Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2023

LA CULTURA

ED I MEDIA

QUINTA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE
 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Covid: sembrava scienza, invece era un…calesse.

L’Umanità.

I Benefattori dell’Umanità.

Le Invenzioni.

La Matematica.

L’Intelligenza Artificiale.

La Digitalizzazione.

Il PC.

I Giochi elettronici.

I Robot.

I Chip.

La telefonia.

Le Mail.

I crimini sul web.

Al di là della Terra.

Gli Ufo.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da Freud all’MKUltra.

I Geni.

I Neuroni.

La Forza della Mente.

Le Fobie.

L’Inconscio.

Le Coincidenze.

La Solitudine.

Il Blocco Psicologico.

La Malattia.

La Depressione.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scrittura.

La Meritocrazia.

Le Scuole al Sud.

Le Scuole Private.

Il Privatista.

Ignoranti e Disoccupati.

Ignoranti e Laureati.

Decenza e Decoro a Scuola.

L’aggiotaggio scolastico.

La Scuola Alternativa.

La scuola comunista.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’onestà e l’onore.  

Il Galateo.

Il Destino.

La Tenacia.

La Fragilità.

Body positivity. Essere o apparire?

Il Progresso.

Le Generazioni.

I Baby Boomer.

Gioventù del cazzo.

Il Linguaggio.

I Bugiardi.

L’Ipocrisia.

I Social.

Influencer.

Le Classifiche.

L’Amicizia.

Il fastidio.

L’Invidia.

L’Odio.

Il Mostro.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Moda.

Le Auto.

I Fumetti.

I Giochi da Tavolo.

L’Architettura e l’Ingegneria.

Il Restauro.

Il Podcast.

L’Artista.

La Poesia.

La Letteratura.

Il Teatro.

Le Autobiografie.

L’Ortografia.

Intrecci artistici.

La Fotografia.

Il Collezionismo.

I Francobolli.

La Pittura.

I Tatuaggi.

Le Caricature.

I Writer.

La Musica.

La Radio.

Le Scoperte.

Markalada, l'America prima di Colombo.

La Storia.

La P2 culturale.

Ladri di cultura.

I vandali dell'arte.

Il Kitsch.

Gli Intellettuali.

La sindrome di Stendhal.

Gli Snob.

I radical chic.

La Pubblicità.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alberto Asor Rosa.

Alberto Moravia.

Aldo Nove.

Alessandro Manzoni.

Alessia Lanza.

Aleksandr Isaevic Solzhenicyn.

Andy Warhol.

Andrea Camilleri.

Andrea Pazienza.

Anna Premoli.

Annie Duchesne Ernaux.

Anselm Kiefer.

Antonio Delfini.

Antonio Riello.

Artemisia Gentileschi.

Benedetta Cappa.

Barbara Alberti.

Beethoven.

Banksy.

Camillo Langone.

Caravaggio.

Carlo Emilio Gadda.

Chiara Gamberale.

Cristina Campo.

Curzio Malaparte.

Dacia Maraini.

Dante Alighieri.

Dante Ferretti.

Dario Fo.

Dino Buzzati.

Domenico "Ico" Parisi.

Eduardo De Filippo.

Elena Ferrante.

Eleonora Duse.

Emanuel Carnevali.

Emmanuel Carrère.

Émile Zola.

Emilio Isgrò.

Ennio Morricone.

Enrico "Erri" De Luca.

Erin Doom.

Eugenio Montale.

Eve Babitz.

Ezra Pound.

Fabio Volo.

Federico Fellini.

Federico Palmaroli: Osho.

Friedrich Nietzsche.

Filippo Tommaso Marinetti.

Francesco Alberoni.

Francesco Piranesi jr.

Franco Cordelli.

Franco Ferrarotti.

Franz Kafka.

Fulvio Abbate.

Gabriele D'Annunzio.

Gaetano Bonoris.

Gaetano Salvemini.

George Orwell.

Georges Simenon.

Giacomo Leopardi.

Giacomo Puccini.

Giampiero Mughini.

Gianfranco Salis.

Gianni Vattimo.

Gianrico Carofiglio.

Gioachino Rossini.

Giordano Bruno Guerri. 

Giorgio Manganelli.

Giovanni Testori.

Giovanni Verga.

Giovannino Guareschi.

Giuseppe Prezzolini.

Giuseppe Verdi.

Hanif Kureishi.

Italo Calvino.

Jago sta per Jacopo Cardillo.

Jacques Maritain.

Jean Cocteau.

Jean-Jacques Rousseau.

John Ronald Reuel Tolkien.

Johann Wolfgang von Goethe.

J. K. Rowling.

Jorge Luis Borges.

Julius Evola.

Lara Cardella.

Laura Ingalls Wilder.

Lee Miller.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lina Sotis.

Luigi Illica.

Luigi Vanvitelli.

Luis Sepúlveda.

Louis-Ferdinand Céline.

Ludovica Ripa di Meana.


 

INDICE SESTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marcello Marchesi.

Marcello Veneziani.

Marina Cvetaeva.

Mario Vargas Llosa.

Mark Twain.

Martin Scorsese. 

Massimo Rao.

Matilde Serao.

Maurizio Cattelan.

Mauro Corona.

Michel Houellebecq.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarroti.

Michelangelo Pistoletto.

Michele Mirabella.

Michele Rech: Zerocalcare.

Milo Manara.

Oliviero Toscani.

Oriana Fallaci.

Pablo Neruda.

Pablo Picasso.

Paul Verlaine.

Pier Paolo Pasolini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Pietro Cavallini.

Pietro Citati.

Primo Levi.

Robert Capa.

Roberto Ruffilli.

Roberto Saviano.

Salman Rushdie.

Sergio Leone.

Sergio Pautasso.

Sibilla Aleramo.

Stefania Auci.

Susan Sontag.

Suzanne Valadon.

Sveva Casati Modignani.

Tim Page.

Truman Capote.

Tullio Pericoli.

Umberto Eco.

Umberto Pizzi.

Wolfang Amadeus Mozart.

Vasco Pratolini.

Veronica Tomassini.

Virginia Woolf.

Vitaliano Trevisan.

Vittorio ed Elisabetta Sgarbi.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. La Distrazione di Massa: Propaganda e realtà.

Controinformazione e contraddittorio.

Lo ha detto la Televisione…

L’Opinionismo.

L’Infocrazia.

Rai: Il pizzo e l’educatrice di Stato.

Mediaset: la manipolazione commerciale.

Sky Italia.

La 7.

Sportitalia.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le fake news.

I Censori.

Il Diritto d’Autore e le furbizie di Amazon.

La Privacy.

L’Oblio.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

Wikipedia, l’enciclopedia censoria.


 

INDICE NONA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Se questi son giornalisti!

Gli Uffici Stampa.

Il Corriere della Sera.

Avanti!

Il Fatto Quotidiano.

La Gedi.

L’Espresso.

Il Domani.

Il Giornale.

Panorama.

La Verità.

L’Indipendente.

L’Unità.

Il Manifesto.

Il Riformista.

I più noti.

Alberto Dandolo.

Alberto Matano.

Alda D’Eusanio.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Amedeo Goria.

Andrea Scanzi.

Angela Buttiglione.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Antonello Piroso.

Antonio Caprarica.

Antonio Di Bella.

Augusto Minzolini.

Attilio Bolzoni.

Barbara Costa.

Barbara Palombelli.

Bruno Vespa.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carmen Lasorella.

Cesara Bonamici.

Claudio Sabelli Fioretti.

Clemente Mimun.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Corrado Formigli.

Cristina Parodi.

David Parenzo.

Donatella Raffai.

Enrico Mentana.

Enrico Varriale.

Enzo Magistà.

Fabio Fazio.

Federica Sciarelli.

Ferruccio Sansa.

Filippo Facci.

Flavia Perina.

Franca Leosini.

Francesca Barra.

Francesca Fagnani.

Francesco Borgonovo.

Francesco Repice.

Furio Focolari.

Gennaro Sangiuliano.

Gian Antonio Stella.

Gian Marco Chiocci.

Gianni Riotta.

Gigi Marzullo.

Giovanni Minoli.

Hoara Borselli.

Indro Montanelli.

Italo Cucci.

Ivan Zazzaroni.

Jas Gawronski.

Laura Tecce.

Lirio Abbate.

Lucia Annunziata.

Luisella Costamagna.

Malcom Pagani.

Manuela Moreno.

Marco Travaglio.

Mario Sechi.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Massimo Gramellini.

Maurizio Mannoni.

Mia Ceran.

Michele Cucuzza.

Michele Santoro.

Milena Gabanelli.

Myrta Merlino.

Natalia Aspesi.

Nicola Porro.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Flores d'Arcais.

Riccardo Iacona.

Roberto D’Agostino.

Roberto Poletti.

Romana Liuzzo.

Rula Jebreal.

Salvo Sottile.

Selvaggia Lucarelli.

Serena Bortone.

Sigrido Ranucci.

Tancredi Palmeri.

Tiberio Timperi.

Tiziano Crudeli.

Tommaso Cerno.

Valentina Tomirotti.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.


 

LA CULTURA ED I MEDIA

QUINTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

La critica allo scrittore. Alberto Asor Rosa, un piccolo borghese sul piedistallo. Ripubblichiamo l’articolo che Carlo Salinari scrisse sull’Unità del 28 marzo 1965, a proposito del libro “Scrittori e popolo” di Alberto Asor Rosa. Il titolo, qui riproposto, e piuttosto netto, era “Un piccolo-borghese sul piedistallo". Carlo Salinari su L'Unità il 29 Novembre 2023

Non è questo un libro (Alberto Asor Rosa–Scrittori e popolo. Saggio sulla letteratura populista in Italia-Samonà e Savelli, pp.580, l.4800) che debba essere trattato con diplomazia (se pure esistono libri verso cui sia giusto usare prudenti sorrisi): e del resto lo stesso Asor Rosa sarebbe molto più offeso da mezze critiche, mezzi riconoscimenti, mezze ammissioni o mezzi silenzi che dall’esposizione chiara o senza reticenze del nostro completo dissenso.

Perché il libro a mio parere è sbagliato: sbagliato nella sua struttura generale anche se per avventura possono trovarsi qua e là giudizi esatti e talvolta anche acuti. Vediamo.

L’oggetto del libro non è tanto il ‘populismo’ in senso stretto, quanto il modo in cui nell’ultimo secolo si è venuto configurando in Italia il rapporto tra intellettuali e popolo e in particolare tra scrittori e popolo.

La conclusione del libro è che tale modo non esce mai dall’ambito di schemi borghesi, anzi piccolo borghesi; che di conseguenza si possono mettere accanto “populisti di origine democratica, nazionalista, fascista, socialfascista, antifascista, resistenziale e gramsciana”; che, infine, a questo populismo “va attribuita la responsabilità di molta parte del moderatismo letterario italiano tra l’Otto e il Novecento”.

L’articolazione del libro è data da tre capitoli dedicati rispettivamente al populismo italiano risorgimentale e postrisorgimentale fino alla prima guerra mondiale, a quello del ventennio fascista e a quello resistenziale e gramsciano. Il volume si chiude con due saggi su Cassola e Pasolini.

Asor Rosa nell’introduzione ci dice che il suo discorso è stato nelle varie parti “congegnato in modo da precipitare tutto verso le sue ultime conseguenze, cioè verso la letteratura dell’antifascismo, della Resistenza e del gramscianesimo”, perché lontana dalle sue intenzioni era l’esigenza di una “ricostruzione storica pura”.

Ci dice anche che tale discorso è “politico” e che l’obbiettivo ultimo della sua ricerca è la “critica di parte operaia” a un aspetto assai importante della letteratura italiana dell’ultimo secolo.

Forse questi avvertimenti non erano necessari perché dalla lettura appare molto evidente che il punto di partenza ideale del libro (indipendentemente dai tempi in cui sono stati scritti i vari capitoli) è proprio la parte dedicata al secondo dopoguerra e la critica alla politica di unità svolta dal movimento operaio.

Così i luoghi comuni della critica “da sinistra” della politica del movimento operaio che ci siamo sentiti ripetere da varie parti negli ultimi venti anni, sono tutti raccolti in queste pagine: la Resistenza è stata un fatto popolare, e non di classe; il movimento operaio ha realizzato una politica di unità nazionale e, quindi, ha rinunciato alle sue proprie aspirazioni; gli obbiettivi che la classe operaia si è dovuta porre per mantenere tale fronte largamente unitario sono quelli di “una democrazia rappresentativa, nutrita di forti preoccupazioni sociali: libertà, giustizia, superamento delle strozzature tradizionali in campo economico e politico” e non, quindi, gli obbiettivi della trasformazione socialista del paese, si è snaturata la classe operaia attribuendole una funzione nazionale (e Asor Rosa sembra rimproverare persino il salvataggio delle fabbriche nel ’45) si è imposta al movimento operaio una strategia, quella della via italiana al socialismo, come necessariamente legata all’attuazione della Costituzione e delle riforme borghesi.

Sul piano culturale questo ha comportato in primo luogo il richiamo a una tradizione e non, quindi, la rottura con la cultura borghese; in secondo luogo la caratterizzazione della cultura progressista “come protesta e denuncia dell’arretratezza socio-economica dell’Italia” come “forte indignazione morale, ribellione ideale” e non quindi come critica “di parte operaia” della società capitalistica; in terzo luogo l’attribuzione alla letteratura di un compito direttamente sociale (il cosiddetto impegno); in quarto luogo il collegamento dell’impegno sociale con l’impegno nazionale e, quindi, la incapacità di uscire dal solco della nostra letteratura ottocentesca e di collegarsi con le grandi esperienze della letteratura europea.

Personalmente ritengo che tutte le posizioni indicate da Asor Rosa come errori furono profondamente giuste e che la politica di unità e la ripresa delle bandiere della libertà e della democrazia furono l’unico modo per la classe operaia di fare “storia” (altrimenti sarebbe davvero rimasta nel frigorifero ad aspettare non so bene che cosa): ritengo che senza quella unità non ci sarebbe stata in Italia la Resistenza, che rimane una svolta decisiva della nostra storia anche se Asor Rosa sembra considerarla uno sbaglio, e ritengo che anche oggi quell’unità e quegli obbiettivi democratici siano essenziali per uno sviluppo del nostro paese verso il socialismo.

Ma non è di questo che voglio discutere. Voglio discutere il fatto che partendo da simili premesse Asor Rosa doveva necessariamente scrivere un libro sbagliato.

Non solo perché sono sbagliate le premesse, ma soprattutto (ed è questa la cosa più grave almeno in sede di storiografia letteraria) perché tutta la storia è costruita in funzione della conferma di quelle premesse, e gli autori nella maggioranza dei casi, sono cavie, pretesti, oggetto di “esercitazioni” per avvalorare un’ipotesi che già in partenza si considera giusta.

Si segue in questo libro un metodo che è il contrario del metodo scientifico: del metodo cioè che dall’esame il più possibile obbiettivo dei fatti ricava un’ipotesi di lavoro e lascia aperta tale ipotesi in modo che possa essere sminuita, sostituita e anche capovolta, finché non si arrivi a una verifica definitiva.

Non c’è da stupirsi, di conseguenza, se nel primo frettoloso capitolo (che ci porta in cento pagine da Berchet alla prima guerra mondiale) sfuggono alcuni nodi decisivi come l’elaborazione del tema della questione meridionale e la corruzione del concetto di “nazione” operatasi negli ambienti crispini (per cui, sotto questo concetto, non è possibile, come fa antistoricamente Asor Rosa, raccogliere scrittori e posizioni radicalmente antitetiche).

Non c’è da stupirsi se prendendo come metro di misura la critica “di parte operaia” (nell’accezione che abbiamo visto prima) la letteratura italiana si trasforma in un cimitero, da cui si salvano solo tre o quattro nomi e si rimprovera al populismo persino di aver impedito la formazione di una vera letteratura “grande borghese”.

Non c’è da stupirsi se viene liquidato in poche pagine (e sempre nella stessa chiave con cui si era liquidata l’esperienza postrisorgimentale) un nodo storico così complesso e così poco studiato (almeno dal punto di vista degli orientamenti dello spirito pubblico) quale la prima guerra mondiale; non c’è da stupirsi se quasi non ci si accorge del filone gobettiano che permane tenace durante tutto il ventennio e così via. Non voglio insistere perché si potrebbe continuare per molte pagine.

Voglio però rilevare ancora alcune contraddizioni o affermazioni che mostrano l’inconsistenza di questa critica “di parte operaia” nel significato che vuol darle il nostro autore. Asor Rosa si dichiara persuaso che non c’è un rapporto necessario tra consapevolezza ideologica e riuscita artistica e poi imposta tutta la sua analisi sul fatto che l’ideologia populista portava anche a scelte stilistiche che mortificavano la nostra letteratura.

Asor Rosa ci dice che il marxismo “non implica una concezione del mondo che impone alla letteratura e alla poesia”, confonde quello che noi chiamiamo “asse ideologico” con la ideologia professata dall’autore o con la concezione del mondo, e dimentica che il marxismo, se non impone una concezione del mondo, non può non ispirare una letteratura “antagonista” a quella borghese.

Asor Rosa, pur facendo una critica “di parte operaia”, mantiene intatta la scala dei valori fissata dalla critica borghese per quanto riguarda il nostro Novecento (quello del provincialismo e della sprovincializzazione) non accorgendosi che proprio il movimento neorealista ha portato nello stesso tempo all’approfondimento di aspetti importanti della società nazionale e all’assimilazione compiuta e critica delle scoperte stilistiche delle avanguardie europee (basta pensare al cinema o a Pavese e Vittorini).

Asor Rosa, che pretende di fare una critica “di parte operaia”, ci fa sapere che la questione metodologica è un falso problema ideologico e che per lui è indifferente usare il metodo “stilistico o quello sociologico, quello storico o quello cosiddetto genetico-ideologico”: sposa in tal modo la tesi del revisionismo crociano di questo dopoguerra e, a conferma, della sostanziale anti-scientificità di tutto il suo discorso, ci confessa, “come nel gioco che è a questo livello la critica letteraria, l’uno valga l’altro: può essere divertente, anzi, utilizzarli tutti, l’uno dopo l’altro, così come viene”.

Se mettete insieme tutti questi elementi e cercate di coglierne il tratto comune, vi accorgete che questa pretesa critica “di parte operaia” è una critica (essa si) tipicamente piccolo borghese. Piccolo borghese la volontà di isolare la classe operaia in una sua pretesa purezza, piccolo borghese il massimalismo degli obbiettivi, piccolo borghese il gusto della strage e della stroncatura.

Piccolo borghese il rispetto dei canoni della critica borghese, piccolo borghese il trovar provinciale tutto ciò che è nazionale, piccolo borghese il rispetto indiscriminato dell’avanguardia, piccolo borghese il tono di disprezzo e di sufficienza e la volontà di fare scandalo con cui è costruito tutto il volume. C’è una pagina particolarmente rivelatrice: è quella sulla speranza.

“Se il popolo è ricettacolo di valori umani perenni, la speranza è fra di questi esattamente il cardine, intorno a cui ruota tutto il sistema. Essa è la virtù principe del progressismo. Sostituisce nel popolo l’incapacità a giudicare razionalmente il mondo e l’impotenza ad agire in senso rivoluzionario. Sentimento naturalmente compromissorio e gradualista, e proiezione di un oggettivo immobilismo storico-sociale in una dimensione prettamente ideologica…L’invito a sperare è sempre invito a ignorare. Non spera chi conosce”.

È la pennellata finale del ritratto del piccolo borghese. Asor Rosa sale su un piedistallo per sembrare più alto, vuol essere solo e senza alleati, ama la parola rivoluzione, disprezza coloro che agiscono nella storia perché soggetti e compromessi, gli piace scandalizzare e provocare, e mostra orgogliosamente al colto e all’inclita il suo cuore senza speranza.

Mi scusi Asor Rosa ma l’immagine non vuol essere offensiva (e del resto tutto il mio discorso non vuole essere tale). Vuole solo sottolineare l’assolutezza del nostro discorso. E richiamarlo alla coscienza della sterilità della sua posizione. Noi abbiamo commesso numerosi errori (ed una critica ben più profonda, a mio parere, dei limiti anche ideologici del neorealismo l’abbiamo fatta molto prima di Asor Rosa in un convengo dell’Istituto Gramsci).

Ma pure qualche cosa abbiamo realizzato: la Resistenza, ad esempio, e il neorealismo che, con tutti i suoi difetti, rimane a tutt’oggi l’unica proposta di una cultura “antagonista” alla cultura borghese italiana. Egli con questo libro ci riporta indietro, sul piano ideologico e su quello scientifico. Indietro forse di cinquant’anni. E quel che è peggio senza alcun risultato. Carlo Salinari 29 Novembre 2023

Alberto Moravia? Fu un pittore mancato ma un ottimo critico. Una mostra sul rapporto fra lo scrittore e l'arte: i ritratti, la sua collezione, gli amici di talento...Luigi Mascheroni il 7 Marzo 2023 su Il Giornale.

Forse il fatto che fosse vanitosissimo ha qualcosa a che fare con la sua feroce passione per l'arte. Infatti Alberto Moravia adorava collezionare i ritratti che gli facevano gli amici pittori e fotografi. Nato per narrare e per essere narrato.

Narratore, narciso, vanitoso, un orecchio sintonizzato sul ritmo della scrittura e un occhio perfetto per la pittura, Alberto Moravia diceva di amare più la seconda che la prima; perché la pittura è fatta di «colori e di forme» e non di un continuo «battagliare con le parole» come la scrittura; però forse è soltanto una boutade... Ma di certo Moravia si chiese più di una volta: Non so perché non ho fatto il pittore. Che è il titolo, azzeccatissimo, di una antologia curata nel 2017 da Alessandra Grandelis per Bompiani con una selezione dei suoi numerosissimi scritti d'arte - distribuiti fra il 1934 e il 1990, anno della morte, su quotidiani, dalla torinese Gazzetta del Popolo al Corriere della sera, sui cataloghi, presentazioni per gallerie, interviste e dialoghi: a suo modo Moravia fu un vero critico militante e oggi lo è di una originalissima mostra aperta alla GAM, la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, a Torino.

Curata da Luca Beatrice e Elena Loewenthal, la mostra Non so perché non ho fatto il pittore prova a dare una risposta. Alberto Moravia scarabocchiava su fogli e foglietti, mentre telefonava o ascoltava annoiato conferenze e dibattiti, ma non aveva né mano né tecnica per «fare arte» (un po' come Eugenio Montale, la cui «passione della domenica» ci ha lasciato acquerelli e pastelli dozzinali). Ma la capiva. Che forse è addirittura più importante. In diversi romanzi di Alberto Moravia l'arte si manifesta fra le trame e i personaggi, come il pittore fallito Dino e il suo alter ego Balestrieri, modesto e datato, ne La Noia (1960); Moravia frequentava mostre e gallerie; sua sorella era Adriana Pincherle (1905-96), moglie del pittore Onofrio Martinelli, e a sua volta pittrice: non è entrata nei manuali di storia dell'arte ma ha avuto una sua storia espositiva; Moravia conosceva bene Giosetta Fioroni, compagna di Goffredo Parise, e Titina Maselli, sorella di Citto che nel 1964 diede una vita cinematografica al romanzo Gli indifferenti...

Insomma Alberto Moravia, fra i Sei di Torino e la Scuola di piazza del Popolo, viveva l'ambiente dell'arte, respirava l'arte, trafficava con forme e colori - anche se per interposta persona - oltre che parole. E soprattutto aveva molti amici artisti: Carlo Levi, Renato Guttuso e Mario Schifano, al quale negli anni della pop era legatissimo, ma la cui opera lui che guardava solo al figurativo senza mai spingersi nei territori dell'astrazione forse non amava molto, anche se capiva che l'irrequieto «pittore puma» stava andando verso una nuova pittura...

E ad aprire la mostra, nello spazio Wunderkammer della Gam, è proprio un grande Doppio ritratto, 100 x 196, coloratissimo, che Mario Schifano dedicò a Moravia nel 1983. Poi il percorso procede in ordine cronologico, allineando, dagli anni Trenta agli Ottanta, una trentina di opere che lo scrittore collezionò, o che lo ritraggono, o dei cui autori scelse di scrivere. Ottimo il fatto che nelle didascalie si rincorrano brevi passi degli articoli o dei testi critici di uno scrittore oggi molto meno letto di quando era in vita che si occupò di letteratura certo, e di giornalismo (i suoi reportage per chi scrive restano oggi la sua cosa migliore insieme con i racconti), di fotografia e di cinema (al Cinema Massimo il Museo del Cinema di Torino organizza a marzo un ciclo di proiezioni di film moraviani e una mostra di fotografie dell'archivio di Angelo Frontoni).

L'arte del racconto e il racconto dell'arte. L'immagine e la parola. La pagina, la tela e la pellicola.

Fra le opere più interessanti, più belle e curiose della mostra (anche per riscoprire artisti oggi dimenticati o quasi come Carlo Guarienti, Antonio Recalcati o Sergio Vacchi), secondo un nostro personalissimo gusto, scegliamo: il Ritratto di Moravia giovane di Gisberto Ceracchini, oggi a casa Moravia, dipinto nel 1928, l'anno prima della pubblicazione del suo romanzo d'esordio, e il più celebre: Gli indifferenti, e infatti lo scrittore è così giovane da essere irriconoscibile; il Ritratto di Moravia di Carlo Levi, del 1930, modiglianesco con quel collo da romanzo; poi La ballerina (1941) di un inconsueto Giuseppe Capogrossi figurativo, del quale Moravia scrive che «Se esiste una pittura pura, come la poesia pura, Capogrossi ne è uno dei cultori più accreditati»; poi un disegno degli anni Cinquanta di Leonor Fini, artista che Moravia seguì con attenzione, e che proviene dalla collezione privata del gallerista milanese Tommaso Calabro; un piccolo e per noi bellissimo olio di Mino Maccari: Capriccio (1956) «Ecco Maccari con le sue rappresentazioni grosziane della vita sociale e politica romana ahimè fin troppo corposa e incombente»); uno di Piero Guccione Sul far della luna (1968-69) dove compaiono le stesse nuvole che si riflettono sulle carrozzerie delle auto di cui Moravia parla in un'intervista del 1979 sulla rivista Bolaffi Arte; e poi non è un quadro ma una foto, famosissima il ritratto di Alberto Moravia scattato nel 1970, in bianco e nero, da Elisabetta Catalano. Ma ci sono anche Mario Mafai, Renato Birolli, Onofrio Martinelli, Fabrizio Clerici, Alberto Ziveri, il torinese Mario Lattes...

E comunque, alla fine, forse è meglio che Alberto Moravia non abbia fatto il pittore. Così è diventato un ottimo critico d'arte.

Estratto dell'articolo di Mirella Serri per “la Stampa” il 7 marzo 2023.

Quanti Moravia ci sono? C'è lo scrittore di romanzi indimenticabili, da Gli indifferenti ad Agostino a La ciociara; c'è l'intellettuale-guru con le sue riflessioni sull'Urss e sull'America, sulla bomba atomica e sul possibile disastro nucleare che anticipano di decenni tante considerazioni odierne; c'è lo sceneggiatore e critico cinematografico; c'è l'intenditore di arte contemporanea, il drammaturgo, il giornalista-polemista, lo scrittore di viaggi. È possibile oggi "Riscoprire Alberto Moravia" e i suoi molteplici volti, come recita la rassegna dedicata al grande scrittore dalla Fondazione Circolo dei lettori insieme alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino e al Museo Nazionale del Cinema?

 Lo abbiamo chiesto alla scrittrice Dacia Maraini - sua compagna negli anni Sessanta e Settanta - che oggi con il suo intervento apre la kermesse torinese - e alla poetessa e romanziera Carmen Llera Moravia, che sposò Alberto nel 1986 e che il 9 marzo interverrà con Alain Elkann, scrittore e biografo di Moravia.

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«Le sue doti erano la razionalità e la lucidità - sottolinea Llera -. Lui detestava quello che chiamava il sentimentalismo stucchevole e amava l'analisi e la logica. Il suo fascino intellettuale era innegabile e anche la sua autorevolezza: l'ho verificato nei nostri viaggi, da quando siamo andati in Israele ricevuti da Amos Oz e da David Grossman, in America accolti da platee stracolme di studenti alla Columbia University, in Russia dove veniva fermato sulla Piazza Rossa da qualche moscovita che lo riconosceva, fino all'ossequio non formale che a Parigi gli riservò François Mitterrand in procinto di diventare presidente della Repubblica.

Mi ha conquistato con la sua raffinata intelligenza ma lo trovavo anche bellissimo, asciutto e scattante. La differenza d'età non la sentivo - era più grande di mio padre - e nemmeno lui se ne preoccupava. Non c'era un rapporto tra discepola e maestro. Al contrario! Alberto, il quale aveva fatto studi irregolari per via della tubercolosi ossea che lo aveva colpito da bambino, mi presentava come professoressa per il mio incarico universitario. Confessava di ritenersi fortunato ad avermi incontrato in età matura. "A quarant'anni mi ero inquartato! Poi sono dimagrito", diceva divertito. Mi piacevano molto il suo carattere infantile e la sua leggerezza».

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«Me lo ricordo in Africa - commenta Carmen - tra disavventure che mi atterrivano e che andavano dal guasto dell'aereo al soggiorno non programmato nel buio della foresta senza aiuti né soccorsi.

Era imperturbabile, consumava l'ultima baguette che ci era rimasta e canticchiava da Le nozze di Figaro "Non più andrai, farfallone amoroso".

Era il suo modo coraggioso di cimentarsi con l'imprevisto.

Questo era frutto della sua storia personale. I lunghi anni della sua malattia e le vicissitudini sotto il fascismo lo avevano molto temprato».

Il suo rapporto con la politica?

«Era un sostenitore del partito comunista, che apprezzava molto come partito di opposizione e non di potere - rammenta Maraini -. Fu sempre molto critico nei confronti dello stalinismo e dell'Urss. Nell'Italia bigotta e reazionaria partecipavamo a molte manifestazioni per la libertà, per esempio contro la censura dell'arte.

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Poi accettò di entrare direttamente in politica e di essere "arruolato" come eurodeputato a Strasburgo. Come accadde?

«Una visita a Hiroshima lo segnò profondamente - spiega Llera -. Capì che in Occidente si stava sottovalutando il pericolo della bomba atomica. Lo ripeteva sempre: "Come c'è il tabù dell'incesto bisogna creare quello della guerra": ci provò con articoli e interventi, poi raccolti ne L'inverno nucleare.

Enrico Berlinguer fu molto colpito dalla campagna di mobilitazione antinucleare condotta da Alberto. Venne a cena da noi con sua moglie. Un avvenimento insolito per il nostro ménage. Io non amo cucinare, vado a letto prestissimo e con Alberto consumavamo pasti veramente frugali. Il segretario del Pci gli propose di candidarsi come indipendente nelle liste comuniste al Parlamento europeo.

 Gli disse, molto affettuoso e attento: "Non dovrai preoccuparti del viaggio. Andremo insieme". Il 7 giugno 1984 Berlinguer pronunciò il suo ultimo discorso a Padova e l'11 morì. Fu terribile. Per Alberto, data l'età, l'elezione a Strasburgo rappresentò un impegno molto faticoso. Ma decise di onorare la promessa fatta a Enrico, svolse il suo incarico con dedizione e passione».

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Fu sempre aperto e attento ai giovani talenti, come Bertolucci...».

«Che aiutò - interrompe Llera - a scrivere alcuni dialoghi di Ultimo tango a Parigi.

Bernardo sosteneva che Alberto era un maestro da cui aveva tanto da imparare».

«Fu molto disponibile a sostenere negli esordi molti ventenni e trentenni - aggiunge Maraini - pubblicandoli sulla rivista Nuovi Argomenti da lui diretta. Tra questi scrittori c'era, per esempio, Sandro Veronesi».

 Il sesso è il protagonista di tutti i romanzi di Moravia. Ma il nesso letteratura e vita è molto forte: è stata lei, Llera, l'ispiratrice delle sue ultime opere, come L'uomo che guarda, tra le più trasgressive di Moravia?

«Alberto è sempre stato tormentato dalla gelosia. In una lettera mi scrisse "Morirò e tu sposerai un altro" - afferma Llera -. Non è accaduto. Io sono molto autonoma e solitaria.

Lui mi ha accettato con la mia inquietudine esistenziale, con la mia voglia di avventura e di ricerca e con il mio desiderio di libertà. Al contempo io non rompo mai i legami e mantengo rapporti con persone con cui ho avuto un flirt o un incontro anche 30 anni fa. Lui rispettava la mia indipendenza. Ma Alberto aveva le sue irrequietezze. Frequentavano la nostra abitazione donne bellissime, Fanny Ardant, Carole Bouquet, Francesca Dellera, Eva Robin's. Avevamo due camere da letto. Lui ogni tanto si affacciava da me, temeva che io non fossi tornata mentre io non sono mai andata a controllare nelle sue stanze».

Si diceva che fosse avaro. È così?

«Un pregiudizio messo in giro da chi lo voleva attaccare considerandolo uno scrittore scomodo - dice Maraini -. Il padre di Alberto era di origine ebraica e gli si gettava addosso l'accusa antisemita. Era assolutamente disinteressato. Elsa, anche dopo la fine del matrimonio, poteva accedere liberamente al suo conto.

Fu sempre vicino ai suoi amici, come i pittori che a loro volta lo stimavano molto, da Piero Guccione a Renato Guttuso, da Titina Maselli a Giosetta Fioroni, da Mario Schifano a Franco Angeli. Per i pittori aveva una speciale ammirazione. Gli piaceva il loro rapporto artigianale con la realtà». «Ho ritrovato nel fondo Moravia una lettera - aggiunge Llera - in cui chiedeva di potersi ritirare dal premio Strega del 1952, che poi vincerà con I racconti, e di far partecipare al posto suo un giovane scrittore che lo meritava. Il suo nome? Italo Calvino».

Qual era il suo rapporto con la vecchiaia? «L'estate prima della sua morte, avvenuta nel settembre 1990 - ricorda Llera - l'abbiamo trascorsa in Irlanda. All'aeroporto gli proposero una carrozzina. Si infuriò. Bisogna morire prima di diventare dipendenti dagli altri. E se ne è andato in piena autonomia, diciamo così, senza i pesanti contraccolpi dell'età». «Mi diceva: "sono vecchio" - osserva Maraini - ma poi eccolo pronto a macinare chilometri a bordo di Land Rover non perfettamente funzionanti, oppure a dormire in tenda per terra nel deserto. Non fingeva di essere giovane. Lo era nella mente. E questo gli ha permesso di essere anche un narratore prefigurante della nostra modernità».

Estratto dell'articolo di Maurizio Caverzan per la Verità Il 6 marzo 2023.

Ciao Tipo Verità». Ciao. «L’ultima volta che ci siamo parlati ho registrato il tuo numero in memoria, ma siccome mi era sfuggito il nome ti ho soprannominato: “Tipo Verità”».

 A proposito di pseudonimi, Aldo Nove lo è di Antonio Centanin. Poeta, scrittore, traduttore, ex «cannibale» nato a Viggiù nel 1967, autore prolifico e irregolarissimo, l’ultima sua raccolta in versi pubblicata da Einaudi si intitola Sonetti del giorno di quarzo.

 Nel giugno scorso il governo Draghi gli ha concesso il vitalizio della legge Bacchelli, in passato accordato a «cittadini illustri» in stato di necessità come Alda Merini, Guido Ceronetti, Giorgio Perlasca. Lo pseudonimo deriva da «Aldo dice 26 x 1», il testo del telegramma diffuso dal Clnai (Comitato nazionale liberazione alta Italia) nell’aprile del 1945 per iniziare il giorno 26 all’una di notte l’insurrezione contro l’occupazione  nazista di Torino. Aldo è il nome contenuto nel messaggio e Nove è la somma di 2 + 6 + 1.

 Stai ancora provando a cambiarlo?

«Sì, è un modo simbolico per liberarsi di sé stessi. Aldo Nove mi ha stufato. Ma la casa editrice con cui lavoro, al punto primo del nuovo contratto ha scritto che l’autore si firmerà Aldo Nove. Magari farò come Bhagwan Shree Rajneesh che, dopo morto, è diventato Osho».

(...)

È difficile liberarsi di uno pseudonimo affermato.

«Basta “disaffermarlo”. Potrei chiamarmi Roberto D’Agostino 2».

 Perché?

«Mi piace Roberto D’Agostino… La sua barba bianca, il look tra il dandy e il trasandato. Poi mi piace Dagospia perché è pieno di tette. Ah… tette si può dire nel 2023 o è maschilista? Però anche gli uomini le hanno…».

 Vuoi dire che c’è una tendenza alla censura?

Delle parole minimamente sensibili. Magari fra dieci anni “tette” sarà vietata. Ho letto che un grande editore americano ha ritirato le copie di Biancaneve e i sette nani per correggerlo in Biancaneve e i sette piccoli amici. Sembra il titolo di un porno».

 (...)

 Perché sei andato a vivere a Palmi?

«Venni a presentarci un libro… Da tempo non sopportavo la metropoli e sentivo il bisogno di trovare un posto pacifico, con bella gente. Amo profondamente il sud e penso che il futuro del mondo possa sorgere dalla grande cultura mediterranea e della Magna Grecia».

 Che cosa pensi della tragedia di Cutro che si è consumata lì vicino e delle polemiche successive?

«Le polemiche non le sento. Sento la vicinanza con chi ha vissuto quella tragedia. Si vedrà se ci sono delle responsabilità. Ciò che resta purtroppo è il fatto accaduto. Mi tocca molto la terribile sacralità della cosa. La materialità dei fatti sono persone morte».

(...)

 In questo momento cosa stai scrivendo?

«Un romanzo nuovo. E sto curando per Il Saggiatore le edizioni italiane delle ultime conferenze di Sri Nisargadatta Maharaj. L’ultimo grande mistico indiano che, siccome era analfabeta, non ha mai scritto niente, ma le sue parole sono tradotte in tutto il mondo».

 (...)

Un tuo post rilanciato da MowMag e Dagospia contestava la comunità Lgbtq.

«Esiste davvero? I miei amici omossessuali non si riconoscono in queste etichette».

 Scrivevi che le battaglie per i diritti civili sono fuffa.

«Anche Arcilesbica le contesta. Conosco molti omosessuali infastiditi dall’ideologia fluida. Con chi trombi sono cavoli tuoi senza bisogno di rivendicarlo in piazza. Zygmunt Baumann parlava di società liquida e di amore liquido, ma quell’aggettivo era il perno di una critica. Ora è diventato positivo perché è funzionale alla cancellazione dell’identità effettiva».

 Riguarda le sessualità non binarie.

«Invito a tornare alla concretezza della materia, non si può sublimare tutto nel virtuale. Il fatto che si abbia un pene o una vagina è un fatto. Poi ognuno ne fa ciò che vuole. Questo differenzia l’uomo dalla macchina, la quale non ha sesso e non è binaria».

 Con Elly Schlein guida del Pd i diritti civili saranno prioritari?

«Spazzatura ne vedo già molta. Se qualcuno vuole aggiungerne faccia pure. Personalmente tengo alla mia ecologia mentale».

 Molti esultano perché Schlein dice cose di sinistra.

«La sinistra sono i diritti Lgbtq? Un tempo c’entrava con i diritti dei lavoratori, cose concrete. Si dovrebbe occupare di chi oggi si fa il culo 15 ore al giorno a 3 euro all’ora in condizioni di schiavitù, invece… È esistita fino al crollo del Muro di Berlino e al conseguente scioglimento dell’Urss. C’erano il pensiero liberale e il pensiero socialista. Tutto questo è entrato in un tritacarne di valori… Devo pensare che la questione ambientale sia un’idea di sinistra? Cioè: quelli di destra fanno i buchi nell’ozono e quelli di sinistra li chiudono? Non mi ritrovo in una sinistra che ha sostituito Carlo Marx con Greta Thunberg».

Cosa non ti piace della predicazione ecologista?

«Che sia una religione. L’ecologismo trasformato in culto estremo».

 È il primo dogma dell’Unione europea.

«Chi ha i soldi si compra le macchine elettriche e chi non li ha è di destra perché usa la macchina a benzina? Un paradiscorso raccapricciante».

 Non è giusto che a sinistra si esulti perché con Schlein la gradazione ideologica è aumentata?

«Per come la vedo io il Pd non è sinistra, ma potere».

 Il vero potere è la grande finanza?

«Soprattutto. Quando un’agenzia di rating determina le sorti del mercato siamo in pieno neoliberismo. Un sistema nel quale i mercati sono un’astrazione. Per questo vorrei che si tornasse alle cose, alla materialità. A me sembra di vivere respirando, mangiando. Voglio dire: si parla del Metaverso, ma poi tutti i giorni ho a che fare con un patrimonio organico e biologico concretissimo».

 Un paio d’anni fa dicevi che Meloni «ha un’ottima dialettica, ma voglio vederla al potere, sotto le pressioni della Bce». Come sta andando?

«Fa quello che può, non è data altra possibilità. La cosiddetta coalizione di centrodestra aveva molte ambizioni… Poi quando arrivi al potere molli, se no ti tolgono. Berlusconi ci aveva provato, ma è arrivato l’uomo forte Mario Monti».

 Berlusconi è irrequieto?

«È il più stravagante. Anche le sue ultime dichiarazioni hanno creato imbarazzo alla Meloni. Ogni tanto gli scappano delle verità politicamente scorrette. Credo sia più un fatto caratteriale che politico».

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Mattarella rende omaggio a Manzoni: «Il potere non dia ascolto a pregiudizi e stereotipi per inseguire un effimero consenso». SERGIO MATTARELLA su Il Correre della Sera il 22 maggio 2023.

Il Capo dello Stato a Milano per le celebrazioni legate ai 150 anni dalla morte dell’autore dei «Promessi sposi»: «Un maestro indiscusso, gli siamo debitori» 

Milano, 22 maggio 2023: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della deposizione di una corona di fiori sul monumento funebre di Alessandro Manzoni (Ansa/ Ufficio stampa Quirinale/ Paolo Giandotti)

Ho deposto questa mattina, a nome della Repubblica, una corona di fiori sulla tomba di Alessandro Manzoni, in occasione del 150° anniversario della morte. Un grande scrittore, un grande italiano, un grande milanese. Perché, caro sindaco, non si potrebbe spiegare Manzoni senza Milano e, credo che si possa dire, Milano senza Manzoni.

Con questa cerimonia – che, così raccolta e partecipata sarebbe piaciuta ad Alessandro Manzoni – vogliamo rendere testimonianza di quanto l’Italia gli sia debitrice, in termini di pensiero, di produzione letteraria, di esempio morale, di evoluzione della lingua. Manzoni, uno degli spiriti più nobili del nostro Ottocento, protagonista del Romanticismo e del Risorgimento italiano. Definito, a ragione, il padre del romanzo italiano e maestro indiscusso di tante generazioni di letterati e di patrioti.

La lettura dei Promessi Sposi ci riserva, ogni volta, nuovi e sorprendenti aspetti, per finezza, per arguzia, per profondità, per vividezza delle descrizioni, per il tratteggio psicologico dei personaggi; talmente autentici che i loro nomi, ancora oggi, definiscono caratteri esemplari.

Abbiamo appena ascoltato, dalla lettura intensa di Eleonora Giovanardi, l’episodio dell’incontro a quattr’occhi di fra Cristoforo con don Rodrigo. Sono eccezionali il gioco di sguardi, quasi cinematografico, il movimento scenico, il dialogo drammatico, che si intreccia tra i rappresentanti di due concezioni del mondo così diverse: l’umiltà, la sete di giustizia, l’umanità da un lato; l’arroganza, la protervia e la prepotenza dall’altro.

Nello sterminato territorio che separa l’universo valoriale di fra Cristoforo da quello, turpe, di don Rodrigo si muove - sembra dirci Manzoni - la storia, cammino dolente ma inarrestabile dell’umanità verso il futuro.

Genti e popoli in marcia, con le loro speranze, i loro progressi, le loro miserie e le loro cadute. Un percorso che, in ultima analisi, Manzoni affida nelle mani della Divina Provvidenza. Ma che è quanto di più lontano da un rassegnato fatalismo, perché gli uomini, con la loro forza e le loro debolezze, sono e restano i costruttori del proprio presente e del proprio futuro.

Figlio del proprio secolo, Manzoni ha avuto la peculiarità - che appartiene solo ai grandi - di gettare sulla società e sulla realtà storica del suo tempo uno sguardo lungimirante, capace di andare oltre, collegandosi – e spesso ispirandole - alle forze più vive e dinamiche della cultura italiana ed europea, pervase dall’aspirazione alla libertà, all’indipendenza, all’autodeterminazione. Un’aspirazione che non può essere disgiunta dall’opposizione e dalla ripugnanza nei confronti della tirannide, l’abuso di potere, la violenza, l’ingiustizia, specie contro i poveri, gli umili, gli indifesi.

Manzoni si è sempre sottratto, per la sua proverbiale riservatezza e anche per ragioni di salute, alla militanza politica in senso stretto. Ma è considerato, ben a ragione, un ispiratore e un propulsore del nostro Risorgimento e dell’Unità d’Italia. Ed è, a tutti gli effetti, un padre della nostra Patria.

Ricollegandosi alla grande tradizione della poesia civile, di Dante, Petrarca e Foscolo, ambiva a un’Italia unita, che non fosse una mera espressione geografica, una addizione a freddo di diversi Stati e staterelli, ma la sintesi alta di un unico popolo, forte e orgoglioso della sua cultura, della storia, della sua lingua, delle sue radici.

Al poeta Lamartine, che aveva parlato sprezzante di «diversità» di «popoli» italiani, Manzoni rispose con una lettera sdegnata: «No, non c’è più differenza tra l’uomo delle Alpi e quello di Palermo che tra l’uomo sulle rive del Reno e quello dei Pirenei».

Cattolico integrale, ma mai integralista, Manzoni ha affrontato la questione dell’ingresso e della presenza delle masse cattoliche all’interno del processo risorgimentale e di formazione nazionale, respingendo ogni tentazione di mantenimento di forme di potere temporale della Chiesa, da lui considerato storicamente superato, origine di corruzione e fonte di gravi mali.

Anche quando queste tentazioni neotemporalistiche si presentavano nella forma temperata e accattivante proposta da animi illuminati, come Gioberti e il suo amico, e padre spirituale, Rosmini. Da senatore, Manzoni non ebbe alcuna remora nel votare a favore di Roma capitale, nonostante la minaccia di scomunica papale.

Si è molto parlato e discusso - a proposito di Manzoni – del suo cattolicesimo liberale; del suo punto di vista sulle masse popolari, del suo interesse - del suo amore - per gli umili e gli oppressi.

Francesco De Sanctis, in pagine illuminanti, definisce la concezione manzoniana come «eminentemente democratica»: «Non è il titolo - scriveva De Sanctis - e non la ricchezza, e non la dignità e neppure la scienza che crea l’interesse estetico; è il carattere morale, non privilegio di classe o di professione, ma partecipe a tutti: ideale democratico, che è la negazione di ogni aristocrazia di convenzione».

Conosciamo le riserve di Gramsci e di altri studiosi sul cosiddetto «paternalismo» manzoniano o sul suo vero o presunto «moderatismo». Non spetta certo a me rievocare o valutare queste controversie politico-letterarie, peraltro influenzate dallo spirito dei tempi in cui si svilupparono. Ma vorrei condividere qualche breve riflessione sul Manzoni civile.

A proposito del Romanticismo e del Risorgimento italiano si cita spesso la triade Dio, Patria e Famiglia, quasi in contrapposizione alla triade della Rivoluzione Francese, Libertà, Eguaglianza, Fraternità. È una cesura eccessivamente schematica. Il romantico e cattolico Manzoni, in verità, non rinnega i valori della Rivoluzione Francese, anzi, li approva e li condivide, insistendo soprattutto sul quello più trascurato, la fraternità. La Rivoluzione Francese, secondo Manzoni, aveva tradito questi valori, perché, con il giacobinismo, si era trasformata nell’ideologia del Terrore e della violenza. Nulla, per l’autore dei Promessi Sposi, è più nefasto delle teorie politiche astratte che immolano sull’altare della ragion di Stato i diritti di uomini o di intere popolazioni. Nulla, per lui, è più sacro della vita umana. La verità deve prevalere sulla menzogna, la tolleranza sull’odio, la pietà sulla violenza, la morale sul calcolo di convenienza. A differenza di molti suoi contemporanei, che vagheggiavano improbabili ritorni a ere classiche e pre-cristiane, scrive che non bisogna provare alcuna nostalgia per «la barbarie degli antichi», un’epoca caratterizzata da guerre di conquista, stermini, distruzioni, sopraffazioni, riduzione in schiavitù.

Non c’è alcun quietismo, non c’è rassegnazione: Manzoni sostiene i moti di indipendenza nazionale, incoraggia i venti di libertà che spirano in Italia e in tante altre parti del mondo – non a caso nella Pentecoste cita America Latina, Irlanda, Libano e Haiti – giungendo, davanti alle aggressioni e alle ingiustizie, a teorizzare la legittimità della resistenza.

Ma - nella sua visione - è la persona, in quanto figlia di Dio, e non la stirpe, l’appartenenza a un gruppo etnico o a una comunità nazionale, a essere destinataria di diritti universali, di tutela e di protezione. È l’uomo in quanto tale, non solo in quanto appartenente a una nazione, in quanto cittadino, a essere portatore di dignità e di diritti.

Colpisce quanto ricordato da Margherita Provana di Collegno, assidua frequentatrice dello scrittore milanese, a proposito del triste fenomeno della schiavitù: Manzoni le confidò, infatti, che «benché l’America abbia il governo più libero ed il Re di Napoli il più tirannico, pure, se gli avessero fatto scegliere di rinascere, o americano, o napoletano, avrebbe preferito di nascere napoletano, perché nulla esiste di peggio della mostruosa schiavitù».

Nell’idea manzoniana di libertà, giustizia, eguaglianza e solidarietà si può scorgere una anticipazione della visione di fondo della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo del 1948.

Una carta fondamentale, nata dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, che individua la persona umana in sé, senza alcuna differenza, come soggetto portatore di diritti, sbarrando così la strada a nefaste concezioni di supremazia basate sulla razza, sull’appartenenza, e, in definitiva, sulla sopraffazione, sulla persecuzione, sulla prevalenza del più forte. Concetti e assunti che – come ben sappiamo - sono espressamente posti alla base della nostra Costituzione repubblicana.

Dai diritti dell’uomo la concezione manzoniana si allarga a quella del diritto internazionale e dei rapporti tra gli Stati, dove si ritrova una critica lucida e serrata al nazionalismo esasperato. Perché la moralità, la fraternità e la giustizia devono prevalere sugli odi, sugli egoismi, sulle inutili e controproducenti rivalità.

Scrive Manzoni in un frammento delle Osservazioni sulla morale cattolica, pubblicato postumo: «Bisogna sentire e ripetere che la somiglianza che ci dà l’essere d’uomo è ben più forte che la diversità di nazione; che il Vangelo ci ha fatto conoscere che abbiamo un cuore grande abbastanza per amar tutti gli uomini; che gli sforzi di una nazione contro l’altra (…) son sempre piccioli, perché fondati sulla passione e non sulla ragione e sulla verità; sono inutili, perché non ottengono stabilmente nemmeno il fine che si propongono quelli che li fanno; sono impolitici, perché producono (…) l’indebolimento e il pervertimento dei popoli».

Manzoni si spinge anche oltre, prefigurando la illiceità di accordi internazionali ratificati sulla testa di popoli e Stati: in una lettera al genero Giovan Battista Giorgini, del marzo 1861, parla esplicitamente della «ingiustizia e la nullità morale di trattati stipulati da alcuni sugli affari d’altri, senza sentirli e con il solo titolo della forza, e dell’inaudita e iniquissima teoria che attribuiva a quegli alcuni … il diritto di costituire un diritto sopra gli altri».

Per concludere, vorrei segnalare un ultimo aspetto che mi sembra di grande interesse. Sono state scritte pagine illuminanti sulla vicinanza, l’empatia, la condivisione dell’autore dei Promessi sposi nei confronti delle masse popolari, che per la prima volta diventano protagoniste di un romanzo. Utilizzando una terminologia odierna, possiamo parlare di un Manzoni certamente «popolare»», ma non «populista».

Il legame controverso che Manzoni stabilisce tra potere e opinione pubblica, tra giustizia e sentimenti diffusi, ci induce a riflettere - sia pure in tempi incommensurabilmente distanti - sui pericoli che corrono oggi le società democratiche di fronte alla diffusione del distorto e aggressivo uso dei social media, dell’accentramento dei mezzi di comunicazione nelle mani di pochi, della disinformazione organizzata e dei tentativi di sistematica manipolazione della realtà.

E, anche, sulla tendenza, registrabile in tutto il mondo, delle classi dirigenti a assecondare la propria base elettorale o di consenso e i suoi mutevoli umori, registrati di giorno in giorno attraverso i sondaggi, piuttosto che dedicarsi a costruire politiche di ampio respiro, capaci di resistere agli anni e di definire il futuro.

Già nei Promessi Sposi, nei capitoli dedicati alla peste, Manzoni scriveva icasticamente a proposito di questi rischi: «Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

La Storia della Colonna infame - un capolavoro di letteratura civile, compreso e rivalutato solo a partire dal secolo scorso - ci ammonisce di quanto siano perniciosi gli umori delle folle anonime, i pregiudizi, gli stereotipi; e di quali rischi si corrano quando i detentori del potere - politico, legislativo o giudiziario - si adoperino per compiacerli a ogni costo, cercando solo un effimero consenso. Un combinato micidiale, che invece di generare giustizia, ordine e prosperità - che è il compito precipuo di chi è chiamato a dirigere - produce tragedie, lutti e rovine.

Autorità, care studentesse cari studenti, Alessandro Manzoni ci ha regalato alcune delle pagine più belle e intense della nostra letteratura. Il suo altissimo senso morale, la sua ispirazione ideale, insieme umana e cristiana, ci è continuamente di riferimento e da sprone.

Come tutti gli spiriti eletti e gli artisti universali, Manzoni parla tuttora all’uomo di oggi, alle sue inquietudini e alle sue ricerche di senso, con voce autorevole, ferma e appassionata. Anche per questo, oggi, gli rendiamo omaggio.

150 anni fa moriva Manzoni: aveva previsto il mondo d’oggi. Emanuele Beluffi su culturaidentita.it il 22 Maggio 2023

Scommettiamo che gli autori e le autrici dello sconcio avvenuto al Salone del Libro di Torino non lo sanno e nemmeno gli interessa saperlo, ma uno dei più grandi scrittori italiani, forse il secondo dopo Dante, moriva 150 anni fa oggi, 22 maggio 1873: Alessandro Manzoni. Sì, lui, l’autore di quei Promessi Sposi che tanti, tantissimi di noi di buona o di mala voglia hanno dovuto leggere al Liceo. Quante letture, quanti compiti in classe, quanto studio su “i bravi”, Don Abbondio che leggendo il breviario scosta i sassolini dal suo passaggio senza alzare gli occhi dalla pagina, il “matrimonio che non s’ha da fare” e Renzo e Lucia e don Rodrigo e “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno“.

Manzoni, come Dante, ci ha consegnato due cose: la letteratura e quella che con una grossa diremmo filosofia, tu leggile “etica” o “teologia letteraria” se ti pare. Ce lo fa notare Marcello Veneziani, che sgombra subito il campo dal luogocomunismo del Manzoni bigotto, del Manzoni puritano, del Manzoni “oh signora mia”. Balle, come direbbe Chuck Lownel film Mission.

Perché Alessandro Manzoni, oltre che poeta, romanziere, storico, linguista, è stato anche un pensatore. Non lo troveremo nei manuali di storia della filosofia, perché questo aspetto del suo operare letterario è più o meno sempre stato tenuto sotto traccia (ma anche e soprattutto perché non ha mai avuto una complessiva formulazione sistematica da apate del Manzoni stesso, forse semplicemente perché non gli interessava farlo), però c’è ed è importante. Ovviamente messo da parte dai più dei suoi commentatori.

Del resto, l’amicizia con Vincenzo Cuoco gli permise di approfondire il pensiero del filosofo Giambattista Vico, dal quale evinse la struttura teorica dell’intervento, sulle cose umane, della Divina Provvidenza, tramite la categoria tutta manzoniana della sventura, che già appare nel coro dell’Adelchi: la Provvidenza cambia le carte in tavole, modifica senza farcelo sapere le premesse dei nostri progetti e ci fa ottenere risultati che non sapevamo di poter ottenere. Le conseguenze impreviste delle nostre finalità: l’eterno, la meta-storia, Dio, sono quell’orizzonte sopra le nostre teste, sopra la storia, sopra il tempo. Da Giambattista Vico, Manzoni recupera quel concetto (insito nei corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, appunto) che lui chiama Provvidenza e che agisce nel mondo per ristabilire bene e giustizia. Lo vediamo nei Promessi Sposi e nelle storie dei loro personaggi.

Se Dante era un visionario metafisico, ci dice Veneziani, Manzoni fu uno studioso di etica che anticipò i tempi e giunse ai nostri, di tempi: pre-vedendoli. Anti illuminista e più vicino alla temperie Romantica, almeno nella declinazione italiana, Manzoni vide nell’incipiente secolarizzazione e scristianizzazione, che allora professavano solo gli intellettuali, una deriva potenzialmente pericolosa. E ci vide giusto: le cronache di questi ultimi anni non hanno bisogno di commenti e non occorre andare troppo lontano per verificarne la fondatezza, in Francia sostituiscono le chiese con i supermercati, in Italia il Papa non lo stanno nemmeno ad ascoltare e lo schivare (o lo “schifare”, come usa Veneziani nelle sue riflessioni) la spiritualità cristiana si è esteso ormai, oggi, dagli uomini di lettere agli uomini tutti.

La secolarizzazione qui, in voga ormai da anni, sta raggiungendo l’apice, cioè il popolo. Scriveva il Manzoni: «Ah, se quegli che chiamano popolo adottassero un giorno la filosofia miscredente, che Dio non voglia». Presentimento più che fondato, col senno di poi, commenta Veneziani. La Morale cattolica manzoniana era considerata estranea alla cultura italiana e i risultati oggi si vedono tutti.

Anche Alessandro Manzoni era controcorrente, anche la sua era una voce fuori dal coro: si opponeva a quelle che stavano ormai diventando le idee dominanti del suo tempo, importatrici del credo illuminista e ateistico, il laicismo, l’anticlericalismo, che prevalsero sulla visone del mondo risorgimentale di un Gioberti o di un Rosmini, ai quali invece Manzoni si sentiva più affine.

E anche lui, come quelli che pensano con la propria testa, hanno lo sguardo più lungo: come dice Marcello Veneziani, “i grandi sopravanzano la loro epoca, guardano più lontano, indietro e avanti, comunque oltre”. E giungono a noi: non è allora bigotto questo nostro presente, fluido e intollerante con quelli che pensano con la propria testa?

La peste del Manzoni non è mai passata. Libri, "grida", incisioni: le paure di oggi, fra guerre e epidemie, nell'opera di don Lisander. Luigi Mascheroni il 4 Maggio 2023 su Il Giornale.

James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Braidense, è stato un po' enfatico: «Guerra, carestia, peste, morte: i quattro cavalieri dell'Apocalisse che dominano i titoli dei giornali di oggi sono anche al centro della mostra, che prova come le parole di un grande scrittore possano aiutarci ad affrontare le sfide del mondo contemporaneo». Però, se voleva sottolineare l'universalità di Alessandro Manzoni, una ragione ce l'ha.

La malattia, la morte, la paura, le cure, la scienza, le credenze, le psicosi collettive. Ossessioni di oggi, storie di ieri.

Come celebrare al meglio i 150 anni dalla morte di Alessandro Manzoni, una delle figure più alte della letteratura italiana, personificazione di Milano, re-inventore della lingua, lo scrittore attraverso il quale parliamo così, «vediamo» e pensiamo così, dalla scuola media all'età adulta? Con una grande mostra - l'iniziativa più importante di quello che sarà un lungo anno manzoniano - che racconta il momento storico e letterario più tragico della sua opera: la peste. Un fantasma con la maschera a becco che entra, devasta e esce dai suoi due libri della vita: I Promessi sposi e la Storia della colonna infame.

Benvenuti alla mostra Manzoni, 1873-2023. La peste, «orribile flagello», tra vivere e scrivere che si è aperta alla Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, inaugurata ieri dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano (ed è stato importante che ci fosse in un luogo e per un evento del genere) e che racconta in un inedito percorso di carta la grandezza dello Scrittore, una nuova idea di Romanzo moderno, un esempio di impegno civile, l'eterno confronto fra Letteratura e Scienza.

Lo spazio più bello della Braidense - la Sala «Maria Teresa» - una curatela originale e ineccepibile di Marzia Pontone, direttrice scientifica della Biblioteca, 17 teche-sezioni (con guida scaricabile da un QrCode, volendo), 114 fra libri in prima edizione, manoscritti, incunaboli, disegni e incisioni, e un'idea forte: sfruttare la narrazione manzoniana, non solo un classico ma un modello, per una riflessione corale sulla recente esperienza della pandemia, tra virus, stragi, ossessioni, medici della peste, «untori» (ieri erano i «barbieri», oggi i cinesi...), ossessioni, ricette fai-da-te e complotti. La tragoidìa non è solo nella letteratura ma della vita.

Allestire mostre di libri non è facile. Ma quando escono bene - e La peste, «orribile flagello», tra vivere e scrivere è uscita molto bene - sono bellissime. Si parte dalla peste nel mito, il terribile morbo che colpisce il campo acheo all'inizio dell'Iliade: ecco un incunabolo in folio con la prima edizione a stampa della traduzione latina del poema dovuta a Lorenzo Valla, 1497. Poi si passa alla Storia, con la peste bizantina e la peste nera di cui il Manzoni leggerà attraverso il resoconto di Paolo Diacono: e qui ci sono opere di Tucidide, Tito Lucrezio Caro e l'edizione del Decameron curata da Lorenzo Salviati e stampata nel 1597 a Venezia con 101 «vignette» xilografiche. Quindi si attraversano le epidemie sforzesche e si arriva alle pesti borromaiche, fra cui la seconda del 1630 che Manzoni avrebbe reso celebre due secoli dopo: ed ecco una «grida» di Carlo Borromeo per invitare la popolazione a partecipare al rito della benedizione e a bruciare «libri lascivi, Madrigali e Canzoni disonheste» ma anche «dadi, carte, maschere et altre simili chose», poi una minuta autografa dell'incompiuto poemetto manzoniano La Vaccina in cui si presagiscono l'ambientazione lombarda e il tema della cura sanitaria del male, c'è il Trattato di vaccinazione del medico Luigi Sacco nell'edizione 1809, e ovviamente diverse edizioni dei Promessi sposi. E infine si «passa oltre», con documenti sull'epidemia nell'800, quando la sanità è ancora sospesa fra rimedi tradizionali, prime scoperte scientifiche e palliativi inutili se non dannosi, per chiudere il percorso con le prime traduzioni europee dell'opera del Manzoni a soprattutto il morbo raccontato dalle letterature straniere: la peste, il colera, la spagnola, il vaiolo e l'Aids nelle pagine di Jack London - eccola La peste scarlatta nella collana «Il Romanzo d'Avventure» della Sonzogno, anno 1927, «Prezzo Una Lira» - e di Thomas Mann, Camus, Gabriel García Márquez... e c'è persino Cecità di José Saramago.

Poi c'è anche un'appendice: due teche con le bellissime tavole a colori «sfascicolate» dal trattato del fisico francese Louis-Joseph-Marie Robert (1771-1850) Guide sanitarie des gouvernements européens fra cui l'iconico medico del lazzaretto di Marsiglia nel 1720 con la tunica fino alle caviglie, i guanti, il bastone, il cappello a tesa larga e una maschera a forma di becco dove erano infilate essenze aromatiche e paglia per impedire il passaggio degli agenti infettanti... Anche le mostre di carta sanno trasmettere inquietudine.

Tra i pezzi più interessanti in mostra: uno schizzo di mano del Manzoni con la pianta del lazzaretto di Milano, forse del 1839, con segnato in un inchiostro diverso il possibile percorso tenuto da Renzo dentro l'edificio; la serie di dodici incisioni di Francesco Corsi ispirate ai disegni preparatori di Gallo Gallina che illustrano altrettanti episodi del romanzo pubblicate e diffuse fra il 1828 e il 1830 dalla casa editrice Ricordi; i bozzetti di Francesco Gonin, che lo stesso Manzoni definì «ammirabile traduttore in immagini» della sua opera, usati per illustrare la «quarantana» dei Promessi sposi, cioè l'edizione definitiva del romanzo del 1840, e che lo scrittore voleva arrivasse a tutti, anche soltanto attraverso le «figure»... e guardate bene il disegno per l'episodio della madre di Cecilia, capitolo 34, dove si narra di una donna che perde una figlia a causa della peste e non volendo che sia lanciata sui carri in mezzo agli altri cadaveri paga pietosa un monatto perché le dedichi un'attenzione... «Addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme».

Per il resto, sappiamo come è andata con il Covid. Per quanto riguarda invece l'«orribile flagello» di manzoniana impresa, che ebbe il suo apice nell'estate del 1630 con seicento vittime al giorno, quando alla fine di quell'anno il morbo regredì, i morti nella sola Milano ammontavano a centocinquantamila.

Il lessico epistolare di Manzoni fra gelsi e balbuzie. Uno degli sketch più brillanti intorno alla vita del Manzoni lo racconta Carlo Dossi nelle Note azzurre, azzurro capolavoro della letteratura nostra. Davide Brullo il 27 aprile 2023 su Il Giornale.

Uno degli sketch più brillanti intorno alla vita del Manzoni lo racconta Carlo Dossi nelle Note azzurre, azzurro capolavoro della letteratura nostra. Si dice che Manzoni, «essendo terzo in una conversazione che si aggirava su un tema astruso», diede ragione, con la stessa sussiegosa intensità, a entrambi gli interlocutori: perfino al «suo nipotino» che lo rimproverava, «gran papà, te ghe daa reson a tutt e duu». Il Dossi cala l'asso filosofico: intorno a certe questioni la vittoria non è mai di uno solo, gli «opposti... possono parimenti aver ragione». A noi resta l'idea del genio della sprezzatura del Manzoni, uomo troppo verticale, vertiginoso, per occuparsi dei fatti mondani, che ammantava le diatribe tra i suoi simili con una sorta di cupa compassione. Personalità inestricabile, di elusivo fascino, Manzoni ha fomentato fior di romanzi; il più bello lo ha scritto Mario Pomilio, s'intitola Il Natale del 1833, vinse lo Strega quarant'anni fa: leggetelo.

Per penetrare nel cuore cifrato di Manzoni, però, la via più chiara è quella di assaggiarne le lettere, ora antologizzate da Alessandro Zaccuri - autore, tra l'altro, l'anno scorso di un bel romanzo manzoniano, Poco a me stesso, edito da Marsilio - come Io ti ho a scrivere cose sì strane (L'Orma, pagg. 64, euro 8). La rassegna, naturalmente, non svela Manzoni: non c'è miglior mentitore di chi scrive lettere. Le menzogne, però, spesso sono più belle della claustrale verità: la potenza linguistica - quella c'importa - è micidiale. Così, c'è il Manzoni «Oratore Cattolico» che nel 1809 scrive a Pio VII «per consentire il battesimo della primogenita Giulia» e il Manzoni «fattore» che allo zio Giulio Beccaria, nel 1819, descrive il «vivajo di circa 800 gelsi innestati» a Brusuglio; c'è l'artista che chiacchiera, nel 1821, con Goethe, «uomo avvezzo all'ammirazione d'Europa»; il penitente che si rivolge al «Veneratissimo» Antonio Rosmini; il marito distrutto che a Leopoldo II di Toscana, nel febbraio del 1834, invia un'agiografica lettera intorno alla morte di Enrichetta («nell'ultima ora, avendo chiesto d'esser mutata da una positura penosa, soggiunse: non per ischifare il dolore, ma perché il dolore m'impedisce di pensare al bel passo che son per fare»); il marito ritrovato che informa Teresa Borri, nel 1852, di una sua visita, «singolarissima», a Siena. E poi c'è il padre - austero e distratto -, il senatore che si scherma («sono balbuziente», dice a Emilio Broglio), lo scrittore in bolletta. Uno, dieci, centomila Manzoni. A leggere le lettere, pare d'inseguire un Minotauro. D'altronde, I promessi sposi è romanzo ambiguo e tentacolare quanto il suo autore. Ci trovi «il sorgere e il tramontare del sole... l'amore, la smania per le riforme» ma anche «la rassegnazione» e «la vanità del tutto». Giudizio del Dossi, condanna del Manzoni: lo scrittore che ha divorato il mondo.

Alessia Lanza: «Nel libro racconto ansie e paranoie, TikTok è la mia rivincita». Renato Franco su Il Corriere della Sera il 10 gennaio 2023.

Nella copertina del libro Non è come sembra posa nuda: «Volevo far capire che sono una ragazza normale, come tutti. Molti giovani hanno più pregiudizi dei loro genitori»

Alessia Lanza è partita 22 anni fa da Gosi Pianvignale, frazione di 250 abitanti in provincia di Cuneo, ed è arrivata a essere una delle «creator» più seguite su TikTok con un format che mescola balletti, consigli di make up, storytelling e ovviamente sponsorizzazioni, se no che te ne fai di 4 milioni di follower. Per chi appartiene a un’altra generazione rimane un alone di mistero, ma è innegabile che sia un fenomeno del presente da raccontare.

Nel suo libro, «Non è come sembra» (edito da Mondadori), racconta che alle superiori l’avevano marchiata con un giudizio secco: «bella e stupida».

«Era un’etichetta difficile da togliersi di dosso. Anche da parte mia, perché dopo un po’ che ti viene continuamente ripetuta una cosa arrivi anche tu a credere che sia vera, non sai più chi sei. Avevo le paranoie a dare qualunque tipo di risposta perché temevo di dire una cavolata e sarebbe stata la conferma della mia stupidità. Il “bella” mi era indifferente, perché è il giudizio sulla personalità che ti ferisce. Avevo 15 anni e pensavo fosse colpa mia».

Soffriva anche di ansia sociale...

«Derivava tutto da lì, da quel marchio che diventa un tatuaggio sulla pelle. Facevo fatica a stare in mezzo alle persone, mi prendevano in giro e non volevo alimentare questo pregiudizio nella convinzione che ero io quella sbagliata».

Come ha superato queste difficoltà?

«Con il lavoro su me stessa fatto grazie anche a una psicologa. Mi sono messa a nudo e ho capito che sono una persona normale, sono curiosa, ho voglia di imparare, ‘sti cavoli se la gente pensa che sono stupida».

Oggi è costantemente sotto gli occhi di tutti e giudicata da tanti, è una rivincita?

«È una rivincita a mo’ di terapia d’urto. Perché avrei dovuto rinunciare a quello che mi piace fare?».

Nel libro racconta che aveva problemi a postare foto del suo profilo destro. Non sembra un problemone...

«Puoi essere considerata una bella ragazza da tutti, ma il giudice principale di te stesso rimani sempre tu, sei tu la persona cattiva con cui devi avere a che fare ogni giorno, quella che ti dà i giudizi peggiori. Poi ho capito che era una cosa che non aveva senso. Oggi se vengo male in una foto sono anche più contenta, così le persone mi vedono in ogni sfaccettatura».

In copertina è nuda: attirare l’attenzione con il corpo non è una scorciatoia?

«Per me no. L’ho vissuta come una sfida personale. Sono a mio agio con il mio corpo ed è un messaggio grandissimo quello che voglio far passare perché mi sono messa a nudo a 360 gradi nel libro e lo rivendico fin dalla copertina. Sapevo che mi sarebbero arrivati messaggi negativi, ma ho reso in una foto quello che sono io, volevo far capire che sono una ragazza normale, come tutti».

Gli hater l’hanno ferita?

«No. Ma non ho amato i messaggi di chi mi accusava di essere a favore della mercificazione del corpo femminile. Oddio aspetta, che state dicendo? Non mi sembra proprio».

In quarta di copertina fa il dito medio: a chi è rivolto?

«A nessuno di preciso, ma allo stesso tempo a tutti quanti. Non sono una persona che dice parolacce, al massimo cavolo o vaffanbrodo. Era per dimostrare che quando voglio posso mandarti a stendere se mi va, volevo far capire che ho carattere».

Racconta di essere una «sottona», di subire una sorta di sudditanza in amore...

«Anche questo fa capire che sono una ragazza normalissima. Adesso sto bene da sola, ma da adolescente inseguivo chi non mi voleva».

Ha rivelato che a 15 anni si interrogava sulla sua identità sessuale...

«È stato un modo per scoprirmi. Mi sono detta: ci sono delle domande che devo farmi e la risposta non è mai sbagliata perché devi seguire quello che ti fa stare bene. A 15 anni la mia risposta era: sono bisessuale perché mi piacciono le ragazze e i ragazzi. Adesso non lo so. Chi ti piace? Oggi non so cosa rispondere e non voglio rispondere. Perché se un giorno dici una cosa poi ti rinfacceranno quello che hai detto. Sono stufa delle etichette. Sono libera».

Se un ragazzo ha tante ragazze è un figo. Se succede a una ragazza è una facile. Anche la vostra generazione giudica con stereotipi antichi?

«Si, viviamo in una società in cui c’è ancora questa mentalità, molti giovani sono più moralisti dei loro genitori. Per queste cose ci vuole tempo».

I like e le visualizzazioni non rischiano di diventare un’ossessione?

«No. Utilizzo i social da quando avevo 16 anni e sono abituata a qualunque tipo di risultato; per me non è la quantità che conta ma quanto ci metto dentro di me stessa nella produzione di un contenuto. Ovviamente è il mio lavoro, quindi cerco di avere costanza nei numeri, ma le cose che faccio mi devono sempre piacere. Sono sempre io sui social, al cento per cento».

Sui social si posta la parte migliore di sé, i filtri aiutano a migliorare l’immagine: non è ingenuo parlare di accettarsi per come si è?

«La naturalezza, la spontaneità e la semplicità sono le mie caratteristiche principali e sono quello che porto nei social. Non utilizzo i filtri più di tanto, perché con un seguito così grande hai una responsabilità enorme: non puoi illudere che hai la pelle perfetta o che sei al top del top appena sveglia perché tanti ragazzi si faranno un’idea che non è quella vera, si sentiranno sbagliati. Io da piccola avrei voluto che ci fosse qualcuno a dirmi che il mondo delle favole non esiste».

I brand la pagano bene?

«È la classica domanda a cui nessuno di noi darà mai una risposta».

La vostra è una generazione disinteressata alla politica?

«Ammetto di non essere preparatissima sull’argomento, credo che dovrebbero esserci degli sforzi per avvicinare i giovani alla politica. Sicuramente non tramite TikTok. È giusto che certi politici ci abbiano provato, ma ora si può cercare un’altra strada».

Oggi vive in una casa (Defhouse) con altri sette creator «stimolati in continuazione a coltivare il proprio talento». Detto in modo brutale sembra un allevamento di polli per tiktoker, costruiti a tavolino e poco spontanei.

«No, perché non si riesce a fingere di essere spontanei, il tuo modo di essere filtra anche attraverso lo smartphone. È stata un’opportunità, seguo corsi per migliorarmi, è stata l’occasione di venire a Milano che è una città che offre mille stimoli ed eventi».

Il Piano B ce l’aveva?

«Avevo iniziato l’università, quello era il Piano A. Il Piano B erano i social. Poi con il tempo i piani per fortuna si sono invertiti».

Solzhenicyn ancora prigioniero nel Gulag della ideologia. Cinquanta anni fa veniva pubblicato il capolavoro del dissi.ente russo In Italia tutti lo disprezzarono, tranne Enzo Bettiza, che ne scrisse sulle pagine di questo "Giornale". Ecco l’articolo. Enzo Bettiza il 4 Giugno 2023 su Il Giornale. 

Spiace davvero che uno scrittore libero da pregiudizi come Carlo Cassola, noto per le sue periodiche meditazioni anticonformistiche sulla letteratura universale, abbia chissà perché sentito d'un tratto l'imperioso bisogno di conformarsi a un gioco che oggi va nei salotti in linea: la denigrazione di Aleksandr Isaevic Solzhenicyn. In un'intervista al Mondo della settimana scorsa Cassola, dopo aver candidamente ammesso di non conoscere una parola di russo, non s'è tirato indietro e anzi, con la sbrigativa perentorietà di uno slavista molestato nei suoi studi da una fastidiosa zanzara, ha raso con un colpo a zero le 606 pagine del primo volume dell'Arcipelago Gulag. Con poche parole, tirate via sul filo di una frivolità scorrevole e punitiva, il narratore toscano ha fatto giustizia sommaria dell'opera del russo, trattato alla stregua di un principiante capace di compitare sì e no qualche lettera dell'alfabeto cirillico. Cassola ha fugato così, una volta per tutte e per tutti, l'ombra d'ogni residua esitazione. Solzhenicyn? Non esiste. «Un retore declamatorio che non vale niente come scrittore. L'ho letto in traduzione, ma in traduzione ho letto anche Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, Turgenev, Pasternak, sui quali non ho dubbi. Con Solzhenicyn mi sono trovato di fronte a uno scrittore anonimo: un corrispondente di provincia scrive meglio. È evidente che è stato il caso politico a portarlo alla ribalta».

DALLE VISCERE Il sospetto che sia stata la Russia a riportare dalle proprie viscere a galla gli scritti anonimi e la torva barba da vecchio credente di Solzhenicyn, non sembra incrinare neanche con un brivido la severa imperturbabilità del giudicante; così come non sembra sfiorarlo il dubbio che i suoi stessi romanzi d'amore, tradotti in russo, possano perdere qualche grammo di peso a petto dei fluviali trattati di morte di Solzhenicyn tradotti in italiano. D'altronde, con gli stessi argomenti speciosi usati oggi per raccorciare la statura di Solzhenicyn, non s'era tentato, una quindicina d'anni fa, di liquidare sul piano letterario proprio quel famoso romanzo di Pasternak sul quale Cassola dice di non nutrire dubbi di sorta? Ricordate. Si sosteneva allora, in Russia e fuori, che Pasternak, delicatissimo poeta simbolista, era però un romanziere scadente, frammentario, piagnucoloso, privo del senso della storia, assolutamente incapace di costruire situazioni e personaggi narrativi. Anche di Pasternak, come oggi di Solzhenicyn, si diceva che era un Tolstoj di serie C: uno gnomo del romanzo epico, gonfiato a dismisura da un incidente politico. Ma via via che c'inoltriamo nel passato della letteratura russa, che fu sempre una letteratura di fondo impuro, pedagogico, missionario, ci accorgiamo che il ricatto estetico, con cui oggi si cerca di «ridimensionare» Solzhenicyn, non è affatto nuovo. Già lo subirono alcuni dei massimi scrittori dell'Ottocento. Dostoevskij a suo tempo venne accusato di distorcere la realtà della Russia in moto verso l'ascesi rivoluzionaria, gettando fango sull'intelligencija radicale e incenso mistico sul popolo, e perdippiù di scrivere male, di costruire le sue trame morbose a singulti epilettici, di non saper rendere vivo un personaggio femminile, di non riuscire ad elevarsi, né con lo stile né con l'immaginazione, al di sopra della cronaca nera a cui avrebbe attinto in mancanza di una originale fantasia creativa. Da una certa ottica purista occidentale, almeno tre quarti della letteratura classica russa andrebbero in verità scartati per la loro scrittura andante, derivata dal giornalismo, spesso ipertrofizzata d'idee e di intenzioni edificanti. Di rado uno scrittore russo, veramente russo, ha cercato d'inventare un'opera bella, fine a se stessa, o bastante a se stessa; sempre ha cercato invece, obbedendo magari inconsciamente all'inflessibile codice etico conficcato alla sorgente del fiume narrativo russo nella metà del secolo scorso da Belinskij, di dare un'opera utile alla nazione russa. Al limite, come voleva appunto Belinskij, un'opera d'alta propaganda; se poi diventava arte, tanto meglio; ma l'intenzione artistica non contava molto nel momento in cui lo scrittore, avviando un nuovo romanzo, si sostituiva al giornalista, allo storico, al filosofo, al riformatore, i quali non riuscivano a operare con altrettanta libertà nei loro campi rispettivi. La perfezione artistica di Tolstoj, soprattutto in Guerra e pace e in Anna Karenina, veniva alla luce per così dire malgré lui e le sue idee evangeliche, derivava dall'alta classe aristocratica a cui apparteneva con tutto il suo sangue: era un riflesso naturale della sua ottima educazione settecentesca, francesizzante, nutrita di buone letture e di gusto sicuro. Ma Tolstoj, uomo del Settecento, era un'eccezione nel flusso letterario dell'Ottocento. La regola era rappresentata piuttosto da Dostoevskij: uomo dei nuovi ceti emergenti, dei raznochincy, dei «senza grado», intrisi di ansie nuove, di gusti più dubbi, sospinti verso la letteratura da un duplice impulso misticheggiante e radicaleggiante. È a questa corrente più esaltata e più predicatoria del realismo russo, didattica e visionaria insieme, populistica e ortodossa, pietosa e rigoristica, che il personaggio Solzhenicyn, prima ancora che lo scrittore, si riallaccia in maniera diretta. Se non lo si colloca su questa mappa spirituale della profonda Russia ottocentesca, lo si perde di vista o si rischia di vedere qualcuno che lui non è e non può essere.

CASO RELIGIOSO Innanzi tutto Solzhenicyn non è soltanto un caso letterario, o soltanto un caso politico. Egli è, essenzialmente, un caso religioso. E la sua rivolta di fondo mistico ha un peso particolare soprattutto perché è maturata assieme ai fallimenti di un esperimento sociale fideistico che, fino dal 1918, data di inizio dell'arcipelago concentrazionario, ambiva a un'impossibile totalità. Né le capziosità estetizzanti, né l'ostilità preconcetta di tanti intellettuali occidentali, sono riuscite non dico a spiegare, ma nemmeno a centrare nella cornice esatta il fenomeno Solzhenicyn. Dal punto di vista di una frivola subcultura di sinistra certamente Solzhenicyn, a causa della violenza antideologica dei suoi scritti e della fermezza dissacrante della sua denuncia che non lascia più spazio a ideali posticci, può apparire «reazionario». Nel panorama variegato dell'intelligencjia d'opposizione sovietica, se lo si contempla dall'esterno, Solzhenicyn sembra infatti rappresentare una nuova destra slavofila, mentre l'illuminato Sacharov si pone al centro e il marxista Medvedev slitta a sinistra. Però, da un'ottica interna sovietica, il vero e pericoloso radicale è lo scrittore religioso, che propone alla nazione russa una soluzione che non va più contro ma già al di là del regime. LA TRADIZIONE L'opera di Solzhenicyn è tanto perniciosa per il regime sovietico, quanto è irritante per quegli intellettuali d'Occidente che vorrebbero dipingere di rosso, o almeno di rosa, anche i sopravvissuti ai campi staliniani. Solzhenicyn insomma, richiamandosi alla sola tradizione spirituale russa rimasta viva nel popolo dopo l'ecatombe, la tradizione religiosa, indispettisce e disturba perché non rispetta le regole della letteratura da camera, perché stravolge le simmetrie del gioco, perché inserisce nella rappresentazione artistica il contagio di elementi terribili che in parvenza dovrebbero esserle del tutto estranei. Forse, l'animosità di tante piccole anime per Solzhenicyn sgorga da due sentimenti. Uno, di smarrimento mentale, prodotto dall'inesorabile violenza che la sua opera e la sua tragedia personale hanno esercitato sulle vecchie consuetudini ideologiche. L'altro, d'invidia creativa, provocato dai materiali insanguinati di quella sua stessa tragedia personale: quale scrittore al mondo ha oggi più cose da dire, da raccontare, di Solzhenicyn? Quando mai l'Occidente, con le sue surreali microrivoluzioni di minorenni, potrà offrire simili micidiali veleni alla ispirazione di un pensatore o di un artista?

Estratto da ansa.it il 19 maggio 2023.

In una decisione con importanti ripercussioni sulla creatività' artistica, la Corte Suprema ha determinato che Andy Warhol non poteva attingere liberamente al ritratto di Prince scattato nel 1981 dalla fotografa Lynn Goldsmith quando a metà anni Ottanta creò una delle sue serie più' famose. 

I giudici hanno in questo modo limitato la portata del fair use, un istituto giuridico che regolamenta, sotto alcune condizioni, la facoltà di utilizzare materiale protetto da copyright per scopi d'informazione, critica o insegnamento, senza chiedere l'autorizzazione o pagare le royalties.

Il voto è stato sette contro due. 

"Il lavoro originale della Goldsmith, come quello di altri fotografi, ha diritto di essere protetto anche contro artisti famosi", ha stabilito la giudice Sonia Sotomayor scrivendo il parere di maggioranza. Ha replicato la collega Elena Kagan nel parere di minoranza a cui si è unito il giudice capo della Corte, John Roberts: "La decisione farà il mondo più povero. Soffocherà la creatività. Impedirà nuove creazioni artistiche, musicali e letterarie, l'espressione di nuove idee e il raggiungimento di nuove conoscenze".

La Goldsmith era famosa all'epoca per le sue foto di divi del rock. Prince era un musicista emergente e lei, su incarico di Newsweek, lo portò nel suo studio truccandolo con l'ombretto viola e un rossetto per accentuare la sua sensualità androgina. Nel 1984, più o meno all'uscita di Purple Rain, Vanity Fair commissionò a Warhol un'immagine per accompagnare un articolo intitolato Purple Fame. La rivista pagò alla Goldsmith 400 dollari per i diritti sul ritratto condizionando il compenso all'uso unico legato alla pubblicazione dell'articolo.

In una serie di 16 immagini l'artista alterò la foto in bianco e nero in vari modi, tagliandola e colorandola: una di queste accompagnò l'articolo Purple Fame. Warhol è morto nel 1987 e la Fondazione che porta il suo nome ha argomentato che le trasformazioni apportate al ritratto giustificavano il suo "fair use". Poi però alla morte di Prince nel 2016 Conde Nast, da cui dipende Vanity Fair, pubblicò un numero speciale sul musicista. Pagò la fondazione oltre 10 mila dollari per usare in copertina una diversa immagine dalla serie, quella intitolata Orange Prince. La Goldsmith, che non aveva ricevuto alcun tipo di compenso o riconoscimento, fece causa.

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Estratto dell'articolo di Stefano Bucci per la Lettura – Corriere della Sera il 3 aprile 2023.

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Arrogante e insolente, Basquiat avvicina Warhol al tavolo («Non lo fare, è una superchecca, ti userà come fa con tutti», lo avverte Al Diaz). «Volete comprare un po’ di Analfabet Art? 10 dollari»: così Julian Schnabel racconterà quel primo incontro nel suo biopic del 1996 dedicato all’ enfant terrible della street art che nel 1983 sarebbe poi entrato a far parte della Factory.

 La storia dell’amicizia tra Andy Warhol (1928-1987) e Jean-Michel Basquiat (1960-1988) è quella di un’amicizia fatta di affetto vero (con la morte di Warhol dovuta ad una mal riuscita operazione alla cistifellea Basquiat entrerà in una violenta fase di tossicodipendenza che lo porterà alla fine), desiderio sessuale (come accadeva per molti frequentatori della Factory, da Billy Name a Joe Dallesandro) e senso degli affari (nel settembre 1985 il «New York Times» bollerà Basquiat come «una mascotte del mondo dell’arte» o meglio come «la mascotte di Warhol»).

Una storia «a quattro mani stupefacente per modernità e ispirazione» che la mostra Basquiat x Warhol. Painting 4 Hands che si apre il 5 aprile alla Fondation Louis Vuitton di Parigi (curata da Dieter Burchhart, Anna Karina Hofbauer con Olivier Michelon) ricostruisce in tutta la sua bellezza e complessità con le fotografie della serie Boxing Gloves scattate da Michael Halsband per il manifesto della mostra Jean-Michel Basquiat-Andy Warhol del 1985 alla Tony Shafrazi Gallery di New York.

 Basquiat: «Andy iniziava un quadro e ci metteva sopra qualcosa di molto riconoscibile, o il logo di un prodotto, e io lo deturpavo. Poi cercavo di convincerlo a lavorarci ancora un po’, cercavo di fargli fare almeno due cose».

 Warhol: «Prima disegnavo e poi dipingevo come Jean-Michel. Penso che i dipinti che facciamo insieme siano migliori quando non si può dire chi ha fatto quali parti».

 La mostra racconta questa idea di arte condivisa che avrebbe portato Andy e Jean-Michel a realizzare in tandem circa 160 dipinti: ottanta quelli esposti a Parigi oltre a fotografie, documenti e opere firmate singolarmente da Warhol, Basquiat e da altri artisti (Jenny Holzer, Kenny Scharf) che evocano l’energia della scena artistica newyorkese degli anni Ottanta.

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Tra i pezzi unici riallestiti a Parigi per la prima volta ci sono le Ten Punching Bags (Last Supper) , dieci sacchi da boxe, realizzati tra il 1984 e il 1985, mai esposti quando i due artisti erano in vita e rimasti nella collezione di Warhol fino alla sua morte: su ognuna delle Punching Bags Warhol aveva dipinto un ritratto di Cristo ripreso dall’ Ultima cena di Leonardo mentre Basquiat aveva scritto la parola judge (giudice), mettendo assieme le pulsioni religiose e l’angoscia scatenata dall’Aids di Warhol con la passione per la boxe e per Billie Holiday (e la black music ) di Basquiat.

 I curatori spiegano che Basquiat «era affascinato dal successo di Warhol ma soprattutto dalla sua capacità di mettere insieme arte e cultura popolare», mentre Warhol ammirava l’energia anche fisica del giovane collega».

 Quando nella primavera del 1984 la Factory si sarebbe trasferita da Broadway alla 33ª strada, la vecchia sede (che aveva ancora un affitto pagato per sei mesi) sarebbe diventata un doppio studio, dove praticamente ogni pomeriggio i due artisti avrebbero lavorato assieme. Di solito era Warhol (che per l’occasione era tornato ai pennelli) a iniziare, utilizzando un sistema di proiezione per dipingere sulla tela i simboli (il dollaro come il marchio della Paramount) su cui a sua volta Basquiat sarebbe intervenuto (mentre Andy lavorava, Basquiat dipingeva a sua volta sul pavimento).

Ma se, in un primo momento, si sarebbe trattato di un semplice «passaggio» di Basquiat sulle tele di Warhol, poi il legame si sarebbe fatto più profondo e Warhol avrebbe acquisito e riletto certi temi cari a Basquiat come il razzismo ( Felix the Cat , 1984-1985). In una variazione sul tema di quell’arte partecipata che aveva già spinto nell’autunno del 1983 il gallerista svizzero Bruno Bischofberger a proporre a Basquiat, Warhol e Francesco Clemente una serie di lavori in comune, una quindicina in tutto, di cui resta testimonianza nei ritratti di Basquiat e Warhol firmati da Clemente (1982-1987) e che era stata a suo tempo raccontata da una mostra al Castello di Rivoli ( Collaborations , ottobre 1996- gennaio 1997, a cura di Tilman Osterwold).

Il mix Warhol-Basquiat è «una pittura istintuale e primitiva» (Basquiat) e «un’arte seriale» (Warhol), tra le immagini, le lettere tipografiche tratte da annunci pubblicitari, i marchi di fabbrica che Warhol trasporta in modo impersonale su tela attraverso la consueta tecnica serigrafica a cui si contrappone Basquiat con «la sua pittura dal violento cromatismo, popolata da figure antropomorfe tracciate con pennellate aggressive che parzialmente cancellano le immagini di Warhol». Un mix che vivrà la propria età dell’oro tra il 1984 e il 1985, anche se questo rapporto quasi simbiotico non sarà comunque destinato a durare a lungo.

 Quando Warhol muore nel 1987, Basquiat ne sarà però profondamente toccato e, in breve, l’abuso di droga unita ai problemi mentali, lo porteranno ad una morte prematura: il 12 agosto del 1988 di overdose, nel suo appartamento newyorkese. Quella di Warhol e Basquiat è una leggenda che sembra essere destinata a non finire, una leggenda non soltanto per le cifre che le loro opere raggiungono abitualmente sul mercato: nel 2013 erano stati sborsati 105,4 milioni di dollari, da Christies’s, per Silver Car Crash / Double Disaster (1963) di Warhol mentre a novembre il ritratto di Sugar Ray Robinson di Basquiat è stato venduto, ancora da Christie’s, per oltre 32 milioni di dollari.

The Collaboration è così il titolo della piece di Anthony McCarten andata in scena con successo fino allo scorso gennaio al Friedman Theatre di New York (la collaborazione tra Bischofberger, Warhol e Basquiat), mentre c’è grande attesa per Samo Lives, il nuovo film dedicato a Basquiat che dovrebbe uscire in autunno…

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Estratto dell'articolo di Felice Cavallaro per il “Corriere della Sera” il 26 giugno 2023. 

Da un baule è appena saltata fuori una foto di Andrea Camilleri in costume a Marinella, sulla spiaggia della «vera Vigata».

In controluce, i piedi in acqua, gli occhi su una bimba sottile, i braccioli rosa su un corpicino abbronzatissimo. È la scoperta di un trasloco che ha amplificato in quella bimba, Arianna, oggi 36enne insegnante di Scienze, l’emozione e il ricordo di «un nonno vigile, eppure mai assillante, sempre vicino ma senza interferire, lasciando libertà, con massima cura e altrettanta discrezione, pronto comunque a soccorrere...». Ecco il profilo che Arianna Mortelliti, figlia di Rocco il regista e di Andreina, una delle tre figlie dello scrittore, fa del famoso nonno con milioni di libri venduti in tutto il mondo. 

Un nonno...

«Amato per una vita. E seguito da vicinissimo nel suo ultimo anno, fra 2018 e 2019.

Non mi staccavo più quando, già cieco da tempo, dopo la rottura di un femore, era costretto sulla sedia a rotelle».

Lo aiutava a scrivere?

«Non insegnavo ancora Scienze nei licei e stavo sempre accanto a nonno, nel suo studio a Roma, insieme al computer». 

Per l’ultimo libro?

«Per il suo ultimo sforzo letterario, L’autodifesa di Caino, il monologo che sperava di potere portare al teatro». 

Come nascevano le pagine?

«Sono stata i suoi occhi. E le sue mani. Lui dettava, io battevo sui tasti, poi leggevo a voce alta, correggevamo insieme, rileggevo... Diventando sempre più amici e confidenti. Un’esperienza che mi ha legato ancora di più a quel nonno meraviglioso ritrovato nella foto».

Lei piccola a Porto Empedocle.

«Una foto scattata sulla spiaggia fra la Scala dei Turchi e i Templi di Agrigento.

Appunto, nella “Vera Vigata”...».

Quella del Commissario Montalbano.

«Dove torno appena posso. Fra quei vicoli mi sembra d’esserci nata. E, come mia madre, pure lei romana, mi sento un po’ siciliana, tanto nonno ci ha fatto amare questa sua terra...». 

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Figlie e nipoti a Vigata?

«Fu l’ultimo viaggio. Noi fra la statua di Pirandello e quella di Montalbano che ha i baffi e capelli lunghi. Ovviamente a cena nella trattoria del vero Commissario, dal nostro amico Enzo Sacco. Io, vegetariana, una pasta alla carrettiera. Nonno, già tenuto a dieta, invece in libero sfogo, fritture comprese. Musica siciliana per tutta la sera. Felice come un bambino. Mangiava di tutto».

Anche i peperoni? Visto che lei adesso è in giro per presentare il suo primo romanzo, «Quella volta che mia moglie ha cucinato i peperoni». Un titolo che fa pensare a masterchef e dintorni....

«Fuori strada. La trama è legata all’ultimo mese di vita di nonno Andrea. Il mese del coma. Nel 2019. Comincia il 17 giugno e si conclude il 17 luglio. Il protagonista del romanzo è un vecchio signore che sembra vegetare per un mese in corsia. Visitato a turno da parenti e amici, pronti a raccontare sé stessi davanti a chi forse non ascolta più o, forse, percepisce ancora. Un intreccio di dialoghi, di storie con un finale a sorpresa». 

Come succede nei gialli di Camilleri.

«Nessun confronto, per carità. Ma cerco di capire anche cosa può avere percepito. Per un mese tutti noi accanto a lui. A scrutare l’accenno di un sorriso, una palpebra che si schiude. Le macchine ti dicono che non c’è corrispondenza. Ma forse non è così. Una condizione dolorosa. Cosa anima ancora quella testa? I suoni, le carezze, i sospiri arrivano? Ci ho messo un anno a riprendermi. E un anno dopo mi sono fatta aiutare dalla fantasia per capire. Anche per capire me stessa». 

Quando comincia a scrivere Arianna Mortelliti?

«Da sempre. Da bambina. Ho sempre tenuto un diario. Appunti di una vita. Adesso il salto. Realizzato con l’immaginazione, dono del nonno». 

Che cosa le raccontava?

«Ho trovato un suo libricino del 1994 “Storie per Arianna”, filastrocche molto divertenti. Le stesse che mi raccontava. Scritte per me. Esiste solo per me. Un tesoro». 

Un inedito da pubblicare?

«Non lo so». 

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Chi ha letto il romanzo per primo?

«Un grande amico di nonno, Maurizio De Giovanni, lo scrittore spesso a cena da noi. Lo puoi pubblicare, disse. Superato il primo esame, bisognava capire con chi. Ed è entrata in campo Simonetta Agnello Hornby, un’altra grande amica di nonno e di nonna Rosetta che oggi ha 95 anni. Contatto immediato con Mondadori». 

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Ma davvero è tanto importante la «vera Vigata»?

«Rispondo con due parole: San Calò. Cioè San Calogero. Secondo nome di nonno. Ateo, un po’ come me, eppur devoto al santo nero che a Porto Empedocle si festeggia il 6 settembre».

È la data di nascita di Andrea Calogero Camilleri.

«Infatti, nonno diceva che quel giorno San Calò usciva dalla chiesa e lui dal ventre di sua madre. Quando nacque passava sotto casa la processione. Il santo quasi all’altezza della finestra. La levatrice si affacciò col bimbo in braccio mostrandolo al santo che ha sempre un libro in mano. E profetizzò: “Diventerà dotto”».

«Andrea Pazienza, ragazzo geniale che amava De Andrè». Il grande disegnatore scomparso nel 1988 a soli 32 anni ha trascorso a Pescara gli anni della formazione. Ora la città gli dedica uno spazio espositivo vicino al mare. E, tra aneddoti e curiosità, ne ricorda l’estro e la fantasia. Antonia Matarrese su L’Espresso il 27 Marzo 2023.

Via Andrea Pazienza corre dritta dalla commercialissima e trafficata Nazionale Adriatica Nord verso il mare. E incrocia via Pier Paolo Pasolini. Siamo a Pescara, fra i palazzoni popolari del quartiere Zanni, la pineta (che non è però quella dannunziana) e la spiaggia dalla sabbia dorata. A due passi, il complesso sportivo delle Naiadi con le sue piscine olimpioniche che hanno visto crescere campioni di nuoto e pallanuoto.

Andrea Pazienza, che era nato qualche decina di chilometri più su, a San Benedetto del Tronto, ha trascorso a Pescara gli anni spensierati della sua breve vita. Quelli della formazione. Approdato dalla provincia di Foggia per studiare al liceo artistico, è proprio qui che incontra persone e costruisce le basi del suo immenso successo come esponente della nona arte, quella del fumetto.

A trentacinque anni dalla morte, la città gli ha dedicato un museo: “CLAP Museum (Comics Lab Art Pescara), fortemente voluto e sostenuto dalla Fondazione Pescarabruzzo che ha ristrutturato l’edificio tutto vetri e acciaio e ha distribuito per i quattro piani, in tre sezioni, 350 opere della collezione permanente e molti prestiti di privati. Tra questi balza agli occhi un inedito ritratto su tavola (una vecchia anta di finestra) di Rita Fabiani, moglie di quel Giuseppe D’Emilio che fu tra i primi a esporre i lavori di un giovanissimo Pazienza nella galleria Convergenze. L’affascinante signora ha spaghetti al pomodoro al posto dei capelli e sfoggia ai lobi orecchini a cascata di plastica azzurra, tipici degli anni Settanta. «Andrea era ghiotto di pasta al sugo di vongole e aveva ribattezzato casa nostra Pensione da Rita perché, come studente fuorisede che alloggiava dai Gesuiti (fu proprio qui che conobbe Tanino Liberatore, ndr.), era invitato a pranzo e a cena. Gli volevamo bene», ricorda.

Poco più in là, un mirabolante autoritratto, decisamente ipnotico: «Avevo nove anni ed ero innamorata di Andrea. Questo quadro lo ha disegnato utilizzando un grande foglio rosa sul tavolo del nostro tinello. Lo guardavo rapita mentre facevo i compiti. Era un giovane adulto, coltissimo, capace di passare da un discorso all’altro. Indossava camicie di flanella oversize ma era chiaramente un Narciso», racconta Bianca Maria D’Emilio, figlia di Rita e Giuseppe.

A testimonianza dello spiccato narcisismo di Andrea Pazienza un’altra pescarese, Marisa Cardona Stella, che era titolare dell’omonima profumeria sul Corso Vittorio Emanuele, ricordava anni addietro: «Arrivava in negozio questo ragazzo alto, con tanti capelli, dal sorriso disarmante, educatissimo. Era appassionato di profumi e dopobarba ma allora non poteva permettersi di spendere molto. Così gli facevo grandi sconti e regalavo campioncini. Lui ricambiava la cortesia con disegni in cui si notava già la mano felice».

Sarà un caso ma il marito della signora Marisa, Francesco Stella, aveva lo stesso nome di uno dei personaggi più iconici che il disegnatore avrebbe creato: la prima avventura di Stella fu pubblicata nel 1979 sul numero 12 di “Cannibale”. Otto tavole strabordanti di colore - gli amati pennarelli - che narrano le vicende di un operaio napoletano in una fabbrica di salsa. Il suo sogno? Esportare pomodori pelati negli States. E qui ritorna l’ossessione per la pasta al sugo.

Nell’anno scolastico 1970-1971, Andrea Pazienza arriva al Liceo Artistico “Giuseppe Misticoni” di Pescara, sezione Accademia. «Un ragazzo dalle qualità indiscutibili, geniale, forse troppo sicuro di sé». Lo descrive così Albano Paolinelli, artista poliedrico, all’epoca giovane docente di discipline pittoriche dopo un’esperienza da scenografo a Roma. «Onnivoro, passava dai classici russi al Cabaret Voltaire, corteggiatissimo dalle ragazze, molto legato alla sua classe, figlio d’arte – il padre Enrico era un ottimo acquerellista – faceva caricature a tutti. Dal punto di vista tecnico aveva difficoltà a creare pieni e vuoti, riempiva i fogli all’inverosimile. Per questo lo rimproveravo spesso. Ed era guerra aperta. Altre volte ti costringeva per sfinimento a sperimentare tecniche filmiche e di animazione: in quel periodo producevo cinema d’artista e lui era molto interessato. Fu così che nacque un corto, “Narciso”, in cui Andrea oltre a realizzare i titoli di testa fu anche interprete. Un vero Narciso».

Tanti gli aneddoti goliardici legati ad Andrea Pazienza nel suo periodo pescarese: «Impilava gli sgabelli che usavamo per i cavalletti da disegno e si divertiva a fare il Condor. Zitto e muto», dice Nicoletta Di Gregorio, compagna di liceo, diventata poi editrice. Si diplomarono entrambi con il massimo dei voti. «Eravamo vicini di casa e andavamo a scuola in autobus.

A maggio, dopo le lezioni, si scappava al mare e, come tutti gli adolescenti della nostra generazione, dividevamo la stozza che consisteva in due panini, uno salato con carne o frittata, l’altro con la Nutella. Il suo cantante preferito? Fabrizio De André», ricorda.

Di recente, la poetessa Di Gregorio ha dedicato alcuni versi ad Andrea, indimenticato compagno di classe. L’Espresso li pubblica in anteprima: “Assecondo in un balzo il tuo essere Condor o Snoopy nella stanza di ornato condottiero giovane brandisci al vento un nero lapis e scudo fu il bianco foglio che attese il tuo gesto. Accompagnano i tuoi voli veri di fantasia anche ora che lo spazio e il tempo ti convergono nel tutto che resta che arresta il respiro e varca il sorriso del cuore”.

Estratto dell'articolo di Martina Pennisi per il “Corriere della Sera” il 30 maggio 2023.

Anna Premoli è tutta nella risposta che dà se le si chiede cosa si aspetti dalla versione cinematografica dei suoi libri: «Credo che abbiano in mente una cosa televisiva perché la casa di produzione ha scelto tre romanzi collegati l’uno all’altro. Ma sono molto realista: so come funziona dal punto di vista finanziario, anche piattaforme come Netflix e Amazon sono fortemente in perdita. Quando ti opzionano non è detto che poi realizzino qualcosa».

E se le domandi i tre titoli scorre la lista dei 18 libri che ha pubblicato dal 2013 con l’editore Newton Compton e, sorridendo, riconosce: «Non me li ricordo tutti: la linea editoriale è quella di usare termini ricorrenti, orecchiabili, facili da ricordare (variazioni sul tema “amore”, “innamorarsi”, “bacio”, ndr ). Sono scelte di marketing, alla fine hanno ragione loro: i libri li vendono». Vendono, sì: più di un milione di copie complessive nel caso di Premoli, economista prestata con successo alle commedie romantiche che torna oggi in libreria con In amore vince chi rischia .

Sembra più a suo agio con i numeri e i mercati che con le dichiarazioni d’amore.

«Il mio primo e principale lavoro è di responsabile investimenti di una holding di partecipazioni. Per 15 anni, prima di passare dall’altra parte, ho lavorato in banca. La scrittura è arrivata come antistress, quando ero in gravidanza, nel 2009, e il medico mi faceva notare che avevo la pressione troppo alta. Era un periodo stressante a causa della situazione delle banche in America e il post Lehman Brothers: “Si trovi un hobby che non le faccia pensare al lavoro”, mi ripeteva».

Altro che hobby, pubblica con un ritmo impressionante.

«Esco con un nuovo libro più o meno ogni sei-nove mesi. Ho pochissimo tempo per scrivere, in realtà. Lo faccio dopo la mia giornata lavorativa, dalle 18 in poi, e questo per assurdo mi aiuta a concentrarmi. Non so se sarei così efficiente con più tempo a disposizione. Poi, certo, ci riesco perché scrivo cose leggere». 

Ha iniziato con il self publishing che le ha garantito notorietà online.

«È stato mio marito: è un ingegnere informatico e quando gli ho fatto leggere il primo romanzo che ho scritto per diletto lo ha corretto, editato e pubblicato sulla piattaforma Narcissus. Dopo due o tre mesi avevo venduto 10 mila copie a 0,99 euro: un successo. La Newton Compton mi ha notata così, anche perché nel 2012 non c’erano così tanti libri rosa italiani autopubblicati». 

[…]

Mi permetta, le sue protagoniste sembrano chiedersi se meritano davvero le attenzioni del bellone di turno.

«No, come le donne che conosco e vedo intorno a me hanno magari posizioni di carriera importanti, siedono nei consigli di amministrazione e non hanno tutta questa voglia di buttarsi a capofitto in una storia d’amore e farsi sconvolgere la vita. Cerco di raccontare la verità, e nelle grandi città la verità spesso è questa: per gli uomini invece è più facile lasciarsi andare».

[…] 

Hai mai pensato di raccontare la storia di una coppia omosessuale?

«Mi piacerebbe moltissimo, ma ho sempre avuto il timore di non riuscire a farlo in maniera efficace e di banalizzare la cosa. Arriverà il momento».

[…]

Anna Premoli non è il suo vero nome.

«Non è neanche del tutto inventato: Premoli è il cognome di mio marito e il mio nome è Ana, con una sola “n”, perché sono nata in Croazia. All’inizio l’ho adottato perché volevo tenere separati gli ambiti, sul lavoro ormai lo sanno tutti, non è una cosa che nascondo. Una volta è venuto a pranzo da noi Giovanni Tamburi (il presidente di Tamburi Investment Partners, ndr ) che aveva appena pubblicato un libro sulle valutazioni aziendali e lo stava regalando a tutti. Gli ho detto “dottore facciamo uno scambio” e gli ho dato uno dei miei libri consigliandogli di passarlo alla moglie, la dottoressa Gritti, che siede nel cda di Oviesse».

Teme l’Intelligenza artificiale?

«Prima o poi impatterà l’ambito della scrittura creativa: è difficile prevedere i tempi. Sarà una sfida per noi, anche se sono convinta che le macchine non avranno mai quel quid di originalità».

E come Ernaux: la Nobel Annie una ‘minaccia’ per la borghesia? «Da che ho vinto dicono orrori su di me. Forse scrivo cose inaccettabili...». Stefano Montefiori su Il Corriere della Sera il 4 Gennaio 2023.

La scrittrice a 7: «Il mio approccio è minaccioso per la borghesia: non credono abbia il diritto di parlare del mio corpo e del mio mondo. Gli attacchi sono violenti, molto violenti». Ma ci sono anche «persone che mi scrivono e mi riempiono di complimenti»

Annie Duchesne Ernaux è nata a Lillebonne, in Normandia, il 1°settembre 1940: i genitori avevano un bar-drogheria. Con il suo quarto romanzo, «Il posto», ha vinto il premio Renaudot nel 1984. Quest’anno ha vinto il premio Nobel per la letteratura

Questa intervista del corrispondente del Corriere da Parigi, Stefano Montefiori, alla Premio Nobel Annie Ernaux, pubblicata su 7 in edicola il 30 dicembre, fa parte del numero speciale che il magazine del Corriere ha dedicato all’anno appena trascorso, con una carrellata di personaggi e storie - dalla A di Amini alla Z di Zelensky - che raccontano, con un alfabeto di persone e parole, eventi e protagonisti del 2022. La proponiamo online per i lettori di Corriere.it

Il 7 dicembre, a Stoccolma, Annie Ernaux ha pronunciato il discorso di accettazione del premio Nobel. Ha cominciato raccontando come lo aveva scritto, quel discorso: la pagina bianca, la ricerca di una frase iniziale. «Questa frase non ho bisogno di cercarla lontano. Emerge da sé. In tutta la sua nettezza, la sua violenza. Lapidaria. Inoppugnabile. È stata scritta sessant’anni fa nel mio diario personale: scriverò per vendicare la mia razza». È una citazione di Rimbaud («Sono di razza inferiore dall’eternità») e rappresenta la riaffermazione dell’identità di Annie Ernaux come transfuga di classe: «Avevo ventidue anni. Studiavo lettere in un’università di provincia, tra ragazze e ragazzi provenienti nella maggior parte dei casi dalla borghesia locale. Io pensavo, orgogliosamente e ingenuamente, che scrivere dei libri, diventare scrittrice venendo da una stirpe di contadini senza terra, operai e piccoli commercianti, di persone disprezzate per le loro maniere, il loro accento, la loro mancanza di cultura, sarebbe bastato a riparare l’ingiustizia sociale della nascita».

Finkielkraut, il più feroce dei suoi accusatori

A giudicare dalle reazioni in Francia, in effetti, diventare scrittrice fino a vincere il Nobel per la letteratura non è bastato. I Nobel francesi degli ultimi anni, Patrick Modiano e Jean-Marie Le Clézio, sono stati accolti come un motivo di orgoglio nazionale. Annie Ernaux è stata quasi travolta dall’affetto, ma anche bersaglio di critiche durissime e sprezzanti: secondo Alain Finkielkraut, il più feroce dei suoi molti accusatori, ha ricevuto «il premio Nobel dell’ideologia, non della letteratura». Non le perdonano di essere impegnata a sinistra, di difendere le donne e le persone in difficoltà e proprio quell’espressione così importante per lei, «vendi care la mia razza». È così che la scrittrice 82enne comincia la conversazione con 7 parlando degli attacchi prima e dopo il Nobel, e di come non sia affatto scoraggiata, anzi.

Signora Ernaux, è cambiata la sua vita dopo avere vinto il Nobel per la Letteratura?

«La mia vita è un po’ cambiata, certo, per forza. Intanto in bene, perché ricevo molte più richieste e domande che in passato, da persone che mi scrivono e mi riempiono di complimenti, felici per il mio premio. Faccio tutto da sola, non ho una segretaria o figure del genere, il risultato è che per rispondere a tutti non ho più tempo per me. E poi ci sono gli attacchi. Violenti, molto violenti».

Come se li spiega?

«Vengo criticata da quando pubblico i miei libri, dall’inizio della mia carriera. L’unico momento di pace è stato quando ho scritto Gli anni (edito in Italia da L’Orma, come gli altri suoi romanzi, ndr), ma è stata una fase provvisoria perché poi gli attacchi sono ricominciati subito».

Non le perdonano lo stile letterario o l’impegno politico?

«Credo che il mio sguardo sul mondo sia molto fastidioso per alcuni, per le persone di potere, per la borghesia. È questo. Vedono nel mio lavoro una minaccia per loro. Mentre quando scrivo io faccio semplicemente un lavoro di ricerca della verità, della realtà, ma questo per loro è insopportabile».

I suoi lettori la amano da molti anni, ma adesso il Nobel le dà una consacrazione, una dimensione globale.

«E infatti alcuni dicono che non avrei dovuto averlo, che non sono titolata per un premio così importante, che non ho la legittimità per riceverlo. Perché in quanto donna, in quanto transfuga di classe, ho scritto cose per loro inaccettabili».

La questione della legittimità è centrale nella sua opera e nel suo percorso. Se l’è posta lei, figlia di un modesto droghiere, quando ha cominciato a scrivere?

«Me la sono posta ma proprio pensando che tutti avessero il diritto di scrivere. Per questo ho cominciato a farlo io stessa, e per questo ho continuato nonostante un’accoglienza iniziale piuttosto fredda».

Sostenere che tutti, anche chi non proviene da colte famiglie borghesi, abbiano la legittimità per scrivere è stato dirompente come l’idea che le donne abbiano diritto alla sessualità, o a gestire il proprio corpo, difendendo l’interruzione volontaria di gravidanza.

«Fa parte dello stesso approccio, che è minaccioso per la borghesia. Avere il diritto di scrivere sul proprio corpo, e sul mondo dal quale si proviene».

Perché Gli anni, scritto nel 2008, ha raccolto una rara unanimità?

«Forse perché aveva qualcosa che toccava tutti, in fondo parlava della nostra storia comune. Ma poi anche quel libro è stato usato per andare a cercare frasi in difesa degli scioperi, o degli immigrati, per poi dire orrori su di me».

Lei come reagisce?

«In primo luogo, per chi si prende questa gente che osa dire a me che cosa posso o non posso scrivere, e in che modo? Poi, che questa gente si rivela per quel che è, vendicativa, antifemminista e reazionaria».

I suoi libri sono tradotti in 37 lingue. Pensa di essere letta e capita allo stesso modo in tutti i Paesi?

«Sì, credo che non ci siano grosse differenze tra la Francia e il resto del mondo, se togliamo le basse critiche che mi accompagnano in Francia».

Che cosa ha voluto dire con il discorso di Stoccolma?

«Ho voluto soprattutto spiegare da dove viene la mia scrittura, e che cosa rappresenta. Tutto qua».

C’è anche un passaggio preoccupato sull’avanzata dell’estrema destra nel mondo. Perché succede, secondo lei?

«Le ragioni possono essere tante ma a mio avviso le più importanti sono il liberalismo economico e la globalizzazione, due fenomeni legati. Tanti cittadini hanno l’impressione di non avere più alcun controllo sulle loro vite. E paradossalmente, invece di cercare di riprendere possesso del loro destino, lo affidano a movimenti e a leader politici che promettono un avvenire migliore, a condizione di sbattere fuori gli immigrati».

Come descriverebbe quindi il rapporto tra l’opera letteraria e l’impegno politico?

«Non c’è un rapporto diretto, quando mi metto a scrivere non solo la donna che vota Jean-Luc Mélenchon, la mia è innanzitutto una ricerca di verità. C’è in effetti una concordanza tra quel che scrivo e il mio impegno politico, ma rispetto alla scrittura l’impegno politico sarà sempre una questione laterale. C’è poi una necessità di semplificazione nella politica, perché la politica è azione e l’azione reclama semplicità. Si è per la pensione a 65 anni o a 60? La politica richiede di scegliere rapidamente, la scrittura affonda nella memoria e nella complessità».

I suoi libri non sono certo comizi. Un romanzo come L’evento, però, adattato al cinema nel film che ha vinto Il Leone di Venezia nel 2021, ha un valore politico enorme, oggi che il diritto all’aborto viene rimesso in discussione in tante parti del mondo.

«Assolutamente sì. Ma quando l’ho scritto, alla fine del XX secolo, era davvero per un dovere di memoria. Volevo ritrovare, attraverso la scrittura, quel che avevo vissuto. All’epoca non avrei mai immaginato che l’interruzione volontaria di gravidanza tornasse oggetto di discussione in Paesi che l’avevano ormai legalizzata».

A proposito di dovere di memoria, lei sta tenendo un diario intimo che sarà pubblicato dopo la sua morte. Perché?

«La vita scorre velocemente. I giorni passano e scrivere è un modo per salvare qualcosa. Mi sono accorta, soprattutto negli ultimi dieci anni, che l’oblio avvolge tutto. Scrivere, annotare, è un modo per fissare tante cose che altrimenti andrebbero perdute».

In questi giorni assistiamo alla rivolta delle donne e degli uomini in Iran, e la scintilla è la stata la morte di una ragazza picchiata dalle guardie perché portava il velo in modo non corretto. Lei in Francia da femminista difende il diritto delle donne di portare il velo, ma per toglierselo le donne iraniane muoiono. È una questione che divide molto, soprattutto, a sinistra. Lei come spiega la sua posizione?

«Quel che sta accadendo in Iran è tragico e formidabile, anche perché molti uomini si sono uniti alla lotta delle donne contro l’obbligo di portare il velo. La rivolta iraniana è terribile e per certi versi anche rassicurante, perché mostra che non si può mai, mai, opprimere in modo definitivo, il desiderio di libertà non è cancellabile e la repressione non può durare all’infinito quindi sono convinta che il regime al potere a Teheran sparirà un giorno. In Francia la situazione è completamente diversa, non c’è l’obbligo di portare il velo ma qualcuno vorrebbe introdurre l’obbligo di non portarlo. Io invece penso che ogni donna dovrebbe essere lasciata libera di scegliere, e di fare come vuole».

L’obiezione a questo argomento è che le donne che si mettono il velo in Francia spesso non lo fanno in virtù di una loro libera scelta, ma costrette dal marito, dal padre o dal fratello maggiore.

«Lo capisco ma il contesto è quello di una religione musulmana largamente stigmatizzata. Chi stabilisce che una donna in Francia porta il velo perché costretta? Bisognerebbe provarlo, caso per caso. Penso che la difesa della laicità non debba diventare uno strumento di persecuzione».

Nel documentario Gli anni super 8, appena uscito, sono raccolti i filmini di famiglia della sua vita, e quindi un po’ della nostra, negli Anni 60. Montare quelle pellicole risponde alla stessa esigenza di memoria?

«Sì, con in più il fatto che all’epoca si trattava di una novità tecnologica assoluta».

La vediamo in effetti alle prese con l’imbarazzo di essere filmata.

«Certo, dobbiamo immaginare un’epoca in cui non si era abituati a vedersi camminare, muoversi, vivere. Era qualcosa di davvero straordinario, e ho mantenuto questo imbarazzo, questa rigidità a lungo. Mio marito filmava la vita di famiglia e io non sapevo che fare».

Oggi con gli smartphone viviamo in un altro universo. Che cosa pensa dell’abitudine contemporanea di filmare e filmarsi in continuazione?

«Oggi esiste un’immagine di sé che prima non avevamo. Esistiamo due volte, nella realtà e nello smartphone. Forse amiamo di più noi stessi, il che non significa per forza maggiore narcisismo. Può essere anche unmodo per banalizzare la propria immagine, abituarsi al proprio fisico. Quando ero giovane non sopportavo di incrociare il mio riflesso in una vetrina o nello specchio di un grande magazzino. Ci si vedeva nello sguardo degli altri, non avevamo uno sguardo proprio su noi stessi. Credo che lo smartphone sia un’invenzione paragonabile a quella dello specchio. Una rivoluzione».

Luca Beatrice per “Libero quotidiano” il 29 Dicembre 2022.

Pur saldamente ancorato a tematiche novecentesche, Anselm Kiefer è senza dubbio l'artista vivente più importante. Non c'è truffa, non c'è inganno, nessun bisogno di rivolgersi a spericolate sovrastrutture e retropensieri: l'arte in Kiefer è tutto ciò che si vede e ce n'è abbastanza per parlarne da decenni, mai con il tono provocatorio o giullaresco del trickster prefabbricato per il sistema ma con una sostanza culturale e una preparazione filosofica che ha pochi eguali. 

Nonostante sia un tipo difficile con cui parlare -l'interlocutore deve prepararsi bene al confronto- Kiefer ha rilasciato parecchie interviste raccolte nel volume Paesaggi celesti (Il Saggiatore, 32) e comprese tra il 1990, anno in cui realizzò la prima grande mostra alla Neue Galerie nella Berlino liberata e il 2019, da un'idea di Germano Celant, scomparso nel 2020. 

Ne esce un ritratto complesso, articolato, non senza ambiguità che è quello che ci piace di più perché l'arte come sistema unilaterale è quanto di più prevedibile ci sia. Non ha mezzi termini Kiefer, per esempio, nei confronti del minimalismo e del concettuale che «si sono trasformati ben presto in design perché in realtà non erano mai stati nuovi orientamenti artistici, bensì la semplice reazione a un disagio», ovvero la fine dell'espressionismo astratto. 

Nato in una città della Foresta Nera nel 1945 Anselm Kiefer non ha ricordi diretti della guerra ma la guerra, con le sue macerie ne ha condizionato l'infanzia e infatti nelle sue opere compare spesso la polvere. 

Quando cominciò a lavorare, alla fine degli anni '60, fecero molto discutere le fotografie dove faceva il saluto nazista di fronte alle rovine. «Ho sentito il bisogno di risvegliare i ricordi, non di cambiare la politica, ma di cambiare me stesso». Indispensabile l'uso dell'ironia perché «ciò che diciamo è sempre un po' ridicolo. Coloro che usano le parole senza ironia sono fanatici, non esseri umani completi. Bisogna sempre essere pronti a ridere, perché tutto è ridicolo. Diffido della fede e di ogni dogma». 

In alcuni giganteschi quadri Kiefer ha rievocato l'architettura di Albert Speer e qualcuno ci ha provato a insinuarne una lettura maliziosa. Pur apprezzando il genio dell'architetto di Hitler -unica espressione passabile dell'estetica nazista rispetto a pittura e scultura- l'artista dice che «bisogna conservare le tracce fisiche così come sono, ma trasformandole nella nostra mente. C'è questo lato sinistro della storia».

«Ci sono molti artisti che finiscono nei guai lungo la strada verso il paradiso, e anche filosofi: Marx, Hegel, Mao (altrove definisce terrorismo il progetto della rivoluzione culturale), Wagner». In quanto a Joseph Beuys, suo maestro a Dusseldorf, ne parla con una certa distanza soprattutto sul significato della parola spirituale, che Kiefer rifugge perché troppo vicino a un'interpretazione new age. Polemico quando spiega, «il Beuys di cui lei parla rispecchia in realtà solo la sua ideologia verde... io ero sì allievo di Beuys, ma non ero mai presente in classe. Stavo sempre nel bosco e lavoravo».

Critico con i movimenti studenteschi, consapevole delle controversie iniziali intorno alla sua opera soprattutto in Germania -e a un certo punto si trasferisce a Barjac nel sud della Francia- amante dell'Italia e in particolare di Napoli, «a renderla interessante sono la vicinanza al Vesuvio e la sua minaccia. Ogni momento potrebbe essere l'ultimo», dove ha sede Lia Rumma la galleria che lo rappresenta nel nostro paese, Kiefer ha realizzato una delle opere simbolo per l'ingresso nel nuovo millennio, i Sette Palazzi Celesti allestiti in permanenza all'Hangar Bicocca di Milano dove dietro ai più ovvi rimandi alla tragedia delle Torri Gemelle c'è anche un aspetto biografico «perché quando ero piccolo non avevo giocattoli. L'unica cosa che avevo era una grande rovina vicino a casa nostra, giocavo con i mattoni e costruivo case».

Basterebbero queste parole, ma il libro è gustoso, pieno di rimandi, autoritratto di una persona coltissima e consapevole delle proprie scelte, per leggere Anselm Kiefer come la più grande strepitosa eccezione nell'arte contemporanea. Antropocentrista ai limiti del superomismo, decadente, convinto del primato culturale dell'occidente pur nella sua decadenza, romantico. Difficile pretendere di più

Vota Antonio (Delfini) conservatore e comunista. Lo scrittore di Modena, nel 1951, si scatena e stende il programma di un partito che ribalta lo scenario. Alessandro Gnocchi su Il Giornale il 3 Gennaio 2023

Solo Antonio Delfini (1907-1963), il geniale scrittore di Modena, ingiustamente trascurato dalla critica e maltrattato dalla editoria, poteva consegnare alle stampe Il Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia (un titolo, un ossimoro). Finalmente Garzanti ristampa l'antologia di pezzi brevi che Cesare Garboli mise insieme, con qualche incertezza filologica, purtroppo rimasta anche in questa edizione. Minuzie, tutto sommato, che non impediscono al lettore neofita la gioia della scoperta di un grande autore. Delfini, e si capisce anche dal Manifesto, occupa una posizione tutta sua nella letteratura italiana. I suoi racconti, sospesi tra sogno e satira, sono tra i più belli del Novecento. Sono da leggere sia quelli inclusi nel Ricordo della Basca (Einaudi) ma anche quelli, più tardi, di Misa Bovetti (Scheiwiller), una esilarante cavalcata tra le ipocrisie italiane. Riciclati, faccendieri, ignoranti con la laurea, industriali orrendi, c'è di tutto. I suoi Diari (Einaudi, il titolo è errato, Quaderni è quello corretto) sono forse la migliore, e più divertente, descrizione dell'opportunismo degli intellettuali, lesti, alla caduta del Fascismo, nell'imboscarsi o nel cambiare casacca, per restare sempre al potere, con ritratti esilaranti di Eugenio Scalfari, Gian Carlo Fusco, Mario Pannunzio e tutto il giro delle Giubbe rosse, il famoso caffè fiorentino. Le sue poesie, fortemente volute da Giorgio Bassani, che le fece pubblicare da Feltrinelli, sono travolgenti e anche un esempio di rima petrosa, dantesca, in pieno Novecento. Non a caso, Delfini si definiva l'antipetrarca. Le Poesie della fine del mondo, scritte in seguito a una delusione amorosa, sono un concentrato irresistibile di cinismo, cattiveria e umorismo. Ci van di mezzo tutti, potenti, meno potenti, politici, scrittori e naturalmente il grande rovello di Delfini: le donne. Se la prosa guarda più alla Francia che all'Italia, la poesia guarda negli occhi il Duecento e il Trecento, Guido Cavalcanti e Dante in testa.

Il Manifesto per un partito conservatore e comunista e altri scritti (a cura di Cesare Garboli, Garzanti, pagg. 314, euro 20) è un'antologia di scritti sulla Seconda guerra mondiale, l'antifascismo immaginario di molti fascisti della prima e della penultima ora, il «disumanesimo» italiano, ovvero il disprezzo dei governanti per i governati, la mancanza di una cultura liberale, per cui nel nostro Paese si può scegliere al massimo tra il Dirigismo liberista e il Liberismo dirigista. Alcuni articoli sono tratti da riviste che Delfini scriveva e stampava a sue spese. Le vendeva per le strade di Modena.

Il piatto forte è il breve ma interessante Manifesto. Il tono è insolitamente serio. A temperarlo con una dose di ironia ci pensa la nota finale che spiega le circostanze in cui nacque. Nel marzo 1951 «il signor G. P.» si presenta a Viareggio (totalmente squattrinato) con l'idea di fondare una rivista e chiedere lumi a Delfini. Lo scrittore accetta: «Vivo dalla guerra in qua abbandonato dai miei vecchi amici che dirigono tutti grandi giornali per arricchire i neo-miliardari ed è logico che rimanessi tanto emozionato da non sapere in principio quali pesci pigliare per stendere il progetto di un giornale che avrebbe dovuto schiacciare tutti gli altri pettegoli ebdomadari della Repubblica». Il Manifesto è il frutto di questo lavoro. La rivista, naturalmente, finisce ancora prima di cominciare. Morale: «Sappia ognuno che se questo partito nascerà, il Manifesto che l'ha fatto nascere è nato per puro caso, forse per miracolo. Io l'ho pensato, ma perché non mi riusciva di concretare il programma di una rivista. G. P. voleva in definitiva sbarcare soltanto il lunario, e si è trovato a essere il secondo autore del Manifesto». In Scritti servili, Cesare Garboli rivela l'identità di questo anonimo estensore: Giuseppe Paganelli, nato a Cattolica, in Romagna, nel 1893. Amante di una nipote di Mussolini, passò guai per antifascismo ma riuscì sempre a cavarsela per il rotto della cuffia. Noto come «scroccone di genio» ad altri scrittori, ad esempio Alberto Moravia, Paganelli era alla costante ricerca di soldi.

Cosa c'è nel Manifesto? I partiti del dopoguerra «hanno serbato i caratteri dei prodotti importati» e non colgono l'identità del Paese, intessuta di cattolicesimo, civiltà contadina e forti autonomie locali. L'unità d'Italia, tanto cara ai comunisti, è un «falso» imposto dal Risorgimento e rilanciato dal fascismo. Delfini propone di invertire i termini della politica economica italiana: dirigismo «di tipo sovietico» nella gestione del grande capitale, liberalizzazione del commercio, conservatorismo nella proprietà terriera. L'ultimo punto chiarisce subito come questo documento sia radicato nella biografia di Delfini, possidente terriero dalle rendite sempre meno ampie, taglieggiato dalle banche, minacciato dai capitalisti che vorrebbero comprare i suoi campi per un piatto di lenticchie. Questo macroscopico conflitto d'interessi non è però sufficiente a retrocedere il Manifesto a una bizzarria dettata dal risentimento. Stampato nel 1951 da Guanda, la casa editrice dell'amico Ugo Guandalini, il Manifesto porta alle estreme conseguenze la polemica contro il grande capitale alleato della politica per spogliare lo Stato e i cittadini di ogni ricchezza. Meglio che le industrie siano gestite dagli operai in accordo con i padroni, espropriati ma non completamente. È un tipo di collettivismo dal forte sapore corporativistico più che socialista.

La proprietà terriera tutela la durata delle famiglie; riduce le invidie perché chi possiede, «possiede cristianamente»; esclude la speculazione e l'investimento ad alto interesse; crea una classe dirigente responsabile. Per questo si possono trovare correttivi al fine di ridurre la presenza di latifondi troppo estesi ma senza stravolgere una realtà secolare.

Altra cosa è l'industria. I capitalisti hanno passato il segno. Gli affaristi (industriali, feudatari del commercio, ministri ladri e anti-italiani) vogliono «ridurre gli uomini allo stato di servi cui non solo è negato vedere i loro padroni, ma anche conoscerne i nomi». L'investimento «a rendita ultra capitalizzabile con seconda rendita all'infinito» è immorale e fonte di miseria generale. Per questo Delfini, in un crescendo di provvedimenti iperbolici, propone: schedatura dei monopolisti; proscrizione degli affaristi; gestione operaia delle grandi industrie: il padrone potrà restare «con un suo impiego, e anche con una sua caratura che nell'insieme non dovranno mai fruttargli un reddito superiore a quanto renderebbe un patrimonio del valore di un milione di franchi oro 1914» (mezzo milione di dollari del 1951).

Quale cornice istituzionale riesce gradita al Partito conservatore e comunista? Lo Statuto albertino adattato «con i debiti accorgimenti al regime repubblicano». L'odierna Costituzione, lungi dall'essere la più bella del mondo, «non ha un articolo che non sia pura e semplice chiacchiera».

Secondo Delfini, è folle negare la verità: «L'Italia ha una nascosta memoria di ciò che essa era prima del 1859, prima cioè che una sorta d'arbitrio giacobino sostituisse agli storici Stati le burocratiche, numerose, ingombranti provincie». Delfini vuole concedere un'ampia autonomia agli Stati pre-unitari. Ogni Stato avrà un suo governatore assistito da una consulta formata da quattro senatori, dai deputati del territorio e da un'ampia rappresentanza della società civile. Delfini chiede anche che il Senato nazionale sia una camera rappresentativa degli Stati autonomi.

Il sistema giudiziario e quello bancario andranno rivisti in profondità. Nei tribunali, ad esempio, andranno abolite le incompetenti giurie popolari fatta eccezione per qualche caso particolare. Le banche invece dovranno tornare alla loro antica funzione (prestare soldi a tassi d'interesse onesti) ponendosi al servizio di salariati, piccoli proprietari e veri imprenditori bisognosi di essere finanziati.

Secondo il Manifesto, decoro e stile non sono secondari: «Tutta la storia italiana non è che lo sforzo di preservare un innato decoro e uno stile di vita associata articolato secondo misure che la stessa formazione geografica e storica della nostra penisola suggerisce, dalle sempre minacciose sovrastrutture barocche e dalle sempre ricorrenti cadute della dignità». Un'intera civiltà dunque è in pericolo.

In tutto questo c'è profonda contraddizione? Ma certo! Scrive Delfini in conclusione: «Non vorremmo sembrare immodesti e perciò non faremo esempi, ma i più efficaci fra i moti della storia umana sono nati da una aporìa della logica e da un'incongruenza del sentimento: più sterili rimasero e rimangono sistemi meglio congegnati e messaggi tutti didascalici e risolutivi».

Il Manifesto, in sostanza, passò inosservato anche se colpì molto almeno un lettore d'eccezione: Pier Paolo Pasolini. Ma questa è un'altra storia.

Estratto dell'articolo di Nicoletta Martelletto per il Giornale di Vicenza il 10 luglio 2023.

Ha inaugurato una nuova mostra, "Bilico", a Ginevra alla galleria Gowen contemporary e analogamente ha aperto con le sue opere la nuova Raize gallery a Venezia. La sua arte è eclettica e spietata. Prende forma in missili da giardino, fucili militari decorati come accessori di lusso da sfilata, zerbini antinucleari, bocce di vetro che contengono le reliquie della sua raccolta di bibliofilo. 

Nel 1996 realizza il videogame “Italiani Brava Gente”, in cui stigmatizza il razzismo contro i migranti albanesi. I suoi lavori sono in permanenza al Mart di Rovereto, all’Elgiz Museum di Istanbul, alla Bibliotèque Nationale di Parigi, al Mudac di Losanna, al Baltic di Newcastle, alla Kunsthalle di Vienna. Antonio Riello, classe 1958, ha estimatori dovunque. 

Facciamo un veloce riassunto biografico.

Nato sotto il segno del Leone a Marostica, ho studiato al liceo scientifico a Bassano, di cui mi porto una impronta scientifica condita di latino. Poi università a Padova, laurea in Chimica e tecnologia farmaceutica, semplicemente perché mio padre era farmacista. Ho finito bene e in fretta, volevo liberarmi di questo pensiero. Ho lavorato un po’ in farmacia, mi guardavo intorno e sono volato negli Usa dove l’arte era un gioco spontaneo. Nel 1993 ho avuto una borsa di studio dalla Fondazione Pollock-Krasner.

Qualcosa da ragazzo era stato decisivo?

Leggere un diario di viaggio di Paul Klee in Tunisia. Mi catturò tutto: luci, colori, racconto. Dovevo incontrare qualcosa, è stato un libro. Mi sono detto: «Da grande mi piacerebbe essere come lui». Avevo circa 18 anni. Era deciso, volevo fare l’artista. 

Quando ha maturato uno stile, ammesso che se lo riconosca?

Nel senso visibile e tradizionale potrei dire sì e anche no. Un palato sofisticato che conosce il mio lavoro lo identifica anche in espressioni diverse, ma non è detto che accada. Dal punto di vista formale sono uno che si annoia facilmente e voglio provare tecniche, materiali, situazioni diverse. Mi sono misurato con vetro, ceramica, pittura, disegno: inseguo l’idea, dando un guscio fisico a qualcosa che la racchiude. Sono un domatore di idee selvatiche, le addomestico.

(...)

La prima mostra a quando risale?

Una piccola cosa casalinga, a Bassano nel 1991. Al tempo avevo fatto acrilici con paesaggi urbani sui generis, ma subito dopo iniziai a tormentare gli oggetti. Le reliquie fattoidi, ad esempio: falsi fatti così bene da poter essere scambiati con quelle vere. Il percorso è proseguito a Milano, una mostra al Museo di storia naturale, poi Washington, Firenze, sempre dentro i musei che per me sono luoghi speciali dove d’intesa con i direttori mescolavo i reperti falsi a quelli autentici. La garanzia della verità era data dal tempio museale, io ero un disturbatore. 

È vero che sceglieva lei i luoghi dove proporsi?

Metà e metà, a volte mi chiamavano, a volte ero io a puntare su un museo con un progetto preciso. A Bassano nel 2018 ho mescolato Canova con opere mie, alla Biennale in Turchia ho fatto una mostra in un supermercato tra i carrelli, abbastanza divertente. 

Un’altra volta sono stato fermato dalla polizia a Colonia, tornando dalla fiera, perché avevo dei kalashnikov nel bagagliaio: mi hanno messo le manette, non parlavano inglese. Pensavano fossi un terrorista, li ho scongiurati di guardare il catalogo della fiera con le mie “armi”: ero famoso e si sono scusati. Abbiamo chiuso con la foto tutti insieme per il giornale della polizia. Restando agli aneddoti, a Basilea invece... Andavo dalla Svizzera alla Francia, con i miei lavori in auto. Alla dogana vengo bloccato: ero pieno di scatolette di carne per un lavoro sull’antropofagia.

Sull’etichetta speciale era scritto che era carne umana, ovviamente strabuzzano gli occhi, spiego che sono un artista ma non mi credono. Vogliono aprire le scatolette, dico che così mi rovinano l’opera, non c’è verso: aprono e dentro ci sono fagiolini lessati, chiamiamo il mio gallerista e li rassicura. Hanno voluto tenere una scatoletta per ricordo e ho dovuto rifarne alcune. 

L’arte è un mestiere, una passione, una emozione?

Credo sia in misura continuamente variabile un mix di tutte e tre la cose. Mestiere per ciò che riguarda le tecniche e l'esperienza: a volte perfino le necessità della committenza possono essere uno stimolo. È passione perché porta a sperimentare e reinventarsi. È emozione: bisogna saper condividere, artisticamente, le proprie emozioni.

La vita errante tra Veneto e a Londra, influisce su quello che lei crea, su come lo pensa?

Il Veneto è pieno di qualità umane e di concrete opportunità ma purtroppo manca di una grande città. Venezia è un caso a parte. Il mio bilancio non è tra Italia e Regno Unito ma tra una magnifica campagna-collina densamente urbanizzata con le sue tradizioni, e una realtà metropolitana complicata come Londra, che però funziona da acceleratore sociale e culturale. Ho messo assieme queste due dimensioni che, più o meno scomodamente, convivono. In fondo Inglesi e Veneti hanno diverse cose in comune: uno scetticismo di fondo che riguarda quasi tutto, accompagnato da una certa allergia per l'autoritarismo, insomma niente fanatismi; e un discreto rispetto per le istituzioni e direi anche una bizzarra vocazione per l'eccentricità. 

Frequenta gli artisti?

Sì, inaugurazioni, cene. Spesso vedo Langlands & Bell, Ergin Cavasouglu e David Rickard. Un paio di volte con l’americano Jeff Koons, per amicizie comuni. Ogni tanto incontro il violoncellista trevigiano Mario Brunello quando suona a Londra, è più facile che ci vediamo lì che in Veneto. 

Come si legge l’arte contemporanea in questa altalena di metropoli e collina di provincia?

Negli anni Ottanta c’era una sensibile differenza tra grande città e le nostre zone sul fronte dell’arte: oggi non la si avverte più, perché si viaggia molto, c’è internet, si moltiplicano le occasioni e il gap non esiste. Le cose succedono ovunque. Forse in Veneto non sappiamo raccontare bene le tante cose che accadono, c’è forse un problema irrisolto.

La collaborazione con il sito Dagospia?

È iniziata per caso nel 2012. Roberto d'Agostino, che conosco da decenni, mi dice: «Scrivimi qualcosa». E io: «Ma non so scrivere bene». La sua risposta: «Provaci». Da allora scrivo di arte & affini per Dagospia. La cosa interessante è l’eclettismo interclassista di chi legge. E' come i bar delle stazioni di servizio delle autostrade: si fermano tutti, proprio tutti (anche i detrattori). Per questo motivo quando si scrive di "fenomeni estetici" bisogna evitare il lessico un po' contorto dei critici d'Arte ed essere estremamente semplici e concisi. Senza ovviamente rinunciare alla "sostanza" e alla sincerità.

Artemisia Gentileschi, l'artista delle corti che nel '600 denunciò un abuso. Artemisia Gentileschi, fra le pittrici più famose del 1600, ha impressionato nobili e intellettuali del suo tempo. Vittima di una violenza sessuale, che allora significava la fine per una donna, non si fece fermare. Isabel Demetz il 13 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Artemisia, figlia d’arte

 La testimonianza sotto tortura

 Il periodo fiorentino e la rinascita

 I viaggi e l'attività sotto la corona inglese

Artemisia Gentileschi è fra le artiste più famose italiane: prima donna a essere ammessa all’Accademia delle arti di Firenze, amica dei geni illustri del primo ‘600, le sue opere contano tuttora fra le più importanti dell’eredità artistica italiana. Una figura inusuale per i suoi tempi, è stata comparata a pittori quali Michelangelo Merisi, meglio noto come il Caravaggio.

Artemisia, figlia d’arte

Artemisia Lomi Gentileschi è nata a Roma l’8 luglio 1593 da Orazio Gentileschi e Prudenzia di Ottaviano Montoni. La madre morì di parto nel 1605, quando Artemisia aveva solamente 12 anni, motivo per il quale, probabilmente, legò molto con il padre, un pittore di origini pisane, specializzato nella tecnica dell’affresco. È grazie a lui se la piccola Artemisia, che già in giovane età aveva dimostrato di possedere una spiccata dote artistica, era riuscita a coltivare il suo talento nello studio del padre.

Un episodio, però, segnerà la vita della giovane donna per sempre: nel 1611, a soli 18 anni, viene violentata da un amico del padre, un tale Agostino Tassi che frequentava abitualmente lo studio della famiglia Gentileschi, tanto da essere maestro di prospettiva di Artemisia. Tassi aveva approfittato di un momento in cui il genitore non era presente per abusare dell’allieva. Nei mesi successivi, per “alleviare” lo scandalo che ne sarebbe scaturito, l’uomo promise di sposare la ragazza. Questa però, nel 1612, scoprì che l’artista era già sposato e quindi il matrimonio riparatore tanto auspicato non si sarebbe mai potuto realizzare. La ragazza, appoggiata dalla famiglia, fece una cosa altamente inusuale per i tempi: sporse denuncia.

La testimonianza sotto tortura

Ai tempi, non esistendo il sistema giuridico odierno, il padre di Artemisia sporse denuncia dell’accaduto direttamente a papa Paolo V, che diede via al processo. Le varie udienze divennero presto un’atrocità per la donna: l’artista dovette passare per numerosi interrogatori e visite ginecologiche, anche tenute in sede del processo per provare l’azione violenta di Tassi.

Ma non bastava: per provare che stesse dicendo la verità, i giudici costrinsero Artemisia a testimoniare sotto tortura. La tecnica scelte fu quella della “sibilla” che prevedeva di avvolgere i pollici in una cordicella e stringerla fino a obbligare il testimone a confessare. Una tecnica del genere rischiava di distruggere le falangi della vittima e per Artemisia, che della pittura voleva fare la sua vita, questo sarebbe stato fatale. Ciononostante, la donna acconsentì di sottoporsi a questa tortura, continuando a confermare la sua versione dei fatti. Anzi, secondo alcuni documenti del tempo, mentre le stavano legando le dita, la donna avrebbe guardato Tassi negli occhi, dicendo: “Questo è l'anello che mi dai, e queste sono le promesse!”

Alla fine, i giudici condannarono Tassi a cinque anni di reclusione o, in alternativa, di allontanamento da Roma. Pena che però non scontò mai. Per riparare l’immagine della figlia, Orazio organizzò un matrimonio con un altro artista, Pierantonio Stiattesi, con cui Artemisia si trasferì a Firenze.

Il periodo fiorentino e la rinascita

Fu qui che la donna ebbe la possibilità di realizzarsi: venne introdotta, grazie a diverse conoscenze, alla corte medicea, dove si fece amici, tra l’altro, Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il giovane, nipote del famoso scultore. È stato anche grazie a lui che Artemisia venne ammessa all’Accademia delle arti del disegno, la prima donna a cui fu concesso.

Di spiccato intelletto e doti artistiche innegabili, si mormora che la sua pittura sia stata influenzata dal Caravaggio perché questo usava frequentare lo studio di suo padre. Le sue opere, effettivamente, riprendono quel chiaroscuro tipico dell’artista, mancato nel 1610, ma i temi riflettono la vita tormentata della donna: Susanna e i vecchioni e Il ratto di Lucrezia, figure vittime dei comportamenti degli uomini, ma anche Giuditta che decapita Oloferne, Giaele e Sisara, figure che invece si ribellano al loro destino.

Suzanne Valadon, storia e opere della musa-pittrice francese

I viaggi e l'attività sotto la corona inglese

Visto il periodo storico, non potevano ovviamente mancare soggetti religiosi, che la donna cercava però comunque, ove possibile, di dedicare alle figure femminili, come Maria Maddalena. Nel 1622 decise di tornare a Roma insieme alla famiglia. Da qui, otto anni dopo, si trasferì a Napoli, città che ritenne attraente per la vivacità dell’ambiente artistico e culturale. Vi fu una breve parentesi a Londra, presso la corte di Carlo I insieme al padre, che durò dal 1638 al 1642, anno della morte di Orazio.

Sulla morte di Artemisia vi sono diverse ipotesi, inizialmente risultava che fosse morta tra il 1652 e il 1653. Recenti scoperte dimostrano però come accettasse commissioni fino al 1654. Al momento la versione più appurata attribuisce la sua morte all’epidemia di peste che colpì Napoli nel 1656. L’artista venne sepolta presso la Chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini di Napoli, ma, dopo un ricollocamento dell’edificio, il suo sepolcro risulta perso.

La vita di Artemisia Gentileschi non risultò comunque delle più semplici: nonostante avesse goduto della protezione di diversi mecenati, la sua figura risultò spesso oggetto di critiche e prese in giro, specialmente dalla popolazione romana, che non dimenticò mai le vicende del 1611. Infatti risultano tramandati nel tempo diversi sonetti che prendono di mira l’artista.

Benedetta Cappa: l'artista (donna) che fece cambiare idea ai futuristi. "Voglio fare il pittore": Benedetta Cappa ha plasmato e diffuso i principi del movimento futurista. Non “la moglie di”, ma un’innovatrice e artista totale. Simona Losito il 17 Maggio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L’incontro con Marinetti

 Le opere con la sua inconfondibile firma

 Pioniera dell'aeropittura futurista

 Punto di riferimento per il futurismo

Se è vero che a partire dagli anni Venti del Novecento le donne hanno potuto affermarsi indipendentemente e senza il consenso di un uomo, Benedetta Cappa ne è una testimonianza. Nata a Roma nel 1897 da Innocenzo Cappa, ufficiale di carriera piemontese, e da Amalia Cipoffina, di confessione valdese, sin da bambina espresse una passione per l’arte. "Voglio fare il pittore, e non la pittrice come mia madre", aveva affermato una giovanissima Benedetta, pensando a un mestiere maschile e rivendicando una parità che non esisteva nell'ambito.

Benedetta, che si firmava solo con il nome femminile o più semplicemente Beny, divenne poi una pittrice, scrittrice, poetessa, moglie, madre, ma in particolar modo fu un punto di riferimento per il Futurismo. A essere rilevante è stato il suo atteggiamento professionale una volta entrata in contatto con il movimento.

Noi vogliamo glorificare le belle idee per cui si muore e il disprezzo per la donna”, scriveva Filippo Tommaso Marinetti nel primo Manifesto Futurista pubblicato su Le Figaro a Parigi nel 1909. Eppure quest’idea cambiò radicalmente e la colpa, o il merito, fu attribuito proprio a Benedetta Cappa, sua moglie. Le posizioni del leader del movimento infatti si ammorbidirono nell’arco di dieci anni e molti compagni futuristi avevano ricondotto il radicale cambiamento alla presenza della donna nella sua vita. Nonostante la personalità di quest'ultima sia rimasta in ombra rispetto a quella del leader del Futurismo, la sua figura è stata a suo tempo ammirata, corteggiata e una guida per i membri del movimento.

L’incontro con Marinetti

I due si erano incontrati per la prima volta nel 1918 nello studio di Giacomo Balla, dove Benedetta ebbe la sua prima formazione artistica: è qui che Marinetti rimase folgorato da lei, che successivamente entrò a far largamente parte della sua vita. Benedetta aveva vent’anni in meno, ma a conquistare Marinetti non fu la sua fresca bellezza, furono le sue parole pungenti e la capacità di sostenere una conversazione intellettuale con lui.

Successivamente al loro primo incontro, la Cappa fece recapitare un disegno al nuovo conosciuto, titolato Psicologia di 1 uomo. Era a metà tra l’ironia e lo sguardo severo verso il genere maschile: un cerchio centrale all’interno del quale una scritta, “vuoto”, da cui partono delle punte che formano una sorta di stella, collegate da alcune parole come sensualità, orgoglio, materialismo e ambizione. Ma, cosa più importante, è firmata “Benedetta fra le donne, parolibera futurista”. Il suo punto di vista, che affermò fermamente durante la sua carriera, voleva sottolineare gli interessi opportunistici della mente maschile e la lontananza dall’anima spirituale della donna. Nei suoi numerosi scritti infatti l’artista contestava l’egemonia maschile, sottolineando la spiritualità e la virilità della donna, creatrice nell’arte e madre in natura.

Nel 1920 Benedetta Cappa e Filippo Tommaso Marinetti si sposarono: da questo momento in poi è possibile rilevare la firma di Benedetta sotto molti manifesti futuristi, conferendo al movimento una più incisiva sfera emozionale. Ne Lo splendore geometrico e meccanico e la sensibilità numerica si leggeva: “Dal caos delle nove sensibilità contraddittorie, nasce oggi una nuova bellezza che, noi Futuristi, sostituiremo alla prima, e che io chiamo Splendore geometrico e meccanico”. Era il Manifesto della sensibilità futurista che apparve sulla rivista Lacerba e quella sensibilità di cui si parlava era proprio il frutto del lessico utilizzato dalla Cappa. Quest’ultimo manifesto è importante poiché al suo interno può essere rintracciata la definizione dell’atteggiamento del pittore futurista: deve essere indipendente dalla tradizione e affidarsi alla creatività.

I due ebbero poi tre figlie a cui attribuirono dei nomi “futuristi”: Vittoria, Ala e Luce. “Non so se mia madre sia stata più una letterata o un’artista […] l’amore per la pittura era cominciato per lei intorno ai vent’anni. Un giorno passeggiando per Villa Borghese aveva incontrato Balla. Lui, col suo cavalletto, stava studiando le rifrazioni della luce fra gli alberi […]. Si misero a parlare e Balla la invitò al suo studio. Lei andò e divenne sua allieva”. Così la raccontava sua figlia, Ala Marinetti, su L’Espresso nel 1998.

Le opere con la sua inconfondibile firma

Una delle caratteristiche di Benedetta Cappa era la sua firma: utilizzava sempre e solo il suo nome di battesimo per evitare che la sua identità pubblica potesse essere vista in riferimento alle figure maschili della sua vita, nonché suo padre e suo marito. Nelle sue pubblicazioni, come Progetto futurista di reclutamento per la prossima guerra, un lavoro in cui propose di invertire l’età nella leva militare e quindi partire dai più anziani, si nota una certa distanza dai suoi colleghi futuristi. Benedetta Cappa tentava infatti di argomentare le proprie idee, proponendo motivazioni sensate a livello sociale e soluzioni pragmatiche.

Nelle sue prime opere era possibile notare un legame stilistico con il suo maestro, Balla, ma in seguito il suo linguaggio divenne sempre più autonomo e personale. Una delle sue opere più famose, esposta in occasione dell’inaugurazione del Palazzo delle Poste a Palermo nel 1934, è composta da 5 dipinti enormi raffiguranti Le comunicazioni terrestri, marine, aeree, telegrafiche, radiofoniche. Qui si vedono delle auto che si muovono verso l’alto, metafora del potere intellettuale dell’essere umano e della sua capacità di invenzione. Benedetta utilizzava colori tenui e attraversano tonalità di azzurro, verde e giallo, i colori con cui la Cappa ha comunicato la sua personale visione attraverso un linguaggio complesso come quello futurista. In prima battuta, aveva sperimentato la rappresentazione del dinamismo della natura e delle persone, per poi giungere ad una versione più “monumentale” dell’avanguardia.

Il talento di Benedetta era ormai indiscusso e lo stesso Marinetti alla vista dei pannelli ammise “ammiro il genio di Benedetta mia eguale e non discepola”. Nelle sue opere raggiunse effetti surrealisti, come lei stessa affermava: “La mia arte pur partendo dalla realtà non è mai verista e se ne allontana in uno sforzo di sintesi, di astrazione e di fantasia”.

Pioniera dell'aeropittura futurista

L’interesse per l’aeropittura, di cui la Cappa firmò il manifesto negli anni Trenta, è presente in diverse opere. Le immagini prodotte dell’artista erano frutto della sua fantasia, di cui i viaggi in aereo erano solo un punto di partenza. Con suo marito infatti la Cappa viaggiò molto e proprio quel vissuto divenne oggetto di molte opere che raccontano le sue esperienze in aereo, divenendo successivamente una pioniera della cosiddetta “aeropittura futurista”. Oltre al cielo e agli aerei, altri temi a lei cari erano il mare e l’azzurro, come metafora dell’inconscio e della libertà. Opere come Velocità di motoscafo testimoniano il largo uso di questo colore e la scia che vi si osserva, simbolo di libertà anch'essa, genera un movimento che catapulta l’osservatore all’interno della tela.

Benedetta Cappa partecipò a cinque edizioni della Biennale di Venezia, conquistando il primato di prima donna a pubblicare un’opera nel catalogo della manifestazione nel 1930 e a tre Quadriennali di Roma, aleggiando abilmente dalla scenografia alla letteratura. Si impegnò anche nella scrittura di romanzi: Le forze umane, Viaggio di Gararà e Astra e il sottomarino. Anche qui il linguaggio di Benedetta è riconoscibile, intriso di un lirismo idealistico che ne arricchisce il vocabolario, delle sue opere ma in generale quello futurista. Inoltre, la sua indipendenza intellettuale le permise di affermarsi come coscienza critica del movimento.

Suzanne Valadon, storia e opere della musa-pittrice francese

Punto di riferimento per il futurismo

Benedetta Cappa divenne anche un punto di riferimento per il movimento fuori dall’Italia, come testimoniano le parole di sua figlia: “Fu lei a far conoscere il Futurismo all’estero. Dopo la morte di mio padre, avvenuta nel ’44, dedicò tutte le sue forze a valorizzare il movimento d’avanguardia riunendo le opere, i manoscritti e promuovendo mostre internazionali. […] Marinetti aveva creduto nella rivoluzione dell’arte e aveva speso molto per il futurismo e mia madre continuò per quella strada, non sottraendosi al suo compito né lamentandosi mai”.

Qualcuno l’accusava di aver indebolito il carattere fiero e rivoluzionario di Marinetti, e che lo abbia accompagnato verso quella “normalizzazione” che lo condusse a un armistizio con le istituzioni e alla carica di Accademico. Ma i fatti dicono il contrario. Benedetta, con l’avvicinarsi della guerra si impegnò dando il suo sostegno alle truppe italiane impegnate nelle guerre fasciste, a cui la stessa credeva fino al 1938, quando spinse il marito a condannare le leggi razziali.

Benedetta Cappa realizzò opere pittoriche, sintesi grafiche, romanzi e disegni di rappresentazioni teatrali, che portano a considerarla un’artista totale, in grado di emergere nonostante la fama di un celebre marito. La sua capacità di conciliare il ruolo di moglie, madre e artista è il risultato della forte convinzione che la donna non dovesse totalmente liberarsi dei suoi obblighi domestici. Doveva bensì conciliare e gestire gli impegni della vita con abilità. Morì a Venezia nel 1977, negli ultimi anni della sua vita aveva concentrato le proprie energie nell’ulteriore diffusione del Futurismo all'estero, senza mai fermarsi.

Barbara Alberti: «Grazie a Lina Wertmüller scoprii di essere stata tradita. Il sesso a ottant’anni? Basta, lasciateci in pace». Roberta Scorranese su Il Corriere della Sera giovedì 16 novembre 2023

La scrittrice: «Con mio marito una vita insieme, anche se per una decina d’anni ci siamo lasciati»

La scrittrice Barbara Alberti, 80 anni

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Sessant’anni insieme con Amedeo Pagani. Se lei dovesse racchiudere in una parola questo amore come lo definirebbe?

«Culo».

Barbara Alberti, siamo sul «Corriere della Sera».

«Va bene: una enorme fortuna. Una vita insieme, anche se per una decina di anni, in passato, ci siamo lasciati».

Separati o divorziati?

«Non ricordo».

Ma come?

«Se avessimo divorziato me lo ricorderei, o almeno ricorderei la trafila legale. Chissà».

Ma l’amore resisteva.

«Resistono altre cose più grandi, come il piacere di stare insieme».

Condividete due spazi diversi di questa bella casa, quartiere Trieste, a Roma.

«Ma soprattutto leggiamo ad alta voce, ogni giorno. Abbiamo provato con la Bibbia ma ci siamo fermati perché ci abbiamo trovato cose durissime, troppo anche per noi».

E che cosa state leggendo adesso?

«Una cosa meravigliosa, le “Metamorfosi” di Ovidio. Giove che ne combina di ogni, la gelosia di Giunone, il sesso, la passione, la magia».

Avete due figli, ormai grandi, Samuela e Malcom.

«Sono arrivati tutti e due nei periodi di tempo in cui io prendevo la pillola, vatti a fidare degli anticoncezionali».

Che genitori siete stati?

«Matti. Giravamo il mondo, la prima è venuta sempre con noi, il secondo è rimasto più a casa. Bambinaie e camerieri, ma erano altri tempi».

Che tempi?

«Tempi folli, in cui se ci mettevamo in testa di fare un film (Pagani è un produttore, Alberti ha scritto numerosi soggetti, ndr) eravamo pronti a tutto. Anche a venderci la casa. Ma era un modo diverso di fare le cose, appassionato, senza riserve. Oggi sarebbe assurdo, oggi tutto è marketing e mercato spicciolo».

Guadagnavate tanto?

«Un mese eravamo ricchi, quello dopo ci manteneva il droghiere dell’angolo. Ma quando il cinema pagava, pagava sul serio. Questa casa, per dire, l’abbiamo pagata facendo uno dei film con Bud Spencer e Terence Hill, “Più forte ragazzi”».

Be’, erano successi indiscutibili al botteghino.

«Sì, ma ci diedero i soldi sull’unghia, facendo un calcolo di progressione aritmetica per prevedere gli incassi».

Avevano fiducia in voi.

«Si aveva fiducia nei giovani, mica come oggi che li mandano al diavolo. Il mondo era giovane, la vita era giovane. Age e Scarpelli, Sonego, tutti i grandi sceneggiatori accoglievano i giovani e li aiutavano».

Perché vi siete lasciati con Amedeo, a un certo punto?

«Perché io l’ho tradito».

Con chi?

«E secondo lei io adesso glielo dico?».

Ma lei è mai stata tradita?

«Sì, tanto tempo fa da un mio ex. È andata che una sera lui mi dice che va a giocare a carte a casa di Lina Wertmüller, ma io chiamo Lina e di lui manco l’ombra. L’ho messo gentilmente alla porta».

Lei, Barbara, le corna non le sopporta proprio.

«Mi fanno diventare matta».

Si è mai innamorata di una donna?

«Magari».

È così difficile?

«Il fatto è che l’amore è per i coraggiosi, tutto il resto è coppia».

Non vale, questo è un aforisma tratto dal suo libro «Amores», uscito tempo fa per Harper Collins.

«Ma ci credo davvero».

Chi la conosce bene sa che, da giovane, lei ha perso la testa per un bellissimo gay.

«Sì, ma non dirò altro, nemmeno sotto tortura».

È così complicato, amare?

«Si rischia il fraintendimento. Vuole un esempio? Violetta della Traviata, secondo me, non amava quel carciofo di Alfredo, ma amava Germont, il padre di lui. È per lui che rinuncia a tutto, è per lui che si sacrifica».

Amedeo Pagani ci raggiunge in cucina. È un uomo ironico e sottile, catalizza l’attenzione. Barbara Alberti gli prepara un caffè, con premura. Lui conversa un po’ con noi, poi ci lascia, con elegante discrezione, annunciando che avrebbe accompagnato Barbara in Umbria, dove deve andare per una questione di lavoro. «Vengo per farti compagnia», dice allontanandosi.

Barbara, le è mancato Amedeo nei giorni in cui lei era nella casa del Grande Fratello?

«Diciamo che in quei giorni pensavo solo a godermi l’isolamento dal mondo. In più, poco prima della mia partenza avevamo litigato, così io gli ho scritto una lettera lunghissima, d’altri tempi, e sono sparita, lasciandomi sigillare per settimane. Un lusso quello di non ricevere risposta, che ormai non ci concediamo più, nell’epoca delle spunte blu delle chat».

Ma se lei ha un cellulare di trent’anni fa!

«Sì e guai a chi me lo tocca».

Com’è l’amore nella parte matura della vita?

«Si sta insieme perché si scopre che insieme si sta bene. È presenza fisica, è condivisione di programmi, è cose da fare, è disincanto».

Però c’è un mercato che preme molto per incentivare il sesso dopo gli 80.

«Ridicolo. Ma che senso ha spingere affinché si faccia sesso da vecchi? Lo fanno solo perché hanno capito che noi vecchi abbiamo i mezzi per consumare e allora incentivano l’eros. Lasciateci in pace».

È un appello?

«Prima c’era il confessore che ti chiedeva: “Quante volte lo hai fatto?”. E dovevi dire la penitenza. Oggi c’è il sessuologo che ti chiede: “Quante volte non lo hai fatto?”. E se non sei nella norma, dice che sei malato».

Non siamo liberi, negli anni Settanta lo eravate?

«C’era una allegra promiscuità che non scandalizzava nessuno. Noi, in casa, accoglievamo amici che restavano anche per giorni. Me ne ricordo uno, che mi faceva tanto ridere, arrivava qui con decine di persone e si chiacchierava e rideva da mattina a sera. Il suo nome era Franco Battiato».

Uno dei peggiori pregiudizi sulle donne è che mancano di senso dell’umorismo.

«Uh, se non ne avessimo avuto ci saremmo estinte da secoli».

Con tutto quello che abbiamo dovuto sopportare?

«Sì, però un vantaggio lo abbiamo: a letto non dobbiamo dimostrare nulla, non c’è l’ansia da prestazione».

Presto sarà tra i co-conduttori di «Rebus», su Rai3.

«La televisione, se fatta bene, mi piace e fa per me».

Lei ha partecipato anche a Celebrity MasterChef.

«Sì però lì bisognava saper cucinare e, francamente, è troppo per me. Fatta fuori subito».

Scrive al mattino o alla sera?

«Un tempo non andavo mai a dormire, poi ho scoperto la mattina, che è fantastica. Passeggio col cane, faccio yoga, scrivo, leggo».

Dopo tanti anni, il suo libro scandaloso uscito nel 1979, «Il Vangelo secondo Maria», ha preso la forma di un film. Non «spoileriamo» il finale, ma è molto forte.

«Eh ma il film sarà diverso, edulcorato. In ogni caso il mio vero sogno segreto non si è realizzato: avrei tanto voluto una bella scomunica».

Estratto dell'articolo di Daniele Priori per “Libero quotidiano” il 14 aprile 2023.

«Le femministe che chiedono alla Schlein di rivedere le proprie posizioni sulla gestazione per altri non sono 100 ma 101. Non vedo come si possa sostenere che quella sulla maternità surrogata sia una battaglia di sinistra e di uguaglianza. È una pratica schiavistica dove il ricco compra il povero. Non mi vengano a dire che è un atto di amore.

 Ci crederò quando una miliardaria farà figli per la sua domestica o le americane per le africane. Vorrei piuttosto che uno di questi governi si mettesse la mano sulla coscienza e permettesse alle coppie gay di adottare i bambini».

A rincarare la dose dopo l’appello delle 100 femministe è Barbara Alberti, scrittrice, volto noto della tv, da sempre attenta narratrice del mondo femminile. […]

 È serena ma anche determinata su un tema come la gestazione per altri, ci par di capire...

«Sentire la sinistra che sostiene lo schiavismo mi fa male al cuore. Mi auguro che la Schlein ascolti l’appello delle cento femministe più una».

 Recentemente l’abbiamo anche sentita esprimersi con durezza sullo schwa che dovrebbe essere una sorta di linguaggio al di sopra dei generi, salvo seguire spesso il filone della cosiddetta cancel culture...

«Le donne sono state bruciate come streghe, non possiamo essere noi adesso a praticare la censura e accendere i roghi […]».

Lei ha detto: compio 80 anni senza nessun merito. Allora partiamo dalle colpe. Se il mondo va come va, secondo lei le colpe sono più degli 80enni che hanno sbagliato o dei più giovani che non hanno capito?

«Non mi faccia queste domande del cazzo. Che ne so! (Ride) L’uomo è stolto. Dove siamo? Sull’orlo della guerra. Siamo nel medioevo. Non abbiamo imparato nulla. La scienza ha raggiunto vette importanti. Mio marito si ruppe un femore a trent’anni e dovette fare sette mesi di riabilitazione, oggi in un mese ti rimettono in piedi. Ma l’uomo è un animale suicida. Di cui scienza e tecnologia hanno anche moltiplicato la stupidità.

L’unica cosa che ci consola è dare la morte. Pensi a Putin che ha riportato in Europa la guerra che la mia generazione aveva avuto la fortuna di non ricordare […] ».

 Non mi ha detto però se c’è una generazione più colpevole di un’altra...

«Penso che la responsabilità se c’è sia nella natura umana. […] Giovani, vecchi siamo tutte piccole formiche in balìa del mercato. La morte è stata censurata dalle coscienze perché i morti non comprano. […] Stanno edulcorando il linguaggio perché deve finire tutto come nelle pubblicità.[…] questa censura sulla verità, sul linguaggio e sui fatti umani diventa una camicia di forza incredibile».

Vittorio Sgarbi facendole gli auguri si è rivolto a lei come a una donna che potrebbe essere anche un uomo. Lei, Barbara, si sente fluida?

«Non ho mai calcolato di che sesso fosse la persona che mi suscitava amore quando mi è capitato questo sommovimento del pensiero capace di metterti il terzo occhio! Quando ami hai un’audacia intellettiva oltre che fisica. Solo l’amore te lo da. E tu vai a guardare se è maschio o femmina? Sarebbe una bestemmia.

[…]

Torniamo alla politica. Giorgia Meloni e Elly Schlein. Improvvisamente l’Italia ha scoperto non una ma due donne leader. Che ne pensa?

«Da un punto di vista puramente antropologico in entrambe vedo una vitalità, una sincerità, una voglia di fare. Qualcosa che molto raramente ho visto in politica. Non so cosa ne verrà fuori. Con tutte le facce da morti o da volpi che hanno attorno, in loro vedo due persone sincere e con grande voglia di lavorare». […]

Dagospia l’11 aprile 2023. Da Un Giorno da Pecora

Invecchiare e compiere 80 anni è come diventare poveri: si scopre chi ti vuole veramente bene”. A parlare, ospite di Rai Radio1 a Un Giorno da Pecora, nel giorno del suo compleanno, è la scrittrice Barbara Alberti, che oggi è stata intervistata da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. Quanti anni si sente?

 “Una persona sana di mente si sente età diverse a seconda dei momenti della giornata. E si può andare dai tre ai cento anni, ora me ne sento cinque…” Meglio essere chiamati anziani o vecchi? “Vecchi, assolutamente, il titolo ‘vecchio’ è nobile, d’onore. Le parole non le dobbiamo cambiare, le dobbiamo inventare, lo dico anche alle femministe che partecipano a questa vergognoso smantellamento del linguaggio”.

Non le piace un’invenzione linguistica come la ‘schwa’? “E’ un abominio, una negazione della realtà, un qualcosa di schifoso”. Lei ha detto che non avrebbe mai voluto essere un uomo. “Certo. Gli uomini mi fanno pena”. Perché? “Per quella disgrazia naturale: la sessualità della donna è segreta, mentre l’uomo, da quando si accorge di averlo fino alla morte, dipende da una cosa che non è governabile, e a cui ha attribuito lo stesso valore esistenziale della persona. In questo ho una grande fortuna: orgogliosa come sono – ha spiegato la Alberti a Un Giorno da Pecora - se fossi stata un uomo, dopo i primi problemi me lo sarei tagliato”.

Estratto dell'articolo di Andrea Greco per “Oggi” il 2 aprile 2023.

A dispetto dei suoi imminenti 80 anni, fatico a tenere il passo di Barbara Alberti mentre la seguo in quel labirinto che è la sua casa romana: c’è una rampa di scale, poi un’altra, una stanza colma di libri e infine si sale in soffitta affrontando una curva a “U” in salita, nella quale tocca aggrapparsi al corrimano per mantenere l’aderenza sui gradini che si assottigliano.  [...]

 Che cosa ha capito che da giovane le sfuggiva?

«Ho avuto per anni il terrore della vecchiaia, una paura infinita che mi portava a corteggiare l’idea del suicidio. Intendiamoci, per onestà devo ammettere che non lo avrei mai fatto: mancava la volontà, ma c’era l’idea, così quando ho compiuto 30 anni ho spostato la data della dipartita a 35. Raggiunti i 35 la linea rossa l’ho posticipata a 40...».

 Poi?

«Poi ho cominciato a invecchiare davvero e ho compreso una grande, tranquillizzante verità: sostanzialmente avevo fatto per tutta la vita quello che mi pareva. Avevo fatto l’impresa, come i cavalieri della tavola rotonda». [...]

 La tesi e antitesi sono a posto. C’è pure la sintesi?

«Eccola: oggi in me ci sono due sentimenti contrastanti, fortissimi. Il primo è quello di essere presente fin che posso, di intervenire sul reale, come voglio io. Il secondo è un senso di irresponsabilità infinita. Non voglio sapere nulla. Non voglio occuparmi dei piccoli problemi, non voglio occuparmi delle tasse, sapere come si paga la Tari, controllare le bollette. Per fortuna per tutto questo c’è il mio compagno. Io voglio solo occuparmi del cane».

Il cane è un sollecito e vanitoso golden retriever, con un sorriso canino stampato sul muso. È arrivato in affido a casa Alberti dopo il divorzio del figlio, e proprio per questo (mi sembra di aver capito) si chiama “lucky”, fortunato. È da lui che riparte il discorso.

«Vede Lucky quanto è sereno, felice? Lui non sa che dovrà morire e quindi vive nell’eternità. Noi invece l’idea della morte ce la portiamo dietro tutta la vita, per quello siamo così attratti dalle idee che ci promettono l’immortalità». [...]

[...]

«Mi sono innamorata tutte le volte che dovevo. È anche capitato che abbia amato uomini che mi hanno ingannato, anche con bugie grossolane, ma sono stata loro grata ugualmente per le sensazioni che ho provato, per quel coraggio che ho trovato. Ieri ho visto in tv una vecchina che si lamentava di essere stata sedotta e ingannata da un ventottenne che sembrava un bronzo di Riace. Va bene, dico io, che il lestofante sia assicurato alla giustizia, però anche la vecchina, che per due anni ha volato altissimo, dovrebbe sapere che alcune cose hanno un prezzo».

Lei è cresciuta in un paesino umbro, lontana da tutto, è stato difficile?

«Ma si figuri. Sono cresciuta a Umbertide con due nonni toscani anarchici, spiritosissimi, capaci di ridere su qualsiasi cosa. Mio padre, che lavorava col tabacco, era affettuoso e divertente. Nel secondo dopoguerra c’era un clima meraviglioso: erano sopravvissuti a una catastrofe e per essere felici bastava avere il piatto pieno in tavola, e non doversi preoccupare che i vicini fossero delle spie.

Oggi invece troppi sono lamentosi e accusatori: non si accettano le frustrazioni, si attribuisce agli altri la colpa della propria pochezza, si sterilizzano le parole e si persegue il linguaggio della tolleranza, che tradisce il fatto che non tolleriamo più la nostra condizione. [...]».

Barbara Alberti per Dagospia il 25 febbraio 2023.

Hanno censurato anche le favole. Era ora. Finalmente il mondo sarà sano.  Basta con l’arte degenerata. Basta con l’arte. L’arte è tutta de-generata ovvero esce dal genere, dalla banalità, dalla menzogna- è lo specchio della complessità della vita e la sua trasfigurazione, che la fa vera. Se no è il niente. E il niente è quello che ci serve per smettere con quell’attività sovversiva che è pensare e creare. Finalmente una censura degna del nome ha dichiarato guerra alla realtà. Una schiera di inquisitori, nelle case editrici, espunge e purifica tutto ciò che è scomodo nella vicenda umana , ciò per cui non abbiamo trovato rimedio.

Non ci sono più zoppi gobbi grassi buoni cattivi magri vecchi e giovani ignoranti e colti belli e brutti alti e piccoli ricchi e poveri, fine delle disuguaglianze: abbiamo raggiunto la parità nella retorica, nel nominalismo più sfacciato. Sparito tutto il male del mondo per decreto. Per intimidazione. Per follìa formale.

 Rimane la morte, che è imbarazzante parecchio, ma quella proprio non vuole saperne di non avere un nome, anche se la si evita, come la Vecchiaia sua sorella.  Mai c’era stata una controrivoluzione che chiedesse ai suoi fedeli  ipocrisia incrollabile, e un terrore tale della vita da non osare chiamarla per nome. Non riuscendo a fare dell’uomo qualcosa di decente, si rimedia cambiando i nomi alle cose. Splendore barocco dell’illusione. Fine per decreto di ogni disparità e ingiustizia. Siamo tutti salvi. Tutti complici. Tutti stupidi.

L’uomo è sempre stato un omicida-suicida, ma ora ha raggiunto la perfezione. La guerra e i danni all’ambiente  si incaricano dello sterminio fisico, la censura umanitaria dello sterminio del pensiero.  Lavorano concordi per l’uomo,  per liberarlo dalla realtà, e farne un quieto drogato del buonismo e della sicurezza. Mentre la guerra avanza e il terremoto le dà una mano, noi abbiamo trovato il modo per diventare veramente civili. Cambiare le parole! Coprire con l’ipocrisia più aggressiva ogni realtà umana. Ma non finisce qui, ora tocca alla storia. Carmelo Bene: lo studio della storia è istigazione alla strage. Vero. Dobbiamo ripulirla: certi avvenimenti nei libri di testo sono intollerabili per dei giovani, evitiamo di turbarli. Via tutte le guerre le crociate i genocidi in nome di dio via l’inquisizione il nazifascismo lo stalinismo i roghi  il cannibalismo della colonizzazione via i gulag via tutto. Un ragazzo legge questa roba e si sconvolge, siamo così civili che solo l’idea di quelle brutte cose ci fa svenire, ed ecco la gran trovata. Neghiamo la realtà,  così scompare.

L’epigrafe del nostro tempo, i versi di Pasolini

Sei così ipocrita, che quando l’ipocrisia ti avrà ucciso, sarai all’inferno e ti crederai in paradiso.

 Un’altra religione monoteista. Ridare decoro all’uomo, cancellare dai libri di scienza che discendiamo dalla scimmia assassina.

 Ci stiamo trasformando in un violento esercito della salvezza con la bandiera del progressismo. O si recita un requiem al libero pensiero, o si combatte per salvarlo. A metà degli 90 conobbi Geneuviève Makaping, intellettuale del Camerun, spiritosa come un angelo, scrittrice geniale- il suo “Traiettorie di sguardi” (Rubbettino editore),  è libro di testo in 22 università americane- mi disse - Chiamatemi negra! Sì capisco che alla vostra cattiva coscienza suoni come un insulto, e questo sì che mi insulta: il mio colore è così imbarazzante da non poterlo nominare?  Non voglio esser chiamata extracomunitaria! Mi fa sentire estranea. Negra è una parola poetica, viene dal latino, non dalla lingua disgustosa della “tolleranza” , cioè della sopraffazione-  Geneuviéve aveva già capito l’imbroglio che stava nascendo, allora all’alba, ora allo Zenith. Non ci accadrà mai più niente di male.  L’era del mulino bianco ci aspetta.

Quanto agli artisti, se vedono blu i campi sono degli anormali, e il loro posto è il manicomio. Ma se fanno solo finta di vederli blu, allora sono dei delinquenti, e vanno messi in galera.

Adolph Hitler”

Simonetta Scandisci su La Stampa il 21 febbraio 2023. Nicola Sturgeon ha raccontato di aver deciso di dimettersi da premier della Scozia durante il funerale di un suo amico e compagno di partito. Ha detto: «Non riesco nemmeno più a prendermi un caffè con gli amici». E poi: «Sono umana».

Jacinda Ardern ha detto cose molto simili lasciando la guida della Nuova Zelanda. È il copione delle dimissioni eccellenti che si susseguono in queste settimane. Ed è un copione in cui ricorre, esplicita o sottotraccia, una domanda di senso, la stessa che moltissimi di noi si sono posti, insistentemente, durante e dopo la prima fase della pandemia. Questa domanda, anzi queste domande: che ci faccio qui? Che senso ha la vita che conduco?

Interrogativi che, dalla seconda metà del Novecento in poi, progressivamente, sono stati bollati come capricci adolescenziali.

(...)

Alberti, qual è il senso della vita?

«Nessuno».

(...)

Non ha mai pensato di smettere di lavorare?

«Mai. A me piace moltissimo. E penso con orrore alla possibilità che l'umanità sia liberata dal lavoro. Zappare, cucire, costruire, scrivere, insegnare: sono tutte cose che ci impediscono di ammazzarci l'un l'altro. Ci tengono impegnati».

Però adesso il lavoro non ci tiene soltanto impegnati: ci soffoca.

«Osservo affascinata tutte queste donne che si dimettono, ma so anche che tutto quello che fanno le donne viene sempre ingigantito, letto come un fatto sociologico. Ed è piuttosto grottesco, visto che poi viviamo ancora una condizione miseranda. Se si fossero dimesse delle operaie, sarebbe in corso una rivoluzione».

(...)

«Ora le dico la rivoluzione che serve: che le donne possano dimettersi dall'essere donne. Meglio: da quello che essere donne è diventato, e cioè wonder woman multitasking che devono dimostrare che per loro è tutto possibile».

Ma è anche a questo che il fenomeno delle dimissioni sta dicendo basta.

«Speriamo. Sono scettica sul fatto che diventi universale. Ai maschi farebbe bene».

Secondo Umberto Galimberti il mercato non è più a nostro servizio, ma noi siamo a servizio del mercato.

«È così. Ed è la ragione per la quale al lavoro viene dato un valore assoluto: non serve più a fornirci mezzi ma è un mezzo ed è un fine. Non siamo più esseri umani, ma consumatori. E allora non dobbiamo mai morire. L'enfasi con cui adesso si parla della vecchiaia come età vitalissima, mi insospettisce per questo: temo sia un tentativo di spremere noi vecchi, fare di noi consumatori eccellenti, ora che s'è capito che viviamo meglio e più a lungo. La "cosa" continua a vincere sull'uomo».

(...)

Se l'Intelligenza artificiale liberasse l'umanità dal lavoro, ci dedicheremmo tutti a libri, dischi, film bellissimi?

«No. L'uomo senza lavoro sarebbe un delinquente. Se gli levi il torchio, non prende la cornamusa. Il problema non è che inseguiamo il lavoro, ma che inseguiamo un'idea sbagliata di successo».

Qual è quella giusta?

«Il successo è capire cosa si vuole fare e riuscire a farlo».

Estratto da focus.it il 26 marzo 2023.

Il 6 ottobre 1802, Ludwig van Beethoven prese carta, penna e calamaio, per scrivere una lettera ai suoi fratelli, Kaspar e Nikolaus, dalla sua casa di Heiligenstadt, un sobborgo di Vienna. Non era un "testamento", ma è stato chiamato così perché si trattava di una "confessione", ritrovata soltanto dopo la morte del musicista. Nello scritto il compositore chiedeva che il suo medico, J.A. Schmidt, divulgasse al grande pubblico le malattie che lo avevano colpito, specialmente negli ultimi dieci anni di vita, in modo che "per quanto possibile, almeno il mondo si riconcili con me dopo la mia morte".

Erano le parole di un uomo isolato dalla progressiva perdita dell'udito e tormentato da una cirrosi epatica, causata, sappiamo solo oggi, da una predisposizione genetica alle malattie del fegato, combinata con il virus dell'epatite B e forse un eccessivo consumo di alcol.

Oggi, più di due secoli dopo, un team internazionale di ricercatori, guidato Tristan Begg dell'Università di Cambridge, ha in parte assecondato le volontà del compositore indagando le cause delle malattie che lo hanno afflitto, attraverso l'analisi del Dna contenuto in una ciocca dei suoi capelli.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Current Biology ha lo scopo di fare luce sui principali problemi di salute di Beethoven: la perdita dell'udito, che fece il suo esordio intorno al 1815 e lo portò alla sordità nel 1818, e la grave malattia del fegato, iniziata nell'estate del 1821 con due attacchi di ittero, culminata in cirrosi epatica, in seguito individuata come la causa più probabile della sua morte, nel 1827, a soli 56 anni.

[…] INDIZI GENETICI

Il team di scienziati che ha lavorato sul Dna del musicista, però, non è stato in grado di indicare la causa della sua sordità, come ha dichiarato Axel Schmidt dell'Istituto di Genetica Umana dell'Ospedale Universitario di Bonn: […]

Per quanto riguarda, invece, la malattia al fegato, gli scienziati hanno individuato una serie di fattori di rischio genetici, oltre a un'infezione da virus dell'epatite B, contratta nei mesi precedenti alla fase finale della malattia del compositore. Tuttavia, durante le ricerche è emerso un altro elemento che potrebbe aver peggiorato la grave malattia al fegato: il consumo di alcol.

[…] L'IPOTESI PIÙ PLAUSIBILE

 Tuttavia gli scienziati, su questo punto non si sbilanciano, perché l'effettivo consumo di alcol da parte del compositore non è ancora stato quantificato con precisione. «Per concludere», afferma Johannes Krause del Max Planck Institute of Evolutionary Anthropology, «è probabile che la cirrosi epatica che ha portato alla morte il compositore sia una combinazione di tre fattori: un rischio ereditario significativo, un'infezione da virus dell'epatite B e il consumo di alcol».

Beethoven: I Quaderni segreti. Redazione L'Identità il 12 Dicembre 2022

Negli ultimi dieci anni di vita, il solo modo per comunicare con Beethoven, condannato a una sordità quasi totale, era scrivere ogni cosa su dei taccuini, dai quali mai si separava. Ne rimangono 139, sono i cosiddetti “Quaderni di conversazione”, il materiale biografico più intimo grazie al quale possiamo condividere i suoi ultimi anni di vita. I quaderni, presentati per la prima volta nella versione italiana e nell’intero arco della loro durata, tradotti e commentati da Sandro Cappelletto per Einaudi, rappresentano una testimonianza insostituibile della sua vita, assieme al “Testamento di Heiligenstadt”, pure presente nel volume, che Beethoven scrisse trentenne, quando intuì la sordità che stava sopravvenendo. Il compositore austriaco Anselm Hüttenbrenner era accanto a Beethoven al momento del trapasso, avvenuto verso le 17 e tre quarti del 26 marzo 1827 in una giornata fredda, nevosa e oscura. Il grande compositore giaceva rantolante, ormai in coma, quando un lampo, accompagnato da un violento rombo di tuono, illuminò di luce accecante la camera. Beethoven aprì gli occhi, sollevò la mano destra, guardò in alto per alcuni secondi, col pugno destro chiuso, con aria minacciosa e si riversò su se stesso, socchiudendo gli occhi, spirando. Sembra quasi la trasposizione visiva del finale del suo Quartetto opera 131. La ricerca della raccolta dei quaderni e le testimonianze presero avvio proprio da quel momento, alimentando talvolta un mercato sospetto.

Negli anni precedenti a chi veniva a trovarlo, Beethoven offriva una pagina bianca e una di quelle grosse matite da falegname che usava, le uniche a cui sapesse fare la punta, e seguiva con occhio impaziente le mani che scrivevano le parole, le parole che nascevano, le frasi di cui spesso preveniva la fine. In questo faticoso esercizio, in questa commovente tensione, c’era la volontà forte di non restare solo, l’unico modo di non essere isolato da tutto il resto del mondo. Povero Beethoven: “Le mie orecchie ronzano e rombano di continuo giorno e notte. Posso proprio dire di condurre una vita da derelitto; evito ogni compagnia, perché non mi è possibile dire alla gente che sono sordo. Se esercitassi qualsiasi altra professione la cosa sarebbe più facile; ma con la mia questa è una condanna terribile!”, scriveva. Sono tante le pagine commoventi che si scorrono nel volume. Ma anche le note importanti per comprendere la sua poetica. A esempio a proposito dell’uso del metronomo. Beethoven mantiene un atteggiamento prudente: fissare in modo preciso la misura del tempo, spiegava, può valere solo per le prime battute, perché l’espressione ha la sua misura. Per l’esecuzione all’organo del preludio del Kyrie nella sua Missa solemnis pensa a un effetto teatrale: prima forte e poi diminuendo, fino a raggiungere il piano prima del Kyrie. Anton Felix Schindler, segretario e futuro suo biografo, per difendere la leggibilità del testo ricalcava a inchiostro quanto era scritto a matita. Riporta quindi un pensiero di Beethoven: «L’artista deve creare liberamente, cedere soltanto allo spirito del suo tempo ed essere il signore del suo proprio materiale. Soltanto a queste condizioni potranno venire alla luce delle vere opere d’arte.

Il nuovo e l’originale si genera da sé, senza che uno ci pensi». E a un altro interlocutore: «Lei mi chiederà da che cosa io tragga le mie idee. Non glielo saprei dire con certezza: arrivano non sollecitate, direttamente o indirettamente. Potrei afferrarle con le mani, all’aria aperta, in mezzo al bosco, durante una passeggiata, nel silenzio della notte, all’alba, suscitate da diversi stati d’animo: quelli che nel poeta si traducono in parole, in me in suoni che riecheggiano, ruggiscono, turbinano, fino a che a un certo punto stanno dinanzi a me in forma di note». Un altro gli domanda: «Hai conosciuto Mozart?» e poi: «Dove l’hai visto?». La seconda domanda ci autorizza a pensare che Beethoven abbia risposto affermativamente alla prima. Ma dove e in quale occasione, purtroppo non sappiamo.

(ANSA il 3 ottobre 2023) - L'elusivo artista britannico Banksy, sulla cui identità da tempo girano voci e indiscrezioni mai confermate, potrebbe svelarla in seguito a una convocazione dell'Alta corte di Londra seguita a una causa per diffamazione intentata contro di lui. 

E' quanto si legge sul Mail online, che pubblica alcune presunte rivelazioni nel tentativo di rilanciare un suo pseudo scoop del 2008, in cui affermava di aver svelato il mistero individuando il nome del celebre writer: Robin Gunningham, originario di Bristol ed educato nella scuola pubblica inglese. Nei documenti legali sarebbe finita anche Pest Control, l'ente ufficiale che certifica le opere di Banksy apparse sui muri delle città di tutto il mondo.

Al centro di questo dubbio tentativo di svelare l'identità dell'artista c'è Andrew Gallagher, un imprenditore 56enne attivo negli anni Novanta nel mondo dei rave e poi dedicatosi al mercato dei graffiti, che ha citato in tribunale Gunningham prendendo per buona l'identificazione di Banksy fatta dal Mail. In merito alla causa non vengono aggiunti dettagli, in quanto, stando al legale di Gallagher, si tratta di informazioni confidenziali.

Tutto in attesa di vedere se questa convocazione diventerà esecutiva e se il convocato - ammesso che compaia - dovesse rivelarsi essere il vero Banksy. Solo in fondo all'articolo del Mail si legge anche di un precedente tentativo di azione legale analoga finita in un flop, con i giudici che l'hanno respinta dando ragione al writer. Mentre lo stesso tabloid ammette che l'identità di Banksy resta un mistero nonostante i tentativi falliti compiuti in passato dai suoi reporter.

La conferma degli storici dell’arte: «Banksy è Robin Gunningham». Storia di ALESSANDRA ARACHI su Il Corriere della Sera sabato 7 ottobre 2023.

Si chiama Robin Gunningham, è un cinquantenne di Bristol e per metà della sua vita sarebbe riuscito a nascondere la sua identità. La voce girava da un po’, lanciata dal quotidiano inglese «Daily Mail» e tornata di attualità in questi giorni, alla vigilia di un processo per diffamazione. Ma che sia proprio lui Banksy adesso lo confermano in due, Gianluca Marziani e Stefano Antonelli, tra i massimi esperti internazionali dello street artist che forse i più conoscono per quella bambina con il palloncino rosso.

Stefano Antonelli«Sappiamo tutto di Banksy e che il suo nome sia quello di Robin Gunningham lo possiamo affermare con sicurezza grazie a fonti più che certe», dicono all’unisono Marziani e Antonelli che hanno appena chiuso una mostra su Banksy da loro curata a Lecce. Ed è proprio a Lecce che sabato hanno svelato l’identità di Banksy in una conferenza organizzata durante l’evento di Semi (Storie di eccellenza, merito, innovazione), il presidio dell’associazione Cultura Italiae.

Gianluca Marziani (LaPresse)Nato a Bristol e cresciuto nei sobborghi della città, Robin-Banksy comincia le sue opere sui muri della sua adolescenza, ma a Bristol si fa conoscere con un grande murales nel 1997 e lo fa per coprire la pubblicità di un ex studio legale. Adesso sappiamo che all’epoca Banksy aveva ventiquattro anni, ma nessuno poteva immaginare che in soli vent’anni le sue opere di strada avrebbero raggiunto valori iperbolici. È il 2019 quando Sotheby’s batte all’asta una sua opera per 11 milioni di euro. È un quadro, si chiama Devolved Parliament e raffigura la Camera dei comuni di Westminster con dentro deputati che sono tutti scimpanzé, in uno stile volutamente austero a far risaltare la sua ironia. Soltanto undici anni prima, nel 2008, un’altra sua opera era stata venduta per un milione e ottocentomila euro.

Una parabola artistica ascendente davvero unica quella di Banksy che con la sua ironia a tratti feroce non ha mai risparmiato i potenti. Il suo è principalmente un lavoro di denuncia sociale e politica, le sue opere sono disseminate sui muri e sui ponti di tutto il mondo. In Italia ce ne sono soltanto tre, due a Napoli e una a Venezia. Famosa la Madonna con la pistola che nel 2010 Banksy dipinse in una notte in un vicolo di Napoli. Non ha invece fatto in tempo a diventare famosa la Madonna con la coca cola, rapidamente cancellata da un artista di strada, chissà se invidioso. A Venezia Banksy ha firmato un bambino con in mano una fiaccola con la scia fucsia.

È evidente: le opere di Banksy sono fuori dalle regole della legge. Ma fino ad ora l’artista di strada più famoso al mondo era riuscito a evitare il confronto con la legge. Ora c’è chi ha voluto trascinarlo in tribunale, ma non per le sue opere, bensì per diffamazione. A citarlo davanti alla giustizia di Londra Andrew Gallegher, un imprenditore musicale negli anni Novanta ex organizzatore di rave. E sarà il momento della verità: Banksy, e il giudice renderà esecutiva la convocazione, dovrà presentarsi in tribunale a viso scoperto.

Banksy ostaggio delle offshore: le opere di denuncia sociale finiscono nei paradisi fiscali. Un trust anonimo in Nuova Zelanda. Con una collezione di tele e graffiti del più famoso artista di strada. A controllarle segretamente è un manager italiano in affari con l’ex dirigenza del Monte dei Paschi. La nuova inchiesta de L’Espresso e del consorzio internazionale Icij sui patrimoni culturali trasferiti in tesorerie private a tassazione zero. Paolo Biondani e Leo Sisti su L'Espresso il 28 Gennaio 2022.

Una piccola storia di soldi all'estero può raccontare più di tanti grandi discorsi il potere del capitalismo finanziario. Il protagonista, suo malgrado e a sua insaputa, è Banksy, il più famoso artista di strada, autore di celebri e beffarde opere di denuncia sociale, protesta contro la guerra e l'imperialismo, contestazione delle banche e dei padroni dell'economia.

Una ventina di anni fa, quando era ancora sconosciuto al grande pubblico, due gallerie di Londra hanno cominciato a comprare i suoi lavori, a prezzi bassissimi rispetto ai valori attuali.

Da exibart.com il 12 novembre 2021. A Bristol, un addetto alle pulizie ha cancellato per sbaglio un’opera di Banksy: si tratta dello stencil di uno dei suoi iconici topi, con tanto di firma in rosso, che spiccava sulla parete di un centro comunitario abbandonato, già ricoperta da graffiti di ogni tipo. È tutto vero, anche se è un episodio di una serie tv e l’addetto si chiama Cristopher Walken. L’anonimo artista di strada – del quale si sa solo che è originario proprio di Bristol – ha realizzato l’opera e la firma per The Outlaws, serie comic crime della BBC in sei parti, creata e diretta da Stephen Merchant. La serie segue le storie di sette sconosciuti provenienti da diversi ceti sociali, costretti a svolgere insieme dei lavori di pubblica utilità a Bristol, per scontare le proprie sentenze. La loro sorte cambia improvvisamente, quando scoprono una borsa piena di soldi, ignari del fatto che alcune persone non proprio raccomandabili la stanno cercando. Piccolo spoiler: Christopher Walken interpreta Frank, il personaggio che, per completare il suo servizio, nell’ultimo episodio della stagione, ha il compito di ricoprire tutti i graffiti selvaggiamente lasciati sulle pareti di una struttura fatiscente. Dopo aver trovato l’opera di Banksy, Frank chiede al suo agente di sorveglianza se deve ricoprirla. La sorvegliante risponde distrattamente, non vedendo l’opera, che tutti i graffiti devono essere ricoperti. E così Frank esegue l’ordine, proprio come gli è stato detto, dando un colpo di rullo a una fortuna insperata. Al di là della fiction, per avere un’idea del valore di un Banksy, Game Changer, il lavoro esposto all’ospedale di Southampton in pieno lockdown, è stato venduto all’asta da Christie’s Londra, nel marzo 2021, per 23,2 milioni di sterline. «Possiamo confermare che l’opera d’arte alla fine di The Outlaws era un Banksy originale e che Christopher Walken ha dipinto su quell’opera d’arte durante le riprese di questa scena, distruggendola», ha dichiarato un portavoce di The Outlaw al Sun. Ormai raramente le opere di Banksy vengono cancellate, più spesso capita che vengano ricoperte da plexiglass per proteggerle oppure, nei casi peggiori, asportate dai muri per finire in qualche collezione privata o in giro per le centinaia di mostre in giro per il mondo, rigorosamente non autorizzate dallo street artist. Ma in questo caso la cancellazione è stata consensuale: è stato infatti spiegato che la distruzione dell’opera d’arte è stata concordata con lo street artist, che si dice sia un grande fan di Walken: «Le sue uniche condizioni erano che ci avessero davvero dipinto sopra e che sarebbe stato il suo eroe Christopher a tenere il rullo». Inoltre, Banksy è molto legato alla sua città natale e ha ammirato il lavoro di Merchant nel mostrarla come ambientazione della sua serie.

Caterina Soffici per ''la Stampa'' il 20 ottobre 2020. Riecco Banksy e questa volta non si nasconde, ma anzi rivendica su Instragram la sua ultima opera apparsa a Nottingham: una bambina che fa l'hula hoop con una ruota di bicicletta. Era apparso martedì scorso, sul muro di un salone di bellezza, accanto a una bicicletta rotta legata a un lampione. È lui o non è lui? La domanda ha tenuto banco per tre giorni. Nel frattempo, il Comune ci aveva fatto montare davanti uno schermo di protezione: viste le quotazioni milionarie raggiunte dall'artista mascherato, meglio non rischiare. E ieri mattina è arrivata la conferma dall'account di Banksy su Instagram, che ne ha rivendicato la paternità. A pensare male si può pensare che questa firma digitale sia legata alla recente causa persa contro una ditta di biglietti di auguri per il copyright su uno dei suoi graffiti più famosi, The Flower Thrower, un manifestate con il volto coperto da una mandana dipinto mentre lancia un mazzo di fior come se fosse una bomba molotov. Non avendo mai rivelato la sua identità, la sentenza ha stabilito che Banksy non poteva essere identificato come l'autore. Ma forse non c'è troppo da pensare male, e questo è semplicemente un altro messaggio in codice dell'artista originario di Bristol, che ha voluto portare un po' di gioia e ironia a Nottingham, una delle città più colpite dalla seconda ondata di Covid e dove gli studenti universitari sono chiusi nei loro dormitori, in quarantena. Infatti l'opera è su un muro proprio di Lenton, il quartiere degli studenti e la bambina - leggendo tra le righe - trova il modo di divertirsi nonostante tutto e con quel poco che ha, ovvero la ruota di una bicicletta distrutta. Per rimanere nella simbologia, Nottingham è anche la città di Robin Hood, il ribelle che si fa beffe dello sceriffo cattivo, simbolo dell'autorità e del potere, anche molto in stile Banksy. Se l'idea era di portare un po' di sorrisi nel clima pesante della pandemia, Banksy ha centrato l'obiettivo. Da giorni si sono formate code di gente per la foto ricordo e nella stradina è apparso addirittura il baracchino di un venditore di gelati, tal Silvestro Biondi, di chiara origine italiana, che ha deciso di rallegrare a sua volta l'allegra brigata di visitatori. Al cronista della Bbc ha dichiarato: «Io sono di Lenton. È bello avere un Banksy qui, rallegra le persone». Sempre la Bbc ha interpellato il maggior esperto britannico dell'artista, il professor Paul Gough della Arts University Bournemouth, che commenta: «È curioso. Le ultime quattro o cinque opere di Banksy sono tutte collegate al Covid o alle notizie di cronaca. Forse questo è il messaggio: siamo in tempi difficili, cerchiamo di sfruttarli al meglio e di tirare fuori un po' di divertimento da qualcosa che è rotto». Dall'inizio della pandemia, Banksy è stato molto presente nel dibattito pubblico, pro mask e accanto gli «eroi» del servizio sanitario, mandati a combattere in prima linea senza strumenti (questa le retorica nazionale). Ad aprile a Bristol sul volto del famoso murale della ragazza dall'orecchino di perla di Vermeer è apparsa una mascherina. A maggio il misterioso artista ha fatto recapitare all'ospedale di Southampton, dove molti medici e infermieri sono morti per Covid, una sua opera in bianco e nero con un bambino che butta in un cestino della carta straccia i suoi modellini di Spiderman e Batman e fa volare una infermiera con il pugno chiuso in posizione da Superman. E a luglio un uomo mascherato - si suppone lui - aveva riempito un vagone della metropolitana di Londra di topi che starnutiscono e altri con le mascherine. Li hanno cancellati, perché la regola è tolleranza zero per i graffiti sulle carrozze. Forse li avrebbero tenuti, se li avesse coperti da copyright.

Emanuela Minucci per “la Stampa” il 5 ottobre 2020. «Me li guardo sul tablet, sapendo che tenerli appesi sul letto sarebbe troppo rischioso. Loro sono in cassaforte, ma non li considero un investimento visto non ho nessuna intenzione di venderli. Mi emoziona il fatto che sono riuscito a mettere insieme sei opere straordinarie del più sfuggente e politico artista dei nostri tempi. Assente dal mondano, ma presente quando la storia chiama: Banksy». Luca Bravo è un giovane gallerista di Fiorenzuola, ha fatto la gavetta, tante fiere, prima piccole e italiane e oggi internazionali (lavora alla Deodato Arte di Milano). Un anno fa, avendo qualche soldo da parte e ha deciso di spenderli tutti «solo se mi fossi imbattuto nel tratto candido e rivoluzionario dell'artista senza volto». E ci è riuscito. Mettendo insieme opere come No Ball Games del 2009, uno dei topini della pandemia che brandisce il cartello Get out while you Can del 2020, e l'iconico Napalm (2004) con un pagliaccio e Topolino che tengono per mano la bimba fuggita durante i bombardamenti in Vietnam. Serigrafie autenticate da«Pest Control», l'unica agenzia al mondo autorizzata dall'artista a firmare le sue opere. Repliche di unicum che non sono in vendita, dal momento che nascono su muri o all'interno di vagoni ferroviari, oppure quando planano sulla carta si autodistruggono, come nel caso di Girl with balloon venduto da Sotheby' s a un milione e 200 mila euro un attimo prima che si tagliuzzasse da sé. Un bel patrimonio che Luca Bravo ha deciso di offrire, in mostra, ai musei. «Sarebbe un peccato non condividerli». Prima tappa, Helsinky, nel 2021.

Com' è riuscito a comporre una collezione così ricca? Fortuna, intuito, determinazione o cos' altro?

«Determinazione. Oggi non si acquista un Banksy per caso o per fortuna. È quasi impossibile trovare opere in vendita di questo autore, se non partecipando ad aste complicatissime e dal prezzo di aggiudicazione siderale e alquanto aleatorio. La mia, per Banksy, è passione allo stato puro».

Che cosa la colpisce del suo messaggio?

«Satira, provocazione, denuncia sociale. Ammiro la sua voglia di denuncia, il senso di provocazione, la scelta dei luoghi, il tempismo, l'abilità nel diventare invisibile. Tutto ciò mi ha portato a interessarmi al fenomeno Banksy fin dai suoi primi vagiti di genialità».

Lo segue da anni quindi?

«Sì, e appena mettevo qualche soldo da parte il mio sogno non era comprare un'auto o un alloggio, ma un pezzetto del suo sguardo sul mondo. In poco tempo, lavorando nel campo dell'arte, aiutato anche da un pizzico di fortuna, sono riuscito ad acquistare sei opere, ognuna con le sue difficoltà di trattativa e di pagamento. Sì perché per molti Banksy rappresenta guadagno facile. Per me è solo emozione. Ho sempre pensato all'arte come sinonimo di un'azione rivoluzionaria e dirompente. Così l'artista di Bristol è diventato una magnifica ossessione».

Quindi non ha comprato questi quadri per rivenderli.

«Se fosse stato per quello ricevo almeno dieci richieste al giorno, a un prezzo almeno doppio rispetto a quello d'acquisto. E non mi interessa. A inizio estate ero fermamente convinto di fermarmi a cinque opere, considerato il continuo e devastante innalzamento di quotazioni dell'artista. Ma quando il 14 luglio vidi la sua performance nella metropolitana di Londra, dove riempì di topini anti-Covid - che brandivano la mascherina - i vagoni dell'Underground, la mia ansia ricominciò. Feci un viaggio lampo in Inghilterra e, dopo notti passate sul web e decine di telefonate ai collezionisti e ai galleristi d'Oltremanica, conquistai il mia roditore banksiano. La sesta opera Get out while you can, con protagonista il topo rosa ecologista mi stava aspettando».

È vero che parecchi privati le hanno fatto offerte?

«Certo, ma non sono in vendita. Acquistarle è stata un'impresa. Se le vendessi proprio ora, tradirei me stesso. Banksy al momento è un assegno circolare, ma per me vale molto di più. E penso sia necessario condividere questo grande artista prestandolo ai tanti musei che vogliono dedicargli una mostra. Comincerò da Helsinky nell'estate del 2021».

Non le pare anche un artista che gioca con furbizia sul proprio mistero?

«Guardi è l'unico al mondo che ha una personalità più forte della politica stessa. Lui disegna e travolge. Il mese scorso, quando ha finanziato una barca per salvare i rifugiati nel Mediterraneo lo ha fatto con la sua famosa bambina con in mano un salvagente. Il mondo intero è rimasto a bocca aperta, e a settembre le sue quotazioni sono salite del 35% in un solo mese. Questo come lo vogliamo chiamare, se non genio. E un genio non ha prezzo, si tiene stretto».

La versione di Bansky, l’artista “no- global” più globale di sempre. Orlando Trinchi su Il Dubbio il 26 Settembre 2020. «L’arte contemporanea ha, a volte ingiustamente, la reputazione di essere difficile, mentre il mio lavoro non lo è affatto». Critico a un tempo corrosivo e ironico, Banksy riesce a coniugare un’irredenta vocazione alla protesta contro le più disparate storture prodotte dalla globalizzazione e dal consumismo imperante con un’indubbia abilità formale e un’iconica immediatezza. Le oltre cento opere che costituiscono l’essenza della mostra «Banksy A Virtual Protest», visitabile fino all’11 aprile 2021 presso il Chiostro del Bramante di Roma, rappresentano alcuni dei momenti più significativi della sua produzione, contrassegnata da un ampio utilizzo della tecnica dello stencil e da tematiche quali la disuguaglianza economica e sociale, l’ecologia, il rifiuto della guerra e la denuncia delle prevaricazioni del potere. Nato presumibilmente a Bristol all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, occupa un posto di preminenza all’interno della scena underground della capitale del Sud- ovest dell’Inghilterra, in quel fermento che ha convogliato artisti e musicisti – Banksy stesso ha partecipato a diversi progetti discografici concernenti la realizzazione di copertine di vinili e Cd – in direzione di un radicale antagonismo nei riguardi del sistema. Inserito nel 2019 da ArtReview al quattordicesimo posto nella classifica delle cento personalità più influenti al mondo, nessuno, ad esclusione degli amici e dei collaboratori più stretti, ne conosce la vera identità; anonimato che, scaturito da motivazioni di natura pragmatica – come la necessità di sfuggire alla polizia, dovuta alla realizzazione di graffiti illegali, o il bisogno di tutelarsi a fronte del contenuto satirico delle sue opere – si è ammantato nel tempo di ideologica convinzione: «Non ho il minimo interesse – dichiara – a rivelare la mia identità. Ci sono già abbastanza stronzi pieni di sé che cercano di schiaffarvi il loro brutto muso davanti». La sua opera riverbera la potenza iconica dell’immagine messa al servizio del rovesciamento stilistico. Così il giovane manifestante cinese fermo davanti ai carri armati in Piazza Tienanmen, immortalato in un celebre scatto di Jeff Widener, viene munito di un cartello con la scritta “Golf Sale” (Golf Sale, 2003); la piccola vietnamita Kim Phuc, resa dal fotografo Nick Út emblema delle atrocità della guerra, si accompagna per mano ai simboli del consumismo americano Mickey Mouse e Ronald McDonald (Napalm, 2004); in una contestata rivisitazione dell’iconografia sacra della crocifissione, l’immagine di Cristo appare sorretta non da chiodi ma da buste della spesa (Christ With Shopping Bags, 2004); il Jack Russel Terrier che ascolta da un grammofono la voce del padrone, rappresentativo della catena di dischi inglese HMV, qui sorregge con aria minacciosa un bazooka (HMV, 2004). Altra icona molto utilizzata, in chiave disturbante ed eversiva, per mettere in risalto il lato oscuro del potere è quella dello smiley giallo: la vediamo, ad esempio, al posto del volto dell’ufficiale di polizia britannico minuziosamente armato (Smiling Coop, 2003) come a sostituzione delle visiere protettive della trentina di poliziotti militari antisommossa allineati alle due ali di un carro armato (Have A Nice Day, 2003). La satira di Banksy si indirizza con persistenza e senza fare sconti contro l’obsolescenza e la superficialità di cui la società capitalista e consumista è portatrice (in) sana e ubiqua: «Finché il capitalismo resterà in piedi, non potremo far nulla per cambiare il mondo. Nel frattempo dovremmo tutti andare a fare dello shopping per consolarci». Non viene risparmiato neanche il mercato dell’arte. Nell’ottobre 2018, durante un’asta di Sotheby’s a Londra, una versione di una sua famosa serigrafia, Girl With Balloon – apparsa per la prima volta sui muri di Londra nel 2002 – appena battuta per più di un milione di sterline, venne distrutta da un trita documenti nascosto dietro l’opera. Morons (2005) invece, inclusa nella sua prima personale negli Stati Uniti del 2006, «Barely Legal», riprende uno dei momenti cardine della storia dell’arte, quando il 30 marzo 1987 il Vaso con quindici girasoli di Van Gogh venne venduto, in un’asta da Christie’s, al prezzo record di ventidue milioni e mezzo di sterline; nell’opera di Banksy, una folla di collezionisti è assiepata intorno a un banditore alle cui spalle campeggia una tela in una cornice dorata che presenta la scritta: “I can’t believe you morons actually buy this shit” (“non posso credere che voialtri imbecilli stiate davvero comprando questa merda”). Caratteristica manifesta dell’attività di Banksy è quella di essere profondamente incardinata all’epoca in cui vive e delle sue ingiustizie e iniquità ne diventa interprete attiva e vitale. Turf War (2003) riprende il gesto di un anarchico partecipante a un corteo anticapitalista avvenuto nel 2000 nel centro di Londra, che strappò una zolla d’erba e la collocò sulla testa della statua di bronzo di Winston Churchill in Parliament Square (“sorprendente atto di vandalismo creativo”). Nola (2008) è uno dei quindici dipinti dedicati all’inondazione provocata dall’uragano Katrina che si abbatté sulla città di New Orleans il 30 agosto del 2005 devastando la città del jazz e provocando oltre 3mila vittime. Una delle sue immagini più evocative, Love Is In The Air (Flower Thrower, 2003) venne riproposta in un grande murale su un edificio privato lungo la strada principale tra Gerusalemme e Betlemme, mentre nel 2017 a Betlemme, a cinque metri dal muro che divide Israele dai territori palestinesi, lo street artist aprì il suo famoso Hotel. In tempi più recenti, Banksy ha acquistato una nave – ribattezzata Louis Michel in onore di una femminista francese – e finanziato l’attività di soccorso dei migranti nel Mediterraneo «perché le autorità europee ignorano le richieste di aiuto dei non europei». Segno che, se è vero che «un muro è un’arma molto grande», è altrettanto innegabile che certi muri, talvolta, siano soltanto ostacoli da dover abbattere.

Cristina Marconi per ''Il Messaggero'' il 18 settembre 2020. Banksy ha perso il copyright sul suo lavoro più famoso e rischia di vedersi scivolare via dalle mani i diritti su tutte le sue opere: i giudici europei hanno stabilito che il celebre, poetico Lanciatore di fiori, apparso su un muro di Gerusalemme nel 2005, non può essere attribuito con certezza a un artista che si rifiuta di rivelare la sua identità. Non solo. Aprendo nel 2019 un negozio a Croydon, nella periferia di Londra, «probabilmente con l' intenzione meno poetica», per sua stessa ammissione, «con cui sia mai stata fatta un' esposizione di arte», ossia ottenere il riconoscimento del marchio Ue come chiesto nel 2014, ha agito in «cattiva fede», secondo i giudici. La sentenza dell' Ufficio europeo per la proprietà intellettuale, EUIPO, ha dato quindi ragione alla Full Colour Black, azienda che produce cartoline ispirate all' arte di strada e che da due anni contesta il diritto di Banksy di rivendicare un marchio commerciale sul suo nome e sulle sue immagini. Seguendo il consiglio del suo avvocato, Mark Stephen, l' artista di Bristol ha riempito il negozio del sud di Londra di prodotti «creati esplicitamente per rientrare in una certa categoria di marchi commerciali secondo la legge europea», e lo ha chiamato Gross Domestic Product, ossia prodotto interno lordo ma anche, volendo, prodotto nazionale rozzo. Il negozio è servito unicamente per esporre prodotti che poi si potevano comprare solo sul sito e la mossa non è piaciuta ai giudici europei. «Ammettono esplicitamente che l'uso fatto non era un utilizzo genuino di un marchio commerciale per creare o mantenere una quota del mercato vendendo dei beni, ma solo per aggirare la legge», hanno spiegato. Ma il punto centrale, e più saturo di conseguenze per Banksy, è il fatto che l' artista «abbia scelto di rimanere anonimo», rendendo di fatto impossibile «individuarlo al di là di ogni dubbio come il proprietario di quei lavori», e di «dipingere soprattutto graffiti sulle proprietà private di altri senza chiedere il permesso, invece di usare supporti di sua proprietà». Anche per questo «non può essere stabilito al di là di ogni dubbio che l' artista abbia il copyright sui graffiti». Quella dell' EUIPO, che ha sede a Alicante, in Spagna, la richiesta di avere un marchio registrato contrasta in maniera radicale il modo di procedere dell' artista, di cui il Flower Thrower, il lanciatore di fiori, è una delle opere più celebri di Banksy, anche per essere apparsa sulla copertina del suo libro, Wall and Piece.  Lì l' artista, come sottolineato dai giudici, «argomentava positivamente sui benefici della disobbedienza alle leggi sui diritti d' autore e sui marchi commerciali», prometteva che avrebbe reso i suoi lavori accessibili gratuitamente «per divertimento e attivismo» e che non avrebbe mai commercializzato la sua opera. «Il copyright è da sfigati», diceva. Ma ora forse la vede diversamente, visto che la questione non riguarda solo l' Unione europea e di certo non riguarda solo Flower Thrower: tutte le opere dell' artista potrebbero essere sottoposte in teoria allo stesso ragionamento, anche negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L' identità di Banksy è uno dei segreti meglio custoditi del mondo e da anni girano ipotesi di cui è impossibile sapere se siano o meno fantasiose. Una di queste è che si tratti di Robert Del Naja dei Massive Attack, la band di Bristol, mentre l' ultima, circolata a inizio settembre su Twitter e smentita dal diretto interessato, è che sia Neil Buchanan, un altro musicista noto per aver presentato il programma Art Attack. Secondo il Mail on Sunday si tratta di Robin Gunningham, scuole private e famiglia ben poco radicale. Ultimamente Banksy è tornato alla ribalta delle cronache per aver finanziato una nave di salvataggio per i migranti e per aver fatto dei graffiti all' interno della metro di Londra sul coronavirus.

Andrea Concas per “il Messaggero” il 7 settembre 2020. Se fino a pochi anni fa la domanda da porsi era chi è Banksy, oggi quella più giusta è: ma chi non conosce Banksy? Nel quartiere poco raccomandabile di Barton Hill, a East Bristol, in Inghilterra, un ragazzino di 16 anni nel 1974 si muove di notte per iniziare a darsi da fare nel mondo della Street Art. Adrenalina al massimo, impara subito a sfuggire ai poliziotti riuscendo a mantenere, ancora oggi, l' assoluto anonimato dietro lo pseudonimo di Banksy. Che vuol dire? Per firmare i suoi graffiti, inizialmente utilizza la tag Robin Banx, probabile rielaborazione della frase inglese robbing banks, segno che poi ha abbandonato forse perché suonava come «rapinare banche». Ben presto però passa alla tag Banksy, che diventa in breve tempo la sua firma. Le sue tele sono i muri, i cavalcavia, i sotterranei, ma quello che conta per lui è la velocità di esecuzione, per questo a 18 anni, dopo aver trascorso un' intera notte nascosto sotto un camion, in attesa che la polizia ferroviaria andasse via, trovò la soluzione negli stencil. Le maschere in cartoncino con forme ritagliate, preparate in studio e nascoste sotto i giubbotti, si dimostreranno straordinariamente efficienti. Entra in contatto con gli artisti più noti di quel periodo come 3D, alias Robert Del Naja del gruppo musicale Massive Attack, e Inkie, alias Tom Bingle. Il suo stile è già allora inconfondibile e la sua fama cresce, tanto che nel 1998, a Bristol, organizza il trionfale festival Walls on Fire dove, per due giorni la città viene letteralmente invasa da writer per un evento memorabile. La sua vita artistica e la sua fama negli anni cresce in modo esponenziale, insieme alle sfide all' autorità e alle istituzioni come i musei dove organizza alcune incredibili incursioni. La prima nel 2003 alla Tate Britain di Londra, accuratamente travestito, beffa i vigilanti del museo e appende una sua opera a fianco dei capolavori esposti, facendo filmare il tutto da un suo complice. L' opera rimane esposta per ben tre ore al museo prima che qualcuno se ne accorga, mentre il filmato diventa virale: la sua prima incursione passa alla storia. Evidentemente mai pago, negli anni Banksy colpisce ancora: British Museum, poi Louvre di Parigi e negli Stati Uniti al MoMa - Museum of Modern Art -, al Metropolitan Museum of Art, al Brooklyn Museum e, infine, nell' American Museum of Natural History. L' attenzione del grande pubblico e dei media è ormai alle stelle, tutti vogliono conoscere l' identità di Banksy ipotizzando, inutilmente, quali saranno le sue nuove incursioni. Il mistero aumenta mentre lui continua ad agire, come nel 2005 in Cisgiordania dove, con il rischio reale di essere sparato, decide di realizzare, in soli 25 minuti, nove graffiti sul muro in cemento di separazione tra Israele e Palestina. L' arte di Banksy diventa una bandiera di protesta. Nel 2006 a Los Angeles, in occasione della sua mostra Barely Legal, decide di esporre un elefante vivo dipinto con vernice ad acqua, recuperando il detto inglese c' è un elefante nella stanza. La sua attenzione è rivolta al tema della povertà nel mondo che riguarda due miliardi di persone mentre un miliardo e 700 non hanno accesso all'acqua. Nel frattempo non mancano le guerre con altri artisti della street art, come quella con King Robbo, conclusasi nel 2010 con la tragica morte di Robbo che Banksy commemora con un suo graffito. Il mito di Banksy cresce sino ad ottenere una nomination agli Oscar con il docu-film Exit Through The Gift Shop; non vince, ma al botteghino incassa oltre 5 milioni di dollari. Negli anni le quotazioni delle sue opere crescono vertiginosamente, ma Banksy non ci sta, vede il mercato dell' arte come una mercificazione, con i suoi multipli, venduti a poche decine o centinaia di sterline fuori dalle sue mostre oppure online, rivenduti a prezzi centuplicati. Decide che la sua arte deve essere acquisita, da tutti, a prezzi accessibili tanto che lo scorso anno apre il suo store online The Gross Domestic Product, che in poche ore riceve prenotazioni per oltre 200.000 ordini. Il collezionismo di Banksy oggi resta un affare per pochi, gli originali partono da qualche decina di migliaia di sterline per le Limited Editions Prints, fino ad arrivare agli oltre 11 milioni di euro, come avvenuto, nel 2019, per la vendita del dipinto Devolved Parliament da Sotheby' s a Londra. La corsa all' oro Banksy è irrefrenabile, tanto che arrivano persino a rubare le sue opere realizzate per strada, anche per questo ha fondato la Pest Control, una società che tutela i suoi interessi e protegge dai falsi. E la guerra non è ancora finita. Le sue apparizioni nel mondo continuano, le ultimissime cavalcano l' attualità dei temi come il graffito della laguna di Venezia o la nave di salvataggio Louise Michel per gli immigrati nel Mediterraneo. Chi sia realmente Banksy nessuno ancora lo sa, ma resta più importante come la sua arte rappresenta la nostra società. Un' occasione importante per conoscere meglio lo street artist sarà la mostra, non ufficiale come sempre, Banksy - A visual protest al Chiostro del Bramante a Roma, dall' 8 settembre 2020 all' 11 aprile 2021. Prendete nota. Merita.

Da repubblica.it il 28 giugno 2020. Sei persone, sospettate di aver rubato nel 2019 al Bataclan - teatro della strage terroristica del 13 novembre 2015 a Parigi - un'opera attribuita all'artista Bansky, ritrovata di recente in Abruzzo, sono state arrestate oggi in Francia con l'accusa di averle rubate. I sei, da quanto si apprende da fonti giudiziarie e di polizia, sono in detenzione provvisoria. Gli accusati sono stati fermati questa settimana nell'Isère e nell'Alta Savoia, a sud-est della Francia, poco lontano dal confine con l'Italia. Le accuse nei loro confronti sono furto, associazione per delinquere e ricettazione. La dinamica del furto era stata studiata nei dettagli dai ladri: alcuni uomini incappucciati avrebbero usato delle smerigliatrici angolari per tagliare l'opera dalla porta di emergenza, che poi avrebbero portato via su un camion.

Paolo G.Brera per ''la Repubblica'' il 12 giugno 2020. Chissà quali intricate geometrie del crimine hanno portato la Donna in lutto di Banksy, strappata il 25 gennaio del 2019 da una porta di sicurezza del Bataclan, in un casale squinternato nelle campagne abruzzesi, abitato da una ignara coppia cinese. Il genio anonimo della Street Art l' aveva regalata al teatro parigino perché piangesse per sempre le 90 vittime di quella notte d' orrore, il 13 novembre 2015. Invece è finita chissà come nelle mani del gestore abruzzese di un albergo, un pittore dilettante, che l' aveva nascosta tra le vecchie carabattole nella soffitta di un casale di campagna «di cui aveva disponibilità » benché non fosse suo. A gennaio dello scorso anno, quando qualcuno la rubò staccandola dalla porta antincendio del Passage Saint Pierre Amelot, sul retro del Bataclan, i gestori allargarono le braccia attoniti: era «un simbolo di raccoglimento che apparteneva a tutti: residenti, parigini, cittadini del mondo ». Ora apparteneva a un paio di persone con i passamontagna: le telecamere li ripresero con le smerigliatrici per scardinare la porta, e col furgone con cui fuggire. Più nulla, poi. Ma l' indagine, in Francia, andava avanti in silenzio temendo che non fosse il valore economico - le quotazioni di un Banksy sono sempre alle stelle - il vero bottino dei ladri. Temevano il terrorismo islamista, niente sangue ma un nuovo colpo basso alla Francia e all' Occidente attraverso un simbolo del dolore e della costernazione. E invece no. Secondo la procura dell' Aquila, che ha raccolto la segnalazione all' Interpol della gendarmerie su una pista italiana, da questa parte delle Alpi c' è solo voglia losca di far quattrini. Il filo d' Arianna portava a un sospetto di Tortoreto. Quando i carabinieri del Nucleo di tutela del patrimonio artistico hanno deciso di agire, a casa sua non hanno trovato nulla. Messo alle strette, però, ha ammesso: «Ce l' ho io, è nel casale di Sant' Omero», tra le intricate colline teramane. Così si va su curva su curva, ed ecco il vecchio rudere fatiscente. Ci vive da anni una famiglia di cinesi che di quell' opera e del suo ipotetico valore nulla sapeva. Ma c' è una storia nella storia, che è un bel modo per restituire luce alla Donna in lutto , al suo e al nostro dolore per la notte di sangue che, in tutta Parigi, fece 130 morti: insieme ai carabinieri, a seguirne le tracce fino al vecchio casale c' era un gendarme parigino che cinque anni fa, mentre i kalashnikov sterminavano i giovani entrati al Bataclan per il concerto degli Eagles of Death Metal , si faceva strada tra i cadaveri per acciuffare i killer. Chi l' ha strappata da quella porta antincendio, le ha disegnato sopra una cornice con lo scotch appiccicandoci un lenzuolo con spruzzi di vernice, per simulare una porcheria d' arte astratta che non insospettisse un controllo. In Italia è arrivata così: un lembo rosso del lenzuolo è ancora ai suoi piedi, il resto i carabinieri l' hanno trovato in soffitta. Lei, la Donna in lutto , sta bene: manca la maniglia, ma «è nata per stare all' aperto, è abbastanza resistente ed era in condizioni perfette», dicono i carabinieri. Ora tornerà a Parigi, mentre le indagini inseguono chi la rapì dal Bataclan. L' albergatore senza precedenti è indagato per ricettazione, ma gli inquirenti non escludono ci siano mani esperte dietro una partita così difficile: vendere un' opera famosa e dolente non è semplice.

Un artista chiamato Bansky a Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Tra i più grandi artisti globali del nuovo millennio. Carlo Franza il 5 giugno 2020 su Il Giornale. Palazzo dei Diamanti a Ferrara  presenta la mostra Un artista chiamato Banksy, visitabile fino al 27 settembre 2020,  a cura di Stefano Antonelli, Gianluca Marziani e Acoris Andipa, ideata e prodotta da MetaMorfosi Associazione Culturale, in collaborazione con Ferrara Arte. Originario di Bristol, nato intorno al 1974, inquadrato nei confini generici della street art, Banksy rappresenta il più grande artista globale del nuovo millennio, esemplare caso di popolarità per un autore vivente dai tempi di Andy Warhol.  A parlare, al posto dell’artista inglese che nessuno ha mai visto e di cui nessuno conosce il volto, sono le sue opere. Opere di inaudita potenza etica, evocativa e tematica. Banksy rappresenta la miglior evoluzione della Pop Art originaria, l’unico che ha connesso le radici del pop, la cultura hip hop, il graffitismo anni Ottanta e i nuovi approcci del tempo digitale.  Quello che arriva a Palazzo dei Diamanti è un imponente evento che riunisce oltre 100 opere e oggetti originali dell’artista britannico, in un percorso espositivo che dà conto della sua intera produzione: vent’anni di attività che iniziano con i dipinti della primissima fase della sua carriera, fino agli esiti dello scorso anno con le opere provenienti da Dismaland, come la scultura Mickey Snake con Topolino inghiottito da un pitone. Ci sono poi gli stencil e, ovviamente, le serigrafie che Banksy considera vitali per diffondere i suoi messaggi. Un quadro raccontato esaurientemente in mostra da ricche schede testuali in grado di ricostruire storie, aneddoti, provenienze e relazioni, in un percorso di approfondimento ideato affinché il pubblico possa scoprire l’artista nelle sue molteplici angolazioni. Per Pietro Folena, presidente di MetaMorfosi, «produrre, aprire e visitare questa mostra dedicata all’approfondimento e alla conoscenza dell’opera dell’artista più controcorrente su scala globale, nei primi giorni della fase 2 è un atto di amore, di coraggio e di speranza nei confronti del valore dell’arte e della cultura, dopo mesi di dolore e di difficoltà». Tra il 2002 e il 2009 Banksy pubblica 46 edizioni stampate che vende tramite la sua casa editrice Pictures on Walls di Londra. Si tratta di serigrafie che riproducono alcune tra le sue più famose immagini, molte delle quali sono state usate nei suoi interventi all’aperto, che sono diventate “affreschi popolari”. Oltre trenta serigrafie originali che sono state selezionate dai curatori per la mostra     ferrarese. Tra queste le ormai iconiche Girl with Balloon, serigrafia su carta del 2004-05 votata nel 2017 in un sondaggio promosso da Samsung, come l’opera più amata dai britannici, e Love is in the Air, una serigrafia su carta che riproduce su fondo rosso lo stencil apparso per la prima volta nel 2003 a Gerusalemme sul muro costruito per separare israeliani e palestinesi nell’area della West Bank, che raffigura un giovane che lancia un mazzo di fiori, messaggio potente a un passo dai lanciatori di pietre del palcoscenico più caldo del Mediterraneo. Presente, con tutti i suoi rimandi all’iconografia rinascimentale reinterpretata e rielaborata secondo la tecnica del “détournement” che ne mette in crisi il significato classico, la Virgin Mary, conosciuta anche come Toxic Mary, una serigrafia su carta del 2003 che secondo alcuni rappresenta una dura critica di Banksy al ruolo della religione nella storia. “Banksy mette in discussione concetti come l’unicità, l’originalità, l’autorialità e soprattutto la verità dell’opera” spiegano due dei curatori, “tratteggiando una nuova visione sulla relazione tra opera e mercato, istituendo, di fatto, un nuovo statuto dell’opera d’arte, una nuova verità dell’arte stessa, ovvero l’opera originale non commerciabile”. Banksy preferisce da sempre la diffusione orizzontale di immagini rispetto alla creazione di oggetti unici. Una lezione mutuata da Andy Warhol, con il suo approccio seriale e l’uso sistematico della serigrafia. Fondamentali nel percorso espositivo i dipinti realizzati con spray o acrilici su diversi tipi di supporto che raramente si possono incontrare nelle esposizioni dedicate all’artista inglese. Tra questi uno dei suoi primissimi lavori, Lab Rat, realizzato in spray e acrilici su compensato nel 2000, è una delle tante opere “riscoperte” di Banksy: originariamente pannello laterale di un palco allestito presso il festival di Glastonbury, venne dipinto sul posto; il pannello è rimasto poi per anni in un magazzino e alla sua riscoperta nel 2014 è stato autenticato dall’artista. In mostra anche il CCTV Britannia, spray su acciaio forato del 2009, che trasforma la lancia della figura femminile che personifica la nazione inglese in un supporto per una telecamera a circuito chiuso, messaggio non troppo nascosto contro il controllo esercitato sugli spazi pubblici, luoghi prediletti da Banksy per il suo agire. «Banksy supera la stessa arte che finora abbiamo conosciuto. Ne riformula regole, usi e costumi, ricreando una filiera che elimina gli imbuti produttivi del modello tradizionale» spiega Gianluca Marziani «Banksy usa strumenti e materiali che tutti conosciamo, senza perdere aderenza con oggetti fisici e tangibili, con forme semplici e quasi banali, con un mondo lo-fi privo di utopie fantasy. Lo capiscono tutti in quanto usa la grammatica degli oggetti e la sintassi delle storie condivise. Si alimenta di cronaca e realtà, ribaltando storie che toccano l’umanità intera». Quello di Banksy è un immaginario semplice ma non elementare, con messaggi che esaminano i temi del capitalismo, della guerra, del controllo sociale e della libertà in senso esteso e dentro i paradossi del nostro tempo. Per la prima volta una mostra esamina le immagini di Banksy all’interno di un quadro semantico che ne veicoli origini, riferimenti, relazioni tra gli elementi e piani di pertinenza. Completano la mostra diversi poster da collezione, le banconote Banksy of England, alcune t-shirt rarissime e i progetti di copertine di vinili. “Rifiutando di essere rappresentato da una galleria, Banksy continua a infrangere le regole, e in questo modo smaschera il mercato stesso dell’arte” afferma Acoris Andipa. “È un peccato che non importi cosa produca l’artista, quanto siano impegnate le opere o il lavoro pubblico che affronta i temi delle inadeguatezze sociali: ciò che interessa la maggioranza delle persone è il suo valore economico”. Carlo Franza

In 26 contro Langone, il nuovo regime dei finti democratici. Emanuele Beluffi su culturaidentita.it il 28 Aprile 2023

A Sgarbi non gli hanno voluto stringere la mano, a Langone vogliono togliere il Premio. Il 25 aprile in piazza San Lorenzo il presidente dell’Anpi non aveva voluto stringere la mano al sottosegretario e assessore al Comune di Viterbo, oggi sempre l’Anpi più altre 25 (totale 26, in lettere ventisei, manco ci fosse da difendere la Polonia invasa dai carrarmati) associazioni di Forlì vogliono eliminare il Premio Verzocchi perché lo cura Camillo Langone.

Un passo indietro: Giuseppe Verzocchi era un imprenditore illuminato, amante dell’arte al punto che nell’immediato dopoguerra affidò a una serie di pittori (De Chirico, Guttuso, Casorati, Carrà, Vedova, mica i pittori della domenica) la realizzazione di un’opera (pagata) 70×100 cm che iniziasse ad entrare a far parte di quella che poi sarebbe diventata la Collezione Verzocchi, o Galleria Verzocchi, collezione di pittura contemporanea incentrata sul tema del lavoro. La portarono alla Biennale di Venezia del 1950 e nel 1961 Verzocchi la donò al comune di Forlì. Oggi si trova a Palazzo Romagnoli, vicino ai Musei di San Domenico e il Premio non è nulla di più e nulla di meno dei tanti Premi che nell’arte contemporanea vengono allestiti per valorizzare e promuovere, anche finanziariamente, il lavoro dei giovani artisti.

Oggi a curare il Premio Verzocchi c’è Camillo Langone e questo non è piaciuto né al consiglio comunale di Forlì (due consiglieri del gruppo Forlì e Co hanno deciso di presentare un’interpellanza urgente) né alla galassia fracassona dell’Anpi e associazioni varie, che niente niente sabato hanno deciso di scendere in piazza per chiedere la sospensione del Premio Verzocchi perché c’è Camillo Langone.

Oltre a svariate configurazioni di associazioni di partigiani, Anpi di qua e Anpi di là, troviamo Forum delle donne, Parità di Genere, Associazione Barcobaleno, Forlì Città Aperta e via dicendo, fra atei, lgbt, antifa e blah blah blah (per i curiosi, queste le sigle: Anpi Comunale Forlì; Anpi Forlì-Cesena; Arc Comitato Forlì; Associazione Barcobaleno – Aps Forlimpopoli; Associazione Luciano Lama; Auser, Forlì; Cgil Forlì; Consulta Laica Forlivese; Fondazione Lewin, Forlì; Forlì Città Aperta; Forum delle donne; Il progresso delle idee; Italia Nostra Sezione di Forlì; La materia dei sogni, Forlì; Libera Forlì-Cesena; Monnalisa; Naima Foundation; Parità di Genere; Rea Collettivo di genere; Scuola Viva; Tavolo Permanente delle Associazioni Contro la violenza alle donne; UAAR Forlì-Cesena; Udu, Forlì; Un secco no Apì; Unione Donne in Italia di Forlì; Vocedonna).

Ma perché tanto rumore? Per cosa scendono in piazza? Cosa gli ha fatto di male Langone?

Lo accusano di avere “posizioni misogine e anti-scientifiche, espresse in articoli negli ultimi anni”. Eh sì: come gli scalzacani in piazza il 25 aprile, che quando gli chiedi perché manifestano guardano sull’internet e poi farfugliano quattro cose imparaticce sbagliandole pure. Così la minoranza rumorosa girotondina sabato farà cagnara contro Langone e contro il Premio senza sapere perché, come gli antifa che berciano in assenza di fascismo, senza sapere nulla né del Premio né di Langone. Lo hanno detto loro stessi senza accorgersene: hanno notato i suoi articoli, adesso, dopo 30 anni che scrive.

Come sono noiosi. Biascicano di libertà ma sono i primi a negare il pluralismo: perché è proprio nel mondo della creatività, che ci vuole una curatela creativa. E Langone scrive divinamente. E conosce bene l’arte, soprattutto la pittura.

E’ normale che un curatore ci metta del suo, nel progetto che cura: e la Collezione Verzocchi, con quel suo splendore di pittura figurativa, sembra proprio il Premio “curabile” (anche) da uno con il curriculum di Langone, artisticamente più inclusivo di quelli che frignano per la mancanza di inclusione.

Perché questo è il vero pluralismo, non quello rilasciato come una patente dal comitato permanente degli indignati speciali, che fra lgbt, laicismo e pensiero corretto (da loro) hanno rotto le balle.

Non sarebbe interessante conoscere un punto di vista alternativo alla vulgata maxima che continuiamo a vedere nei vari MiArt e Fiera di Bologna? Non sarebbe interessante scoprire quei talenti inespressi della pittura italiana che sono coperti dalla cappa del rito artistico progressista e accettato della setta con l’asterisco? No, i piangina dell’intolleranza bru bru vogliono un’arte noiosa, una critica noiosa, mostre noiose come loro. Si dicono democratici, berciano di libertà, ma vogliono nulla di più e nulla di meno che un’arte di regime.

Camillo Langone: galera per chi imbratta i monumenti. Emanuele Beluffi su culturaidentita.it il 18 Aprile 2023

Ieri leggendo l’intervista che il nostro Fabio Dragoni ha fatto a Camillo Langone su La Verità ho ritrovato tanto di quello scrittore che, prima ancora che critico d’arte, è stato, unico fra tutti, il “critico liturgico” per eccellenza: lui recensiva le chiese e le messe, poi certo anche la “diva bottiglia” e la pittura ma, prima che il suo verbo critico fosse, l’architettura sacra verticale, lontana da Dio e umana troppo umana, cadeva sotto le stilettate della sua penna (mi piace pensarlo ancora uso alla cara vecchia carta).

Lo intervistai 14 anni fa nella sua Parma per l’uscita del primo numero – cartaceo, appunto – della rivista di critica d’arte che inventai in combutta con un artista serbo (che, democratico come tutti i serbi, mi impose di chiamarla “Kritika”, quindi alla serba, con quelle due “k” che non ammettevano repliche).

E nell’intervista di ieri di Fabio Dragoni c’era tutto il Langone che conosciamo e anche di più: l’idiosincrasia per gli anglismi del linguaggio chic che piace alla gente che piace (meglio il latino, “una lingua superiore. Scolpita e razionale. Inoltre, ci risparmia le traduzioni ambigue”), la sconfessione della sciocca accusa di attitudini reazionarie e medievali da parte dei suddetti piangina progressisiti (“Non sono reazionario. E purtroppo nemmeno medievale. Sono molto più contemporaneo di tanti miei detrattori ancora fermi agli anni 70. Sono conservatore, certo: perché cerco di conservare me stesso e le cose belle che amo”), la mistica cristiana della carne (“Sono un super carnivoro e teorizzo che l’uomo debba mangiare carne”).

E, oggi, la rivendicazione della giusta punizione per gli imbratta monumenti che vanno tanto di moda, gli eco teppisti di Ultima Generazione che andrebbero semplicemente mandati in galera (“Chi danneggia in modo premeditato il patrimonio pubblico deve andare a riflettere in carcere. Così come chi blocca le strade impedendo alle persone di andare a lavorare. È un sequestro e il posto dei sequestratori è la galera”).

E ci ha svegliati sventolandoci sotto il naso il libro vero del comunismo, che altro che morto è anzi vivo in mezzo a noi: “Maurizio Ferraris, filosofo di sinistra non certo noto al grande pubblico che conosce solo i filosofi televisivi ossia Cacciari, sostiene che il comunismo non è mai stato così vicino al trionfo come oggi. Anche Zizek, filosofo sloveno, sostiene che dalla pandemia è fiorito un nuovo comunismo. Sembra anche a me”.

Ci dobbiamo salvare dal comunismo e dal luogocomunismo delle minoranze e dei loro diritti imposti: noi, dobbiamo salvarci, non il pianeta, come vorrebbero imporci i volenterosi artefici del pensiero debolissimo alla Greta Thunberg. Il pianeta Terra continuerà a esistere benissimo dopo di noi, siamo noi che ci stiamo estinguendo e pure male: “L’utero in affitto è pratica satanica”.

Camillo attualissimo nelle sue considerazioni inattuali: per dirla con il grande Carmelo Bene, “Un Amleto di meno” e un Langone di più. 

MISTERI DIETRO LA MORTE DI CARAVAGGIO

Gaia Vetrano l'11 Marzo 2023 su nxwss.com

La scorsa settimana vi abbiamo narrato una storia di passione e ossessione, legata indissolubilmente al mito della Medusa. Una delle rappresentazioni più celebri di questa la ritroviamo nella produzione di Michelangelo Merisi, più noto come Caravaggio.

Il pittore inquieto, la cui storia è immersa nel mistero come i suoi quadri sono avvolti dalla luce e dalle ombre, in un eterno abbraccio. Alla vita di Caravaggio si stringe in una morsa oppressiva l’enigma. Quale miglior personaggio di cui raccontarne la storia?

Uno degli artisti più apprezzati al mondo, non c’è mostra che non attiri appassionati di arte. Non c’è studioso che non conosca i suoi quadri. Forse perché è riuscito a scavare nell’anima di colui che ammira i suoi dipinti riuscendo a rappresentare le più profonde emozioni della natura umana? O forse perché l’uomo è sempre stato ammaliato e affascinato dalle esistenze tormentate e dai racconti avventurosi?

Una figura dal carattere complesso e tormentato. Una vita da romanzo, segnata da eccessi, fughe, un delitto (o forse due), e anche dall’impronta personale che diede all’arte, oltre che al suo spaventoso contributo.

Giunti a parlare di quella creatura prodigiosa che è la Medusa, sotto cui posa l’agonia della morte. Su di essa si scolpisce la sua ombra, che si poggia leggiadra sulle sue vittime. Una storia che Caravaggio padroneggia e racconta come dono per Ferdinando I De’ Medici. 

Si tratta di un’opera cruda, un olio su tela incollato su uno scudo, dove Merisi immortala la sofferenza della punizione inflitta. Un realismo innovativo, che rappresenta il sangue che sgorga dalla carotide. La sublimazione più alta dell’ultimo istante di vita di una creatura condannata dal momento stesso in cui è venuta al mondo.

La creatura trasmette la paura e lo sgomento tramite l’espressione. La bocca spalancata, come se fosse stata colta durante l’ultimo grido. Gli occhi sgranati, sulle pupille impresso il riflesso della vita che le è stata tolta.

Medusa sta urlando, ma noi non la possiamo sentire. Eppure, il rimbombo della sua voce echeggia nei nostri timpani quando osserviamo l’opera, grazie alla bravura di un uomo anch’esso tormentato. Alla costante ricerca della perfezione, come dimostra il ciclo di Davide con la testa di Golia.

Quando guardiamo la luce, pensiamo a qualcosa di puro, di candido. La luce è il bene, la giustizia. Tutto ciò che di positivo c’è nella nostra cultura. All’oscurità associamo ciò che ci inquieta di più. L’ignoto, fiancheggiato dalla poesia delle lucciole e dal fuoco divampante delle stelle.

Nelle sue tele, il genio non è tanto nell’uso della luce, quanto la costante consapevolezza dell’oscurità circostante. Caravaggio, in anni di morte dovuti a pestilenze e povertà, ha reso la sua arte cattura del momento decisivo, fissata nell’eternità in un solo istante.

Estrema verità o falsità, congelate in un gesto con la mano, il pennello e i colori. Ma ciò che più stupisce del Caravaggio è anche il suo carattere. Oscuro, focoso. Capace di ardere ciò che lo circonda. 

Come scrisse di lui Giovan Pietro Bellori:

Il modo del Caravaggio corrispondeva all’apparenza sua ovvero fisionomia; gli aveva complessione oscura ed occhi oscuri, il ciglio e la chioma erano neri, si che tale colore specchiavasi nella sua pittura

Ciò che Michelangelo Merisi vede in sogno, quando chiude gli occhi, è la sua terra d’origine, la Lombardia, e gli anni a bottega. Ma soprattutto una donna, che rappresenta l’ideale di bellezza eterno e immutabile nella fugacità effimera del quotidiano. Questa ha il volto coperto, e giace sdraiata con, nella fissità delle labbra dischiuse e sensuali, il riflesso del sonno eterno.

Nella notte Michelangelo è oppresso dalla morte, che lo segue e lo ossessiona. Questa lo fissa e lo attende, come la Ophelia di Millais aspetta l’ultimo istante prima del soffocamento. Lei lo guarda, circondata dalle margherite che simboleggiano l’innocenza, dai papaveri che rappresentano il sonno mortale, e dall’ortica, simbolo del dolore.

Ma la vita del Merisi non può essere immortalata dall’ingenuità.

Caravaggio aspetta la condanna eterna, consapevole della sua vita sconsiderata. Quella di un artista che in primo luogo violò le regole in fatto d’arte che la Controriforma aveva imposto. Di carattere iroso e ribelle, propenso al gioco e alle risse. Nelle dispute sempre disposto a uscire le spade per difendere il proprio onore, tanto da arrivare a uccidere un uomo.

Così, quando deve rappresentare la morte nei suoi quadri, molto spesso si ritrae nei personaggi cui le vanno incontro, come succede con David con la testa di Golia. Nella Genesi biblica quest’ultimo è un guerriero filisteo alto tre metri, che decide di scontrarsi contro Davide, campione dell’esercito di Israele del re Saul. La vittoria del duello avrebbe deciso le sorti dell’intera guerra. 

Il piccolo israeliano non ha esperienza. È giovane e di bell’aspetto ma non è ancora pronto per combattere. Eppure è l’unico che ha il coraggio di chiedersi perché quel gigante abbia il coraggio di sfidare il popolo eletto di Dio. Proprio per questo ardore Saul accetta che sia lui a rappresentare il suo popolo.

David è solo una pedina nelle mani della fede. Riesce a vincere usando una fionda, con cui scaglia contro l’avversario ben cinque pietre. Golia cade a terra e Davide allora gli sfila la spada dal fianco e gli taglia la testa, uccidendolo.

Caravaggio rimane impressionato da questa storia, tanto da autoritrarsi, secondo molti studiosi, nel volto di Golia. Non solo, ma anche nei panni del vincitore del duello. Una doppia autoidentificazione: il Merisi crea un’immagine idealizzata del pittore adolescente, che sconfigge ormai l’anziano Michelangelo, peccatore incallito.

Il suo è l’ultimo tentativo di espiare le proprie colpe e i propri peccati. Il giovane eroe biblico sbuca dall’oscurità con la testa del gigante filisteo, che esibisce come un macabro trofeo. 

Il realismo della rappresentazione indugia impietoso sul viso, sullo sguardo spento, sulla dentatura irregolare, sulla bocca spalancata fissa nell’esalazione dell’ultimo respiro, sul labbro inferiore tumefatto, che conferisce un’aria pateticamente caricaturale al viso.

Siamo dunque di fronte a un Caravaggio contrito, che si ritrae nelle vesti del gigante decapitato perché afflitto dai sensi di colpa? Il dipinto rientra pertanto nel filone morale della Virtù che trionfa sul Vizio?

Appare quindi la contrapposizione Adolescenza/Innocenza – Maturità /Vizio, e il Caravaggio si sarebbe idealmente affidato a una giustizia più alta di quella umana, trasferendo sulla tela l’eterna contraddizione esistenziale dell’uomo. In sé racchiude il bene ed il male, trasformandosi di volta in volta in vittima e carnefice.

Quando Caravaggio si trova sulla sua feluca, diritta verso Porto Ercole da Roma, è forse a questo che lui pensa? Alla sua condanna a morte che sancirebbe la vittoria del David? 

L’imbarcazione, mentre attraversa il mare, traballa. Il pittore è preoccupato. È luglio, e con sé porta tre tavole, che rischiano di rimanere danneggiate dal trasporto, dall’umidità e dal possibile contatto con l’acqua. La sua pittura è l’ultima cosa che gli è rimasta in quegli anni di latitanza.

Un solo errore, che però aveva segnato la sua vita. Ora, però, potrebbe finire. Eppure, Caravaggio non rimetterà mai più piede nella Città Eterna, come invece tanto sperava.

La sua arte è ancora una volta il costo della libertà. Immaginate di vedere quindi un veliero che, con la prua, si dirige verso le coste. Ha delle tele arrotolate, forse qualche soldato a bordo. Arrivato a Palo di Ladispoli viene fatto scendere a terra, privo dei suoi bagagli.

Vestito da mendicante, con la barba lunga e incolta. Il viso pieno di rughe e la camminata appesantita. Porta con sé una spada dalla quale non si separa mai. Sceso a terra viene fermato da dei cavalieri che lo sottopongono a dei controlli, mentre la sua barca riparte verso Napoli. Le sue tele non le rivedrà mai più.

Sembra l’inizio di un giallo, ma è soltanto l’ultimo atto di un uomo dove i termini genio e sregolatezza si abbinano perfettamente per descrivere la sua parabola pittorica ed esistenziale. 

Nonostante Caravaggio ripeta che il Papa gli avesse concesso il perdono, le guardie lo arrestano a causa della condanna a morte che pende sulla sua testa. La sua vita è un incredibile sequela di fatti e punti oscuri e con difficoltà raccontiamo questi mesi di prigionia. Possiamo solo dire, che un’unica presenza è costante in questo periodo.

D’altro canto, cosa fare quando ti viene privata l’unica tua ragione di vita, ossia l’arte? Che smuoveva il suo animo come il mare in tempesta che spostava la feluca che lo avrebbe dovuto portare presso la salvezza.

Quei quadri sono il suo lasciapassare. La sua unica ancora di speranza. Quando verrà rilasciato, non si sa come, se a piedi o via mare, riesce a raggiungere Porto Ercole. Ma è troppo tardi.

I suoi lavori non ci sono. Lui è soltanto lo scheletro dell’uomo impetuoso che era. Agli albori dei quarant’anni, decretato grande dalla Città Eterna, soccombe sotto il peso della sua vita sregolata. Ormai, la vista si annebbia. La fronte scotta, gli occhi bruciano e fanno fatica a rimanere aperti. 

I dorsi delle mani sudano, e non hanno più quella stretta tenace, con la quale impugnava i suoi pennelli. A mala pena si regge in piedi, perché gli arti e la schiena lamentano dolori laceranti alle articolazioni. La bocca disidratata e un dolore lancinante alla testa che gli vieta di dormire e persino di pensare.

E poi la nausea e il vomito, fino al mal di gola. Caravaggio prova in ogni modo ad aggrapparsi alla vita con ogni forza che ha in corpo, ma l’ossigeno sfugge dai suoi polmoni in un soffio, senza che riesca a porre resistenza. Così, l’acido carbonico si accumula nel sangue, provocando la morte dell’uomo, che si spegne nel soleggiato luglio.

Eppure, come per la vita, anche la morte di Michelangelo Merisi possiede punti di luce e di ombra. Così, miei cari, vi introduciamo la storia di un artista tormentato e impetuoso.

E quale modo migliore per farlo se non con un proemio cavalleresco?

La vita, le liti, le armi, gli amori,

l’arte, l’audace intelletto io canto,

che furo al tempo che passaro i Cavalieri dell’ordine di Malta

d’Africa il mare, e nella vita di un uomo nocquer tanto,

seguendo l’ire e il tacito assenso

della curia romana, che si diè vanto

di vendicare l’offesa arrecata a un potente cavaliere

sopra il cardinale Scipione.

Liberamente tratto dal proemio dell’Orlando Furioso

Tra luce e ombra la vita di Caravaggio

Del luogo dove nacque, Michelangelo Merisi porta anche il nome. Nel 1573 è un giovane sprovveduto originario di un paesino lombardo, capace di dar vita a fiumi di parole. In realtà, qualcuno sostiene sia invece nato a Milano il 29 settembre 1571.

L’infanzia a Caravaggio, dove la sua famiglia viene travolta dalla peste, che brutalmente si porta via sia il padre Fermo Merisi che il nonno Bernardino e poi lo zio Pietro. Poi l’apprendistato presso Simone Peterzano, allievo del Tiziano. Questo gli insegna in quattro anni l’uso del colore, poi se ne perderanno le tracce.

Finito il suo lungo periodo di apprendistato, qualcuno ritiene sia subito andato a Roma. Eppure, abbiamo pochi documenti che, come i volti dei suoi quadri, emergono dal buio. I suoi colleghi pittori non parlano molto bene di Caravaggio, come Giovanni Baglione, che lo definisce come un personaggio ingombrante.

Gli anni dal 1588 fino al 1592, ultima testimonianza della sua presenza in Lombardia prima di raggiungere Roma, risultano piuttosto nebulosi. Caravaggio è un uomo violento, per questo molti ritengono, anche dei suoi contemporanei, che sia fuggito da Milano in quegli anni per andare a fare l’allievo di Giorgione o il cavaliere di ventura.

In particolare, come racconterà Baglione, si ritroverà probabilmente in Ungheria a combattere contro i turchi, evento che segnerà profondamente la sua vita, tanto da costringerlo a girare sempre armato di una spada, che diventa la sua fedele compagna.

Così facilmente è capace di tirarla fuori per difendersi da coloro che ritiene nemici. Incapace di adattarsi alla vita di tutti i giorni. Un uomo violento sempre in guerra contro il mondo e contro sé stesso.

A Roma per sopravvivere dipinge qualsiasi cosa, fino a quando la fortuna non gira a suo favore. Riesce ad entrare, dopo qualche mese, nello studio di Giuseppe Cesari, detto Il Cavalier d’Arpino, amato da Papi e aristocratici, dove rivela le sue straordinarie capacità. Eppure, il proprietario di bottega, forse per non lasciare che offuschi il suo talento, lo costringe a contribuire solo nella realizzazione di dettagli e opere morte.

Ecco perché Caravaggio resiste otto mesi nel suo studio. Perché il suo destino non è fare la comparsa.

Eppure, è proprio in questo luogo che prendono vita i suoi primi quadri. Questi verranno affissi nella galleria Borghese, che possiede la più vasta collezione di opere di Caravaggio. Una passione vorace lo muove a creare sempre nuovi capolavori, nonostante il carattere complicato. Realmente la testimonianza della sua bulimia artistica.

In un sottile equilibrio si uniscono i quadri dello squattrinato artista che, appena giunto nella caotica Roma, è sempre al verde. Ma questo non ferma la sua passione, e comincia a dipingere figure umane. Molto spesso sono degli autoritratti, non potendo permettersi dei modelli.

Uno tra questi è il Bacchino Malato, un quadro di grande rilevanza artistica, dove la frutta sempre quasi pronta per essere raccolta. In esso, il Caravaggio è probabilmente sofferente a causa di una ferita dovuta a un incidente.

Con l’amicizia del cardinal Francesco Maria del Monte, per cui crea alcune tele, Merisi comincia ad acquisire fama. Frequenta i più importanti salotti dell’alta nobiltà romana e l’ambiente fu scosso dalla sua pittura rivoluzionaria. Immediatamente al centro di discussioni e accese polemiche, perché molti ritengono abbia dei rapporti sessuali con i modelli che per lui posano.

Per dipingere, Merisi sfrutta uno specchio piano come guida, che lo aiuta nello studio prospettico dei piani, dei rilievi e del chiaroscuro. Un’idea che eredita da Leonardo, che sosteneva che l’arte stessa era rinchiusa nel riflesso.

La sua fama scoppia a partire dal 1599, e il traguardo più grande lo raggiunge nel 1605, quando gli commissionano un quadro per San Pietro, destinato a sostituirne un altro che decorava l’altare della loro cappella dedicata a sant’Anna.

Caravaggio ritrae quindi una Madonna prosperosa e attraente, dalle forme abbondati e la gonna sollevata che tiene in braccio un Gesù bambino completamente nudo. Al suo fianco abbiamo sant’Anna, rappresentata come una vecchia rugosa e infagottata in una veste oscura.

Ma ciò che crea più scandolo sono i modelli usati per la Vergine e il Bambino: Lena, una prostituta romana di cui Caravaggio era innamorato e suo figlio. Una donna bella e prosperosa che sulla tela non viene idealizzata.

Gli anni di successo vanno avanti, ma basta poco per distruggere ciò che si è creato. Il suo carattere irascibile lo allontana da chiunque, tanto da rimanere solo. L’unico che lo salva dalla povertà è Costanza Sforza Colonna, che gli procura committenze e amicizie influenti. 

Ma questo non basta, perché gira armato di spade e pugnali, nonostante non ne abbia il permesso. A chi gli contesta ciò risponde che gli sia stato dato a voce dal Procuratore romano.

Perché andasse in giro con un’arma rimane un dubbio. D’altro canto non era un nobile, bensì un protetto del Cardinale del Monte, che lo fa alloggiare a Palazzo Madama, e gli dona anche il denaro necessario per vivere, che Caravaggio sfrutta per pagare l’affitto di un secondo appartamento da usare come studio.

Il carcere è un luogo che conosce: vi si reca prima per aver malmenato e percosso con un bastone Girolamo Stampa. Sarà querelato poi per aver lanciato un piatto di carciofi a un cameriere. Infine rischia una condanna per aver ferito gravemente un notaio, Mariano Pasqualone di Accumoli, per difendere l’onore di Lena. Per questo deve scappare a Genova, dove aspetta che qualcuno insabbi l’accaduto.

Ritornato a Roma passa gli anni più belli della sua carriera, ottennendo la sua prima commissione pubblica, ossia Cappella Contarelli, per cui dipinge una delle sue opere più importanti: Vocazione di san Matteo. 

In quegli anni usa come soggetti persone comuni, che vengono dalla strada. Amici, prostitute, camerieri. Chiunque incontri per strada o nelle bettole che sia in grado di ispirarlo. Donne e uomini che mette in posa e ritrae dal vero. L’artista non si serve di loro solo per soggetti profani, ma anche di carattere devozionale.

Ormai, per le famiglie romane possedere un Caravaggio è motivo di vanto. Questo però è irrequieto, sempre in rotta anche con gli altri pittori, a cui ripete che non capiscono nulla di arte e che le loro pitture sono mediocri.

Il 28 maggio 1606 avviene però un fatto determinante.

A causa di un fallo in una partita di pallacorda, sport di origine medievale, Merisi e il suo avversario cominciano a discutere, finendo a duellare. Con il rivale, tal Ranuccio Tomassoni da Terni, aveva già disputato delle risse perché entrambi interessati all’amore di Fillide Melandroni. 

Quell’innocente partita diventa una resa dei conti tra i due, che si affrontano con le armi. Ranuccio ha la peggio, che cade a terra. Il pittore riesce a ferirlo mortalmente, uccidendolo.

Qualcuno ritiene che dietro il duello vi fossero anche dei motivi economici, forse dei debiti di gioco. O addirittura questioni politiche: la famiglia Tommasoni infatti, era notoriamente filo-spagnola, mentre Michelangelo Merisi era un protetto dell’ambasciatore di Francia.

Il verdetto per il delitto di Campo Marzio dà il via a una nuova fase della vita del Caravaggio, che adesso è un morto che cammina. Viene infatti condannato alla decapitazione, che poteva esser eseguita da chiunque lo avesse riconosciuto per strada.

Nei suoi dipinti cominciano ossessivamente a comparire teste mozzate, e il suo macabro autoritratto prende spesso il posto del condannato. La scena della decapitazione trova spazio già da molto tempo nelle sue tele, avendo assistito alla condanna di Beatrice Cenci, accusata di parricidio. In quel periodo le condanne a morte erano all’ordine del giorno, tra queste anche quella di Giordano Bruno, estradato a Tor di Mola e condannato per eresia.

Ancora una volta i Colonna lo aiuteranno, dandogli asilo nei loro suoi feudi laziali di Marino, Palestrina, Zagarolo e Paliano.

Alla fine del 1606, Caravaggio arriva a Napoli, nei Quartieri Spagnoli, dove rimane circa un anno. La città è un insieme di vicoli e suoni, intricata e intrecciata, brulicante di persone affamate di vita. Il luogo perfetto per il Merisi. La fama del pittore era nota presso la famiglia dei Carafa-Colonna, presso cui alloggia per intercessione di Costanza. È uno dei periodi più prolifici della sua storia, ma delle tele che realizzerà solo due rimarranno nella città.

Nel 1607 Michelangelo Merisi partì per Malta, sempre per intercessione dei Colonna, e qui entrò in contatto con il gran maestro dell’ordine dei cavalieri di san Giovanni, Alof de Wignacourt, cui il pittore fece anche un ritratto. Spera di poter ottenere l’immunità, così da sfuggire alla condanna a morte.

L’ordine di Malta mette in dubbio il luogo di nascita di Caravaggio. Lo accusano infatti di non avere la cadenza milanese, quindi di non essere nato lì. Nonostante la disputa, gli viene riconosciuta una carica minore, quella di “cavaliere di grazia“, rispetto ai “cavalieri di giustizia” di origine aristocratica.

Ma quando a Valletta litiga con i membri dell’Ordine, viene imprigionato. Nuovamente con l’aiuto dei Colonna scappa a Siracusa, dove lo ospita Mario Minniti, avendo ora i cavalieri di Malta alle calcagna. Alla fine dell’estate del 1609 Caravaggio torna a Napoli. Qui, probabilmente a ottobre, verrà attaccato fuori da una locanda da dei maltesi, che lo feriranno brutalmente.

In questi ultimi anni dipinge il David con la testa di Golia. In quegli anni, Caravaggio accetta qualsiasi commissione pur di arrotondare qualche spicciolo.

Già dai tempi in cui si trovava a Malta, però, la sua salute si dice sia iniziata a peggiorare. Continua comunque a dipingere, creando opere crude ma monumentali. Poi, la raccomandazione del Papa Paolo V, che stava preparando una revoca della condanna a morte. Dopo il difficile lavoro per i maltesi, riesce a ottenere la presunta pietà.

Da Napoli quindi, dove abitava presso la marchesa Costanza Colonna, si mette in viaggio nel luglio 1610 con una feluca-traghetto che, settimanalmente, navigava verso Porto Ercole e ritorno. Con sé porta dei quadri, che vule donare a Scipione Borghese, nipote del Papa e potente cardinale. Ma di questo vi abbiamo già parlato.

Se vi dicessimo che, forse, Caravaggio a Porto Ercole non ci sia mai arrivato? Che l’Ordine dei cavalieri di Malta sia arrivato prima?

Caravaggio è stato assassinato?

Quando l’Ordine di Malta vuole investire del titolo Caravaggio, qualcuno si rende conto che, forse, l’artista non ha la pasta giusta. Loro sono infatti sottoposti a una ferrea disciplina, che Michelangelo nella sua vita non ha mai dimostrato. La loro vita è regolata da un rigido codice di comportamento.

Quando lo sfidano a duello, lo scherniscono e gli ripetono di essere un incapace con la spada. La loro tecnica li rende degli spadaccini invidiabili, in grado di mantenere la calma davanti a provocazioni e offese altrui. Caravaggio sappiamo invece non riesca a condividere la stessa imperturbabilità d’animo.

Viene ferito alla spalla, mentre gli ridono davanti.

Nell’agosto del 1608 ferisce un cavaliere di rango superiore: un atto molto grave. Chi se ne macchia rischia addirittura la condanna a morte. Così, come vi abbiamo detto, viene arrestato. Lo imprigionano a Forte Sant’Angelo, ma a ottobre riesce a fuggire, forse grazie allo stesso Gran maestro dell’Ordine e ai Colonna.

Qualsiasi cavaliere riesca a fuggire viene espulso dall’Ordine e considerato fetido e putido. Un uomo senza spina dorsale. Quel titolo in quattro mesi gli viene sottratto. La paura di essere braccato rimane per tutto il viaggio e molti si chiedono per quale motivo sia giunto a Palo Laziale.

Malato, con una ferita ricucita male, tutti si chiedono cosa avesse in mente fuggito da Malta. In Sicilia abbandona capolavori assoluti e ottiene molte commissioni. Per quale motivo lascia questa terra che gli prometteva fortune?

Nei suoi ultimi mesi di vita smette di mangiare con regolarità e pensa solo alla sua arte, ciò che gli rimane per lasciare un segno nella sua terra. Ma la sua mente è sconvolta. Non può fare a meno che temere di essere braccato. Arriva addirittura a dormire con il coltello accanto.

Perché arrivato a Palo Laziale preferisce andare a Porto Ercole, anziché tornare verso Napoli? Dopo la prigionia copre ben 120km. Una distanza notevole. Eppure qualcuno ritiene non l’abbia mai percorsa.

Quando ci interroghiamo sugli ultimi istanti di vita di Caravaggio, Vincenzo Pacelli ci dà una risposta. Questo, ordinario di Storia dell’Arte Moderna alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli Federico II, comunemente considerato uno dei maggiori esperti di Caravaggio in Italia interviene sul “caso Caravaggio”, sostenendo che sia stato ucciso.

Attestazioni certe sulla morte non esistono. Documenti sul funerale, che normalmente è un fatto storico accertato, non esistono. Per Caravaggio non esiste neanche la prova certa che sia stato ritrovato il cadavere. Difatti, fosse morto di febbre malarica, questo sarebbe stato rinvenuto.  

Quando si parla di Porto Ercole, ci si interroga sul fatto che dà quel luogo non sia stata data la notizia del decesso. Bensì se ne parlava a Roma e a Napoli, ma sorprende che nessun abitante della cittadina marittima l’abbia descritta come tale. Infatti, la data e il luogo tradizionali per la morte di Caravaggio, si ricavano non da un dispaccio ufficiale, ma da un epitaffio del poeta Marzio Milesi che lo chiama “esimio emulatore della natura“.

Il pittore, come si legge in alcune lettere ritrovate nell’Archivio Segreto Vaticano e scritte da un personaggio di indubbia importanza quale il Nunzio Apostolico del regno di Napoli, voleva portare dei quadri a Scipione Borghese. La barca subisce però un cambio di rotta dal porto di Civitavecchia verso Palo. Appena sceso, come sappiamo, venne incarcerato, senza una motivazione plausibile. 

Secondo quanto si dice, Caravaggio sarebbe stato rilasciato dopo aver pagato un ingente somma di denaro al capitano delle guardie. Ciò ci insospettisce, perché Merisi denaro non ne aveva.

Ci chiediamo perché a questo punto la feluca sia tornata a Napoli subito, senza aspettare l’esito dell’incarceramento. È anche impossibile che Caravaggio sia riuscito ad arrivare a Porto Ercole da solo.

Sarebbe invece più plausibile che sia morto a Palo e che il suo cadavere sia stato buttato in mare. Pacelli sostiene anche che i Cavalieri di Malta lo abbiano giustiziato in riva al mare. D’altro canto, Caravaggio vive in un’epoca di notevole violenza.

Solamente Baglione accetta che la sua morte sia avvenuta a Porto Ercole. Ma possiamo essere certi delle parole di uno dei più grandi rivali di Caravaggio?

D’altro canto, dalle ossa trovate nelle fosse comuni di Orbetello, ci arrivano delle risposte interessanti. Queste sono state infatti identificate da una squadra di microbiologi capitanata da Giuseppe Cornaglia, aiutata da una equipe italo – francese dell’istituto Ihu Mediterranee Infection di Marsiglia.

Dallo studio della polpa dei canini e incisivi si scopre che, come spiega Michel Drancourt, il pittore non è morto né di malaria, né di sifilide né di brucellosi.

Hanno invece trovato tracce di stafilococco aureo, un batterio che difficilmente penetra l’organismo umano trovando nella pelle un muro invalicabile. A meno che non sia stato aiutato da una ferita da taglio, infetta grazie a un colpo, magari di spada. Questo quanto riporta uno studio della rivista The Lancet – Infectious Diseases.

Infine, Pacelli si serve anche di una biografia del pittore scritta da Giulio Mancini, che scrive come luogo della morte Civitavecchia, ma “sul documento il termine è cancellato e poi da altri corretto con Porto Ercole”.  Così come Francesco Bolvito, bibliotecario dei Teatini che, nel 1630, afferma che “il pittore è morto assassinato”.

Un altro indizio interessante è stata l’alta concentrazione di piombo rilevato nelle ossa: molti pigmenti naturali di origine minerale dell’epoca contenevano questo e altri metalli pesanti, che potrebbero essere stati introdotti nel corpo del pittore in seguito a un avvelenamento.

Pacelli conclude che, è plausibile che i cittadini di Porto siano contenti di una tradizione falsa e pretenziosa, ma è impossibile che nessuno, tra i vari committenti e le persone che in vita gli sono state vicine, si sia interessato a preparare una cerimonia per la sua morte.  

Vincenzo Pacelli muore nel 2014.

La morte di Caravaggio rimane un mistero, come tutti i più grandi poemi della storia. A noi piace pensare che sia morto a Civitavecchia, solamente a un’ora dalla sua amata Roma.

Scritto da Gaia Vetrano

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passioni e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

 Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

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Estratto dell’articolo di Francesca Cappelletti per “la Repubblica” il 5 gennaio 2023.

Per chi non voglia iniziare l'anno senza Caravaggio, il pittore più amato e dibattuto degli ultimi decenni, è raccomandata la lettura di Cantiere Caravaggio di Alessandro Zuccari (De Luca editori d'Arte). (…)

 Le pagine più belle sono dedicate all'analisi del chiaroscuro e alla capacità di Caravaggio di conferire una nuova forza alla scena religiosa, di rappresentare la tensione, il conflitto ma la definitiva armonia fra elemento divino e terreno, un tratto comune a un altro maestro della luce come Rembrandt.

 (…) A questo punto, alla scoperta di un altro soggetto religioso più volte ripetuto da Caravaggio, non resta che mettere il libro in valigia e ripercorrere un viaggio del 1959. Il 17 dicembre di quell'anno è una data fondamentale per gli studi su Caravaggio e in particolare per la storia della Flagellazione di Rouen, capolavoro sospeso fra la fine tragica del soggiorno romano, culminato con l'omicidio di Ranuccio Tomassoni nel 1606, la fuga a sud di Roma e l'arrivo a Napoli.

 In quella giornata di più di sessanta anni fa Roberto Longhi arrivò appunto a Rouen per esaminare un dipinto che aveva da poco raggiunto il museo della Normandia. Il grande studioso lo riconobbe come opera del maestro e lo pubblicò in un articolo celebre, che doveva comparire l'anno successivo su Paragone .

Potente raffigurazione di una delle scene più drammatiche della passione di Cristo, la Flagellazione di Rouen impagina i protagonisti in maniera originale rispetto alla composizione verticale, con le figure dei carnefici ai lati della colonna, adottata da Caravaggio per la Flagellazione oggi a Capodimonte.

 Nella tela di Rouen i personaggi sono poco più grandi delle mezze figure, con il Cristo proteso verso il bordo del quadro, i gesti dei carnefici ampi e violenti, improntati a un dinamismo che mette tutta l'immagine in movimento, lasciando allo spettatore il compito di immaginare quello che può accadere oltre la superficie dipinta, quando Gesù raggiungerà lo spazio della realtà che a sinistra confina con quello del quadro.

Della tela non è nota la storia antica; di recente sono state effettuate le indagini diagnostiche che hanno individuato aggiunte e una composizione sottostante. Questi risultati eccezionali e il prestito di altre opere importantissime per definirne il contesto rendono imperdibile la mostra Caravaggio. Un coup de fouet , al Musée de Beaux Arts de Rouen fino al 27 febbraio.

 Quello che va valutato, nel caso della Flagellazione di Rouen, è la sua materia ancora corposa e costruttiva e la tensione nel movimento generato dal protendersi del Cristo verso il confine del quadro e dall'ampio gesto del carnefice con il cappello, che definisce la parte superiore della tela.

 Questo aspetto sembra avvicinare il dipinto addirittura alla foga espressiva dei laterali della Contarelli, come pensava Longhi nel 1960 e comunque alle opere che possiamo collocare agli anni romani, dalla Cena in Emmaus di Londra al San Pietro della Cappella Cerasi, senza dimenticare l'Incoronazione di spine di Vienna.

In questo caso va notato che l'invenzione caravaggesca del soldato contemporaneo, con armatura e cappello piumato, è appoggiato su una sorta di parapetto, elemento che nel quadro di Rouen era presente in una prima redazione ma che poi, come illustra Bruno Mottin nel catalogo, venne coperto dal pittore.

 Le indagini sulla tecnica di Caravaggio, condotte in maniera sistematica dagli anni Novanta del secolo scorso, hanno consentito di individuare materiali, modalità di esecuzione, ripensamenti in corso d'opera (i famosi pentimenti) elementi presenti anche nella tela di Rouen.

Giornale di guerra e di prigionia: inedito di Gadda e magnifico Adelphi. La denuncia ai profittatori di guerra, l'amore per la madre e la sorella, la separazione da se stesso, come un'avvenuta mutilazione, nello scoperta di aver perduto il fratello Enrico. Tutto questo sono gli struggenti diari di guerra di Gadda. Scritti "impossibili" secondo il saggista Giorgio Pinotti. Davide Bartoccini il 7 Aprile 2023 su Il Giornale.

Nulla può esserci di più struggente che leggere il Giornale di guerra e prigionia di Carlo Emilio Gadda, se non assistere alla sua lettura, struggente, da parte di un artista grande come Fabrizio Gifuni per Più libri più liberi. All'oscuro di una sala gremita, a tratti sorridente e a tratti commossa, perché Gadda sa far sorridere, ridere, piangere, scuotere le viscere e correre i brividi sulla pelle solo come chi sa scrivere con forza, sentimento e delicatezza oggettiva può, i passi inediti dell'ultima fatica portata alla luce da Adelphi lascia con il fiato sospeso e convince il lettore ad immergersi nel mondo della guerra di Gadda, arruolatosi patriottardo, tornato devastato nell'animo e nel corpo dal fronte. Avvelenato dalla condotta dei generali e dei miserabili profittatori di guerra, e umiliato dalla prigionia obbligata nella fortezza Rastatt.

Scritto tra il 24 agosto 1915 al 31 dicembre 1919, il diario di guerra e prigionia vergato da Gadda è un diario "impossibile", spiega Giorgio Pinotti, editor presso l'ottima casa editrice Adelphi che non perde occasione di sfornare tesori di carta che sanno raccontare la storia inedita. Impossibile perché lo stesso Gadda riteneva se stesso incapace di portare a termine una simile e inutile e incongrua fatica, scriverà proprio nel castello di Udine in Impossibilità di un diario di guerra. Impossibile perché sono taccuini, molti, scritti di getto, con una prosa e allo stesso tempo una poesia tipica dell'autore, sbalorditivi, ma mai rivista, mai corretta, mai più editata. Ed è questo che colpisce, con un colpo di pistola al cuore: pensare che il giovane Carlo Emilio Gadda contenesse tutto quel talento da sfogare, e nel frattempo, combattesse una guerra con i suoi alpini dell’89º reparto mitragliatrici inquadrato nel 5º reggimento.

Il Giornale di guerra e di prigionia di Carlo Emilio Gadda nella sua versione completa si rende in mano a lettore uno strumento storico di basilare importanza, mediante le testimonianze minuziose, tempi, luoghi, procedure, e come giustamente viene in più occasioni ricordato un "laboratorio" di scrittura che sa mostrare il groviglio di emozioni provate dal giovane sottotenente che era partito spinto dall'amor di patria coltivato da una famiglia che non voleva in alcun modo deludere; anzi, voleva soddisfare nell'aspettativa tanto quanto avrebbe fatto l'amatissimo fratello Enrico Gadda, che prontamente era partito, arruolato negli Alpini come lui.

Negli scritti di Gadda, dopo un resoconto inframezzato da brevi riflessioni e divagazioni dovute all'attesa, dell'arrivo al fronte, si può fin da subito riscontrare la vacuità delle alte sfere militari al confronto con la dura vita di truppa, la disorganizzazione del Regio Esercito e la spietata tendenza dello scarico di responsabilità che finisce per spingere una tenera vittima come il sottotenente Gadda, al profluvio di ingiurie, imprecazioni, turpiloquio che sfocia addirittura nella maturazione du sogni di vendetta: "Se avessi avuto innanzi un fabbricatore di cal­zature, l’avrei provocato a una rissa, per finirlo a coltellate", scriverà affranto e sull'orlo di un raptus omicida, quando si ferma a guardare con lucidissimo sguardo le calzature dei suoi soldati che si lacerano un poche settimane, mentre si marcia e giace nel fango gelato delle montagne scosse dalle cannonate. Non mancheranno le disamine sulla truppa, sulla diversità umana che la compone, e sull'alienazione dell'artista che altro non può fare se non astrarsi dagli uomini che lo ripudiano in quanto tale: un diversamente sensibile. Per assurdo saranno i compagni di prigionia trascorsa a Celle Lager, nella "baracca 15c" dove troverà poeti e letterati come Bonavetura Tecchi e Ugo Betti, a ricordagli di non essere solo al mondo.

I resoconti sulla disfatta di Caporetto, le espressioni colorite nei riguardi di "Cecco Beppe" reggente d'Austria, la fame, il freddo penetrante nelle celle della fortezza Rastatt dove si susseguono appelli su appelli per dileggiare i prigionieri, il lento, attonito e apatico rimpatrio su di un treno senza vetri, condotto in un futuro che Gadda quasi predice di non sapere affrontare. E infine, la straziante scoperta della perdita di quello che non stenterà a definire come "la parte migliore di se", suo fratello Enrico, passato al Servizio Aeronautico dopo essersi distinto nei combattimenti sul Monte Sperone, e deceduto in un incidente aereo mentre era sulla via del ritorno a bordo di un caccia monoposto Nieuport 27. L’edizione proposta da Adelphi, curata da Paola Italia con una nota di Eleonora Cardinale, è integrata dei preziosi taccuini inediti recentemente acquisiti dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, e si conferma una testimonianza poderosa della Storia d'Italia, quanto della storia di un grande vanto italiano come ha saputo rendersi solo Carlo Emilio Gadda.

Estratto dell'articolo di Antonio D'Orrico per “Sette - Corriere della Sera” il 10 febbraio 2023

[…] Perché Carlo Emilia Gadda non pubblicò mai le parti del “Giornale di guerra e prigionia” ora nella nuova edizione Adelphi? Perché aveva paura di tutto e di tutti, ma soprattutto era terrorizzato di tradire in qualche modo segni di omosessualità.

 Uno dei brani finora inediti dice cose indicibili all'epoca della Grande Guerra. È una nottata del novembre 1918 e Gadda, invece di dormire, chiacchiera con gli altri prigionieri, tra cui il drammaturgo Ugo Betti, degli attori che interpretano parti femminili nella compagnia teatrale “Siciliana”, incaricata di sollevare il morale alle truppe.

Scrive Gadda (a luci rosse): «Io e Betti mostravamo una certa compiacenza per alcune di queste donne, quali apparvero sul palcoscenico». Un prigioniero informato dei fatti spiega allora che «alcune di loro si investono a tal segno della loro parte, da non disdegnare i corteggiamenti» e ce ne sono tre che potrebbero spingere il flirt «fino ad estremi Wildiani», Il beninformato aggiunge che su un attore dai gusti alla Oscar Wilde è stata aperta un'inchiesta: «Lo trovarono un giorno con la testa appoggiata sulle ginocchia d'un capitano suo amico, che lo accarezzava» […]

 I pettegolezzi notturni non sono finiti. […] La chiacchierata si dilunga «in particolari di corteggiamenti, amori, odii; un attore donna ama farsi vestire e svestire, un altro si fa accarezzare il petto senza peli, ecc. ecc. ». Per come era fatto Gadda siamo quasi al coming out

Estratto dell'articolo di Davide Brullo per “il Giornale” il 24 gennaio 2023.

Una nota, scritta il 7 novembre del 1918, a Celle, in Bassa Sassonia, dove era stato deportato, dà il tono dei taccuini. Il tenente Carlo Emilio Gadda racconta la morte di Chitò, «studente di matematica superiore a Pavia», ragazzo di genio, di cui diventa amico. Era stato ferito ai polmoni da una pallottola, sul Vodil, alla riva sinistra dell’Isonzo: le marce lo avevano distrutto.

 Pur smangiato dalla fatica, «educatissimo nella terribile fame», continuava a studiare: nel suo ambito era una promessa. La descrizione del ragazzo è già letteratura – «Altissimo, sproporzionato; testone su magre spalle; occhiali sugli occhi cerchiati dalla sofferenza» –, le riflessioni possiedono corazza stoica – «è orribile la tragedia dell’uomo che ha fatto il suo dovere, che è rimasto ferito, che soccombe così, poche ore sotto l’aurora» –, le domande, invece, sono nude, semplici, pure e perciò indecenti: «Avrei dovuto far di più, ma come soccorrer tutti?», e poi, «Rivedrò la mia patria, mia Madre, i miei fratelli, gli amici, la casa?».

 Come si sa, Gadda nasce interventista e dannunziano. Figlio della buona borghesia lombarda, diplomato al “Parini”, iscritto al corso di laurea in Ingegneria elettrotecnica, ventunenne, è il 1915, viene inquadrato nel 5° reggimento alpini, a Edolo; è inviato a Vicenza, nelle trincee dell’Altopiano dei Sette Comuni, sul Monte Zovetto.

(...)

 Il Giornale di guerra e di prigionia del tenente Gadda, ora riprodotto da Adelphi (pagg. 626, euro 35), per la cura di Paola Italia, in forma definitiva– cioè, rispetto alle laboriose edizioni del 1955 e del 1965, con la presenza di nuovi quaderni, acquisiti dalla Biblioteca nazionale centrale di Roma nel 2019 – si può leggere in molti modi. Il primo è quello di leggerlo per ciò che è: una folgorante e terribile testimonianza della Prima guerra. Il secondo è un modo, per così dire, da mania mantica: prevedere in questi paragrafi, nonostante le avvertenze di Gadda – «Nessuna preoccupazione letteraria»: che però può leggersi a specchio: assidua preoccupazione formale – la metamorfosi del tenente in ingegnere, in sommo scrittore. È una formula plausibile. 

Le trincee della Grande guerra sono state la fucina della grande letteratura del Novecento. Ben più dei salotti parigini, dei club londinesi, delle belle riviste di Firenze e Roma. Sui cadaveri e sulle macerie della Prima guerra si è costruito il nostro mondo, un nuovo linguaggio (la Seconda sarà celebrata dal cinema prima che dalla letteratura).

Per capirlo, bisogna sfogliare il Giornale di Gadda insieme all’antologia dei War Poets inglesi curata da Paola Tonussi per le Edizioni Ares (pagg. 320, euro 20): si raccontano, con stregata violenza, nell’agone dell’insensatezza, analoghe atrocità. «Il cervello di un uomo è schizzato/ Sul viso di un barelliere.../ L’anima che stava annegando era ormai affondata troppo in profondità/ Per la tenerezza umana», scrive Isaac Rosenberg, ucciso da un cecchino ad Arras, in Francia, all’alba del primo aprile del 1918 e sepolto in una fossa comune.

 I «Poets of the First World War» sono eternati nel Poets’ Corner, a Westminster: insigni poeti – da Rupert Brooke a Ivor Gurney, da Wilfred Owen a Sigfried Sassoon – che forgiano, nel massacro, il lignaggio di una nazione. Nel 1929 l’editore Vallecchi pubblica una commossa Antologia degli scrittori morti in guerra: ma chi si ricorda, ormai, di Giosuè Borsi e di Mario Pichi, di Vittorio Locchi, Nino Oxilia, Ugo Ceccarelli, Mario T. Rossi... Non si tratta di operare per ideologiche nostalgie: la Grande guerra mette alla prova il Futurismo, inaugura la scrittura di Gadda, di Curzio Malaparte, di Giovanni Comisso – tutti volontari al fronte –, fa sbocciare poeti straordinari, Giuseppe Ungaretti, è ovvio, ma anche Clemente Rebora («C’è un corpo in poltiglia/ Con crespe di faccia, affiorante/ Sul lezzo dell’aria sbranata»), Piero Jahier, Sergio Solmi (per orientarsi si legga l’“Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale” curata da Andrea Cortellessa come Le notti chiare erano tutte un’alba, Bompiani, 2018).

(...)

Nel 1934, perle Edizioni di Solaria, Gadda pubblica Il castello di Udine, con cui vince il Bagutta. È il suo secondo libro. Nel secondo di quei “ricordi”, Impossibilità di un diario di guerra, Gadda confessa la propria colpa. «In guerra ho passato alcune ore delle migliori della mia vita». Poi perfeziona la colpa, la affila, perché quella colpa è l’oro della sua giovinezza, quella colpa è il suo cuore. «Ho fatto fuoco e comandato il fuoco con convinzione e con gioia... La mitragliatrice modello 907 F l’ho carezzata, l’ho tenuta pulita, l’ho unta, l’ho vaselinata, l’ho puntata mirando e facendo fuoco con cura diabolica: è stata la più bella macchina, di tante macchine della mia vita; che Dio le faccia pur girare». Ma questa è già letteratura, appunto.

Il Giornale di Gadda, invece, va letto per capire dove comincia la letteratura, perché si scrive e che senso ha scrivere. Il Giornale, con frugale fragore, parte come un inno e si spegne in requiem, crede nel trionfo – se non altro, dei propri vent’anni – e cede al cupo grigio agostiniano. Il Giornale diventa uno Zibaldone allucinato dagli shrapnel, un esercizio di spoliazione: «La mia vita è inutile, è quella d’un automa sopravvissuto a se stesso, che fa per inerzia alcune cose materiali, senza amore né fede... Non noterò più nulla, poiché nulla di me è degno di ricordo anche davanti a me solo».

 Quando non c’è nulla da annotare, allora si comincia a scrivere. Dalla crisalide muta del soldato nasce lo scrittore: per arrivare al verbo occorre annientarsi.

Chiara Gamberale, la soffiata: "Come è salita a bordo dopo la sceneggiata". Libero Quotidiano il 07 agosto 2023

Lei non sa chi sono io! La scrittrice Chiara Gamberale ha raccontato sui social l'affronto che ha subito all’aeroporto Marco Polo di Venezia dove è rimasta a terra per un “sorteggio” a sorpresa per via di troppe prenotazioni sull’aereo per Atene di Volotea.  La compagnia ha scelto, come fa sempre, la strada più semplice: imbarcare tutti tranne lei e un'altra persona. La "premio Campiello" però non ci sta e si sfoga sui social. Poi per miracolo arriva la soluzione che lei stessa ha condiviso sui social: “Siamo riuscite a prendere un volo per Vienna e poi da Vienna siamo andate ad Atene, dove siamo arrivate a mezzanotte”.

Come ha fatto? A rivelare il mistero del viaggio della Gamberale è un lettore di Dagospia che scrive a Roberto D'Agostino per raccontare la sua versione dei fatti. "Dopo il sorteggio per l’overbooking e l’esclusione dal volo", rivela il testimone, "la famosa scrittrice ha chiamato papà Vito il quale ha contattato Enrico Marchi, presidente Save, (la società che gestisce l'aeroporto di Venezia, ndr) per sapere come mai la figlia non fosse partita". "Dopo le scenate al check-in", continua il lettore di Dago, "la sera viene messa su volo Austrian per Vienna e poi da lì ha volato verso Atene".

Poi la rivelazione compromettente: "Aveva la carta identità strappata in due, e quindi non valida, e il capo scalo Lufthansa non voleva neanche farla partire". "Alla fine", spiega il testimone oculare, "è riuscita a partire perché qualcuno le ha fatto il check in online e come documento ha utilizzato la patente". "La signora Gamberale", conclude il lettore di Dagospia, "a detta delle signorine al desk e del personale aeroportuale, si è comportata in modo molto arrogante".

DAGONOTA il 7 Agosto 2023

Peccato che Johann Joachim Winckelmann non abbia avuto anch’egli un padre boiardo di Stato come Chiara Gamberale, almeno un padre alto funzionario di corte che potesse spedire una lettera in latino al re delle Due Sicilie o a un barone inglese per chiedergli di consentire al figlio di imbarcarsi su un veliero per l’amata Grecia. 

Rien à faire, malheureusement, faceva di mestiere il ciabattino a Stendal e non aveva neanche potuto far studiare il figlio che, grazie ai preti e al suo talento divenne l’erudito più colto dei suoi tempi e il fondatore della storia dell’arte antica e il cantore del primato della cultura greca a partire dai “Gedanken über die Nachahmung der griechischen Werke”.

Ma nessun problema: a distanza di due secoli e mezzo ci potrà pensare la “scrittrice e giornalista” dalla carta d’identità strappata, Chiara Gamberale, a colmare la lacuna sulla conoscenza dell’antichità dovuta al mancato viaggio dello studioso tedesco. 

Potendo godere di un papà ex boiardo che chiama per chiedere lumi sul mancato decollo della figlia causa ritardo del volo (una novità mai sentita), Chiara senza la figlia (ndr dopo averci smammolato nei precedenti libri sulla maternità) ha raggiunto l’amata Grecia e adesso attendiamo frementi un “Reise nach Griechenland” su “Sette”, il supplemento del “Corriere della Sera” diretto dalla femminista in borsetta Prada Barbara Stefanelli.

Certo, come racconto dell’estate il viaggio della figlia di papà dovrà sfidare niente po' po' di meno che l’insuperabile “Viaggio a Foggia” di Alain Elkan, pubblicato sul giornale del figlio. Insomma, siamo ai massimi sistemi dell’itinerario familistico, una periegesi tra cognomi e portafogli, un viaggio in treno o in aereo come allegoria del viaggio interiore o, meglio, anteriore, cioè ringraziando il papà boiardo o il papà rabbino. Solo il figlio del ciabattino non è riuscito a salpare… e poi non dite che i tempi sono cambiati.

Estratto dell’articolo di Luca Beatrice per “Libero quotidiano” il 7 Agosto 2023 

Allarme nel mondo delle patrie lettere! Per colpa di un ritardo di nove ore all’aeroporto di Venezia, causa overbooking, è a serio rischio l’impostazione del prossimo romanzo di Chiara Gamberale. 

Diretta in Grecia, sulle tracce di Omero o almeno di Ugo Foscolo, per l’unica settimana dell’estate in cui finalmente senza figlia può lavorare in pace e concentrazione, l’autrice romana si è vista costretta a ritardare l’imbarco e bivaccare in aeroporto come un cristiano qualsiasi. E non ci ha più visto: un incubo ha definito l’accaduto, dopo aver protestato in modo veemente contro gli impiegati della compagnia Volotea.

Come vi permettete, ha urlato, io sono una giornalista, una scrittrice! In un post su Facebookli ha definiti “delle bestie”, poi forse si sarà scusata perché le è partita la brocca, e non poco. Sempre la solita storia, ci sono ragioni che si accettano e altre no, ovviamente dalla stessa parte. Per il momento a scusarsi è solo la compagnia, con la scritttice e con un’altra passeggera che, secondo il racconto, ha lasciato ad aspettarla un bimbo di un anno. Ci dispiace, ma ogni persona ha le sue ragioni, tutte valide. 

Inconvenienti del genere capitano a tutti prima o poi, però il destino dovrebbe stare più attento a dove colpire e risparmiare le Gamberale in attesa di imbarco. Lei e le sue amiche del cerchio magico delle lettere romane, che nelle rubriche e negli articoli parlano di uguaglianza, pari opportunità, una società più giusta ed equanime, non esistano a precisare, alla bisogna, la loro diversità. Fosse rimasta a terra una casalinga o un’impiegata fatti suoi, una grande scrittrice come lei deve essere trattata in modo diverso per ciò che sta donando alla cultura italiana. Sennò si incavola e di brutto, riscopre la sua anima popolaresca e manda ammorì ammazzato le maledette low cost che vendono più biglietti dei posti disponibili.

Non fosse di una volgarità estrema, per una sostenitrice dei buoni sentimenti, che si autodefinisce autrice profonda capace di leggere le sensibilità dell’animo umano, l’accaduto sarebbe persino divertente, perché non c’è nulla di più pittoresco di una donna di sinistra che esce dai gangheri e s’incazza. In un istante è capace di dimenticare principi, credo, convinzioni, difesa dei più deboli. 

Se le tocchi nel loro privilegio, o la mala sorte le colpisce, non riescono a venirne a capo. […]  tirano fuori il lei non sa chi sono io, chiamando in soccorso il popolo dei social che va in sollucchero per i contenuti mielosi dei loro posti insensati […]- 

«Per colpa di Volotea ho perso un giorno di lavoro: chi mi risarcisce?», ha chiesto stizzita Chiara. No, Gamberale, hai perso qualche ora di vacanza in un luogo sicuramente molto bello e forse non ti sarà impossibile cambiare la prenotazione del ritorno o addirittura volare con una compagnia di bandiera e non con queste indegne low cost dove non rispettano un’erede di Elsa Morante.

Lo dice esplicitamente ai suoi fan, non viaggiate più con questi aerei, non contando che forse non tutti hanno i suoi stessi beni di famiglia e devono scegliere il biglietto più economico. D’altra parte, muoversi ad agosto ha i suoi inconvenienti e non da oggi.

Si fosse trovata in coda in autostrada Gamberale avrebbe costretto l’autista a gettarsi sulla corsia d’emergenza e in caso di fermo avrebbe detto che il secondo capitolo del suo prossimo capolavoro non avrebbe potuto aspettare. Certo una come lei o del suo giro di solito va in vacanza a giugno o settembre perché le fanno schifo affollamenti, code e imprevisti. Di solito la sfiga colpisce a caso, stavolta invece ci ha visto benissimo e ha sorteggiato proprio lei, Chiara Gamberale, invece di una segretaria o una commessa. Giustizia per una volta è fatta. Forse. Da indiscrezioni, infatti, sembra che la scrittrice abbia preso un volo partito due ore dopo quello in overbooking.

Scrittori e popolo. Chiara Gamberale, Gwyneth Paltrow e la mania dei ricchi di vivere da poveri. Guia Soncini su L'Inkiesta il 8 Agosto 2023

La giornalista e scrittrice ha raccontato la sua disavventura con la low-cost Volotea. Ma se io vendessi i libri che vende lei, spenderei tutte le royalties per viaggiare solo in modi che mi tenessero lontana dall’umanità

Di recente ho comprato un cappellino con la visiera. Di norma sono contraria a questi fessi giovanilismi, e guardo con disprezzo gli adulti che girano conciati come utilizzatori d’autotune, ma la scritta su quel cappellino era irresistibile.

A marzo, ve lo ricorderete, il palinsesto di tutti noi era costituito dai filmati – inspiegabilmente non trasmessi dalle piattaforme cui paghiamo l’abbonamento – del processo in Utah nel quale era coinvolta Gwyneth Paltrow. Un tizio diceva che lei l’aveva investito sulle piste da sci, lei diceva che era stato lui a investire lei.

Il processo è stato pieno di momenti stupendi e ha rianimato il giornalismo americano, che ci ha fatto quasi più articoli di quelli che mesi dopo avrebbe fatto su Barbie: l’avvocato di lui che ci manca poco che chieda un autografo a Gwyneth, i vestiti di Gwyneth, le risposte di Gwyneth.

Sul cappellino che ho comprato all’inizio dell’estate c’è la risposta forse più bella, data da Gwyneth quando l’avvocato del tizio le ha chiesto se fosse vero che la sua percezione fosse che, per colpa del tizio, non aveva potuto godersi «quella che era una vacanza piuttosto costosa». «Well, I lost half a day of skiing».

Ci ho ripensato venerdì, quando il turno sul palcoscenico di quest’estate, quest’estate che ricorderemo come quella il cui cartellone tematico era «Ricchi che vivono da poveri», è toccato a Chiara Gamberale.

Chiara Gamberale racconta, sui suoi social e poi al Corriere (giacché il compito dei ricchi ormai sarà pure vivere da poveri, ma quello dei giornali è decisamente rilanciare tutto ciò che possiamo leggere gratis il giorno prima sui social, o a pagamento il giorno dopo sulle loro pagine), che è arrivata in Grecia molte ore dopo il previsto.

È infatti accaduto che l’aereo sul quale doveva partire fosse in overbooking (invero una cosa imprevedibile, in agosto), e che la compagnia low-cost Volotea abbia estratto due passeggere che non sarebbero partite: Gamberale e un’altra tizia.

A quel punto Gamberale perde la pazienza, non perché come tutti noi abbia l’insensata ambizione di arrivare dove aveva previsto nei tempi previsti; bensì perché quella era «l’unica settimana dell’anno in cui lascio Vita con i nonni e con il suo papà per impostare il mio nuovo romanzo».

(Un giorno dovremo parlare dei guasti della mistica della maternità in questo secolo. Un secolo in cui non puoi lavorare concentrata una settimana se non metti migliaia di chilometri tra te e i rompicoglioni che hai generato. Un secolo in cui se non vuoi essere disturbata da tua figlia devi giustificarti e dire che è solo per una settimana l’anno: per cinquantuno settimane è simbiosi, amore assoluto, devozione senza deroghe. Un giorno ne parleremo, ma non oggi).

Gamberale perde la pazienza ma, capendo qualcosina di comunicazione, inquadra il suo spazientirsi come un moto di generosità nei confronti dell’altra tizia, la quale ha tutte le caratteristiche per venire presa a cuore dal grande pubblico: è una madre separata che sta andando a prendere il figlio dall’ex marito; se non arriva ad Atene in tempo ci sarà un problema di coincidenza per New York per l’ex (che, immagino, mica può imbarcarsi lasciando lì la creatura); quando si mette a piangere, il perfido personale aeroportuale minaccia di cacciarla (Gargamella era la fata turchina, in confronto).

Tuttavia, quando la intervista il Corriere, Chiara lascia intravedere la Gwyneth in sé: «Ho perso un giorno di lavoro per colpa di Volotea, chi mi risarcisce?». Certo, a day of work non è half a day of skiing, ma d’altra parte te la vedi la Paltrow su un low-cost?

Ecco, non vorrei che ci perdessimo il vero punto, quello drammatico: quand’è che i ricchi hanno iniziato a vivere da poveri? Perché Alain Elkann prende Italo? Perché Chiara Gamberale in Grecia non ci va con un aereo privato?

Non dico con una linea non low-cost, perché quelle spesso non ci sono proprio: l’anno scorso ho tentato invano di tornare dalla Sardegna con un volo normale, ma esistevano solo aerei di compagnie improbabili che ti facevano pagare teoricamente trenta euro e, per arrivare ai trecento finali, consideravano anche il non salire a bordo scalzi come un extra. (È stato allora che ho visto per la prima volta il nome di questa Volotea, che ha reso Gamberale protagonista dell’estate dei ricchi che vivono da poveri).

La classe media è scomparsa, e con essa i voli di linea di cui avevamo le tessere punti fino all’inizio di questo secolo, quelli di compagnie che non trattavano i passeggeri come bestiame. Ma, se io vendessi la quantità di libri che vende Chiara Gamberale, spenderei tutte le royalties per viaggiare solo in modi che mi tenessero lontana dall’umanità.

O forse, per vendere quanto Chiara Gamberale, con l’umanità ti tocca sporcarti un po’? Si può diventare autrici di bestseller viaggiando in aereo privato? Se è a noleggio invece che di proprietà, è sufficientemente vicino al popolo? Quando Alain Elkann prende un treno che passa da Benevento, lo fa come esperimento sociale?

«Sono una scrittrice e una giornalista», racconta Gamberale di aver urlato al culmine del suo smarrimento di pazienza. Non solo nessuna tv italiana ha trasmesso le udienze di Gwyneth, ma nessun citizen journalist ha filmato Gamberale che faceva la sua cover di “Sono una donna, non sono una santa”. Meno male che viviamo nell’epoca della comunicazione.

Mi torna in mente quel ritorno da Bari che Trenitalia, causa linea ferroviaria adriatica devastata dall’alluvione, mi ha diviso in due tratte, costringendomi a pagare alberghi in cui passare notti impreviste, e soprattutto facendomi trascorrere le quattro ore tra Bari e Roma su un Frecciargento senza wifi.

Sono mesi che aspetto che mi rimborsino l’executive del Frecciarossa che avevo pagato e sulla quale non mi hanno fatto viaggiare. Quasi quasi mando una seconda mail che contenga frasi più minacciose di quelle con cui ho inizialmente chiesto il rimborso: sono una scrittrice, mi avete fatto perdere mezza giornata di wifi.

Un libro collettaneo a cura di Zamboni la racconta. Chi era Cristina Campo, la riscoperta della poetessa tra il visibile e l’invisibile. Filippo La Porta su Il Riformista il 25 Aprile 2023 

Questo libro collettaneo – Cristina Campo, Il senso preciso delle cose tra visibile e invisibile (Mimesis), a cura di Chiara Zamboni -, che raccoglie gli atti di un convegno su Cristina Campo, è fondamentale come introduzione al suo pensiero. Libro denso, ricco di suggestioni, nel quale i contributi più belli sono quelli meno accademici (lei non era per niente accademica!), come quello di Antonietta Potente, che trattano Campo come una “amica”, come una compagna preziosa di esercizi spirituali, dialogando fraternamente con lei.

Ora, proprio pensando a questi contributi, che muovono da una prossimità alla vita e alla esperienza di Campo, si corre fatalmente un rischio. Si trattiene cioè il nucleo per noi più fecondo del suo pensiero prescindendo da tutto quello che lo ha generato, e cioè dal “duro esercizio” (Monica Farnetti), fatto di ascesi e iper-concentrazione, oblio e svuotamento di sé, estrema solitudine, fine degli attaccamenti, indifferenza alla morte, purificazione del nostro immaginario parassitario, eliminazione di desideri e fantasie. A ciò si aggiunga la disposizione a perdere qualcosa che per noi vale molto, come mostra la favola di Cenerentola che non si cura di perdere lo scarpino, per potersi salvare (nel saggio “Una rosa”, commentato da Wanda Tommasi). Non è poco, se consideriamo che tutte queste cose sono del tutto estranee al nostro attuale orizzonte di vita, saturato dai consumi, ossessionato dalla voglia di divertirsi e da un desiderio bovaristico (altro che accettare la nostra vita com’è: non ci basta mai e non vogliamo mai perdere niente!).

In queste pagine, benché utilissime come ho già detto per capire Campo, si parla forse con eccessiva disinvoltura “dell’invisibile”. Siamo sicuri che qui ed oggi sia ancora possibile una “esperienza religiosa”, nel mondo secolarizzato, del tutto immanente, e dopo i guasti prodotti dal cattolicesimo? Simone Weil – un faro imprescindibile per la Campo: si pensi solo alla intuizione di una “follia d’amore”, della grazia che sospende per un attimo la necessità, la pesanteur, l’imperio della forza, come accade nelle fiabe – riteneva di no. Personalmente ho qualche dubbio. La stessa Campo lamenta la separazione tra spirituale e corporeo, tra divino e sensibile, in tutta la modernità. Mentre nella devozione e pietà popolare – entro cui la presenza delle donne è assolutamente preponderante – , nel bacio alle icone e nella venerazione per le reliquie, così come nelle esperienze di godimento delle mistiche, si custodisce l’idea di “un’anima corporea”. Siamo ben distanti dall’astrattezza di una religione “matura” come quella protestante, che incarna l’essenza della modernità.

Ma adesso, pur con questa riserva di fondo, vorrei individuare i tre o quattro punti che mi sembrano decisivi dell’opera di Cristina Campo, avvalendomi delle pagine del libro (trascuro qui quelle, pur interessanti, dedicate alla “mistica iraniana”, per mia assoluta incompetenza). Anzitutto bisogna smontare l’immagine di una Campo esoterica, reazionaria, aristocratica, gnostico-elitaria: “Io vorrei scrivere certi versi che ho in mente da tanto tempo. Una specie di Cantico dei cantici rovesciato. Andrò per le piazze e per le vie, cercherò quelli che nessuno ama…”. Poi specifica che vorrebbe scriverlo nella lingua più moderna, “quasi sul ritmo di un blues”! Va bene, il suo cuore trepidava per monsignor Lefebvre e la messa in latino, ma contro una modernità omologante e impoetica. Perfino la sua idiosincrasia verso il vicino quartiere popolare di Testaccio, che lei guardava dall’alto del suo principesco Aventino, andrebbe letta in questa luce: è una insofferenza verso la massa informe asservita ai consumi del boom degli anni ‘60, a una plebe trasformata in ottusa piccola borghesia.

Il suo blues, non lontano dagli spiritual che Pasolini volle usare nel “Vangelo secondo Matteo”, era invece rivolto al popolo che abita piazze e vie, a tutti quelli che non sono amati né ascoltati. Ricordo qui per inciso il suo sostegno alla esperienza di Danilo Dolci (di cui era molto amica, anche se non viene mai citato nel libro), grande educatore e attivista non-violento, con gli emarginati e i paria della società: una esperienza non assistenzialistica ma di creazione di comunità. Ma vengo al punto che mi sembra centrale: la relazione tra visibile e invisibile. Da qualche parte Cristina Campo dice che il mondo invisibile, l’altro mondo cui alludono talismani e amuleti delle fiabe non è che questo mondo, però rivelato. Se “l’arte non riproduce ciò che è visibile ma rende visibile ciò che non sempre lo è” (Paul Klee) allora proprio l’arte diventa una via privilegiata – accanto alla mistica – per accedere a questo mondo rivelato, che poi, nelle parole della Campo, è il tappeto che – finalmente raddrizzato – ci mostra il proprio disegno, e dunque l’arabesco del nostro destino.

Solo allora, decifrando il disegno del tappeto ognuno di noi potrà incontrare, come il viandante, “una melodia che è sua e di nessun altro, che lo cerca fin dalla nascita e da prima di tutti i secoli”. Lei stessa attraversa la vita alla continua ricerca della propria vocazione, di cui parla nelle lettere all’amica Mita (Margherita Pieracci) e in tanti luoghi della sua opera: una ricerca che implica attenzione, capacità di attesa, passività ricettiva, riscoperta dello stupore di fronte alla realtà. Tutto ciò si riversa nella sua purissima scrittura, in una prosa che va costantemente verso la poesia e verso la preghiera, assorta e aperta al mondo, alle sue più minute sfumature:”il bambino che ascolta un vecchio rievocare batte le ciglia con ipnotica lentezza”, come un insetto in una metamorfosi. Il “duro lavoro” dell’ascesi e dell’uscita dal mondo (avrebbe detto il suo compagno Zolla, tacciato da Maria Zambrano di “dogmatismo”) si trasforma un po’ misteriosamente in gioia, sorriso, “tremore leggero”, tenerezza, libertà.

Su questa trasformazione alchemica si interroga Laura Boella, seguendo una suggestione di Maria Zambrano (che ci dà un involontario ritratto dell’amica Cristina Campo): centrale è la metafora del fuoco, della fiamma che “non si consolida né si stabilizza”(come il fiorire della vita), di ciò che nel centro della fiamma stessa rimane oscuro. “Una bellezza che non è di questo mondo”, un incompiuto ( e un incognito) che è specchio di un altrove, chiosa Laura Boella. Forse, però questo altrove pure consiste interamente nell’attimo presente. E la bellezza appartiene interamente a questo unico mondo sublunare che abitiamo, a patto però di vederlo con altri occhi, magari con l’aiuto di un amuleto. Filippo La Porta

Così Malaparte interpretò a decadenza dell'Europa. In un volume, gli atti di un convegno alla Sorbonne Nouvelle sul suo ruolo di intellettuale internazionale. Francesco Perfetti il 5 Maggio 2023 su Il Giornale.

Nella bella biografia dedicatagli Maurizio Serra definisce Curzio Malaparte un «apolide delle ideologie» difficilmente inquadrabile a destra o a sinistra perché «inviato speciale nella terribilità della storia, capace di passare senza muovere un muscolo del volto dai salotti alle trincee, dalle rivoluzioni alle conferenze diplomatiche, dai campi da golf a quelli di sterminio, da Mussolini a Hitler, da Stalin a Mao, dagli anarchici al papa» avrebbe respirato «l'aria delle ideologie totalitarie senza esserne intossicato».

Considerato esempio paradigmatico di «arcitaliano» e di «Strapaese» egli fu, in realtà, il meno italiano degli intellettuali del tempo, tanto da essere definito da Giuseppe Prezzolini «un vero scrittore europeo». Alla sua caratura internazionale è dedicato il bel volume curato da Maria Pia De Paulis, Curzio Malaparte e la cultura europea (Franco Cesati Editore, pagg. 524, euro 45) che raccoglie gli interventi pronunciati da oltre una ventina di studiosi al convegno internazionale organizzato a Parigi nel 2021 dall'Università Sorbonne Nouvelle nel quadro di una vera e propria Malaparte Renaissance in atto da qualche anno in Francia. Storici e letterati di più Paesi hanno proposto una rilettura della biografia e dell'opera malapartiane dalla quale emerge il fatto lo nota la De Paulis che la «dimensione europea» di Malaparte «è anche una condizione del suo spirito, una convinzione, un modo di essere e di riflettere sulle grandi questioni politiche e filosofiche».

Il destino di Malaparte giornalista e scrittore, ma anche uomo pubblico che si trovò a sfiorare, sia pur tangenzialmente, le stanze del potere fu quello di testimone del Novecento: un testimone eccezionale, capace di cogliere, descrivere e interpretare con partecipazione e dolente visionarietà sintomi e manifestazioni di un forse irreversibile processo di decadenza europea. Anche se in Mamma marcia il libro che più drammaticamente e simbolicamente sottolinea tale processo a conclusione di un'ideale trilogia iniziata con Kaputt e proseguita con La pelle c'è, nel suo dialogo con Guy Tosi sull'Europa ridotta a macerie di fronte alla casa di Wolfgang Goethe, un senso, quasi, di speranza, una nota di pur macabro ottimismo, che sembra riscattarlo e che lo enuclea dal pessimismo funereo di quella cosiddetta «letteratura della crisi», particolarmente fiorente nei primi decenni del secolo XX, alla quale, peraltro, lui, Malaparte, non è affatto riconducibile: «È la nuova Europa che nasce dal cadavere della vecchia Europa morta dissi. I cadaveri di donna sepolti sotto queste macerie sono incinti, nasceranno figli dai cadaveri. L'Europa è ormai una mamma marcia dissi». E ancora: «Tutti i cadaveri sono gravidi dissi. Hanno il ventre pieno di feti mostruosi: basta il peso del nostro passo sulle macerie dell'Europa, per fare uscire dall'utero di questi cadaveri incinti i feti della gioventù.».

In una intervista dell'autunno del 1949 egli dichiarò di poter scrivere solo di cose che aveva visto e vissuto. Era una dichiarazione sincera, anche se, naturalmente, il «visto» e il «vissuto» di Malaparte non corrispondono, sempre e forse anzi mai, alla realtà effettuale ma ne sono una trasposizione allegorica dove verità e fantasia, oggettività e trasfigurazione onirica si incontrano e si intrecciano in un ricamo incredibilmente ricco, mosso e variegato che si sviluppa tuttavia sotto l'insegna dell'imprevedibile o dell'improbabile. Il che spiega, per inciso, perché la vita e l'opera di Malaparte siano state caratterizzate da quelle tante oscillazioni e da quei tanti atteggiamenti che hanno finito per accreditarne l'immagine di cinico voltagabbana, di uomo delle contraddizioni, di persona priva di ideali, pronta a passare da una parte all'altra secondo le convenienze. Una immagine della quale, probabilmente, egli, da narcisista esteta qual era, non si curava troppo ma che poi, scoppiata la Seconda guerra mondiale e quando aveva già incontrato sul proprio cammino diverse ideologie e diverse incarnazioni di totalitarismo, dovette provocargli un certo fastidio.

Quella di Malaparte fu una vita sviluppatasi all'insegna della contraddizione, spesso apparente, e di un carpe diem che era frutto del suo narcisismo e del suo snobismo ma che celava un'ansia genuina di superare le limitazioni del proprio tempo. Fu fascista e antifascista, ma ciò non implica che egli debba essere inserito, ipso facto, nella categoria dei camaleonti.

Definito da Piero Gobetti il «più forte teorico del fascismo» e il «più spregiudicato scrittore tra i mussoliniani», aveva, proprio come Gobetti, una forte tempra di intransigentismo moralistico, temperato (o rinvigorito) da istintivo scetticismo e senso dell'ironia. E, ancora proprio come il suo amico Gobetti, finì per intravvedere in Mussolini il traditore della rivoluzione, l'uomo capace di piegarsi ai compromessi e obbedire alle leggi, spesso amorali, della politica.

Il suo fascismo, teorizzato soprattutto in L'Europa vivente (1923) e sulle pagine del periodico La conquista dello Stato, rivelava qualche affinità con la rivoluzione russa. Comunismo e fascismo gli apparivano movimenti paralleli, ma profondamente diversi, riflettendo, l'uno, l'anima collettivistica russa e, l'altro, lo spirito individualista dei latini. Entrambi erano segni visibili di una vera e propria rivolta contro lo spirito di modernità, identificato con la civiltà nordica, il liberalismo, il libero arbitrio, la democrazia. Per lui il fenomeno rivoluzionario italiano avrebbe dovuto essere «antimoderno» e il valore e il significato storico del fascismo avrebbero dovuto essere rintracciati «in questa sua storicissima funzione di restauratore dell'antico ordine classico dei nostri valori nazionali». In sostanza il fascismo sarebbe stato «l'ultimo aspetto della Controriforma» e, al tempo stesso, una reazione contro lo spirito della modernità. L'antimodernismo di Malaparte si configurava come dottrina politica originale, espressione di una corrente speculativa alternativa all'idealismo gentiliano.

Il suo fascismo degli anni Venti aveva pulsioni marxisteggianti e anarcoidi che spiegano il fascino che egli subì, in certi momenti, per l'Unione Sovietica e, nell'ultimo scorcio della sua esistenza, per la Cina di Mao. Ma sempre al di là e al di fuori delle ideologie. Cionondimeno egli non fu il prototipo dell'intellettuale fascista. Non ebbe un ruolo di rilievo all'interno del fascismo, fu ai margini del regime anche quando ricoprì incarichi di responsabilità in giornali importanti. Fu, però, per vivacità e profondità intellettuali, un uomo di statura europea, più di altri intellettuali dell'epoca rimasti provinciali e strapaesani.

Lo si vide bene a partire dall'inizio degli anni Trenta, quando, dopo il brusco licenziamento dalla direzione di La Stampa e dopo il trasferimento in Francia, pubblicò opere come Technique du coup d'Etat (1930) e Le bonhomme Lénine (1932), che gli assicurarono e consolidarono il successo internazionale. Al di là dell'aspetto letterario quelle opere, e soprattutto quelle successive, chiarirono il suo atteggiamento nei confronti di tutti i totalitarismi e, in particolare, l'anti-hitlerismo e l'anti-nazismo divenuti presto una costante della sua pubblicistica. Utilizzando il paradosso e l'ironia, Malaparte mise alla gogna i difetti dello Stato totalitario, i suoi connotati sacrali di religione laica, nonché le tendenze autodivinizzanti dei dittatori.

Deluso dal fascismo, lo fu anche dal post-fascismo e divenne, in certo senso, uno degli esponenti più significativi di quello che potrebbe essere definito l'anti-antifascismo nella presunzione che l'antifascismo non fosse altro che una forma rovesciata di fascismo. Tuttavia, al di là di tutto ciò e malgrado le sue contraddizioni, Malaparte fu un grande, efficace, inimitabile testimone e interprete della decadenza dell'Europa e della sua civiltà. Ed è questo, credo, il suo lascito principale.

Dacia Maraini: «L’amore è impeto di vita. E io nella mia ho amato tanto». La passione, la letteratura, i viaggi, il rapporto con i giganti della letteratura. La scrittrice cosmopolita, si racconta. E con il memoir "Vita mia" riapre la ferita della prigionia in Giappone nel 1943. Sabina Minardi su L'Espresso il 17 Novembre 2023

Plurale è un aggettivo che le piace. Lo usa per descrivere sé stessa. E il suo libro più recente, “Vita mia” (Rizzoli), adunata di una famiglia intera per raccontare la sua storia di bambina in un campo di prigionia, nel Giappone del 1943: con il padre Fosco, antropologo e orientalista fiorentino, la madre Topazia Alliata, artista palermitana, le sorelle Toni e Yuki. 

Da lì, da quel ricordo che smuoveva troppo dolore per essere raccontato prima, e dalla promessa mantenuta di farlo, ha origine un memoir densissimo di esperienze: letteratura, amori, incontri, Storia. E di un albero genealogico con radici estese e sorprendenti: nonna Sonia, cilena, che aveva studiato canto alla Scala; nonno Enrico, aristocratico con Tolstoj nel cuore che intanto lavorava, in Sicilia, coi vignaioli della sua cantina Corvo; nonna Yoï, mezza inglese mezza polacca, che zaino in spalla partiva a piedi per il mondo fino all’incontro con lo scultore Antonio Maraini, svizzero di origine. 

«Sono plurale, sono multietnica», dice sorridendo la scrittrice Dacia Maraini: «Vengo da una famiglia di tradizioni liberali. Dove i libri sono sempre stati importanti: mio padre mi ha insegnato a considerarli un atto di libertà. E anche con la scrittura c’è stata sempre familiarità: scrivevano i miei genitori, la mia bisnonna scriveva libri per bambini. Che lo facessi anch’io era piuttosto naturale». Scrive dagli anni Sessanta: “Le vacanze”, “L’età del malessere”, “A memoria” i primi successi, seguiti da “Memorie di una ladra”, “Donna in guerra”, da decine e decine di testi teatrali. E poi “Il treno per Helsinki”, i programmi in tv per le strade di Palermo. L’impegno femminista, che la porta a fondare negli anni Settanta il Teatro della Maddalena. Agli anni Novanta appartengono i romanzi più premiati: “La lunga vita di Marianna Ucrìa” (più di un milione di copie vendute, Premio Campiello), “Bagheria”, “Voci”, “Dolce per sé”, “Buio” (Premio Strega). In mezzo saggi, racconti, testi per la rivista Nuovi Argomenti che dirige da anni. Cittadina onoraria di Arona, dove organizza un festival, ha pubblicato libri sulla scuola (“La scuola ci salverà”), sull’Italia che cambia (“Una rivoluzione gentile”), su Chiara di Assisi (“Elogio della disobbedienza”). Nel 2022 con “Caro Pier Paolo” rievoca l’amico Pasolini. E torna a quei quasi vent’anni passati a fianco dello scrittore Alberto Moravia. Al mondo culturale di allora: da Elsa Morante a Maria Callas. Tra compagni di viaggio e avventure, dalla Cina alla Corea, dall’Africa al Giappone. 

«Il viaggio è nel mio Dna. Anche Alberto era un viaggiatore meraviglioso: proprio il viaggio è stato uno dei nostri punti di incontro. Ne abbiamo fatti molti. L’ho amato tantissimo, ma non era difficile: eravamo molto simili, avevamo le stesse passioni, potevamo restare vicini a leggere per ore. E anche se con gli altri Moravia passava per un tipo scontroso, difficile, in realtà era un uomo allegro, gioioso. Ogni tanto veniva fuori il suo lato più infantile. Aveva un carattere straordinario: generoso, gentile, non gli ho mai visto fare meschinità. Magari tutti gli uomini avessero quella dolcezza. La sua assenza è un rimpianto enorme», dice la scrittrice, occhi chiari che non hanno perso un filo del loro magnetismo, esaltato da un kajal fedele allo stesso azzurro. «Niente di speciale», sorride: «Una matita che cambio continuamente. E mi arrabbio perché non ritrovo mai la stessa».

Perché tutto muta, si trasforma. Solo l’amore resta.  

«Ho amato tanto, l’amore è stata una componente importante nella mia vita. E non parlo solo di amore per una persona. Parlo anche di amore per i libri, per i viaggi, per la conoscenza. L’amore è impeto di vita. È desiderio di conoscere e di mettermi in rapporto con gli altri. Quando si dice che l’amore finisce, credo che sia solo il sesso, che è misterioso e imprevedibile, a svanire. Quando non c’è più attrazione, se c’è stato vero amore resta un senso profondo di solidarietà, resta la tenerezza. A me è successo con Alberto quando si è sposato con un’altra donna, tra l’altro un’amica a cui voglio bene (la scrittrice spagnola Carmen Llera, ndr): è rimasto grande affetto. Non capisco come l’amore possa trasformarsi in odio. Se sono stata gelosa? No, non ho mai provato gelosia verso di lei. Di fronte all’attenzione di una persona che amo verso un’altra, scatta in me la curiosità di capire, di conoscere. E questo evita la gelosia, la trasforma in curiosità e in interesse. La gelosia è espressione di debolezza». 

E la gelosia nell’ambiente letterario: l’ha provata, l’ha percepita? «Sono una convinta animalista. Ho sempre avuto animali, caprette, piccioni, gatti, cani, cavalli. Penso che gli esseri umani soffrano i loro stessi sentimenti, rabbia e gelosia, bontà e gentilezza. Negli uomini però cultura e riflessione permettono di prevalere sugli istinti. Questo mi ha insegnato la cultura: che puoi avere momenti in cui vorresti uccidere un altro, però che essere dentro la civiltà umana vuol dire agire con rispetto». Ma era più feroce la società letteraria di un tempo o quella attuale? «Il mondo della cultura era più unito: magari c’erano dinamiche emotive più forti però c’era anche tanta solidarietà. E ci si frequentava spesso. Oggi c’è distacco, indifferenza, separazione: ognuno gioca la sua partita. Io conosco tutti gli scrittori del mio tempo, siamo in ottimi rapporti. Ma mentre una volta ci si incontrava in case private e fuori, oggi ci si vede solo in occasioni pubbliche». 

Le voci di chi non c’è più, però, continuano a ruotarle intorno: «Quella cerimoniosa e ingolata di Gadda, quella squillante e cantilenante di Maria Callas, quella morbida e didascalica di Rossellini, quella bassa e gentile di Natalia Ginzburg», scrive nella raccolta di interviste sull’infanzia intitolata “E tu chi eri?”. «Voci di amici con cui ho chiacchierato, riso, mangiato», riprende Maraini: «Bernardo Bertolucci, Laura Betti, Dario Bellezza. Se chiudo gli occhi mi sembra di sentirli». Più di tutti Pasolini: «Pier Paolo l’ho conosciuto solo negli ultimi dieci anni della sua vita, però siamo stati vicinissimi, abbiamo scritto sceneggiature. E fatto una decina di viaggi in Africa: abbiamo convissuto, condiviso la casa a Sabaudia». Pier Paolo amato dalla Callas, tutt’altro che diva snob e scontrosa nei ricordi della scrittrice: «Era dolcissima, invece, una bambina fragile. Lei stessa lo ammetteva: sul palcoscenico so cosa devo fare dalla prima all’ultima nota, nella vita sono completamente esposta, specie in amore. Un viaggio che mi dispiace di non aver fatto? In Tibet, dove mio padre andò giovanissimo con Giuseppe Tucci. Ma i viaggi capitano, hanno una loro storia. L’Africa con Pier Paolo significava inseguire un sogno di purezza. Con Alberto in Giappone sono tornata nei posti dell’infanzia». Per fare i conti con loro. «Se mi reputo fortunata? Sul piano privato sì, su quello storico no: l’esperienza del campo di concentramento è stata terribile e mi ha segnata per sempre. “Vita mia” è un libro che volevo scrivere da anni. Ogni volta però era come riaprire una ferita. Adesso, mentre vendette e odi si risvegliano, ho pensato che fosse il momento di portare la mia testimonianza». 

Dacia Maraini ha sette anni quando la sua vita cambia. Il padre, che insegna all’università di Tokyo, e la madre sono convocati dalle autorità giapponesi per giurare fedeltà al governo nazifascista della Repubblica di Salò. I due dicono di no. La coppia e le figlie vengono portati in un campo per traditori della patria. Iniziano due anni difficilissimi: costretti a vivere con pochi grammi di riso al giorno, tra malattie, vessazioni. In un campo alla periferia di Nagoya, tre stanze per 19 persone, freddo e coperte infestate dalle pulci. «Dormivamo abbracciati con una famiglia di scimmie su un albero spelato», scrive, annotando dolore e umiliazione, come quando il padre fruga nella spazzatura per cogliere dai resti dei giornali qualche notizia del mondo. «Ma nulla è più brutto della fame. Volevo chiamare questo libro semplicemente “Fame” perché eravamo prigionieri della fame, professionisti della fame. Quando la fame ti guida diventi ossessionato dal cibo; io avrei mangiato le pietre, le immaginavo diventare pane, pesce, frutta. In quelle condizioni, mio padre ci insegnava le tabelline cantando. Ci parlava di filosofia, raccontava i libri come quelle persone-libro che tramandano le storie dopo che un dittatore li ha bruciati tutti». 

Col Giappone continua ad avere un rapporto d’amore: la violenza di pochi non ha offuscato la generosità di molti. «A quel Paese devo il mio rapporto con la morte, l’idea che sia solo un passaggio dal quale si rinasce. E i morti non sono fantasmi che fanno paura, ma presenze che aiutano a vivere meglio. Amici dei bambini, come per la festa dei morti in Sicilia, mutuata dagli spagnoli». Sarà l’isola la terra che riaccoglierà i Maraini dopo il trauma del campo di concentramento, cura di mare, sole e i giardini profumati di Bagheria. Da allora i libri invaderanno la sua vita. «Ma non mi chieda quale amo di più, è come chiedere qual è il figlio preferito, impossibile rispondere. L’ultimo è sempre quello che mi coinvolge di più». E ognuno ha la sua genesi. «Come nascono? Succede che un personaggio arriva, bussa alla porta, io apro, gli offro un caffè, dei biscotti e lui mi racconta la sua storia. Poi se ne va. Ma a volte qualcuno mi chiede un letto per passare la notte e poi la mattina mi domanda la prima colazione e pretende anche il pranzo. Allora so che questo personaggio si è accampato nella mia testa e dovrò scriverne. Così è stato con Marianna Ucrìa, così con tutti gli altri. Ora era il tempo di “Vita mia”. Per spiegare come la guerra possa cambiare la vita in un soffio».

Maraini denuncia gli orrori del Novecento ma se ne dimentica uno: il comunismo. C'è spazio per tutto tranne i Gulag. Si cancella così un totalitarismo assassino. Massimiliano Parente l'11 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Molto toccante, l'ultimo libro della Maraini, solo che mi è rimasto un dubbio grande come una casa, anzi come una dacia di un gerarca sovietico. Voglio dire: la Maraini racconta della sua detenzione nei campi di prigionia in Giappone: lei era una bambina, la famiglia antifascista, il Giappone come sappiamo alleato dei nazifascisti. Queste «memorie di una bambina italiana in un campo di prigionia», intitolate Vita mia e pubblicate da Rizzoli raccontano un'esperienza poco conosciuta dal grande pubblico, quella riservata ai dissidenti agli antifascisti in territorio nipponico. Non erano come i lager nazisti, ma rischiavi di morire di fame.

È un memoriale, questo di Dacia, pieno di profumi ma anzitutto tragico, e letto dall'inizio alla fine, sorvolando sulle parti piene di odori di ogni tipo (perché Dacia ha «un naso capace di captare gli odori più sottili») che se sei allergico ti viene un'allergia solo leggendo, un j'accuse contro tutti i totalitarismi, dalla caccia alle streghe alla Santa Inquisizione, dal nazismo fino alle dittature islamiche. Dacia, dopo la fine della guerra, va a visitare i campi di concentramento nazisti, tutti, perché è contro ogni totalitarismo, per vedere l'orrore, e ha fatto benissimo, dovrebbero farlo tutti. Ma si dimentica un dettaglio (chiamiamolo così), e qui il mio dubbio diventa grande come un'immensa dacia di un gerarca sovietico: il comunismo non c'è. Com'è possibile? Dovrebbe essere in pole position nella lista degli orrori insieme al nazismo e al fascismo, tanto più che la Seconda Guerra Mondiale, che ha portato la famiglia Maraini in un campo di prigionia giapponese, inizia con un patto tra Hitler e Stalin, non devo certo spiegartelo io. Oh, non ci crederete, ma se la follia fascista e hitleriana viene nominata più volte, quella stalinista e comunista neppure una volta, nella Vita mia vissuta da Dacia non ve n'è traccia. I milioni di morti sovietici non esistono. Anzi, una volta compare, per la verità, la parola comunismo, ma come critica alla «Liberazione, perché sarebbe stata una ottima occasione per infliggere un colpo decisivo alle mafie, ma loro (gli americani), per paura del comunismo, hanno preferito allearsi con i fuorilegge piuttosto che con coloro che avevano fatto la Resistenza». Certo che sì, perché una gran parte di coloro che hanno fatto la Resistenza parteggiavano per una dittatura analoga a quella nazista, e gli americani furono avvisati da un eroe nazionale in esilio, il conte Carlo Sforza, di non appoggiare la Resistenza proprio per questa ragione. La loro priorità era sconfiggere il nazismo prima, e combattere il comunismo dopo.

In compenso, nella vita di Dacia, c'è spazio per Hiroshima e Nagasaki (a questo punto perché non anche per Dresda rasa al suolo dagli inglesi?), ma in un mondo, quello giapponese, dove «la morte non è mai qualcosa di definitivo, ma una tappa, un passaggio da una vita all'altra. Questo mito come tanti altri costumi tradizionali appartiene a un mondo che sta scomparendo, nonostante la tenacia nel mantenere le antiche tradizioni. I McDonald's, i palazzi di cemento e vetro, le strade piene di automobili hanno largamente sostituito quel mondo delicato e cerimonioso fatto di odori e sapori squisiti, che vengono conservati con amori». Tuttavia non c'è una dittatura del McDonald's, Dacia. Nell'Occidente moderno puoi scegliere cosa mangiarti e cosa odorare e cosa leggere e cosa pensare. Ora accendo la mia PlayStation e mi ordino un Big Mac, che per me profumano di libertà.

Dacia Maraini, bambina nel campo di prigionia in Giappone: il racconto nel nuovo libro. ROBERTA SCORRANESE su Il Corriere della Sera di lunedì 2 ottobre 2023.

L’arresto nel 1943, la famiglia: esce martedì 3 ottobre per Rizzoli «Vita mia», cronaca degli anni trascorsi con i genitori e le sorelle a Nagoya 

Come ci ha insegnato Primo Levi, raccontare la propria sopravvivenza è un esercizio estremo, e qualche volta a certi autori non basta una vita intera per essere pronti. E forse è anche per questo motivo che a Dacia Maraini sono stati necessari decenni di gestazione prima di scrivere questo bellissimo Vita mia, in libreria da martedì 3 ottobre per Rizzoli. Non è un romanzo, ma del romanzo ha l’andamento lineare e aggraziato che si ritrova in tanti libri della scrittrice oggi ottantaseienne. Non è un vero e proprio diario, perché — come lei stessa premette sin all’inizio — molto si basa sui racconti di Fosco e Topazia, gli amati genitori. E non è nemmeno un saggio, anche se numerosi sono gli innesti di riflessione sulla storia e sul presente. 

Sì, giunti alla seconda rilettura, Vita mia sembra proprio vestire l’abito giusto: una cronaca asciutta dove l’autrice recupera il suo sguardo di bambina (aveva appena sei anni quando tutto cominciò) e racconta la sua prigionia in un campo di concentramento giapponese, assieme alla famiglia. La formula letteraria più adatta per questo racconto: in quell’ottobre di ottant’anni fa, quando gli ufficiali giapponesi si presentarono nella sua casa di famiglia a Kyoto, Dacia era troppo giovane per poter fare oggi un resoconto minuzioso. Ma troppo grande per affidarsi unicamente al racconto dei genitori.

Maraini cuce così ricordi lontani, antiche suggestioni, episodi tramandati in famiglia e ricostruzioni accurate per regalarci — «finalmente», diranno molti dei suoi lettori che aspettavano da tempo questo libro — il romanzo della prigionia, la testimonianza di una grande intellettuale del nostro tempo che sceglie di mettersi a nudo proprio adesso e non a caso. Adesso, scrive, perché «da una parte si vorrebbe dimenticare ciò che non si può dimenticare, soprattutto quando si sente che circola e si diffonde un sentimento di irritazione e di stanchezza verso la memoria, un sentimento che sentiamo come offensivo e umiliante [...]. Ma un’altra voce, meno persuasiva e più insistente, invece sprona a parlare. A dire, a rammentare, a testimoniare».

Il racconto comincia da quegli ultimi giorni d’estate del 1943, quando la famiglia Maraini viveva già da tempo in Giappone: Fosco era uno stimato antropologo, lavorava all’Università di Kyoto; la madre, Topazia Alliata, era bene inserita nella comunità culturale; Dacia parlava il dialetto della città e le due sorelle minori, Toni e Yuki, trascorrevano un’infanzia serena, tra filastrocche ispirate alla saggezza giapponese e gli omochi, i dolcetti preparati dalla balia Miki. L’8 settembre cambiò le sorti di tanti italiani, anche quelli residenti all’estero: i Maraini si rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e divennero così nemici del Paese dove abitavano, opponendosi al patto che il Giappone aveva appena concluso con la Germania nazista e l’Italia fascista.

Dopo un paio di settimane ci fu la deportazione, che assomiglia a tante di quelle che abbiamo imparato a conoscere dai romanzi e dai film sulla Shoah: l’arroganza sbrigativa dei militari, l’assenza di pietà di fronte a tre bambine piccole, che la madre scelse di portare con sé rifiutando di affidarle a un orfanotrofio, come proposto dai soldati. È il primo di tanti presagi che costellano questo libro: l’orfanotrofio al quale erano destinate Dacia e le sue sorelle verrà bombardato e tutti i bambini presenti moriranno.

È un presagio anche l’idea di Topazia di portare con sé delle lenzuola, sacrificando i vestiti, come se avesse intuito la futura utilità di cucire abiti per i carcerieri in cambio di una manciata di riso in più. E chissà come, nella misera valigia che li accompagnerà nel campo di Nagoya, Topazia ebbe l’idea di mettere anche uno scialle rosso: alla fine della guerra, quando ormai erano segregati in un altro campo, senza più carcerieri ma isolati dal resto del mondo, lo cucirà a un pezzo di lenzuolo bianco e a una vestaglia verde per comporre una bandiera italiana da issare al suolo e chiedere così aiuto agli aerei alleati che fendevano il cielo.

Il racconto della prigionia non ha nulla di enfatico, né tantomeno di retorico: Maraini sa perfettamente che il semplice resoconto delle giornate è sufficiente a restituire la tragedia della guerra e delle sue vittime. I guardiani — piccole macchiette più sciocche che malvagie — che sottraggono il cibo destinato ai prigionieri per arricchirsi sul mercato nero, le formiche ingoiate di nascosto nonostante l’inevitabile mal di pancia da intossicazione, lo scorbuto e il beri-beri che, poco per volta, erodono anche il corpo sano delle bambine, la spossatezza crescente di Topazia Alliata che denuncia «macchie agli occhi e caduta di capelli», la magrezza di Fosco, uomo un tempo atletico e sportivo.

Ma la natura raffinata di questo libro risiede anche nella capacità dell’autrice di innestare le vicende e le peculiarità della sua famiglia dentro il più ampio terreno della Storia. «La parola era diventata inutile, troppo faticosa, superflua», annota. È una piccola morte in una famiglia che viveva di vivaci dibattiti filosofici tra i genitori, haiku imparati a memoria dalle bambine, di un inesausto esercizio della discussione come strumento di libertà e di autonomia. Senza enfasi, ma con precisione, Maraini tesse un continuo confronto tra la qualità umana e intellettuale di Fosco e Topazia e l’assurdità della guerra, del razzismo, della violenza.

È qui che si ritrovano i nuclei fondanti della sua letteratura, da sempre improntata alla pietà, al rispetto degli ultimi (animali compresi) e l’inesauribile energia che la porta a schierarsi, ancora oggi, contro ogni forma di sopraffazione. E si ritrova pure una particolare attenzione al femminile: i piccoli grandi gesti di Topazia, il tentativo di violenza sessuale da parte di un soldato, al quale riuscì a sfuggire. Chi ha letto i suoi romanzi, rintraccerà in questo Vita mia una filigrana sottile che conduce, punto dopo punto, alle opere più importanti della scrittrice, come se in quei due anni di prigionia Dacia avesse composto i nuclei della sua poetica. «Come si apre una strada nella neve vergine», citando l’incipit de I racconti della Kolyma di Varlam Šalamov, un altro splendido e tragico affresco della prigionia.

Le presentazioni

Dacia Maraini presenta «Vita mia» a Padova venerdì 6 ottobre alle 19, nell’ambito della Fiera delle parole, in dialogo con Paolo Di Paolo; a Milano sabato 14 alle 16.30 alla Libreria Rizzoli della Galleria Vittorio Emanuele II, in dialogo con il direttore del «Corriere della Sera» Luciano Fontana; a Roma mercoledì 18 alle 18.30 alla Libreria Nuova Europa I Granai di via Mario Rigamonti 100, in dialogo con Sabina Minardi.

(ANSA mercoledì 8 novembre 2023) - Sono state già 617 in tre anni, tra cui oltre un centinaio di studenti, le persone che, in 34 lingue, hanno partecipato a L'ora che volge il disìo, il progetto di lettura perpetua davanti alla Tomba di Dante, nato in occasione del settecentenario dantesco del 2020 a cura del Comune di Ravenna e della Fondazione RavennAntica. Tanti cittadini, alcuni anche più volte, hanno deciso di omaggiare Dante cimentandosi con i suoi versi, così come sono sempre molti coloro che ogni giorno si fermano ad ascoltare la lettura, magari con la propria Divina commedia in mano.

Anche molti turisti apprezzano questo breve momento che valorizza un luogo, la zona del silenzio dedicata a Dante, già di per sé suggestivo. Il Sommo Poeta è stato declamato in inglese, francese, tedesco, portoghese, norvegese, ma anche in hindi, turco, cinese, arabo, vietnamita, urdu, taiwanese, serbo e kyrgyz. Diversi i personaggi noti che hanno partecipato all'iniziativa perché ospiti di eventi, come Scrittura Festival, Ravenna Teatro e Prospettiva Dante, oppure perché legati alla città. Tra loro Ivano Marescotti, Paolo Cevoli, Linus, ma anche lo scrittore Enrico Brizzi e il Premio Nobel per la letteratura 2021 Abdulrazak Gumah.

Dal 13 settembre 2020, data d'avvio del progetto voluto dal sindaco Michele de Pascale, ogni pomeriggio alle 17 nel periodo da novembre a marzo e alle 18 da aprile a ottobre (escluso il 25 dicembre) davanti alla Tomba di Dante si celebra l'universalità dell'opera dantesca. Chiunque lo desideri, previa prenotazione, può cimentarsi nella lettura di una delle opere più illustri della storia della cultura italiana. È possibile assistere alla lettura anche collegandosi alla pagina YouTube Viva Dante, che trasmette ogni giorno in streaming.

Sangiuliano: «Dante fu il fondatore del pensiero di destra in Italia». Redazione Politica su Il Corriere della Sera il 14 Gennaio 2023.

Il ministro della Cultura: «La costruzione politica dell’Alighieri? Profondamente di destra». E poi: «Ma non dobbiamo sostituire l’egemonia culturale gramsciana con una di destra»

«La destra ha cultura e ha una grandissima cultura: il fondatore del pensiero di destra nel nostro Paese è stato Dante Alighieri, per la sua visione dell’umano e delle relazioni interpersonali e anche per la sua costruzione politica profondamente di destra». È quella che lo stesso ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, intervenendo all’evento organizzato da Fratelli d’Italia a Milano in vista delle elezioni regionali in Lombardia, definisce come «una affermazione forte».

Confessa Sangiuliano: «Fare il ministro della Cultura è un po’ il sogno della mia vita, anche per misurarmi e provare a cambiare quella corrente rispetto alla quale ho sempre remato controcorrente sia nella mia attività professionale di giornalista sia come saggista e cultore della storia. La destra ha cultura, deve soltanto affermarla». Ma, avverte ancora Sangiuliano, «non dobbiamo sostituire alla egemonia culturale gramsciana della sinistra una egemonia della destra: noi dobbiamo liberare la cultura, perché la cultura è tale se è libera e aperta dialetticamente. Io — assicura il ministro della Cultura — non voglio sostituire l’egemonia di sinistra con l’egemonia di destra, ma voglio affermare l’egemonia italiana».

Dante fondatore del pensiero di destra? Il Sommo poeta «non era né di destra né di sinistra, era un grande italiano». Monsignor Marco Frisina, fine biblista e compositore autore di un musical sulla Divina Commedia e ideatore di un viaggio triennale con le letture del capolavoro dantesco, replica così alle affermazioni del ministro Sangiuliano. «Forse — osserva all’Adnkronos — la sua è stata una provocazione. Ognuno è libero di pensarla come vuole ma io non amo mettere gli uomini di cultura del passato in uno schieramento, è inopportuno».

Dante e la politica mutevole, a tratti inspiegabile. Paolo Di Stefano su Il Corriere della Sera il 14 Gennaio 2023.

Per il ministro della Cultura è il fondatore del pensiero di destra in Italia. Secoli di studi hanno tentato di definire la posizione del Divin poeta

Dante fondatore del pensiero di destra in Italia. Questa è la convinzione espressa ieri dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano in piena consapevolezza: «So di fare un’affermazione forte». L’Alighieri? Non solo uno scrittore di destra, ma addirittura il «fondatore della destra». Si tratta, come è noto, di questioni annose che riguardano le posizioni molteplici assunte dall’Alighieri nella politica del suo tempo e che non sono in tutta evidenza quelle del nostro tempo, dunque difficili da risolvere come se non ci fosse soluzione di continuità dal Trecento a oggi prefigurando una genealogia diretta tra il Poeta e il pensiero politico che ispira il governo Meloni.

Il ministro si pone nel filone che nel tempo ha cercato di annettere il Divin Poeta agli schieramenti ideologici più diversi tagliando secoli di fine esegesi, di cautele e di distinguo tra il Dante mutevole e a tratti inspiegabile dell’Inferno, quello che colloca tra i dannati Ulisse mentre ne esalta il libero anelito di conoscenza capace di rompere ogni confine (di sinistra?), e quello del Paradiso (sorvolando sulle varie facce del Purgatorio). Obliterando ogni passaggio dal Dante giovane al Dante in esilio, dal Dante aristotelico radicale al Dante della Monarchia, il trattato «eretico» che si guadagnò la condanna al rogo del cardinale Bernardo del Poggetto e – per secoli - l’iscrizione nell’Indice dei libri proibiti. Il totale di questo gran marasma intimo e pubblico non si può riassume nella formula: «Fondatore della destra italiana».

L’idea di Sangiuliano rischia di essere speculare a quelle convinzioni che traggono conseguenze dirette dal passato remoto fino a pretendere di cancellare ciò che disturba la sensibilità attuale. Speculare nel disossare un’opera complessa, un capolavoro che, in quanto capolavoro nel suo insieme (Commedia ma anche opere minori), non si presta a banalizzazioni che costringano centinaia di pagine, in versi e in prosa, così disseccate, in uno scomparto ideologico. Fu concesso tutt’al più al provocatore massimo, Edoardo Sanguineti, che però ci mise un libro intero per arrivare a definire Dante reazionario, pur se critico feroce verso il capitalismo nascente dei banchieri e dei mercanti e quindi anche, a suo modo, rivoluzionario. Trattandosi, però, di una lettura di stampo marxista, sarebbe paradossale immaginare una filiazione San-San (Sanguineti-Sangiuliano). Un aureo consiglio dantesco è che in certi casi «fia laudabile tacerci».

Massimo Cacciari: "Dante di destra? Ridicolo". Raffaella De Santis La Repubblica il 14 Gennaio 2023.

Il ministro della Cultura Sangiuliano “schiera” tra i fondatori del pensiero della sua parte politica. Massimo Cacciari gli risponde in questa intervista: “Era un eretico che scriveva perché tutti capissero”

"Il fondatore del pensiero di destra in Italia è stato Dante Alighieri". Non poteva passare in sordina la dichiarazione del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano che ieri è piombata nel bel mezzo dell'evento organizzato da Fratelli d'Italia a Milano in vista delle prossime elezioni regionali. Nel corso della giornata Sangiuliano ha spiegato che la "visione dell'umano della persona che troviamo in Dante" così come la "costruzione politica" sono "profondamente di destra".

Estratto dell’articolo di Raffaella De Santis per “la Repubblica” il 15 Gennaio 2023.

 «Il fondatore del pensiero di destra in Italia è stato Dante Alighieri». […] Massimo Cacciari […] ride, poi si inalbera. «[…] Non si può che ridere di fronte a esternazioni del genere, che tra l'altro ricorrono a categorie novecentesche, come destra e sinistra, che non mi sembrano molto aggiornate».

[…] «Questa velleità di appropriarsi di alcuni "fondatori della patria", è un vizio della destra storica. Pensiamo al fascismo che ogni volta che si dovevano celebrare anniversari, trasformava i cosiddetti padri della patria in una sorta di "precursori"».

È successo solo in Italia?

«Sono appropriazioni avvenute nell'Italia fascista come nella Germania nazista, caratteristiche di tutte le destre storiche europee. […] Credevo che le grandi celebrazioni in senso nazionalistico per Goethe, Wagner, Nietzsche o per la poesia medievale tedesca o per Walther von der Vogelweide fossero un ricordo del passato. Erano maniere per celebrare i propri santi, i propri eroi, i propri poeti, i propri artisti monumentalizzando le loro figure in senso nazionalistico e contrapponendole alle culture "altre"». «[…] è pura retorica nazionalistica che non considera la realtà […]».

 Veniamo al merito: come mai il ministro Sangiuliano ha scelto secondo lei di citare Dante?

«Ma come si fa? Dante è un rivoluzionario, un eretico, un uomo contro tutti. Dante è esule nei confronti di qualsiasi casa politica consolidata del suo tempo, a cominciare dalla teologia politica ufficiale. Può essere di destra tutto questo? Può essere di destra il fatto che un intellettuale all'inizio del XIV secolo scriva un libro come il Convivio in volgare perché la quintessenza di una filosofia possa essere compresa anche da chi non sa il latino? Si tratta di un'operazione contraria a ogni spirito di conservazione. […]».

[…] Consideriamo allora l'idea di impero di Dante. Potrebbe servire allo scopo?

«L'impero dantesco […] non è una forma nuova di dittatura e di autorità supernazionale. È invece l'impero che si forma dalla concordia delle nazioni. L'idea è talmente originale da mettergli tutti contro, dalla Chiesa alle nuove filosofie politiche. […] La Roma a cui guarda Dante è la patria del diritto su cui si fonda la civiltà giuridica europea».

 […] Non è la prima volta che Sangiuliano cita pilastri della nostra cultura letteraria e filosofica come baluardi di un'identità nazionale. Lo aveva già fatto con Leopardi.

«Il pessimismo leopardiano è totalmente impolitico. La sua radicalità deriva da certe correnti dell'illuminismo ma si tratta di una "solitudine ospitale" […] Per Leopardi proprio perché la natura ci condanna all'infelicità occorre essere solidali tra noi, che è poi l'essenza del pensiero di Schopenhauer. Leopardi è un rappresentante del grande pessimismo europeo». […]

(ANSA il 15 Gennaio 2023) "Ascoltare oggi un ministro della Cultura dichiarare esaltato che Dante è di destra, campione di destra della letteratura mondiale, fa inorridire e stringe il cuore": lo afferma l'ex direttore di Tg1 e Tg3 Nuccio Fava, oggi presidente della sezione italiana dell'Associazione dei Giornalisti Europei. "Sono stato in Rai per circa 30 anni e definito spesso moroteo e 'Nusco Fava': definizioni e ironie da redazione, senza risentimenti da parte mia.

Del resto, da giovane - ha ricordato -, avevo ben conosciuto la condizione delle dittature nei Paesi del socialismo reale in occasione di tornei di basket a Praga, Ungheria e Polonia. L'esperienza sul campo, le reazioni del pubblico e soprattutto i racconti dei giocatori hanno costituito il vaccino più efficace contro il comunismo e le restrizioni di ogni tipo". "La presidente Meloni dovrebbe anch'essa inorridire e con lei i vertici Rai e i partiti che l'hanno messo alla guida di un importante tg del servizio pubblico", ha concluso.

Dante di destra? “Lungi fia dal becco l’erba”! SILVIA TATTI su Il Domani il 15 gennaio 2023

La dichiarazione del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, su Dante fondatore della cultura di destra confligge con il ruolo stesso della cultura, che non deve prestarsi a strumentalizzazioni politiche. Dante non è né di destra né di sinistra: la sua opera nasce dal rifiuto di ogni lettura faziosa

La dichiarazione del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, su Dante scrittore di destra, anzi fondatore della cultura di destra, confligge con il ruolo stesso della cultura che non deve prestarsi a strumentalizzazioni politiche.

Per noi che insegniamo letteratura italiana a scuola e all’università e che formiamo le nuove generazioni a una cittadinanza responsabile, lo sviluppo di un pensiero critico lontano da ogni condizionamento è il presupposto necessario sul quale si fonda il significato stesso del nostro lavoro.

Dante non è né di destra né di sinistra; il senso etico del lavoro intellettuale, l’esercizio virtuoso del potere e la libertà di pensiero sono i fondamenti della sua opera, che nasce proprio dal rifiuto di ogni strumentalizzazione.

Lo scriveva lui stesso nelle parole del suo maestro Brunetto Latini che preannunciando al suo allievo, nel canto XV dell’Inferno, un destino glorioso, lo sottraeva a qualsiasi logica di parte e profetizzava «che l’una parte e l’altra avranno fame / di te; ma lungi fia dal becco l’erba».

Ma se anche non si trattasse di Dante, che è forse lo scrittore che più si presta a una difesa della libertà di giudizio, il rifiuto di astoriche etichette politiche varrebbe per qualsiasi altro autore: nessuna epoca e nessuna parte politica si può appropriare di scrittori che appartengono al mondo intero.

D’altronde Dante, il padre della patria, l’inventore della lingua italiana ha sempre suscitato tentativi di appropriazione proprio perché massimo interprete, dal Risorgimento in poi, della cultura nazionale; ed è proprio sul significato e sulla funzione di una cultura nazionale che vale piuttosto la pena interrogarsi nuovamente oggi, in un mondo globalizzato e profondamente diverso dall’epoca risorgimentale, dal fascismo, dal dopoguerra; e questo a partire proprio dalla tradizione linguistica e letteraria italiana che ci aiuta a prendere coscienza della nostra storia per collocarci nel presente.

Silvia Tatti è presidente dell’Associazione degli Italianisti

Estratto dell’articolo di Niccolò Carratelli per “la Stampa” il 15 Gennaio 2023.

«Una cosa senza senso». Il primo giudizio di Corrado Augias sul "Dante di destra" del ministro Gennaro Sangiuliano è piuttosto secco. […]

 Quindi, Dante non è «il fondatore del pensiero di destra e conservatore italiano»?

«Allora, i concetti di destra e sinistra nascono con la Rivoluzione francese, alla fine del Settecento. Mentre Dante, come il ministro sa bene, è vissuto alcuni secoli prima. Tirarlo in ballo, in questo modo, è quanto di più sbagliato si possa fare».

 Ma Dante era, in effetti, un personaggio molto politico

«Certo, ma ragionava nei termini della cultura politica a lui propria, su cui aveva grande peso la filosofia scolastica, le lotte tra papato e impero, la corruzione della Chiesa, la commistione tra potere temporale e spirituale, un suo grande cruccio […]».

Non c'è proprio niente di destra?

«Dante è inclassificabile sulla base di categorie come destra e sinistra. Era un guelfo bianco, non voleva né il papato né l'impero, sosteneva la libertà comunale, che per noi non ha molto senso, perché non si può equiparare con le libertà individuali del cittadino, sancite appunto dalla Rivoluzione francese».

 Ma, come dice Sangiuliano, «la destra ha cultura, deve solo affermarla», o no?

«Senza dubbio esiste una cultura di destra, sia l'Ottocento che il Novecento sono stati percorsi da una robusta cultura di destra. […] ma se nel dopoguerra c'è stata un'innegabile egemonia culturale della sinistra, è solo per un fatto empirico: buona parte di chi svolgeva professioni culturali, dal teatro al cinema all'editoria, stava da quella parte. Proprio perché la cultura di destra era uscita sconfitta dal fascismo».

[…] È d'accordo almeno sul fatto che dobbiamo ridurre l'uso di anglicismi e parole mutuate da altre lingue?

«Su questo sì, bisogna riscoprire l'italiano, ma con ragionevolezza. […] si possono dire tante cose usando l'italiano, noto una certa pigrizia. Come quelle riunioni tra finanzieri, dove spesso si cade nel ridicolo per l'uso esagerato dell'inglese».

 Le trovo un'altra cosa su cui forse siete d'accordo: la cultura va pagata, altrimenti si svilisce il nostro patrimonio artistico?

«Sì, penso sia giusto pagare per accedere a un museo. Con prezzi ragionevoli, alcune agevolazioni, sconti per studenti e altre categorie, come già previsto, giornate gratuite. Ma, se i ragazzi spendono dieci euro per una pizza, possono spenderli anche per un museo». […]

La visione "dantesca" della destra. Mentre infuria la polemica sulla dichiarazione del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano su Dante, mi è tornato in mente un incontro, risalente agli anni '80 con Natalino Sapegno, uno dei maggiori studiosi del Poeta. Francesco Perfetti il 16 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Mentre infuria la polemica sulla dichiarazione del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano su Dante visto come esponente o prototipo di una linea culturale riconducibile alla destra, mi è tornato in mente un incontro, risalente agli anni '80 con Natalino Sapegno, uno dei maggiori studiosi del Poeta. Gli avevo chiesto un pensiero sull'attualità di Dante. E lui scrisse per me due paginette autografe dove affermava che non aveva molto senso parlare dell'attualità di un poeta, e in particolare di Dante: ogni grande poesia, anche la più vicina nel tempo, in quanto include una filosofia e una poetica, appartiene sempre al passato. Ma in quanto è poesia, e cioè cognizione e rappresentazione di sentimenti, trascrizione di una Weltanschauung in termini individuali, è sempre attuale. Sapegno si occupava di poesia, non di politica, ma riconosceva l'esistenza di una nesso fra il lavoro poetico e la Weltanshauung dell'autore. In altre parole, sosteneva che dietro l'espressione poetica si celava una «concezione della vita».

Quando il ministro Sangiuliano parla del rapporto fra Dante e la «destra» intende dire che la Weltanschauung dantesca esprime quella «visione della vita» e quei valori che costituiscono patrimonio essenziale, e non negoziabile, degli individui che, oggi, si ritengono di destra e appartenenti a una tradizione culturale che si riconosce nelle radici cristiane della civiltà europea. La parola «destra», in effetti, può generare qualche perplessità perché, storicamente, individua una «categoria» che fa la sua comparsa all'epoca della Rivoluzione francese. Ma è anche vero, che, ormai, la «destra» si autoidentifica in valori, idee, istituzioni ben precise, in molti casi mutuate dalla tradizione pre-rivoluzionaria. Il che, per inciso, rende risibili le accuse mosse a Sangiuliano di aver voluto distorcere il pensiero di Dante utilizzando categorie estranee all'epoca del poeta perché, in realtà, il ministro ha voluto far notare come sia, invece, la Weltanschauung dantesca a ritrovarsi nelle idee e nei convincimenti degli uomini di destra.

Detto questo, mi sembra non abbiano né capo né coda certe manifestazioni di indignazione per la lesa maestà dantesca che, per puro gusto di polemica, suggeriscono che il poeta non ebbe un pensiero politico definito, che fu al più un «eretico» o che espresse una idea di «impero» confusa e letteraria. In realtà Dante non soltanto si batté concretamente per il ripristino dell'autorità imperiale in Italia, ma fu anche un teorico della politica in senso proprio. Per polemizzare ad ogni costo con il governo Meloni si finisce per demolire, non potendo ammettere che il poeta era un fior di reazionario, la stessa figura di quel Dante che si finge di voler difendere dalla appropriazione della destra.

Libertà va cercando da secoli di propaganda. Paolo Di Paolo La Repubblica il 14 Gennaio 2023.

Il commento dopo la dichiarazione del ministro della Cultura Sangiuliano, secondo il quale Dante "il fondatore del pensiero di destra in Italia"

Dispiacque, a un D'Annunzio dal cuore "piagato", non partecipare al sesto centenario della morte di Dante - stravolto com'era dall'impresa fiumana. E soprattutto gli dispiacque non affacciarsi da una ringhiera approntata per lui a Ravenna: avrebbe, da lì, celebrato "l'implacabile Dante del Carnaro". Che al Vate pareva dovesse simbolicamente caricarsi sulle spalle il dolore di giovani ardenti e "deluse madri senza pianto" per la vittoria mutilata.

Se Dante riassume i valori della destra. Questa volta il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, l'ha sparata davvero grossa. Giancristiano Desiderio il 15 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Questa volta il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, l'ha sparata davvero grossa: Dante Alighieri, il sommo poeta, è di destra. E se, invece, avesse ragione lui? Sì, perché «il maschio poeta nazionale d'Italia», come dice non il ministro ma uno dei suoi autori preferiti, Giuseppe Prezzolini riecheggiando altri versi, di certo non lo si può collocare a sinistra. Al ministro è scappato il piede sull'accelleratore, ma resta il fatto che il poeta che fu soldato a Campaldino contro i ghibellini d'Arezzo, che fu sì guelfo ma a papa Bonifacio VIII e alla sua teocrazia non le mandava a dire, che aveva come ideale politico nientemeno che l'istituto monarchico-imperiale è né più né meno il padre della nostra lingua e della nostra letteratura attraverso le cui opere passa la bella umanità del nostro pensiero risorgimentale. E la Commedia che Boccaccio volle definir divina? Ha in sé il mondo cristiano e il mondo pagano ma uniti e sanati, ecco perché è un poema non medievale ma universale in cui Cristo è detto Giove, Catone suicida è a guardia del Purgatorio, Ulisse è l'eroe del rischio dell'anima per sete di conoscenza, mentre Paolo e Francesca ci commuovono ogni volta perché in quell'amore vediamo le nostre passioni e le loro dolci illusioni. Allora s'intende ciò che ha voluto dire Gennaro Sangiuliano: liberiamo la cultura italiana e riconosciamole tutto il valore che ha che è, insieme, nazionale ed europeo, patriottico e universale: «Non voglio sostituire l'egemonia di sinistra con l'egemonia di destra ma affermare l'egemonia italiana». Forse, la parola egemonia non è felice e risente della «egemonia marxista» «che nel pensier rinnova la paura» ma appare evidente ciò che il ministro intende dire: riscopriamo il valore della cultura italiana perché è proprio nell'indipendenza della cultura che nasce la libertà di un popolo. E cosa è stato Dante se non un grande poeta che ha fustigato i falsi «litterati», come dice nel Convivio, e che ha iniziato il suo trattato Monarchia proprio criticando aspramente i falsi intellettuali? La cultura italiana, che per tanto tempo è stata concepita organica al Partito che per Gramsci era il moderno principe, ha così disperato bisogno di ritrovare indipendenza e valore di giudizio che pensando a Dante e al suo esilio si potrebbero ripetere i suoi stessi versi che Croce volle in epigrafe alla sua Storia d'Europa: «Pur mo venian li tuoi pensieri tra i miei/ con simile atto e con simile faccia,/ sì che d'entrambi un sol consiglio fei».

L'idea del ministro è semplice quanto condivisibile, anche se va presa con il senso delle proporzioni (700 anni fa destra e sinistra non esistevano naturalmente...): la destra è la custode della cultura nazionale e Dante è per tutti noi, come voleva giustamente Francesco De Sanctis, il padre. È talmente preziosa questa idea che dentro c'è la critica stessa degli italiani perché Dante più che un arci-italiano è un anti-italiano che ha in odio la doppia verità, la retorica, la pavidità ed è un padre che con poesia e cultura ci indica la «diritta via» per uscire dalla «selva oscura» nella quale sempre siamo. Per tanto tempo la cultura italiana è stata o politicizzata o sterilizzata, è tempo di uscir a «riveder le stelle», è tempo di liberarla e riconoscere il suo alto valore civile.

Sangiuliano: "Dante è il fondatore del pensiero di destra italiano". Libero Quotidiano il 14 gennaio 2023

Non solo Prezzolini, Longanesi e D’Annunzio: secondo il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, anche Dante Alighieri è uno dei rappresentanti più forti del pensiero di destra italiano. Anzi, sarebbe stato proprio lui a gettarne le fondamenta. Alla convention di Fratelli d’Italia a Milano sulla presentazione dei candidati per le prossime Regionali, Sangiuliano - intervistato dal condirettore di Libero Pietro Senaldi - ha dichiarato: "So di dire una cosa molto forte, ma penso che Dante Alighieri sia stato il fondatore del pensiero conservatore italiano: la destra ha cultura, deve solo affermarla".

L'ex direttore del Tg2, poi, è tornato sulla battaglia contro i termini in lingua straniera, ormai sempre più presenti nel parlato comune. In particolare, ha provato a spiegare ancora una volta la sua intenzione, ovvero quella di ridare valore all'italiano: "Non come i francesi che neanche chiamano così il computer, però dobbiamo renderci conto ed essere all’altezza della nostra grandezza", ha spiegato. 

L’obiettivo, secondo Sangiuliano, è creare una "cultura della nostra nazione". Le sue parole su Dante “padre della destra” faranno discutere nei prossimi giorni ma hanno comunque riscosso successo in platea. "Quella visione dell’umano e della persona la troviamo in Dante, ma anche la sua costruzione politica, credo siano profondamente di destra - ha spiegato il ministro -. Ma io ritengo che non dobbiamo sostituire l’egemonia culturale della sinistra, quella gramsciana, a un’altra egemonia, quella della destra. Dobbiamo liberare la cultura che è tale solo se è libera, se è dialettica".

Estratto dell’articolo di Gennaro Sangiuliano per barbadillo.it – articolo del 27 giugno 2014 

Oggi, 27 giugno, ricorre il centenario della nascita di Giorgio Almirante (1914-1988). Questa foto […]  ci ritrae insieme in una manifestazione di studenti universitari a Napoli dove chiedevamo più libertà di pensiero negli atenei.

 Dedicammo la nostra riunione ad Alexsandr Solezenicyn […]. Il giorno dopo Almirante mi avrebbe citato dal palco durante un comizio al cinema Metropolitan […]. Fu un grande onore […].

Dopo la manifestazione Almirante mi tenne a colloquio per una quindicina di minuti […], invitandomi a studiare molto e con il massimo impegno, mi chiese quali libri leggevo, raccomandandomi Dante, Pirandello, Manzoni e i classici latini. “Studia, scrivi, approfondisci” mi ripeté. […]

Estratto dell’articolo di Roberto Fiordi per edicoladellenotizie.it il 16 gennaio 2023.

«Vorrei tanto che, quando non ci sarò più, si dicesse di me quello che Dante disse di Virgilio: “facesti come colui che cammina di notte, e porta un lume dietro di sé, e con quel lume non aiuta se stesso. Egli cammina al buio, si apre la strada nel buio ma dietro di sé illumina gli altri”». Si tratta di una delle tante retoriche del più grande oratore politico italiano del dopo guerra: Giorgio Almirante. […]

Estratto dell’articolo di Pierangelo Sapegno per “La Stampa” il 16 gennaio 2023.

Allora professor Canfora, ha sentito il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano che ha definito Dante come il fondatore del pensiero di destra in Italia?

«Non è una novità».

 Già Almirante, mi pare, sosteneva la stessa cosa...

«Molto prima. Durante il fascismo c'erano vari interpreti più o meno autorevoli della profezia del "veltro", che vincerà il male e lo caccerà da ogni terra, Inferno, Canto 1, verso 105, secondo i quali Dante annunciava l'arrivo di Mussolini per salvare l'Italia. Il nostro ministro non è il primo».

 

Luciano Canfora, filologo classico, storico del mondo antico, saggista e autore prolifico tradotto in tutta Europa, negli Usa come in Russia e negli Emirati Arabi Uniti, definisce queste abitudini «un po' buffe, persino ridicole».

[…] Ma allora Dante è un reazionario? Anche il filologo Erich Auerbach lo definisce così.

«Escluderei questo termine. La sua idea di libertà è molto profonda, così come quella della conoscenza. Chi ha tirato fuori quella definizione si riferisce alla speranza che lui ripone su Arrigo VII per ridare all'Italia la sua grandezza. È molto riduttivo, però. Dante merita rispetto, non può essere tirato per la giacca o il mantello, non ha senso».

 […] Ha più presa Dante o Garibaldi?

«Due icone italiane molto diverse. Piuttosto bisognerebbe ricordare alla Meloni che Garibaldi assunse la dittatura quando arrivò a Napoli. Il Regno delle due Sicilie era disfatto, e lui si richiamò subito al modello della gloria romana. E anche nel 1849, Garibaldi propose che venisse instaurata una dittatura e fece il nome di Mazzini, che si rifiutò. Se uno nomina questi personaggi in modo maldestro, si crea un corto circuito e si finisce per fare una figura un po' buffa».

Allora, Dante non è di destra, non è democristiano e non è reazionario. Ma è più laico o cristiano?

 «È un uomo profondamente libero. […] Al massimo uno potrebbe dire che è un cristiano eretico. Ricordiamo che un suo libro, Monarchia, la Chiesa l'ha messo all'indice fino ai tempi di Paolo VI». […]


 


 

 


 


 


 

La mia «provocazione» su Dante. Gennaro Sangiuliano - Ministro della Cultura - su Il Corriere della Sera il 15 Gennaio 2023.

Il ministro della Cultura rivendica che l’affermazione «è l’iniziatore del pensiero di destra» ha un fondamento ben preciso

Caro Direttore, come ho premesso io stesso, affermare che «Dante è l’iniziatore del pensiero di destra» è una chiara provocazione culturale ma ha un fondamento ben preciso che si rintraccia nel monumentale volume «Croce e Gentile» edito dall’Istituto della Enciclopedia Italiana. Nel capitolo «Il Dante di Croce e Gentile» si legge il richiamo del professor Enrico Ghidetti al Dante «epicentro ideologico della trattazione del principio di nazionalità». Nella raccolta di scritti dedicati al Sommo Poeta, Giovanni Gentile scrive inoltre che «con Dante comincia ad affermarsi idealmente l’Italia; col suo Poema la filosofia italiana, per questo, “in ogni tempo”, Dante è stato considerato “padre spirituale della nazione, e “la sua poesia è la sua filosofia”». La rilettura di Dante si colloca in un’operazione culturale definita: l’affermazione dell’idealismo contro il positivismo. Norberto Bobbio, nel «Profilo ideologico del Novecento italiano», fa riecheggiare un’asserzione di Croce: «A chi ricordava l’afa e l’oppressura dell’età positivistica pareva che si fosse usciti all’aria aperta e vivida». Questa interpretazione di Dante apparterrà poi ad un altro grande filosofo come Augusto Del Noce che, nel saggio su Giovanni Gentile edito da «Il Mulino», pone l’autore della Divina Commedia come simbolo di unità spirituale «che è andata perduta nei secoli della decadenza morale e politica italiana, e che si tratta di riconquistare». Anche lo storico Federico Chabod, partigiano antifascista, nel saggio «L’idea di Nazione», ricorre in alcune pagine a Dante Alighieri per definire il percorso della Nazione italiana. In questo quadro si colloca anche Marcello Veneziani che, in un suo saggio, scrive: «La fonte principale, più alta e più vera della nostra identità è Dante Alighieri. A lui dobbiamo la lingua, il racconto, la matrice, la visione. L’Italia intesa più che Nazione, come Civiltà».

Nel «De Monarchia», il trattato che raccoglie il pensiero storico-politico di Dante, il Sommo Poeta analizza il rapporto tra potere temporale (Impero) e potere spirituale (Papato) e definisce la sua visione. Alighieri crede, insieme ad Aristotele e San Tommaso d’Aquino, che lo Stato abbia un fondamento razionale e naturale basato su legami gerarchici in grado di dare stabilità e ordine interno. A Dante rimanda più volte anche un altro gigante del pensiero come Oswald Spengler per delineare i tratti di quell’Occidente di cui denuncia il tramonto.

È vero: «destra» e «sinistra» non sono categorie dell’età di Dante. Sono apparse secoli dopo ma non di certo nel Novecento, come hanno affermato in queste ore alcuni esponenti della sinistra, ma si sono formate ben prima e attorno alla Rivoluzione francese. Per questo, forse, se lo si preferisce, si può definire Dante un «conservatore». Di certo, come hanno ricordato diversi osservatori in queste ore, non sono stato il primo a definire e a studiare «politicamente» Alighieri. Ne cito solo due: Umberto Eco, per il quale Dante sarebbe stato di destra, e il saggio «Dante reazionario» pubblicato da un poeta e letterato, nonché parlamentare indipendente nelle liste del PCI, come il professor Sanguineti.

Chi intende difendere l’identità nazionale, il senso della storia e della tradizione, cioè i conservatori, non può non ritrovare in Dante Alighieri un antenato nobile. Non a caso a Dante, al «più grande degli Italiani», Giuseppe Prezzolini, l’autore del «Manifesto dei conservatori», dedica un capitolo del libro «L’Italia finisce, ecco quel che resta», sottolineandone la difesa della civiltà comunale, «la più sincera, naturale, vigorosa».

L’analisi di un pensiero così denso e profondo come quello del Sommo Poeta, a cui i dantisti hanno dedicato anni di studi, non può esaurirsi nello spazio di uno scritto e tantomeno di una battuta. E nessuno pensa, sottoscritto compreso, che la sua opera e le sue idee possano essere trasposte, sic et simpliciter, al mondo contemporaneo. Ma se la provocazione che ho fatto è servita a far riprendere a qualcuno in mano i libri di Dante Alighieri, posto che lo abbiano mai fatto, è già un buon risultato.

Dante Ferretti: «A Pasolini davo del lei, la Callas cantava per il cane. Quella notte in cui dormii accanto a Naomi Campbell». Valerio Cappelli su Il Corriere della Sera il 26 Febbraio 2023.

Gli 80 anni dello scenografo e costumista: «Papà mi voleva falegname, finii a Cinecittà grazie a una suora. Martin Scorsese in luna di miele con la Rossellini venne a trovare Fellini sul set»

Andiamo a caccia di ricordi, aneddoti e immagini con Dante Ferretti. Dove ci vediamo? «Sulla luna», risponde. E pensiamo a E.T. , in fondo Spielberg è uno dei pochi maestri che mancano alla sua tavolozza. È scanzonato e ironico. Ha l’innocenza di un bambino. E ha una saggezza contadina, quest’uomo tenace e umile che ha portato la provincia italiana a Hollywood. Quando le parole si gonfiano, il grande scenografo sminuisce, devia, taglia corto.

Arrivò a Roma a 17 anni, inseguendo il suo sogno: il cinema. I suoi angeli custodi si chiamano Pasolini, Fellini, Scorsese. Per il film Kundun conobbe il Dalai Lama che su una piantina disegnò la sua casa natale: «Gli chiesi di firmarla, ha visto mai che me la possa rivendere, gli dissi scherzando». Ha una parete di premi dove spiccano i sei Oscar, divisi tra lui e sua moglie Francesca Lo Schiavo che fa la set decorator: «I premi sono esattamente come i miei anni, 80». Li ha compiuti domenica.

Com’è entrato il cinema nella sua vita?

«Da ragazzino rubavo i soldi dalle tasche di papà e andavo a vedere un film dopo l’altro. Siccome a scuola mi rimandavano ogni anno a settembre, mio padre vedeva il mio futuro accanto a lui nella sua falegnameria di Macerata (sono cresciuto in una povertà dignitosa); però gli strappai la promessa che se mi avessero promosso alla maturità mi avrebbe mandato a Roma a studiare alle Belle Arti». Facevo pratica dallo scenografo di Blasetti, che mi chiese di fargli da aiuto. Disegnavo su un tavolino contro il muro. Le prigioniere dell’isola del diavolo è stato il mio primo film. Avevo 19 anni».

Dopo poco incontrò Pier Paolo Pasolini.

«Ero aiuto scenografo di Luigi Scaccianoce nel Vangelo secondo Matteo, solo che Luigi seguiva più progetti insieme e alla fine Pasolini (con cui feci tutti i suoi film, dandoci del lei), manco ci parlava. Così per Edipo re diede a me tutto il lavoro, anche se come titolare figurava Luigi; al momento di ritirare il Nastro d’Argento nemmeno mi nominò. Una mattina tornai di corsa a casa perché volevo andare al mare a Fregene e mi ero dimenticato il costume. Squillò il telefono, era Renzo Rossellini, produceva Medea: Fai la valigia, fra tre ore ti passo a prendere e andiamo in Cappadocia. A fare che? Pasolini ti vuole per Medea. E dov’è la Cappadocia? Preparati e basta. Ricordo Maria Callas che la sera cantava per il suo cagnolino. Arrivato sul set, Pasolini mi disse di preparare il carretto che avrebbe dovuto guidare la Callas, domani ti darò il copione, aggiunse. Inventai qualcosa con stoffa, pelle e cuoio. Pasolini mi ha insegnato la spiritualità. Si era creata una comunione poetica tra noi, ho capito cosa significa avere una visione e cosa vuol dire trasformare la vita in arte. La sua morte è stata caravaggesca, la negazione dell’uomo che avevo conosciuto».

E poi?

«Scaccianoce mi richiamò per Satyricon di Fellini, il quale gli chiese una tonalità di beige per un interno. Non gliene andava bene nessuno, finché io per terra vidi un pezzo di cartone e a Federico dissi: maestro, è questo il colore che cerca? Lui annuì e chiese, ma tu chi sei? Sono qui sul set da tre mesi. Mi chiamava Dantino, mi diceva guarda che tu devi lavorare per me. La ringrazio ma perché mi vuole rovinare, risposi, mi dia dieci anni di esperienza. Una notte, a Cinecittà, sotto un lampione, io uscivo dal set di Todo modo e lui da Casanova. Mi disse, dieci anni sono passati. Con Fellini ho fatto i suoi ultimi sei film».

Sono vere le leggende dei 67 set per Le avventure del barone di Münchhausen di Terry Gilliam?

«Il budget si gonfiò fino a raddoppiare, 46 milioni di dollari, e quando finirono i soldi feci costruire la mongolfiera con la biancheria intima issata da una gru. Quel matto di Terry disse, ci siamo incontrati e abbiamo spiccato il volo. Uno dei grandi flop della storia del cinema è un capolavoro di fantasia e visionarietà: fu la mia prima nomination agli Oscar».

Una fantasia del tutto diversa da quella di Fellini.

«Federico mi chiedeva: Dantino, cosa hai sognato stanotte? Io non lo ricordavo, il giorno dopo stessa domanda e stessa risposta. Il terzo giorno per farlo contento gli dissi, sì, me ricordo il sogno di stanotte. Quando da ragazzino accompagnavo mamma dalla sarta, io accucciato per terra guardavo sotto la gonna delle donne. Rimise il mio sogno nella Città delle donne, è la scena in cui Mastroianni viene rapito in cielo da una mongolfiera che sono le gambe di una procace, enorme bambola gonfiabile. Oppure gli parlai della macellaia di Macerata che quando si chinava per tagliare la carne mostrava il suo seno smisurato. Sul set a Cinecittà ci venne a trovare Martin Scorsese, si era appena sposato con Isabella Rossellini. Giravamo la scena del bordello. Fellini disse a Martin, beh, non è il posto migliore per la vostra luna di miele».

E Scorsese la chiamò...

«Una decina d’anni dopo, per L’età dell’innocenza . Ho lavorato nove volte con lui. La major di Hollywood MGM mi fece volare sul suo aereo privato: enorme, a bordo c’erano un ristorante e il figlio di Sinatra che suonava. Avevamo letti al posto delle poltroncine, con delle tende per la privacy. Accanto a me intravedevo la sagoma nera di una modella. Quando aprì la tenda feci un salto e mi dissi: ho dormito accanto a Naomi Campbell».

Ma i pizzini che scambiava con sua moglie Francesca Lo Schiavo prima di fidanzarvi?

«Avevamo scoperto di essere vicini di casa, erano biglietti che ci lasciavamo sul cruscotto dell’auto, comunicazioni di servizio: cosa fai, dove ci vediamo. Non volevo che lavorassimo insieme, ma sono uno che cede subito. Ed è andata benissimo. Ora sto lavorando a un film musical americano intitolato Verona, su Romeo e Giulietta, diretto da Timothy Bogart. Siccome non ho memoria e non ricordo nulla, per non sbagliarmi lo chiamo Humphrey Bogart».

È vero che per The Aviator pensò a Macerata bombardata nella Seconda guerra?

«Sì, nei bozzetti di quel film ho disegnato cieli annuvolati da enormi ali metalliche, scie minacciose, rombi violenti che riempiono lo spazio fino quasi a farlo esplodere. Era il 3 aprile 1944. La nostra casa fu demolita, mio padre perse una gamba, io avevo un anno e due mesi, fui estratto dalle macerie da mia madre dopo quasi due giorni. Ci ho ripensato vedendo i bambini turchi e siriani del terremoto».

Chi è Dante Ferretti?

«Un megalomane. Realizzo architetture mastodontiche. Sono il contrario dello scultore, che scava e toglie: io, aggiungo. Ma nel nostro lavoro dobbiamo fare degli errori, se è tutto troppo perfetto, sembra finto».

Cosa le manca di Fellini?

«Le bugie».

Dario Fo, «L’ultimo mistero buffo» in un documentario inedito. Giuseppina Manin su Il Corriere della Sera il 3 Marzo 2023.

Il Nobel in un documentario diretto da Gianluca Rame. Il figlio Jacopo: «Il medico gli aveva dato poche settimane di vita. Faceva fatica a respirare ma andava in scena»

Camicia fresca di bucato, cappello di panama, Dario Fo entra nella cavea dell’Auditorium di Roma e dai tremila sugli spalti scatta la ola. È il primo agosto 2016. Notte di piena estate, Dario arriva in scena da solo, cantando. Un canto popolare che modula sul ritmo sfibrante del lavoro in fabbrica. Quindi, raccogliendo il fiato che gli resta, lancia un «grazie» così stentoreo da rimbalzare fino all’ultimo spettatore. «Non avete idea della gioia che provo per essere tornato dopo due mesi di lotta contro bronchi e corde vocali — grida roteando gli occhi felici —. Spero di essere uscito dall’afonia che mi aveva colpito». Dal tono di voce parrebbe di sì. Ma la realtà è un’altra.

«A quello spettacolo Dario teneva tantissimo, era il suo modo di dire che ce l’aveva fatta. Ma noi, dietro le quinte, sapevamo che sarebbe stata la sua ultima volta in scena» racconta Gianluca Rame, nipote di Franca, erede di una gloriosa dinastia di comici dell’arte, e regista di «Dario Fo: l’ultimo Mistero Buffo» , l’addio al teatro del Grande Giullare, prologo dell’ addio dalla vita, il 13 ottobre dello stesso anno. Un documento inedito che fa da cornice al racconto di alcune tappe dell’avventurosa storia di Dario e Franca, ma anche alla vitalità del loro teatro, che risorge di continuo nel mondo per denunciare ingiustizie e soprusi. Dopo l’anteprima di lunedì al Piccolo di Milano, il film, prodotto da Clipper Media, Luce Cinecittà, CTFR con Rai Documentari e il patrocinio di Fondazione Fo Rame, verrà proposto il 10 marzo in prima serata su Raitre.

«Il vero mistero è come ce l’abbia fatta quella sera — si chiede il figlio Jacopo —. Dario era atteso a Roma a giugno ma i suoi polmoni minati glielo avevano impedito. Il medico gli aveva dato poche settimane di vita, la sua vitalità caparbia, il suo coraggio da leone avevano smentito la previsione. A agosto Dario andava in scena. A fine spettacolo ho telefonato al luminare: dopo due ore di recita mio padre sta ancora cantando!». La scienza si arrende alla follia del Giullare. «Per me Dario cercava il coup de théâtre, crollare sul palco come Molière» azzarda Mario Pirovano, interprete di tante sue pièce. «No, lui non pensava a morire, era sempre proiettato nel futuro — sostiene Rame —. Sul letto d’ospedale, mi allungava ancora foglietti con su scarabocchiati progetti e idee».

Tante le testimonianze nel filmato. Da Paola Cortellesi a Stefano Benni, da Dacia Maraini a Roberto Vecchioni. Concordi nel definire il teatro di Dario e Franca «rivoluzionario» ancora e sempre. A Istanbul la recente messa in scena di «Clacson, trombette e pernacchi» viene bloccata perché in curdo. A Buenos Aires «Muerte acitendal de un ricotero» parte da Pinelli per parlare di Walter Bulacio, assassinato dalla polizia a 17 anni, reo di aver partecipato a un concerto rock. Secondo l’inquisitore: «Il colpevole è il rock, musica diabolica, il rock lo ha ucciso». Battuta che Fo avrebbe certo rubato al volo. «Il teatro è divertimento, follia, poesia — ricorda —. È stupore. Ma se non parlate del vostro tempo, non scoprite i giochi orrendi del potere, beh voi buttate via una vita. Magari i giornali parleranno bene di voi, ma se vi dimenticate di quelli che soffrono ingiustizie e violenze, voi non siete nessuno».

Quando Dino andò a trovare Hieronymus Bosch. Pubblicata in volume la presentazione che il giornalista firmò per l'opera dell'artista olandese. Luigi Mascheroni il 27 gennaio 2023 su Il Giornale.

La letteratura pennellata ad arte, o l'arte raccontata dalla letteratura: tra il 1966 e il 1985 la casa editrice Rizzoli pubblicò una collana straordinaria finita in molte delle nostre case, «I Classici dell'Arte». Centoundici volumi monografici dedicati ai nomi più importanti della pittura europea - dal Rinascimento al '900 di Egon Schiele e De Chirico - in cui la presentazione dell'artista era affidata spesso a firme celebri della letteratura italiana, una sorta di slalom parallelo, ed estroso per gli abbinamenti, tra i grandi «maestri» dei due campi. Esempi. Flaiano e Paolo Uccello, Sciascia e Antonello da Messina, Ungaretti e Vermeer, Testori e Grünewald, Morante e Beato Angelico, Volponi e Masaccio... L'accoppiata del secondo numero della collana, proprio nello stesso 1966, fu Dino Buzzati e Hieronymus Bosch. Bene, quella «presentazione», proprio mentre a Palazzo Reale di Milano è in corso la mostra Bosch e un altro Rinascimento diventa oggi un volumetto illustrato, a cura del buzzatianus maximus Lorenzo Viganò. Dino Buzzati, Il maestro del Giudizio Universale (Henry Beyle, pagg. 80, ill., euro 30). E c'è da impazzire ad assistere al duello fra la penna dello scrittore-giornalista e il pennello folle del maestro fiammingo.

Beh, insomma, volete sapere cosa s'inventa Buzzati? Come nei suoi migliori pezzi giornalistici, trasforma la presentazione in una novella fantastica, immagina un viaggio in terra d'Olanda, nella città in cui nacque Hieronymus Bosch, che si scrive proprio così: 's-Hertogenbosch, e dà vita a un incontro molto particolare con un discendente del pittore. Il quale rivela a Buzzati, e Buzzati a noi lettori-spettatori, l'esistenza di un'opera perduta, il Giudizio Universale; e soprattutto che Bosch, da tutti considerato artista del mostruoso e dell'assurdo, fu in realtà - leggi qui - uno squisito realista. Ciò che dipinse, dovete crederci, lui lo vedeva veramente...

"Prego scridipingere ancora" Le lettere dei fan di Buzzati. Ecco biglietti, fogli e fax che editori, romanzieri, lettori, registi e alpinisti inviarono negli anni allo scrittore e pittore. Paolo Bianchi il 27 gennaio 2023 su Il Giornale.

Gli scrivevano tutti. Altri scrittori, ovviamente, e giornalisti, ma anche editori, pittori, registi, alpinisti, critici, insegnanti e comuni cittadini, lettori del Corriere della sera. Dino Buzzati (1906-72) fu un punto di riferimento e di collegamento fra mondi anche molto distanti fra loro. Si sono appena concluse diverse rievocazioni della sua figura, nel cinquantenario della scomparsa, caduto l'anno scorso, e ancora va segnalata qualche coda significativa. Per esempio un'interessante selezione di lettere, rinvenute nell'archivio dell'Associazione internazionale Dino Buzzati ed esposte fino al 26 febbraio alla Galleria d'arte moderna «Carlo Rizzarda» di Feltre (Belluno), in una mostra a cura di Marco Perale opportunamente intitolata Corrispondenze. Un evento raro, dato che di epistolari buzzatiani ne sono stati pubblicati ben pochi.

«Ti guardo in faccia, così spiritato con i tuoi occhietti che mandano lampi e resto a sentire le tue garbate follie col più vivo piacere. Col vantaggio che qualche volta, parlando, si sente che sei un poeta vero» gli scrive l'editore Neri Pozza in una lettera del 14 novembre 1962. E infatti aggiunge: «Ti raccomando un libro di poesia, che dobbiamo fare per nostro divertimento (e per quello di pochi altri). Che cosa aspetti?».

Gli editori stanno sempre a chiedergli qualcosa. Livio Garzanti, un uomo evidentemente abituato a comandare, il 14 ottobre del 1971 gli manda due biglietti vergati a mano. Nel primo, in risposta al ringraziamento per la stampa del libro illustrato I miracoli di Val Morel, gli dice: «Anche lo spirito del suo libretto mi riporta ai suoi primi libri, a Barnaba, ai Segreti del bosco vecchio che sono ancora Garzanti (peccato che i Miracoli si incontrino ora in libreria col Suo nuovo libro di racconti)». Poi gli liscia il pelo: «Complimenti anche al pittore». Nel secondo biglietto il tono è un po' più autoritario: «Carpi mi dice che Lei si è interessato al suo libro e che ne ha promesso una recensione () Ma se questa è la sua promessa la prego: mi pubblichi il suo pezzo presto perché un libro come quello muore per Natale e poi difficilmente risorge; bisogna dargli una spinta subito».

Il 29 agosto del 1966, Vittorio Sereni, dalla direzione editoriale della Mondadori, gli manda una letterina che denota come il marketing non fosse del tutto alieno anche allora ai puristi della letteratura. Fa così: «Caro Buzzati, il film di Tognazzi ricavato dal tuo racconto Sette piani è ormai in lavorazione. Ricordi la vecchia idea di fare una raccolta di tuoi racconti da pubblicare in edizione economica con il titolo Sette piani, che è il titolo del racconto dal quale è stato ricavato il film? Mi avevi promesso di fare tu stesso la scelta dei racconti. Credi che si potrà intitolare l'eventuale volume Il fischio al naso come il film di Tognazzi?».

A proposito di cinema, è Ermanno Olmi a scrivergli il 24 settembre del 1967 in risposta a una lettera in cui lo scrittore si lamenta per alcune modifiche a una sua sceneggiatura del film Rai sul centenario della Galleria di Milano. «Hai ragione: le tue osservazioni sono sacrosante» gli conferma Olmi. Che poco dopo spiega: «Sono i guai dei lavori fatti troppo in fretta» e «la prossima volta che lavoreremo insieme andrà meglio». Succederà nel 1993, quando Olmi dirigerà Il segreto del bosco vecchio, tratto dall'omonimo romanzo di Buzzati.

Un altro regista con cui lo scrittore bellunese ha dei contatti è Federico Fellini, che gli scrive un «telegramma via Italcable» (altrimenti detto telex) per ringraziarlo di una recensione sul settimanale L'Europeo del suo Giulietta degli spiriti. Con lui era in corso anche una collaborazione per il famoso ultimo film di Fellini, Il viaggio di Mastorna, mai finito.

Da Santa Margherita Ligure un giorno di agosto gli scrive Vittorio G. Rossi, che gli aveva mandato un pandolce genovese per Natale e ha appena saputo, ben fuori tempo massimo, che non è stato recapitato. Il critico letterario Geno Pampaloni lo invita al Rotary club di Firenze, il germanista Bonaventura Tecchi lo ringrazia per una recensione del suo libro Gli onesti; l'architetto Gio Ponti, con una lettera graficamente molto originale, per un suo articolo sul grattacielo Pirelli; Vittorio Beonio Brocchieri gli manda un telegramma denso di riferimenti a luoghi e personaggi dei suoi libri: «Prenotato Grangala presso osteria Baliverna anno duemilatredici giorno primo aprile convitando pure tenente Drogo signorina Anfossi con altri sette messaggeri».

Qualcuno lo critica anche. Per esempio Monsignor Giuseppe Olivotti, ausiliario patriarcale di Venezia, il quale il 14 agosto 1964, dopo qualche complimento di rito, si scaglia contro un certo articolo che getterebbe «una pietra sul fiore più gentile e delicato della civiltà cristiana: il pudore. Non le pare, caro sig. Buzzati, che la nostra gioventù, la nostra gente non sia abbastanza spudorata per incoraggiarla a maggiori prodezze?». E conclude con riferimenti al crollo morale, all'impudicizia dilagante e alla morale dei lettori.

E poi c'è la pittura. Il Buzzati pittore ha ottenuto un riconoscimento postumo, forse anche perché in vita non piaceva ai critici, ormai tutti irrimediabilmente schierati a sinistra. Ma da queste lettere apprendiamo che godeva, anche come critico d'arte del Corriere, della stima di Emilio Vedova, Michele Cascella, Aldo Carpi, Enzo Morelli. Guido Cadorin invece si lamenta che il quotidiano non abbia considerato la sua ultima mostra «come un fatto eccezionale».

Quanto a lui, Cesare Zavattini gli suggerisce: «Perché non fai dei fatti di cronaca? Sarebbero il tuo pane. O sbaglio?». Un consiglio che verrà in parte seguito. L'editore Bruno Alfieri è forse il primo a proporgli un libro sulla sua pittura. Ed è il quotidiano Paese Sera ad assegnargli un premio nel 1969 per il Poema a fumetti, anch'esso ricevuto con altezzosa perplessità dai critici.

Ma è un alpinista, Gabriele Franceschini, il 18 novembre del 1968, a rivolgergli un appello che sintetizza un'intera opera: «Pregoti scridipingere ancora».

Dino Buzzati. Dino e il fumetto. Una grande passione che va da Disney a "Diabolik". Già negli anni Cinquanta, quando in Italia si bandì una crociata contro i fumetti, da più parti considerati giornaletti idioti che rovinavano i ragazzi, Dino Buzzati non si accodò alla vulgata benpensante e moralista. Luigi Mascheroni il 24 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Già negli anni Cinquanta, quando in Italia si bandì una crociata contro i fumetti, da più parti considerati giornaletti idioti che rovinavano i ragazzi, Dino Buzzati non si accodò alla vulgata benpensante e moralista. Ce lo spiega bene Lorenzo Viganò, massimo esperto dello scrittore-giornalista che quest'anno ha curato una nuova edizione, ricchissima e con molto materiale inedito, dello storico Album Buzzati (Mondadori), solo per caso una straordinaria biografia «per immagini e parole». «Buzzati - fa notare Viganò - scrisse chiaramente che era sbagliato generalizzare, e distingueva fra certi fabbricatori di fumetti dalla fantasia stentata, la tecnica dilettantesca, i gusti bassi, tutti uguali e disegnati male, e il fumetto come mezzo di comunicazione, al pari del libro e il cinema: come ci sono libri e film deprecabili oppure originali, così ci sono fumetti pessimi e inutili o ottimi e intelligenti. Bisogna soltanto sapere - e Buzzati lo intuì subito - che la differenza fra i fumetti buoni e cattivi sta nella capacità di schiacciare o esaltare la fantasia del lettore».

Insomma, se le storie sono ripetitive e scontate, tutte sparatorie e scazzottate, e le immagini rozze e didascaliche, che dicono già tutto, scena dopo scena, allora non permetti al ragazzo di mettere in moto l'immaginazione: e quando uccidi il Babau, uccidi la fantasia; se invece il disegno è di un grande artista, e Buzzati pensava ad Arthur Rackham o a Gustave Doré, le cui illustrazioni spesso ricordiamo più degli stessi versi di Dante, allora ciò è la scintilla che dà fuoco all'immaginazione che permette al lettore di inventare il suo mondo...

E Dino Buzzati, formidabile inventore di mondi, amava davvero il fumetto, in molte sue forme. Nel 1962 esce Diabolik, creato dalle sorelle Giussani nella Milano del boom, e lui se ne innamora. C'è una famosa fotografia di Buzzati nel suo studio, mentre lavora, e alle sue spalle, appeso nella libreria, un poster del Re del terrore. Lo scrittore chiamò il suo cane, un basset hound, «Diabolik», e quando la sera, a letto, un romanzo lo annoiava, si voltava verso la moglie Almerina e le diceva «Dài, passami Diabolik!». Sono anni infestati dai Kriminal, i Satanik, i Fantax e i Sadik. Ai quali il suo dipinto La Vampira (1965) deve molto... Nel 1968 Buzzati firma la celebre prefazione all'Oscar Mondadori Vita e dollari di Paperon de' Paperoni, dimostrando di aver capito benissimo il personaggio. E nel '69, fra lo stupore di molti, pubblica il Poema a fumetti (che oggi Mondadori ripubblica), un'opera per adulti sperimentale, a metà tra il romanzo e il fumetto, che rielabora il mito di Orfeo e Euridice in chiave pop, considerato una delle prime graphic novel mai pubblicate. E qui, nel suo Poema, a conferma delle sue vecchie convinzioni, ogni tavola è un'opera d'arte.

Buzzati del resto si considerava più un pittore che uno scrittore. Infatti è un artista moderno: che ruba, cita, assembla, si appropria, dando vita a qualcosa di nuovo e di profondamente diverso dagli albi usa-e-getta dei fumetti dozzinali, qualcosa che innesca timore, inquietudine, sogni, incubi, in una parola: la fantasia. Come farà, in maniera mirabile, fra cultura alta e devozione popolare, in quello che di fatto è il suo ultimo libro pubblicato in vita, I miracoli di Val Morel (e che oggi Mondadori ripubblica nel formato originale, quello voluto dallo stesso autore nella prima edizione del 1971 per Rizzoli, con la prefazione di Indro Montanelli), una raccolta di dipinti e brevi commenti imperniati su alcuni miracoli immaginari che la tradizione attribuiva a Santa Rita da Cascia e ambientati a Valmorel, località vicino a Limana, in provincia di Belluno. La sua Belluno.

Così l'iconico "Ico" Parisi creò il suo mondo di vetro. Spirito eclettico, fu un vero maestro del design del mobile degli anni '40 e '50. Geniale anche nelle "arti minori". Luigi Mascheroni su Il Giornale il 27 Dicembre 2022.

Parisi, che di nome faceva Domenico- ma per tutti e per sempre fu «Ico» - era nato a Palermo nel 1916 da padre e madre siciliani trapiantati in Piemonte e poi trasferiti a Como. Che divenne la sua città e il suo lago, sulle cui rive tra gli anni '40 e '60 si ritrovò un gruppo di artisti, architetti e intellettuali fra i più brillanti e «avanguardisti» dell'epoca: Giuseppe Terragni (sarà Ico Parisi a documentare con un servizio fotografico passato alla storia la sua meravigliosa e rivoluzionaria Casa del Fascio di Como per la rivista Quadrante nel 1937), Massimo Bontempelli, Cesare Cattaneo, Pietro Lingeri, Marcello Nizzoli, Mario Radice, Manlio Rho, Sartoris...

Ico Parisi fu progettista, designer, grafico, fotografo, regista (adorava il cinema), pittore (quando lo scorso luglio Maurizio Cattelan espose all'Hangar Bicocca una gigantesca scultura-monolite in resina di 18 metri raffigurante un aereo che s' infila in una torre, qualcuno si ricordò di un quadro dall'identico soggetto di Ico Parisi, del 1985, esposto proprio qui, alla Pinacoteca civica di Como), e poi architetto (con laurea tardiva, nel '52) ma soprattutto tra i più grandi esponenti del design del mobile degli anni '40 e' 50 del Novecento. Oggi i suoi pezzi originali- tavoli e poltrone in particolare - sono battuti alle aste a cifre record. Eclettico, fantasioso, creativo, spiazzante: Ico Parisi fu un artista unico. Assieme alla moglie Luisa Aiani (1914-90), anche lei progettista e designer, formò una coppia d'arte strepitosa: nel 1948 aprirono nel centro storico di Como, in via Diaz, un luogo magico destinato a durare fino al '95, «La Ruota», un po' negozio d'arte, un po' studio di progettazione, un po' cenacolo culturale che vedrà il passaggio di amici come Lucio Fontana, Fausto Melotti, Mario Radice, Osvaldo Licini... Lui era legatissimo a Gio Ponti, e guardava al genio di Gaudì e di Le Corbusier.

Eppure, purtroppo, fuori dagli addetti ai lavori, dai collezionisti voraci (Giampiero Mughini è un cacciatore dei suoi pezzi scelti) e dai pochi agguerriti fan, Ico Parisi è ancora poco conosciuto. Ora però la sua Como gli dedica una mostra che, pur concentrandosi sulle arti dette malamente «minori» - oggettistica e complementi d'arredo: sculture-soprammobili, bicchieri e vasi in vetro, giochi da tavolo, ceramiche smaltate - apre una finestra su tutto il mondo creativo e incredibilmente innovativo di Ico&Luisa: si intitola Universo Parisi, è aperta alla Pinacoteca civica di Como (fino al 28 maggio) ed è curata da Roberta Lietti con un riuscitissimo progetto espositivo, fra tavoli rotondi girevoli e musiche d'epoca, firmato da Cristiana Lopes e Giacomo Brenna. Se volete trascorrere anche solo un'ora tra «cose» belle, in un ambiente bello, dovete venire qui per una visita.

La mostra si snoda su tre ambienti, lungo un immaginario sentiero della modernità, al piano nobile della Pinacoteca (e di sopra, nella collezione permanente, un'intera sala è dedicata alla pittura e ai mobili di Ico Parisi) e mette insieme oltre cento pezzi, molti dei quali provenienti da prestatori privati, e alcuni, pur prodotti in serie, ma evidentemente in numeri molto bassi, rarissimi o mai visti. Gli appassionati dei Parisi impazziranno, chi non li conosce imparerà ad amarli.

Nella prima sala sono stati collocati alcuni dei mobili originali in legno, disegnati dallo stesso Ico Parisi, che allestivano la galleria-atelier «La Ruota», dal '48 agli anni '90. Qui sono sistemati oggetti realizzati dalla vetreria d'arte Barovier&Toso, il primo vetro disegnato da Parisi nel'56 e rielaborato negli anni '70: un vaso da terra, altissimo, a forma cilindrica, colorato e sfumato, retto da una base in acciaio spazzolato; e poi press papier e i «cachepot Luisa», una serie di secchielli in vetro trasparente blu, verde, bianco giocati su un perfetto rapporto tra diametro e altezza...

Nella seconda parte, suddivisa in due sale, e siamo nel cuore della mostra, i pezzi d'arte sono posati su grandi tavoli che ruotano, sorta di isole della fantasia, una per ogni serie o famiglia di oggetti (mentre alle pareti sono appesi schizzi e disegni coloratissimi) trasportandoci negli anni '60 più pop: portamatite, vasi per fiori, oggetti «inutili», i pazzeschi «vetri crudeli», fermacarte (come una mai vista «chiave inglese»), labirinti, portaoggetti, sia in vetro sia in ceramica, dopo l'incontro, nei primi anni '60, di Parisi con Pompeo Pianezzola, artista e art director di una storica manifattura di ceramica artistica del Vicentino, la Zanolli&Sebellin.

«Per loro Ico disegna una serie di oggetti giocati su forme geometriche solide come il cubo, la sfera e il cono che sembrano evocare, nella loro semplicità, i giochi dei bambini - ci racconta Roberta Lietti, la curatrice - ed è una ceramica "pop", ironica e originale caratterizzata da scelte cromatiche forti e contrastanti: il bianco che si scontra con il colore rosso vivo, i cubi colorati che si sovrappongono, i fumetti, gli occhi, le labbra rosse di Marilyn che mettono in mostra l'attrazione di Parisi, quasi ossessiva, per il corpo umano». Ed ecco il vaso Bocca, le sfere Occhi, il vaso e la ciotola Impronta che riproducono, in positivo e in negativo, il disegno di una mano... E poi l'«isola» degli anni '70-'80, con una serie di nuovi oggetti in ceramica eseguiti in collaborazione con la Fornace Ibis di Giorgio Robustelli: tazze, teiere, piatti e zuppiere, "pezzi" rotti, bucati, piegati, tutti volutamente inutilizzabili, fino alla radio - la famosissima Cubo di Zanuso - abitata da personaggi grotteschi o da creature dalla bocca aperta, delle faccine che sembrano uscite da un film di Tim Burton, e ancora: oggetti in vetro - sopratutto animali: tucani, pavoni, colombine e gli amatissimi gatti- realizzati grazie all'incontro con Pino Signoretto, maestro del vetro muranese.

E infine, nell'ultima piccola stanza, ecco i due protagonisti, o meglio i loro ritratti, raramente esposti, prestati dagli eredi per l'occasione, e che facevano parte dell'arredamento di casa Parisi. Luisa, giovane trentenne, è ritratta dal marito Ico «alla rinascimentale», di profilo, nel '47, anno delle nozze; mentre Ico è il soggetto di una caricatura eseguita da Giuseppe Terragni, forse nel '36. Ico e Luisa, uno accanto all'altro, qui - come nella vita - stanno benissimo.

Estratto dell’articolo di Titti Beneduce per corriere.it il 26 maggio 2023.

Eduardo De Filippo avrebbe festeggiato oggi, 26 maggio, il suo compleanno e non l'altro ieri, com'è invece riportato in tutti i profili biografici in circolazione, e come sosteneva il diretto interessato. Lo rivela l'archivio di Stato di Napoli. La data è scritta nero su bianco nei registri anagrafici originali del 1900, custoditi presso lo stesso Archivio e che sono la fonte per gli atti di nascita integrali. 

Eduardo De Filippo, l'atto di nascita ritrovato nell'Archivio di Stato a Napoli. Ma la data è diversa: il compleanno sarebbe oggi

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Falso in atto pubblico

La recente trasmissione su Rai Uno del film di Mario Martone «Qui rido io», sulla vita di Eduardo Scarpetta, racconta, però, un'altra storia, quella vera: «Nel documento - sottolinea Carrino - Luisa De Filippo commette, sottoscrivendolo con firma autografa, insieme ai due testimoni, un falso in atto pubblico, tacendo il nome del padre naturale e attestando che si trattava di uomo celibe non parente né affine: Eduardo Scarpetta, re del teatro napoletano, all'epoca quarantasettenne, infatti, era coniugato da ventiquattro anni con la zia di Luisa, Rosa, ed ebbe altri figli fuori dal matrimonio oltre ai fratelli De Filippo, fra cui, pare, il poeta, drammaturgo e giornalista Ernesto Murolo, nato dalla sua unione con la cognata Anna De Filippo. 

Questa sua libertà d'azione sembra scaturisse - come è detto nello stesso film - dal silenzio sulla vera paternità del figlio Domenico, nato nel 1876 da una relazione di Rosa De Filippo con il re Vittorio Emanuele II - morto due anni dopo - e che Scarpetta riconobbe come proprio». «Eduardo De Filippo - si ricorda - non era il primogenito dell'unione con Luisa: due anni prima, quando lei aveva appena 19 anni, il 27 marzo 1898, era nata Annunziatina, detta Titina. Probabilmente sarà possibile fare verifiche anche sul suo atto di nascita, per raccogliere particolari inediti». «Stupisce - conclude Candida Carrino - come, a tre giorni e mezzo dal parto, Luisa si sia recata personalmente allo Stato Civile per registrare la nascita di Eduardo. Giovane e forte, affrontò con pragmatismo la sua condizione».

E il genio di Eduardo De Filippo ideò sul balcone «Napoli milionaria!». Maurizio de Giovanni su Il Corriere della Sera il 16 ottobre 2023.

Maurizio de Giovanni racconta la sera in cui il drammaturgo concepì il capolavoro. La frase celebre: «Il protagonista Gennaro Jovine e l’immortale “Ha da passa’ ‘a nuttata”»

Questa è la storia di un momento preciso e indeterminato. Preciso, perché è stato più volte descritto nei particolari dall’uomo che lo ha vissuto, in silenzio e solitudine. Indeterminato, perché al di là di quanto è accaduto non si sa con esattezza il tempo, l’ora, la data in cui si è verificato. Qualcosa la sappiamo. Era un tardo pomeriggio, con le ombre della sera che si allungavano rapidamente; ed era inverno, perché sappiamo che da pochi giorni era iniziato il nuovo anno. E conosciamo quale anno fosse, naturalmente.

Sappiamo anche dove ci troviamo, e quale sia la città che si apre in un panorama che in altri tempi della sua storia è stato tanto bello da commuovere, e che ora è invece tragicamente triste, tanto da spezzare il cuore dell’uomo che osserva. Siamo all’inizio del 1945, e il luogo è un balcone di un appartamento del Parco Grifeo, uno dei posti più eleganti di Napoli. Dal balcone si vede un po’ di mare, e il vulcano, e il profilo della penisola sorrentina e di Capri: ma si vede soprattutto il centro storico, devastato dai bombardamenti, sventrato dalla cacciata dell’esercito tedesco, distrutto dalla fame e dalla povertà.

L’uomo che si affaccia al balcone e guarda la sua città è appena rientrato da Roma, dove per esigenze professionali vive per la maggior parte del tempo. È uno degli autori più importanti del tempo, un immenso artista, un poeta, un drammaturgo e un attore tra i massimi della storia del teatro. È all’apice della fama, ha quarantacinque anni, quanto il secolo in cui vive. Essere artista in quel tempo significa soprattutto avere cognizione della realtà, essere capace di esprimere una profonda sensibilità sociale e politica. I suoi occhi scivolano sulla città. Nello stesso tempo, la vista gli propone la desolazione e il dolore, ma la mente fa il suo lavoro. Giambattista Vico, che in quella stessa città aveva trascorso la vita, diceva che il processo della memoria e quello dell’immaginazione non differiscono. Che il futuro ha la forma del passato, perché viene elaborato attraverso i ricordi. E quindi la mente del poeta costruisce la speranza di un ritorno, di una città che abbia il sentimento e la dolcezza del passato ma anche il forte segno di quello che è accaduto, perché il futuro conservi il senso di quella morte e di quella distruzione, che mai più dovranno accadere: mai più dovrà consentirsi quello strazio. Perché le cose accadono per essere ricordate, perché il peggior delitto di una comunità è scordarsi della sofferenza, e lasciare che si creino ancora gli elementi che l’hanno causata.

Mentre cala la sera che lascerà il posto alla notte buia di quei giorni senza luce elettrica, sul balcone di Parco Grifeo nasce una storia. Nasce nel silenzio, come nascono le storie; nasce attraverso facce nuove che hanno i tratti di volti noti; nasce con frammenti di dialogo, e con luci e ambienti che assomigliano ad altri, ma che in realtà sono del tutto nuovi. Nasce vera, e assolutamente di fantasia. Come nascono le storie, insomma. Quando lo intervisteranno, chiedendogli da dove fosse venuta quella storia e cosa avesse voluto dire in particolare, risponderà che la scrisse tutta d’un fiato, come un lungo articolo sulla guerra e le sue deleterie conseguenze. E che «rispecchiava un sentimento che io avvertivo profondamente, e che volevo comunicare. Gli orrori della guerra non dovevano essere dimenticati: era il momento di iniziare la ricostruzione, non soltanto del paese distrutto dai bombardamenti, ma soprattutto degli uomini, della loro coscienza. Il passato non doveva essere cancellato, ma scolpirsi nella mente e nel cuore di tutti, diventare un monito per l’avvenire.»

In quei primi giorni inconsapevoli di una nuova era, prima ancora di avere la perfetta cognizione di quello che era accaduto, prima che arrivassero le inconcepibili notizie degli orrori dei campi, prima di Norimberga e dei russi a Berlino, il cuore e la mente di Eduardo De Filippo, affacciato a un balcone di Parco Grifeo mentre la notte inghiottiva le macerie e i sopravvissuti, partorivano Napoli milionaria!, così, col punto esclamativo nel titolo, a mostrare l’ottusa animale determinazione a rinascere e a vivere, a ritrovare dignità e bellezza, ad abbracciarsi e a sorridere di nuovo. E soprattutto in quel momento, nell’aria che diventava fredda come sempre nelle notti d’inverno, Eduardo incontrò Gennaro Jovine: l’uomo al quale avrebbe donato voce e volto, che sarebbe stato successivamente interpretato dai più grandi attori di quella città e non solo, che sarebbe diventato il portatore dell’immagine di quel passaggio tra un’epoca e l’altra.

A ripensarci oggi, che sono passati quasi ottant’anni, è incredibile l’intuizione che si concretizzò su quel balcone quella sera. Perché le due frasi simbolo che quel personaggio avrebbe pronunciato sul palcoscenico del San Carlo meno di tre mesi dopo, quando le armi ancora sparavano nella penisola e quando la Repubblica ancora non era nata, interpretarono il tempo più di quanto avrebbero fatto i libri di storia che, a bocce ormai ferme, avrebbero tentato di tirare le fila del periodo. La guerra non è finita, avrebbe detto Gennaro di ritorno dal fronte, verificando con amarezza che le persone attorno a lui non avevano voglia di ascoltare il suo racconto; rendendosi conto per primo, e restando anche l’unico, che i nemici erano forse cambiati ma che erano ancora più pericolosi, e si chiamavano corruzione, egoismo, violenza, miseria, contro i quali si combatteva una battaglia cruciale dall’esito incerto. E l’immortale Ha da passa’ ‘a nuttata, una spinta inaspettata verso un’alba fortunatamente inevitabile, un’apertura alla speranza e a un futuro diverso. La ragione del punto esclamativo del titolo.

Immaginiamo con immensa gratitudine il momento in cui l’uomo sul balcone, con un brivido di freddo, decise di rientrare voltando le spalle al dolore e alle macerie. Immaginiamo che una volta nella stanza andò alla scrivania, e lo vediamo sedersi e prendere una penna e un foglio di carta. Con un po’ di commozione riflettiamo a come il genio dell’arte, di qualsiasi arte, risieda nell’interpretazione del proprio tempo, ma anche nell’immaginazione concreta di un futuro prossimo e forse remoto; e siamo consapevoli di avere la fortuna di poter veder e rivedere l’opera del genio, per viaggiare nel tempo e ritrovare un passato ignoto, ma anche di sentire il brivido della visita in un futuro possibile. Per non dimenticare, ma anche per poter immaginare, e per poter cambiare. A questo, in fondo, servono i balconi che danno sulla città. Non vi pare?

Elena Ferrante: «Questi tre anni? Mi sento immobile, senza nemmeno la solita spinta all’adattamento». Paolo Giordano su Il Corriere della Sera il 23 Dicembre 2022

Paolo Giordano, autore di «Tasmania», e la misteriosa autrice de «L’amica geniale» riflettono sull’incrocio di realtà e immaginazione. E compiono insieme un viaggio attraverso l’isolamento, la guerra, il tempo. Quel «meraviglioso tremendo garbuglio» di “io” e “altro”. Che (forse) solo la letteratura sa dipanare

Questo dialogo tra due grandi scrittori italiani — Paolo Giordano e Elena Ferrante — è stato pubblicato sul numero di 7 in edicola venerdì 23 dicembre. Lo proponiamo online per i lettori di Corriere.it

Cara Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti usciva alla fine del 2019. Con l’eccezione di alcune interviste e delle quattro lezioni che compongono I margini e il dettato , non abbiamo avuto suoi segnali artistici dall’interno dell’ultimo complicatissimo periodo. Mi piacerebbe sapere qualcosa su come lo ha vissuto, anzitutto dal punto di vista esistenziale, qual è stata la sua personale curva dell’emotività dall’inizio del 2020 a qui.

«Per risponderle mi sono tornati in mente quei lunghi secondi tra veglia e sonno nel corso dei quali non sai dove ti trovi. Forse sei a letto, forse sei in piedi, cerchi una porta, una maniglia, e invece graffi con le unghie la parete. In questi tre anni è stato un po’ così, lo è ancora. Ma ora sto registrando un cambiamento non da poco, dovuto, temo, anche all’invecchiamento: quel riflesso che in genere mi ha sempre spinta a saltar su, ad aggrapparmi a qualcosa di solido - una maniglia, appunto: per riscoprirla, reinventarla - si è appannato. Mi sento immobile, senza nemmeno la solita spinta all’adattamento».

Con l’irrompere della pandemia prima e l’invasione dell’Ucraina poi, a me è capitato di sperimentare momenti di estraneità verso la letteratura di invenzione. Come se l’impellenza del presente ci costringesse tutti a ripensare dalle fondamenta il patto tra chi scrive e chi legge, a riconsiderare la sospensione dell’incredulità come opzione possibile. Ne ha già parlato altrove, ma in questo frangente mi sembra ancora più rilevante tornare sull’idea che la finzione letteraria permetta un accesso più autentico alla verità. Vorrei sapere se questo tempo ha avuto ripercussioni su questa idea.

«Non lo so. Forse mi sono interrogata un po’ di più su che cosa è la realtà per chi scrive, ma non ho fatto grandi passi avanti. La realtà continua ancor più che in passato a sembrarmi un meraviglioso tremendo garbuglio di “io” e “altro”, una matassa senza capo né coda sospesa tra esigenza di racconto e minaccia permanente di caos. Scrivere per me resta ancora un calarsi in quel garbuglio con una attrezzatura il più possibile adeguata. Ma una volta mi sentivo sicura che presto o tardi, a forza di insistere, ne sarei venuta fuori con pagine vere. Oggi quella fiducia si è molto ridotta. Per esempio faccio fatica a dire cos’è una “pagina vera”, formula che fino a poco tempo fa mi sembrava ovvia».

«HO IMPARATO GIÀ DA RAGAZZA CHE OGNI COSA CI PUÒ ESSERE TOLTA CON UNO SCHIOCCO DI DITA»

«È una riuscita applicazione di convenzioni collaudate? È quel particolare tipo di verità che è la verità letteraria, un congegno dove l’invenzione ha un peso rilevantissimo? È costruire un fantasioso tessuto verbale che non si rovini sotto il peso di grevi parole attuali come “pandemia”. “Ucraina”, “terza guerra mondiale”, ma anzi le sostenga con eleganza e, insieme, ne sveli il grezzo orrore? In questo momento propendo per il cavilloso resoconto di una qualche esperienza e basta. Ma non durerà, ho creduto troppo al ruolo dell’invenzione. Ciò che definiamo autentico mi pare in genere una mossa abile e insieme fortunata della capacità di inventare».

La locandina de «La vita bugiarda degli adulti» (serie Netflix in sei episodi prodotta da Fandango e tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, edito da Edizioni e/o). La serie debutterà sulla piattaforma il 4 gennaio 2023. Girata a Napoli, è stata scritta da Elena Ferrante, Laura Paolucci, Francesco Piccolo ed Edoardo De Angelis e diretta da Edoardo De Angelis

Per via di un libro recente a cui ho lavorato, e per via dell’attualità, mi trovo a pensare molto alle armi nucleari. È stato questo a farmi saltare all’occhio, credo, che qua e là nei suoi scritti compaiono le parole «atomico» e «nucleare», spesso legate all’odiosità delle armi e al potenziale di distruzione che gli esseri umani hanno creato. Mi viene in mente anche il discorso di Elsa Morante, Pro o contro la bomba atomica, e ciò che Morante dice sull’arte come «il contrario della disintegrazione».

«Per quel che riguarda la mia generazione, il tempo della guerra fredda è stato un efficace allenamento. Ho imparato già da ragazza che ogni cosa ci può essere tolta con uno schiocco di dita, e dagli Anni 90, fino a oggi, fino al suo bel Tasmania , le cose non appaiono affatto migliorate. Quanto a Pro e contro la bomba , non si sa mai bene come e quando le parole dei testi che abbiamo amato scivolino nelle nostre. Posso dirle però che mi ha sempre colpita quel “pro” esibito già nel titolo. Ero così atterrita dalla guerra nucleare in agguato che mi pareva impossibile che qualcuno potesse essere e agire pro bomba. Eppure Morante dedicava pagine importanti a quello smarrimento della realtà che induceva persone pensanti - scriventi come lei le definiva, - a fiancheggiare anche senza accorgersene la disintegrazione del reale. Quel testo mi ha inoculato non tanto la paura di scrivere quanto di pubblicare. Morante insegnava che a ogni pagina mal concepita, male indirizzata, rischiamo la connivenza foss’anche inconsapevole con l’orrore».

«TEMO LA MASCHILIZZAZIONE ULTERIORE DEL FEMMINILE SPACCIATA PER LIBERAZIONE»

So che come formulazione è approssimativa, ma quanto e in che modo questo anelito alla distruzione è una prerogativa maschile?

«Le rispondo malvolentieri perché in modo schematico. Il maschile ha pieni poteri e li ha conservati nei millenni plasmando la violenza secondo varie modalità e gradazioni, reinventandola, ritualizzandola, regolamentandola, lasciandola esplodere furiosamente. Le donne, in assenza di una loro forma, l’hanno subita, l’hanno appresa, l’hanno respinta, l’hanno usata sempre e soltanto dal di dentro della tradizione maschile. In questo senso non c’è, per ora, volontà di annientamento e non c’è strumento di annientamento che non sia profondamente segnato dalla storia del dominio maschile».

Le sue storie - è risaputo - esprimono una partecipazione speciale verso i personaggi femminili, di ogni età ma soprattutto giovani. Anche quando ne mette in risalto le meschinità e le doppiezze, si ravvisa un senso speciale di protezione verso le ragazze, sempre esposte a un pericolo. Le capita di avere delle inquietudini nuove, specifiche rispetto al mondo in cui si trovano le ragazze oggi? E come direbbe che è cambiato, se è cambiato, il loro desiderio?

«Temo la maschilizzazione ulteriore del femminile spacciata per liberazione. Mi pare cioè che sia in atto un processo nel quale il desiderio femminile, in ogni sua manifestazione, sia premiato, potenziato, messo al lavoro, solo se collocabile coerentemente in gerarchie maschili di realizzazione. Il rischio è un rinnovato asservimento della donna che passi proprio attraverso l’accesso ai poteri a patto che siano gestiti al modo maschile. In tal caso i vecchi pericoli si riproporrebbero anche con corpo e faccia di donna».

Giordana Marengo, 19 anni, (sotto sulla copertina di 7) al debutto nella serie «La vita bugiarda degli adulti», interpreta la protagonista Giovanna, che si confronta con gli adulti della famiglia, in particolare i genitori Andrea (Alessandro Preziosi) e Nella (Pina Turco) e con la figura enigmatica della zia Vittoria (Valeria Golino)

Nelle sue storie l’istruzione scolastica ha un ruolo decisivo nel destino delle persone e, di nuovo, soprattutto in quello delle ragazze: talvolta viene perseguita con successo, talvolta con insuccesso, altre volte è impedita oppure diventa un filtro di superiorità e ipocrisia. In ogni caso è dirimente. Di sé ha scritto: «Posso dire con serenità che solo dopo la laurea ho cominciato a imparare sul serio. Prima non c’è stato apprendimento, ma solo una continua rispettosa obbediente esercitazione che serviva a occupare posti elevati nella gerarchia della bravura». Mi piacerebbe avere un suo commento su quello che, almeno a me, pare un rigurgito patriarcale: l’accento sulla categoria del «merito», l’insistenza sulle performance, perfino l’umiliazione come elemento necessario di crescita.

«Voglio sottolinearlo: per noi ragazze anche la scuola peggiore è stata un momento indispensabile di liberazione. Questo però non significa che la scuola che ci ha educate e istruite sia stata quella di cui avevamo bisogno. E rimpiangerla non mi sembra il caso. Non parliamo poi di chi ha nostalgia di parole come «punizione», «umiliazione», «merito». Sì, lei ha ragione, siamo di fronte a uno dei tanti rigurgiti patriarcali. Ma si tratta anche di un progetto politico pericoloso che immagina la crescita come un feroce disciplinamento da caserma e la buona riuscita scolastica come facile misurazione dell’obbedienza al risaputo».

«LA LETTURA SMUOVE MONDI INTERIORI, LI FECONDA, GENERA ALTRI LIBRI, OPERE D’ARTE, FILM»

Questa conversazione avviene in occasione dell’uscita della serie di Edoardo De Angelis tratta da La vita bugiarda degli adulti . Si completa così l’elenco delle trasposizioni filmiche delle sue opere. Parlando degli adattamenti di Solaris in un articolo, lei ha usato un termine più interessante di trasposizione: ha parlato di «filiazione».

Oggi tutte le opere letterarie sono esaminate come candidate potenziali per «figliare» e questo comporta dei rischi ovvi di adesione preliminare a modelli che poco hanno a che vedere con la letteratura stessa. Perciò mi sembra ancora più rilevante interrogarsi su quale sia lo specifico della letteratura, quello specifico inaccessibile ad altre forme. Qual è per lei?

«Difficile dire: forse la parola è intimamente inserita in quell’intreccio tra dentro e fuori che anima i nostri organismi, sicché i suoi usi letterari esprimono come niente altro la condizione più segreta, più enigmatica, dell’animale umano. I libri quindi sono stimoli potenti per chiunque, la lettura smuove mondi interiori, li feconda, genera altri libri, opere d’arte, film. Non c’è da stupirsi, perciò, se il cinema fa da sempre ricorso alla narrativa. Il racconto per immagini è figlio della scrittura, che sia scrittura di una cronaca, di un racconto, di un romanzo di pregio o di consumo, di un soggetto o di una sceneggiatura. Va sottolineato piuttosto che nessun film esaurisce la sventagliata di suggestioni che offre costituzionalmente la scrittura letteraria con la sua plurivocità».

«L’IMMAGINE TRASCINA CON SÉ L’ADESSO, I FATTI MENTRE SI COMPIONO, LE VOCI MENTRE RISUONANO...»

«Il peggiore dei testi sollecita svariati possibili film, e il film che infine viene realizzato - caso mai bellissimo - è sempre il risultato di una riduzione. Il racconto per immagini, nel definire, nell’incarnare, scarta, accantona, a volte non capta le mille altre indicazioni che la scrittura custodisce. In compenso ricorre a invenzioni - nel caso direttamente sul set - che spesso sconquassano pericolosamente la struttura dei personaggi, le corrispondenze studiatissime della vicenda narrata, spezzando certe linee sottilissime, ma essenziali, di pura parola».

«Azzarderei che la specificità della letteratura è proprio questo “di più” al limite dell’immediatamente visibile che altre forme espressive sono costrette a scartare pur di realizzarsi. Non a caso, per quanto la potenza dello spettacolo abbia colonizzato l’immaginario di chi scrive e abbia condizionato le attese di chi legge, la parola resta per ora lo strumento più flessibile, più fine, per trattenere gli effetti innumerevoli e sempre sorprendenti degli urti della nostra interiorità contro il fuori, del fuori contro la nostra interiorità».

A uno specifico della letteratura mi ha fatto pensare proprio la visione della serie: il napoletano, che nella sua prosa è al più una cadenza, diviene dominante. La narrazione cinematografica non può che aderire al presente della scena, anche laddove c’è una voce fuori campo che rievoca gli eventi. La libertà della scrittura mi sembra più assoluta in questo senso.

«Sono d’accordo. L’immagine ha sempre, inevitabilmente, a che fare col presente. Il film trascina con sé l’adesso, i fatti mentre si compiono, le voci mentre risuonano, le emozioni mentre trascorrono sui volti. Anche le parole, naturalmente, sono segnate dal presente della scena, ma sono anche, contemporaneamente, per loro natura, serbatoi stracolmi di passato. E poi i tempi grammaticali permettono dislocazioni audaci, l’indiretto libero concede esplorazioni vertiginose, eccetera».

«Ma basta, non bisogna esagerare con la nostra passione primaria. Amo anche il cinema e le sue conquiste di arte adulta e autonoma. Insistere nel confronto con la letteratura rischia di non rendergli giustizia. Ho provato spesso piacere nel vedere come i miei congegni di parole, le mie combinazioni di segni alfabetici, diventavano volti determinati, sfondi determinati, voci determinate. Bisogna guardarsi, per esempio, Valeria Golino nel lavoro di Edoardo De Angelis per avere la conferma immediata della energia creativa del cinema».

"Senza le donne non va niente": la rivoluzione in teatro di Eleonora Duse. Eleonora Duse ruppe le regole del teatro ottocentesco, portando i suoi personaggi sul palcoscenico in modo naturale e sincero. Una donna dai mille volti con un talento intramontabile. Francesca Bernasconi il 15 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Tutte le donne della Duse

 La rivoluzione del teatro

 Dalla parte delle donne

 Il legame con d'Annunzio

Non era necessario comprendere le sue parole. Per riconoscere il grande talento di Eleonora Duse bastava guardarla mentre andava in scena, con le espressioni cariche di sentimenti e il tono di voce naturale e ricco di emozione. Era ormai alla fine della sua lunga carriera teatrale, quando l’attrice calcò il palcoscenico di Los Angeles, recitando in italiano. Era il 1924 e tra il pubblico sedeva anche Charlie Chaplin: “Non compresi una parola - scrisse Chaplin in quell’occasione - ma mi resi conto di essere alla presenza della più grande attrice che avessi mai visto”.

Tutte le donne della Duse

Eleonora Duse fu una donna dai mille volti, capace di esprimere i drammi, le sofferenze e le gioie dei personaggi che portava in scena. Lo fece, per la prima volta, all’età di soli quattro anni, interpretando la parte di Cosette in una versione teatrale de I Miserabili di Victor Hugo.

Nata a Vigevano da una famiglia di attori, trascorse la sua infanzia girando da una città all’altra per seguire la compagnia girovaga in cui lavoravano la madre e il padre. Dopo la sua prima esperienza come attrice, nel 1873, quando aveva quindici anni, divenne la Giulietta shakespeariana a Verona. Fu anche Desdemona e Ofelia, ma a renderla nota e apprezzata dal pubblico e dalla critica fu la drammatica interpretazione di Teresa Raquin di Émile Zola. A quel tempo, Eleonora Duse era una ragazza di appena vent’anni, ma già in grado di catturare gli spettatori, che restavano ammaliati dalla sua recitazione.

Nel corso della sua carriera, la Duse diede voce a decine di donne diverse, dalla Santuzza della Cavalleria rusticana di Giovanni Verga, alla Cleopatra di Shakespeare, fino alla Nora di Casa di bambola di Henrik Ibsen. "Le donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa che mentre m’ingegno di farle capire a quelli che m’ascoltano, sono esse che hanno finito per confortare me", disse Eleonora Duse parlando dei ruoli che dovette interpretare.

Dopo gli anni passati nella compagnia itinerante, la Duse entrò nel 1879 in quella Semistabile di Torino di Cesare Rossi, dove diventò prima donna e maturò la sua poetica. Il repertorio della “Divina” era orientato inizialmente versò le opere francesi, tra cui scelse spesso i drammi di Alexandre Dumas figlio. Ma la Duse non si limitava a mettere in scena quelle opere, bensì a smontarle e a riempirle con il suo personalissimo messaggio, che toccava i temi più spinosi della società borghese, dal denaro, alla famiglia, al ruolo della donna, rappresentando una società ricca di ipocrisia.

Le sue donne videro la luce per l’ultima volta il 5 aprile del 1924 a Pittsburgh, pochi giorni dopo essersi esibita a Los Angeles davanti a Charlie Chaplin. Morì il 21 aprile 1924.

La rivoluzione del teatro

Con le sue interpretazioni Eleonora Duse ruppe totalmente gli schemi del tradizionale teatro ottocentesco, fatto di attori abituati a enfatizzare toni e gesti di scena, risultando innaturali. Inoltre solitamente chi recitava utilizzava parrucche e trucco pesante, che davano al tutto un aspetto artificiale.

La “Divina”, al contrario, scelse di rimanere il più naturale possibile, sia nelle modalità di recitazione, che nei costumi e nel trucco. Il suo metodo si basava sull’istinto e, a volte, anche sull’improvvisazione, con lo scopo di dare al pubblico l’impressione di essere un tutt’uno con il suo personaggio. La Duse era solita muovere molto le braccia mentre recitava, senza però esagerare nei gesti, così da rendere il suo corpo protagonista della scena, senza sacrificare la sua spontaneità a discapito di movenza plateali o innaturali. Per interpretare i vari personaggi, la Duse si affidava all’espressività del proprio volto e all’uso sapiente della propria voce, in una perfetta alternanza di silenzi e parole.

In scena inoltre la Duse era solita utilizzare pochissime decorazioni, non si truccava e lasciava il palco quasi sgombro, per dare spazio alla donna che interpretava di volta in volta. “La sua recitazione era ridotta alla più pura e limpida essenzialità - scrisse il regista e attore Sergio Tofano - assolutamente scevra dei tanti barocchismi e capricci vocali cari alle attrici sue contemporanee”. Così facendo, sul palco Eleonora Duse si trasformava nei suoi personaggi e faceva cadere quel velo che divide l’attore e il ruolo che interpreta, annullando la distanza tra la rappresentazione e la realtà e rendendo le sue donne vere, palpabili e naturali, in grado di scatenare nel pubblico i più diversi sentimenti.

Il teatro subì una vera e propria rivoluzione perché le modalità recitative della Duse ispirarono molte attrici del suo tempo e degli anni a venire. Eleonora Duse fu un'avanguardista di quel teatro moderno, che utilizza l'espressività sincera e la naturalezza.

Dalla parte delle donne

Mentre tutti diffidano delle donne, io me la intendo benissimo con loro! […] Io mi metto con loro”. Lo disse la "Divina", perché la sua bellezza e la sua fama, ottenute negli anni, non l'avevano portata a schierarsi contro le altre donne. Al contrario, lei decise di sostenerle. Quando nel 1909 abbandonò il teatro, si dedicò ad un progetto pensato interamente per le donne. A spingerla in questa impresa fu anche la sua amicizia nata con artiste, scrittrici e intellettuali di inizio Novecento, da Matilde Serao a Sibilla Aleramo, fino alla ballerina Isadora Duncan.

Nel 1914, prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, il progetto era compiuto: Eleonora Duse inaugurò a Roma una Casa delle Attrici, composta anche da una biblioteca, che divenne una sorta di casa-libreria in cui erano benvenute le giovani colleghe. Si trattava di un luogo di incontro e di rifugio in cui le donne che lo desideravano avrebbero potuto sviluppare la propria cultura e discutere dei più svariati argomenti.

Nonostante il successo del progetto, la Casa delle Attrici chiuse dopo un solo anno e i libri vennero donati alla biblioteca per insegnanti, gestita dal Comitato Nazionale delle Donne Italiane. Il suo progetto nato per le donne terminò, ma la “Divina” continuò a stare al loro fianco, seguendo da vicino i primi passi del femminismo italiano, mantenendosi però su una linea moderata.

La vita e il percorso artistico di Eleonora Duse mostrano l’importanza delle figure femminili, sia di quelle che l’hanno accompagnata come amiche, che di quelle che ha interpretato sui palcoscenici di tutto il mondo. La sua fu una vita itinerante, fatta di spostamenti e tournée in Europa e nel Mondo, ma la costante che non cambiò mai fu la sua stima per le donne che metteva in scena e per quelle che la affiancavano. "Senza le donne non va niente - disse - Questo lo ha dovuto riconoscere perfino Dio".

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Il legame con d'Annunzio

Nel 1881 Eleonora Duse aveva sposato Tebaldo Marchetti, un attore della sua compagnia. Dal loro matrimonio era nata una bambina, Enrichetta. Ma presto l’unione tra i due risultò infelice e terminò nel 1885 con la separazione definitiva. Proprio in quel periodo, il destino della “Divina” si incrociò per la prima volta con quello dell’allora cronista, poi diventato poeta “Vate”, Gabriele D’Annunzio: era il 1882 e a Roma si incontrarono per la prima volta.

Negli anni successivi ci furono ancora un paio di scambi tra i due e, nel 1992, D’Annunzio fece pervenire all'attrice una copia delle sue Elegie romane, dedicata “alla divina Eleonora Duse”. Nacque da qui il soprannome che la la accompagnò per il resto dei suoi giorni e anche tra i posteri.

Giorno dopo giorno tra l’attrice e il poeta si stabilì un legame sempre più forte che, tra passione, tradimenti, sofferenza e amore, li tenne uniti per circa dieci anni. Quello tra la “Divina” e il “Vate” fu sia un rapporto amoroso che un’alleanza artistica e lavorativa: D’Annunzio infatti avrebbe scritto opere che la Duse avrebbe portato in scena. Con questa idea, compose La città morta ma, al momento di affidare la parte della protagonista, il poeta scelse l’attrice francese Sarah Bernhardt.

Durante gli anni della loro relazione la Duse finanziò spesso la produzione delle opere di D’Annunzio e le assicurò al successo e all’attenzione della critica. La donna, inoltre, fu fonte di ispirazione per il poeta, che negli anni della loro unione compose diverse opere. Il legame tra la “Divina” e il “Vate” procedette tra momenti di vicinanza, passione e collaborazione e periodi di allontanamento, dovuto anche alle tournée della Duse, e di crisi, fino alla separazione definitiva nel 1904.

Eleonora Duse abbandonò il teatro nel 1909 ma, spinta da necessità economiche, vi fece ritorno nel 1921. Nel frattempo, qualche anno prima, aveva visto la luce il suo unico film, Cenere, tratto dal romanzo di Grazie Deledda. Nell’aprile del 1924, dopo essersi esibita a Pittsburgh, Eleonora Duse morì a causa di una malattia ai polmoni. La sua scomparsa però non fermò il suo talento e la “Divina” continuò a vivere nelle donne a cui aveva dato voce.

Emanuel Carnevali. Il poeta Peter Pan che stregò gli Usa. Da Pound a Faulkner: l'America anni Venti impazzì per il giovane e talentuoso italiano. Davide Brullo il 7 Giugno 2023 su Il Giornale.

Al giornalista del Resto del Carlino sembrava «un uomo come tanti, un uomo della folla». Da Bologna ci vogliono meno di trenta chilometri: Bazzano è un municipio che dipende da Valsamoggia; conta, attualmente, meno di settemila abitanti. Lì il poeta che aveva ripudiato la letteratura italiana, Emanuel Carnevali nome che di per sé sottende il destino di un Emmanuele carnevalesco, di un salvatore al contrario aveva il suo reclusorio. Il giornalista scrisse di una camera «austera come una cella, disordinata come una soffitta», in affitto presso la Trattoria di Porta Castello, di un poeta dallo «sguardo franco e acceso, che mi scava dentro».

Era il 1934, Carnevali era rientrato in Italia da dodici anni, odiava Bazzano «Non fui mai felice ed adesso lo sono sempre meno... ebbi sempre la speranza di diventar scrittore, benché questa speranza fosse assai incerta e non mai espressa», scrive a Carlo Linati , dove l'odiato padre era commissario prefettizio. Alcuni amici americani, ogni tanto, gli mandavano del denaro che gli permetteva di passarsela un po' meglio. Ezra Pound, ogni tanto, andava a trovarlo: una volta gli aveva regalato una radio. Nel 1932, Ez aveva inserito alcune poesie di Carnevali tra quelle di Thomas S. Eliot, James Joyce, Marianne Moore, Hemingway e William Carlos Williams in Profile, antologia stampata da Scheiwiller che radunava i poeti modernisti più rivoluzionari dell'epoca. Il libro, tirato in 250 copie numerate, è una chicca per bibliomani. Tra le poesie di Emanuel Carnevali preferisco il poemetto Neuriade, pubblicato su Poetry nel dicembre del 1921. Il testo va letto in originale, nell'inglese monolitico, con gli archi e le frecce l'Hudson che si tramuta in Orinoco di Carnevali: «For a year his desperate hands beat the darkness. Then out of their rhythm a monster was created».

Di Poetry, tra l'altro, la più autorevole rivista di poesia degli Stati Uniti, Carnevali fu, rocambolescamente, direttore. Era il 1919 e un gruppo di scrittori si diede da fare per trovare lavoro a quell'italiano dal genio a forma di stella cometa. Nato a Firenze, testa calda e cuore oceanico, Emanuel Carnevali era partito, come tanti, verso il nuovo mondo, senza sapere bene perché, con lo scopo di levarsi di torno dalla palude italica. È il 1914, ha diciassette anni, impara la lingua leggendo i cartelloni pubblicitari; fa il lavapiatti, il garzone, lo spalatore di neve a Brooklyn. La miseria è una stimmate, lo convince di essere un redivivo Rimbaud, di cui incorpora il monito e l'enigma: «Raggiungere la libertà, scrivere poesie perfette, sentire perfettamente, amare perfettamente, vivere».

Nel 1917, grazie a Louis Grudin, francese, aspirante artista, Carnevali conosce il gotha degli scrittori del tempo. Si avvicina a Waldo Frank, che lo reputa «un uomo di intelletto vero, di profondo potere spirituale»; esordisce su Poetry con proclama onnipotente: «Voglio diventare un poeta americano perché, nella mia mente, ho ripudiato i modelli italiani di buona letteratura. Non mi piace Carducci, ancor meno D'Annunzio Credo nel verso libero. Mi sforzo di non essere un imitatore».

Per un periodo, Carnevali diventa l'idolo dei nuovi poeti d'America che vedono in lui l'Orfeo straccione, il poeta depurato da ogni spuria scolarizzazione, voce genuina giunta dal sottosuolo, il mozzo di Dante, un Whitman apolide e senza speranza. William Carlos Williams gli dedica un inno, Gloria!: «Emanuel Carnevali, il poeta nero, l'uomo vuoto, la New York che non esiste Io celebro il tuo arrivo Gesù, Gesù, salva Carnevali per me». Sherwood Anderson, il maestro di Hemingway e di Faulkner, ricorda «il mio poeta italiano dai denti bianchi e forti», il «giovanotto ben fatto, dalla pelle olivastra, dai folti capelli, il tipo d'uomo che piace alle donne». A Carnevali sposatosi, diciannovenne, in America, con Emilia Valenza, giovane piemontese emigrata , piuttosto, piacevano le donne. Per un po' andò dietro a Edna St. Vincent Millay, la poetessa del momento: avvenente, ricca, diversa. Era propenso al fallimento, agli amori rovinosi, alla rude scaltrezza di chi è sempre in debito, per sempre ingrato. Si ammalò presto perché di stenti vive, autenticamente, il poeta. «I sei mesi della sua direzione risultarono i meno proficui nella storia di Poetry e io mi sentii immensamente sollevata quand'egli lasciò l'ufficio e diede le dimissioni in vista di una misteriosa offerta da New York», taglia corto Harriet Monroe.

Nel 1925, a Parigi, presso la Contact Editions di Robert McAlmon che pubblicava Hemingway e Gertrude Stein, Djuna Barnes e Ford Madox Ford esce A Hurried Man, l'unico libro di Carnevali pubblicato in vita. Quelle prose, di sifilitica bellezza, testi tesi sempre sull'orlo dell'addio e della rivolta, sono ora riproposti, insieme all'autobiografia lunatica, leggendaria, Il primo Dio (tradotta da Maria Pia Carnevali e pubblicata in origine da Adelphi nel 1978), in L'ultimo maledetto (Edizioni readerforblind, pagg. 360, euro 17; per sviscerare la vita di Carnevali è però necessaria l'edizione di Racconti di un uomo che ha fretta curata da Gabriel Cacho Millet per Fazi nel 2005). Il poeta di esasperato candore, dal talento geyser, dà la vita per l'opera, inibendo l'ambizione nell'abominio di sé: «Ora credevo fermamente di essere l'Unico Dio. Ma nessun dio fu mai più umile di me, nessun dio fece mai sbagli peggiori, nessun dio fu mai così brutto come me».

Intorno al poeta italiano che diventò il Peter Pan dei letterati americani, nacque un breve culto, spontaneo, catacombale, sommario. Carnevali morì nel gennaio del 1942, nella clinica per malattie nervose e mentali dell'Università di Bologna, strozzato da un pezzo di pane.

Gravemente ammalato, non riusciva più a scrivere; l'ultima lettera, dettata a un amico, è rivolta a Ezra Pound, con cui aveva litigato: «Tutti mi hanno lasciato... Io sono un buon amico. Ma sono anche un valido nemico. Tu sai che se voglio ti faccio cacciare dall'Italia... Facciamo la pace, va là, e mandami di nuovo le duecento lire mensili». Ad Harlem, nei giorni americani, passeggiava, povero di tutto, all'alba, sfogliando il suo taccuino, sussurrando: «Nessuno mi vede, nessuno si meraviglia di me». Al giornalista del Carlino che era andato a intervistarlo si chiamava Ferdinando Palmieri disse che gli americani «non sono buoni», che «la lingua è una creatura, sangue, nervi, muscoli» e che non conosceva l'italiano. Disse proprio così, quel grande, folle poeta italiano: «Non conosco l'italiano».

Estratto dell’articolo di Francesca Pellas per “La Stampa” il 22 maggio 2023.

Secondo lo scrittore Emmanuel Carrère, quando pensiamo alla Russia dobbiamo fare lo sforzo di adattare la nostra idea di democrazia alla loro, e capire che là quell'idea non c'è. «La Russia ha conosciuto pochissima democrazia, se non per pochi anni sotto Boris Eltsin», ha detto dialogando con il giornalista Marco Imarisio al Salone del Libro di Torino, di fronte a una sala stracolma. «Certo, a noi fa comodo credere che il loro appoggio alla guerra sia dovuto alla propaganda. E in un certo senso è vero che vivono in un universo parallelo. Ma non si tratta solo di quello». 

[…] Non vale per tutti i russi, naturalmente, e generalizzare non si può, ma è importante capire che dietro al sostegno della popolazione al conflitto ci può essere, in gran parte, anche un sentimento di rivalsa: il desiderio di tornare a splendere al pari della Grande Russia che sono stati costretti a lasciarsi alle spalle dopo la caduta dell'Unione Sovietica.

Carrère […] è convinto che la questione sia ancora più profonda, e abbia a che fare appunto con un fatto: la Russia non ha mai davvero fatto esperienza di democrazia, se non per un attimo, e in quell'istante comunque le è parsa una cosa brutta: «Noi occidentali ormai siamo abituati a considerarla una cosa buona, a cui dovrebbero aspirare tutti. Per i russi non è così: per come l'hanno vissuta loro, è una forma di governo pericolosa, disordinata, un male da cui bisogna a tutti i costi proteggersi». 

Lo scrittore pensa che cercare di comprendere quella mentalità sia fondamentale, e che provarci non significhi appoggiarla. Qui si ricollega agli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, al centro del suo ultimo libro V13 (Adelphi), in cui racconta il lungo processo che ne è seguito.

All'epoca dei fatti, l'allora primo ministro francese Manuel Valls aveva dichiarato che «tentare di capire è già giustificare», una frase che per Carrère non solo è una «connerie», ovvero una cazzata, ma è anche un controsenso giuridico: «Un processo serve proprio a comprendere, e a farlo con rigore e metodo. Tornando alla Russia, anche in quel caso, a me piacerebbe ascoltare le ragioni di Putin, entrare nella sua testa». 

Il prossimo lavoro a cui si dedicherà, ha poi spiegato, sarà la sceneggiatura del romanzo Il mago del Cremlino, dell'italiano Giuliano Da Empoli. […] «Da noi ha avuto un successo strepitoso. Credo che in Italia se ne sia parlato meno, e mi chiedo perché». Ripensando invece a uno dei suoi titoli di maggior successo, Limonov, da molti giudicato «uno stronzo», ha confidato che per lui «Limonov ha vissuto rimanendo sempre fedele a una specie di sogno d'infanzia: essere un avventuriero. E per questo io lo rispetto».

[…] Carrère ha raccontato delle sue origini georgiane, svelando che legge un po' di russo, anche se non quanto vorrebbe. […] Ha poi rivelato, e chi l'avrebbe mai immaginato, che fino a poco tempo fa ha scritto tutti i suoi libri battendo al computer con un dito solo: non sapeva che si potesse fare diversamente. […] il suo editore all'inizio l'ha presa sul ridere: gli ha spiegato che si può battere con dieci dita, e si fa molto prima. «Io ho sorriso ma non gli ho dato retta. Dopo qualche mese, una sera in cui avevamo bevuto entrambi, sentendo che avevo continuato a scrivere con un dito lui è andato su tutte le furie, e mi ha gridato che dovevo darmi una svegliata».

E lui l'ha fatto: ora scrive non con dieci ma con sei dita, che comunque è già meglio di uno soltanto. «Peccato che con sei dita faccio più errori, quindi alla fine il tempo che ci metto è sempre lo stesso, quello che guadagno lo perdo poi a correggere». 

Ma come si fa a convivere con un talento come il suo? Non si ha mai paura che un dono del genere un giorno possa finire? Prima di lasciarlo andare gliel'abbiamo chiesto. «Sì, certo, è un pensiero che ogni tanto mi viene, e mi fa paura», ha risposto alla Stampa. «Per ora non è un'ossessione. Se dovesse succedere, mi direi che anche la fine del talento fa parte della vita».

Estratto dell’articolo di Luigi Mascheroni per “Il Giornale” il 7 marzo 2023

Emmanuel Carrère, che ieri a Porto Cervo ha ricevuto il Premio Internazionale Costa Smeralda 2023, è considerato uno dei grandi scrittori dell’oggi. Eppure, 65 anni, parigino, amato in Italia quanto e forse più che in Francia […] ha scritto libri di diversa natura, raramente catalogabili con la sola parola «romanzo». Il più recente dei quali, V13, uscito da poco anche in Italia, da Adelphi, è – come da sottotitolo – una «Cronaca giudiziaria». 

Raccoglie gli articoli che tra il 2021 e il 2022 pubblicò su alcuni quotidiani europei in cui raccontava, con scrupolo da reporter e scrittura alla Carrère, le udienze del processo sugli attentati terroristici jihadisti avvenuti a Parigi nel novembre 2015 - un venerdì 13 (V13) - al Bataclan, allo Stade de France e in diversi bistrot. Una strage che causò 130 morti e 350 feriti. 

[…] Quegli attentati risalgono al 2015. Lei crede che dopo otto anni le cose siano cambiate? O potrebbe esserci un altro Bataclan?

«Sarebbe un’illusione pensare che non possa succedere ancora. Gli studiosi dicono che lo jihadismo, come tutti i terrorismi, ha dei cicli: ci sono periodi con delle esplosioni, poi periodi di calma; ma è sbagliato pensare che non possa ricominciare. Ora è finita una certa fase, quella del Califfato, ma chi ci dice che non potrebbe essercene un’altra? E poi, attenzione: dico che simmetricamente esiste il pericolo di attentati da parte dei suprematisti bianchi». 

Lei ha seguito tutto il processo, ha provato a entrare nei meccanismi mentali degli jihadisti. La domanda è: dove comincia la follia quando c’è di mezzo Dio? Cosa ha in testa quella gente?

«Nulla. Sono di una ignoranza religiosa radicale. Si crede che nella loro testa si annidi un grande mistero. In realtà non hanno niente. Sono ignorantissimi. È solo fanatismo. Più che il dato religioso, quello che interessa loro è il discorso politico e quello di appartenenza. Almeno, questo è ciò che è emerso dal processo». 

[…] L’altro grande fronte, oggi, è la guerra: Lei con altri intellettuali ha firmato un appello per la liberazione di Alexey Navalny, l’oppositore di Vladimir Putin, detenuto in carcere in Russia dal 2021.

«Ho un’ammirazione totale per Alexey Navalny. Ha mostrato un coraggio straordinario: dopo essere stato avvelenato ha deciso di tornare nel suo Paese sapendo che sarebbe stato arrestato, rischiando la vita». 

Navalny può essere un altro Limonov, per Lei? Il soggetto di un libro?

«Perché no? È come Limonov: una persona fuori dall’ordinario. Ma rieccoci alla questione di prima: cosa posso farmene io di un personaggio del genere? Voglio dire: cosa posso farci io, proprio io, e non un altro scrittore? Per Limonov avevo meno ammirazione di quanta ne abbia oggi per Alexey Navalny, ma avevo sentito che io ero la persona giusta per raccontarlo. La gente mi diceva: “Vuoi scrivere di questo piccolo fascista russo, ma sei pazzo?”. Ma l’ho fatto, perché capivo che potevo tirarne fuori qualcosa di buono. […]». 

Perché tutte le grandi opere letterarie - e spesso anche le sue, da L’Avversario a V13 - arrivano da personaggi o eventi malvagi? Solo le vite segnate dalla sofferenza o dalla cattiveria possono generale la Bellezza?

«Non credo che l’argomento dei miei libri sia l’effetto di una particolare fascinazione morbosa che io ho per il Male. Ma sono sicuro che per restituire una visione ricca e complessa dell’esistenza umana bisogna per forza passare dalla sofferenza e dall’infelicità». 

Come è arrivato alla scrittura?

«Ovviamente dalla lettura. Ero un ragazzino timido, con gli occhiali, che leggeva tantissimo. Ed è abbastanza naturale che se leggi tanto, prima o poi ti venga la voglia di imitare gli scrittori che ammiri. Nel mio caso erano gli autori di storie horror e fantastiche. E così molto presto mi sono messo a scrivere anch’io...». 

[…] Di cosa vorrebbe scrivere ora?

«Il mondo oggi ci offre argomenti enormi. I disastri ecologi, o l’Intelligenza Artificiale, per citarne due. Mi piacerebbe, certo, occuparmene come scrittore. Di più: sento che dovrei occuparmene. Leggo, mi informo, rifletto... Ma mi sento disarmato. Lo dico senza ironia: di fronte alle grandi cose del mondo preferirei scrivere qualcosa di più piccolo, sarebbe meglio che scrivessi ad esempio la storia di mio padre». […]

125 anni dal "J'accuse...!". Quel manoscritto che svela chi era Émile Zola. Ieri l'anniversario della storica lettera con la quale lo scrittore francese difese il generale Dreyfus accusato di spionaggio. Cosa dice la sua grafia. Evi Crotti il 14 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Dalla scrittura e dalla firma dello scrittore francese Émile Zola emerge una personalità non facile da inquadrare in quanto sempre alla ricerca di sé stesso avendo come obiettivo una società sempre migliore.

Amante del bello e dell’arte, Zola possiede un notevole senso estetico (vedi grafia elegante e curata me anche sciolta e scorrevole sia nel testo sia nella firma) che lo porta a vivere una sorta di interdipendenza tra Scienza e Arte letteraria. È forse questo il motivo che lo ha spinto a scegliere il giornalismo come forma espressiva adatta al suo spirito.

Di temperamento sanguigno, egli ha sempre optato per una vita intensa e attiva, esprimendo in questo modo anche la sua innata notevole ambizione (vedi firma più grande del testo), nata forse da esperienze sofferte in giovane età.

Possiede una notevole energia (vedi pressione forte e modulata), che lo ha sempre spinge ad investimenti costantemente produttivi, rendendolo però anche facilmente insoddisfatto per il fatto di pretendere sempre il meglio da sé, rischiando punte di perfezionismo. Tutto ciò può averlo portato a cercare nello scontro e nella straordinarietà un modo per farsi notare.

Sicuro delle proprie convinzioni, egli ha portato avanti il proprio credo con determinazione e tenacia con l’evidente rischio di dover poi pagare di persona questa sua arroganza. Ciò non toglie nulla alla sua raffinata sensibilità intellettuale che, unitamente ad una sofferta emotività, ha senza dubbio favorito da un lato la scalata verso il successo, ma dall’altro ha provocato contrapposizioni da parte di chi non vedeva di buon occhio il suo modo di porsi.

Emilio Isgrò: «Montale, De Chirico, Fontana e Manzoni. La mia vita per l’arte che regalerò ai milanesi». Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 25 ottobre 2023.

Lo scrittore, poeta e artista: raccontai un serial killer e incontrai John Kennedy. Con le cancellature offesi Montale

Lucio Fontana taglia, Alberto Burri brucia, Mimmo Rotella strappa e lei, Emilio Isgrò, cancella.

«Li ho conosciuti bene tutti, tranne l’ultimo: me stesso. Il mio migliore amico scelse di fare lo psicanalista per capirmi; non ci è riuscito neppure lui».

Fontana com’era?

«Dolce, gentile. Voleva piacere. Veniva alle mostre dei giovani e comprava sempre qualche opera: “Isgrò, noi dobbiamo essere concettuali!” diceva».

Burri?

«Burri non parlava quasi mai. E di piacere non gli importava nulla».

Rotella?

«Sempre in competizione con i colleghi. Un nostro collezionista, Guido Peruz, pittore lui stesso, ci invitò al suo compleanno e affidò a me il discorso: l’invidia di Mimmo si sentiva nell’aria, per placarlo dovettero fargli recitare una delle sue poesie epistaltiche, fatte di suoni».

Qual è il suo primo ricordo?

«Ho diciotto mesi, sono in braccio a mia madre Elisa, e viene il carro dei poveri a portare via la vicina di casa».

Com’era il carro dei poveri?

«Bianco. Quello dei ricchi era di legno nero».

Un ricordo di morte.

«In Sicilia morte e vita sono intrecciate. I napoletani ridono della morte; noi ci conviviamo. Loro hanno avuto la commedia, noi la tragedia; loro Eduardo e Peppino De Filippo, noi Pirandello».

Di Pirandello lei ha conosciuto le pronipoti, vero?

«Sono cresciuto a casa di Mimma e Rosanna Pirandello, che mi passarono i primi libri. Era una famiglia di destra, ma in casa dopo la guerra avevano le opere di Antonio Gramsci».

A Barcellona Pozzo di Gotto, il paese di Emilio Fede.

«Suo padre era il capo dei vigili. Il figlio lo ritrovai a Milano».

Della guerra che ricordo ha?

«Per proteggerci dai bombardamenti ci nascondevamo sotto i tavoli da lavoro di mio padre».

Cosa faceva suo padre?

«L’ebanista. Era stato a Losanna a cercare fortuna, e siccome suonava il sassofono e il clarinetto lo presero nell’orchestra del Knie, il circo svizzero. Compose un valzer tirolese, lui che era nato sui monti Peloritani, per il quale ricevo ancora i diritti d’autore».

Poi in Sicilia sbarcarono gli americani.

«Andammo in una vallata per ripararci dalle cannonate, che arrivavano dal mare e passavano sopra le nostre teste. L’unico a non avere paura fu nonno Emilio: era sordo di guerra, aveva perso l’udito per una granata sul Piave; guardava il tracciato dei razzi come se fossero fuochi d’artificio».

Com’era la Sicilia del dopoguerra?

«Molto povera, ma senza sapere di esserlo. Non fuggii dalla miseria: ero un immigrato intellettuale. Arrivai a Milano nel 1956, a diciotto anni, e mi iscrissi alla Cattolica. Ricordo il fondatore, padre Agostino Gemelli, in sedia a rotelle, con il saio da francescano».

Come si trovò a Milano?

«Benissimo. Affittavo una stanza a casa di una signora sorda, come mio nonno: davo feste e lei non se ne accorgeva. Il mio compagno Raffaele Crovi mi fece pubblicare da Schwarz la prima raccolta di poesie e mi portò a casa di Vittorini, dove incontrai Montale e Calvino».

Montale com’era?

«Ghiotto come un monello, per la disperazione della Mosca, la moglie. Da Vittorini veniva a mangiare lo stoccafisso, che da ligure apprezzava moltissimo. A Venezia lo accompagnavo a passeggiare: Montale adorava Venezia sotto la pioggia, e si appoggiava al mio braccio per non scivolare sui gradini dei ponti. Mi parlava male di Ungaretti e Quasimodo, che peraltro ricambiavano parlando male di lui».

E Calvino?

«Non era simpatico. Un ligure-piemontese che aveva preso gli aspetti più aspri di entrambe le nature. Grande scrittore, però».

Come mai lei era a Venezia?

«Fui assunto al Gazzettino. Primo servizio, il processo al mostro di Pontoglio, Vitalino Morandini».

Uno dei serial-killer italiani.

«Uccideva le persone, almeno sette, e si metteva a dormire nella stanza a fianco. Era chiaramente un folle. Il difensore d’ufficio si appellò alla clemenza della corte: gli diedero l’ergastolo solo perché la pena di morte era stata abolita. Coimputato era un ex militare bergamasco, detto Soldatòn, che parlava solo dialetto. Era innocente: non aveva ucciso nessuno. In compenso rubava i maiali».

I maiali?

«Settecento maiali. Se li era caricati in spalle uno a uno. Con gli altri inviati, Guido Nozzoli e Alfonso Madeo, impazzivamo a tradurre il suo racconto dal bergamasco. “Come mai i maiali non hanno urlato?” chiese il giudice. Soldatòn aveva riempito loro la bocca di sapone: anziché grida, uscivano bolle. Il racconto piacque, le vendite del Gazzettino aumentarono. Così mi assunsero».

A Venezia lei si sposò.

«Nella chiesa di San Zaccaria, con Brigitte Kopp, la figlia di Wilhelm, un esploratore tedesco che era stato al Polo Nord con Alfred Wegener, quello della deriva dei continenti, e dopo la drammatica morte di Wegener aveva guidato il ritorno dei superstiti. Mio suocero era un uomo affascinante, ma noi avevamo vent’anni, e il matrimonio non durò».

In quella Venezia c’era Ezra Pound.

«Andavo a pranzo alla locanda Montini con lui e sua moglie Olga Rudge. Peggio di Burri: non diceva mai un parola. Una volta per sfinimento riuscii a strappargli un mormorio: “Nella mia vita ho sbagliato tutto”».

E Peggy Guggenheim?

«Mi invitò nel suo palazzo, la trovai che sfogliava un dizionario italiano-inglese: si stava preparando all’intervista. Indossava pantofole ricavate da zampe di leone, mi offrì una vodka, si lamentò: “A Venezia i miei artisti non li capisce nessuno”».

Viaggi?

«Con Vittorini e altri andai alle Baleari, per il Premio degli Editori. Scalo a Barcellona, controllo della polizia franchista, Maria Livia Serini dell’Espresso mi passa un pacco: “Me lo porti tu?”. Lo prendo, lo apro: dietro la copertina di un libro di Pavese c’era un’intera tiratura de “La guerra de guerrillas” di Che Guevara. Solo la negligenza dei poliziotti mi salvò dalle carceri del Caudillo».

È vero che conobbe John Kennedy?

«Nel 1963 lo seguii con giornalisti di tutto il mondo in un giro elettorale per l’America profonda: South Dakota, New Mexico, Texas... Ci ricevette alla Casa Bianca: “Tu sei l’italiano, vero?”. Come l’ha capito, presidente? “Dalla cravatta”. All’uscita incrociai Ferdinando Marcos, il dittatore filippino, con la moglie Imelda».

P oi lei tornò a Milano, e arrivò il Sessantotto. Che ricordo ne ha?

«I figli cadetti della borghesia si rivoltarono contro i padri. Fu utile al cambiamento dei costumi, e deleterio per l’arte».

Perché?

«Illuse che chiunque potesse fare l’artista. Ma l’immaginazione non può andare al potere; deve essere un contro-potere. L’arte, come la scienza, non è né di destra né di sinistra; è semplicemente arte, come la scienza è semplicemente scienza. Le bandiere rosse impoverirono l’arte; così come i quadri propagandistici sono i peggiori di Guttuso, che per il resto era un grande pittore».

Come ricorda Guttuso?

«Mise in scena il proprio declino, con il maggiordomo che offriva champagne agli ospiti, lui ormai molto anziano che dipingeva in pubblico, e la moglie Mimì che gli reggeva la mano».

E Giorgio De Chirico?

«Divertente. Gli piaceva giocare, anche con le proprie opere. Magari non amava il tratto un po’ grossolano di un suo quadro giovanile e lo segnalava come un falso, e invece riconosceva un falso come autentico».

Palma Bucarelli?

«Bellissima e distaccata. Occhi di ghiaccio».

Piero Manzoni?

«Veniva da una famiglia importante, e se ne vergognava. Gli pesava anche l’omonimia con l’autore dei Promessi Sposi. Piero era timido, e per nasconderlo faceva il clown. Stava con Nanda Vigo, grande artista e agitatrice culturale, con cui litigava ferocemente, si inseguivano per la casa brandendo le forbici».

Le «Forbici» di Manzoni nascono da lì?

«Secondo me sì. In casa c’era un terribile odore di selvatico, perché Nanda teneva una volpe da compagnia. L’infelice animale si suicidò infilando la testa nella ringhiera del balcone».

Emilio Vedova?

«Sempre a far casino. Quando alla Fenice disegnò le scene di “Intolleranza”, musiche di Luigi Nono, gli spettatori esasperati lo bersagliarono di ortaggi, che lui accolse con un sorriso».

È vero che lei ha inventato il tratto distintivo della sua arte, la cancellatura, passando in tipografia un articolo di Comisso, e notando che i brani cancellati erano i migliori?

«Non è vero. Lo raccontavo per fare un po’ l’ufficio stampa di me stesso. Annunciai la morte della parola: Montale lo prese come un affronto personale, e si offese. In realtà cancellare la parola è un modo per renderla più potente. La cancellatura non distrugge; rivela, esalta. È un grido muto contro la morte. Ho anche temuto che potesse distruggere me».

Come si è salvato?

«Mi inventai che la mia arte fosse una forma di devozione alla Madonna. Ci credettero».

Alcune sue opere si intitolano «Dichiaro di non essere Emilio Isgrò».

«Mi sono ispirato a Ulisse, all’astuzia con cui inganna Polifemo. “Qual è il tuo nome?”. “Nessuno!”».

Lei fece pure causa per plagio a Roger Waters dei Pink Floyd.

«E la vinsi. Aveva una cancellatura sulla copertina del disco. Il giudice ne bloccò la vendita».

Dal 1981 sta con sua moglie, Scilla.

«Era la prima donna che mi piacesse davvero in vita mia. Mi sentivo ansioso, e per non scaricarle addosso la mia ansia la evitavo. Fu lei a insistere per andare a prendere un caffè. Siamo ancora insieme».

La Meloni come la trova?

«Non sono un nazionalista, sono per un’Europa sempre più integrata. Ma vedo in lei un’energia, una forza».

La Schlein come la trova?

«Non la trovo. Non mi pare sincera, neppure quando dice cose giuste. Spero diventi più vera».

Com’è la Milano di oggi?

«Sempre viva. Anche se quest’anno sulla metro mi hanno borseggiato quattro volte...».

Quattro?

«Tre volte mi hanno rubato il portafoglio. La quarta volta avevo appena finito di rimproverare una signora che augurava la morte a tutti gli immigrati, quando uno di loro mi è sgattaiolato al fianco; ho cercato il telefonino in tasca, e non c’era più».

Oggi chi sono i grandi dell’arte? Pistoletto?

«È un generoso, uno che si dà, che non si risparmia».

Mimmo Paladino?

«Bravissimo pittore».

Maurizio Cattelan?

«Non può uscire da se stesso. È condannato a fare Cattelan; e per un artista è un bel problema».

A chi lascerà le sue opere?

«Ai milanesi. Non ho figli, e sto creando una Fondazione affinché questa mia casa diventi un museo».

Marco Morricone: «Papà Ennio ci vietava di ascoltare musica. Il suo auto necrologio per noi fu terrificante». Valerio Cappelli su Il Corriere della Sera il 26 Maggio 2023

Il figlio di Ennio Morricone: «Era un fuoriclasse, ma non si sentiva all’altezza. Componeva ovunque. Era tifosissimo della Roma: quando nel nostro palazzo abitava Spalletti, andò a bussargli alla porta per chiedergli di restare»

Suo padre è stato un mistero anche per lui. Suo padre si chiamava Ennio Morricone. Marco, classe 1957, è il primogenito che dagli Anni 80 si è preso cura di lui, lo accompagnava dappertutto. Gli altri figli sono Alessandra, dermatologa e nefrologa, Andrea, direttore d’orchestra, e Giovanni, regista. Ennio era un personaggio enigmatico, lo ricordano anche Gino Paoli e Caterina Caselli nello splendido documentario che Giuseppe Tornatore ha dedicato al grande compositore.

Marco, chi era suo padre?

«Un uomo pieno di contraddizioni che viveva in un mondo ancora tutto da scoprire. Profondamente creativo ma faceva un lavoro di scienza, perché la musica è anche matematica. Aveva un animo infantile abbinato a una quantità di studi infinita, rifiutava la melodia ma era un fuoriclasse della melodia».

Era presente a casa?

«Fisicamente sì, perché componeva, era concentrato sul lavoro. Io potevo fare tutto il casino che volevo, purché non ascoltassi dischi. Siamo cresciuti in assenza di musica (compresa la sua). Che era nella sua testa. E non voleva farsi influenzare».

Era un uomo ordinato?

«Era meticoloso. Si ritrovava nel suo disordine. In ogni angolo della casa aveva un taccuino con la penna per fermare una possibile idea. Gli intoccabili lo scrisse in bagno di notte, Sacco e Vanzetti sulla spiaggia al mare, Sostiene Pereira sulla scia di un corteo che manifestava sotto casa. Era terribilmente curioso».

Vi portava, a voi figli, al cinema, o sui set?

«Mai. Lui ci andava una volta l’anno, si vedeva tre film di seguito e stop. Quanto ai set, lo raggiunsi a Cinecittà per C’era una volta in America, ricordo Robert De Niro che dopo il ciak, truccato da vecchio, in pausa, mangiava tutto curvo, continuava a fingersi vecchio. Quel film lo girarono con la musica di papà sotto, il tema di Deborah e gli altri».

Il suo studio, con premi e spartiti, era chiuso a chiave. E lui viveva solo con la sua amatissima Maria...

«Diceva che quando io prestavo i suoi dischi, i miei amici non li restituivano. Ma erano episodi di quarant’anni prima! Papà era fatto così».

Lo scandalo all’Oscar che gli fu negato per Mission?

«Vinse Round Midnight che, contro il regolamento, non aveva tutta musica originale. Papà ci disse che non gli importava: in realtà gli importava eccome, era uno dei suoi tanti conflitti interiori. Il primo dei due Oscar, quello alla carriera, fu un risarcimento».

La storia dell’auto necrologio fece il giro del mondo.

«Ce lo consegnò il giorno prima di morire. Fu una cosa terrificante, in tre parole, ho fatto tutto, c’era la sensazione che volesse dirci: lasciatemi in pace, voglio andare via. Ho fatto tutto, nel lavoro e nella vita. Reagii, ma cosa stai dicendo? Papà rimase impassibile. Eravamo in ospedale, io, mio fratello Giovanni e mamma. La vita che loro due hanno fatto insieme è stata meravigliosa, lui le ha dedicato gli Oscar e la sua unica Messa. Dopo la sua morte mamma ci ha detto: d’ora in poi consideratemi come una vedova siciliana. Non voglio più apparire. L’arrivo al Campus Bio-Medico fu incredibile».

Può raccontarlo?

«Come ogni domenica, era a pranzo da me. Nel pomeriggio mi chiamò mamma: corri, papà è caduto. Si lamentava del dolore. Arrivò l’ambulanza ma davanti a casa cadde un enorme ramo di un pino che ci divise a metà, davanti c’eravamo io e papà, dietro mamma e mia moglie Monica. Fu come un presagio. Non potevo nemmeno aprire il garage, il figlio di Walter Chiari, nostro vicino, mi prestò l’auto».

Ennio diceva di convivere con due anime.

«Erano varie e contrarie a sé stesse. Ma anche nelle colonne sonore metteva piccole idee nascoste della sua formazione classica, Palestrina, Frescobaldi, Bach, Stravinskij. Mamma vigilava sul suo talento, era la prima a sentire le sue musiche e solo quando lei le approvava, col suo orecchio raffinato ma popolare, procedeva. Fu molto buffo il trasloco, quando dal centro si trasferirono all’Eur nel palazzo dove già abitavo io. Papà mise mamma di fronte al fatto compiuto, si presentò con buste e cartoni, e una cartella con alcuni spartiti».

Era tifoso della Roma.

«E nel nostro palazzo abitava Spalletti, che all’epoca l’allenava. Era un periodo di tensione tra lui e la società. Papà andò a bussargli alla porta, gli disse che doveva restare, che solo con lui la squadra poteva vincere. Ma lui se ne andò».

Il mondo accademico gli fu ostile per l’aspetto commerciale delle colonne sonore, riconobbe il suo talento tardivamente.

«In una lettera Boris Porena gli chiese scusa e Goffredo Petrassi, suo maestro, disse che un tema come quello di Deborah non poteva essere stato scritto da un artista che non ami e studi la musica. Il suo rapporto con Petrassi meriterebbe un film. Papà lo rispettò sempre. Dopo che John Huston, il grande regista, per La Bibbia rinunciò a Petrassi dicendo che aveva scritto musica troppo difficile, andò dal suo allievo, mio padre. Ci fu imbarazzo. A Santa Cecilia papà venne nominato accademico solo a 69 anni, lui non si sentiva quasi all’altezza».

A un certo punto diventò direttore d’orchestra.

«Negli Anni 80, ma dirigeva solo musiche sue. Ricordo il primo concerto sul podio, a Londra, dietro le quinte mi chiedeva, ma ci sarà gente? Era strapiena la sala. Faceva parte della sua umiltà, non ha mai inseguito il successo».

L’ha mai visto piangere?

«Due sole volte, quando morì la mamma di mamma, con cui papà litigava spesso sulla nostra educazione (lui era esigente, austero, severo) ma la recuperò in punta di morte. Poi pianse prima di un concerto nello stadio di San Paolo, in Brasile: ci portarono alla scuola di musica di una favela, c’era solo lo scheletro dell’edificio, i ragazzini suonavano e non c’erano nemmeno le finestre. Una scena commovente. Papà li volle in apertura del suo concerto».

Come nacque il rapporto con Tornatore?

«Io lo chiamo il mio fratello illegittimo. Nuovo Cinema Paradiso non voleva farlo, gli chiese: ma lei vuole musica folcloristica siciliana? Rispose no. E papà, allora, accettò».

La musica di suo padre buca la pancia.

«Non voleva più scriverla, a casa non suonava più il piano. La penultima musica fu quella per la sua commedia, Valerio, in nome della vostra antica amicizia; l’ultima fu per la ricostruzione del ponte Morandi a Genova. All’inizio disse no, poi vide sul ponte le 43 luci, una per ogni vittima, e la compose in sei ore».

Tarantino, per il quale vinse il secondo Oscar, lo definisce il Mozart del ’900.

«Papà diceva che la risposta l’avrebbe data il tempo. È stato un rivoluzionario, prima di lui la colonna sonora accompagnava i film, mentre le musiche di papà vivono senza immagini. A Larissa, in Grecia, hanno il suo culto, le strade sono tappezzate di murales col suo volto. Io ho goduto dei suoi insegnamenti fino all’ultimo. Ma non parlava: dava l’esempio col suo comportamento. Il primo è stato l’etica e il rispetto del prossimo. Noi familiari siamo solo il corollario del suo genio. A mia figlia Valentina che suonava il piano disse: studi 12 ore al giorno? No? Allora lascia stare».

Ennio si svegliava all’alba.

«Prima dell’alba, alle quattro. Per un’ora camminava intorno al salone e alla camera da pranzo, poi faceva una strana ginnastica. Era anti tecnologico. Usava il fax, il numero fisso, il computer non sapeva accenderlo, la musica la scriveva a penna. Cosa mi manca di più? I suoi silenzi».

C’era una volta Ennio Morricone.   Culturaidentità.it il 10 Novembre 2021. Oggi avrebbe compiuto 93 anni. Un anno fa ci lasciava Ennio Morricone. Lo ricordiamo con questo tributo di Manuel Fondato (Redazione) 

Scena uno: Roma, 1937-una terza elementare di Trastevere è in posa per la foto di classe che suggella la fine dell’anno scolastico. I bambini, tutti maschi, sono ben pettinati e ordinati nei loro grembiulini azzurri con fiocco bianco.

Nella fila in alto; partendo da sinistra, Sergio è il secondo, Ennio il quarto. Tra loro si frappone un compagno di classe.

Ennio è nato a Roma ma la sua famiglia è originaria di Arpino in provincia di Frosinone. Il padre Mario è un trombettista che lavora con diverse orchestre, mentre la madre Libera ha una piccola industria tessile. Anche Ennio ama la musica e inizierà presto a suonare la tromba. Con Sergio ha un normalissimo rapporto tra compagni di classe, non strettissimo ma cordiale, terminato il ciclo delle elementari i due prendono strade diverse e si perdono di vista.

Scena due: Siamo sempre a Roma, nel 1964. Sono passati quasi trent’anni dalla foto di fine anno della terza elementare di Trastevere. Ennio si è sposato con Maria dalla quale aspetta il terzo figlio, si è diplomato come trombettista al Conservatorio di Santa Cecilia e, come il padre, ha iniziato ad esibirsi in varie orchestre della capitale. A inizio degli anni’60 ha arrangiato dei brani che sono diventati degli enormi successi, riproposti dalle radio e cantati a squarciagola dalla gente, come sinonimo di estate e spensieratezza: Pinne, fucile, occhiali, Guarda come dondolo e Abbronzatissima di Edoardo Vianello e Sapore di Sale di Gino Paoli.

Un pomeriggio ha appuntamento a casa sua con un regista emergente, che nel 1961 ha esordito dietro la macchina da presa con Il colosso di Rodi e vorrebbe affidargli la colonna sonora del suo prossimo film. Ennio quando si trova davanti quel corpulento uomo dalla folta barba, scorge in un movimento del labbro inferiore qualcosa familiare, qualcosa del suo ex compagno delle elementari Sergio.

Non può tenersi quel dubbio e gli domanda a bruciapelo:“Ma tu sei Leone delle elementari?” ricevendo la risposta: “E tu Morricone che veniva con me a Viale Trastevere?”.

I due si riabbracciano, Ennio tira fuori quella vecchia foto di trent’anni prima ormai impolverata. Una cena a Trastevere è il giusto coronamento di un pomeriggio passato in compagnia di nostalgia e ricordi. Sergio parla a Ennio di un film del maestro giapponese Akira Kurosawa La sfida dei Samurai, invitandolo a vederlo.

Da questa pellicola ha in mente di mutuare la struttura aggiungendovi ironia, acidità e durezza per creare un nuovo genere di film western.

Ha già in mente il titolo”Il magnifico straniero” e una colonna sonora che ricordi il Deguello (pronuncia Degueio) un canto funebre messicano che il regista aveva ascoltato e apprezzato nei film Un dollaro d’onore e La battaglia di Alamo.

Il 12 settembre di quel 1964 il progetto vede la luce nelle sale cinematografiche. Non si chiama più Il magnifico straniero ma Per un pugno di dollari.

Ennio, non troppo d’accordo con la scelta del Deguello ha risolto riutilizzando una sua vecchia ninna nanna, scritta per uno spettacolo teatrale, suonata con una tromba. Il risultato è un pezzo musicale memorabile, che contribuirà non poco al successo del film e all’inaugurazione di un nuovo filone cinematografico destinato a entrare nella storia: gli spaghetti western.

Scena tre: siamo a Los Angeles, il 26 febbraio 2016.

Sergio Leone non c’è più da molti anni, è scomparso improvvisamente il 30 aprile 1989, lasciando un’impronta indelebile nella storia del cinema. Tra i registi contemporanei chi più si è abbeverato alla sua filmografia, prendendone spunti e omaggi è Quentin Tarantino, vero e proprio cultore di Leone e degli spaghetti western. Per il suo omaggio a questo genere, The Hateful eight, ha voluto affidare la colonna sonora a Ennio Morricone, ancora in piena attività ad 87 anni compiuti.

Per 20 anni: dal 1964 con Per un pugno di dollari al 1984 con C’era una volta in America, ha accompagnato con le sue musiche l’intera produzione del maestro Leone.

La sua colonna sonora per Tarantino rinverdisce il filone degli spaghetti western che ormai nessuno realizza più da molti anni. Viene premiato con l’Oscar, il suo secondo, dopo quello alla carriera del 2007, ma il primo per una colonna sonora, dopo 5 nomination in film come La palma nel cielo, Mission, Gli Intoccabili, vince anche un Golden Globe e un BAFTA.

Sempre il 26 febbraio, gli viene attribuita la stella numero 2574 nella celebre Hollywood Walk of Fame.

Ennio Morricone, l’intervista inedita: «Una bocciatura mi cambiò la vita. Le tre canzoni italiane più belle, secondo me». Walter Veltroni Online su Il Corriere della Sera il 9 gennaio 2023.

I ricordi del grande compositore, scomparso nel 2020 «Il primo western? Leone pensava che avessi copiato». «Lo scontro con Zeffirelli? Voleva inserire un pezzo di un americano. Io gli dissi: “La musica del film è mia, non ci sto”. Diedi indietro i soldi»

Otto anni fa trascorsi ore con Ennio Morricone. Dovevamo fare una conversazione per un programma di Rai Tre sulla storia della Rca. Fu una giornata bellissima. L’atmosfera di quelle ore, nella sua casa, l’ho ritrovata nel meraviglioso film che Giuseppe Tornatore, suo amico vero, gli ha dedicato con tanto amore. L’amore che Ennio meritava. Le righe che seguono sono la fedele trascrizione delle parole di Ennio, uno dei geni della cultura italiana.

«Ero ancora studente di composizione con Goffredo Petrassi e mi vennero delle proposte di fare arrangiamenti. Scoprii che Tommasini, un contrabbassista dell’orchestra della Rai che conosceva mio padre, aveva cominciato a dire in giro che ero bravissimo. Sapeva che studiavo da Petrassi e quindi secondo lui ero, per definizione, un bravissimo arrangiatore, quindi un bravo musicista. La Rca stava andando male, mi chiamò per fare gli arrangiamenti delle due facciate di un 45 giri. Un pezzo era di Gianni Meccia “Il barattolo”. Presi quattro elementi: la chitarra, il contrabbasso, la batteria, l’organo Hammond. «Rotola, rotola, rotola», erano le parole di Gianni. Mi venne l’idea di mettere un barattolo che rotolava. Fummo sfortunatissimi: feci preparare una specie di piano inclinato con dei chiodi e misi un barattolo che scendeva. Ma non faceva il rumore che serviva, per niente. Ne feci fare un’altra, sempre dall’Rca, con gli stessi chiodi, ma con dei sassi. Niente, allora mi decisi, presi il barattolo col microfono e lo battei per terra: ton, ton, ton, ton, ton, rallentando, diminuendo il ritmo quando il barattolo si fermava. Il disco risollevò le sorti della Rca».

La prima volta che entrasti a via Tiburtina?

«Sì mi ricordo benissimo quando andai a parlare con Micocci che mi offrì di lavorare per l’Rca offrendomi il due per cento sulla vendita dei dischi. Ovviamente accettai, in quel periodo mi ero appena sposato e non ero economicamente tranquillo. Sobbalzavo ad ogni telefonata che squillava a casa perché speravo sempre che mi proponessero di fare arrangiamenti. Intanto, al conservatorio, lavoravo con Petrassi, scrivevo per Petrassi, per la sua classe di alta composizione e quindi vivevo una doppia dimensione. Avevo suonato con la tromba in un’orchestra, quindi capivo cosa era la musica leggera, ma dalla formazione con Petrassi avevo tratto l’idea dell’autonomia della composizione, non mi piaceva che solo la melodia, bella o meno bella, comandasse. L’arrangiamento doveva avere una propria identità e forza».

Quindi con «Il barattolo» cominciasti ad andare bene. Quanto vendette?

«Non lo so, non l’ho mai saputo, ho ricevuto delle royalties... Invece fu incredibile quando scrissi l’arrangiamento per Paul Anka che andò a Sanremo e riuscì a vendere un milione e mezzo di copie del 45 giri».

Ricordi l’introduzione di «Ogni volta»?

«Se vuoi te la canto. Feci una brevissima introduzione, in genere la faccio lunga, perché è anche una maniera di esporre le idee che venivano all’interno degli arrangiamenti. No, questa era brevissima, fulminante. E lui partiva. Semplicissima, ma breve e anche molto dinamica, piena di energia».

C’è un’altra di queste introduzioni che tu ricordi con particolare nostalgia? Non so «Abbronzatissima»...

«“Abbronzatissima” di Vianello. Io già queste sillabe così le avevo già scritte per lui che doveva cantarle in uno spettacolo di Luciano Salce. Composi un pezzo dove aveva questo salto di ottava con la voce e lui lo fece benissimo in teatro. Poi, influenzato da questo, lui scrisse “Abbronzatissima”. Volevo che ognuno avesse una propria, originale, collocazione stilistica. Volevo sempre far notare che io ero un compositore. Ricordo un arrangiamento per “Voce ‘E Notte” di Miranda Martino. Cominciava e continuava con l’idea dell’adagio del Chiaro di luna di Beethoven. Poi lei partiva con la melodia, però l’accompagnamento beethoveniano rimaneva. Facendo così questo mestiere, questa professione un po’ bassa rispetto alle mie speranze di studente di composizione, pensavo di riscattarmi un po’. Aver studiato composizione con Petrassi e poi essersi ritrovati a fare arrangiamenti... Salce mi chiamò proprio perché facevo gli arrangiamenti per l’Rca. La mia fama di arrangiatore prese il sopravvento su quella del compositore di musica classica. Quindi io ero snobbato un po’ sia da quelli della musica classica, che dagli arrangiatori tout court. Ero poco per i primi e troppo per i secondi».

E invece ha funzionato proprio questo.

«Ha funzionato, sì».

Morandi?

«Gianni era ancora piccolino, aveva sedici anni. Fu affidato a me e io ho cominciato gli arrangiamenti per lui con molta timidezza, non solo perché avevo un ragazzino che bisognava portare al successo, ma perché dovevo tornare indietro sulle mie presunzioni e convergere sulla prevalenza della ritmica. Una volta fui chiamato nell’ufficio di Melis, il capo Rca, che aveva sul tavolo una pila di dischi americani. Me ne fece sentire alcuni dove c’erano botti con la batteria, quasi tutti erano così».

Morandi ti dava del lei?

«Non me lo ricordo, forse sì o forse no, non lo so. Aveva due produttori, Bruno Zambrini e Franco Migliacci. Era un ragazzino e stava sempre zitto, i produttori dicevano quello che si doveva fare. “Allora mi raccomando, la ritmica”, pure loro. Tenevo conto di quello che dicevano. Però i primi tempi furono dei prodotti molto semplici, messi anche in un film di Fizzarotti dove c’era proprio Morandi come protagonista. Pezzi tipo “Go-kart Twist”, non tra le mie composizioni più brillanti, poi “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” altro arrangiamento semplice. Poi cominciarono i brani con l’orchestra, che diedero maggiore rilievo a Morandi sul mercato. L’ultimo arrangiamento che ho fatto per lui era “C’era un ragazzo che couna me me amava i Beatles e i Rolling Stones”. Testo, musica e melodia bellissimi. Fu l’ultimo arrangiamento per l’Rca, poi andai via».

«Sapore di sale» come la ricordi?

«Scrissi un arrangiamento molto semplice, anche banale, ma rispondente al tono del pezzo e al clima di quegli anni. Fece effetto e forse aiutò il successo meritato di Gino Paoli. Uno degli arrangiamenti migliori in Rca fu per Jimmy Fontana. Il pezzo, famosissimo, era “Il Mondo”. Feci un esperimento: scrissi la parte iniziale dell’arrangiamento in una tonalità diversa da quella del pezzo. Il brano aveva un’espansione sonora importante che aiutò il suo successo».

Le canzoni italiane più belle?

«Mi piace molto quella di Endrigo “Io che amo solo te” e quella di Paoli “Senza fine”: due pezzi molto importanti. Non posso dimenticare certamente il grande successo di Modugno a Sanremo col suo “Volare”. Quando ascoltai quel pezzo, non a Sanremo, a casa, mi sembrò che si fosse aperta una porta importantissima nel mondo della canzone».

Quando cominci a scrivere film?

«Il primo fu nel 1961, “Il Federale” di Luciano Salce. I primi anni feci soltanto film suoi. Il secondo era “La voglia matta”, il debutto di Catherine Spaak. Il lavoro nel cinema è divertente, ma difficile. Molti registi, non Giuseppe Tornatore che ha una vasta conoscenza, mi chiedevano di scrivere musiche per i loro film, ma non avevano la cultura musicale per capire e quindi io finivo con lo scontrarmi. Perché il problema del compositore del cinema è quello di essere trino: per il pubblico, per il regista che deve capire per primo, e poi per la dignità di sé stessi: non puoi fare cose che non ti piacciono».

Poi tu incontri un tuo vecchio compagno delle elementari, Sergio Leone...

«Mi chiamò perché aveva sentito le musiche di due miei film, un western italiano di Caiano e un altro spagnolo. Mi chiese di fare la colonna sonora per “Per un pugno di dollari”. Misi il fischio, il marranzano, la frusta, l’incudine e tanti altri suoni. In ‘Un pugno di dollari’ ci fu un problema quando in moviola il montatore, nel duello finale tra Volonté e Clint Eastwood, collocò un pezzo di tromba tratto da un film americano. Io dissi “Sergio, ti piace questa musica?”. “Sì, ci sta bene”. “Allora non faccio il film perché, se sulla scena madre del film, io devo rinunciare al pezzo più importante, io non lo faccio”. Sergio mi disse “Allora fa quello che ti pare, però la tromba deve suonare”. “Va bene, la tromba deve suonare”. Presi un pezzo che avevo scritto molti anni prima per la televisione, per i “Drammi marini” di O’Neill, e lo misi nel film di Sergio. Il pezzo andò bene, piacque a Leone. Lui fu soddisfatto, ma era convinto che avessi copiato. Tanti anni dopo gli dissi: “Guarda che ho preso un pezzo che avevo scritto anni prima” “Che cavolo dici!”. Sergio mi disse “Per favore, fammi ascoltare sempre i pezzi che non hai usato o che hanno scartato gli altri registi. Fammi sentire gli scarti. Perché tanto i registi non capiscono niente di musica”».

Ti capitò anche con Zeffirelli, no?

«Fu divertente. Andai in America per fare questo film e parlai con Zeffirelli. Sono stato otto giorni a scrivere perché lui tardò all’appuntamento, in albergo composi un pezzo. Quando arrivò, gli feci sentire quello che avevo scritto, gli piacque molto e ci mettemmo al montaggio. Però arrivato in moviola ad analizzare il brano, disse: “Qua ci mettiamo un pezzo di un cantante americano”. “Scusa, la musica del film è mia, non ci sto”. Vado dal produttore e dico che rinuncio. Avevo firmato il contratto e gli diedi indietro anche i soldi. La melodia che avevo scritto per quel film era il “Tema di Deborah” che Sergio Leone ha usato in “C’era una volta in America”».

Come ti venne in mente di usare lo scacciapensieri in un film western?

«Volevo strumenti non usati, non ho pensato che il film raccontasse solo l’America. Le percussioni, i suoni che sceglievo erano di tutto il mondo, perché lo scacciapensieri esiste anche in Corea, è solo un po’ più grande. Pensai di dare una caratteristica diversa, unica per quel film e adoperai strumenti che non si usavano mai. Andò bene, piacque a Sergio, la frusta, i cavalli...».

E il fischio?

«Non ricordo se l’idea del fischio fu mia o di Sergio. Forse mi suggerì “Il tema fallo fare al fischio”. Il fischiatore fu Alessandroni che fischiava benissimo. Anche in “Per qualche dollaro in più”. Abbiamo continuato su quella linea, mi sono imitato nella ricerca di quegli strumenti strani, però la musica finiva col rassomigliarsi. Per “Il buono, il brutto, il cattivo” Sergio mi disse “Continua così”. “Scusa Sergio, ma non si può andare avanti così per tutta la vita, bisogna cambiare”. Mi disse: “Fai un po’ te”. Quel film secondo me è il più bello che lui abbia fatto. Io cambiai un po’ e, insomma, la musica di quel film è al secondo posto nella classifica americana della musica da film del Novecento. Al primo c’è quella di Williams per “Guerre Stellari”».

Sei tornato a fare un film western con Tarantino.

«Sì ma non l’ho trattato come un film western, quando sentirai le musiche ti accorgerai. Non ho fatto un film western, lui non me lo ha chiesto. Mi ha raccontato questa strana cosa della diligenza sulla neve. Mentre scrivevo telefonai in America per sapere quanto durava la scena della neve, la risposta fu “da venti a quaranta minuti”. Da venti a quaranta minuti, che faccio? Ho scritto ventisei minuti di musica e quelli sono andati nel film. Quando Tarantino è venuto a Praga sembrava fosse davvero contento. Però io ero molto in ansia, come sempre, per il parere del regista, perché il regista, si sa, è volubile. So che ha messo ventisei minuti di musica. In altre sue opere ha usato anche musiche di altri film miei».

Come è stato lavorare con Pasolini in «Uccellacci e uccellini»?

«L’incontro tra Pasolini, me e Enzo Ocone che era il direttore di produzione fu in qualche maniera drammatico. Lui mi portò una lista delle musiche che avrei dovuto adoperare nel film. Io dissi “Scusi io scrivo musica, non posso fare quella degli altri, ha sbagliato a chiamare me”. Lui rispose subito: “Faccia quello che vuole”. Io ho fatto quello che volevo, però Pasolini mi disse anche “Mi devi fare un favore, mi devi mettere una citazione da un tema di Mozart”. Lui mi indicò anche la scena e con un piffero feci questa citazione. Lui ebbe poi una bellissima idea: i titoli di testa cantati, unico caso al mondo. Li fece eseguire da Domenico Modugno. Pasolini scrisse il testo, i nomi con rime collegate, io la musica. Era un arrangiamento molto vario perché, secondo quello che diceva il testo, cambiai le orchestrazioni, come per giocare. Dopo che Modugno ha cantato il mio nome come autore delle musiche ho messo persino delle risate. Poi fischietti, il soprano che fa dei gorgheggi, tutto scherzoso e divertente».

Prima ti sei commosso dicendo «compositore». Perché?

«Come fai ad essertene accorto? Sai, è un problema per me, lo è sempre stato. Come compositore ho scritto anche cose non cinematografiche, varie cantate, pezzi di orchestra, pezzi di coro, più di cento composizioni. Quindi il fatto che io sia considerato ancora un compositore esclusivamente nel cinema mi disturba un po’, perché mi è rimasto l’orgoglio che mi veniva dalla classe di Petrassi e da Petrassi stesso. Petrassi, il giorno dell’esame in Conservatorio, mentre lo accompagnavo a casa mi disse: “Non prendere nessun impegno per due anni, perché allora avrai una sorpresa che io ti procurerò. Sorpresa che non c’è stata, perché lui venne a sapere che facevo gli arrangiamenti. Forse è stato un bene: voleva mettermi in un Conservatorio ad insegnare composizione. Io poi feci il concorso per diventare direttore del Conservatorio di Sassari. Mi bocciarono, arrivai quarto. Fu la mia fortuna».

Le sconfitte nella vita ogni tanto sono benefiche...

«Vero. Comunque questa cosa di sentirmi solo compositore del cinema mi ha pesato. Invece sono anche l’altro, il compositore che voleva Petrassi. Adesso questa impressione sta scomparendo un pochino, la mia musica è eseguita, ma ancora poco, La mia commozione era anche per questo».

Invece tu sei autore di musiche da film, autore di arrangiamenti, autore di musica popolare, compositore di musica, quella che hai imparato con Petrassi. Sei la musica, tutta.

«Io ho cominciato suonando la tromba, e così ho cominciato a fare gli arrangiamenti per la radio. Poi mentre facevo gli arrangiamenti per la radio li ho fatti per la televisione. Poi dopo la televisione mi hanno chiamato per i film, poi ho cominciato, l’avevo lasciata, a scrivere la musica cosiddetta assoluta, non la scrivevo da anni. È questa la storia della mia vita».

Dario Salvatori per Dagospia il 2 maggio 2022.

Soltanto alla fine dello scorso anno, Mimma Gaspari, discografica di lungo corso, ha trovato il tempo e il coraggio di “vuotare il sacco”, di tutto ciò che ha vissuto, favorito, trasformato nel cosiddetto rutilante mondo della musica. Oggi che non rutila più è forse tempo di bilanci, e lei li ha fatti nel suo libro “La musica è cambiata?”, prendendo una posizione che non ti aspetti. 

Dall’alto delle sue cinque decadi trascorse nel mondo del vinile, avrebbe potuto, con qualche titolo, assumere un tono moralistico, sussiegoso , della serie “oggi io questa musica non la capisco”, invece è andata a prendere di petto Achille Lauro, Marracash, Salmo, Gemitaiz, principalmente rappers con tante derive. Le sorprese sono arrivate. Sorprese che continuano a stupire. Per esempio il suo rapporto con Ennio Morricone. Il mondo del Maestro è stato invalicabile e friabile.

Nella sua logica esiste il “rumore” e i “rumors”. Venivano considerati rumori quelli prodotti dal gruppo Nuova Consonanza, ovvero una formazione d’avanguardia, ad alto tasso solistico e musicologico, messa in piedi da Franco Evangelisti e lo stesso Morricone, a cui nel tempo si sono aggiunti Egisto Macchi, Domenico Guaccero, Giancarlo Schiaffini e tanti altri. 

Il loro genere? Quello che passa per musica “contemporanea”, ovvero la musica classica del Novecento. Si andava ad ascoltare Nuova Consonanza al Beat 72, teatro d’avanguardia romano frutto della tenacia di Ulisse Benedetti e Simone Carella, e laggiù, nell’antro già di Carmelo Bene e Memè Perlini, si officiava un rito per pochi, al buio, con Morricone alla tromba, nelle ultime file. Il Maestro e i suoi amici ci istruivano su dove andava la musica: sonorità mutuate dai rumori, da quel minimalismo che ha lasciato profonde tracce nella musica rock, pop e dance.

Si entrava in un labirinto per pochi beneficiari appassionati lontani come atteggiamento da tutti coloro che si sforzavano di porsi come giudici in fatto di stile. In quella cantina si dettavano altre leggi: si proponeva avanguardia, flussi migratori e profonde trasformazioni sociali che rimodellarono il contesto in cui si svolgeva l’attività musicale. Il manifesto della musica contemporanea. Poi arrivò Fabio Fazio. 

Nell’ultimo Festival di Sanremo del secolo scorso, quello del 1999, il conduttore pronunciò a sproposito e sciaguratamente la frase: “Questo sarà un Sanremo di musica contemporanea”. E’ ovvio che non voleva dire nulla, però i suoi successori, ancora oggi, dopo più di vent’anni, continuano a dire “questo sarà un Sanremo di musica contemporanea”. 

Cambia il conduttore ma l’equivoco resiste. Così è andata. Per fortuna Alex Ross, critico musicale del “New Yorker”, pubblicò nel 2007 “The rest is noise” (in Italia il letterale “Il resto è rumore”). Questi i rumori. Poi ci sono i “rumors”, ovvero i pettegolezzi, che il Maestro non ha mai favorito.

Ma la notorietà internazionale può essere ingorda. Per esempio titolando con enfasi che la sua penultima casa, attico su due piani di mille metri quadrati, è nelle mani di Christie, con un prezzo di partenza di dodici milioni di euro. 

Ma torniamo a Mimma Gaspari: “Io sono arrivata alla Rca, la famosa casa discografica di via Tiburtina, nel 1966, in qualità di promoter, radio, tv , ufficio stampa, autrice di testi…e un po’ anche psicologa…”. 

Lei è bolognese ma la prima assunzione importante arrivò da Milano, le mitiche Messaggerie Musicali Italiane… “Fu grazie a Renzo Arbore e Gianni Boncompagni e a Teddy Reno e alle loro  affettuose  insistenze che si accorse di me la direzione della Rca, Ennio Melis, Giuseppe Ornato.” Quando incontrò per la prima volta Ennio Morricone?

“Al mitico bar della Rca, baristi deliziosi Gino e Mario. Lo incontrai lì. Una delle persone che non dimenticherò mai. Nonostante la sua smisurata intelligenza musicale, la capacità di entrare nel mood di ogni film, di essere poi garanzia di successo di ogni pellicola, era un gigante adorabile e modesto.” 

Uno che non se la tirava, insomma. “Per niente. Mi lodò per il mio  testo di –Exodus-, che mi era stato commissionato da Ladislao Sugar in persona. L’interpretazione di Nico Fidenco vendette 600.000 mila copie e Morricone mi chiese carinamente di scrivere una canzone per il suo ultimo film.” Qual era il film? 

“Siamo ancora in piena trilogia del dollaro: -Per qualche dollaro in più- . Scrissi un testo basandomi sulla trama e sulla voce di Maurizio Graf, all’epoca, 1966, era il cantante specializzato in western. Il brano era "Occhio per occhio". La canzone aveva una metrica difficile. Per me, giovanissima, fu un onore. E’ ancora su You Tube!. 

E il Morricone privato? “Sua moglie Maria è stata molto importante per lui e l’ha seguito con intelligenza per tutta la vita. A lei Ennio dedicò l’Oscar alla carriera.” Per lui era una fatica viaggiare? 

“Un pò si, perché interrompeva la sua giornata. La sveglia all’alba, qualche chiacchiera telefonica con gli amici tifosi della Roma. Un giorno lo incontrai e mi disse: "Devo andare a Los Angeles". "Tutti noi sapevamo cosa doveva succedere. Quando si dice la modestia”

Alla Rca c’erano due grandissimi arrangiatori e futuri Oscar, Morricone e Luis Bacalov, che a quell’epoca firmava anche come Bacalov. Rivalità?

“Non troppe. Ricordo la mitica discussione con Franco Migliacci, il paroliere di Gianni Morandi, che voleva un attacco più forte per "In ginocchio da te". Lui non era d’accordo, ma lo corresse e poi disse. "Tenetevi questa cagata". Fu un successo da oltre un milione di copie.” Aveva sempre gli stessi musicisti, soprattutto la sezione ritmica e i solisti a cui affidare l’assolo… 

“Vero. Ricordo l’arrangiamento per “Il barattolo”, costruito con vari pezzi di legno e vari chiodi. Ogni tanto, sempre al bar della Rca mi faceva vedere dei ferretti che gli servivano per certi suoni.” Perché amava la cosiddetta musica concreta, pura avanguardia….“Certo. Pure troppo. Una volta per  avere  “effetto d’acqua” allagò uno studio…”

Le manca? “Tanto. Ovviamente a tanti. A tutta la famiglia e ai milioni di appassionati. Diceva che ero intelligente! Mi sembrava impossibile. Io lo stimavo tantissimo e gli volevo bene.” 

All'asta la casa romana di Ennio Morricone con affaccio su piazza Venezia. Prezzo di partenza: 12 milioni di euro. Francesco Fredella su Il Tempo il 13 aprile 2022.

Una dimora da sogno, che pochi (forse possiamo contarli su una mano) possono permettersi. Si tratta della casa di Ennio Morricone, l'indimenticabile compositore morto nel 2020. La sua abitazione è stata messa all'asta, prezzo base: 12 milioni di euro. Si tratta dell'attico a due passi dal Campidoglio, con affaccio su piazza Venezia, dove il compositore ha vissuto fino a poco prima di trasferirsi all'Eur. L'annuncio della vendita è stato pubblicato on line della casa d'aste Christie's. 

"Christie's International Real Estate Roma Exclusive - si legge nell'annuncio della casa d'aste londinese - propone in vendita in uno dei punti più panoramici del centro storico di Roma, a pochi passi da piazza Venezia e dal Campidoglio, attico su due livelli, unico nel suo genere, di 1.000 mq". Quella casa, piena di opere d'arte, ha un valore unico. "L'immobile - si legge nell'annuncio - ornato da numerose sculture e manufatti dell'antica Roma, è servito da portineria h24, con moderno ascensore fino al piano e dispone di un cortile dove sono presenti due comodi posti auto relativi all'immobile oggetto di vendita". 

Due livelli, tre ingressi. Al piano inferiore c'è il salone con soffitti alti 5 metri e vista mozzafiato sull'Altare della Patria mentre al secondo piano, oltre alla sala da pranzo, ci sono cucina, 4 camere e 4 bagni. All'ultimo piano, invece, altri 4 saloni e un terrazzo con una panoramica sull'Altare della Patria.

Lorenzo D' Albergo per “la Repubblica” il 22 marzo 2022.

«Quando noi, quattro figli, siamo stati convocati in Campidoglio dopo la scomparsa di nostro padre e l'ex sindaca Virginia Raggi ci ha chiesto di dare il suo nome all'Auditorium, non siamo stati felici. Di più». Nella memoria del figlio di Ennio Morricone, Giovanni, è scolpito ogni ricordo legato al padre. I successi e le delusioni. I premi, gli Oscar e i riconoscimenti postumi. Il racconto della vita del genitore, del suo mito, è appassionato. 

Ma la narrazione di Giovanni, regista e sceneggiatore, ora al lavoro a New York, si blocca quando all'orizzonte si staglia il Parco della Musica di Roma: «Papà non avrebbe nemmeno mai potuto sognarne l'intitolazione. 

Ma quando abbiamo visto la targa che gli hanno dedicato, il modo in cui è stata realizzata, e l'assenza del suo nome sul sito dell'Auditorium... in famiglia si è risvegliato un sentimento di dispiacere». Come raccontato ieri da Repubblica, sulla vetrina virtuale dell'Auditorium non c'è traccia dell'intitolazione a Morricone.

E la targa non tiene fede a quanto specificato nella delibera con cui il Comune ne ha deciso l'apposizione. Cosa avete pensato quando avete visto l'incisione della targa? «Ha un titolo ("Auditorium - Parco della Musica", ndr ) mentre il nome di mio padre è ridotto a un sottotitolo. Lo stesso non è mai indicato online. È come se la sala Sinopoli si chiamasse "sala grande", con il nome del maestro ridotto a sottotitolo. Non è così». 

Il docufilm di Giuseppe Tornatore racconta la sofferenza di suo padre per il mancato riconoscimento da parte dell'accademia del suo lavoro per il cinema.

«Ciò che si vede in Ennio è la verità. C'è stata una resistenza storica nei confronti di papà. Oltre alle colonne sonore per il cinema, che non credo siano un prodotto di secondo livello, ha composto più di 100 brani di musica assoluta». 

Che rapporto aveva con l'Accademia di Santa Cecilia?

«Mio padre negli anni ha lavorato gratis per Santa Cecilia e ha riempito sempre il teatro con i suoi concerti. Sono fatti».

Resta il nodo della cura della memoria.

«Indro Montanelli diceva che questo è un Paese senza memoria. Dovrebbe esserci un interesse da parte delle istituzioni a ricordare chi ha regalato alla comunità un motivo di orgoglio. Non si tratta di nome o di status. Ma, nel caso di mio padre, della dignità della sua musica. La sua è una storia di umiltà, ha lavorato da quando aveva 14 anni. È stato un esempio, può esserlo ancora per i giovani». 

Come?

«Stiamo parlando con il Comune per organizzare un evento in suo ricordo. A patto che il Covid ce lo permetta». 

E l'Auditorium? In che rapporti siete dopo la vicenda della targa?

«Subito dopo la morte di papà c'è stato un concerto fuori programma. Si era anche parlato di un'esibizione discussa con nostro padre prima che morisse. Non si è più fatta. Poi c'era stata una richiesta da parte del ministero degli Esteri a cui Santa Cecilia ha dato seguito. In ogni caso, a prescindere da Morricone, ai grandi compositori va dato spazio per ricordare quanto ci hanno dato». 

Raccontava la sofferenza di suo padre. Ha più senso distinguere la musica alta da quella più popolare?

«No. Credo che anche la musica più alta debba comunicare delle emozioni. È la missione dell'arte. Se si guarda un Picasso o un Pollock, i quadri devono comunicare qualcosa. Altrimenti non c'è condivisione. 

C'è un passaggio in Ennio , quando papà racconta "la vittoria sulla propria sconfitta" e il peso del senso di colpa che gli era stato fatto sentire da una certa generazione di musicisti... il riscatto è arrivato facendo della musica per il cinema un elemento necessario per i film, ma con una vita indipendente rispetto alle pellicole. Ne parlavo con lui e mi spiegava che la musica del cinema fa parte del linguaggio contemporaneo. Mi pare che stia resistendo al tempo».

Fin qui i ricordi e le valutazioni di un figlio. Sua madre come vive questo passaggio?

«È una donna riservata. Ma ha notato tutto questo anche lei, la storia della targa e del sito. Dopo 70 anni insieme, va considerata come coautrice. Ora è l'ultima rappresentante dell'opera di nostro padre. È coscientissima tanto del suo amore per la musica assoluta che per quella per il cinema».

Massimo Iondini per “Avvenire” il 19 marzo 2022.

È arrivato anche L'ultimo treno della notte, con quasi mezzo secolo di ritardo. Un film del 1975 ad alto tasso di violenza impreziosito però dalle musiche di Ennio Morricone che escono ora per la prima volta in vinile con tutte le tracce finalmente presenti. 

Un'autentica chicca, per morriconiani e non, questo long playing che riemerge dalle polveri del passato proprio mentre il ricordo del Maestro sta rivivendo più che mai sul grande schermo grazie al meraviglioso film documentario Ennio di Giuseppe Tornatore. Il vecchio thriller di Aldo Lado, tra i film più cruenti mai prodotti in Italia, vantava comunque un notevole cast con attori del calibro di Flavio Bucci, Enrico Maria Salerno e Franco Fabrizi, oltre alla debuttante statunitense Irene Miracle poi protagonista di Inferno di Dario Argento e vincitrice di un Gloden Globe per Fuga di mezzanotte di Alan Parker.

Se in La corta notte delle bambole di vetro, il primo film diretto da Aldo Lado nel 1971, Morricone aveva usato il suono di un battito cardiaco per sottolineare lo stato catatonico del protagonista creduto morto in obitorio, ne L'ultimo treno della notte si ode incalzante lo sferragliare del treno a simboleggiare le violenza commesse sul treno da giovani delinquenti. In sintonia con gli intenti del regista, che vorrebbe attaccare la società borghese e la violenza del potere, Morricone utilizza anche la canzone pop pacifista A flower' s all you need, interpretata da Demis Roussos, all'epoca stampata soltanto su un raro 45 giri giapponese e ora presente nell'inedito vinile.

Ma il Morricone "segreto" nasconde molti altri tesori rari o sconosciuti, come per esempio alcuni film da lui musicati sotto pseudonimo, escamotage utilizzato però soltanto per alcuni western. A partire dal primo, Duello nel Texas (1963) che è anche in assoluto il primo western italiano, con la regia dello spagnolo Ricardo Blasco. Qui Morricone firma le musiche con lo pseudonimo di Dan Savio. 

Alle riprese aveva partecipato anche l'italiano Mario Caiano, regista l'anno dopo del secondo western italiano, Le pistole non discutono. E stavolta Morricone firma le musiche con il proprio nome, cosa che invece non farà subito dopo per il successivo Per un pugno di dollari, celeberrimo film che segna il debutto del sodalizio con l'amico regista Sergio Leone. 

Mistero, bizzarria o semplice intreccio di singolari circostanze? «Le pistole non discutono e Per un pugno di dollari sono stati entrambi prodotti dalla Jolly Film, così per consentire a Leone di debuttare nel genere western limitando i costi di produzione furono utilizzati il set spagnolo e gli stessi costumi di Le pistole non discutono » spiega il musicista e compositore milanese Claudio Balletti, profondo conoscitore dell'opera di Morricone e autore tra l'altro della colonna sonora del docufilm sulla pandemia Milano 2020 trasmesso lo scorso maggio in prima serata da Rete 4. 

Tra i due, il film di punta è ovviamente quello di Caiano, così sia Leone sia Morricone (Dan Savio) si firmano con pseudonimi, anche per spacciarlo per un film americano. Ma solo all'inizio. «La Rca stava aspettando di pubblicare la colonna sonora di Per un pugno di dollari, il cui titolo provvisorio era Il magnifico straniero- racconta Balletti -. Qualcuno della produzione aveva frattanto cambiato il titolo e nelle sale il film era uscito appunto come Per un pugno di dollari. La Rca però non lo sapeva, così il disco uscì molto dopo ma a quel punto, visto il successo al botteghino, con i crediti giusti sul disco e nei titoli di testa e di coda della pellicola, musica di Morricone e regia di Leone». Ma Dan Savio non è stato l'unico pseudonimo utilizzato da Morricone. 

Anche a Leo Nichols ha fatto ricorso un paio di volte il compositore romano. Successe per Un fiume di dollari del '66, primo western del regista Carlo Lizzani che si firmò con lo pseudonimo Lee W.Beaver. In quel caso Morricone non aveva nessun particolare motivo per nasconedere il proprio nome nei crediti del film, ma lo fece solo per allinearsi alla scelta di Lizzani che preferiva non rendere riconducibile a lui quell'intromissione in un genere in cui debuttava subito dopo aver girato due film impegnativi e di tutt' altro valore come Il processo di Verona e La vita agra.

Stesso anno e ancora musiche a firma Leo Nichols per il film western Navajo Joe di Sergio Corbucci. Certo, alla base della scelta di usare pseudonimi c'era anche il fatto di prendere in qualche modo, idealmente, le distanze da un genere e da un'attività, quella di autore di colonne sonore per il cinema (e prima di arrangiatore di musica leggera alla Rca), invisa all'ambiente accademico dal quale proveniva. In fondo, Morricone era stato l'allievo prediletto di Goffredo Petrassi che si era in parte sentito tradito da quel talento che alla musica d'avanguardia e alla composizione colta stava preferendo il genere popolare. Questo fu per Morricone motivo di grande sofferenza interiore, come viene ben sottolineato anche nel docufilm Ennio.

Così ci sono anche alcuni film di cui il Maestro non ha mai voluto parlare volentieri, ritenendo forse di essersi prestato con la sua musica alla realizzazione di un prodotto d'arte non all'altezza. Tra questi c'è Vergogna schifosi (1969) di Mauro Severino, con Lino Capolicchio. Ambientato a Milano, racconta di un omicidio e di un gioco ricattatorio di tre giovani. 

A elevarsi è la musica di Morricone che tocca vertici di bellezza accompagnando con un ammaliante "girotondo", una ossessionante nenia basata su una scala nel modo frigio (molto usata nel jazz), le scene di una sorta di gioco dell'oca. I rapporti con i registi non sono sempre stati idiliaci nemmeno per uno come Morricone, che comunque ha normalmente trovato il giusto connubio tra le sue idee e quelle dei cineasti. 

Oggi come oggi al compositore di colonne sonore viene dato il tempo della sequenza da musicare, così può comporre una frase ad hoc sia nella durata che nel suono da legare all'immagine. In passato però poteva succedere, anche in film importanti, che partisse la musica in una determinata sequenza e che venisse di colpo silenziata. Il montaggio veniva talvolta fatto a prescindere dalla colonna sonora e c'erano registi a cui andava bene qualsiasi cosa.

Un esempio? Uno dei più bei brani scritti da Morricone per la sua musa canora Edda Dell'Orso, In un sogno il sogno, presente nel film La donna invisibile (1969) del regista Paolo Spinola. Il brano parte in sordina, sotto a un dialogo, poi si sviluppa e cresce ma all'improvviso viene troncato brutalmente. Dell'Orso lo considerava uno dei migliori mai cantati, al livello di Scion Scion di Giù la testa. 

«Contro certi maltrattamenti dell'arte musicale nel cinema non si poteva fare nulla - dice Balletti -. Si scoprivano certi misfatti quando ormai il montaggio era già stato concluso. Quando capitava, Morricone ovviamente evitava di collaborare ancora con questi registi». 

Tra questi, i fratelli Taviani, con cui chiuse dopo aver composto le musiche di Allonsanfàn( 1974) e Il prato (1978): i due registi infatti si intromettevano troppo intervenendo persino sull'opportunità o meno di certi passaggi musicali e influenzandone la creatività. Ma c'è un film in particolare di cui il Maestro non amava parlare, Diabolik, uscito nel 1968, per la regia di Mario Bava.

«Di quel Diabolik non esiste una colonna sonora ufficiale su disco, forse sono andati persi i nastri - racconta Balletti -. Per sentirne la musica bisogna andare a rivedersi il film, da cui era stato tratto un pessimo bootleg, con un monofonico suono scadente e ovattato. Ennio non stravedeva per quel lavoro, eppure il tema principale è molto bello. Era cantato da Christy, una delle voci dei Cantori Moderni di Alessandroni». Il tema di quel lontano Diabolik stava per tornare nel remake dell'anno scorso dei Manetti Bros. I compositori Pivio e De Scalzi volevano infatti ripescarlo per la loro colonna sonora, ma alla fine non se n'è fatto nulla perché non funzionava abbastanza.

Ennio, il documentario su Morricone coinvolgente e musicalissimo. Fabio Ferzetti su L'Espresso il 14 Febbraio 2022. 

Nel trascinante film di Tornatore la storia del grande compositore e delle sue invenzioni.

Il più grande coregista del Novecento è stato Ennio Morricone. Lo abbiamo sempre sospettato, ora ne siamo certi. Anche se forse non è mai stato su un set, il musicista più prolifico e popolare della storia del cinema (oltre 500 titoli) non si limitava a comporre ma trasformava i film a cui collaborava. E prima dei film le canzoni che arrangiava negli anni Sessanta, una lunga serie di evergreen, da Gianni Morandi a Edoardo Vianello, da Paul Anka a Miranda Martino, dal ”Barattolo” a “Sapore di mare”. Successi strepitosi baciati ogni volta da un timbro, un’invenzione, un effetto che rendeva il tutto unico. Magari “suonando” una macchina da scrivere o scrivendo e riscrivendo l’attacco folgorante di “In ginocchio da te” perché Migliacci della Rca non era mai soddisfatto.

Lo racconta con contagioso entusiasmo l’affettuoso, minuzioso, trascinante, musicalissimo documentario di Tornatore, un ritratto d’artista che non dimentica mai l’uomo e con Morricone resuscita tutta un’epoca, un’Italia, uno stile di vita e di lavoro in cui vertiginosamente si mescolano l’alto e il basso, il contrappunto e la melodia, Stravinskij e il Quartetto Cetra, la musica atonale e la capacità di trasferire la sua lezione in quello che ancora non si chiamava pop, senza mai perdere rigore o inventiva. Anche se il cuore del film è nella prima parte, la più intima e commossa, che ripercorre la severa formazione del musicista romano al Conservatorio sotto Goffredo Petrassi. Anni duri, col giovane Ennio che «nel periodo dei tedeschi e poi degli americani» suona nei ristoranti per mangiare (soldi neanche l’ombra) o per i grandi della rivista, Totò, Macario, Dapporto, Rascel, Wanda Osiris. Iniziando poi a scrivere per il cinema sotto pseudonimo, timorosissimo. Fino a quando non gli telefona un ex-compagno di scuola, tal Sergio Leone, e nasce la leggenda. Fitta di trame e sottotrame memorabili come le sue musiche.

Perché da Petri a Pontecorvo, da Argento a Verdone, da Tarantino a Malick (che batte a scacchi al telefono, senza neanche vedere la scacchiera), Morricone non smette di ricordare, di stupire e stupirsi, di mettersi pudicamente a nudo con afflato quasi mistico. Sintetizza Faenza: «Anche Petrassi ha fatto colonne sonore, ma non ha mai pensato che quella da film fosse musica. Morricone invece sì». In sala dal 17 febbraio

Morricone, il Maestro che ha scritto con le note la storia del cinema. Esce in sala il 17 febbraio “Ennio”, il documentario-capolavoro di Tornatore. MARIO SESTI su Il Quotidiano del Sud il 14 Febbraio 2022.

Ennio inizia controvoglia. La tromba, l’arnese con il quale il padre sfama la famiglia, è uno strumento esigente, vuole persino che il corpo, con l’ispessimento del labbro, si adegui a lui. Vorrebbe fare qualcos’altro, forse il medico. Il padre decide diversamente e Ennio obbedisce. Dopo un inizio da studente svogliato, attacca a suonare tarantelle, bourrè, gighe. Non la smetterà mai più.

«Volevo lasciare la musica alla fine degli anni 70. Poi ho rimandato di un decennio. Alla fine del successivo ho detto che avrei smesso in quello dopo. Poi non l’ho detto più». Studia il contrappunto come un ingegnere edile le tecniche di costruzione, da Monteverdi a Frescobaldi a Bach, ma allo stesso tempo suona nelle bande militari. Maria, la moglie, lo segue per strada. Il suo maestro, Goffredo Petrassi, tra i più grandi compositori italiani del secolo, passa dal neoclassicismo di Stravinskij alla musica dodecafonica, dalla musica sacra dei Salmi del maestro russo all’oceano misterioso e sconosciuto dell’atonalità.

Ennio rimarrà per sempre marchiato a fuoco da questa dialettica impossibile: l’ostinato dei fiati, che ritroveremo in molte delle sue composizioni, o l’emozione sorprendente del rumore che diventa pura forma del suono. Intanto, però, bisogna portare il pane a casa, entra in Rai per raccomandazione e ne fugge a gambe levate, ma il destino ha in serbo per lui un incontro che cambierà non solo la sua vita, ma anche la musica leggera in Italia. Viene chiamato a curare gli arrangiamenti alla RCA che è sull’orlo della bancarotta, come Wolf in Pulp Fiction. Ennio aveva già fatto il suo servizio militare nella musica popolare accompagnando Macario, Wanda Osiris, Totò nel ritorno di fiamma della rivista nel dopoguerra, ma ora si tratta di qualcosa di completamente diverso.

L’ Italia passa con un balzo senza precedenti da paese distrutto e arretrato a potenza industriale. La musica della Storia cambia, Ennio scoverà partiture, strumenti e suoni giusti per lei. Lo sa bene Gianni Morandi («Prima di Morricone i brani venivano accompagnati da un’orchestra: lui ha inventato l’arrangiamento moderno»). Pizzicate di contrabbasso, balzi di ottava superiore, fusione di tromboni e voci maschili. Gli archi incidono nell’aria frasi di apertura vertiginose: è come se raffiche di note, agili e febbrili, facessero da battistrada alle canzonette. Come usare Klee e Kandinskij per disegnare la cartellonistica di una fiera.

L’aspetto meno conosciuto della sua biografia artistica ed esistenziale è uno dei momenti più galvanizzanti di questo documentario appassionante come il fumetto di un supereroe. Morricone si vergogna di rivelare a Petrassi quello che combina nella canzone di consumo ma allo stesso tempo assorbe dal cuore della rivoluzione della musica contemporanea (l’avanguardia di Darmstadt che vive dall’interno) l’importanza della dialettica di timbro e melodia.

Ennio sarà davvero l’unico capace di mettere insieme John Cage e Mina, il Quartetto Cetra e i fratelli Taviani, John Zorn e Springsteen, Pat Metheny e Chet Baker. Riesce a somministrare alle masse affamate di motivetti da masticare come chewingum, gli spigoli sonori di un barattolo che precipita dalle scale, suoni e rumori che diventano colonna sonora di stagioni indimenticabili, anche se la madre gli chiede con apprensione una sinfonia che abbia dentro innanzitutto la gemma di una melodia, qualcosa che chiunque possa canticchiare. Mentre apre un frigorifero, esce per prendere un autobus, incontra un collega di ufficio in un corridoio. Ennio Morricone, grazie anche alla musica da film, non ci ha mai lasciato sprovvisti di qualcosa del genere da fischiettare o accennare in falsetto.

Con la musica leggera aveva scoperto come spostare il “basso” verso l’ “alto” («Mettere nell’arrangiamento qualcosa di superiore al brano»), con il cinema imparerà a fare anche il contrario, con un ansia ed un appetito sempre più virtuoso, al punto che diverrà impossibile distinguere l’uno dall’altro: lo scricchiolare del legno, il fischio, la frusta, la campana, l’incudine, l’armonica al posto della voce, la voce del coyote, ma anche la voce umana, soprattutto quella femminile, che esce dalla cassa armonica del corpo umano («uno strumento unico») innervano la ricerca di soundtrack poliformi, orchestrazioni ellittiche, ritmiche folli. Lo sgocciolare del pianoforte e il plettro sul basso, l’incrociare dei temi nella colonna sonora che lui racconta come la più difficile (quella del Clan dei siciliani).

In fondo, il sodalizio con Leone, quello più noto, è anche meno sorprendente dell’arte vertiginosa, e nascosta, delle tre note uniche di “Se telefonando” di Mina o del tema di Metti una sera a cena. Io, personalmente, non amo la polifonia nella giungla di Mission (che ho sempre trovato di un imbarazzante quanto involontario colonialismo: la scena e il film, non la musica), ma l’operazione è Morricone puro, prendere una cosa in un universo e scagliarlo in un altro: prendere Monteverdi o Gesualdo e delocalizzarlo in Amazzonia. E lo stesso vale per il flauto di pan, usato da Gheorghe Zamfir in Picnic ad Hanging Rock, di cui Morricone diventerà il Paganini, adottandolo per il tema, amatissimo, anche da tutti gli ascensori e i grandi magazzini del mondo, di C’era una volta in America. Ennio Morricone ha fatto musica per riviste, arrangiato da “Sapore di sale” a “Pinne fucili ed occhiali”, diretto a Sanremo e composto da autore di puro novecento nella cattedrale impervia dell’atonalità, ma nel cinema è una divinità maggiore, il “creatore di inni” e melodie che non ama la melodia.

L’eccezionale compilation di testimonianze del film (da Quincey Jones a Bruce Springsteen), sta lì a testimoniarlo. Quanti autori in qualsiasi campo, oggi, in lingua italiana, potrebbero vantare un coro di estimatori così prestigioso? Una volta Sergio Leone mentì con Kubrick che lo voleva per Arancia meccanica («purtroppo è impegnato: sta lavorando con me») per evitare che ci lavorasse. Ad un certo punto, all’apogeo del proprio potere artistico e commerciale, al culmine della sperimentazione, negli anni 70, adattò la registrazione della colonna sonora a performance dal vivo (se fosse accaduto oggi, qualcuno le avrebbe sicuramente riprese) con partiture multiple generate da schemi di improvvisazione che dirige e improvvisa dal vivo in proiezione.

Ennio di Giuseppe Tornatore, ha anche il passo vorace e la frenesia espressiva del suo soggetto (nel ‘69 fece la musica di 21 film, «scriveva musica su uno spartito come se fosse una lettera»), punteggiato da accenti memorabili: il coro grottesco e quasi blues del Giudizio universale di De Sica, la sinfonia del fuoco de I giorni del cielo di Terrence Malick, la marcetta sinistra e minacciosa, come il passo di una marionetta omicida, di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, ma – è la grandezza di tutti i creatori le cui opere diventano patrimonio di tutti – ognuno potrebbe aggiungere qualcosa dalla propria playlist (io avrei inserito anche il soundtrack minimalista di La cosa di Carpenter, il tema rinascimentale del flauto de Il prato dei Taviani, la sinfonia barbarica di quello di Baària).

Ma alla fine, dopo la persuasiva dimostrazione di cosa davvero sia un un autore pop (e soprattutto di quanto Morricone stesso e la sua musica abbiano contribuito a teorizzare e definire cosa lo sia), capace di fondere il gusto di massa con l’avanguardia, l’arte con il godimento, il rumore con la sinfonia, dobbiamo a Giuseppe Tornatore questo ritratto imperdibile di un uomo mite e rinchiuso in una espressione di perenne timore, incline alla commozione, che da giovane aveva le sopracciglia di Montgomery Clift ed era capace, durante le pause da solista, in orchestra, di piccole sieste di venti secondi, la cui “mission” fu quella di diffondere, presso chiunque, la scoperta dello strumento annidato nella percussione di ogni oggetto, la contaminazione di ogni forma sonora e, soprattutto, l’idea della musica come qualcosa che, prima di una idea, di un’ambizione, di una convinzione, possiamo accogliere con felicità e abbandono.

Il successo di un film dipende anche dalla colonna sonora. FEDERICO DE FEO su Il Domani il 14 febbraio 2022.

Negli ultimi anni la composizione di una colonna sonora ha assunto sempre di più il ruolo di spartiacque in grado di determinare la riuscita o meno di un film sia a livello di critica che commerciale. Questo perché costruire un reparto sonoro coerente con la narrazione è diventato un fattore determinante per rendere il cinema sempre più interattivo.

Il risultato di questa evoluzione ha portato sempre più musicisti, non sempre appartenenti alla sfera cinematografica, a cimentarsi con il mondo delle colonne sonore creando nuovi linguaggi sempre più idonei al cinema contemporaneo.

Anche i registi hanno creato una loro visione musicale affidandosi non solo al compositore ma anche ai sound designer e alla nuova figura del music supervisor, professione coerente con i nuovi trend e fruizioni musicali.

FEDERICO DE FEO. Laureato in sound design allo Ied di Roma, con una tesi sperimentale incentrata sull'evoluzione dell'industria musicale nei nuovi metodi di promozione. Da diversi anni scrive articoli di approfondimento che indagano sulle nuove forme e tecniche della musica, in particolar modo di musica per il cinema/serie tv.

Estratto dell'articolo di Luigi Mascheroni per “il Giornale” il 16 gennaio 2023.

Ha difeso Cesare Battisti, un assassino di civili inermi. Ha protestato contro l'estradizione dei brigatisti in Francia e abbracciato Barbara Balzerani, con tanto di photo opportunity: à la merde comm' à la merde... Ha contestualizzato la lotta armata («Non era terrorismo: in quegli anni fu guerra civile»).

 Ha minimizzato la violenza di Lotta continua nel recente documentario di Tony Saccucci: «La militanza era la cosa giusta». Ha colpevolizzato i poliziotti che hanno impedito ai contestatori di aggredire i partecipanti al convegno di destra all'Università La Sapienza. Ha espresso solidarietà a Roberto Saviano contro quella bastarda della Meloni. [...]

Però... Difficile sbagliarle tutte, anche a mettersi d'impegno. Intellettuale impegnato, scrittore di lezioso successo («il darling di tutti coloro che si sentono buoni lettori, buoni cittadini, bravi ecologisti» annotò a margine una volta Giuliano Ferrara), estremista triste e moralista malinconico che ha costellato la propria vita di aggressività e fanatismo per poi predicare agli altri pace e tolleranza - da Curcio al Qohèlet è un attimo, dalla critica marxista all'esegesi biblica un'illuminazione - Enrico "Erri" De Luca è uno degli autori più amati dalla sinistra sedicente solidale e intelligente.

Anche se ancora non si è capito di cosa scriva. Stile ripetitivo, apodittico e sentenzioso, i suoi sono i livres de chevet della Gauche à trafic limité, sempre sotto i 30 all'ora, sempre sulla carreggiata del bene, quella di casa alla Feltrinelli e di spiaggia al mare del Renaione. [...]

 Esistono il pensiero debole e la prosa corta. Erri De Luca: la seconda.

 È forse l'autore più è prolifico della narrativa italiana in tutto 78 titoli dal 1989 al 2022, sei all'anno, ma mai un libro più lungo di 80 paginette, corpo "Veltroni", quello grande, con spaziatura tripla, per gonfiare il testo. Testa calda, gioventù di piombo, vecchiaia arrabbiata, volto scavato, baffo da nostromo ma una passione per la montagna, Henry De Luca - nome lasciatogli da uno zio americano, che lui ha sempre scritto e pronunciato alla napoletana, "Erri" - è il santone dell'ultra sinistra movimentista e sovversiva, sandali e Sandinismo, nostalgico del peggior bolscevismo sovietico e guru dell'antioccidentalismo, scelte radicali e contestazioni ad cazzum, davvero convito di essere l'ultimo rivoluzionario del Novecento: qualcosa a metà fra il santone Quelo di Corrado Guzzanti e il ribellismo spirituale dell'ultimo Tiziano Terzani.

Si è persino convertito alla biblistica: traduce - così così secondo gli specialisti - i libri del Vecchio Testamento, e sembra che in alcuni seminari, ma non sappiamo se ciò sia causa o effetto della desacralizzazione della società, Erri De Luca sia più letto dei Padri della Chiesa. [...]

[...] Ma alla fine, perché dai propri peccati non si sfugge, è ricordato quasi solo per essere stato responsabile del servizio d'ordine di Lotta Continua ai tempi dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi. L'autonomia, l'esproprio proletario, il passamontagna, i Katanga, sbandate e sprangate. Dalla chiave inglese ai salottini Bo-bo in un amen.

[...] Erro, sempre erro, fortissimamente Erri. Mestieri romantici di Erri De Luca dopo la deriva degli annidi piombo: muratore, operaio in Fiat, magazziniere all'aeroporto militare di Sigonella, autista volontario nella Belgrado bombardata...

 Poi venne il tempo dell'istigazione al sabotaggio nei cantieri della TAV, i processi, la solidarietà della sua seconda patria («Je suis Erri») e l'indifferenza della prima. Quasi nessuno, fra gli scrittori italiani, si è sognato di difenderlo. Le parole contrarie di Erri: No Tav, No Tap, No logo, No Ilva, No Triv, No Oil, No Cav (ma se serve si può anche pubblicare con l'Einaudi di Berlusconi). Che No ia. Come ha detto uno che non si è fatto incantare dai pifferai della stagione dei folli: «Fedele alle sue provocazioni No Tav, Erri De Luca, anzi, le esaspera: ricavandone grande visibilità».

[...] Antimoderno, pacifista a guerre alterne (no all'intervento della Nato nell'Afghanistan, sì agli armamenti all'ucraina) e firma di tutto l'arcobaleno giornalistico costituzionale (da Repubblica ad Avvenire, dal Manifesto a Vanity Fair: Wow! Champagne, molotov, prediche green e borsette Louis Vuitton, non propriamente in ecopelle).

[...]

Erri di lotta e di padreterno. E poi, comunque, per capire chi sta dalla parte sbagliata, basta vedere chi sono i sostenitori sempre dalla parte giusta. I suoi sono: Gad Lerner, Concita De Gregorio, Sandro Veronesi, Wu Ming, Zerocalcare, Alessandro Gassmann, Fiorella Mannoia, la Cuzzocrea e Ovidio Bompressi. Erri: «Sì nu piatto vacante!».

 Quando, nel 2014, in seguito ad alcune frasi rilasciate contro i cantieri TAV fu rinviato a giudizio per istigazione a delinquere, perse l'occasione della vita. Se lo avessero condannato, sarebbe stato elevato a martire. Gli andò male. Fu assolto. E forse, caro Erri, guardando indietro alla tua vita antagonista, aveva ragione l'amico Vincino quando scrisse che tu non hai mai fatto un giorno di galera, dei tanti che avresti meritato.

Erin Doom si svela: «Sono Matilde: ora voglio incontrare i lettori dei miei libri». CECILIA BRESSANELLI su Il Corriere della Sera il 14 maggio 2023.

Erin Doom, la misteriosa autrice del libro più venduto del 2022, rivela la sua identità in tv a «Che tempo che fa» da Fabio Fazio e con un’intervista al «Corriere». Matilde - questo il vero nome - sarà tra poco in libreria con il nuovo romanzo «Stigma» (Magazzini Salani)

Quando arriva nella sede del «Corriere della Sera», Erin Doom è emozionata. Fino a ieri la scrittrice più letta del 2022 era invisibile. Settecento mila copie vendute con i primi due libri, Fabbricante di lacrime (2021) e Nel modo in cui cade la neve (2022), ma nessuno sapeva chi fosse.

Ora invece si presenta di persona, i lunghi capelli biondi avvolti in una fascia verde, il volto sorridente. Ha deciso di svelare la sua identità e mostrarsi, domenica sera in diretta tv su RaiTre con Fabio Fazio a «Che tempo che fa» e in questa intervista. Il tutto alla vigilia dell’uscita del suo terzo romanzo (edito da Magazzini Salani come i precedenti): Stigma . Un romance come i primi due libri amatissimi da lettori, e soprattutto lettrici, tra i 12 e i 25 anni.

"Al Salone del Libro a Torino non mi hanno fatto entrare al mio stesso evento. Sono andata in veste di lettrice."

Quindi d’ora in poi come la dobbiamo chiamare?

«Al momento mi viene naturale presentarmi con il mio vero nome, Matilde. Ma sono anche Erin Doom e così continuerò a firmare i miei libri».

Ha sempre detto che prima o poi avrebbe rivelato la sua identità. Perché ha deciso di farlo ora?

«Sono sempre stata timida e introversa. Fin dall’inizio, quando ho pubblicato i primi libri a capitoli sulla piattaforma Wattpad e poi con il self publishing (su Amazon, ndr), ho scelto uno pseudonimo per vivere tutto questo nel modo più confacente alla mia indole. L’anonimato è stata una scelta consapevole, ma anche un compromesso. Sentivo però che mi mancava la possibilità di incontrare i lettori. Ho vissuto tutto attraverso uno schermo e quasi non me ne rendevo conto. La scelta di svelarmi è stata graduale: ora sono pronta».

Le sue lettrici e i suoi lettori sapevano già il suo vero nome. Su Instagram, dove interagisce con loro, la chiamano «Mati». Svela anche il suo cognome?

«Per ora no».

Ma chi è quindi Erin Doom? Vuole dirci qualcosa in più sulla sua biografia?

«Un passo alla volta, per il momento preferisco non dare dettagli. Per ora ripeto quanto ho già rivelato: sono emiliana, ma da poco mi sono trasferita in un’altra regione. Ho meno di trent’anni. Aggiungo che sono nata a maggio. E martedì, il 16, è anche il mio compleanno».

Ha fatto studi di Giurisprudenza. Sta ancora lavorando in ambito legale?

«Non più. Ora mi dedico ai libri».

Che emozioni prova in questi giorni?

«È un momento che aspettavo da tanto. Lo svelamento significa presenza: finalmente potrò guardare negli occhi chi mi legge. Dire: ci sono. Ma ho anche tanti timori. Del resto ci vuole coraggio ad essere sé stessi».

C’è anche la paura che, tolto il mistero, qualcosa si rompa?

«No, in realtà è più il timore di deludere le aspettative di queste giovanissime».

Il successo, soprattutto grazie al passaparola su TikTok, è stato travolgente. Quando si è accorta che le cose stavano cambiando?

«Quando sul giornale che mi portò mio papà ho visto che il libro era primo in classifica. Per la prima volta un segno concreto. Prima tutto era virtuale: Wattpad e le condivisioni su TikTok...».

I suoi genitori hanno sempre saputo che lei è Erin Doom?

«All’inizio non lo sapeva nessuno. Ho iniziato a dirlo quando Fabbricante di lacrime è uscito per Salani: prima a due migliori amiche, poi a mia mamma, a un’altra amica e a mio papà».

L’anonimato era il suo mantello dell’invisibilità, come in «Harry Potter».

«Mi proteggeva. E in alcuni casi è stato molto bello. Come l’anno scorso quando al Salone del Libro ho potuto assaporare questo mondo senza paura. Ora senza mantello non so come sarà».

Non potrà più girare indisturbata.

«A Torino non sono riuscita neppure a entrare in un evento in cui si parlava di me. La sala era piena e mi hanno mandata via. Giravo con Carrie Leighton, autrice di Better, e un’altra amica scrittrice e le ragazzine le fermavano con gli occhi illuminati. Loro firmavano i libri e io scattavo foto. A un certo punto una ragazza mi ha detto: “Scusa tu. Mi tieni la penna?”. Nessuno mi calcolava. È stato incredibile».

Martedì in libreria arriva «Stigma», il suo primo «inedito», senza passaggi su piattaforme. Il titolo è una sola parola.

«È coerente con il libro che è. Fabbricante era una fiaba, filtrata dagli occhi di una ragazza che vede tutto come una magia. Qui, invece, il punto di vista è quello di Mireya, che è più dura. Come il titolo».

Mireya e Andras sono due personaggi «ben lontani dall’essere perfetti».

«Ho sempre scelto protagonisti che si completavano: Nica e Rigel in Fabbricante, Ivy e Mason in Neve. Mireya e Andras hanno invece innumerevoli difetti, e così tanti punti in comune da scontrarsi».

Nica e Ivy erano orfane, Mireya invece ha una madre che con la sua tossicodipendenza gioca un ruolo determinante.

Attraverso la mancanza di una famiglia ne sottolineavo il valore. Qui la famiglia c’è, ma la madre di Mireya ha dovuto affrontare situazioni talmente difficili che la figlia ne porta il segno, la cicatrice».

Come i precedenti, «Stigma» è ambientato negli Stati Uniti.

«Un amore che nasce dai viaggi che ho fatto fin da bambina con i miei genitori».

«Stigma» è il primo volume di una saga. Da quanti romanzi sarà composta?

«Due o tre, non l’ho ancora capito. Preferisco i romanzi autoconclusivi ma ho sempre saputo che a questa storia sarebbe servito più di un libro. Il seguito si concentrerà più su Andras».

Ha già iniziato a scrivere il seguito?

«Sì. Quando inizio un libro devo sempre sapere dove andrà a finire: per Stigma ho annotato tutto su un quadernino iniziato anni fa».

«Fabbricante di lacrime», in corso di traduzione in 18 Paesi, diventerà un film. Che cosa ci può dire della produzione?

«Purtroppo ancora nulla. Ma procede. E lo vedremo presto. Sono stata anche sul set, ma per farlo mi sono dovuta fingere una stagista della casa editrice».

Alla fine di «Stigma» ringrazia lettori e lettrici, «la scintilla che dà vita a ogni singolo romanzo».

«Senza di loro non sarei qui. Stigma è un nuovo inizio, una rinascita. Ed è bellissimo che l’uscita del libro e il primo incontro con loro a Milano coincidano con il giorno del mio compleanno».

Le presentazioni

Erin Doom, dopo aver svelato il suo volto, incontra per la prima volta i suoi lettori in occasione dell’uscita del nuovo romanzo, Stigma (Magazzini Salani). Martedì 16 maggio, alle 17.30 sarà a Milano (The Space Cinema Odeon, via Santa Radegonda) in dialogo con Fabio Fazio. Mercoledì 17 è in programma un firmacopie a Roma, alle 20, alla libreria Feltrinelli di via Appia Nuova 427. Sabato 27 maggio appuntamento alle 15 al Mondadori Megastore in Località Aurno, Marcianise (Caserta) e il giorno dopo, domenica 28 alle 16, alla libreria Ubik I Portali di via Cristoforo Colombo a San Giovanni La Punta (Catania).

"Vorrei ringraziarli tantissimo per tutto il sostegno che mi hanno dato in questi anni, anche senza vedermi, fidandosi di ciò che ho scritto."

La scrittrice bestseller Erin Doom si svela da Fazio: "Mi chiamo Matilde. L'anonimato mi ha protetto". Paolo Di Paolo su La Repubblica il 14 Maggio 2023

La giovane autrice si è rivelata a "Che tempo che fa" alla vigilia della pubblicazione del nuovo romanzo Stigma

E' un mistero a tempo, è l’anonimato a orologeria. Resta, al fondo, qualcosa di inspiegabile e perciò di tanto più affascinante in questa plateale revoca del “patto del segreto”: Erin Doom, l’autrice di un longseller da 700mila copie, Fabbricante di lacrime (Salani), si svela nello studio di Fabio Fazio a Che tempo che fa.

L’effetto sorpresa è oggettivamente potente, in un’epoca di raro stupore. Il vero nome è Matilde, è giovane, ha i capelli biondi, alla domanda su dove vive risponde un ambiguo «Qua». Fra gli aneddoti più divertenti, racconta di essere rimasta fuori, in quanto non riconoscibile, da un grande evento di cui era la protagonista. Addebita all’introversione l’istintiva scelta di nascondersi; e dice - in effetti molto emozionata - di essere consapevole di essersi, fin qui, persa qualcosa. Come la sua collega, altrettanto italiana, Kira Shell, che si mostrerà nei prossimi giorni al Salone del Libro di Torino, Doom finalmente incontrerà dal vivo lettrici e lettori, piegandosi allegramente anche a lei ai “neverending tour” sfiancanti cui il 99 per cento degli autori non può sottrarsi.

Uno dei temi è proprio questo: fino a qualche decennio fa, chi scrive non era richiamato a una esposizione pubblica tanto marcata. Non si può dire che fosse anonimo, ma certo i tratti somatici erano meno presenti alla mente dei lettori; e la distanza fra pubblico e romanziere più cospicua: Baricco una volta raccontò la sorpresa di vedere da vicino, al primo Salone di Torino (1988), Lalla Romano e Natalia Ginzburg. Le quali senza dubbio non avevano l’agenda fitta di eventi e firmacopie in libreria.

Era un altro mondo: fatto è che oggi si nota di più, morettianamente, chi non viene e se ne sta in disparte. Chi – come Elena Ferrante fin dall’esordio – sceglie di non apparire. In una lettera inviata ai suoi editori nel ’91, metteva in chiaro che non avrebbe promosso il libro né in Italia né all’estero: «Interverrò solo attraverso la scrittura, ma tenderei a limitare al minimo indispensabile anche questo. Mi sono definitivamente impegnata in questo senso con me stessa e con i miei familiari».

L’impegno preso con i parenti può sorprendere, e tuttavia anche le nipotine Doom e Shell hanno più volte motivato la loro scelta anche con la difesa della privacy personale e familiare. Ma Ferrante è netta su un tema a cui le giovani colleghe non sembrano sensibili: «Io credo che i libri non abbiano alcun bisogno degli autori, una volta che siano stati scritti». Per Ferrante conta solo l’opera, ciò che essa è in grado di dire “in assenza” di chi l’ha prodotta.

Per Doom e Shell lo pseudonimo letterario è, intanto, l’estensione o evoluzione di un nickname che inderogabilmente usa adoperare nelle piattaforme di narrativa social su cui hanno mosso i primi passi. E poi un modo per tenere distinte – à la Kafka – la vita 1 e la vita 2, quella di laureate in Legge da quella di narratrici di storie cupe e romanticissime – genere “romance”, più o meno sentimentale, più o meno dark – di orfanezza, magia, di amori vagamente, delicatamente sadomaso. Quanto abbia contribuito al successo dei loro romanzi il loro non esserci è difficile dirlo, e lo stesso vale per Ferrante: di sicuro offre uno spazio di libertà appetibile anche per chi si è già messo in scena. Vedi il caso di John Banville, Stephen King e di J. K. Rowling, che si sono divertiti a moltiplicare l’identità autoriale.

Ah, gli eternonimi di Pessoa, gli pseudonimi di Roman Kacew/Romain Gary/Émile Ajar! Anche mamma Meloni, Anna Paratore, scrisse dietro il nom de plume Josie Bell, e magari potrebbe dire la sua su Doom e Shell senza maschera (la seconda faceva le sue dirette camuffandosi con il volto simbolo di Anonymous.

E ora? Cambia qualcosa? La domanda sembra oziosa, ma forse non lo è. Di Doom è in uscita il nuovo romanzo, Stigma. Scalerà le classifiche, ma intanto c’è il bagno di folla.

Montale inedito. Meritava anche il Nobel per le battute più dissacranti. Alessandro Gnocchi il 13 Settembre 2023 su Il Giornale.

Il 10 dicembre 1975, Eugenio Montale si reca a Stoccolma per ricevere il Premio Nobel per la letteratura dalle mani del Re di Svezia. I preparativi, il viaggio, la cerimonia e il ritorno sono raccontati da Domenico Porzio, giornalista e uomo di editoria libraria (a lui si deve la traduzione in italiano delle opere di Jorge-Luis Borges, ad esempio). Nel 1976, quasi clandestinamente, esce Con Montale a Stoccolma, tra i documenti più divertenti, ma in fondo anche rivelatori, sul grande poeta ligure. Montale è debole, affaticato, bisognoso di attenzioni continue. In compenso, il suo spirito sarcastico è più in forma che mai. Porzio annota. Con precisione. Il risultato è uno splendido ritratto al volo, ma profondo, di Montale. Oggi il piccolo ma aureo volume (pagg. 86, euro 14) di Porzio è ripubblicato da Luni editrice con una presentazione di Francesco Zambon.

Ecco una piccola guida alla lettura per argomenti, con le battute migliori o più raggelanti di Montale.

PASOLINI Si discute dell'omicidio dello scrittore corsaro. Montale: «Hanno scritto cose incredibili. Qualcuno lo ha paragonato a Gesù Cristo».

SABA Il bersaglio preferito di Montale, anche se la cattiveria sembra mitigata dall'affetto: «Quando era nostro ospite (a Firenze, nel 1944, ndr). la mattina, allorché si svegliava, prima si vestiva completamente con sciarpa e berretto, poi con due dita bagnate in un filo d'acqua del rubinetto, si toccava gli occhi, il naso e le labbra: era questa la sua pulizia quotidiana». Montale ricorda un incontro a Trieste con l'amico Umberto: «Andai a trovarlo, una volta, nella casa che abitava: due balconcini su una via di pescivendoli e di venditori ambulanti. Ci sedemmo sul balcone e Linuccia, sua moglie e sua vittima, andò a prepararci il caffè. Saba volle leggermi una poesia è iniziò a recitare la prima quartina, che ora non ricordo, ma alludeva a un cane bianco a passeggio su un greto. A questo punta arrivò Linuccia, premurosa, con i due caffè. Irritato perché era stato interrotto, Saba prese la tazzina, allungò il braccio oltre il davanzale e ne rovesciò il contenuto nella strada. Impassibile, proseguì nel recitare il poema che concludeva con un verso su una farfalla nera che volteggiava, infine commentando: caro Montale, tu non scriverai mai versi come questi». Ancora Saba. Ugo Ojetti, accademico d'Italia, assunse Saba come redattore della rivista Pegaso. Il poeta andò a far visita a Ojetti. Sua eccellenza pontificava di letteratura. L'unico commento di Saba fu il seguente: «Sa, signor Ojetti, che ha dei bei calzini, davvero belli». Licenziato.

BELLOW Il romanziere statunitense Saul Bellow mandò un telegramma di congratulazioni a Montale per il Nobel: «Questo Saulo è uno di quei romanzieri che scrivono soltanto libri grossissimi, di moltissime pagine: quei libri che da noi legge soltanto Paolo Milano, perché obbligato. È giovane e può aspettare. Comunque nel telegramma conclude facendomi capire che tanto lui il Nobel lo vincerà l'anno prossimo». Beh, in effetti andò proprio così: Saul Bellow vinse il Nobel per la letteratura nel 1976. Ma come faceva a saperlo? Mistero.

MUSICA La grande passione di Montale. Il poeta, un tempo aspirante baritono, non amava i critici musicali e riteneva che le nuove leve di allora fossero particolarmente sorde. Con una eccezione, Paolo Isotta: «Fu l'unico, tra il plauso generale, a dissentire, a ragione sulla regia di Ronconi per il Sigfrido, alla Scala». Non è l'unica stoccata a Luca Ronconi: «È il padreterno registico del momento, ma è capace di rovinare il Crepuscolo degli dei». Sarcasmo, in ogni occasione, per Claudio Abbado e Giorgio Strehler. Un esempio: «Non è improbabile, nel futuro, il Nobel per la pace al maestro Abbado e a Giorgio Strehler. Forse nella loro opera vi è un messaggio di pace che noi non abbiamo recepito». Tra i direttori d'orchestra, Montale coglie un astro nascente: «C'è a Firenze un giovane di grande valore, Riccardo Muti, il futuro anti-Abbado». Montale conobbe a Monterosso, Cinque terre, il mitico Arturo Toscanini: «Gli analfabeti abitanti di Monterosso lo credevano un prestigiatore e lo chiamavano l'omo dei giucchi, forse per quella fotosfera di capelli grigi che gli circondava il capo».

ITALO SVEVO Montale fu decisivo per la scoperta di alcuni grandi scrittori. Italo Svevo, ad esempio. Montale: «In realtà Svevo non lo scoprì nessuno: né io, né i francesi, né Bazlen. Era semplicemente giunto il momento di Svevo e noi non facemmo che assecondare quello che era già scritto nel suo destino».

IL NOBEL Dopo la cerimonia della consegna, Montale riflette e cede al gusto della battuta che oggi definiremmo politicamente scorretta: «Dopo tutto mi sono divertito. Vorrei tanto che anche Vittorio Sereni vincesse il Nobel. Ma chissà quando ci sarà un nuovo turno per l'Italia; e poi, forse, il prossimo lo daranno a un narratore. C'è anche il fatto che continuano a sorgere in Africa nuovi stati indipendenti che subito si affrettano a pubblicare schiere di poeti in dialetto tribale. Pare ce ne sia, laggiù, uno importantissimo che scrive in lingua boera, in Afrikaans».

GIORNALISMO Montale, che fu giornalista al Corriere della Sera, è sempre abile nel descrivere il mestiere. Così ricordava «Cipolla» un collega inviato della Stampa: «Raccontano che si chiudesse nella casa di Ciriè e li scriveva i servizi sfogliando le Guide di Hachette. A fine mese la moglie passava dall'amministrazione del giornale a ritirare i compensi, assicurando che il marito stava in terre lontane, in Alaska tra gli ultimi pellerossa».

AUTOBIOGRAFIA Gli organizzatori del Nobel rimasero stupiti davanti alla scheda biografica di Montale, scritta da Montale stesso. Era troppo scarna. Alla richiesta di rimpolpare il testo, Montale rispose negativamente con queste parole: «Non ho avuto una vita avventurosa. Gli scrittori italiani della mia generazione risultano per solito quasi tutti martiri del fascismo. Si dà il caso che io non sia stato un martire, mi creda, e non ho avuto avventure. È giusto quindi che la biografia sia semplice, di tono discreto».

 Estratto dell'articolo di Luigi Mascheroni per “il Giornale” il 19 marzo 2023.

Giovanni Ansaldo e Eugenio Montale, due pesi massimi del giornalismo e della letteratura del ’900, avevano un solo anno di differenza il primo era nato nel novembre del 1895, il secondo nell’ottobre 1896 - entrambi genovesi, entrambi con ambizioni intellettuali- il primo però aveva fatto il Classico, il secondo l’Istituto tecnico comtrt' merciale - entrambi collaboratori, giovanissimi, del Giornalino della Domenica, il settimanale per ragazzi fondato nel 1906 da Luigi Bertelli, alias Vamba.

 Frequentarono, a Genova, gli stessi ambienti, e Montale collaborò in modo altalenante con Il Lavoro quando Ansaldo era caporedattore, negli anni Venti. Non si può dire che i due fossero amici: ma si frequentarono molto, fra aiuti reciproci, stima, invidie, punzecchiamenti e dispetti (dandosi sempre rigorosamente del Lei).

Una testimonianza del loro rapporto è un gruppo di lettere, una trentina in tutto, che il giornalista e il poeta si scambiarono in un arco di tempo molto lungo, dal 1925 al 1954: conservate alla Fondazione Ansaldo di Genova vengono pubblicate oggi per la prima volta nel nuovo fascicolo dei Quaderni montaliani (Interlinea) a cura di Diego Divano, ricercatore dell’Università di Genova. Di per sé il carteggio ha una grossa rilevanza, ma solo per il mondo dell’Italianistica. Se non fosse che tre di quelle lettere danno vita a una querelle sui costumi sessuali degli italiani durante il Ventennio molta curiosa dal punto di vista giornalistico. Tra «ragazze della domenica», «mariti in mutande», «onanisti» e «finocchi». Comunque, eccoci al punto.

Accade che Giovanni Ansaldo siamo nel 1934 • proprio sul Lavoro di Genova scrive una serie di articoli di costume in cui, da una posizione di convinto conservatorismo, stigmatizza alcune abitudini diffuse nei Paesi del centro e del nord Europa, come quella dell’esibizionismo balneare o delle «sonntagsmadchen», le «ragazze della domenica» con le quali si accompagnavano - senza fini sessuali gli uomini non sposati e di cui aveva letto in una corrispondenza da Praga sul Corriere della sera. 

 (...)

Montale legge l’articolo di Ansaldo, e gli scrive una lettera in cui di fatto gli suggerisce di non essere così severo, e di farei conti con la realtà. «Tempo fa Lei scriveva che il torto dei nostri calligrafi era di non ch****** abbastanza ed è vero - dice Montale ad Ansaldo -.Ma allora perché incoraggia questa mentalità di mariti in mutande e di onanisti che è di regola da noi? Non sa che a Roma (e non è colpa del regime ma della mentalità italiana) la percentuale dei finocchi ha superato quella delle maggiori città straniere?». Interessante la replica di Ansaldo: «Sì, caro Montale; più vado avanti, e più divento ortodosso, e strettamente ortodosso, in questioni di morale pratica, e di costumi. Il popolo italiano non può adottare usi e abitudini di popoli nordici, senza imbastardirsi, e perderci di dignità e di forza; allo stesso modo, e per le stesse ragioni, per cui le nostre donne non possono adottare mode libere e spregiudicate, fatte per donne di altre razze, senza diventare delle sgualdrine». E ancora: «I modi liberi, le “sonntagsmadchen”, l’esibizionismo balneare, sono tutte cose, da noi, sconvenienti e dannose, appunto perché, da noi - e specialmente nell’Italia più Italia, cioè da Roma in giù - l’uomo ha una prontezza sensuale più viva e immediata che nel nord-europa.

Si capisce poi che questa “prontezza” bisogna che si sfoghi: e si deve sfogare con l’ausilio di una antichissima istituzione, che qui fu sempre di casa cioè il postribolo. Il postribolo, in Italia, è la garanzia suprema della decenza e della dignità dei costumi!». «Si capisce, che, con una gioventù del “temperamento” di quella romana, chiudendo i casini da una parte, si moltiplicano i finocchi dall’altra... E si trasforma, necessariamente, tutto il Lido di Ostia in un unico e vasto postribolo; dove, sotto il nome di igiene, di elioterapia, di “nuova mentalità”, eccetera, sono prostituite tutte le figlie della piccola borghesia romana!».

La risposta, ultima, di Montale è del 23 luglio 1934, e rivela una posizione più laica, più sfumata, più sentimentale (cui forse non è estranea - azzarderebbe qualcuno - un’omosessualità latente del poeta, o una sua “impotenza” sessuale, sublimata nelle note Muse). «Lei pensa che i rapporti sessuali possono esaurirsi nel matrimonio e nella prostituzione. Possono, infatti; ma “debbono”? E questi rapporti sono tutti sesso o lo sono per un quarto solo, riservandosi gli altri tre quarti a quel romance ch’è una forza addirittura imperiale?». «Ho paura- conclude il poeta - che oltre alla charitas dell’elemosina (che lei fa bene ad approvare) ci siano nella vita infinite altre forme di charitas (e di amore) che l’italiano come piace a Lei non conosce. E a me duole, caro Ansaldo, di vivere in un paese senza amore».

Pierluigi Panza per il “Corriere della Sera - Edizione Milano” il 15 Dicembre 2022.

«Il secondo mestiere» di Montale (come da titolo di un suo libro), che fu economicamente il primo, fu quello di giornalista culturale al Corriere d'Informazione e al Corriere della Sera. In questo ruolo gli fu affidato anche il compito di seguire il Teatro alla Scala, attività a lui gradita poiché da giovane avrebbe voluto cantare come baritono. Come accade anche per i «minori», Montale si lamentava di non essere sempre la prima firma.

Lo scherzo peggiore glielo fece, però, la Scala quando boicottò una sua introduzione a un libro che uscì nell'agosto del 1966 con il titolo « La Scala 1946-1966 », a cura di Franco Armani, edito dall'Ente Autonomo Scala e Rizzoli. 

Siamo nel '66, lui non è ancora Nobel (1975), ma è già Montale: ha pubblicato «Ossi di seppia» quarant' anni prima e in quell'anno esce « Xenia », dedicata alla moglie («Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale»). Armani (1912-2000), figlio di un direttore d'orchestra amico di Montale, era capo ufficio stampa della Scala e doveva curare una pubblicazione sulla vita del teatro dalla ricostruzione ad allora. La pubblicazione fu poi superata in qualità da quella dell'ingegner Luigi Lorenzo Secchi, per decenni responsabile degli allestimenti scenici. Armani chiede l'introduzione a Montale che gliela manda e nel suo testo fa ampi riferimenti a Francesco Siciliani, ancora in carica come direttore artistico del teatro. Sono giudizi personali, righe d'elogio.

Ma Siciliani - Montale lo sa - sta per dimettersi per divergenze con Antonio Ghiringhelli (1906-1979), imprenditore calzaturiero del Varesotto dal 1948 sovrintendente della Scala. Pretesto del contrasto tra i due fu il «Faust» di Gounod. Gianandrea Gavazzeni, che lo aveva diretto nel marzo del '62, non voleva che Siciliani lo riproponesse nel '66 affidandone la direzione a George Prêtre. La tensione si accentuò per divergenze sulla «Chovancina » di Musorgskij (lo stesso del «Boris Godunov» di quest' ultima Prima) prevista per la stagione seguente. Ma il motivo di fondo che fece maturare in Siciliani il proposito di abbandonare la Scala va cercato nel crescente disagio con il quale svolgeva la sua attività, alla quale si volevano porre vincoli inaccettabili per il comprensibile orgoglio del direttore artistico divenuto famoso nel mondo. 

A Ghiringhelli l'introduzione di Montale non sta bene e la boccia. Ma non è lui ad alzare la cornetta. A comunicare al poeta la bocciatura è l'ufficio stampa con una telefonata che dice, più o meno: «Grazie tante, ma il pezzo non va bene, perché s' è permesso di dare dei giudizi personali su Siciliani». Siciliani si dimette l'11 luglio '66 e il mattino dopo, sull'edizione nazionale nella pagina degli Spettacoli del Corriere si trova un «Saluto a Siciliani» a sigla E.M. Viene sostituito nel suo incarico a fine ottobre da Gianandrea Gavazzeni. 

L'incavolatura deve essere stata notevole poiché gli esiti sono tranchant anche per Montale, come racconta Camilla Cederna nel ritratto-intervista «Il galateo di monsignor Eusebio » ( L'Espresso , 2 giugno 1968): «È un po' di tempo, però, che di cantanti Montale non ne sente, da quando cioè ha smesso di fare la critica musicale, così adesso alla Scala non ci va più. Né lo invitano alle prove generali, da quando il sovrintendente Ghiringhelli gli ha bocciato la prefazione per un volume sulla Scala». 

L'inedita introduzione è un dattiloscritto, senza titolo, depositato al Centro Manoscritti di Pavia tra le carte donate da Gina Tiossi, la governante di Montale. Ora l'inedito viene pubblicato in «Quaderni montaliani», numero 2, anno II, diretti da Roberto Cicala (Interlinea edizioni). L'introduzione di Montale non ha nulla di scandaloso, riflette il suo conservatorismo. Troviamo Toscanini sul gradino più alto, «divo per diritto di nascita convinto com' era che un'esecuzione scrupolosamente fedele al testo fosse sufficiente». E troviamo il suo rifiuto a ogni concessione spettacolare: «La Scala ha dovuto subire, nel lungo e operoso periodo della sovrintendenza di Antonio Ghiringhelli, l'evoluzione del gusto del pubblico in senso spettacolare». «Subire», un termine che, forse, a Ghiringhelli non era troppo piaciuto.

Estratto da “Interviste a Eugenio Montale (1931-1981) a cura di Francesca Castellano” di Giorgio dell’Arti (ed. Società Editrice Fiorentina) pubblica da “Il Fatto Quotidiano” il 14 settembre 2022.  

Sei lire

“Quando uscì il libricino degli Ossi di seppia nel 1925 mio padre avrebbe voluto comprarne una copia, ma rinunciò non appena seppe che costava sei lire”.

Giornalista

Montale diventa giornalista quando ha già 52 anni. “Era il 30 gennaio del ’48, ero di passaggio a Milano e andai a far visita al direttore, Emanuel, che ancora non conoscevo personalmente. Lo trovai nervoso e preoccupato. Sul suo tavolo c’era la strisciolina di carta di un flash d’agenzia con la notizia dell’assassinio di Gandhi. Cercai quasi di nascondermi in un angolo della stanza.

Capivo di essere arrivato al giornale in uno di quei momenti in cui non c’è tempo per i convenevoli, e me ne sentivo in colpa. Emanuel mi fissò. Poi disse: me le scriverebbe lei quattro o cinque cartelle su Gandhi? Dissi di sì, mi accompagnarono in una stanza. Dopo due ore l’articolo era pronto. Uscì senza firma né sigla. Era intitolato Missione interrotta”. Emanuel lo assunse la sera stessa. “Con il minimo dello stipendio”.

Cantante

Come mai non riuscì a fare il cantante? “Forse non ero abbastanza stupido. Per riuscire occorre un misto di genialità e cretineria”. 

Disoccupati

“Fra qualche anno l’Italia sarà piena di disoccupati intellettuali, forniti di titoli di studio che non varranno più nulla... Nessuno si rassegna più alla propria condizione, l’autorità religiosa e del pater familias diminuisce ogni giorno, la filosofia è morta, siamo guidati da gente mediocre, la società ha bisogno di uomini di modesta levatura che sappiano fare un mestiere e basta” (a Giovanni Grazzini, 30.01.1973).

Avvenimenti

Qual è, professionalmente, l’avvenimento cui rimpiange di più di non avere assistito? “Nessuno: quando si deve fare un servizio tutti gli avvenimenti sono egualmente spiacevoli”. 

Fascismo

“Certo il fascismo fu una tirannia, ma solo per quelli che si occupavano attivamente di politica. Tutti gli altri hanno vissuto prosperando alle ombre del regime. Solo pochi si opposero, perciò mi hanno fatto sempre ridere quelli che dopo la Liberazione si sono ammantati di meriti mai vissuti” (1975).

Amore

Preferisce essere amato, ammirato, indifferente o addirittura antipatico? “Amato, ma molto da lontano”. 

Spaventi

Quali cose nella vita la spaventano di più? “L’istruzione obbligatoria, il suffragio universale, e il voto alle donne (tutte cose, purtroppo, necessarie)”. 

Nobel

Ricevuta la notizia del Nobel, e pranzato con riso all’olio e due polpette, dichiarò: “Dovrei dire cose solenni, immagino. Mi viene un dubbio: nella vita trionfano gli imbecilli. Lo sono anch’io? 

Donne

“Personalmente, non trovo nulla di male nel fatto che una o più donne vogliano fare una carriera che non sia quella della prostituta o della moglie”. 

Novecento

“L’Ottocento ha dato di più”. 

Scuola

“Una volta si mandavano i bambini a scuola per farli uscire dalla famiglia. Oggi succede esattamente il contrario: è la famiglia che entra nella scuola! È una cosa oscena! Le madri nella scuola!... L’Università è malridotta. Non si insegna più niente. Conosco una ragazza laureata in Psicologia. Che significa? Farà l’assistente sociale” (1975). 

Aldiquà

“Per credere nell’aldilà bisognerebbe avere alcune basi, dei punti di partenza più sicuri. Per esempio, esiste veramente il tempo? O il mondo? Io non lo so. Ecco, non conoscendo l’aldiquà finisco per avere scarsa curiosità anche per l’aldilà”. 

Notizie tratte da “Interviste a Eugenio Montale (1931-1981)”, a cura di Francesca Castellano, Società Editrice Fiorentina, pagg. 1.172, 90,00€

Barbara Costa per Dagospia il 13 Maggio 2023.

Roba tipo gelosia, sdegno e le altre orrende tattiche sessuali da sempre usate per reprimere le femmine come me e Eve Babitz impedendoci di spassarcela, non funzionano più “se sai come non rimanere incinta, non diventare cliente abituale della clinica per accidenti venerei, e farti un’orribile reputazione da sbandierare”.

E se io sono colei le cui pornate ti va di leggere su Dagospia, Eve Babitz è stata una scrittrice “tornado, tornado bollente”, che oggi avrebbe 80 anni esatti, ha avuto la fortuna di nascere e vivere e "essere" di L.A., negli anni in cui valeva la pena, cioè i '60, e nel '66 innamorarsi “a prima vista” e finire a letto con Jim Morrison.

Quel Jim Morrison. Dei Doors. A differenza di me che fossi stata sua coetanea e con lei a L.A. “accesa dal fervore di groupie che avanza sc*pando lungo la strada del rock”, avrei puntato driiitta a Ray Manzarek, e a differenza di vecchie galline patetiche che persistono a spacciarsi ex amanti di Jim Morrison forti di non essere smentite da uno che è schiattato 52 anni fa a Parigi e mai sapremo come davvero e perché e Marianne Faithfull una buona volta la finisca con la storiella del conte amico suo che a Jim ha venduto l’ero che a sentirla non ne posso più, Eve Babitz Jim lo ha conosciuto e lo ha sc*pato e sul serio e ecco le prove: dedica di Jim sulla copia a Eve donata de "The New Creatures", raccolta di poesie di Jim, ma non quella che tu trovi sul web a due spicci, bensì una delle rarissime e rilegate copie auto-pubblicate da Jim Morrison per il gusto di regalarle a Pam, la sua ragazza ufficiale, gli amici più stretti, le donne che per lui hanno contato qualcosa. Una è stata Eve Babitz, e come resistere a una “bionda con le tette” (quinta) in giro per Hollywood, “in cerca di uomini in grado di garantirmi che se non stavo alla larga avrei trovato guai”?

E se per Eve Babitz “l’idea di fare qualcosa una volta uscita dal liceo al di là di stare seduta sulla spiaggia mi sembrava chiedere troppo”, e pure se “una cosa che volevo fare da adulta c’era, e era invitare gente a casa e organizzare cene”, io l’ho sempre saputo, che sarei finita a scrivere e se cucinare non so, mi faccio invitare, e se i guai come la Babitz non è che me li vado a cercare, li creo e li accolgo, braccia e gambe aperte, tuttavia la questione è questa: io e Eve Babitz ce ne freghiamo di ogni femminismo figuriamoci di quello odierno perché mai ci siamo sentite oppresse (“che cosa malsana!”), o piene di rabbia repressa (“ma che orrore!”).

E sai perché? Perché non ci siamo limitate a legarci a un uomo se non per la vita neppure per una parte di essa, ma soprattutto perché sicure non abbiamo fatto nostro l’esempio materno. Eve Babitz è stata fortunata, a ritrovarsi una madre che l’ha lasciata “libera di non diventare niente”, al contrario della mia, santa donna ma dal disco rotto che non manca occasione di specificarmi che lei ce l’ha messa tutta sicché non è colpa sua se sono cresciuta ostinata e sboccata.

Ehi, che diavolo! Siamo femmine senza i tormenti e le “tribolazioni che ti bloccano l’intera esistenza”. Se sei una che lo sa, che “vivere per sempre felice e contenta è al di fuori della tua portata”, hai altre priorità. Conta un uomo che ti bacia finché il “profumo speziato del suo dopobarba ti sprizza la lingua a mo’ di arcobaleno”. 

Solo così capisci che, con uno così, il sesso orale (lui a te) è l’ultimo dei tuoi problemi anche perché, con uno così, di problema ne hai un altro e pure incombente, “trattenerti dal non sfilarti le mutandine di dosso lì stante, in pieno giorno”. Io e Eve Babitz ce ne sbattiamo della parità uomodonna. È fregatura. Che te ne fai? Metooiste, “a che servono le tette, se non a promettere qualcosa nelle trattative di lavoro”? Ma “le mogli a cui un marito gli serve per pagare tutto”, sono p*ttane o no?

Nella vita ci sono alte priorità. Peccato che io al contrario di Eve non sappia decolorarmi i capelli da sola, ma gran merito che io, come lei, “intellettualmente non arrivo certo ultima”, e al pari di lei non mi faccio “ingombrare la mente di dettagli isterici come la politica”. Perdio, “votare?!??? Di politica ci capisco troppo perché me ne importi, e comunque non funziona mai niente”. 

E Jim? Jim Eve lo incontra a L.A. una sera del '66 “in un locale malfamato. Puzzava di pelle e di alcool”. Risolvono a letto subito: così si fa. Chi ti dice stai attenta è invidioso di ciò che fai e lui no. Eve con Jim “in qualunque momento mi chiamasse, riconoscevo quei silenzi ancor prima che dicesse pronto e avevo le scarpe ai piedi e le chiavi in mano per andare a prenderlo al Troubador e a rimanere sdraiata con lui tutta notte e solo per essere sicura che nessuno prendesse troppi barbiturici. E che ci fosse un domani”.

E come io col primo uomo per cui ne è valsa la pena, lo stesso Eve con Jim non si è “mai sentita abbastanza donna”. Ma come essere donna abbastanza per uno che “non avrebbe avuto donne abbastanza nemmeno se fosse vissuto 106 anni”, ma poi “c’erano migliaia di volontarie altrettanto qualificate pronte a seguirlo, e però nude, o in visone, o con i capelli fiammeggianti”. 

Le caz*ate che puoi fare per un uomo. Io ne so. Ne faccio. Per piacere a Jim “oltre la tortura dei bigodini che fanno tanto art nouveau”, come Nico (quella a Via Veneto con Mastroianni in "La Dolce Vita" poi cantante dei Velvet Underground, Lou Reed, Warhol, Factory, amfe, ci sei?) Eve se li tinge di rosso. E finisce che "A lucky little lady/ in the city of light/ I see your hair is burnin'… è Eve la "L.A. Woman" di Jim. Ma potrebbe essere ogni rossa.

O nessuna. Le canzoni illudono. Lo so. Non lo sapevo però, che il Viagra c’era prima di chiamarsi Viagra in pillole blu, ed erano “iniezioni di testicoli di pecora o di capra”. Me l’ha detto Eve. Le prendevano i boss della Fox per sc*parsi Norma Jean Baker e farla diventare Marilyn Monroe. Io come Eve credo che la vita è ingiusta, e che come lei “sono troppo fortunata ma non posso farci niente a parte sentirmi in colpa o provarci”. Alla fine “se volete la mia opinione, a Parigi ci vai solo se sei in cerca di un posto dove morire”.

Estratto dell’articolo di Riccardo De Palo per “Il Messaggero” il 13 Gennaio 2023. 

(…)

Eve Babitz racconta tanti altri aneddoti in “La mia Hollywood”, il suo primo libro pubblicato nel 1974, inedito in Italia, che uscirà il 18 gennaio per Bompiani. (…)

Si dice che fosse festaiola, libertaria, sciupauomini.

 Ma chi era veramente Eve Babitz? Nata nel 1943 nella Città degli Angeli fu, da subito, un'intellettuale controcorrente. (…) C'è una celebre foto di Julian Wasser in cui compare completamente nuda, intenta a giocare a scacchi con il maestro del surrealismo Marcel Duchamp. Era il 1963, e per lei fu il primo quarto d'ora di celebrità. Raccontò poi che, mentre posava, pensava con rabbia al suo ex che non l'aveva invitata al vernissage e intanto si concentrava per tirare indietro la pancia e non fare brutta figura.

 Tra i tanti flirt che le furono attribuiti, figurano il frontman dei Doors Jim Morrison, gli attori Steve Martin e Harrison Ford. Le uniche cose che le interessavano, diceva lei stessa, erano «il divertimento, gli uomini e i guai».

In una città dove i predatori erano in agguato, e il potere delle celebrità maschili era alle stelle, Eve pretendeva che gli altri si piegassero alle sue regole.

 Los Angeles è un grande parco dei divertimenti, il centro di una festa mobile ininterrotta e seducente. Ma la giovane futura scrittrice confessa: «L'unico altro posto in cui mi sia mai sentita a mio agio è Roma». Ovvero, una città spesso paragonata a una «Hollywood distillata», dove Babitz passa sei mesi nel 1962.

(…)

Purtroppo, nel 1997 Eve è costretta a scendere dalla giostra. Subisce gravi ustioni: nella sua macchina, ha dato fuoco al suo stesso vestito, armeggiando con un accendino. Viene ricoverata, e gli amici che le vogliono bene organizzano una colletta per aiutarla a pagare le cure (negli Usa senza assicurazione non vai da nessuna parte).

 Dopo l'incidente, Eve Babitz ha vissuto sempre più nell'ombra, nel suo piccolo appartamento di Santa Monica Boulevard, con la sola compagnia del suo gatto con gli occhi color arancio, Zsa Zsa. Ogni tanto però concedeva ancora interviste fiume, mentre i suoi libri tornavano di moda negli Usa. Eve Babitz morì in una clinica di Los Angeles il 17 dicembre del 2021, per una rara malattia neurodegenerativa, il morbo di Huntington. Aveva 78 anni.

Eve Babitz. Barbara Costa per Dagospia il 5 febbraio 2023.

Tu come ti chiami? Che lavoro fai? La lecchi la f*ga?”. Questo si deve dire, soltanto questo, a meno che non ti imbatti in uno “che pensa che leccarla sia una cosa che si chiama "tuffo nel pelo", e che la fanno i pervertiti”. Scappa via da tali debosciati, ma che, non lo sai? Gli uomini si dividono in 2 categorie: bravi ragazzi, e str*nzi. Il 90 per cento sono str*nzi, grazie a dio. Ne vale la pena. Specie con quelli “che hanno gli occhi così azzurri che sembra che il cielo gli risplenda dentro”. E se lo str*nzo ti delude… ti puoi vendicare “passandogli per dentifricio la tua polvere vaginale!”.

Così faceva Eve Babitz, così ci insegna e scrive, e nei particolari, in "La Mia Hollywood", la sua (prima) autobiografia (Bompiani). Autobiografia datata 1974, e ci è voluto mezzo secolo per libarla nella nostra lingua!!! Hanno avuto paura, e hanno avuto motivo di averla avuta. Eve Babitz è un mostro. Di bravura. Di vita. Di femmina. Di scrittrice. Del fatuo. Ovvero, di quel che più vale la pena vivere. Ehi: “Ognuno, finché è vivo, dovrebbe fare una festa tutta sua: la morte non è altro che gente che se la spassa senza di te”.

Si scrive per aver qualcosa da fare durante la giornata, e la più segreta ambizione di Eve Babitz è “stata quella di restare zitella”. Uomini che vanno e vengono, tra le gambe, ma che dopo non ti stanno tra i piedi, se ne vanno, da casa tua, e tu sei libera, “e non t’annoi mai”. Perfidamente rimproveravano alla Babitz di non maturare, ma…“chi l’ha detto che bisogna diventare maturi? Io non voglio diventare vecchia e morire. Io voglio solo morire. Non posso? Invece sì. L’ho sempre fatto. Io non credo nel dover affrontare il dolore a meno che non sia del genere che ti piace. Io consiglio a chiunque mi voglia dar retta di evitare le sofferenze o finirete per acquisire gusto per il dolore, e credere che vi piaccia, quando invece… è solo un film!”.

Qualcosa in contrario? Cosa? E perché non farvi chili di fatti vostri invece di puntare il dito sulle scelte altrui? È di Eve Babitz (com’è mio) l’odio puro per chi dice “è per il tuo bene”. Bene di chi? Ma perché parenti e ficcanaso imperterriti ci chiedono “quand’è che ti sposi? Ma vaffanc*lo! e le sbatto giù il telefono. Mia nonna vuole che mi sposi come lei e che abbia figli e nipoti ingrati che le sbattono il telefono in faccia”. Innamorarsi? Che rottura. “L’amore è qualcosa che fanno gli altri per mettersi nella giusta disposizione di procrear figli”.

 I Principi Azzurri non esistono, esistono gli uomini e se non sono quelli giusti, tanto meglio. Poi, se sono sposati, bingo! Gli sposati hanno fame di sesso ignota ai single. “Le loro mogli si infuriano se scrivo le iniziali dei loro nomi”. Ma tra gli amanti di Babitz, Jim Morrison, Harrison Ford, Ed Ruscha, Steve Martin, Ahmet Ertegün, e sono quelli che si possono dire. Questo sì che è vivere! Perché sposar bifolchi, e finire a far lavori tediosi, “estetiste a 1 dollaro e 60 l’ora, commesse a Tutto a 2 dollari… è corteggiare il disastro!”.

Guai a rimanere intrappolati nella prigione che ci si è ideati. Il potere sta nel valore aggiunto di sapere cosa ti piace. E a Eve Babitz non piacciono “Kubrick. La fantascienza. Parigi. La stabilità. I frignoni. Le sorprese. I cani. E i bambini, e farei di tutto per Andy Warhol, se solo mi pagasse!”. Warhol sta a New York e a Babitz N.Y. non piace, lì parlano e diavolo “non mettono gli spazi tra le parole!”. Eve vive a N.Y. un anno, e “che puoi fare a NY, se non mangiare? Le alternative? Bellevue o eroina”.

O presentare Frank Zappa a Salvador Dalì. “Ho spedito 40 kg di "Life" da N.Y. a L.A. Bus Greyhound. Non è costato troppo”. Con la gatta Rosie, Babitz ritorna nella sua L.A. I posti vanno scritti SOLO con la maiuscola. Non si va a ovest: si va a Ovest. E a L.A., “dove vuoi andare che non sia vicino a un’uscita autostradale?!? Me ne frego di cosa pensano gli altri! A L.A. non è importante, e finisce lì”.

Eve Babitz è di L.A, “dove il sole sprofonda a Ovest e dove tutto quello che resta sono le Hawaii”. Eve Babitz è nata e cresciuta a Hollywood. Non si è mai messa troppi vestiti addosso. Nella sua vita le stagioni non ci sono mai state. E “la sapete una cosa? A Hollywood, a 14 anni, e non mi era ancora venuto il ciclo, mi ha dato il primo bacio indimenticabile e null’affatto paterno Johnny Stompanato, poveretto”, e poveretto si sa il perché. O no? E chi sa chi è (stata) Ona Munson? Indizio: ha fatto la p*ttana… Eve Babitz ha perso la verginità “a 17 anni, e grazie a 2 lattine di Rainier Ale da 26 cent. Non ho sanguinato, non mi ha fatto male e non sono diventata una donna. Pochi mesi dopo ho preso il diploma con dello sperma che mi gocciolava da una gamba”.

Eve Babitz mai è stata “un dolce petalo di passività: sono di L.A. e col cavolo che credo in Dio per via dei terremoti: io so già come va a finire. Se Dio vuole che gli creda io lo farò, ma solo per l’Oceano Pacifico, e i tramonti. Per il resto… aspetterò sotto lo stipite”. Le religioni orientali? Per carità! “Dicono che Budda non ha avuto donne. Certo! Come faceva a usare il caz*o in mezzo a tutto quel grasso??? Probabilmente era lungo 5 cm disteso nell’impeto”.

Pioniera dell’uso libero del diaframma, Eve Babitz si è un’intera vita domandata “come deve essere riuscire a entrare in un Dior. E comunque non posso lamentarmi. Non credo che si debba fare i difficili, e io sono bella quanto basta. E certe volte sono anche magra quanto basta”. Gay? Bisex? “No alle donne. Come regola. A meno che i suoi seni non siano un Botticelli migliorato. In quel caso… una cosa è esser lesbiche. Un’altra è entrare negli Uffizi”. Mai farsi addomesticare! Sintonizzati su altri canali. Interessati.

Ci sono vite da sperimentare. Autodefinitesi “sentimentalmente ritardata”, per Eve “il rossetto arancione gessoso da un punto di vista filosofico non ha senso, e lo dico sempre, come c’è niente di più utile di una borsa nera… e io non riesco a funzionare nella confusione, e non ho il coraggio d’andare da nessuna parte senza "Earthly Paradise" di Colette, e se mi succede qualcosa, e non ce l’ho?!??? Proust?

Basta il ritrattino da checca che ne fa Colette: 3 paragrafi e ti risparmi 9 milioni di pagine! Ma io gli eccitanti… non è che non li amavo, era solo troppo complicato... ma lo sai che mi hanno presentato a un Beatle come la ragazza migliore d’America!??? E allora sì, lui mi telefona, alle 6 del mattino, e per dirmi di non farlo impazzire troppo… e la Woolf è nella ragione e le femministe nel torto, e dato che questo è il mio libro, e dato che è esistito James Joyce, perché non mi fate fare a modo mio? E tu, mia cara, cos’altro vuoi da bere?”. Eve Babitz, sun woman.

Cosa significa essere “felliniani” oggi, trent’anni dopo la morte di Federico Fellini. ANNA MANISCALCO su Il Domani il 31 ottobre 2023

Il 31 ottobre 1993 moriva Federico Fellini. Il suo cognome è diventato un aggettivo, azzeccato o abusato. Fregnacciaro, opulento, caricaturale, senza schemi: alcune di queste definizioni sono valide adesso per la regista Carolina Cavalli e la sceneggiatrice Elisa Dondi, che all’epoca erano solo bambine: ha senso per loro, giovani cineaste, il continuo richiamo al passato?

«Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Ne sono lusingato», disse una volta Federico Fellini. Che aggettivo in effetti lo era diventato, e lo è rimasto: felliniano è un termine che si ritrova pure su Treccani. «Cosa intendano gli americani con “felliniano” posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. Ecco: fregnacciaro è il termine giusto», aveva continuato. 

Aveva ragione: felliniano è il termine di riferimento per quella cinematografia che si mostra imponente e caricaturale, che inserisce elementi legati al sogno, al circo, a una qualche narrazione dell’esistenza che è malinconica e divertita allo stesso tempo. Termine azzeccato, a volte abusato: in questo senso, è l’equivalente cinematografico di “kafkiano”. 

Sono passati trent’anni da quando il maestro, nato a Rimini sotto il segno del Capricorno («ma a un quarto d’ora dal segno dell’Aquario, ho i difetti di entrambi i segni»), è morto all’ospedale Umberto I di Roma. La lunghissima coda di personalità del cinema e della politica che hanno sfilato per rendergli omaggio alla camera ardente allestita presso il suo amato Teatro Cinque di Cinecittà è stata ripresa nel documentario che gli ha dedicato l’amico Ettore Scola, Che strano chiamarsi Federico. Se è strano chiamarsi Federico, ancora più strano oggi, per le cineaste che appartengono a un’altra generazione, è essere felliniane.

VOLTI UMANI E CARICATURALI

In un contesto lavorativo Carolina Cavalli, ad esempio, non ha mai usato il termine felliniano. Regista e sceneggiatrice poco più che trentenne, il suo lungometraggio d’esordio, Amanda, è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia ed è stato selezionato nella Critics’ Pick del New York Times. 

«Per me ha semplicemente il significato di qualcosa di relativo a Fellini o al suo lavoro, quindi non la utilizzerei per raccontare il lavoro di qualcuno che non è lui», ha detto a Domani. Se personalmente non ne ha mai abusato, Cavalli riconosce però come possa essere utilizzato nella vita comune: «Ho un amico che definirei felliniano, per questo non andiamo sempre d'accordo», ha spiegato. «Oppure ci sono dei volti che mi colpiscono particolarmente che definirei felliniani, li descriverei come estremamente umani e allo stesso tempo caricaturali».

Rimane quindi un’aura intorno alla parola, che va oltre l’aspetto puramente cinematografico: «Se qualcuno mi dicesse che ha passato una notte felliniana, credo che potrei immaginarmela ed esserne sicuramente curiosa». Fermo restando però, che il confronto con l’originale sarebbe per lei impietoso: in questo senso, sì, l’aggettivo felliniano promette quello che non mantiene e si svuota di significato.

FUORI DALLE CATEGORIE

«Felliniano, per noi autori, vuol dire darsi il monito di scrivere cercando una propria visione», ha raccontato invece Elisa Dondi, sceneggiatrice. Ha scritto, insieme alla regista Laura Samani e a Marco Borromeo, Piccolo corpo, presentato alla Settimana internazionale della critica nell’edizione 2021 del Festival di Cannes, e vincitore del David di Donatello per la miglior regia esordiente.

Per Dondi, felliniano è pensare fuori dalle categorie. Il cinema di oggi, ha osservato, sempre di più chiede a un titolo di inserirsi in determinate caselle, per facilitarne la produzione e soprattutto la commercializzazione. Il regista di Otto e ½ si inseriva in un contesto vivissimo. Cinecittà rinasceva dopo la guerra, l’invenzione era ovunque: adesso, dentro un’offerta vasta che rimbalza tra le sale e i servizi on demand, lungometraggi e serie televisive, il rischio è che le produzioni si orientino di più al mantenere piuttosto che all’innovare.

«La voce di Fellini è unica, come quella di Andrej Tarkovski. Sono registi che rompono ogni schema», ha detto Dondi. Il cinema di Fellini per una sceneggiatrice come lei è un incoraggiamento a non scrivere pensando solo a quello che funziona, in termini di vendite, ma a «cercare un proprio sguardo, anche piccolo. Qualcosa che ti ricordi che in fondo, stai facendo arte».

Il film di Fellini a cui è Dondi è più legata è La dolce vita. La prima volta che l’ha visto è stato al Centro sperimentale di cinematografia, dove è arrivata senza aver fatto studi specifici: veniva da psicologia. Nella Dolce vita lei e i suoi colleghi, agli inizi della carriera, hanno ritrovato, in piccolo e con le differenze del caso, il mondo in cui stavano entrando. Con le sue contraddizioni, e la mancanza della parola fine. 

ANNA MANISCALCO. Laureata in Giurisprudenza e diplomata in cinema. Frequenta la Scuola di giornalismo Walter Tobagi di Milano

Pierangelo Sapegno per “La Stampa” - Estratti lunedì 30 ottobre 2023.

Ebbe nella morte la dolcezza di chiudere la luce il giorno dopo il cinquantesimo anniversario del matrimonio con Giulietta Masina. S’era sposato il 30 ottobre 1943. Sarà perché forse Federico Fellini pensava che la morte fosse l’unica cosa vera della vita. O perché gli piaceva la cabala. Anita Ekberg in una velenosa intervista disse che lo sapevano tutti che lui credeva a streghe e fattucchiere. 

(...) 

In fondo, che cosa sono i sogni se non una grande bugia? Fellini lo ripeteva spesso di sé, forse anche solo per liberarsi dal peso insopportabile della verità: «Sono un gran bugiardo». O un fregnacciaro: «Cosa intendano gli americani con felliniano posso solo immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. Ecco, fregnacciaro è il termine giusto».

Ma Alberto Sordi lo spiegava ancora meglio quando diceva che «tutto quello che vi racconteranno di lui se non ve lo dico io non è vero. E sapete perché? Perché probabilmente gliel’ha raccontato Fellini. E Fellini è un grande bugiardo, l’uomo più bugiardo del mondo. Però, ahò, Federico c’ha una capoccia così». 

Sordi lo conosceva bene, perché erano diventati amici negli anni giovanili dei sogni e della miseria, quando Fellini era uno sconosciuto caricaturista che scriveva gag per Aldo Fabrizi. 

A Rimini, da liceale, d’estate si metteva il vestito più bello e andava in spiaggia a fare i ritratti a pastello dei bagnanti. Ed era venuto a Roma a fare il vignettista. Era così magro che Tonino Guerra diceva che sembrava Gandhi: «Un fachiro dagli occhi profondi», con quella chioma arruffata che gli pesava sul capo. «Eravamo due poveracci», ha ricordato Sordi. Andavano a mangiare in una latteria di via Frattina e facevano così pena che la cuoca s’era intenerita e gli nascondeva due bistecche e due uova sotto gli spaghetti che avevano ordinato.

Facevano lunghe passeggiate la sera, piene di sogni e Federico gli diceva: «Albé, io un giorno diventerò un grande regista, forse il più grande del mondo». Solo che Sordi lo doveva sostenere, perché c’aveva fame e «gli era rimasta soltanto una testa così, piena di capelli su un corpo che si deperiva di giorno in giorno. E io non potevo fare niente per lui perché anch’io ero un poveraccio senza una lira». Ma poi arrivò il suo angelo salvatore. Conobbe una ragazzina che faceva la radio e si chiamava Giulietta. 

Era l’opposto dei suoi sogni femminili. Quasi minuta, dolce, carezzevole, così lontana dall’immaginario erotico di Gradisca, dalla sensualità prepotente e provinciale delle donne felliniane. Ma lui se ne innamorò come ci si innamora senza saperlo della vita che ci aspetta. «Lui scrisse per lei una rubrichetta e si fidanzarono. Lei da buona emiliana cominciò a cucinare agnolotti, lasagne, tortellini e cominciò a ingrassare Federico».

Fellini il Grande è nato lì, quando è cominciata la sua seconda vita. È nato con Giulietta. Cinquant’anni e un giorno, ha detto la cabala. Ma le fattucchiere le cercava solo come cercava le mignotte, quando assieme a Marcello Mastroianni saliva sulla macchina guidata da Isabella Biagini e andavano di nascosto nella pineta di Ostia, lei davanti e loro due dietro. Isabella passava i soldi, 20, 30, 50mila, per convincerle a farsi intervistare. 

Chiedevano storie per i loro film. Incubi, sogni, il mondo di Fellini, con la cartapesta che reinventa la natura e gli uomini e le donne che galleggiano sul respiro della vita. Poi alla fine Federico le chiedeva, ma voi godete? «Dottò, che vuole? Ce ne so’ alcuni che puzzano come cadaveri». Era, nel suo perimetro onirico, un arcitaliano, che amava il rumore, un certo disordine definito e persino gli ossimori, la dolcezza come l’autorità senza sconti. Odiava Luchino Visconti.

Ha raccontato Giancarlo Dotto che una volta si incrociarono in macchina a piazza del Popolo e finsero di non vedersi. Ma Fellini disse all’amico che guidava: «Chiudi il finestrino. Visconti mi sputa dentro». E invece aveva grande affetto per Giulio Andreotti. Gli scrive un mucchio di lettere, «caro Giulio, mi fa tanto piacere chiamarla così», gli fa lunghe telefonate di solidarietà durante i suoi processi. Votava repubblicano o socialista, una sola volta votò Dc, nel ’76. Mai il Pci.

Al suo genio possiamo perdonare tutto, anche le sue incongruenze. Ha amato Sandra Milo e altre donne che animavano la sua fantasia erotica, però nessuna è entrata dentro alla sua vita come Giulietta, mamma sorella e compagna. In fondo, diceva Tonino Guerra, non c’è niente da capire.

Durante le riprese di Amarcord vide uno che veniva alla sera per raccattare gli avanzi dei cestini buttati dagli attori. Si chiamava Vincenzo Caldarella, era un senzatetto di piazza del Popolo. Lui lo fece diventare l’emiro del Grand Hotel. Solo Fellini poteva fare una cosa così. Ma è vero che non c’è niente da capire. E quando è morto un giorno dopo i 50 anni con Giulietta, non è stato altro che una volontà del cielo. Perché è ben strana la vita. È come i sogni. Nessuno li può spiegare

Federico Fellini, 30 anni senza il regista di «Amarcord»: come nacque l’amore con Giulietta Masina, l’Oscar alla Carriera, 8 segreti. Arianna Ascione su Il Corriere della Sera il 31 ottobre 2023.

Il regista de «La dolce vita», «La strada» e «8½» moriva a Roma il 31 ottobre 1993, all'età di 73 anni

«Felliniano»

«Un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo». Così si autodefiniva Federico Fellini, considerato uno dei più grandi registi della storia del cinema. Se ne andava a Roma il 31 ottobre 1993, all'età di 73 anni, dopo aver diretto nell’arco di quarant'anni di attività diciannove film, tra cui «I vitelloni», «La strada», «Le notti di Cabiria», «La dolce vita, «8½» e «Amarcord». La sua attività come regista ha ispirato un aggettivo, «felliniano», usato nel linguaggio comune per indicare qualcosa di surreale, onirico oppure grottesco. «Mio padre voleva che facessi l'ingegnere, mia madre il vescovo, e io sono diventato un aggettivo».

L’invenzione del «paparazzo»

A Federico Fellini è legato anche un altro termine: paparazzo. Deriva dall’omonimo personaggio, interpretato da Walter Santesso, del film «La dolce vita» (1960), che - appunto - fotografava le celebrità. Paparazzo è stato modellato dal regista sui racconti di Carlo Riccardi, Tazio Secchiaroli, Matteo Ridolfi e Marcello Geppetti, celebri fotografi dei divi nella Roma degli anni Sessanta.

Le critiche per «La dolce vita»

Oggi considerato uno dei capolavori del maestro riminese, alla sua prima nazionale - che ebbe luogo al cinema Capitol di Milano il 5 febbraio 1960 - «La dolce vita» fu fischiato. In seguito furono presentate due interrogazioni parlamentari, una alla Camera e una al Senato (il film era accusato di «infondere un'ombra calunniosa sulla popolazione romana»), e il mondo cattolico si divise. Alla sua uscita «La dolce vita» fu vietato ai minori di 16 anni (soprattutto per la breve scena di nudo femminile, per il riferimento al suicidio e per la presenza di alcune parolacce). In Spagna il film fu proibito dalla censura franchista e fu possibile vederlo solo nel 1981, dopo la morte di Francisco Franco (avvenuta nel 1975).

I film di Renzo Arbore

Per una scena del film di Renzo Arbore «"FF.SS." - Cioè: "...che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?"» (1983) Federico Fellini si offese: «Fu terribile - ha raccontato Arbore nel 2021 al Corriere -. Il Pap’occhio gli era piaciuto. Il film successivo, FF SS. Federico Fellini South Story, doveva essere un omaggio. Glielo facemmo vedere. Ma lui si dispiacque per la scena in cui il copione volava via dalla finestra mentre andava a fare pipì. Ce lo disse in faccia: “Non ci siamo. La cosa migliore è il finale con la musica di Rota”. Una pugnalata al cuore».

L’amore con Giulietta Masina

Nel 1942 negli studi dell'EIAR, dove lavorava come autore, Federico Fellini incontrò per la prima volta Giulietta Masina. La coppia convolò a nozze un anno dopo, e nel 1945 nacque il figlio Pier Federico (che purtroppo morì undici giorni dopo la nascita). Federico Fellini e Giulietta Masina sono rimasti insieme fino all’ultimo: l’attrice è morta il 23 marzo 1994, cinque mesi dopo il marito.

La relazione con Sandra Milo

Il regista ha avuto una relazione clandestina, durata 17 anni, con Sandra Milo. L’attrice ha interrotto il rapporto quando Fellini le ha chiesto di uscire allo scoperto. Ha raccontato qualche anno fa a Domenica In: «Quando lui mi ha detto “Basta essere amanti, voglio stare con te” io non ho accettato. Noi eravamo stati insieme per 17 anni. Una storia clandestina, un amore fantastico che aveva sempre escluso problemi perché era solo la bellezza e l’emozione di incontrarsi. Ho pensato: “Se quest’amore così fantastico e un po’ irreale, lo trasformo in qualcosa di normale, dove lui può dirmi ‘Che ci hai messo in questo sugo?’ o ‘Spendi troppo’ o ‘Sei ingrassata’, io ci rimango male”. Volevo conservare l’amore straordinario che è ancora dentro me e mi dà forza e felicità, dovevo lasciarlo così com’era, senza banalizzarlo con una storia di vita in comune. Ho preferito chiuderlo nel momento più bello ed è rimasto così». A proposito di Giulietta Masina invece Milo ha raccontato: «Volevo molto bene a Giulietta. Era una donna fantastica, intelligente, curiosa, piena di fantasia e molto generosa. Se mi sentivo a disagio con lei? Ma no, condividevamo amore. Era un amore condiviso. Lei lo amava molto e anch’io. Con un uomo come Federico, era impossibile pensare di tenerlo solo per sé. Sia le donne che gli uomini facevano follie per lui. Lei, però, aveva una parte importante di lui. Lui tornava sempre da Giulietta e questo era bellissimo».

L’Oscar alla carriera (e le 12 candidature)

È stato candidato per 12 volte al Premio Oscar e «La strada», «Le notti di Cabiria», «8½» e «Amarcord» hanno vinto l'Oscar come miglior film straniero. Nel 1993 è stato conferito a Federico Fellini l’Oscar alla carriera. Il regista dedicò (in inglese) il riconoscimento, che gli fu consegnato da Marcello Mastroianni e Sofia Loren, alla moglie: «Non me l’aspettavo davvero. O forse sì, ma non prima di altri venticinque anni! In ogni caso, è meglio ora. Vengo da un Paese e appartengo a una generazione per i quali l’America e il cinema erano quasi la stessa cosa, e ora essere qui con voi, miei cari americani, mi fa sentire a casa. Voglio ringraziare tutti voi per quello che sto provando. In queste situazioni è facile essere generosi e ringraziare tutti. Vorrei, naturalmente, prima di tutto ringraziare tutte le persone che hanno lavorato con me. Non posso nominare tutti, quindi lasciate che faccia un unico nome. Quello di un’attrice che è anche mia moglie. Grazie, carissima Giulietta, e per favore, non piangere più!».

Fumetti

Federico Fellini ha iniziato come disegnatore e vignettista e da regista disegnava abitualmente le scene dei suoi film. Amava moltissimo i fumetti, soprattutto quelli di Stan Lee e della Marvel. Nel 1991 il settimanale Topolino lo ha omaggiato con una versione a fumetti del suo film «La strada», scritta da Massimo Marconi e disegnata da Giorgio Cavazzano.

Federico Fellini, il regista diventato un aggettivo che indica qualcosa fra realtà e finzione. Walter Veltroni su Il Corriere della Sera sabato 14 ottobre 2023.

L’omaggio a Federico Fellini a trent’anni dalla sua scomparsa. Non mise la parola «fine» ai suoi film, non mettiamola al suo cinema

Nei film di Federico Fellini non è mai comparsa la parola «Fine», come si usava nel cinema del suo tempo. Fellini immaginava che le sue storie non si concludessero, avessero una vita propria, che i suoi personaggi continuassero a battere le strade del mondo, a conoscere avventure e delusioni, speranze e amori. A Vincenzo Mollica narrò che, da giovane spettatore, quella parola, «Fine», lo irritava, gli faceva pensare al termine della festa, al ritorno ai doveri, ai compiti da fare. Perché, per Fellini, il cinema è sempre stata proprio una festa. Un allegro baraccone da riempire di colori e di persone. Si sentiva simile al Creatore, quando guardava il grande teatro di Cinecittà, il suo numero cinque, vuoto, deserto e silenzioso. Immaginava poi di popolarlo delle sue birichinate, dei personaggi che più assomigliavano ai suoi disegni — non il contrario — delle fantastiche confusioni che gli volteggiavano in quella testa piena di sogni.

Uno dei suoi film più famosi, Otto ½ , nasce proprio in questo meraviglioso caos. Fellini non riusciva a trovare il senso di una storia che dentro di lui si era manifestata più come atmosfera che come racconto strutturato. Aveva iniziato a scrivere una lettera al produttore per dire che rinunciava, il set era già pronto, quando il capo macchinista Menicuccio lo interruppe per invitarlo a brindare per il compleanno del suo collega Gasparino. E lì, in quella festa allegra in cui si festeggiava anche il film che stava per cominciare, Fellini capì che non poteva più tornare indietro. E si rese conto che questo, proprio questo, sarebbe stato il senso di Otto ½: la storia di un regista che non sapeva più che film voleva fare.

Questa è, almeno, la storia che Fellini raccontò. Che fosse vera o no, è tutto da dimostrare. Come diceva Alberto Sordi, che lo conosceva bene, Fellini era «il più grande bugiardo della terra». Inventava storie a ripetizione, e lui stesso poi non ricordava più se fossero vere o no. Ma non contava, né per lui, né per noi. Perché nel suo cinema, forse nella sua vita, non esisteva confine o linea di demarcazione tra realtà e fantasia.

In un prezioso piccolo libro, un’intervista che non voleva fare a Giovanni Grazzini, il regista raccontò la sua giovanile folgorazione per il mondo della celluloide: «Mi accorgevo che il cinema ti permette miracolosamente questo doppio, grande gioco, di raccontare una storia e, mentre la racconti, viverne tu stesso un’altra, avventurosa, con personaggi straordinari quanto quelli che stai narrando; e a volte anche più affascinanti, e di cui parlerai in un altro film, in una spirale di invenzione e vita, di osservazione e creatività, spettatore e attore nello stesso tempo, burattinaio e burattino, inviato speciale avvenimento, come quelli del circo che vivono in quella stessa pista dove si esibiscono, in quegli stessi carrozzoni in cui viaggiano».

«La spirale di invenzione e vita», «Inviato speciale e avvenimento»: nel modo spettacolare in cui racconta il suo cinema c’è tutta la magia della sua avventura umana e la ragione della persistenza, nel tempo, ovunque, del mondo di immagini che lui ha creato. «Una scena felliniana» o «Un personaggio felliniano» sono divenuti modi di dire, spesso usati arbitrariamente, per definire qualcosa che volteggia in quel limbo chiassoso e colorato tra realtà e finzione, in quel meraviglioso baraccone di atmosfere che Fellini allestiva ogni volta che indossava la sua sciarpa rossa, inforcava il megafono e con quella vocina, che sembrava una presa in giro, diceva «Azione». Il suo cinema ha svuotato la sua memoria, tanta ne ha riversata nei personaggi, negli ambienti, nelle storie. Aveva scritto opere magnifiche del neorealismo, con Rossellini, ma poi ne aveva avvertito l’insufficienza. Gli sembrava che fosse stato inghiottito in una deriva ideologica che disdegnava ciò che a lui più piaceva: l’emozione personale, la fantasia, il gioco della creazione della realtà.

Il suo cinema invece era una cornucopia in cui si agitavano confusamente i fumetti della sua infanzia, il Kafka della Metamorfosi, Buster Keaton, più di Charlot, i clowns e gli acrobati, Dickens, Omero, Matisse, il silenzio dei luoghi abbandonati. E tutti i fantasmi della sua Romagna, come il Nasi, una simpatica canaglia che aveva venduto a un tedesco un pezzo di mare davanti al Grand Hotel e, richiesto di una descrizione della sua filosofia di vita, diceva: «Non sappiamo più vedere la verità perché non sappiamo curvarci fino in terra». Sono passati trent’anni da quando Fellini se ne è andato. Il suo mondo immaginario continua a muoversi leggero nell’aria, come le «manine» di Amarcord che annunciavano la primavera. Il migliore omaggio che si può fare oggi a Fellini è dire che anche per il suo cinema, per le sue parole, per la sua vita, non può essere scritta , non è stata scritta, la parola «Fine».

Amarcod, vitellone, dolcevita: come Fellini ha plasmato il nostro linguaggio.

Oggi, 20 gennaio, è la Giornata del cinema italiano. Ma è anche la data di nascita di Federico Fellini, il cui lascito non riguarda solo il mondo della settima arte, ma anche la capacità di modificare il linguaggio, come dimostra un nuovissimo glossario. Erika Pomella il 20 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Il 20 gennaio si festeggia la Giornata del Cinema Italiano, ma la data viene spesso commemorata anche per essere l'anniversario della nascita di Federico Fellini, maestro della settima arte e colonna portante del cinema italiano, capace di creare degli standard che, ancora oggi, vengono seguiti. Ne è un esempio il recente È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, che proprio a Fellini dedica un passaggio del lungometraggio, ricordando uno dei tanti insegnamenti che il regista de La dolce vita ha lasciato ai posteri.

Nato a Rimini il 20 gennaio 1920, Fellini ha avuto una carriera prolifica, che lo ha portato a firmare diciannove lungometraggi, molti dei quali considerati dei capolavori e delle vere e proprie pietre miliari. Federico Fellini è anche il cineasta italiano più premiato nella storia degli Academy Awards, con cinque Oscar portati a casa, di cui uno onorario alla carriera. Gli altri quattro sono stati vinti dai film Le notti di Cabiria, Amarcord, La strada e 8 e mezzo, che continuano ad essere i fari luminosi di una filmografia piena di capolavori. Non è un caso, allora, che la Giornata mondiale del cinema italiano ricada proprio nell'anniversario della nascita del cineasta: Fellini, in questo senso, è egli stesso l'anima e il simbolo del cinema made in Italy è il suo lascito è indubbio.

Ma la grandezza di questo artista non si evince solo dalla portata immortale dei suoi lungometraggi, che pure rimangono un grandissimo biglietto da visita, ma anche per la sua capacità di forgiare la realtà intorno a lui e di travalicare i confini dello schermo. Ad esempio, ci sono espressioni linguistiche utilizzate nella lingua italiana di tutti i giorni che vengono proprio dalla sua produzione: quando si utilizza il termine "Amarcord" o "Paparazzo" o anche solo la frase "la dolce vita" è a Fellini che si fa risalire l'origine. Non è un caso, allora, che Babbel, azienda per l'apprendimento delle lingue, abbia dedicato proprio a Fellini un glossario che possa permettere ai suoi iscritti di conoscere da vicino il lascito del cineasta. Parole come Bidone (nell'uso colloquiale di truffa e imbroglio), Felliniano o Vitellone rientrano nella ricerca per dimostrare quanto la grandezza di un'artista risieda sempre nella capacità non solo di raccontare una grande storia, ma anche di plasmare la realtà, di modificare il proprio tempo.

Basti pensare che anche il termine dolcevita arriva direttamente dalla produzione felliniana. Il dolcevita è il maglione a collo alto tanto amato da Marcello Mastroianni e che lo riconduce al film di Fellini, al cui interno l'attore ha un ruolo centrale, non solo a livello narrativo, ma anche ideologico. Gianluca Pedrotti, Principal Learning Content Editor di Babbel ha commentato la scelta di dedicare a Fellini un glossario con le seguenti parole: “Tra i ‘neologisti’ più prolifici va citato naturalmente anche Federico Fellini, il regista ‘dai mille volti’ che ha segnato non solo il gergo specialistico del settore cinematografico, ma anche la lingua d’uso comune, in Italia e all’estero”.

Estratto dell’articolo di Fabrizio Caccia per corriere.it il 19 giugno 2023.

Ed eccolo Federico Palmaroli, il noto vignettista in arte Osho, quando è appena finita la prima puntata di Tg1 Mattina Estate, la nuova striscia della rete ammiraglia della Rai fatta di intrattenimento e notizie che lo vede tra i protagonisti, dal lunedì al venerdì. 

«C’è un clima molto euforico in redazione», racconta lui a poche ore dal debutto, beatamente immerso nell’avventura e disponibilissimo a parlare di Giorgia Cardinaletti la conduttrice e anche di Giorgia Meloni la sua amica premier. «Fate dell’ironia? Non c’è un nesso. Per fortuna sia io che la Cardinaletti- scherza Osho - eravamo già in Rai prima che Meloni diventasse premier. Mica lei l’hanno chiamata a condurre il programma perché si chiama Giorgia come l’inquilina di Palazzo Chigi! Io poi collaboro da tre anni con Porta a Porta di Bruno Vespa, se devo a qualcuno il mio approdo in Rai lo devo a lui e gli dico grazie».

Per la prima puntata Palmaroli ha presentato tre vignette, sempre col suo originalissimo metodo delle foto che parlano, recitandole lui direttamente come fa già a teatro: «Sarà TeleMeloni? Macchè. Il mio obiettivo è realizzare la par condicio nella satira - dice spavaldo - Una cosa abbastanza complicata». 

Così a Tg1 Mattina ha immaginato Schlein e Conte che chiacchierano a margine della manifestazione di sabato scorso dei CinqueStelle. Con la segretaria dem che dice al leader del Movimento: «Ti meravigli che io sia qui in piazza per la precarietà, che c’è di più precario di un segretario del Pd?». 

La seconda vignetta, invece, Osho l’ha dedicata al centrodestra, con Antonio Tajani, in questo momento alle prese con il problema della leadership in Forza Italia dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi, che chiede lumi a Elon Musk, il fondatore di Tesla, la macchina con l’autopilota: «Ma tu ce l’hai un partito che si guida da solo?». 

In tanti lo attaccano dicendo che la sua satira non è abbastanza feroce. Osho concorda: «Forse hanno ragione loro, non lo so, ma il mio intento da sempre è solo far sorridere, umanizzando il più possibile i personaggi della politica, avvicinandoli alla gente comune, trattando Renzi e Calenda che litigano come fossero due fidanzati». 

Alla fine della prima puntata, lo ha chiamato il nuovo direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, per complimentarsi: «Vabbè ma è normale - si schermisce Palmaroli - Lui mi conosce da tanto tempo, siamo amici, anzi fu lui a scoprirmi e a lanciarmi come vignettista politico a Il Tempo, il quotidiano di Roma che allora dirigeva, era il primo gennaio 2018». 

È passato tanto tempo e adesso la destra è al potere: «Sì ma io simpatizzavo per Fratelli d’Italia quando era un partito al 3% e sono amico di Giorgia Meloni al di là della politica. I miei odiatori sui social oggi mi chiamano fascio, mi riempiono d’insulti, mi minacciano, ma io me ne infischio e tutt’al più blocco i loro profili e continuo per la mia strada».

Meloni a fine trasmissione non l’ha chiamato («Anche se è molto contenta che io faccia questo programma») e non l’ha chiamato nemmeno Augusta Montaruli, la vicepresidente della Commissione di Vigilanza Rai, sua ex fidanzata («Mi ha chiamato solo il 9 giugno per farmi gli auguri di compleanno»).

Estratto dell’articolo di Flavia Amabile per “La Stampa” il 12 aprile 2023.

Federico Palmaroli, […] autore delle vignette firmate Osho, […] è d'accordo con le multe e il carcere che il governo Meloni intende introdurre?

[…] «Trovo inutile questa forma di protesta, mi sembra un puro esibizionismo. La conseguenza è che questi ambientalisti finiscono solo per stare sulle palle alle persone.

Non mi sembra di aver visto grande vicinanza nei confronti delle loro azioni, a parte la Schlein.