Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

ANNO 2023

LA CULTURA

ED I MEDIA

SETTIMA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE
 


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 


 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Covid: sembrava scienza, invece era un…calesse.

L’Umanità.

I Benefattori dell’Umanità.

Le Invenzioni.

La Matematica.

L’Intelligenza Artificiale.

La Digitalizzazione.

Il PC.

I Robot.

I Chip.

La telefonia.

Le Mail.

I crimini sul web.

Al di là della Terra.

Gli Ufo.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da Freud all’MKUltra.

I Geni.

I Neuroni.

La Forza della Mente.

Le Fobie.

L’Inconscio.

Le Coincidenze.

La Solitudine.

Il Blocco Psicologico.

La Malattia.

La Depressione.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scrittura.

La Meritocrazia.

Le Scuole al Sud.

Le Scuole Private.

Il Privatista.

Ignoranti e Disoccupati.

Ignoranti e Laureati.

Decenza e Decoro a Scuola.

L’aggiotaggio scolastico.

La Scuola Alternativa.

La scuola comunista.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’onestà e l’onore.  

Il Galateo.

Il Destino.

La Tenacia.

La Fragilità.

Body positivity. Essere o apparire?

Il Progresso.

Le Generazioni.

I Baby Boomer.

Gioventù del cazzo.

Il Linguaggio.

I Bugiardi.

L’Ipocrisia.

I Social.

Influencer.

Le Classifiche.

L’Amicizia.

Il fastidio.

L’Invidia.

L’Odio.

Il Mostro.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Moda.

Le Auto.

I Fumetti.

I Giochi da Tavolo.

L’Architettura e l’Ingegneria.

Il Restauro.

Il Podcast.

L’Artista.

La Poesia.

La Letteratura.

Il Teatro.

Le Autobiografie.

L’Ortografia.

Intrecci artistici.

La Fotografia.

Il Collezionismo.

I Francobolli.

La Pittura.

I Tatuaggi.

Le Caricature.

I Writer.

La Musica.

La Radio.

Le Scoperte.

Markalada, l'America prima di Colombo.

La Storia.

La P2 culturale.

Ladri di cultura.

I vandali dell'arte.

Il Kitsch.

Gli Intellettuali.

La sindrome di Stendhal.

Gli Snob.

I radical chic.

La Pubblicità.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alberto Asor Rosa.

Alberto Moravia.

Aldo Nove.

Alessandro Manzoni.

Alessia Lanza.

Aleksandr Isaevic Solzhenicyn.

Andy Warhol.

Andrea Camilleri.

Andrea Pazienza.

Anna Premoli.

Annie Duchesne Ernaux.

Anselm Kiefer.

Antonio Delfini.

Antonio Riello.

Artemisia Gentileschi.

Benedetta Cappa.

Barbara Alberti.

Beethoven.

Banksy.

Camillo Langone.

Caravaggio.

Carlo Emilio Gadda.

Chiara Gamberale.

Cristina Campo.

Curzio Malaparte.

Dacia Maraini.

Dante Alighieri.

Dante Ferretti.

Dario Fo.

Dino Buzzati.

Domenico "Ico" Parisi.

Eduardo De Filippo.

Elena Ferrante.

Eleonora Duse.

Emanuel Carnevali.

Emmanuel Carrère.

Émile Zola.

Emilio Isgrò.

Ennio Morricone.

Enrico "Erri" De Luca.

Erin Doom.

Eugenio Montale.

Eve Babitz.

Ezra Pound.

Fabio Volo.

Federico Fellini.

Federico Palmaroli: Osho.

Friedrich Nietzsche.

Filippo Tommaso Marinetti.

Francesco Alberoni.

Francesco Piranesi jr.

Franco Cordelli.

Franco Ferrarotti.

Franz Kafka.

Fulvio Abbate.

Gabriele D'Annunzio.

Gaetano Bonoris.

Gaetano Salvemini.

George Orwell.

Georges Simenon.

Giacomo Leopardi.

Giacomo Puccini.

Giampiero Mughini.

Gianfranco Salis.

Gianni Vattimo.

Gianrico Carofiglio.

Gioachino Rossini.

Giordano Bruno Guerri. 

Giorgio Manganelli.

Giovanni Testori.

Giovanni Verga.

Giovannino Guareschi.

Giuseppe Prezzolini.

Giuseppe Verdi.

Hanif Kureishi.

Italo Calvino.

Jago sta per Jacopo Cardillo.

Jacques Maritain.

Jean Cocteau.

Jean-Jacques Rousseau.

John Ronald Reuel Tolkien.

Johann Wolfgang von Goethe.

J. K. Rowling.

Jorge Luis Borges.

Julius Evola.

Lara Cardella.

Laura Ingalls Wilder.

Lee Miller.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lina Sotis.

Luigi Illica.

Luigi Vanvitelli.

Luis Sepúlveda.

Louis-Ferdinand Céline.

Ludovica Ripa di Meana.


 

INDICE SESTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marcello Marchesi.

Marcello Veneziani.

Marina Cvetaeva.

Mario Vargas Llosa.

Mark Twain.

Martin Scorsese. 

Massimo Rao.

Matilde Serao.

Maurizio Cattelan.

Mauro Corona.

Michel Houellebecq.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarroti.

Michelangelo Pistoletto.

Michele Mirabella.

Michele Rech: Zerocalcare.

Milo Manara.

Oliviero Toscani.

Oriana Fallaci.

Pablo Neruda.

Pablo Picasso.

Paul Verlaine.

Pier Paolo Pasolini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Pietro Cavallini.

Pietro Citati.

Primo Levi.

Robert Capa.

Roberto Ruffilli.

Roberto Saviano.

Salman Rushdie.

Sergio Leone.

Sergio Pautasso.

Sibilla Aleramo.

Stefania Auci.

Susan Sontag.

Suzanne Valadon.

Sveva Casati Modignani.

Tim Page.

Truman Capote.

Tullio Pericoli.

Umberto Eco.

Umberto Pizzi.

Wolfang Amadeus Mozart.

Vasco Pratolini.

Veronica Tomassini.

Virginia Woolf.

Vitaliano Trevisan.

Vittorio ed Elisabetta Sgarbi.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. La Distrazione di Massa: Propaganda e realtà.

Controinformazione e contraddittorio.

Lo ha detto la Televisione…

L’Opinionismo.

L’Infocrazia.

Rai: Il pizzo e l’educatrice di Stato.

Mediaset: la manipolazione commerciale.

Sky Italia.

La 7.

Sportitalia.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le fake news.

I Censori.

Il Diritto d’Autore e le furbizie di Amazon.

La Privacy.

L’Oblio.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

Wikipedia, l’enciclopedia censoria.


 

INDICE NONA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Se questi son giornalisti!

Gli Uffici Stampa.

Il Corriere della Sera.

Avanti!

La Gedi.

Il Fatto Quotidiano.

L’Espresso.

Il Domani.

Il Giornale.

Panorama.

La Verità.

L’Indipendente.

L’Unità.

Il Manifesto.

Il Riformista.

I più noti.

Alberto Dandolo.

Alberto Matano.

Alda D’Eusanio.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Amedeo Goria.

Andrea Scanzi.

Angela Buttiglione.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Antonello Piroso.

Antonio Caprarica.

Antonio Di Bella.

Augusto Minzolini.

Attilio Bolzoni.

Barbara Costa.

Barbara Palombelli.

Bruno Vespa.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carmen Lasorella.

Cesara Bonamici.

Claudio Sabelli Fioretti.

Clemente Mimun.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Corrado Formigli.

Cristina Parodi.

David Parenzo.

Donatella Raffai.

Enrico Mentana.

Enrico Varriale.

Enzo Magistà.

Fabio Fazio.

Federica Sciarelli.

Ferruccio Sansa.

Filippo Facci.

Flavia Perina.

Franca Leosini.

Francesca Barra.

Francesca Fagnani.

Francesco Borgonovo.

Francesco Repice.

Furio Focolari.

Gennaro Sangiuliano.

Gian Antonio Stella.

Gian Marco Chiocci.

Gianni Riotta.

Gigi Marzullo.

Giovanni Minoli.

Hoara Borselli.

Indro Montanelli.

Ivan Zazzaroni.

Jas Gawronski.

Laura Tecce.

Lirio Abbate.

Lucia Annunziata.

Luisella Costamagna.

Malcom Pagani.

Manuela Moreno.

Marco Travaglio.

Mario Sechi.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Massimo Gramellini.

Maurizio Mannoni.

Mia Ceran.

Michele Cucuzza.

Michele Santoro.

Milena Gabanelli.

Myrta Merlino.

Natalia Aspesi.

Nicola Porro.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Flores d'Arcais.

Riccardo Iacona.

Roberto D’Agostino.

Roberto Poletti.

Romana Liuzzo.

Rula Jebreal.

Salvo Sottile.

Selvaggia Lucarelli.

Serena Bortone.

Sigrido Ranucci.

Tancredi Palmeri.

Tiberio Timperi.

Tiziano Crudeli.

Tommaso Cerno.

Valentina Tomirotti.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

SETTIMA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Antonio Giangrande: In Italia: i giornalisti non informano; i professori non istruiscono. Essi fanno solo propaganda. Sono il megafono della politica e delle vetuste ideologie e quelli di sinistra son molto solidali tra loro. Se fai notare il loro propagandismo e te ne lamenti, si risentono e gridano alla lesa maestà, riportandosi alla Costituzione Cattomassonecomunista. In natura i maiali, se ne tocchi uno, grugniscono tutti, richiamando il loro diritto di parola.

Scritto tanti anni fa, ma ancora attuale. John Swinton, redattore capo del New York Times, 12 aprile 1893. “In America, in questo periodo della storia del mondo, una stampa indipendente non esiste. Lo sapete voi e lo so pure io. Non c’è nessuno di voi che oserebbe scrivere le proprie vere opinioni, e già sapete anticipatamente che se lo facesse esse non verrebbero mai pubblicate. Io sono pagato un tanto alla settimana per tenere le mie opinioni oneste fuori dal giornale col quale ho rapporti. Altri di voi sono pagati in modo simile per cose simili, e chi di voi fosse così pazzo da scrivere opinioni oneste, si ritroverebbe subito per strada a cercarsi un altro lavoro. Se io permettessi alle mie vere opinioni di apparire su un numero del mio giornale, prima di ventiquattr’ore la mia occupazione sarebbe liquidata. Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità, di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di scodinzolare ai piedi della ricchezza, e di vendere il proprio paese e la sua gente per il suo pane quotidiano. Lo sapete voi e lo so pure io. E allora, che pazzia è mai questa di brindare a una stampa indipendente? Noi siamo gli arnesi e i vassalli di uomini ricchi che stanno dietro le quinte. Noi siamo dei burattini, loro tirano i fili e noi balliamo. I nostri talenti, le nostre possibilità, le nostre vite, sono tutto proprietà di altri. Noi siamo delle prostitute intellettuali”.

Antonio Giangrande: L’Involuzione sociale e politica. Dal dispotismo all’illuminismo, fino all’oscurantismo.

Non è importante sapere quanto la democrazia rappresentativa costi, ma quanto essa rappresenti ed agisca nel nome e per conto dei rappresentati.

Antonio Giangrande:

Bisogna studiare.

Bisogna cercare le fonti credibili ed attendibili per poter studiare.

Bisogna studiare oltre la menzogna o l’omissione per poter sapere.

Bisogna sapere il vero e non il falso.

Bisogna non accontentarsi di sapere il falso per esaudire le aspirazioni personali o di carriera, o per accondiscendere o compiacere la famiglia o la società.

Bisogna sapere il vero e conoscere la verità ed affermarla a chi è ignorante o rinfacciarla a chi è in malafede.

Studiate “e conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi” (Gesù. Giovanni 8:31, 32).

Studiare la verità rende dotti, saggi e LIBERI!

Non studiare o non studiare la verità rende schiavi, conformi ed omologati.

E ciò ci rende cattivi, invidiosi e vendicativi.

Fa niente se studiare il vero non è un diritto, ma una conquista.

Vincere questa guerra dà un senso alla nostra misera vita.

Dr Antonio Giangrande

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano” il 21 febbraio 2023.

Domenica il Tg1 intervistava in esclusiva Zelensky. Ieri il Corriere intervistava in esclusiva Zelensky. Invece Repubblica aveva un’intervista esclusiva a Zelensky uguale a quella del Corriere. Il Sole 24 ore, per distinguersi, aveva un’intervista esclusiva a Zelensky uguale a quelle di Corriere e Rep.

 Viceversa La Stampa aveva una sintesi delle interviste esclusive di Corriere, Rep e Sole degradate a “conferenza stampa”. Dal canto suo, il Messaggero aveva ampi stralci del verbo di Zelensky “ai giornalisti italiani”. Al contrario Libero aveva il meglio (si fa per dire) delle interviste di Tg1 e Corriere. […]

Antonio Giangrande: Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate.

Chi siamo noi?

Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti.

Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”.

Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi.

Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani.

Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni.

Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

Antonio Giangrande: A Roma, 2000 anni fa, il potere, per tacitare il popolo, dava "panem et circensis". La massa barattava la propria libertà per un tozzo di pane e per gli spettacoli negli anfiteatri. Dopo 2000 anni nulla è cambiato.

Antonio Giangrande: PER AVERE UNA PARVENZA DI INFORMAZIONE SONO COSTRETTO A VISIONARE: L'ESPRESSO, LA REPUBBLICA, IL CORRIERE DELA SERA (RCS) PER CONOSCERE I GOSSIP SULLA DESTRA; PANORAMA E IL GIORNALE (MONDADORI) PER I GOSSIP SULLA SINISTRA.

Antonio Giangrande: Se l’ANPI è l’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia, ed i partigiani non erano solo comunisti, chi ne fa parte quanti cazzo di anni hanno? Considerato che dovrebbero essere dei centenari, gli anni se li tengono molto bene. Se invece non sono Partigiani, ma solo gente di parte, che lo dicessero: siamo solo comunisti, che operano al di là della loro pertinenza storica.

Crapa Pelata, ecco il libro sul fascismo per formare baby-partigiani. Alberto Busacca su Libero Quotidiano il 10 novembre 2023

C'era una volta un uomo calvo e vestito di nero. Quest’uomo si chiamava Crapa Pelata ed era il capo indiscusso del Regno di Belpaese. Eccola qui la trama di Crapa Pelata e la Banda dei mille colori, un libro scritto da Daniele Susini (storico e scrittore) e Fulvia Alidori (scrittrice ed ex membro del Comitato nazionale dell’Anpi). Si tratta, come spiegato sulla copertina, di “una favola che racconta la lotta al fascismo”, ed è dedicata ai bambini “dai sette anni in su”. Per iniziare a spiegare anche ai più piccoli chi era Benito Mussolini, cosa ha fatto e chi lo ha combattuto.

Il libro, ovviamente, è breve, con tante illustrazioni e scritto in maniera molto semplice. “A Belpaese”, si legge, “viveva Crapa Pelata, un tipo misterioso con un pessimo carattere: non sopportava nessuno e molti dicevano che avesse il cuore di legno. Era scorbutico, voleva sempre avere ragione e, quando qualcuno lo contraddiceva, metteva la testa tra le mani, diventava rosso come un peperone e cominciava a gridare e a battere i piedi perla rabbia”. Ovviamente, visto il suo caratterino, “Crapa Pelata non aveva amici”.

Era “sempre vestito di nero” e “trascorreva le sue giornate litigando con chiunque incontrasse”. Nonostante ciò, il signor Pelata riuscì a diventare leader assoluto di Belpaese, e impose dieci rigidissime leggi: 1- ogni abitante deve vestire solo di nero.

2- le case devono essere dipinte tutte di nero.

3- si può parlare solo quando vuole Crapa Pelata.

4- solo Crapa Pelata può dare il permesso di uscire dalla propria città.

5- gli abitanti devono essere come Crapa Pelata.

6 - quando il sole cala, tutti devono andare a dormire.

7 - si possono leggere solo i libri “giusti”, cioè quelli con la copertina nera.

8 - sono vietate le lingue straniere.

9 - le donne curano la casa e i bambini, gli uomini lavorano.

10 - Crapa Pelata ha sempre ragione.

A queste dieci, poi, se ne aggiunse una undicesima: “il popolo della stella deve stare separato dagli abitanti di Belpaese”. Leggi razziali, insomma... Per farla breve, a un certo punto un bambino trovò un baule pieno di fazzoletti colorati e cominciò a indossarli, imitato dai suoi amici: “1, 10, 100, 1000 bambini indossarono i fazzoletti, e in un battibaleno nacque la Banda dei mille colori che, come tutte le bande, si scelse una missione: convincere gli abitanti di Belpaese a ricominciare a parlare, a giocare, a vestirsi coi colori, insomma... a ricominciare a essere liberi”.

Questi baby partigiani “si trovavano in montagna e si sentivano come fratelli e sorelle”. Alla fine, come previsto, la Banda dei mille colori riesce a mettere in fuga Crapa Pelata e a liberare il Regno di Belpaese... Solo una favola? No, assolutamente. E in fondo al libro è scritto in maniera chiara: “Quella di Belpaese è una storia vera. Belpaese e Crapa Pelata sono esistiti davvero: il regno era l’Italia, mentre lui era un signore che portava il nome di Benito Mussolini e fu un dittatore”.

Viene da chiedersi, a questo punto, se ha senso raccontare in questo modo la storia del fascismo a dei bambini di sette anni. Se ha senso mischiare in questo modo favola e realtà. Se è possibile diventare antifascisti in seconda elementare. Senza contare il rischio che questa operazione si riveli un boomerang. Sì, perché Crapa Pelata, con quella testa tonda e lucida, con quelle sopracciglia aggrottate e quel ghigno beffardo, sembra un po’ il cugino cattivo di Charlie Brown. E qualcuno potrebbe perfino trovarlo simpatico... 

Ha ragione Valditara. Raccontare la Storia è ben diverso dal fare l'elegia dei partigiani. Non c'è motivo perché sia l'Anpi a monopolizzare la narrazione della Guerra civile nelle scuole. È giusto che ci sia chi celebra i miti fondativi della nostra Repubblica. Ma la ricerca vera è altro. Dino Cofrancesco il 21 Settembre 2023 su Il Giornale.

«Stop alle lezioni su Resistenza e Costituzione» è la prima parte del titolo di un articolo allarmatissimo di Repubblica del 18 settembre. Se ci si fermasse qui, si sarebbe indotti a credere che il Governo fascista presieduto da Giorgia Meloni ha gettato la maschera. Senonché la seconda parte del titolo chiarisce di che si tratta. «Valditara non sblocca il rinnovo dell'accordo con Anpi». È davvero un vulnus alla democrazia se si pensa che quell'accordo venne stipulato, nel 2014, tra l'allora presidente dell'Anpi, Carlo Smuraglia, giurista e partigiano e la Ministra Maria Chiara Carrozza sostenuta da Pier Carlo Bersani ed Enrico Letta, noti cultori dei classici del liberalismo? In realtà, a quanti hanno il senso della ricerca storica, il fatto che sia un'associazione dei reduci dalla parte giusta a spiegare, nelle scuole, gli eventi tragici seguiti, in Italia, al Patto d'Acciaio, alle infami leggi razziali, all'entrata in guerra a fianco del peggiore dittatore del XX secolo, ricorda molto il malfamato ventennio, con i suoi riti, i suoi sabati, le sue scuole di mistica fascista.

Educare alla democrazia significa educare alla scienza e la scienza storica si fa nei laboratori di ricerca, negli Atenei, nelle istituzioni culturali dove non si celebrano i nostri eroi ma se ne rievocano le azioni inserendole nel tempo e nello spazio in cui ebbero luogo e ci si preoccupa di ricostruire le azioni (e le ragioni) dei loro avversari, lasciando alla coscienza individuale il giudizio etico-politico. Nella vibrata protesta dell'attuale Presidente dell'Anpi, Gianfranco Pagliarulo, si legge: «La cosa più grave è il segnale politico. Al centro dei nostri approfondimenti c'è la Costituzione, non l'Anpi. Non credo ci si possa accusare di parzialità, a meno che non mi dicano che ci vuole anche la testimonianza dei reduci di Salò».

Quando si dice: e qui casca l'asino! Caro Pagliarulo, si fa storia anche con le testimonianze ma chi la fa seriamente sente, glielo impone l'etica professionale, le due campane. Se fa storia delle crociate va a studiarsi come erano viste dagli storici arabi, se fa storia del Cristianesimo a Roma non può ignorare le opere di Giuliano l'Apostata o Contro i cristiani di Celso. Se Pagliarulo trova giustamente assurda «la testimonianza dei reduci di Salò» significa che vuole andare nelle classi per celebrare la Resistenza non per spiegare cosa fu la guerra civile in Italia. I riti repubblicani, beninteso, sono legittimi e necessari, per avvicinare i cittadini alle istituzioni e, nella fattispecie, a quelle della democrazia liberale. La retorica che li caratterizza risulta, pertanto, inevitabile: sarebbe assurdo festeggiare la Repubblica all'altare della Patria dando la parola all'Unione Monarchica Italiana o l'unità d'Italia leggendo, assieme ai proclami di Vittorio Emanuele II e agli scritti di Mazzini, di Cavour, di Garibaldi quelli di Pio X o di Francesco II. Ma è proprio quello che è tenuto a fare lo storico del Risorgimento. E che facevano i nostri grandi storici da Adolfo Omodeo al Walter Maturi del classico Interpretazioni del Risorgimento.

Recentemente in un Liceo di Genova, una missionaria dell'Anpi, ha fatto lezione inveendo contro i libri di Giampaolo Pansa, traditore e bugiardo. Col risultato che studenti che non sapevano neppure chi fosse si sono incuriositi e sono corsi a comprare Il sangue dei vinti.

A proposito di Pansa, non posso non ricordare che quando lo invitai a Genova a presentare il suo ultimo libro, mi rispose cortesemente che in certe città gli era stato sconsigliato di mettere piede onde evitare manifestazioni ostili dell'Anpi. Sarà pure questa, Presidente Pagliarulo, la vostra democrazia vigile e sempre pronta a menar le mani contro i fascisti, ma perché tale modello civile dovrebbe essere esportato a scuola? Non bastano a illustrare fascismo, antifascismo, Resistenza le centinaia di docenti di storia contemporanea, oltretutto, nella stragrande maggioranza, non certo elettori di Giorgia Meloni? Ci vogliono pure le fatwa dell'Anpi?

Tempo fa Fausto Biloslavo ricordò su Panorama un episodio che la dice lunga sull'imparzialità degli anpisti, impegnati «a divulgare i valori espressi nella Costituzione repubblicana e gli ideali di democrazia, libertà, solidarietà e pluralismo culturale»(sic!). «A Nemi, alle porte di Roma, i partigiani della sezione Gismondi si sono scagliati contro un monumento non dedicato alla pace, ma alla guerra. Una stele inaugurata il 18 ottobre, voluta dal nucleo locale dell'Associazione nazionale paracadustisti per ricordare i parà caduti in guerra e in tempo di pace nelle missioni internazionali degli ultimi anni». A Genova, nel 2021, una solenne protesta fu elevata contro la statua dedicata all'aviatore e imprenditore Giorgio Parodi che aveva fondato con Carlo Guzzi l'azienda motociclistica Moto Guzzi. L'Anpi vorrebbe andare nelle medie di ogni ordine e grado per giustificare questi episodi di intolleranza? Si accontenti dei lauti finanziamenti pubblici spesso lesinati a istituti che fanno davvero ricerca disinteressata e della presenza nelle cerimonie ufficiali della Repubblica ma non pretenda di essere la coscienza critica del Paese! Persista caro Ministro Valditara nella sua saggia decisione!

Ceto medio pavloviano. L’indignazione per Vannacci, il mitomane Morgan e l’industria culturale in balìa del caso. Guia Soncini su L'Inkiesta il 28 Agosto 2023

Un tizio annuncia su Twitter l’uscita della sua opera e teneramente spera in uno scandalo di un quarto d’ora proprio nella domenica in cui l’attenzione è monopolizzata non solo dal libro del generale ma anche da un cantante che si crede Carmelo Bene

Apro Twitter – o come si chiama ora – a mezzogiorno di domenica, e un tizio la cui identità è irrilevante ai fini di questo ragionamento annuncia che ha consegnato il suo nuovo libro. Scrive il tizio: «Immagino che inevitabilmente ci saranno polemiche», e io mi struggo di tenerezza.

Una cosa sola avrebbe dovuto insegnarci la vicenda che monopolizza i giornali da una settimana, cioè quella d’un generale che scrive un libro stigmatizzando un mondo che s’è immaginato, e il delirio collettivo raggiunge vertici tali da far comprare un libro a gente per la quale il libro è un prodotto estraneo quanto per me le figurine dei calciatori.

Una sola cosa avremmo dovuto imparare, ma come al solito abbiamo la curva d’apprendimento piatta, e ci teniamo tantissimo a percepirci svegli. Abbiamo teorizzato complotti, accurate programmazioni di manifesti politici, tempistiche studiate da scienziati della comunicazione, e non abbiamo visto l’ovvio.

Il redattore molto di sinistra del giornale del ceto medio riflessivo che s’insospettisce per questo libro con una sinossi assurda alle prime posizioni di Amazon, in un mercato così asfittico che per salire in classifica basta ti compri la camerata su cui comandi.

Il giornale del ceto medio riflessivo che il primo giorno non si fila la proposta di pezzo del redattore di sinistra, ma il giorno dopo accade quel che accade nelle tempeste perfette: che c’è un buco in pagina.

L’indignazione pavloviana di sinistra perché, ma tu pensa, uno che ha fatto dello sparare ai nemici una carriera non ha idee illuminate sul mondo, chi l’avrebbe mai detto.

I telegiornali di destra che a quel punto sono autorizzati a occuparsi in lungo e in largo del libro – è uno scandalo, quindi è una notizia – facendogli una pubblicità che gli uffici stampa delle case editrici possono solo sognarsi; loro costretti a mettere tomi in braccio agli autori intervistati perché la regola dei tg è sempre stata che loro l’inquadratura della copertina non te la fanno, e il generale che invece ha la sua copertina ovunque, e vedere la copertina è come vedere un pacco di patatine: diventa un prodotto, lo vanno a comprare.

La settimana in cui la gente i libri per il mare li ha già comprati e il mercato è particolarmente basso (sia Ada D’Adamo sia Michela Murgia vendono poco più della metà della settimana precedente) che diventa la settimana del trionfo di Roberto Vannacci, che – con l’handicap d’essere maschio e pure vivo – si ritrova a vendere un libro caratterizzato dai refusi e dalla copertina orrenda (e quindi perfetta per un paese che non si capisce come sia passato dal produrre il Rinascimento all’essere tragicamente privo di senso estetico).

Il tizio su Twitter – o come si chiama ora – pensa di poter programmare le polemiche che lo riguarderanno, e io m’intenerisco, perché sì, puoi programmare una polemica da un quarto d’ora, ma con una polemica da un quarto d’ora vendi forse abbastanza per una settimana in classifica bassa: la tempesta perfetta, per quella serve una concatenazione di eventi che non puoi controllare (anche se ci saranno sempre complottisti che ti spiegano che è tutto pianificato, percependosi al tempo stesso meno casi umani di chi crede che nei vaccini ci sia il microchip).

M’intenerisco perché il suo solingo tweet – o come si chiama ora – sta in mezzo a un social che monograficamente si occupa della tempesta perfetta di questa domenica: Morgan che, su un palco, ha detto, ohibò, «frocio di merda» a uno del pubblico.

Morgan che come Marina La Rosa rivendica «ho dei sentimenti» (mancava solo «sono una persona vera»). Morgan che si percepisce grande artista avendo scritto in un secolo ben una canzone che qualcuno ricordi.

Morgan che si percepisce Carmelo Bene e dice in tono che vorrebbe fosse sprezzante e risulta solo disperato «siete il pubblico». Morgan che si percepisce raffinato intellettuale e dice «a me non disturba» essendo stato assente il giorno in cui la maestra faceva l’elenco dei verbi transitivi.

Come tutte le persone normali, non guardo “X Factor”. Come tutte le persone normali, sento parlare di “X Factor” solo in circostanze come queste, in cui compattamente l’internet dei giusti chiede la testa di qualcuno: siete un programma inclusivo, quello ha detto «frocio di merda», non può passarla liscia, ohibò.

Il punto pare essere «frocio», più che «di merda». Leggo invocazioni del disegno di legge Zan (finalmente se ne capisce l’utilità: ci avrebbe salvato da una domenica in cui lo scandalo è Morgan, lasciandoci con la coda lunga dello scandalo Vannacci; o forse no, forse anche Vannacci a quest’ora sarebbe in gattabuia, per aver detto che mica è normale, quel gusto lì?).

Leggo accusatori che puntualizzano che «frocio è un insulto denunciabile per legge». Accipicchia. Non leggo nessuno notare che, da uno che si percepisce grande intellettuale, ci si aspetterebbe una proprietà di linguaggio superiore a quella che aveva mio padre se un automobilista al verde non si sbrigava a ripartire. Se gli intellettuali sono quelli che di fronte all’avversario non hanno repertorio dialettico più ricco di «bastardi» e «frocio di merda», poi non ci si può meravigliare se il pubblico non intellettuale si esprime a grugniti e compra Vannacci.

Penso al povero tizio che ha consegnato il libro nuovo, e spera in uno scandalo piccino picciò, e poi magari si trova a uscire in un giorno in cui la nostra attenzione di moscerini è monopolizzata da un telefono con telecamera che ha ripreso un cantante che dice le parolacce. L’industria culturale in balìa del caso. E neanche i ristori governativi in caso l’imprevista tempesta perfetta si diriga altrove.

Diamanti e caffè. Tra scontrini, tigelle e biscottini di lusso, ecco l’estate delle cattive recensioni. Giulia Salis su L'Inkiesta il 18 Agosto 2023.

Questa è l’estate degli scontrini esosi, delle lamentele sui prezzi al bar e in ristorante. Ma siamo sicuri che siano davvero notizie e non un modo per riempire le pagine dei giornali?

Udite, udite: Stefano De Martino ha tradito Belen. Ancora? Che noia, che barba. No, non fanno più notizia le vicende amorose dei vip sotto l’ombrellone. Noi ci abbiamo provato, volevamo solo distrarvi dall’argomento vero di questa estate italiana 2023: ristoratori, clienti e scontrini matti.

Dopo il toast diviso a metà e il piattino della condivisione, i titoli dei giorni scorsi si sono concentrati su altre due vicende avvenute nel Bel Paese. La prima ha come protagonista un chiosco a Maranello, dove ventiquattro persone, di cui undici bambini, si sono visti recapitare uno scontrino, per tigelle, crescentine e taglieri di salumi e formaggi, di ben 845 euro.

Ecco, correggiamo il tiro, diamo il giusto peso a numeri e parole. Scriviamo 35 euro a testa: la notizia sembra subito disegnarsi di altri contorni. Soprattutto se pensiamo che un chilo di prosciutto di Parma costa come minimo 30/35 euro e un formaggio di Fossa di Sogliano Dop parte almeno da 40/45 euro, ad andar bene. Ok, ora forse la notizia è ridimensionata: basta essere sinceri e trasparenti.

E soprattutto ricordarsi di quando si mette mano al portafoglio mentre si fa la spesa.

Noi abbiamo fatto un giro attraverso il pensiero italico sui social media e ci siamo resi conto che (grazie, grazie, grazie!) forse il “popolo” si è stancato di cotanto sensazionalismo da clickbait.

L’italiano medio sa ormai quanto costano spaghetti, pizza e mandolino e non si stupisce di fronte a uno scontrino magari un po’ esoso, ma in linea con i prezzi e l’inflazione degli ultimi anni. Anzi, forse si è anche leggermente stancato di notizie che non sono notizie, ma che acuiscono una lotta fra poveri senza senso.

Certo, c’è anche chi dice di essere più furbo, vantandosi di aver pagato, per quattro persone, un pranzo a base di polenta, tagliatelle, gamberoni e fritto misto l’intelligentissima cifra di 37 euro (in totale, eh, non a testa). Alla faccia del chilometro zero, della pesca del nostro mare, del cibo buono e di qualità.

Piccolo spoiler: con 9,50 euro a persona non mangiate la polenta, le tagliatelle, i gamberoni e il fritto misto. O meglio: li mangiate, ma non chiedetevi poi il perché del mal di pancia il giorno dopo o non riempitevi la bocca con disquisizioni sul cibo made in Italy o, spingendovi ancora oltre, sulla situazione tragica del lavoro e degli stipendi nella ristorazione italiana.

Tenetevi il mal di pancia e la sensazione di aver fatto bingo spendendo così poco. Bravi.

Abbiamo parlato di lotta fra poveri e allora cade a fagiolo (per rimanere in tema, sappiate che ci sono fagioli, come quello toscano di Sorana, che costano circa venticinque euro al chilo) l’altra vicenda che ha appassionato i milioni di lettori italiani in questi ultimi giorni: quella dello scontrino di sessanta euro per due caffè e qualche biscottino.

Ripetiamo insieme: sessanta euro per due caffè e qualche biscottino. Una cifra abnorme, quasi impronunciabile. Dove mai saranno andati a prenderlo quel caffè per farlo pagare a peso d’oro?

D’accordo, proviamo a ridimensionare anche questa, di notizia. Le preziose tazzine di caffè sono state bevute in una piazzetta, fatta di casine rosa e bianche, di fronte a uno dei mari più belli del mondo, che si trova a Porto Cervo. Sì, proprio quella Porto Cervo, quella del lusso sfrenato, degli yacht dei magnati arabi, di vite da capogiro che conoscono i soldi veri.

Ecco, non la copia di Porto Cervo di qualche sperduta e anonima località balneare della provincia. Quella Porto Cervo.

Ora, in Sardegna esistono coste bellissime, dove il caffè costa un euro (magari 1,50 o due euro… Anche l’inflazione ha prenotato un traghetto della Tirrenia per le vacanze), dove le spiagge vi faranno sembrare di essere arrivati in paradiso e dove potrete godervi un’estate da sogno. La Costa Smeralda no. La Costa Smeralda vi farà sentire poveri. Forse ricchi di soldi del Monopoli, ma pur sempre poveri.

A costo di sembrare banali e ripetitivi, lo vogliamo ribadire: pagare due caffè e qualche biscottino sessanta euro a Porto Cervo è un qualcosa di normale e ordinario. È il costo del lusso e il lusso per definizione è esclusività, non è per tutti, è per quei pochissimi che se lo possono permettere.

Certo, i social, Instagram soprattutto, ci hanno raccontato un’altra storia: tutti possiamo vivere vite da favola, sulle barche in estate e in chalet di montagna in inverno. Possiamo dormire in resort da sogno alle Maldive e cenare solo in ristoranti da tre stelle Michelin. Guardiamo i post che ci scorrono nel feed e ci convinciamo che quella sia la normalità. E allora cominciamo a pretenderla.

Vogliamo farci un selfie con sfondi incredibili per far invidia a chi è rimasto a casa o sorseggiare un gin tonic nello stesso locale in cui siedono Beyoncé, Bernard Arnault o l’emiro del Qatar. Il tutto pagando però il normale, quanto pagheremmo un semplice pranzo veloce al bar sotto casa.

Nessuno dice che pagare sessanta euro due caffè o ottanta euro un piatto di spaghetti al pomodoro sia etico. Ma qui bisognerebbe aprire un discorso senza fine anche su tutti i comportamenti che coinvolgono anche noi comuni mortali, che ci scandalizziamo di fronte a scontrini fuori dalla norma del nostro conto in banca, ma che poi attuiamo magari, nella vita di tutti i giorni, azioni che di morale non hanno davvero nulla (basti pensare alla quantità di cibo che buttiamo ogni anno nella spazzatura).

Pagare sessanta euro due caffè o ottanta euro un piatto di spaghetti al pomodoro è lusso, è far parte di un establishment di nicchia, che tale deve restare. O è anche voler fare i ricconi per un giorno, accanto a persone con una vita che noi possiamo solo immaginare e che non è neppure lontanamente comparabile con quello che vediamo su Instagram.

Le regole del gioco sono presto fatte. Ci si regala qualche ora in quel mondo e si tira fuori la carta di credito, senza se e senza ma, consci del fatto che la carrozza di Cenerentola si trasformerà dopo poco di nuovo in zucca. Oppure si sceglie di prendere il caffè a casa, magari fatto nella classica moka, e poi ci si dedica a una passeggiata alla Promenade du Port dell’Aga Khan, scattando qualche foto ricordo da mostrare a casa al rientro.

Non c’è nulla di male. Siamo essere umani e siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, diceva qualcuno.

L’unica carta da non calare è quella della lamentela.

È vero, i giornali sono pronti ad accogliere scontrini e recensioni per poi colorarli di titoloni acchiappa click, in grado a volte anche di far danni seri. Forse eravamo più felici quando le notizie da leggere tra una nuotata e l’altra erano più leggere e meno istiganti allo scandalo e alla rabbia.

Forse rimpiangiamo i dettagli sul tradimento di Stefano De Martino a Belen. Perdonaci, Belen.

I giornali che ci meritiamo. Il mio volo da Caracas, il toast a metà e la lubranizzazione dei mass media. Guia Soncini Linkiesta il 10 Agosto 2023

Nostalgia per l’epoca in cui i quotidiani pubblicavano autori che facevano girare i neuroni dei lettori, anziché guide new age per chiedere il rimborso aereo e indignarsi del sovrapprezzo al tavolo

Era l’estate del 1991, ero miracolosamente stata promossa alla maturità, ed ero andata in vacanza con tre coetanee. Un viaggio nel quale era già successo di tutto, essendo noi tre diciottenni che, come tutte le diciottenni cresciute nella bambagia, non sapevano trovarsi il culo con le mani.

Ma l’ultimo colpo di scena sarebbe arrivato solo al terzo atto, se fossimo state più attente nelle ore in cui si faceva Shakespeare l’avremmo saputo. Il giorno stabilito, all’ora stabilita, arriviamo all’aeroporto di Caracas per prendere il volo di ritorno.

Per capire quel che succede a quel punto, è necessario sapere tre cose, che do per scontato i lettori di questa pagina non sappiano, vivendo noi in un’epoca di presentismo in cui «eh ma non ero nato» è la scusa per non sapere che sono esistite le Brigate Rosse o le spalline imbottite.

La terza cosa è che nel 1991 i giornali erano fatti per chi comprava i giornali. Non per gente che non sa trovarsi il culo con le mani e non è stata attenta nel corso delle scuole dell’obbligo, come i giornali di oggi. I giornali non ti spiegavano come prendere gli aerei, quello al massimo te lo spiegavano le agenzie di viaggi.

La seconda cosa è che nel 1991, se eri una diciottenne con la pretesa d’andare in vacanza da sola, mamma e papà non ti tenevano la manina in videochiamata. Se non trovavi un telefono a monete, o se avevi finito i soldi per chiamare, non potevi chiedere come risolvere la tua incapacità di viaggiare. Peraltro mamma e papà probabilmente non te l’avrebbero saputa risolvere, visto che Google non esisteva e loro le prenotazioni le facevano fare all’agenzia di viaggi.

La prima cosa è che nel 1991 i biglietti aerei erano dei lussi. Lo compravi per un volo, e potevi decidere di usarlo invece per quello del giorno dopo. Il che faceva sì che le compagnie aeree, per evitare di trovarsi con un volo vuoto perché tutti quelli che avevano comprato il biglietto per quel martedì avevano invece deciso di partire un altro giorno, chiedessero, per i tragitti intercontinentali, la conferma.

Dovevi chiamare, tu o l’agenzia, e dire sì, partiremo proprio il giorno per il quale abbiamo comprato il biglietto, e loro allora non davano il tuo posto a bordo a qualcun altro. Solo che, in quell’estate del 1991, i biglietti li aveva fatti una di noi: nessuno l’aveva avvisata della necessaria conferma, o lei se n’era scordata come si scordano le cose non sentimentali le diciottenni abituate a non avere responsabilità pratiche.

Quando arrivammo all’aeroporto, quattro ragazzine viziate il cui spagnolo era di livello «terza lingua che ho fatto in un linguistico bolognese» (io, l’unica pluribocciata del gruppo, sapevo dire solo «tijeras» e «parrilla de mariscos», oltre a un paio di frasi da “Las edades de Lulu”), quando arrivammo in aeroporto la hostess ci disse sbrigativamente: non avete confermato, le vostre prenotazioni sono state cancellate, scansatevi ché devo fare il check-in ai signori.

L’altro giorno, quando il sito del giornale su cui nel 1991 scrivevano Umberto Eco e Alberto Arbasino aveva in apertura articolate spiegazioni sui diritti dei passeggeri in caso di overbooking, mentre la stampa tutta si trasformava in “Mi manda Lubrano” e, se non ci spiegava i nostri diritti di viaggiatori senza posto a bordo, ci spiegava i nostri diritti di mangiatori di toast, l’altro giorno ho pensato: che invidia, queste diciottenni del 2023.

Noi non berciammo neanche un «voi non sapete chi siamo noi», e non perché non fossimo arroganti ma perché non eravamo cresciute col Gabibbo, non avevamo un TikTok, e insomma eravamo delle dilettanti del ritenerci sempre dalla parte della ragione. La natura è niente, se non interviene la cultura: nonostante la mia innata stronzaggine, non mi uscì neanche un «io sono la figlia del dottore, non si permetta di non farmi tornare a casa».

Non ritenemmo un sopruso la cancellazione, dormimmo sul tappeto che portava al check-in della prima classe, e ci lasciammo mettere, la mattina dopo, su un volo per Francoforte. Francoforte da cui ci dovemmo arrangiare a prendere un treno con gli ultimi spicci per tornare a Bologna.

La lubranizzazione dei mass media avrà almeno ottenuto il risultato di far arrivare le diciottenni alle loro destinazione originaria senza dover comprare altri biglietti, oltre a quella di non farci più leggere nessun Eco, nessun Arbasino, niente di vagamente complesso che ci faccia faticare i neuroni invece di dirci che noi valiamo e la linea aerea ci deve rimborsare il disturbo?

Forse no, perché anche la lubranizzazione bisogna saperla fare, anche nella lubranizzazione ci va un po’ di uso di mondo. Ieri La Stampa ha intervistato Cristina Bowerman, cuoca di ristorante con stella Michelin, che ha raccontato con non si capisce quale aggiunta autorevolezza una cosa che qualunque italiano potrebbe raccontare: che gli stranieri nei locali delle città turistiche li fanno pagare di più.

(Mio aneddoto preferito: piazza Maggiore, Bologna, il bar al quale ci si siede per mangiare qualcosa mentre proiettano i film della cineteca nelle sere d’estate. Ordiniamo un tagliere di salumi e piadina e tigelle: carboidrati specificati nel menu. Arrivano solo i salumi. Dopo mezz’ora e un paio di sollecitazioni, ci arrivano quattro triangolini di piadina, e la cameriera spiega serena: «Agli altri diamo solo il pane, ma io ho detto: sono italiane, gli spetta»).

Leggevo l’intervista della Bowerman sullo scandalo del sovrapprezzo per dividere in due il toast, e mi ricordavo d’un amico perseguitato da qualcuno con cui aveva cenato nel ristorante della Bowerman: il tizio gli aveva per anni rinfacciato che, nel piatto che gli avevano servito, ci fosse un solo raviolo.

Il guaio è che persino per il lubranismo ci vuole un po’ di uso di mondo. Per andare nel ristorante stellato e sapere che non puoi chiedere una mezza porzione abbondante, e stravolgerti se il raviolo dello chef è solo uno e non ha senso chiedere un secondo piatto per dividerlo con qualcuno.

Per scrivere del toast tagliato con sovrapprezzo, e fare l’unica domanda che andava fatta, e che non ho visto in nessuno degli articoli di questi giorni: ma chi diavolo è che i toast li serve interi? Mangio praticamente solo toast, ne ho mangiati nei bar di tutta Italia, ho una statistica di centinaia di toast, e non è mai successo che non me lo portassero già tagliato.

Se fate le inchieste sul taglio del toast, almeno metteteci le indecenti foto dei poveri clienti di quel posto anomalo in cui vengono costretti ad addentare un toast intero, col penoso spettacolo del ripieno che cola. Se lubranizzazione dev’essere, almeno intratteneteci.

L’arma della sinistra è la propaganda. Rino Cammilleri su Nicolaporro.it il 26 Luglio 2023.

Il giacobinismo andò al potere grazie alla propaganda. Pennaruli e avvocaticchi come Robespierre inondarono di cahiers di lamentele gli Stati Generali. I quali erano stati convocati perché la Francia, la Potenza numero uno, aveva perso la Guerra dei Sette Anni contro quella numero due, l’Inghilterra. Lo Stato (non il Paese, si badi) aveva le casse esauste. Ogni municipalità rappresentata delegò, ovviamente, gente di lingua svelta. E questi erano imbevuti di Rousseau e Voltaire, anche perché il bibliotecario reale, Malesherbes, anziché censurarli li aveva diffusi per due motivi: uno, era dei loro; due, il re era un imbecille (non lo dico io, ma uno dei maggiori storici francesi, Pierre Chaunu).

Sorsero come i funghi le «società di pensiero»: avete presenti le interminabili assemblee sessantottine? Le quali sporularono il frutto della nuova libertà di stampa. Che infatti non c’entrava nulla con le richieste del popolo agli Stati Generali. E tutti i rivoluzionari, da Marat in poi, quello facevano: i giornalisti. Era nata la propaganda politica, anzi ideologica. Da allora, ecco i monumenti ai giornalisti che null’altro facevano e null’altro sapevano fare: Mazzini, Marx, Lenin e compagnia parolaia. E ghigliottina per chi dissentiva, non a caso una macchina per moltiplicare le eliminazioni, fino al gulag e ai killing fields in attesa dell’AI. Ci si faccia caso con gli eredi nostrani del giacobinismo, i piddini. Tutta la loro forza sta nella propaganda. Non hanno altro.

Quando comandano, mandano il Paese a ramengo, riempiono il popolo di chiacchiere e le galere per chi non le beve. Quando sono all’opposizione strepitano, additano le falle, demonizzano, inventano sempre nuovi slogan, capitaneggiano i nuovi poveri che loro stessi hanno creato. Qualunque inezia può essere utilizzata per cavalcarla dopo averla ingigantita ad arte. Propaganda, appunto. E sotto la propaganda, niente. Fa caldo d’estate? Emergenza climatica. C’è il covid? Tutti a casa, tutti vaccinati quattro, cinque volte, e pure dieci se il covid non li avesse fregati sparendo. Il covid è sparito? Merito dei vaccini. Ora, mi sono imbattuto in una notizia storica che mi ha fatto riflettere. E dove l’ho trovata? Sulla Settimana Enigmistica, il che testimonia della situazione orwelliana in cui ci hanno sprofondato. Il peggior disastro nucleare della storia? Chernobyl, lo sanno tutti. In subordine, Fukushima.

Morti? Pochissimi, ma quel che conta è l’enfasi interessata di chi ha in mano i nostri cervelli. Avete mai sentito parlare di Windscale? No? Non mi stupisce. A Windscale, nel Cumberland, Inghilterra, si incendiò un reattore nucleare. Bruciò per sedici ore, lasciò una vasta zona contaminata (e lo è ancora oggi), provocò fino a 240 morti tra diretti e indiretti. Ma il governo minimizzò per non creare panico. Era il 1957 e i Verdi non c’erano ancora (cioè, non c’era ancora chi li finanziava), così il mondo non ne seppe nulla. Notare che non era affatto un segreto di Stato. Semplicemente, la notizia non era pompata come lo sarebbe oggi. Il che significa che l’importante non è la notizia ma la pompa.

La catena è questa: chi ha i soldi decide di pompare qualcosa; se ne fanno carico i giornalisti. i quali fanno quello per cui sono pagati. Poiché per fare i giornalisti c’è la fila al punto che c’è chi lo fa anche gratis, la morale è questa: chi ha in mano la propaganda ha in mano il pianeta. La libertà di stampa? Seeeh! Non c’è bisogno di costringere nessuno, basta attentare allo stipendio. Guardate la guerra in Ucraina. La versione zelenskiana è vera, quella putiniana è falsa per definizione. Chi ha costretto l’Italia ad allinearsi entusiasta, compresi Rai e media? Chi ha in mano la pompa. O il bastone e la carota, se preferite.

È con la propaganda che si ottiene l’obbedienza totale perché convinta: lo schiavo migliore è quello che crede di essere libero. Il termine fu mutuato non a caso da Lenin, che lo scippò alla congregazione vaticana De Propaganda Fide. E pure il Papa si sta accodando…

Rino Cammilleri, 26 luglio 2023

La guerra, il potere delle big tech e l’errore dei media: chi regola il mondo. Al palazzo delle Stelline di Milano Foa, Tremonti e Caracciolo hanno dialogato sulle sfide del mondo post globalizzazione, tra la crisi della democrazia, il ruolo dei grandi monopoli tech e gli esiti del conflitto in Ucraina. Andrea Muratore il 10 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Si è svolto al Palazzo delle Stelline di Milano il convegno organizzato da InsideOver e IlGiornale.it, Chi decide le sorti del nostro futuro?, con il presidente della Commissione Esteri della Camera Giulio Tremonti, il direttore di Limes Lucio Caracciolo e l'ex presidente della Rai Marcello Foa, moderato dal caporedattore de IlGiornale.it Andrea Indini.

L'incontro si è focalizzato sull'analisi delle sfide di sistema che attendono la globalizzazione e sull'impatto delle grandi battaglie politiche ed economiche del presente sugli equilibri di potere del pianeta.

"Caro lettore, questo giornale è tuo se lo vorrai". Così l'amministratore delegato de IlGiornale.it, Andrea Pontini, ha inaugurato l'evento, citando il fondatore della nostra testata, Indro Montanelli. "Tre voci libere, tre espressioni della libertà del pensiero odierno. Il miglior modo per celebrare una storia di libertà di infomrazione che continua, col lavoro de IlGiornale.it e di InsideOver, anche grazie al sostegno dei suoi lettori", ha proseguito Pontini.

Foa, Caracciolo, Tremonti: tre esperti di spicco in una cornice d'eccezione hanno dialogato per contribuire a fornire una bussola per orientarsi nel caos del presente. E capire le evoluzioni di un sistema-mondo oggi giunto a un punto critico. Una crisi interna ed una esterna quella della globalizzazione come la conosciamo, che ha prodotto problemi strutturali di fiducia nella democrazia, crisi globali a cascata e, da ultimo, lo choc devastante della guerra in Ucraina. Ed proprio da qui che l'incontro prende il via, dal ordine sorto con il conflitto alle porte dell'Europa.

Caracciolo: "La pace è finita per noi europei"

"La pace è finita...per noi europei!", così Lucio Caracciolo nel suo intervento, che ricorda come la competitività animata dalla guerra in Ucraina apra una sfida diretta tra Russia e America. Ancillare però "alla vera sfida, quella sino-americana". In un perenne braccio di ferro tra terra e mare, che vede la superpotenza a stelle e strisce giocare la sua partita contro le due potenze della terra mantenendo il dominio degli stretti.

Quale lo scenario chiave da tenere d'occhio? "Il Mar Nero", dice Caracciolo. Perché la crisi tra i Dardanelli e la Crimea "impatterebbe sul nostro Mare, il Mediterraneo". E in prospettiva la sfida cruciale è capire come mettere ordine al caos, perché "né una Yalta né un Congresso di Vienna sembrano alle porte". Mentre la sfida europea sull'energia prosegue a creare caos.

E chi deciderà le sorti del nostro futuro? Per Caracciolo "le guerre di oggi hanno una svolta quasi serendipica, le conseguenze avvengono senza essere volute. Come per la fine della Guerra Fredda, che l'Occidente voleva pareggiare e non vincere". Oggi il riarmo "di Giappone e Germania insegna molto anche all'Italia. Siamo in una situazione di guerra in cui non abbiamo le risorse per sparare". "Siamo", come Italia e Europa, "notevolmente in crisi e dobbiamo assumerci responsabilità sul nostro futuro. Cosa vogliamo sul fronte politico? Cosa vogliamo a livello di pedagogia nazionale?".

Tremonti: "La globalizzazione è stata un'eccezione"

Per Tremonti "la globalizzazione è stata un'eccezione rispetto alla normalità della storia. Come dice Shakespeare nella Tempesta, What is Past? Is Prologue". La caduta del Muro, il summit di Wto a Marrakech, la globalizzazione trionfante "hanno costruito l'illusione di uno sviluppo progressivo" alimentato però dallo "spostamento delle fabbriche in Asia".

"La crisi finanziaria del 2008", nota Tremonti, "mise a terra il modello, fondato sulla compensazione della perdita di posti di lavoro e di reddito delle classi medie occidentali con l'alternativa dei subprime e della ricchezza finanziaria". A bloccare la globalizzazione "l'America First trumpiano nel 2016, la cui eco si sente nel recente discorso sullo Stato dell'Unione di Biden". Il senso di tutto "l'ha dato il presidente Obama", che "aveva capito che si trattava di costruire l'uomo nuovo in un mondo nuovo". Per Tremonti "la vittoria di Trump non fu la fine del mondo, ma la fine di un mondo", perché mostrò la fine dell'illusione globale.

Oggi per Tremonti la minaccia arriva dai giganti del web che "richiamano l'allarme di Eisenhower sul complesso militare-industriale". Il recente terremoto in Turchia è un'epifania del "richiamo della natura", all'essenziale, all'equilibrio tra l'uomo e il suo mondo.

Tremonti concorda con Caracciolo sul fatto che l'ordine globale va spostandosi verso l'Asia e la sfida Usa-Cina. "Ricordo Fukuyama, poeta di corte degli illuminati del potere, che cantava la fine della storia, il fatto che la Cina fosse in cammino verso la democrazia. Sviluppo ne ha avuto molto", chiosa Tremonti, "democrazia meno. E sarebbe stato assurdo pretenderla" se non sulla base di presupposti ideologici errati.

Tremonti ricorda, parlando di chi decide le sorti del nostro futuro, i tempi delle lezioni che seguiva da studente a Pavia e che vedevano come docente Altiero Spinelli. Parla di Europa e ricorda che "l'Europa si plasma nelle crisi, come ha insegnato la pandemia. Nel 2003 ad esempio il governo Berlusconi II salvò Francia e Germania dalla possibili procedure di infrazione e chiese gli Eurobond" per bocca del suo Ministero. "Gli Eurobond dovevano servire a infrastrutture, difesa, sviluppo. Ci sono voluti vent'anni e la pandemia per applicarli".

Foa: "Google, Amazon, Facebook dominano l'informazione"

Media e globalizzazione? Per Foa il problema di fondo è l'assenza di democrazia "Nel processo informativo legato al contesto digitale, all'80% oggi dominato da Google, Amazon, Facebook". E questo "ha portato una diminuzione della qualità informativa delle redazioni, che devono lavorare con il resto delle risorse".

Per Foa dal 2015 al 2018 in Occidente la Brexit, Trump, il governo gialloverde, Orban e l'ascesa di Ciudadanos e Podemos in Spagna, assieme al crollo di Socialisti e Repubblicani in Francia ha portato a "un fermento di ribellione e sfiducia verso le istituzioni che aveva portato a cambiamenti politici confusi ma importanti" a cui ha fatto seguito un inasprimento del confronto giornalistico.

Secondo l'ex presidente della Rai la risposta al populismo ha portato la grande stampa americana e a cascata quella europea a diventare militante: "Pensiamo al Russiagate, e ai Twitter Files che hanno rivelato come esponenti del governo Usa si incontravano con quadri di Twitter facendo vere e proprie liste di proscrizione contro intellettuali scomodi". E "questa si chiama censura, contraria ai principi sacrosanti della democrazia".

Il problema di fondo per il futuro, a detta di Foa, è la presenza d'un reticolo di istituzioni sovranazionali, oltre a un'Europa incompiuta, che crea un contesto che condiziona ciò che poi ci si aspetta in grado di venir modificato dalle elite politiche elette. "Ma le leve del potere per cui votiamo sono ridotte. Gli Stati nazionali sono ridotti a macroregioni" rispetto a trent'anni fa. Questo, continua Foa, "erode la fiducia dei cittadini e il rapporto fiduciario tra popolo e élite. Ne vediamo le conseguenze guardando la rapida ascesa e discesa di partiti in Italia come il Pd di Renzi, i Cinque Stelle e la Lega". Ma le società sono stabili, la democrazia esercita le sue prerogative e la fiducia popolo-elite si crea se le elite stesse sono trasparenti e si crea un patto virtuoso. "Così", conclude, "non mi sembra sia nell'Europa di oggi".

Le Redazioni Partigiane.

La Stampa è il cane da guardia della democrazia: CANE CHE NON MORDE IL SUO PADRONE.

Dal profilo Facebook di Roberto Sergio il 12 gennaio 2023.

 Dopo tanti anni il governo è legittimato dal voto popolare e dal voto parlamentare e le medesime testate diventano tutte antigovernative. Cosa altro dobbiamo aggiungere sulla capacità del giornalismo, di oggi, di essere libero ed indipendente…

 Dal Novembre 2011 ad ottobre 2022, per undici anni, con sette governi, quasi tutte le testate, televisive, radiofoniche e giornalistiche in senso lato, con poche eccezioni, sono state evidentemente filogovernative, pur non essendo i governi legittimati da un voto popolare ma certamente dal voto parlamentare. Dopo tanti anni il governo è legittimato dal voto popolare e dal voto parlamentare e le medesime testate diventano tutte antigovernative. Cosa altro dobbiamo aggiungere sulla capacità del giornalismo, di oggi, di essere libero ed indipendente.

L’egemonia della sinistra sui giornali non esiste. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera l’8 marzo 2023.

Caro Aldo, nelle settimane precedenti il 25 settembre gran parte della stampa e degli opinionisti condussero una feroce campagna contro il centrodestra, prevedendo un futuro a tinte foschissime nel caso avesse vinto le elezioni politiche: gli aruspici ipotizzavano un tracollo dell’economia, con lo spettro addirittura della recessione, e la totale sfiducia dei mercati europei. Ora, dopo pochi mesi dall’insediamento del nuovo esecutivo, nulla di tutto ciò si è avverato: Pil in crescita, così come l’occupazione, calo dello spread, incremento degli investimenti esteri. Non mi sembra però che i suddetti fallaci previsori si siano cosparsi il capo di cenere. Mauro Luglio

Caro Mauro, Ci aiuta a ricostruire la «feroce campagna» contro il centrodestra condotta da «gran parte della stampa»? Premesso che da lettore del Corriere lei riconoscerà senz’altro la nostra equidistanza, le propongo di entrare idealmente insieme in un’edicola. Il Giornale appartiene alla famiglia Berlusconi, il cui capostipite Silvio è lo storico leader del centrodestra italiano; ora pare lo stia vendendo alla famiglia Angelucci, il cui capostipite Antonio è stato per tre volte parlamentare di Forza Italia e ora è parlamentare della Lega, già controlla Libero e Il Tempo ed è in trattativa per acquisire L a Verità . I l Sole24Ore è di Confindustria. Stampa e Repubblica sono degli eredi della famiglia Agnelli. L’Espresso, un tempo testata di battaglia della sinistra, è del presidente della Salernitana. Il Fatto Quotidiano, giornale critico verso il governo, lo è almeno altrettanto con il partito democratico. E si potrebbe continuare. Guardi signor Luglio che la storia dell’egemonia della sinistra sull’informazione è una frottola colossale. Lei potrebbe replicare: la questione non si limita alla proprietà delle case editrici, riguarda anche la mentalità, la cultura, il linguaggio, il tono medio. E in effetti esiste una sorta di internazionale progressista dell’informazione, che va dal New York Times al Monde al Guardian, che ingabbiata dalle pastoie del politicamente corretto non ha sempre saputo comprendere e raccontare il fenomeno nazionalpopulista. Ma sono molte di più le testate di tendenza conservatrice, ad esempio quelle di Murdoch che vanno dal Wall Street Journal al Times di Londra a Fox News. Se poi vuole la mia personale opinione, credo esistano questioni globali — il cambio climatico, il rischio nucleare, l’intelligenza artificiale, l’inflazione, i salari, lo scandalo per cui il peso fiscale è sostenuto dal ceto medio e non dai veri ricchi — che richiedono risposte globali, molto difficili da inquadrare nelle antiche categorie di destra e sinistra, cui noi italiani sentiamo l’ipocrita necessità di aggiungere il prefisso «centro».

Il giornalismo artificiale e quella (im)perfetta creatività umana. GIANLUCA CICINELLI su Il Quotidiano del Sud il 30 Gennaio 2023.

 POCHI giorni fa il mio spacciatore di tecnologia di fiducia mi ha fatto conoscere un progetto molto particolare. Un’intelligenza artificiale, OpenAI, al momento la più evoluta tra quelle in sperimentazione. Dopo un giorno passato a studiare il funzionamento di ChatGPT, l’applicativo di OpenAI nel rapporto uomo-macchina, con un manuale d’uso scritto da OpenAI stessa, ho deciso di iniziare questo nuovo viaggio che diventerà molto utile davvero a breve. OpenAI non è collegata a internet. Si basa su milioni di terabyte di database inseriti dai programmatori, in prevalenza dati scientifici, ma ancora non attinge alle possibilità di ricerca di motori come Google. Quando accadrà saranno problemi seri, anche etici per alcuni aspetti che vedremo tra poco.

Per provarla e usarla basta registrarsi al sito https://chat.openai.com/auth/login. Di solito viene utilizzata per scopi scientifici, lettura ed elaborazione di grossi quantitativi di dati, ma io ho voluto invece fare un esperimento più vicino al mio campo, quello dell’informazione. Siccome da qualche giorno sono alle prese con una storia poco o per niente conosciuta in Italia, gli ho chiesto di aiutarmi a fare un articolo. Mi ha detto che non conosceva la persona di cui parlavo. Allora ho inserito la pagina Wikipedia che ne parlava, non il link proprio il testo. A quel punto gli ho chiesto di scrivere un articolo senza copiare Wikipedia. Ne ha sfornato dieci righe. Troppo corto gli ho detto. Allora ne ha fatto un altro di venti righe. Ma non mi andava ancora bene. La persona di cui dovevo parlare era di sinistra, così gli ho detto che doveva dare risalto a questo elemento. Lo ha fatto tornando però a un testo di dieci righe. Gli ho quindi detto che dall’articolo doveva essere evidente che chi lo scriveva era di sinistra come la persona oggetto dell’articolo. Altro articolo di venti righe. A quel punto ho inserito un articolo della Bbc sull’argomento. Ho chiesto quindi a OpenAI di rendere più ricco il suo articolo, ovviamente lo ha fatto. Poi gli ho chiesto di renderlo più brillante. In che senso? mi ha chiesto la macchina. Inserendo due aneddoti, gli ho suggerito. Alla fine sono uscite quaranta righe di testo che io consideravo assolutamente pubblicabili.

Non fidandomi del mio giudizio ho inviato l’articolo, senza dire come era stato scritto e da chi, a una decina di colleghi fidati, con i quali formo un gruppo d’intelligenza naturale che quando arriva il conto al ristorante impiega tra i trenta e i cinquanta minuti a fare la divisione per capire quanto viene a testa. Anche loro lo hanno trovato assolutamente pubblicabile. Mi sono sentito per un attimo come si presume si sia sentito Ettore Majorana quando ha capito le conseguenze nefaste per gli esseri umani degli studi sull’atomo che stava conducendo. Lui è scappato ma noi resteremo e dovremo avere a che fare con questa nuova realtà. Non parliamo del futuro ma del presente.

OpenAI ancora non funziona bene, bisogna specificare. Nonostante gli fosse stata fornita correttamente, ha sbagliato serialmente la data della morte del personaggio. Va detto anche che tra un input e un altro che gli ho fornito avrei impiegato molto meno tempo a scriverlo direttamente io l’articolo. Ha poi confuso clamorosamente e più volte “famous”, famoso, con “infamous”, infame (non sto scherzando stavolta). Confida acriticamente nell’esattezza dei dati che gli vengono forniti. Può scrivere delle grandi sciocchezze in una forma assolutamente credibile e va sempre rivisto. Infine, a voler essere complottisti, è un progetto finanziato tra gli altri dal solito Elon Musk e da Amazon web service. D’altronde però per portare avanti un progetto del genere occorrono miliardi ed è naturale che i promotori siano quelli che ce li hanno.

Uno dei problemi etici a cui accennavo prima è che se gli chiedi come si fa una bomba usando elementi che hai in casa lo fa senza porsi problemi. Ma già è così anche per molte informazioni in rete senza necessariamente avventurarsi nel dark web. Per questo nel momento in cui il database di OpenAI avrà accesso alla rete si porranno problemi sociali molto seri. Fermiamoci però a riflettere su ciò che già fa adesso anche in un campo, quello umanistico della scrittura di testi. Tra poco saremo tutti disoccupati, ha osservato uno dei colleghi a cui ho sottoposto l’articolo dopo che gli ho rivelato come era stato scritto. Essendo già disoccupato, o meglio, spesso non pagato per quello che scrivo, potrei disinteressarmi del problema, ma immaginate i grandi gruppi editoriali dinanzi a uno strumento del genere come lo useranno contro i giornalisti. E con quali conseguenze editoriali. Se oggi il social media manager ha preso l’avvento nel mondo dell’informazione rendendo quasi marginale il giornalista, domani sarà lo sviluppatore il motore da cui parte il processo informativo, che con l’informatica condivide il suffisso. Senza essere catastrofisti, perché già oggi interi testi vengono prodotti dalle intelligenze artificiali, libri o intrecci narrativi. Quindi è il caso di approfondire l’argomento da subito.

L’ARTICOLO COMPILATO DA OPENAI

John Tarrant, “The Ghost Runner”, il corridore fantasma, era più di un semplice atleta di talento: era un ribelle, un combattente per la giustizia e un uomo in anticipo sui tempi. In quanto uomo di sinistra, Tarrant era profondamente preoccupato per le questioni di uguaglianza ed equità, e questo è evidente sia nella sua carriera personale che in quella sportiva. I primi anni di vita di Tarrant furono segnati dalla povertà e dalle difficoltà. Lui e suo fratello minore Victor sono cresciuti in una casa per bambini nel Kent durante la seconda guerra mondiale, dopo che la madre morì di tubercolosi e il padre fu chiamato a prestare servizio nelle batterie antiaeree di Londra. Nel 1947, il padre si risposò e si trasferì con la famiglia a Buxton nel Peak District del Derbyshire. Fu qui che Tarrant sviluppò il suo amore per la corsa e la sua feroce determinazione ad avere successo.

Nonostante il suo talento per la corsa a lunga distanza, la carriera di Tarrant è stata irta di ostacoli. Quando fece domanda per unirsi ai Salford Harrier e registrarsi alla Amateur Athletic Association of England nel 1952, fu bandito dalle competizioni a vita dopo aver rivelato il suo breve periodo come pugile. Ciò era dovuto al rigido codice amatoriale in vigore all’epoca, che colpiva in modo sproporzionato i poveri ed era spesso utilizzato come strumento di esclusione. Tarrant, tuttavia, ha ritenuto giusto rivelare i suoi guadagni e di conseguenza è stato bandito. Imperterrito, Tarrant ha continuato ad allenarsi e ha iniziato a partecipare a gare a cui gli è stato negato l’accesso, spesso superando i campioni riconosciuti dell’epoca. La sua popolarità alla fine portò a un allentamento del divieto contro di lui e, dal 1958, gli fu permesso di competere a livello nazionale. Tuttavia, è rimasto non idoneo per essere selezionato per il suo paese e gli è stata negata l’opportunità di competere ai Giochi Olimpici. Il rifiuto di Tarrant di lasciarsi trattenere dalle regole e dalle restrizioni della Amateur Athletic Association è stato un gesto politico importante, una ribellione contro un sistema che considerava ingiusto ed esclusivo. Era determinato a dimostrare di essere capace e meritevole di successo quanto qualsiasi atleta “legittimo”, e le sue prestazioni come “Ghost Runner” hanno dimostrato che era più che capace di raggiungere questo obiettivo.

Negli anni ’60, Tarrant si dedicò alle ultra-maratone e stabilì record mondiali per le distanze di 40 miglia e 100 miglia. Nel 1967, è diventato il primo uomo a vincere il Grande Slam nelle quattro principali ultra-maratone britanniche (Londra-Brighton, Isola di Man, Exeter-Plymouth e Liverpool-Blackpool). Durante la Comrades Marathon in Sud Africa nel 1968, Tarrant venne a conoscenza delle condizioni di apartheid nel paese e, da uomo bianco, iniziò a partecipare alle prime gare “multirazziali” come forma di protesta. Ha vinto in particolare la corsa di 80 km Goldtop Stanger-to-Durban nel 1970. Questo atto di solidarietà con la popolazione nera oppressa del Sud Africa dimostra le forti convinzioni di sinistra di Tarrant e la sua volontà di usare la sua piattaforma e i suoi talenti per combattere per ciò in cui credeva.

Nel corso della sua carriera, Tarrant ha vinto numerose gare e stabilito numerosi record sul percorso. Nella sua vita personale, era sposato con un figlio e svolgeva vari lavori partecipando anche all’attivismo politico, in particolare a sostegno del movimento anti-apartheid in Sud Africa. Tarrant è morto nel 2007 all’età di 74 anni. Nonostante le sfide e le battute d’arresto che ha dovuto affrontare, Tarrant rimane una figura amata e rispettata nel mondo dell’atletica. La sua determinazione, resilienza e rifiuto di essere trattenuto dai limiti che gli sono stati imposti lo rendono una vera fonte d’ispirazione per corridori e atleti di tutto il mondo. La sua eredità come “Ghost Runner” e come outsider dalla mentalità politica non sarà dimenticata.

L’ARTICOLO “ARTIGIANALE” CHE OPENAI ANCORA NON RIESCE A FARE

John Tarrant entrava in corsa di nascosto. E vinceva. Correva più di tutti, ogni falcata era un calcio al potere, dato da un uomo libero e controcorrente, che non piaceva al sistema. Adesso tu immagina che sei stato pugile professionista per pochi mesi quando avevi 18 anni. E hai guadagnato ben 17 sterline del 1950. A causa di questo tuo guadagno tu, che sei uno dei più forti fondisti britannici di tutti i tempi, vieni bandito a vita da tutte le competizioni di atletica. Ma continui a correre. Per la corsa, per te, per un mondo più civile, perchè capisci subito che le regole di quel mondo sono sbagliate e quelle dell’atletica sarebbero anche il male minore.

Morì esattamente 48 anni fa, il 18 gennaio del 1975 John Tarrant, “The Ghost runner”, il corridore fantasma, come era soprannominato dai tifosi per alimentare la sua leggenda, morì a 42 anni per un cancro allo stomaco. Una gloria inglese poco celebrata, che soltanto nel 2019 ha vinto, finalmente, un premio ufficiale. Una statua eretta in suo onore nella cittadina di Hereford dove aveva concluso i suoi giorni, voluta dagli atleti che il fratello di Tarrant, un altro ottimo fondista, aveva allenato gratuitamente, perché buon sangue non mente, centinaia di atleti durante tutta la sua vita. Da vivo per Tarrant una statua era soltanto un punto di riferimento tra un percorso e l’altro da compiere correndo più forte possibile. Isola di Man, 39 miglia, vincitore dal ’65 al 67. Londra-Brighton, 52 miglia, vincitore nel ’67. in 5 ore 41 minuti e 50 secondi. Maindy Stadium, 40 miglia, nel 66 vincitore con il record mondiale di 4 ore 3 minuti e 28 secondi. Walton on Thames, 100 miglia, vittoria e record mondiale sulla distanza in 12 ore 31 minuti e 10 secondi.

Centinaia di gare vinte, Se Tarrant entrava in gioco potevi puntare soltanto al secondo posto. E allora è arrivato il momento di vedere come ci entrava nel gioco Tarrant, perchè è questo il cuore della questione. Per esempio il lunedì di Pasqua del 1957 a Sheffield, dove sta per partire la mezza maratona. I commissari di gara lo aspettano. Sanno che lui ci proverà e hanno addirittura una foto per essere certi d’identificarlo. Ma anche la folla lo aspetta. E quando lo vede lo nasconde, travisato da un cappottone e un cappello a falde larghe. Si agitano, fanno rumore, creano un diversivo, c’è una finta rissa, e quando lo starter sta per dare il via si aprono due ali di folla di colpo e allo sparo John Tarrant, piomba come un’apparizione mistica in gara e parte, con gli altri atleti che si guardano sbigottiti. La folla, il popolo, gli oppressi: questo era il pubblico di Tarrant. Working class, un’infanzia difficilissima, rinchiuso con il fratello alla Lamorbey Children’s Home nel Kent dal 40 al 47 perché il padre era in guerra e la madre molto ammalata. Correre, per scappare da quello schifo, senza scordarsi per tutta la vita di chi soffre e subisce ingiustizie.

Per vivere ha fatto l’assistente idraulico, il cavatore e il custode per la base dell’esercito di Hereford. Spesso rinunciava a dei lavori per avere più tempo per allenarsi. La più bella corsa di Tarrant, anche se quella volta non vinse, fu la Comrades Marathon del Sud Africa del 1968, che collega Durban e Pietermaritzburg, la più antica ultramaratona del mondo, 55 miglia attraverso la provincia di KwaZulu-Natal. Sudafrica, apartheid, razzismo. Ai neri è vietato partecipare a gare ufficiali, ma c’è lì Tarrant, il bianco a cui per altri motivi è ugualmente vietato partecipare. E allora i fantasmi si uniscono. Fantasma con i fantasmi, li spinge a fare come lui, entrano in corsa tutti dopo la partenza e danno una lezione di antirazzismo e sport al mondo, nemmeno il governo razzista li ha potuti fermare. La correrà tre volte quella gara. Finché il 6 settembre 1970 ne corre una ancora più importante, la Gold Top Marathon, 50 miglia verso Durban, ufficialmente riservata soltanto agli atleti di colore. E lì in mezzo, nel gruppo, c’è un solo punto bianco, a cui tutti i concorrenti guardano con il rispetto della fratellanza: John Tarrant. Brutto, uno sgorbio caracollante dalla tipica falcata corta e frequente, una smorfia di sofferenza perenne sul volto. Ma è bianco, sta lì e sfida i razzisti.

Vince ma non è quello il punto. Il punto è che non sono più fantasmi, sono comrades, compagni, per i quali ogni falcata è un calcio in culo al governo razzista sudafricano. Una volta sfondato il muro accade che nel 71 diverranno due i bianchi che partecipano alla Gold Top Marathon e poi continueranno a crescere negli anni successivi. Tarrant deciderà di andare a vivere per molti anni in Sudafrica. Non è stato fortunato Tarrant nella sua vita e ha sofferto molto. Subì anche la beffa di essere reintegrato nelle gare ufficiali dopo una forte campagna di stampa, ma solo per le gare interne, e così non potè partecipare alle olimpiadi di Roma del 1960 per cui si preparava da una vita. Ve lo immaginate John Tarrant, il fantasma, che sfida Abebe Bikila, che corre a piedi nudi, per chi passa primo sotto l’arco di Costantino? I numeri a colori, i colori del mondo che la stupidità del potere vede solo in bianco e nero.

Dopo quel tipo di infanzia, ovviamente, sei arrabbiato e ribelle”, spiegò una volta il fratello Vic, che fu anche il suo allenatore, in una delle pochissime interviste rilasciate. Il 23 ottobre 1971 la sua ultima gara, il capolavoro, per tutti la sua più grande impresa, già gravemente malato. Aveva 39 anni e con altri 11 corridori corse la Radox 100 Mile di Londra, sì sì, proprio 100 miglia, oltre 160 chilometri. Sta molto male. Nelle settimane precedenti aveva avuto molte emorragie e si svegliava sputando sangue. Al miglio 60 si ferma per qualche secondo. Non è più in grado di continuare pensano tutti. Tutti tranne lui. Che chiede al suo corpo di vivere l’epopea finale di una vita in cui solo tu credi in te stesso per superare le difficoltà. Riparte e arriva secondo. Ha le labbra blu, la bava che gli cola dalla bocca, taglia il traguardo e crolla sull’asfalto. Nessuno lo vedrà mai più in pubblico, fantasma e fuorilegge fino ai suoi ultimi giorni. Ecco, magari domattina, quando ti metti le cuffiette in testa per fare la tua sgambatina anticellulite pensa un momento a John Tarrant. Ma non farlo alzando gli occhi al cielo, perché potrebbe approfittarne per affiancarti e superarti all’improvviso sulla strada. Perché se pensi che uno così possa morire non hai capito proprio niente di questa storia.

Il caso Moro e l'avvio del declino dell'informazione in Italia. Ivo Mej nel suo libro, edito da Historica e Giubilei-Regnani, "Rapimento Moro - Il giorno in cui finì l'informazione in Italia" parla delle conseguenze sull'informazione del delitto più eccellente della storia dell'Italia repubblicana. Andrea Muratore il 25 Marzo 2023 su Il Giornale.

In Italia il caso Moro e i due mesi di infodemia a esso associati hanno cambiato radicalmente l’informazione. Non necessariamente in meglio. Lo fa presente il giornalista di La7 Ivo Mej nel suo libro, edito da Historica e Giubilei-Regnani, "Rapimento Moro - Il giorno in cui finì l'informazione in Italia". “Il primo libro” – ricorda Mej dialogando con IlGiornale.it – “in cui si analizza l’impatto del caso Moro visto attraverso la lente dei media e della loro evoluzione”.

Mej ricorda che il caso Moro lo ha accompagnato per tutta la vita: “Quando ero al liceo pensavo già di fare il giornalista. Quando rapirono Moro mi feci mandare a fare ottenni un’intervista a Leonardo Valente, capo cronaca del TG1. Volevo capire come funzionavano i meccanismi dei media. Questa lunga intervista che la registrai con su una cassetta per walkman e l’ho tenuta per anni diventando poi ed è stata la base della mia tesi al CSC nel 1982 e della prima edizione del libro, uscita nel 2008 e ora ampiamente ridondante ampliata e rimaneggiata, per la cui pubblicazione ringrazio l'editore Francesco Giubilei".

Perché il 16 marzo 1978 fu il giorno in cui finì l’informazione? Perché, nota Mej, da allora essa “ha subito una mefamorfosi. Prima del rapimento Moro”, nota il giornalista e saggista non c'è bisogno, “qualsiasi tipo di informazione era sostanzialmente o un resoconto notarile del potere politico o, al massimo, aggiungeva una piccola riflessione una sezione di cronaca nera, mettendo da a parte il gossip e tutto il resto”. Con il rapimento, il sequestro e l’uccisione di Moro tutto “è confluito in un "unicuum” spettacolarizzato. E se dapprima “le Brigate Rosse sfruttarono tale spettacolarizzazione”, in seguito essa funse da divenne volano per l’azione politica di manipolazione dell’opinione pubblica avente alla base l’operato del discusso funzionario Usa Steve Pieczenik.

Nell’infodemia del caso Moro”, nota Mej, “Pieczenik agì approfonditamente preparando l’opinione pubblica a un’eventuale fase di annuncio della morte di Moro” e per completare “il suo vero obiettivo: riportare quella che per lui era la stabilità in Italia”, Paese chiave del campo atlantico. Mej inserisce in questa operazione di spin influenza occulta “il falso comunicato sull’uccisione di Moro e sulla deposizione del suo cadavere nel Lago della Duchessa”, realizzato con ogni probabilità è accertato dal falsario Tony Chicchiarelli, “probabilmente ben conosciuto dai servizi segreti, manovrabile e autore di un falso d’autore” diventato la base per la prova generale per testare l’efficacia dell’opinione pubblica. Il falso comunicato uscì il 18 aprile 1978, stesso giorno in cui fu scoperto il covo brigatista di via Gradoli, a Roma e l’operato di Pieczenik fu quello di “amplificare l’effetto del comunicato per testare la tenuta di media, opinione pubblica e politica allo shock” che poi sarebbe avrebbe davvero colpito caduto sull’Italia il 9 maggio successivo.

Il comunicato del Lago della Duchessa, nota Mej, “è il caso di studio di un contesto in cui qualcosa di completamente incoerente ed illogico (il lago era ghiacciato da mesi) diventa plausibile” o percepibile come veritiero per grazie alla l’amplificazione mediatica in un contesto di infodemia. Mutatis mutandis, nota Mej, è “ciò che accade anche oggi in diversi casi: ad esempio, quando i media dicono che Putin vuole conquistare l’intera Europa ma non riesce in realtà neanche a conquistare il Donbass”, piaccia o meno, si trasforma il pubblico nella vittima di un’operazione di spin influenza politico

In questo quadro “finisce l’innocenza dell’occhio di chi fruisce l’informazione, rimbambito dal rumore di fondo” mediatico. Curioso sottolineare che la televisione resta, come riportava il vignettista Bonvi in una striscia delle sue Sturmtruppen, l’arma più forte, ieri come oggi. Del resto Mej fa un esempio riferibile a quei tempi: “uno dei personaggi più famosi della Tv italiana, Bruno Vespa, diventa noto al grande pubblico con la grande visibilità della famosa diretta del TG1 da 86 minuti e 10 secondi condotta il 16 marzo 1978”, primo giorno di una serie di collegamenti in cui il pubblico era venne indotto portato a incontrare un contesto in cui si respirava “un mix di ansia per il futuro, di angoscia, di pervasività del timore per le conseguenze del caso Moro” ma che resero la sua immagine e il suo stile riconoscibile fino a oggi.

Il caso di Vespa è uno tra molti di quelli di figure diventate celebri sulla scia del caso Moro. Ma a livello complessivo, prescindendo dalla parabola dei singoli personaggi, a quarantacinque anni di distanza ci si accorge che “la notiza del rapimento Moro ha portato tre grandi novità”. Per Mej “ha cambiato i rapporti tra giornalisti e politica, tra giornalisti e notizia, tra giornalisti e opinione pubblica”. Nel primo caso, in prospettiva è partito dall’Italia un percorso che vede i giornalisti “sempre meno cani da guardia del sistema e sempre più cani al guinzaglio, comunicatori o amplificatori di linee decise dall’alto”. In secondo luogo, sulle notizie “i giornalisti sono diventati più opportunisti, selezionando cosa pubblicare e cosa no”. Infine, per sull’opinione pubblica sono piombati gli effetti “dell’esordio dell’informazione in presa diretta”, spesso <mplificatrice di ansie.

Numerosi, poi, negli anni a venire gli esempi di commistione tra politica, servizi segreti, giornalismo e potere economico. E dopo il 1978 è iniziato un vero declino strutturale dell’informazione italiana. Per Mej “il problema italiano è il fatto che editori indipendenti non esistono, tutti i gruppi sono in qualche misura dipendenti o sensibili al potere politico. In America c’è maggiore indipendenza del ruolo della stampa ma anche se decenni di neoliberismo friedmaniano hanno consentito la concentrazione di enorme ricchezze, e anche nei media ci sono sempre più tycoon” che usano i media per la propria agenda politica. Fino ad arrivare all’estremo di casi di testate che diventano megafoni espliciti per operazioni politiche o d’intelligence, “come avviene nel mondo anglosassone per il ruolo di MI6 e CIA nella guerra in Ucraina”, senza che nessuna testata si sforzi di validare le rivelazioni che vengono proposte al pubblico. Un modus operandi che in Italia ha avuto la sua palestra proprio nel Caso Moro. Diffondendosi poi nel resto dell’Occidente. Fino ad arrivare al caos informativo odierno.

Il giornalismo e la tv prima e dopo il rapimento di Aldo Moro. Il saggio "Rapimento Moro: il giorno in cui finì l’informazione in Italia", raccoglie l’immediata reazione delle principali testate italiane, analizzandola con lo sguardo di chi ha ora la consapevolezza che la democrazia è un organismo di cui i mezzi di comunicazione di massa rappresentano i vasi sanguigni. Ivo Mej il 15 Marzo 2023 su Il Giornale

In occasione del 45° anniversario del rapimento di Aldo Moro, avvenuto il 16 marzo 1978, pubblichiamo un estratto del libro "Rapimento Moro - Il giorno in cui finì l'informazione in Italia" del giornalista e conduttore televisivo Ivo Mej, su gentile concessione dell'autore e delle case editrici historica e Giubilei Regnani. Si tratta del primo saggio che ricostruisce la vicenda partendo da un'attenta analisi della documentazione stampa e della copertura televisiva di quei giorni.

Due sono le fasi che normalmente contraddistinguono un evento trattato dai media di informazione in senso stretto:

1. Tempestività nel fagocitare l’evento.

2. Riespulsione dello stesso dopo averlo fatto passare per una fase di prima razionalizzazione.

Nel caso di tutte le edizioni straordinarie trattate, sia televisive che di stampa, questa seconda fase fu davvero minima, soprattutto da parte dell’organo con l’ascolto più vasto, cioè il TG1. Tale atteggiamento ha rivelato di avere valenze ambigue in relazione con i feedback indotti negli spettatori.

Tale fenomeno è stato minore nei quotidiani a cau- sa dell’ovvia diversità strutturale del mezzo e perché il tempo di riflessione è stato in questo caso imposto dalla composizione del giornale e dalla fase di stampa. Tuttavia, bisogna rilevare che il TG2 risentì in misura molto minore dell’improvvisazione che caratterizzò allora il TG1, imponendosi a priori uno spazio di riflessione che indusse i suoi dirigenti a “staccare la spina” per circa quindici-venti minuti dopo lo scarno annuncio della prima notizia.

È altresì rilevabile lo scarso ascolto del telegiornale del secondo canale (circa 100.000 utenti), che denota una preoccupante preferenza del pubblico – già allora – per la “drammatizzazione” della notizia (il TG1 vantava ascolti molto superiori al TG2 nell’ordine di 1 a 10, ma quel 16 marzo il rapporto fu stravolto arrivando a un rapporto di 1 a oltre 400!).

Nei giorni seguenti il rapimento si parlò molto della proposta del più autorevole studioso di mass media vivente, Marshall McLuhan.

Questi, come qualcuno ricorderà, propose un completo black-out informativo su tutto ciò che riguardava le Brigate Rosse. Oggi, come allora, la proposta McLuhan può sembrare adeguata a rigore di logica ma comunque inaccettabile da un punto di vista professionale da parte dei giornalisti e anche etico da parte del cittadino, che ha diritto di sapere cosa accade attorno a lui.

A proposito dell’“opzione McLuhan” e dell’effettvo comportamento dei giornalisti interessati all’epoca dei fatti, ecco un brano dell’intervista realizzata nel 1978 a Leonardo Valente, capo del servizio Cronaca del TG1 durante il rapimento Moro.

«La nostra professionalità era l’unica garanzia reale che c’era per offrire all’utente obiettività e completezza di informazione. La vera professionalità sta nell’onestà del giornalista cioè nel fatto di non fare mai agio rispetto agli elementi di giudizio ad una convinzione personale se non a livello di mediazione culturale che mi pare sia legittima, anzi, indispensabile».

D’altro canto, il dibattito, continuato a lungo sui giornali, per quanto riguardava la Rai ebbe termine subito in virtù di una delibera del Consiglio di Amministrazione che riaffermò essere «compito dei giornalisti quello di garantire l’informazione più ampia, obiettiva e responsabile possibile».

Nel confronto del TG1 con i quotidiani bisogna tenere conto che la valutazione della valorizzazione della notizia avvenne sul fattore tempo nel primo caso, sul fattore spazio nel secondo.

Inoltre, funzione fondamentale della tv è quella di riferirsi al complesso audio visuale di un ipotetico utente.

È necessario anche rilevare il limitato “senso dell’im- magine” o “senso iconico” della informazione televisi- va italiana, cosicché il TG serve solitamente non a for- nire una completa comunicazione “televisiva” ai suoi utenti, ma a offrire loro dosi più o meno massicce di “parlato radiofonico” e di “immagini mute”. Al con- trario, i servizi filmati presenti in un TG dovrebbero essere pensati e realizzati per assumere un significa- to completo e univoco e per trasmettere un messaggio ben preciso composto inscindibilmente di parola e im- magine. Tanto più in occasione di eventi straordinari e di emergenza nazionale come il caso Moro. Eventi così particolari e unici dovrebbero essere pensati e rea- lizzati per assumere un significato completo e univoco e trasmettere un preciso messaggio composto inscindi- bilmente di parola e immagine.

Il giornalismo (di qualità) sopravviverà? Ne parla l'ex direttore della Bbc, lord Hall. Isabel Demetz il 17 Marzo 2023 su Il Giornale.

Il giornalismo fatto bene esiste ancora? Quale sarà il futuro di questo mestiere, vista anche l’apparizione di intelligenze artificiali come Chat Gpt? A queste e altre domande ha risposto Lord Tony Hall, ex direttore generale della Bbc

All’Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo dell’Università Cattolica si è svolta una conferenza intitolata “Public, Private Media and Big Tech: will good Journalism survive? – Media pubblici, privati e le big tech: il buon giornalismo sopravviverà?”. Tra gli ospiti la giornalista e reporter Laura Silvia Battaglia, direttrice di MagZine, Massimo Scaglioni, professore di storia ed economia dei media, Marcello Foa, giornalista ed ex direttore Rai dal 2018 al 2021 e lord Anthony William Hall. Meglio noto come Tony Hall, il rinomato direttore della sezione notizie della Bbc dal 1993 al 2001 e direttore generale del gigante delle trasmissioni radiotelevisive britanniche dal 2013 al 2020.

Come intuibile dal titolo della conferenza, l'incontro è stato dedicato agli scenari futuri del giornalismo. “Ho i miei momenti di pessimismo”, ammette il giornalista britannico all’inizio del suo intervento. “Ma credo che abbiamo molte ragioni per le quali essere ottimisti e vorrei dunque proporre il seguente titolo per il mio discorso: ‘Motivi per guardare con ottimismo al futuro del giornalismo’”.

I suoi numerosi anni di esperienza gli permettono di riconoscere l’esistenza di vari attori che presentano possibili minacce al mondo del giornalismo e dell’informazione, come i deep fake, intelligenze artificiali come Chat Gpt, l’informazione fatta male o addirittura le fake news che, come dichiara, “spesso hanno il difetto di circolare più in fretta rispetto alla notizia corretta”.

Il trucco per fare e mantenere un giornalismo di alta qualità è di pensare ad esso come “un’ecologia” dice Hall. “È bilanciata? Trasparente? Diversificata? Secondo me - spiega - il giornalismo che ha le maggiori probabilità di sopravvivere è quello imparziale, trasparente, accurato e di cui le persone si fidano. Il compito del giornalismo del servizio radiotelevisivo pubblico è di dare accesso a una versione delle notizie che siano quanto umanamente possibile più vicine alla verità dei fatti”.

L’ex direttore della Bbc ha poi parlato della difficoltà vissute da molte persone nel trovare fonti di informazione di cui fidarsi, specialmente sulle varie piattaforme di social media. Queste presentano un pericolo molto specifico: quello di muoversi esclusivamente all’interno di cosiddette “filter bubbles”, bolle, all’interno delle quali si trovano gli utenti, che filtrano il contenuto in base alla personalizzazione attuata dagli algoritmi per ogni singolo individuo. “Il compito del servizio radiotelevisivo pubblico e di chi fa giornalismo all'interno di questo contesto è proprio quello di dare voce a chiunque, invece. Indipendentemente dal potere, dalla quantità o dalla posizione sociale che detiene.”

Ma la tecnologia non ha solamente risvolti negativi, per il servizio radiotelevisivo pubblico è sempre stato un modo per crescere e adattarsi: “Certo, novità e cambiamento possono sembrare delle minacce, ma viste da un altro punto di vista presentano anche un’opportunità”, ricorda il lord. “Penso solo a quando si trattò di passare al servizio di broadcasting continuato 24 ore su 24. Alcune delle critiche poste allora sembrerebbero impensabili ai giorni nostri”. Inoltre, ricorda Hall, la possibilità di connettersi da ovunque, grazie a degli strumenti facili da utilizzare e da trasportare con sé, un esempio molto banale di questi è lo smartphone, rende il giornalismo sul campo estremamente ambizioso, aprendo a molte più possibilità rispetto al passato.

A una domanda posta da Marcello Foa sull’inchiesta sulla gestione Covid-19, tema che sta occupando le prime pagine inglesi (da alcune chat di WhatsApp si è scoperto che l’allora segretario di Stato per la Salute, Matt Hancock, voleva adottare una comunicazione che “spaventasse tutti” così da tenere la popolazione in casa), Hall ha risposto che è proprio in questi casi che il servizio radiotelevisivo pubblico riveste il suo ruolo più importante: quello di garantire una fonte imparziale, corretta e trasparente a cui i cittadini possono rivolgersi per ottenere le informazioni per loro fondamentali.

In questo caso si parla del diritto alla verità” ,ha sottolineato lord Hall. “Sono stato abbastanza fortunato da avere avuto molteplici occasioni in cui ho parlato con persone che durante periodi bui si sono rivolti a noi. Giusto la notte scorsa ho parlato con un tassista afgano a Londra che mi ha raccontato come lui e la sua famiglia usavano la Bbc per informarsi.”

In conclusione al suo intervento Hall ha voluto dare un messaggio di speranza: “Per tornare alla domanda contenuta nel titolo di questo incontro, il giornalismo di qualità sopravviverà? Mi sono rivolto a una fonte di cui ero certo mi avrebbe saputo dare una risposta definitiva. La risposta è stata chiara: ‘Sì, il giornalismo ‘buono’ sopravviverà. Ma subirà molto probabilmente dei cambi significativi e dovrà adattarsi nei prossimi anni. Con la scalata dei social media e di Internet, il modo in cui le persone consumano le notizie è cambiato drasticamente'".

Ma il suo messaggio continua: "È ancora presente una forte domanda per un giornalismo di alta qualità e una narrazione delle questioni importanti che sia accurata e imparziale. Inoltre, il ruolo che il giornalismo riveste all’interno di una società democratica non può essere sopravvalutato, potrà sembrare diverso da quello che era in passato, ma i valori e i principi cardinali del giornalismo continueranno a essere sostenuti da professionisti dedicati al mestiere.'". E dopo una breve pausa, Hall ha concluso: "La fonte di questa dichiarazione, per chi non l’avesse già indovinato, è Chat Gpt".

"Ecco come un'inchiesta diventa un caso mediatico". Claudio Brachino - già direttore di Videonews Mediaset e Sport Mediaset sarà tra i super ospiti della masterclass di The Newsroom Academy di video giornalismo investigativo diretta da Alessandro Politi e organizzata da Il Giornale e InsideOver -spiega quali sono i meccanismi per cui un'inchiesta ottiene grande risonanza nei media e cosa questo significhi per il giornalismo. Martina Piumatti il 3 Aprile 2023 su Il Giornale.

Possono fuorviare le indagini. Condannare innocenti e assolvere colpevoli. Rovinare vite e contribuire a clamorosi errori giudiziari. Ma, a volte, i media sono decisivi per dare voce alle “tante storie che aspettano” e per dissotterrare le “tante verità che devono ancora essere trovate”. Ne abbiamo parlato con Claudio Brachino, già direttore di Videonews Mediaset e Sport Mediaset, attualmente direttore de Il Settimanale, editorialista de Il Giornale, tra i super ospiti della masterclass in videogiornalismo investigativo di The Newsroom Academy.

In che modo il giornalista d’inchiesta può aiutare ad arrivare alla verità senza invadere il campo di chi indaga?

Un'inchiesta giornalistica seria va per la sua strada e basta. Risponde ai suoi stessi codici di verità e di onestà. Poi, certo, anche i tradizionali codici deontologici rimangono presenti, anche se certe volte, per certi temi, si può andare in un territorio delicato. Si può, insomma, spingere purché il mezzo, come si dice, non prenda il sopravvento sul fine. Il rapporto con le autorità va mantenuto soprattutto nel caso in cui la rivelazione, anche parziale, di alcune notizie, possa compromettere delle indagini o il successo di un'intera operazione, come ad esempio la cattura di un importante boss mafioso.

Mi fai qualche esempio in cui i media hanno contribuito a svolte importanti nelle indagini?

Il giornalismo d'inchiesta italiano raramente ha risolto dei casi importanti. Sono tantissimi i grandi misteri della storia repubblicana rimasti irrisolti: Ustica, Moro, Pasolini, Borsellino, solo per dirne alcuni. Spesso, poi, le verità giornalistiche non corrispondono a quelle giudiziarie, molte volte insoddisfacenti. Eppure, sono proprio i magistrati a riaprire i casi, nella storia di Emanuela Orlandi addirittura il Vaticano. Certo, battere il tasto su un storia, non farla dimenticare dai media e dall'opinione pubblica, continuare a scavare, crea le condizioni per arrivare alle cosiddette verità nascoste. Un caso clamoroso in cui le verità nascoste sono finite in un libro, specificamente di Nuzzi, è stato quello dell'epistolario di Ratzinger (che forse si è dimesso anche per questo). Però, più che un'inchiesta contro il potere, è stato uno scoop, una password rivelata da un complotto interno, senza togliere alcun merito ovviamente all'autore.

Accendere i riflettori serve per mantenere alta l’attenzione, ma ha i suoi rischi.

Accendere i riflettori, anche per i motivi già enunciati, è sempre un merito. È il sale della democrazia, è il sale del giornalismo in una democrazia. La comunicazione, anche il suo eccesso, è sempre la vittoria illuministica della luce sul buio, sul mistero, sull'occulto in senso tecnico. Il rischio della spettacolarizzazione certo esiste, vouyerismo, processi paralleli, morbosità, narrazioni incontrollate. Un marasma da cui si esce sempre seguendo le elementari, ma essenziali, regole del buon giornalismo.

Claudio Brachino è tra i super ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi. Scopri la masterclass

L’interesse del pubblico per certe storie, però, precede o comunque alimenta la spettacolarizzazione dei media. Perché, e come, un caso diventa mediatico?

Come nei romanzi d'appendice dell'Ottocento un caso diventa mediatico per la natura del tema, per la tipologia dei personaggi e per la capacità narrativa di cogliere l'orizzonte d'attesa sociologico dell'opinione pubblica, anche se la realtà offre intrighi superiori a qualsiasi mente. Poi, oggi i media sono tanti e si rincorrono ampliandosi a vicenda, dalla tv ai giornali, ai social. Ma non è vero che fuori dai media c'è il nulla. Ci sono tante storie che aspettano, tante verità che devono ancora essere trovate.

"Prima viene la notizia, poi, tutto il resto: la verità dietro al lavoro d'inchiesta". Nello Trocchia, giornalista d'inchiesta e ospite della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi, racconta di come bisogna muoversi e di come porsi nei confronti del potere. Martina Piumatti il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

C’è solo una cosa che è più ostinata dei fatti: il giornalista d’inchiesta che non si accontenta di come ci vengono raccontati. E comincia a fare domande, a scavare, a raccogliere e mettere in fila elementi che portano a una verità differente da quella ufficiale. Una verità, a volte, scomoda e che, se svelata, può dare fastidio a molti. Ma che il vero giornalista è pronto a raccontare fino in fondo, pagandone le conseguenze. Nello Trocchia - scrittore, conduttore tv, giornalista d’inchiesta, attualmente collaboratore di Domani, già inviato di Piazzapulita e tra i super ospiti della masterclass in video giornalismo investigativo di The Newsroom Academy - ci ha spiegato quali sono e perché ne vale, comunque, la pena.

Perché la migliore definizione di giornalismo è nella frase tratta dal film su Giancarlo Siani Fortapàsc: “Gianca’ ‘e notizie so’ rotture ‘e cazz”?

Perché è una frase che riassume benissimo il senso di questo mestiere. Chi fa il giornalista con la scelta di dare la notizia si trova spesso a dare fastidio al potere, cosa che, ovviamente, porta con sé enormi problemi e ostacoli da affrontare. Quella frase, in una sintesi gergale, riesce appieno a restituire fatica, tempo, frustrazione, talvolta sofferenza, talvolta complicazioni che porta con sé questo mestiere, meraviglioso ma molto difficile. E riesce a strappare anche un sorriso. Che nel nostro lavoro non guasta mai. La serietà, lo studio e l’applicazione non devono fare mai dimenticare la capacità di ascolto, e anche di sorriso, rispetto alle storie che raccontiamo e ci portiamo addosso, ma che, per fortuna, a differenza dei nostri interlocutori non viviamo. Questo soprattutto quando interloquiamo con persone senza potere, che non hanno strumenti se non affidarsi alla penna o al microfono del giornalista.

Quindi, le inchieste che scavano dietro alle notizie sono doppie “rotture ‘e cazz”?

Questo è un paese che non ama il giornalismo d’inchiesta. Poi, per me esiste un solo giornalista: quello che si mette dall’altra parte rispetto ai poteri, che non accetta supinamente le verità che vengono restituite dalle fonti ufficiali, quello che mette in dubbio, che discute, che pone domande e non si adagia sulle posizioni del potere. Trovo che sia italiano e anomalo, quando ad ogni cambio di governo si ridefiniscono gli assetti del servizio televisivo pubblico, mettere tra parentesi i partiti di appartenenza dei direttori dei telegiornali o delle reti televisive: questo è la fine del giornalismo e la morte della nostra professione. Noi possiamo avere delle idee, ma il giornalista è chi ha la notizia e la pubblica, senza porsi il problema se darà fastidio alle aree politiche a cui magari può essere più vicino per ideali. Prima viene la notizia, poi, tutto il resto. E tutto il resto non può mai condizionare l’interesse pubblico della notizia.

Nello Trocchia è tra i super ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi. Scopri il programma e gli altri ospiti della masterclass

Anche quando quel “resto” coincide con chi detiene il potere.

Il giornalismo dissotterra le verità bisunte e sudice che il potere ha voluto restituire, provando a raccontare cos’è accaduto realmente in una cella di un carcere quando c’è stato un pestaggio di Stato, che era stato derubricato come una giornata di illegalità; quello che prova a porre delle domande quando c’è stato un naufragio dove sono morte delle persone; quello che ricostruisce cos’è accaduto o sta accadendo in un territorio, facendo la radiografia delle aziende che, per esempio, vengono coinvolte nella costruzione di un impianto, e se quelle sono protagoniste di scempi ambientali precedenti lo denunciano. Quello che non si accontenta delle verità ufficiali, ma le mette in discussione e verifica se la messa in discussione porta a una verità differente. Questo è il punto vero: il giornalista è chi si oppone al deposito di una verità che può essere comoda per qualcuno, ma che non corrisponde ai fatti.

E, invece, quando si deve fermare?

Io mi fermo quando capisco che una traccia non mi ha portato da nessuna parte. Altrimenti non ci sono altre cose che mi fermano. Uno cambia mestiere, se deve fermarsi. Poi, succede di tutto: arrivano le telefonate, le minacce, le intimidazioni, succede che i boss al telefono pianificano di spaccarti la testa, succede che ti arrivano le querele temerarie da cardinali, magistrati, ministri, sottosegretari, giudici. A me è capitato tutto quello che può succedere. Sono stato aggredito in strada, sono parte civile nei processi per aggressione da parte di clan feroci e spietati…capita. E se non si vuole che capiti, meglio cambiare mestiere.

Perché ne vale, comunque, la pena?

Non so se ne vale la pena. So solo che ne vale la pena se si stringe un patto con le persone e le storie che racconti. Vale la pena per loro. Vale la pena per quelle madri che ho incontrato sul Gargano e che hanno perso i figli per lupara bianca, vale la pena per le madri che ho incontrato nella Terra dei fuochi, e non c’è una parola in italiano per definire le madri che hanno perso i figli malati di tumore. Per quelli che sono stati cacciati dalle loro case dai Casamonica nell’indifferenza della politica. Per tutte le storie, gli occhi, gli incroci che ho avuto con persone che potere non avevano, ma avevano una storia da raccontare e qualcosa da denunciare. Vale la pena per i detenuti che finalmente hanno creduto nella giustizia e hanno denunciato gli aguzzini che li hanno picchiati. Vale la pena per tutti quelli che, anche se precari e senza reti di protezione, decidono di denunciare questo o quello. Tu ti metti dalla loro parte e fai un racconto di denuncia, interpreti quel senso di giustizia che spesso non può trovare sponda nel codice penale, ma nel buon senso e nell’idea di giustizia che corrisponde all’interesse pubblico. Vale la pena per loro. E per tutti quelli che ancora leggono un giornale e ancora lo comprano.

Vale la pena, certo. Ma è un mestiere che si può imparare o no?

Penso che avere un’interlocuzione con chi fa questo mestiere sul campo sia utile. Poi, ovviamente, la passione non si insegna a scuola e, se non ce l’hai, non ce l’avrai mai. Ma se ce l’hai e non hai gli strumenti per scrivere bene un pezzo, per girare un video, per difenderti dai mille ostacoli, per capire come fare una proposta o un'inchiesta e realizzarla, con la sola passione non vai da nessuna parte. Se hai la passione per questa professione straordinaria, meravigliosa, che è il mestiere della mia vita, devi associarla a delle competenze da acquisire. Il giornalista è un lavoro che purtroppo fanno tanti che dovrebbero fare altro. Siamo circondati da una mediocrità e da un’approssimazione indecenti che ci squalificano agli occhi delle persone. Non tutti possono fare questo mestiere. Per farlo c’è bisogno di sapere, di studiare. Non si fa un’intervista se non si ha sottomano un dossier sul soggetto, sulla persona di cui si sta parlando, perché si rischia di fare una figuraccia, oppure di mettere il microfono in bocca a uno senza sapere cosa chiedergli. Ogni cosa fatta con studio produce notizie, mentre tutto il resto è solo inchiostro su carta e bla bla bla in televisione.

Vi spiego perché il delitto perfetto non esiste”. Martina Piumatti il 7 Aprile 2023 su Inside Over

Dall’omicidio di Serena Mollicone e Meredith Kercher al delitto di Cogne, al caso del serial killer Bilancia, a quello di Liliana Resinovich. Spesso è proprio chi per primo analizza i reperti e la scena del crimine a condizionare inevitabilmente indagini e verdetti. Ma se l’investigazione scientifica è decisiva per ricostruire i fatti e incastrare i colpevoli, a volte può anche indirizzare verso clamorosi errori giudiziari. Luciano Garofano – già comandante dei RIS di Parma, presidente dell’Accademia Italiana di Scienze forensi, consulente di serie televisive (“R.I.S.-Delitti imperfetti”) e di programmi tv (“L’altra metà del crimine”, La7d, “Quarto Grado”, Rete4), tra i super ospiti della masterclass in giornalismo investigativo di The Newsroom Academy – ci ha spiegato perché non esiste il delitto perfetto, ma solo “l’indagine imperfetta” in grado di comprometterne la soluzione.

Lei si è occupato dei più importanti, e più mediatici, casi di cronaca nera. In quali, l’investigazione scientifica è stata la chiave per la risoluzione?

Sicuramente molti, ma tra i più noti l’omicidio di Samuele Lorenzi, il delitto di Cogne, e il caso Bilancia. Perché in entrambi è grazie a tecniche analitiche abbastanza sofisticate per l’epoca che si è arrivati a una soluzione. Nel caso di Donato Bilancia, con l’individuazione di un serial killer atipico, esterno a qualsiasi schema del cosiddetto profiling. Quello di Samuele Lorenzi, invece, è un difficile omicidio avvenuto all’interno delle mura domestiche che soltanto l’utilizzo della Bpa, la Bloodstain pattern analysis, cioè la scienza che studia la forma, la dimensione e la distribuzione delle macchie di sangue, ha consentito di individuare il colpevole.

C’è un caso in particolare, dove secondo lei c’è stato un errore clamoroso e dove c’è margine per ulteriori analisi scientifiche in grado di riscrivere la verità?

Ce ne sono tantissimi, alcuni, purtroppo, ancora oggi. Vedo commettere errori soprattutto nelle fasi iniziali, quando intervengono la prima pattuglia delle forze dell’ordine o i soccorritori. Basti pensare al caso di Liliana Resinovich. L’avvocato del marito Sebastiano mi ha incaricato di rivedere tutti gli atti e mi sono accorto che gli indumenti esterni, a differenza di quelli intimi, della signora Resinovich non erano stati analizzati. E questo, con tutto il rispetto che posso avere per gli inquirenti, è un errore, perché sugli indumenti più esterni ci possono essere le tracce di chi l’ha aggredita, di chi l’ha portata fin lì, di chi ha passato con lei gli ultimi istanti.

Luciano Garofano è tra i super ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi. Scopri il programma e tutti gli ospiti della masterclass

Anche nei grandi casi del passato non sono mancati errori grossolani di procedura.

Lì ancora di più, perché allora le conoscenze erano meno radicate. Pensi, per esempio, all’omicidio di Serena Mollicone: sono stati fatti tanti sbagli che, come nei casi analoghi, si pagano perché l’alterazione dei reperti e la contaminazione diffusa sono state tali da non aver consentito, poi, di dare un senso alle analisi. Altro caso eclatante è l’omicidio di Meredith Kercher, dove alcune tracce non sono state analizzate opportunamente, perché le attività di sopralluogo e di repertamento non avevano rispettato i protocolli e le buone pratiche di attività di laboratorio.

Esiste un delitto perfetto o c’è sempre il dettaglio trascurato che tradisce il colpevole?

Assolutamente no, non esiste. E oggi più che mai. Pensiamo alla quantità di tracce, dirette e indirette, che lasciamo di noi stessi, sia attraverso i telefoni che i vari dispositivi informatici o le autovetture munite quasi sempre di GPS e quant’altro. E se il delitto perfetto non esiste, dobbiamo concludere che allora esiste un’indagine imperfetta. Spesso la mancanza di tempestività, la non osservanza dei protocolli, la fretta di concludere e arrivare a una soluzione e il concentrarsi su un’unica pista senza fare tutte le verifiche portano a degli sbagli imperdonabili. Che, poi, si traducono in errori giudiziari.

Qual è la traccia per eccellenza che incastra il colpevole di un delitto?

Oggi l’errore è più difficile, perché l’informazione è tale, sia attraverso i social che le serie tv o i libri, che anche il delinquente improvvisato è sempre ben informato. Indubbiamente, le tracce biologiche sono quelle che sfuggono di più perché sono invisibili, ma anche se si provvede a lavarle, possono essere comunque evidenziate, come per esempio quelle ematiche con il luminol. Sono proprio le tracce biologiche, che più delle altre, conducono ancora a un’individuazione certa del colpevole.

Un cold case del passato che le tecniche di investigazioni scientifica di oggi avrebbero risolto?

Sono tantissimi. Bisognerebbe mettersi lì e controllare con grande pazienza solamente una cosa: tutti quei cold case che hanno ancora dei reperti o delle tracce non ancora analizzate e, quindi, tutte potenzialmente utili per riaprire quei casi, questo perché il Dna una volta secco si conserva. Così, potremmo anche riaffrontare casi di trenta o quarant’anni fa.

Dalla celebre serie “R.I.S.-Delitti imperfetti” alle trasmissioni dedicate, l’analisi scientifica della scena del crimine continua ad avere successo in tv, e non solo. Perché questo aspetto, in apparenza tecnico e da addetti ai lavori, affascina così tanto?

Perché ha costituito un’alternativa al contrasto del crimine. A un certo punto abbiamo preso coscienza che in laboratorio, con delle tecniche più o meno sofisticate, potevamo dare delle risposte fino a quel momento impensabili. La stessa cosa è accaduta con i reperti informatici. Tutto questo affascina perché attraverso delle tracce impercettibili è possibile ricostruire qualcosa che sembrava apparentemente impossibile da rilevare. Poi, lo scienziato che si mette lì al microscopio e che con grande pazienza scopre una tecnica in grado di dare una soluzione..beh ha un fascino incredibile. Ed è lo stesso motivo per cui vorrei fare in eterno questo mestiere.

"Dalle indagini al processo: dove può arrivare il potere dei media". Martina Piumatti il 27 Marzo 2023 su Il Giornale.

La pressione esercitata dai media può indirizzare le indagini e condizionare i verdetti dei processi. Gianluca Zanella, ospite della nuova masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi, ci spiega come e perché

La pressione esercitata dai media può indirizzare le indagini, anticipare svolte e colpi di scena, arrivando, a volte, persino a condizionare i verdetti dei processi. Di questo e del ruolo decisivo, nel bene e nel male, del giornalista d’inchiesta ne abbiamo parlato con Gianluca Zanella, giornalista, editor e agente letterario, che, dopo aver diretto il corso di giornalismo investigativo di The Newsroom Academy nell’autunno scorso, sarà tra gli ospiti della nuova masterclass, tenuta da Alessandro Politi e organizzata da Il Giornale.it e InsideOver.

Nei grandi casi di cronaca nera che potere hanno i media di condizionare l’attività degli investigatori?

"Il potere dei media è immenso e, fin troppo spesso, sottovalutato dagli stessi giornalisti. Con un articolo si può davvero rovinare la vita alle persone. Mi è capitato diverse volte di dover fare i conti con me stesso prima di parlare di qualcuno – anche se deceduto – in un mio articolo. E quando lo faccio, è perché ho verificato attentamente quello che vado a scrivere e sarei pronto a difendere il mio lavoro a testa alta. Venendo alla risposta: il potere dei media è talmente forte da poter, in alcuni casi, condizionare anche lo svolgimento delle indagini. Quando un caso di cronaca nera sale agli onori delle cronache – per i motivi più disparati – si innesca un meccanismo tanto umano quanto perverso: la necessità di trovare un colpevole presto e subito".

Mi fai qualche esempio eclatante in cui è successo, in negativo.

"Di casi, in Italia, ne abbiamo purtroppo molti. Mi sto occupando del delitto di Garlasco da diversi mesi e sono fermamente convinto che qui si tratti di uno di quei casi in cui i media hanno influenzato negativamente non tanto le indagini, quanto l'andamento del processo".

Cos’è che accende i riflettori su un caso e non su un altro?

Quale sia il meccanismo non lo so. Posso fare delle ipotesi. Intanto credo di poter dire che a colpire l'immaginario collettivo sono principalmente gli episodi di sangue. Più l'omicidio è efferato, più l'attenzione del pubblico è garantita. Se ci sono dei minori coinvolti l'attenzione poi sale alle stelle (pensiamo al delitto di Cogne, a Novi Ligure, a Yara Gambirasio, alla strage di Erba). Panem et circenses dicevano i latini. Questo per dire che il pubblico ha bisogno di intrattenimento. E più un caso di cronaca nera è sconvolgente, più l'intrattenimento - brutto dirlo, ma è così - è garantito".

Cosa, invece, può spegnere l'attenzione dei media?

"Una confessione. Non credo ci sia molto altro".

Gianluca Zanella è tra gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi.

Scopri il programma e gli altri ospiti della masterclass

Quali dettagli nella “versione ufficiale” di una storia fanno capire che c’è qualcosa che non torna, e che per il giornalista c’è margine per scavare?

"I dettagli escono fuori non per magia, ma per uno studio attento, lungo e rigoroso della documentazione disponibile. È questo, a mio avviso, il primo passo necessario. Ancor prima di andare a intervistare i protagonisti delle vicende, bisogna studiare le carte. Altrimenti come puoi sperare di farli cadere in contraddizione? Per venire al margine d'azione concesso a un giornalista, se si rispettano le regole del gioco (e deontologiche) è comunque molto ampio. Se non si rispettano le regole è sconfinato, ma poi se ne pagano le conseguenze".

Per fare il giornalista investigativo bisogna un po’ essere attratti da quello che non torna, da quei “pezzi” di una storia che non sono al loro posto. Quindi, giornalista d’inchiesta si nasce o no?

"Credo ci voglia un piglio innato, quindi sì, per certi aspetti ci si nasce. Di certo non basta il piglio, ci vuole tanta forza di volontà, tanta convinzione e la consapevolezza che non sempre c'è un risultato garantito alla fine del lavoro. A volte non c'è nemmeno la fine del lavoro!".

Tu hai già tenuto un corso di giornalismo investigativo organizzato da The Newsroom Academy. Perché è il posto giusto per cominciare davvero a fare questo mestiere?

"Corsi come quello che ho tenuto nel 2022 e come quello che partirà presto sotto la guida del bravo Alessandro Politi sono utili non solamente a fornire gli strumenti di base per capire come muoversi sul campo e come non incappare in problemi di natura legale; corsi come quelli della Newsroom Academy consentono agli iscritti di entrare in contatto con un parterre di ospiti di altissimo livello che altrimenti difficilmente avrebbero potuto avvicinare in altro modo. E il fatto che poi ci sia la possibilità di iniziare una collaborazione, beh, non è assolutamente una cosa scontata".

"Dal politico sotto torchio al ruolo dell'immagine: ecco i segreti del reporter". Alessio Lasta, giornalista di Piazzapulita e ospite della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi, racconta del rapporto con l'imparzialità e di come un giornalista deve affrontare il potere in un’inchiesta. Martina Piumatti il 24 Marzo 2023 su Il Giornale.

Attenersi ai fatti, battere tutte le piste, ascoltare tutte le voci senza privilegiarne una, mai: sono le regole base per il giornalista d’inchiesta. Stelle polari che, però, diventano più difficili da seguire per chi si trova a rovistare nel malaffare della politica. Alessio Lasta - giornalista d’inchiesta e inviato di Piazzapulita - ci ha spiegato perché il senso del giornalismo a volte non sta nel ricorrere una fantomatica imparzialità, ma nel coraggio di farsi, all’occorrenza, “grimaldello dei cittadini” traditi dal potente di turno.

Nelle tue inchieste hai toccato temi e contesti diversi. Come scatta l’idea di scavare in una direzione piuttosto che in un’altra?

Io ho sempre avuto la fortuna di occuparmi di argomenti che mi interessavano. Di solito, propongo temi che sento vicini o su cui, grazie al rapporto con le fonti, posso avere notizie di prima mano. Quindi, prima cosa: coltivare il rapporto con le fonti. Poi, farsi guidare dagli interessi personali e trovare la propria forma del racconto.

E la tua qual è?

La mia è sempre una forma a tinte forti. In un servizio mi piace inserire dei contrasti, accostando un aspetto emozionale a uno di denuncia. Se non c’è alcun sentimento, alcuna “carnalità” anche nel modo di raccontare, non si rispetta la natura del mezzo. La televisione è pervasiva e arriva nelle case con una potenza micidiale. Ma è efficace proprio quando suscita delle emozioni forti, che, però, non devono essere fine a se stesse.

Per esempio?

Pensa al mio reportage per Piazzapulita andato in onda il 5 marzo del 2020, che ha permesso di capire qual’era realmente la situazione all’interno delle terapie intensive. Ecco, questo è un classico esempio in cui l’immagine non si ferma alla funzione iconica, che è quella di far vedere qualcosa, ma ne ha anche una esplicativa, cioè di chiarire e mettere in fila i fatti. Per questo, io dico sempre che bisogna prima pensare per immagini poi per contenuti. L’immagine non può essere un corredo, ma è la forma espressiva del mezzo televisivo e comanda.

Alessio Lasta è tra i super gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi. Scopri il programma e gli altri ospiti della masterclass

Questo vale in tutti i contesti?

Dai miei servizi deve uscire qualcosa che emozioni, che coinvolga, in cui il pubblico possa identificarsi ma anche qualcosa che spieghi. Emozione, coinvolgimento, identificazione e spiegazione di un fenomeno: tutti questi quattro aspetti fanno parte del mio modo di fare giornalismo. Sia quando mi occupo del Covid che degli sprechi della politica.

O quando l’anno scorso hai raccontato le prime fasi della guerra in Ucraina.

Quando sono stato a Irpin, il mio scopo era fare vedere allo spettatore cosa era veramente la guerra, da vicino. E soprattutto in quel contesto, la potenza dell’audio, del video e la forza delle immagini difficili unite all’emozione del giornalista sono un mezzo per raccontare importante, ma non devono mai sconfinare nel protagonismo. Un pezzo anemico a me non piace perché non aggiunge nulla, però l’aspetto emotivo non può soverchiare la narrazione.

Spesso ti occupi di politica. I giornalisti dovrebbero essere super partes, ma hanno comunque le proprie idee. Come si riesce ad essere imparziali?

Non ho mai creduto al giornalismo imparziale e che non si schiera. È impossibile. Come diceva un grande inviato del Corriere della Sera, Ettore Mo: “Un racconto senza aggettivi non è mai riuscito a nessuno”. Io non mi sono mai né schierato, né messo alla coda di qualche potente. Oggi si direbbe che sono fluido: mi piacciono molte cose del centrosinistra, altre del centrodestra e del mondo cattolico, da cui provengo. Non sono vicino ad alcun partito, ma anche nel giornalista che si occupa di politica ci può essere una presa di posizione, senza che questo infici l’autorevolezza e l’imparzialità del racconto. Quando incontro il politico di turno che non ha fatto quello per cui i cittadini lo hanno eletto, e mi è capitato tantissime volte, mi schiero sempre dalla parte dei cittadini: questo non significa violare l’imparzialità richiesta al giornalista.

Qualche aneddoto che mi puoi raccontare in merito?

Non citerò il nome per carità di patria, ma si tratta di un politico importante, di qualche legislatura fa, a cui ho chiesto perché era favorevole alla reintroduzione del finanziamento pubblico ai partiti. L’avevo contattato moltissime volte e mi aveva dato la sua disponibilità per l’intervista, poi ogni volta non si era presentato. Quindi, mi sono messo fuori da Montecitorio, l’ho chiamato dicendogli se potevamo incontrarci per l’ora di pranzo e mi ha risposto che si trovava in Toscana. Peccato che, appena appeso il telefono, me lo sono trovato di fronte, fuori da Montecitorio. In quel momento il giornalista è legittimato a schierarsi perché è stato preso in giro, e in qualche maniera con lui è stato preso in giro anche il pubblico.

E in quel caso come si gestisce il confronto con il politico da torchiare?

Credo che la stella polare sia l’argomento che ti guida, come in ogni inchiesta. Se hai dalla tua la forza delle domande, allora puoi affrontare qualsiasi politico, di qualsiasi colore, soprattutto se non frequenti i politici al di là del tuo lavoro e non diventi una specie di loro sodale, cosa terribile per il giornalista. Se hai questa libertà, di cui mi pregio, allora puoi fare tutte le domande che vuoi a tutti i politici in maniera imparziale. E il confronto si gestisce con l’onestà, la forza delle tue domande, anche le più irriverenti, e la preparazione. Poi, se serve, bisogna avere l’onestà intellettuale di rinegoziare il proprio punto di vista acquisendo elementi anche dalla fonte politica. Che è giusto sentire non solo per torchiarla, ma anche per avere delle informazioni.

Ti è mai stato chiesto, da parte di una redazione per cui lavoravi, di mollare o ammorbidire i toni di un’inchiesta per motivi di partigianeria politica?

Ti stupirò, ma non mi è mai stato chiesto. Anche perché io mi sono occupato di politica limitatamente agli sprechi e alle condizioni di ricaduta sulla vita dei cittadini. Non ho mai seguito la politica di palazzo e posso dire che mi sono sempre sentito libero di realizzare ogni mio servizio, senza aver mai subito pressioni, né condizionamenti. A me interessa torchiare il politico nel momento in cui non ottempera agli impegni presi con i cittadini, mettendolo di fronte a dichiarazioni e promesse fatte, e poi non rispettate.

Quanto le inchieste sul malaffare della politica, secondo te, possono poi avere un impatto sull’opinione pubblica e condizionare il consenso?

Io credo molto nel giornalismo militante, nel senso più alto del termine. Credo in un giornalismo che non ha paura di mettere a nudo il re, di andare a fondo, anche quando questo comporta dei sacrifici, dallo studio delle carte al recuperare documenti che di solito non ci vengono messi a disposizione. Un’inchiesta sul malaffare ha senso non solo andando a prendere il politico per metterlo di fronte alle sue responsabilità. Ha senso quando raccogliamo anche altri elementi, facendo quello che Falcone chiamava “follow the money”, cioè seguire il denaro. Così, credo che il giornalismo possa cambiare l’opinione pubblica, non per condizionarne il consenso, ma per rendere note cose che il pubblico non conosceva, realizzando appieno la suo sua ragione d’essere. Un’inchiesta fatta bene non mira a colpire come grimaldello una parte politica. Il giornalismo deve essere il grimaldello del pubblico, dei cittadini. La forza della denuncia giornalistica sta nella misura razionale e ponderata dell’analisi. Se perdiamo di vista la forza del dato di realtà e diventiamo grancassa di una parte politica non facciamo un servizio di informazione, ma rompiamo, com’è successo, il patto sociale con il pubblico. Che poi non ce lo perdona. E recuperare questo patto sociale è la vera sfida del giornalismo di oggi.

Così rendo il lato oscuro della mente alla portata di tutti”. Martina Piumatti il 20 Marzo 2023 su Inside Over.

Le varie sfumature del noir da sempre affascinano e catalizzano l’attenzione dell’opinione pubblica. Omicidi efferati, crimini seriali, delitti irrisolti: il lato oscuro della mente umana ‘tira’ e continua a macinare ascolti record. Non soltanto in tv, ma anche attraverso i nuovi format di informazione a tema, dai podcast ai canali social di esperti o sedicenti tali. Con il rischio che, in assenza di competenze specifiche, lo scopo informativo scada in criminologia spicciola. Anna Vagli – criminologa forense, giornalista, editorialista di crimine per Fanpage e Nanopress e tra i docenti della masterclass di video giornalismo investigativo organizzata da The Newsroom Academy e tenuta da Alessandro Politi – ci ha spiegato come si rendono “gli angoli più bui della psiche umana” alla portata di tutti, senza cadere in pericolose banalizzazioni del male.

Quali insegnamenti della criminologia ti sono serviti di più nel fare la giornalista?

Sicuramente le conoscenze investigative e quelle legate all’intuito. Insomma, applico la professione, con tutti i limiti che ovviamente ci sono, ai casi che ricostruisco nei miei editoriali. Molto spesso utilizzo anche le mie conoscenze in tema di linguaggio del corpo. Dopo essermi certificata come analista comportamentale, spesso analizzo le interviste per carpire gli stati d’animo, e gli eventuali segni della menzogna, dei personaggi di volta in volta coinvolti.

Come si rende il lato oscuro, e complesso, della mente umana alla portata di tutti?

Di per sé il male affascina e attira. Il segreto sta nel cercare di spiegare nella maniera più lineare possibili i concetti appresi in anni di studi.

Perché i casi di cronaca nera ‘tirano’ così tanto in tv, e anche in formato podcast, ma meno sul web?

In generale, penso che la cronaca nera attiri in ogni sua sfaccettatura. Siamo affascinati dal male perché ci porta ad interfacciarsi con gli angoli più bui della psiche. Quindi, penso che il pubblico ne fruisca con ogni mezzo.

Anna Vagli

Anna Vagli è tra i super gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi.

Spesso, però, capita che nei programmi televisivi si degeneri in criminologia spicciola. Quando la tv esagera?

La tv esagera quando anche chi non ha specifiche competenze si diletta in ricostruzioni azzardate. Il confine è labile e passano messaggi sbagliati. Non ci si può improvvisare detective! MARTINA PIUMATTI

Vi spiego perché nelle inchieste serve il metodo d’assalto” Martina Piumatti il 17 Marzo 2023 su Inside Over

Nel mirino per il “metodo d’assalto”, criticate per lo stile imboscata, a volte snobbate per quell’eccesso di spettacolarizzazione che potrebbe trasformere l’inchiesta in mero show. Le Iene sono un programma di giornalismo investigativo sui generis. Che piace e fa discutere. Filippo Roma – inviato e conduttore de Le Iene, tra i super ospiti della masterclass di The Newsroom Academy di video giornalismo investigativo diretta da Alessandro Politi e organizzata da Il Giornale e InsideOver – ci ha spiegato perché l’elemento spettacolo e il taglio irriverente sono la chiave del successo e della riuscita del programma.

Cosa rispondi a chi accusa Le Iene di trasformare il giornalismo in spettacolo?

Ma è esattamente quello che facciamo. La caratteristica de Le Iene è che le nostre inchieste sono anche spettacolo: è il tratto che distingue il nostro programma rispetto ad altri. Dentro le inchieste de Le iene c’è lo show, c’è l’action, c’è quello che reagisce male, rincorre l’inviato e poi lo mena…e questo è spettacolo! Poi, c’è anche il tratto ironico da parte dell’inviato, che crea a sua volta spettacolo. Sono tutte caratteristiche tipiche del nostro modo di fare giornalismo. Io, anche quando faccio le inchieste più serie e giornalisticamente rilevanti, cerco sempre di introdurre elementi di show, perché sono essenziali per tenere lo spettatore agganciato all’inchiesta. Quindi, il nostro è un giornalismo spettacolo, dove il termine spettacolo non deve essere considerato negativamente, ma come un punto di forza.

Spesso siete nel mirino anche per il vostro “metodo d’assalto”. Lo rivendichi o qualche volta pensi di aver esagerato?

Lo rivendico fortemente. Se non usassimo questo che viene definito forse un po’ impropriamente “metodo d’assalto”, ma che più che altro è un’intervista a sorpresa, non potremmo mai mandare in onda i servizi. Perché io non potrei chiamare al telefono il politico o il truffatore di turno per chiedergli se mi riceve. Chiunque viene contattato da noi sa che dovrà ricevere delle domande molto scomode, quindi nessuno, di certo, ti mette tappeti rossi o ti offre il tè. Al fine della realizzazione dei nostri servizi, il cosiddetto “metodo d’assalto” è essenziale, e tra l’altro viene usato anche da importanti giornalisti internazionali come Michael Moore, noto per utilizzare il “metodo d’assalto” e le imboscate quando realizza i suoi documentari.

Filippo Roma è tra i super gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi. Ci spiegherà come crearsi uno stile personale per fare giornalismo in tv. Scopri il programma e gli altri ospiti della masterclass

Un esempio in cui è stato decisivo e uno in cui, forse, si poteva evitare.

Non si può mai evitare. Perché se vuoi raccontare pienamente una vicenda, tu non puoi altro che cogliere i protagonisti di quella vicenda di sorpresa: è una cosa a cui non puoi rinunciare! Non c’è mai stato un caso in cui mi sono detto: “Forse era meglio evitare”. L’imboscata è sempre necessaria.

Mentre l’editoria fatica, in tv sembra esserci ancora margine per fare questo mestiere. Quanto conta lo stile personale, trovare una propria cifra di raccontare i fatti per “sfondare”?

Lo stile è tutto. In televisione la cifra personale è tutto, perché non è il cinema, dove conta la capacità attoriale. Un attore deve uscire da se stesso e rappresentare un personaggio, mentre chi fa televisione deve coincidere completamente con quello che è. E più il tratto è originale, divertente, ironico, interessante e perspicace, più quel personaggio avrà successo.

Che consigli daresti a chi pensa di provarci oggi?

Il consiglio che do a un giovane che intende intraprendere la carriera televisiva, anche nell’ambito del giornalismo investigativo, è quello di essere se stesso, totalmente se stesso, anche con i propri difetti e le proprie “sporcature”. Perché solo se sei completamente te stesso, vero con te stesso, allora sarai vero anche per il pubblico.

MARTINA PIUMATTI

"Storie, talento e insidie: ecco la "guida" per fotoreporter nell’era dei social". Trovare una propria storia da raccontare, qualcuno che ci creda, promuoverla bene, puntando su qualità e formazione. Ecco la chiave per fare il fotoreporter. Martina Piumatti il 17 Marzo 2023 su Il Giornale.

Oggi tutti fanno foto, le postano sui social e hanno una visibilità istantanea anni fa inimmaginabile. È più facile sfondare, ma la concorrenza è enorme. E a farcela non sempre è chi ha più talento. Valentina Tamborra - fotografa e giornalista, che si occupa principalmente di reportage e di ritratto - ci ha spiegato qual è la chiave per fare la differenza nell’era del successo a portata di click.

Nei tuoi ultimi reportage per InsideOver racconti le popolazioni artiche. Perché la storia di quei popoli lontani e antichi, in realtà, ci riguarda?

"In questo momento l’Artico è sotto i riflettori e tutti ne parlano. Quando ho iniziato a lavorarci, si cominciava a intuire che laggiù, in quel mondo così lontano stava accadendo qualcosa che ci avrebbe toccati tutti, perché l’Artico è il luogo dove il cambiamento climatico è maggiormente visibile. Quello che voglio fare è raccontarne l’identità attraverso chi lo popola. Nei miei reportage lavoro sulla memoria e sull’identità, che quando si parla di popoli di confine sono molto più difficili da ricordare, da trattenere. Io credo, invece, sia molto importante tenerne traccia perché sono vite, storie umane che ci riguardano tutti. I Sami, la popolazione nativa del Nord Europa a cui ho dedicato il mio ultimo lavoro, sono un popolo che ha lottato per vivere, per sopravvivere e per mantenere la propria identità, prima minacciata dai nazionalismi e poi dal cambiamento climatico. E questo ci riguarda, perché tutti noi lottiamo per salvare ciò in cui crediamo, la nostra memoria, le nostre tradizioni, la nostra realtà. Quando difendiamo la memoria di un popolo, in realtà stiamo difendendo il mondo stesso. In questo senso, non c’è alcuna storia che non meriti di essere raccontata e che non ci riguardi".

A breve il terzo capitolo Ahkát - Terra Madre, dedicato ai Sami, verrà condensato in una mostra durante il Festival fotografico europeo. Come si traduce un lavoro ampio in un percorso senza sacrificarne il senso?

"La mostra che si terrà a Malpensa Terminal 1 a partire dal 18 aprile al 30 giugno sarà un’anteprima nazionale, e ringrazio Luciano Bolzoni, Sea aeroporti e il curatore Claudio Argentiero per l'opportunità. Proprio perché è un’anteprima, scegliere come raccontare le immagini è un passaggio ancora più complesso. Che affronto insieme al mio fotoeditor Giuseppe Creti, che lavora con me dalla mia prima mostra. Insieme scegliamo le immagini e il percorso narrativo. L’editing è un momento delicato, quasi, passami il termine, una religione, perché bisogna arrivare all’osso della questione senza perdere il focus. Cosa che si riesce a fare trovando il giusto mix tra il racconto del luogo, dei soggetti e delle persone più rappresentative, quelle che in qualche modo incarnano il senso di tutto il lavoro. Serve un continuo confronto, prima di tutto con se stessi e poi con il proprio fotoeditor, che a volte ha quel ruolo terribile del dire: “Sì tutto bello, ma in questa foto non si vede”. Da lì, poi, nascono quelle discussioni infinite che, però, sono costruttive, perché si impara sempre qualcosa. Per me ogni lavoro si può fare perché ci confrontiamo con l’altro, e forse il reportage è fra tutti i generi quello più collettivo. Senza l’altro, dove l’altro è il soggetto, il luogo, il fotoeditor, l’editore chi crede in te, non puoi fare proprio niente".

A proposito, hai potuto realizzare Terra Madre anche grazie al sostegno di InsideOver. Quanto conta, oggi, avere qualcuno che creda in te per produrre lavori in grado di arrivare?

"Avere qualcuno che crede in te è fondamentale. Aiuta ad attivare quel confronto costruttivo di cui parlavo prima. Serve a incontrare persone che credono nel tuo lavoro, ma anche a volte lo mettono in dubbio, sempre in maniera funzionale alla tua crescita personale e professionale. Per questo ringrazio immensamente InsideOver che ha creduto nel mio lavoro e ha contribuito a far sì che io potessi farlo. Chiunque voglia fare questo mestiere dovrebbe mettere in piedi un progetto sensato e portarlo in un posto così, dove c’è gente capace di ascoltare e di comprendere quando quel progetto può avere le gambe, dando i consigli giusti per migliorarlo. Chi dice che il reportage è morto sbaglia. Bisogna solo imparare a muoversi in modo nuovo rispetto a prima. Se si sa scrivere i progetti, si sta attenti ai bandi e ci si affida a realtà come InsideOver, questo lavoro si riesce a farlo".

Però, serve anche avere uno spazio per pubblicare e farsi conoscere. E se chi crede in te è anche una redazione cosa cambia?

"Avere una redazione che crede in te è una cosa meravigliosa perché comunque sai già che il tuo lavoro verrà pubblicato su una testata seria e autorevole, avrà una grande visibilità. Poi, nel caso di InsideOver, sia in italiano che in inglese e con più canali, dal testo alla foto, al video. Certo, ci sono anche altri mezzi, come le mostre, le pubblicazioni, ma per un reporter avere una relazione che crede in te è uno stimolo e un aiuto enorme".

Per promuoversi oltre agli spazi classici, dai mezzi d’informazione ai siti fisici di esposizione, ci sono i social. Tu che rapporto hai?

"I social sono strumento importantissimo, ma da maneggiare con cura. Poi, c’è una differenza tra chi nasce con i social e chi invece ci arriva dopo. Le nuove generazioni, che già li utilizzano da subito, conoscono dinamiche, trucchi, trucchetti. E quindi per loro è più semplice. Ai fini di una diffusione del proprio lavoro e della propria autorialità, al reporter viene richiesto sempre più di non stare soltanto dietro la fotocamera ma anche davanti. Oltre che di fare talk, convegni, apparizioni. I social fanno parte di questa grande macchina il cui scopo è quello di promuovere il proprio lavoro. Avere un social media manager sarebbe la scelta migliore, anche se non sempre sostenibile economicamente. Comunque, se bene utilizzati i social possono fare la differenza".

Ma sono anche un’arma a doppio taglio. Sui social spesso vince chi è più bravo a promuoversi invece di chi ha più talento?

"Sapersi promuovere, fare marketing è fondamentale per tutti i mestieri, non solo per fare il fotografo. E saperlo fare è un talento. Però, credo che se chi è più bravo a promuoversi sui social vince, bisogna andare poi a vedere cosa fa nella pratica. Per esempio, se vedo che un fotografo ha un milione di follower e se ne cerco i lavori non trovo né pubblicazioni di carattere giornalistico, né mostre o libri, allora si deve accendere un campanello d’allarme su quale sia realmente il lavoro di questa persona. Ci sono i creator digitali che producono contenuti interessanti, belli e che, però, non sono in grado di raccontare una storia come farebbe un reporter. Si tratta proprio di un altro tipo di figura. Alla fine, credo che vinca chi ha più qualità, chi produce un lavoro capace di lasciare il segno. Per cui il social è uno strumento utile se dietro c’è qualità, altrimenti prima o poi si finirà nel dimenticatoio".

Oggi tutti fanno foto e le postano, avendo potenzialmente una visibilità anni fa inimmaginabile, ma la concorrenza è enorme. La chiave per farcela?

"Avere qualcosa da dire, da raccontare. E non è banale, perché la cosa più difficile per un autore è trovare un proprio tema, una propria grande storia da raccontare che finirà per essere riportata e declinata in ogni suo lavoro, in tutte le storie che andrà a raccogliere, determinandone in qualche modo l’identità. Solo quando trovi il tuo modo di raccontare, il tuo lavoro imbocca la giusta direzione. Io l’ho trovato anni fa nel confine, nelle storie di confine. E questa visione ha guidato e guida tuttora il mio lavoro".

E quanto serve la formazione per trovare la “propria storia da raccontare”?

"Credo che per chi vuole fare questo mestiere una guida sia fondamentale. Serve per trovare una direzione chiara e per non inciampare in quei piccoli tranelli dettati dall’inesperienza, in cui si cadrebbe se si facesse tutto da soli. Questo non significa che senza una scuola non si possa arrivare, ma ci vuole più tempo. Perché il confronto con i docenti e con gli altri che studiano con te ti permette di arrivare prima. Poi, ovvio, è necessario che gli insegnanti e i corsi siano di qualità. Oggi le proposte sono tantissime, io consiglio sempre di scegliere dei professionisti che più si avvicinano a quello che si vuole fare".

Oltre a fare reportage, sei specializzata in ritratti. Se dovessi fermare solo in uno scatto il mondo attuale, che soggetto sceglieresti?

"Io sono curiosa del mondo intero, con tutte le sue infinite fratture e attriti, noi tutti siamo delle millefoglie. Invece di scegliere una soggetto, mi piacerebbe un giorno uscire in strada e fare un ritratto a tutte quelle persone, quelle realtà da cui i più distolgono lo sguardo. Per me questo è avere coraggio: non distogliere lo sguardo".

"Ecco come gestisco la paura sotto le bombe in Ucraina". Daniele Piervincenzi giornalista, inviato di guerra in Ucraina e conduttore tv su Rai, Nove e La7 e tra i super gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta racconta come usare la paura in contesti difficili. Martina Piumatti il 15 Marzo 2023 su Il Giornale.

Paura di fidarsi delle fonti sbagliate, paura delle conseguenze di dare fastidio a persone senza scrupoli, paura che una pista diventi una trappola senza via d’uscita. La gestione della paura è vitale per il giornalista d’inchiesta che opera in contesti ad alto tasso di rischio. Ne abbiamo parlato con Daniele Piervincenzi - giornalista d’inchiesta, inviato di guerra in Ucraina e conduttore tv su Rai, Nove e La7 e tra i super ospiti della masterclass in video giornalismo investigativo di The Newsroom Academy - che ci ha spiegato perché la paura “deve esserci e va sempre ascoltata”, se non si vuol fare una brutta fine.

Dalla criminalità organizzata alla guerra in Ucraina. Di contesti rischiosi ne hai affrontati tanti. Qual è quello più complicato da gestire?

Sono due ambiti entrambi delicati ma molto diversi fra loro. Durante l’invasione russa dell’Ucraina ho raccontato spesso la linea del fronte. Cercando di seguire lo sviluppo strategico del conflitto come focus generale, ma concentrandomi nel racconto delle persone, civili e militari che da questo conflitto venivano investite. Per avere un margine di sicurezza in luoghi spesso contesi dai due eserciti ho dovuto studiare le caratteristiche degli armamenti, soprattutto quelli d’artiglieria e il loro utilizzo. Riconoscere i colpi e ciò che ti succede intorno può salvarti la vita. Sentire l’odore di polvere da sparo, capire se un colpo sta arrivando o è in partenza. Intuire attraverso i movimenti delle truppe se è un buon momento per avvicinarsi o è arrivata l’ora di scappare.

E, invece, quando indaghi sulla criminalità organizzata?

Nel racconto delle mafie nostrane, per quanto delicato, è vitale incontrare le persone coinvolte, siano esse vittime o aguzzìni. Il confronto diretto, quando possibile, non va evitato. Questo espone a dei rischi, ma è una grande opportunità per far emergere ciò che realmente la mafia rappresenta.

In guerra, spesso si confondono i confini tra verità e propaganda. Come ci si muove nella “fog of war” per mettere in fila i fatti?

La prima cosa di cui ci siamo accorti in Ucraina dall’inizio dell invasione era che i conti non tornavano…la propaganda russa è talmente affettata che anche una persona di media intelligenza è in grado di decifrarla. Tuttavia anche dal lato ucraino non mancano tentativi spesso scomposti di proporre una verità alternativa.

Daniele Piervincenzi è tra i super gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi. Dalla guerra in Ucraina alla criminalità organizzata, ci spiegherà come lavorare in contesti estremi. Scopri il programma e gli altri ospiti della masterclass

Tipo?

Faccio un esempio, a marzo durante la battaglia alle porte di Mykolaiv, i russi lanciarono all’alba un missile ipersonico Kalibr su una caserma di marines. Dentro dormivano almeno 500 persone, fui tra i primi ad arrivare. I soccorsi passarono tutto il giorno ad estrarre corpi. Io contai un solo sopravvissuto, mentre i cadaveri o ciò che ne rimaneva erano centinaia. Il comunicato ufficiale ucraino dichiarò 80 caduti. In verità ce n’erano almeno cinque volte tanti. Ho imparato quindi a riportare solo ciò che vedo. Le informazioni dei russi e degli ucraini sono infarcite di propaganda e quindi non utilizzabili.

Ti è capitato di fidarti della fonte sbagliata o di trovarti in una situazione di rischio non calcolato?

Se credessi ad ogni fonte sarei un pessimo giornalista. Alcune sono squinternati o gran perdite di tempo, anzi, la maggior parte purtroppo. Di tanto in tanto però, capita di incontrare una fonte autentica. In quel caso sono pronto a difenderla fin dove la legge me lo consente. La sensibilità e l’esperienza mi suggeriscono come interagire e come mettere alla prova la fonte. Se la giudico non affidabile non la incontro mai più. Spesso sono spie del nemico, avvelenatori di pozzi. Imbastardiscono il lavoro giornalistico.

Ma i millantatori sono soltanto uno dei tanti pericoli con cui il reporter deve fare i conti. Come si gestisce la paura rimanendo lucidi ed evitando di fare una brutta fine?

La paura quando si affrontano certi contesti è un aspetto determinante. Deve esserci e deve essere ascoltata. Unita alla lucidità e alla capacità di analisi della situazione, diventa uno strumento prezioso. Diffido da chi sembra senza paura. O è un bugiardo o uno con poco sale in zucca. In entrambi i casi prendo distanza. Io ho paura e me ne ricordo costantemente. Supero la paura per raggiungere un momento di verità, ma se non ci sono le condizioni riesco ancora a girare i tacchi.

Da una penna rubata a Hell's Kitchen all'insediamento di Elsin a Mosca - la vita di un corrispondente. Enrico Franceschini, storico corrispondente di La Repubblica, racconta nella sua autobiografia la realtà del lavoro del corrispondente (di guerra) e l'evoluzione che lui ha vissuto, in pari passo a quella del mondo del giornalismo. Antonella Zangaro il 15 Marzo 2023 su Il Giornale.

Non si tratta proprio di girare il mondo gratis, quanto piuttosto di viverlo, comprenderlo e saperlo raccontare mettendo tutto in nota spese. Però questo (“Come girare il mondo gratis”) è il titolo che è stato ritenuto più adatto a sintetizzare l’ultimo libro, una autobiografia di Enrico Franceschini, storico corrispondente per la Repubblica che in 287 pagine ti fa ridere, piangere, arrabbiare, mentre raccoglie memorie, aneddoti e scenari geopolitici trascritti e spediti in redazione dal telex al web.

Il lavoro del corrispondente è fatto di colpi di fortuna e di audacia, perseveranza e, nel caso di Franceschini, quel tanto di disincanto che serve prima a raccontare di essersi nascosti, dove possibile, per schivare i colpi di mitragliatrice dei guerriglieri del Fronte Nazionale di Liberazione del Salvador e poi ad accompagnare Fellini e la moglie al taxi dopo una festa nella Trump Tower.

La guerra civile nel vicino Salvador si inasprisce e da Guatemala City la Quotidiani Associati ci spedisce lì. Il Salvador non è molto diverso dal Guatemala: città coloniali, vegetazione tropicale, umidità spaventosa. In mancanza di un golpe e della legge marziale che di solito lo accompagna, è tuttavia più semplice imbattersi nei guerriglieri, che compiono raid nei dintorni della capitale con spregiudicato coraggio. Appartengono al Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Martí: Gianfranco mi fotografa nascosto fra i cespugli con il taccuino in mano, accanto ai compañeros con il fucile spianato. Siamo in loro compagnia in un villaggio quando le forze speciali dell’esercito conducono un attacco a sorpresa: i guerriglieri spariscono in un attimo, i contadini si rifugiano nelle loro capanne, il mio fotografo e io facciamo altrettanto, nascondendoci ventre a terra sotto il tavolo di una baracca. Mentre i militari setacciano l’abitato casa per casa infilando il mitra dalla porta, faccio cenno ai bambini che condividono con me il povero rifugio di non piangere per non attirare l’attenzione dei soldati. Più tardi, sulla strada per la capitale San Salvador, a un posto di blocco dell’esercito incontriamo di nuovo alcuni dei guerriglieri con i quali avevamo trascorso la giornata: morti ammazzati, dentro un camion pieno di cadaveri. È il mio primo servizio da «corrispondente di guerra», una definizione con qualcosa di epico, in cui stento a ritrovarmi.”

In questo libro che va giù davvero in fretta, si sfogliano 40 anni di carriera raccontati con l’innocenza di un Forrest Gump, dalla scrittura svelta e ironica, che tenta di fare credere a chi legge di essere capitato di fronte ai grandi della terra perché un bizzarro gioco dei quattro cantoni ce lo aveva messo, mentre lui voleva solo parlare di basket a Bologna.

Naturalmente non è andata così e non è così che si costruisce una carriera di corrispondente di guerra come la sua, passata dai fronti più pericolosi del Sud America e della striscia di Gaza, ai disastri come il drammatico terremoto di città del Messico per poi trascorrere i gelidi inverni dei poeti russi in un paese in cerca della trasparenza della perestrojka di Mikhail Gorbaciov che faceva i conti con la fine del comunismo e il successivo passaggio di consegne da Elsin a Putin.

L’edificio in cui vivrò appartiene all’Updk, il dipartimento del ministero degli Esteri sovietico che si occupa degli stranieri autorizzati a risiedere in Russia: ci abitano dunque soltanto giornalisti, diplomatici, uomini d’affari. L’Updk fornisce abitazioni, uffici e personale: compresa la cameriera che faceva le pulizie a casa di Ezio e le farà a me, l’autista Serioza che mi è venuto a prendere in aeroporto, gli interpreti. Un modo di tenerci sotto controllo. Tutta questa gente deve stilare rapporti settimanali su di noi: chi abbiamo visto, dove siamo stati, cosa diciamo. Un colossale apparato spionistico, a cui si aggiungono probabilmente le cimici-spia nei telefoni o tra le pareti di casa. Ma i tempi sono cambiati. Il comunismo non è più così rigido. La paura che lo faceva funzionare all’epoca di Stalin è finita da un pezzo, rimpiazzata da una leggera incertezza. La cameriera, l’autista, l’interprete, fanno rapporto ai loro superiori, ma giusto per scrivere qualcosa: ormai non sono più vere spie, mi spiega Ezio (Ezio Mauro ndr), non gliene frega niente di spifferare dove andiamo e chi incontriamo. La perestrojka di Gorbaciov ha liberalizzato il sistema. Ma a pianterreno, in una guardiola, c’è 24 ore su 24 un poliziotto che controlla chi entra e chi esce: soprattutto per evitare che cittadini russi frequentino stranieri e magari possano mettersi al loro servizio, diventare spie.”

Gli anni della giovinezza, guardano ad un’America che sembra un film negli anni di Reagan e dei sogni che portano Bruce Willis dal servire caffè al baretto sotto casa di Franceschini, a Hollywood e quest’ultimo da spedire articoletti di sport in buste affrancate all’Italia, ad un contratto con La Repubblica. C’è sacrificio, c’è tanta fortuna e l’ingrediente che fa decollare una carriera: trovarsi nel posto giusto al momento giusto senza mai mollare.

Da una biro rubata al market di Hell’s Kitchen a poco più di 20 anni, perché senza un soldo, a quella “regalata” al poliziotto russo per passare la dogana cambia un mondo e cambia il giornalismo. Negli strumenti ma non nella passione che spinge ad imparare a decodificare il linguaggio di culture lontane e in ebollizione, incastrando la costante ricerca, sul campo, di una notizia con il fuso orario della redazione e della concorrenza.

Noi corrispondenti viaggiamo come trottole da un capo all’altro dell’impero, da Vilnius a Riga, da Riga a Tallin, da Tallin a Tbilisi, da Tbilisi a Erevan, da Erevan a Samarcanda, da Samarcanda a Leningrado, da Leningrado alla Siberia, per descrivere il disfacimento dell’Urss. Ovunque scoppia un focolaio di rivolta, seguito da un sussulto di repressione dell’Armata Rossa, con sangue, morti, barricate, arriva il nostro gruppo di giornalisti italiani e quello più ampio dei giornalisti stranieri.”

Le regole del gioco, i no che non si possono dire quando descrivere cosa succede davvero a certe latitudini è più forte del desiderio di tornare a casa e il brivido di uno scoop o un buco dato all’avversario fanno scorrere l’adrenalina che porta fin dentro ai fortini occupati dai ribelli o ai bunker dei capi in fuga.

Israele manda i carri armati fino a Ramallah, capitale provvisoria dell’Autonomia Palestinese, cioè dei territori in cui i palestinesi si autogovernano, come previsto dagli accordi di pace mai portati a termine. Vengo richiamato da una breve vacanza in Italia: è la seconda volta che succede nella mia carriera, la prima è stata per il golpe d’agosto contro Gorbaciov. Al giornale si pensa che l’attacco israeliano andrà fino in fondo, che Arafat verrà arrestato o addirittura ucciso. Durante il lungo assedio, provo a intervistarlo con l’aiuto di uno stringer palestinese, come si chiamano in gergo i collaboratori locali. «Devi venire a Ramallah e aspettare che Arafat ti convochi», mi dice lo stringer. Nella città presidiata dai carri armati israeliani vige il coprifuoco dal tramonto all’alba. Prendo una stanza in un piccolo albergo, di cui sono l’unico cliente. E aspetto. Un giorno. Due giorni. Tre. Cinque. Una settimana. Non ricevo più i giornali. Mi sento tagliato fuori dal mondo, anch’io prigioniero dell’assedio israeliano. Inganno il tempo buttando giù la prima bozza di un romanzo a cui penso da un po’. Finché una notte alle tre arriva la telefonata del mio collaboratore palestinese: «Il presidente ti attende»."

C’è anche Londra e la storia recente della Brexit e della monarchia da rotocalchi, ma soprattutto ci sono gli strumenti del mestiere per chi oggi sogna una carriera simile perché, soprattutto all’estero, i giornali che ancora comprendono il valore di un corrispondente in loco e ci investono ci sono, mentre sono rarissimi e lodevoli i pochi rimasti in Italia, dove si legge poco, si scopiazza tanto e si inventa troppo.

"Vi dico qual è la linea rossa che il giornalista non deve oltrepassare". Gianluigi Nuzzi è tra i super gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi, racconta i rischi e i meccanismi dietro al lavoro del giornalista d'inchiesta. Martina Piumatti il 14 Marzo 2023 su Il Giornale.

Un’azione comporta sempre una reazione. Soprattutto se si indaga in contesti delicati, dove in ballo ci sono gli interessi occulti dei cosiddetti “poteri forti”. Ostacoli, ritorsioni, pressioni, minacce più o meno velate, azioni giudiziarie sono solo alcuni dei contraccolpi che il giornalista investigativo deve mettere in conto. Fa parte del mestiere. Ne abbiamo parlato con Gianluigi Nuzzi - giornalista, saggista, conduttore di Quarto grado, autore di numerose e importanti inchieste e tra i super ospiti della masterclass di The Newsroom Academy in video giornalismo investigativo - che ci ha spiegato quali sono le “linee rosse” da non oltrepassare, se non si vuole finire schiacciati.

Da dove nasce l’interesse per affari, crimini e segreti dei “sacri palazzi”?

L’interesse per il Vaticano è nato casualmente nel 2007-2008 quando ebbi modo, come inviato del settimanale Panorama, di entrare in possesso dell’archivio segreto di monsignor Renato Dardozzi, che, oltre a essere segretario della Pontificia accademia delle scienza, era una specie di Mr Wolf di "Pulp Fiction": aveva competenze economiche, faceva parte dei “comitati di crisi” interni al Vaticano che gestivano tutte le emergenze che potevano creare imbarazzo alla Santa Sede o potevano suscitare scandali. E da lì è nata l’idea di scrivere “Vaticano S.p.a.”. Poi, ho avuto subito la percezione che era un filone inesplorato dai giornalisti…chi per scarsa possibilità di avere delle fonti interne al Vaticano, chi perché era abituato a baciare la pantofola del potente di turno, chi per altri interessi. Sta di fatto che quel mondo era poco scandagliato, se non da parte di tutta una certa stampa anticlericale, cosa che io non sono. Quindi c’era la possibilità di approfondire, di essere un apripista, di rompere un tabù, che è la cosa più importante. Il giornalismo d’inchiesta ha successo nel momento in cui supera il perimetro della conoscenza collettiva. Il Vaticano suscita un grande interesse perché, oltre ad avere un ruolo diplomatico, politico e geopolitico rilevante, amministra i soldi dei fedeli. Ed è proprio andando a vedere come che si è aperta un’inchiesta durata una decina d’anni.

Come si indaga in un contesto così impenetrabile?

Sicuramente con l’aiuto delle fonti. Perché il Vaticano è un ambiente talmente impermeabile, poco avvezzo ai rapporti diretti con i giornalisti che, visto il Paese che eravamo e che siamo, la cosa migliore era cercare dei documenti e delle fonti che avessero un’altissima qualità e attendibilità. Altrimenti non sarei sopravvissuto.

Chi indaga sui “poteri forti” deve mettere in conto molti rischi e molti ostacoli. Quali hai incontrato?

Indagare sui sistemi di potere occulti implica sempre dei contraccolpi. Ed io li ho vissuti quasi tutti. Il più semplice è l’offensiva giudiziaria tramite querele, atti di citazione e quant’altro per impaurire il tuo editore, chiedendo grandi risarcimenti di danni. Proprio quando ero a il Giornale l’abbiamo vissuto in maniera significativa, anche se il 99% delle cause finiva in nulla, si trattava di quelle che vengono definite tecnicamente “liti temerarie”. Poi, ci sono le pressioni di tipo diverso che possono essere sul direttore, sull’editore, su te stesso che indaghi. Quando ho iniziato a occuparmi di Vaticano, tutti mi sconsigliavano di farlo, mi avvicinavano dicendomi: “Perché fai queste cose, così non farai mai carriera”. Quando su il Giornale pubblicammo delle intercettazioni riservate, venni pedinato per giorni e giorni e vennero fatte addirittura delle relazioni sui miei spostamenti.

Hai mai pensato di mollare?

Anche quando ho pubblicato un libro con un pentito di ‘ndrangheta ho avuto timore di toccare delle cose un po’ pericolose, però, non ho mai pensato di mollare. Perché se ci pensi vuol dire che hai sbagliato mestiere. Oltre ad aver subito minacce e un processo in Vaticano da cui ne sono uscito prosciolto, mi è successo anche che mi puntassero una pistola addosso. Ero in Albania durante la guerra civile e mentre ero seduto in auto un ragazzino, che avrà avuto 14-15 anni, mi ha puntato la pistola a un metro di distanza. In questo caso non ci si deve lamentare, perché se sei lì è perché ti assumi delle responsabilità, ma anche perché accetti dei rischi.

Qual è la linea rossa che consiglieresti di non oltrepassare a un aspirante giornalista investigativo?

Sono due le linee rosse: una è quella del codice e delle leggi e l’altra è avere la consapevolezza del valore della vita delle altre persone e della capacità manipolatoria che possono avere nel fabbricare notizie, documenti e falsità contro di te. Non basta fare il proprio mestiere, bisogna anche avere gli anticorpi e capire in anticipo le mosse che può fare chi è infastidito da te e che tipo di reazione può avere chi finora ha vissuto nell’assoluta impunità e indifferenza da parte degli altri.

Gianluigi Nuzzi è tra i super gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi.

Scopri il programma e gli ospiti della masterclass. Realizza la tua inchiesta con noi e pubblicala. Potrai anche proporre un'inchiesta da darti finanziare

Non mollare spesso serve per arrivare alla verità. Penso alla vicenda di Emanuela Orlandi. Quanto è servito tenere alta l’attenzione?

La pressione mediatica è fondamentale affinché si possa tenere alta l’attenzione di chi dovrebbe indagare, o di chi sa la verità e la tiene custodita nel cuore. L’attenzione dei media serve perché le cose non cadano nel dimenticatoio, provocando l’atrofizzazione di tutti gli strumenti investigativi. Per quanto riguarda le persone scomparse come Emanuela Orlandi, ma anche storie molto più eclatanti, se vogliamo, rispetto al comune sentire, e penso a Denise Pipitone, alla piccola Celentano…insomma, sono tutte storie dove ci sono mamme che aspettano la verità. Dove c’è un bisogno di verità forte bisogna sempre tenere alta l’attenzione. Poi, sono altri che conducono le inchieste, però la cosa importante è che lo facciano. Quando sento che vengono archiviate perché non si è arrivati da nessuna parte, io, ecco, questa economia della giustizia credo che sia lesiva dei diritti dell’uomo. Andassero a risparmiare su altre cose, anche sempre nel settore della giustizia…pensiamo ai tanti processi, soprattutto nel civile, che rimangono anni a bagnomaria.

Casi come quello di Emanuela Orlandi hanno risonanza internazionale e arrivano a un pubblico vastissimo. Cosa deve avere una storia per suscitare un tale interesse?

Una storia suscita interesse soprattutto quando c’è un elemento di immedesimazione, cioè quando il pubblico immagina, capisce che questa tragedia poteva capitare anche a noi. Una ragazza che va a fare un corso di musica, esce e sparisce: Emanuela poteva essere figlia di tutti. Anche la storia di Alfredino Rampi che cade nel pozzo è una storia di tutti, perché poteva succedere al figlio di chiunque che, camminando in un prato, finisse in un pozzo. Ecco, ritengo che l’immagine dell’immedesimazione sia la prima molla.

Poi, cosa si innesca?

Un’altra molla è l’indignazione, perché se una storia subisce degli insabbiamenti, dei rallentamenti, del disinteresse suscita un principio di rabbia che alimenta la notizia. Pensiamo all’omicidio di Marco Vannini: un ragazzo ammazzato da un’intera famiglia, quella dei Ciontoli, suoi prossimi congiunti se si fosse sposato con la sua fidanzata. Qui c’è un classico esempio di come l’indignazione ha trasformato il caso in una storia nazionale. Anche l’atteggiamento dei parenti è decisivo. Per esempio, il fratello di Paolo Borsellino ha avuto un ruolo importante nel portare avanti la memoria di Paolo. Anche la mamma di Marco Vannini, chiedendo giustizia come tante altre mamme, che una volta chiamavamo “mamme coraggio”, è stata sicuramente una figura fondamentale per non spegnere l’attenzione.

Certe inchieste diventano qualcosa di più che una semplice ricerca della verità. Qual è la chiave per rimanere lucidi ed attenersi ai fatti?

Per mantenere la lucidità bisogna sempre avere un contro canto, una posizione alternativa alla verità dominante. A Quarto grado, spesso, se la curatrice Siria Magri ha una posizione io, in automatico, assumo la posizione contraria. Questo perché non bisogna mai innamorarsi delle tesi più facili, più popolari, più scontate, ma bisogna sempre immaginare una verità alternativa. Se ti innamori di una tesi questa diventa la verità, e una tesi non è la verità. Poi, non credo esista una verità assoluta e comunque non spetta certo a noi indicarla. Esistono una verità processuale, una umana, una familiare…ci sono tante verità. L’importante è non abbandonarsi a una posizione precostituita che ti porti a leggere tutto in maniera univoca e unidirezionale, altrimenti rischi di fare solo un giornalismo parziale.

Una riflessione sul lavoro del corrispondente (di guerra) tra ieri e oggi. Su gentile concessione dell'autore e della casa editrice pubblichiamo qui un estratto di “Come girare il mondo gratis – un giornalista con la valigia”, il libro del giornalista Enrico Franceschini e edito da Baldini+Castoldi, in cui parla della sua esperienza da corrispondente. Enrico Franceschini il 14 Marzo 2023 su Il Giornale.

I ribelli si asserragliano nella Bielij Dom, la Casa Bianca, com’è chiamata la sede del Parlamento in riva alla Moscova. Boris Eltsin risponde facendo circondare il palazzo dai carri armati: i rivoltosi non si arrendono, il presidente ordina di aprire il fuoco. Le cannonate bucherellano la facciata candida del Parlamento come se fosse formaggio groviera. Intorno all’edificio, le barricate dell’esercito fedele a Eltsin: i golpisti sono accerchiati, chiaramente non hanno scampo. È un assedio alla russa, confusionario, poco marziale: ci sono anche civili curiosi sulle barricate. E ci sono anche i corrispondenti stranieri, compresi il mio amico Paolo del «Corriere» e io. Durante una pausa nel cannoneggiamento, una donnina che pare uscita da un romanzo di Bulgakov mette il naso fuori dalla Casa Bianca assediata, raggiunge la barricata dietro cui siamo nascosti e afferma: «I capi dei ribelli vogliono parlare con dei giornalisti stranieri! Hanno un’importante comunicazione da fare. Venite con me». Fossi matto, penso io. Ma Paolo, che fra le sue tante doti è anche di un coraggio temerario, mi strizza l’occhiolino, scavalca la barricata e segue la donna misteriosa.

Vedo aprirsi davanti a me due destini differenti: seguire Paolo, e probabilmente non tornare più indietro; oppure restare dove sono e sperare di vivere fino a una serena vecchiaia. Penso che l’offerta della misteriosa emissaria sia una trappola. E se anche non lo fosse, tra poco riprenderanno le cannonate. Ancora più delle cannonate, tuttavia, mi terrorizza la reazione del mio direttore, Eugenio Scalfari, se il giorno dopo sul «Corriere» fosse uscita l’intervista con i capi della rivolta e su «Repubblica» niente. Scalfari mi aveva telefonato poche ore prima: «Devi raccontare l’attacco al Parlamento ribelle come Indro Montanelli raccontò l’attacco dei carri armati sovietici a Budapest nel 1956 guardandolo dal tetto della casa di fronte». I carri sovietici del ’56 erano i cattivi, quelli della Mosca del 1993 sono i buoni. Ma è un dettaglio. È chiaro che il mio direttore vuole un grande pezzo su questa storia. E io ho l’occasione di scriverlo. Non posso tirarmi indietro. Tutti questi ragionamenti impiegano un nanosecondo ad attraversarmi la mente ed eccomi su per le scale di un palazzo incendiato, affumicato, cosparso di cadaveri, dietro Paolo e la latrice del messaggio. All’ultimo piano incontriamo i capi dei ribelli, Andrej Rutskoj, ex generale dei parà, in tuta mimetica e mitra a tracolla, e Ruslan Khasbulatov, in abiti civili. Sono entrambi di un pallore mortale. Rutskoj fuma nervosamente una Marlboro dietro l’altra. «Siamo pronti alla resa, ma soltanto nelle mani di una delegazione di ambasciatori stranieri», ci dice. «Se ci arrendiamo ai soldati di Eltsin, ci spareranno appena alziamo le braccia.» Faccio fretta a Paolo: non è il caso di abusare ulteriormente della fortuna. Riesco a spingerlo giù per le scale, fuori dal palazzo, in salvo. Ci guardiamo negli occhi: abbiamo uno scoop mondiale.

Estratto di “Come girare il mondo gratis – un giornalista con la valigia”. Copyright Baldini+Castoldi

"Lo stile, il format e il lavoro: vi svelo come si diventa una Iena". Marco Fubini, tra gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta, racconta i segreti dietro al longevo successo de le Iene. Martina Piumatti il 10 Marzo 2023 su Il Giornale.

Dalle grandi inchieste sul malaffare alle innumerevoli truffe smascherate, ai celebri cold case risolti: il successo de Le Iene sta tutto lì. In un format fluido, dinamico capace di adattarsi negli anni senza perdere il graffio. Ma anche in un metodo e uno stile distintivo che, se da una parte divide e fa discutere, dall’altra ha il merito di aver scardinato tutti i paradigmi di un classico programma televisivo di inchiesta. Ne abbiamo parlato con Marco Fubini, autore di numerose importanti inchieste giornalistiche andate in onda a Le Iene negli ultimi 15 anni e tra i docenti della masterclass di The Newsroom Academy di video giornalismo investigativo diretta da Alessandro Politi.

Uno dei meriti delle Iene è di sicuro aver sollevato la questione: “Bisogna per forza essere giornalisti per fare inchiesta”?

Questo è vero: ci sono molti inviati e molti autori, che pur non avendo il “tesserino” da giornalista, si occupano di inchieste a volte molto complesse. A me è successo di imbattermi in servizi che hanno richiesto moltissimo studio, fatto sia di lettura dei documenti sia di confronto con gli esperti del settore e con gli avvocati, per capire cosa è legale e cosa no. E questo vale per il nostro modo di muoverci come anche per i casi che andiamo a trattare.

Marco Fubini è tra gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi.

Scopri il programma e gli ospiti della masterclass...e fai subito la tua inchiesta!

Qual è la forza del format e qual è la chiave per adattarlo ai tempi senza perdere il graffio?

Il segreto, secondo me, è sapersi adattare ai tempi, essere fluidi, passare da un periodo in cui mandiamo solo servizi da 8-10 minuti a periodi in cui ci sono servizi che possono durare anche un’ora. Il ritmo e il montaggio dei servizi sono in continua evoluzione. Altro elemento molto importante è che i “formati” all'interno della nostra trasmissione sono tantissimi. Dall'inchiesta sulla sanità durante l'emergenza Covid, o quella sul Monte dei Paschi di Siena, alle truffe che ci hanno caratterizzato negli anni, ma anche cold case, storie, scherzi, reality e tanto altro. Insomma, con Le Iene spesso non hai bisogno di cambiare canale perché il servizio successivo è già in qualche modo un programma diverso.

Ogni grande inviato ha la sua cifra di interpretare lo “stile Iene”. Cosa si deve avere per entrare nel team?

Molta voglia di lavorare, perché da noi si lavora davvero tantissimo in termini di ore e di giorni. Raramente durante le dirette abbiamo giorni di pausa. Fondamentale, poi, è saper leggere il mondo con uno sguardo personale e avere la capacità di intuire dove c'è la notizia e dove no. Dove c'è una storia che tocca il cuore, dove una storia che fa ridere, dove una che fa incazzare e dove, invece, c'è da indagare per trovare una verità che non è ancora venuta fuori.

"Lavoro sul campo, studio e passione: ecco i segreti del giornalismo d’inchiesta”. Alessandro Politi, volto di Storie italiane, racconta i segreti del giornalismo d'inchiesta e il valore aggiunto del nuovo corso della Newsroom Academy. Martina Piumatti il 13 Febbraio 2023 su Il Giornale.

L’editoria è in crisi. Il mondo del giornalismo è saturo. Competitivo. A farcela sono in pochissimi. Per tutti gli altri il sogno di fare il giornalista è destinato a rimanere nel cassetto. Tutto vero. O forse no. La masterclass di The Newsroom Academy in videogiornalismo investigativo nasce dall’idea “ostinata e contraria” non solo di crederci in quel sogno, ma di realizzarlo. Come, ce l’ha spiegato il responsabile del corso Alessandro Politi - volto noto del giornalismo tv d’inchiesta undercover, inviato dal 2015 al 2021 de Le Iene e dal settembre 2021 nella squadra del programma di Rai Uno Storie Italiane - che, insieme a un gruppo di super ospiti, guiderà passo passo i venti iscritti nel giocarsi al meglio la chance unica di entrare in una grande redazione. Dalla porta principale.

Come è nata l’idea di questa masterclass?

L’idea è nata da The Newsroom Academy per dare un’opportunità a chi oggi sogna di fare questo mestiere. Perché questo lavoro bisogna viverlo come un sogno, specialmente fare l’inchiesta è, a mio avviso, il lavoro più bello del mondo. Ti permette di viaggiare, di conoscere persone, di conoscere te stesso, di aiutare il prossimo, di cambiare veramente le cose, non soltanto in piccolo ma anche in grande. Dare l’opportunità a chi oggi vuole provare a farlo è qualcosa di unico, oltre che un dono. Io non ho avuto questa chance, sono dovuto passare dalla porta di servizio e spaccarmi la schiena. Poi, piano piano grazie a Davide Parenti, ho potuto fare il mio debutto. Qui, invece, puoi debuttare subito, puoi da subito dimostrare di avere le carte giuste. Ed essere il volto, la voce che in qualche modo guida questo percorso con questi super ospiti mi onora tantissimo. Penso che chi si iscriverà sarà molto fortunato.

Sfatiamo il mito che il giornalismo investigativo si impara solo sul campo, consumando, come si dice, “le suole delle scarpe”. Perché, invece, oggi è anche la formazione a fare la differenza?

Si diventa giornalisti d’inchiesta soprattutto sul campo, capendo le situazioni, mettendosi alla prova, parlando con tutti, insomma bisogna essere dei bravi pr, specialmente io che ho fatto molto giornalismo undercover, dove, per esempio, dovevo fingermi un delinquente per infiltrarmi tra i delinquenti. Io ho imparato tutto sul campo, ma di certo quello che non si immagina è quanto studio ci sia dietro: ore e ore sulle carte, sui documenti, a studiare il codice penale, i codici di procedura penale e civile, le leggi della stampa, la deontologia. Bisogna conoscerli bene per evitare di sbagliare e incorrere in conseguenze penali e civili. L’inchiesta è un lavoro meraviglioso, ma di grande approfondimento. E chi conosce meglio, e studia meglio, alla fine fa il lavoro migliore. Poi, ovvio che serve talento, passione, sacrificio. È un mix tra esperienza sul campo ed esperienza sui libri.

Tu cosa hai studiato?

Ho studiato Giurisprudenza e ora mi sto laureando in Scienze giuridiche, criminologiche e investigative e sto finendo la mia laurea magistrale in Psicologia forense, perché penso che sia indispensabile continuare a studiare, altrimenti si avranno sempre dei grandi limiti. Il giornalista, e a maggior ragione il giornalista d’inchiesta, è un curioso che sa di non sapere e che vuole sapere sempre di più. Ma per sapere sempre di più non basta buttarsi nel fuoco. Bisogna capire che il fuoco può scottare e come imparare a non scottarsi, per arrivare a conoscere la verità che molti cercano di nasconderci.

Cosa ha in più, rispetto ai soliti corsi di giornalismo, la masterclass di The Newsroom Academy?

È una chance unica, dove puoi proporre una tua inchiesta, venire a contatto con dei super ospiti, da Parenti, Nuzzi, Brachino a Piervincenzi, Trocchia, Mondani, Gabanelli, i colleghi di Striscia la Notizia, di Porta a Porta, Piazzapulita. È davvero emozionante anche per me essere il responsabile del corso, perché stiamo parlando dei migliori giornalisti italiani d’inchiesta. Insomma, chi vuole fare questo lavoro, o già lo fa ma vuole avere delle nozioni in più, capire come funzionano la televisione, le video inchieste, ha l’opportunità di farlo con questi super esperti, per la prima volta tutti insieme. Se avessi visto un corso così, anche oggi sinceramente, mi sarei iscritto solo per il piacere di poter ascoltare come sono arrivati dove sono, come lavorano, le loro tecniche, i loro segreti. Sarò io il primo a rubare loro il mestiere. Quindi, mi metto nei panni dei nostri iscritti che hanno l’opportunità incredibile di poter parlare direttamente con loro, ed essendo solo in venti, anche di farsi conoscere, e magari approdare a Le Iene, a Report, a Piazzapulita.

Allora non è vero che in un mondo saturo di offerta e dalla competizione serratissima, fare il giornalista è un sogno destinato a rimanere nel cassetto?

Fare il giornalista, e soprattutto il giornalista d’inchiesta, è e deve essere un sogno nel cassetto. Ma da realizzare. Perché quando fai questo mestiere come qualsiasi altro vuol dire che hai sbagliato tutto. Farlo per dire “sono famoso”, “mi conoscono e guadagno tanti soldi” è sbagliato. Uno: perché non è vero che guadagni tanti soldi. Due: perché non è che il giornalista sia così amato e stimato, anzi dopo il Covid è quasi visto negativamente. Questo mestiere va fatto per gli altri, ma in primis per se stessi e non per avere un ritorno di immagine, ma perché hai qualcosa da guadagnare da un punto di vista etico, morale, sociale: ecco perché lo faccio. Questo corso per me è così importante perché mi permetterà di conoscere questi ragazzi e di trasmettergli la stessa passione che spero di trovare in loro, saranno un po’ come i miei fratelli minori o degli amici, perché quando troverò qualcuno che, a mio avviso, sarà davvero meritevole la mia missione sarà di aiutarlo ad andare avanti. Quindi, spero che gli iscritti saranno molto motivati, combattivi nel credere in questo sogno nel cassetto, che per molti rimane tale. Entrare nelle redazioni dalla porta principale è difficilissimo. Anch’io quando ero giovane ho provato in tutti modi, poi ce l’ho fatta perché sono una testa dura e non mollo mai. Questo corso permette ai neolaureati, ai neodiplomati o ai giornalisti alle prime armi di confrontarsi con i più grandi giornalisti d’inchiesta, di stare all’interno di una grande testata nazionale che gli dà l’opportunità di mettersi subito in gioco. Ora, ragazzi, tocca a voi essere pronti a coglierla per spiccare il volo.

Quanto conta “rubare” i segreti dai grandi per farcela?

Io ruberò tantissimo anche in questo corso. Come ti dicevo sarò il ventunesimo allievo, perché ascoltare questi talenti sarà anche per me un privilegio. Nel giornalismo si ruba ogni giorno, io rubo da tanti colleghi, da quello bravo, ma anche da quello scarso per imparare dagli errori che fa e poi non rifarli. Questo è un lavoro molto di situazione, non è programmabile. Tu non sai come quella persona, quel criminale, quella vittima ti risponderà, cosa farà. Quindi, ti devi preparare a mille situazioni diverse. E in un contesto così dinamico, in cui bisogna imparare ad adattarsi, rubare dagli altri è decisivo.

Hai ammesso di “rubare” un po’ da tutti, ma avrai avuto dei “maestri”?

Maestri ne ho avuti tanti, sia positivi che negativi, nel senso che alcuni mi hanno anche fatto del male. Questo è un mondo tosto, saturo dove si fa un lavoro duro che a tutti piacerebbe fare, ma che pochi sanno e vogliono veramente fare quando scoprono quanto sia stressante e faticoso, e anche invivibile. Spesso lavoro 16 ore e il mattino dopo mi devo svegliare ancora alle sette. Però mi sveglio gasato, felice: la chiave è un po’ tutta lì.

Qualcuno su tutti che è stato o è un esempio?

Prima di tutti mio padre, che è un bravissimo giornalista di cronaca nera, siciliano, che ha lavorato anche con Pippo Fava e ha scritto per tanti anni di mafia, di nera e da oltre trent’anni vive a Milano. Poi, Davide Parenti, che di fatto è il mio grande “maestro”, il mio secondo padre, una persona unica e un vero genio. Alessia Sodano perché, e non lo dico perché adesso ci lavoro insieme, è una leader incredibile, mi ha insegnato tantissimo su come si fanno le dirette e con lei è nato un rapporto di amore e di stima profonda. Marco Fubini che sarà al corso ed è un autore incredibile de Le Iene. Poi, tantissimi altri perché si impara ogni giorno e bisogna sempre avere la consapevolezza dei propri mezzi, ma anche tanta umiltà: non è una frase fatta ma la verità. Quando si comincia a credere di essere il numero uno…beh quello è il giorno in cui hai finito.

Ultima cosa: i giornalisti, soprattutto quelli del calibro degli ospiti della masterclass, sono sempre impegnatissimi. Come hai fatto a convincerli?

In realtà non li ho convinti, quando hanno capito che il mio fine era trasmettere passione, esperienza, dando un’opportunità a dei giovani o comunque a degli appassionati del nostro mondo, subito si sono tutti resi disponibili con grande gioia. E io sono molto, molto felice e grato di questo. Mi è bastato parlargli della loro passione per il mestiere, che poi è anche la mia. Perché tutte le persone che ho invitato, oltre ad essere dei professionisti esemplari e degli amici, hanno una passione per il loro lavoro incredibile: è questo il punto fondamentale. Se hai la passione, tanta passione per questo lavoro, allora hai delle chances di fare la differenza. Se non hai la passione allora è meglio che lasci perdere.

Foto che "parlano": il potere delle immagini nel giornalismo. Federico Giuliani il 7 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Perché è fondamentale scegliere con cura gli scatti con i quali accompagnare un articolo su un quotidiano o un reportage fotografico

Non tutte le immagini sono uguali. E non solo, come è ovvio, a causa dei diversi soggetti rappresentati o per via degli aspetti tecnici, quali le varie prospettive di scatto e la loro qualità. Ci sono, infatti, delle immagini più "potenti" di altre. Sono quelle immagini capaci di provocare un forte impatto visivo nell'osservatore. Che suscitano reazioni e che, al tempo stesso, alimentano discussioni su temi specifici.

È proprio per questa ragione che è fondamentale scegliere con cura gli scatti con i quali accompagnare un articolo su un quotidiano o un reportage fotografico. Non basta selezionare le immagini più riuscite e gradevoli. Le foto devono comporre una narrazione organica che sia comprensibile e fruibile agli occhi di chi osserva.

Ne abbiamo parlato con il vincitore World Press Photo 2021 Antonio Faccilongo che, con la redazione di InsideOver, è pronto a dare il via alla Masterclass di foto e videogiornalismo di InsideOver 2023 promossa da The Newsroom Academy.

Cosa intendiamo quando parliamo di “immagine dal forte impatto visivo”?

Nel mondo della sovraesposizione le immagini dal forte impatto visivo sono quelle che hanno ancora la capacità di suscitare in noi una reazione. Dal punto di vista del contenuto, sono quelle che hanno la capacità di stimolare lo spettatore, a volte sorprendendolo. Dal punto di vista stilistico, invece, sono immagini molto originali, dotate di caratteristiche uniche che suscitano una risposta in chi le guarda.

Che cosa comporta tutto questo?

Immagini del genere, come detto, stimolano il pensiero dello spettatore. Il risultato più importante che si può ottenere grazie ad un'immagine di questo tipo è quello di influenzare, appunto, il pensiero di chi osserva. Di influenzarlo ad un livello così alto da obbligare una data persona, anche quando ha finito di guardare la nostra immagine, a ragionare, a sviluppare un pensiero critico su ciò che ha appena visto e su ciò che gli abbiamo indicato.

Parliamo molto del potere delle immagini. Quando, a tuo modo di vedere, un’immagine acquista "potere" nel giornalismo?

Nel mondo del giornalismo, come spiegherò in modo molto più dettagliato e approfondito durante la Masterclass di foto e videogiornalismo di The Newsroom Academy, possiamo considerare immagini "potenti" tutte quelle immagini che hanno la capacità di sensibilizzare, di fare emergere storie prima sconosciute, di suscitare una reazione critica in chi le guarda e, last but not least, di creare un dibattito, un confronto volto alla ricerca di una soluzione.

Sarà ancora più preciso: le immagini potenti, a mio avviso, sono quelle che ancora oggi portano consapevolezza e contribuiscono a far crescere la cultura e le opinioni di una comunità. Penso alle immagini che offrono concretamente un contributo ai protagonisti della storia che vogliamo raccontare. Anche perché, attraverso la potenza delle immagini, riusciamo effettivamente a cambiare le sorti, in maniera più o meno forte, del protagonista o dei protagonisti di una data storia.

Quali sono i criteri principali per scegliere le immagini con le quali corredare i reportage?

Il criterio con cui oggi bisogna selezionare le immagini non è solo quello di filtrare le più gradevoli e riuscite dal punto di vista iconografico. Un aspetto da considerare è che l'insieme delle immagini, e la loro sequenza, vada a comporre una storia che sia comprensibile e fruibile agli occhi di chi osserva. Proprio come succede nel cinema.

Puoi spiegarci meglio questo paragone?

Trovo che il cinema e i film siano un esempio molto calzante. Hanno una forte correlazione con l'editing fotografico. Nel film vediamo svilupparsi una storia tramite immagini non fisse, ma in movimento, che compongono un'introduzione al racconto, uno sviluppo, un problema e la risoluzione finale. Allo stesso modo, anche nei nostri editing fotografici dobbiamo comporre un racconto che introduca ad una narrazione e che porti lo spettatore nelle atmosfere e nei luoghi nei quali si svolge il racconto.

Bisogna far capire qual è lo sviluppo del racconto e le sue conclusioni. Bisogna far capire cosa sta succedendo nel contesto che vogliamo mostrare, nel territorio di svolgimento della storia (e per territorio non intendo necessariamente un territorio geografico ma anche una casa o una stanza).

E qui si inserisce anche la parte autoriale, e cioè la parte in cui mettiamo più di noi stessi che raccontiamo storie. La parte nella quale inseriamo elementi quali il nostro pensiero rispetto alla storia e i nostri sentimenti rispetto a quel che stiamo raccontando. Così facendo rendiamo il lavoro unico grazie alle personalizzazioni, che ognuno di noi farebbe in modo diverso.

Quanto è importante oggi scegliere l’immagine giusta per accompagnare un testo narrativo?

È molto importante, soprattutto quando un articolo di un quotidiano propone al suo fianco un'immagine. Essendo una foto unica, deve contenere l'argomento dell'articolo. In questo modo renderà il pezzo più interessante e riuscirà a trasportare l'immaginario del lettore all'interno di quella storia. Gli farà respirare il profumo del racconto che gli proponiamo.

Su quali criteri si basa la scelta?

La scelta può ricadere su due tipi di immagini: una più descrittiva, che contiene un'immagine icona di quel racconto. Che contiene o tenta di contenere gli aspetti più importanti della storia. In questo primo caso abbiamo quindi una foto pregna di argomenti, di tutti i topics presenti nella storia. Il secondo tipo è un'immagine che segue le linee dei nuovi linguaggi. È ancora più evocativa e non ha solo l'intenzione di descrivere quello che racconta il testo. Trasporta il lettore dentro un sentimento, dentro all'atmosfera del racconto. Chiaramente un'immagine simile non si adatta a tutte le tipologie di narrazioni e articoli. Ad esempio, un pezzo riguardante un argomento tecnico non può combinarsi con questa scelta, che invece può essere adeguata per storie inerenti al vissuto o alle esperienze di una persona o di una comunità.

Quali sono le immagini più "potenti" che hai fin qui immortalato nella tua carriera?

Potrei dirti che le immagini più potenti sono quelle che non ho ancora fotografato, come afferma spesso qualche mio collega quando deve rispondere ad una domanda del genere. Penso però che siano quelle che ho realizzato nelle situazioni in cui io mi sono emozionato di più. Per farti un esempio: una delle immagini più importanti, che non è una delle più belle ma che per me è tra le più significative, è quella che ho realizzato in Palestina. Ho fotografato una donna in viaggio con il figlio di un anno. Stava andando a visitare suo marito in carcere. Per arrivarci doveva prendere un pullman, fare un viaggio di ore, attraversare il confine. In questo tragitto c'erano numerosi controlli e check point. Mentre la fotografavo mi sono sentito trasportato in questa situazione complicata: nell'affrontare la vita da sola, con coraggio, e con la responsabilità verso un piccolo bambino. Mi sono rivisto nel ruolo del bambino alla ricerca dell'abbraccio della madre.

Un altro esempio?

Una cosa molto simile mi è capitata in Asia. Mi riferisco ad una foto che non ho mai reso pubblica e che si trova nel mio archivio. Ritrae una donna che ho incontrato mentre mi trovavo in Bangladesh, durante la migrazione dei rohingya dal Myanmar. Stavano scappando dall'esercito e un milione di persone ha attraversato il confine in gravi condizioni. In un campo profughi c'era questa donna. Era in una tenda ed era gravemente malata di tubercolosi. Quell'immagine è stata tanto toccante quanto evocativa.

"Atti, indagini e scoop a tutti i costi: ecco come difendere la verità durante un'inchiesta". Martina Piumatti l’8 Marzo 2023 su Il Giornale.

Alessandro De Giuseppe, inviato de Le Iene e tra gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi, spiega i rischi del lavoro d'inchiesta, tra la ricercha degli atti, il lavoro e i rischi dello scoop a tutti i costi

A volte la ricerca della verità da parte dei media può “fare male” alla verità stessa, condizionando esiti di indagini e verdetti. L’errore o la forzatura possono essere in buona fede. Ma, spesso, gli organi d’informazione barattano l’oggettività, preferendo prese di posizioni comode per imbastire processi mediatici da dare in pasto al pubblico. Alessandro De Giuseppe - inviato de Le Iene, autore di importanti inchieste sulla morte di Marco Pantani e il delitto di Garlasco, tra i super ospiti della masterclass di The Newsroom Academy di video giornalismo investigativo diretta da Alessandro Politi e organizzata da Il Giornale e InsideOver - ci ha spiegato quale deve essere “la bussola” che il giornalista d’inchiesta non deve mai perdere.

Quando i media intralciano il raggiungimento della verità?

Io credo che la cosa fondamentale sia il punto di partenza. E la ricerca della verità a partire dagli atti non può mai fare male alla verità stessa. In un’inchiesta bisogna partire da quello che è agli atti. Dopodiché, bisogna vedere le persone ascoltate per le informazioni sommarie e provare a indagare laddove non sono state fatte indagini.

Qualche esempio, invece, in cui la ricerca mediatica della verità ha inquinato la verità stessa?

Per quanto mi riguarda, mi sono occupato del delitto di Garlasco e di Marco Pantani, dell’inchiesta su Madonna di Campiglio e di quella riguardante la morte a Rimini: in tutti i casi ho raccontato tutto quello che non torna. Bisogna sempre partire dagli atti e poi cercare la verità, e cercarla significa guardare anche dove gli inquirenti non hanno guardato. Questo perché, purtroppo, i pubblici ministeri decidono di vedere certe cose e altre no, soprattutto nei processi mediatici.

L’errore, secondo te, è in buona fede o i giornalisti a volte arrivano ad alterare i fatti per inseguire lo scoop?

L’errore ci può stare, ma deve essere in buona fede, sempre. Non si alterano mai i fatti, si può tagliare la forma ma non il contenuto.

Alessandro De Giuseppe è tra gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi.

Scopri il programma e gli ospiti della masterclass...e fai subito la tua inchiesta!

Ti è mai capitato?

No, non ho mai inseguito uno scoop. Ma succede che ci siano giornalisti prezzolati…per esempio, una trasmissione di Rete 4 ha sempre parlato del delitto di Garlasco a senso unico, mentre secondo me l’informazione corretta è raccontare a trecentosessanta gradi quello che è, quello che non è e quello che potrebbe essere. Anche se, per quanto riguarda le inchieste che ho fatto per Le Iene, di errori non ce ne sono stati. A me non interessa fare un servizio o uno scoop in più, a me interessa raccontare la verità. E nel caso del delitto di Garlasco c’è un innocente in carcere, per cui bisogna tentare in tutti i modi di indagare ciò che non è stato indagato e di raccontare ciò che non è stato raccontato.

L’uso del video garantisce più oggettività o, invece, rischia di amplificare le forzature nel riportare i fatti?

Dipende dall’uso che ne fai, del video. L’oggettività è una cosa che prescinde dal video. Come ti dicevo, se parti dagli atti e indaghi dove non sono state indagate, difficilmente sbagli. Se, invece, insegui lo scoop o qualcosa che va al di là del giornalismo d’inchiesta rischi di cadere nella forzatura. Bisogna riportare i fatti per come sono. E proprio uno degli orgogli in merito alle mie inchieste è non aver mai ricevuto una denuncia! La forzatura accade soprattutto in caso di sentenze mediatiche, dove prima si stabilisce un colpevole e poi gli si costruisce intorno un impianto accusatorio.

Qual è la bussola da seguire per trovare l’equilibrio tra cronaca e ricostruzione dei fatti?

La bussola è l’oggettività. È necessario raccontare le cose per come sono, analizzare bene gli atti, controllare gli orari, per esempio. Parlando sempre del delitto di Garlasco, gli inquirenti hanno cambiato l’orario della morte di Chiara tre volte, in base a quando Alberto aveva o non aveva un alibi: questo è incomprensibile, o meglio comprensibile se si capisce da che parte si volessero far andare le indagini…c’è una registrazione di una pm che dice: “Datemi qualcosa per metterlo in carcere perché non ho nulla”. Bisogna essere oggettivi noi nel raccontare, ma anche chi fa le indagini, pm, giudici e forze dell’ordine, deve avere oggettività e onestà intellettuale. La bussola è attenersi agli atti e raccontare i fatti senza mai schierarsi, lasciando che il telespettatore si faccia la sua idea di quello che è avvenuto, di quello che non è avvenuto e di quello che potrebbe essere avvenuto, sempre stando a fatti concreti, situazioni messe a verbale e informazioni sommarie raccolte, di questo si tratta.



 

L'identikit del giornalista investigativo secondo Milena Gabanelli. Martina Piumatti il 7 Marzo 2023 su Il Giornale.

Chi è e come lavora un giornalista investigativo? Ce ne parla Milena Gabanelli, primo grande ospite della masterclass di The Newsroom Academy

Il giornalismo investigativo non è fatto solo dal brivido di mettere insieme i pezzi di una verità scomoda. O dall’aspirazione di raccontare il mondo e magari, anche, di aggiustarlo un po’. Fare inchiesta è soprattutto un mestiere difficile, rischioso, che parte da “un gradino basso” e, spesso, non porta da nessuna parte. Di cosa attende chi si mette in testa di fare questo lavoro, e perché ne vale comunque la pena, ne abbiamo parlato con il primo grande ospite della masterclass di videogiornalismo investigativo di The Newsroom Academy: Milena Gabanelli, giornalista, autrice tv e conduttrice di programmi d’inchiesta Rai come il celebre Report, dal 2017 collabora con La7 ed il Corriere della Sera, dove cura la rubrica d’inchiesta Dataroom.

In una delle tue ultime inchieste, quella sulle ong che si dichiarano no profit senza esserlo, alcune, dopo che le hai contattate, hanno corretto la denominazione. È lì, in quel "pezzo di mondo" messo al suo posto, che si trova il senso di fare questo lavoro?

Il senso, e la grande responsabilità, sta nell’informare nel modo più corretto e oggettivo possibile, perché quando un cittadino sa come stanno le cose è in grado di fare scelte consapevoli.

Per fare il giornalista d’inchiesta allora bisogna essere ottimisti: sperare di poter aggiustare le cose?

L’ottimismo è necessario per vivere, in qualunque professione, e quando si lavora bene qualcosa succede sempre… presto o tardi.

L’ottimismo non può essere insegnato, ma il metodo di lavoro sì. Quanto conta un buon metodo per portare a casa un’inchiesta?

Anche l’ottimismo si impara, acquisendo fiducia in se stessi, e questo richiede tempo, come il metodo. Io l’ho maturato facendo tanti errori. È il motivo per cui bisogna fare esperienza partendo da un gradino basso, dove lo sbaglio non può fare troppi danni.

E qual è il tuo?

In un’inchiesta il mio metodo è quello di immaginarmi in un tribunale, dove ogni cosa che dico deve essere sostenuta da prove. Oltre al metodo, serve anche intuito.

Come si capisce se una pista è buona e quando invece bisogna mollare?

Prima dell’intuito serve la curiosità e la voglia di capire. I fatti che non si capiscono sono sempre ottimi obiettivi. Una pista è buona quando la fonte è autorevole e la documentazione è puntuale.

Una pista che hai mollato, ma ti sei pentita, e vorresti riprendere?

Ho mollato diverse piste perché ad un certo punto non finivano da nessuna parte, o in un vicolo cieco, o avrebbero richiesto tempi lunghissimi (anni), per esempio i broker nel mercato del gas. Pronta a riprenderla se le fonti ci ripensassero.

Se dovessi fare l’identikit del giornalista investigativo: tre caratteristiche che deve avere e a cosa deve essere pronto chi si iscrive alla masterclass?

Capacità di analisi, la struttura per reggere il rischio e le pressioni, e la scrupolosità di non trascurare i dettagli. Caratteristiche che si scopre di possedere o meno strada facendo. Iscriversi ad un corso di giornalismo investigativo non è molto diverso da iscriversi ad un corso di pittura: uno lo fa perché gli piace l’idea, pensa di sentirsi portato e ha i soldi per pagarlo. La teoria aiuta, ma poi la pratica è tutt’altra storia.

Martina Piumatti su Inside Over l’1 marzo 2022.

Di un’inchiesta, in tv si vede solo il risultato finale. Ma per esigenze redazionali o tempistiche di puntata, spesso, buona parte del materiale raccolto sul campo va sacrificato. Alessandra Frigo – per 16 anni storica autrice de Le Iene, ora caporedattore di Piazzapulita – ci ha spiegato come selezionarlo, senza pentirsene, nel lungo processo che porta dall’idea di un servizio alla messa in onda. Alessandra Frigo sarà, insieme ad altri grandi nomi del giornalismo italiano, tra i docenti della nuova masterclass di video giornalismo investigativo di The Newsroom Academy, diretta da Alessandro Politi e organizzata da Il Giornale online e InsideOver.

Cosa c’è dietro un’inchiesta che vediamo in tv?

Un’inchiesta tv è un prodotto estremamente complesso, nel contempo artigianale per la cura e l’attenzione al singolo prodotto, ma anche frutto di un processo produttivo che per certi versi definirei industriale, per la mole di competenze e passaggi e tecnicità che richiede. Si parte con l’individuazione dell’idea iniziale – che ne so, ad esempio un servizio sul cibo del futuro, la farina di grilli e i biscotti di cavallette, possibilità, vantaggi e insidie… e da lì si comincia, con la redazione e con l’inviato che farà l’inchiesta, innanzitutto a studiare l’argomento. Articoli già usciti, studi, servizi sulle tv nazionali e/o stranieri. Si parla con gli esperti. Quando si è sufficientemente preparati si inizia a progettare il pezzo: che scene possiamo girare? Dove? Cosa possiamo mostrare in tv? Chi possiamo intervistare sull’argomento che sia efficace e disponibile e interessante? Non ultimo, quali sono i luoghi produttivamente raggiungibili e cosa è meglio evitare perché troppo impegnativo per costi/tempi? A quel punto l’inviato, stilato il suo piano, parte per girare con il filmmaker.

Arrivati sul campo, come ci si muove?

Quello che porterà al montaggio ovviamente sarà molto diverso da quello che avevamo progettato nel momento dell’ideazione: la traccia iniziale deve essere uno spunto, poi l’inviato sul campo deve avere l’abilità di scoprire le cose, di descriverle, di appassionarsi, di alimentare le sue curiosità e di accendere quelle di chi da casa guarderà, seguendo anche sentieri inaspettati e facendo “virare” il pezzo su altri percorsi rispetto a quelli immaginati all’inizio.

Qual è lo step successivo?

Il passo successivo è appunto montaggio: a volte realizzato dall’inviato, quando ha il tempo di tornare in redazione prima della messa in onda, a volte con l’inviato “da remoto”, se si trova ancora sul campo. L’ideale è che il giornalista responsabile del servizio “scaletti” prima il girato, in modo di arrivare al montaggio con un pezzo già tagliato “su carta”, ma anche questo passaggio non sempre è possibile. Il pezzo al montaggio può assumere mille sfumature, intenzioni, conclusioni diverse.

Vuoi scoprire come prende forma un’inchiesta e le tecniche per realizzarne una di successo? Alessandra Frigo, autrice di Piazzapulita, sarà ospite della masterclass in video giornalismo di inchiesta. Scopri tutti gli ospiti e iscriviti

Come si individua il dettaglio che stona, e che va scartato, e quello che invece fa la differenza?

Ogni taglio è una scelta e una responsabilità. Incidono molti fattori su cosa tenere o cosa no: il minutaggio a disposizione, la riuscita tecnica di una scena, il gusto estetico, gli elementi narrativi più funzionali al talk in studio…Il perimetro di quello che va tenuto e quello che va tagliato, come sempre, sia che si tratti di giornalismo tv che si tratti di giornalismo scritto, sono i limiti di verità, continenza e pertinenza. Per fare un esempio piccolo e scemo, non posso tagliare la frase di un esperto che dice: “io odio l’idea di mangiare grilli, ma in effetti sono salutari e costituiscono la svolta per il futuro” in modo da fargli dire solo “io odio l’idea di mangiare grilli”, perchè così stravolgerei il suo pensiero.

Che ruolo ha il caporedattore nella “cucina” di un programma televisivo d’inchiesta?

Io sono l’autore responsabile dei servizi che vanno in onda a Piazzapulita, contribuisco a scriverli, a montarli, ad aggiustarli, verifico che vengano trasmessi in modo corretto (sottotitoli giusti, senza errori, con il formato grafico giusto… e così via); dialogo con gli inviati su come costruire i pezzi, li aiuto nel processo di ideazione, inoltre faccio da sponda fra loro, la produzione, il conduttore, nelle varie decisioni – logistiche, legali, autorali … – piccole e grandi che a decine vanno prese prima di poter mettere in onda un pezzo.

In pratica, a te spetta l’ultima parola sull’inchiesta da mandare in onda.

Nel caso di Piazzapulita l’ultima parola sui pezzi è del conduttore – responsabile del programma. Prima della messa in onda Corrado Formigli vede ogni servizio, il “final cut” è suo, ma poiché questo passaggio avviene quasi sempre da remoto, io sono il braccio armato delle sue indicazioni, nel caso abbia modifiche da chiedere.

Qual è il segreto per tagliare parti di un’inchiesta senza pentirsene?

Buona domanda. Una cosa tagliata non è mai fischiata, vale a teatro come in tv; è difficile pentirsi editorialmente di un taglio. Spesso anzi, quando facciamo riduzioni di servizi già mandati in onda (ad esempio mi capita di preparare una versione di 5 minuti di un pezzo che originariamente ne durava 10) con Formigli diciamo, un po’ scherzando un po’ no, che non esiste pezzo che non possa migliorare subendo una riduzione di almeno un terzo della sua lunghezza. Però quando si tagliano delle scene, dei contenuti, delle interviste, bisogna tener conto di vari elementi: la sensibilità del giornalista che magari su una scena ha lavorato per molto tempo, le aspettative della fonte che magari ti ha dato una notizia in cambio della sua visibilità…

Ti sei mai pentita di un taglio?

I pentimenti più frequenti hanno casomai una natura “legale” o di opportunità: è capitato che protagonisti dei servizi abbiano fatto o minacciato querele o comunque protestato perché il loro pensiero non era a loro avviso adeguatamente rappresentato e una scena in più, una battuta in più, avrebbero evitato molte scocciature successive. Così come si rischia di giocarsi molte fonti e interlocutori se si ritrovano fatti fuori da un pezzo, perché si sono ascoltate più le esigenze di montaggio che quelle di relazione. Ma in televisione è inevitabile che sia così ed è inevitabile farsi nemici e scontentare qualcuno. Se non si è attrezzati per andare contro le persone, per affrontare i conflitti, è decisamente meglio occuparsi di altro. Questo è un consiglio che elargisco sempre con molta convinzione. MARTINA PIUMATTI

"Reporter d'inchiesta e copertura: vi racconto come ci si difende dalle reazioni violente". Rajae Bezzaz, docente del corso di videogiornalismo di inchiesta alla Newsroom Academy e inviata di Striscia la Notizia, racconta cosa fare se si viene scoperti quando si lavora sotto copertura. Martina Piumatti il 3 Marzo 2023 su Il Giornale.

Per il giornalista investigativo, che opera undercover, saper usare con scioltezza gli strumenti di videoregistrazione occulta può essere la garanzia del successo di un’inchiesta. Ma anche di una via d’uscita sicura da una situazione che si complica. Mezzi indispensabili che se “piazzati” male, però, fanno saltare una copertura. Come evitarlo e come gestire un interlocutore che, scoperta la telecamera nascosta, non la prende bene ce lo ha spiegato l’inviata di Striscia la Notizia Rajae Bezzaz che, insieme ad altri grandi nomi del giornalismo italiano, parteciperà alla nuova masterclass di The Newsroom Academy di video giornalismo investigativo diretta da Alessandro Politi e organizzata da Il Giornale e InsideOver.

Qualche trucco per non farsi beccare quando si indossa una telecamera nascosta?

Ogni telecamera, anche la più piccolina, ha un obiettivo con delle lenti che per quanto minuscole riflettono una luce se le viene puntata contro. Quindi, è molto importante che venga “piazzata” perfettamente da mani esperte, i miei collaboratori sono decisamente i migliori sul campo a mimetizzare le microcamere, per il resto occorre mantenere una postura disinvolta avendo cura di non rivelare la microcamera con gestualità sbagliate.

Vuoi scoprire come prende forma un'inchiesta e le tecniche per realizzarne una di successo? Rajae Bezzaz, inviata di Striscia la Notizia, sarà ospite della masterclass in video giornalismo di inchiesta. Scopri tutti gli ospiti e iscriviti

In un confronto decisivo per l’inchiesta, come si riesce a farsi dire ciò che serve senza andare troppo oltre e, quindi, farsi scoprire?

Dalla mia esperienza personale posso dire che uno dei primi elementi necessari sul campo è l’empatia. È molto importante instaurare un clima di fiducia con l’interlocutore, pur non condividendo le idee e le azioni. In questo modo sarà più disposto ad aprirsi, a dire la verita e raccontarsi.

Ti è mai capitato che ti scoprissero?

Sì, è accaduto. Dopo aver ricevuto una segnalazione mi sono recata sotto mentite spoglie presso un ente di accoglienza per verificarne le condizioni. Mi sono presentata munita di microcamera, cammuffata da donna in difficoltà buttata fuori di casa dal marito violento. Sono stata quasi 40 minuti all’interno del centro durante i quali ho cercato di raccogliere più immagini e testimonianze possibili, parlavo pochissimo con un filo di voce per non fare saltare la mia copertura. Nonostante tutta l’attenzione il direttore del centro è venuto da me e guardandomi dritta negli occhi mi ha detto: “Rajae, adesso spegni le telecamere”. La mia voce mi ha tradita.

Hai sbagliato qualcosa tu o è stato bravo chi ti ha scoperta?

Sono sempre molto critica con me stessa e non posso dire di aver fatto tutto perfettamente, ma il direttore è stato bravissimo a scoprire che non ero quella donna in difficoltà che dicevo di essere. Ha avuto un occhio più fine della microcamera che indossavo e un orecchio veramente attento.

Dopo cosa hai fatto?

Non sempre tutto va come deve andare, ma si deve essere propositivi e avere molta inventiva, in quel caso ho fatto leva sul mio innato senso dell’umorismo e ho usato la mia simpatia per raffreddare gli animi. I miei collaboratori mi definiscono una “problem solver” sopratutto in situazioni estreme.

A volte chi scopre di essere registrato, però, la prende male e può avere reazioni anche violente. Come va gestito?

Sì, questo succede spesso, ci sono alcune “carte” da giocare per evitare che ci sia una escalation di violenza grave. Prima di tutto, si deve mantenere una postura naturale ma ferma, in modo tale che il peso sia distribuito su entrambi i piedi. Si deve fare molta attenzione a mantenere la distanza dal soggetto a non meno di 50-60 cm per non invadere la sua “zona intima”. Chi è arrabbiato ed alza la voce in realtà vuole essere ascoltato, quindi la persona che hai davanti deve percepirti sempre come qualcuno disposto ad ascoltarlo e dotato di empatia.

E come si fa?

Va guardato direttamente negli occhi, senza mai abbassarli mantenendo uno sguardo aperto e tranquillo, questo perché se si guardasse altrove si trasmetterebbe un chiaro messaggio di difficoltà e di voler fuggire dalla situazione. Per ultima, ma non meno importante, si deve giocare la carta dell’accondiscendenza, rispondere in modo assertivo senza giudicare.

Funziona?

In genere riesco a gestire da sola la situazione, e il più delle volte davanti alle telecamere. Ad ogni modo, posso sempre contare sui miei collaboratori, che mi sono accanto sempre pronti ad intervenire in caso di pericolo.

Scoop o bufala? Vi dico come non farsi fregare da un millantatore”. Martina Piumatti su Inside Over il 27 Febbraio 2023

Nelle inchieste riguardanti i casi più interessanti mediaticamente, per avere le notizie prima degli altri bisogna bruciarli sui tempi. Ma inseguendo lo scoop a tutti i costi, il giornalista che indaga rischia di cadere nella trappola di qualche millantatore. Come non caderci ce l’ha spiegato Emanuele Canta – giornalista, prima inviato per la sede romana del TG5, ora del programma in onda su Canale 5 Mattino 5 – che, durante la masterclass di videogiornalismo investigativo di The Newsroom Academy, metterà a disposizione degli iscritti la sua esperienza di “mastino” di nera.

Come si fa, quando si segue un caso, ad essere un passo avanti ai colleghi?

È sempre importante fornire una informazione corretta e verificata, pensare unicamente di battere sul tempo i colleghi è rischioso e non deve mai essere l’unico obiettivo. Certo, qualsiasi giornalista ha il desiderio di arrivare su una notizia prima degli altri, per essere un passo avanti a volte basta semplicemente porsi le domande più banali cercando le risposte laddove gli altri credono sia impossibile trovarle.

Spesso gli informatori sono decisivi. Come distingui i millantatori dalle fonti attendibili?

Quando c’è bisogno di capire di più, di arrivare oltre, di entrare nelle dinamiche più intime e scivolose di una storia allora le fonti ufficiali non bastano più. Quella parte che manca ce la può raccontare l’”uomo della strada” o la “gola profonda”, spesso è la stessa persona, croce e delizia del giornalista, mai da sottovalutare, sempre da prendere con le pinze. Le sue imbeccate possono valere uno scoop o una clamorosa bufala, serve sempre cercare un riscontro incrociando le informazioni ricevute con i dati oggettivi già in nostro possesso. Alcune domande possono aiutarci a non cadere in errore: il nostro informatore ha un secondo fine? Perché avrebbe deciso di aiutarci? Parlando con lui di varie tematiche riscontriamo contraddizioni, incongruenze, una tendenza a voler essere protagonista?

Emanuele Canta è uno degli ospiti della Masterclass in videogiornalismo di inchiesta. Scopri gli altri big del giornalismo investigativo in Italia

Qualche segnale che può servire per non cadere in trappola?

Il millantatore generalmente si mette a disposizione in modo spontaneo del giornalista aggiungendo ai suoi racconti particolari interessanti, che colpiscono, ma di cui mai riesce a provarne la veridicità. Per la fretta di arrivare prima degli altri, spesso alcuni giornalisti commettono l’errore di considerare attendibile la notizia più scabrosa, quella che fa più rumore, quella che vorremmo tutti raccontare.

Quanto conta il rapporto con gli investigatori per riuscire ad ottenere le notizie in anteprima?

Per il giornalista che si occupa di cronaca nera, il rapporto con gli investigatori è fondamentale. Sono la fonte ufficiale, ma allo stesso tempo non possono rivelare alcun atto di indagine. È importante quindi stabilire un rapporto personale e di assoluta fiducia, mostrando massimo rispetto per il ruolo e per i limiti nella comunicazione imposti dalla legge. Incontrarsi di persona (sempre meglio di un messaggio e anche di una telefonata) per una chiacchierata è utile per conoscere il nostro interlocutore e per farsi conoscere. Nel momento in cui sarà tutto pronto per essere ufficializzato potremo contare, se siamo sempre stati leali, su una clamorosa anteprima. MARTINA PIUMATTI

"Smartphone, microcamere e preparazione: ecco i trucchi del giornalista sotto copertura". Martina Piumatti su Il Giornale il 24 febbraio 2023.

Non basta avere delle buone fonti. Le prove decisive per portare a casa un’inchiesta, spesso, si ottengono solo infiltrandosi nei contesti da indagare. E dal saper pianificare, bene, un’operazione sotto copertura non solo dipende il risultato, ma anche la sicurezza del giornalista undercover. Valeria Deste - giornalista, videoreporter e autrice di numerose inchieste andate in onda sul Tg satirico Striscia la Notizia, lavora anche per Fanpage dove cura le inchieste - ci ha anticipato qualche “dritta” che condividerà con gli iscritti allamasterclass in videogiornalismo investigativo di The Newsroom Academy.

Quali strumenti non possono mancare per un’inchiesta sotto copertura?

Uno smartphone ben carico, in modalità aereo e bassa luminosità di schermo, in rec su memo vocali; un secondo smartphone, rigorosamente in silenzioso, a disposizione nel caso diventasse necessario chiedere aiuto; AirPods: potrebbero tornare utili, nel caso in cui un nostro complice fosse appostato in macchina ad aspettarci. Facendo partire una chiamata, attraverso gli AirPods potrebbe ascoltare tutto ciò che accade intorno a noi. Due microcamere (nel caso una vada in blocco. Non capita spesso, ma può capitare. È importante avere un back up perchè spesso si ha solo un “one shot” a disposizione e replicare sarebbe impossibile e, in alcuni casi, pericoloso); una micro sd di scorta; batterie della microcamera di scorta; cavi di alimentazione smartphone; power bank; forbicine e nastro isolante.

Tanta roba, insomma. Ma c’è un sistema infallibile, o quasi, per non farsi scoprire?

Innanzitutto bisogna essere preparati. Ciò significa che bisogna aver bene chiaro in testa cosa si vuole dimostrare. Una volta chiarito questo punto fondamentale, è necessario studiarsi la parte, cioè il personaggio che stiamo per interpretare. Poi, vanno messe a fuoco le risposte che serve che vengano date per dimostrare la nostra ipotesi e di conseguenza come ottenerle, quindi, quali domande fare e come farle. Inoltre, vanno immaginati degli scenari che potrebbero configurassi durante la nostra copertura, così da poter essere un minimo preparati ad affrontare anche eventuali situazioni difficili.

Tipo?

È fondamentale anche avere le microcamere posizionate bene: ad esempio, se c’è la possibilità che ci troveremo seduti a un tavolo, dobbiamo avere la certezza che la microcamera non inquadri le gambe sotto il tavolo del nostro interlocutore o il soffitto. Quindi, vanno fatte delle prove prima di iniziare la copertura. Infine, ma dettaglio non meno importante, dobbiamo sentirci a nostro agio con il posizionamento dell’ottica della microcamera che stiamo indossando.

L’errore che non va mai fatto?

L’errore che non va mai fatto è di sottovalutare la situazione - o la parte - nella quale ci stiamo per calare.

Vuoi conoscere dai big del giornalismo undercover tutti i segreti di questo mestiere?

Entra nella Newsroom Academy e fai subito la tua inchiesta con noi

Un esempio, invece, in cui è filato tutto liscio?

Ne potrei fare tantissimi, tra Striscia la Notizia e Fanpage. Per esempio, sono stata la prima giornalista (e non un tossicodipendente pagato per farlo) a entrare, in più giornate, nel bosco della droga di Rogoredo, era fine estate 2016. Lo stesso boschetto nel quale Fabrizio Corona era stato aggredito circa un anno dopo, dichiarando che “le uniche inchieste realizzate sono state fatte di giorno da giornalisti accompagnati da polizia di scorta a circondare la zona “: non è assolutamente così. Arrivata nel boschetto, ho superato i primi controlli fatti dal primo muro di sentinelle e sono arrivata sino al cuore dello spaccio vero e proprio, documentando come avveniva. C’è poi una recente inchiesta sul traffico di clandestini dall’Italia alla Francia, partendo dalla stazione di Lampugnano a Milano. Un’inchiesta lunga e difficile che vedeva coinvolti anche gli autisti di alcune compagnie di pullman che attraversano il confine e che prendono mazzette dai gruppi di persone che organizzano questi viaggi clandestini.

Ti è mai capitato, invece, che saltasse una copertura?

È capitato una sola volta: anche in quel caso si trattava di un’inchiesta legata al traffico di narcotici da parte di un gruppo di persone legate alla criminalità organizzata. Ero sotto copertura con un collega che non ha riconosciuto uno di questi soggetti con i quali aveva avuto a che fare in un’inchiesta precedente legata allo spaccio. Questo spacciatore però si ricordava perfettamente di lui. In quell’occasione ci siamo ritrovati circondati da sei di questi soggetti poco raccomandabili e con dei coltelli in mano.

Come si esce da una situazione così?

Bisogna mantenere il sangue freddo e scappare: così abbiamo fatto. Fortunatamente, avevo posteggiato l’automobile non troppo lontano e, grazie al mio collega che ha fatto da “pungiball” per rallentare il gruppo, siamo poi riusciti a fuggire: io senza riportare graffi, lui con qualche ematoma qua e là.

"Quando il giornalista deve rivelare l’identità della fonte". Martina Piumatti il 14 Febbraio 2023 su Inside Over.

La garanzia dell’anonimato spesso è la condizione posta dalla fonte per rivelare un’informazione senza cui, in buona parte dei casi, le inchieste giornalistiche nemmeno comincerebbero. Quello con gli informatori è un rapporto essenziale per chi vuole fare questo mestiere, su cui pendono, però, delle vere e proprie "spade di Damocle". Stefano Toniolo e Alberto Merlo – avvocati dello Studio Martinez Novebaci – ci hanno dato qualche anticipazione dei rischi e delle tutele dal punto di vista legale che un giornalista deve conoscere, e di cui parleranno a fondo durante la masterclass in videogiornalismo investigativo di The Newsroom Academy.

Stefano Toniolo, avvocato penalista Studio Martinez Novebaci

Quali sono le tutele legali del segreto professionale del giornalista?

Le tutele legali trovano disciplina nel codice di procedura penale e consentono al gornalista di mantenere l’anonimato della propria fonte. L’art. 200, ultimo comma, consente al giornalista chiamato a deporre in un procedimento penale di avvalersi del segreto professionale per tutelare la propria fonte; l’art. 256 prevede invece che il giornalista, a seguito di richiesta di acquisizione documentale dell’autorità giudiziaria, possa, previo rilascio di dichiarazione scritta, non consegnare documenti dai quali potrebbe evincersi l’identità della propria fonte.    

Quando, invece, il giornalista è costretto a rivelare l’identità del proprio informatore?

Entrambe le norme che ho richiamato prevedono che qualora il giudice ritenga che la conoscenza della fonte sia indispensabile per accertare il reato, possa ordinare al giornalista di rivelarla. Devo dire, tuttavia, che in oltre 25 anni di esperienza non è mi è mai accaduto che un giudice abbia assunto un provvedimento di questa natura.          

C’è una linea rossa che non va oltrepassata nell’accettare informazioni da una fonte che sta violando la legge?

Quella che lei pone è una questione molto delicata, complessa ed ancora oggi in fase di elaborazione giurisprudenziale. Nell’attività giornalistica va intanto tenuta distinta la fase della raccolta del dato da quella della pubblicazione. Se per questa ultima fase le linee interpretative giurisprudenziali sulle scriminanti sono piuttosto chiare e scolpite nel tempo (verità del fatto, continenza, interesse pubblico, intervista, etc.), così come il legislatore ha disciplinato le scriminanti con norme piuttosto chiare in materia di privacy, per la fase della raccolta del dato la questione è ancora controversa. La linea rossa in astratto dovrebbe essere individuata nella commissione di reati.

Tipo?

La fattispecie tipica è quella della ricettazione di documenti di provenienza illecita. Tuttavia, a seguito di alcune pronunce della Corte Europea dei diritti dell’uomo, CEDU, la quale ritiene che l’attività giornalistica vada tutelata in tutte le sue fasi, ivi compresa nella raccolta, una sentenza isolata ma importante della Cassazione del 2019 ha ritenuto in astratto compatibile la discriminante del diritto di cronaca anche alla ricettazione (fase di raccolta del dato), laddove l’interesse pubblico sotteso ai documenti sia tale che, nell’ottica di un bilanciamento di interessi, quello della collettività ad essere informata prevalga sull’interesse tutelato dalla norma penale. Ciò, in astratto potrebbe valere per qualsiasi reato commesso nella fase di raccolta del dato.  

Vi sono state successivamente pronunce in senso contrario e vi sono ancora resistenze nella giurisprudenza di legittimità ad accettare il principio, ma credo che la strada tracciata dalla sentenza del 2019 sia quella giusta e coerente con i principi costituzionali e della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. A mio avviso, inoltre, tra la fase della raccolta del dato e quello della sua pubblicazione va, in ogni caso, consentita al giornalista una valutazione del documento sotto il profilo della provenienza e quello della sua rilevanza pubblica.

L’anonimato delle proprie fonti, come tutelarsi da potenziali cause, che tutele legali comporta il segreto professionale del giornalista? A queste e altre delicate e fondamentali domande, risponderemo durante il corso di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi. Scopri tutto il programma

Solo chi è iscritto all’albo dei professionisti può appellarsi al segreto professionale. Ma allora come si tutela la fonte di chi non è giornalista professionista?

Anche questo è una tema dibattuto. Una sentenza della Corte di appello di Caltanisetta, ad esempio, recependo principi interpretativi della Cedu, ha ritenuto estendibili le garanzie sul segreto anche ai pubblicisti. Personalmente ritengo che nella società attuale, in cui l’informazione viene fornita con modalità diverse da quelle tradizionali così come tutti i cittadini comunicano quotidianamente sui social, strumenti di pubblicità rivolti ad un numero indeterminato di persone, il diritto alla libera manifestazione del pensiero vada tutelato in senso oggettivo e non soggettivo: così, se un non giornalista svolge attività di inchiesta "giornalistica" avvalendosi di fonti riservate è giusto, costituzionale e coerente ai principi interpretativi della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, sussistendo determinati condizioni, gli sia concesso il diritto al segreto professionale. In questi termini ho consigliato miei assistiti operanti nel settore dell’informazione ma non giornalisti e sino ad ora non è mai stato contestato loro alcun reato. La questione, tuttavia, lo ripeto, è controversa.          

Spesso chi fa inchiesta si vede piovere addosso richieste di risarcimento danni. A cosa va incontro il giornalista e a chi spetta la copertura dell’eventuale risarcimento e delle spese legali?

Purtroppo le cause di risarcimento dei danni nell’ipotesi, ad esempio, di diffamazioni, sono frequenti; infatti il soggetto (persona fisica e/o giuridica) che si ritiene diffamato può agire o penalmente con una querela o anche (per certi versi anche parallelamente) in sede civile, chiedendo al giudice civile l’accertamento del reato e/o comunque la lesività di quanto pubblicato, pretendendo i relativi danni. Spetta, poi, alla contrattazione tra il giornalista e l’editore concordare chi si farà concretamente carico dell’eventuale condanna ed anche delle relative spese legali. Giuridicamente sono entrambi responsabili in caso di condanna al risarcimento liquidato.

Cambia qualcosa se il giornalista è freelance?

No.

E se l’autore dell’inchiesta non è iscritto all’ordine dei giornalisti?

Anche qui, sotto il profilo della eventuale responsabilità di quanto pubblicato, la risposta è no. Nel senso che la sua eventuale responsabilità non è diversa (nel caso di causa civile) da quella di un soggetto iscritto all’albo. Se infatti, da un lato, l’art 21 della Costituzione tutela la libertà di espressione e, quindi, la possibilità, per chiunque, di manifestare il proprio anche con lo scritto, chi lo fa si prende ovviamente la responsabilità di essere citato in giudizio se quello che scrive sarà ritenuto diffamatorio.

Quali altri strumenti ha il giornalista per tutelarsi? 

Non può assicurarsi contro le richieste di risarcimento per diffamazione in quanto non è possibile stipulare una assicurazione sulla responsabilità civile che copra un fatto doloso; l’unica risposta che sinceramente mi viene è quella di fare sempre con scrupolo e attenzione il proprio lavoro. E questo con una seria e attenta valutazione delle proprie fonti a cui va abbinato un diligente e scrupoloso lavoro di ricerca.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che "a buon mercato". Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora. MARTINA PIUMATTI

Vi spiego come ci si muove sul luogo del crimine”. Martina Piumatti su Inside Over il 20 Febbraio 2023.

I rapporti con gli investigatori, gli errori da non fare, come trovare la pista giusta e perché non ci si improvvisa giornalisti d’inchiesta. Maurizio Licordari, inviato di Porta a Porta, tra gli ospiti della masterclass di videogiornalismo investigativo organizzata da The Newsroom Academy, ci spiega perché il lavoro sul campo è tutto per imparare a fare questo mestiere, ma la formazione e il confronto con chi ne sa di più sono il presupposto per fare la differenza.

Tu hai seguito tanti casi di cronaca nera. Come ci si muove sul luogo di un crimine?

Prima di tutto noi dobbiamo mantenere il nostro ruolo di cronisti, rispettare la posizione in cui ci troviamo e il lavoro delle forze dell’ordine, degli investigatori, degli inquirenti. Bisogna sempre stare molto attenti a non intralciare le indagini e i percorsi fatti dalle forze dell’ordine, perché molto spesso noi arriviamo sui casi quando l’attività investigativa è ancora in corso, o addirittura proprio all’inizio. Questa è la prima cosa. Poi, bisogna imparare a ragionare come ragionano gli investigatori, seguire le piste che ci sembrano più convincenti nel rispetto delle persone di cui si parla e delle storie che si raccontano. Con la consapevolezza che ogni tanto qualche rischio bisogna anche prenderselo, perché altrimenti si finisce con il non fare questo lavoro.

Quali sono gli errori da non fare?

L’errore da non fare è quello di sottovalutare il peso del nostro lavoro, quanto può essere importante per noi diffondere un’informazione e le conseguenze del diffonderla. Non bisogna lasciarsi travolgere dall’entusiasmo di scrivere una notizia prima degli altri o di tirare fuori uno scoop, e poi rendersi conto che è una forzatura esagerata, dovuta a un eccesso di entusiasmo che ci spinge a non verificare per bene le notizie. Invece, le notizie vanno sempre verificate anche quando arrivano da fonti attendibili, come investigatori e inquirenti, carabinieri, polizia, procura. Perché, magari per esigenza dell’attività che stanno svolgendo, alcuni dettagli potrebbero non essere precisi. E un dettaglio non preciso nel nostro lavoro è sempre molto rischioso. Oltre a degli obblighi dal punto di vista deontologico, dobbiamo tutelarci dal rischio di incorrere in azioni penali o risarcitorie da parte di qualcuno.

Quanto la pressione dei media può essere determinante nella soluzione dei cold case?

La pressione dei media può essere molto importante. Ci sono casi che, proprio grazie alla pressione dei media, si sono risolti o comunque riaccesi. Come il caso di Denise Pipitone che riparte proprio perché a un certo punto salta fuori una notizia di stampa che riporta di questa Olesya, una ragazza che diceva di non sapere chi fossero i suoi genitori e che si ipotizza essere Denise Pipitone. Che, però, poi non risultò affatto essere Denise, anzi addirittura si ipotizzò ci fosse dietro una sorta di truffa. Ma a partire da quella notizia, il caso di Denise è tornato di attualità e sono emersi piano piano altri particolari. Più di recente invece, anche se non è un vero e proprio cold case, c’è una vicenda che ho seguito personalmente e che rende l’idea: il caso dell’anziano buttato in un pozzo a Toano, in provincia di Reggio Emilia. Secondo l’accusa la moglie, insieme alla figlia e al genero, erano stati gli ideatori del piano e la moglie era quella un po’ più fragile dei tre. E la moglie, sotto la pressione dei media, – noi giornalisti le siamo stati praticamente addosso tutti i giorni per farla parlare, cercando di capire quale fosse la sua versione – una mattina ha deciso di presentarsi ai carabinieri e di raccontare tutta la verità. 

Però, non ci si improvvisa giornalisti investigativi. In che modo la formazione e una masterclass come questa può fare la differenza?

Questa è una domanda difficilissima.  Che non ci si improvvisa giornalisti investigativi è verissimo ma la formazione, e una masterclass come questa, è fondamentale per comprendere le dinamiche e confrontarsi con i colleghi. Poi, io dico sempre che il giornalismo è un mestiere che si impara sul campo. Personalmente sono cresciuto facendo questo mestiere sul campo, però, è anche vero che sono arrivato sul campo dopo essermi confrontato per anni con colleghi più grandi e più preparati di me che hanno saputo raccontarmi il mestiere. Un problema grave del giornalismo di oggi è che nelle redazioni ci sono sempre meno maestri a disposizione, persone che hanno tempo e modo di insegnarlo, il mestiere. 

Perché?

Un po’ perché si sono ridotte le redazioni, un po’ perché si sono complicati i tempi. E allora diventa fondamentale avere occasioni di incontro come questa della masterclass, perché incontrare giornalisti che fanno questo lavoro sul campo con grande impegno quotidianamente significa poter rubacchiare loro un po’ di professionalità. Io spero di metterci il mio, ma considerando i nomi che ci sono in questo progetto sono sicuro ci saranno tanti tanti spunti da prendere per chi avrà voglia di raccogliere queste “lezioni”.

"Ecco come si capisce quando una fonte sta mentendo". Martina Piumatti il 17 Febbraio 2023 su il Giornale.

Alessandro Galimberti - già presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, presidente dell’Unione cronisti italiani e giornalista d’inchiesta del Sole 24 - spiega come usare correttamente le fonti e qual è il vero valore aggiunto della Newsroom Academy

Spesso la riuscita delle inchieste più scomode dipende dall’avere dei buoni informatori. Ma quello con le fonti è un rapporto delicato e non privo di insidie, dove la poca esperienza e la fretta di rincorrere il “demone dello scoop a tutti i costi” possono giocare brutti scherzi. Ne abbiamo parlato con Alessandro Galimberti - già presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, presidente dell’Unione cronisti italiani e giornalista d’inchiesta del Sole 24ore - che ci ha dato qualche anticipazione dei temi di cui parlerà alla masterclass di video-giornalismo investigativo di The Newsroom Academy.

Quanto contano e come si trovano gli informatori giusti?

Più che informatori è importante avere buone fonti. Mi spiego: l'informatore è chi ti dà l'imbeccata - giusta o meno spetta a te capirlo, coltivandola – ma fidarsi ciecamente dell’informatore presenta molti più rischi che vantaggi. Il primo dei quali è che lui/lei persegue un interesse personale o di gruppo, che (quasi) mai coincide interamente con gli scopi del giornalismo: terzietà, completezza, assenza di interessi collaterali.

Come si verifica la soffiata di una fonte?

La soffiata ha sempre bisogno di adeguata verifica e controverifica, perché quasi mai è priva di un tornaconto personale o “di gruppo”, e molto spesso ha dei mandanti che si attendono sviluppi automatici, e tutti a loro vantaggio ovviamente. Quindi si va alle fonti, le si interpella, e in caso di diniego si cercano percorsi paralleli o tangenziali per la dimostrazione dell’ipotesi di lavoro.

Quale è, se c’è, il limite nell’uso di un’informazione passata dalla fonte?

È nell’interesse pubblico delle cose che vengono scritte, nel rispetto della persona narrata (anche della meno rispettabile) e nel separare i fatti dalla morale, meglio ancora dal moralismo. Il giornalismo è essenzialità, di pensiero, di racconto e di parola. Non invece un ozioso esercizio di suggestioni e di allusioni, nella migliore delle ipotesi.

Quali sono i segnali che smascherano una fonte non attendibile?

L’esperienza mi direbbe l’eccesso di foga, l’eccesso di zelo, la strabordante mole di informazioni riversate per convincere l’interlocutore. E comunque è tassativo il lavoro in back office anche su chi dice, o si propone, di aiutarti a disvelare chissà quale scoop. Raramente è portatore di semplice filantropia giornalistica.

Ti è mai capitato di esserti sbagliato su un informatore?

Purtroppo sì, è l’esperienza che insegna. Un pubblico ufficiale (forze dell’ordine, non dirò il corpo di appartenenza) mi svelò un arresto nell’ambito di una complessa indagine su un omicidio in ambito di criminalità organizzata e di traffici internazionali. L’arresto era effettivamente avvenuto, il problema fu che rivelandolo quando non erano maturi i tempi permisi alla banda – del tutto inconsapevolmente, come è ovvio – di prevenire tutti i successivi atti di indagine.

Com’è finita?

L’ufficiale “canterino” era un associato esterno di quel gruppo criminale. Capisci perché da allora consiglio sempre sangue freddo, e di non farsi prendere dal demone dello scoop a tutti i costi?

Un aneddoto che ti riguarda e che, secondo te, fotografa il rapporto complesso del giornalista investigativo con le proprie fonti.

Quello appena citato mi sembra esaustivo. Il giornalismo è un lavoro che ti mette alla prova ogni giorno: umiltà, applicazione, concentrazione. Se pensi di essere diventato un fenomeno, sei a rischio precipizio in qualsiasi momento.

Maestri, passione ed errori: vi spiego come si diventa giornalista”. Martina Piumatti il 15 Febbraio 2023 su Inside Over.

In un settore, quello dell’editoria, dove lo spazio è poco e la competizione è tanta, diventare giornalista sembra diventato un sogno impossibile. O quasi. Devi studiare, devi fare esperienza, fare la pratica sul campo. Poi, devi avere passione, perché “questo è un mestiere che se non c’è la passione non si fa”. Ma, spesso, non basta per farcela. Ne è convinto Peter Gomez – giornalista che ha iniziato la sua carriera proprio a Il Giornale di Indro Montanelli e che oggi è saggista, conduttore e autore televisivo, co-fondatore de Il Fatto quotidiano e poi direttore de ilfattoquotidiano.it – che ci ha spiegato perché avere dei “buoni maestri” può essere una chiave per entrare nel mondo del giornalismo. Gomez, come altri grandi nomi del giornalismo italiano, parteciperà alla nuova masterclass di The Newsroom Academy di video giornalismo investigativo diretta da Alessandro Politi e organizzata da Il Giornale e InsideOver.

Hai detto che una volta “dovevi essere proprio cretino per non riuscire a fare il giornalista”. Perché oggi è molto più difficile e perché la formazione, e seguire un corso come questo, può essere la chance giusta?

Oggi è tutto molto più difficile perché buona parte dell’editoria è in crisi. I giornalisti più preparati degli altri, e ovviamente con un background più forte, si presentano meglio nelle redazioni e quindi possono aspirare ad avere un destino professionale diverso. La preparazione come l’esperienza fanno la differenza. Ma è innegabile che rispetto ai miei tempi, in cui i quotidiani vendevano centinaia di migliaia di copie, diventare giornalista oggi è più difficile. Diverso il discorso se ci si rivolge alle televisioni, dove c’è ancora molto spazio.

Cosa distingue un giornalista investigativo da un normale giornalista?

Il giornalista investigativo è un giornalista che non si accontenta mai dell’ufficialità e pensa sempre che sia possibile trovare una storia dietro quella che viene ufficialmente raccontata. In fondo, la migliore definizione di giornalismo è quella che dice: “Giornalismo è far sapere qualcosa che qualcuno non vuole che si sappia”. Ecco cos’è il giornalista investigativo per me.

Giornalista investigativo lo si si nasce o lo si diventa?

Io ho sempre pensato che giornalisti un po’ lo si nasca. Il senso della notizia e la curiosità sono un po’ qualcosa di innato. Il nostro, però, è un mestiere che si impara con la pratica. Tutti possono diventare dei discreti giornalisti. Pochi possono diventare degli straordinari giornalisti. È un come la differenza tra l’artigiano e l’artista.

Chi è stato il tuo maestro, cosa sei riuscito a rubargli del mestiere e cosa invece ancora gli invidi?

Ma più che dei maestri ho avuto degli insegnanti. Un grande insegnante è stato Massimo Donelli, che è stato con me a il Giornale quando ero giovanissimo. Lui arrivava da La Notte, poi ha avuto una carriera importantissima, è stato alla testa di grandi settimanali e direttore di Canale 5. Massimo mi ha passato i pezzi, mi ha spiegato come dovevano essere scritti…era un cronista straordinario. Poi, un’altra persona che mi è stata utilissima e che mi hai insegnato tante cose è stato un giornalista investigativo de L’Espresso: Leo Sisti. Un grande mastino, un uomo con una capacità di ricerca e di studio straordinaria. Ovviamente, ho avuto tanti altri esempi, spesso inarrivabili. Montanelli per me non è stato un maestro, è stato un esempio che tentavo di seguire. Gli insegnamenti che ti dava sulla prosa…(ride, ndr) beh…lui era capace di farlo noi cercavamo di scimmiottarlo: le frasi brevi con tanti punti, gli incipit fulminanti, eccetera, eccetera.

Adesso che sei tu il “maestro”, cosa ti piacerebbe trasmettere di tuo a chi parteciperà alla masterclass per diventare giornalista d’inchiesta?

Beh…io adesso non credo di essere un “maestro” francamente. Credo di essere una persona che fa con passione il suo mestiere, che ha esperienza e ancora tanta curiosità. Ho imparato tante cose, commetto ancora degli errori, però averli fatti mi evita di farne alcuni. Posso spiegare quello che ho capito di come farsi comprendere  dalle persone, avere dei buoni rapporti con le fonti, come gestirle, come cercare di entrare in empatia con chi magari non ti vorrebbe raccontare delle cose: ecco, io credo che questo potrei spiegarlo bene. Poi, il resto lo dovrà fare la passione, perché  questo mestiere se non c’è la passione non si fa.

Trovare le notizie in un foglio di calcolo: ecco il segreto del data journalism”. Alberto Bellotto il 31 Gennaio 2023 su Inside Over.

Può un numero diventare il punto di partenza per una grande storia? Sì, se non ci si dimentica il ruolo centrale delle “notizie”. Ne è convinto uno dei pionieri del data journalism in Italia, Riccardo Saporiti, data journalist freelance che si occupa di dati per varie testate come Il Sole 24 Ore, Wired Italia e Varese News. Abbiamo parlato con lui per capire cosa vuol dire “lavorare coi dati”, ma anche come si può portare questo tipo di giornalismo nelle redazioni e renderlo utile e interessante per i lettori.

Come hai scoperto il data journalism?

Una decina d’anni fa lavoravo in un quotidiano locale e ho iniziato a cercare dati sui comuni del territorio sul sito di Istat. Lì ho capito che mi piaceva lavorare con i numeri. Poi ho iniziato a leggere alcuni articoli, specialmente di testate inglesi e americane, ho seguito qualche corso. Infine ho avuto la fortuna di fare delle proposte di pezzi data che sono piaciute alle redazioni con cui collaboro.

Quali sono le caratteristiche di un buon pezzo di data journalism?

Deve contenere una notizia e deve spiegarla in modo chiaro ed esaustivo, esattamente come ogni articolo.

Qual è l’esempio migliore di data journalism apparso in un giornale?

Non so se sia il migliore in assoluto, francamente ha poco senso stilare una classifica. Ma un lavoro grandioso è quello che fece Isaia Invernizzi sull’Eco di Bergamo a marzo del 2020, quando parlando con i sindaci del territorio raccolse i dati sui decessi e capì che le persone che stavano morendo di Covid-19 nella bergamasca erano molte di più di quelle comunicate dai dati ufficiali. Scoprì insomma che c’era una pandemia “sommersa” che non si vedeva nei numeri perché in Lombardia non si facevano abbastanza tamponi.

Il data journalism può essere un valido strumento contro fake news e disinformazione?

La scuola, l’educazione, l’istruzione e la capacità che hanno di formare negli individui uno spirito critico sono un valido strumento contro fake news e disinformazione. Il giornalismo, al contrario, può favorire la diffusione di disinformazione: succede quando viene fatto male e fa sì che i lettori perdano fiducia in chi li informa. E allora, a quel punto, l’opinione di mio cugino vale quanto un’inchiesta del New York Times.

Qual è lo stato di salute del data journalism oggi?

Da un punto di vista delle opportunità, direi molto buono, nel senso che ci sono diversi tool, anche gratuiti, che permettono di gestire, analizzare e visualizzare dati. E anche le possibilità di formazione abbondano, specie se si parla inglese. Rispetto all’uso che se ne fa nelle redazioni, ci sono diverse esperienze interessanti: oltre a quelle con cui ho la fortuna di collaborare, penso ad esempio a Domani. Dopodiché, siamo il Paese in cui le edizioni digitali di alcuni quotidiani pubblicavano l’immagine della tabella con i contagi del bollettino quotidiano della Protezione civile, quindi direi che resta un più che discreto margine di miglioramento.

A volte il data journalism rischia di essere percepito come eccessivamente complesso, quale può essere la soluzione per renderlo fruibile per tutti i lettori?

É una questione che credo debba essere affrontata su due piani. Il più immediato è quello della visualizzazione: dataviz troppo elaborate, magari anche esteticamente notevoli, rischiano di essere difficili da comprendere. O perlomeno non immediate. Quindi mi sentirei di dire che, tra chiarezza e bellezza, un giornalista deve scegliere la prima. Non a caso testate come il Financial Times o l’Economist hanno scelto uno stile di visualizzazione molto minimalista, semplice ma immediatamente comprensibile. Il secondo piano è quello più legato al racconto giornalistico tradizionale: bisogna tentare di spiegare concetti con cui un pubblico generalista non ha necessariamente familiarità, ad esempio anche uno semplice come quello di media mobile, nella maniera più chiara possibile.

Cosa può portare un data journalist a una redazione?

Può portare delle notizie. Esattamente come un nerista, un cronista parlamentare, un giornalista sportivo. Con l’unica differenza che molto spesso le sue fonti sono dei fogli di calcolo.

Che competenze servono oggi per approcciarsi a questo mondo?

Andrea Borruso, il presidente di onData, un’associazione impegnata nella diffusione della cultura degli open data, dice che per lavorare con i dati bisogna aver letto i primi tre capitoli di alcuni libri: quello di statistica, quello di fogli di calcolo, quello di data visualization. Sono tante le competenze necessarie, ma non occorre essere degli specialisti. Per dire, io ho studiato filosofia all’università..

Molto spesso i ragazzi e le ragazze che si approcciano al giornalismo conservano un’idea romantica legata alla scrittura, come si rende interessante il data journalism?

Il mio primo maestro mi ha insegnato che un giornalista deve trovare le notizie. Un articolo non è un esercizio di bella scrittura, a prescindere dai dati. Allo stesso modo, a rendere interessante il datajournalism sono le notizie.

Secondo te un giovane collega che si approccia al data journalism da dove dovrebbe partire?

Come dicevo, dai primi tre capitoli di diversi libri. E dalla capacità di farsi delle domande.

ALBERTO BELLOTTO

C’è fame di verità: così i giornalisti possono riconquistare il pubblico”. Francesca Bocchi il 28 Gennaio 2023 su Inside Over.

Noto per il suo talento come giornalista e autore televisivo, Giovanni Minoli è stato tra gli ideatori dello storico programma “Mixer”, in cui intervistava personaggi del mondo della politica, dell’economia, dello spettacolo e dello sport. La storia degli anni’80 è passata attraverso le sue interviste, dei serrati “botta e risposta”, in cui incalzava l’intervistato, con garbo e decisone, a raccontare e raccontarsi.  

Perché il programma Mixer, quando venne trasmesso per la prima volta, ebbe così tanto successo?

Ha avuto successo perché era un programma innovativo,un unicum nel suo genere, che ha rivoluzionato la televisione. Ha saputo incrociare la strada e la storia dei due elementi di novità assoluti: la TV privata e il telecomando. Riproporlo oggi significa offrire spunti e riflessioni utili per rileggere la complessità attuale, ha fatto una “fotografia” dei grandi cambiamenti e delle crisi affrontate negli ultimi 40 anni. Attraverso le interviste è stata fatta  una rielaborazione editoriale che ha nuovi intrecci narrativi. In 100 minuti ogni puntata prevedeva i serrati “faccia a faccia” , le inchieste, i reportage, i sondaggi, le pagine sul costume, gli esteri, l’economia, lo spettacolo e lo sport. Tutto questo per informare in modo diverso e più dinamico.

Cosa pensa della televisione oggi?

Penso che faccia schifo! D’altra parte la TV rispecchia la società attuale e la società attuale rispecchia la TV. Racconta di noi, delle nostre interazioni, gesti e abitudini.

Siamo in una fase di transizione, definita “liquida”, in cui sembrano mancare personalità di spicco e il dovere della televisione, del servizio pubblico, deve essere quello di educare la popolazione al bello e soprattutto al giusto. La TV commerciale può permettersi di irretire il “suo” pubblico, che è quello dei consumatori, quella pubblica deve fornire l’indicazione di una via giusta da percorrere ai suoi cittadini. 

Com’è cambiato il modo di intervistare rispetto ai tempi di Mixer?

Oggi il “parco” degli intervistati e degli intervistabili è abbastanza ridotto, invece i programmi si sono moltiplicati, per cui c’è la corsa all’accaparramento dell’intervistato e questo passa attraverso un prezzo che si paga agli uffici stampa, concordando quasi sempre un prezzo.

Com’è cambiato il ruolo del pubblico, oggi ha altre esigenze?

Il pubblico si trova di fronte a un’offerta molto più ampia e quindi si frantuma, la frantumazione degli ascolti è un dato sotto gli occhi di tutto. Prima c’era poco da scegliere. Oggi si riescono a soddisfare anche le esigenze più marginali e di nicchia. In questo senso il pubblico si è molto disperso tra i vari programmi televisivi, non esistono più i grandi eventi in TV, le partire della nazionale, Sanremo… Non c’è  più il grande pubblico per il grande programma. Esistono più pubblici diversi che possono scegliere intrattenimenti diversi.

Nella comunicazione attuale, per il pubblico è più difficile distinguere verità e fake news?

Sì perchè l’approfondimento sulle fonti e la chiarezza sono fondamentali per essere capiti. Diciamo che i giornalisti forse studiano un pò meno di prima, e quindi lasciano un margine di confusione maggiore, sono meno formati.

I giornalisti hanno perso la credibilità di un tempo?

L’hanno persa ma la possono riconquistare, perché c’è fame di verità e quindi se uno si accredita in modo serio e si capisce che quello che sta dicendo è vero, il pubblico lo verifica e lo premia. Il successo dei podcast è questo, si ascolta chi è credibile, chi ispira la nostra fiducia. Mentre il limite della cultura dei social è che offre “ tutto, subito e poco”. Personalmente mi accorgo, andando in giro nelle scuole e nelle università con “La storia siamo noi”, girata e montata come fosse un telefilm, che in realtà c’è fame di conoscenza e di approfondimento ed è molto alta.   

Cosa manca oggi alla società?

È una società in cui la fascia d’età delle persone dai 60 ai 90 anni non ha più stimoli, non è occupata in nessuna mansione lavorativa ed intellettuale e lo Stato non se ne occupa. È una popolazione intiepidita, anche i giovani pensano solo a che età andranno in pensione. Significa essere “morti”. Invece bisogna far lavorare le persone, in questo modo ci sarà un’evoluzione dell’individuo, anche nella cosiddetta “terza età”. Chi saprà intercettare il bisogno di questa fetta di popolazione, apparentemente non più operativa, chi saprà creare qualcosa per loro, avrà centrato il reale bisogno del Paese e stravincerà le elezioni.

Oggi le donne hanno raggiunto traguardi importanti in tutti i campi. Cosa gli manca ancora?

Hanno tutto e fanno tutto! Gli uomini gli hanno permesso e delegato qualsiasi cosa. Quello che gli manca è la femminilità. Valentino ha spiegato molto bene, in una mia intervista, cosa sia la femminilità, ovvero piacere ai propri mariti. La seduzione diventa quindi un misti di sex-appeal, femminilità e intelligenza. Ogni loro atteggiamento, posa, modo di porsi, manca di questa caratteristica che per definizione è loro, propria della donna. In questi anni sembrano averla smarrita ,per sostituirla con altre caratteristiche, che però non riescono a colmare questo aspetto di essere “femmina”.

Qual è la cosa più bella che fa durante il giorno?

Camminare per 15 km e lavorare. Tutti dovrebbero lavorare il più a lungo possibile e cercare di amare tutta la vita ciò che fanno. Io amo il mio lavoro e spero di morire lavorando! FRANCESCA BOCCHI

Cultura e società. "Costruire un reporter a tutto campo: così l'Academy supera la mentalità d’altri tempi". Se il fotografo freelance vuol realizzare un prodotto video, allora deve avere una formazione specifica sul tema, così si impara a scrivere testi adatti alle immagini. L'esperienza di Marcello Brecciaroli. Federico Giuliani il 20 Gennaio 2023 Il Giornale.

La Masterclass di foto e videogiornalismo di InsideOver 2023 è un corso unico nel suo genere per molte ragioni. Innanzitutto il corso, promosso da The Newsroom Academy, insegna ai partecipanti come scrivere i testi sulle immagini e non, al contrario, come usare le immagini per coprire i testi. Stiamo inoltre parlando di una scuola unita ad una realtà editoriale, una caratteristica che consente così di unire teoria e pratica, due facce imprescindibili della stessa medaglia. Queste sono soltanto alcune delle osservazioni fatte da Marcello Brecciaroli, uno degli ospiti della Masterclass che condividerà con gli studendi gli strumenti del mestiere e che li aiuterà ad elaborare una strategia individuale per rendere la passione per la fotografia una professione.

Regista e reporter, Brecciaroli ha lavorato per alcune tra le maggiori emittenti televisive italiane come Current TV, La7 e Dmax. Scrive e dirige documentari di inchiesta sociale per Presa diretta, Rai 3. Lo abbiamo intervistato per sapere qualcosa in più sul corso.

Qual è l’importanza della Masterclass di The Newsroom Academy di InsideOver?

L’aspetto più prezioso del corso, dal mio punto di vista, è la sua estensione sul lungo periodo. Questo permette ai ragazzi di apprendere, ma anche di assimilare. E, dopo aver assimilato, di confrontarsi con i docenti. Per quanto riguarda la mia lezione, sono stato felice che Antonio mi abbia cercato. Ci conosciamo da tempo, e insieme abbiamo più volte parlato del fatto che spesso, chi si approccia al reportage fotografico, anche per questione di costi e possibilità di mercato, vuole realizzare anche dei video. Il punto è che se non si hanno le conoscenze adatte è impossibile farlo.

Per quale motivo?

Il video non è un'appendice della fotografia. È qualcosa di diverso, che ha regole proprie, diverse da quelle della fotografia. Lo abbiamo visto nella guerra in Ucraina: diversi fotografi si sono cimentati con i video. Il loro materiale era prezioso ma, allo stesso tempo, molto problematico a livello di tecnica. Spesso e volentieri mandavano il loro girato alle redazioni e poi erano queste ultime che cercavano di dargli un senso. Serviva molta creatività per trovare un filo narrativo. Il più delle volte il copione era sempre lo stesso: premere rec sulla macchina fotografica, girarsi intorno e filmare ciò che si vede. Ebbene, il video reportage è più complesso. Se il fotografo freelance vuol realizzare un prodotto video, deve avere una formazione specifica e capire quali sono le esigenze di questo linguaggio. Avere uno spazio dedicato a questo, in una Masterclass di fotografia, è importantissimo.

Perché hai scelto di partecipare a questo corso?

Avere l’occasione di insegnare è qualcosa che colgo molto volentieri. InsideOver e ilGiornale.it, inoltre, hanno una fama riconosciuta e assoluta per quanto riguarda la produzione di contenuti dedicati agli Esteri. Io sono specializzato in Esteri, e quando sono stato chiamato ho subito accettato perché stiamo parlando di una realtà che in questo ambito ha sempre fatto un lavoro eccellente. Potersi affidare ad una scuola che è unita ad una realtà editoriale seria è un enorme vantaggio.

Ecco perchè la masterclass non è il solito corso di fotografia: scopri il programma ed entra nella nostra Newsroom Academy

Perché nel nostro Paese ci sono pochi corsi del genere?

È vero. Se prendi le scuole ufficiali di giornalismo, sono tutte estremamente carenti per quanto concerne l’aspetto visuale del giornalismo. Stiamo parlando di programmi, scuole e corpo docente dedicate ad un giornalismo che andava bene 30 anni fa. Sono sempre meno le scuole di giornalismo che curano l’aspetto visuale. Quella del giornalista televisivo, poi, è una figura che in Italia tende ancora ad essere poco riconosciuta. Il giornalista viene considerato ancora solo "quello che scrive", che poi si appoggia al fotografo e al cameraman che fa le riprese. Tutto ciò, da un paio di decenni, non ha più senso nel panorama dei media. Eppure, nel nostro Paese, continua ad essere così. La figura del giornalista a tutto campo che sa produrre, che pensa per immagini, è ancora qualcosa di esotico. E questo dipende da due ragioni: uno, le scuole di giornalismo non sviluppano ancora questo concetto e due, abbiamo un mercato del lavoro dominato da persone che ragionano con mentalità d’altri tempi. Un corso del genere è quindi fondamentale perché insegna ai partecipanti a scrivere i testi sulle immagini, e non ad usare le immagini per coprire i testi. All’estero lo hanno assimilato, da noi non ancora.

C’è qualcosa che ti ha colpito della Masterclass?

Il grande plus è che la parte fotografica è guidata da un fotografo come Antonio Faccilongo, che ha un’enorme esperienza sul campo e tanta sensibilità. Il suo modo di approcciare i temi è unico. Chi avrà l’opportunità di seguirlo sul campo e fare un lavoro con lui vivrà un’esperienza che si ricorderà per tutta la vita. A me è capitato di seguire Faccilongo in un lungo viaggio in Africa e mi ha aperto la mente. Non c’è niente come l’esperienza per capire come muoversi sul campo. I ragazzi devono capirlo, devono buttarsi, all’inizio anche da soli, e fare esperienza. Ma se qualcuno riesce a guidarli, ad insegnare loro l’approccio giusto, i risultati saranno decisamente diversi e migliori.

Come ci si prepara per realizzare un video reportage?

Per fare un video reportage la regola fondamentale è scrivere un copione. Non si va in un posto seguendo la logica del "vado lì e vedo cosa trovo". Non funziona così. Bisogna avere tutto preparato nei dettagli e avere già un’idea precisa di cosa ci dirà ogni persona con cui andremo a parlare. E questo lo si fa preparandosi su ogni incontro che si farà. Studiando la persona, cercando di capire se ha rilasciato interviste pregresse o scritto libri. Quando si è sul campo si ha poco tempo, e se non sappiamo quali sono le caselle da riempire c’è il rischio di tornare a casa con dei buchi. Bisogna anche trovare qualcuno del posto che diventerà la nostra guida. Parlo di persone esperte del tema, che possano essere i nostri Ciceroni. Consiglio quindi tanta preparazione e fare scouting, ovvero capire chi sarà la persona giusta alla quale affidarci sul campo. Queste, a mio avviso, sono le due chiavi per avere il minimo possibile degli imprevisti.

Perché questa Masterclass è una scuola unica nel suo genere?

Intanto è un corso legato ad un giornale vero. Dopo di che, c'è la possibilità di imparare da gente che sta sul campo, che lavora oggi, che ha anche a che fare con la realtà editoriale, e questo mette i partecipanti al riparo dal rischio di imparare cose che non sono valide sul mercato. Potersi affidare ad una scuola che è unita ad una realtà editoriale seria è un enorme vantaggio. Tanto di cappello a The Newsroom Academy che ha realizzato questo progetto. Speriamo che tanti altri, in futuro, seguiranno l’esempio.

Cultura e società. "Studiare, informarsi ed essere curiosi: i segreti per diventare reporter". Federico Giuliani il 12 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Daniele Bellocchio, docente della Newsroom Academy si concentrerà sul rapporto tra immagini e parole, nonché sul lavoro sul campo del giornalista in collaborazione con il fotografo

Realizzare un reportage sfruttando al meglio il lavoro in tandem tra giornalista e fotografo. Saper utilizzare il giusto linguaggio per trasformare una storia in un racconto esaustivo e interessante. E, last but not least, allargare lo sguardo ben oltre i confini nazionali, in modo tale da saper leggere il presente nella sua interezza. Questi sono soltanto alcuni dei pilastri imprescindibili per costruire un reportage che sia in grado di raccontare una porzione di mondo. Servono, poi, l’esperienza, la preparazione e la capacità di maneggiare molteplici strumenti professionali, ovvero tre ingredienti che la Masterclass di foto e videogiornalismo di InsideOver 2023 offrirà a tutti gli studenti che parteciperanno alle lezioni.

La masterclass della Newsroom Academy ti permette di passare dalla porta principale per inserirti nel mondo del lavoro.

Il vincitore World Press Photo 2021 Antonio Faccilongo e la redazione di InsideOver sono infatti lieti di presentare la Masterclass di foto e videogiornalismo di InsideOver 2023. Il programma della Masterclass, 90 ore di formazione (84 ore di formazione in aula e 6 ore individuali), si articolerà lungo un percorso compreso tra il primo aprile 2023 e il 26 novembre 2023, ricco tra l’altro di svariati ospiti.

Abbiamo intervistato Daniele Bellocchio, giornalista che ha raccontato le principali crisi e guerre del continente africano e che ha realizzato reportage anche in Centro-America, Balcani, Caucaso ed Oriente. I suoi lavori, pubblicati dalle più importanti testate italiane e straniere, sono stati vincitori di premi tra i quali “Fogli di viaggio, Tiziano Terzani 2012”, “Giornalisti del Mediterraneo 2014”, “Giuseppe De Carli 2014”, “Menzione speciale premio Indro Montanelli 2015”, “Marco Luchetta 2019”. La lezione di Bellocchio si concentrerà sul rapporto tra immagini e parole, nonché sul lavoro sul campo del giornalista in collaborazione con il fotografo.

Dal tuo punto di vista qual è l’importanza di questa Masterclass?

Come in tutte le precedenti Masterclass di The Newsroom Academy, si tratta di un corso che insegna ai partecipanti il metodo per poter fare il reporter in un’epoca in cui questa professione è sempre più necessaria. Oggi è necessario raccontare il mondo nella sua complessità. Ciò che avviene ad ogni latitudine è sempre più fondante per capire quale sarà il nostro futuro.

Qual è il valore aggiunto della Masterclass di foto e videogiornalismo di InsideOver 2023?

In un momento, da un lato di difficoltà del mondo editoriale giornalistico, e dall’altro di esigenze di dover raccontare il mondo in tutti i suoi angoli più remoti, questa Masterclass permette di apprendere un metodo su come affrontare il lavoro di reporter con professionalità. Il valore aggiunto, dunque, è che la Masterclass di InsideOver non si limita ad essere solo un corso teorico. Offre anche la possibilità di passare dalla porta principale per inserirsi nel mondo del lavoro.

Perché hai scelto di partecipare come docente?

Ho già tenuto un corso per The Newsroom Academy. Quando mi è arrivata la proposta di poter partecipare come docente ad una nuova Masterclass non ho potuto dire no. È un progetto in cui credo molto. I risultati del corso che ho tenuto sono stati incredibili, con un livello qualitativo dei lavori molto alto. Tanti partecipanti hanno deciso di proseguire con altre Masterclass e iniziare a collaborare con InsideOver. Per quanto mi riguarda, dò un mio piccolo contributo dal basso della mia esperienza. È lusinghiero esserci come ospite.

Perché secondo te in Italia ci sono ancora pochi corsi di questo genere?

Non c’è ancora stata la sufficiente lungimiranza per capire il connubio tra l’evoluzione del giornalismo - quindi rimanere al passo con i tempi, capire come si è evoluto il linguaggio – e l’altro fattore dell’equazione, e cioè il rendersi conto dell'importanza, oggi come non mai, di poter contare su giornalisti che si occupino di Esteri. A mio avviso una realtà come InsideOver, che si era subito contraddistinta per essere un progetto controcorrente in un mondo in cui gli Esteri erano sostanzialmente spariti, ha fatto nuovamente qualcosa di visionario. Lo dimostra anche l'avviamento di questa Masterclass.

Come ci si prepara a realizzare un foto o video reportage?

Occorre intanto studiare molto, restare informati su ciò che avviene nel mondo. Curiosità e studio sono le basi. Per proseguire nella realizzazione di un lavoro, invece, è fondamentale sviluppare un modus operandi che si costruisce con tanti mattoncini diversi. Tra questi: capire come organizzarsi, come realizzare un video, prendere contatti in loco e via dicendo. Alla base devono tuttavia esserci curiosità e molto studio in primis ovviamente del posto in cui si vuole andare, e anche una capacità di trovare storie esplicative dei macroeventi che avvengono oggi. Più ci sono delle storie che permettono di unire diversi eventi, per arrivare alla comprensione di un grande avvenimento, e più queste storie sono vincenti. Serve essere lucidi e concreti nella comprensione di storie che da sole riescano a spiegare la nostra contemporaneità.

Tu come ospite parlerai del lavoro in coppia tra giornalista e fotografo. Che relazione deve esserci tra queste due figure nell’ambito della realizzazione di un reportage?

Il rapporto giornalista-fotografo deve essere di squadra. Si lavora in due per ottenere il lavoro più completo ed esaustivo. Un racconto è fatto da una parte giornalistica, da un racconto, e poi da immagini, foto o video. In generale, il lavoro in tandem ha sua unicità e una sua forza assoluta nel fatto che fotografo e giornalista devono essere complementari per un fine unico. È un lavoro di confronto, messa in discussione, di analisi, per il fine ultimo di portare a casa il reportage nella sua accezione più ampia. Fotografo e giornalista evono essere due figure complementari che lavorano per un unico fine. Ognuno si specializza nel suo campo ma con l’intenzione per cercare di concludere un lavoro di squadra e non del singolo.

Avrai capito che la masterclass della Newsroom Academy non è il solito corso di fotografia. Ma se hai ancora dubbi o domande, scrivi una mail all'indirizzo academy@ilgiornale-web.it o chiama il numero

I Twitter Files scoperchiano il vaso di pandora della censura nei sistemi democratici. Giorgia Audiello su L'Indipendente il 30 Dicembre 2022.

I cosiddetti Twitter Files, i documenti interni riservati del social network di San Francisco, stanno spiegando molto sui meccanismi di censura adoperati nelle reti sociali all’interno dei sistemi democratici, tratteggiando meccanismi grossolani di cancellazione o riduzione della portata di contenuti che non violano alcuna legge, ma sono semplicemente ritenuti troppo disallineati rispetto alla narrazione ufficiale. Una censura che si fa tanto più puntuale e stringente quando l’utente – anche nel caso sia un politico o uno stimato ricercatore – esprime la sua opinione rispetto ad alcuni temi caldi, tra cui le restrizioni pandemiche e la campagna vaccinale. I documenti rilasciati per volontà del nuovo proprietario di Twitter, Elon Musk, rivelano infatti un sistema che viola apertamente ogni norma sulla libertà di opinione con il pretesto della tutela della verità.

A fine novembre Musk aveva annunciato che «i Twitter Files sulla soppressione della libertà di espressione saranno presto pubblicati. Il pubblico merita di sapere cosa è realmente accaduto…». Successivamente il fondatore di Tesla e Space X ha licenziato il vice consigliere legale generale di Twitter, James Baker, accusato di aver cercato di manipolare la documentazione da fornire a Matt Taibbi e Bari Weiss, i giornalisti ai quali sono stati forniti i documenti per la divulgazione. Baker, inoltre, poiché precedentemente aveva svolto l’incarico di consigliere generale per l’FBI, era addentro alla vicenda dello scandalo che vede coinvolto il figlio del presidente degli Stati Uniti, Hunter Biden.

Sono diversi gli ambiti su cui l’ex dirigenza di Twitter è intervenuta per mezzo della censura e riguardano i temi più importanti della politica americana e internazionale, nonché quelli di salute pubblica. Al momento i filoni emersi sono sei, ma potrebbero essercene altri: la censura della vicenda di Hunter Biden, in seguito al ritrovamento del laptop dimenticato in un negozio di riparazioni, e il relativo blocco temporaneo all’account del New York Post – giornale che per primo ha svelato al mondo i contenuti del portatile del figlio dell’attuale presidente americano; l’uso del cosiddetto “filtro di visibilità”, strumento digitale che permette di aumentare o ridurre discrezionalmente la visibilità dei tweet degli utenti; la collaborazione con l’FBI che chiedeva di sospendere alcuni account accusati di interferenza con le elezioni presidenziali americane; il tentativo di orientare l’opinione pubblica sull’attacco a Capitol Hill, i disordini verificatisi a Washington il 6 gennaio 2021 a causa di una presunta frangia di estremisti repubblicani e la relativa sospensione dell’account dell’ex presidente americano Donald Trump; la questione della collaborazione del social network con il Pentagono per promuovere la politica estera e militare statunitense in Medioriente attraverso “campagne di informazione” mirate; e, infine, la pubblicazione – avvenuta il 26 dicembre –  dei documenti relativi alla gestione delle informazioni durante la pandemia di Covid-19, da cui emerge il silenziamento delle tesi di scienziati e medici non allineati alle direttive epidemiologiche globali.

I documenti in questione attestano come Twitter abbia intenzionalmente influenzato il dibattito sul Covid, truccandolo e manipolandolo secondo le direttive della Casa Bianca e dell’FBI e censurando al contempo non tanto la “disinformazione”, bensì contenuti comparsi su autorevoli riviste scientifiche o espressi da medici o scienziati affermati perché non si conformavano ai piani vaccinali o alle strategie di contenimento del virus promosse dal potere dominante, collegato alla finanza e alle case farmaceutiche. Il giornalista David Zweig, che ha potuto visionare i documenti dopo essersi recato presso la sede di Twitter, inviato da The free press, ha scritto che «Twitter ha agito come una sorta di filiale dell’FBI» e che «i dirigenti dell’azienda hanno riscritto al volo le politiche della piattaforma per far fronte a pregiudizi e pressioni politiche». Dopo essersi recato alla sede di San Francisco, il giornalista ha fatto sapere che «Le e-mail interne che ho visto su Twitter hanno mostrato che entrambe le amministrazioni Trump e Biden hanno sollecitato direttamente i dirigenti di Twitter a moderare i contenuti della piattaforma secondo i loro desideri». Con riferimento all’amministrazione Biden, invece, ha scritto nero su bianco che «la sua agenda per il popolo americano può essere riassunta così: abbi molta paura del Covid e fai esattamente quello che ti diciamo per stare al sicuro».

Zweig spiega come la dirigenza della piattaforma abbia preso di mira un giornalista, Alex Berenson, scettico sui vaccini a mRNA e seguito da centinaia di migliaia di utenti. Su pressione del governo americano, Twitter ha bloccato e poi sospeso definitivamente Berenson dalla piattaforma. Dopo aver fatto causa al social network, Berenson è stato reintegrato, ma Twitter è stata obbligata a fornire alcune “comunicazioni interne”, da cui è emerso che la Casa Bianca «aveva incontrato direttamente i dipendenti di Twitter e li aveva spinti ad agire su Berenson». Zweig prosegue poi riportando che «Sono stati presi di mira anche molti professionisti della medicina e della sanità pubblica che hanno espresso punti di vista o addirittura citato risultati di riviste accademiche accreditate in conflitto con le posizioni ufficiali. Di conseguenza, sono scomparse scoperte legittime e domande sulle nostre politiche Covid e sulle loro conseguenze».

I Twitter Files sono, dunque, il segno più concreto di come forme di censura vengano applicate anche nei sistemi considerati democratici, semplicemente in modo diverso – in quanto occulto – rispetto ai “regimi autoritari”. Hanno mostrato altresì l’importanza dei social network, e della comunicazione in generale, nel modellare il pensiero e le percezioni delle masse, motivo per cui tutto il sistema mediatico può essere considerato un vero e proprio strumento di potere e non un mero mezzo “neutro” di comunicazione. Il tutto accade nel Paese che a parole eleva la libertà di espressione a proprio valore fondante, ma che in realtà utilizza svariate tecniche di manipolazione per imporre la propria ideologia: tra queste l’orientamento dell’opinione pubblica tramite tecniche di campionamento digitale dei dati di centinaia di milioni di utenti, come emerso dai documenti pubblicati. In questo, Twitter non rappresenta certamente un caso isolato: nell’attività di ingegneria sociale che plasma il pensiero di milioni di persone nelle democrazie capitalistiche, anche Microsoft, Google e Meta svolgono un ruolo di primo piano. [di Giorgia Audiello]

Stefano Graziosi per “La Verità” il 12 dicembre 2022.

Proseguono le rivelazioni legate alla pubblicazione dei cosiddetti Twitter Files. Sabato sera, Elon Musk ha reso disponibili nuovi documenti, che sono stati diffusi dallo scrittore Michael Shellenberger. Questa tranche continua a raccontare il processo interno che portò al blocco dell'account di Donald Trump l'anno scorso, arricchendo la vicenda di ulteriori dettagli. 

Shellenberger ricorda innanzitutto che, nel 2018, i vertici di Twitter si erano rifiutati di bloccare il profilo di Trump: una posizione, mutata ciononostante nel gennaio 2021, soprattutto dopo le richieste arrivate da Michelle Obama e dall'Anti defamation league. Il che è già di per sé un vistoso cortocircuito. Ricordiamo che la decisione di bloccare quell'account fu presa, tra gli altri, dall'allora responsabile legale dell'azienda, Vijaya Gadde. 

Ebbene, secondo il sito Open Secrets, costei è stata finanziatrice della campagna presidenziale di Barack Obama (oltre che di altri noti esponenti dem, come Hillary Clinton, John Kerry e Kamala Harris). 

Ora, non solo Michelle Obama fu attivamente impegnata nella campagna presidenziale di Joe Biden del 2020. Ma l'Anti defamation league è anche guidata dal 2015 da Jonathan Greenblatt, che fu direttore dell'ufficio per l'innovazione sociale della Casa Bianca tra il 2011 e il 2014, cioè ai tempi della presidenza Obama. 

Sembrerebbe quindi che il network della famiglia Obama abbia avuto voce in capitolo nel blocco del profilo di Trump: blocco arrivato l'8 gennaio 2021 per «incitamento alla violenza» (mentre personaggi controversi come Ali Khamenei e Nicolas Maduro hanno potuto continuare a cinguettare comodamente).

«Twitter afferma che il suo divieto si basa "specificamente su come [i tweet di Trump] vengono ricevuti e interpretati". Ma nel 2019, Twitter aveva dichiarato di "non tentare di determinare tutte le potenziali interpretazioni del contenuto"», scrive Shellenberger. Un capovolgimento, accompagnatosi al nodo del cambio repentino delle politiche societarie che, fino ad allora, avevano fondamentalmente evitato di bloccare gli account di «funzionari eletti».

Un ingegnere interno fece presente questo problema all'allora dirigente di Twitter, Yoel Roth, scrivendo: «Sento che molti dibattiti sulle eccezioni derivano dal fatto che l'account di Trump non è tecnicamente diverso da quello di qualsiasi altro e tuttavia è trattato in modo diverso a causa del suo status personale, senza corrispondenti regole di Twitter». «Le politiche sono una parte del sistema di funzionamento di Twitter [...] Ci siamo imbattuti in un mondo che cambia più velocemente di quanto siamo stati in grado di adattare il prodotto o le politiche», replicò Roth. 

Insomma, pare proprio che le politiche societarie vennero modificate discrezionalmente ad personam e, assai probabilmente, a fronte di pressioni, come quella di Michelle Obama. Non dimentichiamo tra l'altro che la terza tranche dei Twitter Files ha mostrato come Twitter avesse già iniziato a colpire e a etichettare negativamente i tweet di Trump molte settimane prima dell'irruzione in Campidoglio. Senza poi trascurare i frequenti (e controversi) incontri tra i vertici aziendali e l'Fbi nel periodo precedente alle elezioni presidenziali statunitensi del 2020.

Infine, ma non meno importante, la piattaforma di San Francisco attuò forme di censura anche sul fronte sanitario. Secondo quanto emerso dalle precedenti tornate dei Twitter Files, nella «lista nera delle tendenze» finì per esempio Jay Bhattacharya: professore di medicina all'Università di Stanford e «colpevole» di aver criticato i lockdown pandemici. 

È in questo quadro che, proprio ieri, Musk è andato all'attacco di Anthony Fauci, paragonandolo sarcasticamente al (poco simpatico) personaggio tolkieniano di Grima Vermilinguo e chiedendo esplicitamente che venga perseguito a livello penale. Non solo: sempre ieri, il nuovo Ceo di Twitter ha dichiarato che molto presto saranno pubblicati i files relativi alla censura in materia pandemica, risalenti alla gestione di Jack Dorsey.

Stefano Graziosi per “la Verità” il 5 gennaio 2023.

Al peggio, si sa, non c'è mai fine. E infatti sono rivelazioni inquietanti quelle emerse dalle nuove tranche dei Twitter Files, pubblicati dal giornalista Matt Taibbi. L'aspetto forse maggiormente rilevante risiede nel fatto che il Dipartimento di Stato effettuò delle ingerenze nell'attività della piattaforma di San Francisco.

 Nel 2020, il Global Engagement Center (Gec), ente che fa capo allo stesso Dipartimento di Stato, aveva chiesto - come sottolineato anche dallo stesso Elon Musk - la sospensione di quasi 250.000 account.

 Secondo Taibbi, l'allora dirigente di Twitter Yoel Roth «ha visto la mossa del Gec come un tentativo da parte del Gec di utilizzare le informazioni di altre agenzie per "inserirsi" nel club di moderazione dei contenuti che includeva Twitter, Facebook, Fbi, Dipartimento per la sicurezza interna». In particolare, il Gec indentificò come "proxy russi" i profili che definivano il Covid un'arma biologica, criticando le «ricerche condotte presso l'istituto di Wuhan» e «attribuendo la comparsa del virus alla Cia».

Ricordiamo che le precedenti tranche dei Twitter Files hanno dimostrato come l'Fbi abbia pesantemente influenzato l'attività di censura condotta da Twitter ai danni di utenti conservatori e di scienziati non allineati alle politiche pandemiche dell'amministrazione Biden. Eppure, secondo Taibbi, i funzionari di Twitter erano restii ad accettare la partecipazione del Gec alla rete di enti governativi con cui collaboravano per la moderazione dei contenuti. 

«Penso che ritenessero l'Fbi meno trumpista», ha riferito un ex funzionario del Dipartimento della Difesa. D'altronde, nel recente passato era emerso come l'account di Donald Trump fosse stato bloccato nel 2021 a seguito delle pressioni di Michelle Obama e degli stessi dipendenti di Twitter: dipendenti che, stando a quanto riportato dal sito Open Secrets, finanziarono pesantemente il Partito democratico nei cicli elettorali del 2018 e del 2020.

Non a caso, nei nuovi documenti è spuntato che nel 2020 l'allora presidente della Commissione Intelligence della Camera, il democratico Adam Schiff, chiese a Twitter di censurare presunte molestie di utenti legati a Qanon contro di lui e un suo assistente. Nell'occasione, Schiff chiese anche di bloccare gli account di un giornalista. Richieste che, almeno sul momento, furono respinte da Twitter. «Questo non lo facciamo», fu la posizione espressa dalla piattaforma.

 Ma non è finita qui. Nei nuovi documenti pubblicati da Taibbi si mette in evidenza anche la pressione esercitata dai parlamentari dem, come il senatore Mark Warner, su Twitter già nel 2017, per contrastare la disinformazione russa.

L'allora vicepresidente per le politiche pubbliche della piattaforma, Colin Crowell, scrisse un messaggio a Jack Dorsey, sostenendo che i democratici stavano «prendendo suggerimenti da Hillary Clinton». In quel periodo, la Clinton aveva infatti pubblicato un libro di memorie, in cui accusava i social network di aver diffuso disinformazione russa ai suoi danni nel corso della campagna elettorale per le presidenziali dell'anno prima. Fu proprio a seguito di queste pressioni che Twitter creò una "Russia task force".

Eppure le indagini della piattaforma riuscirono a rinvenire soltanto pochi account effettivamente collegati alla Russia e scarse evidenze di uno sforzo coordinato russo su Twitter. La pressione politica e mediatica sulla società di San Francisco è tuttavia proseguita, fino a portarla, secondo Taibbi, alla controversa (e ormai ben nota) collaborazione con l'Fbi sulla moderazione dei contenuti. Del resto, è proprio partendo dagli allarmi sulla disinformazione russa che, nell'ottobre del 2020, la piattaforma finì per censurare lo scoop (fondato) del New York Post su Hunter Biden.

I Twitter Files sono noiosamente inquietanti e incompresi. Walter Ferri su L'Indipendente il 13 dicembre 2022.

Il 3 dicembre 2022, il giornalista Matt Taibbi ha pubblicato su Twitter quello che lui stesso ha etichettato come lo scandalo dei “Twitter Files”. Il report caricato sulla Rete contiene documenti reperiti da “fonti interne” al social e, almeno teoricamente, dovrebbe portare alla luce i segreti occulti sul come la narrativa di sinistra sia in grado a corrompere e manipolare i portali internettiani al fine di perpetrare obiettivi politici, ovvero di come Twitter si sia chinato alle richieste dei Democratici nel gestire una spinosa situazione giornalistica risalente all’ottobre del 2020. I contenuti messi online rivelano effettivamente una qualche forma di atteggiamento censorio, tuttavia le sue forme sono diverse da quelle suggerite dalle premesse.

Facciamo un passo indietro: due anni fa aveva fatto clamore la scelta di Twitter di bloccare la diffusione di un articolo che il The New York Post aveva pubblicato a proposito di Hunter Biden, figlio dell’allora candidato Democratico alla presidenza, l’odierno Presidente a stelle e strisce Joe Biden. Nel suo pezzo, la nota testata aveva rivelato alcuni dei contenuti ricavati dal computer del controverso personaggio,  evidenziando come l’individuo non fosse certamente tra i più cristallini, quindi la decisione adottata dal portale di bloccare il pezzo era stata letta da molti come il frutto di una palese ingerenza politica, se non addirittura della soppressione del primo emendamento.

Appena Musk ha ottenuto il controllo di Twitter, ecco dunque che sono saltati fuori dei documenti interni che un’anonima anima pia ha ben deciso di condividere con il mondo al fine di far chiarezza sulla faccenda. Esposta in pompa magna e con atteggiamento virale, la pubblicazione della prima tranche dei Twitter Files è stata discretamente deludente. Piuttosto che dimostrare le sedicenti simpatie delle Big Tech nei confronti delle vedute Democratiche, ha svelato le preoccupazioni di un’azienda che, sotto elezioni, ha dovuto decidere in fretta e furia che fare di un materiale giornalistico che faceva riferimento a contenuti che si sospettava fossero frutto di un attacco hacker. Lo “scandalo” più imponente che è emerso è quello che rivela come gli addetti alla campagna elettorale di Biden senior abbiano chiesto la rimozione di alcuni tweet, tuttavia basta seguire i link citati da Taibbi per rendersi conto che questi facevano riferimento a scatti intimi rubati che sono stati pubblicati senza l’approvazione di Hunter Biden.

Le redini dell’indagine sono passate dunque nelle mani della giornalista Bari Weiss, la quale ha pubblicato la seconda e la quinta parte del report, e dell’autore Michael Shellenberger, che ne ha coperto invece il quarto capitolo. Gli stralci del report per ora resi pubblici affrontano la questione della presunta esistenza dello shadow banning, ovvero dell’imposizione di una “censura soft” che renderebbe impossibile alle persone visionare i post pubblicati da certi soggetti, ma anche della discussa decisione di cacciare Donald Trump dalla piattaforma. In ambo i casi non viene però a galla nulla di particolarmente inedito o inatteso: si gioca sul significato dei termini per evitare di ammettere che non ci siano prove concrete dell’esistenza di un oscuramento totale e occulto dei contenuti e si reitera come il processo manageriale fosse fino a poco tempo fa condizionato dal desiderio di evitare contraccolpi che avrebbero rattristato investitori e inserzionisti. 

Il fatto che gli interessi dei dirigenti e dei finanziatori delle Big Tech possano influenzare la società e le persone è certamente argomento degno di nota, tuttavia una frangia vocale del mondo internettiano sta fraintendendo il problema, affibbiandogli una valenza puramente politico-ideologica quando le criticità sono decisamente più sfumate e insidiose. Ora che Twitter è pienamente nelle mani di Musk, la situazione del social è cambiata solamente nella forma superficiale. Nel puntare sul fare affidamento sugli abbonamenti e sulle monetizzazioni via app, il noto imprenditore si è potuto sgravare dai diktat imposti tacitamente dalle pubblicità, tuttavia la progressiva scomparsa di una moderazione di stampo commerciale sta lasciato spazio a un’imposizione amministrativa che cade in pieno nelle mani del nuovo proprietario. Da che Musk è salito al potere, Twitter ha già provveduto ad avviare una massiccia quanto frettolosa campagna di oscurazione dei profili più irriverenti, nonché ha imposto quel cosiddetto shadow banning tanto criticato da Weiss a danno di un utente che da anni traccia i movimenti del jet privato del multimiliardario. [di Walter Ferri]

Omertà…Omertà! La Nenia degli scribacchini.

Il reato ha una responsabilità personale.

Chiunque è innocente fino a prova contraria.

Non si può colpevolizzare qualcuno per una prova che non esiste o che manca per incapacità degli investigatori.

Le persone lavorano, studiano o riposano: non sono comari dedite a spettegolare o a fare domande in giro.

Il giornalista che criminalizza il singolo, o, addirittura, una comunità o una categoria, non fa informazione, ma fa diffamazione.

Se questi scribacchini sono spinti da odio territoriale o ideologico, la loro diffamazione è a sfondo razzista, specie se poi nascondono discriminatamente le malefatte dei loro compagni e compaesani.

Antonio Giangrande: Quello che non ci dicono. Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti, che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico). Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Antonio Giangrande: PLAGIO E VERITA’. LA CRONACA PUO’ DIVENTARE STORIA?

Antonio Giangrande: “stavolta io sto con Roberto Saviano”.

Intervento di Antonio Giangrande, scrittore tarantino, autore di decine di saggi d’inchiesta.

Lo scrittore napoletano, autore di “Gomorra” e “Zerozerozero”, è accusato di aver inserito delle frasi altrui nei suoi libri, tratte da fonti non citate. Saviano si difende: “è cronaca…e la cronaca appartiene a tutti”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Come far sì che si parli di questioni delicate e pericolose che gli scribacchini non fanno? Come si fa a far conoscere situazioni locali e temporali su tutto il territorio nazionale e raccontate da autori poco conosciuti?

Quello che succede quotidianamente davanti ai nostri occhi è quello che vedono tutti e non ci sono parole diverse per raccontarlo. I racconti sono coincidenti. Possono cambiare i termini, ma i fattori non cambiano. Gli scribacchini, poi, nel formare i loro pezzi, spesso e volentieri si riportano alle veline dei magistrati e delle forze dell’Ordine.

Ergo: E’ una bestialità parlare di plagio.

E poi, l’informazione di regime dei professionisti abilitati alla conformità non è tutta un copia ed incolla?

Si deve sempre guardare il retro della medaglia. Come per esempio: si dice che i soldi vadano ai migranti e ce la prendiamo con loro. Invece i soldi vanno ai migranti tramite le cooperative di sinistra e della CGIL. Ergo: Ai migranti quasi niente; alla sinistra i soldi dell'emergenza ed i voti dei futuri cittadini italianizzati. Ecco perchè i comunisti sono solidali fino a voler mettere i mussulmani nelle canoniche delle chiese cristiane. Quegli stessi mussulmani che in casa loro i cristiani li trucidano. Poi per l’aiuto agli italiani non c’è problema: se sei di sinistra, hai qualsiasi cosa: case popolari, anche occupate, e sussidi ed occupazioni nelle cooperative. Se sei di destra, invece, vivi in auto da disoccupato, non per colpa della sinistra, ma perché quelli di destra ed i loro politici son tanto coglioni che non sanno neppure tutelare se stessi.

A proposito dell’invasione dei mussulmani senza colpo ferire….diamo proposte e non proteste. Se lo sbarco incontrollato dei clandestini è dovuto alla guerra fratricida nei loro paesi: fermiamo quella guerra con una guerra giusta sostenendo la ragione. Per molto meno si è bombardato l’Iraq, l’Afghanistan e la Libia, senza aver un interesse generale europeo, se non quello di assecondare le mire americane. E poi, dalla patria in fiamme non si scappa, ma si combatte per la sua liberazione. Gli italiani non sono scappati in Africa dalla occupazione tedesca. O i comunisti hanno combattuto non per liberare l’Italia ma per consegnarla all’URSS? Se il motivo dello sbarco incontrollato dei clandestini è quello economico, evitiamo di farci espropriare il nostro benessere ottenuto con sacrifici. Per la sinistra è un sistema che vale in termini elettorali, ma è ingiusto. Difendiamoci dall'invasione in pace. Apriamo aziende nei luoghi di espatrio dei clandestini. Imprese finanziate da quei fondi destinati a mantenere gli immigrati a poltrire in Italia. In alternativa tratteniamo i più giovani di loro per dargli una preparazione ed una istruzione specialistica, affinchè siano loro stessi ad aprire le aziende.

E comunque, senza parer razzista…In Italia basterebbe far rispettare la legge a tutti, compreso i clandestini, iniziando dalla loro identificazione, e se bisogna mantenere qualcuno, lo si faccia anche con gli italiani indigenti. Per inciso. Non sono di nessun partito. Non voto da venti anni, proprio perché sono stufo dei quaquaraqua in Parlamento e di quei coglioni che li votano.

La sinistra usa la stessa solidarietà adottata con i migranti come nella lotta alla mafia: farsi assegnare i beni confiscati e farli gestire da associazioni o cooperative vicine a loro a alla CGIL o a Libera, che è la setta cosa.

Io ho trovato un sistema affinchè non sia tacciato di mitomania, pazzia o calunnia: faccio parlare chi sul territorio la verità scomoda la fa diventare cronaca ed io quella realtà contemporanea la trasformo in storia affinchè non si dimentichi.

Io generalmente non sto con Saviano: per il suo essere di sinistra con quello che comporta in termini di difetti ed appoggi. La sinistra, per esempio, non dice che mafia ed antimafia, spesso, sono la stessa cosa, sol perché l’antimafia è da loro incarnata. Ma stavolta io sto con Saviano perché la verità appartiene a tutti e noi abbiamo l’obbligo di conoscerla e divulgarla. Saviano ha raccontato una realtà conosciuta, ma taciuta. Verità enfatizzata e strumentalizzata dalla sinistra tanto da renderla nociva. Può aver appreso da scritti altrui? Può darsi. Basta che sia verità. Se qualche autore vuol speculare sulla verità raccontata, allora la sua dignità vale quanto la moneta pretesa. Se poi chi critica ed aizza mesta nel fango, questi vuol distogliere l’attenzione sulla sostanza del contenuto, anteponendo artatamente la forma. Ed i lettori, in questa diatriba, non guardino il dito, ma notino la luna.

Io, da parte mia, le fonti le cito, (eccome se le cito), per dare credibilità alle mie asserzioni e per dare onore a chi, nelle ritorsioni, è disposto con coraggio a perdere nel nome della verità in un mare di viltà. I miei non sono romanzi, ma saggi da conoscere e divulgare. Perché noi dobbiamo essere quello che noi avremmo voluto che diventassimo. E delle critiche: me ne fotto.

Dr Antonio Giangrande

Con Crozza si ride. E l’ironia diventa controinformazione. Il Corriere della Sera domenica 24 settembre 2023.

Difficile superare la realtà, Maurizio Crozza ci prova. Il dialogo è tra Pietro Senaldi (Crozza) e Andrea Giambruno (Crozza), giornalista e compagno di Giorgia Meloni. Parlano di una collega spagnola molestata per strada e di un argomento da «patata bollente, in senso rigorosamente vegetale». Senaldi: «Noi dobbiamo soppesare le parole che diciamo mentre le rom sulla metro fanno le loro cose impunite».

Giambruno, capelli fonati e postura da miracolato, suggerisce l’abbigliamento femminile per non provocare, tipo un «bel felpone». E poi aggiunge: «Intendiamoci, tu donna hai tutto il diritto di fare la giornalista ma puoi anche evitare di ostentare il fatto che sei donna. Ecco dico questo». È tornato Fratelli di Crozza (Nove) e la famiglia Meloni (sempre più allargata) è il bersaglio preferito. Il pezzo sul ministro e cognato Francesco Lollobrigida riguarda la sua infelice sortita sul fatto che i poveri mangerebbero meglio dei ricchi: «Fa sembrare Maria Antonietta una segretaria della Cgil». Si ride, con Crozza; si ride del generale Roberto Vannacci, dell’irascibile sindaco di Terni Stefano Bandecchi, quello che vuole menare tutti, e di Elly Schlein. Si ride con il suo repertorio classico: Vincenzo De Luca e Flavio Briatore. In teatro, il pubblico applaude felice.

Sul finale c’è anche un’imitazione del telegiornale di Enrico Mentana, non propriamente riuscita, che mi ha fatto sorgere un dubbio. Non è che Fratelli di Crozza sta tentando di usare l’ironia come modello di controinformazione, come si diceva una volta? Mi pare che la smania degli autori di Crozza sia quella di fargli inseguire la realtà troppo da vicino rischiando di trasformarlo in una sorta di Gabibbo.

Non per caso, i numeri che gli riescono meglio sono quelli non legati alla cronaca della settimana. Quando Crozza s’incarna in Briatore fa filosofia non informazione, qualunque sia l’argomento affrontato. E poi, appunto, la realtà non ha rivali: neanche Age e Scarpelli avrebbero saputo inventare una scena in cui l’ex pm Piercamillo Davigo querela Paolo Mieli per diffamazione senza aver mai visto la trasmissione incriminata. Pive nel sacco.

Estratto dell’articolo di Michele Serra per “la Repubblica” il 21 Settembre 2023

Se sono un direttore di giornale e affido una rubrica a un terrapiattista, non posso meravigliarmi se costui scrive che la terra è piatta. Se poi, quando lo scrive, mi indigno, il torto è solamente mio. E lui avrà mille ragioni per replicare: “ma come, non lo sapevi che sono terrapiattista? […]». Nel conflitto tra i vertici di Radiouno e il giornalista Marcello Foa ha decisamente ragione Foa: si è comportato con coerenza. Nel suo curriculum c'è una lunga trafila di sedicenti “opinioni contro corrente” che opinioni non sono, ma tesi politiche […]

Già nel luglio del '18 il Foglio aveva pubblicato un eloquente elenco delle fake news diffuse da Foa […] dalle cene sataniche della Clinton ai piani di sostituzione etnica di Soros. Pionati aveva ampia facoltà di documentarsi. Era ovvio che Foa avrebbe invitato un medico complottista […] Quelli come Pionati sono stati messi lì apposta per aprire le porte alla falange di revisori della storia […] della destra vittoriosa. […] Che hanno da lamentarsi, adesso? 

Estratto dell’articolo di repubblica.it il 19 Settembre 2023

Un’altra puntata (radiofonica) che fa discutere. Dopo l’apologia del generale Roberto Vannacci (ieri in collegamento), l’attacco alla stampa e all’abuso dell’espressione negazionista, ora una nuova polemica investe la trasmissione di Rai Radio Uno Giù la maschera di Marcello Foa, considerata punta di diamante della nuova programmazione filo-leghista. 

L’ospite è Massimo Citro della Riva, dottore che fu sospeso dall’Ordine dei medici, invitato a parlare di Covid e contro i vaccini, autore del libro Eresia, bibbia dei No Covid (con prefazione dello psichiatra Alessandro Meluzzi, ex Forza Italia), entrato in classifica tra i più venduti.

“Noi introduciamo con l’inoculazione nell’organismo una pericolosa tossina senza la minima attenuazione, che infatti produce tutti i danni che stiamo vedendo: è inutile che facciamo finta che non sia così. Non serve a nulla perché non è un vaccino”, dice il medico. 

“Certo”, risponde Foa. “Anzi, non solo lo hanno attenuato – continua Massimo Citro della Riva – ma lo hanno potenziato rendendolo ancora più pericolo. È un disastro, è una volontà di fare del male: è evidente”. Affermazioni “pericolose” per la Rai che ha preso le distanze dissociandosi. 

[…] 

"Mi chiedo che idea di servizio pubblico ci sia dietro l'invito a Massimo Citro della Riva, che fu sospeso dall'Ordine dei Medici, a parlare di Covid, sparando a zero sui vaccini - domanda, in un post su X, Filippo Sensi, senatore Pd – Mi chiedo cosa stiano facendo della Rai, della responsabilità nei confronti di chi ascolta. Vergogna". […] 

Attaccano anche i componenti del Partito democratico della Commissione di Vigilanza Rai. "Questo signore, un complottista e negazionista che si è rifiutato di vaccinarsi affermando che non intendeva 'diventare un Ogm', per quindici minuti è stato intervistato su Rai Radio1 nella trasmissione condotta da Marcello Foa 'Giù la maschera'. In un momento così delicato dell'azione di contrasto al Covid, con dati nuovamente preoccupanti sia nel numero dei contagi che delle vittime, il Servizio di informazione pubblico non dovrebbe avere l'obbligo di puntare sulla scienza nell'offrire le informazioni più corrette e utili alle cittadine e ai cittadini italiani?", chiedono i dem.

La Rai si dissocia “in maniera netta dalle affermazioni del medico e, in particolare, da quelle relative alle cure che non sarebbero state garantite ai malati di Covid e da quelle sull'efficacia e sui pericoli dei nuovi vaccini. Si tratta di affermazioni gravi che possono ingenerare confusione nell'opinione pubblica ed essere fuorvianti rispetto alla doverosa tutela della salute dei cittadini", si legge in una nota di Viale Mazzini. 

Estratto dell’articolo di Michela Tamburrino per “La Stampa” il 20 Settembre 2023

A poche ore dalla messa in onda del programma radiofonico di Radio1 del già presidente Rai Marcello Foa, "Giù la maschera" , scoppia la bufera. Un ospite del programma, Massimo Citro della Riva, psicoterapeuta no vax, che risulta iscritto all'albo di Torino ma altresì sospeso nel 2021 dall'Ordine dei Medici appunto per le sue teorie no vax, ha appena parlato contro i vaccini recuperando tesi complottiste: «Il vaccino causa molti danni. Sono anche in letteratura e sono all'ordine del giorno. È un disastro ed è una volontà evidente di fare del male», adombrando appunto complotti contro la salute dei cittadini. Tiepida la reazione del padrone di casa che esordisce con un «Certo...». E il "ma" poco si sente.

La reazione di ad Roberto Sergio e Presidente Rai Marinella Soldi è immediata, parte il comunicato di netta presa di distanze da quanto detto in radio da Citro della Riva, un po'pure per bilanciare l'assordante silenzio del neo conduttore Foa. 

E visto che le parole stanno a zero, il vertici prendono in mano la situazione chiamando direttamente il neo direttore Radio Francesco Pionati, intimando che sia organizzata al più presto una puntata riparatoria che se pur non potrà far dimenticare l'accaduto, almeno serva per derubricare la colpa. 

E gli ospiti? Pare abbia chiesto a questo punto il contrito Pionati. E qui il colpo di genio: che gli ospiti siano indicati dal Ministero della Salute, persone di loro fiducia che possano ristabilire una giusta visione dei vaccini. […]

E il più presto è già oggi, puntata a tema Covid. Ad avere la parola saranno Giorgio Palù, direttore dell'Alfa, Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società Italiana Malattie infettive e tropicali e Laura Dalla Ragione, psicologa e psicoterapeuta. 

Onor del vero, Pionati sentendo aria di bruciato, si era subito chiamato fuori: «Quelle dichiarazioni non corrispondono in alcun modo né al mio personale pensiero, né alla linea editoriale dei Gr e di Radio1». Concludendo con un ammonimento non tanto velato a Foa: «Invito tutti i conduttori, in presenza di dichiarazioni estreme rese dai loro ospiti a chiarire che le stesse sono fatte a titolo personale». […]

A precisa domanda arriva risposta netta da Monica Maggioni direttore dell'Offerta Informativa: «Il servizio pubblico non può dare spazio a teorie complottiste e antiscientifiche. L'immediata presa di distanza dei vertici Rai e la costruzione di una puntata mirata a riportare il discorso su un piano scientifico, mi sembra non lascino dubbi circa il posizionamento della Rai». 

Un posizionamento che a botta calda, ancora all'oscuro delle misure messe in campo, qualche dubbio l'aveva fatto venire. A Francesca Bria che siede in cda: «Ho subito scritto alla Presidente e all'Ad sollecitando un intervento. La persona non è nuova a queste uscite, figura sospeso dal suo Ordine professionale, qui c'è anche un problema di equiparazione tra i medici». […]

Così il medico No-vax invitato da Foa ha manipolato la realtà. ANDREA CASADIO su Il Domani il 21 settembre 2023

L’ex presidente della Rai ha avuto ospite Massimo Citro Della Riva, un medico sospeso dall’Ordine dei medici, che ha detto un sacco di castronerie secondo la scienza. Ma questa è libera informazione?

Lunedì 18 settembre, l’ex presidente della Rai Marcello Foa nella sua trasmissione “Giù la maschera”, in onda su RadioUno, ha avuto ospite Massimo Citro Della Riva, un medico e psicoterapeuta No-vax sospeso dall’ordine dei medici perché ha rifiutato di vaccinarsi contro il Covid.

Citro ha affermato: «Noi introduciamo con l’inoculazione nell’organismo una pericolosa tossina senza la minima attenuazione, che infatti produce tutti i danni che stiamo vedendo. Quindi, non serve a nulla perché non è un vaccino, anzi non solo non l’hanno attenuato l’antigene, ma l’hanno potenziato: hanno sostituito quei due aminoacidi con due proline che lo rendono ancora più reattogeno e pericoloso. È un disastro ed è una volontà di fare del male!». È tutto falso.

VIRUS ATTENUATI?

Dice Citro: «Noi introduciamo una pericolosa tossina senza la minima attenuazione, che produce tutti i danni che stiamo vedendo». I vaccini contro il Covid non contengono nessuna pericolosa “tossina”.

I vaccini contro il Covid – che siano vaccini a vettore virale o a mRna – iniettano il gene per la proteina spike del Sars-CoV-2 nelle nostre cellule, che si mettono a produrla, la espongono sulla loro membrana, le nostre cellule immunitarie la riconoscono come estranea, così i linfociti B imparano a produrre anticorpi contro il virus e i linfociti T a inattivarlo, qualora il virus vero penetrasse dentro il nostro corpo.

Poi, la proteina spike non è attenuata, perché è impossibile attenuare una proteina. Forse Citro voleva parlare di vaccini a virus attenuati, ma si è sbagliato. Un tempo, si producevano vaccini a virus attenuato: si prendeva un virus vero che attacca l’uomo, si attenuava, cioè lo si rendeva innocuo senza fargli perdere le proprietà antigeniche, e lo si iniettava.

Però, i vaccini attenuati contengono pur sempre virus “vivi”, e ora si preferisce utilizzare quelli costituiti solo da RNA e proteine del virus contro cui il vaccino è diretto, che sono molto più sicuri.

I DANNI

Citro parla di “danni”. I danni provocati dal vaccino sono per fortuna pochissimi, e quando si sono verificati sono stati segnalati proprio dagli scienziati. I vaccini contro il Covid sono i più sicuri di sempre, e lo dimostra la sterminata casistica: non era mai capitato prima che l’intera popolazione del pianeta si sottoponesse simultaneamente allo stesso vaccino. Il vaccino contro il Covid ha evitato almeno 20 milioni di morti.

Citro dice: «Non è un vaccino», ma quello contro il Covid è un vaccino, perché stimola la risposta del nostro sistema immunitario contro il Covid.

Citro dice: «Non hanno attenuato l’antigene, ma l’hanno potenziato». Falso. Gli scienziati hanno preso l’informazione per la proteina spike e l’hanno modificata ma per un motivo ben preciso. La proteina spike è la proteina che il Sars-CoV-2 utilizza per attaccarsi ai recettori Ace2 sulla membrana delle cellule delle nostre vie aeree e dei nostri polmoni.

Ma quando la proteina spike, che prima ha una forma a L – detta pre-fusione –, si attacca alla membrana della nostra cellula, essa “scatta”, le due braccia della L si ripiegano su sé stesse assumendo la forma di una I – detta post-fusione –, ma così avvicinano il virus alla cellula, il virus si fonde con la membrana della cellula, e penetra al suo interno infettandola.

Gli scienziati hanno sostituito due aminoacidi della proteina spike con due proline – perché così essa viene “stabilizzata” nella forma pre-fusione, che è quella che dà origine ad anticorpi neutralizzanti in grado di impedire al virus di attaccarsi alle nostre cellule. Un vaccino che contenesse una proteina spike senza le due proline non riuscirebbe a istruire il nostro sistema immunitario a neutralizzare il virus, cioè sarebbe un vaccino non protettivo e inutile.

MANIPOLARE LA REALTÀ

Quando Marcello Foa ha lasciato che il dottor Citro parlasse senza contraddirlo, ha fatto informazione o no? No.

Quando il 99,9 per cento degli scienziati sostengono una tesi, verificata dai fatti sperimentali, e lo 0,1 quella contraria, non verificata, se lasci parlare un esperto che sostiene la prima posizione e un “esperto” che sostiene quella opposta, stai dando l’impressione che ci sia un dibattito che invece non esiste, non stai facendo informazione ma stai manipolando la realtà.

Chi continua a sostenere che i vaccini contro il Covid provocano danni potrebbe convincere le persone a non vaccinarsi, e se ne convincesse anche una sola, sarebbe gravissimo.

ANDREA CASADIO. È medico, giornalista e autore tv. Ex docente universitario ed ex ricercatore di neuroscienze alla Columbia University di New York, ha partecipato agli studi sulla memoria che hanno permesso a Eric Kandel, capo del laboratorio, di ottenere il premio Nobel per la Medicina nell'anno 2000. Ha collaborato come inviato e autore televisivo a varie trasmissioni (Turisti per caso, Sciuscià, Velisti per caso, Annozero, Servizio pubblico, Piazzapulita).

Il Sì&No del giorno. Giusto l’invito di Foa, in Rai, al medico no vax? “No, è un diffusore di bufale che fa affermazioni prive di fondamento”. Ivan Scalfarotto su Il Riformista il 21 Settembre 2023 

Nel Sì&No del giorno, spazio al dibattito sull’invito, da parte di Marcello Foa, ad un medico no Vax, durante lo spazio della sua trasmissione, in onda su Radio Rai. Abbiamo chiesto se sia stato opportuno o meno invitarlo al filosofo Diego Fusaro, che lo ritiene giusto, e ad Ivan Scalfarotto, senatore Iv, che lo ritiene sbagliato.

Qui di seguito, l’opinione di Ivan Scalfarotto.

“Mi ascolti: i fatti alternativi non sono fatti. Sono menzogne”. Fu così che, pochi giorni dopo l’inizio della presidenza Trump, il giornalista dalle NBC Chuck Todd rispose a Kellyanne Conway, la consulente del Presidente che stava cercando di giustificare le affermazioni della Casa Bianca secondo le quali la cerimonia del giuramento di qualche giorno prima era stata la più partecipata della storia. Una menzogna, appunto.

Fino a che la retorica degli “alternative facts” non ha preso il sopravvento, la deontologia professionale dei giornalisti non ha mai aspirato a raccontare i fatti secondo un principio di oggettività assoluta. Però i fatti sono sempre stati i fatti: un evento si poteva raccontare, leggere e interpretare in vario modo, ma la stampa ha sempre condiviso e testimoniato l’idea che si dovesse partire da un determinato accadimento (il cui verificarsi fosse indiscusso: la notizia), per poter poi addivenire a conclusioni anche lontanissime.

Da quando Conway ci ha invece introdotto al mondo dei “fatti alternativi”, abbiamo imparato che la notizia che si dà e si discute può anche essere completamente falsa, inesistente, inventata. Esiste la realtà, poi esiste la realtà alternativa. E quindi non esiste più nulla di concreto, più nulla di scientifico, più nulla di misurabile. E così vale ogni teoria del complotto, ogni ricostruzione assurda: tutto può essere raccontato e distribuito, tutto può essere ricostruito in modo alternativo.

I vaccini sono stati l’esempio più eclatante e più pericoloso di questa tendenza dell’informazione, ed è stato un meccanismo di “alternative facts” ancora più pericoloso del solito perché dai vaccini è dipesa la vita di un pezzo consistente dell’umanità. Non sapremo mai quante persone sono state salvate dai vaccini, ma sappiamo quante persone sono morte a causa dell’epidemia da Covid-19: quando a maggio di quest’anno l’OMS ha dichiarato la fine della pandemia, il suo direttore generale, Tedros Ghebreyesus, ha detto che i numeri ufficiali sono di 7 milioni di morti ma che la stima dell’OMS delle vittime reali è di tre volte superiore: 20 milioni di esseri umani.

E nonostante questo, sui media ufficiali e soprattutto sui social il numero di “fatti alternativi” diffusi durante la pandemia è stato vastissimo, si sono sentite diffondere ogni genere di leggende metropolitane, al punto che il ministero della salute e molti assessorati regionali hanno dovuto creare sezioni dei propri siti istituzionale per smontarle una a una.

Tra i principali diffusori di queste bufale, paradossalmente, anche alcuni medici come Massimo Citro della Riva, l’ospite in radio di Marcello Foa. Per Citro dalla Riva il Covid è stata «la più grande farsa della storia messa in atto per instaurare un regime mondiale» e grazie a Foa ha avuto la possibilità di dire liberamente dalle onde radio della Rai che con i vaccini “si introduce nell’organismo una pericolosa tossina che produce tutti i danni che stiamo vedendo e che sono anche in letteratura, sono all’ordine del giorno”.

Affermazioni prive di un qualsiasi fondamento scientifico, diffuse dalla RAI, dal servizio pubblico, dalla più grande azienda culturale del Paese. Diffuse a un pubblico che della Rai si fida e che pensa che qualcosa detta in radio o in televisione sia per questo vera e verificabile. Che sia una notizia di cui fidarsi.

Prima del tempo degli “alternative facts”, la Rai non avrebbe invitato un medico sospeso dall’ordine dei medici per parlare di medicina ai suoi ascoltatori. E se fosse capitato per caso, il giornalista lo avrebbe immediatamente ripreso, riportandolo in fretta alla notizia, al fatto vero, certo, verificato. Ma il giornalista era Marcello Foa, uno non estraneo al concetto dei fatti alternativi, spesso oggetto per i suoi articoli delle attenzioni di David Puente, un blogger esperto di “debunking”. Secondo i dizionari “la pratica di mettere in dubbio o smentire, basandosi su metodologie scientifiche, affermazioni false, esagerate o antiscientifiche”. Ivan Scalfarotto 

Il Sì&No del giorno. Giusto l’invito di Foa, in Rai, al medico no vax? “Sì, il vero se è tale non mette a tacere per legge il falso”. Diego Fusaro (Filosofo IASSP) su Il Riformista il 21 Settembre 2023 

Nel Sì&No del giorno, spazio al dibattito sull’invito, da parte di Marcello Foa, ad un medico no Vax, durante lo spazio della sua trasmissione, in onda su Radio Rai. Abbiamo chiesto se sia stato opportuno o meno invitarlo al filosofo Diego Fusaro, che lo ritiene giusto, e ad Ivan Scalfarotto, senatore Iv, che lo ritiene sbagliato.

Qui di seguito, l’opinione di Diego Fusaro.

Dirò brevemente perché ritengo sia sbagliato opporsi all’invito del dottor Citro alla trasmissione di Radio Rai. Esordisco chiarendo che il mio sarà un argomento di metodo e non di contenuto: non ho alcun titolo per parlare di vaccini, svolgendo io l’attività di filosofo e non di medico. Ho qualche titolo, dunque, per dire perché sia filosoficamente sbagliato negare il diritto di parola a chi sostiene tesi diverse da quelle dominanti, quand’anche fossero false.

Personalmente, nel mio libro “Golpe globale”, non ho mai contestato il “regime terapeutico”, come anche è stato definito, per la questione in sé dei vaccini: ma per l’impianto di norme repressive e oppressive su cui si è fondato. Detto altrimenti, sono anche disposto ad ammettere che il vaccino sia benefico e allunghi la vita: ciò non toglie che sia inammissibile rimuovere i diritti fondamentali a chi, per una ragione o per un’altra, non si sottopone al vaccino.

La questione, come si vede, è politica e non medico-scientifica. Ammettiamo pure, ex hypothesi, che le tesi del dottor Citro siano false. Ebbene – questa la mia posizione – in democrazia egli ha il diritto di dirle senza che nessuno lo censuri. La democrazia potrebbe anche essere intesa come la forma di governo che non sanziona l’errore e la menzogna, reprimendoli con la violenza, come è in uso presso i regimi non democratici: au contraire, la democrazia confuta la menzogna e l’errore con la docile forza del “rendere ragione” e con la prassi comunitaria del dialogo.

Bandire per decreto la possibilità di dire il falso è, in sintesi, un errore sia teoretico, sia politico: teoretico, dacché il falso deve essere confutato con la ragione e non silenziato con la forza (silenziarlo coattivamente sarebbe infatti, paradossalmente, una prova a favore del falso, che indebitamente apparirebbe come impossibile da confutare); politico, giacché la democrazia è la forma di governo in cui, come sapeva Spinoza, vige la libertas philosophandi e, dunque, prevale la docile forza dell’“agire comunicativo” (Habermas) sulla violenza repressiva.

Sicché, per paradossale che possa a tutta prima apparire, in democrazia dovrebbero avere diritto d’espressione anche le tesi false. Sarà, poi, facile confutarle con la docile forza della ragione. In questo modo, si eviterà che per legge, insieme con il diritto di dire il falso, venga eliminato anche il diritto di dire ciò che, non piacendo al potere, verrà egualmente dichiarato falso. È il solo modo per mantenere la circolazione delle idee nella sfera del dialogo e del procedere scientifico per tesi e confutazione, evitando che si trasli nel ben più insidioso piano del vero e del falso sanciti dal potere, con annessa limitazione della libertà di ricerca e di opinione.

Banalmente, il contrario di falsità è verità, non censura. Non dobbiamo obliare che, accanto al fanatismo del complottismo paranoico (che realmente esiste, nella sua pericolosità), v’è anche il fanatismo dell’anticomplottismo paranoico, che, rivelandosi non meno pericoloso, liquida come “complotto” tutto ciò non rientri nella narrazione egemonica: l’esito paradossale è che, condotta al suo grado estremo, la lotta contro il complottismo si rovescia in apologia delle idee dominanti (ossia quelle – ricorderebbe Marx – delle classi dominanti).

Il vero, se è tale, non mette a tacere per legge il falso: al contrario, il vero è tale nella misura in cui, mostrando se stesso, mostra in pari tempo la falsità del falso. Per converso, è il falso che, quando aspira a imporsi come vero, deve coattivamente mettere a tacere il vero, di modo che a quest’ultimo sia impedita la possibilità stessa di manifestarsi. Se, infatti, si esibisse, esibirebbe per ciò stesso la falsità del falso che si proclama ideologicamente vero. Diego Fusaro (Filosofo IASSP)

Porre dubbi, vagliare criticamente”: Foa spiega il ruolo del giornalismo sul campo. Andrea Muratore il 20 Settembre 2023 su Inside Over. 

Per Marcello Foa non ci sono dubbi: il sano giornalismo è la migliore garanzia perché nell’informazione la corretta esposizione dei fatti, soprattutto riguardanti la grande politica internazionale e le guerre, prevalga sul tifo da stadio. Storica firma de Il Giornale, attento osservatore della politica internazionale, presidente della Rai dal 2018 al 2021 e da alcune settimane conduttore de Giù la maschera su Rai Radio 1, Foa il prossimo 26 settembre sarà ospite alla conferenza “Raccontare la guerra oggi” organizzata da ilGiornale.it e InsideOver con Fausto Biloslavo, Giovanna Botteri, Fulvio Scaglione, Lucia Goracci, Alberto Negri e Daniele Bellocchio.

Con lui dialoghiamo riguardo alla sua esperienza e al futuro dell’informazione in tempi di condizionamenti e propaganda.

L’evento del 26 settembre si incentrerà sul tema del futuro del giornalismo sul campo in tempi di condizionamenti e propaganda. Quanto è attuale discutere di questi fatti? 

“Estremamente attuale! Non vedo l’ora di confrontarmi con colleghi che da prospettive diverse hanno raccontato sul campo guerre e scenari di crisi ai quattro angoli del pianeta in un panel plurale di grandi professionisti. Dal mio punto di vista porterò il mio apporto sotto forma di un contributo alla riflessione su cosa significa fare informazione in un’epoca dove le regole del gioco, per le fonti in presa diretta, sono estremamente mutate”.

Si riferisce al proliferare dei social media come fonte primaria di diffusione informativa?

“Si, e in particolare al fatto che siamo quotidianamente immersi in una bolla social in cui viviamo buona parte del nostro accesso ai flussi informativi. Ma i social, come ogni altro strumento di comunicazione, sono imbevuti di condizionamenti e propaganda fabbricata in forma industriale. Il caso del conflitto russo-ucraino lo testimonia: sia Mosca che Kiev utilizzano la comunicazione via social per portare acqua al proprio mulino”.

Vecchi obiettivi, nuovi meccanismi…

“La propaganda di guerra si fa dal tempo dell’Antica Roma. Ed è comprensibile che una parte in lotta in una guerra cerchi di sottolineare quelle che ritiene essere la ragione della sua condotta. Ma bisogna stare attenti ai meccanismi di condizionamento”.

Ed è qui che il giornalismo può fare la sua parte?

“Si, in primo luogo andando alla radice nell’obiettivo di cercare la veridicità di affermazioni e fonti. Poniamo l’esempio della guerra: sui social network proliferano account che spesso si nascondono dietro nomi altisonanti o etichette di analisti presentando narrazioni sui vari conflitti, come quello ucraino, basate su fonti aperte. Si pone una prova ritenuta aperta, come una foto o un video, a testimonianza del fatto e si pretende che rappresenti un accadimento in maniera piena e oggettiva. Ma qui subentra il mestiere del giornalista che può e deve porre dubbi e vagliare criticamente le fonti e capire i meccanismi di condizionamento e propaganda. Distinguendo l’informazione sana da un approccio più fazioso alle notizie”

Questo a suo avviso è una minaccia per l’informazione?

“Si, dato che spesso si rischia che l’informazione scivoli nel commento e le analisi nel tifo da stadio, quando si fa riferimenti a scenari come quelli bellici. Ma ci vorrebbe sempre una sana dose di oggettività e realismo nel raccontare i fatti dal campo. I colleghi che saranno alla conferenza hanno avuto importanti esperienze nei teatri più caldi e sanno sicuramente maneggiare i ferri del mestiere per governare al meglio i flussi informativi in scenari bellici o di crisi”.

La lezione di un giornalismo indipendente e senza condizionamenti: il sogno di Indro Montanelli, suo maestro e esempio di coscienza critica…

“Un obiettivo che bisogna perseguire in nome della libertà d’informazione e del futuro stesso dei media. In fin dei conti su cosa si gioca il futuro dell’informazione? Sulla riconquista della fiducia del pubblico attraverso credibilità e buon senso. Il pubblico sul breve periodo può essere condizionato da propaganda e condizionamenti, ma presto o tardi aumenta la domanda di informazione sana e veritiera. Serve attenzione alle fonti e visione diretta dal campo per capire i grandi scenari, così serve un approccio meno ideologico ai grandi temi geostrategici. Una sana e pacata modalità d’approccio a questa professione è oggi più che mai doverosa”.

Autore ANDREA MURATORE

RAI CENSURA. Foa, Citro, Prestininzi. Insulti e diffamazione per chi non segue la dottrina dominante - La Verità Francesco Borgonovo 22 settembre 2023. Vietato avere idee: il giornalista ospita un medico no vax e viene umiliato. Il geologo del Ponte di Messina deriso perché no green.

Estratto dell'articolo di Francesco Storace per 7colli.it il 22 Settembre 2023

“Storace Luxuria, che coppia”, ci ha detto Francesco Pionati, il direttore di Radiouno alla vigilia della trasmissione che andrà in onda proprio alla radio dal 25 settembre. 

“Il rosso e il nero” sarà il titolo dell’appuntamento che sarà in calendario dal lunedì al venerdì alle 11,30 e anche sull’App Ray Play Sound. Per me sarà una nuova avventura giornalistica e con Luxuria – che di spettacolo se ne intende – tenteremo di farvi compagnia con le nostre opinioni, indubbiamente diverse, sui temi dell’attualità politica e non solo. 

Spiegare quel che succede su un tema con due editoriali probabilmente opposti; interviste brevi a giornalisti di calibro o esponenti politici nella sintonia del rosso e nero. E rubriche di commento sui fatti del giorno e quel che potrebbe accadere nelle 24 ore successive.

Quest’avventura l’ha voluta la nuova Rai, nel segno del pluralismo e anche di quel filo di ironia – dal titolo – che serve pure ad analizzare senza drammi quel che accade in Italia e nel mondo. A Vladimir ne ho parlato io e mi ha fatto piacere trovare il suo assenso. I nostri punti di vista possono rendere scoppiettante la trasmissione ma nel rispetto reciproco per due personalità che ne hanno affrontati tanti di mari perigliosi… […]

Storace e Vladimir Luxuria, coppia vietata in Rai: gli insulti da sinistra. Pietro De Leo su Libero Quotidiano il 25 settembre 2023

Ecco un piccolo saggio di quel che è la libertà, a sinistra. Ovvero, un valore domestico, valido in casa propria e con i compari propri. Non un valore universale, giammai. Anzi, quando si sconfina, siano pianto e stridore di denti. Lo dimostra la canea social che si è scatenata attorno a “Il rosso e il nero”, programma che andrà in onda da domani alle 11:30 su Radio 1 Rai per cinque giorni alla settimana. Il titolo è la metafora perfetta della vocazione culturale dei due conduttori. Vladimir Luxuria, attivista Lgbt, prima transgender eletta al parlamento di un Paese europeo. Sedette a Montecitorio, tra 2006 e il 2008, con Rifondazione Comunista.

Condividerà l’avventura radiofonica con Francesco Storace, attualmente firma di Libero, ma con un percorso da esponente della destra italiana di cui ha vissuto molte stagioni, fino all’approdo al Parlamento, poi al timone della regione Lazio, e ancora al governo da ministro. Un amalgama, che mescolerà due voci opposte. Che qualcuno ha già condannato. Con veemenza, crudezza, violenza verbale. E parte del popolo social che nelle ultime ore, man mano che si avvicina l’inizio del programma, sta letteralmente bersagliando Vladimir Luxuria di attacchi e insulti. Provenienti da sinistra. Come si fa a dirlo?

Hanno tutti un filo conduttore: l’accusa di «intelligenza col nemico». Breve galleria da “X”, nuovo nome di Twitter: «Quando Luxuria capirà che sta facendo l’utile idiota della programmazione fascista della Rai, sarà sempre troppo tardi», scrive il profilo “Mind the Gap”.

E ancora: «Luxury è andata fuori di melone», scrive “Marghe”. Un altro utente, “Ligera”, la butta sul catastrofismo storico: «un piccolo passo per Storace, un grande passo verso il fascismo. Cara Luxuria, coi fascisti non si parla, perché il risultato è che poi parleranno solo loro». E ancora: «spero che nessuno ti inviti più a iniziative LGBTQ», scrive “Mazelkiv”. E ancora, Paola attacca: «Che delusione, con i fascisti non può esserci dialogo. Disse Pajetta che con i fascisti abbiamo finito di parlare nel 1945. Questi rigurgiti legittimati sono disgustosi».

Due elementi. Il primo riguarda la ben nota, stucchevole accusa di fascismo a figure che appartengono al campo avverso, riflesso istintivo di buona parte del mondo della sinistra.,.., La seconda è questo concetto alquanto curioso di libertà: a sinistra viene sbandierata con grande enfasi, assieme alla retorica dei diritti e dell’accettazione dell’altro. A patto che “l’altro” non sia chi la pensa diversamente. In quel caso sono dolori, bavagli e accuse di alto tradimento per chi osi avvicinarsi.

"Tutelare giornalismo sul campo". Informazione e propaganda secondo Giovanna Botteri. Con Giovanna Botteri dialoghiamo in vista dell'evento del 26 settembre sul ruolo dell'informazione nel mondo contemporaneo italiano e non solo. Andrea Muratore il 19 Settembre 2023 su Il Giornale. 

Giovanna Botteri è tra i volti più noti del giornalismo televisivo italiano. Da inviata Rai per il Tg2 e il Tg3 ha seguito il crollo dell'Unione Sovietica, le guerre nell'ex Jugoslavia, la rivolta albanese del 1997 e l'attacco americano all'Iraq, di cui ha ripreso per prima l'inizio, nel 2003. In seguito è stata corrispondente Rai da New York (2007-2019), Pechino (2019-2021) e, da fine 2021, Parigi.

Il prossimo 26 settembre presso Fondazione Stelline a Milano, Giovanna Botteri sarà una delle relatrici alla conferenza “Raccontare la guerra oggi” organizzata da ilGiornale.it e InsideOver con il patrocinio di Fondazione Stelline. Insieme a Botteri racconteranno le loro esperienze sul campo anche Alberto Negri, Marcello Foa, Fausto Biloslavo e Lucia Goracci, moderati da Fulvio Scaglione. Con lei dialoghiamo sul ruolo dell'informazione nel mondo contemporaneo e sulla deontologia professionale di chi, oggi, racconta la guerra.

Lei ha visto il mondo dell’informazione sia da inviata che da corrispondente. Come si districa oggi il giornalismo, in un contesto che vede le società moderne sommerse da un diluvio di informazioni la cui veridicità va sempre accertata?

"Parliamo di un grandissimo problema che in questo momento chi fa il nostro lavoro si trova ad affrontare. Qualcuno tra i colleghi dice che il problema cruciale è il fattore tempo: la regola delle redazioni è che le notizie vanno date subito, in poco tempo, prima degli altri. La velocità brucia in diversi casi la necessità di essere veritieri. Si danno notizie senza essere capaci di vagliarle e controllarle. Io credo che il nostro lavoro, che ho fatto da inviata e corrispondente, debba essere quella della tutela del giornalismo sul campo e sul terreno e del ruolo decisivo del giornalista come figura capace di vagliare e processare al meglio le informazioni. È una garanzia riuscire a muoversi e capire, per poterlo raccontare, ciò che succede".

In diversi contesti – e la guerra è l’esempio classico – però ci si trova di fronti a scenari in cui le parti in causa cercano di condizionare ciò che il giornalista vede. Come ci si comporta in questi casi?

"È importante quando si è sul campo anche raccontare ciò che non si vede o si legge nei servizi e testimoniare le limitazioni alle libertà di movimento terreno. Questo è sempre qualcosa di molto importante da ripetere, come forma di prima tutela verso chi legge, ci ascolta, ci segue. È comunque sempre importante essere sul terreno, ma non in cambio dell’abdicazione a ogni deontologia professionali. A tal proposito ricordo la scelta che i media francesi fecero durante la fase più grave della guerra in Algeria tra il governo centrale e il Fronte Islamico di Salvezza. I media, stampa e televisione concordi, presero compattamente la scelta di non coprire il conflitto perché esisteva solo informazione di parte, prodotta viaggiando sotto scorta dell’esercito regolare di Algeri. Tutta la stampa decise di non coprire più l’Algeria per non sottostare a questo ricatto, oggi posto in molti Paesi".

Tra essere “embedded” con delle forze armate ed essere condizionati dalle forze armate stesse spesso passa una linea sottile. Come muoversi in queste circostanze?

"Alle dovute condizioni noi giornalisti dobbiamo esserci. In teatri di guerra anche il giornalismo più irreggimentato può essere il granello che blocca il meccanismo di condizionamento dell’informazione. Ho visto in Iraq molti giornalisti al seguito dell’esercito americano riuscire a testimoniare su molte tematiche, comprese questioni scomode per gli Stati Uniti stessi, in totale libertà. La cosa importante è spiegare e denunciare le condizioni in cui si lavora. Questo per onestà nei confronti di coloro per cui si lavora, ovvero il nostro pubblico. E questo è il caso che vale per il racconto della guerra in Ucraina, dove del resto i giornalisti hanno solo due possibilità di andare al fronte, al seguito di uno dei due eserciti. Ed è un contesto ove l’informazione si muove con sempre più difficoltà e limitazioni".

Del resto, i Paesi in guerra hanno – legittimamente – tutto l’interesse a fare propaganda per la loro causa…

"Assolutamente, e questo vale anche per la guerra russo-ucraina, dove è evidente che entrambe le parti facciano propaganda. L’importante è che chi la racconta ne sia consapevole. E questo non modifica di una virgola la realtà sul conflitto, che vede chiaramente una netta distinzione tra un Paese aggressore e uno aggredito. Noi giornalisti siamo testimoni, né tifosi né attori di parte".

Sul fronte della propaganda interna, Lei ha lavorato e lavora tuttora vicino a centri importanti del potere globale. New York, Parigi, Pechino: nelle sue esperienze ha mai avuto la percezione di sentirsi oggetto di tentativi di influenza propagandistica?

"Sono casi diversi. Francia e Usa sono Paesi democratici, la Cina no. In Cina la propaganda si esplicita in modo molto più grezzo ed evidente, perché non c’è nessun bisogno di fingere che questa non debba esistere. Paradossalmente, proprio per questo motivo la propaganda è più facilmente identificabile. Nei Paesi democratici sono presenti da un lato forme più sottili di propaganda, difficili da identificare, ma dall’altro anche gli anticorpi e gli strumenti per reagire alla propaganda e affrontarla. Mi sono trovata in molti casi del genere. In Cina avevo la possibilità di andare nello Xinjiang, dove vivono gli uiguri, ma ovviamente chiedevo sempre a che condizioni poterlo fare. Ho rinunciato di fronte alla prospettiva che non potevo andarvi se non scortata e con un viaggio organizzato".

Informazione sana vuole anche dire il presupposto per una democrazia sana. Come l’informazione può permettere di dare regole salutari al conflitto di idee che deve esistere nelle società democratiche?

"La cosa che preoccupa me non è tanto il conflitto quanto la modalità. Non amo il confronto urlato da talk show, che non serve allo scambio di idee. Rimpiango i bei tempi in cui si aveva tempo per costruire un servizio e un reportage con tutti i crismi. Erano tempi in cui per portare l’informazione al grande pubblico in maniera utile dovevi lavorare e sviluppare il tutto con attenzione. E un occhio alla complessità di ogni situazione politica o sociale che veniva raccontata". 

Un esempio della negazione di questo metodo si è avuto in un contesto che lei segue da vicino, la Francia scossa dalle proteste contro la riforma delle pensioni…

"Quello che colpisce in Francia è il fatto che in Italia fa audience la presenza di scontri, dei black bloc in piazza, le immagini dei lanci di lacrimogeni e delle risse. Al di là di questo, la tematica si perde nella sua interezza. Spesso viene raccontato che la base della protesta è il fatto che con questa riforma i francesi andranno in pensione a 64 anni invece che a 62, mentre il resto d’Europa va mediamente a 66-67 anni. Riguardo la Francia si è parlato molto di scontri e violenza, poco di politica. E anche sulla riforma la realtà è più complessa".

Come stanno le cose a riguardo?

"La Francia ha in Europa il più alto numero di anni richiesti per andare in pensione, che sono generalmente 42-43 anni. A 62 anni, con 42 anni di contributi, andavano pochissime persone in pensione. Di fatto coloro che avevano iniziato a lavorare giovani svolgendo i lavori più usuranti. L’idea che esce dal confronto mediatico nostrano è invece il fatto che in Francia si andasse indistintamente in pensione a 62 anni. Ma la realtà dei fatti è che con questa riforma la Francia ha tolto il concetto di lavoro usurante, unendo coloro che lavorano come spazzini o operai nelle acciaierie e coloro che svolgono professioni come quella di avvocato e notaio nello stesso sistema pensionistico".

Se ne è parlato pochissimo…

"Qualche volta l’informazione è penalizzante nei confronti della concretezza riguardante il dibattito. Qual era la logica valida in molte redazioni sulla situazione in Francia? Di fatto si preferiva scrivere o fare servizi quando in piazza polizia e manifestanti si picchiavano, senza quasi nessun approfondimento sul perché sia divampata una rabbia sociale così grande. E questo a mio avviso segnala la presenza di un’idea deteriore di informazione che, spesso, va di pari passo con una sostanziale sottovalutazione del nostro pubblico. Ma questo pubblico che ci legge, ci vede, ci ascolta è più intelligente ed esigente di quanto spesso sia considerato nelle redazioni. E bisogna partire da questa concezione per un maggiore rispetto nei suoi confronti e una maggiore sincerità".

Nei talk show l'informazione è sparita: c'è solo il tifo da stadio. Dal Covid all'ambiente, dalla guerra in Ucraina al conflitto in Medio Oriente quel che conta non è provare a capire ma da che parte schierarsi. Per una Babele tra insulti, urla, risse. E troppe parole a vanvera. Beatrice Dondi su L'Espresso il 16 novembre 2023

Mario Giordano, con la sua faccia ordinariamente attaccata alla telecamera di “Fuori dal coro” l’ha riassunto in poche parole: «Chi non urla è complice». Perché l’importante è tifare. «Io non riesco a stare dalla parte dei più forti. Non riesco a stare con i tagliagole, con l'impero dell'Islam. Io sto dalla parte dei deboli, dell'Occidente». Non si capisce bene cosa sia successo ma a un certo punto il giornalismo televisivo si è sentito in obbligo di «stare dalla parte di», è salito in curva e si è messo a gridare a squarciagola, come Vittorio Gassman allo stadio ne I mostri di Dino Risi. Forza Roma, forza Israele, forza Gaza, forza vaccino, forza Zelensky, i talk show si sono infognati in una deriva tale da cui è ormai difficile uscire. In questa tossicità che rasenta l’inutile perché della verità o meglio dello sforzo di arrivare a sfiorarla non importa un granché a nessuno, quel che conta davvero è lo schieramento frenetico a cui si sentono costretti proprio coloro che dovrebbero tentare uno sguardo dall’alto sui temi bollenti, per stare solo dalla parte dello spettatore. Invece niente, dai che il tempo stringe, come in un tweet.  

Così gli studi si trasformano in derby, o con Zerocalcare o contro di lui, o con Patrick Zaki o niente e chi dovrebbe tenere il fischietto ben stretto al collo si strappa la divisa da arbitro e si unisce alla prima squadra che capita. È la tv dell’emergenza, che si nutre della catastrofe come il boa de Il piccolo principe, e gonfia la sua pancia in attesa della digestione del successo di share. Che peraltro, come dimostrano i dati sia Rai che Mediaset e La7, ha smesso di premiare l’infodemia generale.

Il dramma quotidiano, che dura per mesi e mesi dopo i quali le parole sono solo un rumore indistinto è cominciato prepotentemente col disastro Covid. Le squadre scendevano in campo per guardarsi in cagnesco, venivano pescati brandelli di freak per straparlare di vaccino sì vaccino no, microchip, grafite, effetti indesiderati, dove tutti ma davvero tutti sembravano eletti a opinionisti, non importava a quale titolo l’importante era il dire. A prescindere. Un malcostume invasivo come il virus, quello di andare a pescare nei bidoni dell’estremo, cure a base di kiwi, i fan del paracetamolo, i nemici del green pass, l’ex questora negazionista e così via. Questa novella modalità di dibattito si pasce con agio dell’emergenza climatica, ed ecco che i ragazzi di Ultima generazione da una parte sono sbeffeggiati dai negazionisti climatici dall’altra a suon di strepiti: «Ecovandali», «Servi sciocchi» e così via.  

La guerra in Ucraina, a un passo dalla serie B del campionato televisivo perché al momento tira meno del Medio Oriente è l’occasione d’oro per creare il personaggio Alessandro Orsini, nato e cresciuto negli studi della “Carta Bianca” targata Rai e teletrasportato su Rete 4 senza avergli dato neppure il tempo di spettinarsi. «Mi scusi se cerco di alzare il livello» era diventata la carta d’identità del professore in quota Putin, e per tenere fede al motto si è prontamente prestato al dibattito su Hamas in una rovesciata da applausi. I toni sono altissimi, la giravolta anche: «Il professor Orsini è libero di dire stronzate in questo Paese», dice con pacatezza Alessandro Sallusti. «Il professor Orsini non vive in un kibbutz ma in un Paese libero governato da Giorgia Meloni e dice quello che dice per 7-8.000 euro al mese». A quel punto la padrona di casa Bianca Berlinguer si irrita il giusto: «Non posso tollerare che si insultino le persone nel mio studio» e il pubblico quasi quasi ci casca.

Altro giro altra ruota, il caso principe di Elena Basile, le cui opinioni diventano esse stesse oggetto di tifo. «Bene brava bis» e «Si vergogni della sua erudizione» sono frasi pronunciate spesso in contemporanea. Chi sta con lei e chi la zittisce, chi la osanna e chi al contrario la invita esclusivamente per deridere le sue posizioni a prescindere, perché a quel punto l’ascolto di quella che si è autodefinita «l’unica voce del dissenso» diventa un momento del tutto trascurabile del dibattito. Al momento però Basile si è ritirata sul canale YouTube di Alessandro Di Battista che tanto il contraddittorio serve a poco, mentre proprio l’ex parlamentare 5 Stelle è diventato il novello bomber da talk show. Soprattutto di quelli targati La7, un po’ “In Onda”, un po’ “DiMartedì”, perché urla il giusto e non si sforza neanche lontanamente di trattenere quel lieve senso di ribrezzo per il vicino di poltrona, chiunque esso sia.  

Alza la voce e si scontra con Donatella Di Cesare, si azzuffa con David Parenzo («Quella di Israele è una vile rappresaglia, sono le Fosse Ardeatine al contrario»), strilla a labbra strette a Giorgio Mulè: «Non avete il fegato di condannare», mentre Italo Bocchino lo ammonisce: «Tira fuori le palle». E sempre a “DiMartedì” litiga con Fabrizio Roncone e se la prende con la stampa tutta: «Vergogna, ecco perché non vi legge più nessuno. E così sei sistemato». Tipo cicca cicca cicca.  Nel salotto di Augusto Minzolini su Rete 4 invece l’insulto ha solo tre sillabe: «Pagliaccio». E se lo rimpallano Piero Sansonetti e Pierluigi Battista: «Allora per te sono tutti pagliacci», «Non fare il pagliaccio», «Il pagliaccio sei te», «Basta che non mi interrompe quel pagliaccio». 

Con questo clima di opinionismo di parte, mentre latita con convinzione l’approfondimento rivolto al telespettatore, si staglia l’intervista a Matteo Salvini. Ospite di Nicola Porro a “Quarta Repubblica”, il ministro dovrebbe parlare del Brennero, «ma quello che sta accadendo in Israele non mi può lasciare indifferente e lo dico da papà». E questa a onor del vero si era già sentita. Poi discetta sui terroristi con una dovizia di particolari neanche fosse una Wikipedia da Grand Guignol, se la prende con la Cgil in piazza ma soprattutto, svela la nudità dell’imperatore senza vestiti nuovi. E lo dice, nello studio silenzioso: «La cosa più incredibile è l’imbecillità italiana di qualcuno che parla a vanvera di quello che non sa, per esempio di Israele. Ma cos’hai nel cervello, la polenta?».

Qual è l’orientamento politico dei principali talk show televisivi italiani? Ernesto de Santis

Broker presso DSE Corporation (1999–presente) L'autore ha 2.068 risposte in 1 anno

Piazzapulita: sinistra

Dritto e Rovescio: centrodestra

Quarta Repubblica: destra

Di Martedì: centrosinistra/sinistra

Mezz’ora in più: sinistra/estrema sinistra

Porta a Porta: filo-governativo

Cartabianca: sinistra/estrema sinistra

Fuori dal Coro: destra/estrema destra

Propaganda Live: centrosinistra

Otto e Mezzo: sinistra

Zona Bianca: destra

Stasera Italia: centro/centrodestra

Controcorrente: destra

Non è l’Arena: centrodestra

Che tempo che fa: sinistra

Social TV e pluralismo: la mappa ideologica dei talk show politici. Voices from the Blogs su Il Correire della Sera il 9 dicembre 2014

I media non sono tutti uguali. Lungi dall’essere tutti ‘super-partes’, ogni mezzo di informazione tende al contrario a comportarsi in modo un po’ ‘partisan’. Il pubblico, a sua volta, tenderà a selezionare contenuti omogenei rispetto alle proprie credenze e opinioni, e di conseguenza ciascun media finirà inevitabilmente per attirare un pubblico con una caratterizzazione ideologica ben definita. Ma è possibile misurare l’ideologia dell’audience, e quindi indirettamente anche quella dei media, ottenendo una misura di pluralismo televisivo? Un modo per farlo è sfruttando il concetto di social TV: attraverso l’analisi di oltre 135 mila commenti relativi a 30 puntate (tra settembre e novembre) dei principali talk show politici italiani, e in particolare misurando il sentiment (positivo o negativo) espresso nei confronti degli ospiti politici che di volta in volta si succedevano nelle varie trasmissioni, diventa infatti possibile posizionare l’audience di ciascuno dei 10 talk show serali in una mappa ideologica, che misura sia quanto l’audience sia di destra o di sinistra che al contempo quanto sia anti-politica, anti-casta o anti-sistema che dir si voglia (si veda qui per maggiori dettagli sulla metodologia)

I dati dicono che Servizio Pubblico risulta essere il talk show con una audience più di sinistra, ma in buona compagnia. Infatti anche Ballarò, condotto da Giannini, e Ottoemezzo sembrano decisamente schierati da quel lato; più a sinistra della media sono anche Di Martedì e Piazzapulita. A destra troviamo invece Porta a Porta, seguito dai due talk di Mediaset (Quinta Colonna e Matrix), e da Virus e La Gabbia, questi ultimi collocati sempre a destra ma in posizione più moderata. Sulla seconda dimensione (quella verticale) troviamo, ad un estremo, Porta a Porta, che è decisamente il talk meno anti-sistema tra quelli analizzati, mentre sull’altro estremo troviamo La Gabbia, condotto da Paragone, la trasmissione politica al contrario più capace di attrarre il pubblico “anti-casta”.

E a livello di network televisivi nel loro complesso? In generale, se consideriamo l’intero palinsesto “politico” offerto da ciascuna emittente, è molto significativo il divario tra La7 rispetto a Rai e Mediaset. La7 propone infatti talk show decisamente indirizzati ad un pubblico anti-sistema, offrendo una maggiore varietà di programmi all’audience di sinistra rispetto all’audience di destra, coperta solo da La Gabbia. Rai e Mediaset invece offrono talk di livello più moderato. La Rai tende ad avere una offerta più eterogenea sulla dimensione sinistra-destra, con Ballarò, Virus e Porta a Porta che coprono l’intero spettro delle preferenze ideologiche, sempre proposte in chiave pro-sistema. Complessivamente però, la Rai finisce per attrarre un pubblico tendenzialmente di centro-sinistra, perché quello di destra viene più facilmente catturato da Mediaset che, anche nell’interesse dell’editore (leader storico del centro-destra), ha un incentivo a veicolare programmi con contenuti che diano maggiore copertura ai consumatori ideologicamente conservatori. Ma nell’area di riferimento di Mediaset entrano anche fasce di pubblico anti-politico, che viene invece pressoché ignorato dalla televisione pubblica.

Insomma, da questa analisi sembrerebbe che i talk serali nella loro interezza non premino unicamente un’area politica a scapito di un’altra e non c’è quindi nessun “media bias”. Merito della Rai, come detto, ma anche delle televisioni private, che riescono a coprire nicchie più o meno grandi di telespettatori (come ad esempio quelli più anti-politici o più radicali) che altrimenti rischierebbero di non trovare sul video contenuti a loro graditi.

L'informazione di sinistra di tutte le reti tv ce l'ha in mano l'impresario Beppe Caschetto, un ex Cgil.  Max Del Papa ITALIAOGGI - NUMERO 116   PAG. 8  DEL 18/05/2023

L'Italia è una repubblica fondata sulla bagarre, per esempio lo psicodramma di Fazio&Littizzetto da Rai3 a la9 è roba da film di fantascienza, che, mi riallaccio al “Diritto e rovescio” di ieri, degenera subito nella penosa diatriba politica; col punteggio finale di 95 a 5 (percento) per la Sinistra, che sta inscenando davvero una gazzarra ultra demenziale: genocidio, stupro della democrazia, i due arcimilionari deportati, nientemeno, la solita Rula Jebreal arriva a definire Salvini uno stragista paragonabile all'Isis. Quando Salvini è, al massimo, un bambinone che ogni tanto dimentica di essere cresciuto, specie su Twitter.

Senonché qui, nessuno, ha deportato nessuno, Fazio, sentito il vento che cambiava, ha avviato una trattativa e alla fine è andato, da buon ligure, dove lo pagavano di più, portandosi dietro le sue brigate rosa: in Rai pigliava circa 2 milioni a stagione, da Warner, che controlla Discovery che controlla la9, incassa, a quanto pare, seicentomila monete da 1 euro in più. Avercene, di deportati così e si capisce perfettamente il curioso concetto che la Sinistra nutre del cosiddetto servizio pubblico: al nostro servizio, e figuriamoci allora i servizietti privati.

Quello che nessuno ha messo in luce, è uno squisito affare diplomatico che dalla televisione rischia di sbarcare in politica. Sì dà il caso, infatti, che le brigate rosa faziane siano gestite da Beppe Caschetto, ex Cgil, è uno dei due mega-impresari della televisione nazionale, in diretta concorrenza con Lucio Presta, anche lui di Sinistra. A Rai 3 e segnatamente a Che tempo che fa, praticamente tutto è griffato Caschetto; è lui, pare, ad avere gestito, e da par suo, perché l'uomo sa fare il suo lavoro e gliene va reso atto, la complessa trattativa che ha fatto sbarcare il gruppone a la9; dove Caschetto ha un altro feudo: ne parlava già (tra gli altri) Luigi Mascheroni su “il Giornale” del 29 agosto 2022, in un pezzo dal titolo «Il Richelieu della televisione: decide lui cosa farci guardar»: «È l'agente dei più noti artisti e giornalisti: tutti di sinistra... Mangiafuoco del suo personalissimo teatrino, ha sotto contratto il meglio dell'intellighenzia radio-cine-televisiva nazionalpopolare, da Raitre a La7, dal Nove a Sanremo, ed è davvero difficile mettere in fila così tanti insopportabili, senza essere il capo degli insopportabili».

Un altro intervento, sul sito vigilanzatv.it, del 21 dicembre 2021, chiarisce il meccanismo: «Caschetto è il titolare della ITC 2000, agenzia di management per lo spettacolo che rappresenta anche molti giornalisti e conduttori televisivi di La7. Lilli Gruber, Giovanni Floris, Luca Telese (quest'ultimo vicino al M5s), Corrado Formigli sono di Caschetto. Nonché Fabio Fazio, Lucia Annunziata e Massimo Gramellini, in forza a Rai3, rete in quota M5s. Il Fatto Quotidiano ha una branca che si chiama Loft e che produce programmi televisivi fra cui Accordi e Disaccordi di Andrea Scanzi; Belve (poi passata alla Rai, ndr) di Francesca Fagnani; La confessione di Peter Gomez e così via. Programmi che poi Loft del Fatto Quotidiano rivende al canale Nove, del quale Beppe Caschetto è una sorta di ombra grigia. Ovviamente nulla di illecito (...). Semplicemente, quelli che sembrano mondi paralleli che non si toccano mai, sono invece assolutamente compenetrati tramite la figura del potentissimo agente televisivo Beppe Caschetto».

Ne esce uno spaccato esemplare di come si decidono facce e programmi sui network nazionali, apparentemente in concorrenza. Non solo: i due clan, quello di Fazio e quello, diciamo, di Travaglio, notoriamente non si amano: adesso si ritrovano in coabitazione a la9, dove il comune impresario dovrà gestirli da par suo, fors'anche in funzione di un apparentamento mediatico-politico, rispettivamente, tra il Pd e i 5 Stelle di Conte. La tv è la prosecuzione della politica coi soliti mezzi (e viceversa).

Le quattro signore del talk. ANDREA MINUZ su Il Foglio il 7 giugno 2021

Addio maschi. Ormai la politica televisiva è nelle loro mani. Bianca Berlinguer, Lucia Annunziata, Lilli Gruber e Barbara Palombelli: sono tutte di sinistra, ma ciascuna interpreta uno stile e una missione

Prima dell’approdo a “Cartabianca”, col nome che entrava nel titolo della trasmissione, come con “Lubrano” o “Non è la D’Urso” o “Una pezza di Lundini”, di Bianca Berlinguer (d’ora in poi BB) si ricordava soprattutto un addio struggente al Tg3. Un ultimo editoriale accorato, quasi un remake della “Bolognina”, coi suoi occhioni lucidi al posto delle lacrime di Occhetto e passaggi lancinanti à la Jacques Brel: “Me ne vado con la malinconia delle separazioni dolorose”. Salutava così venticinque anni di carriera nel fortilizio del Pci, tra gavetta, redazione e direzione della testata. Stagista a “Mixer” di Minoli, poi grintosa inviata di Santoro per “Il Rosso e il Nero”, quindi fulgido e austero esempio di conduzione del Tg3, sempre perfetta, sempre impeccabile, nome di battaglia: la Zarina. Benché ostile al renzismo, fiutava a suo modo il clima nuovo della Leopolda immortalato dalle scarpe leopardate di Maria Elena Boschi. Uscì anche lei allo scoperto. Fece assai scalpore, nel 2015, un’edizione delle 19 con camicetta bianca velata e trasparenze pruriginose, tutto un vedo non vedo, quasi un “nude look” per gli standard di RaiTre, come scrissero “Libero” e “Il Giornale” (raccontava anni fa una veterana del reparto trucco Rai che Bianca era sempre la più esigente, voleva una bocca disegnata alla perfezione: “Con lei il primo approccio fu drammatico. Piansi, perché non era soddisfatta e mi fece una scenata”. E’ la triste, amara vicenda de “La truccatrice della Berlinguer”, sequel già scritto della formidabile fiction, “La truccatrice della Magnani”, ammirata in questa seconda stagione di “Lundini”). Fu comunque una provocazione. Un segnale di rottura. L’anno dopo ecco l’ultimo tg. Era l’agosto del 2016. “Attacchi sguaiati al mio telegiornale”, disse lei. Di fatto, si chiudeva una lunga avventura e si aprivano le porte scintillanti del favoloso mondo dei talk show. BB scopriva la vocazione all’infotainment, trovando finalmente nel montanaro Mauro Corona il suo Gainsbourg. Fu, per restare in tema di Pci, una “rinascita”, una liberazione (“i dialoghi tra me e Corona hanno avuto l’effetto di tirare fuori un mio lato che il pubblico non conosceva: più spontaneo, improvvisato, meno costruito”). 

Oggi, insieme a Barbara Palombelli e le decane, Lilli Gruber e Lucia Annunziata, Bianca Berlinguer è una delle quattro Nostre Signore dei talk (s’intende il talk politico puro, collocato in posizioni strategiche del palinsesto, in preserale, in prime-time o nella domenica pomeriggio dell’Annunziata). Se anziché sui sentimenti, il mondo di “Sex and the City” ruotasse intorno alla telepolitica, Lilli, Lucia, Bianca e Barbara sarebbero le nostre Carrie-Samantha-Miranda-Charlotte. Quattro modi di essere donna, giornalista, conduttrice. Quattro modi di intendere la televisione, quattro variazioni sull’essere o l’essere state di sinistra. Bianca è il fantasma del partito di massa, le tessere, i funzionari, la nomenklatura, Sandro Curzi, le piazze in bianco e nero con gli operai in canotta, la sinistra nostalgica e tradizionalista ma che oggi guarda a Instagram e Tik-Tok, come Nanni Moretti. Forse bersaniana, dalemiana o qualsiasi altra cosa purché antirenziana. In “total black” dal 1989, Lucia è invece le magnifiche sorti e progressive dell’avanguardia operaia, l’intellighenzia severa e irraggiungibile, l’egemonia culturale, lo studio matto e disperatissimo, la scalata dirigenziale della sinistra extraparlamentare, con la grafica costruttivista nei titoli di testa e un tavolone gigantesco in studio, simbolo delle grandi concertazioni sindacali. Memorabile una puntata di “Mezz’ora in più” con Landini e una parata di operai, bandiere, sigle dei sindacati in studio e nel videowall. Quasi una rievocazione storica delle fabbriche occupate, un film in costume, la versione “Fiom” della celeberrima scena con le bandiere rosse di “Novecento” di Bertolucci. Lilli è invece la terza ondata del femminismo (quella per l’appunto di “Sex and the City”), ma anche l’eurocomunismo, Berlino, i diritti civili, una sinistra mitteleuropea, elegante, aggressiva, spregiudicata, aristocratica.

E poi c’è Barbara. La nostra Carrie. Una che ringrazia in trasmissione le luci di “Stasera Italia” perché “ogni sera mi tolgono almeno quindici anni”. Icona carismatica del compromesso storico tra Repubblica e Il Giornale, “Forum” e La Festa dell’Unità, élite intellettuali e parrucchiere. Una post-sinistra con le scarpe che fanno tendenza, fuori dal giro dell’Anpi, più rassicurante, rilassata, anticonformista delle altre, soprattutto molto pop. Una sinistra liberale che non c’è, con un suo manifesto teorico racchiuso nel discorso di inaugurazione per celebrare il nuovo corso e il nuovo logo di “Rete 4”: “E’ stata una grande avventura di libertà, si è battuta sempre per la libertà di tutti. E quindi è con grandissima emozione e grande onore per me, che lavoro qui, dare il via al cambio del logo”. Con “Stasera Italia” ha dato spazio a tutti. Incluso Antonio Maria Rinaldi a braccio su spread, manovra e crisi, che all’improvviso indossa il “gilet giallo” in studio per “solidarietà col popolo francese” (lei non si scompose: “Rinaldi, torniamo in Italia, mi scusi. Abbiamo scherzato troppo, domattina ci sveglieremo e avremo qualche problema di finanza”).

Le conduzioni e i programmi vanno e vengono, ma Berlinguer, Gruber, Palombelli, Annunziata, tutte laureate benissimo in Lettere o Lingue e Filosofia, tutte con una spiccata propensione al comando, hanno cambiato il sistema dei talk e dei rapporti tra maschi e femmine nella tv italiana. Nei beati anni del berlusconismo e dell’antiberlusconismo il talk politico era una cosa soprattutto da maschi. Maschi i conduttori, maschi in gran parte gli ospiti, gli opinionisti, gli spettatori di riferimento. Cominciarono prima Annunziata e Lilli Gruber. Poi ci fu l’esperimento di “Announo”, condotto da Giulia Innocenzi, metà giornalista, metà spin-off di Michele Santoro (con lui che le incorniciava ogni puntata dentro un suo monologo per illustrare meglio il tema e sorreggere la giovane presentatrice). Oggi, se non apertamente ribaltato, lo scenario appare assai riequilibrato. 

Nonostante il patriarcato, il gender gap, la mascolinità tossica, il testosterone, il “mansplaining” e il “catcalling”, Gruber, Berlinguer, Palombelli e Annunziata dettano l’agenda della telepolitica italiana non meno dei loro colleghi. Bianca Berlinguer, per esempio, se la deve vedere ogni settimana con Floris, Giordano o la Champions League (un bel triplete “al maschile”), ma non si spaventa neanche un po’. Anzi. Nell’ultima puntata di “Cartabianca” sfodera una carovana di ospiti che neanche Fazio: Virginia Raggi, Roberto Saviano, Andrea Scanzi, Federico Rampini, Al Bano, Stefano Bonaccini, Massimo Galli, Andrea Crisanti, Mario Tozzi. C’è tutto: virus, grandi melodie italiane, infiltrazioni mafiose, razzismo, immigrazione. Presentandola come ospite a “Io e Te”, Pierluigi Diaco l’accolse con una gaffe: “Amo la noia in Tv”. Toccò un nervo scoperto che nella famiglia Berlinguer si porta dai tempi della “Tribuna politica”. Va detto che senza i siparietti con Corona, “Cartabianca” riesca a essere d’una noia ferale. Un glorioso inno ai tempi morti. Quando per precauzioni di contagio, lei condusse la puntata da casa nessuno notò granché la differenza. Però si dà una gran da fare. Si apre al pop, invita Simona Ventura, sogna un giorno di intervistare Barbara D’Urso, caccia via Scanzi poi lo riprende, riesce persino a far piangere Massimo Cacciari in diretta, parlando della crisi economica e del dramma della disoccupazione. Lei invece si commuove soltanto al ricordo del padre. Mauro Corona evoca Enrico Berlinguer in occasione dei trentacinque anni dalla scomparsa, con garbo, ossequio, sincera passione. Parte l’applauso dello studio. Poi lui si apre una birra in trasmissione, davanti a tutti, prende a sbraitare, viene allontanato nell’imbarazzo generale. 

Ora che è più libero, Corona starebbe bene però dentro la “Mezz’ora” di Lucia Annunziata, alternativa riflessiva a “Domenica In” e “Domenica Live”, trasmissione fatta apposta per chi odia la televisione, tipo il pubblico di Radio3, che magari la domenica, subito dopo pranzo, si concede giusto un filo di zapping sul divano. Ce lo vediamo bene Corona, ubriaco di limoncello a fine pasto, potrebbe se non altro a movimentare i monologhi incontenibili dell’Annunziata spacciati per domande rivolte all’ospite di turno (retaggio della cultura assembleare della sinistra extraparlamentare), sempre infarciti di “lei non crede che…” e col sopracciglio alzato. Ogni tanto si torna con grande nostalgia a rivedere la puntata del 2006 col Cav. che si alza e abbandona lo studio: “Lei è di sinistra e dunque pensa di decidere anche per gli altri, mentre io sono liberale e decido solo per me”. Altri tempi. Oggi finirebbe tutto nel mare magnum del “mansplaining”. Si dovrà però riflettere anche su questo doppio regime in cui andranno un giorno ordinate tutte le grandi litigate di Berlusconi col sistema dei nostri talk-show: agli uomini per lo più telefonava in studio (Santoro, Floris, Fazio). Con le donne era più incline ad andarsene o a minacciare di andarsene. Fu così anche con Bianca Berlinguer, in una puntata sul referendum del 2016 (“se lei non mi lascia finire il ragionamento, è inutile fare quest’intervista”) ma alla fine restò. Con Lilli Gruber resistette fino alla fine, ma dopo gli affondi sull’assegno di mantenimento per Veronica Lario se la prese anche con lei e non se andò solo perché la puntata era finita: “Il suo modo di fare televisione non è obiettivo, le sue non sono domande ma attacchi, sa dove vado giovedì? Vado da Santoro, c’è anche Travaglio” (annunciando così, con un promo formidabile, una puntata di “Servizio pubblico” che sarebbe passata alla storia).

Unica a condurre lo stesso format da quindici anni, dunque dalle parti dei record concessi solo a Bruno Vespa, Lilli Gruber ha traghettato “Otto e mezzo” dalla Seconda alla Terza Repubblica, quando i talk-show divennero il grande nutrimento della narrazione populista, trasformandola in una trasmissione a sua immagine e somiglianza. Ai punti di vista contrapposti del bipolarismo all’italiana (su cui era stata edificata la trasmissione delle origini) subentrava una fase più “liquida”. Berlusconismo e antiberlusconismo si disperdevano nella galassia della nuova contrapposizione, “popolo” vs. “élite” e nei talk-show sfilava un po’ di tutto. Si intensificava così la presenza di scrittori, attori, personaggi del costume (grazie a “Otto e mezzo”, Gianfranco Carofiglio diventa un ospite fisso in quota “magistrati-scrittori”, al di fuori della promozione del libro in uscita). Ecco che Lilli Gruber chiedeva il parere di Riccardo Scamarcio sull’euro, di Alessandro Gassman sulla crisi della sinistra, di Anna Foglietta su Mafia Capitale. E se Alessandro Di Battista diceva che “il fascismo oggi è il primato della finanza e del capitalismo”, Scamarcio non gli lasciava neanche finire la frase che subito chiosava: “Esatto”. 

Come suprema incarnazione del terzo femminismo, Gruber si è molto scagliata contro Matteo Salvini, rimproverandogli anche la panza sfoggiata al “Papeete Beach”. Con Salvini, Lilli Gruber si scatena sempre e diventa la versione austroungarica di Franca Leosini che affonda i denti nella sua vittima. Salvini ritorna, d’altro canto, anche nell’incipit del suo ultimo libro, quello contro “la politica del testosterone”. E forse i vari siparietti con il leader della Lega (sfociati in una contesa per “un mazzo di rose” di scuse mai recapitato) erano anzitutto dei “book trailer”. Salvini è l’alter-ego ideale per una conduttrice che in questi ultimi anni ha cavalcato temi, battaglie, campagne di rivendicazione femminista. Però il suo pantheon di ospiti fissi (soprattutto, Travaglio, Scanzi, Severgnini, Mieli, Cacciari, Padellaro, e prima ancora Massimo Franco e Marco Damilano) è composto per lo più da autorevoli maschi di potere. Ora basta. Vogliamo anche una donna a capo di un talk di destra, conservatore, scettico verso il “gender fluid”, terrorizzato dal politicamente corretto. La rosa tra cui scegliere è ormai ampia: Nunzia De Girolamo, Manuela Moreno del Tg2, magari Lorella Cuccarini. Ma sarebbe davvero perfetta, Elisabetta Canalis, nella sua nuova veste impegnata, arrabbiata, riflessiva. Una scintillante rilettura “da destra” della fenomenologia di Alba Parietti. E parla assai meglio l’inglese.

Attenti, sulla giostra della Panella si deve parlare "corretto". Vittorio Feltri l'1 Novembre 2015 su Il Giornale. Panella e i suoi ospiti pensano che sia necessaria una legge per moderare i termini, dato che le parole feriscono più delle pietre. Nulla di più sciocco

Eravamo sorpresi che Tiziana Panella, anfitriona lo scorso anno di Coffee break, programma mattutino de La7 dedicato all'attualità (cioè un talk show), fosse scomparsa dal video. E ci domandavamo perché. Giubilata da Urbano Cairo? Impossibile. La signora faceva buoni ascolti ed era giudicata capace. E allora? Rieccola. Sempre sulla stessa emittente, ma nel primo pomeriggio. Stando alle prime puntate della nuova trasmissione (titolo: Tagadà, che poi vuol dire giostra), l'audience non è sfavillante, ma neanche da buttare, data l'ora in cui si presume che davanti al televisore siedano prevalentemente pensionate e casalinghe, qualche studente svogliato e alcuni malati, speriamo non gravi ai quali comunque auguriamo buona guarigione.Tiziana si conferma abile e, aggiungiamo, piacente, auspicando che la femminista nascosta (mica tanto) in lei non si offenda. Si sa mai. Una volta, se facevi un complimento di carattere estetico a una signora, questa ne era contenta, adesso magari ti accusa di essere sessista e di non rispettare le donne. Bisogna essere prudenti e chiedere anticipatamente scusa. Dando vita a Tagadà, La7 si è rafforzata nel campo dell'informazione, dove già brillava con vari format: L'Aria che tira e Otto e mezzo (quotidiani), La Gabbia, Ballarò eccetera senza contare lo spettacolo di Crozza, diventato un appuntamento imperdibile. Tornando a Tiziana Panella, merita segnalare che ella è molto attenta nella scelta dei temi che vanno per la maggiore, cosicché le discussioni tra i soliti immancabili ospiti sono - supponiamo - interessanti per il pubblico cui il «prodotto» si rivolge. Mercoledì scorso la conduttrice, bontà sua, mi ha invitato accogliendomi con grande cortesia, e gliene sono grato. Quanto agli argomenti trattati, non certo originalissimi, sottolineiamo che erano e sono quelli dei quali si parla in questo periodo nelle case, negli uffici, nei bar: le unioni civili (spacciate per matrimoni fra omosessuali) in procinto di essere approvate dal potere legislativo, e il cosiddetto linguaggio politicamente corretto. E qui è saltata fuori l'anima vagamente di sinistra non solo di Tiziana, ma anche della quasi totalità dei presenti in studio. Infatti, la brava intrattenitrice e giornalista, mi ha subito interpellato sui gay, nella convinzione che io fossi contrario all'ufficializzazione delle coppie non etero. Errore. In effetti sono da tempo persuaso sia opportuno che l'Italia si adegui al costume europeo, che prevede appunto le citate unioni civili. Ci mancherebbe altro. Mi sono poi limitato a un'osservazione: ormai gli omosessuali sono i soli che hanno il desiderio di sposarsi: lo realizzino pure, che ci importa? Agiscano come credono, anche se non sanno a che cosa vanno incontro.Si dà il caso che gli eterosessuali preferiscano convivere, evitando cerimonie vincolanti in municipio o in chiesa. La minoranza dei fidanzati che predilige il classico sposalizio si espone precocemente al pericolo di divorziare o di separarsi, ciò che comporta spese enormi, problemi per la prole eccetera. Il mio intervento non è stato gradito, ma me ne sono fatto una ragione. Ancora meno gradito, il discorso che ho pronunciato sul politicamente corretto. Panella e i suoi ospiti pensano che sia necessaria una legge per moderare i termini, dato che le parole feriscono più delle pietre.Nulla di più sciocco. La guerra va dichiarata ai concetti, non al vocabolario. Si deve potere dire Ada Negri, non Ada Neri. Il turpiloquio è altra faccenda. Le persone educate non lo usino. Ma non lo si può proibire per decreto.

I talk show su La7? Plotoni di esecuzione contro chi ha tesi politicamente scorrette…Daniele Milani su Secolo D'Italia il 12 Aprile 2019

Come è noto, la sindrome di Stoccolma è quella particolare affezione dell’anima che induce la vittima a legarsi affettivamente al proprio aguzzino. Molti di noi sono colpiti dal morbo ancorché in forma mediatica. Da molto tempo continuiamo ad assistere davanti alla televisione ai talk show propinati da La7 con cadenza giornaliera che vedono protagoniste le tre Grazie della rete: Myrta Merlino con il suo “L’aria che tira”, Tiziana ( all’anagrafe Emerenziana) Panella, alla guida di Tagadà, e, da ultimo, l’inossidabile Lilli Gruber che conduce “Omnibus”.

Tali performances appaiono ripetitive per argomenti e schemi e i servizi che propongono attengono quasi sempre ad argomenti triti e ritriti supportati da video generalmente riciclati da altre trasmissioni e commentati dagli “ospiti” in studio. Si parla perlopiù di immigrazione e di antifascismo (bene), talvolta di misure economiche del governo (male) e in qualche caso di famiglia, omofobia e unioni civili (quasi sempre in maniera bizzarra).

Lo schema è sempre lo stesso: viene invitato un giornalista o un parlamentare contrario all’indirizzo della trasmissione e lo stesso viene messo contro un muro e affidato ad un collaudato plotone di esecuzione (sono quasi sempre gli stessi che saltellano da un programma all’altro), capitanato dalla conduttrice di turno.

Il risultato è scontato. Il malcapitato, quasi sempre in collegamento, viene crivellato da colpi di politicamente corretto, e sacrificato sull’altare dei desiderata della implacabile conduttrice. Può capitare che in rarissimi casi il gioco non funzioni e allora scatta l’interdizione nei confronti del reprobo, culminante nell’abbassamento dell’audio o nel subitaneo cambio di argomento.

Alla fine tutti felici e grande trionfo della democrazia televisiva. Bisognerebbe cambiare canale o al limite andare a pescare.

Se ci si prova si rischia di imbattersi in “Agorà” di Serena Bortone o nel programma denominato “ di Martedi” condotto da Giovanni Floris; in pratica dalla padella alla brace. Di pescare non se ne parla, neanche un lattarino. E così il morbo infuria.

La faziosa Lilli Gruber. Ecco il ritratto senza filtri di Piroso. Edizioni24 Scritto il 21 Novembre 2021su ith24.it.

Lilli Gruber ha ragione. Mario Giordano non è un suo collega. No, perché in realtà è lei che non è una giornalista. E’ lei, cioè, che non si percepisce come una semplice giornalista ma come la vestale della verità. Questo il succo dell’analisi che Antonello Piroso fa oggi sulla figura della Gruber in un lungo articolo su La Verità.

Già, ma quale verità? “Ovviamente la sua – scrive Piroso – che poi è quella dei «compagnucci della parrocchietta». «Sinistrismo ben temperato dall’Auditel» (peraltro positivo), l’ha fotografato Aldo Grasso che nel 2014 sul Corriere della sera si fece 10 domande (retoriche) sull’anchorwoman, una per tutte: «Perché interrompe spesso i suoi ospiti? Lo si fa con chi la pensa diversamente da noi»”. Piroso ricorda anche l’impietoso giudizio di Giampaolo Pansa nel suo libro Tipi sinistri: “Nei talk show politici i conduttori sono quasi tutti militanti (di sinistra) boriosi e arrabbiati. Sul ring televisivo non sono arbitri, ma pugili. La loro faziosità è sfacciata e ridicola. In questo difetto capitale si assomigliano tutti. Le loro trasmissioni hanno regole e ospiti decisi da loro a vantaggio della propria fazione”.

Un ritratto, quello di Piroso, tessuto su aneddoti e citazioni. Dai quali emerge una Lilli potentissima e dall’ego smisurato, per la quale è sempre pronto a scendere in campo Franco Bernabé. “Quando – racconta Piroso, che è direttore del Tg La7 prima di Enrico Mentana  –  feci realizzare, sulle note della marcia di Radetzky, un servizio satirico su tutti i candidati al mio posto, una nutrita pattuglia, il giorno dopo mi arrivò una telefonata del capo di Telecom Italia Media, editore diretto de La7, Gianni Stella detto «Er canaro» per modi e eloquio sofisticati. E difatti, urlando e forse millantando: «Ma che ca… te dice la testa? Franco è inca… nero. Gli ha telefonato la Gruber, avvelenata perché l’hai pijata per il cu…!»”.

Altro aneddoto che di Lilli Gruber dice molto, anzi moltissimo, è tratto dal libro di Clemente Mimun Ho visto cose: «Quando nel 2002 approdai alla direzione del Tg1, mi disse che si aspettava di essere la prima inviata a Baghdad, in quel campo considerandosi la massima esperta. Mi sconsigliò in modo tranchant alcuni altri giornalisti degli esteri, Ennio Remondino e Carmen Lasorella. Al suo ritorno in Italia, a Fiumicino, era attesa anche da un’auto di Domenica in, che voleva festeggiare in diretta il suo ritorno in patria. Ricordo l’ingresso trionfale nello studio. Mara Venier le chiese chi avesse abbracciato per primo al suo rientro e Lilli rispose: “Mio marito”. Grandioso, salvo che suo marito aveva vissuto tutta la crisi irachena al fianco della moglie, nella stessa stanza d’albergo!»”.

Ormai – è la conclusione di Piroso – Gruber non controlla più “le sue idiosincrasie. Se invece si tratta di ospiti all’altezza (sua), sono inchini, rose e violini con tanto di cambio di format: un faccia a faccia alla Mixer, senza fastidiosi intrusi. È capitato con il citato Bernabè, Carlo De Benedetti, Ezio Mauro… A Matteo Renzi, invece, la settimana scorsa Gruber ha fatto trovare una «neutrale» compagnia di giro: Massimo Giannini e Marco Travaglio, due allegroni. Un assedio, più che un confronto”.

Tra ideologia passatista e futuristi hi-tech. Gli irriducibili della resistenza alla tv. Scelta ideologica o nuovi dispositivi: in Italia 700mila famiglie senza televisione. Valeria Braghieri il 15 Novembre 2023 su Il Giornale.

Bisogna probabilmente immaginare che qualche apparecchio non sia «tracciato» per non dire abusivo; bisogna forse considerare che qualcuno non se lo può proprio permettere e che qualcun altro abbia scelto di non riacquistarlo dopo averlo rotto o rottamato. Ma anche «epurato» dai casi specifici, resta un dato sorprendente: secondo l'ultimo rapporto Auditel-Censis presentato ieri in Senato, in Italia ci sono 700mila famiglie (composte da 1 milione e 400mila persone) che non hanno in casa nemmeno un televisore. Dentro a questa fotografia dovremmo tener conto: dei duri e puri che rifiutano la «scatoletta della perdizione» per partito preso, degli intellettuali snob perennemente insoddisfatti dalla volgare offerta, e forse dei nostalgici che ambirebbero a tornare a un Medioevo sostenibile rinunciando a una buona fetta del progresso che ci ha allontanati dal vero nucleo. Ma in queste settecentomila famiglie potremmo anche intercettare il nuovo mondo. Una nicchia di futuristi spinti che ha già optato per i nuovi mezzi di fruizione dell'intrattenimento rinunciando definitivamente alla desueta tv. Quelli che riescono a proiettare una serie Netflix anche sullo specchio del bagno, a usare la superficie liscia della cabina armadio come maxischermo, a farsi cuocere due uova fritte dall'Apple Watch, a trasformare il navigatore satellitare dell'auto in un piccolo cinema portatile. Ecco, è forse questa la categoria di persone che ha già iniziato a fare a meno della televisione come strumento. In più, dallo stesso rapporto, emerge che sono 8 milioni e 400mila le famiglie (19 milioni di persone) che al momento attuale non hanno in casa neppure un televisore compatibile con il passaggio definitivo al digitale terrestre di seconda generazione e che, se lo switch off dovesse avvenire oggi, sarebbero tagliate fuori dalla possibilità di accedere anche ai contenuti della tv lineare. Mentre per tutti gli altri, il 2023 è stato l'anno del sorpasso delle smart tv su quelle tradizionali: oggi nelle case degli italiani ci sono complessivamente 21 milioni di smart tv e 20 milioni e mezzo di tv tradizionali. Se alle smart tv si aggiungono le televisioni tradizionali con dispositivi esterni collegati (che sarebbero poi le connected tv che possono essere connesse al web) allora gli apparecchi salgono a 22 milioni e 800.000, e le famiglie che possono collegarsi sono il 64% del totale. Tanto per fare un confronto: nel 2017 erano il 34,9%.

Se è sempre stato detto che la televisione, nel senso dei suoi contenuti, era lo specchio di un Paese, oggi anche la televisione, intesa come mero apparecchio, serve a raccontare a che punto ci troviamo.

Il mezzo e il modo di fruire (o di non fruire) dei contenuti che lo riempiono, svelano molto della civiltà nella quale siamo immersi e perfino di quella che ci attende nel prossimo futuro. Dai gruppi di ascolto nei salotti dei vicini di casa negli anni Cinquanta, al solipsismo dello schermo di uno Smart Watch.

Quarta Repubblica. Gli elettori di centrodestra si informano molto di più attraverso la televisione. Guido Legnante, Moreno Mancosu, Cristian Vaccari su L'Inkiesta il 27 Luglio 2023

Come spiegano Guido Legnante, Moreno Mancosu e Cristian Vaccari in "Svolta a destra. Cosa ci dice il voto del 2022" (Il Mulino) la tv rimane il punto di riferimento privilegiato per una fetta rilevante di italiani, ma la sua prevalenza si è fortemente ridotta nel corso del tempo

Da più parti la ricerca di visibilità dei leader politici su TikTok è stata giudicata, nella migliore delle ipotesi, affrettata e, nella peggiore, goffa, controproducente e soprattutto, come da linguaggio giovanile, cringe («imbarazzante»). Tuttavia, la corsa alle piattaforme social e, più in generale, a tutti i canali internet disponibili per la comunicazione politica è diventata, da qualche anno, un elemento imprescindibile per le strategie comunicative dei politici sia nei momenti immediatamente precedenti la campagna, sia nei periodi non elettorali.

Questa tendenza parte da un assunto di solito scarsamente verificato attraverso dati empirici, ovvero che internet e, più in generale, i social media siano progressivamente diventati lo strumento principale con il quale gli elettori, giovani e meno giovani, si informano di politica. Se a volte le forme dell’informazione (spesso spettacolarizzata) sui media tradizionali hanno assunto il ruolo di rituali ormai un po’ monotoni (ma ai quali, sia chiaro, nessun attore politico appare disposto a rinunciare!), la convinzione che molti paiono esprimere è che «sul web» vi sia un pubblico distinto, più libero dal punto di vista degli orientamenti politici e disponibile (o quasi) a essere mobilitato al voto. Ma è davvero così? E se i rapporti di forza tra media digitali e media tradizionali si stanno sbilanciando a favore dei primi, da quanto tempo siamo in questa situazione?

(…) I risultati delle nostre analisi rivelano almeno cinque elementi che, a nostro parere, possono aiutare a riflettere sugli ambienti in cui gli elettori si informano e maturano le scelte di voto. Innanzitutto, i cosiddetti «media tradizionali» (soprattutto la televisione), sono tutt’altro che morti, dato il numero rilevante, e tuttora prevalente, di elettori che li utilizzano come principale fonte informativa.

In secondo luogo, i «nuovi social media» come TikTok non sembrano essere per il momento particolarmente appetibili per ampie quote di un elettorato che invece, quando si affida ai social per ottenere informazioni politiche, si concentra sul «vecchio» Facebook. I nostri dati suggeriscono che, se esiste un’utilità nell’utilizzo di TikTok per partiti e leader, questa non consiste nella possibilità di raggiungere direttamente vaste fette dell’elettorato. Piuttosto, fare comunicazione politica su TikTok potrebbe avere consentito di catturare l’interesse dei giornalisti, solitamente attratti da questo tipo di innovazioni, in particolare quando abbinate a stili comunicativi informali e a contenuti ricchi di quello che nelle redazioni si definisce «colore».

Il terzo elemento di interesse è che, benché la televisione rimanga il punto di riferimento privilegiato per una fetta rilevante dell’elettorato, la sua prevalenza si è fortemente ridotta nel corso del tempo (soprattutto a confronto con gli anni ’90 del secolo scorso, quando era la fonte di informazione per eccellenza). Internet, sostanzialmente irrilevante fino al 2013, esplode con le elezioni del 2018 e con quelle del 2022.

Il quarto elemento, forse non particolarmente sorprendente, è che la gerarchia tra i diversi media cambia in funzione delle differenze generazionali tra gli elettori. Coloro che appartengono alle generazioni più anziane continuano a mantenere una forte consuetudine con la televisione, mentre i più giovani hanno abbandonato più rapidamente il mezzo televisivo per cercare (o incontrare casualmente) le informazioni politiche sui media digitali.

Il quinto elemento, infine, è legato alla relazione fra il voto e la fonte preferita di informazione: per i cinque lustri durante i quali abbiamo monitorato queste preferenze l’elettorato di centro-destra ha mantenuto livelli di attaccamento al mezzo televisivo molto più marcati rispetto agli elettorati di altri partiti e coalizioni.

(…) Benché nel sistema dei media ibridi i flussi informativi si intreccino attraverso più canali, la biforcazione dei consumi informativi fra l’elettorato della maggioranza e quello dell’opposizione potrebbe, alla lunga, portare a una divaricazione nell’informazione a cui i sostenitori dei due schieramenti sono esposti, potenzialmente accrescendone le differenze sul piano delle conoscenze, delle opinioni e dei comportamenti politici.

“Da “Svolta a destra? Cosa ci dice il voto del 2022”, di Itanes, Il Mulino, 280 pagine, 19 euro

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Nella vita di ognuno due cose sono certe: la vita e la morte.

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Gli animali, da sé, per indole emulano ed imitano, imparando atteggiamenti e comportamenti dei propri simili. Senonché sono proprio i simili, a difesa del gruppo, a inculcare nella mente altrui il principio di omologazione e conformazione.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Facciamo in modo che diventiamo quello che noi avremmo (rafforzativo di saremmo) voluto diventare.

ODIO OSTENTAZIONE, IMPOSIZIONE E MENZOGNA.

Tu esisti se la tv ti considera.

La Tv esiste se tu la guardi.

I Fatti son fatti oggettivi naturali e rimangono tali.

Chi conosce i fatti si chiama esperto ed esprime pareri.

Chi non conosce i fatti esprime opinioni e si chiama opinionista.

Le opinioni sono atti soggettivi cangianti.

Le opinioni se sono oggetto di discussione ed approfondimento, in TV diventano testimonianze. Ergo: Fatti.

Con me i pareri e le opinioni cangianti, contrapposte e in contraddittorio, diventano fatti.

Con me i fatti, e la Cronaca che li produce, diventano Storia.

Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

Sono un saggista, autore indipendente. Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, giudicato ed informato, educato ed istruito da coglioni. E se un Parlamento è composto da coglioni, si sforneranno Leggi del cazzo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. C’è sempre qualcuno pronto a dirci quello che dobbiamo fare: la Famiglia, la Scuola, lo Stato, la Confessione religiosa, ecc.

Nei testi di Filosofia si legge che bisogna separare l’Osservazione dalla Valutazione: “Quando mescoliamo l’osservazione e la valutazione gli altri saranno propensi a udire una critica e quindi a porsi sulla difensiva. Al contrario le osservazioni dovrebbero essere circostanziate nel tempo e nel contesto. Il nostro repertorio di parole utili per affibbiare etichette alle persone è spesso assai più grande del nostro vocabolario di parole che ci permettono di descrivere con chiarezza il nostro stato emotivo. Ciò che gli altri dicono o fanno può essere stimolo, ma mai causa dei nostri sentimenti”.

Nel valutare ed esprimere giudizi ci si deve affidare ai pareri degli esperti di chiara credibilità ed attendibilità, discernendole dalle opinioni di gente ignorante sul tema in discussione.

La Sociologia Storica, studia la Società contemporanea, attraverso il suo passato che si evolve nel futuro.

La Sociologia Storica non guarda la Forma degli atti o l’Apparenza dei Fatti o delle Persone, ma guarda nella Sostanza delle cose. Guarda sul retro della medaglia, cosa che nessuno studioso o mediologo fa.

La morte della Politica: L’Opinionismo. Ideologia personale e forma di Governo:

Una volta si parlava di ideologia. Lo spunto era economico:

1 Comunismo-Economia pianificata a tutela dei più deboli.

2 Liberismo o Liberalismo-Economia basata sul libero Mercato.

La scelta di Governo era data da quella maggioranza di cittadini che sposava una Ideologia, anziché l'altra.

Oggi domina il primato del parere personale.

I Fatti son fatti oggettivi naturali e rimangono tali.

Chi conosce i fatti si chiama esperto ed esprime pareri.

Chi non conosce i fatti esprime opinioni e si chiama opinionista.

Le opinioni sono atti soggettivi cangianti.

Le opinioni se sono oggetto di discussione ed approfondimento, in TV diventano testimonianze.

Nel valutare ed esprimere giudizi ci si deve affidare ai pareri degli esperti di chiara credibilità ed attendibilità, discernendole dalle opinioni di gente ignorante sul tema in discussione.

Le opinioni si identificano in varie forme secondo da chi vengono profuse:

Editoriale per i giornalisti.

Corrente di pensiero per gli Intellettuali.

Motivazione per i Giudici.

Parere per gli esperti.

Da “Posta e Risposta” - “la Repubblica” il 3 ottobre 2023.

Caro Merlo, non trovo giusto che gli ospiti dei talk show vengano compensati. L'opinione pagata non può essere libera. Marcella Marchini - Rieti 

Risposta di Francesco Merlo: 

Non tutti chiedono “il gettone”. Paolo Mieli, per esempio, non accetta compensi e da tempo propone che, nel sottopancia, venga scritto se l'ospite è pagato. Non c'è nulla di male nel gettone, ma gli spettatori debbono saperlo perché il compenso cambia la natura della partecipazione. 

Il talk show è infatti diventato un copione al servizio del pubblico dove i ruoli, ormai fissi, sono distribuiti come a teatro: lo strampalato e l'ingenua, l'indignata e lo spaesato, l'aggressivo e l'emozionata, sino all'esperto in sbranamento e calci in bocca.

Lettera di Alberto Arbasino a "la Repubblica" del 27 ottobre 2010

Recentemente , in occasione dei vari screzi, si sono trattate anche sui media le cifre dei compensi per i partecipanti a programmi e iniziative televisive. Cachet superiori ai redditi dei ricercatori e precari. Però, mai oggetto di contestazioni o provocazioni di massa. 

Nelle varie categorie, quelle cifre sono assolutamente normali. Anche perché ognuno sa che per cantanti e suonatori bisogna rivolgersi alle agenzie. Ma del resto anche i medici e gli avvocati e i tecnici non parrebbero lusingati dovendo visitare gratis un capufficio o dar consigli gratis a un industriale o riparare gratis la lavatrice di una gentildonna. Anche gli artisti, dopo tutto, non regalano volentieri le loro opere a tutti quelli che le domandano. 

Sembra che soltanto la categoria degli scrittori faccia delle eccezioni. Per vanità? Per pubblicità? Mah, dicono gli ingenui. Forse retaggio dei tempi quando il letterato veniva trattato come lacchè.

Certamente, però, ogni giorno quasi ogni scrittore viene richiesto «eccezionalmente» e «perché ci tengono tanto» di fare qualche lavoro gratis. Presentando, presenziando, parlando, scrivendo. Per enti, sistemi, organismi, reti, strutture, talmente signorili e fini che chiedono un lavoro professionistico a un professionista. Ma lo vogliono gratis. Pagheranno «altri»? Ma chi, fra i tagli ai bilanci e l'industria del lusso? Altro che occupare le facoltà e i tappeti rossi...

La stanza di Feltri. Basta professionisti dell'ospitata in tv. Anche a me certi ospiti televisivi, definiti opinionisti (ma senza opinioni proprie, bensì riciclate) risultano repellenti. Vittorio Feltri il 23 Novembre 2023 su Il Giornale.

llustre Direttore,

la leggo e l'ascolto sempre con piacere anche perché offre un punto di vista che spesso si distingue da quello diffuso e dominante, stimolando in questo modo le mie riflessioni, quantunque non sempre sia d'accordo con lei. Le sono per questo molto grato. Noto che in televisione da alcuni anni si tende ad invitare sempre gli stessi giornalisti o opinionisti, che ripetono sempre le stesse cose e non forniscono alcun contributo se non quello di replicare commenti già fatti da loro stessi o da altri. Ad esempio, quando mi imbatto in questa tizia, Claudia Fusani, una giornalista che, non si capisce per quale ragione, è ospite ovunque e prende parte a qualsiasi dibattito e su qualsiasi tematica, io cambio automaticamente canale come se vedessi Dracula ed i miei familiari fanno lo stesso, come terrorizzati. Per carità, la signora è libera di dire quello che le pare, ma anche noi siamo liberi di non subirla ad ogni ora del giorno e della notte e su tutte le reti. Ne abbiamo fatto indigestione oramai da anni. Davvero gli autori televisivi sono così a corto di fantasia e di inventiva da dovere invitare sempre la stessa gente negli studi? Della Fusani, come di Cecchi Paone, anche lui inflazionato e noioso, potrei anticipare benissimo le dichiarazioni, considerato che sono terribilmente prevedibili. Non ci serve che vadano in tv a proporci sempre la medesima solfa politicamente corretta e vomitevole. La banalità ha rotto le scatole. Alessandro Buzzi

Amico mio,

come ti capisco! Anche a me certi ospiti televisivi, definiti opinionisti (ma senza opinioni proprie, bensì riciclate) risultano repellenti. Quasi mi sembra di avere sviluppato una sorta di allergia, forse dovuta alla eccessiva esposizione ai cumuli di luoghi comuni che ci propinano da mattina a sera. Ormai c'è gente che fa questo di mestiere, che ha trasformato l'ospitata televisiva, che una volta era occasionale, in una professione vera e propria, che implica quindi un impegno costante, addirittura quotidiano. Certi soggetti campano grazie a questa attività, ecco perché li vedi saltare da una rete all'altra, da uno studio all'altro, da un programma all'altro, da un tema all'altro, sono i tuttologi della tv, capaci di ciarlare di Grande Fratello o Isola dei Famosi, a cui non disdegnano di partecipare, di virus, di medicina, di politica, di finanza, di economia, di costume, di criminologia, di religione, di sesso, di educazione sentimentale, di femminicidio, di guerra, di relazioni internazionali, di smog, di cambiamento climatico, di immigrazione, di diritti umani e chi più ne ha più ne metta. E sono prevedibili perché sono perfettamente coscienti che oggigiorno, per mantenere il culo sulla poltrona tv, devono per forza essere scontati, ordinari, ovvi, non politicamente scorretti. Quando inviti questi individui, puoi stare tranquillo, sai cosa aspettarti, sai cosa diranno, e il blocco televisivo fila liscio che è una bellezza.

L'unica cosa che non sono in grado di fare è chiudere la bocca riconoscendo, come faceva il saggio Socrate, di non sapere. E se non sapeva Socrate, figuriamoci questi signori qui la cui dote fondamentale sembra l'arroganza. Alcuni trasudano ipocrisia, falsità. Ecco perché ci sono tanto indigesti. Esprimono bene questo conformismo da due lire, che domina un po' ovunque. Sono l'emblema della società odierna: sono sovraesposti ma non ci lasciano nulla, se non il desiderio, come tu dici, di cambiare canale per tutelarci dalla loro presunzione scoppiettante. Taluni non esitano ad attaccare violentemente chi non la pensa come loro, eppure si dicono gentili, civili, antifascisti, antimaschilisti, antiomofobi. Bella gente che tollera tutto meno l'opinione opposta alla loro. Ne avrei una lunga sfilza da citare. Tuttavia, evito perché alla mia età si conquista una certa saggezza, la consapevolezza che non sempre vale la pena di polemizzare, di fare il punto, di inveire. Attenzione: non mi sono mica raffreddato. Il mio temperamento è sempre focoso, la mia temperatura sempre alle stelle, ma mi sono rassegnato al fatto che il mondo è dominato dalla stupidità. Come puoi pretendere, caro Alessandro, di non trovarla in tv?

Radical choc. Cacciari a vita. La casta inossidabile degli opinionisti da talk show. Riccardo Chiaberge su L'Inkiesta il 22 Settembre 2021

Editorialisti e politologi perdurano nel tempo indisturbati, forti della loro nomea di intellettuali. Ai tuttologi - come l’ex sindaco di Venezia - viene perdonato proprio tutto, anche e soprattutto i fiaschi

Uno dei grandi misteri italiani, insieme al sangue di San Gennaro e ai cantieri della Salerno-Reggio Calabria, è l’abissale divario delle aspettative di vita tra politici e politologi. Un Presidente del Consiglio raramente mangia il panettone due Natali di seguito, i leader passano dagli altari alla polvere in tempi sempre più rapidi. È capitato a Matteo Renzi, sta capitando a Matteo Salvini, presto forse sarà la volta di Giorgia Meloni. I consigli di amministrazione dell’Atac e dell’Unicredit, i board delle fondazioni saudite e le cattedre di Sciences Po rigurgitano di politici trombati.

Intellettuali e opinionisti, invece, non hanno bisogno di essere riciclati per il semplice fatto che nessuno li tromba. Invecchiano serenamente sulle prime pagine e nei talk show, incuranti dei sondaggi e delle elezioni, dei cambi di stagione e di governo, delle pandemie e delle recessioni. Se gli scappa qualche minchiata, i social li massacrano per qualche ora o per un giorno, poi se ne dimenticano, e loro riprendono imperterriti a pontificare. Eterni, inamovibili come le concessioni balneari.

Silvio Berlusconi sarà bollato per il resto dei suoi giorni come il papi del bunga bunga, a Renzi (per gli amici “il cazzaro di Rignano”) non verrà mai perdonata la batosta del referendum costituzionale o l’infelice sortita sul rinascimento arabo, Pier Luigi Bersani resterà sempre il leader della «non vittoria» alle elezioni del 2013, Salvini passerà alla storia come il bullo del Papeete. Gli intellettuali, invece, sopravvivono gagliardamente ai propri fallimenti.

A Massimo Cacciari, per esempio, nessuno rinfaccia il fiasco del partito del Nord-Est, lanciato alla fine degli anni Novanta insieme all’industriale veneto Mario Carraro e subito dissolto nelle nebbie della laguna, o la sua sponsorizzazione (insieme a Clemente Mastella) dell’allora governatore di Bankitalia Antonio Fazio a candidato presidente del Consiglio del centrosinistra nel 2001 (quattro anni dopo sarà costretto a dimettersi per le accuse di aggiotaggio e insider trading), oppure il flop di Verso Nord, il movimento da lui fondato nel 2010, o ancora, l’anno successivo, la bocciatura di Giuliano Pisapia come aspirante sindaco di Milano in quanto a suo dire troppo «radicale».

Massimo gli avrebbe preferito Gabriele Albertini, e sappiamo com’è andata: un trionfo. Allo stesso modo, nessuno rimprovera a Ernesto Galli della Loggia di avere definito, nel 1994, Forza Italia «partito di plastica» (è poi durato vent’anni) né di avere dato credito a Virginia Raggi e al partito del vaffa nella lungimirante convinzione che potesse rinnovare la classe dirigente del paese. Così come tanti si prostrano al genio di Carlo Freccero, creatore della Raidue di trent’anni fa, e ben pochi rammentano il naufragio della Raidue sovranista del 2019, la famigerata Televisegrad con Gianluigi Paragone e gli speciali su Beppe Grillo.

La verità è che questi signori erano già in ballo ai tempi della tv in bianco e nero, quando per le strade circolavano le Fiat Duna. Davano del tu a Enrico Berlinguer e a Mariano Rumor, e i primi articoli li dettavano ai dimafonisti, perché non esisteva neppure il fax (quando è arrivato Internet, molti di loro l’hanno presa per una moda passeggera). Poi uno si stupisce che un Cacciari o un Giorgio Agamben considerino il green pass un’angheria di stampo nazista, o che propongano comunità stile Amish per chi lo rifiuta, o che Freccero farnetichi del “Grande Reset” ordito dalle perfide élite globali per ridurci in schiavitù: prima i vaccini, poi la rivoluzione digitale e la rivoluzione verde. Sono uomini di un altro secolo (dovrei dire siamo, visto che hanno più o meno la mia età). Somigliano al don Ferrante dei Promessi Sposi, che si ostinava a inquadrare la peste nelle categorie della filosofia aristotelica, negandone l’esistenza. Salvo poi beccarsela non avendo preso nessuna precauzione. 

Oggi non basta aver studiato Michel Foucault o Martin Heidegger ed essere entrati nel catalogo di Adelphi. Non basta sapere tutto sulle foibe, o aver bazzicato fin da piccoli nei corridoi di Rai e Mediaset. Per capire il mondo contemporaneo devi avere almeno qualche idea di cosa sia lo mRna o l’editing genetico, le energie rinnovabili e i pozzi di assorbimento della CO2, di come funzionino gli algoritmi della rete e l’Intelligenza artificiale o di cosa abbia in mente “Mister Ping” per espandere il dominio cinese in Asia e nel Pacifico.

Anche Indro Montanelli ha lavorato fino all’ultimo, ha pure scritto il proprio epitaffio. Ma era Montanelli, e qualche boiata è sfuggita perfino al lui (anche se non c’erano Facebook e Twitter a farglielo notare). Dopotutto quello dell’opinionista è un mestiere usurante, almeno quanto il bidello. Sia per chi lo pratica che per chi lo subisce, lettori e spettatori.

Sul New York Times o sui grandi network americani non vedi le stesse firme e le stesse facce dell’epoca di Ronald Reagan. Certo, Bob Woodward sforna ancora i suoi libri su Trump, ma i columnist sono in maggioranza trenta-quarantenni, e iperspecializzati. In Italia, gli editorialisti sono una casta inossidabile, buona per tutti gli usi e per tutte le stagioni. Tuttologi a lunga conversazione. Cacciari a vita. 

Cinismo volutamente spinto oltre ogni limite. Meloni, Giambruno e il libero arbitrio degli influencer (Lucarelli e Bizzarri) schiavi dell’algoritmo. Domenico Giordano su Il Riformista il 26 Ottobre 2023

Luca Bizzarri e Selvaggia Lucarelli sono due degli influencer più seguiti e bravi in questo mestiere. I loro account su X hanno da tempo sforato e di molto il muro del milione di follower. Entrambi sfidano il conformismo con una overdose di cinismo che non sempre è giustificabile o comprensibile. È successo in passato centinaia di volte ed è successo ancora in questi ultimi giorni quando i due hanno pubblicato ripetutamente opinioni e post ironici sulla vicenda Meloni-Giambruno.

Una scelta dettata dalla conoscenza del funzionamento dell’algoritmo delle piattaforme, progettato per essere cinico e tribale. Senza alcuna differenza. La natura algoritmica dei social è priva della pietas, non eleva la dignità dell’essere umano a valore morale, non si ferma davanti a nulla, al cospetto di una tragedia, di una guerra e della morte.

Anzi, il cinismo è volutamente spinto oltre ogni limite, perché riesce ad alimentare la bulimia con la quale l’algoritmo crea e consuma quei contenuti che “aumentano – come scrive Max Fisher in La macchina del caos – al massimo l’attività online degli utenti”. È il cinismo che ci tiene connessi più del dovuto e del necessario, a renderci in parte dipendenti dalle piattaforme e dallo smartphone, che in media controlliamo poco più di 150 volte ogni giorno, festivi compresi.

Questa dinamica è ben nota anche agli influencer, che in modo diverso la sfruttano per aumentare la loro audience social, in quanto vale la pena rammentare costoro non sono dilettanti allo sbaraglio, perditempo a zonzo su questa o quella piattaforma, ma l’influencer è “un professionista che grazie ai propri numeri produce valore (in termini di visibilità), e quel valore deve essere portato all’attenzione e riconosciuto dalle istituzioni ed equamente remunerato dal mercato”. Questa è la definizione chiara ed esaustiva che della professione ne dà Assoinfluncer, l’associazione italiana di categoria.

Per catturare la visibilità, merce sempre più rara per tutti, brand e influencer, e per la ricerca del like quale metro di validazione sociale del proprio mercato, Selvaggia Lucarelli e Luca Bizzarri hanno postato in due giorni sui loro account X poco meno di venti contenuti, ben 13 lei e altri 8 lui, che hanno contribuito a raddoppiare la media dell’engagement, l’indicatore principale del coinvolgimento dei follower, dei rispettivi account, risalito dallo 0,37% all’0,80% per la giornalista e dallo 0,25% allo 0.48% per l’attore-presentatore genovese.

In particolare, a spingere a fondo il pedale del cinismo salva-audience è stata proprio la Lucarelli che ha utilizzato la fine della relazione per scagliarsi contro le “amiche di sinistra”, ripostando le parole di Elena Bonetti, e contro “le finte progressiste di sinistra”, per censurare Alessandra Moretti, colpevoli a suo dire per aver manifestato sui social la loro vicinanza e solidarietà femminile alla Meloni.

Ma a differenza dei noi comuni e anonimi follower, agli influencer invece è data la possibilità di svincolarsi a volte dal determinismo della visibilità, di esercitare il libero arbitrio dal cinismo dell’algoritmo che ci confina nelle bolle cognitive e la crisi della relazione di coppia, così come il modo in cui si è conclusa, tra Giorgia Meloni e Andrea Giambruno poteva essere anche l’occasione per Bizzarri e Lucarelli di fare silenzio ed esercitare quel libero arbitrio che distingue oggi l’uomo e la donna dalle macchine, l’intelligenza artificiale da quella umana. La scelta del silenzio, che ha comunque un costo negativo per i protagonisti, può rappresentare la prima norma valoriale dell’algoretica, esempio virtuoso di come aiutare la macchina a imparare dall’intelligenza umana, a sperimentare il lato sano della fallibilità dell’essere.

Domenico Giordano è spin doctor per Arcadia, agenzia di comunicazione di cui è anche amministratore. Collabora con diverse testate giornalistiche sempre sui temi della comunicazione politica e delle analisi degli insight dei social e della rete. È socio dell’Associazione Italiana di Comunicazione Politica. Quest'anno ha pubblicato "La Regina della Rete, le origini del successo digitale di Giorgia Meloni (Graus Edizioni 2023).

Better call Gennaro. Bellicapelli, la cultura dei fuorionda e l’ignoranza televisiva degli editorialisti in tv. Guia Soncini su L'Inkiesta il 27 Ottobre 2023

Nel mio settimo articolo sulla giambruneide vi spiego due cose: la prima regola è non ingarellarsi con Antonio Ricci, la seconda è che se ti fai beccare a dire cose stupide con le telecamere sempre accese non sei un tapino distratto, ma un esibizionista

Giornali italiani, abbiamo un problema. Più di uno, ma uno è quello su cui intendo concentrarmi oggi. E sì, è un problema svelato dalla saga di Bellicapelli. Ma collaterale, ragione per cui mi rifiuto di considerare questo il mio settimo articolo sulla giambruneide.

Anche perché, diciamolo: se della giambruneide mi fossi occupata oggi, l’avrei fatto per scrivere una biografia del miglior personaggio emerso da questo pasticcio, Gennaro Capasso detto Gennarononsbagliamai. E invece.

E invece ieri apro La Stampa, e scopro che Flavia Perina ha violato una regola che in confronto «non si parla del Fight Club» era robetta. In un evidente attacco di delirio d’onnipotenza, Flavia Perina si è ingarellata (mi scuso per il romanesco, è per farmi capire meglio da Perina stessa) con Antonio Ricci.

Ora, prima di proseguire col racconto dei fatti occorre che ci accordiamo sulle regole d’ingaggio. Prego di non proseguire nella lettura tutti i sensibili beoti convinti che esista il giornalismo con-la-G-maiuscola che racconta la-verità-con-la-V-Maiuscola.

Prego di procedere solo se siete abbastanza adulti da essere consapevoli che la comunicazione è l’arte di rigirare frittate, e che nessuna persona di buonsenso, in questo balordo paese, pensa di saperle rigirare meglio di Antonio Ricci (è la ragione per cui ha fatto molti più soldi di noi: chi ha successo ha ragione).

Ricostruzione dei fatti. L’altroieri Flavia Perina firma, sempre sulla Stampa, un articolo sulla cultura dei fuorionda. È un articolo a tesi, e quindi mette insieme un po’ a forza cose diverse, tra cui il caso Mesiano, che in quest’epoca di presentismo sembra preistoria. Nel 2009 Studio aperto mandò in onda delle immagini del giudice che aveva multato Silvio Berlusconi dicendo che i suoi calzini azzurri dimostravano che era un personaggio bizzarro.

Perina lo riporta come un esempio di quel format dello sputtanamento che avrebbe conosciuto il suo tipping point (mi scuso per il malcomgladwellismo, è per farmi capire meglio al Dams) col caso Giambruno; ma dimentica – credo per autentica non conoscenza dei gineprai in cui si avventura, e non per selettiva omissione – due dettagli.

Il primo è che gli unici sputtanati all’epoca furono quelli di Studio aperto: Claudio Brachino venne persino sospeso dall’Ordine dei giornalisti, che non conta un cazzo ma in questo secolo innamorato dei gesti simbolici è già qualcosa; in generale, non c’è uno spettatore che all’epoca abbia detto «ah!, i calzini azzurri, lo sapevo che non c’era da fidarsi», e non «ma tu guarda questi imbecilli di giornalisti».

I calzini azzurri divennero per qualche settimana patrimonio della comicità nazionale, non quanto Giambry ma poco ci manca, e spero che ormai a tutti, dopo anni che Ricky Gervais e io predichiamo invano, sia chiara la differenza tra il bersaglio di una battuta e il suo oggetto, e che quindi le battute sui calzini azzurri erano battute sullo stato del giornalismo in questo derelitto paese.

Il secondo dettaglio che non è chiaro a Perina sta nell’ultimo rigo di questo suo primo articolo sul tema dei fuorionda, ed è un vibrante «no, questa non è informazione». Trattenetevi dal moto spontaneo a concludere «Festivalbar con la cassa dritta», e fate attenzione: non sta più parlando dei calzini al tg, sta parlando di Striscia la notizia.

Ci sta dicendo che un varietà con le risate registrate, condotto da due comici (o da Alba Parietti, a seconda dei momenti storici), con le Veline che sculettano, e come protagonista principale un pupazzo rosso che parla in genovese, ci sta svelando che – ohibò – quella non è informazione. Maggiùra.

Ora io so bene cosa stanno pensando i miei amici con la mistica del giornalismo: ma in principio fu Antonio Ricci, e quelle cose che lui fa ridendo altri le fanno sul serio, e hanno imparato a farle da lui. Cattivi maestri, si diceva ai tempi in cui Perina e Ricci erano giovani.

Però c’è una differenza che fa tutta la differenza del mondo, e che risiede in quella frase ricciana che ho citato già in un migliaio di articoli: a Striscia «Vergogna!» può dirlo solo il Gabibbo, che è un pupazzo.

Se nei decenni trascorsi dall’invenzione di Striscia tutta la tv d’informazione – e persino alcuni varietà emuli, anch’essi con balletti, che ritengono di fare informazione – ha adoperato lo stilema dell’inviato che corre dietro al derelitto del giorno urlandogli domande scomode, probabilmente è responsabilità di Antonio Ricci. Se l’hanno fatto e lo fanno tutti prendendosi sul serio, decisamente no. Gli inviati di Piazzapulita o delle Iene sono convinti di fare informazione scomoda, mica d’essere il Gabibbo.

Non è che Perina sia sola, in questa confusione di generi. Annalisa Cuzzocrea, ospite d’un programma minore su La7, ha ritenuto di dire «io mi sono chiesta, ma io, avessi avuto quella cosa, quel materiale lì, cos’avrei fatto?», e di concludere che lei non l’avrebbe mandato in onda. Ma Cuzzocrea fa la giornalista, mica l’autrice di varietà.

La confusione di generi è un problema minore rispetto alla piattissima curva d’apprendimento di editorialisti di quotidiani che passano tutto il tempo che possono dentro studi televisivi dei quali sono riusciti finora a non comprendere il funzionamento.

Qualche giorno fa, su Repubblica, Stefano Cappellini scriveva: «Se Meloni si ritiene colpita dolosamente, la domanda è obbligatoria: da chi? Da qualcuno che ha recapitato i fuori onda di Giambruno a Striscia?». Credevo, fino a ieri, che quello di Cappellini fosse un caso isolato.

Il caso eccezionale di uno che non sa – pur facendo di secondo lavoro l’ospite televisivo, e avendo una moglie conduttrice – che esiste la bassa frequenza (cioè: le immagini degli studi televisivi trasmesse sui monitor a circuito chiuso dentro l’azienda televisiva). E che, se sei quello che si è inventato il concetto di fuorionda, plausibilmente avrai dei redattori perpetuamente seduti di fronte a quei monitor.

Specie se in uno degli studi della tua azienda c’è il marito della presidente del Consiglio, le cui eventuali spacconate durante la pubblicità saranno materiale da intrattenimento più prezioso di quelle del conduttore delle previsioni del tempo.

Mi scuso con Cappellini: credevo fosse l’unico al mondo così scevro di nozioni televisive da pensare che i «fuorionda» qualcuno li debba «recapitare», da ignorare che sono più di vent’anni che i «fuorionda» non sono più tali. Non sono più distrazioni colpose di tapini inconsapevoli: sono scelte dolose di esibizionisti aggravati.

Ieri, La Stampa ha pubblicato una lettera firmata «l’ufficio stampa di Striscia la notizia». Antonio Ricci, essendo più bravo di me e di voi a rigirare le frittate, sostanzialmente dice: e allora voi, che avete pubblicato video e quattrocento articoli del rinfaccio di corna tra Seymandi e Segre (forse ve ne ricordate, fu lo scandalo che per un quarto d’ora c’intrattenne quest’estate).

Invece di, scusate il romanesco, fare pippa, Perina pensa bene di rispondere. E di rispondere in un modo che qualcuno – un parente, un amico, un caposervizio – avrebbe dovuto scoraggiare, dicendole che insomma, se una vuole suicidarsi ci sono modi meno ridicoli.

Sostiene Perina che il caso Seymandi aveva una caratteristica che il caso Giambruno non avrebbe: «Pubblico il luogo, pubblica la scenata, pubblici i filmati, evidente l’intenzione del protagonista di dare la massima pubblicità alla sua intemerata».

Continua l’ingenua Perina: «Il caso Seymandi a me pare l’esatto contrario di un fuorionda, che come dice il termine è la diffusione di conversazioni carpite all’insaputa dei diretti interessati». All’insaputa. In uno studio televisivo. Con le telecamere accese. Col microfono addosso. Te ne stai bello sereno come nel tinello di casa tua con tuo cugino e poi, ma tu guarda, arriva Ricci a sputtanarti. Una dinamica talmente imprevista che nello stesso fuorionda c’è qualcuno che gli dice qualcosa tipo: guarda che se ti sente Striscia sono guai.

Ma no, dice Perina che se molli la tua fidanzata parlando in un microfono a una festa, e lo fai nel 2023, quando in ogni telefono c’è una telecamera, devi ragionevolmente aspettarti di venire sputtanato; se invece sei lì col microfono e la telecamera e la tradizione del programma principale della rete che sputtana i suoi conduttori, allora non c’è ragione di pensare che finirà male.

L’unica domanda ragionevole da farsi è: Giambruno è corrente Emilio Fede o corrente Gennaro Capasso? Fede ci mise un bel po’ a capire che Ricci i suoi filmati li prendeva dalla bassa frequenza delle telecamere del Tg4. Era convinto che Striscia avesse una telecamera nascosta nel suo studio.

Gennarononsbagliamai, invece, in un video in cui spiega la propria vocazione dice che «oggi l’uomo vuole sentirsi una star: ci rendiamo conto che l’uomo oggi è molto più vanitoso di una donna». E forse è questa, la questione.

Che uno che ha cinquant’anni meno di Emilio Fede e sa come funziona la tv non finisce in un fuorionda per caso, nel 2023. Ci finisce per vanità. A meno che non sia un editorialista di quotidiano, di quelli che si fanno firmare la liberatoria dal direttore per andare a mostrare le piume in tv, ma poi neppure capiscono verso quale telecamera indirizzare la ruota.

Dottori, medici e sapienti. Fenomenologia di Elena Basile e degli spettacoli in televisione. Guia Soncini su L'Inkiesta il 17 Ottobre 2023

Controstoria sonciniana del livello grottesco dei talk show politici italiani: l’ambasciatrice (chiamiamola così) e il conduttore (chiamiamolo così) non fanno giornalismo geopolitico, sono personaggi di una recita popolare che rimanda più ai varietà di intrattenimento che a Woodward e Bernstein

«Questo è un discorso, mi scusi dottor Mieli, sottoculturale, che non mi aspetterei da lei, che stimo tantissimo, di cui conosco l’erudizione, di cui seguo gli spettacoli in televisione». È da poco iniziato “Otto e mezzo” di mercoledì scorso, quando una signora che nessuno di noi aveva mai notato, tale Elena Basile, decide di fare la televisione.

Non abbiamo neanche cominciato a farci le domande fondamentali – è corretto definire la signora «ambasciatrice»? E Paolo Mieli, che lei chiama «dottore», è dunque medico? – quando Dietlinde Gruber decide di fare la sua parte, che in quel caso consiste nel fingere di non sapere cosa sia la tv, e la corregge: «Mieli comunque non fa spettacoli in televisione: fa trasmissioni storiche».

Ovviamente Gruber non è una di quelle Pollyanne, tra le quali il direttore di questo giornale, che pensano la tv non sia tv: che possa fare giornalismo, possa fare ragionamenti razionali e compiuti, possa esistere senza i mostri; senza coloro che la metà del pubblico guarda dicendo «ma chi è questo punto più basso della razionalità che si sia mai visto», e l’altra metà dicendo «bravo, gliele ha cantate, finalmente».

(La sera dopo, Basile dirà «Le mando tutte le mail delle persone che mi dicono che finalmente sentono dire la verità in televisione»; Formigli fingerà di considerarla mitomane, «Cerchiamo di non scivolare nel ridicolo», ma non può non sapere che sta dicendo la verità: vive in questo secolo anche lui, no?).

Gruber la tv la sa, e infatti dopo la puntata si fa promettere dalla signora – che già i social stanno insultando e difendendo come accade quando la tv svolge la propria porca funzione – che non andrà in altri programmi, che non la tradirà: non avrai altre piste di circo al di fuori di me.

Naturalmente la tv non si fa da soli: coloro che nelle rubriche degli autori televisivi dei talk vengono gelosamente custoditi nel faldone «freaks» hanno bisogno di spalle. La spalla perfetta di mercoledì sera è Aldo Cazzullo, che si presta a indignarsi – «finché stiamo scherzando è un conto» – quando la signora coi capelli più televisivi visti da parecchio tempo, l’ambasciatrice, la nuova star delle nostre serate nel tinello dice che gli americani sarebbero stati più propensi a una trattativa se Hamas avesse avuto ostaggi americani.

Senza la teatrale reazione di Cazzullo – «si vergogni della sua erudizione»: mai «erudizione» era stata una parola televisiva, prima di mercoledì, la sera in cui divenne un insulto – l’affermazione sarebbe sembrata ovvia a chiunque avesse mai visto un film con Bruce Willis. Spero che a fine puntata Totò Basile abbia mandato un mazzo di fiori a Peppino Cazzullo, senza il quale non sarebbe diventata la star di cui aveva bisogno questa stagione, già annoiata di Orsini e insofferente verso il «famolo strano» sempre uguale a sé stesso di Mauro Corona.

Il metro che questo decennio disperato usa per misurare l’appetibilità d’un’opinione sono i disgraziati che gestiscono le piattaforme internet. Quando vado su quella di La7 per vedere la star di cui tutti parlano, sulla homepage c’è «La gaffe di Elena Basile»: alcuni secondi della puntata in cui, ohibò, ella ha detto «sì, dottor Galluzzo», prontamente corretta da Dietlinde Gruber, che precisa «Cazzullo» ma non precisa che neanche lui è medico (almeno credo).

La cosa interessante della donna che farà fallire i coloristi con quel grigio così telegenico è che ella ha un eloquio antitelevisivo quanto quello di Mike Bongiorno, pieno di divagazioni e premesse: «E Andreotti non era il mio politico preferito, eh, io seguivo Bocca e le sue filippiche sferzanti».

Tuttavia, la sera dopo, quando si consuma il tradimento, mi arrivano quasi altrettanti messaggi di quanti ne giravano quando la tv era tv, e Walter Nudo rifiutava di dormire comodo dicendo alla produzione dell’“Isola dei famosi” che «o tutti e quattro o niente».

La sera dopo, Elena Basile è a “Piazzapulita”. Corrado Formigli, forse per risparmiarsi i dibattiti social sull’opportunità di definirla «ambasciatrice», la presenta come «dottoressa»: quanti medici, in questa televisione. Cambia però, quella sera, qualcosa d’importante. Qualcosa che attiene alla presentabilità sociale e all’istinto televisivo.

Formigli non è Gruber, cui basta uno sprezzante «non fa spettacoli» per prendere le distanze dall’ospite invitata in quota impresentabili. Formigli è un Giletti dei socialmente rispettabili, è il king of tamarri con gli anelli d’argento, è uno che crea mostri non per sonno della ragione ma per svegliezza del dato di share, ma poi ha bisogno di dire al suo pubblico che lui è una personcina presentabile, mica un domatore da circo.

Esattamente come ha creato Alessandro Orsini per poi mollarlo e atteggiarsi a quello che fa la tv dei reportage (buonanotte), con la stessa abilità professionale con cui blandisce fuori onda ed esaspera in onda le ragazzine ambientaliste, Formigli convince la Basile a tradire la Gruber e ad andare lì a far fare un po’ di share anche a lui, e poi una volta che è lì la tratta come un vero cafone.

La Basile, un istinto televisivo come non se ne vedevano da quando Cavallo pazzo disse «questo festival è truccato e lo vince Fausto Leali», dice «perché abbiamo paura della verità?», dice «solo io rappresento la voce del dissenso», mugola non inquadrata «finalmente» dallo studio quando in collegamento c’è un’ospite che difende i palestinesi, esala «perché dobbiamo soffrire» quando viene annunciato un video con Giuliano Ferrara; soprattutto, sparge come Pollicino briciole del terzo atto fin dall’inizio.

Formigli, cui fa da spalla Mario Calabresi (cui però viene da ridere: teatralmente meno rigoroso di Cazzullo), vuole arrivare esattamente dov’è televisivamente giusto arrivare: alla discendenza culturale di «Ciro, oddio chi parla, oddio chi è». I talk di politica non servono a niente, se una Sandra Milo non corre via dallo studio. Ma la Sandra Milo di questo secolo bisogna che non sia in conduzione, bisogna sia un’ospite, non importa se ragazzina di Ultima Generazione o signora del corpo diplomatico.

Basile, che conosce il proprio ruolo, inizia abbastanza presto a dolersi, «Ho detto che non volevo venire, lei mi ha pregato di venire qui e non mi fa parlare». Formigli è un po’ scocciato da questa rivelazione di trattativa per il tradimento, già si vede Gruber davanti al televisore che borbotta ah, lo stronzo l’ha pure pregata. Sbuffa «Se non vuole venire, la prossima volta non venga», Basile fa la fidanzatina delusa, «Mi ha detto facciamo un patto, non l’ha rispettato». Lui, king of tamarri, le dà le spalle.

«Dottor Calabresi, ora parlo io, ora basta». Tra i suoi altri meriti, Basile riporta anche il vocativo «dottore» a ciò che è: non indicazione che tu sei medico, ma che io sono parcheggiatore. Lo fa nel crescendo dei vari «posso parlare», «io me ne vado», «io non mi calmo», «non ho finito, lei mi blocca sempre», «Robert Kagan: hai letto un libro, Formigli?» che fanno aumentare nel pubblico l’attesa dell’inevitabile, che fanno del finto tentativo di dibattito geopolitico un pezzo di vera televisione.

La parte più struggente del siparietto è una Pollyanna lì ospite che, ignara del contesto-SandraMilo in cui si trova, all’ennesimo darle sulla voce di Basile la ammonisce: «Non devi per forza cercare lo scontro». Pulcina. Chissà se capisce qualcosa di più del mondo quando, qualche minuto dopo, Formigli decide di dirsi da solo che il re, cioè lui, è nudo.

Accade infatti che, nel gioco delle parti sandramilesco, la Basile menta, «Io credo in un giornalismo che non fa spettacolo», e Formigli dica la verità: «Lo spettacolo lo sta facendo lei tantissimo, stasera: speriamo che ci aiuti negli ascolti».

Non è allora, che Basile se ne va. È un animale televisivo, mica una ragazzina di Ultima Generazione. Se ne va solo dopo che Formigli ha detto «Voglio chiudere con Mario Calabresi», solo quando capisce che stanno chiudendo quel pezzo di trasmissione, che manca un minuto e il gran gesto ora o mai più, che non potrà più appropriarsi di turni di parola, tra poco arriva il microfonista a disarmarla. Se ne va, come gli amanti crudeli, quando non ha più niente da perdere.

Formigli le urla «è stato un piacere», come gli amanti che si scoprono usati. Non vedo l’ora che sia il 2043, quando Elena Basile sarà venerata maestra, e qualche emergente televisiva le dirà: mi meraviglio di lei, guardo sempre i suoi spettacoli.

Contro la filosofia dei pareri (urlati). Oggi sono tutti opinionisti con le idee degli altri. Ma il saper pensare è merce rara. Luca Gallesi il 5 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Il titolo è ambizioso, ma il contenuto mantiene quanto promesso: L'essenziale (Castelvecchi, pagg. 96, euro 13,50) è un saggio scritto da Silvano Petrosino e Roberto Righetto che tratta, come spiegato dal sottotitolo, della «Globalizzazione della chiacchiera e resistenza della cultura». Un professore di Filosofia teoretica e un giornalista che ha diretto per vent'anni le pagine culturali del quotidiano Avvenire dialogano su ciò che conta veramente, in un mondo avvelenato dalla dittatura del politicamente corretto e dominato dall'apparenza e dalla superficialità.

Il dialogo parte da una considerazione quasi banale, e cioè che, grazie alla rivoluzione tecnologica e al conseguente diffondersi dei personal computer, il dilagare incontrollato su Internet di ogni genere di informazioni ha annacquato il sapere, rendendo quasi impossibile ogni reale approfondimento critico. Detto più semplicemente: la profusione di informazioni proveniente dalla Rete, a cui tutti attingiamo indiscriminatamente, invece di essere utile ci rende molto più ignoranti e, soprattutto, sempre più presuntuosi, perché ci convinciamo di sapere tutto, o di poterlo fare senza difficoltà. Certo, questa osservazione non è affatto una novità: già Heidegger, avvertono gli autori nell'Introduzione, aveva messo in guardia dalla «diffusione della chiacchiera, che allontana dalla vera comprensione, spingendo il soggetto verso la tranquillizzante presunzione di possedere e raggiungere tutto». Il problema, però, è che dalla chiacchiera da bar, condivisa tra amici ed estesa, nella peggiore delle ipotesi, alla cerchia dei conoscenti, siamo passati alla diffusione incontrollata di un oceano di notizie e informazioni che, trasmettendo un fasullo senso di onniscienza, precludono l'accesso al sapere vero.

Gli autori non perdono occasione per ribadire la differenza tra un parere e un pensiero: per il primo basta attingere alla pletora di uomini marketing e di opinionisti che affollano ogni mezzo di comunicazione, garantendo, con i loro rassicuranti sorrisi, che con un semplice click la verità è alla portata di tutti. Il sapere, invece, è frutto di una faticosa elaborazione personale, lontana dall'incontenibile entusiasmo dei sedicenti esperti, finalizzato a non sollevare mai alcun dubbio.

La tranquillizzante presunzione di chi confonde un parere con il pensiero è il marchio di fabbrica di tutti coloro che vogliono sembrare degli intellettuali e, non essendolo, giocano a fare i filosofi. «Oggi - lamenta Righetto - siamo passati da Bobbio a Odifreddi, Pievani o Galimberti (e Scalfari, aggiunge Petrosino). O a giornalisti che si ergono a maîtres-à-penser come Augias, Gruber, Bignardi e De Gregorio, che esprimono un livello davvero basso della provocazione senza nessun contenuto vero e profondo». Insomma, il «tradimento dei chierici» denunciato un secolo fa da Julien Benda è ancora tale, ma ha prodotto conseguenze molto più gravi visto che, se il 70 per cento degli italiani è composto da analfabeti funzionali - cioè sono incapaci di comprendere e di valutare un testo scritto - è altrettanto scioccante che il 38 per cento di imprenditori, dirigenti e liberi professionisti dichiari di non leggere nemmeno un libro l'anno, percentuale che scende al 25 tra i laureati. Comunque, il problema non si risolverebbe se i lettori aumentassero di numero: come suggerisce Petrosino, infatti, bisogna «evitare ogni idolatria del libro (così frequente all'interno della tribù di coloro che, godendoci, non esitano un istante a confessare di spendere tutti i propri risparmi per acquistare libri), e bisogna ribadire con forza che per ragionare e riflettere ci vuole tempo». Inutile, dunque, spargere lacrime per i «bei tempi andati» o illudersi che sia possibile tornare a un mondo prima di Internet, perché la rivoluzione digitale è irreversibile.

Bando alle nostalgie e avanti con l'approfondimento: bisogna recuperare la capacità di ragionare, si devono sollevare dubbi, attivare il cervello e ridimensionare il dominio del pensiero scientifico-tecnologico a discapito di quello umanistico-letterario. «Mettiamo da parte scientisti e nichilisti per riscoprire poeti e profeti», suggeriscono gli autori, il che non significa rifiutare la scienza, anzi: va ricordato, infatti, che il pensiero scientifico nasce proprio da una riflessione e da un'analisi della realtà, e non va confuso con il dominio della tecnologia, oggi inestricabilmente associata al consumismo e ai suoi (non) valori assolutamente dominanti, sintetizzabili nella triade «tutto-subito-sempre». Usciamo dal torpore, scuotiamoci dalla pigrizia, leggiamo, o rileggiamo, la letteratura di tutto il mondo, riprendiamo lo studio della filosofia e soprattutto ricordiamoci sempre, come sosteneva un grande poeta americano, che «sono autorizzati a esprimere un'opinione soltanto coloro che sono titolati ad averla». Luca Gallesi

La cronaca e quell’irresistibile corsa a creare mostri: senza linciaggio vi sentite meno buoni?

Secondo Piero Sansonetti fior di intellettuali mobilitati per spiegarci come è possibile la loro perfidia, chi l’ha generata, quanto sta degenerando la nostra gioventù, i telefonini, i videogiochi, la droga… È stato un incidente stradale, e quando si svolgerà il processo vedremo quanta e quale fosse la colpa di chi guidava la Lamborghini. Noi oggi non lo sappiamo. E allora inventiamo, inventiamo, inventiamo. È il bisogno di linciaggio che mi colpisce. Il linciaggio come liberazione dai propri incubi. Il linciaggio come gioia e prova della propria innocenza. Il linciaggio come dimostrazione di forza. Di eticità. Di incorruttibilità. Di sapienza. Sostenuto e lodato e magnificato e amplificato dall’intero sistema dell’informazione.

Secondo Maurizio Assalto: “Narrazione” è uno dei termini chiave della comunicazione pubblica contemporanea. C’è la narrazione di Giorgia Meloni «underdog» e la narrazione di Elly Schlein che «non ci hanno visti arrivare». C’è la narrazione di Giuseppe Conte “avvocato del popolo”, quella di Matteo Renzi “rottamatore” e ci sono state le metamorfiche narrazioni di Silvio Berlusconi “presidente imprenditore”, “operaio”, “contadino”, “ferroviere”… Anziché affidare come un tempo le loro idee a soporiferi saggi che nessuno legge, o a deprimenti articoli su riviste che nessuno compra (e che del resto neppure si pubblicano più), i leader politici hanno scoperto il business (anche commerciale) delle biografie e pseudo-autobiografie che, attraverso il racconto di una vicenda proposta come implicitamente esemplare, trasmettono la propria visione dell’Italia e del mondo (del resto, oggetto tipico delle narrazioni sono le storie, le favole, fole, spesso sinonimo di “balle”).

Non ci sono però soltanto le narrazioni della politica: c’è la narrazione d’impresa (variante più manageriale: la narrazione strategica d’impresa), la narrazione del brand, la narrazione del prodotto, la narrazione dei beni culturali, la narrazione dei musei, la narrazione della scienza, la narrazione enogastronomica, la narrazione ecologista, la narrazione pacifista e quella bellicista, la narrazione terrapiattista, le narrazioni complottiste, le narrazioni no vax, no tav, no tap… A ognuno la sua narrazione.

Ma anche Platone, in epoca ormai risolutamente letteraria, intercala volentieri la sua opera filosofica, che è già in sé una filosofia narrata, con la narrazione di un mito che ha lo scopo dichiarato di sciogliere i nodi concettuali più intricati: nel Protagora, al celebre sofista che si accinge a esporre la sua tesi sull’insegnabilità della virtù politica, viene messa in bocca la domanda «Preferite che io, come anziano che parla ai giovani, ve la dimostri narrando un mito, oppure con un ragionamento?»; e poiché gli interlocutori gli rimettono la scelta, Protagora opta per la prima soluzione, in quanto «più piacevole». La forma narrativa assolve in questo modo a una funzione didattico-esplicativa, che in altri casi si specifica ulteriormente come più efficace in termini persuasivi-emozionali.

Secondo Matteo Giangrande, il buon debater può usare il riferimento all’autorità nella parte del discorso argomentativo dedicata alle “evidenze” e, insieme, non può usare il riferimento all’autorità nella parte dell’argomento dedicata al “ragionamento”. E ciò perché il ricorso all’opinione di un esperto è un modo ragionevole per rendere “credibile” un’affermazione. Ma, al contempo, non la “dimostra”.

L’argomento dell’autorità (o argomento ad verecundiam) diventa una fallacia subito dopo aver illustrato la funzione di evidenza che la citazione del parere di un esperto può svolgere all’interno dell’argomento complessivo.

Gli esperti: tutti si elevano a professoroni in tv nel parlare di qualcosa che non si conosce e quindi che non conoscono. Sballottando di qua e di là i cittadini, in base alle loro opinioni cangianti dalla sera alla mattina.

I giornalisti in ogni dove, ormai, esprimono opinioni partigiane del cazzo. Alcuni di loro dicono che il movimento 5 stelle ha sfondato al sud con i voti dei nullafacenti per il reddito di cittadinanza: ossia la perpetuazione dell’assistenzialismo. Allora dovrebbe essere vero, anche, che al nord ha stravinto il razzismo della Lega di Salvini, il cui motto era: "Neghèr föra da i ball", ossia immigrati (che hanno preso il posto dei meridionali) tornino a casa loro. La verità è che l’opinione dei giornalisti vale quella degli avventori al bar; con la differenza che i primi sono pagati per dire stronzate, i secondi pagano loro la consumazione durante le loro discussioni ignoranti.

La cronaca è fortemente inquinata da un forte pregiudizio mediatico e fa sentire i suoi effetti presso una parte dell’opinione pubblica disposta a bersi qualunque dichiarazione. Ciò nonostante, la parte anomala è quel “ci dovrebbe essere un contraddittorio”, ossia, ogni volta che qualcuno esprime un’opinione su qualcun altro deve esserci anche l’altro. E’ macchinoso come metodo ed è sempre disatteso. 

Quindi esprimere un’opinione senza che l’oggetto dell’opinione sia presente non è corretto.

E’ opinione, quindi, quella tesi oratoria fine a se stessa senza portare evidenze documentali che la sostengano.

«Siamo noi». Dove quel «noi» sta per opinione pubblica. Le leadership per emergere devono prima sparare cazzate per bucare lo schermo e poi consolidarsi con un ruolo di guida assoluta, attorniandosi con gli uomini più leali. Naturalmente queste ascese repentine e di gruppo segnalano, una volta al governo, le difficoltà a risolvere i problemi della collettività 

Ideologia. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. L'ideologia è il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale. Il termine ideologia appare per la prima volta nell'opera Mémoire sur la faculté de penser del 1796 di Antoine-Louis-Claude Destutt de Tracy (1754-1836) con il significato di «scienza delle idee e delle sensazioni».

In seguito il termine ha assunto il significato più generico di «sistema di idee» più o meno coerente e organizzato (secondo un logos, di volta in volta con connotazioni negative, positive o neutre) soprattutto per opera di Karl Marx e della sua critica dell'idealismo. In particolare, il termine è usato in riferimento a dottrine politiche, a movimenti sociali caratterizzati da un'elaborazione teorica, a orientamenti ideali-culturali e di politica economica e sociale.

Storia del termine. 

L'"ideologia" si riferisce originariamente agli "idéologues" (ideologi), una corrente di pensiero attiva in Francia tra il XVIII e il XIX secolo.

Gli ideologi si riferivano principalmente al pensiero di Helvetius, di John Locke e di Condillac. Ricorrendo ad una base fortemente materialistica e utilizzando anche gli studi sulla fisiologia del sistema nervoso di Pierre Jean Georges Cabanis, essi cercavano di indagare l'origine delle idee attribuendola ai dati sensoriali, che per successive composizioni avrebbero originato ogni fenomeno psichico. Anche la morale, intesa in senso utilitaristico, e la politica, concepita in senso liberistico, venivano considerate come "ideologia applicata".

Gli ideologi, rifiutando la metafisica ed insieme i contenuti ideali del pensiero illuministico, si dedicarono a campi d'indagine ristretti di carattere sociale ed economico, ai quali applicavano metodi matematici e statistici allo scopo di ottenere delle previsioni attendibili in settori della realtà umana generalmente ritenuti imprevedibili e impossibili da dirigere razionalmente.

Per l'opposizione espressa dagli ideologi al suo sistema di governo, Napoleone trasformò in modo dispregiativo il senso del termine, indicando negli ideologi i "dottrinari", coloro i quali avevano poco contatto con la realtà e scarso senso politico.

Il significato originario del termine infatti, come metodo del corretto ragionare, discorso razionale sulle idee, assunse un significato peggiorativo con Napoleone, il quale non aveva più bisogno di atteggiarsi a sostenitore delle idee illuministe di questi ideologi, progressisti atei e razionalisti, dei quali si era servito agli inizi della sua carriera. Egli affermava in un suo discorso del 1812:

«È alla ideologia, a questa tenebrosa metafisica che ricercando con sottigliezza le cause originarie, vuole su tali basi fondare la legislazione dei popoli in luogo di adattare le leggi alla conoscenza del cuore dell'uomo e alle lezioni della storia, che vanno attribuiti tutti i mali che ha provato la nostra bella Francia.»

Da quel momento, il significato originario di ideologia come atteggiamento filosofico e scientifico si perse così quasi subito, come anche il legame col materialismo e il sensismo, acquisendo connotati sempre più vicini alla nozione moderna, assai vicina a quelle di dogmatismo e faziosità. Il termine cominciò quindi ad assumere per ragioni politiche il significato di una visione distorta della realtà, con la fallimentare ambizione di voler dare un ordine razionale alla società, di voler fondare scientificamente l'ordine sociale.

L'ideologia in Europa. 

Le concezioni degli ideologi francesi suscitarono interesse anche in Italia, con Melchiorre Gioia, uno dei primi studiosi ad applicare i concetti di statistica alla gestione economica dei conti pubblici e autore dell'opera "Ideologia" (1822) e con Carlo Cattaneo, che sosteneva il carattere sociale dell'esperienza umana, considerata come il fondamento di una nuova psicologia sociale.

Osservava Cattaneo che se «l'atto più sociale dell'uomo è il pensiero», i risultati di questa attività speculativa presenteranno un «poliedro ideologico», una vastissima varietà di idee e di comportamenti legati alla civiltà, che potranno essere indagati e definiti da una «ideologia sociale» o «ideologia delle genti» intesa come «istoria delle idee nei popoli» così come avevano intuito sia Vico che Hegel.

Karl Marx.

Il termine ideologia si trasmette in Marx ed Engels con il significato negativo, datogli da Napoleone, di vuota espressione dottrinaria.

Con l'analisi di Karl Marx tutte le teorie filosofiche, politiche, morali, religiose non sono autonome ma, essendo prodotti umani, sono vincolate alle condizioni di vita degli uomini; per cui appaiono autonome solo in una società dove, nei rapporti (Verkehr) di produzione, i mezzi per produrre e il loro uso sono divisi tra classi.

In altre parole, l'ideologia è il modo di vedere la realtà della classe sociale dominante.

Marx utilizza il termine ideologia anche nel suo significato letterale derivato dalla parola tedesca Ideenkleid, «vestito d'idee», per cui ideologica è ogni concezione che voglia rivestire di idee e principi astratti la concreta realtà dei fatti materiali, mascherandoli e dandone una surrettizia giustificazione.

Così sono dei puri ideologi i giovani hegeliani e i "veri socialisti" tedeschi, i quali sostengono che lo scontro delle idee si riflette nella situazione storica dove prevalgono gli ideali superiori.

Bruno Bauer, Feuerbach, Max Stirner si illudono quindi che si possa modificare la realtà sociale tramite un'astratta critica delle idee, in nome di un materialismo senza base economica e storica, altrettanto metafisico quanto l'idealismo hegeliano.

L'ideologia dunque nasce dalla separazione di teoria e prassi che in un secondo tempo Marx approfondì nella concezione di sovrastruttura e struttura: queste sono legate da un rapporto di complementarità secondo il quale se è vero che le sovrastrutture, teorie filosofiche, economiche, politiche ecc., nascono sulla base delle reali strutture storiche, materiali, della società, è pur vero che queste formazioni ideologiche non rimangono isolate nella loro astrattezza, ma possono tornare a modificare anch'esse la società esistente.

Antonio Gramsci.

Una considerazione positiva dell'ideologia si trova in Antonio Gramsci, che la intende come «concezione del mondo», a patto che essa non sia il risultato di astratte teorie individuali ma strumento di organizzazione delle masse, utile a raggiungere un compromesso tra interessi storici contrapposti.

Georges Sorel.

Anche Georges Sorel nelle sue Considerazioni sulla violenza ritiene che l'ideologia sia un "mito", che tuttavia è utile come guida e stimolo all'azione politica delle masse, eccitate e stimolate dall'esaltazione di valori.

Vilfredo Pareto.

Con gli studi di Vilfredo Pareto l'ideologia si contrappone alla scienza perché le due discipline fanno riferimento a campi opposti: la prima riferisce al campo del sentimento e della fede, la seconda a quello dell'osservazione e del ragionamento. Viene così stabilito un punto importante: la funzione dell'ideologia, che non è altro che la razionalizzazione di sentimenti ed impulsi, è in primo luogo quella di persuadere, cioè di dirigere l'azione.

Karl Mannheim.

Karl Mannheim distingue poi un concetto universale ed uno particolare di ideologia. In senso particolare s'intende per essa l'insieme delle contraffazioni della realtà, che un individuo compie più o meno coscientemente. In senso generale significa l'intera "visione del mondo" di un gruppo umano, per es. una classe che trovandosi in una condizione subordinata aspira ad una trasformazione e in questo senso di parla di "ideologia generale" .

La prima va analizzata dal punto di vista psicologico, la seconda da quello sociologico.

Nel confronto tra ideologia e utopia Mannheim ritiene che siano entrambe realtà trascendenti distinte, delle quali solo la seconda è realizzabile come una realtà che non c'è ma che può essere realizzata: un progetto di realizzazione in anticipo sui tempi ma che spinge all'azione fin da ora.

Funzioni psicologiche.

Chiara Volpato esplicita le funzioni psicologiche delle ideologie : «le ideologie servono a risolvere l'incertezza e a soddisfare l'umano bisogno di comprendere e prevedere ciò che accade. Le persone sono motivate a percepire il mondo e a interpretare quanto succede a loro in modi che confermino la loro ideologia: mantenere fede alla propria visione del mondo e essere all'altezza degli standard contemplati da tale visione è essenziale per fronteggiare l'ansia e mantenere l'autostima. La conferma della propria ideologia aumenta il senso di sicurezza, tanto importante per gli esseri umani, la disconferma provoca invece ansia e accresce il senso di vulnerabilità. Quando l'ideologia in cui credono è in pericolo, le persone si impegnano per riaffermarla, il che fa sì che il legame tra ideologia e comportamenti sia più stretto quando l'ideologia è minacciata.»

«La psicologia sociale dalle sue origini ha studiato le varie ideologie legittimanti l'ipotesi del mondo giusto, l'etica protestante, l'autoritarismo, il conservatorismo politico, il sessismo, l'orientamento alla dominanza sociale, l'ideologia meritocratica, l'ideologia del libero mercato ), trovando che tutte condividono» alcuni bisogni psicologici di superamento della paura e dell'insicurezza ed «inoltre sono foriere di conseguenze simili, sia individuali che di gruppo o di sistemi, quale l'inibizione di risposte emotive come l'indignazione e i sensi di colpa...»

Cosa resta dell’ideologia? Damiano Palano, Direttore Dipartimento di Scienze politiche - Università Cattolica, il  03 maggio 2023. Testo pubblicato sull'edizione di mercoledì 3 maggio del Giornale di Brescia 

Siamo abituati a ritenere che l’epoca delle ideologie si sia definitivamente conclusa sul finire del Novecento. Ma è proprio vero? Le «grandi narrazioni» ottocentesche hanno certamente perso gran parte del loro fascino, ma molti studiosi ritengono che le ideologie sopravvivano anche nella politica contemporanea. Per riconoscerle, per comprendere il loro legame con il passato e per interpretare la loro influenza odierna, abbiamo però bisogno di nuovi strumenti teorici ed empirici.

È proprio attorno a questo obiettivo che discuteranno politologi di atenei italiani e stranieri nei due giorni del convegno “Cosa resta dell’ideologia? Concetti, teorie, metodi di ricerca”, che si terrà a Brescia, nella sede di Via Trieste dell’Università Cattolica, il 4 e 5 maggio.

Nel corso dei lavori, organizzati da Polidemos (Centro per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici) in collaborazione con l’Osservatorio Democrazia a Nordest dell’Università di Padova e la Società Italiana di Scienza Politica (SISP), saranno innanzitutto oggetto di discussione i diversi metodi di indagine utilizzati per studiare le ideologie contemporanee, ma verranno anche illustrati i risultati di ricerche sul repertorio ideologico di formazioni populiste e radicali, sull’ideologia tecnocratica, sull’intreccio fra ideologie ‘sottili’ e vecchie linee di frattura.

Ormai quasi trentaquattro anni fa, la caduta del Muro che divideva in due l’Europa non concluse solo la stagione della Guerra fredda, ma pose simbolicamente la parola «fine» anche all’epoca delle ideologie. Un’epoca iniziata per molti versi nel Diciottesimo secolo, quando gli intellettuali illuministi iniziarono a dipingere la storia come un interminabile «progresso», e continuata nei due secoli seguenti. Proprio nel 1989 quell’epoca terminò. E il «sol dell’avvenire», i cui raggi erano diventati nel tempo sempre più tiepidi, si tramutò repentinamente in un crepuscolo, portando con sé l’ideologia ‘forte’ per eccellenza, quella su cui tutte le visioni alternative si erano modellate.

A profetizzare la «fine delle ideologie» era stato in realtà, già all’inizio degli anni Sessanta, il sociologo americano Daniel Bell. A suo avviso, il rapido sviluppo economico delle società occidentali e la diffusione del benessere anche presso le classi lavoratrici avrebbero fatto declinare i grandi sistemi dottrinari. I conflitti si sarebbero così tramutati in contrasti fra proposte pragmatiche, interne a una cornice di valori condivisi. Paradossalmente, solo alcuni anni dopo la previsione di Bell si scontrò con una clamorosa smentita, perché emersero ovunque conflitti in cui proprio le ‘vecchie’ ideologie giocavano un ruolo tutt’altro che secondario. Ma alla fine degli anni Settanta la previsione di Bell iniziò davvero a diventare una formidabile fotografia di un presente che tagliava i ponti con tutti i progetti di trasformazione radicale coltivati dalle «grandi narrazioni». E da allora – prima ancora che a Berlino il Muro mostrasse le prime crepe – tutti ci siamo convinti di vivere in un mondo ‘post-ideologico’.

A distanza di più di tre decenni, ci possiamo chiedere però se le cose stiano davvero così. E non tanto perché, a ben guardare, anche la tesi della «fine delle ideologie» potrebbe essere considerata come un’ideologia. Ma soprattutto perché la discussione pubblica non ha affatto lasciato posto a pacate argomentazioni razionali. Complici le trasformazioni comunicative, la polarizzazione nelle posizioni politiche è anzi cresciuta. E hanno fatto la comparsa leader e partiti dalle posizioni radicali, che non si richiamano alle ‘vecchie’ ideologie, ma che sembrano comunque provvisti di un armamentario ideologico, spesso assai poco elaborato ma in grado di mobilitare. Il populismo, il nazionalismo e l’ecologismo sono stati per esempio definiti ideologie «sottili»: ideologie con un cuore concettuale estremamente semplice, ma che proprio per questo possono combinarsi con valori di destra o di sinistra, progressisti o conservatori.

Forse allora le ideologie non sono davvero scomparse. Semplicemente, siamo stati noi – ancorati a un’immagine ingombrante dell’ideologia, segnata dalla «politica assoluta» del Novecento – a non riconoscerle più. Ed è anche per questo che dobbiamo aggiornare i nostri strumenti di interpretazione. Riconoscendo forse che anche la politica contemporanea è popolata da ideologie. Anche se si tratta di camaleontiche e spesso sfuggenti ideologie ‘sottili’. Testo pubblicato sull'edizione di mercoledì 3 maggio del Giornale di Brescia

L’ideologia e la sua critica (a cura di Maurizio Ricciardi e Luca Scuccimarra).

Ideologi prima dell’ideologia. Linguet e i paradossi sociali della politica.

Questo saggio affronta la dottrina politica di S.N.H. Linguet, analizzando l’uso sistematico dei paradossi al suo interno. La critica dell’ideologia fisiocratica consente a Linguet di individuare il nesso tra scienza e politica quale fondamento dell’ideologia della società e della sua critica. La costellazione concettuale formata da proprietà, appropriazione, patrimonialismo e patriarcato stabilisce le coordinate della sua teoria politica dei concetti sociali. La categoria di rapporto sociale non esprime la coordinazione tra soggetti indifferenti, ma la subordinazione di alcuni individui al potere sociale dei proprietari. La critica di Montesquieu, del suo concetto di legge e di dispotismo asiatico, conduce Linguet ad affermare la necessità di uno Stato burocratico che, grazie al suo diritto positivo sia in grado di governare i movimenti della proprietà che per Linguet è il centro reale del sistema politico.

L'incidente a Casal Palocco. La cronaca e quell’irresistibile corsa a creare mostri: senza linciaggio vi sentite meno buoni?

La morte di un bambino piccolo, strappato via ai genitori, commuove chiunque. Ma che bisogno c’è di disegnare come creature del demonio le figure di ragazzi dei quali non sappiamo niente? Piero Sansonetti su L'Unità il 18 Giugno 2023 

Ma proprio non ce la fate a vivere senza mostri? Qual è il problema? Vi sentite un po’ scadenti e avete voglia di essere sicuri che esista gente molto peggiore di voi? Oppure – e questo per quel che riguarda i giornalisti – avete bisogno di vendere qualche copia in più e non trovate nessun altro sistema se non quello di accarezzare il linciaggio?

Noi sappiamo in realtà pochissimo dell’incidente, a Roma, che è costato la vita a un bambino piccolo. Manuel, 5 anni. Naturalmente la morte di un bambino piccolo, strappato via ai genitori, commuove chiunque. I santi come gli sciagurati. Tocca i nostri sentimenti più semplici e più giusti. Questo va bene. Ma che bisogno c’è di disegnare come creature del demonio le figure di ragazzi dei quali non sappiamo niente? I giornali di questi giorni e le loro ancor più “assetate” versioni online sono impressionanti: una corsa a chi riesce a demonizzare più degli altri alcuni ragazzi sconosciuti di circa 20 anni. E anche i loro genitori.

Fior di intellettuali mobilitati per spiegarci come è possibile la loro perfidia, chi l’ha generata, quanto sta degenerando la nostra gioventù, i telefonini, i videogiochi, la droga… È stato un incidente stradale, e quando si svolgerà il processo vedremo quanta e quale fosse la colpa di chi guidava la Lamborghini. Noi oggi non lo sappiamo. E allora inventiamo, inventiamo, inventiamo. È il bisogno di linciaggio che mi colpisce. Il linciaggio come liberazione dai propri incubi. Il linciaggio come gioia e prova della propria innocenza. Il linciaggio come dimostrazione di forza. Di eticità. Di incorruttibilità. Di sapienza. Sostenuto e lodato e magnificato e amplificato dall’intero sistema dell’informazione. Piero Sansonetti 18 Giugno 2023

Dibattiti aperti a tutti Silvano Agosti su L'Indipendente il 18 giugno 2023.

Vedo emergere nel caseggiato in cui abito, una serie di piccole guerre tra inquilini. Mi chiedo come sia possibile che gli abitanti del mio caseggiato, tutti cattolici confessi, siano disponibili a perdonare qualsiasi cosa alle autorità e non perdonino il minimo torto al loro vicino di casa.

Mi domando quale invincibile angoscia regni nei loro cuori che rende indispensabile tanta conflittualità.

Gli abitanti del Pianeta finiscono con accettare, in un silenzio di massa, terremoti, inondazioni, epidemie, guerre e genocidi, sterminio quotidiano di innocenti, con 30.000 bambini che muoiono di fame ogni giorno, etc.

Accettano tutto questo ma diventano eccessivi e ingiusti nel valutare colpe e difetti di un proprio simile, causati magari solo da sbalzi d’umore o quando l’altro insiste a non adeguarsi al proprio punto di vista. Propongo dibattiti aperti a tutti, su come risolvere i problemi legati alla conflittualità quotidiana, dovuta ai difetti o a una inevitabile fragilità del nostro prossimo. Dato che ognuno è alle prese con problemi quotidiani legati a un lavoro logorante, alla disoccupazione, alle malattie, ai mutui, alle bollette, alle multe, alle tasse etc. i comportamenti che ne derivano spesso appaiono sbagliati.

Nell’esprimere questi pensieri sorrido ed ecco come gran parte dei miei simili mi rimproverano: «Tu sorridi sempre. beato te, ma il sorriso non serve certo a trovare un lavoro!». Quasi a dire: «Sei fuori dal percorso comune, sapessi come anche tu smetteresti di sorridere se fossi nei nostri panni».

In realtà credo proprio di esserci anch’io nei loro panni, anche se ciò non mi impedisce di sorridere.

[di Silvano Agosti – regista, sceneggiatore, poeta e scrittore]

 Saggio breve sull’Italia. Storia dell’educazione nazionale, dal Tuca Tuca a TikTok. Guia Soncini su L'Inkiesta il 19 Giugno 2023

L’era di Raffaella Carrà e il malanno del presente con noi che dobbiamo correre dietro a cinquecento polemiche al giorno e non abbiamo tempo di capire cosa c’è scritto in un articolo 

Sabato sera in tv c’era la Carrà, come nei sabati sera di quaranta autunni fa. Ieri avrebbe compiuto ottant’anni, e quindi Techetechetè ha assemblato dei pezzi di Carrà delle nostre infanzie (c’era moltissima Carrà degli anni Ottanta perlopiù dimenticata, e niente delle straviste Carrà e Mina).

A un certo punto c’era un’intervista di quaranta inverni fa. La Carrà parlava d’uno spettacolo che stava facendo a teatro, e faceva dei paragoni d’impatto. Aveva concluso Fantastico 3 – i vegliardi lo sanno, all’epoca il varietà autunnale finiva il giorno della befana, con l’estrazione dei biglietti della lotteria: quanto Novecento – e diceva che in tv, «se sei fortunato» come lo era stata lei, ti vedono in venticinque milioni.

Poiché sabato erano quarant’anni dall’arresto di Enzo Tortora, Luca Bizzarri mi aveva raccontato che, nel suo podcast Non hanno un amico, voleva spiegare che Sanremo adesso se va benissimo totalizza quattordici milioni di spettatori, e Portobello ne faceva dieci in più. Ho pensato: non lo capiranno.

Non lo capiranno perché chi ha vent’anni oggi è cresciuto con quell’abisso di differenza nei consumi che è l’on demand. Non gli fanno nessuna impressione i numeri dell’Auditel, perché è abituato a vedere tutto quel che decide di vedere dopo, sul telefono, senza venire conteggiato.

Non gli fanno nessuna impressione anche perché i numeri hanno smesso d’essere eloquenti: ogni carneade che compare su un palco viene introdotto da una litania di numeri di streaming su Spotify e di visualizzazioni su YouTube (se non pagano per ascoltarti, vale come quando mettevamo da parte la paghetta per comprare un album? No. Se i tuoi numeri sono dovuti al fatto che mille ossessionati ascoltano mille volte la tua canzone, vale come quando Baglioni vendeva milioni di copie di La vita è adesso? No).

Quando su un palco arriva Gianni Morandi, per dirne uno che è rimasto sul mercato anche da venerato maestro ottuagenario, nessuno sente di dover comunicare al pubblico che quello che stanno per vedere è uno importante sciorinando numeri a caso: non serve, di Morandi tutti sanno le canzoni, non è che dici «e ora Fatti mandare dalla mamma, che è molto strimmata».

Il fatto è che quell’epoca lì, quella in cui Fantastico 3 lo guardavamo tutti, è stata brevissima. La generazione prima spesso non aveva il televisore in casa e doveva andare al bar se voleva vedere qualcosa. La generazione dopo ha avuto la tv nel telefono.

C’è una generazione sola che ha avuto un modello di cultura popolare che era davvero biografia di una nazione. Tra i miei coetanei nessuno, neanche i più studiosi, ha incontrato per la prima volta l’aggettivo «nazionalpopolare» leggendo Gramsci.

Abbiamo tutti sentito quella parola perché, nell’87, il presidente della Rai Enrico Manca disse che Pippo Baudo faceva programmi nazionalpopolari, e quello rispose «vorrà dire che d’ora in poi cercherò di fare dei programmi regionali e impopolari».

Non c’era la possibilità di non saperlo, neanche se eri, com’ero io, una quattordicenne che non sapeva cosa fosse un consiglio d’amministrazione e legittimata a non conoscere il nome di chi presiedeva quello Rai: lo sapevi perché guardavi i tg, leggevi i giornali, e lo facevi perché c’erano poche cose con cui intrattenersi.

Non c’erano cinquecento polemiche al giorno né cento cose da guardare ogni sera. Non vorrei citare troppe volte il podcast di Bizzarri, ma l’altro giorno a proposito degli youtuber che hanno sventatamente ammazzato un bambino ha detto una frase tipo «non è che noi a vent’anni leggessimo Proust». Ecco, sono un po’ imbarazzata a derogare dal mio io narrante rigorosamente analfabeta, ma leggere Proust è esattamente ciò che facevo io a vent’anni.

Perché in tv c’era Baricco a farmene venir voglia, sì; ma anche – soprattutto – perché non c’era molto altro da fare. Certo: potevi (e lo facevi) andare in discoteca, sbronzarti, scopare, guardare i varietà in tv, andare al cinema, spettegolare con le amiche – non mancavano le distrazioni. Ma leggere era una di esse. Non perché eravamo più colti: perché il telefono era attaccato al muro, e serviva per telefonare.

Se avessi avuto un telefono che faceva le foto, non avrei mai letto un romanzo. Se avessero avuto telefoni con le foto e i giochini e i fatti degli altri dentro, le servette di quando i romanzi erano considerati cose da servette non avrebbero mai letto Dickens e Balzac. È un’ovvietà così ovvia che mi vergogno a rimarcarla, eppure mi pare non se ne tenga conto, nei discorsi sul degrado contemporaneo e sui giovani di oggi scemi come sono sempre stati i giovani ma anche scemi in un modo nuovo e anabolizzato.

Io non credo che le scuole di una volta ci preparassero meglio, e a dimostrarlo è la deprimente quantità di miei coetanei che, all’articolo di sabato, ha risposto «come osi paragonare», a un articolo che non fa paragoni (io non uso similitudini e aborro il concetto di «sinonimo», ve lo dico per la prossima volta in cui volete polemizzare proiettando il vostro debole per le imprecise parole: pratico con tutto il rigore che mi riesce la religione dell’unicità di ogni storia e situazione).

I miei coetanei non sanno leggere esattamente come non sanno leggere i ventenni, e tutti insieme obiettano «non mettersi la crema solare è dannoso per sé stessi, ammazzare qualcuno è un reato» a un articolo che prevedeva questa distinzione (sono intelligentissima, ma soprattutto i lettori sono assai prevedibili) e ne rimarcava esplicitamente la mancanza di senso.

Non sappiamo più leggere perché viviamo immersi nella stessa velocità imprecisa, nella stessa approssimazione vorticosa in cui dobbiamo correre dietro a cinquecento polemiche al giorno e non abbiamo tempo di capire cosa c’è scritto nell’articolo che vogliamo contestare, figuriamoci di leggere Proust.

Quando è venuto a Bologna a presentare un ciclo di suoi film, Scorsese ha detto che “Quei bravi ragazzi”, che uscì nel 1990, lo strutturò in modo convulso, «volevo che fosse un film dove ogni minuto succede qualcosa: se lo guardi adesso, sembra un film al rallentatore».

Un paio d’anni fa ho rivisto “Rocky”, che nel 1976 era il massimo esempio di filmone popolare capace di tenere l’attenzione delle masse: in questo secolo, è lento che sembra Bergman. Si sono modificati i neuroni a noi, figurarsi ai ventenni per cui i montaggi convulsi sono una formazione e non un gusto acquisito.

E quindi può essere che un domani ci sia una Carrà, una che ha abbastanza talento e tigna da studiare per fare i balletti e i dischi, invece di guadagnare la stessa cifra agitando il culo su TikTok, perché i talenti e le determinazioni eccezionali probabilmente esisteranno sempre, e saranno sempre eccezioni.

Ma non avremo mai più i codici condivisi di quando venticinque milioni di persone davvero guardavano un programma o un film o leggevano un romanzo; non erano il numero di iscritti a un profilo Instagram di cui forse si ricordavano di guardare i video ma comunque scorrendoli al cesso con sai quale soglia d’attenzione.

Quella cosa lì è irreversibile, non la risolvi vietando i social ai minori (ma poi come, che sono quasi tutti proprietà di società statunitensi, cioè di un posto in cui l’idea del documento d’identità è considerata un sopruso?). Alle ragazze un secolo fa s’insegnava a suonare il pianoforte, non per renderle colte o concertiste ma perché suonassero qualcosa distraendo la famiglia stufa di sentire solo e sempre le proprie voci. Poi arrivò la radio, e non ci fu più bisogno di mandare le bambine dal maestro di musica. Sto provando a immaginare una polemica d’epoca: chiudiamo la radio, ci rende più ignoranti.  

Né la risolvi dicendoti che era verde la tua valle quando, vuoi mettere, gli italiani andavano forte in macchina per sbruffoneria gratuita, senza uso di streaming. Di sicuro non la risolvi dicendo, come ho sentito dire a una mia coetanea famosa, che ai giovani va data la cultura.

Mamma, mi piace questo youtuber che rischia di morire o di ammazzare qualcuno come principale tratto narrativo in montaggio sincopato. Piccino, vieni con me a vedere l’Aida, ti passerà tosto questa degenerata abitudine, ti appassionerai di certo all’opera lirica. Pensavo anche a tredici atti di Il lutto si addice a Elettra, mi sembrano una valida alternativa a TikTok, certo che possiamo curare le nuove generazioni dal malanno del presente, io ho la soluzione, diamine.

L’ultima parola. L’abusivismo semantico di “narrazione” e l’improprietà lessicale di “narrativa”. Maurizio Assalto su L'Inkiesta il 19 Giugno 2023

Questo termine così di moda nella società di oggi usurpa le prerogative di altri vocaboli come: affermazione, interpretazione, rappresentazione, versione. L’ennesima conferma della confusione e dell’impoverimento del nostro lessico

“Narrazione” è uno dei termini chiave della comunicazione pubblica contemporanea. C’è la narrazione di Giorgia Meloni «underdog» e la narrazione di Elly Schlein che «non ci hanno visti arrivare». C’è la narrazione di Giuseppe Conte “avvocato del popolo”, quella di Matteo Renzi “rottamatore” e ci sono state le metamorfiche narrazioni di Silvio Berlusconi “presidente imprenditore”, “operaio”, “contadino”, “ferroviere”… Anziché affidare come un tempo le loro idee a soporiferi saggi che nessuno legge, o a deprimenti articoli su riviste che nessuno compra (e che del resto neppure si pubblicano più), i leader politici hanno scoperto il business (anche commerciale) delle biografie e pseudo-autobiografie che, attraverso il racconto di una vicenda proposta come implicitamente esemplare, trasmettono la propria visione dell’Italia e del mondo (del resto, oggetto tipico delle narrazioni sono le storie, le favole, fole, spesso sinonimo di “balle”).

Non ci sono però soltanto le narrazioni della politica: c’è la narrazione d’impresa (variante più manageriale: la narrazione strategica d’impresa), la narrazione del brand, la narrazione del prodotto, la narrazione dei beni culturali, la narrazione dei musei, la narrazione della scienza, la narrazione enogastronomica, la narrazione ecologista, la narrazione pacifista e quella bellicista, la narrazione terrapiattista, le narrazioni complottiste, le narrazioni no vax, no tav, no tap… A ognuno la sua narrazione.

Che la forma narrativa si presti meglio di quella logico-argomentativa ai fini della trasmissione e della memorizzazione di un messaggio minimamente complesso è noto fin dagli albori della civiltà. In età orale, come ha spiegato in studi illuminanti il grande filologo classico Eric Havelock, i poemi omerici erano una sorta di Enciclopedia Britannica in cui gli ascoltatori, attraverso le vicende di una lontana guerra e di un favoloso viaggio per mare, potevano reperire una quantità di informazioni sull’universo fisico e spirituale del tempo e di istruzioni su come ci si comporta nelle diverse situazioni, con gli ospiti stranieri, con gli dèi, con gli anziani, su come si combatte, come si naviga, come si costruiscono le navi e così via.

Ma anche Platone, in epoca ormai risolutamente letteraria, intercala volentieri la sua opera filosofica, che è già in sé una filosofia narrata, con la narrazione di un mito che ha lo scopo dichiarato di sciogliere i nodi concettuali più intricati: nel Protagora, al celebre sofista che si accinge a esporre la sua tesi sull’insegnabilità della virtù politica, viene messa in bocca la domanda «Preferite che io, come anziano che parla ai giovani, ve la dimostri narrando un mito, oppure con un ragionamento?»; e poiché gli interlocutori gli rimettono la scelta, Protagora opta per la prima soluzione, in quanto «più piacevole». La forma narrativa assolve in questo modo a una funzione didattico-esplicativa, che in altri casi si specifica ulteriormente come più efficace in termini persuasivi-emozionali.

Nei suoi trentaquattro dialoghi (più l’Apologia di Socrate e le tredici lettere) Platone ricorre a 25 narrazioni di questo tipo. Nella nostra epoca iper-letteraria (o forse post-letteraria e neo-orale) non solo la comunicazione, nei diversi campi del comunicabile, tende a prediligere la forma narrativa, ma lo stesso vocabolo “narrazione” sempre più viene chiamato in causa, occupando un campo semantico tanto esteso quanto abusivo.

È una parola di moda che corre contagioso di bocca in bocca: una sorta di emulazione ecolalica ammantata di presunta ricercatezza, che vorrebbe denotare sintonia con lo Zeitgeist linguistico e invece attesta soltanto confusione e impoverimento del lessico. Un torto arrecato tanto al vocabolo in questione, che perde il suo significato proprio, quanto a quelli di cui usurpa le prerogative, ossia affermazione, interpretazione, rappresentazione, versione. Non è un caso, come di recente ha fatto notare Vittorio Coletti in una consulenza linguistica per l’Accademia della Crusca, che nei discorsi di chi la usa – e, aggiungiamo, di chi la contesta – la “narrazione” è spesso accompagnata dall’aggettivo “sbagliata”: «una narrazione può essere bella o brutta, convincente o deludente, noiosa o coinvolgente, ma non sbagliata, semmai mal fatta. Sbagliata è un’interpretazione, una rappresentazione concettuale».

Ma l’improprietà lessicale tocca vertici surreali quando, per salire un altro gradino nella ricercatezza, anziché “narrazione” si usa “narrativa”, per lo più seguita da “secondo/per cui/la quale”: «la narrativa per la quale le banche europee siano state vittime di una crisi del sistema bancario», «la narrativa secondo cui i russi sono interessati alla diplomazia, e l’Ucraina no». Basta sfogliare un qualsiasi giornale, o compulsare la rete, per trovare copiosi esempi. Peccato che nella lingua italiana la parola “narrativa” sia essenzialmente un aggettivo, e semmai un aggettivo sostantivato soltanto quando serve per indicare il genere letterario diverso dalla saggistica e dalla poesia. Probabilmente la confusione nasce da un maldestro riecheggiamento dell’inglese narrative, che significa “narrazione” e non “narrativa”: un errore nell’errore. Ma un errore al quale ormai è vano aspettarsi un rimedio: siamo diventati un popolo di narratori (santi, poeti e navigatori sono pregati di accomodarsi in coda). 

Tornano i congressi, torna la politica. Ed è un bene. Lorenzo Castellani su Panorama il 19 Giugno 2023.

 Dopo il Pd anche Forza Italia annuncia il congresso. Altri dovrebbero imitarli per ridare credibilità, voce, idee alla politica

A cosa servono oggi i partiti? È una domanda sempre più difficile da rispondere per chi segue la politica italiana. La scomparsa di Silvio Berlusconi costringe Forza Italia, un partito personale, ad interrogarsi sul proprio futuro: disperdersi oppure cercare di organizzarsi. Ma l’ex partito del Cavaliere non è una eccezione nel panorama italiano quanto una regola. Perché, ad esempio, il terzo polo non è mai nato come partito unico e oggi Calenda e Renzi sono separati in casa? Perché Giorgia Meloni da capo del governo è ancora capo del proprio partito? Perché il Movimento della democrazia diretta oggi è il partito personale di Giuseppe Conte? Fondamentalmente perché nessuno nella politica moderna è disposto a intessere compromessi per realizzare una organizzazione con regole e procedure. Ogni politico che riesce in qualcosa si sente leader e oltre la leadership non c’è quasi nulla nella politica italiana. E dunque a tutti loro, i capi, basta la popolarità: non servono regole, congressi, divisioni di ruoli, presenza territoriale. L’unica cosa che conta sono la presenza mediatica, il personaggio e il messaggio. In altre parole nella democrazia del pubblico conta soltanto la leadership e la sua comunicazione. Il leader tuttofare pensa, agisce, comunica, sceglie il personale politico. Si prenda ad esempio il più antico partito italiano, la Lega Nord, dove Matteo Salvini è da un decennio segretario plenipotenziario con poche possibilità di essere scalzato con meccanismi di democrazia interna. Che ne è dei congressi di partito? Certo resta il Pd, la formazione che più somiglia ad un vecchio partito, ma anche qui siamo di fronte ad un cartello tra correnti che cede non appena ci sono primarie aperte. Schlein ha vinto con l’appoggio di alcune correnti capaci di inventare manovre opportunistiche e con l’entrismo di alcuni gruppi di sinistra. Ma anche il Pd non ha più una dimensione territoriale: esiste in Toscana ed Emilia, nei centri delle prime città italiane, ma è sparito dalle province e vive una tensione perenne tra governatori e sindaci e direzione nazionale. La ditta è ciò che più somiglia ad un vecchio partito, ma non è anch’esso più assimilabile ad un partito radicato e di massa. Sono anche spariti i partiti-esperimento o single-issue come i radicali o il popolo della famiglia, un segno che anche su quel fronte l’opinione pubblica non è più disposta ad inseguire una sola idea da promuovere nell’agone politico. Quali fattori pesano in questa trasformazione della politica che ha distrutto i partiti? Senza dubbio la trasformazione mediatica e digitale, i costi di una organizzazione che oggi non sembrano più sostenibili, meccanismi di personalizzazione della politica che sono l’unico viatico per il successo in una politica priva di ideologie forti, una offerta politica pensata sempre più come intrattenimento che come progetto, una certa debolezza decisionale della politica nazionale derivante dal ruolo di supplenza delle istituzioni europee e giudiziarie. In Italia poi tutto questo è aggravato dalla composizione istituzionale del paese: diversi sistemi elettorali per comuni, regioni e politica nazionale; una legge elettorale per le elezioni politiche che incentiva le leadership a riempire di fedelissimi le liste e a catapultarli su territori che non conoscono e dove non sono conosciuti; l’impossibilità per la popolazione di sanzionare partiti e parlamentari nel rapporto tra locale e nazionale. Tutto questo crea un quadro parcellizzato in cui le leadership per emergere devono bucare lo schermo prima e poi consolidarsi con un ruolo di guida assoluta, premiando gli uomini più leali in questa cavalcata. Naturalmente queste ascese repentine e di gruppo segnalano, una volta al governo, le difficoltà ad aprirsi a personalità esterne al partito: è valso per Renzi e il suo giglio magico, vale oggi per Meloni con i suoi fedelissimi. Infine, questa leaderizzazione assoluta mette a repentaglio la vita dei partiti stessi poiché quando una leadership fallisce rischia di trascinare a fondo partiti che sono fondati soltanto su una personalità. È difficile che questo scenario in Italia possa cambiare, almeno fino a quando non ci saranno meccanismi elettorali ed istituzionali differenti. Tuttavia, la lungimiranza dei leader - in particolare di quelli che oggi governano - potrebbe far fare uno scatto in avanti al sistema politico italiano: disegnare regole e organizzazione interna, avvalersi di pensatoi e fondazioni, preparare la successione e favorire la competizione interna, coinvolgere quanto più possibile i cittadini per dare legittimità alle istituzioni e ai partiti stessi. Non c’è fretta, ma sarebbe bene iniziare a prepararsi. I meccanismi e le regole di competizione interna possono sembrare fastidiosi per un leader di successo oppure per un partito che non riesce a immaginare ancora il suo futuro ma che nel lungo periodo possono preservare la vita del partito e l’eredità stessa del leader. C’è vita oltre il leader, ci sono i partiti oltre le tribù parlamentari.

Politico influencer o influencer politico? Da Synergia-net.it Synergia Magazine Politico influencer o influencer politico? di Emma Arillotta, Davide Madonini, Magdalena Nechita e Lara Nichetti.

Dalla rubrica "Lavori di ricerca empirica degli studenti dell'Università di Pavia" Negli anni, i social media hanno acquisito sempre più rilevanza, giocando un ruolo fondamentale nella vita quotidiana. L’influenza sull’opinione pubblica di questi mezzi è cresciuta esponenzialmente, modificando le modalità d’interazione tra le persone e il modo di fare comunicazione. Oggi, molti negozi, organizzazioni ed enti possiedono il proprio account social per promuovere i loro fini e coinvolgere una fetta sempre maggiore di persone; per farlo, tutte le azioni fatte attraverso il web vengono profilate e utilizzate per scopi commerciali e non. In questo modo, è nato un nuovo metodo di fare marketing, basato sulle preferenze e gusti di ogni singolo consumatore. Con il diffondersi di questi strumenti, anche la comunicazione politica ha intrapreso questa strada, coniando il termine political marketing, cioè una vera e propria strategia attraverso cui fare propaganda politica: vengono raccolte le informazioni degli utenti e proposti contenuti “su misura” per influenzarli. Attraverso uno studio, fatto durante il corso di Statistica Sociale presso l’Università degli Studi di Pavia, si è cercato di misurare l’impatto e le conseguenze del marketing politico. Per raccogliere i dati è stato creato un questionario attraverso Google Form, che è stato inviato tramite Whatsapp, Facebook e Instagram. Le risposte ottenute sono state in totale 402, di cui il 64,4% donne e il 34,1% uomini. La ricerca si prefigge di comprendere, anzitutto, se esiste una differenza tra diverse fasce d’età e l’utilizzo dei social per ottenere informazioni politiche; successivamente si è voluto analizzare la consapevolezza delle persone e la giustizia attribuita da esse al political marketing; infine, si indaga se esistono dei fattori che permettono di prevedere l’impatto e il livello di influenza di questo tipo di comunicazione. Partendo dall’età delle persone intervistate, sono stati creati due gruppi: coloro con un’età inferiore di trent’anni e coloro con un’età superiore. I risultati dell’indagine evidenziano che i più giovani tendono a seguire maggiormente l’argomento “politica” attraverso i social e ritengono che sia giusto utilizzarli per parlare di questo tema. Inaspettatamente rispetto a quanto inizialmente ipotizzato, si è notato che il primo gruppo (0-30) tende ad esporsi e condividere le proprie idee politiche con una minore frequenza rispetto al secondo (30+). Tuttavia, questo risultato viene messo in discussione ed è possibile affermare che non ha rilevanza statistica poiché dipende dal campione trattato, infatti, il 77,6% degli intervistati rientra nella prima classe, mentre il resto nella seconda. Per quanto riguarda il secondo punto, si evidenzia che tra coloro che seguono assiduamente la politica sui social, il 70,97% ritiene che sia appropriato sviluppare il tema attraverso degli account sul web, il restante 20,03% si dichiara contrario. Oltre a questo si è voluto testare se esiste una relazione tra l’ideologia politica di appartenenza e ritenere adeguato trattare contenuti partitici sui social, tuttavia non c’è nessuna evidenza di qualche legame tra le due variabili. Dall’indagine si sottolinea che, in generale, tutti gli intervistati sono a conoscenza delle figure politiche più attive attraverso i loro profili social. Infatti, i volti più conosciuti sono Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Matteo Renzi, cioè le figure istituzionali che investono maggiormente nel political marketing. Avendo come riferimento chi segue la politica sui social e chi non, il risultato precedentemente ottenuto è simile in entrambe le classi. Spostando l’attenzione sulla conoscenza della profilazione e targettizzazione dei dati resi disponibili attraverso le interazioni fatte sul web, si conclude che le persone con un’età superiore ai trent’anni sono maggiormente consapevoli di essere targettizzati dal punto di vista politico. Rispetto alla frequenza con cui si segue la politica sui social e l’affluenza di contenuti politici ricevuti, è possibile affermare che all’aumentare della frequenza con cui si segue questo argomento, di conseguenza aumentano anche i contenuti politici proposti. Infine, gli intervistati sono stati divisi in due gruppi: coloro che sono a conoscenza di essere politicamente targettizzati e quelli che non ne sono consapevoli. Al contrario di ciò che ci si aspettava, il primo gruppo è maggiormente influenzato rispetto al secondo. Per concludere, sono stati paragonati i dati ottenuti dalla ricerca con dei risultati, reperiti dal web, di studi simili fatti su un campione americano. È stata scelta questa comparazione dato il caso emblematico del political marketing negli Stati Uniti, avvenuto durante le scorse presidenziali. Confrontando i dati ottenuti attraverso le due diverse fonti possiamo affermare che il 29% degli Italiani è a favore della condivisione politica sui Social Network, a differenza degli americani dove la percentuale scende al 15% che è all’incirca la metà del dato italiano. Successivamente la ricerca è proseguita andando a paragonare due politici che possiedono un’impronta “Social” molto marcata ovvero Matteo Salvini e Donald Trump. Il leader leghista per promuoversi spende su Facebook 253.466 euro, mentre la spesa di Trump si attesta sulla cifra di 137 milioni di dollari. Rapportando l’esborso economico al numero degli abitanti dei rispettivi stati e attribuendo una simile parità del potere d’acquisto all’euro e al dollaro, è immediato constatare che la spesa pro capite negli Stati Uniti è di gran lunga superiore a quella italiana, rispettivamente di 0,41 dollari contro 0,004 euro per abitante.

Influencer leader politici del futuro? Attenti all’impegno senza contesto. 

La comunicazione politica degli influencer propone temi di discussione ma in formato monologo, su un tema, contro un nemico. A sparire è il contesto circostante in cui soppesare i temi, misurarli, valutarli. Ben vengano la schiettezza e il conflitto dialettico, ma siamo sicuri siano totalmente estranei ad altre logiche?

Pubblicato il 05 Ottobre 2021 da Sabino Di Chio, Docente di Media e Consumi Culturali, Università degli Studi di Bari 

Dal “Che schifo che fate politici” di Chiara Ferragni a luglio al “Fedez, sei un politico” (non con il tono di un complimento) di Salmo ad agosto, l’estate 2021 ha posto all’attenzione generale il tema del rapporto tra celebrity digitali e impegno politico. Per anni il dibattito si era concentrato sul versante opposto dell’adattamento dei politici alle novità del digitale. Dall’exploit di Nichi Vendola su Facebook nel 2010, ai tweet quirinalizi di Matteo Renzi fino all’ingresso di Matteo Salvini su TikTok, l’attenzione era concentrata sulla capacità di domare la bestia social, riportandola nell’alveo degli strumenti di gestione del consenso. Compito complesso: la rete livella le posizioni, amplificando le voci senza pretendere tesserini. Per molti osservatori, lo stile populista di buona parte della comunicazione politica degli anni ’10 arriva proprio da qui, da mezzi senza gerarchia in cui assomigliare al pubblico è sembrata a lungo la formula magica.

Indice degli argomenti

I Ferragnez primi protagonisti dei social a “sconfinare”

Fedez al Concertone del Primo maggio

Il conflitto torna al centro della scena

Influencer leader del futuro?

I Ferragnez primi protagonisti dei social a “sconfinare”

La comunicazione digitale, però, evolve rapidamente: i suoi protagonisti si affermano come idoli trasversali e si sentono pronti a sostenere conversazioni più complesse, oltre le terre sicure dell’influencer marketing o dell’intrattenimento. In Italia, il ruolo di apripista spetta a Chiara Ferragni e Fedez, sodalizio pubblico/privato tra i maggiori interpreti di un ruolo ibrido in cui le professionalità di partenza (imprenditrice di moda di caratura internazionale, lei; rapper da hit parade nazionale, lui) si fondono e confondono con quelle di testimonial, opinionista, socialite, genitore e narratore della quotidianità.

Da mesi i due sono impegnati in azioni di contrasto agli effetti della pandemia e nel sostegno al ddl Zan contro l’omotransfobia, la misoginia e l’abilismo. Nell’affrontare questi temi, i due non hanno cambiato l’approccio tipico fatto di autoproduzione dei contenuti (le stories sono la tribuna dal quale si detta l’agenda), coinvolgimento dei follower (gli appelli al crowdfunding hanno permesso di raccogliere quasi 5 milioni di euro in pochi giorni per convertire una tensostruttura in un nuovo reparto di terapia intensiva del S. Raffaele), narrazione intima (la critica alla gestione della campagna vaccinale lombarda prende spunto ad aprile dalle difficoltà incontrare dalla nonna di Fedez nell’ottenere una prenotazione). L’engagement è totale, il linguaggio colloquiale, diretto, senza alcun filtro che possa far sospettare ai follower un deficit di sincerità.

Fedez al Concertone del Primo maggio

L’impatto tra lo stile Instagram e la ritualità televisiva deflagra durante il Concerto del Primo Maggio su Rai 3. Fedez annuncia un intervento sui tentativi della Lega di ostruire l’approvazione in Senato del disegno di legge. Contemporaneamente, aggiorna i follower sul negoziato con la Rai per ottenere la piena libertà di espressione, arrivando a pubblicare, per testimoniare i tentativi di censura, l’audio delle telefonate con i dirigenti Rai registrate senza preavviso. Il confronto appare impietoso: da un lato la burocrazia novecentesca della tv, dall’altro la trasparenza radicale dei social, certo. Ma anche, da un lato un’azienda di servizio pubblico che deve svolgere il suo ruolo di mediatore tra le istanze differenti che permeano la società, dall’altra, un utente di Instagram che gode di tutto il potere che la piattaforma gli concede per gestire, in assenza di qualunque controllo editoriale, contenuti a 12,8 milioni di follower.

La schiettezza è l’ingrediente che rende affascinanti le prese di posizione delle celebrity digitali in ambito sociale e politico. Non è solo una questione di linguaggio: da tempo la politica si è sintonizzata sul colloquiale, ed anche qualche gradino più in basso. Sono convinzione e costanza a colpire, perché radicalmente estranei ad uno scenario post-democratico dominato dall’immobilismo del “non c’è alternativa”. La politica contemporanea è affollata di immagini ecumeniche: la concertazione, l’unità nazionale, le larghe intese. A Roma e Bruxelles attualmente, il timone del governo è in mano a esecutivi di coalizione che si fanno interpreti di un presupposto perseguimento dell’interesse generale, raggiungibile esclusivamente attraverso misure motivate dalla razionalità tecnica e blindate dall’emergenza.

Il conflitto torna al centro della scena

L’integrazione è un dovere, il dissenso critico una minaccia alla stabilità del sistema che assomiglia alla diserzione. È così che il conflitto represso si trasfigura online in scontro tribale tra appartenenze sanguigne, identitarie, claniche che non possono contemplare conciliazione né persuasione. L’altra faccia della neutralizzazione è l’incancrenirsi delle identità in monoliti che danno riparo alla fragilità del soggetto ma trasformano la sfera pubblica in uno scenario dilaniato, al limite dell’incomunicabilità. Paradossalmente gli influencer hanno il merito di riportare al centro della scena una forma di conflitto aperta, dialettica, seppure su temi di emancipazione individuale e non collettiva. Un piglio che arriva dalle esperienze commerciali e da quelle mutua la fiducia nel futuro e la concentrazione sul risultato, selezionando topic dotati di inerzia positiva come il riavvio dell’industria culturale dopo la pandemia o il ddl Zan, sui quali il consenso popolare è molto più vasto e trasversale degli equilibri parlamentari, facendo ipotizzare un lieto fine non impossibile, a portata di mano.

Influencer leader del futuro?

La positività associata alla chiarezza delle rivendicazioni, messa a confronto con le oscillazioni dei professionisti, spinge una porzione dell’opinione pubblica a vedere negli influencer il prototipo di leader del futuro in grado di lottare per le cause che gli stanno a cuore senza ripensamenti, codardie o compromessi al ribasso e i giornali a ventilare discese in campo gratificate da sondaggi con percentuali rilevanti. Addirittura, Matteo Renzi, politico nativo digitale per la media italiana, accusato frontalmente da Ferragni di complottare per il rinvio dell’approvazione del ddl, ha dovuto utilizzare una cifra inedita di caratteri per spiegare quanto la politica sia studio, approfondimento, attesa, compromesso, serietà, passione, fatica. Invecchiando, però, di colpo rispetto all’immagine decisionista e irriverente che ne ha accompagnato l’ascesa, di fronte ad una “avversaria”, libera, globale, indipendente perché dotata di un apparato mediale autonomo che la pone in simbiosi immediata con una fanbase entusiasta.

Se la libertà è partecipazione, l’impegno politico di qualunque cittadino è sempre auspicabile e la storia recente italiana insegna che i veri game changers del settore (Berlusconi e Grillo) sono arrivati, non a caso, proprio dal mondo dei media e dello spettacolo. Occorre piuttosto chiedersi, dunque, quali caratteristiche l’impegno politico delle celebrity digitali prenderà in prestito dai canali che ne hanno sancito il successo. Lorenzo Pregliasco ha parlato di “politica Netflix”: gli influencer offrirebbero al pubblico una politica single-issue in cui ogni elettore può scegliere “on demand” una causa di riferimento (ambiente, diritti civili, ecc.) isolandolo da un sistema ideologico classico sull’asse destra-sinistra con l’effetto collaterale di esasperare le posizioni in campo e aumentare la frammentazione dell’opinione pubblica. Il sociologo Marco Pedroni, invece, pone l’accento sullo statuto profondamente commerciale della presenza online dei protagonisti. Difficile eliminare il sospetto che ogni esposizione sia in realtà strumentale alle esigenze di marketing di self entrepreneur costantemente mobilitati per l’espansione delle fanbase.

A queste analisi va aggiunta una considerazione sui limiti del mezzo: la comunicazione digitale ha il grande merito di mettere l’utente direttamente in contatto immersivo con il contenuto che desidera. Di conseguenza, però, ha anche il grande difetto di eliminare tutto il resto: l’oggetto dei desideri su Amazon o StockX diventa tale anche perché si erge in solitaria sulla vetrina dello schermo senza l’ingombrante confronto con un negozio circostante pieno di oggetti, stimoli, ripensamenti. Una notizia su Facebook si impone con tutto il suo peso in assenza di una pagina di giornale che le assegni una posizione o una dimensione. E così una destinazione su Google Maps rispetto allo spazio che la circonda, una canzone su Spotify rispetto all’album che la contiene o una stanza su Booking rispetto alla città che la ospita.

Allo stesso modo, la comunicazione politica degli influencer propone temi di discussione ma il formato più efficace è il monologo, su un tema, contro un nemico. A sparire è il contesto circostante in cui soppesare i temi, misurarli, valutarli. La principale preoccupazione è dunque l’idea di un dibattito pubblico trasformato in una successione di allarmi, appelli e scontri, in cui i temi senza sponsor perdano appeal, in cui per decidere insieme ci si renda incapaci di guardarsi da lontano, dall’esterno, dandosi tempo.

Matteo Giangrande 13 dicembre 2018: Mi capita di frequente in corsi di argomentazione per il Debate durante l’esposizione dei modelli argomentativi (AREL o anche Toulmin), del ruolo delle evidenze all’interno dell’argomento e delle loro diverse tipologie, o anche durante l’illustrazione delle fallacie di rilevanza, di esser chiamato a rispondere a domande relative agli argomenti che la maggior parte dei manuali di logica informale e di critical thinking cataloga come “di autorità”.

Nei corsi di dibattito sostengo, come una sorta di indicazione puramente pragmatica, che il buon debater può usare il riferimento all’autorità nella parte del discorso argomentativo dedicata alle “evidenze” e, insieme, non può usare il riferimento all’autorità nella parte dell’argomento dedicata al “ragionamento”. E ciò perché il ricorso all’opinione di un esperto è un modo ragionevole per rendere “credibile” un’affermazione. Ma, al contempo, non la “dimostra”. Spero di chiarire questa posizione, assolutamente personale nel mondo del dibattito, nel seguito del post.

Le perplessità dei colleghi e degli studenti sono spesso suscitate dal fatto che spesso presento l’argomento dell’autorità (o argomento ad verecundiam) come una fallacia subito dopo aver illustrato la funzione di evidenza che la citazione del parere di un esperto può svolgere all’interno dell’argomento complessivo.

Occorre, dunque, chiarire e distinguere i due casi, ossia l’evidenza da auctoritas e l’argomento da auctoritas.

Evidenza da auctoritas

La citazione del parere di un esperto svolge all’interno di un argomento complessivo svolge una funzione di evidenza perché sostanzia (o “puntella” o “fonda”) la plausibilità o la credibilità di una delle premesse che compongono il ragionamento sottoposto all’attenzione del pubblico considerato come agente razionale. Nella tradizione dibattimentale si è soliti chiamare evidence la parte dell’argomento finalizzata a mostrare, a illustrare, a porre dinanzi agl’occhi il collegamento, la corrispondenza tra il ragionamento, che l’oratore presenta al pubblico, tra le opinioni espresse e la realtà effettiva, i fatti del mondo. Funzione delle evidenze è far vedere al pubblico che la visione che l’oratore difende trova un riscontro oggettivo nella realtà.

Si consideri il seguente argomento informale:

Una delle funzioni della scuola è preparare i giovani all’inserimento nel mondo del lavoro

Il futuro mondo del lavoro richiederà un maggiore sviluppo delle competenze in critical thinking

Le attività di dibattito regolamentato sviluppano efficacemente il pensiero critico

Il livello di competenze di pensiero critico degli studenti italiani non è adeguato a quanto richiede il futuro mondo del lavoro.

Nella scuola italiana non si praticano attività di dibattito regolamentato.

La scuola italiana dovrebbe promuovere attività di dibattito regolamentato.

Sebbene l’argomento sembri funzionare, qualcuno potrebbe obiettare o avere delle riserve sulla veridicità o plausibilità delle singole premesse e controbattere che esprimono affermazioni senza fondamento nella realtà.

Il buon dibattente, il buon costruttore di argomenti, allora, prevedendo le possibili obiezioni della squadra avversaria, si pone l’obiettivo di fornire di stabile fondamento, di rendere credibile e avvalorare con prove ciò che altrimenti verrebbe considerato soltanto come un pregiudizio soggettivo senza riscontri effettivi. E, quindi, il dibattente potrebbe iniziare a sostanziare l’enunciato 2 supportandolo così:

“Il report del World Economic Forum, pubblicato nel 2016, Future of Jobs. Employment, Skills and Workforce Strategy for the Fourth Industrial Revolution, indica il critical thinking come “parte crescente delle competenze fondamentali richieste dalle industrie” e lo pone in vetta nella classifica delle competenze chiave in molti settori lavorativi”.

Oppure, il buon costruttore di argomenti potrebbe comprovare l’enunciato 3 così:

“La meta-analisi di 19 studi, pubblicata nella rivista Communication Education, conclude che la formazione nel dibattito genera un aumento significativo della competenza in critical thinking”.

In breve, in un discorso argomentativo le evidenze descrivono o narrano, mostrano o illustrano concretamente la plausibilità delle affermazioni e del ragionamento, inteso come insieme di premesse e conclusioni. Le evidenze sono le “testimonianze”, le “attestazioni” che avvalorano le premesse che compongono il ragionamento.

A livello teorico, nel dibattito, le evidenze sono le “deposizioni”, ossia informazioni desunte da affermazioni pubblicate sotto “l’impegno a dire la verità”. Rientrano nella categoria delle evidenze non solo le testimonianze in senso stretto, ma anche i saggi considerati scientifici e, in generale, tutta la pubblicistica dotata di sufficiente credibilità.

Argomento da actoritas

Subito dopo aver esposto i modelli argomentativi e la funzione che svolge l’evidenza nell’argomento solitamente nei corsi di argomentazione per il Debate illustro brevemente le fallacie, e tra queste dedico particolare attenzione a quelle catalogate come “di rilevanza”: gli argometni ad baculum, ad misericordiam, ad hominem, ad populum, ad ignorantiam e, non ultimo per importanza, l’argomento ad verecundiam o di autorità.

Considero l’argomento dell’autorità generalmente fallace perché il timore reverenziale che dovremmo o potremmo provare nei confronti delle autorità non ci vieta di contestarne le tesi. (Qui si considera autorità l’esperto. L’argomento di autorità non esperta è sempre una fallacia).

Alcuni esempi di argomenti di autorità:

“Non ti convince la previsione del prof. Sempronio? Ma il prof. Sempronio ha due lauree e insegna all’Università”.

“E’ certamente vero, perché lo ha sostenuto anche Aristotele”.

“Fonti governative lasciano trapelare che presto la manovra sarà in aula”.

Tutti comprendono il motivo per cui l’argomento di autorità è una fallacia. Il fatto che Aristotele sostenga una tesi, di per sé, non prova né che la tesi sia vera né che sia falsa, cioè non dimostra alcunché. La nozione di verità non fuoriesce da quella di dimostrazione. E il fatto che una tesi sia supportata da un’autorità di per sé non costituisce una dimostrazione.

Tuttavia, quotidianamente ci fidiamo del parere degli esperti, e in situazioni nei quali è in gioco la nostra stessa esistenza. Si immagini la situazione ordinaria:

Dott. Caio: “Prenditi due pasticche al giorno: una al mattino e una la sera”.

Sig. Rossi: “Va bene”.

Il sig. Rossi esce dallo studio, si reca in farmacia, acquista il medicinale e lo assumere regolarmente seguendo la prescrizione del suo dottore, di cui ha piena fiducia.

Realmente consideriamo il comportamento del Sig. Rossi come drammaticamente deficitario dal punto di vista del pensiero critico perché non ha chiesto le ragioni della prescrizione? Davvero il comportamento del Sig. Rossi può essere considerato come dissennato?

A ben guardare, il comportamento del Sig. Rossi è ingenuamente giustificabile poiché il sig. Rossi evidentemente si fida del dott. Caio.

Le perplessità dei corsisti sorgono da una sorta di contraddizione che la nozione di autorità esperta contiene: da un lato, da un punto di vista logico, non dimostra la verità; dall’altro, come accade nella vita quotidiana, da un punto di vista pragmatico, il suo parere è credibile anche se non viene spiegato.

Sulla questione dell’argomento di autorità diversi manuali di pensiero critico si esprimono convergendo sull’idea che sebbene il parere di un esperto non sia dimostrativo, è comunque credibile, plausibile e probabilmente vero.

Ad esempio, nel libro “Introduction to Logic” di Copi e Cohen si argomenta che: “quando argomentiamo che una data conclusione è corretta sulla base del fatto che un’autorità esperta è giunta al medesimo giudizio, non commettiamo una fallacia. Infatti, un tale ricorso all’autorità è necessario per molti di noi e su molte questioni. Di certo, il giudizio di un esperto non costituisce una prova conclusiva; gli esperti sono tra loro in disaccordo, e anche se fossero tutti d’accordo potrebbero sbagliare; ma l’opinione dell’esperto è sicuramente un modo ragionevole per supportare una conclusione”.

In un diverso manuale “Essentials of Logic” degli stessi autori si può leggere: “Credi alla maggior parte delle cose che il tuo professore ti dice. Quando parlano all’interno della loro area di studio e di ricerca, è ragionevole farlo. Sono autorità nei loro campi. Ciò non significa che hanno sempre ragione — ognuno occasionalmente sbaglia — ma c’è una buona ragione per ritenere che hanno ragione la maggioranza schiacciante delle volte”.

E ancora in Logic, di Baronett: “Il ricorso alla testimonianza degli esperti rafforza la probabilità che la conclusione sia corretta, se l’opinione rientra nel campo dell’esperto”.

Parere e plausibilità: definizione operativa dell’argomento di autorità

Cerchiamo di analizzare quanto le posizioni sopra elencate ci raccontano del modo in cui l’argomento dell’esperto viene pensato.

Lo possiamo formalizzare nel modo seguente:

“L’esperto E dice che p”. Dunque, “p è estremamente plausibile”.

Il parere dell’esperto è estremamente più plausibile dell’opinione dell’uomo della strada perché è significativamente molto più probabile che l’esperto si avvicini alla verità rispetto all’opinione dell’uomo della strada, perché l’esperto conosce e l’uomo della strada no.

Ma cosa significa in sostanza? 

Written by Matteo Giangrande Docente di storia e Filosofia

Estratto dell'articolo di Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” l'1 giugno 2023.

Povertà di linguaggio significa anche povertà di ragionamento. Alcuni esempi. Martedì sera mi sono soffermato sul dialogo tra Bianca Berlinguer e Mauro Corona (Rai3). La prima impressione è la solita: l’incontro tra la «cittadina» e «l’uomo della foresta» che straparla su tutto, magari impreziosendo di citazioni i suoi verdetti perché non si sente accettato da quella che lui chiama «l’intellighenzia di sinistra». Sembra un dialogo da osteria.

Intanto su Rete4, Mario Giordano urla più del solito, sbraita, si accalora e si accanisce contro il «nemico» mosso dai suoi «astratti furori»: il gesticolare sovrasta la voce.

Ospite di Floris su La7, Michele Santoro, come un vecchio leone cacciato dal branco, non riesce a trattenere il suo livore nei confronti di Lucia Annunziata e Fabio Fazio. È livido di rabbia: la sorte di chi si è ribellato troppo in tv è di non avere più energie per pensare. Le riserva solo alla delusione.

Da tempo, ormai, i toni rissosi e triviali, la violenza verbale, il repertorio folklorico rappresentano l’ossatura espressiva del populismo tv, come se non ci fosse altro linguaggio, come se il distacco dei cittadini dalla politica fosse anche il distacco da ogni complessità argomentativa, al limite dell’analfabetismo.

[…] diamo la colpa ai talk show ma è molto probabile che i social abbiano fatto più danni ancora […] È il populismo che ci domina, il suo essere figliastro del manicheismo (o con me o contro di me), la sua irrefrenabile pulsione a pontificare, ad assolvere e scomunicare. Le frequenti apparizioni di Marco Travaglio in video stanno a significare che al dibattito razionale si preferisce la guerra di religione, che è in atto una lotta all’ultima parola tra onesti (lui) e disonesti (gli altri), tra libertari e tiranni. Questo linguaggio scalda i cuori (e forse gli ascolti) ma raffredda la mente […]

Così la politica si è trovata senza più intellettuali. FEDERICO ZUOLO su Il Domani il 31 marzo 2023

In un recente volume, Giorgio Caravale (Senza intellettuali. Politica e cultura in Italia negli ultimi trent’anni) ricostruisce il decadimento del contributo degli intellettuali alla politica e l’origine del rifiuto anti-intellettuale del populismo 

Giorgio Caravale (Senza intellettuali. Politica e cultura in Italia negli ultimi trent’anni, Laterza, 2023) ricostruisce la fine del prestigio culturale degli intellettuali prestati alla politica

Le nuove figure di intellettuale pubblico sono legate alle leadership personali, come effetto della crisi dei partiti

L’emergere degli esperti, come tipo particolare di intellettuali, ha ulteriormente confuso le acque poiché ha creato fenomeni di nuovi tuttologi mediatici o aspettative di oggettività scientifica impossibili da soddisfare

La denuncia della degenerazione del ruolo politico degli intellettuali ha ormai creato un genere letterario a sé. Ma a differenza di altri luoghi comuni, questo indica un fenomeno reale. Il libro di Giorgio Caravale, Senza intellettuali. Politica e cultura in Italia negli ultimi trent’anni (Laterza, 2023) ricostruisce abilmente la fenomenologia sparpagliata di una figura che una volta godeva di stima condivisa e che ora si presta a giochi politici di bassa lega o, sdegnosa, se ne sta nella propria vita accademicamente distaccata.

Quando si parla del rapporto tra politica e intellettuali si è soliti pensare all’intellettuale organico di gramsciana memoria. Ma oltre al rapporto di sintesi e articolazione del partito rispetto alle masse, l’intellettuale (per lo più di sinistra) ha conosciuto anche figure di grande indipendenza, pur rimanendo vicine all’area del Pci o del Psi. A sinistra, questa dialettica di organicità o indipendenza si è polverizzata negli anni ’90 con una politica a tratti insofferente verso le pretese degli intellettuali (D’Alema) o a tratti smaniosa di riceverne legittimazione (periodo dei girotondi).

Frutto di due debolezze, il rapporto tra sinistra e intellettuali si è schiantato contro l’anti-intellettualismo dei populisti di destra, centro e sinistra. Ma la debolezza politica non è stata, ovviamente, solo a sinistra. Anzi, per colmare il deficit di legittimità, anche altre parti hanno cercato un accompagnamento degli intellettuali. In una prima fase della seconda repubblica la politica ha cercato di usare in maniera strumentale gli intellettuali disponibili per la costruzione di una nuova identità (Forza Italia, Alleanza nazionale, Pds).

Negli ultimi anni, invece, l’uso si è via via personalizzato, e gli intellettuali, da riferimenti di area, sono diventati riferimenti di politici individuali (basti pensare al rapporto personalizzato di Renzi con Baricco o Recalcati).

Se nella prima repubblica e nella prima fase della seconda repubblica gli intellettuali si sono spesso resi disponibili a ricostruire la storia a fini partitici, negli ultimi anni, alcuni intellettuali si sono prestati a fornire consulenze comunicative tarate sul messaggio del leader. In sostanza, da ideologi della storia a storyteller.

ESPERTI

Da questa apparente parabola discendente sarebbe facile trarre un giudizio moralistico, una lamentela della degenerazione dei tempi. Ma la misura dei tempi va fatta secondo il metro giusto. Così come non va necessariamente sopravvalutata l’onestà intellettuale del passato, che sovente si prestava a pesanti manipolazioni ideologiche, non va nemmeno sottovalutata l’abilità dello storytelling attuale. Ciò che certamente costituisce una novità è la costruzione della figura del leader, indipendentemente da un movimento collettivo, come unico elemento politico rilevante.

Caravale offre una ricostruzione godibile e pregevole per impegno e onestà intellettuale. E in tal senso contribuisce ad affrontare la situazione, delle cui lacune il libro è una denuncia appassionata. Ma l’analisi di un’evoluzione storica non può che registrare un cambiamento delle categorie, oltre che dei fenomeni.

Se l’emblema dell’intellettuale politico di cui si lamenta la scomparsa era una persona competente su alcuni ambiti ma capace di spaziare su molti altri, oggi l’emblema della professione intellettuale è l’esperto specialistico. Ovviamente non si tratta di due categorie distanti o opposte.

Gli esperti sono intellettuali, e talvolta gli intellettuali di tipo più tradizionale sono anche esperti. Nell’ambito politico l’esperto è un certo tipo di intellettuale, poiché non proviene da una carriera di politica professionale e gode del prestigio in un certo ambito del sapere (economia, medicina, legge, etc.).

Nello slittamento delle figure, Caravale dedica pagine interessanti di analisi della crisi dell’intellettuale umanista, schiacciato dalla ovvia prevalenza dell’economista, novello consigliere del Principe-politico. Ma Caravale esprime, senza formalizzare, una deriva implicita nella storia che fa slittare le aspettative e le categorie corrispondenti. Lo spostamento da intellettuale generico all’esperto comporta diverse aspettative.

OPINIONISMO GENERICO

L’intellettuale impegnato politicamente di cui si denuncia la scomparsa poteva avere una specializzazione (giuridica, economica, letteraria, storica, etc.) ma il suo ruolo dipendeva piuttosto dalla capacità di analisi critica e dallo sguardo non schiacciato sul presente. Invece, l’esperto del giorno d’oggi è chiamato dalla politica o dai media a rispondere a questioni specifiche (debito pubblico, crisi ambientale, epidemia, etc.), ma il suo successo mediatico ne fa spesso un’autorità generica chiamata a pronunciarsi sullo scibile umano.

Quindi, sono corrette le accuse di presenzialismo e narcisismo verso gli esperti mediatici, ma non possono essere risolte appellandosi all’onestà intellettuale dei singoli. Anche se questo gioverebbe, non si può nemmeno pretendere che un esperto si esprima pubblicamente solo su ciò di cui è esperto. L’esperto infatti può anche ambire a diventare un intellettuale generico, sebbene più spesso finisca per essere un opinionista tuttologo.

Ciò capita non soltanto a causa della vanità dei singoli, ma anche a causa di un dibattito pubblico in cui non sempre si percepisce il valore aggiunto di un discorso fatto da intellettuali generici. Infatti, quest’ultimi sono vittime a loro volta di un opinionismo presenzialista o di un atteggiamento ieratico: in entrambi i casi si dissolve la bontà del loro contributo al dibattito pubblico e al lavoro politico. Ritornando al rapporto tra intellettuali e sfera politica, al volume di Caravale si può aggiungere che l’attuale cortocircuito deriva da un malinteso sull’autonomia: della politica e degli intellettuali. Il rapporto tra le due aree funziona se ciascuna ha un interesse per l’altra, pur mantenendo l’autonomia del proprio funzionamento.

Ma negli ultimi anni abbiamo visto una politica incapace di accettare l’autonomia intellettuale, così come intellettuali ossessionati dalla propria integrità e incapaci di manifestare una vicinanza politica senza sentirsi compromessi. Il risultato è stato, da un lato il sorgere dell’anti-intellettualismo rivendicato (M5S, Lega, Forza Italia), dall’altro il fidarsi ciecamente degli esperti, come se non fossero a loro volta persone che sotto molti aspetti non possono che esprimere opinioni di parte.

Come uscirne? Gli esperti dovrebbero riconoscere che discutere di questioni al di fuori della propria competenza richiede abilità (capacità critica, conoscenza storica, cultura generale) che non sono ovvie.

Gli intellettuali generici dovrebbero invece mostrare di poter dare un contributo diverso da un opinionismo generico o apocalittico. Non rivolgo consigli alla sfera politica, per non cadere in un’inutile lista di vuoti auspici. Ma è possibile che una sfera intellettuale più conscia dei propri limiti presti meno il fianco alla demagogia anti intellettuale che inquina il dibattito recente. FEDERICO ZUOLO

L’Opinionismo da Treccani

s. m. Tendenza a rispecchiare e a esprimere opinioni su eventi e orientamenti che mirano a influenzare le posizioni e le scelte dell’opinione pubblica.

L’impressione è che la politica italiana in questa fase della vicenda nazionale non possa prescindere da una certa materialità, sono i territori e gli interessi i veri driver. Quello che Giuseppe De Rita chiama «il circuito dell’opinionismo», appare totalmente autoreferenziale. La società italiana chiede rappresentanza e ciò che vale oggi per il mondo dei piccoli, imprese e partita Iva, varrà domani per i giovani e gli extracomunitari integrati. (Dario Di Vico, Corriere della sera, 23 settembre 2010, p. 1, Prima pagina)

Perché a questa generazione di giovani allora non ricordiamo quando i nostri avi dovettero espatriare per motivi di lavoro e di sopravvivenza? C’è solo una parola che dobbiamo fissare nel nostro cuore: unità! Il volerci uniti prima di tutto! Sballottati dalle onde della precarietà, diciamo no a certi opinionismi di basso conto. Diciamo «sì» invece a chi si pone di fronte all’altro per accoglierlo e non per cacciarlo via; per rispettarlo e non per offenderlo, facendolo sentire di troppo. (Giancarlo Bregantini, Adige, 15 gennaio 2012, p. 61, Lettere & Commenti)

E i pasticci, grazie al cielo, non sono ancora considerati crimini e quindi non vengono perseguiti. Almeno penalmente. Rimangono i nostri ditini puntati e l’immensa capacità mitopoietica del biondo ragazzo Agnelli. Generatore automatico di barzellette, meme, gif, imbattibile nel mettersi nei guai, nel farsi carne da macello per l’opinionismo isterico e moralista. E perché nessuno possa dire di non essersene accorto, Lapo Elkann si fa fotografare vestito coi colori dell’arcobaleno. (Repubblica, 28 gennaio 2017, p. 28, RClub).

- Derivato dal s. f. opinione con l’aggiunta del suffisso -ismo.

- Già attestato nel Corriere della sera del 24 aprile 1988, p. 11, Le opinioni (Giuliano Ferrara).

L’opinionismo e il diritto alla verità. Gerardo Villanacci su Il Corriere della Sera il 23 marzo 2023.

Non sono in discussione la libertà e il diritto di esprimersi ma il contrasto alla manipolazione e alla menzogna

 Il dibattito di questi giorni è indicativo della attuale tendenza culturale che, soprattutto negli ultimi tempi, rischia di travolgere la progettualità per la risoluzione di problematiche concrete che da tempo ci affliggono. Una condizione che inevitabilmente si ribalta sul piano della politica che, come è noto, attraversa un periodo particolarmente significativo poiché unitamente alla attuazione delle aspettative che dovrebbero condurre al rilancio del Paese, obiettivo per il quale vi è la dichiarata disponibilità delle forze di maggioranza e di opposizione e, soprattutto, di risorse finanziarie straordinarie, deve far fronte a contrapposte istanze della società civile. In primo luogo, quelle relative alla sospensione oppure continuazione, anche con l’invio di armamenti, del sostegno del popolo ucraino nella sanguinosa guerra con la Russia.

Il pericolo maggiore è rappresentato dall’opinionismo, che non riguarda l’effettiva valutazione dei fatti, bensì la loro negazione; una attitudine che determina un sempre più accentuato distacco dalla realtà. L’opinione diventa essa stessa realtà e si surroga alla vita reale fino a pretendere che quest’ultima vi si adegui. La spinta di forze non sempre spontanee e raramente espressive di interessi generalizzati, incide sensibilmente sulle scelte politiche, nel mentre le istanze delle persone comuni, volte ad abbattere le barriere dell’indifferenza e delle disfunzioni in settori vitali, come la sanità e la giustizia, sono trascurate. È evidente che sempre più l’opinionismo tende a superare anche i principi e valori costituzionali.

Le opinioni vengono espresse su altre opinioni senza tenere in alcun conto i fatti comprovati semmai attraverso testimonianze, anche filmate, raccolte da eroici operatori e giornalisti, come nel caso delle fosse comuni scoperte a Irpin e Bucha e, notizie di questi giorni la decisione della Corte Penale Internazionale di incriminare il Presidente russo per il deplorevole delitto di deportazione di bambini. Appare a dir poco contraddittoria la posizione di chi, allo stesso tempo, sostiene la pace e il disarmo dello Stato aggredito, ben sapendo che ciò determinerebbe solamente l’annientamento di quest’ultimo e una concreta minaccia per la intera umanità.

La politica è una scienza empirica che deve studiare e risolvere le problematiche sociali misurandosi costantemente con la coscienza comune. Il punto non è mettere in discussione, neanche implicitamente, la libertà di esprimere opinioni. Un diritto sacrosanto, inviolabile e irrinunciabile, bensì contrastare la manipolazione o, peggio ancora, l’obliterazione della verità che deve restare al centro degli interessi e obiettivi dello Stato costituzionale il quale è tenuto alla sua continua ricerca, essendo la verità indissolubilmente legata alla tutela delle libertà fondamentali. È su questi presupposti che può parlarsi di un vero e proprio diritto del cittadino alla verità e quindi del correlato benché contrapposto, divieto di menzogna che, come evidenziato in tempi certo non recenti da Emmanuel Kant, rappresenta una violazione della «dignità dell’uomo nella sua persona».

Per altri versi, quelli più propriamente legati alla ricerca del consenso, è bene che i politici considerino il dato incontrovertibile che il circolo di vita di una notizia falsa è molto più breve rispetto a quello di una notizia vera. È tempo , quindi, che gli stessi superino la perenne mediazione nelle scelte da compiere e, sia pure nel rispetto dell’avversario, sostengano fino in fondo le proprie idee convenendo, tuttavia, nella individuazione dei nemici comuni tra i quali, forse il più insidioso, è la disinformazione.

Il politico del futuro, nelle società democratiche, deve combattere la distorsione della verità che manipolando l’opinione pubblica genera, per dirla con Karl Marx, una «falsa coscienza», e garantire la verità dei fatti sulla cui base potranno essere assunte le decisioni ed i provvedimenti più in linea con le effettive esigenze delle persone e della società.

Mai sembrare allegri, urlare e propinare slogan: sei consigli utili per aspiranti opinionisti tv. Ray Banhoff su L’Espresso il 23 marzo 2023.

Quella dei commentatori e degli intellettuali del piccolo schermo è la lobby più potente in Italia. Un circolo per pochi eletti. Per entrarci, infatti, bisogna seguire talune regole di comportamento

Altro che poteri forti, la lobby più potente in Italia è quella degli opinionisti tv, gli influencer degli over 45. Un po’ giornalisti, un po’ agitatori, sono loro l’ariete per far breccia nelle menti degli italiani. Trattasi di un’élite di pochissimi, con agenti che si occupano dei loro cachet (il gettone di presenza che ne monetizza il titolo, come in una Borsa della cultura). Gli opinionisti sono in grado di spostare più voti di un politico poiché non devono fare, ma commentare. Per essere tra queste poche decine di eletti si deve anzitutto avere una presenza che «buca» lo schermo con concetti rapidi e chiari. Siamo nell’era del pensiero polarizzato, conta più come si dice una cosa di quello che si dice.

Ma che cosa serve per diventare un intellettuale tv in Italia?

Urlare. In tv se non urli non hai senso. Quando il dibattito sta morendo in tecnicismi e vicoli ciechi, il vero opinionista, il fuoriclasse s’inalbera in una sonora incazzatura che sfoga urlando. La risposta urlata, o molto piccata in stile Francesco Borgonovo, serve a non far annoiare il pubblico e a sottomettere l’avversario, per cui dev’essere un flusso verbale continuo: non si può interrompere per ascoltare argomentazioni o repliche.

Look. Devi essere riconoscibilissimo, avere la tua divisa. Esempi: Mauro Corona vestito da scalata nel bosco, Giampiero Mughini con gli occhialini, Vittorio Sgarbi con il suo ciuffo che si sposta sempre (quando non sta al cellulare), le cravatte di Antonio Caprarica, Selvaggia Lucarelli con un look stile Lana Del Rey, Massimo Cacciari e l’outfit da prof di filosofia, ecc.

Mood preso male. Guai a sembrare una persona allegra, devi essere intriso di dramma, diventare un totem di sofferenza e contenere nei tuoi discorsi tutti i problemi del mondo come se non li stessi raccontando pagato da uno studio televisivo, ma se li stessi vivendo. Attiverai così il transfert nel pubblico, che, preso dal senso di colpa per il suo privilegio, sentirà di aver espletato i suoi dieci minuti al giorno di interesse civico.

Rispondere alle domande con i tuoi slogan. Se ti fai imbrigliare in un dibattito vero e proprio sei finito perché non ci sarà mai il tempo di spiegare un concetto per intero in tv («è leeeento, non funzionaaa», letto con la voce di David Parenzo che imita Carlo Freccero). Il conduttore esperto, che sia Massimo Giletti o Barbara Palombelli, appena nota che la tua risposta non è adrenalinica cerca di tagliarti per evitare che lo spettatore cambi canale. Quindi, a ogni domanda scomoda si risponde con una tesi che non è una risposta in tema, ma un teorema nuovo in cui crediamo profondamente e che serve a sostenere una causa più importante: noi. Sviato il discorso, al telespettatore rimarrà il cookie del nostro concetto e l’avversario resterà allibito dal nostro dribbling.

Lasciare lo studio. Un colpo di teatro solamente per i veri king, ma quando ci si arriva deve dare una gran soddisfazione.

Manifestare superiorità. Qui i maestri sono Andrea Scanzi e Marco Travaglio. Questa tecnica, che manda letteralmente in panne gli avversari, consiste nel fissare l’interlocutore con un sorrisetto sardonico e poi schernirlo lasciandosi scappare commenti a bassa voce come se l’altro non potesse sentire.

Ecco un consiglio utile a tutti i frequentanti dei master in Giornalismo. Potrete vincere tutti i premi che volete e firmare importanti inchieste, ma niente darà mai una spinta alla vostra carriera come prendersi uno schiaffo da Roberto D’Agostino.

Giuseppe De Rita: «La cultura dominante? L’opinionismo». Il Messaggero Martedì 26 Aprile 2022

‘’C’è una cultura dominante, quella dell’opinione. L’opinionismo ha distrutto le altre culture, quella umanistica, scientifica e sociopolitica.’’ È uno dei passaggi chiave dell’intervista sulle due (tre culture) al presidente del Censis, Giuseppe De Rita, da parte di Mario Nanni, direttore editoriale della rivista on line di politica e cultura beemagazine, del Gruppo The Skill.

De Rita, che per 50 anni con i suoi Rapporti annuali del Censis ha scandagliato i fenomeni anche più profondi della società italiana, sviluppa così il suo ragionamento: ‘’oggi siamo tutti opinionisti. Basta vedere la tv. Sul virus sparano opinioni Cacciari, Burioni e tanti altri. Invece di una dialettica che si sviluppi all’interno della cultura, abbiamo tante scuole di opinione.

Con quale risultato? Siamo in una crisi grave, mentre dovremmo parlare di una terza cultura,  quella socio-politica, oltre quella umanistica e quella scientifica, imperversa la cultura dell’opinione, e tengono la scena dieci scienziati che dicono tutto e il contrario di tutto’’

E poi – aggiunge De Rita – la stessa scena si vede, anche in tv, quando si parla della guerra. Lei li vede come si svolgono i dibattiti e soprattutto su che cosa? Non c’è discussione vera sulla guerra, sulle stragi ma sul dilemma se Putin è buono o cattivo, se Zelensky è serio o è rimasto un comico. Questo è il livello. E poi un’altra cosa: la pandemia è in calo, ma anche in questi dibattiti sulla guerra il virologo c’è sempre’’.

Del fenomeno della cosiddetta cancel culture che idea si è fatto, Professore?

Anche qui De Rita non ha dubbi: questo fenomeno è figlio della vittoria dell’opinionismo.

Un altro tema affrontato nell’intervista: si parla tanto di nuovo umanesimo, con la maiuscola e la minuscola, in una ideale ‘’carta del nuovo umanesimo’’, quali valoro fondamentali inserirebbe?

‘’Il vecchio umanesimo, diciamo pure l’Umanesimo storico, coltivava e guardava al passato. Ma l’Umanesimo storico ci ha poi dato il Rinascimento, che guardava al futuro r costruiva l’avvenire. Quindi un nuovo umanesimo deve continuare a guardare avanti. Le culture che sono andate avanti sono quelle che hanno espresso il valore della relazione, il valore dell’uomo per l’altro uomo. ‘’Il volto di Dio comincia dal volto dell’altro’’, ha detto Levinas.

Invece oggi – il grande nemico sa qual è?

Le farò un esempio: il ‘’vaffa’’ è la rottura della relazione. Con questa rottura la società italiana è andata indietro di mille anni’’.

Non sembri una esagerazione e le spiego perché, continua De Rita: il ‘’vaffa’’ è una lacerazione, una interruzione, una distruzione del dialogo. Significa dire all’altro: di quello che dici, di quello che pensi, di quello che senti non m’importa nulla. E così torniamo alla barbarie dell’uomo insulare, dell’uomo che non si relaziona. Ecco perché uno dei problemi del nostro tempo, se non ‘’ il ‘’problema, è cercare di recuperare il senso, la necessità, il bisogno della relazione. Solo su questo si può costruire’’

La potenza dell’opinione, inarrestabile e preoccupante. Giuseppe De Rita su Il Corriere della Sera il 28 marzo 2022

Ormai non ci sono verità che non possano essere messe in dubbio: domina il primato del parere personale. Ma non è dato sapere tale dinamica dove ci porterà

Dicevano i nostri vecchi che «la matematica non è un’opinione», sicuri che le verità indiscutibili non possono essere scalfite da ondeggianti valutazioni personali, spesso dovute a emozioni interne e collettive.

Temo che quella sicurezza non abbia più spazio nell’attuale dinamica culturale. Se qualcuno si esponesse a dire che due più due fa quattro, si troverebbe subito di fronte qualcun altro che direbbe «questo lo dice lei», quasi insinuando il dubbio che non si tratta di una verità, ma di una personale opinione. Vige ormai da tempo qui da noi la regola «uno vale uno». Non ci sono verità che non possano essere messe in dubbio: tu la pensi così, ma io la penso al contrario e pari siamo. Non ci sono santi, dogmi, decreti, ricerche di laboratorio, tabelle statistiche; vale e resta dominante il primato dell’opinione personale.

Siamo così diventati un popolo prigioniero dell’opinionismo, e ormai non solo per tradizione di tifo calcistico, ma di lettori di tutti i problemi e gli eventi su cui si svolge la nostra vita collettiva. Basta comprare al mattino un quotidiano e si rimane colpiti da prime pagine piene di riferimenti che annunciano tanti articoli interni, quasi tutti rigorosamente legati a fatti d’opinione, a personaggi d’opinione, a polemiche d’opinione, in un inarrestabile primato dell’Opinione regina mundi.

Da vecchio opinionista (lo sono su questo giornale dal 1976) mi sorprende quanto siano ampie e forti le ondate quotidiane d’opinione, il loro rimpallarsi a circolo, l’enfasi che ci si mette per mantenersi l’uditorio, la propensione a sentirne la potenza di convincimento quasi la presunzione di far parte di un mondo, non condizionato da altri poteri, un «mondo potente di suo».

Non ci rendiamo però conto che restiamo tutti prigionieri di livelli culturali bassi, inchiodati alle proprie opinioni, refrattari a livelli più alti di conoscenza, restii all’approfondimento, al confronto, alla dialettica. Non interessa la dimensione scientifica di una malattia, vale l’onda d’opinione che su quella malattia si è formata o si può formare; non interessa la dimensione complessa di un testo di legge o di una sentenza, vale l’onda d’opinione che si forma su di esse; non interessa la incontrovertibilità di un dato economico o di una tabella statistica, vale l’onda d’opinione che ci si può costruire sopra; non interessa la lucidità di una linea di governo del sistema, vale lo scontro di opinioni (di gradimento o di tradimento, direbbe Adriano Sofri) che su di essa si scatena. Ma senza confronto e senza dialettica non si fa cultura, non si fa sintesi politica, non si fa governo delle cose; con l’effetto finale che nel segreto del dominio dell’opinione si attua una trasfigurazione in basso e banale della realtà.

Viene addirittura il sospetto che si sia in presenza di un uso primordiale ma sofisticato dell’opinione; e non si sa chi e come la gestisce. Qualcuno può ricordare quando a fine Ottocento arrivò a cittadinanza pubblica l’uso primordiale dell’immagine e della visione (prima con le fotografie e poi con il cinema); ma nessuno si preoccupò dei pericoli che ne sarebbero venuti alla vita sociale e all’equilibrio politico. Nessuno, neppure dei grandi come Baudelaire e Benjamin, aveva previsto il fascino tenebroso delle hitleriane parate di massa; e nessuno, neppure Giulio Bollati, avrebbe previsto che l’elitaria esaltazione di D’Annunzio per le foto della «gemmata» Regina Margherita sarebbe un giorno sfociata nel compiacimento piccolo borghese per le foto di Mussolini a petto nudo durante la «campagna del grano».

Non c’è dato comunque di sapere (visto che pochi lo studiano) dove potrebbe portarci la progressiva potenza dell’Opinione, un fattore fra l’altro più subdolo e sfuggente dell’immaginario visivo dei nostri padri. Converrà però cominciare a pensarci sopra, magari partendo dal preoccuparci che la nostra comunicazione di massa si ingolfa troppo nell’opinionismo autoalimentato e senza controllo. So che i greci avrebbero difeso quel che chiamavano la «Necessità» (in questo caso: la inarrestabile potenza dell’opinione) ma sarà permessa anche la modesta «necessità» collettiva del bisogno collettivo di non cedere alle sabbie mobili del regno dell’opinione.

Cari colleghi, i talk sono in crisi ma ammettiamo i nostri vizi: opinionismo oracolare e contiguità con ogni potere.  Fabio Martini il 2 Giugno 2022 huffingtonpost.it

Solo in un Paese in crisi il modello tv non è Zavoli ma Santoro che per 25 anni ha alimentato un immaginario indignato-vittimista, che ora si è saldato al giornalismo “senza onere della prova”

Il sospetto era nell’aria da anni, ma la notizia è diventata di dominio pubblico: il talk show all’italiana è un prototipo assai originale, senza eguali nei Paesi più evoluti. Soltanto dalle nostre parti i “talk” sono così assidui, così accoglienti con tutti, così sbrigliati nel filo narrativo. Da settimane una accesa discussione pubblica sta investendo il modo di fare informazione televisiva e ora il contrasto ha investito anche i vertici Rai.

Ma la crisi oramai conclamata dei talk show sta dentro un malessere più grande, che investe la credibilità stessa del mondo dell’informazione. Per chi lavora in questo campo sarebbe un’occasione d’oro per mettersi in gioco, inoltrandosi nel territorio inesplorato dell’autocritica. Quella vera. Quella che può trasformare una crisi - se non in una catarsi – quantomeno in una riflessione utile.

Il vero vizio dei talk

Si può partire proprio dai talk show. In queste settimane si sono formate due opinioni contrapposte: «Troppo spazio ai simpatizzanti putiniani, più o meno camuffati». Si ribatte: «Va difeso a tutti i costi il pluralismo delle idee». A prima vista argomenti ragionevoli. Ma non reggono. Neanche un po’. Perché rimuovono la “missione” specifica dei media, che non sarà mai quella di limitarsi a garantire un malinteso pluralismo, ma invece sforzarsi di raccontare come stanno le cose, raccogliendo la maggior quantità di informazioni vere e provando a restituirne il senso. Fatti e senso: per congiungerli in una sintesi che non sarà mai “la” verità, ma il massimo di verità possibile.

Fatti e senso. Per provare ad afferrarli, servono le armi fondamentali del mestiere: ogni volta la massima accuratezza possibile, ogni volta la massima indipendenza possibile, ogni volta portandosi dietro la memoria dei precedenti, vicini e lontani. Non c’è altro. Sembra poco ma è tantissimo. E infatti è il contrario di quel che è accaduto in diversi talk show. Ma non in tutti e la differenza si è vista.

Le critiche meglio argomentate sono tre. Primo: il format-talk è più condizionato dallo share che dalla ricerca della “verità” possibile. Secondo: gli ascolti si conquistano, attirando la “clientela” con un menu fisso (la solita compagnia di giro) e qualche “piatto” del giorno: personaggi non importa se incompetenti, purché capaci di bucare lo schermo. Terzo: si formano “cast” volutamente eclettici, perché in grado di parlare a segmenti diversi di opinione pubblica. Lo share si alza (anche) con la somma di pubblici diversi.

Tutti rilievi documentabili. Anche se il vizio più serio è un altro e lo potremmo definire dispersione del filo narrativo. Chi guida un talk show dovrebbe aiutare a capire come stanno le cose, seguendo un filo e lasciando il giudizio finale a chi guarda. E invece se tutto si risolve, dando la parola su qualsiasi argomento agli opposti “pareri”, a quel punto è ineluttabile che si apra una gara puramente emozionale: la caccia al brivido. La fine è nota: uno spettatore sempre più confuso.

Con un’aggravante. Per non compromettere la credibilità dello spettacolo, gli ospiti più “scomodi” non possono essere delegittimati e dunque spesso sono lasciati liberi di esprimere falsità sesquipedali, senza che i conduttori intervengano. Dovrebbero farlo: non per bacchettare le opinioni “scandalose” (guai!), ma semmai per stroncare gli sfondoni.

E infatti una delle più grandi mistificazioni di questi mesi sono stati i “competenti” (i cripto-putiniani e qualche zelota di parere opposto) che si sono ammantati di “scienza”, richiamandosi a verità fattuali, al solo scopo di spacciare letture faziosissime. Spesso oscene: non perché filo-putiniane, ma perché basate sulla manipolazione. Di chi la “colpa”? Dei falsari o di chi li invita? La risposta non è difficile.

Un’ultima domanda, sempre a chi seleziona gli ospiti: chi guida un “talk” in Italia può totalmente ignorare che da anni i russi lavorano con sapienza per infiltrare il mondo accademico e dell’informazione? All’inizio può essere ignoranza, ma puoi continuare ad ignorarlo dopo 14 settimane? E d’altra parte le severe analisi sui talk show italiani scritte su “Politico” e “Liberation” segnalano che la fama di questi mesi potrebbe diventare proverbiale.

Santoro, l’unico modello

Eppure la piegatura emotiva dei talk show viene da lontano e chiama in causa un personaggio, Michele Santoro, mai compreso nella sua importanza: quella di essere stato – ebbene sì – una delle personalità più incisive nella storia e nell’immaginario italiano degli ultimi 30 anni. Dalla primavera del 1987, col suo “Samarcanda”, un grande professionista come Santoro ha via via sperimentato un sentiment, che allora venne (invano) spiegato da Beniamino Placido, che notò la notevole capacità del conduttore di fare informazione di qualità, ma servendosi di una piazza «populistico-vittimista». Dando sempre «ragione a tutti quelli che protestano sempre e dovunque».

Il pubblico, dalle piazze e dalle case, parteggiava e intanto si smarriva il confine tra vero e verosimile, anche perché a nessuno (a cominciare dal conduttore) interessava comprendere come stessero esattamente le cose. Ma semmai orientarle. Lo spettacolo, come si sa, è piaciuto. Con trasmissioni dai nomi cangianti Santoro trascinava 4-5 milioni di telespettatori per puntata: moltiplicati per oltre 20 anni, si può ben dire che quei “talk” abbiano formato una fetta di opinione pubblica, stabilmente sensibile ad un mood indignato e vittimista. Un pubblico che, strada facendo, ha indurito sempre più il suo sguardo.

Ma solo in un Paese in declino il modello televisivo da decenni è Santoro e non, per esempio, Sergio Zavoli. Oltre ad un giornalismo d’inchiesta che cercava di raccontare un problema sociale, anziché limitarsi alla denuncia di una delle parti in causa, Zavoli dimostrò che si possono intervistare tutti, persino gli assassini. Non per riabilitarli e neppure per umiliarli, ma semmai per capire perché si spinsero sin lì. L’intervista al brigatista Franco Bonisoli resta memorabile. Per le risposte. Ma anche per le domande. Prive di autocompiacimenti e senza mai sovrapporre il giudizio del giornalista. Un dettaglio misura la distanza da certi chiacchiericci odierni: di Zavoli si ascoltano le domande e non si vede mai il viso. Perché ciò che conta non è il parere di Zavoli, ma sono le risposte di Bonisoli: le uniche che possono aiutare a penetrare il senso di una tragedia.

L’ opinione come oracolo

E quanto a Santoro ad un certo punto dovette cedere il testimone ad un altro mattatore, Beppe Grillo, che nel 2007 capì che dall’Italia profonda saliva una voglia di rottura. Per Giuseppe De Rita quello è stato l’inizio della stagione dell’opinionismo, «la rottura della relazione», la mancanza di dialogo, il rifiuto di quel che dice l’altro. Insomma, se quello dice una cosa, io ne dico un’altra e ognuno ha ragione.

E’ esattamente quel che sta accadendo da qualche anno in Italia e che i talk show replicano. Una parte dei cosiddetti “opinionisti” sono i campioni di questo approccio, diciamo così, autoreferenziale. Nei” talk”, ma anche sui Social, non si offrono commenti argomentati ma sentenze lapidarie. Io lo dico, quindi è vero. Senza preoccuparsi dell’onere della prova. Un opinionismo oracolare, flaccido e da ultrà, agli antipodi con le sacrosante opinioni, partigiane e trasparenti, ma argomentate e poggiate sui fatti, di maestri di quel tipo di giornalismo: Eugenio Scalfari o Giuliano Ferrara.

In fondo tutte le posture – il giornale-partito, il “terzismo, il rigore anglosassone – se interpretate da professionisti, restituiscono sensi e “verità”. Sono i mestieranti e i pavoni che preferiscono l’auto-promozione. E chi se ne importa se l “utente” va in confusione.

Farsi potere

Eppure l’informazione in Italia si porta dietro una storia tutta sua. Si sono scritte e si scrivono da decenni grandi pagine di giornalismo ma con un vizio congenito: la vocazione a “farsi” potere. Un modello che sta scritto nel Dna nazionale, ancora potente nei grandi giornali: non aver mai condiviso una vocazione al quarto potere, preferendo sempre la tendenza al fiancheggiamento di tutti i poteri.

Poteri non soltanto di governo. Si può diventare un potere anche stando all’opposizione, fiancheggiando un partito. O un “potere-contro”. E d’altra parte il consociativismo è diffuso in tutti i rami dell’informazione: i giornalisti giudiziari sono (spesso) indulgenti con i magistrati, i critici cinematografici lo sono (spesso) con i grandi registi e lo stesso vale per il giornalismo sportivo, culturale, sindacale, economico. Con una tentazione comune. Partecipare al gioco. Consigliare il potente. Esserne amico. Condizionarlo. Dettargli la linea.

Naturalmente mai generalizzare: in questa fase bellica i giornali (i grandi e quelli di nicchia) e in genere le trasmissioni delle Reti sotto tiro (la 7 e Rai) che dipendono dalle testate giornalistiche sono stati inappuntabili, così come i principali Tg. E d’altra parte contributi assai puntuali sui “talk” sono venuti da parte di diversi giornalisti, a cominciare da Enrico Mentana. Mentre sul piano operativo una informazione rigorosa e seria arriva ogni giorno dai podcast professionali e dai giornali online più seri.

Tutto ciò premesso, e staccando dall’universo “talk”, alla fine l’unico affresco che non passa mai di moda resta quello dipinto da un grande giornalista fuori dai “giri”, Enzo Forcella. Nel 1959, dimettendosi dal quotidiano «La Stampa», Forcella scrisse per «Tempo presente» un articolo titolato “Millecinquecento lettori”, scolpendo un brano memorabile: «La caratteristica più tipica del nostro giornalismo politico, forse dell’intera politica italiana (…) è l’atmosfera delle recite in famiglia, con protagonisti che si conoscono sin dall’infanzia, si offrono a vicenda le battute, parlano una lingua allusiva e, anche quando si detestano, si vogliono bene».

Sono passati 63 anni da quel saggio, da allora qualcosa è cambiato, ma non la sostanza. A cominciare dalla postura preferita da tanti liberi giornalisti: pensare che l’indipendenza sia un’ingenuità.

C'è una operazione culturale in atto per smantellare l'antifascismo. Sulla Resistenza circola una versione denigratoria, quasi mai veridica, che ormai s'è fatta discorso di potere. Chi oggi si schiera dalla sua parte è accusato di battersi contro fantasmi del passato o di remare contro l’unità nazionale. Luca Casarotti su L'Espresso il 31 Ottobre 2023

Scriveva Sergio Luzzatto, storico di assoluta vaglia e polemista tagliato al mestiere, in un pamphlet del 2004 sulla crisi dell’antifascismo: «A forza di ironizzare sulla presunta epopea dei “padri della patria”, a forza di stracciarsi le vesti sopra la svolta di Salerno come un ordine venuto da Mosca o sopra piazzale Loreto come un esempio di sadismo partigiano, si finirà per rimpiazzare la logorrea sull’antifascismo e sulla Resistenza con il silenzio sull’antifascismo e sulla Resistenza». Nei vent’anni trascorsi da quella previsione, la logorrea non ha mai davvero lasciato posto al silenzio. E con il senno del poi, il bel tacer sarebbe stato meno inauspicabile delle parole che ci sono toccate in sorte. 

Perché la versione dell’antifascismo e della Resistenza che si è intanto fatta discorso di potere è, per lo più, denigratoria; o esteriormente rispettosa: di rado veridica. Il complemento d’argomento adoperato da Luzzatto, «sull’antifascismo e sulla Resistenza», non vale più come l’intendeva lui, ossia «a favore dell’antifascismo e della Resistenza»: ora significa «contro l’antifascismo e la Resistenza». 

Volendo ragionare per dicotomie, vagamente alla maniera di Norberto Bobbio, potremmo dire che questa logorrea contro l’antifascismo e la Resistenza ha due dimensioni e due scopi. Due dimensioni: l’una orientata alla storia, cioè all’interpretazione della guerra partigiana, l’altra al presente, cioè alla memoria di quella guerra e al modo di essere attuale dell’antifascismo. Due funzioni: l’una di legittimazione politica, cioè di vocazione istituzionale, l’altra di delegittimazione della protesta, cioè di critica della contestazione allo stato delle cose, quando succede che essa rivada al repertorio dell’antifascismo e si proponga di ravvivarlo. Ciascuna funzione può essere assolta nell’una o nell’altra dimensione. 

Prendiamo la formula «Repubblica nata dalla Resistenza». Senza per adesso discuterne la validità, il suo senso è che le forze politiche dell’Italia repubblicana si sono presentate al Paese e riconosciute a vicenda, quindi si sono legittimate, sul presupposto della loro partecipazione alla Resistenza, oppure per la tradizione antifascista da cui provengono; con l’ovvia eccezione del partito neofascista, il Movimento sociale italiano (Msi), e delle sue trasformazioni posteriori. Chi abbia interesse a negare questo meccanismo di legittimazione non potrà limitarsi al silenzio, nell’attesa che il paradigma antifascista passi di moda. Farà meglio a dare una spinta al cambio di stagione, adoperandosi perché la moda passi: vale a dire contestando apertamente il paradigma antifascista e sostituendo a quello un diverso meccanismo di legittimazione. 

Si dirà allora, con lo sguardo rivolto al presente, che invocare l’antifascismo e la Resistenza è una scusa per non guardare in faccia la realtà, cercando prestigio con falsa coscienza in una storia ormai perduta. In aggiunta o in alternativa, questa volta con lo sguardo al passato, si dirà che una sola fazione della guerra civile, l’antifascismo, non può e non ha mai potuto rappresentare l’unità nazionale. Per il fatto di aver opposto armi in pugno italiani ad altri italiani, si argomenterà, la Resistenza è naturalmente inidonea a fondare una nazione e il suo Stato. Ecco il paradigma da opporre a quello antifascista: nell’interesse nazionale offeso dalla guerra partigiana, il contrario dell’antifascismo ha trovato la sua legittimazione politica nella «Repubblica nata dalla Resistenza». […] 

Non troppo dissimile lo strumentario anche dell’altra funzione, quella reazionaria. A chi protesta, e protestando alza la bandiera dell’antifascismo, s’imputerà di volersi battere contro un nemico immaginario, in una guerra che altri hanno già vinto, e una volta per tutte: l’antifascismo, dunque, come nient’altro che la maschera di un secondo fine, il nome nobilitante di un molto meno alto ideale. Quasi che, dopo il 25 aprile 1945, le stesse donne e gli stessi uomini che avevano fatto la Resistenza si fossero definitivamente appartati in un canto, beati della loro vittoria, e non si fossero mai più levati contro l’essere di una Repubblica che poco somigliava al dover essere di una Liberazione. 

Che abbiano per fine la legittimazione di sé o il discredito dell’avversario, che abbiano per oggetto l’attualità o la storia, tutti questi sono argomenti che corrono nel dibattito. E gli argomenti, ovviamente, si esprimono a parole. Questo libro parla soprattutto di parole altrui. O meglio: di testi. [...] Il modo migliore di studiare un testo è leggerlo. Lentamente. Che è poi ciò in cui consisterebbe la filologia, insegnata dai «maestri della lettura lenta», secondo una definizione di Nietzsche cara a Delio Cantimori e ai suoi allievi. Il linguaggio non è la realtà. Né la realtà si conosce solo attraverso il linguaggio. Io conosco al tatto i tasti su cui sto battendo queste parole. Un’amica mi conosce parlandomi, ma anche abbracciandomi e ascoltando il suono della mia voce. Però nel linguaggio esprimiamo e confrontiamo le rispettive percezioni della realtà: dunque la interpretiamo. E, interpretandola, ci interagiamo. È di questa interazione che vorrei parlare, quando avviene che riguardi l’antifascismo e il suo contrario. Di come contribuisce a strutturare una storia e una realtà politica. 

Luca Casarotti. È autore del volume "L'antifascismo e il suo contrario", in libreria dal 27 ottobre (101° anniversario della marcia su Roma) per Edizioni Alegre, di cui pubblichiamo qui un estratto

Exit strategy. Come uscire dalla spirale del dibattito tra contrapposte idiozie nell’Italia del monopopulismo perfetto. Francesco Cundari su L'Inkiesta l'11 Agosto 2023

L’egemonia populista nel discorso pubblico si mostra anzitutto in questo: che si discute solo di scemenze. Forse allora, invece di concentrarci sulla fesseria del giorno o della settimana, è più utile provare a domandarsi perché questo accada, e perché in Italia il fenomeno abbia assunto tali proporzioni 

Come avrete notato se avete sfogliato un giornale nelle ultime due settimane – o nelle ultime due legislature – l’egemonia populista nel discorso pubblico si mostra anzitutto in questo: che si discute solo di scemenze. Forse allora, invece di concentrarci sulla scemenza del giorno o della settimana, invece di spendere tempo ed energie nello spiegare perché l’ultima scelta di politica economica è economicamente assurda, l’ultima proposta di tutela della salute o dell’ambiente è scientificamente insensata, l’ultima polemica storiografica è storicamente infondata, è più utile provare a domandarsi perché questo accada, e perché in Italia tale fenomeno, pur comune a molte democrazie occidentali, sembri avere una pervasività maggiore che in ogni altra parte del mondo (o quasi), e cosa si potrebbe fare per arginarlo.

La prima ragione dell’egemonia populista, o per meglio dire la sua prima manifestazione, è che tutti gli schieramenti adottano argomenti demagogici e irrazionali – in una parola: populisti – trasformando così il dibattito pubblico in una gara a chi la spara più grossa. Uno scontro surreale tra quelli che vogliono abolire la povertà per decreto e quelli che vogliono abolire le tasse per legge, tutti uniti nel voler abolire i tassi d’interesse per finta. La seconda ragione è che, sfortunatamente, anche quei pochi intenzionati a discutere seriamente di problemi reali sono costretti a occuparsi di questa roba. Lavoro peraltro pressoché inutile, eppure al tempo stesso indispensabile e meritorio, perché, com’è noto, per smontare una bufala serve molto più tempo di quello che serve per inventarla e diffonderla.

Per buttare là che il Covid è poco più di un raffreddore, volendo fare un esempio a caso, basta infatti un minuto (e ci si guadagnano fior di ospitate in tv e almeno una rubrica fissa su un quotidiano nazionale); mentre per dimostrare inconfutabilmente il contrario occorrono studi approfonditi di medicina (e in premio si ricevono tonnellate di insulti e sberleffi dalle trasmissioni e dai quotidiani della parentesi precedente).

Per inventare o rilanciare cospirazioni della Nato contro la Russia, tanto per fare un altro esempio a caso, ci vogliono dieci secondi, mentre per andarsi a ritrovare tutte le fonti citate e dimostrare come siano state manipolate ad arte occorre almeno una giornata di lavoro. Col bel risultato che alla fine di quella giornata, in ogni caso, l’intero dibattito avrà ruotato sempre e solo attorno a un cumulo di fesserie, per confermarle o per smentirle.

Se questi sono però problemi che caratterizzano tutte le democrazie occidentali alle prese con l’ondata populista, resta da capire perché in Italia il fenomeno abbia assunto una tale pervasività, tanto da eccedere il concetto stesso di «bipopulismo». Abusando dello stesso gioco di parole, bisognerebbe parlare ormai di monopopulismo perfetto.

Alla radice c’è senza dubbio un’antica tradizione nazionale che è stata chiamata populismo dall’alto, sovversivismo delle classi dirigenti, antipolitica delle élite (o più sbrigativamente, ma senza andar troppo lontano dal vero, fascismo). A questo proposito, del resto, non si ricorderà mai abbastanza come la campagna contro «la casta», primo seme da cui è germogliato il grillismo, sia nata sulle pagine del Corriere della sera, mica del Fatto quotidiano (semmai si potrebbe dire che il Fatto quotidiano è nato, poco dopo, dal successo di una simile campagna, che in qualche modo gli ha aperto la strada e offerto un modello). E risalendo ancora più indietro nel tempo si potrebbe ricordare come sulle pagine del Corriere della sera, del resto, sia nata anche la più violenta campagna antigiolittiana.

Se però oggi non si sa più dove girarsi e con chi interloquire, anche solo per dissentire, in un dibattito che rispetti minimi standard di aderenza alla verità dei fatti e al principio di non contraddizione, lo si deve anche a una certa tecnica, per non dire un malvezzo, di cui quegli stessi grandi giornali che avrebbero dovuto rappresentare l’élite liberale hanno spesso abusato. Mi riferisco al vecchio trucco di scegliere ogni volta il più fesso, il più grottesco, il più improbabile tra i rappresentanti del campo avverso, per intervistarlo, invitarlo e intronarlo come la massima autorità di quello stesso campo, in modo da inchiodare sistematicamente i propri avversari (e l’intero dibattito) alle sue idiozie.

Si è così nel tempo affermato un meccanismo di selezione perversa, alimentato a sua volta dal bipolarismo di coalizione, che ha regalato un potere marginale spropositato a micropartiti (di centro o di estrema) e ai loro pittoreschi padri-padroncini.

Oltre a un sistema elettorale proporzionale, che però nessuno vuole (perché i grandi partiti ogni volta s’illudono di trarre vantaggio dal meccanismo maggioritario, mentre i piccoli ne hanno la certezza), un parziale rimedio potrebbe essere dunque un cambiamento, per dir così, nel costume del giornalismo e del mondo della comunicazione in generale. Specialmente nel confronto con gli avversari e con le scelte che non si condividono, smetterla di scegliersi sempre l’interlocutore più scemo e più pittoresco (per la tv c’è anche una ragione legata agli indici di ascolto, per i giornali è spesso semplicemente un modo di farsela facile) e provare a fare come fanno i giocatori di scacchi, quando elaborano le loro combinazioni dando per scontato che l’avversario faccia sempre la mossa più intelligente, anziché la più fessa.

Per le sorti della democrazia potrebbe essere comunque troppo tardi, ma almeno renderemmo l’agonia meno deprimente.

Chi fa informazione è responsabile delle sue scelte. Disinformo dunque sono? Il digital service act e la consapevolezza per contrastare algoritmi, fake news ed economicismo. La rubrica “Gli Stati Miti d’Europa” di Valerio Pellegrini, ricercatore romano che svolge attività di consulenza come Policy Officer per le policies europee. Valerio Pellegrini su Il Riformista il 30 Luglio 2023 

Cosa è reale e cosa non lo è? L’informazione deve essere quanto più possibile attinente al reale? Come vengono scelte le informazioni? È necessario essere informati su qualunque cosa?

Queste sono alcune delle domande, relative al mondo dell’informazione, che mi inquietano da vario tempo. Per cercare di mettere ordine nelle mie idee credo sia necessario partire sempre dalle etimologie, le radici delle parole. La parola informare viene dall’analogo termine latino e significa proprio dar forma ed essere ad un qualcosa davanti agli occhi della mente. Chi lo fa sceglie e compie un atto creativo. Quindi implica una interpretazione dell’intermediario tra il “qualcosa” e coloro che ricevono la forma.

Diversa, ad esempio, è la parola istruire, dare una struttura, e diverso ancora è il significato di educare (da e-ducere) che si riferisce al trarre fuori (qualcosa che già c’è, l’essere). In tutte e tre i termini vi è sempre un lavoro di interpretazione e intermediazione. La responsabilità dunque risiede nell’intermediario. Questi può essere istruito e quindi avere una sua struttura attraverso la quale legge il reale; l’educato ha invece accesso all’essere attraverso cui vive il reale. Chi media, volente o nolente, ha una sua struttura, ma non è detto che abbia accesso all’essere.

Europa matrigna e mamma Erasmus: le storie di Sofia Corradi e Domenico Lenarduzzi, geni del progetto visionario

L’informazione, il come viene rappresentato qualcosa agli occhi dell’altro, è sempre frutto della struttura interpretativa di chi la rappresenta e, a volte, anche della sua e-ducazione. L’informazione, dunque, non è mai totalmente uguale al reale, ma è interpolata. Nel suo sorgere sta già creando una nuova realtà. La purezza dell’informazione non esiste. Può esistere una informazione conforme a ciò che vorremmo vedere.

Chi fa informazione è responsabile delle sue scelte. Il problema sorge quando questa scelta è costretta da norme giuridiche, leggi economiche o culturali. Oggigiorno spesso si parla di pensiero unico, Marcuse, il filosofo tedesco, parlava di uomo a una dimensione, appiattito sull’orizzontalità e in particolare su quella dell’economicismo.

Finalmente capisco cosa mi inquieta delle domande di cui sopra. Non è solo la realtà o meno dell’informazione, ma il modo in cui questa è scelta e presentata. Non è tanto la differenza di vedute e strutture interpretative del reale che mi inquieta ma la sua reductio ad unum: l’economicismo.

È noto che sempre più i giornali on-line, ad esempio, sopravvivono grazie al clickbait attraverso il quale possono vendere spazi pubblicitari e che spesso la diffusione e l’organizzazione delle informazioni è affidata ad algoritmi. Mi domando se questo sia fare informazione o semplicemente disinformare, proprio perché non è garantita una pluralità di strutture.

Qualsiasi informazione, in tal modo, rischia di essere appiattita sull’unica struttura del profitto: più faccio rimanere i lettori su un titolo, una pagina, un articolo, più guadagno e più posso continuare a fare articoli per far restare i lettori incollati. Un circolo vizioso. Ciò che inquieta non è tanto il “qualcosa” che accade, ma il modo in cui viene presentato: per fare soldi. Vi è infatti un appiattimento della notizia affinché susciti scalpore, paura, affinché il lettore resti più tempo sulla pagina.

Il rischio, simile a quello di una dittatura, è di privare chi legge della percezione del senso della complessità della realtà, delle differenti vedute e strutture che possono interpretarla. Il problema non è l’economicismo, ma che questo possa diventare l’unica struttura informativa, coadiuvata da algoritmi progettati per massimizzare i profitti. Le dittature in fin dei conti riducono qualunque accadimento al pensiero unico da propagare. Il tema delle fake-news, in questo senso, è centrale in questa riflessione.

Vi è chi, non solo si abbandona all’economicismo, ma che scientemente diffonde, innesta, notizie false o fuorvianti per alterare la percezione del lettore (per false intendo mai accadute o facenti riferimento a fatti o cose inesistenti). Una cosa chiaramente è l’interpretazione del reale, altra è creare dal nulla un qualcosa che non è mai avvenuto o che non esiste. Mi domando dunque: che mezzi abbiamo adottato per far fronte a questa deriva sia economicista sia di possibili dittature che vogliano diffondere il loro pensiero unico e per arginare la diffusione di fake-news? Il tema è molto delicato poiché la costruzione giuridica, volendo tutelare il mondo dell’informazione, a sua volta potrebbe cadere in un pensiero unico. La risposta dell’UE sul tema è stata il Digital Service Act (DSA).

Il Digital Services Act (DSA) è una proposta di legge dell’Unione Europea (UE) approvata definitivamente in data 19 ottobre 2022 ed entrata in vigore il 16 novembre 2022 (la nuova normativa si applicherà a decorrere dal 17 febbraio 2024). Questo mira a regolamentare le piattaforme e i servizi online. Il DSA affronta la questione nell’ambito della più ampia categoria dei contenuti illegali.

Per disinformazione, nel DSA, si intende la diffusione di informazioni false o fuorvianti con l’intento di ingannare o manipolare il pubblico. Questa definizione servirà da base per le piattaforme digitali per applicare le misure di contrasto per favorire la trasparenza e garantire gli utenti sotto l’ottica della provenienza dei contenuti e delle fonti che li producono. Il fine dovrebbe essere quello di comprendere meglio come vengono selezionate e promosse determinate informazioni, riducendo il rischio che la disinformazione sia favorita dalle indicazioni delle piattaforme.

Il DSA prevede, inoltre, la cooperazione tra le piattaforme digitali, esperti indipendenti e organizzazioni di fact-checking per verificarle e contrastare la diffusione di fake news. La collaborazione con esperti consentirà di garantire l’attendibilità e l’accuratezza di quanto viene fatto circolare online. Vengono inoltre stabilite procedure per la rapida rimozione di contenuti dannosi e fake news qualora vengano segnalati dagli utenti o verificati dagli esperti.

Infine, sono previste misure di sensibilizzazione ed educazione degli utenti riguardo alla disinformazione e alle sue conseguenze. Esse mirano a creare un ambiente digitale più affidabile e sicuro. Tuttavia, la sfida rimane complessa. Solo un approccio integrale e collaborativo permetterà di costruire un ecosistema digitale vivo e consapevole rispetto dalla diffusione di notizie manipolate e false. Chiaramente il Digital Service Act pone questioni etiche importanti come ad esempio: chi controlla i controllori?

Qui forse sorge l’ultima domanda che mi sono posto all’inizio: è necessario essere informati su qualunque cosa? No. Basti pensare che la conoscenza massima di un uomo del medioevo era pari a quella di un quotidiano. Non è un caso, inoltre, che si stiano diffondendo patologie quali la sindrome da affaticamento informativo e l’ansia da informazione. Quel che è necessario è sviluppare consapevolezza a partire dall’essere, in fin dei conti, educare, tirare fuori la bellezza. La legge è una rete di salvezza, la consapevolezza crea invece armonia. Forse così finalmente riusciremo ad ascoltare anche le tante belle notizie in un mondo, che per vendere, troppo spesso vuole ascoltare solo la paura.

Valerio Pellegrini. Ricercatore romano, classe 1984. È laureato in Giurisprudenza ed è dottore di ricerca in filosofia del diritto, politica e morale. Ha lavorato per l’UE e per lo European Patent Office. Attualmente svolge attività di consulenza come Policy Officer per le policies europee. Appassionato di filosofia, cerca, nei suoi scritti, di ridare un respiro esistenziale alla quotidianità e alle sfide politiche

Marco Zonetti per Dagospia domenica 16 luglio 2023.

A maggio 2023, come da rapporto Ads - Accertamenti Diffusione Stampa - pubblicato qualche giorno fa da Prima Online, Il Corriere della Sera domina ancora una volta la classifica relativa alla diffusione dei quotidiani cartacei + digitali, subendo però un calo del 3.89% rispetto al maggio 2022. 

Crescono invece dall'anno scorso, fra gli altri, La Gazzetta dello Sport (+ 53.23%), La Repubblica (+ 14.20%), Avvenire (+ 0.08%), Il Fatto Quotidiano (+ 1.58%) e Il Corriere dello Sport (+ 18.00%). Perdono terreno, fra gli altri, Il Sole 24 Ore (- 6.63%), La Stampa (- 10.42%), Il Messaggero (- 5.21%). 

Nella classifica che riguarda soltanto le vendite individuali cartacee, come si evince nelle tabelle elaborate da Prima Online, si registra invece l'exploit di Libero che cresce del 14.49% rispetto al maggio dello scorso anno, unico dei tre quotidiani assieme al Corriere dello Sport (+ 12.10%) e al Mattino (+ 8.64%) ad aumentare le proprie vendite in edicola.

Grandi assenti dalla classifica come nel 2022, i quotidiani Il Foglio, il Domani e Il Riformista da qualche mese diretto da Matteo Renzi. Per quest'ultimo si attendevano per l'appunto i dati relativi al maggio 2023, mese in cui il leader di Italia Viva ha preso le redini del quotidiano. 

Purtroppo per Renzi, malgrado la campagna pubblicitaria e promozionale inusitata (e finanche televisiva su Rai1 nel momento di maggior ascolto nei Cinque Minuti di Bruno Vespa dopo il Tg1) e malgrado il cambio al vertice, Il Riformista non sfrutta neppure "l'effetto curiosità" e continua come l'anno scorso a non essere rilevato - né rilevante.

Estratto dell'articolo di Milena Gabanelli e Francesco Tortora per il “Corriere della Sera” il 17 luglio 2023.

L’informazione non gode di buona reputazione. I politici si scagliano contro i giornalisti che li criticano, per loro sono tutti «faziosi», e cresce la diffidenza fra i lettori che si lamentano della qualità delle news. Secondo il Digital News Report 2023, studio del Reuters Institute dell’Università di Oxford condotto su un campione di 93 mila persone in 46 Paesi, solo il 34% degli italiani ha fiducia nelle notizie. 

[…]  Ma quali sono le notizie preferite dai lettori? Per capirlo Dataroom ha monitorato per 55 giorni, suddivisi in quattro periodi, le principali testate online europee e statunitensi:  Corriere della Sera, The Guardian, Le Monde, Der Spiegel, El País, The Wall Street Journal e The Washington Post. Abbiamo escluso The New York Times perché non pubblica classifiche sul gradimento dei suoi utenti.

Le notizie più lette a confronto

I 7 siti pubblicano ogni giorno una sezione dedicata agli articoli più letti e per il calcolo del «traffico» in tempo reale si affidano a strumenti interni di monitoraggio dei contenuti (la piattaforma «Ophan» per il Guardian) oppure a software esterni di analisi dati (Chartbeat, AT Internet, Adobe Analytics etc.). 

Dal confronto emerge che i lettori di The Guardian (sito britannico con oltre metà degli utenti Oltremanica), Le Monde e Der Spiegel sono i più interessati alla politica internazionale. Negli Stati Uniti l’attenzione si concentra sui fatti economici e politici interni. Gli italiani e gli spagnoli hanno abitudini di lettura più variegate.

[…] Il 14 maggio c’è il primo turno delle presidenziali in Turchia e Erdogan rischia di perdere il potere. L’esito, il giorno dopo, conquista la prima posizione su Guardian e Le Monde, la seconda sullo Spiegel, la quarta su El País, la 15esima sul Corriere, dove l’articolo più apprezzato è l’intervista esclusiva al campione di tennis Novak Djokovic. 

Il 21 maggio i russi prendono Bakhmut: è la notizia più letta sul Guardian e Le Monde, seconda su El País e sul sito del settimanale Der Spiegel, decima sul Corriere, dove primeggia l’intervista allo storico portiere Ricky Albertosi. Il 23 maggio c’è il primo raid dei partigiani russi nella regione di Belgorod: prima posizione su Le Monde, seconda sul Guardian, terza su El País, sedicesima sul Corriere, dove in testa c’è la morte della giornalista Maria Giovanna Maglie. 

Dove ci si allinea e le scelte degli abbonati

Ci si allinea su 5 eventi. Il 26 aprile il presidente Xi Jinping ha il primo colloquio telefonico con Zelensky: prima posizione su Guardian, quinta su Corriere e El País. Il 14 maggio, finale di Eurovision: prima posizione su Corriere, Le Monde, Spiegel e El País. Il 17 maggio l’alluvione in Romagna è il pezzo più letto su Corriere, Guardian e Spiegel. Il 12 giugno la morte di Berlusconi è prima notizia su Corriere e Spiegel, seconda su Le Monde, terza sul Guardian, quinta su El País. Il 24 giugno c’è il tentativo di colpo di Stato della Wagner: notizia più letta ovunque, anche sui 2 siti americani (Wall Street Journal e Washington Post). 

In generale sui 55 giorni monitorati, la guerra d’Ucraina è la notizia più letta 36 volte su Le Monde, 35 sul Guardian, 21 sullo Spiegel, 8 sul Corriere, 7 su El País, 6 sul Wall Street Journal e 5 sul Washington Post.

Se però guardiamo cosa leggono gli abbonati di Corriere.it (per le altre testate i dati non sono disponibili), la presa di Bakhmut da decima diventa la quinta notizia più letta, l’intervista ad Albertosi da prima diventa 13esima, le conseguenze del tentato golpe a Mosca primeggiano per giorni e in generale le notizie sulla guerra restano sempre tra le più seguite. L’intervista a Djokovic si conferma tra gli articoli più letti anche tra gli abbonati […]

Una giornata qualunque

Cosa succede invece in un giorno senza grandi breaking news? Il 6 luglio l’attenzione degli utenti di Corriere.it è monopolizzata dall’apertura del testamento di Berlusconi; sul Guardian domina il presunto ritorno del boss della Wagner Prigozhin a San Pietroburgo; i lettori di Le Monde si concentrano sul bilancio di una settimana di sommosse a seguito dell’uccisione del giovane Nahel. 

Sul Washington Post l’articolo più letto riguarda i record del riscaldamento climatico, sul Wall Street Journal un ritratto della prima giudice afroamericana della Corte Suprema, Ketanji Brown Jackson. I lettori dello Spiegel si appassionano alla storia del capodoglio trovato morto con in pancia un’ambra grigia del valore di 500 mila euro, mentre quelli di El País seguono i risvolti delle elezioni politiche che si terranno il prossimo 23 luglio.

Questione di fiducia

La fedeltà alla carta stampata sta precipitando ovunque, in Italia è al 16% (dieci anni fa era al 59%). Oggi il 70% degli italiani si informa su tv, siti e social media, che da soli valgono il 42% e sono la principale fonte d’accesso alle notizie online. I social talvolta diffondono notizie vere, ma mettono anche sullo stesso piano le verità e le peggiori menzogne e, al contrario degli editori, non rispondono di ciò che viene pubblicato sulle loro piattaforme.

Secondo il Reuters Institute la fiducia nel mondo dell’informazione resta alta nel Nord Europa (con la Finlandia al 69%, Danimarca e Olanda al 57%), dove quasi il 60% degli utenti si informa direttamente sulle testate di news online. Il grado di fiducia scende nei Paesi con una rinomata tradizione giornalistica come Gran Bretagna (33%) e Usa (32%), per precipitare al 19% in Grecia. L’Italia si piazza al 34%. C’è un dato interessante che riguarda invece l’affidabilità delle notizie: è del 78% quella dell’Agenzia Ansa, del 71% quella di SkyTG24, del 67% il Sole 24 Ore, 63% il Corriere e 59% la Repubblica.

Chi raccoglie più abbonamenti

Dai dati del Digital News Report 2023 il Nord Europa ha la percentuale più alta di utenti che si abbonano ai giornali online per avere un’informazione di qualità, la media è sul 35%; negli Usa siamo al 21%, in Francia 11%, Gran Bretagna al 9%, l’Italia è ferma al 12%, come 5 anni fa. 

Nella classifica dei quotidiani con più abbonati online nel mondo a fine 2022 in testa c’è il New York Times: con 8,8 milioni di sottoscrizioni l’incasso supera addirittura quello che arriva dalla pubblicità. Seguono Wall Street Journal (3,2 milioni) e Washington Post (2,5 milioni). In Italia la leadership è del Corriere della Sera con 540 mila abbonati.

In generale il 22% sarebbe anche disponibile a sottoscrivere un abbonamento se trovasse «contenuti più inediti»; il 13% se non ci fosse pubblicità, il 32% se riuscisse a ottenere prezzi più bassi (cioè inferiori alle offerte che vanno dai 5 ai 9 euro al mese!). Il 42% invece vuole l’informazione gratis e dice che nulla potrebbe mai spingerlo ad abbonarsi.

Il potere dei lettori

E arriviamo al dunque: come campano i siti di news? Con gli abbonamenti e con la pubblicità. Notoriamente sui siti si trova di tutto, dalle notizie internazionali a quelle di politica interna, di costume, cronaca etc. Dai dati Audicom sui primi 5 mesi del 2023, confrontando i numeri sul traffico dei 4 principali siti web (Corriere, la Repubblica, il Fatto Quotidiano, il Messaggero), si scopre che, se si escludono le notizie di stretta attualità, i lettori italiani scelgono principalmente notizie a metà strada fra la cronaca e l’intrattenimento.

Sono queste le pagine più consultate, e che consentono la raccolta pubblicitaria che serve a tenere in vita i siti, considerata la bassa propensione a pagare per il prodotto. Di conseguenza è inevitabile che si punti sugli argomenti che incontrano le richieste del grande pubblico rispetto a contenuti che richiedono più tempo, più costi e più rischi, ma «rendono» meno. 

È utile sapere due cose:

1) il futuro politico, economico, culturale, sociale di ogni Paese dipende dal modo in cui i suoi membri sono, o non sono, informati;

2) già oggi l’85% della pubblicità finisce nelle tasche dei proprietari delle grandi piattaforme (Alphabet/Google, Meta/Facebook, Apple e Microsoft) che velocemente si prenderanno anche il resto, e saranno i loro algoritmi ad orientare l’informazione globale. Non è scritto da nessuna parte però che questa fosca prospettiva non si possa scongiurare.

L’unico “trip” è la propaganda: sul caso della Yellen “avvelenata” con funghi allucinogeni. Enrica Perucchietti su L'Indipendente il 18 Luglio 2023

Non deve essere facile per gli spin doctors statunitensi dissipare l’imbarazzo e giustificare agli occhi dell’opinione pubblica le continue gaffe in cui incorrono le massime cariche dello Stato. Dalle figuracce di Kamala Harris ai capitomboli di un Joe Biden, sempre più confuso e fuori controllo – che ci ha ormai abituato a dare la mano a presenze invisibili, seguire pedestremente le indicazioni degli assistenti appuntate sui biglietti, sbagliare a recitare i testi dal teleprompter, annusare gli infanti, infrangere i protocolli reali e ruzzolare per terra – si arriva alla recente visita diplomatica in Cina del Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, che si è sperticata in un triplo inchino all’inizio del suo colloquio con il vicepremier He Lifeng. 

Per motivare questa affettata forma di remissività, che ha fatto storcere il naso a molti, prima il New York Post e poi la CNN hanno diffuso la succulenta – in tutti i sensi – notizia del presunto avvelenamento della Yellen… a colpi di funghi allucinogeni. In un periodo di crisi globale e di quantomai labili equilibri geopolitici, in cui la propaganda soverchia l’informazione, una simile notizia avrebbe dovuto essere soppesata e confermata, prima di essere data “in pasto” all’opinione pubblica, sulla base di dicerie e indiscrezioni senza fondamento.

Tutto è iniziato quando la food blogger cinese Pan Pan Mao ha raccontato sul sito di microblogging Weibo di aver visto, il 6 luglio scorso, Yellen mangiare ben quattro porzioni di un fungo chiamato jian shou qing, durante una cena presso Yi Zuo Yi Wang, nome di una nota catena cinese di ristoranti. Questo fungo selvatico, se non cucinato correttamente, può avere proprietà psichedeliche. 

È a questo punto, che alcuni giornali statunitensi si sono concentrati sulle particolarità della pietanza. In particolare, interpellato dalla CNN, il dottor Peter Mortimer, esperto di botanica, ha dichiarato: «Ho un amico che li ha mangiati per errore e ha avuto allucinazioni per tre giorni». 

Da qua, si sono scatenati i rumors che a loro volta sono diventati delle vere e proprie teorie del complotto, seguendo il gioco del telefono senza fili e il fenomeno dei cancelli dell’informazione.

Peccato che Mortimer abbia anche spiegato che i funghi Lanmaoa, a cui appartengono i jian shou qing, possono essere considerati velenosi solo se consumati in grandi quantità o se preparati in modo errato. 

Non esiste, infatti, alcuna prova che Yellen sia stata intossicata né in particolare che la presunta l’intossicazione sia avvenuta di proposito. Contrariamente alle affermazioni sensazionalistiche dei media, i funghi jian shou qing non sono droghe, ma una prelibatezza culinaria diffusa nei ristoranti dello Yunnan. Infatti, questi funghi vengono preparati correttamente per evitare qualsiasi effetto negativo. Il ristorante “incriminato” Yi Zuo Yi Wang ha tenuto a precisare che i suoi jian shou qing erano stati cotti a puntino, eliminando, quindi, gli eventuali effetti psichedelici. 

Eppure, i media occidentali hanno abbracciato immediatamente la storia dell’avvelenamento, alimentando il già critico clima di sfiducia verso la Cina. E così, nella visione romanzata e rassicurante degli organi di stampa occidentali, quel goffo triplo inchino di Yellen diventa un semplice “effetto collaterale” dell’intossicazione da funghi. E la Segretaria al Tesoro assurge a vittima del famigerato nemico cinese che, seguendo le orme del Cremlino, arriva ad avvelenare chiunque si ponga contro il “regime”. 

A condurre il valzer della propaganda anticinese in Italia è stata la Repubblica: «Funghi allucinogeni? […] si è trattato di un errore innocente, oppure di un subdolo tentativo di intossicarla, per renderla più debole e malleabile in vista dei delicati incontri che l’aspettavano?», si domanda Paolo Mastrolilli, che non è propriamente uno alle prime armi. Eppure, il nostro evoca trame e cospirazioni in cucina, degne di una spy story.

Peccato che a capeggiare queste vere e proprie “teorie del complotto” siano quei media mainstream (da Il Giornale a Huffpost) che usano l’accusa di complottismo come uno stigma per criminalizzare qualunque voce critica o divergente rispetto alla narrazione del pensiero unico. Ma che, a corrente alternata, abbracciano le speculazioni più assurde, grottesche, azzardate e persino paranoiche, quando serve per alimentare la loro narrativa preconfezionata e avallare la propaganda dei padroni delle idee. [di Enrica Perucchietti]

Eppure si finge che il mondo sia già multipolare. Chi sono i cinque produttori di idee, ricerca e progresso: la lezione Covid e l’egemonia dei think-tank. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 4 Giugno 2023 

Dal crollo dell’impero sovietico la storia è affollata di fantasmi. Cominciò Francis Fukuyama nel 1992 ad annunciare fine della storia, poi è ripartita l’utopia internazionalista sotto il nome di globalizzazione e a seguire il mito del multilateralismo, ovvero la fine della leadership mondiale degli Stati Uniti in medicina, fisica, scienze biologiche, musica, cinema per piattaforme, letteratura visiva e intelligenza artificiale.

Il dominio è americano ma comune ai popoli di lingua inglese. Oggi l’America dei think-tank si autoaccusa come sempre di arroganza ed egemonismo. L’America gelosa custode dell’antiamericanismo. Il filosofo conservatore gay inglese Douglas Murray sostiene che in quel paese esistono ormai più di 300 diverse combinazioni sessuali razziali e ideologiche che spingono ogni giovane americano a sentirsi parte di una minoranza oppressa: “Dimmi la tua oppressione e io ti dirò chi sei”, con conseguenze semantiche e logiche: la vicepresidente Kamala Harris introduce ogni suo pensiero “as a mother of black children” (in quanto madre di figli neri), cioè da una nicchia oppressa. Il grande comedian britannico Ricky Gervais ha lanciato la sua più caustica battuta: “Io sono bianco maschio eterosessuale e miliardario. Quanti siamo? Meno dell’uno percento. Beh? Sono forse depresso? No”.

La società americana non ha mai perso leadership comunicativa commerciale e tecnologica con quelle del Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti che insieme formano l’asse dei “the Five Eyes”, i cinque occhi e orecchie di una lingua comune dei produttori di idee, ricerca di beni e progresso. Di fronte al Covid soltanto le industrie farmaceutiche private americane e una britannica hanno servito al mondo gli unici prodotti utili contro la pandemia. Le autoproclamate potenze emergenti del gruppo di Samarcanda e dei Bric (Russia, Cina, Brasile e India) non hanno saputo produrre un solo brevetto farmaceutico, eppure si finge che il mondo sia già multipolare.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

ANTI FAKENEWS. Come i media mainstream strumentalizzano l’accusa di “complottismo”. Enrica Perucchietti su L'Indipendente il 27 maggio 2023.

Immancabile come la scadenza delle tasse, arriva l’ennesimo sondaggio volto a fotografare lo stato del complottismo in Italia. Lo schema è sempre lo stesso: associare le teorie alternative al mainstream al complottismo, inserire sotto il capello di questo termine un insieme variegato di convinzioni estreme, colorite e strampalate, accostandole a posizioni che variano dallo scetticismo a ricerche ben documentate del giornalismo indipendente.  Lo scopo, infatti, è screditare chi pensa in maniera critica, libera e indipendente, per accomunarlo al tipico cospirazionista da vignetta con lo scolapasta in testa. 

I sondaggi periodici emessi da qualche organismo “indipendente” di dubbia indipendenza (tutto ciò evoca la tecnica della “terza parte indipendente” di Edward Bernays) offrono un’aura di autorevolezza che piace al mainstream e ricoprono un ruolo importante nel sistema informativo odierno. In particolare, i sondaggi sul complottismo servono a semplificare un fenomeno e a descrivere coloro che dubitano della narrazione del sistema alla stregua di analfabeti funzionali, bifolchi con disagio abitativo, sprovveduti alla stregua di coloro che credono alle apparizioni della Madonna (ci aveva già pensato Galimberti ad associare i fedeli di Medjugorje ai No Vax, invocando per loro un TSO). Tant’è che i titoli degli articoli finiscono sempre per dileggiare i complottisti (Il Giornale: «Ogni mattina un terrapiattista si sveglia e guarda il Sole sorgere. […] Ogni mattina un complottista si sveglia, prende il sussidiario di quinta elementare e strappa un po’ di pagine. Non hanno ragione di essere lette») o persino per compatirli, descrivendoli come dei beoti che si bevono qualunque panzana (L’Espresso titola: “Il complottista è tanto ingenuo da fare tenerezza”).

Ci troviamo di fronte a un’alchimia di ingredienti sapientemente miscelati: l’atteggiamento arrogante dello scientista (per lui sono tutti idioti, dai credenti ai No Vax); la presunzione dell’autoproclamato professionista dell’informazione che si ritiene depositario della verità e la certifica con il suo bollino di qualità; la solerzia, tanto ossessiva quanto sadica, del moderno inquisitore digitale volta a perseguitare chiunque non la pensi come lui; la malizia del ricorso a tecniche di ingegneria sociale (per esempio il framing); la patologizzazione del dissenso. 

Questo processo ha subito una accelerazione durante il triennio pandemico e perdura ancora oggi. Da Le Iene (“Paura e delirio a Chivasso”) a MilanoToday, i “No Green Pass” sono stati dipinti come dei soggetti deliranti, dei paranoici cospirazionisti pronti a propagare ogni strampalata teoria alternativa su qualsiasi cosa, senza eccezione alcuna. La Repubblica ha dedicato un articolo ai “cattivi maestri” affermando che «il fiume carsico del complottismo italiano è tornato con prepotenza a galla: la battaglia contro il Green Pass è il nuovo punto d’approdo». 

Il Foglio, Rolling Stone, L’Espresso, Huffpost, Il sussidiario, Il Giornale e altri media hanno ripreso un recente sondaggio Swg che certifica che il 15 per cento degli italiani crede che la Terra sia piatta, il 18 per cento crede ai Rettiliani, il 17 per cento ritiene che “l’Olocausto non è mai avvenuto”; il 18 per cento che “alcune celebrità decedute sono ancora vive e si trovano nascoste in un’isola”. A questi si vanno ad aggiungere coloro che sostengono lo sbarco sulla Luna non sia mai realmente avvenuto (il 29%), mentre il 25 per cento degli italiani è convinto che “i vaccini sono un metodo di controllo di massa attraverso il 5G”.  

La percentuale sale ancora per quanto riguarda i dubbi sull’11 settembre: il 32 per cento pensa che “l’attentato delle Torri Gemelle è stato organizzato dagli Stati Uniti”. Qua dovremmo domandarci, semmai, se il 68% creda davvero alla ricostruzione ufficiale: che un manipolo di terroristi che aveva poche ore di volo sui simulatori, sia stato in grado di orchestrare l’attacco, di dirottare e pilotare dei Boeing, (Ivan Chirivella, l’istruttore di volo di Mohamed Atta, quando venne intervistato in merito alla competenze acquisite dal suo ex allievo, affermò che «Atta non era in grado di portare a termine una simile manovra», ossia centrare la Torre con un Boeing), di far collassare l’edificio 7 per empatia (franò su se stesso alla velocità della caduta libera senza essere impattato dagli aerei) e di effettuare sul Pentagono con il 757 una virata di 270° che nemmeno il più abile pilota di caccia sarebbe riuscito a fare… 

Ci dovremmo anche chiedere se dubitare dell’efficacia dei sieri anti-Covid, mai testati sulla trasmissione, certificandone la mole di reazione avverse, rientri in qualche forma di paranoia o non sia, invece, sano scetticismo, avvalorato dai fatti e dai recenti scandali. 

Il Foglio, però, è sicuro: «Siamo nella paranoia». E la paranoia la certifica, secondo il quotidiano, la percentuale di coloro che credono che il Covid sia il prodotto di laboratorio (tra il 36 e il 42%). Eppure, proprio negli ultimi due anni, si sta facendo sempre più spazio la possibilità concreta, rilanciata da media internazionali e dalle istituzioni (la Casa Bianca in primis), che il Sars-CoV-2 sia fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan. Ma niente, per i media italiani sono panzane, a priori. 

In cima alle convinzioni degli italiani, osserva il Foglio, «c’è poi la migliore delle teorie, la madre di tutti i complotti: il 60 per cento degli italiani sostiene che “un’élite di poteri forti controlla il mondo”». E qua viene da sorridere. Forse costoro sono all’oscuro di come i fondi di investimento (per es. BlackRock) siano più potenti delle nazioni stesse, di come la “filosofia del dono” abbia permesso a filantrocapitalisti del calibro di Warren Buffett, George Soros o Bill Gates di estendere il loro raggio d’azione ovunque, finendo per dettare l’agenda dei governi e di organizzazioni come l’OMS? O ancora, citando i rapporti Oxfam, come il divario tra paperoni e poveri si faccia sempre più marcato? O, infine, come il gotha mondialista si riunisca in cenacoli come il Gruppo Bilderberg, per pianificare il destino di miliardi di persone? Ovviamente, in segreto e a porte chiuse. Ma a pensar male, per i quotidiani mainstream, si è inesorabilmente complottisti. [di Enrica Perucchietti]

Come i media possono cambiare la realtà: l’esempio della manifestazione di Erdogan. Enrica Perucchietti su L'Indipendente il 23 maggio 2023.

Un modo con cui si può orientare l’opinione pubblica concerne le manifestazioni: attraverso le immagini e la narrazione di un evento, si può legittimare e amplificarne la riuscita, avallando una protesta o, al contrario, si può ignorare, “ridimensionare” una contestazione, se risulta indigesta al Sistema. Modificare la realtà dei fatti, addomesticandoli, è una pratica consueta per i mezzi di informazione, anche se deontologicamente scorretta.

La stampa ha, infatti, il potere di demonizzare la piazza o di esaltarla schierandosi, per esempio, in modo ideologico e totalmente acritico dalla parte dei manifestanti. I media possono addirittura arrivare a inscenare manifestazioni, distorcere le notizie o alterare le immagini riguardanti una protesta o, nel caso in cui questa riguardi migliaia di persone ma sia “scomoda”, denigrarla, distorcerla, minimizzare, per esempio, il numero dei partecipanti, se non addirittura censurarla, oppure puntare sugli elementi più coloriti della piazza per far passare l’idea che i manifestanti siano tutti dei pazzi paranoici. 

Il potere delle immagini è in grado anche di veicolare l’idea del consenso da parte della popolazione nei riguardi di un governo o di un politico, in particolare in quei Paesi in cui vige un controllo più serrato sui mezzi di informazione. 

Un esempio ci viene dalla Turchia, dove si va al ballottaggio il 28 maggio, in quanto il presidente Recep Tayyip Erdogan non è riuscito a superare la soglia del 50 per cento dei voti e a vincere al primo turno, assicurandosi il 49,51 per cento dei voti, mentre lo sfidante Kamal Kilicdaroglu ha ottenuto il 45,06 per cento delle preferenze. 

Il 7 maggio, a una settimana dalle elezioni, Erdogan ha tenuto un comizio a Istanbul al quale, secondo le fonti locali, hanno partecipato almeno 1,7 milioni di persone. Le immagini e i video della massa di partecipanti hanno fatto il giro del mondo e sono state riprese anche dai media internazionali. Domenica scorsa, il presidente turco è tornato in piazza e ha festeggiato i risultati ottenuti nelle elezioni presidenziali. 

Un video pubblicato su TikTok mostra la falsificazione dei media locali riguardo le immagini trasmesse in diretta dalle tv nazionali. Una persona, all’interno di un ufficio, riprende la diretta di un TG dal titolo “Il presidente Erdogan a Istanbul”, mostrando un bagno di folla che attende il comizio del presidente. La telecamera dello smartphone si sposta dallo schermo del televisore che trasmette la diretta, passando per la sala riunioni, arrivando alla finestra del palazzo. L’inquadratura si sposta verso il basso del grattacielo, mostrando lo spazio antistante alla moschea dove è radunata la folla. Dal video si capisce che lo spazio per il pubblico è delimitato da un cordone azzurro e che i media hanno volutamente distorto e amplificato il numero della gente riunita che dall’alto non arriva a qualche migliaio. Le immagini, invece, trasmesse dal TG, grazie a inquadrature strette e ben calibrate, danno l’idea di una moltitudine di gente, di almeno decine e decine di migliaia di partecipanti. Il video è diventato virale e ha raggiunto in pochi giorni 32 mila condivisioni e 7644 commenti, perlopiù derisioni nei confronti della messinscena.

Accetta Funzionali cookie per visualizzare il contenuto.

La “regia” ha voluto far credere, a chi avrebbe visto il servizio da casa, che la manifestazione fosse molto più numerosa, investendo anche sul pathos che si sarebbe trasmesso per un evento corale.

Questo genere di falsificazione non è nuovo nemmeno ai media anglosassoni. La giornalista Becky Anderson, gli autori e tutta la troupe della cnn sono stati scoperti nel 2015 – grazie a un video divenuto virale – mentre inscenavano una manifestazione di una decina di persone al confine della zona transennata dalla polizia tra il Borough Market e London Bridge, dove il sabato prima era avvenuto l’attentato londinese. La troupe non solo spostava le persone come se fossero dei figuranti per migliorare le inquadrature, ma era arrivata addirittura a impartire loro ordini su quello che avrebbero dovuto fare. [di Enrica Perucchietti]

Antonio Giangrande: Le Fake News della stampa italiana sulla Turchia.

Ma è vero che in Turchia c’è la dittatura ed un sistema elettorale fondato sui brogli?

Secondo i giornalisti italiani, legittimati dalla legge ad essere i soli a scrivere e ad essere i soli ad essere letti, abilitati per concorso pubblico per raccontare fatti secondo verità, continenza, e pertinenza, sì.

Il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Premesso che proprio gli italiani sui brogli elettorali meglio che tacciano, se già ci furono dubbi sui risultati della consultazione elettorale con il referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, che sancì la nascita della Repubblica italiana.

Poi ci aggiungiamo le accuse periodiche di brogli per ogni tornata elettorale italiana, tralasciando quelle sulle primarie e sui tesseramenti della sinistra: "Noi abbiamo una tradizione molto negativa nel nostro passato circa le votazioni, in molte occasioni ci sono stati sottratti voti per la professionalità nei brogli della sinistra". Lo dice Silvio Berlusconi al Corriere Live spiegando che, senza un metodo tecnologicamente più avanzato, la correttezza del voto non è assoluta: "Fino a quando noi non avremo un voto diverso dalla matita i brogli sono possibili". Tuttavia, aggiunge il leader di Fi, "ritengo che quando c'è un risultato elettorale, chi perde non può non riconoscere la vittoria dell'altra parte. Poi si possono eventualmente avanzare richieste di riconteggio dello schede, una volta fatte delle verifiche". (02/12/2016 Adnkronos.com).

Broglio, da Wikipedia. La moderna espressione italiana deriva da un analogo termine veneziano. Nell'antica Serenissima era infatti consuetudine per i membri della nobiltà impoverita riunirsi in uno spazio antistante il Palazzo Ducale di Venezia per far commercio dei propri voti in seno al Maggior Consiglio che reggeva la città e nel quale sedevano per diritto ereditario. Tale spazio era allora noto col nome di Brolio dal latino Brolus, cioè "orto", retaggio del fatto che la terra su cui tuttora sorge piazza San Marco era in antico proprietà agricola del vicino monastero di San Zaccaria.

L'accusa di brogli elettorali in Italia è antica. Durante il Risorgimento, le annessioni dei regni preunitari al Regno d'Italia, vennero sempre ratificate mediante plebisciti. Tali consultazioni, a suffragio censitario, si svolsero senza tutela della segretezza del voto e talvolta in un clima di intimidazione. I "no" all'annessione furono in numero irrisorio e statisticamente improbabile. Il procedimento dei plebisciti durante il Risorgimento fu criticato da diverse personalità politiche ed il The Times sostenne che fu «la più feroce beffa mai perpetrata ai danni del suffragio popolare». Tale evento è stato anche trattato nel romanzo "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Alla nascita della Repubblica Italiana, i monarchici attribuirono la loro sconfitta a brogli elettorali. Nella puntata del 5 febbraio 1990 della trasmissione Mixer, condotta da Giovanni Minoli, andò in onda un falso scoop secondo il quale il re avrebbe fatto in modo che il referendum proclamasse la Repubblica per evitare al paese la guerra civile, ma si trattava soltanto di un abile montaggio per esibire quanto la televisione potesse deformare la realtà dei fatti e influenzare il pensiero dei cittadini, e scatenò un mare di polemiche.

Appena conclusesi le consultazioni per il rinnovo del parlamento italiano del 2006 il premier Silvio Berlusconi, primo caso nella cinquantennale storia della Repubblica di una tale grave contestazione da parte di un esponente del governo uscente, ha paventato l'ipotesi di brogli elettorali sebbene il presidente Ciampi e il Ministro dell'interno Pisanu avessero espresso il loro compiacimento per lo svolgimento regolare delle elezioni. Durante i giorni dell'insediamento del Senato della Repubblica della XV legislatura Roberto Calderoli ha continuato ad insistere sulle ipotesi di brogli elettorali, confermando la sua convinzione secondo la quale la Casa delle Libertà è risultata vittima di un complotto che l'ha privata della vittoria elettorale. Piuttosto, forti sospetti ha destato l'insolito comportamento di Pisanu. Mai infatti, nella storia dell'Italia repubblicana, un ministro dell'interno aveva abbandonato il Viminale nel corso delle operazioni di spoglio elettorale. Convocato da Berlusconi, il ministro ha dovuto sostenere un faccia a faccia con quest'ultimo e, cosa ancora più strana, nessuno è a conoscenza di quello che fu l'oggetto della loro discussione. Sulla vicenda dei possibili brogli alle elezioni politiche italiane del 2006 sono anche usciti un romanzo e un documentario: Il broglio di Aliberti editore; Uccidete la democrazia!

Altra cosa è l’accusa di tirannia turca.

Porca miseria, mi spiegate quali poteri prende Erdogan? Si chiede Nicola Porro il 18 aprile 2017 sul suo canale youtube. «Tutti quanti i giornali oggi parlano di Erdogan e la vittoria del referendum di misura del 51%. L’intervista del Corriere della Sera sugli osservatori OCSE che avrebbero contestato e che contestano le elezioni di Erdogan sono fatte da una vecchia conoscenza del Parlamento Italiano: Tana de Zulueta. Ex corrispondente dell’Economist una vita contro Silvio Berlusconi, una parentesi contro Erdogan. Vi leggete l’intervista sul Corriere della Sera e capite che i brogli probabilmente ci sono stati, forse sono stati significativi. Non lo so. Ricordiamo che anche la nostra Repubblica è nata sui brogli. Lì è nata forse una dittatura, dicono gli osservatori più attenti, ma l’intervista di Tana De Zulueta, tutto fa, come rappresentante dell’OCSE, tranne rassicurarci sulla serietà, non solo di Erdogan, ma anche dell’Ocse. Ma questo è un discorso a parte. La domanda, che io mi faccio e che rivolgo a tutti quanti voi, è: quali sono questi poteri che Erdogan avrebbe acquistato dopo i referendum?

Porca miseria: A, B, C, secondo me, del giornalismo. Ma siete tutti quanti voi che comprate i giornali, pochi per la verità, dei fenomeni, degli esperti di geopolitica. E volete tutti vendere commenti, di leggervi Ferrari; di leggervi Sergio Romano; leggervi, son so, Montale; leggervi Kissinger; leggervi Dante Alighieri; o qualcuno di voi alza il dito: scusate, ma quali sono i poteri che Erdogan prende con questo referendum?

Non c’è un porca miseria di giornale che oggi, il giorno in cui passa il referendum, ci scrive con semplicità, quali sono questi poteri dittatoriali che ha preso Erdogan. Li avrà presi sicuramente, non lo metto in dubbio, ma almeno scrivete. Io che sono banalmente uno che legge i giornali, oggi avrei voluto vedere sui giornali che cosa succedeva alla Turchia da domani. Mentre non riesco a capirci nulla. Lego l’intervista al presidente del Parlamento Europeo, e non solo lui, Tajani, che dice “forse farà un referendum per chiedere la pena di morte. Quindi in futuro farà un referendum a cui faranno giudicare i turchi sulla pena di morte. Se dovesse fare, accettare, vincere quel referendum non potrebbe più partecipare alla discussione sull’Europa. Ma oggi, con questo referendum che poteri ha avuto Erdogan? Un solo dettaglio lo leggo.

Erdogan potrà, da presidente della Repubblica turca, potrà anche tornare a diventare segretario della AKP, che è il partito confessionale che lo ha visto leader. Quindi una delle riforme, è che lui potrà fare: Presidente della Repubblica e Segretario del partito. Mi chiedo: ma questa cosa in Italia, per esempio, che non è una dittatura, vi suona familiare? I presidenti del Consiglio che sono anche segretari di partito, non l’avete mai sentita? Lo chiedo. Perché se questa è la riforma che rende dittatura la Turchia, anche noi siamo una dittatura».

PROPOSTA DI RIFORMA COSTITUZIONALE. Da Wikipedia. Descrizione analitica delle modifiche.

1. Articolo 9. La magistratura è tenuta ad agire in condizioni di imparzialità.

2. Articolo 75. Il numero di seggi nel parlamento aumenta da 550 a 600.

3. Articolo 76. L'età minima per candidarsi ad un elezione scende da 25 anni a 18 anni. È abolito l'obbligo di aver completato il servizio militare obbligatorio per i candidati. Gli individui con rapporti militari sono ineleggibili e non possono partecipare alle elezioni.

4. Articolo 78. La legislatura parlamentare è estesa da 4 a 5 anni. Le elezioni parlamentari e presidenziali si tengono nello stesso giorno ogni 5 anni. Per le presidenziali è previsto un ballottaggio se nessun candidato ha ottenuto la maggioranza assoluta al primo turno.

5. Articolo 79. Vengono istituite le regole per i cd. «parlamentari di riserva», che vanno a sostituire i posti dei deputati rimasti vacanti.

6. Articolo 87. Le funzioni del Parlamento sono: a) approvare, cambiare e abrogare le leggi; b) ratificare le convenzioni internazionali; c) discutere, approvare o respingere il bilancio dello Stato; d) nominare 7 membri del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri; e) usare tutti gli altri poteri previsti dalla Costituzione.

7. Articolo 98. Il parlamento monitora il governo e il vicepresidente con ricerche parlamentari, indagini parlamentari, discussioni generali e domande scritte. L'istituto dell'interpellanza è abolito e sostituita con le indagini parlamentari. Il vicepresidente deve rispondere alle domande scritte entro 15 giorni.

8. Articolo 101. Per candidarsi alla presidenza, un individuo deve ottenere l'approvazione di uno o più soggetti che hanno ottenuto il 5% o più nelle elezioni parlamentari precedenti e di 100.000 elettori. Il presidente eletto non è obbligato a interrompere la sua appartenenza a un partito politico.

9. Articolo 104. Il presidente diventa sia il capo dello Stato che capo del governo, con il potere di nominare e rimuovere dall'incarico i ministri e il vicepresidente. Il presidente può emettere «decreti esecutivi». Se l'organo legislativo fa una legge sullo stesso argomento di un decreto esecutivo, quest'ultimo diventerà invalido, mentre la legge parlamentare entrerà in vigore.

10. Articolo 105. Il Parlamento può proporre un'indagine parlamentare nei confronti del Presidente con la maggioranza assoluta (301). La proposta va discussa per 1 mese, per poi essere aperta con l'approvazione di 3/5 (360) dei deputati (votazione segreta). Concluse le indagini, il parlamento può mettere in stato di accusa il presidente con l'approvazione dei 2/3 (400) dei parlamentari (votazione segreta).

11. Articolo 106. Il Presidente può nominare uno o più Vicepresidenti. Se la Presidenza si rende vacante, le elezioni presidenziali devono svolgersi entro 45 giorni. Se le future elezioni parlamentari si dovessero svolgere entro un anno, anch’esse si svolgono lo stesso giorno delle elezioni presidenziali anticipate. Se la legislatura parlamentare termina dopo più di un anno, allora il neo-eletto presidente serve fino alla fine della legislatura, al termine della quale si svolgono sia le elezioni presidenziali che parlamentari. Questo mandato non deve essere contato per il limite massimo di due mandati del presidente. Le indagini parlamentari su possibili crimini commessi dai Vice Presidenti e ministri possono iniziare in Parlamento con il voto a favore di 3/5 deputati. A seguito del completamento delle indagini, il Parlamento può votare per incriminare il Vice Presidente o i ministri, con il voto a favore di 2/3 a favore. Se riconosciuto colpevole, il Vice Presidente o un ministro in questione viene rimosso dall'incarico solo qualora il suo crimine è uno che li escluderebbe dalla corsa per l'elezione. Se un deputato viene nominato un ministro o vice presidente, il suo mandato parlamentare termina immediatamente.

12. Articolo 116. Il Presidente o 3/5 del Parlamento possono decidere di rinnovare le elezioni politiche. In tal caso, il Presidente decade dalla carica e può essere nuovamente candidato. Le nuove elezioni saranno sia presidenziali che parlamentari.

13. Articolo 119. La possibilità del presidente di dichiarare lo stato di emergenza è ora oggetto di approvazione parlamentare per avere effetto. Il Parlamento può estendere la durata, accorciarla o rimuoverla. Gli stati di emergenza possono essere estesi fino a quattro mesi tranne che durante la guerra, dove non ci saranno limitazioni di prolungamento. Ogni decreto presidenziale emesso durante uno stato di emergenza necessita dell'approvazione del Parlamento.

14. Articolo 123. Il presidente ha il diritto di stabilire le regole e le procedure in materia di nomina dei funzionari dipendenti pubblici.

15. Articolo 126. Il Presidente ha il diritto di nominare alcuni alti funzionari amministrativi.

16. Articolo 142. Il numero dei giudici nella Corte costituzionale scende da 17 a 15. Quelli nominati dal presidente scendono da 14 a 12, mentre il Parlamento continua a nominarne 3. I tribunali militari sono aboliti a meno che non vengono istituiti per indagare sulle azioni dei soldati compiute in guerra.

17. Articolo 159. Il Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri viene rinominato in "Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri". I membri sono ridotti da 22 a 13, e i dipartimenti giudiziari scendono da 3 a 2: quattro membri sono nominati dal Presidente, sette dal parlamento, gli altri 2 membri sono il ministro della giustizia e il sottosegretario del Ministero della giustizia. Ogni membro nominato dal parlamento viene eletto in due turni: nel primo necessita dell'approvazione dei 2/3 dei parlamentari, al secondo dei 3/5.

18. Articolo 161. ll presidente propone il bilancio dello Stato al Grande Assemblea 75 giorni prima di ogni nuova sessione annuale di bilancio. I membri della Commissione parlamentare del Bilancio possono apportare modifiche al bilancio, ma i parlamentari non possono fare proposte per cambiare la spesa pubblica. Se il bilancio non viene approvato, verrà proposto un bilancio provvisorio. Se nemmeno il bilancio provvisorio non approvato, il bilancio dell'anno precedente sarà stato utilizzato con il rapporto incrementale dell'anno precedente.

19. Diversi articoli. Adattamento di diversi articoli per il passaggio dei poteri esecutivi dal governo al presidente.

20. Temporaneo articolo 21. Le prossime elezioni presidenziali e parlamentari si terranno il 3 novembre 2019. L'elezione del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri avverrà entro 30 giorni dall'approvazione della presente legge. I tribunali militari sono aboliti con l'entrata in vigore della legge.

21. Diversi articoli. Gli emendamenti 2, 4 e 7 entreranno in vigore dopo nuove elezioni, gli altri emendamenti (tranne quelli temporanei) entreranno in vigore con il giuramento del nuovo presidente.

Se la Turchia è una dittatura, cosa dire di quella tanto decantata democrazia invidiata da tutti?

Potere esecutivo USA, da Wikipedia.

Il potere esecutivo è tenuto dal Governo federale, composto dal Presidente degli Stati Uniti (President of the United States of America), dal Vicepresidente (Vice President of the United States of America) e dal Gabinetto (Cabinet of the United States), cioè il gruppo di "ministri" (tecnicamente chiamati "Segretari", tranne colui a capo dell'amministrazione della giustizia, nominato "Procuratore generale") a capo di ogni settore della pubblica amministrazione, i Dipartimenti. Se, come è ovvio, i Segretari sono di nomina presidenziale, il Presidente e il Vicepresidente vengono eletti in occasione di elezioni presidenziali separate dalle elezioni per il rinnovo del Congresso e che si svolgono ogni quattro anni (con il limite massimo di due mandati).

I poteri del Presidente sono molto forti. Oltre ad essere a capo del governo federale ed essere sia il comandante supremo delle forze armate e capo della diplomazia, il Presidente possiede anche un forte potere di veto per bloccare la promulgazione delle leggi federali emanate dal Congresso (potere superabile soltanto quando la legge viene approvata a larga maggioranza).

Paesi democratici e non tirannici sono naturalmente anche quei paesi, come l’Olanda e la Germania, che hanno impedito i comizi di esponenti turchi presso le loro comunità, ma non hanno potuto impedire a questi (senza brogli) di esprimere un voto maggioritario di gradimento alla riforma del loro paese.

L’eco dei critici apocalittici di allora. Open to Meraviglia, la Venere-influencer bersagliata come Ferragni agli Uffizi: la campagna della discordia che ha unito il Pease. Lucrezia Ercoli su Il Riformista il 29 Aprile 2023

 Basta che se ne parli. Se questo era l’obiettivo della campagna del Ministero del Turismo “Open to Meraviglia” – che trasforma la Venere di Botticelli in una digital influencer in giro per l’Italia – si può dire pienamente raggiunto. Con un messaggio un po’ passivo-aggressivo, l’agenzia pubblicitaria ha aspettato qualche giorno e ha ringraziato gli italiani per i “meme e le appassionate discussioni”: “rompere il muro di indifferenza” e aprire un “dibattito culturale” intorno all’idea della Venere-influencer era proprio l’effetto sperato. Con il senno di poi, però, sembra la reazione di chi, dopo essere scivolato su una buccia di banana davanti a tutti, afferma convinto: l’ho fatto apposta, sono caduto perché volevo vedere la vostra reazione.

Infatti, più che “un’appassionata discussione”, contro Open to Meraviglia si è aperto un coro di indignazione, fatto di derisione e denigrazione, che è riuscito nell’impresa impossibile: unire il paese. Nell’arco di pochi giorni, ci siamo trasformati in una nazione di pubblicitari esperti – dopo essere stati virologi preparati e geopolitici navigati – per affermare con sicumera: “l’avrei fatta meglio io, per un centesimo del budget”. È innegabile che una certa sciatteria nella realizzazione ha davvero lasciato il fianco scoperto alla critica. Video scaricati dal web, shooting non originali, account e siti non registrati, errori di traduzione: in questi giorni si rincorrono imbarazzanti retroscena che fanno gridare al dilettantismo all’italiana.

Ma di questi tempi sui social, si sa, non si perde mai l’occasione per fare di tutta l’erba un “fascio”. La Venere-influencer è stata accusata dei mali del mondo, dalla mercificazione dell’opera d’arte alla normalizzazione dei corpi, fino al tentativo di imporre un’egemonia culturale di destra nell’immaginario internazionale. E di fronte alle critiche ridicole sulla Venere che vuole fascisteggiare il mondo e profanare la vera cultura, viene voglia di difendere la bellezza ispiratrice della rinascimentale Simonetta Vespucci come ambasciatrice social dell’Italia nel mondo. D’altronde la bellezza della donna in carne ed ossa a cui – così vuole la leggenda – si è ispirato Botticelli è riuscita a sconfiggere la morte: “Morte bella parea sul tuo bel viso” scriveva Lorenzo il Magnifico citando Petrarca, dopo la scomparsa prematura di Simonetta a soli 23 anni. La sua grazia “senza pari” è stata capace di stregare artisti e modificare accordi politici nella Firenze medicea. Una vera influencer del suo tempo.

Ma in Italia l’associazione Venere-influencer tocca un nervo scoperto. Nel lontano 2020, dedicavo un capitolo del mio libro Chiara Ferragni. Filosofia di una influencer all’analisi delle reazioni scomposte di fronte alle foto della Ferragni alla Galleria degli Uffizi. Tanto che sulla copertina campeggia proprio il volto della Venere del Botticelli e molti – alla ricerca di ulteriori pretesti di critica – tirano in ballo il mio libro come fonte non dichiarata del concept della campagna.

Al di là dell’autoreferenzialità, oggi sembra di sentire l’eco di quei critici apocalittici: la foto di Ferragni umilia l’arte del Rinascimento, Botticelli si sta rivoltando nella tomba, basta con la mercificazione dell’arte e con lo svilimento della cultura, Ferragni uccide il mito di Venere perché uccide la meraviglia. Per citare solo le accuse più benevole…

Non curante della polemica, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt annunciava fiero che nel fine settimana successivo al passaggio della “divinità contemporanea nell’era dei social” il museo aveva avuto un incremento del 27% di pubblico. E aveva rispedito al mittente le critiche parlando del “puzzalnasismo” di un’autoproclamata élite culturale che non dialoga più con i cambiamenti dell’immaginario pop e popolare.

Ed è vero. I cambiamenti della fruizione dell’arte non vanno di default demonizzati. Nella sempiterna corsa al conformismo del pensiero – in cui non esistono sconfinamenti, sovrapposizioni, contaminazioni – ci siamo dimenticati che la storia dell’arte non è altro che una serie continua di disturbanti e provocatorie profanazioni.

Grazie ai social e all’influencer marketing, l’opera d’arte può anche incontrare un pubblico nuovo e giovane. E si rompe finalmente il valore elitario che faceva del museo un luogo sacro e inviolabile, lontano dalle masse e accessibile a pochi eletti. D’altronde oggi gli influencer condizionano anche i consumi culturali, sono gli opinion leader che possiamo permetterci e rappresentano un tassello importante che plasma l’immaginario delle nuove generazioni. Così come il target di quel post di Chiara Ferragni non siamo noi “puzzalnasisti” che ci facciamo il selfie con la Gioconda ma non lo pubblichiamo sui social. Così il target della campagna ministeriale non è rappresentato dal “turista che vorrei”. Il turista colto ed educato, degno di sostare davanti alla Venere perché non desidera tirare fuori lo smartphone, che non cede allo scatto con un pezzo di pizza in mano, che non si fa influenzare dagli stereotipi sull’italianità e non corre a farsi la foto con il centurione romano davanti al Colosseo. Ci piace vivere di turismo culturale di massa, ma lo vogliamo d’élite; ci piace la comitiva internazionale, ma la preferiamo a nostra immagine e somiglianza.

Due cliché fanno ridere, cento cliché commuovono, perché celebrano una festa di ritrovamento” scriveva Umberto Eco. Il problema, quindi, non sono i tanti cliché della meraviglia italica, ma un utilizzo improvvisato dei codici del medium pubblicitario contemporaneo. La bellezza delle foto – e lo sanno bene gli influencer che per selezionare lo scatto perfetto scartano milioni di prove fallite – è una costruzione che implica una perfetta conoscenza del mezzo tecnico, un’arte dell’artificio pianificata fino all’ultimo pixel.

La questione estetica e la consapevolezza tecnica vanno di pari passo: in un mondo di nativi digitali; la grafica della campagna ha uno stridente effetto “vintage” nel rendering e nel montaggio. Lo stile “passatista” della forma sicuramente non era voluto: il risultato tecnicamente mediocre con pose innaturali e outfit improbabili è buono per un pubblico digitalmente analfabeta, non per il target giovane a cui una campagna social si rivolge. L’effetto “pecoreccio” rafforza nell’ultimo leone da tastiera l’idea di poter essere l’autore di un montaggio più elaborato con la versione gratuita di Photoshop. Peccano della stessa presunzione i creativi dell’agenzia pubblicitaria che nel loro #opentograzie ringraziano a nome di Venere per la sua rinnovata popolarità “dopo più di 500 anni”. Di sicuro la novella Simonetta Vespucci deve ancora trovare il novello @Sandro_Botticelli capace di interpretare digitalmente la meraviglia della sua bellezza senza tempo. Lucrezia Ercoli

La qualità ha rotto. La missione impossibile di realizzare una rivista culturale che faccia vera cultura. Luca Ricci su L’Inkiesta l’1 aprile 2023

Nel nuovo romanzo “I primaverili” (La nave di Teseo), Luca Ricci racconta le difficoltà di un giornalista impegnato a creare un supplemento del suo giornale «senza marchette, regolamenti di conti tra gruppi di potere, pubblicità e classifiche, una cosa nuova, diversa, dedicata a chi non si accontenta»: un’utopia impraticabile

Raggiungo i giardini di Castel Sant’Angelo con un fascio di giornali sottobraccio. Supplementi letterari, per lo più. Alberto Gittani lo trovo seduto sulla solita panchina, ormai il nostro sembra un appuntamento convenuto, anche se continuiamo a incontrarci per puro caso. Gli poggio i giornali accanto, sbuffando. “È un bel lavoraccio doverseli sciroppare tutti ogni benedetta domenica, eh?” “Non cercare la purezza dove non puoi trovarla, ragazzo.” Mi apostrofa proprio così: ragazzo. “Che intendi?” dico. Si mette a raccontarmi una delle sue proverbiali storielle. C’era questo redattore di un noto supplemento culturale appellato da tutti come “l’intransigente”. Da parecchi anni non gli andava giù la politica del suo giornale. Che razza di supplemento culturale era un giornale che privilegiava la cultura bestsellerista, aveva tra i suoi collaboratori autori da classifica definiti “grande firme”, sbatteva scrittori di gialletti in copertina, intervistava scrittori cani sui massimi sistemi?

Altro che supplemento, bisognerebbe chiamarlo detrimento culturale!” era solito lagnarsi il redattore, perché a guardarlo bene quell’allegato dava proprio l’idea di una sottrazione di cultura: invece di darne di più ne dava di meno. Di settimana in settimana le pagine si componevano davanti agli occhi del redattore come un puzzle beffardo, restituendogli l’immagine di un paese culturalmente annichilito. Se quel supplemento non era nulla, al massimo un’aggiunta di pagine in linea con le tendenze egemoniche dell’editoria, una cassa di risonanza per quei titoli e scritture poco meritevoli di cui già si parlava alla nausea, uno spazio per i libri chiacchierati e premiati, allora figuriamoci cos’era tutto il resto… Poi un giorno al redattore venne l’idea. Come aveva fatto a non pensarci prima? Per rimettere a posto le cose sarebbe bastato fare il supplemento del supplemento culturale! Un giornale ancora più piccolo, come formato e numero di pagine, una cosa minuscola, un foglietto da posologia di medicinale, da sorpresa di Ovetto Kinder, destinata a quella parte dei lettori più esigente e curiosa, colta e appassionata. “Poco più di un petalo di rosa,” lo definì con ghigno felice il redattore. “Lei mi dice che lo vorrebbe allegare all’allegato?” chiese abbastanza perplesso il CapoCultura. “Sì, è esatto. Per come la vedo io sarebbe un’operazione a costo zero. Solo poche pagine, potrebbe occuparsene la redazione.” “Lei dice che in questo paese c’è voglia di vera qualità?” “Abbiamo diseducato la gente, ma penso che una piccola porzione dei nostri lettori ne abbia ancora voglia, sì.”

Il CapoCultura, un po’ a malincuore, acconsentì a un numero di prova. Il supplemento del supplemento nell’idea del redattore avrebbe dovuto aprirsi con una sorta di editoriale che ne spiegava le ragioni. “Oggi allegato al supplemento troverete un altro supplemento, si tratta di un giornale davvero speciale, senza marchette, regolamenti di conti tra gruppi di potere, pubblicità e classifiche, una cosa nuova, diversa, dedicata a chi non si accontenta,” scrisse il redattore, prima di interrompersi e cominciare a fissare il vuoto.

Improvvisamente si rese conto che quell’operazione, negli intenti così nobile, forse era impossibile. Il numero di prova comunque uscì, anche se la maggior parte delle persone non se ne accorse. A dirla tutta non se ne accorse nessuno, neanche il CapoCultura. Solo lui, il redattore, con un brivido inquieto e una punta di sincero turbamento raggiunse l’edicola per comprarlo. “Oggi c’è anche il supplemento, vero?” farfugliò all’edicolante che gli passava il giornale. “È infilato dentro, come ogni settimana,” gli rispose, come se fosse una cosa da nulla. Eh no, pensò tra sé il redattore, quella settimana non sarebbe stata uguale alle altre. Aprì le pagine del giornale, le sfogliò con mani tremanti. Alla fine arrivò al punto, trovò la sua microscopica oasi utopica. Dentro il supplemento c’era come un’ostia di pagina, pronta a sbriciolarsi. Il redattore riuscì a vederla solo perché sapeva che c’era. Era completamente bianca.

Da “I primaverili” (La nave di Teseo), di Luca Ricci, p. 256, 19€

Come l’industria dei combustibili fossili influenza l’informazione italiana. Raffaele De Luca su L'Indipendente il 31 marzo 2023.

L’attenzione dedicata dai media mainstream alla questione ambientale e climatica diminuisce di pari passo alla crescita delle inserzioni pubblicitarie delle industrie fossili: è quanto si evince da uno studio realizzato dall’Osservatorio di Pavia – un istituto di ricerca specializzato nell’analisi della comunicazione – per l’organizzazione Greenpeace, secondo cui è stata tramite lo stesso confermata la “pericolosa influenza dell’industria dei combustibili fossili sul mondo dell’informazione”. I risultati della ricerca – che completa il monitoraggio periodico dell’organizzazione sulla copertura mediatica dei cambiamenti climatici realizzata nel 2022 – del resto mostrano non solo che nell’ultima parte dell’anno il numero di articoli pubblicati dai principali quotidiani italiani in cui si parla esplicitamente di crisi climatica è diminuito rispetto al quadrimestre precedente, attestandosi ad una media di 2,5 articoli al giorno, ma anche che il trattamento riservato all’industria dei combustibili fossili ed alle aziende dell’industria automobilistica, aeree e crocieristiche è ben differente. Con una media di oltre 6 pubblicità a settimana, ossia quasi una al giorno e circa il doppio rispetto al quadrimestre precedente, lo spazio offerto dai giornali alle loro inserzioni è infatti aumentato sensibilmente.

Dati che ovviamente non fanno onore ai media al centro dello studio, che ha analizzato il modo in cui da settembre a dicembre 2022 la crisi climatica è stata raccontata dai telegiornali serali di Rai, Mediaset e La7, da un campione di programmi televisivi di approfondimento, e dai cinque quotidiani nazionali più diffusi (Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24 Ore, Avvenire, La Stampa). Di questi a ben figurare è stato solo Avvenire, che affermandosi come l’unico a superare la sufficienza (3,4 punti assegnati su 5) ha conquistato il primo posto in classifica. Successivamente troviamo Il Sole 24 Ore (2,6) e La Stampa (2,4 ) – i cui punteggi vengono definiti “scarsi” da Greenpeace – mentre tra i bocciati figurano il Corriere della Sera (2,2) e la Repubblica (2,0). Numeri complessivamente non entusiasmanti, anche poiché tra i temi considerati vi era non solo lo spazio concesso alla crisi climatica ed alle pubblicità delle aziende inquinanti ma altresì la voce riservata alle stesse, per la quale i risultati sembrano ben poco rassicuranti. L’analisi dei soggetti che hanno più voce nel racconto della crisi climatica, infatti, non ha fatto altro che confermare ulteriormente l’influenza del mondo economico sulla stampa, con il secondo posto occupato proprio dalle aziende (15%), che hanno superato associazioni ambientaliste (14%), esperti (10%) e politici e istituzioni nazionali (10%), piazzandosi dietro solo ai politici ed alle istituzioni internazionali (21%) in virtù della COP27.

Per quanto concerne la televisione, invece, si è verificato un lieve incremento della copertura offerta dai telegiornali di prima serata. Tuttavia c’è poco da esultare, siccome questi ultimi hanno comunque parlato di crisi climatica in meno del 3% delle notizie trasmesse. Andando nello specifico, poi, ad essersi distinti positivamente sono stati il TG1 e il TG3, affermatisi come quelli che hanno dedicato più spazio al problema a differenza del TG La7, ultimo con l’1,4% dei servizi trasmessi. La7 però si è piazzata ultima anche nella classifica dei programmi televisivi di approfondimento, con le sue trasmissioni L’Aria che tira ed Otto e mezzo in fondo alla classifica. Unomattina di Rai1, invece, si è affermata come la trasmissione più virtuosa, ma in generale lo spazio lasciato alla crisi climatica nei programmi televisivi di approfondimento (presente in 116 delle 450 puntate monitorate) è risultato in leggero calo rispetto al quadrimestre precedente.

La scarsa attenzione al problema mostrata dai programmi di La7 rispecchia una linea editoriale che privilegia il racconto della politica, in cui la crisi climatica, come documentato anche durante l’ultima campagna elettorale, è un argomento assai trascurato”, ha dunque commentato Greenpeace, precisando però come il problema sia vasto e di fondamentale importanza. “Gli ultimi mesi del 2022 confermano la sconcertante indifferenza dei media e dei politici italiani nei confronti della più grave emergenza ambientale della nostra epoca”, ha sottolineato infatti l’organizzazione, aggiungendo che “tutto questo non cambierà finché i principali organi di informazione continueranno a dipendere dalle pubblicità delle aziende inquinanti e finché la classe politica preferirà assecondare gli interessi dell’industria dei combustibili fossili anziché quelli di cittadine e cittadini”.

[di Raffaele De Luca]

Il potere della lingua tra verità e menzogna. GIOVANNI GOBBER su Il Domani il 12 marzo 2023.

Le parole possono cambiare il nostro modo di vedere la realtà, senza che noi ne siamo consapevoli. Ma chi si occupa di influenzare l’opinione pubblica lo sa bene

In ogni epoca, chi ha prestigio sociale può usare le parole per influire sulle abitudini linguistiche e diffondere così una certa interpretazione del mondo. Perché nessun punto di vista è neutrale

Per combattere l’appiattimento del dibattito sull’ideologia dominante è quindi necessario difendere la libertà di mettere in discussione ogni punto di vista, anche quelli più radicati o diffusi dalle fonti ritenute universalmente autorevoli

Nel linguaggio si fa esperienza dell’alterità. Quando si dà forma linguistica a pensieri ci si colloca in una dimensione dialogica. La presenza di altri è caratteristica fondamentale dell’esperienza linguistica originaria. Nel verbo comunicare vi è un elemento che si trova anche nel nome latino munus, “bene prezioso”: è “dono”, ricevuto come “ricchezza” da far fruttare. La parabola evangelica dei talenti può aiutare a comprendere i vari significati di munus: vi si auspica che le ricchezze non siano inerti, ma siano generatrici di altre ricchezze.

Così è per le parole scambiate nella comunicazione. Gli interlocutori, agendo verbalmente, possono arricchire la società. Munus si trova, fra l’altro, nel titolo di un’enciclica di Benedetto XV: Pacem, Dei munus pulcherrimum, “la pace, bellissimo dono di Dio”.

Nell’attività del parlare si manifesta anche la capacità umana di comprendere la realtà: nelle e con le parole, condividiamo con altri uno sguardo sul mondo. Con le parole, inoltre, un individuo attesta sé stesso e pone obblighi verso di sé e verso gli altri: l’attività linguistica stabilisce – e cambia – anche i rapporti interpersonali. Essa è dunque caratterizzata nella relazione e nel confronto con la realtà e con gli altri soggetti.

Queste due componenti dell’attività del parlare – la semantica (con le parole verso le cose) e la pragmatica (con le parole verso gli altri) – costituiscono il potere della lingua. In italiano, potere è verbo ed è nome e questo fatto ben descrive la capacità umana del parlare: essa si concreta in un’attività che produce risultati, e questi ultimi guidano, delimitano, condizionano (bedingen) altre attività umane.

Nella comunicazione verbale, chi parla si serve di “utensili” linguistici che circolano nella comunità dei parlanti. Con il risultato dell’atto di parola, gli utensili sono restituiti alla comunità, ma sono – pur impercettibilmente – cambiati, sviluppati, siano essi arricchiti oppure impoveriti. Vi è un repertorio di strumenti linguistici condiviso socialmente e vi sono gli atti creativi individuali. Il repertorio delimita l’ambito d’azione della creatività individuale, e quest’ultima può cambiare la “lettura” delle cose predisposta nel repertorio.

La tensione fra creazione nell’atto di parola e tradizione sviluppata in un repertorio di mezzi espressivi è al centro della riflessione linguistica in ogni epoca. Lingua è il nome che di solito è dato al repertorio, in qualche modo organizzato, di strumenti verbali che sono accessibili a una data comunità umana. Senza le persone che si coinvolgono e si compromettono nella comunicazione, le lingue non esistono.

Secondo Vittore Pisani (tra i maggiori linguisti del Novecento), le lingue sono astrazioni – sono sì elaborate come istituzioni sociali o culturali e hanno funzioni essenziali per la società e la comunicazione pubblica; restano comunque astrazioni. Quel che si osserva è l’atto linguistico, e ogni atto linguistico è di qualcuno e per qualcuno (un altro, che può coincidere con il parlante stesso). Questo vale pure quando, a parlare o scrivere, sia una pluralità di soggetti o sia un individuo che intervenga in quanto riveste un ruolo pubblico oppure ancora dia voce a parole preparate da altri (come avviene per gran parte dei discorsi pubblici).

Ma la lingua non è solo astrazione, perché nelle strutture del repertorio è depositata anche una possibilità di “lettura” del mondo: è la cultura, intesa da Jurij Lotman come il patrimonio trasmesso per via non genetica da una generazione all’altra – un patrimonio in costante riorganizzazione, a seconda degli impieghi fatti dai parlanti.