato sarebbe stato quello di sputtanarlo e di ottenere molta più visibilità di un articoletto sfigato in un sito web, va bene la testata importante, ma chi si legge la storia di una che vende vestiti, volete mettere il titolo in prime time: 'Ti spogli per me in cambio di un articolo?" con il baluginare delle mie foto su O.F, che oggi sarà preso d'assalto?».

 Cosa ha da dire la brava giornalista delle Iene? «Sono la paladina degli indifesi, la vendicatrice dei soprusi, faccio parte della schiera degli angeli sterminatori che osano oltre i confini che nostri pavidi colleghi non osano lambire. In questo caso ho giustamente messo all'indice un sistema deplorevole di quel noto squallido mercimonio che, da sempre, è stato confinato nelle chiacchiere consumate negli angoli più reconditi di ogni redazione. Il potere nel mondo dell'informazione è solidamente in mano ai maschi.

Molti colleghi, anche titolati, ne approfittano per barattare la loro possibilità di accendere fari su persone o situazioni, per compiacere il loro compulsivo istinto predatorio. Avviene nel turpe ricatto ad aspiranti colleghe, avviene nella promessa di promuove carriere, come di dare visibilità a persone che avrebbero vantaggio nell'apparire.

 Questa imprenditrice e donna ha pieno diritto di mettere in mostra tutta la sua bellezza. Ha deciso di far vedere contenuti solo per adulti a pagamento, è pieno suo diritto farlo. Per dimostrare che non guardiamo in faccia a nessuno, Il prossimo servizio delle Iene lo faremo per capire se questa attività di 150 euro a spogliarello è poi regolarmente denunciata nei redditi, dal momento potrebbe procurare varie migliaia di euro al mese, anche solo nel prodursi in un paio di performance artistiche quotidiane, al posto dell'ora di Pilates».

Infine la parola al sospettato di aver barattato deontologia per scopofilia: «È un attentato alla libertà di stampa.

 Già sono al centro del dileggio nel noto gruppo Facebook: "Giornalisti che non riescono a scopare", la mia professionalità ne è fortemente compromessa. È vero che le Iene hanno il filmato che mi vede in mutande, mentre chiedo alla signora: "voglio vederti in intimo", questo però fa parte del mio lavoro di giornalista investigativo. Stavo facendo un'inchiesta sul lavoro nero in OnlyFans, vi pare che avrei rischiato la mia professione per uno spogliarello che avrei avuto per soli 150 euro? Lo crediate o no il mio era un esperimento sociale».

Uffici stampa e giornalisti. Non amici, non nemici, ma alleati. Chiara Corona su L'Inkiesta il 26 Luglio 2023

Approfondire quali sono i ruoli di queste due figure professionali e indagare come si sviluppa la loro relazione e quali aspetti si potrebbero migliorare sono stati gli argomenti dell’ultimo appuntamento estivo di Tavola Spigolosa

L’attacco è provocatorio: «Nel limitarsi a riportare le informazioni fornite da queste realtà e le loro foto perché più belle, noi giornalisti perdiamo l’unico potere che ci è rimasto: scegliere cosa pubblicare e cosa no». Inizia così l’approfondimento sul tema Anna Prandoni, direttrice di Gastronomika. Il risultato? Oggi quanto viene scritto è, in troppi casi, un «copia incolla» di ciò che viene dettato dagli uffici di stampa. Ad analizzare bene i fatti, queste figure professionali adempiono regolarmente a quanto richiesto dal loro ruolo, i giornalisti invece sembrano essersi dimenticati il proprio: essere i mediatori tra le informazioni raccolte e i lettori, riflettere su quali di queste potrebbero trovare più interessanti, ma soprattutto su quali sono le più utili per loro. Infine, ragionare se queste sono coerenti con la linea editoriale e se possono essere pubblicate o meno.

«Da giornalista non dovrei copiare e incollare un comunicato stampa», specifica la direttrice, svelando però che qualche volta sono le stesse agenzie a invitare a farlo «almeno così lo scrivi bene». A tale proposito Marcello Lovagnini, account director presso GRASSI & PARTNERS spiega:«Un buon ufficio stampa non lo dovrebbe dire. Tuttavia, di fronte al moltiplicarsi di interlocutori non propriamente affidabili e una qualità media diminuita, a volte è meglio che lo facciano, se il comunicato stampa è scritto bene». Questo vale almeno quando l’intento non è quello di comunicare un concetto, ma delle informazioni utili al lettore in merito a delle attività riguardanti un’attività ristorativa o il mondo dell’hotellerie.

Con «copiare» si intende riportare le comunicazioni basilari, insieme eventualmente a quella frase funzionale a far comprendere al meglio ciò che il cliente vuole raccontare. Tuttavia, questo non toglie il valore aggiunto di un buon articolo, realizzato integrando le informazioni ricevute dall’ufficio e riformulandole con il proprio punto di vista e stile. Lo afferma lo stesso Lovagnini: «Il nostro compito è anche quello di cercare interlocutori affidabili che sappiano dare un punto di vista originale e personale sulla storia, che aiutino a creare un bouquet di notizie e una rassegna stampa più variegati e che aiutino lo stesso cliente a riflettere, a fare il passaggio successivo ed evolvere».

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Concorda con questo punto anche Véronique Enderlin, fondatrice dell’ufficio stampa Les Enderlin Press Office, PR: «Sono gli articoli che fanno venir mal di pancia ai competitors, quelli che sono stati scritti con il cuore. Tutti noi ce ne accorgiamo, in primis il cliente». Eppure, a volte non è semplice trovare un comunicato stampa ben scritto.

Interviene Penelope Vaglini, giornalista e co-fondatrice di Coqtail Milano, riportando il punto di vista della sua fazione: «Come ci sono tanti nostri colleghi con background non forti, così vi sono tanti uffici stampa improvvisati, che non fanno bene questo lavoro perché non l’hanno mai fatto prima». Quanto offrono sono elaborati lacunosi, mal scritti, fonti da cui è difficile prendere ispirazione e, nel peggiore dei casi, appunto da ricopiare. Ritornando al precedente «copia e incolla», Vaglini non giustifica il suo comparto, ma denuncia una nuova prospettiva del fenomeno, dal punto di vista dei giornalisti freelance: «Questi sono costretti a scrivere sei, sette articoli al giorno. Come fai ad approfondire, a offrire una tua visione, se non hai il tempo per sviluppare e assimilare il tema?».

Quanto detto fino a ora riconduce a un problema, se non unico, il principale: l’editoria è in crisi. Come dichiara consapevolmente Anna Prandoni: «Noi eravamo quella cosa lì e ora non lo siamo più». Al contempo, innegabile è il ruolo fondamentale dell’ufficio stampa nel sostentamento, almeno in parte, di questo settore. Ma che cosa fa esattamente un ufficio stampa? La loro prima funzione è quella di comunicare ai giornalisti il patrimonio di informazioni e novità riguardanti i loro clienti, in conformità alla loro personalità e all’ambito in cui lavorano. Lo specifica Alessia Rizzetto, fondatrice della sua omonima agenzia di comunicazione Alessia Rizzetto PR & Communication, riportando quanto ha appreso dalla sua esperienza nel settore: «Quello che il giornalista si aspetta e vuole è una storia da raccontare, che possa trovare spazio nel giusto contesto… È importante conoscere i propri interlocutori, ciò che li interessa è proporre loro un contenuto che sia coerente con ciò che ricercano. Proporre la storia giusta alla persona giusta».

Il mezzo con cui questa viene veicolata, o almeno dovrebbe essere, è il comunicato stampa, strumento cardine di questo lavoro e che tuttavia lei abolirebbe. «La maggior parte finiscono nello spam, nessuno li legge. Servono più a soddisfare l’ego del cliente che l’esigenza effettiva dell’ufficio stampa. Ti permette di avere una traccia di quello che andrai a veicolare, ma se tu hai chiari i valori del brand che rappresenti, non serve».

La domanda sorge spontanea: «Il cliente riesce a interiorizzare questa procedura, la capisce?» «Questo è proprio l’altro ruolo dell’ufficio stampa» spiega Lovagnini. «Essere mediatori tra i desiderata del cliente è quello che è l’effettivo stato del panorama dei media a livello regionale quanto internazionale». Il compito diventa pertanto quasi «psicologico», o meglio educativo: spiegare al cliente che non vi è il bisogno di comunicare una notizia o, eventualmente, indicargli quale è il modo giusto con cui veicolarla; aiutarlo strategicamente a sceglierne una piuttosto che un’altra in base al giornalista quanto alla tipologia di testata in cui verrà riportata, online o cartacea. Ancora, individuare gli aspetti della sua storia che possono risultare più interessanti ed efficaci. Infine, insegnargli a riservare certi contenuti solo alla stampa, a non soffermarsi sull’immediato, ma aspettare per vedere i risultati positivi di questa operazione.

L’ufficio stampa è quindi come afferma Marcello Lovagnini «in mezzo a due fuochi». Da una parte si rivolgono ai giornalisti, costruendo con loro un rapporto basato su uno scambio professionale costruttivo, «do ut des»: loro forniscono informazioni, novità, «le foto più belle» agli interlocutori, quest’ultimi si sentono liberi di raccontare ciò che loro credono sia più adatto al lettore e non si aspettano di essere invitati a tutti i loro eventi. Dall’altra parte si interfacciano con i clienti, che li ascoltano e si fidano delle loro scelte, o almeno dovrebbero.

Questo è il mondo ideale che è stato presentato finora, quello reale è però ancora lontano da rispecchiarlo. «Perché questo meccanismo non funziona?» chiede Prandoni. Per Marcello Lovagnini il problema sono le tempistiche: «Tutto è molto più veloce, ogni giorno vi sono mille progetti che devono essere presi, impacchettati e lanciati». Aggiunge: «Sono moltiplicate le occasioni di visibilità con l’online e l’avvenuta dei social. Si sono moltiplicati i modi per raccontare le storie e insieme la voglia di raccontare, tutto e soprattutto subito. Ciò che vorresti fare alla perfezione fa i conti con la giornata e il suo numero di ore limitato». A occupare gran parte del tempo è anche lo sviluppo e il mantenimento del rapporto empatico con il cliente, essenziale, come sottolinea Véronique Enderlin: «Bisogna trascorrere regolarmente del tempo con lui per capire le sue intenzioni, i suoi sogni, ciò che non ci dice, il «non palpabile» che noi dobbiamo tradurre in parole e fotografie».

Dispendiosa in termini temporali è anche la relazione con i giornalisti: «Spesso è difficile rintracciarli, non sono presenti in loco e possono concederti solo una breve chiamata, non abbastanza per presentar al meglio la tua idea» riconosce Lovagnini. Inoltre, «Le redazioni si sono contratte e gli interlocutori diminuiti». Parla di quelli «interessanti», coloro che sono in grado di produrre un articolo di valore e che, nel sempre più frequentato e abusato settore dell’enogastronomia, «non sono tanti».

A questo punto, se il tempo a disposizione è poco, effettuare una selezione strategica di coloro con cui relazionarsi diventa un elemento fondamentale. È Ezio Zigliani, di Ezio Zigliani Press Office & PR a sostenerlo, insieme agli altri quattro relatori: «Bisogna conoscere e individuare chi è più «utile» a creare una rassegna stampa interessante». La questione che si pone ora è: «Come si fa a scegliere a chi mandare cosa?».

A rispondere per primo è Lovagnini: «Devi conoscere i tuoi interlocutori, capire cosa scrivono, dove e quando; incontrarli nelle occasioni ufficiali, durante gli eventi». Una volta fatto ciò, la loro elezione come candidato per ricevere una notizia dipende però dal «target finale che si vuole raggiungere» come specifica Alessia Rizzetto. «Sulla base degli obiettivi che si stabiliscono a monte, bisogna capire quali sono le testate più in target, quali informazioni fornire loro e quando, a seconda delle tempistiche d’uscita di un prodotto». Questo significa instaurare anche un rapporto con l’interlocutore, non tuttavia di «amicizia» come specifica Lovagnini, ma di rispetto e aiuto reciproco. Per Enderlin la figura del «giornalista amico» è colui che decide di impegnare parte del suo tempo ad aiutarti a migliorare la struttura e stesura del tuo comunicato stampa, a farti notare gli elementi meno chiari e a suggerirti cosa andrebbe corretto. Un rapporto basato sulla trasparenza è quindi quello che dovrebbe esserci tra giornalisti e uffici di stampa.

Lo ribadisce la nostra direttrice: «Tu (Pr) mi fornisci le informazioni, io le interiorizzo, le capisco. Non dovrai ripetermi la notizia più volte, perché quando mi servirà, mi tornerà in mente». Certo, a complicare questo procedimento sono i numerosi comunicati stampa che i giornalisti ricevono al giorno, tra cui sono costretti a loro volta a fare una selezione. Come racconta Penelope Vaglini, questo avviene prestando attenzione a diversi elementi: se la notizia è rilevante e interessante leggendo l’oggetto dell’email, se c’è il tuo nome all’interno ma, prima di tutto, se conosci chi è la realtà che te l’ha inviato. Si gioca sulla fidelizzazione, sul rapporto che si instaura con il giornalista, di reciproco aiuto per cui «se avrai delle esigenze temporali di far uscire presto una notizia, io dedicherò parte del mio tempo a scriverne un articolo».

Ovviamente non si può redigere un pezzo solo sul cliente di quell’ufficio stampa o sulla sua ultima novità, ma come suggerisce la giornalista: «Bisogna collegare i puntini e cercare di comprendere se può rientrare in una tematica più ampia», interessante anche altri attori. Talvolta questi possono essere anche loro concorrenti, ma come specifica Alessia Rizzetto: «Se però tutti sono nel posto giusto al momento giusto questo non può che dar più valore, al cliente in primis».

Vuoi rivedere la diretta del dibattito? Lo trovi qui!

Riassumiamo, primo punto: gli uffici stampa servono. Lo sottolinea Ezio Zigliani: «Le aziende non hanno spesso la capacità di avere un ufficio di marketing interno che abbia gli strumenti per realizzare le foto della definizione giusta o per comporre una sua presentazione che non sia una semplice brochure», risorse che invece l’ufficio stampa provvede a garantire. Oltre questi, si aggiunge la sua attività di consulenza, il suo compito di creare una strategia efficace e che crei aspettativa intorno alla novità. Infine, il loro essere «guardiani della porta» come  dice Marcello Lovagnini: monitorare ciò che i giornalisti pubblicano in merito al loro cliente. Ciò si traduce nel non mandare lo stesso comunicato stampa a più interlocutori nello stesso momento, centellinando nel tempo così come distribuendolo, dando l’anteprima di una notizia a uno e di un’altra a un altro, ed evitare che loro ne parlino prima che questa sia stata resa ufficialmente pubblica.

Negli ultimi anni, gli uffici stampa stanno inoltre facendo propria la missione di educare i loro clienti all’idea che non sia necessario avere una rassegna stampa fitta come un «bibbione», spingendoli ad abbandonare la «sbornia» di scrivere un comunicato stampa per qualsiasi novità e progetto, ma solo su quelli realmente interessanti e finalizzati alla comprensione del brand. Non c’è bisogno di scrivere di tutto. Lo sottolinea la stessa Anna Prandoni, puntualizzando inoltre sul fatto che se un giornalista preparasse un articolo su qualsiasi evento in cui è stato invitato o di ciò che ha ricevuto come regalo dall’azienda, probabilmente quest’ultima non andrà a comprare una pagina pubblicitaria sull’editoriale per cui lavora, in quanto ha già la copertura mediatica che le serve. A lungo andare, andrebbe a fare un danno al settore in cui lavora e a lui stesso.

A riguardo, Penelope Vaglini è dell’avviso che nell’ambito enogastronomico sia importante avere la possibilità di testare e provare il prodotto, al fine di riuscire a parlarne. Il problema è quando l’ufficio stampa pone lo scriverne come un’imposizione, invece che una scelta che il giornalista dovrebbe compiere considerando sia la qualità complessiva dell’alimento che la sua comunicazione.

Le conclusioni

A ragione di quanto detto finora, è giunto il momento delle richieste da parte di entrambi le fazioni. Véronique, Marcello, Ezio e Alessia, rappresentanti dell’uffici stampa, chiedono ai giornalisti di: leggere bene i materiali che vengono inviati loro; non relazionarsi personalmente con il cliente da loro presentato senza che loro non ne vengano a conoscenza; conservare le email e i comunicati, al fine di creare un archivio da cui attingere nel momento in cui ne avranno bisogno. Dall’altra parte Anna e Penelope implorano per non ricevere più WeTransfer che scadono, suggerendo come alternativa WeDrive. Infine, chiedono di evitare di inviare comunicati stampa di notizie che notizie non sono: la realizzazione del nuovo sito aziendale o il nuovo menu dello chef di turno.

Il dibattito si conclude con le risposte alla domanda «Che consiglio daresti a chi ha appena iniziato o vuole intraprendere questo lavoro?». Ezio Zigliani ritiene che chi vuole occuparsi di ufficio stampa dovrebbe prima dedicarsi al mondo del giornalismo, per capire come funziona e come poi relazionarsi a esso. Alessia Rizzetto suggerisce come attività imprescindibile quella di leggere, creare un proprio database di informazioni e di giornalisti, farsi una cultura. Agire con buon senso aggiunge Véronique. Marcello Lovagnini ritiene che sia essenziale avere uno sguardo critico, conoscere il panorama completo e imparare a scrivere, prima di tutto in italiano. Dal lato giornalistico, la nostra direttrice Anna Prandoni consiglia di scrivere avendo sempre in mente il lettore e ciò che gli può essere più utile. Penelope invece, avere pazienza e rispettare sempre il lavoro altrui.

Il rispetto è proprio il valore su cui è emerso dovrebbe basarsi il rapporto tra uffici stampa e giornalisti, insieme a conoscenza reciproca, eleganza e gentilezza, che non guasta mai.

Il Corriere della Sera: Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Storia

Prima pagina del N. 1 del Corriere della Sera (5 marzo 1876). La sede del «Corriere» dal 1889 al 1904 (via Pietro Verri). 

Il Corriere della Sera è uno storico quotidiano italiano, fondato dal napoletano Eugenio Torelli Viollier a Milano nel 1876. Pubblicato da RCS MediaGroup, è il primo quotidiano italiano per diffusione e per numero di lettori. Il suo slogan è: “La Libertà delle idee”.

Un giornale con la denominazione Corriere della Sera, fondato dal ventitreenne Giuseppe Rovelli, fu pubblicato a Torino nel 1866, ma dopo solo due numeri (1º agosto e 2 agosto) il quotidiano cessò le pubblicazioni per mancanza di fondi.

Dalle origini al 1900

Il Corriere della Sera nacque nel febbraio del 1876 quando Eugenio Torelli Viollier direttore de La Lombardia, e Riccardo Pavesi, editore della medesima, decisero di fondare un nuovo giornale.

Il primo numero venne annunciato dagli strilloni in piazza della Scala alle 21 di domenica 5 marzo 1876, con la data del 5-6 marzo. La doppia data indicata consentiva la validità del giornale per il pomeriggio del primo giorno e la mattina del giorno seguente. Per il lancio venne scelta la prima domenica di Quaresima (tradizionalmente quel giorno i giornali milanesi non uscivano). Il Corriere sfruttò quindi l'assenza di concorrenza; però, per non inimicarsi l'ambiente, devolse in beneficenza il ricavato del primo numero. La foliazione era di quattro pagine, stampate in 15 000 copie.

Come sede del nuovo giornale fu scelto un luogo di prestigio, la centralissima Galleria Vittorio Emanuele. Tutto il giornale era raccolto in due stanze ed era fatto da tre redattori (oltre al direttore) e da quattro operai. I tre collaboratori di Torelli Viollier erano suoi amici:

Raffaello Barbiera (1851-1934), veneto, che aveva rinunciato al suo impiego al Comune di Venezia per inseguire le sue velleità letterarie. Aveva conosciuto Torelli nel salotto della contessa Maffei pochi mesi prima della fondazione del giornale;

Giacomo Raimondi (1840-1917), l'unico nato nella città dove si pubblicava il giornale, nonché l'unico che aveva già svolto la professione di giornalista. Già collaboratore del quotidiano economico Il Sole e del Gazzettino Rosa (dove si firmava "l'Economista"), l'aveva lasciato quando il periodico aveva deciso di aderire all'Internazionale marxista. Nel 1892 aveva fondato, con l'industriale Riccardo Gavazzi, l'Associazione per la libertà economica. Nel dibattito tra protezionisti e antiprotezionisti, si collocava tra quest'ultimi;

Ettore Teodori Buini, originario di Livorno. Amico personale di Eugenio da dieci anni, colto e poliglotta, aveva viaggiato in tutto il mondo, tanto che Torelli lo aveva definito "personaggio salgariano".

Teodori Buini fu nominato caporedattore. Portò al giornale anche sua moglie, Vittoria Bonaccina, che tradusse alcuni dei romanzi pubblicati sulle pagine del Corriere. La signora Bonaccina non era l'unica donna: collaborò anche la moglie di Torelli, Maria Antonietta Torriani, scrittrice di romanzi d'appendice con lo pseudonimo "marchesa Colombi". Per le indispensabili corrispondenze da Roma si era offerto di collaborare gratuitamente Vincenzo Labanca, vecchio amico di Torelli Viollier. Per l'estero c'erano accordi con l'Agenzia Stefani e la francese Havas.

L'amministratore del giornale era il fratello di Eugenio, Titta Torelli. Il giornale veniva fatto stampare da una tipografia esterna, che possedeva uno stanzone nei sotterranei della Galleria Vittorio Emanuele.

Dall'articolo di fondo del nº 1 del «Corriere della Sera»: Al Pubblico

"Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d'altri tempi. La tua educazione politica è matura. L'arguzia, l'esprit ti affascina ancora, ma l'enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia una trave d'una fessura. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v'ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica [sic] e veniamo a parlarti chiaro.

Noi siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: "Siamo moderati, siamo conservatori". Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto; perché hanno dato all'Italia l'indipendenza, l'unità, la libertà, l'ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da' papi che la tennero durante undici secoli. [...] Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch'ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, e - per conseguenza - il potere.[...] L'Italia unificata, il potere temporale de' papi abbattuto, l'esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio: ecco l'opera del partito moderato. Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite tra noi, entrate ne' nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Non c'è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c'è lingue [sic] più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. [...] Gli è che il partito moderato non è un partito immobile, non è un partito di sazi e dormienti. È un partito di movimento e di progresso. Sennonché, tenendo l'occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizii liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l'istruzione obbligatoria quando mancano le scuole ed i maestri; di non voler proscrivere l'insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; di non voler il suffragio universale, se l'estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili [sic] e nervose delle città. [...]

[Conclusione] A' giornali dello scandalo e della calunnia sostituiamo i giornali della discussione pacata ed arguta, della verità fedelmente esposta, degli studi geniali, delle grazie decenti, rialziamo i cuori e le menti, non ci accasciamo in un'inerte sonnolenza, manteniamoci svegli col pungolo dell'emulazione, e non ne dubitiamo, il Corriere della sera potrà farsi posto senza che della sua nascita abbiano a dolersi altri che gli avversari comuni".

Nei giorni successivi le vendite del quotidiano si assestarono sulle 3 000 copie. Il prezzo di un numero era di 5 centesimi (un soldo) a Milano, 7 fuori città. Il giornale era così composto: la prima pagina ospitava l'articolo di fondo, la cronaca del fatto più rilevante e i commenti al fatto. La seconda era dedicata alla cronaca politica italiana e straniera. La terza pagina ospitava la cronaca milanese e le notizie telegrafiche. La quarta pagina era dedicata per tre quarti alle inserzioni pubblicitarie e agli annunci economici. I caratteri venivano stampati in corpo 10. Il Corriere andava in macchina alle 14 per essere distribuito circa due ore dopo, e usciva con una doppia datazione (5-6 marzo, per esempio), poiché la lentezza dei trasporti faceva sì che spesso giungesse nelle altre regioni l'indomani. La doppia datazione sarebbe perdurata fino al dicembre 1902. Il primo romanzo d'appendice pubblicato sul foglio di Torelli Viollier fu L'incendiario di Élie Berthet. Nei suoi primi dieci anni di vita il Corriere affidò la raccolta pubblicitaria alla A. Manzoni & C. di Attilio Manzoni.

La realizzazione del Corriere, come di quasi tutti i giornali dell'epoca, era artigianale: la scrittura degli articoli, tranne che per le corrispondenze da Roma, era "fatta in casa", non essendoci cronisti (li aveva solo Il Secolo). La maggior parte del lavoro era affidata alla penna e alle forbici (per i dispacci "adattati") di Torelli Viollier, con un ritmo d'aggiornamento di 2/3 giorni per le notizie interne e di 10/15 per l'informazione proveniente dall'estero. Il giornale non aveva una tipografia propria (con i conseguenti problemi di gestione dell'autonomia del giornale) e limitava al massimo la pubblicazione di disegni e incisioni, che invece erano frequenti sul Secolo. Torelli assunse in redazione delle nuove leve: Luigi Gualdo (che Torelli Viollier aveva conosciuto a Parigi), Raffaele de Cesare (gestirà la famosa rubrica Note Vaticane) e Ugo Sogliani (futuro caporedattore). Per non rimanere troppo distante dal concorrente, Torelli Viollier decise fin dal 1877 di ricevere notizie via telegrafo (da Roma). Il primo telegramma estero giunse da Parigi nel 1878.

Proprio il 1878 fu un anno di svolta. Al principio dell'anno re Vittorio Emanuele II fu colto da un'improvvisa malattia che lo portò alla morte. Tutti i giornali italiani diedero ampio spazio all'avvenimento, ma dopo la sua morte tornarono a pubblicare le solite notizie. Torelli Viollier invece continuò a trattare la notizia della morte del re per un'ulteriore settimana. Ciò fece aumentare le vendite da 3 000 a 5 600 copie; le vendite salirono nel resto dell'anno fino a sfondare a dicembre quota 7 000 copie giornaliere. Nel consueto articolo di fine anno, che Torelli Viollier pubblicava prima delle festività natalizie, il direttore ringraziò i lettori e confermò il suo impegno a trattarli "non come avventori [...], ma come amici e soci in un'impresa comune, giacché come tali li consideriamo, e tali sono".

Dagli anni ottanta Milano iniziò a essere investita da una rapida trasformazione economica e sociale. Un nuovo ceto di commercianti e industriali (di origine né aristocratica, né liberale) si affermò come nuova forza emergente. Il Corriere seppe intercettare questo nuovo pubblico e in pochi anni riuscì ad attirare la sua attenzione. Nel 1881 la tiratura raggiunse stabilmente le 10 000 copie giornaliere. Nell'articolo di fine anno (Programma per l'anno 1882), Torelli annunciò il potenziamento dell'uso del telegrafo per la trasmissione dei pezzi dei corrispondenti, che fino ad allora si erano avvalsi prevalentemente del servizio postale. Il direttore voleva che anche le notizie dall'estero giungessero in tempi rapidi: nel 1882 inviò i primi corrispondenti all'estero, nelle città di Parigi, Londra e Vienna. Nel Programma per l'anno 1883 Torelli annunciò che non avrebbe più utilizzato i rendiconti dell'agenzia Stefani per quanto riguarda i lavori del Parlamento, ma avrebbe raccolto le notizie in proprio.

Nel 1883 il Corriere si dotò finalmente di una tipografia propria. Fu acquistata una nuova rotativa (König & Bauer) capace di produrre 12 000 copie l'ora. Nel sotterraneo lavoravano una ventina di macchinisti e ventiquattro tipografi su tre turni. Il Corriere cominciò a stampare due edizioni al giorno: una nel primo pomeriggio e una seconda in serata. Alla fine del 1885 il giornale produceva quasi esclusivamente notizie in proprio. Torelli Viollier poteva affermare che "ben di rado il Corriere stampa notizie ritagliate da altri fogli e le forbici della redazione, che sono il redattore capo di molti giornali, arrugginiscono".

Dal 1883 al dicembre 1885 la tiratura passò da 14 000 a 25 000. Il Corriere vendeva il 58% delle copie in Lombardia, il 20% tra Piemonte ed Emilia (seguendo le direttrici delle linee ferroviarie), il resto era distribuito in Veneto, Liguria, Toscana e in alcune città delle Marche e dell'Umbria. Nella città di Milano era il secondo quotidiano, davanti a La Perseveranza e dietro a Il Secolo. Tuttavia, mentre il Secolo aveva alle spalle il sostegno di una casa editrice (la Sonzogno), il Corriere doveva contare solamente sulle proprie forze.

La forza del giornale stava nell'alleanza tra Torelli Viollier e il nuovo socio di Busto Arsizio (poi trasferitosi a Milano), Benigno Crespi (1848-1910), fratello del ricchissimo industriale cotoniero Cristoforo Benigno Crespi: Torelli Viollier desideroso di fare un giornale moderno; Crespi attento ai bilanci, ma sensibile a effettuare investimenti, anche cospicui, per mantenere il giornale competitivo. L'ingresso di Crespi quale proprietario e finanziatore del Corriere aveva portato: all'acquisto di una seconda macchina rotativa (che aveva permesso un miglioramento della fattura delle pagine e un aumento consistente delle copie stampate), all'incremento dei servizi telegrafici e all'assunzione di nuovi collaboratori, scelti da Torelli in completa indipendenza. I redattori del Corriere diventarono sedici.

Tiratura dalla fondazione al 1900

1876: 3 299

1878: 7 645

1881: 10 000

1885: 25 000

1890: 65 000

1900: 90 000

Un avviso pubblicitario del 1887 pubblicato su una rivista di Milano.

 

Nel 1887 il Corriere stipula il primo contratto con una concessionaria di pubblicità, la ditta Haasenstein & Vogler. Il giornale si assicura così un'entrata annuale fissa. Il contratto durerà fino al 1915, quando Luigi Albertini deciderà di gestire autonomamente le inserzioni pubblicitarie. A partire dalla seconda metà degli anni ottanta le colonne del Corriere ospitarono stabilmente varie rubriche giornaliere, nate sperimentalmente negli anni precedenti. Le principali furono:

la rubrica letteraria, pubblicata di lunedì (nata nel 1879),

la Cronaca dalle grandi città, realizzata dagli inviati nelle principali città italiane (dal novembre 1883),

La Vita, consigli di igiene e di economica domestica (apparsa nel 1885),

La Legge, dove un esperto legale rispondeva ai lettori (nata nel 1886).

Il quotidiano continuava a pubblicare su ogni numero un romanzo d'appendice a puntate. Le pagine a disposizione erano sempre quattro, di cui una (la quarta) dedicata in gran parte alla pubblicità.

Nel 1886 Torelli Viollier ideò la figura del "redattore viaggiante", ovvero il cronista che sceglieva un itinerario e scriveva tutto quello che vedeva lungo il percorso: fatti, persone, storie, ecc. Nello stesso anno per la prima volta le copie vendute del giornale sorpassarono le copie distribuite in abbonamento. Alla fine del decennio le vendite raggiunsero 60 000 copie, ponendo il Corriere tra i giornali più venduti del Nord Italia.

I nomi dei giornalisti che lavoravano al Corriere cominciarono a essere noti: Paolo Bernasconi (inviato a Parigi), Dario Papa, A. Barattani, Carlo Barbiera, Vico Mantegazza. Fece la sua prima comparsa il medico e criminologo Cesare Lombroso. I collaboratori fissi e saltuari erano circa 150. Redattore capo era Ugo Sogliani. A partire dal 1888 il Corriere spostò la prima edizione all'alba e arretrò la seconda edizione al pomeriggio, tradizionalmente letta dai lombardi dopo il lavoro. L'edizione mattutina servì a far arrivare il giornale nelle regioni più lontane entro il giorno di pubblicazione. Nel 1889 il giornale si trasferì in via Pietro Verri, in un palazzo di proprietà di Crespi.

Nel 1890 venne inaugurata la terza edizione, diversa e con notizie fresche. Le uscite quotidiane furono così scadenzate: la prima veniva distribuita a partire dalle 4 di notte, la seconda dalle 15 e la terza dalle 22:40. La novità che attirò maggiormente la curiosità dei lettori fu il notiziario sportivo. Apparso nel 1892, era curato da Augusto Guido Bianchi (Torino 1868 - Milano 1951), assunto giovanissimo nel 1887 appositamente per coprire il settore ciclistico, che si stava espandendo molto velocemente. Nel 1893 Torelli Viollier autorizzò Bianchi a fondare un settimanale sportivo, Il Ciclo (primo numero: 4 ottobre 1893; dal 1894 La Bicicletta). In tre anni il periodico raggiunse la ragguardevole tiratura di 25 000 copie. Era evidente lo sforzo del Corriere per fornire un prodotto completo al fine di conquistare sempre più larghe fette di mercato. Il Corriere, come gli altri quotidiani più importanti, era un giornale di quattro pagine su cinque colonne, con dimensioni un po' più piccole del formato lenzuolo. A partire dagli anni novanta il Corriere offrì ai suoi lettori notizie di prima mano anche da luoghi diversi dalle capitali europee (si pensi ai corrispondenti di guerra in Africa). Negli anni novanta Torelli Viollier cambiò il concetto grafico della prima pagina: abolì l'appendice (la parte bassa della pagina), che fu sostituita da un articolo letterario (un pezzo di argomento intellettualmente elevato) in quinta colonna, con continuazione nella prima colonna della seconda pagina. Nacque così l'«articolo di risvolto». Adolfo Rossi subentrò a Ugo Sogliani come caporedattore.

Nel 1896 Torelli Viollier potenziò i servizi da Roma nominando Michele Torraca, parlamentare e giornalista professionista, capo dell'ufficio romano del Corriere. In settembre assunse il venticinquenne Luigi Albertini come segretario di redazione, ruolo inesistente all'epoca in Italia e ritagliato su misura: Albertini mostrava già spiccate doti organizzative ed elevate conoscenze tecniche, mentre non aveva alle spalle una solida carriera giornalistica. Albertini si impose agli occhi dei colleghi per il piglio organizzativo e la capacità decisionale, doti che espresse anche in occasione delle proteste di maggio del 1898, quando decise di mandare tutto il personale direttamente nelle strade di Milano, in cerca di nuove notizie.

Proprio i fatti di maggio segnarono una svolta nella direzione del quotidiano. La linea di Torelli Viollier venne messa in discussione finché il 1º giugno il fondatore decise di rassegnare le dimissioni. I proprietari insediarono alla direzione l'editorialista e deputato di area conservatrice Domenico Oliva. Nel resto dell'anno Luigi Albertini, ancora lontano dai vertici del Corriere, viaggiò nelle principali capitali europee per studiare la fattura dei più moderni quotidiani stranieri, accrescendo il proprio bagaglio di conoscenze organizzative.

L'era Albertini

Il bilancio del Corriere della Sera 1899/1900 vide un ridimensionamento delle principali voci del giornale. Nell'assemblea del 14 maggio 1900 i proprietari espressero le loro preoccupazioni per il futuro della testata. Luigi Albertini, che era stato promosso direttore amministrativo all'inizio dell'anno, si unì al coro esprimendo le proprie rimostranze sulla gestione. Oliva per tutta risposta rassegnò le dimissioni. Il 26 aprile era morto Eugenio Torelli Viollier. In luglio i proprietari assegnarono ad Albertini l'incarico di gerente responsabile (cioè direttore editoriale); Albertini entrò anche nel capitale sociale con una piccola partecipazione. Non fu nominato nessun nuovo direttore politico (oggi direttore responsabile), per cui in ottobre Albertini riunificò le funzioni di direttore editoriale e direttore responsabile. Meno di due anni dopo fu raggiunto in via Solferino dal fratello minore Alberto, che rimase al suo fianco per tutta la durata della sua esperienza al Corriere.

Il sorpasso sul Secolo.

Tiratura dal 1903 al 1913

1903: 76 000

1904: 94 000

1905: 112 000

1906: 150 000

1910: 200 000

1911 (ottobre): 275 000

1913: 350 000

Fonte: Andrea Moroni, Alle origini del «Corriere della Sera» (2005).

Albertini confermò Vittorio Banzatti nella carica di redattore capo, cui succedette nel 1903 Oreste Cipriani. Il segretario di redazione fu Andrea Marchiori. In soli quattro anni Albertini seppe raddoppiare le vendite portandole da 75 000 a 150 000, surclassando il diretto concorrente «Il Secolo» (nelle pubblicità, «Il Secolo» si fregiava del titolo di "più diffuso quotidiano italiano") e diventando il primo quotidiano italiano per diffusione. Nascono in questo periodo alcuni periodici collegati al prodotto-Corriere pensati per un pubblico eterogeneo: «La Domenica del Corriere» (8 gennaio 1899), popolare, «La Lettura» (gennaio 1901), diretto dal commediografo Giuseppe Giacosa e rivolto al pubblico colto, il «Romanzo mensile» (aprile 1903), che raccoglie i romanzi d'appendice pubblicati a puntate sul «Corriere», il «Corriere dei Piccoli» (27 dicembre 1908), periodico illustrato per ragazzi. Nel 1901 il Corriere festeggia i 25 anni di vita. Per dare risonanza all'evento organizza, insieme con l'Automobile Club di Torino, il Giro d'Italia in automobile, la prima manifestazione del genere mai disputata in Italia. I chilometri da percorrere furono circa 1.650. La corsa partì da Torino ed arrivò a Milano attraversando longitudinalmente la penisola.

Intanto, nel 1904 il giornale si era trasferito in un nuovo grande stabilimento, con oltre mille addetti: un palazzo, modellato sulla sede del «Times» di Londra) progettato da Luca Beltrami. Da allora il «Corriere» mantenne sempre lo stesso indirizzo: Via Solferino 28. In tipografia vennero installate le quattro nuove rotative Hoe, fatte venire dagli Stati Uniti. La nuova tecnologia consentì di portare la foliazione prima a 6 pagine, poi a 8. La prima pagina venne ridisegnata a sei colonne. Albertini decise di potenziare anche l'approvvigionamento di notizie dall'estero, stringendo accordi di collaborazione con i quotidiani stranieri. Dapprima raggiunge un accordo con il francese «Le Matin». Il quotidiano parigino aveva già un'intesa con il quotidiano britannico «The Standard»; ciò consentì al Corriere di ottenere informazioni anche sui fatti riguardanti il Regno Unito e gli USA. Sempre desideroso di migliorare l'approvvigionamento informativo, Albertini volle avere notizie dal Regno Unito in tempo reale. A questo scopo nel marzo del 1905 strinse un accordo diretto con il «Daily Telegraph». L'intesa consacrò il Corriere a livello internazionale. Inoltre consentì ad Albertini di sostituire «Le Matin», le cui fortune erano in calo, con il ben più diffuso «Petit Journal».

Saldi attivi di bilancio

del Corriere della Sera

In lire italiane:

1900: 260 272

1903: 256 191

1906: 408 506

1909: 767 253

1912: 1 295 195

1915: 2 147 467

1918: 3 424 125

1921: 12 301 666

Fonte: Lorenzo Benadusi,

Il «Corriere della Sera» di Luigi Albertini (2012)

Nel 1907 il Corriere pubblicò i reportage del proprio inviato più famoso, Luigi Barzini dal raid Pechino-Parigi. Gli articoli, apparsi in Terza pagina, conferirono al quotidiano milanese e al suo inviato speciale una risonanza mondiale. Al successo della Terza del «Corriere» contribuirono in maniera decisiva anche gli elzeviri di Ettore Janni, critico letterario, e Ugo Ojetti. Il 18 dicembre 1907 da Fort Monroe, negli Stati Uniti, Barzini trasmise in esclusiva italiana per il Corriere il primo articolo via telegrafo senza fili. Nel 1908 il quotidiano milanese, memore del successo del primo Giro automobilistico d'Italia tenutosi qualche anno prima, progettò di lanciare con il Touring Club Italiano e la Bianchi il Giro ciclistico d'Italia. Ma la concorrente Gazzetta dello Sport lo bruciò sul tempo, organizzando essa stessa il Giro d'Italia per il 1909.

Durante la Campagna di Libia (1911-12), sapendo che l'interesse del pubblico sarebbe stato altissimo, Albertini mandò in Tripolitania i suoi migliori inviati, tra cui Luigi Barzini e Guelfo Civinini. Attestato su posizioni liberal-conservatrici, il Corriere si schierò contro la politica di Giovanni Giolitti. Nel periodo del neutralismo italiano (1914-15) Albertini mantenne il giornale su una posizione di prudente attendismo pacifista. Il sostegno agli interventisti fu dichiarato pochi mesi prima dell'entrata in guerra. Con la direzione di Albertini il Corriere conobbe un crescendo inarrestabile: 275 000 copie nel 1911, che salirono a 400 000 nel 1918, grazie all'interesse per la guerra mondiale, per toccare quota 600 000 nel 1920. La "macchina" del Corriere era guidata da Eugenio Balzan, direttore amministrativo dell'azienda-Corriere, noto per la sua puntigliosità nel sorvegliare i conti. Tra il corpo redazionale vanno segnalati: Augusto Guido Bianchi, redattore sportivo; Oreste Rizzini, caporedattore della politica estera; Giacomo Raimondi, decano del «Corriere», esperto di materie economiche e finanziarie (Luigi Einaudi fu il suo successore); Alberto Colombani, titolare della critica musicale, mentre quella teatrale è di competenza di Giovanni Pozza (verrà sostituito nel 1914 da Renato Simoni). La rubrica sportiva è a cura di Adolfo Cotronei.

Scrivevano per la Terza pagina del quotidiano milanese molte fra le firme più prestigiose della cultura italiana, come Gabriele D'Annunzio, Benedetto Croce, Luigi Pirandello, Grazia Deledda, Ada Negri, Renato Simoni, Giuseppe Antonio Borgese, Francesco Pastonchi e Massimo Bontempelli. Fuori dall'ambito strettamente letterario si annoverano il politologo Gaetano Mosca e il giurista Francesco Ruffini e, soprattutto, l'economista Luigi Einaudi. La collaborazione di Einaudi al quotidiano milanese, durata ben 21 anni, cominciò nel 1904, dapprima in forma anonima e dal 1906 firmando i propri articoli. Albertini ottenne un contratto d'assoluta esclusiva con i prestigiosi collaboratori, accorgimento che permise al giornale di realizzare pagine culturali di altissimo livello. Nell'ottobre del 1921 Luigi Albertini fu designato membro della missione italiana alla Conferenza sul disarmo negli armamenti navali di Washington. Cedette formalmente la direzione al fratello Alberto, lasciandogli così tutte le funzioni operative.

Il Corriere durante il Ventennio

Il Corriere della Sera si mostrò molto distaccato nei confronti dell'uomo politico emergente nell'Italia del 1922: Benito Mussolini. Il 27 ottobre, nell'imminenza della marcia su Roma, Mussolini contattò personalmente Luigi Albertini chiedendo al giornale di tenere una linea neutrale. Il tentativo non ebbe effetto. Per ritorsione, quella stessa notte il comando militare fascista di Milano ordinò ai miliziani di porsi davanti all'uscita della tipografia, impedendo così l'uscita del quotidiano il giorno 28. Il governo Mussolini mostrò insofferenza per l'indipendenza politica del giornale, già a partire da quel giorno. Dopo il Delitto Matteotti (10 giugno 1924) il Corriere, nonostante i tentativi d'intimidazione, rappresentò la voce indipendente e più autorevole contro il regime. La tiratura toccò alte vette: ottocentomila copie nei giorni feriali ed un milione la domenica.

Dal giugno 1924 al novembre 1925 furono effettuati centinaia di sequestri di copie del Corriere in varie parti d'Italia, di cui 12 ordinati dalla sola Prefettura di Milano. Il 2 luglio 1925 il prefetto di Milano Vincenzo Pericoli inviò agli Albertini una formale diffida, che implicava una minaccia di soppressione della testata. Nel novembre 1925, dopo una serie di diffide e intimidazioni, il regime fascista ottenne le dimissioni di Albertini dalla direzione e la sua uscita dalla società editrice del quotidiano. Tramite cavilli giuridici, la famiglia Crespi, detentrice della maggioranza delle quote della società, ne acquistò anche la quota in mano agli Albertini, rimanendo il proprietario unico. Il 28 novembre Albertini scrisse il suo ultimo articolo di fondo.

Dopo l'uscita di scena di Albertini lasciarono il giornale: Alberto Tarchiani (redattore capo dal 1919), Mario Borsa e Carlo Sforza (editorialisti di politica estera), Luigi Einaudi (editorialista di economia), Francesco Ruffini (giurista e storico), Augusto Monti (esperto di pedagogia e problemi dell'istruzione), Ettore Janni (critico letterario), Guglielmo Emanuel e Luciano Magrini (inviati speciali) ed altri redattori e inviati. Eugenio Balzan, il direttore amministrativo, rimase invece al suo posto. La direzione fu affidata temporaneamente a Pietro Croci, corrispondente da Parigi. Gli subentrò Ugo Ojetti, mente più incline alla letteratura che alla politica. Ojetti assunse Orio Vergani, che divenne una delle firme di punta del Corriere; inoltre decise il cambiamento nell'aspetto grafico della pagina, che passò da sei a sette colonne. Ojetti guidava il giornale da Milano, ma la pagina politica del Corriere era fatta a Roma, dove il regime aveva collocato un suo uomo, Aldo Valori.

Ad Ojetti seguì la debole direzione di Maffio Maffii, durante la quale iniziò la fascistizzazione del quotidiano milanese. Sotto l'imposizione del regime, il Corriere si conformò alle esigenze della dittatura: uso tassativo dell'agenzia ufficiale Stefani e delle disposizioni di Achille Starace, il vice segretario del Partito Nazionale Fascista. Nel 1928 venne assunto il ventiduenne Dino Buzzati. Fece una lunga carriera al Corriere e nei settimanali del gruppo.

Alla fine del 1928 sbarcò a via Solferino un giornalista di professione, Aldo Borelli, proveniente dalla direzione de La Nazione di Firenze. Borelli fu un giornalista di regime: lasciò che ad occuparsi della politica fosse la redazione romana, che riceveva e pubblicava le veline del governo. Inoltre, seguì le direttive del regime con particolare zelo, invitando redattori e collaboratori del giornale a scrivere articoli razzisti e antisemiti. Un altro emblematico esempio dell'atteggiamento antiebraico di Borelli è dato dalla censura che impose alle notizie relative alle persecuzioni inflitte dai nazisti agli ebrei e ai polacchi. Confermò il capo redattore Oreste Rizzini e si concentrò sulla pagina culturale. Continuarono a collaborarvi le grandi firme dei tempi di Albertini: Bontempelli, Borgese, Croce, D'Annunzio, Ada Negri, Pirandello, Simoni e Pastonchi. Ad essi si aggiunsero: Corrado Alvaro, Silvio D'Amico, Giovanni Gentile, Arnaldo Fraccaroli, Giovanni Papini e Attilio Momigliano. Consulente di Borelli per le pagine culturali fu il critico Pietro Pancrazi.

Nel 1929 il Corriere cominciò a pubblicare anche recensioni cinematografiche. La novità fu accolta inizialmente con sorpresa, poiché il cinema era ritenuto un argomento «non serio», ma i brillanti articoli di Filippo Sacchi fecero ricredere anche i più diffidenti. Nel 1934 il Corriere si dotò di una nuova rotativa Hoe. Nello stesso anno cominciò a produrre in proprio le fotografie da pubblicare sul giornale. Nel 1935 anche Borelli, come Ojetti pochi anni prima, decise un aumento delle colonne della pagina, che passarono da 7 a 8. Alcuni numeri dell'azienda-Corriere: nel 1935 lavoravano per il giornale (e i suoi periodici illustrati) quasi 1500 persone, fra redattori, collaboratori, tipografi, impiegati. Durante gli anni trenta Borelli assunse una schiera di giovani che, negli anni seguenti, divennero tra i migliori giornalisti italiani: Indro Montanelli (che al giornale conobbe Dino Buzzati, di cui divenne grande amico), Guido Piovene, Paolo Monelli e Gaetano Afeltra. Nel 1936 fu assunto Michele Mottola, destinato a diventare, negli anni cinquanta, vicedirettore.

Nel 1939 uscì in prima pagina un lungo articolo a firma di Benito Mussolini che illustrava le proprie idee sulla storia. Accanto si pubblicò il manifesto di Walter Resentera che celebrava l'anniversario dei Sansepolcristi, i fasci di combattimento. Fu una delle cause della damnatio memoriae di Resentera, valente pittore, nel dopoguerra.

Il 10 giugno 1940 l'Italia entrò in guerra. Il 14 febbraio 1943 la sede del Corriere fu bombardata. I danni furono ingenti, ciò costrinse l'editore a trasferire in periferia tre rotative e altri macchinari. Il 25 luglio del 1943, alla caduta del fascismo, Borelli pagò per tutti e fu allontanato, venendo sostituito da Ettore Janni, il più anziano degli antifascisti di via Solferino. Dal 3 agosto l'edizione pomeridiana (esistente sin dal 1902) uscì con una propria testata: «Il Pomeriggio» (e la sottotestata «Corriere della Sera»), sotto la direzione di Filippo Sacchi. L'esperimento di doppia direzione ebbe breve durata, terminando l'8 settembre.

Dopo l'8 settembre, e la successiva occupazione nazista di Milano, Janni e Sacchi ripararono all'estero. Si autosospesero dal giornale sedici redattori: alcuni entrarono nelle file della Resistenza, altri si allontanarono da Milano, altri ancora si nascosero da amici e conoscenti. Furono tutti considerati dimissionari (quindi licenziati) dalla gerenza della società editrice. Durante il regime della Repubblica Sociale fu posto alla direzione del quotidiano Ermanno Amicucci. Tra il 24 giugno e il 18 luglio 1944 uscì una serie di articoli intitolati Storia di un anno. La ricostruzione andava dall'ottobre 1942 all'otto settembre 1943. La serie riscosse subito un grande interesse. Alla 19ª ed ultima puntata il direttore Amicucci rivelò che l'autore degli articoli era Benito Mussolini.

Dal 1945 al 1973

Un mese dopo la sospensione imposta dal Comitato di Liberazione Nazionale (27 aprile - 21 maggio 1945), il quotidiano torna in edicola con la testata Corriere d'Informazione. L'anno successivo esce come Il Nuovo Corriere della Sera (la testata Corriere d'Informazione passò all'edizione del pomeriggio, avvalendosi di una propria redazione separata). Il quotidiano uscì in un unico foglio: nella prima pagina si trovavano le notizie nazionali e internazionali; la seconda pagina, sotto l'intestazione Corriere milanese, ospitava la cronaca di Milano e della provincia.

Il nuovo direttore designato dal CLN, l'azionista Mario Borsa, segnò una netta rottura con il passato, pubblicando editoriali coraggiosi sulla necessità dell'Italia di fare i conti con la dittatura e di chiudere subito con la Monarchia. In occasione del referendum istituzionale del giugno 1946, Borsa schierò il Corriere in favore della Repubblica. Il suo articolo di fondo terminava con queste parole: «Paura di che? Del famoso salto nel buio? Lo credono i nostri lettori: il buio non è nella Repubblica o nella Monarchia. Il buio, purtroppo, è in noi, nella nostra ignoranza, o indifferenza, nelle nostre incertezze, nei nostri egoismi di classe o nelle nostre passioni di parte».

Nel frattempo la famiglia Crespi era ritornata proprietaria del Corriere dal 1º gennaio 1946. Alla fine dell'estate i Crespi sostituirono Borsa con il liberale Guglielmo Emanuel. La conduzione di Emanuel si rifà prettamente allo stile albertiniano, il nuovo direttore ripristina anche il rigoroso rispetto delle gerarchie. Principale editorialista (fino al 1953) è Cesare Merzagora. Il Corriere di Emanuel vende in media 405 000 copie.

Nel 1952 i fratelli Mario, Vittorio e Aldo Crespi chiamarono alla direzione Mario Missiroli, proveniente dal Messaggero. Al suo arrivo, Guido Piovene lasciò via Solferino mentre ritornò Enrico Massa, che era uscito dal Corriere nel 1925 (con Luigi Albertini). Fu chiuso il mensile d'informazione bibliografica La Lettura, nato nel 1901. Missiroli promosse Gaetano Afeltra, uno degli uomini-macchina del giornale, caporedattore centrale. Diventerà il suo alter ego. A questo tandem si aggiunse l'altro caporedattore centrale, Michele Mottola. Nel 1953 il direttore assunse Panfilo Gentile, e Giovanni Spadolini come editorialisti (quest'ultimo dopo soli due anni verrà chiamato alla direzione del Resto del Carlino).

Il Corriere si trovava in un periodo d'oro: sia il quotidiano che La Domenica del Corriere primeggiavano nel proprio settore, con vendite in crescita. L'azienda di via Solferino decise di aprire un nuovo stabilimento-stampa, per fare fronte alle crescenti tirature del settimanale. Nel 1958 il Corriere diventò il primo giornale italiano ad impiegare un elaboratore elettronico per calcolare i dati di vendita nelle edicole. Nello stesso anno iniziarono i lavori di ampliamento della sede. Lo stabilimento fu allargato con l'aggiunta di un nuovo edificio in cemento, vetro e acciaio, all'angolo tra via Moscova e via San Marco. Fu installata una nuova rotativa, una "Man"; il nuovo edificio ospitò anche gli uffici della diffusione. I lavori si conclusero nel 1963.

In quegli anni furono valorizzati i più illustri giornalisti, editorialisti, inviati speciali, corrispondenti dall'estero mai avuti dal Corriere: Domenico Bartoli, Luigi Barzini, Dino Buzzati, Egisto Corradi, Max David, Enzo Grazzini, Eugenio Montale, Indro Montanelli, Giovanni Mosca, Vittorio G. Rossi, Orio Vergani, Gino Fantin, Enrico Emanuelli, Augusto Guerriero, Silvio Negro, Carlo Laurenzi, Ennio Flaiano e tanti altri. La linea politica di Missiroli era un misto di cauto equilibrismo e di equidistanza dai partiti. Impose ai giornalisti la consegna di non cercare nessuna notizia in esclusiva, sostenendo che ci si dovesse attenere scrupolosamente ai lanci ufficiali delle agenzie di stampa.

Vendita media giornaliera

del Corriere

*1962: 380 000

1963: 406 000

1964: 425 000

1965: 441 000

1966: 457 000

1976: 654 818

All'inizio degli anni sessanta la proprietà assunse la convinzione che il Corriere dovesse rinnovarsi. Due fatti apparirono particolarmente significativi: 1) Il concorrente Il Giorno, più moderno e scattante, stava intercettando molti nuovi lettori; 2) La concorrente Rizzoli annunciò (1961) l'uscita di un quotidiano nato da una costola del settimanale Oggi: Oggi quotidiano. Per la direzione del nuovo giornale i Rizzoli puntarono su Gianni Granzotto, che aveva 47 anni, contro i 75 del direttore del Corriere. I fratelli Crespi decisero che Missiroli avesse fatto il suo tempo e rescissero il contratto. Però non intesero cambiare la linea del giornale: come successore scelsero non un antimissiroliano, bensì un Missiroli giovane.

Il primo candidato fu Giovanni Spadolini: aveva solo 36 anni ma era già direttore di un quotidiano da oltre 100 000 copie: il Resto del Carlino di Bologna. Missiroli lo considerava il suo «delfino» ma la scelta, oltre a dividere la famiglia Crespi, provocò la minaccia di dimissioni da parte di otto firme di prestigio, tra cui Indro Montanelli (secondo Mario Cervi, inizialmente Montanelli avrebbe proposto ai Crespi di nominare direttore Mario Pannunzio). Per uscire dall'impasse, la proprietà negoziò con gli otto giornalisti la nomina di Alfio Russo, l'ex corrispondente da Parigi, che qualche anno prima aveva lasciato il Corriere per andare a dirigere La Nazione di Firenze. Gaetano Afeltra, direttore del Corriere d'Informazione, fu nominato vicedirettore del Corriere (tuttavia si dimetterà ben presto per contrasti con Russo). Michele Mottola divenne il secondo vicedirettore. Le cariche di direttore dell'edizione del mattino e del pomeriggio vengono riunificate. Arturo Lanocita fu promosso caporedattore centrale.

Alfio Russo portò con sé da Firenze alcuni giovani che diventarono giornalisti di prim'ordine: Giovanni Grazzini, Gianfranco Piazzesi, Leonardo Vergani (scomparso poi prematuramente), Giuliano Zincone e Giulia Borghese, la prima giornalista donna assunta al Corriere. Il nuovo corso fu avvertito immediatamente dai lettori. Nel luglio 1962 fu pubblicata un'inchiesta di Indro Montanelli sull'Eni di Enrico Mattei. L'inchiesta, uscita a puntate dal 13 al 17 luglio, dimostrò che la politica estera italiana non era quella guidata dal governo, ma quella dell'Eni, e che Mattei aveva fatto pagare il metano oltre il dovuto per finanziare la ricerca di un petrolio che in Italia non esisteva e per costringere i governi ad attuare una politica filoaraba, in modo da portare gli Stati arabi a rompere il monopolio delle Sette sorelle con continui rialzi di prezzo del greggio (prezzi che poi ricadevano sul consumatore italiano). In seguito Mattei scrisse una lettera formale molto risentita, mentre l'Eni tolse la pubblicità al quotidiano milanese (la pubblicità rendeva annualmente 700 milioni).

I primi anni della direzione di Russo furono volti a contrastare l'ascesa del principale concorrente sulla piazza di Milano: Il Giorno. Raccontava i fatti di cronaca con un taglio nuovo e pubblicava un inserto sportivo il lunedì che aveva molto successo. Russo corse ai ripari: trasformò sia la cronaca che lo sport. Venne promosso alla direzione della cronaca di Milano Franco Di Bella, mentre a capo dello sport fu chiamato Gino Palumbo. Inoltre fu inaugurata la rubrica delle lettere al direttore, che al Corriere non esisteva, segno che Russo intese adottare un approccio meno intellettuale. Nel 1963 ruppe lo schema tradizionale della foliazione inserendo le «pagine speciali»: da quella letteraria a quelle dedicate ai giovani, alle donne, alle scienze, ai motori, all'economia e alla finanza. L'orientamento del quotidiano restò moderato e liberale, con uno sguardo attento e critico verso il centrosinistra, tanto che in quello stesso 1963, all'indomani dell'ingresso dei socialisti nel governo Moro, Russo sostituì tutti i redattori politici: Aldo Airoldi, notista, Goliardo Paoloni, Alberto Ceretto e Tommaso Martella, resocontisti rispettivamente di Palazzo Chigi, della Camera e del Senato. Gli inviati di punta divennero Piero Ottone, Alberto Cavallari ed Enzo Bettiza, entrambi nati nel 1927 (nel 1964 avevano appena 37 anni).

Dopo il disastro del Vajont (9 ottobre 1963), il Corriere lanciò una sottoscrizione pubblica per aiutare le popolazioni rimaste senza casa. La sottoscrizione batté largamente quella indetta dalla televisione di Stato. Tant'è che il Comune di Vajont dedicò una piazza del proprio paese chiamandola Piazza del Corriere della Sera in segno di riconoscenza verso il giornale milanese. È del 1965 uno scoop internazionale: l'intervista a Papa Paolo VI, realizzata da Alberto Cavallari (la prima intervista italiana a un Papa era stata concessa da Papa Giovanni XXIII a Indro Montanelli). In occasione della Fiera di Milano del 1964 il Corriere uscì per la prima volta a 32 pagine.

Il Corriere di Russo fornì un'ampia copertura anche degli avvenimenti esteri: quando la Grecia, nel 1967, venne rovesciata dalla dittatura dei colonnelli, il Corriere della Sera fu l'unico giornale italiano a mandare sul posto un proprio inviato, Mario Cervi. Infine, il Corriere mantenne in pianta stabile in Vietnam Egisto Corradi, che inviò dall'Estremo oriente memorabili corrispondenze. Sul finire degli anni sessanta, i nuovi equilibri in seno alla famiglia Crespi resero necessario un avvicendamento al vertice del giornale. A sostituire Alfio Russo venne chiamato Giovanni Spadolini, già candidato in pectore sette anni prima. Piero Ottone e Alberto Cavallari, molto vicini ad Alfio Russo ed entrambi aspiranti alla successione, non presero bene la decisione dell'editore. Lasciarono il giornale, l'uno per dirigere Il Secolo XIX di Genova l'altro Il Gazzettino di Venezia.

Di solito la direzione del quotidiano rappresentava il coronamento della carriera per un giornalista. Vedere arrivare in via Solferino un professionista in piena ascesa fu un'assoluta novità, tanto che per la prima volta una troupe della Rai vi si recò per intervistare il nuovo direttore. Spadolini, uomo di cultura e professore universitario, allargò la schiera dei collaboratori alla terza pagina, chiamando Leonardo Sciascia, Giacomo Devoto, Denis Mack Smith, Leo Valiani, Goffredo Parise (inviato in Cina e in Biafra) e Alberto Arbasino. Gaspare Barbiellini Amidei scrisse di cultura e attualità: altre firme illustri sono Giorgio Bassani, Manlio Cancogni, Guido Calogero e Piero Chiara. Spadolini promosse Dino Buzzati, che aveva stabilito il record di vendite de La Domenica del Corriere, portandolo dentro il quotidiano come critico d'arte. Leopoldo Sofisti fu nominato caporedattore. Fu promosso al rango di condirettore Michele Mottola, mentre Gian Galeazzo Biazzi Vergani fu nominato vicedirettore. Fra gli altri giornalisti assunti da Spadolini vanno ricordati Piero Ostellino, Francesco Ricciu e Luca Goldoni. La linea politica spadoliniana era ben delineata fin dal primo articolo di fondo intitolato Il dialogo: il nuovo direttore si dichiarò fautore di un'alleanza del centro con la sinistra riformista.

Il 1968 fu l'anno della contestazione studentesca, e il Corriere della Sera fu oggetto di un attacco, in quanto «simbolo borghese», il 12 aprile, pochi giorni dopo l'insediamento di Spadolini. Del gruppo di manifestanti fece parte anche l'editore Giangiacomo Feltrinelli. Il Corriere raccontò i maggiori eventi che coinvolsero gli atenei universitari e intervistò i massimi intellettuali dell'epoca: Ugo Stille incontrò Herbert Marcuse; Enzo Bettiza, inviato a Parigi, parlò con Raymond Aron, Emil Cioran, Eugène Ionesco, Claude Lévi-Strauss, Edgar Morin, Jean-François Revel, Jean-Paul Sartre, Jean-Jacques Servan-Schreiber ed altri. Nello stesso anno fu pubblicata la prima intervista fatta dal quotidiano al leader storico del socialismo italiano, Pietro Nenni. Seguì, l'anno seguente, la prima intervista del Corriere ad un leader del partito comunista, Luigi Longo (realizzata da Enzo Bettiza).

Nel 1969 scoppiarono forti agitazioni sindacali che culminarono nei mesi tra settembre e dicembre, periodo ricordato come «autunno caldo». Spadolini, per spiegare le violenze del tempo, coniò la formula «opposti estremismi», che presto venne ripresa dagli altri organi d'informazione. L'8 novembre 1969 rimase ferito Aldo Mariani, cronista del Corriere d'Informazione. Alla fine dell'anno il Corriere di Spadolini vantava una diffusione media giornaliera di 630 000 copie, che aumentava a 710 000 per l'edizione del lunedì.

Nel 1970, dopo la sanguinosa strage di piazza Fontana, il Corriere inizialmente seguì la linea dettata dalla Procura di Milano, che accusò formalmente gli anarchici di essere gli autori dell'attentato. In un secondo tempo via Solferino prese le distanze dal dibattito politico e ritornò al ruolo collaudato di osservatore equidistante. Ma questa linea, improntata al garantismo, rende più impopolare Spadolini alla sinistra, attirando la rabbia dei contestatori e dell'universo giovanile.

Via Solferino si mantenne neutrale anche in occasione delle elezioni per il Presidente della Repubblica svoltesi nel dicembre 1971. Nel gennaio di quell'anno il Corriere era ai massimi livelli di vendita: veleggiava sulla quota record di 620 000 copie di tiratura e 500 000 di vendita media giornaliera. La pubblicità portava nelle casse del giornale nove miliardi all'anno. La Domenica del Corriere vendeva 850 000 copie e raccoglieva anch'essa miliardi di pubblicità. Il Corriere d'Informazione, anche se economicamente passivo, era sulle 130 000 copie. A partire dall'inizio del 1971 e fino al febbraio-marzo del 1972, le vendite subirono un calo.

All'inizio degli anni settanta entrò nell'attività del giornale Giulia Maria Crespi, figlia di Aldo e unica erede di famiglia, che debuttò creando l'ORGA (un'organizzazione che portò per la prima volta il bilancio del giornale in rosso), e successivamente volle dirigere la linea politica. Con l'arrivo della Crespi fu infranta la regola che aveva contraddistinto la vita del quotidiano, ossia l'equidistanza politica: da quel momento i partiti politici fecero pressioni perché i propri iscritti rappresentassero la redazione. I nuovi dirigenti del sindacato avevano il sostegno dei comunisti e pretesero che i comitati di redazione dei giornali agissero in sintonia con i consigli di fabbrica, di cui la CGIL aveva la maggioranza.

I Crespi erano soliti far firmare ad ogni nuovo direttore un contratto iniziale di cinque anni, per poi prolungarlo eventualmente di un anno alla volta. Invece nel 1972 Spadolini, al quarto anno di direzione, venne licenziato. Il 3 marzo gli si comunicò la risoluzione del contratto. Per la prima volta da quando, nel 1925, la famiglia Crespi era diventata proprietaria del quotidiano, un direttore era costretto a lasciare anzitempo l'incarico. Sul licenziamento di Spadolini, che apparve come un vero e proprio defenestramento, tanto da provocare perfino uno sciopero, esistono tesi diverse, ma nessuna di esse ha mai trovato conferma. Fin dall'agosto del 1971, avevano preso forma delle voci, secondo le quali la proprietà sarebbe stata intenzionata a sostituire Spadolini con Indro Montanelli. Venuto a conoscenza della cosa, quest'ultimo ne aveva messo al corrente Spadolini, ma senza ottenere ascolto. Come nuovo direttore, la proprietà decise di affidare il quotidiano a Piero Ottone, che entrò in carica il 15 marzo 1972.

Dai Crespi ai Rizzoli

Piero Ottone valorizzò alcuni giovani redattori, tra cui Giampaolo Pansa, inviato di punta per le pagine politiche, Massimo Riva, giornalista economico poi passato a la Repubblica, Giuliano Zincone e, come collaboratore, Pier Paolo Pasolini, a cui era stata affidata la rubrica Scritti corsari tenuta fino alla sua morte, nel 1975. Con la direzione di Piero Ottone, la linea politica del Corriere fece una netta virata a sinistra. Le vendite però non ne beneficiarono: nel 1972 l'azienda "Corriere" chiuse i bilanci con un passivo che sfiorò i 2 miliardi su un fatturato di 52 miliardi. Alla fine del 1973 il deficit toccò la cifra di 7 miliardi su un fatturato di 57. Neanche il clima all'interno del giornale migliorò. La redazione si spaccò in due: tra i più critici vi era Indro Montanelli, che rilasciò due interviste ai settimanali Il Mondo e Panorama, in cui parlò per la prima volta di una sua possibile uscita dal giornale.

La reazione della proprietà non si fece attendere: il 17 ottobre 1973 Piero Ottone comunicò a Indro Montanelli che la sua collaborazione con il giornale doveva considerarsi conclusa (si seppe in seguito dopo un ultimatum della stessa Giulia Maria Crespi). Al licenziamento seguì una vera e propria fronda: una trentina di giornalisti decisero di raggiungere Montanelli, impegnato nella fondazione da zero di un quotidiano milanese alla destra del Corriere: Egisto Corradi, Carlo Laurenzi, Enzo Bettiza, Mario Cervi, Gianfranco Piazzesi, Leopoldo Sofisti, Giancarlo Masini, Roberto A. Segre, Antonio Spinosa, Egidio Sterpa, Cesare Zappulli e Gian Galeazzo Biazzi Vergani. Ad essi si aggiunsero Guido Piovene e Gianni Granzotto: il nuovo quotidiano, chiamato il Giornale nuovo (poi divenuto il Giornale), uscì con il primo numero il 25 giugno 1974.

In risposta alla forte spaccatura che si era creata nella redazione del Corriere, nella primavera del 1974 Piero Ottone elaborò un nuovo programma improntato al decentramento del lavoro. Non più un solo vicedirettore, ma tre, per poter seguire meglio i giornalisti, i collaboratori e gli amministratori del giornale. Inoltre, il comitato di redazione assumeva un ruolo che andava ben al di là delle questioni sindacali, coinvolgendolo nella fattura stessa del giornale. Il programma venne presentato dallo stesso Ottone il 30 marzo nell'assemblea dei redattori, che lo approvarono. I critici (in particolare Enrico Mattei su Il Tempo) commentarono: «Ottone ha creato un "soviet" in redazione».

Durante la direzione di Piero Ottone si verificarono alcuni episodi di tensione e di autocensura. Nel 1974 Cesare Zappulli scrisse sulla Domenica del Corriere un pezzo critico sull'operato di Bruno Storti, segretario della CISL. Il 1º marzo il consiglio di fabbrica e il comitato di redazione organizzarono un'assemblea a cui parteciparono circa mille persone, tra cui i comitati di redazione dei quotidiani Avanti! e l'Unità, in contumacia contro Zappulli: sul numero successivo della Domenica del Corriere comparve un duro comunicato sindacale contro il giornalista, che non ebbe possibilità di replicare.

L'anno dopo, il 19 maggio 1975, giunse da Lisbona la notizia che i militanti comunisti avevano occupato con forza la redazione del quotidiano Repubblica, filosocialista. Renzo Carnevali, caposervizio della redazione esteri, riportò la notizia intitolando I comunisti occupano il giornale socialista ma a tarda notte, senza autorizzazione, alcuni redattori modificarono il titolo in Tensione a Lisbona fra Pc e socialisti. Il giornalista protestò con il direttore, e successivamente fu costretto a dimettersi, faticando a trovare qualcuno che gli offrisse un posto di lavoro.

Enzo Bettiza, inviato del Corriere della Sera tra il 1964 e il 1974 (e successivamente condirettore del Giornale nuovo), descrisse in modo molto critico la linea editoriale sotto la direzione Ottone, spiegando che si era finiti per fare un quotidiano che era «la negazione anziché l'imitazione del Times» (a cui il direttore diceva di volersi ispirare), pieno di commenti e incentrato su un giornalismo ideologico, aggiungendo:

«L'Italia e il mondo che avevano preso a specchiarsi nel Corriere [...] evocavano una specie d'immenso Nordeste brasiliano brulicante di favelas [...] le cui disgrazie, sociologizzate, venivano attribuite tutte a un unico mostro dai contorni indefiniti: il sistema. [...] Dalle inchieste che Ottone concordava coi redattori più arrabbiati e più pietosi veniva fuori un cupo affresco medievale. I treni non erano più treni, ma "veicoli per deportati". Le stazioni non erano più stazioni ma "bolge dantesche". Il colera del napoletano non era più una malattia, ma "la fase acuta che mette in risalto il male cronico della nostra società". L'industria non era più l'industria, ma un moloch avido di carne umana che "continua a ferire e uccidere l'operaio". Il sistema capitalistico veniva raffigurato come la metafora del sistema tout court e bollato col marchio di "istigazione a delinquere". Il mondo del lavoro appariva un vivaio di microbi portatori di "paralisi flaccida, silicosi, polinevrite, asbestosi, saturnismo". I delinquenti non erano più tali, perché vittime della società, mentre quelli veri indossavano "il camice bianco negli ospedali psichiatrici", oppure dirigevano "da una poltrona di velluto rosso i desperados della lupara". Altri ancora, dai loro grattacieli in vetrocemento, erano puntigliosamente intenti ad "avvelenare l'aria, l'acqua, il cibo". L'Italia appariva come inghiottita da un cataclisma di dimensioni apocalittiche. [...] In un Corriere che, scavalcando spesso a sinistra l'Unità, diffondeva una simile visione a.»

Il 12 luglio 1974 la proprietà del giornale, che l'anno prima aveva visto l'ingresso di Gianni Agnelli e Angelo Moratti come soci di minoranza, passò interamente al gruppo editoriale Rizzoli. Rizzoli si presentò come un editore puro, privo cioè di interessi finanziari esterni all'editoria. Il nuovo proprietario confermò Piero Ottone alla direzione, accolse l'ingresso di due grandi firme come Enzo Biagi e Alberto Ronchey e annunciò un piano di potenziamento del giornale, che scattò nel 1976 con la nascita dell'edizione romana. L'obiettivo fu un aumento di 10-15 000 copie nella capitale. Nel 1977 furono lanciati un inserto economico settimanale e un supplemento in rotocalco a colori (in vendita il sabato con un sovrapprezzo di 50 lire).

Il 2 giugno di quell'anno Indro Montanelli subì un attentato da parte delle Brigate Rosse, che lo gambizzarono in piazza Cavour. La notizia del ferimento fu riportata in prima pagina, omettendo però di citare il nome del famoso giornalista. Nell'occhiello c'era scritto Dopo i magistrati e le forze dell'ordine i gruppi armati colpiscono la stampa, mentre il titolo era I giornalisti nuovi bersagli della violenza. Le Brigate rosse rivendicano gli attentati.

Il nome di Montanelli apparve soltanto nel secondo elemento del sommario, nonostante fosse stato per decenni una delle firme più importanti della testata e dell'intero panorama giornalistico italiano. Secondo Franco Di Bella, che definì quel comportamento «un episodio sconcertante di faziosità», la responsabilità non sarebbe però da attribuire al direttore Piero Ottone, che in quelle ore si trovava fuori Milano.

Circa tre settimane prima, durante gli scontri in via De Amicis che causarono la morte del brigadiere Antonio Custra, il fotografo Paolo Pedrizzetti fotografò un estremista a gambe piegate, con il passamontagna sul volto, mentre sparava contro la polizia. Quell'immagine diventò l'icona degli anni di piombo. La sera del 14 maggio quella fotografia fu offerta anche alla cronaca del Corriere della Sera che, a differenza degli altri quotidiani, la rifiutò. Il giorno dopo fu pubblicata con grande risalto da molti giornali. Il capocronista Salvatore Conoscente e il suo vice Giancarlo Pertegato dissero di non essere stati loro a rifiutare quella foto, senza tuttavia dare spiegazioni pubbliche. Gli editori Andrea e Angelone Rizzoli chiesero al direttore di svolgere un'inchiesta interna, e successivamente fu deciso di nominare Enzo Passanisi nuovo capocronista.

Intanto, le costose iniziative adottate dal nuovo editore non avevano prodotto i risultati attesi. In luglio la società editrice fu ricapitalizzata. I nuovi soci chiesero a Rizzoli un cambio di direzione al Corriere entro fine anno. Ottone li anticipò, dimettendosi il 22 ottobre 1977. L'abbandono di Ottone fu seguito dall'uscita di Michele Tito, Giampaolo Pansa e Bernardo Valli che, con altri collaboratori, lasciarono il quotidiano milanese (tra essi Umberto Eco, Franco Fortini e Natalia Ginzburg).

Il successore di Ottone fu Franco Di Bella (già vicedirettore per cinque anni), che veniva richiamato al Corriere da Bologna, dove dirigeva il Resto del Carlino: la scelta significava che l'editore, oltre ad avvalersi di un collaudato uomo-macchina, voleva rendere il quotidiano più moderno e incisivo. All'inizio i lettori diedero ragione alla nuova linea editoriale: il Corriere continuò a vendere.

Nel corso del 1978 si realizzò il passaggio dalla fusione a piombo alla fotocomposizione: la nuova tecnologia fu inaugurata il 26 settembre di quell'anno. Di Bella rese più vivace il giornale che si arricchì con l'inserto settimanale sull'economia (coordinato da Alberto Mucci, ex direttore de Il Sole 24 Ore), con l'avvio della corrispondenza da Pechino affidata a Piero Ostellino e con alcune interviste clamorose di Oriana Fallaci.

All'inizio di novembre del 1978 il direttore diede spazio in prima pagina alla missiva di una lettrice che affrontava il tema del matrimonio e del divorzio. Temi come il costume e la vita moderna avevano rarissimo accesso alla «vetrina» di un quotidiano d'informazione italiano. Per il Corriere della Sera si trattò di una novità assoluta. La lettrice ammetteva di tradire il marito e affermava di non poter divorziare poiché non avrebbe potuto affrontare gli alti costi di una vita da sola. Di Bella incaricò Luca Goldoni, cronista di punta del quotidiano, di rispondere alla lettrice (4 novembre). Il botta e risposta tra lettrice e Corriere ebbe una vasta eco su tutta la stampa italiana. Molti altri quotidiani ripresero l'argomento, tutti i principali settimanali dedicarono una copertina al rapporto di coppia e all'adulterio. Di Bella osservò soddisfatto il dibattito che aveva provocato quella lettera, e ne ebbe buoni motivi: il giornale superò le 770 000 copie di diffusione. Alla fine del 1979, la Rizzoli fissò gli obiettivi da raggiungere negli anni ottanta: il quotidiano di via Solferino doveva puntare al milione di copie.

Nel 1980 il Corriere della Sera fu colpito frontalmente dal terrorismo: una delle firme di punta del quotidiano, l'inviato Walter Tobagi, specialista sui temi dell'eversione armata e presidente dell'Associazione Lombarda Giornalisti (il sindacato dei giornalisti lombardi), venne assassinato la mattina del 28 maggio.

Gli anni ottanta

I costosi investimenti effettuati dall'editore tra il 1977 e il 1979 non avevano prodotto i risultati sperati. La Rizzoli aveva compiuto scelte imprenditoriali sbagliate, che avevano ulteriormente peggiorato i conti del gruppo. La casa editrice si era lanciata in oscure manovre finanziarie, che emersero alla luce del sole nel 1981, quando scoppiò lo scandalo della loggia P2. Il Corriere della Sera fu coinvolto al massimo livello poiché nell'elenco di personaggi pubblici affiliati alla loggia eversiva c'era anche il suo direttore Franco Di Bella, il presidente del gruppo Angelone Rizzoli così come il direttore generale Bruno Tassan Din. Apparve chiaro come la Rizzoli non fosse più da tempo la proprietaria reale: il quotidiano, già da qualche anno, era in mano al duo Roberto Calvi-Licio Gelli. Il tutto all'insaputa dell'opinione pubblica.

Per il prestigio del Corriere della Sera il colpo fu durissimo e Di Bella fu costretto alle dimissioni. Episodio-simbolo delle vicende del giornale, in questo periodo, fu la pubblicazione di un'intervista in ginocchio di Maurizio Costanzo, egli stesso membro della P2, a Licio Gelli. Nell'intervista Gelli parlò del suo progetto politico di «rinascita» dell'Italia: spiccavano nel disegno del Gran Maestro l'abolizione del servizio pubblico radiotelevisivo e il controllo dei giornali più importanti. Nei due anni seguenti il Corriere, screditato, perse 100 000 copie. Tra il 1982 e il 1983 venne superato nelle vendite dalla Gazzetta dello Sport perdendo il primato tra i quotidiani italiani: non accadeva dal 1906.

Dopo l'uscita di scena della famiglia Rizzoli il giornale fu acquistato da una cordata di cui facevano parte nomi importanti dell'industria e della finanza nazionali, tra cui la FIAT. Per il Corriere divenne prioritario recuperare il rapporto di fiducia coi propri lettori, che si era pericolosamente incrinato. La ricostruzione fu opera soprattutto di Alberto Cavallari, direttore con un mandato triennale dal 1981 al 1984. Durante i suoi tre anni Cavallari riuscì a mandare il giornale ogni giorno in edicola, nonostante le difficoltà economiche (spesso mancavano i soldi per la carta). A Cavallari sarebbe dovuto succedere Gino Palumbo, un altro grande professionista valorizzato da Alfio Russo. Ma a causa della malattia che di lì a qualche anno lo portò alla morte Palumbo fu costretto a rinunciare. Il 18 giugno 1984 Cavallari consegnò al nuovo direttore Piero Ostellino un giornale che aveva ritrovato fiducia in se stesso e che era ritornato in testa alle classifiche di vendita. La media giornaliera del triennio 1983-1985 si aggirò intorno alle 470-490 000 copie vendute.

Alla fine del 1986 il Corriere perse per la seconda volta il suo storico primato: questa volta ad opera del quotidiano romano la Repubblica: 515 000 copie di diffusione quotidiana a fronte delle 487 000 del "Corriere". Nel febbraio 1987 fu operato un avvicendamento alla direzione: l'editore ringraziò Piero Ostellino e chiamò Ugo Stille, glorioso corrispondente dagli Stati Uniti da oltre trent'anni, una colonna del Corriere. Scopo della nomina era rinverdire il blasone della testata. Per quanto riguarda il recupero del primato nelle vendite, fu operato un immediato rinnovamento del giornale. Poi gli esperti della Rizzoli Periodici, coadiuvati da Paolo Pietroni, idearono e realizzarono un supplemento in carta patinata da abbinare al quotidiano. Sabato 12 settembre uscì il primo numero di Sette. Di grande formato, la rivista contava 122 pagine stampate in rotocalcografia. Il lancio avvenne un mese prima dell'uscita del supplemento del giornale concorrente, Il Venerdì di Repubblica. Nonostante il prezzo lievemente aumentato, l'iniziativa fu un successo: per diversi mesi il numero del sabato del Corriere non scese mai sotto le 900 000 copie di tiratura ed arricchì di molto la raccolta pubblicitaria. Negli altri giorni della settimana il quotidiano di via Solferino non riusciva però a scalfire il primato del concorrente: durante il 1988 il Corriere vendette in media 530 000 copie, la Repubblica 700 000.

Un nuovo capitolo della lotta per il primato si ebbe l'anno seguente: il 14 gennaio 1989 il Corriere lanciò Replay, un gioco a premi basato sul recupero dei biglietti usati nella Lotteria di Capodanno: ogni giorno venivano premiati quattro biglietti non vincenti giocati nelle lotterie nazionali, per un totale di 10 milioni di lire di premi al giorno. L'idea ebbe un grande successo: il primo giorno la tiratura arrivò a 980 000 copie. Nei mesi successivi le vendite in alcune città raddoppiarono. Entro l'anno il Corriere della Sera raggiunse le 800 000 copie di media, ritornando ad essere il primo quotidiano italiano.

Gli anni novanta

Con l'arrivo alla direzione di Paolo Mieli (1992-1997) si avviò un ricambio generazionale. Il nuovo direttore alleggerì il giornale abbandonando la distinzione tra «parte seria» e «parte leggera». In pratica la nuova formula previde la collocazione nelle pagine iniziali degli eventi importanti (sotto la nuova testatina "Primo Piano"), anche non politici: maggiore spazio allo sport, agli spettacoli ma anche all'economia. Chiuse l'inserto Corriere cultura nato nel 1986 e, uniformandosi agli altri quotidiani, soppresse la terza pagina rinviando la cultura nelle pagine interne e fondendola con gli spettacoli. Il nuovo direttore decise che la stagione dei giochi a premi era finita e lanciò un corso di inglese e francese su audiocassette. Successivamente spostò Sette al giovedì, abbinandolo ad un supplemento sulla tv. Tali iniziative ebbero successo e permisero al giornale di consolidare il primato. Secondo i dati ADS, infatti, nel primo quadrimestre del 1993 il Corriere registrò una diffusione di 641.969 copie, che crebbe a 667.589 nel secondo. Il vantaggio sulla Repubblica si attestò sulle trentamila copie.

Durante tutto il dopo-Tangentopoli Mieli preferì mantenere una posizione di terzietà rispetto al dibattito politico. L'unico punto su cui si schierò fu il conflitto di interessi attribuito a Silvio Berlusconi, che vinse le elezioni del 1994. Gli editoriali sull'argomento furono affidati al politologo Giovanni Sartori. La "discesa in campo" di Berlusconi causò anche il ritorno, seppure momentaneo, di Indro Montanelli in via Solferino. Erano passati 21 anni da quando si era dimesso dal Corriere per fondare un suo quotidiano: ebbene, in gennaio Montanelli lasciò «il Giornale». Scrisse per tre mesi sul Corriere come editorialista, prima di dar vita alla sua nuova creatura, la Voce. Tra il 1994 e il 1996 nacquero tre nuovi supplementi: Corriere Lavoro (4 febbraio 1994), Corriere Soldi (4 marzo 1995, che confluirà nel Corriere Economia dal 6 ottobre 1997) e Io Donna, il primo femminile allegato a un quotidiano a diffusione nazionale (23 marzo 1996). Nel 1995, dopo la sfortunata avventura con la Voce, ritornò in via Solferino Indro Montanelli. Al «principe» del giornalismo italiano venne affidata la pagina della corrispondenza quotidiana coi lettori, intitolata La stanza di Montanelli, che curò fino alla sua morte, nel 2001.

La battaglia per il primato tra i quotidiani italiani continuava senza esclusione di colpi anche sul fronte degli inserti e dei prodotti abbinati. All'inizio del 1996 Repubblica e Corriere presentavano ai lettori un supplemento al giorno (esclusa la domenica). Inoltre il Corriere usciva in alcune regioni italiane con la formula del "panino": ad esempio in Campania veniva venduto insieme a un quotidiano locale al prezzo di copertina del giornale locale, o a un prezzo leggermente rialzato. Mieli lanciò anche nuovi dorsi locali. Il 1996 fu un anno elettorale. Il 17 febbraio, in piena campagna per le elezioni, il direttore pubblicò un articolo di fondo in cui dichiarava il proprio sostegno alla coalizione dell'Ulivo. Fu la prima volta che il Corriere suggerì ai propri lettori per chi votare. Alle elezioni politiche prevalse il centrosinistra. Repubblica e Corriere si trovarono così a doversi confrontare sullo stesso terreno politico. La lotta fu aperta e i due quotidiani si riposizionarono: nettamente a favore del governo la prima, più critico il quotidiano milanese.

Il 23 aprile 1997 Paolo Mieli venne nominato direttore editoriale del Gruppo RCS e lasciò la direzione a Ferruccio de Bortoli, suo vicedirettore. Nel 1998 de Bortoli strappò alla concorrente Repubblica Giuseppe D'Avanzo, cronista esperto e autore d'importanti inchieste. Il 4 dicembre 1998 venne inaugurato il sito web corriere.it, dopo circa due anni di presenza in rete su rcs.it/corriere. Nel 2000 fu varata l'edizione romana (16 pagine di cronache locali).

Dal 2001 

Il 19 novembre 2001 l'inviata del Corriere Maria Grazia Cutuli fu uccisa in Afghanistan, sulla strada che collega Jalalabad a Kabul, assieme ad altri tre giornalisti.

Il 29 maggio 2003 si verificò un nuovo avvicendamento alla direzione: al posto di De Bortoli arrivò Stefano Folli, caporedattore dell'edizione romana. Folli strappò a Repubblica alcuni collaboratori, che portò con sé a Milano: Sabino Cassese, Luigi Spaventa e Michele Salvati. Il quotidiano romano si rifece portando via al Corriere Francesco Merlo. La battaglia si svolse anche sul fronte dei prodotti commerciali allegati al quotidiano: Repubblica offriva cento opere letterarie e un'enciclopedia in venti volumi; il Corriere rispose con film e compact disc. Le vendite del giornale però non aumentarono, anzi il primato nella diffusione nazionale fu insidiato dal concorrente.

Si decise quindi di richiamare in servizio Paolo Mieli: era il dicembre 2004. L'anno seguente il direttore approvò la riduzione del formato del giornale, sull'onda di un cambiamento che stava coinvolgendo tutti i quotidiani in formato lenzuolo (a nove colonne). Le colonne passarono dalle tradizionali nove a sette, il colore fu inserito in tutte le pagine e il formato fu ridotto da 53 × 38 cm a 50 × 35 cm, avvicinando il Corriere al formato berlinese. Venne modificato il corpo del carattere, in modo da rendere la lettura più agevole. Il primo numero con il nuovo formato e l'impaginazione tutta a colori uscì il 20 luglio 2005. Il 14 ottobre uscì il nuovo supplemento mensile «Style». Negli anni successivi nascono i fascicoli «Corriere di Bologna» (30 gennaio 2007) e «Corriere di Firenze» (26 febbraio 2008), collocati al centro delle edizioni nelle rispettive città metropolitane.

Il 30 marzo 2009 il Consiglio di amministrazione richiamò alla direzione del giornale De Bortoli, che prese nuovamente il timone della testata dalle mani di Mieli, così come era avvenuto nel maggio del 1997. Le prime novità apportate dalla direzione de Bortoli riguardano la valorizzazione delle collaborazioni femminili. Nel giro di pochi giorni accadono due novità assolute al Corriere: 1) Viene nominata per la prima volta vice-direttore una donna, Barbara Stefanelli; 2) Un editoriale in prima pagina viene affidato per la prima volta ad una donna, la scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti (30 aprile). Nello stesso anno il Corriere diventa disponibile in formato elettronico sui lettori e-book, come Amazon Kindle, primo in ordine di tempo tra i quotidiani italiani.

All'inizio del 2010 il vantaggio sullo "storico" concorrente la Repubblica si è ridotto a 30 000 copie, rispetto alle 80 000 del marzo 2009, mentre la versione on line si arricchisce anche di una versione tradotta in lingua inglese e una in cinese, orientata alla comunità cinese presente in Italia. Nel 2011 ritorna il mensile di attualità librarie La Lettura. La storica testata era stata fondata nel 1901 da Luigi Albertini. Esce in allegato all'edizione domenicale del quotidiano.

Nel 2014 Nando Pagnoncelli ha preso il posto di Renato Mannheimer come sondaggista del quotidiano. Il 24 settembre 2014 il «Corriere» ha abbandonato lo storico formato lenzuolo (già ridotto a 7 colonne) per adottare il Berlinese a sei colonne.

Nel 2015 De Bortoli lascia la direzione del quotidiano al condirettore Luciano Fontana.

Dal gennaio 2016 i contenuti digitali sono presentati in un'unica piattaforma, leggibile sia su computer, tablet e smartphone. La consultazione degli articoli è diventata a pagamento (modello paywall). Un'altra importante novità è la consultazione online delle edizioni passate del quotidiano, rese disponibili sin dal primo numero.

Nell'aprile 2019 i dati Audiweb hanno mostrato per la prima volta il sorpasso del sito web corriere.it sul rivale storico repubblica.it (9 211 739 utenti unici contro 9 155 290).

Nel marzo 2022 l'editore Urbano Cairo dichiara che gli abbonamenti all'edizione digitale del quotidiano sono 423 000. Alla fine dell'anno il numero di abbonati supera quota 500 000.

Corriere ed elezioni politiche

Durante il voto per le elezioni politiche del 1992, il direttore Ugo Stille scrisse che «compito di un grande giornale come il "Corriere della Sera" è anzitutto quello di rompere gli steccati che rischiano di disgregare l'Italia, di chiarire quali sono gli elementi possibili di intesa al di là delle astratte posizioni ideologiche, e soprattutto di indicare la netta volontà della classe dirigente di "aprire al nuovo", non per compromessi ideologici, ma per elaborare insieme le premesse di una Italia moderna. Marciando su questa strada, si può e si deve ricostruire il Paese e il fatto che ciò implichi un incontro con uomini come La Malfa o Segni non muta i termini dell'equazione e non deve alterare il corso prestabilito».

Durante il voto per le elezioni politiche del 1994, il direttore Paolo Mieli, a commento della campagna elettorale trascorsa, scriverà di aver apprezzato «la coerenza tranquilla dei moderati Segni e Martinazzoli» e che sarà «tanto meglio se il centro avrà la forza numerica e politica per controllare e condizionare sia la destra che la sinistra, per imporre una legge elettorale a doppio turno, per far cadere un governo che non adempia ai doveri di risanamento economico o, peggio, che tolleri abusi».

Prima delle elezioni politiche del 1996, il Corriere non auspicò la vittoria di nessun polo in particolare, ma dichiarò di essere contrario a un pareggio e di auspicare che vincitori e vinti dopo le elezioni lavorassero per delle riforme costituzionali secondo la logica del compromesso.

In occasione delle elezioni politiche del 2001, la direzione di Ferruccio de Bortoli tre settimane prima spiega che «compito di un'informazione indipendente e non schierata è quello di favorire una scelta libera e consapevole dell'elettore. E di custodire, chiedendone il rispetto, quelle regole di civiltà e trasparenza del confronto democratico». E aggiunge che «non è corretto dire che dietro la Casa delle Libertà vi è solo un partito-azienda: c'è un blocco sociale vero, moderato, più coeso di quello opposto, una parte importante e vitale dell'Italia. Ma non si parlerebbe più di partito-azienda se Berlusconi separasse nettamente i destini del politico da quelli dell'imprenditore. Ci guadagnerebbero lui, il suo prossimo probabile governo, la sua coalizione (che godrebbe di maggiore considerazione europea), le sue aziende: in definitiva, il Paese». Sempre de Bortoli il giorno delle votazioni concluderà spiegando che «l'equidistanza del Corriere ci è sembrata utile se non preziosa. Crediamo di aver contribuito a migliorare la qualità dell'offerta politica. Il nostro giornale è stato un tavolo delle idee. Un giornale aperto, non un partito. I lettori hanno potuto valutare i programmi fin nei dettagli, le posizioni di tutti, dai due poli ai radicali, da Rifondazione a Democrazia Europea, all'Italia dei Valori. I nostri editorialisti hanno espresso anche orientamenti differenti, ma tutti uniti da un filo ininterrotto. Il filo del Corriere che lega insieme i valori di una democrazia liberale ed europea, nel segno della civiltà dell'informazione. Principi ai quali non abbiamo mai derogato e che saranno il metro con il quale giudicheremo, giorno per giorno, il prossimo governo. Nella critica costruttiva non abbiamo mancato di riconoscere i meriti della maggioranza uscente. [...] Berlusconi presidente del Consiglio, se vorrà essere riconosciuto come parte non anomala del centrodestra europeo, dovrà subito dare risposte alle grandi questioni sollevate anche dall'opinione pubblica internazionale (la teoria del complotto della stampa estera è infondata). [...] Poi il Cavaliere potrebbe dire: giudicatemi solo dai risultati. Quello che appunto faremo noi. Con chiunque vinca».

L'8 marzo 2006, prima delle elezioni politiche del 2006, con un proprio fondo Paolo Mieli decise di spiegare «ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché» il Corriere auspicasse la vittoria de L'Unione di centro-sinistra guidata da Romano Prodi. Un auspicio, tuttavia, «che non impegna l'intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent'anni di vita». Una decisione, secondo Mieli, conseguente al giudizio particolarmente negativo sulle scelte politiche adottate dal Governo uscente di Silvio Berlusconi, ma anche per scongiurare un pareggio fra le coalizioni e ripetere il fenomeno, giudicato salutare, dell'alternanza, e infine perché L'Unione aveva «i titoli atti a governare al meglio». Anche se Mieli azzeccò la previsione, la scelta di appoggiare una coalizione ebbe un effetto indesiderato: nelle settimane seguenti il Corriere perse 40 000 copie.

Durante la campagna elettorale per le politiche del 2008 (11 marzo-14 aprile), il direttore non ha pubblicato alcun editoriale.

Denominazione delle testate

Edizione mattutina

Dal 5 marzo 1876 al 25 aprile 1945: Corriere della Sera

26 aprile 1945: Il Nuovo Corriere (numero unico)

dal 27 aprile 1945 al 21 maggio 1945: Sospensione da parte del CLN

dal 22 maggio 1945 al 6 maggio 1946: Corriere d'Informazione

dal 7 maggio 1946 al 9 maggio 1959: Il Nuovo Corriere della Sera

dal 10 maggio 1959: Corriere della Sera

Edizione pomeridiana

fino al 2-3 agosto 1943 tutte le edizioni del Corriere hanno la stessa testata

dal 3-4 agosto 1943 al 23-24 aprile 1945: l'edizione del pomeriggio esce sotto una testata autonoma: «Il Pomeriggio» (esce anche il lunedì mattina, in sostituzione dell'edizione principale)

dal 7 maggio 1946 al 15 maggio 1981: Corriere d'Informazione (fino al 26 febbraio 1962 esce anche il lunedì mattina, in sostituzione dell'edizione principale)

Numero del lunedì

Esce dal 5 marzo 1962: Corriere della Sera del lunedì.

La testata viene abbreviata di solito con Corsera, o anche chiamata Corrierone o, per sineddoche, il quotidiano di via Solferino (sede storica della testata).

Variazioni dell'assetto proprietario

febbraio 1876 - Da un accordo tra il giornalista Eugenio Torelli Viollier e l'editore, e uomo politico, Riccardo Pavesi nasce il Corriere della Sera. Il giornale è di proprietà della Società de «La Lombardia», editrice del quotidiano «La Lombardia». Presidente della società editrice è Riccardo Pavesi. Torelli Viollier è direttore ed amministratore. Per avviare il nuovo quotidiano si prevede che occorrano 100 000 lire. Pavesi trova due soci finanziatori: gli avvocati Riccardo Bonetti e Pio Morbio. Nonostante ciò vengono raccolte solo 30 000 lire.

marzo-aprile 1876 - Riccardo Bonetti entra in magistratura ed abbandona la società.

1º settembre 1876 - Il sodalizio tra Riccardo Pavesi ed Eugenio Torelli Viollier si scioglie per divergenze politiche. La Società de «La Lombardia» mette in vendita il giornale. Si costituisce una "società di fatto" (società civile secondo il Codice di commercio vigente all'epoca) per rilevare la proprietà. Vengono raccolte 45 000 lire; il capitale sociale è suddiviso in nove carature. Tre quote sono acquistate da Pio Morbio. Gli altri soci sottoscrivono una quota ciascuno. Sono: il duca Raimondo Visconti di Modrone, il marchese Claudio Dal Pozzo, il nobile Giulio Bianchi, il commendatore Bernardo Arnaboldi Gazzaniga e il cavaliere Alessandro Colombani. Anche Riccardo Pavesi entra nella nuova società, con una quota acquisita a titolo personale. Buona parte del capitale è utilizzata per rilevare il Corriere, al costo di 22 000 lire.

1º ottobre 1876 - La prima assemblea della nuova società conferma Eugenio Torelli Viollier (il cui nome non figura nell'atto costitutivo) come gerente responsabile. Il nuovo amministratore del quotidiano è Giuseppe Bareggi.

1882 - Primo investimento nel giornale di Benigno Crespi (1848-1910), industriale milanese del tessile con interessi nei settori agricolo, elettrico e immobiliare. Il Crespi, che ha sposato la sorella di Pio Morbio, Giulia, acquista una sua quota, proprio grazie alla parentela acquisita. Si ritira invece Riccardo Pavesi. Nei suoi primi sette anni di vita il giornale non è ancora riuscito a distribuire un utile ai propri soci.

1884 - Pio Morbio apre un'attività negli Stati Uniti e si trasferisce in America. Le sue quote vengono rilevate dal cognato Benigno Crespi. Torelli Viollier è alla ricerca di un nuovo socio che sostituisca gli attuali, che appaiono interessati solo a salvaguardare i propri investimenti piuttosto che ad impegnarsi per l'affermazione del giornale sul mercato.

1885 - Il 30 marzo Torelli Viollier e Crespi fondano una nuova società, la E. Torelli Viollier & C. per la proprietà e la pubblicazione del giornale «Corriere della Sera»; è una società in accomandita semplice, in cui Crespi ha il ruolo di accomandante e Torelli Viollier di accomandatario. La società ha la durata di soli 6 anni ed un capitale di 100 000 lire, interamente conferito da Crespi. Torelli riceve per contratto uno stipendio di 10 000 lire annue. Crespi è interessato alla sola gestione economica: lascia piena autonomia a Torelli Viollier nella linea politica del giornale e della scelta dei collaboratori. Lo stesso 30 marzo la nuova società liquida i vecchi soci al costo complessivo di 70 000 lire. Alla fine dell'anno la gestione del Corriere è finalmente in utile, di circa 33 000 lire, che in pochi anni salgono fino a toccare quota 100 000. Nel 1889 la sede del quotidiano viene trasferita in via Pietro Verri, in un palazzo di proprietà di Crespi.

1886-1893 - L'utile del Corriere raggiunge e supera le 220 000 lire annue. Per Benigno Crespi è ormai la maggiore fonte di guadagni, superando anche gli introiti dell'industria tessile. All'inizio degli anni novanta l'attivo di bilancio superò il milione di lire. Nel 1891 la società viene prorogata fino al 1895. Nel 1894 l'architetto Luigi Broggi, amico personale di Torelli Viollier, è nominato amministratore del giornale.

1895 - Aumento del capitale sociale a 196 000 lire e proroga della società fino a 1905. Entrano due nuovi soci: Ernesto De Angeli (altro industriale tessile) ed il fondatore della Pirelli, Giovanni Battista. Il capitale è diviso in 16 quote di 12 000 lire ciascuna. Crespi ne conserva la metà, De Angeli e Pirelli ne sottoscrivono tre ciascuno, mentre Torelli si riserva le ultime due. Ogni quota dà diritto ad un voto, quindi Crespi dispone di fatto del controllo della società. I nuovi soci chiedono un avvicendamento alla direzione, ma Crespi mantiene al suo posto Torelli Viollier.

1900 - Il 26 aprile muore Eugenio Torelli Viollier. L'atto di costituzione prevede, nel caso della sua morte, la continuazione della società e il riscatto della sua quota sociale. Il 13 luglio viene redatto un nuovo atto sociale. Diminuito delle quote di Torelli, il valore della nuova editrice (una società in accomandita semplice come la precedente) scende a 168 000 lire. Il capitale sociale viene suddiviso in 56 carature, del valore di 3 000 lire ciascuna. Crespi ne sottoscrive 32, De Angeli 11, Pirelli 7, Luca Beltrami (nuovo socio) 4, Luigi Albertini (nuovo socio) 2. I voti non sono più assegnati in proporzione alle quote di capitale, ma viene conservata la precedente proporzione. Benigno Crespi, pertanto, non va oltre il 50% dei voti in consiglio, nonostante possieda il 57% delle quote. La nuova società modifica la ragione sociale in Luigi Albertini e C. per la proprietà e la pubblicazione del giornale «Corriere della Sera» e di altre pubblicazioni e si rinnova dopo 5 anni. Luigi Albertini è insieme gerente responsabile e direttore amministrativo. Il suo compenso è pari al 5% dell'utile del Corriere.

1907 - Muore Ernesto De Angeli, nelle cui quote subentra il nipote Carlo Frua. Il capitale sociale viene portato a 180 000 lire. Ne beneficia Luigi Albertini, che sottoscrive 4 nuove quote. Carlo Frua cede una caratura (scendendo da 11 a 10) a favore di Alberto Albertini, fratello di Luigi.

1910 - Muore Benigno Crespi; l'industriale lascia le partecipazioni ai figli Mario (1879-1962), Aldo (1885-1978) e Vittorio (1895-1963).

1920 - I fratelli Albertini acquistano tutte le quote di Pirelli, di Frua e di Beltrami, diventando così i soli comproprietari, assieme ai Crespi. Il capitale sociale è suddiviso in 60 carature, così distribuite: 35 ai fratelli Crespi, 22 a Luigi Albertini e 3 ad Alberto Albertini. Il passaggio delle quote avviene il 3 gennaio al prezzo di 250 000 lire a caratura.

1925 - Il fascismo pone ai Crespi una scelta obbligata: estromettere gli Albertini o altrimenti perdere il giornale, che sarebbe stato sospeso a tempo indeterminato. Il legale dei tre fratelli, Tullo Massarani, trova l'appiglio giuridico: scopre che il contratto di proroga della società editrice del Corriere, in scadenza nel 1930, firmato dai soci nel 1920, non è stato registrato dal notaio Gerolamo Serina e può quindi essere rescisso in qualsiasi momento a richiesta anche di uno solo dei sottoscrittori. Sfruttando tale cavillo legale, in novembre i Crespi ottengono lo scioglimento anticipato della società ed acquistano le quote dei fratelli Albertini. Gli Albertini sono liquidati con 40 milioni di lire, di cui 33 a Luigi per le sue 22 carature e 7 ad Alberto per le sue tre carature e per la sua liquidazione da direttore politico del Corriere. La società editrice viene sciolta; al suo posto viene creata la «F.lli Crespi & C. - Corriere della Sera». I tre figli di Benigno (Mario, Aldo e Vittorio) dividono il capitale sociale in tre quote. Nel 1934 Mario Crespi viene nominato senatore.

27 aprile - 31 dicembre 1945 - Per decisione del Comando alleato, al quotidiano è imposto il controllo del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), che scavalca la proprietà nella gestione del Corriere. Il CLN sanziona il giornale per la sua connivenza con la Repubblica Sociale. Il quotidiano è sospeso per circa un mese (27 aprile - 21 maggio); epurati i vertici, ottiene l'autorizzazione a riprendere le pubblicazioni dal Psychological Warfare Branch (PWB) alleato, che ne mantiene la gestione fino al 31 dicembre. Dal 1º gennaio 1946 proprietà e gestione del quotidiano ritornano nelle mani della famiglia Crespi.

12 giugno 1951 - Vengono costituite tre società in accomandita per azioni che gestiscono le tre quote del capitale sociale della società in accomandita semplice: 1) «Crema Spa» (Mario); 2) «Alpi Spa» (Aldo); 3) «Viburnum Spa» (Vittorio).

1962-63 - Muoiono Mario e Vittorio Crespi. I successori di Mario sono Elvira Leonardi (figlia primogenita nata nel 1909 dal primo matrimonio della moglie di Mario), con i fratelli Tonino Leonardi e Franca Leonardi Rocca. Il successore di Vittorio è Mario (detto "Mariolino") Crespi Morbio (nato nel 1932). Aldo è impossibilitato a condurre la gestione aziendale a causa di una malattia invalidante. La figlia Giulia Maria ottiene la responsabilità della gestione editoriale. Il direttore generale Colli viene mandato in pensione, quando il bilancio è largamente in attivo; al suo posto viene chiamato Egidio Stagno, già direttore amministrativo del Mattino di Napoli. Successivamente la società in accomandita viene sdoppiata: ne viene creata una per il quotidiano ed una per i periodici. La scelta si rivela infelice. Se alla metà degli anni sessanta, la gestione unica aveva fruttato alla famiglia Crespi profitti per oltre 5 miliardi di lire all'anno, nel 1970 l'utile scende a 700 milioni. Il 1971 vede per la prima volta il bilancio in rosso, per 1 miliardo e 970 milioni. In quell'anno morì Michele Mottola.

1973 - L'esercizio 1972 si chiude con una perdita di 2 miliardi e 63 milioni di lire, superiore a quella del 1971. Il Corriere è ancora gestito da una società in accomandita semplice. Ciò significa che, in caso di deficit, i soci devono mettere mano al patrimonio personale per ripianare il passivo. Due rami su tre della famiglia Crespi decidono di vendere. Giulia Maria è l'unica della famiglia che sceglie di restare nella proprietà. In cambio, ottiene dagli altri soci la facoltà di scegliere i due nuovi soci. Si fanno avanti Eugenio Cefis (Montedison), il petroliere Attilio Monti, l'industriale Nino Rovelli: per tutti la risposta è "no". La Crespi ha già deciso di puntare sulla famiglia Agnelli. La trattativa è avviata in maggio; gli incontri si svolgono in gran parte nell'abitazione della Crespi, in corso Venezia. Il 19 luglio 1973 viene siglato l'accordo conclusivo: Agnelli compra la quota dei Leonardi ("Viburnum"); come secondo socio, la scelta cade su Angelo Moratti, petroliere (che rileva "Crema"). Le quote sono costate 14 miliardi l'una.

L'accordo prevede che la vecchia società in accomandita, che aveva gestito da sempre il quotidiano di via Solferino, si trasformi in società a responsabilità limitata, con un capitale diviso in parti uguali tra il gruppo Fiat, il gruppo Moratti e Giulia Maria Crespi. La transazione dev'essere effettuata entro il 1973. Il nuovo consiglio di amministrazione è costituito da sei persone, due per ciascuno dei soci. La presidenza viene attribuita a Giulia Maria Crespi, che riveste la carica di socia accomandataria responsabile e mantiene le sue prerogative: la scelta della linea della testata e i rapporti col direttore, cui si aggiunge il diritto di veto alla sua nomina. Ai due nuovi soci viene invece attribuita la responsabilità manageriale e finanziaria. Agnelli e Moratti concordano nel non volersi intromettere nella gestione editoriale del quotidiano, che lasciano completamente a Giulia Maria Crespi.

1974 - L'accordo non è ancora stato attuato, per via delle resistenze dei nuovi soci, che mostrano di non credere nei piani di risanamento proposti dalla Crespi. I fatti sembrano dare loro ragione. In maggio, infatti, vengono forniti i risultati dell'esercizio 1973: il deficit della società editrice del Corriere è pari a 7 miliardi e 183 milioni di lire: la perdita è più che triplicata rispetto al 1972. Il passivo del triennio 1971-1973 sfonda gli 11 miliardi di lire (11,216 miliardi). Per l'esercizio 1974 si prevedono altri 7 miliardi di deficit. I tre soci del Corriere dovranno fronteggiare un enorme "buco" di oltre 18 miliardi. Ai primi di luglio Giulia Maria Crespi decide improvvisamente di vendere la sua quota del Corriere, con una mossa che prende Agnelli e Moratti in contropiede. Il 12 luglio viene firmato l'accordo di transazione con la casa editrice Rizzoli, presieduta da Andrea, figlio del fondatore Angelo. La famiglia Crespi esce definitivamente da via Solferino dopo 92 anni. Passano quattro giorni ed anche Moratti vende la propria quota, sempre a Rizzoli. Agnelli, a questo punto, è rimasto isolato. Per l'Avvocato la scelta diventa obbligata: il giorno successivo la Rizzoli si aggiudica anche la sua quota: avrebbe potuto farne a meno avendo già il 66,6& del capitale ma, disse Andrea Rizzoli, "non potevo venire meno alla parola data agli Agnelli". Secondo un rapporto dell'Istituto Mobiliare Italiano redatto nel 1975, l'investimento della Rizzoli per acquisire l'«Editoriale Corriere della Sera» è stato di 41 miliardi e 945 milioni di lire, così suddivisi:

Struttura dell'investimento

*15 miliardi e 445 milioni, in contanti, per "Alpi", cioè la quota di Giulia Maria Crespi;

13 miliardi, parte in contanti e parte differiti, per acquisire "Crema" (di Moratti);

13,5 miliardi, somma da devolvere entro 3 anni, per avere "Viburnum" (della Fiat).

In realtà la cifra sarà maggiore (parte del prezzo pagato all'estero, parte indicizzato nel capitale e negli interessi): 63 miliardi per acquisire un'azienda tecnologicamente superata e sindacalmente agguerrita, con un'esuberanza di personale valutata attorno alle 1500 persone e con i conti dissestati, almeno 55 miliardi di perdite e interessi passivi. Il nuovo proprietario unico ribattezza la società editrice «Rizzoli-Corriere della Sera» (oggi RCS MediaGroup). Nel corso di un'intervista, rispondendo ad una domanda sulle fonti dei finanziamenti, il consigliere delegato Angelone Rizzoli, figlio di Andrea e nipote di Angelo, dichiara che l'operazione è stata gestita in piena autonomia ed è stata finanziata "da istituti di credito pubblici e privati italiani e da una banca estera, la Morgan".

1978 - Angelone Rizzoli subentra al padre Andrea nella presidenza del gruppo.

1981 - La RCS viene coinvolta nel dissesto del Banco Ambrosiano. Riesce però ad evitare il fallimento e nel 1982 viene posta in amministrazione controllata. Il 7 agosto 1982 il ministero del Tesoro e la Banca d'Italia creano il Nuovo Banco Ambrosiano. La banca eredita, tra le proprietà della RCS, anche l'«Editoriale Corriere della Sera». Il capitale sociale della società editrice del quotidiano ammonta a 4 500 000 000 lire ed è diviso in azioni da mille lire l'una. In data 9 agosto 1983 il regime di amministrazione controllata è prorogato di un anno. Le 4 500 000 azioni vengono costituite in pegno dalla Rizzoli Editrice spa come segue: 2 250 000 azioni a favore del Nuovo Banco Ambrosiano, della Banca Cattolica del Veneto e del Credito Varesino; 2 250 000 azioni a favore della Rothschild Bank AG di Zurigo.

1984 - Il gruppo RCS, risanato, è acquistato da una cordata di cui fanno parte nomi importanti dell'industria e della finanza nazionali. Tra essi: Gemina (holding posseduta dalla famiglia Agnelli), è la prima azionista con il 46,28%; «Iniziativa ME.TA.» (società controllata da Montedison), è il secondo azionista con il 23,24%. Tutta l'operazione è avvenuta sotto la regia di Mediobanca. Gemina, maggiore azionista, si assume la responsabilità di nominare il direttore del quotidiano. In un secondo tempo, i principali soci si costituiscono in patto di sindacato al fine di bloccare eventuali scalate da parte degli azionisti di minoranza.

1986 - La RCS viene riorganizzata per comparti: il Corriere della Sera viene inserito nella RCS Quotidiani.

2016 - Il gruppo Fiat Chrysler Automobiles (FCA), in vista dell'obiettivo di tornare ad essere un produttore puro di auto, decide il disimpegno da RCS. Il 15 aprile l'assemblea dei soci di FCA approva la scissione finalizzata alla distribuzione ai propri azionisti delle azioni di RCS detenute dal gruppo. La Fiat esce dall'azionariato della società editrice del «Corriere della Sera» dopo 32 anni (e a distanza di 43 anni dal primo investimento).

15 luglio 2016 - Con un'operazione di borsa (OPAS) sulle azioni RCS MediaGroup Urbano Cairo acquisisce il controllo del gruppo editoriale che pubblica il «Corriere della Sera». Il 3 agosto Cairo diviene presidente e amministratore delegato di RCS.

Direttori

Eugenio Torelli ViollierLuigi AlbertiniAnno 1952: Guglielmo Emanuel, direttore uscente, Mario Missiroli, suo successore, e Gaetano Afeltra, redattore capo del «Corriere».Giovanni SpadoliniFerruccio de Bortoli

 Eugenio Torelli Viollier, 5 marzo 1876 - 31 maggio 1898 (gerente responsabile)

Alfredo Comandini maggio 1891 - novembre 1892 (direttore politico)

Andrea Cantalupi 1895 - maggio 1896 (direttore politico)

Luca Beltrami maggio-novembre 1896 (direttore politico)

Domenico Oliva, 5 giugno 1898 - 23 maggio 1900

Luigi Albertini, 24 maggio 1900 - ottobre 1921 (gerente responsabile)

Alberto Albertini (fratello di Luigi), ottobre 1921 - 29 novembre 1925

Graditi al regime fascista

Pietro Croci, 30 novembre 1925 - 17 marzo 1926

Ugo Ojetti, 18 marzo 1926 - 17 dicembre 1927

Maffio Maffii, 18 dicembre 1927 - 31 agosto 1929

Aldo Borelli, 1º settembre 1929 - 26 luglio 1943

Dopo la caduta del fascismo: nomine approvate dal Minculpop defascistizzato

Ettore Janni, 28 luglio-10 settembre 1943

Dopo la nascita della RSI

Amedeo Lasagna, redattore capo con funzioni di direttore: 16 settembre - 5 ottobre 1943

Ermanno Amicucci, 6 ottobre 1943 - 25 aprile 1945

Sospensione per decreto del CLN: 27 aprile - 21 maggio 1945. Le pubblicazioni riprendono con la testata Corriere d'Informazione. Nominato dal CLN

Mario Borsa, 22 maggio 1945 - 6 agosto 1946

Scelti dalla famiglia Crespi

Guglielmo Emanuel, 7 agosto 1946 - 14 settembre 1952

Mario Missiroli, 15 settembre 1952 - 14 ottobre 1961

Alfio Russo, 15 ottobre 1961 - 10 febbraio 1968

Giovanni Spadolini, 11 febbraio 1968 - 13 marzo 1972

Piero Ottone, 14 marzo 1972 - 29 ottobre 1977

Scelti dalla famiglia Rizzoli

Franco Di Bella, 30 ottobre 1977 - 19 giugno 1981

Alberto Cavallari, 20 giugno 1981 - 19 giugno 1984

Scelti dal primo patto di sindacato RCS

Piero Ostellino, 20 giugno 1984 - 28 febbraio 1987

Ugo Stille, 1º marzo 1987 - 9 settembre 1992

Paolo Mieli, 10 settembre 1992 - 7 maggio 1997

Giulio Anselmi condirettore fino al 24 novembre 1993

Scelti dal secondo patto di sindacato RCS

Ferruccio de Bortoli, 8 maggio 1997 - 14 giugno 2003

Stefano Folli, 15 giugno 2003 - 22 dicembre 2004

Paolo Mieli (2ª volta), 23 dicembre 2004 - 9 aprile 2009

Ferruccio de Bortoli (2ª volta), 10 aprile 2009 - 30 aprile 2015

Luciano Fontana, 1º maggio 2015 - in carica

Avanti! della Domenica. Avanti! compie 126 anni, le celebrazioni del nostro giornale. Daniele Unfer su Il Riformista il 27 Dicembre 2022

Le celebrazioni dell’anniversario dalla nascita dell’Avanti! si sono svolte a Roma con una maratona di interventi e di riflessioni tra le diverse anime della sinistra. Si sono succeduti esponenti del partito, dell’associazionismo e delle fondazioni socialiste, insieme ai leader e i protagonisti dei partiti del centrosinistra. Dalla giornata dedicata al giornale organo del Psi è partito “l’impegno a costruire un grande movimento socialista e socialdemocratico con l’obiettivo delle elezioni Europee del 2024” – ha detto il segretario del partito, Enzo Maraio, e “un appello a tutta la sinistra ad armare l’opposizione e costruire un’area forte di centrosinistra”. Appello a cui hanno risposto in molti.

Due saluti istituzionali e di alto profilo da parte di Anna Foa, presidente della Fondazione Modigliani e di Alberto Aghemo, presidente della Fondazione Matteotti, che hanno ospitato l’evento nel cuore di Roma, scelto come luogo simbolico perché “rappresenta un punto di riferimento preziosissimo nell’ambito degli studi sulla storia del socialismo e del movimento operaio italiano”– ha detto durante l’intervento di presentazione in apertura Giada Fazzalari, direttrice dell’Avanti! della domenica cui è seguito quello di Livio Valvano, direttore dell’Avanti! Online. Gli interventi si sono aperti con quello di Luigi Iorio, coordinatore della segreteria nazionale PSI, che ha fatto un confronto tra Italia e Europa dove i socialisti sono al governo e vincono le elezioni: “Quando in Italia cerchiamo di mutuare i programmi che hanno portato i partiti socialisti a vincere, lo facciamo con poco coraggio. Bisogna invertire la rotta”

Sullo stesso filone Andrea Orlando, deputato del PD, che osserva che “in Europa è avvenuta una convergenza delle tradizioni socialdemocratiche e la nascita del Pd aveva questa ambizione ma mancava il contributo della tradizione socialista che era stata rimossa. Un errore da non compiere una seconda volta”. Orlando vede il “socialismo come occasione per dare risposta alla crisi della politica” e per questo bisogna “riconoscere la tradizione del socialismo e riconoscere che appartiene anche a chi viene da altri percorsi”.

E’ intervenuto poi Gian Franco Schietroma, segretario Psi del Lazio, che ha ricordato che il Psi si presenterà con il proprio simbolo alle prossime elezioni regionali, a sostegno di Alessio D’amato, presente in sala. Il candidato alla presidenza della regione Lazio ha sottolineato l’importanza del ruolo dei socialisti anche alle prossime elezioni: “Bisogna seguire una rotta – ha detto D’Amato – che non guarda né ai populismi né ai sovranismi. Sono convinto che dalle urne esca una grande affermazione dei Psi e mi auguro anche insieme ai radicali”.

 Pia Locatelli, responsabile esteri del partito ha fatto un affresco delle pagine più significative del giornale, ricordando che l’Avanti! storico è digitalizzato, da qualche anno, ed è consultabile sul sito del Senato. Gabriella d’Angelo, della segreteria del Psi, ha posto l’accento sulle conquiste delle donne raccontate dal giornale. Lorenzo Cinquepalmi, responsabile Giustizia del Psi ha focalizzato il suo intervento sulle questioni sollevate dal ministro della Giustizia Nordio: “Su tanti temi di giustizia giusta, come gli abusi della carcerazione preventiva e la negazione del principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, Nordio sarà avversato prima di tutto dalla sua stessa maggioranza. Cinquepalmi, tra le altre cose collaboratore di questo giornale”, ha aggiunto che “se Nordio saprà portare avanti questi temi sulla riforma della giustizia, allora andrà sostenuto”.

La ripresa dei lavori nel è proseguita con vari interventi, tra i quali quello di Gennaro Acquaviva, presidente della Fondazione Socialismo, Piero De Luca, vice presidente del gruppo Pd alla Camera, Cecilia D’Elia, della segreteria del Pd, Luca Fantò, responsabile Psi Scuola, Fabio Natta, segreteria Psi, Cesare Pinelli, Direttore di Mondoperaio, Gianvito Mastroleo, presidente onorario della fondazione Di Vagno, Andrea Puccetti, membro del direttivo della Fondazione Rosselli, Andrea Volpe, consigliere Psi Campania, Maria Cristina Pisani, Presidente del Consiglio Nazionale del Giovani, Luciano Belli Paci, fondatore del circolo Rosselli di Milano, Francesco Bragagni, assessore socialista al comune di Rimini.

Il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri, intervenuto nel dibattito, ha sostenuto che “bisogna ricordare che c’è uno spazio in questo Paese per le idee socialiste”. Parlando della manovra economica del governo ha aggiunto “La cosa più vergognosa è aver colpito le donne con l’abolizione dell’opzione donna e in generale una manovra basata sui condoni. Spero che da oggi ci sia la possibilità di poter ricostruire un’idea che non abbiamo mai perso: quella del socialismo riformista”.

Nel Pd c’è una svolta socialdemocratica?” – è la domanda che si è posto Claudio Martelli. “Non mi farei troppe illusioni. Non vedo nel dibattito congressuale del Pd un livello che merita troppa attenzione”. Poi parlando delle prossime elezioni europee ha aggiunto che “non ci sono obblighi di alleanze. Non vedo una riflessione all’altezza dei tempi sia nell’internazionale socialista che nel Pse”. “Serve – ha detto ancora Martelli – una azione di conoscenza come premessa alla scadenza europea. Tessere il tessuto socialista, ecco cosa serve”.

Enrico Letta è tornato sulla sconfitta elettorale del 25 settembre: “è stato buttato un seme che deve germogliare per dare risposta alle domande a cui nessuno oggi sta rispondendo. Il lavoro che stiamo facendo per il congresso è un lavoro di allargamento. Quello che è accaduto a Bruxelles è scandaloso e non deve sporcare le nostre sfide”- ha aggiunto. Valdo Spini ha ripercorso la storia dell’Avanti!, il più antico giornale di partito italiano, che ha ripreso il nome dal quotidiano della socialdemocrazia tedesca, Vorwarts. Il percorso che Spini sottolinea necessario è quello di “riconciliare il nostro popolo col riformismo socialista, risvegliare quell’area di più di un terzo delle nostre cittadine e dei nostri cittadini che non va a votare. Ecco il nostro compito nella situazione politica attuale”. “Sono personalmente convinto che un rassemblement dei socialisti italiani, se lo sapremo condurre avanti, potrà avere un effetto anche nel dibattito interno al Pd”.

Pietro Folena ha iniziato raccontando la sua storia familiare: “mio padre era socialista. Mia madre era una cristiano sociale socialista iscritta al PSI. Quindi io vengo da questa storia. Ho attraversato la gioventù comunista contestando l’Unione Sovietica anche in anni in cui nel mio partito c’erano ancora molte contraddizioni e molti ritardi”. “Oggi – ha continuato Folena – l’alternativa sta in una capacità di riforma democratica in un nuovo compromesso che possa mettere le redini al capitalismo finanziario globale e digitale. Bisogna avere un’idea di partito politico. I partiti politici della Prima Repubblica – ha aggiunto – hanno avuto tutti i loro difetti ma erano partiti radicati nella società e hanno educato la società”.

Bobo Craxi nel suo intervento ha sottolineato che “non vi può essere un vero centrosinistra senza una più forte area socialista. Bisogna recuperare le aree che sono appartenute al centro sinistra. A cui il populismo di Grillo non è mai appartenuto”. Per questo bisogna “mantenere un dialogo con la sinistra di ispirazione socialista, aprire un dialogo al centro, unire i socialisti, i laici ed i liberali per un vero centro sinistra, rilanciare L’Unità del Partito in una prospettiva di conservazione dell’identità e dell’autonomia politica del socialismo italiano”.

Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna e candidato alla segretaria del Pd si è detto “preoccupato per la possibile irrilevanza del Partito Democratico. Nemmeno nel 2018 che stata una sconfitta pesante avevamo avuto una concorrenza tale. Lo dico agli amici del terzo polo che fanno opposizione più al Partito Democratico che al Governo”. Secondo Bonaccini “la vocazione maggioritaria va rimessa al centro. Il partito democratico deve avere l’ambizione di parlare anche a chi non lo vota. Che il Pd sia in salute è un bene per la democrazia italiana. Se dovessi pensare a una sinistra massimalista e radicale farei un regalo alla destra. Non credo che si prendano i voti per come ci si chiama ma per i contenuti delle proposte. Nel congresso dobbiamo chiarire la nostra identità”.

Per Bruno Tabacci bisogna partire da un elemento chiaro: “Gli elettori non vanno più a votare perché pensano che sia del tutto inutile. Non vedono più la connessione tra la loro volontà e il voto. Con queste legge elettorale abbiamo tagliato molti ponti. Oggi rinasce la questione morale e rinasce in un momento che non ci sono più i partiti. Bisogna tornare alle radici politiche. Abbiamo 5 anni. Le radici democratiche e socialiste devono essere in prima file per riannodare i fili. Ricordare un grande quotidiano come l’Avanti! è un momento importante perché la politica deve essere qualcosa che si innalza senza andare a rimorchio dei sondaggi”.

Benedetto della Vedova ha iniziato con una voce di ottimismo: “Penso – ha detto – che la situazione attuale sia migliore di quanto potessimo pensare solo qualche mese fa. In +Europa noi non ci sentiamo un pezzo del centro sinistra, ci sentiamo una forza liberale nella sua dimensione che si allea o si è alleata con un centrosinistra e i socialisti. Non so se riusciremo alle elezioni regionali come io auspico a convergere anche a fare le liste insieme ma il tema dei temi è un tema del futuro non è un tema del passato ed è un radicamento della democrazia”.

L’ultimo intervento prima della chiusura del segretario Enzo Maraio è stato quello di Ugo Intini: “Siamo diventati extraparlamentari – ha detto – e come tali possiamo dire cose crude, non ‘politicamente corrette’: la verità. La più cruda è che forse non siamo più in una vera democrazia. Le cifre (quasi incredibili) sono nascoste dai media. Meloni ha trionfato sì alle lezioni, ma ha preso 3 voti degli italiani su 19. Il centrodestra ha sì una maggioranza schiacciante. Ma grazie a un sistema elettorale infame e truccato. Ha infatti preso il voto di 7 italiani su 26. I giornali nascondono la verità perché parlano soltanto di sondaggi e di percentuali sui voti espressi. Ma questi sono i voti veri, le cifre vere. Si spiegano con il fatto che gli italiani non vanno più a votare: disgustati da una politica meschina; da un sistema elettorale bipolare che li costringe a scelte innaturali. Sono state nascoste le cifre ma è stata anche cancellata la storia”.  Un primo passo, quello delle celebrazioni dell’Avanti!, verso gli stati generali del socialismo dove la parola d’ordine sarà “unità”. Daniele Unfer

Dagospia il 29 aprile 2023. MA CE LI VEDETE STEFANO CAPPELLINI (CHE HA SCRITTO ANCHE UN LIBRO SULL’ESSERE TIFOSI DELLA FIORENTINA) E IL ROMANISTA MASSIMO GIANNINI ANDARE ALLO STADIO CON LA SCIARPETTA BIANCONERA? IL GRUPPO GEDI (REPUBBLICA, STAMPA) OFFRE AI GIORNALISTI LO SCONTO PER I BIGLIETTI DELLA JUVENTUS: COME SE LA SIGNORA FOSSE (IN REALTÀ LO È) LA SQUADRA DELL’AZIENDA. FIORELLA PIEROBON HA RICORDATO CHE A MEDIASET IN TANTI CAMBIARONO LA PROPRIA SQUADRA PER IL MILAN. ACCADRA’ COSI’ ANCHE NEL GRUPPO GEDI?

Da ilnapolista.it il 29 aprile 2023.

Come se la Juventus fosse la squadra dell’azienda. Il Gruppo Gedi – presidente John Elkann, ad e direttore generale Maurizio Scanavino che oggi è anche direttore generale della Juventus – offre ai propri dipendenti (giornalisti e amministrativi) lo sconto per i biglietti della Juventus nella partita contro il Lecce. Del Gruppo Gedi fanno parte, tra gli altri, Repubblica, La Stampa, Huffington Post, Radio Deejay. 

Questo il testo della e-mail inviata dal gruppo ai propri dipendenti. 

Buon pomeriggio, il Gruppo Gedi offre la possibilità di assistere al match Juventus-Lecce, in programma mercoledì 3 maggio ore 18 all’Allianz Stadium, con tariffe agevolate.  Ogni dipendente ha la possibilità di acquistare fino ad un massimo di 4 biglietti a partire da 14€ cad. (invece di 45€!) Sarà sufficiente collegarsi al link qui sotto riportato ed inserire il codice dedicato. La promozione sarà valida fino a esaurimento posti.

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per la Verità il 13 aprile 2023.

L’inchiesta della Procura di Roma sulla presunta truffa milionaria ai danni dello Stato da parte del gruppo editoriale Gedi procede nel massimo riserbo. Al punto che se ne sono perse le tracce, almeno a livello mediatico. E così alcuni parlamentari di Fratelli d’Italia hanno deciso di chiedere lumi al ministro della Giustizia Carlo Nordio sullo stato dell’arte. Risale a due mesi fa l’ultimo articolo sull’argomento ed è stato pubblicato proprio da questo giornale. Uno scoop che i deputati hanno recuperato e citato in un’interrogazione a risposta scritta appena depositata.

 Non si può non constatare che l’improvviso ritorno d’interesse sulla vicenda giudiziaria combaci con alcuni pesanti giudizi rilasciati dall’imprenditore ed editore Carlo De Benedetti sulla premier Giorgia Meloni e sulla maggioranza che la sostiene.

 Insomma più che un messaggio per l’attuale proprietà di Gedi, la famiglia Agnelli-Elkann, l’istanza sembra un avvertimento per i precedenti controllori, De Benedetti e figli. Infatti tra gli indagati ci sono alcuni ex fedelissimi dell’Ingegnere, a partire da Monica Mondardini, già ad della casa editrice e attuale amministratrice del gruppo Cir, la cassaforte dell’editore del Domani.

 L’imprenditore ha appena dato alle stampe la sua ultima fatica letteraria, Radicalità, e ha partecipato alla kermesse organizzata dal suo giornale intitolata senza troppa fantasia «L’Italia di Domani. Tempi radicali».

Proprio durante la due giorni di incontri e dibattiti, a cui hanno partecipato Elly Schlein e Stefano Bonaccini, ha accusato i nuovi governanti di «incompetenza», giudicandoli «in gran parte degli ignoranti», «delle persone che non capiscono neanche quello che dicono», ma soprattutto ha sbeffeggiato «la figurina del nostro primo ministro», la Meloni, che, a giudizio dell’editore, si dice soddisfatta quando esce da una riunione a Bruxelles dopo non aver ottenuto alcunché, dimostrando così «autolesionismo» e «demenza».

 (...) Ma da Roma è arrivata pronta la risposta, sotto forma di interrogazione, quella presentata dai deputati Sara Kelany, Francesco Filini, Carmen Letizia Giorgianni, Paolo Pulciani e Massimo Ruspandini.

 E proprio la Kelany, prima firmataria, ci spiega il senso dell’iniziativa: «Il nostro timore, fondato su oggettivi elementi, come il ritardo nella conclusione delle indagini e il fatto che non si sia ancora provveduto al rinvio a giudizio, è che possano andare prescritti reati gravissimi che, se accertati, avrebbero sia procurato enorme danno all’Erario, sia falsato la concorrenza in un settore in crisi come quello dell’editoria, nodale per la tenuta democratica della Nazione».

A questo punto la parlamentare, neppure troppo tra le righe, ci fa comprendere come la coincidenza temporale con le esternazioni di De Benedetti potrebbe non essere casuale: «Aggiungo che all’epoca dei fatti il gruppo era di proprietà di De Benedetti, il quale pochi giorni fa, alla festa del giornale di cui oggi è editore, ha scompostamente affermato che il governo Meloni sarebbe pieno di dementi e incompetenti. Ecco il gruppo Gedi, che faceva e fa del moralismo un’arma per attaccare quotidianamente il centro-destra, sembra, invece, essere caduto nella truffa ai danni dello Stato. Mi chiedo se sia questo il modello di competenza di cui è portatore De Benedetti».

 La dichiarazione di guerra lanciata dall’editore «radicale» e dal suo giornalino ha trovato pronto il partito di maggioranza relativa. L’interrogazione è la prima reazione di chi non sembra più disposto a subire attacchi in silenzio. Soprattutto da parte di un miliardario che risiede in Svizzera, da dove sparge giudizi sferzanti sull’Italia.

I deputati, come detto, in premessa, citano un articolo pubblicato dalla Verità lo scorso 19 febbraio, dal titolo «Presunta truffa di Gedi, per ora pagano soltanto i prepensionati» e ricordano quanto riportato da questo giornale a partire dalla fine del 2021 a proposito dell’inchiesta della Procura di Roma sulla presunta frode messa in atto da Gedi, indagine che coinvolge oltre 100 tra top manager e dipendenti (in gran parte ex) e 5 società dello stesso gruppo.

 I cinque esponenti di Fdi sottolineano anche che nel dicembre 2021 i magistrati ordinarono nei confronti di queste aziende un sequestro preventivo di oltre 38 milioni di euro, corrispondenti all’ipotizzato «illecito risparmio dei costi del personale» realizzato dal gruppo editoriale attraverso manovre che avrebbero causato all’Inps danni per decine di milioni di euro.

 A questo punto i parlamentari pungono De Benedetti nell’orgoglio di imprenditore: «Inoltre, per i titolari dell’inchiesta, le operazioni del gruppo Gedi sarebbero avvenute “a discapito […] della libera concorrenza nel settore commerciale di riferimento”, con evidente enorme danno per tutti i competitori, particolarmente grave in un settore in crisi come quello dell’editoria; a tal proposito, è bene ricordare come il gruppo Gedi sia stato l’editore del settimanale L’Espresso, fino al luglio 2022, e sia tuttora l’editore dei quotidiani La Repubblica e La Stampa, nonché di diversi altri quotidiani, periodici, emittenti radiofoniche e televisive».

Media ostili, che criticano aspramente tutti i giorni il governo, mentre gli inquirenti dormicchiano: «Lo scorso mese di maggio i magistrati titolari dell’inchiesta hanno firmato l’avviso di conclusione delle indagini nei confronti di 101 persone e cinque aziende del gruppo Gedi, ma, da quanto si apprende dai media, la Procura di Roma non avrebbe ancora formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per gli indagati, e nemmeno sembrerebbe stata fissata la data dell’udienza preliminare». Una lentezza che perplime i firmatari: «Il ritardo nell’esercizio dell’azione penale, quindi la richiesta di rinvio a giudizio, rischia di far cadere in prescrizione diverse annualità nel corso delle quali il sistema truffaldino avrebbe operato, con un indubbio vantaggio per gli indagati, in caso di condanna, ma soprattutto un notevole danno per lo Stato; a rendere la questione ancora più paradossale, il fatto che il fascicolo penale sia stato aperto nel 2018 e l’avviso di chiusura delle indagini» sia arrivato «solamente nella primavera del 2022».

Per questo i cinque deputati chiedono a Nordio se «sia a conoscenza dei fatti riportati in premessa» e «quali urgenti iniziative, per quanto di sua competenza, intenda promuovere, per scongiurare il verificarsi dell’inaccettabile circostanza che un evento di così grave portata, che riguarda non solo un presunto danno all’erario, ma anche la tutela della libera informazione, elemento cardine della nostra società e del nostro Stato, cada in prescrizione, senza che le eventuali responsabilità degli indagati vengano accertate dalla magistratura». De Benedetti, ma anche i nuovi padroni del gruppo Gedi, sono avvertiti. Adesso a Nordio toccherà verificare se la flemma degli inquirenti capitolini sia giustificata.

Dalla rubrica delle lettere di “Repubblica” l’11 marzo 2023

Caro Merlo, da lettore di Repubblica sin dalla fondazione, mi sono sentito offeso, disorientato e umiliato dalle parole dell’ingegner De Benedetti nei confronti di Repubblica , pronunciate a Piazza Pulita . Fanno seguito alle volgari parole che nel 2018 pronunciò dalla Gruber contro Eugenio Scalfari. A quelle volgarità seguì la replica del direttore Calabresi e la sua intervista a Scalfari. Perché questo rancore, questa mancanza di signorilità? Non dovrebbe prendersela con i suoi figli che gli vendettero, a sua insaputa, quel che lui gli aveva regalato?

Pasquale Regano - Andria

Risposta di Francesco Merlo

Ho ricevuto diverse lettere su Carlo De Benedetti e ho scelto la sua anche perché rievoca una mia intervista a Eugenio Scalfari che, sullo stesso argomento, fu un momento di rara allegria. Cominciava così: “Caro Eugenio, sei rimbambito?”. E lui: “Sono arrivato a un’età, tra i novanta e i cento, che non è più quella dei vecchi né dei molto vecchi, ma quella dei vegliardi. Spesso sono rimbambiti, ma talvolta sono ancora più lucidi degli altri perché vedono di più e meglio. A volte sono bambini, altre volte sono saggi e tra le cose che vedono meglio ci sono i rancori e le acidità. I vegliardi sanno riconoscerli e, se è il caso, anche aggirarli”.

 Non ho mai fatto rileggere a nessuno il testo di un’intervista ed Eugenio non me lo chiese. Fu pubblicata il 18 gennaio 2018. Finiva così: “De Benedetti parla di matrimonio monogamico. Spiega che quello con Repubblica è indissolubile, dice che ama ancora Repubblica e che l’amerà per sempre”. E Scalfari: “La ama, ma vuole liberarsene. La ama come quegli ex che provano a sfregiare la donna che hanno amato male e che non amano più”.

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori e François De Tonquédec per “La Verità” il 19 febbraio 2023.

L’ex archivista dell’Espresso e della Repubblica, la sessantacinquenne romana Anna Piludu, indagata dalla Procura di Roma per concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato, non è superstiziosa: «Per me il fato non c’entra nulla. Nella vicenda che mi coinvolge ci sono precise responsabilità».

 Fatto sta che all’ex dipendente del gruppo Gedi, prepensionata nel 2010, venerdì 17 febbraio è arrivata una mazzata: l’Inps, dopo un accertamento che aveva già portato alla revoca «in autotutela» dell’erogazione della sua pensione, le ha chiesto di restituire 235.332,57 euro entro venerdì 17 marzo. Ci vuole una bella razionalità per non maledire la data che i latini consideravano portatrice di sventure.

Per chi non se lo ricordasse stiamo parlando dell’inchiesta che coinvolge 101 (in gran parte ex) dipendenti e cinque società del gruppo editoriale Gedi (che pubblica tra gli altri i quotidiani La Repubblica, La Stampa e Il Secolo XIX), per una presunta frode ai danni dell’Inps. La holding nel dicembre 2021 è stata oggetto di un sequestro preventivo da 38,9 milioni di euro, equivalente all’«illecito risparmio dei costi del personale» realizzato sino a quella data dal gruppo attraverso una manovra che avrebbe causato all’Inps un danno da 22,2 milioni di euro, cifra che non tiene conto delle presunte illecite percezioni di assegni per quasi tutto il 2022.

Il computo degli indagati comprende 80 prepensionati considerati senza titoli (compresi 16 dirigenti), 17 manager accusati di truffa, sei sindacalisti ritenuti complici dell’oliato sistema, due funzionari Inps tacciati di infedeltà e altre due figure minori. Quattro indagati hanno ricoperto o ricoprono ruoli di spicco nel gruppo. Il nome più importante è quello dell’ex amministratore delegato Monica Mondardini, oggi al vertice della Cir della famiglia De Benedetti all’epoca dei fatti contestati proprietaria anche di Gedi.

 Ci sono poi il capo delle risorse umane Roberto Moro, il suo vecchio vice Romeo Marrocchio (poi passato al Sole 24 ore) e il direttore generale della divisione Stampa nazionale Corrado Corradi. Per poter ottenere i vantaggi previdenziali le frodi sarebbero state fondamentalmente di quattro tipi: dai fittizi demansionamenti di dirigenti agli illeciti riscatti di annualità (a spese dell’azienda), dall’utilizzo come collaboratori di dipendenti prepensionati ai trasferimenti (solo a tavolino) di personale. La Piludu ha ricevuto l’avviso di chiusura delle indagini a settembre, poi, ai primi di ottobre, ha avuto la notizia dello storno dell’assegno previdenziale.

 Adesso è arrivata l’ufficialità: per l’Inps la pensione percepita dalla donna era «una prestazione indebita per mancanza del requisito pensionistico». Infatti la dirigente della filiale Inps dell’Eur Maria Rosa Riso ha informato la sfortunata ex lavoratrice che «a seguito di verifiche è emerso» che la Piludu «ha ricevuto per il periodo dall’1 agosto 2010 al 30 settembre 2022 un pagamento non dovuto sulla pensione».

A saltare all’occhio è che stiamo parlando di un fascicolo penale aperto nel 2018 e per cui l’avviso di chiusura delle indagini è partito solo nella tarda primavera di un anno fa.

 La Procura di Roma […] in questo caso non ha ancora chiesto il rinvio a giudizio per i destinatari dell’avviso, né è ancora stata fissata la data dell’udienza preliminare. La sensazione, magari sbagliata, è che a Piazzale Clodio non abbiano particolare fretta di mettere alle strette un gruppo editoriale che secondo il coordinamento dei comitati di redazione potrebbe essere sul mercato e che si è sempre dimostrato pronto a cantare le gesta dei magistrati inquirenti.

 […]   Come detto, alla Piludu è stata notificata la richiesta di risarcimento immediata: «Vogliono indietro dieci anni di pensione come se in questi anni quei soldi non mi fossero serviti per vivere» si lamenta la donna. Nella lettera si legge che «il versamento può essere effettuato online sul sito www.inps.it […] utilizzando la modalità pagamento online pagoPa» o «tramite l’home banking». Il tutto entro trenta giorni dalla notifica.

 Poi la Riso, bontà sua, informa la Piludu che «ha facoltà di proporre ricorso amministrativo» entro 90 giorni. «Di certo farò ricorso. Penso che prima debbano essere accertate le responsabilità di ognuno» […]. […] Agli atti […] sono stati depositati documenti con firme da lei non riconosciute. «Qui ci sono colpe ben precise e non sono le mie» ribadisce la Piludu. E di chi sarebbero? «Degli autori dentro a Gedi di questa truffa, dei sindacati e dell’Inps che non ha controllato perché implicata ad alti livelli. Non può essere solo responsabilità di due impiegati dell’istituto previdenziale che ha ammesso di aver fatto negli anni due controlli su quei prepensionamenti e di non aver trovato nulla di irregolare. C’è poi la sicurezza dei dirigenti Gedi che sostengono di non avere nulla da temere».

[…] Quanto sta succedendo alla Piludu è già accaduto a Enrico Battistini, 65 anni, ex poligrafico addetto, tra l’altro, all’impaginazione della Repubblica e degli altri giornali del gruppo. L’uomo ha un’invalidità civile riconosciuta del 70 per cento e nell’autunno scorso, dalla sera alla mattina, si è ritrovato senza pensione. A Battistini l’Inps ha scritto per chiedere la restituzione in un’unica soluzione di 263.858,59 euro, l’equivalente degli assegni versati dall’ente previdenziale a partire dal gennaio 2013. Somme che l’ex poligrafico, contattato ieri dalla Verità, non è in grado di rendere. […]

A.G. per professionereporter.eu il 17 dicembre 2022.

I migliori pezzi del web andranno sulla carta del giorno dopo. Mentre, fino a ieri, i migliori pezzi della carta andavano sul web del giorno dopo. L’informazione mainstream si sposta ufficialmente sul web. La carta non sarà più un “omnibus” con tutta la giornata raccontata e spiegata. Addio, insomma, al giornalismo di Eugenio Scalfari e di Ezio Mauro. 

Se ne parla da anni, ma ora -a quanto pare- ci siamo. Lavoro diviso in due turni. I due terzi dei deskisti sul web, un terzo sulla carta. Grande rilievo agli esperti Seo, i tecnici che si occupano di far arrivare i pezzi sulla prima schermata di Google.

C’è uno slogan per tutto questo? Sì, c’è: “Less is more”, frase che John Elkann ha pronunciato in una recente visita al giornale. Meno è più.

E’ questa la rivoluzione che i vicedirettori de la Repubblica, Francesco Bei e Carlo Bonini hanno presentato al Comitato di redazione giovedì 15 dicembre. Una rivoluzione che, nella sostanza, prepara anche il Corriere della Sera, dove l’incontro della Direzione con il Cdr è in agenda lunedì 19 dicembre. Bei e Bonini hanno comunicato di aver chiesto al Direttore Molinari di chiudere l’esperienza delle firme in condominio con la Stampa, che appartiene pure a Gedi. Nell’ottica di rafforzare l’identità de la Repubblica.

Ora che succede? Il Cdr è incaricato di raccogliere osservazioni, critiche, proposte. Il 9 gennaio ci sarà un incontro, stavolta con il Direttore Molinari. Poi, quest’ultimo scriverà il Piano definitivo e chiederà di presentarlo in prima persona in assemblea. L’assemblea voterà. Ma sarà un voto non vincolante, “simbolico e politico”, secondo il Cdr, perché Azienda e Direzione hanno intenzione di far partire il Piano comunque, a metà febbraio.

Vediamo più in dettaglio. Due gli obiettivi generali. Il primo, far decollare gli abbonati digitali con “un traffico di qualità” e non un traffico qualsiasi, come finora. Il secondo, offrire sulla carta qualità e radicalità di scelte, per motivare all’acquisto. I vicedirettori -riferisce il Cdr- hanno dichiarato la fine del quotidiano “Omnibus”: Repubblica di carta “non avrà più l’ambizione di informare su tutto come è stato il giornale di Scalfari ed Ezio Mauro”. 

Hanno parlato di un ritorno alle origini del ‘76, quando Scalfari voleva proprio un quotidiano di grandi scelte, senza Sport, Spettacoli, Cronaca. Che non incontrò grande favore e fu quindi pian piano modificato. Qui c’è stata poi la frase di Bonini sulla concorrenza con il Corriere, che ha creato una forte polemica.

Dunque, “Less is more”, copyright John Elkann. Il giornale di carta si farà così: per il 70-80 per cento con i contenuti già pubblicati sul web, per il 20 per cento con commenti o esclusive. Come campagne su temi sociali, per onorare “la funzione civile del giornalismo”. 

L’obiettivo di diffusione del giornale di carta non è maestoso: “Perdere non più della media del mercato” (quindi il 9-10 per cento). Ma -nota il Cdr- purtroppo per ora Repubblica perde molto più di tutti gli altri, meno 17 per cento il dato di ottobre.

Il lavoro sarà diviso tra due turni, 8-15 e 15-22. Chi lavora il pomeriggio, fino alle 18 si occuperà del sito e solo dopo due o tre deskisti si staccheranno per chiudere le pagine di carta. I deskisti dovranno farsi carico del rullo delle notizie o di eventuali dirette, chi scrive dovrà produrre contenuti di qualità, inchieste e lavoro sul campo, su web e carta. 

Potenziamento per la squadra Seo, che due volte al giorno comunicherà ai desk l’andamento della giornata: due assunzioni da Gedi Digital.

Più di un giornalista su cinque è del quotidiano di Travaglio. Cartabianca, il regno dei giornalisti del Fatto Quotidiano: tutti gli ospiti di Bianca Berlinguer. Riccardo Puglisi su Il Riformista il 28 Giugno 2023 

Rispetto alle degenerazioni del pensiero post-moderno, secondo cui si giudica un’affermazione soprattutto sulla base di chi la fa, mi piace portare avanti una tesi molto più antiquata secondo cui siano soprattutto i dati empirici -e quando possibile gli esperimenti controllati- a dirci qualcosa su come funzioni la realtà, andando largamente a prescindere dall’identità di chi questi dati li analizza.

Ebbene, ciò vale con forza nel caso dei mass media, e nella fattispecie nella valutazione di quale sia la loro posizione politica, così come traspare ad esempio dalle scelte degli ospiti nei talk show televisivi. Sempre sulla base dei dati raccolti e analizzati con Tommaso Anastasia, Nicola Chelotti e Marco Gambaro, qui vi fornisco qualche dato oggettivo sulle scelte degli ospiti presso Carta Bianca, presentato da Bianca Berlinguer, figlia di Enrico Berlinguer, già segretario del Partito Comunista Italiano (amo essere preciso).

Come già fatto per Otto e Mezzo e Di Martedì su La7, vorrei analizzare sia le presenze dei politici, che dei giornalisti appartenenti alle diverse testate. E in più vorrei aggiungere qualcosa sugli esperti che a vario titolo vengono invitati, in funzione di quale sia il tema saliente in quei giorni. Partiamo dai partiti: nelle puntate che vanno dal 2017 al settembre 2022 ci sono state 659 ospitate di politici, e vi invito a non stupirvi del fatto che la parte del leone la fa il Partito Democratico, negli ultimi mesi nevroticamente ululante contro il regime dittatoriale in RAI, forse anche perché a Cartabianca poteva contare su 233 ospitate, cioè più di un terzo delle ospitate totali (per l’esattezza: il 35%).

Buon secondo è il MoVimento 5 Stelle (altra sorpresona) con 95 ospitate totali, cioè il 14% circa, mentre al terzo posto c’è la Lega, con 78 ospitate totali, cioè quasi il 12%, seguita a ruota da Forza Italia con 74 ospitate, cioè circa l’11% del totale. Mi permetto altresì di evidenziare la quinta posizione di Articolo Uno (dove militavano Bersani e Speranza) con 38 ospitate, cioè quasi il 6% del totale.

A far bene i conti, il Governo Giallo Rosso del Conte 2 totalizza un sontuoso 55% delle ospitate politiche totali (anzi il 57%, se si aggiunge il 2% di ospitate di esponenti di Italia Viva).

E che dire dei giornalisti? Il quadro è piuttosto eclatante, come per La7, con l’unica differenza che Cartabianca viene trasmesso su un canale pubblico, finanziato largamente dal canone, cioè una tassa specifica pagata dai cittadini. Ci sono state 694 ospitate totali di giornalisti, e -sorpresa sorpresa- il giornale che riesce a piazzare più ospiti da Bianca Berlinguer è Il Fatto Quotidiano, con 158 ospitate, cioè il 23% del totale. Dato che l’amico Marco Travaglio appare solo su La7, nel 65% di queste ospitate c’è Andrea Scanzi, che si è seduto nel salotto della Berlinguer per ben 103 volte (Peter Gomez è lontanissimo secondo con 25 ospitate). 

Al secondo posto c’è La Verità con 114 ospitate, cioè poco più del 16% del totale, mentre al terzo posto c’è il Corriere della Sera con 61 ospitate, cioè quasi il 9% del totale. Repubblica è al quarto posto con 41 ospitate, cioè il 6% del totale. Spiccano 29 ospitate di giornalisti dell’Huffington Post (il 4% del totale) e 10 ospitate di Dagospia (cioè di Roberto D’Agostino).

E gli esperti? Come dicevo sopra, essi vengono ovviamente invitati sulla base della loro conoscenza degli argomenti all’ordine del giorno, quindi è cosa buona e giusta analizzarne le presenze a seconda dei diversi periodi. Nel 2020 e 2021 (gli anni della pandemia) l’esperto più presente a Carta Bianca è il medico infettivologo Massimo Galli (48 ospitate su un totale di 999, battuto soltanto dalle 63 ospitate del raggiante Andrea Scanzi), mentre nel 2022 (l’anno dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia) spicca Alessandro Orsini con 14 ospitate su 256 totali fino a settembre, facendosi battere dal solo Mauro Corona, e battendo persino Andrea Scanzi (che si ferma a 13 ospitate).

Riccardo Puglisi

Marco Zonetti per Dagospia il 28 Giugno 2023 

Continua la faida a distanza, a colpi di editoriali, fra Matteo Renzi, senatore, leader di Italia Viva e finanche direttore del Riformista, e il "collega" Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano. Motivo del contendere questa volta è l'interrogazione in Commissione di Vigilanza Rai presentata dalla vicepresidente Maria Elena Boschi per chiedere se Travaglio e le firme del Fatto Quotidiano, Andrea Scanzi e Alessandro Orsini in primis, siano pagati per andare ospiti a #Cartabianca a "difendere Putin".

Travaglio ha risposto a tono in un editoriale, ripreso da Dagospia, precisando che a fare "servizietti a Putin gratis" era Renzi. Il quale a sua volta, in un altro editoriale di poche ore fa, ha puntualizzato: "Io vedo Travaglio in TV, con lo striscione del Fatto Quotidiano dietro (chissà se quello striscione sia considerato o meno pubblicità, cambio merci, avviso a pagamento): posso chiedere se le mie tasse hanno contribuito a questo show o se le idee di Travaglio costano al contribuente?". 

Ma la stessa domanda potrebbe essere rivolta allo stesso Renzi, ricordando per esempio quando ai primi di maggio 2023 fu ospite dei Cinque Minuti di Bruno Vespa, nel momento di massimo ascolto di Rai1 dopo il Tg1, per presentare il primo numero del Riformista da lui diretto (e il cui direttore responsabile è Andrea Ruggieri, nipote dello stesso Vespa).

La prima pagina del quotidiano era di fatto ben visibile sugli schermi di Rai1, così come sugli schermi di Rai3 è visibile lo "striscione" del Fatto Quotidiano contestato da Renzi a Travaglio. Come se non bastasse, lo stesso giorno, in seconda serata, Renzi fu nuovamente ospite di Vespa a Porta a Porta e nuovamente venne mostrata la prima pagina del quotidiano diretto dal senatore di Italia Viva e dal nipote di Bruno. 

Se l'accusa di conflitto d'interessi per la doppia ospitata con presentazione del giornale, accusa mossa dal consigliere di amministrazione Rai in quota Dipendenti Riccardo Laganà, fu respinta da Viale Mazzini, l'ufficio legale della Rai pretese comunque con una diffida che i video della partecipazione di Renzi a Cinque Minuti e Porta a Porta fossero rimossi dal sito del Riformista. A questo punto, attendiamo la replica di Travaglio a Renzi con un altro editoriale.

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano” il 28 Giugno 2023  

Il pover’ometto che è passato in nove anni dal 40,8 al 2% ha partorito […] un pensierino: “Chiederemo in Vigilanza di sapere se chi va in tv a difendere Putin (i personaggi alla Orsini/travaglio) sono mai stati pagati da Carta Bianca e dalle altre trasmissioni del servizio pubblico[…]”. 

[…] né io né Orsini abbiamo mai difeso Putin.  Se però il tapino volesse dedicarsi a un cheerleader di Putin, gli suggeriamo un certo M.R.. Sotto il suo governo, la dipendenza italiana dal gas della Russia (sotto sanzioni dal 2014 per aver invaso la Crimea) aumentò a dismisura. 

E così le esportazioni d’armi a Mosca: fu lui ad autorizzare la vendita di 94 blindati Lince Iveco per 25 milioni in barba all’embargo. Il 5 marzo 2015 incontrò Putin a Mosca: “La cooperazione Russia-italia prosegue attivamente nonostante il contesto difficile” (era il suo modo di non nominare l’invasione della Crimea).  E disse alla Tass che l’ucraina doveva concedere l’autonomia al Donbass come l’italia all’alto Adige.

[…] Il 10.6.2015 il nostro eroe ricevette Putin all’expo di Milano: “Grazie di essere qui, la accolgo con grande gioia... Lavoreremo insieme per ripartire dalla tradizionale amicizia Italia-russia” per “un futuro ricco di energia per il pianeta e per la vita”. 

Il 17.11.’15, alla domanda “Possiamo fidarci di Putin?”, rispose: “Faccio una risposta da twitter: sì. Nessuno nella comunità internazionale può pensare di costruire l’identità europea contro il vicino di casa più grande considerandolo nemico... Sarebbe assurdo alzare una cortina di ferro tra Europa e Russia”.

Il 17.6.’16 rivide Putin al Forum Economico di San Pietroburgo e chiese alla Ue di ridiscutere le sanzioni: “Russia ed Europa condividono gli stessi valori”. Gran finale: “Avete notato? Oggi il presidente Putin è stato più europeista di me! Spasiba!”. 

Putin ricambiò: “Complimenti, lei è un grande oratore. L’italia può andare fiera di un premier così”. E gli diede un passaggio sulla sua auto blindata. […] non sappiamo se il cheerleader di Putin percepisse la giusta mercede per i suoi servizietti. Ma temiamo che, eccezionalmente, lavorasse gratis.

Perché si arrabbia per sapere se lui, Scanzi, Orsini e altri “arrotondano” le loro entrate? Conte e Travaglio, servizi e servizietti: la replica di Renzi al direttore del Fatto Quotidiano. Matteo Renzi su Il Riformista il 28 Giugno 2023 

Marco Travaglio non perde l’occasione per manifestare la sua ossessione nei confronti miei e del Riformista. Ieri il direttore del Fatto Quotidiano mi ha dedicato il suo ennesimo articolo di fondo polemico. E teoricamente ironico. Avrebbe voluto far ridere ma non ci è riuscito. Capita.

Quali sono i fatti?

Italia Viva ha chiesto in Commissione di Vigilanza di sapere se Travaglio, Orsini e altri editorialisti de Il Fatto Quotidiano ricevono soldi dalla Rai per le loro apparizioni televisive a cominciare da Carta Bianca. Il FQ dice da sempre di essere orgoglioso di non ricevere finanziamenti pubblici. Poco importa se risulta che Travaglio and company abbiano avuto accesso tre anni fa a un significativo aiuto statale.

La verità è che il Fatto è in linea con il pensiero grillino: no ai soldi pubblici ai giornali. E ai giornalisti. E allora perché Travaglio si arrabbia per sapere se lui, Scanzi, Orsini e altri “arrotondano” le loro entrate? Io vedo Travaglio in TV, con lo striscione del Fatto Quotidiano dietro (chissà se quello striscione sia considerato o meno pubblicità, cambio merci, avviso a pagamento): posso chiedere se le mie tasse hanno contribuito a questo show o se le idee di Travaglio costano al contribuente?

Che male c’è nel chiedere trasparenza sui soldi della Rai, cioè del canone, cioè dei cittadini?

Travaglio si è offeso. E allora mi ha attaccato dicendo che io facevo “servizietti a Putin gratis”. Come al solito un linguaggio da premio Pulitzer per coprire l’ontologica incapacità di fare politica. Chiedere a Russia e Ucraina di fare dei territori contesi un’area come l’Alto Adige – proposta non solo italiana del 2015 – avrebbe evitato la guerra. Non si chiama servizietto, si chiama politica estera. Che è esattamente la materia che Travaglio non capisce. Se la capisse potrebbe dedicare uno dei suoi editoriali alla risposta alla seguente domanda: perché in piena pandemia i soldati russi sono entrati in Italia, invitati dall’allora Presidente del Consiglio? Come si chiamava quel premier? Non si è trattato di un servizietto gratis in quel caso. Si è trattato di un drammatico errore politico. Il cui costo lo hanno sostenuto i cittadini italiani e la credibilità della Repubblica.

Matteo Renzi (Firenze, 11 gennaio 1975) è un politico italiano e senatore della Repubblica. Ex presidente del Consiglio più giovane della storia italiana (2014-2016), è stato alla guida della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009, sindaco di Firenze dal 2009 al 2014. Dal 3 maggio 2023 è direttore editoriale de Il Riformista

"La contabilità è la vera economia politica". I conti del Fatto Quotidiano, l’andamento dei depositi bancari di Seif e quello da capogiro di Travaglio in tv. Riccardo Puglisi su Il Riformista il 13 Giugno 2023

L’economista Sergio Ricossa era solito dire che «la contabilità è la vera economia politica», in quanto dentro ai dati su ricavi, costi, entrate e uscite di un’impresa (o di una serie di imprese) si può capire davvero come vadano le faccene economiche, a partire dalla singola impresa o dal singolo settore, fino ad arrivare al PIL totale di un paese. Ma la domanda di partenza è: quanto valore crea o distrugge un’impresa? Qui – basandomi sull’ottimo pezzo apparso su StartMag nell’aprile scorso – voglio concentrarmi sull’andamento di SEIF (Società Editoriale Il Fatto), la quale pubblica il giornale Il Fatto Quotidiano come prima fonte di ricavi e produce contenuti multimediali, in particolare quelli che appaiono sul sito TV Loft. SEIF è peraltro quotata in borsa, dove non spicca per il numero di scambi effettuati – ieri un corposo totale di zero titoli scambiati – e neppure per la valorizzazione totale (6 milioni 730 mila euro).

L’ultimo bilancio di esercizio relativo al 2022 mostra numeri contrastanti. I ricavi totali dalla gestione ordinaria sono in peggioramento, in quanto erano pari a 32 milioni circa nel 2021 e sono scesi a poco meno di 28 milioni nel 2022: un calo del 12,5%, che è particolarmente pronunciato nel caso del settore media content (da 3,5 milioni a 2,2 milioni, cioè un calo di quasi il 38%, pagina 38 della nota integrativa). Poiché i costi non scendono nella stessa misura, il cosiddetto EBIT (i profitti “ordinari”, calcolati prima di avere tolto spesa per interessi, imposte e dividendi) è negativo nel 2022 per 5,5 milioni di euro (pagina 7 della relazione di gestione degli amministratori), mentre era positivo e pari a 466 mila euro nel 2021. E qual è stato l’utile netto di SEIF nel 2022? Negativo? Assolutamente no: l’utile netto è pari a 2 milioni e mezzo di euro, rispetto ai 168 mila euro del 2021.

Il lettore più accorto potrebbe a questo punto domandarsi come si possano conciliare questi numeri, cioè un fatturato in calo e nel contempo utili netti in aumento. Ebbene, il 14 dicembre scorso gli amministratori di SEIF hanno deciso di costituire una società separata, chiamata Loft Produzioni, interamente posseduta da SEIF, alla quale è stato attribuito il ramo d’azienda dedito alla produzione di contenuti multimediali. Quale l’effetto di ciò sul bilancio? Il ramo d’azienda era precedentemente valutato 6,4 milioni di euro, mentre la partecipazione nella nuova società viene valutata dopo perizia 13,3 milioni di euro, cosicché si realizza una plusvalenza straordinaria pari a 6,9 milioni di euro circa. Ebbene, il raccordo contabile consiste nel fatto che questa plusvalenza entra nel conto economico come ricavo straordinario, e ciò contribuisce a spostare SEIF dal territorio delle perdite a quello degli utili.

Con la prossima relazione semestrale potremo verificare per bene l’andamento di Loft Produzioni, tenendo altresì conto dell’andamento non eccelso di media content nel 2022 rispetto al 2021, di cui dicevo sopra. Il principio cruciale in ragioneria è quello della «rappresentazione veritiera e corretta», il quale impone di fornire ad azionisti, lavoratori, fornitori e al pubblico un quadro franco dell’andamento economico, patrimoniale e finanziario dell’azienda in questione. In particolare, una partecipazione finanziaria ha valore nella misura in cui produce un flusso futuro di utili corrispondenti a tale valorizzazione, o trova un compratore sul mercato disposto a convertirla in denaro sonante.

Quindi: chi vivrà vedrà (i conti), ma nel contempo si può già vedere come i depositi bancari di SEIF abbiano avuto un andamento ben peggiore delle contemporanee ospitate del direttore Marco Travaglio su La7: erano 3 milioni 100mila euro a fine 2021, mentre sono 695 mila euro a fine 2022, un ingombrante calo di 2 milioni 400mila euro. Tanto per darvi un’idea del ritmo, con una quarantina di partecipazioni a Otto e Mezzo stiamo parlando di 60mila euro ad ospitata. Riccardo Puglisi

Comprare o vendere le azioni di Travaglio...Keynes spiega le azioni del Fatto Quotidiano: rialzisti e ribassisti, attenzione a non scottarsi le mani.  Riccardo Puglisi su Il Riformista il 15 Giugno 2023 

L’eccezionale capitolo quinto nella Teoria Generale di Keynes contiene una delle descrizioni più interessanti e illuminanti a proposito del funzionamento dei mercati finanziari: in particolare, Keynes illustra il meccanismo tramite cui una parte più o meno rilevante del capitale di un’impresa venga messa sul mercato, cosicché gli investitori iniziali –i fondatori- possano accrescere il capitale stesso dell’impresa con nuovi apporti di capitale, potendo beneficiare nel contempo di una maggiore liquidabilità dei propri capitali.

Non soltanto si tratta di vendere, possibilmente a prezzo generoso, quote esistenti della società così da ottenere un incasso immediato, ma anche di poter liquidare successivamente altre quote (a meno di accordi specifici tra azionisti o con i primi finanziatori dell’impresa) sulla base del prezzo fatto in borsa e aggiornato in maniera più o meno continuativa. Keynes giustamente rileva come questa valorizzazione in tempo reale dell’investimento abbia anche effetti negativi, che consistono nel fatto di dare spazio eccessivo alla speculazione finanziaria, intesa come l’attività di breve o medio termine finalizzata a beneficiare della volatilità dei prezzi stessi, con un atteggiamento che può essere rialzista o ribassista.

Il punto cruciale evidenziato da Keynes è che non raramente questi movimenti di prezzo siano di fatto scollegati dall’andamento del business dell’impresa, ma largamente guidati dalle aspettative formulate da chi opera sul mercato. Detto in termini banali: il valore di un titolo azionario potrebbe crescere semplicemente perché uno o più soggetti lo comprano nell’attesa che il valore del titolo cresca, cosicché l’eccesso di domanda fa salire il prezzo stesso (e viceversa nel caso di soggetti vendono in quanto si aspettano che il valore del titolo scenda). In entrambi casi potrebbe configurarsi quell’affascinante fenomeno delle aspettative che si autorealizzano, nella forma di un prezzo che sale perché molti (o pochi influenti) si attendono che salga e dunque comprano.

Avendo ben rammentato che Keynes amava speculare in borsa (e che i suoi capitali hanno avuto oscillazioni piuttosto selvagge), possiamo ragionare sul fatto che i rialzisti banalmente guadagnano quando comprano un titolo che nel tempo successivo sale di valore, mentre i ribassisti guadagnano in una maniera più “barocca”, i cui detrattori non esiterebbe a definire un po’ “sadica”: tale maniera consiste ad esempio nel vendere “allo scoperto” un titolo che non si possiede facendoselo prestare da chi lo possiede, per poi acquistarlo successivamente a un prezzo più basso, così da restituirlo a chi te lo ha prestato e intascare la differenza tra prezzo iniziale di vendita e prezzo successivo di acquisto.

Esiste ovviamente anche un approccio conservativo alla speculazione ribassista (altro che sadico) il quale consiste nel vendere un titolo che si possiede nel momento in cui si ritenga che nel futuro andrà sempre peggio, fino all’esito peggiore che è il fallimento, cioè l’azzeramento del valore del titolo. I nemici dei ribassisti sono piuttosto diffusi e ovviamente includono nel loro novero i proprietari dei pacchetti azionari delle società oggetto delle attenzioni dei ribassisti: in un celebre articolo dell’economista Owen Lamont intitolato “Go Down Fighting” si raccontano le aspre contese –per usare un eufemismo- tra i proprietari delle società quotate e i ribassisti, che spesso vanno a cercare informazioni sulle reali prospettive di tali società, alla ricerca dei bluff, cioè di stime eroiche degli utili futuri a cui poi corrispondono perdite ingenti, inesistenti fatturati, prodotti farlocchi eccetera.

Quando la scoperta di questi bluff è veritiera il ribassista meramente anticipa con il suo comportamento l’informazione che precedentemente era rimasta nascosta, guadagnandosi e mostrando il vero valore delle società in questione.

Tornando ai casi nostri, le strategie rialziste o ribassiste hanno successo non solo grazie al tempismo, ma anche a motivo della banale capacità (o fortuna) di capire meglio –e in anticipo sugli altri- i piani futuri di una data impresa. Nei giorni scorsi mi sono occupato ad esempio dell’andamento dei conti del Fatto Quotidiano, i quali nel 2022 si sono caratterizzati per la valorizzazione a 12,5 milioni del ramo d’azienda chiamato dedito alla produzione, distribuzione e vendita di contenuti multimediali, che è stato scorporato in una società autonoma –interamente posseduta dalla società quotata SEIF che possiede altresì come asset principale il quotidiano.

La valutazione del ramo d’azienda, magistralmente redatta dai professori Gimede Gigante e Andrea Cerri, è inclusa in una perizia di più di 100 pagine e ovviamente si basa sul piano d’azione (business plan) preparato dagli amministratori della società stessa sull’orizzonte temporale che va dal 2023 al 2025. Gli utili futuri attesi sono desunti da lì e vengono poi stimati per gli anni successivi fino al 2030 ipotizzando che gli andamenti dei primi tre anni proseguano negli anni successivi.

A pagina 99 e 100 del documento visionato (documento pubblico e scaricabile dal registro delle imprese in quanto allegato al verbale di conferimento di azienda della fine di dicembre 2022) si prevede ad esempio che i ricavi per abbonamenti a Loft TV crescano fino a 600mila euro circa nel 2025, quando nel 2021 erano pari a 200 mila euro circa. Ma la parte del leone nei ricavi della Loft Produzioni la fanno le vendite dei contenuti, che già negli anni scorsi hanno avuto una forte crescita, ma che fortemente dipendono da pochi clienti, in particolare dal canale Discovery. Dunque le decisioni prese da quest’ultimo, nel senso di incrementare o ridurre gli acquisti da Loft Produzioni, possono avere un impatto forte sull’andamento degli utili futuri. È ovviamente difficile fare previsioni ma non si può che notare ancora una volta –tornando al buon vecchio Keynes- che il prezzo di SEIF in borsa raramente trova riscontro in scambi corposi che rendano il titolo liquido. Quindi attenzione a non scottarsi le mani, sia come rialzista che come ribassista. Riccardo Puglisi

Il giornalismo grullino del Fatto: per colpire i nemici inventano pure le strette massoniche. Davide Vecchi su Il Tempo il 20 dicembre 2022

Ieri dopo aver letto il Fatto Quotidiano ho dovuto controllare le agenzie di stampa uscite mercoledì scorso relative al convegno organizzato da Il Tempo sul futuro della Capitale. Ho avuto conferma che quel giorno i relatori (quattro ministri, il sindaco Roberto Gualtieri, l'ambasciatore Giampiero Massolo, l'ad di Ferrovie, Luigi Ferraris, e monsignor Vincenzo Paglia) hanno dato vita a un interessante dibattito sui grandi eventi che coinvolgeranno Roma nei prossimi anni, a partire dal Giubileo. E mi sono rincuorato. Perché nel leggere il resoconto riportato ieri dal Fatto sembrava più una riunione massonica addirittura con radici nella P2: «La stretta massonica per Carrai» e «La destra abbraccia Gualtieri». 

Avendo lavorato al Fatto per quasi un decennio ammetto di non essere rimasto molto sorpreso, conosco bene la capacità di lettura della realtà di alcuni miei ex colleghi. Sono quelli dell'intercettazione totalmente inventata sulle qualità estetiche di Merkel, il famoso «culona inchiavabile» attribuito a Silvio Berlusconi, o della imminente morte di Papa Benedetto XVI che - scriveva il fatto nel febbraio 2012 - sarebbe scomparso da lì a 12 mesi: sono trascorsi dieci anni e il Pontefice si sta godendo la meritata pensione. Ma la lista di titoli e scoop poi sonoramente schiantati dalla realtà sarebbe lunga. L'acredine grullina (grillina, pardon) è a me facilmente comprensibile: la presenza tra gli oltre duecento convenuti (dall'ex procuratore Capo di Milano, Francesco Greco, al presidente di Coldiretti, Ettore Prandini) di due nemici giurati di alcuni dei valenti cronisti del Fatto: Luigi Bisignani e Marco Carrai. Con Bisignani l'autore ha delle vecchie ruggini per motivi immagino personali, con Carrai invece è un odio riflesso nei confronti di Matteo Renzi, al quale è legato da un rapporto di amicizia. E soprattutto Carrai è stato archiviato dall'indagine tanto cara al Fatto (nonostante ieri abbiano scritto sia ancora indagato).

Comprendo la delusione. Pur di screditare i due, il giornalista ha addirittura individuato una fantomatica «stretta di mano massonica», qualunque cosa sia. Quel che si dice giornalismo grillino (e non grullino, ci mancherebbe): piegare la realtà a seconda delle proprie simpatie. Per carità: non dipende dal direttore, Marco Travaglio, che non può certo controllare le didascalie di una paginetta con quattro foto. Ma certo l'autore fa danno a lui, al giornale e ai suoi lettori. Si sa, c'è chi è più realista del Re anche nelle redazioni e c'è chi, pur di denigrare nemici personali, vede indagati dove non ce ne sono e misteriose strette di mano massoniche. Ma ci è andata bene. Avremo potuto essere indicati come una nuova loggia, del resto la redazione è in Piazza Colonna, tra Palazzo Chigi e Montecitorio, a due passi dall'Altare della Patria. Qualche spunto nuovo per i colleghi del Fatto ché la P2 è roba di oltre quarant'anni fa. Coraggio, a voi la fantasia non manca.

Estratto da “Il romanzo del giornalismo italiano” di Giovanni Valentini (ed. La nave di Teseo), pubblicato dal “Fatto quotidiano” mercoledì 1 novembre 2023.

Era il 18 gennaio del 1988 quando Carlo De Benedetti, ancora socio di minoranza del Gruppo editoriale L'Espresso, annunciò a Parigi la scalata alla Société générale de Belgique. La holding belga, fondata a Bruxelles nel 1822, possedeva mezzo Congo attraverso partecipazioni in vari settori: carbone e siderurgia come nell'Ottocento, ma anche trasporti, chimica, tessile, cemento, costruzioni metalliche. 

Negli ambienti di sinistra, veniva considerato l'archetipo del capitalismo disumano, ossessionata dalla sete di denaro, ma nello stesso tempo accusata di essere un ente rigido e burocratico, allergico all'innovazione. Un boccone prelibato, dunque, per l'Ingegnere, istigato dal suo chaperon Bernard Guetta, giornalista francese esperto di geopolitica. 

A quella data, come raccontò Giuseppe Turani in un articolo pubblicato su L'Espresso in aprile, De Benedetti aveva già comprato il 18 per cento delle azioni della Vieille Dame, com'era chiamata la Sgb, e si apprestava a lanciare un'Opa per il 15%. “In questo modo”, spiega Turani, “sarebbe arrivato al 33% e si sarebbe posto come azionista di riferimento, in pratica come padrone e gestore.”

Ma, a tre mesi di distanza, che cosa rimaneva dell'atmosfera eccitata di quei giorni? “Nulla, soltanto tre fallimenti”, rispondeva Turani nel suo articolo. Con la spregiudicatezza e l'arroganza che gli hanno fatto perdere tante sfide finanziarie, l'Ingegnere era partito da Torino per andare a Bruxelles con una scatola di cioccolatini Peyrano sotto il braccio e una spavalda dichiarazione che gli sarebbe costata cara: “La ricreazione è finita!” Fatto sta che quelle vecchie volpi degli azionisti di Sgb, durante il fine settimana, decisero un aumento di capitale per diluire così la quota di De Benedetti. 

Per lui, quindi, il primo fallimento fu quello di essere costretto a puntare sul 51%, con una spesa molto più alta. Il secondo, non avendo raggiunto quell'obiettivo, consisteva nel fatto che l'Ingegnere non aveva più il controllo della Società e, anzi, nemmeno un consigliere al vertice della holding. E il terzo fallimento, concludeva Turani, era stato quello di trovarsi di fronte all'ipotesi di una cogestione: uno smacco per un finanziere come lui, abituato ad avere pieni poteri ea comandare anche solo con il 25%.

La scalata alla Sgb era stata un tentativo scaltro e audace, fallito per una scatola di cioccolatini. Fu proprio quello, Lo smacco, il titolo della nostra copertina, con una foto d'archivio in cui De Benedetti appariva seduto su una poltroncina gialla, affranto, piegato in due con la fronte poggiata su una mano e una cartellina verde nell'altra. Il giorno stesso in cui uscì L'Espresso mi chiamò al telefono inviperito, coprendomi di improprii. 

A farlo infuriare di più era stata l'immagine che lo ritraeva in un atteggiamento di sconforto, non riusciva a coglierne il significato e l'effetto simbolico: “Che cosa c'entra quella foto con tutta questa storia? Dove l'avete presa? È un affronto personale!”.

Al contrario, Caracciolo gongolava di divertimento. E si complimentò con me per quella copertina. Lui aveva il pregio della souplesse e la classe aristocratica del Principe rosso. Ma soprattutto era un editore per mestiere e passione civile. E poi, il triplice fallimento dell'operazione non doveva essere dispiaciuto neppure al suo cognato, Gianni Agnelli. In realtà, il primo titolo che avevamo predisposto era Waterloo. All'ultimo momento, però, preferii cambiarlo per non infierire su CdB, come lo chiamavano in codice Carlo ed Eugenio con una certa nonchalance. 

La bozza della copertina originaria, riprodotta a colori su carta lucida, rimase nella vaschetta di plastica sulla mia scrivania, fino al termine della mia direzione. E lì la lasciai, in eredità al mio successore Claudio Rinaldi, insieme a un'altra – a suo modo storico – che avevamo pubblicato il 14 febbraio '88 e di cui andavo particolarmente fiero.

Raffigurava il Governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, seduto su una poltrona di velluto rosso sullo sfondo di una spiaggia caraibica. Il titolo di quel fotomontaggio recitava Ultima spiaggia. Nel mio editoriale, intitolato a sua volta Il governo del Governatore, di fronte alla caduta di Giovanni Goria, al disfacimento del sistema politico e al “ballo” della lira sui mercati internazionali, auspicavo la nomina di Ciampi a presidente del Consiglio. 

Lui allora mi telefonò: “Lei sa che non sono abituato a chiamare i direttori dei giornali. Ma questa copertina mi ha colpito. Vorrei sapere se è una tua idea o se hai raccolto qualche 'voce' sul mio conto.” “No, più che un'idea è una nostra proposta. Un pallone da prova. Ma noi ci auguriamo proprio che si realizzi”, gli risposi.

Passarono cinque anni prima che l'ex governatore fosse chiamato a Palazzo Chigi. Poco tempo dopo l'elezione a Capo dello Stato nel '99, il presidente mi fece invitare a cena al Quirinale e, salendo la scaletta per raggiungere l'altana da dove si vede tutta Roma, m'intimò amabilmente: “Da stasera, mi devi osare del tu. Altrimenti, non t'invito più!”. 

L'ultima volta che lo incontrai quando era ancora in carica, nella tenuta di Castel Porziano, mi congedò tenendomi i polsi con le mani: “Mi raccomando! Tu sei il più giovane della vecchia guardia”. 

L'avvento di CdB

Una brutta mattina del 1989 Scalfari convocò Marco Benedetto e me a Repubblica per annunciarci formalmente la decisione di cedere il Gruppo a De Benedetti. Fu un discorso scarno e rapido, durante il quale Eugenio tradì una qualche emozione: “Io, come sapete, non ho eredi maschi. Le mie due figlie non hanno alcuna intenzione di occuparsi di editoria. Ormai il Gruppo s'è allargato troppo per continuare a fare da solo e ha bisogno di rafforzarsi sul piano finanziario. De Benedetti è già nostro socio, è un amico e credo che sia la persona migliore alla quale possiamo passare il testimone”. 

Per quanto la “voce” circolasse da tempo, per noi fu un colpo di scena. Marco e io ammutolimmo. L'operazione era decisa e non restava altro che prenderne atto. Spiega Paolo Panerai, giornalista e fondatore della Casa editrice Class, nel suo libro intitolato Le mani sull'informazione: “Quotato in Borsa, forte di un settimanale (L'Espresso, nda) che da poco aveva raggiunto l'apice della sua fortuna superando Panorama – e non se ne vedevano ancora le crepe – ricco del 50% di quello che sarebbe diventato il secondo quotidiano italiano di fatto gestito da Caracciolo e Scalfari nonostante la governance dell'alternanza ai vertici del consiglio con gli uomini della Mondadori, il gruppo L 'Espresso-Repubblica era il target ideale per De Benedetti, sempre più schierato politicamente a sinistra”.

Eugenio aveva prevenduto la sua quota strategica, la seconda del patto di sindacato dopo quella di Caracciolo, spuntando per lealtà le stesse vantaggiose condizioni per lui e per gli altri soci: Aldo Bassetti, estromesso a suo tempo dalla sua famiglia per aver acquistato azioni dell' Caffè espresso; Cristina Busi, vedova dell'imprenditore bolognese concessionario della Coca-Cola in Emilia Romagna, compresa la Riviera adriatica; l'industriale farmaceutico, Claudio Cavazza, inventore della carnitina che – secondo la leggenda – aveva consentito alla nostra Nazionale di calcio nel 1982 di vincere i Campionati del mondo in Spagna e grande collezionista di opere d'arte; Mario Ciancio, direttore-editore del quotidiano La Sicilia di Catania, proprietario di alcune emittenti televisive e poi della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, destinato a diventare nel '96 presidente della Fieg (la Federazione editori di giornali) con l'appoggio del Principe rosso.

A Scalfari, l'affare fruttò circa 80 miliardi delle vecchie lire su un totale di 450: una “paccata di soldi”, come gli avrebbe rinfacciato in seguito De Benedetti in un'infelice e sgradevole sortita televisiva, nel gennaio 2018, durante la trasmissione Otto e mezzo di Lilli Gruber su La7. Ma anche Caracciolo ei soci minori, in virtù della mossa di Eugenio, realizzarono un bel guadagno. Così l'Ingegnere strapagò l'acquisto del Gruppo L'Espresso e potrà finalmente far stampare “Editore”, sotto il suo nome e cognome, sul biglietto da visita.

Il romanzo del giornalismo italiano. Redazione CdG 1947  su Il Corriere del Giorno il 31 Ottobre 2023

Cinquant’anni di informazione e disinformazione italiana raccontati dalla "penna" di Giovanni Valentini. Un memoir appassionante come un romanzo, fitto di retroscena inediti, che diventa anche una riflessione imprescindibile sul mestiere di cronista, sulle responsabilità di chi porta le notizie ai lettori, con un interrogativo sospeso sul futuro di questa professione, tra social network e intelligenza artificiale: faremo davvero a meno dei giornalisti?

L’ultima opera di Giovanni Valentini in passato direttore del settimanale L’Espresso e vicedirettore del quotidiano la Repubblica al fianco di Eugenio Scalfari , attualmente editorialista del Fatto Quotidiano racconta nelle 334 pagine un viaggio articolato in 20 capitoli nel giornalismo italiano con oltre 250 personaggi tra giornalisti, scrittori, editori e politici. Barese e figlio d’arte di suo padre Oronzo Valentini che è stato il più “autorevole” direttore nella storia del quotidiano pugliese La Gazzetta del Mezzogiorno.

Pubblicato dalla casa editrice La Nave di Teseo, in libreria da oggi 31 ottobre, Il romanzo del giornalismo italiano è un “viaggio” in cui il giornalista racconta in prima persona le sue varie esperienze professionali che si incrociano con le vicende della vita pubblica del nostro paese: dal quotidiano Il Giorno al quotidiano Repubblica (di cui è stato fra i fondatori) ; passando dalla direzione del settimanale L’ Europeo a quella del L’ Espresso, dopo quella dei quotidiani veneti del Gruppo (Il Mattino di Padova, la Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso) ; dalla direzione editoriale di Tiscali fino all’incarico di Portavoce dell’Autorità Antitrust.

Il suo viaggio giornalistico racconta e descrive una trama di episodi, aneddoti, retroscena e anche pettegolezzi, in gran parte inediti e sconosciuti, che riguardano personaggi noti e meno noti: da Eugenio Scalfari a Umberto Eco, da Antonio Padellaro a Marco Travaglio, da Carlo Caracciolo a Carlo De Benedetti, dal presidente Sandro Pertini a Francesco Cossiga, da Silvio Berlusconi a Carlo Azeglio Ciampi, da Rosy Bindi a Giorgia Meloni, da Antonio Di Pietro a Renato Soru.

Giovanni Valentini

Questi che vi proponiamo di seguito per gentile concessione dell’ autore e dell’ editore, sono alcuni estratti che riguardano in particolare il quotidiano la Repubblica ed il settimanale L’Espresso. Fu Scalfari, dopo aver assunto già due volte Giovanni Valentini al quotidiano La Repubblica e averlo nominato capo della redazione milanese, a volere che il giornalista tornasse a Roma, nel luglio del 1984, per dirigere L’Espresso all’età di 36 anni.

L’assemblea di redazione, fedele al vecchio direttore Livio Zanetti sotto il controllo dei “tupamaros superstiti capeggiati da Paolo Mieli”, manifestò un parere contrario, pur escludendo pubblicamente riserve di natura personale. Ma, trattandosi di un parere consultivo, l’editore confermò la nomina con il consenso del Comitato dei garanti.

Nel suo “Romanzo del giornalismo italiano”, Giovanni Valentini rivela un retroscena conosciuto da pochi. Due anni prima, l’editore Carlo Caracciolo era andato a Padova – dove Valentini dirigeva i quotidiani veneti del Gruppo – e gli aveva già fatto una proposta. “L’Espresso è in difficoltà,” esordì il Principe-editore. “Zanetti comincia ad avere la sua età e il giornale ha bisogno di un ricambio.” E, parlando anche a nome di Eugenio Scalfari, aggiunse: “Vorremmo che tu tornassi a Roma, a settembre, per fare il caporedattore e prepararti dall’interno a prendere il suo posto.”

Per correttezza professionale e personale, e per verificare che il direttore del settimanale L’ Espresso fosse favorevole a quella soluzione, prima di accettare l’incarico Valentini volle incontrare personalmente Zanetti il quale si negò più volte. Alla fine, in piena estate romana, i due giornalisti si incontrarono a pranzo a Roma al ristorante “Il Passetto” . 

Dopo aver chiacchierato del più e del meno per un buon quarto d’ora Zanetti, facendosi schermo del “corporativismo” redazionale, ammise abbassando gli occhi: “Sì, sono al corrente della proposta di Carlo (Caracciolo n.d.r.) . Anche a me farebbe piacere averti come caporedattore. Ma, vedi, mi sembra che non tutta la redazione sia d’accordo” ed aggiunse “Prendiamo un po’ di tempo e magari ne riparliamo più avanti”. A quel punto Valentini irritato dall’ipocrisia e dalla falsità di Zanetti, reagì con la sua nota veemenza e franchezza: “Chiudiamo qui il discorso, non parliamone più”, gli rispose a muso duro: “Lasciami solo dire che il tuo è stato un comportamento da vigliacco”. E l’autore del libro aggiunge “prima che mi alzassi e me ne andassi, lui biascicò: “È vero, hai ragione…”.

Giovanni Valentini dedica tre capitoli, ai suoi sette anni trascorsi nella “storica” sede di via Pò a Roma, alla direzione del settimanale L’Espresso (1984-1991) dal titolo “L’Espresso amaro”, “Il fortino di via Po” ed infine “Venduti e comprati” dall’insediamento all’ideazione della “Bustina di Minerva” di Umberto Eco, dalla campagna sulla concentrazione televisiva e pubblicitaria di Silvio Berlusconi al filone dell’ambientalismo, fino all’avvento di Carlo De Benedetti ed alla “Grande spartizione” con la Mondadori che mise fine alla “Guerra di Segrate”. 53 pagine piene di aneddoti e retroscena che raccontano da “dietro le quinte” di vicende pubbliche vissute dall’interno della redazione di via Po, passando dal “caso Malindi” ai “sassolini di Cossiga” fino ai segreti di Gladio e all’operazione “Stay-Behind” contro il pericolo di un’invasione nemica.

Allorquando il settimanale L’ Espresso pubblicò lo “scoop” sull’organizzazione paramilitare Gladio rimasta fino ad allora segreta, il Capo dello Stato Francesco Cossiga telefonò all’Ingegnere-editore Carlo De Benedetti per protestare, come se fosse lui l’autore dell’inchiesta o il direttore del giornale: “Con questo articolo, hai fatto peggio che se avessi stuprato mia figlia!” inveendo contro De Benedetti, come lo stesso racontò poi a Valentini: “Finché ci sarò io, non metterai più piede al Quirinale. E domani ti farò restituire i telefonini che mi hai regalato.”

L’ex direttore del settimanale L’ Espresso racconta nel suo libro : “De Benedetti, pur senza lamentarsi o recriminare, rimase turbato da quello scontro con il presidente della Repubblica. Avvezzo agli ambienti felpati dell’alta finanza, lui non aveva né l’aplomb né l’esperienza di un editore come Caracciolo. Ho motivo di ritenere che il caso Gladio fu all’origine della mia rottura con l’Ingegnere che sarebbe arrivata appena un anno dopo”.

Rimosso nel luglio del ’91, dopo sette anni dalla direzione dell’Espresso per volere di De Benedetti che insedia Claudio Rinaldi, in autunno Valentini rientra ancora una volta a La Repubblica. A dicembre di quell’anno, come racconta l’ex direttore nel suo libro “Il romanzo del giornalismo italiano” (editore La Nave di Teseo), Eugenio Scalfari gli annuncia che intende nominare un “pacchetto” di vicedirettori, tra cui lui, ma il giornalista barese riesce a dissuaderlo: “Per quanto mi riguarda, ti ringrazio di aver pensato a me. Ma, come ti avevo detto fin dall’inizio, ho bisogno di ricaricarmi, di leggere, di andare al cinema e al teatro… Per un po’ di tempo, preferisco dedicarmi a scrivere”.

In relazione alla nomina di cinque vice direttori, Valentini aggiunse: “Poi, se me lo consenti, vorrei sconsigliartelo. Passerebbero la maggior parte del tempo a farsi la guerra tra di loro, rallentando il lavoro e la programmazione del giornale”. E il direttore Eugenio Scalfari lo ascolta e gli dà retta. Siamo alla fine del ’94, quando Scalfari per rilanciare la testata a quasi vent’anni dalla fondazione, fa un appello alla bandiera e decide di nominare tre vicedirettori: Mauro Bene, Antonio Polito e lo stesso Giovanni Valentini che a quel punto non si può più tirare indietro. I “tre fratellini” (come li chiamavano al giornale) si rimboccano le maniche, riformano il “timone” del giornale e la grafica, raddoppiano le pagine dei Commenti, e la “nuova Repubblica” passa dal bianco e nero al full color e riprende quota nelle vendite.

Nella primavera del ’96, Giovanni Valentini viene incaricato anche di coordinare il gruppo di lavoro che fonda il sito repubblica.it e il direttore, in tono tra lo scettico e l’ironico, gli chiede: “Ma tu mi devi spiegare perché dobbiamo cannibalizzarci le vendite in edicola…”. Una mattina di maggio è lo stesso Scalfari ad annunciare nella riunione di redazione l’avvicendamento alla guida del giornale. “L’editore,” esordisce, “mi ha chiesto una rosa di tre nomi. Io ho domandato: una ‘rosa’ interna o esterna? Mi è stato risposto: esterna, per favorire una discontinuità. E allora, ho fatto i nomi di Ezio Mauro, Claudio Rinaldi e Paolo Mieli”.

Nessuno ha l’ardire di chiedere a Scalfari il motivo per cui la nuova proprietà pretende una “discontinuità”. Valentini chiosa nel suo “romanzo”: “Caracciolo e De Benedetti si divertirono poi a dire che Scalfari s’era convinto di essere stato lui a scegliere Ezio Mauro”. Giampaolo Pansa nel suo libro “La Repubblica di Barbapapà” scriverà: “Scalfari aveva immaginato una scelta sorprendente: Bernardo Valli. Ad affiancarlo da condirettore poteva impegnarsi Valentini, già direttore dell’Espresso e molto legato a Eugenio”. Ma l’interessato nel suo volume pubblicato per l’editore La Nave di Teseo commenta: “Non so se fosse vero o meno“.

Ma racconta Valentini, “onestamente, Scalfari non mi parlò mai di quell’ipotesi. E comunque, la vendita a Carlo De Benedetti aveva cambiato le carte in tavola”. Fino ad arrivare ai giorni nostri, con il passaggio del Gruppo L’Espresso alla Fiat di John Elkann, sotto l’egida editoriale della Gedi. 

Oltre a un capitolo intitolato “Mani ferite, la vera storia di Tangentopoli” raccontata dall’ ex magistrato Antonio Di Pietro; a quello sul “Mistero della Sapienza“, dedicato al delitto di Marta Russo all’Università La Sapienza di Roma, il “romanzo” di Giovanni Valentini ne comprende uno più personale intitolato “Una vita con Barbapapà”, uno sul “Giornalismo on line” e infine si conclude con quello che risponde all’interrogativo sul futuro della professione, fra social network e intelligenza artificiale: faremo a meno dei giornalisti ? Un libro questo che ci sentiamo di consigliare vivamente a chiunque faccia il giornalista o voglia diventarlo. Redazione CdG 1947

Dagospia martedì 31 ottobre 2023. Anticipazione de “Il romanzo del giornalismo italiano”, di Giovanni Valentini (ed. La Nave di Teseo) 

Titolo: Il romanzo del giornalismo italiano. Sottotitolo: Cinquant’anni di informazione e disinformazione. 

È articolato in 20 capitoli; 334 pagine; oltre 250 personaggi tra giornalisti, scrittori, editori e politici, il nuovo libro di Giovanni Valentini, già direttore del settimanale L’Espresso e vicedirettore del quotidiano la Repubblica, oggi editorialista del Fatto Quotidiano.

Pubblicato da La Nave di Teseo, in libreria dal 31 ottobre, Il romanzo del giornalismo italiano è un “memoir” in cui l’autore racconta in prima persona le sue varie esperienze professionali intrecciate con le vicende della vita pubblica nazionale: dal Giorno a Repubblica; dalla direzione dell’Europeo a quella dell’Espresso, passando per quella dei quotidiani veneti del Gruppo; dalla direzione editoriale di Tiscali fino all’incarico di Portavoce dell’Antitrust. 

Una trama di episodi, aneddoti, retroscena e anche pettegolezzi, in gran parte inediti, che riguardano personaggi noti e meno noti: da Eugenio Scalfari a Umberto Eco, da Antonio Padellaro a Marco Travaglio, da Carlo Caracciolo a Carlo De Benedetti, da Sandro Pertini a Francesco Cossiga, da Silvio Berlusconi a Carlo Azeglio Ciampi, da Rosy Bindi a Giorgia Meloni, da Antonio Di Pietro a Renato Soru. Ecco, qui di seguito, alcuni estratti che riguardano in particolare la Repubblica e L’Espresso.

Fu Scalfari, dopo aver assunto già due volte Valentini a Repubblica e averlo nominato capo della redazione milanese, a volere che il giornalista tornasse a Roma, nel luglio del 1984, per dirigere L’Espresso all’età di 36 anni. 

L’assemblea di redazione, fedele al vecchio direttore Livio Zanetti sotto il controllo dei “tupamaros superstiti capeggiati da Paolo Mieli”, manifestò un parere contrario, pur escludendo pubblicamente riserve di natura personale. Ma, trattandosi di un parere consultivo, l’editore confermò la nomina con il consenso del Comitato dei garanti. 

Nel suo “Romanzo del giornalismo italiano”, l’autore rivela ora un retroscena conosciuto da pochi. Due anni prima, Caracciolo era andato a Padova - dove Valentini dirigeva i quotidiani veneti del Gruppo - e gli aveva già fatto una proposta. “L’Espresso è in difficoltà,” esordì il Principe-editore. “Zanetti comincia ad avere la sua età e il giornale ha bisogno di un ricambio.” E, parlando anche a nome di Scalfari, aggiunse: “Vorremmo che tu tornassi a Roma, a settembre, per fare il caporedattore e prepararti dall’interno a prendere il suo posto.”

Per correttezza, e per verificare che il direttore fosse favorevole a quella soluzione, prima di accettare l’incarico Valentini volle incontrare personalmente Zanetti che si negò più volte. Alla fine, in piena estate romana, i due giornalisti si incontrarono a pranzo al ristorante Il Passetto.  

Dopo aver traccheggiato per un buon quarto d’ora Zanetti, facendosi schermo del “corporativismo” redazionale, ammise abbassando gli occhi: “Sì, sono al corrente della proposta di Carlo. Anche a me farebbe piacere averti come caporedattore. Ma, vedi, mi sembra che non tutta la redazione sia d’accordo.

Prendiamo un po’ di tempo e magari ne riparliamo più avanti”. A quel punto, irritato dall’ipocrisia e dalla falsità dell’interlocutore, Valentini reagì con veemenza: “Chiudiamo qui il discorso, non parliamone più”, replicò a brutto muso: “Lasciami solo dire che il tuo è stato un comportamento da vigliacco”. E, racconta l’autore del libro, “prima che mi alzassi e me ne andassi, lui biascicò: “È vero, hai ragione…”. 

Ai sette anni della sua direzione all’Espresso (1984-1991) Valentini dedica tre capitoli intitolati L’Espresso amaro, Il fortino di via Po e infine Venduti e comprati: dall’insediamento all’ideazione della Bustina di Minerva di Eco, dalla campagna sulla concentrazione televisiva e pubblicitaria di Berlusconi al filone dell’ambientalismo, fino all’avvento di De Benedetti e alla “Grande spartizione” con la Mondadori che mise fine alla “Guerra di Segrate”.

Sono 53 pagine dense di aneddoti e retroscena che raccontano da “dietro le quinte” di vicende pubbliche vissute dall’interno della redazione di via Po, passando dal “caso Malindi” ai “sassolini di Cossiga” fino ai segreti di Gladio e all’operazione “Stay-Behind” contro il pericolo di un’invasione nemica. 

Quando il settimanale pubblicò lo scoop sull’organizzazione paramilitare rimasta fino ad allora segreta, il Capo dello Stato telefonò all’Ingegnere-editore per protestare, come se fosse lui l’autore dell’inchiesta o il direttore del giornale: “Con questo articolo, hai fatto peggio che se avessi stuprato mia figlia!” inveì contro De Benedetti, come lui stesso riferì poi a Valentini: “Finché ci sarò io, non metterai più piede al Quirinale. E domani ti farò restituire i telefonini che mi hai regalato.”

Scrive nel suo libro l’ex direttore del settimanale: “De Benedetti, pur senza lamentarsi o recriminare, rimase turbato da quello scontro con il presidente della Repubblica. 

Avvezzo agli ambienti felpati dell’alta finanza, lui non aveva né l’aplomb né l’esperienza di un editore come Caracciolo. Ho motivo di ritenere che il caso Gladio fu all’origine della mia rottura con l’Ingegnere che sarebbe arrivata appena un anno dopo”.

Destituito dopo sette anni dalla direzione dell’Espresso nel luglio del ’91, per volere di De Benedetti che insedia Claudio Rinaldi, in autunno Valentini torna ancora una volta a Repubblica. 

A dicembre di quell’anno, come racconta l’ex direttore nel suo libro “Il romanzo del giornalismo italiano” (La Nave di Teseo), Scalfari gli annuncia che intende nominare un “pacchetto” di vicedirettori, tra cui lui, ma il giornalista riesce a dissuaderlo: “Per quanto mi riguarda, ti ringrazio di aver pensato a me. 

Ma, come ti avevo detto fin dall’inizio, ho bisogno di ricaricarmi, di leggere, di andare al cinema e al teatro… Per un po’ di tempo, preferisco dedicarmi a scrivere”.

Quanto alla nomina di cinque vice, aggiunge: “Poi, se me lo consenti, vorrei sconsigliartelo. Passerebbero la maggior parte del tempo a farsi la guerra tra di loro, rallentando il lavoro e la programmazione del giornale”. E il direttore gli dà retta. 

Alla fine del ’94, per rilanciare la testata a quasi vent’anni dalla fondazione, Scalfari fa un appello alla bandiera e decide di nominare tre vicedirettori: Mauro Bene, Antonio Polito e lo stesso Valentini che a quel punto non può più rifiutare. I “tre fratellini” si rimboccano le maniche, riformano il “timone” del giornale e la grafica, raddoppiano le pagine dei Commenti, la “nuova Repubblica” passa al full color e riprende quota.

Nella primavera del ’96, Valentini viene incaricato anche di coordinare il gruppo di lavoro che fonda il sito repubblica.it e il direttore, in tono tra lo scettico e l’ironico, gli chiede: “Ma tu mi devi spiegare perché dobbiamo cannibalizzarci le vendite in edicola…”. 

Una mattina di maggio è lo stesso Scalfari ad annunciare nella riunione di redazione l’avvicendamento alla guida del giornale. “L’editore,” esordisce, “mi ha chiesto una rosa di tre nomi. Io ho domandato: una ‘rosa’ interna o esterna? Mi è stato risposto: esterna, per favorire una discontinuità. E allora, ho fatto i nomi di Ezio Mauro, Claudio Rinaldi e Paolo Mieli”.

Nessuno ha l’ardire di chiedere il motivo per cui la nuova proprietà pretende una “discontinuità”. Chiosa nel suo “romanzo” Valentini: “Caracciolo e De Benedetti si divertirono poi a dire che Scalfari s’era convinto di essere stato lui a scegliere Ezio Mauro”. 

Scriverà Giampaolo Pansa nel libro La Repubblica di Barbapapà: “Scalfari aveva immaginato una scelta sorprendente: Bernardo Valli. Ad affiancarlo da condirettore poteva impegnarsi Valentini, già direttore dell’Espresso e molto legato a Eugenio”. Ma l’interessato nel suo volume per La Nave di Teseo commenta: “Non so se fosse vero o meno.

Ma, onestamente, Scalfari non mi parlò mai di quell’ipotesi. E comunque, la vendita a CdB aveva cambiato le carte in tavola”. Fino ad arrivare ai giorni nostri, con il passaggio del Gruppo L’Espresso alla Fiat di John Elkann, sotto l’egida editoriale della Gedi.  

Oltre a un capitolo intitolato Mani ferite, la vera storia di Tangentopoli raccontata da Di Pietro; a quello sul Mistero della Sapienza, dedicato al delitto di Marta Russo all’Università La Sapienza di Roma, il “romanzo” di Valentini ne comprende uno più personale intitolato Una vita con Barbapapà, uno sul Giornalismo on line e infine si conclude con quello che risponde all’interrogativo sul futuro della professione, fra social network e intelligenza artificiale: faremo a meno dei giornalisti?

Iervolino indagato, su Affari la richiesta di Woodcock di rinvio a giudizio. Eleonora Perego su Affari Italiani il Martedì, 31 ottobre 2023. Gli atti della richiesta di rinvio a giudizio per i sette indagati per corruzione, tra cui l'editore de L'Espresso Danilo Iervolino

Concorso in corruzione, l'editore de "L'Espresso" Iervolino indagato per un'assunzione favorita in Unipegaso

Concorso in corruzione aggravata: questo il reato per il quale i pm di Napoli Sergio Ferrigno e Henry John Woodcock (il pm che in passato ha messo sotto inchiesta Berlusconi, la Guardia di Finanza e che ha indagato sulla P4 e sugli appalti Consip) hanno chiesto il rinvio a giudizio per sette indagati tra cui Danilo Iervolino, allora al vertice dell'Università Pegaso e attuale presidente della Salernitana calcio, oltre che editore de L’Espresso.  Insieme a lui il segretario generale del sindacato Cisal Franco Cavallaro, il segretario generale del Ministero del Lavoro Concetta Ferrari e Fabia D'Andrea, all'epoca dei fatti vice capo di Gabinetto del ministro del Lavoro.

"Il dottor Danilo Iervolino è completamente estraneo ai fatti ricostruiti dall’ufficio di procura. Non ha mai conosciuto ne’ incontrato la dottoressa Ferrari, ed il di lei figlio", afferma su affaritaliani.it Giuseppe, Saccone, avvocato di Iervolino. "Non ha mai parlato con la dottoressa Ferrari al telefono né è mai stato intercettato un suo colloquio con i protagonisti della vicenda avente ad oggetto i fatti contestativa - prosegue il legale -. Nemmeno vi è prova che egli sapesse, nel momento della sottoscrizione del contratto di docenza di cui si parla nell’imputazione, che quell’incarico fosse correlabile alla elargizione di favori di qualunque genere… A prescindere dalla inutilizzabilità delle intercettazioni ambientali effettuate nel procedimento sui dispositivi appartenenti a soggetti diversi dal Dottor Iervolino. Inutilizzabilità dichiarata dal giudice del riesame, siamo certi che proprio quei colloqui contengono  la prova incontrovertibile della sua estraneità ai fatti. Attendiamo con fiducia la fissazione dell’udienza preliminare e non escludiamo di definire il procedimento con il giudizio abbreviato". 

Corruzione, indagato Iervolino: «Un'assunzione all'Università Pegaso per aiutare un sindacalista». L'ateneo: «Noi parte lesa». Titti Beneduce su Il Corriere della Sera il 30 ottobre 2023

Per il patron della Salernitana e altri sei chiesto il rinvio a giudizio, prima udienza il 24 novembre. Sullo sfondo la scissione di un patronato

Concorso in corruzione aggravata: questo il reato per il quale la Procura di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio per 7 indagati tra cui il segretario generale del sindacato Cisal Franco Cavallaro, 58 anni; il segretario generale del Ministero del Lavoro Concetta Ferrari, 64 anni; Fabia D'Andrea, 58 anni, all'epoca dei fatti vice capo di Gabinetto del ministro del Lavoro; Danilo Iervolino, 45 anni, già al vertice dell'Università Pegaso e attuale presidente della Salernitana calcio. Cavallaro, secondo l'accusa, al fine di ottenere la scissione parziale del patronato Encal-Inpal in patronato Encal-Cisal e patronato Inpal avrebbe corrotto Ferrari e D'Andrea con alcuni favori. In particolare, Cavallaro avrebbe richiesto a Iervolino l'assunzione di un figlio della Ferrari quale professore dell'Università Pegaso (30.000 euro lordi all'anno). Il gup ha fissato l'udienza preliminare per il 24 novembre.

La vacanza e la barca

 Cavallaro è poi accusato di aver pagato una vacanza a Tropea alla Ferrari e al marito, oltre al noleggio di una barca e regali come una borsa di pregio e una cravatta al marito della Ferrari. Avrebbe poi «sponsorizzato» due persone di interesse della D'Andrea. La scissione parziale del patronato Encal-Inpal in patronato Encal-Cisal e patronato Inpal - ottenuta il 18 gennaio 2018 - ha consentito la conservazione dello status di Patronato con conseguente mantenimento in favore di entrambi delle sovvenzioni pubbliche, delle sedi e del patrimonio in loro possesso. In caso di scissione totale, invece, tali benefici sarebbero stati tutti persi. Parti offese nell'inchiesta il Ministero del Lavoro, il Patronato Inpal e l'Università telematica Pegaso.

Pegaso: «Noi parte lesa»

In riferimento alla richiesta di rinvio a giudizio, Università Pegaso precisa che «si tratta di una vicenda precedente all'attuale gestione, per la quale è stata fornita piena collaborazione alla Procura, che ha qualificato Università Pegaso come parte lesa e si riserva di ricorrere in tutte le sedi a propria tutela».

Gli avvocati

«Con riferimento alla notizia inerente il coinvolgimento del segretario generale della Cisal in un procedimento penale presso il Tribunale di Napoli, colpisce il fatto che chi ha divulgato tale notizia si sia guardato bene dal dire che il competente Tribunale della Libertà, con venti pagine di motivazione, ha ritenuto insufficienti finanche i semplici indizi di colpevolezza a carico del mio assistito». Lo afferma in una nota l'avvocato Domenico Colaci, difensore del segretario generale della Cisal Francesco Cavallaro; analoga la riflessione dell'avvocato Giuseppe Saccone, che assiste Iervolino. «Prediamo atto della diffusione, tardiva e non casuale, di questa notizia», commenta anche l'avvocato Alessandro Diddi, legale di Concetta Ferrari. «Peccato - aggiunge - che siano già state chieste delle misure cautelari per gli indagati, tutte rigettate dal giudice per le indagini preliminari sia dal Tribunale delle Libertà di Napoli».  Il nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli ha già eseguito un sequestro preventivo nei confronti del figlio della Ferrari per un importo di oltre 68 mila euro, pari ai compensi netti percepiti come professore dalla Pegaso dal primo aprile 2019 al 10 giugno 2022.

Da Savoiagate a Consip passando per Vallettopoli. WoodcockFlop, una carrellata dei ‘nulla di fatto’ del pm anglo-napoletano Henry John. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 2 Novembre 2023 

Il procedimento per corruzione nei confronti dell’imprenditore Danilo Iervolino, fondatore dell’Università telematica Pegaso e attuale numero uno della Salernitana, destinato a finire come raccontato ieri sul Riformista in un nulla di fatto, è solo l’ultimo di una lunga serie di flop del Pm aglo-napoletano Henry John Woodcock.

Il più celebre è senza ombra di dubbio il Savoiagate. Nel 2006, Woodcock, allora Pm a Potenza, aveva accusato Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell’ultimo re d’Italia, di far parte di una associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e allo sfruttamento della prostituzione. Vittorio Emanuele venne fermato mentre si trovava a Varenna, un paesino sul lago di Lecco. Dopo un viaggio durato tutta la notte, fu tradotto nel carcere di Potenza dove rimase per una settimana prima di andare ai domiciliari. Finito l’iniziale clamore mediatico, l’inchiesta approdò a Como per competenza territoriale e Vittorio Emanuele, assolto perché il fatto non sussiste, sarà poi risarcito con 40mila euro per l’ingiusta detenzione patita.

A seguire Vallettopoli, una maxi inchiesta sul mondo spettacolo. Fra gli indagati, Elisabetta Gregoraci, Fabrizio Corona, Lele Mora, l’allora ministro Alfredo Pecoraro Scanio. Anche questa inchiesta si chiuderà con una sfilza di assoluzioni. Altra inchiesta mediatica, finita in un nulla di fatto, sarà Vipgate e coinvolgerà Franco Marini, Nicola Latorre, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Umberto Vattani, Tony Renis e Anna La Rosa. Associazione per delinquere, turbativa d’asta, corruzione ed estorsione, le accuse. Dopo Potenza per Woodcock arriva il trasferimento a Napoli con l’inchiesta sulla P4, una loggia P2 al quadrato. Figura centrale è Luigi Bisignani, accusato di aver creato un sistema informativo parallelo. Saranno coinvolti il magistrato Alfonso Papa, all’epoca deputato del Pdl e l’allora capo di Stato maggiore della guardia di finanza Michele Adinolfi, il comandante in seconda della Gdf Vito Bardi, oltre ad una pletora di dirigenti della Rai, delle Ferrovie e dei Ministeri. Le accuse verranno ridimensionate dalla Cassazione che stabilirà l’insussistenza dell’associazione a delinquere.

Dopo la P4, parte Consip, un’altra maxi indagine. Il procedimento sulla centrale acquisti della Pa nel 2016 coinvolge l’entourage dell’allora premier Matteo Renzi, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri Tullio Del Sette, i vertici della guardia di finanza, l’imprenditore ed editore di questo giornale Alfredo Romeo. Qui c’è una cosetta che vale la pena ricordare, così per sorridere anche se c’è francamente poco da ridere, la parte principale del reato contestato a un dipendente della Romeo Gestioni è il regalo di un myrtillocactus una pianta, tutta attorcigliata che ha un valore che solitamente non supera i cento euro, a una funzionaria della Regione Campania. Sì, cento euro. Torniamo sei, il fascicolo dell’inchiesta verrà poi spacchettato in vari tronconi, alcuni dei quali trasmessi per competenza a Roma. Quelli nei confronti di Romeo e Del Sette si sono conclusi con una assoluzione. Altri si trascinano stancamente nelle aule dei tribunali. L’inchiesta Consip, comunque, verrà ricordata per la più grande fuga di notizie della storia della Repubblica, con una intera informativa di oltre mille pagine redatta dai carabinieri del Noe finita integralmente nelle redazioni dei giornali.

Per questa indagine Woodcock subirà anche un procedimento disciplinare al Csm poi archiviato per “condotta irrilevante”. Al Pm furono contestate le modalità dell’interrogatorio di Filippo Vannoni, il presidente della municipalizzata fiorentina Publiacqua, accusato di essere a conoscenza che la Procura stava facendo indagini nei confronti di altri manager pubblici. Vannoni venne sentito alla vigilia di Natale del 2016 da Woodcock come persona informata dei fatti, quindi come testimone e senza l’assistenza di un difensore. Per il Csm però già allora c’erano tutti gli elementi per iscriverlo nel registro degli indagati. Fu un interrogatorio “molto duro”, disse poi Vannoni, con domande “pressanti” concentrate soprattutto sui “rapporti con Matteo Renzi”, e poi una frase, “vuole fare una vacanza a Poggioreale”, che gli sarebbe stata rivolta da Woodcock e di fronte alla quale il manager era rimasto “colpito e intimidito”. Nell’elenco di flop non può mancare l’inchiesta sui vertici di Cpl Concordia, accusati di corruzione in relazione agli appalti per la metanizzazione dell’isola di Ischia, con l’arresto del sindaco Giosi Ferrandino, ora europarlamentare Pd. Scontato l’esito: tutti assolti. Dulcis in fundo, il procedimento a carico del professore Francesco Fimmanò, ex componente del Consiglio di Presidenza della Corte di Conti, fatto anche perquisire all’alba, la cui ‘colpa’ era stata quella di aver fatto l’avvocato, rappresentato l’Università Pegaso nel procedimento innanzi alla Sezione consultiva del Consiglio di Stato. Paolo Pandolfini

"Io vittima di uno stalking giudiziario". Gli scoop di Woodcock, il calvario di Danilo Iervolino: “Costretto a lasciare Napoli per i miei figli, la gente mi evita”. Danilo Iervolino è una delle tante vittime del Pm inglese che alla comunità economica napoletana ne ha fatte più di Carlo in Francia. Paolo Pandolfini su Il Riformista l'1 Novembre 2023

«Sono stato costretto a vendere la società e ad andarmene. Purtroppo svolgere una attività imprenditoriale a Napoli era diventato impossibile a causa dell’attenzione, che definirei “morbosa”, della Procura della Repubblica nei miei confronti», afferma Danilo Iervolino, fondatore dell’Università Telematica Pegaso, di cui ha lasciato la direzione lo scorso anno, e attuale presidente della Salernitana nonché proprietario del settimanale L’Espresso. Il Pm napoletano Henry John Woodcock ha chiesto il suo rinvio giudizio per l’accusa di corruzione. L’udienza preliminare è fissata il prossimo 24 novembre.

Dottor Iervolino, ci spieghi cosa è successo.

«Guardi, questa vicenda inizia nel 2018. I magistrati stavano indagando Franco Cavallaro, il segretario generale della Cisal, un sindacato molto presente nel pubblico impiego, nell’ambito di un procedimento per voto di scambio. Il trojan nel suo cellulare registra un colloquio con Concetta Ferrari, all’epoca direttore generale del Ministero del lavoro, con cui Cavallaro intratteneva rapporti di amicizia. Quest’ultimo rappresenta alla dirigente che poteva far avere al figlio, dottore di ricerca in ingegneria, un contratto di insegnamento presso la mia Università telematica. Teniamo presente che Cisal aveva una convenzione con l’Ateneo».

E poi?

«Il ragazzo, che non conoscevo, come non conoscevo la madre, si presenta alla Pegaso e riceve un contratto integrativo. Ma come lui tanti altri».

Non mi sembra un fatto grave.

«Appunto. Dagli ascolti del trojan, però, emerge che Cavallaro avrebbe fatto una serie di regali e attenzioni alla dottoressa Ferrari per ottenere un parere favorevole alla scissione del suo patronato e che gli avrebbe prodotto delle utilità».

Andiamo avanti.

«Cavallaro ad un certo punto chiede al professor Francesco Fimmanò, direttore scientifico della Pegaso e mio avvocato, di poter avere un appuntamento col vicecapo-gabinetto del Ministero del lavoro, la prefetta Fabia D’Andrea, per questioni inerenti il sindacato, avendo visto che entrambi sono spesso impegnati in convegni o pubblicazioni comuni anche al Cnel. Fimmanò glielo fissa aggiungendo, a fronte del tentativo di Cavallaro di spiegargli il problema, che D’Andrea nessun ruolo o potere poteva avere nella vicenda. D’Andrea, comunque, offre dei consigli e dà notizie per le quali avrebbe ricevuto molto tempo dopo un corso di formazione per una sua giovane amica.

E dopo questo episodio?

«L’anno scorso io e Fimmanò riceviamo un invito a comparire da Woodcock con la descrizione del fatto. Gli mandiamo una nota rappresentando che è inutile sentirci non conoscendo nulla delle vicende connesse al contratto e alla presentazione. Come dice Fimmanò: “Non è che se le presento un ministro e dopo lo spara, posso mai rispondere di concorso in omicidio”. La scorsa estate, comunque, arriva la chiusura delle indagini sempre per le stesse cose».

E per gli altri soggetti?

«Woodcock in primavera aveva fatto una richiesta cautelare ai domiciliari per Ferrari e Cavallaro e un obbligo di dimora per D’Andrea. La richiesta è stata rigettata dal gip nel mese di maggio. Il magistrato ha allora fatto appello al Riesame. Senza attendere la decisione, a luglio ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti».

Il Riesame è arrivato la scorsa settimana.

«Sì. Ed ha annichilito l’appello del Pm. Con un provvedimento ineccepibile lo ha dichiarato inammissibile, in quanto non v’è alcun indizio visto che queste captazioni trojan di terzi ante 2020 sono inutilizzabili per giurisprudenza ormai consolidata. Guarda caso, esce la notizia della richiesta di rinvio a giudizio per un procedimento che è già su un binario morto».

Procedimento che si trascina dal 2018.

«Negli ultimi 5 anni il dottor Woodcock ha ‘gemmato’ una serie enorme di imputazioni, sempre dallo stesso procedimento in cui avrei corrotto il Parlamento».

Si spieghi.

«Anni fa, con uno meccanismo per il quale ho sporto querela nei confronti di Woodcock, è stato abusivamente acquisito ogni dato che mi riguardasse. Sono stato intercettato per anni, con cimici in casa quando ero coi miei bambini e mia moglie, in auto, in ufficio, ovunque, uno stalking giudiziario. Come dicono i miei avvocati, dallo stesso procedimento se ne tira fuori un altro e così all’infinito, è una tecnica consolidata, così la competenza resta sempre allo stesso Pm che, che coincidenza, la prima volta era di turno».

Che fine hanno fatto questi procedimenti?

«Faccia una ricerca in internet. Basterebbe leggere quello a seguito del riesame del 2021 per chiedersi come sia possibile che dopo quanto hanno rilevato e stigmatizzato con toni gravissimi i giudici in tre diverse ordinanze si continui ad andare avanti».

Dove sarebbe la corruzione in quest’ultimo procedimento?

«Non lo so. Avremmo conferito un contratto ad un ingegnere dottore di ricerca che pare sarebbe stato poi utilizzato da Cavallaro per avere il via libera sulla scissione di un patronato. Ma lo leggo come voi, perché non so neppure di cosa parliamo ed è frutto di colloqui tra terzi, senza che io ne abbia avuto mai neppure contezza. Non ho mai messo piede al Ministero del lavoro, tanto meno per questioni sindacali. Non so neppure perché proceda la Procura di Napoli visto che i fatti si sarebbero svolti tra la Calabria e Roma».

È in guerra con Woodcock?

«Ma no. Io non sono in guerra con nessuno, vorrei solo lavorare, produrre e vivere in pace coi miei figli. So soltanto che questa persecuzione mi ha costretto a lasciare Napoli ed a svendere la metà del mio gruppo per proteggere i miei bambini, ormai traumatizzati da perquisizioni con centinaia di poliziotti e finanzieri a casa ed in ufficio. Ma questo è un tema che molti purtroppo conoscono da anni, dal Re Vittorio Emanuele, al povero sindaco di Castellaneta, all’Ispettore generale del Ministero della giustizia Andrea Nocera, agli imprenditori Alfredo Romeo e Gianluigi Aponte. La lista è così lunga che non basterebbe un intero giornale».

E l’indagine fiscale?

«È finita con una archiviazione dopo essere stata pubblicata sul Fatto Quotidiano, grazie alla notizia della proroga delle indagini di un altro procedimento, pure quello archiviato».

Ma davvero lei ha venduto il suo gruppo e abbandonato Napoli per queste vicende?

«Ma lei ha compreso cosa mi è capitato e mi sta capitando? Ha visto la rassegna stampa? Ha visto le dichiarazioni degli attuali gestori del mio vecchio gruppo? Vorrei che per un giorno si capisse quello che ho passato. Io ho avuto in casa centinaia e centinaia di poliziotti, i miei bambini terrorizzati hanno cominciato a pensare di avere un papà criminale. E poi tutte quelle imputazioni con gli aggettivi più turpi e disdicevoli: mi vergognerei solo a pensarle quelle cose. Questo per non parlare delle complicazioni nella mia vita di relazioni umane e a tutto quello che è accaduto a chi mi è stato intorno, i miei commercialisti, medici, avvocati, ad iniziare da Fimmanò che si trova in questo bailamme per aver presentato un segretario di un sindacato ad un vicecapo-gabinetto del Ministero del lavoro, una cosa normalissima in un Paese normale».

È cambiato l’atteggiamento del prossimo nei suoi confronti?

«La gente ha cominciato ad evitarmi soprattutto per non incappare nel solito Pm che oggi trae una pubblicità inaspettata dal fatto che presiedo un club di serie A».

Lei è considerato un golden boy dell’economia italiana.

«Sì. Per riprendere a firmare un atto ho dovuto superare momenti di sconforto. Ho dovuto vendere l’azienda per tre volte in meno il suo valore. Ma cos’altro potevo fare? Si rende conto che siamo ancora a parlare di questo procedimento a cinque anni di distanza? E poi che succede se verrò prosciolto nuovamente? Nulla, ci siamo sbagliati?»

Faccia una previsione.

«Ho troppo rispetto per i giudici e sono abituato a difendermi nei processi. I giudici sono una delle categorie più sane e serie del Paese, non confondiamo con i casi di malagiustizia, anche se questa volta è ancora più incredibile degli altri. Sui co-indagati si è già pronunciato il gip ed il Riesame ha rigettato ogni richiesta per la totale mancanza di indizi. La richiesta di rinvio a giudizio ha solo una motivazione ed è quella per la quale mi sta intervistando. Stranamente una notizia vecchia di mesi esce, dopo che lo stesso Riesame ha azzerato l’inchiesta, su piccoli siti, individuati abilmente, ed è subito diventata virale visto che riguarda il presidente di una squadra di serie A».

Paolo Pandolfini

"Sono innamorato della città". Chi è Danilo Iervolino, l’imprenditore nuovo proprietario della Salernitana che ha fondato l’Università telematica Pegaso. Antonio Lamorte su Il Riformista l'1 Gennaio 2022

Danilo Iervolino è un napoletano innamorato di Salerno. È lui l’uomo della salvezza, almeno in questa fase, per i granata. L’imprenditore di 43 anni ieri ha presentato un’offerta che è stata accettata dai trustee del club campano. Avrebbe messo sul piatto tra i 10 e i 13 milioni di euro per l’acquisto della Salernitana. Iervolino è noto per esser stato il fondatore dell’Università Telematica Pegaso. Era per Forbes nel 2020 uno dei cento migliori manager e imprenditori in Italia.

Iervolino è nato il 2 aprile del 1978 a Palma Campania, in provincia di Napoli, comune di origine dei genitori dove vive ancora oggi. Ha studiato all’Università Parthenope, Economia e Commercio. Quindici anni fa, quando aveva solo 28 anni, fondò l’Università telematica Pegaso, riconosciuta e accreditata dal ministero dell’Istruzione nel 2006. Si ispirò ad alcuni modelli americani che aveva approfondito in un suo soggiorno negli Stati Uniti. Divenne il più giovane a capo di un’università europea. Pegaso ha oggi oltre novanta sedi d’esame, 100mila studenti iscritti ed è considerata la migliore università telematica italiana.

Dallo scorso settembre Iervolino non è più il patron di Pegaso: ha ceduto il 50% delle azioni di Multiversity, holding cui fanno capo UniPegaso e l’Università Mercatorum, che deteneva al Fondo Cvc per circa un miliardo di euro. E qualche giorno fa ha comprato il 51% di Bfc Media, gruppo d’informazione specializzato nel personal business che detiene testate come Forbes Italia, Bluerating, Robb Report, Private, Ite, Assett Class, Cosmo, Equos, Bike e Trutto&Turf.

Forbes lo aveva premiato per aver diretto le sue imprese “con a lungimiranza dei grandi leader, soprattutto in un momento difficile come quello che stiamo vivendo”. Iervolino ha stanziato 500mila euro di caparra per la Salernitana, pari al 5% della cifra complessiva. Dovrebbe in una decina di giorni procedere con il saldo del prezzo totale. Dalla FIGC dovrebbe inoltre arrivare il via libera alla proroga di 45 giorni per completare l’iter di trasferimento quote. L’imprenditore avrebbe previsto altri 20 milioni di investimento per gestire il club e per il calciomercato.

A Il Corriere dello Sport le sue prime parole dopo la notizia: “Farò di tutto per tentare di salvare la Salernitana in A. In ogni mio progetto ho sempre messo grande entusiasmo e accadrà anche in questo progetto calcistico. Sono innamorato di Salerno, voglio costruire un rapporto osmotico con la città. Ho costruito un rapporto fraterno a Salerno con l’avvocato Lello Ciccone, mio grande amico. Punterò sui giovani e sulla crescita del club”.

La Salernitana ha rischiato di essere esclusa dalla serie A: la scorsa estate era stato posto il 31 dicembre come termine entro il quale la società doveva cedere le sue quote a terzi. Fino alla sua promozione nella massima serie i proprietari del club erano Claudio Lotito, presidente della Lazio, e il cognato Marco Mezzaroma. Le regole della Federazione impediscono che club sotto la stessa proprietà partecipino allo stesso campionato e perciò le quote di Lotito e Mezzaroma erano state cedute a una società appositamente creata, il trust amministrato da Paolo Bertoli e Susanna Isgrò.

L’ufficialità dell’acquisto di Iervolino dovrebbe arrivare lunedì dopo le verifiche necessarie. Alla FIGC è intanto stata inviata la proposta vincolante d’acquisto. La società PVAM s.a., fiduciaria del Fondo Global Pacific Capital Management doo, ha intanto depositato alla Procura della Repubblica di Salerno un esposto in quanto si sarebbe a suo dire vista rifiutare due offerte per l’acquisizione della Salernitana – di 38 milioni in titoli obbligazionari e di 26 milioni cash – superiori a quella di Iervolino. A dare la notizia all’Ansa l’avvocato Francesco Paulicelli.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Si sgonfia l’indagine. Inchiesta Pegaso, flop di Woodcock: per il Gip “Non ci fu corruzione”. Viviana Lanza su Il Riformista l'8 Luglio 2021

Ricordate l’inchiesta Pegaso? Era l’indagine sui vertici della famosa università telematica, inchiesta presentata come il terremoto giudiziario del momento che sfociò, in febbraio, in perquisizioni e sequestri di atti e pc sui quali il Tribunale del Riesame si pronunciò poi accogliendo le istanze difensive e commentando in maniera molto critica le scelte del pm. Ebbene, tanto rumore per nulla verrebbe da dire ora alla notizia che il giudice per le indagini preliminari Tommaso Perrella ha firmato il decreto di archiviazione. Che non vi fossero elementi per continuare a sostenere le accuse di corruzione deve averlo pensato anche il pm Henry John Woodcock che, dopo la bocciatura dell’inchiesta da parte del Riesame, ha fatto richiesta di archiviazione.

L’indagine è quella che a febbraio scorso si abbatté sui vertici dell’università telematica Pegaso per una serie di sospetti di corruzione in relazione all’iter di un emendamento alla legge di Bilancio 2020 (l’emendamento che al comma 721 cambiava il regime fiscale nei confronti degli atenei privati, quindi anche della Pegaso) e sulla trasformazione dell’università in società per azioni. L’archiviazione allontana quindi ogni accusa dall’operato del patron Danilo Iervolino, del direttore generale dell’ateneo Elio Pariota, del capo dell’ufficio marketing Maria Rosaria Andria, del vice prefetto Biagio Del Prete, del professor Francesco Fimmanò, avvocato, docente di Diritto commerciale e componente del Consiglio di presidenza della Corte dei conti, del professor Giuseppe Fioroni, dei magistrati del Consiglio di Stato Claudio Zucchelli e Paolo Carpentieri.

«Non sussistono i presupposti per procedere a un vaglio dibattimentale delle due ipotesi delittuose formulate dal pm», scrive il gip nel disporre l’archiviazione. «In particolare – aggiunge – quanto alla cosiddetta vicenda Fioroni, non emergono profili di rilevanza penale nelle condotte dei soggetti coinvolti». Il perché è spiegato così: «Dal 2018 Fioroni non riveste più alcuna carica pubblica né esercita alcun ufficio pubblico, ragion per cui l’attività di intermediazione dallo stesso posta in essere nel 2019 in favore della Pegaso, nell’ambito di una manovra di espansione economico-patrimoniale finalizzata all’acquisizione dell’università privata Link Campus University, risulta sottratta all’applicazione dello statuto penale della pubblica amministrazione».

E lo stesso vale per la vicenda relativa all’iter che ha condotto il Parlamento all’emanazione del cosiddetto “comma Pegaso” in base al quale anche le università non statali sono escluse dalla tassazione ordinaria prevista dal Testo unico delle imposte sui redditi. Tutto questo ha fatto vacillare l’ipotesi accusatoria sulle presunte corruzioni legate alla gestione del gruppo universitario Pegaso. «Iervolino, Fimmanò e gli altri presunti corruttori non hanno posto in essere alcuna condotta illecita ai fini dell’ottenimento dell’ormai famoso parere del Consiglio di Stato del 14 maggio 2019», sottolinea il gip nel decreto con cui mette un punto all’inchiesta, la sgonfia, la chiude, scagionando tutti gli indagati. Accolte, dunque, le tesi degli avvocati Vincenzo Maiello e Giuseppe Saccone e di tutti i penalisti del collegio di difesa che avevano contestato le ipotesi accusatorie. Ora il caso è chiuso, l’inchiesta archiviata.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Da “L’identità” il 13 Gennaio 2023.

Altan non c’è più. Sul suo Espresso. Dopo 31 anni per la prima volta il settimanale fondato da Eugenio Scalfari esce in edicola senza la storica vignetta del grande satirico padre della Pimpa che apriva il settimanale.

 Il silenzio del giornale e del suo editore Danilo Iervolino lasciavano pensare a un

fatto casuale. Ma invece Altan ha proprio detto addio. Il 29 dicembre scorso dopo la sostituzione del direttore Lirio Abbate il più famoso vignettista italiano ha scelto di "scendere dalla barca", come ha fatto sapere ai colleghi cui era più legato.

Pare proprio che le parole di Altan non lascino dubbi sulla ragione dell'addio. Le circostanze dell'allontanamento di Abbate, ha confidato Altan ad alcuni giornalisti, non sono più sopportabili. E così ha aggiunto a "dopo 31anni lascio la barca anch'io".

 E così la direzione di Alessandro Mauro Rossi, uomo di fiducia di Iervolino, socio di Bfe, membro del cda e direttore di Forbes, si apre con un addio di enorme peso. Che lascia intendere che L'Espresso non sarà più quello che conoscevamo.

Nasce il nuovo Espresso: coraggioso e visionario. Che il futuro sia con noi. Alessandro Mauro Rossi su L’Espresso il 12 Gennaio 2023.

Da domenica in edicola un giornale completamente rinnovato. Ma la nostra anima resterà intatta: combattiva, progressista, laica, indagatrice

Sulla copertina di questo primo numero della nuova serie de L’Espresso, Oliviero Toscani ha ritratto la mano di Adélia Chitula Moura, una ragazza angolana di 30 anni, di cui 20 passati in Italia, dove fa la geometra. È dipinta di bianco nel segno dell’integrazione. L’indice e il medio, colorati di rosso e di verde, formano il segno della vittoria. Vince non solo chi è più bravo o più forte ma anche chi è più tenace, più intelligente, chi non si arrende. È l’immagine degli italiani. Infatti il titolo è “L’Italia di domani”.

L’insieme disegna quello che vorremmo fosse, e che in parte sarà per forza di cose, il nostro Paese: multietnico, accogliente, vincente, resiliente, tollerante, che guarda al futuro. Il nostro tempo ci dice che dobbiamo impegnarci per la difesa del genere umano: dalle guerre, dalle pandemie, dai cambiamenti climatici, dalle dittature, dalle cattiverie, dallo sfruttamento del lavoro, dalle diseguaglianze.

Contemporaneamente guardare avanti per sostenere i protagonisti dell’Italia migliore, di un mondo migliore. L’Espresso continuerà ad essere, orgogliosamente, il giornale che difende gli ultimi, ma saprà anche dare spazio ai primi, a coloro che costruiscono futuro e speranza per il nostro Paese.

Il giornale cambierà, rispetto a quello che siete stati abituati a leggere negli ultimi anni. Fisicamente si vedrà subito: il formato è più grande, la carta, ecologica e certificata, più spessa, il procedimento di stampa, da Rotocalco a Rotooffset, più amico dell’ambiente. Resterà invece intatta l’anima de L’Espresso: combattiva, progressista, laica, indagatrice. Lo spettro però si allargherà al mondo della produzione, alle tendenze culturali e sociali, alle donne che lavorano, ai giovani più intraprendenti, coinvolgendo sempre di più la gente comune, i protagonisti della vita quotidiana. Mostrerà ai lettori quello che altri non vogliono far vedere. Avrà un occhio speciale verso la scuola, l’Università, il pubblico impiego, i diritti, l’ambiente, ma anche la tecnologia, le startup e la space economy, vere scommesse sul futuro.

In avvio di giornale una gallery fotografica documenterà il nostro tempo. Poi “Prima pagina” con il servizio di copertina. A seguire torneranno le sezioni, in piena sintonia, con il “Settimanale di politica, economia, cultura”.

Insisteremo con le inchieste: non a caso un campione come Sergio Rizzo sarà a fianco dei nostri giornalisti più curiosi e irriverenti. Aumenteranno i commentatori: da Maurizio Costanzo a Carlo Cottarelli, da Ray Banhoff a Francesca Barra, da Massimo Cacciari a Nicolas Ballario, da Claudia Sorlini a Virman Cusenza a tanti altri, con nuove rubriche anche meno scontate come quelle dedicate agli animali domestici, al vino di Luca Gardini, il miglior “palato” al mondo, alla tavola con Andrea Grignaffini, questi ultimi due curatori delle Nuove Guide de L’Espresso.

Aumenteremo anche la presenza sul digitale con sempre più articoli, servizi e opinioni sul sito in attesa del lancio del grande Progetto Multimediale a cui stiamo lavorando da tempo in mezzo a mille complessità dovute alla tecnologia che vogliamo proprietaria e alla straordinarietà del prodotto che coinvolgerà i lettori e li renderà protagonisti. Insomma L’Espresso sarà uguale e differente, coraggioso e visionario, rivoluzionato e rivoluzionario. Che il futuro sia con noi.

P.S. Un ringraziamento speciale a Lirio Abbate. Questo progetto è in parte anche suo.

MAIL A DAGOSPIA il 15 Dicembre 2022.

Riceviamo e pubblichiamo: 

Caro Roberto, ho letto la Dagonota secondo cui la rimozione di Lirio Abbate dalla Direzione de l’Espresso sarebbe stata richiesta da Exor o da CNH Industrial. Sei fuori strada, e ti do una notizia: aspettiamo a braccia aperte il ritorno di Lirio nel Gruppo GEDI (controllato da Exor).

Andrea Griva - Comunicazione Gruppo GEDI

DAGONOTA il 15 Dicembre 2022.

Lirio Abbate non è più il direttore dell’Espresso. Lo comunica il cdr del settimanale, che ha proclamato lo stato di agitazione in polemica con l’editore, Danilo Iervolino. 

Ma come mai Abbate è stato fatto improvvisamente fatto fuori? La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso è un’inchiesta, pubblicata nell’edizione di domenica scorsa, 11 dicembre, sull’Amazzonia. Ma cosa c’era di tanto scomodo nel lungo articolo, firmato da Paolo Biondani e Pietro Mecarozzi da giustificare il siluramento del direttore? 

La risposta è semplice: un attacco durissimo a Exor e Cnh di John Elkann. Le due società degli Agnelli venivano tirate in ballo tra quelle che finanziano i colossi brasiliani accusati dei roghi che stanno devastando le foreste amazzonica. E Yaki, memore dei bei tempi in cui era lui l’editore dell’Espresso, non avrebbe affatto gradito.

Il nipote dell’Avvocato si è incazzato e l’ha fatto presente a Iervolino, minacciando di stracciare l’accordo per la distribuzione del settimanale in allegato a Repubblica (che scade a marzo). E a quel punto il vispo “golden boy” dell’editoria italiana si è rivalso sul direttore, che già la settimana prima gli aveva causato qualche grattacapo con la finta esclusiva sulla polizia cinese in Italia. 

A sostituire Abbate dovrebbe arrivare Alessandro Rossi, fedelissimo di Iervolino: è direttore editoriale di “Forbes Italia” e manager di punta della BFC Media, società di cui il presidente della Salernitana ha acquisito il controllo completo a maggio.

COMUNICATO DEL CDR DELL’ESPRESSO il 15 Dicembre 2022.

La nuova proprietà dell’Espresso oggi ha comunicato al comitato di redazione l’immediata e immotivata sostituzione del direttore Lirio Abbate proprio nel momento in cui deve essere attuato il piano editoriale. La redazione dell’Espresso ha proclamato lo stato di agitazione, si riunisce in assemblea permanente e ha dato mandato al cdr di prendere ogni tipo di iniziativa a tutela del prestigio e dell’indipendenza della testata.

Il cdr dell’Espresso Il sindacato Rsa

Barbara Alberti per Dagospia il 17 dicembre 2022.

Quando Lirio Abbate, che fino ad allora non conoscevo di persona, mi ha chiesto di fare una rubrica sull’Espresso, ho provato un orgoglio infantile, come il tamburino che viene notato da Garibaldi. Uno degli uomini più coraggiosi del nostro tempo, che ha sfidato la mafia siciliana, la ndrangheta, mafia capitale, è sulla lista nera delle più spietate associazioni a delinquere, personalmente odiato e minacciato da boss come Provenzano e Carminati- e porta il suo eroismo con semplicità, come un vecchio cappotto-  stava considerando me, una casalinga che scrive.

Poi, per avere avuto troppo coraggio, il direttore Lirio Abbate è stato licenziato. A nessuno oltre che a lui verrebbe mai in mente di farmi scrivere sull’Espresso, ma se per qualche strano caso dovesse accadere, mi dimetto fin da ora, rifiutando un lavoro che nessuno mi ha offerto. Essere come Lirio Abbate non si può, ma un piccolissimo gesto di solidarietà, seppure immaginario, un tamburino  di coscienza lo deve fare.  

Da liberoquotidiano.it il 19 dicembre 2022.

Fiorello, chiudendo la puntata della settimana di Viva Rai2!, questa mattina 16 dicembre, rende omaggio a Lirio Abbate, ormai ex direttore de L'Espresso:  "Volevo salutare un mio amico. Si chiama Lirio Abbate. A questo punto mi tocca dire, ex direttore de L’Espresso", ha detto il conduttore. Che ha aggiunto: "È stato rimosso proprio ieri, all’improvviso. E questa cosa dispiace anche a noi. Vi faccio vedere l’ultima copertina sua de L’Espresso. L’uomo dell’anno, questo ragazzo, Lorenzo Parelli, che purtroppo oggi non c’è più, morto sul lavoro. Grazie Lirio Abbate".

Quello che è stato direttore de L'Espresso subito dopo Marco Damilano, è stato infatti rimosso e sostituito dall'editore. Una scelta che non è stata condivisa dai giornalisti della testata che hanno proclamato lo stato di agitazione. Lirio Abbate ha spiegato così sull’ultimo numero de L'Espresso sotto la sua guida, il senso della sua scelta nell’articolo dal titolo "La memoria di Lorenzo Parelli contro il lavoro insicuro: perché è lui la persona dell’anno per L'Espresso. "Il suo nome - ha scritto Abate - rappresenta il fallimento di una società precaria che non è riuscita a proteggere un giovane. Di una scuola che è costretta a formare gli studenti in luoghi pericolosi. Di un mondo produttivo che continua a mietere vittime". 

Lirio Abbate per espresso.repubblica.it il 19 dicembre 2022. 

Dal 21 dicembre non sarò più il Direttore responsabile de L’Espresso. Ritengo che ogni editore abbia il diritto di scelta sulla direzione di una testata. Però, è altrettanto ovvia la mia sorpresa per questa decisione. Quando ho iniziato a dirigere questo giornale ho chiarito che sarei stato al servizio dei lettori e non al servizio di questo o quel politico o imprenditore. 

E prima di tutto che ci sarebbero sempre state le notizie, documentate e riscontrate, che hanno rilevanza pubblica, sociale e politica. Spero, guardando ai contenuti dei numeri che abbiamo fatto, di aver onorato questo tacito accordo con i lettori. 

Quando il nuovo editore mi ha chiesto nei mesi scorsi di proseguire nel mio incarico, ricevuto in precedenza da Gedi, ho accettato in base a un piano editoriale che ho illustrato al nuovo azionista, e ho poi condiviso con la redazione.

Ho spiegato che L’Espresso è «un certo modo di fare giornalismo», completamente diverso dagli altri media, con un metodo nel guardare al mondo, senza bavagli né pregiudizi, aperto a tutti. 

Ho delineato un giornale che non guarda solo al nostro Paese, che mette insieme carta/digitale/piattaforme social, in cui si devono leggere le notizie e far prevalere il giornalismo di qualità, affidabile, ricco di informazioni esclusive, con una visione rivolta al futuro.

Doveva essere, come questa testata è stata dal 1955, innovativa, con una proiezione editoriale digitale, un giornale partecipativo, accanto a quello di carta. La base piantata nell’identità de L’Espresso e una struttura formata da un linguaggio moderno. Pur restando sempre un giornale di Politica, Cultura, Economia e Attualità, ho progettato e lavorato a un giornale del tempo presente, e di conseguenza rivolto ai nuovi e diversi bisogni dei cittadini che lo abitano.

Ci siamo concentrati a rafforzare l’autorevolezza della testata e la qualità delle news in linea con la sua storia. Irrobustendo il tema dei diritti civili, le battaglie sociali e culturali, la difesa dell’ambiente. Tonificando la Cultura che muove idee, le intercetta, le spiega, le offre ai lettori, interpretando tendenze, gusti e ancora una volta scenari intellettuali inediti. Ed esclusivi. 

Il tutto animato dallo spirito di libertà. Un giornale «al servizio dei cittadini» che si basa su totale autonomia, legalità, difesa dei diritti, cultura, economia e sfrontata spregiudicatezza nel narrare i fatti e facendo i nomi dei protagonisti, specie quando il potere vuole tenerli nascosti, imbavagliando i giornalisti. Senza tralasciare l’impegno civile, politico, culturale e una partecipazione sincera alla crescita del Paese.

Un giornale che non è contro qualcuno o a favore di qualcun altro, ma in difesa di principi e valori d’interesse generale: il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione. L’autorevolezza è il punto cardine e questa va preservata e rafforzata quotidianamente con il lavoro di qualità di ognuno di noi. 

L’Espresso si è sempre caratterizzato per le inchieste documentate ed esclusive, che spesso disturbano i potenti, ledono interessi consolidati. È l’aspetto tipico di questo giornale con le sue rivelazioni, intese come assolvimento d’un compito civile. È il connotato della mia storia professionale che ho voluto continuare durante questa direzione.

Il giornalismo d’inchiesta è per sua natura scomodo, ma la domanda di fondo che qualcuno ogni tanto pone e a cui voglio dare subito una risposta è: ma questo giornalismo d’inchiesta è utile alla società, oppure no? Sì, lo è. 

Nel nostro Paese dovrebbe esserci quotidianamente l’affermazione del diritto di sapere. E invece c’è una diffusa e purtroppo trasversale convinzione che non sapere sia meglio. Non raccontare invece aiuta i malfattori a proseguire indisturbati. «Tante inchieste de L’Espresso hanno anche contribuito a salvare la democrazia di questo Paese», è stato detto, inchieste che hanno restituito un po’ di verità agli italiani, una parte dei quali ha sempre avuto paura di conoscerla. Ed è per questo che la tentazione di rimuovere la verità nel nostro Paese è molto forte.

C’è una gran voglia di mettere a tacere i media, talvolta ci si appunta a un errore (che è in agguato e quando si verifica va evidenziato e corretto), per ammutolire un’intera filiera d’inchieste, come se quello che è stato fatto prima non avesse più alcun valore. Questa ipocrisia italiana è insopportabile. 

Il giornalismo d’inchiesta viene esaltato quando si parla del giardino del vicino, quando invece si tocca quello degli “amici” viene massacrato e gettato nella polvere. Ho guardato alla difesa di chi è più debole, proseguendo la battaglia sui diritti, contro la corruzione e il malaffare, le contraddizioni della politica: un esempio è la copertina che ho scelto lo scorso agosto: “Mazzetta nera”. 

Oltre a far sapere, a far comprendere, a far ricordare, occorre dare il diritto di parola: dialogare, interpellare, ascoltare. E un ruolo abbiamo iniziato ad assumerlo anche sull’Unione Europea che vive anni decisivi, sfide mai conosciute prima e conflitti interni che rimettono in questione la logica stessa dell’integrazione.

Allo stesso tempo ci siamo resi conto negli ultimi anni che solo l’unione e la solidarietà ci permetteranno di mantenere la nostra indipendenza e difendere i valori della democrazia e della libertà. L’unione ci consente di agire. Lo abbiamo visto durante la pandemia con la distribuzione dei vaccini, lo vediamo con il piano di rilancio Next Generation EU e lo stiamo vivendo nella crisi energetica attuale. 

I singoli Paesi, anche i più grandi dell’Ue, non pesano quanto l’Unione Europea pesa quando agisce unita. Il dibattito politico, invece, si svolge sempre a livello nazionale perché non si è mai creato uno spazio mediatico comune a tutti gli europei. Questo stavo iniziando a creare con L’Espresso.

 Se si vuole rafforzare la comprensione reciproca tra le popolazioni e far crescere la coscienza dei legami politici, economici e culturali che ci uniscono, servono dibattiti sulle sfide comuni, sulle particolarità di ogni Paese e sulle immagini, spesso caricaturali, che abbiamo gli uni degli altri. 

Per questo ho dato spazio a dibattiti attraverso contributi di tante voci straniere, personalità di ogni Paese, politici, economisti, letterati, giornalisti e intellettuali.

 Ma sopra ogni cosa ci devono essere le notizie. Che non devono essere mercificate, che non si limitino a essere semplici note di quanto successo, come quelle che ci “suggeriscono” le società di pubbliche relazioni o dichiarazioni, spesso solo di intenti, che si fanno in occasione di eventi organizzati. Ma fatti e storie esclusive, accanto alle notizie di qualità che presuppongono un giornalismo originale, che scava per trovare la vera essenza che si cela dietro un fatto.

Un giornalismo d’inchiesta che indaga sui torbidi intrecci di denaro, politica e condotte aziendali (qui spesso arriva il ricatto della pubblicità che viene ritirata). Un giornalismo di reportage internazionali da luoghi difficili da raggiungere e aree di conflitto pericolose. Storie che richiedono le competenze di professionisti. E sono orgoglioso di affermare che questa redazione lo ha fatto, perché ne ha la forma e la stoffa, il prestigio e la professionalità e ringrazio tutti per il tempo che mi hanno dedicato, e il lavoro che hanno svolto.

Tutto l’Ufficio centrale, cuore di questo giornale, i super creativi dell’ufficio grafico, veri artisti anche per il progetto che verrà, e i colleghi “digitali” del sito e dei social, gli inviati, l’ufficio fotografico e tutto il comparto Idee. Ringrazio in particolare i collaboratori come Altan, Michele Serra, Bernardo Valli, Massimo Cacciari, Bruno Manfellotto, Luigi Vicinanza, Gigi Riva, Wlodek Goldkorn, Barbara Alberti, Michela Murgia, Loredana Lipperini, Chiara Valerio e Mauro Biani. Come pure tutti i lavoratori de L’Espresso che non si sono mai risparmiati in nulla, anche quando era indispensabile risolvere problemi legati ad aspetti logistici e tecnologici che non era di loro competenza affrontare.

Per mesi ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo tenuto alto il nome e la storia de L’Espresso. Ma voglio ringraziare soprattutto voi lettori che mi avete seguito e sostenuto. E ringrazio le tantissime persone che in queste ore mi hanno scritto in segno di affetto e solidarietà. Vi lascio con la tranquillità professionale che traggo da questa esperienza che mi porta ad avere con voi la coscienza pulita, giornalisticamente parlando. 

Permettetemi dunque di concludere, salutandovi con familiarità e grande affetto sincero. Ciao.

L’AMAZZONIA BRUCIA ANCHE PER NOI: SOLDI ITALIANI DIETRO GLI INCENDI IN BRASILE. Estratto Dell’articolo di Paolo Biondani e Pietro Mecarozzi Per “l’Espresso” il 15 Dicembre 2022.

Dietro gli incendi delle foreste dell’Amazzonia ci sono anche soldi italiani. Finanziamenti per decine di milioni concessi dalle maggiori banche del nostro Paese. E prestiti commerciali per somme molto più alte, per un totale di circa un miliardo e mezzo di euro, che arrivano da società finanziarie con la targa italo-olandese del gruppo Exor, che controlla anche la Fiat. […]

Mirko Crocoli per affaritaliani.it - articolo dell'8 settembre 2021

L ARTICOLO DELL ESPRESSO SULL AMAZZONIA (CON ATTACCO A CNH DI JOHN ELKANN)

Ha lanciato 11 start up nell’editoria, scrive libri gialli comici con il macellaio Dario Cecchini. 

I RICORDI: l’ ”Unita”, poi “Class”, “Milano Finanza”, “Italia Oggi”, “Bloomberg” e oggi ci parla di Forbes Italia. L’evento del 15 settembre al Four Seasons di Firenze: “forse il più importante insieme al Private Banking Award”. 

IL GRUPPO BFC MEDIA: Otto magazine, quattro siti, milioni di visitatori, newletters quotidiane, 200 mila iscritti, due tv, accordi con Amazon, Samsung, Huawei, Twitter. A ottobre il lancio dell’edizione italiana di Robb Report, il magazine mondiale del lusso per antonomasia. 

Da buon toscano, Alessandro Rossi, ha sempre la battuta pronta. Per esempio a chi gli chiede se parla inglese, risponde con un sorriso “like a spanish cow”. Sarà. Intanto però è l’unico giornalista italiano ad aver portato nel nostro Paese due colossi Usa dell’informazione come Bloomberg e Forbes. 

E senza mai avere dietro i grandi gruppi dell’editoria italiana. Per creare Bloomberg Investimenti nel 1998 ha fondato una società con Rolando Polli, altri soci italiani e Mike Bloomberg. Per Forbes invece il grimaldello è stata BFC Media, la società fondata dall’amico Denis Masetti e quotata alla Borsa di Milano, all’Aim, di cui è socio da molti anni.

Oggi Alessandro dirige, con successo, l’edizione italiana di Forbes ed è uno dei manager di punta di BFC Media. Ha cominciato da molto lontano, da Siena, dove è nato nella contrada dell’Onda, e dove ha mosso i primi passi professionali al settimanale Nuovo Corriere Senese, prima di passare alla redazione toscana de l’Unità e poi a Milano, nel 1986, per fondare Milano Finanza con il nascente Gruppo Class Editori. Da lì, piano piano, Alessandro ha costruito la sua carriera, passando per Repubblica, poi tornando al gruppo Class fino a incontrare, 13 anni dopo, Mike Bloomberg. Ecco che cosa ci ha detto. 

Alessandro, che cosa si porta con sé di quel periodo a l’Unità e la Repubblica?

Sono stati periodi completamente diversi. Alla redazione regionale toscana de l’Unità sono stato assunto nel 1980 dove ho fatto il praticantato e sono diventato professionista. E’ stata una scuola professionale di altissimo livello: ho avuto colleghi come Gabriele Capelli e Renzo Cassigoli, persone integerrime, di grande professionalità, cultura e umanità. 

I miei direttori si chiamavano Claudio Petruccioli e Emanuele Macaluso: credo, come si dice, che basti la parola. Sono molto legato a quel periodo, perché ero giovane e poi perché lì ho incontrato mia moglie Daniela. A Repubblica invece è stata una parentesi. Mi vollero fortemente Scalfari e Pansa che, dissero, erano stati fulminati da un mio pezzo su Milano Finanza sulla guerra del Credito Romagnolo tra gli schieramenti guidati da Agnelli e da De Benedetti. Era il 1988, arrivai in carrozza, ma le grandi strutture non fanno per me. Troppo impersonali, si perde troppo tempo a parlar male dei colleghi. Dopo un anno alla redazione economica di Milano tornai a Milano Finanza per fondare Mf. Meglio re nell’orto che ortolano nel regno. 

Cofondatore di importanti realtà editoriali come “Bloomberg Investimenti”, “Milano Finanza” e “Italia Oggi”. Giornalista di lunga data ma anche e soprattutto “creatore” di magazine di indiscusso spessore. 

Diciamo che ho una passione per le start up e le piccole case editrici dove la gente si conosce tutta e ci si può guardare negli occhi. Ho avviato 11 nuove iniziative tra quotidiani, settimanali, magazine e siti web. L’esperienza più importante è stata quella nel gruppo Class dove sono stato per 13 anni partecipando appunto alla fondazione di Milano Finanza (eravamo in sei ed io ero l’unico professionista in redazione insieme a Massimo Novelli che però se ne andò al secondo numero), poi di Mf e Italia Oggi.

Ho ancora delle minuscole partecipazioni azionarie in quei giornali. Lì c’era la figura imperiosa di Paolo Panerai, un talento straordinario, un uomo difficile, ma sicuramente unico. A lui devo moltissimo. Nella sua bottega ha forgiato alcuni dei migliori giornalisti italiani. Compreso il vostro direttore con cui ho lavorato assieme per un paio d’anni. Poi un giorno mi chiamò Michael Bloomberg perché voleva fare un giornale in Italia e alcuni amici comuni gli avevano parlato di me. 

Insieme a Rolando Polli, director di Mc Kinsey, mettemmo assieme una squadra di azionisti di tutto rispetto, mentre Mike tenne per sé il 50%. Paolo si arrabbiò tantissimo anche perché credo che mi considerasse quasi un figlio adottivo, una sua creatura. Dicono che non me l’abbia ancora perdonata. Ma secondo me fa finta. Con Bloomberg sono stati quattro anni strepitosi fino alla bolla dei titoli tech e alle torri gemelle. 

Certo, da l’Unità a Bloomberg e Forbes il passo è lungo…

Meno di quanto sembri. Almeno per me. Intanto perché sono un professionista e poi perché la politica ormai mi interessa molto poco. Ma soprattutto perché mi sono sempre ispirato a Romano Bilenchi, senese anche lui, di Cole Val d’Elsa, che con il suo Nuovo Corriere aveva dato esempio che è possibile pubblicare un giornale con opinioni libere e indipendenti. 

Il Nuovo Corriere era finanziato dal Pci che lo chiuse dopo la rivolta degli operai di Poznan del 1956 proprio perché ospitava opinioni dei grandi liberali e cattolici del tempo da La Pira a Ungaretti a Anna Banti e prese una posizione allora considerata scomoda. Cos’è, in fondo, Forbes, almeno il mio, se non un magazine del capitalismo democratico che celebra il successo e non la ricchezza e valorizza chi restituisce parte della sua fortuna ai suoi collaboratori o ai meno fortunati? 

Come nasce la passione di mettersi in gioco anche nei piani dirigenziali? 

E’ sempre stata una scommessa con me stesso, riuscire a costruire qualcosa e a governarla. Sono un leader per caso, uno che è arrivato dove è arrivato da solo, senza padrini, con molta fatica, ma sempre con fermi principi morali e professionali. E tanto lavoro. Se fossi stato più accondiscendente (credo che il termine esatto sia paraculo) forse avrei potuto fare una carriera ancora più importante. Ma a me basta quello che sono. Se penso da dove sono partito. 

Attuale direttore responsabile dell’edizione italiana di “Forbes” e direttore editoriale della casa editrice BFC Media. Correva l’anno? Quando parte l’idea e come si è sviluppata nel corso del tempo? Oggi, ricordiamolo, è un magazine molto seguito e apprezzata soprattutto nel mondo dell’economia, del management e dell’imprenditoria. 

BFC Media è nata nel 1995 per iniziativa di Denis Masetti. Lui sì che è un manager vero, strutturato, coraggioso e anche visionario. Io sono più concreto, operativo e anche creativo. Ci integriamo e intendiamo alla perfezione. Siamo amici proprio da quegli anni e abbiamo fatto un lungo percorso insieme.

L’anno di svolta è stato il 2015 quando ci siamo quotati con 1,6 milioni di fatturato: oggi viaggiamo vicino ai 15 milioni, quasi 10 volte in sei anni. E’ chiaro che l’arrivo di Forbes ci ha dato una grossa mano, ma anche noi ci abbiamo messo del nostro. Intanto abbiamo posizionato il giornale non improntandolo sulle storie dei miliardari ma su quelle di successo. Il successo piace a chi lo racconta e a chi lo legge. E poi è democratico: tutti possono avere successo indipendentemente dai risultati economici. Oggi apparire su Forbes significa acquisire reputazione, affidabilità, credibilità per la propria azienda.

Ma poi c’è tutto il resto: otto magazine complessivi, quattro siti con milioni di visitatori, newletters quotidiane per oltre 200 mila iscritti, due tv (Bike con la nuovissima tecnologia Hbb tv e Bfc sul 511 di Sky), accordi per i contenuti con i più grandi player del mondo da Amazon a Samsung, da Huawei a Twitter. E a ottobre lanceremo l’edizione italiana di Robb Report, il magazine mondiale del lusso per antonomasia. 

C’è soddisfazione nel suo staff?

Direi che il più soddisfatto sono io. Ma credo anche loro. C’è entusiasmo e orgoglio: firmare su Forbes a 30 anni non capita proprio a tutti. La redazione è molto giovane, ma è una caratteristica di tutta la nostra azienda. Lavorano sodo con grande passione e molta professionalità. Siamo bravi anche a dare il giusto peso alle cose: non mancano le occasioni per scherzare, divertirci, fare gruppo. Dopo, però, tutti al pezzo… 

Sono ormai in voga anche da noi (come negli Usa), le famose liste top women e men. Esserci è simbolo indiscusso di successo. Su quali criteri giudicate i vari soggetti? 

Vengono scelti dalla redazione sulla base di informazioni che raccogliamo tutto l’anno. Per esempio sulla lista degli Under 30 2022, in uscita ad aprile prossimo, stiamo lavorando su centinaia di profili giunti in redazione o da noi individuati, sin dal maggio 2021. E così per le altre liste. Il difficile è trovare ogni anno cento nomi nuovi per ogni elenco. 

Se le diciamo Dario Cecchini lei cosa ci risponde? 

Un grande, grandissimo amico. E’ il macellaio più famoso al mondo. Ma è anche molto umile. Ha ristoranti a Dubai, Bahamas, Bolgheri e presto ad Erbusco ma torna sempre a casa, a Panzano in Chianti. Sa vivere e sa ridere. Abbiamo molte cose in comune e soprattutto abbiamo fondato la Libera Università della Nobile Arte del Cazzeggio dove noi due siamo docenti e discenti. E’ un modo come un altro per non prenderci troppo sul serio e ricordarci sempre da dove veniamo. Insieme abbiamo scritto anche un libro per Giunti, è un giallo, un giallo tutto da ridere ambientato nel paesino di Panzano in Chianti con personaggi reali. Per capirlo basta leggere il titolo: “Il mistero della finocchiona a pedali”. Ad aprile ne uscirà un altro.

Come si struttura il suo lavoro. Roma, Milano, il Chianti? Riesce a coniugare affetti, impegni e dirigenza? 

Vivo in campagna a Panzano in Chianti da diversi anni dove avevo comprato una casa durante la mia parentesi milanese quasi ventennale. Non è lontana da Firenze dove c’è sempre un treno che in un paio d’ore al massimo mi collega con Milano o Roma. Vivo la mia vita con molta intensità e trovo il tempo per tutto e tutti, anche per la mia nipotina Giorgia e il mio cane Viola che riesco a portare a caccia (o forse è lei che porta me).

Come “Forbes” fate anche eventi annuali dedicati ai vari settori. Cosa c’è in programma per i prossimi mesi? Al Firenze Four Seasons ci sarà un incontro con le piccole e medie imprese. Ci spiega meglio? 

Facciamo oltre 100 eventi all’anno tra virtuali e fisici. Quello di Firenze è uno di questi, forse il più importante insieme al Private Banking Award. E’ nato quattro anni fa ed ha un successo di partecipanti straordinario. Quest’anno è dedicato alle pmi e sarà il kick off di un grande progetto di Forbes su quelle aziende che abbiamo chiamato Piccoli Giganti del Made in Italy. 

Ora andiamo al Covid-19. Pandemia devastante. Ci vuol raccontare anche a livello personale come ha vissuto questo dramma globale e quanto le sue aziende hanno risentito del fermo dovuto al lockdown? Il settore ne ha sofferto?

Abito in aperta campagna e il primo lockdown è stata un’occasione per stare un po’ più a casa. Personalmente non ho avuto grossi problemi anche se ho lavorato tantissimo da remoto. Come azienda abbiamo utilizzato quel periodo per lavorare a nuovi progetti. È stato proprio durante il lockdown che è nata l’idea di lanciare la tv e il magazine Bike dedicato a chi ama vivere in movimento e poi di acquistare il trisettimanale Trotto&Turf, il giornale degli appassionati di cavalli. Nel 2020 il fatturato di BFC Media è salito del 40% rispetto all’anno precedente. 

Vaccini sì vaccini no, green pass sì green pass no. Qual è il suo pensiero? 

Sono vaccinato. Senza se e senza ma. Il green pass è utile anche se non decisivo perché il contagio è subdolo. Però dà un minimo di garanzia di sicurezza. Ed oggi è quello che tutti cerchiamo. 

Ultima a conclusione. Vuole ringraziare qualcuno in particolare per i suoi 40 anni di onorata carriera?

Di solito si ringraziano sempre le mogli. E io sono riconoscente a mia moglie Daniela che ha avuto una gran pazienza e comprensione. Professionalmente sono legato a tutti coloro che mi hanno dato molto ricevendo in cambio solo professionalità, disponibilità e, in qualche caso, amicizia. Quindi sono molto grato, come dicevo, a Gabriele Capelli e Renzo Cassigoli, ma anche a Denis Masetti, Paolo Panerai, Eugenio Scalfari, Mike Bloomberg e Maurizio Boldrini, oggi professore di Scienze della comunicazione all’Università di Siena, che è stato il mio primo maestro.

Da professionereporter.eu il 24 dicembre 2022.

Comincia un lento, ma deciso esodo dall’Espresso, dopo la brusca sostituzione del Direttore Lirio Abbate con Alessandro Rossi da parte del nuovo proprietario Danilo Iervolino. Il numero del 24 dicembre non sarà in edicola perché la redazione è in sciopero, ma sulla edizione del 31 dicembre Michele Serra annuncerà l’addio e spiegherà i motivi. 

Fra i collaboratori sono già andati via le scrittrici Michela Murgia e Barbara Alberti, che era arrivata da poco e Loredana Lipperini. Lascerà probabilmente anche l’ex direttore Bruno Manfellotto, mentre dovrebbe restare il filosofo Massimo Cacciari. 

Questa estate, per motivi che non c’entrano con i mutamenti dell’assetto del giornale, era andato via il grande inviato Bernardo Valli. La grande paura ora in redazione è che arrivi la telefonata di saluto del grande disegnatore Francesco Tullio Altan. E potrebbe andar via anche l’altro disegnatore del settimanale, Makkox, reso celebre dalla partecipazione a Propaganda Live su La7.

Il nuovo direttore Rossi, che dirige anche Forbes, ha già preso le redini del giornale, per ora in punta di piedi. Ha detto che la linea editoriale non cambierà. Ha raccontato la sua storia professionale: si è occupato prevalentemente di economia e negli ultimi anni ha studiato molto il marketing nei media.

Estratto da open.online il 6 aprile 2023.

Un fulmine inatteso ma non troppo a ciel sereno per la redazione del quotidiano Domani. Dal ruolo di vice direttore, Emiliano Fittipaldi, giornalista autore di numerose inchieste, ha preso ufficialmente il posto di Stefano Feltri alla direzione del giornale.

 Una decisione annunciata poche ore fa dal Consiglio di Amministrazione di Editoriale Domani SpA e che decreta la fine della guida operata da Feltri, direttore della testata dal 15 settembre 2020, data in cui Domani uscì per la prima volta nelle edicole d’Italia.

«L’Editore e il Consiglio di Amministrazione ringraziano Stefano Feltri per l’impegno e il lavoro svolto in questi anni e augurano al nuovo direttore di affrontare con passione l’importante sfida che lo attende», spiega la nota ufficiale. E ancora: «L’Editore ha deciso di sostenere il giornale con nuovi importanti investimenti in ambito digitale al fine di consolidare il ruolo che Domani si è conquistato nell’ambito del panorama informativo italiano».

 […] Ora la separazione che sembra essere stata tutto tranne che consensuale: il post pubblicato sui social dall’ex direttore dal titolo Domani è un altro giorno parla del comunicato «preparato dall’azienda», annunciando così la sua dipartita: «Dopo quasi tre anni di intenso e appassionante lavoro, si chiude la mia esperienza di direttore del quotidiano Domani che ho contribuito a fondare con un team piccolo ma battagliero di giornalisti nel 2020», scrive Feltri, «non è mio costume fare polemiche o commenti sui posti in cui ho lavorato, quindi non chiedetemeli».

[…]  «nell’immediato mi dedicherò con più tempo a seguire il lancio del libro Inflazione, che sta andando molto bene e ringrazio tutti anche per questo».

 Creato come società editrice il 4 maggio 2020, il primo numero cartaceo del Domani è arrivato in edicola il 15 settembre 2020. Dopo un mese e mezzo circa erano arrivate le dimissioni del presidente del Cda Luigi Zanda: a sostituirlo l’ex Dg Rai Antonio Campo Dall’Orto, tutt’ora in carica.

 A controllare i passaggi l’ingegnere e storico editore di la Repubblica, Carlo De Benedetti, attraverso due società: la Romed con il 98% delle azioni e la Romed International, con un capitale iniziale dichiarato per il nuovo quotidiano di 10 milioni di euro. Una cifra che De Benedetti avrebbe a sua detta destinato a una Fondazione creata ad hoc, passaggio però mai avvenuto.

Nel primo anno di vita del giornale, di quei 10 milioni di euro risultavano versati soltanto 2.550.000 euro, con un bilancio che a fine 2020 registrò una perdita di 1.937.143 euro e un fatturato di 2.346.635 euro. Con un calcolo fatto sulle vendite relative ai soli tre mesi e mezzo di esercizio. Per il 2021 il capitale sociale versato è salito invece a 6.050.000 su 10 milioni, con un fatturato cresciuto a 4.550.132 di euro.

 Ad aumentare però sono state anche le perdite, pari a 2.303.372 di euro. Ad oggi i numeri del 2022 rimangono ancora sconosciuti in attesa della pubblicazione dei documenti di bilancio. Quello che è certo è che le perdite finora registrate hanno già eroso il capitale che da 10 milioni si è ridotto a 5.759.485 di euro, con 3.950.000 di euro ancora da versare.

Se l’andamento dei conti del 2022 fosse simile a quello dei due anni precedenti le prospettive di crescita per il quotidiano sarebbero a questo punto davvero minime. Una delle ipotesi formulate nell’ultimo periodo era stata allora quella di ridurre i costi almeno di carta e stampa trasformando il Domani in un quotidiano esclusivamente digitale. La stessa digitalizzazione di cui parla anche la nota ufficiale di poche ore fa sulla nomina di Fittipaldi a direttore.

 Un’idea quello di un giornale online che però sembra ancora non aver trovato un iter formale. Al momento, con costi del personale che a fine 2021 ammontavano a 2.387.353 di euro, la decisione è stata quella di tagliare lo stipendio del direttore.

Con ancora però scarsi risultati nella risoluzione dei problemi strutturali. Intanto i tentativi di dare un più stabile futuro industriale al Domani continuano: le ultime indiscrezioni parlano di una ricerca di possibili soci finanziatori.

Perché De Benedetti ha silurato Feltri e ha promosso Fittipaldi direttore di “Domani”: le idee, la giudiziaria e gli avvocati. Redazione su Il Riformista il 7 Aprile 2023

De Benedetti ha deciso il ribaltone alla testa del suo quotidiano, cioè “Domani”. Ha mandato via il direttore, Stefano Feltri, che non l’ha presa affatto bene, e ha messo al suo posto Emiliano Fittipaldi, che era il vice di Feltri. Il motivo dell’avvicendamento probabilmente è duplice. Il primo, evidente, è che il giornale, dopo più di due anni di vita, non ha dato i risultati sperati, né in termini di vendite né tantomeno di peso politico e di visibilità. Il secondo motivo è forse che Feltri era un pochino autonomo, mentre De Benedetti ha fondato “Domani” perché sia il suo giornale, proponga non solo – evidentemente i suoi interessi – ma anche le sue idee. E invece pare che Feltri ogni tanto mettesse sul giornale le idee proprie, e questo indispettiva l’editore.

Feltri era un giovane direttore ma già con una discreta esperienza giornalistica. È stato anche vicedirettore del “Fatto”, poi ha rotto con Travaglio. Si è occupato su diversi giornali, per anni, di politica, di economia e dell’intreccio tra politica ed economia. Con competenza e autorevolezza. Forse con scarsa aggressività, e può darsi che sia stata proprio la mancanza di aggressività il difetto che gli è stato contestato. Fittipaldi invece è sempre stato un cronista di giudiziaria. Piuttosto legato alle procure. E probabilmente è questa la caratteristica che cercava De Benedetti.

Evidentemente De Benedetti intende cambiare la linea del suo giornale, rinunciare casomai a un po’ della sobrietà e dell’autorità di Feltri e passare su un solco giornalistico più simile a quello di Travaglio o di Libero. Recuperando i vecchi strumenti del giustizialismo che, da diversi anni, danno sempre belle soddisfazioni agli editori. Chiedere più prigione per tutti rende, di solito, in termini di copie. Anche se magari a questo punto le testate legate alle Procure e ad altre fonti analoghe di informazione, sono un po’ troppe. Si rischia il sovraffollamento.

Tuttavia le persone che sanno qualcosa di quel che sta succedendo, dicono che De Benedetti abbia deciso nuovi investimenti per salvare il suo giornale e intenda usare questi investimenti soprattutto sul web. Vedremo. Pare che il colloquio tra editore e direttore uscente non sia stato garbatissimo. Feltri non sapeva di essere a un passo dal licenziamento, tanto che la sera prima, in Tv, aveva fatto lo spiritoso sulla nomina di Renzi al Riformista e aveva detto di non sentirsi suo collega. Senza sapere che sarebbe rimasto suo collega solo per una notte. Dicono che la questione finirà in mano agli avvocati. Succede.

Se per il "Domani" di Stefano Feltri non c'è più un domani. Cosa c'è dietro il licenziamento del direttore del quotidiano (ottimo giornalista e volto televisivo). Francesco Specchia il 7 Aprile 2023 su Libero Quotidiano

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

Chiamateli piccoli presagi, segni del destino, semiotica dell’editore. Quando l’Ingegnere bofonchia nervoso; sbuffa più del solito; distilla un livore incontrollato per la Meloni da qualsiasi palco e in qualunque posizione; e comincia ad indicare i direttori dei suoi giornali come «quello là..» cancellandone nome e identità; be’, ecco, è proprio in quei momenti che capisci che Carlo De Benedetti sta pensando di trombarti.

Se, infine, sorride-come ha fatto alla sua festa del suo giornale a Modena, pochi giorni fa- CdB ha già individuato a chi dare la colpa. Ed è per questo, che, quando l’Editore del quotidiano Domani fa fuori poco educatamente il suo direttore Stefano Feltri; bè, si tratta sì di un lampo, ma non del tutto a ciel sereno. Solo fino a 24 ore prima Feltri discuteva, ignaro, da direttore del Domani, sulla possibilità di dare del “collega” a Matteo Renzi subentrato nella direzione editoriale del Riformista. Ventriquattro ore dopo, Stefano s’è ritrovato col licenziamento sulla scrivania, accompagnato da una nota che era il sussurro del capo. E cioè: «Il cda di Editoriale Domani spa ha deciso un cambio alla direzione del quotidiano nominando direttore Emiliano Fittipaldi, già vice direttore di Domani. L’Editore e il cda ringraziano Stefano Feltri per l’impegno e il lavoro svolto in questi anni». Vaghi ringraziamenti formali al lavoro svolto, buona fortuna.

Punto. Stefano Feltri che è un ottimo giornalista, un volto televisivo (specie di Otto e mezzo a La7) e soprattutto un signore dai pensieri e coscienza in ordine, ha abbozzato, e ha ribattuto: «Dopo quasi tre annidi intenso e appassionante lavoro, si chiude la mia esperienza di direttore del quotidiano Domani che ho contribuito a fondare con un team piccolo ma battagliero di giornalisti nel 2020». E ha chiosato: «Non è mio costume fare polemiche o commenti sui posti in cui ho lavorato, quindi non chiedetemeli». Un aplomb invincibile, il suo.

PUNTARE AL DIGITALE Non ha neanche battuteggiato intorno a quel passaggio del comunicato aziendale su «l’Editore ha deciso di sostenere il giornale con nuovi importanti investimenti in ambito digitale al fine di consolidare il ruolo che Domani si è conquistato nell’ambito del panorama informativo italiano». Parole che sanno di beffa, perché era Feltri a voler puntare alla versione web; mentre l’Ing s’impuntava cocciutamente perla costosa scelta cartacea, comprensiva della distribuzione capillare sul territorio e degl’inserti settimanali (originalissimi, peraltro, quelli sui fumetti e sulla geopolitica). Ora, invece, la nuova conversione digitale evocata del capo spetterà a Emiliano Fittipaldi, storico e cazzuto inchiestista dell’Espresso, autore di tomi preziosi sugli scandali vaticani e non solo, e già vice di Feltri medesimo dalla fondazione del quotidiano. Fittipaldi è di una dozzina d’anni più vecchio di Feltri –rispettivamente 49 e 37 anni- ; appartiene alla vecchia scuola, avrà bisogno di un editor digitale e di una buona truppa di Seo per spiccare il volo in Rete. In bocca al lupo.

Epperò, sembra che, a parte un naturale spostamento dall’analisi più economico-finanziaria di Feltri alla cronaca più spinta di Fittipaldi, Domani non subirà troppi cambiamenti. Resta l’assetto della direzione con i vecchi cronisti, resta la linea ferocemente antigovernativa. E restano, ovviamente, i bilanci in perdita: l’ultimo marcato da 7,2 milioni di euro di costi a fronte di 4,5 milioni di valore totale della produzione. Si dovevano ripianare i debiti, come insisteva Feltri; e De Benedetti alla fine l’ha accontentato, cominciando proprio dallo stipendio del suo direttore.

IL CASO FONDAZIONE L’Ing, per far partire l’avventura del giornale, aveva investito 10 milioni di euro. Non pochi. L’ambizione, neanche troppo nascosta, era quella di occupare gli spazi lasciati liberi da Repubblica, passata alla Exor e al Gruppo Gedi di John Elkann. De Benedetti aveva annunciato anche la nascita di una Fondazione a cui attribuire la gestione della testata in forza di una migliore indipendenza dell’editore stesso dalle notizie, ma la fondazione è rimasta lettera morta.

Domani non s’è mai fatto rilevare le vendite da Audipress.

Però -bisogna dirlo- ha raccolto notevoli apprezzamenti per serietà, capacità d’analisi e d’inchiesta, visibilità; ma è rimasto in un mondo di nicchia. Feltri ha provato a fare un giornale rigoroso, approfondito, autorevole pur nella militanza spesso estenuante, alto (troppo alto, a volte): comunque un’anomalia nel panorama editoriale italiano.

Ora, da ieri i rumors sui destini attorno al giocattolino dell’ingegner Carlo vorticano impazziti. E noi non sappiamo perché si sia «rotto il rapporto di fiducia tra due caratteri, diciamo, forti» (affermano dalla redazione) cioè tra editore e direttore. Non sappiamo neppure se c’entrino –come sostengono altri- l’influenza di Antonio Campo Dall’Orto in cda o gli sguardi in tralice di Luigi Zanda; o se davvero, dei 10 milioni stanziati dalla fondazione del quotidiano nel 2020, ne siano rimasti appena 5,7; né se Fittipaldi abbia avuto assicurazioni per una copertura finanziaria a lungo termine, e che il vecchio non dia fuori di matto. Ma se Carlo De Benedetti, coi tempi che corrono, si aspettava davvero di fondare una nuova Repubblica e di trovare un nuovo Scalfari, e di dettare l’agenda alla politica e di guadagnarci pure; be’forse ha sbagliato valutazione. Oddio, non che non gli capiti spesso..

Le nomine. Angelucci lancia la “Fox News all’italiana”, il network della destra: Sechi e Capezzone a Libero, Feltri e Sallusti al Giornale. Carmine Di Niro su L'Unità il 7 Settembre 2023 

Ad anticipare il comunicato ufficiale odierno c’era stata la visita “di cortesia” a Palazzo Chigi. Mercoledì Antonio Angelucci, il re delle cliniche, parlamentare della Lega (con un passato in Forza Italia) e soprattutto editore con la società Tosinvest di Libero, il Tempo e del Giornale (per il 70%, il restante trenta resta alla famiglia Berlusconi) si è recato in visita dalla premier Giorgia Meloni per comunicare la nascita della già ribattezzata “Fox News all’italiana”.

Un network di giornali di destra che, come spiegato dallo stesso Angelucci, non lesinerà critiche all’esecutivo: “Se il governo farà degli errori noi saremo inflessibili e lo criticheremo”, dice l’imprenditore a Il Foglio.

Tante le novità nei dui quotidiani di punta del gruppo. A Libero, come ampiamente previsto, sbarca come direttore responsabile Mario Sechi, ex numero uno dell’Agi che nel marzo scorso era sbarcato a Roma come capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio. Pochi mesi nel “palazzo” e poi il ritorno a curare la macchina quotidiana di un giornale: il periodo capitolino per Sechi è stato segnato da grandi difficoltà nella gestione della comunicazione della Meloni, dall’imbarazzante gestione della conferenza stampa del governo a Cutro, dopo il drammatico naufragio costato la vita ad oltre cento migranti, alle polemiche per i rapporti inesistenti tra premier e stampa, con i mancati appuntamenti alle conferenze e la corsa continua della Meloni per sottrarsi alle domande dei cronisti.

Ad affiancare Sechi come direttore editoriale di Libero ci sarà Daniele Capezzone, ospite fisso delle trasmissioni di approfondimento politico su Rete4. Come comunicato dalla società editrice, a Libero sbarcano come nuove firme anche Pietrangelo Buttafuoco, Annalisa Chirico, Giordano Bruno Guerri e Marco Patricelli.

Da Libero invece traslocano i precedenti vertici del quotidiano. Vittorio Feltri diventa direttore editoriale de Il Giornale, mentre Alessandro Sallusti è il nuovo direttore responsabile del giornale fondato da Indro Montanelli. Augusto Minzolini, direttore uscente del quotidiano che fu della famiglia Berlusconi, resterà come editorialista: confermati anche i tre vicedirettori Nicola Porro, Francesco Del Vigo e Marco Zucchetti, con l’assunzione come quarto vicedirettore di Osvaldo De Paolini, firma storica del giornalismo economico. Al Giornale, recita un comunicato del quotidiano, entrano inoltre come collaboratori Mike Pompeo, già Segretario di Stato americano ed Edward Luttwak, economista, politologo e volto noto della tv.

Libero e il Giornale, come rivela Il Foglio, vivranno sotto lo stesso lo tetto: il palazzo di La Presse, a Milano, in via dell’Aprica. Carmine Di Niro 7 Settembre 2023

Estratto dell’articolo di Ilario Lombardo per “la Stampa” il 27 giugno 2023.

[…]La trama del nuovo Quarto potere della destra italiana è già scritta. […] Antonio Angelucci, detto Tonino. […] Compra e vende, crea un polo, locale e nazionale. Diversifica, per un po' di tempo. […] i giornali servono a sussurrare ai poteri, se a loro volta questi servono al business. 

Un perfetto esempio di editore impuro. Che oggi, con il figlio Giampaolo, ha in mano la principale concentrazione della stampa di destra: Il Tempo, storica testata romana con una sede a trenta secondi a piedi da Palazzo Chigi; Libero, foglio corsaro fondato da Vittorio Feltri; e adesso, da pochi giorni, anche Il Giornale, fondato da Indro Montanelli e di proprietà per oltre 30 anni dell'ex premier e fondatore di Forza Italia appena deceduto, Silvio Berlusconi.

[…] una holding mediatica che continua a credere nel potere della carta, […] Gli Angelucci hanno in mente di soddisfarli tutti gli elettori di centrodestra […] Con una geografia precisa. Uno più trasversale e radicato nel Lazio, dove il re delle cliniche ha il suo regno, ed è Il Tempo. Un altro, Libero, con una spinta decisa verso le ragioni della premier Giorgia Meloni. Infine Il Giornale, che l'editore vorrebbe dedicato alla vasta zona di interesse che va da Forza Italia, al Terzo Polo, fino alla Lega versione nord. La borghesia lombarda è l'oggetto del desiderio. Il sogno è soffiare lettori al Corriere della Sera.

Il giro dei direttori è funzionale alla causa. Alessandro Sallusti dopo due anni lascia Libero e torna a Il Giornale, assieme a Feltri come editorialista. A Libero, salvo smentite, dovrebbe andare (anche qui un ritorno, dopo anni) Mario Sechi, già direttore del Tempo, poi dell'Agi e capo ufficio stampa di Meloni a Palazzo Chigi, finito in rotta con il clan delle fedelissime della leader. Un incesto politico-giornalistico che in altre democrazie liberali aprirebbe qualche interrogativo.

Basta mettere in fila i protagonisti: un editore, che è un deputato della Lega, chiama per dirigere uno dei suoi quotidiani il portavoce della presidente del Consiglio, che in passato è stato candidato per il partito dell'ex premier Mario Monti. E richiama per l'altro giornale un suo storico direttore, Feltri, che nel frattempo è diventato consigliere regionale per FdI.

Niente di strano in Italia, il Paese […] dei giornali diretti, oggi, da un senatore in carica, Matteo Renzi, leader di Italia Viva ed ex premier (il giornale è Il Riformista, e fino al 2019 anche questo era di proprietà di Angelucci). Angelucci è parlamentare di lungo corso […] Un tempo simpatizzante di An, si fa eleggere prima con Berlusconi, poi nel 2023 con Salvini. […] Come con i giornali, Angelucci fa con i partiti: diversifica. Sta nella Lega ma non vuole grane con la premier di FdI e mette alla guida di Libero un direttore che Salvini non gradisce. L'uomo non ama sentirsi dire no.

Dentro Forza Italia si racconta una storia. È il 2018: si stanno componendo le liste per le elezioni, Angelucci, che è deputato azzurro già da dieci anni, ha voglia di ricandidarsi, per la terza volta, ma Licia Ronzulli, al tempo ascoltatissima da Berlusconi, non ne vuole più sapere «dell'amico di Verdini». I voti sono in calo, gli spazi saranno ristretti, ci sono altre bocche da sfamare. Tonino Angelucci cerca Berlusconi, ma fatica a trovarlo, il telefono non era più nelle mani del padre-padrone del partito. Gli rispondono: «Le passiamo l'onorevole Ronzulli». E lui: «No, grazie. Non parlo con le infermiere».

Finisce che l'imprenditore riesce a parlare con Berlusconi, pare grazie a Gianni Letta, e viene eletto in Parlamento. Cinque anni dopo, cambia partito, passa alla Lega, ma resta in famiglia, nel centrodestra. Nell'improvvisa campagna elettorale dell'estate scorsa, spunta anche il figlio Giampaolo. 

Meloni, in crescita da mesi, è data per vincitrice. C'è spazio per diversificare le candidature. Gli Angelucci ci provano. L'idea è infilare il rampollo nelle liste di FdI. Ma è la futura premier, a quanto pare, a frenare: «Mo' non possiamo avere il papà eletto in un partito e il figlio in un altro».

Il Giornale cambia editore, Paolo Berlusconi: “Ceduto ad Angelucci 70% quote”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 28 Aprile 2023 

Confermata l'avvenuta firma: "Cessione fatta a gruppo amico, rimarrò presidente onorario"

“Acommento della cessione del 70% delle quote azionarie di Società Europea di Edizioni alla Finanziaria Tosinvest della Famiglia Angelucci, posso dire che si tratta di una cessione fatta ad un gruppo amico da anni con cui sono sicuro collaboreremo con grandi unità di intenti”. A dichiararlo all’Adnkronos è Paolo Berlusconi, che conferma così la chiusura della trattativa tra gli Angelucci e la famiglia Berlusconi, e l’avvenuta firma per l’acquisizione del ‘Giornale‘, e Giampaolo Angelucci, presidente della Finanziara Tosinvest che in una nota ha annunciato: “PBF Srl e Finanziaria Tosinvest hanno sottoscritto il preliminare di acquisizione e vendita di azioni pari al 70% delle quote societarie di SEE Spa, società editrice di Il Giornale e della sua controllata Il Giornale On Line Srl“, hanno annunciato in una nota. L’esecuzione dell’operazione, prosegue il documento, “è subordinata all’avveramento di condizioni sospensive d’uso in operazioni similari”. Hanno supportato la vendita lo studio legale Munari&Partners di Milano per la PBF e lo studio di Gravio Avvocati per la Tosinvest.

“A testimonianza di ciò – spiega il fratello di Silvio Berlusconi e socio della Pbf-Paolo Berlusconi Finanziaria– rimarrò presidente onorario de Il Giornale, che per tanti anni ha rappresentato un’autorevole voce liberale nel panorama dell’editoria nazionale“. L’operazione era stata annunciata con un tweet del 31 dicembre scorso da Nicola Porro vicedirettore della stessa testata milanese, anche se la notizia già circolava da giorni. Le prime indiscrezioni erano apparse il 2 dicembre su Bloomberg, secondo cui le parti erano ormai vicine all’accordo.

Lo scorso marzo Paolo Berlusconi aveva spiegato le circostanze che hanno portato alla chiusura dell’accordo: “Da parte mia c’è un legame affettivo e quindi ho deciso, anche per aderire a un desiderio di mio fratello Silvio dovuto soprattutto all’affetto che lui nutre per questa creatura che lui ha salvato e poi mi ha passato nel tempo, di partecipare con una quota di minoranza”. Il fratello del cavalier Berlusconi confermava dunque anche i rumors usciti: “Devo dire che i signori Angelucci sono stati molto signori nel aderire a questa nostra istanza dopo che ci eravamo impegnati per un acquisto che poteva essere anche totalitario”, dichiarò.

Con questa cessione dopo le precedenti dismissioni di praticamente quasi tutti i mezzi di stampa editi dalla famiglia Berlusconi, anche attraverso la Mondadori, come il settimanale Panorama rilevato anni fa dalla società editrice di Maurizio Belpietro a cui fa capo il quotidiano La Verità , il gruppo di Segrate esce mestamente dall’editoria, con importanti perdite di bilancio.

Antonio Angelucci, deputato passato recentemente da Forza Italia alla Lega, ed editore attraverso  la propria finanziaria Tosinvest, dei quotidiani Il Tempo e Libero, aveva ceduto alla società Polimedia il Gruppo Corriere, a cui fanno capo le testate Corriere dell’Umbria, Corriere di Siena, Corriere di Arezzo e Corriere della Maremma. 

Redazione CdG 1947

DAGONEWS l’8 marzo 2023.

Questa mattina Andrea Favari, ad della Società Europea di Edizioni, editore del “Giornale”, ha comunicato al cdr, riunito con urgenza, che la maggioranza è stata ceduta agli Angelucci.

La decisione è stata preceduta da una concitata riunione a cui erano presenti Silvio, Marina e Pier Silvio Berlusconi, Gianni Letta e Fedele Confalonieri.

Mentre il Cav e Gianni Letta sostenevano la necessità di mantenere un piede nel “Giornale”, e Confalonieri nicchiava, i due figli dell’ex premier spingevano per liberarsi di quella che loro considerano - da tempo - una inutile e costosa zavorra.

 Gli Angelucci rileveranno il 70% delle quote, mentre il 30% rimarrà in mano a Paolo Berlusconi e ai figli. La partita sembrava già chiusa da settimane per la cessione del pacchetto completo, poi Silvio Berlusconi ha improvvisamente stoppato la trattativa, salvo poi ripensarci nelle ultime ore.

Da adnkronos.com il 9 marzo 2023.

"Per la vendita del Giornale c’è un accordo ormai consolidato con gli Angelucci". Ad affermarlo all'Adnkronos è Paolo Berlusconi, che conferma così la chiusura della trattativa che porterà il Giornale nelle mani della famiglia Angelucci, imprenditori nell'ambito delle cliniche private, già editori di 'Libero' e 'Il Tempo'.

 "Abbiamo interesse a rimanere in una partecipazione consistente in assoluto accordo con i signori Angelucci", aggiunge Berlusconi, confermando dunque che la sua famiglia manterrà una quota minoritaria del quotidiano.

 Paolo Berlusconi spiega poi le circostanze che hanno portato alla chiusura dell'accordo: "Da parte mia c’è un legame affettivo e quindi ho deciso, anche per aderire a un desiderio di mio fratello Silvio dovuto soprattutto all’affetto che lui nutre per questa creatura che lui ha salvato e poi mi ha passato nel tempo, di partecipare con una quota di minoranza".

Berlusconi conferma dunque anche i rumors usciti sulla stampa sul fatto che, inizialmente, l'idea fosse quella di una cessione al 100%, poi modificata: "Devo dire che i signori Angelucci sono stati molto signori nel aderire a questa nostra istanza dopo che ci eravamo impegnati per un acquisto che poteva essere anche totalitario", scandisce.

 L'imprenditore ci tiene poi a sottolineare un aspetto: "Non è vero, come ho letto su molti giornali, che ci sarebbero state incomprensioni in famiglia sull’impostazione per la vendita . Ho visto un po’ di gossip su crisi interne, su schieramenti, se farlo o non farlo. Niente di tutto questo è vero". E chiarisce: "Queste cose non mi riguardano, perché la maggioranza è di mia proprietà e quindi sono io che decido". Ma, chiosa, "essendo il rapporto con mio fratello molto intenso sono sempre molto sensibile a quelli che sono i suoi desideri".

Estratto dell’articolo di Giuseppe Salvaggiulo per “la Stampa” il 9 marzo 2023.

Berlusconi vende anche Il Giornale. La famiglia Angelucci compra il 70% e ne acquisisce il controllo. La residua presenza nel capitale con «proporzionale rappresentanza» nel Cda è il contentino alla fazione che si è strenuamente opposta alla capitolazione. Ronzulli in testa. Ma nella sostanza ha vinto la famiglia, Marina in testa. Infatti esce anche la Mondadori.

La foglia di fico del 30% resta in carico al fratello Paolo. Seguiranno due diligence e dettagli in un mese, valutazione dell'Autorità di garanzia delle comunicazioni in un paio di mesi, definitivo passaggio di quote a giugno. Poi nuovo Cda e probabile cambio di direzione. Le fonti dell'universo arcoriano parlano di «minoranza sostanziosa» che resta a Berlusconi. La sostanza è che dopo il Milan e i periodici, Silvio dismette un altro pezzo del suo apparato mediatico e sentimentale.

[…] Angelucci, re della sanità laziale (e non solo) ma anche deputato della Lega dopo esserlo stato in quota Silvio per tre legislature, cova antiche mire espansionistiche. Parallelamente tratta anche per rilevare La Verità. Gli abboccamenti ci sono stati, ma il fondatore Belpietro è disposto a svestire i panni del proprietario, non anche quelli del direttore.

Valuta la creatura 15 milioni e chiede un lungo contratto per sé. Due giorni fa ha smentito i persistenti rumors di intesa. Si vedrà. Nell'attesa, quel che è certo è che Angelucci, aggiungendo Il Giornale al primo amore Libero e al Tempo, punta a diventare il Murdoch italiano. Monopolizzando l'editoria conservatrice fin nelle sfumature: dalle sbiadite liberali alle arrembanti sovraniste. E diventando soggetto politico a capo di una falange mediatica, in grado di influenzare Meloni e Salvini.

 Per questo Ronzulli (ma anche Gianni Letta, mentre Confalonieri pareva agnostico) suggerivano a Berlusconi di non abdicare. Un presidio editoriale serve sempre, tanto più ora che gli alleati allungano le grinfie su quel che resta di Forza Italia. Ma le strategie industriali e finanziarie di Marina e Piersilvio hanno prevalso su quelle del partito.

Il Giornale è anche un pezzo pregiato della storia del giornalismo italiano. Fondato da Indro Montanelli nel 1974 dopo la rottura con il Corriere della Sera di Piero Ottone che aveva virato a sinistra, alla fine del decennio fu rilevato (e salvato) da Berlusconi. Silvio ne cedette la proprietà al fratello Paolo nel 1990, sbeffeggiando i limiti antitrust della legge Mammì.

Ma all'inizio del 1994, mentre «scendeva in campo», fu lui in prima persona ad arringare i giornalisti in una drammatica assemblea in via Negri, sconfessando Montanelli e chiedendo fedeltà politica. Indro se ne andò sdegnato, fondando La Voce che ebbe vita breve. Al suo posto arrivò il corsaro Vittorio Feltri, seguito da Belpietro, rifondando Il Giornale e il giornalismo di destra. […]

Estratto dell’articolo di Lirio Abbate per “la Repubblica” il 14 marzo 2023.

Gli Angelucci sono una dynasty sanitaria tutta d’oro. È una famiglia che vede a capo dei suoi componenti Antonio (Tonino) Angelucci, 79 anni, che tempo fa in coincidenza con l’avvio di problemi avuti con la magistratura si è fatto candidare in Parlamento dove è stato eletto per quattro legislature consecutive, prima con Forza Italia, accanto a Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Denis Verdini, e adesso con la Lega di Matteo Salvini.

Lo scettro però lo detiene pubblicamente Giampaolo Angelucci, 52 anni, detto “Napoleone”, figlio del capostipite. […]

Hanno cliniche private nel Lazio, convenzionate con i soldi pubblici regionali, e poi altre strutture anche in Puglia e Abruzzo. E adesso puntano ad espandersi verso il Nord. In progetto c’è una marcia sulla Lombardia dove vogliono sgomitare e farsi largo per afferrare pure loro la grossa fetta di soldi pubblici che ogni anno è destinata ai privati.

 La testa di questa grande holding si chiama Tosinvest. Ma cassaforte è la Spa di Latigos Sca, che è la holding lussemburghese della famiglia Angelucci […].  Qui finiscono i grandi flussi di denaro gestiti dalla famiglia che oggi è legata, a doppio mandato, con Matteo Salvini. Tonino ha sempre avuto stretti rapporti con i politici, e quelli che hanno provato ad opporsi […] subivano affronti personali e proteste in cui alla fine aveva la meglio l’imprenditore della Sanità.

 E proprio su questo settore regionale, con Francesco Rocca presidente del Lazio, sembra allungarsi l’ombra di Angelucci. Intanto perché Rocca è stato presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione San Raffaele fino a pochi giorni prima della sua candidatura. E anche se questa Fondazione dicevano che non gestiva quasi nulla nel Lazio, occorre sottolineare che amministra un centro di cura a Ceglie Messapica in provincia di Brindisi: una struttura da 170 dipendenti […].

[…] Insomma, il governatore sembra molto legato a Tonino. Con un passato vicino ad Allenza Nazionale, ai tempi di Gianfranco Fini, Angelucci è passato in Forza Italia che gli ha garantito un posto in Parlamento per tre legislature, […] adesso è salito sul carroccio di Salvini, che è il fidanzato della figlia del banchiere toscano Denis Verdini, già coordinatore del Pdl, uno dei migliori amici di Tonino Angelucci.

[…] Qualche anno fa, dopo che la Banca d’Italia ha commissariato il Credito cooperativo fiorentino di cui era presidente Verdini, ha imposto a lui e a sua moglie, Maria Simonetta Fossombroni di coprire il buco e ripianare il “rosso” di oltre nove milioni di euro. A salvare il coordinatore del Pdl è stato proprio […] Antonio Angelucci che oggi dichiara un reddito di quattro milioni e mezzo.

Il re delle cliniche private romane […] ha elargito ai coniugi Verdini una somma complessiva di nove milioni e 334 mila euro. Salvandoli. […] a garanzia del prestito ha ottenuto l’ipoteca della grande tenuta “Villa Gucci”, con oltre ventimila ettari di terreno, un casolare, campi da tennis e piscina, subito fuori Firenze, nella quale vive Denis Verdini.

 […] Oggi Angelucci è deputato leghista, componente della commissione Cultura, scienza e istruzione. In passato è stato indagato in varie indagini, ma alla fine è uscito sempre indenne. È stato pure denunciato dalla sua ex convivente, […] che lo accusava di averla lasciata, abbandonando la casa in cui coabitavano insieme con il bambino. La donna lo ha accusato di averla fatta pedinare e minacciare. Querela rimessa dopo che la notizia era stata pubblicata dai giornali.

I quotidiani (informazione di destra) sono ora il pallino di Giampaolo e Tonino Angelucci, già editori di Libero e Il Tempo, che portano sotto la loro proprietà pure Il Giornale , lo storico quotidiano milanese fondato da Indro Montanelli e da 30 anni di proprietà della famiglia Berlusconi. Insomma, con la Sanità in poppa puntata verso la Lombardia, per evitare che la “fortuna” non molli questa famiglia è decisivo sporcarsi le mani d’inchiostro per contare davvero.

Estratto dell’articolo di Daniele Martini per editorialedomani.it il 14 gennaio 2023.

C’era una volta Panorama. Avrebbe potuto essere questo il titolo del libro arrivato da poco in libreria sulla storia del settimanale fondato nel 1962 che portò in Italia un modo nuovo di fare giornalismo, meno paludato e tronfio, tenacemente legato ai fatti, presentati senza fronzoli e svolazzi, con un linguaggio tanto semplice e stringato quanto preciso e studiato.

Quel linguaggio e quel tipo di informazione fecero rapidamente scuola, al punto da condizionare le altre testate sia periodiche sia quotidiane, costrette ad adeguarsi.

Da questo punto di vista Panorama fu davvero il Settimanale che cambiò l’Italia come recita il titolo autentico del ponderoso volume (530 pagine, 25 euro) edito da Faam (Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori) […]

 Panorama fu una favola bella nel mondo dell’editoria italiana nel secondo Novecento, però non una fiaba a lieto fine. […] C’è una data, il 1994, considerata come lo spartiacque nella storia del settimanale. Il 1994 è l’anno del berlusconismo trionfante, il tempo in cui Silvio Berlusconi diventa capo del governo […]

 […] Per Panorama che per lunghi anni sotto la testata aveva stampato il motto «I fatti separati dalle opinioni» quella novità è traumatica […] Per rassicurare e forse anche per evitare prevedibili contraccolpi, soprattutto in redazione, Berlusconi fece sapere in giro che non avrebbe spostato nulla, neanche le piante nei corridoi. […] ma nel caso di Panorama il cambiamento non era fisiologico, era ontologico, riguardava l’essenza.

[…] A portare il giornale in edicola, settimana dopo settimana, rimasero quasi tutti i giornalisti di prima e io tra quelli, ma al di là della loro voglia di autonomia e indipendenza, erano l’anima, il sangue, il cuore e la pelle del giornale che stavano cambiando. Ricordo un fatto del 1996, l’assemblea di insediamento del nuovo direttore, Giuliano Ferrara, che era stato anche ministro del governo Berlusconi.

 […] Ferrara […] disse […] che l’autonomia dei singoli giornalisti non esisteva, era solo una favola consolatoria; ciò che garantiva il pluralismo e la libertà dell’informazione in una società moderna e democratica era la pluralità dei giornali e della proprietà di essi. Questo era il nuovo comandamento e per Panorama fu l’inizio della fine.

Da Lamberto Sechi che […] cercava di evitare ministri e potenti per conservare in modo maniacale l’autonomia sua e del giornale, si era arrivati a Panorama in mano a un politico e per di più capo del governo. Il giornale campò ancora a lungo, ma il piano inclinato era stato imboccato, e tuttora una pallida copia di quel che fu si trova in edicola, con un nuovo editore, Maurizio Belpietro, ex direttore di Panorama, l’ultimo che ho avuto, un professionista puntiglioso.

 […]

[…] a Panorama […] non si doveva mai scrivere in prima persona. Una regola stampata insieme ad altre in un manualetto […] una sorta di messalino con le regole che i giornalisti avrebbero dovuto rispettare per ottenere uno stile asciutto e uniforme […] unico e riconoscibile. […] noi giornalisti non dobbiamo scrivere per noi stessi o per […] soddisfare la nostra vanità o per fare sfoggio di erudizione, ma dobbiamo scrivere per il lettore, mettendoci sempre dalla sua parte, in qualche modo al suo servizio. Cercando di capire le sue esigenze, dando per scontato nulla, spiegando in maniera semplice anche ciò che a noi sembra ovvio, ma che può non essere tale per chi ha in mano il giornale e vuole capire […]

Non è il lettore che deve far fatica a leggere, sei tu giornalista che devi far fatica per accertare i fatti e poi per spiegarli in maniera chiara: questa era la filosofia di Panorama. Non c’era niente di pedagogico o di paternalista, si trattava però di un nuovo modo di fare informazione in Italia […]

La Verità fa “informazione” sul clima con i soldi dell’ENI. Andrea Legni – direttore de L’Indipendente - giovedì 3 agosto 2023.

Lunedì 30 luglio il quotidiano La Verità ha pubblicato una lunga intervista sul cambiamento climatico a tal Luigi Mariani, di professione agronomo. L’agronomia è la scienza che studia l’agricoltura, e un suo specialista sta alla questione climatica come un alpinista alla vulcanologia o, se preferite, come i cavoli alla merenda. Ad ogni modo Mariani si è premurato di farci sapere che legge molto e che secondo lui quello della crisi climatica è un allarme ingiustificato, prima di lanciarsi in sentenze del tipo: sarà anche vero che se la concentrazione di CO2 raddoppia si avrà una temperatura più alta da 1 a 3 gradi centigradi, ma in compenso anche «la produzione dei pomodori in serra raddoppierà» e aumenterà anche «la bellezza e la varietà della vegetazione». Permettere all’industria di continuare con le emissioni, insomma, non solo non sarebbe un problema, ma un vero e proprio affare. Caso vuole che, poche pagine oltre l’intervista a Luigi Mariani, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro ospitava la pubblicità a tutta pagina di quello che è considerato proprio il più grande emettitore italiano di gas serra, ovvero la multinazionale petrolifera ENI.

La Verità del 31 luglio: a pagina 6 l’intervista a Luigi Mariani, a pagina 12 la pubblicità dell’ENI

Due giorni dopo invece, il 2 agosto, La Verità ha deciso di appaltare un’intera pagina direttamente alle ragioni dell’industria del petrolio, intervistando sul cambiamento climatico Andy May, di professione petrofisico. Dal suo curriculum vitae, disponibile in rete, apprendiamo che, dal lontano 1974 e fino alla pensione, May ha sempre lavorato per l’industria del gas e del petrolio, occupandosi anche di estrazione con la tecnica della fratturazione idraulica: una procedura devastante per l’ambiente e talmente pericolosa che l’Olanda l’ha vietata perché fortemente sospettata di causare terremoti. Tra gli ex datori di lavoro di May figura la Exxon Mobil, multinazionale petrolifera americana che è il quarto emettitore di CO2 a livello globale e che – come provato da una recente inchiesta – conosceva gli effetti (definiti in un documento interno “potenzialmente catastrofici”) delle emissioni di CO2 sul clima dagli anni ’70, ma li ha tenuti nascosti. Non sorprenderà sapere che – nell’intervista rilasciata a La Verità – Andy May ha negato con granitica convinzione che esistano prove del fatto che l’industria che gli ha dato da mangiare per tutta la vita abbia una qualche responsabilità nel cambiamento climatico in atto.

Spesso si ritiene che la vulgata giornalistica che nega il problema del cambiamento climatico sia l’esatto contrario della corrente mainstream, rappresentata da giornali come La Repubblica o il Corriere della Sera. Entrambe le narrazioni sono invece perfettamente accettabili dalle multinazionali fossili, che infatti continuano a sovvenzionare tutti e due i fronti della finta barricata con importanti sponsorizzazioni.

Se quotidiani come La Verità negano il problema, le altre lo ammettono (ed anzi portano avanti una intensa campagna), ma scelgono di non mettere mai nel mirino quelli che sono i reali colpevoli dell’aumento delle emissioni: ovvero le industrie fossili e quelle degli allevamenti intensivi. Quante volte avrete letto sui principali media che il cambiamento climatico è antropico, ovvero che avviene “a causa dell’uomo”? È una definizione che non significa niente. Dare la colpa genericamente agli uomini significa mettere sullo stesso piano i manager delle multinazionali fossili e i megaricchi che si muovono in jet privato con i lavoratori che non hanno i soldi per una nuova auto elettrica e con i popoli del Sud del mondo o indigeni che questa situazione, da sempre, la subiscono e basta. In fondo, dare la colpa a tutti significa non darla a nessuno: una narrazione perfettamente utile a quei potentati economico-industriali che da decenni emettono gas serra e altre sostanze nocive impunemente.

Noi de L’Indipendente sulla questione climatica continueremo invece a fare informazione senza padroni. Sulle nostre colonne non troverete mai la pubblicità dell’ENI, nè – d’altra parte – la troverete nemmeno di industrie dell’energia elettrica né di qualsiasi altro settore. Dal primo giorno rifiutiamo rigorosamente ogni tipo di pubblicità perché questa è, secondo noi, la precondizione necessaria per fare realmente un’informazione che renda giustizia al nome che abbiamo scelto per il nostro giornale. Sulla crisi climatica, come su ogni altra questione, abbiamo un approccio non ideologico ma dato dall’analisi dei dati. Seguendo questa prospettiva abbiamo pubblicato decine di articoli, focus e inchieste sul tema, utili ad approfondirlo e completi di link alle fonti utilizzate. Ci muoviamo come sempre con il beneficio del dubbio e verifichiamo le fonti, che non si trovano nelle opinioni – spesso contrastanti – di quello e quell’altro presunto esperto, ma nei fatti, nei dati e nelle ricerche scientifiche. [di Andrea Legni – direttore de L’Indipendente]

Le strane sentenze. La giudice Zanda e il sostegno de La Verità di Belpietro che deve processare per diffamazione. Valeria Cereleoni su Il Riformista il 3 Giugno 2023 

È stata aperta un’azione disciplinare nei confronti di una giudice, Susanna Zanda. Questa magistrata è celebre per alcune decisioni molto controverse, dalla carta igienica di Travaglio fino al Wi-Fi nelle scuole. Da qualche tempo la Verità, quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, difende a spada tratta la dottoressa Zanda dedicandole articoli su articoli. Paginate su paginate e tutte a sostegno.

Nel frattempo, scopriamo che la dottoressa Zanda trattiene da mesi in decisione una causa civile intentata contro La Verità. Dunque la magistrata sotto azione disciplinare viene difesa solo da un quotidiano sulle cui diffamazioni la stessa Zanda dovrà giudicare. E tutti zitti.

Chissà se qualcuno prima o poi noterà la lunga lista delle strane sentenze della dottoressa Zanda, quella che non ha mai smentito la scandalosa frase “Renzi usa il tribunale come fosse un bancomat”. Belpietro invece fa la battaglia “pro domo sua”. Anche comprensibile, diciamo. Ma con quale faccia la Verità può parlare di conflitto di interessi? Valeria Cereleoni

La Verità” passa ad Antonio Angelucci, il signore della sanità privata. Stefano Baudino su L'Indipendente il 7 marzo 2023.

Antonio Angelucci, re delle cliniche private, editore, deputato, immobiliarista, condannato in primo grado per falso e tentata truffa e sotto inchiesta per tentata corruzione, sta per acquistare da Maurizio Belpietro la proprietà del quotidiano “La Verità”. La notizia circola da tempo ma negli ultimi giorni sono giunte importanti conferme. Sul piatto un accordo da 15 milioni di Euro e un contratto che consentirà a Belpietro di continuare a dirigere il giornale per altri dieci anni. Per Angelucci, già proprietario di Libero e Il Tempo questa operazione rappresenta il penultimo tassello per ottenere il completo controllo della galassia di testate riconducibili al centro-destra italiano. L’ultimo sarebbe invece l’acquisizione de Il Giornale dalla famiglia Berlusconi, altra trattativa che va avanti da tempo e data più volte come quasi conclusa, ma ancora non annunciata.

Ma facciamo un passo indietro. Antonio Angelucci è uno degli uomini più potenti dell’universo politico, editoriale e imprenditoriale italiano: amico di lungo corso di grandi leader di partito come Gianfranco Fini e Massimo D’Alema, nonché del banchiera Cesare Geronzi, Angelucci è proprietario della holding Tosinvest (controllata da una società che ha sede in Lussemburgo), cui fa capo la società Tosinvest Sanità, che gestisce una lunga serie di ospedali, centri di riabilitazione, case di cura e poliambulatori nel centro-sud dello stivale. Con il gruppo San Raffaele, Angelucci controlla infatti 24 strutture tra Lazio e Puglia. Al contempo, Angelucci è anche immobiliarista: con la sua Due A Srl ha svolto numerosi progetti nel nord-est di Roma, allungando lo sguardo anche verso altri quadranti della Capitale.

In questa biografia, rappresentativa di un coacervo di affari, relazioni di livello e grande influenza mediatica, non poteva ovviamente mancare un lunghissimo capitolo politico, apertosi nel 2008 e tuttora in corso. Angelucci ha infatti ricoperto la carica di deputato per ben quattro legislature, dapprima nelle file di Forza Italia e del Popolo delle Libertà, poi in quelle della Lega di Matteo Salvini, con cui è risultato eletto nella tornata dello scorso settembre. Interessante è rilevare come, nelle legislature 2008-2013 e 2013-2018, Angelucci sia risultato il deputato più assenteista in assoluto, in entrambi i casi con oltre il 99,50% di assenze, mentre al momento detiene lo scettro di deputato più ricco dell’arco parlamentare.

La storia di Angelucci è però anche quella di un celebre imputato. Nel 2019, dopo un lungo processo, è stato assolto insieme al figlio Gianpaolo dal Tribunale di Roma dall’accusa di aver ottenuto la liquidazione indebita, tra il 2003 e il 2010, di 163 milioni di euro tramite presunte false diagnosi d’ingresso e certificazioni di prestazioni sanitarie non autorizzate, grazie al supporto di vertici della Tosinvest, dei dirigenti del San Raffaele di Velletri, di alcuni primari e di Dirigenti della Regione Lazio e dell’Asl. Di segno opposto invece una sentenza riferita a un caso legato alla sua attività di editore: nel 2017, Angelucci è stato infatti condannato ad un anno e quattro mesi per falso e tentata truffa in un processo incentrato contributi pubblici percepiti tra il 2006 e il 2007 per i quotidiani “Libero” e il “Riformista” (poi ceduto dall’imprenditore). Nel 2013, la Guardia di Finanza aveva infatti eseguito un sequestro preventivo di 20 milioni nei confronti delle società “Editoriale Libero” e “Edizioni Riformiste” che, secondo l’accusa, avrebbero dichiarato di appartenere ad editori differenti al fine di aggirare il divieto di richiedere contributi pubblici per più di una testata da parte del medesimo editore. Angelucci è inoltre indagato per tentata corruzione (il pm ha chiesto il rinvio a giudizio) per aver offerto nel 2017 ad Alessio D’Amato – ai tempi responsabile della ‘cabina di regia’ del servizio sanitario regionale, poi divenuto assessore Pd alla sanità del Lazio – 250mila euro per far riconoscere alla sua clinica San Raffaele di Velletri i crediti vantati nei confronti della Regione.

Come ricordato, il rampante deputato-imprenditore è parallelamente proprietario delle testate giornalistiche Libero e Il Tempo, punto di riferimento di una larga fetta di destra italiana, sia a livello partitico che di opinione pubblica. Ma, evidentemente non ancora soddisfatto, in queste settimane Angelucci sta lavorando alacremente al fine di rilevare dalla famiglia Berlusconi la quota di maggioranza de Il Giornale. E ora, per chiudere il cerchio, si appresta a mettere le mani sul quotidiano La Verità, diretto da Belpietro, azionista di maggioranza de “La Verità Srl” da cui è controllato. Un giornale che, fino ad oggi formalmente svincolato da logiche di dipendenza politica, era di fatto rimasto l’unico tra quelli rappresentativi delle istanze della destra italiana a poter godere di un certo margine di autonomia (come ben dimostrato dalla narrazione “politicamente scorretta” sulla pandemia). Ma che tra poco cadrà nelle strette e mortifere maglie dell’editoria impura, compromessa con il mondo degli affari e contigua alle frange più potenti della “politica politicante”. Di cui Angelucci è forse il massimo interprete. [di Stefano Baudino]

Da “La Verità” il 10 marzo 2023.

In merito alle notizie circolate in questi giorni riguardo a cambiamenti azionari avvenuti all'interno della compagine azionaria de La Verità, si precisa quanto segue: il capitale della Sei è attualmente detenuto al 78,12% da Maurizio Belpietro, al 16,93% da Nicola Benedetto e al 4,95% da Mario Giordano e nessuna variazione è intervenuta di recente.

 Dunque, chiunque sostenga che La Verità sia stata venduta a terzi non solo dice il falso, ma lede di interessi della nostra società editrice e della comunità dei lettori che dal 20 settembre del 2016 ci segue.

Perché L’Indipendente a volte pubblica le notizie in ritardo.  Andrea Legni – direttore de L’Indipendente - su L'Indipendente il 24 Maggio 2023

Il buon giornalismo, per essere praticato, richiede tempo. Tempo per comprendere una notizia e approfondirla. Tempo per capire se un certo fatto è realmente accaduto, per separare il vero dal falso, per capire se dietro la superfice della notizia c’è altro. Tempo per mettere insieme i pezzi e renderli al lettore in un articolo capace di fare chiarezza sull’accadimento e sul suo contesto, cercando di assolvere al ruolo di spiegare in parole chiare e comprensibili a tutti anche le dinamiche più complesse del mondo in cui viviamo. Il buon giornalismo è, in pratica, il contrario di quello si legge spesso sui principali giornali, pieni di contenuti scritti di fretta e all’affannosa ricerca di titoli e contenuti sensazionalistici per produrre maggiori volumi di traffico e, quindi, introiti pubblicitari.

Quello in cui viviamo è un tempo che si muove al ritmo di un consumo frenetico: di prodotti, ma anche di informazioni. Districarsi nella complessità di questo sistema, fatto di milioni di input disponibili alla velocità di un click su migliaia di piattaforme, non è semplice. Spesso, per comodità o per mancanza di tempo, gli utenti nemmeno si soffermano a leggere la notizia, ma si informano fagocitando un titolo dietro l’altro sui social. I mezzi di informazione sono pienamente consci di queste dinamiche. Così, nella corsa per pubblicare una notizia prima della concorrenza, si perde per strada un criterio fondamentale: la verifica dei fatti. Numerose testate importanti, consultate ogni giorno da milioni di italiani, finiscono così con il pubblicare – talvolta coscientemente, altre per sola fretta e mancanza di deontologia – bufale totali e contenuti fuorvianti. E se questa affermazione vi suona eccessiva, andate a consultare la nostra rubrica Anti Fakenews, una sorta di galleria degli orrori aggiornata ogni settimana con le bufale pubblicate sul mainstream.

Facciamo solo un esempio. Il 15 novembre scorso, un missile vagante è caduto in territorio polacco, abbattendo una fattoria e uccidendo due persone. La prima agenzia a lanciare la notizia è Associated Press, dopo che uno dei suoi giornalisti ha dichiarato di aver avuto conferma da una sua fonte – ritenuta autorevole – del fatto che il missile fosse russo. Il fatto rimbalza su quasi tutti i principali quotidiani, i quali cavalcano l’entusiasmo una notizia che si presta perfettamente alla propaganda atlantista che hanno scelto di portare avanti, alimentando il panico in milioni di persone e potenzialmente esacerbando le tensioni geopolitiche. Basteranno pochissime ore per arrivare alla conclusione che, con tutta probabilità, il missile era ucraino. 

L’episodio descritto costituisce un esempio di un fatto di gravità estrema, perché riguardante un conflitto che ha assunto fin da subito una portata globale. Naturalmente anche dentro la redazione de L’Indipendente avevamo visto il lancio dell’Associated Press. Ma anziché correre a pubblicare la notizia, ci siamo messi al lavoro per capirne di più. E così, mentre quasi tutti i grandi giornali italiani uscivano – puntualissimi ed in contemporanea – con una bufala che faceva credere ai loro malcapitati lettori di trovarsi sull’orlo di una guerra mondiale per l’attacco russo ad un Paese della NATO, noi abbiamo potuto tenere al riparo i nostri lettori dal leggere una notizia falsa.

Fin da quando L’Indipendente è stato fondato ci siamo dati un obiettivo sopra a tutti gli altri: diventare un porto sicuro per chi cerca un giornalismo coraggioso e scomodo – certo – ma soprattutto ancorato ai fatti. Un giornale al riparo dalle falsità e dalla propaganda. Per questo, talvolta, L’Indipendente pubblica le notizie un po’ in ritardo: perché non partecipiamo a nessuna corsa di velocità e abbiamo il solo obiettivo di dare notizie corrette. Come possiamo farlo? Semplice: rinunciando ad ospitare sul nostro sito ogni tipo di pubblicità. È la corsa ai click che generano introiti pubblicitari a portare i media a sacrificare la precisione e la verifica delle fonti a discapito della velocità. Più si punta sulla quantità e sui titoli strillati più lettori si ottengono: più lettori si hanno, più soldi si guadagnano con gli spazi pubblicitari. Questo è il meccanismo perverso che domina la gran parte dei giornali. Una dinamica nociva alla quale ci possiamo sottrarre, perché il nostro sostegno finanziario deriva al 100% dagli abbonamenti dei lettori.

Quindi la prossima volta che leggerete un articolo in ritardo su L‘Indipendente ricordatevi di queste righe: non è che siamo distratti, è che verifichiamo le fonti. Almeno noi.

I dieci articoli più importanti pubblicati su L’Indipendente nel 2022. L'Indipendente l’1 gennaio 2023.

Leggendo i principali quotidiani spesso si ha l’impressione che fare informazione non sia nulla di più che una gigantesca operazione di copia-incolla. Frequentemente le notizie vengono appiattite su posizioni comuni, senza che nessuno si prenda la briga di interrogarsi davvero su cosa stia accadendo e analizzare i fatti. Su L’Indipendente cerchiamo di fare un lavoro differente, senza rincorrere la pubblicazione veloce alla ricerca dei click, ma prendendoci il tempo necessario per analizzare, fare ricerche, andare oltre le verità di comodo. In questo modo durante l’anno appena trascorso abbiamo fatto luce su molte delle notizie più rilevanti, pubblicato inchieste che sui media mainstream non trovano spazio e cercato di portare all’attenzione dell’opinione pubblica storie e battaglie che meritano di essere conosciute. Di seguito, vi proponiamo 10 tra i nostri lavori giornalistici che riteniamo più rilevanti tra quelli pubblicati nel 2022.

Obbligo vaccinale, tra politica e scienza

Con il decreto legge n.1 del 7 gennaio 2022 il governo italiano imponeva l’obbligo vaccinale a tutti i cittadini che avessero compiuto 50 anni di età. La strategia di contenimento della pandemia italiana si confermava come del tutto incentrata sulla campagna vaccinale e sulle restrizioni e gli obblighi che ne sono conseguiti, ma quanto era davvero basata su criteri scientifici? Con questo approfondimento abbiamo provato a dipanare la questione, riportando dati e studi scientifici al riguardo.

Il vaiolo delle scimmie e la nuova corsa ai vaccini

Non avevamo fatto in tempo ad arrivare alla fine dell’emergenza legata alla pandemia da Covid-19 che sui giornali di mezzo mondo rimbalzava già un nuovo allarme: quello per il vaiolo delle scimmie. I contagiati godevano tutti di buona salute e le stesse istituzioni avevano rassicurato sul fatto che la situazione non fosse allarmante, in quanto il virus è noto da decenni e non ha mai provocato epidemie diffuse. Tuttavia l’OMS riunì immediatamente un “meeting di emergenza” e in diversi Paesi iniziò la corsa ai vaccini, mentre i quotidiani italiani lanciarono da subito una campagna di terrorismo mediatico, nonostante in Italia non vi fossero morti. Partendo da dati oggettivi, abbiamo cercato di fare un po’ il punto della situazione, per capire se l’emergenza fosse fondata o meno.

La battaglia per la liberazione di Julian Assange

Assange perde la battaglia per la sua liberazione: il Regno Unito ordina la sua estradizione negli Stati Uniti, dove rischia fino a 175 anni di carcere in una prigione di massima sicurezza. La sua vicenda non è stata trattata con particolare attenzione dai media principali – anzi, in alcuni casi non è stata trattata affatto -, ma riguarda tutti noi molto da vicino, perché va a incidere sulla libertà di informazione, un diritto fondamentale di tutti noi.

I battaglioni neonazisti ucraini e la mistificazione del mainstream

Immediatamente dopo lo scoppio della guerra russo-ucraina è stato evidente come l’informazione mainstream fosse appiattita acriticamente su di un unico punto di vista, volto a glorificare l’impresa della resistenza ucraina e criminalizzare la Russia per partito preso. Così anche i gruppi neonazisti presenti in Ucraina, la cui esistenza è nota almeno dal 2014, sono stati ridipinti in chiave nazionalista o patriottica. Grazie a quest’inchiesta esclusiva, basata su fonti verificabili, siamo riusciti a ricostruire una rete strutturata che collega il battaglione Azov e altri simili a centinaia di fazioni alleate neonaziste e neofasciste in tutto il mondo.

Il depistaggio di Stato sulla morte di Paolo Borsellino

Si tratta del più grande depistaggio della storia repubblicana, ma rimarrà senza un colpevole. L’omicidio di Paolo Borsellino, dopo decenni di indagini, si conclude in un nulla di fatto, quantomeno a livello penale. Due prescrizioni e un’assoluzione per i tre poliziotti accusati di aver imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino, il quale si era auto-accusato di aver fatto esplodere l’ordigno che causò la morte dei coniugi Borsellino e dei membri della loro scorta. A seguito della sentenza abbiamo ripercorso la vicenda, cercando di fare chiarezza nei fatti.

Anche i migliori se ne vanno

Dopo le dimissioni di Mario Draghi, i principali quotidiani di informazione si sono uniti in un canto funebre tra il disperato e l’amareggiato, in lutto per la perdita di un personaggio che ha evidentemente – a loro parere – ridisegnato le sorti dell’Italia. Era la chiusura della parabola del governo dei migliori, incaricato di rimettere in piedi le finanze dell’Italia e il suo prestigio internazionale. Ma poi è andata davvero così?

Trattativa Stato-mafia: era nell’interesse dello Stato

Non è che la trattativa Stato-mafia non ci fu. Ma venne intavolata nel nome di un obiettivo nobile, fermare le stragi. Questo si legge nelle motivazioni della sentenza d’Appello al processo “Trattativa Stato-mafia”, che vede condannati solamente gli uomini di Cosa Nostra, mentre in primo grado erano previste pene esemplari anche per gli uomini dello Stato. La vicenda dunque si chiude su di un capitolo finale che fa molto discutere e non piace a molti tra gli esponenti di spicco dell’antimafia, che parlano di «giustificazione della collusione con i criminali».

Pedemontana veneta: un gigantesco spreco di soldi pubblici

Un’opera pubblica che rischiava di costare tre volte lo Stretto di Messina e di dubbia utilità, in quanto il guadagno sul tempo di percorrenza rispetto ai percorsi già esistenti sarebbe stato di pochi minuti. Stiamo parlando della Pedemontana veneta, opera contestata da tempo tanto per l’impatto ambientale quanto per l’irragionevolezza in sé. Tanto che Laura Puppato, ex sindaca di di Montebelluna (uno dei Comuni attraversati dall’opera) ha dichiarato senza tanti giri di parole: «Neanche da ubriachi si poteva firmare una cosa del genere».

La strana teoria dell’auto-sabottaggio dei gasdotti Nordstream

Il 26 settembre delle esplosioni hanno provocato gravi danni ai gasdotti Nordstream che trasportano il gas dalla Russia all’Europa. Da subito, e per intere settimane, i principali media hanno avallato la teoria che si fosse trattato di un sabotaggio messo in atto da Mosca. Nonostante si trattasse di una “verità” senza prove e soprattutto senza un movente, visto che evidentemente alla Russia per cessare il flusso di gas verso l’Europa sarebbe bastato chiudere i rubinetti senza auto-infliggere danni milionari a una propria infrastruttura. Su L’Indipendente, al solito, abbiamo preferito aspettare e lavorare alla ricerca di una verità non di facciata, fino ad avere gli elementi in mano per svelare tutte le incongruenze della versione ufficiale e i tanti indizi che portano invece verso Washington.

Alfredo Cospito, ovvero: come punire le idee

Finire in isolamento per le proprie idee: così si potrebbe riassumere la vicenda di Alfredo Cospito. Già in carcere perché accusato di aver piazzato alcuni ordigni presso una scuola carabinieri, Cospito è un anarchico rinchiuso in regime di 41 bis per via di alcuni scambi epistolari intrattenuti negli anni con varie realtà della galassia anarchica. La linea che divide la pericolosità effettiva di un soggetto dal processo alle idee è, tuttavia, molto sottile.

10 buone notizie del 2022 che possono insegnare qualcosa. L'Indipendente il 31 dicembre 2022.

Il 2022 è stato segnato da tanti eventi. Molte di queste sono buone notizie. Ma non tutti sono disposti a darle. Perché, come si suol dire, no news is good news. Tuttavia, noi de L’Indipendente ci siamo sforzati, nel corso di quest’anno, di offrire uno sguardo diverso sul mondo, dando spazio a notizie che offrano uno spaccato di realtà positiva. Sono storie di movimenti sociali che si sono battuti per la propria causa fino alla vittoria, di popolazioni indigene che hanno trovato il modo di far valere i propri diritti, di politici e imprenditori innovativi che, con coraggio, hanno deciso di rompere con politiche obsolete e inefficaci per promuovere innovazioni nel nome del benessere sociale. Ne abbiamo selezionate dieci, tra quelle da noi pubblicate quest’anno. Buona lettura

Il Perù rinuncia alla politica inefficace del proibizionismo

Pedro Castillo, eletto presidente nel Perù nel luglio 2021, è deciso a segnare una netta inversione di marcia nella lotta al narcotraffico nel Paese. Optando per la rottura con l’obsoleto modello di repressione e criminalizzazione del narcotraffico imposta dagli Stati Uniti, la quale non ha prodotto alcun risultati nel contrasto al commercio di stupefacenti, Castillo e il suo esecutivo optano per una “eradicazione volontaria, pacifica e progressiva”, offrendo alle famiglie dei coltivatori mezzi di sostentamento alternativi alla coltura della coca e cercando così di far andare di pari passo eradicazione e sviluppo alternativo.

Dopo 12 anni Stefano Cucchi ottiene giustizia

«Stefano non è caduto dalle scale»: queste sono le parole di Ilaria Cucchi subito dopo l’udienza che ha portato alla condanna definitiva dei carabinieri coinvolti nel pestaggio mortale del fratello, avvenuto nella notte del 15 ottobre 2009. Si chiude così con esito positivo una vicenda giudiziaria durata oltre un decennio, che ha messo a nudo l’omertà e la violenza che regnano in alcuni ambienti delle forze dell’ordine, tanto che l’avvocato Fabio Anselmo lo definirà un «processo al sistema».

Messico: nazionalizzare le risorse per garantire l’autodeterminazione

Il litio, metallo fondamentale per la realizzazione di batterie di cellulari e auto elettriche e cruciale per la transizione energetica, è una risorsa del Paese e va quindi nazionalizzata. Questo la decisione del presidente messicano Obrador il quale, consapevole di come l’ingerenza delle multinazionali straniere possa influenzare la vita di un Paese, influendo anche sulle politiche nazionali, mira così a garantire la capacità di autodeterminazione del popolo messicano e la propria sovranità energetica.

La mobilitazione popolare ferma la costruzione della base militare

Il premier Draghi e il ministro della Difesa Guerini ci avevano provato: con un decreto passato del tutto inosservato e siglato il 14 gennaio – molto prima dello scoppio della guerra in Ucraina – erano a un passo dal trasformare parte dell’area protetta di San Rossore, Migliarino e Massaciuccoli, in Toscana, in base militare. Tuttavia, la mobilitazione della società civile è stata tale da far tornare il governo sui propri passi (seppur non abbia del tutto abbandonato il progetto) e trovare soluzioni alternative.

Il Botswana sta sconfiggendo l’HIV

In Botswana era in corso una delle più gravi epidemie di HIV mai registrate. Tuttavia, grazie alle strategie interne recentemente adottate, il Paese africano è riuscito a ridurre drasticamente il tasso delle infezioni. Il traguardo raggiunto è stato tale da essere riconosciuto anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), la quale ha conferito al Botswana “lo status di livello argento”.

Nel Borneo la mobilitazione indigena ferma la deforestazione

Attivisti e ONG della zona dello Stato del Sarawak, nel Borneo malese, sono riusciti a dimostrare alle autorità, grazie alla raccolta di immagini e video catturati coi droni, le attività illegali di disboscamento ai danni di una foresta protetta. La Samling, “il gigante malese del legname”, ha respinto le accuse, negando di aver avuto anche solo l’intenzione di invadere le terre indigene, ma la tribù Penan ha fatto sapere che la società ha completamente abbandonato l’area il giorno prima della manifestazione di protesta organizzata dalla popolazione locale e prevista per il 15 luglio. Un tempismo troppo perfetto per essere considerato una coincidenza.

Un miliardario per la tutela del pianeta

Yvon Couinard, ideatore e fondatore del brand di abbigliamento outdoor Patagonia, ha devoluto l’intera azienda alla causa ambientale. Patagonia ha assunto così le sembianze di una società privata senza scopo di lucro, divisa tra un fondo fiduciario e un’organizzazione, appositamente create per allontanare possibili rischi e assicurandosi così che le entrare annuali vengano devolute alla lotta contro il cambiamento climatico e alla difesa degli ambienti naturali.

Sempre più persone nel mondo hanno accesso all’acqua potabile

La popolazione mondiale che dispone di acqua potabile è passata da 3,8 miliardi nel 2000 a 5,8 miliardi nel 2020. Si tratta di una notizia eccellente, che dimostra come le politiche messe in atto a livello globale riescano a ottenere risultati concreti nel garantire un sempre più equo accesso alle risorse di base, nonostante il problema della carenza di acqua pulita sia ancora troppo radicato e complesso per essere risolto del tutto.

La Colombia cerca la “pace totale” con i guerriglieri

Il Parlamento colombiano ha approvato un disegno di legge, fortemente voluto dal neo-eletto presidente Gustavo Petro, che prevede l’apertura di negoziati di pace tra le autorità governative e i gruppi ribelli ELN e FARC. Nonostante quello verso la “pace totale” sia comunque un cammino lungo e complicato, si tratta di un primo tassello per porre fine a una sanguinosa guerriglia interna che va avanti da oltre 50 anni e ha già mietuto milioni di vittime. A fare la differenza, questa volta, potrebbero essere le importanti riforme volute da Petro, in particolare nel settore dell’agricoltura e della lotta al narcotraffico.

La Spagna taglia ai ricchi per dare ai poveri

Con l’approvazione della legge di Bilancio per il 2023, la Spagna di Sanchez ha autorizzato la spesa sociale più alta di sempre per il Paese (ben 274 miliardi di euro), introducendo misure volte a mitigare l’effetto dell’inflazione causata dalla guerra in Ucraina sulle fasce più vulnerabili della società. Il tutto tassando banche, compagnie energetiche e grandi patrimoni, permettendo cose una più equa redistribuzione della ricchezza e dimostrando come, pur muovendosi entro i canoni di austerità imposti da Bruxelles, una certa volontà politica possa permettersi di muoversi in una direzione che non comporti necessariamente il taglio dei servizi.

19 agosto 1989. Il Pci e noi ragazzi terribili dell’Unità. Ci guidava Renzo Foa, volevamo essere giornalisti-giornalisti, autonomi dal partito, e per fare questo sapevamo che dovevamo liberarci del tabù dei tabù: Togliatti. Piero Sansonetti su L'Unità il 20 Agosto 2023

In quel periodo, fine ottanta, l’Unità ribolliva. C’era un gruppo dirigente del giornale, giovane, guidato da Renzo Foa, che era travolto da un grande impeto di indipendenza e di laicità. C’eravamo messi in testa che volevamo fare i giornalisti-giornalisti e non i militanti del partito. E che l’Unità dovesse essere un giornale di sinistra, autenticamente di sinistra, anche radicale, ma autonomo dal partito e libero dai pasticci della tradizione comunista.

Avevamo aggregato al giornale molti commentatori non di partito: Balducci, Caffè (che poi morì nell’87), Graziani, Tranfaglia, Luce Irigaray, Gozzini, Wilma Occhipinti, Dacia Maraini, Ginzburg, Tamburrano, Flores, Manconi. Vi dico la verità: sentivamo però che liberarci davvero dallo stalinismo voleva dire anche dare una mazzata al togliattismo, e persino a quella generazione di leader togliattiani di gigantesca statura intellettuale che andavano indifferentemente dalla destra amendoliana alla sinistra di Ingrao. Prima dell’89 avevamo già compiuto qualche ragazzata. Nell’87, anniversario della morte di Gramsci, avevamo pubblicato un articolo di uno storico, Umberto Cardia, che addossava proprio a Togliatti le responsabilità della lunga carcerazione di Gramsci.

Era successo il finimondo. Credo che rischiammo il licenziamento. Fummo convocati a Botteghe Oscure e bastonati da Pajetta, Napolitano, Natta ed altri. ma mantenemmo il nostro posto e anche il nostro piccolo potere. I direttori dell’Unità cambiavano (Macaluso, Chiaromonte, D’Alema) ma noi giovani ex sessantottini avevamo preso il potere, e il giornale, alla fin fine, lo facevamo noi. Quell’anno il direttore era D’Alema, che ci guardava un po’ di sbieco, ma lasciava margini incredibili di libertà. Quando non era d’accordo diceva: “i giornalisti siete voi. Fate…”.

Al vertice del giornale c’erano Foa, io, De Marco, Ceretti, Di Blasi, Guadagni, Spataro, Tulanti, Fontana, Rondolino, Sappino e un’altra decina di persone, meno compatte rispetto a noi ma tuttavia di altissimo livello professionale e, come noi, convinte che bisognasse liberarci del passato (Paolozzi, Leiss, Geremicca, e il gruppo dei milanesi guidato da Bosetti e Pivetta). E quel 19 agosto del 1989, vigilia del venticinquesimo anniversario della morte di Togliatti, il direttore, D’Alema, era in vacanza e irraggiungibile. Così Foa ed io decidemmo di pubblicare in prima pagina un articolo di critica a Togliatti nel venticinquesimo della sua morte. Ci consultammo con Bosetti, che era d’accordo e poi pensammo al titolo. Non mi ricordo se l’idea fu di Renzo o mia. Ne eravamo comunque entusiasti: “c’era una volta Togliatti…”.

Poi ci chiedemmo chi, autorevolmente e spericolatamente avrebbe potuto mai scrivere questo articolo. Ci venne un solo nome. Quello di Biagio. Ma non confidavamo molto che avrebbe mai accettato di compiere un’azione così temeraria. Accettò subito. Ci costò caro? Beh, credo di sì. Alla festa dell’Unità, in settembre, fummo massacrati. Tutto il vecchio gruppo dirigente del Pci era contro di noi. Ci difese D’Alema, che era molto incazzato, credo, perché oggettivamente gli avevamo fatto una mascalzonata, ma rispondeva sempre all’etica comunista secondo la quale comunque il direttore difende i suoi.

Nelle settimane successive moltissimi alti dirigenti del Pci scrissero sull’Unità per contestare Biagio. In modo molto aspro. Passò qualche mese e cadde il muro di Berlino. Altro che c’era una volta Togliatti. Biagio aveva ragione, avevamo ragione noi. Però non ce la riconobbero. Mai. Fummo segnati come inaffidabili. Oggi rileggendo quell’articolo vedo quanto fosse forte l’analisi di De Giovanni. Poi vedo anche un’altra cosa. La distanza tra il livello di quei dibattiti e la qualità della discussione politica di oggi. Quasi quasi ho nostalgia di Togliatti…

Piero Sansonetti 20 Agosto 2023

I figli di Enrico Berlinguer contro l'Unità: "Per favore, lasciate in pace nostro padre". Huffpost 11 Giugno 2023

"Non trasformare il suo ricordo in un brand pubblicitario" scrivono in una lettera Bianca, Maria, Marco e Laura che esprimono sconcerto e amarezza di per l'utilizzo di una foto del padre per promuovere l'uscita in edicola del quotidiano diretto da Piero Sansonetti che, precisano, "dell’antico e glorioso giornale conserva solo il nome"

"Per favore, lasciatelo in pace". Si conclude così la lettera firmata su Repubblica dai quattro figli di Enrico Berlinguer - Bianca, Maria, Marco e Laura - che esprimono sconcerto e amarezza per l'utilizzo di una foto del loro padre usata come promozione dell'uscita in edicola dell'Unità, diretta da Piero Sansonetti. Si commemora proprio oggi il trentanovesimo anniversario della scomparsa del leader del Partito comunista italiano, morto a Padova poco dopo aver pronunciato il suo ultimo discorso in piazza.  

I figli di Berlinguer contestano l'uso di una fotografia del 24 marzo 1984 in cui il padre "sorrideva circondato da tanti compagni mentre una grandissima manifestazione attraversava le vie di Roma per protestare contro i tagli alla scala mobile voluti dal governo presieduto da Bettino Craxi. Il titolo a tutta pagina dell'Unità era: ECCOCI. E nell'occhiello si leggeva: Un flusso ininterrotto di lavoratori con treni, pullman e navi". Una foto "così significativamente legata al suo tempo e così, di quel tempo, potente espressione per pubblicizzare un prodotto inevitabilmente tutto diverso". 

Questo un estratto della lettera: 

"Quella stessa foto l’abbiamo rivista in questi giorni, utilizzata come spot pubblicitario, per promuovere l’uscita in edicola di un nuovo quotidiano che ha assunto un vecchio nome, l’Unità, diretto ora da Piero Sansonetti. Grande è stato il nostro sconcerto e, ancor più, la nostra amarezza. Da quella prima pagina sono passati, così come dalla morte di nostro padre, quasi quarant’anni e, nel frattempo, il mondo è totalmente cambiato. Tutto è mutato: da oltre tre decenni non esiste più il partito comunista italiano e nessuno di quell’antica leadership.

Da allora l’Unità ha avuto numerosi direttori fino a concludere definitivamente la sua storia ormai sei anni fa. Quello che torna oggi nelle edicole è un quotidiano interamente nuovo che dell’antico e glorioso giornale conserva solo il nome. E solo perché quando è stato messo all’asta un imprenditore più rapido di altri è riuscito ad acquisirne la proprietà. Ma della storia precedente, nulla rimane: e nemmeno uno di quei redattori che hanno tenuto in vita il giornale fino al 2017.

Come spiegarsi, allora, sotto il profilo giornalistico, politico, culturale e anche morale la volontà di affermare a tutti i costi una continuità tra il giornale fondato da Antonio Gramsci e quello oggi in edicola? E come spiegarsi che venga utilizzata una foto così significativamente legata al suo tempo e così, di quel tempo, potente espressione per pubblicizzare un prodotto inevitabilmente tutto diverso?

Certo la memoria storica appartiene a tutti e per noi è motivo di gioia sapere che la vita e l’attività di nostro padre vengano sentite e vissute da quanti gli vogliono ancora bene, ciascuno secondo la propria soggettività, ma altra cosa è trasformare il suo ricordo in un brand pubblicitario.

Per favore, lasciatelo in pace.

Firmato Bianca, Maria, Marco e Laura Berlinguer.

Scusaci, Sansonetti. Il Pd e le grottesche feste dell’Unità, senza il giornale o forse senza il partito. Mario Lavia su L'Inkiesta il 10 Giugno 2023

Il Partito democratico si interroga sui suoi storici raduni estivi dei militanti che da quest’anno saranno dedicati a un quotidiano che non è più di proprietà e per di più con una linea opposta sull’Ucraina (almeno per ora) 

Al Nazareno qualche dirigente di primo piano ha posto il problema direttamente ad Elly Schlein: le Feste dell’Unità saranno le Feste di un giornale che è tornato in edicola con la gloriosa testata, ma che non solo non è di proprietà del partito ma porta avanti linee molto lontane da quelle del partito medesimo. L’equivoco come direbbero i giuristi è in re ipsa. L’Unità-fondata-da-Antonio-Gramsci diretta da Piero Sansonetti non è del Partito democratico, ma com’è noto è di proprietà dell’imprenditore Alfonso Romeo (che edita anche Il Riformista di Matteo Renzi) e non ha dunque alcun rapporto organico con il Partito democratico che da sempre organizza decine di Feste dell’Unità, specie nel centro-nord. 

La situazione è inedita. Anche quando L’Unità cessò di essere l’organo ufficiale del partito, e persino quando i giornali del Pd erano due (L’Unità e Europa), la questione si è sempre risolta pragmaticamente ricorrendo ad una tradizione consolidata: la “Festa dell’Unità” d’altronde è un brand da decenni, un elemento persino storico del rapporto tra politica e masse. Anche se da anni non sono più gli appuntamenti-monstre del passato e dei grandi comizi finali sono pur sempre un’occasione per far esprimere militanti ed elettori del Pd, oltre che una discreta tribuna per i loro dirigenti. 

Oggi però L’Unità non ha nessun legame giuridico, economico e nemmeno politico con il Pd. Certo, c’è una dichiarata vicinanza del direttore Sansonetti al partito di Elly Schlein, che dal giornale è abbastanza sostenuta. Ma la linea dell’Unità è proprio un’altra, anzi opposta, per esempio sull’Ucraina (e scusate se è poco), è una linea cosiddetta pacifista contraria all’invio delle armi, quella che anche ieri sul giornale di Sansonetti spiegava Moni Ovadia, mentre il titolone dell’editoriale del direttore era eloquente: «Hanno scelto Paolo Ciani? Quindi ora (finalmente) il Pd diventa pacifista», che è esattamente il contrario non solo di quello che pensa gran parte del gruppo dirigente del partito, molto contrariato dalla elezione di quel vicecapogruppo, ma anche di Schlein e dei suoi collaboratori che hanno spiegato che la scelta di Ciani non prelude a nessuna svolta. 

Due giorni prima invece aveva aperto con questo titolo: «Fabbricano armi, fanno la guerra… e se la prendono con D’Alema» (era il giorno della notizia di Massimo D’Alema indagato per via del commercio di navi e quant’altro con la Colombia-ndr), con singolare accostamento del sostegno alla Resistenza ucraina contro i macellai di Mosca alle presunte irregolarità di un ex dirigente del partito e ex direttore dell’Unità in una faccenda magari regolarissima, ma molto meno nobile. 

Di passaggio c’era stata anche una polemica sulla opportunità che sul giornale «fondato da Antonio Gramsci» debba scrivere Giusva Fioravanti, l’ex terrorista nero pluriomicida da tempo impegnato nell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, una polemica su cui Sansonetti ha tenuto il punto in nome del sacrosanto diritto di tutti i cittadini al reinserimento e alla necessità di tenere accesa la luce sulle pessime condizioni delle carceri italiane. Ma il fatto che questa luce debba essere tenuta accesa da uno dei riconosciuti colpevoli della strage di Bologna non è piaciuta a molti militanti di sinistra tra cui il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime di Bologna Paolo Bolognesi («Siamo schifati»).

In ogni caso, le polemiche tra partito e giornale sono di antica data e segno di salute. L’aspetto grottesco è che non stiamo parlando del giornale del partito ma di un quotidiano indipendente, al quale tuttavia il partito dedicherà le sue feste (anche se certo non gli incassi). Un altro tocco paradossale in questo tempo al Nazareno già così confuso.

Estratto dell’articolo di Stefano Iannaccone per “Domani” l'8 giugno 2023.

C’è un problema con l’ascensore a Palazzo Chigi? Niente paura, con un importo di 4mila euro arriva la Romeo gestioni e lo risolve. Se c’è bisogno di un intervento di manutenzione al sistema antincendio? Per poco meno di 2mila euro arriva sempre la Romeo gestioni. E se servono dei lavori agli infissi della sede del governo? Gli addetti della Romeo accorrono di nuovo. Insomma, sotto forma di raggruppamento temporaneo di imprese, la società è di casa alla presidenza del Consiglio, compiendo decine e decine di interventi, secondo quanto stabilito da un vecchio contratto. 

[…] La Romeo gestioni è una delle realtà che compongono il gruppo fondato da Alfredo Romeo […]. La sua vicinanza con la politica è nota, da sempre vanta buoni rapporti con Matteo Renzi e la sua famiglia, in testa il padre Tiziano. Nel frattempo, le aree di azione dell’imprenditore napoletano si sono allargate al mondo editoriale: dopo Il Riformista, ha riportato in edicola L’Unità, intrecciando così politica, potere economico e informazione.

Le prossime settimane saranno decisive per capire il rapporto con le istituzioni, nello specifico quello tra il gruppo di Romeo e la presidenza del Consiglio. Il 30 giugno […] scade l’accordo esecutivo che assegna da un decennio alla sua società gli interventi di manutenzione di tutti gli edifici della presidenza del Consiglio […].

L’accordo è entrato in vigore nel 2013, nell’ambito della convenzione Consip Facility management 3, nel lotto relativo agli immobili del centro di Roma. In quell’anno è stata sottoscritta un’intesa della durata di sette anni, attraversando vari governi. Successivamente, si è proceduto con una serie di proroghe […]. 

Giorgia Meloni ha ereditato il prolungamento disposto nel maggio 2022 fino al prossimo giugno. Ora tocca a lei: la decisione fa capo solo alla struttura di Palazzo Chigi e può essere presa in base alle esigenze manifestate dal governo.

[…] La Consip, intanto, ha messo a disposizione una prima opzione: la convenzione Facility management (Fm) 4 per cui Romeo è finito sotto processo negli anni scorsi, con l’accusa di turbativa d’asta, venendo assolto «perché il fatto non sussiste». D’altra parte risulta tuttora imputato per traffico di influenze, in un altro filone dell’inchiesta sugli appalti Consip. Al netto delle vicende giudiziarie […] la convenzione Fm 4 è stata aggiudicata dal raggruppamento temporaneo di imprese Engie servizi.

C’è poi l’accordo quadro della Consip chiamato “grandi immobili”, che si suddivide in due lotti: il primo, relativo agli edifici con superficie compresa tra 25mila e gli 80mila metri quadri, vinto dalla Romeo Gestioni e dal rti Dussmann service; il secondo destinato ai patrimoni immobiliari ubicati nel Comune di Roma, con superficie inferiore a 25mila quadri, di cui risultano fornitori Romeo Gestioni e il rti Italiana facility management. In tutti casi, la decisione della presidenza del Consiglio avrà un impatto sul rapporto con la società dell’imprenditore-editore. 

E qui si intreccia la partita dell’informazione, che si muove tra gli affari con Palazzo Chigi e le linee editoriali seguite dai due quotidiani acquistati da Romeo. […] Non stupisce allora che Il Riformista possa assumere una posizione comprensiva verso il governo.

Il direttore editoriale è Matteo Renzi […]. Il direttore responsabile è Andrea Ruggeri, già deputato di Forza Italia. Ma la situazione è diversa se si parla dell’Unità, che assume toni talvolta teneri nei confronti del governo. È un fatto più sorprendente perché si tratta del giornale fondato da Antonio Gramsci, come si onora di scrivere sotto la testata, il quotidiano diretto da Piero Sansonetti.

Un esempio è il primo editoriale, in difesa della premier sulle inchieste giornalistiche condotte intorno alla rete dei rapporti economici e societari della sua famiglia. E così via, tra un rimpianto per il centrodestra di Silvio Berlusconi e una celebrazione del «trionfo» della presidente del Consiglio il 2 giugno, gli articoli hanno scelto talvolta una linea morbida. O una critica dai tratti gentili.

Le accuse e la polemica. La figura barbina di Stefano Iannaccone e del Domani: per attaccare Romeo spara cappellate contro l’Unità. Siamo andati a controllare le prime pagine dell’Unità di questi circa quindici giorni. Non ne abbiamo trovata neanche una senza un titolo contro la Meloni. Neanche una. Redazione su L'Unità il 9 Giugno 2023

C’è un giornalista del Domani, che si chiama Stefano Iannaccone, che ieri ha fatto uno scoop. Ha scoperto che l’appalto delle pulizie a palazzo Chigi fu vinto dalla Romeo Gestioni e dunque la Romeo gestioni esegue i lavori che le competono a Palazzo Chigi. Il giornalista dice che però l’appalto potrebbe passare alla Engie, e sembra favorevole a questo passaggio. Naturalmente non sappiamo perché il giornalista abbia scritto questo articolo.

Difficile che lo abbia fatto di sua iniziativa, perché di solito ai giornalisti non interessa molto chi legittimamente, facendo il suo dovere, esegue le manutenzioni a Palazzo Chigi. Probabilmente qualcuno gli ha chiesto di scriverlo, per motivi che non ci interessa indagare. Forse il suo editore, forse qualcun altro. Succede nel giornalismo, è sempre successo. C’è anche un termine di gergo (che qui tralascio) per definire questo tipo di articoli. Il problema è che il giornalista sostiene che Romeo, per mantenere buoni rapporti con Giorgia Meloni, ha imposto una linea morbida all’Unità, di cui è editore, verso Giorgia Meloni.

Siamo andati a controllare le prime pagine dell’Unità di questi circa quindici giorni. Non ne abbiamo trovata neanche una senza un titolo contro la Meloni. Neanche una. E una coincidenza statistica così clamorosa non era mai successa a nessun altro giornale. Copiamo qui solo i 16 titoli delle prime 16 prime pagine. Iniziamo dal numero di anteprima.

A tutta pagina il titolo con grande foto di Meloni. “Cara Meloni, è finita la pacchia”. Poi di seguito: “Parte la sfida a Meloni”; “A Meloni un ceffone al giorno da Parigi”; “Bankitalia boccia Meloni”; Sberle da Bankitalia, Canada e Francia: povera Meloni”; “Senza Berlusconi la destra è zero”; “Nasce Tele Giorgia”; “Mattarella zittisce Fratelli d’Italia “ (questi due titoli sono in prima pagina nello stesso giorno); “Decreto immigrati: sette morti al giorno”; “Destra: è tornato Almirante”; Tele Giorgia: la mamma è Meloni il papà è Conte”; “ Una volta c’era don Milani ora c’è Crosetto”; “Cara Meloni ti racconto la guerra in Etiopia”; “ Giorgia sceriffa planetaria contro lo Stato di Diritto”; “Avvisi di garanzia per la strage di Cutro”; “Altro che piano Mattei!”; “Meloni, ora parlaci di Bibbiano”.

Ora c’è solo una osservazione da fare: se ti chiedono un articolo contro Romeo perché per qualche ragione lo vogliono danneggiare, e tu non hai la forza di dire di no, vabbé, scrivilo. Ma prima un pochino informati. sennò fai una figura proprio barbina, amico mio, e magari anche il tuo direttore ti tira le orecchie, birbante!

La ripartenza. Come sarà l’Unità, un giornale vecchio e nuovo non ossessionato dal potere. Sarà un giornale vecchio e nuovo. Aperto alla ricerca e al contributo di tutti. Con l’ossessione di creare pensiero, discussione, programmi, strategie. Piero Sansonetti su L'Unità il 2 Giugno 2023 

In questi giorni ho ricevuto alcuni messaggi che contestano l’uso dell’immagine di Enrico Berlinguer negli annunci che informano del ritorno in edicola, dopo 7 anni, dell’Unità. Mi si dice: ma questa non è più l’Unità del Pci, perché usate il volto e l’immagine di Berlinguer?

Rispondo volentieri a questa domanda.

L’Unità che abbiamo riportato in edicola con Alfredo Romeo vuole essere esattamente questo: il ritorno della vecchia Unità, che fu il giornale del Pci e del Pds e che seppe anche rendersi autonoma dal Pci e dal Pds e svolgere la sua funzione con impegno e con spirito aggressivo. Quale funzione? Quella di criticare costantemente il potere, metterlo in discussione, ostacolarlo. E di condizionare e terremotare il mondo dell’informazione.

Ho lavorato in quella Unità per molti anni (decenni). Ho combattuto insieme ai miei compagni per l’autonomia del giornale dal partito per molto tempo e con ottimi risultati. Per aprirlo all’esterno, alle collaborazioni di giornalisti e intellettuali non comunisti. Negli anni Novanta, soprattutto, con le direzioni di Chiaromonte, di D’Alema e di Foa, l’Unità era diventato un quotidiano indipendente, dove i giornalisti mettevano la verità – o quello che si riusciva a capire della verità – davanti alla linea del partito.

Mettemmo in discussione Togliatti, avanzammo dubbi sull’abbandono di Gramsci da parte del Pci, fummo il primo giornale al mondo a intervistare Alexander Dubcek, il leader della primavera di Praga, in clandestinità, quando in Cecoslovacchia ancora imperava il regime comunista. Ricordo anche quando fummo ferocemente critici (“strage di Stato”) nei confronti del governo Prodi, perché la marina italiana aveva speronato a colato a picco una nave di profughi. E ricordo quando scrivemmo in prima pagina un articolo per difendere i diritti di Raffaele Cutolo in prigione.

Il giornale era indipendente, ma era l’Unità. Poi al passaggio del secolo le cose cambiarono un po’, il giornale fu prima acquistato dagli Angelucci che chiamarono direttori che con il passato del giornale avevano poco a che fare. E tolta addirittura la fascia rossa in prima pagina e sostituita con una azzurra, fu stravolta la linea. Certo, quel giornale c’entrava poco col vecchio Pci e con la sua anima. Poi ci fu una svolta ulteriore, con Furio Colombo, personaggio straordinario, giornalista di primissimo piano, ma anche lui molto lontano dalla tradizione e dallo spirito del vecchio Partito comunista. Infine iniziò il declino, che portò a varie chiusure del giornale e poi al fallimento.

Certo, il Pci oggi non c’è più, e non possiamo tornare ad essere il giornale del Pci. Però l’idea per la quale siamo nati è quella di riprendere quello spirito. Quello sforzo di analisi, di elaborazione, di pensiero. Quella filosofia. Quei punti di riferimento ideali. Perché il Pci non c’è più, e il Pci fu un partito criticabilissimo per molti aspetti (la libertà, il garantismo…) ma fu un luogo eccezionale di creazione politica, di cultura, di lotta, di intelligenza, di passione e di altruismo. Noi vogliamo ridare vita e anima a quello spirito. E all’immagine di Berlinguer che sfilava perché voleva opporsi al taglio della scala mobile. E partendo da lì, lavorare per aiutare la nascita di una sinistra nuova, spavalda, che sappia tenere insieme i valori essenziali della modernità, e cioè la libertà e l’uguaglianza.

Oggi la sinistra è immobile, quasi pietrificata dal terrore di sbagliare. Non riesce a prendere posizione su temi essenziali: la guerra, le tasse, l’immigrazione, il garantismo, le riforme istituzionali. Perché? Perché ha sostituito la democrazia di massa e lo sforzo per elaborare la politica – crearla, sperimentarla – con una vera e propria ossessione per il potere.

La grande domanda che sottende l’attività dei partiti di sinistra sembra ormai solo questa: cosa possiamo fare per tornare nella stanza dei bottoni? L’Unità non sarà il giornale ossessionato dal potere. Sarà un giornale vecchio e nuovo. Aperto alla ricerca e al contributo di tutti. Con l’ossessione di creare pensiero, discussione, programmi, strategie. E di spingere la sinistra alla ricerca di una sua nuova identità. Garantista, socialista, cristiana e liberale. Piero Sansonetti 2 Giugno 2023

La storia dell'inserto. Storia di Tango, l’inserto settimanale satirico diretto da Sergio Staino dell’Unità.

Estate 1986. A Forattini, che accusava Tango di non avere il coraggio di mettere alla berlina i dirigenti del Partito comunista, Staino risposte su Tango con una caricatura dell’allora segretario Alessandro Natta mentre nudo danzava, come lo Spadolini di Forattini, al suono di una orchestra diretta da Craxi e Andreotti. L’episodio creò scompiglio ma rappresentava anche la fine di quel sottile culto della personalità che fino ad allora, almeno all’esterno del gruppo dirigente, aveva circondato l’immagine del segretario generale. Paolo Persichetti su L'Unità il 26 Maggio 2023

Lunedì 10 marzo 1986 l’Unità si presenta in edicola con una novità al suo interno: un inserto satirico di quattro pagine rosa. Era nato Tango, «settimanale di satira, umorismo e travolgenti passioni», diretto da Sergio Staino. Sarà subito un grande successo.

L’edizione del lunedì subisce un immediato incremento di vendite, oltre 30 mila copie di media in più con punte di 50 mila e 1300 nuovi abbonamenti solo per quella edizione. Un pubblico di lettori affezionati che acquistano il giornale solo per leggere il suo inserto e che Staino raffigurerà in una sua vignetta dove Bobo, il suo alter ego, mentre si accinge ad acquistare una copia di Tango si vede rispondere dall’edicolante che esce insieme all’Unità: «Pazienza», risponde sconsolato.

Il nuovo inserto consente all’Unità di stampare il quotidiano anche a Roma, oltre alla tradizionale tipografia di Milano, migliorando la sua diffusione in tutta Italia e in particolare nel Meridione, prima penalizzato. L’esperienza durerà circa due anni, nel 1988 dopo 127 numeri, chiuderà – sosterrà Staino in una intervista – per stanchezza dopo aver suscitato non poche polemiche. Prima esperienza di satira in un quotidiano organo stampa di un partito che si trovò all’improvviso proiettato dalle regole e dai modi inamidati del centralismo democratico in una sorta di seduta permanente di autocoscienza collettiva.

La satira sull’Unità c’era sempre stata fin dai memorabili corsivi di Fortebraccio, pseudonimo di Mario Melloni, con un passato nella Resistenza bianca, poi deputato democristiano espulso dal partito perché nel 1954 aveva votato contro l’adesione dell’Italia alla Unione europea occidentale, ritenuta una sorta di semaforo verde al riarmo della Germania. Dopo aver frequentato Franco Rodano, l’intellettuale ponte tra cattolicesimo e partito comunista che Togliatti utilizzò in tutti i modi per tentare di staccare dalla Dc – senza mai riuscirci – la sua componente popolare di sinistra, Melloni iniziò a collaborare a Paese sera per approdare all’Unità nel 1967, prendendo il nome di un capitano di ventura dell’Umbria medievale, Braccio da Montone detto Fortebraccio, scelto per lui da Maurizio Ferrara allora direttore del quotidiano del Pci. Per tutti i giorni, salvo il lunedì, fino al 1982, Fortebraccio uscì in prima pagina taglio basso con il suo corsivo, divenuto un appuntamento soprattutto per i suoi avversari al punto che non apparirvi voleva dire non esistere politicamente. Fu proprio ispirandosi a Fortebraccio che Bettino Craxi scelse il nome di Ghino di tacco per i suoi corsivi al vetriolo sull’Avanti, brigante vissuto nel tredicesimo secolo, rifugiatosi a Radicofani, una rocca situata sulla via Cassia tra la Repubblica di Siena e lo Stato pontificio.

L’ironia di Fortebraccio era misurata, elegante, soprattutto rivolta all’esterno, contro gli avversari, democristiani, gli industriali: aveva affibbiato a Gianni Agnelli il soprannome di «avvocato basetta». Quella di Tango invece si rivolgeva volentieri all’interno del partito, al suo gruppo dirigente seguendo la massima maoista di tirare contro il quartiere generale. Nella estate del 1986 vi fu uno degli episodi che fece più discutere: in una intervista Giorgio Forattini, vignettista leggendario di Repubblica, aveva sostenuto che Tango era solo uno strumento di propaganda a cui mancava il coraggio di mettere alla berlina i dirigenti del partito comunista, come lui faceva quotidianamente con Andreotti, Craxi e Spadolini, raffigurato come un maxiputto.

Staino rispose su Tango con una caricatura dell’allora segretario Alessandro Natta mentre nudo danzava, come lo Spadolini di Forattini, al suono di una orchestra diretta da Craxi e Andreotti. L’episodio creò scompiglio ma rappresentava anche la fine di quel sottile culto della personalità che fino allora, almeno all’esterno del gruppo dirigente, aveva circondato l’immagine del segretario generale, figura venerata e inattaccabile. Impensabile rappresentare – come aveva fatto Forattini – un Berlinguer imborghesito che in pantofole e grisaglia sorseggiava tè sulla sua poltrona mentre dalla strada giungeva l’eco lontana delle manifestazioni di piazza degli anni 70. E proprio Forattini rispose su Repubblica con un disegno di Natta che armato di un panetto di burro in mano inseguiva il povero Bobo, con la didascalia «Ultimo Tango a Parigi». Oggi si sarebbe parlato di body shaming e basta, il bromuro del politicamente corretto ha addormentato il pensiero.

Per Tango collaborarono nomi come Altan, Ellekappa, Vincino, Vauro, Andrea Pazienza, Dalmaviva, Roberto Perini, Disegni & Caviglia, Giuliano, Daniele Panebarco, Gino e Michele, Angese, Davide Riondino, Paolo Hendel, Stefano Benni, Piergiorgio Paterlini, Patrizia Carrano, Roberto Vecchioni, Lella Costa, Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Patrizio Roversi, Susy Blady, Lorenzo Beccati, Renato Nicolini, Sergio Saviane, Michele Serra. Sembrava che un pezzo del Male, la più alta, irripetuta e irriverente esperienza di satira politica indipendente degli anni 70 fosse incredibilmente approdata in uno di quei palazzi della politica presi di mira nel decennio precedente. Uno di quei palazzi che quando le vie della città ribollivano di giovani, donne e operai, invece di mischiarsi tra loro si richiudeva in difesa della fortezza, come nel deserto dei Tartari.

Alberto Menichelli, responsabile centrale della vigilanza del Pci, ha raccontato tempo fa in un libro di Luca Telese come loro difesero la sede del Pci: «Ogni sabato, ogni giorno in cui c’è una manifestazione, noi dovremo essere in grado di cordonare i cinque vertici della pianta di Botteghe Oscure, schierando per ogni vertice duecento persone. Formeranno un primo cerchio intorno ai compagni della vigilanza che restano nel palazzo a presidio, dunque almeno mille persone: un muro protettivo […] Dal 17 marzo [1977] in poi, ogni volta che ci sarà mobilitazione di piazza noi faremo in modo che i compagni siano già dentro». Paolo Persichetti 26 Maggio 2023

Valerio Fioravanti, il terrorista nero, firma sull'Unità: è polemica. I familiari delle vittime: inaccettabile. Fabrizio Caccia su Il Corriere della Sera il 31 Maggio 2023

Il direttore dello storico quotidiano appena tornato in edicola: «I suoi articoli  nella pagina  appaltata a  'Nessuno tocchi Caino'. Ma gli chiederò di scrivere ancora per un milione di ragioni» 

«Mi dicono che sui social sia scoppiata una polemica per il fatto che l’Unità ospita articoli di Valerio Fioravanti...». É l’incipit dell’editoriale di domani che ha appena finito di scrivere Piero Sansonetti, il direttore de l’Unità, lo storico quotidiano fondato nel 1924 da Antonio Gramsci, da pochissimo tornato nelle edicole. 

Ma altro che polemica, è scoppiato un putiferio lunedì scorso, 29 maggio, che era anche il giorno del 72° compleanno di Sansonetti. É uscito infatti quest’articolo: «Democrazia VS Guantanamo, uno a zero: il carcere super-duro non ha funzionato», firmato da Valerio Fioravanti. Non un omonimo, ma proprio lui, Giusva il Tenente, il terrorista nero dei Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari, oggi sessantacinquenne e uomo libero grazie ai benefici della legge Gozzini, nonostante le decine di condanne ricevute: in tutto otto ergastoli, 134 anni e 8 mesi di carcere per 95 omicidi di cui è stato giudicato colpevole in via definitiva, tra cui gli 85 morti della stazione di Bologna (2 agosto 1980), la strage che Fioravanti - a differenza degli altri delitti - ha sempre negato di aver compiuto. 

Su Twitter si è scatenata la tempesta: «Gramsci dovrebbe scoperchiare la tomba e venirvi a cercare uno per uno», scrive Daniele. E ancora, Gennaro: «Io mi auguro che l’Unità di Sansonetti fallisca domattina». «Ma cosa può mai spingere ad acquistare una gloriosa e simbolica testata per poi farne scempio?», domanda Furio. «Un insulto alla storia della sinistra italiana», twitta Andrea.

 «Autore materiale», commenta Mario Luca unendo il tutto, definendo così il terrorista nero che ora scrive sui giornali ma ha lasciato dietro di sè una lunghissima scia di sangue: Roberto Scialabba e Maurizio Arnesano, Enea Codotto e Luigi Maronese, l’appuntato di polizia Francesco Evangelista (detto Serpico) e il giovane Antonio Leandri ucciso per errore. La fidanzata di Antonio, Fiorella Sanfilippo, giusto pochi giorni fa ha esternato a Walter Veltroni sul Corriere della Sera tutta la sua amarezza: «Non hanno mai chiesto scusa». 

Perchè in questo coro d’indignazione non ci sono soltanto le voci dei lettori affezionati a l’Unità. «Noi siamo schifati», ha dichiarato al ilfattoquotidiano.it Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime di Bologna. Durissimo anche Federico Sinicato, avvocato dei familiari delle vittime della strage di piazza Fontana a Milano e piazza della Loggia a Brescia: «Tutti i detenuti e i condannati hanno diritto ad avere una progettualità di vita, secondo i principi costituzionali. Tuttavia questo non significa che tutti possano fare tutto. Ci sono anche la dignità e i diritti delle vittime che vanno difese. Offrire spazi mediatici a una persona che si è macchiata del reato di strage non è accettabile». 

Ed ecco allora che torniamo al direttore Sansonetti e al suo editoriale: «Prima di tutto vi dico che Fioravanti ha scritto in queste settimane sulla pagina che abbiamo appaltato a “Nessuno Tocchi Caino”. Posso dirvi che sono molto, molto orgoglioso di ospitare sull’Unità il lavoro di “Nessuno Tocchi Caino” così come fino a un paio di mesi fa l’ho ospitato - con molti articoli di Fioravanti - sul Riformista. Poi vi dico che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, se si presenterà l’occasione, chiederò a Fioravanti di scrivere anche sull’Unità. Perché? Per un milione di ragioni. Vi dico le più semplici. Perché Fioravanti è Caino. Perché Fioravanti è una persona. Perché Fioravanti è un essere umano...». 

Insomma, Fioravanti - spiega Sansonetti - lunedì scorso ha scritto sulla pagina gestita direttamente dalla storica ong che si occupa da anni dei diritti dei detenuti, guidata da Sergio D’Elia (ex Prima Linea), presso cui Fioravanti lavora come dipendente fin dal 1999, quando ottenne la semilibertà dopo 18 anni di carcere. Eppure lo stesso l’aver trovato un suo articolo sul giornale fondato da Antonio Gramsci, che fu arrestato e incarcerato dal regime fascista nel 1926, ha scosso le coscienze di molti: «Fioravanti ha scontato la sua pena e ha diritto di rifarsi una vita ma mi fa schifo che scriva sull’Unità», il tweet di Melania. 

Così, il direttore (che nel frattempo ha lasciato il Riformista a Matteo Renzi) per difendersi dagli attacchi cita degli episodi: «1981, mese di luglio, nel carcere di Rebibbia un gruppo di detenuti dà vita a uno spettacolo teatrale. L’Antigone. Tra i protagonisti Salvatore Buzzi, che è lì dentro per avere ucciso con 43 coltellate un collega. Tra gli spettatori ci sono Pietro Ingrao, Stefano Rodotà, don Di Liegro (che ha organizzato lo spettacolo) Oscar Luigi Scalfaro... Ingrao andò lì, e strinse la mano a Buzzi. Con grande naturalezza».

E infine, a proposito dell’Unità, rivela: «Ero condirettore del giornale, nei primi anni novanta, e il direttore era Walter Veltroni. Beh, fu proprio Walter a decidere di pubblicare un articolo di Valerio Fioravanti e di Francesca Mambro sulla prima pagina». Perciò, conclude Sansonetti: «Possibile che ci siano larghi settori di sinistra che oggi, nel 2023, siano così arretrati, in termini di civiltà, rispetto ai dirigenti del Pci degli anni ottanta e novanta? Possibile che dobbiamo pensare a Ingrao o a Veltroni come “marziani”, come personaggi del futuro remoto?». Ma la polemica, quasi sicuramente, continuerà.

Fioravanti continuerà a scrivere per l’Unità, anche se c’è chi vuole mettergli il bavaglio. Fioravanti è una persona, è un essere umano, è sapiente. Perché esercitare una censura nei suoi confronti? Piero Sansonetti su L'Unità il 31 Maggio 2023

Mi dicono che sui social sia scoppiata una polemica per il fatto che l’Unità ospita articoli di Valerio Fioravanti. Non l’ho seguita bene perché non sono molto attivo sui social. Tanto più ora che per motivi misteriosi Twitter mi ha espulso. Però ho capito la sostanza della contestazione: Valerio Fioravanti è stato un terrorista fascista. Non solo un terrorista e non solo un fascista. Le due cose insieme, e questa sarebbe la cosa insopportabile.

Terrorista e fascista sono le due parole proibite. Sono l’espressione del male, dell’infamia, dell’abominio. Nel conformismo dilagante è così. E la cosa straordinaria è che oggi questo conformismo è molto più diffuso di quanto non lo fosse negli anni di fuoco, negli Ottanta, nei Novanta, quando la violenza dominava la politica e il paese. Allora mi limito a poche osservazioni. Prima di tutto vi dico che Fioravanti ha scritto in queste settimane sulla pagina che abbiamo appaltato a “Nessuno Tocchi Caino”. Sapete chi è Caino? Beh, questo ve lo spiego un’altra volta. Posso dirvi che sono molto, molto orgoglioso di ospitare sull’Unità il lavoro di Nessuno Tocchi Caino così come fino a un paio di mesi fa l’ho ospitato – con molti articoli di Fioravanti – sul Riformista.

Poi vi dico che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, se si presenterà l’occasione, chiederò a Fioravanti di scrivere anche sull’Unità. Perché? Per un milione di ragioni. Vi dico le più semplici. Perché Fioravanti è Caino. Perché Fioravanti è una persona. Perché Fioravanti è un essere umano. Perché Fioravanti ha una biografia. Perché Fioravanti è sapiente. Perché non trovo non dico una ragione, ma nemmeno un centesimo di millesimo di ragione per immaginare di dovere esercitare una censura nei confronti di Fioravanti. E infine perché ho sempre apprezzato quel brano della Bibbia che ci racconta di quando Dio si schierò a protezione di Caino.

Infine vorrei citare alcuni episodi. 1981, mese di luglio, nel carcere di Rebibbia un gruppo di detenuti dà vita a uno spettacolo teatrale. L’Antigone. Tra i protagonisti Salvatore Buzzi, che è lì dentro per avere ucciso con 34 coltellate un collega. Tra gli spettatori ci sono Pietro Ingrao, Stefano Rodotà, don Di Liegro (che ha organizzato lo spettacolo) Oscar Luigi Scalfaro. Eravamo in quella fase della nostra vita nella quale ovunque si sparava. C’erano più di 2000 omicidi all’anno (oggi sono meno di 300), impazzava la lotta armata e la mafia uccideva quasi tutti i giorni. Ingrao andò lì, e strinse la mano a Buzzi. Con grande naturalezza.

C’è un altro episodio, raccontato giorni fa sul Dubbio dal mio amico Damiano Aliprandi. È una lettera scritta da Tina Anselmi – partigiana, combattente, politica incorruttibile – al ministro Silvio Gava, suo compagno di partito, a favore di Giovanni Ventura. Il quale era accusato, insieme a Franco Freda, di avere eseguito l’attentato che provocò la strage di Piazza Fontana. Ma vi voglio anche raccontare di Fioravanti e di Francesca Mambro e l’Unità. Ero condirettore del giornale, nei primi anni Novanta, e il direttore era Walter Veltroni. Beh, fu proprio Walter a decidere di pubblicare un articolo di Valerio Fioravanti e di Francesca Mambro sulla prima pagina dell’Unità.

Tralascio, ovviamente, le cose che disse Marco Pannella di Fioravanti e della Mambro, perché sono più ovvie per chiunque abbia conosciuto o solo sentito parlare di Pannella e della sua cristallinità leggendaria. Ora io faccio solo due osservazioni, in forma di domande. La prima è questa: possibile che ci siano larghi settori di sinistra che oggi, nel 2023, siano così arretrati, in termini di civiltà, rispetto ai dirigenti del Pci degli anni Ottanta e Novanta? Possibile che dobbiamo pensare a Ingrao o a Veltroni come “marziani”, come personaggi del futuro remoto?

La seconda domanda parte da una constatazione. Il patrimonio di conoscenza di Valerio sul sistema della giustizia e sul sistema carcerario americano è altissima. Lui è una fonte straordinaria di conoscenze. E secondo voi sarebbe un gesto intelligente – o magari qualcuno pensa che sarebbe un gesto antifascista – cancellare queste conoscenze per mettere la mordacchia a Fioravanti? Sulla base di che cosa? Di un’idea di etica? Vi prego: spiegatemi su cosa si basa questa etica. Piero Sansonetti

Il caso Fioravanti. Così Pannella accolse Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Chi giudica chi? Questa straordinaria istanza della sospensione del giudizio, vive oggi su un giornale fondato, guarda caso, proprio da un carcerato. Sergio D'Elia su L'Unità il 3 Giugno 2023

Caro Piero, sono sempre più convinto che abbiamo fatto bene a seguirti anche sull’Unità. Perché su Fioravanti hai scritto, che meglio non si poteva, cosa vuol dire il nostro “Nessuno tocchi Caino”. Il tuo discorso su Valerio, “il Caino, l’uomo, il sapiente” marchiato dai “militanti del bene” col “fine pena mai”, è un saggio del pensiero – tu diresti – socialista, cristiano, liberale e – aggiungerei io – nonviolento del Diritto e della Giustizia.

Il tuo discorso su Valerio è un inchino grandioso al principio cristiano “non giudicare” da cui solo può originare il fine a cui dobbiamo tendere del disarmo unilaterale della violenza propria del diritto e della giustizia penali. La giustizia che brandisce una spada, in nome di un popolo in animo di lanciare pietre, nella prospettiva penitenziaria della privazione non solo della libertà ma di tutto: della salute, della dignità, della vita…

Ecco, tutto ciò, in un momento, sarebbe dissuaso dalla semplice domanda: chi giudica chi? Questa straordinaria istanza della sospensione del giudizio, mai pensata, poco sentita e per nulla praticata dai primi agli ultimi sedicenti seguaci di Cristo, vive oggi – grazie a te – su un giornale fondato, guarda caso, proprio da un carcerato. Non poteva che essere così. E ai patiti della pena, ai cultori delle manette, delle sbarre e dei chiavistelli suggerirei un breve momento di “rieducazione”, la pratica di un giorno in quella straordinaria opera di misericordia corporale che è “visitare i carcerati”.

Opera che continuiamo a incarnare nel nostro “viaggio della speranza” che da gennaio ha fatto tappa già in sessanta istituti di pena. A proposito, caro Piero, lancio qui una proposta. A settembre, nell’anniversario della morte di Mariateresa Di Lascia, la fondatrice di Nessuno tocchi Caino, facciamo insieme una visita a Turi ed entriamo nella cella dove è stato carcerato Antonio Gramsci, il fondatore de l’Unità.

Nell’andare a Turi, magari, facciamo tappa a Nola, dove è nato Giordano Bruno, per onorare l’eretico e l’eresia di un pensiero letteralmente “religioso”, cioè volto all’armonia, al dialogo, all’unione di cose e storie diverse. Perché così funziona l’universo, su questo si regge il mondo: sulla legge e l’ordine, sull’amore e la nonviolenza. Questo vale anche per noi, credo, nel nostro piccolo mondo associativo, politico, editoriale.

Scusami, se nel parlare di te e del tuo amico Valerio parlerò un po’ anche di me. Forse, sarà più accettabile, essendo la mia storia di matrice “politicamente corretta” in quanto opposta a quella di Valerio. Anche se in realtà è la stessa storia, perché il destino tragico della violenza che uccide con il prossimo anche se stessi e la maledizione senza scampo dei mezzi che prefigurano e pregiudicano i fini, sono gli stessi. Allora, mi ricordo che quando, mezzo secolo fa, la mia prima vita fu bruscamente interrotta dall’arresto ed è iniziato il mio ininterrotto – per una dozzina d’anni – peregrinare nelle patrie galere, all’ingresso di una di esse molto speciale c’era una scritta: “qui entra l’uomo, il reato resta fuori”.

Anni dopo, un grande capo del Dap, Nicolò Amato, concepì una visione diversa del carcere che definì il “carcere della speranza”. Grazie a lui uscii dal “carcere duro” e l’anno dopo entrai nel Partito Radicale. Con un permesso premio andai al Congresso per consegnare al partito della nonviolenza la mia prima vita violenta. Marco Pannella l’accolse, tutta, la mia vita, non la fece a pezzi come un quarto di bue sul bancone di macelleria: da una parte quella buona, nonviolenta, dall’altra quella cattiva, violenta. “Violenti e nonviolenti sono fratelli”, diceva Marco. Nemici sono i rassegnati, gli indifferenti. La differenza, aggiungeva, è che i violenti sono rivoluzionari per odio, i nonviolenti lo sono per amore.

È qui, nel nome, nella visione e nel metodo di Pannella, che la mia vita si intreccia con quella di Valerio (e di Francesca). Per contrappasso Marco affidò a me la missione contro la pena di morte nel mondo, l’omicidio politico, l’errore capitale dello Stato che nel nome di Abele diventa esso stesso Caino. Per amore della semplice verità che l’uomo della pena può essere diverso da quello del delitto, Marco accolse anche Valerio Fioravanti di cui pensava e ripeteva spesso: “Se avessi dei figli non esiterei un attimo ad affidargliene la cura e l’educazione”.

Così, quando Francesca e Valerio sono usciti da Rebibbia, ad attenderli c’erano i senza potere, gli inermi, i radicali nonviolenti, pannelliani di Nessuno tocchi Caino. Convinti della loro diversità dai tempi del delitto e anche della loro estraneità al più orribile dei delitti. Credenti nella supremazia dei valori costituzionali e universali della persona sui sentimenti popolari di vendetta. Osservanti il diritto-dovere di accoglienza degli ultimi tra gli ultimi: i carcerati.

È qui che la storia di Nessuno tocchi Caino si intreccia con quella de l’Unità. A Nessuno tocchi Caino può iscriversi chiunque, su l’Unità può scrivere chiunque, anche Valerio Fioravanti. Sono luoghi dove entra l’uomo e il reato resta fuori, dove è possibile essere sé stessi, cioè identificarsi col diverso, difendere l’opposto.

Sergio D'Elia 3 Giugno 2023

Censura e intolleranza. Le battaglie per Valerio Fioravanti di Rossanda, Pintor e Parlato. Denunciammo la vergogna del processo 7 aprile (contro l’Autonomia operaia) come la farsa delle indagini sulla strage di Bologna. Quanti insulti! Tiziana Maiolo su L'Unità il 3 Giugno 2023

Spero mi scuseranno i miei amici Francesca Mambro e Valerio Fioravanti se non riesco più a seguire i mille processi sulla strage di Bologna che attraversano e riempiono, loro malgrado, la vita della loro famiglia, passato e presente. Sì, ho scritto “amici”. Ma avrei potuto usare il termine di “compagni”, essendo noi parte di una stessa comunità, quella dell’Associazione “Nessuno tocchi Caino”, di cui sono stata uno dei fondatori e sono tuttora dirigente.

Per l’abolizione della pena di morte nel mondo, il nostro punto di partenza. Che tradotto in italiano vuol dire tante cose, abolizione dell’ergastolo e anche del carcere. E dell’intolleranza. Quella di sinistra e di destra, ma ho conosciuto di più la prima. E, se non riesco più a seguire i processi che, dopo oltre quarant’anni paiono più il trastullarsi di pochi con il gioco dei “mandanti” che non una vera, ancorché ormai inutile, verità processuale, il motivo è proprio nella mia distanza dal mondo dell’intolleranza. Quella che ha colpito Piero Sansonetti per la pubblicazione di un articolo.

Non ho nessuna affezione particolare per la storia dell’Unità. Ricordo ancora, era il 28 aprile del 1971, quando uscì in edicola il primo numero del Manifesto, il quotidiano “cugino” pubblicò un corsivo offensivo dal titolo “Ma chi li paga?”. La mia storia, più vicina a quella della sinistra detta “extraparlamentare”, non è quella di Piero Sansonetti. Nel presente, siamo più vicini di quanto non sembri. Soprattutto su alcuni presupposti che hanno visto rinascere l’Unità, il garantismo e la tolleranza, prima di tutto. Non potrei scrivere su questo quotidiano, se le porte non fossero aperte anche per Valerio Fioravanti, così come per Sergio D’Elia, con la sua storia opposta e speculare del terrorismo di sinistra.

Non potrei, se in questo collettivo non fossimo tutti insieme pronti a difendere i diritti dell’avvocato Giancarlo Pittelli, processato per concorso mafioso, così come quelli di Matteo Renzi per Open a Firenze e nella stessa città per Berlusconi e Dell’Utri indagati come mandanti di bombe. Il Manifesto di Rossanda Pintor e Parlato ha condotto una vera campagna di stampa in favore dei diritti di Mambro e Fioravanti. Con la stessa passione con cui ci siamo impegnati contro il processo “7 aprile” che aveva coinvolto non solo i “compagni che sbagliano”, ma anche quelli che forse sbagliavano sul piano politico, dal nostro punto di vista, ma non su quello penale.

Ma per quello, nessuno dell’Unità o del Pci si è mai permesso di insultarci. È successo invece proprio per la strage di Bologna. Perché lì c’è molto di più di una ferita aperta. Lì è nato, all’ombra della federazione del partito comunista che di sera si riuniva con alcuni pubblici ministeri, un vero partito. Il partito dell’intolleranza, quello che ogni 2 agosto, nel ricordo tragico di quegli 85 morti e di quei 200 feriti del 1980, si esibisce nei fischi agli esponenti del governo, tranne quando siano considerati “amici”. Mi domando con quale diritto quei pochi ritengano di interpretare i desiderata politici degli 85 morti. Si sono costruite carriere, su quei morti. E anche su quei fischi.

I giovani cronisti del Manifesto, tra loro c’erano molti emiliani (come me, che sono nata a Parma) e bolognesi, erano andati subito sul luogo della strage, non solo a fare il loro mestiere di giornalisti, ma a lavorare a mani nude insieme ai tanti volontari che si erano stretti nella loro comunità. Più di adesso, ovviamente, perché lì non c’era nulla di naturale, in quella calamità. Pure, quando il 19 luglio del 1990, a dieci anni dalla strage, una corte d’assise d’appello aveva assolto Francesca Mambro e Valerio Fioravanti e il Manifesto diretto da Valentino Parlato aveva titolato “Lo scandalo di una sentenza giusta”, da Bologna erano partiti gli insulti.

Intanto l’Unità diretta da Massimo D’Alema aveva pubblicato una prima pagina bianca in segno di protesta. E poi, noi del Manifesto ci siamo beccati i simpatici attributi di fascisti e “oggettivamente” mandanti di stragi da parte della federazione bolognese del Pci. Pubblicammo le loro amichevoli osservazioni e poco ci mancò, visto i loro rapporti simbiotici con alcuni pm, che non ci facessero processare come “mandanti”. Magari insieme a Licio Gelli e l’intero gruppo di deceduti di recente condannati. Ridicolmente, secondo il mio parere. E chissà se al Manifesto la pensano ancora così. Lo spero. Anche perché, se tutti nel frattempo, non solo Mambro e Fioravanti, ma tutti noi, siamo cambiati, non possiamo esserlo che in meglio. E aprire le porte a questo cambiamento.

L’altro ricordo che mi vincola, pur se non vorrei, a tutta questa vicenda della strage e anche al partito dell’intolleranza, risale al 2015. Allora collaboravo a un rimpianto quotidiano che si chiamava Il Garantista ed era diretto da Piero Sansonetti. Avevo scritto un articolo che pareva seguire il filo di continuità rispetto alla campagna del Manifesto. Pur da distanza politica. Ma era accaduto che, dopo 26 anni (26!) di carcere Francesca Mambro e Valerio Fioravanti avevano ottenuto la libertà condizionale.

Provvedimento legittimo e doveroso, avevano trascorso la giovinezza in carcere, avevano pagato per quel che avevano fatto e anche per quello, la strage, su cui si sono sempre dichiarati estranei. Indovinate? Era insorto Paolo Bolognesi, il successore di Torquato Secci al vertice dell’Associazione bolognese che io chiamo partito degli intolleranti. Era diventato deputato proprio per quei meriti e aveva subito presentato un’interrogazione al governo, che era stata rintuzzata nella risposta dal sottosegretario Cosimo Ferri. Ora la storia si ripete, addirittura per un articolo sull’Unità. Mambro e Fioravanti, e tanti altri, sono cambiati. Voi no. Peccato.

Tiziana Maiolo 3 Giugno 2023

La polemica su Fioravanti. Quei giovanotti del Manifesto che non conoscono Rossanda, Pintor e Parlato…Massimo Franchi e Andrea Carugati hanno polemizzato sui social con l’Unità perché pubblica “Nessuno Tocchi Caino” e articoli di Valerio Fioravanti. Piero Sansonetti su L'Unità il 6 Giugno 2023 

Mi dicono che due giovani giornalisti del Manifesto (Massimo Franchi e Andrea Carugati) hanno polemizzato sui social con l’Unità perché pubblica “Nessuno Tocchi Caino” e articoli di Valerio Fioravanti. Credo di avere già risposto in modo esauriente, sulla questione, nei giorni scorsi e avere spiegato che per me esistono le persone, che sono tutti eguali, e non ho mai fatto distinzioni tra incensurati, imputati e condannati.

Siccome però questi ragazzi denunciano l’incoerenza di chi collabora all’Unità (alla quale collabora anche Fioravanti), vorrei fornire loro una informazione che sicuramente non hanno. Il manifesto, per il quale loro ora lavorano, è stato fondato da Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Valentino Parlato. I quali oltre ad essere assolutamente garantisti, guidarono negli anni Ottanta una campagna a favore di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Qualora i due giornalisti non conoscano i nomi di Rossana, Valentino e Luigi possono chiamarmi al telefono, oppure consultare Wikipedia. Piero Sansonetti 6 Giugno 2023

A ciascuno il suo Giusva. La politica della malafede e il bando rosso degli ex terroristi neri (e viceversa). Carmelo Palma su Linkiesta il 7 Giugno 2023

A fasi alterne, destra e sinistra mostrano una intransigenza a geometria variabile verso il coinvolgimento di criminali che hanno scontato la loro pena. Forse è un modo per negare o a rimuovere la compromissione del proprio campo politico con la violenza negli anni '70

Quando Adriano Sofri nel 2015 venne invitato a una riunione degli stati generali dell’esecuzione penale, Maurizio Gasparri accusò Andrea Orlando di avere nominato un assassino consulente ministeriale. Alcuni anni prima, lo stesso Gasparri aveva accusato il governo Prodi di «riciclare i terroristi» per avere inserito Susanna Ronconi, con un passato in Prima Linea e un presente e futuro da dirigente del Gruppo Abele e di Forum Droghe, in una consulta di operatori sulle tossicodipendenze del ministero degli Affari Sociali. Nello stesso periodo altri parlamentari della destra presentavano allarmatissime interrogazioni in cui, enumerando incarichi e affidamenti, gratuiti e retribuiti, a ex terroristi rossi, intimavano al Governo di assumere «iniziative, anche normative… per evitare che a terroristi ed a condannati per gravissimi reati vengano affidati, in futuro, incarichi presso ministeri ed enti locali».

A parti inverse, la cronaca politica antica e recente ha proposto casi identici e semplicemente rovesciati, in cui a denunciare la vergogna della nobilitazione pubblica degli avanzi dell’eversione fascista e a trarre conclusioni circa la mancata recisione del cordone ombelicale con il Ventennio sono stati politici di sinistra: a volte i medesimi politici che da destra erano indiziati di inconfessata intelligenza con la sinistra post-brigatista.

Il caso più grottesco – riguardando una persona che ha fama, evidentemente immeritata, di misura e di cultura giuridica non propriamente gasparriana – è quello di Andrea Orlando, che, forte dell’appello di molti familiari di vittime dell’eversione di destra, ha denunciato «con sgomento» il tradimento di Falcone per l’elezione alla presidenza della Commissione Antimafia di Chiara Colosimo, macchiata da una antica collaborazione con una associazione di ex detenuti guidata dall’ex Nar Luigi Ciavardini.

Sulla stessa linea il PD della Capitale aveva lanciato una petizione su Chance.org per la rimozione di Marcello De Angelis, ex militante di Terza Posizione, da responsabile della comunicazione istituzionale della Regione Lazio, in ragione di una condanna per associazione sovversiva finita di scontare oltre trent’anni fa. 

A corredo di questo prevedibilissimo rimpiattino politico tra destra e sinistra sugli scheletri eversivi stipati negli armadi della parte avversa c’è poi sempre, puntualissimo, quello della pubblicistica di area, che in queste occasioni eccelle per puntiglio conformistico e per fedeltà (anche a destra) trinariciute.

In questo caso è perfino inutile fare nomi, perché comprende quasi tutte le firme che contano dell’informazione (con rispetto parlando) di destra e di sinistra. Il “quasi” è rappresentato da quanti non si schierano, ma in genere non si dissociano da questo gioco, che non è bello, e quindi non dura poco, ma sembra destinato a trascinarsi in eterno o almeno fino a quando – per consunzione logica degli argomenti o per estinzione anagrafica delle memorie personali – le retoriche contrapposte di destra e sinistra continueranno a radicarsi nella tossica etnicità degli scontri di piazza degli anni ’70.

Ovviamente il non plus ultra della cattiva coscienza sulla violenza degli altri è stato raggiunto sul caso più scandaloso, quello di Valerio Fioravanti, accusato di lordare con il suo nero passato le pagine del giornale fondato da Antonio Gramsci, su cui però, come ha ricordato Piero Sansonetti, Fioravanti aveva già scritto parecchi anni fa, quando a dirigere l’Unità era Valter Veltroni. A quanto pare – aggiungo io – la benevola accoglienza riservata al condannato per la strage di Bologna serviva allora a esibire la superiorità morale della sinistra, mentre oggi la repulsione per i suoi articoli serve a ribadire il concetto della minorità morale della destra, nel momento in cui proprio quella post-fascista è diventata maggioranza politica.

La cosa storicamente più interessante in questo festival della malafede non è registrare la sostanziale identità dell’atteggiamento della destra e della sinistra. È comprendere quanto questa intransigenza a geometria variabile serva a negare o a rimuovere la compromissione del proprio campo con il culto della violenza necessaria, da cui da entrambe le parti è stata nutrita la reciproca ostilità e di cui, sia a destra che a sinistra, le deviazioni eversivo-terroristiche sono state manifestazioni non programmate e anche violentemente avversate (la politica della fermezza imposta dal Partito comunista italiano, la pena di morte per i terroristi richiesta dal Movimento sociale italiano), ma tutt’altro che estranee ai rispettivi album di famiglia. La violenza fascista come alibi di quella comunista, e viceversa.

L’avevano capito e scandalosamente dichiarato nel pieno degli anni di piombo i radicali, che prima denunciarono nelle leggi d’eccezione anti-terroriste un modo per esorcizzare il fantasma imbarazzante di questa parentela e in seguito furono, per usare un gergo gasparriano, dei formidabili “riciclatori” di ex terroristi, come dimostra l’esperienza di Nessuno Tocchi Caino, nata esattamente trent’anni fa: prima affidata deliberatamente da Marco Pannella alle cure di un ex terrorista di Prima Linea, Sergio D’Elia – che sarebbe poi sbarcato anche in Parlamento con la Rosa nel Pugno, attaccato da destra e difeso, ca va sans dire, da sinistra – e quindi integrata con le figure di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, a cui la stessa sinistra che difendeva il diritto di D’Elia di sedere in Parlamento non riconosce oggi il diritto di scrivere su l’Unità.

Dopo la polemica. Chi è Caino, il primo assassino della storia. Chi pensa che tacitare Caino sarebbe un virile gesto antifascista, ha capito davvero poco della logica inclusiva della nostra Costituzione. Andrea Pugiotto su L'Unità il 24 Giugno 2023 

1. Sembra sopita la polemica esplosa all’indomani della pubblicazione su l’Unità di un articolo a firma di Valerio Fioravanti, peraltro dal contenuto «civilissimo» (Stefano Cappellini, La Repubblica, 3 giugno). Ma è come brace sotto la cenere: il putiferio riprenderà alla prossima occasione, trainato da pagine social usate come le pareti di un vespasiano. Il direttore Sansonetti, nella sua replica, ha lasciato appeso il quesito di fondo: «Sapete chi è Caino? Beh, questo ve lo spiego un’altra volta» (l’Unità, 1 giugno). Si parva licet, raccolgo la pertinente provocazione rispondendo a mio modo.

2. Caino è, innanzitutto, un personaggio biblico (Genesi, 4, 1-16). Fratricida per motivi abietti, subisce per questo una triplice condanna: la lontananza da Dio, la fatica infruttuosa del lavoro della terra, la condizione di esule ramingo. Al tempo stesso, è posto al riparo dalla vendetta altrui: «Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato». Dunque, dopo l’omicidio di Abele, Dio pone Caino davanti alle sue responsabilità, sanzionandole severamente, e lo rende riconoscibile, non per farne un bersaglio bensì per tutelarlo. Giuridicamente, è un rebus denso di significati: quali?

Primogenito di Adamo ed Eva, Caino è il primo nato tra gli uomini: dunque, «la violenza dell’uomo appare come originaria» (Massimo Recalcati, Il gesto di Caino, Einaudi 2020); riguarda potenzialmente tutti, perché «io vivo adesso dentro ogni umano, e lo strattono/fino all’insolenza, fino al delitto/a volte» (Mariangela Gualtieri, Caino, Einaudi 2011). È il primo insegnamento. Ecco il secondo: il peccato originale commesso nell’Eden dai suoi genitori perde, con Caino, la dimensione privata per trasformarsi in violenza sociale: due fratelli, «uno non sopporta l’altro; ed ecco che l’odio si scatena, e subito la terra è irrigata di sangue» (Gianfranco Ravasi).

Proprio perché fatto sociale, l’atto criminale per quanto efferato merita giustizia, non vendetta: da questa Caino va protetto, senza che ciò ne giustifichi l’azione. È il terzo insegnamento: in uno Stato di diritto, il monopolio pubblico nell’esecuzione penale serve proprio per emanciparla da forme di giustizia fai-da-te e dalla logica del taglione, perché l’occhio per occhio rende tutti ciechi. A fondamento di tutto c’è la distinzione tra errore ed errante: Caino è colpevole, ma non si risolve integralmente nella sua colpa. Teologicamente si direbbe: distinguere tra l’esistenza e l’essenza dell’uomo. Giuridicamente noi diciamo: distinguere tra il reato e il reo, nel nome di una dignità umana che, «come non si acquista per meriti, così non si perde per demeriti» (Gaetano Silvestri).

3. Caino, però, è anche un personaggio letterario, protagonista dell’omonimo romanzo di José Saramago (Feltrinelli 2010). Lo scrittore portoghese ne fa un viaggiatore nello spazio e nel tempo che attraversa tutti gli episodi più significativi dell’Antico Testamento: dalla cacciata dall’Eden fino alle vicende dell’arca di Noè (con finale a sorpresa, rispetto al racconto biblico). Attraverso questo Caino errabondo, a cavallo di una mula come un Don Chisciotte ante litteram, scopriamo le spropositate pretese del Dio della Bibbia e i suoi smisurati castighi.

L’allegoria letteraria capovolge l’immagine di Caino quale personificazione del male. È invece il suo dio a rivelarsi più crudele di lui e di tutti i peccatori. Disossato dall’ateismo professato da Saramago, e declinato in chiave giuridica, lo stupore misto allo sdegno del suo Caino davanti a un potere ingiusto e vendicativo disegna – per antitesi – i tratti essenziali di una pena costituzionalmente orientata. Ci dice innanzitutto che il diritto penale, per conservare la sua umanità (imposta dalla prima parte dell’art. 27, comma 3, Cost.), deve essere diverso dal suo oggetto, spezzando la ritorsiva logica per equivalente della pena. Non a caso, il sintagma «Nessuno tocchi Caino» evoca la battaglia radicale per l’abolizione universale delle pene massime: quella di morte e quella fino alla morte (l’ergastolo).

Lo sdegno del Caino letterario ci ricorda, inoltre, quanto sia essenziale la proporzionalità delle pene, se queste «devono tendere alla rieducazione del reo» (come prescrive la seconda parte dell’art. 27, comma 3, Cost.). La dismisura sanzionatoria del legislatore rovescia indebitamente i ruoli, inducendo Caino a percepirsi Abele perché vittima di una pena spropositata, quindi ingiusta.

4. Pur nella abissale distanza, il Caino biblico e il Caino letterario convergono su un punto. Entrambe le narrazioni fanno capire come il momento punitivo sia eminentemente collettivo perché, se ridotto entro il rapporto asimmetrico tra colpevole e offeso, rischia di degenerare nella vendetta di vittime rancorose (così nella Bibbia) o guidata dalla collera di un dio iracondo (così nel romanzo di Saramago).

Posso tentarne anche qui una traduzione giuridica. Il finalismo rieducativo della pena si proietta oltre il perimetro dello Stato-apparato per chiamare in causa lo Stato-comunità nel sostenere il percorso di risocializzazione del condannato. Infatti, l’orizzonte lungo e inclusivo dell’art. 27, comma 3, immette un’obbligazione costituzionale che grava, innanzitutto, sul reo chiamato a «intraprendere un cammino di revisione critica del proprio passato e di ricostruzione della propria personalità». Ma «non può non chiamare in causa – assieme – la correlativa responsabilità della società nello stimolare il condannato ad intraprendere tale cammino» (Corte costituzionale, sent. n. 149/2018).

Tutto ciò si riassume nel «diritto alla speranza», di cui anche Caino è titolare. L’evocativa espressione non nasce dal pulpito, ma dalla Corte EDU (Vinter e altri c. Regno Unito, in tema di ergastolo). Ed è sempre la Corte di Strasburgo a riconosce che la dignità umana «impedisce di privare una persona della sua libertà, senza operare al tempo stesso per il suo reinserimento e senza fornirgli una possibilità di riguadagnare un giorno questa libertà» (Viola c. Italia n. 2). Detto altrimenti, il diritto alla speranza, quale diritto a ricominciare, è la misura della dignità di Caino: negare l’uno significa negare l’altra.

5. Come sottolinea Andrea Camilleri nel suo Autodifesa di Caino, (Sellerio 2019), il racconto biblico ha un epilogo ri-generativo: diventato padre, Caino «costruì una città alla quale diede il nome di suo figlio: Enoc» (Genesi, 4,17). Il primo assassino, al termine della sua vita tormentata, è il primo costruttore di città nella storia dell’umanità. È l’atteggiamento di Caino che si fa speranza contro ogni speranza, agendo affinché le cose cambino invece di sperare che cambino indipendentemente dal proprio agire: «Spes contra spem» (Lettera ai Romani, 4,18). Caino che – dopo tanto tempo e lungo patire – sostituisce alla violenza passata il ricorso agli strumenti nonviolenti dell’ordinamento democratico, e li usa nell’interesse generale, è il segno più tangibile che la scommessa costituzionale è stata vinta. Da tutti.

6. Quanto a lungo dovrà errare Caino, con un fratricidio che pesa sulle spalle, prima di fare reingresso nella vita della città? Durerà il tempo della pena stabilita dalla legge generale e astratta, applicata in concreto dal giudice: oggi, per i reati ostativi più gravi, 30 anni di detenzione+10 di libertà vigilata (troppo pochi?). Dopo, per lo Stato Caino recupererà il pieno esercizio dei diritti di cittadinanza: anche quello di manifestare liberamente il proprio pensiero, che la Costituzione riconosce a «tutti» (art. 21, comma 1).

Chi vede in ciò un intollerabile oltraggio, invoca una pena aggiuntiva priva di base legale. Equivoca il segno imposto su Caino, scambiandolo per un’arroventata lettera scarlatta. Rimpiange l’ostracismo dell’antica Atene. Vuole, senza dirlo, che per lui la pena sia spietata e perenne. Quanto a chi pensa che tacitare Caino sarebbe un virile gesto antifascista, ha capito davvero poco della logica inclusiva della nostra Costituzione.

Andrea Pugiotto 24 Giugno 2023

Facebook il 30 maggio 2023. Angela Azzaro: SONO STATA LICENZIATA E CACCIATA DALL'UNITA', IL GIORNALE FONDATO DA ANTONIO GRAMSCI

Venerdì tardo pomeriggio sono stata chiamata dal responsabile Risorse umane della Romeo edizioni e sono stata prima licenziata e poi cacciata in malo modo dalla redazione, senza neanche avere il tempo di parlare con il direttore Sansonetti che in quel momento era fuori e senza avere neanche il tempo di fare mente locale per capire quali effetti personali portare via.

Che cosa è successo?

Dopo l’acquisizione della testata del giornale fondato da Antonio Gramsci mi è stata offerta dal direttore e dall’editore la direzione dell’Unità on line. Nella prima riunione fatta con Sansonetti e con l’editore, ho chiesto conto delle risorse con cui affrontare la nuova sfida. Quanti giornalisti? Quale budget? La riunione si è chiusa bruscamente e nel giro di due giorni mi è stato comunicato che non sarei stata più direttrice dell’on line. Il direttore in quell’occasione mi ha ribadito che sarei rimasta con lui alla vicedirezione dell’Unità. Conferma arrivata sempre da parte del direttore anche qualche giorno prima dell’uscita.

Il giovedì prima del debutto nuovo capovolgimento: mi si comunica che sull’Unità non sarebbe stato indicato neanche l’incarico di vicedirettrice.

Dopo altre due settimane, cioè venerdì, mi è stata consegnata la lettera di licenziamento “per giustificato motivo oggettivo” legato - scrivono - agli investimenti sostenuti per l’acquisizione dell’Unità e alle perdite legate al Riformista nel 2022.

“In tale contesto – si legge – abbiamo deliberato la soppressione della sua posizione lavorativa in quanto ritenuta SUPERFLUA E NON STRETTAMENTE NECESSARIA”.

Ci sarebbe quasi da ridere. Perché tutte e tutti sanno il mio impegno in questi quattro anni al Riformista. La mia dedizione, il mio contributo all’ideazione, alla scrittura, alla realizzazione del giornale. La mia storia professionale e politica per il resto parla da sola.

Ma non c’è nulla da ridere perché definire una giornalista, una lavoratrice, “superflua” e “inessenziale” è esattamente la logica che L’Unità – che anche oggi si autoproclama giornale dei diritti - dovrebbe duramente contrastare. Invece…

Invece venerdì sono stata cacciata dalla redazione. Come se fossi una ladra, come se vivessimo in un mondo senza diritti, in cui la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori può essere calpestata senza nessuna remora.

Garantisti con tutti, fuorché con le lavoratrici e con i lavoratori.

Capurso, operaio muore folgorato: era impegnato in lavori edili. Si indaga: disposta l'autopsia. Sequestrata la cabina elettrica

 

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “La Verità” il 17 maggio 2023. 

Se la buona convivenza si vede dal mattino, quella tra il Riformista e l’Unità, gemelli diversi ospitati allo stesso piano del quartier generale delle aziende dell’editore Alfredo Romeo, rischia di essere complicata. 

Ieri, il giornale fondato da Antonio Gramsci, all’ennesimo riesordio, ha dato una lettura della tornata elettorale appena passata di questo tipo: «Si ferma l’onda della destra: la sinistra vince a Brescia. 5 stelle out». Il Riformista di Renzi, l’ha vista all’opposto: «Le urne? Avanti a destra». Con perfida chiosa: «L’effetto Schlein non si è visto arrivare».

[…] Ma la vera chicca è la diatriba tra giornalisti ed ex giornalisti dell’Unità. Sansonetti ha fatto sapere, nel suo primo editoriale, di voler «ricostruire un’ideologia», nel senso non marxiano, ma gramsciano del termine. 

E i vecchi cronisti dell’Unità, messi alla porta senza troppi complimenti, lo hanno bastonato dalle pagine del Manifesto. 

«Questa Unità non ha nulla a che vedere con la testata fondata nel 1924, né con le battaglie del segretario del Pci perché con scientifica, padronale protervia calpesta ogni diritto dei suoi lavoratori: i giornalisti e poligrafici che hanno tenuto in vita il giornale sono stati esclusi, cancellati perfino vilipesi. Siamo di fronte a un caso mai contemplato nel mondo del lavoro: un’intera redazione sostituita da un’altra».

E il nuovo direttore come avrebbe «spazzato via un intero corpo redazionale»? Con un insulto sorprendente: «Sansonetti ci ha tacciato di essere “renziani”, proprio lui che ha lasciato il Riformista nelle mani del leader di Italia viva». Avete letto bene: Sansonetti avrebbe usato «renziano» come insulto. 

Ma se i vecchi redattori pare siano stati lasciati a casa con l’accusa di vicinanza al fu Rottamatore, sono stati, invece, imbarcati ex terroristi come Paolo Persichetti o no global con problemi giudiziari come Luca Casarini. La politica sarà affidata alla compagna di Sansonetti e madre dei suoi due figli, Angela Nocioni. 

Fra le firme Tiziana Maiolo, ex Riformista, che Renzi avrebbe allontanato quando ha scoperto che in gioventù era stata al Manifesto. Della compagnia fanno parte anche Angela Azzaro, ex Liberazione, paladina dei diritti Lgbtq, e Valentina Ascione, compagna di Riccardo Magi parlamentare di +Europa.

Al Riformista sono rimasti Aldo Torchiaro, voce militante di Radio Leopolda, Paolo Guzzanti e la Fusani. Gli unici renziani doc arruolati nell’iniziativa al momento sembrano Erasmo D’Angelis (già alla guida dell’Unità targata Matteo) ed Enrico Zanetti, ex viceministro e sottosegretario. 

La supervisione del quotidiano è affidata a Benedetta Frucci, responsabile comunicazione di Italia viva, fiorentina come Renzi, persona di strettissima fiducia. Il responsabile del sito è un altro fedelissimo: Alessio De Giorgi, già fondatore di Gay.it […]. […]

DAGONEWS il 20 dicembre 2022.

Alfredo Romeo, sempre più editore (di sinistra, si fa per dire) e sempre meno imprenditore delle pulizie (di destra), condannato in primo grado a due anni e mezzo per corruzione relativa a dei bandi di gara Consip, ha deciso: l’Unità, che ha recentemente rilevato dal curatore fallimentare, torna in edicola come quotidiano, mentre il Riformista, che edita dal 2019 quando il gruppo Tosinvest (famiglia Angelucci) gli cedette la testata, in edicola ci rimane, ma come settimanale. 

L’imprenditore napoletano ha anche scelto i direttori: Piero Sansonetti dirigerà il quotidiano fondato da Gramsci, di cui è stato condirettore (direttore Peppino Caldarola) oltre averci lavorato a lungo, lasciando così la tolda di comando del Riformista, che andrà a Paolo Liguori, già nel gruppo come direttore editoriale di RiformistaTv (lo è anche di TgCom, l’unico legame professionale che gli è rimasto con Mediaset).

La staffetta tra Riformista e Unità avverrà tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, e comunque non oltre il 12 febbraio, quando il giornale che è stato l’organo ufficiale del Pci compirà 99 anni. 

Per Romeo questa operazione “di sinistra” – fatta propria mentre a palazzo Chigi si è insediato il primo governo di destra della storia repubblicana – è anche l’occasione per resettare i suoi rapporti con la politica.

Ha fatto rumore, per esempio, la rottura con Italo Bocchino, già parlamentare di An finiano di stretta osservanza, ora direttore editoriale del Secolo d’Italia ma soprattutto lobbista e sciupafemmine (nel suo palmares Mara Carfagna, Sabina Began e Catia Sulpizi).

Bocchino aveva lavorato per Romeo, tanto da essere coinvolto nel caso Consip, ma il re delle pulizie parla di pessimi risultati e di tradimenti. Resta invece solido il rapporto di Romeo con un altro napoletano doc, Paolo Cirino Pomicino.

Estratto dell’articolo di Stefano Cappellini per “la Repubblica” il 21 gennaio 2023.

[…] Il ritorno dell’ Unità in edicola, previsto per gennaio, è slittato a fine febbraio. Il direttore responsabile dell’Unità di carta sarà sempre Sansonetti, [...] diventato anche un opinionista dei talk di Rete4, dove è spesso l’antagonista di sinistra di Daniele Capezzone, non necessariamente su posizioni contrapposte.

Ma a chi affidare la direzione della parte digitale, ormai decisiva in qualunque progetto editoriale? Romeo punta in alto: Michele Santoro. Un’offerta al conduttore di Samarcanda e Annozero è già stata recapitata. Santoro conferma, ma per ora la risposta è no: «A 72 anni non ho voglia di finire sotto un editore», dice Santoro.

 Che però non chiude la porta a Romeo: «Sono contento che riporti in vita l ’Unità , è un fatto positivo se aumentano i luoghi dove è possibile tornare a dare voce a chi non ce l’ha. Ma è questo l’obiettivo? Non lo so, perché nessuno mi ha chiesto cosa farei io. Quello che posso escludere è fare il direttore di un progetto non mio».

Anche perché Santoro, nel frattempo, un progetto suo ce l’ha, sempre legato all’idea di dare rappresentanza politica alla sinistra senza partito: uno spazio digitale a cavallo tra un sito di informazione e una piattaforma di scambio di opinioni, proposte e iniziative.

 Li vogliamo chiamare i meet up di Santoro, come quelli alle origini del Movimento 5 Stelle? «Ci sarà più informazione e più tecnologia », spiega Santoro, che negli ultimi mesi è tornato spesso ospite in tv a parlare di guerra in Ucraina. Lui la chiama “la guerra di Biden”. E questo è un titolo di giornale che, Unità o no, Belpietro certamente non cambierebbe.

TORNA IN EDICOLA L’UNITÀ MA SENZA I “SUOI” GIORNALISTI. Da odg.it Martedì 10, 2023.

La protesta del Cdr e della redazione del quotidiano fondato da Antonio Gramsci: «Il direttore Piero Sansonetti dirigerà un giornale realizzato dai redattori de Il Riformista. Noi cancellati»

La solidarietà e la preoccupazione dell’Esecutivo dell’Ordine dei giornalisti

«Il 18 aprile il Riformista cambia nome e diventa l’Unità». A comunicarlo ufficialmente con una nota è il Cdr e le redattrici e i redattori del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. «Il 18 aprile – si legge nel comunicato – l’Unità tornerà in edicola. Ma senza le giornaliste e i giornalisti che la storica testata della sinistra hanno difeso e fatto vivere anche negli anni bui e dolorosi della sua chiusura. In questo nuovo progetto editoriale noi, lavoratori dell’Unità licenziati nei giorni scorsi dal curatore fallimentare, semplicemente non esistiamo. Cancellati». Il direttore designato Piero Sansonetti, proseguono giornaliste e giornalisti, «dirigerà un giornale realizzato, sia nella parte cartacea che in quella online, dai redattori de Il Riformista. I giornalisti e i poligrafici dell’Unità non saranno della partita. Viene, infatti, ignorata una questione cruciale, sancita da sentenze che fanno giurisprudenza: la testata sono anche i suoi lavoratori. Un legame indissolubile. Il 18 aprile semplicemente Il Riformista cambierà nome e si chiamerà l’Unità. Questo è il progetto, sicuramente inedito».

Per le lavoratrici e i lavoratori: «Siamo di fronte a un caso mai contemplato nel mondo del lavoro e che, soprattutto in ambito editoriale, può aprire scenari con esiti drammatici. Lo ribadiamo al direttore Sansonetti e all’editore Romeo: la testata sono anche i lavoratori. Un concetto tanto più vero nel caso dell’Unità, per la storia e il ruolo del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ma anche per l’abnegazione e i sacrifici con cui noi giornalisti e poligrafici ci siamo battuti per tenere in vita il giornale, unici, assieme alla Federazione nazionale della Stampa e alle Associazioni regionali, a denunciare la vivisezione della testata e dei suoi archivi. Siamo stati gli unici a pagarne le conseguenze».

Il 3 giugno 2017, incalza la nota della redazione, «l’Unità è stata chiusa per le scellerate scelte dell’editore Pessina, nel silenzio complice del Partito Democratico che ne deteneva una quota e alla quale ha poi rinunciato senza darne neanche comunicazione al Cdr. Nel frattempo, parliamo di un arco di tempo lungo 6 anni, si sono perse le tracce dell’archivio storico e di quello fotografico, patrimonio di questo Paese che, grazie alla nostra collaborazione e al nostro impegno, nei mesi scorsi sono stati indicati alla curatela fallimentare e ritrovati. Apprendiamo ora che anche l’archivio online è stato ceduto con la testata e appartiene al nuovo editore».

In conclusione, «non è una bella storia quella che raccontiamo e ai responsabili vecchi e nuovi diciamo un forte, corale “NO”. Non esiste spazzare via un intero corpo redazionale, parte indissolubile di un giornale che ha parlato sempre alla sinistra, che ha dato voce alle sue istanze. E tutto questo proprio ora con un governo di destra così aggressivo nei confronti dei fragili. Scusaci Sansonetti (cit.) ma proprio non va. E lo diciamo a voce alta, senza paura, con la schiena dritta che l’Unità ci ha insegnato ad avere».

Accanto alle lavoratrici e ai lavoratori si schiera, l’Esecutivo dell’Ordine nazionale dei giornalisti unendosi alla Federazione nazionale della Stampa italiana. L’esecutivo, temendo una speculazione editoriale, esprime preoccupazione per come si sta sviluppando quella che poteva essere un’opportunità per recuperare una storica testata che con il suo patrimonio professionale ha contribuito alla democrazia e al pluralismo del nostro Paese. L’Ordine sarà al fianco dei colleghi per ogni iniziativa che il Cdr intenderà intraprendere a tutela dei colleghi, delle colleghe e dei poligrafici.

Romeo finanzia la rinascita dell’Unità e rilancia Il Riformista, dai giornali manettari solo ‘giustizialismo dell’editoria’. Paolo Liguori su Il Riformista il 3 Aprile 2023

Caro Piero, ho letto il tuo articolo sulle sorti, il futuro e lo sviluppo del gruppo Editoriale che naturalmente edita sia Il Riformista e quindi farà anche l’Unità nel prossimo mese.

È un articolo molto interessante, che mette a fuoco soprattutto i deficit culturale, politico, di riflessione e di idee della sinistra, ma questo lo sapevamo già. Oggi però siamo di fronte a un accanimento assurdo contro un gruppo Editoriale piccolo, ma che resta una realtà molto particolare, molto interessante in un mondo che non produce più nulla se non vecchi giornali come La Repubblica o giornali come Il Fatto che si autodefiniscono di sinistra ma insomma, noi sappiamo bene che sono giornali assolutamente giustizialisti e manettari.

Detto questo però qui c’è un problema molto grave perché riguarda la cultura e la società italiana. Un editore, Romeo, decide di finanziare la rinascita dell’Unità ma anche di rilanciare Il Riformista. Dopo la tua direzione il giornale ha preso quota soprattutto negli ambienti garantisti e si è creato un nome.

Naturalmente sceglie come interlocutore Matteo Renzi, la cosa diventa politica e addirittura provoca un terremoto nella sinistra. I giornali ne parlano, forse si divide il Terzo polo, forse no, forse si metteranno d’accordo ma non per contenuti politici, si metteranno d’accordo per mantenere il finanziamento pubblico.

Allora la miseria di questo mondo è ancora più esplicita e la cosa grave è che più questo mondo va in miseria, più si accanisce contro gli altri e allora addosso a Romeo perché aveva casi giudiziari dai quali è stato prosciolto e assolto, e non una parola di sostegno a chi in questo momento – diciamo facendo tendenza opposta a quello che avviene nella società – decide di investire in questo tipo di pubblicistica.

Quindi io ne farei un problema proprio attuale grave. Perché si dà addosso a quell’esperienza che è una delle poche che in questi anni si è affermata in un deserto di idee di convinzioni. Perché si vuole ostacolare e impedire la rinascita dell’Unità.

Queste sono domande molto interessanti, sono domande a cui noi dobbiamo chiedere risposte perché questa è una forma di giustizialismo dell’editoria. Cioè: non ci può essere libertà, proibita la libertà se non sei omologato, se non sei certificato dal solito vecchio gruppo di potere sulla sinistra (non della sinistra), non puoi fare il tuo lavoro da editore libero.

Per noi è l’asfissia, noi crediamo in certe battaglie che sono state fatte e pensiamo che debbano continuare. Quindi caro Piero forza, avanti e coraggio. Paolo Liguori

Devono preoccuparsi loro. Vedremo. Romeo fa arrabbiare tutti, da Scanzi a Travaglio tutti preoccupati da Riformista e Unità. Piero Sansonetti su Il Riformista il 13 Aprile 2023

Era da parecchio tempo che la politica, in Italia, procedeva in assenza di una stampa di sinistra. Dopo decenni – dagli anni cinquanta agli anni novanta – nei quali la sinistra aveva dominato in quel campo. Con dei giornali di grandissimo prestigio. L’Unità, prima di tutti, e l’Avanti, e Rinascita, Paese Sera, e settimanali popolari come Vie Nuove, e poi ancora l’Espresso, e qualche anno dopo il manifesto e Repubblica. Una flotta in grado di scompaginare la stampa governativa o di destra, di imporre temi, discussioni, punti di vista, principi, idee.

L’Unità era un gran giornale, quello di Ingrao, Pajetta, Macaluso, Chiaromonte, e poi, più recentemente, di Veltroni e D’Alema. Il manifesto era il giornale arrembante di due giganti come Pintor e Rossanda. Paese Sera di Tommaso Smith e Fausto Coen cambiò la storia dei giornali popolari. E poi l’Espresso e Repubblica di Scalfari. Questi giornali erano come corazzate. Portavano informazione, idee, cultura, polemiche. Spesso combattevano tra loro, mi ricordo i duelli epici tra Scalfari e Reichlin, ma anche tra Pintor e Tortorella. E persino tra l’Unità e Paese Sera sulla questione arabo-israeliana. Gli altri giornali, e anche la Tv di Stato – l’unica Tv esistente, all’epoca – erano condizionati in modo formidabile dalla stampa di sinistra. Spesso inseguivano. E anche la politica italiana ne era condizionata. I grandi successi del Pci in buona parte furono dovuti alla sua capacità di fare informazione e giornalismo. Togliatti, quando dopo la Liberazione riaprì l’Unità, disse ai nuovi direttori (Spano, Ingrao e Tortorella): “Dobbiamo fare il Corriere della Sera del proletariato”. Non voleva un foglio di propaganda.

Voleva un giornale-giornale. E i collaboratori furono tutti di altissimo livello. Filosofi come Garin, Geymonat, Luporini, Badaloni, scrittori come Calvino, Sibilla Aleramo, Natalia Ginzburg, sceneggiatori e registi come Zavattini, Scola, Maselli, grandi artisti come Guttuso, Treccani, Pomodoro, commentatori come Caffè, Padre Balducci, Napoleoni ( vado solo a memoria e cito appena qualche nome). Poi, piano piano, la stampa di sinistra iniziò la ritirata. La stampa e la Tv di destra presero il sopravvento e a sinistra restò ben poco. Negli ultimi anni il poco si è trasformato in nulla. Addirittura c’è in giro gente che – in mancanza d’altro – ritiene che possa essere considerato di sinistra un giornale come il Fatto, cioè un quotidiano qualunquista legato agli ambienti più arretrati e reazionari della magistratura.

La notizia che un imprenditore napoletano, e cioè Alfredo Romeo, ha deciso di impegnarsi per restituire alla sinistra la sua capacità di fare informazione, ha gettato nel panico una parte dell’establishment. E anche alcuni settori, abbastanza vasti, del giornalismo, che in questi anni si erano accoccolati nella comoda posizione di assenza della sinistra e di non necessità di pensare, battagliare, impegnarsi, creare conflitti. Romeo ha deciso di mettere in campo due vascelli, magari ancora leggeri, ma sicuramente in grado di fare danni. Il Riformista e l’Unità. E perdipiù ha deciso di consegnare il Riformista nelle mani di un politico di primissimo piano, che ha dominato la ribalta del centrosinistra negli ultimi 10 anni. Parlo di Renzi. Che io, politicamente, non ho mai amato, ma che indubbiamente qualche peso nella politica italiana l’ha avuto, a partire dal 2013. Non l’ho mai amato Renzi, perchè non condivido molte delle sue idee. Né il job act, né le posizioni non-pacifiste, né alcune iniziative parlamentari che non ho considerato garantiste (Guidi, Lupi, Salvini, amore per Gratteri, omicidio stradale…).

Resta il fatto che le sue sono idee, e che oggi le idee son merce rare in politica. Rarissima. E resta il fatto che la sinistra, se un giorno o l’altro vorrà vincere, dovrà rivolgersi a un pezzo di opinione pubblica che è racchiusa in un territorio abbastanza vasto. Che va da quelli che hanno idee più radicali ( se dovessi definirle userei un uovo termine politologico: bergogliane) e che sono anche più liberali, più garantisti, più anti-Stato, a quelli che hanno idee più moderate, meno conflittuali, (che se dovessi definirle con un vecchio termine politologico, direi “riformiste”). Probabilmente il vecchio castello ormai un po’ ammuffito dell’informazione italiana, specie sul versante che si autodefinisce di sinistra, non era pronto a questa frustata. Non l’ha gradita. Ha messo in campo tutte le energie che le son rimaste per reagire. Sulla carta stampata, sulle Tv, sui social.

Mi è capitato di vedere un brano della trasmissione della 7 (“Otto e Mezzo”) nella quale un certo Andrea Scanzi (noto come il “Cruciani dei poveri…”) si scagliava contro Romeo sostenendo che è un manutengolo di Renzi, o viceversa, e che Romeo pagava Renzi, se ho capito bene, già negli anni 90, quando- credo – Renzi aveva circa 15 anni e con le tangenti prese da Romeo probabilmente andava a comprare le figurine dei calciatori sperando che uscisse qualche calciatore della Fiorentina, magari Gabriel Batistuta. Scanzi era stato incitato da Lilli Gruber alla tirata contro Romeo ( una Gruber anche abbastanza maleducata verso il Riformista: succede) segno che la sua non era una uscita improvvisata, ma pensata bene e voluta dalla rete. Lo stesso giorno si era esibito il Fatto, con pagine intere contro Romeo, e poi il Domani, giornale di De Benedetti, e anche alcuni – come si dice – “giornaloni”.

Mi chiedeva ieri Romeo: “ma secondo te c’è da preoccuparsi?”. Io, che sono sempre imprudente, ho risposto di no, anche per tranquillizzarlo. Lui mi ha chiesto: “ma allora devono preoccuparsi loro?”. Non so rispondere a questa domanda del mio editore. Rispondo per l’Unità: se riusciremo a fare quello che vogliamo fare, cioè se riusciremo a ridare voce a una sinistra colta, radicale, pacifista, garantista, contraria allo sfruttamento, alle guerre e alle prigioni, beh, forse sì: devono preoccuparsi loro. Vedremo.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

La storia del quotidiano. Se il manifesto fosse andato male c’era un piano B: aprire un ristorante a Saturnia. Racconta Luciana Castellina: «Se con il manifesto fosse andata male avremmo tirato fuori quella vecchia idea. Magri e Rossanda chef, Pintor sommelier. Nome? Ovvio: il manifesto». Carmine Fotia su L'Unità l'1 Luglio 2023

Ricordo però anche alcuni che non scrivevano, coloro che dovettero fare i lavori più difficili e meno appariscenti: Filippo Maone, artefice dello straordinario successo di diffusione della rivista e poi geniale architetto della diffusione del quotidiano, ovvero ciò da cui ne dipendono vita e morte; Ornella Barra, prima segretaria di redazione, il vero cuore di ogni giornale; Giuseppe Crippa, operaio di Bergamo, burbero e inflessibile amministratore dal cuore d’oro, con l’impossibile compito di gestire i pochissimi soldi e pagare i nostri stipendi eguali per tutti, prima equiparati a quelli degli operai metalmeccanici e poi tenuti al minimo sindacale del contratto dei giornalisti.

L’apertura del primo numero del quotidiano era di Ninetta Zandegiacomi: “Dai 200.000 della Fiat riparte oggi la lotta operaia”, e poi un reportage dalla Cina di un grande reporter che avrei in seguito conosciuto da vicino, K.S. Karol, compagno di Rossana Rossanda, egli stesso una leggenda vivente: polacco di nascita, un occhio di vetro e l‘altro di un azzurro vivo, capelli bianchi e impermeabile alla Philip Marlowe, da ragazzo era stato nell’Armata Rossa, un apolide ribelle che scriveva come un Dio, dietro il fumo delle sue gitanes senza filtro.

Nel primo numero il direttore Pintor scrive: “È aperta nel nostro paese una partita dal cui esito può dipendere la sorte del movimento operaio…se non fosse questa la nostra convinzione, non ci saremmo impegnati in un lavoro e in una lotta che hanno per scopo ultimo la formazione di una nuova forza politica unitaria della sinistra di classe. E non faremmo ora, questo giornale”. Tale, dunque, l’avevano pensato i suoi fondatori, ma le cose non andarono così e questo nodo si è spesso intricato producendo dolorose discussioni e divisioni, tra chi privilegiava la “forma giornale” e chi la “forma partito”. Nel 2021, per i cinquant’anni del giornale, intervistai per l’Espresso Norma Rangeri, che dopo 14 anni, attraversando e affrontando crisi economiche e dolorose rotture con i fondatori, ha appena passato il timone al più giovane Andrea Fabozzi.

Così Norma, con il suo bel caschetto di capelli neri a incorniciare un viso uguale a quello della ragazza che 50 anni fa per la prima volta varcò le porte del mitico Quinto Piano di via Tomacelli 146, dove aveva sede la redazione del giornale, mi raccontò la sua storia: “Ho incontrato il manifesto come gruppo politico tra il ‘71 e il ‘72, alla facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, a Roma. Per fare la tesi con Lucio Colletti avrei dovuto sapere il tedesco e per emanciparmi dalla famiglia avrei dovuto fare qualche lavoretto. Così capitò che una mia cara amica che lavorava alla segretaria di redazione del manifesto, mi trovò un posticino nella postazione dei dimafoni dove arrivavano gli articoli dei corrispondenti, a braccio o registrati, che io trascrivevo diligentemente a macchina con carta copiativa per i caporedattori. E ben presto il quinto piano di via Tomacelli diventò più importante dell’università, al punto che pur avendo finito tutti gli esami rinunciai a fare la tesi e a laurearmi per la disperazione della mia famiglia. Era successo che avevo incontrato un’altra famiglia, quella di Luigi Pintor, Lucio Magri, Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Valentino Parlato, Aldo Natoli, Lidia Menapace”. 

“I cenacoli intellettuali finiscono tutti male- mi aveva raccontato Luciana Castellina due anni prima, per i 50 anni della rivista – . Noi non volevamo fare gli intellettuali, volevamo fare una battaglia politica”. “Un giornale – mi disse la Rangeri – per vivere ha bisogno di una ragione sociale, deve rappresentare idee, bisogni, persone, deve avere, come si dice oggi, una vera community. Questo Dna il manifesto ancora ce l’ha, altrimenti non avremmo superato la micidiale prova dell’amministrazione controllata dopo il drammatico fallimento della cooperativa, fondandone una nuova e in salute. Altri giornali, che in questo mezzo secolo hanno provato la titanica impresa di un quotidiano nazionale, sono via via tutti morti della stessa malattia: l’improvvisazione verniciata di glamour, insomma sotto il vestito niente. Nonostante i nostri limiti e difetti, il nostro elisir di lunga vita è un po’ il segreto di pulcinella: siamo liberi e indipendenti, non abbiamo padroni e nemmeno padrini. Forse, proprio perché non apparteniamo a nessuna filiera di potere, in questo sistema di media, parlo soprattutto della televisione pubblica,  il manifesto semplicemente non esiste”.

Come ogni forma della politica anche il manifesto ha conosciuto divisioni che spesso si sono trasformate in abbandoni: i più dolorosi quelli dei fondatori che però tutti, anche quelli che non ci sono più, erano tornati a scrivere per il giornale. Per i più giovani, invece, si è trattato di una fisiologica diaspora che li ha dispersi, spesso in posizioni importanti, nel mondo dei giornali che allora chiamavamo “borghesi”.

Ora questa storia è giunta a un tornante. Norma Rangeri e Tommaso Di Francesco sono gli ultimi direttori che si sono formati alla scuola dei fondatori. Il cambio avviene mentre in tutto il mondo la sinistra, in ogni sua variante, affronta l’offensiva di una destra sovran-populista e deve decidere come reagire alla brutale aggressione della Russia all’Ucraina.

La tradizionale spinta pacifista che anima il manifesto non ha impedito a Norma Rangeri di assumere una netta posizione di sostegno anche con le armi alla resistenza ucraina. Più critica la posizione del condirettore Tommaso Di Francesco. Io, per il poco che vale, la penso come lei, ma il fatto di scrivere su un giornale che ha una posizione pacifista molto netta mi fa apprezzare la necessità di un dialogo con i pacifisti veri, cosa ben diversa dai pacifinti sostenitori di Putin. Norma e Tommaso sono stati non solo miei compagni, ma anche amici carissimi. Sono compagni non per ideologia ma perché con loro ho letteralmente diviso il pane e questo non si dimentica, anche quando si imboccano strade diverse.

E questo ha un valore politico, secondo me, perché ci parla di quei valori semplici che uniscono le persone di sinistra e che oggi sono spesso sopraffatte dalle ideologie, dalle burocrazie e dalle gerarchie politiche e che sono invece vive nell’animo di tante persone. La forza del manifesto è stata sempre l’ambizione di parlare a queste persone prim’ancora che ai vertici politici. A Tommaso e Norma un saluto affettuoso, a Andrea l’augurio di saper mantenere il manifesto come luogo libero e critico della sinistra.

P.S.: Le storie, tutte le storie, hanno le loro sliding doors e anche questa che vi abbiamo appena raccontato avrebbe potuto finire diversamente, mi rivelò Luciana Castellina: “C’era un piano B, se fosse andata male con la rivista: dal momento che Lucio e Rossana erano molto bravi a cucinare, avevamo individuato un posto, alle cascate di Saturnia, dove avremmo aperto un ristorante. Chef sarebbe stato Lucio, sous-chef Rossana, terzo chef Valentino, Luigi avrebbe fatto il sommelier, ed io avrei curato i rapporti internazionali e le pubbliche relazioni. Come l’avremmo chiamato? Che domanda: il manifesto, ovviamente”.

Carmine Fotia 1 Luglio 2023

Estratto dell’articolo di Stefano Iannaccone per “Domani” l'8 giugno 2023.

C’è un problema con l’ascensore a Palazzo Chigi? Niente paura, con un importo di 4mila euro arriva la Romeo gestioni e lo risolve. Se c’è bisogno di un intervento di manutenzione al sistema antincendio? Per poco meno di 2mila euro arriva sempre la Romeo gestioni. E se servono dei lavori agli infissi della sede del governo? Gli addetti della Romeo accorrono di nuovo. Insomma, sotto forma di raggruppamento temporaneo di imprese, la società è di casa alla presidenza del Consiglio, compiendo decine e decine di interventi, secondo quanto stabilito da un vecchio contratto. 

[…] La Romeo gestioni è una delle realtà che compongono il gruppo fondato da Alfredo Romeo […]. La sua vicinanza con la politica è nota, da sempre vanta buoni rapporti con Matteo Renzi e la sua famiglia, in testa il padre Tiziano. Nel frattempo, le aree di azione dell’imprenditore napoletano si sono allargate al mondo editoriale: dopo Il Riformista, ha riportato in edicola L’Unità, intrecciando così politica, potere economico e informazione.

Le prossime settimane saranno decisive per capire il rapporto con le istituzioni, nello specifico quello tra il gruppo di Romeo e la presidenza del Consiglio. Il 30 giugno […] scade l’accordo esecutivo che assegna da un decennio alla sua società gli interventi di manutenzione di tutti gli edifici della presidenza del Consiglio […].

L’accordo è entrato in vigore nel 2013, nell’ambito della convenzione Consip Facility management 3, nel lotto relativo agli immobili del centro di Roma. In quell’anno è stata sottoscritta un’intesa della durata di sette anni, attraversando vari governi. Successivamente, si è proceduto con una serie di proroghe […]. 

Giorgia Meloni ha ereditato il prolungamento disposto nel maggio 2022 fino al prossimo giugno. Ora tocca a lei: la decisione fa capo solo alla struttura di Palazzo Chigi e può essere presa in base alle esigenze manifestate dal governo.

[…] La Consip, intanto, ha messo a disposizione una prima opzione: la convenzione Facility management (Fm) 4 per cui Romeo è finito sotto processo negli anni scorsi, con l’accusa di turbativa d’asta, venendo assolto «perché il fatto non sussiste». D’altra parte risulta tuttora imputato per traffico di influenze, in un altro filone dell’inchiesta sugli appalti Consip. Al netto delle vicende giudiziarie […] la convenzione Fm 4 è stata aggiudicata dal raggruppamento temporaneo di imprese Engie servizi.

C’è poi l’accordo quadro della Consip chiamato “grandi immobili”, che si suddivide in due lotti: il primo, relativo agli edifici con superficie compresa tra 25mila e gli 80mila metri quadri, vinto dalla Romeo Gestioni e dal rti Dussmann service; il secondo destinato ai patrimoni immobiliari ubicati nel Comune di Roma, con superficie inferiore a 25mila quadri, di cui risultano fornitori Romeo Gestioni e il rti Italiana facility management. In tutti casi, la decisione della presidenza del Consiglio avrà un impatto sul rapporto con la società dell’imprenditore-editore. 

E qui si intreccia la partita dell’informazione, che si muove tra gli affari con Palazzo Chigi e le linee editoriali seguite dai due quotidiani acquistati da Romeo. […] Non stupisce allora che Il Riformista possa assumere una posizione comprensiva verso il governo.

Il direttore editoriale è Matteo Renzi […]. Il direttore responsabile è Andrea Ruggeri, già deputato di Forza Italia. Ma la situazione è diversa se si parla dell’Unità, che assume toni talvolta teneri nei confronti del governo. È un fatto più sorprendente perché si tratta del giornale fondato da Antonio Gramsci, come si onora di scrivere sotto la testata, il quotidiano diretto da Piero Sansonetti.

Un esempio è il primo editoriale, in difesa della premier sulle inchieste giornalistiche condotte intorno alla rete dei rapporti economici e societari della sua famiglia. E così via, tra un rimpianto per il centrodestra di Silvio Berlusconi e una celebrazione del «trionfo» della presidente del Consiglio il 2 giugno, gli articoli hanno scelto talvolta una linea morbida. O una critica dai tratti gentili.

E' la prima volta che lascio un giornale senza essere cacciato...Lascio il Riformista a Renzi, resta il garantismo contro le bufale-giudiziarie dei giornaloni che coprono la mafia. Piero Sansonetti su Il Riformista il 29 Aprile 2023 

Giornali italiani, quasi tutti, hanno messo la sordina a quella che ieri era la notizia del giorno: la sentenza della Cassazione che dichiara solennemente che la trattativa Stato-mafia non c’è mai stata. Perché mettono la sordina? Perché quasi tutti i giornali italiani, e molte tv, soprattutto la tv di Stato, hanno per decenni sostenuto la tesi che la trattativa c’era stata. Lo hanno sostenuto con due obiettivi: colpire i Ros del generale Mori e cercare di coinvolgere Berlusconi in uno scandalo che potesse travolgerlo.

Chiunque conoscesse un minimo i fatti capiva in un attimo che Berlusconi non c’entrava nulla di nulla, con quella storia di mafia, e che il generale Mori era ed è l’unico tra i viventi ad aver combattuto e ferito la mafia con tutte le sue forze. Per anni giornalisti e magistrati, tanti, di tutti i colori, hanno costruito le proprie carriere, anche formidabili carriere, sullo stravolgimento della realtà. E in questo modo hanno favorito la mafia, sviando le indagini, o insabbiandole o inquinandole. E stordendo l’opinione pubblica. Le loro carriere non saranno scalfi te da questa sentenza. Oggi io lascio Il Riformista, che era tornato in edicola 4 anni fa dopo 7 anni di assenza. Lo lascio a Matteo Renzi. Con questo grande orgoglio: Il Riformista è stato uno dei pochi giornali a battersi contro la bufala della trattativa, e contro la cosiddetta antimafia che faceva il gioco della mafia eri ho dato un’occhiata ai giornali. Grandi e medi. Di vari orientamenti politici. Per capire con quale taglio avessero dato la notizia del giorno. Cioè la solenne dichiarazione della Corte di Cassazione, la quale ha certificato che una trentina d’anni di politica e cultura antimafia sono stati costruiti tutti su svariate balle, utili solo a impedire la lotta alla mafia. Diciamo, con indulgenza: eterogenesi dei fi ni. (Dando per scontata la buonafede).

Mi ha sorpreso un po’ (perché dopo 48 anni di professione sono ancora un fesso ingenuo) il modo in cui la gran parte dei quotidiani, o forse la totalità (escluso solo Il Giornale). hanno messo la sordina alla notizia. Piccoli titoli, niente paginate, e persino, da parte di qualcuno, la faccia tosta di scrivere che è stato accertato che la trattativa stato-mafia non c’è stata ma invece c’è stata. “Il Fatto di Travaglio” – che in questi anni ha impartito molte lezioni – fa anche dello spirito. Dice: siccome i mafiosi sono stati prescritti dal reato di trattativa, vuol dire che sono colpevoli e quindi la trattativa c’è stata. Esempio lampante di come si prende una cosa chiara e la si ribalta in modo che abbia un significato contrario. Gli inglesi dicono “fake”. Il problema è che, all’insaputa di Travaglio, i mafiosi – Bagarella, Brusca e altri – erano accusati di “minacce a corpo politico”, non di “trattativa”. La trattativa, secondo le accuse della stampa, delle tv e dei Pm aggregati a stampa e tv, sarebbe avvenuta tra i mafiosi e i carabinieri e Dell’Utri, ma invece i magistrati di appello e poi quelli della Cassazione hanno accertato che era solo una bufala. In linea teorica (teorica, perché la prescrizione non è una condanna) i mafiosi possono aver minacciato senza trattare con nessuno.

Non ci vuole un genio per raccontare come sono andate le cose. Riassumo in poche righe. I Ros dei carabinieri, guidati da Falcone, stavano scoprendo il velo sui rapporti della mafia con ampi settori di imprenditoria del Nord, e avevano preparato il famoso dossier-Mori. La mafia, per reazione, prima attaccò Falcone, uccidendolo, e poi (siccome Borsellino chiedeva che fosse assegnata a lui l’inchiesta sul dossier-Mori) uccisero anche Borsellino. A quel punto la Procura di Palermo, con un documento firmato dal senatore Scarpinato e dal dott. Lo Forte, pochi giorni dopo l’uccisione di Borsellino chiese l’archiviazione del dossier-Mori. E l’ottenne in qualche settimana appena. Le indagini sui rapporti tra mafia e imprenditoria si persero. Contemporaneamente un altro pezzo dello Stato (polizia e forse anche magistratura) si incaricò di deviare le indagini sull’omicidio Borsellino, e ci riuscì bene ammaestrando un pentito di nome Vincenzo Scarantino che raccontò un sacco di balle ai magistrati – tra i quali anche Nino Di Matteo – che gli credettero e nessuno più indagò sulle ragioni vere dell’uccisione di Borsellino.

A quel punto la lotta antimafia era impacchettata, finita. Ma restava un pericolo in azione: i Ros di Mori. Che nel frattempo avevano catturato il capo di Cosa Nostra, cioè Totò Riina, cosa vista non troppo bene in vari ambienti. Fu allora che la Procura dichiarò guerra a Mori per neutralizzarlo. E lo trascinò in diversi processi (quattro mi pare) che lo immobilizzarono per un quarto di secolo. Sempre assolto, sì, perché le accuse erano davvero scombiccherate, ma al prezzo di inaudite sofferenze morali per lui, per i suoi carabinieri e anche per Marcello Dell’Utri. Fino all’altro giorno, quando la Cassazione ha definitivamente mandato a quel paese gli inetti – si, dai: diciamo inetti, siamo generosi…- della Procura di Palermo, e ha definitivamente riabilitato gli imputati.

La persecuzione contro Mori è stata sostenuta, in tutti questi anni, da un formidabile schieramento di stampa e tv, soprattutto tv di stato. Testimonianze false, filmati, fiction, ore di improperi nel talk. Vogliamo riassumere il tutto con una frase breve: un ingente schieramento ha difeso a spada tratta la mafia, immobilizzandone i nemici, e si è autodefinito schieramento antimafia. Non aveva nulla di antimafia: era il contrario. E Mori, in modo del tutto evidente, è tra gli italiani viventi l’unico (assieme ai suoi collaboratori) ad avere combattuto davvero Cosa Nostra. Questo giornale, Il Riformista, che è tornato in edicola dopo sette anni di silenzio il 29 ottobre del 2019, in questi quasi quattro anni si è occupato molte volte della trattativa. E quasi sempre – a parte gli eccellenti articoli di Damiano Aliprandi sul Dubbio – se ne è occupato in spaventosa solitudine. Cercare di raccontare la verità, di smontare le fandonie costruite nella fabbrica comune di Procure&giornali&Tv, di andare ai fatti, di mettersi contro i magistrati più famosi, non è un mestiere facile. Loro sono potenti: ti rendono la vita impossibile. Escludendoti dalle fonti e perseguitandoti con le querele. Personalmente ne ho collezionate decine dai magistrati più famosi di Italia. Perché lo fanno? Per intimidirti: è il loro metodo, sono convinti che funzioni, a loro ha sempre funzionato.

In questi quattro anni la missione principale di questo giornale è stata sempre la stessa: informare e far valere il principio fondamentale del garantismo per tutti e contro tutti. Che noi consideriamo la colonna portante della modernità. Siamo stati in prima linea, quasi sempre soli, per difendere i Rom lapidati all’unanimità, per difendere Dell’Utri e Cuffaro e Berlusconi – il perseguitato numero uno dalla giustizia – e per difendere Cospito, e la preside siciliana, e tanti assessori di sinistra, e i vecchi esuli in Francia che il governo italiano rivorrebbe indietro, contro ogni legge e diritto, e chiunque venga messo sul banco degli imputati dalla macchina infernale della stampa forcaiola e poi delle Procure. L’altro giorno, per dirne una, Marco Travaglio – che ieri non ha voluto commentare con la sua penna la sentenza sulla trattativa – si è indignato perché i giornali parlavano poco di uno scandalo clamoroso: una assessora al Comune di Roma indagata per corruzione per avere ricevuto in regalo quattro bottiglie di vino. Non ci credete? È così. E se si ha la coscienza a posto ci si vergogna un po’, oggigiorno, per il fatto di appartenere alla categoria dei giornalisti. In questa categoria c’è un sacco di brava gente, colta, professionalmente dotata. È così: ma conta pochissimo questa gente. Contano i vertici del giornalismo, e sui vertici è meglio tacere.

Vi saluto cari lettori. Questo è l’ultimo giorno nel quale firmo da direttore Il Riformista. Dalla settimana prossima il direttore editoriale sarà Matteo Renzi e il direttore responsabile Andrea Ruggieri. Faccio a loro tanti auguri. E son convinto che terranno ferma la linea garantista. Io tra un paio di settimane assumerò la direzione dell’Unità. Che tornerà in edicola dopo sei anni di assenza. E che è un giornale gloriosissimo e grandioso, nel quale, da giovane, ho lavorato per trent’anni. E che sarà un giornale radicalmente di sinistra (come in questi ultimi mesi, del resto, è stato Il Riformista). Sono molto contento del mio nuovo incarico, perché penso che la sinistra italiana abbia un bisogno assoluto dell’Unità. La speranza è che l’Unità e Il Riformista insieme – pur distanti su moltissime idee e su tanti giudizi politici – possano in qualche modo iniziare una controffensiva contro la palude giornalistica che sta uccidendo, in Italia, l’informazione.

I ringraziamenti? Naturalmente alla redazione, magnifica, con la quale abbiamo fatto Il Riformista, dando tutti noi stessi. E poi – forse soprattutto – al mio amico Alfredo Romeo, cioè all’editore, che ha creduto in questa sfida e che da questo mese di maggio sarà alla testa di due quotidiani di centro e di sinistra. Senza gli sforzi di Alfredo non avremmo mai potuto neppure immaginare questa avventura. Non lo conoscevo, prima del 2019. Mi ha fatto ricredere sull’imprenditoria meridionale. Mi ha dimostrato che esiste gente capace, orgogliosa, coraggiosa, onesta, che sa sfidare il capitalismo becero, e che sa usare la forza di imprenditore per combattere grandi battaglie civili. Come la battaglia per il garantismo. Che lui sente fortissima, anche perché è uno di quelli che, da innocente, ha dovuto subire anni di persecuzioni. Sono molto contento di continuare a lavorare con lui, e provare, con lui, a resuscitare il giornale di Gramsci.

P.S. Mentre scrivo mi rendo conto che questa è la prima volta che lascio un giornale senza essere cacciato…

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Renzi alla guida del “Riformista” è una nuova parte in commedia: media e politica son cose serie. Lilli Gruber su Il Corriere della Sera il 25 Aprile 2023

Nei panni di direttore farà la guardia al potere? E resta la domanda su quali siano i veri interessi che Renzi tutela rivestendo più ruoli, ad esempio quello di politico stipendiato dai cittadini e conferenziere stipendiato da una monarchia assoluta come l’Arabia Saudita

Sette e Mezzo è la rubrica di Lilli Gruber sul magazine 7. Ogni sette giorni sette mezze verità. Risposte alle vostre domande sull’attualità, il mondo, la politica. Questa puntata è uscita sul numero in edicola il 21 aprile. La proponiamo online per i lettori di Corriere.it

Cara Lilli, che c’azzecca Renzi direttore di giornale? Non gli bastava fare il senatore, dirigere una testata è una cosa delicata; come lei sa. Meriterebbe più dedizione e non solo opportunismo.

Tiziana Montrasio

Cara Tiziana,

il senatore Matteo Renzi è un uomo indiscutibilmente intraprendente e scaltro. Non ha ancora compiuto 50 anni, ma è già stato presidente di Provincia, sindaco, presidente del Consiglio per tre anni, leader di due partiti; alla sua attività politica poi negli ultimi anni ha affiancato quella di divulgatore televisivo con un documentario su Firenze (andato male), ed è tuttora conferenziere a pagamento in giro per il mondo.

Fa parte del board della fondazione saudita Future Initiative Investment del principe ereditario Mohammed bin Salman, tuttora considerato il mandante del feroce omicidio del giornalista Kashoggi... Ed è, come detto, senatore della Repubblica. Ora, conosciamo bene il “ritornello”: non c’è alcuna incompatibilità legale fra il ruolo politico di Renzi e le sue altre attività private. Resta però il tema dell’opportunità politica, così come resta inevasa la domanda su quali siano i veri interessi che Renzi tutela rivestendo contemporaneamente più ruoli, ad esempio quello di politico stipendiato dai cittadini e conferenziere stipendiato da una monarchia assoluta come l’Arabia Saudita.

A tutto ciò, avendo evidentemente ancora molto tempo libero ( l’indice di presenze di Renzi al Senato è del 34,8% ), il leader di Italia viva ha deciso di affiancare la carriera giornalistica, assumendo per un anno la direzione del quotidiano Il Riformista. Attenzione, Renzi non sarà il direttore responsabile: in Italia per legge può esserlo solo chi è iscritto all’Albo dei giornalisti. Sarà quindi un direttore editoriale. Non è una differenza di poco conto, visto che non dovrà essere lui a rispondere di eventuali querele. Quindi, per fare un esempio concreto, uno dei recordman di querele ai giornalisti, il senatore Matteo Renzi, non potrà citare in giudizio il direttore Matteo Renzi. E già questo deve essere stato un bel sollievo nell’assumere il nuovo incarico.

Renzi ha poi ricordato che esistono precedenti illustri di parlamentari direttori di quotidiani, citando Walter Veltroni e Sergio Mattarella. Vero, anche se andrebbe precisato che i due hanno diretto giornali di partito come L’Unità e Il Popolo, organi ufficiali di Pds e Dc, entrambi senza esserne in quel momento i leader. Resta quindi una contraddizione da cui non si esce: se Il Riformista non è un giornale di partito - come ha sottolineato il leader di Azione, Carlo Calenda - e se il giornalismo per sua vocazione deve controllare l’operato del potere, cosa ci fa Matteo Renzi lì? Nella vita si può cambiare, spesso è salutare farlo. Ma c’è un modo di dire preciso per chi occupa diversi ruoli contemporaneamente: fare tante parti in commedia. Appunto, commedia. Mentre la politica e il giornalismo dovrebbero essere delle cose serie.

Estratto da ilriformista.it il 12 aprile 2023.

Dopo l’annuncio di Matteo Renzi, alla guida editoriale del Riformista, sarà Andrea Ruggieri il nuovo direttore responsabile del quotidiano che sarà diretto fino al 2 maggio da Piero Sansonetti.

 L’annuncio arriva dall’avvocato Alfredo Romeo, editore del Riformista. “Sarà Andrea Ruggeri il direttore responsabile del Riformista. Lavorerà insieme a Matteo Renzi per rendere Il Riformista sempre di più il giornale punto di riferimento per tutti i riformisti.

 A Renzi e a Ruggeri ho chiesto di fare un quotidiano aperto, capace di informare e creare dibattito, e aiutare l’Italia ad uscire dall’attuale immobilismo, che ingabbia la sua fantasia e il suo sviluppo, e di entrare in una stagione di riforme che producano ricchezze, benessere ed equità sociale”.

Quanto al Riformista – fa sapere Renzi nella sua Enews – sono lieto di annunciare che il direttore responsabile che mi affiancherà in questa avventura sarà Andrea Ruggieri, giornalista professionista, già impegnato in Parlamento con Forza Italia nella scorsa legislatura. Con Andrea stiamo costruendo una bella squadra redazionale e condividendo molte idee affascinanti. Ne parleremo presto. Saremo in edicola col “nostro” Riformista dal 3 maggio: per adesso prosegue il lavoro dell’ottimo Piero Sansonetti che tra qualche giorno prenderà la guida de “l’Unità”.  […]

Dagospia il 17 aprile 2023. Da “Un Giorno da Pecora” - Rai Radio1

“Hanno tolto me da Fi mettendo al mio posto un senatore che non sa parlare italiano, si chiama Francesco Silvestro, vi faccio sentire qualche istante di una sua intervista. Con uno del genere come faccio a votare per Fi?” A parlare, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è Andrea Ruggieri, ex deputato di Fi e ora direttore responsabile de il Riformista. 

Chi è che non l’ha più voluta in Fi? “Coloro che hanno fatto le liste: Tajani, Barelli, Bernini e Ronzulli”. Che tipo di rapporto aveva con questi suoi ex colleghi? “Con Tajani ho provato in tutti i modi ad andare d’accordo, Barelli e Bernini mi hanno sorpreso, con loro credevo di avere un buon rapporto. Ronzulli non mi amava, non faceva che parlare in giro, tecnicamente, quasi in maniera calunniosa di me”. 

Qualcuno ha detto qualcosa di falso su di lei? “Hanno mandato in giro pettegolezzi inventati che mi hanno danneggiato, qualcuno che voleva screditarmi si è inventato più di una volta aneddoti inesistenti, contrari al mio stile di vita, spacciandoli per veri, nel tentativo patetico di screditarmi agli occhi di Silvio Berlusconi”. Ruggieri, a Un Giorno da Pecora, ha poi raccontato di quando, nel 2017, chiamava Arcore imitando la voce di Gianni Letta pur di parlare con Berlusconi. 

“Io chiamavo Berlusconi e non me lo passavano. Allora telefonavo di nuovo ma stavolta imitando la voce di Letta, e dicevo alla segreteria: ‘buongiorno sono il dottor Letta, c’è il Presidente’? E loro me lo passavano”. E cosa diceva al Presidente? “Guardi sono Andrea, ho dovuto fare questa cosa per parlarle. E lui scoppiava a ridere…”

DAGOREPORT il 5 aprile 2023.

Uscito malconcio dalla partita sulle nomine Rai, dove la sua pupilla, Maria Elena Boschi si è dovuta accontentare della vicepresidenza della Commissione di Vigilanza, Matteo Renzi ha già il radar puntato verso le sue prossime mosse, obiettivo europee 2024.

 Sia Azione, del suo “partner in crime” Carlo Calenda, sia ''Arabia Viva'', infatti, pretendevano la guida della Vigilanza, sostenendo di non aver ricevuto adeguata rappresentanza nelle commissioni parlamentari.

La mancata nomina di MEB, se da un lato ha fatto masticare amaro Matteonzo d’Arabia, dall’altro non è dispiaciuta troppo a Don Ciccio Calenda, che vive con silenziosa goduria tutto ciò che porta al ridimensionamento della truppa di Italia Viva.

 D’altronde, tra i due ego-leader del Terzo Polo, ormai è in corso una guerra fredda: Renzi e Calenda non si sono mai amati, caratterialmente “non si prendono”, e il progetto politico della fusione tra i loro due partiti appartiene al cestino dei ricordi, al punto che alle regionali in Friuli Venezia Giulia sono stati superati anche dalla lista dei No-Vax.

Quel che resta di Forza Italia dialoga ormai solo con Calenda, avendo ormai compreso che Renzi è la parte meno affidabile (e perdente) del tandem. Anche perché le grandi strategie di Matteonzo sono andate a farsi benedire: sperava, con il voto determinante per l’elezione di Ignazio La Russa a Presidente del Senato, che il suo partito potesse diventare una stampella del governo Meloni.

 Ma dopo il siluramento di Licia Ronzulli e la svolta governista-tajanea degli azzurri, l’operazione è miseramente fallita, rendendo inutili i voti di cui dispone in Senato. Non serve un pallottoliere per capire che le truppe renziane sono ridotte a quattri amici al bar: intorno a Matteo ormai sono rimasti pochi fedelissimi, tra cui Bonifazi, Marattin e Boschi. Gli stessi “italiaviveur” Bonetti e Rosato vanno a corrente alternata, praticando dei distinguo rispetto alla linea del loro leader.

Capita l’antifona, e subodorando aria da fine cuccagna, anziché perdere per KO, Renzi ha preferito perdere ai punti, facendo un’inversione a U rispetto al progetto di grande stratega d’Aula.

 È in questo contesto che, una settimana fa, è arrivata la proposta di diventare direttore del “Riformista” da parte di Alfredo Romeo, già coinvolto nell’inchiesta Consip con suo padre, Tiziano, e con la dentiera avvelenata verso i magistrati.

 Da una parte. Dall'altra Matteonzo, rimasto invischiato nell'inchiesta della Fondazione Open, ha ingaggiato una violenta battaglia contro Travaglio e Ranucci e i giudici di Firenze, Turco e Nastasi, accusandoli di abuso di ufficio; una battaglia dalla quale è uscito con le ossa rotte.

L’elegante imprenditore napoletano, che negli ultimi tempi ha rotto misteriosamente i rapporti con il suo consigliori Italo Bocchino (anche lui venne indagato per il caso Consip), dopo aver acquisito l'Unità, dove ha piazzato il sodale Sandonetti, aveva offerto la direzione del quotidiano a due esponenti di Forza Italia, ricevendo un “no, grazie”. Alla ricerca di un profilo tra l'iper-garantista e l’anti-giustizialista, Romeo ha pensato a Renzi, che negli ultimi mesi si è costruito un perfetto identikit da randellatore di magistrati, con le sue invettive contro la Procura di Firenze.

 Ricevuta la proposta, Renzi ha cominciato a far circolare voci sul suo bisogno di fare un “passo di lato”, di prendersi una pausa, di voler dedicare più tempo “per studiare, per leggere, per perdere quei dieci chili che ho preso”. Insomma, ha fatto scrivere al “Corriere della Sera” di avere necessità di un “pit-stop”, mai così provvidenziale.

Ps. Gli “addetti ai livori” hanno notato che Renzi è diventato direttore editoriale del quotidiano che per mesi ha sponsorizzato e difeso l’ex 007 Marco Mancini, attaccando i suoi principali nemici: Elisabetta Belloni e Franco Gabrielli, cioè coloro che l’hanno silurato dall’intelligence.

Dagospia. Dal profilo Facebook di Vincenzo Iurillo. Roma, 5 apr. (LaPresse il 5 aprile 2023) - "No, non ritiro le querele" ai giornalisti e "ora anzi le rischio". Così Matteo Renzi, nella sede della associazione della stampa estera, durante la sua presentazione come nuovo direttore del Riformista. gir/fed

Matteo Renzi non è iscritto all'Ordine dei Giornalisti (è riscontrabile da fonti aperte, l'albo è consultabile on line sul sito Odg) e di conseguenza non può assumere la direzione di un giornale. Dunque, non saranno attirate sulla sua figura le querele di cui il direttore responsabile risponde per omesso controllo su ciò che va in pagina. Renzi va ad assumere il ruolo di direttore editoriale. Che è un'altra cosa.

Ma anche se fosse stato iscritto all'ordine dei giornalisti, in qualità di parlamentare, Renzi non poteva comunque assumere il ruolo di direttore responsabile.

Il mandato di parlamentare comporta forti garanzie e protezioni giuridiche: un deputato o un senatore non sono perseguibili per l'espressione delle proprie opinioni (immunità parlamentare).

Come ci ricordano fonti aperte, la prima legge repubblicana sulla stampa (l. 8 febbraio 1948) stabilisce che, nel caso in cui un parlamentare sia posto alla direzione di un giornale, debba essere contestualmente nominato un Responsabile (art. 3), che risponda per tutti gli obblighi di legge. In questi casi il giornale ha un “direttore” e un “responsabile”. Le querele le rischia solo quest'ultimo. Quindi Renzi come sempre è un cazzaro.”

Estratto dell’articolo di Vincenzo Iurillo per “il Fatto Quotidiano” il 7 aprile 2023.

La notizia è appena di due giorni fa: Matteo Renzi direttore editoriale del Riformista. Il proprietario del quotidiano è Alfredo Romeo, un uomo dal lungo curriculum professionale e anche giudiziario. Che cominciò molti anni addietro nella prima Tangentopoli degli anni 90, quando Romeo a Napoli fu condannato per mazzette miliardarie al deputato Dc Vito e altri, intorno alla gestione del patrimonio pubblico comunale.

 Condanna a 2 anni e 6 mesi annullata nel 2000 dalla Cassazione per prescrizione, dopo la riqualificazione del reato da corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio a corruzione per atto d’ufficio.

Nel 2008 poi l’imprenditore è stato arrestato e rinviato a giudizio per gli appalti del cosiddetto ‘sistema Romeo’ con l’accusa di aver messo a libro paga mezza politica napoletana per farsi cucire addosso le delibere Global service. Ne esce con l’assoluzione totale.

 Nel marzo 2017 poi Romeo è stato assolto in un processo che lo accusava di abusi edilizi sulla costruzione di due piani di un lussuoso albergo su via Marina. Un’altra indagine per peculato intorno alla gestione del patrimonio immobiliare comunale viene chiusa invece nel 2019 con l’archiviazione.

[…]  oggi ha anche diversi processi in corso. Nel 2017, infatti, Romeo è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta romana e condannato in primo grado nel 2022 a due anni e mezzo per la corruzione di un funzionario Consip che ha patteggiato.

 In un altro processo, nato dalla medesima indagine, è ancora imputato per traffico di influenze illecite sulla gara Consip FM4 con il padre del suo neo-direttore, Tiziano Renzi (per il quale la procura in un primo momento aveva chiesto l’archiviazione).

 […]

Processi in corso per l’imprenditore anche a Napoli, dove Romeo è alla sbarra in due processi nati da indagini sulle commesse dell’ospedale Cardarelli: uno per corruzione insieme a un suo stretto collaboratore, Ivan Russo; e un altro per associazione a delinquere finalizzata a reati di Pubblica amministrazione, con alcuni tra i suoi più stretti collaboratori, tra cui l’ex parlamentare Italo Bocchino e alcuni dirigenti della Romeo Gestioni Spa. A Napoli, Romeo poi è stato prosciolto da due ipotesi di evasione fiscale e da una ipotesi di corruzione per lavori di riqualificazione urbana nelle aree prossime al suo hotel.

Le polemiche sulla nuova direzione del giornale. Travaglio e giornaloni contro Riformista e Unità: Renzi e Romeo allarmano l’establishment. Piero Sansonetti su Il Riformista il 7 aprile 2023

La notizia che Matteo Renzi assumerà la direzione del Riformista dal primo maggio ha scombussolato l’establishment. Sia nel campo della politica sia – soprattutto – nel campo dell’editoria e del giornalismo. La ragione della sorpresa e dell’irritazione non sta solo nella mossa improvvisa dell’ex presidente del Consiglio, che – attraverso la direzione di un giornale – riapre la sua battaglia politica e di idee (Si racconta che quando a Riccardo Lombardi fu proposta da Nenni la vicesegreteria del partito, egli rispose con sdegno: “Non so che farmene, voglio la direzione dell’ Avanti! perché io voglio fare politica, non il burocrate…”).

La seconda fortissima ragione dello stupore e della rabbia va cercata nel nome dell’editore. Il fatto che Alfredo Romeo raddoppi la sua forza editoriale, affiancando al vecchio e rilanciato Riformista la testata prestigiosissima dell’Unità, e che diventi il più importante editore della sinistra (dai tempi del vecchio Terenzi) non è stata accolta affatto bene. Nel mondo dell’editoria gli editori liberi non sono mai piaciuti. Anzi, sono temutissimi. Se un imprenditore mette la sua forza economica al servizio dell’informazione e di alcune idee – e non per corrompere l’editoria e le idee – la cosa preoccupa molto. Oggi la debolezza, in Italia, della stampa e del sistema di informazione è evidentissima. Non a caso l’Italia nella classifica dei paesi con l’informazione libera è più giù del settantesimo posto. Maglia nera. L’informazione in Italia è totalmente dominata da due colossi: il potere economico e le Procure. Che talvolta si affiancano, raramente si contrappongono, spesso si spalleggiano. Gli attori principali di questo poderoso schieramento sono Il Fatto, giornale delle Procure, e quelli che Travaglio chiama “i giornaloni”. Sono entità simili e complementari.

Né le Procure né il potere economico hanno visto di buon occhio il rilancio editoriale di Romeo. Hanno l’impressione che sia sceso in campo un corpo estraneo che non può essere controllato. E perciò è pericoloso: è corsaro, è indipendente, non risponde alla tirata di briglia, non si fa imbeccare. Va combattuto con cannoni ad alzo zero. La storia anche di imprenditore di Alfredo Romeo è sempre segnata dalla sua indipendenza, che non è mai piaciuta in giro. Romeo ha sempre lavorato in solitudine, non è mai entrato nelle cordate, non ha mai diviso il pane coi suoi concorrenti, non ha mai cercato né accettato accordi o compromessi. Romeo ha sempre avuto questa idea – giusta o sbagliata, non saprei – che un imprenditore deve lavorare da solo, rischiare da solo, guadagnare da solo, investire da solo. A me – che da qualche anno sono suo amico – me l’ha spiegata tante volte questa sua filosofia, e mi ha anche detto che è una filosofia che gli ha reso molto nella vita ma gli ha imposto anche prezzi altissimi. Tra gli altri quello di avere trascorso in prigione circa un anno, e aver subito ingiurie, assalti, insolenze, diffamazioni, per poi essere del tutto assolto.

Ve l’ho detto che è amico mio, oltre ad essere mio editore, ma non è per questo che dico che Romeo è un perseguitato, nel senso letterale della parola. È un perseguitato perché così dicono i fatti: è stato messo due volte in prigione, è stato intercettato per circa 12 anni, giorno e notte – in casa in ufficio, in auto, al ristorante, persino in arereo, dove, a parte lui, non hanno mai intercettato nessuno- è stato inquisito 16 volte, è incensurato, ha già ottenuto una decina di assoluzioni. Le intercettazioni non hanno portato a nessun risultato: solo spese per lo Stato. Ora, diciamoci la verità: quanti di noi, se intercettati per 12 anni consecutivi, ne uscirebbero idenni? La sostanza della vicenda giudiziaria di Romeo è questa. È uno degli esempi più lampanti di malagiustizia e di collusione tra potere economico e magistratura, e di uso di pezzi della magistratura per alterare le leggi della libera concorrenza e per danneggiare l’economia sana a vantaggio dell’economia “protetta”.

Gran parte della stampa, dicevamo, è rimasta sorpresa e si è infuriata per questa invasione di campo di Romeo. L’idea dei gruppi dirigenti della stampa è evidente ed è sempre stata quella: “l’informazione è cosa nostra. Nessuno è ammesso al nostro tavolo se non si sottomette”. Romeo, invece, senza chiedere il permesso, ha dato una gran manata sul tavolo e ha deciso di irrompere nell’arena con dei giornali indipendenti in un paese che non conosce indipendenza della stampa. Prima ha guidato per tre anni l’esperienza – che io credo sia stata molto importante – del Riformista, unico giornale totalmente garantista, poi ha raddoppiato acquistando l’Unità. Il più furioso di tutti, naturalmente è Il Fatto. Che è andato un po’ fuori di testa. Travaglio ha scatenato le sue pagine contro Romeo, e anche contro Renzi. Con articoli in gran parte comici. A partire dal suo, che riesce a parlare di tutte le ipotetiche malefatte di Romeo senza mai dire che l’accusa che gli è stata fatta, e cioè di avere turbato le aste di Consip, si è conclusa con un’assoluzione piena che chiude definitivamente tutta la vicenda, e cioè anni e anni di campagna di stampa diffamatoria e di calunnie. Il tribunale ha detto: no, Romeo non ha turbato un fico secco.

Anni – dicevamo – di campagna di diffamazione, che hanno portato danni umani, fisici e anche economici – grandissimi – a Romeo. Per i quali, credo, nessuno lo risarcirà. Ma il punto sommo della comicità, da parte del Fatto Quotidiano, è raggiunto da un articolo pubblicato in pagina interna, nel quale si citano con sdegno anti-Romeo tutte le sue vicende processuali. E poi, ogni capitoletto, ciascuno dedicato all’indignazione per gli orrori combinati da Romeo secondo i Pm, si conclude con una riga che sembra uno scherzo, sempre uguale: “Però è stato assolto…”. Alto giornalismo, diciamo la verità, non so se ormai è il tipo di giornalismo che si insegna nelle scuole di giornalismo. Certo, se dico che è robaccia lo faccio solo perché sono un tipo che usa le parole con sobrietà.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Renzi: “Così sarà il mio Riformista”, le polemiche di Fontana che dimentica i direttori-onorevoli avuti in passato. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 6 aprile 2023

Matteo Renzi spariglia. Non lascia, «raddoppia», dice. E alla politica affianca una sfida giornalistica che ci riguarda direttamente. Sarà il senatore che ha inventato la Leopolda, guidato il Pd, conquistato Palazzo Chigi e fondato Italia Viva a dirigere Il Riformista a partire da maggio, mentre Piero Sansonetti dirigerà l’Unità: i due quotidiani del Gruppo Romeo saranno parallelamente in pista.

Due voci diverse, libere e indipendenti del centrosinistra e del mondo liblab, unite dalla sensibilità garantista e dall’attenzione al mondo dei diritti. Alfredo Romeo finalizza una operazione destinata a essere ricordata: «Oggi più che mai editoria e informazione sono capisaldi delle libertà e della democrazia. Nel panorama della stampa italiana ci sono ampi spazi da riempire, così, ho deciso di investire per aiutare a colmarli», dichiara. E precisa: «L’editoria difficilmente è un affare vantaggioso, ma non penso che il profitto possa essere l’unico scopo e l’unico interesse di un imprenditore». Certo, quella di avere un Renzi alla guida di una testata non è una notizia come un’altra e le reazioni, dagli auguri della premier Giorgia Meloni a quelli di Carlo Calenda, hanno coinvolto in primis la politica. Il quotidiano arancione festeggia il suo quarto anno di crescita mettendo alla guida della testata un Renzi deciso a dare il suo contributo a quella fabbrica delle idee riformiste da rilanciare. Classe 1975 e da sempre appassionato di informazione e nuovi media (ha scritto un libro su Google e uno su Twitter), Renzi ha dato vita lo scorso anno a Radio Leopolda, in breve arrivata a diventare l’emittente di riferimento di una vasta area politico-culturale.

La presentazione delle due novità, nuova Unità e nuovo Riformista all’Associazione Stampa Estera davanti a un centinaio di giornalisti e operatori dell’informazione. Sansonetti può dirsi soddisfatto, nel passargli il testimone: Il Riformista rinato con lui nel 2019 è entrato nelle classifiche dei 50 media più letti e influenti, e tra i parlamentari è al quarto posto come testata. Senza mai piegare la testa o mangiarsi una notizia, ha pubblicato inchieste e interviste che oltre ai lettori hanno portato a decine di querele. “Tutte di magistrati”, commenta con un filo di ironia Sansonetti: “Tra loro è difficile che si archivino”. Renzi chiarisce da subito che il garantismo rimane pietra angolare della testata. Il senatore prosegue: «Ho una passione vera con tutto ciò che ha a vedere con verità e viralità. Dopo la sconfitta referendaria l’unica cosa che dissi è che ‘stiamo entrando nell’era della post verità». E poi: «La verità del Riformista sta nel non essere col sovranismo di Giorgia Meloni né con la linea del Pd di Elly Schlein e del Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte».

Matteo Renzi continua: «Non lascio ma raddoppio. Continuerò a fare il parlamentare, continuerò a fare opposizione e inizierò a fare questa operazione di verità con il Riformista. Non ci sarà posizione politica legata a vicende del Terzo Polo». «Ci saranno posizioni diverse rispetto a prima – continua Renzi – a partire dalla guerra in Ucraina. Il trait d’union con l’Unità è quello del garantismo radicale“. E poi indica i temi forti, le priorità: l’innovazione, le riforme, il nucleare. Con l’ambizione di “proporre un’agenda diversa” rispetto a quella dell’attuale dibattito e parlare «ai moderati del centrodestra e alle aree del Pd che non si riconoscono in Schlein». Matteo Renzi descrive così l’indirizzo che vorrà dare a Il Riformista, in una doppia veste di parlamentare e direttore che a chi storce la bocca, ricorda fu già di “Veltroni a L’Unità e di Sergio Mattarella al glorioso Il Popolo”.

La notizia arriva in mattinata, la annuncia un tweet del quotidiano, rilanciato poi da Renzi: «Siamo stati bravissimi a tenere il segreto», si diverte l’ex premier, rivelando che Giorgia Meloni «è stata la prima a saperlo: resto un suo fiero avversario, ma l’ho chiamata stamattina per dirglielo». Dunque prima anche di Carlo Calenda, che però «mi sembra entusiasta, ha già ritwittato… «Se rilancia un giornale sono contento – commenta il leader di Azione – Dopodichè non è il giornale del Terzo Polo e non rappresenterà la linea del Terzo Polo». L’idea di dirigere il giornale, scherza ancora Renzi, arriva da un insospettabile: «Non dirò mai il nome dell’autorevole parlamentare del Pd che ha suggerito a Sansonetti il mio nome per la direzione del Riformista, gli rovinerei la carriera politica… e non voglio rovinare la carriera di Gianni Cuperlo». L’obiettivo dunque è quello di parlare a quell’area che va «dai moderati ai liberali che non si riconoscono certo nella “sinistra radicale” di Elly Schlein. Lo spazio politico per il Terzo polo sono convinto che ci sia e sia ampio, penso che lo spazio del Riformista debba andare oltre il Terzo polo», chiosa Renzi.

Un obiettivo «in linea con la mia esperienza politica: non lascio ma raddoppio. Continuerò a fare il parlamentare dell’opposizione, continuerò a intervenire in Aula, continuerò a fare quello che facevo prima. Ma ci metto anche un’operazione che per me serve al Paese». In un ruolo singolare, considerando il rapporto con i giornalisti, segnato da numerose querele: “Non le ritiro”, afferma Renzi, “e ora semmai rischio di riceverle…”. E arriva anche una domanda sui rapporti con l’Arabia Saudita, patria del giornalista Kashoggi fatto barbaramente uccidere: «Il mio giudizio sul futuro dell’Arabia Saudita fu molto criticato, parlai di nuovo Rinascimento, se parliamo di geopolitica non ho alcun motivo per cambiare idea», rivendica Renzi. «Poi come in tanti altri Paesi non c’è un regime di libertà di informazione, come anche in alcuni Paesi d’Europa e io su questo ho sempre parlato nelle sedi opportune».

Non sono mancate le voci polemiche. Il M5S sentenzia prima ancora di poter valutare il lavoro del futuro direttore: «Renzi oggi ci fa sapere che assume la direzione del Riformista ma che non ha alcuna intenzione di lasciare il suo ruolo da parlamentare». Lavorare, e molto, sembra essere un argomento che preoccupa parecchio, da quelle parti. «È francamente preoccupante che un parlamentare in piena attività diriga contemporaneamente un quotidiano. Renzi non vede o fa finta di non vedere che ci sono ragioni di opportunità evidenti nell’assumere questo doppio incarico: la legge non lo vieta, ma che credibilità può avere un giornale diretto da un leader di partito? Qualsiasi parvenza di imparzialità della testata è totalmente compromessa, ma evidentemente per Renzi – abituato ai doppi incarichi fuori dal Parlamento – questo non è un problema», fanno sapere i capogruppo M5S in commissione Cultura alla Camera e al Senato, Anna Laura Orrico e Luca Pirondini. Esorbitante l’intemerata del direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana.

«Mi stupisce che Renzi voglia fare tremila mestieri e non l’unico per cui è stato eletto dal popolo italiano, che è quello di fare il senatore della Repubblica», dice lo stesso Fontana che ha lavorato all’Unità diretta dall’onorevole Macaluso, a quella diretta dall’onorevole Chiaromonte, a quella diretta dall’onorevole D’Alema e anche a quella diretta dall’onorevole Veltroni, adombrando che vi sia una qualche incompatibilità tra fare il senatore e dirigere un giornale. Gli risponde Vittorio Feltri: «Nessun conflitto di interessi, non esiste incompatibilità. Renzi sarà capace di farlo bene. Renzi è tutt’altro che stupido, a me piace molto. Certo, di puttanate nella vita ne ha fatte tante, specialmente in politica e, secondo me anche immeritatamente, è stato messo in un cantuccio. Ma io credo che saprà fare bene, almeno me lo auguro».

Diversa l’analisi di Vittorio Sgarbi, che vede nella direzione affidata a Renzi il progetto di una cucitura tra elettori (e lettori) liberali e riformisti: «Il Pd non smotta verso di lui, la Schlein è formidabile e chi è già dentro resta lì. Lui che pensava di recuperare i moderati non avrà altro che andare verso destra. Un tema che lui ha ereditato da Berlusconi è quello della giustizia. Il Riformista è un classico giornale che fa queste battaglie. Il suo problema è che non piace al popolo, che non vuole essere preso per il c..o. Per cui è bravissimo, ma gli è andata male per cui fare il direttore di un giornale può essere molto efficace per esprimere delle posizioni».

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Estratto dell'articolo di Lorenzo De Cicco per repubblica.it il 6 aprile 2023.

Chiederà un’intervista a Giorgia Meloni. E ad Elly Schlein. Chi? Matteo Renzi. Neo-direttore del Riformista. “Perché no? – risponde a Repubblica l’ex rottamatore, nel giorno dell’investitura – Con Meloni verrebbe bene. Una chiacchierata tra un ex premier e una premier in carica. Potremmo parlare di come ti cambia la vita a Palazzo Chigi”.

 […] E Schlein? “Come Meloni, non sarà il target, diciamo così, del giornale che ho in mente. Ma la intervisterei”. Sempre che la nuova inquilina del Nazareno accetti. Ai nuovi quasi-colleghi della carta stampata Renzi però non farà sconti. Anzi. "Non ritirerò le querele - annuncia - semmai ora ne rischierò qualcuna". Senza grandi angosce, in realtà: le querele arriveranno al direttore responsabile, che non sarà lui, dato che farà il direttore editoriale.

Questione di incompatibilità: Renzi non è iscritto all'albo dei giornalisti e, soprattutto, è parlamentare, dunque non può avere la responsabilità di un giornale, per legge. E sempre perché conserverà lo scranno in Senato, anche le querele contro gli articoli che firmerà in prima persona saranno scudate dall'immunità parlamentare: le indagini dovranno essere vagliate dalla giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama.

 Renzi direttore, dunque, ma senza il fardello degli strascichi legali. […] dirigerà il giornale ex Angelucci ora di proprietà di Alfredo Romeo (che è stato imputato con Renzi padre nel caso Consip, “tutte invenzioni”, dice il senatore), lo stesso imprenditore che ora vorrebbe rilanciare il giornale fondato da Gramsci.

[…] Per Renzi sarà un regno, editorialmente parlando, piccolino: le copie del Riformista non sono censite; si sa invece che ha 5 redattori, ma quasi tutti trasmigreranno con Sansonetti a l’Unità, che ne avrà 7 e infatti il vecchio comitato di redazione già protesta.

 Dunque Renzi potrà assumerne 4-5, di giornalisti, tra cui il direttore responsabile, da spedire in tv, e un caporedattore-macchina. La nuova avventura cartacea comunque lo stimola. “Anche Mattarella è stato direttore del Popolo”, ricorda. E anche Veltroni e D’Alema, proprio con l’Unità.  “Sono felice, è una fase in cui c’è un disperato bisogno di verità e di libertà”. E a proposito di libertà d’informazione, gli chiedono in conferenza stampa, ne parlerà anche in Arabia Saudita? “Sul tema – replica lui - ho sempre fatto sentire la mia voce come membro del governo e del parlamento. Il caso Kashoggi? L’ho condannato”.

[…] Calenda per ora è il più entusiasta, forse perché spera di avere finalmente campo libero nel gestire il partito: “Complimenti per il prestigioso incarico”, gli ha twittato ieri. Ma appunto, Renzi in realtà non lascia. Nel cartello centrista-macroniano continua a credere, assicura, nonostante il risultato striminzito alle regionali friulane.

[…] Recluterà collaboratori anche fra gli eletti dem, che un po’ si offrono, come ieri in Senato faceva, scherzando, la ministra Daniela Santanché: "Fammi scrivere di turismo". Risposta: “Ma no, semmai Briatore, che vi ha criticato”. “Figurarsi, non gli ho parlato per due giorni”.

La svolta editorial. Renzi direttore del Riformista: no, non mi piace. Matteo Renzi è diventato il nuovo direttore de Il Riformista. Quindi ora fa il senatore o il giornalista? Nicola Porro il 6 Aprile 2023,

Non posso non affrontare la questione che riguarda il nuovo direttore del Riformista, Matteo Renzi. Stamani, Roncone, sul Corriere della Sera, lo sfotte dicendo che Renzi fa qualsiasi lavoro tranne fare il senatore nonostante sia pagato dai contribuenti. Poi il Domani lo definisce il “direttore irresponsabile“. Il perché sia irresponsabile ce lo spiega Travaglio in questa specie di burocratismo assurdo. Renzi, infatti, non è iscritto all’ordine giornalisti e quindi non può essere direttore responsabile. Di fatto, non deve rispondere legalmente delle cazzate che verranno scritte sul Riformista.

Io ad esempio sono direttore responsabile di questo sito quindi, ad ogni cazzata che scrivono i miei giornalisti, ne pago le conseguenze sia penalmente che civilmente. Renzi non solo gode dell’immunità parlamentare, ma ci avrà una testa di paglia (oppure un suo amichetto) che sarà responsabile di quello che verrà scritto sul giornale di cui lui è direttore editoriale.

La cosa divertente, come dice Travaglio, è che Renzi, rimasto senza elettori, ora va alla ricerca di lettori. Io credo che nella vita uno debba decidere che cosa fare e cosa no. Un senatore non può pensare di fare il giornalista: non è libero di dire certe cose perché è di parte. Anche io sono di parte, ma gli unici a cui devo rendere conto siete voi commensali. Non devo cercare voti al Senato né tantomeno mi candido a governare il Paese.

Francamente non so se sarà un ottimo giornalista o meno, so solo che, in un paese normale, le carriere da politico e da giornalista non dovrebbero mescolarsi come invece è successo nei casi di Polito, Gruber, Santoro e tanti altri che oggi si dichiarano giornalisti e, in quanto tali, pretendono di non essere considerati di parte.

Nicola Porro, 6 aprile 2023

Renzi nuovo direttore del “Riformista”: giornale di proprietà del coimputato del padre. Stefano Baudino su L'Indipendente il 5 Aprile 2023

«Capisco che a qualcuno faccia un po’ sorridere o preoccupare, ma io ho una passione vera per il rapporto tra verità e viralità». Matteo Renzi ha aperto con queste parole la conferenza stampa con cui oggi ha annunciato di essere stato nominato nuovo direttore del quotidiano Il Riformista. Al suo fianco, un soddisfatto Piero Sansonetti, che gli cede il posto per andare a dirigere L’Unità, storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci, riaperto dopo anni di crisi. Entrambi agiranno sotto l’egida dell’editore Alfredo Romeo, il quale è peraltro coimputato con Tiziano Renzi – padre dell’ex premier – per traffico di influenze illecite nell’ambito dell’inchiesta Consip. In questi anni, ovviamente, i due sono stati strenuamente difesi da Sansonetti, in nome della linea garantista che rappresenta il marchio di fabbrica del quotidiano.

«Io penso che la forza di un giornale libero, che oggi si deve giudicare non più dalle copie vendute ma dalla credibilità e autorevolezza della narrazione che propone, sia proprio quella di riuscire a fornire un racconto, una verità, che nel caso del Riformista sta nel proprio nome», ha dichiarato Renzi. Un’identità che, secondo il senatore del Terzo Polo, si troverà fisiologicamente a contrapporsi a quella del «sovranismo» della maggioranza di destra e a quella della «sinistra radicale che ha vinto il congresso del Pd con Elly Schlein».

La scelta di accettare la nomina è considerata da Renzi «molto in linea» con la sua esperienza politica. Una strada che, peraltro, l’ex premier non ha nessuna intenzione di mollare: «Non lascio ma raddoppio, continuerò a fare il mio lavoro da parlamentare e intervenire in aula», ha chiarito. Ancora una volta, insomma, un importante esponente del mondo politico italiano si trova a entrare in tackle scivolato nel mondo dell’informazione, in barba ai più basici meccanismi sottesi alla separazione tra potere politico e mediatico.

Nessun altro parlamentare, oggi, detiene la direzione di una testata giornalistica. Renzi si difende dalle accuse di conflitto di interessi citando, in particolare, due casi: «Tanti parlamentari hanno fatto i direttori: Veltroni era vice direttore dell’Unità, Mattarella direttore del Popolo». Peccato che, quando Veltroni lo dirigeva, L’Unità fosse l’organo ufficiale del Partito Democratico della Sinistra; lo stesso discorso vale per Il Popolo, testata ufficiale del Partito Popolare Italiano negli anni della direzione di Mattarella. Una sottile differenza che Renzi si è ben guardato dal sottolineare.

L’operazione ha tutte le caratteristiche di un vero e proprio assist fornito alla sua forza politica di appartenenza. Renzi lo dice senza mezzi termini: «Nel mio piccolo darò una mano anche da direttore del Riformista al progetto del Terzo Polo», di cui si ritiene «un leale collaboratore». Ma il senatore punta ancora più in alto: «Il Riformista ambisce ad essere letto come primo giornale da un pezzo di mondo dell’attuale maggioranza, penso al mondo dei moderati di Forza Italia, dell’Udc e di un centro-destra riformista che c’è e fa fatica a imporsi, e che parla a un mondo dell’area del Pd che non si riconosce appieno nelle posizioni della Schlein».

Rispetto al rapporto con L’Unità, al netto della diversità di vedute sulla guerra in Ucraina – Renzi, a differenza di Sansonetti, è estremamente favorevole all’invio delle armi a Kiev – il politico delinea un «fil-rouge»: ovviamente, quello del «garantismo». A questo proposito, Renzi cita la situazione dell’ex vicepresidente del Parlamento Europeo Eva Kaili, coinvolta nell’inchiesta “Qatargate” e sottoposta a carcerazione preventiva da 5 mesi «perché confessi». Nonostante abbia ammesso che vi sia un problema di «libertà di informazione» in Arabia Saudita, dove è arrivato a guadagnare oltre un milione di euro per “prestazioni fornite in qualità di consulente“, rispondendo alla domanda di un giornalista il neo direttore del Riformista ha comunque voluto difendere il regime di Riad, che a suo dire avrebbe assunto «una leadership in un percorso di innovazione».

Non possedendo Renzi il patentino da giornalista professionista, potrà ricoprire la carica di direttore editoriale ma non quella di direttore responsabile (per il quale si attende la nomina nei prossimi giorni). La nuova avventura del politico, di cui ancora non si conoscono i dettagli contrattuali, partirà ufficialmente il 3 maggio. [di Stefano Baudino]

Matteo Renzi è il nuovo direttore del quotidiano “il Riformista”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 6 Aprile 2023

L'ex presidente del Consiglio ricoprirà l'insolita veste di direttore di una testata giornalistica per un anno. L'attuale direttore, Piero Sansonetti, va a dirigere L'Unità. Entrambi i giornali hanno come editore, l'avvocato ed imprenditore napoletano Alfredo Romeo

Adarne notizia è non solo l’ormai ex direttore Piero Sansonetti, “Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista” e lo stesso leader di Italia Viva ha confermato la notizia. “Ho accettato una sfida affascinante: per un anno sarò il direttore de ‘Il Riformista’”, ha twittato Renzi, dando appuntato a una diretta su Facebook “per – scrive l’ex premier – raccontarvi questo progetto”.

Renzi: “Non lascio l’impegno in politica ma raddoppio”

 “Non lascio ma raddoppio, continuerò a fare il parlamentare di opposizione, a intervenire in Aula, a fare esattamente quello che stavo facendo, ma ci metto sopra un carico da novanta, tentando di fare un’operazione che serve al Paese. Sarò direttore per un anno, poi vedremo cosa fare da grandi”, ha detto Renzi, nella conferenza stampa in cui ha reso noto il suo nuovo incarico.

Meloni prima a sapere che dirigerò il Riformista”

 “Stamani ho chiamato la presidente del consiglio, di cui sono un fiero oppositore e a cui non lasceremo passare mezza virgola, per informarla. È stata la prima a sapere questa notizia”, ha rivelato l’ex premier. “Ringrazio Sansonetti per il lavoro di questi anni” al Riformista, ora che dirige l’Unità “sarà affascinante capire su quali temi l’Unità si caratterizzerà, sarà bello dialogare e discutere a distanza. Credo che la vera notizia sia il ritorno dell’Unità in edicola. Una grande scommessa”, ha aggiunto il leader di Italia Viva.

Ho accettato una sfida affascinante: per un anno sarò il direttore de @ilriformista. Ci vediamo in diretta su Facebook alle 12 per raccontarvi questo progetto.

Subito dopo Carlo Calenda, leader di Azione, si è complimentato con Renzi per “il nuovo prestigioso incarico“. Ed ha aggiunto: “Il Riformista è un giornale che ha fatto tante battaglie di civiltà, con Matteo avrà una voce ancora più forte”, conclude Calenda. Solo poche ore prima il leader del Terzo Polo, su Tgcom24, aveva detto: “Renzi già da tempo non è negli organismi direttivi del Terzo polo, ha fatto un passo indietro. L’aveva promesso e l’ha fatto, fine. È nei fatti, ha rispettato una promessa fatta agli italiani”.

L’avvocato Alfredo Romeo editore de il Riformista e de l’Unità ha pubblicato una sua nota sul sito del quotidiano affidato a Matteo Renzi: “Sono entrato nell’editoria per una ragione semplice: oggi più che mai editoria e informazione sono capisaldi delle libertà e della democrazia. Nel panorama della stampa italiana ci sono spazi molto ampi da riempire. Ho deciso di investire risorse per aiutare a colmare questi spazi. L’editoria difficilmente è un affare vantaggioso, ma non penso che il profitto possa essere l’unico scopo e l’unico interesse di un imprenditore. Sono un imprenditore meridionale, che ha lavorato molto nella sua vita e che da sempre è legato, sia affettivamente sia intellettualmente alle idee di libertà e di giustizia sociale. Perciò mi sono lanciato in questa sfida“.

Il Riformista nato per raccordare la sinistra al centro

 “Questa è la ragione per la quale, quattro anni fa, ho acquistato la testata Il Riformista. Che è nato come quotidiano di raccordo tra le posizioni della sinistra e quelle del centro. In una cornice radicale, liberale e garantista. Poi si è attestato su posizioni più nettamente di sinistra, ma ha sempre mantenuto alta la bandiera del garantismo. Quando lanciai il Riformista dissi: ‘Sarà il giornale dei rom e dei re. I rom e i re sono uguali’ – continua Romeo -. In questo spirito ho deciso di allargare il nostro intervento. Investendo nuove risorse. Voglio dare a tutte le correnti ideali della sinistra e del centrosinistra la possibilità di esprimersi. Perciò ho rilevato la testata dell’Unità, giornale storico, fondato da un gigante politico come Antonio Gramsci. Nelle prossime settimane l’attuale direttore del Riformista Piero Sansonetti assumerà la direzione de l’Unità, della quale è stato giornalista e condirettore per diversi decenni, e finalmente la sinistra storica e tradizionale tornerà ad avere un suo giornale. Spero sia un contributo perché la sinistra torni a pensare e a correre. Il Riformista invece tornerà alla sua vocazione originale liberal-democratica, garantista e pluralista, rappresentando tutte le idee costruttive che vanno dalla sinistra più moderata di aspirazione socialista e democratica, alle tradizioni popolari e quelle liberali, con uno sguardo fortemente rivolto al futuro del mondo“.

Per questo ho chiesto a una personalità italiana di grande spessore, come Matteo Renzi, di assumerne la direzione. E lui, generosamente, ha accettato”, prosegue l’editore, concludendo: “L’Unità e il Riformista saranno giornali diversi, in alcune cose anche contrapposti. Dialogheranno e combatteranno, per il pluralismo e per la crescita del paese. Penso che dal mese di maggio, quando tutti e due i giornali andranno a regime, la sinistra italiana potrà avere nuovo ossigeno, nuovo cuore, nuova anima. Lo stesso mi auguro per tutte le forze riformiste del paese ovunque collocate. Io sosterrò questo sforzo naturalmente nel pieno e assoluto rispetto dell’ indipendenza di due direzioni così autorevoli“.

Nel corso della conferenza stampa di presentazione svoltasi presso la sala della stampa estera a Roma è stato anche confermato che Piero Sansonetti sarà il nuovo direttore de L’Unità. “Mi ha fatto fuori…”, ha ironizzato l’ormai ex direttore del Riformista, ed il suo successore, Matteo Renzi, seduto accanto a lui, ha risposto con una sua abituale battuta ormai arcinota nell’ambiente politico, un vero e proprio evergreen: “Stai sereno…”. Redazione CdG 1947

Matteo Renzi, la «bulimia» dell’ex premier tra politica, affari e conferenze. Fabrizio Roncone su Il Corriere della Sera il 6 Aprile 2023

Le assenze al Senato per i viaggi all’estero (e le cause nei tribunali), aspettando di esaudire il sogno di allenare la Fiorentina 

In attesa di diventare allenatore della Fiorentina (è il suo sogno: e, prima o poi, riuscirà a realizzarlo), Matteo Renzi si è lasciato (o fatto?) nominare direttore de Il Riformista, un quotidiano che Piero Sansonetti — passato per lo stesso editore a dirigere l’Unità — ha finora tenuto su posizione garantiste, nemico dichiarato di ogni populismo (che poi nessuno sa mai bene dove cominci e dove finisca, questo cosiddetto populismo).

Comunque: facendo sfoggio della consueta sicurezza, che i suoi nemici definiscono battente protervia (gentaglia invidiosa, sia chiaro), Renzi spiega che non lascia la politica, raddoppia. In realtà, questa è una piccola, deliziosa bugia: perché, come vedremo tra qualche capoverso, Renzi non solo raddoppia, ma — ormai da qualche tempo, più o meno da quando fu costretto a lasciare Palazzo Chigi — triplica, quadruplica, quintuplica mosso da botte di una bulimia che tiene dentro politica e passioni, affari e debolezze.

La buona notizia, intanto, è che sembra rendersi conto di essere un senatore della Repubblica ancora in carica, eletto da migliaia di persone che hanno creduto in lui e nel partito che ha fondato, Italia viva (e anche in Carlo Calenda, con cui si è fidanzato politicamente). Certo: nessun italiano, appena informato su come vanno le cose di questo Paese, vota il suo candidato illudendosi di vederlo in Parlamento dalla mattina alla sera. Tutti sappiamo che deputati e senatori arrivano il martedì pomeriggio e, bene che vada, se magari c’è qualche votazione importante, ripartono e spariscono il giovedì, dopo l’ammazzacaffè di pranzo. 

Il fatto è che Renzi, al Senato, lo vedevamo già molto meno degli altri anche prima dell’annuncio di questa avventura editoriale. Tipo che chiedi ai suoi: dov’è? E quelli ti rispondono, tra il rassegnato e il mortificato: «Matteo è all’estero». Conferenze, simposi, seminari. Ogni tanto lo segnalano in Arabia, gira voce sia molto amico di Bin Salman (è sempre complicato capire le amicizie degli altri). Di sicuro, una volta s’arrischiò a dire che da quelle parti c’è «un nuovo Rinascimento». Che poi Renzi dovrebbe pure intendersene. Per Lucio Presta — che lo strapagò, sembra — ha infatti ideato e condotto un documentario su Firenze (visto, in verità, solo dalla moglie Agnese e pochi intimi). Poi, per non farsi mancare niente, c’è l’attività letteraria. Ultimo libro pubblicato: «Il mostro. Inchieste scandali e dossier. Come provano a distruggerti l’immagine». Cioè, la sua. Perché, ecco: ci sarebbe pure l’impegnativa attività nelle aule di giustizia. Dove viene chiamato. E chiama. Detto che, ogni tanto, qualche causa per diffamazione la perde malamente, adesso alle querele dovrà stare attento lui (occhio, senatore: certe volte, come lei sa bene, basta uno stupido aggettivo).

In ogni modo: lui è in gran forma (aveva detto di volersi prendere un periodo di riflessione: e certo, come no?). In conferenza stampa, accanto al suo editore, Alfredo Romeo, e a Sansonetti, sfoggiava un bel doppiopetto blu che, finalmente, si chiude senza che i bottoni stiano per schizzarti addosso. Merito della corsa: domenica, alla Maratona di Milano, ha persino abbassato di 12 secondi il suo record personale. Attualmente stiamo però tutti cronometrando la durata della convivenza con Calenda. La tremenda batosta alle regionali induce al pessimismo. Anche perché la coppia, a parte certe differenze al girovita (Calenda, piano piano, sta diventando una drop 2), ha tratti caratteriali profondamente simili (bum bum!). La politica c’entra e non c’entra. Del resto, come insegna Renzi, non si vive solo di quella.

L'annuncio dell'editore Alfredo Romeo. Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione

Redazione su Il Riformista il 5 Aprile 2023

Piero Sansonetti: “Sono stato fatto fuori, l’altro giorno l’ho incontrato ha detto ‘stai sereno’ ed ecco qui Renzi direttore. Romeo ha deciso di diventare l’editore dei giornali di sinistra e del centrosinistra con L’Unità e Il Riformista. L’idea di Renzi è stata geniale”. Le parole di Matteo Renzi da nuovo direttore del Riformista: “Grazie a Piero Sansonetti per il lavoro di questi anni, chiunque di noi è curioso di rivedere in edicola L’Unità, questa è la vera notizia. Sarà bello dialogare a distanza”. Il senatore prosegue: “Ho una passione vera con tutto ciò che ha a che vedere con verità e viralità. Dopo la sconfitta referendaria l’unica cosa che dissi è che ‘stiamo entrando nell’era della post verità'”. “La verità del Riformista sta nel non essere nel sovranismo di Giorgia Meloni né con la linea del Pd di Elly Schlein e del Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte“.

Matteo Renzi continua: “Non lascio ma raddoppio. Continuerò a fare il parlamentare, continuerò a fare opposizione e inizierò a fare questa operazione di verità con il Riformista. Non ci sarà posizione politica legata a vicende Terzo Polo”. E sulle posizioni politiche specifica: “Non ci sarà posizione politica legata a Terzo Polo. Ci saranno posizioni diverse rispetto a quella avuta da Sansonetti. A partire dalla guerra in Ucraina. Il trait d’union con l’Unità è quello del garantismo radicale“.

Il Riformista a guida Renzi uscirà “il 3 maggio. Ci sarà un direttore responsabile perché non sono giornalista. Sarò direttore per un anno, fino al 30 aprile 2024″. E sul nuovo percorso con l’editore: “Sono orgoglioso di lavorare con Romeo, a maggior ragione dopo quello che gli ho visto subire in questi anni con l’inchiesta Consip“. Poi scioglie ogni dubbio: “Un parlamentare può fare il direttore di giornale? Ce ne sono stati tantissimi nella storia di questo Paese. Mi piace ricordare Sergio Mattarella direttore del Popolo”. Il nome del nuovo direttore: “Siamo stati bravi a mantenere il segreto fino ad oggi su di me successore di Sansonetti. Ho informato Giorgia Meloni, è stata la prima a sapere questa notizia e a cui continuerò a fare in modo fiera opposizione”. Con il governo “non faremo discussioni da ultrà come con i rave, i cinghiali, la carne sintetica. Vogliamo parlare di cose concrete. Sogno un luogo, una palestra, nella quale ciascuno possa sentirsi a casa nella sua libertà”.

Alle domande Renzi risponde: “Ritirerò le querele ai giornalisti adesso? No, le rischio le querele adesso passando dall’altra parte del tavolo”. Gli emonumenti, fa sapere il senatore saranno pubblici a fine anno: “Quanto guadagno al Riformista? Al momento non ho ancora firmato un contratto“. Che giornale sarà? “Proveremo a innovare nella continuità. Non lascio il Terzo Polo ma, voglio essere molto chiaro, raddoppio. Ho avvisato Calenda e mi è parso entusiasta”. Come tratteremo vicende magistratura? “Saremo più moderati, non faremo ‘titoli sobri’ come Sansonetti… L’attenzione che il Riformista darà al mio processo, Open, sarà molto scarsa. Non so se saremo all’altezza del Riformista di Sansonetti nell’affermazione della cultura garantista”.

Le domande dei giornalisti in sala vertono sul suo futuro politico: “Che ruolo avrò nel Terzo Polo? Sarò iscritto perché ci credo, al momento di candidati vedo solo Calenda poi quando arriverà la candidata alternativa lo comunicheranno i diretti interessati. Io non sono della partita”. Lo stipendio raddoppia? “Non ho alcun problema a rendere pubblici i dati a fine anno. Non guadagno solo facendo il parlamentare ma anche con altro. Anche i giornalisti dovrebbero comunicare quanto guadagnano…”. La politica estera: “Come è noto ho espresso giudizio sul futuro dell’Arabia Saudita 3 anni fa che fu molto criticato. Spiegai che si stava costruendo stagione di nuovo rinascimento. Faccio una scommessa: da qui al 2030 ci sarà un cambiamento radicale”. Retroscena sul passo indietro? “Da un paio di mesi non vado più in televisione dopo una trasmissione su Rete4 dove sono stato 52min a parlare di Pos su roba che non esisteva perché non c’era un atto del governo”.

Riprende la parola Piero Sansonetti: “Ringrazio Renzi per aver accettato questa sfida. Ringrazio Alfredo Romeo per L’Unità, diventa editore della sinistra, una persona che per 16 volte colpito dalla magistratura, intercettato per 12 anni”.

Matteo Renzi è il nuovo direttore de Il Riformista. In diretta presso la sala conferenze dell’Associazione della Stampa Estera in Italia in Via dell’Umiltà 83 a Roma la presentazione. Dopo oltre tre anni il direttore Piero Sansonetti lascia la direzione de Il Riformista per passare a quella de l’Unità, testata storica salvata da Romeo Editore che verrà rilanciata dopo gli anni bui che l’hanno portata al fallimento.

L’avvocato Alfredo Romeo editore de il Riformista e de l’Unità ha dichiarato: “Sono entrato nell’editoria per una ragione semplice: oggi più che mai editoria e informazione sono capisaldi delle libertà e della democrazia”.

Nel panorama della stampa italiana ci sono spazi molto ampi da riempire. Ho deciso di investire risorse per aiutare a colmare questi spazi. L’editoria difficilmente è un affare vantaggioso, ma non penso che il profitto possa essere l’unico scopo e l’unico interesse di un imprenditore. Sono un imprenditore meridionale, che ha lavorato molto nella sua vita e che da sempre è legato, sia affettivamente sia intellettualmente alle idee di libertà e di giustizia sociale. Perciò mi sono lanciato in questa sfida.

Questa è la ragione per la quale, quattro anni fa, ho acquistato la testata “Il Riformista”. Che è nato come quotidiano di raccordo tra le posizioni della sinistra e quelle del centro. In una cornice radicale, liberale e garantista. Poi si è attestato su posizioni più nettamente di sinistra, ma ha sempre mantenuto alta la bandiera del garantismo.

Quando lanciai il Riformista dissi: “Sarà il giornale dei rom e dei re. I rom e i re sono uguali”.

In questo spirito ho deciso di allargare il nostro intervento. Investendo nuove risorse. Voglio dare a tutte le correnti ideali della sinistra e del centrosinistra la possibilità di esprimersi.

Perciò ho rilevato la testata dell’Unità, giornale storico, fondato da un gigante politico come Antonio Gramsci. Nelle prossime settimane l’attuale direttore del Riformista Piero Sansonetti assumerà la direzione de l’Unità, della quale è stato giornalista e condirettore per diversi decenni, e finalmente la sinistra storica e tradizionale tornerà ad avere un suo giornale. Spero sia un contributo perché la sinistra torni a pensare e a correre.

Il Riformista invece tornerà alla sua vocazione originale liberal-democratica, garantista e pluralista, rappresentando tutte le idee costruttive che vanno dalla sinistra più moderata di ispirazione socialista e democratica, alle tradizioni popolari e quelle liberali, con uno sguardo fortemente rivolto al futuro del mondo .

Per questo ho chiesto a una personalità italiana di grande spessore, come Matteo Renzi, di assumerne la direzione. E lui, generosamente, ha accettato.

L’Unità ed il Riformista saranno giornali diversi, in alcune cose anche contrapposti. Dialogheranno e combatteranno, per il pluralismo e per la crescita del paese .

Penso che dal mese di maggio, quando tutti e due i giornali andranno a regime, la sinistra italiana potrà avere nuovo ossigeno, nuovo cuore, nuova anima. Lo stesso mi auguro per tutte le forze riformiste del paese ovunque collocate.

Io sosterrò questo sforzo naturalmente nel pieno ed assoluto rispetto dell’ indipendenza di due direzioni così autorevoli.

Su Twitter il leader di Italia Viva, Matteo Renzi: “Ho accettato una sfida affascinante: per un anno sarò il direttore del Riformista. Ci vediamo in diretta su Facebook alle 12 per raccontarvi questo progetto”. Arrivano le congratulazioni anche di Carlo Calenda che su Twitter scrive: “Complimenti a Matteo Renzi per il nuovo prestigioso incarico. Il Riformista è un giornale che ha fatto tante battaglie di civiltà, con Matteo avrà una voce ancora più forte”.

Estratto dell’articolo di Mario Ajello per “il Messaggero” il 5 marzo 2023.

Una miriade di protagonisti: dalla A di Alessandro Magno e di Aung San Suu Kyi alla Z di Zapatero e di Zelensky. E in mezzo (senza gli italiani a parte Mattarella) tutti gli altri. Ogni leader fornisce a Gianluca Giansante, sapido e sapiente esperto di comunicazione ma non solo, docente alla Luiss e socio di Comin&Partners (ovvero relazioni istituzionali, politiche, aziendali), curiosità e spunti per illustrare qual è il modello di Leadership (questo il titolo del volume edito da Carocci) più adatto ai nostri giorni. […]

 E quella poesia di Brecht in cui si dice che il leader non vince mai da solo? - Giansante traccia un identikit di come va interpretata la funzione di guida politica e di Stato ma anche di qualsiasi gruppo associato.

Chi è ancora inchiodato nella concezione carismatica o titanica del leader, finirà per deporre le proprie vecchie armi concettuali perché i ragionamenti condotti dall'autore non lasciano scampo a proposito dell'approccio innovativo alla leadership di cui c'è estremo bisogno. Sei un leader che crede solo in se stesso, e magari si riferisce al proprio Ego usando la terza persona? Allora vuol dire che ha perso il treno della modernità.

Quella, per esempio, che già incarnavano uno come Marco Aurelio e uno come Nelson Mandela: grande coppia questa scoperta da Giansante! […] Forse perché Marco Aurelio, più di altri, trasmette la forza gentile della leadership, la capacità di un leader - e Mandela nella sua prigione sudafricana lesse attentamente le pagine dell'imperatore filosofo - di non essere vendicativo e di sforzarsi di comprendere le motivazioni e i linguaggi degli avversari e di saper diffondere emozioni positive. Non certo intese come buonismo ma come chiave politicissima per la costruzione del futuro.

Il nuovo segreto della leadership non sta nell'idea di potenza, ma nel motto di Martin Luther King: «Un vero leader non cerca il consenso, lo crea». Ma per fare questo occorre anche essere ben dotati di serotonina e di ossitocina: le due sostanze che favoriscono la collaborazione e la socializzazione […]

 […] Tu sei un leader vecchio o un leader adatto ai tempi nuovi? […] Il vecchio si basa sul comando, il nuovo sulla cooperazione.

Il vecchio usa la forza, il nuovo cerca il consenso. Il vecchio concepisce la leadership come auto-riferita ed egoistica, per il nuovo l'agire del leader è altruistico. Per il vecchio il gruppo è al suo servizio, per il nuovo è il leader che è al servizio del gruppo. E via così. […] prima di leggere il libro di Giansante, ogni leader si crede un Dio. E ovviamente sbaglia.

Marco Zonetti per Dagospia il 3 marzo 2023.

La direzione marketing della Rai, in collaborazione con l'istituto Ipsos, effettua un monitoraggio continuativo della notorietà dei personaggi famosi, avvalendosi di immagini fotografiche mostrate a un campione di 1000 casi, rappresentativo della popolazione nazionale di età superiore ai 16 anni. Più è elevata la percentuale abbinata al personaggio, più la notorietà di quest'ultimo è diffusa a livello nazionale. 

Dagospia è entrata in possesso di questo documento riservatissimo, ed è in grado di pubblicare la top 15 dei personaggi più noti secondo tale monitoraggio. Di seguito ecco i nomi in classifica decrescente, a partire dal quello più riconosciuto da parte del campione sondato. Con una certa sorpresa, la più nota è Luciana Littizzetto. 

 Seguono il "Pupone" Totti, Albano, Michelle Hunziker, Lino Banfi e Valentino Rossi ex aequo, Christian De Sica, Jovanotti, Renato Zero, Amadeus e Mara Venier al decimo posto.Si piazza bene Ezio Greggio all'undicesimo, e altrettanto bene Diego Abatantuono. Adriano Celentano è tredicesimo, Carlo Conti quattordicesimo e Maria De Filippi "solo" quindicesima.

Seguiranno prossimamente altre classifiche, con altrettante sorprese... Luciana Littizzetto: 96.4% Francesco Totti: 95.8% Al bano: 94.8% Michelle Hunziker: 93.9% Lino Banfi-Valentino Rossi: 93.1% Christian De Sica: 92.9% Jovanotti: 92.8% Renato Zero: 92.7% Amadeus: 92.4% Mara Venier: 91.9% Ezio Greggio: 91.7% Diego Abatantuono: 91.5% Adriano Celentano: 91.4% Carlo Conti: 90.7% Maria De Filippi: 90.5%

Estratto dell'articolo di Aldo Fontanarosa per repubblica.it il 3 marzo 2023.

In Rai lo chiamano "monitoraggio continuativo". Sotto la lente della tv di Stato finiscono 850 professionisti. Di queste persone, Viale Mazzini vuole sapere praticamente tutto: se il pubblico le conosce, se le considera brave, se viceversa abbiano stancato i telespettatori, se siano capaci di suscitare delle emozioni, se abbiano una effettiva visibilità sui social. In generale, se siano giudicate brave e di quale reputazione godano.

 Per stilare la classifica delle personalità più amate dagli italiani, la Rai cerca una società specializzata in sondaggi capace di un monitoraggio davvero intensivo degli umori del Paese. Questa società dovrà garantire alla tv di Stato venti sondaggi nell'anno, fino a due al mese.

Ogni personaggio sarà giudicato da mille persone, di età superiore ai 16 anni. Chi siano gli 850 osservati speciali, non è noto. Ad ogni sondaggio, la televisione pubblica potrà indicarne 400. Gli altri saranno scelti dalla società del sondaggio.

I professionisti monitorati apparteranno a categorie come:

- attori di ficion, cinema e teatro - conduttori, comici, show girl,

- giornalisti (inclusi quelli dei telegiornali, gli sportivi, i cronisti politici),

- cantanti e rock star - esponenti del mondo della cultura,

- sportivi (dal calcio allo sci, fino al nuoto) - chef,

- influencer e YouTuber - manager - personaggi della moda.

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 Per ottenere il servizio, la Rai è disposta a pagare fino a 95 mila euro:

- 47 mila 500 per un anno,

- altri 47 mila 500 per un'opzione di rinnovo per ulteriori 12 mesi.

Marco Zonetti per Dagospia il 3 marzo 2023.

Chi sono i giornalisti più noti in Italia secondo il riservatissimo monitoraggio della Rai effettuato in collaborazione con Ipsos, sul quale Dagospia ha messo le mani in assoluta esclusiva? Presto detto: di seguito la "top quindici" con le relative percentuali, in ord