Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2023

LA CULTURA

ED I MEDIA

OTTAVA PARTE

 


DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Covid: sembrava scienza, invece era un…calesse.

L’Umanità.

I Benefattori dell’Umanità.

Le Invenzioni.

La Matematica.

L’Intelligenza Artificiale.

La Digitalizzazione.

Il PC.

I Robot.

I Chip.

La telefonia.

Le Mail.

I crimini sul web.

Al di là della Terra.

Gli Ufo.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da Freud all’MKUltra.

I Geni.

I Neuroni.

La Forza della Mente.

Le Fobie.

L’Inconscio.

Le Coincidenze.

La Solitudine.

Il Blocco Psicologico.

La Malattia.

La Depressione.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scrittura.

La Meritocrazia.

Le Scuole al Sud.

Le Scuole Private.

Il Privatista.

Ignoranti e Disoccupati.

Ignoranti e Laureati.

Decenza e Decoro a Scuola.

L’aggiotaggio scolastico.

La Scuola Alternativa.

La scuola comunista.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’onestà e l’onore.  

Il Galateo.

Il Destino.

La Tenacia.

La Fragilità.

Body positivity. Essere o apparire?

Il Progresso.

Le Generazioni.

I Baby Boomer.

Gioventù del cazzo.

Il Linguaggio.

I Bugiardi.

L’Ipocrisia.

I Social.

Influencer.

Le Classifiche.

L’Amicizia.

Il fastidio.

L’Invidia.

L’Odio.

Il Mostro.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Moda.

Le Auto.

I Fumetti.

I Giochi da Tavolo.

L’Architettura e l’Ingegneria.

Il Restauro.

Il Podcast.

L’Artista.

La Poesia.

La Letteratura.

Il Teatro.

Le Autobiografie.

L’Ortografia.

Intrecci artistici.

La Fotografia.

Il Collezionismo.

I Francobolli.

La Pittura.

I Tatuaggi.

Le Caricature.

I Writer.

La Musica.

La Radio.

Le Scoperte.

Markalada, l'America prima di Colombo.

La Storia.

La P2 culturale.

Ladri di cultura.

I vandali dell'arte.

Il Kitsch.

Gli Intellettuali.

La sindrome di Stendhal.

Gli Snob.

I radical chic.

La Pubblicità.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alberto Asor Rosa.

Alberto Moravia.

Aldo Nove.

Alessandro Manzoni.

Alessia Lanza.

Aleksandr Isaevic Solzhenicyn.

Andy Warhol.

Andrea Camilleri.

Andrea Pazienza.

Anna Premoli.

Annie Duchesne Ernaux.

Anselm Kiefer.

Antonio Delfini.

Antonio Riello.

Artemisia Gentileschi.

Benedetta Cappa.

Barbara Alberti.

Beethoven.

Banksy.

Camillo Langone.

Caravaggio.

Carlo Emilio Gadda.

Chiara Gamberale.

Cristina Campo.

Curzio Malaparte.

Dacia Maraini.

Dante Alighieri.

Dante Ferretti.

Dario Fo.

Dino Buzzati.

Domenico "Ico" Parisi.

Eduardo De Filippo.

Elena Ferrante.

Eleonora Duse.

Emanuel Carnevali.

Emmanuel Carrère.

Émile Zola.

Emilio Isgrò.

Ennio Morricone.

Enrico "Erri" De Luca.

Erin Doom.

Eugenio Montale.

Eve Babitz.

Ezra Pound.

Fabio Volo.

Federico Fellini.

Federico Palmaroli: Osho.

Friedrich Nietzsche.

Filippo Tommaso Marinetti.

Francesco Alberoni.

Francesco Piranesi jr.

Franco Cordelli.

Franco Ferrarotti.

Franz Kafka.

Fulvio Abbate.

Gabriele D'Annunzio.

Gaetano Bonoris.

Gaetano Salvemini.

George Orwell.

Georges Simenon.

Giacomo Leopardi.

Giacomo Puccini.

Giampiero Mughini.

Gianfranco Salis.

Gianni Vattimo.

Gianrico Carofiglio.

Gioachino Rossini.

Giordano Bruno Guerri. 

Giorgio Manganelli.

Giovanni Testori.

Giovanni Verga.

Giovannino Guareschi.

Giuseppe Prezzolini.

Giuseppe Verdi.

Hanif Kureishi.

Italo Calvino.

Jago sta per Jacopo Cardillo.

Jacques Maritain.

Jean Cocteau.

Jean-Jacques Rousseau.

John Ronald Reuel Tolkien.

Johann Wolfgang von Goethe.

J. K. Rowling.

Jorge Luis Borges.

Julius Evola.

Lara Cardella.

Laura Ingalls Wilder.

Lee Miller.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lina Sotis.

Luigi Illica.

Luigi Vanvitelli.

Luis Sepúlveda.

Louis-Ferdinand Céline.

Ludovica Ripa di Meana.


 

INDICE SESTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marcello Marchesi.

Marcello Veneziani.

Marina Cvetaeva.

Mario Vargas Llosa.

Mark Twain.

Martin Scorsese. 

Massimo Rao.

Matilde Serao.

Maurizio Cattelan.

Mauro Corona.

Michel Houellebecq.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarroti.

Michelangelo Pistoletto.

Michele Mirabella.

Michele Rech: Zerocalcare.

Milo Manara.

Oliviero Toscani.

Oriana Fallaci.

Pablo Neruda.

Pablo Picasso.

Paul Verlaine.

Pier Paolo Pasolini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Pietro Cavallini.

Pietro Citati.

Primo Levi.

Robert Capa.

Roberto Ruffilli.

Roberto Saviano.

Salman Rushdie.

Sergio Leone.

Sergio Pautasso.

Sibilla Aleramo.

Stefania Auci.

Susan Sontag.

Suzanne Valadon.

Sveva Casati Modignani.

Tim Page.

Truman Capote.

Tullio Pericoli.

Umberto Eco.

Umberto Pizzi.

Wolfang Amadeus Mozart.

Vasco Pratolini.

Veronica Tomassini.

Virginia Woolf.

Vitaliano Trevisan.

Vittorio ed Elisabetta Sgarbi.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. La Distrazione di Massa: Propaganda e realtà.

Controinformazione e contraddittorio.

Lo ha detto la Televisione…

L’Opinionismo.

L’Infocrazia.

Rai: Il pizzo e l’educatrice di Stato.

Mediaset: la manipolazione commerciale.

Sky Italia.

La 7.

Sportitalia.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le fake news.

I Censori.

Il Diritto d’Autore e le furbizie di Amazon.

La Privacy.

L’Oblio.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

Wikipedia, l’enciclopedia censoria.


 

INDICE NONA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Se questi son giornalisti!

Gli Uffici Stampa.

Il Corriere della Sera.

Avanti!

La Gedi.

Il Fatto Quotidiano.

L’Espresso.

Il Domani.

Il Giornale.

Panorama.

La Verità.

L’Indipendente.

L’Unità.

Il Manifesto.

Il Riformista.

I più noti.

Alberto Dandolo.

Alberto Matano.

Alda D’Eusanio.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Amedeo Goria.

Andrea Scanzi.

Angela Buttiglione.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Antonello Piroso.

Antonio Caprarica.

Antonio Di Bella.

Augusto Minzolini.

Attilio Bolzoni.

Barbara Costa.

Barbara Palombelli.

Bruno Vespa.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carmen Lasorella.

Cesara Bonamici.

Claudio Sabelli Fioretti.

Clemente Mimun.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Corrado Formigli.

Cristina Parodi.

David Parenzo.

Donatella Raffai.

Enrico Mentana.

Enrico Varriale.

Enzo Magistà.

Fabio Fazio.

Federica Sciarelli.

Ferruccio Sansa.

Filippo Facci.

Flavia Perina.

Franca Leosini.

Francesca Barra.

Francesca Fagnani.

Francesco Borgonovo.

Francesco Repice.

Furio Focolari.

Gennaro Sangiuliano.

Gian Antonio Stella.

Gian Marco Chiocci.

Gianni Riotta.

Gigi Marzullo.

Giovanni Minoli.

Hoara Borselli.

Indro Montanelli.

Ivan Zazzaroni.

Jas Gawronski.

Laura Tecce.

Lirio Abbate.

Lucia Annunziata.

Luisella Costamagna.

Malcom Pagani.

Manuela Moreno.

Marco Travaglio.

Mario Sechi.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Massimo Gramellini.

Maurizio Mannoni.

Mia Ceran.

Michele Cucuzza.

Michele Santoro.

Milena Gabanelli.

Myrta Merlino.

Natalia Aspesi.

Nicola Porro.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Flores d'Arcais.

Riccardo Iacona.

Roberto D’Agostino.

Roberto Poletti.

Romana Liuzzo.

Rula Jebreal.

Salvo Sottile.

Selvaggia Lucarelli.

Serena Bortone.

Sigrido Ranucci.

Tancredi Palmeri.

Tiberio Timperi.

Tiziano Crudeli.

Tommaso Cerno.

Valentina Tomirotti.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.


 


 

LA CULTURA ED I MEDIA

OTTAVA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Sosia.

Riconoscerle.

Le fake news dell’ultimo anno.

Frasi mai dette.

Film mai girati.

Menzogne Ideologiche.

Menzogne politiche.

Creatività e fake news.

I Sosia.

I sosia, quella strana tribù che vive le vite degli altri. Tra l’espressionistico e il grottesco, come una categoria dell’estetica, riproducono altre persone. Facendo della somiglianza un’arte. Folle e kitsch. Ginevra Leganza su L'Espresso il 29 Settembre 2023  

Si’ fosse sosia, farei fesso il mondo. Potrebbe essere questo il mantra dei replicanti. A partire dai replicanti vipponi: i sosia di Bruno Barbieri, J-Ax, Bono Vox... Per non parlare dei sosia di Michael Jackson o di Little Tony. Mattocchi e impresari di sé dove l’io è rimbaudiano, cioè pazzo, dove l’identità è stregata e pure tragicomica. A metà fra il grottesco e l’espressionista, fra l’assurdo e il pensiero magico. 

Al livello sociale, i sosia ci attirano ancora – forse non hanno mai smesso – perché attizzano lo sciamano che è in noi. Ravvivano quell’incanto anti-illuminista e per l’appunto fatato che i pazzologi – da Freud in poi – chiamano “perturbante”. 

Eppure noi crediamo – e sia detto senz’offesa per lor signori – che i sosia siano interessanti anzitutto per il loro esser kitsch. E cioè per l’appartenenza a una delle più stupende categorie dell’estetica contemporanea. 

Pensateci. La copia del piccolo cuoco o quella delle pop-star feticizzano un’altra vita esattamente come gli oggetti kitsch feticizzano gli oggetti d’uso comune. I gemelli s’appropriano di un altro “io”, l’aspirano via dal seeuo contesto originale… Come Duchamp e Warhol con gli oggetti riproducibili dalla tecnica, i sosia riproducono lo star-system e lo ricoprono di occultismo pop. E c’è di certo della follia nel farsi sosia. Ma è una follia metodica, codificata. A suo modo ben impostata. 

Ed ecco Antonello Rossi, che non solo assomiglia a Bruno Barbieri, ma imposta la sua vita – i suoi gusti, le sue manie – su quelli del suo prototipo. Ecco Antonello che della somiglianza fa un mestiere e centra l’impresa: la televisione dedica a lui e ai sosia degli altri il docufilm di Bruno Barbieri e Salvo Spoto. Tracciando peraltro un’insospettabile continuità fra il nostro cuoco e la commedia antica, fra Antonello Rossi alter ego di Barbieri e Mercurio trasfigurato nel servo Sosia (era l’Anfitrione di Plauto e anche lì l’uomo-sosia aveva già i due volti che gli son propri: il raggiro del dio scaltro e il servilismo del maggiordomo). Un po’ com’è nella cultura giapponese con la figura del Kagerusha (Akira Kurosawa ci fece un film nel 1980). Kagerusha ovvero uomo-ombra, antesignano del sosia per mestiere: un soldato particolarmente somigliante al capo, incaricato di controfigurare all’occasione, di partecipare alle cerimonie pubbliche e – come nel film di Kurosawa – d’interpretare il capo morto affinché i soldati non perdessero coraggio. (Dettaglio: kagerusha è sempre un samurai e mai un ronin, è sempre un servitore e mai un guerriero libero da vincoli. È perciò una figura affascinante nel suo essere ridicola: uomo forte in pubblico, maggiordomo in privato). Parassitario eppure al servizio di una vita ulteriore, Kagerusha è il papà nobile dei nostri Little Tony e Michael Jackson in serie: piazzisti di sé stessi ovvero assoldati da agenzie specializzate in reclutamento-sosia. 

«Un lavoro leggero e divertente», scrive uno dei siti appositi, «e che fa guadagnare bene». Bene ossia un centinaio d’euro l’ora. 

E il sosia – visto così – è davvero nel kitsch. Giusto a metà fra il ridicolo e il sublime. Hai voglia quindi con Freud, il perturbante, il Doppelgänger... Il sosia di J-Ax con tatuaggi bandane e inflessione rauca-meneghina è il nostro kitsch vivant quanto il replicante di Bono Vox con lo Stetson. Ma questo è quel che vedono nel sosia i maliziosi: feticismo, servilismo spregiudicato, spirito d’impresa… Perché il sosia, s’è detto, campa finché affattura. Finché fa pensare d’essere magico, non kitsch. Finché fa credere che niente accade per caso. Neppure per coincidenze biologiche. Tutto accade perché c’è un disegno – come un filo – che unisce due (o forse sette?) individui nel mondo. Individui che mettono in crisi il DNA, il sistema razionale, religioso, scientifico dell’individuo “unico e irripetibile”. In qualche modo il sosia è un regresso dagli stadi scientifici e religiosi a quelli primitivi del pensiero magico. 

Il replicante ha successo perché rianima un certo sciamanesimo che in fondo non ci ha mai abbandonato, ma che anzi, fra intelligenze artificiali e deep fake, sta tornando eccome, in grande sintonia con l’eterna passione per gli oroscopi che resistono a tutto – altro che ateismo (se Dio è morto, Paolo Fox è vivo, non è mai stato meglio). Insomma, la gloria del sosia è legata a questo: al nostro amore per il mistero.

E davvero i somiglianti ingaggiati da Barbieri, come dalle agenzie, sono degni dei meccanismi sciamanici spiegati da James Frazer. Sono a metà tra magico e kitsch, tra folle e canaglia. L’antropologo però lo diceva: meglio un fattucchiere furfante di uno che crede ai propri incantesimi, meglio dunque “i farabutti intelligenti dei cretini onesti”. Ed ecco che questa sintesi, che ben s’abbina ai politici d’oggi (meglio gli intelligenti degli onesti: annotino gli amabili resti grillini, figli di uno sciamano anche loro, e anche loro vittoriosi, al tempo, per via d’un diffuso pensiero magico), ecco che questa sintesi, dicevamo, riassume la vita d’un sosia: pazzo-convinto oppure scaltro-piazzista di sé. Il sosia o è magico o è kitsch. E come per i fattucchieri, lo stesso vale per lui: meglio canaglia. Ché quando il sosia è onesto – come il mago, come il politico – è in fondo un cretino. E quando è intelligente – e mattocchio ci si finge – sfrutta la situazione nella piena coscienza di sé. Nella piena coscienza del kitsch. Nel cattivo gusto iperrealista che ammalia più della magia.

Riconoscerle.

Estratto dell’articolo di Francesco Specchia per “Libero Quotidiano” domenica 27 agosto 2023.

Così vale tutto. La prossima volta lo candideremo all’Oscar, allo Strega, al Pallone d’oro. Per un arabesco del destino, è stato proprio mio figlio dodicenne Gregorio Indro (proprio come Montanelli, padre fondatore, con Biagi e Bocca, dello storico riconoscimento del nostro settore) ad avvertire una nota stonata, un’increspatura nell’assegnazione del premio è Giornalismo al Papa. [...] 

Il Pontefice riceveva nel palazzo Apostolico vaticano la delegazione del Premio inventato da quel geniaccio di Giancarlo Aneri; e spiegava che la responsabilità del giornalista verso la veridicità delle notizie è la stessa della macina da mulino «mossa dall’acqua, non può essere fermata.

Chi è incaricato del mulino ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania. La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di macinare». E continuava Bergoglio che «la disinformazione è il primo dei peccati del giornalismo», auspicando che «si torni a coltivare sempre più il principio di realtà: la realtà dei fatti, il dinamismo dei fatti che mai sono immobili e sempre si evolvono, verso il bene o verso il male, per non correre il rischio che la società dell’informazione si trasformi nella società della disinformazione». 

I reportage delle principali agenzie dal web ieri erano illuminanti. Ecco la delegazione e la giuria del premio – presenti i vecchi volponi Anselmi, Riotta e Stella- nella photo opportunity, petto gonfio d’orgoglio per (ammettiamolo) il colpaccio mediatico.

Ed ecco il Papa che, con affaticato sorriso, fingeva d’inchinarsi ai maestri cronisti; e lanciava moniti come saette all’informazione perfetta. Alché, ecco che mio figlio interrompeva la liturgia: «Ma, Papà, scusa, se non è giornalista, non scrive sui giornali, non ha programmi televisivi, perché cacchio gli hanno dato un premio di giornalismo?». E lì, pietrificato, non sono riuscito a rispondergli. Già, che c’azzecca il successore di Pietro col nostro mestieraccio? 

A dire il vero, gli ho blandamente opposto la motivazione ufficiale. Tirando fuori la «scelta inedita del Premio che si inquadra perfettamente in quello che era l’obiettivo che si erano posti Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca e Giancarlo Aneri, quando fondarono il Premio nel 1995: aiutare il giornalismo ad essere più consapevole del suo ruolo di libera espressione e di contributo alla costruzione della giustizia attraverso il servizio alla verità».

L’erede mi guardava con compatimento: «Papà, dai...». L’imbarazzo si tagliava. Greg, hanno dato il premio al Pontefice perché «Papa Francesco interpreta il coraggio di usare il dialogo per dire parola di pace». «Pa’, ma allora vuol dire che non ci sono giornalisti che parlano di pace?...». Be’, dio, no, che c’entra. «Cioè, papà vuol dire che se il Papa commenta le partite del Boca Juniors, gli danno il Pallone d’oro? O se fa un film gli danno l’Oscar?...». In quel mentre io, paonazzo, balbettavo qualcosa e gli ricordavo che l’anno scorso è Giornalismo era andato a Fiorello («Peggio ancora...», la sua risposta). 

Mi tornava in mente quel che Ennio Flaiano pensava della fragilità dei premi di lunga gittata. E, con la scusa di andare in cantina a stappare un Prosecco Aneri, be’, riflettevo sulla grandezza di Francesco, in grado di sfruttare tutti i mezzi, anche un premio del genere per diffondere la missione pastorale. Epperò, oggi mi pongo due domande. Anzi tre. La prima. 

Possibile che non ci fossero in giro ottimi cronisti da premiare, davvero abbiamo finito i giornalisti bravi? La seconda. Dopo avere premiato il Papa, dove si porterà l’asticella del marketing: ai Premi Nobel, ai capi di Stato, ai fisici quantistici che hanno scritto almeno un pezzullo nella vita purché famosi? La terza domanda è la più ficcante: quando Gregorio Indro la smetterà di prendere così sul serio il suo nome, per buttarsi, finalmente, sulla Playstation?

Papa Francesco Bergoglio attacca la disinformazione: “il primo peccato del giornalismo”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 26 Agosto 2023 

Il Papa ha chiesto un aiuto al mondo del giornalismo in vista del Sinodo dei Vescovi che si svolgerà nel prossimo ottobre a Roma : " oso chiedere aiuto a voi, maestri di giornalismo: aiutatemi a raccontare questo processo per ciò che realmente è, uscendo dalla logica degli slogan e di racconti preconfezionati. No, la realtà”.

Il Papa evidenzia e contesta i danni della disinformazione. “E’ uno dei peccati del giornalismo, che sono quattro: la disinformazione, quando un giornalismo non informa o informa male; la calunnia (a volte si usa questo); la diffamazione, che è diversa dalla calunnia ma distrugge; e il quarto è la coprofilia, cioè l’amore per lo scandalo, per le sporcizie, lo scandalo vende. La disinformazione è il primo dei peccati, degli sbagli – diciamo così – del giornalismo”, ha detto il Santo Padre accogliendo in udienza la delegazione che gli ha conferito il Premio “è Giornalismo”.

”Dovete sapere che io, ancora prima di diventare Vescovo di Roma, ero solito declinare l’offerta di premi. Mai ne ho ricevuti, non volevo. E ho continuato a fare così anche da Papa. C’è però un motivo che mi ha spinto ad accettare il vostro, – ha spiegato Bergoglio – ed è l’urgenza di una comunicazione costruttiva, che favorisca la cultura dell’incontro e non dello scontro; la cultura della pace e non della guerra; la cultura dell’apertura verso l’altro e non del pregiudizio. Voi siete tutti illustri esponenti del giornalismo italiano. Permettetemi, allora, di confidarvi una speranza e anche di rivolgervi con tutta franchezza una richiesta di aiuto. Ma non vi chiedo soldi, state tranquilli! La speranza è questa: che oggi, in un tempo in cui tutti sembrano commentare tutto, anche a prescindere dai fatti e spesso ancora prima di essersi informati, si riscopra e si torni a coltivare sempre più il principio di realtà – la realtà è superiore all’idea, sempre –: la realtà dei fatti, il dinamismo dei fatti; che mai sono immobili e sempre si evolvono, verso il bene o verso il male, per non correre il rischio che la società dell’informazione si trasformi nella società della disinformazione“.

Papa Francesco, ripreso dall’ da Adnkronos, indica la strada: “Per far questo, c’è bisogno di diffondere una cultura dell’incontro, una cultura del dialogo, una cultura dell’ascolto dell’altro e delle sue ragioni. La cultura digitale ci ha portato tante nuove possibilità di scambio, ma rischia anche di trasformare la comunicazione in slogan. No, la comunicazione è sempre andata e ritorno. Io dico, ascolto e rispondo, ma sempre dialogo. Non è uno slogan”.

Il Papa ha chiesto un aiuto al mondo del giornalismo in vista del Sinodo dei Vescovi che si svolgerà nel prossimo ottobre a Roma : “Vogliamo contribuire insieme a costruire la Chiesa dove tutti si sentano a casa, dove nessuno sia escluso. Quella parola del Vangelo che è tanto importante: tutti. Tutti, tutti: non ci sono cattolici di prima, di seconda e di terza classe, no. Tutti insieme. Tutti. È l’invito del Signore. Per questo oso chiedere aiuto a voi, maestri di giornalismo: aiutatemi a raccontare questo processo per ciò che realmente è, uscendo dalla logica degli slogan e di racconti preconfezionati. No, la realtà”. 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN OCCASIONE DEL CONFERIMENTO DEL PREMIO “È GIORNALISMO”

Sabato, 26 agosto 2023

Cari amici, benvenuti!

Vi saluto e vi ringrazio per questo incontro e per il conferimento del Premio “è Giornalismo”. Dovete sapere che io, ancora prima di diventare Vescovo di Roma, ero solito declinare l’offerta di premi. Mai ne ho ricevuti, non volevo. E ho continuato a fare così anche da Papa. C’è però un motivo che mi ha spinto ad accettare il vostro, ed è l’urgenza di una comunicazione costruttiva, che favorisca la cultura dell’incontro e non dello scontro; la cultura della pace e non della guerra; la cultura dell’apertura verso l’altro e non del pregiudizio. Voi siete tutti illustri esponenti del giornalismo italiano. Permettetemi, allora, di confidarvi una speranza e anche di rivolgervi con tutta franchezza una richiesta di aiuto. Ma non vi chiedo soldi, state tranquilli!

La speranza è questa: che oggi, in un tempo in cui tutti sembrano commentare tutto, anche a prescindere dai fatti e spesso ancora prima di essersi informati, si riscopra e si torni a coltivare sempre più il principio di realtà – la realtà è superiore all’idea, sempre –: la realtà dei fatti, il dinamismo dei fatti; che mai sono immobili e sempre si evolvono, verso il bene o verso il male, per non correre il rischio che la società dell’informazione si trasformi nella società della disinformazione. La disinformazione è uno dei peccati del giornalismo, che sono quattro: la disinformazione, quando un giornalismo non informa o informa male; la calunnia (a volte si usa questo); la diffamazione, che è diversa dalla calunnia ma distrugge; e il quarto è la coprofilia, cioè l’amore per lo scandalo, per le sporcizie, lo scandalo vende. La disinformazione è il primo dei peccati, degli sbagli – diciamo così – del giornalismo.

Per far questo, però, c’è bisogno di diffondere una cultura dell’incontro, una cultura del dialogo, una cultura dell’ascolto dell’altro e delle sue ragioni. La cultura digitale ci ha portato tante nuove possibilità di scambio, ma rischia anche di trasformare la comunicazione in slogan. No, la comunicazione è sempre andata e ritorno. Io dico, ascolto e rispondo, ma sempre dialogo. Non è uno slogan. Mi preoccupano ad esempio le manipolazioni di chi propaga interessatamente fake news per orientare l’opinione pubblica. Per favore, non cediamo alla logica della contrapposizione, non lasciamoci condizionare dai linguaggi di odio. Nel drammatico frangente che l’Europa sta vivendo, con il protrarsi della guerra in Ucraina, siamo chiamati a un sussulto di responsabilità. La mia speranza è che si dia spazio alle voci di pace, a chi si impegna per porre fine a questo come a tanti altri conflitti, a chi non si arrende alla logica “cainista” della guerra ma continua a credere, nonostante tutto, alla logica della pace, alla logica del dialogo, alla logica della diplomazia.

E ora vengo alla richiesta di aiuto. Proprio in questo tempo, in cui si parla molto e si ascolta poco, e in cui rischia di indebolirsi il senso del bene comune, la Chiesa intera ha intrapreso un cammino per riscoprire la parola insieme. Dobbiamo riscoprire la parola insieme. Camminare insieme. Interrogarsi insieme. Farsi carico insieme di un discernimento comunitario, che per noi è preghiera, come fecero i primi Apostoli: è la sinodalità, che vorremmo far diventare abitudine quotidiana in ogni sua espressione. Proprio a questo scopo, fra poco più di un mese, vescovi e laici di tutto il mondo si riuniranno qui a Roma per un Sinodo sulla sinodalità: ascoltarsi insieme, discernere insieme, pregare insieme. La parola insieme è molto importante. Siamo in una cultura dell’esclusione, che è una specie di capitalismo della comunicazione. Forse la preghiera abituale di questa esclusione è: “Ti ringrazio, Signore, perché non sono come quello, non sono come quello, non sono…”: si escludono. Dobbiamo ringraziare il Signore per tante cose belle!

Capisco benissimo che parlare di “Sinodo sulla sinodalità” può sembrare qualcosa di astruso, autoreferenziale, eccessivamente tecnico, poco interessante per il grande pubblico. Ma ciò che è accaduto nell’anno appena passato, che proseguirà con il momento assembleare del prossimo ottobre e poi con la seconda tappa del Sinodo 2024, è qualcosa di veramente importante per la Chiesa. È un cammino che ha incominciato San Paolo VI, alla fine del Concilio, quando ha creato il Segretariato del Sinodo dei Vescovi, perché si era accorto che nella Chiesa occidentale la sinodalità era venuta meno, invece nella Chiesa orientale hanno questa dimensione. E questo cammino così, di tanti anni – 60 anni – sta dando un frutto grande. Per favore, abituarci ad ascoltarsi, a parlare, a non tagliarsi la testa per una parola. Ascoltare, discutere in modo maturo. Questa è una grazia di cui abbiamo bisogno tutti noi per andare avanti. Ed è qualcosa che la Chiesa oggi offre al mondo, un mondo tante volte così incapace di prendere decisioni, anche quando in gioco è la nostra stessa sopravvivenza. Stiamo cercando di imparare un modo nuovo di vivere le relazioni, ascoltandoci gli uni gli altri per ascoltare e seguire la voce dello Spirito. Abbiamo aperto le nostre porte, abbiamo offerto a tutti la possibilità di partecipare, abbiamo tenuto conto delle esigenze e dei suggerimenti di tutti. Vogliamo contribuire insieme a costruire la Chiesa dove tutti si sentano a casa, dove nessuno sia escluso. Quella parola del Vangelo che è tanto importante: tutti. Tutti, tutti: non ci sono cattolici di prima, di seconda e di terza classe, no. Tutti insieme. Tutti. È l’invito del Signore.

Per questo oso chiedere aiuto a voi, maestri di giornalismo: aiutatemi a raccontare questo processo per ciò che realmente è, uscendo dalla logica degli slogan e di racconti preconfezionati. No, la realtà. Qualcuno diceva: “L’unica verità è la realtà”. Sì, la realtà. Ne trarremo tutti vantaggio e, ne sono certo, anche questo “è giornalismo”!

Cari amici, di nuovo vi dico il mio grazie per questo incontro, per quello che significa in riferimento al nostro comune impegno per la verità e per la pace. Affido tutti voi all’intercessione di Maria e vi raccomando: non dimenticatevi di pregare per me! Redazione CdG 1947

Fake news: per 3 italiani su 4 sono difficili da scoprire? Ecco come fare. Gloria Ferrari su L'Indipendente mercoledì 16 agosto 2023.

Se fino a qualche anno fa la maggior parte degli italiani si diceva certa di saper distinguere notizie vere da quelle false, oggi, vi è una crescente porzione di cittadini che ammette senza remore di faticare a distinguere una fake news. I dati dell’ultimo rapporto Censis dicono che circa il 76% dei cittadini ritiene che le fake news siano sempre più “ben fatte” e quindi complicate da scoprire, il 20% crede di non avere le competenze necessarie per riconoscerle – quota che sale circa al 39% tra gli over sessantaquattrenni e al 51% tra chi ha bassi titoli di studio – e il 61% pensa di averne ma non a sufficienza. Solo una piccola parte degli italiani (il 19%) crede di essere in grado di smascherare immediatamente una bufala. Ma tutelarsi è possibile, con alcuni accorgimenti.

Un quadro confusionario, frutto di una comunicazione eccessiva, poco chiara, e poco approfondita, che si è già mostrato durante la pandemia – quando i mass media hanno generato e veicolato una cascata di informazioni cui l’opinione pubblica è stata sottoposta costantemente, non di rado poi rivelatesi false – e che ora si sta riproponendo in maniera analoga con la questione climatica. In una dinamica dove i media principali si occupano di orientare l’opinione pubblica più che di informarla, finendo spesso a rilanciare notizie che poi non di rado si rivelano false o comunque mal contestualizzate. Un panorama in cui alla cattiva informazione del mainstream fanno da contraltare una miriade di siti, giornali e pagine social di cosiddetta “contro-informazione”, spesso tutt’altro che responsabili e rigorosi nella verifica delle fonti.

Venendo al concreto, i risultati della ricerca dicono che il 35% degli italiani è convinto che ci sia un allarmismo eccessivo sul cambiamento climatico – e che le alluvioni delle ultime settimane bastino a frenare la desertificazione – mentre la quota di chi nega del tutto l’esistenza del problema climatico supera il 16% della popolazione. In generale, quello che emerge è “un bisogno di rassicurazione sulla fondatezza e la qualità delle notizie che circolano, e la possibilità di affidarsi a professionisti che si impegnano ad arginare la disinformazione”.

Più facile a dirsi che a farsi. Considerando che ad oggi circa 47 milioni di italiani si informano abitualmente attraverso una delle fonti disponibili (l’83,5% sul web e il 74% sui media tradizionali) e che sono pochi quelli che lo fanno raramente o non lo fanno affatto, è importante che chi legge sappia che tipo di notizia ha davanti, riconoscendo più o meno in fretta anche quelle che non sono vere. Ma come si smaschera un’informazione falsa, soprattutto quando questa viaggia in maniera così rapida?

Regola uno: cercare sui motori di ricerca

Come ha spiegato Melissa Zimdars, professoressa di Comunicazione e Media al Merrimack College in Massachusetts, da tutto questo ci si può difendere tenendo a mente alcune pratiche.

Il primo consiglio è quello di approcciarsi alla notizia in maniera diffidente, in particolare se questa presenta un articolo capace di stupire o allarmare in maniera “esagerata”. Non di rado vi sono notizie che – anche se non classificabili come vere e proprie bufale – gonfiano la realtà con titoli strillati con l’obiettivo di invogliare i lettori a cliccare e leggere. Una tecnica che si chiama clickbait e che su L’Indipendente abbiamo scelto di non utilizzare, giudicandola dannosa per i lettori.

Se si nutrono dubbi sull’attendibilità della notizia può essere certamente utile cercare conferma per parole chiave sui motori di ricerca. Se, ad esempio, avete letto su un sito che il governo ha deciso di regalare diecimila euro a tutti i cittadini può bastare cercare sul motore di ricerca “Governo regala diecimila euro”. Se una notizia tanto importante viene riportata da pochissime fonti su internet possiamo essere ragionevolmente certi che le cose non stiano in questo modo.

Attenzione però, non è un criterio sempre valido. La maggior parte dei giornali mainstream adotta oggi due principi contrari alla puntualità dell’informazione: la fretta di pubblicare e il ricorso al copia-incolla. La frenesia di pubblicare una notizia e la voglia di arrivarci prima degli altri induce spesso nell’errore, tant’è che alcune testate si limitano a copiare rapidamente i comunicati emessi dalle agenzie – che a loro volta puntano su velocità e quantità – senza neppure verificarli. Significa, in pratica, che spesso si possono trovare notizie false riportate da decine di media che non hanno verificato la notizia prima di riportarla.

Regola 2: guardare chi ha scritto la notizia

Quando ci si informa online, meglio evitare estensioni ‘strane’, come tutti quei siti che terminano con ‘lo’, o con ‘. com.co’. Di solito sono la imitazioni false di testate più autorevoli. Se non siete certi, potete consultare la sezione “su di noi” della presunta testata.

Ma se da una parte il testo è un buon metro valutativo, lo è anche sapere chi lo ha scritto. Cercare online il nome dell’autore – capire per chi lavora e se magari su di lui esistono già altre ‘segnalazioni’ – può aiutare a smascherare notizie non vere. Inoltre alcuni giornali permettono ai blogger di pubblicare commenti sul proprio sito. È chiaro, però, che chi tenta di sponsorizzare qualcosa potrebbe non riportare un’informazione del tutto obiettiva e veritiera.

E, per un’ulteriore scrematura, meglio dare sempre un’occhiata alla data – e alle immagini che si utilizzano. A volte notizie vecchie vengono spacciate per nuove e inserite in un contesto che non c’entra niente con quello di partenza – così da snaturare l’informazione, che assume un altro significato.

Regola 3, la più importante: pretendere la fonte originale

Tuttavia, la regola più importante è cercare nel testo della notizia se è presente il link alla fonte primaria della stessa. Se un articolo parla di una importante scoperta scientifica deve contenere al suo interno la possibilità per il lettore di arrivare facilmente alla versione originale di quella stessa ricerca per poterla verificare. Questo concede al lettore la possibilità di verificare facilmente se la notizia è effettivamente reale e se è stata riportata in modo corretto dal media.

Si tratta di una regola che su L’Indipendente applichiamo rigorosamente e il modo in cui – ogni giorno – cerchiamo di fornire ai lettori informazioni sicure, verificate e verificabili. Mentre, d’altra parte, ci impegniamo a smascherare quante più bufale possibili nella sezione del nostro giornale intitolata “antifakenews“, attingendo da fonti sicure per verificare molte notizie riportate da mezzi d’informazione – spesso importanti e generalmente ritenuti attendibili – che non fanno bene il loro mestiere. [di Gloria Ferrari]

Le fake news dell’ultimo anno.

In lode delle fake news. Domenico Giordano su Panorama il 29 Settembre 2023

Secondo l'ultimo report della Commissione Europea l'Italia ha il maggior numero di notizie pubblicate sui social cancellate perché accusate di fare disinformazione Chi di noi, diciamolo senza timore, non ha avvertito, solo anche per pochi secondi, un senso di incredulità, una vaga percezione di straniamento che ci ha colti nel leggere i risultati dell’ultimo rapporto della Commissione Europea sulle attività semestrali delle Big Tech, impegnate a ridurre la disinformazione sulle loro piattaforme. Per molti è stato sorprendente sapere che Italia abbiamo il record negativo delle fake news in circolazione in rete. Solo nel primo semestre dell’anno, infatti, Meta ha cancellato in totale di 140.000 contenuti relativi ai 27 Stati membri da Facebook e altri 6.900 da Instagram che per ragioni diverse violano le norme sulla disinformazione. Di questi, circa 45.000 solo in Italia. Un numero abbastanza corposo, poco meno di un terzo, e comunque ben distante da quelli pubblicati e rimossi in Germania, circa 22.000, e in Spagna dove i contenuti cancellati sono stati, appena, 16.000.

È questa stessa sensazione la riproviamo ogni volta che leggiamo un post, un articolo o quanto in televisione seguiamo un dibattito sul tema con i relatori pronti a censurare fermamente lo tsunami delle fake news, con annesso il suo catalogo dei pericoli per le democrazie o per la salute delle persone. Così, tutte le volte, ecco ripresentarsi quella medesima sensazione di totale estraneità che ci porta a credere che in rete, nascoste nelle profondità del dark web, ci siano cellule di troll e di hacker-untori pronte a rilasciare nelle nostre camere dell’eco ogni genere di post-verità. Flussi inesauribili di informazioni non verificate che alimentano discussioni estenuanti e che ci rendono più deboli e fragili, che ci inducono ad arruolarci volontari nelle truppe del complottismo e dell’odio che cresce e divide le tribù cognitive che popolano la geografia della rete. Volendo parafrasare Francesco Cossiga, che amava sottolineare come “gli italiani sono sempre gli altri” per biasimarne la diffusa tendenza alla deresponsabilizzazione, potremmo dire adesso che le fake news sono sempre e solo quelle degli altri e mai le nostre. Invece, è arrivato il momento di acquisire coscienza che ciascuno di noi è un portatore sano di disinformazione, molte delle nostre interazioni digitali, delle nostre condivisioni dettate dalle emozioni visive, sono le cellule vitali della disinformazione. Justin Cheng, assieme ai suoi colleghi della Stanford University, ci ricorda che Anyone could become a troll, ovvero che ciascuno di noi in rete può tirare fuori il peggio di sé, anche se è per tutti la persona più tranquilla, moderata e cauta che ci sia. La rete e le piattaforme ci hanno donato un sovraccarico informativo che siamo portati a ridurre applicando due filtri principali: da un lato il pregiudizio di conferma, che ci spinge a selezionare solo le informazioni che confermano le nostre convinzioni di partenza, dall’altro c’è la profilazione dell’algoritmo, che sceglie in base alle nostre impronte digitali precedenti. È chiaro che in questo eco-sistema mediatico ognuno di noi è, volente o nolente, uno scafista della disinformazione, ogni giorno trasportiamo da una sponda all’altra della rete centinaia di fake news. Una migrazione inarrestabile che possiamo provare a combattere non più puntando il dito contro la Spectre della disinformazione, l’entità misteriosa, ma semplicemente iniziando a vivere con maggior lentezza il rapporto con il singolo contenuto digitale, passando da un approccio quantitativo a uno qualitativo, misurando la notizia con il metro della ragione e non solo con quello dell’emozione. È arrivato il momento di scontrarci con una verità funzionale: le fake news non esistono, se non nella nostra ingordigia di informazioni, nella bulimia emotiva che ci tiene legati in uno binomio incestuoso alla rete.

Il triste primato. Italia patria delle fake news: record di contenuti rimossi per disinformazione legata alla salute o ai temi politici. Alessio De Giorgi su Il Riformista il 29 Settembre 2023 

Nei giorni scorsi è circolato il report del primo semestre 2023 prodotto da Meta, la bigtech statunitense proprietaria di Facebook, Instagram e Whatsapp, e pubblicato sul sito disinfocode.eu, un progetto della Commissione Europa volto a contrastare fake news, disinformazione e ingerenze straniere sui social media e in generale nel mondo digitale. Si tratta di una importante iniziativa di co-regolazione tra Istituzioni europee e società bigtech che risale al 2018 con un primo codice di autoregolamentazione dei principali attori del settore, che è arrivato alla firma definitiva nel giugno 2022 e che è diventato effettivamente operativo da qualche mese. Il progetto peraltro precede il Digital Service Act, approvato dall’Unione Europea nell’aprile 2022, che finalmente proprio in questi mesi sta entrando in vigore e che costringerà tutte le grandi piattaforme digitali a tutta una serie di misure sulla carta efficaci di trasparenza e di contrasto alla disinformazione.

I dati hanno fatto discutere ma non hanno sorpreso gli addetti ai lavori: l’Italia è ai primi posti della disinformazione, almeno per quanto riguarda quella individuata e contrastata da Meta su Facebook ed Instagram. Se nell’attività di monitoraggio di fact-checker indipendenti è la Francia ad avere il primato con 7,4 milioni di contenuti identificati come “fake-news” nel primo semestre dell’anno contro i 7 dell’Italia, i 6,8 milioni della Germania ed i 6,1 della Spagna, è il nostro Paese ad avere il triste record di contenuti rimossi per disinformazione legata alla salute o ai temi politici: 45000 sono i contenuti rimossi in Italia, 22000 in Germania, 16000 in Spagna e 12000 in Francia. Complessivamente, nel primo trimestre del 2023 Facebook a livello mondiale ha bloccato 426 milioni di account identificati come fake, bot o comunque come divulgatori sistematici di fake-news, dato che nel secondo trimestre è cresciuto a 676 milioni di account, a dimostrazione dello sforzo che la bigtech guidata da Mark Zuckerberg sta oggettivamente facendo a livello globale per bloccare la disinformazione e le ingerenze straniere ed anche per allineare le proprie politiche interne alle norme europee recentemente entrate in vigore con l’approvazione del Digital Services Act.

I report di Meta toccano anche il delicatissimo tema della pubblicità online, su cui – peraltro – va ricordato che è in dirittura di arrivo un regolamento specifico da parte dell’Unione Europea di cui è relatore l’europarlamentare Sandro Gozi.

Se Meta quindi prova a dare il suo contributo, anche gli altri attori via via si stanno allineando, sebbene a velocità diverse. L’altro gigante bigtech Google, pur con tutte le sue particolarità di non essere un social media vero e proprio, ha pubblicato i suoi dati che dimostrano anche in questo caso un tentativo di contrastare la disinformazione su Google Search e su YouTube. In affanno invece le altre aziende: TikTok ha pubblicato il report, ma i dati che sono stati forniti sono decisamente inferiori a quelli dei propri concorrenti, segno di una minore attività di contrasto al fenomeno, mentre X-Twitter, il gigante acquistato e pesantemente rinnovato da Elon Musk, non ha ancora pubblicato i dati, ennesimo segno di un loro sostanziale disinteresse al tema.

Quello cui stiamo assistendo è sostanzialmente un riflusso dei social network. Dopo la “sbornia” da deregulation dei social network dello scorso decennio, culminata con lo scandalo di Cambridge Analytica e con le campagne elettorali di Donald Trump, della Brexit e – in Italia va sempre ricordato – del referendum costituzionale del 2016, va riconosciuto lo sforzo di alcune bigtech, Meta e Google in particolare, di provare a cambiare la situazione. A partire dal 2018, ad esempio, è stata per prima Meta a costringere chiunque voglia fare pubblicità politica ed elettorale a registrarsi su una piattaforma costruita ad hoc ed a fornire i dati di chi finanzia le attività, pubblicando poi tutti i dati, aggregati e disaggregati, su un sito dedicato proprio alla trasparenza. Google ha seguito a ruota, con normative di autoregolamentazione altrettanto stringenti. Meta ha poi negli anni successivi rimosso alcuni target politici specifici, ad esempio impedendo di fare pubblicità su utenti che l’algoritmo considerava come conservatori o come progressisti, mettendo i bastoni tra le ruote a molti attori della disinformazione politica. Il combinato disposto dei due interventi ha probabilmente ridotto gli introiti che Meta ha ricavato dalla pubblicità politica, ma ha anche diminuito fortemente la pressione della politica e dell’opinione pubblica dopo gli scandali della metà degli anni ’10 e fatto dormire sonni più tranquilli ai suoi dirigenti.

Tutto questo lavoro è sufficiente? Probabilmente no, ma sicuramente la strada è segnata ed è quella giusta. Rimangono molte zone d’ombra, ad esempio quelle relative alle attività di ingerenza di alcuni Stati esteri, la cui identificazione in questi report è sicuramente ancora sottostimata. Rimangono problemi con alcuni attori, primi tra tutti X-Twitter – il cui nuovo proprietario, Elon Musk, ha più volte detto che la libertà di informazione (ma aggiungiamo noi, anche quella di disinformazione) è intoccabile, tanto da aver agevolato il ritorno sulla propria piattaforma dell’ex Presidente USA Donald Trump, bannato dalla precedente gestione aziendale – e TikTok, la grande azienda cinese, che dà sicuramente segnali di disponibilità ma su cui rimangono enormi incognite rispetto alla gestione dei dati ed alla trasparenza.

Non è un caso che tutti questi sforzi di Bruxelles si concentrino in questi mesi. Le elezioni europee sono alle porte e con gli scenari internazionali di tensioni e forti cambiamenti – specie dopo l’invasione russa in Ucraina – la paura di ingerenze straniere nei processi di scelta politica è fortissima, tanto da aver indotto la Commissione europea, nelle scorse settimane, ad intervenire sulle bigtech a proposito delle attività di disinformazione registrate nella campagna elettorale della Slovacchia, che va alle urne nella giornata di domani.

L’entrata in vigore del DSA, da alcuni visto come un attacco alla libertà di pensiero ma in realtà agile e misurato strumento contro la disinformazione, è positiva: l’Europa ci prova, ora sta anche agli Stati membri fare il proprio lavoro nel contrasto delle fake news. E l’Italia, su questo, è però drammaticamente ferma, mentre altri Paesi europei istituiscono authority ad hoc.

Alessio De Giorgi. Giornalista, genovese di nascita e toscano di adozione, romano dai tempi del referendum costituzionale del 2016, fondatore e poi a lungo direttore di Gay.it, è esperto di digitale e social media. È stato anche responsabile della comunicazione digitale del Partito Democratico e di Italia Viva

Le cinque fake-news del 2022: dai negazionisti del clima al Genitore 1 e Genitore 2. Simone Alliva su L’Espresso il 26 Dicembre 2022.

Narrazioni politiche, propaganda e complotti: ecco le bufale dell'anno passato e (forse) dell'anno che verrà

L’analisi dell’anno 2022 – non fanno eccezione i precedenti - ci regala un formidabile breviario sulla fortuna e sui limiti della spregiudicatezza di alcuni politici. Un Bignami sulle fake news, la propaganda basata sulla denigrazione e sulla menzogna utile. Questioni che hanno tenuto banco per mesi, ispirato dibattiti e spesso proposte di legge. Narrazioni politiche che finiscono per travolgere moltissime persone convinte di essere depositarie della verità nascosta da chi complotta per tenerci tutti all'oscuro di come va il mondo.

In buona fede o pessima fede, alimentate da politici e giornalisti, ecco cinque delle più dibattute fake-news dell’anno trascorso.

1) No, la polizia morale dell’Iran non è stata abolita

L’Iran torna sotto gli occhi dell'Occidente. E la sua rivoluzione sociale e culturale esplosa dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane curda di 22 anni - morta per mano di chi l'ha arrestata- ha portato da noi anche ogni tipo di bufala e propaganda. Quella dell’abolizione della polizia morale è stata la più dibattuta e recente, circolata su buona parte dei giornali italiani e internazionali, sordi alla richiesta di prudenza da parte di esperti di Iran e attivisti. Un inganno che nasce da alcune dichiarazioni di Mohammad Jafar Montazeri, procuratore generale della repubblica islamica e importante esponente del regime, che dichiara all’agenzia stampa iraniana Isna, domenica 4 dicembre: il governo ha smantellato la polizia religiosa e lavora per modificare la legge che obbliga le donne iraniane a indossare il velo islamico, cioè l’hijab. Le parole di Montazeri, però, non sono state poi confermate da nessun altro membro del regime iraniano. L’eliminazione della polizia morale è fin dall’inizio uno degli obiettivi delle proteste. Nel corso dei mesi, tuttavia, i manifestanti avevano molto ampliato le loro richieste, iniziando a chiedere la fine del regime e l’instaurazione di un sistema democratico. Per capire che si trattava di un fake news sono servite le analisi di Borzou Daragahi, corrispondente per il Medio Oriente dell’Independent, le televisioni di stato iraniano hanno rigettato ogni ipotesi di un possibile smantellamento della polizia religiosa, sostenendo al contrario che il corpo non sarà assolutamente toccato e manterrà tutte le sue funzioni. A confermare la poca credibilità della notizia sono anche gli stessi manifestanti che hanno continuato le loro proteste.

2) No, l'Italia non è l'unico paese dove si fanno i Rave

La lotta ai rave party ha dato la battuta d’inizio a questo governo. Si è conclusa con un decreto che è diventato il cavallo di Troia per un liberi tutti: dai no-vax ai corrotti. Spesso le polemiche riguardavano l’eccessiva severità delle pene se confrontate con quelle in vigore in altri Paesi europei. Dall’altra parte della barricata il Governo affermava che bisognava introdurre maggiori restrizioni contro i rave party, sostenendo che questo tipo di feste si tenesse soprattutto in Italia. È stato il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, il 3 novembre, in un’intervista a La Stampa a definire «giusto» il provvedimento del Governo perché «l’Italia non può essere il Bengodi dove vengono a fare i rave da tutta Europa». Sui rave (essendo fenomeni illegali) non esistono statistiche ufficiali a livello europeo che possano dirci dove siano più frequenti e partecipati. Sappiamo, tuttavia, che non è vero che questo tipo di eventi si tengano solo in Italia. Spagna, Francia e Germania, il fenomeno è diffuso in tutta Europa. Il primo gennaio 2022, a Rijswijk, in Olanda, la polizia olandese ha bloccato un rave party organizzato per celebrare l’inizio del nuovo anno, a cui hanno preso parte centinaia di persone. Risale a giugno, in Repubblica Ceca, l’Anniversary rave, un grande rave party organizzato anche grazie alla creazione di un apposito gruppo su Facebook, con i partecipanti provenienti da diverse nazioni di tutta Europa.

3) No, le navi ONG non attirano i migranti

«Le navi umanitarie sono un fattore di attrazione per i migranti» così il 26 ottobre, intervistato da La Stampa, il nuovo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha sfoderato una teoria cara ai partiti di destra e non solo. Si chiama “pull factor” (“fattore di attrazione”): i migranti sarebbero spinti a partire dalle coste del Nord Africa sapendo che ci sono navi pronte a salvarli e a portarli in Italia. Ad agosto 2017, in un’intervista con il Corriere della Sera, era stato Luigi Di Maio, non ancora capo politico del Movimento 5 stelle, a definire le navi Ong «taxi del mare». Una teoria che si trascina ad oggi e che promette di entrare anche nell’anno che verrà. Il problema di questa ipotesi è semplice: non ci sono dati che la sostengono. Anzi, quelli a disposizione dicono il contrario. A settembre 2020 è stata pubblicata una ricerca realizzata da Eugenio Cusumano, ricercatore in Relazioni internazionali dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi, e da Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). Gli unici fattori che hanno impatto nell’aumento del numero delle partenze sono le condizioni meteo (quelle favorevoli incentivano le traversate in mare) e il livello di instabilità politica.

4) No, i cambiamenti climatici non ci sono da sempre

Dal crollo di una parte del ghiacciaio della Marmolada, che il 3 luglio ha causato la morte di almeno undici persone, fino all’abbassamento del livello dei fiumi in Italia. Minimizzare è la risposta di una parte politica che preferisce non approfondire un fenomeno che riguarda la sopravvivenza del pianeta. Ne sa qualcosa Lucio Malan, senatore di Fratelli d’Italia, che il 4 luglio ha rilanciato sui suoi profili social la sua teoria sulla crisi climatica: «I negazionisti del cambiamento climatico siete voi gretini. Chi ha studiato sa che i cambiamenti ci sono da sempre».

Sì, il clima terrestre è cambiato molte volte nel corso della storia ma i cambiamenti climatici registrati negli ultimi 150 anni, cioè dall’inizio della rivoluzione industriale, segnano un’eccezione per il nostro pianeta, in termini di velocità e portata. Unanime su questo tutta la comunità scientifica internazionale che non ha dubbi sulla principale causa principale del fenomeno: le attività degli esseri umani e nello specifico la produzione di CO2. Non è un caso che gli attivisti per il clima indichino come deadline il 2030. Per contenere l’aumento delle temperature entro la fine del secolo intorno agli 1,5°C rispetto all’epoca pre-industriale, le emissioni a livello mondiale dovranno ridursi almeno della metà entro 7 anni. E bisognerà raggiungere la neutralità climatica (ossia ciò che è emesso deve essere riassorbito dal pianeta) entro il 2050.

5) No, la dicitura genitore 1 e genitore 2 non è mai esistita.

Il discorso di Giorgia Meloni il 19 Ottobre 2019 durante una manifestazione a Roma in piazza San Giovanni è diventato una canzone virale sui social. Per Matteo Salvini la battaglia contro “Genitore 1 e Genitore 2”, resta così identitaria da averla inserita nel programma elettorale della Lega. Per tutto il 2022 politici, commentatori e giornalisti, anche dei quotidiani più progressisti, hanno annunciato eventuali ritorni e cancellazioni dai documenti.

Eppure la dicitura “Genitore 1, genitore 2” non esiste. Non è mai esistita.

Una fiaba piccolissima che inizia nel 2013 nel Comune di Venezia e diventa, è il caso di dirlo, una balla spaziale. È Camilla Seibezzi, 52 anni e una figlia avuta con un’altra donna dentro una relazione durata 13 anni, a proporre la dicitura «genitore 1 – genitore 2» per la modulistica scolastica del Comune di Venezia, di cui era consigliera delegata a diritti civili e politiche anti-discriminazione. La richiesta puntava a modificare i moduli per l’iscrizione agli asili nido e alle scuole dell’infanzia che riportavano la dicitura “padre”, “madre”. La proposta intendeva inserire semplicemente la dicitura primo genitore e secondo genitore (cioè il primo che firma e il secondo che firma). Lesa maestà, minaccia alla famiglia tradizionale, gender: il tono propagandistico delle associazioni anti-lgbt droga così tanto il dibattito da dare alla proposta un rilievo nazionale. Arriva il 2015: il Governo Renzi introduce la carta d’identità elettronica, e per quanto riguarda i minori, nelle leggi e sui documenti compare il termine “genitori”, (attenzione: non “genitore 1” e “genitore 2”). Nel 2019 al Viminale, Salvini decide di sostituire “genitori” con “padre e madre”. Modifica che causa problemi non indifferenti ai bambini con un solo padre o una sola madre. Lo segnala anche il Garante della Privacy, sottolineando gli «effetti discriminatori», per esempio su quei minori che non avevano una figura paterna o materna, e i problemi nella raccolta dei dati e nel rispetto delle normative europee. Si arriva così ad oggi: il Tribunale civile di Roma, il 16 novembre con un'ordinanza in relazione al ricorso presentato dalle due madri della piccola (legale e adottiva) contro un decreto del 31 gennaio del 2019, dall'allora ministro dell'Interno, Matteo Salvini, impone una dicitura neutra “genitore”, non “padre” “madre”.

Fedez, Mentana, Blasi e gli altri: le 6 gaffe tv più imbarazzanti di quest'anno. Ecco le figuracce più imbarazzanti che conduttori, ospiti e personaggi famosi hanno fatto in questo anno sul piccolo schermo. Novella Toloni il 27 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Scivoloni, figuracce, attimi di défaillance. Chiamatele come preferite ma le gaffe rimangono uno dei momenti cult della televisione e dimenticarle, a volte, risulta impossibile. A ricordarcele ci sono il web e i social network che le ripropongono come emblema di quanto possa essere facile scivolare sulla più classica buccia di banana. E non si può certo dire che questo 2022 non ci abbia regalato "perle" da inserire negli annali delle gaffe più imbarazzanti della storia del piccolo schermo.

Andando in ordine cronologico, il personaggio ad avere inanellato una serie di gaffe l'una dietro l'altra (e tutte nella solita trasmissione) è stata la chiacchieratissima Ilary Blasi. Prima di finire al centro del gossip per la crisi con il Pupone, la presentatrice romana ha avuto più di un problema con la lingua italiana nel corso dell'ultima stagione dell'Isola dei famosi. Prima ha scambiato la "palapa", dove si riunivano i concorrenti con la "patata", poi ha coniato un nuovo (imbarazzante) verbo: "scoreggiare" invece di "scoraggiare". E Striscia la notizia non poteva che omaggiarla con un tapiro d'Oro.

Poche settimane dopo è toccato a Mahmood rendersi protagonista di una figuraccia durante la conferenza stampa di presentazione degli Eurovision song contest. In questo caso la gaffe non è stata linguistica, ma decisamente acustica. Il cantante stava rispondendo alle domande dei giornalisti e tra una parola e l'altra si è lasciato sfuggire un rutto, che il microfono ha riproposto in versione amplificata alla platea di ospiti internazionali. Vano il tentativo di Mahmood di tapparsi la bocca con la mano e il traduttore non è stato necessario.

Decisamente imbarazzante anche la gaffe commessa da Enrico Mentana durante l'ultima maratona elettorale. Il giornalista stava conducendo uno speciale dedicato al voto su La7 e nel concludere l'intervista con il presidente della regione Sicilia, Renato Schifani, è scivolato sul doppio senso. "Direttore, il presidente ci deve lasciare, fanno pressioni da dietro", ha spiegato l'inviato di La7 e Mentana ha chiuso così: "Eh no, le pressioni da dietro sono sempre pericolose". Risate in studio e break pubblicitario per superare l'impaccio.

Non è scivolata sul doppio senso, invece, Amanda Lear che, ospite di Domenica In lo scorso ottobre, si è resa protagonista di una gaffe quasi da censura. In studio Mara Venier stava parlando dell'uscita del film sulla vita di Salvador Dalì, nel quale si parla anche di lei e della loro relazione e nel visionare in anteprima il trailer, la Lear ha potuto vedere in azione l'attrice che l'ha interpretata e è scappata la battuta infelice: "Sembra una mignotta ucraina". Altro che imbarazzo.

Come dimenticare poi la défaillance di Sonia Bruganelli a Tv Talk. A inizio novembre l'opinionista è stata ospite della trasmissione di Rai3 per parlare di libri e autori e ha avuto più di un battibecco con il giornalista Riccardo Bocca. Presa dalla foga del dibattito la moglie di Bonolis ha punzecchiato l'opinionista, che aveva appena citato lo scrittore austriaco Thomas Bernhard: "Lei è andato a cena con Bernhard?". E Bocca l'ha gelata: "Essendo morto è difficile". Impossibile recuperare la figuraccia.

La carrellata delle gaffe più imbarazzanti del 2022 non poteva che concludersi con chi di figurette se ne intende. Durante una puntata del suo podcast Muschio Selvaggio, Fedez si è fatto cogliere impreparato dall'ospite di turno, Gerry Scotti. "Chi ca... è Strehler, raga?", ha detto il rapper commentando le parole di Scotti, che aveva ricordato la figura di Giorgio Strehler, uno dei più celebri attori e registi italiani del Novecento. E la sua caduta "artistica" ha fatto letteralmente il giro del web.

Dietro il giornalismo. Fedez, Di Caprio, Raiola: Leggo chiede scusa ai lettori per gli errori 2022. Da professionereporter.eu il 23 Dicembre 2022

Fedez che fa il baby sitter. Di Caprio che dona milioni di dollari all’Ucraina. Il procuratore di calcio Raiola che muore in anticipo. Sono alcune delle notizie sbagliate che ha dato nell’anno 2022 Leggo, il quotidiano gratuito del gruppo Caltagirone. 

La notizia non sono queste notizie, ma che Leggo ormai da quattro anni, a questo punto dell’anno, dichiara i suoi errori, su una pagina intera. In Italia, a quanto risulta, non lo fa nessun altro in modo così evidente. “Siamo convinti che sia inutile far finta di niente e sia controproducente nasconderlo. E allora abbiamo messo in fila i nostri sbagli, uno dopo l’altro. E, come avevamo promesso gli anni passati, siamo riusciti a farne di meno (soprattutto sul nostro sito internet), a farne di meno gravi… Chiedere scusa, scriverlo nero su bianco in prima pagina, crediamo sia doveroso. È il nostro modo per dimostrare affidabilità”, ha scritto il Direttore di Leggo, Davide Desario, nel suo fondo di giovedì 22 dicembre. 

FERRAGNI SI ARRABBIA

Ed ecco gli errori 2022. “Chiediamo ancora scusa agli interessati e ai lettori tutti”, inizia l’articolo che li elenca, firmato da Claudio Fabretti. 

Innanzitutto, la pandemia da Covid-19: “Il 10 gennaio abbiamo scritto che la conduttrice Francesca Barra era risultata positiva facendoci confondere dal fatto che non stesse bene la bambina. Lei ci ha subito segnalato l’errore e noi lo abbiamo corretto”. Fedez baby-sitter: “Lo scorso 21 febbraio abbiamo pubblicato sul web un articolo in cui veniva definito ‘baby-sitter’ Fedez, che rimaneva a casa con i bambini, mentre Chiara Ferragni era a New York vestita (come ha scritto lei) da Catwoman. Una definizione non felice che abbiamo corretto. Ma a diffondere ancor di più la cosa è stata proprio la Ferragni che ha deciso di dare in pasto ai suoi milioni follower uno screenshot con la definizione di baby sitter, quando era stata cambiata da molte ore. Per noi una shitstorm con accuse di maschilismo poco pertinenti, viste anche diverse scelte editoriali compiute dal nostro giornale. Per la Ferragni un autogol: ha contribuito a diffondere la definizione che voleva contrastare”. Di Caprio e l’Ucraina: “Anche il nostro giornale è caduto nell’errore di riportare la notizia secondo cui Leonardo Di Caprio aveva la nonna di Odessa e aveva perciò donato 10 milioni di dollari all’Ucraina. Una fake news”. Università errata: “In un incidente stradale a Ostia, è morta la studentessa americana Anne Katrin Butrel di 23 anni. Riportando la notizia, il 18 ottobre, abbiamo erroneamente ricordato che la ragazza frequentava la John Cabot University a Roma, informazione poi smentita”. Caso Raiola: “Il 29 aprile insieme a molte altre testate, per la verità, abbiamo anticipato di 24 ore la morte di Mino Raiola, il re dei procuratori del calcio”. Sindacalista in pensione: “Il 31 gennaio nell’articolo in cronaca milanese dal titolo ‘Milano, boom di botte e insulti ai dipendenti Atm: mandibole rotte e pistole puntate’, era stato interpellato Mauro Baroni attribuendogli il ruolo di coordinatore Filt Cgil gruppo Atm. Ma il sindacalista era ormai in pensione”. 

NERO SU BIANCO

Cercare ogni giorno di fare meglio. Imparando dai nostri errori -ha scritto Desario- Non ci stancheremo mai di provarci. Così anche alla fine del 2022, per il quarto anno consecutivo, abbiamo deciso di dedicare una pagina alle nostre imprecisioni degli ultimi dodici mesi: affermazioni sbagliate, fake news, valutazioni errate. Alcune sono finite su internet, altre sono andate in stampa. Insomma quello che non dovrebbe capitare a chi fa il nostro lavoro ma che, ahinoi, è capitato. Siamo, però, convinti che sia inutile far finta di niente e sia controproducente nasconderlo. E allora abbiamo messo in fila i nostri sbagli, uno dopo l’altro. E, come avevamo promesso gli anni passati, siamo riusciti a farne di meno (soprattutto sul nostro sito internet), a farne di meno gravi. Tutti assolutamente in buona fede. Non è una cosa da poco, credetemi. Ancor di più in un periodo complesso e di grandi cambiamenti come questo. Chiedere scusa, scriverlo nero su bianco in prima pagina, crediamo sia doveroso. È il nostro modo per dimostrare affidabilità. Perché noi ce la mettiamo tutta ma, se sbagliamo, state sicuri che ve lo diciamo. I lettori sono molto più acuti di quanto si voglia far credere. E in tanti, infatti, hanno apprezzato la nostra iniziativa. E questo ci ha dato la conferma che siamo sulla buona strada. Avanti. Insieme. Senza paura di chiedere scusa”.

Venerdì 23 Fiorello a “Viva Rai2!” ha raccontato l’iniziativa di Leggo sulle notizie sbagliate e ha proposto al Pd: “Prendete lui, Davide Desario, il Direttore di Leggo”.

Da Fedez "baby sitter" alle donazioni di Leonardo DiCaprio. Ecco i nostri errori dell'anno che sta per finire. Come ogni anno, non dimentichiamo l'appuntamento con i lettori per riconoscere gli errori commessi. Claudio Fabretti su Leggo il 22 Dicembre 2022.

Come ogni anno, non dimentichiamo l'appuntamento con i lettori per riconoscere gli errori commessi. Anche quest'anno ne abbiamo trovati, anche se - si spera - meno numerosi di altre occasioni. Chiediamo ancora scusa agli interessati e ai lettori tutti. Con una certezza: ogni giorno iniziamo a lavorare pensando a come avremmo potuto fare meglio il giorno prima. E non smetteremo mai di farlo anche nel 2023.

NIENTE COVID

La pandemia da Covid-19 è stata un terreno insidioso per le notizie. Nel nostro caso, ad esempio, il 10 gennaio, abbiamo scritto che la conduttrice Francesca Barra era risultata positiva facendoci confondere dal fatto che non stesse bene la bambina. Lei ci ha subito segnalato l'errore e noi lo abbiamo corretto.

FEDEZ BABY-SITTER

Lo scorso 21 febbraio abbiamo pubblicato sul web un articolo in cui veniva definito «baby-sitter» Fedez, che rimaneva a casa con i bambini mentre Chiara Ferragni era a New York vestita (come ha scritto lei) da Catwoman. Una definizione non felice che abbiamo corretto. Ma a diffondere ancor di più la cosa è stata proprio la Ferragni che ha deciso di dare in pasto ai suoi milioni follower uno screenshot con la definizione baby sitter quando era stata cambiata da molte ore. Per noi una shitstorm con accuse di maschilismo poco pertinenti, viste anche diverse scelte editoriali compiute dal nostro giornale. Per la Ferragni un autogol: ha contribuito a diffondere la definizione che voleva contrastare 

DICAPRIO E L'UCRAINA

Anche il nostro giornale è caduto nell'errore di riportare la notizia secondo cui Leonardo DiCaprio aveva la nonna di Odessa e aveva perciò donato 10 milioni di dollari all'Ucraina. Una fake news che in tempo di guerra è stato molto più difficile evitare.

UNIVERSITÀ ERRATA

In un incidente stradale a Ostia, è morta la studentessa americana Anne Katrin Butrel di 23 anni. Riportando la notizia, il 18 ottobre, abbiamo erroneamente ricordato che la ragazza frequentava la John Cabot University a Roma, informazione poi smentita.

CASO RAIOLA

Il 29 aprile insieme a molte altre testate, per la verità, abbiamo anticipato di 24 ore la morte di Mino Raiola, il re dei procuratori del calcio. Inizialmente smentita, la notizia del suo decesso è arrivata un giorno dopo.

SINDACALISTA

Il 31 gennaio nell'articolo in cronaca milanese dal titolo Milano, boom di botte e insulti ai dipendenti Atm: mandibole rotte e pistole puntate... era stato interpellato Mauro Baroni attribuendogli il ruolo di coordinatore Filt Cgil gruppo Atm. Ma il sindacalista era ormai in pensione. Un errore chiamarlo in causa non certo l'allarme che ha lanciato.

Paolo Travisi per leggo.it il 23 Dicembre 2022.

Leggo applaudito da Fiorello durante la diretta di Viva Rai2 per l'articolo in prima pagina, «Le nostre notizie sbagliate 2022», pezzo firmato da Claudio Fabretti, che raccoglie gli errori commessi in buona fede dalla redazione e l'editoriale del direttore Davide Desario. In buona fede, perché chiunque, svolgendo il proprio mestiere può sbagliare, è fisiologico nella natura umana, ma riconoscerlo e sbatterlo in prima pagina, usando un termine del gergo giornalistico, è un caso unico. 

E lo riconosce lo stesso Fiorello: «Certe cose bisogna evidenziarle», dice seriamente Fiorello, nella diretta del 22 dicembre, «hanno pubblicato tutti i loro errori, e chiedono scusa», dice con una certa meraviglia il conduttore, che da quando ha iniziato il suo programma nella fascia oraria delle 7.15 del mattino sta facendo il pieno di ascolti, con un effetto positivo sull'audience di Rai2. Il riconoscimento a Leggo, nell'ultima puntata del 2022 di Viva Rai2, che ritornerà con l'anno nuovo, il 16 gennaio 2023.

Il gancio al Pd

E poi il plauso al direttore di Leggo, Davide Desario, che dal 2019 ha dato inizio alla pagina annuale sulle notizie sbagliate. «Facciamo un bel primo piano al direttore Davide Desario. Pd prendete lui», dice ancora Fiorello, che poi vira sull'autoironia: «Fiorello è bravissimo e bellissimo, questa non è sbagliata direttore, era giusto. Questo teniamolo da parte», chiude lo showman tra gli applausi del suo fedelissimo pubblico.

Le nostre notizie sbagliate 2021, riconoscere gli errori e scusarsi per essere ancora più credibili. Davide Desario su Leggo il 21 Dicembre 2021.

Non c'è due senza tre. E quindi anche quest'anno, dopo il 2019 e il 2020, abbiamo deciso di dedicare una pagina ai nostri errori degli ultimi dodici mesi: numeri inesatti, dichiarazioni sbagliate, valutazioni errate. Quello che non dovrebbe capitare a chi fa il nostro lavoro ma che ogni tanto, ahinoi, capita. Ed è inutile far finta di niente, è controproducente nasconderlo.

Sbagliare non piace a nessuno e quasi a nessuno piace ammetterlo. Ma chiedere scusa, scriverlo nero su bianco in prima pagina, crediamo sia giusto. È il nostro modo per dimostrare affidabilità: insomma, noi ce la mettiamo tutta ma, se sbagliamo, state sicuri che ve lo diciamo.

Così abbiamo messo in fila i nostri sbagli, uno dopo l'altro. E, come avevamo promesso gli anni passati, siamo riusciti a farne di meno, meno gravi e soprattutto sempre in buona fede. Non è una cosa da poco, credetemi. Ancor di più in un periodo storico come questo.

Ci scusiamo, dunque, con i diretti interessati e con tutti i lettori. Insieme possiamo contrastare chi ci ha fatto minacce più o meno velate e chi ha utilizzato l'arma dei social network sperando di zittirci.

Tutti i nostri errori del 2021: dai virologi a Mourinho, dai numeri a Inzaghi. Redazione di Leggo

Anche quest’anno siamo andati alla ricerca degli errori commessi nel corso di questi dodici mesi di lavoro. Qualcuno l’abbiamo trovato, ma il trend ci dice che stiamo migliorando. Chiediamo ancora scusa agli interessati e a tutti i nostri lettori. Con una rinnovata certezza: ogni giorno iniziamo a lavorare pensando a come avremmo potuto fare meglio il giorno prima. E non smetteremo mai di farlo.

Le nostre notizie sbagliate 2021, riconoscere gli errori e scusarsi per essere ancora più credibili il 23 Dicembre 2021.

In tempo di pandemia, numerosi sono stati gli articoli e le interviste che coinvolgevano gli esperti. Così è capitato che il 2 marzo, nelle pagine della cronaca di Milano, il professor Massimo Galli (foto, sotto) nel catenaccio del nostro articolo sia stato definito virologo, invece è infettivologo. L’8 novembre, invece, nella notizia sulla vaccinazione influenzale è stato scritto che riguardava tre milioni di persone, invece erano circa 300mila.

Qualche scivolone anche nelle pagine sportive. Ad esempio, abbiamo compiuto un errore di valutazione, annunciando la firma del rinnovo di Simone Inzaghi con la Lazio a maggio (come anche altri giornali, per la verità), quando invece non solo la firma non ci sarebbe mai stata, ma un giorno dopo lo stesso Inzaghi avrebbe firmato per l’Inter. Il mercato estivo - si sa - trae spesso in inganno. Così sul fronte-Roma Leggo per molte settimane ha tirato la volata ad allenatori come Sarri e Allegri, destinati a prendere il posto di Fonseca, ignorando completamente che fosse invece quasi fatta per Mourinho (foto, sotto). Invece… E non è una consolazione che anche gli altri giornali non ne fossero a conoscenza e abbiano sbagliato.

PAGELLE CONFUSE

Nel pagellone degli Europei abbiamo scritto che Bastoni, Sirigu e Meret non hanno mai giocato nell’Italia vincente di Mancini. Ma non è così, perché sia Bastoni, da titolare, sia Sirigu avevano giocato eccome. Pochi giorni fa, infine, l’ultima inesattezza: la Juve ha fatto esordire Koni De Winter, un talentuoso difensore belga e noi abbiamo scritto che era olandese. Ce ne scusiamo, anche perché siamo convinti che De Winter diventerà un grande giocatore.

DICHIARAZIONI FRAINTESE

Qualche inevitabile sbaglio anche sul nostro sito internet. Il primo è avvenuto durante gli Europei di calcio: al collega Alessandro Antinelli della Rai abbiamo attribuito un virgolettato errato riguardo il suo incontro con un giocatore inglese (Phil Foden) definito «ubriaco», termine invece mai utilizzato dal giornalista nel suo racconto su Twitter. Ce ne siamo scusati direttamente con Antinelli. Il secondo risale al 23 novembre scorso: abbiamo scritto che Linda Batista (foto, sotto) - ospite di “Storie Italiane” - aveva affermato di essere dipendente del padiglione italiano di Expo di Dubai, cosa che si è verificata inesatta.

Frasi mai dette.

Les jeux sont faits. No, Giulio Cesare non ha detto: «Il dado è tratto» (e non usato neanche il latino)

Secondo Svetonio, il grande condottiero romano avrebbe pronunciato in greco la frase “anerríphtho kýbos” che è un imperativo, e si riferiva al gioco d’azzardo in generale. Maurizio Assalto su L’Inkiesta il 27 febbraio 2023.

«Il dado è tratto» è la celeberrima sentenza proferita da Cesare il 10 gennaio del 49 a.C., di ritorno dalle Gallie alla testa delle sue legioni vittoriose, al momento di varcare il Rubicone tra Rimini e Cesena per dare inizio alla guerra civile contro l’ex alleato Pompeo. O almeno, così la frase è riferita da Svetonio, che ovviamente la riporta in latino, iacta est alea (come compare nel cartiglio sotto lo stemma del comune di Rimini, con la variante grafica di origine medievale dalla j al posto della i), poi divenuta alea iacta est (così, sempre con la j, nello stemma della provincia di Forlì-Cesena). Anche se, stando al suo (di Svetonio) coevo Plutarco, la frase fu in realtà pronunciata in greco, la lingua colta dell’epoca, e aveva una forma leggermente diversa, anerríphtho kýbos (citazione, pare, da una commedia di Menandro), che è un imperativo, “sia gettato il dado” (e a questa lezione si attenne Erasmo da Rotterdam per sostenere che l’espressione tramandata in latino sarebbe un errore di trascrizione che ha trasformato l’imperativo futuro esto nell’indicativo presente est).

In ogni caso, rimane la perplessità sulla traduzione-tradizione italiana che ha introdotto quell’astruso “tratto” in luogo dei più perspicui “lanciato, gettato, scagliato”, che peraltro sarebbero il senso proprio di iactum, participio passato del verbo iacĕre (all’origine di una numerosa famiglia lessicale: proiettare, proiettile, reietto, deiezione…).  “Tratto” è invece in italiano il participio passato di trarre, che il vocabolario Treccani registra come “sinonimo antiquato o letterario di tirare, col significato di scagliare, gettare lontano”, ma che come significati principali ha quelli coerenti con il verbo latino da cui deriva, trahĕre, ossia tirare nel senso di trascinare, “muovere cosa o persona esercitando su di essa una forza di trazione” (Treccani). (In altri termini, l’agente del verbo trahĕre esercita una forza che perdura per tutto il tempo dell’azione e mantiene sempre un legame fisico con l’oggetto, mentre nel caso di iacĕre l’azione è istantanea e la forza si esaurisce nel momento in cui l’oggetto si distacca dall’agente: nella lingua italiana entrambe queste azioni possono essere rese con il verbo tirare, ma il latino è più preciso e conserva la distinzione).

Il problema vero, però, nasce con il sostantivo alea. Che non è esattamente il dado (espresso in latino con i vocaboli talus o anche tessera), ma il gioco dei dadi, e genericamente il gioco d’azzardo (consentito a Roma durante i Saturnali, dal 17 al 23 dicembre). Cesare sapeva di giocare d’azzardo quando, ignorando l’altolà del senato, varcava il fiumiciattolo più famoso della storia, che segnava il confine tra l’Italia e la Gallia Cisalpina. Affrontava il rischio. Alea iacta est significa che il gioco è iniziato, e non si può fermare. È come se avesse detto “Les jeux sont faits”, l’annuncio del croupier quando la pallina gira, chi ha puntato ha puntato, nulla si può più cambiare, è solo questione di vedere dove la sorte farà cadere questa pallina. Di qui il senso di irreversibilità, di scelta senza possibilità di ritorno, intrinseco alla locuzione latina come al suo corrispettivo nell’italiano d’oggi, che ha dato altresì origine allo spin off “Varcare il Rubicone”, nel senso di rompere gli indugi e prendere una decisione definitiva.

Nel 49 a.C. la pallina cadde sul numero puntato da Cesare, che in pochi mesi sarebbe diventato il padrone dell’Urbe, “dittatore democratico” secondo la ormai classica caratterizzazione di Luciano Canfora. È la fortuna che arride agli audaci, nonché, in questo caso, al leader più abile militarmente e politicamente. Ma mentre la pallina stava girando tutto era ancora possibile, era il momento dell’imprevedibilità che per definizione accompagna l’azzardo. Di qui il senso di incertezza che si lega all’irrevocabilità mescolandosi nei sottintesi dell’espressione usata da Cesare.

Azzardo, rischio, incertezza sono i valori semantici, connessi al vocabolo alea, anche depositati nella corrispondente locuzione italiana e trasfusi nell’alea accolta nel nostro vocabolario (“correre l’alea” = tentare la sorte), nonché nelle parole che ne derivano, aleatorio e aleatorietà. Prendiamo il caso di un “contratto aleatorio”, per esempio un’assicurazione sugli infortuni: è un “contratto in cui il valore della prestazione o controprestazione dipende da un fattore d’incertezza, che si può risolvere a vantaggio dell’una o dell’altra parte, caratterizzato pertanto dall’assunzione del rischio come elemento determinatore dell’oggetto” (Treccani). Spesso però, ecco il punctum dolens, il concetto di aleatorietà è chiamato in causa a sproposito.

Se l’esito di una puntata alla roulette si può a buon diritto definire aleatorio, nel senso che è totalmente affidato alla fortuna e quindi incerto, e se le proiezioni elettorali basate sui primi seggi scrutinati sono aleatorie non perché dipendano dalla dea bendata (dipendono dalle scelte degli elettori, a volte anch’essi bendati) ma perché un campione troppo esiguo non garantisce alcuna certezza, rientrando quindi nell’accezione più estesa del termine, altrettanto non si può dire dei casi – e sono i più – in cui aleatorio e aleatorietà sono usati senza alcun nesso con la loro pregnanza.

Il caso più ricorrente è probabilmente quello del “discorso aleatorio”. Che cosa vuol dire “discorso aleatorio”? Che è un discorso azzardato, rischioso, affidato alla fortuna? Che è un discorso incerto? Sì, magari incerto nel suo procedere, concettualmente zoppicante, ma questa incertezza non dipende dalla buona o malasorte, non è riferibile a fattori esterni, bensì è interna al discorso stesso e a chi lo sviluppa. Non è l’incertezza dell’azzardo. Va bene estendere la portata semantica delle parole, ma a forza di estenderle si perde il rapporto con il senso.

Un esempio, dall’intervista data da un manager a una rivista di settore: «Abbiamo bisogno di promuovere il made in Italy, ma attualmente rischia di essere un discorso aleatorio perché non si vedono risvolti pratici e concreti». Aleatorio? Verosimilmente questo signore intendeva che è un discorso campato in aria, e viene il sospetto che nella scelta lessicale agisca la suggestione di una blanda forma di paronomasia, laddove aleatorio, senza alcun nesso con l’etimo, può richiamare alla mente qualche cosa di alato e materializzare l’immagine di un oggetto volteggiante qua e là nel cielo come un aquilone senza meta.

Volteggiando nel linguaggio corrente, il termine aleatorio, da “azzardato-rischioso-incerto”, diventa così (improprio) sinonimo di “vago, volubile, indefinito, inconsistente, instabile, infondato, improbabile, inattendibile”. Ma allora perché non usare questi aggettivi? Vabbè, si dirà, è l’uso: l’uso modifica le parole, le stravolge, impone nuovi significati. Maestro di precisione, fautore dello stile analogista e quindi devoto al principio della ratio, in opposizione agli anomalisti che prediligevano la consuetudo, lo scrittore Giulio Cesare disapproverebbe. E forse si preparerebbe a lanciare un altro dado.

Da corriere.it il 15 Gennaio 2023.

Ci sono delle frasi che ci entrano in testa e che non se ne vanno più. Le usiamo nelle nostre conversazioni, le ricordiamo con nostalgia, pensando alla nostra infanzia o adolescenza. Frasi iconiche di film o cartoni animati che possiamo quasi recitare a memoria. Inevitabile dunque il trauma quando scopriamo che le abbiamo sempre dette in modo sbagliato. Sono piccole sviste, parole storpiate o abbreviazioni poi ripetute così tante volte da entrare nel frasario popolare. Ma in realtà non sono quelle corrette. Parliamo ovviamente di errori che vengono fatti sul doppiaggio di questi lungometraggio, quindi sulla versione italiana.

BIANCANEVE

L’esempio principe riguarda una frase che dice la matrigna di Biancaneve. Per tanti - forse la maggior parte - dei piccoli grandi spettatori dice: «Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?». Purtroppo no, la citazione corretta — attenzione al trauma per chi ancora non lo sa — è «Specchio SERVO delle mie brame, chi è la più bella del reame?».

THE MASK

«Spuuumeggiante!» dice The Mask nel flm omonimo del 1994. Ma il personaggio interpretato da Jim Carrey che si trasforma quando mette la maschera verde purtroppo esclama un’altra cosa. Lo ha rivelato Netflix  su Twitter per annunciare l’arrivo del film sulla piattaforma: «Sappiamo che non è facile realizzare solo ora che in realtà si dice “Sfumeggiante”». Non vi preoccupate, siamo rimasti sconvolti anche noi.

GUERRE STELLARI

Nell’ultimo capitolo della prima trilogia — in ordine cronologico — di Guerre Stellari viene pronunciata una delle frase più iconiche della saga. Siamo alla fine de «L’impero colpisce ancora» e un Darth Vader morente dice a Luke Skywalker: «Luke, io sono tuo padre». Sbagliato: in realtà la frase corretta è «No, io sono tuo padre».

BLADE RUNNER

Siamo nel futuro distopico di Blade Runner, ideato nel 1982. Il replicante Roy Batty dice al protagonista Rick Deckard: «Io ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare». Una frase che avremo ripetuto un milione di volte in svariate occasioni, ma in realtà quella corretta è «Io ne ho... viste, cose.. che voi umani non potreste immaginarvi». Simile, ma non uguale.

ALIENS

Una delle frasi più iconiche del film Aliens, del 1986, è quella che esclama un Bill Paxton in preda al panico. «Escono dalle fottute pareti!» siamo stati abituati a ricordare. E invece no: la frase corretta è: «Vengono fuori dalle pareti, vengono fuori dalle fottute pareti!»

ECCE BOMBO

Torniamo in Italia, per una frase che, almeno una volta, abbiamo detto tutti. «Faccio cose, vedo gente», racconta un po’ annoiata la misteriosa ragazza che dialoga con Michele, alter ego del regista Nanni Moretti nel film Ecce Bombo, del 1978. In realtà, dice: «Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose…»

PER UN PUGNO DI DOLLARI

Rimanendo nel settore “capolavori cinematografici” come non citare il film di Sergio Leone, Per un pugno di dollari, dove Clint Eastwood ripete nel finale il famosissimo proverbio messicano: «Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è morto». In realtà la frase corretta è leggermente diversa: «Quando un uomo incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto».

THE KARATE KID

E infine sbarchiamo nel mondo di Karate Kid. Nel film del 1984 viene detto dal Maestro Miyagi «Metti la cera, togli la cera». Ecco, per essere precisi, la frase è «Dai la cera, togli la cera».

Film mai girati.

Fulvia Caprara per “La Stampa” il 9 gennaio 2023.

Film mai girati, successi mai esistiti, storie mai raccontate. Se la realtà fosse una sola, l'argomento non avrebbe alcun motivo di interesse. Succede, invece, che ne acquisti moltissimo perché il web ci ha da tempo abituato alla coesistenza di diversi mondi paralleli, di vero e di falso, di ipotetico e di concreto, di presente e di futuro.

 Nel mondo del cinema il fenomeno ha acquistato dimensioni stupefacenti, l'universo dei fake movies è in continua espansione, i titoli improbabili si moltiplicano e, con essi, il merchandising, i poster pubblicitari, le recensioni impossibili, i commenti, precisi e documentati, sul nulla.

 La galleria degli esempi è ampia e variegata, coinvolge tutti i generi cinematografici, stravolge i classici del grande schermo, rimastica B movies e capolavori intoccabili per poi sputarli in rete nella versione ritoccata, in attesa di un pubblico che faccia finta di abboccare.

 Si va da Inglorious Basterds (invece di «bastards») firmato da Quentin Tarantino al Buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone re-inventato con nuovo cast, Farah Fawcett, Caroline Munro, Bea Arthur. Da Spider-Man Far from home al posto di Spider-Man No way home a Gotham by night interpretato da una coppia fantomatica, formata da Robert De Niro e Ernest Borgnine. Dalla saga di The dark tower, talmente applaudita da essere giunta nientedimeno che al capitolo numero sette, forte di un cast pirotecnico di cui fanno parte Clint Eastwood, Jack Nicholson, Pam Grier, Lee Van Cleef a The pain and the yearning (Il dolore e il desiderio) attribuito a Mike Leigh con Judi Dench mattatrice.

Al primo accenno, al primo lancio di manifesto ben confezionato, corrispondono, immediati, fiumi di commenti, valutazioni, battute. C'è chi giura aver deciso di vedere l'opera, chi spiega di non aver letto il libro, ma di avere intenzione di valutarne la trasposizione cinematografica, chi prende subito le distanze, chi loda il cast e giudica performance. Il segreto è saper danzare sul vuoto dell'inesistente.

 I precedenti letterari non mancano, basta pensare a Jorge Luis Borges, all'arte della pseudoepigrafia e alla dichiarazione dello scrittore, nell'introduzione al racconto intitolato Il giardino dei sentieri che si biforcano: «Scrivere lunghi libri è una laboriosa, inaridente stravaganza... Un modo migliore di procedere è fingere che questi libri già esistano e proporne un riassunto, un commento».

 L'identico procedimento è adattabile ai film, la rete ha provveduto, e i risultati dilagano, in lungo e in largo per il metaverso di Internet. Lo sa bene Domenico Procacci, il primo, e finora unico, produttore italiano coinvolto nel grande gioco grazie a Goncharov, lanciato con una frase guida che scherza con l'inganno «il più grande film di mafia di tutti i tempi, quello che non avete mai visto» e che non vedrete mai, perché non esiste: «Non ne sapevo nulla - racconta il fondatore di Fandango - fino al giorno in cui amici che vivono all'estero mi hanno detto che sul "New York Times" si parlava di me.

 Mi sono informato, ho scoperto l'esistenza di "Goncharov", il film sarebbe datato '73, epoca in cui io avevo più o meno 13 anni, la cosa mi ha molto divertito e ho subito deciso di partecipare allo scherzo».

Una burla che, nel tempo, si è gonfiata, guadagnando complici importanti come Martin Scorsese, coinvolto con la formula «Martin Scorsese presents», la stessa che, a suo tempo, era stata usata, quella volta sul serio, per il lancio Usa di Gomorrah: «Avevamo fatto la proiezione a New York, il film era piaciuto molto a Scorsese, che aveva deciso di sostenerlo, così sul manifesto americano era stata scritta quella frase. Stavolta il nome di Scorsese rafforza l'invenzione».

 Il regista di Goncharov, protagonisti Robert De Niro e Al Pacino, insieme a Cybill Shepherd, Harvey Keitel, Gene Hackman, risponde al nome di Matteo Jwhj0715, ma nessuno s' impunta sulla stranezza di questo cognome, quello che conta è andare avanti, fornendo nuovi elementi di credibilità che vanno dalla creazione della colonna sonora e del trailer alla diffusione di magliette con il poster (acquistabili online e talmente carine da essere spesso indossate da Kasja Smutniak, moglie del fortunato produttore), alle citazioni rilanciate da attori famosi (come Ryan Reynolds che ha indicato la sua frase preferita) e, naturalmente, alle recensioni, ampiamente riportate su Tumblr, il sito cui si deve il primo spunto dell'avventura:

 «Ormai - commenta Procacci - il web vive di vita propria, rispondendo a logiche difficili da prevedere. Di tutto questo la cosa che più mi piace è l'uso di una creatività giocosa, senza un fine preciso. In un mondo come quello in cui viviamo dove tutto si fa per ottenere un risultato, è bello assistere a un caso basato solo sul puro divertimento».

Per nutrire la creatura Goncharov Domenico Procacci ha twittato una confessione autobiografica: «È il film da me prodotto di cui sono più orgoglioso. Avevo 13 anni quando l'ho realizzato, ero un ragazzo sveglio». Della trama, una saga di Cosa Nostra alla stregua del Padrino, si sa tutto. Al centro della scena c'è un protagonista adepto della mafia russa che ha deciso di chiudere con il malaffare, scegliendo di stabilirsi a Napoli insieme alla moglie, lontano dalle tentazioni criminali.

 Ma il passato ritorna e la vita di Goncharov sarà di nuovo sconvolta da nemici e pericoli mortali. La svolta, che fa immaginare ulteriori sviluppi della vicenda, l'ha fornita, via social, Francesca Scorsese, figlia 23enne dell'autore, che ha raccontato di aver messo il padre al corrente della fake- storia inviandogli un articolo del New York Times.

 Il regista non si è tirato indietro, anzi, ha avvalorato il tutto dicendo di aver realizzato Goncharov tanti anni fa. D'altra parte perché negare? Analisi filologiche e saggi accademici sono già stati stilati, mentre, su Wikipedia, in molti hanno tentato di aggiungere il titolo alla filmografia di Scorsese. Un bel gioco può durare molto, l'informazione ingannevole galoppa e, quando resta nell'ambito del cinema, potrebbe anche essere anche un modo per ravvivare idee, sfide, progetti.

Da professionereporter.eu il 30 dicembre 2022.

In un articolo sulla Stampa del 29 dicembre, Flavia Perina ricorda Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale ai funerali del leader comunista, “da solo senza preavviso, né scorta”. E poi: “Era il 13 giugno 1976, davanti a Botteghe Oscure c’erano un milione di persone a pugno chiuso, con la prima pagina dell’Unità in mano e quell’enorme ‘Addio’ tinto di rosso”. 

No, nel 1976 doveva ancora essere rapito Moro, Berlinguer avrebbe preparato con il leader Dc il  governo delle larghe intese e poi, dopo la morte di Moro, avrebbe cancellato la strategia del compromesso storico e avrebbe consumato lo “strappo” con l’Urss. La morte avviene l’11 giugno 1984, a seguito di un malore durante un comizio a Padova, cinque giorni prima.

L’articolo di Flavia Perina era uno dei quattro dedicati alle polemiche sul presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha celebrato il settantaseiesimo anniversario della nascita del Msi. 

Perina è stata nel Fronte della Gioventù, deputata di Alleanza nazionale, del Popolo della Libertà e di Futuro e Libertà con Gianfranco Fini. Nel 2013 ha abbandonato Futuro e libertà, ormai alla fine. Dal 2000 al 2011 ha diretto il Secolo d’Italia. Nel 2016 Roberto Giachetti, candidato sindaco di Roma, disse che -se fosse stato eletto- avrebbe nominato Perina capo della comunicazione. Fu eletta Virginia Raggi, Movimento 5 Stelle.

Su Berlinguer c’era stato un altro infortuno giornalistico, esattamente due anni fa. Il 2 gennaio 2021 su Repubblica il direttore Maurizio Molinari intervistava il fondatore Eugenio Scalfari. Verso la fine, Molinari domanda: “Che cosa ricordi del rapimento in via Fani?”. Risposta di Scalfari: “Poco prima del giorno in cui fu rapito, Moro mi aveva invitato nel suo studio spiegandomi il programma del nuovo governo che stava per nascere con il voto anche della sinistra: ‘Fra 15 giorni vado in Parlamento e propongo un’alleanza con il Pci’, mi disse. ‘Per due legislature’, aggiunse. Berlinguer era morto e Moro al momento non voleva il Pci al governo ma nella maggioranza parlamentare”.

Il rapimento avviene il 16 marzo 1978. Il segretario del Pci sarebbe morto (come ricordato decine di righe prima, nella stessa intervista) nel giugno 1984. 

Sia nel caso Perina sia nel caso Molinari, va sottolineato che quando ancora esistevano i correttori di bozze forse si sarebbero accorti degli errori, erano lì per quello. In ogni caso, anche oggi pezzi così importanti andrebbero “passati” con maggiore attenzione e cautela.

Menzogne Ideologiche.

Antonio Giangrande: La sinistra ha abbandonato I Diritti Sociali dei tanti (Il popolo dei ceti medio e bassi) poco rappresentati in Parlamento in favore de I Diritti Civili dei pochi (Immigrati, mussulmani, LGBTQIA+, ecc.) sovra-rappresentati in Parlamento rispetto al numero reale nella società italiana.

Cronaca vera. Il falso appello alla Scuola Holden e le inutili smentite nell’era della postverosimiglianza. Guia Soncini su L'Inkiesta il 30 Novembre 2023

Un cretino anonimo ha scritto un testo sgrammaticato per invitare a boicottare i docenti israeliani e sionisti, attribuendolo a sei ignari insegnanti. E ne è seguita una vicenda, scusate i termini, orwelliana e kafkiana

Non so come, fino a due mesi fa, rispondessi ai messaggi che contenevano link a notizie assurde, messaggi che come tutti voi ricevo a decine ogni settimana, essendo ormai il numero di notizie che ci paiono folli o paradossali o insensate parecchio superiore alla capienza della nostra attenzione.

Da due mesi, uso sempre una vignetta disegnata da Evan Lian e pubblicata a settembre sul New Yorker. C’è un ring di boxe, i due pugili negli angoli, e in mezzo l’annunciatore che dice: «In questo angolo, un tizio che descrive tutto come “orwelliano”, e in quest’altro angolo uno cui piace molto dire “kafkiano”».

La storia di oggi è orwelliana, è kafkiana, ma soprattutto è la storia che mi ha fatto capire che la postverità è un falso problema: il guaio è che viviamo nell’era della postverosimiglianza.

Un po’ gli strumenti non incentivano la riflessione – mica mi starete dicendo che, in quei venticinque secondi in cui, al cesso, spollicio il cellulare, devo mettermi a vagliare ciò che cuoricino o condivido – e un po’ la deriva irrazionale del mondo rende tutto verosimile, e questo da ben prima dei social: se ai nostri nonni cinquant’anni fa avessero detto che mangiare la mortadella era una forma di militanza adottata da un parlamentare, avrebbero chiesto il ricovero in manicomio di chi lo ipotizzava; poi quindici anni fa è diventato vero, senza prendersi il disturbo di passare per la verosimiglianza.

Quindi, nel regno dell’inverosimiglianza, qualche giorno fa inizia a girare una lettera con sei firme. Il testo è di facile socializzazione, essendo breve e avendo gli abitanti di questo secolo la soglia d’attenzione dei moscerini.

«Lettera aperta alla direzione didattica della Scuola Holden – I sottoscritti docenti chiedono che davanti all’opera di genocidio perpetrata dallo Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese il consiglio della didattica esprima una posizione certa e non derogabile a pareri personali dei singoli docenti su quanto sta avvenendo in questi giorni. I nostri studenti senza esitazione ci hanno dimostrato di voler essere protagonisti di un cambiamento culturale contro il patriarcato e il colonialismo, una modalità didattica che trova pieno svolgimento nella nostra opera quotidiana ma che viene stravolta da alcuni docenti e responsabili di sedi esterne creando problemi di identità alla nostra missione educativa. Chiediamo quindi alle direzione di didattiche di esprimersi senza paura su questi comportamenti singoli, giustificazionisti dei massacratori israeliani, che portano in dote fake news e notizie non verificabili per sbilanciare il piano comunicativo. Essere oggi accanto al popolo palestinese contro l’aggressione sionista israeliana vale di più di ogni sforzo didattico o fondo privato che sostiene la nostra scuola».

Prima di proseguire con la cronaca, è il caso di soffermarci sul crollo delle istituzioni, una delle questioni che più hanno contribuito a portarci nell’era della postverosimiglianza. Una volta esisteva un portato culturale delle classi sociali – i milionari non postavano didascalie sgrammaticate su Instagram – ma soprattutto un portato culturale delle istituzioni culturali.

Leggevamo che una certezza veniva da uno studio realizzato a Harvard, e ci illudevamo di poterci fidare. Poi sono arrivati i social, e qualunque imbecille scriva una cosa che se la dicesse nostro cognato al pranzo di Natale ci sotterreremmo dalla vergogna, su quel qualunque imbecille ci clicchi e ci trovi una cattedra, un dottorato, una sfilza di Ivy League. Almeno nostro cognato fa l’elettrauto.

Qualche tempo fa mi hanno raccontato che un docente della Holden ha fatto vedere alcune puntate di “The Office” agli allievi, agli allievi iscritti a una scuola per diventare creativi, autori, intellettuali, e che gli allievi si sono offesi per la cattiveria delle battute e delle situazioni e hanno protestato con la direzione.

Come tutti noi per cui la verità non è un criterio, non ho verificato se la storia fosse vera, ma non ho esitato a crederci. Era verosimile che alla più prestigiosa scuola di scrittura d’Italia fosse iscritta gente che non ha mai guardato Ricky Gervais, e che se lo guarda si offende; era verosimile che persone totalmente inadeguate accedessero a istituzioni che un tempo sarebbero state garanzia di qualcosa.

E quindi io li capisco quelli che hanno letto quelle righe in cui si chiedeva l’allontanamento dei docenti israeliani – pochi giorni fa, alla Holden aveva tenuto una lezione Ilan Pappé, storico israeliano che insegna in Inghilterra – e non si sono posti il problema della verosimiglianza delle firme.

Del fatto che a chiedere che agli israeliani non fosse permesso parlare fossero Loredana Lipperini, Elena Varvello, Matteo Nucci: non influencer che scrivono Palestina coi numeretti convinti che l’algoritmo li discrimini, ma intellettuali che una volta avremmo dato per scontato non sottoscrivessero appelli da assemblea d’istituto.

Oggi non lo diamo per scontato, ma più ancora non ci poniamo il problema. E fa tenerezza guardare le foto della questura di Torino postate da Loredana Lipperini, così novecentesca da credere nella tutela della reputazione, che è andata a denunciare ignoti per essersi appropriati del suo nome.

Ha fatto bene, lo dico senza alcuna ironia, ma – poiché conosco le regole della postverosimiglianza e ve ne farò dono – so che ora succederanno due cose. La prima è che inevitabilmente ci sarà gente che vedrà la lettera e non le smentite, e quindi resterà convinta che lei e gli altri abbiano firmato quel verbale da assemblea d’istituto contro il patriarcato e il colonialismo. Andreotti aveva torto: una smentita non è una notizia data due volte, una smentita è una goccia perduta nell’algoritmo.

L’altra cosa che accadrà è che qualcuno se ne dovrà occupare, di questo cretino, o cretina, o gruppo di cretini che ha messo sotto un testo dei nomi di intellettuali che quel testo non l’avevano mai visto, di questo nostalgico degli appelli contro Calabresi che voleva fare un po’ di casino, di questo Jannacci in sessantaquattresimo che voleva stare a vedere l’effetto che fa.

E, tecnicamente, chi se ne deve occupare è la Digos, cioè quelli che investigano sulle attività terroristiche. E quindi, come ogni volta che qualcuno sui social annuncia denuncia contro qualcun altro che gli ha detto «ma sei scemo?» o simili, io penso: ma con le mie tasse? Ma veramente vogliamo intasare i tribunali con queste stronzate?

L’avrei denunciato anch’io, uno che avesse firmato col mio nome una cosa non scritta da me, figuriamoci: ho pensato per anni di denunciare mia madre che quando morì mio padre pubblicò un necrologio scritto nel di lei italiano ma firmato da me, sembrandole più grave che non ci fosse un mio necrologio che non che qualcuno potesse pensare che mi esprimessi per frasi fatte (il mio vicino di casa mi disse «ho visto il tuo necrologio»: avrei dovuto capirlo quel giorno, che eravamo nell’era della postverosimiglianza).

L’avrei denunciato epperò vorrei una riforma del codice penale in cui il cretino del caso viene condannato a studiare di cosa si dovrebbe occupare, la Digos, invece che delle sue puttanate. E, già che ci siamo, anche ad apprendere un uso parco ma corretto di «orwelliano» e «kafkiano»: in questo caso, vanno bene entrambi.

Una formidabile rassegna di bufale raccontate da Gian Antonio Stella oggi all’ex colonia Vena d’Oro alla festa di Insieme si può. Scritto da redazione bellunopress.it l'1 Ottobre 2023

Gian Antonio Stella, giornalista, scrittore

Belluno, 1° ottobre 2023 – Parte dalle fake news attuali che quotidianamente vengono propalate dai social per istigare all’odio, Gian Antonio Stella, celebre firma del Corriere della Sera, inviato, editorialista, e scrittore, ospite oggi per i 40 anni della fondazione del primo gruppo dell’Associazione “Insieme si può” che si è tenuta nell’ex colonia della Vena d’Oro in località Levego (Belluno). Dopo aver demolito Facebook, consigliando siti ritenuti più affidabili come Open di Mentana. Benché, siano poche le fonti di informazioni totalmente immuni da bufale, soprattutto “in guerra la verità è la prima vittima” (Eschilo). Stella ha raccontato attraverso una ricca carrellata di aneddoti le più grandi bufale di tutti i tempi. Probabilmente la frase attribuita a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena «Se non hanno più pane, che mangino brioche» che avrebbe detto riferendosi al popolo affamato è la bufala più conosciuta. In realtà – precisa Stella – la frase secondo Jean-Jacques Roussos (Confessioni), sarebbe stata ascoltata da una “grande principessa “ nel salotto di Madame de Mably nel 1741, ossia 14 anni prima della nascita di Maria Antonietta. Ma sono molti i falsi del passato svelati da Stella. Prima di Hitler qualcun altro si occupò di sterminare gli ebrei servendosi della false lettere del Re di Tunisi “intercettate e tradotte” dal medico Pierre de Aura, dove si legge “Badate a avvelenare nel più breve tempo possibile i cristiani senza badare a spese. Vi farò avere oro e argento per le spese. Come sapete l’accordo tra noi, gli ebrei e i malati, ha avuto luogo poco tempo fa”. Seguirà l’editto di Filippo V di Francia “il Lungo” (Vincennes, 17 novembre 1293 – Parigi, 3 gennaio 1322) contro i lebbrosi. “Ho fatto catturare tutti gli ebrei del nostro regno per cospirazione… per porre veleni mortali nei pozzi e nelle fontane per far morire il popolo e i sudditi del nostro regno”. (Massacro degli ebrei a Verdun sur Garonne). E ancora “La storia della colonna infame” del Manzoni, appendice dei Promessi Sposi, nella Milano del 1630, afflitta dalla peste con la condanna a morte di diverse persone accusate d’essere gli «untori», ossia i responsabili della diffusione della pestilenza. La prima bufala a scopo economico fu quella fatta circolare da Thomas Cochrane ammiraglio e politico britannico, arrestato sotto l’accusa di aggiotaggio, per essersi arricchito con speculazioni in borsa a seguito della notizia falsa “Napoleone ucciso dai cosacchi” il 21 febbraio 1814. Questo e altro ancora nella cronistoria di bufale proposte da Gian Antonio Stella.

Ma per tornare al presente, aggiungiamo noi, diventa sempre più difficile riconoscere la bufala, soprattutto quando si tratta di “bufala di Stato”. Ricordate la II^ Guerra del Golfo scatenata nel 2003 il governo di George W. Bush quando invase l’Iraq accusando Saddam Hussein di avere armi di distruzione di massa? Nessuno ci avvisò che non era vero, né Mentana né i Tg. Le armi di distruzione di massa erano una grande bufala costata mezzo milione di morti. Più recentemente abbiamo visto nel Tg 2 Rai del febbraio 2022 una pioggia di missili cadere in Ucraina. Peccato che fosse un filmato del videogame War Thunder”. Anche Mentana direttore de La 7 scivola mandando in onda la scena di un film ‘Project X’ che scambia per l’assalto al Congresso Usa il 6 gennaio 2021. Il compianto Purgatori sul programma televisivo Atlantide in onda l’8 gennaio 2020 su La7 descrive il video del drone che ha ucciso il generale Soleimani, ma è un videogioco già usato dai russi nel 2017. Insomma, chi è senza peccato scagli la prima pietra. (rdn)

Video falsi e altre menzogne, le guerre parallele online. Gian Antonio Stellasu Il Corriere della Sera il 7 novembre 2023.

Propaganda: i morti reali in Israele e a Gaza e poi immagini manipolate, che cercano di cambiare il senso di quel che accade

«Ormai Internet è divenuto territorio anarchico dove si può dire di tutto senza poter essere smentiti. Però, se è difficile stabilire se una notizia su Internet sia vera, è più prudente supporre sia falsa», ammoniva Umberto Eco. Parole d’oro. La guerra sui social parallela a quella che sta dilaniando israeliani e palestinesi e il mondo intorno mostra quanto mai prima come la propaganda sia diventata centrale e come troppi se ne infischino, dall’una e dall’altra parte, della «verità». Impazzita come nell’urlo di Zavattini: «La veritàaaa».

Dalla parte dei filoisraeliani spunta un video: «Ecco i terroristi di Hamas cosa fanno ai Palestinesi che tentano di lasciare Gaza. Peggio dei Nazisti». Rovine di un magazzino, macerie sparse, polvere, una fossa piena

di pneumatici, due uomini in mimetica che spintonano un poveretto legato,

lo scaraventano nella fossa e gli sparano. Poi un altro e un altro ancora e un altro ancora. Spaventoso. Altro video su Gaza, messo online da un complottista filopalestinese australiano. Stesse rovine, stesse macerie, stessi assassini, stesse vittime: The true face of Israel, la vera faccia di Israele. Ma non è Gaza, non è oggi. È un video del 2013. Alla periferia di Damasco, guerra civile siriana. Che importa? Conta solo seminare odio.

Si sa tutto, grazie all’inchiesta di due studiosi, su quel video messo online da New Lines Magazine già un anno e mezzo fa. Si sa che fu una mattanza di 288 civili, tra cui donne e bambini accusati di opporsi a Bashar al-Assad, si sa che avvenne nel quartiere Tadamon, si sanno perfino i nomi dei due boia. Eppure c’è chi dall’una e dall’altra parte, in perfetta malafede, ha costruito una narrazione su misura del proprio fiele.

Direte: ma se sono così scafati da saper manipolare una foto, un audio, un video, sapranno bene che c’è anche chi potrà smascherarli! Sicuro. Ma avverrà sempre «dopo»: dopo che la loro fake avrà colpito il bersaglio raggiungendo di clic in clic più persone possibili buttando lì una «verità» alternativa. Letale. Spiega Michelangelo Coltelli, il fondatore di butac.it, (Bufale Un Tanto Al Chilo), che ha smascherato la doppia falsificazione sul video siriano: «Siamo davanti ad avvelenatori di pozzi. In un’epoca in cui l’informazione viaggia alla velocità della luce, la responsabilità di condividere un post con accuratezza e responsabilità è più cruciale che mai». Ma quanti la avvertono?

C’è di tutto, online. Ecco una foto di israeliani in festa col titolo sovrimpresso: «Gaza, Gaza, Gaza is a cemetery». Commento: «Fanatici di dx israeliani celebrano la carneficina a Gaza, esultano per l’uccisione di 4 mila bambini palestinesi, cantano: Gaza è un cimitero. Non ci saranno più scuole per bambini perché non ci sono più bambini...». La foto è il fermo immagine di un documentario girato otto anni fa, non c’entra con Gaza e la stessa autrice denuncia scandalizzata online il furto e la fake? Troppo tardi...

Un giornalista indiano posta un video: «Una donna incinta nel sud di Israele è stata trovata dai terroristi di Hamas. Hanno sezionato il suo corpo. Le hanno aperto lo stomaco e hanno estratto il feto...». Un’avvocata americana dei diritti civili rilancia: «Attenzione: questo è il peggiore che abbia mai visto in vita mia. Ecco ciò che i nazisti palestinesi fanno a una donna incinta». Le immagini, parzialmente oscurate, sono agghiaccianti sul serio. Ma «ripulite» ribaltano la storia: la vittima non è una donna ebrea ma un giovane spacciatore messicano sventrato davanti alla cinepresa dai rivali di un altro cartello della droga nel gennaio 2018 a Isidoro Montes de Oca, a nordovest di Acapulco.

«Attenzione immagini forti!». Nei social arabi gira un video di atrocità veramente estrema. Si dice che si tratta di «una ragazza israeliana presa in ostaggio dai palestinesi e bruciata viva oggi in risposta ai bombardamenti di Israele contro le zone residenziali di Gaza», strilla un reel su Facebook. Segnala solo che «l’autenticità del filmato dovrebbe essere ancora confermata». Cautela, per una volta, benedetta: il video, come spiega su open.online.it un altro grande cacciatore di bufale, Davide Puente, mostra davvero una ragazza sedicenne massacrata e bruciata, ma il video originale non è in arabo ma in spagnolo e il fatto è accaduto nel 2015 in Guatemala dove «la folla inferocita bruciò viva una 16enne accusata di omicidio».

E via così. Falsa l’enorme bandiera palestinese appiccicata col Photoshop sugli spalti dello stadio dell’Atletico Madrid con la didascalia «Tutto il mondo si sta rivoltando contro le follie di Netanyahu… In Israele stesso sono migliaia le persone che stanno manifestando a favore della Palestina». Falsa la foto di un palestinese dentro un sacco bianco «beccato mentre usa il cellulare in attesa di fingersi morto dopo un bombardamento israeliano»: è una foto di Halloween scattata nel 2022 in Thailandia. Falsa l’immagine di centinaia di persone festanti che traboccano dai balconi sventolando la bandiera con la Stella di David «al passaggio dei soldati israeliani in marcia verso Gaza». Lo confessa all’agenzia Reuters e a Usa Today lo stesso autore: ha usato un programma di intelligenza artificiale. Forse lo stesso usato sul fronte opposto, secondo boomlive.in/fact-check, da chi avrebbe confezionato la foto di un padre palestinese che tra le macerie tiene per mano un bimbo e ne regge altri quattro appollaiati un po’ qua un po’ là sulla schiena. Una fake, se davvero è una fake, particolarmente stolta e feroce. Un’immane tragedia come quella che sta accadendo sotto i nostri occhi non ha proprio bisogno di altri stregoni eccitatori di odio.

Bugie sistematiche. La retorica anti-propagandista si abbevera delle fake news dei regimi autoritari. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 9 Novembre 2023

La guerra in Ucraina e il conflitto israelo-palestinese ci insegnano che le false notizie nelle società democratiche sono sempre esposte a critica e controllo, mentre nelle autocrazie delinquenziali, la menzogna e la distorsione della verità sono continue e impunite

Non è un’osservazione di strabiliante originalità, ma ha ragione Gian Antonio Stella quando osserva (sul Corriere della Sera di ieri) che il gran mercato dell’informazione, specie nei reparti online e social, è pieno di notizie false e contraffatte.

È poi vero che il fenomeno non riguarda mai soltanto uno schieramento, ma tutti, ed è vero che la cosa è tanto più grave quando non si tratta di un rigore sbagliato o della polemica sulle buche di Roma, ma di gente sgozzata e dei crateri in una scena di guerra.

Fare però gli esempi delle rispettive falsità, come se l’una valesse l’altra, rischia di generare un fenomeno disinformativo anche più grave, tipo che è tutto un magna magna, che li politisci so’ tutti ladri e che signora mia i torti non stanno da una sola parte.

È infatti un’altra specie di propaganda l’anti-propaganda secondo cui, quando arriva dall’Ucraina la notizia dei bambini stuprati, bisogna andarci cauti perché si sa che anche gli ucraini scrivono balle. È un altro tipo di propaganda l’anti-propaganda che mette sullo stesso piano lo sgozzamento trasfigurato in decapitazione e la sistematica fabbrica di menzogne e falsità che alimenta non solo il postribolo social e il Porcaio Unico Televisivo, ma anche tanta tradizionale stampa sussiegosa.

Perché c’è una differenza, una differenza abissale e sostanziale, tra una realtà civile, democratica e informativa da cui promana una falsità, da un lato, e una realtà autoritaria e delinquenziale che dall’altro lato fa della menzogna e della sistematica e impunita alterazione della verità il proprio modo di essere e di operare.

C’è una differenza di premesse e di conseguenze tra la fake news che fiorisce in un sistema che la espone a critica, a controllo, un sistema in cui quella presunta verità è correggibile ed emendabile, e la panzana promanante e divulgata da professionisti della menzogna che per accreditarla si affidano all’ignoranza e alla malafede altrui. 

Ed è esattamente ciò che succede non più nel campo dell’informazione, ma sullo stesso terreno delle azioni criminali. Perché anche qui c’è una differenza, una differenza irriducibile, tra una democrazia che commette un crimine – il che può ben succedere, e succede – e un sistema intrinsecamente e deliberatamente criminale che fa del crimine lo strumento esclusivo della propria affermazione.

Qualcuno ha anche un solo dubbio sul fatto che in mesi e mesi di guerra all’Ucraina quest’ultima, l’Ucraina, abbia qualche volta fatto passare notizie false o non verificate? Non può esserci nessun dubbio. Ma l’esercito di troll – ben ascoltato anche qui da noi da certi osceni figuri che pure se la tiravano da commendatori del reportage comme il faut – quel branco di magliari che s’era messo a confezionare fotografie e video contraffatti con i cadaveri di Bucha che muovevano le braccia e facevano l’occhiolino alla telecamera, ecco, quello rappresentava un’altra cosa: non rappresentava il fungibile ed equiparabile ricorso a un’informazione così così, ma appunto la scientifica, per quanto grossolana, opera di sbianchettatura stalinista sulla scena di un massacro.

E vale per il conflitto scatenato dal pogrom del 7 ottobre. Qualcuno ha dubbi sul fatto che qualche disinvolto supporter possa aver divulgato notizie inveritiere poste ad aggravare (ma diciamo che deve essersi impegnato parecchio) quanto successo il 7 ottobre o ad attenuare gli effetti della reazione israeliana? Anche qui, nessun dubbio. 

Ma qualcuno vorrà ammettere che si tratterebbe di ben altra cosa rispetto alla fogna di volgari mistificazioni cui si abbevera senza perplessità certo nostro giornalismo, che ha pure l’impudenza di spiegare che mica si può dar credito solo agli israeliani: ovviamente col corollario che siccome non si può dar credito solo a quelli, allora si dà credito solo all’Ordine dei giornalisti di Settembre nero. C’è una retorica anti-propagandista più contraffattoria della propaganda.

La sinistra aveva i voti degli operai, non dei poveri. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera mercoledì 27 settembre 2023.

Caro Aldo, lei ha scritto che non erano i poveri a votare a sinistra, ma gli operai. Che differenza c’è? Franco Lepori Roma

Caro Franco, Dov’è la maggioranza dei poveri in Italia? Al Sud. Dove prendeva i voti il partito comunista? Al Nord. A Napoli votavano Pci gli operai dell’Italsider di Bagnoli e dell’Alfasud di Pomigliano d’Arco, non il popolo dei bassi, che votava Democrazia cristiana con uno spirito non molto diverso da quello con cui oggi vota Cinque Stelle: per avere i soldi dello Stato. Fuori dalle regioni rosse, i comunisti erano forti nei grandi agglomerati industriali del Nord: Torino, Genova, Marghera, la cintura settentrionale di Milano. Negli Anni 70 si iscriveva alla Cgil e votava Pci l’operaio massa: stessa mansione, stesso stipendio (non lauto ma comunque più di chi aveva lavori precari o non aveva lavoro), stessa classe sociale, stesso sistema di valori. Dice: il Pci doveva prendere le distanze da Mosca. Certo. Ma se dopo il crollo del Muro e la fine dell’Unione sovietica nacque un partito della Rifondazione comunista che prese più dell’8%, figurarsi cosa sarebbe accaduto se il tentativo di andare oltre il comunismo fosse stato fatto prima. Ovviamente la prevalenza del Pci fu un grosso problema per la sinistra italiana. Mentre i laburisti inglesi, i socialdemocratici tedeschi, i socialisti francesi e spagnoli andavano al governo, la sinistra italiana si divideva e in buona parte restava all’opposizione. Oggi gli operai non ci sono quasi più. E le classi popolari votano a destra, perché percepiscono il Pd come il partito della gente che sta bene. Non che i ricchi votino a sinistra; i veri ricchi votano a destra in tutto il mondo. A sinistra vota la borghesia intellettuale, il ceto medio dipendente; cui i capi della sinistra vogliono aumentare le tasse. Chi la pagherebbe la patrimoniale vagheggiata da Schlein e Fratoianni? I grandi capitali, già al sicuro nei paradisi fiscali?

Quel “falso storico” sulla Resistenza che insistiamo a celebrare. Claudio Romiti su Nicolaporro.it il 29 Settembre 2023

Il Tg3 di mercoledì scorso ha dato molto risalto alle celebrazioni dell’ottantesimo anniversario delle cosiddette “quattro giornate di Napoli”. Sottolineando la presenza del Capo dello Stato, il quale ha deposto una corona di fiori davanti al monumento dello Scugnizzo, il servizio si conclude sostenendo che la metropoli partenopea “fu la prima città italiana liberata, grazie ad una grande azione di tutto il popolo.”

In realtà, spiace doverlo dire, si tratta di un colossale falso storico, dal momento che le truppe tedesche stanziate nella zona di Napoli avevano già iniziato un ordinato ripiegamento strategico per rallentare l’avanzata degli Alleati, attestandosi sulla linea del Volturno. Molto istruttivo, a questo proposito, il libro di Ezio Erra, politico e intellettuale napoletano scomparso nel 2011, Napoli 1943 – le quattro giornate che non ci furono, edito da Longanesi.

È sufficiente leggerne la presentazione per farsene già una prima, significativa idea: “Davvero Napoli insorse contro i nazisti nel 1943? Davvero ci furono le quattro giornate raccontate dalla storia resistenziale ed esaltate dal cinema? Facendo appello ai ricordi personali e comparando testimonianze dirette e indirette, documenti inediti e analisi obiettive, Erra rievoca le tre settimane dell’occupazione tedesca, concluse con una ritirata della potente e militarmente preparatissima divisione Goering. Una ‘fuga’ turbata da scontri disordinati con gruppuscoli partigiani, passati alla storia come le “quattro giornate di Napoli”. Sulla verità dei fatti si stende un’altra ombra: a liberazione avvenuta 7mila napoletani presentarono domanda al Ministero degli Interni per ottenere la qualifica di “patriota” e quindi le sovvenzioni previste…”

D’altro canto, onde dimostrare in modo indiretto quanto la propaganda abbia ingigantito oltre ogni misura ragionevole i fatti in questione, occorre fare qualche passo indietro, ricordando ciò che avvenne a Roma e dintorni nei giorni immediatamente successivi al fatidico 8 settembre. Come raccontato con dovizia di particolari dall’illustre Liddell Hart, storico militare di fama mondiale, nonostante le netta superiorità delle truppe italiane stanziate intorno alla Capitale, le due deboli divisioni di paracadutisti comandate dal generale Student, contro le stesse previsioni dell’alto comando germanico, riuscirono in breve tempo a disarmare le nostre truppe.

Quindi noi dovremmo credere che dove fallì l’esercito italiano, che comprendeva la divisione corazzata Ariete, la divisione motorizzata Piave, la divisione di fanteria dei Granatieri di Sardegna, più altre truppe sparse qua e là, riuscirono i volenterosi napoletani armati alla bell’e meglio? Io direi che dopo ottant’anni, con molta acqua passata sotto i ponti, potremmo anche permetterci di uscire dalla stucchevole e trita retorica resistenziale, almeno in questa occasione. Claudio Romiti, 29 settembre 2023

Il Bestiario, il Giornaligno. Il Giornaligno è un animale leggendario che davanti all’evidenza dell’emergenza, racconta che i migranti organizzano concerti. Giovanni Zola il 22 Settembre 2023 su Il Giornale.

Il Giornaligno è un animale leggendario che davanti all’evidenza dell’emergenza, racconta che i migranti organizzano concerti.

Il Giornaligno è un essere mitologico che di fronte alla situazione drammatica e troppo spesso tragica dei migranti, tra cui molti bambini, stipati in centri in sovrannumero dove si litiga per il cibo e l’acqua e non si smaltisce la spazzatura, stravolge la notizia sfidando l’intelligenza della gente comune. Così il Giornaligno scrive su pagine importanti una versione dei fatti tanto fantastica quanto ridicola: “Niente turisti in fuga, né manifestazioni indignate. Dopo aver aperto le braccia e le case ai naufraghi che a Lampedusa sciamavano dall’hotspot in cerca di cibo e acqua, l’isola ci si è anche divertita insieme. E la paventata ‘invasione’ è solo quella di una pista da ballo. Sul corso principale del paese, cuore della movida, ragazzi arrivati dopo la traversata, turisti, residenti, mediatori e operatori ong si sono ritrovati insieme a ballare sulle note di tormentoni estivi più o meno attuali. (…) Nessuno si è infastidito, nessuno si è allontanato. Fino a tarda ora, il corso è stato pieno di gente che senza troppi patemi ha condiviso spazi e risate”.

Insomma ci siamo sbagliati, non si tratta di migrazione, ma di un tour estivo di grande successo che richiama i fan che giungono con barchini addirittura dall’Africa. Il Giornaligno ha il potere di manipolare la realtà trasformandola in favola ideologica. I fatti non esistono, esiste la notizia. La figura del giornalista è stata sostituita dal Giornaligno, una sorta di autore di fiction che testimonia eventi che non esistono o che se esistono sono narrati fuori contesto per confondere le menti. Il Giornaligno, a seconda di come più gli conviene, accresce la paura o sdrammatizzare situazioni emergenziali a seconda del proprio torna conto ideologico. Una sorta di bambinello capriccioso che cambia le regole della partitella perché il pallone è il suo.

Il Giornaligno, in questo caso specifico, ha un motivo per inventarsi storielle felici a riguardo dell’invasione dei disperati. Parlare di “emergenza migrazione”, come i fatti attestano, vuol dire che il governo, come presto farà, ricorrerà a drastiche decisioni per fermare la tragedia umanitaria, e questo spaventa coloro che inneggiano all’immigrazione senza preoccuparsi del futuro di queste persone. D’altra parte l’ideologia è ancora più profonda e neanche tanto celata: l’invasione incontrollata vuol dire annacquare le origini culturali di un Paese ancora (per poco) cristiano con tutto quello che ne consegue, cioè l’ultimo argine alla follia del pensiero dominante. L’ideale del Giornaligno è che tutti possano essere ciò che desiderano a patto che pensino tutti allo stesso modo.

Il Giornaligno ci costringe a una reazione faticosa. Se la notizia è declinata sulla propaganda occorre moltiplicare la capacità della nostra intelligenza, già provata gravemente dal vuoto culturale dilagante, per discernere il vero dal falso e il bene dal male. Siamo costretti a non essere mai tranquilli se vogliamo continuare ad essere uomini veramente liberi. Giovanni Zola

Rai, vietato criticare i magistrati: il giornalista massacrato dalla sinistra. Alessandro Gonzato su Libero Quotidiano il 13 luglio 2023

Colpire la Rai, «la nuova Rai delle destre» strillano le opposizioni, per indebolire il governo. Va vivisezionato tutto in Viale Mazzini: giornalisti, servizi, ospiti - questo l’ordine dei generali dalle stelle di latta della sinistra - e chissenefrega se nella stessa Rai ci sono trasmissioni come Report di Sigfrido Ranucci che della sinistra sono da sempre il braccio armato e continuano a esserlo, indisturbate e libere di cannoneggiare e oltre, come nel caso del ministro Santanchè. 

Bisogna attaccare «i giornalisti di destra», questo il diktat, anche quelli che di destra non sono, vedi il collega di Libero Filippo Facci, ma che sono «amici della Meloni». D’altronde Pd e 5Stelle scarseggiano di argomenti, e quando pensano di averli trovati le sparano grosse, ad esempio contro le politiche del lavoro mentre in Italia ci sono mezzo milione di occupati in più rispetto all’anno scorso. Dunque la prima disposizione è stata di accanirsi su Facci per l’articolo sul figlio di La Russa (Facci dovrebbe condurre una programma in Rai da settembre, e vedremo se glielo permetteranno), e adesso nel mirino è finito il direttore di Rainews, Paolo Petrecca, accusato di censura. 

LA DENUNCIA

«Gli chiediamo di fare chiarezza e motivare alcuni episodi», hanno tuonato i rappresentanti dei 5Stelle in Commissione Vigilanza Rai. «Sabato scorso un giornalista si è così pronunciato: “È bastato che il Guardasigilli Nordio annunciasse i capisaldi della riforma che sono scoppiate delle nuove vicende: quella di Delmastro e quella Santanchè”». Una presa di posizione, una battuta, un fatto mal spiegato? Non importa: per la sinistra il collega va messo al muro. 

«Sarebbe questa», prosegue la nota, «un’allusione al fatto che la magistratura avrebbe aperto quelle inchieste per dare un messaggio al governo?». Si può anzi si deve sparare sui «fascisti», ma se critichi Saviano, Fazio, Annunziata e compagni vari sei intolleante e contro il pluralismo dell’informazione. I grillini non mollano: «Ci giunge voce che un pezzo di Rainews sul figlio di La Russa sarebbe stato tagliato nella parte in cui riportava le polemiche legate ai commenti di Facci. La giornalista che aveva realizzato il pezzo avrebbe tolto la sua firma al servizio». 

I 5Stelle sono stati imbeccati dagli stessi rappresentanti del Comitato di Redazione di RaiNews i quali ancor prima che Petrecca si insediasse avevano già provato a impallinarlo sempre per questioni politiche. Il Cdr denuncia che «una collega ha ritirato la firma sul pezzo perché il testo è stato stravolto. Le modifiche sarebbero state richieste dal direttore con la motivazione che non si trattava “di una notizia”». 

Il Cdr inoltre punta il dito contro «la rassegna stampa in cui il conduttore ha preso posizione sullo scontro governo-giudici». In serata è intervenuto Petrecca: «Respingo speculazioni e commenti da ballatoio». E poi: «Sono polemiche strumentali di qualche pennivendolo, non parlo dei colleghi di redazione, ma di alcuni articoli usciti su Il Foglio e sul Fatto Quotidiano. È probabile che vada per vie legali». Il Pd insiste: «Le notizie su Petrecca preoccupano». 

PREDICANO BENE...

E però «la componente sindacale Usigrai-Fnsi Pluralismo si dissocia categoricamente dagli attacchi del M5s che riprende in modo strumentale l’attacco del Cdr». Si tratta, ha spiegato il sindacato, «solo dell’ultimo di una serie di interventi del Cdr che risponde più a logiche di contrapposizione politica che di rivendicazioni sindacali. 

Non entriamo nel merito della vicenda, ci limitiamo a ricordare che dello stesso Cdr fa parte chi in passato si è distinto per prese di posizione politiche accompagnate da volgari insulti contro rappresentanti delle istituzioni, alla faccia della sbandierata necessità di imparzialità di chi si autoproclama custode e garante esclusivo dei valori del Servizio Pubblico, al punto da mettere sotto accusa un collega per aver dato voce a un’interpretazione dei titoli di alcune testate sul tema giustizia». Ma Repubblica scrive: «I giornalisti di Rainews sono esasperati». È il nuovo inferno creato dalle destre. Vanno condannate. Se invece critichi i compagni hai la camicia nera.

Estratto dell’articolo di Linda Varlese per huffingtonpost.it il 12 luglio 2023.

Gli ultimi episodi, in ordine di tempo, sono quelli che vedono protagonisti Beatrice Venezi e Filippo Facci, apostrofati come "fascisti": la prima per aver espresso a più riprese la sua vicinanza al governo Meloni e per questo motivo dichiarata persona non gradita dai Comitati e dalle Associazioni di Nizza dove […] dovrebbe esibirsi al Concerto di Capodanno. 

Il giornalista, invece, da giorni al centro delle polemiche per una frase infelice riportata in un suo articolo su Libero sul caso La Russa Junior, potrebbe essere "epurato" dalla Rai che aveva previsto per lui la conduzione di un day time.

Della facilità con cui si usi l'epiteto fascista e sul reale significato che oggi assume la parola abbiamo parlato con Mirella Serri, scrittrice e giornalista, e autrice tra gli altri di molti libri al tema dedicati […]. Ci ha spiegato che sebbene non sia "lecito dare del fascista a tutti", utilizzando la parola come "una qualsiasi espressione ingiuriosa", è innegabile che oggi "rispuntano dei modi di pensiero che appartengono al mondo fascista che è come un fenomeno carsico: è latente e riemerge quando trova terreno fertile". 

Partiamo dagli ultimi episodi

Intanto dobbiamo distinguere tra Venezi e Facci. Sono due situazioni diverse. Escludere la Venezi dal ruolo di Direttrice d'Orchestra per le sue dichiarazioni di vicinanza al centrodestra italiano, mi sembra assurdo: sarebbe un comportamento illiberale. E' un'artista e può avere le convinzioni che vuole e deve essere giudicata per quello che fa, non per quello che pensa. […] Per Facci la situazione è diversa.

Perché?

[...] In questo caso direi che viene usata la parola fascista come un insulto […]. Secondo me in questo caso l'epiteto è pertinente: viene usato per ascriverlo a un certo tipo di pensiero che è erede di una tradizione che appartiene al fascismo. 

Il fascismo ha creato quello che possiamo chiamare un virilsmo o un sessismo di massa. Non che prima non esistesse l'antifemminismo o il sessismo, esisteva eccome: solo che Mussolini attraverso i suoi strumenti politici ha istituzionalizzato il maschilismo di massa. 

Questo fa la differenza fra Crispi e Giolitti che sicuramente non erano femministi e le squadracce nere, per intenderci, che dicevano "cara voglio passare tutta la notte con te con il manganello in mano".

Mussolini poi attraverso una serie di provvedimenti ha cacciato le donne dai luoghi di lavoro: questo tipo di mentalità si è radicata e non ne è stata erede soltanto la destra, ma in parte anche il maschilismo di sinistra nel dopoguerra.  Un senso comune antifemminista ha condizionato la mentalità degli italiani anche alla fine del fascismo. 

Si è trattato di un senso comune che le donne degli anni '70 attraverso le lotte femministe hanno molto smantellato ma non radicalmente, e ad esempio si affaccia ed emerge nei periodi in cui può emergere: periodi in cui la cultura dominante come quella dell’ attuale destra di Governo gli permette di emergere. 

Facci si è giustificato dicendo che la sua frase "non è nemmeno il mio stile, non so cosa mi è preso. Ma comunque non chiederei scusa di nulla, non è stata capita la frase, è stata usata come pretesto"

Non è mal interpretata, perché lui dice testualmente: "Risulterà che una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa". Cosa vuol dire? Che la ragazza ha dimostrato di essere una che se l'è andata a cercare. Facci alludeva a questo.

Il nostro direttore oggi nel suo Buongiorno sulla Stampa scrive che "conosce Facci da quasi 30 anni" e, tra le altre, se c'è una cosa che sa di lui è che "i fascisti gli piacciono poco"

Facci non è per nulla un fascista, anzi è sempre stato un radicale e una personalità di sinistra. Ma questa frase lo descrive come debitore del sessismo di massa che in realtà è ampiamente condiviso. […] ha aderito, anche a sua insaputa, a un modo comune di pensare che ancora oggi è debitore del fascismo. 

Perciò un conto è parlare di espressione erede di un tipo di pensiero e un conto è dare del fascista a chicchessia

Non è lecito dare del fascista a tutti. Se invece mi chiede se sia giusto definire l'atteggiamento utilizzato da Facci in questa sua valutazione come aderente a un comportamento fascista, io direi di sì. Usare la parola fascista in generale è svalutarla, privarla del suo significato. […] Bisogna usarla quando è opportuno. E’ una parola che è molto importante avere a cuore perché i fascisti soprattutto […] ci sono veramente e hanno rialzato la testa: ci sono molti nostalgici o molte persone che utilizzano un certo tipo di mentalità fascista anche se nel loro complesso hanno anche altri atteggiamenti. 

Cosa vuol dire essere fascisti oggi?

Vuol dire, ad esempio, essere nostalgici di un certo tipo di autoritarismo appunto nei confronti del mondo femminile. Tutti gli autocrati che ci sono oggi, dall'atteggiamento nei confronti della giustizia di Orban, del premier polacco, del premier turco, sono neofascisti. Oppure l'estrema destra in Germania o il movimento Vox in Spagna. 

E in Italia?

La nostra premier sta facendo grandi passi nei confronti dell'Europa e della difesa dell’ Ucraina contro l’invasione di Putin però è circondata da persone che ogni tanto usano una lente che appartiene a un mondo che non c'è più, per decifrare tutta una serie di situazioni: il mondo degli immigrati, il mondo dell'omosessualità, il mondo della comunità lgbtq+. Usano questi che io chiamo pregiudizi, ma che per loro sono convinzioni, per demolire un certo stato di diritto [...]

Quando offendi i diritti degli altri non si chiama libertà di pensiero. Se offendi i diritti degli immigrati, delle donne e delle minoranze e cerchi di escluderli dal dibattito sociale e civile non è libertà di pensiero. Questo Governo indubbiamente sta facendo dei passi indietro. [...] 

[…]Oggi esiste e si è riaffermata una  mentalità fascista che permea a volte persino anche la cultura di persone, che magari non sono fasciste per niente, ma che la condividono sia per averla introiettata sia perché la considerano una mentalità attualmente vincente.

Firenze, figura barbina della sinistra: chi c'è dietro allo "sfregio fascista". Christian Campigli su Il Tempo il 05 luglio 2023

Una svista Potente. Un'ossessione. Profonda, che annebbia la vista e condiziona la capacità di giudizio. Una sorta di strabismo che, a volte, porta a situazioni grottesche. Come quella occorsa a Firenze ieri. Poco prima di pranzo, giunge in città una notizia che crea infinite polemiche. Durante la notte, la targa dedicata ad Aligi Barducci è stata vandalizzata e distrutta. Morto durante la liberazione di Firenze, Barducci era il partigiano col nome di battaglia "Potente", insignito della medaglia d'oro al valor militare. In pochi attimi, pur senza mezza conferma, i progressisti sparano a zero: "sono stati i fascisti". Lungo l'elenco degli interventi. Si va dal sindaco Dario Nardella, che, con doverosa prudenza, si è sbilanciato solo in un laconico "chi è stato si vergogni", ad un più ardito Mirco Rufilli, presidente della Commissione Toponomastica. "Non ho parole  per esprimere il dolore che provo per questo atto vandalico commesso da persone ignoranti e vigliacche".

I più espliciti e fermi nella condanna sono stati l'assessore alla cultura della memoria e della legalità Maria Federica Giuliani ("I richiami al Ventennio manifestati da una certa politica incoraggiano i gruppi neofascisti") e il capogruppo del Pd a Palazzo Vecchio, Nicola Armentano. "È mancanza di rispetto verso una storia, la nostra storia, e verso valori che fanno parte del nostro dna e che non permetteremo a nessuno di scalfire e mettere in discussione. Atti come questo destano allarme ma noi dal canto nostro non arretreremo di un centimetro nel tentare di arginarli, difendendo la storia e la memoria di chi ha lottato per la libertà e la democrazia".

Fiumi di parole, direbbero i mai dimenticati Jalisse. Poi, inesorabile, arriva la realtà. Semplice, a volte banale. Nessun atto vandalico. Solo un camion che ha preso male le misure e ha urtato la targa, senza segnalare l'accaduto. Ma il destino è burlesco e derisorio. Il mezzo a quattro ruote appartiene, ironia della sorte, ad una ditta incaricata dalla Fiom di  smontare tavolini e palco per la festa,  appena conclusa, del sindacato. "Ma quale fascismo, si è trattato di un furgone - ha ricordato il capogruppo a Palazzo Vecchio, Alessandro Draghi - A volte sarebbe utile contare fino a dieci, prima di aprire la bocca e parlare". Insomma, un comune errore di manovra, un piccolo incidente (stradale) trasformato in un gigantesco incidente (istituzionale). Ah, questi fascisti.

Alle origini della disinformazione su Facebook, sistemica e mai casuale. GIAMPIERO MUGHINI il 10 giugno 2023 su Il Foglio 

Max Fisher e la macchina dei like. "La macchina del caos" è il volumone di un team di ricercatori sul mondo dei social media che nel 2019 sono stati finalisti al Premio Pulitzer. Un libro spaventoso nel dirci in quali dannate mani siamo noi cittadini del terzo millennio 

Dato che di come funzionano i social e come interagiscono i loro utenti e come ne vengano ammaliati so solo che è il comparto della vita il più rilevante del presente – quando un americano medio controlla il proprio smartphone qualcosa come 150 volte al giorno e il più delle volte “aprendo” un social –, mi ci sono buttato a pesce sul libro appena edito da Linkiesta Books, La macchina del caos di Max Fisher, un reporter del New York Times che fa parte di un team di ricercatori sul mondo dei social media che nel 2019 sono stati finalisti al Premio Pulitzer. L’ho fatto venendo meno a uno dei miei princìpi, quello di scansare i volumi fin troppo massicci, e questo è un minaccioso tomone da 438 pagine. Solo che è un libro portentoso, dove tutto è informazione intelligenza sostanza. “Portentoso e spaventoso”, mi ha replicato via mail il mio vecchio amico Christian Rocca, il duca dell’attrezzata macchina informativa che ha nome Linkiesta. Sì, spaventoso nel dirci in quali dannate mani siamo noi cittadini del terzo millennio. Siamo l’ultima generazione a ricordarsi com’era il mondo prima dello strapotere dei social, ha detto tempo fa un ex ingegnere informatico appena fuoruscito da Facebook. Una rivoluzione, quella informatica, che a molti apparve come il naturale prosieguo della cultura la più innovante e libertaria dei Settanta. “Noi rifiutiamo: re, presidenti e voto. Noi crediamo in: consenso e codici”, aveva detto nel 1992 uno dei creatori del web. Nientemeno.

Ve la faccio breve. Nel 2006, quando il Facebook creato dall’allora ventiduenne Mark Zuckerberg era ancora giovane giovane, il colosso di Internet Yahoo gli offrì un miliardo di dollari per comprarlo. Era un’offerta allettante. Zuckerberg ci pensò a lungo e disse di no. Ma lasciamo la parola a Fisher: “Nel 2006, l’11 per cento degli americani era sui social. Tra il 2 e il 4 per cento di loro usava Facebook. Meno di dieci anni più tardi, nel 2014, quasi due terzi degli americani usavano i social network, tra cui Facebook, YouTube e Twitter. Quell’anno, a metà del secondo mandato di Barack Obama […], i 200 milioni di americani con un profilo Facebook attivo trascorrevano, in media, più tempo sulla piattaforma che a socializzare di persona (quaranta minuti al giorno contro trentotto). Appena due anni più tardi, nel 2016, quasi il 70 per cento degli americani usava piattaforme di proprietà di Facebook, passandoci in media cinquanta minuti al giorno”. Mai una dittatura politica del Novecento ha avuto una tale presa sul tempo e sulle anime della popolazione che la subiva. Non Benito Mussolini in Italia, non Adolf Hitler in Germania, non Francisco Franco in Spagna, e tanto per fare dei riferimenti. E quanto al suo valore in dollari, quello dell’azienda di Zuckerberg già nel 2017 superava il valore di banche e aziende leggendarie della storia statunitense, altro che il miliardo di dollari offerto da Yahoo.

Ne sta parlando uno che ha sì una carta d’identità ma non un account social, il vero marchio di quel che sei oggi al mondo; e mi stupisco che quando arrivo in un albergo, sapendo con chi hanno a che fare, mi chiedano la prima e non il secondo. Fisher racconta che in America c’era chi si presentava all’allora ventiquattrenne primo presidente di Facebook e si vantava di non stare sui social, al che quello gli ribatteva: “Vedrai che ti raggiungeremo”. E in effetti ne raggiungevano – ossia ne acciuffavano a farli diventare degli utenti – sempre e sempre di più, adoperando ad esempio quella sorta di “dopamina” che sono i like che si affollano a commentare una tua eventuale panzana su Facebook. Personalmente non essendo un tossicodipendente dei like, me ne sto via mail ai giudizi che ci scambiamo  con i dieci/quindici lettori dei miei articoli. E del resto sono talmente pochi gli argomenti su cui ho qualcosa da dire. Qualcosa che non sia uno schiamazzo “divisivo”, una frase ingiuriosa volta ad accendere un litigio, una qualche banalità appartenente alla gamma infinita del politically correct. E qui siamo al cuore della faccenda perché, come documenta a puntino il buon Fisher, proprio i commenti più “divisivi”, quelli che inducono gli utenti a bisticci ripetuti e furiosi, quelli che li sollecitano a intervenire a tutti i costi e pronunziare alta e forte la loro opinione sono i più graditi agli algoritmi che fanno muovere Facebook. Purché sempre più utenti per quanto sgangherati accorrano sulle piattaforme da utenti attivi o passivi e ci restino sempre più a lungo, questa è la filosofia guida di chi governa i social. Molto semplice. E difatti ai tempi più acri della pandemia da Covid, i commenti e i siti animati dai No vax avevano sui social una rappresentanza ben superiore al numero dei cittadini effettivamente paladini di quell’opzione. Con il risultato che negli istituti scolastici americani era andato abbassandosi il numero degli studenti che davvero si vaccinavano contro il morbillo o contro la pertosse, un numero talvolta inferiore al 30 per cento degli studenti totali. Potenza del web.

Fisher s’è confrontato a lungo con Renée DiResta, una donna americana laureata in Scienze informatiche e che di mestiere cerca occasioni di investimento nel web da suggerire ai suoi clienti. Nel girovagare su Google si era accorta di quanto forte fosse la presenza dei No vax sui social e più particolarmente come lei fosse continuamente indirizzata dagli algoritmi verso gruppi di disinformazione sanitaria tipo quelli convinti che lo Zika, un virus che andava diffondendosi negli Stati Uniti, fosse stato creato in laboratorio. Gente che definiva lo Zika “un complotto degli ebrei, un progetto per controllare la popolazione”. Gente il cui estremismo sembrava bene accetto dal web e da chi ne fissava le regole. Direte che è solo un caso. Non tanto, perché nel libro di Fisher di esempi consimili ne troverete caterve.

Salvini e Metropol, l'ultima delle bufale Espresso: ricordate la Capua? Corrado Ocone su L'Espresso il 05 giugno 2023

 La narrazione costruita a sinistra, e che trova ampi riscontri nelle tante storie del giornalismo italiane ideologicamente orientate, fa de L’Espresso, il settimanale fondato nel 1955 da Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari, il baluardo dei diritti civili conquistati a fatica da un Paese “retrogrado” come il nostro. C’è però un’altra storia, una costante zona d’ombra, che nessuno ha avuto mai il coraggio di narrare: il periodico è stato anche un costruttore seriale di fake news, bene impacchettate e offerte al pubblico. Bufale che si sono scoperte essere tali solo anni dopo, quando i loro effetti avevano già distrutto reputazioni e carriere politiche. Ed è forse proprio nella consapevolezza di questa performatività, come direbbero i filosofi, cioè nella capacità di incidere con la menzogna nella politica e nella sensibilità nazionali, che va ricercata la ragione ultima di un giornalismo che, pur presentandosi come imparziale e anglosassone, ha dimostrato di essere fazioso e ideologico quanto altri mai.

Il caso dei presunti rubli dati al Carroccio è solo l’ultimo dei tanti casi costruiti a tavolino con lo scopo di delegittimare e mettere fuori gioco un avversario politico. Proviamo a ricordarne qualcuno, cominciando dal cosiddetto Piano Solo, cioè un presunto colpo di Stato che sarebbe stato ordito da un ex presidente della Repubblica, Antonio Segni, e dal comandante generale dei carabinieri, Giovanni de Lorenzo.

FANTASIA

L’articolo, firmato nel maggio 1967 da Scalfari e Lino Jannuzzi, frutto di fantasiose e assurde ricostruzioni che non ressero alla prova di un esame critico, aveva lo scopo ben preciso di gettare fango su un politico antifascista che era ostile all’avvicinamento dei comunisti nell’area di governo e che perciò era dipinto come un golpista e un sodale dei fascisti. Un ancora più sofisticato character assassination, per dirla in questo caso con gli americani, vide coinvolto nel 1976 un altro Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, questa volta in carica e costretto alle dimissioni dopo una violenta campagna mediatica che partì proprio con gli articoli scritti su L’Espresso da Camilla Cederna e Gianluigi Melega. In essi, il colto giurista napoletano, sulla base di pettegolezzi e “prove” tanto inverosimili quanto surreali, veniva indicato come Antelope Cobbler, cioè il referente ultimo del colosso americano degli aerei Lockeed che aveva messo in atto una capillare opera di corruzione nel nostro Paese. La stessa Camilla Cederna aveva qualche anno prima ispirato, con i suoi articoli sul caso Pinelli, l’anarchico precipitato da una finestra della questura di Milano, la lettera appello a L’Espresso con la quale, il 13 giugno 1971, il fior fiore dell’intellettualità italiana di sinistra indicava come responsabile della morte il commissario Luigi Calabresi, poi barbaramente assassinato dai terroristi rossi un anno dopo.

IL CASO CROCETTA

E che dire, venendo a tempi più recenti, della presunta e mai esibita intercettazione con cui il governatore della Regione Sicilia Rosario Crocetta si sarebbe confidato con un amico dicendogli che l’ex assessore alla Sanità, Lucia Borsellino, «andava fatta fuori come suo padre»? Anche la virologa Ilaria Capua, prima di diventare una star mediatica al tempo del Covid, cadde sotto la scure delle bufale del settimanale: accusata nel 2014, con tanto di strillo in copertina, di lucrare sui vaccini, dovette emigrare in America prima di essere prosciolta dalla magistratura. Quelli qui ricordati sono solo alcuni, forse i più eclatanti, dei tanti casi che hanno visto coinvolto quello che è stato a tutti gli effetti un giornale-partito. Il giornalismo d’inchiesta si è quasi sempre trasformato, sulle sue pagine, in un giornalismo d’assalto e scandalistico, il cui fine politico era fin troppo evidente. Che il dibattito pubblico ne sia risultato inquinato è evidente. Così come lo è il fatto che è qui, in questa sinistra intellettuale e mediatica, che bisogna scavare per trovare la genesi della “guerra civile culturale” che rende ancora oggi impossibile in Italia una “operazione verità” sugli anni passati. 

Saluto romano alla parata del 2 giugno, il ministro Crosetto contro Murgia. Il tempo il 03 giugno 2023

Polemica sul saluto romano alla parata del 2 giugno. Michela Murgia scatena la bufera e il ministro Crosetto la smonta su tutta la linea. «Chi polemizza per i presunti saluti "fascisti" alla parata del 2 giugno ignora cos’è un normale "attenti a sinist" (per salutare le autorità a ogni parata, come lo scorso anno). Chi infanga i #Comsubin con assurdi paragoni con la Rsi disprezza il valore e il lavoro delle Forze speciali». Lo afferma, in un tweet, il ministro della Difesa Guido Crosetto sulla polemica sulla parata del 2 giugno.

Tutto è partito dal post Instagram di Michela Murgia. «Ieri alla parata militare del 2 giugno, sotto gli occhi impassibili del presidente Mattarella, è successo anche questo. Tutto normale, perché sono anni che va avanti il processo di normalizzazione. Se il senso del video non fosse chiaro, cercate "X flottiglia MAS" su Wikipedia. Vi sarà subito chiaro perché La Russa sorrida tanto e faccia il segno della vittoria. (Ma che serve ancora per capire cosa sta accadendo?)». È la denuncia su Instagram della scrittrice Michela Murgia, che pubblica sui social un video della sfilata - con la scritta in sovraimpressione «entra in parata col saluto romano» - degli incursori del Comsubin della Marina, che urlano «Decima» davanti al palco delle autorità. 

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, non replica direttamente ma rilancia un tweet del giornalista Massimiliano Coccia, che scrive: «C’è un’assurda accusa che gira in queste ore sui social ovvero che un reparto della Marina avrebbe fatto il saluto romano rivolto alla tribuna autorità. Una falsità per molti motivi: innanzitutto non esiste nessuna X Mas in servizio presso la Marina Militare, quella della RSI è morta e sepolta dal 1945; la provocazione lanciata da qualche fascio che ha evocato sui social la flottiglia fascista sottolineando il saluto militare in questione; il saluto che vedete non è un saluto romano è un saluto militare di marcia, che consiste nell’alzare il braccio destro in modo perpendicolare (in onore al tricolore) per poi farlo scendere sulla tempia per il saluto; non è un saluto solo di una truppa della Marina ma di molti corpo di armata; da antifascista credo che sia molto importante non evocare spettri inesistenti e, inoltre, vorrei ricordare che il Capo Supremo delle Forze Armate è Sergio Mattarella; questi post nascono da una grossolana ignoranza intorno alle questioni militari, strategiche e di difesa. Ignoranza che non possiamo permetterci più; negli scatti (facilmente reperibili su YouTube) si mettono a confronto altre parate dei decenni scorsi in cui gli stessi saluti sono eseguiti nella stessa modalità. Se tutto è fascismo niente è fascismo».

Prodi e Papa Francesco? Ecco il loro saluto romano: sinistra beffata. Francesco Storace su Libero Quotidiano il 07 giugno 2023

Moriranno pazzi. A sinistra sognano la sostituzione della mano nell’uomo: o entrambe sinistre, oppure tutti monchi. Perché non appena ti azzardi a levare all’insù quella destra si scatenano: immancabile Michela Murgia, irrefrenabile Roberto Saviano, indomabile Corrado Formigli, illeggibile Massimo Giannini, indigeribile Maurizio Molinari.

È parte della compagnia di giro che sguinzaglia cronisti a caccia di alalà. E quando non ne trova li inventa. È capitato persino al povero rieletto sindaco di Anagni, in Ciociaria – chissà se travolto dalla memoria del conterraneo Rodolfo Graziani – messo in croce proprio da Formigli. A Daniele Natalia lo hanno immortalato con una Var de’ noantri per “dimostrare” il fascistissimo saluto romano. Che invece era un abbraccio alla piazza nell’ultimo comizio elettorale (coinciso con la vittoria del sindaco). La sua città ha risposto me ne frego a Formigli.

Tralasciandole braccia alzate in maniera sospettosa che emergono da immagini di Nicola Zingaretti ed Elly Schlein, per anni un saluto quasi perfetto dal punto di vista storico ha rappresentato croce e delizia per Renata Polverini, governatrice del Lazio dal 2010 al 2013, epperò antifascista conclamata. Il più furbo di tutti è stato Ignazio La Russa, abilissimo nel sostituirlo con la V di vittoria al passaggio della parata del 2 giugno. Ma ha scandalizzato l’universo rosso l’associazione di quel gesto al “Decima!” urlato dai militari che sfilavano come succede da tantissimi anni. Ma governava la sinistra e in tribuna autorità magari si poltriva.

FINI A MOSCA...

Fioccano le immagini di saluti romani a qualche funerale: un atto di omaggio spacciato per adunata di nostalgici, persino nel momento del trapasso. Eppure, c’è chi ha dimenticato i pugni chiusi in morte del brigatista Prospero Gallinari con tanto di canto dell’Internazionale o più semplicemente le mani in tasca del presidente della Camera Roberto Fico durante l’Inno di Mameli in omaggio a Giovanni Falcone, a Palermo. Quando i giornaloni rossi sono a corto di notizie ordinano ai loro inviati di cercare i gruppi più inclini al gesto tanto inviso. E le fotografie certo non mancano per far contenti direttori ed editori.

Ci hanno montato su persino una campagna elettorale per demonizzare la destra: è finita col trionfo della Meloni, la principale accusata. Insomma, al popolo italiano davvero questa storiella non possono raccontarla più. Il fascismo non è alle porte, né fuori della finestra. Mi disse un importantissimo personaggio delle istituzioni, che non voglio citare per evitargli un ulteriore linciaggio: «Io il saluto romano non lo vieterei affatto», e sono sicuro «che smetterebbero di farlo». Perché i divieti si violano più volentieri, insomma. Una volta beccai Gianfranco Fini a fare il pugno chiuso, invece. Eravamo con le rispettive famiglie a due passi dalla Piazza Rossa di Mosca, in vacanza agostana. Ci imbattemmo in un gazebo – allora si chiamavano giornali parlati – di nostalgici del comunismo staliniano. Non eravamo graditi non perché riconosciuti, ma perché vestiti all’occidentale, in bermuda. Al loro capo, all’orecchio confidai che eravamo comunisti italiani e ne fu felice, e ci “consentì” la fotografia, il selfie dei tempi andati, Fini mostrò il pugno chiuso: ma era solo uno sfottò. Non se ne sarebbero mai accorti e chissà che fine ha fatto quella foto... 

Estratto dalla rubrica delle lettere de “la Repubblica” il 6 giugno 2023. 

Caro Merlo, è vero che Michela Murgia ha scambiato un normale saluto militare per il saluto romano e che gli incursori del Comsubin non sono la X Flottiglia Mas, ma è inutile negarlo: La Russa si è eccitato per il braccio alzato, il saluto degli incursori, tutte le uniformi, i pennacchi e le fanfare. Dunque: se non era fascismo era voglia di fascismo.

Gianluigi Perricone – Palermo 

Risposta di Francesco Merlo

Lei è un simpatico sofista, ma alla parata del 2 giugno nessuno si sarebbe mai permesso di esibire, davanti al Capo dello Stato o al suo fianco, né braccia fasciste né voglie di fascismo. E a proposito di eccitati e di eccitanti, […] dobbiamo tutti liberarci dei fantasmi, soprattutto in un momento come questo, con i postfascisti al governo.

I militari in democrazia non sono “vogliamo i colonnelli”, ma “arrivano i nostri”: […] che siano impegnati nelle zone di guerra o sulle strade, le divise italiane rassicurano e proteggono. E vale anche per i carabinieri e per la polizia. Quando ci capita, purtroppo, di doverli giudicare male, non è certo perché somigliano alle divise che indossano ma, al contrario, perché le offendono.

Il saluto (romano) di Saviano alla realtà. Lo scrittore napoletano, dopo la Murgia, scambia il gesto di un militare alla parata del 2 giugno per un omaggio al fascismo. Sbertucciato da tutti, invece di fare un passo indietro si getta nel dirupo del ridicolo: «Era una interpretazione semantica». Francesco Specchia il 9 Giugno 2023 su Libero Quotidiano

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

C’è un’innaturale abilità nell’offrire fake news al mondo e trasformarle, senza sforzo apparente, in strabilianti minchiate autolesionistiche, come fa Roberto Saviano.

La penultima fake è stata vedere nella parata del 2 giugno saluti fascisti sotto il naso del noto camerata Sergio Mattarella che presiedeva in fez e orbace; e, nel contempo, osservare un’esaltazione filonazista nello storico motto del Goi, il Gruppo Operativo in cursori. Il tutto con coté di sputtanamento democratico che è promanato verso Saviano dall’intero arco costituzionale attraverso politici, editori, storici e intellettuali d’ogni colore. Tutti concordi sul fatto che lo stesso Saviano (e Michela Murgia) avessero esagerato con le “notizie” tarocche.

NESSUNA SCUSA L’ultima fake, invece, Saviano l’ha esalata l'altro giorno. Quando, con slancio masochistico, incrostato di melma, non pago d’aver incassato sberle da tutti mentre i suoi lo imploravano: «Roberto, ti prego, fermati, fermati...», be’ Roberto andava eroicamente avanti.

E non solo non si scusava, ma s’arrampicava sugli specchi, nell’inesausta ricerca di un “fascismo moderno” inesistente. E ripeteva, tra sé e sé, «Michela Murgia e io non abbiamo fatto altro che il nostro lavoro: dare un’interpretazione semantica ben precisa di ciò che è accaduto il 2 giugno scorso: la celebrazione della Decima Mas e il segno di vittoria di #LaRussa.

Quel segno disambigua e ci fa accorgere ora, solo ora, di quanto pericoloso sia quell’omaggio e ancor più pericolosa la giustificazione: “Mannò, è la Decima MAS fino al ‘43, sono quelli buoni”. Quelli buoni che parteciparono alla guerra fascista, all’attacco di Creta e di Alessandria d’Egitto». In realtà, si trattava della Compagna Mariassalto, non fedele al Duce, bensì al Re. Ed ecco, dunque vibrare un’altra mazzolata da parte di storici, politici, giornalisti armati di spietati sfottò da Peter Gomez a Tommaso Cerno, perfino ai colleghi di Repubblica. Il tutto alla faccia dell’ «interpretazione semantica» di un’allucinazione littoria.

Da qui è «semanticamente» interessante osservare l’approccio alle fake dello scrittore. La prima volta è disattenzione, la seconda ignoranza, la terza ossessione. Ma se arrivi alla quarta volta, be’, lì diventa dolo e lotta politica.

Anche perché, con Saviano siamo ben oltre la quarta volta. Vado random nella cronologia delle affermazioni stroboscopiche del buon Roberto. Il 4 maggio 2023, in un’intervista alla Stampa attacca il governo che a suo dire comprime la libertà (la prova è che è stato querelato da Meloni...). Ma contro le sue sparate insorge Mattia Feltri, firma dello stesso giornale. «Alla domanda se l’andazzo non fosse cominciato con la causa intentata da Massimo D’Alema a Giorgio Forattini, Saviano ha risposto di no, perché D’Alema quando andò al governo la ritirò. Non è proprio così. D’Alema era presidente del Consiglio quando, nel novembre del '99, chiamò Forattini in giudizio civile. Per una vignetta, gli chiese un risarcimento di tre miliardi di lire. Tre miliardi. Per una vignetta. Mica male come intimidazione da parte del potere», ricorda Feltri. Ma è solo la punta dell’iceberg. Il 25 ottobre 2022, illivorito, Saviano attacca il ministro della Cultura Sangiuliano ma lo scambia per quello del Merito Valditara. Il 16 aprile 2022 Saviano inserisce a corredo di un suo post sull’Ucraina, la foto di un bambino mutilato a Kiev, fottendosene non solo della privacy, ma pure della sensibilità del piccolo che si rivelerà un sopravvissuto del Kossovo nel 2015. Il 27 giugno 2018 nel programma Il supplente di Raidue, nei panni di un professore, Saviano sposta il caso Dreyfus dalla fine 800 alla Prima Guerra Mondiale. Il 13 giugno 2013, Saviano cita un inesistente rapporto del Congresso americano contro gli emigranti italiani, con tanto di smentita da Washington. Il 16 luglio 2021 Saviano twitta la foto di una signora a Cuba «manifestante» contro la dittatura», la quale s’incazza molto perché in realtà era una felice militante castristra.

TROPPE GAFFE Per non dire della volta che il nostro attribuisce alla Meloni la bassa posizione nella classifica di Rsf della libertà di stampa dell’Italia «in buona quota alle pene detentive previste dalla diffamazione, caso pressoché unico nell’occidente liberaldemocratico, e dall’abnorme quantità di querele mosse a scopo intimidatorio», ma i dati citati non sono corretti, e la situazione dei media era di decenni precedente all’attuale esecutivo, e Saviano non s’era accorto. O se n’era accorto troppo.

In realtà, non ci troviamo di fronte a una semplice sequela di teorie disarticolate. Qua la continua manipolazione della realtà di Saviano evoca le caratteristiche tipiche dei totalitarismi: la maskirovka arte dell’inganno dei russi oggi usata in guerra; il realismo “magico” del Minculpop fascista; la propaganda goebbelsiana. Si tratta d’imporre con prepotenza le proprie ossessioni sfruttando un indubbio (e sopravvalutato) diritto di tribuna. Il fatto che un Saviano così gonfio di ideologia degenerativa scriva per il Corriere della sera spaventa molto... 

Non siamo ancora usciti dal tormentone "Attenti al fascismo!" - qualsiasi cosa con Giorgia Meloni al Governo è fascismo. Luigi Mascheroni il 7 Giugno 2023 su Il Giornale.

Non siamo ancora usciti dal tormentone «Attenti al fascismo!» - qualsiasi cosa con Giorgia Meloni al Governo è fascismo: una mano destra che si alza di scatto, pronunciare la parola «Patria», indossare una divisa, criticare Paolo Berizzi, avere dubbi sulla pratica di affittare uteri... - che già ce n'è cascato addosso un altro. La nuova ossessione del progressismo militante, l'abracadabra che spalanca le porte dell'inferno al moralmente scorretto, oggi, è: «egemonia culturale». Da Gramsci a Mussolini andata senza ritorno.

Nomini un nuovo Presidente di destra in un museo diretto per dieci anni da una direttrice di sinistra? «Sei egemone!». Un giornalista se ne va dalla Rai per guadagnare di più su un'altra rete? Sei tu che sei «egemone!!». Una ministra di centrodestra pretende di parlare - invitata - al Salone del Libro di Torino? «Siete egemoni e dovete tacere!». Ieri Massimo Gramellini, sul Corriere della sera, e davvero ci è sfuggito il nesso, ha collegato una battuta del sindaco di Trieste sul costo eccessivo, quasi 10 euro, di una fetta di Sacher nella pasticceria omonima («Se hai soldi ci vai, sennò guardi»), alla «nuova egemonia culturale»... Facendo finta di non sapere che la torta probabilmente con la vecchia egemonia culturale ne costerebbe 15...

Come nel caso del «Dàgli al fascista» si confonde un governo legittimamente eletto con una dittatura. La maggioranza relativa diventa tout court egemone. La libera scelta degli italiani è all'improvviso uno slittamento totalitario. Ed è curioso perché nessuno sotto i governi Draghi - Conte - Gentiloni - Renzi - Letta - Monti - Amato - D'Alema - Prodi - Dini - ad libitum - si è mai preoccupato di qualcosa del genere... E comunque la matematica, cioè il numero di seggi in Parlamento assegnati a una forza politica in proporzione ai voti presi nelle urne, al limite può generare un sano spoils system; non un dispotismo.

Una sinistra che denuncia un attacco alla democrazia qualsiasi cosa succeda - basta che non le piaccia - alla lunga rischia il ridicolo. E una sinistra che sceglie come frontman e frontwoman della controffensiva intellettuale - qualsiasi sia la battaglia - fanatici come Roberto Saviano e Michela Murgia perde autorevolezza. Ma attenzione. Anche una destra che si fa spaventare da un bau bau e da un Berizzi alla fine è poco credibile.

Dalla Decima a Eia Eia Alalà quanta ignoranza. Alberto Ciapparoni su Culturaidentita.it il 5 Giugno 2023

Quel grido, Decima, urlato nella parata militare del 2 giugno e vituperato e attaccato in queste ore sui social dai vari Saviano, Murgia e diversi altri compagni, è il nostro grido. Il grido dell’Italia orgogliosa delle sue eccellenze, memore dei sacrifici fatti per il Paese, grata a chi ha reso possibile (e grande) la storia italiana, rispettosa delle tradizioni, che ama la propria Nazione.

Decima è il motto del GOI, il Gruppo Operativo Incursori Raggruppamento Teseo Tesei (COMSUBIN) e non c’entra con la X Mas della Repubblica Sociale, al comando del capitano Junio Valerio Borghese, ma è la Decima della Marina militare del Regno, che ha operato fino al 1943 e che è il precursore degli incursori di Marina.

Il GOI è intitolato a Teseo Tesei, morto eroicamente nel fallito assalto del 26 luglio 1941 al porto inglese di Malta. Lo stesso vicegovernatore di Malta, sir Edward Jackson, ricordando l’episodio il 4/10/1941 scrisse: “…nel luglio scorso gli italiani hanno condotto un attacco con grande decisione per penetrare nel porto, impiegando MAS (motoscafi armati siluranti) e “siluri umani” armati da “squadre suicide…”.

Oggi i subacquei incursori del GOI sono soldati super-addestrati chiamati alle missioni più delicate (come la risposta alle azioni terroristiche). Sono una delle punte di diamante delle Forze Armate della Repubblica, non della RSI. Per fare polemica bisogna essere ignoranti, cioè aver trascurato la conoscenza di determinate cose che si potrebbero o dovrebbero sapere, o in malafede.

Come per il saluto, sempre alla parata del 2 giugno, di cui si sta parlando tantissimo. Che non è un saluto romano, ma è un saluto militare di marcia, che consiste nell’alzare il braccio destro in modo perpendicolare (in onore al tricolore) per poi farlo scendere sulla tempia per il saluto. E non è un saluto esclusivamente di una truppa della Marina ma di molti corpi di armata. Ignoranza o malafede, oppure sia ignoranza sia malafede.

Come per eia eia alalà. Perché prima di prospettare un grido, oltre che di incitamento, fascista e squadrista, e scandalizzarsi, occorre ricordarsi di Gabriele d’Annunzio: pronunciò eia eia alalà la prima volta nel 1917, al ritorno dal bombardamento di Pola durante la Grande Guerra, l’8 agosto. Si inventò questa formula di esultanza guerriera accorpando due incitamenti di due tragici greci come Eschilo e Pindaro che li avevano usati nella “Fedra” e nella “Nave”. Così quel grido divenne il rituale gioioso di tutti gli aviatori italiani che tornavano da una missione di guerra. E che Mussolini copierà, o meglio, ruberà a d’Annunzio. “Eia, eia alalà” e “Decima” sono la nostra storia, le nostre grida, la nostra Italia. Eia eia alalà, Decima.

Le allucinazioni della Murgia: alla parata del 2 giugno vede saluti romani e principi neri. Matteo Carnieletto il 3 Giugno 2023 su Il Giornale.

La scrittrice sarda vede il fascismo anche là dove non c'è. E, soprattutto, dimostra di non conoscere la storia delle nostre Forze armate

Vorrei, solo per un giorno, vivere nel mondo di Michela Murgia. Un mondo in cui la realtà non esiste e l'unica cosa che conta è gridare al vento parole sull'allarme fascismo o a favore dei diritti Lgbt (e mi fermo alle prime quattro lettere di questa sigla perché impararla a memoria e restare aggiornati sulle nuove pulsioni sessuali del genere umano è pressoché impossibile).

L'ultima impresa della Murgia riguarda la parata del 2 giugno, un evento in cui "la retorica patriottarda è fumo" (copyright della scrittrice sarda). Un evento ormai passato e che richiama, come ci ricordano ogni anno i soloni della sinistra, la guerra. Una cosa tremenda che vorremmo tenere sempre lontana dal nostro Paese ma che, come abbiamo visto il 24 febbraio del 2022 con l'invasione dell'Ucraina, ci viene a cercare e ci bussa alle porte di casa. Ed è anche a questo che servono i militari: a proteggerci (perfino la Murgia) nel caso in cui un evento simile dovesse capitare. Dicevamo però dell'impresa della Nostra che, su Instagram, ha pubblicato un video in cui si vedono gli incursori di Marina alzare il braccio prima di appoggiarlo sulla tempia per rendere omaggio al tricolore. Ovviamente, la Murgia e tutte le Murgia che ci sono in giro hanno visto in questo gesto un saluto romano simulato, quando in realtà si tratta solamente di un gesto militare comune compiuto anche negli anni scorsi e davanti a tutti i presidenti del Consiglio.

Ma non solo. La Murgia si è inorridita per l'urlo degli incursori ("Decima!") e ha chiesto ai suoi follower di andarsi a leggere su Wikipedia la storia dei nostri reparti d'assalto. Facciamolo (anche se, all'enciclopedia online preferiamo il libro di Sergio Nesi Decima flottiglia nostra...i mezzi d'assalto della Marina italiana al sud e al nord dopo l'armistizio): "Nata nel 1939 come Iª Flottiglia M.A.S., era una delle tre flottiglie MAS della Regia Marina allo scoppio della Seconda guerra mondiale. L'unità mutò ufficialmente la propria denominazione in '10ª Flottiglia M.A.S.' il 14 marzo 1941". Perbacco! Allora Junio Valerio Borghese (il Principe nero, ma anche medaglia d'oro al valor militare) c'entra relativamente poco con l'urlo degli incursori. Anche perché, a ben vedere, gli incursori hanno tutto il diritto (e il dovere) di farlo. Se si studia la storia della Decima, infatti, si scopre che furono proprio i suoi soldati a realizzare le imprese di Suda ed Alessandria d'Egitto, solo per citare due casi.

Contattato dal Giornale.it, il generale Marco Bertolini mette a tacere le polemiche: "Non ho nulla da osservare sulla sfilata. Sottolineo però che le tradizioni gloriose del Comsubin derivano da quelle altrettanto gloriose della Decima flottiglia, unità che non è nata nel settembre 1943, ma che era preesistente all’armistizio e a quello che ne conseguì. Un reparto leggendario che ha meritato le più alte decorazioni al Valor Militare e che è apprezzato unanimemente in tutto il globo". Polemica chiusa. Almeno fino alle prossime allucinazioni di Murgia & Co.

La polemica smontata da social e fonti militari. “Il saluto romano” che vede Murgia e le smentite di Crosetto e militari: “Ha confuso X flottiglia Mas”. Redazione su Il Riformista il 3 Giugno 2023 

Un post diventato virale in poche ore, le accuse al governo “fascista” e al Capo dello Stato Mattarella e il chiarimento che arriva da fonti militari e dagli stessi utenti della rete che spiegano alla diretta interessata, Michela Murgia, che si è trattato di un equivoco, a partire dalla “X flottiglia Mas” chiamata in questione dalla scrittrice confusa con il Goi (il Gruppo operativo incursori del Comsubin), il reparto d’assalto della Marina militare.

“Ieri alla parata militare del 2 giugno, sotto gli occhi impassibili del Presidente Mattarella, è successo anche questo. Tutto normale – scrive Murgia che posta su Instagram anche il video in questione – perché sono anni che va avanti il processo di normalizzazione. Se il senso del video non fosse chiaro, cercate “X flottiglia MAS” su Wikipedia. Vi sarà subito chiaro perché La Russa sorrida tanto e faccia il segno della vittoria. (Ma che serve ancora per capire cosa sta accadendo?)”.

Apriti cielo. In poche ore centinaia di commenti, media che rilanciano la notizia e indignazione dilagante. Poi fonti militari smentiscono l’interpretazione della scrittrice: non c’è stato alcun saluto fascista né apologia della flottiglia del comandante Junio Valerio Borghese che col motto dannunziano ‘Memento audere semper’ (ricordati di osare sempre) è uno dei riferimenti dell’estrema destra.

E il ministro della Difesa Guido Crosetto inizialmente non replica ma ritwitta un post che definisce “assurde” le accuse. Poi successivamente commenta: “Chi polemizza per i presunti saluti “fascisti” alla parata del 2 giugno ignora cos’è un normale “attenti a sinist” (per salutare le autorità a ogni parata, come lo scorso anno). Chi infanga i Comsubin con assurdi paragoni con la Rsi  (Regia Marina Italiana, ndr) disprezza il valore e il lavoro delle Forze speciali”. 

Murgia pubblica un breve filmato con la scritta in sovrimpressione “Entra in parata col saluto romano” dove si vede il passaggio, durante la parata militare, degli incursori del Comsubin della Marina: gli specialisti – tuta e berretto verdi, volti travisati da un fazzoletto beige – urlano ‘Decima’ quando sfilano sotto il palco delle autorità. Il riferimento è alla Decima Mas, reparto d’assalto della Regia Marina, autore di celebri imprese durante la prima guerra mondiale.

Nel video viene inquadrato il presidente del Senato Ignazio La Russa che sorride, applaude e fa il segno di vittoria con le dita allo sfilamento della compagnia. Il militare in testa alza il braccio in alto prima di portarlo alla fronte per il saluto. Fonti militari, interpellate dall’ANSA, smontano la versione di Michela Murgia. Il braccio alzato del militare inquadrato, viene sottolineato, è per ‘l’attenti a sinist’, che è il saluto alla tribuna autorità che fanno tutti i reparti che sfilano. E il grido ‘Decima’ è poi il motto del Goi (il Gruppo operativo incursori del Comsubin) e “non c’entra con la ‘X Mas’ della Repubblica sociale ma è la Decima della Marina Militare del Regno che ha operato fino al 1943 e che è il precursore degli incursori di Marina”.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, la X Flottiglia Mas, subì una scissione: gli elementi rimasti al Sud ribattezzarono l’unità “Mariassalto”, di base a Taranto, e ripresero a combattere agli ordini degli Alleati. Il grosso della Decima aderì comando di Junio Valerio Borghese (futuro presidente del Msi) e si riorganizzò in corpo autonomo, entrando a far parte della Marina Nazionale Repubblicana e combattendo al fianco del Terzo Reich.

DAGOSPIA il 16 maggio 2023. FLASH – A CIASCUNO LA SUA REALTA': "REPUBBLICA" E "CORRIERE" RIESCONO A DARE DUE LETTURE OPPOSTE SULL'ESITO DELLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE - PER IL QUOTIDIANO DIRETTO DA MOLINARI "L'ONDA DI DESTRA SI E' FERMATA", PER IL GIORNALE DI URBANETTO CAIRO "IL CENTRODESTRA E' AVANTI NELLE CITTA'". COSA DEVE FARE UN POVERO LETTORE PER CAPIRE COME E' ANDATA?

Il falso scoop di Repubblica sulle torture nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.  Stefano Baudino su L'Indipendente il 17 Maggio 2023 

“La rivelazione arriva proprio durante le battute finali dell’udienza. I referti dei detenuti picchiati sono spariti. I carabinieri non li hanno trovati. Ed è un giallo, l’ennesimo, in una vicenda terribile e non ancora del tutto chiarita: il pestaggio dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere“. È questo l’incipit dell’articolo, uscito il 10 maggio su La Repubblica a firma Raffaele Sardo, riferito al processo che si sta tenendo davanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – in cui figurano 105 imputati tra agenti, funzionari del Dap e medici dell’Asl – sui gravissimi fatti avvenuti il 6 aprile 2020 all’interno della casa circondariale campana. In realtà, ciò che viene venduto come uno scoop sensazionale è una non-notizia.

Il giornalista prosegue infatti citando tra virgolette quello che sarebbe il contenuto di uno scambio avvenuto in aula tra il pm Daniela Pannone, il vicebrigadiere Vincenzo Medici e il Presidente della Corte d’Assise Roberto Donatiello: “«Avete sequestrato i referti medici per i detenuti feriti e portato in infermeria?», chiede il pubblico ministero Pannone al brigadiere dei carabiniere Medici. «Non li abbiamo trovati», è la risposta che gela l’aula, del sottufficiale dell’Arma. Il presidente del collegio della Corte di assise, Roberto Donatiello, interviene, vuole approfondire, sembra sorpreso. «Mi faccia capire – dice il presidente del collegio di Corte d’Assise Roberto Donatiello – non c’erano i referti medici dei detenuti assistiti il 6 aprile?». È il giorno della ‘mattanza’. Come è possibile che quelle carte non ci siano più?. «Abbiamo trovato quelli degli agenti, non quelli dei detenuti», ripete il brigadiere dei carabinieri Medici […]”. Leggendo questo passaggio, il lettore potrebbe essere fisiologicamente portato a ipotizzare un qualche ruolo dei carabinieri nella copertura degli agenti sotto indagine e, soprattutto, a chiedersi per quale motivo il pm e il Presidente del collegio della Corte d’Assise abbiano fatto passare in sordina una questione così scottante. Insomma, lo spaccato sembra quello di un “giallo” dai contorni torbidi.

La verità è che il cronista ha completamente travisato il contenuto di quello scambio, che riportiamo qui di seguito nella sua interezza dopo aver ascoltato attentamente l’audio ufficiale dell’udienza. “P.M.: «Nel corso dell’attività d’indagine avete acquisito documentazione medica, referti medici riportanti lesioni di detenuti per gli eventi del 6?». Vicebrigadiere: «No, dei detenuti no. Non in riferimento al 6 aprile». P.M.: «Sono stati rinvenuti altri referti?». Vicebrigadiere: «I referti medici degli agenti, attestanti le lesioni degli agenti». Presidente Corte d’Assise: «Il passaggio in infermeria delle persone…». Vicebrigadiere: «Non sono state refertate, presidente». Presidente Corte d’Assise: «E come l’avete accertato?». Vicebrigadiere: «Perché abbiamo le dichiarazioni dei detenuti che sono stati portati in infermeria…». Presidente Corte d’Assise: «… che sono andati, a cui non hanno rilasciato referto. Va bene»”. Assolutamente nulla di nuovo sotto al sole, come dimostra la chiosa “consapevole” del presidente Donatiello. Tanto è vero che, tra i soggetti alla sbarra, ci sono anche alcuni medici, cui è notorio sia stato imputato proprio di non aver refertato le violenze subite dai detenuti per “coprire” i responsabili.

No, non è una notizia che “i referti dei detenuti picchiati sono spariti“: semplicemente (potremmo affermarlo in maniera ufficiale ove le accuse nei confronti dei medici siano infine confermate) quei documenti non sono probabilmente mai stati prodotti. Proprio per questo motivo, non è affatto vero che il Presidente della Corte d’Assise si è mostrato “sorpreso” rispetto a quanto ricordato dal vicebrigadiere Vincenzo Medici, né che tale dichiarazione abbia “gelato l’aula“. Il giornalista scrive peraltro che tale “rivelazione” sarebbe arrivata “proprio durante le battute finali dell’udienza”: altro dato assolutamente non corretto, poiché il rapido confronto verbale oggetto dell’articolo ha luogo dopo 2 ore e 55, nella cornice di un’udienza che si è protratta per oltre 6 ore.

Mentre da un lato giornali mainstream additano le nuove realtà dell’informazione come troppo poco autorevoli o acchiappa-click, dall’altro si dimostrano ogni giorno pronti a riportare i fatti in maniera non fedele.

Evidentemente, proprio per ottenere in fretta e furia qualche click in più. Piuttosto che prediligere il fattore quantitativo, noi preferiamo invece puntare sulla qualità delle notizie pubblicate, prenderci il tempo che ci serve a scandagliare i fatti al fine di offrirvi un’informazione approfondita, seria e fedele alla realtà. [di Stefano Baudino]

Siamo così ammalati di menzogna che ChatGpt ci sembra il vero progresso. RICK DUFER su Il Domani il 07 aprile 2023

Il fascino per la macchina deriva da un istinto culturale umano. Ormai le bugie sono diventate un’abitudine e ci siamo abituati anche ad auto-ingannarci. Ecco perché l’intelligenza artificiale ci sembra un sinonimo del progresso

L’avanzamento dei cosiddetti deepfake, ovvero video artefatti in cui si riesce ad avere la perfetta riproduzione di qualsiasi individuo per fargli dire qualsiasi cosa, è infinitamente più conveniente rispetto alla creazione di software che riescano a smascherare tali finzioni.

Il motivo per cui le tecnologie dell’inganno come i deepfake sono economicamente profittevoli, ma le contromisure no, è che siamo psicologicamente arresi al potere devastante della menzogna.

Da estimatore del progresso tecnologico mi trovo perciò preoccupato, prima filosoficamente che tecnologicamente: siamo ammalati di menzogna e Gpt-4, con tutto il suo incentivo economico e culturale ad ingannarci, rischia di rovesciare del tutto la nostra capacità di discernere il vero dal falso.

Da dove proviene l’intelligenza artificiale? Di fronte a questa domanda possiamo scegliere di essere molto superficiali e rispondere: «Ovvio, dall’avanzamento dei microprocessori, dall’affinamento degli algoritmi complessi, dal progresso nel machine e deep learning!». Ma a questa risposta può fermarsi solo un ingegnere informatico, un tecnico del settore, oppure uno sguardo molto superficiale.

La domanda iniziale infatti ci impone di adottare anche una prospettiva filosofica e psicologica, che ci permetta di scandagliare le radici concettuali, culturali e addirittura inconsce che hanno spinto l’essere umano del tardo XX secolo a tuffarsi nella creazione di entità virtuali i cui effetti possono essere devastanti e il cui funzionamento ci resta in buona parte misterioso.

Solo in questa prospettiva possiamo comprendere il (forse esagerato) grido d’allarme di Elon Musk e altri intellettuali sui pericoli dello sviluppo irrefrenabile di Gpt-4 e i suoi derivati, così come l’inquietudine che soggiace nel nostro animo ad ogni interazione con Chat Gpt: di fronte ad essa ci sentiamo incerti, traballanti, insicuri di quel che stiamo facendo, inconsapevoli degli effetti della relazione che intratteniamo con essa, sentendoci meravigliati ma anche piccoli e ignoranti, forse sminuiti a causa delle capacità che questo strumento dimostra di avere.

Perciò, proviamo ad essere meno superficiali nel tentativo di rispondere alla domanda: da dove proviene l’intelligenza artificiale?

L’INCENTIVO A MENTIRE

La lettera di Musk & co. esprime la necessità di sospendere temporaneamente lo sviluppo di Gpt-4 e le sue derivate per permettere alla società di sviluppare le giuste “contromisure”. Il fatto che si ripropone continuamente sotto i nostri occhi è il seguente: le tecnologie di falsificazione della realtà sono economicamente più incentivanti rispetto ai possibili antidoti.

L’avanzamento dei cosiddetti deepfake, ovvero video artefatti in cui si riesce ad avere la perfetta riproduzione di qualsiasi individuo per fargli dire qualsiasi cosa, è infinitamente più conveniente rispetto alla creazione di software che riescano a smascherare tali finzioni; la produzione di un testo narrativo che venga spacciato per una pagina di Jorge Luis Borges, quando invece è la creazione di Gpt-4, è molto più profittevole rispetto allo sviluppo di tecnologie che possano prevenire la diffusione di tali inganni.

Di fronte a tutto questo, appare evidente che l’intelligenza artificiale trova il suo terreno fertile proprio nell’incentivo culturale a mentire, ingannare e raggirare l’essere umano. In fin dei conti, il concetto di I.A. nasce proprio da una prospettiva di manifesta menzogna.

DISTINGUERE IL VERO DAL FALSO

Lo stesso test di Alan Turing, il padre dell’artificial intelligence, descrive la prospettiva dell’inganno: «Un computer meriterà di essere chiamato intelligente quando riuscirà a ingannare un essere umano facendogli credere di essere umano». E sarebbe poco saggio non vedere un fil rouge concettuale tra tutte le tecnologie sviluppate negli ultimi settant’anni, il cui legame psicologico è proprio quello dell’inganno.

Attualmente, l’intelligenza artificiale è l’ultimo ritrovato in fatto di menzogna e l’obiettivo dichiarato degli sviluppatori è proprio quello di rendere indistinguibile l’interazione tra umano-umano e tra umano-Ia. Cos’altro è questo, se non un raggiro che l’essere umano sta imponendo a sé stesso?

Perciò, mi appare evidente che la radice filosofica più profonda della nostra relazione con l’intelligenza artificiale è morale ed etica: siamo talmente abituati ad accompagnarci all’inganno e alla menzogna, abbiamo così profondamente metabolizzato l’idea della bugia come alleata di vita, da non avere nessun tipo di problema nell’accettare la valanga tecnologica avanzante in cui rischiamo di perdere inesorabilmente la capacità di distinguere il vero dal falso.

ARRENDERSI ALLA MENZOGNA

Il motivo per cui le tecnologie dell’inganno come i deepfake sono economicamente profittevoli, ma le contromisure no, è che siamo psicologicamente arresi al potere devastante della menzogna e l’unica cosa che possiamo sperare è far sì che dopo la bugia largamente diffusa esista una smentita mediamente efficace (insomma, ci siamo abituati all’idea di non poter far prevalere la verità, ma di poter solo “limitare i danni” delle finzioni).

La ragione per cui investiamo così tanti soldi nell’hacking dei sistemi informatici ma così poche risorse nella cybersicurezza è che non crediamo davvero di poter smascherare le bugie perché esse sono ormai dominanti e indistinguibili dalla verità.

Le radici della nostra acritica adozione di ChatGpt stanno proprio nel fatto che abbiamo espulso il concetto di “verità” dalla prospettiva etica di cui siamo il prodotto, convincendoci che possiamo solo sperare in “menzogne migliori” e “inganni meno dannosi”, concedendo alla bugia un ruolo di primissimo piano nelle nostre esistenze.

LA RESA ALLA MENZOGNA

L’effetto sociale di tutto ciò è evidente: non educhiamo più i nostri figli a cercare e dire la verità, li educhiamo ad essere persuasivi, a mentire con nobili fini; nel giornalismo spesso derubrichiamo l’onestà intellettuale ad un optional e preferiamo raccontare le cose nel modo più conveniente ed efficace; la popolarità e il consenso, nuove forme della menzogna collettiva, hanno preso il sopravvento a discapito dell’autenticità e della veridicità. Chat GPT è solo l’ultimo ritrovato in fatto di menzogna.

Andare a scandagliare le motivazioni culturali che hanno portato a un tale dominio della menzogna è un lavoro che sarebbe forse improbo per un breve scritto come questo e saremmo costretti a chiamare in causa Nietzsche, la “morte di dio” e il post-modernismo.

Non tenterò di cimentarmi in questa impresa, rischiando di risultare verboso oppure troppo superficiale. Ma mi sembra importante rendersi conto di come, alla base dell’uso che stiamo facendo delle intelligenze artificiali, sta proprio la nostra resa incondizionata alla menzogna e all’auto-inganno intesi come unica via percorribile.

DISTINGUERE LA VERITÀ

Il vero pericolo rappresentato dall’Ia non è quello che essa diventi più intelligente di noi: questo è impossibile, dal momento che queste tecnologie possono essere solo il risultato della rielaborazione (per quanto complessa e abnorme) di quello che già siamo e conosciamo. Il reale pericolo è che l’adozione acritica di tali strumenti ci renda più stupidi (cosa che già sta accadendo da tempo), ma soprattutto meno propensi a dire la verità.

Quando si parla di “dire la verità” ovviamente si apre il vaso di Pandora e tutti si accavallano urlando: «Ma chi sei tu per decidere cosa è vero e cosa non lo è?» – la risposta è che nessuno lo decide, ma ognuno di noi lo sente.

Considerandoci come entità in possesso di un certo grado di intelligenza e autocoscienza, tutti noi sappiamo perfettamente quando e perché stiamo dicendo la verità oppure stiamo mentendo ad un nostro amico, al nostro partner, in un video di YouTube, dentro un messaggio pubblicitario.

UTILITARISMO

Il rapporto tra verità e menzogna, come ben ci ha insegnato Nietzsche, è impossibile da esprimere con un discorso scientifico e oggettivo: solo io, nella solitudine del mio animo, so che sto mentendo o che sto dicendo il vero (questo è il motivo per cui, in ambito giuridico, si distingue tra “verità” e “verità processuale”: la prima è inaccessibile e solo l’imputato sa se ha compiuto o meno il fatto di cui è accusato; la seconda è provabile, ma sarà sempre fallibile).

Il problema è che, in un mondo dominato dalla ricerca dell’oggettività, quel rapporto soggettivo ha perso di significato e invece di spingerci ad essere creature tendenti alla verità, ci ha convinti dell’inconsistenza della verità: essa ha poca importanza perché la mia soggettività è poco importante.

In questo frangente, la prospettiva etica più diffusa è quella dell’utilitarismo: il bene non è dire la verità, ma dire ciò che diffonde un utile. La verità soggettiva spesso non è poi così utile, anzi: rischia di essere economicamente poco profittevole rispetto ad una menzogna ben impostata. Perciò, così come il fine giustifica i mezzi, l’utile dà significato alla bugia.

E sappiamo bene che dall’utilitarismo di Bentham, questa prospettiva ha fatto molta strada e molti danni, arrivando a Sam Bankman-Fried e all’effective altruism (secondo cui il bene non è dire la verità oppure comportarsi moralmente, ma agire in modo da diffondere il massimo utile per il massimo numero di persone possibile, e se questo nobile fine lo devi perseguire rubando miliardi di dollari ai risparmiatori, beh, sei giustificato fintantoché non vieni scoperto, ovviamente!). La menzogna ha trovato il suo dominio quando abbiamo smesso di prenderci il rischio soggettivo della verità, perché in fin dei conti convenivano le bugie nobilitate da fini utilitaristici.

LA NOSTRA MALATTIA

Nel suo L’avversario, Emmanuel Carrère descrive i crimini del protagonista dicendo: “Jean-Claude Romand si era ammalato di menzogna.” Credo che questa frase sia perfettamente applicabile alla nostra società e alla relazione che stiamo intrattenendo con le tecnologie dell’auto-inganno.

Siamo ammalati di una menzogna che ci ha persuasi di essere l’unica strada percorribile verso la felicità e il progresso. Ci siamo circondati di bugie tecnologiche in conseguenza della perdita della nostra verità soggettiva.

E così, spaventati come siamo dalla solitudine e dalla poca convenienza di dire e cercare la verità, ci troviamo impantanati nel pericolo di perdere del tutto e per sempre la capacità di dire e riconoscere la verità.

AUTO-INGANNI

Questo essere ammalati di menzogna è perfettamente rappresentato dal caso del presidente del Gabon che nel 2018, dopo essere sparito dai radar pubblici per qualche settimana, si è mostrato in un video dopo quella che era stata descritta come una breve malattia.

La popolazione e i vertici militari, convinti che quel video fosse un deepfake, hanno rischiato di portare ad un colpo di stato, con catastrofiche conseguenze per tutti. Questo episodio descrive la parabola infernale della menzogna intesa come valore etico: quando l’essere umano si convince di poter mentire “per nobili fini”, accumulando piccole bugie volte alla diffusione di un utile, alla fine dei conti si ammala e rischia di collassare sotto il peso di tutti quegli auto-inganni.

IL COSTO DELLA VERITÀ

Da estimatore del progresso tecnologico mi trovo perciò preoccupato, prima filosoficamente che tecnologicamente: siamo ammalati di menzogna e Gpt-4, con tutto il suo incentivo economico e culturale ad ingannarci, rischia di rovesciare del tutto la nostra capacità di discernere il vero dal falso.

E dal momento che la scienza e la democrazia si basano sulla nostra capacità di non confondere quelle due dimensioni, la posta in palio è altissima. Perciò, la domanda che dobbiamo porci a questo punto è la seguente: esiste la possibilità di costruire una società dove l’incentivo economico a dire la verità prima della menzogna sia premiante, in cui la capacità di essere intellettualmente onesti sia desiderabile tanto quanto l’essere persuasivi?

La storia della filosofia ci dice di no: la verità sarà sempre più costosa della menzogna e noi cadremo inevitabilmente in quest’ultima, sperando di riuscire poi a raccogliere i cocci di quanto mandato in frantumi.

TECNOLOGIE DELL’AUTO-INGANNO

Ma allora, possiamo almeno smettere di raccontare a noi stessi e ai nostri figli che la bugia è l’unica forma di relazione possibile con la realtà circostante? Possiamo tornare a dire: è sempre meglio dire la verità rispetto a raccontare una balla, anche se mi pare economicamente meno conveniente? Possiamo affermare, senza sentirci gli ingenui del villaggio, che un computer il cui obiettivo è ingannarmi per sembrare umano forse non è un computer che possa fare del bene alla mia ricerca della felicità?

Magari, ponendoci queste questioni, Gpt-4 e le tecnologie dell’auto-inganno potrebbero tornare ad essere nostre alleate e non bastoni tra le ruote di questa strana cosa che è l’esistenza umana, che è vera, concreta, tangibile, e merita di essere raccontata con l’onestà che ChatGpt non potrà mai restituirmi.

RICK DUFER. Alias Riccardo Dal Ferro, è filosofo, scrittore ed esperto di comunicazione e divulgazione. Porta avanti un progetto di divulgazione letteraria e filosofica attraverso ilsuo canale YouTube e il podcast Daily Cogito. È autore e interprete di monologhi teatrali a sfondoletterario,filosoficoe satirico. È direttore della rivista Endoxa.

Elogio del “divo” Giulio, del Parlamento e dei giornalisti liberi. Massimo Fini ha scritto sul Fatto che Andreotti «in qualsiasi altro Paese sarebbe stato un grande statista». Francesco Damato su Il Dubbio il 15 gennaio 2023

Massimo Fini, un giornalista e scrittore fra i più urticanti, della cui pur scomodissima collaborazione ho avuto il privilegio di godere negli ormai lontani anni della direzione del Giorno, è ciò che soleva dire il compianto Giovanni Malagodi, che ne produceva nei tempi liberi dalla politica: i buoni vini migliorano invecchiando.

Sulla strada ormai degli 80 anni è capitato a Massimo di condividere una fila postale con Stefano Andreotti, il secondogenito del “divo Giulio” nato esattamente 104 anni fa e morto quasi da dieci, dopo essere stato sette volte presidente del Consiglio, non ricordo più quante volte ministro, una volta capogruppo della Dc alla Camera, e un’altra volta quasi candidato al Quirinale, nel 1992, mai segretario del suo partito, non si è mai capito bene se per scelta o per mancanza d’occasione. E infine imputato eccellente di associazione mafiosa e di omicidio, assolto per l’una e per l’altro. Pazienza se an- cora oggi l’accusatore ormai pensionato Gian Carlo Caselli sostiene, ogni volta che qualcuno gliene dà il motivo scrivendo appunto delle assoluzioni, che quella per mafia vale poco o niente per via della prescrizione che avrebbe risparmiato al senatore a vita - altra carica collezionata da Andreotti - la condanna per fatti, conoscenze e quant’altro risalenti a prima del 1981.

La casuale condivisione di quella banale fila postale col figlio, che neppure conosceva ma di cui ha scoperto il nome sentendolo pronunciare dall’impiegato allo sportello, ha felicemente rinverdito nella memoria di Massimo Fini il ricordo del padre. Nel quale egli si era imbattuto giovanissimo in un ippodromo romano facendogli cadere gli occhiali e aveva poi avuto modo anche di intervistare da giornalista cominciando ad apprezzarne acume, gentilezza, puntualità, cultura, ironia e altro ancora. Tanto da fargli scrivere, a conclusione di un articolo pubblicato il 12 gennaio sull’insospettabile o sorprendente, come preferite, Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio che Andreotti «in qualsiasi altro Paese d’Europa sarebbe stato un grande statista. Da noi è stato uno strano ircocervo: mezzo statista e, forse, mezzo delinquente». Un enigma, avrebbe detto Winston Churchill.

Non poteva scrivere meglio il buon Massimo, e fare uscire sul suo giornale il pur meno buono Marco per quella mania che ha, fra l’altro, di storpiare nomi e storie di persone non gradite pensando di fare solo dell’ironia.

C’è tuttavia qualcosa dell’articolo di Massimo Fini che al pur compiaciuto - per il resto - Mattia Feltri non è piaciuto scrivendone nella sua brillantissima rubrica quotidiana sulla prima pagina della Stampa. È il sollievo espresso da Massimo di non essergli mai capitato di seguire la politica frequentando le Camere nelle fila, diciamo così, della stampa parlamentare. Dove io e altri abbiamo evidentemente sprecato sessant’anni della nostra via professionale.

Lo spazio percorso da noi poveri sfortunati, a dir poco, è stato definito da Mattia, che lo bazzica senza le lenti del qualunquismo, «il chilometro quadrato più onesto d’Italia», essendo il Parlamento «popolato da gente con un senso dello Stato e delle istituzioni e con un rispetto delle leggi e del ruolo disastrosamente bassi, ma molto più alti che nel resto del Paese». Egli ha citato a testimonianza delle sue convinzioni le consolanti sorprese confidategli da alcuni grillini arrivati a Montecitorio e a Palazzo Madama con la convinzione di dovere risanare chissà quali fogne, cominciando col ridurre i seggi parlamentari per velocizzare pulizie e quant’altro. Ah, il qualunquismo, malattia infantile o senile, come preferite, del moralismo sparso fra piazze, scuole, associazioni più o meno culturali, redazioni di giornali e tribunali, in un miscuglio di ipocrisia e infamia.

È inutile poi stupirsi dell’assenteismo elettorale, dei giornali che vendono sempre meno copie, per quanto infarciti di antipolitica, e di edicole che chiudono, tanto poco ormai si ha voglia in Italia di essere informati. Gli stessi strumenti elettronici vengono compulsati spesso, o maniacalmente, da ragazzi, giovani e anziani più per giocare che per sapere o conoscere.

Tecnopinioni. Anche Report era una bolla, e i social l’hanno fatta scoppiare. Marco Viviani su L’Inkiesta il 19 Aprile 2017.

Ho smesso di seguire diligentemente Report, pochi anni fa, dopo alcuni servizi su una materia che conoscevo molto bene (era la questione multinazionali / fisco / webtax; poi parlarono anche di soci...

Ho smesso di seguire diligentemente Report, pochi anni fa, dopo alcuni servizi su una materia che conoscevo molto bene (era la questione multinazionali / fisco / webtax; poi parlarono anche di social network) perché fecero in questi casi un lavoro estremamente superficiale. Talvolta completamente fuorviante, persino scorretto. Col tempo mi sono reso conto, empiricamente, che le trasmissioni di inchiesta televisiva mi facevano impressione soltanto quando affrontavano un tema che non conoscevo per nulla, mentre ogni volta che toccavano un tema che studio per lavoro mi risultavano intollerabili per quanto erano banali oppure, peggio, deformanti. Così ho pensato: “Quante probabilità esistono che siano scarsi soltanto in quei temi che conosco e bravissimi in tutti gli altri?”.

IL POST DEL PROFESSOR BURIONI – Si è molto discusso del pessimo servizio fatto dalla trasmissione di Rai3 a proposito del vaccino anti Papilloma virus, e ciò che mi ha colpito sono le centinaia di commenti al post del professor Burioni (noto virologo, una persona seria, pacata) che riportano con precisione assoluta la mia stessa esperienza, cioè la discrasia tra quel che pensi di questi servizi televisivi quando parlano di ciò che non conosci e la sensazione che ti danno invece quando parlano di un argomento che conosci molto bene per ragioni professionali. Credevo, onestamente, fosse un mio pensiero, invece a quanto pare l’abbiamo scoperto tutti, lo pensavamo tutti, o comunque in tanti. Andate a vederli: chilometri di commenti di professionisti di aeronautica, ambiente, alimentazione, ingegneria, che all’unisono denunciano “finché non hanno parlato del tema che conosco bene mi piacevano, poi quella volta che hanno parlato del mio ambito è stato un disastro”. Tutti così.

E SE FOSSERO TUTTE BOLLE? – Questo mi fa pensare con orrore a un’ipotesi: e se le trasmissioni d’inchiesta televisiva fossero tutte bolle? Vuoi vedere che i social, coi loro difetti per carità, stanno facendo scoppiare delle bolle invece di crearne soltanto di nuove? Abbiamo creduto a un giornalismo corretto, coraggioso, di sinistra, dalla parte dei deboli, e invece hanno sempre sparato fregnacce? Oppure sono peggiorati col tempo? E per quali fattori? Se fosse così – va studiato, non intendo farmi trascinare – per me, questa intuizione sul rapporto social/informazione cambia tutto. Pensateci: vi è capitato di vedere un servizio di Report o altre trasmissioni di inchiesta giornalistica che riguardava un tema che conoscete a menadito e averlo trovato tremendamente superficiale, finendo col sospettare che allora in tutti gli altri casi eravate semplicemente ignoranti? Attenzione, non parlo di limitazione del formato: è ovvio che in venti minuti un giornalista non potrà mai racchiudere il sapere di uno specialista. No, io parlo di strafalcioni, dubbi montati ad arte, quell’orribile stile fatto di insinuazioni, una costruzione argomentativa basata su una tesi precostituita che sembra essere la colonna vertebrale dell’inchiesta all’italiana e che sarebbe capace di trasformare anche un santo in un serial killer. Puro esercizio narrativo.

PERFORMANCE EMOZIONALE – Questo modo di fare inchiesta mi sembra manchi sempre della smoking gun, a volte persino si vende come inchiesta ma è una collazione di lavori altrui più una singola intervista che contribuisce a nulla (come nel primo famoso episodio ENI-Report), ma soprattutto sia perlopiù una performance emozionale montata sempre nella stessa maniera: introduzione contestuale con musichetta allegra; montaggio dichiarazioni personaggi influenti; scesa in campo del dubbio, la musica cambia, montaggio articoli di giornale che raccontano episodi variamente contestabili; speaking modalità “mhhh, ho una brutta sensazione”; elencazione di varie documentazioni (molto spesso incomplete oppure omissive) che attesterebbero un certo tipo di “interesse”; intervista al soggetto accusato di avere un interesse; insinuazione del dubbio tramite testimonianza di qualcuno che nella metà dei casi non è riconoscibile oppure ha plateali ragioni per vendicarsi; conclusione “aperta” del servizio. In questo modo hai sempre la sensazione che ci sia del marcio, per forza. Ma l’inchiesta è un’altra cosa. L’inchiesta porta documentazione che altri non hanno, non mette assieme figurine di personaggi che hanno “interessi”. Dimostrare che qualcuno guadagna da qualcosa che ci dice di questa cosa? Nulla. È una specie di moralismo calvinista applicato al giornalismo.

In Italia pubblichiamo precocemente, ci interessa la performance e non il diritto del lettore a essere correttamente informato. Quel servizio sul vaccino era al massimo una bozza, magari anche promettente, ma senza nulla di concreto da portare al pubblico. L’unica notizia possibile è dire se un vaccino fa male, in caso contrario un vago richiamo alla trasparenza, peraltro pure lacunoso e scentrato, va catalogato in altro mestiere: revisori dei conti; burocrati di qualche ente di controllo parastatale. Non certo nella gloriosa definizione di inchiesta giornalistica. Un giornalismo sano avrebbe lasciato quel materiale in “cucina”, non l’avrebbe trasmesso. Certo, le redazioni si raccontano che seguiranno la vicenda a puntate, poi però metà delle cose le perdi per strada (tu lettore o le redazioni stesse) e resta roba fatta male. Ma tanto che importa? Quasi nessuno ne sa più di loro, giusto? Eh, no, sbagliato. Ora la gente si parla, condivide conoscenze in Rete. E forse la bolla è scoppiata. Sotto il post di un bravo scienziato.

Menzogne politiche.

La foto fake, poi il pastrocchio: figuraccia di Repubblica su Meloni. La figuraccia di Rep: pubblica una foto di Giorgia Meloni del 2020 spacciandola come attuale. Poi corre ai ripari, ma…Matteo Milanesi su Nicolaporro.it il 4 Luglio 2023

Ebbene sì, sono loro i professionisti dell’informazione, quelli che combattono da sempre le tanto conclamate fake news, rigorosamente circolanti solo sui social e sui siti online, mai sul cartaceo. Sono loro i professionisti delle notizie, quelli della vittoria già scritta di Hilary Clinton, oppure quelli che paragonavano il contagiato al malato durante il periodo pandemico. E ancora, quelli che oggi tentano di tutto pur di “sputtanare” (nel vero senso letterale della parola) il Presidente del Consiglio in carica, Giorgia Meloni.

Figuraccia Repubblica

Questa volta è La Repubblica a deliziarci con una fake news a dir poco incredibile. Nel quotidiano di oggi infatti, a pagina 8, appare un articolo di Antonio Fraschilla relativamente ai presunti voli di Stato della numero uno di Palazzo Chigi. La polemica la avrete già compresa: Rep ci spiega che dal 22 febbraio Palazzo Chigi non comunica più gli spostamenti di Giorgia Meloni, lamentando una spesa di 193mila euro per undici viaggi nei primi 3 mesi di governo.

Insomma, è la solita polemica alla Movimento 5 Stelle, contro la tanto conclamata casta da abbattere, i privilegi della politica, i voli di Stato e chi ne ha di più ne metta. Peccato, però, che questa volta il quotidiano di Molinari raffigura una foto di Giorgia Meloni al mare, mentre sorseggia un drink. Sotto la seguente formula: “La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si rilassa sorseggiando un cocktail sulla spiaggia di Cala Masciola, vicino a Borgo Egnazia in Puglia, dove è arrivata con un volo di Stato di ritorno dal consiglio europeo di Bruxelles e ha trascorso qualche giorno di vacanza”.

Peccato però che la foto sia di tre anni fa, esattamente del 23 agosto 2020, ed è la stessa pagina social di Fratelli d’Italia a scagliarsi contro il quotidiano progressista: “Certi giornali, pur di attaccare Giorgia Meloni ed il suo governo, sono disposti a diffondere notizie false e pretestuose”. Per di più, visto che il post è ancora presente sul profilo Instagram del premier, il luogo in cui è stata scattata è Ostia, non la Puglia come invece riportato dal quotidiano.

La pezza peggio del buco

Ma il danno non finisce qui. Nel tentativo di mettere una pezza, la redazione di Rep è riuscita a fare addirittura peggio del buco. Per la versione online del giornale di oggi, infatti, la foto fake è stata sostituita con un’altra, rappresentante Giorgia Meloni intenta ad utilizzare il cellulare da un balcone. Insomma, hanno appiccicato un’immagine in extremis in sostituzione di quella contestata.

Una figura di palta (Emilio Fede avrebbe offerto un’espressione più colorita), che rappresenta per di più quel tratto ideologico, quasi da militante, che caratterizza una parte del mondo delle comunicazione progressista. Ed oggi ne è stata data l’ennesima dimostrazione. Che brutta figura.

Matteo Milanesi, 4 luglio 2023

Infotainment e democrazia. TikTok, le fake news e gli ostacoli al diritto di voto. Farah Nayeri su L’Inkiesta il 7 Gennaio 2023.

Le bugie sono antiche come la politica ma non sono mai state così sofisticate, verosimili e facili da diffondere. E per molti americani sta diventando difficile ottenere la scheda elettorale

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review 2022.

Sono troppo vecchio per TikTok?». Rodolfo Hernández, candidato settantasettenne alle elezioni presidenziali colombiane dello scorso giugno, ha preso un tale slancio grazie ai suoi video sui social media da arrivare a un soffio dall’ottenere la carica più importante del Paese. In questi video Hernández scherzava davanti alla telecamera sulla sua età e si metteva in posa con folle di giovani sostenitori, trasmettendo messaggi populisti contro la corruzione e ottenendo milioni di like dagli ammiratori.

Alla fine, Hernández ha perso al ballottaggio con Gustavo Petro, l’ex ribelle che è diventato il primo presidente di sinistra del Paese. Ma è comunque riuscito a ottenere il 47,35 per cento dei voti a fronte del 50,42 per cento del vincitore.

Noto come il Donald Trump della Colombia, l’ex sindaco è stato un candidato anticorruzione che era stato precedentemente incriminato per accuse di corruzione, un sostenitore dell’austerità le cui politiche avevano condotto a uno sciopero della fame i dipendenti dell’amministrazione pubblica della sua città e un magnate delle costruzioni che non aveva mai mantenuto la sua promessa di costruire ventimila abitazioni per i poveri.

La sua campagna elettorale su TikTok è uno degli esempi più impressionanti tra quelli che sono stati discussi in un panel sull’informazione, la disinformazione e il futuro del giornalismo che si è tenuto durante la decima edizione dell’Athens Democracy Forum, che è stato organizzato nel settembre scorso, nella capitale greca, dalla Democracy & Culture Foundation in associazione con il New York Times.

Stephen King, chief executive di Luminate (una fondazione filantropica che si occupa dell’empowerment dei cittadini e del diritto all’informazione), ha utilizzato proprio l’esempio colombiano per mostrare come le piattaforme dei social media si siano trasformate in canali per la propaganda politica durante la campagna elettorale e addirittura in nuove fonti di informazione. Un recente sondaggio in quattro Paesi latinoamericani, ha raccontato King, mostra come le generazioni più giovani cerchino le notizie «in luoghi profondamente diversi» da quelli frequentati dalle generazioni precedenti

«Le notizie, la politica e l’entertainment si stanno mescolando tra loro e questo è un cambiamento guidato dalle aziende che gestiscono i social network», ha detto King. «Queste aziende stanno iniziando a dettare il modo in cui le persone consumano le informazioni».

La confusione tra fatti reali, divertimento e fiction è motivo di crescente preoccupazione nelle redazioni – e non solo. Nello scorso dicembre il presidente americano Joe Biden ha annunciato che l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale avrebbe onato 30 milioni di dollari al neonato Fund for Public Interest Media (Fondo internazionale per i media di interesse pubblico), la cui missione è sostenere il giornalismo indipendente in tutto il mondo. Biden ha definito la stampa libera come il «fondamento della democrazia» e ha detto che essa e «minacciata» in tutto il mondo.

Nell’Athens Democracy Forum di quest’anno la disinformazione e la manipolazione delle notizie sono state identificate come potenziali minacce alla democrazia. Un’altra minaccia – in particolare negli Stati Uniti – è il tentativo di rendere più complicato l’esercizio del diritto di voto.

Nel corso della discussione, la sudafricana Khadija Patel, che è head of programming del nuovo Fund for Public Interest Media, ha ricordato la sua precedente esperienza come direttrice del Mail & Guardian, che è uno dei principali quotidiani del suo Paese e ha una storia di inchieste che hanno portato alla luce vicende di corruzione e altri crimini. Patel ha detto di essersi ritrovata a gestire «un licenziamento dopo l’altro», dal momento che «non c’era più un modello di business capace di sostenere un giornale».

Un altro degli intervenuti al Forum, Donald Martin (che ha lavorato all’Herald, che è uno dei principali giornali scozzesi), si è detto d’accordo sul fatto che l’ultimo decennio sia stato dominato da un ridimensionamento delle redazioni e da una nefasta crescita dei social network. E ha ricordato un’occasione in cui un articolo di prima pagina, che era basato su un solido lavoro giornalistico, è stato attaccato dalla persona che era oggetto di questo articolo. I tweet denigratori di questa persona sono stati così ampiamente retwittati da finire per danneggiare l’immagine del giornale.

«Le fake news non sono una novità. La novità è la dimensione del fenomeno», ha detto Martin. «Sono migliaia di anni che si raccontano bugie, ma non penso che le bugie siano mai state così sofisticate, così verosimili e così facili da diffondere».

Oggi, non appena compare online una falsa informazione «devi smascherarla entro trenta minuti prima che prenda slancio», ha spiegato Martin. Altrimenti si diffonde grazie agli algoritmi e «a un pubblico acritico composto da persone che sembrano felici di rimanere intrappolate nelle proprie camere dell’eco». Per preparare la via verso un futuro migliore le scuole hanno il dovere di «insegnare le trappole e i benefici dei social media» e di «ricostruire la fiducia verso la stampa libera», ha aggiunto Martin.

La giornalista ucraina Anna Romandash, che, a partire dallo scorso febbraio, mese in cui è iniziata l’invasione del suo Paese da parte della Russia, ha documentato i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani, ha detto che Mosca ha raggiunto un nuovo stadio nell’informazione sulla guerra.

Mentre in precedenza c’erano due realtà – da una parte le fake news e dall’altra le notizie verificate da parte degli organi di informazione tradizionali – ora esiste, ad esempio in Russia, anche «un sacco di propaganda promossa dallo Stato, che non punta necessariamente a creare notizie false, quanto piuttosto a gettare discredito sulla verità», ha detto Romandash.

Il risultato è che nella Russia di oggi «non c’è niente che possa essere definito come una realtà oggettiva. Ci sono versioni diverse di storie diverse», ha spiegato. E questo ha reso «molto pericolosi» i social network, perché alcune persone, e soprattutto «quelle che non hanno una solida “alfabetizzazione digitale”», potrebbero non riuscire a distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è».

L’espressione “fake news”, naturalmente, non è mai stata tanto usata come durante la presidenza di Donald Trump, che ha accusato i principali mezzi di informazione mainstream di diffondere disinformazione. Di contro, i mezzi di informazione hanno documentato tutte le occasioni nelle quali il presidente ha comunicato notizie false. Ma, anche ora che Trump non è più in carica, negli Stati Uniti il giornalismo è ancora sottoposto a minaccia. Ed è sotto attacco anche il diritto di voto dei cittadini, come è risultato chiaro da un altro panel del Forum, che si è occupato sullo stato della democrazia americana.

Carol Anderson – professoressa di Studi afroamericani alla Emory University della Georgia e autrice del documentario I, Too, che è stato proiettato durante l’Athens Democracy Forum – ha dato inizio al dibattito chiedendo che si agisca urgentemente per rendere meno complicati i meccanismi di registrazione degli elettori negli Stati Uniti. «Una delle prime cose che dobbiamo riconoscere, nel contesto degli Stati Uniti, è che assistiamo all’aumento di quelle che definiamo come “leggi per la soppressione del diritto di voto”», ha spiegato Anderson. «Queste leggi hanno come obiettivo alcuni determinati segmenti della popolazione E hanno il preciso intento di far sì che i cittadini che fanno parte di questi segmenti debbano superare molti ostacoli per riuscire» a votare.

Questi stessi gruppi di cittadini sono poi criticati perché non votano quando, di fatto, affrontano, e continuano ad affrontare, «degli ostacoli che apparentemente non hanno alcuna relazione con la razza, ma che in realtà sono costruiti proprio su base razziale. Quello che dobbiamo fare è smantellare questi ostacoli al diritto di voto».

In un’intervista successiva al suo intervento, Anderson ha elencato alcuni di questi ostacoli. In Texas per poter votare si richiede un documento di identità con fotografia rilasciato dal governo: ma se un tesserino universitario non è ritenuto valido, si può invece votare con il porto d’armi.

L’Alabama richiede un documento di identità rilasciato dal governo e quindi un tesserino di residente nelle case popolari non è sufficiente. Ma il 71 per cento dei residenti nelle case popolari in Alabama è composto da afroamericani. E molti di loro non hanno altri documenti di riconoscimento provvisti di foto al di là del tesserino di residente nelle case popolari.

Lisa Witter – un’altra delle partecipanti al panel, che è cofondatrice di Apolitical, un’impresa for-profit che si occupa di aiutare i governi e gli amministratori a fornire servizi migliori e a ottenere migliori risultati – ha spiegato che anche i nativi americani incontrano ostacoli analoghi. Ad esempio, ha spiegato Witter, per votare serve avere un indirizzo postale e i nativi americani che vivono nelle riserve non ce l’hanno.

Secondo Witter, negli Stati Uniti ci sono, in totale, 560.000 cariche elettive. Se i nativi americani fossero equamente rappresentati, in base alla loro percentuale sulla popolazione complessiva dovrebbero ricoprire circa 17.000 cariche in tutto il Paese. E invece i nativi americani che ricoprono cariche elettive negli Stati Uniti sono in tutto duecento. «Tutto ciò sembra sbagliato, ma è anche un’opportunità », ha detto Witter, che ha sottolineato come attualmente ci sia negli Stati Uniti «una tendenza all’imprenditoria politica», nel cui ambito degli imprenditori con mezzi consistenti stanno difendendo in ogni modo possibile la democrazia.

Anche un’altra dei partecipanti al panel, Dawn Nakagawa (che è executive vice president del Berggruen Institute, la cui missione è aiutare a dare forma a istituzioni democratiche per il xxi secolo), è apparsa altrettanto ottimista. Nakagawa si è detta «molto preoccupata e molto pessimista», a breve termine, sullo stato della democrazia americana, ma ha spiegato che gli americani stanno «reinventando che cosa debba essere una democrazia fatta dalle e per le persone, e stanno ricostruendo istituzioni che saranno qualcosa di molto diverso da semplici organi elettivi».

«È una discussione davvero coraggiosa, che cinque anni fa proprio non esisteva», ha detto Nakagawa. «Credo che, sul lungo termine, avremo una straordinaria democrazia reinventata, e credo che tutto ciò avverrà negli Stati Uniti, visto il punto di crisi al quale siamo arrivati». E, se la democrazia sarà reinventata negli Stati Uniti, essa «si diffonderà più rapidamente ».

Anche Anderson, la docente della Emory University, ha individuato ragioni per essere speranzosi, perché, in quanto storica, osserva il presente in una prospettiva di lungo periodo. «Ogni volta che la democrazia è stata sfidata da qualcuno che voleva opprimerla, la democrazia ha poi vinto», ha detto. «La richiesta, la sete di democrazia è così reale ed è così intensa che le persone saranno disponibili a combattere per difenderla».

Linkiesta Magazine + New York Times World Review 2022

Make America wise again. La post-verità ti fa male lo so (se poi ti multo). Stefano Pistolini su L’Inkiesta il 30 Dicembre 2022

Svalvolati e falsari parlino pure a ruota libera (la libertà di espressione è sacra), ma se i tribunali americani cominciano a condannarli per diffamazione, com’è successo ad Alex Jones, chissà che non torni in auge la prudenza

Il 2023 è l’anno in cui Donald Trump promette di tornare a far suonare le sue campane. O perlomeno sarà l’anno in cui i suoi epigoni si ricorderanno di come il Grande Maestro conquistò la fiducia degli americani: in linea di massima, raccontando balle. Ventimila e più balle certificate dal Washington Post Fact Center nei quattro anni di mandato presidenziale. Un martellamento di falsità che, oltre a confondere in modo devastante la psiche dei connazionali, ha provocato la legittimazione di un principio assurdo nella sua assolutezza: il falso può valere quanto il vero.

C’è stato un tempo in cui i grandi network e le principali testate giornalistiche erano gli arbitri della verità, che apparentemente amministravano con equilibrio e giustizia. Il pubblico si fidava di loro. Quando Walter Cronkite apparve piangendo in tv per dire agli americani che John F. Kennedy era stato ucciso a Dallas, il pubblico non si chiese che cosa fosse davvero successo. Più di sessant’anni dopo la netta maggioranza degli americani è convinta che quel giorno l’assassinio di JFK fu il prodotto di un complotto ancora misterioso.

I primi gap in questa percezione delle notizie intese come dubitabili verità arrivano con l’avvento delle televisioni all news, sovente politicamente orientate. Per coprire le giornate di programmazione, queste emittenti hanno cominciato ad aggiungere alle notizie un pericoloso fattore innovativo: i commenti e le interpretazioni, non sempre esposti a un valido contraddittorio. Poi è arrivato internet. Nel cyberspazio la contesa è diventata la ricerca d’attenzione e di rilevanza. E nella rete qualunque cosa il pubblico volesse credere, era disponibile e consumabile. Qui nasce l’America della post-verità.

Poco più tardi i social media hanno polarizzato lo scenario, intrappolando gli utenti in bolle di disinformazione all’interno delle quali è naturale smarrire il contatto con la verità e produrre piuttosto nuove forme d’isterismo: il disprezzo per realtà evidenti come forma di protesta e di non-adesione al dettato della ragione, sempre rifacendosi al principio ordinatore del progetto americano, secondo il quale ciascuno può pensare ciò che vuole, con gli stessi diritti degli altri, anche nel caso che siano una schiacciante maggioranza. Anzi. Se adesso, ad esempio, la maggior parte dei media sostiene il deciso consenso della scienza verso i benefici dei vaccini, gli stessi media baderanno a bilanciare la questione dando spazio all’attivismo no-vax, per evitare accuse di pregiudizio e producendo la di Stefano Pistolini ← Curva Sud Sostenitori dell’ex presidente americano Donald Trump a un comizio del suo tour Save America a Prescott, nello Stato meridionale dell’Arizona, il 22 luglio scorso. Svalvolati e falsari parlino pure a ruota libera (la libertà di espressione è sacra). Ma se i tribunali americani cominciano a condannarli per diffamazione, com’è successo ad Alex Jones, chissà che non torni in auge la prudenza IL 9 0 IDE E Il debunking era sembrato essere la soluzione. Ma mai una guerra è stata perduta in modo così rovinoso: le fake news volano come un’epidemia, mentre quelli che le verificano arrancano falsa impressione che esista un dibattito dove in effetti non c’è. L’informazione in sostanza favorisce la disinformazione.

Grazie al boom dei social, ognuno oggi dispone della sua verità e può tranquillamente vivere al suo interno. Se l’idea che un uomo politico sia bugiardo è un cliché risaputo, è perlomeno bizzarro il numero di persone che, a dispetto di un’infinità di prove contrarie, credono che Trump non menta. Ma l’ex presidente è solo il sintomo di un problema più vasto, ovvero il successo di media partigiani che mandano in orbita notizie dubbie o del tutto false, a cui si aggiungono emanazioni governative che diffondono propaganda sotto forma di fake news e social media che amplificano tutta una gamma di teorie del complotto, seminando disordine sociale.

La vita civile, a cominciare da quella della società americana, soffre enormemente queste forze maligne per le quali la sopraffazione conta più della comprensione, instaurando una relazione sempre più tenue col concetto di realtà.

Del resto, l’America rispetta la molteplicità di opinione al di sopra di ogni altra cosa e la tradizione dell’individualismo liberale si radica nella convinzione che tutti i punti vista siano rispettabili. Quindi non deve sorprendere che oggi così tanti americani si sentano in diritto di elaborare la propria verità. Dal momento che competenza e autorità sono viste con scetticismo, è legittimo credere che i socialisti esistano soltanto per fare a pezzi l’american way of life. O che il governo sia segretamente intenzionato a sequestrare tutte le armi nelle mani dei cittadini. O che i gay cancelleranno la sacra istituzione del matrimonio. O che quelli di Black Lives Matter incendieranno il tuo quartiere.

Quando Sean Hannity spara fake a raffica – il furto elettorale! – minaccia la capacità di analisi e il pensiero critico di chi guarda. E prende in giro tutti. Finché si scatena l’inferno: il 6 gennaio 2021, ad esempio, davanti al Campidoglio. Questa è la sorgente della post-verità. Il fondamentalismo che prevale sulla riflessione.

A metà anni Dieci pareva trovata la soluzione: il debunking, la sistematica attività di verifica condotta da specialisti e destinata a smentire qualsiasi notizia o teoria falsa. Beato ottimismo! Mai una guerra è stata perduta in modo altrettanto rovinoso. Il debunking arranca dietro a complotti che volano come epidemie, le smentite restano indietro, affannate, inascoltate, reperto di un passato fatto di logica. Quando una balla spaziale fa presa sul pubblico, il gusto di affondarci le mani e di diventarne diffusori è più potente del bisogno di smontarla. Per cambiare le cose e guarire dalla malattia, vanno cercate altre strade. È qui che entrano in gioco Alex Jones e la vicenda della sua apparente rovina. Che ruota attorno a un antico interrogativo: bisogna porgere l’altra guancia?

Ci sono inconfutabili prove che uno squilibrato abbia ucciso venti bambini e sei adulti alla scuola elementare Sandy Hook di Newtown, Connecticut, il 14 dicembre 2012. Sono fatti inoppugnabili. Eppure ricevuti, a vari livelli, con scetticismo, da ampie fasce del pubblico americano. Il principale teorico della cospirazione riguardo alla tragedia di Sandy Hook si chiama Alex Jones, 48 anni, ultraconservatore trumpiano di Austin, Texas, già noto per altre teorie del complotto, strombazzate nei suoi popolarissimi radioshow e, dal 1999, sul suo sito web InfoWars, centrale online delle notizie false il cui slogan recita “È in atto una guerra per la tua mente!” – ma all’interno del quale poi vengono spudoratamente venduti anche integratori alimentari e kit di sopravvivenza.

Nel 2018, YouTube, Facebook, Spotify e Twitter hanno bandito Jones dalle loro piattaforme, per violazione delle regole e diffusione di contenuti offensivi e lesivi. Resta il fatto che quel maledetto giorno di dieci anni fa il giovane Adam Lanza massacrò 26 persone, anche se subito dopo Jones cominciò a gridare al complotto, secondo lui ideato dal movimento contro la circolazione delle armi (Barack Obama in testa), arrivando a definire “attori” i genitori delle vittime e sostenendo che la sparatoria fosse fasulla come una banconota da tre dollari: «Pensano che siamo così stupidi», urlava nel microfono.

Adesso i tribunali del Texas e del Connecticut hanno giudicato Jones responsabile di gravi diffamazioni. Durante i processi, i familiari delle vittime hanno raccontato le minacce di morte, le molestie e i commenti offensivi sui social di cui sono stati fatti oggetto a causa della campagna lanciata da Jones e da InfoWars. Jones è stato condannato a pagare circa un miliardo di dollari di risarcimento per aver affermato che quel massacro fosse una bufala e in aula ha riconosciuto che la sparatoria era «reale al 100 per cento», esprimendo rammarico per le proprie dichiarazioni. Intanto, però, al pubblico dei suoi programmi continuava a ripetere: «Davvero io non so cosa sia successo là». E riguardo alla condanna: «Ho già detto che mi dispiace centinaia di volte, e adesso ho finito di dire che mi dispiace».

Già nel 2017 Jones aveva fatto ammenda, dopo aver promosso il fake “Pizzagate” secondo cui un ristorante di Washington era la centrale di un giro di abusi sessuali su minori gestito da Hillary Clinton e dal presidente della sua campagna elettorale, John Podesta. Poi nel 2018 era stato denunciato per aver sostenuto che l’investimento automobilistico che uccise la manifestante antirazzista Heather Heyer al raduno di Charlottesville fosse stato organizzato dalla Cia per indebolire Trump. Nell’occasione il presidente si era mobilitato: «Sei un uomo incredibile. Non ti deluderò».

Adesso questo parassita delle menti americane incassa un colpo che lo spedisce al tappeto. Ma all’inizio dell’anno la società madre di InfoWars – la Free Speech Systems – ha dichiarato bancarotta in vista della sentenza su Sandy Hook, nel tentativo di prolungare il contenzioso civile. E Jones va dicendo di essere povero in canna e di non avere di che risarcire per i danni provocati. Il punto davvero interessante riguarda però la chiamata a rispondere in solido delle affermazioni fatte pubblicamente, offensive e pericolose come quelle pronunciate da Jones. In giro ci sono migliaia di troll di maggiore o minor peso, che ora rifletteranno un po’ di più prima di lanciare l’ennesima crociata diffamatoria o prima di sparare la nuova teoria del complotto.

Trump-il-bugiardo non pagava prezzi, nemmeno politici, per le sue falsità e coagulava persone pronte a credergli. Ora Alex Jones continuerà a godere di ampia protezione della sua libertà di parola ai sensi della Costituzione, perché questa è l’America. E potrà sempre parlare di ciò che vuole. Ma lui e quelli come lui potrebbero imparare che, anche in regime di post-verità, le parole continuano ad avere peso. Economico, se non altro. Che l’immunità non è garantita. Che le sentenze caleranno come ghigliottine sui loro business. Che essere individuati come untori delle falsità, può costare carissimo. C’è da scommettere che, se la cosa prende piede, si assisterà a un inconsueto ritorno in scena di un atteggiamento dimenticato: la prudenza.

Creatività e fake news.

Ultima pagina. Il problema di affidabilità del giornalismo italiano. Francesco Petronella su L'Inkiesta il 3 Novembre 2023

Come spiega Francesco Petronella in “Atlante delle bugie” (Paesi edizioni), tutti i giornali possono commettere degli errori, ma bisogna distinguere tra le fonti attendibili che talvolta commettono qualche svista, i media chiaramente parziali e quelli di propaganda

Il Reuters Institute for the Study of Journalism elabora a cadenza regolare un rapporto in cui analizza l’affidabilità e la diffusione dei media online, denominato Digital News Report. Tra i parametri misurati c’è la fiducia del pubblico, misurata tramite interviste a campione e altri metodi statistici, verso questo o quel canale informativo. Per quello che concerne il contesto italiano, il quotidiano più apprezzato a livello di brand è Il Sole 24 Ore, Ansa come agenzia stampa e SkyTg24 come emittente televisiva. 

Sebbene le percentuali premino questo o quell’organo di stampa, però, gli stessi ricercatori del Reuters Institute sottolineano che in linea generale la fiducia per i media in Italia è particolarmente bassa. «Questa tendenza di lunga data – spiegano – è dovuta principalmente alla natura faziosa del giornalismo italiano e alla forte influenza degli interessi politici e commerciali sulle organizzazioni giornalistiche. I marchi che godono di maggiore fiducia sono generalmente quelli noti per i livelli più bassi di partigianeria politica». In altri termini, la certezza di affidabilità non è mai possibile al cento per cento.

Si può affermare che la categoria fake news rischia di diventare eccessivamente ampia, arrivando a comprendere notizie «semplicemente» distorte, imprecise, deboli. Può accadere, ad esempio, che un organo di stampa prestigioso e accreditato dia una notizia utilizzando una fonte coperta ritenuta solitamente attendibile, una di quelle «gole profonde» che danno informazioni in forma anonima, ma che la news in questione risulti imprecisa o debole. 

Può succedere, in altre circostanze, che un organo di stampa pubblichi semplicemente un comunicato rilasciato da un’istituzione, un partito, una realtà qualsiasi. Se il testo contiene qualche stortura, la colpa è del media che ha passato il comunicato, o di chi ha fatto circolare quel comunicato?

Insomma, gli errori capitano. Chi scrive è convinto che avesse ragione Carmelo Bene quando, in una storica puntata del Maurizio Costanzo Show, parafrasò il filosofo francese Jacques Derrida dicendo che «il giornalismo non informa sui fatti o dei fatti, ma informa i fatti». 

La notizia, in questo senso, non è solo frutto di una scelta, di una prospettiva di interpretazione, ma anche di una vera e propria creazione in cui l’intenzione di chi scrive, il fatto scritto e la visione di chi legge non combaciano quasi mai. E nel processo creativo, questo è evidente, gli inghippi inevitabilmente capitano. Ciononostante, in linea con il proposito di questo libro, non è del tutto impossibile distinguere le fonti affidabili – che talvolta commettono qualche svista – dalle fonti chiaramente parziali e da quelle di propaganda vera e propria. 

Il tutto, specie per quello che riguarda l’informazione sugli Esteri, si basa sul binomio media-argomento: se l’organo di stampa in questione è legato ad attori che godono di determinati interessi in un dossier, le informazioni che propone andranno vagliate con una certa attenzione. Questo vale soprattutto per i media di parte, perché quelli di propaganda osservano un’adesione totale all’agenda politica da cui nascono.

Da “Atlante delle bugie – Come gestire le fonti estere e distinguere una notizia vera da una fake news” di Francesco Petronella, Paesi Edizioni, 144 pagine, 13 euro

Brutte notizie: le fake news si diffondono più velocemente delle informazioni vere. Alla domanda di novità qualcuno risponde creando notizie false. Riccardo Puglisi su Il Riformista il 2 Agosto 2023

 Quanto ci dobbiamo preoccupare delle fake news? Se le persone con una qualche probabilità non sanno distinguere una notizia vera da una notizia falsa, allora è molto importante verificare la capacità delle une e delle altre di diffondersi sui social network. Un articolo di Vosoughi e coautori pubblicato sulla piuttosto prestigiosa rivista Science nel 2018 potrebbe spingerci ad aumentare il nostro grado di preoccupazione. Gli autori si focalizzano su ben 126.000 notizie che sono state menzionate da circa 3 milioni di utenti 4,5 milioni volte, nel periodo che va dal 2006 al 2017. Sfruttando il responso dato da sei siti specializzati nell’attività di fact checking gli autori sono in grado di distinguere le notizie vere da quelle false. E come misurare la diffusione? Una notizia si diffonde con una profondità di “2” se il tweet iniziale viene ritwittato da un altro utente, il cui retweet viene a sua volta ritwittato da un altro utente, e così via.

Non solo: si può anche misurare in maniera semplice l’ampiezza della “cascata informativa”, intesa come il numero totale di utenti coinvolti nella stessa. In questo caso bisogna andare a contare tutti gli utenti coinvolti nei vari rami della cascata, perché il singolo tweet iniziale può essere ritwittato da più di un utente (come è naturale per tweet di successo) e per ognuno di questi retweet bisogna andare a vedere cosa succede con i retweet successivi. Sia la profondità che l’ampiezza tendono a crescere nel tempo, ed è dunque interessante studiarne la dinamica, ad esempio quanto in fretta si arriva al massimo di profondità e ampiezza. E

potrebbero succedere cose molto diverse: una diceria con cascata ampia raggiunta in fretta (un best seller) oppure una diceria con una cascata molto più ampia che impiega più tempo per dispiegarsi (un “grande classico” lento in partenza).

Un terzo concetto è quello della viralità: un contenuto si diffonde in maniera virale se avviene una specie di contagio da un utente all’altro, in modo capillare. Il singolo utente che è venuto in contatto con una certa notizia induce altri suoi contatti a condividere questo contenuto, e via viralizzando. Il modello contrario è quello dei mass media tradizionali (il “broadcasting”), cioè tutti gli utenti coinvolti nella diffusione prendono la notizia dalla fonte iniziale senza passaggi ulteriori: come gli spettatori di un TG che si sintonizzano contemporaneamente e scoprono l’ultima notizia-bomba.

Ed ecco le cattive notizie: le fake news si diffondono più velocemente, più profondamente e in maniera più virale delle notizie vere. Ad esempio, una percentuale molto più ampia di cascate che partono da notizie false si diffonde con una profondità maggiore di 10, rispetto alla percentuale di notizie vere che raggiungono la stessa profondità. E come spiegare questa differenza di comportamento? Qui siamo ai limiti del post-moderno: gli autori mostrano come le notizie fake sono sistematicamente giudicate come “più nuove” dagli utenti rispetto alle notizie vere, e destano con maggiore probabilità un senso di sorpresa. Alla domanda di novità qualcuno risponde creando fake news…Riccardo Puglisi

Estratto dell’articolo di Michele Di Branco per “il Messaggero” giovedì 27 luglio 2023.

Un Paese che non rinuncia ad informarsi, che legge, ascolta e che cerca di farsi un'opinione. Ma piuttosto confuso sulla veridicità di quanto gli viene raccontato dai canali di informazione. Tanto che tre italiani su quattro confessano di non avere gli strumenti necessari per distinguere una notizia vera da una fake news. 

Per non parlare di quel vasto esercito di scettici (quasi un cittadino su tre) che non crede affatto al "mainstream" e che ritiene sia in azione chissà quale complotto ordito per nascondere verità scomode spacciando le notizie vere per fake news. 

[…] una indagine Ital Communications-Censis: "Disinformazione e fake news in Italia. Il sistema dell'informazione alla prova dell'Intelligenza Artificiale", presentato al Senato.

Lo studio afferma che la maggior parte degli italiani si informa regolarmente, ma aumentano paure e timori di non essere in grado di riconoscere le falsificazioni. Addirittura il 76,5% ritiene che le notizie false siano sempre più sofisticate e difficili da scoprire, il 20,2% crede di non avere le competenze per riconoscerle e il 61,1% di averle solo in parte. 

Ma, appunto, c'è anche un 29,7% che nega l'esistenza delle bufale e pensa non si debba parlare di fake news, ma di notizie vere che vengono deliberatamente censurate dai palinsesti che poi le fanno passare come false.

«Chi fa informazione si scontra con le fake news e il buco nero della cultura orale, quell'insieme consolidato e irrazionale di convinzioni ed elementi senza basi che le persone si passano tra loro e, contro queste, non si possono che rafforzare i presidi autorevoli dell'informazione», spiega Giuseppe De Rita, presidente del Censis. 

«Tra i negazionisti delle fake news - aggiunge Anna Italia, ricercatrice del Censis - ci sono in particolare i più anziani e, chi ha un basso livello di scolarizzazione […]». 

D'altronde gli italiani che si mantengono informati sono la stragrande maggioranza: circa 47 milioni di italiani, il 93,3% del totale, si informa abitualmente (con una frequenza come minimo settimanale) almeno su una delle fonti disponibili: l'83,5% usa anche il web e il 74,1% i media tradizionali. Il 64,3% utilizza un mix di fonti informative, tradizionali e online, il 9,9% si affida solo ai media tradizionali e il 19,2% (circa 10 milioni di italiani in valore assoluto) alle fonti online.

Social media, blog, forum, messaggistica istantanea sono espansioni del nostro io e del modo di vedere il mondo: è il fenomeno delle echo chambers, cui sono esposti tutti quelli che frequentano il web e soprattutto i più giovani, tra i quali il 69,1% utilizza la messaggistica istantanea e il 76,6% i social media per informarsi.

Il 56,7% degli italiani è convinto che sia legittimo rivolgersi alle fonti informali di cui ci si fida di più. Sul versante opposto, sono circa 3 milioni e 300mila (il 6,7% del totale) gli individui che hanno rinunciato ad avere un'informazione puntuale su ciò che accade, mentre 700 mila italiani non si informano affatto. […]

"Ugo Tognazzi è il capo delle Br": storia di una presa in giro nazionale. Il giornale satirico, "Il Male", titola a tutta pagina "Ugo Tognazzi è il capo delle Br". Uno scherzo su scala nazionale, una trappola ben riuscita. Tommaso Giacomelli il 16 Aprile 2023 su Il Giornale

Tabella dei contenuti

 La notizia scuote l'Italia per ore

 L'opera del Male

 Tognazzi "il brigatista"

È l'aprile del 1979. In Italia tira brutta aria già da tempo, il terrorismo ha fatto sprofondare lo Stivale in un perenne stato di allerta. Sono gli anni di piombo, di attentati violenti, di rappresaglie con scie di sangue che macchiano la stabilità dell'intera nazione. Pochi mesi prima un gruppo di intellettuali, legati all’Autonomia operaia, viene imprigionato con l’accusa di essere i capi delle Brigate Rosse, la massima organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra. Il tema è caldo, discusso. Un groviglio di capi di imputazione porta in prigione Toni Negri e i suoi uomini. All'improvviso, una nuova scossa scuote il Paese. In un'anonima mattina primaverile compaiono tra i tavolini dei bar, sulle panchine dei treni, sui sedili dei tram, delle inquietanti copie di quotidiani nazionali che in prima pagina titolano: "Ugo Tognazzi è il capo delle Br"; "Arrestato Ugo Tognazzi". A corredo ci sono delle nitide foto, in cui il celebre attore e regista viene scortato in manette dai Carabinieri.

La notizia scuote l'Italia per ore

Le testate che si fregiano di questo scoop sono di grido: "Paese Sera", "La Stampa" e "Il Giorno". A riportare la sconvolgente scoperta ci sono anche quotidiani regionali, come il "Giornale di Sicilia". Nell'Italia devastata dalla paura e dalla violenza dei gruppi sovversivi si diffonde, rapida, la notizia che Ugo Tognazzi per anni abbia tessuto i fili del terrorismo rosso. Com'è possibile che quella figura così amichevole, gioviale e divertente, entrata nelle case degli italiani con stima e affetto, sia in realtà una mente criminale?

L'opera del Male

E, infatti, la notizia non è vera. Il Paese per qualche ora finisce sotto scacco di un settimanale satirico: "Il Male". Il giornale più sequestrato del periodo riesce ad architettare una burla mediatica dirompente e tracimante, in grado di mettere in crisi le certezze degli italiani. Spinti dal desiderio di instillare il dubbio sull'assoluta autorevolezza della stampa nazionale, quelli de "Il Male" inscenano un finto arresto con la complicità dello stesso Tognazzi, lettore e ammiratore della rivista. L'inventore della "Supercazzola" è stimolato dall'idea di finire in prima pagina, prendendo in giro tutti quanti. Dunque, con la grande professionalità che lo ha sempre contraddistinto, si fa ritrarre con sguardo torvo e bocca obliqua, mentre incredulo si fa ammanettare dall'Arma dentro alla sua villa di Velletri.

Tognazzi "il brigatista"

Quelle copie false furono un trabocchetto astuto, in grado di far cadere nella rete anche gente scafata e del mestiere. Pare che alcuni direttori dei giornali che riportavano la notizia a caratteri cubitali, si infuriarono per non essere stati avvertiti di ciò che era stato posto sulla (finta) prima pagina del loro quotidiano. Il Male raggiunse il suo scopo, grazie a quello scoop riuscì a fare numeri da capogiro, ma lo pagò a caro prezzo. Il direttore responsabile venne denunciato e il numero sequestrato. Lo stesso Ugo Tognazzi ebbe delle ritorsioni, tanto che la Rai lo ostracizzò per anni dai suoi schermi. In ogni caso, quella beffa clamorosa in anni di sangue riuscì a strappare un sorriso.

Dall’arte ai media ecco le immagini che nascono dal nulla. Programmi accessibili consentono di generare video rappresentando realtà inesistenti. Bastano poche istruzioni e il computer genera volti e situazioni. Una frontiera non esente da rischi di manipolazione. Alessandro Longo su L’Espresso il 12 Dicembre 2022.

Si entra in una stanza ed è come entrare in un sogno. Un pavimento di specchi le dà i tratti di un limbo, un “non luogo” avvolgente. Si sente la voce di un bambino che parla con la madre e immagini si materializzano sulle pareti. Un’automobile, un lampo di luci, poi pezzi di lamiere che volano. Insieme a loro, una fanciulla. Tutto alla fine rimane immobile, fino a cancellarsi. Appare così un’installazione (Distrust Everything) esposta in molti musei nel mondo (tra cui la Biennale di Venezia, Ars Electronica di Linz e la Triennale di Milano).

«Dialoghi, immagini e sceneggiatura sono state create con l’intelligenza artificiale», come spiega l’autore Francesco D’Abbraccio. Lui la chiama «arte generativa» e ne riconosce il valore di supporto al gesto artistico, creativo.

L’intelligenza artificiale che crea immagini, persino video in base alle indicazioni date dai suoi utilizzatori è un fenomeno esploso quest’anno. Perché questi strumenti solo ora sono usciti dai laboratori di ricerca per entrare nelle nostre case e uffici. Adesso chiunque può usarli, anche gratis, per creare immagini originali su piattaforme come Dall-E 2 di OpenAi (Microsoft il principale investitore), MidJourney, StableDiffusion. Meta (l’azienda che possiede Facebook, Instagram, Whatsapp) da poco ha mostrato il primo sistema per creare anche video con intelligenza artificiale.

La tecnologia è simile a quella che già da qualche anno è usata per il supporto alla creazione di testi o musica, con algoritmi; ma per le caratteristiche dei contenuti visivi generati può avere effetti ancora più dirompenti. Sul modo in cui si fa arte, certo; ma anche sul mercato del design, della pubblicità e sul sistema dell’informazione.

Con un impatto sul mercato del lavoro, per prima cosa, perché «sembra inevitabile che l’automazione, con strumenti sempre più semplici da usare, sostituirà il lavoro di basso livello, industriale e commerciale, di quelli che ora sono musicisti, artisti visivi e pubblicitari», dice Luciano Floridi, filosofo tra più autorevoli nel settore digitale (insegna all’università di Oxford e come ordinario a Bologna).

Molti esperti evidenziano inoltre il rischio di una disinformazione di massa se chiunque può creare immagini realistiche con contenuti di fantasia, mostrando ad esempio attacchi terroristici mai avvenuti. Un problema trattato soprattutto dai ricercatori del Mit di Boston e, da noi, indagato da sociologi come Davide Bennato (università di Catania), Mario Morcellini (Sapienza di Roma, ex consigliere dell’Autorità garante delle comunicazioni dove ha affrontato il problema delle fake news) e Nicola Strizzolo (università di Teramo).

A rischio, notano, è la fiducia in una narrazione comune, base di qualunque progetto sociale, se diventa così facile creare immagini false, poi diffuse su media e da politici per affermare tesi e lanciare allarmi. Si arriva a smettere di credere a qualsiasi evidenza, insomma; come già adesso molti elettori americani credono che il voto presidenziale del 2020 sia stato rubato.

Ed è davvero facile creare immagini originali in questo modo, da quando – a settembre 2022 – OpenAi ha reso il sistema aperto a tutti, con 15 utilizzi gratuiti ogni mese (si paga per quantità maggiori e usi più sofisticati).

Basta scrivere in inglese una frase descrittiva a piacere e il sistema la “traduce” in alcune immagini generate in automatico (e, volendo, si può anche usare un altro sistema di intelligenza artificiale, come Deepl.com, per avere una traduzione automatica dall’italiano). Abbiamo provato con «un politico italiano che grida sulla minaccia di una invasione di immigrati dall’Africa tramite navi di Ong». Ci sono apparsi uomini e donne in giacca, con il megafono; visi a volte italiani a volte – curiosa coincidenza – con tratti nord-africani. Quasi sempre un mare sullo sfondo e abbozzi di navi.

Attenzione: si potrebbe pensare che sono immagini create mescolando foto trovate su Internet. No: il sistema genera davvero immagini inedite. I volti non appartengono a nessuna persona reale. Come ha fatto l’intelligenza artificiale a capire che aspetto avrebbero un politico italiano e una nave? I programmatori hanno addestrato il sistema con centinaia di milioni di foto dotate di didascalie scritte a mano da un esercito di lavoratori (spesso in Paesi poveri, per meno di due dollari l’ora). L’intelligenza artificiale le decostruisce con un processo matematico e così poi aggrega un ammasso di pixel che, sulla base di quanto ha appreso, ha una probabilità abbastanza alta di assomigliare a ciò che l’utente le ha richiesto.

Gli artisti, com’è capitato spesso nella storia, si sono seduti in prima fila a sperimentare le potenzialità dei nuovi sistemi, «un po’ com’è capitato con l’arrivo della pittura a olio. Una trasformazione tecnologica che ha impattato su stili e gusto artistico», dice Floridi. Per fare Distrust Everything, l’intelligenza artificiale è stata addestrata dagli autori con vent’anni di descrizioni testuali dei sogni di Jack Hardiker, collaboratore di D’Abbraccio. Ha perso la madre da bambino, in un incidente d’auto. Altri sistemi artificiali sono serviti per realizzare le sceneggiature e i dialoghi, in base alle indicazioni dell’artista, che comunque ha compiuto selezioni di quanto prodotto e scelte di regia.

«I sistemi generativi fanno emergere elementi inaspettati e causano meraviglia nello stesso artista, costringendolo a un cambiamento del proprio punto di vista», dice D’Abbraccio. «Qualunque tecnologia si inserisce in modo forte nella costruzione di ogni opera; il medium entra nel messaggio», aggiunge.

D’Abbraccio è uno dei maggiori esponenti di questa nuova tendenza artistica, secondo Giulio Lughi, professore di Teorie e tecniche dei nuovi media all’università di Torino, il quale cita anche “Emissaries”, di Ian Cheng, esposto tra l’altro al MoMa di New York. «Un video dove elementi di flora e fauna generati graficamente al computer interagiscono tra loro, si modificano e ricombinano in un flusso narrativo senza fine, guidati da sistemi logici complessi e modelli multipli interconnessi di intelligenza artificiale». Oppure «il progetto Kórsafn della cantante Björk, in collaborazione con Microsoft: un algoritmo registra tutte le variazioni nel cielo di New York associando in tempo reale alle variazioni atmosferiche il mix degli arrangiamenti corali di Björk. Genera così una ininterrotta e sempre diversa colonna sonora del panorama atmosferico newyorkese».

Ma, a un livello più commerciale, l’intelligenza artificiale è sempre più usata anche da designer e da agenzie pubblicitarie, adesso perlopiù per avere idee e spunti creativi; ma, per lavori di più basso livello, c’è già qualche imprenditore che preferisce risparmiare rivolgendosi a Dall-E 2 invece di assumere un grafico, come nota un’indagine recente del New York Times. Qualche settimana fa ha espresso preoccupazione anche un noto illustratore fantasy come Rj Palmer, quando ha visto le immagini generate, in questo modo, proprio per riprodurre il suo stile.

Sì, i risultati sono ancora piuttosto imprecisi, soprattutto con questi sistemi pre-addestrati e pronti all’uso, disponibili a tutti. I volti e le mani hanno spesso deformazioni che ne denunciano la falsità. Allo stesso modo, anche a occhio nudo risultava falso il video con Zelensky che chiedeva di deporre le armi. Generato probabilmente dai russi, con intelligenza artificiale, qualche mese fa e circolato sui social a scopo di disinformazione. Sembra inevitabile però che «la tecnologia continuerà a migliorare, ponendo sfide importanti alla società contemporanea», dice Bennato. OpenAi ora ha filtri contro la possibilità di creare immagini dannose, ma altri sistemi (come StableDiffusion) sono configurabili senza limiti. Tra l’altro, dovrà riposizionarsi il mestiere del creativo (visivo, musicale, testuale, qui compresi i giornalisti). «Le conseguenze vanno da un’esplosione creativa collettiva, favorita da questi strumenti, al rischio di un certo appiattimento culturale. Ma al momento ancora troppo presto per dirlo».

Dalle inchieste ai podcast: i “giornalisti robot” e i rischi dietro all’Intelligenza artificiale. Martina Piumatti il 16 Agosto 2023 su Inside Over. 

Alba di un futuro distopico in cui i robot rimpiazzeranno i giornalisti o svolta epocale contro la fine, da anni data per certa, del giornalismo? Nessuno dei due. L’intelligenza artificiale non è una novità e no, non sarà la panacea di tutti i mali del mondo dell’informazione. “È, sì, un significativo cambio di passo nella tecnologia, – sottolinea Charlie Beckett, professore di Media e Comunicazione della LSE, fondatore di JournalismAI, un portale nato per formare i media all’uso responsabile dell’intelligenza artificiale – ma non è certo un miracolo”. 

Un po’ come la digitalizzazione forzata prima e i social network dopo, anche l’IA è qui per restare nelle nostre vite lavorative, e non solo. Quindi, tanto vale imparare a usarla. Le applicazioni sono parecchie, molte delle quali già in uso da anni. Sia nella vecchia versione, che nella nuova veste “generativa” su modello di DALL-E2 e del noto ChatGPT, il “trasformatore generativo pre-addestrato” capace di estrarre, elaborare e produrre informazioni. 

Gli esperimenti dei big media

Vera pioniera dell’IA applicata ai media, l’Associated Press, partita nel 2014 automatizzando gli articoli sugli utili societari, oggi si affida all’algoritmo per raccolta, produzione e distribuzione delle notizie. Era il 2016, durante le Olimpiadi di Rio, quando The Washington Post ha testato per la prima volta Heliograf, il bot-reporter che si “smazza”, automaticamente, la cronaca spicciola, come risultati sportivi o elettorali, lasciando i giornalisti “veri” liberi di dedicarsi all’approfondimento. Nel 2021, in piena era podcast, ha introdotto Amazon Polly, che trasforma il testo in parlato realistico.

News Tracer di Reuters consente di individuare, tracciare e verificare le notizie che girano sui social media. Mentre James, in dotazione a Times e Sunday Times, si comporta come un “maggiordomo digitale” che propone agli abbonati, via newsletter e con la frequenza più adatta, contenuti selezionati in base alle abitudini di lettura. Poi, c’è Project Feels del New York Times che genera in automatico riassunti di articoli per prevederne l’impatto emotivo e costruire strategie di annunci calibrate su target e contesto.

Oltre ai prodotti pensati per facilitare il lavoro dei big dell’informazione, iniziano a circolare tools sviluppati da varie startup accessibili anche a redazioni più piccole. Come Azimov, il “super smart editor” creato da Asc27, che monitora il web per capire in anticipo le tendenze e generare testi, “bruciando” Google Trend di 6-12 ore. O come GoCharlie.ia, “il primo e unico motore di intelligenza artificiale multimodale al mondo”, che trasforma i formati dei contenuti, convertendo video in immagini o articoli.

In Italia, nonostante il ritardo fisiologico, qualcosa si muove nell’inevitabile convivenza tra esseri umani e algoritmi. Anche nelle redazioni. L’Ansa nel 2020, durante la pandemia, ha automatizzato la produzione di notizie sulla base dei dati forniti dalla Protezione civile. Mentre un sistema sviluppato da Mediaset suggerisce i trend, aiuta a definire il palinsesto e a calcolare l’audience in tempo reale.

L’IA, però, oltre a sobbarcarsi il lavoro sporco e noioso (come DeepL o Otter per la traduzione e Grammarly per l’editing in lingua inglese, ndr), può diventare uno strumento prezioso anche per il giornalista investigativo.

L’AI e il giornalismo investigativo

“Tecnologie come GPT-4, ChatGPT e LLaMA, grazie a un’interfaccia interattiva basata sulla chat che non era disponibile prima, – ci dice Brandon Roberts, data journalist tra i massimi esperti di IA applicata all’inchiesta – agevolano la traduzione, le migliorie stilistico/grammaticali, l’identificazione dei “pregiudizi”, l’esplorazione e l’estrapolazione di informazioni utili da grandi database”.

Nel 2013 Roberts stava facendo delle ricerche sull’attività illecita di alcuni politici locali per The Austin Bulldog, un’ong con sede ad Austin, in Texas. Avendo bisogno di incrociare nomi e indirizzi, mise a punto dei tool per automatizzare l’identificazione tra database diversi. Quella è stata la prima volta che ha usato l’intelligenza artificiale per fare un’inchiesta, rintracciando storie di evasione fiscale e consentendo il recupero di centinaia di migliaia di dollari di imposte arretrate. Da allora, la capacità di estrarre informazioni si è evoluta in modo esponenziale. “ChatGPT – avverte Roberts – rappresenta un enorme balzo in avanti per i progetti investigativi, ma ha anche la capacità di sparare sciocchezze solo in apparenza plausibili”.

È quello che è successo con il “disastro giornalistico” di CNET, un sito di informazione tecnologica che ha testato la pubblicazione di articoli scritti interamente dall’intelligenza artificiale. Un azzardo finito male, visto che i pezzi erano infarciti di errori grossolani. Oltre che una prova della superiorità dei giornalisti in carne e ossa sui loro concorrenti artificiali, “incapaci di interpretare i fatti e distinguere la verità”. Insomma: “L’IA – ci assicura Roberts – è qui per aiutare i giornalisti, non per sostituirli”. Almeno per ora.

La trappola dell’AI generativa

Per scongiurare una propagazione incontrollata di fake news, quindi, basterebbe affidarsi al check umano. Il rischio, però, che il “giocattolino” ci sfugga di mano come nei peggiori incubi fantascientifici è già realtà. Basta citare The Joe Rogan AI Experience, un podcast prodotto interamente dall’intelligenza artificiale copiando il format scritto dal commentatore statunitense Joe Rogan. Come nella versione “umana”, si tratta di lunghe interviste fatte dal conduttore a un ospite. Del progetto lanciato da Hugo su YouTube lo scorso febbraio (raccogliendo quasi un milione e quattrocentomila visualizzazioni in cinque mesi), impressiona la clamorosa verosimiglianza. Ma come per le immagini generate dall’IA, c’è sempre quel dettaglio, quella banalità sfuggita che smaschera il fake.

Se il dubbio resta, ci si può affidare a una serie di strumenti (basati, ironia della sorte, sull’IA) progettati per intercettare i contenuti prodotti dai bot. Sempre che qualcuno non li abbia “umanizzati” con Undetectable IA, un programma che promette di trasformare i contenuti, inizialmente rilevati come scritti al 100% dall’IA, in un testo capace di ottenere un punteggio come umano al 99% in tutti i rilevatori di contenuti IA. 

In pratica, un bot progettato per ingannare i bot in una guerra tra algoritmi, dove l’umano pare relegato sempre più al ruolo di spettatore passivo. Ora che il “dannato futuro” è già qui, anche per i media, resta da capire che fine faranno i giornalisti, quelli veri. Sapranno sfruttare l’IA facendo ancora la differenza o verranno surclassati dai loro competitor sempre più umani? Una cosa è certa: “Se è così facile farti rimpiazzare – ci tranquillizza, si fa per dire, Beckett – probabilmente non dovresti fare il giornalista”.

L’Economia.

L’Ideologia.

Le Querele temerarie.

Politicamente corretto.

Il Potere.

L’Economia.

Estratto dell’articolo di Massimo Basile per repubblica.it il 28 aprile 2023.

Dall’1 giugno “Time” renderà gratuiti tutti i suoi contenuti digitali su Time.com e l’accesso allo storico archivio che raccoglie cento anni di articoli. L’annuncio è stato dato dalla Ceo Jessica Sibley. «La nostra missione – ha spiegato – è fornire storie di qualità e affidabili sulle persone e sulle idee che modellano il nostro mondo, e assicurare che l’informazione sia accessibile al maggior numero di persone, a prescindere dalla collocazione geografica o dallo status socioeconomico». 

I 250 mila abbonati alla versione digitale hanno già ricevuto, o riceveranno presto, la notifica che la loro sottoscrizione scadrà tra poco più di un mese. Sul web vengono ancora proposte tre offerte che appaiono superate, almeno la prima: due mesi gratis per il digitale, 19 dollari per la versione cartacea più digitale per un anno, 34 per due anni.

«Noi – ha aggiunto la Ceo – fondamentalmente crediamo che l’informazione credibile sia un imperativo globale e dovrebbe essere disponibile per tutta l’umanità». Time.com ha raggiunto il suo record di lettori, pari a 105 milioni, e 1,3 milioni di abbonati all’edizione cartacea. L’anno scorso la compagnia ha registrato ricavi per 200 milioni di dollari. 

Fondato a New York nel 1923, sede ancora a Manhattan, Time è stato il primo news magazine d’America. Il messaggio che arriva da uno dei totem dell’informazione mondiale potrebbe segnare una svolta impensabile fino a pochi anni fa: tutti gli analisti erano concordi nel prevedere che tutti i contenuti online di giornali e riviste sarebbero stati a pagamento. […] 

La domanda che molti si fanno è: hanno visto qualcosa che altri ancora non vedono? Tutti cercano il modello vincente. Time ha lanciato prima la formula a pagamento integrale, poi l’ha attenuata, ora l’ha tolta. Il magazine economico digitale Quartz ha cancellato l’anno scorso l’accesso a pagamento. Spotify lo sta facendo per alcuni podcast. Netflix, Disney+ e altre giganti dell’intrattenimento via streaming offrono abbonamenti a prezzi ridotti. […]

L’Ideologia.

Antonio Giangrande: I giornalisti in ogni dove, ormai, esprimono opinioni partigiane del cazzo. Alcuni di loro dicono che il movimento 5 stelle ha sfondato al sud con i voti dei nullafacenti per il reddito di cittadinanza: ossia la perpetuazione dell’assistenzialismo. Allora dovrebbe essere vero, anche, che al nord ha stravinto il razzismo della Lega di Salvini, il cui motto era: "Neghèr föra da i ball", ossia immigrati (che hanno preso il posto dei meridionali) tornino a casa loro. La verità è che l’opinione dei giornalisti vale quella degli avventori al bar; con la differenza che i primi sono pagati per dire stronzate, i secondi pagano loro la consumazione durante le loro discussioni ignoranti.

Estratto dell’articolo di Dino Messina per il “Corriere della Sera” giovedì 17 agosto 2023.

Indro Montanelli diceva spesso che l’Italia è un Paese senza memoria. E aggiungeva che dopo la sua morte nessuno avrebbe più ricordato il suo nome. Mai profezia si rivelò più errata se a 22 anni dalla scomparsa del maggiore giornalista italiano del Novecento si continuano a stampare (e a vendere) i suoi scritti. Come la raccolta, a cura di Guendalina Sertorio e con introduzione di Marcello Veneziani, Contro ogni censura (Rizzoli, pagine 224, e 18). 

La nemesi che ha colpito l’arcinoto Montanelli non è stata l’oblio, semmai il tentativo di censura da parte delle sentinelle del politicamente corretto. Non passa anno che la statua ai giardini pubblici di Milano non venga dipinta per ricordare l’episodio della sposa bambina Destà [...]

I censori, scriveva Indro, sono spesso ignoranti, essendo essi allevati in «quel sudario di conformismo, intessuto di abitudini, di pigrizia (…) e vaghe superstizioni». Bene ha fatto dunque Guendalina Sertorio, dopo aver curato l’anno scorso il volume Se non mi capite l’imbecille sono io, a raccogliere gli scritti montanelliani sulla censura. 

Uno dei cavalli di battaglia del giornalista di Fucecchio, come dimostra un articolo sul «Tempo illustrato» del 1943 in cui con lo pseudonimo di Calandrino viene presentata ai lettori italiani la figura di Joseph I. Breen, il censore della celluloide americana stipendiato dalle majors che stabiliva come far rispettare il comune senso del pudore. 

Montanelli riteneva la censura talvolta un male necessario, quando si trattava di difendere obiettivi militari dall’occhio del nemico. Ma per il resto il giudizio e il controllo non spettava alla politica né a un anonimo burocrate. Sia che si trattasse di opere d’arte sia di opere commerciali. Perché l’arte, se è davvero tale, sublima ogni volgarità. E la pornografia può essere combattuta soltanto dallo spettatore o dal lettore.

In alcune pagine acute Montanelli dice che la bava alla bocca del regista che vuol far cassetta è la stessa del censore e dello spettatore che cerca le ambiguità e il cochon . Montanelli ha dato il meglio negli articoli in difesa della Dolce vita di Federico Fellini, il cui genio viene paragonato a quello del grande Francisco Goya. Non si può condannare Fellini perché ha descritto magistralmente i vizi della società romana: sarebbe come censurare Tacito perché condannò la decadenza dell’Urbe ed elogiò le virtù dei barbari.

Il giornalista difese in egual misura Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, anche se non ne condivideva spesso le scelte artistiche, o lo spettacolo teatrale L’Arialda , tratto dal testo di Giovanni Testori. Attaccava i vari ministri e sottosegretari, Giulio Andreotti («i panni sporchi si lavano in casa») o Umberto Tupini, che leggeva in Parlamento brani di sceneggiature discusse, e nello stesso tempo puntava il dito contro un sistema che permetteva la censura anche quando gli organi di controllo romani davano il visto. […]

Cervinia "fascista", il Pd le cambia nome per decreto: ira di residenti e FdI. Libero Quotidiano il 29 novembre 2023

Cervinia addio. La celebre località turistica, frazione del Comune di Valtournenche, cambia nome. Cervinia, denominazione di epoca fascista, viene sostituita dal nome originale Le Breuil, di origine francese. La decisione è stata presa nell'aprile scorso dalla giunta comunale che ha approvato il dossier sulla ridenominazione di villaggi, frazione e località sul suo territorio del presidente della Regione Valle d’Aosta, Renzo Testolin (di Union Valdôtaine e sostenuto dal Partito Democratico e da altri piccoli partiti locali). La giunta regionale ha poi preso atto della decisione il 12 settembre scorso e pochi giorni dopo è stato firmato il decreto. Con il cambio di nome sarà modificata anche la cartellonistica del paese, oltre ai documenti degli abitanti.

"Netto dissenso" da parte di Fratelli d'Italia che in una nota ha scritto: "Esprimiamo vivo stupore e sgomento poiché il brand Cervinia è noto in Italia e nel mondo e un così drastico cambiamento, frutto evidente di un'ideologia fuori tempo, spazio e luogo non può che nuocere al settore turistico alberghiero e all'immagine di tutta la Valle d'Aosta", hanno dichiarato Alberto Zucchi, coordinatore regionale per la Valle d'Aosta di Fratelli d'Italia e il deputato Matteo Rosso.

Cervinia, infatti, comprensorio fondato nel 1934 dalla Società Anonima Cervino che nel 1936 fece anche realizzare l’impianto che collega Cervinia a Plain Maison con le piste svizzere di Zermatt, 150 chilometri di salite e discese tra Monte Rosa e Monte Cervino, è diventata famosa proprio per le sue piste e gli impianti da sci. E i residenti non solo temono gravi perdite economiche ma sono anche irritati perché dovranno rifare tutti i documenti che attualmente riportano entrambi i nomi della frazione di Valtournenche. 

Estratto da ilgiornaleditalia.it il 30 novembre 2023.

Il direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri è stato intervistato dal Giornale d'Italia riguardo il caso Cervinia. Una frazione del comune di Valtournenchein in Valle d'Aosta che potrebbe cambiare nome in Le Breuil.  […] il direttore non si fa problemi a ricordare che "il fascismo è stato un periodo della nostra vita, inutile rinnegarlo". 

[…] Cervinia cambia nome in Le Breuil perché è "nome fascista"? Ecco cosa ne pensa Vittorio Feltri: "Mi sembra una sciocchezza. Se è fascista chi se ne frega. Il fascismo è stato un periodo della nostra vita, inutile rinnegarlo. Almeno sul piano lessicale, perché la lingua si evolve con la società e rifiutare il linguaggio secondo me è un'impresa velleitaria.  È come il politicamente corretto che vuole fare la guerra al dizionario italiano. […] A me sembra tutto ridicolo", sostiene.

E poi: "Non capisco qual è l'esigenza che induce a cambiare nome, sarebbe come chiamare Bergamo Orobia. Bergamo non mi sembra brutto, deriva dal tedesco Berg Heim, ai piedi del mondo. Non si può cambiare tradizioni così. La trovo un'operazione stupida. […] Il revisionismo storico è surreale, non ha un senso. Qual è lo scopo e l'obiettivo? Io ho sempre sentito dire andiamo a Cervinia...". 

Estratto da rainews.it il 30 novembre 2023.

"Sono state avviate le procedure per ripristinare il nome di Breuil-Cervinia", ha detto all'ANSA la sindaca di Valtournenche, Elisa Cicco, al termine di una riunione con il presidente della Regione Valle d'Aosta, Renzo Testolin, convocata per risolvere il problema della nuova denominazione, "Le Breuil", della celebre località turistica. 

"L'iter riguarda la modifica dell'attuale toponimo. Invieremo alla Regione la richiesta per il cambio del nome" ha aggiunto la sindaca. Il nome Cervinia è considerato un toponimo autarchico risalente all'epoca fascista, quando molti nomi venivano italianizzati. 

Mentre sul Cervino nevica a dirotto e gli impianti sciistici sono ripartiti, la ministra del Turismo Daniela Santanché sbotta sui social: “Cervinia cambia nome e io non ne capisco il motivo. La nota località sciistica è riconosciuta in Italia e nel mondo come tale e un così drastico cambiamento non può che nuocere al settore turistico alberghiero e all’immagine di tutta la Valle D’Aosta. Ripensateci!”. [...]

Thomas, 16 anni, francese, ucciso perché bianco e nascosto dalla stampa. Andrea Soglio su Panorama il 22 Novembre 2023

Thomas, 16 anni, francese, ucciso perché bianco e nascosto dalla stampa È durata poche ore la vicenda del giovane vittima dell'assalto razzista di un gruppo di nordafricani a Crépol. Ed anche sull'ultimo tentato stupro a Milano si tace sulla provenienza dell'aggressore 14 ore. È quanto è durata sui siti di informazione italiani la vicenda di Crépol, piccolo villaggio francese dove due sere fa una banda di ragazzi ha organizzato quella che (lo hanno gridato loro stessi) è stata una vera e propria «caccia al bianco». Gli aggressori identificati sono tutti nordafricani di origine e provenienti da quelle che ormai abbiamo imparato anche noi a conoscere con il termine francese di «banlieu», quei quartieri ghetto di periferia trasformati dagli immigrati in continuazione dei loro paesi di origine. Con tanti saluti all’idea di integrazione. L’aggressione a colpi di coltello e machete è costata la vita ad un ragazzo, bianco, di 16 anni; si chiamava Thomas, amava il rugby e stava partecipando con altri ragazzi ad una festa di paese. Ma il colore della sua pelle ne he fatto un bersaglio per chi cercava il sangue della sua razza. Il Ministro dell’Interno francese, Darmanin, quello che diverse volte ci ha fatto la morale sull’accoglienza dei migranti, dicendo che il governo di destra di Giorgia Meloni era tendenzialmente razzista ed incapace di gestire la situazione, ieri ha commentato l’aggressione razzista ed omicida di Crépol ammettendo che «È il fallimento generale della nostra società». Ripetiamo: fallimento generale della nostra società. Certo, non è accaduto in Italia, anche se Crépol dista un’ora di macchina dal confine con il Piemonte, ma davanti ad un’aggressione così violenta, razzista e crudele ci saremmo aspettati dalla stampa nostrana e dagli opinionisti un po’ più di attenzione. Invece nulla. Dopo i primi lanci, qualche taglio alto sugli online dalla tarda mattinata di oggi la notizia dall’ora di pranzo è sparita dai radar. È invece ben visibile la news della violenza sessuale subita da una ragazza in pieno centro a Milano, nella centralissima Piazza della Scala. Vi invitiamo a leggerla un po’ dappertutto. Troverete la dinamica raccontata in 20 o 30 righe. Si parla tanto del fatto che a salvarla sia stato il famoso gesto delle mani con cui in codice si chiede aiuto in caso di stupro. In tutti gli articoli della vittima ci dicono subito essere una «bergamasca»; l’autore, poi arrestato, dell’aggressione viene invece presentato come «giovane», poi «ragazzo», ma anche «l’arrestato», e persino la «persona». Poi, solo nell’ultimo capoverso alcuni, non tutti, aggiungono che si tratta di un nordafricano, senza documenti. Insomma, un clandestino extracomunitario. Crépol non c’entra nulla con Milan ad eccezione del fatto che i responsabili di un omicidio e di un tentato stupro (dopo le molestie che, quelle si, la ragazza le ha subite prima di riuscire a chiedere ed avere aiuto) sono extracomunitari e che la cosa viene o fatta sparire in fretta o tenuta nascosta. Certo, perché non bisogna soffiare sulla brace dei razzisti, sempre pronta a riaccendersi. Non bisogna raccontare cose che confermino le loro preoccupazioni. Bisogna quindi nascondere o cancellare. Ma se fosse stato il contrario? Mettiamo il caso che a Crépol ad armarsi, colpire ed uccidere fossero stati dei francesi «bianchi» al grido di «a morte i neri»… cosa sarebbe successo? La notizia sarebbe scomparsa dai radar in poche ore? No, proprio no. Avremmo visto il via alla solita litania del «clima d’odio causato dalla destra», della «cultura salviniana razzista» etc etc etc. D’altronde Lilli Gruber ci ha raccontato due giorni fa che tutto è colpa del governo Meloni e della destra, persino il femminicidio di Giulia. La morte, la violenza non fanno distinguo. Thomas merita la stessa attenzione di Giulia Cecchettin. Per la giovane da 72 ore il paese si sta interrogando, discutendo, dividendo sulle ragioni sociali e culturali di questo femminicidio. Forse dovremmo trovare modo di ragionare senza vergogna su quello che non molto lontano da noi è il «fallimento generale della nostra società (dell’accoglienza e dell’inclusione indiscriminata, aggiungiamo noi). Invece no. Si nascondono le cose, certe cose, sotto la sabbia, senza vergogna.

La vignetta rimossa dal Washington Post: l’autocensura sull’Islam dell’America vittima delle ideologie. Federico Rampini su Il Corriere della Sera sabato 11 novembre 2023.

Una parte dei giornalisti americani abbandona i principi della deontologia, vuole prendere una posizione dividendo il mondo tra buoni e cattivi

L’America ha la massima tutela della libertà di espressione, il Primo emendamento. La sua protezione si ferma davanti a Hamas ? Il Quarto potere esercitò un compito di vigilanza sui leader. Il Washington Post ebbe un ruolo nella caduta del presidente Nixon per lo scandalo Watergate. Oggi il Post batte in ritirata quando si tratta di fustigare il terrorismo islamico?

I dubbi nascono dalla vignetta che il quotidiano — di proprietà di Jeff Bezos (Amazon) — ha deciso di non pubblicare, dove un terrorista di Hamas si è legato al corpo donne e bambini, scudi umani. Si può discutere sulla qualità del disegno, sui tratti del jihadista. Ma questa discussione non è avvenuta.

La redazione del Post è insorta, soprattutto i giovani, e i vertici hanno fatto marcia indietro, spaventati dalla rivolta interna. Il Post è un giornale progressista, ha fatto battaglie contro Trump. Sul Medio Oriente cerca un delicato equilibrio: difende il diritto all’esistenza di Israele; condanna l’antisemitismo; dà massima visibilità alle vittime civili fra i palestinesi e sostiene il loro diritto ad avere uno Stato. Tutto ciò non basta per una parte della redazione.

Quando Trump era presidente il Post si lanciò nel «giornalismo resistenziale»: addio alle sfumature. Ora una parte di giornalisti americani abbandona i principi antichi della deontologia, vogliono che i media prendano posizione, che dipingano un mondo diviso tra buoni e cattivi. Israele e l’Occidente sono l’impero del male; gli altri sono vittime. La vicenda della vignetta si situa in questo contesto, le redazioni sono soggette ai diktat della parte militante. È il parallelo con quel che accade nelle università.

L’autocensura sui crimini compiuti in nome dell’Islam (che si estende alla cultura e allo spettacolo) è frutto di uno slittamento percepibile da tempo. Qualche aneddoto «leggero» per ricostruirlo. Per molti anni a Broadway ha fatto il tutto esaurito il musical «The Book of Mormon», satira beffarda dei mormoni, che hanno accettato di esserne lo zimbello. Nessuno ha mai osato proporre a Broadway una satira sul fondamentalismo islamico. Lì il Primo emendamento non vale.

Barack Obama durante la sua ultima campagna elettorale, in una cena per la raccolta di fondi con alcuni miliardari di San Francisco, ebbe parole sprezzanti verso gli elettori della destra: «Questi bianchi pieni di amarezza e risentimento si aggrappano alle loro birre, ai loro fucili, alla loro Bibbia». Non si è autocensurato nel dileggiare dei bianchi cristiani. Mai avrebbe osato pronunciare parole simili su chi «si aggrappa al Corano». È questo il clima da anni, i giovani redattori del Post sono cresciuti in questa America ideologizzata.

A rendere ossessiva la difesa dei musulmani, è intervenuta la saldatura tra gli estremisti afroamericani e i filo-palestinesi. Per il movimento ultrà Black Lives Matter, neri e palestinesi sono vittime della stessa oppressione dell’uomo bianco. L’America rivive gli anni Sessanta, che nel mondo giovanile furono segnati da un’egemonia dell’estremismo. Allora però le redazioni dei giornali rappresentavano l’establishment moderato-conservatore, ancorché illuminato e attento verso la contestazione.

Mezzo secolo dopo il cerchio si è chiuso: l’establishment dei miliardari digitali come Jeff Bezos, Larry Page (Google) e Mark Zuckerberg (Meta-Facebook) sostiene il politicamente corretto; l’accademia è in mano a un corpo docente molto schierato oppure impaurito dalla pressione degli studenti; nelle redazioni sono avvenute purghe di moderati. La censura di una vignetta è troppo normale per fare scandalo.

La "sinistra cancella il Natale", caso a Verona: il sindaco Tommasi nella bufera. Luca De Lellis su Il Tempo l'11 novembre 2023

In nome del politicamente corretto anche un simbolo del Natale può venire meno. È quanto sta accadendo a Verona con la giunta del Partito Democratico, guidata dal sindaco Damiano Tommasi, che sta per sacrificare la stella cometa di Natale piantata da quasi 40 anni in piazza Bra in favore dell’installazione di lucette laser ormai un po’ convenzionali e prive di valore tradizionale. Lo riporta l’indiscrezione di Libero, secondo la quale “la trattativa con la ditta che fornirà le luci” sarebbe nella sua “fase conclusiva”, anche perché ormai non manca molto al periodo delle feste natalizie. La giustificazione del sindaco? “E’ rotta, e non c’era il tempo né la possibilità di ripararla”. In effetti nel gennaio scorso si era sgretolato il sostegno che la teneva sorretta, ma a settembre la cometa a due passi dall’Arena era stata liberata dal sequestro e sembrava potesse tornare alla normalità.

Invece non sarà così. Anzi, l’ex calciatore della Roma, ora nelle vesti di primo cittadino, sta già “pensando alle alternative” per sostituire uno degli emblemi della tradizione a cui i cittadini veronesi erano tanto affezionati. La grande stella cometa non solo rappresentava un punto turistico, ma anche un luogo di aggregazione tra diverse generazioni. E, secondo il retroscena del quotidiano, poteva essere salvata, con la ditta di presagomatura e posa dell’acciaio Iron Beton che si era offerta per sistemare tutto, sostenendo la fattibilità temporale del progetto di riparazione “del basamento che poggia sui gradoni dell’Arena, anche in collaborazione con qualche ingegnere o architetto specializzato in sicurezza, per riprogettare le fasi di montaggio e smontaggio con un protocollo più moderno e condiviso”.

La questione sembra non esser andata giù a molti cittadini, inclusi quelli appartenenti alla maggioranza che nel giugno 2022 aveva eletto Tommasi nuovo sindaco di Verona. In fin dei conti, è passata come una presa di posizione non necessaria l’eliminazione di un simbolo risalente al 1984 nella piazza più importante della provincia veneta. Intanto sono arrivate anche le critiche della giunta di centrodestra, secondo la quale sono state accampate solo delle scuse per togliere un elemento appartenente alla tradizione cristiana. E, unito ad altre politiche rivedibili attuate durante l’ultimo anno e mezzo di amministrazione, i Dem rischiano di veder vacillare il proprio consenso in una delle poche conquiste delle ultime elezioni amministrative.

La politica insorge contro i negazionisti del Natale. L'ira del centrodestra contro l'istituto. La Lega: "Dittatura delle minoranze". E il rettore fa un parziale dietrofront. Pier Francesco Borgia il 26 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Parziale retromarcia da parte del rettore dell'Istituto universitario europeo di Fiesole. Uno scarno comunicato arriva a parziale rettifica: «Nessuna intenzione di abolire le feste religiose di fine anno». Comunicato che però sottolinea come l'istituto accogliendo «un numero crescente di studenti del mondo intero», necessiti «di una politica di inclusione delle diverse culture». Ecco quindi il perché dell'adozione di un «Piano per la parità etnica e razziale».

L'idea degli amministratori dell'istituto universitario (tra l'altro ospitato nella badia di San Domenico) di sostituire il Natale con una generica «festa d'inverno» non è piaciuta a gran parte del mondo politico. «Altro che inclusione! - afferma l'europarlamentare della Lega Susanna Ceccardi (foto) - Questa è la dittatura delle minoranze!» La Ceccardi oltre a ricordare che i finanziamenti dell'istituto arrivano da Bruxelles lamenta che si sta diffondendo, anche grazie a Bruxelles, una «propaganda negazionista e falsificazionista, negli istituti scolastici di ogni ordine e grado, La deputata di Azione, Daniela Ruffino, accusa direttamente il rettore Renaud Dehousse di «intolleranza poco laica», mentre il vicepremier Antonio Tajani «sorpreso» dalla decisione del rettore dell'Istituto. «Siamo fieri del rispetto delle nostre radici cristiane - sottolinea il ministro degli Esteri -, l'Europa è basata su questo. Non è un caso che l'Italia abbia scelto la Badia fiesolana come sede dell'Istituto». Ora la Lega, per voce del consigliere regionale Giovanni Galli, minaccia di togliere i contributi regionali allo Iue, mentre il deputato di Fratelli d'Italia Antonio Baldelli annuncia la presentazione di un'interrogazione parlamentare: «Non si possono pestare sotto i piedi del politicamente corretto - dice - secoli e secoli di tradizione nazionale».

Stare dalla parte di terroristi e dittatori che uccidono i bambini nel segno dell'ideologia.

Quando la linea editoriale si nasconde dietro la libertà d'opinione e il pluralismo.

Perché Prado non collabora più con l’Unità: la libertà d’opinione e il pluralismo. Il pluralismo è una merce molto poco apprezzata in questi tempi… Piero Sansonetti su L'Unità il 24 Ottobre 2023

Iuri Maria Prado ha annunciato – con un tweet e con un whatsapp – che non collaborerà più all’Unità. Mi dispiace e lo ringrazio per il contributo che ci ha dato in questi anni. Prado mi ha detto che il motivo della rottura è un articolo di Mario Capanna, uscito sull’edizione di domenica dell’Unità, aspramente critico verso il governo israeliano. Naturalmente Mario Capanna collabora con questo giornale in piena libertà. Come tutti.

Non mi permetterei mai di censurarlo o di chiedergli di cambiare qualcosa nei suoi articoli. Come mai, in questi cinque anni, ho fatto con Prado, che ha potuto scrivere tutto ciò che voleva, senza il minimo condizionamento, e che avrebbe potuto continuare a scrivere quel che voleva in futuro. Ha avuto piena pienissima libertà. Naturalmente non la libertà di scegliere lui gli altri collaboratori del giornale, perché quello è un compito che – dove c’è libertà di stampa – spetta solo al direttore. Che cerca di esercitare questo compito garantendo il pluralismo. (Ma il pluralismo è una merce molto poco apprezzata in questi tempi…) Piero Sansonetti 24 Ottobre 2023

Il delirio di Israele e dell’Occidente. Con i palestinesi di Gaza, Israele “gioca” come il gatto con il topo. Loro non possono fuggire da nessuna parte, mentre si stringe, a proprio piacimento, la morsa di uno degli eserciti più potenti. Mario Capanna su L'Unità il 22 Ottobre 2023

Possano almeno le nostre menti resistere ai deliri. (E. Morin)

Oggi Israele, gli Usa, l’Occidente sono la realtà più odiata al mondo. Imponenti manifestazioni di condanna si susseguono ovunque, da Washington alle città europee, all’Indonesia. La reazione di Israele, dopo la carneficina perpetrata da Hamas, va ben al di là del biblico “occhio per occhio, dente per dente”. È un crimine di Stato contro civili, imprigionati dentro un fazzoletto di terra, e ridotti allo stremo, con i bombardamenti praticamente a tappeto, e dopo il taglio di acqua, cibo, elettricità, medicine. Con i palestinesi di Gaza, Israele “gioca” come il gatto con il topo. Loro non possono fuggire da nessuna parte, mentre si stringe, a proprio piacimento, la morsa di uno degli eserciti più potenti.

La visita di Biden a Netanyahu è stata penosa, e complice. Ha, di fatto, incoraggiato il massacro di palestinesi – non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania – e ha vittoriosamente… ottenuto l’ingresso, attraverso il valico egiziano di Rafah, di ben… 20 camion di generi di prima necessità per gli assediati. Venti camion, per milioni di persone ridotte a pezzi! Esilarante, se la cosa non fosse tragica. In cambio, uno stratosferico finanziamento a Israele. Il padrone è generoso con il suo cane da guardia contro i popoli e gli Stati arabi. La controprova è data dal veto americano, che all’Onu ha bocciato ogni risoluzione per il cessate il fuoco. A Washington, come a Gerusalemme, si vuole il massacro.

Senza uno Stato palestinese, che coesista in pace con quello di Israele, la guerra in Medioriente è destinata a continuare all’infinito. Dare vita allo Stato palestinese, con Gerusalemme Est come capitale, significa, a questo punto, smantellare le centinaia di illegali colonie israeliane nei territori occupati, il che richiede una volontà di ferro, superiore a quella che ebbero Arafat e Rabin negli accordi di Oslo. Questa volontà non esiste, come non c’è stata negli ultimi decenni.

Eppure tutti sappiamo che quella è l’unica strada di giustizia, anche perché la storia, fortunatamente, ha dimostrato che nessuno dei due popoli è in grado di eliminare l’altro, quali che siano le atrocità che vengono perpetrate. Nella tragica miopia della prepotenza occidentale, non si vuole che quella strada sia per davvero aperta. Non lo vuole Biden, non lo vuole il corrotto Netanyahu, non lo vuole l’Europa con i suoi miserabili balbettii a rimorchio degli Usa.

Questo giornale, l’altro giorno, titolava in prima pagina: “Riuscirà Biden a fermare i falchi di Netanyahu?” Domanda retorica: non intende minimamente farlo. Altrimenti imporrebbe un cessate il fuoco immediato. Tutti sanno che, se gli Usa interrompessero di colpo il loro sostegno economico, finanziario, militare ecc., Israele non reggerebbe più di sei mesi. Il problema, dunque, non è il popolo palestinese, nonostante Hamas. E’ il delirio di Israele e dell’Occidente, che ha generato e genera mostri. Mario Capanna 22 Ottobre 2023

Israeliani e palestinesi, giornalismo italiano a senso unico: come sempre la prima vittima della guerra è la verità. Cari colleghi, non lo capite che rappresentate una esigua minoranza? Mario Capanna su L'Unità il 15 Ottobre 2023

La professione del giornalista dovrebbe consistere nel dire alle persone ciò che devono sapere, non ciò che vogliono sapere. (W. Cronkite)

È proprio vero: la prima vittima della guerra è la verità. In questo, per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, l’italico giornalismo è all’avanguardia. Prendiamo, per esempio, i talk show televisivi: ormai sono i giornalisti che intervistano altri giornalisti. Nessuno di loro, al contrario di me, ha mai messo piede a Gaza o in Cisgiordania. Il risultato è uno stucchevole chiacchiericcio, per lo più a favore di Israele.

Ci sono, poi, autentici casi di faziosità. Enrico Mentana, nel Tg della 7, dando notizia del massacro di Hamas nei kibbutz, ha parlato di bambini decapitati, aggiungendo: non mostriamo le immagini perché sono scioccanti. Frase atta a rafforzare l’orrore. In realtà le foto non le aveva, ma la faccia tosta sì. Paolo Mieli ha scritto sul Corriere della Sera contro “cantanti o rettori d’università” (chiara allusione a Tomaso Montanari), che difendono i legittimi diritti dei palestinesi. Il suo “mielitarismo” è indefesso.

Nicola Porro, su Rete 4, è apparso inviperito mostrando immagini di studenti che in una università sventolavano la bandiera palestinese. Sarebbe stramazzato al suolo, immagino, se avesse notato il video della imponente manifestazione pro Palestina, svoltasi a Chicago (Chicago, dico, che notoriamente non è una città araba…). Sono ben due giornaloni a scagliarsi contro l’ex ambasciatrice Elena Basile, rea di mostrare, con argomenti condivisibili o meno che siano, le responsabilità sioniste. Stefano Cappellini, su Repubblica, dopo avere additato al ludibrio “la famigerata (?) ex ambasciatrice”, la bersaglia di nuovo, il 13 ottobre, con un’intera pagina.

Non è da meno Massimo Gramellini che, in prima pagina sul Corriere della Sera, anche lui il 13 ottobre (ma che: i due si sono passati parola?) titola: “Ostaggi di Basile”. E che dire di Massimo Giannini che, in prima pagina su Repubblica, ha scritto: “Siamo tutti israeliani”. Incapace di fare un passo in più e scrivere “siamo tutti israeliani e palestinesi”. Non avete, cari colleghi “embedded” (“incistati” con l’elmetto nell’esercito di occupazione) nemmeno un briciolo della serietà e del coraggio dei giornalisti israeliani. Haaretz, ad esempio, usa parole di fuoco contro il corrotto Netanyahu e l’involuzione autoritaria-fascista del governo di Israele.

Quasi nessuno dei grandi media dà conto delle mille manifestazioni pro Palestina, che si svolgono in Italia e nel mondo. Cari colleghi, non lo capite che rappresentate una esigua minoranza? E che la grande maggioranza delle opinioni pubbliche è d’accordo con me – a difesa dei diritti palestinesi e, dunque, di quelli israeliani – e non con voi? La presidente Meloni proietta la bandiera israeliana su Palazzo Chigi, schierando l’Italia istituzionale con uno dei belligeranti. Bene: insieme a certi italici scribi, corre il rischio – lei, unitamente al governo – di incappare nel reato di tentato omicidio colposo plurimo: per aver fatto quasi morire dal ridere mezzo mondo. Mario Capanna 15 Ottobre 2023

Lettera a Sansonetti. Su Israele non è questione di libertà d’opinione, ma di giornali che non dicono la verità. Iuri Maria Prado su L'Inkista il 26 Ottobre 2023

Iuri Maria Prado ha scritto al direttore dell’Unità per spiegare perché non se la sente più di scrivere per il suo quotidiano

Caro Piero Sansonetti,

L’altro giorno ti ho inviato una lettera. Siccome hai ritenuto di non pubblicarla, te la invio nuovamente da qui.

Ho letto ciò che hai scritto a proposito della mia collaborazione con l’Unità e a proposito dei presunti motivi che mi avrebbero indotto a comunicare prima a te, e poi pubblicamente, che non riuscivo a proseguirla.

Ho sentito di non poter più scrivere per l’Unità – che ringrazio molto, moltissimo, come ringrazio te, moltissimo, per avermi fatto scrivere ciò che volevo – per motivi ben diversi rispetto a quelli che hai riferito: e tu hai riferito – in un articolino intitolato “Prado, Capanna, e la libertà d’opinione” – che io avrei provato disappunto per un pezzo “critico” con Israele, e che avrei la pretesa di “scegliere” i collaboratori.

Ora, con Israele sono stato duramente critico anche io, come sai, proprio su l’Unità: ma se pure non fosse stato così non mi sarei permesso di pronunciare nemmeno una sillaba sulle critiche che altri avesse mosso a Israele (e diciamo che qualche volta è capitato di leggere qualche critica a Israele, su l’Unità). Quanto poi alla mia ambizione di mettere becco nella scelta delle collaborazioni, diciamo invece questo: che sono scemo, d’accordo, ma fino a questo punto proprio no.

Ho sentito di non poter più scrivere sul giornale che dirigi perché il giornale che dirigi ha pubblicato notizie false o non verificate, reiteratamente, senza riconoscere di averlo fatto e anzi insistendo nell’accreditare le notizie non verificate e censurando le altre, ogni giorno più gravemente: il tutto, in relazione a fatti che, comprenderai, hanno una portata così epocale, così densa di tragedia, così implicante, da rendere a mio giudizio necessaria non già l’opinione uniformata, per carità, ma il rispetto minimo ed elementare della verità.

Il giorno successivo al pogrom del 7 ottobre, l’Unità esce con il pogrom affogato in divagazioni sulla terribilità della guerra. E va bene: è un’impostazione a mio parere discutibile, ma finisce lì. Né mai io mi sono sognato di dirne nulla, né avrei avuto alcun titolo per farlo.

Si salta al 10 ottobre (il 9, lunedì, l’Unità non esce), e l’Unità spara in prima pagina che “l’antiterrorismo”, cioè la reazione israeliana, è praticamente uguale al terrorismo (cioè quello del pogrom del 7 ottobre, su cui non era necessario indugiare troppo). E va bene un’altra volta: è un’opinione, perfettamente legittima. È perfettamente legittimo, cioè, ritenere e scrivere che la distruzione di una base terroristica in un’azione militare che fa vittime civili – non volute, sia pur messe nel conto – sia la stessa cosa che scannare i bambini ebrei nelle culle, violentare le ragazze ebree prima di assassinarle, o giocare a hockey con la testa di un ebreo con un palo di ferro infilato negli occhi, la banderilla della libertà del popolo oppresso che perlustra il cervello del padre fucilato davanti ai suoi figli, poi bruciati vivi.

Va benissimo anche questo (si fa per dire): sono opinioni, che i tuoi lettori possono condividere oppure no.

Proseguiamo. Nel frattempo, dalla memoria dei lettori de l’Unità inopinatamente veniva il ricordo del pogrom del 7 ottobre, salvo che per gli articoli di un collaboratore (sono io) cui tu, con grande tuo coraggio e mia infinita riconoscenza, consentivi di scriverne, per quanto in collocazione diversa rispetto a quella eminente che concedevi a quel collaboratore se trattava di altri argomenti. Ancora benissimo.

Ma poi arriva il botto all’ospedale di Gaza, e l’Unità esce con questo titolo: “Israele rade al suolo un ospedale: centinaia di morti”. Il titolo guarnisce una fotografia di non si sa che cosa (edifici distrutti, scena diurna). Il fatto, come tutti sanno, era della sera prima, poco dopo le 19.30 (buio pesto). Le agenzie del terrorismo denunciavano, a pochi minuti dall’esplosione, opportunamente ripresa da una telecamera casualmente nei pressi, che si era trattato di un raid aereo israeliano e che c’erano cinquecento morti (contati uno per uno nel giro di circa quattro minuti e mezzo, evidentemente).

Quel titolo era confezionato a sua volta in quello stretto minutaggio, ma non ripeteva, come invece tu mi dicevi, quelli di “tutti” gli altri giornali del mondo, giacché molti (New York Times, Le Monde, Financial Times, Washington Post, Welt, Jerusalem Post, solo per prenderne alcuni) si occupavano bensì della notizia: ma presentandola ben diversamente, e cioè sottolineando che erano le fonti palestinesi, anzi proprio Hamas, a dire che si era trattato di un missile israeliano e che c’erano cinquecento morti. Né poi aveva senso giustificare quel titolo – come tu hai fatto rispondendo al commento di un lettore, Yasha Reibman – richiamando il post su X (già Twitter) con cui «un portavoce dell’esercito israeliano» diceva che era stato Israele a lanciare il missile: se non per altro, perché non era per nulla un portavoce dell’esercito israeliano ma un semplice influencer.

Nel maturare degli eventi, e mentre la “notizia” del raid israeliano e dei certificatissimi cinquecento morti causava l’assalto alle ambasciate e ai consolati israeliani e un certo numero di attentati antioccidentali e antisemiti, si insinuava la propaganda dell’entità sionista secondo cui si sarebbe invece trattato di un ordigno palestinese che, per intenzione di chi lo ha lanciato o per malfunzionamento, era piombato sull’ospedale. Naturalmente questa maliziosa rappresentazione, diversamente rispetto a quella di “Radio Hamas”, non era abbastanza affidabile per essere considerata da l’Unità.

Il giorno dopo, e cioè il 19 ottobre, l’Unità esce con quest’altro titolo: “Israele o Hamas: chi ha tirato il missile? Di sicuro c’è solo che sono morti 500 palestinesi”. Dunque tu il giorno prima scrivi che “Israele rade al suolo un ospedale” e il giorno dopo ti siedi su quel titolo, senza riconoscerne la colpevole avventatezza e dicendo che non si sa chi ha tirato il missile. E perché, il giorno prima si sapeva? Lo sapeva l’Unità, evidentemente. E pace se il giorno dopo l’Unità viene a sapere, ma non lo scrive, che il giorno prima non si sapeva manco per niente. Pace se «di sicuro» non ci sono nemmeno quei cinquecento morti. Pace se associare il titolo sul missile che non si sa di chi sia all’intervista al generale che dice che è sicuramente di Israele rivela – come dire? – un certo orientamento pregiudiziale. Tu pensa che perfino il New York Times si è scusato per essere stato frettoloso e inadeguato: il New York Times – attenzione – che si è reso responsabile di ben più tenue frettolosità e inadeguatezza, visto che nel dare la notizia e nel titolarla già sottolineava, subito, che il raid israeliano e le centinaia di morti non stavano nella realtà accertata, ma nella tesi dei palestinesi («Palestinians say…»).

È finita? Non è finita. Mentre montano le notizie e gli indizi, se non le prove, che non si trattava di un raid israeliano né di cinquecento morti, l’Unità continua a scrivere che «non si sa» (ma come non si sa? Non aveva scritto che Israele aveva raso al suolo l’ospedale?), aggiungendo tuttavia che credere agli israeliani è quanto meno azzardato: soprattutto alla luce di una dichiarazione proveniente da fonte non trascurabile (Hezbollah…), secondo cui l’ospedale sarebbe stato distrutto da una bomba termobarica, il che spiega perché non c’è un grande cratere. La bomba termobarica! La bomba termobarica di Israele! Perché lo dice Hezbollah!

Basta? No che non basta. Perché il 21 ottobre l’Unità titola così: “Israele attacca chiesa ortodossa: è carneficina”. Che è a metà tra un altro falso bello e buono e una sonora contraffazione: perché è vero che c’è stata una carneficina, ma Israele non ha attaccato quella chiesa (integra, by the way). Ha bombardato un sito lì vicino: sbagliando gravemente, a mio giudizio, e appunto facendo colpevolmente tante vittime innocenti. Ma ritengo che si possa – anzi si debba – condannare un bombardamento, pur senza appello, senza tuttavia attribuirlo alla deliberazione israeliana, inventata di sana pianta, di incenerire una chiesa.

E sai perché, Piero? Perché se Israele bombarda deliberatamente le chiese (cosa non vera) poi c’è qualcuno che attacca le sinagoghe, cosa che succede senza che la notizia sia meritevole di prima pagina e neppure di trafiletto. Se Israele è uno Stato terrorista, poi c’è caso che nella tua città, Roma, a pochi passi e a pochi giorni dall’insopportabile retorica sul rastrellamento nel Ghetto, una graziosa fanciulla, tra ali di “pacifisti” che chiedono l’apertura di Gaza per uccidere gli ebrei, strilli «Fuori i sionisti da Roma»: ancora una volta senza che la notizia meriti neppure un francobollo di attenzione.

Questi sono i motivi per cui, con un dispiacere enorme, ho sentito e ti ho comunicato di non riuscire più a scrivere per l’Unità. Un articolo, di Capanna o di chiunque altro, che definisce Israele «il cane da guardia» che gli americani usano «contro i popoli e gli Stati arabi» non mi fa né caldo né freddo e non c’entra proprio nulla. C’entra il fatto che la somma di pubblicazioni inveritiere de l’Unità, che ho messo in parziale rassegna (proprio parziale, ti assicuro), e quegli espedienti di sistematica sfigurazione della realtà, non hanno niente a che fare con le “opinioni” e rappresentano un pericolo: producono danno e, certo oltre l’intenzione, anzi contro l’intenzione, producono violenza. Producono morte. Producono morti.

Infine, e per intendersi (faccio un esempio eccessivo, appunto per capirsi bene): mi va benissimo, si fa sempre per dire, l’opinione secondo cui era giusto sterminare gli ebrei; non mi va bene la propaganda neonazista secondo cui la Shoah è un’invenzione degli ebrei. Ti ringrazio per l’attenzione, se vorrai averne, e in ogni caso ti saluto con stima e amicizia. Iuri Maria Prado

L'amore della sinistra per la causa palestinese? Viene dalle lezioni di Arafat con Vietcong e Ceausescu. Storia di Fiamma Nirenstein su Il Giornale lunedì 23 ottobre 2023.

Comincia più di cinquant'anni fa la storia del coinvolgimento attivo della sinistra in difesa della causa palestinese, la sua decisione del tutto arbitraria che essa sia parte della «lotta degli oppressi, dello scontro antimperialista, anticolonialista, per la pace, per l'autodeterminazione, per l'eguaglianza dei diritti», e persino un grande protagonista, il cemento di molte le battaglie «intersezionali», come si dice oggi, che portano folle di giovani, donne, neri, lgbtq, e vecchi partigiani e di sinistra in piazza a sostenere, dopo le barbarie di Hamas, la suddetta «causa» accusando Israele e prendendosela con tutti gli ebrei. Bisogna, perché si presenti nei termini attuali, tornare agli anni '60, con le visite di Yasser Arafat a Hanoi, una meta per lui familiare in quegli anni, e con la frequentazione della Romania di Ceausescu. Dal generale Vo Nguyen Giap, capo militare della resistenza antimperialista vietnamita, Arafat si abbevera: il leader dei Vietcong gli spiega che per vincere deve fare uscire la sua battaglia dallo scontro regionale, e renderlo una battaglia morale antimperialista, come quella dei vietcong, capace di incantare, mobilitare, unificare le masse antiamericane in tutto il mondo. Ceausescu gli insegna in un famoso dialogo, cosa sia il marxismo, gli fa lezione di egemonia, gli spiega come la guerra terrorista, peraltro indispensabile, deve accompagnarsi con la pretesa ripetuta fino allo sfinimento di volere una soluzione pacifica.

Negli anni '80 e '90, con la disintegrazione dell'Urss suo maggiore partner e finanziatore, e anche con la fine di Ceausescu, il suo istruttore politico, quando l'esilio di Tunisi lo umilia e lo tiene lontano dalla politica, l'offerta di Israele di tornare a Ramallah con gli accordi di Oslo, gli fornisce una magnifica occasione per usare un nuovo cavallo di troia molto popolare: la pace, cuore della propaganda a sinistra! Arafat non ha nessuna intenzione di riconoscere Israele o di rinunciare al terrorismo, ma la sinistra mondiale lo segue: i palestinesi compiono l'innesto fra la causa palestinese col suo messaggio terzomondista e l'antisemitismo che fiorisce nel campo comunista sin dal tempo di Stalin.

Accantoniamo il solido odio per gli ebrei di Proudhon e Marx. Dopo un breve periodo di sostegno alla nascita di Israele data la sua ispirazione socialista, l'ideologia sovietica torna all'antisemitismo originario. Stalin dispone in Lazar Moseeivic Kaganovic di un suo Eichmann che organizza treni per la Siberia, fa fucilare uno a uno tutti gli ebrei che sono parte del gruppo dirigente; Grigorij Zinov'ev griderà la preghiera «shema Israel» mentre lo uccidono, e Stalin ride fragorosamente; l'assassinio di Lev Trotzkij è un'epitome di tutti complotti di cui gli ebrei furono accusati. Dal settembre '39 al luglio '40 passarono in mani russe 3 milioni di ebrei polacchi, bessarabici, buchovini, le scuole in yddish e del Bund furono chiuse, cominciò una mattanza di funzionari, medici, intellettuali mentre un ordine di silenzio sulla Shoah metteva a tacere Ilja Ehrenburg, Sergey Eisenstein, Vasilij Grossman. Il numero uno della cultura ebraica Solomon Mikhoels veniva giustiziato nel 48 mentre tutti i poeti e gli scrittori si accorgevano di quanto il partito fosse una condanna a morte. È famoso un dialogo con Roosevelt in cui Stalin dopo la guerra gli dice che gli ebrei sono «profittatori e parassiti». La morte di Stalin nel 53 blocca un enorme piano di deportazioni.

Dal dopoguerra si complicherà sempre di più, anche in Italia, il rapporto fra sinistra e ebrei. Gli ebrei dopo la Shoah guardano a un futuro che cerca casa nei valori liberali e di sinistra e molti sionisti sono - a partire dai capi come Ben Gurion - di sinistra: ma presto il sionismo viene criminalizzato in quanto ideologia nazionalista, separatista, e sull'onda di una spinta filoaraba opportunista lo si combatte e diffama: imperialista, colonialista, persino razzista. Si arriva così alla risoluzione Onu del '73 «sionismo uguale razzismo», una bestemmia rimasta in auge presso le folle antisemite e filopalestinesi, specie quelle jihadiste odierne. La sinistra, dato che all'Onu vince la maggioranza automatica, compatta il voto terzomondista anti-americano. È la nuova animatissima trincea della «causa palestinese», paradossale quanto efficace: tutte le organizzazioni per i diritti umani sputano a velocità supersonica risoluzioni anti-israeliane mentre ignorano l'Iran, la Cina, ecc. 

La sinistra italiana non fa eccezione: la svolta si vede soprattutto dopo la guerra del 67. Nasce il tema degli insediamenti, ovvero dei territori della Giudea e della Samaria fino a quel momento occupati dalla Giordania. Secondo la sinistra Israele occupa terra palestinese e l'Olp lotta contro lo stato ebraico colonialista. Sostiene questo atteggiamento un gruppo potentissimo di leader, da Olof Palme a Willy Brandt a Bruno Kreisky: condurranno tutta la sinistra europea a fare della questione palestinese la cartina al tornasole del rapporto con Israele. Ideologia, interessi (c'è l'embargo del petrolio) pressione sovietica coprono gli attentati terroristi, la «battaglia per la pace», la pretesa israelofobica che vede Israele come invasore occidentale e nega il ritorno degli ebrei alla loro terra d'origine. Nascono allora anche molti gruppi ebraici di sinistra come Pace Adesso. L'Olp, la causa palestinese diventano una vacca sacra che impedisce di notare il rifiuto della soluzione territoriale, l'assedio armato a Israele. L'uso di formule come «stato di apartheid» segnano la delegittimazione di Israele e il tentativo di bloccarne il diritto all'autodifesa. Le folle antisemite odierne che urlano «morte agli ebrei» e dicono «dal fiume al mare la Palestina sarà libera» altro non chiedono che la distruzione di Israele. Anche in Italia, dal tempo di D'Alema, la sinistra ha devastato la verità sul rifiuto palestinese, sulla sua ferocia: Hamas usa senza remore la sua gente come scudi umani e Di Battista e Fratoianni non trovano oggi di meglio che attaccarsi alle bugie sul missile della Jihad Islamica ricaduto sulla Striscia. Il Pd più cauto, impetra la pace, e che altro? Intanto per le strade anche da noi si sventolano bandiere palestinesi, e si canta Bella ciao, insieme. E la sinistra, zitta.

La nazificazione di Israele e degli ebrei è un virus, anche in Italia. La pericolosa ombra lunga dell’antisemitismo in Europa: si diffonde a macchia d’olio nel Paesi d’occidente. Andrea Venanzoni su Il Riformista il 24 Ottobre 2023

Robert Redeker, filosofo francese che gli islamisti hanno pensato bene di condannare a morte dopo il suo commento alla lectio magistralis che Papa Benedetto XVI tenne a Ratisbona nel 2006, dichiarava alcuni anni fa che l’antisemitismo è la distruzione dell’Occidente e che l’antisemitismo islamico, sempre più spesso fuso con il terzomondismo della sinistra radicale, avrebbe incrinato in maniera irreversibile il modo stesso di stare al mondo di noi occidentali. Facile profeta, verrebbe da dire, considerando che nel 2019, un altro filosofo francese, di origini ebraiche, Alain Finkielkraut venne, letteralmente, accerchiato per strada da un nugolo di gilet gialli, esagitati islamisti da banlieue e apostrofato con epiteti antisemiti. L’anno prima, secondo fonti del Ministero dell’interno, la Francia aveva subito un drastico aumento di episodi antisemiti, ben 541, il 74% in più dell’anno precedente. Non può quindi stupire, con questo retroterra inquietante, l’onda lunga e putrida del nuovo antisemitismo islamo-gauchista, a volte mascherato timidamente dietro l’etichetta di antisionismo, in altri casi antisemitismo in purezza, che ha fatto seguito al massacro perpetrato da Hamas in Israele e alla reazione israeliana.

Le manifestazioni di piazza, gli slogan truci, le porte delle abitazioni di ebrei marchiate o addirittura incendiate, come avvenuto a Parigi; ad oggi si sono registrati, secondo il quotidiano Figaro, un centinaio di casi in pochi giorni. E i numeri vanno crescendo, per citare il Ministro Darmanin. La Francia sembra rappresentare un laboratorio incandescente di fusione tra l’antisemitismo islamista e quello dell’estrema sinistra. La rendita di posizione anticoloniale e marxista di una vasta parte del ceto intellettuale francese ha portato per lungo tempo a una sottovalutazione sbilenca del fenomeno antisemita sviluppato a sinistra, focalizzandosi quasi esclusivamente su quello praticato dai gruppi di estrema destra. Eppure a sinistra arde un fuoco antisemita che va sposandosi in uno slancio pericoloso alle parole d’ordine degli islamisti che dalle periferie dimenticate iniziano a passare dalle parole e dai motti all’azione violenta. Per quanto possa essere difficile da accettare per la sinistra, va sempre ricordato come sia stata la Francia ad aver ospitato le prime tesi negazioniste dell’Olocausto, con case editrici di estrema sinistra, come la Vieille Taupe, e autori, da Rassinier a Garaudy, che dalla sinistra venivano organicamente. E queste parole d’ordine, riadattate e rimodulate, ai fini di una qualche presentabilità, si sono trasformate da negazione della Shoah in negazione del diritto di esistere di Israele, con una ‘nazificazione’ retorica dello Stato di Israele a cui assistiamo in questi giorni.

Ma se la Francia presenta questi tratti oggettivamente preoccupanti, in quanto culturalmente e storicamente risalenti e in certa misura perverso nutrimento di quella ‘sottomissione’ che Houellebecq aveva denunciato, un antisemitismo virulento, caotico, magmatico, va diffondendosi a macchia d’olio in tutti gli altri Paesi d’occidente, dall’Europa agli Stati Uniti. L’osceno spettacolo di attivisti liberal che strappano dai lampioni e dai pali i ritratti degli israeliani rapiti da Hamas, spesso neonati o ragazzine giovanissime, di feroci canti di guerra intonati sulle scalinate di Stanford e di Harvard, dove gli studenti si indebitano fino al collo per essere indottrinati come nemmeno in una madrasa coranica, di oceaniche masse pro-Hamas di Londra e del Canada dove sventolano addirittura le bandiere dei Talebani e si invoca la distruzione di Israele, ci accompagna ormai su base giornaliera. In Svezia gli ebrei vengono presi di mira da giovani islamisti da ben prima dell’assalto di Hamas. ‘La Svezia ha un problema con gli ebrei’, titolava Il Foglio nell’ormai lontano 2017 e il Centro Wiesenthal già a maggio 2010 pubblicava un avviso ai turisti di origini ebraiche sulle zone del Paese scandinavo ritenute a rischio. D’altronde a maggio scorso in Svezia si è tenuto un forum pubblico pro-palestinese cui hanno preso parte esponenti di Hamas. In Polonia una giovane studentessa di medicina di origini norvegesi ha esibito un cartello che invitava a gettare Israele nel cestino della spazzatura della storia. In Germania la polizia ha dovuto addirittura proteggere i monumenti in ricordo della Shoah.

Non meglio va in Italia, dove tra Roma, Bologna e Milano è andato in scena il carnevale dell’odio antisemita, tra cori, slogan e cartelli che invitavano a ‘uccidere gli ebrei’, a ‘distruggere Israele’, dando piena legittimazione alle atroci azioni di Hamas; si urlava ‘fuori i sionisti da Roma’, laddove verrebbe da chiedere cosa si intenda per ‘sionisti’ perché assai spesso è solo un ipocrita mascheramento per ‘ebrei’ tout court. A Bologna una ragazza velata di nero ha pensato bene di esporre un cartello con su scritto ‘Rivedrete Hitler all’inferno’. E anche in Italia, come in Francia, la ‘nazificazione’ di Israele e degli ebrei, degli ebrei non di un generico ‘sionismo’, è un virus diffuso e che trova spesso cittadinanza nel ceto intellettuale, tra musicisti, letterati, attori e tra una certa parte politica che fino ad oggi è stata assai prodiga di puntuali attacchi a Israele, tacendo miserabilmente sui crimini di Hamas. Il punto è esattamente questo: per anni un frainteso senso di tolleranza ha permesso a questo antisemitismo che germinava a sinistra, e nei settori di una certa immigrazione, di diventare sempre più spavaldo e di fare un brutale salto di qualità.

È tragica realtà il fatto che sempre più comunità ebraiche, in Francia e in Italia, debbano consigliare prudenza e di non rendersi visibili ai loro correligionari. Scompaiono i simboli, le kippah, perché si ha paura, mentre là fuori scorrono fiumi di odio. Ma è un odio che non vincerà, perché come ha scritto Etty Hillesum, ‘si deve diventare un’altra volta così semplici e senza parole come il grano che cresce, o la pioggia che cade. Si deve semplicemente essere’. Andrea Venanzoni

Lezioni di apartheid: mostra sul colonialismo vietata ai bianchi. Storia di Gian Micalessin su Il Giornale sabato 9 settembre 2023.

A saperlo il generale Roberto Vannacci ne avrebbe fatto un’imperdibile capitolo del suo libro su Il mondo al contrario.

Ma purtroppo per il generale quest’ultima superlativa apoteosi del politicamente corretto ambientata in Germania non era ancora salita agli onori delle cronache. In mancanza di Vannacci ci ha pensato il Washington Post. Seppur con tutti i distinguo possibili il quotidiano, campione del liberal pensiero, racconta la clamorosa vicenda di un museo di Dortmund dove - in concomitanza con una mostra sul colonialismo - si sperimenta la segregazione razziale nei confronti del pubblico di pelle bianca.

Sì, non strabuzzate gli occhi, avete letto bene. È andata, anzi sta andando, proprio così. Ogni sabato la direzione del Museo industriale Zeche Zollern e gli organizzatori di Das ist kolonial (Questo è colonialismo) - una mostra allestita fin da marzo riservano uno spazio di quattro ore esclusivamente alle visite di neri, indigeni o «altra gente colorata» (si il Washington Post scrive proprio «people of color», ndr) di origine diversa da quella tedesca, bianca o europea. Ovviamente agli ideatori dell’iniziativa non è neanche passato per la testa che potesse trattarsi di una forma di razzismo, o di segregazione, opposta, ma esattamente equivalente a quella praticata dai famigerati colonizzatori del passato. «Dal nostro punto di vista è solo un modo per permettere di visitare la mostra senza affrontare un ulteriore (anche se magari inconsapevole) discriminazione» hanno spiegato i dirigenti del museo ai giornalisti del Washington Post pronti ad abbozzare la volgare supposizione. Senza rendersi conto che più si giustificavano più s’impelagavano. Anche perché identificare i visitatori tedeschi, bianchi, o semplicemente europei, come dei reprobi pronti a riversare occhiate di scherno o derisione sui visitatori di colore è, nei fatti, una forma, se non di razzismo, almeno di grave pregiudizio.

Così in loro soccorso è subito arrivato il direttore del museo Kirsten Baumann spiegando che lo scopo dello spazio riservato ai «non bianchi» «rappresenta una premura nei confronti di chi risente più di altri del tema del colonialismo». Senza rendersi conto che pronunciare una simile frase a oltre cinquant’anni dalla fine del colonialismo è, quello sì, autentico razzismo. Il pensiero debole del direttore Baumann finisce infatti con l’attribuire una scarsa capacità di concentrazione e di autonomia riflessiva a quelle persone di colore che lo «spazio sicuro» dovrebbe garantire.

Ma le considerazioni del direttore Baumann sono poca cosa rispetto ai contenuti del sito web del museo pronti a descrivere la mostra come un imperdibile laboratorio interattivo in cui apprendere la storia del colonialismo tedesco. «La tazza del caffè della mattina, il nome di una strada o certi pregiudizi - provano, secondo il sito - che la storia coloniale e ancora presente nella vita di tutti i giorni». Il caffè nel pensiero, se non malato perlomeno compulsivo, che alimenta i sentimenti anti-colonialista degli organizzatori sarebbe infatti una bevanda rubata alle popolazioni di colore, ottenuta grazie al loro lavoro ed esibita dall’Occidente come un simbolo della propria cultura. Insomma se non vogliamo essere razzisti o neo-colonialisti dovremmo innanzitutto rinunciare al caffè.

Peccato che anche questo sia un falso storico. I primi a esportare dall’Africa i preziosi chicchi, non sono stati gli europei, ma gli arabi che andavano prenderli nel reame etiopico di Kaffa. 

"Se fosse stato bianco...": bufera per l'arresto di un bimbo di 10. Storia di Massimo Balsamo su Il Giornale sabato 9 settembre 2023.

Altro presunto caso di razzismo negli Stati Uniti. Un bambino di 10 anni afroamericano è stato arrestato in Mississippi, portato alla stazione di polizia e messo in cella per almeno un'ora perché stava facendo pipì in un parcheggio. Ora la madre del piccolo, LaTonya Eason, invoca le scuse della polizia e il licenziamento degli agenti del dipartimento di Senatobia, sud Mississippi, a meno di 30 miglia a sud del confine di stato del Tennessee:“Avrebbero messo un bambino bianco in cella? Se fosse stato un bambino bianco non l'avrebbero neanche fermato”.

Come riportato dalla Cnn, il caso risale allo scorso 10 agosto. La donna aveva portato con sé il figlio a un appuntamento in un’azienda: a causa dell’assenza di bagni pubblici nelle vicinanze, il piccolo ha deciso di fare i suoi bisogni in un parcheggio – proprietà privata – vicino al suo veicolo. Un agente che passava da quelle parti ha notato l’episodio e c’è stato un confronto con la madre. Ma non è finita lì. Secondo quanto ricostruito dalla donna, sono sopraggiunti altri quattro agenti, compreso un tenente, che ha deciso di arrestare il bimbo di 10 anni.

Il piccolo è stato portato in una stazione di polizia, ma l’ufficiale Richard Chandler ha precisato che non sono state messe le manette. Ora la famiglia del piccolo minaccia di fare causa per violazione dei diritti civili se il dipartimento di polizia di Senatobia non licenzierà gli agenti che hanno condotto l'arresto e portato in centrale il piccolo. L’avvocato Carlos Moore ha spiegato ai microfoni dei giornali statunitensi: "Hanno messo questo bambino in gabbia perché ha fatto pipì, daremo alla polizia due settimane di tempo, altrimenti presenteremo una denuncia per violazione dei diritti umani e ci assicureremo che questa famiglia abbia giustizia".

Video correlato: Un tuffo nel passato: Mulino Bianco rilancia le Sorpresine in occasione del 40esimo anniversario (Adnkronos)

Il caso ha acceso il dibattito nell'opinione pubblica statunitense, complici i casi registrati nel corso degli ultimi mesi in tutto il Paese, il capo della polizia di Senatobia ha affermato in una nota: "è stato un errore di giudizio da parte nostra trasportare il bambino alla stazione di polizia […] L'incidente ha dato il via ad un'indagine interna e a seguito di questa indagine uno degli agenti coinvolti non sarà più impiegato e gli altri saranno sanzionati - ha aggiunto - Avremo anche una formazione giovanile obbligatoria in tutto il dipartimento, proprio come facciamo ogni anno”. Secondo quanto affermato dall’avvocato Moore, a quasi un mese dall’incidente il bimbo “è sconvolto e ora ha paura della polizia, e inizierà la terapia”.

Barbara Costa per Dagospia sabato 26 agosto 2023.

Al bando l’orgasmo! Il 29 agosto 1969 è data che fa la storia della morale, è data in cui l’Italia ha fatto figuraccia internazionale. È il 29 agosto 1969 quando in Italia sono sequestrate tutte le copie di "Je t’aime… moi non plus", la canzone di Serge Gainsbourg e Jane Birkin, tornata sui media, un mese fa, alla morte di Jane Birkin. La canzone di loro due che sc*pano. 

E sapete perché la giustizia italiana decreta di proibirla? Perché si "accorge" che Je t’aime non rispetta il “comune senso del pudore”, e poi perché… glielo fa notare la Chiesa! Pochi giorni prima del sequestro, esce sull’Osservatore Romano "Un atto onesto", articolo non firmato a condanna dell’immonda canzone famigerata, dove una donna ha l’ardire di dire a un uomo che la sta possedendo “ti amo, vieni” e ci gode, la scostumata, e si fa sentire da tutti, ed è una vergogna, non si fa, non si deve fare, né più ascoltare.

L’Osservatore plaude la RAI che il 15 agosto 1969 aveva ordinato a Lelio Luttazzi, il conduttore di "Hit Parade", su RAI Radio2, di non passare più Je t’aime. Je t’aime è fuori da mamma RAI perché è immorale, ed è pericolosa, per le orecchie delle creature, e più delle ascoltatrici, sia mai si mettano strane idee in testa e fuori dal matrimonio, e però, attenzione: che succede se sopprimi un prodotto dal circuito legale? 

Che non lo levi dal commercio, entra nel mercato nero e il disco in questione (che come lato B contiene "69 année érotique", inno alla posizione sessuale) viene venduto sottobanco non più a 750 lire, bensì a 3000, celato sotto custodie di altri dischi, e viene anche venduto ai minori. Senza restrizioni. Basta averci i soldi.

Nell’Italia del 1969 spiccano i juke-box, da cui i proprietari non tutti tolgono la canzone del peccato: la passano, a locale chiuso! E chissà che succedeva, a saracinesche abbassate… 

Il bigottismo italico è pruriginoso, e non riguarda soltanto la stampa cattolica. L’Europeo, bel settimanale che fu di rilievo, si inventa che Serge Gainsbourg e Jane Birkin hanno inciso Je t’aime dal vivo, con un rapporto sessuale in sala d’incisione, anzi no, hanno messo un registratore sotto il letto.

Panzane. Je t’aime è incisa a Londra, in cabine separate, e pure in tempi separati. Chiamato in causa, Gainsbourg precisa che sarebbe stato per lui impossibile incidere il brano dal vivo, facendo sesso: lui non è uomo da soli 4 minuti di prestazione! 

L’Europeo spedisce Lietta Tornabuoni, firma di punta, a intervistarlo. La signora pensa di farla giusta criticando Gainsbourg per aver realizzato un brano “di bassa qualità” (no, signora, l’audio fruscia apposta) e acidissima attacca Jane Birkin “fornita di un fortissimo accento inglese alla Stanlio e Ollio” (che pena, l’invidia femminile!). Gainsbourg non le manda a dire: “Il Papa è il nostro migliore addetto stampa”. 

A tutt’oggi c’è chi ripete che a causa di Je t’aime… moi non plus, il Vaticano abbia scomunicato Serge Gainsbourg e Jane Birkin: niente di più sbagliato! Un ebreo e una anglicana non si possono cattolicamente scomunicare! E poi, sentite questa: l’Osservatore Romano, nel linciare Je t’aime la pubblica in traduzione assurda!

All’Osservatore, da cattolici praticanti e ferventi, Je t’aime se la sono ascoltata bene (e chissà quante Ave Maria da scontare dopo confessione) e però, l’hanno tradotta a cavolo: secondo il giornale, Gainsbourg e Birkin andrebbero messi al rogo perché, da coppia artistica e sentimentalmente illecita (stanno insieme ma vivono insieme da non sposati più hanno due figlie, e la prima manco è figlia di Serge) ansimano “vado e mi trattengo”, e “tu sei la valva e io ci penetro”. 

Se la traduzione corretta del primo verso è “vado e vengo tra i tuoi fianchi”, nel secondo, la valva? ma che valva??? Il verso in francese è “tu es la vague, moi l’île nue”, “tu sei l’onda, io l’isola nuda”. E Gainsbourg “amore fisico che fa sudare” non l’ha mai scritto da nessuna parte, in nessuna lingua. 

Chissà come hanno reagito quest’alfieri della santa moralità alle successive bordate amorali di Birkin e Gainsbourg, ben peggiori. È vero che si sono amati, e non si sono mai sposati. Non è vero che il loro è stato un idillio. Pochi anni, e non ti desideri più. Hai quel corpo, "sei" Jane Birkin, e Serge si stufa: “Le donne vengono prese per quel che non sono, e lasciate per quel che sono”. 

Serge Gainsbourg era un demone, preda di demoni, incline a far dar di matto chiunque cadesse nella sua rete, e a letto, e fuori. Oltre le foto di nudo e di sadomaso, e oltre a mutare Je t’aime…moi non plus in un film a feticista regia di Gainsbourg con protagonista Jane Birkin accoppiata a un Joe Dalessandro divino che è e fa il gay (e che sotto la perversa regia di Serge sc*pa Jane da dietro), Serge e Jane hanno pubblicamente scherzato col fuoco recitando l’incesto.

Jane Birkin in "Kung-Fu Master", di Agnès Varda, nel ruolo di una 42enne che ama un 16enne, recitato dal vero figlio di Varda. In questo film c’è l’adolescente Charlotte, figlia di Jane e Serge, che sullo schermo interpreta la figlia di Jane. Peggio, è Serge Gainsbourg che dirige Charlotte e ci recita in "Charlotte For Ever", in un incesto giammai consumato tra un padre, Serge, e una figlia 15enne, Charlotte, che dormono assieme e "sentono" di amarsi benché consanguinei diretti, e lui la pure tradisce con le amiche di lei, minorenni.

E Gainsbourg aveva già chiamato la figlia con lui a duettare in "Lemon Incest", brano nel cui video padre Serge e figlia Charlotte stanno sdraiati a letto, lui in jeans semi sbottonati e petto nudo, lei in slip e camicia di lui. Ve l’ho detto: Gainsbourg è il demonio. Trovate i suoi film, vedeteveli, e non lo dite a nessuno!!! 

Serge Gainsbourg è morto 32 anni fa da culto nazionale di Francia quale è ora e per sempre, e moralisti, tranquilli, non vi preoccupate: artisti indemoniati e con dannato genio osante non ne fanno più. I social non lo permettono. 

P. S. Je t’aime… moi non plus significa Ti amo…nemmeno io, e sta a dire: mia cara, non siamo innamorati, l’amore non c’entra niente, è sesso, ti sto sc*pando, e per bene, zitta e contentati così. Intesi? Non credete ad altre spiegazioni. Parola di Gainsbourg. 

Giornali "fascisti"? Ecco la triste assemblea di Articolo 21. Alessandro Gonzato su Libero Quotidiano il 17 agosto 2023

Compagni, che ridere! Altro che mobilitazione anti-fascista: la proiezione della Corrazzata Potëmkin avrebbe riscosso maggior successo. Si sono collegati in sei, nel momento di picco, all’assemblea di “Articolo 21” convocata ieri mattina d’urgenza via Facebook per denunciare «l’internazionale nera»- gli organizzatori l’hanno definita così- di giornalisti e politici non allineati al pensiero “democratico”. Mattatori dell’assise, agonia cominciata alle 8.30 della vigilia di Ferragosto e terminata dopo un’ora di audio e video a singhiozzo, sono stati il coordinatore emiliano-romagnolo di “Articolo 21” Loris Mazzetti, il presidente dell’Associazione vittime della strage di Bologna Paolo Bolognesi, e il giornalista Giuseppe Giulietti, il quale nei giorni scorsi aveva invocato l’adunata al grido di «Fascisti erano, fascisti restano», «continueremo a contrastarli senza incertezza alcuna», «Prima Gasparri, poi la Lega, e oggi Storace carica a testa bassa», e Storace ha la colpa di aver riportato su Libero la richiesta di chiarezza del vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri il quale ha interrogato l’Usigrai su un presunto ammanco di 100mila euro dalle casse del sindacato dei giornalisti, oltre ad aver chiesto se è vero che un esponente sindacale ha svolto in redazione una serie di mansioni senza averne titolo.

Ma torniamo all’affollata assemblea ferragostana di “Articolo 21”. «Paginata becera di Libero!», hanno tuonato i relatori in apertura. L’articolo 21 che tutela la libertà d’informazione dipende dal colore politico. Libero è becero perché ha sottolineato che i giornalisti “democratici” si stanno mobilitando per dare la caccia ai colleghi di destra in Rai e altrove, e l’analisi è risultata sgradita. Attenzione, il numero di utenti collegati oscilla: dopo 10 minuti sono 3, al minuto 26 quattro, poi scendono a due, e considerando che ci siamo collegati anche noi, ad ascoltare le grida di battaglia c’era una sola anima, probabilmente Daniela Finocchio che scrive due commenti identici: “Michela Murgia”, con un cuore azzurro di fianco. Ecco, la Murgia.

Vietato anche criticare la performance di Roberto Saviano che neppure al funerale dell’amica è riuscito a non mettere nel mirino Libero e gli altri giornalacci di destra. «È stato un attacco pestilenziale!», esclama un’altra relatrice, ma non si riferiva agli attacchi di Saviano, bensì alla stampa non allineata, anche stavolta. I quotidiani che osano mettere in discussione il pensiero rosso vengono definiti «schifosi». A un certo punto non si sente più niente e invece di prendersela con chi ha allestito questa tragicomica riunione parte un’irresistibile battuta: «È la rete nera che si sta muovendo», ma per fermare i quattro amici al bar del 14 agosto non è che serva questo grande boicottaggio. Bordate a Gasparri. Bordate ad Alemanno. Bordate a Storace, dicevamo. «Erano, sono e resteranno fascisti», e si dibatte se sia giusto ospitarli nelle trasmissioni televisive. «In altri momenti», ipotizzano i paladini dell’“Articolo 21”, «non avrebbero avuto questo spazio». Vogliono zittire gli avversari politici e i giornalisti che non se la prendono ogni giorno con Giorgia Meloni. «Fammi ricordare a tutta la nostra comunità...», dice Giulietti, e se ne sentiva il bisogno dato l’affollamento in rete. Per me, la Corrazzata Potëmkin è una c... pazzesca! Fantozzi si guadagnò 90 minuti applausi. 

Spie e giornalismo: cosa succede quando sfuma il confine. Martina Piumatti il 2 Agosto 2023 su Inside Over.

Se tutti i giornalisti sono un po’ spie, non tutte le spie sono anche giornalisti. Qualcuno sì. La collaborazione tra giornalisti, scrittori e servizi ha radici antiche. Vite giocate sempre sul crinale del doppio, dove il confine tra realtà e finzione si confonde. A cominciare dall’inventore della spia più famosa di sempre. Ian Fleming, prima di diventare giornalista e poi dar vita a James Bond, lavorò per la Royal Navy’s Intelligence, il servizio segreto della marina. E non fu l’unico.

Prima di lui, durante la Grande Guerra, Somerset Maugham entrò nella British Intelligence. Reclutato da John Wallinger (il capospia “R” nei racconti di Maugham, poi interpretato da Charles Carson in Agente segreto di Hitchcock) faceva parte della rete di agenti britannici che operavano in Svizzera contro il Berlin Committee (il Comitato per l’indipendenza dell’India). Usò la sua esperienza di 007 per scrivere le avventure di Mister Ashenden, spia solitaria e tormentata che ispirò a Flaming la serie di Bond. 

Anche Graham Greene, venne ingaggiato dall’MI6 (l’agenzia britannica di spionaggio per l’estero) grazie alla sorella, Elisabeth, che già lavorava per l’organizzazione, e durante la Seconda guerra mondiale fu inviato in Sierra Leone. Posti visitati, avventure vissute, personaggi incontrati, confluirono nei suoi romanzi, da Un americano tranquillo a Il nostro agente all’Avana, a Il fattore umano.

Dall’altra sponda dell’Atlantico arriva “la più pericolosa spia degli alleati”. Spina nel fianco dei nazisti, Virginia Hall, corrispondente in Francia del New York Post, fu al soldo prima dei servizi segreti britannici, poi dell’Oss, l’Office of strategic services statunitense, (predecessore della Cia). La “dama zoppa”, come era nota tra i tedeschi per via della gamba amputata dopo un incidente durante una battuta di caccia a Smirne, si rivelò decisiva per il trionfo alleato in Normandia.

In tempi più recenti, è Mikhail Butkov a incarnare lo spregiudicato doppiogiochismo delle spie sovietiche. Entrato a far parte del Kgb nel 1984, si trasferì in Norvegia cinque anni dopo, operando under cover come corrispondente per Rabotsjaja Tribuna. Da Oslo passò al soldo dei servizi segreti norvegesi e britannici, servendosi della copertura per reclutare fonti, spiare cittadini di alto profilo e diffondere storie fuorvianti sui giornali locali.

I tentacoli dell’intelligence russa, però, non conoscono limiti geografici. Vicky Peláez è una giornalista peruviana, vive al “17 di Clifton Avenue a Yonkers dal 1985” e scrive, da New York, per The Moscow News e Sputnik. Ufficialmente. Quando nel giugno 2010, l’Fbi l’arresta, insieme al marito Mikhail Vasenkov e altri otto. L’accusa: essere una spia sul libro paga del Cremlino. Dichiaratasi colpevole viene deportata in Russia come parte di uno scambio di agenti. Ora, stando alle ultime notizie, sarebbe tornata in Perù.

Federico Umberto D’Amato è un caso a parte. L’uomo che sapeva tutto di tutti. E che tutti riusciva a far parlare. FUDA, o Umbertone, come lo chiamavano gli amici per la corporatura che tradiva la passione per il buon cibo, di vite ne ha vissute almeno due. La prima, da spia, iniziò quando, a soli venticinque anni, dopo l’8 settembre 1943, lavorò alle dipendenze di James Angleton, capo del servizio segreto Usa, l’Oss, finendo per diventare dal 1971 al 1974 direttore dell’Ufficio Affari Riservati (il servizio segreto politico di allora) del ministero dell’Interno.

Nell’altra, Zaff (così lo chiamavano in codice, come emerge dagli atti giudiziari, gli organizzatori della strage di Bologna, in quanto amante dello zafferano) è stato un raffinato giornalista enogastronomico, inventore, con lo pseudonimo di Federico Godio per il Gruppo L’Espresso, della Guida d’Italia. 1500 ristoranti e trattorie, 500 alberghi e pensioni, noti e meno noti. Il “Grande Fascicolatore”, che, tra una vodka (che beveva fin dal mattino) e una Philip Morris, non negava un dossier a nessuno, resta un mistero difficile da decifrare. Dalle segrete trame delle stragi di Stato alla disputa sull’abolizione della pastasciutta, trasversale e sotto traccia come solo lui riusciva ad esserlo. “Ogni buon agente segreto, – rivela FUDA in un’intervista riportata da RollingStone – insieme al cifrario o al mini-registratore, ha sempre un taccuino con i buoni indirizzi di forchette nel suo Paese e all’estero. Questi ristoranti sono convenzionalmente una specie di campo neutro, dove si parla liberamente, senza timore di registrazioni clandestine o di altri trucchi”. Perché una spia, in fondo, resta pur sempre una spia. Anche a tavola.

“Sono centinaia i giornalisti di tutti i Paesi europei che lavorano per i propri servizi segreti o per quelli statunitensi. Il loro compito è quello di obbedire e favorire Washington. Sanno benissimo che potrebbero perdere il loro lavoro nei media se non rispettassero l’agenda pro-occidentale”. A gettare la bomba è Udo Ulfkotte. Firma di punta della Frankfurter Allgemeine Zeitung, inviato di guerra e poi caporedattore di politica estera, nel 2014 pubblica il libro Giornalisti comprati, in cui denuncia di essere stato per ben 17 anni un agente per conto della Cia e di altre agenzie di servizi segreti (tra cui la Bnd, l’intelligence tedesca). “Non è giusto quello che ho fatto in passato, ho manipolato le persone – ammette Ulfkotte – e ho fatto propaganda contro la Russia. Sono stato corrotto da miliardari e dagli americani per non riferire la verità. Mi sono sentito manipolato, non mi hanno permesso di dire quello che sapevo”.

Il meccanismo è tanto semplice quanto subdolo. “I giornalisti – spiega – vengono spesso avvicinati di nascosto. Niente soldi. Usufruiscono di compensi sotto forma di regali, di viaggi gratuiti, opportunità di entrare in una rete di relazioni precostituite dalle varie agenzie di spionaggio, funzionali alla propria carriera e lavoro. Ti invitano a vedere gli Usa, pagano tutto, ti riempiono di benefit, ti corrompono. Ti danno la possibilità di intervistare politici americani, ti accosti sempre di più ai circoli del potere. E poi tu, che vuoi rimanere all’interno di questo cerchio d’élite, finirai a scrivere qualsiasi cosa per compiacerli. Se non lo fai, la tua carriera non andrà da nessuna parte. Ho molti contatti con i giornalisti britannici e francesi: hanno tutti fatto lo stesso percorso”.

Poco dopo aver deciso di svelare nuovi intrighi, il 13 gennaio del 2017 viene trovato morto nella sua abitazione. Il governo tedesco lo ha liquidato come infarto, facendolo cremare senza disporre l’autopsia e impedendo, così, per sempre di fare chiarezza. Una fine degna di una spia.

Estratto dell’articolo di Lirio Abbate per “la Repubblica” venerdì 4 agosto 2023.

È una Repubblica fondata sul ricatto, a partire dal dopoguerra quando la corsa al vertice della Democrazia cristiana viene giocata dai protagonisti anche a colpi di falsi memoriali. Sullo sfondo, allora, c’era il caso Montesi, la giovane donna trovata morta sul litorale di Torvajanica. 

Nelle indagini sull’omicidio fu coinvolto anche Piero Piccioni, figlio di Attilio uno dei potenti della Dc. […] Negli anni Sessanta venne la stagione delle 150mila schedature del Sifar, il servizio segreto militare del generale Giovanni De Lorenzo, a carico di persone ritenute politicamente “pericolose”.

Uno di questi dossier era dedicato a Giuseppe Saragat, divenuto nel frattempo presidente della Repubblica. Quella era la stagione del “tintinnar di sciabole” e del “piano solo”, un colpo di Stato sventato. Fino ad arrivare ai lunghi dossier pubblicati dall’agenzia Op del giornalista Mino Pecorelli, informatissimo su ogni aspetto degli uomini delle istituzioni e di chi stava nell’ombra. Per il suo lavoro e per le informazioni che incamerava e spesso pubblicava, è stato ucciso, e il suo omicidio a Roma nel marzo del 1979 non ha ancora un colpevole.

[…] Gherardo Colombo […] disse che le riforme, anche quelle sulla giustizia, «sono ispirate dalla società del ricatto». […] «Nel metabolismo politico-sociale del paese ci sono ancora le tossine dei ricatti possibili e sono queste tossine che consigliano di realizzare le nuove regole della Repubblica non intorno al conflitto, ma intorno al compromesso». 

La tradizione italiana dello spionaggio e del dossieraggio illegale non si è fermata. Lo abbiamo visto attraverso centrali private d’intelligence, come quella gestita da Giuliano Tavaroli, all’epoca responsabile della sicurezza Telecom, accusato dalla procura di Milano di avere raccolto fino al 2005 migliaia di dossier illegali su uomini politici, imprenditori, banchieri, personaggi pubblici e privati cittadini. 

La struttura aveva stretto rapporti di collaborazione con uomini appartenenti a servizi segreti stranieri e italiani e si era strutturata come una multinazionale dello spionaggio privato che il giudice di Milano definì una «formidabile macchina per manovre e ricatti». 

Dossier illegali sono stati raccolti anche dentro i tradizionali apparati dello Stato. Nel 2006 emergono episodi d’accesso illegittimo nell’anagrafe tributaria realizzati da uomini della Guardia di finanza, per attingere informazioni poi utilizzate in una campagna di stampa contro Romano Prodi. 

Ma soprattutto viene scoperto un ufficio che collaborava con il Sismi, in via Nazionale nel centro di Roma, in cui venivano organizzate operazioni d’intossicazione informativa, anche attraverso il rapporto con giornalisti controllati, lusingati o tenuti a libro paga. In quell’ufficio, gestito da un funzionario di nome Pio Pompa, venivano conservati dossier su magistrati, politici, intellettuali, giornalisti, funzionari dello Stato: tutti catalogati come “nemici” dell’allora governo presieduto da Silvio Berlusconi per i quali veniva proposto di “neutralizzare” e “disarticolare”, anche con “eventi traumatici”, queste persone “nemiche”.

[…] In un Paese spiato da uomini infedeli alle sue istituzioni, ascoltato da centri illegali e privati di potentissime imprese, giocato da rivelazioni inventate […] appartenervi o esserne a capo significa disporre di […] potere […] […] A Roma è emerso alla fine degli anni Novanta un altro gruppo composto da ex agenti segreti, poliziotti e uomini vicini a Licio Gelli, il quale era riuscito a ottenere illegalmente piani di scorta di personalità, misure di protezione, mappe di località protette, piani di servizi di sicurezza, e poi truffe ed estorsioni ai danni di imprenditori, collegamenti con il mondo della finanza, in particolare quella francese e statunitense. La raccolta di notizie utilizzate per confezionare falsi dossier allo scopo di ricattare personalità come Luciano Violante.

E poi c’è l’intelligence deviata. A Napoli la Dia che si occupò di questa inchiesta la chiamò “operazione Nilo”. Venne arrestato un tenente colonnello dei carabinieri, un brigadiere dell’Arma, un maresciallo in servizio al Ros, un imprenditore, un funzionario del ministero del Tesoro. Erano accusati di aver dato vita ad una struttura di intelligence deviata, che serviva ad acquisire informazioni riservate da utilizzare per ricatti e pressioni […] Spaziavano dalle investigazioni illegali, comprese intercettazioni telefoniche, agli accertamenti bancari, all’accesso a fascicoli riservati, alla costruzione di falsi dossier ed all’inquinamento delle indagini. […]

E' necessaria la scienza e la coscienza del farmacista. Killeropoli, tre riflessioni per non finire all’inferno cadendo dal pero. Alessandro Butticé su Il Riformista il 4 Agosto 2023 

All’inizio del mese notoriamente con meno notizie, la stampa italiana, il 4 agosto, titola le prime pagine col solito clamore: “Macchina del Fango. La Repubblica dei dossieraggi” (Il Giornale), “La fabbrica dei ricatti” (La Repubblica), “Dossier riservati. Spiati oltre cento tra politici e VIP” (Corriere della Sera).

Non è mia abitudine commentare, da titoli e articoli stampa, indagini giudiziarie in corso. O che forse sono soltanto all’inizio. Se non per manifestare il mio rammarico per il continuo sbattere “il mostro” in prima pagina.

In questi giorni, “il mostro” sarebbe il luogotenente della Guardia di Finanza che avrebbe fatto diversi accessi alla banca dati delle Segnalazioni di operazioni sospette (Sos), il cui nome è stato già dato in pasto all’opinione pubblica. Contestualmente alla notizia della nuova sede ove è stato trasferito. Che io mi guardo bene dl ripetere. Perché è un “mostro” per il quale, assieme alla propria famiglia, vale la dovuta presunzione di non colpevolezza, che dovrebbe valere sempre per tutti. Anche nell’Italia giustizialista e del processo mediatico, che inizia sempre ben prima che un eventuale, e ipotetico, processo venga persino iniziato. In tale quadro, voglio quindi presumere, sino a prova contraria da dimostrare, che il sottufficiale non abbia fatto altro che il proprio dovere d’ufficio, quale ufficiale di Polizia giudiziaria a disposizione della DNA, la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, organo giudiziario con giurisdizione nazionale.

Poiché non faccio parte, non solo degli sciacalli mediatici, ma neppure dei numerosi caduti dal pero, dopo ogni colpo di venticello mediatico, sento il dovere di ripetere alcune considerazioni che i miei lettori sanno aver fatto in diverse occasioni su Il Riformista (vedasi ad esempio: Carabinieri Piacenza: è davvero un bene che il comandante generale provenga solo dall’interno dell’Arma?, 31luglio 2020 e Carabinieri Piacenza: troppi censori cadono dal pero, 2 agosto 2020).

La prima, è che non c’è dubbio che l’Italia disponga di uno dei migliori sistemi investigativi contro la criminalità organizzata, ed in particolare economico-finanziaria, sia in Europa che nel mondo. Perché dotata di strumenti legali ed operativi, quali le nostre forze di polizia (Guardia di Finanza in testa), e giudiziari (come la DNA), di assoluto rilievo, e che sono invidiati dagli altri Paesi europei. I quali dovrebbero prendere molti dei nostri esempi positivi. Perché, come noto, la criminalità organizzata ed economico-finanziaria non conosce frontiere. Ed è sempre più pericolosa dove ci sono meno strumenti per combatterla, perché le permettono di agire discretamente e sottotraccia.

La seconda, è che le nostre forze di polizia, da anni, hanno vertici composti tutti da generazioni di generali e dirigenti cresciuti e educati alla cultura della legalità e della lealtà costituzionale. E questa è una garanzia importantissima per il nostro Paese. Perché, quando si dispone di armi nucleari (come i poteri di cui dispongono le nostre forze di polizia, in confronto alle fionde utilizzate in altri Paesi europei), per difendere libertà e democrazia del Paese bisogna avere la certezza assoluta che tali strumenti siano sempre nelle mani giuste. Cioè di generali e dirigenti la cui fedeltà e lealtà democratica ed istituzionale, oltre che la professionalità e l’equilibrio, siano sempre assoluti, ed al di fuori di ogni minimo dubbio.

La terza, è che, nell’assuefazione generale, dopo 30 anni di giustizialismo manettaro e guardone della privacy altrui, in Italia non ci si rende conto che, col pretesto della lotta alla corruzione, all’evasione fiscale, alle mafie ed al terrorismo, la china verso uno stato di polizia può diventare, improvvisamente, molto ripida. Dimenticando che le strade che portano all’inferno sono spesso lastricate di buone intenzioni. Comprese quelle della tolleranza zero verso corruzione, evasione fiscale e mafie varie. Se si dimentica che l’invasività dei nostri sistemi investigativi, utilissima per combattere fenomeni criminosi odiosi, non può mai essere al di fuori di ogni autentico, serio e costante controllo democratico, oltre che di legalità. Che non può cioè limitarsi a quello di una magistratura che, per quanto riguarda quella inquirente, svolge in Italia quello che in altri Paesi è svoltao dalla polizia, e dall’esecutivo.

E per evitare questa china, è necessaria la scienza e la coscienza del farmacista. Capace di usare quel bilancino che, universalmente, è anche simbolo della giustizia. Che deve potere e saper dosare, non solo le pene alle responsabilità, ma anche tenere nel giusto equilibrio due gruppi di interessi egualmente fondamentali per i cittadini, a volte contrapposti. Quelli della sicurezza e della legalità, da un lato. E quelli del rispetto dei loro diritti fondamentali e inviolabili, dall’altro. Compresi il rispetto della privacy, incluse la riservatezza della corrispondenza e delle conversazioni private.

Come è vero che una Tac total body, dopo un semplice starnuto, potrebbe fare diagnosticare un insospettato tumore all’alluce, è anche vero che intercettazioni telefoniche e accessi ai dati riservati a strascico qualche reato, sicuramente, potrebbero permettere di accertarlo.

Ma è pure vero che, così come il medico, prima di prescriverla, valuta sempre l’utilità ed il costo-beneficio della Tac, tenendo conto anche del costo e dei rischi da raggi assorbiti dal paziente, sarebbe anche ora che la Politica (quella con la P maiuscola, ovviamente, non quella di tangentopoli o delle battaglie giustizialiste) e la Giustizia (quella con la G maiuscola, non quella del ”sistema” raccontato da Luca Palamara) facciano le stesse valutazioni, in scienza e coscienza, prima di consentire, la prima, ed autorizzare, la seconda, accertamenti così altamente invasivi per le libertà individuali dei cittadini. Come l’accesso alle banche dati che custodiscono ogni dettaglio della loro vita.

Alessandro Butticé. Da sempre Patriota italiano ed europeo. Padre di quattro giovani e nonno di quattro giovanissimi europei. Continuo a battermi perché possano vivere nell’Europa unita dei padri fondatori. Giornalista in età giovanile, poi Ufficiale della Guardia di Finanza e dirigente della Commissione Europea, alternando periodicamente la comunicazione istituzionale all’attività operativa, mi trovo ora nel terzo tempo della mia vita. E voglio viverlo facendo tesoro del pensiero di Mário De Andrade in “Il tempo prezioso delle persone mature”. Soprattutto facendo, dicendo e scrivendo quello che mi piace e quando mi piace. In tutta indipendenza. Giornalismo, attività associative e volontariato sono le mie uniche attività. Almeno per il momento.

Il Domani tace, la Verità sposta il garantismo ultras. Killeropoli, la serie distopica italiana: la pesca a strascico e l’ombra di ricatti e trattative. Alessio De Giorgi su Il Riformista il 5 Agosto 2023 

Sembra una serie televisiva distopica, ma è l’Italia.

Ci sono una serie di banche dati delicatissime: i conti corrente, i bonifici in entrata e in uscita, le proprietà, la storia fiscale, tutto il passato con la giustizia, civile e penale. Tutto, o quasi tutto. Sono i tanto agognati dati che in una società digitale raccontano quasi tutto di ciascuno di noi e, se usati correttamente, permettono con efficacia di combattere una miriade di reati.

C’è un maresciallo della Guardia di Finanza che ne ha accesso in quella Direzione Nazionale Antimafia – la quale forse qualche domanda sulle sue procedure dovrebbe farsela – e che su quelle banche dati avrebbe fatto una pesca a strascico.

C’è una procura, quella romana, che indaga e che è costretta a passare la mano perché incappa in un suo magistrato sotto la cui responsabilità avrebbe operato il finanziere.

C’è un’altra procura, quella perugina, con un procuratore bravo e autonomo, che avoca l’inchiesta ma dalla quale esce tutto sui giornali, con il paradosso di una fuga di notizie su fughe di notizie.

C’è anche il principale partito di opposizione i cui esponenti – anche di minoranza – non sono riusciti in due giorni a proferire mezza parola su questa vicenda.

Ci sono due quotidiani nazionali che si sono distinti per pubblicare più volte questo genere di segnalazioni e che come il Domani in questi giorni con una punta d’imbarazzo parla d’altro o che come la Verità arriva al paradosso di sposare il garantismo ultras, difendendo il finanziere. Ci sono alcuni politici vittime tra cui il buon Crosetto che senza peli sulla lingua ieri si è domandato se esistano “pubblici ufficiali, pagati dai contribuenti, che diffondono indagini costruite ad arte, per infangare o procurare effetti e danni politici”.

E ci sono alcuni giornali, tra cui il nostro, che parlano anche di possibili ricatti o trattative. Perché è evidente che se le ricerche hanno riguardato oltre 100 nominativi, è anche possibile che in questi anni queste informazioni siano state utilizzate non solo come “killeropoli”, ma anche come motivo per avanzamenti o stop alle carriere fuori e dentro la magistratura. O come, per l’appunto, ricatti.

Insomma, l’Italia sta andando in ferie, ma questa serie tv distopica non ce la dimenticheremo nelle vacanze: aspetteremo con ansia la prossima puntata con l’assoluta certezza che sulle procedure per l’accesso ai dati serva far ordine. Da subito.

Alessio De Giorgi. Giornalista, genovese di nascita e toscano di adozione, romano dai tempi del referendum costituzionale del 2016, fondatore e poi a lungo direttore di Gay.it, è esperto di digitale e social media. È stato anche responsabile della comunicazione digitale del Partito Democratico e di Italia Viva

L'inchiesta sul dossieraggio all'Antimafia. Killeropoli, Renzi: “Battaglia impopolare che conduco da anni. Autogrill, Open e Belloni, pagato prezzo personale altissimo”” Redazione su Il Riformista il 4 Agosto 2023 

“Spero che sia chiaro perché sto facendo da anni una battaglia su alcuni temi impopolari, rimettendoci tempo e denaro e pagando un prezzo personale altissimo”. Così Matteo Renzi, leader di Italia Viva e direttore editoriale del Riformista nella sua Enws in merito all’inchiesta, da noi denominata “Killeropoli“, della procura di Perugia sul presunto dossieraggio negli uffici della Direzione Nazionale Antimafia ai danni di politici, manager e personaggi noti.

“Chi ha letto “Il Mostro” non si stupisce più di nulla” osserva Renzi in riferimento al suo libro pubblicato nel 2022. “Non possiamo accettare che una valle delle nebbie condizioni la vita politica di questo Paese. E spero che sia chiaro perché in alcuni passaggi ho fatto scelte molto difficili” aggiunge.

Passaggi come “scrivere Il Mostro, in primis; denunciare alcune storture come sull’Autogrill e su Open; mettermi di traverso sull’elezione a Presidente della Repubblica della Direttrice dei servizi segreti”, ovvero Elisabetta Belloni, proposta nel gennaio del 2022 da Matteo Salvini e Giuseppe Conte.

“Quel gran genio di Leo Longanesi diceva: “Quando finalmente potremo dire la verità, non ce la ricorderemo”: vorrei evitare che ciò accada” osserva Renzi. Su Crosetto, la cui denuncia ha dato il là alle indagini, il leader di Italia Viva commenta: “La sua vicenda fa capire che ci sono strani intrecci tra mondi diversi: qualche redazione, qualche investigatore, qualche magistrato, qualche pezzo delle istituzioni pubbliche hanno lavorato insieme alla costruzione di dossier e soprattutto alla distruzione dell’immagine di qualche politico”.

Alberto Veronesi dirige bendato: "Licenziato perché anti-comunista". Alberto Veronesi su Libero Quotidiano il 18 luglio 2023

Di seguito, pubblichiamo un intervento del maestro Alberto Veronesi, dopo le polemiche nate dal suo gesto provocatorio di dirigere – nell’ambito del Festival dedicato a Giacomo Puccini di Torre del Lago (Lucca) - La Bohème con una benda sugli occhi, così da non vedere l’allestimento voluto dal regista francese Christophe Gayral, che ha ambientato l’opera nell’ambito del ’68 parigino, con tanto di pugni chiusi e Mimì in minigonna.

Il presidente del Festival Puccini, che ieri mi ha mandato una lettera di licenziamento (ufficialmente con la giustificazione ridicola che sarei arrivato in ritardo a una prova!!!!), ha gettato la maschera. Ha boicottato il concerto di inaugurazione dell’11 luglio, peraltro seguito da cinquemila persone, perché era prevista l’esecuzione dell’Inno a Roma, opera scritta da Puccini, mentre ha organizzato una Bohème dove i protagonisti fanno il pugno chiuso per tutta l’opera, questi non scritti da Puccini. E chi non si allinea, chi vuole proteggere Puccini, chi contesta le strumentalizzazioni come il sottoscritto, viene licenziato. Che cosa ne deduciamo? Che questo affezionato membro del Comitato Celebrazioni non intende celebrare Puccini, di cui probabilmente non frega nulla, ma celebrare la propria fede politica di sinistra. Ora, lo chiedo al ministero della Cultura: il finanziamento ai partiti è stato abolito, ma è giusto fare finanziamento all’arte che fa propaganda politica di partito? È giusto obbligare comparse e coristi ad alzare il pugno chiuso? Forse sì, ma allora devi organizzare anche una regia con idee opposte, perché se decidi di fare propaganda politica non puoi sottrarti alle leggi della par condicio. Il sottoscritto, che per manifestare il suo disappunto ha diretto l’opera ad occhi chiusi, come faceva Von Karajan peraltro, è stato dunque licenziato. Forse perché ha cercato di difendere Puccini e si è dissociato da una regia diversa da quella concordata? Il comunismo, sconfitto dalla storia e dalle elezioni, riemerge in forma coatta nella forma di una regia lirica. E con un presidente dittatore degno erede di Pol Pot.

(ANSA il 17 luglio 2023) "Mi presenterò al prossimo concerto, con il mio frac e la mia mascherina. Se non mi faranno dirigere chiederò i danni, anche quelli di immagine. Nel contratto non c'è la pregiudiziale di fiducia, non mi interessa avere la fiducia di questo presidente, il mio lavoro è dirigere e per farlo ho rinunciato a tante proposte in questi due mesi e mezzo, sollevarmi dall'incarico ora è un danno". 

Lo afferma Alberto Veronesi dopo che il Festival Pucciniano di Torre del Lago (Lucca) lo ha 'licenziato' come direttore delle prossime repliche della Boheme alla cui prima, venerdì scorso, si è esibito sul podio con gli occhi bendati per contestarne l'allestimento.

Fulvio Paloscia per “la Repubblica” il 18 luglio 2023.

Tre giorni fa, la lettera in cui la Fondazione Festival Pucciniano sfiduciava il direttore d’orchestra Alberto Veronesi dopo aver diretto la prima di Bohème, nel Gran Teatro di Torre del Lago, con gli occhi coperti da una benda. Un gesto di dissenso nei confronti del regista Christophe Gayral, che ha trasferito le avventure dei giovani e spiantati artisti nella Parigi del Sessantotto, del Maggio Francese. 

(...)

Per Veronesi, il “licenziamento” è «immorale», una «vendetta strumentalmente politica» nei confronti del suo repentino spostamento dal centrosinistra al centrodestra.

«Dietro, ci sono membri del cda che hanno perso le elezioni a Lucca, con la vittoria del centrodestra». dice. 

(...)

La Fondazione definisce «indecorosa » quella benda sugli occhi che ha provocato sonori dissensi da parte del pubblico. «Veronesi si è esibito in un pezzo di teatro comportamentale, in un’azione performativa che si è sovrapposta alla drammaturgia pucciniana, nuocendole davvero, al contrario della regia di Gayral » spiega il presidente, Luigi Ficacci. L’artista francese, già assistente di un regista star come Robert Carsen (che di opere attualizzate è un maestro) cosa dice a sua difesa? «Un allestimento tradizionale non parla più al pubblico che, dopo la pandemia, si è allontanato dalla lirica, e in Italia è necessario aggiungere le macerie culturali dopo 20 anni di Berlusconi. Dobbiamo fare dell’opera uno specchio in cui gli spettatori possano riflettersi».

Nel Sessantotto, aggiunge, «gli artisti sognavano di cambiare il mondo. Cosa ne è oggi di quella utopia»? Tranchant Veronesi. Che definisce la regia «comunista, contro il governo ». Ed in questa sua battaglia è supportato da Vittorio Sgarbi, che ha rivendicato come sua l’idea della “direzione bendata”: ieri il sottosegretario allo spettacolo è tornato a difendere il maestro invocando la Costituzione «che garantisce il dissenso ». Mentre giorni fa, nella conferenza stampa sul centenario pucciniano a Roma, sollecitato dal direttore d’orchestra (anche se La Bohème di Torre del Lago non fa parte degli eventi commemorativi) «e senza aver visto una prova dello spettacolo » aggiunge il regista, ha definito la lettura di Gayral «un bestemmia».

«Quella lamentela pubblica di Veronesi progettata ad arte per spingere Sgarbi alla polemica è uno dei motivi della rescissione del contratto e non il ritardo di 55 minuti alla prima prova d’insieme — spiega il presidente della Fondazione — indicato dal maestro come elemento scatenante. C’è stato un atteggiamento inquietante. Prima Veronesi ha chiesto di cambiare il cast ancora prima di iniziare le prove, poi l’ostilità alla regia il cui progetto era noto da febbraio, ci hanno spinto a chiedergli formalmente di tener al contratto.

Lui non ha mai risposto». E perché, se le idee di Gayral erano note sin da febbraio, Veronesi non ha dichiarato subito le sue perplessità? «Il regista ha disatteso gli accordi — risponde il maestro — Le sue indicazioni hanno preso una piega diversa nel corso delle prove, e troppo tardi per lasciare il podio. Il presidente di fronte alla mia richiesta di rispettare l’accordo su regia e scene, secondo cui non ci sarebbe stata nessun riferimento ideologico politico, mi ha risposto diffidandomi di parlare dello spettacolo». La benda sugli occhi? «Afferma la discriminazione dei teatri d’opera nei confronti dei direttori d’orchestra. Non si capisce perché si condannano con ammenda e detenzione quelli che imbrattano i monumenti, mentre sui registi che stuprano i capolavori della lirica tutti stanno zitti».

Quando «stecca» il direttore d’orchestra. Storia di Aldo Grasso su Il Corriere della Sera sabato 22 luglio 2023. 

«Non c’è alcuna espressione del potere più evidente dell’attività del direttore d’orchestra». In «Massa e potere», Elias Canetti dedica pagine memorabili ai compiti della direzione d’orchestra, come se ogni strumento rappresentasse un’idea che va armonizzata. Mi sono tornate in mente pensando alla risibile trovata di che ha diretto bendandosi gli occhi per non vedere una Bohème «sessantottina». O a che in Francia è stata stoltamente contestata «quale novella neofascista italiana» da, dice lei, «quattro gatti (e aggiungo miserabili) di sinistra» e ignorata dalle autorità per avere eseguito il pucciniano «Inno a Roma», caro al Duce. In «Prova d’orchestra» Federico Fellini si abbandona sconsolato all’allegoria: ogni orchestrale pensa a sé stesso, creando un frammentato e spesso interrotto aggregarsi di suoni, gesti, accordi, finché una enorme palla demolisce un muro della sala. Solo in una situazione d’emergenza, la prova d’orchestra cerca di ritrovare sinfonia nelle mani del direttore. Invano. Ci sono direttori carismatici che parlano poco ma sanno farsi ascoltare, altri invece strepitano e urlano per trovare un’unità organica. Per parafrasare Fellini, a volte l’orchestra è come un Consiglio dei Ministri inquieto e disarmonico in cui il direttore è condannato a ripetere: «Signori, da capo!».

Giuseppina Manin per corriere.it il 17 luglio 2023.  

Questo è un licenziamento ideologico. Non posso accettarlo. Mi presenterò a ogni recita. E se sul podio ci sarà un altro, chiederò i danni per lesa immagine”. La lettera con cui la Fondazione Puccini lo solleva dall’incarico di dirigere le prossime rappresentazioni di Bohème al Festival di Torre del Lago, non va giù a Alberto Veronesi, il direttore che il 14 luglio scorso, ha diretto La Bohème bendato, in segno di protesta contro le scenografie “sessantottine” scelte dal regista Christophe Gayral.

Le motivazioni del licenziamento?

Risibili. Sarei arrivato in ritardo a una prova. Non esiste che uno venga mandato via per questo”. 

Oltre al ritardo, ci sarebbero però altri cinque punti che le vengono contestati

Sciocchezze. Si dice che avrei fatto delle dichiarazioni prima dello spettacolo, e non è vero. Si parla di mancanza di fiducia. Che vuol dire?” 

Forse che dirigere con la benda sugli occhi per non vedere quel che succede in scena non è proprio regolamentare

Ma non è scritto da nessuna parte che presentarsi mascherati sia un crimine! L’ho fatto perché non volevo condividere lo sfregio di vedere il capolavoro di Puccini tra pugni chiusi e bandiere rosse”. 

(...)

La benda sugli occhi deve comunque aver creato non pochi problemi ai cantanti e agli orchestrali. Da qui l’accusa è di aver messo a repentaglio la serata

Anche Karajan dirigeva a occhi chiusi! E nessuno ha mai avuto niente da ridire”.

Paragone ardito

Perché? Non ho sbagliato una nota. Sfido a dire il contrario. La mia esecuzione può piacere o no ma è stata impeccabile. Le ragioni di tanto accanimento sono altre”.

Quali?

Ragioni politiche. In Toscana non hanno mandato giù che alle recenti elezioni di Lucca io abbia deciso all’ultimo di lasciare la lista Calenda per sostenere quella del sindaco di destra. Non me l’hanno perdonata, e adesso hanno preso la palla al balzo per farmi fuori”. 

Non solo la sinistra, anche Massimiliano Baldini, responsabile della Cultura della Lega in Toscana, la accusa di sceneggiata politica

Baldini ce l’ha con me da quando ci eravamo sfidati alle amministrative di Viareggio. Vecchi rancori”.

Certo che la sua posizione politica è quanto meno ondivaga, dal Pd al Terzo Polo, infine a Fratelli d’Italia

Eppure, da giovane sono stato un contestatore anch’io. Portavo i capelli lunghi e qualche pugno chiuso l’ho alzato come tutti. Non ho vissuto il ’68 per ragioni anagrafiche, ai tempi avevo 3 anni, ma poi ho militato nella sinistra. Sono stato anche espulso dal liceo per aver incitato a mettere una bomba sotto l’ufficio della preside”.

Filippo Facci, la Rai si arrende al soviet: cosa c'è dietro la decisione. Alessandro Gonzato su Libero Quotidiano il 18 luglio 2023

Dovevano essere I Facci Vostri ma rimarranno I Fatti Vostri, fino al Tg2 delle 13. I Fatti Vostri, storica trasmissione prima del telegiornale, verrà prolungata di un quarto d’ora per coprire il buco lasciato dai Facci Vostri, lo spazio quotidiano che da settembre avrebbe dovuto condurre il collega di Libero Filippo Facci ma che la Rai ieri con molto poco coraggio ha scelto di cancellare. La decisione, si legge nella nota di Viale Mazzini, è stata presa dall’amministratore delegato Roberto Sergio, «informata la presidente Marinella Soldi, d’intesa con il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini e, per i profili di sua competenza, il direttore generale Giampaolo Rossi». Secondo l’agenzia di stampa LaPresse la decisione era già stata presa l’8 luglio, il giorno in cui la sinistra si era scagliata contro Facci per l’articolo su Libero che parlava del caso del figlio minore di Ignazio La Russa, e della presunta vittima di violenza sessuale. Questa la frase incriminata: «Una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa».

VELENO DEM

Tra le prime a commentare, ieri, la dem Laura Boldrini: «L’unica cosa che doveva fare la Rai l’ha fatta. È stato assolutamente giusto. Più volte Facci si è esposto in maniera sessista e misogina. Chi offende le donne non può avere posto in Rai». Attacchi strumentali, spesso falsi come quello di un altro Dem, Sandro Ruotolo, come riportiamo nella pagina a fianco. Esulta anche la grillina Barbara Floridia, presidente della commissione di Vigilanza Rai: «Si tratta di un messaggio importante e positivo che l’azienda manda all’opinione pubblica anche visto l’impatto che la vicenda ha avuto e su cui io stessa ho ritenuto di prendere posizione nei giorni scorsi». Ognuno si appunta sul petto la medaglia, ma è una patacca di latta. Ancora, Floridia: «Il rispetto per le persone, la parità di genere e la lotta al sessismo sono princìpi che vengono prima di ogni altra cosa e su cui la Rai non poteva e non può derogare in nessun caso». Se ne esce così, il capogruppo al Senato di Verdi e Sinistra, Giuseppe De Cristofaro, che preside il gruppo (fritto) Misto, e pure lui fa parte della commissione di Vigilanza Rai: «Apprendiamo con soddisfazione la decisione di non mandare in onda la striscia quotidiana dell’editorialista di Libero Filippo Facci. I suoi commenti sul caso La Russa Junior erano incompatibili con il servizio pubblico radiotelevisivo». De Cristofaro rilancia: «Nel prossimo contratto di servizio come Alleanza Verdi e Sinistra proporremo emendamenti per una Rai inclusiva, attenta alle opportunità, alla lotta alla violenza di genere, al sessismo. Su Facci ha prevalso il buonsenso». E se lo dice Peppe De Cristofaro...

Intanto Facci risponde su Twitter ai follower: «Se avessi saputo come sarebbe andata, avresti scritto lo stesso articolo?». «Sì». Facci pubblica una foto di lui al mare. Tutti pensano che sia davvero in spiaggia (anche alcuni giornali), i gruppi di utenti armati e disarmanti della sinistra gli puntano il dito addosso (a luglio in effetti è una vergogna stare in spiaggia), ma in realtà la foto è del 2008. Gli odiatori lo provocano. Lui li sfotte. «Ora ti tocca vivere secondo i tuoi mezzi reali come tutti». «Coi miei mezzi tu campi trenta vite». Molti altri lo incoraggiano e criticano la Rai.

DIMENTICANZE

Irrompe il Codacons, l’associazione che difende i consumatori e che stavolta si spinge oltre: «Da subito abbiamo dimostrato la nostra contrarietà per la scelta della rete di affidare un programma a Facci, dopo le affermazioni pericolose e diseducative sul caso della presunta violenza ai danni di una ragazza. Frasi e comportamenti che sembrano rendere Facci incompatibile con gli obblighi e i doveri del servizio pubblico, e per tale motivo non possiamo che approvare la decisione della Rai di cancellare dal palinsesto la trasmissione che, lo ricordiamo, sarebbe stata finanziata dal canone». Andiamo avanti. La sinistra sbraita e finge di dimenticare gli insulti di Saviano alla Meloni, sempre sulla Rai. Saviano le ha dato della «bastarda». Nessuno a sinistra ha chiesto la testa di Saviano. Libero l’ha evidenziato subito. A sinistra nessuno ha risposto. Peccato, ci saremmo divertiti. Resta il fatto che la Rai è ancora roba di Pd e compagni vari. 

Così i profeti (a parole) della tolleranza zittiscono chi non la pensa come loro. Gli ultimi tentativi di censura contro Beatrice Venezi e il ministro Roccella. Francesco Maria Del Vigo l'11 luglio 2023 su Il Giornale. 

C'è un partito conservatore del quale non sentivamo alcun bisogno. Perché non vuole conservare valori, tradizioni o idee ma, molto più pedestremente, soltanto i propri privilegi. Attenzione a non cadere nell'errore di pensare che dietro questi fenomeni di isteria collettiva da collettivo rosso ci sia la difesa di un'ideologia: c'è soltanto la conservazione della propria personalissima casta creata molto probabilmente nel nome dell'anticasta, della propria piccola o grande rendita di posizione. L'interesse personale però, in questo caso, si salda indissolubilmente con la preservazione dello status quo, di quell'egemonia culturale e mediatica che da anni ammorba il dibattito nel nostro Paese.

Soltanto così si spiega l'attacco, violento e coordinato, nei confronti di Filippo Facci, colpevole - ufficialmente e quindi pretestuosamente - di aver scritto una frase opinabile e poco felice sull'affaire La Russa jr, ma soprattutto di non essere incasellabile a sinistra e, a dire il vero, nemmeno troppo a destra. Cosa che manda in tilt i gendarmi della dittatura del politicamente corretto e della monotonia che drammaticamente ne consegue. E quindi parte l'imboscata: Facci sessista, fascista, machista, troglodita (citazione del pacatissimo Calenda) e poi aggiungete a piacimento tutte le banalità fintamente buoniste che vi vengono in mente. Ma non era abbastanza, bisognava innalzare il livello dello sputtanamento. Così ieri pomeriggio, con sprezzo del ridicolo ma soprattutto dei propri lettori, Corriere.it e Repubblica.it hanno dedicato l'apertura delle proprie home page alla denuncia per stalking della ex del giornalista nei suoi confronti. Capiamo che è luglio, ci sono 35 gradi all'ombra e bisogna pur inventarsi qualcosa. Ma non è necessario avere la tessera da cronista professionista o avere frequentato le più illuminate scuole di giornalismo anglosassone per capire che si tratta di un agguato politico che non ha nulla a che fare con la notiziabilità dei fatti.

Ma l'ossessione dei mozzalingue progressisti non conosce confini e lo stesso metodo - cioè quello della censura fascista, come direbbero loro - si è abbattuto contro Beatrice Venezi, direttrice d'orchestra di fama internazionale e consigliera del ministero della Cultura. Il comune di Nizza le affida il concerto di Capodanno e dodici associazioni culturali (sic) scendono in piazza per impedire l'arrivo in Francia della «neofascista» (sic bis) Madame Venezi. E in Italia? Tutti zitti, non la difende nessuno a parte, ovviamente, gli esponenti della maggioranza. E le femministe che fine hanno fatto? Il loro «se non ora quando», caso strano, non arriva mai per le donne di destra. Così come non arriva la solidarietà del mondo dello spettacolo, della musica e della cultura in generale. La parola d'ordine è chiara: censurare tutto ciò che non appartiene alla sinistra, atteggiamento che si è disvelato in tutta la sua violenza anche due giorni fa a Polignano, con l'ennesimo tentativo di zittire la ministra Eugenia Roccella proprio sulla questione La Russa.

Perché bisogna serrare i ranghi, blindare il pensiero unico, sgambettare quello non conforme e conservare i privilegi racimolati negli anni. I profeti dell'accoglienza e della diversità sono i più allergici a chi è diverso da loro. Specialmente se è più bravo. 

La Rai cancella Saviano: il programma «Insider, faccia a faccia con il crimine» non andrà in onda. Antonella Baccaro su Il Corriere della sera il 26 Luglio 2023

Roberto Saviano è fuori dalla Rai: quattro puntate già registrate. La scelta motivata con il Codice etico. Via alle nomine di 30 vicedirettori 

Roberto Saviano è fuori dalla Rai. Il suo programma «Insider, faccia a faccia col crimine», quattro puntate, già registrate, previste da novembre su Raitre, non sarà mandato in onda. È quanto annuncerà oggi l’amministratore delegato dell’emittente pubblica, Roberto Sergio, dopo aver preso atto di alcune affermazioni rivolte, di recente, dallo scrittore al vicepremier Matteo Salvini, rispetto alle quali Forza Italia ha presentato un’interrogazione in commissione di Vigilanza Rai, chiedendo la sospensione del programma.

 Alla base della decisione assunta in viale Mazzini nelle ultimissime ore, ci sarebbe la considerazione che il linguaggio usato ripetutamente dal giornalista non sarebbe compatibile con il Codice etico cui s’ispira il servizio pubblico.

Così, dopo Filippo Facci, l’editorialista di Libero la cui striscia quotidiana, programmata per settembre, è saltata a causa di alcune espressioni inadeguate usate sul caso La Russa jr, ora tocca a Saviano. E se l’allontanamento del primo aveva fatto esultare l’opposizione, ora l’esclusione del secondo dovrebbe tacitare la maggioranza. Ma in Rai preferiscono non considerare la cancellazione dell’autore di Gomorra come un regolamento di conti, quanto piuttosto come l’applicazione di uno stesso principio. Un principio che Sergio intenderebbe continuare a applicare: di chiunque si tratti. Con la segreta speranza probabilmente che questo serva ad abbassare i toni e a sottrarre la Rai al ruolo di terreno di scontro politico quotidiano.

Un risultato davvero difficile da cogliere. Anche ieri è infuriata la battaglia intorno alla nomina dei 30 vicedirettori di Tg1, Tg2, Rai Parlamento, Giornale Radio, Rai Sport e RaiNews24, che sono stati presentati in consiglio di amministrazione e che hanno visto la promozione di 17 donne.

 Nella trattativa che ha preceduto la riunione, il centrodestra ha fatto intendere alle opposizioni che avrebbe rivendicato per sé la maggioranza dei posti disponibili, finora detenuta dagli avversari. Un rimescolamento che ha favorito i grillini, saliti, sulla spinta del duo Conte-Casalino, da due a cinque direzioni. Ma ha svantaggiato il Pd che ha dimezzato i propri numeri. Così adesso il partito di Elly Schlein lamenta che, avendo potuto indicare un solo nome al Tg1 (a parte Costanza Crescimbeni considerata però in quota Renzi) e avendo proposto quello di Elisa Anzaldo, si è visto cassare Maria Luisa Busi (che però, secondo gli accordi, sarà recuperata in un ruolo equivalente) e Gian Marco Trevisi (già portavoce di Enrico Letta), che pure sosteneva, alla Radio. 

Intanto la Lega piazza i suoi e al Gr1, guidato da Francesco Pionati, arrivano volti come Monica Setta, Roberto Poletti e l’ex presidente della Rai, Marcello Foa. Ma anche per Peter Gomez, in quota grillina, spunta un ruolo da analista.

In cda i neodirettori hanno illustrato il piano editoriale. Quello di Gian Marco Chiocci (Tg1), basato su una rivoluzione che metterebbe in soffitta i classici «pastoni politici» e «panini» e punterebbe sui social, ha riscosso il plauso anche del consigliere indipendente Riccardo Laganà. Questi ha contestato invece l’affidamento della prima serata del martedì, lasciata da Bianca Berlinguer, a Nunzia De Girolamo, perché la scelta «priverebbe la Rai di un talk politico presente su tutte le altre reti». Infine il direttore del Tg3, Mario Orfeo, sarebbe intenzionato ad affidare a Monica Giandotti la conduzione di Linea Notte, lasciata da Maurizio Mannoni.

Da lapresse.it mercoledì 26 luglio 2023.

“La mia epurazione come gli ‘editti bulgari’ del passato? Il dubbio viene“. Così a LaPresse Roberto Saviano, commentando la decisione della Rai di non trasmettere più il suo programma ‘Insider – Faccia a Faccia con il crimine’ che sarebbe dovuto andare in onda a novembre. In merito al fatto che alcuni rappresentanti del Centrodestra abbiano accolto con favore il taglio del suo programma, facendo un parallelo con il caso Facci, Saviano afferma: “Facci ha attaccato una persona inerme per difendere il potere. Io ho attaccato il potere. Non vedo molti punti di contatto”. Poi rimarca: “Prima ti massacrano di processi, poi ti impediscono di lavorare. Questa Italia fa paura”, aggiunge lo scrittore.

Saviano esclude che il suo programma possa essere trasmesso da un’altra rete che non sia Rai: “Non è possibile, è già stato registrato e appartiene alla Rai che ha deciso di censurare un programma antimafia lo stesso giorno in cui Salvini attacca don Ciotti, è evidente da che parte stia il governo, no?”, dice lo scrittore. Saviano poi conclude in latino: “‘Nihil humani a me alienum puto'”.

“In questa Rai resterà solo Peppa Pig…”, commenta ancora Saviano a LaPresse. “Suggerisco all’ad Roberto Sergio di prestare la dovuta attenzione alle gravi violazioni del codice etico di Bruno Vespa quando intervistò Lucia Panigalli, vittima di violenza. Di Barbareschi a proposito dei gay all’inaugurazione di una mostra a Sutri e di De Girolamo che disse che a Scampia le donne avrebbero smesso di spacciare droga e iniziato a spacciare l’utero. Mi fermo qui perché altrimenti in questa Rai resterà solo Peppa Pig. Allo stesso modo suggerisco a Montaruli di portare i casi di Vespa, De Girolamo e Barbareschi in Vigilanza Rai. Se costoro resteranno in palinsesto, come del resto mi auguro, vorrà dire che la decisione della mia epurazione non è aziendale ma politica”, aggiunge Saviano.

Macché censura, Saviano è vittima di sé stesso. Prima a sinistra andavano in cerca di fascisti e facevano cacciare i “nemici” Ora si stupiscono perché il codice etico viene fatto valere pure per loro. Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 28 luglio 2023

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

C’è Roberto e Roberto. In Roberto Sergio, amministratore delegato della Rai, convivono: la corpulenza del servizio pubblico, l’astuzia della vecchia Dc e il rigore del manager che danza tra esigenze contrattuali e svolgimento di una funzione pubblica esercitata con «disciplina e onore»: roba forse polverosa, ma prevista dalla Costituzione all’articolo 54.

Sergio ha, di fatto, re-imposto alla tv di Stato un perduto «codice etico» a interpretare estensivamente i doveri dei dipendenti pubblici. Può piacere o non piacere, ma così è.

Sicché quando l’altro Roberto, il Saviano, scrittore ormai dedito all’affaticata caccia ai fascisti immaginari, ha continuato a ribadire e, soprattutto, a rivendicare gli insulti verso «Salvini ministro della mala vita»; be’, ovvio che, alla fine, pure il doroteo Roberto, il Sergio, si sia incazzato. Sollecitato da una levata di scudi del centrodestra (sollecitato a sua volta da Libero), l’ad della Rai ha dunque cancellato dal palinsesto di Raitre la trasmissione di Saviano, Insider, faccia a faccia col crimine. Il motivo è di una banalità tecnico-aziendale e «non politica» ha affermato Sergio al Messaggero, «abbiamo trovato un’azienda demoralizzata e preoccupata. Il rapporto con la politica? La Rai non può esimersi, è importante che la politica non la condizioni». Per Sergio la Rai non è un insieme di programmi, è una postura istituzionale. Sicché, dopo il precedente della soppressione del programma di Filippo Facci per un articolo su Libero considerato sessista attorno al caso LaRussa jr, l’ad della Rai non poteva evitare di far fuori Saviano. 

IL SOLITO EMBOLO Al quale Saviano è ovviamente partito il solito embolo.

E, con usuale propensione martirologica, lo scrittore ci ha dato dentro, elargendo espressioni del tipo: «Facci ha attaccato una persona inerme per difendere il potere. Io ho attaccato il potere. Non vedo molti punti di contatto» (e qui emerge un paradosso: se Facci difende il potere, perché allora l’hanno fatto fuori?); o «hanno elaborato un codice etico che risponde ai desiderata di Salvini» (quest’ossessione di Salvini non è più Freud, ma Lacan, bisognerebbe mettergli alle costole lo psicologo Massimo Recalcati); o «la decisione è politica». Ma la decisione non è affatto politica.

O meglio, è politica solo nella misura in cui la politica, nelle sue profonde contraddizioni, continui ad aleggiare attorno alle decisioni del settimo piano di Viale Mazzini. A cotè, il solito tappeto sgualcito di dichiarazioni- slogan dall’opposizione. La Schlein spara: «Il governo Meloni riesce ad attaccare Don Ciotti da sempre impegnato nel contrasto alla criminalità organizzata e cancellare quattro puntate di Insider (già registrate) contro le mafie di Roberto Saviano come vendetta perché è saltata la striscia di Facci», senza specificare che chi ha fatto saltare Facci è lo stesso ad che ha cancellato Saviano. L’ad che ha pure mantenuto in palinsesto tutti i programmi dei conduttori di sinistra assegnandone perfino qualcuna ai 5 Stelle.

Michela Murgia rincara la dose: «Nessuno era così ingenuo da pensare che avrebbero mai dato una trasmissione nuova a Saviano col nuovo corso fascista in Rai». Nicola Fratoianni ringhia: «È un continuo di decisioni che andranno ad affondare la maggiore industria culturale del Paese, ad insultare milioni di telespettatori del nostro Paese». Ma il sinistro Fratoianni non articola su quali siano le decisioni che precipiterebbero nell’apocalisse una Rai strappata per i capelli alla morte clinica di piani industriali inesistenti, palinsesti lasciati al destino, contratti di servizio mai confermati. Cioè: dall’opposizione prima sollecitano la cacciata di Facci per un «reato d’opinione». Poi, però, toccati i loro per lo stesso motivo, invocano l’epurazione e persino la volontà di «cancellare programmi sull’antimafia»; con l’ex magistrato grillo Cafiero de Raho, a chiedere l’intervento proprio della Commissione Antimafia. Cose così, di un surralismo spiazzante e, finanche, fascinoso.

DEGNITÀ DI STATO La vera verità è che questa Rai non riesce a produrre i bei martiri di una volta. Non si riescono più a creare i Luttazzi e i Santoro; gli editti bulgari appartengono alla storia. Lo stesso Facci non è felice della cacciata di Saviano perchè «sono due voci in meno». E qui due sono le scuole di pensiero. Per la prima ogni opinione, anche la più inopportuna, in Rai non dev’essere soggetta a regole. Perla seconda le regole sono la cifra di un modello culturale. Sergio ha scelto la seconda. La dignità e la degnità del servizio pubblico. Se ha fatto bene si vedrà, ma è una scelta da rispettare.

 “È neofascista”. A Nizza censurano la musicista Venezi. Associazioni e comitati di sinistra chiedono di annullare l’invito al direttore d’orchestra italiano. Max Del Papa su Nicolaporro.it il 10 Luglio 2023

Breve premessa minima. Il cronista, anche in tempi burrascosi, dovrebbe mantenere quel filo di distacco, magari ironico, britannico, dalle cose che racconta, se no lo fraintendono, lo iscrivono d’ufficio a questa e quella parte (anche se non frequenta nessuno e si fa i fatti suoi), lo chiamano esagerato. Così gli viene consigliato al cronista, da immemori dei grandi insofferenti del passato, come Giovannino Guareschi. Solo che questi non sono tempi burrascosi, sono tempi da ricovero coatto e, siccome anche il cronista è fatto di sangue, nervi e di quella faccenda che non si può afferrare ma c’è e si chiama “anima”, finisce che, davanti a certe bestialità monumentali, gli scappano i cavalli. Eccone una, ovviamente da Repubblica, what else? “Francia, ‘No alla neofascista Beatrice Venezi’. Comitato di Nizza chiede di annullare il concerto della direttrice d’orchestra”.

Bene. Ditemi voi come fa uno intellettualmente appena onesto a non dare di matto: un comitato di esagitati nizzardi vuol democraticamente vietare a un direttore d’orchestra di tenere il concerto di Capodanno, tra 5 mesi e mezzo, considerandola d’autorità una camicia nera con la bacchetta. Chi c’è al comitato di Nizza, l’Anpi? Ma andiamo avanti. “Dodici associazioni e comitati antifascisti e per la democrazia della città di Nizza chiedono al comune e al teatro dell’Opera della città francese che il concerto diretto da Beatrice Venezi, previsto per il prossimo Capodanno, venga annullato. La consigliera per la musica del governo Meloni guiderà l’Orchestra sinfonica nel concerto di Capodanno. “Separare musica da politica”, commenta l’Opéra della città francese. Ad aprile era stata contestata a Limoges”.

Perché al cronista scappano i cavalli, e anche qualche moccolo (niente paura: Casarini a forza di smadonar in Veneto è arrivato fino al Sinodo)? Perché, semplicemente, le cose storte non gli sono mai andate giù e qui più che storte sono schifose: c’è tutto che non va, c’è una malafede che è grande come la via Lattea; e c’è, volendo, la malafede spicciola, microbica di Repubblica che, quando le comoda, adotta l’aplomb dei nudi fatti, tanto parlano quelli e assecondano la sua visione, che è scorretta al limite del pusillanime. Impedire a un’artista di esibirsi nel nome della democrazia. Farla cacciare in quanto “neofascista” pontificando la separazione della musica dalla politica: che pena, davvero, davvero comunista. Davvero lingua di legno, degna delle peggiori infamie sovietiche.

Quella propensione a mentire, sempre, come si respira, e mandare a morte chi non si adegua. Quella smania di censura, di epurazione che nasconde squallidissime ragioni di bottega, vendette personali, volgarità morali da abisso. Tutto molto comunista, tutto molto disgustoso. Questa Beatrice Venezi è certamente una che si piace, che sa cavalcare la notorietà, che sa curare le pubbliche relazioni; qualcuno la considera più bella che adatta a dirigere un’orchestra, altri scommettono sulla sua preparazione (Morgan non fa testo, fa solo a testate con l’arte), ma il punto non è questo, anche se dovrebbe essere solo questo: uno, una, non la contesti su un palco se non per motivi squisitamente artistici: o è brava o non è in grado, fine della storia. Non la neofascista, aderente a un partito neofascista: che poi, udite udite, sarebbe Fratelli d’Italia, la cui leader in otto mesi ha confermato di essere meno a destra di tanti di sinistra.

Ovvio che tutta questa strampalata operazione sia un pretesto per creare fastidi e per rinfrescare quella expertise militante che ormai fa solo pena. La Venezi venne a tenzone con la Monica Cirinnà, ed è tutto dire, coi collettivi femministi, con le esagitate che le contestavano la percezione, “io non sono una direttora o direttrice, io sono un direttore d’orchestra”: “Ah!, avete visto, ce l’ha col gender, è transofoba, una donna che si sente una donna e si fa chiamare direttore, bisogna farla fuori!”. E dove va a suonare, immancabilmente l’accolgono con gli strepiti bavosi di Bella Ciao, Bandiera Rossa, l’Internazionale. Ecco, il livello è questo; è sempre questo. Allora, il cronista ce li ha o non ce li ha i suoi motivi per incazzarsi di conseguenza? A prescindere dalla politica che proprio non gli interessa?

Qui non è questione di ricamarci sopra col filo dell’ironia, non ce la si può sempre cavare così, ci sono cose naturalmente ridicole, che si prestano allo sberleffo, e ce ne sono altre che fanno semplicemente schifo e allora lo dici, non te lo tieni in gola questo schifo. Giorgia Meloni è piena di consiglieri e consigliori, tutti hanno qualcosa da proporle, spunti, bisbigli, suggerimenti, chi scrive non è della fitta schiera e non ha mai consigliato un potente in vita sua anche perché non ne ha mai frequentato mezzo, neanche per procura. Però una cosa alla leader, se mai ci leggerà, chi scrive si sente di rivolgerla. Noi vediamo che la nostra premier si spolmona a viaggiare per il mondo, cercando di tessere alleanze e magari anche per il sollievo di restare lontana da una compagine ministeriale che a volte, ipse dixit, a Sallusti, brilla per coglionaggine: sono scelte, coraggiose, discutibili, condivisibili, adattabili, ma, può crederci, se ne faccia una ragione: può anche fare il giro del mondo in 80 volte, non la accetterano mai e non perché neofascista, una menzogna cui non crede per primo chi la erutta. Ma perché la considerano una usurpatrice, il potere è loro e l’insegnamento leninista e staliniano li porta sempre ad agire nella più sporca malafede.

Con i nizzardi, i francesi, i tedeschi che fecero cascare Berlusconi via finanza e via Ue, con la stessa Unione, che sta sopra, sotto e dentro tutto questo sconcio, non si ragiona: loro odiano e giocano sporco e basta. E, se possono, prendono pure un direttore d’orchestra con la gonna per fare del male. Con la gonna che sia donna, questo dev’esser chiaro: si fosse trattato di una direttora con la gonna con sotto la bacchetta da 20 cm, allora tutto andava a posto e, dato il caso specifico, si poteva soprassedere, si poteva cercare altro. W la Venezi!

Max Del Papa, 10 luglio 2023

Nemmeno un box, un colonnino, una foto notizia. Perché Repubblica censura le motivazioni della condanna di Davigo: meglio non girare il coltello nella piaga. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 5 Luglio 2023

La notizia non c’è. Nemmeno un box, un colonnino, una foto notizia. Nulla.

In 40 pagine di giornale, ieri, Repubblica non ha trovato lo spazio per dare la notizia del deposito delle motivazioni della sentenza con cui il tribunale di Brescia ha condannato il mese scorso ad un anno e tre mesi di prigione per rivelazione del segreto d’ufficio Piercamillo Davigo.

Repubblica è lo stesso giornale che ultimamente, un giorno sì e l’altro pure, intervista magistrati di ogni ordine e grado, in servizio ed in pensione, per criticare la riforma della giustizia voluta da Carlo Nordio. Ed è anche il giornale che, a maggio del 2019, fece lo ‘scoop’ pubblicando, con le intercettazioni in atto, quelle dell’hotel Champagne, determinando poi, come hanno riportato nella sentenza i giudici bresciani, i contrasti fra lo stesso Davigo ed i componenti del suo gruppo, Autonomia&indipendenza, ad iniziare da Sebastiano Ardita, poi risarcito con 20mila euro.

Strano modo di concepire il giornalismo dalle parti di largo Fochetti: si pubblicano atti coperti dal segreto e non si pubblicano le sentenze emesse nel popolo italiano.

A parziale giustificazione, va ricordato che Davigo è stato spesso intervistato da Repubblica. Meglio, allora, non girare il coltello nella piaga. Paolo Pandolfini

La sentenza Davigo e i giornalisti d’inchiesta: una storia ridicola. Dimenticanze, documenti nascosti, secretati, desecretati, esposti, prestati, spariti... cellulari inumiditi. Dichiarazioni da commedia. Malafede o ignoranza? Iuri Maria Prado su L'Unità il 5 Luglio 2023 

Anche chi non sia del mestiere può leggere senza problemi le centoundici pagine della sentenza del tribunale di Brescia che motivano la condanna inflitta, per rivelazione di segreto d’ufficio, al dottor Piercamillo Davigo. È una lettura di interesse non tanto per il ragionamento che ha portato il collegio giudicante a ritenere il dottor Davigo responsabile di aver commesso quel delitto, ma per la rassegna di strepitose circostanze che contornavano il ciclone degli accadimenti. Viene in mente quella pagina delle Memorie di Adriano: “…baci furtivi sulle scale, sciarpe fluttuanti sui seni, commiati all’alba, e serti di fiori lasciati sulle soglie”.

Solo che qui si stava sulle scale, anzi “nella tromba delle scale”, e a rendere memorabili i giudiziosi accoppiamenti non c’erano gli ardori dell’amante “che stordivano come una melodia frigia”, ma gli occhioni celesti e il profilo post-vaffanculo del presidente della Commissione antimafia, senatore Nicola Morra, il quale riceveva le illecite confidenze del dottor Davigo per poi sentirsi dire in sentenza (era testimone) che “non ha brillato per capacità comunicativa”, povera stella, coi giudici impietosamente incattiviti sulla “sospetta insipienza” dimostrata dal teste nel non rispondere in modo chiaro alla domanda ovvia, e cioè se il conciliabolo con il dottor Davigo fosse avvenuto in via amicale o istituzionale. Ed evidentemente lo sventurato, rispondendo in quel modo, cioè non rispondendo, dimenticava ciò che aveva dichiarato in precedenza (“In quel momento non parlavo con lui – vale a dire con Davigo, n.d.r. – nella mia veste di Presidente della Commissione Nazionale Antimafia e il colloquio aveva carattere privato”).

Altro che sciarpe fluttuanti, qui frusciavano le veline dei verbali prima inguattate e poi disseminate in favore dei confidenti, quelle che si potevano rammostrare al Csm perché non c’era il segreto – questa la tesi della difesa – e quelle che invece si potevano ostentare al suddetto Morra perché, lui sì, era… “tenuto al segreto”. E qui in effetti il lettore comune perde il filo, perché non capisce più come funzioni questa storia del segreto: che non c’è quando si tratta di divulgarlo ad alcuni, ma che ricompare per trasferimento in tromba di scale per vincolare non già chi lo divulga, bensì chi lo riceve, vale a dire Morra: che però dice di sé stesso di non essere lì come presidente dell’Antimafia, cioè il soggetto pretesamente tenuto al segreto, ma in veste di non si sa cosa. E dice pure, Morra, che Davigo non gli aveva riferito che i verbali erano secretati. Doveva essere sottinteso, boh, vai a capire.

E sugli usci, poi, non serti di fiori, ma ancora quelle veline, finite in impreveduto svolazzo alle porte delle redazioni e delle residenze private del giornalismo d’inchiesta – scelto a caso, come vedremo tra poco – il quale però, per per una volta, non le pubblicava immediatamente (prima era meglio chiedere consiglio). C’è per esempio questo Antonio Massari, del Fatto Quotidiano, anche lui testimone. Il presidente del tribunale gli domanda se “i giornalisti avevano legami con personaggi che gravitavano intorno al Consiglio Superiore”, e quello risponde che “ha dei contatti, come è giusto che sia, però le fonti sono sempre state riservate”. Peccato non sapere se ci sono giornalisti che lavorano sulla scorta di contatti con personaggi gravitanti intorno al Csm. Mica è necessariamente illecito, figurarsi, ma il lettore (abbiamo il “dovere” di informarlo, giusto?) potrebbe essere interessato a sapere se il Consiglio Superiore della Magistratura è il centro di un sistema satellitare che organizza lo smistamento dei “plichi anonimi” di cui parla la sentenza. Macché.

Poi c’è quest’altra, Liana Milella, di Repubblica, testimone a sua volta e anch’ella destinataria di quei plichi, il cui invio era stato preannunziato da una telefonata anch’essa anonima: una voce di donna con accento settentrionale (impagabili le pagine della sentenza che indugiano sulle abilità della giornalista di “distinguere una voce del nord da una voce del centro e una voce del sud”). Milella riceve l’incartamento, cioè il pacco di veline, accompagnato da una lettera che sparla del procuratore della Repubblica di Milano e del procuratore generale della Cassazione: e che fa? Dice che si sente “prigioniera di un segreto”: e allora porta il plico alla Procura di Roma, conservando tuttavia “una copia degli atti”.

Poi evidentemente qualcosa o qualcuno sprigiona la giornalista dal segreto che ne raggelava gli intendimenti, e lei decide allora di passare le veline (così almeno dice la sentenza, pag. 53, riga 8 e seguenti) a uno notoriamente abituatissimo al riserbo assoluto e totalmente estraneo anche al sospetto di qualche eccentricità nell’interpretazione delle funzioni consiliari: tale Luca Palamara. E qui il solito lettore un po’ tardo capisce che il segreto che ti sconsiglia di pubblicare la notizia è lo stesso che ti induce a passarla a quello che i giornali, tra i quali il tuo, definiscono come il protagonista del più grande scandalo giudiziario della storia repubblicana.

Poi la sentenza si intrattiene sui fatti mirabili di cui già scrivemmo qui: le chat irrecuperabili perché il cellulare ha preso umidità e il dottor Davigo se lo fa cambiare dal concessionario Apple che esegue il backup di tutto, ma non di quei messaggi (porca vacca!); i file nelle chiavette Usb, che però “si perdono sempre”, ma attenzione: i documenti non ci sono nemmeno se le chiavette non si perdono, perché vengono cancellati “per fare spazio”; le email introvabili perché gli account vengono soppressi nella cessazione dei ruoli giudiziari e istituzionali dell’imputato.

È lo “sterminio di atti, corpi di reato, chat, mail, apparecchi telefonici, pen drive ed indirizzi di posta elettronica” di cui parla la sentenza, la strana “morìa dei possibili elementi di riscontro” che il tribunale ritiene “ragionevolmente prossima” alla perquisizione subita dalla collaboratrice del dottor Davigo. Una vicenda, quest’ultima, che i giudici bresciani hanno ritenuto di non rimettere all’attenzione di “altre Autorità Giudiziarie” per gli accertamenti di ragione. E per noi bene così. Ma chissà per il giornalismo d’inchiesta.

Iuri Maria Prado 5 Luglio 2023

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 30 marzo 2023.

Fermi, è satira. Tanto lo sappiamo tutti che la satira non esiste più perché la realtà l’ha superata nei primi anni ’90, quando i titoli di Cuore e de l’Indipendente presero a equivalersi, lo sappiamo tutti che non esiste più una differenza sostanziale tra sàtiro e comico, tra cronaca e opinioni e tra informazione e intrattenimento: esiste solo una galassia generica chiamata «comunicazione» dove ciascuno traccia nuovi confini solo quando toccano i suoi amici.

Una cosa fa schifo o no indipendentemente dalla sua denominazione, e il discrimine è personale oppure (rieccoci) è operato da una giurisprudenza fatta di gomma.

 Se vi frega, il mio discrimine è questo: 1) I Vauro, i Mannelli – miglior disegnatore italiano, secondo me- e persino i Calderoli - che dicono «orango» a chicchessia- facciano come vogliono: la gente giudica, se ne fai un caso hanno vinto;

2) i Travaglio che scrivono editoriali dove offendono per dei difetti fisici (contro i Ferrara, i Brunetta, i Giordano ecc.) e poi in tribunale rivendicano il «diritto di satira», beh, fanno schifo sempre;

 3) Il genere tribunizio e requisitorio che però invoca immunità satirica e l’articolo 21 (stile Sabina Guzzanti o Luttazzi, decollati e declinati col grillismo) va trattato come ogni forma di comunicazione, in tribunale o fuori: perché è vero, la satira non si processa, ma che cosa sia o non sia, la satira, non può stabilirlo solo chi dice di farla.

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” il 29 giugno 2023.

Chiuse le scuole dell’obbligo, aprono quelle facoltative. Almeno per noi del Fatto, che riceviamo ogni giorno autorevoli lezioni su come fare il giornale. Cioè possibilmente come gli altri: senza notizie né domande per non disturbare il manovratore. E niente vignette o battute, sennò il prof di turno non le capisce e bisogna spiegargliele con un disegnino (o con un’altra vignetta)..... 

Ieri al corpo insegnante s’è aggiunto un cattedratico di chiara fama: Paolo Mieli, figura mitologica che unisce il giornalista e lo storico, ma sempre per insufficienza di prove. Indovinate di che parlava su La7? Del Fatto. 

Speravamo che avesse finalmente le prove di ciò che disse tempo fa su La7 in nostra presenza: “Quando è arrivato Draghi, ha trovato che Conte e Arcuri avevano acquistato mascherine per 763 settimane, cioè per 14 anni e mezzo, da qui al 2035!...

Sarebbe legittimo qualche dubbio, ove mai fosse vero che Draghi e Figliuolo han trovato nei loro magazzini 14 anni e mezzo di mascherine? Un giorno faremo i conti”. Ma purtroppo quel giorno non arriva mai: neppure ieri Mieli ha voluto svelare dove siano stoccate tutte quelle mascherine, che dovrebbero occupare l’intero Molise. 

Il giornalista e storico ce l’aveva col Fatto perché si permette di scoprire notizie sulla ministra Santanchè (da lui morbidamente intervistata in una rassegna diuretica a Capri) e financo di pubblicarle in prima pagina: “Leggo i giornali stranieri. E siamo l’unico Paese al mondo in cui c’è un giornale, il Fatto, che invece di aprire con la Russia, apre con Santanchè. È bizzarro”.

Ma tu guarda: un giornale italiano, dopo aver aperto sul fallito golpe in Russia finché c’erano fatti degni di nota, si permette di dare notizie che tutti gli altri riprendono su una ministra del governo italiano. Notizie che, fra l’altro, sono pure vere. Dove andremo a finire.

L'arte soffocata. Storia della censura della Dc ai film: da Brando a Pasolini tra tagli, sequestri e repressione. Nella Penisola si è scatenata la polemica contro la fatwa scagliata da Putin su due opere Lgbt italiane. Ma nel cinquantennio dell’egemonia democristiana sono state mutilate decine di capolavori. Chiara Nicoletti su L'Unità il 2 Luglio 2023 

È difficile non ricordare la fine del film premio Oscar Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore e il suo protagonista, da solo nella sala cinematografica, a guardare il contenuto della bobina di pellicola che il suo amico Alfredo (Philippe Noiret), il proiezionista del paese dov’è nato, gli ha lasciato prima di morire: un montaggio di tutte quelle scene che erano state censurate dalle proiezioni del cinema di quartiere, per volere del parroco.

Baci su baci che emozionano, commuovono e ricordano la magia delle immagini in movimento. Il bianco e nero di quelle scene e l’ambientazione di quel film fanno pensare a qualcosa di lontano, un mondo antico le cui regole ferree, come quella della censura, erano retaggio di un’epoca o soltanto di un paesino chiuso e retrogrado. È invece notizia di pochi giorni fa, proprio a chiusura del mese del Pride che il garante delle comunicazioni della Russia di Putin ha ufficialmente attaccato e multato due prodotti italiani come la serie Made in Italy con Margherita Buy e il film campione di incassi di Paolo Genovese, Perfetti sconosciuti, perché violavano la “legge sulla propaganda Lgbt” che vieta di promuovere in pubblico “rapporti sessuali non tradizionali”.

Nel primo caso, la serie ambientata nella Milano della moda negli anni 70, mette in scena una relazione gay tra due personaggi, il grafico di una rivista (Maurizio Lastrico) e un modello (Saul Nanni). Nel secondo, come tutti ricordiamo, verso la fine della cena scopri-segreti, il personaggio di Giuseppe Battiston confessava finalmente la propria omosessualità agli amici di una vita. I distributori russi di entrambe le opere sono stati accusati di violazione delle norme sulla “tutela dei minori dalle informazioni dannose”. Duole constatare che tutto ciò sembrerà assurdo e inconcepibile soltanto a chi, in Italia, ignora o ha semplicemente dimenticato che la censura nei confronti dell’audiovisivo è cessata di esistere nel nostro paese nel vicinissimo 2021 per mano di un decreto firmato da Dario Franceschini e che i vari governi italiani, in primis quelli del cinquantennio 1944-1994 dominato dalla Democrazia Cristiana, hanno fatto spesso uso della cesoia per deturpare, modificare o impedire a grandi opere di raggiungere la sala oppure di accedervi integrali come erano state concepite.

Per tornare indietro con la memoria e ricordare che c’è stato un tempo molto vicino in cui in Italia accadevano cose persino peggiori della ghigliottina anti-lgtbq+ russa, racconteremo i casi più eloquenti ed eclatanti di censura cinematografica di casa nostra tra tagli e veri e propri sequestri di pellicole. Gli anni 70, come si può facilmente immaginare, sono stati i più caldi da questo punto di vista e un bel po’ di esempi emblematici vengono proprio da questa decade, a partire da uno dei più famosi e di certo chiacchierati, fino ad oggi: Ultimo Tango a Parigi, film del 1972 che ha consacrato Bernardo Bertolucci dopo Il Conformista e ha reso celebre l’attrice francese Maria Schneider in coppia con Marlon Brando. La mostra digitale permanente del Ministero Della Cultura, CineCensura.com, a cui attingiamo, che ripercorre la storia della censura cinematografica in Italia con un censimento, definisce questo titolo come “Film simbolo del conflitto tra censura e libertà di espressione artistica”. Di questo film si è scritto, detto tutto e ancor più di tutto.

Nonostante il successo incredibile nella sua prima di New York, elogiato dal New Yorker come “il più potente film erotico mai fatto che può rivelarsi il film più liberatorio mai realizzato”, a Ultimo tango a Parigi fu proibito, dalla Commissione censura, il nulla osta per la proiezione in pubblico poichè Bertolucci non aveva acconsentito a dei tagli. Una volta convintosi a tagliare, il regista riuscì a vedere il suo film uscire nelle sale per pochissimo tempo, per poi venir sequestrato per “esasperato pansessualismo fine a se stesso” e offesa al comune senso del pudore. Nel 1976 la Cassazione dispose addirittura la messa al rogo del film e dunque la distruzione del negativo. Dobbiamo rendere grazie alla copia conservata in Cineteca se oggi possiamo ancora vedere quest’opera. Si dovrà aspettare solo il 1987 e il cambiamento nelle norme a regola del “comune senso del pudore”, per il dissequestro definitivo. Solo nel maggio del 2018, grazie al restauro in 4K a cura della Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia, con la supervisione di Vittorio Storaro per l’immagine e di Federico Savina per il suono, il film ha ritrovato la sala cinematografica.

Ma i guai con questo film non sono finiti per Bertolucci, poiché qualche anno fa Maria Schneider svelò che la famosa scena del burro non era prevista in sceneggiatura, che fu un’idea di Brando con la complicità di Bertolucci e che pur essendo simulata, la fece sentire in estremo disagio psico-fisico. Dal 2013 in poi, questa controversia è tornata ogni tanto a galla, tra smentite, scuse del Maestro e varie versioni della storia. In due momenti poi la diatriba si è fatta particolarmente accesa, nel periodo post #Metoo e in seguito alla scomparsa del regista.

Tornando ai primi anni 70, mentre Bertolucci non se la passava bene, i film stranieri non subivano di certo un trattamento più blando. Clamoroso fu I Diavoli di Ken Russell, del 1971, film che entrò per la prima volta nell’intoccabile area della religione, osando mettere preti e suore in posizioni scomode, non guidati dalla vocazione ma da interessi e passioni personali, a partire da una Vanessa Redgrave madre superiora deforme e accecata dall’ossessione per un parroco.

I Diavoli sconvolse letteralmente la Mostra di Venezia di quell’anno, causando quasi il licenziamento del direttore artistico di allora, Gian Luigi Rondi. Uscito nelle sale cinematografiche il 9 settembre 1971, il film venne subito sequestrato poiché alcune sequenze erano “estremamente oscene, anzi di pura pornografia, non giustificate né dallo scorrere del racconto, né dall’assunto ideologico”. Dissequestrato, fu riproposto con il divieto ai minori di 18 anni. Ad oggi ancora censurato in vari paesi, secondo il critico Adam Scovell, è ancora impossibile vederne la versione originale voluta dal regista.

Pochi anni dopo, nel 1975, si verificò il caso, forse ricordato da tutti, di Salò o le 110 giornate di Sodoma, film postumo di Pierpaolo Pasolini, presentato al pubblico, ad un festival, poche settimane dopo il suo omicidio e che viene da molti considerato come una sorta di testamento del regista e scrittore italiano. Arrivato nelle sale italiane nel 1976, fu subito bandito dalla circolazione per quasi tre anni, per poi essere rimesso nel circuito distributivo nel 1978. Più di ogni altro film o opera del regista, vedi Accattone (1961) o Teorema (1968), Salò generò un’ondata di critiche che coinvolsero in pieno il suo produttore, Alberto Grimaldi, sotto processo per oscenità e corruzione di minori.

Ambientato alla fine della Seconda guerra mondiale e basandosi sul libro del Marchese de Sade, Le 120 giornate di Sodoma, contiene scene di sesso esplicito, coprofagia, stupro e sodomia, come vuole il titolo e rimane, fatta eccezione per alcuni titoli italiani di minore intensità, quasi un unicum nel panorama del cinema di casa nostra e difficilmente replicabile. Nel 2015, alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il lungometraggio fu presentato restaurato dalla Cineteca di Bologna e dal Centro sperimentale di cinematografia (come era stato per Ultimo Tango), in collaborazione con Alberto Grimaldi e ricevette il premio per il miglior film restaurato.

Arrivano gli anni 80 ma la commissione censura non si rilassa ed ecco che sotto la sua scure cade, nel 1980, l’opera prima di Renzo Arbore, Il pap’occhio, distribuito per sole tre settimane nei cinema italiani a settembre per poi essere attaccato dalla stampa cattolica e sequestrato “per vilipendio alla religione cattolica e alla persona di S.S. il Papa”. Decaduto il sequestro per un’amnistia e archiviata la denuncia nel 1982, il film è stato nuovamente distribuito nel 1998 seppur privo di un monologo, quello di Roberto Benigni sul Cristianesimo. Grande smacco alla censura e soddisfazione per Arbore, gli interpreti, tra cui anche Manfred Freyberger, Isabella Rossellini, Diego Abatantuono, Luciano De Crescenzo (anche autore della sceneggiatura), Mariangela Melato, ed i produttori: dato che gli incassi furono altissimi, nonostante la brevissima permanenza del film in sala, Il pap’occhio ottenne il Biglietto d’Oro, premio degli esercenti cinematografici.

Nel 1981, ci fu un altro episodio meno ricordato di censura tranchant, quello ai danni de Il Leone del deserto di Mustafa Akkad che non vide mai le sale e subì un procedimento penale poiché considerato “lesivo all’onore dell’esercito italiano” secondo il presidente del consiglio di allora, Giulio Andreotti. Fuori dal periodo di governo della Dc ma comunque caso da annotare, è quello di Totò che visse due volte, pellicola del 1998 scritta e diretta dal duo Ciprì e Maresco.

Come recita Cinecensura.com, la Commissione di revisione cinematografica espresse parere contrario al rilascio del nulla osta per il film in quanto “anti-religioso e offensivo del buon costume”. Il film fu giudicato “degradante per la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità”. In appello la pellicola verrà autorizzata con divieto di visione per i minori di anni 18.

I tagli

Ci sono i film sequestrati, come abbiamo appena letto, e poi ci sono quei titoli che in sala ci sono andati e hanno fatto tutto il percorso, ma tagliati, edulcorati, modificati nella loro interezza così come concepiti dai loro autori, proprio a causa della Commissione censura. È il compromesso che dovette accettare Goffredo Lombardo della Titanus, produttore di Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, che, a quanto pare, all’insaputa delle stesso regista, accettò di effettuare dei tagli per permettere l’uscita in sala del film.

La versione reintegrata è stata restaurata e presentata al Festival di Cannes nel 2015 e poi in Italia, nel luglio dello stesso anno, alla rassegna Il Cinema Ritrovato di Bologna. Nel 2013 intanto, i più cinefili e fan del cinema horror, si saranno ricordati di Ruggero Deodato e del caso del suo Cannibal Holocaust, grazie all’omaggio che Eli Roth gli fece in The Green inferno. Quando si parla di cannibalismo al cinema, infatti, non ci si può esimere dal fare riferimento al regista, maestro del genere a livello mondiale. Uscito con importanti tagli e un divieto ai minori di 18 anni, Cannibal Holocaust ha fatto guadagnare grande fama a Deodato che ha collezionato polemiche, cattivissime recensioni, denunce e persino un arresto.

La scena di una donna nuda impalata dai cannibali fu percepita come talmente vera che il regista fu incriminato per omicidio tanto che per scagionarsi, dovette dimostrare al giudice che i suoi attori erano vivi e che aveva utilizzato dei sofisticati effetti speciali per ricreare un effetto il più reale e documentaristico possibile. Tutti questi problemi non permisero al film di godersi il successo che meritava e al regista di far arrivare il vero messaggio: un atto d’accusa contro i mass media. Chiara Nicoletti 2 Luglio 2023

Estratto dell'articolo di Tommaso Rodano per “il Fatto quotidiano” il 28 marzo 2023.

Riccardo Mannelli, rieccoci. L’ultima volta, se ricordo bene, fu per “le cosce” di Maria Elena Boschi.

È la stessa storia. La reazione a questa vignetta è la solita, dalle cosce in giù: malafede, pregiudizi e conformismo”.

 Stavolta lei ha colpito una giornalista, Francesca Mannocchi.

Era tutto fuorché un attacco personale a Mannocchi. Il punto è quello che ha detto: scemenze, credo. Anzi, è un eufemismo. Atrocità”.

 Quali?

Più d’una, ma è gravissimo soprattutto il discorso sull’uranio impoverito. In Ucraina è quasi un anno e mezzo che si sparano addosso. Anzi molto di più, dal 2014. Queste armi sarebbero devastanti per i russi, ma pure per gli ucraini stessi. Come si fa a minimizzare?”.

Mannocchi non è una potente, in senso stretto. Perché fare satira su un’inviata di guerra?

Ne hanno fatto un santino. E questo mi dispiace per lei. I suoi servizi vengono sempre presentati come ‘bellissimi’” [...]

 Qualcuno l’ha anche accusata di aver deriso una persona con una malattia neurodegenerativa.

È davvero un’infamia bassissima, delirante. Non so nulla del suo stato di salute. È imbarazzante che si arrivi a questi livelli, dovrei essere un boia per fare una cosa del genere. Quante persone che ho disegnato avranno avuto problemi di salute o situazioni personali?” [...]

 Tra i tanti, Mentana in diretta tv ha detto che la sua vignetta “fa schifo” e “non fa ridere”.

E senza nemmeno nominarmi, come un reietto. Mi hanno sparato addosso senza dignità di replica. Per fortuna non coincidono con l’opinione pubblica, loro. Anzi, credo siano agli antipodi”.

 Loro chi?

Quella compagnia di giro che da decenni gironzola per le televisioni, sono sempre gli stessi. C’è una cosa che mi fa imbestialire nel merito. Anzi, due. E mi rimangio la parola “imbestialire”, perché a quanto pare la bestia sono io... La prima è l’ignoranza e la cialtroneria di chi dà per scontato che l’arte satirica debba coincidere con l’umorismo o la comicità. La seconda: almeno abbiate la bontà d’animo di dire “non mi fa ridere”. Parlate per voi. La risata è una delle espressioni più intime della persona umana. Anche più della commozione”.

 Ce l’hanno più con lei o con il giornale per cui lavora?

Credo entrambi. Mi trattano come un sicario del Fatto Quotidiano, come fossi il braccio armato di Travaglio o Padellaro. Ignorano la mia storia personale, credono di potermi umiliare e sputtanare, ma non mi offendo. Non sanno che sono stato inviato anche io in decine di guerre. E chissà dov’erano quando Scalfari mi cacciò da Repubblica nel 1989”.

Perché la mandò via?

Quello che davvero non sopportava Scalfari era non poter vedere i miei disegni: con la scusa di essere inviato, i miei lavori li facevo arrivare direttamente la notte in tipografia (ride). L’ultimo reportage per Satyricon di Repubblica fu sul Partito socialista e il congresso dell’Ansaldo, l’apoteosi del craxismo: prevedevo un finale, chiaramente uno sberleffo, in cui si preparavano i ganci come in Piazzale Loreto. Due anni dopo scoppiò Mani Pulite. La satira certe volte ha capacità visionarie”.

 Dove sono finiti i santini di Charlie Hebdo?

Si sono rimangiati tutto, ma ci sono abituati. [...] Ma ormai la storia personale di un autore non conta: ci sono solo i tifosi e gli schieramenti, gli amici e i nemici”

Estratto dell'articolo di Francesco Specchia per “Libero quotidiano” il 14 marzo 2023.

[…] Accade, infatti, che sul Fatto Quotidiano appaia una caricatura della segretaria del Pd: sorriso illividito da dentatura sporgente, fronte bassa, capello scarmigliato e oleoso; e, soprattutto, naso adunco nel solco dei grandi caricaturisti tedeschi a cominciare da quel Sebastian Kruger il quale, tra gli applausi illustrò per decenni le copertine del liberal L’Espresso.

 Subito dopo la pubblicazione del suddetto ritratto, a firma di Francesco Federighi in arte Frank, ecco un’insurrezione polifonica da parte di testate on line come Open e Vox, della sinistra a cominciare dal Pd riunito nel battesimo della nuova capa, del M5s e di parte del Terzo Polo.

 […] Seguono altri messaggi di condanna dell’antisemitismo dello stesso Fatto (il naso aquilino è senz’altro una viscida forma di razzismo...). Il tutto evocando la dida della Vignetta «Elly è figlia di Melvin Schlein, americano, ebreo ashkenazita».

Ecco, solidarietà. Anche noi vorremmo offrire la nostra solidarietà. Ma non a Schlein. Solidarietà a Frank e Marco Travaglio.

 […] Open, l’ottimo sito di Franco Bechis addirittura si avventura in una disamina storica sulla persecuzione degli israeliti ad opera degli antichi romani citando l’Osservatorio sull’Antisemitismo, neanche l’intera faccenda fosse la trama di Süss l'ebreo il film più antisemita del mondo diretto nel ’40 da nazista Veit Harlan.

 Ora, Open è una redazione fatta per lo più da giovani colleghi. I quali, per mere questioni anagrafiche, non hanno mai conosciuto la vera satira politica che campeggiava sulle testate cartacee dagli anni ’40 del Novecento ai 2000.

 A parte Kruger e discepoli che disegnavano Romano Prodi come una sorta di mortadella umana o Gianfranco Fini affogato nelle rughe con una dentatura nera, storta e feroce, i giornali hanno sempre usato la caricatura come gatto a nove code contro il potere. Più le vignette e le caricature erano cattive e paradossali, più la libertà d’espressione s’innalzava al cielo; e più il Premio Satira Politica Forte dei Marmi (una delle migliori manifestazioni di settore al mondo, organizzata da pericolosi comunisti) omaggiava la creatività dei satirici.

[…] Frank, tra l’altro, non è autore di primo pelo, è alla soglia della cinquantina. Nasce professionalmente proprio dalla scuola democratica dell’Espresso degli anni ’80/90 di Claudio Rinaldi, che aveva Kruger testa d’ariete e come talenti esplosivi di seconda fila, firme come Altan a Franco Bruna. Frank s’ispira agli espressionisti germanici, anche se e, ad intermittenza, ricorda l’americano Albert Hirschfeld (ebreo, guarda caso) e David Levin uno dei massimi esponenti dell’arte sequenziale espressa dalla New York Review of Boooks.

 […]  Frank, lucchese di nascita e di eversione, ha disegnato per tutti, perfino per Libero. Mi dice: «Sono apolitico, ho caricaturato tutti a tutti quelli che me lo commissionavano: ho disegnato Meloni a Letta, Salvini a Schlein». E aggiunge, provocatoriamente: «...Certo se il soggetto è brutto di suo, io faccio prima».

Giorni fa, sempre sul Fatto Quotidiano, Mario Natangelo, in una vignetta, s’immaginava preso dalla tentazione di disegnare il naso di Schlein: «Già lo sento, mi accuseranno di antisemitismo..». Puntualmente è accaduto al collega Frank. Alla facci dell’articolo 21 della Costituzione, siamo davvero alla frutta...

Estratto da professionereporter.it il 21 giugno 2023.

Archiviazione. Finisce così il caso Natangelo, la storia della vignetta su “casa Lollobrigida”, con una signora (evidentemente Arianna Meloni, la sorella della Presidente del Consiglio Giorgia, sposata con il ministro Francesco Lollobrigida) a letto con un uomo di colore. 

Pubblicata sul Fatto Quotidiano del 19 aprile. Titolo: “Obiettivo incentivare la natalità. Intanto in casa Lollobrigida…”. Lui: “E tuo marito?”. Lei: “Tranquillo, sta tutto il giorno fuori a combattere la sostituzione etnica”. 

Lollobrigida il giorno prima aveva detto al Congresso della Cisal: “Non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro. Non è quella la strada”. 

Il Presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, Guido D’Ubaldo, ha ritenuto opportuno sollecitare il Consiglio regionale di disciplina dell’Ordine, per verificare se c’erano, nella vignetta, violazioni del Testo unico dei doveri del giornalista. Suscitando molte polemiche, nel nome della libertà di satira.

Il Consiglio di disciplina -come dovuto- per due volte ha convocato Mario Natangelo, che per due volte non si è potuto presentare. Il suo avvocato, Cristina Malavenda, nota esperta di questioni editoriali, legale da anni anche del Corriere della Sera, ha mandato una memoria. Il 20 giugno il collegio designato dal Consiglio di disciplina ha deciso per l’archiviazione: nella sua vignetta, Natangelo non ha violato alcuna norma della deontologia professionale, ha stabilito. La decisione è stata comunicata all’interessato. […]

Il Fatto Quotidiano il 21 aprile aveva rilanciato, dedicando la sua prima pagina alla vicenda, con il titolo: “Il nuovo Minculpop ha il terrore delle vignette”. Il Minculpop era la sigla del Ministero della Cultura Popolare durante il fascismo. E aveva annunciato per il giorno dopo un inserto speciale: “Tutto Nat”. 

Al centro della prima pagina c’era, intanto, un’altra vignetta di Natangelo, “riparatoria”, secondo la didascalia. Di nuovo “casa Lollobrigida”, ma stavolta a letto c’è il ministro e non più l’uomo di colore. Lui: “Come dici cara?”. Lei: “Mah, preferivo la vignetta di prima… No, gnente, bonanotte, France'”. 

Natangelo è napoletano, ha 38 anni, collabora con il Fatto dalla fondazione (2009).

Estratto da “Libero quotidiano” il 14 marzo 2023.

La battuta da recitare a DiMartedì, il programma di Giovanni Floris su La7, era già scritta. Ma poi, visto che la vittima della frecciata era la segretaria del Pd Elly Schlein, il comico Luca Bizzarri si è autocensurato. «Mi faceva tanto ridere, solo che era greve», ha raccontato al Corriere della Sera.

 «Ho pensato: ma perché mi devo far rompere le scatole per una battuta? L’ho tolta, anche se con una certa disperazione. Senza dimenticare l’ipocrisia enorme che ci circonda: se la stessa battuta l’avessi fatta sulla Santanchè nessuno avrebbe detto nulla». Ecco, per una volta un comico ammette che scherzare sulla sinistra non è la stessa cosa che scherzare sul governo Meloni.

Estratto dell'articolo di Felice Manti per “il Giornale” il 28 marzo 2023.

Una comparsata è poca, due sono troppe. E a sinistra danno i numeri. L’altra sera il premier Giorgia Meloni si è infilata all’ultimo secondo allo spettacolo Amore+Iva di Checco Zalone al Teatro Brancaccio di Roma, accompagnata dal compagno Andrea Giambruno e dal sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi. A luci spente, seduta in mezzo agli altri, appena prima che si aprisse il sipario.

Se non lo avesse rivelato il comico pugliese («Non mi fate fare figure di m... che c’è la presidente del Consiglio qua che ha preferito il mio spettacolo al karaoke con Macron») forse non se ne sarebbe accorto nessuno, ma tant’è. C’è un filo logico che lega questo blitz alla tanto discussa comparsata da Fiorello? C’è una nuova strategia comunicativa o semplicemente la Meloni aveva bisogno di staccare il cervello con un po’ di sana comicità politicamente scorretta?

 (...)

Chissà adesso cosa si inventeranno i giornaloni sull’asse Meloni-Zalone, se sulla comparsata da Fiorello si è imbastito un processo mediatico. Vedi il veleno sul Fatto di Daniele Luttazzi, stupito del Fiorellowashing - ovvero «darsi una patina di simpatia andando ospite da Fiorello» - per l’assenza di domande su Cutro o sull’Ucraina durante la chiacchierata tra i due.

Come se per anni i politici di sinistra non avessero sguazzato nell’infotainment, l’ibrido tra information e entertainment, okkupando innocui salotti tv dove far passare messaggi «pesanti» con leggerezza, tipo Fabio Fazio. Che l’altra sera sembrava trasformato, nell’insolita veste di cane da guardia davanti al ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Alla fine arriva Elly Schlein, fresca di una gigionesca comparsata glamour da Alessandro Cattelan, che si lamenta coi suoi: «Il governo sta cercando di mettere un po’ troppo le mani sulla Rai, vigileremo». Come dire, è cosa nostra. Archiviata per colpa del Covid e del governo no gender Mario Draghi, la satira politica ritorna d’incanto: ma a far ridere sono le vere priorità del Pd.

Colpevole di intervista: l'Ordine dei giornalisti processa Porro. Aperto un procedimento disciplinare ai danni di Nicola Porro. L'accusa: aver intervistato un viceministro ucraino senza "contraddittorio". Giuseppe De Lorenzo il 22 Maggio 2023 su Il Giornale.

Se non fosse vero, uno potrebbe pensare ad uno scherzo. Nel giro di una settimana Nicola Porro è passato dall'essere disegnato come un filoputiniano a cantore dell'Ucraina. Prima accusato erroneamente da Nino Cartabellotta di non aver stretto la mano a Volodymyr Zelensky a Porta a Porta. E poi incolpato di aver intervistato un viceministro ucraino senza portare in studio il contraddittorio. Sembra una barzelletta, ma non lo è.

In verità ci ritroviamo catapultati in una commedia grottesca, o forse in una tragedia. Fatto sta che il 4 luglio prossimo Porro dovrà presentarsi di fronte al Consiglio di disciplina dell'Ordine lombardo a causa del procedimento disciplinare aperto a suo carico. L'accusa? Aver intervisatato, il 22 maggio del 2022, la viceministra degli Esteri, Emine Dzhaparova, senza qualcuno che esponesse tesi contrapposte. Secondo il ricorrente che si è rivolto all'Ordine, il conduttore di Quarta Repubblica avrebbe invitato solo ospiti "allineati con l'intervistata" e avrebbe fatto cadere nel vuoto una domanda di Toni Capuozzo. Il tutto condito dal fatto che Dzhaparova avrebbe negato l'esistenza di una guerra civile in Donbass.

Ora, uno potrebbe riguardarsi la puntata e smentire quanto affermato dal ricorrente. Ma a che servirebbe? A nulla. Perché qui il problema non è discutere se l'intervista sia stata condotta correttamente o meno. Il dramma sta tutto nel fatto che si sia anche solo pensato di aprire un procedimento sul caso. "Mi sembra che abbiamo perso il senso della realtà", sottolinea Porro. Innanzitutto migliaia di politici in Italia e nel mondo vengono intervistati faccia a faccia senza contraddittorio (non lo aveva neppure Zelensky a Porta a Porta, ad essere puntuali). "Se la linea diventa questa - scrive il conduttore sul suo sito - io corro il rischio di dover passare tutte le settimane davanti alla commissione di disciplina per spiegare il modo in cui faccio le interviste. Ma non è una cosa mostruosa?". Forse addirittura "pericolosa".

Simili polemiche, il lettore ricorderà, esplosero anche quando Giuseppe Brindisi mise a segno il colpo giornalistico di intervistare il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Anche in quel caso si trattava di una conversazione "one to one", senza nessun altro in studio. E giustamente l'Ordine difese Brindisi. Cosa è cambiato adesso? "Spero non mi vengano a dire che si tratta 'di un atto dovuto' - conclude Porro - L’atto dovuto è la foglia di fico dietro la quale si nasconde l’intimidazione".

Ho due cose da dire sull’Ordine dei giornalisti. Nicola Porro il 23 Maggio 2023

Come avrete letto ieri, l’ordine dei giornalisti mi ha convocato in un’udienza il 4 luglio perché quando ho invitato a Quarta Repubblica la vice ministra degli esteri ucraina, secondo questi geni della lampada, non ci sarebbe stato contraddittorio. Se questo è il ragionamento, allora chiunque inviti la Segre deve permettere la replica ad un ex gerarca nazista, se si invita un curdo si deve avere Erdogan in studio e, già che ci siamo, non si può permettere che Rita dalla Chiesa racconti le tragedie della sua famiglia senza che ci sia il contraddittorio di qualche terrorista. Questi sono pazzi. Hanno aperto un procedimento disciplinare nei miei confronti perché loro pensano che non ci sia stato un contraddittorio per un vice ministro ucraino che è sotto le bombe. By the way, in quella trasmissione c’erano anche Toni Capuozzo, Capezzone e Micalessin dal Donbass che non la pensavano sempre come la vice-ministra.

Porro processato dall’Ordine dei giornalisti? Caro Nicola, puoi fare due cose

L’Ordine dei giornalisti processa Porro: ha intervistato un viceministro ucraino

Ve lo dico francamente: se, oltre a non partecipare ai premi giornalistici, potessi non avere la tessera del giornalista sarei l’uomo più felice del mondo. Con questi non voglio avere niente a che fare. Ovviamente ci saranno dei giornalisti che diranno “no, ma come ti permetti?”. Non me ne fotte un cazzo! 25 anni di pensione giornalistica buttati, ma soprattuto un Ordine che non si ribella e non urla di fronte ad un giornalista che viene questionato perché avrebbe violato le regole deontologiche non predisponendo un contraddittorio per un’intervista al vice ministro degli esteri ucraino. Non ne faccio una questione personale, ma di principio.

Ma voi capite? Il 4 luglio mi devo presentare a Milano, magari per sentirmi spiegare da tre persone come, secondo loro, si dovesse fare quell’intervista.

Nicola Porro, 23 Maggio 2023

Nicola Porro processato: ecco l'ordine filo-Putin dei giornalisti. Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 24 maggio 2023

Noi di Libero, pluri-processati dall’Ordine dei Giornalisti, alla cui scienza umilmente ci inchiniamo, avevamo sempre sospettato che qualcuno dei nostri giudici avesse fatto un corso d’aggiornamento alla Pravda, o comunque la leggesse avidamente. Forse da oggi la pensa così anche Nicola Porro, che ha fatto sapere che l’augusto consesso lo chiama alla sbarra perché colpevole di avere intervistato una viceministra ucraina senza contraddittorio. Insomma, avrebbe dovuto esserci collegato anche un viceministro di Putin. Il conduttore di Quarta Repubblica, nonché vicedirettore del Giornale, persona piuttosto spiritosa, potrebbe difendersi argomentando di essere lui la voce filorussa in campo, essendosi sempre distinto dal coro della stampa unica, per la quale esistono un solo martire, Zelensky, e un unico assassino, il popolo russo.

In effetti Porro ha sempre raccontato questa guerra con lo spirito dell’analista e del cronista, occidentale certo e giustamente, ma mai fazioso a prescindere. Stavolta però Nicola non l’ha buttata sul ridere, anche se la vicenda è comica. Si è limitato a ricordare che nel giro di una settimana è stato massacrato sui social per non aver stretto la mano al leader ucraino a Porta a Porta cosa falsa - e poi è stato convocato a giudizio perché farebbe programmi sbilanciati a favore di Kiev. Conosciamo le giustificazioni dell’Ordine: le persone segnalano, noi processiamo; e poi, diciamocelo, stavolta Porro andrà assolto, sarebbe scandaloso il contrario. Una condanna esporrebbe il Consiglio all’accusa di essere fascista, perché per tale passa il comunista Putin da che il Pd di Letta ha sancito che è un disgraziato. Però non è vero che i giornalisti sono obbligati a processare i colleghi sulla base delle segnalazioni: farlo o archiviare, è una scelta. E quella convocazione, anche se seguita da un’assoluzione, resta comunque un’intimidazione.

Chissà se Giuseppe Brindisi, conduttore di Zona Bianca, è stato processato quando ha realizzato il suo scoop, l’intervista, guarda caso senza contraddittorio, al ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. E chissà se è stato richiamato anche Massimo Giletti, allorché andò in trasferta al Cremlino e apparve sorridente a fianco del conduttore Vladimir Solovev, il megafono di Putin, uno che fa approfondimenti televisivi in cui chiede se è meglio squartare o impiccare i prigionieri e se è il caso di bombardare l’Italia perché dà supporto a Kiev. Noi riteniamo che, come con Porro, processare i due colleghi sarebbe stata un’aberrazione ma è evidente che, a questo punto, non averlo fatto significhi riconoscere più diritti ai russi che agli ucraini. La qual cosa rivela che Santoro non è isolato a fianco dello zar, ma nutre parecchi estimatori nella categoria. Oppure, più semplicemente, questa convocazione del Nicola nazionale è un indizio che la sinistra della Schlein non è quella di Letta e che perciò la guerra la fa dando un colpo al cerchio e uno alla botte, provando a far stare tutto insieme sotto la cappa del politicamente corretto, che è la sola strategia chiara che al momento la nuova segretaria sembra avere. 

Ma gli Ordini, si sa, sono così: bizzarri. L’Ordine dei Giornalisti e le critiche a Porro (silenzio su Ranucci): “Se intervisto Segre serve Priebke a fare contraddittorio?” Andrea Ruggieri su Il Riformista il 27 Maggio 2023 

Addio Maria Giovanna. Brillante, anticonformista, tagliente, conservatrice e gentile, anche se assai decisa. Ti conobbi ormai quasi vent’anni fa, e venni travolto dalla tua simpatia e dal tuo umorismo caustico. La tua risata, piena e travolgente, non solo mancherà a tutti i fan della tua vis polemica mai banale, ma avrebbe senz’altro sepolto l’iniziativa del consiglio dell’Ordine dei Giornalisti verso Nicola Porro, a cui si contesta di aver ospitato, a Quarta Repubblica, il viceministro degli Esteri ucraino, Emine Dzhaparova, ma senza contraddittorio.

Il corollario logico, tragicomico, lo spiega proprio Porro: “Quindi se intervisto Liliana Segre serve Priebke a fare contraddittorio…?”. Aggiungo io: possiamo ascoltare la vedova Borsellino, senza Brusca? O, l’11 settembre, qualche reduce delle Torri senza Mohammed Atta? Paradossi a parte, io credo che qui si stia esagerando fino a deflorare senso comune e decenza. E che a essere colpiti siano sempre e solo quelli che vengono reputati di una certa area culturale.

Gianmarco Chiocci, direttore di Adnkronos, viene lapidato da Repubblica per aver incontrato, davanti a degli avvocati in uno studio legale, Massimo Carminati, prima della sua condanna per il Mondo di Mezzo. Sigfridone Ranucci va a strafogarsi a cena con un pregiudicato come Lavitola e tutti zitti. Da sempre alfiere dell’opportunità (altrui), Sigfridone straccia la propria cenando con amichette, pregiudicati, e un monsignore (a proposito: che ci faceva? Li stava confessando…?) Nicola Porro, ci scommetto, non perderà il sonno per il ridicolo procedimento del Consiglio dell’Ordine. E mi immagino come risponderà, se convocato a dare spiegazioni (spero di poter in qualche modo assistere, perché già rido).

A Nicola, solo una preghiera: facci divertire! E un suggerimento: prendi ispirazione dal Marchese del Grillo che, convocato da Papa Pio VII per rispondere di uno scherzo (aveva organizzato la propria sostituzione con un suo sosia carbonaro alcolizzato, a dimostrare che la forma ipocrita prevaleva sulla sostanza), al Papa stesso che lo minacciava di tradurlo in ceppi a Castel Santangelo, ai tempi carcere del Vaticano, rispose: “Vado volentieri in carcere, Santità purché in compagnia di….”, e seguiva un elenco sterminato di complici e persone che avessero seguito analogo comportamento.

Perché ora attendiamo con ansia, per analogia, identico provvedimento dell’Ordine verso Ferruccio De Bortoli (Corriere della Sera), Enrico Mentana (direttore del Tg La 7), Maurizio Molinari (direttore di Repubblica), Giuseppe De Bellis (direttore di Skytg24), Fabrizio Tamburini (direttore del Sole 24 Ore), e Monica Maggioni (direttore del Tg1), tutti ospiti, e quindi complici, di Bruno Vespa, (a questo punto per forza capo dell’associazione a delinquere), per un’intervista a Zelensky, consumata sull’Altare della Patria (aggravante specifica) senza contraddittorio, cioè senza che fosse presente Putin. Scherzi a parte, io credo sia il caso di chiuderlo, l’Ordine. E non solo quello dei giornalisti, che procede su Porro per una cosa incredibile ma nulla dice a chi cena (avrà mica pagato la Rai, il conto?) con un estortore-truffatore.

Ma gli Ordini, si sa, sono così: bizzarri. A Torino, quello degli avvocati commina una sospensione di un anno e tre mesi all’avvocato Alessandra De Michelis: ha pubblicato alcune sue foto in costume, in spiaggia, ed è una bella donna. Manco i talebani in Afghanistan. Da Kabul è tutto, a voi la linea. P.S. Un dubbio: ora che ho citato i talebani, chi devo citare per par condicio ed evitare un procedimento disciplinare?

Andrea Ruggieri

L'endorsement accettato è solo quello a sinistra: così i rossi tentano il bavaglio. La deriva della sinistra italiana sembra senza fine: le uniche opinioni accettate sono solo quelle in favore dei "compagni". Le altre le metterebbero al bando. Francesca Galici il 27 Marzo 2023 su Il Giornale.

Che bel Paese è l'Italia, dove si può dire di preferire un esponente di sinistra ma non uno di destra, se non si vuol correre il rischio di essere linciati sulla piazza social. Lorella Cuccarini, che non ha mai nascosto le proprie simpatie per il centrodestra, le ha confermate dichiarando che tra Elly Schlein e Giorgia Meloni preferirebbe andare a cena con quest'ultima. Mai l'avesse fatto: se non viene accusata di lesa maestà poco ci manca. In passato aveva plaudito ai tentativi di blocco dei migranti e si era schierata su posizioni pro-vita, ricevendo anche in quell'occasione insulti vari.

In queste ore si parla addirittura di "autogol" in un momento professionale favorevole, di gesto incauto, di leggerezza da parte di una signora della televisione italiana, che ha semplicemente dichiarato implicitamente di apprezzare il presidente del Consiglio di questo Paese.

Siamo davvero arrivati a tanto? Perché sembra quasi che la Cuccarini dovesse censurarsi prima di esprimere la propria opinione, che a differenza di tante altre che si sono sentite nelle ultime settimane non è né offensiva e nemmeno eversiva. Eppure, nelle ultime ore è addirittura vittima di una incomprensibile "shitstorm" da parte di chi arriva ad accusarla di "leccare" le persone giuste perché, altrimenti, non sarebbe nessuno. Il delirio sinistro non conosce limiti, evidentemente, come dimostrano gli integralisti del sostegno a Schlein e, in generale, del Pd. "Senza la dichiarata simpatia sarebbe il nulla cosmico. Ormai l'abbiamo capito che l'arte e la maestria sono inutili doti", scrive uno. Ci piacerebbe pubblicare per intero il curriculum vitae di Lorella Cuccarini, per dimostrare che è vero il contrario, ma ci manca lo spazio.

A ben guardare il clima che si respira in Italia, dove la sinistra vorrebbe eliminare qualunque forma di dissenso per poter fare la sua propaganda senza contraddittorio, quanto accaduto alla Cuccarini non stupisce. Eppure, quando solo qualche settimana fa Lino Guanciale si è scoperto essere il portavoce del comitato marchigiano di Elly Schlein, non gli è stato dedicato lo stesso trattamento, non è stato inondato di insulti sulla sua persona e sulla sua professione. Ah già, l'attore sta dalla parte giusta, o meglio, dalla parte che i benpensanti di sinistra vogliono imporci come quella giusta. Perché c'è una bella differenza, sia pratica che concettuale.

Padova, il liceo "Tito Livio" censura il nipote di Cadorna (e noi gli diamo parola). Andrea Cionci il 18 Marzo 2023 su Libero Quotidiano

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Tornano alla grande tre estenuanti cliché nazionali: la rissa perpetua sull’antifascismo, la vulgata mistificatoria sul generale Cadorna e il solito “cuor di leone” dei dirigenti scolastici. Frullate tutto insieme e avrete l’episodio che, qualche giorno fa, ha visto protagonista il prestigioso liceo classico “Tito Livio” di Padova. Unica vittima, e illustre: la cultura. 

Stando al sito, il liceo “mira a dare agli studenti una preparazione articolata e approfondita sul piano culturale”, così avevano invitato il colonnello Carlo Cadorna, nipote del nostro Comandante Supremo durante la Grande Guerra, a partecipare a un incontro autogestito dagli studenti per discutere di storia.

Il colonnello, tra i massimi esperti mondiali di equitazione, già presidente dell’Associazione d’Arma di Cavalleria, è da anni in prima linea per difendere la memoria di suo nonno Luigi, tra le figure più travisate e meno conosciute del ‘900.

Era un’occasione d’oro, quella in programma al Tito Livio: superare l’ideologica sbobba emozional-antimilitarista del duo Lussu-Rosi e del seguito di compiacenti storici di sinistra, stimolando i ragazzi a ragionare sui documenti dell’epoca che il colonnello Carlo – figlio del generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo Volontari della Libertà durante la Seconda Guerra mondiale - ha scrupolosamente riportato nella fortunata edizione del suo “libro "Caporetto? Risponde Cadorna", (Bastogi, 2020)”, già presentato al Senato.

Eppure, al primo baccagliare di qualche manifestazione tra gli “Antifascisti” e il “Blocco studentesco”, (nomi di organizzazioni giovanili di un anacronismo vecchiarino) il Consiglio dei Docenti ha cordialmente messo alla porta il colonnello “per evitare qualsiasi tipo di polemica”. Un’occasione persa per affermare il primato dello studio sul teppismo-bullismo.

A Padova, infatti, giorni fa, gli studenti avevano voluto imporre al “Tito Livio” l’adesione alla nota lettera-predicozzo antifascista della preside della scuola Leonardo da Vinci di Firenze; i ragazzi di destra si erano ribellati appendendo uno striscione con scritto “la scuola è libera”, ma avevano torto. La scuola non è libera: è – da sempre - ostaggio dei soliti noti che, per uno sbilenco sillogismo, siccome la Repubblica vieta la ricostituzione fisica del partito fascista, allora tutti devono ideologicamente proclamarsi antifascisti. In realtà la Costituzione, all’articolo 21, sancisce la libertà di pensiero e di espressione.

Ma qui si sarebbe parlato di Grande guerra– sbotta il colonnello Cadorna – avevo concordato con la scuola di fare una chiacchierata sulla strategia, questa grande sconosciuta, in Italia”.

Abbiamo così deciso di dare voce al colonnello, in una breve intervista.

D. Colonnello, spesso Lei ha fatto causa a storici e giornalisti che hanno denigrato il Generalissimo…

R. “I limiti del diritto di critica storica sono la continenza - cioè l'utilizzo di termini non ingiuriosi - e il rispetto della verità documentata: uno dei querelati è stato condannato a un risarcimento di 10 mila euro.

D. Ma qual è la più grande incomprensione su Suo nonno? 

R. “Sulla strategia, questa grande sconosciuta, almeno in Italia: la scienza che determina tutte le vittorie belliche. Cadorna è dovuto entrare in guerra per decisione politica con un esercito inesistente nella qualità e numericamente insufficiente per il fronte da difendere, troppo lungo e vantaggioso per gli austriaci che l'avevano oculatamente scelto nel 1866. I nostri Alleati, per alleggerire il fronte occidentale, ritenuto quello decisivo, ci assegnarono il compito di tenere impegnati - e logorare - gli austriaci da Sud. Cadorna sviluppò artiglierie, mitragliatrici ed aerei, fortificando la linea del Grappa e costruendo 2000 km di vie di comunicazione logistica. «Tolse» così dal fronte occidentale 16 divisioni tedesche”.

D. Entrata in guerra per ultima, con un ruolo laterale, l’Italia assestò, tuttavia, il colpo decisivo…

R. “Cadorna aveva sempre previsto ogni possibilità, compreso quello che successe a Caporetto, (per l’improvviso crollo della Russia), preparando e attuando la ritirata strategica sulla linea del Grappa, definita da Vittorio Emanuele Orlando «un miracolo». Grazie a questa linea abbiamo vinto perché eravamo finalmente in situazione di predominio di fuoco, logistico e di riserve, con un fronte ridotto di un terzo. Questo consentì a Diaz – che sostituì Cadorna dopo Caporetto - di migliorare le condizioni di vita dei soldati, anche perché il Governo, spaventatosi, finalmente aprì i cordoni della borsa. Gli austroungarici, penetrati troppo in profondità in territorio italiano, si arenarono sulla linea del Grappa, fino alla resa finale con Vittorio Veneto, il 4 novembre ‘18. La Germania del Kaiser si arrese una settimana dopo, temendo un’invasione italiana dalla Baviera. Così, la Grande guerra l’ha vinta la strategia di Cadorna (per tutta l’Intesa, facendola terminare un anno prima rispetto alle previsioni degli Alleati) tanto che Diaz non la cambiò di una virgola. Oggi viene ancora studiata nelle Scuole di Guerra americane”.

D. E la famosa questione delle fucilazioni? 

R. “Un uso comune a tutti gli eserciti belligeranti, e pochi sanno che, proporzionalmente, furono in numero maggiore sotto Diaz. Il Comandante Supremo doveva consentire agli ufficiali di mantenere la disciplina ad ogni costo. Quindi, soltanto in presenza di gravissimi reati che prevedessero la pena di morte, nell'impossibilità di riunire un tribunale e, talora, di identificare i colpevoli per l'omertà del reparto, con i poteri derivanti dall'art. 251 del codice vigente, Cadorna autorizzò i Comandanti a procedere per fucilazioni sommarie. Esse furono in totale 300 (su 5 milioni di uomini in armi): cose "orribilmente disgustose e ripugnanti", come scrisse lo stesso Cadorna, ma purtroppo necessarie e che servirono a dare un esempio indispensabile per il mantenimento della disciplina contribuendo alla vittoria finale”.

Parole interessanti, che riguardano la nostra storia, eppure oscurate dagli inutili berci su fascismo-antifascismo.

(ANSA il 12 marzo 2023) Il progetto prevede "un approccio apolitico, secondo una prospettiva didattica esclusivamente storica", ma la proposta presentata da due insegnanti che contempla lo studio di 'Faccetta nera' e 'Bella ciao' sta suscitando polemiche alla scuola primaria Bissolati di Cremona. In particolare, più che contro il canto simbolo della resistenza partigiana, i genitori protestano contro il brano diventato inno del regime fascista.

 "Una canzone ignobile che non andrebbe insegnata a bambini delle elementari. La storia non può essere spiegata con 'Faccetta nera'", dichiarano i rappresentanti dei genitori. La dirigente dell'istituto comprensivo, Daniela Marzani, sottolinea che "non si tratta di un progetto ufficiale perché non è inserito nel piano dell'offerta formativa". Una spiegazione che non spegne le polemiche e che potrebbe portare ad una richiesta ufficiale di chiarimenti nelle prossime ore da parte dei genitori.

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” il 4 aprile 2023.

 […] Ps. A proposito: ma sull’Ingegnere che dà della “demente” a Giorgia Meloni (una donna!), il circoletto degli indignados non ha nulla da dire? O si occupa solo di vignette e caricature? O ha anticipato la gita di Pasquetta?

Estratto dell'articolo di Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano” il 14 marzo 2023.

Mi chiamano per replicare a una polemica di quel circoletto di onanisti chiamato Twitter sulla caricatura di Elly Schlein firmata dal nostro Francesco Federighi. Qualche genio la chiama “fotografia”, qualche gigante del pensiero tira in ballo l’antisemitismo per via del nasone che la titolare, più spiritosa dei servi sciocchi, definisce “etrusco”.

Naturalmente non replico un bel nulla: sarebbe come spiegare una battuta o una barzelletta a chi non l’ha capita. “Mai discutere con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza” (Arthur Bloch).

 […] Sono i dittatori che ingaggiano pittori di corte per farsi il ritratto autorizzato. Dove la stampa è libera, i potenti vengono sbeffeggiati dalla satira e dalla sua forma più bonaria: la caricatura, “ritratto che, senza abolire la rassomiglianza con la persona, ne accentua in modo ridicolo o satirico i tratti caratteristici” (Treccani).

Federighi ha lavorato per varie testate, fra cui l’Espresso, caricaturando uomini, donne e Lgbtq di destra, centro e sinistra: il naso lungo di Conte, le orecchie a sventola della Raggi e del Papa, le occhiaie della Meloni, i dentoni di Renzi...

 […] Il Fatto, nato per dar voce a chi non ce l’ha, è impregnato di satira  in ogni pagina. E finisce spesso nel mirino dei censori. Nel 2016 per la vignetta di Mannelli sulla Boschi: “Riforme: lo stato delle cos(c)e”. Sessista, volgare! Le risate che ci facemmo con Dario Fo: “Disegnatela a mezzobusto come Vespa e ditelo ufficialmente: la Boschi non ha le cosce”. L’anno scorso per la vignetta di Vauro sul nasone di Zelensky: antisemiti, putiniani! Diciamolo ufficialmente: Zelensky ha un nasino alla francese. L’altroieri Salvini che tuona contro Mannelli per il Circo Meloni con animali.

[…] Intanto la Bbc è costretta a furor di popolo a reintegrare Gary Lineker dopo averlo sospeso per un feroce tweet contro il governo Sunak. Nei Paesi seri anche la censura è una cosa seria. Nel Paese di Pulcinella si strilla contro le caricature, anche perché un caso Lineker non ce lo possiamo permettere: qui uno come lui non verrebbe mai censurato, perché nessuno gli avrebbe dato un programma.

Interviene il Consiglio nazionale dell’ Ordine dei Giornalisti sul vergognoso giornalismo di “Piazza Pulita”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 4 Marzo 2023.

Avrebbe turbato gli spettatori per stessa ammissione del conduttore del programma durante la lettura del suo editoriale, portata in studio dall’inviata sul luogo del dramma. Ma anche gli attacchi tutt’altro che velati e deontologicamente corretti rivolti alle istituzioni strumentalizzando una tragedia ancora tutta da accertare e metabolizzare.

Con una nota il Comitato esecutivo del Cnog ha reso noto che sono giunte numerose segnalazioni sulla “spettacolarizzazione” della trasmissione “Piazza pulita” in onda su La7 durante la quale sono state mostrate, in chiave di spettacolarizzazione,  le scarpette presumibilmente di uno dei bimbi coinvolti nel tragico naufragio sulle coste di Crotone. “Comportamenti poco deontologici che saranno valutati dai Consigli di disciplina competenti per territorio“.

Quell’insistere della telecamera sulla scarpetta di una delle piccole vittime del naufragio di Cutro, Avrebbe turbato gli spettatori per stessa ammissione del conduttore del programma durante la lettura del suo editoriale, portata in studio dall’inviata sul luogo del dramma. Ma anche gli attacchi tutt’altro che velati e deontologicamente corretti rivolti alle istituzioni strumentalizzando una tragedia ancora tutta da accertare e metabolizzare. 

Il diritto di cronaca è sacro” ricorda il Consiglio Nazionale “ma lo è altrettanto il rispetto della deontologia professionale che impone il corretto comportamento dei cronisti sui luoghi degli eventi e, anche in televisione, continenza e rispetto nel linguaggio, compreso quello non verbale”.

Il Comitato esecutivo  del Cnog pertanto ha deciso quindi di inviare una segnalazione ai Consigli di disciplina competenti per l’apertura di un procedimento sul caso. E forse era ora che qualcuno riportasse sui binari del corretto giornalismo il programma “Piazza Pulita”, visto l’editore de La7 pensa solo e soltanto all’ Auditel….Redazione CdG 1947

Pd, lo stupidario politico-lessicale sulla tragedia di Crotone: parole a caso. Francesco Carella su Libero Quotidiano il  05 marzo 2023

La sensazione che si ricava seguendo le polemiche di questi giorni dopo la tragedia di Crotone è che in Italia sia davvero impresa difficile riuscire a liberarsi dello stupidario politico-lessicale della sinistra di matrice sessantottina.

Ci si era illusi che alcuni strumenti della subcultura comunista fossero stati consegnati in via definitiva al magazzino di un robivecchi. La qual cosa non sembra essere avvenuta a giudicare dalle molte reazioni maturate nella cosiddetta area progressista. Infatti, i “funzionari della verità” - come in una sorta di riflesso pavloviano - invece di attendere il risultato delle indagini, per capire che cosa sia andato storto nella catena delle comunicazioni la notte del nubifragio, si sono affrettati, con la nota sicumera, a dare la “giusta versione” dei fatti: si è trattato di una strage di Stato. Il dizionario della politica italiana compie, in tal modo, un salto indietro di parecchi decenni. Il concetto, famigerato e fuorviante, guadagna un posto di rilievo nel nostro dibattito pubblico all’indomani della strage di piazza Fontana avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano, quando viene dato alle stampe un pamphlet - per l’appunto “La strage di Stato” - in cui attraverso una dubbia operazione condita di sospetti e coincidenze vengono additati quali responsabili della bomba alla Banca dell’Agricoltura - in disprezzo delle più elementari regole fattuali non solo singoli funzionari o parti di servizi deviati, ma addirittura le più importanti cariche istituzionali del Paese. Vengono fatti i nomi del ministro dell’Interno Franco Restivo, del presidente del Consiglio Mariano Rumor e - tanto per non tralasciare nulla- viene tirato in ballo finanche il capo dello Stato Giuseppe Saragat.

 Dietro quell’orribile atto terroristico si affermava nel libretto - non potevano non esserci personalità di così alto livello in ragione del fatto che essi non solo in quei mesi erano impegnati a contrastare le violenze di piazza commesse dai compagni, ma soprattutto risultavano amici degli Stati Uniti a cui veniva attribuita (manco a dirlo) la regia occulta della strage. Una tale vulgata diventa egemone presso l’establishment politico-culturale della sinistra a tal punto da guidare negli anni a venire l’interpretazione di tutti gli episodi cruenti che segnano la vita pubblica italiana nel secondo Novecento. Una forma mentis che informa di sé ricostruzioni storico-giornalistiche, atti parlamentari, requisitorie giudiziarie fino a ridurre in un unico quadro esplicativo l’intero capitolo dei misteri d’Italia. Tutto finisce nel medesimo calderone, dalle stragi impunite ai servizi segreti deviati, dalle Brigate rosse al terrorismo nero, da Gladio alla P2, dalla morte di Mattei al caso Moro e così per tante altre pagine della storia repubblicana. In tal senso, fare luce sui singoli accadimenti finisce con il risultare secondario rispetto all’opportunità di sfruttarli appieno per ragioni di opportunismo politico. Del resto, riportare ogni singolo atto dentro la logica della strage di Stato significa legittimare la validità del “verbo cominternista” che individua nello Stato democratico-liberale i presupposti di un perenne pericolo fascista al quale è necessario rispondere attraverso una continua mobilitazione popolare guidata dagli unici soggetti in possesso dei titoli giusti per farlo, ovvero i comunisti. Ci si era illusi che tutto ciò appartenesse al passato. Purtroppo, a giudicare dalle polemiche sul naufragio di Crotone sembra che poco sia cambiato. I fatti ancora una volta possono essere sacrificati in nome dell’ideologia.

I “giornaloni” sinistrorsi senza vergogna: ecco quali notizie censurano. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 5 Marzo 2023.

I giornalisti italiani si collocano politicamente più a sinistra dei cittadini. Ne consegue una scarsa fiducia dei lettori nella carta stampata. I grandi – presunti tali – giornalisti di questo paese hanno scoperto di non contare "nulla" elettoralmente. Più si schierano a sinistra e più il popolo vota a destra.

di Francesco Storace

Se non canti “Bella ciao” non sei degno delle notizie di stampa. Se non urli a squarciagola che odi i tuoi coetanei di destra, scordati un titolo. È la stampa egemonizzata dalla sinistra che la fa da padrona ancora oggi. Pretendono di decidere che cosa si deve sapere e che cosa è bene ignorare: le notizie sgradite a sinistra non si danno, tanto per capirci. Nonostante un pensiero politico maggioritario a destra, i giornaloni se ne fottono dell’opinione pubblica. Si lamentano delle copie perdute – chissà perché ma continuano a raccontare l’Italia a modo loro. E quindi chi prende a botte ragazzi di destra se la cava: la reputazione resta intatta, se non negli atti giudiziari. E neppure quando fioccano le carte della magistratura riescono a sussurrare tra di loro “e adesso?”. No, bisogna nascondere tutto.

È una vergogna il silenzio dei giornaloni sulle indagini della magistratura sull’aggressione ai cinque studenti di Azione universitaria da parte dei collettivi “rossi” di Bologna. Ed è un’indecenza il silenzio della politica di sinistra: si sono precipitati a Firenze per una rissa, tacciono sul pestaggio vero nel capoluogo emiliano. I fatti sono di maggio 2022, gli atti di conclusione indagini di settembre dello stesso anno, ma le notifiche di otto persone indagate e appartenenti ai collettivi di sinistra arrivano solo ora. Ce ne sarebbe di materiale anche per chiedere conto di quanto tempi ci vuole per indagare da quella parte.

Ameno di non soffrire di cecità, è scandaloso il non visto sui media che fanno opinione. I fatti di Firenze hanno guadagnato le prime pagine; quelli di Bologna – arrivati addirittura a conclusione indagini, un passo prima del processo – vanno rimossi. Il Corriere della Sera dedica una colonnina in nazionale e poi un pezzo sull’edizione locale. La Repubblica confina tutto nelle cronache cittadine. La Stampa intona il me ne frego e non pubblica nulla. Se non ci fossero quattro quotidiani più attenti – Libero, Il Giornale, La Verità e Il Tempo – gli italiani non avrebbero diritto a saperne alcunché. Ovviamente, Il Fatto Quotidiano tace e incredibilmente pure Il Messaggero. Il Resto del Carlino ne parla. Sapete come? Anch’esso con una colonnina striminzita sotto al titolo “Malmenati a Bologna”, mica teppisti rossi indagati. Ieri mattina, mentre gli hater di piazza si scatenavano con i loro slogan a Firenze, a Milano mettevano a testa in giù manifesti con i volti di Giorgia Meloni e Giuseppe Valditara, la premier e il ministro dell’Istruzione. Ma in Italia, dicono, c’è il fascismo. 

In realtà, alberga frustrazione nei grandi giornaloni e nei sottomedia che li seguono scodinzolanti. Perché la sacralità della notizia è compromessa da una faziosità che ha superato ogni limite accettabile. Bologna, luogo delle botte ai giovani di destra, si è già distinta con l’ultrasinistra nelle scorse settimane, bruciando persino un manichino raffigurante la Meloni. Eppure, non leggiamo inviti alla moderazione, condanne degli estremisti e neppure la notizia dell’indagine aperta contro i collettivi rossi di Bologna. Come se fosse normale picchiare contro la destra, salvo frignare quando le prende la sinistra mentre impedisce un volantinaggio avversario. Temiamo che prima o poi, con il clima di odio che cresce e con le protezioni garantite ai gruppuscoli dei centri sociali di sinistra, qualcosa di grave potrebbe succedere. E tutto andrebbe messo a carico di una stampa che non vuole fare il suo dovere. Per non parlare di certe trasmissioni televisive, fra tutte “Piazza Pulita” di Corrado Formigli. 

Almeno, alla Rai il Tg2 ha mostrato la violenza rossa contro Azione universitaria: per il resto solo silenzio che sa tanto di complicità. Il motivo è probabilmente intuibile. I grandi – presunti tali – giornalisti di questo paese hanno scoperto di non contare “nulla” elettoralmente. Più si schierano a sinistra e più il popolo vota a destra. Ma si devono rendere conto che se prendere parte nel conflitto politico è legittimo, tacere sulla violenza di casa loro è davvero insolente. Perché non si informano i cittadini e si deforma l’informazione che si deve offrire a chi legge quei giornali. Redazione CdG 1947

Stampa e Repubblica senza vergogna: quale notizia censurano. Francesco Storace su Libero Quotidiano il 05 marzo 2023

Se non canti “Bella ciao” non sei degno delle notizie di stampa. Se non urli a squarciagola che odi i tuoi coetanei di destra, scordati un titolo. È la stampa egemonizzata dalla sinistra che la fa da padrona ancora oggi. Pretendono di decidere che cosa si deve sapere e che cosa è bene ignorare: le notizie sgradite a sinistra non si danno, tanto per capirci. Nonostante un pensiero politico maggioritario a destra, i giornaloni se ne fottono dell’opinione pubblica. Si lamentano delle copie perdute - chissà perché ma continuano a raccontare l’Italia a modo loro. E quindi chi prende a botte ragazzi di destra se la cava: la reputazione resta intatta, se non negli atti giudiziari. E neppure quando fioccano le carte della magistratura riescono a sussurrare tra di loro “e adesso?”. No, bisogna nascondere tutto.

È una vergogna il silenzio dei giornaloni sulle indagini della magistratura sull’aggressione ai cinque studenti di Azione universitaria da parte dei collettivi rossi di Bologna. Ed è un’indecenza il silenzio della politica di sinistra: si sono precipitati a Firenze per una rissa, tacciono sul pestaggio vero nel capoluogo emiliano. I fatti sono di maggio 2022, gli atti di conclusione indagini di settembre dello stesso anno, ma le notifiche di otto persone indagate e appartenenti ai collettivi di sinistra arrivano solo ora. Ce ne sarebbe di materiale anche per chiedere conto di quanto tempi ci vuole per indagare da quella parte.

A meno di non soffrire di cecità, è scandaloso il non visto sui media che fanno opinione. I fatti di Firenze hanno guadagnato le prime pagine; quelli di Bologna - arrivati addirittura a conclusione indagini, un passo prima del processo - vanno rimossi. Il Corriere della Sera dedica una colonnina in nazionale e poi un pezzo sull’edizione locale. La Repubblica confina tutto nelle cronache cittadine. La Stampa intona il me ne frego e non pubblica nulla. Se non ci fossero quattro quotidiani più attenti – Libero, Il Giornale, La Verità e Il Tempo - gli italiani non avrebbero diritto a saperne alcunché. Ovviamente, Il Fatto tace e incredibilmente pure Il Messaggero. Il Resto del Carlino ne parla. Sapete come? Anch’esso con una colonnina striminzita sotto al titolo “Malmenati a Bologna”, mica teppisti rossi indagati. Ieri mattina, mentre gli hater di piazza si scatenavano con i loro slogan a Firenze, a Milano mettevano a testa in giù manifesti con i volti di Giorgia Meloni e Giuseppe Valditara, la premier e il ministro dell’Istruzione. Ma in Italia, dicono, c’è il fascismo. 

In realtà, alberga frustrazione nei grandi giornaloni e nei sottomedia che li seguono scodinzolanti. Perché la sacralità della notizia è compromessa da una faziosità che ha superato ogni limite accettabile. Bologna, luogo delle botte ai giovani di destra, si è già distinta con l’ultrasinistra nelle scorse settimane, bruciando persino un manichino raffigurante la Meloni. Eppure, non leggiamo inviti alla moderazione, condanne degli estremisti e neppure la notizia dell’indagine aperta contro i collettivi rossi di Bologna. Come se fosse normale picchiare contro la destra, salvo frignare quando le prende la sinistra mentre impedisce un volantinaggio avversario. Temiamo che prima o poi, con il clima di odio che cresce e con le protezioni garantite ai gruppuscoli dei centri sociali di sinistra, qualcosa di grave potrebbe succedere. E tutto andrebbe messo a carico di una stampa che non vuole fare il suo dovere. Per non parlare di certe trasmissioni televisive, fra tutte Piazza Pulita di Corrado Formigli. 

Almeno, alla Rai il Tg2 ha mostrato la violenza rossa contro Azione universitaria: per il resto solo silenzio che sa tanto di complicità. Il motivo è probabilmente intuibile. I grandi – presunti tali – giornalisti di questo paese hanno scoperto di non contare nulla elettoralmente. Più si schierano a sinistra e più il popolo vota a destra. Ma si devono rendere conto che se prendere parte nel conflitto politico è legittimo, tacere sulla violenza di casa loro è davvero insolente. Perché non si informano i cittadini e si deforma l’informazione che si deve offrire a chi legge quei giornali.

Le Querele temerarie.

Sulle querele bavaglio l’Italia ha il primato. E i governi stanno boicottando la legge Ue. FRANCESCA DE BENEDETTI su Il Domani il 14 novembre 2023

Mentre il governo Meloni non esita a utilizzare le querele temerarie per silenziare i media liberi, intanto i dati attestano che l’Italia è il paese europeo nel quale ricorrono più slapp. Una nuova direttiva europea dovrebbe contrastare questa tendenza. Peccato che i governi la stiano boicottando...

Mentre uno studio dell’Europarlamento assegna all’Italia il primato in fatto di bavagli, intanto i governi europei provano ad annacquare la futura direttiva europea che dovrebbe appunto contrastarli. Parliamo di “slapp”, acronimo che suona non a caso come una “sberla” e che sta per “strategic lawsuit against public participation”.

COS’È UNA SLAPP

Si tratta insomma di querele temerarie: le slapp sono azioni legali vessatorie che hanno lo scopo di intimitire e zittire le voci critiche. Per dirla in una parola, sono intimidazioni. Per dirla citando lo studio assegnato dalla commissione Libertà civili dell’Europarlamento, «le slapp comportano l’utilizzo di procedure giudiziarie per fini che sono ben altri rispetto a quello di esercitare un diritto. Queste querele temerarie vogliono silenziare le comunicazioni su temi di pubblico interesse e producono un effetto inibitorio»; è l’effetto di autocensura, noto come “chilling effect”.

PERCHÉ CI RIGUARDA

«Il comportamento delle autorità italiane nei confronti di Domani è scioccante. Dimostra quanto sia urgente e necessaria la legge di Daphne, cioè la legge anti slapp». Così Corinne Vella, la sorella della cronista maltese assassinata, Daphne Caruana Galizia, aveva commentato gli attacchi del governo Meloni a Domani, alla stampa libera, a colpi di slapp appunto. Anche dopo aver assunto l’incarico di premier, Giorgia Meloni non ha rinunciato a portare avanti le azioni legali contro Roberto Saviano e contro il direttore di questa testata. Numerose anche le querele partite dal sottosegretario leghista Claudio Durigon, una delle quali era sfociata con l’arrivo dei carabinieri in redazione per sequestrare un articolo; il caso ha provocato uno scandalo su scala europea.

SUL PODIO PER I BAVAGLI

Lo studio commissionato dall’Europarlamento dà le dimensioni del fenomeno: in Unione europea sono i politici a ricorrere più di tutti alle slapp (quasi il 43 per cento di querele temerarie parte da esponenti politici). E fra tutti i paesi dell’Ue, proprio l’Italia è quella dove le slapp assumono le dimensioni più ingombranti: oltre un caso su quattro (il 25,5 per cento) si configura come querela bavaglio. Dopo Roma, vengono Madrid (17 per cento) e Atene (12,8).

LA DIRETTIVA EUROPEA

La Commissione europea ha proposto una direttiva anti slapp per cominciare a contrastare la tendenza con strumenti europei. Al momento la direttiva è in fase di trilogo: significa che sia l’Europarlamento che il Consiglio (ovvero i governi) hanno maturato la loro posizione sul tema, e adesso bisogna trovare una sintesi interistituzionale, d’accordo con la Commissione. Perciò i negoziati sono in corso. 

«Entro fine novembre ci si attende una stretta di mano, ma le notizie che abbiamo sui negoziati sono tutt’altro che positive», dice Camille Petit, che segue il dossier per la Federazione europea dei giornalisti (Efj). La European Federation of Journalists ha siglato assieme ad altre organizzazioni per la libertà di stampa e ad altre ong una lettera nella quale allerta l’Ue perché «rischia di perdere un’opportunità storica».

COME SVUOTARE UNA LEGGE

Mentre la posizione degli europarlamentari è la più avanzata, i governi – cioè il Consiglio – spingono invece nella direzione opposta, con il rischio sempre più concreto che la ventura direttiva sia del tutto annacquata. Per capire in che modo gli stati membri stanno svuotando la proposta di direttiva, basta citare il punto più importante: la definizione di «transfrontaliero». La direttiva infatti prevede un intervento europeo basandosi sul carattere transfrontaliero di una querela temeraria. Ma sulla base di cosa si decide se una slapp coinvolge più di uno stato membro? Un approccio ampio prevede ad esempio che transfrontaliero possa essere l’interesse pubblico.

Il Consiglio si sta muovendo invece perché siano considerati transfrontalieri sono i casi nei quali le parti coinvolte sono domiciliare in più di uno stato membro. 

SOLO UN CASO SU DIECI

«Ma ciò comporta che migliaia di potenziali slapp non rientreranno sotto l’ombrello delle misure protettive introdotte dalla direttiva europea», come segnala Efj nella sua lettera aperta.

Anche lo studio dell’Europarlamento è molto netto su questo punto: «Se davvero gli stati membri dovessero adottare l’approccio per cui l’elemento transfrontaliero esiste solo in caso di diverso domicilio, circa il 90 per cento dei casi che noi identifichiamo come casi con connessioni in più di uno stato membro verrebbero esclusi dall’ambito di applicazione della direttiva».

FRANCESCA DE BENEDETTI.  Scrive di Europa ed Esteri a Domani, dove cura anche le partnership coi media internazionali, e ha cofondato il progetto European Focus, una coproduzione di contenuti su scala europea a cura di Domani e altri otto media europei tra i quali Libération e Gazeta Wyborcza. Europea per vocazione, in precedenza ha lavorato a Repubblica e a La7, ha scritto per The Independent, MicroMega e altre testate. Non perdiamoci di vista: questo è il mio account Twitter

Estratto dell’articolo di Marco Grasso per “il Fatto quotidiano” martedì 31 ottobre 2023.

“L’informazione è sotto attacco. Ci troviamo di fronte a una classe politica insofferente alle domande, che vorrebbe un giornalismo vetrina e non tollera quando invece diventa una finestra aperta sul potere, come diceva Kennedy. Un tempo ai giornalisti scomodi si sparava. Oggi si tenta di delegittimarli. Con il ricorso a querele, attaccando le loro fonti, preparando dossier”. 

Sigfrido Ranucci rimette in fila gli ultimi assalti subiti da Report: da Matteo Renzi che si scaglia contro le spese legali del programma pagate dai contribuenti alla vigilanza Rai che chiede conto della puntata sull’eredità di Silvio Berlusconi, passando alle varie azioni legali subite. 

[…]

Ranucci, a che casi si riferisce?

Posso parlare di quelli che conosco e cioè quelli subiti da Report. Dopo un servizio su Renzi si sono inventati che avevamo pagato una fonte in Lussemburgo con fondi neri della Rai. Tutto falso. L’ex sindaco di Flavio Tosi ci accusò di costruire falsi dossier su di lui, ma è stato condannato per diffamazione e un risarcimento di 15mila euro. 

[…]

Si attaccano i giornalisti per non rispondere?

Queste strategie sono armi di distrazioni di massa. Ma quando non si risponde a un giornalista, non si risponde a tutta l’opinione pubblica. Pochi giorni fa il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro si è rifiutato di rispondere a domande sulla strage di Mestre, sulla base del fatto che non voleva parlare con Report. 

In che stato di salute è l’informazione?

Non è un bel momento per la libertà di stampa in Italia. Ma non è un fenomeno cominciato con il governo Meloni, va avanti così da anni. Si è persa la figura dell’editore puro, gli imprenditori che possiedono testate spesso hanno saldi legami con la politica. La fragilità economica indebolisce i cronisti, li espone alla minaccia di azioni giudiziarie.

Nell’ultimo anno siamo stati denunciati da Giorgetti, da Fontana, da Urso, dai figli di La Russa. Non è così normale e non è rassicurante la solerzia con cui le Procure danno corso a questo tipo di querele, mentre sembrano paralizzate sul fronte del contrasto alla corruzione e ai reati contro la pubblica amministrazione. Ma c’è un altro grande fronte di questa offensiva... 

Quale?

L’attacco alle fonti e ai whistleblower. Report denunciò la truffa delle banche sui diamanti. Il risultato è stato che Bankitalia ha licenziato il funzionario che aveva denunciato anomalie, Carlo Bertini. Un altro caso è l’iniziativa giudiziaria di Matteo Renzi contro la professoressa che filmò l’incontro in autogrill con l’allora dirigente dell’intelligence Marco Mancini.

Matteo Renzi, poche ore prima che andasse in onda la vostra puntata in cui si parlava dei suoi rapporti con i sauditi, ha attaccato: “Fango da Report, peccato che la Rai paghi le spese legali a questi signori”.

Il senatore Renzi può dire quello che vuole, ma non che siamo inaffidabili. Dice di non essersi mai interessato della vendita della Fiorentina, ma il dg della Fiorentina Joe Barone conferma il messaggio che abbiamo rivelato. E se poi la preoccupazione di Renzi sono le nostre spese legali, sappia che non abbiamo mai perso una querela. 

Le azioni legali sono un’arma per silenziare i giornalisti?

Il tasso di querele a cui siamo abituati è un’anomalia tutta italiana. Andrebbe introdotta una legge in proposito. Chi presenta un’azione che viene giudicata temeraria dovrebbe poi pagare il 30% di quello che aveva richiesto. Sono sicuro che le querele crollerebbero. […]

Estratto dell’articolo di Martina Castigliani per ilfattoquotidiano.it lunedì 16 ottobre 2023.

Sono giorni cruciali per le trattative sulla prima legge Ue contro azioni e querele temerarie (le cosiddette SLAPP). Eppure nessuno ne parla. Il testo è stato concepito per tutelare la partecipazione pubblica di giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani. Ma gli Stati membri stanno tentando di indebolire il documento proposto dalla commissione Ue […] gli attori della società civile che sono parte della coalizione anti-SLAPP (CASE) si appellano ai ministri della Giustizia dei singoli Stati. Che però non stanno mostrando aperture. […] “I Paesi, nonostante le raccomandazioni della commissione, non hanno neanche iniziato a raccogliere i dati”, spiega a ilfattoquotidiano.it Sielke Kelner, ricercatrice di Osservatorio Balcani Caucaso e membro di CASE. […] 

A luglio avete scritto al ministro Nordio per chiedere aiuto. Avete avuto una risposta?

No, nessuna. Ora abbiamo chiesto un incontro. […] Il testo della Commissione e poi la proposta del Parlamento sono solidi, ma la proposta avanzata dal consiglio dell’Ue, espressione della volontà degli stati membri, ne ha ristretto il campo di azione, indebolendolo. […] 

È tutto in mano agli Stati?

Sono loro a essere riluttanti. […] se […] continuano a opporre la propria resistenza, qualcuno dovrà cedere. 

Doveva essere la legge per la libertà di stampa in onore di Daphne Caruana Galizia. Il risultato deluderà tutte le aspettative?

Tutti hanno l’interesse di presentare un risultato e chiamarlo successo a prescindere dal fatto che protegga o meno giornalisti e attivisti. […] 

Cosa chiedete?

Servono delle garanzie procedurali. La prima è la possibilità da parte del giudice di dichiarare inammissibili i casi manifestamente infondati o esagerati: gli Stati l’hanno ridotta ai casi con “una pretesa così palesemente infondata” senza “ogni ragionevole dubbio”. E questo ne riduce l’applicazione. 

Che fine ha fatto la possibilità che ci sia un risarcimento danni per chi subisce una querela temeraria?

Nel testo proposto dagli Stati membri è sparita. Questo sarebbe un forte deterrente: chi abusa dell’istituto della diffamazione ci penserebbe su due, tre volte prima di avviare un’azione legale se ci fosse la certezza di essere obbligato a pagare un risarcimento danni nel caso di abuso di processo. 

[…] Perché è importante e non solo per i giornalisti?

L’azione temeraria mira a limitare la libertà di espressione su questioni di pubblico interesse. Può riguardare la salute, la sicurezza pubblica, l’ambiente, i diritti. Ad esempio, se un’attivista o una giornalista viene colpita da una SLAPP perché ha protestato o scritto di vicende che riguardano territori nei quali siano stati riversati rifiuti tossici, questo deve interessare tutti noi, è una questione di interesse pubblico. Per capire il peso che hanno le SLAPP sulla società, possiamo chiederci quanti articoli non sono mai stati pubblicati perché il giornalista o l’editore non li hanno scritti per paura di incorrere in un’azione legale? Questo è il peso delle SLAPP. 

Tutela non solo i giornalisti quindi?

Ad esempio riguarda anche i whistleblower. Penso a Francesco Zambon, ex funzionario dell’OMS a cui è arrivata una richiesta di risarcimento danni da 2,5 milioni di euro da parte del direttore vicario dell’OMS dopo le sue denunce sulla gestione della pandemia. Oppure gli attivisti ambientalisti. Come Recommon, ong citata in giudizio per le azioni di campagna contro Eni sul cambiamento climatico. 

Negli anni le querele temerarie sono aumentate?

Difficile dirlo non avendo dati raccolti in maniera sistematica. 

[…] E in Italia?

In Italia c’è una tradizione di politici che querelano parecchio. E’ una caratteristica che ci pone più vicini ad alcuni Stati del Centro ed Est europeo, ad esempio la Serbia, la Polonia. Abbiamo tanti politici che ricorrono alle azioni temerarie per cercare di silenziare le critiche. E questo va contro tutta la giurisprudenza della Corte di Strasburgo secondo cui se sei una figura pubblica devi tollerare livelli di critica più alti. Un po’ perché è il tuo mestiere e un po’ perché se vuoi rispondere hai tutti i microfoni per farlo. 

Avremo mai una legge contro le querele temerarie?

Attualmente ci sono cinque disegni di legge in discussione alla commissione giustizia del Senato. Il loro impatto è molto marginale. Teoricamente rispondono a un invito della Corte Costituzionale al Parlamento per una riforma complessiva dell’istituto della diffamazione. 

Intervengono per togliere la pena detentiva, non basta?

La Consulta ha già dichiarato incostituzionale il carcere per diffamazione, tranne in casi di estrema gravità. Alcuni tratti dei disegni di legge sono veramente preoccupanti perché innalzano le sanzioni. Uno dei ddl introduce addirittura una pena accessoria diretta ad una temporanea interdizione dalla professione giornalistica. Sembra quasi che l’intento sia più tutelare chi querela che non il querelato, dando per scontata una sorta di malafede del giornalista. 

Siamo tra i peggiori su questo fronte?

Qualitativamente tra i peggiori. […] 

In Europa quanti sono i casi di presidenti del Consiglio che hanno querelato giornalisti?

Che noi sappiamo è successo a Malta e in Italia. Il primo ministro maltese era Joseph Muscat, che aveva querelato per diffamazione Daphne Caruana Galizia, […] Per questo sia Mapping Media Freedom sia CASE stanno monitorando i processi in corso che coinvolgono l’attuale premier italiana: oltre a quello che ha coinvolto Roberto Saviano, lo scorso novembre ha avviato una causa contro Domani. Mentre la sorella ha querelato Natangelo, vignettista del Fatto quotidiano. Prima delle cause di Meloni, limitandosi solo a esempi che hanno coinvolto le cariche più alte dello stato, ricordiamo le querele di De Mita a D’Alema (1988), D’Alema a Forattini (1999) e Berlusconi contro D’Avanzo (2009). […]

In Italia aumentano le minacce ai giornalisti, ma diminuiscono le denunce. Stefano Baudino su L'Indipendente il 3 Ottobre 2023 

In Italia, il numero delle minacce rivolte ai giornalisti è in crescita, mentre diminuisce progressivamente quello delle loro denunce. Lo rivela l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Ossigeno, che nei primi sei mesi del 2023 ha rilevato 83 episodi di intimidazione e minaccia a danno di 234 giornalisti. In media 1,3 vittime al giorno.

Le vicende legate a intimidazioni e minacce a danno di operatori dell’informazione, nello Stivale, sono più numerose di ogni altro Paese europeo. Lo scenario appare ancora più inquietante se si considera che solo il 22% delle vittime avrebbe denunciato alle autorità le violenze e gli abusi subiti. Un dato estremamente eloquente che dimostra come in Italia molti giornalisti abbiano meno fiducia di prima nella giustizia e nella capacità riparatoria dello Stato.

La situazione era risultata molto preoccupante anche nel 2022, in cui Ossigeno aveva contato 107 episodi e 359 giornalisti minacciati. I numeri, fa notare l’Osservatorio, risultano più alti di un terzo rispetto all’anno corrente solo perché vi è stata una “analoga diminuzione delle risorse impiegate” nel 2023 rispetto al precedente (il 35% in meno). Ossigeno sottolinea che “da dieci anni le intimidazioni sono molte più di quelle che l’Osservatorio è in grado di sottoporre alla verifica dei fatti a cui ogni episodio viene sottoposto prima di essere conteggiato, inserito nelle statistiche e segnalato pubblicamente” e che “di anno in anno varia il numero di episodi per i quali è minacciato un numero elevato di giornalisti”.

Il 16 agosto il Ministero dell’Interno ha reso note statistiche da cui si ricava che “le intimidazioni contro i giornalisti rilevate dalle denunce da loro presentate sono diminuite del 28,12%”. Infatti, “dalle 64 del 2022 si è passati alle 46 di quest’anno: di queste ultime, 4 hanno una matrice di criminalità organizzata, 21 sono riconducibili all’attività socio politica e 21 ad ‘altro‘”. La regione italiana che conta il maggior numero di intimidazioni a giornalisti è la Lombardia (11), a cui seguono Lazio (7), Campania (6), Puglia (4) e Sicilia (4).

Sulla base dei dati diramati da Ossigeno, nei primi sei mesi del 2023 si attesta che il 62% dei giornalisti aggrediti o minacciati ha deciso di non denunciare. Ad affidarsi alla giustizia è stato solo il 22%, mentre per il rimanente 16% l’Osservatorio non ha potuto sapere se siano state o meno avviate denunce.

Raddoppiano le intimidazioni ai danni dei giornalisti locali da parte degli amministratori pubblici, che passano dal 6% all’11%. Aumentano, poi, gli episodi che hanno origine dalle tifoserie calcistiche organizzate (se nei primi sei mesi del 2022 erano il 2% del totale, nello stesso periodo del 2023 rappresentano il 10%). Il 22% delle vittime registrate nei primi sei mesi del 2023 è rappresentato da donne (erano state il 25% del totale l’anno precedente). Il 15% di loro è stato vittima di attacchi discriminatori connessi al genere, con insulti e minacce di matrice sessista.

Nel lasso di tempo considerato, sono stati compiuti soprattutto avvertimenti attraverso lettere minatorie, striscioni offensivi, insulti pubblicati sui social media che hanno colpito 68 giornalisti (45%) e azioni legali pretestuose allo scopo di intimidire o mettere a tacere 54 operatori dell’informazione (35%). A seguire, ci sono le azioni violente, che hanno coinvolto 24 giornalisti (16%). Il 2% ha subito, invece, forme di ostacolato accesso all’informazione. Un altro 2% danneggiamenti all’attrezzatura di lavoro.

Il fatto che all’aumento delle intimidazioni ai danni dei giornalisti non consegua un incremento delle denunce, bensì una loro diminuzione, rappresenta un campanello d’allarme importante per la libertà di informazione, nonché per l’incolumità di chi – potendo spesso contare solo su stipendi risibili e poche garanzie sul versante legale – opera nel mondo dell’informazione. Un dato che va letto in combinato disposto con quanto attestato dalla Coalizione contro gli SLAPP in Europa, che ha recentemente attestato come le cause legali abusive intentate in Europa ai danni di giornalisti e media nel 2022 abbiano raggiunto il numero più alto mai registrato. [di Stefano Baudino] 

In Europa le azioni legali infondate minano il giornalismo libero. Stefano Baudino L'Indipendente giovedì 31 agosto 2023.

Le cause legali abusive intentate in Europa nell’arco del 2022 hanno raggiunto il numero più alto mai registrato, attestandosi a 161. Lo ha comunicato in un report, pubblicato la settimana scorsa, la Coalizione contro gli SLAPP in Europa. Il termine SLAPP, che in qualche modo rimanda anche allo “slap” – lo “schiaffo”, in lingua inglese – rappresenta l’acronimo di “Strategic lawsuit against public participation“, che in italiano si può tradurre con “azione legale strategica contro la partecipazione pubblica”. Così vengono inquadrate le azioni legali volte a bloccare la partecipazione alla vita pubblica, ovvero le cause strategiche avviate da entità o personaggi potenti all’indirizzo di giornalisti, media, organizzazioni e individui che hanno il solo obiettivo di ostacolare il loro lavoro ed evitare il controllo pubblico che ne deriva. Un comodo “scudo” per i centri di potere che ne fanno uso, un sistema ormai oliato che, non essendo arginato da leggi solide, in Europa rappresenta una grande problematica per la democrazia.

Il rapporto pubblicato da CASE, un’équipe formata da Ong ed esperti legali, che ha collaborato con la Fondazione Daphne Caruana Galizia, offre uno spaccato impietoso sull’inquietante crescita del numero degli SLAPP in territorio europeo. La lista delle cause legali abusive, ferma ad un totale di 570 dal 2010, è stata aggiornata e ora ne conta in tutto 820. Il 2022 ha rappresentato l’anno nero, con ben 161 SLAPP (nel 2021 sono stati 135). I redattori della ricerca evidenziano però che il numero effettivo degli SLAPP è estremamente più alto rispetto a quello registrato all’interno del report, in quanto il pubblico non può avere accesso a molte informazioni sulle cause legali e le vittime degli SLAPP decidono molto spesso di non denunciare quanto avviene con la paura di incorrere in ritorsioni ulteriori.

Dalla ricerca emerge come le vittime delle “cause temerarie” siano, il più delle volte, singoli individui. In cima alla classifica ci sono infatti i giornalisti (30% degli SLAPP), cui seguono i media (25%) e gli editori (12%). Fuori dal podio, ci sono attivisti (10%) e Ong (5%). I principali autori degli SLAPP sono imprese e affaristi, ma anche persone influenti, gruppi di lobby e organi statali. Oggetto del contendere sono, il più delle volte, questioni di corruzione, governative e ambientali: la base giuridica dominante resta la diffamazione. La più ingente richiesta di risarcimento del 2022 ammonta a 17,6 milioni di euro: l’ha avanzata la società energetica Iberdrola all’indirizzo del giornale spagnolo El Confidencial per presunti “danni alla reputazione”. L’8% di chi ha subito SLAPP, nel 2022, ha dovuto affrontare ripercussioni penali, tra cui anche la reclusione.

“I risultati dell’attuale rapporto CASE sottolineano l’importanza e l’urgenza delle misure di protezione anti-SLAPP, in particolare di una legislazione solida che fornisce un forte scudo di sicurezza sia a livello nazionale che, nel caso di SLAPP transfrontalieri, a livello internazionale”, viene scritto nel report. 1 su 10 delle cause legali identificate tra il 2010 e il 2022 erano transfrontaliere (cioè vedevano domiciliati in Paesi diversi l’attore e l’imputato). A questo proposito, l’anno scorso, la Commissione UE ha annunciato un pacchetto anti-SLAPP che comprende una proposta di Direttiva – un atto legislativo che stabilisce degli obiettivi vincolanti per gli Stati membri – e una Raccomandazione che va a suggerire linee di azione a livello nazionale. Gli SLAPP transfrontalieri rientreranno nell’ambito di applicazione della Direttiva, mentre i casi esclusivamente nazionali resteranno di competenza dei singoli Stati membri. [di Stefano Baudino]

Antonio Giangrande: Per dimostrare quello che non si osa dire:

1) La migliore giornalista italiana non è giornalista (Sic) giusto per dimostrare che nelle professioni spesso si abilita chi non lo merita.

2) Grillo vuol solo rottamare l’ordine dei giornalisti. Come tutti gli altri è prono alle lobbies.

Questa è “Mi-Jena Gabanelli” (secondo Dagospia), la Giovanna D’Arco di Rai3, che i grillini volevano al Quirinale. Milena Gabanelli intervistata da Gian Antonio Stella per "Sette - Corriere della Sera".

Sei impegnata da anni nella denuncia delle storture degli ordini professionali: cosa pensi dell'idea di Grillo di abolire solo quello dei giornalisti?

«Mi fa un po' sorridere. Credo che impareranno che esistono altri ordini non meno assurdi. Detto questo, fatico a vedere l'utilità dell'Ordine dei giornalisti. Credo sarebbe più utile, come da altre parti, un'associazione seria e rigorosa nella quale si entra per quello che fai e non tanto per aver dato un esame...».

Ti pesa ancora la bocciatura?

«Vedi un po' tu. L'ho fatto assieme ai miei allievi della scuola di giornalismo. Loro sono passati, io no».

Essere bocciata come Alberto Moravia dovrebbe consolarti.

«C'era una giovane praticante che faceva lo stage da noi. Le avevo corretto la tesina... Lei passò, io no. Passarono tutti, io no».

Mai più rifatto?

«No. Mi vergognavo. Per fare gli orali dovevi mandare a memoria l'Abruzzo e io lavorando il tempo non l'avevo».

Nel senso del libro di Franco Abruzzo, giusto?

«Non so se c'è ancora quello. So che era un tomo che dovevi mandare a memoria per sapere tutto di cose che quando ti servono le vai a vedere volta per volta. Non ha senso. Ho pensato che si può sopravvivere lo stesso, anche senza essere professionista».

Antonio Giangrande: TRIBUNALE DI POTENZA. SI DECIDE SUL DIRITTO DI CRITICA, MA ANCHE SUL DIRITTO DI INFORMARE.

Le maldicenze dicono che i giornalisti sono le veline dei magistrati. Allora, per una volta, facciamo parlare gli imputati.

Tribunale di Potenza. Ore 12 circa del 21 aprile 2016. All’udienza tenuta dal giudice Lucio Setola finalmente si arriva a sentenza. Si decide la sorte del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, conosciutissimo sul web. Ma noto, anche, agli ambienti giudiziari tarantini per le critiche mosse al Foro per i molti casi di ingiustizia trattati nei suoi saggi, anche con interrogazioni Parlamentari, tra cui il caso di Sarah Scazzi e del caso Sebai, e per le sue denunce contro l’abilitazione nazionale truccata all’avvocatura ed alla magistratura. Il tutto condito da notizie non iscritte nel registro dei reati o da grappoli di archiviazioni (anche da Potenza), spesso non notificate per impedirne l’opposizione. Fin anche un’autoarchiviazione, ossia l’archiviazione della denuncia presentata contro un magistrato. Lo stesso che, anziché inviarla a Potenza, l’ha archiviata. Biasimi espressi con perizia ed esperienza per aver esercitato la professione forense, fin che lo hanno permesso. Proprio per questo non visto di buon occhio dalle toghe tarantine pubbliche e private. Sempre a Potenza, in altro procedimento per tali critiche, un Pubblico Ministero già di Taranto, poi trasferito a Lecce, dopo 9 anni, ha rimesso la querela in modo incondizionato.

Processato a Potenza per diffamazione e calunnia per aver esercitato il suo diritto di difesa per impedire tre condanne ritenute scontate su reati riferiti ad opinioni attinenti le commistioni magistrati-avvocati in riferimento all’abilitazione truccata, ai sinistri truffa ed alle perizie giudiziarie false. Alcuni giudizi contestati, oltretutto, non espressi dall’imputato, ma a lui falsamente addebitate. Fatto che ha indotto il Giangrande per dipiù a presentare una istanza di rimessione del processo ad altro Foro per legittimo sospetto (di persecuzione) ed a rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Rigettata dalla Corte di Cassazione e dalla Cedu, così come fan per tutti.

Per dire: una norma scomoda inapplicata.

Processato a Potenza, secondo l’atto d’accusa, per aver presentato una richiesta di ricusazione nei confronti del giudice di Taranto Rita Romano in tre distinti processi. Motivandola, allegando la denuncia penale già presentata contro lo stesso giudice anzi tempo. Denuncia sostenuta dalle prove della grave inimicizia, contenute nelle motivazioni delle sentenze emesse in diversi processi precedenti, in cui si riteneva Antonio Giangrande una persona inattendibile. Atto di Ricusazione che ha portato nel proseguo dei tre processi ricusati all’assoluzione con giudici diversi: il fatto non sussiste. Questione rinvenibile necessariamente durante le indagini preliminari, ma debitamente ignorata.

Ma tanto è bastato all’imputato, nell’esercitare il diritto di difesa ed a non rassegnarsi all’atroce destino del “subisci e taci”, per essere processato a Potenza. Un andirivieni continuo da Avetrana di ben oltre 400 chilometri. Ed è già una pena anticipata.

L’avvocato della difesa ha rilevato nell’atto di ricusazione la mancanza di lesione dell’onore e della reputazione del giudice Rita Romano ed ha sollevato la scriminante del diritto di critica e la convinzione della colpevolezza del giudice da parte dell’imputato di calunnia. La difesa, preliminarmente, ha evidenziato motivi di improcedibilità per decadenza e prescrizione. Questioni Pregiudiziali non accolte. L’accusa ha ravvisato la continuazione del reato, pur essendo sempre un unico ed identico atto: sia di ricusazione, sia di denuncia di vecchia data ad esso allegata.

Il giudice Rita Romano, costituita parte civile, chiede all’imputato decine di migliaia di euro di danno. Imputato già di per sé relegato all’indigenza per impedimento allo svolgimento della professione.

Staremo a vedere se vale la forza della legge o la legge del più forte, al quale non si possono muovere critiche. Che Potenza arrivi a quella condanna, dove Taranto dopo tanti tentativi non è riuscita?

Dicono su Avetrana accusata di omertà: “Chi sa parli!” Se poi da avetranese parli o scrivi, ti processano.

La Diffamazione. La crisi del sistema giustizia nelle diffamazioni. Se la certezza del diritto dipende da chi denuncia. Paolo Pandolfini su Il Riformista l'11 Agosto 2023 

Da tempo ormai le decisioni giudiziarie in tema di diffamazione stanno creano grande disorientamento. Se paragonare l’allora presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati ad Adolf Hitler non è ‘antigiuridico’, criticare in maniera ironica, come fece Maurizio Costanzo, il giudice che non aveva disposto una misura restrittiva per l’ex fidanzato di Jessica Notaro, poi sfregiata da costui con l’acido, ha determinato la condanna del conduttore televisivo oltre al pagamento di una maxi provvisionale di 40mila euro.

Si è creata, in altre parole, una giurisprudenza quanto mai imprevedibile che rende difficilissimo ricondurre ad un ordine sistematico tali decisioni giudiziarie. E non è certamente un bel segnale. La discrezionalità del giudicante in questo ambito è massima e ciò determina, inevitabilmente, la crisi del sistema giustizia. Solo al giudice, ed alla sua valutazione e sensibilità, compete infatti acclarare se una dichiarazione rientri nell’alveo della libertà di espressione, della critica o della satira, o invece è idonea a ledere i diritti della personalità altrui, come l’onore e la reputazione. I criteri per assicurare, almeno sulla carta, una certa uniformità negli importi risarcitori da liquidare al danneggiato comunque ci sarebbero.

Al primo posto, in ordine di importanza, vi è la natura del fatto falsamente attribuito alle parti lese. Segue quindi l’intensità dell’elemento psicologico dell’autore ed il mezzo di comunicazione utilizzato per commettere la diffamazione e la sua diffusività sul territorio. Infine, vi è il rilievo attribuito dai responsabili al pezzo contenente le notizie diffamatorie all’interno della pubblicazione in cui lo stesso è riportato e l’eventuale eco suscitata dalle notizie diffamatorie.

Una analisi di circa settecento sentenze depositate negli anni 2015/2020 presso il Tribunale di Roma è stata pubblicata su Diritto dell’informazione e dell’informatica, periodico edito da Giuffrè, da parte dei professori di diritto privato comparato Pieremilio Sammarco e Vincenzo Zeno-Zencovich. I due docenti hanno acquisito, dopo essere state previamente anonimizzate nella identità delle persone fisiche attrici e convenute, queste pronunce dalla banca dati del Tribunale della Capitale. In taluni casi però la notorietà delle parti ha reso tale misura superflua. Sono invece rimaste identificate le persone giuridiche.

Il dato che balza subito all’occhio riguarda l’accoglimento: solo in tre casi su dieci. Delle oltre quattrocento sentenze di rigetto, poi, tutte decidono nel merito negando l’illecito. Vi sono poche decisioni su questioni preliminari, tipicamente per la competenza territoriale, ovvero di inammissibilità del giudizio oppure sulla sua estinzione.

Nel caso si tratti di magistrati, ed è questo l’aspetto che non può non suscitare sorpresa, la domanda viene accolta in ben sette casi su dieci. Esattamente il contrario, dunque tre accoglimenti su dieci, quando il denunciante appartiene ad una qualsiasi altra categoria professionale (giornalista, politico, professore, imprenditore, ecc.). Per quanto concerne invece gli importi, la media è di circa ventimila euro, esattamente il doppio per le toghe. Difficile non pensare, considerato il differente esito processuale, all’esistenza di una “giustizia domestica” fra i magistrati per questo genere di cause: il giudice che decide sulla denuncia per diffamazione del collega sa che quest’ultimo un domani potrà fare altrettanto. Un magistrato, ex Pm di Mani pulite, nel quinquennio in questione è riuscito ad imbastire oltre venti cause ottenendo un risarcimento complessivo di quasi seicentomila euro. Il convenuto è quasi sempre un mezzo di comunicazione di massa, quotidiano o programma televisivo, che poi corrisponde l’importo liquidato in quanto debitore di ultima istanza, anche rispetto ai propri giornalisti. 

La ricerca si è soffermata anche sulla presenza di non poche decisioni in cui la contesa ha riguardato persone fisiche, generate da offese diffuse attraverso i social media. Si tratta di un fenomeno in grande aumento nell’ultimo periodo. Tenendo conto delle regole sulla competenza territoriale, e quindi che i procedimenti analizzati hanno riguardato per la maggior parte vicende in cui l’editore aveva sede nella Capitale, i dati forniti da Sammarco e Zeno-Zencovich sono meramente indicativi in quanto non riportano gli importi liquidati da altri Tribunali, sede della persona giuridica convenuta, ovvero dove uno dei convenuti è residente, ovvero ancora del luogo di residenza dell’attore. Sarebbe interessante una analisi di queste decisioni sull’interno territorio nazionale. “In estrema sintesi si può affermare che tutto è rimesso all’apprezzamento discrezionale del giudice: è molto difficile, se non impossibile, stabilire in linea di massima come potrà concludersi una causa risarcitoria per diffamazione”, sottolinea sconsolato il professor Sammarco, ricordano che in molti casi scatta anche la condanna alle spese. Della serie, oltre il danno la beffa. Altro dunque che certezza del diritto: in questo caso siamo veramente nell’ambito della cabala. Paolo Pandolfini

Il caso del giornalista. “Torchiaro non commise alcun reato”, dopo 14 anni annullata la sentenza contro il giornalista del Riformista. Nelle motivazioni la Suprema Corte fa a pezzi il processo al giornalista del Riformista: “14 anni nel limbo per una fattura di 9mila euro”. Paolo Comi su L'Unità il 4 Luglio 2023

Il giornalista del Riformista Aldo Torchiaro fece semplicemente il lavoro per il quale era stato pagato. Sono state pubblicate la scorsa settimana le motivazioni con cui la Corte di Cassazione ha annullato ad aprile la condanna nei confronti di Torchiaro, accusato di aver percepito nel 2010 somme non dovute da parte del comune di Parma per una fittizia consulenza giornalistica.

Torchiaro venne coinvolto nella maxi inchiesta condotta dalla guardia di finanza che nel 2011 decapitò i vertici dell’amministrazione locale, ad iniziare dall’allora sindaco Pietro Vignali (FI). Secondo la pm parmigiana Paola Dal Monte, Torchiaro era stato assunto da una partecipata comunale quando invece curava la pagina social di Vignali. Senza alcun riscontro documentale, i finanzieri formularono la pesantissima accusa di peculato basandosi quasi esclusivamente sulle intercettazioni telefoniche. Le date dell’incarico vennero, però, clamorosamente sbagliate. La gestione della pagina, infatti, sarebbe avvenuta nel 2010, mentre l’incarico presso la partecipata nel 2009.

Una tempistica quanto mai inverosimile. “E anche a volerlo considerare come ‘anticipo’, e quindi nella prospettiva della futura gestione della pagina social, non c’è prova da nessuna parte di questo accordo”, scrivono i giudici di piazza Cavour nella sentenza. Torchiaro fin da subito, a dire il vero senza grande successo, aveva prodotto le prove che dimostravano la correttezza del suo operato. “Sono stato quattordici anni nel limbo della giustizia ingiusta. Tutto questo circo, costato allo Stato centinaia di migliaia di euro tra intercettazioni e personale delle Fiamme Gialle, cancellerie di tribunale e migliaia di pagine di faldoni è stato montato – con sprezzo del ridicolo – sull’episodio di una presunta irregolarità per una fattura da me emessa per 9mila euro nel 2009”, dichiara Torchiaro.

La Procura di Parma, allora guidata da Gerardo Laguardia che si candiderà poco dopo – senza successo – alle elezioni amministrative con una lista che era all’opposizione della giunta Vignali, ha commesso errori investigativi. Merita una menzione speciale il maresciallo Iodice (poi premiato con un encomio solenne per la brillante attività svolta, ndr)”, prosegue Torchiaro. I vari filoni contro l’amministrazione comunale di Parma di centrodestra si sono conclusi in questi anni, a parte qualche iniziale patteggiamento, con l’assoluzione di tutti gli indagati, molti dei quali già risarciti per l’ingiusta detenzione patita o per la violazione della legge Pinto per le abnormi tempistiche con cui si svolsero i procedimenti.

Per una combinazione di sottovalutazioni e distrazioni, nella provincia di Parma, in quel periodo, dilagava in modo pressoché indisturbato la ‘ndrangheta, ma la Procura di Parma indagava solo sul comune”, aggiunge Torchiaro. “Purtroppo, come ricorda sempre l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara che per anni è stato a capo del ‘Sistema’, esiste un meccanismo di attenzione selettiva che spinge alcune Procure, e nello specifico gli appartenenti ad alcune correnti della magistratura più forti in alcune Procure, a puntare i riflettori contro figure di pubblico interesse come i giornalisti e gli amministratori locali, allo scopo di ottenere la massima attenzione mediatica”, conclude quindi Torchiaro. “È una sentenza che soddisfa perchè a mio avviso pone la parola fine ad una vicenda giudiziaria che non doveva nemmeno iniziare”, ha dichiarato invece l’avvocato Gian Domenico Caiazza, difensore del giornalista.

Paolo Comi 4 Luglio 2023

Caso Sabella, il Csm respinge le accuse dei media: «Complotto? No, sono le regole». La partecipazione della pm alla Fiera del Libro torna in Commissione ma il plenum respinge le accuse: «Non ha voluto rinunciare al compenso, secondo le circolari non si può fare». Simona Musco su Il Dubbio il 27 aprile 2023.

«Complotto politico», «censura preventiva», «castigo». Il caso della magistrata Marzia Eugenia Sabella, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Palermo che ha chiesto di essere autorizzata a partecipare a incontri con studenti nell'ambito del programma “Adotta uno scrittore” presso il Salone internazionale del libro, si è trasformato in uno show. Il tutto a causa degli articoli che hanno anticipato il voto del plenum del Csm della delibera con la quale si negava l’autorizzazione alla toga, diventata per la stampa militante il tentativo di bloccare la magistrata impegnata nel processo a carico di Matteo Salvini. Il retropensiero è chiaro: il Csm, per la prima volta in mano al centrodestra, cerca di punire la magistrata che vuole incastrare il leader della Lega.

Peccato però il problema fosse solo uno: i mille euro di compenso ai quali Sabella non avrebbe voluto rinunciare, secondo quanto evidenziato mercoledì in plenum. La versione della stampa è stata fortemente criticata dai consiglieri del Csm - senza distinzione di colore politico - che hanno sì deciso di rinviare la pratica in Prima Commissione per un supplemento di istruttoria, date le possibili contraddizioni interne delle circolare sulla cui base era stato deciso il niet, ma respingendo al mittente qualsiasi tipo di dietrologia. Anche perché il motivo del no è semplice: a sborsare quei soldi sarà una società privata, nonostante la circolare sugli incarichi extragiudiziari evidenzi la necessità di «evitare che il prestigio come pure i valori dell’indipendenza ed imparzialità siano oppure appaiano compromessi o anche soltanto esposti a rischio, per effetto di gratificazioni o compensi collegabili ad incarichi concessi o controllati da soggetti estranei all’amministrazione della giustizia».

«È inutile negare che l'attenzione che in parte dedichiamo a questa pratica nasce purtroppo dallo sproporzionato e scorretto clamore mediatico che ha avuto - ha sottolineato il togato di Area Marcello Basilico -. Tanti magistrati fanno attività di pubblicità della vita della Costituzione nella società, della legalità senza richiedere compensi quotidianamente. In questo caso nulla da censurare sulla istanza della collega ovviamente, ma è ovvio che qua c'è in gioco, come è stato detto, nulla di più che il compenso non certo la libertà di manifestazione del pensiero in un luogo prestigioso come il Salone del Libro».

La Prima Commissione aveva proposto il rigetto dell’istanza dopo «una accurata istruttoria», ha sottolineato il laico di Forza Italia Enrico Aimi, pur cercando di fare il possibile per «trovare una soluzione positiva alla richiesta». Ma senza successo, in quanto il soggetto conferente è una fondazione di partecipazione, «configurando un modello atipico di persona giuridica privata che non ha come oggetto sociale esclusivo o prevalente l'attività formativa o scientifica in ambito giuridico», mentre il compenso previsto «costituisce un gettone ulteriore rispetto alle spese di viaggio e di soggiorno che saranno sostenute direttamente dalla organizzazione». Non trattandosi di attività di pubblicistica o di produzione artistica, come precisato dalla stessa lettera di incarico, la Commissione ha ritenuto quindi che si trattasse di un'attività assimilabile a convegni, incontri o seminari, «liberamente espletabile solo se non retribuita», come previsto dall’articolo 1.1 della circolare in materia di incarichi extragiudiziari. 

In casi simili, l’autorizzazione è stata concessa a numerosi magistrati, ha evidenziato Aimi, «ma solo a seguito della rinuncia al compenso da parte dei richiedenti». A Sabella, ha dunque aggiunto il laico in quota FI, «non viene assolutamente impedita la partecipazione» all'evento, «come erroneamente è stato riportato anche da taluni mezzi di informazione»: la toga potrà partecipare, «ma a condizione di rinunciare al compenso ulteriore rispetto al rimborso delle spese di viaggio e di soggiorno». E ciò sulla base di una circolare, ha evidenziato il togato di Magistratura Indipendente Eligio Paolini, voluta non da questo Csm, ma da quello precedente. «Un articolo on-line faceva riferimento addirittura ad un complotto politico ordito da questo Consiglio che riflette una maggioranza parlamentare diversa rispetto all'attività svolta dalla collega, che svolge il ruolo di pm nei confronti di un senatore della Repubblica - ha sottolineato -. Questa circolare è stata approvata non da questo Consiglio ma dal Consiglio precedente, dove c'era una maggioranza del tutto diversa. Dopodiché questo consiglio è stato tacciato di essere burocratico. Se applicare la circolare e le norme a tutti - e sottolineo a tutti - vuol dire essere burocrati, sono orgoglioso di esserlo», ha concluso.

La discussione si è conclusa con l’accoglimento della proposta del procuratore generale Luigi Salvato, che pur sottolineando come «la delibera è ineccepibile perché effettivamente la partecipazione ai convegni e seminari previsto dalla circolare all'articolo 5 è esclusivamente quella focalizzata sulla materia giuridica, quindi evidentemente attività del genere non sembrerebbero autorizzabili», ha proposto un supplemento di istruttoria per una riflessione sul punto 4.2 della circolare, che prevede in termini più ampi la possibilità di svolgere attività a carico dei privati, subordinando l'autorizzazione ad un obbligo di motivazione rafforzata. Una discussione «ridicola», ha commentato fuori onda qualche toga, che però dà l’idea del livello di polemica cui sarà costretto a far fronte il Csm del dopo Palamara.

Trent’anni più uno. Le tristi celebrazioni per la strage di Capaci e l’illusione che la mafia sia cambiata. Giacomo Di Girolamo su L'Inkiesta il 2 Giugno 2023

Per l’anniversario della morte di Giovanni Falcone le cerimonie sono state più fiacche del solito, perché non faceva cifra tonda. Eppure era il primo anniversario successivo all’arresto di Messina Denaro, che mette la Sicilia di fronte alle sue responsabilità nella lotta alla criminalità organizzata

Ma sì, fatemi scrivere qualcosa sull’anniversario della strage di Capaci. Ma come, qualcuno obietterà, oggi? che è già giugno? Non ci potevi pensare una settimana prima, dieci giorni fa, che adesso noi si parla d’altro?

No, ci penso adesso che non ci pensa più nessuno, che sono terminate le celebrazioni, anche quest’anno, di quel 23 maggio dell’ora e sempre. Che poi sono state celebrazioni tristi, quelle per Giovanni Falcone e co., perché era il trentunesimo anniversario, e i numeri primi nella retorica delle commemorazioni non sono mai popolari. L’anno scorso sì che era bello: 1992-2022, l’ho letto dappertutto, insieme a «per sempre con noi», «per non dimenticare». Solo che il per sempre non esiste neanche in amore, pensa te nell’antimafia. E poi, abbiamo già dimenticato dove eravamo ieri, figurati il resto.

Sì, vorrei scrivere qualcosa su questo anniversario, sull’aria malinconica che c’era in queste manifestazioni in tono minore, con sindaci, politici, militanti, dirigenti, influencer e testimonial che si guardavano per dire, e adesso? Chi ci arriva al qurantennale? O magari, un po’ prima, al trentacinquesimo? E come ci arriviamo, soprattutto? Qui bisogna inventarsi qualcosa. E infatti a Palermo sono riusciti a trasformare il corteo in un pomeriggio ad alta tensione, con la polizia che ha caricato le persone che manifestavano. Le manganellate ai cortei antimafia. Ecco, questa mancava.

A proposito. Nella mia città, Marsala, al sindaco qualcuno avrà spiegato che c’è una sorta di tara che garantisce l’impunità ogni tot di manifestazioni antimafia che si organizzano. Solo così si giustifica la quantità di incontri con magistrati, giornalisti, scrittori, tutti rigorosamente antimafia, organizzati nel 2022. E le intitolazioni, soprattutto. Piazze, larghi, vie, rotonde, un intero quartiere popolare, il rione Sappusi, che è un grande luogo di spaccio a cielo aperto. Magari erano convinti che i nomi dei poliziotti della scorta di Falcone o di Borsellino aiutassero a reprimere il fenomeno. È finita con le targhette delle vie scollate dopo un po’, come fragili post-it, mentre il crack continua a girare bellamente.

E quindi, sì, mi fa tenerezza il mio Sindaco che ancora, nel 2023, organizza le manifestazioni per il «trentennale delle stragi», vorrebbe che non finissero mai, e l’altra volta sono entrato nella sua stanza e c’erano nello scaffale tutti i libri presentati quest’anno, le biografie, gli illustri saggi, sempre a tema mafia, antimafia e dintorni, ed erano messi con la copertina in evidenza, nel modo opposto, insomma, che tutti conosciamo su come si mettono i libri in una libreria, quasi a voler creare uno scudo. I libri a questo servono, ormai, non a essere letti, ma a essere esposti, come un altarino.

A Castelvetrano è stata esposta anche la teca che contiene i resti della Quarto Savona Quindici, l’auto di scorta del giudice Falcone. La vulcanica Tina Montinaro, vedova del caposcorta Antonino, gira l’Italia con questo cubo trasparente, portandola come testimonianza della violenza mafiosa.

La teca con i rottami dell’auto è stata collocata nella piazza centrale della città, che è la città dei Messina Denaro, per un paio di giorni, con le scuole in pellegrinaggio tipo La Mecca, e le autorità e loro accompagnamenti vari. Pure il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, è arrivato, la prima mattina, ma il fatto è che poi, verso le 13, è andato a pranzo, ed è rimasto in piazza tutto l’apparato di sicurezza, i carabinieri, i poliziotti, si sono fatti tutti un po’ più rilassati, come quando aspetti la campanella che svuota la classe, e allora hanno cominciato a farsi i selfie davanti la teca dell’auto, uno, due, tre foto ricordo e ho pensato a Padre Puglisi, anzi al Beato Padre Puglisi, che non ha pace neanche da morto, gli hanno tagliato dei pezzetti, e le teche con i «frammenti sacri» del suo corpo girano per la Sicilia, e la gente le bacia, le tocca con il fazzoletto bianco, chiede una grazia, la grazia dell’antimafia. Magari si fanno anche loro un selfie. E con questi selfie, come il mio sindaco, si fanno un altarino, da qualche parte.

Ma, dicevamo di Piantedosi, che è arrivato a Castelvetrano, poi a Palermo, per dire una cosa banale: «La mafia è cambiata». È il nuovo refrain, dato che non si può più dire: «Stiamo facendo terra bruciata intorno a Messina Denaro», ora che l’hai preso davvero. La mafia è cambiata. Ma quando mai. È sempre la stessa. È tornata quella di prima, semmai, ma da tempo, dopo l’ultima strage, roba di un’era mafiologica fa. Ed è sempre quella, la mafia, silenziosa, invisibile, borghese.

Forse è questa la condanna che dobbiamo scontare, mi dico:

Ogni anno ricordare Capaci.

Ogni anno sentire come una fitta nel cuore.

Ogni anno manifestare.

Ogni anno ascoltare ministri dire sempre le stesse cose.

Si è persa un’occasione, in questo anniversario del trentunesimo. Perché bastava un po’ di impegno per accorgersi che era in realtà il trentesimo più uno, che si celebrava. Perché è il primo anno che ricordiamo la strage di Capaci, ma con Messina Denaro dentro, il più pericoloso dei latitanti, l’ultimo dei Corleonesi, e questo ci dovrebbe spingere a cambiare tutto, anche il nostro modo di ricordare e commemorare, ed invece sembra quasi a volte – perdonatemi – che ci manca più Messina Denaro che Giovanni Falcone o Paolo Borsellino, a noi altri, perché fin quando il boss era libero e fuori, noi si aveva l’alibi per parlare del grande cattivo che muove i fili, del male che si aggira per la Sicilia e l’Italia, per toccare i tasti facili della caccia all’uomo. E adesso che il grande cattivo è dentro, nemici non ce ne sono più, e siamo orfani. Ci resta solo la memoria, che è una brutta bestia quando è lasciata solo alla nostra responsabilità, quando non abbiamo più qualcuno con cui prendercela.

Si poteva dire: sono i 30 anni+1 dalla strage di Capaci, con l’arresto di Messina Denaro siamo all’anno zero. Aboliamo allora la parola antimafia, cominciamo a parlare di responsabilità. Aboliamo le manifestazioni con le scuole intruppate e torniamo a farli studiare, questi giovani, che non sanno nulla, perché nulla gli insegniamo. Seppelliamo i resti dei nostri morti. Torniamo a considerare la memoria come qualcosa in movimento perenne, di vivo, una specie di pianta che va nutrita, e non un fossile da museo, un ritratto da appendere alle pareti, un oggetto di modernariato per fare bella figura nei nostri salotti.

Invece siamo tornati nel loop, nella comfort zone, solo che adesso è più triste. Ci vuole un pensiero sovversivo, per cambiare la lotta alla mafia, oggi, un atteggiamento diverso, radicalmente opposto, un ribaltamento del tavolo. Abbandonare soprattutto la retorica della speranza, della terra che cambia. Ecco, l’ho detto. «Lasciate ogni speranza o voi che è entrate» è l’iscrizione che Dante Alighieri trova all’ingresso dell’Inferno, nella sua Commedia. Mi ricordo che nel mio manuale di letteratura, al liceo, la nota di testo parlava di una «terrificante scritta».

Non so, ma a me, nell’anno 30+1, questa frase non mette paura. Mette pace. «Lasciate ogni speranza o voi che entrate» la vorrei vedere scritta all’ingresso del Paradiso. Perché la speranza è un inganno, in nome della speranza di una Sicilia libera dalla mafia in questi anni sono stati compiuti anche i più gravi misfatti. E allora mi piacerebbe che un giorno quest’isola mia fosse un paradiso, cioè un luogo dove non c’è bisogno di speranza, la puoi lasciare all’ingresso, perché già c’è tutto: le strade che non crollano, il lavoro, le scuole con le mense, persino i treni (in quel caso l’unica speranza sarebbe quella che arrivino in orario, anziché, come ora, che magari intanto arrivino).

«Lasciate ogni speranza o voi che entrate», non pensate che sarebbe un bel manifesto per una nuova antimafia? Lasciate ogni speranza, le ideologie, gli slogan. State semplicemente nelle cose, vivete il quotidiano, senza fretta. Siate oggi, qui, attenti, sereni, responsabili, per il trentunesimo anniversario, come per il trentaduesimo, per il 23 maggio, come per il 24, e il 19 e il 20 e il 21 luglio, e anche il 30 febbraio se dovesse esistere, un giorno, lasciate anche lì che non entri con voi la speranza.

Ma poi speranza di che? Che arrivino i giudici, i buoni, la cavalleria, i martiri, l’esercito, gli eroi, le vittime, i sacrificati, i «fautori della svolta», i preti-coraggio, i giornalisti scortati, le reliquie, le teche, i ministri? Costruitelo voi, questo benedetto cambiamento che volete vedere nel mondo.

Di Pietro racconta ‘Tangentopoli’. “Quando Borsellino mi disse: Tonì facciamo presto, ci resta poco”. Da CARMEN SEPEDE su isnews.it il 17 Dicembre 2018

Il racconto di una delle pagine più importanti della storia italiana, in una lezione-intervista che l’ex magistrato del Pool di ‘Mani pulite’ ha fatto nel ‘Caffè letterario’ dell’Istituto ‘Pilla’ di Campobasso. Il terrorismo e gli attentati di mafia, la delegittimazione e l’ingresso in politica, l’Italia oggi e il rapporto con il suo Molise, in una ricostruzione che ha lasciato gli studenti a bocca aperta

Antonio Di Pietro doveva morire. Lo aveva deciso la mafia, che lo aveva messo al terzo posto della lista dei nemici da abbattere. Dopo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo ha raccontato l’ex magistrato del Pool ‘Mani pulite’, oggi a Campobasso, nel ‘Caffè letterario’ dell’Istituto ‘Pilla’ di Campobasso, intervistato dal giornalista Giovanni Minicozzi davanti agli studenti della scuola, rimasti a bocca aperta nel sentire, dal vivo, il racconto di una delle pagine più importanti della storia del nostro Paese. ‘Tangentopoli’ e i rapporti tra Stato e mafia. 

“Ero ai funerali di Giovanni Falcione – ha ricordato Di Pietro – Borsellino mi si avvicinò e mi disse. “Tonì, facciamo presto, abbiamo poco tempo”. Il tempo che gli era rimasto lo conoscete tutti. A me è andata meglio, a Milano ero più protetto, abitavo in una casetta di campagna, sorvegliato notte e giorno con quattro telecamere collegate alla questura. Dopo gli attentati mandai però la mia famiglia in America, in Costa Rica e in Ohio, con un falso passaporto e protetti dallo Stato. Io invece decisi di restare. Quando morì anche Borsellino – ha aggiunto – tornai a casa a Montenero di Bisaccia. Non avevo più i genitori e mi rivolsi a mia sorella. “Concettì, che devo fare?” le chiesi. E lei, “fai il tuo dovere e pagane le conseguenze”.

Al suo fianco c’erano gli altri magistrati del Pool di Milano, Gerardo D’Ambrosio, Francesco Saverio Borrelli, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo. Tra il 1992 e il 1993, nel cuore di ‘Tangentopoli’, Antonio Di Pietro era diventato uno degli uomini più potenti d’Italia, sulle copertine di tutti i quotidiani del mondo. Dal lanciare il suo nome come possibile Presidente della Repubblica, com’è pure avvenuto, alla macchina del fango e “allo sputo in faccia”, come ha ricordato, ne è passato poco.

“Dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino – le sue parole – lo Stato ha rialzato la testa nei confronti della mafia, come aveva fatto con il terrorismo dopo l’omicidio Moro. Allora, visto che non si è potuto più uccidere, è stata utilizzare un’altra strategia. Quando vuoi fermare una persona puoi utilizzare due metodi: o ammazzarlo, o delegittimarlo, che è la morte civile. Ed è quello che hanno tentato di fare con me. Perciò ‘Mani pulite’ è riuscita solo per metà”. 

Dopo la caduta della Prima Repubblica, “che in tanti hanno attribuito a me”, Di Pietro ricevette una telefonata. “Arrivava dall’ufficio della Presidenza della Repubblica. Proposero a me di fare il ministro dell’Interno e a Davigo il Ministro della Giustizia. Io ho rifiutato, perché se avessi accettato sarei stato un ‘padreterno’, ma corrotto”.

L’impegno in politica, con la fondazione dell’Italia dei Valori e la nomina a ministro dei Lavori pubblici del Governo Prodi, arriva dopo le sue dimissioni da magistrato. “Non mi sono certo dimesso per fare politica – ha voluto precisare – ma per difendermi, sono stato processato 267 volte e sempre assolto. A un certo punto hanno anche detto che ero un agente della Cia. Ma che ci azzecco io con la Cia – ha detto utilizzando il ‘dipietrese doc’ – che non so una parola di inglese”. 

Se ‘Mani pulite è finita, “è stato un periodo irripetibile”, la corruzione esiste ancora. “Non è però la stessa cosa – Di Pietro ha voluto precisare – oggi se ne parla così tanto perché c’è più lotta alla corruzione. C’è però stata una sbiancatura del reato. Io all’epoca di Tangentopoli ho trovato un pouf pieno d’oro, valanghe di soldi nascosti in uno scarico del bagno. Oggi ci si vende per il viaggio, il regalo, un vantaggio per sé e i propri familiari. Ora come allora la corruzione è però una continua lotta tra guardia e ladri. Quando le guardie scoprono il metodo per incastrare i ladri questi lo cambiano”.

Una lezione di cultura della legalità, voluta dalla dirigente del ‘Pilla’ Rossella Gianfagna, con un monito rivolto agli studenti, “non aspettate che siano gli altri a denunciare, fatelo voi stessi, quando ci sono le circostanze”, come ha detto l’ex ministro. Che ha espresso preoccupazione per il suo Paese, “perché come negli anni Trenta e Quaranta qualcuno parla alla pancia degli italiani”.

Non è mancata una riflessione sulla sua terra d’origine. “Io sono innamorato del mio Molise – ha precisato Di Pietro – e nel corso degli anni credo anche di averlo fatto conoscere. Ma sono convinto che anche in Italia sia necessaria una revisione del sistema delle autonomie. Non credo ci debbano essere più le regioni a statuto speciale e tante regioni piccole, ma servono strutture più ampie con più autonomie, che abbiano più voce in capitolo. Il mio Molise – ha concluso – è troppo piccolo e porta pochi voti. Quindi è poco ascoltato”.

Lettera di Paolo Cirino Pomicino a Dagospia il 28 maggio 2023.

Siamo ormai un paese piombato in un clima surreale. Ieri cercavamo esecutori e mandanti delle bombe del 1993 messe a Milano, Firenze e a Roma e che procurarono morti e feriti. Oggi che abbiamo arrestato l’ultimo dei mandanti (Messina Denaro) un bravo pubblico ministero, Luca Tescaroli, autore della requisitoria nel processo per la strage di Capaci svoltosi a Caltanissetta, si domanda come mai le bombe sono improvvisamente finite ed i mafiologi di professione gli fanno eco.  

Domande surreali per chi conosce i fatti anche se legittime per chi vive nella nuvola dei mandanti occulti, una sorta di “entità centrale” come irresponsabilmente ha detto Pietro Grasso senatore della Repubblica. Vorremmo aiutare Tescaroli a dipanare quella matassa che incatena la sua tradizionale lucidità e bacchettando anche quelli che attaccano lo Stato senza fare nomi e cognomi.

Dopo la strage di Capaci e prima di quella di via d’Amelio fu inviato a tutte le autorità un anonimo in cui si diceva quel che sarebbe accaduto nei mesi successivi. Dobbiamo alla intelligenza politica del senatore comunista Lucio Libertini se abbiamo ancora quell’anonimo scritto sottomano perché venne trasformato per intero in una interrogazione parlamentare. In quello scritto si diceva che dopo altri omicidi e confusione l’offensiva della mafia si sarebbe fatta più forte sino ad ottenere alcuni risultati. E così avvenne. Nel novembre del1993, dopo le bombe di Milano, Firenze e Roma, il ministro della Giustizia del governo Ciampi, Giovanni Conso, liberò dal carcere duro ( il famoso 41 bis ) trecento mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti e da quel momento il ministero dell’interno,  grazie ad una gestione lassista dei programmi di protezione da parte di una commissione di cui ancora oggi non si conoscono i nomi, liberò sino al 2005 ben 10 mila mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti come ci venne comunicato dal ministro Mastella rispondendo ad una nostra interrogazione parlamentare.

Quella gestione lassista fu tale innanzitutto negli anni novanta quando il parlamento, inorridito da quel che si vedeva e si sentiva, nel 1999 approvò una modifica per cui i pentiti avrebbero dovuto comunque scontare un terzo della pena prima di avere i benefici della normativa premiale. Nel frattempo però gli assassini di Falcone, eccezion fatta di Giovanni Brusca, erano già usciti dal carcere. Senza dilungarci vorremmo suggerire a Luca Tescaroli qualche considerazione. L’uscita di 300 mafiosi dal 41 bis e, da quella data, il via libera della commissione ministeriale ad una gestione molto permissiva dei programmi di protezione con i risultati ricordati non sono motivi sufficienti a mettere fine alle bombe?

Che altro potevano aspettarsi i mafiosi da una folle politica stragista che certo non poteva continuare all’infinito? Lo stesso mancato scoppio della bomba messa all’Olimpico a nostro giudizio non fu un errore ma un messaggio preciso di come quelle scelte fatte dal governo aveva evitato un’altra strage. Forse bisognerebbe capire più a fondo chi durante il governo Ciampi, e poi successivamente, mosse i fili perché a quelle bombe si rispondesse liberando migliaia di pentiti e togliendo 300 irriducibili dal carcere duro. Ma questo forse è più compito degli storici che di un pubblico ministero ancorché bravo come Luca Tescaroli. Ma dopo trent’anni non sarebbe utile  e saggio smettere di alludere permanentemente a contiguità criminali di tutto ciò che è alternativo alla sinistra? 

E non forse sarebbe altrettanto utile e saggio denunciare l’ignobile costume di quanti affermano la collusione dello Stato con pezzi della criminalità senza mai fare nomi e cognomi? La politica recuperi visioni e qualità di comportamenti se vuole riprendere quel primato da tempo smarrito. Il paese ne ha veramente bisogno.

Dossier Mafia-Appalti. Non sapremo mai come andò. Un mese è già trascorso dall’archiviazione di tutti gli imputati del processo Trattativa Stato-mafia. Eppure, dalle parti del Fatto Quotidiano non mollano di un millimetro. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 30 Maggio 2023

Non deve essere per nulla facile, dopo averla cavalcata per anni, vedere l’inchiesta che ti ha portato successo e visibilità sciogliersi come neve al sole. A distanza di un mese dall’archiviazione di tutti gli imputati del processo Trattativa Stato-mafia, dalle parti del Fatto Quotidiano non mollano un millimetro e continuano imperterriti nella tesi dei “mandanti occulti” dietro le stragi del 1992-93. Chi contraddice questa narrazione, finalizzata a metter in “ombra le dichiarazione di Giuseppe Graviano sulle presunte responsabilità stragiste di Silvio Berlusconi” lo farebbe utilizzando come “arma di distrazione di massa” l’inchiesta mafia appalti, archiviata il 13 luglio 1992 da Roberto Scarpinato, ora senatore del M5s e all’epoca Pm del processo Trattativa.

Per “mafia e appalti” si intende il rapporto giudiziario che venne depositato dai carabinieri del Ros alla Procura di Palermo il 20 febbraio 1991 sulla “mafia imprenditrice” la quale, invece di imporre il pagamento di tangenti estorsive agli imprenditori, era diventata essa stessa imprenditrice con società riferibili ad appartenenti a Cosa nostra. Nel rapporto del Ros si affrontava soltanto la prima fase, quella della aggiudicazione delle commesse pubbliche, attorno ad un tavolo denominato “tavolo di Siino”, da Angelo Siino, poi diventato collaboratore di giustizia e definito il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra ma, più precisamente, dei corleonesi.

Roberto Scarpinato, che firmò l’archiviazione di questo fascicolo, a cui teneva molto Paolo Borsellino, affermò che le indagini erano state fatte “in parte con le intercettazioni dell’Alto commissariato, in parte con intercettazioni che erano state fatte dall’ufficio istruzione”. Entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale tutti i filoni confluirono in unico procedimento.

Nel febbraio del 1991, il Ros depositò allora un’informativa, circa 900 pagine con intercettazioni, riepilogativa delle indagini che erano state fatte.

Scarpinato disse che le intercettazioni “erano state autorizzate in altri procedimenti per il reato di cui all’articolo 416 bis codice penale. Quindi per la normativa del tempo non potevano essere utilizzati in altri procedimenti se non a carico di soggetti indagati per il reato di cui all’articolo 416 bis secondo comma promotori organizzatori non per i semplici partecipi”.

Ferma restando l’inutilizzabilità, ai fini di prova, delle intercettazioni effettuate dall’Alto commissariato, le intercettazioni autorizzate con il vecchio codice (quindi prima del 24 ottobre 1989) dal giudice istruttore avrebbero potuto essere utilizzate anche nei procedimenti disciplinati da quello nuovo. L’articolo 242 delle norme transitorie aveva infatti precisato che si dovesse continuare ad applicare il vecchio codice nei casi tassativi ivi previsti.

Alla pagina 5 della richiesta di archiviazione del 13 luglio 1992, firmata da Scarpinato, si legge che “non si erano, prima del 24 ottobre 1989 realizzate le condizioni prescritte dall’art. 242 delle norme di attuazione del c.p.p. per il proseguimento dell’istruttoria con il rito abrogato. Di conseguenza, gli atti dianzi indicati e le relative intercettazioni confluivano nel procedimento 2789/90 N.C. già instaurato secondo le regole del nuovo rito”. Dalla medesima richiesta di archiviazione (pagina 2) risulta che le intercettazioni “confluite” nel procedimento nuovo rito 2789/90 erano diverse, come ad esempio quelle effettuate nel procedimento 2811/89 (vecchio rito) relative alla vicenda Baucina/Giaccone, quelle nel procedimento 1020/88 (vecchio rito) relative alla vicenda SIRAP e al ruolo di Angelo Siino, o quelle effettuate nel procedimento 2811/89 (vecchio rito) pendente davanti al giudice istruttore contro Giuseppe Giaccone per la vicenda Baucina.

Dalla pagina 6 della richiesta di archiviazione risulta altresì che al procedimento 2789/90 venivano acquisiti copia degli atti dei fascicoli più importanti, come le audizioni della Commissione regionale antimafia dedicata alla situazione dei Comuni delle Madonie.

Pertanto, tutte le intercettazioni effettuate nella vigenza del vecchio rito, fatte tutte “confluire” nel procedimento 2789/90 nuovo rito, erano senz’altro utilizzabili per come scritto da Scarpinato nella richiesta di archiviazione. Paolo Pandolfini 

La giustizia che funziona. Magistrati alla ricerca della verità e non accecati dall’ideologia: la storia dei pm fiorentini. Matteo Renzi su Il Riformista il 30 Maggio 2023 

Ricordare il trentennale della strage dei Georgofili è stato per i fiorentini come me un tuffo al cuore. La camminata notturna tra Palazzo Vecchio e il luogo della strage ha visto la partecipazione di tanta gente, soprattutto giovani. E la cerimonia è stata impreziosita dalla presenza di Tina Montinaro, vedova di Antonio, caposcorta di Falcone, che ha trasmesso la sua grandezza d’animo a noi e ai ragazzi persino davanti alla Quarto Savona 15, l’auto su cui viaggiava il marito, totalmente distrutta dal tritolo di Giovanni Brusca, auto che la Polizia di Stato ha voluto esporre quest’anno sotto la Galleria degli Uffizi.

Il giorno dopo presso il Palazzo di Giustizia è arrivato il Presidente Mattarella. Dal palco si sono alternati il Presidente della Corte d’Appello, Nencini – cui va dato merito dell’ottima iniziativa – il procuratore nazionale antimafia Melillo, il professor Palazzo, la Prima Presidente della Cassazione Cassano, il Vice presidente Csm Pinelli, la Presidente della Corte di Cassazione Sciarra. Un parterre de roi che ha saputo riflettere e far riflettere in modo eccellente. E il ricordo sullo sfondo dei grandi Pm fiorentini. Mentre ascoltavo gli interventi pensavo a come Firenze abbia avuto una straordinaria storia di Pm credibili, integerrimi, capaci.

E molti erano presenti in sala: Crini, Nicolosi, Quattrocchi, la stessa Cassano. Qualcuno invece ci ha lasciato troppo presto a cominciare dai due magistrati che con coraggio indicarono la strada: Piero Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi. Se la strage dei Georgofili non è rimasta impunita è perché allora a Firenze ci furono Pm straordinari, magistrati capaci alla ricerca della verità e non accecati dall’ideologia. La verità giudiziaria sui Georgofili è stata scritta perché c’erano loro. Persone serie che rendevano gli uffici giudiziari di Firenze un’eccellenza.

A questo serve una giustizia che funziona: a renderci orgogliosi di essere italiani. A prendere i veri colpevoli. A non confondere la verità giudiziaria con le proprie idee personali. Spesso le cattive abitudini di pochi di loro oscurano il lavoro dei tanti. E allora – nel ricordo dei Vigna, dei Chelazzi, dei bravi investigatori – si renda onore a quei Pm che fanno

bene il loro dovere, anche oggi. Che i ragazzi delle scuole della magistratura possano conoscere la loro storia, la loro grandezza, la loro nobiltà.

Matteo Renzi (Firenze, 11 gennaio 1975) è un politico italiano e senatore della Repubblica. Ex presidente del Consiglio più giovane della storia italiana (2014-2016), è stato alla guida della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009, sindaco di Firenze dal 2009 al 2014. Dal 3 maggio 2023 è direttore editoriale de Il Riformista 

I "torbidi retroscena”. L’ultima trovata dei Pm fiorentini contro Berlusconi e Dell’Utri: “Denegata strage” Tiziana Maiolo su L'Unità il 30 Maggio 2023 

Siamo arrivati a contestare il reato di “denegata strage”, alla procura di Firenze. Perché ormai, dopo quattro archiviazioni, essendo ormai impossibile dimostrare il fatto che le bombe del 1993-94 hanno avuto come mandanti Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, si indaga per sapere come mai nel gennaio 1994, proprio alla vigilia delle elezioni vinte da Forza Italia, Cosa Nostra abbia abbassato le armi. Che cosa c’è dietro questa ”denegata strage”? Una risposta arriva dalla saggezza di un illustre pensionato.

Pietro Grasso, ex procuratore nazionale antimafia e già presidente del Senato, lo ha detto chiaro, domenica scorsa da Lucia Annunziata. L’ho chiesto io a Gaspare Spatuzza, dopo che lui aveva iniziato a collaborare con la magistratura. Come mai, gli ho domandato, come mai dopo che era fallito l’attentato allo stadio Olimpico di Roma del 23 gennaio 1994, non ci avete riprovato? Perché, dopo quel giorno, sono cessate le bombe di Cosa Nostra? La sua risposta fu semplice: io prendevo ordini da Giuseppe Graviano, e quattro giorni dopo lui fu arrestato a Milano.

Erano stati i carabinieri, arrivati da Palermo al comando del capitano Marco Minicucci, a mettere le manette ai polsi del boss di Cosa Nostra e del fratello, mentre i due erano con le fidanzate al ristorante “Gigi il cacciatore”. Un’operazione pianificata e solo casualmente portata a termine nel capoluogo lombardo. Solo per quel motivo quindi, e perché i boss dei corleonesi uno dopo l’altro stavano entrando all’Ucciardone e nelle altre carceri a loro destinate, direttive per nuove stragi non ne arrivarono più. Lo Stato aveva vinto. Pure, di anniversario in anniversario, di comitato parenti vittime in comitato parenti vittime (due giorni fa si ricordava la data della strage di Brescia, 28 maggio 1974), non si placa l’ossessione di chi non si arrende alla realtà della sconfitta di Cosa Nostra a opera dello Stato.

Quella parte della storia non c’è più, fatevene una ragione. E spiace aver visto lo stesso Presidente Sergio Mattarella, nella stessa giornata in cui aveva impartito una bella lezione su don Milani e reso giustizia alla ministra Roccella dopo il silenzio della sinistra sull’assalto al suo libro, seduto ad applaudire ogni sciocchezza più o meno togata sulla strage dei Georgofili. Lì avrebbe avuto occasione, il Capo dello Stato, anche nella sua veste di numero uno del Csm, per menar vanto, per mostrare l’orgoglio di uno Stato più forte delle mafie e di una magistratura che sappia separare il grano dal loglio, i fatti dalle opinioni. I fatti sono che da tempo ogni bomba, ogni strage, ogni omicidio di mafia degli anni novanta ha avuto processi e condanne. Ogni tassello è andato al proprio posto.

Ma nel frattempo sui “torbidi retroscena” che aprono “inquietanti interrogativi”, refrain banale di chi “dà buoni consigli non potendo dare cattivo esempio”, si sono costruite carriere. Sciascia li chiamava professionisti dell’antimafia, noi li abbiamo soprannominati “fantasmi”, perché gli anni passati sono ormai trenta. Del resto non viviamo nel Paese che si sta ancora baloccando, questa volta insieme alla giustizia dello Stato Vaticano, sulla scomparsa di una povera bambina nel 1983? Per lo meno, in questo caso antico, il mistero esiste davvero, al contrario di quanto accaduto nei processi di mafia, dove i “pentiti” abbondano per numero e per loquela.

Prendiamo Gaspare Spatuzza, per esempio. Il collaboratore è considerato uno dei più attendibili, soprattutto dopo che, addossandosi la responsabilità di uno dei più gravi e simbolici delitti dei corleonesi, l’omicidio del giudice Paolo Borsellino, ha svelato il più grave complotto di Stato. Quello di chi, forze dell’ordine, magistrati e giornalisti, aveva voluto pervicacemente credere alla parola fasulla di Enzo Scarantino pur di offrire all’opinione pubblica una qualsiasi “verità” su quel delitto. Una comoda verità. Che ha però coinvolto persone innocenti e le ha tenute nelle carceri speciali per quindici anni. Più che “professionisti”, gli inquirenti del tempo sono stati degli incapaci. A voler essere generosi. A non voler applicare nei confronti di tutto il gruppo dei promotori ed estimatori del “processo trattativa” gli stessi metodi complottistici che loro hanno usato, e continuano a usare nei confronti degli altri.

Prendiamo il procuratore Tescaroli. Era giovane al tempo delle stragi di Capaci e via D’Amelio, ventisette anni, ma aveva votato presto la sua attività, professionale e pubblicistica, a inseguire la dimostrazione del teorema che vuole i capitali delle società di Silvio Berlusconi inquinati dalla mafia. Un’intera carriera, partita da Caltanissetta per approdare a Firenze passando per Roma, che pare destinata solo agli insuccessi, se si eccettua una modesta vittoria su una causa di diffamazione. Addirittura, in questo gioco di specchi di fascicoli aperti e chiusi, lo stesso pm ha più di una volta chiesto l’archiviazione. E né Berlusconi né Marcello Dell’Utri sono mai arrivati a ricoprire l’habitus di imputati di stragi.

Perché è difficile dimostrare l’indimostrabile con la tessitura di un patchwork, fin dai tempi dell’operazione “Oceano”, messa in piedi da alcuni uomini della Direzione Nazionale Antimafia, l’organismo che ha onorato della sua attenzione il leader di Forza Italia non molto tempo dopo la propria nascita nel 1991. Ed è ancora la Dia un anno fa, a “rinverdire” le stanche indagini del dottor Tescaroli con un’informativa che, se gli efficienti uomini dell’antimafia lo consentono, fa un po’ ridere. Attraverso un confronto (cercato ossessivamente) tra le celle telefoniche e i cellulari, tentano di dimostrare che se in un certo periodo dell’estate Giuseppe Graviano era in Sardegna, sicuramente era vicino a Berlusconi. E che se il boss, o suoi parenti, erano in Toscana, magari da quelle parti c’era anche Dell’Utri o un suo congiunto.

Tutto fa brodo, perché chiuso un fascicolo se ne può aprire un altro. E si può sostenere senza pudore che, se ci fossero stati gli (indimostrabili) incontri, la coincidenza chiuderebbe il cerchio, perché proprio in quel periodo Berlusconi preparava la propria entrata in politica. Il regalino ai Due Luca procuratori, Turco e Tescaroli, porta la firma del primo dirigente della polizia di stato Francesco Nannucci. Il quale sarà deluso dal fatto che in un anno nulla sia stato dimostrato a supporto della sua non originale tesi. Anche perché nel frattempo hanno pensato bene a entrare in concorrenza con le spifferazioni di Stato sia Giuseppe Graviano dal palcoscenico del processo di Reggio Calabria “’Ndrangheta stragista” che Salvatore Baiardo in esibizione tv da Giletti e Ranucci, con le successive smentite su Tik Tok.

Esilarante prima e dopo. Così i pm specializzati in patchwork possono continuare a cucire i pezzetti scombinati dell’inchiesta eterna. Il procuratore aggiunto Tescaroli lamenta da sempre di non riuscire a far carriera perché è un inquisitore “scomodo”. Tanto da essersi fatto raccomandare, per arrivare alla posizione che occupa oggi, dall’ex magistrato Palamara (il terzo Luca della storia), come confermato dallo stesso, che fu il potente capo del sindacato delle toghe e membro del Csm, in una dichiarazione a Paolo Ferrari su Libero.

E non viene il dubbio, al procuratore aggiunto di Firenze, del fatto che forse un magistrato che non riesce a portare a termine le proprie indagini ma è costretto ad aprire e chiudere continuamente con archiviazioni sempre la stessa vicenda da trent’anni, non sia affatto “scomodo”, ma forse da biasimare? E non teme il ridicolo, essendo ormai ridotto a contestare il reato di “denegata strage”, per lasciare agli storici la propria verità? Tiziana Maiolo

Vuoi vedere che ora il povero Cairo finisce nei guai per aver sospeso la trasmissione di Giletti?  Il patron di La7, che paga la vecchia conoscenza con il compianto Cavaliere Silvio Berlusconi, è stato sentito dai pubblici ministeri di Firenze. Tiziana Maiolo su Il Dubbio il 17 agosto 2023

Adesso salta fuori anche, dalle inesauribili migliaia di carte dei “Due Luca” di Firenze, i pm Turco e Tescaroli, che Silvio Berlusconi avrebbe voluto tanto incontrare il presentatore tv Massimo Giletti, ma lui aveva fatto lo sdegnoso e aveva detto di no al messaggero della richiesta. Il quale nega di aver mai fatto quel genere di avance, ma i magistrati non gli credono. È lecito intuire, a questo punto, che qualcuno stia cercando di incastrare Urbano Cairo, editore del Corriere della sera e di La7. È piuttosto evidente, dal momento che gli stanno con il fiato sul collo i pubblici ministeri di Firenze, Luca Turco e Luca Testaroli, che lo hanno sentito come persona informata sui fatti nell’inchiesta sulle bombe del 1993. Ed è già singolare che, a trent’anni da quelle stragi e dopo innumerevoli archiviazioni, ci siano ancora fascicoli aperti.

Ma ancora più paradossale è che, tra la ricerca su una bomba e l’altra, ci sia tempo per chiedere a un editore perché, dopo sei anni di costi altissimi ( saldo negativo di 3- 4 milioni annui) e notevole calo di ascolti, una certa trasmissione della rete La7 sia stata sospesa. E la libera impresa? Perché l’editore dovrebbe render conto delle proprie scelte economiche a magistrati che indagano sui reati di strage? Ma il senso vero di questi interrogatori e di conseguenti articoli di giornale, sempre le solite firme sulle solite testate, è che Urbano Cairo porta addosso le stimmate per aver lavorato in passato al fianco di Silvio Berlusconi, e questo è imperdonabile.

Se lui dice una cosa e uno qualunque come il conduttore di “Non è l’arena”, la trasmissione ormai morta e defunta, dice il contrario, ha ragione il secondo. Anche perché, e soprattutto perché, prima di andare per l’ennesima volta dal magistrato, costui ha consultato un vero oracolo, quel pm Nino Di Matteo, appena reduce dalla sconfitta nell’inchiesta più fallimentare della storia politico- giudiziaria italiana, il famoso processo sull’inesistente “Trattativa” tra lo Stato e la mafia negli anni novanta.

Tutta questa tarantella di notizie e lapidarie certezze emerge dalla consueta valanga di carte che, da trent’anni a questa parte, migrano da un ufficio all’altro, da Palermo a Caltanissetta e poi a Firenze, che è diventata il crocevia di tutto questo smistamento di fascicoli che “odorano” di bombe, anzi di “mandanti”, dal momento che gli autori delle stragi di mafia sono già stati tutti processati e condannati. Ma non finisce mai. Avete presente il movimento che fa la fisarmonica, da un lato all’altro, con una sensazione di avanti e indietro necessaria per produrre suoni musicali? Ecco, queste indagini che riguardano Silvio Berlusconi ( la preda grossa che non viene mollata neppure post mortem) e Marcello Dell’Utri stanno continuando a fare il movimento delle fisarmonica, nell’attesa che qualcosa si spezzi. Che magari il nuovo procuratore capo di Firenze, Filippo Spiezia, possa dare un’occhiata all’attività dei suoi due aggiunti. E magari anche, perché no, che l’ispezione ministeriale che ha già riguardato il pm Luca Turco per la vicenda di Open e di Matteo Renzi e che si è conclusa con una richiesta di azione disciplinare, possa allargarsi fino all’attività apri- e- chiudi del fascicolo sulle stragi. Silvio Berlusconi è stato preso di mira fin dai tempi del suo primo governo del 1994 con la misteriosa “Operazione Oceano”, con cui lo hanno messo sotto controllo gli uomini della Dia. Cui ne seguirono un altro paio. Siamo ancora in terra di Sicilia, quando arriviamo all’archiviazione del 1997 a Palermo. E poi almeno altre tre volte a Caltanissetta e a Firenze, quasi sempre con la richiesta degli stessi pubblici ministeri.

Poi, proprio nel calderone del fallimentare processo “Trattativa”, nel 2019, si scopre che in realtà l’ex presidente del Consiglio è di nuovo indagato, sempre per lo stesso reato e con il sospetto che abbia favorito la mafia, da almeno due anni, in seguito all’intercettazione di vanterie del boss Giuseppe Graviano in carcere. E così continua la fisarmonica, ormai in sede stanziale a Firenze, dove da tempo si è insediato in procura anche il siciliano pm “antimafia” Tescaroli. Ma l’inchiesta langue, e alla fine del 2022 si dovrebbe chiudere con l’ennesima archiviazione. Ma ecco spuntare all’orizzonte il prode gelataio imbonitore Salvatore Baiardo. Plana direttamente, come ospite retribuito, nella trasmissione “Non è l’arena” su La7, la rete di Urbano Cairo.

Il gelataio giocoliere dice di avere una foto di Berlusconi con il generale Francesco Delfino (ormai defunto) e con Giuseppe Graviano. Fa anche intravedere un’immagine sfuocata e al buio in cui Giletti riconosce solo un Silvio Berlusconi giovane, poi, qualche giorno dopo va su Tik Tok e smentisce tutto. Ma gli astuti pm lo hanno intercettato mentre parla al telefono della foto con il conduttore tv e lo accusano di calunnia per la smentita. Con una strana triangolazione procedurale sostengono che è come se avesse imputato a Giletti di aver reso false dichiarazioni ai pm. Ma non basta. I Due Luca vogliono arrestare il gelataio anche per calunnia nei confronti di Gaspare Spatuzza e per favoreggiamento nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri. Tutta la storia della foto avrebbe avuto lo scopo di aiutare i due. I magistrati cercano anche di interrogare, dopo aver perquisito la sua casa e il suo studio, l’ex presidente di Publitalia, ma lui si sottrae. Intanto la fisarmonica si allarga.

La fine di questo pezzetto di storia è che la gip di Firenze, Antonella Zatini, respinge la richiesta di arresto nei confronti di Baiardo, ma i pm ricorrono al tribunale del riesame, i cui giudici rinviano la decisione dal 14 luglio al 6 settembre. E depositano tutti gli atti. Nei quali pare, a leggere le solite firme dei soliti quotidiani La Repubblica e Il Fatto, che l’unica notizia interessante, cui Travaglio dedica un’intera pagina, sia una presunta richiesta di Silvio Berlusconi di incontrare Massimo Giletti. Urbano Cairo, che dovrebbe essere il messaggero portatore dell’invito, lo smentisce. Giletti insiste e i Due Luca sono sospettosi. C’è un faro acceso su Urbano Cairo ora, e non è una buona notizia per l’editore. Procuratore Spiezia e ministro Nordio, a voi tutto ciò pare normale, nell’amministrazione della giustizia nel nostro Paese?

Estratto dell’articolo di Lirio Abbate per la Repubblica martedì 15 agosto 2023.

Nel periodo in cui Massimo Giletti raccontava nella sua trasmissione di mafia e politica, puntando l’attenzione su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, l’editore de La7, Urbano Cairo, avrebbe chiesto al giornalista di incontrare l’ex presidente del Consiglio perché doveva parlargli. Giletti si è rifiutato, e per coincidenza, dopo due puntate l’editore ha staccato improvvisamente la spina cancellando il programma dal palinsesto. 

Tutto ciò emerge da una valanga di documenti e verbali di testimoni, compreso quello di Cairo, che lo scorso mese i magistrati della procura di Firenze hanno depositato nell’inchiesta in cui è indagato Salvatore Baiardo, il portavoce e favoreggiatore del boss Giuseppe Graviano, accusato di calunnia nei confronti di Giletti e di favoreggiamento di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. I pm vogliono accertare cosa ha spinto Cairo a chiedere a Giletti di incontrare il Cavaliere, di cui l’editore in passato era il segretario particolare, e il motivo che lo ha portato a spegnere il programma televisivo che si stava occupando di mafia e politica.

Dalle testimonianze raccolte dalla procura fiorentina, Cairo avrebbe incontrato Giletti a Roma il 20 marzo. «Cairo mi ha detto: “guarda, forse è meglio che lo incontri, che ti vuole vedere perché qualcuno magari dice che tu ce l’hai contro...”», spiega Giletti ai pm, e aggiunge: «Ho detto: “Presidente (Cairo, ndr)... non voglio mettermi in una condizione psicologica di... preferisco non incontrarlo ». E secondo Giletti l’editore avrebbe risposto: «Fai bene, glielo dirò, se ritieni così». 

Cairo, sentito su questo punto, nega. Ricorda solo che a gennaio sarebbe stato Giletti a chiedergli di parlare con Berlusconi per convincerlo ad andare ospite in una delle sue trasmissioni. Dell’incontro a Roma a marzo e della richiesta di cui parla Giletti, Cairo mette a verbale: «Lo escludo, nel modo più assoluto, non ho chiesto nulla a Giletti ». Per i pm ci sono contraddizioni in quello che ha detto a verbale Cairo, su cui sono in corso accertamenti.

Dopo le affermazioni dell’editore, i procuratori aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli riconvocano Giletti a luglio e il giornalista risponde: «Confermo ciò che ho detto in precedenza. Colloco l’intervento di Cairo intorno al 20 di marzo, dopo la metà del mese. Si potrebbe chiedere alla mia scorta, perché ricordo che in quell’occasione dopo l’incontro con Cairo lo accompagnai con la mia scorta alla stazione, perché era in ritardo». Giletti chiarisce che le affermazioni di Cairo riguardano «fatti diversi». «A gennaio, ma anche in precedenza, mi è capitato di chiedere a Cairo di contattare Berlusconi per farlo partecipare a una mia trasmissione » si legge nel verbale del giornalista: «Sarebbe stata un’occasione per lo share della trasmissione, perché la figura di Berlusconi è di grande interesse mediatico, e io glielo dissi, visti i rapporti stretti che c’erano fra loro. Ma la vicenda che ho riferito, collocandola nel marzo del 2023, è vicenda diversa. 

(...)

I pm hanno sentito un carabiniere della scorta di Giletti ed ha confermato di aver assistito all’incontro con Cairo. E l’autrice del programma, Emanuela Imparato, dice: «Ricordo nitidamente che Massimo si sedette in una sedia spalle al muro e mi disse: mi ha chiamato Cairo e mi ha detto se vado a un incontro con Berlusconi. L’ho guardato e gli ho chiesto cosa intendesse fare. Mi rispose che non aveva voglia di andarci. Replicai dicendo: fai quello che senti». «Erano i giorni in cui Berlusconi cominciava a non stare bene, se mal non ricordo era già stato ricoverato. Naturalmente, mi chiesi il perché in quel momento giungesse tale richiesta, dopo che avevamo ospitato Baiardo in trasmissione ed era uscito il discorso su Paolo Berlusconi », chiarisce Imparato.

L’editore, rispondendo alle domande dei pm, afferma che la chiusura del programma l’ha decisa in base a “costi e perdite”. Per Cairo è solo una questione di soldi.  

La decisione, resa nota ufficialmente il 13 aprile, coglie di sorpresa Mazzi, il quale fino a poco tempo prima aveva incontrato Cairo per un rinnovo del contratto e ai pm spiega che Giletti non aveva all’epoca alcuna proposta di lavoro in Rai e sarebbe quindi rimasto a La7. 

Baiardo, ospite retribuito dalla trasmissione, racconta di un incontro con il fratello del Cavaliere. È un episodio accertato dai magistrati di Firenze in cui il favoreggiatore della mafia era stato ricevuto nell’ufficio di Paolo Berlusconi. Quest’ultimo, dopo il loro incontro, si sarebbe sfogato con un poliziotto che lo tutelava per dire che «quella persona», indicando Baiardo, «è venuta a dire cose che riguardano mio fratello per screditarlo». 

Dopo questo episodio riportato in tv, Giletti svela ai pm che «proprio Paolo Berlusconi avrebbe chiamato Cairo, seccato per la messa in onda del programma. Mi sembra che fosse la metà di febbraio 2023. Paolo Berlusconi per quello che mi disse Cairo era molto seccato, perché veniva trattato ancora una volta, a distanza di anni, dell’episodio dell’incontro fra Baiardo e Paolo Berlusconi, e si lamentava del fatto che questa notizia riemergeva in un momento molto delicato, senza però specificare cosa intendesse con questo». Il giornalista precisa che Cairo sapeva chi fosse Baiardo già nel 2021 perché «sono stato io a spiegargli chi era, e che parlava di Berlusconi».

Estratto dell’articolo di Massimo Malpica per “il Giornale” sabato 5 agosto 2023.

Le Polaroid «fantasma» trentennali che proverebbero l'ipotetico incontro in un bar sul lago d'Orta tra il Cav, il boss Giuseppe Graviano e il generale dell'Arma Francesco Delfino […]. Non è l'Arena sospeso […]. 

Giletti che […] conferma […] di aver visto quello scatto, mostratogli fugacemente da Salvatore Baiardo, e di aver riconosciuto nella foto Berlusconi e il generale, ma di non saper dire con certezza chi fosse il terzo uomo […]. Il pentito e «fotografo per caso», Baiardo […] che invece smentisce […] , rompe col conduttore e annuncia su tik-tok di voler scrivere libri-verità per raccontare la sua versione. 

Lo stesso Baiardo che poi, però, pensa bene di confermare l'esistenza di quegli scatti rubati, mentre viene filmato a sua volta di nascosto dalle telecamere di Report. La procura di Firenze che dopo Giletti interroga anche Urbano Cairo, perquisisce Baiardo senza trovare le foto, e infine vuole arrestare l'ex gelataio […]

Già così di materiale nella vicenda ce n'era a sufficienza. Ma ora, sul casino royale della storia Giletti-Baiardo, come se mancassero colpi di scena, piomba pure la querela di Giuseppe Graviano. 

Che, dal carcere di Terni dove è rinchiuso, accusa il giornalista - come pure l'opinionista fissa di Non è l'Arena, Sandra Amurri - di diffamazione aggravata. Diffamazione, presumibilmente, che sarebbe sempre e comunque collegata alla vicenda delle fotografie «rubate» di quell'incontro che sarebbe avvenuto nel 1992, in Piemonte, sul lago d'Orta, o al balletto di dichiarazioni e ricostruzioni e ipotesi che ne sono seguite.

Il condizionale è d'obbligo, visto che la procura di Terni […] avrebbe segretato il fascicolo, tanto da negarne l'accesso anche ai legali dei due giornalisti indagati. Di certo, come detto, c'è che il boss di Cosa Nostra, che sta scontando nella città umbra sei ergastoli per mafia, condannato per le stragi del 1992 e del 1993, e alla cui latitanza collaborò attivamente proprio Baiardo, ha deciso ora di querelare Giletti. Che ha preso la notizia con filosofia. 

«Ho sempre fiducia nella giustizia, certo alle volte penso che viviamo in un Paese all’incontrario, ma ormai non mi stupisco più di nulla», spiega il giornalista alle agenzie di stampa, raccontando di aver ricevuto la notifica della querela già all'inizio di questa settimana.

Ovviamente non è escluso che, conclusi gli opportuni accertamenti investigativi, l’indagine possa essere archiviata, anche se il blog Etrurianews.it, primo a dare la notizia della querela, rimarca come sia «paradossale» trovare «elementi di diffamazione a carico di uno stragista di mafia». E al giornalista è arrivata la solidarietà del vicepremier Matteo Salvini che sui social definisce Giletti «uomo e giornalista libero». 

Va peraltro ricordato che nel 2020 Massimo Giletti era finito sotto scorta proprio per le parole di un altro Graviano, Filippo, fratello di Giuseppe, ascoltato mentre parlava in carcere a proposito della campagna portata avanti da Non è l'Arena contro la scarcerazione dei boss in conseguenza dell'emergenza Coronavirus. «Il ministro fa il lavoro suo - disse Graviano riferendosi a Bonafede - e loro (Giletti e il pm antimafia Nino Di Matteo) rompono il caz**». Ora, dopo le minacce di Filippo, nel braccio di ferro tra i Graviano e Giletti è il turno della querela di Giuseppe.

Da agi.it venerdì 4 agosto 2023.

"Ho sempre fiducia nella giustizia, certo alle volte penso che viviamo in un Paese all'incontrario, ma ormai non mi stupisco più di nulla". Massimo Giletti è attonito al telefono con l'AGI. Ha ricevuto, un paio di giorni fa, dai carabinieri la notifica dell'atto che lo vede indagato, insieme alla giornalista Sandra Amurri, per diffamazione dalla procura di Terni. 

Un reato al quale, alle volte, vanno incontro i giornalisti. Ma che, almeno in questa occasione, lascia abbastanza interdetti. A querelare Giletti, infatti, non sarebbe stato uno qualunque, ma Giuseppe Graviano, detenuto nel carcere umbro dove sta scontando diversi ergastoli per Mafia. Il fascicolo sarebbe poi stato secretato.  

La notizia del procedimento è stata anticipata da EtruriaNews. Non è escluso che, dopo gli opportuni accertamenti investigativi, l'indagine possa essere archiviata.

Nel corso della trasmissione 'Non è L'Arena' in onda su La 7 Giletti aveva intervistato Salvatore Baiardo, considerato uomo dei Graviano, che 'annunciò' l’arresto di Matteo Messina Denaro. 

Chi è Giuseppe Graviano 

Giuseppe Graviano, nato a Palermo 59 anni fa, ha avuto - secondo i magistrati che lo hanno condannato all'ergastolo - un ruolo centrale nell’organizzazione delle stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano e nell’omicidio di don Pino Puglisi.

Graviano è stato arrestato dai carabinieri di Palermo, il 27 gennaio del 1994, a Milano. Nel 1997 la Corte d’Assise di Caltanissetta lo condanna all’ergastolo per la strage di Capaci, insieme, fra gli altri, a Totò Riina, Bernardo Brusca, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano.

Due anni più tardi, nel 1999, Graviano è ergastolano per la strage di via D’Amelio: secondo vari pentiti, sarebbe stato lui ad azionare il telecomando dell’autobomba che ha ucciso il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta.

Nello stesso anno arriva una nuova condanna: insieme al fratello Filippo è accusato di essere il mandante dell’omicidio del prete anti-mafia don Pino Puglisi. Un nuovo ergastolo arriva nel 2000, per gli attentati dinamitardi del 1993 a Firenze, Milano e Roma.

Massimo Giletti e Sandra Amurri, indagati dalla procura di Terni: avrebbero diffamato il mafioso Graviano. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 4 Agosto 2023 

Ci lascia esterefatti vedere una Procura dar credito ad un "personaggio" mafioso" di questo calibro, condannato in via definitiva a “fine pena mai” per le stragi del ’93 e fratello di Filippo autore delle riscontrate minacce di morte fatte proprio a Massimo Giletti.

“Ho sempre fiducia nella giustizia, certo alle volte penso che viviamo in un Paese all’incontrario, ma ormai non mi stupisco più di nulla“. Massimo Giletti dichiara attonito al telefono con l’AGI. Ha ricevuto, un paio di giorni fa, dai Carabinieri la notifica dell’atto di iscrizione nel registro degli indagati della procura di Terni, per il reato diffamazione insieme alla giornalista Sandra Amurri. Il fascicolo attualmente secretato è in carico del capo della procura di Terni Alberto Liguori e del suo sostituto Giorgio Panucci il quale sta di fatto svolgendo le indagini.

Un reato al quale, alle volte, veniamo spesso denunciati noi giornalisti, che ancora una volta, ci lascia abbastanza interdetti. A querelare Giletti e la Amurri , infatti, non sarebbe stato uno qualunque, ma bensì il pregiudicato ergastolano Giuseppe Graviano, che compirà 60 anni alla fine di settembre, sta scontando nel carcere umbro 6 ergastoli per reati di mafia. Si trova detenuto in una cella in regime di 41 Bis (carcere duro) dal gennaio del ’94 e cioè dal giorno in cui i carabinieri lo catturarono in un noto ristorante milanese.   

Chi è Giuseppe Graviano 

Giuseppe Graviano, nato a Palermo 59 anni fa, ha avuto – secondo i magistrati che lo hanno condannato all’ergastolo – un ruolo centrale nell’organizzazione delle stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano e nell’omicidio di don Pino Puglisi. Nel 1997 la Corte d’Assise di Caltanissetta lo ha condannato all’ergastolo per la strage di Capaci, insieme, fra gli altri, a Totò Riina, Bernardo Brusca, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano.

Due anni dopo nel 1999, Graviano è stato condannato nuovamente all’ ergastolo per la strage di via D’Amelio: secondo vari pentiti, sarebbe stato lui ad azionare il telecomando dell’autobomba che ha ucciso il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. Nello stesso anno arriva una nuova condanna: insieme al fratello Filippo è accusato di essere il mandante dell’omicidio del prete anti-mafia don Pino Puglisi eseguito materialmente da Gaspare Spatuzza che, una volta pentito, raccontò i retroscena sui mandanti. Un nuovo ergastolo arriva nel 2000, per gli attentati dinamitardi del 1993 a Firenze, Milano e Roma. 

Nel corso della trasmissione ‘Non è L’Arena’ in onda su La 7 il giornalista-conduttore Massimo Giletti aveva intervistato Salvatore Baiardo, considerato uomo dei Graviano, che ‘annunciò’ l’arresto di Matteo Messina Denaro.  La notizia del procedimento a carico di Giletti e la Amurri è stata anticipata da EtruriaNews. Non è escluso che, dopo gli opportuni accertamenti investigativi, l’indagine possa essere archiviata dai magistrati titolari del fascicolo d’ indagine.

“È una cosa molto grave – commente Giletti all’ANSA – Anche un ergastolano può fare una querela, però quello che faccio fatica ad accettare è perché a noi sia stato vietato l’accesso agli atti. Vorrei capire quale è la motivazione della querela. Aspetterò e verrà il momento, sempre con fiducia nella giustizia, ma con tutto quello che ho passato e sapendo che Giuseppe Graviano è il fratello di chi mi vuole morto faccio davvero fatica a capire”. “Con l’anno che ho vissuto non mi stupisco più di niente – prosegue -. Come diceva Rodari è un paese all’incontrario, mi sembra sempre più evidente“.

Ci lascia esterefatti vedere una Procura dar credito ad un “personaggio”mafioso” di questo calibro, condannato in via definitiva a “fine pena mai” per le stragi del ’93 e fratello di Filippo autore delle riscontrate minacce di morte fatte proprio a Massimo Giletti. Ipotizzare possibile elementi di diffamazione a carico di un mafioso come Graviano è allucinante. Pensare che un mafioso possa aver subito un danno di immagine fa sorridere ma nello stesso tempo ci preoccupa apprendere che qualche magistrato possa dargli credito. Ma forse qualcuno voleva vedere pubblicato il proprio nome sui giornali. Redazione CdG 1947

Estratto dell’articolo di G. SAL. per “La Stampa” il 17 luglio 2023.

Nell'autunno 2022 fu Nino Di Matteo […] a convincere […] Massimo Giletti a rivolgersi alla Procura di Firenze per raccontare che Salvatore Baiardo gli aveva mostrato una vecchia foto a suo dire di Silvio Berlusconi con il boss mafioso Giuseppe Graviano. 

Giletti si era recato al Csm e Di Matteo […] lo aveva avvertito […] della necessità di portarla a conoscenza della Procura che indaga sulle stragi del 1993.  Lo stesso Di Matteo mise immediatamente a conoscenza il procuratore di Firenze dell'accaduto.

È stato lo stesso Giletti a ricostruire la vicenda negli interrogatori resi a Firenze. In quello del 21 aprile, appena successivo alla chiusura della trasmissione «Non è l'arena» su La7 mentre preparava una puntata su Dell'Utri, Giletti non riesce a trattenere l'emozione π…]. 

La Procura di Firenze ha perquisito invano la casa di Baiardo […] alla ricerca della foto. Poi ne chiesto l'arresto con due accuse: favoreggiamento in favore di Berlusconi e Dell'Utri, indagati per aver istigato le stragi, e calunnia ai danni di Giletti. Il gip ha negato l'arresto. La Procura ha fatto ricorso. Il tribunale del riesame ha rinviato a settembre la decisione.

I soliti deliri del pm anti Cav nell'anniversario della strage. Tescaroli in un libro per i 30 anni dell’attentato agli Uffizi di Firenze: "Bombe finite quando vinse lui". Felice Manti su Il Giornale il 27 Maggio 2023

L'anniversario di una strage diventa il pretesto per paventare un «nesso eziologico», un rapporto causa-effetto, tra la fine della strategia stragista della mafia e la vittoria di Silvio Berlusconi. Una pista investigativa battuta a vuoto resuscita, non con prove certe e verificate ma nella prefazione scritta dal pm Luca Tescaroli del libro Georgofili: le voci, i volti, il dolore a trent'anni dalla strage sulla bomba che esattamente 30 anni fa all'1:04 del 27 maggio 1993 sventrò via dei Georgofili nel cuore di Firenze. Con il sostituto procuratore Luca Turco, il pm indaga sui presunti «mandanti esterni» che pianificarono l'esplosione di un Fiorino imbottito con oltre 300 chili di tritolo a due passi da piazza della Signoria. Che sfregiò la Galleria degli Uffizi. Morirono Dario Capolicchio, Angela Fiume, Fabrizio e le figlie Nadia e Caterina, di soli 50 giorni. Per Cosa nostra furono condannati Totò Riina, Leoluca Bagarella, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. Da anni si sostiene che ci sia un'unica regia dietro la stagione stragista iniziata per cancellare carcere duro e benefici ai pentiti. La morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli attentati di Roma a Maurizio Costanzo e alle basilica di San Giorgio al Velabro e San Giovanni, le bombe in via Palestro a Milano e appunto Firenze sarebbero legate anche al fallito attentato, il 23 gennaio 1994, allo stadio Olimpico. «Perché non venne più riproposto? - si chiede Tescaroli - Il 27 e il 28 marzo di quell'anno si tennero le elezioni politiche, mutò il quadro politico istituzionale e lo stragismo si arenò». Come se la presunta trattativa tra lo Stato e i boss (smontata da sentenze recentissime) «fosse idonea ad aprire nuovi canali relazionali, capace di individuare nuovi referenti politico istituzionali». Come a dire che quella vittoria non solo appagò i boss, ma fu favorita dalle bombe. Cosa aggiunge Tescaroli, che di recente ha nuovamente indagato Berlusconi e Marcello Dell'Utri? Che occorre continuare a indagare «per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso», plasticamente rappresentata dalla famigerata polaroid fantasma scattata nell'estate del 1992 che sarebbe in mano al manutengolo dei Graviano, Salvatore Baiardo. E che ritrarrebbe assieme Berlusconi, Graviano e il generale dei carabinieri Francesco Delfino. Baiardo è un propalatore di fesserie che va seminando a pagamento bugie e calunnie a Report e La7», dice il senatore azzurro Maurizio Gasparri. E se questa vicenda fosse una bufala, che ne sarebbe della residua reputazione di chi gli ha dato credito, sui giornali, in tv e in Procura? Possibile che già nel '92 i boss trattassero con un Berlusconi imprenditore, disinteressato alla politica? È corretto che un magistrato riproponga su un libro uno scenario ampiamente smentito da indagini e sentenze? Ci sono segreti investigativi incautamente rivelati? Esiste un profilo di inopportunità, financo meritevole di un'indagine disciplinare? A Via Arenula e al Csm l'ardua sentenza. Altri pm come Antonino Di Matteo hanno passato dei guai per intemerate televisive più innocue. E dire che Tescaroli (penna del Fatto quotidiano) prese un clamoroso abbaglio - come Di Matteo - sul finto pentito Vincenzo Scarantino che lo depistò su Borsellino quando era a Caltanissetta («Nonostante questa sentenza noi gli crediamo ancora», disse il pm dopo l'ennesima assoluzione) e si impuntò sul ruolo di Bruno Contrada, prosciolto dalle accuse sul suo ruolo nelle stragi. A seguire ipotetiche ricostruzioni si sono persi trent'anni, mentre la verità sulle bombe di Capaci e via D'Amelio latitano e l'uccisione del giudice calabrese Antonino Scopelliti è senza verità. Oggi il Csm vuol capire se le toghe in Emilia-Romagna avrebbero chiuso un occhio sui rapporti tra Pd e boss. Invece l'antimafia si è ridotta a inseguire i fantasmi, a ipotizzare indicibili accordi tra Ros e mafia per la cattura di Messina Denaro. A blaterare di credibilità su Chiara Colosimo («Sconcertante che sia stata eletta all'Antimafia») come fa l'europarlamentare Pd Franco Roberti. Che come i suoi predecessori alla Procura antimafia (Pietro Grasso e Federico Cafiero de Raho) si è buttato in politica a sinistra? Tu chiamale, se vuoi, coincidenze.

Mai accettare ricostruzioni di comodo. La mafia, i falsi miti e i pm che hanno scelto di perdere la faccia: il Riformista voce fuori dal coro. Matteo Renzi su Il Riformista il 27 Maggio 2023 

I lettori de “Il Riformista” che hanno avuto la pazienza di seguirci in questi giorni sanno bene che il nostro quotidiano ha dedicato questa settimana a riflettere sulla mafia e su come la narrazione trentennale di questo Paese abbia creato falsi miti e veri scandali.

Nel ricordare Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e gli uomini della scorta, abbiamo scelto di contestare la ricostruzione allucinante che ha offerto Roberto Scarpinato, senatore, ex pm, grillino, che ha insultato l’intelligenza degli italiani offrendo un racconto di quegli anni viziato dall’ideologia, dalla faziosità, dall’odio politico. Scarpinato è uno di quei (pochi) pm che non sazio di perdere i processi ha scelto di perdere la faccia. E Luca Palamara glielo ha ricordato con dovizia di particolari proprio su queste colonne. Abbiamo pubblicato, poi, con Pandolfini, una riflessione a puntate sui diari di Falcone e Torchiaro ha intervistato Claudio Martelli che volle Falcone al Ministero dopo che i suoi colleghi lo avevano umiliato negandogli l’agibilità professionale a Palermo.

Questo giudizio contrasta con la tiritera a reti unificate, ispirata dal travaglismo, che per anni ci ha consegnato una politica impegnata a far fuori Falcone mentre tutti dovremmo ricordare che la guerriglia a Giovanni Falcone l’ha iniziata prima di tutto una parte del CSM. Lo ha ucciso la mafia, sia chiaro. Ma i suoi detrattori gli ferirono l’anima in modo ingiusto.

E poco importa se siamo accusati dai cantori del pensiero unico giustizialista di fare un giornale di parte. Avevamo promesso di fare de “Il Riformista” non il gazzettino di Italia Viva, ma una voce fuori dal coro. E per questo continueremo a dire la nostra ostinatamente contro corrente.

In molti casi indugiando anche sulle emozioni di chi scrive. Lo ha fatto bene ieri Claudia Fusani raccontando la notte di trent’anni fa in Via dei Georgofili quando la Mafia colpì al cuore l’Italia. E oggi il Presidente della Repubblica sarà a Firenze proprio per la cerimonia in ricordo di quella strage.

In quelle ore – scendendo in piazza come tutti – imparai che davanti al dolore mafioso si reagisce insieme, non dividendosi. Quel corteo che dal Liceo Dante ci portava verso una Piazza Signoria talmente piena da impedire l’afflusso di tutti i ragazzi mi ha segnato la vita. Avevo 18 anni, una maturità in arrivo e tanti sogni nel cassetto.

Sapere che il tritolo aveva colpito al cuore la mia città un anno dopo il sacrificio di Falcone e Borsellino non mi portò solo a iscrivermi a giurisprudenza. Mi insegnò che non avrei mai dovuto accettare una ricostruzione di comodo sulla mafia, da qualunque parte essa provenisse. “Il Riformista” continuerà a farlo, con buona pace di chi ci teme e di chi ci insulta. 

Matteo Renzi (Firenze, 11 gennaio 1975) è un politico italiano e senatore della Repubblica. Ex presidente del Consiglio più giovane della storia italiana (2014-2016), è stato alla guida della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009, sindaco di Firenze dal 2009 al 2014. Dal 3 maggio 2023 è direttore editoriale de Il Riformista

Quel boato a notte fonda che non potrò mai scordare. Attentato dei Georgofili, quei ragazzi che, poco distante dal luogo della tragedia, aspettavano il giorno in cui sarebbero diventati carabinieri. Giovanni Maria Jacobazzi su Il Domani il 27 maggio 2023

Pur essendo trascorsi ormai trent'anni, non riesco ancora a dimenticare quel boato fortissimo che fece tremare le possenti mura dell'antico convento dei padri domenicani annesso alla basilica di Santa Maria Novella a Firenze. Il convento ospitava dal 1920 la scuola sottufficiali carabinieri ed io quell’anno, poco più che ventenne, stavo ultimando il 44esimo corso biennale di formazione. La cerimonia di chiusura del corso, con la consegna dei gradi, era prevista per il 28 maggio.

Anche la sera del 26 maggio, pur mancando solo due giorni al termine del corso, il “contrappello” era passato puntuale alle 22.30. Ed alle ore 23.00 era risuonato il silenzio. I fumatori, o chi semplicemente non aveva sonno, come il sottoscritto, avevano aspettato che il sottufficiale di giornata spegnesse le luci ed erano andati in bagno per scambiare qualche parola con il collega che difficilmente, terminato il corso, avrebbe poi più rivisto. Le tecnologie dell'epoca non agevolano certamente i rapporti.

Poco dopo la mezzanotte, comunque, tutti erano tornati al proprio letto. La stanza era grandissima ed ospitava quasi una ventina di allievi. Il fortissimo boato, era circa l’una di notte, provocò uno spostamento d'aria che spalancò con violenza le enormi finestre che davano sul cortile principale. Le luci delle camerata si accesero immediatamente e ci fu dato l'ordine di metterci in divisa. Dopo poco, infatti, iniziò a circolare la voce che ci fosse stata una perdita di gas che aveva provocato una immane esplosione in centro.

Rimanemmo per qualche ora a disposizione e quindi ci venne detto di toglierci la divisa e tornare a letto. La mattina successiva, dopo l'alza bandiera, ascoltammo i racconti di chi era andato sul posto, in particolare del personale del quadro permanente, che descriveva macerie e distruzione ovunque proprio dietro piazza della Signoria, precisamente in via dei Georgofili, distante circa 500 metri in linea d’aria dalla nostra scuola. Ci sarebbero state anche alcune vittime. Di una bomba si iniziò a parlare solo in tarda mattina.

La notizia ci sconvolse tutti. Era difficile pensare alla cerimonia del giorno successivo. I superiori decisero che, anche se in tono minore, la cerimonia ci sarebbe stata comunque perché non doveva passare il messaggio che l’Arma subiva il ricatto dei terroristi.

Nessuna grande uniforme, allora, tutti con la divisa ordinaria e con il gonfalone del comune di Firenze listato a lutto. Si respirava però un’aria molto diversa da quella del 15 gennaio precedente quando i carabinieri del Ros avevano catturato a Palermo Totò Riina, il capo dei capi. Terminata la cerimonia ed indossati i gradi ci salutammo fra la commozione generale. Dopo qualche breve giorno di licenza avremmo raggiunto i reparti. Senza scordare mai quella notte di fine maggio del 1993. 

La strage 30 anni fa. Attentato di via dei Georgofili, a Firenze per la prima volta la mafia sparò nel mucchio. David Romoli su L'Unità il 27 Maggio 2023

Nella notte tra il 26 e il 27 maggio di trent’anni fa, 1993, Cosa nostra alzò il tiro più di quanto avesse mai fatto in precedenza. Portò l’attacco allo Stato nel continente, adottò la strategia dello stragismo indiscriminato, prese di mira non solo persone e cose ma i beni culturali del Paese, la sua ricchezza. La bomba esplose in via dei Georgofili a Firenze, dietro gli Uffizi, a un passo dall’Accademia dei Georgofili, poco dopo l’una di notte. Uccise l’intera famiglia del guardiano dell’accademia, incluse le due figlie, 9 anni la più grande, appena 50 giorni la piccola. Ci rimise la vita anche uno studente di 22 anni, nell’incendio che coinvolse le abitazioni circostanti. I danni al patrimonio culturale furono ingenti: crollò la Torre dei Pulci, fu danneggiato più o meno gravemente un quarto delle opere presenti nella Galleria degli Uffizi.

L’ordigno era stato preparato a Palermo da Gaspare Spatuzza, il bombarolo di Cosa nostra, uomo di fiducia dei fratelli Graviano, e di lì portato a Prato. Il gruppo di attentatori, oltre che da Spatuzza, era composto da Cosimo Lo Nigro, Salvatore Benigno e Francesco Giuliano, tutti “uomini d’onore” dei mandamenti di Brancaccio, quello dei Graviano, e di Corso dei Mille. La sera del 26 maggio Giuliano e Spatuzza rubarono un furgone Fiat Fiorino, lo spostarono a Prato per caricare l’esplosivo, nella notte fu parcheggiato in via dei Georgofili da Giuliano e Lo Nigro che lo fecero poi esplodere a tarda notte. Ogni strage ha i suoi misteri, veri o presunti che siano: quello di via dei Georgofili sarebbe costituito da un centinaio di chili di esplosivo T4, tra i più deflagranti, che sarebbe stato aggiunto ai circa 150 kg trasportati dalla Sicilia da mani sconosciute.

Non era il primo atto nella strategia d’attacco decisa dall’ala dura dei corleonesi, quella che faceva capo a Luchino Bagarella, dopo l’arresto di Totò Riina, il 15 gennaio di quello stesso anno. La sera del 14 maggio una Fiat Uno rubata e imbottita d’esplosivo era stata fatta esplodere in via Fauro a Roma, molto vicino agli studi dove veniva registrato il Maurizio Costanzo Show. A salvare il conduttore e la moglie, Maria De Filippi, era stata la decisione di lasciare gli studi su una macchina diversa dal solito. A premere il fatale pulsante erano i soliti Lo Nigro e Benigno che restarono spiazzati dalla macchina sconosciuta. Benigno premette il pulsante con un provvidenziale attimo di ritardo. Costanzo e De Filippi rimasero illesi, 24 persone rimasero invece ferite.

Il tentativo di assassinare il più popolare conduttore della tv italiana nel cuore della capitale, lontano da Palermo, era un segnale chiaro di quanto si fosse alzato il livello dello scontro. Costanzo prendeva di mira continuamente Cosa nostra: la decisione di toglierlo di mezzo poteva ancora sembrare consona allo stile della Cosa nostra dominata dai bellicosi e spietati corleonesi. Via dei Georgofili segnava invece un passo in avanti drastico sulla strada della guerra totale. Per la prima volta Cosa nostra sparava nel mucchio, falciava non magistrati, poliziotti o rivali interni ma passanti qualsiasi. Sceglieva lo stragismo.

L’attentato fu rivendicato, come tutti quelli di Cosa nostra in quella fase, dalla fantomatica “Falange Armata”. Nessuno, dal premier Carlo Azeglio Ciampi, il primo presidente del consiglio “tecnico” nella storia della Repubblica e capo di un governo costituitosi meno di un mese prima, al ministro degli Interni Nicola Mancino, ebbe mai dubbi sulla matrice mafiosa della strage anche se inevitabilmente, nell’ultimo anno della prima Repubblica, in una fase segnata da massima incertezza e altrettanto elevato rischio, il sospetto di commistioni con soggetti diversi dalle cosche dell’isola era inevitabile.

Il 27 luglio il gruppo dinamitardo colpì ancora, stavolta con una prova di forza anche più temibile perché prese di mira contemporaneamente le due principali città italiane, Roma e Milano. L’attentato più grave fu quello di via Palestro, nel capoluogo lombardo. La sera del 27 luglio i vigili del fuoco intervennero dopo che un agente aveva segnalato che da una Fiat Uno parcheggiata di fronte al Padiglione d’arte contemporanea usciva del fumo. L’autobomba esplose mentre i vigili erano al lavoro: uccise due di loro, un agente e un immigrato che dormiva su una panchina lì vicino, danneggiò le opere del Padiglione che però se la videro anche peggio quando, poche ore dopo, esplose anche una sacca di gas formatasi perché il crollo precedente aveva spezzato le tubature. Anche qui non manca il mistero di turno. Chi materialmente abbia portato in loco l’autobomba e provocato il botto è a tutt’oggi ignoto. I bombaroli in trasferta avevano preparato tutto prima di spostarsi a Roma ma la fase esecutiva non la gestirono loro. Un testimone oculare vide uscire dalla macchina esplosiva una bionda elegante. Possibile che Cosa nostra si fosse affidata a una femmina?

A Roma non ci furono vittime ma il livello degli obiettivi colpiti bastava e avanzava. I picciotti rubarono tre Fiat Uno il 28 luglio. Lo Nigro lasciò la prima, imbottita d’esplosivo, di fronte alla chiesa di San Giorgio in Velabro. Spatuzza e Giuliano parcheggiarono la seconda autobomba di fronte a San Giovanni in Laterano. Poi se ne andarono tutti insieme sulla terza Fiat, guidata da Benigno. Esplosero a distanza di 4 minuti l’una dall’altra, ferirono 24 persone e danneggiarono seriamente le due chiese. Ma il vero effetto esplosivo fu psicologico dal momento che erano state colpite due delle chiese più famose e antiche di Roma.

Prima di passare all’azione, nel pomeriggio, Spatuzza aveva inviato due lettere vergate da Graviano, indirizzate al Corriere della Sera e al Messaggero. Promettevano sfracelli. Minacciavano di distruggere “centinaia di vite umane”. Non era solo un modo dire. Ci provarono davvero pochi mesi dopo allo stadio Olimpico di Roma il 23 gennaio 1994, una domenica. L’autobomba, in quel caso, avrebbe dovuto esplodere alla fine della partita, mentre passava un furgone pieno di carabinieri di stanza. Con la folla in uscita dallo stadio le vittime, con e senza divisa, sarebbero state innumerevoli. Il telecomando non funzionò, la strage più efferata fu evitata da un caso miracoloso.

Poi, all’improvviso tutto si fermò. Le bombe smisero di esplodere. Difficile dire cosa fosse cambiato. Qual era l’obiettivo di Cosa nostra? Probabilmente si trattava di quello che Giovanni Bianconi definisce “un dialogo a suon di bombe” finalizzato a ottenere l’abrogazione o l’allentamento del 41 bis, l’allora neonato regime di carcere duro per i mafiosi. Nel caos di quell’anno è possibile che si siano intrecciate anche altre mire, miraggi golpisti inclusi. Ma probabilmente quel che decretò la fine dello stragismo mafioso fu la sconfitta dei duri, Bagarella e i Graviano, arrestati e messi in scacco da quella parte di Cosa nostra che aveva subìto senza crederci troppo la guerra totale decisa da Totò “u Curtu” e proseguita dal feroce cognato Leoluca Bagarella. E se c’era un boss che da quella strategia proprio non era convinto era proprio l’uomo chiamato “u Tratturi”, il trattore: Bernardo Provenzano. David Romoli

L'attacco di Cosa Nostra al cuore del Rinascimento. La strage dei Georgofili 30 anni dopo, la fine del mondo era arrivata a Firenze: la poesia di Nadia e il tramonto di Messina Denaro. Claudia Fusani su Il Riformista il 26 Maggio 2023 

Ogni volta che ci passo, ed è quasi ogni settimana, è come un clic nella testa. Osservo l’olivo e i suoi rami, dolcissimi seppur di bronzo, e ricordo che le macerie, quella notte arrivano più o meno lì, a circa quattro metri. Il palazzo del Pulci non c’era più, solo massi, anche enormi, arredi, cose della vita. I vigili del fuoco erano lì sopra, messi in fila, quasi una catena. Fu un momento di silenzio surreale in quella fine del mondo: “Ecco, tieni, prendi, dai, via via …”. Si passavano un fagotto chiaro, un bombolotto di stracci, l’ultimo vigile della catena entrò nell’ambulanza che era riuscita ad arrivare fino in via dei Girolami. Poi sparì tra le sirene. Noi tutti si rimase lì. Muti, come muti eravamo da ore.

Fazzoletti bagnati sul naso, l’odore del tritolo, del sangue, della paura e della morte dentro le ossa, la pelle, il cervello. Sapevamo che in quel fagotto c’era una bambina e non poteva che essere la più piccola delle due sorelline. Si chiamava Caterina Nencioni. La speranza che fosse sopravvissuta a quell’inferno durò meno di mezz’ora. Aveva 50 giorni. Nadia, la sorella di 9 anni, il babbo Fabrizio, un vigile urbano, la mamma Angela, custode dell’Accademia dei Georgofili motivo per cui ebbe assegnato l’appartamento nella Torre, furono estratti dopo ore in quella lunga notte che non finiva mai. Era l’una di notte. Lavoravo come cronista di nera e giudiziaria alla redazione di Repubblica a Firenze.

Il lavoro finiva sempre tardi e cenare tra le 23 e la mezzanotte quasi la norma. Stavo guardando un film, “Sotto tiro”, Nick Nolte che fa il fotoreporter, il fronte sandinista, i ribelli, l’attore che sta per essere giustiziato… bum. Un boato enorme fa tremare i vetri di casa poco dopo Porta Romana, sconquassa la dolce notte di maggio. Partono sirene, allarmi, il centro storico piomba nel buio totale. I telefoni del “giro di nera” – polizia, carabinieri, vigili del fuoco e vigili urbani – non rispondono, occupati, staccati. Riesco finalmente a parlare con una stazione distaccata dei vigili del fuoco. “Probabile grossa esplosione di gas, in pieno cento storico, vicino agli Uffizi…”. Un veloce giro di telefonate con il capo della redazione di Firenze e i colleghi Fabio Galati e Gianluca Monastra. Non si capisce nulla. Claudio Giua, il caporedattore, ci dice “avviciniamoci il più possibile agli Uffizi…”.

Lascio il motorino vicino al Ponte Vecchio, e già davanti a palazzo Pitti vedo gente che cammina confusa, piangono, si stringono, qualcuno è a terra, spaventati, altri scappano, chiedo, non riescono a parlare, tengono le mani sulle orecchie. Ci saranno seicento metri tra ponte Vecchio e via dei Georgofili, stradine e vicoli che si conoscono a memoria e che invece non riconoscevo più: colonne di fumo, polvere, sirene, gente accovacciata in terra che chiedeva aiuto, che non sapeva dov’era. Non so dire quanto tempo fosse passato dalla prima esplosione. Di sicuro la zona non era stata ancora trincerata né messa in sicurezza. si vedeva qualche uomo in divisa che cercava di spingere le persone lontano, oltre l’Arno. Cos’era stato? Gas? Oppure? Ed era finita lì? 

Via Lambertesca era coperta da una strana polvere, era tutto grigio, l’odore insopportabile, le fiamme, cadono tegole dai tetti. Si prova a prenderla un po’ più larga, in Chiasso del Buco si entra, anche in chiasso dei Baroncelli fino ad un “dove” irriconoscibile, via Lambertesca, appunto, all’angolo con via dei Georgofili. Quella che prima sembrava “nebbia” da qui è chiaro che sono macerie e polvere. La fine del mondo era arrivata a Firenze, a cento passi da piazza della Signoria. I colleghi junior, io, Fabio e Gianluca, rimaniamo lì, un cellulare in tre. Il caporedattore intanto ha avvisato Roma che è necessario ribattere perché “l’esplosione, se anche fosse gas, ha attaccato il cuore del Rinascimento”. I senior, si erano aggiunti Paolo Vagheggi e Franca Selvatici, vanno in redazione, in via Maggio, a scrivere. Noi restiamo lì, vedere, capire, annotare, restare lucidi. Non fu facile. Tutto è stato irripetibile. E indimenticabile. Metto qui in fila qualche frammento di quella notte. Quelli per me decisivi. Via via che si posa un po’ la polvere, cessano gli allarmi e turisti e residenti sono ormai lontani, resta il rumore dei generatori elettrici e delle pompe d’acqua, l’odore di qualcosa che è anche gas ma non solo e una montagna di macerie davanti agli occhi.

Il cratere lasciato dal Fiorino imbottito con 277 chili di esplosivo (tritolo, T4, pentrite, nitroglicerina) verrà fuori solo dopo giorni (3 metri di larghezza e due di profondità). Quella notte si vedono solo macerie e macerie e macerie. I periti scrissero che l’esplosione provocò “la devastazione del tessuto urbano del centro storico per un’estensione di ben 12 ettari, con un impatto bellico”. Alzando gli occhi, davanti a quella che era la torre del Pulci, ci sono finestre aperte e soffitti a cassettoni anneriti. Una casa affittata da studenti. I vigili del fuoco hanno provato a salvare Dario Capolicchio ma le fiamme avevano già mangiato la casa. Gas, solo gas? Dopo un po’ di tempo, non so dire quanto, ma prima che venga estratto il fagotto con i resti della piccola Nadia, cammina in questa devastazione il capo della Digos, Franco Gabrielli, con un paio di uomini. Hanno gli occhi all’insù, sono sgomenti, guardano la parete antistante all’accademia rimasta miracolosamente in piedi.

“Considera – riflettono – che l’esplosivo in questo imbuto di strade ha raddoppiato la potenza. E i danni”. La parete è bucherellata come una groviera. Fori concavi, tutti anche se più o meno grandi. “Ecco perché non può essere un’esplosione di gas. L’esplosione è stata esterna ai palazzi”. E solo una bomba può aver fatto quel macello. È stato forse il primo vero sopralluogo. Si attende il procuratore, Piero Luigi Vigna. Ha firmato alcune tra le inchieste più importanti di terrorismo e sequestri di persona. Prima di Vigna, s’intravede Gabriele Chelazzi, il suo sostituto “preferito” (senza nulla togliere agli altri che poi seguiranno le inchieste e i processi: Fleury, Crini e Nicolosi). Chelazzi si lascia avvicinare, sta camminando solo nel piazzale degli Uffizi, buio totale. “Lo senti cosa c’è sotto i piedi? Vetri, camminiamo su un tappeto di vetri. Hanno voluto colpire il cuore di Firenze, dell’arte, del Rinascimento”. Chi? “Non lo so ma…”. Ma un anno prima c’era stata Capaci, poi via D’Amelio e due settimane prima, il 14 maggio, in via Fauro a Roma, una macchina era stata imbottita di esplosivo per Maurizio Costanzo. Attentato fallito. Se Falcone diceva follow the money, Chelazzi ha sempre preferito unire i punti. Mi piace pensare che il primo momento in cui hanno unito i punti sia stato quando ho visti Vigna, Gabrielli, Chelazzi appoggiati al colonnato degli Uffizi, testa bassa, facce tese: quella notte cambiò le loro vite professionali.

Qualche flash back, andata e ritorno dall’angolo tra via Lambertesca e via dei Georgofili quella notte-mattina del 27 maggio 1993. Le parole mafia e Cosa Nostra presero tecnicamente cittadinanza sui fascicoli dell’indagine (strage di stampo mafioso) nel giro di un paio di settimane. Forse un mese. Chelazzi univa i puntini, appunto, ed aveva iniziato dal 1992. Quando due mesi dopo, la notte del 27 luglio 1993, prima a Milano e poi a Roma 3, il tritolo esplose in via Palestro e poi a San Giovanni e a San Giorgio al Velabro, la “linea” di Chelazzi disegnò una figura chiara: Cosa Nostra stava attaccando il cuore dello Stato, il patrimonio artistico e religioso e lo faceva fuori dalla Sicilia. Un salto di qualità senza precedenti. Circa sei mesi dopo – era ottobre – il procuratore Vigna convocò i giornalisti nel suo ufficio. Lo faceva raramente. In quel periodo un po’ di più. In quella stanza, c’erano tutti “i ragazzi” e “le ragazze” della sua squadra: Chelazzi, Crini, Nicolosi, Margherita Cassano (oggi procuratore generale in Cassazione) e Silvia della Monica che aveva passato le sue ai tempi del mostro di Firenze. 

“Questa procura – ci disse – ha sollevato conflitto per la titolarità di tutte le stragi in continente di Cosa Nostra”. Vinse il procuratore Vigna, a parità di numero di morti (5 a Firenze e 5 a Milano), prevalse l’interpretazione che eravamo di fronte ad un unico disegno stragista, da via Fauro fino a San Giovanni passando per Milano. Non fu facile. I professionisti dell’antimafia nicchiarono: “Cosa ne sa Firenze…”. Iniziò così uno dei periodi più duri ed entusiasmanti di quella procura e di quella squadra di magistrati ed investigatori. Tutte eccellenze. Le indagini, l’arresto di Brusca, l’inizio della sua collaborazione, le indagini dal basso che misero in fila i nomi del gruppo di fuoco Giuseppe Barranca, Cosimo Lo Nigro, Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano e poi i mandati, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, i fratelli Graviano. Un centinaio gli imputati chiamati nell’aula bunker di Firenze nell’ex convento di Santa Verdiana. In questa aula per la prima volta Giuseppe Brusca parlò del “papello” con le richieste che Cosa Nostra aveva presentato allo Stato per cessare la stagione delle bombe e delle stragi.

Ma torniamo a quella notte. Sono le quattro del mattino quando la catena di braccia in fila porta fuori il fagotto bianco con i resti della piccola Caterina. Appena 50 giorni. Albeggia. Sono stati sgomberati alberghi e abitazioni. Il centro storico di Firenze è un campo di battaglia. La polvere sta calando. Le fiamme sono spente. L’odore, quello no, è ovunque. La luce del giorno misura la tragedia. E la montagna di macerie. S’intravedono i poveri resti di vite che sono state felici: fotografie, quaderni, libri, peluche, abiti. Repubblica è uscita in prima pagina: “Bomba nel cuore di Firenze. Il sospetto su Cosa Nostra”. I giornali stranieri chiamano in redazione, “Firenze come Palermo?”. Il 16 gennaio scorso è stato arrestato l’unico boss che ancora mancava all’appello: Matteo Messina Denaro. I carabinieri e la procura di Palermo hanno voluto chiamare l’indagine “Operazione tramonto”. Tramonto è il titolo di una bellissima poesia scritta da Nadia, 9 anni, il 24 maggio, tre giorni prima di morire: “Il pomeriggio se ne va/il tramonto si avvicina/un momento stupendo/il sole sta andando via (a letto)/è già sera/ tutto è finito”. Probabilmente c’è ancora da scoprire su quegli anni. Non è finita. Tra i tanti insegnamenti di quei giorni e di quell’inchiesta c’è che esiste una verità storica e una processuale. Quasi mai coincidono.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

30 anni fa la strage di Firenze: un filo la lega alla Trattativa Stato-mafia. Stefano Baudino su L'Indipendente il 26 Maggio 2023.

Il 27 maggio 1993, un boato risvegliò Firenze poco dopo l’una di notte. Un Fiorino imbottito con 250 chili di tritolo esplose sotto la Torre dei Pulci, nei pressi della Galleria degli Uffizi. Tra le macerie furono ritrovati i corpi di cinque vittime, tra cui quelli di due piccole bambine. L’attentato porta ufficialmente la firma degli uomini di Cosa Nostra, ma non rappresenta un passaggio estemporaneo. La strage di Via dei Georgofili – uno dei tanti episodi dimenticati che hanno segnato la storia recente del nostro Paese – è al contrario un tassello fondamentale della strategia stragista attraverso cui la mafia ricattò lo Stato italiano, che aveva avuto la sciagurata idea di lanciare segnali di dialogo ai suoi rappresentanti. Un progetto eversivo che, molto probabilmente, coinvolse anche entità esterne alle gerarchie mafiose, unite nell’ottica della “destabilizzazione”.

La strage di Via dei Georgofili fu anticipata da un fallito attentato andato in scena il 14 maggio 1993 in via Ruggero Fauro, a Roma. L’obiettivo di Cosa Nostra era in quel caso quello di uccidere il conduttore televisivo Maurizio Costanzo, impegnato a promuovere la lotta alla mafia all’interno delle sue trasmissioni, a cui aveva partecipato anche il giudice Giovanni Falcone. Al momento della detonazione, avvenuta alle 21.40, Costanzo era appena uscito a bordo di un auto dal Teatro Parioli, dove registrava il suo Maurizio Costanzo Show, ma si salvò miracolosamente insieme alla sua compagna Maria De Filippi.

Tredici giorni più tardi, nella notte tra il 26 ed il 27 maggio, l’attentato di Firenze provocò invece conseguenze molto più gravi, lasciando a terra cinque morti. A perdere la vita, insieme ai loro giovani genitori, furono anche Nadia e Caterina Nencioni, due bambine rispettivamente di nove anni e cinquanta giorni di vita, e uno studente di ventidue anni, Dario Capolicchio, che morì bruciato vivo. Quaranta le persone rimaste ferite. Il venticinque per cento delle opere presenti nella Galleria degli Uffizi subì danni, così come la Chiesa di S. Stefano e Cecilia. Insomma, venne lanciato un attacco frontale allo Stato con modalità del tutto simili a quelle che, per tutti gli Settanta fino allo strage di Bologna, avevano caratterizzato gli attentati della “strategia della tensione“. La strage, come avverrà per molti altri attentati che caratterizzarono quella stagione, sarà rivendicata dalla misteriosa sigla della “Falange Armata”.

Per l’attentato, tra i mandanti vennero condannati i membri della Commissione di Cosa Nostra, tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Tra gli esecutori materiali puniti dalle condanne, spiccano invece i nomi di Giuseppe Barranca, Cosimo Lo Nigro e Gaspare Spatuzza. In seguito alle rivelazioni di quest’ultimo, che confermò le sue responsabilità nell’attentato, venne processato e condannato anche il boss Francesco Tagliavia, responsabile di aver fornito l’esplosivo per l’attentato.

Proprio la sentenza del processo “Tagliavia” ha ufficialmente collegato le modalità e la tempistica dell’attentato in Via dei Georgofili alla cosiddetta “Trattativa Stato-mafia“, inaugurata dai vertici del Ros dei Carabinieri nella primavera del 1992, nei giorni intercorsi tra la morte di Giovanni Falcone e quella di Paolo Borsellino. All’invito al dialogo, trasmesso ai mafiosi dall’ex sindaco mafioso corleonese Vito Ciancimino, Totò Riina rispose con il famoso “papello”, in cui Cosa Nostra chiedeva allo Stato importanti benefici carcerari (tra cui l’abolizione del 41-bis e dell’ergastolo) in cambio della fine delle violenze.

“Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des; L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia; l’obiettivo che ci si prefiggeva, quantomeno al suo avvio, era di trovare un terreno d’intesa con Cosa Nostra per far cessare la sequenza delle stragi”, scrisse nel 2012 la Corte d’Assise di Firenze. “Iniziata dopo la strage di Capaci – ricostruirono i giudici -, la trattativa si interruppe con l’attentato di via D’Amelio […] Per tutto il resto del 1992 Cosa Nostra restò in attesa che si ripristinassero i canali interrotti e fermò. Senza però mai rinunciarvi, ogni ulteriore iniziativa d’attacco, motivata dal fatto che proprio lo Stato, per primo, si era fatto sotto“. Dunque, “per stimolare una riapertura dei contatti e dare prova della sua determinazione, e anche perché furente per l’arresto di Riina, dal maggio del ’93 […] l’ala più oltranzista […] riprese a far esplodere le bombe […] in modo che lo Stato capisse e si piegasse. Ed era certo che lo Stato avrebbe capito proprio perché la trattativa era stata interrotta”.

Tale verità, nel 2016, è stata ufficializzata anche dalla sentenza di Appello, in cui si legge che “l’esistenza” della Trattativa è “comprovata dall’avvio poi interrotto di iniziali contatti emersi tra rappresentanti politici locali e delle istituzioni e vertici mafiosi” ed è “logicamente postulata dalla stessa prosecuzione della strategia stragista“, dal momento che il ricatto “non avrebbe senso alcuno se non fosse scaturita la percezione e la riconoscibilità degli obbiettivi verso la presunta controparte”. I giudici hanno dunque considerato provato che, in seguito alla prima fase della trattativa, che si arenò dopo la strage di via D’Amelio, “la strategia stragista proseguì alimentata dalla convinzione che lo Stato avrebbe compreso la natura dell’obiettivo del ricatto proprio perché vi era stata quella interruzione”.

La storia ci consegna poi altre due pagine che paiono significative. All’indomani delle bombe di Via Fauro e agli Uffizi, il Consiglio dei ministri presieduto da Carlo Azeglio Ciampi – in cui Giovanni Conso ricopriva la carica di ministro della Giustizia – scelse di destituire dal ruolo di capo dell’Amministrazione penitenziaria, senza nessun margine di preavviso, Nicolò Amato, strenuo difensore della “linea dura” sull’applicazione del 41-bis. Come suo successore venne individuato il “morbido” Adalberto Capriotti, magistrato cattolico legato al Vaticano, estremamente garantista. Pochi mesi dopo lo scoppio, nel mese di luglio, delle bombe di Via Palestro a Milano e delle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni Laterano a Roma – nuovi episodi della strategia stragista – il ministro Giovanni Conso decise di non rinnovare il “carcere duro” a 334 mafiosi, restituendoli dunque al carcere ordinario.

Sulla “Trattativa Stato-mafia” è nato un processo che ha visto imputati, per il reato di “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato”, uomini delle istituzioni – tra cui gli ufficiali del Ros – e i vertici della mafia. In primo grado i Carabinieri hanno subito ingenti condanne, in Appello sono stati assolti “perché il fatto non costituisce reato“, mentre in Cassazione (la sentenza è stata emessa lo scorso 27 aprile) sono stati assolti in via definitiva “per non aver commesso il fatto“. Dopo essere stati colpiti dalle condanne nei primi due gradi di giudizio, a causa della riqualificazione del reato in “tentata minaccia”, i boss di Cosa Nostra hanno invece potuto beneficiare della prescrizione. Immediata era stata la reazione dell’Associazione dei familiari delle vittime di Via dei Georgofili dopo l’uscita del verdetto: “Il fatto storico, inoppugnabile, che resta, è che la trattativa Stato-mafia, interrotta con la cattura di Riina, portò alle stragi del 1993, e al sangue innocente di Caterina e Nadia Nencioni, dei loro genitori, e di Dario Capolicchio”. [di Stefano Baudino]

1993, l’anno buio della Repubblica: un mistero che resiste da 30 anni. Lirio Abbate su La Repubblica il 26 Maggio 2023

Il 27 maggio la strage di via dei Georgofili a Firenze inaugurò la stagione delle bombe mafiose contro i monumenti. Per quell’attentato sono stati condannati gli esecutori e chi li armò. Ma la caccia ai mandanti occulti non si è mai fermata

Ci sono ancora i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri scritti sul fascicolo dell'inchiesta sui mandanti delle stragi del biennio 1993 e 1994. Un'inchiesta prorogata più volte dal giudice per le indagini preliminari su richiesta dei magistrati della procura di Firenze. I pm l'hanno motivata fornendo al gip nuovi elementi che sostengono la necessità di continuare ad indagare sull'ex premier e sul suo amico e co-fondatore di Forza Italia. 

All'inizio ci sono state le dichiarazioni in aula a Reggio Calabria del boss Giuseppe Graviano, autore delle stragi, il quale ha saputo calcolare le uscite pubbliche, lanciando messaggi a Berlusconi e allo stesso tempo sostenendo che l'ex presidente del Consiglio non aveva rispettato "i patti" con la famiglia Graviano. Il boss di Brancaccio, Matteo Messina Denaro e Leoluca Bagarella sono i protagonisti delle bombe a Roma, Milano e Firenze. E dopo vent'anni di detenzione trascorsi in silenzio, Giuseppe Graviano ha iniziato a lanciare pesanti messaggi dal carcere rivolti a Berlusconi, nel tentativo di tornare libero, o ancor di più, di ottenere una grossa somma di denaro. Tutta questa storia, legata anche alla strage di via dei Georgofili del 26 maggio 1993, ha portato i pm fiorentini ad indagare sui due fondatori di Forza Italia, per accertare se vi sia stato un dialogo fra loro e i boss di Cosa nostra. Non risulta alcuna denuncia per calunnia presentata contro il capomafia palermitano. 

Prima che iniziasse a fare dichiarazioni in aula, Giuseppe Graviano, intercettato anni fa nella sala colloqui con il figlio Michele, si sentiva potente, grazie ai segreti di quella stagione delle bombe al Nord, e parlando di Berlusconi e dei suoi affari diceva: "Queste persone così potenti dipendono da me". Dopo di che fu visto alzarsi dalla sedia, allargare le braccia e battersi il petto con la mano destra scandendo: "Qui tutto dipende da me". Sono trascorsi gli anni, e qualcosa è cambiato. È sceso in campo il factotum dei Graviano, Salvatore Baiardo, anche lui in giro a seminare messaggi dal tono ricattatorio e allo stesso tempo il boss ha modificato la sua strategia in carcere: non più silenzio, ma sussurri. 

Il 1993 è stato uno degli anni più bui della vita della Repubblica, con Roma, Milano e Firenze che divennero scenario di stragi terroristico eversive. Le bombe provocarono la morte di dieci innocenti, il ferimento di 96 persone, danni ingenti e irreparabili al patrimonio artistico. Portarono distruzione, paura e insicurezza, nell'arco di 75 giorni, dal 14 maggio al 28 luglio. L'aggressione mafiosa rappresentò il momento di massimo pericolo per la nostra democrazia. All'1,04 del 27 maggio in via dei Georgofili esplode un ordigno collocato in un Fiorino. Muoiono Angela e Fabrizio Nencioni, le loro bambine Nadia e Caterina, e lo studente Dario Capolicchio, mentre dormivano nelle loro abitazioni. In 38 restano feriti, e viene distrutta la Torre dei Pulci, sede dell'Accademia dei Georgofili, e gravemente danneggiati la Chiesa di Santo Stefano e Cecilia e il complesso degli Uffizi, con danni patrimoniali enormi, per circa trenta miliardi di lire. Gli effetti dell'esplosione si sono propagati per circa dodici ettari nel centro di Firenze. L'allora presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi ha temuto in quel periodo che stesse per accadere qualcosa di oscuro per la tenuta democratica del Paese. 

I processi che si sono conclusi con pesanti condanne hanno accertato alcune verità. I magistrati evidenziano come "dai processi celebrati, sono emersi spunti investigativi che impongono di continuare a indagare per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso nell'ideazione e nell'esecuzione delle stragi". Per questo motivo vanno ricordati "alcuni interrogativi rimasti insoluti le cui risposte potrebbero squarciare i veli che avvolgono i cosiddetti mandanti a volto coperto".

Come ha detto nei giorni scorsi il procuratore aggiunto Luca Tescaroli, titolare dell'inchiesta sulle stragi, partecipando ad un incontro all'università di Pisa: "Si continuerà a indagare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria delle vittime innocenti e del pericolo generato per la nostra democrazia, è la coscienza critica e morale della società civile che impone questo dovere, la ricerca della verità senza di che non c'è giustizia. E ci auguriamo di trovare il filo conduttore che ci consenta di individuare tali responsabilità, ove esistenti". I quesiti irrisolti e gli spunti investigativi riguardano i contatti fra un appartenente all'estrema destra come Paolo Bellini, condannato per la strage del 2 agosto a Bologna e i mafiosi corleonesi nel periodo in cui pensavano alle bombe al Nord. I pm vogliono accertare il ruolo e l'identità di una donna che avrebbe preso parte alla strage di Milano, e se la decisione dei vertici di Cosa nostra di queste stragi fu condivisa con soggetti estranei. E perché dopo aver fallito l'attentato all'Olimpico il 23 gennaio 1994 la campagna stragista si fermò. A marzo di quell'anno si tennero le elezioni politiche, mutò il quadro politico istituzionale, Silvio Berlusconi divenne il presidente del Consiglio e lo stragismo marcato Cosa nostra si arenò. Le indagini adesso proseguono.

 Trent’anni dalla strage dei Gergofili a Firenze: l’ultimo miglio per la verità. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 un’autobomba mafiosa sterminò una famiglia e uccise uno studente. La procura toscana lavora ancora al filone politico della strategia di Cosa nostra. Ecco cosa c’è da sapere su quella stagione di tritolo e patti. Enrico Bellavia su L'Espresso il 25 Maggio 2023

Il 27 maggio, ma in realtà accadde nella notte tra il 26 e il 27, è il 30° anniversario della strage di via dei Georgofili, a Firenze. Cinque i morti e 48 feriti. Persero la vita: la custode dell’Accademia, Angela Fiume, il marito vigile urbano di San Casciano Val di Pesa, Federico Nencioni e le loro figlie, Caterina di appena 50 giorni e Nadia Nencioni, 9 anni. Rimase ucciso anche lo studente palermitano Dario Capolicchio che dormiva con la fidanzata. La ragazza rimase ferita ma si salvò. La madre, Giovanna Maggiani Chelli, scomparsa nel 2019, ha speso la sua vita per la verità sull’eccidio. 

La strage di via dei Georgofili arriva a un anno di distanza dall’estate siciliana degli eccidi siciliani del 1992, Capaci e via D’Amelio. Ma il disegno mafioso e non solo è unico. La Cosa nostra corleonese di Totò Riina, dopo il colpo subito con la conclusione del maxiprocesso, all’inizio del 1992, decide di sbarazzarsi dei vecchi collegamenti politici e di eliminare chi l’aveva ostacolata e minacciava di farlo ancora.

Comincia il 12 marzo 1992 con l’eurodeputato Salvo Lima, uomo di Giulio Andreotti in Sicilia e affonda la candidatura del sette volte presidente del Consiglio alla presidenza della Repubblica. All’indomani della strage di Capaci sarà eletto Oscar Luigi Scalfaro.

La campagna di sangue e tritolo, l’esplosivo che sarà la firma macabra di tutti gli eccidi, consumati e tentati, continua con la strage di Capaci e 58 giorni dopo il 19 luglio del 1992, prossimo 31° anniversario, con l’uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta (5 poliziotti, tra cui Emanuela Loi, unica donna delle scorte morta in servizio) in via D’Amelio a Palermo.

Lo Stato reagisce con il 41 bis, il carcere duro per i mafiosi detenuti che vengono trasferiti a Pianosa e all’Asinara. Nel mirino ci sono altri politici, Calogero Mannino (Dc), Claudio Martelli (Psi) e il magistrato Piero Grasso che scampa a un attentato.

Ma sul finire del 1992, Cosa nostra sposta l’attenzione dalla Sicilia al centro nord del Paese. Colpendo il patrimonio storico per dare una prova di forza distruttiva e gettare nel panico istituzioni e popolazione. 

Le prove generali, quasi un avvertimento, il 5 novembre del 1992 quando viene fatto trovare un proiettile di artiglieria al Giardino dei Boboli a Firenze. 

Il 15 gennaio del 1993 viene arrestato Totò Riina ma la strategia continua. La realizzano: Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, oggi tutti in carcere. 

Il primo attentato avviene a Roma, in via Ruggero Fauro ai Parioli, il 14 maggio del 1993: scampano alla morte Maurizio Costanzo e la moglie. Segue, pochi giorni dopo, l’attentato ai Georgofili.

Il 27 luglio 1993 a Milano, un’altra autobomba uccide in via Palestro altre cinque persone. In contemporanea, sempre il 27 a Roma le bombe che non fanno vittime a San Giorgio al Velabro e alla Basilica di San Giovanni.

È in preparazione un ultimo attentato eclatante in via dei Gladiatori a Roma, in occasione di una partita all’Olimpico contro un bus di carabinieri che dovrebbe fare almeno 200 morti. Inizialmente è stato datato a ottobre, poi certamente al 23 gennaio 1994.

Il 26 gennaio del 1994 scende in campo Silvio Berlusconi: con il celebre annuncio tv: “L’Italia è il Paese che amo”

Il 27 gennaio del 1994 a Milano vengono arrestati Giuseppe Graviano e il fratello Filippo. Da quel momento le stragi finiscono. 

Perché?

Questo è il cuore del problema: ci si arrovellò il pm di Firenze Gabriele Chelazzi, che in tempi record tra il 1996 e il 2002 concluse i processi contro i mandanti e esecutori mafiosi e morì, stroncato da un infarto, nel 2003 mentre lavorava alla ricostruzione del contesto politico delle stragi. Un lavoro che è tuttora in corso.

Cosa sappiamo?

Nel 2008 inizia a collaborare ufficialmente con la giustizia Gaspare Spatuzza, luogotenente di Graviano. Riscrive lui la vera storia della strage di via D’Amelio e racconta quel che sa, per avervi partecipato, alla ricostruzione delle stragi al Nord. Chiama in causa tra gli altri Francesco Tagliavia. Nella sentenza di condanna di quest’ultimo, a Firenze, 2016, poi ribadita ulteriormente in Cassazione nel 2017, si fa esplicito riferimento alla trattativa.

Ma cos’è questa trattativa?

È pacifico che i carabinieri del generale Mario Mori trattarono con Vito Ciancimino per far cessare le bombe mafiose. Secondo il generale Mario Mori, processato e assolto, il dialogo con l’ex sindaco di Palermo iniziò tra la strage di Capaci e via D’Amelio e si protrasse fino a quando Ciancimino, nel dicembre del 1992 fu arrestato. Un’iniziativa del tutto normale nell’ambito delle prerogative di chi cerca informazioni nell’interesse dello Stato, hanno sostenuto i carabinieri. 

Per i magistrati di Palermo, fu proprio la trattativa a convincere i boss dell’arrendevolezza dello Stato e della necessità di altri attentati per far cessare il regime di carcere duro per i mafiosi detenuti.

Cosa non sappiamo?

Gli interrogativi sono molti e riguardano sia le stragi sia il contesto. Perché i boss si esposero alle stragi fin dal 1992, sapendo che la reazione dello Stato sarebbe stata dura, quale calcolo li indusse ad accettare il rischio?

I mafiosi avevano avuto rassicurazioni e da chi?

Spatuzza ci dice che Graviano aveva un canale aperto con Silvio Berlusconi, frattanto entrato in politica legato a un investimento del padre sulla nascita di Milano due. Graviano conferma l’investimento attribuendolo al nonno e lancia segnali senza ammettere un contatto diretto con Berlusconi e con Marcello Dell’Utri. Il suo uomo di fiducia, Vincenzo Baiardo che ne ha custodito la latitanza nel 1993 e nel 1994 fino all’arresto parla invece di contatti mediati da lui e poi al conduttore tv Massimo Giletti avrebbe fatto vedere una foto con Berlusconi e Graviano. Ma lui nega l’esistenza della foto.

A che punto sono le indagini?

Chiuse e riaperte più volte ruotano intorno allo stesso punto: la mafia puntò sul cavallo nuovo, forse per i trascorsi legami. Le stragi cessarono per questo. Ma, la procura di Palermo, ritiene che il nuovo corso fu determinato proprio dalle stragi. Le indagini stanno intanto verificando tutti i movimenti dei Graviano negli anni 92-93 durante la stagione delle bombe. Le vacanze in Versilia e in Sardegna e a Omegna, il paese in cui si era trasferito Baiardo, sul lago d’Orta in Piemonte.

Le misteriose presenze raccontate da Spatuzza e venute fuori dalle inchieste, aprono scenari di compartecipazione al disegno stragista da parte di altri apparati. Spatuzza racconta di un uomo estraneo a Cosa nostra visto nel garage dove si preparava l’autobomba per Borsellino. Dalle testimonianze è emersa la presenza di una donna ben vestita sul teatro della bomba di via Palestro. Nessuno ha mai parlato di donne operative in Cosa nostra. Gli investigatori hanno rintracciato una donna che si dice estranea a tutto che ha condiviso con un suo ex compagno una formazione paramilitare che ricorda molto quella della struttura Gladio. 

È doveroso scandagliare in tutte le direzioni, senza riguardi per nessuno. Difficile rintracciare la pistola fumante. Illusorio pensare che Cosa nostra abbia agito su ordine di qualcuno, non è mai accaduto.

Ancora una volta ci viene in soccorso la dottrina di Giovanni Falcone che per i delitti politici di Palermo (Reina, Mattarella, La Torre) parlò di una convergenza di interessi tra mafia e politica. Del resto, senza la politica la mafia sarebbe un’organizzazione criminale e basta. E in molte regioni, anche del Nord, la politica non riesce a liberarsi dell’abbraccio mortale con la mafia.

C’è ancora molto da sapere sulle bombe del 1992-1993. Lo dobbiamo alle vittime e alle generazioni che sono venute dopo. Troppe pagine oscure della nostra storia sono un’ipoteca sul futuro. Ecco perché accanto alle doverose cerimonie è importante non dimenticare che non si tratta solo di celebrare il rito degli anniversari ma di esigere verità su quel che è accaduto. E fin dove è arrivato il livello di compromissione tra mafia e Stato.

Estratto dell'articolo da affaritaliani.it lunedì 2 ottobre 2023.

"Per l’ennesima volta, leggiamo sulla stampa dichiarazioni del signor Salvatore Baiardo che alludono a rapporti di amicizia con la famiglia Berlusconi, nella realtà mai esistiti, e a presunti finanziamenti di origine malavitosa al Gruppo Fininvest, parimenti inesistenti. Non possiamo quindi che ribadire per l’ennesima volta la falsità assoluta delle sue dichiarazioni, acclarata, del resto, da sentenze passate in giudicato ed ulteriori provvedimenti giurisdizionali".

Con queste lapidarie affermazioni l'avvocato Giorgio Perroni, storico legale della famiglia Berlusconi, smentisce categoricamente l'intervista rilasciata da Salvatore Baiardo ad Affaritaliani.it. […] 

(ANSA lunedì 2 ottobre 2023) - "Questa fotografia non esiste. Con Giletti si era parlato se c'erano eventuali foto con i Graviano", "ma i Graviano non hanno mai voluto farsi fotografare". E ancora, "è vero che ho incontrato Paolo Berlusconi", per "un aiuto economico ad aprire una gelateria. C'era un rapporto di amicizia con la famiglia Berlusconi" ma "in quei periodi il Cavaliere era inavvicinabile", "non sono riuscito a parlargli. Non è vero che volevo ricattare i Berlusconi. Paolo si è avvalso della facoltà di non rispondere", ma "se l'avessi minacciato mi avrebbe sicuramente denunciato".

Così Salvatore Baiardo parlando con Affaritaliani.it. "Io ho parlato degli incontri - sottolinea l'ex gelataio di Omegna, amico dei fratelli Graviano - così come ne ha parlato lo stesso Graviano nelle ultime deposizioni nel processo sulla 'ndrangheta stragista. Queste cose sono avvenute a Milano, non sul lago d'Orta come dicono i giornalisti. Ma di cosa parlassero non lo so, io li accompagnavo, poi se Graviano mi diceva che parlavano di certe cose… lo diceva lui".

Secondo l'ex gelataio "nelle tre puntate in cui c'è stato Baiardo, e nelle interviste esterne con il Baiardo il programma 'Non è l'Arena' ha fatto visualizzazioni mai fatte, e uno share della madonna - aggiunge -. Non mi sento responsabile della chiusura di 'Non è l'Arena'. Perché Giletti mi ha voltato le spalle? Perché io non sono più voluto stare al suo gioco. Il motivo per cui ho parlato delle foto non posso dirlo, ma qualcuno capisce sicuramente perché non sono più stato al gioco di Giletti e non sono più andato nella sua trasmissione".

Per Baiardo con la morte di Matteo Messina Denaro "uscirà qualcosa sui misteri che ancora ruotano attorno alle stragi e alla trattativa Stato-mafia. Però usciranno a metà dicembre, quando pubblicherò il mio libro. E' anche agli atti che io abbia conosciuto Messina Denaro. Poi ci sono altre cose che non sono agli atti e che ho messo nel libro". "Io ho solo detto chi vedevo, non vedevo, facevo, non facevo in quegli anni - conclude -. Chi se lo immaginava che raccontare oggi cose accadute nel 1989-1990 potesse suscitare un simile polverone. Non avevo interesse a raccontarlo prima, l'ho fatto quando me l'hanno chiesto, nel 2012-13".

Baiardo: "Giletti mi ha voltato le spalle. La foto con Berlusconi non esiste". L'intervista di Affaritaliani.it all'ex gelataio tuttofare dei boss Graviano, al centro dell'indagine sui presunti mandanti esterni delle stragi del 1993 di Eleonora Perego il 2 Ottobre 2023 su Affaritaliani.it.

Salvatore Baiardo ad Affari: "GIletti mi ha voltato le spalle. La foto di Graviano con Berlusconi? Non esiste"

Ha deciso di rompere il silenzio Salvatore Baiardo, tuttofare dei boss mafiosi Graviano, indagato dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze nell'ambito della nuova inchiesta sui presunti mandanti esterni delle stragi del 1993.

Lo ha fatto dopo la decisione del tribunale del Riesame di Firenze, che ha accolto il ricorso della Procura ritenendo fondate le accuse di calunnia nei confronti del conduttore Massimo Giletti e del sindaco di Cerasa, Giancarlo Ricca, disponendo gli arresti domiciliari. Gli stessi non hanno ritenuto sufficientemente provata l’accusa di favoreggiamento a favore di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Uno dei cuori dell’indagine è sempre la fotografia che ritrarrebbe il boss Graviano con l’ex premier e il generale Francesco Delfino. Immagine che secondo il tribunale “sicuramente è stata fatta vedere” a Giletti, al contrario di quello che Baiardo ha detto ai magistrati, sostenendo che il giornalista si fosse inventato tutto (da qui l’accusa di calunnia). Secondo i giudici proprio quella foto può aver causato la chiusura di “Non è l’Arena”. Ma Salvatore Baiardo, in attesa della decisione della Corte di Cassazione – che si dovrà pronunciare perché la misura diventi esecutiva – ha voluto nuovamente replicare, parlando con Affaritaliani.it.

Ranucci e Travaglio ci provano ancora con i pentiti di mafia. Il sedicente giornalismo antimafia ci mette del suo, mescolando informazioni e suggestioni, inchieste giudiziarie e kermesse da avanspettacolo, tra selfie, pizzini e Tiktok. Felice Manti il 23 Maggio 2023 su Il Giornale.

Se la mafia agisce sostanzialmente indisturbata in questo Paese è perché si passa più tempo a inseguire i fantasmi che a cercare i colpevoli. Il sedicente giornalismo antimafia ci mette del suo, mescolando informazioni e suggestioni, inchieste giudiziarie e kermesse da avanspettacolo, tra selfie, pizzini e Tiktok. Oltraggiando i morti di mafia prima ancora che la verità. Ieri sera Report ha mostrato un’intervista di Paolo Mondani tutt’altro che rubata del 2 marzo scorso a Salvatore Baiardo, manutengolo del boss Giuseppe Graviano e sedicente favoreggiatore della sua latitanza. Tema, la famigerata foto che ritrarrebbe Silvio Berlusconi con una polo scura, lo stesso Graviano e il generale dei carabinieri Francesco Delfino, scattata nella primavera del 1992 nei pressi del lago d’Orta (prima delle stragi di Falcone e Borsellino) o forse a luglio dopo via d’Amelio, dallo stesso inaffidabile mafioso. È l’ennesima inchiesta sul Cavaliere, aperta dalla Procura di Firenze, che vorrebbe dimostrare il folle teorema sul ruolo di possibile fiancheggiatore di Cosa nostra nella stagione stragista del ’92-’93 tramite una Forza Italia ancora inesistente. Ai pm Baiardo ha detto che sono fesserie, ai giornalisti dice che le foto esistono.

Ma la storia giudiziaria non si fa con i se, né con foto fantasma. E infatti in tribunale questa ipotesi si è disgregata più volte. Ora, che qualcuno insista su questa narrazione ci può stare. Il conduttore di Report Sigfrido Ranucci da sempre mescola teorie un po’ claudicanti a ipotesi televisivamente suggestive. Lo stesso dicasi per il Fatto quotidiano, che ha nel mascariamento di Berlusconi la sua ragione fondante.

Ci sta anche che Baiardo, ansioso di scrivere un libro e di raggranellare due spicci, alzi la posta tra una comparsata tv e un video su Tiktok (sic), a maggior ragione dopo che Massimo Giletti, il primo a cui aveva promesso la foto che il giornalista avrebbe pure visto nel luglio del 2022, a distanza e senza riconoscere né Graviano né Berlusconi, è saltato per aria assieme alla sua trasmissione su La7, chiusa improvvisamente e senza spiegazioni dall’editore Urbano Cairo.

Chi ha visto il servizio intuisce facilmente che Baiardo sa di essere registrato da Report, tanto che si lascia andare a frasi come «E se non va tutto come deve andare, nel libro usciranno le foto». Quale libro? Si sa il titolo, Le verità di Baiardo, manca un editore che potrebbe essere il Fatto, chissà. Secondo la ricostruzione di Giacomo Amadori sulla Verità Baiardo avrebbe mandato a Giletti un selfie con Mondani, con un messaggino tipo «Loro ricominciano ad aprire, vogliono farla con Netflix». In mezzo a questa trattativa commerciale (Baiardo ha già intascato da La7 un bel gruzzoletto, forse un anticipo sulle foto?) ci sono quelle politiche su ergastolo ostativo e i soliti veleni sul Ros dei carabinieri per la cattura di Matteo Messina Denaro. Con il servizio pubblico che si presta a fare da megafono a queste illazioni, alla stregua di Tiktok.

 Estratto dell'articolo di Marco Lillo per il Fatto Quotidiano il 25 giugno 2023.

Sarà un’udienza davvero interessante quella che si svolgerà, purtroppo in camera di consiglio quindi senza il pubblico, davanti al Tribunale del Riesame di Firenze il 14 luglio prossimo.

Il collegio dovrà decidere sull’opposizione alla richiesta di arresto dell’ex favoreggiatore dei boss Graviano Salvatore Baiardo, presentata dai pm di Firenze il 28 aprile e rigettata dal Gip Antonella Zatini il 26 maggio scorso. 

Le carte depositate, circa 1.500 pagine, non riguardano evidentemente solo il destino dell’ex gelataio di Omegna, difeso dall’avvocato Elisa Bergamo e dall’avvocato Carlo Fabbri, ma incidentalmente investono un pezzo della storia d’Italia recente. Le accuse rivolte dai procuratori aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli e dal sostituto Lorenzo Gestri a Baiardo sono quelle di favoreggiamento a Berlusconi e Dell’Utri con l’aggravante dell’agevolazione dell’organizzazione mafiosa e di calunnia ai danni di Massimo Giletti.

Baiardo è stato già arrestato nel 1995 e condannato nel 1997 in appello a 2 anni e due mesi per favoreggiamento semplice ai due boss della mafia, Filippo e Giuseppe Graviano, poi condannati definitivamente per le stragi e gli attentati di mafia del 1992 in Sicilia e del 1993 in “Continente”.

La novità è che i pm fiorentini, competenti sulle stragi di Firenze e Milano (10 morti) e sugli attentati di Roma del 1993 e 1994 ora indagano di nuovo Baiardo per favoreggiamento ma non dei boss bensì dei presunti e ipotetici mandanti esterni. La tesi dei pm è che, (dopo le stragi e gli attentati del biennio 1993-1994 per i quali sono stati condannati anche i suddetti boss Graviano e sono stati indagati Dell’Utri e Berlusconi) Baiardo avrebbe aiutato proprio Berlusconi e Dell’Utri a eludere le investigazioni con i suoi comportamenti recenti.

La parte “politicamente” più sensibile’ dell’accusa è la contestazione dell’agevolazione mafiosa ex articolo 416 bis n.1. Baiardo avrebbe favorito gli indagati celebri “con l’aggravante di aver agevolato l’associazione denominata cosa nostra, interessata a non compromettere le figure di Silvio Berlusconi, quale referente istituzionale, e Marcello Dell’Utri, legato all’organizzazione, ed entrambi parti, secondo l’ipotesi d’accusa, dell’accordo stragista, funzionale allo scambio tra il compimento dei delitti citati e interventi sulla legislazione afferente, fra l’altro, al regime detentivo applicato ai detenuti per mafia”. Sono accuse pesantissime tutte da riscontrare che il Gip, nella sua ordinanza di rigetto, non ha recepito.

Non deve stupire che la richiesta di custodia cautelare citi Berlusconi come ipotetico “favoreggiato” da Baiardo perché i pm fiorentini l’hanno presentata a maggio, prima della morte del Cavaliere. Premesso che l’accusa di strage in relazione ai fatti del 1993-94 contro Berlusconi e Dell’Utri è già stata archiviata più volte su richiesta degli stessi pm di Firenze e premesso che il Gip nella sua ordinanza non ritiene provato il favoreggiamento di Baiardo, l’esistenza dei rapporti tra Berlusconi e Dell’Utri con i fratelli Graviano e l’esistenza di una foto ritraente Berlusconi e Giuseppe Graviano, analizziamo le ragioni dei pm fiorentini.

La Procura voleva arrestare Baiardo e dopo il rigetto ha reiterato la richiesta nell’appello presentato al Riesame il 5 giugno scorso perché Baiardo avrebbe fornito indicazioni mendaci e, comunque, reticenti sulle reali ragioni dell'incontro intercorso il 14 febbraio 2011 con Paolo Berlusconi, realmente avvenuto, dopo aver cercato infruttuosamente il contatto con il fratello Silvio, all'epoca Presidente del Consiglio dei Ministri, il 3 febbraio precedente dello stesso anno. Per i pm avrebbe mentito “per non far emergere i rapporti tra costoro e i fratelli Graviano”. Non solo. Baiardo avrebbe negato l’esistenza della fotografia ritraente Berlusconi e Giuseppe Graviano di cui aveva asseverato l’esistenza a Giletti.

Infine avrebbe mentito nelle sue dirette e parlando a un giornalista de Domani (che correttamente riportava le sue dichiarazioni) intossicando l’informazione. Per i pm, Baiardo avrebbe compiuto il reato di favoreggiamento perché avrebbe fatto dichiarazioni mirate a “ricostruire i rapporti esistenti tra i citati Giuseppe e Filippo Graviano e gli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri in modo difforme rispetto a quanto realmente accaduto, dosandole abilmente con narrati veridici”. 

Come è noto Massimo Giletti ha raccontato che Baiardo gli mostrò fugacemente una foto che, a dire del gelataio, ritrarrebbe Berlusconi con Giuseppe Graviano e il generale Francesco Delfino, scattata probabilmente nel 1992 sul lago d’Orta. Anche a Paolo Mondani di Report Baiardo ha accreditato l’esistenza della foto (sarebbero addirittura tre) di Graviano con Berlusconi. Poi però subito dopo su Tik Tok Baiardo ha smentito l’esistenza delle foto dando la colpa ai giornalisti.

Per il Gip Baiardo è in mala fede ma la sua condotta non arriva a configurare la calunnia.

I pm fiorentini non ci stanno e hanno depositato un appello di 50 pagine per contestare il rigetto dell’arresto. Uno dei puntelli alla tesi dei pm Turco, Tescaroli e Gestri risiede proprio nelle dichiarazioni a verbale davanti ai pm stessi di Baiardo sull’incontro con Paolo Berlusconi nella sede de Il Giornale a Milano il 14 febbraio 2011.

(...)

Baiardo raccontò ai pm “Già conoscevo Paolo Berlusconi, lo avevo incontrato all’Hotel Quark di Milano dove avevo accompagnato una o due volte nel corso del 1992 Giuseppe Graviano; compresi dal primo incontro, cui ho assistito, che i due Berlusconi e Giuseppe Graviano, già si conoscevano; Graviano si è presentato con il proprio nome”. 

Tutte affermazioni negate dai diretti interessati e considerate non riscontrate dal Gip.

La caccia ai mandanti esterni per le stragi di mafia. Scomparsa Kata e le priorità della procura di Firenze: indagare il defunto Berlusconi ‘grazie’ al gelataio Baiardo. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 27 Giugno 2023 

La Procura del capoluogo toscano, dopo ben cinque procedimenti chiusi già nella fase delle indagini preliminari, pare sia ad una “svolta” nella ormai pluridecennale caccia ai mandanti esterni per le stragi di mafia del 1993, ad iniziare proprio da quella fiorentina di via dei Georgofili. I procuratori aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli, per puntellare il quadro accusatorio che vede indagati Silvio Berlusconi, scomparso l’altra settimana, e Marcello Dell’Utri, hanno tirato fuori dal cilindro Salvatore Baiardo, il folcloristico gelataio di Omegna che in passato era stato condannato per aver favorito la latitanza dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, ex boss del quartiere Brancaccio di Palermo.

Baiardo sembra destinato a prendere il posto di Massimo Ciancimino, il finto pentito le cui dichiarazioni diedero il via al processo Trattativa Stato-mafia, poi conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati. Il gelataio di Omegna, infatti, è quello che mancava nel quanto mai variegato panorama delle piste investigative seguite fino ad oggi, senza grandi risultati, dagli inquirenti fiorentini. Personaggio a dir poco “esuberante” e per i quali i Pm fiorentini avevano chiesto al gip, senza ottenerlo, l’arresto (l’udienza per il ricorso è prevista il prossimo 14 luglio, ndr) aveva fatto la sua comparsa nei mesi scorsi nei programmi di punta del giornalismo d’inchiesta: Report e Non è L’Arena.

Fra le “primizie” per i fedelissimi di Sigfrido Ranucci e Massimo Giletti, vi fu certamene quella di aver detto di aver visto le fotocopie della famosa agenda rossa su cui il magistrato Paolo Borsellino annotava i suoi appunti riservati in mano a diversi boss, da Graviano fino a Matteo Messina Denaro. Attraverso TikTok, il social cinese utilizzato per comunicare ai suoi numerosi follower, Baiardo aveva poi smentito quelle affermazioni dicendo chiaramente di aver voluto prendere in giro i segugi di Report.

Il meglio di sé, però, il gelataio di Omegna lo aveva dato con Giletti, mostrandogli da lontano, e per pochi secondi, una foto dove a suo dire ci sarebbe stati ritratti Silvio Berlusconi, Giuseppe Graviano e il generale dei carabinieri Francesco Delfino. I tre sarebbero stati immortalati sulle sponde del lago d’Orta, in Piemonte, prima del 1994, anno in cui Graviano è finito in carcere senza più uscire in quanto al sottoposto al regime del 41 bis con tutti i divieti possibili. Ed è proprio grazie a questa presunta foto, mai trovata con le perquisizioni disposte dalla Procura, che i magistrati fiorentini hanno potuto riaprire per la quinta volta l’inchiesta per dimostrare il contatto fra Graviano, il mafioso stragista, e Berlusconi, il mandante delle stragi. Il tutto sotto la supervisione del generale della Benemerita Delfino.

Dei tre in foto l’unico ancora in vita è Graviano. Berlusconi, prima di morire, ha sempre smentito tramite i suoi legali tale incontro lacustre. Delfino è morto già da diversi anni in una casa di riposo a Santa Marinella, paese sul litorale laziale. Degrado a soldato semplice al termine di procedimento disciplinare a seguito del coinvolgimento nel procedimento per il sequestro dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini, ai suoi funerali non aveva partecipato nessun rappresentante dell’Arma.

Il procedimento sulle stragi del 1993 della Procura di Firenze ha raccolto alcuni dei teoremi della vecchia inchiesta “Sistemi criminali” condotta dagli ex Pm palermitani Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato e archiviata nel 2000. In particolare, torna l’ipotesi di personaggi esterni alla mafia che avrebbero partecipato agli attentati, un “terzo livello” composto da potenti massoni, imprenditori, piduisti, e mafiosi assortiti che avrebbero dato l’avvio alle stragi per destabilizzare la vita democratica nel Paese.

Il teorema della Procura di Firenze stride, però, con le risultanze del processo Trattativa Stato-mafia, ormai conclusosi con sentenza definitiva. Secondo quest’ultimo procedimento, Dell’Utri sarebbe stato colui che ha veicolato la minaccia mafiosa al primo governo Berlusconi. Secondo la tesi dei Pm fiorentini che vogliono arrestare Baiardo per favoreggiamento, invece, l’ex presidente del Consiglio sarebbe arrivato al governo grazie alle stragi e all’appoggio di Cosa nostra. La domanda che bisognerebbe porsi è per quale motivo, allora, era necessario “minacciare” lo Stato se nel contempo venivano poste in essere le stragi.

La ricostruzione fiorentina ha, poi, un “paletto” temporale: durante le stragi del 1992-93, infatti, Berlusconi non aveva ancora fondato Forza Italia ed appoggiava i Pm di Mani pulite. Il sostegno al governo Berlusconi uno è emerso durante il processo Borsellino Ter. Sia Giovanni Brusca che Angelo Siino e Tullio Cannella, hanno parlato di un consistente sostegno di voti fornito da Cosa nostra a Forza Italia in occasione delle elezioni politiche del 1994. Sostegno offerto nella prospettiva di ottenere consistenti modifiche anche legislative nel senso auspicato dall’organizzazione mafiosa (cosa mai realizzata, tra l’altro). Nessuno dei tre mafiosi ha mai fatto comunque riferimento a contatti tra Cosa nostra e Berlusconi già nel 1992, nell’ambito della ricerca di nuovi referenti politici. Il teorema che vede Berlusconi e Dell’Utri come mandanti delle stragi ha tutta l’aria di essere un tarocco. Forse in procura a Firenze anziché di Berlusconi avrebbero fatto meglio ad occuparsi dello sgombero dell’ ex Astor e della piccola Kata… Paolo Pandolfini

Perché Salvatore Baiardo non è stato arrestato: c’è un giudice a Firenze. Respinta la richiesta dei pm fiorentini. Volevano le manette per favoreggiamento nei confronti di Dell’Utri e Berlusconi. La gip avrà sbarrato gli occhi...Tiziana Maiolo su L'Unità il 27 Giugno 2023 

Doveva capitare, prima o poi, che arrivasse un giudice a Firenze a vagliare l’eterna attività di indagine dei “Due Luca”, gli aggiunti Turco e Tescaroli, e le loro fatiche sui “mandanti” delle stragi del 1993, trent’anni fa esatti. Forse, nel chiedere l’arresto del giocoliere un po’ mafioso un po’ contaballe Salvatore Baiardo, i “Due Luca” hanno fatto un passo falso. O forse erano troppo sicuri di sé.

Fatto sta che per la prima volta hanno perso: richiesta respinta. Parevano intoccabili. Quello che invece pare sempre “toccabile” è Silvio Berlusconi, che continua a essere oggetto dell’attenzione di questi magistrati e dei loro portaborse di redazione, pur se formalmente non dovrebbe essere così, da quando se ne è andato. In ogni caso un giudice a Firenze c’è. Si chiama Antonella Zatini, è stata sommersa da mille e cinquecento pagine con cui i “Due Luca” le chiedevano di arrestare Baiardo con due imputazioni. La calunnia nei confronti di Massimo Giletti, il quale aveva messo a verbale di aver visto nelle mani del gelataio la famosa foto in cui aveva riconosciuto un Berlusconi giovane, ma non le altre due persone, che avrebbero dovuto essere il generale Francesco Delfino (un altro che non potrà testimoniare, perché non c’è più) e il boss Giuseppe Graviano.

Poiché Giletti è attendibile, ed è stato anche intercettato mentre parlava della foto con Baiardo, la successiva smentita di questi è una calunnia nei confronti del presentatore. Perché? Perché è come se lo accusasse di aver reso false dichiarazioni al pm, dicono i “Due Luca”. Ma va là, replica la gip. Poi il gelataio avrebbe anche calunniato il “pentito” aureo Gaspare Spatuzza, il più intoccabile di tutti perché ha ristabilito qualche verità sull’omicidio Borsellino, facendo anche scarcerare quindici innocenti per la cui ingiusta detenzione non ha pagato nessuno. Il gelataio ha cercato di screditarlo, dicono i pm. Ma ancora non basta. Il colpo grosso, quello su cui, immaginiamo, la gip e con lei qualunque persona dotata di buon senso abbia sbarrato occhi e orecchi, è l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

Ebbene si, secondo il ragionamento dei procuratori aggiunti di Firenze (a proposito che cosa aspetta il Csm a nominare un capo dell’ufficio che venga a mettere un po’ di ordine in questo guazzabuglio?) questo gelataio avrebbe messo in piedi tutta questa storia della foto per fare un favore a Berlusconi e Dell’Utri. Ma non basta. Lo avrebbe fatto “con l’aggravante di aver agevolato l’associazione denominata cosa nostra, interessata a non compromettere le figure di Silvio Berlusconi, quale referente istituzionale, e Marcello Dell’Utri, legato all’organizzazione, ed entrambi parti, secondo l’ipotesi d’accusa, dell’accordo stragista, funzionale allo scambio tra il compimento dei delitti citati e interventi sulla legislazione afferente, fra l’altro, al regime detentivo applicato ai detenuti per mafia”.

Non c’è da stupirsi del fatto che una giudice non abbia accolto una simile richiesta. Basterebbe aver letto qualche giornale per sapere che i governi Berlusconi sono stati, anche contro la parte più liberale di Forza Italia, i più repressivi e intransigenti nell’applicazione degli articoli 4-bis e 4-bis dell’ordinamento penitenziario nei confronti di mafiosi e terroristi. In che cosa sarebbe consistito dunque lo scambio mafioso? I due leader di Forza Italia avrebbero chiesto, non si sa perché, ai boss mafiosi di fare per conto loro un po’ di stragi, e in cambio Cosa Nostra che cosa avrebbe ricavato? Niente. Non è un caso se questa ipotesi è stata già archiviata quattro volte.

Per fortuna è arrivata una giudice. Di cui non vogliamo sapere se e a quale corrente della magistratura appartenga. Ci basta che sia una che ragiona e che legge le carte, anche se i pm l’hanno sepolta sotto quindicimila fogli. Per ora ha rigettato l’ipotesi dell’accusa perché non ritiene ci sia nessuna prova di rapporti tra Berlusconi e Graviano e perché nutre “seri dubbi” che la famosa foto esista davvero. Anche per quel che riguarda la calunnia, la gip non pensa sia tale. Insomma Baiardo è solo un piccolo imbroglione.

Per quale motivo dovrebbe dunque mettergli le manette ai polsi? Il non detto è che, dopo un po’ di carcere, un po’ di torchiatura, le risposte possono ammorbidirsi, adeguarsi e voila, magari adattarsi perfettamente all’ipotesi dell’accusa. I “Due Luca” non demordono, hanno fatto ricorso al tribunale del riesame contro la decisione della gip. Ci riaggiorniamo quindi al 14 luglio, giorno dell’udienza in camera di consiglio. Udienza non pubblica, ma tanto si saprà tutto, come sempre.

Tiziana Maiolo 27 Giugno 2023

Giletti, Baiardo e le bombe. Indagine su Non è l’Arena, i Pm interrogano pure Cairo. I magistrati fiorentini gli chiederanno perché ha chiuso in anticipo “Non è l’Arena”. Le tentano tutte per tenere in vita la loro indagine eterna... Tiziana Maiolo su L'Unità il 21 Giugno 2023

Urbano Cairo davanti ai pubblici ministeri di Firenze. A parlare di stragi, come fosse cosa normale, come non fossero passati trent’anni da quelle bombe disseminate tra Milano Firenze e Roma nel 1993, come non si conoscessero già i responsabili, processati e condannati. L’editore di Corriere della sera e La 7 sarà interrogato (o forse lo è già stato, alla chetichella), nella veste di persona informata dei fatti. Formalmente un testimone, senza avvocato quindi.

Nudo e inerme di fronte alla forza dello Stato, rappresentato dai procuratori aggiunti Luca Tescaroli e Luca Turco, che gli chiederanno conto di una sua scelta editoriale, cioè di aver anticipato di un mese la sospensione del programma “Non è l’arena”, condotto da Massimo Giletti. Il contratto del presentatore era in scadenza a luglio, inoltre la trasmissione era molto costosa e il bilancio decisamente in perdita. Quindi si è deciso di anticiparne la chiusura e di risparmiare qualche centinaio di migliaia di euro. Questa la spiegazione dell’azienda del 13 aprile scorso, alla vigilia della puntata numero 195. Si chiama libero mercato.

Un concetto forse estraneo a qualche burocrate che ha solo vinto un concorso. Infatti, che cosa potrebbe mai spiegare un imprenditore sulle ragioni di una scelta di tipo economico? Potrebbe solo dire quel che ha già detto a chi glielo ha chiesto: la decisione è stata aziendale, non siamo abituati a ricevere suggerimenti e nessuno ci ha chiesto di “mettere a tacere” Massimo Giletti. Del resto la notizia non avrebbe meritato più di, come si dice in gergo giornalistico, una breve in cronaca, non fosse che esistono due o tre quotidiani italiani che si nutrono di trasmissioni che sembrano tribunali del popolo, e “Non è l’arena” era una di quelle.

Quello che stupisce è il comportamento dei magistrati della Procura di Firenze. Hanno sempre mostrato molta sicurezza sulla propria ipotesi accusatoria nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri come mandanti delle bombe. E questo nonostante quattro precedenti inchieste sullo stesso tema fossero state archiviate. Pure, questo fascicolo viene continuamente rinnovato e arricchito, come un elastico che alternativamente si tende e si rilascia ma non trova mai un suo punto di equilibrio. Si ha la sensazione che si sia capovolta la prassi che vede i giornalisti come utilizzatori finali dei verbali secretati delle Procure. Pare oggi che siano i magistrati ad andare a rimorchio delle notizie (o non notizie) di stampa a Tv. Il che fa pensare che, se non ci fossero stati i nutrimenti di qualche quotidiano o di trasmissioni come quella di Giletti o “Report” di Rai 3, il 31 dicembre del 2022, ultima scadenza prevista dell’inchiesta, avremmo assistito alla quinta archiviazione, su richiesta degli stessi pm Tescaroli e Turco.

Ma è comparso il gelataio Salvatore Baiardo e ha messo un po’ di carne al fuoco. Alla maniera sua, ovviamente, un po’ mafioso un po’ giocoliere, carta vince carta perde. Da quando gli ha mostrato, da lontano e in penombra, una foto in cui il conduttore tv ha ritenuto di riconoscere un Silvio Berlusconi più giovane, Massimo Giletti non ha più avuto pace: interrogato tre volte dai pm fiorentini, e due volte spiato e teleripreso mentre si incontrava con Baiardo a Roma per preparare le sue trasmissioni. La foto, qualora esistesse, mostrerebbe il fondatore di Forza Italia, intorno al 1992, con il generale Delfino dei carabinieri e Giuseppe Graviano. Sarebbe una “prova” del rapporto tra Berlusconi e un mafioso condannato per strage.

Un mafioso che oltre a tutto, anche lui con metodi un po’ da piccolo truffatore, continua a rivendicare un presunto credito di famiglia, in quanto il nonno avrebbe finanziato la nascita di Fininvest. Naturalmente non c’ è nessuna prova che possa attestare questa “verità”, e casualmente tutti coloro che potrebbero testimoniarla sono morti. Berlusconi compreso, a questo punto. E il ricatto, cui però l’ex presidente del consiglio si è sempre sottratto mostrando indifferenza, non vale più. Perché dunque avrebbe chiesto a Cairo (questo vorrebbero sentirsi dire i pm) di bloccare la trasmissione?

Intanto gli stessi magistrati hanno fatto perquisire la casa di Baiardo, ovviamente la foto non è saltata fuori, e hanno cercato anche di farlo arrestare. E’ stato così che abbiamo scoperto il fatto che anche a Firenze, non solo a Berlino, esiste un giudice. Il quale non ha accolto la richiesta, forse ritenendola solo un mezzuccio per fare pressione su Baiardo per fargli dire la verità. Ma il gelataio ha già usato altri mezzi di comunicazione, come Tik Tok, per ritrattare tutto. Nel frattempo però si fa avanti anche “Report” del 23 maggio a rivendicare che in un’intervista rilasciata al giornalista Paolo Mondani mesi prima e registrata con telecamera nascosta, Baiardo aveva parlato della foto, anzi aveva rilanciato citandone tre. Che nessuno ha mai visto, ovviamente.

L’indomani sarà ancora Tik Tok a ospitare la smentita indignata del gelataio. Che continua a minacciare, non si sa bene chi, con l’uscita di un libro, di cui per ora non c’è traccia. Quello che continuiamo a domandarci, visto che c’è un giudice a Firenze, è perché non chieda conto a questi pm di questo uso così disinvolto dell’indagine eterna per fatti di trent’anni fa, tra una proroga e l’altra, senza uno straccio di prova, ormai al servizio di qualche trasmissione pruriginosa. Tiziana Maiolo 21 Giugno 2023

Il giocoliere. Giornalisti e pm al guinzaglio di Baiardo: la caccia alle foto di Berlusconi è un gioco delle tre carte. Tiziana Maiolo su L'Unità il 24 Maggio 2023

Placido e beffardo, lui, il gelataio Salvatore Baiardo, se li porta in giro tutti come cagnolini al guinzaglio, pubblici ministeri e giornalisti. Loro, dai pm fiorentini Tescaroli e Turco, i due Luca, oltre alla squadretta dei cronisti del Fatto e di Report, sono alla caccia della (o delle) fotografie che inchioderebbero Silvio Berlusconi seduto al bar con il generale dei carabinieri Francesco Delfino e con un mafioso stragista come Giuseppe Graviano. La (le) cercano e non la (le) trovano. Un po’ come “io cerco la Titina, la cerco e non la trovo”, la canzone resa famosa da Charlie Chaplin che la cantava in Tempi moderni, ma soprattutto nella sua versione grammelot senza costrutto e con il guazzabuglio delle lingue mescolate. Ecco, questa ricerca della foto che non c’è è un po’ il simbolo di questa inchiesta della Dda fiorentina sui “mandanti” delle bombe del 1993. Quelle che nelle intenzioni, nonostante l’impiego di quantitativi enormi di esplosivo, avrebbero dovuto essere più “simboli” che stragi. Lo dice senza mezzi termini anche la sentenza d’appello del processo “Trattativa Stato-mafia”, che quei dieci morti a Firenze e Milano non erano stati programmati. Il che naturalmente nulla toglie alla gravità di quegli attacchi dal forte sapore terroristico.

Il procuratore aggiunto Luca Tescaroli, che coordina la Dda di Firenze dopo aver maturato la propria esperienza di magistrato “antimafia” in Sicilia, in un’intervista al quotidiano Nazione-Carlino-Giorno, parla della ricerca dei “mandanti” di quelle stragi in questi termini: “Se dovessimo usare una metafora potremmo dire che il bicchiere è quasi pieno ma non ancora completamente”. Incoraggiante. Se non fosse per almeno due buoni motivi, che ci permettiamo di ricordare all’illustre magistrato. Il primo: la procura di Firenze sta indagando su due persone, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, le cui posizioni sono state archiviate, per gli stessi fatti, già tre volte in quegli stessi uffici siciliani che il dotto Tescaroli ben conosce. Secondo: questa ultima inchiesta avrebbe dovuto essere chiusa entro il 31 dicembre 2022. L’ha riaperta il gelataio Baiardo. Ci dica lei, dottor Tescaroli, se le pare una cosa seria.

I giornalisti con il bollino blu dell’antimafia, come Marco Lillo del Fatto, lo definiscono un giocatore di poker. A noi Salvatore Baiardo ricorda di più uno di quelli del “carta vince, carta perde”, quelli che stanno su uno sgabellino sul marciapiedi e ti danno prima l’illusione lasciandoti vincere, e poi sferrano la mazzata e ti tolgono anche la casa e la fidanzata. Se a questo profilo aggiungi anche quel pizzico di mafiosità che deriva da una condanna per aver aiutato