Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2023

LA CULTURA

ED I MEDIA

SESTA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE
 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Covid: sembrava scienza, invece era un…calesse.

L’Umanità.

I Benefattori dell’Umanità.

Le Invenzioni.

La Matematica.

L’Intelligenza Artificiale.

La Digitalizzazione.

Il PC.

I Giochi elettronici.

I Robot.

I Chip.

La telefonia.

Le Mail.

I crimini sul web.

Al di là della Terra.

Gli Ufo.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da Freud all’MKUltra.

I Geni.

I Neuroni.

La Forza della Mente.

Le Fobie.

L’Inconscio.

Le Coincidenze.

La Solitudine.

Il Blocco Psicologico.

La Malattia.

La Depressione.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scrittura.

La Meritocrazia.

Le Scuole al Sud.

Le Scuole Private.

Il Privatista.

Ignoranti e Disoccupati.

Ignoranti e Laureati.

Decenza e Decoro a Scuola.

L’aggiotaggio scolastico.

La Scuola Alternativa.

La scuola comunista.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’onestà e l’onore.  

Il Galateo.

Il Destino.

La Tenacia.

La Fragilità.

Body positivity. Essere o apparire?

Il Progresso.

Le Generazioni.

I Baby Boomer.

Gioventù del cazzo.

Il Linguaggio.

I Bugiardi.

L’Ipocrisia.

I Social.

Influencer.

Le Classifiche.

L’Amicizia.

Il fastidio.

L’Invidia.

L’Odio.

Il Mostro.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Moda.

Le Auto.

I Fumetti.

I Giochi da Tavolo.

L’Architettura e l’Ingegneria.

Il Restauro.

Il Podcast.

L’Artista.

La Poesia.

La Letteratura.

Il Teatro.

Le Autobiografie.

L’Ortografia.

Intrecci artistici.

La Fotografia.

Il Collezionismo.

I Francobolli.

La Pittura.

I Tatuaggi.

Le Caricature.

I Writer.

La Musica.

La Radio.

Le Scoperte.

Markalada, l'America prima di Colombo.

La Storia.

La P2 culturale.

Ladri di cultura.

I vandali dell'arte.

Il Kitsch.

Gli Intellettuali.

La sindrome di Stendhal.

Gli Snob.

I radical chic.

La Pubblicità.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alberto Asor Rosa.

Alberto Moravia.

Aldo Nove.

Alessandro Manzoni.

Alessia Lanza.

Aleksandr Isaevic Solzhenicyn.

Andy Warhol.

Andrea Camilleri.

Andrea Pazienza.

Anna Premoli.

Annie Duchesne Ernaux.

Anselm Kiefer.

Antonio Delfini.

Antonio Riello.

Artemisia Gentileschi.

Benedetta Cappa.

Barbara Alberti.

Beethoven.

Banksy.

Camillo Langone.

Caravaggio.

Carlo Emilio Gadda.

Chiara Gamberale.

Cristina Campo.

Curzio Malaparte.

Dacia Maraini.

Dante Alighieri.

Dante Ferretti.

Dario Fo.

Dino Buzzati.

Domenico "Ico" Parisi.

Eduardo De Filippo.

Elena Ferrante.

Eleonora Duse.

Emanuel Carnevali.

Emmanuel Carrère.

Émile Zola.

Emilio Isgrò.

Ennio Morricone.

Enrico "Erri" De Luca.

Erin Doom.

Eugenio Montale.

Eve Babitz.

Ezra Pound.

Fabio Volo.

Federico Fellini.

Federico Palmaroli: Osho.

Friedrich Nietzsche.

Filippo Tommaso Marinetti.

Francesco Alberoni.

Francesco Piranesi jr.

Franco Cordelli.

Franco Ferrarotti.

Franz Kafka.

Fulvio Abbate.

Gabriele D'Annunzio.

Gaetano Bonoris.

Gaetano Salvemini.

George Orwell.

Georges Simenon.

Giacomo Leopardi.

Giacomo Puccini.

Giampiero Mughini.

Gianfranco Salis.

Gianni Vattimo.

Gianrico Carofiglio.

Gioachino Rossini.

Giordano Bruno Guerri. 

Giorgio Manganelli.

Giovanni Testori.

Giovanni Verga.

Giovannino Guareschi.

Giuseppe Prezzolini.

Giuseppe Verdi.

Hanif Kureishi.

Italo Calvino.

Jago sta per Jacopo Cardillo.

Jacques Maritain.

Jean Cocteau.

Jean-Jacques Rousseau.

John Ronald Reuel Tolkien.

Johann Wolfgang von Goethe.

J. K. Rowling.

Jorge Luis Borges.

Julius Evola.

Lara Cardella.

Laura Ingalls Wilder.

Lee Miller.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lina Sotis.

Luigi Illica.

Luigi Vanvitelli.

Luis Sepúlveda.

Louis-Ferdinand Céline.

Ludovica Ripa di Meana.


 

INDICE SESTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marcello Marchesi.

Marcello Veneziani.

Marina Cvetaeva.

Mario Vargas Llosa.

Mark Twain.

Martin Scorsese. 

Massimo Rao.

Matilde Serao.

Maurizio Cattelan.

Mauro Corona.

Michel Houellebecq.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarroti.

Michelangelo Pistoletto.

Michele Mirabella.

Michele Rech: Zerocalcare.

Milo Manara.

Oliviero Toscani.

Oriana Fallaci.

Pablo Neruda.

Pablo Picasso.

Paul Verlaine.

Pier Paolo Pasolini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Pietro Cavallini.

Pietro Citati.

Primo Levi.

Robert Capa.

Roberto Ruffilli.

Roberto Saviano.

Salman Rushdie.

Sergio Leone.

Sergio Pautasso.

Sibilla Aleramo.

Stefania Auci.

Susan Sontag.

Suzanne Valadon.

Sveva Casati Modignani.

Tim Page.

Truman Capote.

Tullio Pericoli.

Umberto Eco.

Umberto Pizzi.

Wolfang Amadeus Mozart.

Vasco Pratolini.

Veronica Tomassini.

Virginia Woolf.

Vitaliano Trevisan.

Vittorio ed Elisabetta Sgarbi.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. La Distrazione di Massa: Propaganda e realtà.

Controinformazione e contraddittorio.

Lo ha detto la Televisione…

L’Opinionismo.

L’Infocrazia.

Rai: Il pizzo e l’educatrice di Stato.

Mediaset: la manipolazione commerciale.

Sky Italia.

La 7.

Sportitalia.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le fake news.

I Censori.

Il Diritto d’Autore e le furbizie di Amazon.

La Privacy.

L’Oblio.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

Wikipedia, l’enciclopedia censoria.


 

INDICE NONA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Se questi son giornalisti!

Gli Uffici Stampa.

Il Corriere della Sera.

Avanti!

Il Fatto Quotidiano.

La Gedi.

L’Espresso.

Il Domani.

Il Giornale.

Panorama.

La Verità.

L’Indipendente.

L’Unità.

Il Manifesto.

Il Riformista.

I più noti.

Alberto Dandolo.

Alberto Matano.

Alda D’Eusanio.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Amedeo Goria.

Andrea Scanzi.

Angela Buttiglione.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Antonello Piroso.

Antonio Caprarica.

Antonio Di Bella.

Augusto Minzolini.

Attilio Bolzoni.

Barbara Costa.

Barbara Palombelli.

Bruno Vespa.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carmen Lasorella.

Cesara Bonamici.

Claudio Sabelli Fioretti.

Clemente Mimun.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Corrado Formigli.

Cristina Parodi.

David Parenzo.

Donatella Raffai.

Enrico Mentana.

Enrico Varriale.

Enzo Magistà.

Fabio Fazio.

Federica Sciarelli.

Ferruccio Sansa.

Filippo Facci.

Flavia Perina.

Franca Leosini.

Francesca Barra.

Francesca Fagnani.

Francesco Borgonovo.

Francesco Repice.

Furio Focolari.

Gennaro Sangiuliano.

Gian Antonio Stella.

Gian Marco Chiocci.

Gianni Riotta.

Gigi Marzullo.

Giovanni Minoli.

Hoara Borselli.

Indro Montanelli.

Italo Cucci.

Ivan Zazzaroni.

Jas Gawronski.

Laura Tecce.

Lirio Abbate.

Lucia Annunziata.

Luisella Costamagna.

Malcom Pagani.

Manuela Moreno.

Marco Travaglio.

Mario Sechi.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Massimo Gramellini.

Maurizio Mannoni.

Mia Ceran.

Michele Cucuzza.

Michele Santoro.

Milena Gabanelli.

Myrta Merlino.

Natalia Aspesi.

Nicola Porro.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Flores d'Arcais.

Riccardo Iacona.

Roberto D’Agostino.

Roberto Poletti.

Romana Liuzzo.

Rula Jebreal.

Salvo Sottile.

Selvaggia Lucarelli.

Serena Bortone.

Sigrido Ranucci.

Tancredi Palmeri.

Tiberio Timperi.

Tiziano Crudeli.

Tommaso Cerno.

Valentina Tomirotti.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.


 

LA CULTURA ED I MEDIA

SESTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Estratto dell’articolo di Alberto Anile per “Robinson - la Repubblica” il 18 aprile 2023.

Pare che Marcello Marchesi (1912 - 1978) abbia scritto quattromila caroselli. Di certo, è l’autore dimenticato di frasi che tutti ricordano, molte delle quali legate proprio alla pubblicità: slogan come «Basta la parola!», «Il signore sì che se ne intende», «Con quella bocca può dire ciò che vuole», «Il brandy che crea un’atmosfera». Ma sono centinaia, migliaia, milioni le sue battute disseminate fra commedie, riviste, film, canzoni, fumetti, programmi radio e tv. 

Marchesi ha scritto il testo di Bellezze in bicicletta, tradotto i primi Asterix e Obelix (suo l’acronimo reinventato Sono Pazzi Questi Romani), fornito nuova linfa a Canzonissima e L’amico del giaguaro. Battute di Totò come «Ogni limite ha una pazienza» oppure «Volere è potere, volare è potare» denunciano l’impronta del suo estro paradossale. Il titolo del best seller di Gino & Michele, Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano, è tolto da uno dei suoi libri.

[…]

Milanese, ultimo di sei figli, nato da una scappatella extramatrimoniale, viene spedito a Roma da uno zio. Milano e Roma diventano così le sue due patrie, presto conciliate in un umorismo freddo e citazionista e insieme popolare e sarcastico. Ha fatto la guerra, si è innamorato molte volte, si è sposato e ha divorziato. 

È stato lo sceneggiatore di tanti filmetti cotti e mangiati scritti a furia di simpamina con il collega e amico Vittorio Metz, con il quale ha fatto pure sette pellicole da regista (in due anni!). In una vita intellettuale rutilante, che lo ha portato a scrivere testi praticamente per tutto lo spettacolo italiano (da Vianello a Pozzetto, da Macario a Villaggio, da Sordi a Tognazzi, da Corrado a Gianni Morandi), è pure diventato noto come personaggio televisivo (il signore di mezza età, baffi occhiali cappello e ombrello), e poi padre strafelice a sessantacinque anni.

Finale improvviso e paradossale in Sardegna, dove l’aveva portato il suo ultimo amore: una banale ondata lo sbatte sugli scogli durante una placida nuotata di luglio. Fra i telegrammi alla vedova ne arriva anche uno, lungo e commosso, di Pertini. 

[…]  I suoi “ritratti” di famosi sono strepitosi: Marcello Mastroianni «Marlon Blando», Gina Lollobrigida «il petto atlantico», Aldo Moro «il dottor Divago», Luchino Visconti «l’ape regìa», Moravia «un autore di pubico interesse», Giulio Andreotti «obtorto collo» ma anche «chi non muore si risiede». 

Uno che ha quella penna può scrivere ciò che vuole, come Pazienza con i pennarelli, o Bollani al pianoforte. […] Il Vangelo è un luogo comune: «È sbagliato giudicare un uomo dalle persone che frequenta; Giuda, per esempio, aveva degli amici irreprensibili». Il sedere basso? «Errata còccige».

Diceva che in Italia «umoristico» è un aggettivo squalificativo ma la definizione di battutista gli garbava, sconcertando gli intervistatori che capivano di trovarsi di fronte a un grande talento, e ci rimanevano un po’ male a vederlo sminuirsi. I suoi giochi di parole fanno danzare insieme Carducci e Mike Bongiorno, in un gioco di alto e basso in cui l’aulico diventa commestibile e il popolare diventa filosofico, perché «i colti sono pochi / i paracolti / molti» (da Ballata della cultura e della paracultura). 

[…] 

 Per Ennio Flaiano, che in certe cose gli somiglia, Marchesi era un moralista. Lui di certo non si sopravvalutava, chi lo ha conosciuto diceva che era un umile e un generoso. Il protagonista del Malloppo, morendo soffocato dalle sue stesse battute, sognava così la sua lapide: «Tenendo presente tutti gli sketch che ho scritto in vita mia, metteteci sopra una bella “A SKETCHESPEARE”. Mi basta».

Attenzione: Marchesi era un integrato ma anche un apocalittico. Solo uno che ha fatto tanta televisione e tanta pubblicità può conoscerne i lati oscuri, le persuasioni occulte, il morbo del conformismo. 

A Guido Clericetti, che lo frequentò a lungo, diceva: «Se uno potesse apparire in video tutte le sere alla stessa ora a dire “Mangiate un cucchiaio di merda, che fa bene” dopo un mese tutti la mangeremmo». 

E allora oggi le cose più sorprendenti di Marchesi sono certi affondi scorretti: «Dio, dammi un assegno della tua presenza». Oppure questi versi, un tipico slogan pubblicitario da leggersi con sussiego ungarettiano: «Questi / sono / i / biscotti / proprio / come / li / faceva / mia / mamma. / Schifosi». O quest’altro claim, nerissimo, pescato nel flusso di coscienza del Malloppo: «Non sprecate il vostro suicidio, ammazzate prima qualcuno che vi è odioso».

Ha osato scherzare perfino sull’Olocausto, con un pugno di parole intitolate Matti a Mauthausen: «Per errore / restò chiuso / quella volta / nella nostra camera a gas / uno delle SS. / Morimmo ridendo». Un genio.

Estratto dell’articolo di Mirella Serri per “la Stampa” il 5 aprile 2023.

«Non mi pare proprio che attualmente la destra stia rubando il concetto di tradizione alla sinistra. Se c'è un fondamento della destra è la tradizione, come l'idea del progresso è alle origini della sinistra. […]». Non ha dubbi Marcello Veneziani, il più noto maître à penser della destra italiana […]

 «L'atto preliminare per entrambe è riprendere un rapporto attivo con la storia, non fermandosi a […] fascismo e l'antifascismo, il comunismo e l'anticomunismo. Ma devono rifare i conti con la memoria storica e con le nostre origini», osserva ancora Veneziani che da poco ha pubblicato Scontenti (Marsilio), un'appassionata riflessione sulla nostra epoca e sulle "passioni tristi" dell'Occidente, come avrebbe detto Spinoza.

Però la destra, Veneziani, è sempre pronta a incalzare i suoi oppositori con la revisione: non si sta esagerando, per esempio, con la difesa ridicola della lingua italiana?

«La salvaguardia della lingua italiana è un bene che appartiene alla sensibilità nazionale della destra, ma che dovrebbe essere patrimonio culturale e popolare di tutti i cittadini della Penisola. E andrebbe difesa tanto dall'uso gratuito e inutile di parole straniere, quanto dai linguaggi prefabbricati dall'ideologia e dal lessico politically correct, tipo asterischi, schwa e altre grottesche forzature (fustigate pure dall'Accademia della Crusca). […]».

 Abissali, invece, sono le divergenze per le adozioni gay, il riconoscimento di figli di coppie omogenitoriali e la gestazione per altri. È così?

«Dobbiamo tutti accettare l'idea che su questi temi vi sono due linee divergenti, una fondata sulla difesa della natura, della comunità e della famiglia tradizionale e una sui diritti individuali, i desideri fluidi e il liberismo sessuale. È una contesa che va ricondotta nel perimetro della civiltà, non demonizzando l'altrui posizione ma impegnandosi entrambi a portare a rigore le proprie scelte e rispettare quelle degli altri, pur contrastandole, come prevede un paese libero, maturo e democratico.

 Le opzioni di ciascuno devono essere garantite nella sfera privata, ma non possono ricadere su terzi (madri con uteri in affitto, figli voluti o rigettati). Nella sfera privata ciascuno è libero ma nella sfera pubblica deve essere tutelata e promossa la famiglia, la maternità e i figli».

[…] Bobbio, a cui lei ha dedicato un saggio, sosteneva che i «diritti umani sono i principali indicatori del progresso storico». È ancora attuale?

«Nella nostra epoca i diritti sono stati separati dai doveri e sono stati coniugati, e perfino risolti, nei desideri. Non mi sembra un passo avanti. E poi dove devono fermarsi i diritti umani, esistono anche i diritti dei nascituri, i diritti delle famiglie, i diritti identitari dei popoli? E chi stabilisce cosa sono e cosa non sono diritti umani, una cupola ideologica di supervisori?

Bisogna rendersi conto che la vita degli uomini è più varia e complessa dei diritti umani come vengono indicati attualmente. C'è pure il diritto umano contro lo sradicamento universale, per la difesa della natura (non solo dell'ambiente, ma dell'ordo naturalis che comprende anche la natura umana), per la difesa delle tradizioni. Quante volte la lotta è a rovescio rispetto a quella descritta: ovvero i diritti di sempre contro i poteri nuovi».

Da sei mesi abbiamo un governo di destra: cambierebbe in positivo il titolo del suo ultimo libro, Scontenti. Perché non ci piace il mondo in cui viviamo?

«No, lo scontento è il sottofondo della nostra epoca e non muta certo con un governo. Sul piano politico il partito degli scontenti si divide in due rami: chi non va a votare e chi vota contro, premiando chi è all'opposizione (dai grillini ai meloniani). Aggiunga che chi governa non può discostarsi dalle linee sovranazionali in tema di Alleanza atlantica, Ue, Bce. La Meloni fa quel che fece Draghi e quel che farebbe il Pd. […]».

Cosa ne pensa delle esternazioni di Meloni e La Russa sulle vicende delle Fosse Ardeatine e di via Rasella?

«Suggerisco loro di lasciare agli storici la parola. […]». […]

Da “il Fatto quotidiano” il 20 dicembre 2022.

Anticipiamo alcuni degli "Aforismi" di Marina Cvetaeva (1892-1941), tratti dai suoi quaderni "Inediti" (1913 -1939), pubblicati per la prima volta in Italia da Aragno, a cura di Lucio Coco e in libreria da oggi.

Ogni volta, quando vengo a sapere, che un uomo mi ama, mi meraviglio; se non mi ama, mi meraviglio, ma più di tutto mi meraviglio quando un uomo rimane indifferente verso di me. 

- Cosa volete? È così giovane! - Cosa volete? È già così vecchio? Evidentemente si esige solo dai quarantenni! 

Il peggior nemico di Cristo non è il pagano ma il ben pensante. 

Perché i musicisti si rifiutano sempre di suonare, i cantanti di cantare, i poeti di dire versi? E perché essi, musicisti, cantanti, poeti non si rifiutano mai di dire sciocchezze? 

Tutta la famigerata "fantasia" dei poeti, altro non è se non la precisione dell'osservazione e della restituzione. Tutto esiste dalla notte dei tempi, ma non tutto, come tale, è stato nominato. Compito del poeta: battezzare di nuovo il mondo.

Né nazionalità, amico, né ceto sociale. Ci sono due razze: quella divina e quella bestiale. I primi ascoltano sempre la musica, i secondi mai. I primi sono amici, i secondi nemici. Ve n'è inoltre anche una terza: quelli che ascoltano la musica una volta la settimana. Sono "i conoscenti". 

Il poeta è uno che affoga, provvisto dalla natura da un magnifico salvagente. Egli lo sa ma tuttavia crede che affogherà. 

L'Occidente: questo disperato amore della Russia. 

La passione sessuale è soprattutto un incendio dell'anima.

 "E sappiate: Dio ama gli imprevisti!". 

Alcuni si relazionano al mondo esteriore con una certa pignoleria (figli, presbiti, scrittori tipo Cechov e A.N. Tolstoj). Costoro mi risultano faticosi e noiosi.

Signori! Voi pensate troppo alla vostra vita! Non avete tempo per pensare alla mia - ma ne varrebbe la pena! 

Amare è vedere un uomo come se lo avesse concepito Dio e non l'avessero generato i genitori. Non amare è vedere un uomo come se l'avessero generato i suoi genitori. Disamorarsi è vedere, invece di lui, un tavolo, una sedia. 

La piazza è un deserto di gente.

Ci sono donne che, in tutta onestà, non hanno avuto né amici né amanti: gli amici troppo presto sono diventati amanti, e gli amanti troppo presto sono diventati amici. 

Tre generi di donna: le rilucenti, le brillanti, le ardenti. Le prime le odio, le terze non le capisco, amo solo le seconde: me stessa.

Io vorrei mettermi in ginocchio e dire: "Io non so se sono peccatrice o non peccatrice, ma so che sono infelice. Tu mi hai fatto così. Cosa volevi con questo?". 

Ho un'anima da re, un corpo da servo. 

Eroismo dell'anima è vivere, eroismo del corpo è morire. 

Il grado successivo della ragazza è la madre. Il grado successivo della ragazzina è la donna. 

Dire di un attore che è un artista è volgare.

Giaccio nel letto come in una bara. E ogni mattino - realmente - è una resurrezione dai morti. 

A vincere la vecchiaia, come adesso la gioventù, mi aiuterà l'Ironia. 

Un uomo! Che fastidio a casa! Forse peggio di un lattante! 

Nelle mie vene non scorre sangue, ma anima. 

In amore ha ragione chi è più colpevole. 

Nei soldati mi disturba la guerra, nei marinai il mare, nei preti Dio, negli amanti l'amore. 

I miei versi sono come i miei panni che sono belli in una camera buia. Alla chiara luce del sole sono pieni di macchie e di buchi (di bruciature). 

"Poeta in amore". No, sii poeta nel fango, sì. 

Il mio amore forse ti farà bene. Sicuramente mi farà male. 

Dotata di salute fisica, ho concentrato tutta la mia forza per soffrire mentalmente. 

Letto d'amore, letto di morte. (Possibile che nessun poeta francese l'abbia mai detto?). 

Quando guardo i miei dizionari e i miei taccuini mi viene voglia di istallarmi in questo mondo ancora per cento anni e più. Amen.

Estratto dell’articolo di Nuccio Ordine per “La Lettura – Corriere della Sera” il 13 marzo 2023.

«Mi preoccupa la stupidità umana che, lasciandosi sfuggire meravigliose opportunità di condurre una battaglia vittoriosa contro la fame, la povertà o la discriminazione a favore della convivenza, della pace e della cultura, continua a praticare il fanatismo, l’intolleranza e il razzismo e tutte le altre fonti di infelicità»: Mario Vargas Llosa, Nobel per la Letteratura nel 2010, è un fiume in piena. I suoi 87 anni — li compirà il 28 marzo — non sembrano sminuire l’entusiasmo per la cultura e la politica.

 Da poco l’editore Mimesis ha pubblicato la traduzione italiana delle interviste che il celebre scrittore peruviano ha concesso, in oltre trent’anni, al giornalista spagnolo Juan Cruz ( Davanti allo specchio. Conversazioni con Juan Cruz Ruiz ). In collegamento da Madrid, Vargas Llosa risponde alle domande de «la Lettura».

Lei ha scritto che la letteratura possiede una forza morale in grado di contribuire a migliorare la società...

«È così. Il romanzo è il genere che agisce in modo più immediato sul pubblico. […] Ho l’impressione che un buon romanzo possa essere più incisivo per agitare le coscienze».

 Come sarebbe il mondo senza letteratura?

«Terribile, privo di desideri e di ideali. Ecco perché è pericolosa la censura: perché, di fatto, uccide la letteratura, impoverendo l’arte e la società. […]».

Dopo avere perduto nel 1990 le presidenziali in Perù, ha dichiarato: «I peruviani mi hanno restituito alla letteratura». Cos’ha imparato da quell’avventura elettorale?

«È stata un’esperienza molto intensa. Avevo già lottato nel passato contro il progetto del presidente Alan García di nazionalizzare le banche. Questo disegno politico, proprio in Perù, avrebbe dato al governo […] un’autorità straordinaria per usare i media in modo arbitrario. Questo è stato il motivo della mia candidatura. […] non ho accettato la sfida elettorale con molta convinzione […] È per questo che la sconfitta non ha avuto un grande peso. […]».

 Dalla caduta del Muro di Berlino il neoliberismo domina incontrastato: questo pensiero economico contribuisce a superare le disuguaglianze o può renderle ancora più drammatiche?

«Io sono un liberale. Non sono affatto favorevole al socialismo. Penso che il socialismo porti solo povertà e abbia limitato il futuro dell’America Latina. Penso che i Paesi debbano attrarre capitali, soprattutto se sono necessari per lo sviluppo. […] Allontanare gli investimenti significa correre verso il suicidio. Il caso del Venezuela è eloquente. […] Il suo drammatico impoverimento ha scatenato un enorme flusso migratorio […] la deplorevole miseria dell’America Latina, frutto delle riforme della sinistra e della cosiddetta rivoluzione socialista».

Lei ha elogiato grandi pensatori liberali come Isaiah Berlin e Karl Popper. Come considererebbero adesso questi autori l’operato di tante multinazionali che stanno distruggendo il nostro pianeta con l’obiettivo di fare molti soldi nel minore tempo possibile? E cosa c’entra il neoliberismo di oggi con le idee di Berlin e Popper?

«All’America Latina servono capitali, soprattutto capitali da investire. Perché c’è una ricchezza che non si alimenta da sola, ma ha bisogno di massicce iniezioni di denaro. […] aprire agli investimenti di denaro non significa rinunciare a difendere i propri interessi nazionali […]».

[…] Qual è il ricordo più importante della generazione del boom?

«La generazione del boom ha permesso di fare scoprire l’America Latina. Per i peruviani, che vivevano molto isolati, leggere improvvisamente scrittori cileni, colombiani, messicani ha prodotto qualcosa di splendido, di meraviglioso. […] Ora però l’America Latina sta un po’ regredendo rispetto alla vivacità intellettuale e letteraria […] degli anni Cinquanta e Sessanta. […] Stiamo vivendo […] un provincialismo che è in gran parte figlio delle politiche culturali della sinistra, con la sua ostinazione a considerare i Paesi in modo isolato e non l’intero continente. […]».

 […] Non crede che le vicende di Macondo raccontate in «Cent’anni di solitudine» rappresentino un «locale» che, magistralmente, finisce per esprimere anche l’«universale»?

«Ma certo, la letteratura è sempre universale […] Il romanzo apre sempre le frontiere. E Cent’anni di solitudine , anche se ambientato in una periferia della Colombia, avrebbe potuto raccontare, nello stesso tempo, il Perù o il Messico o altre realtà più distanti […]».

[…] Il conferimento del premio Nobel ha cambiato la sua vita e il suo modo di scrivere?

«Ha rivoluzionato la mia vita almeno per un anno! Il Nobel prevede un’agenda piena di impegni: conferenze nelle università, interventi nelle fiere del libro, discorsi e incontri... Senza contare le interviste. Certo: tutto ciò implica una grande notorietà e una diffusione ancora più massiccia delle proprie opere […]».

 […] Quali sono gli autori italiani che hanno attirato la sua attenzione?

«Ho sempre ammirato Claudio Magris, scrittore straordinario. Da molti anni mi batto per fargli concedere il Nobel. Finora la giuria non mi ha ascoltato, ma continuerò la battaglia per sostenerlo».

 Cosa può dire ai giovani per incoraggiarli a leggere i classici?

«Shakespeare e Molière e Dante e Cervantes sono autori di opere vive. Senza i classici è difficile immaginare una classe dirigente in grado di innovare e affrontare i problemi dell’umanità».

Stralci dell’intervista di Rudyard Kipling a Mark Twain (1890), contenuta nella raccolta di inediti “Parla Mark Twain” (ed. Lorenzo de’ Medici Press), pubblicati dal “Fatto quotidiano” sabato 8 luglio 2023.

La prima cosa che mi colpì fu che si trattava di un uomo anziano, ma, dopo aver riflettuto un minuto, mi accorsi che non era così, e in capo a cinque minuti, mentre i suoi occhi mi guardavano, capii che la capigliatura grigia non era che un dettaglio del tutto insignificante. 

In realtà era molto giovane. Gli avevo stretto la mano. Stavo fumando il suo sigaro e lo sentivo parlare – quest’uomo che avevo imparato ad amare e ammirare da quattordicimila miglia di distanza. Leggendo i suoi libri mi ero sforzato di farmi un’idea della sua personalità e tutte le mie opinioni precostituite erano errate e al di sotto della realtà. 

È fortunato colui che non resta deluso quando viene faccia a faccia con un ammirato scrittore. Era un momento da non dimenticare, la cattura di un salmone di dodici libbre non era nulla in confronto.

Avevo preso all’amo Mark Twain e lui mi stava trattando come se, in certe circostanze, potessi stargli alla pari... La conversazione passò dai libri in generale ai suoi in particolare. Facendomi coraggio e con la sicurezza di rappresentare alcune centinaia di migliaia di persone, gli chiesi se Tom Sawyer sposò la figlia del giudice Thatcher e se avremmo mai avuto notizia di Tom Sawyer da adulto.

“Non ho ancora deciso”, disse Mark Twain alzandosi, riempiendosi la pipa e camminando su e giù per la stanza in ciabatte. “Ho avuto l’idea di scrivere il seguito di Tom Sawyer in due maniere diverse. Nel primo caso l’avrei fatto ascendere ai più alti onori e fatto arrivare al Congresso, nel secondo l’avrei fatto finire sulla forca. Allora tanto gli amici come i nemici del libro avrebbero potuto scegliere”. 

A questo punto perdetti ogni riguardo e protestai contro qualsiasi teoria di quel tipo, perché, per me almeno, Tom Sawyer era una persona reale. “Oh, lo è”, disse Mark Twain. “È tutti i ragazzi che ho incontrato o che ricordo; ma quello sarebbe un buon modo di concludere il libro”...“Sì, ma non dategli due scosse e non mostratecene il risultato, perché Tom non è più vostra proprietà. Appartiene a tutti noi”. 

A questo punto rise – una forte, franca risata...“Avete intenzione di scrivere un’autobiografia prima o poi?”.“ Sì; sarà come quelle scritte da altri – col più sincero desiderio di presentarmi come un uomo migliore in ogni piccola faccenda a mio discredito e, come gli altri, non riuscirò a far sì che il lettore creda ad altro che alla verità”... 

“Non leggo mai romanzi di mia iniziativa”, disse. “Lo faccio solo quando sono costretto dalla pubblica persecuzione – quando la gente mi tormenta per conoscere il mio parere sull’ultimo libro che tutti leggono”. “E che effetto ha avuto su di voi l’ultima persecuzione?”. “Robert (Robert Elsmere di Humphry Ward, ndr)?” disse interrogativamente. Accennai di sì. “L’ho letto, naturalmente, per la sua fattura...”. 

Che fare quando si è totalmente in disaccordo con un grande? Il mio compito era stare in silenzio e ascoltare. E tuttavia Mark – Mark Twain, un uomo che conosceva gli uomini – grande capo, grandissimo capo, tremendamente potente grande capo – signore delle lacrime e del riso, provetto nella conoscenza dell’interiorità delle cose, s’inchinava alla ricercata mercanzia delle scuole, dove la gente si comporta in obbedienza ai libri che legge e tiene la coscienza sotto spirito di vino fatto in casa.

Diceva che c’era finezza di stile, perciò doveva esserci finezza di stile. Ma forse mi stava prendendo in giro. “Vedete”, continuò, “ognuno ha la propria opinione personale su un libro. Se fossi vissuto all’inizio dei tempi mi sarei guardato intorno tra i cittadini per capire il parere dell’opinione pubblica sull’assassino di Abele prima di condannare apertamente Caino. Naturalmente avrei avuto la mia opinione personale, ma non l’avrei espressa prima di aver capito come andavano le cose. Non so bene quali siano le mie opinioni pubbliche. Non sconvolgeranno la terra”...

“Personalmente non mi interessano la narrativa e i libri di racconti. Quello di cui mi piace leggere sono fatti e statistiche di ogni tipo. Mi interessano anche se sono fatti riguardanti la coltivazione dei ravanelli. Proprio adesso, per esempio, prima che arrivaste”, – indicò un’enciclopedia sugli scaffali – “stavo leggendo un articolo di matematica perfettamente pura. Le mie conoscenze matematiche si arrestano a ‘dodici per dodici’, ma ho letto l’articolo con immenso piacere. Non ne ho capito neanche una parola, ma i fatti o quello che si pensa siano fatti sono sempre dilettevoli. Per prima cosa raccogliete i vostri fatti”, e la voce si abbassò fin quasi a un ronzio impercettibile, “poi potete distorcerli come volete”.

«Vidi Scorsese sul set abbracciare DiCaprio e capii il suo segreto». Donato Carrisi su Il Corriere della Sera il 12 Febbraio 2023

Il ritratto d’autore di Donato Carrisi che racconta il regista: «Lui era a Cinecittà, mi ero imbucato». Durante le riprese «si voltava verso le retrovie, scrutava i presenti: stava già studiando il pubblico»

C’è un’inquadratura in Gangs of New York che riassume perfettamente l’idea di cinema come «artigianato», propria di Martin Scorsese. La durata è di appena pochi secondi — tre, per l’esattezza — ma sono considerabili alla stregua di un codice estetico e di una rivoluzione. La scena in questione è quella dello scontro iniziale fra le due fazioni capitanate da Daniel Day-Lewis e Liam Neeson. Scorsese vuole far letteralmente «precipitare» la macchina da presa all’interno del combattimento. Nella sua testa, la ripresa deve partire dall’alto, con un’ampia inquadratura che comprenda il campo di battaglia e i due schieramenti, per poi scendere improvvisamente al livello del suolo, tra il fragore delle lame, le urla, lo spezzarsi delle ossa e lo squarciarsi delle carni. Ma non gli basta. Vuole trasmettere allo spettatore la forza d’urto che si sprigiona quando i due eserciti entrano in contatto e, contemporaneamente, fissare l’istante in cui le vite sono ancora intatte, i corpi ancora integri e il vigore dei guerrieri non è provato dalla fatica. Perciò la partenza del movimento dall’alto verso il basso della macchina da presa deve necessariamente coincidere con l’inizio dell’attacco e questa deve toccare terra nell’istante esatto dell’impatto fra gli schieramenti.

I tempi perfetti

Impossibile. Troppe variabili devono coincidere alla perfezione. Troppe azioni devono avvenire a intervalli di tempo così precisi, ma anche così brevi, che è folle pensare di accordarle fra loro e, soprattutto, con la macchina da presa. Oggi si risolverebbe tutto con un computer. Ma anche oggi, Scorsese difficilmente delegherebbe un’impresa simile a dei microchip. Però, siccome l’inquadratura impossibile esiste e non è frutto di effetti digitali, abbiamo il dovere di chiederci come sia stato compiuto un simile prodigio. A questo punto, siccome ci troviamo a Cinecittà, il mito prende il posto della sterile cronaca. E la leggenda narra che i macchinisti italiani impiegati sul set abbiano chiesto a Scorsese una notte di tempo per creare un braccio meccanico capace di realizzare quel movimento inverosimile della macchina da presa.

Tramezzini

Mentre tutto questo avveniva, io c’ero. Giovane sceneggiatore squattrinato, appena trasferitosi a Roma, avevo trovato il modo di intrufolarmi su quel set per vedere all’opera uno fra i geni che con la sua arte mi aveva spinto a rinunciare a una sicura carriera d’avvocato. Grazie a uomini come lui, i tramezzini tonno e pomodoro con cui cenavo praticamente da settimane avevano il sapore dolcissimo della speranza. Avevo intenzione di vederlo all’opera ma in realtà, siccome ogni set risponde a una rigida divisione per cerchi, ciascuno occupato da una precisa casta professionale, dalle retrovie in cui ero confinato di Martin Scorsese avrei visto soprattutto la nuca. Però, anche da laggiù, potevo coglierne i gesti. Gli storyboard fra le sue mani, molti dei quali disegnati da lui stesso, in cui aveva momentaneamente appuntato la forma delle immagini che di lì a poco avrebbe evocato davanti all’obiettivo. Il modo di approcciarsi agli attori in scena. Per esempio afferrando il polso di Daniel Day-Lewis ogni volta che voleva dargli indicazioni, usando sempre un tono stentoreo per cui non si capiva esattamente se stesse parlando realmente con lui oppure con il personaggio di Bill il Macellaio. L’attenzione riservata a Cameron Diaz o il braccio sulla spalla di DiCaprio, creando un contatto intimo ed esclusivo con entrambi. In quegli approcci c’era il regista che dice all’attrice o all’attore «sono qui per te».

Rinascere

Più lo osservavo, più mi domandavo dove fossero celati il misticismo di Taxi Driver, l’epica naif dei Goodfellas, l’istinto profetico di The King of Comedy . E come potessero convivere in un solo artista così tante visioni. Perché il Martin Scorsese che mi trovavo davanti era lontano anni luce dai suoi film precedenti, tanto da sembrare un altro regista. Le sembianze erano identiche, ma era come se la sua anima si fosse rinnovata. E allora ho compreso che questo avveniva ad ogni nuovo copione. Per un regista, fare un film è come rinascere ogni volta. Ma non è immortalità. Perché, quando tutto è compiuto, quando l’opera approda sul grande schermo, è necessario morire per dare inizio a un nuovo ciclo. Nascere e morire. Morire e nascere. Il destino tragico e insieme la ricompensa di un regista. Altro aspetto su cui mi sono interrogato a lungo era perché Scorsese avesse deciso di venire a Roma per girare un film che omaggiava le origini della sua città, New York. Non era abbastanza convincente il motivo per cui di quell’antichissima Manhattan dominata dalle bande non esistessero più testimonianze architettoniche, tranne che nei dipinti di Catlin, e che pertanto il film poteva essere realizzato anche lontano da lì. Ma allora perché non a Hollywood? Qualcuno sosteneva anche che, il regista che aveva avuto il merito di portare l’Italia in America, adesso restituiva il favore portando l’America in Italia. La ragione della scelta, invece, è custodita in quei tre preziosissimi secondi di cinema. Scorsese lo sapeva dall’inizio. Solo a Cinecittà — con le sue maestranze, con l’energia viva del suo passato — le imprese impossibili diventano possibili. Quel miracolo di tecnica e di fantasia poteva avvenire solo in quel tempo e solo in quel posto. Provate a immaginarvi Dante Ferretti che, con un gesto magico, disegna per aria con un dito il miglio di una Manhattan ottocentesca che poi, grazie a carpentieri, pittori, arredatori, attrezzisti, diventerà la scenografia del film.

Lo sguardo

E poi c’è un altro aspetto, ascetico, da non trascurare. Lo avrei capito molti anni dopo, vedendo entrare Dustin Hoffman sul set de L’uomo del Labirinto, al Teatro 8. Lui che non aveva mai recitato a Cinecittà e che aveva rifiutato, pentendosi, un film con Fellini, si muoveva come fosse in chiesa, guardandosi intorno con rispetto e devozione. E in seguito mi confidò che, proprio lui, un famoso perfezionista, sentiva una sorta di responsabilità ulteriore a recitare in quei luoghi. Una specie di dovere morale nei confronti di tutto il cinema che era passato da lì e di tutti i colleghi che l’avevano preceduto. A Cinecittà gli attori sono spinti a dare il meglio di sé. Anche questo era chiaro a Scorsese. In quei giorni da intruso su quel set, ogni tanto vidi il regista ripetere un gesto spiazzante. Nel bel mezzo delle riprese, si disinteressava alla scena per voltarsi verso le retrovie. Scrutava per qualche istante le facce dei presenti, poi tornava a dedicarsi ai suoi attori. Il film non era ancora finito, ma Scorsese stava già studiando il pubblico.

Rao, il visionario che amava la luna. Il ritratto del pittore beneventano con passaggio a nord dotato di una tecnica veloce. VITTORIO SGARBI su Il Quotidiano del Sud l’11 Dicembre 2022. 

Se ne è andato presto Massimo Rao, pittore visionario che era nato a San Salvatore Telesino vicino a Benevento nel 1950, e aveva trascorso una parte della sua operosa giovinezza, tra il 1976 e il 1981, a Bolzano. Il passaggio al nord fu per Rao un’apertura di orizzonte sull’arte tedesca che gli consentì una singolare miscela con la grande pittura italiana, rinascimentale barocca. Ne è testimonianza esemplare l’ invenzione di un dipinto come “E venne un angelo”, che rivela la sua colta fonte nel Seicento fiorentino e nella esperienza anacronistica di Fabrizio Clerici, Riccardo Tommasi Ferroni, Mario Donizetti.

Il suo è un vero e proprio sogno della pittura, che non ha tempo e non si misura con il presente. Il dipinto di Rovereto è lo studio preparatorio per una più ampia composizione nella quale l’angelo emerge da uno scudo lunare e da un frammento di gusto classico. I riferimenti sono alla pittura di Sebastiano Mazzoni e di Alessandro Rosi ma anche a Johann Liss, pittore tedesco che maturò a Venezia.

La pittura neobarocca di Rao è fatta di queste contaminazioni. Le sue curiosità e la ricchezza delle sue conoscenze gli hanno consentito una produzione ricca e variegata nella concentrazione del suo rifugio vicino a Terni, dove si era ritirato negli anni precoci della sua maturità, a Pornello San Venanzio, un piccolo paese fuori da tutti i mondi possibili, lontano da qualunque altro luogo, dove Rao in uno studio molto rarefatto, con pochi oggetti, con un ordine straordinario, disegnava, disegnava, disegnava prima ancora che dipingere, e disegnava con l’urgenza di sa di avere poco tempo.

La tecnica di Rao è veloce, la definizione del disegno sicura. L’artista ama i panneggi, gli ampi drappi, i turbanti, tutto ciò che è suscettibile di piega. Egli è rinascimentale, barocco, neoclassico e romantico, indifferentemente e sempre con talento, ma è soprattutto il pittore della luna. La luna che domina i suoi quadri in modo ossessiva, conturbante. La luna – a dirlo con Rossana Bossaglia – come altro volto delle figure, cioè come maschera; e maschera anche di sé, dal momento che l’altra faccia della luna ci è ignota; luna come interlocutrice dolce ed infida dei solitari personaggi, sorridente nel suo inespugnabile silenzio. Rao ha la necessità di sperimentare, di creare, di percorrere e – come egli stesso affermava – di ricercare con emozionata voluttà le strade d’accesso alle cose che oltrepassano la realtà ed è per questo che le figure che dipinge non fanno quasi mai nulla di preciso e di riconoscibile, loro semplicemente sono e, stanno soltanto rappresentando e portandosi dietro e addosso, come tutti indistintamente facciamo, la loro vita, così com’è, sotto gli occhi di tutti.

«Rao è pittore difficile», scrive Ferdinando Creta, «acritico nella sua fedeltà all’immagine e alla tecnica tradizionale, pittore che richiede un avvicinamento lento, progressivo per un piacere sottile, intellettuale, eppure non d’élite. Con il suo lavoro, evidentemente insieme con altri come Clerici, Annigoni, Ferroni, Donizzetti, De Stefano, ha riaffermato, già in tempi non sospetti, il ritorno alla pittura» Le sue invenzioni lo rendono uno degli artisti più originali della sua generazione.

Maledetta questa gonna!”. La vita "poco femminista" di Matilde Serao. Libri, riviste, quotidiani, fogli di carta sono stati per Matilde Serao l’epicentro della sua esistenza. La straordinarietà della sua impresa è stato approfittare di questo dono per essere ricordata come la prima donna a fondare un giornale. Laura Lipari il 25 Gennaio 2023 su Il Giornale.

La storia di Matilde Serao racchiude al suo interno un iniziale paradosso che le servirà in un secondo momento a comprendere realmente le sue capacità e sfruttarle. Nasce nel 1856 a Patrasso, in Grecia, nella terra della madre, Paolina Borrelly, una nobile decaduta che s’innamora di un avvocato e giornalista napoletano, Francesco Saverio Serao, in esilio in quanto, essendo un convinto antiborbonico, rischia la forca. Entrambi diventano due modelli da seguire per la piccola Matilde. Nel 1860 la famiglia torna in patria grazie alla caduta di Francesco II che permette al padre di trovare alloggio nei pressi di Caserta e poi a Napoli.

Nonostante l’ambiente familiare intriso di cultura e le intere giornate passate con il padre in redazione, Matilde rimane analfabeta fino all’età adolescenziale. Solo all’età di 15 anni la giovane si presenta all’istituto magistrale per poter iniziare gli studi che finisce grazie al conferimento del diploma da maestra. Il bisogno di sapere dipende non solo da una condizione economica familiare instabile, ma soprattutto da un’esigenza personale.

Ancora molto giovane trova lavoro come ausiliaria ai Telegrafi di Stato, che la impegneranno per tre anni e nel frattempo comincia a scrivere piccoli articoli da pubblicare. La letteratura diventa un rifugio e così comincia a sperimentare con la stesura di breve novelle con lo pseudonimo di “Tuffolina”. Dopo la sua prima novella completa Opale, uscita nel 1878, il suo nome d’arte, con il quale firma sia la cronaca che la critica, diviene “Ciquita”.

Il trasferimento a Roma le dà l’opportunità di iniziare a frequentare i salotti mondani, famosi per essere luoghi di ritrovo per gli artisti dell’epoca. La sua risata fragorosa e i suoi movimenti poco raffinati, però, non mettono in evidenza il suo intelletto, anzi viene subito giudicata grossolana e sgraziata soprattutto dalle altre donne. Lei se ne accorge presto ma non le importa. “Quelle damine eleganti non sanno che io le conosco da cima a fondo – scriverà in seguito la giovane Matilde - che le metterò nelle mie opere; esse non hanno coscienza del mio valore, della mia potenza”. I modi garbati impartiti dalla madre in tenera età, infatti, non avevano fatto breccia nella scrittrice. Al contrario aveva sviluppato altre qualità come lo spirito d’osservazione, da questo momento infatti comincia a essere definita da alcuni come un’eroina borghese ma con occhio attento nei confronti degli ultimi, ruolo che spesso non viene ben visto dalla società che la circonda.

La critica e poi l’amore

Nel 1883 viene pubblicato il suo libro più famoso, Fantasia, per il quale si accende un dibattito tra il poeta e critico Edoardo Scarfoglio e la scrittrice. Lui le contesta: “… si può dire che essa sia come una materia inorganica, come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso, nella quale certi pigmenti troppo forti tentano invano di saporire la scipitaggine dell'insieme – con un linguaggio che – vi si dissolve sotto le mani per l'inesattezza, per l'inopportunità, per la miscela dei vocaboli dialettali italiani e francesi”. Matilde risponde dando la colpa ai pochi anni di studio da autodidatta ma senza rinnegare la sua originalità: “Vi confesso che se per un caso imparassi a farlo, non lo farei. Io credo, con la vivacità di quel linguaggio incerto e di quello stile rotto, d'infondere nelle opere mie il calore, e il calore non solo vivifica i corpi ma li preserva da ogni corruzione del tempo”.

Questo botta e risposta sarà il pretesto dell’incontro fortunato tra i due che determinò il loro sfarzoso matrimonio nel 1885, da cui nacquero i loro quattro figli. Tra una gravidanza e l’altra Serao continua a non dare limite alla sua creatività e in quegli anni pubblica altri romanzi come Pagina Azzurra, All'erta!, Sentinella, La conquista di Roma, Piccole anime, Il ventre di Napoli, Il romanzo della fanciulla.

Nonostante le convenzioni di quell’epoca, che dipingevano la donna come colei che doveva occuparsi della casa e della prole, la famiglia Scarfoglio-Serao rappresenta una rottura completa degli schemi. È proprio il critico infatti a convincere la moglie a fondare un giornale tutto loro e nel 1885 inaugurano il Corriere di Roma. Il suo decollo però avviene in modo nebuloso e a tratti interrotto da un vero gigante dell’editoria di quei tempi, La tribuna, che gode di un vasto pubblico e firme prestigiose. Il Corriere di Roma invece rimane di nicchia e non riuscirà mai a stare al passo con le altre testate. Per questo motivo i profitti cominciano a essere meno dei debiti, demoralizzando gli animi.

Lo scoraggiamento iniziale tuttavia è spazzato via da un incontro casuale a Napoli con il banchiere Matteo Schilizzi e proprietario del quotidiano Corriere del Mattino. La conversazione tra i tre si trasforma in un accordo: il banchiere si sarebbe accollato i debiti e in cambio la coppia avrebbe preso in mano le redini del giornale. Nel 1887 il Corriere di Roma cessa quindi le sue pubblicazioni e si fonde con il Corriere del Mattino dando via al Corriere di Napoli, con sede nella città partenopea.

Dopo varie vicissitudini Scarfoglio e Serao decideranno di cedere la loro parte della proprietà e lanciarsi nuovamente nella fondazione di un nuovo giornale, sperando di trovare più fortuna della prima volta. Il 16 marzo 1892 esce il primo numero de Il Mattino dove anche Matilde scriverà alcuni articoli sotto pseudonimo di “Gibus”.

Il tradimento, lo sparo e la separazione

L’insieme di cambiamenti, emozioni, sofferenze, affaticamenti destabilizzano presto la salute di Matilde per cui, sotto suggerimento, cerca di evadere dalla routine e rifugiarsi per un periodo di riposo in Valle d’Aosta. La situazione a casa senza la colonna portante però crolla vertiginosamente senza un punto di non ritorno. Il marito conosce una cantante di teatro, Gabrielle Bessard, con la quale inizia una storia extraconiugale. Al ritorno della moglie è costretto a rivelare il tradimento e dopo una prima incertezza Scarfoglio decide di rimanere con Matilde lasciando definitivamente l’amante. Quest’ultima, che aveva dato alla luce il frutto dell’adulterio, un giorno si presenta alla porta della loro casa e, lasciando la bambina tra le braccia della Serao, si spara un colpo di pistola al cuore. Accanto al suo corpo esanime gli agenti trovano un biglietto: "Perdonami se vengo a uccidermi sulla tua porta come un cane fedele. Ti amo sempre".

Questo gesto segnerà per sempre Matilde e il marito. Nonostante l’insabbiamento iniziale, la notizia inizia a dilagare tra le varie testate giornalistiche, ormai tutti sono a conoscenza del fatto. Il nome della famiglia è infangato e c’è persino chi la compatisce. Lei però è una che tiene testa alta soprattutto nelle difficoltà e senza neanche pensarci troppo adotta la piccola orfana alla quale dà il nome di sua madre, Paolina. La storia del tradimento non è una novità. Scarfoglio la ama davvero ma per lui non è l’unica donna della sua vita. I due finiscono così per separarsi definitivamente.

Le accuse e la rinascita

Il periodo nero è solo all’inizio. Le voci sulla cattiva condotta e le polemiche su una vicenda di corruzione diventano sia per il critico e sia per la Serao motivo di grande diffamazione. Entrambi vengono accusati di aver fatto favori in cambio di denaro durante la conduzione dei loro quotidiani. Dalle voci si passa ai fatti quando entrambi vengono allontanati gradualmente dal settore giornalistico facendo svanire i loro cognomi dai vari articoli.

Rimasta sola e con pochi spiccioli, la Serao non si fa abbattere e continua con quello che sa fare meglio: scrivere. Non solo, grazie alle strategie comunicative delle quali conosceva ogni segreto, riesce ad anticipare i tempi, per esempio con la proposta di abbonamenti ai lettori in cambio di sconti e gadget.

La sua rinascita è merito soprattutto di una rubrica “Api, mosconi e vespe”, con la quale tratta di temi di vita quotidiana, indagando sugli usi e costumi sia nei contesti borghesi che in quelli più umili. I rapporti con l’ex marito, però, diventano sempre più tesi fino a quando Matilde decide di lasciare Il Mattino e si mette in proprio.

La stessa rubrica, ma dal nome “Mosconi” verrà pubblicata nel giornale fondato nel 1904 dalla Serao, prima donna nella storia del giornalismo italiano, Il Giorno che divenne ufficialmente la concorrenza del Il Mattino di Scarfoglio. Nel 1911 il nome di Serao già nuovamente noto ai lettori, appare nel settimanale simile a una rivista “La moda del giorno”, edito da Antonio Quattrini, di cui assume la direzione.

Il suo concetto di femminismo

Il femminismo della Serao è un attivismo implicito nelle sue battaglie personali molto distante da quello che si intende oggi. Durante un’intervista nel 1904 dirà infatti: “Femminista? Non mi sono mai occupata della questione. Ma crede lei che abbia ragione d’essere una questione femminista? Il femminismo non esiste. Esistono solo delle questioni economiche e morali che si scioglieranno o si miglioreranno quando saranno migliorate le condizioni generali della donna: assicurare alla donna il sacrosanto diritto di vivere”. Matilde Serao è una donna pratica nella vita di tutti i giorni e lo è anche nei suoi ragionamenti. “Maledetta questa mia gonna!”, scriverà riguardo al rammarico che aveva provato sapendo di non poter accedere alle case chiuse per raccontare la storia di prostituzione dentro quelle mura.

Un’altra inchiesta forte è quella dal titolo “Le vie dolorose delle maestre”. Fatta l’Italia infatti si dovevano formare gli italiani: dunque il collante doveva essere innanzitutto la lingua parlata, unica per tutti. Lo Stato decide quindi di mandare le maestrine in tutto il Paese per insegnare alla gente a leggere e scrivere. Il viaggio di queste ragazzine simili a delle soldatesse, in missione non verso una terra bellica ma verso destinazioni incognite e spesso in realtà molto diverse da quella natale, era motivo di grande sofferenza. Giovani donne completamente sole, mal pagate, esposte e spesso in balia di tragici destini che la scrittrice trasformerà in protagoniste nei racconti della sua rubrica, donne che altrimenti sarebbero cadute nell’oblio della memoria.

Gli ultimi anni

La vita sentimentale della giornalista si riaccende quando conosce un giovane giornalista dal nome Giuseppe Natale con il quale concepisce una bambina dal nome Eleonora, in onore della storica amica Eleonora Duse. I due si sposano alla morte di Scarfoglio, ma dopo qualche anno anche Giuseppe Natale muore lasciando un vuoto incolmabile nella vita della donna.

Nel 1926 un altro evento grandioso segna la sua esistenza: la candidatura al Premio Nobel per la letteratura. Ma - nonostante il repertorio di 26 romanzi e 160 novelle e collaborazioni con più di 100 testate italiane e straniere - le sue idee, segno di un’indipendenza intellettuale, non le permettono di aggiudicarsi l’ambito premio che quello stesso anno vincerà un’altra donna, Grazia Deledda.

La fine dell’esistenza di Matilde Serao è memorabile come la sua vita. La morte infatti la coglierà con la penna in mano nel 1927, proprio mentre era intenta a scrivere un articolo per allietare il suo pubblico e la sua anima.

L'artista. Maurizio Cattelan: “Chissà se sarà ricordato come l’imbecille della banana, i milanesi vanno rinfrescati”. "Rimani impresso più per le gag che per le cose serie che hai tentato di fare o dire. È un grande dilemma, perché sei sempre tentato di compiacere più persone possibili, ma al tempo stesso senza svalutare il contenuto di quello che dici". Redazione Web su L'Unità il 16 Giugno 2023 

Maurizio Cattelan e la sua banana. Quella di Comedian certo, l’opera d’arte sempre a rischio, sempre minacciata da qualcuno che la stacchi e la mangi – com’è successo d’altronde il mese scorso a Seul, per esempio. L’artista italiano di più estesa fama internazionale non lo esclude, che resterà noto, sarà ricordato più per la banana che per altri lavori più profondi e impegnativi. “È un rischio che si corre sempre quando passi da un registro all’altro: rimani impresso più per le gag che per le cose serie che hai tentato di fare o dire. È un grande dilemma, perché sei sempre tentato di compiacere più persone possibili, ma al tempo stesso senza svalutare il contenuto di quello che dici”.

Cattelan si descrive come un timido. Classe 1960, è nato a Padova. Prima di darsi all’arte aveva lavorato come infermiere in ospedale. I suoi primi lavori erano tra design e arte. Ha debuttato come artista con le sue opere alla galleria Neon e alla GAM di Bologna nel 1990. Il Guggenheim di New York gli ha dedicato una personale nel 2011. Ha scatenato – per l’ennesima volta – una piccola polemica a Cremona, dove nel Battistero, in occasione dell’Art Week, ha appeso un coccodrillo al Battistero dell’1167.

Ci sono moltissimi animali nei luoghi sacri, sono sempre stati dei simboli, specialmente i rettili – ha raccontato l’artista alla rivista Sette de Il Corriere della Sera – nella cultura cristiana e cattolica serpenti, draghi e coccodrilli sono considerati personificazioni terrene del diavolo. Conoscevo il coccodrillo di Curtatone, lo visitai vent’anni fa, ma non sapevo ce ne fossero altri. Chissà come sono arrivati in Italia, se in seguito alle crociate o come specie alloctone, come i pappagallini verdi che infestano gli alberi di Milano in certi momenti dell’anno!”. L’ha chiamato EGO, come quello molto sviluppato di artisti, sportivi, musicisti e giornalisti.

Non è la prima volta che appende una sua opera. “Essere appeso ti rende innocuo, priva il corpo della capacità di muoversi e di reagire. Un corpo sospeso, a cui viene tolta la terra sotto i piedi, è un corpo impotente, privato della propria capacità di influire sul proprio destino. È un gesto molto violento, e rivolgerlo contro il mio stesso lavoro è stato anche terapeutico”. Per il settimanale del quotidiano Cattelan si è fatto ritrarre in un servizio fotografico all’interno della Scala, ha rivelato il suo amore per l’Opera pur senza escludere la musica dei rave. “I milanesi vanno ogni tanto rinfrescati aprendo le finestre, come nelle case. Ci sono tantissimi giovani che vanno a vedere la lirica, l’opera e la danza. Il merito è di produzioni molto fresche, capaci di trasmettere contenuti antichi riaggiornandoli e renderli così approcciabili”.

C’è spazio anche per una riflessione sul rapporto tra il mondo dell’arte e la Chiesa – “L’arte e gli artisti hanno bisogno di mecenati, un tempo era la Chiesa, oggi è la moda, o i grandi collezionisti… Se la Chiesa tornasse a interessarsi a un ruolo da committente sono sicuro che ci sarebbe il modo per creare un dialogo proficuo. In fondo la chiesa è uno dei più grandi serbatoi di simbolismo del nostro panorama culturale, detiene spazi incredibili in cui gli artisti sarebbero felicissimi di lavorare” – e per un’altra sui femminicidi, a partire dalla sua opera Untitled del 2007. “Il problema è che siamo ancora immersi in una società dominata dagli uomini, dove, a partire dai titoli dei giornali, le vittime vengono raccontate come se avessero una colpa e gli assassini come persone malate prese da un raptus. Solo cambiando questa narrazione possiamo sperare di iniziare ad invertire la rotta”.

Redazione Web 16 Giugno 2023

Maurizio Cattelan, artista globale: «Magari passero alla storia come l’imbecille della banana». Francesca Pini, foto di Alberto Zanetti su Corriere della Sera il 16 giugno 2023. 

Il più acclamato artista italiano al mondo, reduce dal successo e dalla polemica del suo intervento nel Battistero di Cremona, .si è fatto ritrarre alla Scala di Milano. Rivelando il suo grande amore per l’opera, ma che non esclude la musica rave. 

Maurizio Cattelan, 62 anni, nato a Padova, artista irriverente e imprevedibile: la sua opera L.O.V.E, il dito davanti alla Borsa, è parte del paesaggio milanese. Qui è ritratto nel foyer del Teatro alla Scala, a Milano (foto Alberto Zanetti)

Preparatevi, per tempo, a un’eccezionale “prima” della Scala a Sant’Ambrogio, il 7 dicembre, a Milano. In cartellone Maurizio Cattelan con soprano, mezzosoprano, tenore, baritono e basso. E quando accadrà - se mai accadrà - la standing ovation è garantita. Per ora sono le fauci spalancate del coccodrillo appeso nel Battistero di Cremona (del 1167) a tenere banco, fino al 1 novembre. E se ancora l’anno scorso erano il Museo del violino con gli Stradivari e le visite guidate sulle tracce del grande attore cremonese Ugo Tognazzi ad attirare persone in città, l’Art Week, con i suoi 70 interventi e il colpo gobbo di Cattelan, ha mobiltato 15mila persone in una settimana. Benché con Cattelan si gridi sempre allo scandalo, il rapporto con la Diocesi, con i sacerdoti, è stato inaspettatamente molto aperto.

IL COCCODRILLO SI CHIAMA EGO COME QUELLO DEGLI ARTISTI. IL MIO È COME IL DOWN JONES VA SÚ E GIÚ A SECONDA DELLE GIORNATE

«La curatrice della Art Week di Cremona, Rossella Farinotti, ha avuto l’importante ruolo di preparare il terreno, rendere possibile il dialogo tra gli artisti e gli spazi in cui le loro opere sarebbero state installate, e con tutte le persone che questi spazi li abitano quotidianamente. Specialmente se, come in questo caso, di solito non sono deputati all’arte contemporanea, anzi», commenta l’artista. «Il Battistero è un luogo speciale, diverso da una chiesa, più sacro che religioso. Rossella, che conosco da molti anni, ha intrapreso una conversazione con don Gaiardi e da lì siamo partiti a immaginare l’intervento».

C’è stato un frangente dove lei e don Gaiardi vi siete “scambiati” il colletto del clergyman e la sua famosa banana: questa può essere l’immagine iconica di un’inversione di ruoli. Che cosa la affascina nella figura di un sacerdote? Poter confessare? Il filo diretto con Dio? Battezzare, celebrare matrimoni, funerali?

«Mai mi sono spacciato per un prete, ma sono stato per lungo tempo un chierichetto. I sacerdoti hanno ovviamente avuto un ruolo nella mia educazione, sono figure che rispetto: mi chiedo se considerino oggi il loro lavoro di utilità sociale, alla pari di un medico o di un infermiere».

È un artista da grandi musei, ma la piccola Cremona nella sua dimensione provinciale...

«Il pregio è che lì il tempo si allunga, e ciò aiuta a migliorare i rapporti fra le persone. Ciò che a volte manca nelle grandi città, che però hanno la possibilità di offrire molta diversità. È difficile trovare un equilibrio tra questi due poli».

Qui ha lavorato in mezzo ad artisti di un’altra generazione, Nicole Colombo, Ettore Favini, Invernomuto, Giovanni Ozzola, Alice Ronchi.. quali complicità artistiche tra di voi?

«Le mostre sono uno strumento di conoscenza e approfondimento, una sorta di percorso di consapevolezza. Quelle collettive in particolare sono un momento importante per un artista: sono l’occasione per entrare in contatto coi tuoi simili e, a prescindere dall’età e dall’esperienza, c’è sempre qualcosa da imparare da questo confronto. E anche nel rapporto con chi cura la mostra. Benché in alcuni casi - ma non in questo - può essere più conflittuale di quello che hai con un altro artista con cui condividi la stanza».

Il coccodrillo (sulla terra da 90 milioni di anni) qui nel Battistero sembrerebbe quasi un ex voto di uno scampato pericolo, o di chi invece è in cerca di redenzione... Forse lei?

«Del coccodrillo ciò che mi affascina è che tutti lo temono ma nessuno l’ha mai visto. Anche per Capitan Uncino, se ci pensa, basta il ticchettio della sveglia che il coccodrillo ha ingoiato per andare nel panico, senza che neanche si vedano gli occhi sopra la superficie dell’acqua. E proprio il fatto che è la nemesi e il terrore dell’antagonista di Peter Pan dimostra che il coccodrillo rappresenta da sempre le nostre paure più profonde, quelle che ci fanno tornare nella condizione di preda».

SE LA CHIESA TORNASSE AD ESSERE UN COMMITTENTE SI RISTABILIREBBE UN DIALOGO PROFICUO TRA LEI E GLI ARTISTI

Un luogo sacro come questo è solo un bell’ambiente antico e monumentale, oppure induce anche a una propria analisi interiore?

«Entrare in un luogo sacro ha sempre un impatto, anche quando non è consacrato a quello in cui credi. Non conoscevo il Battistero di Cremona, ma quando l’ho visitato la prima volta mi ha colpito soprattutto perché è incredibilmente semplice: all’interno la cupola è gigantesca e tutta di mattoni, senza decorazioni. Sembra quasi una architettura disegnata da Carlo Scarpa, invece è di epoca medievale. C’è stato un momento in cui religione e architettura sono riuscite a incontrarsi per rappresentare l’assoluto, che in quel caso era religioso, ma è un’armonia che percepisce chiunque lo visiti, anche se non ha fede. È questa la cosa più incredibile dell’architettura sacra. Mi interessa l’architettura simbolica, quella sociale e l’architettura libera da architetti egocentrici. Che crea delle possibilità di incontro, non invasiva, più orizzontale e connettiva che verticale e dimostrativa».

Bibbia e Vangeli spesso fanno riferimento ad animali simbolici. Sapeva che nel Santuario delle Grazie di Curtatone c’era un coccodrillo appeso nella navata? E che ve ne sono altri in altre chiese, come nel Santuario delle Vergini a Macerata e in quello delle Lacrime a Ponte Nossa, in provincia di Bergamo?

«Ci sono moltissimi animali nei luoghi sacri, sono sempre stati dei simboli, specialmente i rettili: nella cultura cristiana e cattolica serpenti, draghi e coccodrilli sono considerati personificazioni terrene del diavolo. Conoscevo il coccodrillo di Curtatone, lo visitai vent’anni fa, ma non sapevo ce ne fossero altri. Chissà come sono arrivati in Italia, se in seguito alle crociate o come specie alloctone, come i pappagallini verdi che infestano gli alberi di Milano in certi momenti dell’anno! ».

E questo l’ha chiamato EGO. Che negli artisti è molto sviluppato. Il suo a che livello è?

«Non solo negli artisti, anche nei calciatori, nei musicisti, nei giornalisti... Il mio è un po’ come l’indice del Dow Jones: va su e giù a seconda delle giornate».

Perché questa idea di appendere un animale ricorre spesso nella sua visione artistica?

«Ho fatto di peggio, ho appeso tutto il mio lavoro per la mostra al Guggenheim di New York nel 2011. Essere appeso ti rende innocuo, priva il corpo della capacità di muoversi e di reagire. Un corpo sospeso, a cui viene tolta la terra sotto i piedi, è un corpo impotente, privato della propria capacità di influire sul proprio destino. È un gesto molto violento, e rivolgerlo contro il mio stesso lavoro è stato anche terapeutico».

NON SONO ABBASTANZA BRAVO PER FARE UNA SCENOGRAFIA. SEMMAI UN SET DESIGN PER UN’OPERA DAL TITOLO MADAME MOLOTOV

Dai concerti alla Scala al rave party, per lei tutto “fa musica”...

«È il bello delle grandi città, in una serata puoi passare dalla musica classica, a quella contemporanea colta a un rave. Crei la tua playlist di musica dal vivo».

I milanesi amano ancora la Scala come un tempo? È sempre elitaria?

«I milanesi vanno ogni tanto rinfrescati aprendo le finestre, come nelle case. Ci sono tantissimi giovani che vanno a vedere la lirica, l’opera e la danza. Il merito è di produzioni molto fresche, capaci di trasmettere contenuti antichi riaggiornandoli e renderli così approcciabili. Ovvio, il prezzo del biglietto non è quello del cinema, ed è dovuto al costo materiale di mettere in piedi uno spettacolo dal vivo, in cui devi spostare cose e persone, e non solo il file di un film».

Nel suo smoking lei è perfetto per una prima del 7 dicembre.

«No è terribile, e non mi interessa usarlo: preferisco di gran lunga le seconde recite alle prime».

Se le chiedessero una scenografia?

«Mi piacerebbe fare tutto, ma non sono bravo abbastanza. Potrei al massimo pensare al set design di un’opera intitolata Madame Molotov ».

Il mito Callas e il suo canto divino, inarrivabile...

«La Callas è tutt’oggi da brividi e continua ad essere unica e inimitabile. Ma ci sono anche delle grandi personalità letteralmente da pelle d’oca. Ad esempio, il soprano lituano Asmik Grigorian, bellissima e intensissima. Sentita e vista l’anno scorso alla Scala nella Dama di picche di Ciaikovskij e nel meraviglioso recital con musiche di Rachmaninov. Magnifica!»

Bohème , Tosca e La traviata , quale le fa scappare la lacrimuccia?

«Nessuno e tutti, dipende dalle interpretazioni... Meraviglioso rivedere il Tristan und Isolde di Wagner diretto da Daniel Barenboim con la stupenda regia di Patrice Chéreau, che inaugurò la stagione della Scala nel 2009. Dove Isolde era una sublime Waltraud Meier che veramente faceva versare fiumi di lacrime».

Certo è finzione, ma nell’opera morire cantando è quasi una cattelanata...

«Se La Nona Ora fosse una performance probabilmente fischietterebbe».

Nel 1999 quel lavoro fece scandalo. Eppure è intriso di grande religiosità, e allo stesso tempo è profetico annunciando i più grandi tormenti che la Chiesa avrebbe dovuto affrontare. Oggi che Papa Francesco ha raccolto quell’afflizione rendendola pubblica, chiedendo perdono a persone offese, a minoranze, a chi ha subìto violenze, questa Chiesa è ancora quella abbattuta dal meteorite?

«I processi di cambiamento che investono una istituzione secolare come la chiesa sono quasi altrettanto lunghi, è come essere davanti a una pianta che cresce: a occhio nudo non possiamo intuirne il movimento. La Chiesa di Francesco è sicuramente più aperta a mettersi in discussione, ma prima che questo moto abbia degli effetti concreti sulla vita delle persone che la abitano ci vorrà molto tempo».

Oggi l’arte è più sacra del sacro?

«Non mi piacciono gli altari né gli altarini, non credo che nessuna arte sia mai stata sacra. Può aver trattato soggetti sacri e religiosi, ma non è un buon punto di partenza cercare la sacralità negli oggetti».

Per secoli la Chiesa è stato il più grande mecenate delle arti e dell’architettura. Poi nel XX secolo c’è stato un brutto divorzio tra la Chiesa e l’arte, crede si possa riprendere un dialogo tra artisti e Chiesa? E su quali basi? O non ci può essere più intesa?

«L’arte e gli artisti hanno bisogno di mecenati, un tempo era la Chiesa, oggi è la moda, o i grandi collezionisti... Se la Chiesa tornasse a interessarsi a un ruolo da committente sono sicuro che ci sarebbe il modo per creare un dialogo proficuo. In fondo la chiesa è uno dei più grandi serbatoi di simbolismo del nostro panorama culturale, detiene spazi incredibili in cui gli artisti sarebbero felicissimi di lavorare».

Dopo Warhol nel 1967, lei ha riportato in auge la banana con Comedian . Che quando viene esposta è sempre un’opera a rischio. Anche recentemente un ragazzo coreano se l’è mangiata adducendo la scusa che “aveva fame”. È perseguibile legalmente chi strappa o mangia la sua banana?

«Solo se la prossima volta non si mangia anche la buccia e il nastro adesivo!».

La “supercazzola” del conte Mascetti in Amici miei , celebre film con Tognazzi, equivale alla sua banana? (lei mi diceva: tanto lavoro, tanto scervellarsi e poi passerò alla storia come quell’imbecille della banana...).

«È un rischio che si corre sempre quando passi da un registro all’altro: rimani impresso più per le gag che per le cose serie che hai tentato di fare o dire. È un grande dilemma, perché sei sempre tentato di compiacere più persone possibili, ma al tempo stesso senza svalutare il contenuto di quello che dici».

Trentennale delle stragi di via dei Georgofili e dell’attentato al Pac. Uno dei suoi lavori ingloba appunto le macerie del Pac. E oggi che si fa memoria di quegli eventi, queste macerie possono diventare anche quelle dell’Ucraina?

«Avevo visto i detriti del Pac in asta, e mi era sembrato assurdo che non potessero ritornare a Milano: ho deciso di comperarli e farne un monumento in memoria della ferita della città. Tanti sono i modi per fare memoria: la scorsa estate, per commemorare l’anniversario dell’esplosione, abbiamo organizzato un concerto: il Requiem di Mozart al Monumentale. Sono sicuro che altri artisti si faranno carico della guerra russa in Ucraina, creando monumenti e memoria intorno a questa terribile tragedia».

Mi rifaccio a un’altra sua opera Untitled , del 2007, la donna inchiodata di spalle su un letto. Tante le interpretazioni, fors’anche quella dei femminicidi sempre in crescita. I maschi che uccidono sono anch’essi nati da donne, ma è come se ci fosse una duplice negazione del femminile, sia quello materno che quello legato alla sessualità. Cosa deve cambiare nella cultura maschile per arginare questo fenomeno?

«Qualche settimana fa L’Espresso ha ripubblicato una sua copertina del 1978, con una donna incinta crocefissa: 45 anni fa il numero fu sequestrato per “vilipendio alla religione” e il direttore dell’epoca venne denunciato. Benché sia passato quasi mezzo secolo, viviamo ancora in una società in cui i diritti delle donne vengono calpestati ogni giorno, i femminicidi sono solo la punta dell’iceberg. Non credo che sia un problema di rinnegare il femminile, né si tratta di un “fenomeno”: è una lettura troppo legata alla psicologia e al singolo evento. Invece è una questione sociale e culturale. Il problema è che siamo ancora immersi in una società dominata dagli uomini, dove, a partire dai titoli dei giornali, le vittime vengono raccontate come se avessero una colpa e gli assassini come persone malate prese da un raptus. Solo cambiando questa narrazione possiamo sperare di iniziare ad invertire la rotta».

È in corso la Biennale Architettura di Venezia.E si discute se sia giusto che il Padiglione Italia ai Giardini torni ad essere la sede espositiva per l’arte italiana alla Biennale.

«Ritengo importante che il Padiglione centrale rimanga dedicato alla mostra internazionale: lì le artiste e gli artisti italiani possono confrontarsi con i loro colleghi internazionali. Ci sono altri modi per dare visibilità all’arte italiana, ad esempio costruirne uno nuovo ai Giardini, più centrale di quello in fondo al complesso dell’Arsenale».

Adesso, sulla scena internazionale, è scoccata l’ora degli artisti africani. Pensa sia una moda oppure qualcosa di più strutturale?

«Spero davvero sia un cambiamento strutturale. È importante che tutti riconoscano i propri privilegi e facciano un passo indietro, per lasciare posto a chi non ha avuto le stesse possibilità. Purtroppo buona parte del sistema è basato sulle possibilità economiche. Speriamo che nonostante questo si creino spazio e opportunità per tutti: più diversità equivale a maggiore crescita».

Quanto è timido e quanto sfacciato?

«Sono di base molto timido, fino a quando la timidezza non mi fa diventare sfacciato».

Che cos’è l’arte spiegata a un bambino? E invece a uno che fa finanza?

«È molto più difficile spiegare l’arte a uno che fa finanza che spiegarla a un bambino: nel primo caso saresti costretto a focalizzarti sul valore economico, che non ha molto a che vedere con l’arte».

Ha molto senso estetico. Come ha guardato al primo capello bianco?

«Hanno iniziato a cambiare colore quando ho cominciato a fare questo mestiere. Il primo bianco è uscito con la prima collettiva molti anni fa... ».

Va spesso a Pantelleria, il regno estivo di Armani. Com’è Giorgio visto da Cattelan?

«Armani è stato capace, come Mina, di trasformare la propria immagine in una icona immortale: Giorgio avrà per sempre quarant’anni, è riuscito a fermare il tempo. Ha inventato e vestito una donna che non esisteva prima; che non ha bisogno di fronzoli e decorazioni, grazie alla giusta combinazione di “fifty shades of grey”».

Quando a un party si dice (con suspense): «viene anche Cattelan», è sinonimo di una festa da non mancare. Lei è come un brand...

«Non credo che sia vero, io stesso non andrei a una festa etichettata così...».

Che pazzia ha fatto per una donna?

«Le pazzie e i grandi gesti in una relazione non mi interessano, servono solo per alimentare il proprio ego. Se proprio devo pensare a qualcosa di folle, farei qualche pazzia per il sociale, andare a fare il volontario da qualche parte. Mi piacerebbe rendermi utile, senza pubblicizzarlo».

Anticipazione da Oggi – oggi.it mercoledì 29 novembre 2023. 

La violenza del padre, l’abbandono della madre, la morte misteriosa del fratello, la convivenza con l’alcol, la malattia dei figli... Mauro Corona si confida in un’intervista al settimanale OGGI, in edicola domani, che ha anche convinto lo scrittore a farsi fotografare, eccezionalmente, in camicia e giacca. 

Corona rivela un grave rammarico. «Dovevo perdonare i miei genitori. Ma non l’ho fatto e anche per questo morirò di sentimenti avvelenati. Io avrei dovuto mettere non una pietra, ma una montagna su quello che era stata la nostra vita. Invece ho conservato la ferita dei non amati. Me la porterò nella tomba. È stata la sottrazione dell’infanzia a pesare sul resto della vita».

Sulla morte del fratello Felice, avvenuta a 17 anni, in Germania, Corona dice: «Voglio rivolgermi a Chi l’ha visto? per capire come è morto in un giorno di giugno del 1968. Aveva accettato di andare a fare il gelataio in Germania. Partì a marzo, fu ritrovato a Paderborn, nella piscina di una villa, con la testa rotta».

Racconta anche di un amore che lo ha reso migliore. Non parla certo per Bianchina-Bianca Berlinguer, di cui è ospite fisso su Rete 4: «Recitiamo. Siamo un duo comico». Ma di una donna «grazie alla quale sono migliorato. Mi sono innamorato da vecchio. Ho conosciuto l’eros venerando. Senza più quell’aggressività della passione di un camoscio a novembre».

Il dirigente in questione non ha risposto alla richiesta di contatto tramite LinkedIn, ma subito dopo le immagini filo-palestinesi e i post non correlati dell'ultimo anno e mezzo sono stati cancellati dalla sua pagina. In precedenza lo 007 ha supervisionato la produzione del materiale altamente classificato per il briefing quotidiano del presidente. Il vicedirettore per le analisi della Cia e i suoi due collaboratori sono anche responsabili dell'approvazione di tutte le analisi diffuse all'interno dell'agenzia.

Mauro Corona: «Io, sopravvissuto al Vajont. Il rumore di quella notte fu irripetibile: in mezzo minuto non fummo più nessuno». Storia di Daniela Monti su Il Corriere della Sera sabato 2 settembre 2023.

Fu una sera come le altre. Via vai, osterie fumose, qualche canto. Anche la notte come le altre. Fino a un certo punto. L’ora e il giorno si possono omettere. Il rumore no. La montagna non si reggeva in piedi, ubriaca di uomini sapienti. Un misto di cinismo e interessi, di prepotenza e cemento. Cemento davanti, vite umane dietro. Il torrente sprofondato nella sua stessa acqua non cantava più. Piovve terra sulla terra, terra nell’acqua, terra su duemila fosse aperte. C’era luna piena, sereno, vento sottile. Quel vento porta ancora le voci scomparse», scrive Mauro Corona ne Le altalene , il nuovo romanzo (nella foto sotto, la copertina) che è un’autobiografia, storia di un bambino che diventa grande avendo tutto contro: il disastro del Vajont che lo obbliga alla fuga e allo sradicamento, un padre capace di gesti «non da genitore, ma da assassino», un’infanzia «cancellata, negata, maltrattata, uccisa ancora nel grembo di una madre che prendeva botte ogni giorno» e che alla fine decide di andarsene, abbandonando tre bambini. Il dolore per la morte del fratello, l’alcolismo, i primi successi letterari, poi i figli, la maturità di oggi, la vecchiaia.

Dall’archivio del Corriere, 10 ottobre 1964 - Dino Buzzati un anno dopo la tragedia: «Una bambola rubata e il fantasma della bambina, la tragedia del Vajont in una casa milanese»

«Mi fa molto paura questo libro», dice ora Corona seduto nella sua casa-studio di Erto, un gattino in grembo che si addormenta al suono delle sue parole, «perché mi rendo conto che, inconsciamente, ho scritto il mio testamento. Ora sono pronto ad andarmene». Le altalene è soprattutto memoria, a cominciare dal Vajont. «Quella notte la montagna inciampò negli ingegneri. Nei geologi, nei tecnici, nei poteri. Le fecero lo sgambetto. Non ci volle molto a cancellare vite, pascoli, boschi e culture. Morti sopra, morti sotto, superstiti fuggiti e silenzio. La luna piena guardava attonita. Quella notte si fece coprire da una nuvola. Non è più venuta da queste parti. L’ha sostituita una luna nuova, diversa. La vecchia luna non vuole più saperne».

Professione superstite

Scalcia, Corona, come un mulo che non vuole farsi riportare nel recinto, se il recinto è quella notte di sessant’anni fa, 9 ottobre 1963. «È già stato raccontato tutto», dice, basta, è stanco, «il superstite del Vajont è ormai diventata una professione», lui stesso ne ha già scritto tanto, in Asproe dolce per esempio, in Vajont: quelli del dopo . Però poi ammette di aver voluto ancora una volta ricordare quei morti «perché, come diceva Iosif Brodskij, se c’è qualcosa che può sostituire l’amore questa è la memoria». Gente sepolta viva dentro fosse che un giorno furono cucine, stanze, tinelli. Ne Le altalene scrive: «Di solito si parte uno alla volta. O due, tre, quattro o di più. Dipende dal caso. Lassù nelle terre desolate partirono in duemila. Il viaggio non era programmato, nemmeno ciao con la mano. Sono passati sessant’anni. Agli autori del massacro il silenzio del disprezzo».

La diga del Vajont, sopra Longarone, in una foto scattata nel luglio 1962, 15 mesi prima che una frana dal monte Toc facesse precipitare nel bacino 300 milioni dimetri cubi di terra e roccia, provocando un’onda che sommerse l’intera valle

Il ricordo più forte

«Il rumore quella notte fu irripetibile», racconta ora che ha 73 anni e che al primo libro Il volo della martora — che il padre buttò dalla finestra quando lui, «emozionato e fiero» glielo mise in mano — ne ha fatti seguire tanti altri, un autore da 3 milioni di copie dice il suo editore, Mondadori. «Come assistere a un camion che scarica 300 milioni di metri cubi di ghiaia. Poi le voci, le grida. La Terra, intesa come il globo intero, mi sembrava si stesse spaccando. Era la fine. Non era un rumore di tragedia: era proprio il disfacimento del pianeta. Ricordo gli amici: Lucia, Pierino, Wanda, tutti del 1950, erano almeno una decina, abitavano in località Le Spesse, furono spazzati via. Andavamo a scuola scalzi, come i coleotteri non ci serviva tanto. Il Vajont è stata l’altalena che, nel suo eterno dondolio, si è portata via la nostra vita semplice ma ricca di natura, di emozioni, di fieno, sostituendola con qualcosa che nessuno aveva mai visto, né immaginato: la morte e, soprattutto, il cambiamento totale. Tutte le civiltà sono state annientate dal progresso, ma ci hanno messo anni, decenni. Noi in mezzo minuto non eravamo più una gente, né un paese, non c’era più niente e per farci sopravvivere sono avanzate cose sconosciute. Una volta, tornando con il pensiero al mio mondo sparito, provavo il sentimento della perdita del paradiso terrestre. Oggi lo sento come una memoria dolce, non mi fa più male, però lo devo ricordare. I libri salvano le culture».

Soldati scavano a Longarone, nei giorni successivi al disastro del Vajont. Cinque paesi vennero completamente distrutti, i morti furono duemila e altre migliaia di persone furono sfollate

Come un assassino che si confessa

L’altalena che dà il titolo al romanzo è una metafora dell’andare e venire su e giù nel tempo: l’amore che finisce e lascia il posto a un altro amore, i desideri che si avvicinano, credi di poterli afferrare, «poi l’altalena si allontana di nuovo, e a te resta solo quello che sei riuscito a pescare al volo, dal seggiolino». Un libro scritto veloce, tre mesi appena di lavoro, «mi è venuta a cercare l’infanzia, la resa dei conti, mi ha preso una specie di malinchetudine, che è un misto fra malinconia e solitudine», racconta Corona. «Non mi piacevo più, il testo è andato giù in fretta. Come diceva Carver: ho vuotato il sacco subito, poi c’è stato il tempo di correggere». Un romanzo-monologo dal linguaggio sorprendentemente poetico. «Per svegliare il mondo letterario e fare in modo che si occupasse anche di me, ho usato a volte delle esagerazioni: trame e linguaggio forti, come in Storia di neve o Nel muro. In quei romanzi c’è il mio lato oscuro. A 73 ho capito però che è ora di smetterla con la recita: io non sono quello », dice.

IL RAPPORTO MAI RISOLTO COL PADRE VIOLENTO: «...DAL BASSO DELLA MIA INTELLIGENZA DI IMBECILLE ASTIOSO, QUANDO, LUI VECCHIO E IO MATURO, È ARRIVATO IL MOMENTO DI BERCI UNA BOTTIGLIA INSIEME E GUARDARCI IN FACCIA, NON L’HO FATTO. VOLEVO VENDICARMI»

«Oltre il mio lato oscuro, c’è del buono»

«Sono anche quello, ma prevale il buono in me, una dolcezza che ho dovuto affondare per non essere affondato. Gettando la maschera, però, mi sono scoperto fragile, impaurito, ma contento di questo spogliamento. Quando ho finito di scrivere Le altalene ho provato la pace, come un vecchio assassino mai scoperto che è andato a confessarsi e ha detto al prete: adesso vai fuori e racconti a tutti quello che ho combinato». Il padre torna più e più volte nel libro. «Non lo assolve il fatto che bevesse», dice Corona, «se fosse ancora vivo avrebbe 100 anni e se anche gli sbattessi in faccia tutti i miei libri continuerebbe a dire che sono un fallito. Eravamo sempre in competizione. Così dal basso della mia intelligenza di imbecille astioso, quando, lui vecchio e io maturo, è arrivato il momento di berci una bottiglia insieme e guardarci in faccia, non l’ho fatto. Volevo vendicarmi. Con mia mamma lo stesso. Ora che sto per raggiungerli, avrei però il desiderio di abbracciarli e dire: non ci siamo capiti. Sono stati errori di orgoglio, di ignoranza. Ringrazio mio padre perché il suo esempio brutale ha fatto sì che non lo applicassi con i miei figli. La sua lezione è servita a migliorare me».

IL PROBLEMA DEL BERE: «...MI COSTA SACRIFICIO BERE ACQUA PERCHÉ, NELLA MIA IDIOZIA, SENTO CHE MI VERREBBE A MANCARE L’ALONE DI ’MACHO’. QUESTE SONO FRAGILITÀ CHE MI HANNO MANDATO ALLA ROVINA. L’ALCOL PER ME È UNA DIPENDENZA DA MITO»

La malattia della figlia

La malattia della figlia — un tumore al colon che Marianna Corona ha raccontato nel libro Fiorire fra le rocce — ha aperto un nuovo capitolo nella vita dello scrittore. «Verso i settanta tutto scivolò in basso» scrive ne Le altalene . «Un padre viene abbattuto come un albero morto quando scopre i figli aggrediti da malattie che solo a pronunciarne il nome tremano le vene ai polsi». «Pensavo si ammalassero sempre i figli degli altri», dice adesso, «quando è successo ai miei mi sono raggelato. Non ho più cuore. Il terrore di poter perdere un figlio mi ha reso insensibile al dolore, come un bambino che, spaventato da un mostro, prima cerca di sottrarsi, poi per la disperazione gli si butta addosso». Com’è cambiata la sua scrittura nel tempo? «Ho acquisito uno stile più quieto», risponde, «che mi appartiene, ma rifiutavo perché avrei mancato alla mia figura di duro. È come con l’alcol: mi costa sacrificio bere acqua perché, nella mia idiozia, sento che mi verrebbe a mancare l’alone di macho . Queste sono fragilità che mi hanno mandato alla rovina. L’alcol per me è una dipendenza da mito. Ora però questo libro mi ha tranquillizzato».

Aggirare l’ostacolo

La vecchiaia «ha dei segnali beffardi. Oggi sto ancora cercando montagne per conoscerle, ma prima quando correvo su un sentiero e vedevo un sasso lo saltavo. Ora penso che mi si potrebbe incrinare un ginocchio e, con cautela intelligente, lo aggiro. Quando aggiri l’ostacolo, sei vecchio. Mio padre è stato un grandissimo camminatore. Prima della morte, ha cominciato a sedersi. A me dispiaceva non fare più le gite con il vecchio, anche se ci odiavamo. Un giorno gli ho detto: “Andiamo a fare un giro fin sul Borgà”, 1.400 metri di dislivello. Aveva 87 anni. Mi ha guardato con i suoi occhi scuri che erano pallottole, avevano il male dentro, e mi ha risposto: “Se voglio pian piano ci arrivo. E dopo? Cosa cambia, dopo?”. Mi stava dicendo che la vecchiaia ormai era lì, andare sul Borgà non risolveva nulla. Così ho capito».

Qualcuno ha scritto che c’è potenza nelle infanzie umiliate, una spinta a cambiare che nessun altro evento nella vita riuscirà mai a dare con la stessa forza... «Quanti al mio posto avrebbero reagito come ho reagito io?», rilancia Corona. «Mio fratello Felice era alto 1.94. Annientato dal padre picchiatore e dalla miseria, è partito per la Germania, è morto in una piscina. Io gli dicevo: dai, facciamogliela vedere... Ma niente, lui piangeva sempre. L’altro mio fratello, Richetto, ha reagito con il silenzio. Quando gli dico: ti ricordi quello... Lui risponde sempre: ma lascia perdere... Il Dna combina scherzi. A me ha dato la ribellione, ad altri la resa».

Mauro Corona: «Ho detto di nuovo “gallina” a Berlinguer, ma era tutta una montatura. Pochi mesi fa ho rischiato la vita in montagna». Roberta Scorranese su Il Corriere della Sera il 31 Gennaio 2023.

Lo scrittore si racconta: la carriera, le amicizie, le montagne e Bianca Berlinguer

Mauro Corona, come sta?

«Sobrio da cinque anni».

Sobrio del tutto?

«No. Cinque anni fa ho smesso con l’alcol pesante, però poi qualche mese fa mi sono detto: ho 72 anni, perché devo morire infelice? Allora ho ricominciato a bere, ma con moderazione. Per essere precisi: con moderazione esagerata».

Ancora oggi lei arrampica, scala le montagne. Perché pensa alla morte?

«Perché ne ho paura, anzi, ho paura della vita che piano piano scivola nella morte e allora sono sempre sveglio, sempre all’erta. Non dormo quasi mai, la notte scolpisco e poi scrivo. Dormo qualche ora al mattino».

In lei c’è un’insonnia quasi futurista.

«Ha ragione, perché io sembro un arrogante, un attaccabrighe presuntuoso, ma è solo il puntiglio a fare le cose migliori. Da bambino mi hanno insegnato a fare da solo e a essere bravo. Dovevo essere bravo nel trasportare un carico di legna, sennò alla sera si stava al freddo».

Nato nel 1950 a Baselga di Piné, Trento, cresciuto a Erto, come dice lei «un pugno di case incassato nella valle del torrente Vajont».

«E dove vivo adesso. Ma io la fame vera l’ho conosciuta, mica come quelli che oggi scrivono di montagna solo dopo averci fatto due passi. Io lo so che cosa significa spaccare la legna, pascolare le capre. A tredici anni facevo questo e forse la fatica era meglio del dolore che c’era in casa».

Sua madre se ne andò dopo la nascita del terzo figlio.

«E quando tornò, anni dopo, fu anche peggio. Con mio padre litigavano tutti i giorni, bevevano e un giorno si addormentarono ubriachi per non svegliarsi mai più. Lo vede questo taglio sulla mano? Non è stata la montagna, è stato mio padre con un coltello. Dio l’abbia in gloria».

Lo ha perdonato?

«Sì ma non ho dimenticato. Non si deve dimenticare nulla, dimenticare significa cancellare. Come è stata cancellata la mia valle del Vajont. Con il crollo della diga, ormai sessant’anni fa, tutto quello che avevo è andato perduto. Gli alberi, l’odore della pioggia, i vecchi. I vecchi rimasti li misero in un ospizio, la chiamavano “la casa della morte”, perché non si capiva bene se là dentro erano vivi o morti».

Voi bambini siete cresciuti con i nonni.

«Alla Befana nonna ci portava il carbone. Noi bestemmiavamo perché non riuscivamo a capire che cosa avessimo fatto di male. Solo pochi anni fa ho capito: lei non aveva soldi per i regali e il carbone era la cosa più facile da procurarsi. Quanto l’ho maledetta, mia nonna. Ma se oggi fosse qui le direi: “Vieni a sederti qui, vieni a bere un goccio di grappa con me”. La abbraccerei. Mio nonno diceva solo due parole al giorno. Ma mi mise in mano un coltellino. Cominciai a scolpire nasi, occhi, teste nel legno. Lui mi guardava e non diceva niente. Per me allora scolpire diventò come parlare. Ero un bambino povero, ma sapevo fare cose belle. Poi scoprii i libri».

E come?

«Mia madre se n’era andata ma ci aveva lasciato una libreria piena di romanzi come Don Chisciotte o I Miserabili. Cominciai a leggere: mi sembrava, così, di averla ancora con me. Quando poi ci mandarono in collegio, a me e al Felice (uno dei fratelli di Corona, ndr) a Pordenone, al Don Bosco, ci chiamavano i selvatici, perché non avevamo mai visto una città. Sotto ai tavoli ci rifugiavamo. Ma io sapevo leggere, i preti lo capirono subito. Mi passavano romanzi, mi incoraggiavano a scrivere. Mi sono fatto da solo. E anche oggi lo sa qual è la cosa che ancora mi ferisce fino a farmi sanguinare? Quando qualcuno insinua che i miei romanzi non li scrivo io».

Come accadeva a Faletti.

«Proprio così. Ma io i parrucconi della letteratura me li mangio, perché io ho letto migliaia di libri. Vogliamo parlare di Francisco Coloane? O di Nicolás Gómez Dávila? O di Jack London? Accomodatevi, signori. Una volta al Salone del Libro di Torino ho steso pure Asor Rosa sulla letteratura russa. Mia madre mi ha lasciato solo questo, l’amore per i libri. L’unica fotografia in lei cui ride è quella che sta al cimitero. Ma fino all’ultimo quella donna ha speso qualcosa come 400 euro al mese in libri, quotidiani e riviste».

E suo padre come prese questa sua inclinazione?

«Una volta mi spedì all’Enel per lavorare. Arrivai, il capo mi disse che mi sarei dovuto abituare a stare sotto terra perché quello sarebbe stato il mio destino fino ai 60 anni. Me ne andai subito. Quel posto di lavoro durò sedici minuti. Gli dissi: “Papà, io voglio fare lo scrittore”. Gli portai una copia de Il volo della martora, il mio primo libro importante. Lo gettò nel fuoco: “Va’ a lavurar, cretino”, mi disse. Un milione e mezzo di copie, fece quel libro. Ma per lui era niente».

Per citare il suo amato Gómez Dávila, «La forma sublime del disprezzo è il perdono».

«Oggi ho tutto: fama, soldi, quattro figli bravi, un rifugio che mi accoglie. Ma sul mio libretto di lavoro c’è scritto “scalpellino”. Io ho lavorato in una cava di marmo, so che cos’è la polvere. Non riesco a essere felice. E nemmeno a godermi quei soldi che guadagno. Perché non so che farmene. Chi viene dalla miseria non ha nemmeno la giusta immaginazione su come spendere il denaro. Vado in giro con una Panda scassata, vedete anche voi come mi vesto e dove vivo. Chi ha conosciuto la miseria fa di tutto per tornarci. Quando cominciammo a guadagnare i primi soldi con i romanzi, mettemmo il telefono in casa. Quello con i fili e con il disco dei numeri. Mia moglie mi disse: “Ma non staremo esagerando con il lusso?”».

Nel suo ultimo romanzo, «Quattro stagioni per vivere», c’è un uomo che finisce per fondersi con la natura e con il bosco. Ma Osvaldo, il protagonista, è anche un uomo braccato.

«È così. La montagna non ha niente di idilliaco, e forse è anche per questo che non abbiamo mai avuto un “Omero della montagna”, un grande scrittore che l’ha raccontata bene. Perché la maggior parte dei libri su questo argomento sono libri che riportano imprese di conquista. Bonatti, per dire. Mario Rigoni Stern l’ha raccontata divinamente ma c’era sempre, sullo sfondo, la storia. Con lui abbiamo camminato tanto. Una settimana prima di morire mi scrisse una lettera in cui diceva: “Non so se io vedrò la prossima primavera, ma tu vai in montagna anche per me”. Caro, il Mario. Con noi veniva anche Primo Levi, era un omino sottile con le braghe alla zuava, sembrava una matita vestita. Sono andato per i boschi con Rumiz, un altro amico».

Quanta vanità c’è nella letteratura degli alpinisti?

«Uh, sapesse. Una volta volevo fare un libro con le migliori bugie degli alpinisti, ne ho interpellati a decine ma nessuno ha voluto cominciare. Poi, però, ci sono i grandi uomini. Prendiamo Erri De Luca: insieme abbiamo scalato tanto, anche il Campanile di Val Montanaia, una guglia sottile che si allunga fino al cielo. Erri ha un rispetto sacro per la montagna, pensi che non usa nemmeno la farina per le mani per non sporcare la roccia, non pianta i chiodi. Un pazzo, ma io sono più matto di lui, mi creda».

Quante strade ha aperto?

«Ho aperto oltre trecento vie d’arrampicata nelle Dolomiti friulane. La prima a diciotto anni, sul monte Palazza, in Val Zemola. Lo racconto nel libro uscito per Solferino, Arrampicare. Vede che anche io comincio a vantarmi? No, non deve essere così. Per me arrampicare è come scrivere, è toccare un territorio nuovo, provare ogni volta a riprendermi un pezzo d’infanzia. E si torna lì. Si ritorna a quando io e mio fratello, a tredici anni, venimmo mandati a fare i pastori. Non si scappa, così come non si sfugge alla scrittura. Storia di Neve è nato da undici mesi di sbornie notturne. Maledetto alcol. Ma io bevevo per strappare via le brutture della vita trascorsa».

Quando è stata l’ultima volta che ha rischiato la vita in montagna?

«Pochi mesi fa. Non ho messo il chiodo e sono andato giù per cinquanta metri. Meno male che c’era mio figlio Matteo».

Tutti i suoi figli arrampicano?

«Sì, ma sono più prudenti. Io ne ho fatte di tutti i colori: sono finito in una valanga sul monte Lódina, un’altra volta sono scivolato su una cascata ghiacciata con tre balzi verticali».

Comunque l’abbiamo vista in tv con il gesso al braccio.

«Cara la Bianchina (Bianca Berlinguer, conduttrice di Cartabianca, dove Corona è ospite, ndr.). Le voglio bene».

Sì ma in tv lei le ha detto «stai zitta gallina», prima di essere sospeso dal programma.

«Rivelo qui per la prima volta una cosa: quando mi hanno riammesso, gliel’ho detto di nuovo ma nessuno se n’è accorto, perché in diretta dissi “passata è la tempesta, odo augelli far festa”. Lei lo sa come continua? Fa così: “...e la gallina, tornata in su la via...”. Non continuai con la poesia leopardiana ma nessuno colse la citazione. Questo per dire che mai avrei offeso una donna, io sono un ubriacone attaccabrighe e in tv faccio questo, d’altra parte se mi chiamano un motivo ci sarà. E comunque quella storia è stata tutta una montatura, ma non contro di me, contro la Berlinguer. Una scusa per attaccare lei».

Resta il fatto che «stai zitta gallina» è pesante, anche per un eccentrico come lei, Mauro.

«Avevo bevuto un po’, quella sera. Questa è la verità. Dovevo delle scuse pubbliche a un albergatore e lei non mi faceva parlare. Ho sbagliato, ho chiesto scusa. Non ci sto, però, a passare come uno che disprezza le donne».

Anche perché lei ha tre figlie femmine...

«Marianna, Melissa e Martina. L’ultimo anno è stato il più bello della mia vita e sa perché? Perché le mie ragazze hanno affrontato e superato alcuni problemi. E poi ho imparato a vivere per sottrazione. Cerco di togliere il superfluo per apprezzare la vita. Circondarsi di orpelli e oggetti inutili crea dipendenza e schiavitù. E cerco di valorizzare i giovani. È la lezione di Cechov: non siate egoisti, aprite la strada agli altri».

Mauro Corona, il nuovo libro: la sincerità della montagna. CARLO BARONI su Il Corriere della Sera il 3 Gennaio 2023.

L’autore e alpinista rivive in «Arrampicare», Solferino, le sue scalate. Dalle vette vicine fino in Groenlandia e California

La salita fa pensare alla fatica. Arrampicarsi è un mettersi d’accordo con la sofferenza. Accettarla, farla propria. È vero, ma è anche lo stereotipo di un alpinismo che si compiace ancora della sua unicità. Quasi del suo dolore. Per Mauro Corona la montagna è altro. E oltre. È il dipanarsi di qualcosa di inevitabile, forse persino inesorabile. È Una storia di rocce, di sfide e d’amore come recita il sottotitolo del suo nuovo libro Arrampicare, edito da Solferino. Se cresci a Erto (e già il nome dice tanto) le montagne ce le hai dentro. Cercare la cima prima che una sfida è una necessità. Quasi un desiderio fisico. Non è solo per arrivare in alto. Che per alcuni è persino superbia. Giusto per sfuggire al «terra a terra» che ti vuole schiacciare, quasi che non ci fossero più indicazioni per trovare il tuo sentiero.

Mauro Corona racconta il suo cammino verso le vette. Un percorso tortuoso. Che quando cominci, però, non ti puoi più voltare. La paura c’entra fino a un certo punto. È la voglia di vedere oltre. Di provare nuovi cieli e vedere se resti lo stesso. I piccoli passi che allora diventano naturali. Mai frenetici, sempre pensati anche quando sono improvvisati. E dietro magari c’è la storia di una famiglia disgregata e di una nonna che da sola tira su i nipoti. La montagna è anche il luogo per elevarsi, senza cedere alla tentazione di guardare tutti dall’alto. C’è il rispetto per quei sassi trovati su una vetta che nessuno aveva mai toccato prima. Ci sono le amicizie che nascono in una notte passata avvinghiati a una parete. E i sogni turbolenti dormendo in un’amaca piazzata a duemila metri. La scalata che è un mettersi alla prova, mai una spacconata anche andata bene.

Mauro Corona le sue montagne le ha accarezzate con gli occhi, prima di metterci i chiodi che non era per ferirle ma per cingerle in un abbraccio. Perché le pareti devi imparare a «stringerle», come quando si saluta un amico che non si vede da tempo. L’abbraccio sincero che è un ritrovarsi, un sapere che ci sei ancora. La montagna che non dà confidenza, ti permette però di avvicinarla. Con il garbo e il rispetto per chi c’era prima di te e resterà anche quando tu sarai un ricordo sbiadito nel tempo. Ci cammini sopra a passo sicuro, perché lei non si fa calpestare nemmeno con dolcezza. Con la montagna ti deve intendere con gli occhi prima di parlarci col cuore.

Per scalare, per salire hai la necessità di essere «solo». Una solitudine immersa negli altri. Perché l’ascesa ha bisogno di compagni. Di condivisioni. Di aiuto reciproco. Una contraddizione solo apparente. La solitudine della scalata è la consapevolezza che ogni tuo gesto, ogni scelta ti appartiene. È unica. Come un artista che crea da solo eppure è circondato dal mondo. E quello che fai inonda anche gli altri. E Mauro Corona accanto alla montagna ci mette anche la scultura. Quella imparata da un maestro: Augusto Murer. Carpita con il cuore e il silenzio prima ancora che replicata con le mani. Lo scalpello che è come la mano che cerca un appiglio sulla roccia, la forma che prende vita da un desiderio nascosto che puoi vedere solo con gli occhi della fatica. Ma per arrivare a Murer serviva il prestito generoso del postino del paese, Cipriano Cappa. Generoso non per le diecimila lire, senza certezza che venissero restituite, ma perché il «grazie» era una speranza labile e leggera come le foglie d’autunno. «La gratitudine è come la neve — scrive Corona — si scioglie con il primo sole». Cipriano è uno dei tanti personaggi che abitano il libro. Gente con nomi antichi, tramandati chissà da quanto. Nomi di montagna, di scultura. Che restano impressi e fanno di quella donna e di quell’uomo una storia da raccontare. Perché non saranno mai anonimi nonostante la Storia si sia dimenticata di segnarseli. Gente silenziosa che per ascoltarla devi cambiare il passo. Né più veloce, né più lento. Solo un altro passo.

Corona scrive delle montagne della sua terra ma anche di quelle lontane, lontanissime. L’avventura in Groenlandia. Passando da Milano per la prima volta, ed era già il 1984. Il Nord Europa libero di tutto, anche troppo, e l’alcool come guardiano sociale per tenere a bada il dissenso. E poi l’America, meglio la California, San Francisco e una beat generation che non è proprio come nei libri. Ci sono ranger, manganellate e multe alle tre di notte se parcheggi due centimetri fuori le righe. E l’amicizia con Manolo. La scalate nel parco di Yosemite, un mondo che si presenta diverso. E lo raccontano avanti decenni, invece è solo più veloce. La frenesia che tanti scambiano per dinamismo. Ma le montagne sono le stesse e la fatica anche. Parlano un’unica lingua. E ci vuole solo cuore per capirla.

«Arrampicare. Una storia di rocce, di sfide e d’amore» di Mauro Corona (pp. 162, euro 16) è edito da Solferino. orona e la montagna sono anche al centro di un podcast che si chiama come il libro, «Arrampicare», disponibile su Corriere.it e sull’app Corriere.it, oltre che su tutte le principali piattaforme di podcast. Con lo scrittore-alpinista e la sua voce, un racconto delle esperienze e dei viaggi fino alla Groenlandia e agli Stati Uniti al tempo della beat generation, dell’amicizia con il grande scalatore Manolo, delle sfide poste dalla roccia, delle storie di alpinismo, della filosofia della montagna. Il podcast «Arrampicare», prodotto da Solferino, ripercorre momenti cardine della storia dell’arrampicata sportiva, esperienze uniche di scalate e gli aneddoti di una singolare «autobiografia verticale». Sei puntate per cercare di capire il gusto e il desiderio della sfida.

Estratto dell’articolo di Crocifisso Dentello per “il Fatto Quotidiano” il 31 maggio 2023.

“Non mi restava che una cosa da fare, l’unica che sappia fare. Iniziai a scrivere questo racconto la notte del 31 marzo”. Come mai Michel Houellebecq – tra i più celebrati autori viventi – ha avvertito la necessità di scrivere in un paio di settimane (la data del 16 aprile compare in calce) un centinaio di pagine e pubblicarle con l’urgenza di un instant book? 

“Perché era da escludersi che mi venisse concessa la parola”. Lui, la rockstar della letteratura francese, costretto a dirottare la sua verità in un libro? Sì, perché il suo punto di vista “non interessava più a nessuno”. Ecco allora Qualche mese della mia vita, che esce oggi per La nave di Teseo a pochi giorni dall’edizione francese. Un volumetto che sembra precipitare come un corpo estraneo nella bibliografia sempre irriverente e provocatoria dell’autore. 

Sono pagine che trasudano paranoia, per di più minate da un orgoglio ferito spesso sconfinante nel piagnisteo (“il solito branco di idioti dei media che si accaniscono contro di me”). Sembra voglia mettere un po’ di sordina alla sua reputazione, immolarsi a vittima per annacquare il suo proverbiale maledettismo. 

Non tanto e non solo per i suoi “perpetui battibecchi con i musulmani” ma per essersi ritrovato, con l’inganno, protagonista di una pellicola porno. A chi gli suggerisce di eclissarsi, di ignorare lo scandalo appellandosi alla sua immagine punk, Houellebecq replica con involontaria parodia: “Non sono mai stato un punk, ho sempre preferito i Pink Floyd ai Sex Pistols”. […]

Quanto alla vicenda del “porno di Houellebecq” (lui stesso adotta sarcastico la semplificazione mediatica) è utile una premessa. L’autore, convinto che un porno amatoriale sia eccitante per la vita di coppia, confessa: “Desideravo realizzare video pornografici con mia moglie a scopo privato”. Ecco perché abbocca all’esca del regista olandese Stefan Ruitenbeek che gli prospetta un incontro a luci rosse con una studentessa di filosofia ammiratrice dei suoi libri.

L’incontro ha luogo il 1° novembre 2022 a Parigi. La studentessa chiede che sia Ruitenbeek a immortalare l’amplesso per poi caricarlo sul suo OnlyFans. Houellebecq non ha nulla in contrario, vi scorge persino “qualcosa di ammirevole per via dell’assoluta indifferenza alle norme sociali”. Si spinge addirittura più in là: “Pensavo di avere a che fare con un’onesta esibizionista, e cioè con una forza positiva nell’economia del mondo”. Houellebecq – incredibile a dirsi – ignora che l’accesso a OnlyFans sia a pagamento. Ha “grandissima stima” delle prostitute ma autentica ripugnanza per “le prostitute virtuali”. 

In questo resoconto a posteriori, gonfio di rancore, lo scrittore battezza come “lo Scarafaggio” il regista e come “la Troia” la studentessa, “pompinara ben più che mediocre”. Houellebecq – incredibile a dirsi – pur deluso dal raggiro, accetta un successivo invito licenzioso a metà dicembre 2022 nella Capitale olandese. 

Lo Scarafaggio gli fa firmare un contratto con una clausola che prevede l’utilizzo retroattivo delle scene girate a Parigi. Lo scrittore prende coscienza della sua ingenuità di ritorno da Amsterdam dove si è fatto riprendere ancora una volta mentre si scambia effusioni a torso nudo con un’attricetta che definisce “l’Oca” (sono proprio le scene del trailer che ha dato il via all’affaire).

Mentre infuria una battaglia legale ancora in corso per bloccare l’uscita del film, Houellebecq vive frangenti drammatici: “Mi capita di raggomitolarmi, trafitto dalla vergogna”. Non può sopportare l’idea che l’unica traccia della sua vita sessuale capace di sopravvivergli possa essere “un coito mediocre con una troia inerte”.  Si sente violato nella sua dignità. Al punto che il suo delirio vittimistico – consapevole di buttare un altro cerino nel pagliaio delle femministe – prende il volo: “Al pensiero che quelle immagini potessero essere diffuse contro la mia volontà, provavo per la prima volta qualcosa che mi sembrava simile a quanto descritto dalle donne vittime di stupro”. […]

Michel Houellebecq: «Mi sono sbagliato sull’Islam. E sul porno mi hanno fregato». Stefano Montefiori su Il Corriere della Sera il 20 maggio 2023. 

Intervista con Michel Houellebecq, lo scrittore francese a pochi giorni dall’uscita del nuovo libro rivede le posizioni spavalde del passato. «I musulmani? Non sono un pericolo»

Lo Scarafaggio, l’Oca, la Troia, la Vipera sono i co-protagonisti del nuovo libro di Michel Houellebecq. La copertina italiana è rosso sangue, quella francese nera «perché il libro è funebre», dice lo scrittore rockstar, subito riconosciuto da un fan e avvicinato per un selfie ai tavolini di un ristorante cinese del XIII arrondissement, all’inizio della Chinatown parigina.

La settimana prossima esce in Francia e in ItaliaQualche mese nella mia vita (La Nave di Teseo), e il 67enne autore di tanti romanzi che hanno fatto epoca, da Estensione del dominio della lotta a Particelle elementari , daSottomissione all’ultimo Annientare, incontra il Corriere per parlare di queste 105 pagine autobiografiche e dei «mesi sinistri» vissuti dall’ottobre 2022 al marzo 2023. Prima la denuncia, poi ritirata, della Grande Moschea di Parigi per le frasi sui musulmani pronunciate in un lungo colloquio per la rivista Front Populaire di Michel Onfray. Poi, peggio, la battaglia legale ancora in corso contro Stefan Ruitenbeek, lo Scarafaggio come lo chiama Houellebecq, leader del collettivo artistico olandese Kirac che ha coinvolto lo scrittore e la moglie Lysis in un film porno «senza mai, ripeto mai avere avuto il mio consenso». «Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito trattato come l’oggetto di un documentario sugli animali», scrive lo scrittore francese vivente più celebre al mondo.

Che cosa è successo? Abbiamo conosciuto un Houellebecq più spavaldo, un simbolo della ribellione contro il politicamente corretto. Il suo libro, di rara sincerità, la rivela tormentato, pronto a chiedere scusa, pentito delle frasi sui musulmani e pieno di vergogna per le scene porno, pur estorte con l’inganno. Si sente cambiato rispetto al passato?

«Sì. Quanto ai musulmani, sono stato stupido a non rileggere con maggiore attenzione quel testo. Era molto lungo, è vero, ma visto i precedenti avrei dovuto fare più attenzione».

Ha riscritto le frasi contestate, ha fatto marcia indietro. Come mai?

«Perché non volevo offendere i musulmani, ma mettere in guardia contro il pericolo che una piccola minoranza di loro, gli islamisti jihadisti, potessero provocare una reazione violenta, attentati in stile Bataclan al contrario, che davvero non mi auguro, portando la Francia alla guerra civile».

E ha cambiato idea?

«Sui musulmani in generale, sì. Diciamo che ho preso coscienza che certe cose sono dettagli. Non me ne importa nulla che le donne indossino il burkini in spiaggia, o che ci siano le macellerie halal, basta con questa ossessione dell’assimilazione forzata, basta con il modello ripetuto allo sfinimento degli “italiani e polacchi che hanno saputo diventare francesi”. Non sono più d’accordo con certe idee dei miei amici di destra».

L’assimilazione non è più importante?

«I cinesi per tanto tempo non si sono assimilati e non c’è stato alcun problema, io ho abitato in un palazzo qui accanto e i vicini di casa, i vecchi cinesi, non parlavano francese, non è grave. I giovani poi lo hanno imparato per poter lavorare. Nelle banlieue il problema è la delinquenza, non l’Islam. Resta il pericolo che una piccola minoranza provochi una guerra civile. In passato è già successo, con le rivoluzioni francese e russa».

In questi mesi l’insurrezio ne si è sfiorata non sull’Islam ma sulla riforma delle pensioni. Che cosa ha pensato delle manifestazioni contro Emmanuel Macron?

«Mi interessano ma non le capisco. Ho dei buchi nella comprensione della società. Per esempio, non ho mai capito veramente chi siano i black bloc. Mi vengono in mente i nichilisti russi, la distruzione per la distruzione. In ogni caso dubito che il punto sia il passaggio dell’età della pensione da 62 a 64 anni. È una protesta più ampia contro la società. Tendo a interpretarla come una manifestazione del desiderio di suicidio occidentale».

Domanda fuori tema: che cosa pensa Michel Houellebecq dell’intelligenza artificiale?

«Non mi fa paura. Non condivido gli allarmismi. Da grande appassionato di fantascienza mi affascina l’idea di potere parlare un giorno con gli extraterrestri e adesso con l’intelligenza artificiale. L’opera da citare in questo ambito è il classico Ciclo dei Robot di Isaac Asimov. Non mi fa paura neanche che l’intelligenza artificiale sia più intelligente dell’uomo. Perdevo a scacchi già con mio padre, posso perdere pure con il computer».

Per tornare al libro, perché soffre così tanto per il film porno degli olandesi? Da lei ci si aspetterebbe una scrollata di spalle.

«Una scrollata di spalle sarebbe stato un atteggiamento punk. Ma io non sono mai stato punk. Ho sempre amato i Pink Floyd, non i Sex Pistols. Gli anni Settanta sono stati un grande periodo in Francia, tutto andava bene… Non abbiamo avuto gli Anni di piombo come voi in Italia. Ogni tanto mi riguardo i Pink Floyd a Pompei, magnifico».

Sì, ma a parte i Pink Floyd, com’è andata davvero con questo film porno? Si è prestato a girare le scene e poi si è pentito?

«Non volevo partecipare al film porno di Kirac, anche se non ho niente contro la pornografia».

E allora che è successo?

«Io e mia moglie abbiamo girato alcune scene con Jini van Rooijen, la ragazza amica dello Scarafaggio. Erano destinate al suo account Onlyfans, che credevo fosse una cosa privata. Quando ho capito che era pubblico e a pagamento, ho negato l’assenso».

Com’è finita una scena nel film porno che il collettivo Kirac vuole diffondere online e al cinema?

«Lo Scarafaggio poi ci ha invitato a Amsterdam attirandomi con un evento sul mio amato Lovecraft, e in albergo mi ha fatto firmare in fretta e furia una specie di liberatoria. Ho scoperto solo in seguito, con stupore, che era retroattiva, e comprendeva quindi una scena privata girata a Parigi. Sono stato ingannato. Appena sceso alla stazione ferroviaria di Amsterdam poi c’era stato un cameraman che ha cominciato a filmarmi senza neanche dirmi buongiorno. Davanti alla cinepresa ho dato qualche bacio a Isa, che nel libro chiamo l’Oca, sono le immagini finite nel trailer senza il mio permesso. Quei giorni ad Amsterdam sono stati spaventosi, mi sono fidato di gente senza scrupoli. Di questo mi vergogno, ho abbassato la guardia. Mi sono fatto turlupinare».

Che cosa rappresenta per lei la pornografia, nonostante questa disavventura?

«È l’unico modo per fissare nel tempo momenti molto belli. Non sono esibizionista, anche se apprezzo la generosità di chi si esibisce. Mi interessa filmare alcuni miei incontri sessuali, perché non vadano perduti istanti in cui sento di avere davvero vissuto. Non trovo niente di malsano nella pornografia, e non capisco la crociata degli ambienti conservatori. Io e una ex una volta ci siamo registrati, ogni tanto guardo quel video con piacere. Un’altra ragazza mi fece scoprire i Nirvana e YouPorn. I vantaggi di avere fidanzate più giovani».

Non teme di essere accusato di sessismo per l’epiteto che riserva alla ragazza del collettivo Kirac?

«No, per niente. È un soprannome meritato, così come lo sono gli altri. A mia volta io ho ricevuto i loro insulti in molte interviste. Sono persone malvagie, che agiscono per soldi e per pubblicità. Il problema non è la pornografia ma l’inganno. Mi vergogno di essermi lasciato coinvolgere da questi personaggi».

Non le sarebbe convenuto lasciare perdere e non dare pubblicità a questa vicenda?

«No. È quello che mi consigliavano molti amici, ma credo di avere fatto bene a reagire, anche con questo libro. Non è vero che una notizia scaccia la notizia precedente. Il tempo non è più lineare, su Internet tutto accade allo stesso tempo. Vengo avvicinato da persone che mi dicono “l’ho appena vista in tv” quando sono anni che non vado in televisione, ma magari mi hanno visto su YouTube in una trasmissione di dieci anni fa. È stato il mio amico Gérard Depardieu a consigliarmi di battermi, fino in fondo, perché non sono famoso come lui ma comunque abbastanza da dovermi difendere».

In questi giorni Depardieu è accusato di aggressioni sessuali.

«Lo so, ma lui si proclama innocente e io gli credo. Un seduttore non può essere un violentatore. E Depardieu punta tutto sulla seduzione».

Come sta andando la causa contro Kirac?

«Meglio del previsto. Un giudice olandese mi ha riconosciuto il diritto di visionare il film quattro settimane prima della diffusione, e oppormi alla distribuzione se non mi piace. Ma potrebbe bastarmi una scritta iniziale, nella quale comunico che mi dissocio dal film e chiedo ai miei lettori di non guardarlo».

L’amicizia sembra contare molto per lei. Nel libro parla della rottura con Onfray, che non ha voluto riportare le sue correzioni al colloquio sull’Islam, ed esprime riconoscenza a Bernard-Henri Lévy, che ha preso subito le sue difese.

«Bernard è stato generoso e leale, a tanti anni dal libro che abbiamo scritto insieme, Nemici pubblici. Non abbiamo le stesse idee, per esempio sull’Europa unita, alla quale io continuo a non credere. Ma in passato mi sono lasciato sedurre troppo dalle idee, che certe volte mi hanno fatto sbagliare. Sono cambiato. Non credo alle idee; credo alle persone».

Estratto dell’articolo di Anais Ginori per “la Repubblica” il 27 marzo 2023.

«Mio marito è depresso, gli farebbe bene girare un porno». È novembre quando Qianyum Lysis Li scrive al regista olandese Stefan Ruitenbeek. La giovane moglie cinese di Michel Houellebecq comincia a discutere di un progetto «artistico, di finzione, documentaristico, performativo, saggistico, erotico e pornografico».

È l’inizio di una storia torbida che coinvolge il più famoso scrittore francese vivente e il collettivo Kirac, (Keeping It Real Art Critics), fondato da Ruitenbeek e sua moglie Kate Sinha. Il duo di artisti olandesi è già stato coinvolto in controversie, anche legali, ma questo non sembra aver spaventato la coppia Houellebecq fino a metà gennaio, quando appare in linea il trailer di Kirac27 , nel qualche l’autore di Sottomissione fa sesso con diverse donne. Kirac27 è ora al centro di una battaglia giudiziaria.

Dopo che la corte di Parigi si è dichiarata “parzialmente incompetente” sulla richiesta di bloccare la diffusione del film, l’ultima chance dello scrittore è nelle mani dei magistrati olandesi. Il tribunale di Amsterdam renderà nota la sentenza domani. L’avvocata Jacqueline Schaap sottolinea la condizione di “vulnerabilità” di Houellebecq. «Era sotto l’effetto di alcol e droghe quando ha firmato la liberatoria. Ha ceduto i suoi diritti senza rendersi conto delle conseguenze. Questo contratto è ingiusto e irragionevole».

(...)

Nel carteggio portato dalla difesa di Ruitenbeek appare chiaro che la moglie dello scrittore fosse consapevole di quello che andavano a fare.

«Voglio metterlo in un film porno» spiegava a novembre Li al regista olandese. «Voglio che smetta di essere depresso. E voglio che abbia di nuovo speranza. Anche se solo per una volta». «Il porno è sempre una buona idea» prosegue la giovane sposa. «Go hard» conclude Li, invitando Ruitenbeek ad avanzare sul progetto. E quando Houellebecq rifiuta la diffusione del primo film sul Only-Fans, la moglie non rinuncia al progetto con Ruitenbeek: «Non arrabbiarti, siamo strategici. Portiamo pazienza e in futuro cerchiamo di preparare bene le carte prima delle riprese, che ne pensi?».

Il soggiorno ad Amsterdam nel periodo natalizio non va come previsto. Secondo Ruitenbeek, Houellebecq cerca di allontanare la troupe e vuole fare sesso con le “fan” senza la telecamera.

«Per me è interessante darvi amanti e ragazze solo se possiamo filmare» risponde alla coppia il regista olandese che ora non vuole essere visto come un volgare pornografo ricattatore. Non capisce la reazione dello scrittore. «Di solito le persone che si uniscono a noi sono nel nostro labirinto. Ora siamo noi nel labirinto di Houellebecq» commenta Ruitenbeek che si sente forte di un “regolare contratto”, della sua libertà artistica e di precedenti decisioni di tribunale che in passato hanno dato ragione a Kirac. L’uscita dal labirinto sembra difficile da trovare.

(ANSA il 26 gennaio 2023) - Nuova sfida per Michel Houellebecq, il popolare scrittore francese autore de "Le particelle elementari", "Sottomissione" e dell'ultimo "Annientare", che si cimenta in un cortometraggio dalle inquadrature a luci rosse per un collettivo olandese, 'Kirac'. Il cortometraggio sarà presentato l'11 marzo ad Amsterdam ma il suo trailer è già disponibile on line.

Vi si narra - con la voce off a riepilogare la storia - che "la moglie di Houellebecq aveva impiegato un mese per organizzare in anticipo un giro di prostitute", così come da desiderio dello scrittore, per la loro luna di miele in Marocco. Ma che "tutto è andato a monte" per la decisione di rinunciare al viaggio per motivi di sicurezza: lo scrittore e la moglie avrebbero potuto essere bersaglio di gruppi islamici.

Il progetto originario del cortometraggio, dunque, è cambiato, per iniziativa del collettivo: "ho detto all'autore - continua la voce narrante - che conoscevo molte ragazze ad Amsterdam che sarebbero andate a letto con il celebre scrittore per curiosità". Il video mostra una donna bionda circa ventenne che bacia appassionatamente sulla bocca Houellebecq, nudo a letto. Il collettivo all'origine dell'iniziativa, Kirac, è stato creato nel 2016 ed è formato da un gruppo di registi specializzati in video "controversi". Quello di marzo sarà il 27/o della serie.

Houellebecq attore porno ad Amsterdam con il collettivo di amici artisti: l’ultima provocazione dello scrittore. Stefano Montefiori su Il Corriere della Sera il 27 Gennaio 2023.

Michel Houellebecq con il collettivo Kirac ha realizzato un film tra l’avanguardia e il porno. Esce l’11 marzo e mostra lo scrittore che fa sesso in una camera d’albergo

Nella vita delle persone capitano momenti difficili. Per esempio nasce un secondo figlio, e oltretutto è Natale: se ne lamenta il regista Stefan Ruitenbeek, capo del collettivo di artisti olandese Kirac. Oppure le minacce dei terroristi islamici che costringono Michel Houellebecq e la moglie Lysis ad annullare il favoloso viaggio di nozze in Marocco lungamente preparato, con prostitute già ingaggiate.

Ruitenbeek e Houellebecq allora si inventano un premio di consolazione: affittare una camera d’albergo ad Amsterdam, e riprendere Michel Houellebecq e amiche in azione sul letto. Kirac 27 promette di essere un film tra l’avanguardia e il porno, e il dosaggio dei due elementi lo scopriremo l’11 marzo, quando l’opera verrà presentata al centro culturale Betty Asfalt di Amsterdam e in contemporanea su Internet.

Il trailer suggerisce un tono divertito e cinico come lo sono molte provocazioni di Kirac (Keeping It Real Art Critics), il collettivo artistico fondato da Ruitenbeek nel 2016. Si comincia con l’immagine del ventre nudo di una donna incinta, che poi vomita per strada, e infine partorisce in ospedale davanti agli occhi più disgustati che inteneriti di Ruitenbeek. È sua la voce fuori campo che racconta: «La fine dell’anno era vicina, e come sempre temevo i giorni di vacanza che incombevano. Soprattutto perché avrebbero segnato la nascita del mio secondo figlio, e io non sono fatto per il ruolo tradizionale del padre entusiasta».

Stacco della videocamera: dalla madre stremata e sorridente e dal neonato ancora insanguinato, al volto di Houellebecq che spettinato fissa l’obiettivo. «L’unica persona ancora meno felice del Natale era il celebre scrittore Michel Houellebecq», dice il regista.

I due sono in contatto per email e si confidano le reciproche disgrazie: la giovane moglie di Houellebecq, Qianyum Lysis Li, ha dovuto cancellare il viaggio in Marocco perché si teme che il marito venga rapito da estremisti musulmani. Immagine di Lysys in auto che guarda fuori dal finestrino, rattristata: «Sua moglie aveva passato un mese per prendere appuntamento con le prostitute in anticipo — precisa la voce fuoricampo — e tutto è crollato».

Un Natale più triste del solito. Ruitenbeek allora dice a Houellebecq che molte ragazze ad Amsterdam sarebbero pronte «per curiosità» a fare sesso con il celebre scrittore, e si offre di trovare anche l’hotel, ma a una condizione: filmare tutto.

Ed eccoci in camera: seduti sul letto Michel Houellebecq in pigiama blu con i bottoni, accanto a una ragazza dai capelli lunghi, tatuaggi sulle braccia e sottoveste. Un primo bacio appassionato, poi il trailer finisce dando appuntamento all’11 marzo sul sito Kirac.nl.

La passione per il sesso e la grande considerazione che Houellebecq riserva alle sue professioniste sono note, così come la voglia di provocare del collettivo Kirac, che stavolta, giunto al filmato numero 27, sembra essere passato a un livello superiore, almeno quanto a risonanza mediatica.

Scorrendo i video precedenti si coglie un’atmosfera che ricorda certi registi scandinavi, da Lars von Trier a Thomas Vinterberg a Ruben Östlund. L’azione più discussa compiuta da Kirac finora è stata Honey Pot, una specie di trappola tesa all’intellettuale di estrema destra olandese Sid Lukkassen, 34 anni, autore di saggi misogini e vicini all’ideologia «incel» (gli uomini single non per scelta).

Una ragazza del collettivo, Jini van Rooijen, ha messo un annuncio online promettendo sesso a un uomo di destra disposto a farsi filmare «per superare la polarizzazione destra/sinistra grazie al porno». Lukkassen si è fatto avanti, i due si sono incontrati in una casa sul mare a Zandvoort e hanno cominciato a spogliarsi, poi l’imbarazzo di Lukkassen ha preso il sopravvento e si è fermato. Ha ritirato il permesso di mostrare le immagini, ma Kirac ha mostrato comunque il video, organizzando una grande serata con un ospite speciale: Julian Andeweg, artista sotto inchiesta per stalking e violenze sessuali dopo la denuncia di una ventina di donne.

Il collettivo lotta contro il movimento MeToo e la cultura woke , si definisce ostile al politicamente corretto — evidente terreno di intesa con Houellebecq — e alla superficialità del mondo dell’arte contemporanea, ma più in generale sembra amare la provocazione in quanto tale.

«Kirac è alla ricerca dell’amore, sotto forma di verità — si legge nel loro manifesto online —. Utilizza il feticcio illuminista più sincero e impossibile: la dialettica. In altre parole, la convinzione che ogni avversario sia in realtà un alleato in questa ricerca prioritaria della verità». Tutti i mezzi sono buoni, anche i baci di Michel Houellebecq.

(ANSA il 9 gennaio 2023) Il segretario del Rassemblement National (Rn), Jordan Bardella, prende le distanze dalle parole "eccessive" dello scrittore Michel Houellebecq sui musulmani di Francia. "Quello che ha detto equivale più o meno a fare di tutta l'erba un fascio", ha commentato il leader del partito sovranista, interrogato sulle dichiarazioni dell'autore best-seller in diretta su BFM-TV.

 "In Francia abbiamo un problema con dei francesi nati sul territorio francese che sono di qui ma la cui anima è altrove. Gente che si comporta come se fosse straniera: in questo caso, abbiamo un problema", ha proseguito Bardella, aggiungendo tuttavia che "ci sono francesi di confessione musulmana, provenienti dall'immigrazione, che rispettano le nostre leggi e i nostri costumi e che devono poter continuare a vivere in Francia".

Il capo del RN, proveniente a sua volta da una famiglia di immigrati italiani, ha deplorato una "generalizzazione" che "non è il caso di fare". Dopo giorni di polemiche, il rettore della Grande Moschea di Parigi ha confermato venerdì di "rinunciare al procedimento giudiziario" contro Houellebecq, per le sue parole "violente" ed "estremamente gravi" contro i musulmani di Francia.

 In un'intervista fiume alla rivista Front Populaire, quest'ultimo presentava i musulmani come una minaccia per la sicurezza dei francesi non musulmani, salvo poi fare una parziale retromarcia. "L'auspicio della popolazione di ceppo francese, come si dice, non è che i musulmani si assimilino, ma che smettano di rubare o aggredire. Altrmenti, un'altra soluzione, che se ne vadano", diceva l'autore di successi come 'Sottomissione', spingendosi fino a prevedere futuri "Bataclan all'incontrario", contro la popolazione islamica.

Houellebecq, ritirata la denuncia per islamofobia: ma ora Le Pen lo scarica. Storia di Roberto Vivaldelli su Il Giornale il 9 gennaio 2023.

Ancora polemiche sulle parole di Michel Houellebecq sui musulmani di Francia. Lo scrittore, dall'inconfondibile stile corrosivo e senza fronzoli, è nella bufera per la lunga intervista con Michel Onfray pubblicata all'inizio di dicembre sulla rivista Front Populaire, dove il filosofo e lo scrittore hanno duramente criticato l'avanzata dell'islam nelle società occidentali. Per il partito di Marine Le Pen Houellebecq è autore di "generalizzazioni" eccessive e sbagliate nei confronti delle persone di fede islamica. Secondo il segretario del Rassemblement National (Rn), Jordan Bardella, le parole dello scrittore sono "eccessive". "Quello che ha detto equivale più o meno a fare di tutta l'erba un fascio", ha commentato il leader del partito di destra, interrogato sulle dichiarazioni dell'autore best-seller in diretta Tv, secondo quanto riportato dall'Agi. "In Francia abbiamo un problema con dei francesi nati sul territorio francese che sono di qui ma la cui anima è altrove. Gente che si comporta come se fosse straniera: in questo caso, abbiamo un problema", ha proseguito Bardella, aggiungendo tuttavia che "ci sono francesi di confessione musulmana, provenienti dall'immigrazione, che rispettano le nostre leggi e i nostri costumi e che devono poter continuare a vivere in Francia". Nel frattempo, però, il peggio sembra essere passato, dopo che il celebre scrittore ha incontrato personalmente il capo della Grande Moschea di Parigi.

La mediazione del Rabbino capo

Fondamentale in tal senso è stata la mediazione voluta dal rabbino capo di Parigi, che dalle colonne di Le Figaro ha proposto una mediazione tra il rettore della Grande Moschea e Michel Houellebecq. I tre si sono incontrati lo scorso giovedì mattina. L'incontro avrebbe dovuto svolgersi all'Institut de France, ma i vincoli di agenda dello scrittore, che sta iniziando le riprese di un film di Guillaume Nicloux in Guadalupa, hanno affrettato le cose. Alle 9 del mattino i due capi religiosi e lo scrittore francese più letto al mondo si sono incontrati davanti a un caffè. Incontro prolifico, che ha prodotto un chiarimento che ha portato la Grande Moschea a ritirare la denuncia di incitamento all'odio nei confronti dell'intellettuale.

La polemica sorta dalle dichiarazioni di Houellebecq sull'islam aveva addirittura spinto il governo a intervenire sul tema. Dire che i musulmani non sono francesi come gli altri, ha detto il ministro della Giustizia, Éric Dupond-Moretti, "è insopportabile. Tutto questo genera odio, ed è contrario a tutti i valori che sono i miei", secondo quanto riferisce Le Figaro. "Ho impiegato molto tempo per reagire" , ha osservato il ministro. "Come mai? Perché abbiamo banalizzato questo tipo di osservazioni. 15 anni fa saremmo andati tutti in prima linea a denunciarlo, ci siamo abituati".

Le "profezia" dello scrittore

"La gente si sta armando. Prendono pistole, prendono lezioni nei poligoni di tiro. E queste non sono teste calde" aveva spiegato Michel Houellebecq nell'intervista che tanto ha fatto discutere. "Quando gli interi territori saranno sotto il controllo islamico, penso che ci saranno atti di resistenza. Ci saranno attentati e sparatorie nelle moschee, nei caffé frequentati da musulmani, insomma Bataclan alla rovescia”. Come già riportato dal Giornale.it, la Grande Moschea di Parigi aveva annunciato dai suoi canali social che avrebbe sporto denuncia contro lo scrittore Houellebecq per le "gravi osservazioni" contro i musulmani di Francia che l'intellettuale aveva pronunciato. Denuncia ritirata dopo l'incontro sopra menzionato che, tuttavia, non ha del tutto placato le polemiche in Francia sulla figura e sulle idee dell'intellettuale circa la convivenza con l'islam.

Estratto dell’articolo di Anais Ginori per “la Repubblica” il 18 Dicembre 2022.  

L'abolizione della pena di morte? "Non sono sicuro che sia un progresso". L'integrazione dei musulmani in Francia? "La maggior parte della gente vuole solo che smettano di rubare e aggredire, o che se ne vadano". Così parla Michel Houellebecq, uno degli scrittori francesi più tradotti nel mondo, in un dialogo con il filosofo Michel Onfray. I due intellettuali si sono incontrati per oltre sei ore, spaziando dall'eutanasia all'Unione europea, dalla religione all'ecologica. La loro conversazione è stata raccolta in un numero speciale di Front Populaire, la rivista fondata da Onfray.

[…] Entrambi pensano che l'Ue sia una rovina, non perdono occasione di attaccare gli Stati Uniti, sono più teneri con la Russia ("Putin ha fatto il passo più lungo della gamba" nota Houellebecq a proposito della guerra in Ucraina) e condividono una visione apocalittica sul declino dell'Occidente. […]

Houellebecq […] appoggia la teoria del Grand Remplacement, la grande sostituzione, elaborata dall'intellettuale Renaud Camus e diventata manifesto dei suprematisti di destra. "Il cambiamento della composizione etnico religiosa della popolazione europea" osserva Houellebecq non è una teoria. "È un dato statistico". Lo scrittore prende le distanze solo dall'idea che ci sia dietro un "complotto", come scrive Camus, e riflette su soluzioni possibili. "Sarebbe necessario un controllo delle nascite e l'Occidente non può controllare le nascite africane, né i paesi africani". "L'Europa - conclude - sarà spazzata via da questo cataclisma".

Sui musulmani, l'autore di Sottomissione, si abbandona ai cliché più retrogradi. "Credo che il desiderio della popolazione autoctona, come si dice, non è che i musulmani siano integrati ma che smettano di rubare e aggredire, in breve che la loro violenza diminuisca, che rispettino la legge e le persone. Oppure, altra buona soluzione, che se ne vadano". 

Houellebecq profetizza una guerra civile, dei "Bataclan al contrario", con francesi che si armano e prendono di mira moschee e "caffè frequentati da musulmani". Ricorda gli stupri avvenuti a Colonia e la cattiva coscienza di una sinistra che, secondo lui, non riesce a risolvere la contraddizione tra femminismo e islamismo. "Le femministe occidentali non sono così pericolose, sono vigliacche quanto gli uomini occidentali, altrettanto pronte a sottomettersi".

A proposito della maternità surrogata dice: "Se venisse legalizzata in Francia, scriverei testi violenti, e proprio insultanti, avrei piacere a trascinare nel fango quegli stronzi maschi o donne che ne fanno uso". Come Onfray, Houellebecq critica il movimento "woke" in difesa delle minoranze, diffuso nelle università americane e ora francesi, e rilancia: "La nostra unica possibilità di sopravvivenza è che il suprematismo bianco diventi trendy negli Stati Uniti".

È sulla pena di morte che lo scrittore perde qualsiasi freno inibitorio. "L'abolizione è un progresso?" si domanda e Onfray gli chiede: "Sta difendendo la pena di morte?" "Non lo so" risponde lo scrittore. "Quando guardo i programmi su diversi canali con tutti quei crimini atroci, mi faccio domande. Le famiglie delle vittime chiedono vendetta, è una reazione normale". "La giustizia non è vendetta" obietta Onfray. "Sì, certo - prosegue Houellebecq - ma la nostra società si basa, tra l'altro, sul fatto che accettiamo di rinunciare alla vendetta individuale. È un grande sforzo. Lo Stato non dovrebbe vendicarci un po'?". […]

Gli Interventi di Houellebecq per far luce sul mondo contemporaneo. Interventi, l'ultimo libro di Houellebecq edito in Italia dalla Nave di Teseo, è un raccoglitore di alcuni tra i più interessanti scritti del noto scrittore francese. Federico Giuliani il 23 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Dalle digressioni sull'arte contemporanea all'invettiva contro il poeta e sceneggiatore francese Jacques Prévert, "uno di cui s'imparano le poesie a scuola" ma che viene definito "imbecille". Dall'elogio a Donald Trump, "un buon presidente", al rimedio contro la "spossatezza d'essere", passando attraverso un'analisi del cinema novecentesco. E ancora, i "colloqui" con molteplici personaggi e il riferimento a Emmanuel Carrere e Neil Young. A prima vista può sembrare un insieme di riflessioni scoordinate tra loro e riunite alla rinfusa. Interventi, l'ultimo libro di Michel Houellebecq, edito in Italia da La Nave di Teseo, è invece un raccoglitore di alcuni tra i più interessanti scritti del noto scrittore francese. Interventi, appunto, che spaziano attraverso svariati temi ma che sono uniti da un minimo comune denominatore: l'attenzione – sia pur in modo corrosivo, controcorrente e dissacrante, tipica di Houellebecq – al mondo in cui viviamo. Un mondo, quello odierno, dove la vita delle persone è scandita da tecnologia e conformismo. 

Gli "Interventi" di Houellebecq

"Anche se non voglio essere un "artista impegnato", ho cercato in questi testi di persuadere i miei lettori della validità dei miei punti di vista, qualche volta sul piano politico, ma più spesso su diversi "temi sociali" e sul dibattito letterario", ha spiegato Houellebecq. L'autore ha quindi sottolineato che con questo libro non promette assolutamente di "smetterla di pensare" ma "almeno di smetterla di comunicare i miei pensieri e le mie opinioni, tranne in eventuali casi di grave emergenza morale".

Il volume, uscito in Italia lo scorso 5 ottobre, conta 480 pagine. Si apre con il testo "Jacques Prévert è un imbecille" e si chiude con "Il caso Vincent Lambert non sarebbe dovuto accadere". "Ho cercato di classificare questi "interventi" in ordine cronologico, per quanto ricordassi delle date. L’esistenza almeno apparente del tempo è sempre stata una grande fonte di fastidio per me; ma ci siamo abituati a vedere le cose in questi termini. Per questa volta, quindi, mi adatto", ha aggiunto Houellebecq.

I temi trattati da Houllebecq

Nel libro si parla di "Emmanuel Carrère e il problema del bene", di "Donald Trump è un buon presidente", in uno scritto apparso su Harper's Magazine nel gennaio 2019, e di Neil Young con le sue magnifiche canzoni e il suo percorso musicale che ha qualcosa di maniaco-depressivo. Tra i colloqui spicca quello con lo scrittore e giornalista francese Christian Authier. Troviamo inoltre anche un elogio del cinema muto, "La questione pedofilia" e "Un rimedio alla spossatezza dell'essere". Mentre in "Ho letto per tutta la vita" Houellebecq rivela che a dieci anni si è ritrovato a leggere "Graziella" di Alphonse de Lamartine, e in "Sono normale. Scrittore normale" ricorda la sua prima raccolta di poesie "La ricerca della felicità" e il premio Tristan Tzara.

Curiosità personali sull'autore, dunque, ma anche commenti e analisi a tutto tondo sul presente. Usciti su riviste e giornali francesi, gli interventi stiamo parlando di testi e colloqui inediti in Italia. L'autore de "Le particelle elementari", di "Sottomissione" e di "Annientare" ci racconta, come ha sempre fatto nei suoi libri, il mondo in cui viviamo, ci parla delle letture e visioni che lo raccontano. Con il suo sguardo di osservatore implacabile, lo scrittore e poeta riesce a mettere in moto pensieri che riguardano tutti noi anche attraverso le occasioni più imprevedibili, contingenti e personali.

"Contrariamente alla maggioranza delle persone, non temo la morte, anzi, invecchiando riscopro la mia giovinezza, a lungo dimenticata, e ogni tanto, quando le cose vanno male, mi rifugio comodamente nel mio lavoro. I miei libri mi garantiscono già una forma d’immortalità", ha dichiarato Houllebecq. I lettori, con "Interventi", potranno invece scoprire uno dei lati più nascosti dell'autore francese.

Noi, illusi di essere dèi saremo solo cloni senza più l'ombelico. Michel Houellebecq delinea il nostro futuro: ci resta soltanto una "Consolazione tecnica". Michel Houellebecq il 5 ottobre 2022 su Il Giornale.

Io non mi piaccio. Provo per me solo un briciolo di simpatia, e ancor meno stima; di più, la mia persona non m'interessa molto. Conosco da tempo le mie principali caratteristiche, e ho finito per provarne disgusto. Da adolescente, ancora giovane uomo, parlavo di me, pensavo a me, ero come ricolmo della mia stessa persona; ora non è più così. Mi sono estraniato dai miei pensieri, e la sola prospettiva di dover raccontare un episodio personale mi fa sprofondare in una noia vicina alla catalessi. Qualora vi sia assolutamente obbligato, mento.

Eppure, paradossalmente, non mi sono mai pentito di essermi riprodotto. Si può anche dire che amo mio figlio, e che lo amo ancora di più ogni volta che riconosco in lui una traccia dei miei medesimi difetti. Li vedo manifestarsi nel corso del tempo con un implacabile determinismo, e ne sono felice. Godo senza il minimo pudore nel vedere ripetersi, e di conseguenza perpetuarsi, caratteristiche personali che non hanno assolutamente nulla di apprezzabile, caratteristiche che risultano abbastanza spregevoli; e che, in realtà, non hanno altro merito se non quello di essere le mie. Peraltro, non sono esattamente le mie; di alcune mi rendo conto che sono ricalcate tali e quali sulla personalità di mio padre, quello stronzo fatto e finito; cosa che, stranamente, non toglie nulla alla mia gioia. La quale è qualcosa di più dell'egoismo; qualcosa di più profondo e indiscutibile. Come un volume è qualcosa di più della sua proiezione su una superficie piana; o come un corpo vivente è qualcosa di più della sua ombra.

Ciò che al contrario mi rattrista, in mio figlio, è il fatto di vederlo mettere in risalto (influsso della madre? cambiamento dei tempi? puro individualismo?) i tratti di una personalità autonoma, nella quale io non mi riconosco affatto, che mi rimane estranea. Lungi dal meravigliarmene, mi rendo conto che lascerò soltanto un'immagine incompleta e indebolita di me stesso; nel giro di pochi secondi, avverto più nettamente l'odore della morte. E posso confermarlo: la morte puzza.

La filosofia occidentale favorisce poco la manifestazione di sentimenti del genere; sono sentimenti che non lasciano il minimo spazio al progresso, alla libertà, all'individuazione, al divenire; che s'indirizzano unicamente all'eterna, imbecille ripetizione dell'uguale. Per giunta, non hanno nulla di originale; sono condivisi dalla quasi totalità dell'umanità, nonché dalla maggior parte del regno animale; non sono nient'altro che la memoria sempre attiva di un istinto biologico dominante. La filosofia occidentale è un lento, paziente e crudele dispositivo di ammaestramento volto a convincerci di alcune idee del tutto false. La prima è che dobbiamo rispettare gli altri perché sono differenti da noi; la seconda è che abbiamo qualcosa da guadagnare dalla morte.

Oggi, per effetto della tecnologia occidentale, questa vernice di convenienze si sta rapidamente scrostando. Naturalmente, io mi farò clonare appena possibile; naturalmente, tutti si faranno clonare appena possibile. Andrò alle Bahamas, in Nuova Zelanda o alle Isole Cayman; pagherò il prezzo necessario (né gli imperativi etici né gli imperativi finanziari hanno mai pesato molto, in confronto a quelli della riproduzione). Avrò probabilmente due o tre cloni, come si hanno due o tre figli; tra le cui nascite rispetterò un adeguato intervallo (né troppo vicini né troppo lontani); uomo ormai maturo, mi comporterò da padre responsabile. Assicurerò ai miei cloni una buona educazione; e alla fine morirò. Morirò senza piacere, poiché non desidero morire. Tuttavia, fino a prova contraria, vi sono obbligato. Tramite i miei cloni, avrò raggiunto una certa forma di sopravvivenza per nulla sufficiente, ma comunque superiore a quella che mi avrebbero garantito dei figli. È il massimo che la tecnologia occidentale possa offrirmi, sino a oggi.

Nel momento in cui scrivo queste righe, mi è impossibile prevedere se i miei cloni nasceranno fuori dal grembo della madre. Ciò che al profano sembra tecnicamente semplice (gli scambi nutritivi attraverso la placenta comportano a priori un minor mistero rispetto all'atto della fecondazione) si rivela in realtà l'elemento più difficile da riprodurre. Nel caso in cui la tecnica risultasse abbastanza progredita, i miei futuri figli, i miei cloni, vivranno l'inizio della loro esistenza dentro un barattolo di vetro; e questo mi rattrista un po'. Mi piace la fica delle donne, sono felice quando penetro nel loro ventre, nella morbidezza elastica della loro vagina. Capisco le ragioni della sicurezza, gli imperativi tecnici; capisco le ragioni che condurranno progressivamente a una gestazione in vitro; mi concedo, in merito, solo una leggera manifestazione di nostalgia. I miei piccoli cari, concepiti così lontano da lei, sentiranno ancora il gusto della fica? Lo spero per loro, lo spero con tutto il cuore. Esistono molte gioie a questo mondo, ma pochi piaceri e pochissimi che non procurino alcun male. Fine della parentesi umanista.

Se devono svilupparsi dentro un barattolo, i miei cloni nasceranno naturalmente senza ombelico. Non so chi abbia usato per la prima volta in senso spregiativo l'espressione littérature nombriliste, ma so che questo banale cliché non mi è mai piaciuto. Quale sarebbe l'interesse di una letteratura che pretendesse di parlare dell'umanità escludendo ogni considerazione personale? Eh? Gli esseri umani sono molto più simili tra loro di quanto si pensi, nelle loro comiche pretese di essere dei se stessi singoli; è molto più facile pensare di raggiungere l'universale parlando di sé. E qui scatta un secondo paradosso: parlare di sé è un'attività fastidiosa, persino ripugnante; scrivere di sé è, in letteratura, la sola cosa che valga, a tal punto che classicamente e correttamente si commisura il valore dei libri alla capacità di coinvolgimento personale del loro autore. È grottesco, se si vuole, è anche di un'impudenza folle, ma è così.

Scrivendo queste righe, sto effettivamente, e concretamente, contemplando il mio ombelico. Di solito ci penso di rado, ed è molto meglio. Questa rientranza della carne reca in sé, con tutta evidenza, il segno di un taglio, di un nodo effettuato in modo frettoloso; è il ricordo di un colpo di forbici attraverso il quale sono stato, senza indugio, proiettato nel mondo; ed esortato a sbrigarmela da solo. E, proprio come me, nemmeno voi sfuggirete a questo ricordo; da vecchi, anche molto vecchi, conserverete intatta in mezzo al ventre la traccia di quel taglio. Da quel buco mal chiuso, i vostri organi più interni potranno in ogni momento fuoriuscire e andare a marcire nell'atmosfera. Potrete in ogni momento svuotarvi delle vostre budella, sotto il sole; e crepare come un pesce finito da un colpo di stivale in piena spina dorsale. Non sarete né il primo né il più illustre. Ricordate le parole del poeta: come un pesce morto / finito a pedate.

Farete presto la stessa fine, figli senza importanza. Sarete come dèi e non sarà affatto sufficiente. I vostri cloni non avranno ombelico, ma avranno una littérature nombriliste. Anche voi sarete nombrilistes; sarete mortali. Il vostro ombelico si coprirà di grasso, e sarà detto tutto. Dopodiché vi si getterà della terra in faccia. Traduzione di Sergio Arecco. 2022 La nave di Teseo editore, Milano

Secondo Michel Houellebecq gli edifici di oggi sono corsie dell’ipermercato sociale. MICHEL HOUELLEBECQ su Il Domani il 04 ottobre 2022

L’architettura contemporanea si basa sulla formula: «Ciò che è funzionale è necessariamente bello». Partito preso sorprendente, in quanto lo spettacolo della natura contraddice di continuo quel postulato

Dovendo consentire una circolazione rapida degli individui e delle merci, tende a ridurre lo spazio alla sua dimensione puramente geometrica

L’architettura contemporanea tende dunque a dotarsi di un programma semplice, così riassumibile: costruire le corsie dell’ipermercato sociale

Momenti di trascurabile poesia. Michel houellebecq il 4 ottobre 2022 su La Repubblica.

Il poliziotto con lo scudo su cui è disegnato il marchio “ss”, manifesto simbolo del ’68 francese 

Pubblichiamo un estratto dalla nuova raccolta di saggi dello scrittore francese. Un ragionamento sul tempo sospeso, dal Sessantotto alla tecnologia

Nel maggio 1968, avevo dieci anni. Giocavo alle biglie, leggevo Pif le Chien; la bella vita. Degli "avvenimenti del '68" serbo un unico ricordo, anche se abbastanza vivo. Mio cugino Jean-Pierre frequentava all'epoca la prima liceo a Le Raincy. Il liceo mi dava l'idea, allora (l'esperienza che ne ebbi in seguito confermò peraltro quella mia prima intuizione, con l'aggiunta, ahimè, di una dolorosa dimensione sessuale), di un posto vasto e terribile dove ragazzi più avanti di me in età studiavano con accanimento materie difficili, onde assicurarsi un futuro professionale.

Dear Prudence. Houellebecq è tornato ed è diventato buono. Dario Ronzoni su L'Inkiesta il 5 Gennaio 2022.

Nonostante il cinismo che innerva tutte le sue opere, “Annientare” (che uscirà per la Nave di Teseo) lascia un filo di speranza e ammorbidisce i toni (certo, senza rinunciare alla diagnosi della morte imminente dell’Occidente) 

C’è qualcosa che funziona nell’universo di Michel Houellebecq. In “Annientare”, il suo ultimo romanzo, che sarà pubblicato da La Nave di Teseo in contemporanea con l’uscita francese per Flammarion, a dispetto del titolo emerge una speranza. C’è una luce, anche se fioca, che ammorbidisce la cupezza del romanzo, ed – attenzione – l’amore, in una sua forma disperata, certo. Rassegnata, anche.

Il libro è ambientato nella Francia del 2026. Il mondo è scosso da una serie di attentati misteriosi e sofisticatissimi, con obiettivi enigmatici e svolti usando tecnologie iper-avanzate. Nel frattempo Paul, un funzionario del ministero dell’Economia, stringe amicizia con Bruno, il ministro (alter ego, forse, di Bruno Le Maire, amico dello scrittore) e si preparano alle elezioni, dove il candidato sarà un personaggio proveniente dal mondo dello spettacolo, un certo Sarfati. Il presidente, che richiama Emmanuel Macron, ha da tempo cambiato politica economica, investendo nell’industria e nel rapporto con la Germania. L’Unione Europea è debole, l’America ha già perso la sua gara contro la Cina e tutto l’Occidente scivola nel declino – questo sì tema amato da Houellebecq: «a Paul sembrava evidente che l’intero sistema sarebbe andato incontro a un gigantesco collasso, di cui per ora non era ancora possibile prevedere la data, né le modalità». 

Il resto del romanzo è il racconto delle vicende private di Paul. Sia quelle con la moglie Prudence, donna che aveva amato e che da tempo era diventata poco più di una coinquilina, un crollo dovuto a varie ragioni – dal veganesimo di lei al nuovo appartamento: «un miglioramento delle condizioni di vita va spesso di pari passo con un deterioramento delle ragioni di vita, e in particolare della vita di coppia» – sia quelle con la famiglia di origine. Il padre, un ex agente segreto, finisce in coma e questo lo obbliga a riprendere i contatti con la sorella Cécile, cattolica e destrorsa e il debole fratello Aurélien, sposato a una gretta giornalista che, per umiliarlo, aveva deciso di fare un figlio con inseminazione artificiale, scegliendo un donatore nero.

Da qui si snoda il racconto della degenza in un istituto della campagna francese, che diventa occasione di riflessioni e pensieri sullo stato della società, sulla salute degli anziani, insieme a sferzate sul ruolo degli intellettuali, ormai schiavi del consenso della folla e su un mondo che si è consegnato a un’ideologia di nichilismo radicale. È, si direbbe, il solito Houellebecq. Solo che rispetto a “Sottomissione” nemmeno l’Islam presenta una forza vitale sufficiente per reggere la società e, a sorpresa, di fronte alla cupezza depressa di “Serotonina” stavolta una risposta esiste, per quanto modesta e fragile e forse illusoria. Nell’affrontare le disgrazie private gli incubi che lo accompagnano Paul ritrova un’alleata nella moglie Prudence (cui del resto è dedicata la copertina), attraverso un disgelo lento e progressivo, seguito da un risveglio dei corpi. È lo spirito femminile, che si ritrova in Madeleine, la compagna del padre in coma e poi immobilizzato, e nella sorella Cécile.

Il punto di vista del romanzo è maschile, i protagonisti sono uomini, ma a essere decisive sono le donne, di cui Houellebecq sottolinea ed elogia di continuo la propensione alla cura, il coraggio, la tempestività, la capacità di cogliere segni invisibili agli altri, a sapere cosa fare nei momenti di difficoltà. Con la preghiera o la compagnia o il sesso ognuna di loro – e Prudence soprattutto, nel finale – procede alla sua opera di salvazione, improntata a formule antichissime, pre-cristiane. Costituiscono per Houellebecq, insomma, un momento di respiro, una forma di consolazione sufficiente di fronte alla morte e alla fine.

Fabrizio Sinisi su Il Domani il 05 gennaio 2022. L’ultimo romanzo dell’autore segna uno scarto sostanziale rispetto ai precedenti: al centro del racconto ci sono le convenzioni di una famiglia borghese, non più il desiderio. Annientare è una lunga meditazione sul finire, nostro e del mondo.

Annientare è, rispetto ai precedenti di Houellebecq, un libro molto più affabile, più cordiale, per certi versi più ingenuo. Al centro del suo racconto c’è una famiglia tradizionale.

Se però Annientare segna uno scarto sostanziale nella meditazione di Houellebecq, non è (soltanto) perché decide qui di dedicarsi alle convenzioni del romanzo borghese e dell’epopea familiare: piuttosto perché Annientare è il primo libro di Houellebecq che non parli di Desiderio.

La società parla ora un linguaggio incomprensibile. Il mondo procede in un discorso inaccessibile, rimbalza ogni tentativo di decifrarlo. La modernità ha compiuto un salto di specie, e ha bruciato i ponti.

FABRIZIO SINISI. Drammaturgo. Drammaturgo, poeta e scrittore. Dal 2010 è dramaturgo stabile della Compagnia Lombardi-Tiezzi di Firenze e docente presso il Teatro Laboratorio della Toscana. Dal 2017 è drammaturgo presso il Teatro Stabile di Brescia. Collabora con i maggiori teatri italiani.

Annientare”, un estratto dal nuovo romanzo di Michel Houellebecq. Il Domani il 06 gennaio 2022.

A livello razionale, Paul sa di essere nei locali del ministero, perché ha appena lasciato l’ufficio di Bruno; eppure non riconosce le pareti dell’ascensore. Sono di un metallo opaco e consumato, e quando schiaccia il tasto 0 cominciano a vibrare leggermente.

Poi l’ascensore si blocca al livello 0 e le porte si spalancano. Paul è salvo, o almeno così crede, ma quando esce dalla cabina si rende conto che si trova in un luogo sconosciuto.

Il messaggio era di Madeleine, la compagna di suo padre. Gli aveva telefonato alle nove del mattino, adesso erano da poco passate le undici. La registrazione era a tratti incomprensibile. Paul riuscì comunque ad afferrare che suo padre era in coma.

Il profeta prestigiatore. Il nuovo libro di Houellebecq è la radiografia della paura del nostro tempo. Stefano Pistolini su L'Inkiesta il 3 Gennaio 2022.

Il romanzo Annientare viene presentato come distopico, ma sembra una cronaca del giorno dopo, ambientata in una Francia del 2027 somiglia assai a quella del 2022. I personaggi sono disorientati, come noi, e cercano tutti una quiete sempre più difficile da raggiungere.

Uscito dagli effetti delle pillole di sostegno che fanno di “Serotonina” un notevole trattato pseudoscientifico sulla depressione, Michel Houellebecq sorprende nuovamente il mercato e la platea dei lettori con un romanzo torrenziale, “Annientare” (La Nave di Teseo, 743 pagine, 23 euro, in libreria dal 7 gennaio), che ha il vezzo di volerci far credere che potrebbe essere il suo canto del cigno – ma di questo possiamo tranquillamente dubitare. 

L’intero procedimento di promozione di “Annientare” è una commedia trash sul come oggi l’industria culturale si rappresenti, attraverso interviste negate (ma poi qualcuna concessa), severi embarghi ai recensori, anticipazioni micragnose (70 pagine spedite qua e là per stuzzicare la curiosità), fino all’irruzione della perfida Rete, dove copie-pirata in pdf del romanzo hanno preso a circolare vorticosamente, provocando le ire dell’editore Flammarion e lo scatenamento dei suoi legali – o qualcosa del genere, perché intanto il talk of the town attorno al libro cresceva esponenzialmente e c’è da scommettere che gli effetti provocheranno dei gran brindisi con ottimi champagne. 

Dunque Houellebecq si conferma un fuoriclasse del pop e delle sue regole, sebbene si affanni a ricordarci quanto la cosa l’affatichi e lo costringa a sottoporsi al martirio promozionale che segue il processo creativo. Ma niente di tutto questo conta granché, perché in realtà lui gioca come il gatto col topo (la curiosità dei media, l’ingenuità del pubblico) e vende a iosa la sua merce che d’altronde, come sempre, è di valore.

Perché se è nel suo stile interpretare il disincantato narratore mercenario, il poeta dei compromessi e l’orchestratore di tematiche che tirano, “Annientare” è una lettura potente, di grande intrattenimento e i suoi acquirenti faranno a gara nello scoprire come finisce una vicenda da più parti presentata come distopica, ma che sembra piuttosto una cronaca del giorno dopo, ambientata in una Francia del 2027 che somiglia assai a quella del 2022. Unica differenza è che certe cose si sono sottilmente estremizzate e che si capisce che il mondo in generale, ma l’Occidente in particolare e Parigi ancor di più, stiano tutti continuando a marciare su sentieri pericolosi. E che le minacce siano più subdole del previsto, acquattate appena sotto la superficie del concetto di progresso. 

In ogni caso, i personaggi di “Annientare” sono piacevoli, ben disegnati, capaci d’intercettare la nostra simpatia e interesse, in quanto figure vivaci, intelligenti, positive e umane (pochissimi i mostri, nelle ultime pagine di Houellebecq – altra inattesa novità). 

Dunque ecco Paul Raison, consulente del ministro dell’Economia francese, uomo d’ingegno professionale e di incertezze personali; sua moglie Prudence (battezzata dalla canzone di Lennon) e anche lei funzionaria governativa di rango, ma anche sposa infelice, rapita da tentazioni misticheggianti. Bruno Juge, appunto il ministro, capo e confidente di Paul – ricalcato sulla silhouette autentica di Bruno Le Maire, amico intimo di Houellebecq – uomo colto, di talento, raziocinio ed etica, eppure a un palmo dal punto di rottura, mentre si avvicina il momento di scendere in campo niente meno che per le presidenziali. E poi la complicata famiglia di Paul, una sorella fanatica religiosa, un misterioso padre, ex-dirigente dei Servizi Segreti, folgorato nelle prime pagine da un terribile ictus e assistito da una seconda moglie tremebonda. 

Una rappresentazione che passa di continuo dal privato al pubblico, dal personale al politico, dai sentimenti ai doveri fino alle mire dell’ambizione. Perché in parallelo alla corsa delle elezioni e all’irresistibile crescita di prestigio di una nazione francese eccitata dalla dimensione della propria forza, si sviluppa un’altra linea narrativa, stavolta nera, che descrive la mutazione delle forze del male per come le percepisce l’autore, il loro trasloco nei crismi del contemporaneo fino ad annidarsi nella Rete, trasformandola in strumento di terrore e in minaccia non solo al progresso, ma addirittura alla sopravvivenza degli uomini. 

Non andiamo oltre nel delineare gli sviluppi della storia, avvincente al punto da non meritare riassunti sommari. E diamo invece un’occhiata all’aria che tira in generale nelle pagine del più famoso scrittore francese del XXI secolo e alle idee che s’è fatto del mondo che racconta. Che stavolta è una rappresentazione a due facce, priva degli estremismi che un tempo eccitavano Houellebecq, più complessa, a tratti in apparenza ingannevole. Perché i suoi personaggi sono competenti e onesti tecnocrati di una post-democrazia, ambiziosi ma giudiziosi nelle scelte e timorosi nelle relazioni. Forse più insicuri del necessario, come del resto stiamo diventando tutti, perché a giocare c’è molto da perdere, la nostra civiltà ha costruito tanto ma ha prodotto un’infinità di scorie e la sensazione di pericolo globale si accentua giorno dopo giorno. 

Una grande minaccia ci sovrasta, ma non sappiamo definirla, i suoi contorni appaiono mutevoli, anche se la parola “Covid” non ricorre nel romanzo, e nemmeno “pandemia” – ma la paura sì, c’è in tutte le pagine, è palpabile, e la ricerca di requie, il tentativo di trovare un po’ di pace gronda da tutta la parabola di “Annientare”, senza nemmeno il coraggio di incasellarlo alla voce “amore” o “felicità”. 

Ma non è il caso di fare i catastrofisti: l’umanità ha realizzato un capolavoro imperfetto, disseminato di debolezze, di vergogne, ingiustizie e perciò di rabbia, odio, vendetta. Ci risiamo con gli angeli e i diavoli, non se n’esce, ma Houellebecq stavolta si schiera dalla parte dei buoni, sebbene col sadismo di chi lascia intendere che non è questione di schieramenti, quanto, come dicevano gli antichi saggi, di karma. 

La modernità produce il male come residuo del progresso e questo supplizio è insanabile, un destino malevolo, un errore di calcolo. Sesso e sete di potere sono le più efficaci pillole di sostegno collettive, ma sono solo terapie di sostegno, non soluzioni del problema. Il mondo non sarà mai perfetto, la famiglia non sarà un paradiso, la coppia non sarà eterna e il nostro corpo continuerà a disfarsi, a dispetto della scienza della salute.

Houellebecq ha sadicamente presentato “Annientare” come “un libro deprimente”, espressione di un’umanità delusa da se stessa, indebolita dai traumi, sconvolta dalla paura della morte. Ma c’è una nuova compostezza nelle sue pagine, che fa pensare alla dichiarazione dell’allenatore di una squadra coraggiosa, sbaragliata al termine della partita troppo difficile: abbiamo fatto il possibile, abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo, abbiamo sbagliato molto, ma più di così non si poteva fare. 

Il senso di tragedia che aleggia nel libro va in risonanza con la percezione di caducità a cui ci stiamo abituando di questi tempi. Houellebecq è un prestigiatore delle profezie, sente le temperature e ha la disinvoltura di trasformarle in racconto. Se ci mettete il contributo offerto da una degnissima drammatizzazione, troverete motivi per restituire a un romanzo quella capacità di rappresentazione del presente che oggi si è sempre più restii ad accordargli.

Michel Houellebecq, lo scrittore che ha previsto il futuro. Francesco Boezi l'11 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Il filosofo francese ha anticipato tanti fenomeni sociali dei nostri tempi. L'ultimo libro, Annientare (La Nave di Teseo), è l'ennesima sconvolgente lettura del mondo per come sarà.  

Se l'Europa ha qualche disturbo latente, le opere di Michel Houellebecq sono in grado, senza disdegnare un certo grado di crudezza narrativa e linguistica e soprattutto senza aver bisogno di giustificazioni, di palesare quel "guasto".

Sullo scrittore transalpino si è detto (e scritto) moltissimo, comprese durante questi primissimi giorni di gennaio a ridosso della pubblicazione di Annientare, l'ultimo (attesissimo) romanzo edito, come sempre in Italia, da La Nave di Teseo. Il coro d'interpretazioni è soltanto la più classica delle conseguenze: ogni volta che Michel Houllebecq chiude l'ultimo capitolo di un libro, inizia la corsa a rintracciare le profezie nascoste tra le righe del testo.

Anticipatore ed interprete del contemporaneo

Del resto, il romanziere francese ci ha abituato bene: la "maledizione" che lo accompagna - simile a quella che ha interessato Louis Ferdinand Celine ma anche altri giganti della letteratura mondiale - non gli ha impedito di guadagnarsi la fama di "profeta". Di sicuro, Houellebecq è considerato un interprete assoluto della contemporaneità e delle sue distorsioni antropologiche.

Il Vecchio continente, grazie ai romanzi dello scrittore d'Oltralpe, è soggetto ad una continua diagnosi che immortala un pessimo stato di salute. Dal nichilismo pervasivo agli aspetti psicologici dell'uomo moderno, passando per la fenomenologia sociale e per gli elementi politologici: la definizione più in voga, tra quelle inflazionate dalla critica, fa di Houellebecq un anticipatore.

In ogni libro, viene percepita una dose consistente d'esistenzialismo che deriva dalle esperienze personali dell'autore e dalla sua capacità d'osservazione sul mondo ma, il romanziere, non invade mai il campo con toni narcisistici: quelli di Houellebecq non sono scritti personalistici ma disamine capaci di produrre un effetto specchio in chi legge. Forse è questa la principale capacità che viene riconosciuta all'umanista: trarre dalle particolarità di una storia dei paradigmi validi per l' insieme dell'odierna condizione umana.

Anche l'ultimo romanzo - quello di cui IlGiornale ha pubblicato un estratto - è destinato senza dubbio alcuno a far discutere. Annientare è candidato a disegnare l'ennesima mappatura della condizione vissuta dall'uomo durante i tempi moderni, con la politica cui è stato attribuito uno spazio, per quanto di sfondo, forse maggiore rispetto alla maggior parte dei libri precedenti. Houllebecq non è un moralista e non fornisce antidoti: semplicemente racconta. E forse è anche per questa sua mancata volontà di distribuire formule e soluzioni salvifiche che il transalpino gode della fama di realista. 

Il caso Sottomissione

Houellebecq non è soltanto Sottomissione ma quel romanzo ha avuto un significato mediatico superiore alle aspettative. A giocare un ruolo decisivio affinché di Sottomissione si parlasse in tutta Europa per anni consecutivi (se ne discute ancora e se ne discuterà in futuro) è stato il momento in cui il romanzo è stato pubblicato: a poche settimane dall'attentato di Charlie Hebdo. Nell'opera, Houellebecq immagina una Francia islamizzata e del tutto slegata dalla sua cultura originaria. I cosiddetti sovranisti hanno fatto di Sottomissione un testo guida per comprendere - dicono loro - a quale direzione è destinato il concetto di Stato nazione, salvo interventi capaci di mitigare il multiculturalismo e la gestione aperturista dei fenomeni migratori.

Sottomissione è insomma la cartella clinica della Francia immersa in un avvenire che ha dimenticato la cristianità e che si è arresa, senza colpo ferire, ad altre tradizioni e ad un'altra confessione religiosa. Lo scrittore francese, non solo per questo romanzo ma anche per altre prese di posizione, è stato spesso etichettato come un intollerante anti-islamico, oltre che come un simpatizzante dell'estrema destra o dell'emisfero ultra-conservatore. Tra gli aforismi riassuntivi che forse l'umanità continuerà a conoscere ed a tramandare, con ogni probabilità, c'è anche questo: "È la sottomissione, l'idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta".

Le altre profezie

Sottomissione è un caso eclatante ma non è l'unico. Serotonina, il penultimo romanzo (quest'anno ridato alle stampe sempre dalla Nave di Teseo), è un viaggio all'interno della depressione, che è il grande convitato di pietra della contemporaneità. Ma Serotonina è anche una fotografia precisissima dell'abbandono subito dalla Francia rurale, quella periferica che, poco tempo dopo l'uscita del romanzo, ha contribuito a dare vita ai gilet gialli. E poi c'è quella dipendenza, un altro tratto segnante della fase storica in cui siamo catapultati, che ci rende sempre schiavi di qualcosa che non riusciamo davvero ad afferrare. Un grande spazio - in "Serotonina" come in quasi tutti gli altri romanzi - è riservato all'involuzione delle relazioni amorose ed amicali nel mondo moderno. ,

La coppia composta da un uomo ed una donna, comunque sia, come chi leggerà Annientare avrà modo di approfondire, costituisce per Houellebecq quasi una sentinella in grado di contrastare l'avanzata della dissoluzione del mondo tradizionale: "Una coppia è un mondo, un mondo autonomo e compatto che si sposta all’interno di un mondo più vasto, senza esserne realmente toccato; da solo, invece, ero attraversato da faglie". Quest'ultima è una frase che non è contenuta in Annientare, bensì in un libro precedente, ma che spiega bene quale sia il valore che lo scrittore d'Oltralpe attribuisce allo stare insieme.

Elencare tutte le previsioni e le tematiche contenute negli altri testi sarebbe complesso. Se "Estensione del dominio della lotta" - il primo romanzo - è una critica a certe distorsioni del capitalismo e del mondo lavorativo costruito su basi economicistiche, "Le particelle elementari" - che molti considerano il manifesto ed il capolavoro di Houellebecq - spazia tra la suggestione della clonazione degli esseri umani all'incontro-scontro tra un protagonista capace d'incarnare l'apollineo ed un altro profondamente dionisiaco. 

Houellebecq e la pandemia

L'evento che ha scosso la storia - la notizia del secolo, almeno sino a questo momento - è la pandemia, che Michel Houellebecq ha interpretato, per al di fuori delle sue opere, alla sua maniera, in specie durante i primi lockdown continentali. La diffusione del Covid19 è, per l'intellettuale d'Oltralpe, un acceleratore di cambiamenti tanto radicali quanto tragici già in programma. Tra queste, anche il definitivo tramonto delle relazioni umani per come le abbiamo conosciute.

Nella lettera pubblicata sul sito di France Inter, lo scrittore francese esprime il consueto punto di vista sprezzante: "Ammettiamolo: la maggior parte delle e-mail che ci siamo scambiati nelle ultime settimane aveva come primo obiettivo quello di verificare che l'interlocutore non fosse morto, né sul punto di esserlo. Ma dopo questa verifica, abbiamo provato a dire delle cose interessanti, cosa non facile, perché questa epidemia riusciva nella prodezza di essere allo stesso tempo angosciante e noiosa". E questa è una postilla anche su come l'umanità odierna si rapporti con la morte. Più in generale, Houellebecq pensa che non avverà una trasformazione maieutica "grazie" alla diffusione del Covid19: ci sarà - ritiene piuttosto - un abbrutimento generalizzato ma già telefonato dall'andazzo del mondo.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma, dove vivo, il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017,  seguo la politica dai "palazzi", ma sono anche l'animatore della rubrica domenicale sul Vaticano: "Fumata bianca". Per InsideOver mi occupo delle competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta", che è stato finalista al premio Voltaire. Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju". 

Houellebecq, Onfray, Zemmour: dalla nuova “rive droite” i sovranisti chic soffiano sul fuoco. Da sinistra alla reazione. E dalle élite al populismo. È il percorso che unisce in Francia un gruppo di intellettuali à la page. Vittimisti, vanesi e retorici, nemici dell’Europa e dell’Islam, irrompono nella campagna per le presidenziali del 2022. E vogliono sconfinare. Anna Bonalume su L'Espresso il 03 agosto 2021. «Alcuni intellettuali francesi, in particolare Alain Finkielkraut e Michel Onfray, hanno abbandonato il campo delle élite per avvicinarsi al campo del popolo. Immediatamente sono stati osteggiati da tutti i media, si sono uniti al campo dei populisti abietti, dove c’era già Éric Zemmour e dove io andavo a fare un giro di tanto in tanto». In questa dichiarazione di Michel Houellebecq, durante una conferenza a Buenos Aires nel 2017, si ritrovano i termini del mutato paesaggio intellettuale e politico francese di oggi, nell’anno chiave che porta alle elezioni presidenziali del 2022. Avanzano in Francia, fanno proseliti in Europa, anche in Italia. Hanno un nemico comune: le élite progressiste, gli apostoli del progressismo e della “religione dei diritti umani” che disprezzano e ostacolano il campo formato dal popolo e dagli “spiriti liberi” che parteggiano per il popolo. Predicano la provocazione, l’amore per il politicamente scorretto e soprattutto il culto del proprio status di vittime di élite e media: Eric Zemmour, Alain Finkielkraut, Michel Onfray e Michel Houellebecq sorridono alla politica populista. Mentre Zemmour è sempre stato di estrema destra, la conversione degli altri tre è piuttosto recente. Houellebecq comunica solo con i suoi libri. Profeta moderno per alcuni, islamofobo e misogino per altri, lo scrittore oggi è diventato l’idolo della destra sfrenata e infastidisce l’intellighenzia di sinistra. Nel 2019 il presidente gli ha conferito la Legione d’Onore: «Visceralmente antieuropeo», ha concesso Emmanuel Macron, è impossibile non riconoscere a questo scrittore «romantico perso in un mondo diventato materialista» il merito di aver «reinventato il romanzo francese». Il suo ultimo libro è una raccolta di testi dal titolo “Interventions 2020” edito da Flammarion. Vi spicca l’articolo “Donald Trump è un buon presidente”, pubblicato da Harper’s Magazine nel 2019. Houellebecq sosteneva la diplomazia non convenzionale dell’ex presidente americano, il suo atteggiamento conciliante verso il presidente russo Vladimir Putin, la sua sfiducia nel libero scambio e nella costruzione europea. Allo stesso modo, elogia la libertà di pensiero di Eric Zemmour, definito il «più interessante avatar contemporaneo» dei «cattolici non cristiani» che ammirano la Chiesa senza credere in Dio. Il “libero pensatore” Eric Zemmour è un giornalista politico vicino a Marion Maréchal. Ex deputata, la nipote di Marine Le Pen si è ufficialmente ritirata dalla vita politica: ora si occupa a tempo pieno della scuola di scienze politiche fondata a Lione, dove ama intervenire Zemmour, che ha anche presenziato all’apertura della “convention della destra” da lei organizzata a Parigi nel 2019. In questa occasione, la sua retorica violenta contro l’Islam e l’immigrazione gli è valsa una condanna e una multa di 10.000 euro per insulto e incitamento all’odio. Sanzioni che hanno avuto l’effetto di aumentare la sua popolarità. Il giornalista si è fatto conoscere come ospite fisso del programma “Face à l’info” in onda in access prime time sul canale d’informazione CNews, passato nelle mani del gruppo Bolloré, proprietario di numerose aziende di media e pubblicità. Zemmour potrebbe essere interessato alle elezioni presidenziali del 2022, anche se non ci sono conferme ufficiali da parte sua. Il suo editore Albin Michel ha cessato il contratto con lui in vista delle elezioni. «Abbiamo avuto uno scambio molto franco con Zemmour che aveva confermato la sua intenzione di partecipare alle elezioni presidenziali e di fare del suo prossimo libro un elemento chiave della sua candidatura», ha spiegato Gilles Haéri, capo di Albin Michel. Tra gli intellettuali francesi citati da Houellebecq, c’è Michel Onfray, uno dei filosofi francesi contemporanei più prolifici. Autore di più di cento opere, ha appena pubblicato in Francia “La nave dei folli”, nel quale condanna il delirio dell’Occidente, e “L’arte di essere francese”, in cui denuncia l’inevitabile apocalisse del mondo contemporaneo. «La civiltà sta crollando, i valori vengono rovesciati, la cultura si sta riducendo come una pietra, i libri contano meno degli schermi, le scuole non insegnano più a pensare ma a obbedire al politicamente corretto, e la famiglia esplosa, scomposta e ricomposta è spesso formata da persone egocentriche e narcisiste», tuona la quarta di copertina. Il filosofo lamenta di essere stato marcato a fuoco dai responsabili di questa catastrofe culturale, ovvero le élite europeiste e la «fasciosfera di sinistra» che, lui dice, lo spacciano per «un fascista, un antisemita, un islamofobo, un reazionario». Eppure questo non gli impedisce di continuare ad occupare ampiamente le vetrine delle librerie e gli studi televisivi, dove si destreggia tra una feroce invettiva e l’altra, e le espressioni provocatorie sono la sua principale modalità di esistenza. Per il filosofo le elezioni americane sono state un fallimento, come racconta all’Espresso: «La vittoria di Biden è quella di un uomo più malleabile di Trump: quest’uomo impulsivo e brutale, irascibile e aggressivo, volgare e maleducato, sembrava impossibile da pilotare! Biden è un uomo vecchio, stanco, una vecchia volpe della politica, in secondo piano da quarant’anni, messo in primo piano grazie all’aiuto del suo romanzo di famiglia ben sfruttato. È l’uomo del politicamente corretto, il cliente ideale dei Gafam, mentre l’account di Trump è sospeso dagli stessi capi dei Gafam», dove Gafam è l’acronimo che indica le cinque maggiori multinazionali dell’intelliggenza artificiale: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft. Sul futuro dell’ex presidente americano, Onfray ha una visione chiara: «Trump potrebbe trasformare questo fallimento elettorale in una vittoria politica nazionale. Assumerebbe quindi la guida di un movimento più ampio rispetto alla limitata presidenza degli Stati Uniti». In Europa, invece, il vero nemico è l’Unione Europea, «un club di banchieri che per un quarto di secolo hanno nascosto i loro interessi dietro la propaganda ideologica; per loro l’Europa sarebbe la fine della disoccupazione, la piena occupazione, il senso della Storia, l’amicizia tra i popoli, la fine di tutte le guerre, la fine del razzismo». Per Onfray invece queste conquiste sono fandonie: «Dopo un quarto di secolo questa politica ha generato esattamente il contrario!». Per divulgare queste idee, che lui definisce di tipo «socialista proudhiano», ha fondato la rivista sovranista “Front populaire”, un progetto nato per «costituire un Fronte Popolare in opposizione al Fronte del Populicidio costituito da Macron e dai suoi (la classe politica Maastrichiana di destra e di sinistra) il cui progetto consiste nell’estromettere il popolo dalla politica». L’obiettivo finale del filosofo e dei suoi alleati è chiaro: «Noi vogliamo la sovranità, che è l’arte di riprendere in mano il controllo politico del Paese per realizzare ciò che definisce la democrazia: il governo del popolo, da parte del popolo, per il popolo. Perché, da questo punto di vista, non siamo più in una democrazia, ma in una aristocrazia del capitalismo». Accanto al “populicidio”, c’è la minaccia dell’Islam, che per Onfray «porta avanti una guerra di civiltà contro la giudeo-cristianità». La difesa della civiltà occidentale dagli attacchi dell’Islam accomuna Onfray, Zemmour, Finkielkraut ed è la provocazione sulla quale si basa il romanzo di Houellebecq “Sottomissione”. Sulla difesa della cultura e dell’Identità della civiltà occidentale, non si sottrae il filosofo Alain Finkelkraut. Recentemente ha confessato le proprie angosce a Vanity Fair: «Siamo entrati in una crisi dalla quale non sono sicuro potremo rimetterci. La Francia si trova di fronte a un’immigrazione incontrollata e sta subendo un mutamento demografico senza precedenti nella nostra storia». Di fronte a questo cambiamento cosa fanno le elite? Sono impegnate in «un’autoflagellazione sistematica e delirante». A dare voce a queste posizioni, una nuova costellazione di media di più o meno recente creazione, orientati a destra ed estrema destra. Tra questi ci sono il canale televisivo CNews, il settimanale Valeurs Actuelles, il magazine L’incorrect, il sito internet Boulevard Voltaire, la rivista Front Populaire, il nuovo media online Livre Noir. L’ultima battaglia è sui vaccini, il grande tema politico di inizio campagna elettorale per le presidenziali. I riferimenti intellettuali degli antivax sono il medico Didier Raoult, noto medico difensore del controverso trattamento per il covid-19 a base di idrossiclorochina, e Zemmour che due settimane ha dichiarato su CNEWS : «Macron ci impedisce di vivere senza vaccinazione, quindi siamo obbligati a vaccinarci. Non ha il coraggio di obbligarci perché aveva detto il contrario». Anche Zemmour si era contraddetto esaltando qualche mese prima la campagna vaccinale di Boris Johnson, ma non importa. Provocazioni e contraddizioni peseranno nella prossima campagna elettorale, le elezioni presidenziali del 2022. 

Emanuela Minucci per "La Stampa" il 18 ottobre 2021. Michel Houellebecq è arrivato a Torino nel tardo pomeriggio di sabato. E, spiazzante come al solito, pur essendo la vera stella supernova di questo Salone del Libro, non ha preteso né suite a 5 stelle né tantomeno un cachet. Una condizione però l'ha posta: «Una camera dove si possa fumare, meglio se con un balcone, altrimenti non prenotate neppure l'aereo». Accontentato. All'hotel vicino alla stazione di Porta Nuova, dove gli abbiamo offerto una birra, si è presentato chiuso nello stesso Barbour da «intellettuale un filo nichilista» (definizione di una lettrice che dichiara di aver letto Serotonina tutto in una notte) che indossava anche ieri, fra i velluti rossi dell'Auditorium del Lingotto. Qui ha ritirato dalle mani del «giudice monocratico» Marco Missiroli, il 47° premio Mondello. Davanti a Elisabetta Sgarbi, l'editrice della Nave di Teseo che pubblica i suoi romanzi, e al direttore del Salone Nicola Lagioia che non esita a definire l'evento «un incontro che dal punto di vista letterario passerà alla storia», l'autore delle Particelle elementari annuncia di avere finito un nuovo libro, senza scendere in troppi dettagli: «Sarà una storia deprimente, mi manca ancora il personaggio femminile ma lo troverò». L'Auditorium è stracolmo e silenzioso come una cattedrale. E qui comincia il dialogo tra Marco Missiroli e il suo ruvidissimo mito letterario: Michel Houllebecq che trova meraviglioso il fatto di essere non solo tradotto in italiano, ma anche nella lingua dei segni.

Chi era Houellebecq prima dell'Estensione del dominio della lotta?

«È lunga da spiegare, sono vecchio. Ho cominciato leggendo poesie in pubblico e poi le ho pubblicate. Ero uno scrittore promettente, non avevo ancora un grande successo e non ero troppo polemico, perché per essere molto polemici bisogna avere un grande successo. Poi è arrivato tutto insieme con Le particelle elementari. Mi sono reso conto che sapevo scrivere romanzi, ma non sarei in grado di scrivere un saggio».

Come si trova un uomo tranquillo come lei alla ribalta del demonio?

«Chi è violento nella scrittura è molto dolce nella vita, perché la scrittura è liberatoria e viceversa. Diffidate di chi scrive cose dolci, è gente pericolosa».

 C'è sempre un principio amoroso alla base dei suoi libri, magari fa un giro più lungo, in questo lei mi ricorda Conrad, nei suoi dissidenti c'è sempre stato un amore tenebroso, nero…

«L'amore nei libri ha lo stesso ruolo che può avere Dio: anche se si può avere dubbi sulla sua esistenza e anche se Cristo si sbagliasse è sempre preferibile stare con Cristo. È tanto tempo che non parlo di Schopenhauer, magari ne approfitto adesso». 

Prego.

«Intanto c'è un suo passaggio che trovo magnifico in cui dice che l'amore esiste, diversamente che per tanti altri filosofi, e in cui prende in giro Kant dicendo che su questo argomento non capisce nulla. Schopenhauer dice anche che l'amore è di origine sessuale e che la sessualità è importante perché serve per avere figli e che la domanda "chi mi succederà" è più importante di tutto il resto». 

Nei suoi libri l'amore è sessuale?

«Questa è una cosa strana. Si dice che c'è tanto sesso nei miei libri, ma è qualcosa che faccio fatica a capire».

Forse perché la sessualità nella sua letteratura è trattata come le relazioni umane e quelle di lavoro. Ciò che noi chiamiamo eros per lei è chimica, biologia, particelle è sociologia.

«Le Particelle è un libro scientifico, in altri libri l'approccio è più sociologico, culturale, e questo irrita molti perché la gente non vuole essere ridotta a una categoria sociologica, preferisce essere ricondotta a qualcosa di chimico. Ma sarebbe un errore». 

È vero che lei scrive a notte fonda?

«Sì, perché di notte il nostro spirito è libero. E poi bisogna approfittare dei sogni che si ricordano e scrivere prima di cominciare a parlare».

Ci spieghi le sue tre cattedrali: supermercati, automobili e l'aeroporto Charles De Gaulle.

«Il supermercato è quanto di più vicino al paradiso abbia costruito l'uomo. Dell'automobile è affascinante il linguaggio. Io amo le auto, Mercedes e Bmw. E l'aeroporto è il simbolo del concentrazionismo. Lì si vende di tutto, ma non c'è nulla che serve».

Quanto l'appassiona la politica?

«Della politica mi interessano le strategie, le alleanze, il non detto, i giochi di guerra. Ma nel retroscena nelle trame politiche i maestri siete voi italiani, con Machiavelli». 

Però nella politica contemporanea sono i francesi ad avere prodotto le più grandi sorprese.

«Le elezioni del 2017 sono state più affascinanti di qualsiasi trama di film». 

E stavolta chi vincerà?

«Al secondo turno vincerà Macron e si batterà contro il candidato della destra e non è detto che sarà Le Pen o Zemmour».

Lei scrive: io mi sento irresponsabile, sempre.

«Irresponsabile nel senso che non mi sento un guru e non cerco discepoli».

Alla fine, suo malgrado, lei è una star della letteratura mondiale. Come ci si sente?

«Non male. Diciamo che è una condizione positiva, necessaria, ma non difficile».

Standing ovation.

Houellebecq racconta "l'autunno delle idee" e incanta con Baudelaire. Alessandro Gnocchi il 5 Agosto 2021 su Il Giornale. Timido e istrionico, il grande scrittore francese ha recitato le poesie più belle dei "Fiori del male". Il carisma si manifesta sul palco della Milanesiana, a Parma, martedì sera verso le 21 e 30, al Parco della musica, sotto un albero secolare. Lo scrittore francese Michel Houellebecq sale sul palco, si accomoda su una seggiola rossa, ignora il leggio e inizia la sua lectio magistralis su Baudelaire. Pronuncia poche parole (come nel resto della giornata) di introduzione. In Francia, nessuno ha ricordato il bicentenario di Charles Baudelaire. Come mai? «I rapporti tra Baudelaire e la Francia non sono mai stati facili. Nella cultura francese, e in particolare nella letteratura francese, prevale una certa visione restrittiva, nella quale Baudelaire fatica a entrare». Grandi festeggiamenti invece per i quattrocento anni dalla nascita di Jean de La Fontaine. Prosegue Houellebecq: «Montaigne, La Fontaine, Voltaire Esiste una linea. Scettica, ironica, misurata, satirica, leggermente cinica». In seguito, a partire da Victor Hugo, prevale «una specie di ottimismo umanistico» che ci conduce ai nostri giorni. Baudelaire non rientra in queste categorie dello «spirito francese». Il pubblico, a questo punto, si aspetta una conferenza vera e propria. Invece Houellebecq si alza e recita in francese, mentre la traduzione corre sullo schermo alle sue spalle, venticinque minuti di poesie scelte dai Fiori del male. In prevalenza va a braccio, si aiuta appena con gli appunti. Si muove lentissimo da una parte all'altra del palco, ogni tanto si riposa, beve un po' d'acqua, si siede, si alza, riprende. Quando sbaglia (due volte) chiede scusa: «Non sono più abituato». Houellebecq sceglie poesie famose, «non è che lo siano per caso» commenta sornione, che un lettore sensibile alla poesia si porta con sé tutta la vita. Un altro si spezzerebbe le ossa, alle prese con versi scolpiti nella memoria collettiva. Invece, grazie a Houellebecq, è come scoprirli per la prima volta e accorgersi che c'era qualcosa di diverso. L'incipit è subito da knock out. Il nemico: «La mia giovinezza non fu che una oscura tempesta, traversata qua e là da soli risplendenti; tuono e pioggia l'hanno talmente devastata che non rimane nel mio giardino altro che qualche fiore vermiglio. / Ecco, ho toccato ormai l'autunno delle idee». Reversibilità: «Angelo pieno di bellezza, conosci tu le rughe, e la paura d'invecchiare e il tormento orribile di leggere l'orrore segreto della devozione negli occhi ove a lungo bevvero i nostri avidi occhi? Angelo pieno di bellezza, conosci tu le rughe?». Poi gli «ultimi ardori» della Morte degli amanti, la morte come consolazione della Morte dei poveri, gli oppiacei sogni di felicità di Invito al viaggio e Raccoglimento Un pugno in faccia, assestato con somma grazia, ma un pugno in faccia. Baudelaire, e Houellebecq attraverso Baudelaire, dicono parole che raramente si ascoltano volentieri: la senescenza è la nostra condizione; nostra, personale; nostra, della società in cui viviamo. È l'autunno del corpo ma anche delle idee. L'Occidente confonde lo sviluppo col progresso (proprio il «Progresso» è il tema della Milanesiana 2021). Insegue il feticcio della tecnologia ma si è dimenticata l'umano e il divino. Sembra andare sempre più veloce ma è immobile. Georges Bernanos diceva: i vermi che spolpano il cadavere sono convinti di compiere un'opera dalle magnifiche sorti e progressive. Il cadavere? Siamo noi, è la nostra Europa. Le particelle elementari (La nave di Teseo, 1999), il romanzo che ha rivelato al mondo il talento di Houellebecq, finisce con la frase: «Questo libro è dedicato all'uomo». L'ultimo, Serotonina (La nave di Teseo, 2019), si chiude così: «E oggi capisco il punto di vista del Cristo, il suo ripetuto irritarsi di fronte all'insensibilità dei cuori: hanno tutti i segni, e non ne tengono conto. È proprio necessario, per giunta, che dia la mia vita per quei miserabili? È proprio necessario essere così esplicito? Parrebbe di sì». Non c'è da stupirsi che Houellebecq sia un punto di riferimento per chi scommette sull'umano (e sul divino). La lettura è finita. Resta il tempo di una impressione sullo scrittore. Riceve il premio alla memoria dei grandi editori francesi Jean-Claude e Nicky Fasquelle. Imbarazzatissimo. Timidissimo. Silenziosissimo. Stretta di mano vigorosa, però. Giubbotto del tipo parka, camicia blu scura a mezze maniche, pantaloni color kaki scuro. Si colloca al di sotto dell'understatement. La moglie Lysis sembra volerlo proteggere. Alla consegna della Rosa, simbolo della manifestazione, sulle note degli Extraliscio, chiacchiera con Laura Morante, tra gli ospiti della serata, accenna un passo di danza, poi si mette a giocherellare con i bottoni della camicia. Niente di strano. È come te lo aspetti. Del resto, la timidezza e il sentirsi al posto sbagliato sono programmatici. Nella prosa lirica che apre la sua prima raccolta poetica, Restare vivi (1991, ora Bompiani 2016), Houellebecq scrive: «La timidezza non è da disdegnare la timidezza è un eccellente punto di partenza per un poeta». Ancora: «Talvolta, è vero, la vita vi apparirà niente più che un'esperienza fuori luogo. Ma il risentimento dovrà sempre restare vicino, a portata di mano, anche se scegliete di non esprimerlo. E tornate sempre alla fonte, che è la sofferenza». Infine: «Quando susciterete negli altri un misto di pietà spaventata e di disprezzo, saprete di essere sulla buona strada. Potrete cominciare a scrivere». In mezzo alla ritrosia e al pudore, spicca ancora di più, monumentale, la parola poetica che Houellebecq ha portato magistralmente sul palco. Il carisma, vocabolario alla mano, è dono divino e autorevolezza tutta umana. Per un grande scrittore come Houllebecq potremmo definire il carisma in questo modo: lasciare la parola alla parola scritta e dimostrarne la profondità abissale. Alessandro Gnocchi

"Ecco la mia Francia nelle mani dell'Islam" Parla lo scrittore Michel Houellebecq. I musulmani prendono il potere. E opprimono le donne. Lo scrittore più provocatorio d’Oltralpe qui racconta “Sottomissione”, il suo nuovo romanzo. E dice: «Il Corano è decisamente meglio di quello che pensavo, di lettura in rilettura. La conclusione più evidente è che i jihadisti sono cattivi musulmani». Sylvain Bourmeau su L'Espresso il 07 gennaio 2015. Siamo nel 2022. La Francia ha paura. Il Paese è da tempo in preda a disordini misteriosi. E le elezioni presidenziali hanno un risultato clamoroso: il leader del giovane partito della Fraternità musulmana, Mohammed Ben Abbes, batte nettamente Marine Le Pen al ballottaggio. Dall’oggi al domani la Francia cambia. Le donne indossano lunghe bluse su pantaloni larghi e lasciano in massa il lavoro, le università diventano islamiche: chi non è musulmano è obbligato alla pensione o alla “Sottomissione”. È questo il titolo del nuovo romanzo di Michel Houellebecq, pubblicato in Francia da Flammarion il 7 gennaio tra le polemiche (in Italia esce il 15 per Bompiani). Nel suo sesto romanzo, l’autore di “Le particelle elementari” si mette improvvisamente e atrocemente a somigliare a quegli editorialisti politici di serie B -  Eric Zemmour, Alain Finkielkraut, Renaud Camus... - che nei loro bestseller preelettorali hanno agitato lo spauracchio dell’invasione dell’Islam. E lo fa con quello che si deve decisamente definire un vero suicidio letterario. Perché l’abiezione politica e la debolezza letteraria sono in questo libro strettamente legate. Un romanzo arido e triste, approssimativo, mal documentato, senza dialoghi e senza poesia: “Sottomissione” suona falso da cima a fondo e non è certamente degno di apparire nella bibliografia di quello che rimane comunque uno dei più importanti scrittori contemporanei di lingua francese. Parola mia, cioè del critico che negli ultimi vent’anni ha più spesso intervistato Houellebecq: per questo l’autore aveva deciso di dare a me la prima intervista su “Sottomissione”. Ci siamo incontrati il 19 dicembre nell’ufficio di Flammarion. 

Houellebecq, perché questo libro?

«Per molti motivi, penso. Non amo usare questa parola, ma ho la sensazione che questo sia il mio ‘mestiere’. Ho vissuto a lungo in Irlanda e quando sono tornato in Francia ho riscontrato grandi cambiamenti, cambiamenti che non sono specificatamente francesi, del resto, ma dell’Occidente in generale. In effetti, da espatriati non ci si interessa granché a nulla, né alla società dalla quale si proviene, né a quella nella quale si vive, e in più l’Irlanda costituisce un caso un po’ particolare. Secondo motivo, forse il mio ateismo non ha veramente resistito alla serie di perdite che ho subito. Le ho trovate insopportabili, in realtà». 

Allude alla morte del suo cane e dei suoi genitori?

«Sì, a questo. Sono state molte perdite in un arco di tempo ristretto. Il tutto forse è stato aggravato dal fatto che, contrariamente a ciò che credevo, non ero veramente ateo, ma veramente agnostico. In generale, dire così serve a crearsi un paravento nei confronti dell’ateismo, ma nel mio caso non credo. Riesaminando alla luce di ciò che so la faccenda dell’esistenza di un creatore, di un ordine cosmico, di una cosa del genere, mi sono reso conto che non mi sentivo in grado di rispondere né sì né no». 

Mentre in precedenza aveva la sensazione…

«Avevo la sensazione di essere ateo, proprio così. A questo punto, non so dire di più. Ecco, io credo che siano state queste due motivazioni a indurmi a scrivere, e la seconda probabilmente è stata più forte della prima». 

Come definirebbe questo libro?

«La definizione di ‘fantapolitica’ non è male. Non mi sembra di averne letta molta, ma un po’ sicuramente sì, più nella letteratura inglese che francese”. 

A che cosa si riferisce?

«Ad alcuni libri di Conrad, per esempio, e anche di John Buchan. E poi a libri più recenti, meno belli, più imparentati al thriller. Il thriller può fiorire benissimo in un contesto di fantapolitica, non essendo obbligatoriamente vincolato al mondo degli affari. In verità, c’è un terzo motivo per il quale ho scritto questo libro, ed è che l’inizio mi è piaciuto moltissimo. In pratica, in una volta sola, di getto, ho scritto tutta la prima parte fino alla pagina 26. E l’ho trovata molto convincente… Perché me lo vedo che uno studente possa scegliersi come amico Huysmans  e dedicargli la propria vita. A me una cosa simile non è capitata: ho letto Huysmans molto più tardi, intorno ai 35 anni, credo, ma una cosa del genere mi sarebbe molto piaciuta: la mia stanza non era malaccio, e nemmeno la mensa universitaria era terribile e mi sono immaginato che cosa egli avrebbe potuto voler dire rispetto a tutto ciò. Penso che avrebbe potuto essere un amico vero per me. Insomma, dopo aver scritto la prima parte, per un po’ di tempo non ho scritto altro. Era il gennaio 2013, e ho dovuto riprendere in mano il testo nell’estate di quell’anno. In realtà, il mio progetto originario era molto diverso. Non doveva intitolarsi “Soumission” (Sottomissione). Il primo titolo che gli avevo dato era “La conversion” (La conversione). E inizialmente, nei miei piani, il narratore si convertiva sì, ma al cattolicesimo. Vale a dire che a un secolo di distanza seguiva il medesimo percorso di Huysmans, partendo dal naturalismo e approdando al cattolicesimo. Poi però non ci sono riuscito». 

Perché?

«Perché non funzionava. Secondo me, la scena clou del libro è quella nella quale egli guarda per l’ultima volta la Madonna nera di Rocamadour e si sente investito da una forza spirituale, come una serie di onde, che a un tratto si allontana e lui scende verso il parcheggio. Solo e disperato». 

Definirebbe satirico questo romanzo?

«No. Al massimo, ma solo molto parzialmente, è una satira del giornalismo politico. Della classe politica, forse, un po’ di più. Ma i personaggi principali non sono una satira». 

Come le è venuto in mente di inventare un ballottaggio per le elezioni della presidenza del 2022, con Marine Le Pen in competizione con il presidente di un partito musulmano?

«Beh, per Marine Le Pen mi pare del tutto verosimile nel 2022 – mi sembra verosimile che ci si arrivi già nel 2017… Quanto al partito musulmano, qui siamo al nocciolo della questione. Ho cercato di calarmi nei panni di un musulmano e mi sono reso conto che i musulmani in verità vivono in una situazione del tutto alienata. A livello globale infatti non si interessano molto di questioni economiche, dato che a loro stanno maggiormente a cuore quelli che nella nostra epoca definiamo temi sociali. È evidente che sono molto lontani dalla sinistra, e ancor più dagli ecologisti a proposito di queste tematiche. Basti pensare al matrimonio tra omosessuali per rendersene conto. Del resto, ovunque è così. Per di più, non si capisce proprio per quale motivo dovrebbero votare per la destra, e ancor meno per l’estrema destra che li rifiuta con tutte le sue forze. Che cosa può fare quindi un musulmano che vuole votare? Si trova in una situazione impossibile, perché non è rappresentato. Sarebbe ingannevole affermare che la religione musulmana non ha conseguenze politiche, perché ne ha, proprio come il cattolicesimo del resto, anche se i cattolici sono stati rimessi al loro posto. Di conseguenza, secondo me, l’idea del partito musulmano è plausibile». 

Ma da qui a immaginare che un partito del genere tra sette anni possa trovarsi nella condizione di vincere un’elezione presidenziale…

«Sono d’accordo, questo è poco plausibile. Per due ragioni principali. La prima è la più difficile da concepire: per i musulmani sarebbe necessario riuscire a mettersi d’accordo tra di loro. Sarebbe necessario che trovassero una persona estremamente intelligente e di un talento politico eccezionale, qualità che io ho dato al mio personaggio Ben Abbes. Un talento così superiore, però, è per sua stessa definizione poco probabile. Supponiamo, in ogni caso, che esista: questo partito potrebbe dunque compiere passi avanti, ma servirebbe più tempo. Se si considera il metodo utilizzato dai Fratelli Musulmani, notiamo una rete sul territorio fatta di associazioni di beneficienza, di luoghi di aggregazione culturale, di centri di preghiera, di vacanza, di cura… Un po’ l’equivalente di quello che aveva fatto il Partito Comunista. Sono del parere che in un paese nel quale la miseria dilaga tutto ciò potrebbe effettivamente convincere anche più dei musulmani ‘normali’ – se così posso dire –, perché oltretutto non ci sono soltanto i musulmani ‘normali’, ma anche i convertiti, persone che non sono di origine maghrebina… Un tale processo, in ogni caso, richiederebbe parecchie decine di anni. In realtà, a questo proposito il sensazionalismo mediatico riveste un ruolo negativo. Alludo, per esempio, a come è stata accolta la storia vera della conversione di un tizio che abitava in un piccolo villaggio della Normandia, francese al cento per cento, e che per di più non aveva alle spalle una famiglia disgregata. Beh, si è convertito ed è partito per combattere la jihad in Siria. In effetti, è ragionevole suppore che per uno così ci siano svariate decine di persone che si convertono senza partire per combattere la jihad in Siria. La jihad in Siria non è divertente. In fin dei conti, quindi, fa presa soltanto su individui fortemente motivati dalla violenza. Ovvero, una minoranza». 

Si potrebbe anche dire che ciò che interessa a queste persone più che altro è partire per la Siria, non convertirsi…

«Non credo. Io credo che esista un bisogno reale di Dio, e che il ritorno del sentimento religioso non sia uno slogan, ma una realtà. Anzi, questo processo ha ormai raggiunto una velocità addirittura maggiore». 

Questa ipotesi è fondamentale per il suo romanzo, ma è risaputo che in realtà è smentita da tempo da numerosi studiosi che hanno dimostrato che stiamo assistendo a una fase di graduale laicizzazione dell’Islam, e che violenza ed estremismo devono essere considerate alla stregua di ultimi sussulti. Questa è la tesi di Olivier Roy, di Gilles Kepel e di molti altri che studiano queste questioni da oltre vent’anni.

«Non è quello che ho constatato io. Del resto non è solo l’Islam a giovarsi di questo ritorno della spiritualità: in America del Nord e del Sud sono gli evangelisti a giovarsene. Non si tratta di un fenomeno francese, ma di un fenomeno globale che interessa quasi tutto il mondo. Così accade in Asia, anche se non sono molto informato in proposito, e così accade in Africa, dove questo fenomeno è interessante perché si vanno affermando sempre più due grandi forze religiose: l’evangelismo e l’Islam. In buona parte sono rimasto kantiano e non credo che una società senza religione possa durare». 

Ma perché ha deciso di “drammatizzare” le cose, tenuto conto che proprio lei afferma che è inverosimile che nel 2022 possa essere eletto un presidente musulmano?

«Beh, qui forse è entrata in gioco la parte di me che adora far presa sul grande pubblico con il thriller». 

Non sarai stato invece influenzato in parte da Eric Zemmour?

«Non lo so, non ho letto il suo libro. Che cosa dice, di preciso?» 

Al pari di un certo numero di altre persone, al di là delle naturali differenze, Zemmour delinea un ritratto della Francia contemporanea che mi pare decisamente di fantasia, nel quale una delle caratteristiche fondamentali è la minaccia di un Islam che influisce moltissimo sulla società francese. Drammatizzando questo stesso tema, come ha fatto lei nella sua fiction, si ha l’impressione che lei accetti come punto di partenza la descrizione della Francia contemporanea che riscontriamo oggi nelle opinioni di  intellettuali come Zemmour.

«Non saprei… Conosco soltanto il titolo del suo libro "Il suicidio della Francia", e questa non è l’impressione che ne ho io. A me non sembra di assistere a un suicidio della Francia. Ho la sensazione opposta, invece: l’Europa si sta suicidando mentre, proprio al suo centro, la Francia si batte con tutta sé stessa e perdutamente per sopravvivere. In pratica, è l’unico paese a battersi per la propria sopravvivenza. La Francia non si suicida affatto. Del resto, per gli esseri umani convertirsi è un gesto di speranza, non una minaccia. Aspirano a un modello diverso di società. Anche se, per quanto mi riguarda, non credo che ci si converta per motivazioni sociali. Ci si converte per ragioni più profonde. E anche se su questo punto il mio libro si contraddice un po’, Huysmans è il caso tipico di chi si converte per ragioni puramente estetiche. Le tematiche che agitano Pascal lo lasciano del tutto freddo, non ne parla mai. Faccio quasi fatica a immaginare un esteta a questo punto. Per lui la bellezza, invece, è rivelazione. La bellezza della poesia, della pittura, della musica attesta l’esistenza di Dio». 

Ciò ci riporta alla questione del suicidio, tenuto conto che Baudelaire diceva che gli restava solo la scelta tra il suicidio o la conversione…

«No, è Barbey d’Aurevilly ad aver fatto questa osservazione, del resto proprio dopo aver letto "Controcorrente". Me lo sono riletto tutto, nei dettagli, e alla fine è veramente cristiano. È sbalorditivo». 

Torniamo alla drammatizzazione di cui parlavo: nel libro essa assume per esempio la forma di descrizioni molto scorrevoli e vaghe di avvenimenti che accadono senza che si capisca chiaramente di che cosa si tratta. Siamo nell’ambito delle apparenze? Della politica della paura?

«Forse sì. Sì, un po’ di paura c’è. Io sfrutto il fatto di incutere paura». 

Quindi lei sfrutta coscientemente il fatto di incutere paura parlando di un Islam che conquista la maggioranza nel paese?

«In realtà, non si sa bene di che cosa si ha paura, se delle identità o dei musulmani. Tutto resta nell’ombra». 

Si è chiesto quali conseguenze può avere un romanzo che contiene un’ipotesi simile?

«Nessuna conseguenza. Nessuna». 

Non crede che ciò contribuisca a rafforzare le immagini della Francia che citavo prima, per le quali l’Islam incombe come una spada di Damocle, come la cosa più terrificante?

«In ogni caso, già ora questo è più o meno l’unico argomento di cui si occupano i media, che non potrebbero farlo in misura maggiore. È impossibile parlarne più di quanto già facciano oggi, quindi il mio libro non avrà nessuna conseguenza». 

Questa costatazione non le fa venire voglia di scrivere altro? Di non inserirsi nel flusso del conformismo?

«No, oggettivamente fa parte del mio lavoro parlare di ciò di cui parla la gente. Io vivo nella mia epoca». 

In questo romanzo lei sottolinea che gli intellettuali francesi hanno una propensione particolare a non sentirsi mai responsabili. Ma lei si è posto il problema della sua responsabilità di scrittore?

«Ma io non sono un intellettuale. Non mi schiero, non difendo alcun regime. Respingo ogni responsabilità, rivendico l’irresponsabilità, senza mezzi termini. A eccezione di quando nei miei romanzi parlo di letteratura, nel qual caso mi assumo la responsabilità del critico letterario. In verità, sono le opere di saggistica a cambiare il mondo». 

Non i romanzi?

«Forse sì. Tuttavia, ho l’impressione che quello di Zemmour sia grosso, troppo grosso. Ho la sensazione che il “Capitale” fosse troppo grosso, e a essere letto e ad aver cambiato il mondo sia stato invece il “Manifesto del Partito Comunista”. Rousseau ha cambiato il mondo, sapeva essere convincente al momento giusto. È semplice, se si ha intenzione di cambiare il mondo bisogna dire chiaramente: “Ecco, il mondo è così e questo è quanto va fatto”, senza perdersi in considerazioni romanzesche. Perché non serve a niente». 

Non sarà sicuramente a lei che insegnerò quanto il romanzo sia uno strumento epistemologico… Del resto, questo era il tema centrale del suo libro “La carta e il territorio”. A questo proposito, ho la sensazione che lei si assuma la responsabilità delle categorie descrittive, delle contrapposizioni più discutibili, quelle categorie con le quali funzionano la redazione di “Causeur”, Alain Finkielkraut, Eric Zemmour, sicuramente Renaud Camus. Per esempio, opporre l’antirazzismo e la laicità.

«È innegabile l’esistenza di una contraddizione». 

Io non la percepisco. Al contrario, ci sono persone che spesso sono a uno stesso tempo militanti antirazzisti e ferventi difensori della laicità, e le loro radici risalgono alla filosofia dei Lumi.

«Beh, sulla filosofia dei Lumi possiamo anche tracciare una croce: fine. Vuoi un esempio calzante? La candidata col velo nella lista Besancenot (candidata politica dell’estrema sinistra, NdR) è un vero esempio di contraddizione. Non sono soltanto i musulmani a trovarsi in una situazione di alienazione di questo tipo, in ogni caso: a livello di quelli che di norma si chiamano valori, le persone di estrema destra hanno più cose in comune con i musulmani che con la sinistra. Tra un musulmano e un ateo laico c’è più opposizione innata che tra un musulmano e un cattolico. Mi sembra evidente». 

Ma io non capisco il collegamento col razzismo nel caso specifico…

«Effettivamente, non c’è. Oggettivamente, non c’è. Quando sono stato prosciolto, in occasione del processo che mi hanno intentato una decina di anni fa per razzismo, il procuratore mi ha fatto giustamente notare che la religione musulmana non è appartenenza razziale. Oggi ciò è diventato ancora più evidente. Si è esteso l’ambito del razzismo, quindi, inventando il reato di islamofobia». 

Il termine forse è scelto male, ma esistono forme di stigmatizzazione di gruppi o di categorie di persone che sono forme di razzismo…

«Ah no, l’islamofobia non è razzismo. Se esiste un espediente che ormai è chiaro a tutti è proprio questo». 

L’islamofobia serve da paravento a un razzismo che non è più enunciabile perché punibile a termini di legge.

«Credo che sia completamente sbagliato. Non sono d’accordo». 

Altro abbinamento opinabile al quale lei fai ricorso è la contrapposizione tra antisemitismo e razzismo… Al contrario, si potrebbe osservare quanto nel corso della storia antisemitismo e razzismo siano andati di pari passo.

«Io credo che l’antisemitismo non abbia niente a che vedere col razzismo. Ho impiegato molto tempo a comprendere l’antisemitismo, in realtà. Il primo pensiero è quello di assimilarlo al razzismo, ma che tipo di razzismo è quello per il quale nessuno può dire se l’altro è ebreo o non ebreo, in quanto non lo si ‘vede’? Il razzismo è più elementare di questo, è un colore diverso di pelle…». 

No, perché da molto tempo esistono razzismi culturali…

«Ma in questo caso si utilizzano le parole ben oltre il loro significato. Razzismo è semplicemente detestare qualcuno perché appartiene a un’altra razza, perché non ha il medesimo colore della pelle, la stessa fisionomia. Non si deve dare a questo termine un significato più ampio». 

Tenuto conto però che da un punto di vista strettamente biologico le razze non esistono, per forza di cose il razzismo è culturale.

«Ma ciò vale, a quanto pare, in ogni caso. Chiaramente, vale a partire dal momento in cui col meticciato si crea un incrocio di razze. Su Sylvain! Lo sa bene che razzista è colui che detesta un altro perché ha la pelle nera o perché ha la bocca da arabo. Questo è razzismo!». 

O perché ha usanze o una cultura…

«No, si tratta di un altro problema, mi dispiace!». 

… O perché è poligamo, per esempio…

«Ah, questa poi… Si può essere sconvolti dalla poligamia senza essere neanche un briciolo razzisti. È il caso di molte persone che non sono neanche un briciolo razziste. Ma ritorniamo all’antisemitismo, perché si è trascurato questo punto. Visto e considerato che nessuno ha mai potuto dedurre se una persona è ebrea soltanto dal suo aspetto o dal suo stile di vita, giacché pochi ebrei avevano uno stile di vita ebraico quando si è sviluppato l’antisemitismo, di che cosa si può trattare? Questo non è razzismo. E sufficiente leggere ciò che è stato scritto per rendersi conto che si tratta semplicemente di una teoria del complotto: ci sono alcune persone, nascoste, responsabili di tutti i guai del mondo, che complottano contro di noi, pronte a invaderci… Il mondo va a rotoli ed è colpa degli ebrei, della finanza ebraica… È solo una teoria del complotto». 

In “Sottomissione” non c’è forse una teoria del complotto, l’idea che sia in atto la “grande sostituzione”, come la chiama Renaud Camus, e che i musulmani si impossesseranno del potere?

«Conosco male la tesi della grande sostituzione, ma a quanto pare è una questione alquanto razziale. Ebbene, in questo caso non si parla proprio di immigrazione. Non è questo il tema centrale». 

Non è necessariamente una questione razziale, può essere religiosa. Nel caso specifico, la religione cattolica è sostituita dall’Islam.

«No. È in atto un processo di distruzione della filosofia nata dal secolo dei Lumi, che non ha più senso per nessuno, o lo ha per pochissime persone. Quanto al cattolicesimo, si mantiene in forma piuttosto discreta. Io sostengo effettivamente che un’intesa tra cattolici e musulmani è possibile. Lo abbiamo già visto. E può ripetersi». 

Lei, che è diventato agnostico, vede di buon occhio questa distruzione della filosofia nata dall’Illuminismo?

«Sì. Doveva succedere e tanto vale che succeda adesso. Su questo punto torno a essere kantiano. Eravamo in quella che egli chiamava la fase metafisica, iniziata nel Medio Evo e che aveva come unico scopo la disintegrazione della fase precedente. Di per sé, essa non può produrre nulla, se non il nulla e il dolore. Quindi sì, sono contrario a questa filosofia nata dall’Illuminismo, occorre dirlo chiaramente, senza mezzi termini». 

Perché ha scelto di ambientare il romanzo nel mondo accademico? Proprio perché incarna questo secolo dei Lumi?

«Posso rispondere che non lo so? In fondo credo proprio che questa sia la realtà… In verità, volevo che ci fosse un rapporto molto lungo con Huysmans, e da qui è venuta l’idea di farne un accademico». 

Il fatto di scrivere un romanzo in prima persona è stato immediato?

«O forse è nato dal fatto che era un gioco con Huysmans. È così, fin dalle prime frasi». 

Vi è una dimensione di autoritratto, ancora una volta, in questo personaggio. Non completamente ma… C’è la morte dei genitori, per esempio.

« Sì, utilizzo qualcosa, anche se nei dettagli tutto in verità è diverso. Non si tratta mai di autoritratti, ma sempre di proiezioni. Per esempio, se avessi letto Huysmans da giovane, se avessi fatto studi umanistici e fossi diventato professore universitario... Mi immagino dentro vite che non ho vissuto». 

Lasciando però che alcuni eventi della vita reale si introducano in queste vite fittizie.

«Ricorro a episodi che mi colpiscono nella vita reale, questo sì. Ma ho la tendenza a inserirne sempre di più. In questo caso ciò che resta della realtà è proprio l’elemento astratto ‘morte del padre’, ma in realtà ogni cosa è diversa. Mio padre era molto differente da questo tipo, e la sua morte non è avvenuta così. Di fatto, è la vita a mettermi davanti gli argomenti». 

Scrivendo questo romanzo lei si è calato fino in fondo nei panni di una Cassandra, nel vero senso della parola, dato che nel romanzo fornisce anche una spiegazione precisa di ciò che è una Cassandra…

«Non è possibile etichettare questo libro come un presagio pessimista. In fin dei conti, non è così negativo». 

Non così negativo per gli uomini. Per le donne, invece, è un po’…

«Ah, quello è un altro problema. Ma ritengo che il progetto di ricostituzione dell’Impero romano non sia una stronzata… Ricentrare l’Europa sul sud, potrebbe dare un senso a tutto ciò che per il momento non ne ha. Politicamente, si può parlare di forte accettazione. Non si tratta di una catastrofe». 

Ciò non toglie che il libro è incredibilmente triste.

«Sì, vi è una tristezza molto intensa che lo percorre integralmente sotto sotto. Secondo me l’ambiguità culmina nell’ultima frase: "Non avrei avuto nulla da rimpiangere». In realtà, se ne deduce esattamente il contrario. Ha due cose da rimpiangere: Myriam e la vergine nera. Diciamo che non è andata proprio così. A rendere triste il libro è una specie di clima di rassegnazione». 

Come pensa che si collochi questo romanzo rispetto ai suoi libri precedenti?

«Diciamo che ho fatto ricorso a qualche espediente, come volevo fare da molto tempo e non avevo mai fatto. Per esempio, creare un personaggio molto importante ma che non compare mai, nello specifico Ben Abbes. Penso anche che in questo romanzo ci sia la fine più demoralizzante di un rapporto amoroso che io abbia mai scritto, perché è la più banale: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. C’erano dei sentimenti. In generale, c’è una sensazione di entropia ancora più forte rispetto agli altri miei libri. C’è un lato crepuscolare malinconico che dà a questo libro un accento alquanto triste. Per esempio, se il cattolicesimo non funziona, è perché è già servito, sembra appartenere al passato. L’Islam ha un’immagine in divenire. Perché la nazione non va bene? Perché si è troppo abusato di lei». 

Non vi è più la benché minima traccia di romanticismo, per non parlare della poesia. Si è passati al decadentismo.

«È vero, il fatto di partire da Huysmans ha sicuramente avuto un ruolo in tutto ciò. Huysmans non poteva più tornare al romanticismo, ma poteva ancora convertirsi al cattolicesimo. Il punto più evidente in comune con i miei altri romanzi è l’idea dell’indispensabilità della religione, una religione qualsiasi. Questo concetto è presente in molti miei libri. E anche in questo caso, l’unica differenza è che si tratta di una religione che esiste». 

Fino a questo punto si poteva pensare ancora a una religione nel senso che intendeva Auguste Comte?

«Comte ha cercato invano di crearne una e, in effetti, nei miei libri ho parlato più volte della creazione delle religioni. La differenza è che in questo caso essa esiste sul serio» 

Che posto occupa l’umorismo nel libro?

«C’è qualche personaggio divertente, qua e là. Ho la sensazione che l’umorismo occupi la stessa posizione di sempre. Ci sono personaggi comici come ce ne sono sempre stati». 

Si parla poco di donne… Si attirerà ancora critiche da questo punto di vista.

«Di sicuro, una femminista non potrà che essere depressa da questo libro. Ma non posso farci niente». 

Tuttavia era rimasto scioccato dal fatto che “Estensione del dominio della lotta” potesse essere considerato un libro misogino. Adesso però aggrava la sua posizione…

«Non mi ritengo affatto misogino, in verità. E direi che al limite non è nemmeno la cosa più grave. Dove peggioro veramente la mia posizione è enunciando che il femminismo è demograficamente condannato. Da qui l’idea implicita, e che può non piacere, che infine l’ideologia non abbia un peso rilevante in rapporto alla demografia». 

Non è una provocazione questo libro?

«Io eseguo un’accelerazione della storia, ma no, non posso dire che sia una provocazione, nella misura in cui non dico cose che ritengo essere incredibilmente false soltanto per provocare. In questo libro condenso un’evoluzione a mio avviso verosimile». 

E ha anticipato reazioni alla pubblicazione, scrivendolo o rileggendolo?

«Non faccio mai previsioni, davvero». 

Ci si potrebbe stupire del fatto che lei abbia deciso di andare in questa direzione, quando il romanzo precedente era quello del trionfo e i critici se ne erano rimasti in silenzio.

«La vera risposta è che francamente non ho deciso niente. All’inizio quella che si doveva verificare era una conversione al cattolicesimo». 

Non c’è qualcosa di disperato in questa azione che non è stata veramente decisa?

«La disperazione è l’addio di una civiltà in ogni caso antica. In fondo però il Corano è decisamente meglio di quello che pensavo, di lettura in rilettura. La conclusione più evidente è che i jihadisti sono dei cattivi musulmani. Evidentemente, come in ogni altro testo religioso, ci sono vari margini di interpretazione, ma leggendolo sinceramente si giunge alla conclusione che la guerra santa di aggressione non è permessa per principio, e che solo la predicazione è valida. Dunque si può dire che ho cambiato un po’ opinione. È per questo che non ho l’impressione di essere nella situazione di dover avere paura. Piuttosto, ho l’impressione che ci si possa mettere d’accordo. Le femministe, loro, non riusciranno a essere veramente sincere. Ma io e parecchia altra gente sì». 

Si possono sostituire le femministe con le donne, no?

«No, non si può sostituire le femministe con le donne. Non si può proprio, no. Anzi, faccio presente che oltre tutto ci sono anche delle conversioni femminili all'Islam». 

Traduzione di Anna Bissanti

Adriano Scianca per “La Verità” il 3 ottobre 2022.

Noto per lo più come romanziere nichilista, Michel Houellebecq è anche un raffinato elzevirista, un freddo analista del tramonto dell'Occidente che sa tagliare le coscienze con editoriali e commenti non meno che con i suoi affreschi narrativi. Alcune di queste incursioni, sparse in un arco di tempo che va dal 1992 al 2020, sono state raccolte nel volume intitolato, in modo volutamente anodino, Interventi, in uscita martedì per La nave di Teseo. 

Vi ritroviamo lo Houellebecq che conosciamo bene: una sorta di Céline più stanco e meno attaccabrighe, più disgustato che incollerito. E, disseminate qua e là, delle vere perle.

Come quando trova la formula più sintetica ed efficace per descrivere le femministe: «Delle amabili stronze» (il testo è del 1998, forse qualcosa nel frattempo è cambiato, soprattutto sul fronte dell'amabilità).

Lo scrittore si diverte a raccontare l'ingenuità di un movimento di protesta che pensava di far dispetto ai maschi propugnando l'amore lesbico, le cui manifestazioni sono notoriamente apprezzate proprio dai più impenitenti dei maschi eterosessuali, oppure ostentando «un incomprensibile appetito verso il mondo professionale e la vita d'impresa; mentre gli uomini, sapendo da tempo che cosa significavano la "libertà" e la "realizzazione" offerte dal lavoro, sogghignavano bonariamente». 

Per Houellebecq, «l'obiettivo delle femministe (entrare in quanto membri "liberi e uguali" nella società maschile, salvo sacrificare, nel farlo, una parte dei valori femminili) a ogni modo è stato raggiunto, quantomeno in Occidente». Ciò che permane, di queste battaglie, ha visibilmente a che fare con altro, non certo con i diritti delle donne.

Paradossalmente, ma non troppo, alla fine il francese dimostra di avere più in simpatia il delirio androfobico e criminogeno dello Scum Manifesto di Valerie Solanas, che non il femminismo più raffinato e che oggi apparirebbe quasi moderato di una Simone de Beauvoir. 

Se la seconda, con la sua tesi per cui «donna non si nasce, si diventa», mostra «soltanto una crassa ignoranza dei dati biologici più elementari», le sparate terroristiche della Solanas sull'uomo come criminale innato sembrano in particolare sintonia con l'antropologia negativa di Houellebecq (che, beninteso, non manca di evidenziare gli aspetti insostenibili di quel vero e proprio manifesto contro il maschio).

Lo scrittore si sorprende quando i commentatori insistono sulla centralità del sesso nella sua opera, centralità che egli nega. Eppure, anche in Interventi, spesso è proprio lì che si va a parare. Ma non è mai un sesso dionisiaco, luminoso. Non è, a ben vedere, neanche un sesso oscuro, perverso. È semplicemente un diversivo dall'inutilità della vita. Peraltro fallace. 

La vita, per Houellebecq, è una festa, sì, ma fallita, noiosa, quasi insopportabile. Uno di quei matrimoni di qualche cugino di quarto grado in cui parte il trenino in mezzo al ristorante. Se Philippe Muray, autore peraltro amato da Houellebecq, aveva già descritto il moderno come l'homo festivus, per l'autore di Annientare questa tendenza alla festa è un tentativo di esorcizzare l'angoscia, peraltro sempre più insostenibile.

«Lo scopo della festa», scrive, «è di farci dimenticare che siamo solitari, miserabili e destinati a morire. In altre parole, di trasformarci in animali. Per cui il primitivo ha un senso della festa molto sviluppato. Una bella fiammata di piante allucinogene, tre tamburelli ed ecco fatto: un niente lo diverte. Invece, l'occidentale medio arriva a un'estasi insufficiente solo alla fine di raves interminabili da cui esce sordo e drogato: non ha affatto il senso della festa. Profondamente consapevole di se stesso, radicalmente estraneo agli altri, terrorizzato dall'idea della morte, è del tutto incapace di accedere a una qualsiasi fusione. Tuttavia, si ostina».

Perché il sesso, allora? Per uscire vivi dall'imbarazzo della festa non riuscita: «In questo genere di circostanze (locali notturni, balli popolari, festini), che non hanno visibilmente nulla di divertente, un'unica soluzione: rimorchiare». Ma non per reale trasporto della libido, quanto per ingannare la noia. Una sessualità simbolica e quasi virtuale, che funziona come elemento d'ordine e di sublimazione, molto più che come sfogo reale. 

Lo sguardo disincantato dello scrittore non ha del resto paura di misurarsi con alcun argomento, per quanto scabroso esso sia. Lo vediamo quindi, con olimpica tranquillità, discettare del più disturbante dei temi, la pedofilia. Houellebecq taglia subito di netto ogni ambiguità, gettando nel cassonetto lo pseudo argomento dei giustificatori: «Le pulsioni sessuali dell'infanzia, in realtà, non esistono; è un'invenzione pura e semplice. In tutti i casi riportati dai media con tanto compiacimento, il bambino è assolutamente e totalmente una vittima».

E tuttavia, non può non aggiungere che «il pedofilo mi pare il capro espiatorio ideale di una società che organizza l'esacerbazione del desiderio senza fornire i mezzi per soddisfarlo». Non si tratta, meglio specificarlo subito, di attribuire le colpe individuali alla società, ma di denunciare la dimensione alienante e innaturale della proliferazione di un desiderio che non potrà comunque mai essere esaudito. Un retrobottega sordido e maleodorante della grande festa perenne.

 Sottomissione è il romanzo più visionario e insieme realista di Michel Houellebecq, capace di trascinare su un terreno ambiguo e sfuggente il lettore.

A Parigi, in un indeterminato ma prossimo futuro, vive François, studioso di Huysmans, che ha scelto di dedicarsi alla carriera universitaria. Perso ormai qualsiasi entusiasmo verso l’insegnamento, la sua vita procede diligente, tranquilla e impermeabile ai grandi drammi della storia, infiammata solo da fugaci avventure con alcune studentesse, che hanno sovente la durata di un corso di studi. Ma qualcosa sta cambiando. La Francia è in piena campagna elettorale, le presidenziali vivono il loro momento cruciale. I tradizionali equilibri mutano. Nuove forze entrano in gioco, spaccano il sistema consolidato e lo fanno crollare. È un’implosione improvvisa ma senza scosse, che cresce e si sviluppa come un incubo che travolge anche François. Sottomissione è il romanzo più visionario e insieme realista di Michel Houellebecq, capace di trascinare su un terreno ambiguo e sfuggente il lettore che, come il protagonista, François, vedrà il mondo intorno a sé, improvvisamente e inesorabilmente, stravolgersi.

La Parigi "sottomessa" di Houellebecq divide i politici francesi. Il romanzo sull'islam fa discutere. Hollande: "Non si deve cedere a paura e angoscia". Le Pen: "E' fiction ma potrebbe diventare realtà", scrive Alessandro Gnocchi su “Il Giornale”. Questa sera Michel Houellebecq si difenderà dalle accuse scatenate dalle anticipazioni del suo nuovo romanzo Sottomissione (da domani in Francia, in Italia dal 15 gennaio per Bompiani). Lo farà sul canale televisivo France2, intervistato da David Pujadas. Ma lo scrittore ha già rivendicato il diritto, sulla Paris Review , di trattare temi d'attualità, anche scomodi. Respinte le accuse di razzismo e islamofobia, ha osservato la crisi dei valori dell'Illuminismo, il rifiuto crescente della modernità, il ritorno delle religioni, il suicidio dell'Europa e la lotta dei francesi per restare in vita. Il libro entra in pieno nel dibattito in corso da tempo in Francia sull'identità nazionale e sul corretto rapporto con l'immigrazione, specie quella di matrice religiosa musulmana. In Sottomissione , le elezioni presidenziali del 2022 sono vinte dal candidato del neonato partito musulmano, che batte la destra di Marine Le Pen grazie all'appoggio sia dei socialisti sia dei repubblicani. Parigi accetta di buon grado l'islamizzazione morbida propugnata dal nuovo governo. La Francia, forse l'intera Europa, rinuncia alla libertà avvertita come un inutile fardello, il retaggio di un passato ormai finito. La sfiduciata cultura occidentale non può non cedere di fronte alle forti rivendicazioni identitarie dei musulmani. Il protagonista di Sottomissione , un professore esperto di Joris Karl Huysmans, accetta senza opporsi l'islamizzazione dell'università, e in questo segue a suo modo le orme dell'oggetto dei suoi studi. Huysmans, l'autore di A ritroso , passò infatti dal Naturalismo al Cattolicesimo («lo fece per ragioni estetiche, restando freddo di fronte alle grandi domande di Pascal», precisa Houellebecq nella citata intervista alla Paris Review ). Fantapolitica? Dipende dai punti di vista. Dopo critici, filosofi e opinionisti, sono intervenuti i pesi massimi della politica francese. Il presidente della Repubblica, il socialista François Hollande, ha detto che leggerà Sottomissione non appena possibile. Nel frattempo osserva che la tentazione di denunciare «la decadenza, il declino, di esternare pessimismo e dubitare di se stessi» è una costante di molta letteratura, non solo di questo secolo. «Ciascun autore è libero di esprimere quello in cui crede. Il mio compito, invece, è invitare i francesi a non cedere alla paura, all'angoscia». Perché nel Paese ci sono «forze positive» capaci di porre rimedio alle situazioni incerte e di migliorare le condizioni generali. Del resto, pochi giorni prima di Natale, Hollande aveva dichiarato che gli immigrati servono, e il resto è demagogia. Di parere radicalmente opposto la leader del Fronte Nazionale, Marine Le Pen, tra i personaggi del romanzo stesso: « Sottomissione è un libro interessante. È fiction ma potrebbe diventare realtà. Il patto pro islam tra socialisti e repubblicani, in opposizione alla nostro destra, si può già osservare a livello comunale o regionale».

Houellebecq, l’ultimo “Charlie Hebdo” dedicato al suo nuovo libro. Il romanziere sotto scorta ora piange l’amico morto. Disse: «Non sento una responsabilità particolare per quello che scrivo. Un romanzo non cambia la storia», scrive Stefano Montefiori su “Il Corriere della Sera”. Michel Houellebecq è scoppiato in singhiozzi, ieri, quando ha saputo che tra i morti c’era il suo amico Bernard Maris, economista alla Banca di Francia ed editorialista a “Charlie Hebdo”. Sul numero della rivista uscito poche ore prima della strage, Maris conclude con queste parole quello che sarà l’ultimo articolo della sua vita: «Ancora un romanzo magnifico. Ancora un colpo da maestro». Si riferisce a “Sottomissione”, il libro di Houellebecq che negli stessi momenti cominciava finalmente a essere venduto nelle librerie, dopo settimane di indiscrezioni, distribuzioni illegali su Internet e polemiche che, come solo in Francia può accadere, passano rapidamente dalla letteratura alla politica. È stata una giornata spaventosa per tutti. Michel Houellebecq non ha potuto che viverla in modo ancora più drammatico, per le persone colpite a lui vicine e perché quella, fino alle 11 e 30 era la «sua» giornata, quella dell’uscita del libro più atteso dell’anno, da giorni sulle prime pagine di tutti i giornali. Una giornata preceduta la sera prima da un suo intervento al tg delle 20 sul canale pubblico France 2, in cui lo scrittore di tanti romanzi tra analisi della società e profezia aveva risposto con la consueta flemma alle domande del conduttore David Pujadas. «Non sente di avere una responsabilità particolare, lei che è uno scrittore così importante e seguito?», chiedeva Pujadas. «No - aveva risposto Houellebecq -, forse un saggio può cambiare la storia, non un romanzo». Il giornalista alludeva a una voglia di provocazione - tante volte negata - di Houellebecq, che in “Sottomissione” mette in scena il fantasma più angosciante per la società francese di questi giorni: un Islam trionfante, che ha ragione per vie democratiche di una civiltà giudaico-cristiana ormai estenuata, spossata dall’Illuminismo e dal fardello di libertà che pesa su ogni essere umano. Meglio la sottomissione, allora, suggerisce François, il protagonista del romanzo: delle donne all’uomo (la poligamia viene incoraggiata, più mogli smettono di lavorare e restano a casa ad accudire un unico marito), e di tutta la società a Dio. Anzi, ad Allah. Per questo, Houellebecq è stato accusato di soffiare sul fuoco, di usare la paura per vendere libri. Ma Houellebecq è uno scrittore, di sicuro il più celebre e forse il migliore scrittore francese contemporaneo, non un opinionista né tantomeno un uomo politico. Ha il diritto di descrivere la realtà, e anche di offrirci la sua idea di quel che la realtà potrà diventare tra qualche anno, «esagerando e velocizzando», come dice lui stesso. Da quando in autunno si è saputo che il suo prossimo romanzo avrebbe dipinto questa Francia del 2022 in mano all’Islam, l’Islam per certi versi rassicurante (donne a parte) del nuovo presidente della Repubblica Mohammed Ben Abbes, il dibattito culturale - e politico - francese ha cominciato a incentrarsi su Sottomissione , fino a esserne completamente monopolizzato. L’azione militare dei terroristi è stata talmente efficace da essere probabilmente pianificata da mesi, dicono le fonti di polizia: l’uscita di Sottomissione e l’ultimo numero della rivista non c’entrano nulla. I piani si sovrappongono perché c’è la coincidenza dell’uscita nelle librerie, e perché l’ultimo Charlie Hebdo esibisce in copertina una splendida vignetta firmata Luz, almeno lui per fortuna scampato al massacro, che dipinge Houellebecq con l’eterna sigaretta e un ridicolo cappello con stelle e pianeti. Titolo: «Le predizioni del mago Houellebecq», e lo scrittore che dice «Nel 2015 perdo i denti...» (i suoi problemi odontoiatrici sono noti) e «Nel 2022, faccio il Ramadan!». Nell’ultima pagina di Charlie Hebdo , come sempre, «le copertine alle quali siete scampati»: e riecco Michel Houellebecq in braccio a una Marine Le Pen sognante che canta «Sarai il mio Malraux», disegnato da Cabu, morto nell’attentato; Houellebecq in ginocchio che sniffa una pista di cocaina stesa per strada e il titolo «Houellebecq convertito all’Islam?», disegnato da Coco, alias Corinne Rey, la donna che sotto la minaccia delle armi ha aperto la porta della redazione ai terroristi; infine, ecco un ritratto poco avvenente di Houellebecq, lo strillo «Scandalo!» e il titolo «Allah ha creato Houellebecq a sua immagine!». La firma è di Charb, il direttore, l’uomo che più di tutti gli assassini volevano uccidere. Michel Houellebecq è ovviamente sotto la protezione della polizia, come lo sono le redazioni di tutti i giornali e i locali della casa editrice Flammarion, che ieri sono rimasti chiusi. Nel romanzo, gli islamici prendono il potere vincendo le elezioni grazie a un’alleanza con gli esangui partiti di centrosinistra e di centrodestra. Prima che l’ordine coranico regni sovrano sulla Francia e l’Europa, in base al sogno di Ben Abbes di rifondare un impero romano con l’Islam al posto del Cristianesimo, in Sottomissione (uscirà in Italia il 15 gennaio per Bompiani) ci sono scontri, un timido debutto di guerra civile. E la guerra civile, il caos, sono evocati nelle dichiarazioni di mesi fa di Éric Zemmour, l’opinionista che con il bestseller Le suicide français ha generato furiose polemiche su razzismo e islamofobia, con la sua accusa rivolta ai musulmani di Francia di essere «un popolo nel popolo».

Negli ultimi giorni i migliori intellettuali e scrittori francesi, da Michel Onfray a Emmanuel Carrère, si sono pronunciati sulla polemica Houellebecq. Charlie Hebdo, Michel Houellebecq sospende la promozione di Sottomissione, scrive Angela Iannone. L'attentato di matrice terroristica al settimanale satirico francese coincide con la pubblicazione del romanzo di Michel Houellebecq, "Sottomissione". Michel Houellebecq ha deciso di "sospendere la promozione" del suo libro "Sottomissione" perché "profondamente turbato dalla morte del suo amico Bernard Maris, ucciso nell'attacco terrorista al settimanale Charlie Hebdo, nel quale sono state uccise altre undici persone". Lo ha annunciato il suo agente Francois Samuelson, secondo quanto riportato dai media francesi. Lo scrittore, che è sotto scorta, lascerà Parigi, come ha precisato il suo editore Flammarion. L'attentato terroristico alla redazione di "Charlie Hebdo", il settimanale satirico attaccato da un commando armato stamattina, coincide con due pubblicazioni. La prima è la copertina del settimanale stesso, che aveva proprio oggi come protagonista Michel Houellebecq, lo scrittore francese che nel suo ultimo romanzo "Sottomissione", immagina una Francia governata nel 2022 dai Fratelli Musulmani e lancia un allarme sulla progressiva islamizzazione del Paese. La seconda è proprio la pubblicazione di "Sottomissione", che è in uscita oggi nelle librerie francesi. Charlie Hebdo riportava oggi la caricatura dello scrittore travestito da mago, il cui titolo era "Le previsioni del mago Houellebecq" con lo scrittore francese che dice "Nel 2015 perdo i miei denti" e poi "Nel 2022 faccio il Ramadan". Sottomissione è un romanzo fantapolitico che ipotizza una Francia futura nelle mani dell'integralismo islamico. Un Paese in cui un leader musulmano impone l'islamizzazione forzata a tutti  gli abitanti. Circa 300 pagine con una tiratura di 150mila copie diffuse illegalmente già prima della pubblicazione ufficiale, suscitando non poche polemiche tra l'opinione pubblica francese, che si è divisa commentando il titolo come "sublime" o "irresponsabile". Intervistato dalla radio France-Inter, Houellebecq ha minimizzato lo scandalo, ritenendo che non è sia quello il vero senso del libro e che "la parte del romanzo che fa paura  è piuttosto precedente all'arrivo dei musulmani al potere. (...) Si può dire che quello è terrificante, questo regime". "Nel mio libro -continua - l'Islam non è per nulla radicale, al contrario, è una delle religioni più pacifiche che si possano immaginare. Non penso che il mio libro dipinga un Islam minaccioso".

Charlie Hebdo, Houellebecq e Sottomissione, il libro fatale. La strage nel giorno dell'uscita di Sottomissione, scrive “L’Ansa”. Gli assalitori che hanno sparato e ucciso nella sede del settimanale satirico Charlie Hebdo non hanno scelto un giorno a caso: oggi, 7 gennaio 2015, esce in Francia l'ultimo libro di Michel Houellebecq, Sottomissione (traduzione letterale della parola Islam), che in Italia arriverà il 15 gennaio. Proprio a questo libro del controverso autore di Le particelle elementari, Piattaforma, La possibilità di un'isola, il numero di Charlie Hebdo aveva dedicato un articolo e la copertina con una vignetta che ritrae lo scrittore vestito da mago e il titolo: Le previsioni del mago Houellebecq; le profezie dello scrittore sono: Nel 2015 perderò i denti, nel 2022 farò il ramadan. Perché Sottomissione proprio di questo parla: di una Francia governata nel 2022 dai Fratelli Musulmani, che riescono ad andare al governo grazie ad una (poco) incredibile alleanza con quel resta di centristi e sinistra alleate al musulmano moderato  Mohammed Ben Abbes, leader di Fraternité musulmane, contro lo strapotere di Marine Le Pen.  Non è solo l'ennesimo allarme di Houellebecq contro la progressiva islamizzazione del Paese. Come ha scritto Emmanuelle Carriere, Houellebecq ha il merito di essere l'unico a parlare di un problema che esiste ma che molti intellettuali sembrano ignorare. Non solo: per Carriere quella di Houllebecq è una posizione politicamente e sociologicamente ragionevole. L'Occudente si arrende per così dire dolcemente all'Islam, sfinito da secoli di razionalità e illuminismo eccessivamente responsabilizzanti. Nell'acceso dibattito intellettuale francese sul libro e sullo scrittore, non è l'unica recensione positiva incassata da Houellebecq: un altro intellettuale 'scorretto', Michel Onfray , noto per il suo trattato di ateologia e per le sue posizioni anti-cristiane e favorevole al libertinismo, ha parlato di Europa come Continente morto che volontieri si consegna all'Islam dopo averlo fatto con i mercati. E dunque, per Sottomissione, di uno scenario assolutamente plausibile. Proprio ieri, Houllebecq aveva parlato al canale francese France 2 per rivendicare il suo diritto di trattare temi di attualità e soprattutto di sottolineare la crisi dei valori dell'illuminismo e della modernità.

"Ecco la mia Francia nelle mani dell'Islam". Parla lo scrittore Michel Houellebecq. I musulmani prendono il potere. E opprimono le donne. Lo scrittore più provocatorio d’Oltralpe qui racconta “Sottomissione” il suo nuovo romanzo. E dice: «Il Corano è decisamente meglio di quello che pensavo, di lettura in rilettura. La conclusione più evidente è che i jihadisti sono cattivi musulmani», scrive Sylvain Bourmeau su “L’Espresso”. Michel Houellebecq, lo scrittore più controverso di Francia, non ama parlare con i giornalisti. Per il lancio del suo nuovo romanzo, “Sottomissione”, ha dato una sola  intervista al critico Sylvain Bourmeau, che in vent'anni lo ha incontrato decine di volte e che, malgrado le critiche sincere che gli riserva anche in questa occasione, si è guadagnato la sua fiducia. “L'Espresso” pubblica in esclusiva per l'Italia il lungo colloquio che parte dalla trama del nuovo romanzo, ancora più provocatorio dei precedenti. Il libro è uscito in Francia proprio nel giorno dell'attentato a Charlie Hebdo (in Italia esce il 15 per Bompiani). E lo scrittore, che dopo aver subito un processo per islamofobia non vive più in Francia ma è a Parigi per il lancio del libro, è stato posto sotto scorta. Al centro di “Sottomissione” c'è una Francia trasformata in uno stato islamico dopo la vittoria alle presidenziali del leader di un partito  musulmano. Un'ipotesi irrealistica? Non secondo Houellebecq, che ipotizza un ballottaggio con la leader della destra xenofoba Marine Le Pen. «Per la Le Pen mi pare del tutto verosimile che arrivi al ballottaggio già alle elezioni del 2017», spiega lo scrittore. «Quanto al partito musulmano, mi sono reso conto che i musulmani vivono in una situazione del tutto alienata. Sono molto lontani dalla sinistra e ancor di più dagli ecologisti. E non si vede perché dovrebbero votare per la destra, che li rifiuta. Quindi l'idea di un partito musulmano mi sembra plausibile». Il nuovo romanzo sfrutta la paura dell'Islam che serpeggia per la Francia, ammette Houellebecq. Che però è convinto che «non si può definire  “Sottomissione” una predizione pessimista». Anche perché, dichiara a sorpresa, «il Corano è decisamente meglio di quello che pensavo, di lettura in rilettura. La conclusione più evidente è che i jihadisti sono dei cattivi musulmani. La guerra santa di aggressione non è permessa per principio, e  solo la predicazione è valida. Dunque si può dire che ho cambiato un po’ opinione. È per questo che non ho l’impressione di essere nella situazione di dover avere paura. Ho l’impressione che ci si possa mettere d’accordo». 

«La civiltà dell’Europa è sfinita». Onfray promuove Houellebecq. «È un continente morto, oggi in mano ai mercati. Domani forse all’islam», scrive Stefano Montefiori su “Il Corriere della Sera”. Il nuovo romanzo di Michel Houellebecq, Sottomissione , immagina una Francia del 2022 governata da un presidente musulmano e un nuovo ordine sociale che prevede poligamia e donne che restano a casa a occuparsi di mariti e figli in omaggio a una religione - l’islam - che ha trionfato sulla civiltà dell’Illuminismo. Prima ancora dell’uscita (il 7 gennaio in Francia per Flammarion e il 15 gennaio in Italia per Bompiani) il libro scatena polemiche e discussioni, tra riconoscimento del valore letterario e critiche a una presunta voglia di provocazione. Il «Corriere» ha sollecitato l’opinione di Michel Onfray, uno dei più noti intellettuali francesi, autore di decine di opere tra le quali il celebre Trattato di ateologia e una Controstoria della filosofia (Ponte alle Grazie); un pensatore ateo che ha letto - e amato - il romanzo del momento.

Visto che «Sottomissione» è un romanzo e non un saggio, è possibile separare il valore letterario dal contenuto profetico?

«È un esercizio di stile, una fiction politica ma anche metafisica: un romanzo sull’ignavia delle persone, degli universitari in particolare. Un romanzo molto anarchico di destra. Un libro sulla collaborazione, vecchia passione... francese! Come un universitario specialista di Huysmans può convertirsi all’islam? Ne scopriamo le ragioni poco alla volta: la promozione sociale in seno all’istituzione riccamente finanziata dai Paesi arabi, gli stipendi mirabolanti dei convertiti, la possibilità della poligamia, una ragazza per il sesso, un’altra meno giovane per la cucina, una terza se si vuole, il tutto continuando a bere alcool... Questo libro è meno un romanzo sull’islam che un libro sulla collaborazione, la fiacchezza, il cinismo, l’opportunismo degli uomini...».

La parte più scioccante è forse il destino riservato alle donne. Qual è la sua opinione? È concepibile nella nostra società un’evoluzione simile?

«La nostra epoca è schizofrenica: bracca il minimo peccato contro le donne e, per fare questo, milita per la femminilizzazione dell’ortografia delle funzioni, la parità nelle assemblee, la teoria di genere, il colore dei giocattoli nelle bancarelle di Natale; la nostra epoca prevede che ci si arrabbi se si continua a rifiutare auteure o professeure (femminili di autore e professore ), ma fa dell’islam una religione di pace, di tolleranza e di amore, quando invece il Corano è un libro misogino quanto può esserlo la Bibbia o il Talmud. Se si vuole continuare a essere misogini con la benedizione dei sostenitori del politicamente corretto, l’islam alla Houellebecq è la soluzione!».

In una sua prima intervista alla «Paris Review», Houellebecq decreta la fine dell’Illuminismo e il grande ritorno della religione (l’islam, ma non solo). In quanto pensatore ateo, qual è la sua reazione?

«Credo che abbia ragione. I suoi romanzi colgono quel che fa l’attualità del nostro tempo: il nichilismo consustanziale alla nostra fine di civiltà, la prospettiva millenarista delle biotecnologie, l’arte contemporanea fabbricata dai mercati, le previsioni fantasticate della clonazione, il turismo sessuale di massa, i corpi ridotti a cose, la loro mercificazione, la tirannia democratica, la sessualità fine a se stessa, l’obbligo di un corpo performante, il consumismo sessuale, eccetera. Quindi, utilizzare i progressi incontestabilmente compiuti dall’islam in terra d’Europa per farne una fiction sull’avvenire della Francia è un buon modo per pensare a quel che è già».

Houellebecq descrive una società francese ed europea stanca, affaticata dalla perdita di valori tradizionali. Cosa pensa? L’Europa è condannata, come dicevano i neocon americani?

«Houellebecq continua a dipingere il ritratto di una Francia post-68. E ha ragione di vedervi un esaurimento, meno in rapporto con il breve termine del Maggio 68 che con il lungo periodo della civiltà giudaico-cristiana che crolla. Questa civiltà è nata con la conversione di Costantino all’inizio del IV secolo, il Rinascimento intacca la sua vitalità, la Rivoluzione francese abolisce la teocrazia, il Maggio 68 si accontenta di registrarne lo sfinimento. Siamo in questo stato mentale, fisico, ontologico, storico. Houellebecq è il ritrattista terribile di questo Basso Impero che è diventata l’Europa dei pieni poteri consegnati ai mercati. L’Europa è morta, ecco perché i politici vogliono farla!».

La mia impressione, leggendo il libro, è che si finisca per credere alla profezia. In questo sta l’abilità di scrittore di Houellebecq? O la sua previsione è davvero plausibile?

«È in effetti uno dei talenti di questo libro: il racconto è estremamente filosofico perché è estremamente credibile... Sottomissione rivaleggia con 1984 di Orwell, Fahrenheit 451 di Bradbury, Il mondo nuovo di Huxley. Per me è il migliore libro di Houellebecq, e di gran lunga. La sottomissione di cui diamo prova nei confronti di ciò che ci sottomette è attualmente sbalorditiva. È un altro sintomo del nichilismo nel quale ci troviamo».

Evocando l’islam, Houellebecq agita un fantasma molto presente nella Francia di oggi, come dimostrano i libri di Alain Finkielkraut e Éric Zemmour. È giustificata, questa preoccupazione dell’identità?

«Ricorrere alla parola fantasma è già un modo di prendere una posizione ideologica. Esiste una realtà che non è un fantasma e che coloro che ci governano nascondono: divieto di statistiche etniche sotto pena di farsi trattare da razzisti ancor prima di avere detto alcunché su queste cifre, divieto di rendere note le percentuali di musulmani in carcere sotto pena di farsi trattare da islamofobi al di fuori di qualsiasi interpretazione di queste famose cifre, eccetera. Non appena si nasconde qualcosa, si attira l’attenzione su quel che è nascosto: se non esiste che un fantasma, allora che si diano le cifre, saranno loro a parlare...».

La Morte e la Santificazione.

La Vita.

La Morte e la Santificazione.

Da Il Corriere della Sera.

Da la Repubblica.

Da Avvenire.

Da Il Tempo.

Da Leggo.

Da Notizie.it.

Da L’Espresso.

Da Il Domani.

Da Il Riformista.

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Da L’Inkiesta.

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Da Il Giornale.

Da Libero Quotidiano.

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Da Affari Italiani.

Da TvBlog.

Da 4live.

Da lospecialegiornale.

Da Dagospia.

Da lanuovabq.it.

Da Il Corriere della Sera.

Michela Murgia morta, i messaggi di cordoglio. Meloni: «Combatteva per le sue idee, diverse dalle mie». Saviano: «Ma l’amor mio non muore». Paolo Foschi e Redazione Online su Il Corriere della Sera venerdì 11 agosto 2023.

Tantissime le testimonianze di affetto e i messaggi per salutare la scrittrice. I funerali domani (sabato 12 agosto) a Roma alla Chiesa degli Artisti 

La scrittrice Michela Murgia è morta nella serata del 10 agosto. Aveva 51 anni e a maggio aveva rivelato la malattia: un carcinoma ai reni al quarto stadio, incurabile. 

• L’ultima intervista al Corriere: «Ho un tumore al quarto stadio, spero di morire quando Meloni non sarà più premier».

• Si è sposata con rito civile: «Entro ed esco dall’ospedale, non diamo più niente per scontato».

• Il ricordo di Teresa Ciabatti. Era giovinezza il tempo che abbiamo vissuto.

• Il ricordo di Cazzullo: «Quando Murgia mi disse che stava morendo. Un dialogo duro, ci siamo commossi».

• Il funerale alla Chiesa degli Artisti di Roma sabato 12 agosto alle 15.30

• Meloni: «Era una donna che combatteva per difendere le sue idee»

Michela Murgia morta, i messaggi di cordoglio. Saviano: «Ma l’amor mio non muore». Paolo Foschi su Il Corriere della Sera l'11 Agosto 2023

Tantissime le testimonianze di affetto e i messaggi per salutare la scrittrice

La scrittrice Michela Murgia è morta nella serata del 10 agosto. Aveva 51 anni e a maggio aveva rivelato la malattia: un carcinoma ai reni al quarto stadio, incurabile.

Ore 00:22 - Laura Boldrini: «Le saremo sempre grati

«Michela Murgia ci ha lasciato. Sapevamo che questo momento sarebbe arrivato presto, perché lei stessa ci aveva informato del suo stato di salute, senza nascondere niente. Ciò nonostante, sentiamo già un grande vuoto perché Michela Murgia è stata una donna unica nel panorama italiano: una scrittrice, un’intellettuale, un’artista, una voce libera, una femminista con un occhio dissacrante verso le convenzioni e le ipocrisie. Una persona interessante che amava le provocazioni e la sfida a viso aperto». A dirlo sui social è Laura Boldrini. «Ha vissuto a modo proprio, Michela, con la sua famiglia queer, circondata da affetto. Con le scelte radicali della sua vita e anche con la sua morte, ha dimostrato intelligenza e impegno politico. Di questo e di molto altro le saremo sempre grati», conclude la deputata Pd.

Ore 00:32 - Roberto Saviano: «Ma l’amor mio non muore»

«Ma l’amor mio non muore»: con queste parole Roberto Saviano, citando il titolo del film del 1913 di Mario Cesarini, ha ricordato sui social Michela Murgia, postando una foto della scrittrice sorridente.

Ore 00:40 - Matteo Salvini: «Una preghiera»

«Una preghiera»: è questo invece il tweet di Matteo Salvini, che in passato ha spesso avuto vivaci scontri versabili sui social (e non solo) con Michela Murgia.

 Ore 00:50 - Geppi Cucciari: «Quel tuo ultimo sorriso lo porterò sempre con me»

«Quel tuo ultimo sorriso, donna luminosa, lo porterò sempre con me. #michelamurgia» ha scritto Geppi Cucciari.

 Ore 00:52 - Carlo Calenda: «Perdiamo una voce potente nel dibattito pubblico»

«Perdiamo una voce potente nel dibattito pubblico, creativa nella scrittura e una persona libera e coraggiosa. Riposa in pace Michela Murgia»: così Carlo Calenda, leader di Azione, su Twitter.

Ore 00:55 - Alessandro Zan: «Lotteremo insieme sempre e vinceremo noi»

«Lotteremo insieme sempre, perché ci sarai sempre e vinceremo noi»: è il deputato Pd Alessandro Zan a ricordare così, su Twitter, Michela Murgia.

Ore 01:01 - Alessandra Todde: «Ci lascia una grande donna, una grande Sarda»

«Grande l'emozione leggendo l'intervista in cui parlavi del cancro, della cura, di fede, sogni, amore, di famiglia, di passato, presente e futuro. Ci lascia una grande donna, una grande Sarda. Grazie per tutto ciò che hai voluto condividere. Michela, che la terra ti sia lieve» ha scritto su Twitter la vicepresidente del M5S Alessandra Todde.

Ore 01:04 - Maurizio Lupi: «Ci mancherà...»

«Molte cose ci dividevano da Michela Murgia, ma ora è il momento del dolore per la sua scomparsa e del rispetto per una donna che ha reso la sua malattia un incitamento alla pienezza della vita. Le sue argute provocazioni, anche al mondo cattolico, hanno saputo stimolare riflessioni politiche e sociali profonde. La diversità di pensiero è una ricchezza e riteniamo che persone come Michela Murgia abbiano contribuito ad elevare il livello del nostro dibattito pubblico. Ci mancherà». Lo afferma il capo politico di Noi Moderati, Maurizio Lupi.

Ore 01:10 - Gianfranco Rotondi: «Contraddirsi per ritrovarsi, nel rispetto e nel dolore»

«Addio a Michela Murgia, ci ha contraddetto finché ha potuto perché la vita è questa: contraddirsi per ritrovarsi, come ora, nel rispetto e nel dolore»: così Gianfranco Rotondi, presidente di `Verde è popolare´ e deputato iscritto al gruppo di Fratelli d'Italia.

Ore 01:13 - Nichi Vendola: «Ciao Michela, piango per te che voli via e per noi che restiamo»

« Addio Michela. L’avevi annunciato al mondo che la fine era incombente. Eppure è così difficile pensarti immersa nel silenzio, per ora e per sempre, tu che eri una sacerdotessa della parola. Cara Michela, piango per te che voli via e per noi che restiamo»: questo lo struggente ricordo di Nichi Vendola.

Addio Michela.

L’avevi annunciato al mondo che la fine era incombente. Eppure è così difficile pensarti immersa nel silenzio, per ora e per sempre, tu che eri una sacerdotessa della parola. Cara Michela, piango per te che voli via e per noi che restiamo.

Ore 01:15 - Mauro Berruto: «Grazie per tutto, grazie per sempre»

« Grazie per tutto, grazie per sempre. E almeno per una sera, una sera, rispetto e silenzio»: così su Twitter Mauro Berruto, ex ct della nazionale di volley e deputato del Pd.

Ore 01:17 - Daniela Santanché: «La pensavamo in modo diverso, spero tu possa ora trovare la pace»

«Buon viaggio Michela, la pensavamo in modo diverso, ma spero tu possa ora trovare la pace»: così Daniela Santanché ha ricordato Michela Murgia sui social.

Ore 01:19 - Nicola Fratoianni: «Ti ho voluto bene. Grazie di tutto»

«Ciao Michela. Ti ho voluto bene. Grazie di tutto. Che la terra ti sia lieve»: queste le parole di Nicola Fratoianni, di Sinistra Italiana.

Ore 01:21 - Anpi: «Bella, Ciao»

«Bella, Ciao»: due sole - ma particolarmente significative ed evocative - le parole scelte dall'Anpi, l'Associazione dei partigiani, per ricordare sui social Michela Murgia.

Ore 01:39 - Luciana Littizzetto: «Non so come faremo a stare senza di te...»

«Non so come faremo a stare senza di te. Ci hai insegnato come vivere e anche come morire»: così Luciana Littizzetto ha reso omaggio a Michela Murgia.

Ore 03:19 - Paolo Borrometi: «Nella notte delle stelle, va via una stella»

« Nella notte delle stelle, va via una stella. Libera fino all’ultimo: addio Michela»: questo il tweet del giornalista Paolo Borrometi.

Ore 06:28 - Dino Giarrusso: «Ciao Michela, grazie di tutto»

« Ciao Michela, grazie di tutto» il saluto dell’europarlamentare Dino Giarrusso.

Ore 06:41 - Vladimir Luxuria: «Ci mancherà il tuo pensiero lucido e mai banale»

«Ci eravamo messaggiate da poco e non potevo immaginare che tutto precipitasse così velocemente: un grande dolore e una immensa e troppo precoce perdita. Ci mancherà il tuo pensiero lucido e mai banale»: queste le parole di Vladimir Luxuria.

Ore 06:29 - Corrado Formigli: «La tua battaglia per i diritti non muore»

«Ci mancherai enormemente. Ma la tua battaglia per i diritti non muore» ha scritto su Twitter il giornalista Corrado Formigli.

Ore 06:31 - Ambasciata di Francia: «Profondo cordoglio, grande scrittrice»

«Profondo cordoglio per la scomparsa di Michela #Murgia, grande scrittrice, così amata in Francia dove era stata insignita Chevalier des Arts et des Lettres. Tutti i nostri pensieri alla sua famiglia e ai suoi cari»: questo il messaggio su Twitter dal profilo dell’Ambasciata di Francia a Roma.

Ore 06:43 - Rete Antifascista: «Addio Michela, non ti dimenticheremo mai»

«Siamo veramente tristi, Michela Murgia ci ha lasciati. Ha combattuto fino alla fine contro il male che la stava uccidendo, ma purtroppo ora è partita per l’ultimo viaggio. Addio Michela, non ti dimenticheremo mai»: questo il saluto della Rete Italiana Antifascista .

Ore 06:48 - Simona Ventura: «Buon viaggio a una donna speciale, padrona delle sue idee»

«Buon viaggio a una donna speciale, padrona delle sue idee»: è il tweet di Simona Ventura.

Ore 07:33 - Noury: «Corrosiva perché sapeva intaccare i poteri

«Le persone come Michela Murgia sono corrosive. Perché, appunto, corrodono, intaccano i poteri, non ne sono comode stampelle. Indicano una direzione, un cammino da intraprendere. Raccontano di diritti e di libertà». Così il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury ricorda la scrittrice sarda.

Ore 08:12 - Lupi: «Ha saputo stimolare riflessioni politiche e sociali profonde»

«Molte cose ci dividevano da Michela Murgia, ma ora è il momento del dolore per la sua scomparsa e del rispetto per una donna che ha reso la sua malattia un incitamento alla pienezza della vita. Le sue argute provocazioni, anche al mondo cattolico, hanno saputo stimolare riflessioni politiche e sociali profonde». A dirlo è il capo politico di Noi Moderati, Maurizio Lupi. «La diversità di pensiero è una ricchezza e riteniamo che persone come Michela Murgia abbiano contribuito ad elevare il livello del nostro dibattito pubblico. Ci mancherà», aggiunge.

Ore 08:49 - Calenda: «Perdiamo una voce potente del dibattito pubblico»

«Perdiamo una voce potente nel dibattito pubblico, creativa nella scrittura e una persona libera e coraggiosa. Riposa in pace Michela Murgia». Così, il segretario di Azione, Carlo Calenda.

Perdiamo una voce potente nel dibattito pubblico, creativa nella scrittura e una persona libera e coraggiosa. Riposa in pace Michela Murgia.

Ore 09:14 - Boldrini: «Una persona che amava le provocazioni e la sfida a viso aperto»

«Sentiamo già un grande vuoto perché Michela Murgia è stata una donna unica nel panorama italiano: una scrittrice, un’intellettuale, un’artista, una voce libera, una femminista con un occhio dissacrante verso le convenzioni e le ipocrisie. Una persona interessante che amava le provocazioni e la sfida a viso aperto». Così su Twitter la deputata Laura Boldrini.

Michela Murgia ci ha lasciato.

 Sapevamo che questo momento sarebbe arrivato presto, perché lei stessa ci aveva informato del suo stato di salute, senza nascondere niente. Ciò nonostante, sentiamo già un grande vuoto perché Michela Murgia è stata una donna unica nel panorama?

Ore 09:23 - L'amica e scrittrice Tagliaferri: «Si alza il vento, bisogna tentare di vivere»

«Con Michela», scrive su Facebook la scrittrice Chiara Tagliaferri, in un post dedicato alla collega e amica scomparsa.

Ore 09:29 - Valeria Parrella cita in un tweet l'Accabadora di Murgia

«Come gli occhi della civetta, ci sono pensieri che non sopportano la luce piena. Non possono nascere che di notte, dove la loro funzione è la stessa della luna, necessaria a smuovere maree di senso in qualche invisibile altrove dell'anima». Così, con una citazione di uno dei libri più noti di Murgia, la giornalista e scrittrice Valeria Parrella ha ricordato su Twitter la sua collega.

"Come gli occhi della civetta, ci sono pensieri che non sopportano la luce piena. Non possono nascere che di notte, dove la loro funzione è la stessa della luna, necessaria a smuovere maree di senso in qualche invisibile altrove dell'anima" 

Ore 09:52 - Moretti: «Murgia è stata una leonessa, di grande ispirazione per tutte»

«Ci lascia Michela Murgia. Di lei rimarranno forti le idee, le battaglie e gli ideali. Continueremo a portare avanti il suo pensiero cercando di avere quella forza da leonessa che mi ha sempre ispirata. Grazie per quello che sei stata». Così sui social l'eurodeputata del Pd Alessandra Moretti.

Ci lascia #MichelaMurgia. Di lei rimarranno forti le idee, le battaglie e gli ideali. Continueremo a portare avanti il suo pensiero cercando di avere quella forza da leonessa che mi ha sempre ispirata. Grazie per quello che sei stata. 

Ore 09:57 - Michele Pais: «Una grande perdita per la Sardegna»

Il Consiglio regionale della Sardegna esprime profondo cordoglio per la scomparsa della scrittrice Michela Murgia. «E' una grande perdita per la nostra terra», ha affermato il presidente Michele Pais. «La sua vivacità intellettuale ha arricchito la democrazia».

Ore 10:05 - Calderoli: «Da lei un messaggio importante per tutti i malati»

Roberto Calderoli si dice addolorato per la prematura scomparsa della scrittrice Michela Murgia. «Ho tifato per lei, come ho tifato negli scorsi mesi per Mihajlovic, per Vialli, per amici come Frattini o Maroni o per tanti altri che non sono noti all'opinione pubblica», dice il ministro leghista, che aggiunge: «Michela Murgia ha mandato fino all'ultimo un messaggio importante per tutti i malati, quello di continuare a vivere, a lavorare, anche a polemizzare nel suo caso, anche in uno stato sempre più avanzato della malattia».

Ore 10:12 - Giuseppe Conte: «Una voce libera fino alla fine»

«Michela Murgia è stata una voce libera fino alla fine, un esempio di coraggio anche nella malattia. Il nostro cordoglio a tutti coloro che l'hanno amata». Così, sui social, il leader M5s, Giuseppe Conte.

Michela Murgia è stata una voce libera fino alla fine, un esempio di coraggio anche nella malattia. Il nostro cordoglio a tutti coloro che l’hanno amata. Ore 10:35 - Gad Lerner: «Una spericolata rivoluzionaria»

«Era una formidabile, talentuosa, spericolata rivoluzionaria contemporanea, #MichelaMurgia. Mi proibisco l'esibizione dei ricordi personali e piango insieme a voi questa donna sarda che ci ha lasciati con il sorriso sulle labbra». Così Gad Lerner commenta su Twitter la scomparsa della scrittrice Michela Murgia.

Era una formidabile, talentuosa, spericolata rivoluzionaria contemporanea, #MichelaMurgia.

Mi proibisco l'esibizione dei ricordi personali e piango insieme a voi questa donna sarda che ci ha lasciati con il sorriso sulle labbra pic.twitter.com/6pumiSyMdH

Ore 10:16 - Nicola Lagioia: «Ciao Michela»

«Molto veloce, in un paese lentissimo. Ciao Michela». È il messaggio che Nicola Lagioia, scrittore, ex direttore del Salone del Libro di Torino, ha lasciato su twitter in merito a Michela Murgia.

Ore 10:35 - Marina Berlusconi: «Michela Murgia, una donna coraggiosa e coerente»

«Non è necessario condividere le idee di Michela Murgia per considerarla una donna coraggiosa, appassionata, coerente oltre che un'autrice originale e di grande talento. La sua scomparsa, anche se purtroppo annunciata, mi colpisce profondamente». Lo afferma Marina Berlusconi, presidente del gruppo Mondadori, con il quale la scrittrice sarda ha pubblicato le sue opere.

Molto veloce, in un paese lentissimo.

Ore 10:40 - Chiara Tagliaferri: «Con Michela»

«Si alza il vento, bisogna tentare di vivere». Con questa frase postata sul proprio account Instagram, Chiara Tagliaferri, che con Michela Murgia è autrice dei libri e del podcast Morgana, ha reso omaggio alla scrittrice scomparsa ieri all'età di 51 anni. «Con Michela» ha poi aggiunto Tagliaferri nel post.

Ore 10:37 - Il saluto del marito Lorenzo Terenzi e dei "figli dell'anima": «Ora andremo in cerca di nuovi orizzonti»

(Redazione Online) (...) La scrittrice, con Terenzi e i suoi «figli dell'anima», ha raccontato sui social i momenti privati, celebrando la sua famiglia queer ma anche continuando le sue battaglie da attivista per i diritti. Le nozze suggellate nel giardino della nuova casa romana di Murgia, condivisa dalla scrittrice sui suoi profili social.

Murgia aveva spesso raccontato che della sua cerchia familiare facevano parte anche i suoi quattro «figli dell'anima», ragazzi che ha accompagnato nel loro percorso verso l’età adulta. Raphael Luis, Francesco Leone, Michele Anghileri e Alessandro Giammei hanno scritto. (...)

Ore 10:43 - Affidati a Cathy La Torre il testamento e la lettera con le ultime volontà

L'avvocata bolognese Cathy La Torre è la curatrice del testamento di Michela Murgia. La Torre, impegnata al momento nell'organizzazione del funerale, era amica intima della scrittrice ed era stata scelta da Michela Murgia per far parte di quella che ha definito la sua «famiglia queer». La Torre è da diversi anni fortemente impegnata sul fronte delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e l'identità di genere, oltre che sulla tutela dei diritti della comunità Lgbtqia+

Ore 10:46 - I funerali domani alla Chiesa degli Artisti a Roma

Il funerale di Michela Murgia sarà alla Basilica di Santa Maria in Montesanto, la Chiesa degli Artisti, alle 15.30 di sabato 12 agosto. Lo si apprende dalla famiglia della scrittrice.

Ore 10:47 - Meloni: «Combatteva per le sue idee diverse dalle mie»

«Voglio esprimere sincere condoglianze alla famiglia e agli amici della scrittrice Michela Murgia. Era una donna che combatteva per difendere le sue idee, seppur notoriamente diverse dalle mie, e di questo ho grande rispetto», così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sulla scomparsa della scrittrice.

Ore 10:54 - Luana Zanella: «Ha sorriso anche alla morte»

«Ha sorriso anche alla morte e se ne è andata come una regina, con dignità, coerenza e creatività». Così Luana Zanella, presidente di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera, nel suo «addio a Michela Murgia a nome delle deputate e dei deputati di AVS».

Ore 10:59 - La Russa: «Ha affrontato la malattia con determinazione e coraggio»

«Si è spenta Michela Murgia che con determinazione, coraggio e il sorriso ha affrontato le paure e le sofferenze di una malattia terribile. Ai suoi cari giungano le mie sincere condoglianze». Così il presidente del Senato, Ignazio La Russa.

Ore 11:07 - Landini: «Ci ha ispirato con il suo coraggio nella difesa dei diritti fondamentali»

«Le donne e gli uomini della Cgil piangono la scomparsa di Michela Murgia. Con la morte di Michela è venuta a mancare una delle voci più belle del nostro Paese. Non solo grande scrittrice, ma donna che ha ispirato col suo coraggio tante e tanti di noi nel nostro impegno a difesa dei diritti fondamentali e nella lotta per trasformare la società». Lo afferma il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. «La sua idea di libertà che ha manifestato fino agli ultimi giorni ribellandosi ad ogni ingiustizia, compreso il negare l'acqua ai migranti a Ventimiglia, continuerà essere da insegnamento per noi e per le future generazioni», conclude Landini.

Ore 11:14 - Sangiuliano: «Si è battuta per le sue idee»

«Michela Murgia si è battuta per le sue idee e lo ha fatto attraverso la parola e la scrittura. Condoglianze ai suoi cari». Lo scrive su Twitter il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano.

Michela Murgia si è battuta per le sue idee e lo ha fatto attraverso la parola e la scrittura. Condoglianze ai suoi cari.

Ore 11:28 - Chiara Valerio: «Ciao Murgi»

«Ciao Murgi». Così Chiara Valerio, scrittrice, curatrice editoriale, direttrice artistica e conduttrice radiofonica, nel ricordare su Twitter Michela Murgia, scomparsa ieri allì'età di 51 anni. Postando una foto che ritrae l'artista sarda sorridente e la scritta "La zarina di tutte le Russie".

La zarina di tutte le Russie a Lo Scoglio di Scauri.

Ore 11:36 - Cathy La Torre: «Porteremo avanti la sua battaglia»

«Con Michela abbiamo lavorato mesi per una battaglia che è quanto mai urgente: tutelare ogni tipo di famiglia o relazione non tradizionale. Quella che noi chiamiamo "famiglia queer" e che lo Stato non riconosce in alcun modo». Così all'Agi, l'avvocata bolognese Cathy La Torre, amica intima di Michela Murgia, la scrittrice appena scomparsa. La Torre era stata scelta da Michela Murgia per far parte di quella che l'intellettuale aveva definito la sua «famiglia queer».

«La sua volontà - prosegue La Torre - era politica perché su questo tema si scuotessero le coscienze della politica. Quello che posso affermare con certezza è che si sono scosse milioni di coscienze e che noi continueremo a portare avanti, ognuno con le proprie capacità, il suo lascito». «La mia capacità - conclude - è e sarà il diritto, il diritto a scegliere con chi passare gli ultimi giorni della propria vita e come tutelare i legami non strettamente tradizionali. Questo abbiamo provato a fare, vivere la nostra queerness e renderla una realtà anche innanzi allo Stato e alle leggi».

Ore 11:49 - Vinicio Capossela: «Solo chi non ha paura della fine riesce a vivere la vita con pienezza»

«Nella notte delle stelle cadenti e dei desideri espressi in segreto, apprendere della morte di Michela Murgia che i desideri ha sempre avuto il coraggio di guardarli in faccia senza annacquarli con la paura». Scrive su Facebook il cantautore Vinicio Capossela, nel ricordare la scrittrice Michela Murgia.

«Il cuore ritorna al suo magnifico discorso sul sapere dare una fine alle cose pronunciato al banchetto funebre di Trenodia, in cui ci ricordò che solo chi non ha paura della fine riesce a vivere con pienezza la vita. E poi una interminabile chiacchierata fino all'alba in un hotel di Cabras in cui aveva lavorato come portiera di notte nel 2005. E tutte le lezioni di disciplina della libertà che ci ha impartito in questi anni con l'esempio, fino alla fine. Nonostante questa scia luminosa, il cielo è inevitabilmente più nero stanotte. Michela Murgia ricorda a tutti noi quel che abbiamo mancato in viltà, ipocrisia e menzogna», ha concluso.

Ore 11:56 - Vendola: «Sei stata ispirazione radicale»

(di Rosanna Scardi) Nichi Vendola ricorda Michela Murgia, la scrittrice sarda scomparsa il 10 agosto, tre mesi dopo aver svelato in un’intervista ad Aldo Cazzullo di essere affetta da un carcinoma ai reni al quarto stadio. «L’avevi annunciato al mondo che la fine era incombente — scrive Vendola in un lungo post sulle sue pagine social — . A me lo avevi detto passeggiando per Trastevere, in un pomeriggio in cui ci siamo fatti mille confidenze. L’avevi detto che andavi via da questo mondo. Eppure è così difficile pensarti immersa nel silenzio, per ora e per sempre, tu che eri una sacerdotessa della parola. Ed è così triste concepire la tua morte, cioè l’assenza del tuo corpo e dei tuoi occhi, la perdita della tua voce, dei tuoi pensieri e delle tue invenzioni: perché tu hai riempito di bellezza e di intelligenza la tua e la nostra vita». (...)

Ore 12:21 - Lorenzo Fontana: «Ha affrontato la malattia con coraggio»

«La scrittrice Michela Murgia ha affrontato la malattia con dignità e coraggio. Giungano ai suoi familiari le mie condoglianze». Così in una nota il presidente della Camera, Lorenzo Fontana.

Ore 12:22 - Michela Murgia, il testamento: «Il guardaroba va a Chiara Tagliaferri, gioielli e bigiotteria a Patrizia»

(di Federica Nannetti) (...) Del suo testamento ha parlato nell’intervista rilasciata il giugno scorso al direttore di Vanity Fair, Simone Marchetti, un testamento redatto appunto insieme a Cathy La Torre e alla presenza di Claudia, mamma di uno dei suoi figli dell’anima, Raphael, proprio per «decidere insieme anche le cose dei ragazzi», ha dichiarato allora Murgia. Divertente per le cose affettive, si diceva, delle quali si sono occupati dopo aver «risolto la questione immobili – ha detto la scrittrice – che nel nostro caso era facile, perché non siamo dei palazzinari». «Tutto il mio armadio va in capo a Chiara Tagliaferri, che lo distribuirà a seconda delle sue scelte – ha poi continuato Murgia –. Patrizia avrà il patrimonio di gioielli e bigiotteria». (...)

Ore 12:32 - Saviano: «Michela ha immaginato il suo funerale come un atto politico»

Roberto Saviano su Instagram: «Michela ha immaginato il suo funerale come atto politico, un incontro di tutti coloro che l'hanno letta, le hanno voluto bene, sostenuta. Una celebrazione della strada percorsa insieme. Per questo invito coloro che hanno condiviso il sentire di Michela a venire domani 12 agosto alla Basilica di Santa Maria in Montesanto alle ore 15.30. Questo funerale non ha nulla di privato, per tutti è stato il suo scrivere, per tutti è stato il suo dire, per tutti il suo lottare e per tutti sarà questo saluto».

Ore 12:39 - Vittorio Feltri: «Sapevo fosse malata, ma non pensavo fosse tanto grave»

«Sapevo che la Murgia fosse malata, ma non credevo fosse tanto grave. La sua morte mi addolora», così Vittorio Feltri, direttore di Libero, su Twitter.

Sapevo che la Murgia fosse malata, ma non credevo fosse tanto grave. La sua morte mi addolora.

Ore 12:47 - Barbara Alberti: «Morta l'unica possibile leader della sinistra»

«È morta l'unica vera possibile leader della sinistra». È lapidario il giudizio di Barbara Alberti, scrittrice, giornalista e sceneggiatrice, ricordando Michela Murgia, scomparsa ieri a 51 anni. «E aggiungo - spiega all'Agi - Michela è morta "vivissima" e lo sarà sempre. Ha dato battaglia su tutto, ha pensato al dopo di lei senza egoismo, come ha fatto con il suo matrimonio. La sinistra, per me, ha perso l'unico vero leader possibile. Aveva un magnetismo unico con il pubblico, formidabile. Ed è per questo che è stata perseguitata da leader politici in modo orrendo». Michela Murgia, sottolinea Barbara Alberti, «ha fatto capire che la politica la fanno anche gli intellettuali. A suo modo, ha avuto una funzione politica».

Ore 12:48 - Dacia Maraini: «Ha inventato un nuovo tipo di famiglia basato sulle affinità e la scelta»

«Michela era una donna straordinaria per coraggio, determinazione e intelligenza. Mai fanatica, mai dottrinaria. Era sempre sorridente e questo dimostra un buon atteggiamento verso la vita anche quando ci si trova al passaggio con la morte».

Lo dice all'Agi Dacia Maraini, ricordando la scrittrice scomparsa. «La nostra coraggiosa Michela - sottolinea - ha inventato un nuovo tipo di famiglia non basato sul sangue ma sulle affinità e la scelta. Ci ha lanciato una grande sfida. Dovremo discutere di questa sua gioiosa proposta». Michela Murgia era tante cose, scrittrice, attivista, drammaturga, femminista... «Certo che era femminista - aggiunge ancora Maraini - e di femminismo ci sarebbe bisogno ancora. Ma soprattutto, mi preme tornare a sottolineare l'importanza di questa sua ultima sfida, quella sulla famiglia. Abbiamo assistito in queste ultime ore, al caso di un matrimonio fatto saltare per un presunto tradimento, davanti agli invitati, con tanto di filmato poi distribuito attraverso i canali social in modo che la vicenda fosse resa pubblica. Assistiamo a continui omicidi di donne in famiglia, e non solo di donne. Ecco, allora è evidente che qualcosa va rivisto. E Michela Murgia ha lanciato la sua proposta. E condivisibile o meno, è comunque un segnale che invita alla riflettere. Quale sia la soluzione contro la violenza che circonda la famiglia non lo so, ma è vero che il tema ci riguarda tutti».

Ore 13:14 - Claudia Mori: «Rimarrai incancellabile»

«Nel nostro straordinario incontro professionale, ho imparato tanto da te... anche a non essere interessata a piacere a tutti. Ma è inevitabile Michela, tu rimarrai... incancellabile». Così Claudia Mori ricorda su Instagram Michela Murgia, postando sul profilo di Adriano Celentano una foto che la ritrae sorridente accanto alla scrittrice.

Ore 13:45 - De Giovanni: «Non sai quanto ci mancherai, o forse sì»

«Hai scelto la notte di San Lorenzo, ma lo sai che tu non sei una stella che cade. Tu brilli sempre, e sempre. Ciao, amica mia. Non sai quanto mi mancherai. O forse sì». Così, su Facebook, Maurizio De Giovanni ricorda la scrittrice sarda.

Ore 13:51 - Emma Dante: «Ci mancherai Michela. Ci mancherai moltissimo!»

«Ci mancherai Michela. Ci mancherai moltissimo!». Lo ha scritto in un post sulla sua pagina Facebook la regista e attrice palermitana Emma Dante, salutando la scrittrice.

Ore 14:00 - Mariastella Gelmini: «Sua determinazione un insegnamento per tutti»

«Non ho mai conosciuto Michela Murgia personalmente. Non sempre ho condiviso le sue idee, ma sono certa che la determinazione che metteva in ogni battaglia, il suo coraggio e quei messaggi così potenti anche di fronte alla malattia sono e saranno un insegnamento per tutti». Lo scrive sui social Mariastella Gelmini, senatrice e portavoce di Azione.

Ore 14:22 - Solinas: «Continuo impegno culturale, civile e politico»

Il Presidente della Regione Autonoma della Sardegna Christian Solinas, anche a nome della Giunta regionale esprime i sensi del più profondo cordoglio istituzionale e personale ai parenti e familiari tutti della scrittrice, della quale ricorda l'intenso impegno culturale, civile e politico.

Ore 14:47 - Il cordoglio e l'affetto della comunità di Cabras

La comunità di Cabras si stringe intorno alla madre, al fratello e alla zia che ancora vivono nel paese in provincia di Oristano. Un legame, quello tra Michele Murgia e le sue radici, che non si è mai spezzato anche dopo il successo e il trasferimento nella penisola.

«Michela non c'è più. Sentiremo subito la sua assenza, una grande perdita per tutti - scrive il sindaco Andrea Abis sui social - Michela era mia coetanea, stessa scuola, stessi ambienti, figli dello stesso tempo storico. Michela era una mente fervida, una intelligenza spiccata, colta, di forte personalità, schietta, coraggiosa, sempre schierata in modo chiaro, avvolgente, anticonformista. Una grande donna che lascerà un segno nella società del nostro tempo».

Ore 15:26 - Alberto Angela: al timone della sua vita fino all’ultimo

«Incontrai Michela Murgia per caso in un ristorante, pochi mesi fa. Era al pc, immersa nella scrittura. Parlammo di tutto, dell’importanza di avere degli obiettivi. Mi colpì la sua forza e la capacità di rimanere al timone della sua vita, fino all’ultimo. Mi piace ricordarla così». Lo scrive sui social Alberto Angela.

Ore 15:27 - Bertè: eri straordinaria, la tua eredità non andrà persa

«Ho accolto con molta tristezza la notizia della scomparsa di Michela Murgia. Era una scrittrice forte, una donna straordinaria, decisa e combattiva. Ma la sua eredità non andrà persa: Michela ti ricorderemo durante ogni battaglia per rendere il mondo un posto migliore». Lo scrive sui social Loredana Bertè.

Ore 15:49 - Magi: intellettuale sempre a favore libertà e diritti civili

«Addio da tutta Più Europa a Michela Murgia, una intellettuale che ha vissuto la sua vita con coraggio e dignità fino alla fine. Una persona che ha sfidato sempre la corrente schierandosi senza compromessi a favore delle libertà individuali, dei diritti civili e delle minoranze. Ciao Michela, riposa in pace». Lo scrive su Twitter il segretario di Più Europa Riccardo Magi, ricordando la scrittrice scomparsa ieri, all’età di 51 anni, dopo una lunga malattia.

Ore 15:50 - Teologa su Osservatore: per Murgia relazioni espressione di Dio

L’Osservatore Romano ricorda Michela Murgia con un ricordo della teologa e amica della scrittrice Marinella Perroni. «Per lei le relazioni erano espressione di Dio: non avrebbe certo potuto scrivere in `God Save the Queer´ quelle pagine davvero magiche di teologia trinitaria se non avesse fatto questa esperienza di Dio e degli umani», scrive Perroni sul giornale vaticano. «Una Trinità che si espande a dismisura in tutto ciò che uomini e donne fanno per rendere il mondo degno di loro, ma anche di Dio». «Poi è venuta Accabadora , la sorpresa di Ave Mary in risposta a una mia richiesta - scrive ancora la teologa - che pensavo ormai archiviata dato il suo prorompente e incalzante successo. Mai però in lei il successo ha avuto il sopravvento sulle relazioni». «Michela cara, per me sarà sempre metafora quel piatto di spaghetti con mazzancolle e zucchine che hai imbandito per me il sabato di Pasqua di quest’anno e che ci siamo gustate, sedute nella mia cucina a parlare di morte e risurrezione. Metafora della vita, della fede, dell’amicizia. Ma anche del dolore e del mistero», si legge a conclusione del ricordo.

Ore 16:18 - Padre Fortunato: ora siamo più poveri

«Siamo più poveri. Perdiamo una voce che è stata capace di suscitare confronto e dialettica in un mondo di fotocopie». Così padre Enzo Fortunato, saggista e scrittore francescano, ricorda Michela Murgia.

Ore 16:27 - Giammei: a breve un inedito di Murgia sulla genitorialità

«Michela ha scritto fino all’ultimo giorno della sua vita. Aveva un libro da consegnare e lo ha consegnato prima di morire. Un libro toccante, sulla famiglia. Doveva essere solo sulla Gpa (gestazione per altri, ndr) ed è diventato un libro più profondo sul senso della genitorialità e parentela. Credo che uscirà a breve per Rizzoli». Lo dice Alessandro Giammei, curatore dell’opera di Michela Murgia e membro della famiglia. «C’è anche un ricco patrimonio di file scritti in molti anni, molti racconti dispersi e pagine inedite», aggiunge Giammei.

Ore 16:31 - Il testamento di Michela Murgia e la volontà di rifiutare l’accanimento terapeutico

Michela Murgia ha per mesi minuziosamente deciso che la tutela della sua queerness e delle sue relazioni familiari dovesse essere piena e totale, racconta l’avvocata Cathy La Torre. E così «abbiamo usato tutti gli strumenti che il diritto oggi consente adattandoli alla nostra realtà- spiega l’attivista che ha curato il testamento della scrittrice scomparsa ieri - un testamento , una dichiarazione anticipata di trattamento ( i cosiddetti Dat, comunemente detti «testamento biologico»ndr) e infine il principio che una persona può rifiutare un accanimento terapeutico».

Ore 16:35 - Marina Berlusconi: «Donna coraggiosa e appassionata»

«Non è necessario condividere le idee di Michela Murgia per considerarla una donna coraggiosa, appassionata, coerente oltre che un’autrice originale e di grande talento. La sua scomparsa, anche se purtroppo annunciata, mi colpisce profondamente». Lo afferma Marina Berlusconi, presidente del Gruppo Mondadori con il quale la scrittrice sarda ha pubblicato le sue opere.

Ore 16:55 - Loewenthal: enfatizzò il rifiuto della morte

«Michela Murgia non è mai stata un personaggio semplice, per cui non è così facile parlare di lei, ha vissuto molto intensamente e negli ultimi tempi ha enfatizzato il rifiuto della morte, cosa che si può condividere o meno, e che può anche lasciare spiazzati. Stamattina, quando ho aperto i siti, praticamente tutti parlavano di lei, mi chiedo se avrebbe voluto questo, lei che la morte la prendeva in giro». Così oggi Elena Loewenthal, scrittrice e direttrice del Circolo dei Lettori di Torino, ha commentato la morte della scrittrice sarda.

«Ha affrontato la malattia in modo eccezionale, ovvero in figura di eccezione, come fosse uno slancio di vita - aggiunge Loewenthal - ma la malattia non è solo uno slancio di vita, è anche molto altro, mi permetto di dirlo anche in base alla mia esperienza personale. Lei ha scelto di viverla così, e anche in modo pubblico. D’altronde era una donna lei stessa d’eccezione, capace di scegliere in maniera chiara e forte. E così ha fatto quando, dopo un capolavoro come Accabadora, di fatto, ha scelto di diventare più che una scrittrice, una intellettuale militante, un personaggio politico. Nel nostro paese non ce ne sono tanti di personaggi come lei».

Ore 16:58 - Schlein: le tue parole continueranno a cambiare vite

«L’amore dentro l’amicizia. L’intreccio delle lotte contro i sistemi oppressivi. I legami che hai intessuto vivono, anche per capire insieme come essere, dopo di te. Ma comunque, sempre, con te. Continueranno le tue parole a cambiare vite. La tua voce a essere cura. Avere cura. E graffio irriverente, contro ogni ipocrisia e discriminazione. #Murgia». Così su Instagram la segretaria del Pd, Elly Schlein, ricorda la scrittrice scomparsa.

Ore 17:19 - Gambarotta: «una testimone laica del nostro tempo»

«Michela Murgia, a mio avviso, è stata un grande testimone laica del nostro tempo, una donna più che coraggiosa. La sua non paura della morte, così gridata a gran voce, riporta al pensiero degli antichi, della società romana che si beffava della morte. Credo che parleremo ancora a lungo di lei e del suo stile di vita, del suo personificare il senso della sfida estrema». Così lo scrittore Bruno Gambarotta ricorda la scrittrice sarda scomparsa ieri a 51 anni.

Ore 17:30 - Circolo Mario Mieli: ha lottato per i diritti di tutti

«Ci lascia una grande intellettuale, una meravigliosa scrittrice, un’amica sincera della comunità lgbtqia+, una voce originale che non ha smesso per un singolo istante di pretendere di essere ascoltata, senza mai chiedere scusa. Con i suoi libri, con i suoi interventi e con la sua vita, Michela Murgia è stata in grado di portare il discorso femminista a un’opinione pubblica come quella italiana, pigra e conservatrice». Così il Circolo Mario Mieli ricorda Michela Murgia, la scrittrice scomparsa ieri a 51 anni dopo una malattia.

«Ci mancheranno la sua onestà intellettuale, la veemenza delle sue parole, e il coraggio con cui si è spesa lottando per i diritti di tutti. Ma ci mancherà soprattutto la sincerità con cui ha affrontato gli ultimi mesi, facendoci conoscere la sua famiglia queer allargata, ultima testimonianza che un altro mondo è possibile, quel mondo per cui non ha mai smesso di lottare», si legge ancora nella nota. «Con la potenza della sua parola, scritta e parlata, Michela Murgia ha raccontato una società possibile, tutta da costruire, scegliendo di rendere la sua stessa vita una lotta politica - ha affermato Mario Colamarino, presidente del Circolo - Michela non se ne andrà mai perché vivrà nelle battaglie che ha intrapreso e che spetterà a ciascuno di noi far continuare a vivere. Ciao Michela, grazie di tutto».

Ore 17:53 - Chiara Tagliaferri: al dio della morte dico «Not today»

Cita la saga Game of thrones il post di Chiara Tagliaferri dedicato a Murgia: «Rara foto di Michi che odia i fiori con dei fiori tra le mani (anche se in realtà è un ramo di pesco, dunque è diverso), scattata da Lorenzo in un pomeriggio luminoso di Roma. È la foto di Michi che preferisco perché ha il sorriso di una bambina che le veniva fuori in certi momenti, quando pensava a qualcosa di molto divertente che stava per accadere (che lei faceva accadere). In questo lungo tempo, lei che amava moltissimo Arya Stark di GoT, chiudeva le nostre telefonate dicendomi “Not today”. “Cosa diciamo al Dio della Morte?,” domanda Melisandre sulle mura di Winterfell a questa bambina progettuale, che la notte si addormenta ripetendosi i nomi delle persone che vuole eliminare per vendicare la sua famiglia. E Arya risponde: “Not today”. Oggi al Dio della Morte sono io a dire “Not today”, perché Michela Murgia continuerà a vivere nei legami che ha creato, rendendoci tutte e tutti più forti».

Ore 17:58 - Osservatore Romano: «La vita, la teologia e le polpette»

L’Osservatore Romano ricorda Michela Murgia, spenta la scorsa notte a 51 anni, con un ricordo personale della teologa Marinella Perroni, dal titolo “La vita, la teologia e le polpette”. «L’ultimo suo post su Instagram - scrive - è stata una piccola ode alle polpette. Ho scaricato Instagram negli ultimi mesi solo per seguire lei, perché mi aveva detto che era quello il modo che aveva scelto per restare in contatto con tutti coloro che le volevano bene, le erano cari, la seguivano. E io mi sono sempre sentita soltanto una dei tanti, innumerevoli, suoi amici. Per me, però, averla conosciuta è stata anche una sorta di ‘grazia di stato’».

«Sì, dato che la passione per la riflessione teologica - sottolinea la teologa sul quotidiano vaticano - è sempre stato uno dei fili portanti delle nostre, purtroppo rare, ma lunghissime conversazioni. Perché per Michela fede e teologia non potevano che convergere, l’una a sostegno e garanzia dell’altra, ma anche l’una in grado di far deflagrare l’altra». Michela Murgia, aveva una «capacità davvero unica di esprimere in parole acute e taglienti, scevre da qualsiasi preziosismo, la sua intelligenza delle cose, del mondo e delle persone. Una intelligenza limpida - scrive Perroni - che andava alla velocità della luce, che mai si piegava al male della banalità, che sempre intravvedeva la ricaduta politica di ciò che siamo e facciamo». La «sua forza» era questa: «Esserci con tutta la potenza della sua vitalità, sapendo che nessuna lontananza può mai dividere ciò che Dio ha unito. Perché per lei le relazioni erano espressione di Dio: non avrebbe certo potuto scrivere in God Save the Queer quelle pagine davvero magiche di teologia trinitaria se non avesse fatto questa esperienza di Dio e degli umani. Una Trinità che si espande a dismisura in tutto ciò che uomini e donne fanno per rendere il mondo degno di loro, ma anche di Dio». Le polpette erano «metafora del queer», così «le chiama in quell’ultimo saluto con cui si è congedata dalla vita. Perché tra le tante cose che Michela ha insegnato ai suoi figli c‘è anche l’arte del cucinare. Michela cara, anche per me sarà sempre metafora quel piatto di spaghetti con mazzancolle e zucchine che hai imbandito per me il sabato di Pasqua di quest’anno e che ci siamo gustate, sedute nella mia cucina a parlare di morte e risurrezione. Metafora della vita, della fede, dell’amicizia. Ma anche del dolore e del mistero».

Ore 18:20 - I funerali saranno presieduti da don Walter Insero

Sarà don Walter Insero, Professore associato alla Pontificia università gregoriana e Cappellano presso la Rai dal 2004,a celebrare i funerali di Michela Murgia, domani pomeriggio presso la Chiesa degli Artisti di Roma. Il sacerdote ha recentemente celebrato anche i funerali di Gina Lollobrigida, Gigi Proietti, Andrea Purgatori, Maurizio Costanzo e, più in passato, anche di Fabrizio Frizzi.

Ore 18:34 - Satta: «Ha sempre avuto nel cuore la Sardegna»

«Michela Murgia ha sempre avuto nel cuore la Sardegna, la tutela delle aree più deboli del Paese, dei soggetti più fragili. Una donna, un’artista che portava la sua fede nella sua vita di tutti i giorni». Lo afferma il segretario del movimento Unione Popolare Cristiana (Upc), Antonio Satta.

Ore 18:49 - Luca Beatrice: Murgia ossessionata dal fascismo

«Michela Murgia è stata una scrittrice immaginifica, intelligentissima, potente, molto colta, ricordo anche un suo messaggio davvero affettuoso quando ho lasciato la direzione del Circolo dei Lettori di Torino, ma non posso nascondere di non aver apprezzato la sua deriva quando ha scelto di fare l’opinionista invece della scrittrice. E poi non capisco questa sua ossessione per la parola `fascista´, e per la sua accusa alla destra tutta di fascismo. Io sono un uomo di destra, ma certo non sono fascista». Lo afferma Luca Beatrice, intellettuale e critico, dopo la morte della scrittrice.

Ore 19:01 - Comune Cabras: ci hai onorato di te

L’amministrazione comunale di Cabras esprime il profondo cordoglio di tutta la comunità per la scomparsa di Michela Murgia, figlia di Cabras, cittadina del mondo. Ciao Michela, ci hai onorato di te». Questo il saluto dell’amministrazione comunale di Cabras, nell’oristanese, paese di origine di Michela Murgia, scomparsa ieri a 51 anni. A Cabras vivono ancora la madre e il fratello della scrittrice.

È morta Michela Murgia, la scrittrice aveva 51 anni. Storia di Ida Bozzi su Il Corriere della Sera giovedì 10 agosto 2023.

È morta giovedì 10 agosto la scrittrice Michela Murgia. Aveva 51 anni. Aveva rivelato la sua malattia, un carcinoma ai reni al quarto stadio, in un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo lo scorso maggio («Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono», disse in quell’occasione al Corriere). L’11 giugno, Murgia aveva annunciato il ritiro dagli incontri pubblici. A metà luglio aveva sposato «in articulo mortis» Lorenzo Terenzi (1988), attore, regista e musicista. Con il suo romanzo più noto, «Accabadora» (Einaudi, 2009), aveva vinto il premio Campiello. Il suo ultimo libro, «Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi» (Mondadori, 2023), è entrato subito in vetta alle classifiche dei volumi più venduti.

Sapeva passare dalla riflessione sulla spiritualità alle analisi sociali e politiche, anche vivacemente polemiche, sulle tentazioni moderne del fascismo. Praticava con naturalezza ostinata l’impegno per la parità di genere, era fiera della sua «famiglia queer» riunita in una casa con quattro figli «d’anima», come li chiamava, e portava alta anche la bandiera della sua Sardegna e delle civiltà sarde, dei matriarcati ricchi di tradizione e misconosciuti, ai quali aveva dato voce con il suo romanzo più noto, Accabadora (Einaudi, 2009), con cui aveva vinto il premio Campiello 2010.

Si è spenta la scrittrice Michela Murgia, a causa del tumore che l’aveva già messa alla prova alcuni anni fa: era una delle voci più nuove e influenti della letteratura italiana contemporanea. Era stato importante, quel suo Accabadora, perché aveva aperto la strada alla riscoperta contemporanea delle culture femminili, soltanto in seguito percorsa anche da altre scrittrici e altri scrittori delle nuove generazioni.

Video correlato: Michela Murgia e il "pensiero afono" delle donne (RaiNews multimedia)

Appena pochi mesi fa, poi, il 6 maggio 2023, aveva rivelato la sua malattia ad Aldo Cazzullo, durante un’intervista al «Corriere della Sera»: un carcinoma ai reni al quarto stadio che le lasciava poco tempo. Lo aveva annunciato in modo più indiretto anche nell’ultimo libro, Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi (Mondadori, 2023), entrato subito in vetta alle classifiche librarie e tuttora ai primi posti, un romanzo di racconti in cui aveva affrontato le crepe improvvise che stravolgono le esistenze, lutti, dolori, amori spezzati: nella prima di quelle storie aveva narrato proprio lo choc della scoperta della malattia.

Nelle ultime settimane, il rapido peggioramento: l’11 giugno aveva annunciato il ritiro dagli incontri pubblici, e a metà luglio aveva sposato «in articulo mortis» Lorenzo Terenzi, «per avere diritti che non c’era altro modo di ottenere così rapidamente». Sui social aveva pubblicato le immagini delle nozze, chiedendo ai lettori: «Niente auguri, perché il rito che avremmo voluto ancora non esiste. Ma esisterà e vogliamo contribuire a farlo nascere».

Nata a Cabras, in provincia di Oristano, il 3 giugno 1972, dopo gli studi religiosi e l’attività all’interno dell’Azione cattolica, Murgia è stata a lungo insegnante di religione, ma ha svolto diversi lavori «precari» che le hanno fornito ispirazione per un blog, poi diventato un libro-denuncia, ironico e drammatico insieme, Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria (Isbn, 2008; poi Einaudi, 2017), sul mondo del telemarketing, divenuto nel 2008 un film di Paolo Virzì con il titolo Tutta la vita davanti. Una delle prime voci a denunciare la discriminazione del precariato, e del precariato femminile in particolare. Einaudi le ha pubblicato nel 2008 una guida letteraria ai luoghi della Sardegna, Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede, ma è con il romanzo maggiore, del 2009, che Murgia traccia il ritratto della Sardegna davvero invisibile e sconosciuta ai più: siamo nel territorio della letteratura, quello percorso da Elsa Morante che raccontava l’Italia e la guerra, e le sue donne e madri, nelle vite segrete e quotidiane nel suo La storia, o da Dacia Maraini ne La lunga vita di Marianna Ucrìa.

Accabadora è la storia di un’anziana donna che in un villaggio sardo dà di nascosto la morte ai malati gravissimi che gliela chiedono, e di una bambina che la donna adotta e che scopre a poco a poco il vero scopo delle uscite notturne della madre adottiva. Il romanzo, che oltre al Premio Campiello, ha ottenuto il Dessì e il SuperMondello, porta alla ribalta la scrittrice. E i motivi sono numerosi: è un romanzo di atmosfere e di rarefazioni, che mette in luce uno stile narrativo vicino al realismo magico; è una scoperta letteraria ma anche etnoantropologica, di ricerca nelle tradizioni della civiltà paesana e sarda, che rivela i saperi femminili più antichi e irregolari, vicini alla scienza e alla medicina, ancorché non riconosciuti; ed è un libro che sa affrontare, parlando degli anni Cinquanta nella Sardegna più nascosta, un tema attuale ancora oggi, e universale, quello dell’eutanasia.

Molti gli epigoni di Murgia, dopo quel romanzo, che ha in qualche modo svelato quanto le culture arcaiche raccontino le radici del mondo contemporaneo, e quanto nei piccoli mondi dell’immensa provincia italiana le donne abbiano saputo ritagliarsi un ruolo autorevole, misteriosamente misconosciuto dalla modernità. Non stupisce se, dopo il romanzo, Murgia è diventata una delle voci femminili più note e più ascoltate, e anche attaccate, sui media più diversi, in televisione o sui social come opinionista, con polemiche che hanno fatto rumore: una sul suo uso della schwa, la vocale neutra che include tutti i generi. Un’altra, in occasione del matrimonio, nel tweet dell’ex senatore leghista Simone Pillon: «Michela Murgia ha deciso di sposarsi definendo il matrimonio “patriarcale e limitato”. Michela, di alternative ne avevi molte, ma hai scelto il matrimonio. Forse perché sai che è la forma più alta per riconoscere l’amore tra un uomo e una donna». O ancora sabato 5 agosto, quando ha polemizzato con il sindaco di Ventimiglia per l’utilizzo del servizio di vigilanza per impedire ai migranti di usare bagni e fontane al cimitero di Ventimiglia, parlando di «regime fascista».

Forse per questo i suoi libri si sono fatti sempre più impegnati, ostinati, per perfezionare l’opera di racconto del femminile e la costruzione di una società di rapporti più liberi, come liberi erano quelli all’interno della sua famiglia queer: la voce ferma di Murgia sembra preferire a lungo il testo saggistico, che consente alla scrittrice di raccontare il tempo moderno e di diventare propositivo, impegnato, quello di un’attivista. Come in Ave Mary. E la chiesa inventò la donna (Einaudi, 2011), in cui da credente e studiosa di teologia l’autrice conduce un’indagine puntigliosa sul femminile nel Vangelo, ma anche nel pop contemporaneo della pubblicità e dei rotocalchi, alla ricerca dei luoghi comuni e delle deformazioni dell’immagine della donna. O come L’ho uccisa perché l’amavo (falso!) (con Loredana Lipperini, Laterza, 2013), in cui prende la parola intorno al cosiddetto «amore tossico», quello dei maltrattamenti, delle violenze e delle morti delle donne, per spiegare che anche a partire dalle parole si cambia il mondo.

L’attenzione al linguaggio era centrale per Murgia, e non solo a proposito di schwa, anche nelle ultime settimane, in cui i suoi messaggi sui social proseguivano con la stessa lucida e serena fermezza di sempre. Sempre parole precise, scelte con cura, come aveva spiegato nell’intervista di maggio a Cazzullo, quando raccontava di non amare concetti come «lotta alla malattia», o «combattere il tumore»: «Non mi riconosco nel registro bellico». Bisognava cambiare le parole perché dalle parole vengono i fatti, come ha dimostrato anche in Stai Zitta, e altre nove frasi che non vogliamo sentire più (Einaudi, 2021): la serenità e la forza con cui ha affrontato gli ultimi mesi di sofferenze vengono anche da queste scelte.

Tra le questioni affrontate più spesso da Murgia, la coesistenza di elementi all’apparenza inconciliabili, come fede e libertà sessuale (e temi come femminismo, eutanasia, aborto...), cui ha offerto la sua risposta in God save the Queer. Catechismo femminista (Einaudi Stile libero, 2022): è un’altra chiave della sua esperienza, che condivide nel saggio, cioè la queerness, intesa non come diversità o stranezza come dicono i vocabolari, ma come «soglia» e apertura. Lo aveva sostenuto anche a luglio, in occasione delle nozze, come un lascito: «Il nostro vissuto personale oggi è più politico che mai, e se potessi lasciare un’eredità simbolica, vorrei fosse questa: un altro modello di relazione».

Numerose le presenze in antologie e raccolte editoriali; una per tutte, in Sei per la Sardegna (Einaudi, 2014) con il racconto L’eredità. E numerose ancora le prove narrative, come il «corto» L’incontro (Corriere della Sera, 2011; poi Einaudi, 2012), il romanzo Chirú (Einaudi, 2015) e Noi siamo tempesta (Salani, 2019).

Ma lo sguardo alle «soglie», alle storie di libertà delle donne (ma non solo per le donne), era tornato anche nel recente Morgana. Storie di ragazze che tua madre non approverebbe (con Chiara Tagliaferri, Mondadori, 2019) in cui Michela Murgia aveva dato voce a dieci donne fuori dagli schemi, Moana Pozzi come Marina Abramovic o Vivienne Westwood. Più un’altra voce, la sua, che alla letteratura mancherà.

La mamma di Michela Murgia: «Divenni secondaria, ma era giusto così, ha seguito i suoi sogni». Elvira Serra su Il Corriere della Sera il 12 agosto 2023.

Costanza Marongiu: «L’ultimo abbraccio l’anno scorso a Cagliari». La notizia: «Mi ha avvisato la sua amica Claudia, poi la televisione: è stato un colpo». L’infanzia: «Era vispissima, se a scuola prendeva 7 anziché 8 si preoccupava»

La voce è ruvida, ma cortese. Assenza di orpelli e fermezza sono i tratti che più ricordano la figlia, per quel che si può intuire da una telefonata in un giorno come questo. Costanza Marongiu è la mamma di Michela Murgia. Oggi non potrà partecipare ai suoi funerali a Roma: «Le mie gambe sono quelle che sono». Ci sarà l’altro figlio, Cristiano, con la moglie Ida.

Signora, chi l’ha avvisata?

«Claudia, un’amica di Michela: mi ha chiamato lei nella notte. E poi stamattina la televisione. È stato un colpo».

Se l’aspettava?

«Michela era malata da un anno e mezzo, ma aspettarmelo no, perché fino al giorno prima mi ha nascosto la verità. Mi diceva: sto migliorando. E io ci credevo. Poi una settimana fa ha smesso di rispondermi al telefono e ho capito che stava male. Ieri (giovedì 10, ndr) è stata lei a chiamare Cristiano e a dirgli che se ne stava andando e che voleva solo che mi dicesse di stare tranquilla e di non piangere. Io non ho pianto, però così è anche peggio, perché mi sento un groppo al cuore che mi sta uccidendo».

La seguiva sui social?

«Sì, su Instagram».

Nelle ultime settimane si è spesa molto per la famiglia queer.

«Era la volontà di Michela e andava bene anche a me, non posso dire o aggiungere niente. Io rispettavo le sue scelte, tutte. In effetti la famiglia queer era il suo sogno, ha sempre voluto tanta gente intorno, voleva molti amici e cosa si può chiedere di più?».

Non ha mai nascosto un padre violento. A «Vanity Fair» ha raccontato della notte del 26 dicembre 1990, quando lei la portò con il fratello da sua sorella Annetta, una seconda madre per Michela.

«Fu necessario. Michela poi non è più voluta tornare a casa con noi. C’è tornata quando mi sono separata dal padre. Lui è mancato cinque anni fa: era instabile, era molto difficile instaurarci un rapporto; oggi buono, domani una belva».

L’ha sorpresa il successo straordinario di sua figlia?

«Non mi ha meravigliato nemmeno un po’, Michela assomigliava anche a me. Era una forza della natura. Qualunque strada avesse intrapreso, sapevo che sarebbe riuscita. Raggiungeva tutti gli obiettivi che si metteva in testa: era forte, coraggiosa, puntualmente critica anche con sé stessa. Se sbagliava lo ammetteva, era importante».

Scelga un’immagine.

«In questo momento lei sta presentando un libro a Cagliari e cinque minuti dopo abbraccia me e il fratello: è successo l’anno scorso, verso settembre. È l’ultima volta che l’ho vista. Ormai non posso più camminare, aspettavo che venisse di nuovo lei. Ma ha seguito i suoi sogni: voleva l’Orient Express e lo ha avuto, voleva andare in America e lo ha avuto. Per certi versi ero diventata secondaria: lei aveva fretta di fare le cose che non era mai riuscita a fare prima».

Le è dispiaciuto?

«No, era giusto così. I figli nascono con le ali e poi volano via, nessuna mamma ha il diritto di fermarli».

Ha conosciuto Lorenzo Terenzi, l’uomo che ha sposato a luglio «in articulo mortis»?

«No, non lo conosco, non ci siamo ancora sentiti. Ci sentiremo, ormai di tempo ce n’è tanto».

Che effetto le ha fatto l’intervista di Aldo Cazzullo sul «Corriere», quando ha ammesso che le restavano mesi?

«Mi tremavano le gambe, anche se della malattia lo sapevo già. Ma sono una mamma. Prima che la madre della scrittrice e della donna famosa, sono la mamma di mia figlia. Mi avvisava sempre delle interviste. Per Vanity Fair mi mandò in anteprima le foto».

Un ricordo di lei bambina?

«Vispissima, intelligentissima. A scuola era la prima della classe e si lamentava quando perdeva un colpo: se non era 8 e diventava 7, già si preoccupava. Non le ho mai dovuto dire: apri il libro, mettiti a studiare. È stato tutto molto facile, da quel punto di vista, e molto piacevole seguirla nei suoi progressi».

Di cosa è più orgogliosa?

«Di tutti i suoi libri, perché in ognuno c’è il suo pensiero, la sua scelta di vita. E in qualche maniera ha parlato anche di me. Io le dicevo: non mi ci mettere in mezzo, sono schiva. E lei: mamma, non hai capito?, se devo scrivere della mia vita tu ne fai parte».

Le dedicò «Accabadora»: «A mia madre. Tutt’e due». Dunque anche a zia Annetta.

«Sì. Io però ai romanzi preferivo i saggi. Il più bello per me è Viaggio in Sardegna, perché di libri sulla Sardegna ne ho letti tanti, anche scritti da persone importanti che girano il mondo. Ma lei è riuscita ad approfondire ogni aspetto. E poi mi è piaciuto tanto Ave Mary, anche perché ha fatto incavolare i vescovi, quindi va benissimo».

Fino a poco fa ha gestito un ristorante sul mare. Qual era il piatto preferito di Michela?

«Gli spaghetti con le arselle di Mistras».

Se posso chiederlo, di cosa avete parlato l’ultima volta?

«È stato una settimana fa. Mi ha detto che stava bene, che era serena. E che preferiva spostarsi a casa sua, morire a casa e non all’ospedale. E perché mi dici questo?, ho chiesto. E lei: mamma lo sai, può capitare in qualsiasi momento. Ecco, per me Michela non è andata via: lei è ancora qui».

«Il guardaroba va a Chiara Tagliaferri, gioielli e bigiotteria a Patrizia», il testamento di Michela Murgia. Federica Nannetti su Il Corriere della Sera venerdì 11 agosto 2023.

Il testamento è stato scritto insieme all'avvocata bolognese Cathy La Torre che era membro della sua famiglia queer 

La sua è sempre stata una voce libera, quella di una donna che ha fatto della scrittura e della scelta delle parole un modo di vivere, molto spesso politico. Così anche nel momento in cui ha parlato del suo testamento, scritto e affidato all’avvocato bolognese d’adozione Cathy La Torre, membro anche della sua famiglia queer e attivista per i diritti civili: l’ha definito «divertente», specie «per le cose affettive» e la loro suddivisione. Si è spenta giovedì 10 agosto a 51 anni Michela Murgia, colpita da un tumore ai reni al quarto stadio; una malattia rivelata per la prima volta nel corso di un’intervista al Corriere della Sera: un dialogo duro quanto commovente, al quale non si è mai sottratta fino all’ultimo giorno.

Del suo testamento ha parlato nell’intervista rilasciata il giugno scorso al direttore di Vanity Fair, Simone Marchetti, un testamento redatto appunto insieme a Cathy La Torre e alla presenza di Claudia, mamma di uno dei suoi figli dell’anima, Raphael, proprio per «decidere insieme anche le cose dei ragazzi», ha dichiarato allora Murgia. Divertente per le cose affettive, si diceva, delle quali si sono occupati dopo aver «risolto la questione immobili – ha detto la scrittrice – che nel nostro caso era facile, perché non siamo dei palazzinari». «Tutto il mio armadio va in capo a Chiara Tagliaferri, che lo distribuirà a seconda delle sue scelte – ha poi continuato Murgia –. Patrizia avrà il patrimonio di gioielli e bigiotteria».

Le cianfrusaglie

Eppure Michela Murgia non è mai stata una particolare amante dell’oro e dell’argento, ma «tutte le cianfrusaglie accumulate – come le ha definite lei stessa – peseranno circa trenta chili». «La cosa buffa è stata la richiesta di Alessandro – ha poi aggiunto nel corso dell’intervista –. Un elenco in cui mi ha detto: voglio i tuoi computer, le password dei tuoi account, il titolo di cavalierato francese e la pennetta usb con tutte le giocate nella community. Chiara Valerio invece non ne vuole sapere niente, lei è nella fase rifiuto, dice: “Io voglio trattarti da viva fino all’ultimo giorno, io voglio far finta che questi preparativi verso la morte non esistano”. È il suo modo di proteggersi dal pensiero della perdita».

LE altre volontà

È dunque questo uno stralcio della volontà della scrittrice, che solo a metà luglio si è sposata, in articulo mortis, con l’attore e regista Lorenzo Terenzi. Un uomo che poteva essere una donna, come più volte ha ripetuto, un’unione «controvoglia» perché, se avessero «avuto un altro modo per garantirsi i diritti a vicenda» non sarebbero «mai ricorsi a uno strumento così patriarcale e limitato». «Niente auguri, quindi – ha poi aggiunto Murgia in un post social – perché il rito che avremmo voluto ancora non esiste».

Ciò che invece per lei esistevano, e tuttora esistono, sono le persone e i legami reciproci: nella sua famiglia queer e tra i suoi affetti più stretti c’è sempre stata tanta Bologna. Oltre a Cathy La Torre, per esempio, anche Marcello Fois (scrittore da tempo sotto le Due Torri). «Tu sempre e ovunque, Michela – ha scritto Cathy La Torre –. Riemergere da sé stessi è tanto difficile quanto più si è profondi».

Il testamento di Michela Murgia e la volontà di rifiutare l’accanimento terapeutico. Storia di Cathy La Torre, Avvocata, attivista, esperta di diritti civili e curatrice del testamento di Michela Murgia, su Il Corriere della Sera venerdì 11 agosto 2023.

Quando scrivevo un atto giuridico che la riguardava, Michela Murgia non solo pretendeva di leggerlo, ma anche di correggerlo. Perché cuciva continuamente politica, diritto, parole e relazioni.

Dunque quando ha iniziato a raccontare la famiglia queer, come la intendiamo noi, che è come la può intendere chiunque viva fuori dal sistema dato della tradizione come copyright di stato, abbiamo sentito l’esigenza che questa famiglia avesse dignità anche innanzi allo Stato, alla Legge, e ai diritti successori.

Michela ha per mesi minuziosamente deciso che la tutela della sua queerness e delle sue relazioni familiari dovesse essere piena e totale. E così abbiamo usato tutti gli strumenti che il diritto oggi consente adattandoli alla nostra realtà: un , una dichiarazione anticipata di trattamento ( i cosìddetti Dat, comunemente detti «testamento biologico»ndr) e infine il principio che una persona può rifiutare un accanimento terapeutico. Quello che lei ha fatto è aprire la strada per migliaia di altre famiglie che non si riconoscono nella definizione «famiglia tradizionale», una strada fatta di parole, racconti e anche atti concretissimi per tutelare i suoi figli d’anima

Il marito Lorenzo Terenzi e i figli «dell'anima» salutano Michela Murgia. La mamma di Raphael: «L’ha scelta lui a nove anni». Redazione Online su Il Corriere della Sera venerdì 11 agosto 2023.

L'affetto dell'attore e regista sui social, il ricordo affettuoso dei quattro ragazzi che lei considerava figli adottivi. «Bentornata a casa. Continueremo a prenderci cura delle persone che amiamo» 

Michela Murgia avvolta in un vaporoso abito rosso corallo, il turbante in tinta sulla testa, colta in un gesto come di danza: con questa foto, senza aggiungere nulla di scritto, le dice addio su Instagram Lorenzo Terenzi, l'attore, regista, autore e anche musicista, conosciuto nel 2017 grazie a uno spettacolo teatrale in cui lei era la protagonista e lui lavorava alla regia, che la scrittrice aveva sposato a luglio in articulo mortis, subito dopo aver annunciato pubblicamente la sua malattia in un'intervista con il Corriere .

Le reazioni e il cordoglio sui social per la scomparsa della scrittrice

La scrittrice, con Terenzi e i suoi «figli dell'anima», ha raccontato sui social i momenti privati, celebrando la sua famiglia queer ma anche continuando le sue battaglie da attivista per i diritti. Le nozze suggellate nel giardino della nuova casa romana di Murgia, condivisa dalla scrittrice sui suoi profili social.

Ma chi sono i quattro «ragazzi» della scrittrice? «Il più grande ha 35 anni, il più piccolo venti». Pochi altri cenni. Ma niente di più. In questo Michela Murgia è stata una donna molto riservata. Allo scopo di tutelarli, parlava pochissimo dei suoi quattro figli, che lei amava e che loro amavano moltissimo: Raphael Luis, Francesco Leone, Michele Anghileri e Alessandro Giammei. Figli d’anima, perché Murgia non aveva figli naturali. Figli che facevano parte della sua famiglia queer, come lei l’avrebbe definita: aperta, fatta di persone legate tra loro non necessariamente da legami di sangue ma di amore. Sulla libera scelta di farne parte. Sugli incontri. Come è stato per Lorenzo Terenzi, attore e regista, ma anche musicista e autore che Michela Murgia ha sposato il 15 luglio 2023 con un rito civile “in articulo mortis”, considerate le sue precarie condizioni di salute. Come è stato per i quattro figli d’anima (sempre sua definizione) entrati nella sua vita in momenti molto diversi.

Il più noto forse è Raphael, ma solo perché su di lui, rispetto agli altri, ha lasciato più tracce (c’è anche in uno dei suoi ultimi post: in cucina mentre prepara una carbonara). È stato con Raphael che è diventata madre per la prima. Come avrebbe raccontato: «A nove anni, prendendomi la mano nella stessa sera in cui l’ho visto per la prima volta e dicendo: non voglio che te ne vai più. Non c’era ragione per dargli retta, a me i bimbi nemmeno piacciono. Ma ho vacillato, ho guardato Claudia. La decisione presa è arrivata in quello scambio di sguardi». «Mio figlio Raphael aveva 9 anni quando ha scelto Michela» conferma Claudia Fausone, la mamma di Raphael. «Lei non aveva grande dimestichezza coi bambini, avendo solo figli grandi. Lui è stato molto determinato. La prima a chiederci spiegazioni su Michela è stata mia madre. “Non ho capito il ruolo di questa donna nelle nostre vite” ha detto un’estate. È stato Raphael a definirlo: “Michela è mia madre. Mamma è mamma”, ha detto».

Francesco Leone, nato a Cagliari, è invece un cantante lirico, che Murgia ha conosciuto quando aveva 18 anni. C’è poi Alessandro Michele Anghileri , un giovanissimo attivista, un cooperante, uno che se ne va in giro per il mondo dove c’è bisogno di aiuto umanitario. Infine c’è Alessandro Giammei, docente all’università americana di Yale nonché autore di numerose pubblicazioni. Quando Murgia l’ha conosciuto Alessandro aveva 16 anni ed era uno studente liceale. Avrebbe raccontato: «Ci siamo conosciuti online su una community di gioco di ruolo. Elfi, nani, un po’ tolkieniana. Si giocava con le parole, nelle chat. Non c’erano avatar. Scrivevamo e basta. È stata la mia scuola di scrittura. E anche la sua. Abbiamo giocato insieme per molti mesi e non sapevo chi c’era dall’altra parte. Io mi aspettavo un adulto molto colto. Quando ho scoperto che c’era un ragazzino, mi sono detta: se fa tali ragionamenti a 16 anni, che margini di crescita ci sono? Io devo vedere questa aurora!».

Murgia aveva un figlio prediletto? Forse. Il professore di Yale ne suggerisce il nome. Come ha scritto nel ricordo che di recente ha fatto di uno degli ultimi raduni familiari nella casa che Murgia aveva acquistato e che era ancora da completare: «Ecco che arriva il figlio prediletto (Francesco), pieno di capelli e sinuoso come un gatto: il baritono di ritorno da recite a Tokyo e a Pesaro, che una volta Michela mi mandò ventenne a Pisa perché prendessi con lui un caffè con la panna».

«Le persone, prima di tutto. Il resto sono chiacchiere» aveva detto la scrittrice presentando tutti durante la festa in giardino lo scordo luglio dove, vestiti di bianco e con un simbolico anello al dito, avevano celebrato a modo proprio il loro legame, quello che aveva definito «la nostra idea di celebrazione della famiglia queer».

Il legame dei figli con Michela Murgia era forte, come ha dimostrato il post di addio di Francesco Leone e di Alessandro Giammei. Francesco ha pubblicato una foto per ricordare la mamma e ha scritto: «Camminiamo verso altre notti insonni a raccontarci i segreti, a immaginare nuovi orizzonti, a prenderci cura delle persone che amiamo. Benvenuta nella nostra nuova vita. Bentornata a casa, Shalafi amin», mentre Alesssandro Giammei scrive un semplice «Ciao bella», con una foto che li immortala in un momento felice.

Il post sta raccogliendo i commenti commossi e le testimonianze di affetto di amici e fan della scrittrice. Nata nel 1972 a Cabras, piccolo comune in provincia di Oristano in Sardegna, Michela Murgia è stata un'intellettuale, scrittrice, drammaturga e opinionista, che ha percorso un'importante carriera letteraria segnata da romanzi, racconti, saggi e articoli.

Il ricordo di Cazzullo: «Quando Murgia mi disse che stava morendo. Un dialogo duro, ci siamo commossi». Storia di Aldo Cazzullo Corriere della Sera giovedì 10 agosto 2023.

Michela Murgia è morta giovedì 10 agosto, aveva 51 anni

Qualcuno sostenne che non era poi così grave e si poteva salvare. Qualcuno le augurò di morire presto. Lei si arrabbiò di più con i primi che con i secondi. Preferiva essere odiata che compatita. Non che l’odio non le pesasse: raccontò di aver vomitato per mesi, non per le cure ma come reazione appunto all’odio che avvertiva su di sé. Però non si sarebbe perdonata il silenzio, il restare zitta e indifferente davanti a quelle che considerava ingiustizie. Molti, dopo aver letto la sua intervista, piansero, le scrissero, cercarono di contattarla sui social. Certo, il riserbo che una volta circondava le malattie è stato infranto da tempo. Ma chi racconta la propria malattia di solito confida: sono malato, e sto lottando. Oppure rivela: ero malato, e sono guarito. Nessuno dice: sono malato, e sto morendo. Quando lessi le bozze dell’ultimo libro di Michela Murgia, Tre ciotole, vidi che parlava di un male all’ultimo stadio. Inevitabilmente cominciai l’intervista chiedendole se ci fosse qualcosa di autobiografico. Rispose asciutta: «È pedissequo. È il racconto di quello che mi sta succedendo. Diagnosi compresa». Fu una conversazione molto dura, in cui accadde a entrambi di commuoversi. Eppure nel sorriso di Michela Murgia sul dolore prevalevano la gioia e la rabbia. Gioia per il legame fortissimo con le persone care: la sua famiglia, che definiva «queer», unita da legami non predefiniti; e poi i vari anelli, i cerchi man mano più grandi che la circondavano, e non l’hanno abbandonata sino alla fine. Rabbia perché quella di Michela Murgia fu un’intervista politica, per almeno tre motivi. Il primo motivo era la Sardegna. La scrittrice era convinta che la sua fosse una terra colonizzata dagli italiani. Si era anche candidata alla presidenza della Regione: il programma era l’indipendenza, e aveva preso il 10% contro tutti i partiti. La ribellione contro le servitù militari imposte ai sardi era una delle cause della sua celebre polemica contro il generale Figliuolo, l’idea che affidare la campagna di vaccinazione a un militare rappresentasse una violazione delle libertà. Il secondo motivo era Giorgia Meloni. «Spero solo di morire quando non sarà più presidente del Consiglio», disse. Meloni rispose: «Spero davvero che lei riesca a vedere il giorno in cui non sarò più presidente del Consiglio, perché io punto a rimanere a fare il mio lavoro ancora per molto tempo. Forza Michela». Il terzo motivo erano i diritti. Michela Murgia detestava l’espressione «utero in affitto», mentre rivendicava l’espressione «utero in affido». La maternità per lei non era un fatto biologico ma affettivo. Chiedeva più diritti per l’amore, e più diritti per la morte. Disse che aveva deciso di sposarsi, e solo per caso la scelta era caduta su un uomo anziché su una donna: lo Stato non si accontenta di una relazione, chiede un ruolo, e Michela Murgia aveva voluto un marito perché qualcuno potesse attuare le sue volontà, evitare accanimenti terapeutici, stabilire il momento giusto per andarsene: «Posso sopportare molto dolore, non posso sopportare di non essere presente a me stessa». Detestava la retorica della lotta contro il male, della guerriera, della battaglia: «Il cancro fa parte di me; non è qualcosa che ho, è qualcosa che sono».

È stata di parola. È accaduto tutto quello che Michela Murgia aveva detto che sarebbe accaduto. Si è sposata. Ed è morta, sempre con un sorriso di sfida sulle labbra: «Si è creata una certa aspettativa, se non schiatto in breve tempo sembra maleducazione…». Ha avuto il tempo per fare quello che desiderava, abituare se stessa e le persone a lei vicine al transito; «un tempo per pensare come salutare chi ami, e come vorresti che ti salutasse». Diceva di non avere rimpianti, di aver vissuto una vita non lunga ma intensa. Aveva lavorato in un call-center, ispirando il film di Virzì con Sabrina Ferilli, Tutta la vita davanti. Aveva consegnato cartelle esattoriali, insegnato religione – era molto credente —, diretto il reparto amministrativo di una centrale termoelettrica, portato piatti in tavola, venduto multiproprietà, fatto la portiera notturna all’hotel Perego, agli antipodi dalla sua Cabras: in cima allo Stelvio, l’unico ghiacciaio dove si scia pure d’estate. Ora quelli che sostenevano che non fosse poi così grave si guarderanno bene dal chiedere scusa. Qualcuno di quelli che le auguravano la morte diranno che la sfida l’ha vinta la Meloni. Coloro che le volevano bene avranno apprezzato il suo coraggio di morire in pubblico, esercitando sino all’ultimo la sua forma di potere, quello sulle anime, senza rinunciare alle sue asperità, sempre preferendo essere odiata che compatita.

Michela Murgia, era giovinezza il tempo che abbiamo vissuto. Storia di TERESA CIABATTI su Il Corriere della Sera giovedì 10 agosto 2023.

È morta oggi la scrittrice Michela Murgia. Aveva 51 anni. Aveva rivelato la sua malattia, un carcinoma ai reni al quarto stadio, in un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo lo scorso maggio («Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono», disse in quell’occasione al Corriere). L’11 giugno, Murgia aveva annunciato il ritiro dagli incontri pubblici. A metà luglio aveva sposato «in articulo mortis» Lorenzo Terenzi (1988), attore, regista e musicista. Con il suo romanzo più noto, «Accabadora» (Einaudi, 2009), aveva vinto il premio Campiello. Il suo ultimo libro, «Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi» (Mondadori, 2023), è entrato subito in vetta alle classifiche dei volumi più venduti.

In questo ricordo del tutto personale e perciò inutile, questo ricordo che ha la forma dell’esibizione di intimità, c’è tuttavia un sentimento universale che sul momento non è stato riconosciuto: il tempo che stavamo vivendo era giovinezza.

Quella sera d’estate che mia figlia undicenne sopraggiunge e dice: non spaventatevi ragazzi, nell’orto ci sono gli ufo. Quella sera di due anni fa, prima che le cose cambiassero per la maggioranza delle persone presenti in casa, adulti e bambini, quando qualcuno si è ammalato, qualcuno è invecchiato.

Con un salto temporale la mia mente oggi passa alla casa nuova di M. A maggio ha detto che i lavori erano quasi finiti. «Sono stati velocissimi — ho commentato — noi veniamo ogni sera, ti avviso». Noi siamo gli amici che nella malattia le sono stati vicini — chi più, chi meno; tra i meno io.

«Mi commuove l’idea di entrare a breve», ha detto M. E poi: «L’unico dispiacere è lo scivolo. Volevo lo scivolo al posto delle scale, metti che arrivi qualcuno in sedia a rotelle». Quella volta dimenticò di avermi già detto, un mese prima, che voleva lo scivolo per quando lei sarebbe stata in sedia a rotelle. Aveva riparlato con l’oncologo. In poche settimane nell’orizzonte dei suoi progetti la persona in sedia a rotelle non era più lei.

Video correlato: Michela Murgia e il "pensiero afono" delle donne (RaiNews multimedia)

Nella stanza con gli addobbi natalizi — il Natale come termine ci pareva un tempo possibile — mi sono offerta di decorare l’albero. Ora puoi aprire gli occhi — avrei detto a M. come dico a mia figlia, Natale dopo Natale, facendola entrare in salotto. Aprendo gli occhi, M. avrebbe visto le luci, le palle di vetro con le montagne dentro.

Dall’immaginazione collettiva del Natale dunque M. si è tolta. Al suo posto una persona generica in sedia a rotelle — dopo la sua morte lei vuole che la casa sia piena di gente. Ma la persona in sedia a rotelle che non è lei non potrà scendere in giardino — niente scivolo, servirà qualcuno forte che la prenda in braccio e la porti giù per le scale andando a depositarla sulla poltrona sotto il pergolato. M. ha fatto costruire un pergolato. Ha detto: «Passerò molto tempo qui sotto».

Ora che il tempo sotto il pergolato è il tempo mancato, si sovrappone ai ricordi. Il vissuto è diventato anche ciò che abbiamo immaginato insieme, tanto che possiamo tornare persino laggiù, nella casa dell’estate. Non ci siamo mai mossi da lì. Sopraggiunge mia figlia, capelli sciolti: ci sono gli ufo nell’orto. E qualcuno di noi, poco conta chi, si volta a guardare.

Lorenzo Terenzi, il marito di Michela Murgia: «Mi chiese di sposarla quest’anno a Pasqua. Tra noi intima amicizia: la baciavo sulla fronte». Elvira Serra su Il Corriere della Sera il 13 agosto 2023.

L’attore e regista: «Ci divertivamo tantissimo, abbiamo riso e abbiamo pianto». La famiglia: «I miei genitori hanno capito». L’affetto: «Sembravamo una coppia di ottantenni felici, ai quali basta uno sguardo per capirsi» 

Michela Murgia con Lorenzo Terenzi alla festa delle nozze, il 22 luglio. Si erano sposati l’11 luglio

Lorenzo Terenzi è il marito di Michela Murgia. Attore e regista, il 19 agosto compie 35 anni.

Quando vi siete conosciuti?

«Nel 2017 in Sardegna. Lei stava lavorando a Quasi Grazia, uno spettacolo teatrale tratto dal libro di Marcello Fois. Io ero stato chiamato all’ultimo come aiuto regista».

La intimidì?

«No. Era la prima volta che Michela faceva teatro professionale e io mi occupavo tanto del training, gli esercizi che si fanno prima. Per fare bene il mestiere dell’attore devi entrare in contatto con parti molto profonde di te. Questo ci ha fatto legare. È stata generosissima fin dall’inizio. Siamo diventati subito amici, poi confidenti, e negli anni “migliori amici”, come diceva». 

Che relazione avevate?

«Più che una relazione, era un’amicizia che ha continuato a fiorire nel tempo: siamo fioriti uno accanto all’altra. Ma non c’è mai stato niente di sessuale, era un’amicizia evoluta all’ennesima potenza. Poi lei ha avuto bisogno di me e mi ha chiesto di fare questa cosa che altrimenti non avrei mai fatto, perché non eravamo mai stati fidanzati, non c’era mai stato niente oltre all’essere fratello e sorella, due esseri umani che si erano incontrati in maniera profonda. Abbiamo riso di cose stupide e pianto di cose difficili».

Quando, le ha chiesto di fare «questa cosa»?

«Più o meno verso Pasqua. “Probabilmente ho un’aspettativa di vita di quattro anni”, mi disse. “Se tra qualche anno sei libero ti va di sposarmi? Così potrò avere vicino una persona di cui mi fido per farla decidere al posto mio”».

E lei?

«Ho detto subito di sì. Poi il quadro clinico è cambiato e mi ha detto che dovevamo anticipare. Le ho chiesto se voleva fare solo una cosa burocratica da tenere tra di noi o se voleva raccontarla agli altri. Rispose che era meglio se lo raccontavamo noi, perché era un personaggio pubblico e bisognava tenere il polso della narrazione. L’ho toccato poi con mano: ogni suo post veniva decontestualizzato e privato del significato originario».

Il fatto che l’abbia scelta, cosa le ha fatto provare?

«Grandi sentimenti, però era anche la naturale prosecuzione di un’amicizia. Magari non mi ero accorto di essere arrivato a quel livello di intimità, ma invece c’ero già e ho capito che potevo farlo».

I suoi come l’hanno presa?

«Molto bene. Hanno capito subito, non si sono fatti condizionare da vocine esterne».

Hanno incontrato Michela?

«Sì, pure mia sorella, che mi ha dato una mano quando è entrata nella casa nuova».

Venerdì dove avete allestito la camera ardente?

«In camera sua, gli amici stretti erano tutti qua. Indossava un kimono fantasia e sotto aveva un vestito verde. Aveva deciso tutto: è riuscita a fare le cose che voleva, come voleva. È impressionante questo controllo lucido fino all’ultimo: il motore è l’amore. Gli ultimi giorni ha salutato tutti, ha perfino dettato un libro».

A chi lo ha dettato?

«A Riccardo Turrisi, uno dei suoi figli d’anima: faceva parte della comunità del gioco di ruolo Lot, si erano conosciuti tanti anni fa. È uno scienziato dei materiali, molto veloce a trascrivere tutto».

In questi mesi Michela non è stata risparmiata dalle critiche. L’hanno fatta soffrire?

«Le potevano dar fastidio le critiche su di lei, ma le dava più fastidio non poter lavorare a battaglie importanti, come la gestazione per altri, i diritti delle donne trascurate, i migranti. Ci pensava anche quando stava male».

Non l’hanno mai intimorita le sue asperità?

«Lei era dura sulle cose a cui teneva, come dovremmo essere tutti con ciò che conta. Ogni artista è scomodo. L’ho sempre trovata una donna molto centrata. E simpaticissima: io sono toscano, eravamo un mix letale di cavolate».

Momenti felici quotidiani?

«Prepararle la colazione e chiacchierare, trovare un modo dolce o carino di darle le medicine. Non si è mai sentita in un ospedale: a volte, anzi, ci riprendeva perché non eravamo pronti subito!».

La vostra festa di nozze?

«Di quei giorni ricordo la follia. Stavamo finendo di sistemare casa, io mi svegliavo presto, montavo mobili, facevo le prove, pulivo. Quando la sera del 22 luglio ho visto in giardino le luci accese con i divanetti, le piante, ho detto agli altri: datemi un pizzicotto. Hanno tutti dato il massimo: avevamo fatto il possibile e l’impossibile».

Litigavate?

«Litigavamo in modo scherzoso. Per esempio: le avevano regalato un fischietto e pretendeva di usarlo come richiamo. Così quando fischiò le risposi con una parolaccia. Poi, scoppiammo a ridere».

Come se n’è andata?

«Serena, a casa, alle 22.50 di giovedì. Intorno a lei le persone che le volevano bene. Dopo, siamo stati travolti da una valanga d’affetto. Sarebbe stata contenta».

Vi siete detti qualcosa?

«Sembravamo una coppia di ottantenni felici, ai quali basta uno sguardo per capirsi. Nel suo ultimo sguardo, mi ha detto tante cose e nessuna».

Un gesto che le mancherà?

«Il bacino che le davo sulla fronte ogni volta che uscivo dalla sua stanza».

Perché al funerale ha chiuso la preghiera degli artisti incrociando pollice e indice?

«È il gesto del cuore in coreano. Michi lo adorava: lo faceva controtempo, quando non te lo aspettavi. Mi è sembrato bello farle salutare così tutte le persone che hanno riempito la chiesa d’amore».

Michela Murgia e quella profonda passione per la cucina. Il cibo? Un modo per nutrire di sé gli altri. Storia di Chiara Amati su Il Corriere della Sera domenica 13 agosto 2023.

Da qui in avanti, almeno per noi, gli spaghetti con le arselle avranno un gusto più intenso, di quelli che lasciano dentro il sapore dell’anima. Perché gli spaghetti con le arselle — ogni volta che tornava nella sua Sardegna — erano il piatto preferito di Michela Murgia, pensatrice libera ancor prima che scrittrice, drammaturga, opinionista e critica letteraria; mancata il 10 agosto scorso per un carcinoma renale al quarto stadio da cui, sapeva benissimo, non sarebbe mai tornata indietro.

Classe 1972, figlia di ristoratori, Michela non amava la cucina: di più, ne era semplicemente ossessionata. Tutti ciò che gravitava intorno alla tavola aveva fatto parte della sua vita in maniera dominante e dannatamente autentica. Era sarda, lei. E della sua terra conservava, tra gli altri, i riti legati al cibo, con uno sguardo attento alla valorizzazione del territorio e alle produzioni agricole. Riti spesso compromessi dalla frenesia di un periodo storico tanto fugace, quanto a tratti superficiale. «Non c’è più tempo a sufficienza — aveva detto nel corso di una intervista lei che, al tempo, si aggrappava con tutta la vita che le rimaneva —. Non c’è più relazione intorno alla tavola». E no, non era una questione di gusto. «Il primo maestro nutrizionista — diceva — è il corpo che, se ascoltato, dà segni chiari». Il gusto arriva poi «e va educato affinché obbedisca al corpo e non viceversa. Il resto è pura suggestione». Poi sosteneva che l’educazione alimentare dovesse entrare di diritto nei programmi scolastici non soltanto come percorso di consapevolezza salutare, ma come forma di educazione civica. Si batteva (anche) per questo, ripetendo spesso che «realizzare un piatto significa progettare comportamenti». Nell’affermarlo non mancava di ribadire che ignorare questa consequenzialità «è una delle forme di irresponsabilità più gravi di sempre».

Michela Murgia, Virzi': "Una ragazza sarda indomabile dal talento puro"

Il cibo come atto alimentare, insomma. Con quell’aura di sacralità propria dell’eucaristia. Di formazione cattolica, una laurea in teologia tra le mani, Murgia conosceva molto bene la portata del mistero cristiano. «Questo pane è il mio corpo, questo vino è il mio sangue» è una delle citazioni che più la affascinava perché intrisa del valore simbolico del mangiare e del farsi mangiare. Al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci lei dava una seconda interpretazione. Così, mentre dal pulpito ancora oggi ci viene ricordato che sono gli apostoli a dover sfamare la gente, lei spiegava quel «date loro voi stessi da mangiare» con un «datevi in cibo, nutriteli di voi». Murgia ci ha nutrito di lei. Lo ha fatto con eleganza in ogni momento della sua vita, in ogni modo le fosse consentito. A partire dai suoi libri — «Accabadora» e «Ave Mary » su tutti — dove la preparazione del cibo è vissuta come culto. E dove quello stesso cibo resta «una delle cose più sensuali che si possano fare al mondo». Anche quando si tratta di realizzare un piatto di spaghetti alle arselle. Semplice, mai banale perché nutrimento per anima e corpo. Eh no, non importa come lo prepareremo. Probabilmente lei — fautrice del «ricordatemi come vi pare» — avrebbe detto: «Siate liberi di scegliere la ricetta che più vi piace». Ma le arselle… no. Michela amava quelle della laguna Mistras, lungo la costa orientale del Sinis di Cabras, poco distante da Oristano. In quella Sardegna che le ha dato i natali cinquantuno anni fa. E che, per unicità, carattere e autenticità, non assomiglia ad altro che a sé stessa. Proprio come lei…

Estratto dell’articolo di Elvira Serra per il “Corriere della Sera” lunedì 14 agosto 2023

Cristiano Murgia ha 50 anni, tredici mesi in meno di sua sorella Michela. […] Ce ne parla da San Giovanni di Sinis, nell’Oristanese, dove è già tornato e dove gestisce il ristorante di famiglia. […] 

Cosa le resta dell’ultimo saluto pubblico a sua sorella?

«È stato una festa. Del resto era da lei, aggiungere ricchezza. […] E poi la macchia mediterranea in chiesa e i carciofi, che per la mia famiglia hanno un significato particolare». 

Quale?

«Nostra madre, donna fortissima, faceva sempre la battuta: “Quando capiterà a me, non spendete soldi in grandi cose, mi mettete dentro una cassettina di carciofi e io sono a posto”. Così quando ho visto quei carciofi mi è venuto un po’ da ridere».

Il suo primo ricordo con Michela?

«Quando da Cabras ci siamo trasferiti qui, dove nostra madre aveva aperto un negozio di artigianato: io avevo 9 anni e Michela 10. San Giovanni era una borgata marina che viveva solo d’estate, d’inverno ci abitavano giusto quattro famiglie: una era la nostra. C’era un pullmino che ci portava a scuola e lei già allora era la leader del gruppo, ma lei è proprio nata leader». 

Faccia un esempio.

«Organizzava escursioni alla scoperta di un mondo diverso dal paese dove eravamo cresciuti. Giocavamo agli esploratori. Andavamo in giro per Tharros, il sito archeologico che ai tempi era a libero accesso. Ci eravamo fatti una cultura sui libri che vendeva nostra madre in negozio e ci piaceva andare lì e immaginare com’era la città di allora». 

[…] Una cosa che ha imparato grazie a sua sorella?

«Mi ha insegnato lei a nuotare, non solo nel mare di San Giovanni, ma nel mare della vita. Mi ha tenuto per mano per tante cose, era il mio punto di riferimento. Dove andava lei andavo io, mi portava sempre appresso». 

Aveva compreso di avere una sorella speciale?

«Io onestamente ancora adesso, e più che mai dopo queste settimane, mi chiedo se sono riuscito a capire chi fosse, perché per me era soprattutto la mia compagna di giochi. Era peggio di mia madre: quando avevo le fidanzatine non andavano mai bene.

Ecco, nemmeno quando vinse il Campiello realizzai che aveva fatto qualcosa di eccezionale: per me era normale che lo vincesse, era il frutto del suo lavoro». 

La vedeva scrivere?

«Sì, certo. Io mi alzavo presto per andare a lavorare, alle 5, e lei era ancora sveglia e la trovavo a scrivere i suoi libri. Cominciava la sera dopo cena e non smetteva fino alle 6 del mattino, quando poi andava a dormire. Diceva che di notte le riusciva meglio». 

[…] Quando l’ha sentita l’ultima volta?

«Giovedì mattina, il giorno della morte, ha chiamato lei alle 11.14. È stata l’ultima telefonata che ha fatto, mi ha detto Roberto Saviano. Era sofferente perché i dolori erano veramente fortissimi e non riusciva più a controllarli, ma l’ho trovata consapevole, aveva la voce stanca ma serena, e questa cosa è stata molto importante quando poi sono andato da mia madre. Ci ha dato forza, ancora una volta lei a noi, pure in un momento in cui era così debole».

È vero che le ha assegnato il compito di disperdere le ceneri in Corea del Sud?

«So che è Lorenzo (Terenzi, il marito, ndr ) ad avere in mano le volontà di Michela. Se così sarà, sarò orgoglioso e felice di farlo». 

È stato difficile separarsi da lei nel 1990, quando vostra madre vi portò da zia Annetta dopo l’ennesima lite con vostro padre?

«Dire che mio padre fosse difficile non rende l’idea: ha messo davvero alla prova la nostra capacità di stare insieme e di essere forti. Vivere con lui è stato un vero incubo. Quando Michela ha deciso di restare da zia, io ho scelto di tornare indietro per non lasciare mia madre da sola con quella persona. Ma ero contento che Michela ne stesse lontana».

Un regalo speciale?

«Una volta mi ha mandato a casa con un pony un biglietto aereo per andare a Londra a vedere i Dire Straits alla Royal Albert Hall, con un badge per la vip experience […]». […]

Il medico di Michela Murgia: «Mi chiamò e mi disse: ora posso andare. Tra noi c’era un patto». Redazione Online su Il Corriere della Sera martedì 15 agosto 2023.

Fabio Calabrò, direttore di oncologia medica all’Istituto nazionale dei tumori del Regina Elena di Roma, è stato il medico di Michela Murgia: «Quella chiamata giovedì mattina, e il nostro patto per rinunciare alla cura»

Giovedì mattina, poche ore prima di morire nella sua casa di Roma, Michela Murgia ha chiesto di poter parlare al telefono con il suo medico. 

«Era molto presto, non l’aveva mai fatto a quell’ora», ricorda — in una intervista a Repubblica , il professor Fabio Calabrò. «Era riuscita a dettare l’ultimo capitolo del libro sulla gestazione per altri, un lavoro al quale teneva particolarmente. Voleva che lo sapessi, che ce l’aveva fatta. “Dottore, ora posso andare”, ha sussurrato. E qualche ora dopo se n’è andata. Anche se è difficile per noi che l’abbiamo conosciuta pensare che lei non ci sia davvero più». 

Calabrò, che è direttore di oncologia medica all’Istituto nazionale dei tumori del Regina Elena di Roma, ha seguito la scrittrice e intellettuale durante il decorso della malattia che l’aveva colpita — un tumore ai reni al quarto stadio, come aveva raccontato la stessa autrice in questa intervista al Corriere , anticipando il suo libro, «Tre ciotole». 

«Da quella notte di Capodanno del 2021, quando ha rischiato seriamente di morire, Michela ha continuato a fare quello che ha sempre fatto. Cioè è rimasta una donna libera. Di scrivere, certo, di amare, di riempire l’esistenza di chi ha avuto la fortuna di starle accanto», spiega ora Calabrò. 

Il ricordo del professore, nel corso dell’intervista, prende le mosse proprio dalla prima volta in cui i due si incontrarono, «al San Camillo. Furono alcuni suoi amici a portarla in ospedale perché durante una tournée aveva mostrato segni di affaticamento. Non respirava bene, era molto stanca. Mi aspettavo una donna scontrosa, polemica, forse addirittura incattivita da quello che le stava succedendo. Percepii in lei, invece, uno sguardo e una accoglienza che non mi sarei mai aspettato. Mi colpì con la sua dolcezza». 

Murgia domandò subito al dottore: «Quanto mi resta?». E gli chiese di stipulare quello che definisce «un patto»: «Che sarebbe stata libera di rinunciare alla cura nel momento in cui le medicine le avrebbero impedito di essere quella che era sempre stata. Io penso che quando si dà una comunicazione corretta a un paziente le si regala la libertà. Forse per questo ha detto che per lei sono stato un buon medico. Le ho garantito la libertà fino all’ultimo giorno. Ed era tutto quello che lei desiderava». 

«Nelle ultime settimane», continua il professore, «non riusciva più a muoversi, ma ha continuato a dettare pagine e pagine con una lucidità incredibile. Ed è stata libera anche quando ha accettato la radioterapia, il taglio dei capelli che ha condiviso in pubblico. Aveva bisogno di conquistarsi giorni, settimane. Sapeva che a un certo punto avrebbe dovuto dire basta. Ed è andata proprio così. Quella telefonata, poche ora prima di morire, è stato il suo modo di affermare ancora una volta la sua libertà: ora ho finito, posso andare».

Lettera di Alessandro Giammei, Francesco Leone, Lorenzo Terenzi, Raphael Luis Truchet, Riccardo Turrisi al “Corriere della Sera” mercoledì 16 agosto 2023.

Roberto Saviano ha accudito Michela Murgia nelle ultime, difficilissime ore della sua vita con la devozione, il coraggio e la generosità di un fratello. Lo ha fatto con un rispetto e una dignità tali che al suo capezzale, al cospetto della malattia e della morte, nel riscaldamento globale che incendia quest’estate infernale, non si è mai tolto la giacca. Non si è tolto quella giacca durante la straziante veglia in casa, né durante il lungo e caldissimo giorno del funerale. In un dolore che ha scomposto chiunque, anche chi non aveva mai incontrato Michela, Roberto non ha trasgredito a questa regola di rispetto e umiltà d’altri tempi. voluto fisicamente nella stanza con sé solo Roberto. È lui che le ha tenuto il telefono vicino alla bocca perché potesse sussurrare, in sardo, le ultime parole alla sua famiglia di origine a Cabras. È lui che ha carezzato e vegliato Michela quando molti suoi familiari d’anima, come chi scrive queste righe a nome di tutte, erano su aerei, treni, automobili, addirittura aliscafi per tornare da lei. È a lui che Michela ha chiesto un ultimo bacio di conforto: il bacio che tutte e tutti speravamo di darle, e che lui per ognuno le ha trasmesso, come un farmaco. L’ultimo possibile farmaco. Il più benefico.

Che Roberto Saviano per Michela fosse più di un amico, più di un compagno di lotte e di un’ispirazione letteraria, più di un fratello, non c’è bisogno di dirlo noi. Lo ha detto lei, con la chiarezza esplicita e straordinaria di cui era capace come forse nessun altro in lingua italiana. Lo hanno registrato telecamere e radio, carte, profili social, piazze e memorie. È dunque una verità condivisa e innegabile. 

Quel che possiamo aggiungere, non per l’interesse di nessuno ma per l’onore del vero, è che parlando al suo funerale Roberto ha esaudito un desiderio fortissimo di Michela, addirittura un mandato. Che lo ha fatto dunque per generosità, per rispetto di una volontà, a spese della sua fatica emotiva e fisica in un frangente devastante. E che lo ha fatto con le parole esatte che Michela Murgia avrebbe scritto se, come certo avrebbe desiderato, avesse potuto pronunciare lei stessa un discorso al proprio funerale.

La gratitudine che proviamo nei confronti di questo gesto ci comanda di chiedere a chiunque ami, o anche solo rispetti, l’eredità straordinaria di Michela Murgia di amare, o almeno rispettare, quel che ha fatto per lei e per noi Roberto Saviano il 12 agosto del 2023. 

Siamo offesi a morte da chi, invece di ricevere il discorso di Roberto come il dono lucido, intelligente, sincero e necessario che è, sta cercando di gettarvi un’ombra estranea con metodi e retoriche fasciste. Da anni Michela ci esprimeva la preoccupazione per la solitudine in cui questo formidabile intellettuale è abbandonato, come tante volte è stata abbandonata lei, quando dice quel che è necessario sia detto.

Non denunciare con disgusto questa infamia sarebbe come uccidere Michela di nuovo. Siamo pronti a denunciare le altre infamie che verranno. E, con il coraggio che Michela ci ha insegnato, ci auguriamo che molte e molti siano con noi e con Roberto. Anche solo pensare, malignamente, che Roberto Saviano abbia tenuto un suo «comizio» al funerale, è irricevibile. 

La buona creanza vorrebbe che si ignorassero simili interessate, volgari infamie all’indomani di una liturgia e di un commiato miracolosamente specchiati, corrispondenti allo spirito e alla volontà di una donna che ci è stata madre, sorella e sposa, una che gesti (non comizi) orgogliosamente politici li desiderava per il suo funerale e continua a sollecitarli con la memoria imperitura. Tuttavia Michela impone, col suo esempio, di anteporre la verità e l’amore alla buona creanza. E dunque desideriamo stabilire alcune cose vere, anche quelle che con eleganza sarebbe stato bello tacere.

Estratto dell’articolo di Elisa Messina per corriere.it giovedì 17 agosto 2023.

Se si potesse misurare l’odio di cui Michela Murgia è stata bersaglio negli anni in metri cubi, quanto sarebbe grande? Almeno tanto quanto entra in un armadio. Che esiste: è nello studio legale di Cathy La Torre, avvocata, attivista, curatrice testamentaria e amica della scrittrice scomparsa il 10 agosto per un tumore. 

Vi sono accatastate tutti fascicoli giudiziari delle cause intentate nell’arco degli ultimi quattro anni a chi la insultava gratuitamente sui social: decine di cause vinte e di cause in corso. Metri cubi di fogli che raccontano le ondate di insulti che la investivano dopo una posizione espressa in tv, o sui social e spesso lasciati visibili sulle bacheche pubbliche di personalità politiche o di testate giornalistiche. […]

[…] insulti alla persona con epiteti violenti, frasi sessiste, attacchi all’orientamento sessuale (“scrofa”, “ti dovrebbero stuprare”, “cessa schifosa”, “più larga che alta”). Parole che mai entravano nel merito delle idee espresse ma prendevano la scorciatoia dell’insulto ignobile. […] 

[…] «Poi nel 2019 - racconta La Torre - decidemmo, insieme, che non potevamo più ingoiare e basta. Bisognava rispondere in sede giudiziaria. Non con querele penali, bensì per via civile. Perché Michela ed io eravamo convinte che il reato di diffamazione sarebbe da depenalizzare e non dovrebbe intasare i tribunali penali che si occupano di reati più gravi.

Meglio agire per via civile con forme di giustizia riparativa ovvero attraverso richiesta di risarcimento danni e richiesta di scuse. «Così, insieme, io per le mie offese, lei per le sue abbiamo avviato una sorta di esperimento giuridico». Esperimento che è anche una battaglia culturale e politica perché insieme, avvocata e scrittrice affiancarono alle cause la campagna «Odiare ti costa»: «È una questione di educazione digitale - spiega l’avvocata - perché non siamo consapevoli del male che fanno le parole che usiamo troppo disinvoltamente sui social». 

Così, dopo le indagini […] per profilare gli haters, sono partite le prime lettere con richiesta di mediazione civile. «In quella sede si può trovare un accordo: per esempio con una lettera di scuse e una donazione in denaro a un’associazione decisa da Michela. L’80 per cento dei casi si sono risolti così. Michela ha partecipato a molte mediazioni e ogni volta si stupiva di come i tentativi di giustificazione fossero sempre gli stessi: “non avevo capito… non volevo offendere…”. Abbiamo decine di lettere di scuse in cui odiatori e odiatrici si pentivano, ma solo quando si trattava di dover mettere mano al portafoglio». 

Si potrebbe tracciare anche un profilo medio dell’odiatore di Murgia: over 50, maschio o femmina in egual misura, politicamente orientato a destra anche se non sono mancati quelli di estrema sinistra. E quando capita che l’odiatore non si presenta alla mediazione, oppure si presenta ma rivendica quello che ha scritto, allora si valuta se procedere con la causa civile per il risarcimento del danno subito: «Vinte tutte. E con risarcimenti altissimi per cause di questo tipo: fino a 25mila euro. Non è semplice quantificare un danno intangibile, non c’è un braccio rotto, o un’auto fracassata, bisogna fare una valutazione sulla reputazione della persona offesa, il suo peso professionale e intellettuale, il suo seguito... Le ultime sentenze erano bellissime in questo senso, ma Michela non ha fatto in tempo a vederle».

In effetti sono sentenze esemplari nella loro formulazione: In una delle ultime, pronunciandosi in seguito a un insulto «razzista e sessista» ancora leggibile sulla bacheca Facebook di Matteo Salvini, il giudice parla di «mero e deliberato attacco all’onore e alla reputazione della sig.ra Murgia» e motiva la condanna precisando che «la volgarità del commento in questione è portatrice di una valenza obiettivamente denigratoria, che non può in alcun modo risultare coperta dall’ombrello del diritto di critica». 

[…] In certi periodi la scrittrice era letteralmente sommersa dall’odio. Racconta La Torre: «[…] Il 2021 fu terribile. Fu insultata per aver criticato la scelta di nominare il generale Figliuolo alla guida della campagna vaccinale, addirittura per le opinioni su Battiato. Le conseguenze sullo stato d’animo della scrittrice erano forti. «Ricordo che nel 2021 aveva iniziato a perdere peso, quando andavamo a cena non mangiava e vomitava spesso. Le dicevo di continuo: “devi farti visitare” e lei mi rispondeva: “è psicosomatico!” Riconduceva il malessere, il vomitare, l’inappetenza all’odio e agli attacchi social». E lo ha voluto narrarlo quel malessere, spiega Giammei: «Il racconto sul vomito nell’ultimo libro, “Tre ciotole” nasce lì: è ispirato proprio dalle reazioni fisiche che le provocavano i commenti di odio e il bullismo di cui era vittima».

Ma come scoprì poco dopo c’entrava anche un tumore. «Eravamo nel periodo della pandemia e Michela non ebbe veloce accesso ai controlli medici» racconta La Torre. Ma quel profondo malessere che gli attacchi le provocavano da mesi era reale, tangibile da tempo. E adesso? L’armadio della vergogna resta aperto. «Porteremo avanti le cause rimaste in sospeso e ne inizieremo altre per le quali Michela ci aveva dato già l’ok […]»

Da La Repubblica.

Estratto dell’articolo di Alessandra Carbonini per genova.repubblica.it giovedì 17 agosto 2023.

“Le battaglie che Michela Murgia ha portato avanti sono state legate a sue convinzioni personali e ad esperienze di vita, ma i contenuti del suo contributo culturale in moltissimi casi sono stati apertamente in contrasto con l’insegnamento della Chiesa e della dottrina cattolica. In modo particolare per quanto concerne la concezione della famiglia e altri argomenti molto importanti come l’aborto, l’eutanasia e altre situazioni del genere” tuona in video il Vescovo della diocesi di Ventimiglia - Sanremo.

“Invito il Vescovo alla riflessione e a fare un tuffo nel 21esimo secolo, e così potrà anche finalmente perdonare la cristiana Giorgia Meloni per aver dato alla luce un bimbo fuori dal matrimonio. Suvvia, cosa vuole che sia” replica dallo schermo Marco Antei, voce autorevole del movimento Arcigay imperiese. Teatro del ‘botta e risposta’, la celebre piattaforma web YouTube.

Protagonisti, Monsignor Antonio Suetta, Vescovo di Ventimiglia – Sanremo, e Marco Antei, Presidente di Mi.a. Arcigay Imperia. Al centro, la scrittrice, drammaturga e opinionista Michela Murgia, la cui scomparsa, come prevedibile, ha portato con sé una scia di commenti positivi e solidali, ma anche prese di posizione di segno opposto, nate da differenti vedute. 

E’ la vigilia di ferragosto quando Monsignor Suetta posta su YouTube un video, un suo commento su Murgia e, in particolare, sullo svolgimento delle sue esequie, pare disattivando poi i commenti, forse prevedendo il maremoto che avrebbe provocato. “Non intendo parlare della persona Michela Murgia – puntualizza subito il Vescovo – desidero soltanto dire una parola in risposta a molte persone che mi hanno contattato esprimendomi delle perplessità e degli interrogativi”. 

[…]

Ma nel mirino del Vescovo di Ventimiglia - Sanremo c’è pure il funerale della Murgia, in riferimento al quale parla di “una serie di applausi quasi come un tifo da stadio, un atteggiamento di festa che mi pare davvero improprio”. Tanto è bastato per provocare la risposta al vetriolo, sempre su YouTube di Marco Antei, Presidente di M.i.a. Arcigay Imperia. 

Il quale, senza peli sulla lingua, ricorda subito in video che “stiamo parlando dello stesso Vescovo che definì la vittoria della Meloni alle ultime elezioni come la vittoria dell’Umanesimo cristiano, giusto per ricordare il contesto”. 

“Vorrei per prima cosa concentrarmi sull’avversione ossessiva del Vescovo per la concezione di famiglia di Michela Murgia – prosegue Antei - Io voglio difendere questa concezione di famiglia queer, nel senso di famiglia scelta, che può essere composta da un uomo, una donna e dei figli, oppure da una donna single o due donne con o senza figli, oppure come nel mio caso, da due uomini e un cane grosso e peloso”.

Nel video, reperibile anche sulle pagine Facebook e Instagram del movimento Arcigay, Antei replica anche a Monsignor Suetta per la critica al ‘coro pressochè unanime di approvazione verso le convinzioni della scrittrice scomparsa. “Ma di cosa stiamo parlando? - così Antei -. Di una religione cristiana e cattolica che domina da un paio di millenni milioni di persone, della conversione forzata nei secoli degli eretici, dei non credenti e dei diversamente credenti, oppure del desiderio di due persone che si amano di potersi sposare e del consenso che questo desiderio suscita?”. […]

Dal “Venerdì di Repubblica” venerdì 25 agosto 2023.  

Premetto che Michela Murgia mi piaceva. Mi piaceva come scrittrice, che per me era la sua qualità migliore, e condivido molte delle opinioni dichiarate in diverse occasioni pubbliche. Quello che non mi piace è questa enfasi collettiva nel celebrare un personaggio e alcune posizioni che per me, vecchia femminista degli anni 70 (il decennio in cui era nata Michela) sono tutt'altro che nuove, anzi perfino ovvie.

So bene che niente è conquistato e guadagnato per sempre, l'impegno va rinnovato. Dopo la mutazione antropologica degli anni 80 e via via a salire fino al nuovo millennio, sembra che tutto sia stato cancellato, soprattutto la necessità di comportamenti rivoluzionari. Però le famiglie non tradizionali e non di sangue esistono da almeno cinquant'anni e le hanno formate e volute persone semplici e meno semplici, famose e meno famose, intellettuali e operaie, gente come me che ha vissuto in una comune o in case occupate, con una schiera di compagni, amiche, figli, dividendo lavori impegni e affetti senza tanto clamore.

E la libertà di dire e fare quello che si pensava e si voleva in coppia l'avevano già sostenuta Simone de Beauvoir e Sartre, il rispetto per ogni tipo di amore, una vita votata alla militanza civile e politica erano stati già inventati e praticati da persone come Hannah Arendt, Bertolt Brecht, Pasolini, da tutte le nostre compagne e compagni.

Dunque, perché tutta questa enfasi? 

Quest'epoca è così povera che per affermare ciò che non è nuovo (ma sempre giusto) è necessario urlare, essere sempre molto visibili, quando basterebbe riscoprire e studiare la storia. Certamente è un mio limite, dato che, da vecchia quale sono, mi tengo stretta alle categorie del secolo scorso e fatico a capire quelle attuali, ma tutto questo conformismo celebrativo post-mortem mi è quanto mai fastidioso, è una musica stonata, specie se a suonarla sono persone della mia età o anche poco più giovani che la storia dovrebbero averla vissuta o perlomeno conoscerla. Non conoscendo MM, non so se le avrebbe gradite, ma se era davvero così poco compiaciuta e compiacente, temo, anzi spero, di no.

Federica Ricci Garotti

Risposta di Natalia Aspesi: 

Michela Murgia mi faceva venire il nervoso, mi pareva che il suo sorriso, la sua foga, e soprattutto quel che diceva, fossero storie, come pensa lei, vecchie, che arrivavano con grande ritardo rispetto a quel che avevamo vissuto negli anni importanti della nostra ribellione, e da lì non riuscivamo più a muoverci, sempre a ripeterci quel che ci eravamo già detti negli anni belli, i 70, gli 80, e chi la pensava così era vivo, giovane, e tutto portato al futuro. 

Oggi è come se non fosse successo nulla, i giovani protetti e abbacinati dal web, e con i genitori in colpa per chissà che, scoprono adesso ciò che abbiamo vissuto noi, come se fossero passati centinaia di anni e non al massimo quaranta. 

Semmai forse c'è una cosa nuova e orribile, si sta affermando il diritto, dico proprio il diritto, di far fuori le donne, tanto che quelle ammazzate dagli ex partner non vanno più neppure in prima pagina. Come se fosse un po' noioso ricordarlo. 

Adesso non mi sgridi perché in questo la penso in modo diverso da lei. Ciò che invece mi ha davvero colpito è stata la fine di Michela Murgia, la sua morte gridata e accolta sempre sino all'ultimo con le sue serene risate, e fra i tanti lacrimosi articoli sulla sua fine quello che mi è sembrato il più bello è l'intervista di Repubblica al dottore che l'aveva in cura. Quando lei ha annunciato la sua morte non ci ho creduto, quando si è fatta rasare i capelli non ci ho creduto, quando si è sposata non ci ho creduto.

E poi da un giorno all'altro, a 50 anni, è morta. Lei ha ragione, forse l'apoteosi è stata davvero un eccesso, ma perché? Perché credo che la gente abbia sentito che quella era una voce libera come non ce ne sono più, che lei aveva deciso di morire per dare coraggio alla paura degli altri. È stato forse l'ultimo grido prima che il silenzio cadesse tra noi. Poi tutto è scomparso, sepolto da se stesso. Adesso siamo qui, vergognandoci, a lottare per il cosiddetto salario minimo, una vergogna, come l'ultima speranza.

Murgia era la favola che sapeva raccontare l'ultima spiaggia: poi forse con lei si è spenta la nostra capacità di resistere.

Da Il Venerdì- La Repubblica venerdì 8 settembre 2023.

A proposito dell'articolo su Michela Murgia su il Venerdì del 25 agosto immagino che lei riceverà numerose risposte. Sarò quindi breve, per non rubarle il tempo di sentirsi, come spesso capita, una incompresa. Innanzi tutto il titolo davvero infelice. Spero capirà. Murgia è deceduta... Non le può rispondere né replicare!!!! Quindi lei compie una vera azione umiliante. 

Dice pure che non le ha creduto quando ha annunciato la sua morte!!!! Beh, forse morire a 50 anni non è stata la sua esperienza, mi pare... forse per questo non ci credeva? In secondo luogo l'inizio della sua risposta: «Michela Murgia mi faceva venire il nervoso...» non capisco perché lei paragoni l'impegno di Murgia alle sue arciripetute e ritrite battaglie vissute negli anni... Murgia era di un'altra generazione, due meno della sua!!!!

Non è che lei, signora Aspesi, ha visto e fatto tutto... Ha parlato di figli d'anima, di famiglie queer... si è battuta in prima linea per battaglie per i diritti che qualcuno ricordi? Ha letto tutti i libri di Murgia? Hai vista a teatro? L'ha seguita alla radio? Ha la stessa storia? È nata in Sardegna in povertà? È laureata in teologia? Io capisco cosa di Murgia non le piaccia. La modernità. La capacità di toccare il cuore e di mettere il dito sulla piaga. Le consiglio di leggere Vespa, o Fabio Volo... anni fa. Cosa ci si poteva aspettare? Io mi aspettavo che sapesse cosa è il rispetto.

Ma che barba signora, possibile che anche lei faccia parte della noiosissima schiera che legge e non capisce quel che legge perché al primo ostacolare perde la testa e scopre quel che lei vorrebbe, per poterne poi parlare male? Di capire, come immagino lei pensi, Roma per Toma? Credo di aver scritto, lontano da ogni lirismo, le parole giuste: anche io sono rimasta colpita perché la signora Murgia stava davvero morendo, senza perdere mai il sorriso, e io, come tanti, non ci ho creduto: è la verità che la infastidisce, è la ragione per cui la folla l'ha così celebrata, è stata la sua sfrontatezza verso la morte?

Quando lei ha annunciato che moriva, noi, abituati alle vostre frasi finte, perché avremmo dovuto crederci? Le ricordo solo, delle mie "arciripetute e ritrite battaglie", che noi vecchi abbiamo ottenuto ciò che compatibile, dal divorzio al diritto di famiglia, che forse lei non conosce ed è quello che ci consente di avere sui figli gli stessi diritti del padre. 

Lei, per darsi delle arie, mi chiede di leggere i libri meno invitanti, mentre come può immaginare io leggo libri che mi piacciono, diciamo a un livello più su. Quanto ai libri della anche premiata, io non ne ho mai letto uno, trovandoli magari belli ma molto semplici, né l'ho mai seguita a teatro perché ciò che piace a me è molto diverso. Poi ha visto come siamo noi: la Murgia lottava per i queer, agli altri la cosa non piaceva, e la sinistra è stata largamente sconfitta. E al potere, chissà per quanto, abbiamo la destra-destra che di queer non ne vuol sentire parlare.

DAGOREPORT sabato 9 settembre 2023.

Casa dolce casa… no, meglio, facciamo Benjamin: “La casa, la patria”. Dico: uno come se la immagina una casa queer? Come minimo senza porte, senza serrature. Partiamo da queer: “Termine utilizzato per indicare coloro che non sono eterosessuali e/o non cisgender, che nella lingua inglese significava eccentrico, insolito, connesso al tedesco quer ovvero di traverso, diagonalmente. Ecco mi immagino una casa in diagonale, un po’ stile Buontalenti a Bomarzo, un pizzico di Gaudì e un quarto di Zaha Hadid.

La casa queer me la immagino, anzitutto, senza pareti verticali, inequivocabili simboli eretti, fallocentrici e patriarcali. Me la immagino, forse, senza un tetto, simbolo di chiusura ed esclusione verso l’esterno e la Natura. Me la immagino come una architettura rispondente alle indicazioni del filosofo Derrida, il cui pensiero in America ha fondato le French Theories reimportate in Europa nella declinazione mainstrem del politically-correct, cancel-culture, gender fluid, queer… insomma, tutte le declinazioni al contrario direbbe Vannnacci. L’architettura, scriveva Derrida, deve essere senza finalità, mettere in crisi il concetto di arché, l’idea che debba servire a qualcosa, che si fondi sul linguaggio classico e instaurativo di utilità, bellezza (firmitas, utilitas e venustas di Vitruvio), deve essere una architettura che sia “chance”, scriveva Derrida. La casa queer me la immaginavo così.

Ed ecco, allora, quale stupore ci coglie entrando oggi, grazie al pezzo di Sara Scarafia (come Scaraffia ma senza una f) su “Repubblica”, entrando nella “Casa queer di Michela Murgia”! Quale senso di tranquillità, quale déjà vu. Anzitutto siamo colpiti dalla grande poltrona a dondolo sulla quale siede il marito in articulo mortis Lorenzo: è una superba immagine patriarcale, dell’Ottocento, penso. Ma Scarafia senza una f subito ci mette in guardia: (la) Murgia, che non era un fuscello qualunqueer (ma questo è bodyshaming!), ci ricorda che “Lei”, quando sedeva sulla sedia a dondolo, “era elastica e aveva un rapporto col suo corpo stupendo”.

Vabbé, se non sul dondolo come una Virginia Woolf, per sedersi (ma sedersi non è un atto poco queer? Poco movimentista?) nella casa queer ci sono divani a L, in grigio chiaro e “le sedie di velluto attorno al tavolo rettangolare” e il parquet di legno chiaro, proprio come a casa di mia sorella, mi viene in mente, che però non è queer e fa il medico di base. La candela profumata sta in una lampada alla turca, uguale a quella che le signore radical-chic della Milano anni Novanta compravano nel costoso negozio di roba esotica chiamato, per paradosso, High-tech.

La libreria della casa queer è a ripiani, razionalista, montabile con su tre libri, le foto e una targa, come dalla mia vicina di casa. Però, attenzione: l’ha montata lo Sgomorrato! Sì, Scarafia senza una f ci informa che “Roberto ha preso il trapano in mano”. E chi non vorrebbe avere una libreria Ikea, antimuffa e antimafia, montata con il Black&Decker da Saviano? Mica l’immigrato pagato in nero!

Ed eccoci nel tempio della casa queer: la cucina. Noooo, quando dici che le donne devono stare in cucina e ti senti il massimo dello stronzo patriarcale… Io credevo che nella casa queer la cucina non ci fosse. Invece “Lei” adorava stare ai fornelli come una sora Fabrizi: “Cucinava il risotto” (“riso e rane trionfo meneghino”, poetava quel minore di Montale).

Nella cabina armadio (urca) ci stanno ancora “gli abiti queer usati per la festa di matrimonio”, quelli bianchi firmati da Dior (accipicchia) indossati pure dallo Sgomoratto, dal cannibale Repetti e dalle pseudo scrittrici amiche sue. Ciò contrasta, in parte, con un articolo del “Corriere” che alcuni giorni fa ci informava che “il guardaroba di Murgia” sarebbe andato a “Chiara Tagliaferri” (caspita, che notizia!): ma la taglia, mi chiedo, andrà bene o si deve passare dalla sarta cinese? 

Sono “momenti di non trascurabile felicità”, scrive la giornalista citando il titolo di un libro molto di moda (eh… i libretti degli pseudo scrittori li sfogliamo anche noi ignorantoni, cara Scarafia senza una f) “quando Lorenzo entra in camera da letto”: ma come, la casa queer c’ha pure ‘na normale camera da letto, letto matrimoniale a due piazze, epitome del matrimonio cattolico e borghese? Manco a tre? Manco il lettone di Putin? Per fortuna, ogni tanto in camera arriva Patrizia (che è? La domestica?) con la “biancheria lavata e stirata, perché la lavatrice nella casa dell’anima non c’è ancora”. Hai capito: pure la lavatrice voleva, l’elettrodomestico massima aspirazione delle sciurette aspiranti cittadine del Dopoguerra!

Nella camera ci sono letto matrimoniale e lettino, come per la famiglia Rossi quando va a fare le vacanze alla Pensione Marisa sull’Adriatico. Ma, attenzione: “Nel comodino che era di Michela – specifica Scarafia senza una f -, ora c’è il quarto volume della Recherche che Terenzi (ndr Lorenzo Terenzi, il marito) sta leggendo”. E qui siamo presi da un sussulto: ma nella casa queer sarà finito lo stesso volume che Alain Elkan stava leggendo su quel maledetto treno per Foggia? Forse è “Repubblica” che dà la copia in prestito?

Da Avvenire.

Michela Murgia, le sue idee, il dibattito: legittimo discutere e farsi domande. Storia di Maurizio Patriciello su Avvenire mercoledì 16 agosto 2023.

Non accenna a scemare il dibattito scaturito all’indomani dei funerali di Michela Murgia. È un bene, se lo si fa con carità, nella verità. Dunque, Murgia che si è sempre detta cattolica ha voluto e ottenuto i funerali in chiesa. Il rito funebre per i cattolici è un momento delicato e importante per la persona scomparsa, per coloro che le volevano bene, per chi partecipa. La Chiesa prega perché il Signore perdoni i peccati che chi riposa nella bara ha commesso per la fragilità della condizione umana e doni conforto a chi è prostrato dal dolore. La morte è una cosa seria, non va banalizzata in alcun modo. C’è chi al suo passaggio sbanda nel rapporto con Dio e chi, al contrario, si fa più pensoso, pone domande, cerca risposte, interroga.

Dio nessuno l’ha mai visto, Gesù di Nazareth ce lo ha rivelato. Da quei giorni, però, ci separano – per adesso – 2000 anni: questo “grande fossato” potrà mai essere calmato? Se sì, quale ponte possiamo attraversare senza il rischio di precipitare nel torrente sottostante? I cattolici dicono: la Chiesa, che procedendo a ritroso affonda le radici in quel tempo, in quei luoghi. Sarà tutto vero? È vero, per esempio, che Maria fu assunta in cielo? La Chiesa ce lo conferma, il dogma è questo. Siamo, naturalmente, nell’ambito della fede cristiana e cattolica. La sorella Michela, di questa Chiesa, come me, come tanti, si è detta figlia. Come me e ogni essere umano ha avuto pregi e difetti. Nessuno si arroghi il diritto di giudicare le sue azioni. I peccati i cattolici – dal Papa all’ultimo dei miserabili – li confessano nel segreto del tanto bistrattato e incompreso confessionale. 

Michela non è stata una donna qualsiasi, ma un’intellettuale schierata politicamente, con idee ben chiare sui temi più scottanti che tengono acceso il dibattito culturale, religioso, politico. Dibattito in cui la Chiesa non poteva, e non può, fare a meno di scendere in campo, se non vuole peccare di omissione e di codardia. La guerra russo-ucraina vede papa Francesco, con le armi che ha a disposizione: la preghiera, la diplomazia vaticana, e l’autorità morale che lo accompagna, intervenire a favore della pace. L’operato del Papa e della Chiesa viene salutato da tutti, capi di Stato, intellettuali, politici di ogni schieramento, gente semplice, con grande rispetto e riconoscenza. Che la Chiesa abbia a cuore la vita umana – sant’Ireneo: l’uomo vivente è la gloria di Dio – dal concepimento alla morte naturale è risaputo. Il perché è sotto i nostri occhi: tutti, anche chi è favorevole all’aborto è stato un piccolo puntino nel grembo della mamma. È una cosa seria, in ballo c’è la vita umana. La donna esercita diritti sul suo corpo, è vero, ma è altrettanto vero che c’è un essere umano che è troppo piccolo per potersi difendere. Qualcuno, magari un avvocato d’ ufficio, può tentare di dare voce alla sua flebile voce? Può chiedere di prendere in considerazione, oltre ai sacrosanti diritti della donna incinta, anche quelli del bambino non ancora nato? Ci siamo arricchiti o impoveriti? Quanti ragazzi, oggi, salvati dalla fogna all’ultimo momento, sono felici di vivere? È possibile perseguire questo et-et senza farci inutilmente male? Sì? Facciamolo. L’utero in affitto, per chi scrive, è un obbrobrio, per altri no. Alle donne povere dei Paesi poveri prima abbiamo rubato le braccia, poi il loro corpo per la nostra insana libidine, infine i loro figli che facciamo nascere, a pagamento, su commissione.

La Murgia nel suo capolavoro “Accabadora” parla dell’adozione da parte di Bonaria Urrai di una bambina di pochi anni, quarta figlia di una vedova povera. Maria sarà per lei una “figlia d’anima”. I genitori di mio padre, pur avendo messo al mondo diversi figli, accolsero in casa due “ figli della Madonna”, come venivano chiamati i bambini abbandonati presso il brefotrofio di Napoli. Questi miei zii, fino alla morte, andarono alla ricerca delle loro mamme, delle loro storie. Altra cosa è l’utero in affitto. La Chiesa ha preso posizione, come per la guerra, come per l’aborto.

Michela ha combattuto su posizioni opposte a quelle della “sua” Chiesa. Così ha ritenuto di fare, era suo diritto, ha fatto le “sue” battaglie. Per questo motivo è stata osannata da chi la pensa come lei e avversata da chi si trova sul fronte opposto, è normale. Così come è normale che da un punto di vista della fede cristiana cattolica qualche domanda la gente se la ponga. E non credo inadeguatamente. Rientra nei loro diritti di cittadini liberi e di credenti. Le idee sono fatte per essere discusse, accolte, confutate, rigettate. Le idee non muoiono con noi. Riposa in pace, Michela.

Da Il Tempo.

Michela Murgia è morta a 51 anni. A maggio aveva rivelato la sua malattia. Il Tempo l'11 agosto 2023

È morta Michela Murgia. La scrittrice aveva 51 anni ed era malata da tempo di un carcinoma al quarto stadio, del quale aveva parlato pubblicamente in una intervista al Corriere della Sera a maggio. Nata nel 1972 a Cabras, in provincia di Oristano, aveva esordito nel 2006 con ’Il mondo deve sapere'. Tra le sue opere più note ’Accabadora', ’Tre ciotole' e ’Istruzioni per diventare fascisti'.

La scrittrice aveva rivelato nella lunga intervista al Corriere della sera di avere un tumore in uno stadio avanzato, al punto che «l’obiettivo non è sradicare il male, ma guadagnare tempo». Aveva raccontato la convivenza con la malattia che le aveva colpito i reni, per poi estendersi ad altri organi. Due mesi fa aveva sospeso le uscite pubbliche, affermando nelle stories di Instagram di star tornando a casa «da quella che era l’ultima uscita pubblica che conto di fare per i prossimi sei mesi». Aveva poi ringraziato le persone che la invitavano, dovendo però rifiutarli: «Non ho le forze né il tempo per accettarli, il mio prossimo tempo è per chi amo». «Non farò neanche presentazioni di Tre Ciotole», aveva poi detto a proposito della sua ultima opera. L’editore Einaudi l’ha ricordata in un tweet, citando l’incipit del suo libro ’God Save the Queer’: «Dio mi ama come sono e vorrò essere, oppure rimarrò un disordine oggettivo nell’ordine della creazione, un’anomalia di programmazione destinata a stare ai margini, a essere guardata con sospetto, un peccato ambulante per il solo fatto di esistere così come sono?». 

Murgia è stata sposata dal 2010 al 2014 con Manuel Persico, informatico bergamasco di dodici anni più giovane. In seconde nozze ha sposato l’attore e regista Lorenzo Terenzi, di sedici anni più giovane. Matrimonio avvenuto qualche settimana fa non senza polemiche in quanto la scrittrice ha sottolineato la necessità di contrarre le nozze per vedere garantiti i diritti al compagno e a quella che lei definiva la ’famiglia queer’. Infatti a seguire la scrittrice - una volta trasferitasi nella nuova casa con giardino - ha organizzato una grande festa per festeggiare e celebrare l’unione del gruppo e la condivisione. Alla festa ha partecipato anche Roberto Saviano, considerato facente parte del gruppo. I partecipanti erano tutti vestiti di bianco, come se fossero tutti sposi. 

Michela Murgia è morta a 51 anni. A maggio aveva rivelato la sua la malattia. Il Tempo l'11 agosto 2023

È morta Michela Murgia. La scrittrice aveva 51 anni ed era malata da tempo di un carcinoma al quarto stadio, del quale aveva parlato pubblicamente in una intervista al Corriere della Sera a maggio. Nata nel 1972 a Cabras, in provincia di Oristano, aveva esordito nel 2006 con ’Il mondo deve sapere'. Tra le sue opere più note ’Accabadora', ’Tre ciotole' e ’Istruzioni per diventare fascisti'.

La scrittrice aveva rivelato nella lunga intervista al Corriere della sera di avere un tumore in uno stadio avanzato, al punto che «l’obiettivo non è sradicare il male, ma guadagnare tempo». Aveva raccontato la convivenza con la malattia che le aveva colpito i reni, per poi estendersi ad altri organi. Due mesi fa aveva sospeso le uscite pubbliche, affermando nelle stories di Instagram di star tornando a casa «da quella che era l’ultima uscita pubblica che conto di fare per i prossimi sei mesi». Aveva poi ringraziato le persone che la invitavano, dovendo però rifiutarli: «Non ho le forze né il tempo per accettarli, il mio prossimo tempo è per chi amo». «Non farò neanche presentazioni di Tre Ciotole», aveva poi detto a proposito della sua ultima opera. L’editore Einaudi l’ha ricordata in un tweet, citando l’incipit del suo libro ’God Save the Queer’: «Dio mi ama come sono e vorrò essere, oppure rimarrò un disordine oggettivo nell’ordine della creazione, un’anomalia di programmazione destinata a stare ai margini, a essere guardata con sospetto, un peccato ambulante per il solo fatto di esistere così come sono?». 

Murgia è stata sposata dal 2010 al 2014 con Manuel Persico, informatico bergamasco di dodici anni più giovane. In seconde nozze ha sposato l’attore e regista Lorenzo Terenzi, di sedici anni più giovane. Matrimonio avvenuto qualche settimana fa non senza polemiche in quanto la scrittrice ha sottolineato la necessità di contrarre le nozze per vedere garantiti i diritti al compagno e a quella che lei definiva la ’famiglia queer’. Infatti a seguire la scrittrice - una volta trasferitasi nella nuova casa con giardino - ha organizzato una grande festa per festeggiare e celebrare l’unione del gruppo e la condivisione. Alla festa ha partecipato anche Roberto Saviano, considerato facente parte del gruppo. I partecipanti erano tutti vestiti di bianco, come se fossero tutti sposi.  

Michela Murgia, tensione ai funerali a Roma: "Comunisti di m...". Il Tempo il 12 agosto 2023

Una piazza del Popolo piena per l'ultimo saluto a Michela Murgia nonostante il caldo. I funerali nella Chiesa degli Artisti sono celebrati da don Walter Insero, tra la folla anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, e una folta rappresentanza di famiglie Arcobaleno. Sotto le arcate della Chiesa trovano riparo alcuni rappresentanti dell’Anpi, con foulard e bandiere tricolori. Palloncini raffiguranti coloratissimi cavallucci marini si elevano nell’aria, mentre un signore orgoglioso sfoggia un cartoncino con la scritta ’Grazie Michela'. Tra i volti noti, Concita De Gregorio, la coppia formata da Francesca Pascale e Paola Turci, Ritanna Armeni, Roberto Saviano e tutta la famiglia "queer", come la definiva Murgia. 

 In chiesa non ci sono fiori, secondo quanto disposto dalla stessa scrittrice scomparsa a 51 anni per una grave malattia, tanto che è stata rimandata indietro anche la corona di fiori del Comune di Roma. Secondo quanto appreso da LaPresse da fonti della famiglia, Murgia non voleva fiori recisi in chiesa. Tutti i cuscini di fiori mandati da diverse autorità, dal sindaco al Comune, sono rimasti fuori sul sagrato.

Non è mancato un momento di tensione, quando un uomo di circa 50 anni ha gridato alla folla sul sagrato: "Comunisti di m***a. Viva la Meloni". La folla ha cominciato rumoreggiare e dirigendosi da dove era arrivata quella voce, poi la situazione torna tranquilla. L’uomo è stato poi avvicinato dagli agenti della Polizia locale. 

Da Leggo.

Morte Michela Murgia: le reazioni dei politici, vip e personaggi della televisione. Sono stati tantissimi i messaggi di cordoglio per la morte di Michela Murgia: da Calenda a Salvini, passando per Geppi Cucciari e Roberto Saviano. Jacopo Romeo su Notizie.it il Pubblicato il 11 Agosto 2023

Michela Murgia è morta ieri all’età di 51 anni: la scrittrice e attivista era afflitta da un carcinoma al quarto stadio e per tanto tempo aveva raccontato la terribile esperienza della sua malattia. Tutta Italia si è stretta nel dolore e non sono mancati i messaggi di cordoglio da parte dei personaggi pubblici. Dal mondo della politica a quello della televisione: in molti hanno voluto mandare un ultimo pensiero alla Murgia.

Michela Murgia è morta: le reazioni dei politici

Uno dei primi politici a far sentire la sua voce è stato Carlo Calenda, intervenuto così su Twitter: “Perdiamo una voce potente nel dibattito pubblico, creativa nella scrittura e una persona libera e coraggiosa. Riposa in pace Michela Murgia.”

Gli fa eco anche il parlamentare Alessandro Zan: “Lotteremo insieme sempre, perché ci sarai sempre e vinceremo noi”. La Boldrini definisce Michela Murgia una femminista, Maurizio Lupi le dedica un bel saluto: “Molte cose ci dividevano da Michela Murgia, ma ora è il momento del dolore per la sua scomparsa e del rispetto per una donna che ha reso la sua malattia un incitamento alla pienezza della vita. Le sue argute provocazioni hanno saputo stimolare riflessioni profonde. Ci mancherà.”

Simile anche il messaggio di Nicola Fratoianni: “Ciao Michela. Ti ho voluto bene. Grazie di tutto. Che la terra ti sia lieve”, mentre Matteo Salvini le dedica una preghiera.

Le reazioni alla morte di Michela Murgia dei vip e dei personaggi televisivi

Non solo i politici hanno reagito alla scomparsa di Michela Murgia. Sono arrivati anche tanti messaggi da parte di vip e personaggi televisivi come Geppi Cucciari: “Quel tuo ultimo sorriso, donna luminosa, lo porterò sempre con me.”

Intervengono poi anche Roberto Saviano: “Ma l’amor mio non muore”, Luciana Litizzetto: “Non so come faremo a stare senza di te. Ci hai insegnato come vivere e anche come morire” e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia: “Le persone come Michela Murgia sono corrosive. Perché, appunto, corrodono, intaccano i poteri, non ne sono comode stampelle. Indicano una direzione, un cammino da intraprendere. Raccontano di diritti e di libertà.” 

Estratto da leggo.it sabato 12 agosto 2023.

Vittorio Sgarbi non ha risparmiato il suo pensiero nei confronti di Michela Murgia neanche nel giorno dopo la sua morte causata da un tumore all'età di 51 anni. Il sindaco di Arpino, in gesto di "omaggio" senza ipocrisia ha ricordato alcune delle affermazioni che non ha mai condiviso della scrittrice e di come anche lei, secondo il suo parere, dicesse delle sciocchezze tanto quelle che Michela Murgia criticava ad altri. 

Ecco le dichiarazioni di Vittorio Sgarbi. «Non sono un ipocrita, e nel rispetto che si deve a chi non c’è più, e ancor più a chi le ha voluto bene, devo dire che della Murgia donna di cultura conservo un pessimo ricordo - ha scritto Vittorio Sgarbi su Facebook -. Quando, per esempio, disse di Battiato: “Scriveva delle minchiate”. Mi sarei aspettato argomentazioni più profonde invece che una battuta cosi triviale. 

Ricordo anche quando, per puro pregiudizio politico e faziosità, trasformò un saluto militare in un saluto romano. O quando, pochi giorni fa, polemizzando con l’amministrazione di Ventimiglia, ha evocato addirittura “il regime fascista”. Ma la Murgia credo che appartenesse a quella schiera di mitizzati intellettuali di sinistra a cui tutto è concesso, anche insultare uno dei più grandi autori e compositori della musica italiana con il compiacimento dei moralisti alla bisogna, pronti invece a scagliarsi contro i sovvertitori del politicamente corretto: penso a giornali militanti come “Il Fatto” o “La Repubblica”.

Grande rispetto per la sofferenza di questa donna e per la sua morte, ma vedo e leggo messaggi e parole di circostanza che rivelano incoerenza e ipocrisia. Anche la Murgia, quando interveniva nel dibattito politico, diceva un sacco di “minchiate”. Ricordarlo oggi che non c’è più significa renderle onore con franchezza e lealtà». […]

Da Notizie.it.

Cos’è il carcinoma renale, la malattia che aveva colpito Michela Murgia. Notizie.it il Pubblicato il 11 Agosto 2023 

La scrittrice e attivista Michela Murgia si è spenta ieri a causa della terribile malattia che l’aveva colpita qualche tempo fa. Il carcinoma renale della Murgia era arrivato al IV stadio e “Da qui non si torna più indietro” – aveva dichiarato lei lo scorso mese di maggio. Non sempre, però, va in questo modo: gli esperti sostengono che un tumore al rene, anche così avanzato, può non essere una condanna definitiva.

Cos’è il carcinoma renale, il tumore che ha colpito Michela Murgia

“Il dato positivo è che i tumori vengano molto spesso individuati quando si trovano ancora confinati all’interno del rene, cioè in fase precoce: in stadio I (inferiore ai 7 cm) o in stadio II (superiore ai 7 cm)” – ricorda Sergio Bracarda, il Direttore della struttura complessa di Oncologia medica e traslazionale e del dipartimento di Oncologia presso l’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni e Presidente della Società Italiana di Uro-Oncologia. La Murgia, però, era afflitta da un carcinoma arrivato al IV stadio: un tumore che arriva a colpire anche organi distanti. Nonostante questo, però, il cancro può essere operabile: “Fino a non molto tempo fa la malattia al IV stadio veniva definita non operabile, mentre oggi questo assunto viene messo in discussione quando ci si trova di fronte a pazienti oligometastatici, ossia con poche metastasi.” Anche se in fase metastatica, dunque, in alcuni casi la malattia può essere asportata attraverso pratiche di chirurgia e radioterapia, ma non sempre si può ricorrere all’operazione. Quando ci si trova di fronte ad un carcinoma renale al IV stadio non operabile si procede con la somministrazione di farmaci che possono limitare l’azione del tumore. “Fino a 10 anni fa la sopravvivenza a 5 anni era del 5% circa, mentre oggi si attesta intorno al 40%” – spiega Barcarda, raccontando di numeri più che quintiplicati in pochissimi anni grazie alla ricerca scientifica.

I numeri e i sintomi del tumore renale in Italia

Il carcinoma renale non è uno dei tumori più frequenti: tra tutti i tumori solidi che colpiscono gli adulti rappresenta solo il 3% con 12.600 mila casi nel 2022 (7.800 negli uomini e 4.800 nelle donne).Il problema legato a questo tipo di tumore è che spesso i suoi sintomi vengono scambiati per quelli di un semplice caso di calcoli renali. Per questo, molto spesso la diagnosi viene fatta in ritardo o scoperta per caso, quando il paziente non se lo aspetta. In generale, segnali più frequenti sono la presenza di sangue nelle urine e un forte dolore al fianco. Il fumo di sigaretta, come per tanti altri tumori, incide come fattore di rischio, così come l’obesità e l’ipertensione arteriosa.

Funerali Michela Murgia: perché c'erano dei carciofi sul feretro? Niente fiori in chiesa ma, per i funerali di Michela Murgia, sul feretro c’erano dei carciofi: perché? I dettagli sulla decisione. Ilaria Minucci su Notizie.it Pubblicato il 12 Agosto 2023

FUNERALE

Ai funerali di Michela Murgia, è stata imposta la regola “niente fiori in chiesa” ma sul feretro c’erano dei carciofi: perché? A prendere la singolare decisione, è stata proprio la scrittrice prima lasciare questo modo. Cosa si cela dietro la scelta dell’autrice di Accabadora?

Funerali Michela Murgia, niente fiori in chiesa: perché c’erano carciofi sul feretro?

Niente fiori in chiesa per le esequie di Michela Murgia. Anche la corona inviata dal comune di Roma è stata rimandata indietro mentre tutte le composizioni e i cuscini floreali arrivate in piazza del Popolo sono stati “rifiutati” e lasciati all’esterno della Basilica in cui si sono svolti i funerali, nel rispetto delle ultime volontà della scrittrice.

Non stupisce, quindi, che il feretro arrivato nella chiesa degli Artisti non fosse ricoperto da fiori. A stupire, invece, è il fatto che sia stato decorato con dei carciofi.

Chiara Valerio: “Michela non amava i fiori recisi. I carciofi sì”

A fare chiarezza sulla singolarità della “decorazione” che ha accompagnato la bara della scrittrice è stata l’amica e collega Chiara Valerio. “Non è mai riuscita a far crescere una pianta, neanche grassa, e, ciò nonostante, non amava i fiori recisi. I carciofi sì”, ha detto Valerio.

Oltre ai carciofi, in chiesa sono state ammesse esclusivamente composizioni vegetali realizzate con mirto, limone e peperoncini.

Funerali di Michela Murgia a Roma, il feretro lascia piazza del Popolo con il coro "Bella Ciao".

Si sono tenuti a partire dalle ore 15:30 di sabato 12 agosto i funerali di Michela Murgia: il feretro, arrivato in piazza del Popolo, è stato accolto con applausi. Ilaria Minucci su Notizie.it Pubblicato il 12 Agosto 2023

ARGOMENTI TRATTATI

Funerali Michela Murgia: il feretro arriva in piazza del Popolo tra gli applausi

L’omelia: “Siamo qui per ringraziarla. Questo addio è un arrivederci”

Il feretro lascia piazza del Popolo, ancora applausi per Murgia: la folla canta Bella Ciao

I funerali di Michela Murgia, scrittrice scomparsa il 10 agosto all’età di 51 anni, sono stati celebrati nella Basilica di Santa Maria in Montesanto (o Basilica degli Artisti) in piazza del Popolo a Roma da don Walter Insero. Il parroco ha celebrato anche i funerali di Gina Lollobrigida e Maurizio Costanzo.

Funerali Michela Murgia: il feretro arriva in piazza del Popolo tra gli applausi

Le esequie hanno avuto inizio alle 15:30 di sabato 12 agosto ma non sono state trasmesse in diretta televisiva. Poco prima delle ore 15:00, il feretro della Murgia ha raggiunto piazza del Popolo ed è stato accolto con ovazioni e applausi dalle persone che si sono recate nella capitale per dare l’ultimo saluto all’autrice di Accabadora. Nella piazza romana, si sono radunati amici, lettori, colleghi e la famiglia queer dell’attivista.

In prima fila, erano presenti Roberto Saviano (che ha descritto le esequie come un “funerale politico”), Teresa Ciabattie Chiara Valerio. Poi, il marito della scrittrice, Lorenzo Terenzi, e i figli d’anima Raphael Luis (con la madre Claudia), Francesco Leone, Michele Anghileri e Alessandro Giammei.

Tra coloro che si sono radunati in piazza per salutare Murgia, c’erano anche le amiche Francesca Pascale con la moglie Paola Turci, la scrittrice Chiara Tagliaferri e la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein

L’omelia: “Siamo qui per ringraziarla. Questo addio è un arrivederci”

Aprendo la funzione funebre, don Walter Insero ha cominciato l’omelia in memoria di Michela Murgia nella Chiesa degli Artisti con parole precise. “Michela ha pensato questo, voleva che la salutassimo qui e l’accompagnassimo con la nostra preghiera”, ha detto. “Siamo qui per renderle il nostro affetto, per ringraziarla, ma soprattutto siamo qui per accompagnarla in questo viaggio verso la casa del padre. Le diremo oggi addio, affidandola alla misericordia di dio, sapendo che questo addio ha il significato di un arrivederci”.

Secondo quanto appreso da La Presse, la scrittrice aveva espresso il desiderio che all’interno della chiesa non fossero presenti fiori recisi. I cuscini di fiori, quindi, sono stati lasciati all’esterno della struttura religiosa.

Il feretro lascia piazza del Popolo, ancora applausi per Murgia: la folla canta Bella Ciao

Concluse le esequie, le migliaia di persone che si sono radunate all’esterno della Basilica di Santa Maria in Montesanto hanno cantato Bella Ciao, dando vita a un commovente coro. I presenti, inoltre, hanno nuovamente scelto di salutare la scrittrice con un lungo applauso mentre gridavano il suo nome, “Michela”.

In occasione dei funera, anche l’Anpi ha nuovamente voluto salutare l’autrice di Accabadora. “È stata una partigiana, sempre e comunque libera. Anche l’ultimo periodo più doloroso lo ha reso politico, condividendo con la comunità e lottando, fino all’ultimo”, hanno dichiarato all’Adnkronos i membri della delegazione dell’Anpi che hanno partecipato al funerale.

Michela Murgia, il discorso emozionante di Chiara Valerio al funerale: "Parlerò di lei solo al futuro". Tra le persone che hanno salutato Michela Murgia, c'era anche l'amica e scrittrice Chiara Valerio. Il discorso ha "rubato" una risata ai presenti. Valentina Mericio su Notizie.it Pubblicato il 12 Agosto 2023

LETTERATURA

Ai funerali di Michela Murgia che sono stati celebrati nel pomeriggio di sabato 12 agosto hanno preso parte le persone più care alla scrittrice: dalla sua famiglia allargata, allo scrittore Roberto Saviano che, proprio con i familiari ha portato il feretro. Tra i presenti c’era anche l’amica, nonché scrittrice Chiara Valerio. Il discorso pronunciato da quest’ultima ha emozionato tutti, facendo al contempo smuovere le risa: “È difficile adesso parlare di lei al passato, così ne parlerò al futuro”, sono state le sue parole d’esordio.

Michela Murgia, il discorso Chiara Valerio emoziona i presenti

Chiara Valerio è partita parlando dei piccoli momenti fatti di quotidianità, degli aneddoti che sono riusciti a scaldare il cuore di chi era presente: “È riuscita a far diventare appassionante la parola ‘queer’ quanto resilienza. Michela Murgia non sgrasserà ancora una volta il brodo di carne, così che il giorno dopo nessuno di noi lo avrà digerito”. Ha poi proseguito osservando: “Mi dirà che la cucina è politica, le donne sono politica, i sanpietrini sono politica, ridere è politica, scrivere è politica, parlare è politica”.

La scrittrice ha infine continuato nella sua riflessione, provando anche ad immaginare cosa direbbe l’amica: “Mi dirà che questo posto è troppo piccolo: ‘Ci hanno sottovalutato e sabotato ancora una volta’. Mi aspetto da lei altre maschere, metamorfosi e soprese; le dirò che è riuscita a far diventare appassionante la parola ‘queer’ quanto ‘resilienza’. Gli inglesi hanno tre parole per dire ‘tempo’, cioè time, weather e tense. Siccome lei andrà via prima del tempo, perché non c’è tempo… siccome siamo stati tutti bambini e sappiamo che è difficile coniugare il verbo ‘tense’, diremo che domani ‘pioverà Michela Murgia’, c’è tanto ‘weather’ per tutti noi. Vabbè, Miche’, tutti, tutte e tuttu”.

Saviano ai funerali di Michela Murgia: “Le parole più difficili. Voleva che questa giornata fosse per tutti”. Roberto Saviano ha voluto ricordare Michela Murgia al suo funerale: le parole dello scrittore dedicate all’amica. Ilaria Minucci su Notizie.it Pubblicato il 12 Agosto 2023

Il primo a prendere parola per ricordare Michela Murgia durante il funerale dell’autrice di Accabadora è stato l’amico e scrittore Roberto Saviano. “Sono le parole più difficili della mia vita”, ha ammesso, raggiungendo il presbiterio.

Funerale Michela Murgia, il ricordo di Saviano: “Le parole più difficili”

“Michela voleva che questa giornata fosse per tutti, tutti coloro che avevano percorso la sua strada”. A dirlo è stato l’autore di Gomorra in occasione del suo discorso pronunciato nella Chiesa degli Artisti in piazza del Popolo, a Roma, per ricordare l’amica e scrittrice Michela Murgia, deceduta giovedì 10 agosto per un cancro renale a quarto stadio.

“Mettere il segno, sapere chi erano tutti coloro che hanno avuto il suo sentire, mi aveva detto: ‘Cosa mi perderò immagina che gran casino’. Michela aveva un talento che permetteva di ribaltare le cose, questo la rendeva pericolosa ai potenti”, ha raccontato Saviano. “La scrittura era una grande fatica anche se mangiava la tastiera, però odiava scrivere perché la lasciava troppo tempo da sola. Forse è per questo che scriveva nei bar”.

“Per anni, è stata bersaglio”

“Per Michela era la condivisione il tutto, ma spesso per ottenerla devi passare per la solitudine”, ha continuato il conduttore. “La vita di Michela è la prova finale che si sceglie di essere differenti, e Michela per anni è stata bersaglio e ha nascosto questo dolore dentro di sé”, ha aggiunto con commozione.

Saviano, poi, ha voluto condividere con i presenti alcuni frammenti di conversazioni avuti con la scrittrice. “Nei momenti difficili, Michela c’era. E, quando mi attaccavano, diceva: ‘Non sei contento?’, ‘Ma in che senso?’, ‘Siamo in due, ci vengono dietro’”. E ha continuato: “Diceva ‘Abbi fiducia in chi ci legge’. Chi ha fatto davvero del male a Michela sono i pavidi per interesse, quelli che spacciano opportunismo per moderazione con la loro mancanza di orizzonte, ad aver reso la vita di Michi difficilissima”, ha tuonato in chiusura lo scrittore.

La famiglia della scrittrice. Chi sono i “figli adottivi” di Michela Murgia, la famiglia queer della scrittrice scomparsa per la malattia. Redazione su L'Unità l'11 Agosto 2023 

Li ha chiamati “figli d’anima”, definizione che la scrittrice aveva coniato anni fa, quando scriveva il suo romanzo più noto, quel “Accabadora” che nel 2009 le fece vincere numerosi premi.

Sono i quattro ragazzi che Michela Murgia, la scrittrice scomparsa giovedì 10 agosto all’età di 51 anni per un carcinoma renale al quarto stadio, aveva contribuito ad accompagnare nel loro percorso verso l’età adulta.

Raphael Luis, Francesco Leone, Michele Anghileri e Alessandro Giammei facevano parte della grande famiglia della scrittrice sarda: una famiglia che Murgia negli ultimi anni aveva definito “queer”, una famiglia aperta composta da persone non obbligatoriamente unite da legami di sangue.

Quei quattro ragazzi e il marito Lorenzo Terenzi, l’attore e regista conosciuto nel 2017 grazie a uno spettacolo teatrale in cui Murgia era la protagonista e lui lavorava alla regia, e quindi sposato il 15 luglio scorso “in articulo mortis”, oggi piangono la scomparsa di Michela.

Terenzi l’ha voluta ricordare pubblicando una foto in un cui Michela indossa un abito rosso corallo, la testa avvolta in un turbante mentre balla una danza sufi; “Ciao bella“, le parole di Alessandro Giammei postando una foto di loro due ad un tavolino di un bar; “Camminiamo verso altre notti insonni a raccontarci i segreti, a immaginare nuovi orizzonti, a prenderci cura delle persone che amiamo. Benvenuta nella nostra nuova vita. Bentornata a casa, Shalafi amin“, scrive invece Francesco Leone sui social pubblicando una foto di loro due che camminano per strada, ripresi di spalle.

Per passare con loro il poco tempo che le rimaneva, ricorda Repubblica, Murgia alcuni mesi aveva comprato una casa alle porte di Roma dotata di un grande giardino: lì dentro aveva vissuto con Lorenzo Terenzi, con Claudia, la donna con la quale ha condiviso la maternità di Raphael Luis, con Marco, che di Raphael è il padre, oltre a tutti gli amici che in questi mesi di volta in volta sono andati a trovarla. Redazione - 11 Agosto 2023

Da la Stampa.

Estratto Pasquale Quaranta per lastampa.it sabato 12 agosto 2023.

Un applauso commosso durato dieci minuti ha accompagnato l’arrivo del feretro di Michela Murgia e l’ingresso all’interno della Chiesa degli Artisti per l’ultimo saluto alla scrittrice sarda, scomparsa a 51 anni. 

Sul feretro una composizione di macchia mediterranea sarda. A officiare il rito don Walter Insero, cappellano alla Rai dal 2004. Per le esequie sono state scelte le musiche dell’Azione cattolica, di cui Michela Murgia ha fatto parte. Un migliaio di persone in chiesa, nessun membro del governo presente. In prima fila i figli d’anima con il marito Lorenzo Terenzi: Raphaël Luis Truchet, Alessio Giammei, Riccardo Turrisi. 

La celebrazione funebre termina sulle note di “A Diosa” (più conosciuta come “No potho reposare”), canzone scritta nel 1920 dal compositore Giuseppe Rachel e ritenuta la più bella canzone d’amore sarda. Mentre il feretro usciva dalla chiesa, il pubblico ha intonato spontaneamente “Bella Ciao”, un canto di resistenza e di speranza. A portare la bara i familiari e Roberto Saviano.

«Michela è nell'oltre, la sua anima è in questo viaggio verso il Padre non verso il nulla». Così don Walter Insero, rettore della Basilica Santa Maria in Montesanto, durante l'omelia per Michela Murgia. «Michela - ha detto il celebrante - ha fatto tante battaglie, lo sappiamo. Vi invito ad accogliere la testimonianza di fede che ha rappresentato nel momento della prova, nella malattia, nella sofferenza dura che ha vissuto. Michela ha portato avanti la buona battaglia, ha conservato la fede, direbbe San Paolo. Lei ci ha lasciato questa testimonianza: è possibile amare nel dolore, è possibile salutare tutti e riconciliarsi con tutti»

«Siamo qui per salutare Michela Murgia e testimoniare l'impegno che ha avuto: è stata una partigiana, sempre e comunque libera. Anche l'ultimo periodo più doloroso lo ha reso politico, condividendo con la comunità e lottando, fino all'ultimo'». Lo dicono all'Adnkronos i membri della delegazione dell'Anpi presenti al funerale di Michela Murgia. L’ironia di Lella Costa sul pulpito: «Era una persona così intelligente che tutta questa intelligenza in una sola persona è proprio un’ingiustizia distributiva»

«Sono le parole più difficili della mia vita - ha detto Saviano - Michela voleva che questa giornata fosse per tutti, tutti coloro che avevano percorso la sua strada. Mettere il segno, sapere chi erano tutti coloro che hanno avuto il suo sentire», ha aggiunto. «Michela aveva talento che permetteva di ribaltare le cose, questo la rendeva pericolosa ai potenti - ha spiegato poi - la scrittura era una grande fatica anche se mangiava la tastiera, pero' odiava scrivere perchè la lasciava troppo tempo da sola, forse è per questo che scriveva nei bar.

Per Michela era la condivisione il tutto, ma spesso per ottenerla devi passare per la solitudine. Gli ultimi giorni di Michela sono stati difficilissimi, nei momenti più atroci Michela non ci ha fatto pesare il suo dolore. Quando le cose non andavano lei ti diceva: 'Non stare solo, vieni qui'. Le scelte di Michela possono essere sintetizzate in: non essere soli, non lasciare soli. Michela ha protetto tutti fino alla fine, anche nei momenti dolorosissimi della fine»

  (ANSA sabato 12 agosto 2023) - Niente fiori in chiesa per i funerali di Michela Murgia, nella Chiesa degli Artisti a Roma: solo composizioni vegetali, con mirto, carciofi, peperoncini, limone, secondo le sue volontà. Per questo - spiegano dal suo entourage - è stata rimandata indietro una corona inviata dal Comune. 

Estratto dell’articolo di Massimo Giannini per “la Stampa” sabato 12 agosto 2023.

[…] Murgia mancherà a questo Paese, che non l'ha mai amata e capita abbastanza.

Almeno, non come avrebbe meritato. E lei ne ha sofferto, in cuor suo, perché aveva fragilità nascoste che solo chi la frequentava poteva conoscere. Donna totalmente e irriducibilmente libera, prendeva posizione su tutto, da Meloni al Pd, dalla Bibbia all'opera lirica, senza mai arretrare e senza mai fermarsi di fronte alle critiche o ai conformismi. Ma l'odio social che spesso le si riversava contro le procurava un dolore persino fisico. 

Capitava che le chiedessimo di scrivere commenti per il nostro giornale, di cui inevitabilmente era diventata subito una grande firma, e lei rispondeva: «Scusami, non ce la faccio, troppa cattiveria, mi manca il respiro da settimane, sono arrivata al punto di vomitare più e più volte al giorno, per il male che mi fanno». 

Questo la gente non lo sa e non lo immagina. Neanche i miserabili che in politica e nel giornalismo avevano fatto di lei una vittima sacrificale, da esibire ogni volta sull'altare dell'intolleranza ideologica e del risentimento sociale. Ma poi alla fine il suo impegno civile, la sua smodata passione per la vita in tutte le sue declinazioni, pubbliche e private, vinceva su tutto. 

E la sua curiosità inesauribile per il nuovo, la sua convinzione lucidissima e ferrea di poter incidere sulla realtà, per cambiarla senza subirla, avevano la meglio sulla stanchezza e la durezza della battaglia quotidiana. Che andava combattuta sul Web, perché quello ormai era il terreno dello scontro che Michela aveva scelto […] 

[…] Ha fatto della sua vita, e poi anche della sua morte, una testimonianza continua e inesausta. I diritti sono stati il suo pane quotidiano. Tutti quelli che sappiamo, e che l'hanno resa paladina degli ultimi, dei deboli, dei discriminati. Si è nutrita di tutto ciò che non è estraneo all'umano. 

Tutto. E di questa fede, che per lei era anche in Dio ma poi era soprattutto nelle persone, ha nutrito anche noi. Finché ha potuto. Non era convinta di guarire: tutt'altro. Ma forse neanche di morire. Almeno non fino a qualche mese fa. Era solo sicura di voler vivere anche la malattia come aveva vissuto tutto il resto: come una parte di sé, da affrontare come tale. […]

Da “la Stampa” domenica 13 agosto 2023. 

Pubblichiamo, per gentile concessione di Raiplay, la trascrizione di una parte della

lectio di Michela Murgia per “5 scrittori e la paura”, una performance teatrale trasmessa dalla Rai nel 2021(tuttora disponibile sulla piattaforma online di Raiplay)

Parlare di paure è dissacrante, perché le paure sono l'altro nome delle debolezze. E parlare delle proprie debolezze non piace a nessuno, tranne che agli scrittori. Se uno non ha paura, non ha inquietudine, non ha assenze da gestire, fa un altro mestiere: questo lavoro si fa col disagio. Fra tutti i luoghi dell'immaginario, quello dove abitano le paure è il più politico. Se metti in una stanza 20 persone a cui chiedi quale idea politica abbiano, verranno fuori 21 idee diverse. Ma se metti 21 persone in una stanza e chiedi loro di dirti le loro paure, almeno una in comune ce la abbiamo tutti.

 Grazie a quella paura in comune è possibile superare le differenze ideologiche e innestare su di essa un discorso politico. Naturalmente, un discorso politico che si regge sulla paura non vuole risolvere la paura: vuole nutrirla. Lo abbiamo visto succedere molte volte in questi anni: consensi politici sono stati costruiti, a destra e sinistra indistintamente, cercando che cosa temevamo e provando poi a organizzare quei timori secondo sistemi simbolici che non erano mai risposte, perché una paura risolta è un consenso a cui non si può più fare appello.

Quando ho cominciato a interessarmi di paure, l'ho fatto con un approccio del tutto politico. Siamo orientati a pensare che le paure siano uguali per tutti, che il genere umano ha paura della stessa cosa. Io non ci credo. Ci sono paure che sono di tutti e altre solo di alcuni e quelle che sono di alcuni, sono impenetrabili per chi non ha quella paura. L'incomprensione che si genera dall'incontro di due paure diverse è veramente incolmabile perché sulle idee tu ti puoi confrontare, ma sulle paure no. 

Ho cominciato a pensare a questa cosa quando sono venuta a vivere a Roma. Vengo da un paese piccolo, dove ci conoscevamo tutti a sufficienza da far sì che i male intenzionati non potessero palesare le loro intenzioni perché si sapeva di chi erano figli: la mappatura del sangue inchiodava alle responsabilità. Quindi io mi sono abituata a vestirmi in un certo modo.

Ho un corpo procace e amo le scollature, mi sono sempre piaciute. A Roma, mi vestivo all'inizio come a Cabras e tutte le volte che lo facevo provavo un fortissimo disagio perché mi succedeva di essere apostrofata in strada con quello che adesso ha un nome, si chiama catcalling, cioè chiamare i gattini - ehi bona che tette che cosa ti farei! -, una roba che al mio paese non sarebbe mai potuta succedere perché mi sarei girata e avrei detto: ah, ma tu non sei il cugino di quello. E sarebbe finita lì.

Invece a Roma degli uomini in strada potevano impunemente dire tutto quello che gli veniva in mente di fare con il mio corpo, e nel momento in cui veniva pronunciato io me lo sentivo fatto. Mi rendevo conto che in quelle parole, in quelle intenzioni, non c'era un complimento: c'era una minaccia, almeno io la percepivo così. Potrei raccontare quel primo anno e mezzo a Roma attraverso il modo in cui è cambiato il mio armadio: sono arrivata che mi vestivo come Jessica Rabbit, e l'ultimo mese mi vestivo come un pescatore del baltico a maggio. Prendevo tutta una serie di accorgimenti che mi facevano sentire più al sicuro ma anche a disagio: mi guardavo e non mi ritrovavo. Io ero i miei vestiti colorati e le scollature la voglia di impormi al mondo nella mia tridimensionalità: volevo che si vedesse tutto il mio spessore. E invece non potevo più farlo.

Un giorno a Trastevere leggo un invito a partecipare a un campo lesbico dove c'era tra le attività un laboratorio di drag king, cioè sedute di donne che lavorano per sembrare dei maschi: non super maschi pompati e virilissimi, ma dei maschi realistici, normali. Mi incuriosisco, sull'annuncio era scritto: sperimenta il sentirti sicura. Mi iscrivo, vado, il laboratorio è pazzesco. Ci fanno un trucco di quelli cinematografici. Mi comprimono il seno, arriviamo da una sesta a una terza e mi attaccano una barba pelo per pelo, la vestizione dura sei ore. 

E poi la postura: mi dicono come muovermi, come stare, agire, fermarmi. Alla fine mi dicono di andare in un posto dove normalmente non andrei o dove non mi sento mai al sicuro. Vado nel sottopassaggio della stazione di Piramide. E passare lì sotto vestita come un maschio e sembrando un maschio e nella sostanza proiettando un'identità maschile, mi fa scoprire il super potere dell'invisibilità. Cammino e gli altri maschi non mi guardano. Non mi vedono.

Quella specie di invisibilità protettiva mi apre gli occhi in modo drammatico: mi dico che anche i miei amici meglio intenzionati non possono capire quando racconto loro che a Roma ho paura, perché se hanno vissuto in questa invisibilità è chiaro che non potrò mai trasferirgli la mia sensazione. Loro entrando qui dentro possono avere al massimo paura di venire derubati. Come si fa a far capire che quella paura che abbiamo è vera, a persone che ci vogliono bene ma tutto questo non lo vivono? 

Su TikTok qualche settimana fa parte un trend: le donne devono rispondere alla domanda "Cosa faresti se per 24 ore gli uomini sparissero"? Ho salvato alcune risposte: "Vado a fare una passeggiata di notte"; "Me ne andrei a ballare per le strade alle 3 del mattino senza aver paura di morire"; "Correrei ascoltando musica con tutte e due le cuffiette".

Non credo che gli uomini abbiano la percezione che esista una paura così radicata nei loro confronti. Se un uomo si vestisse da donna e facesse la stessa cosa che ho fatto io nel tunnel, non vivrebbe la stessa esperienza. Perché chi è cresciuto in sicurezza tutta la vita si può travestire da quello che vuole. Passare da un rango di privilegio a un rango di assenza (simulata) di privilegio non ti fa perdere la sicurezza originaria: ti fa magari notare che qualcuno ti guarda. Come si fa a risolvere questa cosa?

È molto difficile cambiare comportamenti radicati, ci vuole una volontà ferrea, soprattutto se quel comportamento è un vantaggio per te: perché dovresti rinunciare a una condizione che ti porta dei benefici? Perché dovresti diventare quello che ha paura anziché quello che la incute? Se quel giorno lì, in quel tunnel, fosse passata una donna e mi avesse guardato e avesse visto in me l'uomo che non ero e mentre la fissavo avesse letto nel mio sguardo una potenziale minaccia, se io mi fossi accorta che quella donna aveva paura di me perché vedeva un uomo, chissà che cosa mi sarebbe scattato dentro. 

Magari l'avrei seguita, per vedere quanta paura puoi fare quando sei tu quello forte. Quanto forte puoi diventare se l'altro corre più veloce perché è debole? La scrittrice Naomi Alderman in Ragazze elettriche si è fatta questa domanda ed ha immaginato un mondo in cui le donne in pubertà sviluppano un super potere: dare la scossa. Tutto semplice: ti tocco e ti fulmino, e decido io il voltaggio. Alderman mette in scena donne potenti, che hanno finalmente uno strumento che le rende più forti: e si comportano esattamente come i maschi hanno sempre fatto.

E questo non significa che non bisogna ribaltare i rapporti di forza: significa che non è la quantità di forza l'elemento su cui riflettere, ma è il modello di potere che, se passa semplicemente di mano, non cambia niente, semplicemente inverte il rapporto vittima carnefice, ma non ne discute profondamente l'ossatura. Cosa può succedere se il posto della paura si inverte? 

Non ho la risposta e non la ha neanche Alderman in quel libro perché la letteratura è uno spazio in cui le domande possono sopravvivere, e ci sono domande che non meritano di essere uccise da una risposta: la loro complessità è tale che la risposta può e deve cambiare, e dev'essere continuamente ricercata generazione dopo generazione. Quindi il libro di Alderman resterà a porre quella domanda alle ragazzine e alle loro madri dovunque lo leggano.

A noi rimane la strada di Roma su cui dobbiamo continuare a camminare. Rimangono i nostri compagni. E agli uomini che vogliano capire questo meccanismo, rimane la possibilità di ascoltare esperienze che possono spostarli da quella privilegiata in cui si sono formati. 

Non so come finisce questa strana lectio, so soltanto che se di questa paura non si parla, se questa paura non viene rivelata e tematizzata, tratta come un dato collettivo e anche un bene collettivo - perché le paure di un gruppo umano sono il modo in cui quel gruppo ti sta dicendo devi prenderti la responsabilità di farmi giustizia, oppure me la farò da me – se continuiamo a trattare la paura che le donne hanno del maschile come un problema di ogni singola donna che non ha fatto pace con la sua femminilità e la sua radice femminile, non la risolveremo mai.

Estratto dell'articolo di Lorenzo Rapini per lastampa.it lunedì 14 agosto 2023

No al “tifo da stadio” ai funerali, ricordarsi che le posizioni espresse su temi importanti come eutanasia e aborto sono assolutamente personali, attenzione al momento di celebrazione che deve essere incentrato sulla morte e non sulla vita. 

Il vescovo di Ventimiglia Sanremo, monsignor Antonio Suetta, ha postato questa mattina su Youtube un video di commento, duro e fermo, ai funerali della scrittrice Michela Murgia. E ha anche disattivato i commenti, probabilmente ipotizzando il polverone che avrebbe suscitato. 

«Molte persone mi hanno comunicato la loro sofferenza a cui unisco anche la mia, nel vedere che in chiesa, conclusa la celebrazione delle esequie e ancora in un contesto liturgico e di un luogo sacro, è stata data la parola a persone che esprimono convinzioni e pensieri difformi dalla dottrina cattolica e lo hanno fatto in modo anche, a mio parere, un poco sguaiato, suscitando una serie di applausi quasi come tifo da stadio e atteggiamento da festa, che mi pare davvero improprio sia nella circostanza delle esequie che soprattutto nel contesto di un luogo sacro», dice Suetta.

 «Non intendo parlare della persona, che ha vissuto un'esperienza drammatica e faticosa in relazione alla malattia e che ora ha compiuto il passaggio della morte ed è nel giudizio di Dio. A lei il rispetto che si deve a ogni persona - afferma il prelato -. Desidero soltanto fissare l'attenzione sull'aspetto pubblico di Michela Murgia, come scrittrice e soprattutto in relazione ai contenuti del suo contributo culturale. Mi limito a definirla una scrittrice, in quanto considerarla una teologa mi sembra eccessivo. 

Le battaglie, così è stato detto, che Michela Murgia ha portato avanti erano legate a sue convinzioni personali e a esperienze di vita, ma il suo contributo culturale in moltissimi casi è stato apertamente in contrasto con l'insegnamento di chiesa e dottrina cattolica, in particolare per la concezione della famiglia e altri argomenti molto importanti come aborto ed eutanasia. Rimane per ogni persona libertà di pensiero e espressione e anzi questa libertà può essere contributo a un dialogo. Diverso è accodarsi a un coro pressoché unanime di approvazione, perché le sue esternazioni e convinzioni corrispondono al pensiero oggi dominante e questo non è corretto farlo anche dal punto di vista cristiano, perché la fede cristiana e la dottrina cattolica su questi argomenti hanno visioni differente».

[…]  La scrittrice Chiara Valerio lo ha detto esplicitamente: «Di lei si parlerà solo al futuro». Invece no, per il vescovo Suetta, in un funerale bisogna celebrare il «mistero della morte», non certo la vita.

Suetta è lo stesso vescovo che più volte ha parlato di teoria del gender, che si è espresso in modo fermo contro il ddl Zan sui diritti degli omosessuali, che ha detto stop ai padrini e alle madrine alle cresime nella sua diocesi […]

Estratto dell’articolo di Flavia Amabile per “la Stampa” lunedì 14 agosto 2023 

Cristiano Murgia ha compiuto 50 anni a luglio. […] 

[…] Adesso che cosa accadrà? Secondo le volontà di Michela Murgia sarà lei a spargere le sue ceneri in Corea del Sud e a disperderle nel mare davanti alla spiaggia di Busan.

«Sono sicuro che il pensiero di Michela non andrà perso ma di questo si occupa il marito. Anche sulle ceneri non so nulla. Michela ha affidato a Lorenzo l'incarico di eseguire la sua volontà, sarà lui a dirmi quello che Michela desiderava».

Quando è stata l'ultima volta che l'ha sentita?

«Alle undici e un quarto del giorno prima di morire. Come in tutte le telefonate importanti, abbiamo parlato in sardo. Mi ha detto che era stanca e che ormai sentiva che stava arrivando il momento e voleva salutarmi. Era stanca ma era fortissima.

Nonostante il momentaccio che stava attraversando è stata lei a consolare me, a dirmi di non rattristarmi. La voce era affaticata ma tranquilla, sembrava che stesse raccontando una favola. So che fisicamente aveva dei dolori molto forti ma mi ha ripetuto che era serena e che aveva fatto tutto quello che aveva deciso di fare. Conosco dalla nascita mia sorella ma, a volte, mi chiedo se la conoscevo davvero». 

[…] Con il tempo le cose si sono complicate. Come siete riusciti a mantenere saldo il vostro rapporto?

«Abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto anche se, da un certo momento in poi, i tempi erano diversi. Il ristorante richiedeva molte ore di lavoro, lei era nell'Azione Cattolica. Andavo a trovarla da mia zia non appena potevo. Per fortuna sono arrivati i telefonini, la patente e le cose sono tornate come prima. Lei mi chiamava per i raduni diocesani o per fare da accompagnatore a un ballo in cui erano dispari. […]». 

Spesso veniva anche a mangiare nel suo ristorante. Che cosa le preparava?

«Le piacevano gli spaghetti alle arselle, le cozze alla catalana, la carne, i nostri dolci di pasta di mandorle, le seadas. Poi ha avuto una parentesi vegana. Arrivava con il tofu e mi diceva che faceva benissimo. E io le rispondevo: quanto pensi che duri qui? Infatti le è bastato sentire il profumo del porceddu grigliato, il momento vegano è scomparso».

[…]

Estratto dell’articolo di Mirella Serri per “La Stampa” giovedì 17 agosto 2023.

Michela Murgia non c'è più, ma è ancora con noi. Michela Murgia, scrittrice e intellettuale militante, se ne è andata dopo un lungo addio ma suscita ancora polemiche e accesi dibattiti.

Da dove nasce questo interesse di continuare a discutere e sviscerare l'opera e la personalità della narratrice sarda, una delle artiste contemporanee tra le più ferocemente osteggiate? 

Azzardiamo un'ipotesi. Michela, con i suoi interventi provocatori e la sua animosità, che ne fossimo più o meno consapevoli anche quando era in vita, ha risvegliato in noi la memoria dell'ultimo grande scrittore che è stato tra i maggiori sostenitori dell'antifascismo nel Novecento: Pier Paolo Pasolini.

[…] la romanziera è oggi per noi quello che in passato è stato Pasolini dagli anni Sessanta fino alla sua morte nel 1975, cioè l'ultimo narratore e polemista, nonché poeta, capace di accendere gli animi coniugando esperienza letteraria e comunicazione di forte impatto. Paradossalmente capiamo solo ora l'importanza della radicale sfida di Murgia, che è stata praticata non solo con gli scritti ma anche e soprattutto con il proprio corpo e con il proprio vissuto. 

Murgia e Pasolini sono loro le icone della protesta intellettuale Novecentesca e post novecentesca, sono i personaggi più scomodi e unici, psicologicamente molto forti e anche molto deboli, a volte dotati di una forte carica di empatia e a volte odiosi, irritanti e scostanti.

[…] MM, come PPP, è stata la scrittrice più amata e detestata soprattutto per la carica antifascista dei suoi scritti. Contro di lei si è scatenata la violenza dei social e si sono attivati i bombardamenti e le umiliazioni che hanno provato a infliggerle gli avversari politici; contro di lui c'è stato per anni l'odio della stampa più retriva e gli agguati dei neofascisti che inondavano di fango e di liquami i cinema che osavano proiettare i suoi film. Ma entrambi hanno compiuto gesti coraggiosi e hanno reso la propria vita un vessillo contro il conservatorismo borghese.

[…] Murgia e Pasolini sono accomunati intanto dalla critica nei confronti dell'istituzione da loro ritenuta il principale ostacolo a ogni cambiamento: la famiglia borghese. Con la sua dichiarata omosessualità e con lo stile di vita che lo mise in feroce contrasto con il padre, Pasolini evidenziò tutti i difetti del patriarcato, sia pure rivisto e modernizzato. In Teorema ha dimostrato, con un linguaggio secco, forte e drammatico, che la vita borghese è ricca di falsità e di ambiguità, che è governata da un orizzonte morale sterile. 

Ma anche per Murgia la protesta più veemente matura nell'humus familiare: la sua denuncia dei limiti della famiglia cresce per via del tossico rapporto con il padre, evolve tramite l'odio per la società patriarcale, per quel luogo infetto e malsano dove si coltivano gli stereotipi pronti a devastare il genere femminile, l'essere donna e qualsiasi forma di diversità e di autenticità. 

Negli anni Murgia ha demolito gli aggregati parentali "normali" con la sua teorizzazione della queer family e ha elaborato un suo concetto di famiglia come una cerchia di persone che si scelgono, al di là dei legami di sangue. Ha sostenuto la bellezza di «una famiglia ibrida, fondata sullo ius voluntatis, sul diritto della volontà» e si è interrogata sul perché la volontà debba contare meno del sangue. 

Ecco dunque Murgia e Pasolini ancora protagonisti della nostra scena culturale, dileggiati e messi sotto accusa in quanto artisti assai lucidi nel cercare di smascherare la pervasività dei nuovi poteri. Pasolini li vedeva radicalizzarsi nelle forme più inquietanti del consumismo, nella mutazione "antropologica" che aveva distrutto i vecchi modelli contadini favorendo la diffusione dell'egoismo, del narcisismo, del disprezzo per il prossimo e la distruzione di ogni tipo di solidarietà. 

Per Michela il nuovo fascismo nasce e conosce il pieno rigoglio a metà anni Novanta, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e con l'affermarsi della Lega, «un partito razzista, antimeridionale, maschilista e separatista per ragioni economiche e fiscali». Il nuovo autoritarismo maschilista, Murgia lo vede evolversi e svilupparsi dal 2001 e dal «G8 di Genova quando si è verificato… un punto di non ritorno... con la violenza di Stato contro gli indifesi» perché «il nuovo fascismo si serve dei percorsi democratici, prima di arrivare a forzarli». 

[…] 

«Ogni epoca ha il suo fascismo», sosteneva Primo Levi con un'affermazione condivisa da Murgia e da Pasolini. Quest'ultimo raccontava a sua volta la devastazione delle periferie urbane e la fine delle tradizioni secolari mentre in maniera utopistica sognava la salvaguardia del Terzo Mondo dalla contaminazione occidentale e borghese. Michela e Pier Paolo, da veri artisti, credevano infine nella forza del linguaggio e nell'importanza della parola ribelle (così Murgia teorizzava l'uso della schwa) e Pasolini sperimentava nei suoi film nuovi stili narrativi.

Infine il tragico commiato di questi due autori dalla vita ha portato alla ribalta in entrambi i casi messaggi politici e antiborghesi. Michela ha programmato la sua scomparsa accompagnandola con podcast, messaggi instagram, nozze in articulo mortis come atto di denuncia delle carenze legislative italiane sulle coppie di fatto. 

Pasolini ha anticipato e prefigurato la sua fine violenta in opere come Salò e le 120 giornate di Sodoma. Entrambi hanno usato «la propria libertà per liberare gli altri», come diceva Toni Morrison con una battuta in cui Murgia si riconosceva pienamente.

Tornando dunque all'interrogativo iniziale, come mai la scomparsa di Murgia ci ha coinvolto in un inaspettato tourbillon collettivo? Ci ha colpito così fortemente perché ritroviamo in lei l'espressione di un messaggio politico trasmesso non solo con le parole ma veramente con il corpo. Come quello di Pier Paolo Pasolini, ultimo scrittore del secolo passato ad aver praticato e a essersi immolato sull'altare del rapporto arte e vita.

Estratto dell’articolo di Paolo Di Paolo per “la Stampa” il 18 agosto 2023.

Impalpabile, inarrestabile l'eredità di pensieri e parole di Michela Murgia viaggia su Telegram. Si muove aerea nelle forme e nelle piattaforme degli anni Venti del Ventunesimo secolo. Sul canale "Purple Square" oltre seimila iscritti tengono vive le sue parole e il suo pensiero [...]

Una matrice è il profilo Instagram la_batt_woman, che raduna giocosamente le autoproclamate bimb* di Murgy e di Slater (la scrittrice Chiara Valerio), quasi undicimila iscritti, fermo però da qualche mese. 

Così il frammento, l'aforisma, il video, il meme perpetuano un'esperienza di condivisione emotiva e intellettuale insieme. [...]

"Purple Square" si incarica di presidiare l'area, di tenerla viva, mentre in luoghi paralleli della rete #michelamurgia ispira iniziative (la petizione partita su Change.org per intitolarle una casa dello studente a Cagliari), dibattiti incandescenti e cortocircuiti ferragostani. Cagnare incattivite, disquisizioni prolisse e volatili sul social degli over 40, Facebook. 

Riassunto grossolano: «In Italia non ci sono più gli intellettuali!», dice il critico. «Ci mancano Sciascia e Pasolini», aggiunge il nostalgico per partito preso. Qualcuno fa notare che Murgia è stata fra i pochi ad avere smosso un qualche dibattito negli ultimi anni. Il critico più critico reagisce: «Ma Murgia non era un'intellettuale, era una influencer». Vabbè.

Non per insistere sul parallelo con Pasolini proposto ieri sulla Stampa da Mirella Serri, suggestivo ma a ogni modo incongruo per troppe ragioni, c'è da considerare che lo stesso rimpianto poeta manifestava una certa stanchezza per le forme tradizionali dell'impegno intellettuale. Insoddisfatto della scrittura, aveva cercato il cinema. Insoddisfatto del romanzo, aveva cercato i giornali (o i giornali avevano cercato lui, ma è lo stesso). Insoddisfatto del cinema, si affaccia - disperato - oltre.

[...] E d'altra parte, il tale che si arrabbia per il parallelo Murgia-Pasolini («Fate vomitare!»), se ne conoscesse davvero pensieri parole opere e qualche omissione, smetterebbe all'istante di difenderlo. C'è un Pasolini addomesticato, rimpianto ogni giorno da cittadini italiani che resterebbero sconvolti se incappassero in certe sue invettive antifemministe o antiabortiste, se si trovassero davanti certe paginate di Petrolio, in cui si parla di merda mangiata e di fellatio a ripetizione. La nostalgia di Pasolini è una retorica patetica: frutto della distanza e dell'ignoranza che ci impediscono di cogliere la potenza (sgradevole, quasi insopportabile) della provocazione di cui era capace.

Detto altrimenti: era uno che si impegnava a fare in modo che la gente NON fosse d'accordo con lui. E il rischio di ridurre Murgia a un'icona-guru non è diverso da quello che corre da decenni il Pasolini effigiato sulle t-shirt e nei locali del Pigneto, quartiere intellettuale e multiculturale di Roma. 

[...] Dopo un post di Loredana Lipperini, perplesso sugli interventi che «con vari gradi di acrimonia parlano del nullo valore letterario dell'opera di Michela», si sono scatenati ulteriormente i critici. Uno di professione, Matteo Marchesini, ha rivendicato la legittima libertà di scandalizzare i fan dei «chierici-influencer». Aggiunge che Murgia sparava a zero a costo zero (non mi pare), e che era una donna di potere.

Non lo era forse, a suo modo, pure l'isolato Pasolini? Sarebbe interessante capire come dovrebbe essere fatto questo/a benedetto/a intellettuale che manca all'Italia (lo chiedo senza dimenticare di avere io stesso polemizzato con Murgia). Quale non-messia aspettiamo? Quale figura di invisibile outsider? Dateci un indirizzo! Astenersi perditempo. [...]

Estratto dell’articolo di Iacopo Scaramuzzi per “la Stampa” il 18 agosto 2023.

[...] Le battaglie per i diritti civili, le incursioni nella teologia e nelle sacre scritture hanno suscitato plausi e critiche, curiosità e prudenze nel mondo, tutt’altro che monolitico, della Chiesa cattolica.

Avvenire l’ha ricordata con articoli elogiativi, non tutti i lettori sono stati d’accordo. Il cardinale Matteo Zuppi ha inviato un messaggio ai funerali presieduti da don Walter Insero: «Anche quando non eravamo d’accordo Michela con la sua ricerca appassionata ci aiutava a trovare i veri motivi e a non essere scontati né supponenti». Per il gesuita Antonio Spadaro, che ha concelebrato, la fede «è la casa degli uomini e delle donne inquiete».

Nei settori conservatori si sono levate voci di protesta. Secondo il vescovo di Ventimiglia e Sanremo, Antonio Suetta, da sempre su posizioni arroccate, la scrittrice non va definita «teologa», poiché «apertamente in contrasto con l’insegnamento di Chiesa e dottrina cattolica ». Sui social un’influencer neocatecumenale, Costanza Miriano, ha messo in dubbio, senza incertezze, la sua fede: «Magari l’ha riacquistata nell’ultimo momento, ma perderla l’aveva persa». Marinella Perroni, a lungo docente di Nuovo Testamento al Sant’Anselmo, non si scompone. 

«Se dobbiamo fare il teatrino facciamolo: ognuno ha il suo copione, Costanza Miriano recita il suo...», sospira la teologa. «Michela non aveva un diploma in teologia ma la sua capacità di elaborazione teologica valeva ben più di un baccalaureato qualsiasi». [...]

Chissà se le reazioni sarebbero così surriscaldate se la Chiesa non stesse attraversando un’epoca di crisi, se non fosse in corso un sinodo che discute dei temi cari a Michela Murgia, se non ci fosse un Papa di nome Francesco. Di certo in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, a fine giugno, la scrittrice ha regalato a Bergoglio, che riceveva gli artisti e gli intellettuali nella cappella Sistina, il numero speciale di Vanity fair sulla “famiglia queer”: «Mi aveva detto che avrebbe incontrato il Papa», ricorda Marinella Perroni, «e le ho detto: mi raccomando, portaglielo!». Cosa si siano detti il Papa e la scrittrice lo sanno solo loro.

Perroni non vede contraddizione alcuna tra la fede cristiana e la scelta di Michela Murgia di avere una famiglia “queer”: «Le ho detto: se qualcuno ti accusa di avere dei “figli d’anima”, ricordagli che san Paolo chiama fratelli quelli che non si sono mai visti tra loro. Andare oltre i legami di sangue non è se l’è inventato Michela Murgia. E sputare su di lei dicendo che non è evangelico rivela quale ignoranza dello spirito del Vangelo ha questa gente», dice la biblista.

Poi, certo, «siccome la parola queer evoca torsi nudi di gay palestrati che stanno sul carro del gay pride qualcuno si scoccia... ma il punto è che Dio non sta dentro i parametri in cui lo rinchiudiamo e da cui poi lui si libera, diverge, si discosta. Pensiamo alla parabola del samaritano: più queer di così!», esclama la biblista [...]

E non ci si può stupire che Michela Murgia si sentisse a casa, nella Chiesa, nonostante tutto. Ha voluto funerali religiosi, tra i canti quelli dell’Azione cattolica che la scrittrice cantava negli ultimi giorni di vita, finché aveva fiato, con i “figli d’anima”. Ha scritto il suo “catechismo femminista”, God save the queer (Einaudi), perché, ricorda la biblista, «mi diceva: non puoi immaginare quanta gente, soprattutto giovani donne, mi scrivono per chiedermi come riesco a combinare la mia fede con le mie scelte politiche: glielo devo».

[...]

Da L’Espresso.

Addio Michela Murgia, indomabile Antitaliana. Diritti civili, femminismo, empowerment delle minoranze. Grandi libri e grandissime storie. Le sue battaglie e il suo amore per la vita. Durato sino alla morte. Angiola Codacci-Pisanelli su L'Espresso l'11 Agosto 2023

Per i lettori de L’Espresso Michela Murgia è e sarà sempre “L’Antitaliana”. L’abbiamo seguita per mesi passare da questo a quell’argomento con la stessa grazia appuntita, che parlasse di una qualsiasi malefatta del governo o della sua passione per i serial televisivi coreani. Non era una sfida facile prendere il testimone da Roberto Saviano che “era uscito dal gruppo”, e che a sua volta lo aveva ripreso direttamente dalla famosissima rubrica di Giorgio Bocca. Murgia però è stata assolutamente all’altezza, – oggi ci sembra ovvio, ma non lo era nel gennaio del 2021 – ed è stato davvero un peccato perderla, nell’estate dello scorso anno, quando già si erano fatte sentire le prime avvisaglie della malattia che l’ha portata via e decise di interrompere la collaborazione.

Prima di diventare l’antitaliana però Murgia era già nota: alle spalle della polemista c’era una grande scrittrice. E questo è purtroppo il momento per prendere o riprendere in mano i suoi libri. Il grande pubblico l’ha scoperta con “L’accabadora” (Einaudi, come quasi tutti i suoi libri), romanzo dark che dava vita nella Sardegna contemporanea a un personaggio del folklore locale, la donna che dava il colpo di grazia a chi stentava a morire.

Ma se quello è un grande romanzo, ci voleva davvero una penna geniale per trasformare in una parodia epica la vita nei call-center, come ha fatto nel romanzo autobiografico “Il mondo deve sapere”, suo debutto nel 2006 per le edizioni Isbn. O a raccontare una storia d’amore sghemba come quella di “Chirù”. O i racconti indomiti di “Tre ciotole”, ispirati dal suo rapporto con la sua malattia che non è stata una battaglia, e Murgia ci ha tenuto molto a sottolinearlo: è stato un confronto alla pari.

Tra i suoi saggi che resteranno negli anni a venire c’è “Istruzioni per diventare fascisti”, uno dei più direttamente politici in una carriera che la politica l’ha sempre fatta guardando alle cose e non alle ideologie: l’eutanasia dell’Accabadora e gli altri diritti civili, certo, ma soprattutto l’identità di genere, il femminismo, l’empowerment delle minoranze.

Il mio preferito resta “Ave Mary”, requisitoria divertita ma mai benevola sul ruolo delle donne in una società patriarciala fondata sulla religione cattolica: ex attivista dell’Azione Cattolica, dava prova di una fede solida ma senza sconti, della fede dei grandi eretici, quelli che non hanno paura di scontrarsi non dico con il Papa ma nemmeno con il Creatore: il Dio di Murgia esisteva, per questo lei poteva prenderlo a sberle.

Era una persona forte, vivace, combattiva, aveva un’energia che lasciava un segno in chiunque la incrociasse anche per pochi minuti, come è successo a me. Avevo scritto per l’Espresso una recensione dell’”Accabadora”, e lei mi disse che ero stata l’unica, fino a quel momento, a rendermi conto che il vero punto centrale di quel libro non era la storia horror della vecchietta col mazzuolo, ma il suo rapporto affettuoso e tormentato con Maria, la sua “filla de anima”, nata da un’adozione “di fatto” che non era riconosciuta dalla legge. Il grumo della famiglia queer che tanto ha fatto parlare negli ultimi mesi era già nelle pagine di quel libro. Perché come allora, anche in questo momento l’accento Michela Murgia non lo mette sulla morte ma sulla vita, non su chi va via ma su chi rimane.

«Michela Murgia lottava per la dignità di tutte le persone escluse dai diritti». Helena Janeczek, Evelina Santangelo, Rosella Postorino, Alessandra Sarchi. Nelle parole delle scrittrici il ricordo dell’autrice che ha scalfito la contemporaneità fino alla fine. Chiara Sgreccia su L'Espresso l'11 Agosto 2023

La letteratura, certo, che le valse il premio Campiello. Ma anche e soprattutto le battaglie civili, condotte con ogni mezzo, l’hanno imposta all’attenzione del grande pubblico, anche di chi non legge. Così le scrittrici celebrano Michela Murgia, autrice e icona dei diritti, che senza timore ha portato avanti le lotte di tutti. Controcorrente, libera dalle cautele reverenziali nei confronti del potere.

«Michela Murgia era una donna forte della sua fede - inseparabilmente - politica e religiosa. Una combinazione rara e preziosissima, come afferma la dissidente turca Ece Temelkuran nel suo ultimo libro, dove l'inglese “fede” viene reso nel titolo con “la fiducia e la dignità”.», scrive Helena Janeczek: «Michela lottava per la dignità delle donne, delle persone queer, di tutti gli esclusi dai diritti. E sino all’ultimo ha voluto conservare la propria dignità, perché il suo vivere e morire potesse servire e infondere coraggio negli altr3. In questa sua fede militante si portava dietro delle esperienze di lunga data: le canzoni intonante da ragazza dell'Azione Cattolica, la velocità con cui in un dimenticabile pub della provincia lombarda sapeva procacciare gli stuzzichini dell’aperitivo per sfamare tutti i commensali. Anche se era lei l’ospite, la star del festival letterario. Viveva di parole, Michela, ma sapeva che per cambiare le nostre relazioni le parole non bastano».

«Tutto quello che c'era da dire lo ha detto lei fino all'ultimo giorno pubblicamente e privatamente. Tutto quello che c'era da fare lo ha fatto lei sino alle ultime ore», aggiunge Evelina Santangelo. Per la scrittrice siciliana, Michela Murgia «è riuscita a stare accanto a chi desiderava fino all'ultimo momento. Perché Michi sapeva come stare accanto. In tutti i suoi gesti e le sue parole era come se dicesse: Non lasciatevi sopraffare da niente e da nessuno».

«Una volta dovevo fare una cosa per me molto difficile, ma che volevo fare perché era giusta e necessaria, e implicava una presa di consapevolezza e pure il fatto di comunicarla con convinzione», ricorda Rosella Postorino: «La mia terapeuta mi suggerì: immagini di essere una persona che secondo lei questa cosa saprebbe farla, una persona che lei stima tantissimo. Ho pensato a Michela. La persona più forte e più intelligente che abbia conosciuto. Di una velocità, di una vitalità: un’intelligenza onnicomprensiva che mi ha sempre sbalordita, da lontano e ancor più da vicino, quando mi è capitato di lavorare con lei. A Michela ovviamente non l’ho mai detto. Ieri notte non riuscivo a fare nulla dopo aver appreso della sua morte, ero ammutolita; sono andata a rileggere su whatsapp il nostro scambio legato a God Save the Queer. In mezzo alle discussioni sul libro compaiono un sacco di altri discorsi, perché per lei tutto era collegato, tutto era politico, semplicemente perché era umano. Michela era una che ti chiamava principessa, palombella, aveva con le donne una dolcezza che mi verrebbe da definire materna e invece era appunto umana. Una sera, a una cena abbastanza raccolta, dopo che aveva fatto una battuta tagliente a Chiara Valerio, una battuta che faceva molto ridere, l’ho vista in piedi dietro di lei, rimasta seduta: le accarezzava distratta i capelli mentre chiacchierava con noi altri, con una dolcezza, con una naturalezza con cui potrebbe farlo mia madre con me, e ho pensato a come ogni suo gesto fosse sempre pieno, sempre capace di stupirmi.

Racconto questo perché la sua allegria, la sua assertività, la sua preveggenza, il suo acume, la sua velocità, la meraviglia di come abbia trasformato gli ultimi mesi della sua vita in una battaglia politica per gli altri, per coloro che sarebbero rimasti vivi, questa sua enorme lucidissima generosità, sono sotto gli occhi di tutti. Ma forse la sua dolcezza no. Una volta Michela disse, durante un’intervista, che il tipo di amicizia di chi ti è stato testimone quando ancora potevi diventare tutto non si ripete. Mi commosse. Lei è diventata davvero moltissime cose, conteneva troppe vite per una sola e tutte le ha messe al servizio di un’idea sempre eteroriferita del mondo. Ho spesso pensato a quella ragazzina che a 18 anni sceglie una casa diversa in cui crescere, in cui essere vista, in cui modificare i rapporti di potere, a quella ragazzina che si commuove davanti alla Trinità di Rublëv, che abbraccia la contraddizione fra il Dio cattolico in cui crede e la libertà che vuole per sé e per tutti, che studia per capirla, per tentare di risolverla. Sapeva che sarebbe diventata così grande? Immensa. È stata questo, per me, immensa. Mi sento più piccola, ora, e sento che il mondo è più piccolo, più solo, senza di lei. Come se il mondo intero fosse il suo fill’e anima e adesso dovesse sopportare questa assurda orfanità».

«Di Michela voglio ricordare una cosa che mi disse, davanti a un tazza di caffè al Mambo di Bologna, una delle prima volte che ci incontravamo», racconta Alessandra Sarchi. «Stavamo commentando non so più quale fatto di politica sul quale lei si era esposta pubblicamente e le dissi che ammiravo la sua capacità di sopportare gli attacchi dei singoli e dei giornali, e di non farsi abbattere e sostenere le proprie idee. Mi guardò con i suoi occhi sornioni e sorridendo disse: sono una ragazza di provincia abituata a battagliare per esistere. Questa frase mi colpì perché anch'io ero, e sono, una ragazza di provincia e sebbene il conflitto non fosse mai stato il terreno in cui mi muovevo con agio, capii benissimo cosa intendesse: far valer le idee in cui si crede in un luogo che verte per sua natura all’omologazione e alla marginalizzazione della diversità è difficile, richiede coraggio e forza, un dispendio di energie costante. Ripensandoci ora, l'Italia ha sempre avuto bisogno di ragazzi/e di provincia che ne scuotessero la lenta e ipocrita coscienza, lo scollamento fra la realtà e la sua rappresentazione, forse proprio perché il nostro Paese è, fuor di retorica, un’estesa e inconsapevole provincia. Michela Murgia ha occupato questo spazio e sia che si fosse d’accordo con le sue posizioni sia che le si avversasse, ha obbligato tutti a fare i conti con la propria visione del mondo».

Da Il Domani.

Michela Murgia, così nel suo ultimo libro aveva raccontato la malattia. MICHELA MURGIA su Il Domani il 07 maggio 2023

«Lei ha una nuova formazione di cellule sul rene». Il medico parlava con tono così lieve che per un istante lei pensò che l’annuncio fosse qualcosa di cui rallegrarsi. A causa della mascherina bianca, di quell’uomo gentile sulla sessantina vedeva solo metà del volto e nei primi minuti della visita aveva creduto che fosse la metà giusta. Ora non ne era più così sicura.

Oltre il paravento di plexiglas che sulla scrivania offriva a entrambi ulteriore protezione dal virus onnipresente, gli occhi del dottore la sfuggivano al punto che non riusciva a dirne con certezza il colore. Per ripicca cercò a sua volta di rendere il viso illeggibile.

Dalle finestre ampie dell’ospedale di Monteverde entrava una luce galvanica che nel pieno del giorno splende con quella forza solo su Roma. Era convinta che a emanarla fossero le braci segrete dell’impero, quello vero, ancora covanti sotto alle rovine di tre civiltà troppo più deboli per spegnerle del tutto. In quella luce si sorrisero cauti e il medico, forse illuso di essere stato capito, continuò.

«In termini tecnici si chiama neoplasia perché vuol dire proprio “nuova formazione di cellule”».

Il gruppo sillabico si illuminò nella mente di lei come un lampo e il sorriso perse smalto. Non conosceva l’etimologia, ma cos’era una neoplasia lo sapeva persino in coreano.

Si sistemò nervosamente intorno al corpo le pieghe del cappotto di couture, in un istintivo gesto di protezione. Per quella visita si era vestita in modo progettuale, solo stilisti di prima fascia, ma sobria, non come a un appuntamento galante, piuttosto come andasse a impressionare una donna ricca da tre generazioni, a negoziare un contratto prestigioso dando a intendere che non ne avesse bisogno, a farsi rispettare.

Aveva un armadio costruito per quello scopo, un deposito di armi di buon taglio e firma evidente, una per ogni guerra da cui non si sarebbe potuta permettere di uscire perdente. Qualunque cosa avesse quest’uomo in camice da dirle, voleva che fosse consapevole sin da subito che lei non era una persona qualunque e dunque quella neoplasia non poteva essere routine nemmeno per lui, perché non era sorta su un corpo a caso.

L’oncologo non sembrava però molto impressionato. Pur avendo davanti la sua cartella clinica, non accennò ad aprirla. Si avvicinò invece al petto un blocco note che aveva in un angolo il logo di un colosso farmaceutico, ne strappò un foglio e lo voltò. Con una penna disegnò un groviglio e da lì fece diramare delle linee ondulate che confluivano tutte nella stessa direzione, qualche centimetro più in là.

Continuava a parlare con lentezza, senza staccare gli occhi dal foglio, misurando ogni parola sul tracciato della penna. Lei ebbe l’impressione che non fosse la prima volta che faceva quello schema e le sue ambizioni di essere una paziente speciale si disfecero. Quanti altri corpi erano stati quelle linee? Quante esistenze quel groviglio?

«Come tutte le cose vive nascenti, la sua formazione nuova ha bisogno di risorse e se le è andate a cercare nel polmone sinistro. Noi le chiamiamo metastasi, ma lei se le deve immaginare come pozzi di petrolio in Iraq».

“Noi le chiamiamo”, aveva detto. Noi chi, pensò lei, immaginandosi un’assemblea permanente di saggi che da qualche parte nel Grande Castello dell’Oncologia stabiliva la nomenclatura dei disastri che succedevano nel corpo degli esseri umani di tutto il mondo.

ESSERI COMPLESSI

Il medico fermò la traccia dell’ultima linea all’altezza delle altre e le cauterizzò tutte con un piccolo asterisco. Il gesto le fece un male quasi fisico, ma cercò di non darlo a vedere.

Per qualche ragione che le sfuggiva, avvertiva l’istinto di dover essere lei a rassicurare lui. Una breve risata nervosa le sembrò adatta a incoraggiare la sua spiegazione geopolitica. La mano dell’oncologo, cinta da un polsino di buon cotone azzurro che sbucava dal candore del camice, era pallida ma ferma dall’altro lato del plexiglas.

Durante la prima parte della visita l’aveva sentita calda a contatto della pelle e così le sembrava che fosse ancora sulla penna, mentre la vedeva tracciare sulla carta i segni a cornice del bozzetto rudimentale dei suoi organi interni compromessi.

«Il primo dei farmaci che prenderà è quotidiano, due compresse mattina e sera, e serve a chiudere questi pozzi: senza risorse si diventa deboli... lei capisce».

Il medico staccò lo sguardo dalla carta e stavolta la guardò dritta negli occhi. Lei capiva.

«Il secondo farmaco è una flebo endovena che dovrà fare ogni ventun giorni e che ha la funzione di risvegliare il suo sistema immunitario affinché reagisca verso le cellule della nuova formazione, impedendo che continuino a svilupparsi».

«È una chemio?».

«Non perderà i capelli, se è quello che la preoccupa».

No, non era quello che la preoccupava. La sillaba e il suo suono – AM – continuavano a pulsarle nella mente come l’insegna al neon di un kebabbaro.

«Lei farà un’immunoterapia a base di biofarmaci. Come le ho mostrato, non è direttamente rivolta alla neoplasia. Serve a suscitare la risposta naturale del suo organismo. Se il rene non ci dà noia, non c’è ragione di dargliene noi».

Noi chi, pensò di nuovo lei, immaginando stavolta loro due a condividere la stessa neoplasia, asserragliati in quella stanza mentre tutte le linee di quel groviglio disegnato sul foglio cercavano di farsi strada tentacolari sotto la porta e nelle fessure degli infissi per raggiungerli e succhiare le loro risorse.

Suo malgrado, l’immagine la fece sorridere, ma l’effetto dovette essere quello di un animale che mostra i denti a un avversario, perché il medico non ricambiò. Gli fece la domanda più ovvia, quella stupida.

«Dove ho sbagliato?».

Era vegetariana. Non fumava, esclusa l’erba in rara compagnia. Beveva roba talmente selezionata che il signor Bernabei la salutava giulivo dalla soglia dell’enoteca anche quando non entrava.

I vizi che aveva erano parecchi, ma nessuno nel corpo, facilmente bonificabile con la privazione. La colpa si nascondeva da qualche altra parte, se non nelle opere almeno in pensieri, parole e omissioni.

Il medico rimase silenzioso per qualche secondo, spiazzato da quella richiesta di giudizio. Quando posò la penna lei scambiò il gesto per una resa.

«Siamo esseri complessi, signora... non credo si possa definire la questione in termini di sbagli suoi. Gli organismi sofisticati sono più soggetti a fare errori. È il sistema che ogni tanto si ingarbuglia, la volontà non c’entra».

Lei chiuse gli occhi. Non voleva che le leggesse in faccia il bisogno di dar la colpa a sé stessa o a qualcosa, a qualcuno, a un comportamento estremo, un cibo spazzatura, una brutta abitudine durata troppo a lungo, un trauma irrisolto, l’inquinamento da traffico della città, un’industria vicina, la maledizione di un nemico, tutto e tutti tranne l’ipotesi insopportabile dell’incidente statistico. In qualche modo però il medico sembrò capirlo.

«Mi ha detto che scrive romanzi, un bellissimo lavoro, ma è molto complicato. Nessuna specie in natura lo sa fare, solo gli esseri umani. Conosce altre lingue oltre l’italiano?».

«L’inglese, il francese, più o meno lo spagnolo... Sto studiando il coreano».

«Preferirebbe non saper fare nessuna di queste cose a patto di non ammalarsi mai? Gli organismi unicellulari non sviluppano neoplasie, ma non imparano lingue. Le amebe non scrivono romanzi».

Si guardarono per un tempo che a entrambi parve lunghissimo, durante il quale lei ebbe la certezza che, al contrario del Risiko iniziale fatto di nuove colonie avide di pozzi iracheni, quelle specifiche parole l’oncologo le avesse trovate solo per lei.

Fino a pochi minuti prima aveva avuto mille domande. Questioni su quanto sarebbe stato lungo il combattimento che stava per affrontare. Se aveva qualche possibilità di vincerlo.

Quanto tempo aveva per lottare. Voleva gli estremi dello scontro, il piano militare. Ma l’inadeguatezza del registro bellico, quello con cui aveva sempre sentito definire il rapporto con una malattia mortale, ora la ammutoliva.

Era colpa del medico, ovviamente. Le parole che quell’uomo aveva usato cambiavano lo scenario simbolico e la costringevano a muoversi verso un obiettivo che non le era familiare: il patto di non belligeranza. Quello che doveva essere un avversario da distruggere le era appena stato dipinto come un complice della sua complessità, una parte disorientata del suo corpo sofisticato, un cortocircuito del sistema in evoluzione, niente di più di un compagno che sbagliava.

Non era abituata a perdere a parole. Qualunque battaglia avesse immaginato di fare alla malattia, ora suonava come un progetto autolesionista. Di far guerra a sé stessa non aveva voglia né forze.

«Non l’avevo mai vista in quest’ottica, in effetti. Immagino che se l’alternativa fosse la vita dell’ameba, non mi interesserebbe far cambio. Mi dica quindi: cosa devo fare per correggere questo errore di sistema».

Esitò un attimo, poi aggiunse: «Se si può».

EFFETTI COLLATERALI

Gli occhi del medico si accesero a quel cambio di registro e il suo corpo apparve più rilassato. Si appoggiò alla sedia. Probabilmente credeva di aver superato il passaggio più problematico del colloquio.

«Le preparerò l’ordine dei farmaci e dovrà ritirarli alla farmacia ospedaliera, ma intanto deve firmare questa liberatoria con cui accetta di iniziare la cura e conferma di essere consapevole dei rischi degli effetti collaterali».

«Ne sono consapevole?».

«Sono in questo foglio, ma non la invito a leggerli: van-no dallo starnuto alla morte tra mille sofferenze, esattamente come nei bugiardini dell’aspirina. Manderebbero in panico chiunque. La probabilità che si verifichi uno solo di questi effetti è talmente remota che non ha senso spaventarsi preventivamente. Si fidi di me, se succede qualcosa ce ne accorgeremo subito e sospenderemo».

«Non l’avrei letto comunque. Mi fido».

DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO

Era una mezza verità. Aveva sbirciato il foglio sul tavolo e la dicitura della diagnosi era in alto, lapidaria, qualcosa che solo dieci anni prima sarebbe stata una sentenza di morte veloce. Carcinoma renale al quarto stadio.

AM. Un lampo.

AM. Un altro lampo.

AM. Ancora uno.

Mentre firmava i fogli e lui compilava la ricetta, la sillaba continuava a lampeggiarle in testa e d’improvviso prese coscienza del fatto che il medico non aveva mai nominato la malattia.

«Fuori da qui c’è mia sorella, dottore, e ho altre persone care. Quando mi chiederanno cosa ho, come lo devo chiamare? Quello che c’è sul foglio non riesco a dirlo».

Si fissarono. Il medico sospirò, poi rilassò le spalle, appoggiandole allo schienale.

Dietro alla barriera di plastica trasparente il suo corpo sembrava non avere spessori, come le foto pressate nelle cornici a giorno. Quando parlò, l’illusione della bidimensionalità svanì.

«Lei che nome vorrebbe dargli?».

Era una richiesta strana quella di battezzare un tumore. Le risuonarono in testa tutte le parole che conosceva già. Brutto male. Male incurabile. Il maledetto. Il bastardo. Quella cosa.

Non gliene piacque neanche una e d’impulso disse: «In coreano quella parola si dice “am”. Crede che potrei usare quella?» Era stata così precipitosa nel rispondergli che nel momento stesso in cui aveva finito di fare la richiesta se la sarebbe voluta rimangiare.

Si sentì infantile ad ammettere di aver bisogno di una parola che non fosse mai stata in bocca a nessuno che conosceva.

Usare un termine che veniva dall’altra parte del mondo poneva una distanza tra sé e la diagnosi che le parve l’unica sostenibile in quel momento.

Si aspettava che il medico ridesse, ma lui invece sembrò ponderare la proposta, pensandoci qualche secondo. Poi annuì serio porgendole le prescrizioni nel pertugio del plexiglas.

«Mi scuserà, non so nulla di coreano, ma in inglese am è la prima persona singolare del verbo essere, quindi credo che sia una parola abbastanza giusta», sorrise.

«Potrà rispondere I am, come se dicesse “quello che ho è qualcosa che sono”, e non sarebbe niente di impreciso».

I AM

Seguì un silenzio denso, nel quale emozione e imbarazzo galleggiavano mischiati sulla linea dello sguardo di entrambi. Non riuscendo più a sopportare la barriera di plastica trasparente, lei si alzò in piedi goffa, ma il vantaggio di guardarlo dall’alto in basso durò poco, perché lui fece lo stesso.

«Allora grazie. Prenderò le pastiglie come mi ha detto, due al giorno».

«Mattina e sera. Non le salti e non le butti, una scatola costa quasi settemila euro al servizio sanitario nazionale. Glielo dico perché ogni tanto qualcuno lo fa, finge di prenderle e invece le getta, non so perché, la gente è strana».

Anch’io sono strana, dottore, pensò senza dirlo. Essere sospettabile di spreco in un contesto dove stava perdendo tutto le sembrò surreale.

Mentre si stringevano la mano gli sorrise inutilmente dietro la mascherina, pensando che dopotutto nemmeno lui vedeva il suo viso per intero. Se si fossero incontrati fuori da lì a volto scoperto era probabile che non si sarebbero riconosciuti.

Immaginò la scena al supermercato.

“Sbaglio o lei è...?”

Yes, dottore. I am. 

MICHELA MURGIA.  Scrittrice, blogger, drammaturga, critica letteraria e opinionista televisiva italiana, autrice dell'opera Accabadora e vincitrice dei premi Campiello, Dessì e SuperMondello.

Michela Murgia, il ricordo dopo la morte: «Ci mancherà il tuo pensiero». Il Domani l'11 agosto 2023

La scrittrice è morta giovedì sera, ma le reazioni alla sua scomparsa dimostrano che il suo ricordo resterà

Michela Murgia è morta giovedì sera dopo una grave malattia. Tra i suoi libri più famosi, Accabadora e Il mondo deve sapere, ma le tante reazioni che hanno subito seguito la sua scomparsa mostrano come le sue posizioni radicali non passeranno. 

Il dispiacere è tanto nel mondo di riferimento di Murgia, che ha seguito da vicino la malattia della scrittrice, che aveva reso pubblica diversi mesi fa. Non manca per esempio il post del Cinema America.

Oltre ai post del mondo della sinistra, come quello di Nicola Fratoianni, Nichi Vendola e Vladimir Luxuria, anche la destra ha parlato di lei. Laura Boldrini racconta di sentire «un grande vuoto».  

L’Anpi le dedica un «Bella, ciao».  

Geppi Cucciari ricorda il suo «sorriso di donna luminosa». 

«Molto veloce» la definisce lo scrittore e ormai ex direttore del Salone del libro Nicola Lagioia.

«Ma l’amor mio non muore», scrive Roberto Saviano.

LA DESTRA

Perfino l’ex senatore leghista Simone Pillon, che l’aveva spesso criticata, ha scritto di lei. «Non condividevo nulla del tuo pensiero ma avrei voluto continuare a confrontarmi con te, come abbiamo fatto tante volte».

Matteo Salvini, ministro dell’Interno e sempre pronto a discutere con Murgia, la saluta con «una preghiera». In passato l’aveva definita con disprezzo «radical chic» o «intellettuale spocchiosa».

Una notte in bianco, in ricordo di Michela Murgia. ALESSANDRO GIAMMEI su Il Domani il 10 agosto 2023

Era un’eretica intellettuale gramsciana che faceva su Instagram ciò che Pasolini faceva sul Corriere. Questo è il ricordo di una notte passata a casa sua

Da Il Riformista.

Addio a Michela Murgia, la scrittrice morta a 51 anni: il racconto della malattia “gentile” e il matrimonio poche settimane fa. Redazione su Il Riformista il 10 Agosto 2023. 

Addio a Michela Murgia, la scrittrice è morta a Roma all’età di 51 anni. Era malata da tempo e nei mesi scorsi aveva spiegato di essere affetta da un carcinoma renale al quarto stadio e che le rimanevano pochi mesi di vita. Aveva scelto di vivere pubblicamente il periodo della sua malattia, continuando a raccontarsi attraverso i suoi canali social ma anche facendo della “sopravvivenza emotiva” il tema dell’ultimo libro, Tre ciotole.

A inizio luglio il matrimonio. “Qualche giorno fa io e Lorenzo ci siamo sposati civilmente. Lo abbiamo fatto “in articulo mortis” perché ogni giorno c’è una complicazione fisica diversa, entro ed esco dall’ospedale e ormai non diamo più niente per scontato”. Con questa parole Michela Murgia aveva annunciato sui social il suo matrimonio civile, pubblicando su Instagram il video delle firme con in sottofondo il brano Nobody’s Wife di Anouk.

Murgia, in una lunga intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sulle pagine del Corriere della Sera, aveva spiegato che “il cancro è una malattia molto gentile. Può crescere per anni senza farsene accorgere. In particolare sul rene, un organo che ha tanto spazio attorno. Il cancro -sottolineava– non è una cosa che ho; è una cosa che sono. Me l’ha spiegato bene il medico che mi segue”.

“Mi sto curando con un’immunoterapia a base di biofarmaci. Non attacca la malattia; stimola la risposta del sistema immunitario. L’obiettivo non è sradicare il male, è tardi, ma guadagnare tempo. Mesi, forse molti”.  Sottoporsi a un intervento chirurgico “non avrebbe senso. Le metastasi sono già ai polmoni, alle ossa, al cervello“.

Michela Murgia è una scrittrice e giornalista italiana nata il 3 luglio 1972 a Cabras, in Sardegna. Conosciuta per le sue opere letterarie e il suo impegno sociale, ha guadagnato una notevole popolarità sia in Italia che a livello internazionale.

Dopo essersi laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Cagliari, Michela Murgia ha lavorato come insegnante di educazione civica nelle scuole superiori, un’esperienza che ha influenzato il suo impegno sociale e politico.

Murgia è divenuta famosa nel 2006 con il romanzo d’esordio “Accabadora”, che ha vinto il Premio Campiello Opera Prima. Il libro esplora temi come la morte, l’identità e la tradizione, attraverso la storia di una donna che svolgeva il ruolo di “accabadora”, colei che assisteva i moribondi nella Sardegna rurale.

Successivamente, ha scritto romanzi di successo come “Chirú”, “L’incontro” e “Tempo di imparare”. Le sue opere affrontano spesso questioni sociali, culturali e politiche, e sono caratterizzate da uno stile di scrittura diretto ed evocativo.

Oltre alla sua carriera letteraria, Michela Murgia è stata una voce influente nella sfera pubblica italiana. Ha scritto articoli per diversi giornali e riviste, partecipato a dibattiti televisivi e promosso il dialogo sulla politica, la cultura e i diritti sociali.

La sua versatilità come scrittrice e il suo coinvolgimento attivo nel panorama sociale le hanno guadagnato un posto di rilievo nella letteratura contemporanea italiana.

I funerali nella Chiesa degli Artisti in piazza del Popolo. Chi sono i quattro “figli d’anima” di Michela Murgia: la famiglia “queer”, il testamento e i libri pubblicati post mortem. Redazione su Il Riformista l'11 Agosto 2023 

Raphael Luis, Francesco Leone, Michele Anghileri e Alessandro Giammei sono i quattro “figli d’anima” di Michela Murgia, la scrittrice scomparsa nella serata di giovedì 10 agosto all’età di 51 anni stroncata da un carcinoma renale al quarto stadio che, come anticipato a inizio maggio, le aveva lasciato pochi mesi di vita. Figli d’anima, definizione lanciata nel romanzo “Accabadora” nel 2009, della sua “Queer family”, quel nido d’amore senza legami di sangue “in cui le relazioni contano più dei ruoli” e dove i rapporti “superano la performance dei titoli legali e limitano le dinamiche di possesso”.

I quattro ragazzi hanno condiviso la vita con Murgia per vent’anni, incluso il più giovane, Raphael. Con la madre di quest’ultimo, Claudia, la scrittrice sarda ha costruito una famiglia omogenitoriale fondata sull’affetto e la cura. Una famiglia queer completata dal marito Lorenzo Terenzi (sposato lo scorso 15 luglio “in articulo mortis”), attore e regista conosciuto nel 2017 grazie a uno spettacolo teatrale in cui Murgia era la protagonista.

In queste ore il ricordo dei suoi cari non è mancato sui social, dove Murgia era seguitissima. Il marito Terenzi l’ha voluta ricordare pubblicando una foto in un cui Michela indossa un abito rosso corallo, la testa avvolta in un turbante mentre balla una danza sufi. “Ciao bella” invece il ricordo di Alessandro Giammei che ha postato una foto di loro due ad un tavolino di un bar. L’altro “figlio d’anima” Francesco Leone pubblica una foto di loro due che, di spalle, camminano per strada con questa frase: “Camminiamo verso altre notti insonni a raccontarci i segreti, a immaginare nuovi orizzonti, a prenderci cura delle persone che amiamo. Benvenuta nella nostra nuova vita. Bentornata a casa, Shalafi amin“.

Repubblica scrive che per trascorrere gli ultimi mesi con la “Queer family”, è stata comprata una casa alle porte di Roma con un grande giardino: qui Michela Murgia ha vissuto le ultime settimane in compagnia del marito e di Claudia, la mamma di Raphael Luis, di Marco (papà di quest’ultimo) e insieme ai tanti amici che in questi mesi sono andati a trovarla.

I funerali nella chiesa degli Artisti

Intanto i funerali della scrittrice sono in programma domani, 12 agosto, nella chiesa degli Artisti in piazza del Popolo a Roma. Una celebrazione religiosa, scelta in linea con la fede che l’ha sempre contraddistinta: laureata in Teologia, fra le varie esperienze lavorative svolte prima di dedicarsi all’attività di scrittrice rientrano quella di insegnante di religione nelle scuole, per sei anni.

“Come papa Francesco non si stanca mai di ripetere a proposito della sua idea di Chiesa. Un’idea di fondo che, pur con accenti diversi, anche Michela Murgia sosteneva: con inquietudine, ma anche con grande trasparenza”. Con queste parole Avvenire ricorda Michela Murgia, scomparsa a 51 anni nelle scorse ore. Il giornale dei vescovi analizza in particolare il penultimo libro della scrittrice, ‘God Save the Queer’, il cui contenuto è definito come “il vero testamento, morale e spirituale, di Michela Murgia”. Avvenire rimarca anche “l’idea sottintesa al romanzo, cioè quella della dimensione ‘pietosa’ e ‘umana’ dell’eutanasia”.

Il testamento di Michela Murgia

Sarà l’avvocata e amica bolognese Cathy La Torre la curatrice del testamento di Michela Murgia che ha assistito nella sua stesura. La Torre, impegnata al momento nell’organizzazione del funerale, era amica intima della scrittrice ed era stata scelta da Michela Murgia per far parte di quella che ha definito la sua “famiglia queer”. La Torre è da diversi anni fortemente impegnata sul fronte delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, oltre che sulla tutela dei diritti della comunità Lgbtqia+. “Ha scelto di fare testamento e da mesi abbiamo lavorato per tutelare la sua famiglia queer – spiega La Torre – lo abbiamo fatto insieme e sempre pubblicamente come battaglia politica. Michela ci ha mostrato che tutelare le forme relazionali non tradizionali ma che sono comunque famiglie è oggi una battaglia politica urgente e aggiungo, dal canto mio, anche una battaglia giuridica fondamentale. Ha fatto testamento e predisposto tutto per tutelare una famiglia che lo Stato non tutela”.

“Non posso entrare nei dettagli del suo testamento – spiega La Torre – posso però dire che mesi fa Michela ha iniziato una lotta politica perché ogni tipo di famiglia, anche quella che non è esattamente riconducibile all’eteronormatività e alla tradizione, cioè che non prevede legami di sangue tra i suoi componenti, potesse avere un riconoscimento, prima di tutto di linguaggio. Quindi lei per la prima volta ha parlato di famiglia queer e mostrato che esistono altri modelli di famiglia. E questo è stato un gesto politico incredibile, perché centinaia di migliaia di persone si sono interrogate su che cosa è una famiglia queer”.

La Torre spiega poi che il secondo passo “è stato di dare concretezza a tutto questo di fronte alla legge e allo Stato, visto che lo Stato non riconosce alcun tipo di famiglia che non sia quella tradizionale, o le convivenze di fatto che siano registrate di fronte a un Comune di residenza. Quindi quello che abbiamo fatto è stato non solo dare dignità politica a questa forma di famiglia e relazioni, ma anche dargli una dignità di fronte alla legge, e lo abbiamo fatto attraverso un testamento articolato, attraverso una cosa che spesso la gente non fa perché pensa che costi molti soldi, invece in realtà scrivere un testamento di proprio pugno, olografo, non ha alcun costo e in qualche modo è uno dei primi passi che si può fare in questo senso. Così come un testamento biologico, che è una dichiarazione anticipata di volontà o anche nominare un esecutore o una esecutrice testamentaria che possano seguire in qualche modo l’applicazione di quel testamento”, ha sottolineato infine l’avvocata La Torre.

In particolare la scrittrice ha lasciato la casa con giardino, acquistata recentemente a Roma per trascorrere assieme alla sua “famiglia queer” gli ultimi mesi di vita, ai figli elettivi Raphael Luis, Francesco Leone, Riccardo Turrisi e Alessandro Giammei. Quest’ultimo inoltre dovrà occuparsi della cura e della pubblicazione degli scritti a cui ha lavorato in questi mesi e che saranno pubblicati, probabilmente, nel giro di un anno. Gli abiti della Murgia andranno invece alla scrittrice e amica Chiara Tagliaferri, con cui ha ideato il podcast e l’omonimo libro “Morgana”. A Patrizia Renzi, invece, il patrimonio di gioielli e bigiotteria.

 La sua mancanza impoverisce la nostra società. La scomparsa di Michela Murgia ci ricorda che le idee diverse vanno contrastate con civiltà. Andrea Ruggieri su Il Riformista l'11 Agosto 2023 

Voglio dedicare un pensiero non ipocrita a una donna di cui non ho condiviso mezza idea ma che oggi se ne va giovanissima, e questo è un dramma. Lascia la sua comunità personale, familiare e anche chi credeva in quelle idee che io non condivido assolutamente ma che hanno il diritto di esistere. Se una donna come Michela Murgia se ne va così giovane è una tragedia, è un peccato, la sua mancanza impoverisce la nostra società. La sua scomparsa ci deve ricordare che si devono avere idee diverse ma che si può essere molto determinati pur rimanendo civili. Oggi è il giorno del dolore per la nostra connazionale che se ne va e si porta via delle idee, che magari ad alcuni di noi non piacevano e contrastavano, cercando sempre di rimanere civili a prescindere dal nostro pensiero. Andrea Ruggieri

Da L’Unità.

L'ultimo saluto. Michela Murgia, i funerali tra lacrime e ‘Bella ciao’ della folla per la scrittrice: “Ha protetto tutti fino alla fine, anche nei momenti dolorosissimi”. Redazione su L'Unità il 12 Agosto 2023

Quando il feretro arriva intorno alle 15 alla Basilica di Santa Maria in Montesanto, la Chiesa degli Artisti in piazza del Popolo a Roma, ci sono già centinaia di persone in attesa. Una vera e propria folla era presente per i funerali di Michela Murgia, l’ultimo saluto alla scrittrice sarda, morta giovedì sera a 51 anni un tumore al quarto stadio al rene.

Una celebrazione religiosa, scelta in linea con la fede che l’ha sempre contraddistinta: laureata in Teologia, fra le varie esperienze lavorative svolte prima di dedicarsi all’attività di scrittrice rientrano quella di insegnante di religione nelle scuole, per sei anni.

I funerali, celebrati da don Walter Insero, hanno visto la partecipazione e gli interventi di diversi personaggi che l’hanno ricordata: da Roberto Saviano a Lella Costa e Chiara Valerio, ma nella piccola chiesa c’erano anche la segretaria del Pd Elly Schlein, Francesca Pascale e la moglie Paola Turci, oltre ovviamente a tutta la “famiglia queer” della scrittrice, come la stessa Murgia la definiva.

Fuori dalla Chiesa degli Artisti chi è rimasto in attesa sotto al sole cocente, ci sono stati anche alcune persone colte da malore e svenute, per salutare la scrittrice e attivista ha intonato “Bella Ciao”, seguendo la funzione sugli smartphone tramite le diverse dirette social e web.

In chiesa invece non ci sono fiori, secondo quanto disposto dalla stessa scrittrice, tanto che è stato rimandato indietro anche la corona di fiori del Comune di Roma

Le parole di don Insero

“Michela è nell’oltre, la sua anima è in questo viaggio verso il Padre non verso il nulla”, sono state le parole durante l’omelia di don Walter Insero, rettore della Basilica Santa Maria in Montesanto. Cappellano presso la Rai dal 2004, il sacerdote aveva già officiato i funerali di Maurizio Costanzo, Gigi Proietti e Fabrizio Frizzi.

“Michela – ha detto il celebrante – ha fatto tante battaglie, lo sappiamo. Vi invito ad accogliere la testimonianza di fede che ha rappresentato nel momento della prova, nella malattia, nella sofferenza dura che ha vissuto. Michela ha portato avanti la buona battaglia, ha conservato la fede, direbbe San Paolo. Lei ci ha lasciato questa testimonianza: è possibile amare nel dolore, è possibile salutare tutti e riconciliarsi con tutti. Chi ha avuto il regalo dalla Provvidenza di poter condividere gli ultimi momenti ha visto una donna affidarsi a Dio, una donna che non ha mai avuto timore di manifestare la sua fede“.

Il discorso di Saviano

A conclusione della celebrazione alcuni amici hanno voluto testimoniare un ricordo. Le parole più forti sono arrivate da Roberto Saviano: “Michela – ricorda Saviano – voleva che questa giornata fosse per tutti. Sembrava suonasse quanso batteva sui tasti. Per Michela la condivisione era il senso di tutto. Quano le cose non andavano lei ti diceva: ‘non stare solo, vieni qui’. Le scelte di Michela possono essere sintetizzate in: non essere soli, non lasciare soli. Michela ha protetto tutti fino alla fine, anche nei momenti dolorosissimi della fine“.

“Lei è stata abile a non far sentire il dolore delle sue scelte di lotta – sottolinea Saviano – ci siamo conosciuti e uniti non per quello che abbiamo fatto, ma per quello che ci hanno fatto. In questo paese è stato possibile che si considerasse una scrittrice, intellettuale attivista come una nemica politica. Michela ha voluto stare accanto a me nei processi che mi hanno riguardato. Voglio darle tutta la mia gratitudine: durante la notte e i pomeriggi difficili, Michela c’era. ‘Abbi fiducia in chi ci legge e capisce’, diceva. Quelli che hanno fatto davvero del male a Michela sono quelli che avevano un piede qui e un piede lì, quelli che stavano a metà per convenienza. – attacca Saviano – Sono loro ad aver reso la sua vita difficilissima. Michela sceglieva, perché il silenzio di fronte all’orrore l’avrebbe resa infelice. Scegliere è l’unica cosa che la faceva sentire in asse con sé stessa“. Redazione - 12 Agosto 2023

Chi era Michela Murgia, militante e intellettuale oltre che scrittrice. La lingua autentica della Sardegna. Fu un’intuizione felice di Michela Murgia. Chissà che tutte le sue parole di questi mesi non fossero un modo per proteggersi prima della morte. Filippo La Porta su L'Unità il 12 Agosto 2023 

Michela Murgia è stata una intellettuale “militante” oltre e forse più che una scrittrice. Paladina dei diritti, figura pubblica legata a battaglie civili, quasi icona pop, conosciuta ben oltre l’ambito letterario. Più Oriana Fallaci che Elsa Morante, e anche se ovviamente i “contenuti” del loro impegno pubblico siano quasi opposti. Una intellettuale capace di mettere in scena le idee, le proprie (contraddittorie) passioni e i propri drammi personali: opinion leader e agguerrita polemista, moralista libertaria, credente iperlaica, fine teologa sfrontatamente in conflitto con la Dottrina.

Una straordinaria drammaturga dell’autobiografia, dal suo libro d’esordio – Il mondo deve sapere (2006) – inchiesta romanzesca sul mondo delle telefoniste precarie, prima blog e poi film di Virzì – fino a Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi (2023) – meditazione zen in forma narrativa su diversi modi di rispondere a un rivolgimento traumatico dell’esistenza. La decisione di rendere pubblica la sua malattia, il 6 maggio scorso – un tumore al rene al quarto stadio, con aspettativa di vita di pochi mesi – ha suscitato un acceso dibattito nei social, dai toni perlopiù imbarazzanti (anche Fallaci volle pubblicizzare il suo cancro, dichiarando di combattere con la testa, ancora integra, un “mucchio di cellule impazzite”: mens sana in corpore infirmo). Personalmente ritengo una colpa anche solo l’aver commentato quella decisione, sia in senso positivo che negativo. Non siamo mica obbligati a commentare ogni cosa.

Possibile che non ci si senta più in dovere di fermarsi ogni tanto – per una forma di rispetto – di non far sapere la nostra opinione su un argomento? Accabadora (2010) è certamente il suo romanzo più ambizioso. Una riflessione in forma poetico-narrativa sull’ambiguo intreccio di bene e male nelle cose umane, conseguenza – per un credente – del peccato originale, almeno fino a quando l’Angelo Sterminatore, alla fine della Storia, tornerà a separare il bene dal male…. Gli indizi li troviamo dalla prima pagina: la piccola Maria nel “sole violento di luglio” impasta una torta di fango con le formiche vive: “il dolce le cresceva in mano, bello come lo sono a volte le cose cattive”. Mentre Nicola Bastìu va ad appiccare il fuoco alla tenuta dei Porresu per vendicare un sopruso: “Per un uomo che aspiri al rispetto degli altri le cose buone possono anche essere gratuite, ma quelle cattive devono sempre essere necessarie”. Due i temi affrontati: adozione ed eutanasia. Da un lato una percezione della maternità ben oltre i suoi confini biologici: la “accabadora”(colei che finisce) adotta una bambina, perciò detta una “figlia dell’anima”.

Ricordo per inciso come nei Promessi sposi, nella scena del lazzaretto anche Manzoni ci mostra come il legami elettivi sono più importanti di quelli di sangue, con tutte le madri che allattano f gli di altre (secondo una preziosa notazione della manzoniana Eleonora Mazzoni). Dall’altra la “buona morte” che nel paesino sardo di Soresu la sarta, un po’ strega e un po’ maga, somministra di notte ai sofferenti. Il romanzo, non sempre sorretto da una lingua adeguata (l’autrice censura un po’ la propria vena comico-grottesca), disegna però un bel personaggio, Maria, saggia e impertinente, testimone muta come il cane Mosè. E poi ci introduce all’atmosfera arcaica, magico-fiabesca della Sardegna degli anni ‘50, senza cadute nel bozzettismo. In God save the queer (2022) Murgia celebra l’ideologia queer scagliandosi contro le religioni monoteistiche e maschiliste, e suggerendo una lettura, appunto in chiave queer, della Trinità, rinvenuta in una icona di Andrej Rublev (dove le tre figure non hanno un sesso definito).

Sul considerare non solo il genere ma anche il sesso biologico, il corpo sessuato, una costruzione culturale, dunque storicamente modificabile, ho qualche dubbio. Come se in questa oltranza teorica (che si rifà a Judith Butler) si celasse la insofferenza verso ogni limite naturale, un segreto disprezzo (gnostico) del corpo vissuto come gabbia, come ostacolo alla nostra libertà (che invece dovrebbe essere, chissà perché assoluta!). Ma soprattutto, rivolgendomi alla teologa: se uno può essere tutto come farà a incontrare Dio (domanda posta da Nicola Mirenzi)?. Se sono tutto, divento io Dio, occupo tutto il campo. Qui arriviamo probabilmente all’aspetto più delicato dell’intera questione. Su cui azzarderò una ipotesi.

Murgia rifiuta qualsiasi identità monologica, univoca, e anzi dichiara il proprio disagio nel solo nominare il numero “1”, poiché oggi più che mai i corpi singoli convivono con la molteplicità delle identità digitali: siamo tutti indefinibili, da una parte e contemporaneamente dall’altra. Il numero “1”, ribadisce, ci rende soli. Vero. Ma è anche vero che, indubitabilmente, si muore da soli. La morte è una esperienza strettamente individuale, che possiamo socializzare e condividere fino a un certo punto. Può riempire il nostro cuore sapere che, se lo vogliamo, siamo tutti al tempo stesso uomini e donne, vecchi e giovani, dentro e fuori…Però non riusciremo mai ad essere al contempo vivi e morti. Anche se tra i vivi e i morti può esserci un dialogo continuo, sotterraneo, come ci ha mostrato un grande scrittore corregionale di Murgia, Salvatore Satta, con il suo romanzo nuorese – epico e negromantico – Il giorno del giudizio.

Una volta Murgia ha osservato con una intuizione felice che la lingua autentica della Sardegna, che non coincide con nessuno dei suoi dialetti, è il silenzio (come emerge dai migliori narratori dell’isola, da Satta ad Atzeni). Ripenso ad Accabadora: le pagine più belle del romanzo, paradossalmente, sono quelle meno “scritte” e meno elaborate, lì dove riesce a farci sentire quell’impenetrabile silenzio, di cui lei ha esperienza, dentro gli stessi dialoghi. E allora mi viene da pensare che tutte le parole che ci ha detto in questi mesi – con la sua sapienza retorica e inesauribile verve teatrale (i suoi travestimenti da maga, da donna col turbante di Vermeer) – non siano altro che un modo per custodire e preservare quel silenzio, un dispositivo che protegge le poche, uniche parole che ognuno dice a se stesso prima del grande silenzio.

Filippo La Porta 12 Agosto 2023

Quali sono i libri di Michela Murgia, da “Accabadora” agli scritti postumi (già annunciati). Redazione su L'Unità l'11 Agosto 2023 

Se l’esordio arriva nel 2006 con “Il mondo deve sapere“, un libro denuncia sul mondo del telemarketing, nato dalla sua esperienza personale di lavoratrice precaria e dal quale Paolo Virzì aveva tratto il film “Tutta la vita davanti”, per Michela Murgia il grande successo, di pubblico e di critica, arriverà tre anni dopo.

È nel 2009 che la scrittrice sarda, morta giovedì 10 agosto all’età di 51 anni per il cancro ai reni al quarto stadio che l’aveva colpita da tempo e di cui aveva parlato pubblicamente in una intervista concessa al Corriere della Sera solo tre mesi fa, farà “il botto”.

Se infatti per anni è stata considerata una intellettuale capace di coinvolgere (e dividere) per le sue opinioni sul femminismo e sul mondo Lgbt lo si deve a “Accabadora”, il suo romanzo di maggiore successo pubblicato da Einaudi: vinse il premio Campiello, uno dei più importanti riconoscimenti letterari italiani, e nel tempo ha venduto centinaia di migliaia di copie.

In “Accabadora” Murgia aveva dato voce ai matriarcati sardi tanto ricchi di tradizione quanto misconosciuti: il romanzo parlava del rapporto tra Bonaria Urrai, l’accabadora del titolo, ovvero colui che le persone agonizzanti come chiesto da loro stesse o dai parenti (di fatto una espressione sarda che rappresenta l’eutanasia) e la protagonista del romanzo, Maria Listru, una sorta di figlia adottiva della donna che all’inizio del libro le viene ceduta dalla madre biologica, una vedova troppo povera per mantenerla.

Il tema della “fillus de anima” è fondamentale per Murgia, influenzando anche il suo concetto di “famiglia queer”: dai figli elettivi Raphael Luis, Francesco Leone, Riccardo Turrisi e Alessandro Giammei a Lorenzo Terenzi, l’attore sposato lo scorso luglio “in articulo mortis”.

Nel 2011 Murgia fa uscire il saggio “Ave Mary”, opera in cui sintetizza la sua formazione cattolica (laureata in Teologia, ha insegnato per sei anni religione a scuola) col femminismo, reinterpretando la figura della madre di Gesù. Temi su cui tornerà in “God save the queer”, uscito lo scorso anno.

Torna al romanzo nel 2011 con “L’incontro” e nel 2015 con”Chirù”, il più autobiografico dei suoi scritti. L’ultimo romanzo di Murgia è figlio della sua diagnosi di tumore ai reni allo stadio avanzato, “Tre ciotole. Rituale per un anno di crisi”, dove più personaggi sono uniti dalla perdita: di un amore, di una sicurezza, di una persona o di un lavoro.

Michela Murgia ha lavorato fino agli ultimi giorni: al “figlio” Alessandro Giammei ha lasciato l’incarico di occuparsi della cura e della pubblicazione degli scritti a cui ha lavorato in questi mesi, che usciranno dunque postumi. “Michela ha scritto fino all’ultimo giorno della sua vita. Aveva un libro da consegnare e lo ha consegnato prima di morire. Un libro toccante, sulla famiglia. Doveva essere solo sulla Gpa (gestazione per altri, ndr) ed è diventato un libro più profondo sul senso della genitorialità e parentela. Credo che uscirà a breve per Rizzoli“, ha confermato all’Ansa Giammei, aggiungendo che “c’è anche un ricco patrimonio di file scritti in molti anni, molti racconti dispersi e pagine inedite“. Redazione - 11 Agosto 2023

L'addio alla scrittrice. Michela Murgia, dai libri alla malattia “non era una signora”. Aveva deciso di raccontare le donne capaci di sognare la propria vita per non vivere nel sogno di qualcun altro. Donne libere anche dentro una prigione. Lucrezia Ercoli su L’Unità il 15 Agosto 2023.

Il 2 luglio 2020 inaugurammo l’edizione più complessa dei dodici anni di Popsophia. Eravamo il primo festival culturale in Italia a riaprire con il pubblico dal vivo dopo il lockdown pandemico, con decine di ospiti provenienti da tutta Italia. Brancolavamo nel buio in un ginepraio kafkiano di regole per la sicurezza, senza modelli o termini di paragone: eventi simili al nostro erano stati rimandati o si svolgevano soltanto online. Eppure, sentivamo il bisogno di tornare a stare insieme, di tornare a respirare lo stesso ossigeno, di elaborare il trauma collettivo senza precedenti che aveva minato la salute dei nostri corpi e delle nostre anime.

Il tema che avevamo scelto era “realismo visionario”, ispirato al centenario felliniano. Dopo l’annus horribilis in cui l’orizzonte del possibile era stato schiacciato sui drammatici bollettini sanitari e sul linguaggio bellico dell’emergenza, ci era sembrato urgente trovare un modo per aprire lo spazio dell’immaginazione, per riattivare il potere creativo e generativo del linguaggio della narrazione.Per l’inaugurazione in Piazza del Popolo a Pesaro era necessario uno sguardo potente e visionario. Uno sguardo in grado di trovare parole magiche capaci di aprire le menti in un tempo di chiusura fisica e mentale. Al tempo stesso, dotate della forza carismatica necessaria per parlare di fronte a una piazza piena e disunita, con persone diffidenti e impaurite, ancora costrette a sedersi lontane, a due posti di distanza uno dall’altro.

Chiedemmo di farlo a Michela Murgia. Fin dai primi mesi della pandemia si era dimostrata punto di riferimento di una comunità virtuale di donne e uomini alla ricerca di parole per guardare lontano, in un momento in cui l’orizzonte si era ristretto; sui suoi social aveva costruito un diario eccentrico di un tempo sospeso che – ogni giorno – faceva divertire, indignare, gioire e incazzare. Aveva deciso di partire dalle storie delle sue “visionarie”, delle sue “morgane” capaci di sognare la propria vita per non vivere nel sogno di qualcun altro. Donne capaci di essere libere dentro una prigione, rompendo dall’interno gli schemi imposti da una società pensata e creata dagli uomini. Le visionarie non sono semplicemente donne “di successo”, quelle che “ce l’hanno fatta”; le più intelligenti e le più brave, in grado di fare più e meglio degli uomini. Le visionarie sono tutte quelle che hanno avuto vite tortuose e complesse, ma che dai margini sono state in grado di mettere in discussione il modello stesso, per tutte e per tutti.

Non necessariamente delle “femministe”, secondo i canoni rigidi dell’ortodossia che lo stesso femminismo ha stilato; sono donne che hanno saputo abitare la propria incompatibilità, rivendicandola con orgoglio. Nell’ultimo video-messaggio che Murgia ha rivolto al suo pubblico – con la voce e il volto provati dalla malattia – parla di questa apertura alla pluralità dei femminismi, invita a non perdere tempo a levare patenti e a fare processi a chi “non è abbastanza femminista”. Fa un appello alle rigide sorveglianti del comportamento altrui: “siate la porta e non la portinaia”. Se torno a quel 2 luglio 2020, ricordo che prima della serata le avevo preannunciato – un po’ titubante – la presenza della Factory, la band musicale di Popsophia, che avrebbe eseguito, per introdurre la sua lectio, una canzone manifesto del femminismo rock in salsa italica: Non sono una signora di Loredana Bertè.

Murgia sul momento non aveva detto nulla, ma sul palco, di fronte al pubblico, aveva esordito così: “Alcune potrebbero offendersi per una simile presentazione. Non io. Io mi ci riconosco appieno. Non sono una signora, è vero. Perché quando ti dicono ‘comportati da signora’ intendono dire: ti rispetterò se rimani all’interno del perimetro che abbiamo pensato per te”. Non a caso, quando nel 1982 Loredana Bertè, con la sua voce roca e malinconica, vince il Festivalbar con questa canzone, per ritirare il premio sale sul palco dell’Arena di Verona con un vestito da sposa bianco, con tanto di velo e coroncina. Ma mentre fa per andarsene dopo l’applauso del pubblico, inciampa sullo strascico e cade rovinosamente. Si rialza subito, prende il microfono e dice fiera: “Ve l’avevo detto che non sono una signora e questo vestito non lo so portare”.

Le visionarie raccontate da Murgia non sono signore “con tutte stelle nella vita”, ma donne le cui vite sono fatte di inciampi e di risalite, donne per le quali “la guerra non è mai finita” perché sono impegnate a rovesciare il canone di una femminilità educata e rispettosa nel quale si sentono strette. Donne che fanno un percorso tortuoso per avere “una stanza tutta per sé e uno stipendio tutto per sé”, come scriveva Virginia Woolf alla fine degli anni ’20, perché solo così possono permettersi di non cedere sul proprio desiderio. Donne che non vogliono vivere nella “casa di bambola” che hanno costruito per loro; che non ammutoliscono di fronte allo “stai zitta!” del maschio di turno. Come aveva intimato alla stessa Michela Murgia un noto psicologo televisivo. “Ci dicono sempre ‘questo è il modo in cui devi essere te stessa’, cioè puoi essere tutto quello che puoi, ma non tutto quello che vuoi”.

Murgia non cercava esempi edificanti per ribadire una presunta radice univoca della femminilità, ma un’apertura plurale all’autodeterminazione, incarnata da storie diverse, accomunate soltanto dal desiderio di far saltare convenzioni e confini. Le visionarie “se ne sbattono di piacere agli altri, vogliono piacersi” diceva Murgia. Le storie che raccontava sembravano più autentiche perché lei – così mi è sembrato in quella fugace conoscenza pesarese –incarnava l’asperità di chi non vuole compiacere nessuno né perdersi nei convenevoli affettati, di chi si era liberata dal senso di colpa di non voler “dispiacere” agli altri. Perché le Morgane, come le aveva definite, sono “strane, pericolose, esagerate, stronze e a modo loro tutte diverse e difficili da collocare”.

Murgia era consapevole che la rivoluzione del secondo sesso, come lo chiama Simone De Beauvoir, passa anche e soprattutto tramite l’immaginario della cultura pop. La rivoluzione non avviene solo con le manifestazioni in piazza, ma anche sulle passerelle delle sfilate di moda, sulle copertine delle riviste, sui palchi degli stadi, sullo schermo televisivo, sulle piattaforme dei social. E in questa scia si inserisce la narrazione social – rivoluzionaria e difficile – della sua malattia e della sua morte, che le aveva dato la possibilità di farsi esempio incarnato dello slogan femminista “il personale è politico”.

Ma anche di usare la narrazione per il suo scopo ultimo: rendere sopportabile il dolore inserendo un evento casuale in un destino più ampio, in un ordine di senso collettivo. Come ha scritto Hannah Arendt a proposito di Karen Blixen: “il racconto rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi”. Lucrezia Ercoli 15 Agosto 2023

Da L’Inkiesta.

Mentre morivo. L’energia sovrumana di Michela Murgia e l’inadeguatezza di noi che stavamo a guardare. Guia Soncini su L'Inkiesta il 12 Agosto 2023

La scrittrice ha fatto della sua esistenza una militanza politica, e del suo ultimo anno un’agonia piena di vita. Chissà come faceva ad avere tutta quella voglia di esserci, con tutta quella sofferenza addosso 

Una cosa che non avevo mai immaginato, fino al Natale del 2021, era che ci fossero persone convinte che, se non sei d’accordo con qualcuno, allora ne desidererai la morte, o comunque ne gioirai.

Sì, certo che anche prima di allora mi ero accorta che i social erano pieni di gente che si augurava – meglio: dichiarava di farlo – la morte mia o di altra gente che, senza mai averla incrociata, riteneva fosse il più grave problema del mondo. Ma che il mondo sia pieno di scemi non mi pare una notizia.

La questione cui mi riferisco non attiene a Brocco81 che dichiara di sperare che Tizio di cui ha letto un articolo con cui non è d’accordo muoia tra atroci sofferenze. La questione cui mi riferisco riguarda Giorgia Meloni, per dire, e una sua dichiarazione ovvia e garbata sulla morte di Michela Murgia; riguarda lei, e tutti quelli che ieri si sono precipitati sui social a dirle che schifo, come potete parlare di cordoglio dopo averla attaccata.

Michela Murgia ha fatto della sua vita una militanza e quindi è – inevitabilmente, e direi persino con una certa voluttà – entrata in collisione con chi avesse idee diverse dalle sue. L’ha fatto da che ha avuto una voce pubblica, l’ha fatto come scelta identitaria. Se ogni tanto ricordava Skunk Anansie non era perché, per il cancro, si era rasata a zero: era per quel titolo di canzone del quale sembrava aver fatto un manifesto di vita. “Yes it’s fucking political”.

Sì può non trovare sconvolgente e ingiusto che una persona muoia a cinquantun anni? Veramente la polemica politica significa, secondo coloro che ieri si indignavano vai a sapere se a scopo di cuoricini o per autentica stolidità, desiderare la morte dell’avversario, o comunque essere contenti quando avviene?

Tutto ciò che osserviamo e valutiamo non riguarda – non serve uno specialista viennese per capirlo – l’oggetto dell’osservazione, ma noi. Quando pensi che chi non apprezza il lavoro di qualcuno ne desideri la morte, mi stai svelando che così succede a te: tutto ciò che pensiamo dice qualcosa di noi. Anche quando abbiamo il pudore di non scrivere coccodrilli che raccontino quanto il morto ci stimasse, la morte degli altri riguarda noi.

Durante le vacanze di Natale del 2021 Michela Murgia è stata ricoverata con non so quanti litri d’acqua nei polmoni, ed era una recidiva d’un tumore precedente, una recidiva i cui sintomi aveva da un anno senza andare a farsi vedere, ed è stato subito chiaro a chiunque che sarebbe morta, perché un cancro che lasci prosperare per un anno o più poi mica riesci più a curarlo.

Non riguardava certo lei, il mio sconvolgimento della sera in cui mi raccontarono questa vicenda. Non riguardava certo una scrittrice che non conoscevo privatamente e con le cui posizioni pubbliche non ero praticamente mai d’accordo.

Riguardava me che detesto andare dai medici; riguardava me che ero nata quattro mesi dopo di lei e la vita mi stava dicendo che era un’età buona come un’altra per morire; riguardava – soprattutto – il guaio d’essere la migliore.

Nell’ampio campo intellettuale di coloro le cui idee non mi convincono, Michela Murgia era evidentemente l’unica in grado di argomentare un pensiero. E quindi, inevitabilmente, circondata di emule goffe, di ancelle volenterose, di allieve che ripetono a memoria la poesia di Natale ma cui manca il guizzo.

Quando mi avevano raccontato che l’avevano ricoverata perché l’acqua nei polmoni era così tanta che non respirava più, ma che prima di allora era un anno che vomitava e dimagriva e insomma aveva sintomi evidenti, la prima cosa che avevo chiesto era stata: ma a cosa servite voi amiche, se non l’avete portata in ceppi da un medico pure se non ci voleva andare? Mi era stato risposto: eh, ma ci aveva detto che era andata.

Il rapporto di Michela Murgia con chi la circondava è stata, qualche mese fa, la stessa Michela Murgia a svelarlo, nell’intervista ad Aldo Cazzullo, in un passaggio che nessuno ha notato, impegnati com’erano tutti i lettori a concentrarsi sulle cose più da card di Instagram, il fascismo della Meloni e altre titolabilità.

Cazzullo le chiede di Cossiga, Murgia risponde così: «Mi è sempre stato simpatico. Ricordo un faccia a faccia con Minoli, che gli chiese: ma lei è massone? Cossiga rispose: no. Minoli lo incalzò. E lui: “Erano massoni mio padre, mio zio, mio cugino, i miei amici… Non avevo alcun bisogno di essere massone pure io”. È un po’ come me con il Premio Strega. Ho rifiutato il voto da giurata, ma Chiara Valerio mi sfotte sempre: “Michela non ha un singolo voto, ne ha diciassette…”».

Non sarà stata né la prima né l’ultima donna di potere, né la prima né l’ultima ape regina che ha con i propri affetti un rapporto non paritario; ma mi sembrò molto interessante che lo rivendicasse pubblicamente: non è una cosa che facciamo, noialtre abituate alla mistica della femminilità e al potere esercitato di nascosto e con sotterfugi seduttivi. E invece: ci sono diciassette persone che allo Strega votano quello che dico io, figuriamoci se mi contraddicono quando non voglio andare dal medico.

Quella sera d’un anno e mezzo fa, ho iniziato a chiedermi a cosa serva, e non ho più smesso. A cosa serve essere carismatiche, se poi quel che te ne viene è che nessuno di quelli che ti stanno intorno osa contraddirti, neanche quando si tratta di salvarti la vita? A cosa serve essere di successo, se le classifiche di vendita non possono renderti immortale? A cosa serve essere perentorie, se poi ti lasci morire per incuria?

Nell’anno e mezzo trascorso tra quel ricovero d’urgenza e la sua morte, giovedì sera, Michela Murgia tutto ha fatto tranne che lasciarsi morire. È stata un’agonia piena di vita, come se avesse voluto rendere più denso il tempo che le restava, per compensare quello di cui si era distrattamente privata (scusate, metto subito via il kit della psicanalista dilettante).

È andata alle sfilate e alle fiere letterarie, ha instagrammato la chemioterapia e le canzoni coreane, ha scritto quattro libri – due già usciti, l’ultimo consegnato mercoledì sera – e non so quanti podcast, dato interviste, fatto servizi fotografici vestita in haute couture. Non si è mai dimenticata di vivere, e io la osservavo senza capire.

Come fa ad avere così voglia di esserci, con tutta quella sofferenza? Come fa a cercare così disperatamente di dare un’immagine di forza, quando sa che la fine è nota? Non sono mai passati più di tre giorni senza che parlassi di lei, di una scrittrice che non leggevo e non mi stava simpatica e di cui non m’ero mai interessata prima che s’ammalasse, e di quello che mi sembrava svelasse di me, di noi, di quell’inaccettabile ingiustizia che è la morte.

Michela è contenta di questo anno e mezzo, mi giuravano le persone che le volevano bene, ha fatto tante cose, e io non riuscivo a venirne a capo: io che chiedo la morfina se ho un giradito, e lei che aspetta di chiudere l’ultimo libro prima di farsi sedare, lei che ha ancora voglia di baccagliare con la Meloni, con Figliuolo, con le lingue romanze, mentre è in chemioterapia.

Com’è possibile, chiedevo a chiunque fosse disposto ad ascoltarmi, che abbia questa voglia, questa forza, questa energia sovrumana, mentre sta morendo. Una volta una sua amica mi ha risposto «ma stiamo tutti morendo», e ho pensato che brutta fatica dovesse essere, essere l’ape regina in mezzo a gente che si esprime per frasi fatte e banalità trite. O è una forma di allenamento, se sei circondata da gente intellettualmente non all’altezza ti alleni anche a saper parlare al grande pubblico?

Una cosa che ha creato, Michela Murgia con quella vetrina sulla sua malattia tenuta spesso accesa, è stata la moltiplicazione dei funerali da viva. Ogni giorno c’era qualcuno che la criticava o la difendeva, ma che comunque riteneva di dire cosa pensasse delle sue feste in bianco e delle sue idee sulla famiglia.

Giorni fa ho visto un video di uno degli indignati da cordoglio degli antipatizzanti, uno di quelli che hanno passato l’ultimo anno a dire «come vi permettete di piangere la morte di una le cui parole vi dispiacevano da viva, ipocriti». Era un video involontariamente esilarante, in cui questo tizio spiegava che lui e la Murgia non si stavano simpatici da quando lei aveva stroncato un libro di lui, e lui aveva risposto con un articolo stronzo. Già rispondere a una stroncatura sarebbe imbarazzante, ma l’autoritratto poi peggiorava.

Questo interessante incrocio di ego ipertrofico e mancanza assoluta di senso del ridicolo spiegava d’essere a un certo punto stato in collegamento con un programma nel cui studio era presente lei, e d’aver percepito dai di lei sguardi che, ebbene sì, la Murgia stava dalla sua parte rispetto a una qualche polemichetta minore.

In seguito a questo sguardo (che non si era affatto immaginato, cosa andate a pensare), egli non era dunque oggi come questi ipocriti, nel fare il suo bravo elogio funebre alla Murgia ancora viva; era invece, il guardato, uno legittimato a dispiacersi dell’imminente decesso, e persino pentito d’una frase scritta nell’articolo dell’epoca. Frase che ben pensava di svelarci, per farsi stimare vieppiù: «La falsa magra Michela Murgia». Che brutta fatica, con detrattori il cui equipaggiamento dialettico è questo qui.

L’altro giorno, su Instagram, Michela Murgia aveva citato, rispondendo a chi le chiedeva se le cure stessero funzionando, una frase che non conoscevo di Cesare De Michelis. Faceva così: posso stare meglio, ma non posso più stare bene.

È stata l’ultima volta in cui mi sono straziata osservando quell’oblò sulla sua vita che aveva tenuto aperto in questo anno e mezzo, l’ultima volta in cui mi sono chiesta a cosa servisse tutto quanto, e in cui non mi sono saputa rispondere.

Addio, Morgana. È morta la scrittrice Michela Murgia. L'Inkiesta l'11 Agosto 2023

Aveva cinquantuno anni, era una delle voci femministe più ascoltate. Aveva raccontato la malattia, ora viene ricordata anche dalla politica che l’ha sempre combattuta

È morta a Roma Michela Murgia, la scrittrice aveva cinquantuno anni. A maggio, aveva rivelato in un’intervista al Corriere della Sera di soffrire di un cancro al quarto stadio. «L’obiettivo non è sradicare il male, è tardi, ma guadagnare tempo. Mesi, forse molti», aveva detto in quell’occasione. «Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono», sullo spirito con cui aveva affrontato la malattia.

A metà luglio, si era sposata con l’attore e regista Lorenzo Terenzi; sul velo, nel giardino di casa, svettava: «God save the Queer». Nata a Cabras, in Sardegna, nel 1972, Murgia ha esordito con il romanzo “Il mondo deve sapere” (2006), che ha ispirato un film e uno spettacolo teatrale. Con “Accabadora” (la storia di un’anziana donna che in un villaggio sardo dà di nascosto la morte ai malati che gliela chiedono) due anni dopo ha vinto il premio Campiello.

A giugno si era ritirata dalla vita pubblica. Ex insegnante di religione, ha denunciato il precariato lavorativo, a cui ha dedicato un blog da cui è nato il primo libro, e di quello femminile in particolare. Era una delle voci femministe più ascoltate, e attaccate, in tv, sui social. Tra le sue battaglie, che hanno innescato anche polemiche, quella per l’uso dello schwa.

Della «sopravvivenza emotiva» parla l’ultimo volume, uscito quest’anno per Mondadori. Tra i suoi testi più impegnati “Istruzioni per diventare fascisti” e “Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più”, tema affine al podcast “Morgana” diventato a sua volta libro, con le storie di dieci donne «controcorrente, strane, pericolose, esagerate» in grado di «smontare il pregiudizio della natura gentile e sacrificale del femminile». Come un po’ era lei.

In queste ore, l’ha ricordata anche la politica di destra con cui tante volte si è scontrata. Il ministro dell’Interno le ha rivolto «una preghiera», seguito dal rammarico del senatore leghista Simone Pillon («Avrei voluto continuare a confrontarmi con te»), agli antipodi di Murgia sui diritti civili, sovente sabotati in aula dalle stesse forze politiche che ora le rendono omaggio.

La scrittrice Valeria Parella l’ha salutata con una frase di “Accabadora”: «Come gli occhi della civetta, ci sono pensieri che non sopportano la luce piena. Non possono nascere che di notte, dove la loro funzione è la stessa della luna, necessaria a smuovere maree di senso in qualche invisibile altrove dell’anima».

God Save the Queer. Il complesso rapporto di Michela Murgia con la Chiesa cattolica (e la fede). Francesco Lepore su L'Inkiesta il 14 Agosto 2023.

La scrittrice e intellettuale sarda ha sempre partecipato a discussioni teologiche, cercando di conciliare le sue convinzioni con la liberazione delle donne

Funerale politico. Ma prima e più ancora che tale quello di Michela Murgia è stato un funerale religioso. E lo è stato per sua stessa volontà. Sabato pomeriggio, infatti, nella basilica romana di Santa Maria in Montesanto sono state celebrate le esequie cristiane di chi si è sempre professata credente e, pur critica verso una Chiesa «strutturalmente patriarcale», se ne è sentita parte integrante fino alla fine. Era convinta Michela, e questa consapevolezza s’era rafforzata nel tempo, che si dovesse restare nella Chiesa per operare dall’interno il cambiamento, non già sparare a zero contro di essa dalla facile posizione di fuoriuscita. 

Ecco perché sono sembrati una stonatura i tre discorsi di Roberto Saviano, Lella Costa – la migliore, in ogni caso, e la meno citata sui media –, Chiara Valerio davanti all’altare e dopo il rito del valedictio, laddove avrebbero assunto pieno significato e potenza ascoltati all’esterno da tutte e tutti. Ecco perché, in ultima analisi, è sembrata fin troppo scontata l’esecuzione di Bella ciao, che una piazza commossa ha intonato all’uscita del feretro della scrittrice orgogliosamente antifascista, laddove i canti della liturgia funebre e, in particolare, il settecentesco inno devozionale in logudorese Deus ti salvet Maria sono stati invece capaci d’evocare un diverso vissuto inedito ai più: quello dell’antica responsabile di Azione cattolica in Sardegna, della femminista cattolica controcorrente, della mendicante dell’Infinito nel buio della fede. 

Una fede, quella di Michela Murgia, mai andata in crisi, perché, come lei stessa aveva spiegato più volte, nutrita dalla lettura delle Scritture e dalla preghiera. «Il mio rapporto con Dio – così poco più di due anni fa – non è conflittuale. E questo è merito di alcune teologhe che mi hanno mostrato, scritture alla mano, un volto di Dio che non discrimina le donne». 

Di queste teologhe una in particolare ha così segnato il percorso di vita della scrittrice da esserne espressamente indicata, insieme con don Antonio Pinna, quale seconda dei suoi «maestri» nell’ambito degli «studi teologici»: Marinella Perroni Cofondatrice del Coordinamento Teologhe Italiane, di cui Murgia era socia honoris causa, e docente emerita di Nuovo Testamento al Pontificio Ateneo S. Anselmo, la biblista romana ha partecipato sabato alle esequie dell’amica “discepola”, leggendo fra l’altro il salmo interlezionale.

In una lunga conversazione telefonica, in cui le riflessioni biblico-teologiche si sono alternate a ricordi personali e a gustose uscite valutative, Marinella Perroni ha osservato come in «Michela fede e teologia fossero assolutamente coincidenti, nel senso che non poteva esistere una fede che non si ponesse domande e una teologia che non fosse frutto anche di una ricerca continua della fede. La domanda era per lei il cuore della fede: significava curiosità, investigazione, ricerca dubbio». Ma non solo: sia la teologia sia la fede di Murgia erano in un rapporto di reciproca deflagrazione: «la domanda doveva mettere in discussione una fede troppo ingenua – una fede o troppo devota o troppo rigida –, la fede doveva accompagnare la domanda perché non fosse fine a sé stessa e mossa unicamente da curiosità». 

Aspetti, questi, che in pochi avevano compreso anche all’indomani dell’uscita nel 2011 del pamphlet socio-teologico Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna per i tipi Einaudi. Il libro suscitò grande interesse e clamore, svelando al grande pubblico, ignaro delle nuove prospettive della ricerca mariologica dal secondo ’900 in poi, che Maria era stata una donna libera e coraggiosa, pienamente protagonista delle sue scelte, non già un soggetto disincarnato dalla docilità passiva. Ma non andò esente da numerose critiche per un approccio storico in più punti deficitario e una visione teologica giudicata unilaterale, tanto da ripresentare, sia pur con indubbia vivacità narrativa, un’accolta di stereotipi su donne e Chiesa, già da tempo messi in discussione da un’ampia letteratura internazionale.

Ave Mary è un libro che la stessa Marinella Perroni non hai mai amato. Ma per motivi altri rispetto a quelli indicati. E li spiega così: «Dopo il nostro primo incontro, avvenuto poco prima dell’uscita di Accabadora, le avevo chiesto un testo di narrativa con un retroterra teologico. Quando ci rivedemmo e, tra il reciproco imbarazzo, mi confidò: Non ho il coraggio di dirti che Einaudi non mi molla. Ma il libro è fatto: è su Maria, a me mancò quasi la terra sotto i piedi. Se c’è un tema per noi controverso, è proprio quello della Madonna. Il peso dell’icona mariana sulla vita delle donne è stato molto forte». Michela Murgia, al contrario, era e sarebbe rimasta molto attaccata a un tema, che la portava a riconsiderare la sua esperienza personale di credente, formata inizialmente dalla nonna e dalla zia, e ad analizzare il rapporto tra «donne, fede, Maria» nell’ottica di una «liberazione delle donne, che passa attraverso la messa in discussione di quello che le immagine mariane hanno significato da un punto di vista di precipitato sulla vita di noi stesse».

Ma, proprio grazie all’amicizia e ai lunghi colloqui con la biblista, l’autrice di Ave Mary avrebbe affinato negli anni le proprie capacità teologiche, fino ad arrivare al suo capolavoro in tale ambito: God Save the Queer. Catechismo femminista (Einaudi 2022). Di quel saggio, nato da una sua conversazione con Michela Murgia al Festival InQuiete presso il Cinema romano Avorio (13 ottobre 2019), Marinella Perroni ha scritto la postfazione e ne è, in un certo senso, l’ispiratrice. «Per me – commenta – è il suo libro teologico per eccellenza: esso ha pagine magistrali di teologia trinitaria, scritte nella contemplazione della celebre icona di Andrej Rublëv».

A partire dal suo vissuto Michela Murgia è approdata in God Save the Queer a una matura riflessione di Dio, che è innanzitutto relazione, e, in quanto tale, archetipo di tutte le relazioni umane. Relazioni umane, che non si esauriscono in quelle fondate sul sangue ma si estendono, inglobandole, ai rapporti d’elezione. È la dimensione queer, maturata dalla scrittrice – dopo la raggiunta consapevolezza che si può essere insieme donna e credente, donna e femminista, donna femminista e credente – attraverso la sua famiglia e i suoi quattro «figli d’anima».

Quel queer che, al di là della recenziorità terminologica, è contenutisticamente antico quanto il messaggio cristiano. «La Famiglia di Nazareth – si chiede e chiede provocatoriamente Marinella Perroni per invitare alla riflessione – non era forse queer? La comunità dei discepoli non era queer? L’ultima volta che abbiamo parlato di questo con Michela, è stato in giugno, il giorno prima dell’incontro di Papa Francesco con gli artisti e le artiste. Le dissi: Portagli Vanity Fair e, se dovesse redarguirti, rispondigli che il queer l’hanno inventato i conventi. Il queer è tipico della tradizione cristiana. Si pensi ai rapporti di rottura del gruppo dei discepoli di Gesù coi ruoli convenzionali, sulla base delle parole dello stesso Cristo: Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?. Si pensi a Paolo, che applica il lessico familiare alla comunità cristiana. Insomma, non c’è nulla d’inventato in quello che ha detto Michela. Con la sua famiglia queer, che cosa ha fatto di diverso rispetto al Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?».

Senza utilizzare un tale termine nel messaggio letto all’inizio della messa esequiale, il cardinale Matteo Maria Zuppi, che non ha dimenticato di rilevare come non sempre ci fosse stata consonanza di vedute tra lui e la scrittrice, ha però parlato di Gesù che visita Marta e Maria, sorelle di Lazzaro, «non come ospite ma come familiare, fratello d’anima che ci fa credere ai legami d’anima, perché siamo generati non dal sangue ma dallo Spirito. E per questo la Chiesa è famiglia di Dio, con i legami di amore che Lui per primo viene a creare, pensandosi in relazione con noi e chiedendoci di viverli tra di noi e con il prossimo, cioè l’altro». È, a ben vedere, la sintesi della riflessione teologica di Michela Murgia. Ma anche dell’ultimo tratto di vita, in cui la scrittrice, in modalità che hanno stupito i più, ha vissuto la malattia e si è preparata cristianamente alla morte.

«In questi ultimi mesi Michela Murgia – commenta a Linkiesta Emma Fattorini, storica contemporaneista alla Sapienza – ha direttamente testimoniato, direi più che nei suoi libri sulle questioni religiosi, una spiritualità profondamente incarnata sul senso della vita e della morte. Senza alcun cedimento a forme di autocommiserazione e di dolorismo, ma neppure di martirio eroico. Il cancro “non è un nemico da distruggere” ma è parte di noi, come la morte che ci accompagna è parte integrante del vissuto di ogni persona. Ecco perché trovo bellissimo che Murgia, consapevole di come la storia “sarebbe andata a finire”, abbia fatto quello che aveva sempre desiderato di fare nell’ultimo anno e mezzo di vita: dalla partecipazione alle sfilate al viaggio sull’Orient Express».

Ma insieme, come ha ricordato il cardinale Zuppi, «ha conservato fino all’ultimo la passione per gli altri, per chi soffre in guerra. E ha cercato la vicinanza dei suoi “affetti di anima”, la loro presenza». Secondo il parere della studiosa, Michela Murgia, che non ha mai nascosto la paura del dolore, è riuscita in ciò grazie a un percorso mai rinnegato di fede in Cristo: «Mi ha colpito che alle sue esequie si sia letto il brano evangelico, peraltro da lei accuratamente scelto, di Gesù simboleggiato dalla porta, attraversando la quale si entra e si esce con la sicurezza di trovare pascolo. Brano, che, guarda caso, è integralmente riportato e commentato in God Save the Queer. La porta è fortemente evocativa di quella morte che per una donna credente come Michela non è stata la fine di tutto ma il passaggio dal non ancora al già».

Il caso Murgia. I social, l’irrilevanza dei libri e il futuro del mercato degli intellettuali. Guia Soncini su L'Inkiesta il 19 Agosto 2023

Dopo la morte, la scrittrice e militante sta vendendo molto, ma sempre meno di quando l’editoria era un’attività importante (e meno di quanti la seguivano su Instagram). Ora la letteratura serve solo a tenere compagnia, come se l’obiettivo fosse mitigare solitudine e disperazione

In una prefazione a un’edizione americana di “Amori ridicoli”, negli anni Settanta, Philip Roth parla del realismo socialista scansato da Kundera dandone la definizione che aveva sentito da «un critico di Praga»: «Il realismo socialista consiste nello scrivere degli elogi al governo e al partito in modo tale che persino loro possano capirli».

Esiste oggi, nel realismo cuoricinista, la possibilità d’essere Milan Kundera e non Pasolini, Canetti e non Calvino, d’essere un intellettuale ritenuto rilevante senza essere scomponibile in comodi bocconcini predigeriti, senza fornire slogan da maglietta, senza esprimersi in forma riducibile a una card di Instagram, io so ma non ho le prove, e laleggerezzacalviniana che ormai è tutt’una parola?

Ora che persino Umberto Eco è diventato troppo sofisticato, troppo complesso, di troppo faticosa digestione per farne quel finger food culturale che è l’unico ormai tollerato dal delicato stomaco d’un grande pubblico che è intollerante al lattosio, al glutine, alle contraddizioni e alle parole non confermative.

Lo spiegava piuttosto bene il miglior articolo scritto in morte di Michela Murgia, da Michele Serra su Repubblica. «Murgia si è spavaldamente, a tratti perfino allegramente esposta come leader di un “tutto e subito”, e di un radicalismo anche linguistico, che potevano irritare o appassionare. Sicuramente molto spendibili in chiave social, laddove la dialettica è stritolata nella tenaglia degli amici e dei nemici, della ragione tutta da una parte o tutta da quell’altra. Logica binaria anch’essa, vale constatarlo. È molto probabile che la sintesi, l’“andare oltre”, il superamento di quella furente disputa di genere, e sui generi, per lei fosse la letteratura; non perché nei libri “parlasse d’altro”, ma perché ne parlava diversamente, meno condizionata dall’ansia di prestazione che costruisce buona parte del pathos social».

Solo che c’è un problema, che Serra non sottolinea un po’ perché è più beneducato di me, un po’ perché è uno di noi del Novecento, che non vogliamo rassegnarci a quanto siano residuali i settori che ci hanno allevati e nei quali ci ostiniamo a muoverci: i libri sono ormai un prodotto di nicchia non dico quanto le carrozze a cavalli, ma quasi. I libri non contano niente. I libri non li legge nessuno.

(Questo è il punto in cui quelli dell’industria editoriale mi spiegano che è fiorente, che fattura tantissimo, che i fumetti e i libri di ricette vanno fortissimo e li candidiamo pure allo Strega).

I libri non contano niente. È un’iperbole, ma non del tutto: per dare l’esame universitario su “Essere e tempo” non puoi leggerne più di tre capitoli, altrimenti sfori il punteggio. Chissà se a quel punto il vecchio Martin lo annoti tra gli autori amati sulle app di lettori forti, chissà tra quanti anni ci si potrà laureare in filosofia portando come bibliografia un podcast su Wittgenstein e delle slide su De Crescenzo (ufficialmente, dico; ufficiosamente, probabilmente già adesso).

Persino nei casi di grandi successi, quali sono stati i libri di Michela Murgia, i numeri sono quelli che vent’anni fa (per non dire cinquanta) avrebbero caratterizzato un insuccesso. Fino alla prima settimana di agosto, a qualche giorno prima della morte dell’autrice, “Tre ciotole”, il libro che era stato annunciato da un’intervista in cui Michela Murgia aveva detto d’avere poco da vivere, e che era stato primo in classifica per parecchie settimane, e poi era comunque rimasto tra i libri più venduti d’Italia, nei suoi primi tre mesi in commercio di quel libro lì erano state comprate novantamila copie.

Molta più gente ha visto un concerto di Ultimo (chiunque egli sia) nella sola Roma nel luglio 2023 di quanta in tutta Italia abbia comprato il libro col più potente lancio promozionale che autrice italiana abbia mandato sul mercato negli ultimi anni. E molta più gente seguiva Michela Murgia su Instagram di quanta ne comprasse i libri.

Michela Murgia è stata coerente fino all’ultimo con la propria identità di rompicoglioni. È morta ad agosto costringendo i suoi cari a tornare precipitosamente da posti mal collegati, ma soprattutto è morta nella settimana in cui Gfk, che si occupa dei rilevamenti delle vendite di libri, è inderogabilmente in ferie, non dando modo agli osservatori di quantificare il valore del decesso per le vendite. I numeri di quel che hanno venduto i libri della Murgia dopo la sua morte li avremo solo lunedì, ma non ci vuole una sacerdotessa di Apollo per immaginarli. 

Lasciati senza Gfk, i poveri editori in settimana dovevano affidarsi all’impressionismo della classifica Amazon, dove un militare che si autopubblica i suoi penzierini, oggetto d’un quarto d’ora di scandalo per aver detto che mica è normale essere busoni, era primo, rendendo vieppiù cogente quella domanda che si faceva Enrico Vanzina secoli fa: come mai i bestseller non sono mai letti dai best reader? 

Ma soprattutto costringendo noi tutti ad ammettere che quello editoriale è un mercato così minuscolo che un quarto d’ora di polemicuzza basta a portarti in cima alla classifica, sopra l’autrice più discussa dell’anno.

Inciampo del generale-vero-maschio a parte, dopo la morte dell’autrice tutti i libri di Michela Murgia saranno stati i più venduti di questo paese di lettori deboli, e nello scorso weekend “Tre ciotole” avrà superato le centomila copie. Che sono comunque meno della metà di quelli che per tre sere hanno riempito uno stadio romano per Ultimo, chiunque egli sia. 

E un quinto di quelli che la seguivano nel posto che, se vuoi avere un pubblico in questo secolo, è ragionevole presidiare: il posto che illude il pubblico che non sia necessario esso s’affatichi, che non sia mica quello il punto d’avere un[’]intellettuale di riferimento. Insomma: Instagram.

Ogni volta che si parla di libri su un social, il posto dove dice la sua la gente che non sa esprimersi e non ha intenzione d’imparare, c’è sempre qualcuno che protesta: insomma, i libri sono troppo cari. Possono spendere ottanta euro per un concerto ma non venti per un libro? Certo che no: il verbo non è «potere» ma «volere».

Non vogliono essere costretti a fare la brutta fatica di concentrarsi su una pagina. Non vogliono buttare soldi per un’esperienza che non potranno instagrammare (ci siamo fatti distrarre da «resilienza», e abbiamo lasciato che quella gramigna lessicale e posturale che è «esperienza» attecchisse).

Non vogliono perdere tempo con duecento pagine quando basta e avanza l’intervista a Vanity Fair, di cui oltretutto c’è la versione video che si condivide molto più comodamente (e piace molto di più all’algoritmo) della foto alla pagina di giornale (quella sì residuale come e più dei libri).

Chi fa le pagine culturali, e avendo la smania di non sembrare fuori dal tempo pubblica anche gente con forte presenza social, racconta che quegli articoli sono caratterizzati da un’interessante schizofrenia: un pieno di cuoricini sulla card che promuove l’articolo sull’account social del giornale, epperò pochissimi lettori che si prendano il disturbo di cliccare per aprire l’articolo (aprirlo: «leggerlo» mi pare invero un’ipotesi impegnativa).

Grande consenso per la frasetta, pochissimo interesse per il ragionamento. D’altra parte, oltre a «esperienza», il concetto più in voga in questo disgraziato secolo è «empatia», e se promuoviamo il primato delle emozioni poi non possiamo pretendere che le opere d’ingegno vengano selezionate con un criterio diverso da quel «col cuore» che rende intercambiabili Barbara D’Urso e il premio Strega.

Molto si è parlato, privatamente e pubblicamente, del funerale di Michela Murgia. Del rito di massa e quindi inevitabilmente cafone in cui le orazioni funebri venivano interrotte da applausi come raccordi narrativi d’un qualunque concerto di Ultimo; di tizie che non si erano mai viste che si chiamavano l’un l’altra «sorella» e piangevano insieme per una che pure non avevano mai conosciuto; di Elly Schlein che cantava “Bella ciao” abbracciata a Francesca Pascale; di Roberto Saviano che diceva la sua orazione con una mano infilata nella cinta dei pantaloni.

A colpire me è stato un dettaglio del dopo. Il cameraman del sito di Repubblica era rimasto fuori dalla chiesa a inquadrare il niente, e a un certo punto gli si è piazzata davanti una tizia del Tg1 col mandato più difficile della giornata. Fermava le ragazze che uscivano dalla chiesa chiedendo «c’è qualcuna che è qui perché era una lettrice di Michela Murgia, perché leggeva i suoi libri?». Quelle la guardavano come fosse di trasparenza medusiaca: era uno spettacolo straziante.

Dopo un po’ Saviano è andato via, e sia il cameraman di Repubblica sia l’inviata del Tg1, che ha capito che le conveniva ripiegare su un obiettivo più semplice, l’hanno seguito fino alla macchina. Lei gli ha chiesto «un ricordo personale di Michela per il Tg1», e lui ha ottemperato: «I suoi libri non mi hanno mai fatto sentire solo, ed è questo che deve fare la letteratura».

Mi sono ricordata della pandemia, all’inizio, quanto eravamo chiusi in casa e tutte le persone famose facevano dirette su Instagram perché avevano deciso che era proprio quello il loro compito: non far sentir soli noialtri normali.

Ma quindi è davvero questo il compito della letteratura, o è quello di quell’ormai sinonimo della letteratura che è la celebrità? È il ruolo di Instagram e in subordine dei libri? Tenere compagnia alle nostre vite di silenziosa disperazione con parole talmente semplici che persino noialtri, noi abbastanza inattrezzati da applaudire in chiesa, possiamo capirle e sentirci accuditi? È questo il futuro del mercato dell’intelletto, se l’intelletto ha un futuro?

Da La Verità.

Estratto dell'articolo di Giuliano Guzzo per “La Verità” lunedì 21 agosto 2023.

Se una parte del mondo cattolico segue con trasporto la canonizzazione che la cultura laica sta facendo a Michela Murgia, la scrittrice sarda da poco scomparsa - e che, pur professandosi cattolica, da tempo sposava istanze lontane dalle posizioni della Chiesa -, ci sono ancora pastori che non solo non ci stanno, ma mettono in guardia i fedeli da insidiose tendenze ideologiche. 

Fra costoro, c’è monsignor Antonio Suetta, 60 anni, vescovo di Ventimiglia-Sanremo, il quale sul sito della sua diocesi nei giorni scorsi ha condiviso un videomessaggio proprio per smarcarsi da quanto sta avvenendo a seguito della morte della Murgia […] 

Eccellenza, che cosa ne pensa della beatificazione laica che la cultura mainstream sta facendo di Michela Murgia?

«Credo che questo sia coerente con l’andazzo del nostro tempo e con questa mentalità, come dire, scristianizzata, pervasiva e dilagante […]». 

Forse anche i funerali religiosi della scrittrice avrebbero potuti essere più sobri?

«Certo. […] il funerale deve essere sempre sobrio perché, se noi non vogliamo cedere ad una mentalità mondana, dobbiamo ricordare che il rito delle esequie non è un atto commemorativo del defunto, ma è un momento di preghiera in suo suffragio. Dunque anche l’intervento omiletico deve riguardare i contenuti della fede circa quelle che sono le realtà definitive, quelle che il Catechismo chiama i “Novissimi”. Capisco poi, quando le circostanze lo consentono, che si possa dire anche una parola sul defunto». 

In che modo?

«Raccogliendo una qualche testimonianza di vita che sia o esemplare o che offra lo spunto per una riflessione. Ma trasformare la celebrazione liturgica in un atto commemorativo del defunto, dal punto di vista liturgico è semplicemente fuori luogo. 

Peggio ancora, dal mio punto di vista – ma non soltanto il mio punto di vista, bensì secondo quelle che sono le norme liturgiche della Chiesa Cattolica – peggio ancora, dicevo, è permettere, nel contesto di una celebrazione liturgica, o comunque in un contesto di prossimità, perché nello stesso luogo sacro, commemorazioni a persone che non hanno la dovuta preparazione, tale da consentire una parola che sia una espressione della fede stessa. 

E quindi a me è parso che gli interventi che si sono succeduti non soltanto fossero inadeguati da questo punto di vista, ma fossero anche espressamente promotori di visioni della vita inconciliabili con la Parola di Dio, che in chiesa viene proclamata, e con la dottrina della Chiesa cattolica».

A proposito di visioni della vita care alla scrittrice sarda, come rispondere, da cattolici, alla tesi pro famiglie queer?

«Per dare una risposta autenticamente cattolica, è sufficiente guardare al Catechismo della Chiesa cattolica – e quindi alla formulazione della famiglia della dottrina cristiana. Poi, in altri contesti, si può anche accettare di dialogare su determinati temi, perché da una parte il dialogo consente di comprendere meglio l’evoluzione del pensiero nelle sue origini e anche nei suoi effetti che ricadono sulla società, e, dall’altra, consente di illuminare l’interlocutore. 

[…]

Ma certamente non è la liturgia il luogo dove fare questo dialogo o, peggio ancora, dei comizi. La liturgia è il contesto in cui si celebra il dialogo con Dio. È il luogo dove si riceve la grazia di Dio, che trasforma la vita; ed è da questi due aspetti, chiamiamoli verticali, che deriva la comunione spirituale tra i credenti, che poi anche nella vita quotidiana può manifestarsi in molti modi, come appunto il dialogo». […]

Da Il Giornale.

Oggi l'addio a Murgia, mentre il funerale diventa evento social. Le esequie a Roma come testimonianza e un libro postumo. Su Twitter è rissa. Matteo Sacchi il 12 Agosto 2023 su Il Giornale.

Una morte annunciata e, in un certo, senso usata come pamphlet, se non proprio come opera d'arte. Così si è chiusa l'esistenza di Michela Murgia che lo scorso maggio rivelò, in un'intervista per il Corriere della Sera, di essere affetta da un tumore al quarto stadio, con metastasi «nei polmoni, nelle ossa, e al cervello». Da quel momento, la scrittrice ha raccontato pubblicamente, utilizzando molto anche i social (a partire da Instagram) i suoi ultimi mesi di vita. Un racconto dove il privato tocca continuamente il politico - a partire dalle seconde nozze in articulo mortis per garantire alla sua «famiglia queer» quello che la «legge non garantisce» - che ovviamente contribuisce ora a produrre un profluvio di testimonianze e prese di posizione.

Convinta combattente per le sue idee - non le piaceva però le metafore guerresche sulla malattia: «Il cancro è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere» - ha organizzato il suo incontro con la morte in modo che tutto fosse strutturato come messaggio. A partire dal funerale che si svolgerà oggi a Roma alla Basilica di Santa Maria in Montesanto, la Chiesa degli Artisti, alle 15 e 30. A spiegarne il senso in questo caso è stato Roberto Saviano che a Murgia era molto legato. «Ha immaginato il suo funerale - ha detto lo scrittore - come un atto politico, un incontro di tutti coloro che l'hanno letta, voluta bene, difesa, sostenuta. Una celebrazione della strada percorsa insieme». E ancora: «Questo funerale non ha nulla di privato, per tutti è stato il suo scrivere, per tutti è stato il suo dire, per tutti il suo lottare e per tutti sarà questo saluto».

Ha lasciato anche una serie di testi di cui è praticamente certa la pubblicazione. «Michela ha scritto fino all'ultimo giorno della sua vita. Aveva un libro da consegnare e lo ha consegnato prima di morire. Un libro toccante, sulla famiglia. Doveva essere solo sulla Gpa (gestazione per altri, ndr) ed è diventato un libro più profondo sul senso della genitorialità e parentela. Credo che uscirà a breve per Rizzoli». Lo ha spiegato Alessandro Giammei, curatore dell'opera di Michela Murgia e membro della famiglia queer. «C'è anche un ricco patrimonio di file scritti in molti anni, molti racconti dispersi e pagine inedite», aggiunge Giammei. Dell'insieme del lascito spirituale e materiale di Murgia si occuperà l'avvocatessa bolognese Cathy La Torre che è la curatrice del testamento della scrittrice e che ha assistito nella sua stesura. «Con Michela abbiamo lavorato mesi per una battaglia che è quanto mai urgente: tutelare ogni tipo di famiglia o relazione non tradizionale - ha detto - Quello che posso affermare con certezza è che si sono scosse milioni di coscienze e che noi continueremo a portare avanti, ognuno con le proprie capacità, il suo lascito».

Ovviamente moltissime le reazioni nel mondo politico e culturale alla morte della scrittrice, anche tra chi non ne condivideva le idee. Così Marina Berlusconi presidente del Gruppo Mondadori: «Non è necessario condividere le idee di Michela Murgia per considerarla una donna coraggiosa, appassionata, coerente oltre che un'autrice originale e di grande talento. La sua scomparsa, anche se purtroppo annunciata, mi colpisce profondamente». Cordoglio anche da parte della Presidente del consiglio, Giorgia Meloni: «Combatteva per difendere le sue idee, seppur notoriamente diverse dalle mie, e di questo ho grande rispetto». Sulla stessa linea il Presidente del Senato Ignazio La Russa: «Con determinazione, coraggio e il sorriso ha affrontato le paure e le sofferenze di una malattia terribile». Il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, ha ricordato che Murgia «si è battuta per le sue idee e lo ha fatto attraverso la parola e la scrittura», Matteo Salvini: «Una preghiera». Il presidente della Regione Sardegna, Christian Solinas si è soffermato sull'«intenso impegno culturale, civile e politico» di Murgia che alla sua terra era legatissima.

Più politica la segretaria del Pd Elly Schlein: «L'intreccio delle lotte contro i sistemi oppressivi. I legami che hai intessuto vivono, anche per capire insieme come essere, dopo di te». E sempre polemico Nichi Vendola: «Sei stata l'annuncio più vitale e allegro e ribelle della rivoluzione queer e l'oppositrice intransigente del fascismo comunque camuffato».

Sul versante letterario poi c'è il ricordo del Premio Campiello vinto dalla Murgia nel 2010 con Accabadora: «Michela era, e resterà, una delle voci più significative della letteratura italiana contemporanea, e molto di più».

Ovviamente tutto questo si è anche trasformato in battaglia social e inutile violenza verbale. Ma questo è solo il cascame brutto che nulla ha che vedere con Murgia, le sue idee, discutibili come tutte le idee, e il suo coraggio, invece indiscutibile.

Il lutto va oltre le idee (sbagliate). Ci sono anche i fan sfegatati, se non proprio della morte, almeno della maleducazione e della mancanza di cuore. Alessandro Gnocchi il 12 Agosto 2023 su Il Giornale.

Ci sono anche i fan sfegatati, se non proprio della morte, almeno della maleducazione e della mancanza di cuore. Li vedi commentare pieni di astio i post altrui su Facebook o Twitter. Il tono gentile, e sinceramente commosso, con il quale tutti hanno reagito alla morte della scrittrice Michela Murgia non piace allo sciacallo da tastiera, felice di dare dell'ipocrita a qualunque personaggio pubblico non solo manifesti cordoglio ma anche abbia osato, in passato, criticare le posizioni, per altro apertamente provocatorie, della scrittrice. A partire da Giorgia Meloni e a finire con i cattolici più intransigenti. Agli sciacalli, esseri semplici che vivono di opposti: odio-amore, rabbia-gioia, arroganza-servilismo, sfugge che la vita è un dono fragile e che la morte, anche dell'avversario «ideologico», si rispetta. Sì. È possibile essere in totale disaccordo con la Murgia e comunque essere toccati e dispiaciuti. Abbiamo visto una lottatrice, per quanto partigiana e a tratti aggressiva, sconfitta dalla morte. Sappiamo tutti che quel momento arriverà anche per noi ma la rapida fine della Murgia fa impressione lo stesso. Spinge a chiederci come stiamo occupando il nostro tempo e quali sono le battaglie che vogliamo combattere. Davanti alla morte, si impongono la preghiera, la compassione e la riflessione. Anche se il defunto, la Murgia in questo caso, ha militato dalla parte opposta alla nostra su catechismo, femminismo, letteratura, queerness, concezione dei diritti. Neppure abbiamo apprezzato il tentativo riuscito di fare della propria morte un caso politico, al fine di parlare, ancora una volta, di camicie nere e famiglie fluide. La Murgia era la quintessenza delle idee vincenti nel mondo culturale. Le idee giuste, quelle necessarie per restare al centro della scena o almeno sulla scena. Vedeva fascisti ovunque, quasi sempre immaginari. In questa grottesca visione, la democrazia era in costante pericolo. Per non parlare della morale, a suo modo di vedere in mano a un pugno di bigotti che non vogliono saperne di famiglie queer. Nonostante questo, è possibile piangerla. La sua storia tocca tutti. Nessuna morte forse è stata più social di questa, accompagnata da post e fotografie sempre sorridenti. La Murgia ha voluto raccontarcela in questo modo e forse i critici d'avanguardia dovrebbero pensare come, al di là dei libri, la sua eredità sia questa estrema sceneggiatura. Non è ipocrisia, come pensano i suddetti sciacalli. È semplice umanità. Quella cosa che ci siamo scordati per un pugno di like. 

Parlano di lei ma celebrano solo se stessi. Io e Michela, Michela e io, tra vento, stelle cadenti, lezioni piantate nel cuore e selfie. Massimiliano Parente il 12 Agosto 2023 su Il Giornale.

Io e Michela, Michela e io, tra vento, stelle cadenti, lezioni piantate nel cuore e selfie. Sul carro funebre di Michela Murgia salgono tutti i vincitori, tutta la consorteria pseudoletteraria e non solo, anche personaggi dello spettacolo e politici si accodano. Nicola Lagioia, con stile, ha scelto la sintesi: «Molto veloce, in un paese lentissimo. Ciao Michela». Forse perché la moglie, Chiara Tagliaferri, ha scritto libri con Michela strapresentati al Salone del libro diretto da Lagioia, con doppio vento in poppa. Infatti Tagliaferri scrive: «Con Michela. Si alza il vento, bisogna tentare di vivere». Ce la farà la Tagliaferri a vivere senza il vento di Michela?

La femminista Valerio Chiara parla di quanto le ha dato la sua amicizia con la Murgia, non le ha insegnato niente di letteratura ma «che la vita è in sé politica». Sebbene Valerio abbia scritto un pamphlet intitolato: La matematica è politica. È tutto politica, è per questo che poi le opere di questi sono quello che sono.

Comunque sia, vado avanti: Paolo Repetti posta foto in videochat con la Murgia (si vede più il faccione di Repetti che della Murgia), «Addio Miki. Per sempre nel cuore». Daria Bignardi quando l'ha saputo stava guardando le stelle, importante saperlo, «con un mio amico di nove anni che si chiama Leone. Lui ha visto tre stelle cadenti, io nessuna». Presagio mandato dal cielo a Daria che l'ha colto perché è fatta d'aria.

Ma sul carro ci salgono un po' tutti, per ostentare un kitsch di cui non sono consapevoli (altrimenti sarebbe camp) e soprattutto se stessi. Aldo Cazzullo, intervistato, cita le sue interviste alla Murgia, la sua intervista di qua, la sua intervista di là, lui ne ha colto l'essenza, il mistero. Gad Lerner la definisce una rivoluzionaria e «mi proibisco l'esibizione dei ricordi personali», esibendo la proibizione. Emma Marrone, che non ho mai visto con un libro in mano: «Ciao Michela il nostro ultimo abbraccio lo porterò sempre nel cuore. Come le parole che mi hai detto... Sei e resterai sempre un esempio per tutti noi. Baluardo di luce e speranza». Cosa le avrà detto? Il quarto segreto di Fatima?

Caterina Balivo, altra che raramente posta libri e saltuariamente posta romanzi da casalinga di Voghera, ci tiene a far sapere: «Ciao Michela, fu bello parlarti qualche mese fa il tuo racconto del primo anno di liceo lo porterò sempre con me». Il punto è che per tutti è morta una rivoluzionaria, un'attivista, una femminista, citazione dei libri poche. D'altra parte la stessa Murgia diceva che della letteratura non le interessava. Per questo tutti si vantano di averla conosciuta, in effetti leggerla serviva a poco.

Quella "partigiana" tenace da sfidare in punta di penna. Alessandro Gnocchi l'11 Agosto 2023 su Il Giornale.

Gli inizi in Azione Cattolica, poi l catechismo femminista. Le battaglie per l'uso della "schwa", la crociata anti Meloni

Di fronte alla morte, e al suo mistero, cadono come foglie secche le polemiche dettate non dall'ideologia, che sarebbe troppo, ma da visioni profondamente diverse del mondo. La prima reazione è sempre la preghiera, la seconda è cercare di capire come ci interroghi, cosa ci chieda, la morte di una persona che abbiamo conosciuto e non abbiamo conosciuto. Incrociata magari, su una terrazza di un festival letterario, ma conosciuta soprattutto attraverso le sue parole e i suoi libri.

Michela Murgia è morta ieri sera. Era malata da tempo e aveva deciso di rendere una testimonianza attraverso il suo calvario. Dal momento dell'annuncio, aveva esternato il suo dissenso, confinante col disprezzo, per l'Italia, che giudicava in mano a un gruppo di fascisti guidato da Giorgia Meloni. Aveva poi criticato aspramente il concetto tradizionale di famiglia, contrapponendole la «famiglia queer», ovvero una famiglia allargata, fondata sulla scelta di compagni e compagne di strada come Roberto Saviano, Nicola Lagioia, Chiara Valerio e altri. Si era però sposata, alla fine, con l'attore Lorenzo Terenzi. pur non credendo nel valore del matrimonio ma per garantire alla sua famiglia queer allargata' quel che lo Stato ancora non garantisce per legge, definendo le sue nozze «un atto politico». Cristiana a modo suo, aveva anche militato nell'Azione cattolica, per poi pubblicare un «catechismo femminista»; a proposito, era anche femminista a modo suo, intravedeva un profilo maschile nelle donne che non le piacevano, come appunto l'attuale presidente del consiglio; scrittrice a modo suo, aveva combattuto una battaglia per introdurre nella lingua italiana la schwa, un suono neutro, né maschile né femminile, per combattere il patriarcato, il privilegio dell'uomo, anche nelle parole. Come scrittrice aveva esordito con un romanzo, forse il suo migliore, sul precariato, assimilato, con successo, alla semplice schiavitù, e piagato dal ricatto, oltre che dalla povertà: Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria (ISBN, 2006). Conosceva bene il lavoro. Era stata insegnante di religione, poi portiera di notte e venditrice di multiproprietà, consulente fiscale e dirigente in una centrale termoelettrica. Il libro ispirò la sceneggiatura del film Tutta la vita davanti con Sabrina Ferilli, Isabella Ragonese, Elio Germano, Valerio Mastandrea e Massimo Ghini diretti nel 2008 da Paolo Virzì.

La vera notorietà arriva però con il romanzo Accabadora (Einaudi, 2009), una storia ambientata nella sua Sardegna. Il titolo evoca la figura sarda, arcaica o leggendaria, di colei che dà la morte alle persone in fine di vita per una sorta di pietosa proto-eutanasia. Il romanzo fece incetta di premi (Campiello e Mondello in un colpo solo) e rimase a lungo nelle classifiche di vendita. Fortissimo era il legame con la sua terra sarda, al punto che la scrittrice aveva anche aderito a un partito separatista. In queste settimane, nella top ten, c'è invece il memoriale Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi, (Mondadori, 2023), un consistente segnale di come la Murgia avesse ritrovato il pubblico dei lettori.

Tra le sue altre opere un saggio sul femminicidio, L'ho uccisa perché l'amavo. E un saggio sulla deriva a suo dire autoritaria delle istituzioni italiane: Istruzioni per diventare fascisti. Michela Murgia ha incarnato lo spirito dei tempi: politicamente corretta ma anche aggressiva in più di un caso; partigiana a sinistra senza eccezioni; credente orgogliosamente fai-da-te dopo un'istruzione cattolica; bandiera della fluidità sessuale; contro la censura ma capace di chiedere di bandire Massimiliano Parente dall'editoria che conta; antifascista ma non anticomunista con la medesima forza. Sono tutte, o quasi, le idee che ci raggiungono attraverso i libri e i media. Sono le idee della maggioranza degli intellettuali italiani, tra i quali Murgia è stata una figura esemplare. Già sentiamo le voci dei politici rivendicare l'eredità della scrittrice. Ecco, in tutto questo parlare di «diversità» che senz'altro accompagnerà la morte di Murgia, vorremmo capire in cosa consista lo scarto rispetto alla visione largamente maggioritaria nella cultura di sinistra.

Ci piace però ricordare un suo aspetto fuori dagli schemi progressisti: l'attrazione per le radici ancestrali della sua terra e il piglio addirittura indipendentista. Ricordiamo che fu candidata a presidente della Sardegna, ottenendo poco più del 10% dei consensi elettorali alle elezioni regionali del 2014; poi con la Sinistra e la lista formata da Si, Rifondazione comunista e l'Altra Europa che alle elezioni europee non raggiunse il 2% dei voti. Il legame con la Sardegna era stato ribadito anche a teatro: nel 2018 debuttò come attrice interpretando Grazia Deledda in Quasi Grazia. L'ultima battaglia, quella con il cancro, non poteva essere vinta ma è stata combattuta con coraggio e con una forte esposizione sui social media. Michela Murgia aveva soltanto 51 anni. Era nata a Cabras in provincia di Oristano il 3 giugno del 1972. A maggio aveva annunciato di essere malata in fase terminale. Ora si ricongiunge con la sua terra, che le sia lieve.

Murgia, un funerale queer (con comizio di Saviano). Folla alle esequie religiose della scrittrice sarda. Molti ricordi commoventi e un po' di "Bella ciao". Valeria Braghieri il 13 Agosto 2023 su Il Giornale.

Un sole giaguaro a tenere l'aria a trenta gradi e due ore e mezza di funerale. Bottigliette d'acqua e svenimenti con la gente che non cadeva a terra solo perché non c'era spazio per farlo. Ma tutti quelli che c'erano volevano stare lì ad ogni costo. Dieci minuti di applausi all'ingresso del feretro e la folla che non defluiva dalla Chiesa degli artisti nemmeno a funzione conclusa: non volevano lasciarla andare. Ce l'ha fatta ad arrivare viva alla morte Michela Murgia. In tanti sensi e in tanti modi. Il suo funerale queer, il suo funerale politico ne è stata la perfetta dimostrazione.

Con l'amica scrittrice Chiara Valerio a spiegare dal pulpito che di Michela non si può parlare al passato e allora «ne parleremo al futuro», come fanno i bambini; e il cappellano della Rai, don Walter Insero intento a tenere insieme il cattolicesimo della prima Murgia e l'ultima Murgia della famiglia queer. Aiutato, in questo, dal messaggio giunto dal presidente della Cei, Cardinal Zuppi, per ricordare l'intellettuale scomparsa. I cori che intonano «Bella ciao» e i disturbatori a cantare «comunisti di m...» fuori dalla basilica, dove sono stati lasciati i fiori recisi inviati da istituzioni e gente comune (solo composizioni vegetali, con mirto, carciofi, peperoncini, limone, secondo le sue volontà). Le lacrime e l'ironia. I libri sventolati in aria con la foto di Michela sul retro di copertina e i ricordi degli amici. Roberto Saviano e Chiara Tagliaferri e poi Teresa Ciabatti, Paola Turci e Francesca Pascale, Paolo Virzì, Paolo Repetto, Sandro Veronesi, Lella Costa, la segretaria del Pd Elly Schlein che, protettiva, trascina per mano la compagna Paola Belloni. Arriva anche il leader di Sinistra, Nicola Fratoianni, spaesato e in camicia bianca. «È vero che i giornali di destra se la prendono con Murgia e Saviano perché sono loro a coprire un vuoto di rappresentanza di questa parte politica?» prova a chiedergli un cronista. Ma lui si limita a rispondere «non credo» e a parlare della grave perdita per la qualità della democrazia che la morte di Murgia rappresenta, «un'amica e una partigiana».

Il discorso più politico, fuori dalla chiesa, è quello di Saviano che confessa di essere «disperato» per la perdita dell'amica che per lui «c'è sempre stata anche quando gli altri non c'erano». Ma si dice anche preoccupato per la mancanza di un argine, da oggi, a «questi governi che stanno andando verso un buio di scelte autoritarie, lei sapeva che andavano disinnescate democraticamente». E prova rabbia perché «in questo Paese l'hanno considerata nemica politica».

Fa piangere e sorridere il discorso di Lella Costa dal pulpito, con quell'inconfondibile voce che le si arrampica su per le corde vocali: «Ho sentito di poter usare queste parole per Michela, perché come dice Romain Gary l'ironia è una dimostrazione di dignità». E poi Virzì che ricorda il loro primo incontro «come un combattimento, ma dal quale ne uscì un film (Tutta la vita davanti, ndr) di cui vado molto fiero».

E poi una folla di donne, un funerale al femminile. Uno strano funerale duro ma ironico, come la Murgia e come gli isolani tutti. Ed è dall'isola che è arrivato anche il fratello della scrittrice, Cristiano, assieme alla moglie e al resto della famiglia di sangue. A unirsi ai «figli dell'anima» e al marito di Michela, Lorenzo Terenzi, sposato in «articulo mortis» lo scorso 18 luglio, «altrimenti non lo avrebbero nemmeno lasciato entrare in ospedale per stare con me» spiegava amareggiata la scrittrice facendo riferimento alle sue battaglie civili. Aveva voluto tutti vestiti di bianco quel giorno. Ieri era vestita di bianco Elly Schlein che a fine funzione, ritrascinandosi dietro la compagna, ha schivato i microfoni «non parlo, grazie». Però mandava baci alla folla. E dalla folla è partito anche qualche «Grazie». Grazie sì. Ma a Elly?

Corrado Ocone per nicolaporro.it domenica 13 agosto 2023.

Il vero rispetto che si deve ai morti, oltre la pietà, è la verità. E la verità è che Michela Murgia era tante cose, che rappresentava in maniera esemplare, ma tutte queste cose avevano poco a che vedere con la letteratura. Come scrittrice non rimarrà certo negli annali della nostra storia letteraria, sarà presto dimenticata. 

Murgia era una attivista che faceva politica con l’abito della scrittrice, ben consapevole che nessuno o quasi avrebbe letto i suoi dimenticabili libri in futuro. Ed è stata un’attivista politica fino all’ultimo, fino alla messinscena del matrimonio queer e da ultimo del funerale. Il quale è sembrato essere stato costruito sotto una perfetta regia, come lo erano un po’ tutte le sue uscite pubbliche. Assolutamente murgiano. 

Attorno alla bara, per l’estremo saluto si è raccolto tutto quel mondo di operai della parola e della scrittura e di “paladini dell’idea” che ama frequentarsi e riconoscersi soprattutto nei salotti romani, spesso dandosi tante di quelle arie (a cominciare da Roberto Saviano e Nicola Lagioia) che Michela per carattere e naturale empatia umana in verità non si dava affatto.

In sostanza, quell’ “amichettismo” di sinistra che domina da non poco tempo il discorso pubblico del Paese (e trova la sua apoteosi in festival, direzioni di enti e fondazioni, case editrici, pagine culturali di giornali, e chi più ne ha più ne metta). La Murgia rappresentava in maniera emblematica la trasformazione di questo mondo, dal vecchio marxismo più o meno ortodosso abbracciato dagli intellettuali “impegnati” di un tempo alla relativistica cultura dei diritti e della fluidità attuale. 

Non ci si venga perciò a parlare di anticonformismo, come pure molti commentatori in queste ore hanno fatto. Michela Murgia era pienamente inserita nel sistema di potere mediatico-culturale dominante. Con il quale si trovava sempre e prevedibilmente in sintonia. 

Questa nuova sinistra ha fra l’altro esasperato il motivo dell’antifascismo, che, pur essendo fondativo della nostra Repubblica, ha via via assunto negli anni quella tonalità illiberale e intollerante che la Murgia aveva fatto propria. Cosa altro era la pur geniale idea del fascistometro se non una sorta di analisi sulla “purezza del sangue” dei buoni democratici?

Forse la parte più interessante della personalità di Michela Murgia era quella relativa al suo cattolicesimo, che non era affatto, come pure si potrebbe credere, un portato del suo fluidismo, ma aveva basi filosofiche abbastanza solide (la Murgia era una teologa) in un’interpretazione o eresia del cattolicesimo ben precisa: quella che espunge ogni elemento “naturale” dalla fede e fa della fluida spiritualità una sorta di assoluto epistemico. 

Una sorta di nietschianesimo di ritorno, seppur di sinistra, in cui la religione di Cristo è fondamento storico e non resistenza al nichilismo trionfante. Siamo fermamente convinti che quella della Murgia non è stata “vera gloria”, ma in ogni caso, come il Manzoni del 5 maggio, lasciamo “ai posteri l’ardua sentenza”. Riparliamone fra qualche anno.

Le liste di proscrizione degli eredi della Murgia. Saviano, i giornali amici, la "famiglia queer": tutti a caccia di chi osava criticare la scrittrice. Andrea Indini il 15 Agosto 2023 su il Giornale.

La caccia è aperta. La caccia ai lupi, così ci chiama oggi la Stampa. I lupi, «vale a dire certi quotidiani della destra». Sabato scorso, durante il suo ultimo addio a Michela Murgia in chiesa, Roberto Saviano aveva usato un altro appellativo, altrettanto violento: «squadristi dell'informazione». «Giornali infami e siti immondi col solo compito, anzi il mandato, di ingannare e insinuare». Noi del Giornale, ovviamente. Ma anche i colleghi di Libero e della Verità. Direttori, vice direttori e semplici redattori additati come bersagli. Le liste di proscrizione, ancora una volta. Compaiono ovunque: sui quotidiani progressisti fioccano articoli con tanto di nomi e cognomi. Si scava nel passato. Qualsiasi articolo, qualsiasi tweet. Tutti sotto processo. «Metodi e retoriche fasciste», l'accusa.

Il primo a puntare il dito è stato appunto l'autore di Gomorra. Durante l'orazione funebre ha parlato di «continui attacchi organizzati, dossieraggio, pressione mediatica, orrore dei populisti che si accanivano» sulla Murgia. L'hanno «attaccata sistematicamente - ha detto dall'altare - con il solo scopo di intimidire chiunque decidesse di esporsi. E hanno fatto credere, spargendo infamia, che fossimo noi a diffondere odio, noi che abbiamo invece deciso di reagire con fermezza a tutto questo». Un vero e proprio comizio, in perfetto stile Saviano. Niente di nuovo. Ma, quando gli facciamo notare che quella, più che un'orazione funebre, ci sembrava l'ennesima invettiva contro le destre, ecco che i «figli d'anima» della Murgia passano all'attacco mostrando i denti ferini. Su Twitter, in primis, dove la scrittrice Chiara Valerio accusa i «giornali di regime» di «temere la piazza dove garrivano bandiere italiane, bandiere arcobaleno e palloncini unicorno». E poi nella lettera pubblicata ieri sul Corriere della Sera in cui, insieme al marito Lorenzo Terenzi, la «famiglia queer» si dice offesa perché certa stampa ha osato ledere la maestà di Saviano. «Non denunciare con disgusto questa infamia sarebbe come uccidere Michela di nuovo», hanno scritto. «E siamo pronti a denunciare le altre infamie che verranno. E, con il coraggio che Michela ci ha insegnato, ci auguriamo che molte e molti siano con noi e con Roberto». Più che una promessa, suona come una minaccia.

E, infatti, sono già fioccate le prime liste di proscrizione. Qualche nome l'ha fatto la Stampa, sentendosi in dovere di mettere all'indice quei direttori e quegli «opinionisti populsovranisti» che, «per ragioni al medesimo tempo ideologiche e di lucrativo marketing-editoriale», fanno male al Paese gettandolo in «un clima di opinione sempre più estremo e radicalizzato». La lista più completa, però, si trova sul Domani. Articoli e post, c'è un po' di tutto. Dal 2013 ad oggi. Tra i vari capi d'accusa che il quotidiano dell'Ingegnere inchioda addosso a noi del Giornale c'è persino l'aver criticato la Murgia quando, in difesa di Saviano, aveva detto che dare della bastarda a Giorgia Meloni era fare cultura. Ecco dunque che, ancora una volta, si svela la malsana idea di democrazia di Saviano e degli eredi della Murgia (che poi era la stessa idea della scrittrice): schiacciare il nemico, l'avversario o, più semplicemente, chi la pensa diversamente o anche solo non fa parte della cricca. La cricca dei «figli d'anima», come li aveva appunto battezzati lei e che ora sono pronti a sostituirla nel dare la caccia a noi lupi, a noi «squadristi dell'informazione». Andrea Indini

Murgia nuova santa teologa? Era lei che sfidava la Chiesa. Per i progressisti la scrittrice "perdonava". il Vaticano: In realtà nella sua militanza non c'era traccia di fede. Camillo Langone il 19 Agosto 2023 su Il Giornale.

Il Pontificio Ateneo di Repubblica ha conferito ieri il baccalaureato in teologia a Michela Murgia. A pagina 20 con un lungo articolo firmato da Iacopo Scaramuzzi ma scritto praticamente a quattro mani con Marinella Perroni, amica della defunta e teologhessa ufficiale visto che insegna Nuovo Testamento al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo. Nulla di sorprendente per chi come me segue da troppi anni la fatiscenza ecclesiastica: «A Sant'Anselmo è giunta la lebbra» scrisse l'amata mistica Cristina Campo nel 1965, riferendosi allo sfascio liturgico post-conciliare appena constatato nella chiesa in cima all'Aventino. Figuriamoci quale può essere oggi lo stato dell'infezione nell'annesso super-conciliare ateneo.

Baccalaureato postumo però nemmeno troppo: la neoteologa è morta ma lotta insieme a loro, vivo è il suo insegnamento, numerosi i suoi discepoli. Ho fatto bene nei giorni scorsi a definirla «eresiarca». Eretico, precisa la Treccani, è «chi, essendo membro della Chiesa cattolica, nega pertinacemente o anche soltanto mette in dubbio qualcuna delle verità rivelate o dei dogmi di fede». L'eresiarca è di più, è il capo di un movimento ereticale: è un eretico che ha avuto successo, il Lutero della situazione. E il successo editoriale dell'attivista sarda non lo può mettere in dubbio nessuno. Oggi in classifica la Murgia è superata dal libro del generale-kamikaze Vannacci ma niente paura, fra pochi giorni l'incidente sarà risolto, il conformismo sarà nuovamente sovrano, le librerie ridiventeranno gineceo. Torneranno a primeggiare titoli come «Accabadora» (celebrante la figura di quella vecchie sarde che finivano i malati a martellate, tanto per rimanere in zona eresia: l'eutanasia è dalla Chiesa espressamente proibita) e «God Save the Queer. Catechismo femminista», il cui sottotitolo rappresenta l'utoesclusione dell'autrice dal cristianesimo. Il femminismo è ideologia, irreligione, divisione, non si può essere femministe e cattoliche come non si può servire a Dio e a Mammona. A parte l'inattualità della rivendicazione. Ora «se c'è qualcuno a essere sotto scacco sono gli uomini, indotti dalla pressione sociale e dalla ideologia unica e monocorde, quella del gender, a diventare più femminili». Sono parole di Costanza Miriano che nell'articolo di Repubblica è l'anti-Murgia, una specie di babau. Scaramuzzi la definisce «influencer neocatecumenale», come a sminuirla due volte. Peccato che neocatecumenale non lo sia per nulla, la brillante apologeta. La sua colpa è avere usato parole nette dopo gli scandalosi funerali, un po' beatificazione e molto comizio, alla Chiesa degli Artisti: «Rappresentava i non valori dominanti, quindi tutto meno che coraggiosa, perché totalmente a favore di vento».

La neoteologa era quanto di più allineato. Per questo dirigeva riviste di moda, accatastava premi, conduceva programmi, concionava alla prima della Scala... Non era ribellione: era istituzione. Scaramuzzi lo ricorda involontariamente, riportando le sue parole sulla Chiesa, criticata «per un limite palese di adeguamento allo stare nel tempo presente». Come tanti eretici modernisti prima di lei, voleva che la Chiesa si adeguasse al mondo. Insisteva a dirsi cattolica ma non ascoltava Gesù: «Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà?» (Matteo 5,13). Era sale insipido, la povera Michela Murgia.

Da Libero Quotidiano.

Michela Murgia, insegnante di religione e call center: chi era la scrittrice. Libero Quotidiano l'11 agosto 2023

Michele Murgia ha perso la sua battaglia contro il cancro. La scrittrice è morta all'età di 51 anni. A maggio aveva rivelato durante un'intervista di soffrire di un carcinoma ai reni al quarto stadio. La Mondadori, casa editrice per cui aveva pubblicato il suo ultimo libro "Tre Ciotole", la ricorda su Twitter con un "ciao Michela" accompagnato da un cuore, insieme a una grande foto che la ritrae sorridente. 

Sarda doc, nata a Cabras il 3 giugno 1972, la Murgia ha svolto diversi lavori prima di dedicarsi alla scrittura, Tra questi l'insegnante di religione, la vendita telefonica raccontata nel suo primo libro, "Il mondo deve sapere" (2006). Questo, una sorta di blog sul mondo dei call center e delle multinazionali, che ha ispirato l'opera teatrale omonima e il film "Tutta la vita davanti". Successivamente, nel 2008, pubblica per Einaudi "Viaggio in Sardegna", una guida letteraria ai luoghi meno noti dell'isola. Due anni più tardi esce, sempre per Einaudi, "Accabadora", romanzo che intreccia nell'isola degli anni Cinquanta i temi dell'eutanasia e dell'adozione. Un libro che la porta a vincere prima il Premio Dessì e poi il SuperMondello e il Campiello. Nel 2011 pubblica "Ave Mary", riflessione sul ruolo della donna e la Chiesa. 

Tra le opere successive si ricordano il romanzo "L'incontro" (2012), che analizza i temi della condivisione e delle affinità; il saggio breve sul femminicidio "L'ho uccisa perché l'amavo. Falso!" (con Loredana Lipperini, 2013); il romanzo "Chirù" (2015) e "Futuro interiore" (2016). Per la Murgia c'è anche una breve parentesi politica, quella delle regionali sarde. Nel 2014, infatti, si presenta con la coalizione Sardegna possibile, che però non supera lo sbarramento previsto dalla legge. Nel 2018 debutta come attrice interpretando Grazia Deledda nello spettacolo teatrale "Quasi Grazia". Tra le opere più recenti: "L'inferno è una buona memoria" e il saggio "Istruzioni per diventare fascisti". Ma anche "Noi siamo tempesta. Storie senza eroe che hanno cambiato il mondo"; "Stai zitta"; "God save the queer. Catechismo femminista" e appunto "Tre ciotole". 

Due i mariti avuti. La scrittrice è stata sposata dal 2010 al 2014 con Manuel Persico, informatico bergamasco di dodici anni più giovane. In seconde nozze ha poi sposato l'attore e regista Lorenzo Terenzi, di sedici anni più giovane. Matrimonio avvenuto qualche settimana fa non senza polemiche in quanto la scrittrice ha sottolineato la necessità di contrarre le nozze per vedere garantiti i diritti al compagno e a quella che lei definiva la "famiglia queer".

Claudio Borghi, affondo e polemica: "Murgia sì, Maglie no. Che tristezza". Libero Quotidiano l'11 agosto 2023

Michela Murgia non ha vinto la sua battaglia contro il cancro e - nella notte di giovedì - si è spenta all'età di 51 anni. A ricordarla i tanti amici, da Roberto Saviano a Gad Lerner, ma anche chi le sue idee non le ha mai condivise. Ed è proprio uno di questi, Claudio Borghi, che ha pubblicato un tweet dal tono polemico. "Se confronto lo spazio che i media hanno dato alla morte (dopo cento giorni di agonia) di Mariagiovanna Maglie con quello che stanno dando per Michela Murgia, mi viene una grande tristezza. Mariagiovanna mi spiace, meritavi di più. Siamo un paese culturalmente occupato. Cambierà". 

Un cinguettio non passato inosservato. E così c'è chi scrive: "Dai, non era il caso Borghi. Bassissimo livello (e non sono di sinistra). Evitiamo di fare politica anche sulla morte", "Brutto tweet, mi spiace", "Che tweet orrendo". Ma non finisce qui.

Ecco che si legge ancora: "Ha capito di aver dato il colpo di grazia alla sua amica Maglie con questo suo scritto? Lei ha appena certificato che la Murgia raccoglieva una gran quantità di consensi e che la Maglie aveva ben poche persone che la apprezzavano. Se voleva mostrare quanto ampia sia stata la forbice tra le due, c’è riuscito in pieno. Non dovrei più sorprendermi quando leggo qualche sua scivolata, ma Lei va oltre la più fervida immaginazione. Ora lasciamo entrambe al loro riposo". Insomma, le critiche a Borghi non sono mancate. 

Michela Murgia, i funerali: respinta la corona di fiori. Urla fuori dalla chiesa. su Libero Quotidiano il 12 agosto 2023

Momento di alta tensione ai funerali di Michela Murgia. Fuori dalla chiesa degli Artisti a Roma qualcuno grida "comunisti di m***. Viva la Meloni". Si tratta di un uomo di circa 50 anni poi avvicinato dagli agenti della Polizia locale. Intanto, la scrittrice, scomparsa giovedì a soli 51 anni, ha optato per un'insolita scelta. L'attivista infatti non avrebbe mai voluto fiori recisi al suo funerale. Non a caso alla chiesa non ci sono fiori. Una disposizione dettata dalla stessa scrittrice, tanto che è stato rimandato indietro anche la corona di fiori del Comune di Roma.

Secondo quanto appreso da LaPresse da fonti della famiglia, Murgia non voleva fiori recisi in chiesa. Tutti i cuscini di fiori mandati da diverse autorità, dal sindaco al Comune, sono rimasti fuori sul sagrato. La chiesa è piena mentre sul sagrato sono affollate centinaia di persone. Alle esequie è presente tutta la famiglia 'queer', come la definiva Murgia, e tra gli altri, l'amico Roberto Saviano, la segretaria dem Elly Schlein, Francesca Pascale con la compagna Paola Turci.

Ma non solo, perché in tanti hanno deciso di sfidare questo caldo torrido per darle l'ultimo saluto, tra amici, follower, turisti curiosi, ma anche molti che l'hanno amata (o odiata) per le sue posizioni spesso dure e nette su temi sociali spesso delicati e divisivi. Il suo è, come ha detto Saviano, un "funerale politico" visto che in prima fila a darle l'estremo saluto c’è la sua famiglia allargata, eterodossa, basata su legami d'affetto e d'amore piuttosto che di sangue.

Saviano, macabro show al funerale della Murgia: insulta i giornali di destra. Francesco Capozza su Libero Quotidiano il 13 agosto 2023

Niente corone di fiori. Non sull’altare, tanto meno sul proprio feretro. Era stata dettagliata e precisa Michela Murgia nel predisporre le sue esequie, esattamente come aveva organizzato con estrema attenzione la successione dei propri beni, dettando le ultime volontà all’avvocato Cathy La Torre, amica carissima.

C’è però una simbolica, seppur piccola, pianta di ulivo posta sull’altare. Forse un memento politico in quest’ora di triste commiato o magari un’idea ben precisa di ciò che dovrebbe tornare ad essere la sinistra, chissà. Probabilmente solo casualità botanica. Ai funerali di Michela Murgia, svoltisi ieri pomeriggio nella cosiddetta “Chiesa degli artisti”, cioè la basilica di Santa Maria in Montesanto di Piazza del Popolo a Roma, si respirava certamente un clima molto affine alla sinistra. Più volte cittadini comuni e fan rimasti fuori dalla Basilica (tutto sommato angusta) hanno intonato “Bella Ciao”. È accaduto subito dopo l’allocuzione di don Walter Insero, come pure all’uscita del feretro.

LA PLATEA

Certo, a ben osservare la platea stipata tra i banchi del sacro tempio qualche purista del buon costume avrà pure provato sgomento rilevando l’enorme quantità di canottiere, shorts e capelli colorati presenti, ma per quest’occasione - un funerale “queer”, seppur cattolico - si è potuto chiudere un occhio.

Ad inizio funzione don Walter legge una lettera inviata dall’arcivescovo di Bologna e Presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, che molti interpretano come un messaggio di papa Francesco in persona per tramite di uno dei suoi più fidati collaboratori.

«Il libro della sua vita non è finito, ed è un libro che Michela ha scritto con tutta la sua passione fino all’ultimo», scrive il porporato, e queste sono probabilmente le parole più belle pronunciate nell’intera funzione. Una funzione che qualcuno aveva immaginato come un messaggio dichiaratamente politico per l’avvenire, pur privo di Michela. D’altronde lo stesso Roberto Saviano, nell’annunciare la sua presenza al rito invitando tutti gli estimatori di Murgia a fare lo stesso, aveva pensato a questo evento come tutto fuorché privato. Tra la folla accaldata stipata nella centralissima Basilica romana ci sono tuttavia pochi volti noti, soprattutto tra i politici. C’è la segretaria del Partito democratico Elly Schlein con la compagna, ma dal quartier generale del Nazareno nessun altro tra i dirigenti.

Facendosi poi largo con lo sguardo tra i ventagli delle signore accaldate, ecco un’altra coppia famosa di donne sposate: Francesca Pascale, ex compagna di Silvio Berlusconi, con la “moglie”, la cantante Paola Turci, quest’ultima visibilmente commossa. Non ci sono gonfaloni, corone o simboli delle istituzioni. Anzi, quando poco prima dell’inizio della cerimonia alcuni inservienti del Campidoglio hanno fatto capolino portando corone da parte del sindaco e dell’amministrazione capitolina sono stati gentilmente invitati a lasciale fuori dalla chiesa. A fine funzione, parla l’attrice e umorista Lella Costa e poi ecco Saviano, che ovviamente s’è preso la scena dimenticando di non essere su un palco per uno dei suoi spettacoli, ma su un altare di una chiesa per un commiato. Quasi uno show, quello del padre di Gomorra.

L’inizio è quasi drammatico, tra le lacrime, forse un po' troppo teatrale a voler essere pignoli. Senza nemmeno asciugare le gote irrorate, ecco dunque il tanto atteso comizio “tutt’altro che privato” dello scrittore. Perle come «con Michela ci ha unito indissolubilmente il prezzo altissimo pagato per le sofferenze subite dai giornali populisti, dagli squadristi dell’informazione”, oppure “nei miei processi del tutto politicizzati, mi è stata sempre di supporto e sostegno». Come a dire: la pensavamo e la pensiamo esattamente allo stesso modo. Tra i pochissimi leader presenti c’è Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana, che ha parole commosse per quella che ai microfoni dei cronisti definisce «una carissima amica».

S’intravede Angelo Bonelli, alleato dello stesso Fratoianni con i suoi Verdi, infagottato nella giacca di lino sgualcita d’ordinanza. Per il resto, della sinistra parlamentare neanche l’ombra sotto la canicola romana di Piazza del Popolo.

Stesso dicasi per i grillini, nessuno dei vertici ha deciso d’interrompere le proprie ferie per presenziare. Infine, il commiato vero, quello del celebrante don Insero, incentrato sulla preghiera e con le parole tratte dal Vangelo di Giovanni in cui si parla della soglia attraverso la quale passare per raggiungere la pace eterna: «La soglia per Michela era qualcosa da superare, ma ora è nel viaggio verso il Padre, non verso il nulla». D’altronde Michela avrebbe voluto soprattutto essere ricordata come una cristiana. Una donna che dialogava, come amava ricordare egli stessa, «quotidianamente con Dio». Così vogliamo ricordarla anche noi.

Michela Murgia "faziosa, violenta e dalla parte del potere": chi la stronca così. Libero Quotidiano il 16 agosto 2023

"Siccome l'Italia è un paese pagano ottima è la profanazione della Basilica di Santa Maria in Montesanto (vulgo Chiesa degli Artisti) con i funerali di una eresiarca". L'eresiarca di cui scrive Camillo Langone, sul Foglio, è Michela Murgia. Una provocazione intellettuale, quella dello scrittore, per sostenere che poi l'idea di ospitare al Colosseo la sfida Zuckerberg-Musk, in questa contraddittoria Italia, non appare così balzana. Ma non è solo Langone ad andare controcorrente e uscire dal circuito della "beatificazione" della scrittrice e attivista sarda, scomparsa la scorsa settimana stroncata da un tumore, annunciato pochi mesi prima. 

Assai dure anche le righe vergate da Mario Iannaccone per La nuova bussola quotidiana: "La celebrazione pressoché unanime della Murgia da parte del mondo della cultura, della politica e dello spettacolo - esordisce -, ci fa comprendere che era investita di un ruolo importante nel comunicare la mentalità contemporanea di cui i principali media si fanno megafono".

Non nega, ovviamente, il "coraggio e dignità" dimostrati nelle sue ultime settimane di vita, ma nondimeno rinnega il suo giudizio sostanzialmente negativo sul lato pubblico della intellettuale: "Se viene celebrata come una grande intellettuale, addirittura «indispensabile», una «lottatrice» per i diritti degli ultimi, «attivista», «teologa», «filosofa», «innovatrice», «grande scrittrice» o «grande cattolica» allora è giusto esprimersi e ricordare gli elementi della sua vicenda che risultano critici a chi abbia una visione differente da quella propagandata dalla scrittrice sarda".

Tanto per cominciare, chi definisce la Murgia "scrittrice cattolica" (Repubblica) può farlo forse solo perché "l'identità cattolica è in crisi". O ancora, sottolinearne il ruolo di "antagonista contro il patriarcato" (come il Sole 24 Ore) equivale a dimenticare "che non siamo negli anni Sessanta e il patriarcato è smantellato da tempo e la Murgia ne combatteva il fantasma eliminando le vocali finali delle parole". La stessa autrice di Accabadora si vantava di essere "scomoda" ma è stata ricordata da tutti, a destra come a sinistra, addirittura con Rai 3 che ha allestito una programmazione a lei dedicata lo scorso 11 agosto.

Questo perché, prosegue Iannaccone, "Michela Murgia, in fondo, aveva scelto di stare dalla parte del potere anche se lo negava con sdegno; quel potere che, attraverso le lotte che lei appoggiava, sta rimodellando le nostre vite abolendo confini fra sessi, nazioni, proprietà. Quel potere che, attraverso istituzioni comunitarie, favorisce il traffico di uomini attraverso le Ong e i loro complici scafisti". Non solo: "Esprimeva un pensiero fazioso e violento, irridente e blasfemo, persino feroce. Però era chiara: definiva amici e nemici con chiarezza" e per questo "non avrebbe gradito riabilitazioni da chi disprezzava". Un esempio del suo essere dalla parte "comoda", conclude Iannaccone, è il matrimonio queer celebrato poco prima di morire. "Il fatto che il suo vestito da cerimonia sia stato impreziosito dalla scritta ricamata God Save the Queer della stilista di Dior, Maria Grazia Chiuri, avrà un significato. Il marchio del lusso Dior, come tutti i marchi importanti, appoggia le idee che sono maggioritarie come la grande finanza, le multinazionali dei media, le grandi istituzioni appoggiano le medesime lotte care alla Murgia".

Da Affari Italiani.

Addio a Michela Murgia, che ha sdoganato l'antipatia di professione. Murgia ha scritto cose interessanti, ma la sua attività frenetica e social l’ha trasferita nell’alveo dei piccoli miti portatili di una confusa quotidianità. Maurizio De Caro Sabato 12 agosto 2023 su Affari Italiani.

Michela Murgia è scomparsa l’altra notte a Roma. La sua parabola umana e intellettuale non ha avuto derive, fino all’ultimo ha mantenuto una rigidità concettuale e una tale alta opinione di sé che, in questa tragica circostanza, ce l’hanno fatta apprezzare. Facciamo fatica a non vedere gli sforzi fatti in tutta la sua breve esistenza per essere sempre “diversa” ma sempre attiva nell’abito di uno sbiadito politicamente corretto che ha sempre avuto bisogno di alzare asticella e tiro.

Ma oggi voglio parlare della sua antipatia, voluta, ricercata, fotografata, mai negata, esibita come un trofeo contro il mondo, e verso avversari che l’hanno sempre ritenuta frutto di una sapiente opera di marketing contemporaneo. Il suo femminismo di facciata, la sua “famigliona in bianco” che assomigliava pericolosamente ad una setta californiana, il suo uso reiterato di una retorica al contrario sui temi del gender, del matrimonio, della croce e di tutto quello che era molto banale trasformare in facili battaglie per gli pseudo-diritti di una nicchia marginale di privilegiati.

Da TvBlog.

Morte Michela Murgia, una carriera anche tv: i programmi a cui ha partecipato. Di Paolo Sutera su TvBlog venerdì 11 agosto 2023

Michela Murgia è morta: tra le sue mille vite anche quella televisiva, da La 7 a Sky (passando per Raitre) Da Le Invasioni Barbariche a Chakra, passando per Ghost Hotel e Quante Storie, con la stroncatura del libro di Fabio Volo diventata virale sul web 

Sky Arte ha deciso di ricordare Michela Murgia proponendo questa sera, venerdì 11 agosto 2023, dalle 22:15, tutti gli episodi di Ghost Hotel, il programma che ha condotto nel 2022, anche in streaming su NOW.

La notizia della morte di Michela Murgia, avvenuta nella serata di giovedì 10 agosto 2023, all’età di 51 anni, ha subito fatto il giro di social e siti di informazione. Scrittrice, critica letteraria ed attivista, con coraggio nei mesi scorsi, nella sua ultima intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera, aveva annunciato di essere malata di un tumore e di avere ancora poco da vivere. Continua a leggere dopo la pubblicità In questi mesi, Murgia è stata al centro delle cronache non solo per la notizia della sua malattia, ma anche per la pubblicazione del suo libro “Tre ciotole” (Mondadori) e per la decisione di sposarsi con l’attore e regista Lorenzo Terenzi, senza però chiedere auguri e festeggiamenti, ma ammettendo di aver preso questa decisione solo per tutelare la sua famiglia queer. Noi, però, vogliamo ricordarla facendo un passo indietro e guardando la carriera di Michela Murgia dal punto di vista televisivo. Perché dopo il successo del suo secondo libro “Accabadora” (Premio Campiello), Murgia è pian piano diventata anche personaggio televisivo a tutti gli effetti. E non solo con delle semplici ospitate, ma come componente del cast fisso di alcuni programmi dalla forte impronta culturale e con grande attenzione verso la società. È il caso de Le Invasioni Barbariche, il programma de La 7 condotto da Daria Bignardi, che ha affidato a Murgia la rubrica “Barbarica-mente”, in cui la scrittrice commentava i fatti più importanti della settimana.

Nel 2017 Murgia diventa anche conduttrice di un programma tutto suo, Chakra, andato in onda per sei settimane nel sabato pomeriggio di Raitre: dei “duelli” in cui l’autrice si confrontava con ospiti differenti su vari tempi di puntata in puntata. Continua a leggere dopo la pubblicità Il suo ultimo impegno televisivo da protagonista è stato però Ghost Hotel su Sky Arte, in cui Murgia ha ripreso le vesti di una portiera d’albergo (mestiere realmente svolto dalla scrittrice prima del successo letterario), entrando in una stanza diversa di un immaginario hotel, in cerca delle tracce lasciate da sei personaggi chiave del Novecento.

Non abbiamo tralasciato l’esperienza di Quante Storie, quella più intensa per Murgia, almeno per la sua durata. La scrittrice è stata infatti ospite del programma di Corrado Augias prima e di Giorgio Zanchini poi, nei panni di critica letteraria. Numerosissimi i libri che ha consigliato o sconsigliato al pubblico, ma una sua recensione è particolarmente rimasta nella memoria degli appassionati tv. Continua a leggere dopo la pubblicità Era il 21 dicembre 2016 e, con un’edizione straordinarie delle sue stroncature settimanali, Murgia critica duramente (ma con grande ironica) l’ultimo libro di Fabio Volo. La sua frase di chiusura, “Gli alberi si vendicheranno”, è entrata nella storia del programma.

Michela Murgia è, insomma, diventata nel tempo anche un personaggio televisivo, forse senza che lei stesse volesse diventarlo. Ma la televisione, oggi, sa anche inglobare al suo interno personaggi apparentemente lontani da essa, e Michela Murgia non ha mai partecipato a nessun programma cambiando il suo pensiero o il suo modo di esporlo. Che piacesse o no, è riuscita a parlare di notizie, di libri e di temi sulla bocca di tutti offrendo sempre un punto di vista da cui avviare un confronto. E non è poco. Continua a leggere dopo la pubblicità Tornando a Murgia personaggio tv, a dimostrazione di quanto abbia lasciato il segno anche il fatto di aver ottenuto un’imitazione, niente meno che da Virginia Raffaele, che ne propose una sua ironica versione nel suo programma Facciamo che io ero.

Da 4live.

Presto Santa Michela Murgia? Scritto da Franco D'Emilio il 13/08/2023 su 4live.it.

Ho seguito con attenzione, ma pure tanta sorpresa, in parte anche indignazione e disapprovazione il funerale di Michela Murgia, recentemente scomparsa: figura iconica, per questo dissacrante e divisiva, del nuovo intellettualismo di un’avanguardia di sinistra, critica e saccente contro tutti e tutto, innanzitutto la destra, poi la stessa sinistra ufficiale, quindi, estesamente, contro chiunque la pensi diversamente. Dissacrante e divisiva fino all’ultimo, persino nel suo funerale, anche se qualcuno subito obietta quanto la triste cerimonia trascorsa abbia confermato la coerenza della scomparsa e, naturalmente, dei suoi, più o meno dichiarati, accoliti. Funerale happening, dentro e fuori la Chiesa degli Artisti a Roma, quello di ieri per l’estremo saluto alla Murgia: la liturgia politica, irriverente, tanto pervasa di faziosa acredine, ha prevalso su quella rituale, religiosa, l’unica ammissibile in un luogo di culto, ma ieri travolta, quasi soppiantata, pure per la responsabilità complice di un’autorità ecclesiastica arrendevole, spero non interessata.                                               

La scomparsa aveva reclamato un funerale politico, quindi è stata accontentata con uno degli sproloqui, sempre più obsoleti, di Roberto Saviano, e un intervento nonsense, senza capo né coda, dell’amica Chiara Valerio. Infine, tocco impeccabile in tanto esibizionismo del profano sul sacro, pur se fuori dalla chiesa, un cartello inneggiante alla “famiglia queer”, fortemente sostenuta dalla stessa Murgia, ed un patetico coretto di Bella ciao, occasione troppo ghiotta per non farcire tutto con tanta nostalgia partigiana e resistenziale. Pure il sagrato di una chiesa è consacrato, quindi ieri in uno spazio sacro è stato offensivo quel drappo bianco inneggiante alla famiglia queer, il termine inglese significa, pensate un po’, bizzarro, stravagante; s’inneggiava, allora, alla famiglia dove nessuno dei componenti si riconosce eterosessuale, perlomeno si identifica biologicamente maschio o femmina, dunque tutto è lecito contro la chiesa e la sua dottrina in nome del libero orientamento sessuale: eppure, ieri, alla Murgia, alfiere della famiglia queer, sono giunte parole di saluto, anche se a titolo personale, dell’arcivescovo Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, opportuno?                                               

Per volontà della scomparsa, sempre nel segno del suo anticonformismo, pochi fiori, appena una corona, solo applausi, caciara e disordinata, sciatta partecipazione al funerale: nelle foto e nei filmati persone addirittura sedute in terra, altre contro le pareti, qualcuno pigramente appoggiato ad un confessionale, insomma tutto mi rievocava lontane assemblee studentesche universitarie dello scalcagnato ’68 italiano, quando tanti partecipavano per compiacente, interessata adesione a vantaggio dei pochi che gestivano, manovravano il tutto. Che pena! In generale e pure personale, come cittadino e credente! Ieri, nella Chiesa degli Artisti a Roma, si è svolta una inaccettabile commistione, alquanto ruffiana ed eretica, tra sacro e profano, tutto quasi per un ulteriore imprimatur alla figura, all’opera dell’estinta: dunque, a quando, perché a questo punto inevitabile, la santificazione della Murgia? Michela Murgia, adesso, è solo un’eroina della nuova sinistra, come qualcuno ha scritto, ma la nuova élite della sinistra, immemore della battuta di Brecht “sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi”, vuole addirittura la santa, la donna Murgia oggetto di una venerazione, religiosamente sentita. In conclusione, grande, indimenticabile funerale happening, persino un’occasione ghiotta per una rinnovata visibilità di quei soliti miracolati della sinistra, ora disoccupati, senza più un proprio salottino fisso in televisione, non faccio nomi solo perché l’elenco sarebbe estesamente lungo.                                                        

Michela Murgia non è stata affatto protagonista di alcuna battaglia civile poiché una vera battaglia civile presuppone sempre l’apertura agli altri in termini di confronto ed accoglienza e non quella dimensione, chiusura faziosa, settaria con la quale la scomparsa intendeva imporsi. Solo fondatrice di una vera e propria setta di accoliti che dovevano accettare un credo assurdo, divisivo, tanto presuntuoso; una donna che si diceva credente, ma si è rivelata immemore delle parole di Sant’Agostino “E’ stato l’orgoglio che ha trasformato gli angeli in diavoli; è l’umiltà che rende gli uomini uguali agli angeli.”

Franco D'Emilio. Storico, narratore, una lunga carriera da funzionario tecnico scientifico nell'Amministrazione del Ministero per i beni e le attività culturali

Da lospecialegiornale.

Michela Murgia è già “santa” antifascista. Aldo Di Lello venerdì, 11 Agosto 2023 su lospecialegiornale.it.

Michela Murgia alla fine si è arresa alla malattia. E da ieri i media sono inondati dal suo faccione tondo e dal suo sorriso tagliente. Giusto tributo a una protagonista del dibattito pubblico, un personaggio certo rumoroso e fin troppo polemico, ma comunque, dal suo punto di vista, coerente e trasparente. Tant’è che tutti, anche i suoi avversari e antipatizzanti (che certo non sono stati pochi) hanno speso per lei parole di apprezzamento e rispetto.

Ad allentare l’atmosfera elettrica intorno alla sua figura ha indubbiamente contribuito, negli ultimi mesi, la rivelazione pubblica della sua malattia. Tanti le si sono stretti intorno e tanti altri hanno rinunciato a replicare agli attacchi polemici che la Murgia ha lanciato fino alla fine. L’ultima sua polemica è di qualche giorno fa contro il sindaco di Ventimiglia, accusato da Michela di voler instaurare un “regime fascista” dopo la decisione (più che doverosa) di istituire un servizio di vigilanza intorno al cimitero per impedire che i migranti vi facessero (fuori e dentro il muro di cinta) i loro bisogni.

Ecco, diciamo che una delle grandi ossessioni di Michela Murgia, oltre al patriarcato, era proprio il fascismo, una sorta di Moloch che la scrittrice richiamava frequentemente in tanti suoi discorsi. Era tale l’ossessione antifascista della Murgia da spingerla a ispirarsi all’Ur-fascismo (il “fascismo eterno”) di Umberto Eco con il “fascistometro”, termine contenuto in un pamphlet pubblicato qualche anno fa da Michela: “Istruzioni per diventare fascisti”. Una lettura decisamente deludente. Se per Eco il fascismo era un archetipo, per la Murgia era «un herpes che può resistere per interi decenni nel midollo della democrazia». Furono in molti, anche tra i “fascisti” (o presunti tali), a rimpiangere il pur faziosissimo Umberto.

A suscitare una simpatia trasversale intorno alla Murgia è stata comunque, nelle ultime settimane, la notizia del suo matrimonio “in articulo mortis” con Lorenzo Terenzi. Era impossibile non sentire il cuore stringersi nel vedere Michela, rimasta calva per la chemioterapia, firmare i documenti davanti all’ufficiale di stato civile ed avere ancora la forza di sorridere.

Detto questo, quello che stona un po’ nelle celebrazioni odierne della Murgia è questa conformistica ripetizione dello stesso refrain: Michela era una scrittrice “libera”. I criteri di questa immediata “santificazione” laica li ha stabiliti il “Corriere della Sera” definendo la Murgia nel titolo di prima pagina “una voce libera”. E tutti nei commenti a ribadire: “una voce libera”.

Che vuol dire? Perché riassumere la scrittrice scomparsa nel termine della “libertà”? Forse che in Italia vige una dittatura ed è quindi libero solo l’intellettuale che ostenta orgogliosamente (e spesso a sproposito) il suo antifascismo? Forse che gli altri scrittori, segnatamente quelli di destra, non sono liberi? Di più: Michela Murgia era una donna libera perché viveva in una “famiglia” queer , che non si sa bene che cosa sia ma che comunque deve avere a che fare con l’indistinzione di ruoli, generi e componenti? Di conseguenza: non sono libere le persone che scelgono la famiglia tradizionale? E ancora: sono libere solo le femministe che hanno come ossessione la lotta al “patriarcato”? Tante sono le domande cui vorremmo che i grandi artefici della comunicazione pubblica ci rispondessero. Ma è una speranza vana. La lotta contro il conformismo è spesso una lotta inane. Oggi più che mai. E forse neanche la Murgia sarebbe d’accordo con questa sua prematura santificazione.

Da Dagospia.

Giampiero Mughini per Dagospia domenica 13 agosto 2023.

Caro Dago, ci mancherebbe altro che io non pianga la vita spezzata di Michela Murgia, contando niente che le sue idee fossero così diverse dalle mie. Mi pare sia stato Roberto Saviano a commemorarla vantandone il fatto che lei era una che "prendeva posizione", ossia che sceglieva una parte e la sosteneva col dare addosso alla parte o alle parti avverse. E a dar loro addosso coi controfiocchi, ossia menando duro e in pieno volto.

Ebbene pur appartenendo a una generazione che fin dagli anni Sessanta è fiorita menando colpi all'impazzata _ e su quegli anni non c'è nessuno che abbia a dirmi qualcosa che non so _, oggi non è più questa la latitudine cui mi colloco. Anche perché quelli che sostengono la primazia del "prender posizione" in realtà vogliono dire che la posizione che va presa è la loro, e guai a prendere una posizione diversa. Di certo è il caso di Saviano, al quale peraltro auguro ogni bene.

Io invece sono oggi uno che non ha una "parte", e che quando affronta un personaggio pubblico o un problema di rilievo o quello che volete voi, sa come inizierà il ragionamento ma non come lo finirà. Perché a me non interessa "prendere una posizione" e tatuarmi in fronte che razza di posizione è. A me interessa mettere a nudo tutti i lati della questione, la sua possibile ambiguità. A me non interessa arrivare a una sentenza e pronunciarla a voce alta mentre deambulo nella rete fognaria che ha nome "social", a pronunciarla a voce alta in uno scritto di poche righe eruttato in cinque o dieci minuti. Di tutte queste "prese di posizione" me ne strafotto altissimamente. 

Essere antifascista? E' una tale ovvietà che mi vergognerei persino a pronunciarla. Resta il fatto che se c'è uno che con la storia del fascismo ha un rapporto diverso dal mio, io non cerco a tutta prima di azzannarlo, di dirgliene di tutti i colori, di ricordargli la morte di Matteotti e la cella di Gramsci. Cerco di capire che cosa lui intende col dirsi fascista, a quali valori esattamente fa riferimento, che cosa intende fare di reale nella società italiana del terzo millennio. Ne sto parlando in una casa romana sita a poche decine di metri dall'indirizzo di viale Trastevere dove i nazi bussarono alla mattina presto del 16 ottobre 1943 per poi asportarne un'intera e numerosa famiglia ebrea, ivi compresi due adolescenti, nessuno dei quali tornò vivo.

Ecco una cosa è sicura, che noi non siamo al 16 ottobre 1943 ma in tutt'altro anno e in tutt'altro millennio e che nessuna famiglia ebrea che abitasse a viale Trastevere avrebbe di che temere se qualcuno bussasse alla loro porta. Né mi pare che ci sia qualcuno che se lo augura di andare a bussare con intenti malevoli alla porta delle case dove abitano famiglie ebree E' semplice, no?

E' semplice che i nostri problemi oggi sono tutt'altri e richiedono dunque tutt'altre denominazioni e tutt'altre etimologie che non siano quelle adattabili ai fatti del secolo scorso. Tutt'altre "posizioni" che quelle prese durante la guerra civile tra italiani. O no?

A me sembra molto semplice. E poi c'è un altro fatto immane, e cioè che alla vita democratica sono necessarissimi quelli che prendono una posizione diversa dalla tua. Per me è un fatto acclarato che in Ucraina abbiano cominciato i russi a invadere e uccidere, però mi è necessarissima la posizione di quanti reputano che non è a forza di armi usate da una parte e dall'altra che si porrà fine alla tragedia, che bisogna trovare i termini di un compromesso che sia accettabile da entrambe le parti. Assolutamente bisogna trovarli. E perciò leggo con attenzione spasmodica quelli che "prendono posizione" sulle pagine del Fatto, un giornale di cui non condivido molte "posizioni" ma che mi mancherebbe molto se alla mattina non lo trovassi all'edicola. Tutto qui.

Ps. mi metto i guanti bianchi prima di "prendere posizione" su chi davvero ha messo la bomba alla stazione. Non ne ho letto a sufficienza, due o tre libri dei dieci o quindici che dovrei conoscere. C'è che io sono persuaso che Valerio e Francesca quella bomba non l'abbiano messa loro, e questo perché non sta né in cielo né in terra con tutto quello che loro sono stati, le loro follie omicide ivi comprese. Follie che erano inscritte nel loro dna di ventenni. La bomba di Bologna no, quella non era inscritta affatto. Se prendo "posizione"? C'è che fra un paio di giorni verranno a cena da me, loro due e una giornalista radicale loro amica. Mi sembra una "posizione" del tutto pertinente.

Da lanuovabq.it.

Estratto dell'articolo di Mario Iannaccone per lanuovabq.it martedì 15 agosto 2023.

Michela Murgia «ricorda Sant’Agostino: l’esperienza personale diventa simbolo universale» declama, spericolatamente, Dacia Maraini su Huffington Post. Una fra le tante uscite ispirate dalla morte della scrittrice. La celebrazione pressoché unanime della Murgia da parte del mondo della cultura, della politica e dello spettacolo, ci fa comprendere che era investita di un ruolo importante nel comunicare la mentalità contemporanea di cui i principali media si fanno megafono. 

Di fronte alla morte di una persona ancora giovane – spirata il 10 agosto, a 51 anni, pochi mesi dopo aver annunciato un tumore –, che ha mostrato coraggio e dignità di fronte alla propria morte, è difficile scrivere, soprattutto quando si va in direzione contraria al coro di lodi unanimi. 

Si teme di apparire inopportuni, stonati. Tuttavia, la Murgia era un personaggio pubblico e se viene celebrata come una grande intellettuale, addirittura «indispensabile», una «lottatrice» per i diritti degli ultimi, «attivista», «teologa», «filosofa», «innovatrice», «grande scrittrice» o «grande cattolica» allora è giusto esprimersi e ricordare gli elementi della sua vicenda che risultano critici a chi abbia una visione differente da quella propagandata dalla scrittrice sarda.

Su Repubblica Giulia Santerini definisce la Murgia una scrittrice «cattolica». Se si può scrivere tanto è perché l’identità cattolica è in crisi, attaccata anche dall’interno della Chiesa. Nessuno può dare patenti di cattolicità perché è la dottrina che definisce e lei non può essere definita, per le dottrine che propagandava, cattolica, se ha ancora un senso la parola. 

Il Sole 24 Ore la ricorda come scrittrice «antagonista contro il patriarcato», dimenticando che non siamo negli anni Sessanta e il patriarcato è smantellato da tempo e la Murgia ne combatteva il fantasma eliminando le vocali finali delle parole.

Diceva di essere scomoda ma l’11 agosto Rai 3 ha presentato in prima serata una programmazione a lei dedicata, un onore mai concesso agli scrittori scomodi. I palinsesti di ogni media si sono riempiti di sue riapparizioni, celebrazioni, letture, lodi senza contraddittorio. Persino Giorgia Meloni, con tutto il governo schierato, ha fatto il suo dovere istituzionale delle condoglianze che si presentano alle grandi personalità. 

Michela Murgia, in fondo, aveva scelto di stare dalla parte del potere anche se lo negava con sdegno; quel potere che, attraverso le lotte che lei appoggiava, sta rimodellando le nostre vite abolendo confini fra sessi, nazioni, proprietà. Quel potere che, attraverso istituzioni comunitarie, favorisce il traffico di uomini attraverso le Ong e i loro complici scafisti. […]

La scrittrice sarda esprimeva un pensiero fazioso e violento, irridente e blasfemo, persino feroce. Però era chiara: definiva amici e nemici con chiarezza. Dunque, riabilitarla, portarla dalla propria parte anche da quella “destra” – vera o sedicente – che lei individuava nei cattolici lontani dalle innovazioni creative degli ultimi anni o in mentalità politiche da lei vituperate, o lontane dalla sinistra neoliberista prodotto del marxismo culturale, non ne rispetta la volontà. 

Le va dato atto di non essere stata ipocrita: ha sempre attaccato, morto o vivo che fosse, chiunque andasse contro le sue idee. Non avrebbe gradito riabilitazioni da chi disprezzava.

Sino alla fine ha “combattuto” con segni e rituali forti, come il matrimonio “queer” della famiglia allargata. Ma se i segni hanno un valore, allora il fatto che il suo vestito da cerimonia sia stato impreziosito dalla scritta ricamata God Save the Queer della stilista di Dior, Maria Grazia Chiuri, avrà un significato. Il marchio del lusso Dior, come tutti i marchi importanti, appoggia le idee che sono maggioritarie come la grande finanza, le multinazionali dei media, le grandi istituzioni appoggiano le medesime lotte care alla Murgia.

Quello del 15 luglio fu «matrimonio» fatto «pur non credendo nel matrimonio», aveva chiarito. Le teorie radical-femministe, “intersezionali”, della Murgia sono una vecchia conoscenza della cultura europea che demolisce il bello e il passato; ma lei era riuscita, partecipando a trasmissioni televisive e usando il suo talento comunicativo, a farle tornare novità. Il suo odio per un fascismo più immaginario che reale e contro una Chiesa “vecchia” era implacabile. 

La teologa Marinella Perroni sull’Osservatore Romano ne loda l’amicizia e l’umanità: «Non avrebbe certo potuto scrivere in God Save the Queer le pagine davvero magiche di teologia trinitaria, se non avesse fatto questa esperienza di Dio e degli umani».

Su Avvenire – che ha dedicato molti articoli alla Murgia in poche ore – Roberto Carnero insiste soprattutto sull’«inclusività» della sua teologia delle «periferie», perché il cattolicesimo è religione dell’«et-et», non dell’«aut-aut». Vero, ma ci sono dei limiti: in un’intervista su Repubblica definiva la Trinità «due uomini e un uccello», «patriarcato tossico» e meglio sarebbe una Trinità di «tre donne». Sono concetti «illuminanti» di teologia trinitaria? È l’applicazione dell’et-et? Lo lasciamo giudicare al lettore. 

[…]

La scrittrice sarda verrà ricordata soprattutto per i suoi pamphlet polemici Stai zitta, Morgana o Ave Mary, testi brevi, rapsodici, taglienti che ritagliava fra le sue collaborazioni giornalistiche, le rubriche sulle riviste femminili. Come diventare fascisti polemizzava contro un fascismo parodistico, felliniano. Della sua opera letteraria si può ricordare Accabadora (2009) che ha grazia di scrittura, il romanzo breve L’incontro (2014) e Tre ciotole (2023), racconti ispirati alla malattia. Probabilmente, Michela Murgia più che scrittrice era donna di spettacolo, attivista moderna, spesso in televisione, spessissimo alla radio e nei teatri.

Da lanuovabq.it mercoledì 16 agosto 2023. 

Nella notte di San Lorenzo è morta l’attivista Michela Murgia, vera paladina delle rivendicazioni LGBT. Il 15 luglio scorso, in seconde nozze, si è sposata civilmente con l’attore Lorenzo Terenzi. Ma aveva anche una compagna, di nome Claudia Fausone, con cui condivideva un figlio. Come se non bastasse si era inventa quella che lei chiamava “famiglia queer”, ossia più banalmente un poliamore, dove non c’erano ruoli, barriere, né vincoli di relazioni affettive e sessuali.

Dieci persone che condividevano tutto, pare anche il letto. «Un’esperienza – ha spiegato la scrittrice – dove il numero 2 è il contrario di quello che siamo, […] dove le relazioni contano più dei ruoli, superano la performance dei titoli legali e limitano le dinamiche di possesso». Si era inventata anche un rito pagano per celebrare queste “nozze”: tutti vestiti di bianco e al dito anelli chevalier di resina con impresso l’immagine di una raganella, perché animale anfibio e dunque, secondo il gusto della Murgia, ambiguo.

L’attivista politica ha predicato la fluidità, la confusione e l’anarchia nei costumi anche sessuali non solo sui libri e sui social ma anche nella vita. Dicono che abbia vissuto come ha voluto. Noi ci domandiamo: ma ha vissuto come ha voluto Dio? Una preghiera per la sua anima.

Estratto dell'articolo di Mario Iannaccone per lanuovabq.it mercoledì 16 agosto 2023.

Michela Murgia «ricorda Sant’Agostino: l’esperienza personale diventa simbolo universale» declama, spericolatamente, Dacia Maraini su Huffington Post. Una fra le tante uscite ispirate dalla morte della scrittrice. La celebrazione pressoché unanime della Murgia da parte del mondo della cultura, della politica e dello spettacolo, ci fa comprendere che era investita di un ruolo importante nel comunicare la mentalità contemporanea di cui i principali media si fanno megafono. 

Di fronte alla morte di una persona ancora giovane – spirata il 10 agosto, a 51 anni, pochi mesi dopo aver annunciato un tumore –, che ha mostrato coraggio e dignità di fronte alla propria morte, è difficile scrivere, soprattutto quando si va in direzione contraria al coro di lodi unanimi. 

Si teme di apparire inopportuni, stonati. Tuttavia, la Murgia era un personaggio pubblico e se viene celebrata come una grande intellettuale, addirittura «indispensabile», una «lottatrice» per i diritti degli ultimi, «attivista», «teologa», «filosofa», «innovatrice», «grande scrittrice» o «grande cattolica» allora è giusto esprimersi e ricordare gli elementi della sua vicenda che risultano critici a chi abbia una visione differente da quella propagandata dalla scrittrice sarda.

Su Repubblica Giulia Santerini definisce la Murgia una scrittrice «cattolica». Se si può scrivere tanto è perché l’identità cattolica è in crisi, attaccata anche dall’interno della Chiesa. Nessuno può dare patenti di cattolicità perché è la dottrina che definisce e lei non può essere definita, per le dottrine che propagandava, cattolica, se ha ancora un senso la parola. 

Il Sole 24 Ore la ricorda come scrittrice «antagonista contro il patriarcato», dimenticando che non siamo negli anni Sessanta e il patriarcato è smantellato da tempo e la Murgia ne combatteva il fantasma eliminando le vocali finali delle parole.

Diceva di essere scomoda ma l’11 agosto Rai 3 ha presentato in prima serata una programmazione a lei dedicata, un onore mai concesso agli scrittori scomodi. I palinsesti di ogni media si sono riempiti di sue riapparizioni, celebrazioni, letture, lodi senza contraddittorio. Persino Giorgia Meloni, con tutto il governo schierato, ha fatto il suo dovere istituzionale delle condoglianze che si presentano alle grandi personalità. 

Michela Murgia, in fondo, aveva scelto di stare dalla parte del potere anche se lo negava con sdegno; quel potere che, attraverso le lotte che lei appoggiava, sta rimodellando le nostre vite abolendo confini fra sessi, nazioni, proprietà. Quel potere che, attraverso istituzioni comunitarie, favorisce il traffico di uomini attraverso le Ong e i loro complici scafisti. […]

La scrittrice sarda esprimeva un pensiero fazioso e violento, irridente e blasfemo, persino feroce. Però era chiara: definiva amici e nemici con chiarezza. Dunque, riabilitarla, portarla dalla propria parte anche da quella “destra” – vera o sedicente – che lei individuava nei cattolici lontani dalle innovazioni creative degli ultimi anni o in mentalità politiche da lei vituperate, o lontane dalla sinistra neoliberista prodotto del marxismo culturale, non ne rispetta la volontà. 

Le va dato atto di non essere stata ipocrita: ha sempre attaccato, morto o vivo che fosse, chiunque andasse contro le sue idee. Non avrebbe gradito riabilitazioni da chi disprezzava.

Sino alla fine ha “combattuto” con segni e rituali forti, come il matrimonio “queer” della famiglia allargata. Ma se i segni hanno un valore, allora il fatto che il suo vestito da cerimonia sia stato impreziosito dalla scritta ricamata God Save the Queer della stilista di Dior, Maria Grazia Chiuri, avrà un significato. Il marchio del lusso Dior, come tutti i marchi importanti, appoggia le idee che sono maggioritarie come la grande finanza, le multinazionali dei media, le grandi istituzioni appoggiano le medesime lotte care alla Murgia.

Quello del 15 luglio fu «matrimonio» fatto «pur non credendo nel matrimonio», aveva chiarito. Le teorie radical-femministe, “intersezionali”, della Murgia sono una vecchia conoscenza della cultura europea che demolisce il bello e il passato; ma lei era riuscita, partecipando a trasmissioni televisive e usando il suo talento comunicativo, a farle tornare novità. Il suo odio per un fascismo più immaginario che reale e contro una Chiesa “vecchia” era implacabile. 

La teologa Marinella Perroni sull’Osservatore Romano ne loda l’amicizia e l’umanità: «Non avrebbe certo potuto scrivere in God Save the Queer le pagine davvero magiche di teologia trinitaria, se non avesse fatto questa esperienza di Dio e degli umani».

Su Avvenire – che ha dedicato molti articoli alla Murgia in poche ore – Roberto Carnero insiste soprattutto sull’«inclusività» della sua teologia delle «periferie», perché il cattolicesimo è religione dell’«et-et», non dell’«aut-aut». Vero, ma ci sono dei limiti: in un’intervista su Repubblica definiva la Trinità «due uomini e un uccello», «patriarcato tossico» e meglio sarebbe una Trinità di «tre donne». Sono concetti «illuminanti» di teologia trinitaria? È l’applicazione dell’et-et? Lo lasciamo giudicare al lettore. 

[…]

La scrittrice sarda verrà ricordata soprattutto per i suoi pamphlet polemici Stai zitta, Morgana o Ave Mary, testi brevi, rapsodici, taglienti che ritagliava fra le sue collaborazioni giornalistiche, le rubriche sulle riviste femminili. Come diventare fascisti polemizzava contro un fascismo parodistico, felliniano. Della sua opera letteraria si può ricordare Accabadora (2009) che ha grazia di scrittura, il romanzo breve L’incontro (2014) e Tre ciotole (2023), racconti ispirati alla malattia. Probabilmente, Michela Murgia più che scrittrice era donna di spettacolo, attivista moderna, spesso in televisione, spessissimo alla radio e nei teatri.

La Vita. 

"Viva Elkann, abbasso la Murgia! Vi spiego il perché". Il post di Fulvio Abbate. Lo scrittore siciliano prende le difese del giornalista che aveva parlato di "lanzichenecchi" a proposito di alcuni ragazzi incontrati sul treno. Lorenzo Grossi il 25 Luglio 2023 su Il Giornale.

Ha fatto particolarmente discutere l’articolo pubblicato nella giornata di ieri su Repubblica a firma di Alain Elkann. Il giornalista e scrittore, padre di John, ha voluto descrivere un suo viaggio in treno da Roma a Foggia in compagnia di giovani ragazzi, definiti lanzichenecchi dall'ex conduttore televisivo, che erano intenti a parlare di vacanze, donne e calcio mentre lui era concentrato a leggere La Recherche di Marcel Proust. Il comitato di redazione del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari aveva immediatamente preso le distanze dal racconto del reportage in quanto distante da un giornale che s’identifica "vicino ai diritti dei più deboli", e che quindi si dissocia "dai contenuti classisti contenuti nello scritto".

Il tweet di Abbate su Elkann

Inevitabili sono state le reazioni sui social network, che non hanno mancato di sbizzarrirsi davanti all'articolo vergato da Elkann padre, nonché di criticare profondamente il senso del suo messaggio messo nero su bianco nelle pagine di Repubblica. Tuttavia, nel panorama vasto di Twitter, esiste una mosca bianca che ha voluto prendere strenuamente le difese dell'autore dell'articolo: Fulvio Abbate. Lo scrittore siciliano ha pubblicato sul proprio profilo un vecchio selfie fatto con lo stesso Alain Elkann, a cui ha voluto dedicare il seguente post: "Lo struggente spaesamento esistenziale di Alain Elkann scambiato per classismo, il convento pervasivo catto-femminista della Murgia invece osannato. Viva Proust! Viva Elkann. Viva il lusso. Contro ogni retorica".

Il confronto con Michela Murgia

Abbate ha così voluto contrapporre il racconto di Michela Murgia del suo matrimonio queer: "Un contratto in articulo mortis” (in punto di morte) che era stato definito dalla stessa scrittrice come un atto politico. Una celebrazione andata in scena lo scorso 22 luglio che si era manifestata anche nella scelta degli abiti che ha disegnato Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Dior, per festeggiare il "non-matrimonio". Con quel suo tweet Fulvio Abbate ha quindi, da un lato, voluto difendere un suo amico di vecchia data, confutando l'accusa di classismo mossa al genero dell'avvocato Giovanni Agnelli e puntando tutto invece più sulla difficoltà espressa da uomo con uno stile ancora "all'antica" a vivere nel mondo contemporaneo. Dall'altro, ha desiderato svelare l'ipocrisia e il doppiopesismo di una certa sinistra di magnificare un rito che riguarda una cerchia ristrettissima di persone e che pochissime altre avrebbero la possibilità di organizzarlo per loro stessi. Il tutto consumando appena trenta parole scarse sui suoi social.

DAGOREPORT il 24 luglio 2023.

Roberto, i' vorrei che tu Lorenzo ed io fossimo presi per incantamento, come accadde a Mary Shelley, Byron e Polidori a Villa Diodati, Cologny, nella freddissima estate 1816. Loro scrissero “Frankstein, il mostro” e diedero vita al Romanticismo. 

Ecco, i’ vorrei che noi, in questa estate bucata dall’ozono, nel mio giardino green, di alberi fluidi e vestiti Chiuri & chiari, di canzoni correct, di pose preraffaellite …, i’ vorrei che tu, Lorenzo, Chiara (Valerio), Nicola (Lagioia), Claudia (Durastanti), Paolo (Repetti, Einaudi oh!, cannibale ohhh!), compagnia bella ed io celebrassimo “Queer, il nuovo mostro”. 

Come Frankestein, Queer è creato ma non generato dalla stessa sostanza della madre, è un mostro politico che procrea senza accoppiarsi “animalescamente”, che sta “sulla soglia” (de che? Della camera da letto?), che slitta, surfa, fluidifica. 

Queer il mostro non vuole figli di sangue “perché sanguinari”, non li vuole naturali, quindi innaturali. Il mostro Queer è cambiamento strutturale (ma la struttura, insegnava l’amichetto Foucault, non è “qualcosa che non cambia”?): “Se uno non cambia moglie o marito nasconde al suo interno strumenti di oppressione, è un sanguinario”, dice Queer. Rigettare la fedeltà è “una cosa bellissima”. 

Queer è il mostro eracliteo, il profeta del “tutto passa”, del non devi dire mai “per sempre” perché ciò è “condannarsi alla infelicità”. Tutto è mutabile con Queer (oggi queer, domani là) perché “il rapporto non-queer nasconde al suo interno l’oppressione dell’altr*a/o”.  

Queer “è generazione di volontà”, alla Nietzsche, ovvero “capacità non di ri-prodursi (col trattino, come Heidegger e Cacciari) “banalmente animalesca”. Queer è il mostro non animalesco, perché la violazione della fedeltà “è l’alibi delle violenze domestiche”. 

Queer il mostro esce dai territori della produzione e riproduzione “per formare alleanze estranee alla logica del sangue e della somiglianza, alla g