Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2023

LA CULTURA

ED I MEDIA

QUARTA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.
 


 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Covid: sembrava scienza, invece era un…calesse.

L’Umanità.

I Benefattori dell’Umanità.

Le Invenzioni.

La Matematica.

L’Intelligenza Artificiale.

La Digitalizzazione.

Il PC.

I Giochi elettronici.

I Robot.

I Chip.

La telefonia.

Le Mail.

I crimini sul web.

Al di là della Terra.

Gli Ufo.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da Freud all’MKUltra.

I Geni.

I Neuroni.

La Forza della Mente.

Le Fobie.

L’Inconscio.

Le Coincidenze.

La Solitudine.

Il Blocco Psicologico.

La Malattia.

La Depressione.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scrittura.

La Meritocrazia.

Le Scuole al Sud.

Le Scuole Private.

Il Privatista.

Ignoranti e Disoccupati.

Ignoranti e Laureati.

Decenza e Decoro a Scuola.

L’aggiotaggio scolastico.

La Scuola Alternativa.

La scuola comunista.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’onestà e l’onore.  

Il Galateo.

Il Destino.

La Tenacia.

La Fragilità.

Body positivity. Essere o apparire?

Il Progresso.

Le Generazioni.

I Baby Boomer.

Gioventù del cazzo.

Il Linguaggio.

I Bugiardi.

L’Ipocrisia.

I Social.

Influencer.

Le Classifiche.

L’Amicizia.

Il fastidio.

L’Invidia.

L’Odio.

Il Mostro.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Moda.

Le Auto.

I Fumetti.

I Giochi da Tavolo.

L’Architettura e l’Ingegneria.

Il Restauro.

Il Podcast.

L’Artista.

La Poesia.

La Letteratura.

Il Teatro.

Le Autobiografie.

L’Ortografia.

Intrecci artistici.

La Fotografia.

Il Collezionismo.

I Francobolli.

La Pittura.

I Tatuaggi.

Le Caricature.

I Writer.

La Musica.

La Radio.

Le Scoperte.

Markalada, l'America prima di Colombo.

La Storia.

La P2 culturale.

Ladri di cultura.

I vandali dell'arte.

Il Kitsch.

Gli Intellettuali.

La sindrome di Stendhal.

Gli Snob.

I radical chic.

La Pubblicità.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alberto Asor Rosa.

Alberto Moravia.

Aldo Nove.

Alessandro Manzoni.

Alessia Lanza.

Aleksandr Isaevic Solzhenicyn.

Andy Warhol.

Andrea Camilleri.

Andrea Pazienza.

Anna Premoli.

Annie Duchesne Ernaux.

Anselm Kiefer.

Antonio Delfini.

Antonio Riello.

Artemisia Gentileschi.

Benedetta Cappa.

Barbara Alberti.

Beethoven.

Banksy.

Camillo Langone.

Caravaggio.

Carlo Emilio Gadda.

Chiara Gamberale.

Cristina Campo.

Curzio Malaparte.

Dacia Maraini.

Dante Alighieri.

Dante Ferretti.

Dario Fo.

Dino Buzzati.

Domenico "Ico" Parisi.

Eduardo De Filippo.

Elena Ferrante.

Eleonora Duse.

Emanuel Carnevali.

Emmanuel Carrère.

Émile Zola.

Emilio Isgrò.

Ennio Morricone.

Enrico "Erri" De Luca.

Erin Doom.

Eugenio Montale.

Eve Babitz.

Ezra Pound.

Fabio Volo.

Federico Fellini.

Federico Palmaroli: Osho.

Friedrich Nietzsche.

Filippo Tommaso Marinetti.

Francesco Alberoni.

Francesco Piranesi jr.

Franco Cordelli.

Franco Ferrarotti.

Franz Kafka.

Fulvio Abbate.

Gabriele D'Annunzio.

Gaetano Bonoris.

Gaetano Salvemini.

George Orwell.

Georges Simenon.

Giacomo Leopardi.

Giacomo Puccini.

Giampiero Mughini.

Gianfranco Salis.

Gianni Vattimo.

Gianrico Carofiglio.

Gioachino Rossini.

Giordano Bruno Guerri. 

Giorgio Manganelli.

Giovanni Testori.

Giovanni Verga.

Giovannino Guareschi.

Giuseppe Prezzolini.

Giuseppe Verdi.

Hanif Kureishi.

Italo Calvino.

Jago sta per Jacopo Cardillo.

Jacques Maritain.

Jean Cocteau.

Jean-Jacques Rousseau.

John Ronald Reuel Tolkien.

Johann Wolfgang von Goethe.

J. K. Rowling.

Jorge Luis Borges.

Julius Evola.

Lara Cardella.

Laura Ingalls Wilder.

Lee Miller.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lina Sotis.

Luigi Illica.

Luigi Vanvitelli.

Luis Sepúlveda.

Louis-Ferdinand Céline.

Ludovica Ripa di Meana.


 

INDICE SESTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marcello Marchesi.

Marcello Veneziani.

Marina Cvetaeva.

Mario Vargas Llosa.

Mark Twain.

Martin Scorsese. 

Massimo Rao.

Matilde Serao.

Maurizio Cattelan.

Mauro Corona.

Michel Houellebecq.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarroti.

Michelangelo Pistoletto.

Michele Mirabella.

Michele Rech: Zerocalcare.

Milo Manara.

Oliviero Toscani.

Oriana Fallaci.

Pablo Neruda.

Pablo Picasso.

Paul Verlaine.

Pier Paolo Pasolini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Pietro Cavallini.

Pietro Citati.

Primo Levi.

Robert Capa.

Roberto Ruffilli.

Roberto Saviano.

Salman Rushdie.

Sergio Leone.

Sergio Pautasso.

Sibilla Aleramo.

Stefania Auci.

Susan Sontag.

Suzanne Valadon.

Sveva Casati Modignani.

Tim Page.

Truman Capote.

Tullio Pericoli.

Umberto Eco.

Umberto Pizzi.

Wolfang Amadeus Mozart.

Vasco Pratolini.

Veronica Tomassini.

Virginia Woolf.

Vitaliano Trevisan.

Vittorio ed Elisabetta Sgarbi.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. La Distrazione di Massa: Propaganda e realtà.

Controinformazione e contraddittorio.

Lo ha detto la Televisione…

L’Opinionismo.

L’Infocrazia.

Rai: Il pizzo e l’educatrice di Stato.

Mediaset: la manipolazione commerciale.

Sky Italia.

La 7.

Sportitalia.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le fake news.

I Censori.

Il Diritto d’Autore e le furbizie di Amazon.

La Privacy.

L’Oblio.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

Wikipedia, l’enciclopedia censoria.


 

INDICE NONA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Se questi son giornalisti!

Gli Uffici Stampa.

Il Corriere della Sera.

Avanti!

Il Fatto Quotidiano.

La Gedi.

L’Espresso.

Il Domani.

Il Giornale.

Panorama.

La Verità.

L’Indipendente.

L’Unità.

Il Manifesto.

Il Riformista.

I più noti.

Alberto Dandolo.

Alberto Matano.

Alda D’Eusanio.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Amedeo Goria.

Andrea Scanzi.

Angela Buttiglione.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Antonello Piroso.

Antonio Caprarica.

Antonio Di Bella.

Augusto Minzolini.

Attilio Bolzoni.

Barbara Costa.

Barbara Palombelli.

Bruno Vespa.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carmen Lasorella.

Cesara Bonamici.

Claudio Sabelli Fioretti.

Clemente Mimun.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Corrado Formigli.

Cristina Parodi.

David Parenzo.

Donatella Raffai.

Enrico Mentana.

Enrico Varriale.

Enzo Magistà.

Fabio Fazio.

Federica Sciarelli.

Ferruccio Sansa.

Filippo Facci.

Flavia Perina.

Franca Leosini.

Francesca Barra.

Francesca Fagnani.

Francesco Borgonovo.

Francesco Repice.

Furio Focolari.

Gennaro Sangiuliano.

Gian Antonio Stella.

Gian Marco Chiocci.

Gianni Riotta.

Gigi Marzullo.

Giovanni Minoli.

Hoara Borselli.

Indro Montanelli.

Italo Cucci.

Ivan Zazzaroni.

Jas Gawronski.

Laura Tecce.

Lirio Abbate.

Lucia Annunziata.

Luisella Costamagna.

Malcom Pagani.

Manuela Moreno.

Marco Travaglio.

Mario Sechi.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Massimo Gramellini.

Maurizio Mannoni.

Mia Ceran.

Michele Cucuzza.

Michele Santoro.

Milena Gabanelli.

Myrta Merlino.

Natalia Aspesi.

Nicola Porro.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Flores d'Arcais.

Riccardo Iacona.

Roberto D’Agostino.

Roberto Poletti.

Romana Liuzzo.

Rula Jebreal.

Salvo Sottile.

Selvaggia Lucarelli.

Serena Bortone.

Sigrido Ranucci.

Tancredi Palmeri.

Tiberio Timperi.

Tiziano Crudeli.

Tommaso Cerno.

Valentina Tomirotti.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.


 

LA CULTURA ED I MEDIA

QUARTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Dress Code.

Il Costume da bagno.

L’armocromia.

Inquinatori.

I Cappellai.

Il Tartan.

Chiara Boni.

Moschino.

Brunello Cucinelli.

Mary Quant.

Ottavio Missoni.

Karl Lagerfeld.

Roberto Cavalli.

René Lacoste.

Giorgio Armani.

I Versace.

Dress Code.

Dress Code. Estratto dell’articolo di Antonio Mancinelli per “La Stampa – Specchio” il 2 maggio 2023.

Nel 2005, una signora di colore, dopo essere sbarcata da un volo intercontinentale dall'America a Parigi volle entrare nella boutique di Hermès, poco dopo l'orario di chiusura. Un commesso in quella donna nera malvestita vide solo una seccatrice a cui dire che era tutto «fermé», malgrado vi fossero ancora molti acquirenti all'interno, visibili dalla strada. 

Lei era Oprah Winfrey, una delle giornaliste e imprenditrici più potenti degli Stati Uniti. Lui non l'aveva riconosciuta. L'episodio fu una catastrofe per le relazioni pubbliche del marchio e scatenò varie speculazioni sulle motivazioni dell'addetto alle vendite: poteva essere maleducazione. Poteva essere razzismo. Poteva essere un mix complicato di tutte queste cose. 

Il fatto è poi che esistono persone talmente ricche e/o famose che, potendosi permettere di comprare tutta la merce di un negozio di lusso, si concedono il lusso di entrarci sembrando degli scappati di casa, per dimostrare superiorità: non ci si veste per far colpo perché non si ha bisogno di far colpo.

Ma è un codice che va decrittato, prescrittivo tanto quanto – se non di più – di quel galateo a cui soggiacevano le nostre nonne che, pur non abbienti, avevano il vestito adatto per quella determinata occasione. 

Il simpatico aneddoto viene riportato da uno dei libri più interessanti in circolazione negli ultimi tempi sui rapporti tra abiti, società, addirittura giurisprudenza: Dress Code (il Saggiatore) di Richard Thompson Ford, con la frizzante traduzione di Valeria Lucia Gili. L'autore, professore di Legge alla Stanford Law School, ha scritto testi di diritto su questioni sociali, culturali ed essendo afroamericano, anche razziali e collabora con teste prestigiose come il New York Times e la CNN. […]

Dress Code usa i codici del vestire come stele di Rosetta grazie a cui identificare quattro interessi alla base degli sviluppi della moda: status, sesso, potere e personalità. E dunque, sì: i codici esistono ancora, anche se più sofisticati da decifrare. La capacità degli abiti di trasformare visualmente il corpo dà all'abbigliamento l'autorità dell'illusione: i nostri abiti non sono un'affermazione da analizzare e valutare, sono una dimostrazione che persuade a livello subconscio, prima che ci si possa riflettere su. 

[…] La moda, però, è malleabile. E Ford sostiene con eleganza che, poiché è viva, ha la capacità di evolversi. Chi è disposto a trasgredire i regolamenti stabiliti induce le regole a cambiare. Costringe il potere a passare di mano. O almeno, nel tempo, a essere condiviso.

Estratto dell’articolo di Serena Riformato per “la Stampa” giovedì 3 agosto 2023.

Per ora i parlamentari casual l'hanno scampata: la Camera dei deputati non adotterà il codice d'abbigliamento più severo previsto da un ordine del giorno del deputato di Fratelli d'Italia Salvatore Caiata, cravatta obbligatoria e scarpe da ginnastiche vietate. […] Starà agli uffici di presidenza e ai questori valutare specifiche disposizioni […]  «Peccato – commenta Paolo Cirino Pomicino […] – al contrario di quello che dice il noto proverbio, in parlamento l'abito fa il monaco». 

È necessario un dress code più rigido per le istituzioni?

«La capacità creativa del parlamentare è legata anche al decoro. La lenta sciatteria nell'abbigliamento dei parlamentari ha corrisposto a una sciatteria legislativa inimmaginabile. Dopo la discesa, il degrado, non si può che risalire». 

La discesa?

«A volte sembra che il parlamento sia un condominio o uno stadio con curva sud e curva nord». […] «Spero che la preoccupazione di ripristinare un codice di abbigliamento segni l'alba di un nuovo giorno». […] «Però […] a volte nelle persone anziane la vecchiaia prende o le gambe o la testa per cui le scarpe di gomma aiutano». 

Cosa prevedeva il codice di abbigliamento quando lei era parlamento?

«Ma ai miei tempi non sarebbe mai stato necessario sollecitare delle disposizioni. Tutti avevano la cravatta e il giusto abbigliamento. Le eccezioni confermavano solo la regola». 

E quali erano le eccezioni?

«Alla fine degli anni '80 il movimentismo del Partito radicale cominciò a fare accettare che qualcuno avesse uno stile meno formale, ma fra i dubbi di molti. In ogni caso magari i radicali erano sciatti nel modo di vestire ma avevano delle idee». 

Qualche caso?

«Beh, portarono in Parlamento Cicciolina […]». […] «Le donne in Parlamento erano decorose, nessuno aveva un abbigliamento da pin up. Molte erano ex partigiane, portavano sul corpo le cicatrici di lunghe battaglie politiche».

Per alcuni partiti uno stile più casual è servito ad avvicinarsi agli elettori?

«Ma è sempre stata una finzione. Come quella dell'ex presidente della Camera Roberto Fico che il primo giorno arrivò in autobus. Poi mica l'ha preso più. Ma il Movimento 5 stelle è un incidente della storia». 

Un po' severo. In fondo la richiesta di sobrietà veniva dagli elettori.

«L'autorevolezza impone il decoro e certi segni fra cui l'auto blu. Non si va a Palazzo Chigi in bicicletta».

Francesco Bellomo, Vittorio Feltri: perseguitato e infamato ingiustamente. Vittorio Feltri Libero Quotidiano il 26 luglio 2023

È notizia di pochi giorni fa (ovviamente ignorata dai media) che l’ex consigliere di Stato Francesco Bellomo è stato archiviato anche a Torino. I magistrati del capoluogo piemontese hanno evidenziato, per l’ennesima volta, la “regolarità” del contratto tanto discusso e la piena liceità delle sue relazioni. Definito “porco” in diretta televisiva, attaccato da giornalisti e opinionisti che lo hanno considerato fin dal principio reo oltre ogni ragionevole dubbio dei reati contestatigli, bersaglio di ogni genere di insulto, infamato in maniera crudele, deriso, beffeggiato, disonorato, argomento di cronaca giudiziaria quotidiano per mesi e mesi, addirittura anni, e sempre con toni assolutamente colpevolistici e spietati, il brillante magistrato è stato definitivamente prosciolto da ogni accusa, senza mai essere neppure rinviato a giudizio. Ed è stato assolto non da un tribunale, bensì da sei procure distribuite da Nord a Sud. Anzi, specifico che il tribunale di Milano, la cui serietà è arcinota, già agli albori di questa faccenda, provvide ad archiviare il procedimento, dal momento che era evidente che Bellomo, accusato di avere imposto un dress-code agli studenti, sia maschi sia femmine, i quali partecipavano ai suoi corsi in magistratura, non si fosse macchiato di alcun crimine.

Il magistrato è stato poi dichiarato innocente dai tribunali di Bari, Piacenza, Roma, Bergamo, Torino. I giudici, insomma, hanno in maniera incontrovertibile appurato che Francesco Bellomo è – lo ripetiamo – innocente. E se non è colpevole, allora egli è vittima. Dunque, egli è stato perseguitato, ingiustamente screditato, colpito, massacrato dalla stampa, divorato da questi personaggetti tristi che popolano i talk-show e che pretendono di insegnarci la morale, pur non possedendone una. Quello che Bellomo ha patito è stata una iniquità. Lo ha riabilitato e rinfrancato proprio quella Giustizia cui egli stesso si è votato dedicandole la propria intera esistenza e la propria carriera. Bellomo fu un pubblico ministero giovanissimo, il più fresco d’Italia.

Questa vicenda dovrebbe essere conclusa, eppure Bellomo attende ancora di essere reintegrato nel suo ruolo, ossia quello di consigliere di Stato, che gli fu indebitamente tolto anni fa a causa dei procedimenti in corso. Cosa stiamo aspettando a restituire a Cesare quel che è di Cesare? Insomma, non soltanto abbiamo tormentato questo giudice, quest’uomo, dai cui corsi di diritto sono usciti decine e decine di magistrati che operano all’interno dei nostri palazzi di Giustizia, ma lo abbiamo anche privato del suo mestiere, che era la sua vita, e non glielo abbiamo mai più restituito. Il tutto senza giustificazione, come hanno dimostrato gli esiti dei vari processi.

Mi domando: in uno Stato di diritto è ammissibile che accada un fatto del genere? Io ritengo che tutto questo non si sarebbe mai dovuto verificare, o che, quantomeno, una volta emersa l’innocenza di Bellomo, questi avrebbe dovuto immediatamente riavere il suo posto all’interno del Consiglio di Stato. Cosa che ancora non si è realizzata, purtroppo.

Questo vuole essere un appello al nostro ministro della Giustizia, Carlo Nordio, anch’egli ex magistrato, affinché le istituzioni si sensibilizzino nei confronti dell’ex consigliere di Stato Francesco Bellomo, processato e assolto da ben sei procure, il quale meriterebbe quindi che il suo status quo ante venisse ripristinato subito.

Nessuno può rendere a Bellomo gli anni che gli sono stati portati via, insieme a parte della salute e dei soldi persi, dilapidati in spese legali che egli non avrebbe dovuto sostenere, però possiamo riconsegnargli le sue funzioni. Sarebbe il minimo che gli dobbiamo. Colgo l’occasione per esprimere la mia stima nei confronti di quei giudici che lavorano nei nostri tribunali con zelo, impegno, passione, rispondendo, tra mille difficoltà, alla domanda di giustizia che proviene dai cittadini. Non condivido affatto l’idea che la magistratura sia marcia, politicizzata, ostile, impegnata a triturare le persone. E la questione Bellomo ne è dimostrazione. La giustizia non agisce seguendo schizofrenici parametri di tipo moralistico che oggi sembrano dominare più che mai la società, bensì applicando la legge, che ha una sua razionalità.

Il Costume da Bagno.

Dalla lana al poliestere riciclato: breve storia dei costumi da bagno (e come farli durare). Marina Savarese su L'Indipendente lunedì 14 agosto 2023

Dai pesanti costumi castigati delle nostre nonne ai minuscoli fili interdentali sfoggiati sulle spiagge delle isole più in voga, sembrano essere passati secoli. Eppure il bikini ha compiuto “solo” 77 anni; era il 1946 quando il sarto (ed ex ingegnere automobilistico) francese Louis Réard, ispirandosi alle dame viste sulle rive di Saint Tropez, che usavano arrotolare i costumi dell’epoca per scoprire più pelle a favore dell’abbronzatura, ideò un “due pezzi” succinto e audace, che rivoluzionò la storia del beachwear per sempre (in realtà un modello simile è stato ritrovato in Sicilia, nei mosaici del 300 d.C. di Villa del Casale). 

Fino a quel momento, infatti, per bagnarsi erano usati degli “abiti”: siamo passati dai pesanti mantelli d’inizio XIX secolo fino ai completi composti da pantaloni al polpaccio, abiti al ginocchio e scarpine allacciate usati in Francia intorno al 1850. La scarsa praticità di questi indumenti fu lentamente abbandonata in favore di tutine, sempre intere e coprenti, che con il tempo hanno cominciato ad accorciarsi, separarsi e ridursi fino ad arrivare alle forme che conosciamo oggi. A cambiare, nel corso degli anni, non sono state solo le fogge, ma anche e soprattutto i materiali: dal jersey di lana, al cotone sferruzzato in maglie fitte ai ferri, dalla seta elasticizzata usata per alcuni completi fino alla lycra del periodo immediatamente successivo al dopoguerra. 

Indubbiamente le qualità di questa fibra sintetica derivata dal petrolio, come la capacità di allungarsi senza rompere il tessuto e ritornare alla forma originale, l’hanno resa facilmente perfetta per i nuovi modelli, perché le prestazioni di confort e vestibilità non potevano essere in alcun modo replicate da altri materiali naturali. Oltre al fatto di essere un materiale decisamente più economico. Il che lo rende ancora più adatto, nell’ottica di una produzione industrializzata e su larga scala.

I problemi che accompagnano lycra (e simili) sono svariati: non è biodegradabile né riciclabile, è prodotta partendo da materiali fossili che sono sempre meno disponibili (e per estrarre i quali sono necessarie grandi quantità di energia), consuma un sacco di acqua e per produrla si utilizzano un sacco di sostanze chimiche. A complicare le cose il problema delle micro-plastiche, ovvero il rilascio di micro-particelle a ogni lavaggio che vanno a finire direttamente in mare. 

Sintetico eco-sostenibile? 

Letta così sembra un ossimoro, eppure le nuove tecnologie stanno dando un contributo e parte del problema diventa parte della soluzione. È il caso di tessuti sintetici sostenibili ottenuti al 100% da materiali plastici riciclati come reti da pesca, bottiglie di plastica, tappeti dismessi, scarti industriali. In questo modo una parte del problema, quella dell’utilizzo del petrolio, è abbattuta; anche la parte dello smaltimento dei rifiuti come bottiglie, reti, ecc. diventa l’inizio di un nuovo processo di trasformazione che porterà alla creazione di un nuovo materiale completamente riciclato. Il filo di Nylon rigenerato ECONYL® è un esempio nostrano, ottenuto trasformando la parte superiore di tappeti di Nylon e moquette, le reti da pesca e altri prodotti di scarto fatti di Nylon; questi, giunti a fine vita, non sono smaltiti in discarica, ma recuperati, rigenerati e trasformati da Aquafil in filo ECONYL®, in seguito utilizzato per la produzione di tessuti altamente tecnici in grado di garantire le stesse performance. Le fibre sintetiche riciclate certificate a basso impatto ambientale sono sicuramente più ecologiche nella fase di produzione. Però le micro-plastiche le rilasciano pure loro. Per questo motivo è sempre più auspicabile far durare a lungo quello che c’è già.

Manutenzione e cura 

Cambiare costumi ogni stagione (che poi una stagione vuol dire circa 3 mesi con un utilizzo non certo giornaliero) è un meccanismo indotto, non certo una necessità reale. O meglio, in generale i tessuti si deteriorano, quelli dei costumi ancora di più: ore sotto al sole, esposti al cloro, al salmastro e sfregati su sedie a sdraio o rocce… o rotolati nella sabbia. Anche la migliore lycra è spesso messa a dura prova, ma basterebbe prendere delle piccole precauzioni per allungargli la vita ed evitare nuovi prodotti in circolo. 

– Lavaggio. Dopo ogni uso il lavaggio con acqua (non calda) e sapone neutro è un passaggio obbligato per la tutela del buono stato del tessuto. Non c’è bisogno di ammolli prolungati, di strizzate energiche, di metterlo ad asciugare al sole (che notoriamente stinge) e tanto meno di stirarlo.

– Attenzioni! Sfregamenti eccessivi, siano su sabbia o scoglio, possono rovinare il tessuto più rapidamente. Così come oli e creme solari spalmati più sul tessuto che sulla pelle. Avere la possibilità di alternare un paio di costumi, evita di stra-consumarne uno solo (facendoli arrivare entrambi alla stagione successiva). 

– Conservazione. Prima di mandare il costume in letargo, un rituale di buona conservazione è un toccasana. Per l’ultimo lavaggio è consigliato un risciacquo con l’aggiunta di poco aceto bianco di vino, lasciando l’indumento in immersione per pochi minuti (l’aceto è un ammorbidente naturale, ravviva i colori, preserva gli elastici e igienizza). Per assicurarsi che sia completamente asciutto, una bella passata con il phon (a debita distanza) prima di ripiegarlo senza forzare gli elastici e riporlo in scatole o cassetti. Importante non metterlo in buste di plastica, un ambiente che impedisce la circolazione dell’aria e favorisce la comparsa di cattivo odore nel guardaroba e sugli indumenti. Meglio optare per un contenitore di stoffa e meglio ancora metterli via singolarmente, senza fare ammucchiate inutili. Se poi nel cassetto infiliamo anche un sacchetto di gel di silice per eliminare l’umidità il più possibile, l’estate successiva il costume sfoggerà di nuovo tutta la sua bellezza. [di Marina Savarese]

L’armocromia.

 È scoppiato l'Armocromiagate. Cos’è l’armocromia, l’analisi del colore e il caso di Elly Schlein e della consulente Enrica Chicchio. Vito Califano su Il Riformista il 27 Aprile 2023 

Potrebbe passare alla storia come ArmocromiaGate, perché no. Elly Schlein ha rivelato di avere una consulente d’immagine. “Le mie scelte di abbigliamento dipendono sicuramente dalla situazione in cui mi trovo. A volte sono anticonvenzionale, altre volte più formale. In generale dico sì ai colori e ai consigli di un’armocromista, Enrica Chicchio”, ha detto a Vogue Italia. E apriti cielo: si è partiti con le battute, i meme, gli sfottò di avversari e i commenti degli odiatori. Come se la politica non fosse comunicazione, come se la comunicazione non fosse anche forma, estetica. Cosa c’è di così scandaloso in tutto ciò?

La nuova segretaria del Partito Democratico, la prima donna nella storia della formazione, si è raccontata in una di quelle interviste a tutto campo in cui si passa da questioni cruciali per il paese ad aneddotica sul personaggio: passioni, interessi, hobby. Quel passaggio sull’armocromia e sull’armocromista di fiducia hanno bucato l’attenzione di media e pubblico. Definita anche analisi del colore, analisi del colore personale o stagionale, corrispondenza della tonalità della pelle, si tratta in estrema sintesi di un metodo per scegliere e determinare i colori dell’abbigliamento in armonia con la carnagione della pelle, quello degli occhi e dei capelli di una persona per studiare e costruite i propri outfit e il proprio guardaroba.

Il metodo sarebbe nato agli inizi degli anni 80 negli Stati Uniti. Considerato titolo fondamentale se non fondativo è Color Me Beautiful di Carole Jackson. A seconda di colori più caldi, freddi, brillanti o tenui si può individuare una stagione di riferimento a partire da categorie come sottotono, valore, intensità e contrasto. Il sottotono è la “temperatura” della pelle, il valore è l’elemento predominante tra chiaro e scuro, l’intensità indica la brillantezza e il contrasto la differenza di valore tra elementi. Il primo passo per capire quali sono i colori in palette è individuare la propria stagione di riferimento. Per scoprirla si ricorre a consulenti che fanno dei test di persona, senza trucco e possibilmente senza abbronzatura.

Così Enrica Chicchio spiega l’armocromia, sul suo sito ufficiale: “Il primo step della consulenza d’immagine. Ha l’obiettivo di trovare la TUA palette colori valorizzante in completa armonia con le tue caratteristiche cromatiche. Grazie a questa consulenza: scoprirai l’armonia dei colori che applicati alla vita di tutti i giorni, diventeranno alleati preziosi nella scelta di abbigliamento, accessori e gioielli; acquisirai maggiore consapevolezza sui futuri acquisti limitando perdite di tempo e denaro; acquisterai solo capi di colori che ti valorizzano cromaticamente; imparerai a creare abbinamenti, percependo che un uso corretto del colore non modifica la tua personalità, ma la rinforza”.

A commentare questa svolta estetica ma anche comunicativa di Schlein anche Rossella Migliaccio, tra le prime e più esperte in Italia di armocromia, a Vanity Fair Italia. “Credo che il fatto che Elly Schlein abbia parlato apertamente di questo cambio di look sia anche una strategia per avvicinarsi all’elettorato, soprattutto a quello più giovane, perché lei non ha solo parlato di una ‘consulente d’immagine’, ha citato proprio l’armocromia, sapendo benissimo che è un grande trend sui social tra i millenial e la Gen-Z. Non sono affermazioni che si fanno a caso in un’intervista su Vogue. Mi sembra del tutto chiaro che volesse parlare ai i più giovani”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Estratto dell’articolo di Melania Rizzoli per “Libero Quotidiano” il 29 aprile 2023.

[…] Nei giorni scorsi ha suscitato clamore l’intervista a Vougue di Elly Schlein, neo segretaria del Pd, che ha fatto conoscere a tutti gli italiani questa tecnica da molti ignorata, rivelando di essersi affidata, per il suo look e il suo abbigliamento, ad una consulente d’immagine specialista in Armocromia, e di essere stata indirizzata da lei, in base alle scelte cromatiche per il suo stile e il trucco, alle tonalità dell’ Inverno, seguendo parametri specifici dell’analisi del colore dalla tavolozza cromatica creata appositamente, compatibile con l’ombra della sua pelle, del fisico e del ruolo sociale, incluso quello politico. 

Ma come si svolge una seduta di armocromia professionale? Prima di tutto l’esperta/esperto di turno analizza la cliente, che indossa soltanto una t-shirt bianca, studiando il viso, l’elemento dominante, completamente struccato e deterso, scrutando le caratteristiche cromatiche della pelle del volto e della cute di tutto il corpo, poi il colore dell’iride e quello dei capelli, delle labbra, delle orecchie e delle vene sottocutanee.

Dopodiché vengono utilizzati quattro drappi colorati, divisi in quattro sezioni, stagione per stagione, i quali, una volta accostati al viso, illuminano più o meno intensamente la pelle, e vengono selezionati ed individuati quelli che minimizzano eventuali difetti estetici, e che esprimono le migliori nuance di accostamento. Da tali dati vengono poi realizzate delle combinazioni di colori personalizzate, scegliendo tra le tonalità che illuminano di più la carnagione, per le palette di make-up e di abiti da realizzare più adatti a quello specifico incarnato. 

Naturalmente vengono valutate anche le alterazioni vascolari che il corpo subisce durante lo sforzo fisico o l’esposizione al sole, quando la pelle tende ad arrossarsi o a cambiare tono per l’abbronzatura, ed una volta stabilito quali gradazioni può raggiungere si stila il verdetto: se la carnagione si esalta con il drappo arancione, il sottotono è caldo e la stagione di riferimento è la Primavera, se i colori dominanti sono quelli chiari, e l’ Autunno se sono scuri.

Se il tessuto scelto è invece fucsia il sottotono di riferimento è freddo, con la scelta dell’Estate per chi ha tonalità chiare, e Inverno per quelle scure. L’Armocromia oltre ad indirizzare verso le stagioni armocromicamemte fredde (estate e inverno) o quelle calde (autunno e primavera) per il make-up, è in grado di armonizzare su tali dati anche i colori dei capi da indossare per valorizzare il proprio look in rapporto al tono della pelle, occhi e capelli, senza preconcetti legati all’età o al genere, esplorando nuove tonalità e sfumature lontane dai classici grigio e nero. […]

Inquinatori.

Il greenwashing è ancora un grande problema per il settore della moda. Stefano Baudino l'1 maggio 2023.

Sono molte le aziende attive nel fast fashion che descrivono i loro capi come frutto di una produzione sostenibile – utilizzando nelle etichette parole come “eco”, “green” e “cares” – e che si dicono in prima linea per la promozione di migliori condizioni di lavoro. In molti casi, però, tali informazioni non sono veritiere, trattandosi invece di greenwashing, ovvero “ecologismo di facciata”. Lo ha svelato l’ultimo report di Greenpeace Germania, che ha analizzato i dati riportati sulle etichette degli indumenti di 29 aziende che aderiscono alla campagna Detox, lanciata dalla stessa organizzazione (che chiede di eliminare le sostanze tossiche per l’uomo e inquinanti per l’ambiente dai capi d’abbigliamento), e quelle di marchi internazionali come Decathlon e Calzedonia/Intimissimi.

Tantissime le anomalie appurate. Tra le più numerose, etichette presentate come certificate ma che in realtà derivano da programmi di sostenibilità aziendali, l’assenza di una verifica di terze parti o della valutazione del rispetto dei migliori standard ambientali e sociali, la mancanza di un sistema di tracciabilità delle filiere e una falsa narrazione sulla circolarità. Inoltre è stato più volte registrato il ricorso massiccio a termini fuorvianti come “sostenibile” o “responsabile” associato a materiali che registrano performances ambientali solo leggermente migliori rispetto alle fibre vergini o convenzionali, il continuo ricorso a mix di fibre come il “Polycotton o Policotone” spesso presentato come più ecologico, nonché la scelta di affidarsi all’indice Higg (strumento assolutamente parziale) per valutare la sostenibilità dei materiali.

Le uniche iniziative che hanno ottenuto buoni risultati sono quelle di COOP “Naturaline” e Vaude “Green Shape”. Bocciati, tra gli altri, anche Decathlon “Ecodesign”, H&M “Coscious” e Zara “Join Life”. Per quanto riguarda i marchi italiani sotto esame, Benetton e Calzedonia, i risultati sono negativi: nel primo caso sono state appurate in particolare storture e inaccuratezze su quantità e qualità della produzione, nonché sulla definizione ingannevole di “cotone sostenibile”; nel secondo sono state registrate irregolarità sulle dichiarazioni riferite alla tracciabilità delle filiere e sulla gestione delle sostanze chimiche pericolose.

Secondo Greenpeace, un ricorso così marcato al greenwashing genera “confusione nelle persone, spinte a credere di acquistare prodotti sostenibili ma che in realtà non lo sono”. Infatti, “mentre si pubblicizza una sostenibilità inesistente, in realtà sono in costante aumento gli abiti fatti di plastica usa e getta derivante dal petrolio, non riciclabili e per lo più prodotti in condizioni di lavoro inaccettabili“. [di Stefano Baudino]

Il vero costo del lusso (la follia dietro la perfezione) Marina Savarese su L'Indipendente il 25 Marzo 2023

Quando si parla d’impatto ambientale della moda, si punta immediatamente il dito sul mondo del fast fashion. Giustamente. Un sistema di lavoro basato sulla produzione a ciclo continuo di collezioni durante tutto l’arco dell’anno, con volumi impressionanti e con scarsa attenzione alla qualità, non è di certo un tocca sana per la natura (e nemmeno per l’uomo) e di etico non ha niente. Eppure, anche i signori del mondo del lusso e i grandi marchi, con le loro follie mascherate da maniacale ricerca della perfezione, fanno la loro parte, contribuendo ad alimentare un sistema fatto di sprechi e consumi insensati.

Un tempo le case di moda nate a cavallo degli anni ’70 e ’80, quelle fondate da rinomati stilisti e spesso gestite in maniera familiare, erano basate su principi riguardanti la qualità, la cura e la creazione di abiti e accessori dall’alto valore materiale e immateriale. L’obiettivo era di produrre capi in grado di durare nel tempo e realizzati seguendo i tempi della manifattura, dell’artigianalità e dell’ispirazione. Oggetti di lusso. 

Ma il mito della crescita, della fame e dell’arricchimento facile, ha solleticato l’interesse di tutti; così, anche gli esimi esponenti del mondo del lusso hanno cominciato a comportarsi come marchi di prêt-à-porter. Iniziando a proporre i total look, moltiplicando le collezioni (passando dalle due uscite annuali alle quattro/cinque dei primi anni 2000, con i famosi flash intra stagionali) e incrementando i ritmi produttivi, con la produzione di grandi volumi e la distribuzione dei prodotti fuori da qualsiasi logica stagionale. Un ingrandimento esponenziale ha portato i marchi a mettere la loro firma su molte altre categorie merceologiche: dalla moda al beauty fino ai ristoranti, ma anche alberghi. Il tutto è stato possibile grazie all’acquisizione di questi brand da parte di holding quotate in borsa, ovvero grandi gruppi finanziari che hanno inglobato sotto di loro aziende e stilisti per aumentare i profitti (fuori da queste logiche, al momento, sono rimasti solo Prada, Armani, Moncler e Zegna in Italia, Burberry in Inghilterra, Chanel e Hermes in Francia), riducendo la moda a una macchina per produrre soldi. Spesso in maniera non etica e seguendo il modello tracciato dal fast fashion, dove per avere margini e profitti più alti (per pochi, di solito quelli al vertice) basta tagliare i costi. Ovviamente delocalizzando. Ma spesso seguendo anche una modalità tanto sofisticata quanto insostenibile: quella di una folle ricerca della perfezione, dietro alla quale si nascondono sprechi enormi.

Il primo dispendio di materie prime ed energia avviene negli uffici stile, in quei luoghi avvolti di glamour e mistero, dove si decidono le sorti delle fogge stagionali dei più. In minima parte alcune dinamiche filosofiche sono state rese note dal famoso monologo di Miranda ne Il diavolo veste Prada, che ci ricorda il valore sociale del ceruleo e di certe scelte stilistiche. Peccato aver sorvolato sull’impatto ambientale generato dai capricci di designer e stilisti in fase di progettazione, e sui minuziosi controlli qualità dove per vedere i difetti bisogna andare a cercarli con la lente d’ingrandimento.

Tra campioni e campionari infiniti iniziano i primi sprechi, sotto forma d’innumerevoli prototipi che vengono sdifettati e perfezionati fino allo sfinimento: centimetri in più o in meno da limare o aggiungere, un ricamo da spostare di qualche millimetro, il tono di celestino che non era del celestino giusto… A volte si tratta di dettagli impercettibili, altre volte di grossi errori da correggere. In tutti i casi, quasi sempre, è prevista la realizzazione di un contro-campioni multipli, che in termini pratici vuol dire altro tessuto, altri ricami, altre stampe, altri bagni di colore, altro lavoro. Tutto ciò moltiplicato per svariate centinaia di capi.

Questa è solo la punta dell’iceberg dello spreco. Si potrebbe parlare delle prove di stampa, dove per ogni pattern o disegno da mettere in collezione, sono stampate ingenti quantità di tessuto, solo ed esclusivamente per abbattere i costi (senza valutare il costo ambientale, ovviamente). Quel che avanza, da pochi metri a svariati rotoli, si abbandona, si brucia o si passa la patata bollente a stockisti, che si ritrovano con bancali pieni di materiali sospesi in una bolla, dove è vietata la vendita (la vecchia storia dei loghi che guai a vederli in giro), però bruciare sembra uno spreco e un crimine. E, in effetti, lo è. Ma il sistema, purtroppo, ancora non è responsabilizzato a sufficienza per i suoi errori e per i suoi peccati di leggerezza.

Questione simile ma con l’aggravante avviene nel tentativo di raggiungimento del punto di colore perfetto: un mezzo tono sopra o sotto da quello desiderato è causa di crisi isteriche nel reparto design, ma anche di un consumo di risorse ingenti, perché il processo tintorio richiede una discreta quantità di acqua. Questa devozione al dettaglio è venduta come precisione, ma somiglia tanto a un capriccio. 

E via così, tra cambi repentini d’idee dal giorno alla notte che condannano stoffe preziose a un limbo senza fine e assurdi controlli qualità fatti con la lente d’ingrandimento, dove una minima imperfezione preclude l’utilizzo della materia prima in questione, che si trasforma immediatamente da risorsa a rifiuto. Se non è pazzia questa…

Insomma, la spasmodica ricerca di una perfezione irreale è solo la facciata luccicante di un settore, quello del lusso, che in realtà ne ha perso il senso più profondo. Quello di creare prodotti speciali, curati in ogni minimo dettaglio, senza tempo, eterni, capaci di trascendere il momento e andare oltre perché fatti per durare. Pezzi su misura, esclusivi, unici. Di Lusso. Che, a guardare bene, non sono più appannaggio di questi grandi gruppi, ma di piccoli grandi artigiani e designer indipendenti.  [di Marina Savarese]

La complicata relazione tra moda e chimica Marina Savarese su L'Indipendente il 12 dicembre 2022.

Moda e chimica, due mondi apparentemente distanti, hanno in realtà una relazione molto stretta, anche se a tratti conflittuale. Basta avvicinarsi alla scienza tessile per scoprire che la moda, senza la chimica, va da poche parti. È nei capi che s’indossano, nei cosmetici che vengono usati quotidianamente, negli elementi di arredo della casa, nei giocattoli… dappertutto. C’è, anche se non si vede, e la portiamo giornalmente con noi a contatto con l’organo più grande che abbiamo: la pelle.

L’uso di sostanze chimiche nel tessile è una pratica indispensabile per conferire ai tessuti determinate caratteristiche o qualità: si usano per ammorbidire, per lavare a fondo, per ottenere particolari tipi di colorazioni, per rendere le superfici idrorepellenti, dare stabilità termica o quel praticissimo effetto anti-macchia che salva da innumerevoli lavatrici. Nel corso degli anni le tecniche si sono affinate, la scienza ha fatto grandi passi in avanti e, grazie alla sperimentazione, si sono ottenuti notevoli progressi in molti processi per la realizzazione di questi trattamenti. Per questo, quando si parla di eco-design, non si può prescindere dal chemical management. I primi passi verso una gestione attenta delle sostanze chimiche si sono mossi negli anni 90, con la diffusione di certificazioni volontarie sulla sicurezza chimica dei capi come Oekotex ed Ecolabel. Ma è nel 2007 che è entrata in vigore la direttiva europea Reach (Registration, Evalutation, Authorisation of Chemicals), un regolamento che registra, valuta, autorizza e limita l’uso delle sostanze chimiche tossiche, andando a escludere quelle nocive per l’ambiente e per la salute durante tutte le fasi di produzione del prodotto, con il fine di garantire una maggior sicurezza per il cliente finale. In generale, tutti i prodotti realizzati al 100% in Europa, hanno un certificato REACH oppure sono dichiarati fuori legge. E fin qui tutto bene. 

Il problema sopraggiunge quando i prodotti o la materia prima sono importati dagli altri Paesi (con la delocalizzazione delle produzioni si fa presto a capire che questo è il caso in cui, fatta la regola, si trova subito il modo per aggirarla). Se un abito è realizzato con un tessuto importato dall’India, non c’è nessuna garanzia del rispetto dell’uso delle sostanze chimiche consentite, se non un’auto-certificazione dell’azienda stessa (praticamente bisogna andare sulla fiducia) o con test effettuati a campione (in maniera sporadica e assolutamente casuale). E non si parla solo dell’uso delle sostanze e della pericolosità per chi le maneggia quotidianamente, ma anche del loro smaltimento, che avviene spesso nei corsi d’acqua in modo non proprio pulito (in alcuni Paesi, per capire qual è il colore-tendenza dell’anno, basta affacciarsi a vedere di che nuance è il fiume che si trova vicino alle aziende tessili). La gestione dei processi chimici non è di per sé semplice, figuriamoci quando ci spostiamo in zone remote dove certi tipi di controlli o norme non esistono. Per ovviare a questo far west, nel 2011 Greenpeace ha lanciato la campagna Detox My Fashion, con la quale ha chiesto ai marchi di moda di sostituire i prodotti chimici inquinanti con altri più sicuri. Non ridurre, ma eliminare direttamente certe sostanze; disciplinandone lo smaltimento e impedendo il liberarsi in maniera selvaggia di elementi non biodegradabili che stanno causando danni all’intero ecosistema (l’esempio più noto sono i PFC perfluorocarburi – usati principalmente per l’idrorepellenza e l’impermeabilità – che una volta rilasciati nell’ambiente, possono restarvi per centinaia di anni).

La campagna ha ottenuto un notevole successo e oggi sono molte le imprese che elaborano e impongono ai propri fornitori specifiche RSL (Restricted Substances List), cioè liste di sostanze soggette a restrizioni, e crescono azioni collettive di soggetti industriali che condividono l’impegno per produzioni chimicamente più sicure (la più diffusa è la M-RSL Manufacturing Restricted Substances List di ZDHC, fondazione Zero Discharges of Hazardous Chemicals).

Con tutte queste accortezze e normative, possiamo quindi dormire sonni tranquilli comodamente avvolti nei nostri pigiami? Non ancora. Nonostante gli impegni e i passi in avanti di un sistema sempre più attento e capace di valutare ciò che usa, al momento disponiamo di un mosaico di normative provenienti da dozzine di paesi che stanno cercando di costruire uno standard di sicurezza chimica in maniera incoerente e disorganizzata. Un intricato mondo fatto di certificazioni private, conflitti d’interesse, giochi economici (chi paga le certificazioni? Chi impone ai produttori di andare veloce e gioca al ribasso con i prezzi impedendo di adeguarsi agli standard richiesti?), scarichi di responsabilità e informazioni nascoste ad arte (tanto che per il cliente finale è pressoché impossibile accedere a questi dati). Con il risultato che certe sostanze circolano ancora indisturbate (come da ultimo report di Greenpeace sul colosso Shein che “ha registrato quantità di sostanze chimiche pericolose superiori ai livelli consentiti dalle leggi europee”). 

La soluzione, come suggerito dal Report di Transformers Foundation, potrebbe stare in un’azione reazionaria, collaborativa e coesa. Che si crei uno standard unico, chiaro e adottato su larga scala, indipendentemente dal marchio o dal fornitore. Che si educhino reparti di design, spronandoli a lavorare gomito a gomito con chi ne sa di chimica e con i fornitori stessi, fornendo mezzi economici e tecnologici a questi ultimi per stare al passo con i tempi e spingerli a usare agenti chimici più sicuri. La legge, poi, dovrebbe garantire standard minimi uguali per tutti, controllando ciò che entra nel paese in maniera costante. Infine, fornire una lista delle sostanze presenti nei capi per permettere ai consumatori di fare scelte consapevoli, sarebbe un gesto auspicabile per mettere la salute pubblica davanti ai profitti. 

I Cappellai.

Estratto dell’articolo di Maria Corbi per “la Stampa” il 4 aprile 2023.

«È impossibile, solo se pensi che lo sia», diceva il cappellaio matto ad Alice. E Giuseppe e Lazzaro Borsalino non hanno mai avuto dubbi quando il 4 aprile 1857 fondarono ad Alessandria l'azienda che ha messo il cappello in testa al mondo che conta.

 Una leggenda che inizia in Piemonte ma che fa il giro del pianeta passando per Hollywood, con la consacrazione del classico feltro indossato da Humphrey Bogart nella scena finale di Casablanca. Ma anche da Alain Delon e Jean Paul Belmondo nel film che prende il nome proprio dal Borsalino.

Oggi ad Alessandria la riapertura del museo che celebra i 166 anni del brand.

Fu in Francia, che il fondatore dell'azienda Giuseppe Borsalino, un ragazzino di sedici anni, decise nel 1850 di trasferirsi per imparare il mestiere. E quando tornò, sei anni dopo, in un cortile di via Schiavina, ad Alessandria, gettò le fondamenta della ditta di famiglia, costruita sull'ambizione, sui sogni, sul talento artigiano ma anche sulla visione industriale che gli fa comprare macchinari modernissimi a Manchester.

[…] Troppo lungo l'elenco dei clienti che comprende capi di stato, principi, star del cinema, registi, artisti, compositori come Giuseppe Verdi, gangster come Al Capone. Ma anche cardinali con in testa il rosso galero, con nappe e trenta fiocchi. 

Molti i pezzi storici conservati nel museo: la bombetta dell'imperatore del Giappone Hirohito a quella di Benito Mussolini, uno dei cilindri che lo scià di Persia ordinò per le celebrazioni dei duemilacinquecento anni dell'impero persiano a Persepoli. Il cappello di Charlie Chaplin, ma anche di Ezra Pound, il copricapo del Pandit Nehru, il charro in oro zecchino fatto fare per Pancho Villa.

 Cappelli che sono stati testimoni di grandi eventi della storia, in testa a Chamberlain, Truman, Churchill, Gorbaciov. Il filmato che testimonia la fucilazione di Galeazzo Ciano mostra il feltro che scivola via insieme alla vita del condannato.

A Hollywood Gary Cooper sfoderava il suo fascino sotto a un Panama, Fred Astaire faceva volteggiare insieme alle sue gambe proprio una paglietta made in Alessandria. E insieme a loro una folla di divi, da Orson Welles a Warren Beatty. Ma anche Robert Redford, Robert De Niro (ne indossa uno ne "Gli Intoccabili"), e attrici dalla bellezza conturbante come Marlene Dietrich, Ingrid Bergman, Greta Garbo. A Cinecittà non si fanno guardare dietro e mettono il Borsalino, tra gli altri Federico Fellini, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni.

Un mito a se il modello "Panama", in fibre e germogli di Carludovica palmata, così flessibile da potersi arrotolare e chiudere nella custodia di un sigaro. Lo hanno indossato Napoleone III e Theodore Roosevelt, Edoardo VIII d'Inghilterra e Gustavo di Svezia, Gabriele D'Annunzio e Ernest Hemingway. E Giovanni XXIII ne ricevette uno in dono. […]

Il Tartan.

Antonio Riello per Dagospia il 4 aprile 2023.

Il Victoria and Albert Museum di Londra ha creato una sua nuova filiale a Dundee, una città nel Nord-Est della Scozia, sulla riva settentrionale del Firth of Tay. La sede è un edificio molto avvenieristico e davvero singolare, disegnato apposta dall'Architetto Giapponese Kengo Kuma.

 Il tema della mostra (curata da Jonathan Faiers, Kirsty Hassard, Mhairi Maxwell e James Wylie) che inaugura l'attività di questo spazio è assolutamente emblematico sia rispetto alla natura del V&A (votata alle arti applicate ed in particolare alla Moda) che al luogo. Facile da indovinare. Sì, non poteva essere altro che il mitico TARTAN.

Che cosa è un Tartan? E' tecnicamente un tessuto dove l'incrocio di trama e ordito produce un motivo "a scacchi", visivamente caratterizzato da una geometrica e stringente regolarità. Colori e schema di intreccio, di caso in caso, possono variare. Una tipologia di stoffa abbastanza diffusa in tutto il Mondo fin da quando l'Umanità inizia i suoi primi tentativi di tessitura.  Il primo esempio di Tartan (il termine deriva dal gaelico tarsainn  e significa "incrociare" e anche "mescolare") nelle isole Britanniche risale al terzo secolo dopo Cristo ed è stato trovato a Falkirk.

 All'inizio la colorazione è semplicemente legata al diverso colore del vello delle pecore disponibili. Poi si utilizzano delle piante del posto con la capacità di tingere la lana, comunque sempre pochi colori e piuttosto spenti. E' diffuso nelle Highlands (soprattutto nella zona orientale) e a Sud nella confinante Northumbria, dove esiste ufficialmente l'unico caso "Tartan Inglese": un essenziale motivo a scacchi bianchi e neri.

La squadra del NewCastle United riprende nella sua maglia, bianca e nera, proprio questa antica tradizione. Inizialmente il Tartan esiste in pezze di stoffa rettangolari di ampie dimensioni chiamate "plaid", usate per coprire tutto il corpo senza una precisa relazione con località o clan familiari. Giusto una usanza locale, il prodotto dell'allevamento delle pecore e di una certa abilità degli indigeni nella tessitura della lana.

 Le guerre Jacobite (1715 e 1745) che vedono soccombere definitivamente la Scozia sotto il ferreo controllo Inglese portano alla proibizione di indossare in pubblico il Tartan perchè viene visto come un evidente elemento di ribellione contro il governo di Sua Maestà.

 Ma ci sono delle eccezioni: le efficienti e feroci truppe scozzesi che combattono per conto del Re d'Inghilterra, sempre impegnato in rischiose imprese coloniali, chiedono di conservare le loro tradizioni e viene concesso l'uso del Tartan per le loro uniformi. La stretta associazione con l'abbigliamento militare di questi tessuti (che venivano usati essenzialmente per confezionare pantaloni) è fondamentale per quello che accadrà in seguito.

Prima James Macpherson con i "Canti di Ossian" e poi il movimento Romantico iniziano, in una prospettiva di "inclusione Britannica", a recuperare le virtù delle "TerreAlte" (in realtà buona parte della Scozia, quella a Sud, non fa parte delle "Highland"). Walter Scott (1771-1832) è la figura-chiave che sdogana la Scozia come il luogo dove vive il miglior spirito del Regno Unito (tra le sue opere c'è anche "Rob Roy").

 Il Colonnello David Stewart of Garth organizza una celebrazione delle peculiarità dell'abbigliamento tradizionale Scozzese. Il Re Giorgio IV (1762-1830) visita la Scozia e toglie il bando al Tartan che anzi diviene, da subito, l'oggetto di una avida riappropiazione da parte della Corona Britannica. Nel frattempo si passa dal "Plaid" al "Kilt". Sembra che sia proprio un Inglese, Thomas Rawlinson, che inventa la versione che conosciamo del Kilt (il tipico gonnellino da uomo....tra l'altro fluid-fashion con un bel po' di anticipo).

Scoppia la Tartan-mania, associata ad un'idea di aristocratica rusticità: castelli, caccia, rude raffinatezza, sincerità, paesaggi incontaminati e drammatici, coraggio, virtù militari. E nasce contemporaneamente la narrazione che ogni Clan Scozzese ha il proprio Tartan di cui è geloso custode (una truffa ideologica e un classico esempio di "tradizione-artificiale: le cose storicamente non stanno affatto così, ma con astuzia mediatica viene creato un romantico ed afficiente strumento di propaganda).

Questo tipo di stoffa quindi non solo racconta le glorie dell'Impero Britannico ma viene altresì fortemente associata all'idea di appartenenza: insomma una potente icona universale di identità. I colori vivaci dei Tartan che conosciamo oggi sono per lo più il frutto dei primi coloranti artificiali che potevano garantire una certa brillantezza.

 La Regina Vittoria aveva una grande passione per tutto ciò che era scozzese (è lei che acquista il Castello di Balmoral, prima i sovrani Britannici se ne guardavano bene dall'andare a soggiornare in Scozia). La Tartan-mania si espande rapidamente in India, Australia, Canada, Estremo Oriente. Qualcosa che finirà per essere patrimonio dell'immaginario collettivo globale, travalicando i confini dell'Impero Britannico.

L'impero non c'è più ma il Tartan rimane prondamente associato all'idea di "identità". Stati e nazioni di conseguenza hanno sviluppato i loro. Gli Irlandesi sostengono addirittura di averlo inventato loro e anche l'Argentina, fortemente anti-Britannica, ha il suo.

 Alcuni stati degli USA hanno sviluppato un proprio Tartan: il New Mexico, e l'Ohio, e l'Oklahoma. Il governo Catalano non è da meno. Pochi sanno che, nel 2000, anche l'Unione Europea ha fatto disegnare un suo Tartan. Esiste The Scottish Register of Tartans che ha formalmente la facoltà di brevettare i Tartan di nuova invenzione. Anche aziende o privati lo possono fare. C'è un Tartan per la defunta Lady D disegnato al tempo del suo matrimonio regale. E perfino l'F.B.I. ne ha voluto uno.

 La Cultura, popolare o meno che sia, non può certo ignorarlo. Il gruppo dei Sex Pistols ne fa la propria icona. La controcultura Punk ne va matta, soprattutto nella variante rosso/nera. Diventa un elemento decisivo anche della celebre e longevissima serie televisiva Doctor Who. Il progetto museale itinerante BE SQUARE! è basato sul "potere del Tartan" e anche l'artista Americano Matthew Barney nel suo Creamster 3 lo prende in considerazione.

Il Tartan nella moda è come il tessuto mimetico, ha un andamento carsico: ogni 3/4 anni ricompare regolarmente alla ribalta. Gli stilisti ne hanno fatto ampio uso: Alexander McQueen, Comme des Garçons, Grace Wales Bonner, Nicholas Daley e Olubiyi Thomas. Vivienne Westwood, recentemente scomparsa, lo ha adottato a proprio stilema e oggetto di culto. E' anche il  caratteristico motivo che caratterizza tutta la produzione del marchio di lusso Inglese Burberry. In mostra, tra più di 300 oggetti differenti, è presente una camicia di Dior disegnata da Marc Bohan per Wallis Simpson, moglie di Edoardo VIII.

E comunque, per chi non lo sapesse,  il 6 di Aprile è il Tartan Day.

Chiara Boni.

Chiara Boni: «Romiti mi preparò una cena tutta a forma di cuore. Sgarbi scriveva di notte e veniva a letto alle 6 di mattina». Maria Luisa Agnese su Il Corriere della Sera domenica 26 novembre 2023.

La stilista in Io nasco che immaginaria racconta la sua vita: la festa per i 18 anni con mille persone a palazzo Corsini, i viaggi in treno con Oreste Scalzone «così magro che dormiva sui retini per le valigie», gli amori con uomini di cultura e di potere, l’attività di imprenditrice. «Ora ho un rapporto che è adulto e solidale»

Chiara Boni, nata a Fiorenze nel 1948

Bambina tutta vestita di bianco a inizio anni Cinquanta, adolescente al ballo per i suoi 18 anni, mille persone a palazzo Corsini in abito alta moda firmato Mila Schön per lei e la mamma, e poi poco dopo nella Swinging London del ‘67 dove ha buttato via in un giorno il kilt e il cerchietto in testa per farsi investire dal cambiamento vorticoso che arrivava dalla strada. E ancora, tornata in Italia, manifestante sull’altro fronte in pelliccetta azzurra e poi via via ideatrice di una moda accessibile e diversa, assessore alla Regione Toscana dove è stata pioniera della sostenibilità, e ancora l’amore con potenti e non: la stilista Chiara Boni racconta la sua vita, anzi le sue mille vite con l’aiuto della giornalista Daniela Fedi nel libro Io che nasco immaginaria.

Testimone perfetta di una generazione, quella dei baby boomer, Chiara ha incrociato la storia in tutte le svolte anche quelle più delicate, vivendole al di qua e al di là della barricata, da signorina buona famiglia a protagonista del costume e della società, fino a diventare imprenditrice in proprio convincendo con i suoi abiti in tessuto jersey stretch non solo le donne italiane. Tutto vissuto con curiosità onnivora.

Una vita a cavallo fra potere e contropotere: più di altri del suo tempo, dagli anni Sessanta in poi, ha pendolato fra i due mondi.

«Sì certo la cosa curiosa è che ho percorso il secolo passando attraverso tutto e conoscendo tanti personaggi. Per me è stata una scoperta uscire dal mio mondo borghese dove ti vestivano tutta di bianco da piccola e poi andavi ai balli in giro per l’Italia e vedere che esisteva un altro mondo molto più ricco intellettualmente che io non avevo toccato, non avendo fatto l’università, perché non era contemplato. E quel mondo mi ha aperto le idee, e mi dato una visione, fino ad allora i miei sogni erano quelli di sposare il principe azzurro. Che poi in realtà ho incontrato proprio nel mondo della contestazione, ed è stato il mio primo marito Titti Maschietto».

Un principe rosso più che azzurro?

«Sì, un borghese ma rivoluzionario, colto e con amici interessanti, faceva Architettura a Firenze, con lui ho conosciuto Umberto Eco, Pio Baldelli, Ettore Sottsass. In seguito abbiamo conosciuto il gruppo di Potere operaio con Toni Negri, Franco Piperno e Oreste Scalzone. Pensi che un giorno mio padre, che ce l’aveva con me perché ero diventata così diversa da quella che conosceva, ci incontra sulla spiaggia all’Augustus a Forte dei Marmi mentre eravamo a prendere il sole, e proprio Scalzone si alza ed educatamente saluta: “Buongiorno, come sta?”. E mio padre mi dice: “Ecco, questi sono i ragazzi carini che dovresti conoscere”. Non aveva capito evidentemente chi era».

Quelli erano i primi momenti del movimento degli studenti. Poi l’aria è cambiata.

«Sì, c’era un po’ un mix in quel momento, si partecipava insieme e non ti rendevi conto anche dei rischi, perché credevi talmente tanto che dovesse succedere qualcosa di bello e di buono. Giravamo l’Italia, in treno, ricordo che Scalzone era così magro che quando era stanco lo issavamo sui retini delle valigie e lui dormiva un quarto d’ora, e poi lo tiravamo giù. Ma poi noi siamo stati fortunati a non entrare nella lotta armata. Forse anche perché io ho sempre difeso la mia identità. Andavo alle manifestazioni in pelliccia celeste, e litigavo con Titti perché lui voleva che mettessi l’eskimo, e io dicevo “se mi vogliono io sono così; ci sono, ma non sono come gli altri”. E come mi sono arrabbiata una sera a un convegno studentesco dove parlavano solo i maschi, i classici capetti, quando a un certo punto uno mi ha detto: “La compagna della rosa rossa (perché avevo una rosa rossa al collo) vada a fare la colletta!”. Mi sono stufata del fatto che noi donne dovessimo essere trattate così, angeli del ciclostile e di tutto, e da lì sono diventata femminista, mi sono allontanata dal movimento e ho cominciato a lavorare, partendo da un negozio di antiquariato perché per mia mamma la boutique era poco chic. Solo dopo è venuta la moda, con You Tarzan me Jane e il resto. Negli anni Cinquanta una bambina separata non aveva vita facile, alcune amichette non mi invitavano neppure. Ma non è che ce l’ho con mia madre per questo, a mia madre ho voluto tantissimo bene lo stesso: mi ha sempre supportato poi ha fatto anche i fatti suoi, ma ha fatto bene. Non si è resa infelice quindi dispensava amore».

Veniamo ai suoi amori. Un giovane Sgarbi per esempio.

«L’ho conosciuto a Cortina, non ancora famoso come adesso ma con fascino intellettuale: mi ha rapito, è stato un periodo bellissimo. Lui mi portava via e mi faceva girare mezza Italia a vedere capolavori e musei che faceva aprire nel cuore della notte e alla fine arrivavamo la sera a Ro Ferrarese, a casa della sua mamma: lui cominciava a scrivere gli articoli con lei, io andavo a dormire poi lui arrivava a letto alle 6 di mattina. Poi mamma Rina faceva i tortellini e venivano a mangiare scrittori, pittori, era divertentissimo. Sua sorella Elisabetta mi ha detto “mi hai fatto piangere con il ricordo di queste giornate”. Lui si arrabbiò moltissimo quando lo lasciai».

E dopo la cultura, il potere.

«Ho conosciuto Romiti per caso, poco dopo che ero arrivata al Gft, il Financial Textile Group, dove mi aveva chiamato Marco Rivetti. Romiti, che era alla Fiat e che era molto curioso, mi volle conoscere e mi ha invitato a cena, ma ho poi messo un sacco di tempo a capire che mi faceva la corte, a me sembrava centenario, anche se aveva 25 anni più di me, e ora riguardando le foto non mi pare così vecchio. Finché una sera fa fare una cena per me a casa della sua amica Marida Recchi: un pranzo fatto solo di cose a forma di cuore, il mio simbolo, una cosa meravigliosa, e a un certo punto mentre eravamo a tavola lui mi mette una mano sulla mano, io lo guardo e mi dico “cosa fa questo?”. Mi ha accolto e travolto con la sua energia. Ma non ho mai approfittato del potere, avrei potuto diventare potente ma non lo sono diventata. Perché non mi è neanche venuto in mente. Nel momento in cui io avrei avuto bisogno di lui non mi parlava perché qualcuno gli aveva raccontato che quando la nostra relazione si era già allentata per Mani Pulite io avrei avuto flirt con Paolo Mieli, Giovanni Malagò e Nicki Grauso, persone che erano grandi amici e basta. Avevano sbagliato obiettivi, se c’era qualcuno che poteva essermi piaciuto in quel periodo non era uno di loro».

Arriva invece nel 1996 l’amore con Angelo Rovati.

«Angelone, un gigante alto più di uno e novanta, da giovane giocatore di pallacanestro aveva militato anche nella Virtus a Bologna e lì aveva conosciuto Romano Prodi perché i suoi figli erano appassionati di basket e Angelo li faceva giocare. Angelo portava Prodi in macchina in giro per le campagne elettorali, era l’autista suo, di Alberto Clò e anche di Beniamino Andreatta, che era davvero speciale, dava del lei a Romano, si dimenticava la moglie in autogrill, era completamente distratto. Una sera è arrivato in areoporto con la pipa che fumava in tasca. Tra Angelo e Romano c’era affetto e fiducia reciproca, Prodi è stato suo testimone di nozze. Purtroppo quando ci siamo sposati Angelo era già molto malato, aveva un tumore da anni e non voglio ricordare neppure la data della sua morte, le ultime tre notti in casa sola con lui che urlava dal dolore: un incubo».

E ora l’amore consapevole, con Fabrizio Rindi.

«Un angelo mandato da Angelo. Mi faceva la corte nell’estate del 2013 quando è morto Angelo. Era vicino di barca. Ma io lo evitavo, quasi non lo salutavo, riconosco di essere stata scortese, ma vivevo un momento particolare».

Lui ama passeggiare e lei anche, ma come le ha poi raccontato, quell’estate cambiava gli orari: «Mi odia e non voglio disturbarla», si diceva. Un episodio tenero.

«Sì, lui è molto protettivo e con quel signore che ho tanto maltratto ho costruito un amore adulto e solidale».

Moschino.

Morto Davide Renne, direttore creativo di Moschino: 46 anni, era stato nominato a capo della maison a metà ottobre. Federica Bandirali su Il Corriere della sera il 10 novembre 2023

Davide Renne, toscano, per 20 anni aveva guidato l’ufficio stile donna di Gucci. Lunedì era stato operato a Milano per un problema al cuore. Dopo tre giorni di terapia intensiva non ce  l’ha fatta

Lutto nel mondo della moda: è morto Davide Renne, direttore creativo di Moschino. Renne, toscano di 46 anni,  era stato nominato a metà ottobre 2023. Lunedì era stato operato a Milano per un problema al cuore. Dopo tre giorni di terapia intensiva non ce l’ha fatta. 

La carriera

Renne, molto conosciuto soprattutto dagli addetti ai lavori, aveva guidato per vent'anni l'ufficio stile donna di Gucci con il ruolo di head designer for Womenswear sotto la guida di Alessandro Michele e prima ancora di Frida Giannini. Nel suo passato un’altra grande esperienza lavorativa 24 anni fa all’ ufficio stile di Alessandro Dell’Acqua.

Il lutto della maison

«Non ci sono parole per descrivere l’incommensurabile dolore che stiamo vivendo in questo momento così drammatico. Davide si era unito a noi solo pochi giorni fa, quando un malore improvviso ha stroncato troppo presto la sua giovane vita. Non riusciamo ancora a credere a quello che è successo. Con Davide stavamo lavorando a un progetto ambizioso, pieni di entusiasmo e di ottimismo verso il futuro. Anche se è stato con noi solo per pochissimo tempo, Davide è stato in grado di farsi subito amare e rispettare. A noi resta oggi la responsabilità di portare avanti ciò che la sua fantasia e creatività avevano solo immaginato. Ci stringiamo alla famiglia e ai numerosissimi amici di Davide con affetto» ha detto Massimo Ferretti, presidente esecutivo di Aeffe SpA.  

Conosciuto come gran lavoratore, sempre dietro le quinte, innamorato del suo lavoro, giovane solare e dinamico, la moda perde un grande personaggio: avrebbe dovuto presentare la sua prima collezione di Moschino nel febbraio 2024. 

Gli inizi

Nato nel 1977 a Follonica, vicino a Grosseto, aveva iniziato fin dal liceo a disegnare abiti femminili. Inizialmente avrebbe voluto diventare architetto ma poi ha cambiato strada, frequentando il Polimoda di Firenze («mi ha donato un senso assoluta libertà» aveva detto), e da lì si era aperta la strada a una carriera che non ha mai abbondonato. 

«Un designer brillante»

Massimo Ferretti, Presidente Esecutivo di Aeffe SpA, quando aveva nominato Renne come direttore creativo di Moschino aveva detto: «Siamo rimasti tutti colpiti dalla visione estremamente sofisticata di Davide, dalla sua consapevolezza del potere della moda di creare un dialogo vivo e poetico con il mondo che ci circonda e dalla sua profonda comprensione dell’heritage di Moschino e dei nostri codici. È un designer brillante e un essere umano speciale». 

La moda come gioco e sperimentazione

Il designer, in risposta, aveva spiegato che la sua visione per il futuro del marchio sarebbe stata in linea con lo spirito giocoso e irriverente del suo fondatore: «Franco Moschino aveva soprannominato il suo studio ‘la sala giochi’. Questo è esattamente ciò che credo: la moda, in particolare quella italiana, e in particolare la Maison Moschino, dovrebbe sempre essere intrisa di gioco, gioia, scoperta e sperimentazione. Sono profondamente grato a Massimo Ferretti per avermi concesso l’onore di prendere il timone di una Maison fondata da una delle menti creative più brillanti della moda. Non vedo l’ora di iniziare questo entusiasmante capitolo: ci divertiremo insieme».

Addio Davide Renne: lo stilista di Moschino è morto a 46 anni. Si è spento all'improvviso lo stilista toscano. Era stato nominato solo tre settimane fa alla direzione creativa del marchio simbolo del made in Italy. La sua prima collezione avrebbe dovuto essere presentata a Milano a febbraio. Sui social, il cordoglio dei colleghi. Serena Tibaldi su La Repubblica.it il 10 novembre 2023

L’annuncio è arrivato come un fulmine a ciel sereno: Davide Renne, il designer 46enne nominato solo tre settimane fa nuovo direttore creativo di Moschino, è morto il 10 novembre. Nulla si sa sulle cause della sua scomparsa: pare che lo stilista sia mancato nel corso di un intervento chirurgico. A nulla sono valsi i tentativi di rianimarlo in terapia intensiva.

«Non ci sono parole per descrivere l’incommensurabile dolore che stiamo vivendo in questo momento così drammatico. Davide si era unito a noi solo pochi giorni fa, quando un malore improvviso ha stroncato troppo presto la sua giovane vita. Non riusciamo ancora a credere a quello che è successo. Con Davide stavamo lavorando a un progetto ambizioso, pieni di entusiasmo e di ottimismo verso il futuro. Anche se è stato con noi solo per pochissimo tempo, Davide è stato in grado di farsi subito amare e rispettare. A noi resta oggi la responsabilità di portare avanti ciò che la sua fantasia e creatività avevano solo immaginato. Ci stringiamo alla famiglia e ai numerosissimi amici di Davide con affetto» dichiara Massimo Ferretti, Presidente Esecutivo di Aeffe SpA.

Il percorso professionale

Difficile trovare le parole per commentare una notizia del genere, che ha lasciato di sasso tutto il mondo della moda, sia chi conosceva Davide personalmente che chi ne aveva solo sentito parlare. Toscano, originario di Follonica, Renne inizia a sperimentare con l’abbigliamento dagli anni del liceo, quando il suo stile decisamente più forte della media si fa notare parecchio. Sogna di fare l’architetto, ma poi capisce che è proprio la moda il suo futuro: studia design al Polimoda di Firenze che, dirà poi, gli ha donato un senso di “assoluta libertà”. Il suo primo lavoro a Milano è nel team stilistico di Alessandro Dell’Acqua, assieme a un altro dei nomi nuovi dello stile italiano, Walter Chiapponi. Si trasferisce poi a Roma per lavorare da Gucci dove rimane per vent’anni, collaborando prima con Frida Giannini e poi con Alessandro Michele, che lo sceglie come suo direttore delle collezioni donna. A seguito dell’addio al brand di Michele, che Renne ha ringraziato per avergli insegnato a sognare in grande e per averlo incitato e aiutato a realizzare i suoi sogni, resta fino alla fine della scorsa primavera per gestire la transizione al nuovo direttore creativo Sabato De Sarno. 

L'arrivo a Moschino

La nomina da Moschino era quindi la sua prima occasione per uscire finalmente alla ribalta, ed è questo che addolora di più oggi. Renne sinora è stato un nome molto popolare tra gli addetti ai lavori, ben consapevoli delle sue capacità, ma virtualmente sconosciuto al grande pubblico: la direzione creativa di Moschino era il coronamento di una carriera lunga e proficua, il riconoscimento del suo talento e della sua professionalità. Il suo debutto in passerella sarebbe dovuto essere il prossimo febbraio, alla fashion week milanese. Del suo Moschino non si sapeva ovviamente ancora nulla, ma la sua prima e unica dichiarazione in proposito dimostra già quanto avesse le idee chiare: “Franco Moschino aveva soprannominato il suo studio ‘la sala giochi’. È così: ciò che la moda – soprattutto quella italiana, e la Maison Moschino in primis – può realizzare con la sua influenza, dovrebbe essere sempre fatto con un senso di gioco e di gioia”, aveva scritto. È davvero triste pensare che non abbia nemmeno avuto l’occasione di godersi ciò che s’era guadagnato.

Il cordoglio dei colleghi e degli amici

Tra i primi commenti postati su Instagram, quello di Alessandro Dell’Acqua: "Ciao Davide!! Sarai sempre nel mio cuore".

Il primo lavoro a Milano di Renne è stato nel team stilistico di Alessandro Dell’Acqua, assieme a un altro dei nomi nuovi dello stile italiano, Walter Chiapponi.

Scrive Walter Chiapponi: "Ti ho conosciuto nel 1999 ed è stato amore a prima vista, sei stato mio fratello, la mia famiglia, il mio tutto, da allora. Davidó, mi mancherai ogni secondo, ho il cuore spezzato, oggi è uno dei giorni più difficili della mia vita. Per favore rispettate il mio dolore". Lo stilista ha sempre considerato Renne un fratello, e sta postando molte foto che li ritraggono assieme.

Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci: "Dolce amico mio, fratello inseparabile, amore grandissimo. Che viaggio straordinario e indimenticabile abbiamo fatto insieme. Quante risate e che gioia sfrenata. Quanti sogni incoscienti abbiamo rincorso. E come ci siamo abbracciati stretti, con batticuore. Perché tu non sei stato solo uno dei più talentuosi creativi che io abbia mai conosciuto. Eri soprattutto parte insostituibile di una piccola famiglia sgangherata. La nostra, quella che avevamo scelto di costruire con tutto l'amore del mondo. Non riesco, ora, a non piangerti disperatamente. In questo giorno di pioggia in cui manchi come l'aria, vorrei così tanto abbracciarti e dirti, ancora una volta, che andrà tutto bene".

È morto a 46 anni Davide Renne, da pochi giorni direttore creativo di Moschino. Il Domani il 10 novembre 2023

Il lutto che sconvolge il mondo della moda, lo stilista aveva appena cambiato maison dopo un’esperienza ventennale a Gucci

È morto Davide Renne, da pochi giorni direttore creativo di Moschino. Era nato a Follonica (Grosseto) nel 1977. A comunicare la sua morte è Moschino che in una nota esprime «cordoglio e grande tristezza per la prematura scomparsa di Davide Renne avvenuta il 10 novembre 2023 a Milano».

Renne, 46 anni, era stato nominato lo scorso 16 ottobre e aveva assunto il ruolo dal primo novembre.

È morto a Milano per un malore, dopo essere stato ricoverato per un problema cardiaco.

«Non ci sono parole - dichiara Massimo Ferretti, presidente esecutivo di Aeffe Spa - per descrivere l'incommensurabile dolore che stiamo vivendo in questo momento così drammatico. Davide si era unito a noi solo pochi giorni fa, quando un malore improvviso ha stroncato troppo presto la sua giovane vita. Non riusciamo ancora a credere a quello che è successo. Con Davide stavamo lavorando a un progetto ambizioso, pieni di entusiasmo e di ottimismo verso il futuro. Anche se è stato con noi solo per pochissimo tempo, Davide è stato in grado di farsi subito amare e rispettare. A noi resta oggi la responsabilità di portare avanti ciò che la sua fantasia e creatività avevano solo immaginato. Ci stringiamo alla famiglia e ai numerosissimi amici di Davide con affetto». 

Dopo gli studi al Polimoda di Firenze, Renne – come ha raccontato lui stesso il giorno della sua nomina –aveva lavorato nel team di Alessandro Dell'Acqua: «Alessandro è stato il mio primo maestro e mentore nella moda. Sono poi andato da Gucci dove ho passato due decenni straordinari come Head Designer for Womenswear. Gli ultimi otto anni di questo periodo li ho trascorsi insieme ad Alessandro Michele: lui mi ha insegnato a sognare in grande, mi ha incitato e mi ha aiutato a realizzare i miei sogni». «La moda, come la vita – scriveva Renne – ci dà modo di scoprire noi stessi. Non mi piace la moda che detta risposte, sono più propenso a trovare la domanda giusta, poi le risposte arriveranno nel dialogo dello stilista con il pubblico: la moda è, per sua stessa natura, fatta su misura. Prendere il timone della casa creata da un genio del design italiano e dell'arte contemporanea è un onore che non prendo alla leggera».

I nove giorni di Davide Renne da Moschino. Un malore stronca il nuove direttore creativo. L'incarico era iniziato solo il 1°novembre. Lunedì aveva subito un intervento al cuore. Daniela Fedi l'11 Novembre 2023 su Il Giornale.

Il primo messaggio che ci siamo scambiati conteneva una frase di Alexander Pope: «Recita bene la tua parte, in questo consiste l'onore». Davide Renne non recitava mai: era davvero un essere speciale. Infatti sul palcoscenico della vita è stato bravo come Charlie Chaplin e Peppino De Filippo nell'interpretare tutte le parti che ha avuto in sorte compresa quella davvero crudele di morire a soli 46 anni sotto i ferri nel disperato tentativo di salvarlo da una severa patologia cardiaca.

Nominato lo scorso 16 ottobre direttore creativo di Moschino, aveva preso servizio il 1° novembre immergendosi con grande entusiasmo in quell'ufficio stile che Franco Moschino amava chiamare «La sala giochi». Anche lui come il grande designer lombardo prematuramente scomparso nel 1994 trattava con grande serietà gli aspetti ludici dell'esistenza e pensava che il gioco fosse cibo per la mente. Nato a Follonica in provincia di Grosseto, Davide ha sempre avuto un senso estetico fuori dal comune e un talento naturale per il disegno. Tutti pensavano che sarebbe diventato architetto, ma lui sapeva che la moda era il suo destino. Si iscrisse infatti al Polimoda di Firenze dove diceva di aver imparato quel senso di assoluta libertà che un designer deve pur avere per creare qualcosa di bello. Il suo primo lavoro è stato nell'ufficio stile di Alessandro Dell'Acqua dove ha incontrato il suo miglior amico, Walter Chiapponi, un altro grande talento del made in Italy appena nominato direttore creativo di Blumarine.

Dopo 4 anni di duro lavoro che entrambi hanno sempre definito come una meravigliosa esperienza umana e professionale, i due sono passati da Gucci dove Davide è rimasto vent'anni prima con Frida Giannini e poi con Alessandro Michele. Sotto la sua guida Davide è diventato head designer del womenswear e quando un anno fa avvenne il brutale divorzio tra il mitico direttore creativo romano e il marchio delle due G, toccò a Renne portare avanti le collezioni in mezzo a mille difficoltà. Recitò così bene la sua parte da conquistarsi l'affetto e la stima anche dei più sfegatati fan di Alessandro Michele e di Tom Ford. «Lo sono anch'io da anni» ci confessò dopo la prima sfilata senza la guida del grande visionario. «In questa collezione concluse abbiamo tentato di unire due mondi diversi che insieme sono l'anima dell'azienda». Il nostro ultimo incontro è stato all'aeroporto di Seul dove ci spiegò che nella cruise collection presentata la sera prima c'erano precisi riferimenti alle Haenyeo, ovvero le donne che sull'isola di Jeju s'immergono in apnea fino a 20 metri per pescare 7 ore al giorno per 90 giorni all'anno. «Sono le ultime sirene asiatiche», concluse prima di imbarcarsi per Roma dove trovò un'immeritata lettera di licenziamento. «È la vita», commentò. Vorremmo essere altrettanto fatalisti, ma nel mondo della moda si sa: abbiamo perso un essere speciale.

Brunello Cucinelli.

Estratto dell’articolo di Paola Pollo per il “Corriere della Sera” giovedì 3 agosto 2023.

«Lei aveva 16 anni e mezzo e io 17, suvvia la stessa età. Perché la differenza sono solo sei mesi. E non mi guardare così perché non è un anno...». «Io sono del ‘54 e tu del ‘53. A settembre ne compi 70 e io ne avrò sempre 69». 

Ridono Brunello e Federica Cucinelli, marito e moglie dal 7 marzo 1982 ma innamorati da 52 anni. «Avevo un vespino color panna e ogni mattina seguivo la corriera che portava Francesca a scuola». «Cosa dici? Il nostro primo incontro è stato alla Città della domenica, a ballare un pomeriggio. È lì che mi hai notato. Chissà poi perché? Andavamo alla stessa scuola: tu geometria e io ragioneria. Poi a voi vi hanno spostato nell’ex ospedale psichiatrico e vi prendevamo in giro dicendo “i geometri sono andati ai matti”». 

[…] «Ero appena arrivato dalla campagna, in città, ad Arezzo. Non sapevo cosa fosse l’elettricità, l’acqua calda e la tv. Scoprivo le cose piano, piano. Alla Città della domenica, una specie di Disneyland di cinquant’anni fa, arrivavano i pullman delle gite. Pensavo che lei fosse una di fuori. Solo il giorno dopo vidi che frequentava il mio istituto. E cominciai a seguire la sua corriera con il cinquantino. Pensavo di conquistarla così con il vespino e il mio lungo cappotto cammello da zar. Ma nulla. […] ».

«Lo notavo. Lo notavo. E ne ridevo con le mie amiche. Mi piaceva questo gioco di farlo aspettare e a volte depistarlo». 

Neanche un cenno?

«Nulla. Dovetti aspettare marzo. Ancora alla Città della domenica. Si ballavano i lenti. La invitai in pista, la strinsi a me e la baciai. Gli amici ridevano di noi: entrambi avevamo i capelli lunghi e in due non facevamo 100 chili: “Tu e Federica — dicevano — neanche se fate l’amore su di un barile di latta vi si sente!”.

[…] «La nonna controllava le distanze. Ricordo le telefonate di Brunello: io a casa e lui al bar dove stava, sempre. Mio padre quando lo vide la prima volta disse: “Guarda tuo cugino ha portato un’amica... ma era Brunello con i capelli lunghi». 

[…] Dal bacio all’amore?

«Non sapevamo nulla. Niente di niente. Non avevo neanche mai visto una donna in costume. Figurarsi se sapevo come si faceva all’amore. Lo scoprimmo insieme. Presi la patente e comperai l’auto, una Mini Minor. Era il 26 dicembre, il giorno dopo Natale. Fu la prima volta per tutti e due. Si andava tutti nello stesso bosco». «[…] mi piaceva perché era un po’ matto, non come gli altri». 

Ma a vent’anni parlava già con i filosofi?

«Non proprio. Però era un visionario. Ricordo una volta, fra le prime, che eravamo in piazza a Solomeo e lui alzò gli occhi verso la torre e disse “questa sarà nostra e aiuteremo tutti a far rinascere il paese”. Gli credetti». 

«Ma non lavoravo ancora a quei tempi. Giocavo a carte! E vincevo. Poi Federica e sua sorella misero su un negozio di abbigliamento e ogni tanto le seguivo dai fornitori. È così sono entrato nella moda». 

Quindi senza «la» Federica di Solomeo, oggi non ci sarebbe nulla?

«Già è così. Tutti a dire che genio è Brunello e invece è tutto merito di Federica. E tutt’ora è lei l’anima e il cuore di questo borgo. Lei organizza e fa per la comunità». 

«Diciamo che feci entrare Brunello nel nostro mondo che era una vita di paese dove ci si conosceva e si aiutava tutti. Una famiglia allargata. Ci si ritrovava e ci si ritrova».

[…] «Non mi è pesato stare dietro: sono felice che Brunello sia entrato e abbia reso Solomeo un luogo famoso nel mondo. Io con lui ho vissuto una favola». 

La testa a posto Brunello Cucinelli quindi quando l’ha messa?

«Tardi... Dopo tre anni di ingegneria, a 25 anni. Mio padre mi diceva tutti i giorni: “Come va la scuola?”. E io: “Babbo potrebbe andare meglio”. I miei due fratelli lavoravano e io facevo il signorino». 

«Vuoi dire il viziato. Al sabato quando ero in negozio, fuori Perugia, lui passava prima di andare a fare il bagno al lago. Alla sera tornava e stavamo insieme sino alle 11. Poi lui andava al bar e io a Solomeo con le amiche. Ognuno i suoi spazi e la sua libertà. Ieri e ora».

«Ancora oggi è così: lei va giù a cantare nel coro o guarda i suoi sceneggiati, come li chiama la zia, e io resto a rincoglionirmi con il fuoco o a leggere dei miei filosofi e dei miei santi». 

Qualcosa che non va?

«Brunello odia viaggiare. Io lo amo. […] In questo proprio non ci capiamo. Così me ne vado in giro con il mio coro polifonico». «Io farei come Kant, non mi muoverei mai da casa». 

Quando arrivò Brunello a casa parlando di cashmere?

«Federica, che è la cugina prima di Schopenhauer, era scettica». «Un giorno venne a casa con un pacchetto di cambiali infinte e firmate. “Oddio Brunello che hai fatto?”. E non lo ostacolai, no. Anche perché non sarebbe stato e non è facile fermarlo». 

«Avevo comperato la torre con 250 milioni di cambiali. Confortato dal proprietario che mi disse: “Non ti preoccupare, le sposteremo”. Non certo da Federica-Schopenauer che disse: “Sarà!”».

Litigi?

«Pochissimo […]. All’inizio le dissi solo: “Ti raccomando non ti venga mai in mente di offendermi perché sono figlio di contadini. Per il resto puoi dirmi tutto”. Ma non ce n’è stato bisogno». 

Chi è cambiato di più?

«Brunello, è diventato più riflessivo. Anche se a me piaceva matto». «Per forza, prima abbiamo messo su un allevamento di lombrichi, poi di lumache che sono scappate e l’idea dei conigli che non è decollata. Dovevo mettere la testa a posto».

Gelosie?

«Era bella e corteggiata.... Ma che ti ridi?». «Non è mai stato geloso. Io sì invece. Ma che ti ridi?». [….]

Mary Quant.

Da adnkronos.com il 13 aprile 2023.

La stilista britannica Mary Quant, considerata l'inventrice della minigonna, è morta oggi all'età di 93 anni nella sua casa nel surrey, nel regno unito. l'annuncio della scomparsa, come riferisce la BBC, è stato dalla sua famiglia, definendola "una delle stiliste più riconosciute a livello internazionale del xx secolo e un'eccezionale innovatrice, che con il suo talento lungimirante e creativo si affermò rapidamente come un contributo unico alla moda britannica" a Mary Quant è riconosciuto il merito di aver reso popolari, prima tra le modelle, e poi tra le nuove generazioni di tutto i mondo, le minigonne che hanno contribuito a definire lo stile degli anni '60 della 'swinging london'.

La definitiva consacrazione della minigonna, come modello elegante, snello e vivace, ebbe luogo nel 1966, quando la quant la indossò a buckingham palace, in occasione della cerimonia con la quale la regina elisabetta le conferito il titolo di dama dell'ordine dell'impero britannico. almeno fino agli anni cinquanta l'orlo delle gonne non era salito oltre il ginocchio. 

 La linea del ginocchio venne conquistata e superata grazie a Mary Quant: nel suo atelier di kings road a Londra, dove aveva aperto anche una boutique ("bazaar") la giovane stilista, figlia di professori universitari che l'avrebbero volentieri avviata alla carriera di insegnante, concepì il nuovo indumento, la miniskirt. l'invenzione nacque nel segno della rottura con la tradizione: quant era convinta che "somigliare a un adulto era una cosa brutta, allarmante e terrorizzante, soffocante, vincolante e orribile".

La novità piacque, specie alle ragazze e alle indossatrici che, proprio in quei primi anni '60, avevano sposato un nuovo modello estetico: la donna androgina, dai fianchi stretti e dalle gambe lunghissime. nata a Londra l'11 febbraio 1934, figlia di due insegnanti gallesi, dopo gli studi di design al goldsmith's college of art, nel 1955 Mary Quant aprì, insieme al suo futuro marito alexander plunket greene, la boutique "bazaar" in king's road, centro nevralgico della "swinging london", dove venivano venduti capi semplici e colorati che sarebbero diventati espressione tipica dell'abbigliamento inglese degli anni sessanta.

Nel giro di dieci anni la quant divenne proprietaria di una sorta di impero della moda giovane che produceva abiti, accessori e cosmetici. da allora nome della quant è rimasto legato soprattutto alla minigonna, di cui si è contesa la creazione con andré courregès. alla fine degli anni settanta la quant cedette il marchio, pur continuando a occuparsi della linea cosmetica e a collaborare con altre case di moda. 

Mary Quant è morta: ha inventato la minigonna. Maria Teresa Veneziani su Il Corriere della Sera il 13 aprile 2023

La stilista britannica aveva 93 anni. In un comunicato diffuso dalla famiglia si legge che si è spenta serenamente questa mattina nella sua casa del Surrey

Il suo impatto sul mondo della moda è stato paragonato a quello dei Beatles per la musica pop. Mary Quant, stilista britannica che ha incarnato gli Swinging 60s, conosciuta in tutto il mondo per aver lanciato la minigonna, è morta a 93 anni. In un comunicato diffuso dalla famiglia si legge che si è spenta serenamente questa mattina nella sua casa del Surrey, contea dell’Inghilterra sud-orientale.

Quant era nata a Londra nel 1934. Figlia di insegnanti del Galles, si era cimentata con i vestiti fin dalla tenera età, cominciando a scuola ad accorciare le gonne ispirata da una compagna che ballava il tip tap, come racconta nella autobiografia «Quant by Quant». Dopo gli studi di illustrazione alla Goldsmiths di Londra, aveva completato un apprendistato con il modista Erik di Brook Street. Nel 1955 gli esordi nella moda, quando, con il marito Alexander Plunket Greene, aprì il suo negozio Bazaar di Kings Road che da subito divenne un ritrovo per i giovani, con la folla che si formava fuori dalla porta. Il caschetto firmato da Vidal Sasson, le minigonne fecero subito tendenza.

Mary Quant, che inizialmente disegnava abiti basati su semplici modelli di sartoria ha rivoluzionato le convenzioni della vendita al dettaglio, puntando su un progressivo rifornimento delle scorte: con gli incassi di una giornata avrebbe pagato la stoffa per realizzare i nuovi modelli del giorno successivo, quasi un preludio di fast fashion. Aveva intuito che i giovani si erano stancati di vestire come i loro genitori. Era arrivato il momento di una rottura con il passato. Dimostrò di essere anche una brillante imprenditrice, fondando già nel ‘63 il Ginger Group per esportare i suoi prodotti negli Stati Uniti che in seguito aveva arricchito con una linea di cosmetici e una collezione di calzature.

La stilista ha incarnato l’intera rivoluzione che investì gli anni ‘60 e che ebbe il suo epicentro a Londra, mentre nel mondo s’imponevano i nuovi simboli: i Beatles, George Best, la Mini Minor, la modella Twiggy. Luoghi simbolo di quella rivoluzione furono Carnaby Street e King Road e accanto agli abiti che si accorciavano esplodevano anche i movimenti pacifisti e per la liberazione sessuale.

Non è certo che sia stata proprio lei ad aver inventato la gonna corta, ma certamente accorciando gli orli 10 centimetri sopra il ginocchio ha contribuito a far sentire libere le ragazze, anche dalle convenzioni. Pioniera della moda democratica. E pazienza se la sua frase «Non siamo tutte duchesse» fece storcere il naso a Coco Chanel. Non a caso l’ editorialista del «Times», Bernard Levin, l’ha definita «alta sacerdotessa della moda dei Sixties». Nel ‘66, «per il contributo all’industria del fashion», la regina Elizabeth le ha conferito l’onorificenza di Cavaliere della Corona Britannica. E proprio recentemente Re Carlo III, l’ha premiata con il titolo di Membro dell’ordine cavalleresco dei Compagni d’Onore. Mary, che nel 2021 è stata celebrata dal docufilm di «Sadie Frost, Quant », era felice: «È un onore ricevere questo premio alla fine di una vita che ho avuto il privilegio di trascorrere facendo ciò che amo e che mi ha sempre divertito». Un bel testamento per un’esistenza ricca e lunga.

Estratto dell’articolo di Natalia Aspesi per “la Repubblica” il 14 aprile 2023.

Come è lontano il tempo di Mary Quant, quando pareva che tutto il mondo fosse giovane, sempre più giovane, e ascoltando “Revolver” dei Beatles eravamo ormai sicuri che la giovinezza non ce l’avrebbe rubata nessuno, che le gonne che scandalizzavano New York ci sarebbero durate per sempre.

 Adesso so che Mary Quant aveva la mia età, era vecchissima, eppure noi ce la ricordiamo con quel buffo aspetto e quella pettinatura di lacca corta e scura a renderla diversa da tutte. […]

Anche io correvo da Biba, il grande negozio profumato in Chelsea dove essere felici voleva anche dire comprarsi a prezzi che parevano niente le sue meraviglie […]

 Lei, Mary Quant - o Courrèges che rivendicava il taglio liberatorio - se la inventarono perché era il momento giusto, e non si poteva più farne a meno, proprio all’inizio epocale del 1967. […] Attorno la bella musica dei Rolling Stones, dei Beatles di tutti i nuovi giovanissimi che accompagnavano la grande giovinezza. […]

Quelle gonne corte e sempre più audaci, che liberavano le donne molto giovani, erano naturalmente il primo segnale di una libertà, vecchia ormai di sessant’anni, un modo di annunciare una frivolezza che in realtà non c’era. Però i Settanta erano vicini e in quegli anni, con le minigonne e le gonne, le donne ebbero la forza di intervenire per riuscire a conquistare, penso a noi, il divorzio, l’interruzione di gravidanza e il diritto di famiglia. Adesso la minigonna c’è o non c’è, la portano le belle nere che la moda sceglie, Mary Quant se ne è andata, e a noi non resta che arrivi una signora di quelle che facciano miracoli.

Estratto dell'articolo di Alessandra Rizzo per “la Stampa” il 14 aprile 2023.

È stata per tutti la «madre della minigonna», uno dei simboli della «Swinging London» degli Anni'60 e della liberazione femminile: la stilista inglese Mary Quant è morta ieri mattina all'età di 93 anni nella sua casa del Surrey. È stata una delle figure più influenti nella moda e della cultura nella Gran Bretagna del dopoguerra: la sua boutique a King's Road a Londra non vendeva solo vestiti, ma era uno dei punti di ritrovo per giovani, artisti e intellettuali che confluivano nel quartiere di Chelsea, dai Beatles e Rolling Stones a Brigitte Bardot.

 «Ha rivoluzionato la moda ed è stata una fantastica imprenditrice», ha detto Twiggy, la modella «grissino» che contribuì a rendere la mini popolarissima tra le giovani donne di tutto il mondo. «Gli Anni 60 non sarebbero stati gli stessi senza di lei».

Mary Quant era nata a Londra nel 1930; i suoi genitori erano maestri di scuola provenienti da famiglie di minatori gallesi, e volevano per la figlia una carriera convenzionale. Ma lei aveva altre idee: cominciò a studiare arte, e ben presto conobbe quello che sarebbe diventato suo marito, l'eccentrico aristocratico Alexander Plunkett Smith. Insieme i due aprirono, nel 1955, la boutique Bazaar a Chelsea, dove si poteva entrare fino a tardi, ascoltare musica jazz e bere un bicchiere in mezzo ai giovani bohémien della capitale. Da qui partì la rivoluzione della moda: linee essenziali, vestitini a trapezio, colori vivaci, materiali sintetici. E, naturalmente, la minigonna, portata con collant spessi e colorati, e stivali.

 Se sia stata davvero lei a inventarla, o lo stilista francese Andrè Courrèges, è materia di dibattito. Ma sul fatto che sia stata Mary Quant a renderla popolare in tutto il mondo non ci sono dubbi.

[…] Né lei sembrava voler rivendicare la paternità dell'indumento simbolo di una generazione, sostenendo invece di essere stata brava a captare lo spirito del suo tempo. «Sono state le ragazze di King's Road a inventare la mini», diceva. «Io volevo realizzare abiti che potessero consentire di correre e ballare». E ricordava come le giovani clienti volessero gonne sempre più corte. Seguirono accessori, scarpe, una linea di cosmetici, persino una bambola chiamata Daisy, la margherita che era il suo logo.

 […] «Il buon gusto è morte», disse una volta al Guardian. «La volgarità è vita».

Estratto dell'articolo di Marinella Venegoni per “la Stampa” il 14 aprile 2023.

Tutto, in Patty Pravo, parte sempre da Venezia. La città dov'è nata, la città che par di capire le andava stretta fin da adolescente. Allevata dai nonni paterni, affezionatissima al nonno Domenico direttore dei Tabacchi, alla sua morte decise che lì non ci voleva più stare: «Ho annunciato alla nonna che dopo otto anni ero stufa del Conservatorio e, con la scusa di un corso d'inglese, sono saltata in auto con alcuni amici e siamo andati a Londra», ricorda. Era il 1965.

L'inglese s'imparava anche per strada, la curiosità della bellissima fanciulla andava altrove, alle zone più appetibili della Swinging London: «Ci si infilava a ballare, si cantava.

E mi sono scatenata nelle strade della moda, sono andata da Biba e sì, non mi sono persa neanche Mary Quant, mi ricordo anche di averla vista. Ho fatto il pieno di vestiti, poi sono andata a Roma e sono approdata al Piper».

 Chiedere particolari alla memoria di Nicoletta Strambelli è un po' complicato, quel che è certo è che era una ragazza molto sveglia, e sostiene anzi che lei nell'epoca della minigonna ci entrò da prima, danzando: «Mi piaceva, come a tutte le ragazze, e la mettevo. Era nell'aria, e anzi la mettevo già prima: mi ricordo che prendevo un sacchetto di stoffa (allora era beige), tagliavo il fondo, me lo infilavo e stringevo in vita il laccetto della parte superiore, come cintura».

«[…] In quel periodo a Londra c'erano minigonne da tutte le parti: Mary Quant fu geniale, perché riuscì a pubblicizzare questa novità della minigonna che però era già nell'aria, e se ne impadronì, la ufficializzò, fece una pubblicità moderna, le diede un'impronta fino a farla diventare una cosa sua. Dalla sua parte aveva Twiggy. Nel suo negozio poi non si trovavano solo le minigonne, c'erano i prodotti di bellezza, il trucco che cambiava e le ragazze che insegnavano come truccarsi a noi clienti, inglesi e straniere, che pendevamo dalle loro labbra. Carnaby Street era così affollata che non si riusciva a camminare».

[…]

Vittorio Feltri, la minigonna? "Tutto merito di Oriana Fallaci". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 15 aprile 2023

All’età di 93 anni è morta Mary Quant, colei che a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, nella conservatrice Inghilterra, inventò la minigonna, segnando una rivoluzione non soltanto nell’ambito della moda ma anche in quello del costume. La sottana divenne subito simbolo della emancipazione femminile e si diffuse rapidamente in tutto il mondo. Amata dalle donne, però pure dagli uomini, i quali ancora ci risparmiavano dall’orrore di indossarla a loro volta, limitandosi ad apprezzarla vestita dal gentil sesso. La gradiscono forse tutti i maschi, meno che il sottoscritto, lo ammetto. Trovo più eleganti le gonne al ginocchio o poco sopra il ginocchio. Meno si vede, infatti, e più si è costretti a immaginare. 

È vero che l’occhio vuole la sua parte, tuttavia questa parte non deve essere mai troppo ampia. In ogni caso, la dipartita della mamma della microgonna nella mia mente ha portato a galla un ricordo, ossia l’incontro che la mia amica Oriana Fallaci ebbe, per volontà dell’editore de L’Europeo, a New York, nell’estate del 1966, proprio con Mary Quant, allora trentatreenne, incontro da cui nacque una interessante e vivace intervista, di quelle infinite che faceva Oriana, consegnandoti la radiografia dell’anima dell’intervistato. Fallaci rimproverava a Mary di avere costretto le signore ad accorciare di un centimetro i propri vestiti di mese in mese e che, di quel passo, a Natale si sarebbero ritrovate in mutande, cosa poco decente, addirittura “preoccupante”.

In quell’occasione Quant ebbe la facoltà di spiegare che per lei la minigonna doveva essere indossata in un certo modo per non essere un capo peccaminoso bensì persino innocente. Innanzitutto, andava portata con le scarpe basse e non di sicuro con i tacchi a spillo, inoltre con i collant e non con le calze tenute su con le giarrettiere. Quant fissò un’altra regola fondamentale, oggi più che mai trascurata: se scopri le gambe devi coprire tutto il resto, quindi andrebbero abolite le scollature abissali sul davanzale, ad esempio. Insomma, Mary Quant inventò la minigonna ma non di certo la volgarità dilagante che vediamo in giro. Già da quel colloquio emerge la consapevolezza piena di Quant che dalla minigonna non si sarebbe mai più tornati indietro. Essa, tra alti e bassi, sarebbe durata. E viene a galla altresì il carattere deciso di Mary, il suo spirito incontenibilmente ribelle, l’audacia, virtù propria di coloro che sono destinati a lasciare il segno nella storia e la moda non è affatto qualcosa di marginale: essa ci racconta una maniera di vivere, una mentalità, gli usi, le paure, i pregiudizi, i divieti e i tabù di una determinata società in una determinata epoca.

 «Detesto le donne che portano le cosine semplici, le cosine ben tagliate, le cosine dai colori educati, le cosine che non passano mai di moda e sono così femminili. Sono le donne che vanno a comprarsi qualcosa di nuovo e tornano con l’abito classico, le donne senza coraggio. Sono le donne che vorrebbero portare le calze nere e gli stivali bianchi ma non li portano e si decidono solo quando li portano tutti. Sono le donne che non cambiano mai la pettinatura, che posseggono solo gioielli veri e antichi, che cercano un marito come soluzione di vita», dichiara ad Oriana Mary Quant, la quale si definiva «libera e senza trucchi» e riteneva inelegante soltanto l’assenza di spontaneità. Alla fine, credo che Mary Quant abbia invitato le fanciulle di ogni età a scoprire in particolare il cervello. 

 Addio a Mary Quant, la rivoluzionaria che liberò per prima le gambe delle donne. Nicola Santini su L’Identità il 14 Aprile 2023

Oggi, il mondo piange la perdita di una figura che ha cambiato per sempre la moda e la società: Mary Quant, l’indimenticabile inventrice della minigonna, si è spenta all’età di 93 anni.

La sua scomparsa invita a riflettere sulle profonde trasformazioni che ha innescato, sull’eredità che ci ha lasciato e sulle battaglie che ancora si devono combattere.

Nata a Londra nel 1930, Mary Quant ha dato vita, con la minigonna, a un capo di abbigliamento che si è trasformato in un vero e proprio simbolo di ribellione e libertà.

Non solo ha rivoluzionato il modo in cui le donne si vestivano, ma ha anche contribuito a infrangere le rigide barriere sociali e culturali che le costringevano a nascondere le proprie gambe e la propria identità.

Le sue gonne corte, simbolo di una femminilità indomita e desiderosa di emancipazione, hanno raccontato un mondo in cambiamento, un’epoca di sogni e speranze che vedeva le giovani donne protagoniste di una rivoluzione culturale e sessuale.

Mary Quant, con la sua audacia e il suo spirito anticonformista, ha saputo interpretare e guidare questo processo di trasformazione, diventando una figura amata e contestata al tempo stesso.

Non è stato facile per lei imporsi in un mondo dominato da convenzioni e pregiudizi, eppure Mary Quant non si è mai arresa. Ha continuato a lottare per i suoi ideali, per la libertà delle donne e per una moda che fosse espressione di una nuova identità. Ha ricevuto riconoscimenti e onorificenze, ma la sua più grande vittoria è stata quella di vedere le sue creazioni indossate con orgoglio da generazioni di donne.

Tra le numerose celebrità che hanno abbracciato lo stile rivoluzionario di Mary Quant, indossando con orgoglio la sua iconica minigonna, figurano alcuni dei nomi più noti e influenti dell’epoca e di oggi. Attrici, cantanti, modelle e perfino membri della famiglia reale inglese hanno contribuito a rendere questo capo di abbigliamento un simbolo di emancipazione e di trasgressione.

Tra le più celebri fan della minigonna di Mary Quant, troviamo la modella britannica Twiggy, che negli anni ’60 divenne il volto della Swinging London, incarnando lo spirito ribelle e anticonformista dell’epoca. Anche l’attrice Jean Shrimpton, icona di bellezza e fascino, fu spesso fotografata con indosso le creazioni di Quant, contribuendo a diffondere il fenomeno della minigonna a livello internazionale.

La famiglia reale inglese non è rimasta indifferente al fascino della minigonna. La principessa Margaret, sorella della regina Elisabetta II, fu una delle prime ad adottare questo stile audace, dimostrando un’apprezzabile apertura verso le nuove tendenze e le espressioni della cultura contemporanea. Anche la principessa Diana, nel corso degli anni ’80 e ’90, fu spesso avvistata con gonne corte che rievocavano lo stile di Mary Quant, confermando il suo ruolo di icona di moda e di eleganza ribelle.

Nell’epoca attuale, anche Kate Middleton, duchessa di Cambridge, e Meghan Markle, duchessa di Sussex, hanno mostrato il loro apprezzamento per lo stile innovativo di Mary Quant, indossando gonne corte che celebrano la libertà e la forza delle donne, riconoscendo l’eredità di una designer che ha cambiato per sempre il modo in cui le donne si vestono e si esprimono.

Sebbene Mary Quant sia universalmente nota per la sua rivoluzione nel mondo della moda, la sua vita privata è sempre stata caratterizzata da una certa riservatezza, con aspetti intimi e segreti che pochi conoscono. Quant si sposò nel 1957 con Alexander Plunket Greene, un imprenditore e musicista, che divenne il suo partner sia nella vita che negli affari. Insieme, formarono un duo indimenticabile, condividendo passioni e ideali, e supportandosi a vicenda nelle loro imprese.

Da questa unione nacque anche un figlio, Orlando, il cui arrivo nella loro vita portò una profonda felicità e una nuova prospettiva. Mary Quant era una madre devota e amorevole, che cercava di bilanciare il suo ruolo di genitrice con quello di imprenditrice e icona della moda. Nonostante le sfide e le difficoltà che questo comportava, riuscì a trovare un equilibrio, senza mai perdere di vista i valori che la guidavano nella sua vita e nella sua carriera.

Ora che Mary Quant ci ha lasciati, è importante non dimenticare il suo coraggio e il suo spirito ribelle.

Addio a Mary Quant, con la sua minigonna “scandalizzò” il ‘900. La stilista inglese aveva 93 anni. Negli anni ‘60 rivoluzionò la moda inventando l’abito corto: l’emancipazione femminile è passata anche dalle sue forbici. Francesca Spasiano Il Dubbio il 13 aprile 2023

«Ma io amo la volgarità. Il buon gusto è morte, la volgarità è vita». Ottobre 1967, Mary Quant è già un’icona internazionale, e a chi l’accusa di aver dato vita a una moda “lasciva” sa bene come rispondere. Senza peli sulla lingua e senza stoffa sulle gambe: la minigonna che indossano le sue ragazze è già di tre o quattro pollici sopra il ginocchio. Sono loro, le giovani inglesi di King’s Road, ad aver inventato l’abito corto che gli stilisti di tutta Europa si contendono dagli anni ‘60. «Né io, né André Courrèges, abbiamo avuto l’idea della minigonna. È stata la strada ad inventarla», dirà Quant trent’anni dopo. Con il designer francese, a cui qualcuno attribuisce l’invenzione della “mini-jupe”, condivideva «la stessa logica, anche se creavamo moda per persone diverse». Lui per l’alta moda, lei per le «ragazze come me», che erano semplicemente stufe di «vestirsi come le loro madri».

La logica di cui parla la stilista britannica è insieme banale e rivoluzionaria: «Stavo facendo abiti semplici e giovanili, con cui era possibile muoversi, con cui si poteva correre e saltare e li avrei realizzati della lunghezza voluta dalla clientela. Io li indossavo molto corti e la clientela diceva “Più corti, più corti”». Si trattava di vestire comode, per prendere al volo l’autobus senza inciampare su metri di stoffa. Ma anche di essere sexy, di provocare, di cambiare quel paradigma che in breve tempo avrebbe trasformato Londra “da una oscura e sudicia capitale postbellica a un lucente epicentro di stile”. È la Swinging London, negli Swinging Sixties, di cui Mary Quant è icona indiscussa. Per la moda, come i Beatles lo sono stati per la musica: l’incarnazione di una nuova generazione che nella Gran Bretagna degli anni ‘60 vuole godersi la vita e cambiare le cose. Anche Mary Quant voleva cambiarle, e lo ha fatto: l’emancipazione e la liberazione femminile è passata anche dalle sue forbici. Anche se Quant non si è mai presa troppo sul serio. E anche se non ha mai voluto prendersi quel merito che tutti le riconoscono: soprattutto ora che la designer britannica è morta a 93 anni nella sua casa nel Surrey, nel sud dell’Inghilterra, chiudendo un’intera stagione di fermenti culturali che ci raccontano come siamo arrivati fin qui.

Nata l’11 febbraio 1930 a Blackheath, in un sobborgo di Londra, comincia a scrivere il suo futuro rompendo gli schemi che le avevano imposto: figlia di due professori gallesi della London University, scappa di casa a 16 anni perché non vuole fare l’insegnante. Se ne va a Londra e lì incontra Alexander Plunket Greene, nipote di Bertrand Russell, discendente di una famiglia nobiliare, che come lei sogna di vivere la bohème. Inizia un’intensa storia d’amore: i due mangiano quando possono, viaggiano spesso, fanno scandalo per l’abbigliamento fuori dall’ordinario. A Mary piacciono le gonne corte, gli stivaletti, e le calze spesse e colorate che presto tutti vorranno portare. I benpensanti le colpiscono con la punta dell’ombrello le gambe per strada: sono troppo scoperte.

Nel 1955 la svolta: la coppia apre con un amico una boutique di abbigliamento e accessori di nome Bazaar, nello scantinato del loro appartamento, sulla King’s Road. I benpensanti son sempre lì, bombetta in testa e bastone alla mano. Ora bussano alla vetrina del negozio per protestare contro quei manichini sgargianti ed eccentrici che Quant mette in mostra. “Immorale, schifoso!”, gridano per strada e sui giornali. Ma nel quartiere in pieno fermento di Chelsea le ragazze invece adorano lo stile di Mary e Alexander. La boutique diventa un punto di riferimento per giovani e artisti come Brigitte Bardot, Audrey Hepburn, i Beatles e i Rolling Stones. I ragazzi si allungano i capelli, le ragazze li accorciano. Tutte vogliono assomigliare a Twiggy, una parrucchiera di 17 anni che diventerà una delle prime top model teenager e simbolo del nuovo stile confezionato da Quant. Che oltre a rivoluzionare l’abbigliamento, lancia anche un nuovo trend con l’iconico taglio di Vidal Sasson: caschetto e frangia simmetrica.

Forte del sempre maggiore successo, la stilista apre un secondo negozio a Londra e comincia a collaborare con la catena americana di grandi magazzini JC Penney e lancia una linea, The Ginger Group, accessibile al grande pubblico. Per il resto della sua carriera continua a promuovere una moda ludica, senza snobismo, puntando su contrasti di colori, forme geometriche, giochi di materie e pois. A lei le donne di tutto il mondo devono gli short, gli impermeabili in plastica, e anche un nuovo stile di trucco: basta rossetto rosso e ombretto celeste, arrivano le lentiggini e le ciglia finte. Ma soprattutto le devono un nuovo modo di concepire se stesse, dall’abbigliamento alla vita privata e alla sessualità. Nel 1961 arriva la prima pillola concezionale e sono le donne, «solo loro», dice Quant, «a decidere se e quando concepire». Il potere è nelle loro mani, dal sesso ai vestiti. «La moda non ha niente a che vedere con l’età o la frivolezza, riguarda l’essere vivo, oggi», dice ancora Quant. Che aveva una sola regola: sii libera, sii te stessa.

Ottavio Missoni.

Margherita Missoni: «L’adolescenza da Quincy Jones e l’incidente aereo dello zio Vittorio. Ora sono grata a chi mi ha tolto tutto». Storia di Paola Pollo su Il Corriere della Sera il 16 ottobre 2023.

«Ricomincio, da me. Cioè da Margherita. Che è sempre Missoni ma finalmente anche e soprattutto Maccapani». È facile, per chi è nato senza un destino segnato, concludere il ragionamento con un «scusi, ma il problema dove era?». Ma per questa giovane donna non è stato così. «Un eterno conflitto: perché sono nata Maccapani e poi mi sono ritrovata Missoni. E non posso nascondere certo che è stato comodo e utile. Però avevo sempre dei sensi di colpa nei confronti di mio papà e non solo. Ogni tanto sentivo anche di non essere me stessa, cioè lo ero ma solo una parte». Eccola, bella come il sole. La voce calda.

Anche se lei sembra sempre un’eterna ventenne, Margherita Maccapani Missoni ha compiuto 40 anni nel febbraio scorso; separata da poco, è madre di Augusto Amos, 9 anni, e Otto Hermann, 8. Figlia primogenita di Angela Missoni e Marco Maccapani, ha respirato colori e tessuti e moda sin da ragazzina. Prima e più di tutti i nipoti del clan. Poi accadde un’estate che Gilles Bensimon, famoso fotografo francese, amico di mamma, scrivesse: «Angela, vengo a trovarti in Sardegna, fatti spedire alcuni vestiti, che scatto un servizio con Margherita». Quelle foto divennero nove pagine su Elle Francia e nacque la nuova (e perfetta) testimonial Missoni.

In tanti erano pronti a scommettere che un giorno sarebbe stata lei il futuro di Missoni, dopo i nonni e , sua madre Angela e i suoi zii Luca e Vittorio. «Certo, certo. E sicuramente io mi ero fatta dei programmi di vita che erano in azienda. E poi c’è stato questo capovolgimento, interno. Ora, anche se siamo ancora azionisti, siamo usciti dall’operatività e per me è stato uno choc. Non l’ho scelto io e non ero preparata. E nello stesso tempo mi sono separata quindi è stato un ribaltamento di tutto quello che mi ero immaginata nella e per la mia vita. È stato difficile mollare le cose e cambiare. Molto difficile. Varese e le mie radici. Perché di questo si trattava. Mai ci avrei pensato. Un tempo riflettevo che se avessi voluto andare a vivere in Australia non avrei potuto. Non mi sentivo insomma libera. E non avrei mai avuto il coraggio. Adesso sono addirittura grata a chi mi ha tolto tutto. Ed è successo anche nella mia vita privata. Perché nello stesso periodo mio marito ha deciso di lasciarmi. Non avrei mai pensato che sarebbe successo: lui era un amico di mio fratello e mia nonna paterna ha sempre sostenuto che eravamo fatti una per l’altro. Quando vivevo a New York mi chiamava per dirmi che era lui la persona giusta. Così quando sono rientrata a vivere in Italia mi ha organizzato un appuntamento al buio e ci siamo sposati. Sono una donna ingombrante e difficile, lo ammetto. Per far andare bene le cose mi ero annientata per equilibrare il rapporto. Ma non è così che funziona. Lui mi ha lasciata e io mi sono riscoperta. Ora sono felice. Ho sofferto, lottato, mi sono fatta aiutare ma ci sono».

Molto difficile mollare, vero. Però dopo due anni addirittura si è rimessa in gioco con Maccapani, un linguaggio in abiti tutto nuovo. «Appena ho mollato l’idea e il controllo, tutto ha preso una sua strada. Prima la storia del film e poi il brand spinta da colleghi con cui ho lavorato una vita. Un cerchio che si è magicamente chiuso: era il mio sogno, avevo studiato da attrice ma...».

Ma a 19 anni era già la testimonial nel mondo dell’azienda di famiglia: feste e aperture, red carpet e sfilate. Mai una settimana nello stesso posto. Lei era una delle It-girls, le ragazze più cool (da Tatiana Santo Domingo a Eugenie Niarchos a Bianca Brandolini) dello scorso decennio. Chi era Margherita ieri e chi è oggi? «In realtà sono soltanto immagini ma dentro sono sempre io. Allora era un immaginario sempre felice, sempre solare. Oggi sicuramente è più provocante, vuole far scaturire dei ragionamenti, dei pensieri, un po’ ribelle. Un lato b che è venuto fuori da una sofferenza».

Ma sta parlando di abiti o di lei? «Di entrambi. E in un caso e nell’altro questa Margherita sta spiazzando tutti».

Mamma e nonna cosa dicono? «Sono felici per me».

Lo sarebbe anche suo ? «Credo che sarebbe contento e orgoglioso. Lui metteva la libertà prima di tutto. Non è mai sceso a compromessi sul tema. E quindi penso approverebbe perché è un po’ quello che avrebbe voluto per me, perché mi sono liberata del fardello di aspettative, di programmi che comunque erano stati decisi o per lo meno che la vita aveva deciso per me. Ogni tanto quando guido in autostrada, lo sento il nonno che mi schiaccia la punta del naso, lo faceva sempre. Mi manca tanto. Sembrava sempre non ascoltasse, magari era in un angolo della stanza a leggere, ma alzava la testa e diceva sempre la cosa giusta».

Chissà chi ha conosciuto con il nonno... «Una volta risposi al telefono al posto suo. Tirai su la cornetta: “Pronto, sono Federico Fellini e chiamo dall’Hotel Roma di Rimini”. Poi ridevo sempre quando nonno chiamava Enzo Biagi perché la segretaria urlava: “Direttore c’è il suo migliore amico”. Cose incredibili, per una bambina: a otto anni Gianni Mura cercava di insegnarmi a fare gli anagrammi... e Maurizio Nichetti si stupì che non sapessi chi fosse Pirandello a 12 anni, dico dodici, però cominciai a leggere “Uno, nessuno, centomila”...».

Stimolante! «Molto. E poi i nonni erano appassionati di sport, ogni giorno si leggeva la Gazzetta dello Sporte ogni mercoledì mi portavano a pranzo a Milanello. Così a chi mi infastidiva chiedendomi se da grande avessi voluto fare la stilista, avrei risposto: “No, io farò la giornalista sportiva”».

E invece a 15 anni disse «voglio fare l’attrice». «Già. E stanca dei campi estivi della Montessori, chiesi di andare a un corso di recitazione a Los Angeles. Andai ospite di un amico di famiglia, Quincy Jones...».

Quincy Jones? «Sì, sì. Era sempre emozionante stare da lui. Ti capitava di trovare Beyoncé e Jay-Z... ma la prima volta avevo 15 anni e allora mamma chiede a un altro suo giovane amico di occuparsi di me e di portarmi qualche volta fuori. Mi veniva a prendere con le sue auto scassate e mi faceva conoscere gli attori e le attrici più giovani. Lui era Vincent Gallo e la diciassettenne con cui chiacchieravo spesso si chiamava Natalie Portman».

Pensa che tutto cambiò nel 2013, quando suo zio Vittorio perse la vita in gennaio in un incidente aereo e suo nonno Ottavio morì in maggio? «Siamo tutti cresciuti... Le dinamiche sono cambiate. Non eravamo più solo in tre ma eravamo in tanti. Ricordo le discussioni. Ed era già stato deciso di vendere prima. No, non è cominciato tutto in quell’anno così pesante. Avevano già deciso di vendere una parte allora».

La prima notte senza Missoni? « Il mio unico pensiero era per la nonna, il dispiacere, la delusione. Buona parte della mia vita è stata dedicata a fare bella figura con la nonna... La volontà di portare avanti Missoni era dovuta a lei, in nome di tutto quello che ci ha dato e ha fatto. Quella era la cosa a cui pensavo di più. Poi però mi tornavano le immagini di quella persona che nel salutarmi mi aveva detto: “Sai qual è l’unico tuo valore in questa azienda? Il cognome che porti cioè Maccapani, e ora vai. Terribile, vero?».

La famiglia è sopravvissuta a tutto questo? «Assolutamente sì, ci vediamo, ci sentiamo, ci sono le chat, non è cambiato nulla da questo punto di vista».

Avrebbe potuto anche non lavorare più. «Ho sempre vissuto di ciò che guadagno da quando ho 18 anni, poi sono stata fortunata perché ho avuto molti contratti proprio per il mio ruolo in Missoni, non voglio fare il genietto».

E la stagione delle it-girls? «Mi piaceva tantissimo esserlo: io cresciuta a Montonate sognavo sempre di essere dove succedono le cose, per esempio a New York. Sognavo ad occhi aperti e pregavo mamma di portarmi. Quando ho compiuto 18 anni sono andata: feste e viaggi, viaggi e feste. È capitato poi che i vestiti della mamma erano perfetti per me e sono diventata la testimonial dell’azienda. C’erano poi Tatiana e le altre. Ci sono ancora: ogni tanto facciamo ancora delle réunion, a sorpresa. Di solito è Eugenie (Niarchos) che le organizza: ci convoca all’ultimo, serate ma anche concerti, e noi arriviamo. Siamo diventate mamme e lavoratrici, fa un po’ effetto pensando a come eravamo, così matte».

Stupidate? «A vent’anni se ne fanno, ma ho sempre avuto un forte senso di responsabilità. Però sono molto più leggera ora di quando ero giovane. Mi è sempre mancato vivere il momento. Quando ero ragazzina era la mia angoscia: pensavo che ogni azione avesse delle conseguenze, inarrestabili, sul mio futuro. Pensavo che non riuscendo a fare una cosa sarei stata una fallita per sempre. Ho fatto la scuola Montessori dove insegnano che tutto dipende da te e che sei tu a scegliere. E siccome ero una bambina molto responsabile e volevo compiacere, facevo sempre il massimo. Mia madre mi lasciava scegliere e fare, ma io avevo bisogno che qualcuno mi aiutasse a decidere. Fra i 15 e i 18 anni ho anche sofferto di depressione per il “se non faccio e non riesco è colpa mia”. Ero l’avversaria di me stessa».

Con la nuova avventura riparte da zero, non ha paura di non riuscire? «Ho lavorato su questo. Ho fatto analisi. Sul “mollare” la presa e sul prendersi i rischi con la consapevolezza che non ci sono certezze. Così dopo aver fatto la figlia, la nipote, l’It-girl, la testimonial, la mamma e la moglie ho superato la necessità di identificarmi sempre con una figura e mi sono appropriata di Margherita che è una mamma, un’amica, un’imprenditrice, e anche una che vuole andare a ballare. Ma non devo per forza essere una di queste persone, sono tutto. Sono Margherita».

Estratto dell'articolo di Elvira Serra per corriere.it il 19 luglio 2023.

Sveglia la mattina?

«Alle 7. Faccio una colazione frugale, poi la doccia e mi preparo per la giornata. Sono ancora responsabile di Missoni Home, anche se adesso lavoro soprattutto da casa».

Legge sempre tre quotidiani ogni giorno?

«Certo: Corriere, Gazzetta e Repubblica». 

E nuota ancora?

«Adesso la piscina è fuori uso. Ma sono appena stata in Sardegna e ho fatto dei bagni. Fino all’anno scorso andavo per mare con maschera e boccaglio assieme a mio bisnipote. Quest’anno vedremo...». 

Rosita Jelmini Missoni è una dolcissima signora di 91 anni, appena infragilita dall’età. Ricorda con precisione luoghi e fatti e cambia espressione, rabbuiandosi repentinamente, soltanto quando parla del 2013, l’annus horribilis che le ha portato via il marito e un figlio. Ma si illumina davanti al Monte Rosa, nascosto dalla foschia, come se fosse di nuovo quel giorno del 1968, con le cime coperte di neve, quando il marito Ottavio la portò a Sumirago in mezzo alle vigne con una promessa: «Sono sicuro che ti piacerà». 

Aveva ragione. Ci costruirono la nuova sede della casa di moda che stava decollando nel mondo, con le finestre affacciate alle querce e alle montagne. Poi fu la volta di questa casa in mezzo al verde, dove ha insegnato a nipoti e pronipoti a distinguere l’insalata matta dalle altre erbette commestibili finite oggi sulla nostra tavola. 

(...)

Il viaggio di nozze?

«A Positano. Ottavio era bellissimo, ma soprattutto di una simpatia travolgente. Le battute sul non voler lavorare troppo facevano preoccupare mio padre sulla sua affidabilità. Lui, del resto, si straniva che il barista al mattino gli chiedesse: “Com’el va laurà?”, come va il lavoro? Ma ti sembra un buongiorno?, sbottava. Era abituato a Trieste, dove semmai gli domandavano se aveva fatto bei sogni». 

È mai stata gelosa?

«Sì, ma non lo davo a vedere, non ho mai fatto scenate».

Litigavate?

«Altroché, tavoli ribaltati! Perché io volevo fare di più, sul lavoro, e lui di meno...».

Insieme avete frequentato il jet-set internazionale.

«Per noi erano semplici amici. Passavano qui per colazione Harry Belafonte, Donna Summer con il marito. Brera, Fellini, Biagi, Olmi erano amici fraterni di Ottavio, le mie erano Natalia Aspesi e Lea Massari». 

Avete vestito, e del resto vestite ancora, tante star.

«Tantissime, da Liza Minnelli a Lauren Bacall, da Monica Vitti a Charlotte Rampling. Volevano tutte conoscerci. Nino Manfredi è stato un nostro testimonial ante litteram, di sua iniziativa». 

Il 12 settembre 1973 vi fu assegnato il Neiman Marcus Fashion Award, l’Oscar della Moda. Ormai eravate conosciuti in tutto il mondo.

«E avremmo potuto fare qualsiasi cosa, ma Ottavio non volle cambiare nulla. Mi diceva: quando li spendiamo, poi, questi soldi?».

Il regalo più bello che le ha fatto?

«Angela, nostra figlia. Avevamo già due maschi e non pensavamo di averne altri. A quei tempi fino all’ultimo non conoscevi il sesso del nascituro. Quando l’ostetrica cominciò a dire: “È una bimba!” non può capire la gioia. Abbiamo continuato a chiamarla Bimba per anni, alcune mie amiche la chiamano ancora così».

Come si sopravvive a due lutti terribili? Il vostro primogenito Vittorio si inabissò nelle acque del Venezuela a gennaio del 2013, e quattro mesi dopo morì Ottavio.

«La vita deve continuare. Siamo sempre stati una famiglia unita. Io non ho smesso di lavorare e viaggiare. Ricordo il primo Natale senza di loro: Angela mi disse che mia nipote Teresa desiderava che andassi con lei in India; a lei aveva detto che ero io a voler partire. Ci furono imprevisti divertenti: una sua amica dimenticò i soldi in albergo e dovemmo tornare a recuperarli; un’altra prese la valigia di uno sconosciuto per errore e si ritrovò con cravatte e giacche da uomo. Infine prolungammo il viaggio di una settimana. Curiosità ed entusiasmo mi hanno salvato».

Va a trovare Ottavio in cimitero?

«No, perché è in camera da letto con me, dentro un vaso. Quando è mancato non ho avuto dubbi sulla cremazione, non so perché».

Come passerà l’estate?

«Tra poco torno in Sardegna con la mia amica Nanda, a Puntaldia. Poi, sempre con lei, andrò in montagna a Crans-Montana, a cercar funghi. E ancora al mare, con un bel viavai di tutta la famiglia». 

Tre figli, nove nipoti, sei bisnipoti (tra poco 7): il libro che ha regalato più spesso?

«Cent’anni di solitudine».

Il lusso più grande?

«Il pollaio in giardino. Quando i miei nipoti erano piccoli li portavo a prendere le uova, ma gliele facevo trovare già pulite. Quando hanno scoperto la verità ci sono rimasti male».

L’ultima volta che è andata allo stadio?

«Tre mesi fa, con mio figlio Luca. Sono milanista sfegatata: ogni volta mi fanno una grande festa. Adesso però mi dispiace un po’ che abbiano venduto il nostro Tonali».

Karl Lagerfeld.

Estratto dell’articolo di Martina Manfredi per repubblica.it il 2 maggio 2023.

C'è chi ha cambiato hairstyle, come Jessica Chastain e Florence Pugh; chi si è nascosto dietro mascherine e protesi da gatto, come Doja Cat e Lil Nas X; chi ha decorato le unghie con le catene, come Rita Ora. E c'è chi ha giocato con cerchietti, fasce e fiocchi neri. Stiamo parlando del red carpet del Met Gala 2023, che ha inaugurato la mostra "Karl Lagerfeld: A Line of Beauty" al Metropolitan Museum of Art, dove la notte scorsa le star hanno reso omaggio alla carriera e allo stile di Karl Lagerfeld. Anche con i loro beauty look. Ecco di seguito alcuni dei più belli. 

Il makeover hairstyle più audace visto al Met Gala è stato quello dell'attrice Florence Pugh: un nuovo buzz cut con capelli rasati molto corti, quasi a zero, nel suo colore naturale, ovvero castano. Il taglio è opera dell'hairstylist Peter Lux ed è stato valorizzato al meglio sul red carpet grazie a un copricapo di piume sviluppato tutto in verticale (come fosse una cresta deluxe). […]

Tra le nail art più d'impatto vince quella di Rita Ora, realizzata dalla nail artist giapponese Naomi Yasuda: lunghissime catene gioiello attaccate alle unghie lunghe e nere, che vogliono essere una versione decostruita di una collana di Chanel. Belle anche le lunghissime onde morbide, botticcelliane, e lo smokeye firmato Charlotte Tilbury. […]

DAGONEWS il 2 maggio 2023.

Il tema di quest’anno del MET Gala non è stato un brand o un concept, ma una persona: Karl Lagerfeld. Lo stilista, morto nel 2019 all'età di 85 anni, era noto tanto per i suoi modelli per Chanel, Fendi, Chloé quanto per la sua stessa fama 

Con i suoi occhiali scuri, l’aria sempre imbronciata, la camicia a collo alto e la coda di cavallo, Lagerfeld ha pronunciato delle frasi a volte buffe, altre volte ha tirato fuori dal cilindro delle sparate capaci di scioccare i paladini del politicamente corretto. 

In un'intervista del 2018 con la rivista di moda europea “Numéro”, ad esempio, ha affermato di essere "stufo" del movimento #MeToo: «Ciò che mi sconvolge di più in tutto questo sono le starlet che hanno impiegato 20 anni per ricordare cosa è successo - ha detto Lagerfeld - Per non parlare del fatto che non ci sono testimoni». 

Nella stessa intervista si è lamentato delle nuove linee guida che potrebbero garantire la sicurezza delle modelle sulle passerelle: «Se non vuoi che ti tirino i pantaloni, non diventare una modella! Entra in convento, ci sarà sempre un posto per te in convento. Stanno persino reclutando!».

Ha deriso le donne grasse, definendo Adele "un po' troppo grassa" nel 2012 ( si è scusato poco dopo ), dicendo che "nessuno vuole vedere" modelle taglie forti, in un'intervista del 2009 alla rivista tedesca “Focus”: «Ci sono madri grasse con i loro sacchetti di patatine sedute davanti alla televisione e che dicono che le modelle magre sono brutte». 

Nel 2017, ha fatto un bizzarro collegamento tra l'Olocausto e la decisione della cancelliera tedesca Angela Merkel di aprire i confini della Germania ai rifugiati siriani: «Non si può - anche se ci sono decenni di differenza - uccidere milioni di ebrei in modo da poter portare al loro posto milioni dei loro peggiori nemici. Un amico tedesco ha accolto un siriano e alcuni giorni dopo mi ha detto: "'La cosa più grande che la Germania ha inventato è stato l'Olocausto”». 

Parole che creano problemi a chi decide di dedicargli mostre. Come quella al Metropolitan Museum of Art dove il curatore Andrew Bolton ha dovuto sottolineare che si concentreranno più “sul suo lavoro che sulle sue parole. Era una persona problematica».

Lagerfeld aveva la reputazione di nascondere anche i fatti più semplici della sua vita, come l'anno e il luogo di nascita. Come molte celebrità, Lagerfeld era noto a molti, ma solo alcuni lo conoscevano intimamente. 

Aveva tagliato fuori dalla sua vita tanti amici dall’oggi al domani, ma c'è una persona che gli è rimasta accanto per tutta la vita: Anna Wintour. Motivo per cui l’annuncio del tema per il MET Gala ha fatto storcere il naso ai detrattori di Lagerfeld. Da quel momento il mondo si è diviso tra chi non voleva celebrare il personaggio e chi ha invitato tutti a separare la persona dal suo straordinario lavoro nel mondo della moda.

E c’è chi, come William Middleton, reporter di moda che ha pubblicato una biografia definitiva di Lagerfeld a febbraio, pensa che la sua durezza sia stata una sorta di "posa": «Era una performance, ha creato un personaggio. A volte si riferiva a se stesso come la marionetta».

Era anche incoerente nei suoi commenti. Un anno dopo aver licenziato le donne taglie forti, ne ha fotografata una per V Magazine e ha detto a Vice quanto gli piaceva vedere personaggi come Beth Ditto nella moda.

Tornando al MET Gala, bisogna ricordare anche chi è Anna Wintour, la donna che ha trasformato il ruolo di direttrice di Vogue in qualcosa di diverso. Lei è un’ambasciatrice della moda. I CEO delle maison la consultano quando assumono i direttori creativi e spesso suggerisce loro nomi, addirittura, negozia accordi tra marchi e designer. Motivo per cui Wintour non è alleata solo di Lagerfeld e, in più di un’occasione, ha sostenuto designer coinvolti in qualche scandalo.

Quando Galliano è stato licenziato da Dior nel 2011, dopo che è stato pubblicato un filmato del designer che, sotto effetto di droga, si lanciava in un discorso antisemita,  ha cercato il consiglio di Wintour. Nel 2013, il Met ha inserito il lavoro di Galliano per Dior nel Met Gala a tema cinese del 2014, utilizzando un suo abito del 2003 per annunciare la mostra . Quando ha ottenuto il ruolo principale alla Maison Margiela nell'ottobre 2014, Wintour è stato tra i primi a indossare i suoi modelli, dopo avergli conferito l'eccezionale premio ai British Fashion Awards a dicembre.

È scesa in campo a sostegno di Demna, il direttore creativo di Balenciaga, finito nel tritacarne dopo le sue foto in cui accostava oggetti fetish a bambini. E stessa cosa ha fatto quando Alexander Wang venne accusato alla fine del 2020 di aver drogato e aggredito sessualmente alcune persone. Quando tornò alle sfilate, Wintour sedeva in prima fila.

E Daniel Lee, il designer di Bottega Veneta che ha misteriosamente lasciato il suo incarico alla fine del 2021 tra un'ondata di rumors, è stato nominato da Burberry meno di un anno dopo. Pare che dietro ci sia la manina di Wintour. Ma come mai queste posizioni? Non si tratta certo di benevolenza. Per dirla senza mezzi termini, Vogue ha bisogno di entrate pubblicitarie dai marchi di moda per sostenersi. Ma è una posizione che la mette in conflitto con una generazione più giovane di appassionati di moda che non è così disposta a perdonare e dimenticare.

Karl Lagerfeld: l’uomo che ha rivoluzionato i codici della moda. Elisabetta Cillo su Panorama il 30 Aprile 2023

 (Ansa) PERSONAGGI30 Aprile 2023 Guanti spuntati in pelle nera, occhiali da sole squadrati e un codino che racchiude i capelli argentati, un uomo che ha fatto della sua immagine uno status

Karl Otto Lagerfeld, meglio noto come il Kaiser della moda, venerato dai colleghi del settore e conosciuto persino dai novellini della moda, è il protagonista del Met Gala di quest’anno. Karl Lagerfeld: A Line of Beauty la mostra che ha l’arduo compito di rendere omaggio al direttore creativo selezionando, purtroppo, solo 150 abiti. A onorare la memoria del direttore creativo saranno anche gli ospiti, che hanno il compito di scegliere il loro abito «In Honor of Karl». La scelta è sicuramente ardua ma le aspettative sono molto alte, Lagerfeld nel corso della sua carriera ha prestato la sua immaginazione a tante case di moda, tra Balmain, Fendi e Chloé, per non parlare di Chanel. Ma vediamo nello specico com’è nato questa gura che sembra essere sempre esistita nel mondo della moda. Possiamo ricondurre il suo esordio al 1954, quando Lagerfeld ha partecipato al Woolmark Prize, ideato dall’Internazional Wool Secretariat - organizzazione formata per gran parte degli allevatori di pecore dell’Australia - che ai tempi rappresentava un punto di riferimento per i giovani apprendisti della moda a Parigi, promotori dell’uso della lana vergine nell’era in cui le bre sintetiche fecero il loro ingresso. La competizione metteva in palio la realizzazione del proprio bozzetto e le categorie erano tre: cappotto, abito da sera e tailleur. Karl, nonostante la sua avversione per i cappotti, trionfò grazie al suo cappotto giallo canarino con maniche a tre quarti, dal profondo scollo a V sulla schiena e una spessa bbia al posto del colletto. Gli appassionati sapranno che è la stessa competizione che ha visto anche la vittoria di Yves Saint Laurent per l’abito da sera, che venne realizzato da Hubert de Givenchy, mentre il cappotto di Karl da Pierre Balmain. Dopo poco tempo il designer tedesco riceve l’offerta di lavorare come assistente per Balmain, riufiutando la proposta di Cristóbal Balenciaga perché ritenuto dal Kaiser troppo «spagnolo» con linee severe e dalla fredda eleganza. Passano gli anni e il designer inizia a sentirsi insoddisfatto, si trasferisce così alla maison di Jean Patou di Rue Saint-Florentin, acquisendo a pieno titolo la carica di direttore creativo che tanto agognava. Sin da allora si capisce che Lagerfeld ha le idee ben chiare e fa di sé stesso un’icona. É infatti tra i primi a realizzare degli scatti che lo ritraggono all’opera mentre poggia del tessuto su una modella, sfruttando i media a suo vantaggio e creando la sua identità. Stanco dell’alta moda, il giovane Karl decide di mettersi in proprio suscitando lo stupore generale intraprendendo questo percorso ai tempi considerato avventato. Dal 1964 inizia a collaborare con Chloé che permetteva a giovani designer di ideare bozzetti e allo stesso tempo lavorare in proprio infatti, nonostante gli impegni con Fendi, Chanel e il marchio omonimo, Lagerfeld ha lavorato per la maison no al 1998. È il 1967 quando le sorelle Fendi volano a Parigi per rmare il contratto che sanciva l’inizio di una collaborazione che sarebbe durata ben 54 anni, un record per il mondo della moda. Gli anni Sessanta hanno visto il desiderio del designer di rilanciare numerosi marchi famosi prender vita e fu infatti l’inizio di una collaborazione piena di aetto dal sapore di casa «All’inizio mi sembrava una specie di mago: si sedeva alla scrivania, tracciava un paio di linee, poi un’intera silhouette e la volta dopo aveva già un modello pronto. Non mi capacitavo della sua abilità di dare vita a un’intera collezione a partire da una singola idea. Per me era diventato un punto di riferimento fondamentale» racconta Silvia Fendi, che alla sua morte ha preso il suo posto alla guida della Maison.

Nel 1982 arriva la proposta da Alain Wertheimer - presidente di Chanel - di risollevare la maison francese ai tempi in gravi dicoltà. Il Kaiser non si tirò certo indietro e prese i simboli distintivi della storia narrata da Coco Chanel e ne modernizzò i codici stilistici. Mai così attuale la collezione FW del 1995 che Karl dedica al Barbiecore, moderna e terribilmente alla moda con tailleur che diventano abiti e silhouette eleganti. Sfidando le 24h che la giornata ci mette a disposizione, sembra che il designer avesse ancora del tempo da sfruttare perciò un anno dopo decide di aprire il suo marchio omonimo. «La moda è lo spirito che dobbiamo dare alle cose perché si evolvano» recita il designer. Ciò che Karl ha capito e messo in atto sin da subito è il non guardare mai al passato, perché la società è in continua evoluzione e la moda ha il dovere di stargli dietro, senza voltarsi mai. Nonostante ciò, c’è una grande verità che è pienamente condivisibile: «Ogni epoca ha la moda che si merita».

Ma forse questa, più che chimica, è utopia…[di Marina Savarese]

Estratto dell’articolo di Andrea Palazzo per “Il Messaggero” il 26 marzo 2023.

A quattro anni, per il suo compleanno, Karl Lagerfeld chiese in regalo a sua madre un valletto: «Volevo qualcuno che mi preparasse i vestiti per cambiarli più volte durante la giornata». Aveva le idee chiare già da bambino, il designer tedesco che ha rivoluzionato i marchi più prestigiosi della moda, trasformando il mondo delle passerelle in uno spettacolo sgargiante senza fine. Nessun creativo era più prolifico di lui. «Sono un calvinista attratto dalle cose superficiali», diceva e quando gli chiedevano se fosse frivolo, rispondeva: «Potrei non esserlo? Vendo vento e per ora va tutto nella mia direzione».

LE ORIGINI

Il 28 febbraio per Harper esce negli Usa Paradise Now: The Extraordinary Life of Karl Lagerfeld di William Middleton (non ha ancora un editore italiano), biografia di un uomo che fino alla sua morte nel 2019 ha vissuto come un altezzoso aristocratico del 700.

[…] I genitori benestanti abbandonavano a se stesso il giovane Karl e lui disegnava ossessivamente. Il rapporto con la madre non era facile. «Quando mi vestivo alla tirolese lei mi diceva: sembri una vecchia lesbica. Sono cose da dire a un bambino?». Tuttavia, la donna sapeva essere - a modo suo - rassicurante: «Quando le chiesi cosa fosse l'omosessualità, lei rispose: è come il colore dei capelli, non è un problema». All'età di 16 anni, a una sfilata di Dior, Karl intuì che quello sarebbe stato il suo mestiere.

I CONTRATTI

Trasferitosi a Parigi nel 1952 […]  inventò il concetto di prêt-à-porter di lusso con il brand Chloe, iniziando allo stesso tempo una collaborazione con le sorelle Fendi. Sarebbero diventate per 60 anni la sua famiglia romana. «Il logo con la doppia F è una mia idea - puntualizzò Karl - quelle iniziali sono state l'inizio della loro fortuna».

 «Aveva sempre una borsetta infilata sotto il braccio. Conoscevo "checche" esagerate nella mia vita, ma non avevo mai visto niente del genere - dichiara il modello Corey Tippin - Se ne fregava di cosa pensassero gli altri».

L'unica storia d'amore di Lagerfeld fu con il dandy Jacques de Bascher, che durante la relazione ebbe un flirt con Yves Saint Laurent.

 […] Quando tornarono insieme, Jacques organizzò per Lagerfeld il famoso Black Moraturium party, radunando il meglio dell'élite francese con un obbligatorio outfit in nero "dall'aria tragica". La sorpresa furono le performance di sesso sadomaso. «La serata divenne ingestibile, la gente iniziò a far sesso dappertutto», ricorda l'autore. Karl amava essere anche un gran provocatore.

 Quando le sue modelle si lamentarono dei comportamenti poco gentili di alcuni uomini, lui rispose: «Se non volete che vi mettano le mani sul fondoschiena, non fate questo mestiere». La svolta della carriera fu nel 1983, con la sfida di riportare ai fasti di un tempo la maison Chanel, ormai moribonda.

 Lagerfeld voleva rivolgersi a un pubblico che non fossero solo le signore con lo chignon. In breve creò un brand globale multimilionario […] Arrivò a chiedere al suo fiorista di portare un cactus al funerale di un rivale detestato. Quando incontrò Cicciolina e l'allora marito, l'artista Jeff Koons, commentò: «Dei due, indovinate chi è la vera prostituta?».

 […] Le sue stravaganze diventarono leggendarie. Il fotografo Giovanni Gastel raccontò di essere stato convocato per una riunione a Parigi, ma Karl era chiuso in stanza e non intendeva aprire: i disegni gli dovevano essere passati sotto la porta. […]

Roberto Cavalli.

Lo stilista italiano ha 82 anni. Chi è Sandra Nilsson, la compagna di Roberto Cavalli che l’ha reso papà per la sesta volta. Piero de Cindio su Il Riformista il 9 Marzo 2023

Ottantadue anni, due mogli e cinque figli. Anzi da oggi sei. È lo stilista Roberto Cavalli che oggi è diventato papà per la sesta volta. Dal suo amore con la 37enne svedese Sandra Bergman Nilsson è nato Giorgio. Per la modella svedese, al fianco dello stilista dal 2014, è il primo figlio. Ma chi è la modella che ha stregato lo stilista italiano?

Sandra Nilsson è nata il 17 febbraio 1985, sotto il segno dell’Acquario. Ha esordito nel mondo della moda all’età di 14 anni, dopo essere stata notata da una importante agenzia francese. A 16 anni il primo contratto ufficiale e il debutto come modella in Svezia. Proprio nel suo Paese è stata eletta Miss Salming, poi a Malta Miss World Bikini Model, Miss EU, Miss Siren (in Serbia) e Miss Hawaiian. Sui social, Instagram e Facebook, appare con il cognome ‘Bergman‘, ed è una famosissima ex coniglietta di Playboy America. Nel 2006 si è aggiudicata il prestigioso e ambito titolo di “donna più bella di Svezia”. Non solo successi e moda per lei, nel 2014 arriva l’amore con Roberto Cavalli che l’anno dopo le regala  un’isola, Stora Rullingen, del valore di circa 2,2 milioni di sterline. Dopo tanti anni insieme e un legame che ha retto agli urti del tempo e dell’enorme differenza di età, è arrivato Giorgio.

La storia del nome “Giorgio” affonda le sue radici in un ricordo doloroso per Roberto Cavalli. Giorgio si chiamava suo padre, ucciso dalla Wehrmacht nel 1944, fu fucilato dai tedeschi nel comune di Cavriglia. Una pagina drammatica per lo stilista che una volta disse: “Non ho avuto un’infanzia facile. Mio padre è stato fucilato dai tedeschi nel luglio del ‘44, in una retata a Castelnuovo dei Sabbioni. Era geometra, lavorava per una miniera del Valdarno. Io avevo due anni. Non ho parlato fino a 18. Però la vita è stata generosa con me, mi ha ricompensato di tutto.” E la vita gli ha regalato anche sei figli.

Roberto Cavalli, infatti, è stato sposato due volte prima di conoscere l’attuale compagna con la quale non è ancora convolato a nozze. Ha detto “sì” per la prima volta nel 1964 alla moglie Silvana. Di lei si sa poco o niente, di sicuro che non faceva parte dello star system e che lo stilista italiano ha sempre mantenuto in gran riserbo sulla sua identità. Un amore avvolto dal mistero. Da lei ebbe due figli Tommaso e Cristiana. Nel 1980, poi, convola a nozze per la seconda volta e la nuova moglie dello stilista è stata Eva Duringer, decisamente più nota della prima. Modella, stilista e imprenditrice è stata al fianco di Roberto Cavalli negli anni d’oro della sua casa di moda. Ben 19 anni di differenza tra Roberto Cavalli e la moglie Eva Duringer, con lui che aveva 40 anni quando si è sposato per la seconda volta e lei 21. Con Eva Duringer ha avuto tre figli: Rachele, 40 anni, Robert, 29 anni, e Daniele 36 anni. E ora la famiglia Cavalli da il benvenuto al piccolo Giorgio!

Piero de Cindio. Esperto di social media, mi occupo da anni di costruzione di web tv e produzione di format

René Lacoste.

René Lacoste: diventare un coccodrillo. L’estroso francese fu molte cose insieme: tennista chirurgico, inventore mai sazio, imprenditore visionario. Tutto nel segno del rettile. Paolo Lazzari il 22 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Dal vetro lievemente appannato intravede ogni giorno la stessa immagine. Fuori è il solito traffico di anime che erompe in mattine ancora da stappare. Addensati contro la parete del negozio, infilato in uno dei quartieri più patinati di Boston, lo attendono impazienti i suoi tre compagni di squadra. René Lacoste però ne ha ancora per qualche minuto. Preme quel naso prominente contro la vetrina, ammaliato dalle fattezze esotiche di un elegante borsone in pelle di coccodrillo.

Esausto, il capitano della squadra francese di Coppa Davis, Pierre Gillou, picchietta sulle sue spalle. “Se ti piace così tanto te la compro io, a patto che tu vinca le prossime due partite”. René socchiude le palpebre, immaginando mentalmente di infilare le sue racchette di legno nel borsone. Poi sistema la scriminatura dei capelli impomatati sorprendendosi nel riflesso di fronte a sé e si avvia con il resto della comitiva. Non vince, ma l’aneddoto giunge all’orecchio di un cronista americano che, il giorno dopo la debacle, titola cubitale: “Sconfitta per l’alligatore francese”. In Francia la ribattono con eccessiva disinvoltura. Per un errore di traduzione, il rettile accostato a René diventa il coccodrillo. Non è la stessa cosa, ma ormai il giornale è stampato. Lacoste lo sfoglia qualche giorno più tardi in un consolatorio caffè parigino e se ne compiace.

Nastro progredito di botto. Riavvitando un po’ la cinepresa, il quadro si fa più nitido. Agli inizi del Novecento questo ragazzino dal fisico affusolato ed elegante sgrana spesso gli occhi, sedotto dallo sport praticato da sua sorella. Jean - Alida maneggia la racchetta da tennis in scioltezza, ma non è certo destinata ad abbagliare. René strattona la giacca del padre, un indaffarato e facoltoso produttore di automobili. Vuole tentare anche lui. Il genitore dapprima dissente, poi stringe un patto: se all’età di diciott’anni non sarà ancora diventato un campione, se ne dovrà andare a lavorare in azienda.

E Lacoste, sia chiaro, non è un talento naturale. Non è stato partorito in un flûte di buonasorte tennistica. Non è cresciuto all’ombra di qualche illuminato maestro. Le stimmate del campione di sicuro non ce le ha. Però possiede altre cose. Un piano. Tanti libri sul tennis. Un muro di cemento da crivellare di colpi. Si allena per mesi interi rispondendo a sé stesso. Si impone standard rigidissimi. Studia minuziosamente il gioco avversario, fino a indovinarne le fessure. In partita non è il migliore per talento, né per eleganza. La sua tattica però è sublime. Il suo approccio allo sport chirurgico.

Giocare contro di lui equivale presto a sedersi dal dentista. Lacoste diventa subito, per i suoi contendenti, quel muro contro il quale si è sfinito per interminabili ore. Non importa quanto gli altri siano più bravi di lui. René respinge al mittente ogni colpo. Ti costringe a giocare allo specchio. Ti sfinisce con una strategia cinica e accerchiante, per poi infliggerti la stoccata finale. Il suo tennis è il gioco sadico del rettile con la preda.

Dunque eccolo qui, a qualche anno di distanza da quella promessa sospesa, al fianco di quegli altri tre: Toto Brugnon, Henri Cochet e Jean Borotra. La squadra francese di Coppa Davis negli anni Venti. Un quartetto talmente formidabile, che nel 1927 in loro onore - dopo il successo colto negli Usa - viene eretto un nuovo tempio del tennis. Lo battezzano “Roland Garros”.

Quell’estate fa un gran caldo. René, che non ha mai rimosso quei titoli di giornale, fa tagliare le maniche lunghe alle maglie della squadra. D’un tratto diventano fresche polo. Sulla sua fa cucire un enorme coccodrillo verde, all’altezza del cuore. Al campo d’allenamento i compagni gliela invidiano. Allora chiama i suoi sarti e ne fa preparare altre tre. La scena inizia a ripetersi in giro per il mondo. La richiesta si moltiplica. Lacoste dapprima regala le sue creazioni, poi intuisce che la faccenda sta assumendo contorni giganteschi. Svolta così, improvvisamente, la vita di un tennista validissimo. Inizia, senza preavviso, la prodigiosa favola del Lacoste imprenditore.

Molla lo sport appena varcati i trent’anni, fiaccato da una debilitante forma di tubercolosi. Dal tennis però non si disintossica mai: inventore effervescente, propone uno dei primi prototipi di racchetta in metallo. Un’intuizione destinata ad archiviare il ricorso al legno. Le sue linee di abbigliamento nel frattempo esplodono. Lacoste diventa un fenomeno mondiale, un modo di essere, un’icona fuori dal tempo, un impero miliardario.

Chissà se René si sarebbe mai immaginato tutto questo, mentre premeva il naso contro quella vetrina di Boston. Ma i sogni, si sa, cominciano ad accadere quando li fai.

Giorgio Armani.

Silvana Armani: «Modella, centralinista poi le prime collezioni. La mia vita con zio Giorgio (che è stato più di un padre)». Paola Pollo su Il Corriere della Sera mercoledì 22 novembre 2023.

La nipote dello stilista nonché «erede» dello stile designata si racconta per la prima volta nella sua vita: «Non mi dice mai brava, ma lo leggo il suo sguardo»

Silvana Armani, possibile che non abbia mai rilasciato un’intervista in vita sua?

«Mai».

Colpa dello zio?

«Ma no. Nessuno me l’aveva mai chiesta e poi il “signor Armani” (poi scopriremo il perché del “signor”, ndr) è sempre stato molto protettivo con me. Non perché pensasse potessi dire stupidaggine, ma semplicemente ha sempre saputo che sono una persona riservata e un po’ orsa. Dunque sono sempre stata felice di stare nell’ombra. Al contrario di mia sorella Roberta che, occupandosi dei personaggi, è sempre stata in prima linea. Però eccomi qui, con i miei 68 anni di cui quaranta trascorsi a lavorare con lo zio».

Riavvolgiamo il nastro.

«Ho cominciato facendo la modella ma non per lui. Per Walter Albini, per Krizia, per tanta gente. Sfilavo quando ancora andavano le bassine». Ride. «Poi sono arrivate le spilungone, e sono passata a lavorare solo per Armani».

Quanti anni aveva?

«Ventitré anni».

Ventitré anni... e prima?

«Studiavo e mi occupavo dei miei cani. Ho sempre avuto una passione per loro... sì comunque diciamolo, ero un po’ fancazzista. Non eravamo così uniti come famiglia, come lo siamo ora, ma quando cominciai ci legammo sempre di più, e poi c’era Sergio Galeotti che mi tirava sempre dentro. Era molto simpatico e compagnone, al contrario dello zio che era timido e riservato. Poi la morte di mio padre (il fratello dello stilista, ndr) ci ha avvicinato ulteriormente. E oggi posso dire di essere stata più con mio zio che con mio papà. Da quaranta anni, ogni giorno. Vacanze a parte. Lavoriamo gomito a gomito, se non sono prove di stile, sono riunioni. E sono felice perché ho imparato e sto imparando ancora».

Fu lui a chiederle di affiancarlo?

«È andata così: un giorno mi chiese di mettergli giù dei colori, di fare insomma una mia cartella. L’ho fatta, gli è piaciuta ed è anche diventata una collezione di costumi da bagno. Quasi per gioco, ecco. Mi sono subito appassionata. Eravamo ancora in via Durini e facevo di tutto: dal centralino, dove mi hanno mandata via perché combinavo troppi guai, alla rassegna stampa. Ho fatto tante cose prima di avvicinarmi alla moda. I miei primi capi sono stati dei piumini!».

Un’autodidatta, allora?

«Assolutamente sì. Nessuno studio. Mi ha insegnato tutto lo zio. Forse è nel nostro Dna. Sin da quando ero ragazzina tutti mi hanno sempre detto che sono elegante».

Come la nonna, Maria Raimondi Armani?

«Lei, ma anche mia mamma. Così raccontano, perché io non ho molti ricordi. Lei è morta che avevo 25 anni ma si era ammalata quando io ne avevo due, per cui sono stata affidata a mia nonna Maria. Papà se n’è andato, anche lui, più 20 anni fa ma dopo lunga malattia, quindi per me lo zio è stato un padre. Detesta se glie lo dico! Non vorrebbe questa briga. Ma se io devo chiedere un consiglio parlo con lui».

Ci racconta primi anni?

«Molto conflittuali certo» sospira. «Lui pretendeva e pretende sempre il massimo e non ti dà mai soddisfazione. Ho imparato a contare sino a dieci prima di parlare: me lo ripeteva sempre, e aveva ragione».

Tecnicamente, che maestro è stato?

«Generoso di insegnamenti, ma non negli atteggiamenti. Non ti dice mai brava, ma lo comprendi dallo sguardo. Una volta che lo hai capito ti basta. Una sua pacca sulla spalla ti fa saltare di gioia. Il fatto è che ogni giorno con lui, imparo qualcosa, sul lavoro e nella vita. Perché quando finisce il signor Armani comincia lo zio. In ufficio c’è il primo, a casa il secondo. Io adoro entrambi».

E lei cosa ha dato a lui?

«Tutta la mia vita, tutta la mia gioventù».

Non è poco...

«L’ho fatto con amore, tanto amore».

Non ha mai pensato «se fossi nata Silvana Rossi forse potevo...»?

«Mi ritengo una persona molto, molto fortunata ad avere quello che ho. Ad avere lui, ad aver avuto il suo insegnamento. Detto ciò, forse avrei fatto l’interior designer. Mi piace occuparmi delle case, delle mie case. Anche se come le taglia lo zio non le taglia nessuno».

Armani «taglia» le case?

«Non so come faccia, perché non ha mai studiato architettura, ma lui riesce a progettare nel modo ottimale una stanza, una casa, una villa, un palazzo in 20 secondi! Ha un senso della perfezione, delle proporzioni incredibile: è un dono che per magia esprime quando ha fra le mani una matita».

E lei non ce l’ha questo dono?

«Assolutamente no: ho un team di persone che si occupano di disegnare per me le mie idee sulle collezioni donna, poi il signor Armani supervisiona tutto, ma tutto».

Nell’autobiografia «Per amore» per la prima volta Armani ha fatto sapere che lei e Leo Dall’Orco siete i suoi eredi stilistici. Mettendo a tacere tutti. Una responsabilità enorme.

«Non ne parliamo mai. L’altro giorno mi ha detto mentre lavoravamo alla collezione: “Vedi Silvana, questa è una vera palestra allenamento”. E lì tu, dopo 40 anni rimani un attimo così; pensi ma non rispondi, non c’è nulla da aggiungere, solo puoi continuare ad allenarti. Da quando ha preso questa decisione sembra molto più sereno, come liberato. Un po’ come se avesse voluto dire: “Ho deciso sarà così, adesso basta lasciatemi andare avanti”. Però è sempre lui a comandare».

Siete anche una delle famiglie più ricche d’Italia.

«Ripeto: mi ritengo molto fortunata, per cui cerco di delegare questa fortuna anche ad altri. Per esempio, se io faccio un viaggio, e spendo cento devolvo la stessa cifra in beneficenza. Trovo che sia giusto che le persone abbienti diano a chi ne ha bisogno e non è necessario gridarlo».

Il successo cambia, il denaro pure

«Ma non lo zio. Lui è sempre stato così. Il primo a fare qualcosa per gli altri e noi famiglia lo seguiamo. Abbiamo una chat con mia sorella Roberta e mio cugino Andrea (Camerana, ndr) che si chiama “I Gini” nella quale ci confrontiamo su tutto, sulle donazioni ma anche sullo zio... lui però non lo sa».

Oltre il lavoro?

«Scappo in campagna. O al mio rifugio per cani. Mi piace stare nella natura, adoro gli animali. Poi leggo e vado al cinema. Adoro Milano, non vorrei vivere da nessun altra parte. Mi piacerebbe vederla più organizzata, ma non posso fare a meno della sua frenesia. Mi dà energia, come allo zio».

Figli?

«Non sono arrivati. Quando potevano venire non c’era la persona giusta. Così anche mia sorella. Solo Andrea ha dato due splendidi nipoti allo zio. È una parte della vita che mi manca, a un bambino avrei spiegato e raccontato e tante altre cose. Non sarei stata una mamma da tate, non lo avrei lasciato a casa per vederlo solo cinque minuti al giorno, quindi con il lavoro non so come sarebbe andata. A un certo punto non ci ho più pensato».

Suo zio spesso tuona contro qualcuno. Lei non si arrabbia mai?

«Ma è solo il suo modo di fare: penso che lui non guardi gli altri. A volte sono io che gli dico “hai visto quelle cose che carine che ha fatto Tizio o Caio”, e lui mi risponde sempre: “Ma va là”».

Come è stato uscire con lui e Dell’Orco in passerella per la prima volta?

«Non mi aveva detto nulla, salvo mezzora prima della sfilata chiedermi se avevo la giacca blu! Ma la mia non gli andava bene, voleva che ne indossassi una uguale alla sua. Ed è stato bellissimo».

Estratto dell'articolo di Maria Corbi per “La Stampa” il 12 maggio 2023.

È un Giorgio Armani emozionato quello che parla al pubblico del teatro Municipale di Piacenza, tanti giovani venuti ad ascoltarlo nel giorno in cui l'università Cattolica gli conferisce la laurea honoris causa in Global business management. È una laurea «speciale» non solo per il prestigio, ma perché a Piacenza, lo stilista è nato, 89 anni fa, prima di trasferirsi a Milano. […] «Da Piacenza sono partito per cercare la mia strada, che ho trovato a Milano, ma le mie radici sono e rimarranno sempre qui», dice nella sua lectio magistralis. Affiorano ricordi come «le gite in bicicletta sul Trebbia, ma soprattutto la guerra, quando mia madre mi portava dalla camera al quinto piano nel rifugio, di notte, era molto brutto».

La platea è affollata di ragazzi ed è a loro che re Giorgio si rivolge: «Questa laurea non deve essere una conclusione, ma mi ha obbligato a ricordare un percorso impegnativo che ho fatto dimenticando me stesso, e questo ve lo sconsiglio. Lavorate, tenete duro sul vostro lavoro, abbiate rigore, ma non dimenticate che avete a casa il cane, il gatto, il marito, la nonna, l'amante. Andando avanti hai bisogno di persone al tuo fianco».

Di sé dà una definizione perfetta: «Sono un creativo razionale».

[…] Nel mondo della moda è l'unico che ha ancora il controllo assoluto dell'azienda: «Ascolto gli altri, ha detto, ma poi decido solo io». E sull'annoso dibattito se la Moda sia arte, Armani dice la sua con chiarezza: «Io ho sempre visto il mio ruolo vicino a quello di un sociologo, più che a quello di un'artista. Ho sempre offerto al mio pubblico strumenti nuovi, di emancipazione e di autorappresentazione, capaci di dare nuovi significati ai gesti quotidiani».

[…]

Estratto del discorso di Giorgio Armani al conferimento della laurea honoris causa, pubblicato da “La Stampa” il 12 maggio 2023.

Il mio è stato un percorso lungo, a tratti complesso, ma i momenti difficili sono riuscito a superarli con l'impegno, la dedizione e il rigore, valori che ho assimilato in famiglia, gli stessi che raccomando di seguire sempre, per dare forma a ciò in cui si crede, ancor di più oggi che si moltiplicano i successi effimeri. Perché quel che richiede impegno, invece, dura. Il mondo cambia e il progresso va vissuto per la sua parte più positiva. Con coraggio e fiducia, ho sempre coltivato con fierezza, difendendola, la mia indipendenza.

Ascolto il parere degli altri, ma sono io che prendo le decisioni, soppesando sempre rischi e benefici, con un grande senso di responsabilità. In questo modo ho costruito un Gruppo che nel mondo è diventato sinonimo di qualità, bellezza, misura, armonia, di quei valori estetici e industriali che fanno grande l’Italia. Ho iniziato creando vestiti e un passo dopo l'altro mi sono avventurato in altri ambiti sempre con coerenza e mai con avventatezza.

Sono un creativo razionale, ma la spinta nasce sempre dalla passione, da un'intuizione e dal desiderio bruciante di realizzarla. Ogni idea, in fondo, è frutto di un innamoramento e questo lavoro, che per me è la vita, è un atto continuo di amore. Anche a voi raccomando di coltivare l'amore per ciò che fate con rispetto di chi vi è vicino. Ho parlato di me, in questo discorso, pensando soprattutto a voi studenti. E vorrei, con la mia storia, essere un esempio, uno stimolo e ricordare a tutti che il lavoro vero porta lontano

Estratto dell’articolo di Maria Corbi per “la Stampa” il 17 gennaio 2022.

Nostalgia della Milano che fu, ma anche della bellezza assoluta, senza «censure» inclusive. Nostalgia di una idea romanzata, ottocentesca, dell'amore. Nostalgia di un mondo borghese. Va in scena l'eleganza Armani, e la sua poetica, nel teatro di via Borgonuovo, come se la passerella fosse un atrio di un nobile palazzo meneghino.

 E negli abiti che sfilano indossati da modelli dalla bellezza «imbarazzante» (come dirà il maestro a fine sfilata) non c'è traccia di fluidità, di concessioni al diktat contemporaneo, alla stravaganza.

 Qui la bellezza ha canoni precisi, fissati dall'occhio del maestro che ha ricreato nei tessuti le geometrie dei marmi pregiati e policromi che adornano ingressi e cortili degli antichi palazzi da cui, a fine sfilata, escono a braccetto, dandosi la mano, guardandosi languidi negli occhi, coppie fatte da un lui e da una lei, pronti per andare a un ballo.

In scena, insieme agli abiti impeccabili (la più bella collezione degli ultimi anni) c'è anche l'amore etero: «E' una scelta precisa, si parla di un uomo e di una donna che si vogliono bene, che si amano. Facciamo vedere questa realtà che piace a tutti, poi ci sono le trasgressioni, le varianti, le modernità, vanno bene, non dico nulla naturalmente, ma mi piaceva rivedere una coppia carina».

 Ma non c'è traccia di restaurazione, di conformismo ai tempi che corrono, in questa scelta coreografica, come non c'è negli abiti. Anzi, è un'affermazione di libertà, di indipendenza dal giudizio collettivo, una sfida a regole dettate da altri.

«Non si è conservatori se ci si veste bene», fa notare il maestro. E non si è conservatori se si è affascinati dall'«amor cortese». Così è se vi pare, e anche se non vi pare. Qui è Giorgio Armani che detta le regole, evocando atmosfere ormai lontane, che « cuce» nei completi della collezione Uomo Autunno-Inverno 2023-2024.

 […] «L'uomo della finanza non può andare con un cappotto di finta tigre ma deve avere un look preciso, anche se con una forma nuova, che rassicura». Le regole di Armani sono chiare: «A me non piace vedere uno con la "camiciaccia" andare a una riunione importante dove, per esempio, si decide il futuro del prezzo della benzina». […]

 «Nelle foto d'epoca, spiega Armani, si vedono scrittori e artisti che portavano giacche colorate, seduti nelle poltrone dei salotti, nelle case di grande rispetto». Ancora la borghesia intellettuale come punto di riferimento, portatrice ideale di questa eleganza. Riprendere il classico in termini moderni, il nuovo corso che si è visto in queste sfilate milanesi dedicate all'uomo e che è stato ufficializzato proprio qui, alla corte di re Giorgio.

I Versace.

Dagospia mercoledì 4 ottobre 2023. Riceviamo e pubblichiamo: Dichiarazione di Paola Malanga, Direttrice Artistica della Festa del Cinema di Roma, sul film Gianni Versace. L’imperatore dei sogni di Mimmo Calopresti: 

“Il docufilm di Mimmo Calopresti non sarà alla Festa perché ad oggi, per quanto attiene alla valutazione artistica, non risulta idoneo a una proiezione ufficiale, come è emerso anche nel confronto avvenuto con la produzione del film, che nella fase di presentazione della proposta rimane l’unico interlocutore. L’invito precedentemente inviato è stato di conseguenza ritirato per decisione della Direzione Artistica che ne ha piena facoltà”.

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per ilfoglio.it mercoledì 4 ottobre 2023.

“È la prima volta che mi succede una cosa del genere”. Il regista Domenico – per tutti Mimmo – Calopresti qualche giorno fa ha ricevuto la telefonata surreale di Paola Malanga, direttrice della Festa del cinema di Roma, scuola Rai Cinema. 

“Mi ha detto che il mio docufilm non sarebbe stato proiettato, ma senza un apparente motivo, solo perché la famiglia non voleva. In particolare Santo, che di Malanga è amico”.  La famiglia in questione è quella di Gianni Versace, […] ucciso nella sua villa di Miami nel 1997 da due colpi di pistola sparati da Andrew Cunanan.

Il docufilm “L’imperatore dei sogni” doveva essere l’evento di chiusura della festa dell’Auditorium, il 29 ottobre. Sul red carpet romano erano attese – per provare a uscire da una kermesse molto Grande Raccordo Anulare – Carla Bruni, Naomi Campbell e tutte le top model che considerano ancora oggi Versace “un padre, il primo che ha rivoluzionato il nostro mondo”, come racconta  Bruni in Sarkozy nell’opera censurata o comunque cassata all’improvviso dopo l’iniziale via libera. 

“Non vorrei che un rifiuto così strano fosse figlio dei tempi, del clima che si respira nel paese”, dice Calopresti, senza crederci troppo, senza voler passare da martire. […]  

È un regista engagé, Calopresti, ma l’opera in questione oltre a una zoomata sui moti di Reggio Calabria e un’intervista al compagno di Versace, Antonio D’Amico, non avrebbe turbato i patrioti entrati anche nell’ultimo bunker del Pd romano.

Gianluca Farinelli, presidente della Festa del cinema di Roma con ambizioni che guardano a Venezia, a fine settembre aveva rassicurato Calopresti: il suo docufilm era piaciuto, tanto da essere la coccarda su questa edizione, il gran finale. 

“Poi la direttrice mi ha raccontato della richiesta di Santo Versace che era contrario alla proiezione ed essendo suo amico ha dovuto assecondarlo. Così mi ha detto. E per la prima volta […] mi sono trovato davanti a una scelta incomprensibile: prima sì, tutti entusiasti; poi no, tutti imbarazzati”.

La biondissima Donatella Versace […] qualche giorno fa ha anche attaccato il governo Meloni perché “sta cercando di togliere i diritti delle persone di vivere come desiderano”.  Santo Versace, […]  dopo aver lasciato il mondo del fashion si è dato alla filantropia e al cinema, tanto che guida la Minerva Pictures. Era uno dei coproduttori del docufilm. E’ stato anche a Montecitorio, eletto con il Popolo delle libertà, finì con l’Api di Rutelli prima di chiudere con la politica oscillando tra “Fare per il fermare il declino” di Oscar Giannino e “Italia Unica” di Corrado Passera.

Della sorella Donatella non parla quasi mai, di Gianni sempre. A lui ha dedicato anche un libro (“Fratelli, una famiglia italiana”). Ma adesso è soprattutto un produttore cinematografico.

Ma insomma perché, Calopresti, la sua opera è stata cassata così all’improvviso? Se non è stata la “cinecommissione Colle Oppio” a giudicarla non idonea, cosa può essere accaduto? “Non riesco a spiegarmelo […]”. 

[…] Il tributo dura un’ora e dieci da bersi tutti di un fiato come quella Milano versaciana. E prima o poi sarà proiettato da qualche parte. Magari quando il caso di questo docufilm sarà stato risolto. Unica storia di una proiezione durata in cartellone come “Un gatto in tangenziale” (per citare il film interpretato da Paola Cortellesi che aprirà la festa di Roma con la sua opera prima da regista). Ma niente Naomi né Carlà.  

La Versace e Saviano utili idioti degli anti italiani. Alessandro Sallusti il 26 Settembre 2023 su Il Giornale.

Si è chiusa ieri la settimana della moda di Milano

Si è chiusa ieri la settimana della moda di Milano. Migliaia di stilisti, addetti ai lavori e star dello spettacolo sono stati accolti con interesse e simpatia, omaggiati dalle autorità e inseguiti da decine di migliaia di fan in cerca di selfie. Una festa, insomma, chiusa da una super festa al «Teatro alla Scala». Da quel palco, invece che ringraziare l'Italia, Donatella Versace se ne è uscita così: «Il nostro governo sta cercando di togliere alle persone il diritto di vivere come desiderano: di togliere la libertà di camminare per strada a testa alta e senza paura, indipendentemente dalla propria identità».

È noto che il mondo della moda è assai variegato, etero e gay di ogni tendenza si amalgamano senza problemi, ed è certo che nessuno dei presenti ha avuto problemi a raggiungere il teatro sulle proprie supercar, né a rientrare nelle proprie lussuose dimore o suite di grandi alberghi, semmai ha faticato per eccesso di attenzione e affetto. Ciò dimostra che in Italia nessuno nega a nessuno «il diritto di vivere come desidera» e di «camminare in strada a testa alta» indipendentemente dalle pulsioni sessuali. E dimostra come Donatella Versace a furia di vivere fuori dal mondo, solo per merito di ciò che gli ha lasciato il fratello Gianni, non sa cosa accade nel mondo reale e parla per slogan e pregiudizi stupidi quanto lei.

Mi chiedo. Perché una italiana che deve tutto a questo Paese odia l'Italia al punto da screditarla di fronte a una platea internazionale raccontando un'Italia che non esiste se non nelle sue ossessioni amplificate per altro dal fatto che, leggo sull'enciclopedia Wikipedia, «per decenni ha vissuto una forte dipendenza da cocaina con pesanti impatti sulla sua vita privata superata grazie ad una terapia di disintossicazione in una clinica dell'Arizona durata quasi un anno»? Non sono quindi le sue parole che devono preoccupare, è capire se il mondo che era alla Scala le saprà collocare nella giusta casella o se crederà davvero che in Italia i gay vengono perseguitati. E per stare in tema se all'estero crederanno al trombone Saviano che, temendo di restare disoccupato, ieri ha postato: «Il boss Matteo Messina Denaro è morto ma l'Italia resta un paese a vocazione mafiosa». Per dire che lo spread più pericoloso non è quello che misura il differenziale tra titoli pubblici tedeschi e italiani bensì quello tra la verità e le farneticazioni di personaggi che pur di colpire il governo Meloni fanno carne di porco del loro Paese.

OMICIDIO VERSACE: LA FINE DI UN’ERA

Gaia Vetrano il 4 marzo 2023 su nxwss.com

Il mondo della moda non sarebbe stato lo stesso senza la Medusa di Versace.

Per comprendere meglio questa storia, dobbiamo prendere un volo aereo e spiccare verso la calda e soleggiata Miami. Il simbolo della Medusa troneggia sopra la Villa Casa Casuarina, nell’Art Déco Historic District.

Di questa sappiamo che la bellezza e l’ambiguità sono i caratteri principali. Per il mito, giace fissando il cielo notturno supina su un monte. Sotto di lei vi è la vita, e la sua beltà è divina per chi osa scrutarla accidentalmente. Sulle sue labbra posa la quinta essenza della femminilità, che aleggia attorno a lei come dispersa nell’etere.

Eppure, al suo cospetto, non è tanto l’orrore, ma la inquieta grazia a impietrire chi la osserva. Al suo cospetto, la vita e la morte ballano un tango senza lieto fine.

Sovrapposta alle tenebre, il terrore si fa tempesta nei cuori di coloro che sanno di essersi imbattuti contro la miserabile Medusa. Un volto di donna dai capelli viperei che nella morte contempla il cielo.

Spaventosa e seducente, è l’unica mortale tra le tre Gorgoni. Una musa mutevole che, nel corso dei secoli, assume significati diversi. Capace, come le sue sorelle, di pietrificare chiunque abbia la malaugurata idea di incrociare il suo sguardo.

Ovidio, nelle sue Metamorfosi, la descrive come talmente bella da attirare le voglie del dio del mare Poseidone, che ci portano così a un – quasi prevedibile – stupro, in uno dei templi dedicati ad Atena. Sarà proprio quest’ultima a vendicarsi sulla mortale, trasformandole i capelli in serpenti.

Una donna tanto attraente non solo da subire le controverse azioni del dio, che rimangono impunite, ma da venire condannata e per questo sfigurata. Perseo infine la raggiungerà, per decapitarla. La sua testa mozzata verrà usata come arma. 

Riconosciuta dal termine mostro, dal latino “monstrum”, che significa anche “cosa meravigliosa”. Che genera stupore. Perché opera del creato umano intrisa di erotismo, di mistero, di potere. Così, come gli abiti di Versace.

Stando infatti alla storia del marchio, Gianni ne scelse il volto come simbolo perché in grado di ricordare le sue origini calabresi e il suo passato nella sartoria della madre. La Medusa, con la sua chioma di serpenti, è in grado di guardare in tutte le direzioni. Può illuminare il sentiero di Versace verso la fama. Peccato che non riesca a prevedere il suo mortale destino. 

Medusa non è mai stata solo rappresentata come una creatura aberrante, ma anzi spesso come una giovane piacente, lontana dall’immagine furiosa con cui passa alla storia. Così come la donna dei sogni di Gianni, i cui abiti le calzano perfettamente, come un guanto.

Sarà in particolare Euripide a dare a Medusa la sua caratteristica dualità. Nella sua “Ione”, la regina ateniese Creusa vuole uccidere suo figlio, da cui prende il nome la tragedia, nato da un rapporto con il dio Apollo. Per farlo ha bisogno del sangue di Medusa, ottenuto in eredità dal padre Eretteo.

Una goccia è in grado di curare dalle malattie e di infondere vita, l’altra è invece un potente veleno. Si svela così la sua vera natura, in grado di donare ma allo stesso tempo di sottrarre il soffio vitale. Insieme è sacro e profano. Mostruosa e allo stesso tempo miracolosa. Una potente arma salvifica.

Versace ne fa il suo simbolo, intreccia ad essa la sua storia. Eppure sotto il volto di Medusa, questa non fu in grado di proteggere il suo pupillo dalla morte.

L’intrinseca ambivalenza di Medusa troneggia quando, nel 92’, Gianni approda nella terra dove tutti i sogni dovrebbero diventare realtà. Già all’apice del suo successo, portavoce di una definizione di lusso e di moda che sdogana i tabù, a partire da quelli sessuali.

Maestro del colore e della sensualità, i suoi capi ridefiniscono il concetto di donna, quando ancora non era chiara la posizione sociale che questa avesse. Quando ancora non era accettato che potesse essere impegnata negli affari e allo stesso tempo una dominatrice tra le pareti del talamo.

Il serpente si fa portatore della circolarità della vita. Un ciclo infinito di nascita, morte e rigenerazione. Ognuna parte naturale delle cose. Contiene in sé l’equilibrio. Quando a Parigi sfila l’ultima grande collezione dello stilista calabrese, è la chiusura di un cerchio. 

Una sfilata di Haute Couture, che include abiti impreziositi da croci con drappeggi o inserti in maglia metallica. Ottantatré look, conclusi dalla splendida Naomi Campbell, la prima a sfilare, che per l’occasione personifica una sposa moderna, con tanto di velo bianco.

Dietro uno sfondo dorato, che recita la scritta “Versace Atelier”. Poi, una scalinata in marmo nero, come il tappeto su cui le modelle sfilano. Tra lacci, spille da balia, e lustrini, Gianni coniuga la sua definizione di vita e amore estremo.

Sentimento al quale lo stesso Versace non rinunciò mai. Verso il suo lavoro, la sua passione. Ma anche verso di sé. Eppure, fin troppe volte l’energia primordiale dell’Eros si destreggia insieme alla distruzione di Thanatos. Una dicotomia rappresentata alla perfezione dalla Medusa stessa.

La mattina del 15 luglio del 1997, l’Amore e la Discordia si coniugano tra loro. Dall’ultima sfilata di Versace sono passati esattamente tre giorni, ed è stato un grande successo. La sua è, come spesso la definisce, una moda liberatoria, che pone delle scelte.

Dopo delle giornate stressanti, com’è tipico durante la fashion week, Gianni è da qualche giorno tornato nella sua villa insieme al suo compagno Antonio D’Amico. Prima aveva fatto una sosta a New York, dove si era incontrato con la Morgan Stanley, per quotare l’azienda in borsa.

Adesso può finalmente riposare nella sua amata Casa Casuarina, che sotto il suo volere è stata trasformata nel suo mausoleo, e decorata da marmi e mosaici, splendenti come l’oro e blu come l’acquamarina.

Come da routine sale la sua scalinata in marmo bianco che lo porta dritto verso la camera da letto e la sua cabina armadio, dove tiene, insieme alle sue creazioni, la sua vestaglia in seta e le sue ciabatte in velluto nero, rigorosamente con il volto della Medusa.

Tutte le mattine saluta i dipendenti della villa novecentesca per poi sdraiarsi sulle sdraio bordo piscina. Del meritato relax sotto l’ombra di qualche palma. Magari mentre degusta della frutta, o sorseggia un po’ di caffè. Si sa, Gianni è comunque un maniaco del lavoro. Anche a casa, pensa sempre ai suoi abiti perché la sua mente non riposa mai. 

Il suo tempo lo impiega a disegnare bozzetti da mandare poi a Milano, dove sua sorella Donatella è sempre impegnata con i preparativi delle sfilate. Anche quando esce la mattina, come quel famoso 15 luglio, lo fa per andare ad acquistare le ultime riviste di moda: Vogue o Vanity Fair. Così da poter vedere come sono andati gli ultimi set fotografici delle sue amate modelle.

Le strade di Miami lo omaggiano, e gli abitanti della soleggiata città lo salutano, quando hanno l’onore di incontrarlo. Qualcuno, mentre cammina verso il cancello, lo ferma per chiedergli un autografo.

Quando gira per la sua città ha la pelle ambrata dal sole e la barba bianca. Non perde mai l’occasione per passeggiare e per assaporare l’odore della salsedine, che gli ricorda i profumi della sua terra, la Calabria. Mentre sale la scalinata davanti casa sua, dà le spalle a un parchetto pieno di palme. Lì qualcuno fa jogging, altri vanno in bicicletta, o fanno passeggiare il cane.

Versace ha il tempo di uscire dalla tasca dei bermuda le sue chiavi. Una a una prova a inserirle nella serratura, mentre tramite le grate nere osserva i dettagli dorati delle fioriere o incastonati sui parapetti delle finestre.

La Medusa, scolpita sulla cima ornamentale dei quadrelli, osserva inerme l’arrivo di una seconda figura da dietro una palma. Un giovane alto, con dei bermuda, una canottiera estremamente sgualcita e un berretto con la visiera calata. Questo è affannato, come se avesse appena finito di inseguire Gianni per tutto il parco.

Ha il braccio puntato in avanti: tra le dita stringe una pistola, che colpita dalla luce brilla come un diamante. Sono le 8:45 del mattino e, nonostante ci sia qualcuno nelle vicinanze, passa comunque inosservato.

Al cospetto della Medusa, i secondi collimano tra loro, da sembrare interminabili. In essi la pulsione della vita combacia con quella della morte, che prevale sulla prima e guida la languida follia. In un attimo, l’uomo spara un colpo verso la schiena di Gianni.

Versace ha il tempo di girarsi verso il suo aggressore, e rimane pietrificato. Il re della moda, davanti a colui che sta per porre fine alla sua vita, è come una comune vittima della Medusa.

Il killer spara un ultimo colpo, alla testa. Gianni Versace, davanti al suo personale castello, che lo rendeva il sovrano di Miami Beach, cade di colpo a terra. Mentre l’assassino corre via, il corpo dello stilista esala il suo ultimo respiro. 

Versace rappresenta dominio e sottomissione. Lo sbalzo verso la fama di chi vuole sempre restare legato alle proprie origini. Il fascino di chi incomincia dal basso. La sontuosità della bellezza, nata da un estro figlio di una società fin troppo bacchettona. Il connubio perfetto tra la pulsione vitale e l’ultimo respiro. Sintesi perfetta della sua epoca.

La Medusa, davanti al suo corpo esanime, sembra quasi sorridere. Mentre immortala tramite l’arte la vita dello stilista in uno sfuggente attimo. Versace, disteso sulle scalinate della sua villa, è solo l’ennesima vittima di uno sfortunato valzer con la Morte.

L’impero della Medusa

In quello che viene definito il più bel giardino d’Italia nasce Gianni Versace, nel 46’.

Parliamo di Reggio Calabria, un paesaggio ricco di distese, dove la luce gioca tra la pianura e rilievi, creando successioni di Sole e di ombra, mentre all’Orizzonte continua il mare. Una terra dove, ovunque ti giri, scopri nuovi colori. 

Una città metropolitana locata proprio sulla punta dello stivale. Una piccola striscia d’acqua la separa dalla Trinacria e in particolare da Messina. Ad est rimane nascosta dall’Aspromonte.

Le inebrianti note profumate del bergamotto, dell’alloro, della borragine, della liquirizia e del finocchietto rendono la Calabria una terra ricca di meraviglie. In grado di stupire, come la Medusa. Parlando proprio di antichi greci, si tratta della colonia più antica in Italia, addirittura nel 730 a.C.

La Medusa è seduzione, e io voglio sedurre. Amo sedurre sia gli uomini che le donne

Le più diverse espressioni del folklore calabrese sono intrise dalla cultura ellenica. La Calabria è un quadro di tinte forti e audaci, che si mescolano tra loro a contatto con il mare. Dove i paesaggi già descritti, ricchi di vegetazione, celano busti marmorei, rovine di tempi calcarei e ceramiche dipinte.

Quando Gianni viene al mondo, la sua Reggio si sta ancora risollevando dallo scisma del 1908 che, in soli trentasette secondi, rase al suolo un quarto della città. Le operazioni di soccorso vennero gestite male, ma vi era ancora la speranza che la città potesse risorgere come una Fenice. A colpi di stucco, la città ritrova un nuovo fascino, nato dalla fusione del nuovo con l’antico.

L’uomo che inventa il concetto di top model nasce dal basso. Uno spregiudicato inventore, che comincia a disegnare per la sorella Donatella. La madre, Francesca Versace, è una sarta di professione.

Dentro la boutique della madre, ogni giorno, donne facoltose fanno il loro ingresso. Per le strade principali della città, ticchettano i loro tacchi stiletto. Camminano altezzosamente, con la schiena dritta, il capo coperto da un foulard, un tailleur blu e una borsa in pelle di coccodrillo infilata nell’avanbraccio. Clienti di un certo spessore, che si dirigono come in pellegrinaggio verso il numero civico 13 di via Tommaso Gulli.

Tutte le signore a bene vanno da Franca perché nessuna la eguaglia e, evidentemente, riesce a trasmettere il suo talento a suo figlio, venuto al mondo una mattina di dicembre.

Gianni è libero di acquistare dal mondo esterno l’ispirazione necessaria, come se fosse la sua personale linfa vitale. È avido di conoscenza e, come un esploratore, si aggira per le campagne della città, ammirando i resti delle popolazioni elleniche. Tra questi anche un busto della Medusa, nascosto tra le fronde del bergamotto. Da questo ne rimane molto colpito.

Il padre, a causa della sua curiosità, a volte per lui fuori luogo, lo fa sentire inadatto. Per questo, fuori dalle mura di casa, se in presenza dei propri genitori, sembra quasi inibito.

Quando però ne ha la possibilità, è sempre al fianco della madre Franca. Nascosto dietro la sua macchina da cucire, la ammira immersa nel suo lavoro, che tutti pensino debba dare spazio solo al femmineo. Gianni è il pupillo della boutique della madre: l’angioletto di un luogo tutto al femminile che lo adotta.

Dai compagni di classe e dalla maestra delle elementari viene continuamente bacchettato per come si veste, ma a lui non importa. In aula passa il tempo a disegnare vestiti, dimostrando sin dalla tenera età il suo genio intriso di creatività sfrontata e la grande capacità di lasciarsi ispirare dal mondo esterno.

A 11 anni, Gianni si ritaglia il suo posto come apprendista nella sartoria della madre. A fianco delle altre sarte è come una spugna: avido di imparare e conoscere nuove tecniche. In breve tempo diventa più esperto, arrivando a marinare la scuola per portare avanti la sua passione.

Assimila i colori della sua terra e del tramonto sul mare, ciò che lo colpisce per le vie più trafficante, e lo trasmette nei suoi abiti. Non si diplomerà, ma non è un problema. La clientela borghese è il suo regno: per questa può essere ciò che vuole.

Fuori dalla sartoria è schivo, rimane per le sue. Si mostra timido e diffidente. Quando non è nella sua confort zone, resta cauto e silenzioso. In grado di mostrare due nature, come la Medusa. 

Gli echi di Cardin e Saint Laurent arrivano fino alle sue orecchie e lo spingono ad aprire la prima boutique. Da qui comincia la sua ascesa. Quando il vestire era controllato da regole che sancivano come accostare i colori o le lunghezze tra loro, riesce a cambiare gli equilibri, conferendo alla moda una nuova natura, ricca di audacia.

Davanti al suo cospetto, le clienti pendono dalle sue labbra, come un oracolo. Ma l’unica donna ad avere importanza è Donatella. È il carburante dell’estro creativo di Gianni, la sua complice.

Il complesso dell’Aspromonte è troppo difficile da scalare. Se Gianni vuole arrivare dove le creazioni della madre non sono giunte, deve lasciare la sua terra. Dieci anni dopo, nel 72‘, parte per Milano. Lì affina le sue competenze riguardo il regno della maglieria, a lui estraneo. Brucia le tappe velocemente, disegnando per Callaghan, Genny e Complice.

Solo sei anni dopo presenta la sua prima collezione. Con l’aiuto del fratello Sandro, apre bottega Gianni Versace.

Silhouette fluide ma al tempo stesso scolpite, contrasti ricchi di colore, sono la firma di Versace. Alle modelle viene chiesto di trasmettere il desiderio di voler prendere un posto nel mondo. Dei veri e propri manifesti femministi.

La morte di Franca sconvolge però il precario equilibrio. Quando sembrava che tutto stesse cominciando ad andare per il verso giusto, il porto sicuro di Gianni crolla in frantumi. Il lutto gli dà la possibilità di legare con la sorella Donatella, che rappresenta l’archetipo della donna Versace. Forte, determinata, appassionata e sensuale.

La sua visione del mondo inaugura una nuova era: quella del Chic and Choc. Gianni rappresenta l’eleganza, Donatella la trasgressione. I due caratteri principali della maison, una mistura esplosiva. Con l’aiuto del fotografo Richard Avedon, segnano la storia.

Nasce il mito delle supermodelle: incredibili donne, scelte e viziate da Versace, che al mondo appaiono eteree, invidiabili e irraggiungibili. Christy Turlington, Linda Evangelista, Naomi Campbell, ossia la celebrity trinity, che per il marchio lavorano in maniera esclusiva. Poi Kate Moss, Cindy Crawford e Claudia Schiffer. Il gruppo delle Big Six, che sfamano la stampa.

I modelli di Versace, nei primi anni Novanta, soddisfano ciò che il mondo richiede, diventando man mano sempre più sensuali e provocanti.

Se Armani veste la moglie, Versace veste l’amante

Anna Wintour

Già dagli anni 80’ comincia una cospicua collaborazione con le compagnie teatrali milanesi, per cui realizza i costumi. Ogni spettacolo che porta il suo nome va facilmente sold – out e, in molti, acquistano il biglietto solo per guardare i costumi del calabrese. Durante la prima di Josephslegende di Richard Strauss, al teatro alla Scala, si reca Antonio D’Amico.

Un moderno discobolo, dal profilo greco, i capelli mori e mossi. Questo resta incantato dai vestiti, che sembrano fluttuare di vita propria. Eppure, non avrebbe mai pensato di poterne incontrare il creatore, proprio alla cena dopo lo spettacolo.

Per Gianni, appena vede Antonio, è un colpo di fulmine, e lui di bellezza se ne intende. D’Amico accetta di potersi sedere accanto a lui, anche se fin troppo a disagio quando l’altro si alza per salutare la miriade di persone che conosce. Non è di certo abituato alla fama, ma non si tira indietro quando lo stilista gli chiede il suo numero. Dopo diverse cene, gite al lago, e incontri, i due si legano indissolubilmente.  

All’asfissiante vita pubblica, Gianni preferisce quella privata, fatta di istanti, seppur a volte fugaci, passati con i propri cari e familiari. Con Antonio viaggia e, per puro caso, fanno scalo a Miami. Di questa perla, punta delle coste americane, se ne innamora follemente.

La città ai suoi occhi è un’esplosione di vita e colori. L‘odore della salsedine e il sole sulla pelle gli ricorda la Calabria. Quel mix di culture che in quel luogo convogliano lo colpiscono sin da subito, e Gianni rimane inebriato. Nonostante i pareri contrari, è deciso. Acquista immediatamente una casa e la ristruttura. Il quartiere viene riqualificato e diventa una calamita per modelle e aspiranti designer.

Da quel momento in poi, Gianni veste le stelle, come il safety pin dress indossato da Elizabeth Hurley. Quando gli viene diagnosticato un cancro all’orecchio, dal quale guarisce, cambia la sua poetica. Ogni giorno deve essere vissuto come se fosse l’ultimo, e merita di avere dei vestiti adatti.

Già dal 1993, la Medusa è il simbolo di Versace. L’angelo custode del marchio. Quando le ambulanze arrivano per cercare di rianimarlo, lei è sempre al suo fianco. Al suo cospetto, la vita ha già smesso di lottare.

La colomba annegata nel sangue

Per l’autopsia, l’ora del decesso stabilita è le 9:21. Gli aiuti dei medici sono inutili. Gianni muore sotto gli occhi del suo compagno. Il corpo verrà portato in ospedale, inutilmente.

Se quello che vi abbiamo fornito nell’introduzione è il primo quadro dell’omicidio, l’autopsia andrà a modificare la prima ricostruzione degli inquirenti. Ciò che appare è che, almeno uno dei proiettili non è stato esploso alle spalle, ma ha penetrato la guancia destra, con l’arma a contatto del volto.

Sicuramente un dettaglio importante. Rappresenta l’intento del killer di voler sfigurare la vittima, decisione mossa da una rabbia repressa particolarmente intensa.

I moventi potevano essere molteplici: primi tra tutti la rapina. Quest’ultimo venne escluso subito. Gianni quel giorno girava con il suo portafoglio, dove dentro teneva sei carte di credito e più di mille e cento dollari in contatti. In più, al collo, aveva una collana d’oro.

Esclusa questa pista, la polizia comincia a esaminare la sfera privata. Forse un fan ossessionato? Un ex compagno respinto? Qualcuno invidioso del suo successo? Sicuramente, un individuo capace di compiere un atto tanto brutale da sembrare un’esecuzione.

Nel frattempo, la scientifica rivela la provenienza dei due bossoli: una calibro 40. Insieme ai proiettili ritrovati sulla scena del crimine, anche il cadavere di una colomba bianca. Un simbolo tradizionalmente usato dalla mafia. Cosa poteva farci lì?

Nonostante questo possa sembrare incredibile, viene ordinata un’autopsia del volatile. Per gli inquirenti appare necessario, perché rivela la tipologia del proiettile che aveva ucciso il piccione. Gli inquirenti scoprono così che la pallottola che aveva colpito Versace era riuscita a rimbalzare e a colpire l’animale. Una banale, seppur assurda coincidenza.

Stando ad alcuni testimoni, il killer sarebbe scappato in un parcheggio sulla tredicesima.

Ciò che lì trovano è un pick-up rosso con una targa del South Carolina. Infine, rimangono le foto della scena del crimine, dove sembra quasi brillare la colomba bianca, simbolo della purezza, annegata nel sangue di una vittima innocente.

Sotto l’ombra del pick-up: chi è Andrew Cunanan?

Ciò che il pick-up rosso sembra nascondere è una nuova pista. La targa è infatti rubata, e al suo interno contiene oggetti di uso quotidiano, come se qualcuno ci avesse vissuto al suo interno.

Il detective Navarro viene raggiunto da innumerevoli novità, che implicano l’FBI.

Il sospettato di questo crimine è infatti un pluri-omicida che i servizi segreti inseguono già da tempo. Versace sarebbe infatti  l’ultima di una serie di vittime, uccise con l’uso di una calibro 40, da un uomo che si aggirava per il paese con un furgone rosso del South Carolina. 

Il numero del telaio dell’FBI è lo stesso.

Si cerca così di creare un profilo psicologico su questo soggetto.

Per capire di più su Andrew Cunanan dobbiamo partire dai suoi genitori, Mary Anne Schillaci e Modesto Cunanan, che si incontrano negli anni Sessanta in un bar. Lui è un filippino e fa parte della marina. La divisa gli conferisce un grande fascino. E si sa, quale donna è in grado di resistere davanti a tanto mistero? Il loro amore è tanto ardente: la donna resterà incinta e, solo sei mesi dopo, i due si sposeranno.

Eppure, la fiamma che alimenta il loro rapporto si consuma troppo in fretta, e la stabilità della loro relazione inizia a vacillare a partire dalla nascita di Christian, il loro primo figlio. Modesto è una persona molto gelosa, tanto da dubitare che la seconda figlia Elena sia sua. Mary non riesce comunque a lasciarlo andare e mette al mondo altri due figli: Regina e infine Andrew, nel 1969, a San Diego.

Dopo l’ultima gravidanza Mary entra in un pesante periodo di depressione post – partum, che le verrà rinfacciato più volte dal marito, che la accuserà di non essere una madre responsabile. Modesto di occupa del neonato, che si rivela essere un bimbo sensibile ai conflitti. Quando i genitori litigano, riesce a sentirsi al sicuro solamente se lontano dai due.

L’angoscia è combattuta solamente quando può rifugiarsi nel suo mondo di fantasia, dove mamma e papà sono delle persone dall’animo buono e dal portafogli profondo, sempre pronti a soddisfare ogni suo desiderio. Le menzogne diventano così il suo pane quotidiano, l’unico modo che ha per combattere gli evidenti problemi della sua famiglia.

I compagni di scuola non gli credono e lo sopportano a stento. Per loro è un bugiardo cronico, qualcuno da cui tenersi alla larga.

Modesto decide a un certo punto di prendersi una licenza dalla marina e di tentare a diventare un broker, aprendosi un suo ufficio. Per sostenere il suo lavoro e sembrare più professionale, pensa sia necessario vestire solo firmato, così, sperpera il suo denaro in completi, che acquista anche per il dodicenne Andrew. Il bambino, che ormai veste come un uomo d’affari, inizia a sviluppare così la sua spiccata vena narcisistica, che eredita dal padre.

Nuovamente è oggetto di prese in giro dei suoi coetanei, ma a lui non importa, perché almeno è al centro dell’attenzione. I suoi genitori lo cambiano comunque di scuola, e lo iscrivono alla costosa Bishop Academy. Qui è compreso dai suoi compagni, che anzi ammirano la sua parlantina. Addirittura, scopre di avere un quoziente intellettivo pari a 140: è un vero genio.

Ma ciò non basta, perché Andrew non è capace di dare un senso alle emozioni e ai pensieri che prova. Sa che è normale in quanto adolescente, eppure non riesce da solo a comprendersi, e non capisce come possano farlo gli altri. Il sesso femminile lo incuriosisce, ma nessuna assomiglia a sua madre. Sono invece i ragazzi buoni e gentili ad attirarlo. 

Quando vive la sua prima esperienza omosessuale, non può fare a meno che vantarsene. Ama parlare di sé ai suoi compagni di scuola, che gli danno del pagliaccio. A quindici anni non gli importa più della sua istruzione.

Una volta scoperto il gentil sesso, attua ormai la sua trasformazione da studente modello a camaleonte sociale, iniziando a frequentare i club gay in voga di San Diego.

Certo, siamo tutti un po’ camaleonti sociali. Dire troppo di sé agli altri, significa dare un potere a chi ci ascolta. Che a volte può metterci in pericolo. Per le persone fin troppo fragili è difficile togliersi la maschera del personaggio dopo che lo si interpreta da troppo. Per un attimo si dimentica quasi che, sotto quel grande velo di finzione, c’è ben altro.

Andrew è tra questi. Le sue origini filippine gli danno poco charm: si fa chiamare Da Silva o Morales, perché nelle sue vene scorre sangue spagnolo. Divo e sex symbol.

Abbandona presto la facoltà di Storia, perché si muove già abbastanza bene nell’ambiente nel quale è entrato. Poco gli importa della sua istruzione, quando ha un dono molto più grande tra le sue mani: il suo corpo. Ormai, sa distinguere un avvocato da un medico. Un magistrato da un libero professionista. Lo capisce da come si muovono, da come parlano e da come si vestono. 

E, soprattutto, conosce le leggi dell’attrazione. È un grande seduttore, spudorato, e non si fa un problema a frequentare altri uomini che preferiscono vivere in segreto la loro omosessualità, meglio se addirittura con una copertura.

Andrew comincia a vendere le proprie prestazioni sessuali, e lo fa a caro prezzo. Non gli importa se è una storia da una notte, anzi. Decide lui termini e condizioni. E ai suoi clienti va più che bene. In cambio vuole auto di lusso, appartamenti, carte di credito. Gli chiede di girare al loro fianco, in qualità di segretario, assistente o socio d’affari.

In questo modo allarga il suo giro, tenendosi per sé le informazioni che ricava. I suoi genitori si insospettiscono, ma il fallimento dell’attività di Modesto è un problema più grande a cui pensare, al posto del lavoro del figlio. Il padre rischia il carcere per appropriazione indebita e così scappa nelle Filippine.

Mary Anne è costretta a vendere la casa e ad accettare l’aiuto dei figli, tranne quello di Andrew, che ha visto con un altro uomo per le strade di San Diego. In quanto fervente cattolica non accetta l’orientamento sessuale del figlio. Durante il litigio, il piccolo Cunanan, preso dalla rabbia, la scaraventa contro un muro, slogandole la spalla.

La madre è troppo infuriata e delusa per ascoltare le sue scuse, così Andrew scappa alla ricerca del padre. Non è abituato alla miseria e ai rifiuti delle Filippine. Il mito del padre si distrugge davanti ai suoi occhi quando la sua reale natura. Cunanan non ha i soldi per tornare in America. Ciò che gli resta è il suo corpo, che vende ai migliori offerenti per racimolare del denaro, con cui tornare a casa.

A Castro District, a San Francisco, si respira un’aria nuova. Ogni notte recita una parte diversa. Tra le tante persone che conosce, un avvocato di cognome Gold. Grazie a questo fortuito incontro, viene invitato a una festa al Colossus Disco.

Ebbene, a volte la sorte si diverte a giocare con il destino, e a creare degli intrecci particolari. Perché se Andrew non avesse conosciuto Gold, non sarebbe andato al Colossuss, e non avrebbe conosciuto Gianni Versace.

Versace e Cunanan, genesi di un omicidio

Versace è un uomo socievole. Stringe le mani di molte persone. Qualcuna la conosce davvero, di altri non si ricorda neanche. Ma per i comuni mortali, non ci si scorda di un volto come il suo. Cunanan non può fare a meno che sorridergli. Non può farselo scappare.

Immediatamente fa finta di conoscerlo, di averlo già visto. Eppure, dopo quella festa al Colossuss, non si vedranno mai più.

L’amico Anthony Dabiere ha detto che Cunanan tornò a casa quella sera “in alto come un aquilone” vantandosi del suo “fine settimana con Gianni Versace”, parlando di tutte le cose che hanno fatto insieme. Era tutta una bugia e l’inizio di un’ossessione fatale.

Nella spregiudicata San Francisco, ormai Cunanan si annoia. Ormai predilige ciò che dagli altri sono considerate perversioni. Lo chiamano per girare pellicole sadomaso dove si diverte a impersonare lo schiavo sessuale, e si fa sottoporre a torture e umiliazioni.

Eppure, nel 96’, la sua lucidità si perde. Smette di essere una persona razionale e sorridente, ma inizia a fare cose strane. Diventa irrequieto, sempre pronto a discutere e si chiude spesso nella sua camera, che trasforma in un santuario dedicato a Tom Cruise. Si sottopone ai test per l’AIDS, ma non ritira i risultati, perché pensa di essere già spacciato.

A 27 anni si lascia andare: prende 15 chili, gli cresce la barba e smette di curarsi. Di botto, si accanisce contro i suoi due unici amici, David Madson e Jeffrey Trail. Quest’ultimo è un suo amico di Minneapolis, mentre David è un giovane con cui si era frequentato. I due legano, ma Andrew si ingelosisce del loro rapporto, e li accusa di escluderlo.

Cunanan li tempesta di telefonate, in particolare a Trail, e lo minaccia di ucciderlo. Nonostante siano stati avvertiti, quando il giovane arriva a Minneapolis, sono convinti che stia attraversando un periodo difficile e che abbia solo bisogno di supporto. 

Andrew e i due escono a cena. Madson spera di fargli capire che non hanno una relazione. Ma le cose non vanno per il verso giusto finché, improvvisamente, Cunanan non si alza e va dritto verso la cucina. Lì afferra un martello, con cui colpisce con furia il cranio di Jeffrey, fino a fracassarglielo. David è impietrito e, forse per paura, aiuta l’altro ad arrotolare il cadavere dentro un tappeto.

Per giorni faranno finta di non aver nascosto dietro il divano il corpo del loro amico, continuando a girare per la città come se niente fosse. Sta di fatto che un collega di lavoro di Trail, preoccupato per le assenze dell’uomo, chiede alla portinaia di controllare come stesse. Appena la donna, entrata nell’appartamento, vede le tracce di sangue e sente il feto che permea la casa, chiama la polizia.

David ed Andrew scappano verso il Nord del Minnesota, uscendo poi per la campagna. A bordo della Jeep di Madson percorreranno almeno cinquanta chilometri. Appena scesi per la prima sosta, Cunanan uscirà una pistola e, senza rimorsi, pianterà tre proiettili in testa all’altro. 

Il giovane ha appena preso la strada del killer. Ma lui non è un omicida seriale, bensì un compulsivo, che colpisce le vittime in più luoghi diversi nello stesso periodo. Non ci sono momenti di lucidità, non maschera le proprie tracce. Al contrario, sembra quasi prendere parte a un gioco dove l’avversario è la polizia, che deve riuscire a fermarlo il prima possibile. L’obiettivo? Mietere più vittime possibile.

Alla fine, il traguardo è la morte. Il suicidio è già probabilmente contemplato nel loro piano di distruzione, che non ha criteri o moventi.

Forse la paura dell’AIDS lo ha fatto deragliare? Un dramma frutto della sua gelosia? Non importa, perché nel frattempo Andrew colpisce ancora. Si trova a Chicago quando incontra nuovamente il settantaduenne Lee Miglin, costruttore edile. Con lui si era frequentato anni prima, quando ancora faceva il gigolò. Mentre la moglie è in viaggio per lavoro, Cunanan lo costringe a farlo entrare nel suo garage.  

Non sappiamo per quale motivo ma, dopo avergli legato i polsi e imbavagliato, lo tortura con tutti gli attrezzi che trova nella rimessa. Gli taglierà la gola con il seghetto, per poi passare più volta sul suo corpo con la Lexus di proprietà dell’anziano.

Gli investigatori, quando arrivano di fronte al suo corpo, capiscono di avere a che fare con un folle, a cui non importa se lascia le sue impronte dappertutto. Cunanan abbandona l’auto di Madson davanti casa di Miglin, preferendo la sua Lexus. A Lee sottrae inoltre una raccolta di monete d’oro da collezione. Un sadico, il cui volto tappezza i muri delle città. È ufficialmente uno degli uomini più pericolosi degli Stati Uniti.

Arrivato in New Jersey, abbandona la macchina e ruba il famoso pick – up rosso, che fa al caso suo. Il proprietario è la sua quarta vittima, William Reese, ossia guardiano del Finn’s Point National Cemetery di Pennsville. Un quarantacinquenne che si occupa di lapidi.

Quando Cunanan bussa alla sua porta per chiedergli le chiavi, le dà senza problemi, e questo insospettisce Andrew, che gli spara lo stesso. Il giorno dopo arriverà a Miami, il 10 maggio, dove alloggerà al Normandy Plaza, dando il nome falso di Kurt De Mars. Lì frequenta i locali gay, mentre aspetta di incontrare la sua prossima vittima.

Morto Versace, incomincia una vera caccia all’uomo. Il Procuratore di Miami sostiene che verrà trovato in poche ore, ma gli innumerevoli errori condotti durante l’indagine rendono le sue parole poco affidabili.

Innanzitutto, perché il pick – up rubato da Reese venne trovato così tanto tempo dopo? E’ rigoroso specificare infatti che William è morto il 9 maggio, mentre Versace il 15 luglio. Tre mesi di ricerche per individuarlo.

Com’è possibile che, nonostante Cunanan fosse uno dei più grandi ricercati dello stato, potesse girare a piede libero per la città di Miami? Non è forse inverosimile ritenere che qualcuno possa averlo riconosciuto, ma che non sia stato ascoltato?

Infine, Andrew, prima di uccidere Versace, aveva venduto a un banco dei pegni una delle monete d’oro di Miglin per 200 dollari. Per farlo aveva compilato un modulo, dove si era firmato con il suo vero nome e aveva inserito l’indirizzo dell’hotel al quale alloggiava. Per legge, una copia di tutti i moduli confluisce al Miami Beach Police Department, dove si verifica che gli oggetti impegnati non siano frutto di rapine. Non c’è bisogno che vi dica altro.

Mentre Elton John, Donatella Versace, Naomi Campbell, Lady D e Sting piangono il defunto ai funerali, le indagini dietro l’omicidio vengono definite la commedia degli errori. 

Del funzionario che doveva verificare quei moduli non vi è ombra fino a qualche settimana successiva al delitto Versace, perché era in vacanza. Così si organizza un commando SWAT, che irrompe al Plaza, ma di Cunanan non vi è traccia.

La colpa è però del proprietario dell’hotel, che aveva indicato alla polizia il numero della stanza sbagliato. Per la seconda volta, due giorni dopo si organizza un nuovo blitz, ma nella 322 non si trova Andrew.

Sarà Fernando Carreira a ritrovarlo. Il 23 luglio sta perlustrando la sua rimessa di barche galleggianti e, mentre passa di fronte quella di Torsten Reineck, un tedesco in vacanza a Las Vegas, sente dei rumori provenire dal suo interno. L’uomo chiama immediatamente la Polizia. Sul posto arrivano anche l’FBI e la guardia nazionale.

Sfugge alla nostra comprensione per quale motivo decidano di aspettare tre ore prima di fare irruzione, dopo averne perse due per circondare la casa. Forse perché non vogliono lasciare niente a caso. Eppure, quando entrano è troppo tardi.

Cunanan è coricato sul letto. Ha la barba incolta. Gli abiti sgualciti e sudati. E’ sdraiato sul letto e, per terra, ci sono i resti del cibo che ha consumato. Sotto di lui ci sono dei cuscini e, stretta nella sua mano, la sua calibro 40. Andrew si è suicidato, sparandosi in bocca. Nulla che non ci aspettassimo.

Il perché delle sue imprese rimane un mistero. Per l’FBI, la gelosia di Cunanan è stata determinante. Jeff e David erano una coppia felice. Due professionisti affermati nei loro ambiti i cui parenti avevano accettato il loro orientamento sessuale, cosa che non aveva fatto Mary Anne.

Probabile che Cunanan percepisse Versace come tutto ciò che avrebbe voluto essere. Un’icona di successo per il mondo intero. Una personalità affermata di cui poco importava del suo orientamento sessuale, cosa che gli permetteva di vivere apertamente il suo amore con Antonio D’Amico. Andrew voleva per sé le attenzioni che aveva Versace. Voleva essere come Gianni.

Nella sua psiche si annidava un vero mostro. Un individuo loquace, con un grande ego, superficiale e capace di mascherarsi e nascondersi tra la folla. In ogni suo omicidio ha sempre mostrato mancanza di rimorso perché ognuno sacrificabile. Un soggetto senza responsabilità, incapace di avere dei piani a lungo termine.

Infine, la paura dell’AIDS, di cui non era malato, come dimostrerà l’autopsia.

Antonio D’Amico ripeterà più volte di non aver mai creduto alla versione della Polizia. Cunanan, il cui profilo è quello di uno psicopatico, è il perfetto capro espiatorio. E non è l’unico a pensarla così.

Il 25 settembre 1997 va in onda su Rai 3 “Il sorriso della Medusa”, documentario diretto da Chico Forti – di cui vi lasciamo il link – prima di essere arrestato a Miami per truffa. Sarà poi condannato all’ergastolo per la morte di Dale Pike. 

Per Forti Andrew Cunanan non si sarebbe suicidato. Quello che emerge dalle indagini dell’investigatore privato Gary Schiaffo è che sarebbe stato ucciso e poi sarebbe stato inscenato il suicidio. Sia Versace che il giovane per metà filippino sarebbero vittime della criminalità organizzata perché degli individui fin troppo scomodi. Lo stesso Antonio aveva detto

È stato chiuso troppo velocemente. Non credo a niente di quello che hanno detto i giornali. Sono convinto che ci sia dietro altro

Proprio per questo motivo la Polizia statunitense di sarebbe accanita contro Forti. Quest’ultimo sapeva che avrebbe rischiato. Il suo rompere le scatole, il suo voler ricercare la verità, lo ha reso vittima di un clamoroso errore giudiziario.

Di Modesto sappiamo che, nel 1999, dopo essere tornato negli Stati Uniti, affermerà che il figlio è solo una vittima innocente della mafia. Ovviamente senza accennare delle altre vittime. Poi se ne perdono le tracce, tanto da non sapere se sia vivo o morto. Chi ci ha invece lasciato è Mary Anne, scomparsa nel 2012. Anche lei ne sosterrà sempre l’innocenza.

Antonio D’Amico ci lascia il 6 dicembre dello scorso anno a causa di un tumore alla gola. Non smetterà mai di amare Gianni.

Versace andrà in eredità alla giovane Allegra, figlia di Donatella e nipote di Gianni. La conduzione del marchio andrà alla sorella. Affrontare un lutto mentre si deve pensare al lavoro non è un compito facile, nonostante Donatella abbia sempre dato priorità al marchio.

L’imitazione del genio o il drastico cambio rotta sono strade difficili da prendere. Alla fine del 2004, con l’aiuto di Giancarlo Derisio, il marchio ha l’illuminazione vincente. Venendo a mancare Gianni, si punta su Versace e sui concetti veicolati dal brand. Nel 2022 il brand chiude l’anno con un fatturato di 308 milioni di dollari, in aumento del 9,2% rispetto all’anno precedente.

Villa Casa Casuarina è oggi un hotel di lusso. A chi passa davanti al cancello, la Medusa sembra ancora sorridere.

Scritto da Gaia Vetrano

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passioni e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

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Estratto dell’articolo di Paolo Bricco per il “Sole 24 Ore” il 12 marzo 2023.

«I più grandi dolori? La morte di mio fratello e la mancata fusione fra Versace e Gucci.

L’uccisione di Gianni ha fatto scomparire una parte di me e ha chiuso traumaticamente un’epoca. Inoltre, ha impedito la costituzione di un polo del lusso che avrebbe cambiato la moda internazionale. Quell’operazione avrebbe mutato il destino dell’Italia. Sarebbero emersi nuovi assetti produttivi, finanziari e strategici per il nostro Paese. Ne sono sicuro.

Gianni mi diceva: “Santo, quanto ci siamo divertiti in questi primi venticinque anni? Non abbiamo fatto ancora nulla. Non sai quanto ci divertiremo nei prossimi venticinque”».

Santo parla di Gianni. […] «Il 15 luglio 1997 a Miami spararono a Gianni. Io ero a Roma a preparare la sfilata a Trinità dei Monti. A lungo ho rimosso quei minuti. Mi hanno poi raccontato che, quando mi dissero che Gianni era morto, io risposi “Non è possibile. Gianni è immortale”».

 Quel colpo di pistola in Florida ha interrotto la vita di un ragazzo nato a Reggio Calabria, ha dissolto un pezzo di anima di un fratello e ha provocato una crepa nella storia industriale e civile dell’Italia. «Poco prima della morte di Gianni, c’era stato un pranzo al Savini di Milano. Avevamo trovato un accordo. Il progetto era stato suggerito dai banchieri di Morgan Stanley, Paola Giannotti de Ponti e Galeazzo Pecori Giraldi. Gucci, che era già quotata, avrebbe fatto un aumento di capitale che noi avremmo sottoscritto conferendo la nostra società.

Tecnicamente, insieme, avremmo controllato il 60% del capitale del nuovo aggregato. La moda non sarebbe più stata la stessa. Gianni aveva 50 anni ed era all’apogeo. In Gucci Tom Ford, che in quel momento era lo stilista più brillante della nuova generazione, ne aveva 35. La loro azienda era condotta da Domenico De Sole. Dalla nostra parte, nel versante gestionale, c’ero io. Loro erano fortissimi negli accessori. Noi lo eravamo nei vestiti, sia da donna che da uomo. Una irripetibile combinazione di business e di persone».

[…] «Kering non sarebbe esistita. Perché il gruppo della famiglia Pinault, che prima si chiamava Ppr e che nel 2013 avrebbe cambiato il suo nome in Kering, ha avuto un passaggio evolutivo fondamentale quando, nel 1999, ha assorbito in maniera definitiva Gucci. Versace e Gucci sarebbero stati un campione nazionale vero. Con forza finanziaria, capacità produttiva, solidità logistica.

Saremmo arrivati ovunque», riflette Santo con dispiacere controllato, ma senza troppa nostalgia. E, così, quello sparo di 26 anni fa a Miami Beach illumina la traiettoria della successiva travagliata vicenda dell’impresa (fino all’acquisizione, nel 2018, da parte della società che possedeva già Michael Kors e Jimmy Choo, rinominata Capri Holdings) e soprattutto chiarisce una delle occasioni mancate della storia italiana. […]

Estratto dell’articolo di Giulia di GImberardino per vogue.it il 19 gennaio 2023.

Not Donatella Versace, THE Donatella Versace. “Icona, oggi, è una parola abusata”, scrive Emily Ratajkowski nel lancio dell'ultima puntata del suo podcast, High Low, “ma quando si tratta di lei, non esiste descrizione migliore”.

 «La moda era piena di regole. Dovevi indossare un elegante abito grigio o la gonna sotto al ginocchio con una borsetta, per essere accettata dalla società o per avere credibilità» ha raccontato la designer.

 «Gianni e io ci siamo resi conto che non era così, abbiamo realizzato che l'abito grigio è per gli uomini e veniva utilizzato come per dire “Guarda chi sono, sono potente e posso dirti cosa devi fare”. Ecco, noi donne non ne abbiamo bisogno. Dobbiamo far esplodere la nostra femminilità, il nostro io più profondo, la nostra personalità. Facciamo vedere chi siamo! Non si tratta di essere sexy, ma di essere donne».

[…] Dall'essere la bambina più elegante della scuola al diventare bionda dentro a 13 anni, dall'ultima telefonata con Gianni venticinque minuti prima che venisse ucciso alla responsabilità di prendere le redini di un'azienda, tutti gli strati della sua vita convergono nella consapevolezza. […]

 È cresciuta nel sud Italia, tra la boutique della mamma - una donna che si è fatta da sola - nel centro di Reggio Calabria ma è diventata grande all'interno di un'azienda. Non ha mai immaginato di fare altro ma forse avrebbe potuto essere un'insegnante, ha raccontato. Versace è nata in un periodo di fulgore della moda italiana, in un periodo in cui però l'imperativo era essere chic, «una parola che non apparteneva affatto al vocabolario di Gianni.  Ha sempre apprezzato il corpo delle donne, come la loro personalità. Voleva farle sentire sensuali, più sicure, a proprio agio. E il fenomeno delle top model è nato così.»  […]

«Cosa rende una donna Versace? La sicurezza. Non è una questione di bellezza, ma di consapevolezza della propria femminilità. È una donna che si sente a proprio agio nella sua “bitch era”, appunto.» «Ma ha anche un po' di attitudine italiana» ha aggiunto l'autrice del podcast. […]

Dagospia il 13 dicembre 2022. Da “Un Giorno da Pecora”

Santo Versace si racconta a Un Giorno da Pecora. L’imprenditore, fratello di Santo e Donatella, ora attivo nel mondo delle produzioni cinematografiche, oggi è stato ospite in studio della trasmissione di Rai Radio1, dove ha parlato della sua vita a 360°. Nella sua lunga carriera nel mondo della moda, lei ha conosciuto le donne più belle del mondo: si è mai innamorato di una di loro? “Innamorato mai, ma ho avuto tante storie con donne bellissime, anche famosissime top model. Tutto però – ha sottolineato Versace a Rai Radio1 - prima di conoscere mia moglie”. 

Lei ha avuto anche un altro ‘flirt’, seppur breve: quello con la politica. “Sono sempre stato un socialista, democratico, mai comunista. Nel 2008 però mi chiamò Berlusconi per propormi di servire il Paese, al di là della colorazione politica”. 

A sinistra nessuno le offrì di fare il parlamentare? “Si ma mi chiamavano persone inopportune, non voglio fare nomi ma se vuoi Santo Versace lo chiami direttamente…” E alle ultime politiche chi ha scelto? “Ho votato per il Terzo Polo, nel mio collegio c’era Calenda quindi ho votato per lui. Ma mi convince allo stesso modo anche Renzi”.

Da esperto di stile e appassionato di politica, ci può dire come valuta il look della premier di Giorgia Meloni? “Mi piace molto, ha uno stile adeguato, lo stile Armani, quello della donna in carriera”. 

Nel suo ultimo libro ‘Fratelli racconta di come si è arrivati al testamento di suo fratello Gianni: prima la vostra impresa era al 45% di Gianni, al 35% sua e al 20% di Donatella. Col testamento il 50% è diventato di Allegra, figlia di Donatella, il 30% suo e il restante di sua sorella. “Non è stato un problema, siamo stati fortunati da aver tanto di più di quello che serve”. Pochi giorni prima della morte, Gianni però le disse che avrebbe voluto modificare quel testamento.

Probabilmente quel testamento era frutto di qualche scambio di convenevoli tra me e lui su qualche spesa. Mi ricordo che dopo una splendida sfilata pranzammo a Firenze, a casa sua, poi dovevamo partire per Parigi e lui mi disse ‘devo cambiare il testamento, quando torno lo cambio, non ti preoccupare’”. Come se la modifica dovesse andare maggiormente a suo favore? “Per come me l’ha detto penso che quel testamento era una cosa superata”. 

Parlando di sua sorella, lei ha scritto che in pubblico Donatella sentiva il bisogno di ignorarla quando raccontava la vostra “storia comune’. “È un racconto legato al passato – ha detto a Rai Radio1 Santo Versace -, nella realtà dei fatti però io sono uscito dalla Versace e lei lavora ancora lì, questi sono i fatti”. Andate d’accordo? “Io vado d’accordo con tutti”. Allora farete il Natale insieme? “Dalla morte di Gianni non lo facciamo quasi mai le festività insieme – ha concluso l’imprenditore a Un Giorno da Pecora - io sono in Calabria e lei quasi sempre in America”.

Giovanni Terzi per “Libero quotidiano” il 12 dicembre 2022.

«I rapporti tra fratelli non seguono regole precise. Piuttosto, seguono le onde della vita.

Ci si unisce e ci si disunisce, ci si allontana e ci si riavvicina. Si naviga a vista. Calma piatta o mareggiate. Qualcuno che casca fuoribordo e qualcuno che lo riacciuffa. 

Si arriva in porto navigando en souplesse o si è costretti a scappare, inseguiti dagli squali. Se devo dire qual è stato e qual è tuttora l'aspetto più straordinario della mia vita, più ancora dei risultati ottenuti, mi ha entusiasmato la navigazione. Ho seguito il vento, ho seguito il vento della nostra famiglia. Ho imparato a vivere dai miei genitori, ho incoraggiato i progetti di Gianni e poi di Donatella, ho protetto il nostro patrimonio». 

Con queste parole Santo Versace introduce il senso del suo libro "Fratelli", Rizzoli Editore, nato venticinque anni dopo l'uccisione del fratello Gianni, stilista ed imprenditore e fondatore della casa di moda omonima, tra i più rivoluzionari di tutti i tempi, capace di stravolgere il mondo della moda.

«Quel 15 luglio del 1997 quando mi arrivò la notizia della morte di mio fratello Gianni entrai in qualcosa che mi stravolse la vita. Ero morto assieme a Gianni».

Come hai saputo di ciò che era successo?

«Stavamo preparando la sfilata a Roma in Piazza di Spagna quando all'improvviso mi dissero che mio fratello Gianni era stato ferito e poi, dopo pochi minuti, che era morto». 

Quale è stata la tua reazione Santo?

«Nella immediatezza dissi "Gianni è immortale", non so perché ma fu la prima cosa che mi venne in mente». 

Pochi giorni fa è mancato Antonio D'Amico, storico compagno di suo fratello. Aveva ancora contatti con lui?

«Antonio ha sempre avuto buoni rapporti con me, nel periodo passato con Gianni e anche dopo. Al tempo della loro unione vivevano in simbiosi, erano sempre insieme e Antonio rendeva mio fratello un uomo felice: non avrei potuto non volergli bene. Dopo la tragedia io mi sono rinchiuso in me stesso».

In che senso Santo?

«Nel mio libro "Fratelli" lo racconto bene: andavo a dormire nel letto di Gianni, è stato un vero e proprio trauma. In quel periodo ciascuno di noi era ripiegato sul suo dolore, e ci siamo allontanati anche con Antonio, però ...». 

Dimmi Santo...

«Quando sono ripartito e ho deciso di scrivere il libro per superare Miami, la prima cosa che ho fatto è stato riprendere i rapporti con Antonio, ma in realtà non li avevamo mai interrotti, solo che ognuno ha vissuto la tragedia a modo suo, siamo due persone che in questa tragedia hanno sofferto in maniera enorme, in maniera incredibile, ognuno nel suo. Ma appena c'è stata l'occasione ci siamo risentiti con affetto». 

Perché hai deciso di scrivere questo libro Santo?

«Innanzitutto è stato terapeutico per me rileggere ed affrontare una serie di traumi vissuti, tra cui la morte di Gianni. Questo è stato possibile dopo l'incontro con Francesca, oggi mia moglie, avvenuta nel 2005. 

Francesca mi ha insegnato ad amare, ho ricominciato a vivere e posso dire serenamente che mi ha salvato la vita; questo libro è un atto d'amore nei confronti di mio fratello Gianni. Una delle cose per me sconvolgenti era che Gianni aveva battuto pure la malattia. Tutto andava a gonfie vele e la "Versace" si stava quotando in borsa oltre che aver programmato la fusione con Gucci e poi, tutto d'un tratto, il buio fino all'arrivo di Francesca». 

Fu amore a prima vista?

«Sì. Amore assoluto subito: venne con sua mamma in ufficio da me ed appena la vidi scattò immediatamente un sentimento. Devi poi pensare che io ho avuto una sorella, Fortunata, mancata a soli dieci anni per una peritonite, che nacque il 10 novembre, la stessa data di nascita di mia moglie Francesca. Quando scoprii questo, mi dissi che era un altro segno del destino». 

Tu che rapporto avevi con tuo fratello?

«Eravamo la metà della stessa mela ed avevamo solo due annidi differenza di età. Abbiamo fondato assieme l'azienda, lui stilista ed io imprenditore, forse io ero un po' il saggio e lui l'eterno bambino con una capacità creativa che non aveva eguali, ancora oggi Gianni è dentro la mia vita». 

Con Donatella che rapporto avevate?

«Gianni ed io eravamo la squadra, sempre assieme, nostra sorella Donatella è molto più giovane di noi, un'altra generazione, ed è stata, la sua nascita, come un dono di Dio dopo la morte di Fortunata».

La politica è sempre stata una tua passione: hai iniziato da giovane nel partito socialista. Come mai?

«L'impegno civico mi è sempre appartenuto come desiderio ed ho sempre pensato che la politica potesse essere la più alta forma di carità esistente.

Naturalmente se per politica parliamo anche di impegno per gli ultimi. A Reggio, la mia città, è stato importante impegnarmi per gli ideali in cui credevo». 

E poi? Sei stato anche deputato nel PDL: sei rimasto deluso?

«Non posso dire di alcuna delusione ma posso certamente riscontrare che la mia personalità non si addice per l'impegno politico». 

Perché?

«Ho iniziato a lavorare con mio padre a sei anni e mi considero un uomo del "fare" ed oggi con la nascita della nostra Fondazione Santo Versace (mia e di Francesca) anche del "dare". "Fare" e "dare" sono la stella polare del mio agire e non sempre le ho trovate in politica. Anche se, in tanti anni, ho incontrato molti politici appassionati». 

Quindi mai più politica?

«La faccio da libero cittadino».

Quale è il compito della vostra "Fondazione Santo Versace"?

«Tre parole: aiutare i fragili. Il simbolo della Fondazione è quello di due mani che compongono un cuore: sono la mano mia e di Francesca che non si lasciano mai. Anche adesso, dopo diciassette anni di vita assieme, quando camminiamo per strada ci teniamo la mano. Da qui l'idea di un segno che appartenesse al nostro modo di essere». 

E questo lavoro di aiuto per i fragili come si declina?

«In due modi: uno diretto su progetti che abbiamo selezionato noi ed un altro, come accadeva per Altagamma, sostenendo le Fondazioni che stanno già prodigandosi a fare del bene». 

Mi faresti qualche esempio?

«Sosteniamo, per esempio, la comunità Nuovi Orizzonti di Padre Davide Banzato e Chiara Amirante e l'oratorio inclusivo fondato da Don Aldo Buonaiuto. Dall'altra parte sosteniamo attività che in qualche modo possano rieducare, con un progetto dal nome "Made in Carcere", chi si è macchiato di un crimine e sta scontando la propria pena». 

Una vita piena di progetti quindi Santo?

«Proiettata, con amore, verso il futuro. In tutto questo non abbiamo citato la nostra casa di produzione cinematografica Minerva fondata nel 1953 da Antonio Curti ed oggi gestita, assieme a noi, da Gianluca Curti. È diventata sempre di più una realtà internazionale sino a vincere, nell'ultimo Festival del Cinema di Venezia, due leoni d'argento nella categoria Documentari. Una grandissima soddisfazione per tutti noi».

Sai Santo, in ogni parola che tu hai pronunciato in questa intervista declamavi il tuo grande amore per Francesca. Non vi manca avere dei figli?

«Grazie al lavoro della Fondazione noi siamo pieni di figli che sosteniamo. Questo fa crescere ogni giorno il nostro amore». 

A me vengono in mente le parole di mia madre sull'amore "amare e generosamente dare", è forse proprio in questo che Francesca e Santo Versace hanno trovato la chiave della loro felicità.

Antonio D’Amico, l’uomo che amò fino all’ultimo Gianni Versace. Maria Teresa Veneziani su Il Corriere della Sera l’8 Dicembre 2022

All’età di 63 anni è scomparso nella notte del 6 dicembre. Santo Versace il fratello dello stilista ucciso: «Nel segno dell’amore voglio ricordare Antonio, perché quello tra lui e mio fratello è stato grande»

Fu il grande amore di Gianni Versace e il suo compagno dal 1982 fino alla tragica scomparsa nel 1997. Antonio D’Amico è morto nella notte del 6 dicembre all’età di 63 anni. A dare la notizia è stato il suo amico e manager Rody Mirri. Proprio Antonio fu il primo a soccorrere lo stilista assassinato davanti alla sua villa, Casa Casuarina, con vista sul mare di Miami Beach, in Florida. Da mesi combatteva contro una malattia che si è rivelata fatale e che ha affrontato con grande forza e coraggio, racconta chi gli era vicino. Originario di Mesagne, nel Brindisino, dal 2002 viveva a Manerba del Garda, Brescia, dove aveva fondato una casa di moda che portava il suo nome, chiusa dopo tre anni. Dal 2002, insieme con alcuni soci avviò la gestione del ristorante «La Carera», cessando però l’attività dopo qualche tempo per tornare a occuparsi di moda nel ruolo di designer. Un anno fa aveva inaugurato la nuova linea di abiti sartoriali, Principe di Ragada.

La sua vita è stata segnata dal legame con il grande stilista: si erano incontrati nel 1982 quando Antonio aveva appena 22 anni e non si erano più lasciati, fino alla morte di Gianni quella tragica mattina del 15 luglio. Si erano conosciuti al ristorante dopo la prima di un balletto alla Scala, di cui Versace aveva disegnato i costumi. L’ultimo pensiero era il più bello e anche il più doloroso: «La sera prima di morire eravamo in piscina quando Gianni mi abbracciò e mi disse: qualunque cosa succeda, ricordati che ti vorrò sempre bene».

«Non mi toglierò mai l’angoscia per ciò che è successo — si era sfogato —. Con me è stato buono, generosissimo. Vivrò bene grazie a lui, potrei stare nelle sue case ma non ci metterò più piede, sarebbe una sofferenza». Dopo la scomparsa, D’Amico ebbe dei contrasti con la famiglia dello stilista che a suo beneficio aveva lasciato un vitalizio e l’uso delle sue dimore. Lui però preferì ricevere la liquidazione in un’unica soluzione per iniziare la sua nuova vita e avviare la carriera di stilista di moda «senza copiare Gianni. Lui era unico». Ora però è proprio Santo Versace — appena uscito in libreria con l’autobiografia «Fratelli - il mio atto di amore per Gianni» (Feltrinelli) — a rendere omaggio al compagno del fratello stilista con un sentito ricordo. «Negli ultimi tempi ci eravamo parlati parecchio — ha dichiarato —, tanto che ero al corrente della sua malattia. Scrivere il libro è stato per me terapeutico, ma più di tutto è l’amore a guarire: se non avessi avuto mia moglie Francesca non so se sarei mai uscito dal trauma. L’amore è in grado di guarire ogni ferita. Ed è nel segno dell’amore che voglio ricordare Antonio, perché il suo e di Gianni è stato grande». Antonio e Gianni furono una delle prime coppie omosessuali a fare coming out ufficialmente e a vivere il loro amore pubblicamente. Nella serie dedicata all’assassinio dello stilista andata in onda su Fox, Antonio D’Amico è stato interpretato da Ricky Martin.

Da lastampa.it il 6 dicembre 2022.

È morto nella notte Antonio D'Amico, designer, ex modello e compagno di Gianni Versace fino alla sua scomparsa. Aveva 63 anni e da mesi combatteva contro una malattia che si è rivelata fatale. 

In questo periodo - dice chi gli era vicino - ha sempre dato a tutti un esempio di forza e coraggio. Antonio D'Amico un anno fa aveva inaugurato la sua nuova linea di abiti sartoriali, Principe di Ragada. A dare la notizia stamani il suo manager e amico Rody Mirri.

D'Amico fu il compagno di Gianni Versace dal 1982 fino alla sua tragica scomparsa nel 1997, e suo collaboratore alla linea sportiva della maison. Lo stilista aveva lasciato a suo beneficio un vitalizio e l'uso delle sue dimore. Tuttavia D'Amico preferì ricevere la sua liquidazione in un'unica soluzione e l'adoperò per lanciare la propria carriera di stilista. La casa di abbigliamento Antonio D'Amico, con sede e showroom a Milano, nonostante l'ottimo avvio, cessò l'attività dopo tre anni a causa di difficoltà gestionali-manageriali, ma D'Amico proseguì nella sua attività sotto altre forme fino alla fine.

Di carattere riservato, e in pessimi rapporti con i fratelli Versace, D'Amico negli anni successivi alla tragica morte di Versace ha rilasciato pochissime dichiarazioni e solo due interviste, di cui l'ultima a dicembre dell'anno scorso, ospite in tv di Serena Bortone, quando si è concesso alle telecamere, raccontando la sua storia. Su un punto, nonostante i cattivi rapporti, era in completo accordo con la famiglia Versace: il rifiuto totale della serie tv che raccontò la morte di Gianni.

L’incontro con Gianni Versace avvenne nel 1982 durante un balletto e fu un colpo di fulmine.  "Quando siamo stati presentati a cena ci siamo lasciati così - ricordò Antonio con gli occhi lucidi nel corso della trasmissione televisiva - poi dopo qualche mese (perchè io ero fuori per lavoro) in cui lui mi scriveva sempre, io mi sono fatto sentire e lui mi ha chiesto il perchè non gli avevo mai risposto. Ma io neanche avevo avuto modo di leggere i messaggi». I due furono una delle prime coppie omosessuali a fare coming out e a vivere il loro amore pubblicamente per ben 15 anni.

Fu Antonio, quel tragico 15 luglio del 1997, a ritrovare Gianni Versace: "Fu il giorno che ha tagliato in due la mia vita e la parte che è rimasta si è sotterrata. Quella parte ci ha messo molto a riprendersi, sono ferite che non si rimarginano completamente. Quella scena in cui io l'ho ritrovato nella mia testa non si è mai cancellata. La rivedo ancora oggi, Quella mattina voleva per forza andarsi a comprare i giornali, io mi sono alzato sono andato a giocare a tennis e l'ho saputo dopo che era uscito. Nessuno poteva immaginare questo. 

Un'esperienza tragica, che segnò ulteriormente la sua esistenza, già segnata drasticamente dalla morte della sorella Maria, deceduta davanti ai suoi occhi, quando Antonio aveva appena 16 anni, a causa di una malattia cardiaca congenita. 

Si aprì per Antonio in quel momento il baratro della depressione: «Non avevo più ragioni d'esistere. Non aveva senso nulla. Ho ingoiato medicine per morire. Avevo scritto anche una lettera di addio».

Solo alcuni anni dopo Antonio ritrovò l'amore, come lui stesso raccontò in quell'occasione: «Ho un compagno da 16 anni. Sono per le storie lunghe. Una volta che scegli di stare con una persona per me è per sempre. Lui sarebbe contento di vedermi così sereno».

Addio a D'Amico, l'ex compagno di Versace. "La mia vita si fermò quando sentii quei colpi". Si erano conosciuti alla Scala nell'82. Era in casa la mattina dell'omicidio. Daniela Fedi il 6 Dicembre 2022 su Il Giornale.

È morto nella notte tra ieri e lunedì Antonio D'Amico, 63 anni, compagno di Gianni Versace dal 1982 fino al delitto di Miami.

Nato a Mesagne, in Puglia, aveva scoperto alcuni mesi fa di avere una malattia che gli è stata fatale. Viveva ormai da tempo a Manerba sul Garda dove aveva avviato insieme con alcuni soci il ristorante «La Carrera». Dopo la chiusura del locale era tornato a occuparsi di moda lanciando una linea di abiti sartoriali da uomo chiamata «Principe di Ragada» per cui aveva aperto un piccolo atelier a Lonate del Garda. Fisico da modello e profilo da medaglia, Antonio aveva incontrato Gianni alla Scala dove uno era di casa in quanto melomane e autore di meravigliosi costumi per i balletti di Bejart, mentre l'altro coltivava appena possibile la sua passione per la danza classica. La scintilla scoccò di li a poco e i due non si sono mai più lasciati fino alla maledetta mattina del 15 luglio 1997 quando il serial killer Andrew Cunanan freddò Versace con due colpi di pistola sulle scale di Casa Casuarina, la sontuosa villa acquistata dal designer nell'Art Deco District di Miami.

I primi ad accorrere sul luogo del delitto furono proprio Antonio che stava per fare la doccia dopo aver giocato a tennis di prima mattina e il cuoco. «La mia vita si è come fermata nel preciso istante in cui ho sentito i due colpi di pistola» ci raccontò un paio d'anni dopo quando si presentò come stilista di una linea di abbigliamento per uomo e donna.

Purtroppo l'esperienza maturata nell'ufficio stile della linea istante by Versace cui Antonio dava un contributo creativo, non era sufficiente nemmeno per cominciare. Nel mondo della moda circolò subito una feroce battuta della serie «non basta andare a letto con il vocabolario per imparare una lingua». Dopo un paio di stagioni Antonio ebbe il buon senso di chiudere lo show room in piazza Baiamonti a Milano e di fermare le spese pazze per fare per sfilate piene di top e con musica eseguita dal vivo da Elton John. Evitò così di dissipare a tempo record la cospicua eredità che gli aveva lasciato Gianni: un vitalizio di 50 milioni di vecchie lire al mese e l'usufrutto, sempre a vita, di tutte le case dello stilista. D'Amico chiese agli esecutori testamentari di versargli l'intera somma in un'unica soluzione. Santo e Donatella fecero fare i calcoli nel modo più preciso ed equo possibile. I fratelli Versace furono talmente inclusivi da concedergli il posto d'onore al funerale di Gianni: accanto alla principessa Diana nel Duomo di Milano. Entrambi hanno sempre riconosciuto che lui era stato il grande amore del fratello, la stampella cui si era appoggiato nei duri mesi di lotta contro una rara forma di tumore all'orecchio che hanno preceduto quella tragica morte. Ci piace pensare che adesso si possano ritrovare nelle regioni spirituali della pace.

Da "Il Foglio" il 3 dicembre 2022.

Dopo la cessione della Versace a Cammi Holdinas. nel settembre del 2018, e il progressivo abbandono delle deleghe e della presidenza dell'azienda fondata col fratello Gianni nel 1978, Santo Versace si è ritrovato imprenditore, ha differenziato gli investimenti, messo a segno da distributore il colpaccio di "Saint Omer' di Alice Diop all'ultima Biennale Cinema (Leone d'argento, Leone miglior opera prima). 

Una settimana fa ha presentato la fondazione che porta il suo nome e che ha sviluppato con la moglie, l'avvocata Francesca De Stefano, destinata a chi "vive in condizioni di fragilità e disuguaglianza sociale" (primi due finanziamenti per la Cittadella Cielo di Frosinone, della Comunità Nuovi Orizzonti e la parrocchia San Nicolò di Fabriano di Ancona. E poi c'è la sua versione dell'assassino del fratello Gianni, degli anni difficili che ne seguirono, delle cause per diffamazione intentate in tutto il mondo contro presunti e strampalati scoop sulle motivazioni dell'omicidio di Miami e tutte vinte.

C'è la storia della famiglia e quella di Donatella, la piccola di casa, e di sua figlia Allegra, la "principessa" dello zio Gianni, che ereditò la metà delle azioni, e c'è la storia di un'azienda che forse, non fosse stato per una certa epica discussione fra i due fratelli maggiori a pochi giorni da quei colpi di rivoltella, avrebbe avuto un destino diverso, quello che era peraltro già stato scritto: la fusione con Gucci, la quotazione in Borsa, il decollo del primo polo del lusso italiano. Il libro si intitola "Fratelli. 

Una famiglia italiana", lo pubblica Rizzoli e lo sta presentando per l'Italia Paola Jacobbi. In copertina ci sono Gianni e Santo Versace in barca. All'interno. il racconto della moda a Milano negli Anni Settanta e il ruolo di Walter Albini nella definizione della figura del designer come lo conosciamo oggi, oltre a molti retroscena fra cui uno, piuttosto intrigante, degli anni in cui Santo Versace fu parlamentare del Popolo delle Libertà e anche dei più fumantini e meno irreggimentabili (l'8 novembre del 2011 si rifiutò di votare il Rendiconto Generale dello Stato, innescando la crisi che portò alla caduta del governo Berlusconi IV). "Ho scritto questo libro per chiudere un'epoca, soprattutto la tragedia di Miami", dice. Ma in realtà dice molte altre cose. Come si può evincere da questo  abstract.

Ero appena stato eletto, chiesi a Berlusconi di poter organizzare una cena per promuovere Altagamma. La serata si svolse a Villa Madama. Ai tavoli il gotha degli industriali italiani, settore moda al gran completo, da Leonardo Ferragamo a Laudomia Pucci, da Carla Fendi a Claudio Luti, a Paolo Zegna. Sono seduto al tavolo principale, quello di Berlusconi. Al mio fianco c'è Paolo Bonaiuti. Vedo il suo nome sul cartellino del placement.

Poi vedo lui. Che era un uomo altissimo, tra l'altro. Impossibile non accorgersi della sua presenza. Nel giro di pochi minuti, prima dell'arrivo degli antipasti, Bonaiuti scompare come polverizzato dalla bacchetta magica di Harry Potter. Al suo posto c'è una ragazzina. 

Ci viene detto che è una cara amica delle figlie di Berlusconi, che è una grande appassionata di moda e che ha chiesto la cortesia di partecipare alla cena. Il nome?

Noemi Letizia. La rividi un anno dopo, su tutti i giornali, nella famosa fotografia che la ritraeva al suo diciottesimo compleanno. Santo Versace

Io, Gianni e l’Italia che ce la farà. Rita Cavallaro su L’Identità il 10 Dicembre 2022.

L’Italia è un paese straordinario e riuscirà a superare tutti i suoi problemi”. Se ci crede l’uomo che ha creato l’impero della Medusa, diventato l’icona italiana per eccellenza nel mondo, non può che essere così. Santo Versace, d’altronde, è stato fin dall’infanzia un visionario, capace di realizzare tutti i sogni di suo fratello Gianni. E Gianni Versace era il genio creativo, l’artista che ha cambiato il mondo, usando i “costumi” per affermare gli usi. Lo stilista che ha rivoluzionato la donna, che reso le super modelle simulacro in grado di incarnare la nuova libertà, scevra dalla connotazione sessuale. Gianni Versace è la divinità scesa in Terra per portare il bello. Ma uno spietato assassino l’ha strappato troppo presto al mondo, in quel terribile 15 luglio 1997, quando le immagini del corpo dello stilista riverso nel sangue davanti al cancello della sua villa Casa Casuarina, al civico 1116 di Ocean Drive a Miami Beach, furono mandate in diretta da tutti i notiziari internazionali, mentre migliaia di persone in lacrime si accalcavano sulla scena del crimine per portare fiori e biglietti. Il killer, che sparò due proiettili in testa all’icona della maison di moda italiana, in quel momento era un gigolò gay di 28 anni senza arte né parte, che voleva diventare grande. Negli ultimi mesi aveva ucciso quattro persone nella sua folle fuga disseminata da una scia di sangue attraverso gli Stati Uniti, tanto che il suo nome era finito nella lista dell’Fbi dei dieci ricercati americani più pericolosi. Il 27 aprile, a Minneapolis, Cunanan aveva massacrato a colpi di martello sul cranio il vecchio amico Jeffrey Trail, al quale aveva rubato la pistola, una Taurus 40. Con la stessa arma, il 3 maggio, sparò alla testa a David Madson, la sua seconda vittima. E partì per Chicago, dove il giorno dopo torturò a morte Lee Miglin. Il 9 maggio fu la volta di William Reese, un guardiano del New Jersey che il gigolò uccise soltanto per rubargli il pick-up, con il quale arrivò poi a Miami. Ma non era ancora abbastanza per Cunanan. Al serial killer serviva una vittima illustre, un nome simbolo che avrebbe potuto per sempre suggellare la sua fama e renderlo indimenticabile. Quest’uomo era Gianni Versace. Cunanan a Miami si mosse indisturbato per due mesi, durante i quali architettò l’omicidio. Probabilmente studiando le abitudini dello stilista. La polizia non lo individuò neppure quando il 7 luglio il killer andò in un banco dei pegni per impegnare una moneta d’oro da collezione rubata al ricco Miglin, la sua terza vittima. Nonostante Cunanan avesse compilando il modulo con i suoi dati personali reali e avesse indicato come domicilio l’hotel degradato in cui alloggiava, il commesso andò in ferie e non inoltrò subito il documento alla polizia. Così quel 15 luglio, il gigolò poté agire indisturbato: sorprese Versace mentre stava per entrare a casa e lo freddò con la Taurus 40. Dopo il delitto, il 23 luglio, una telefonata che segnalava un’effrazione in una casa galleggiante di Miami Beach portò all’operazione che si concluse con l’irruzione nella house boat, dove i detective trovarono Cunanan morto, riverso sul letto: si era sparato alla testa. Per venticinque anni suo fratello Santo, che con Gianni ha creato e reso grande la maison della Medusa, ha cercato il silenzio, ha esitato a parlare dell’omicidio, dei suoi sentimenti, quasi per mettere un muro che lo proteggesse, chiuso com’era in una realtà parallela dove Gianni non era morto. Ma oggi il fondatore della maison Versace rompe ogni indugio, nel libro Fratelli. Una famiglia italiana, edito da Rizzoli, in cui ripercorre la sua vita con Gianni e racconta particolari inediti nell’incredibile viaggio che li ha consacrati nella storia.

Santo Versace, perché ha scritto Fratelli?

Fratelli è un atto d’amore nei confronti di Gianni. È la storia della mia vita insieme a mio fratello.

Eravate molto legati, vero?

Io e lui siamo le due parti della stessa mela, le due facce della stessa medaglia. Ci completavamo, perché lui era il creativo eterno bambino e io il pragmatico vecchio saggio.

Quindi lei lo mitigava?

Non direi. La follia era reciproca, perché lui era il grande creativo, ma io su come fare l’azienda, sugli spazi da prendere, sugli investimenti da fare ero più pazzo di lui.

E siete partiti insieme. Non solo due fratelli ma anche capi di un impero che è diventato un’icona mondiale?

Noi siamo partiti per realizzare dei sogni. Gianni sognava e io andavo dietro ai suoi sogni. Lui voleva volare, ma io stavo attento che le sue ali fossero solide, che non fossero quelle di Icaro.

È bellissima questa immagine. E la sua voce traspare emozioni dopo tutti questi anni. Mi parli dei sogni di Gianni.

Il suo sogno era creare. Lui voleva fare le collezioni, sognava di fare belli l’uomo e la donna.

Si spieghi meglio.

Dice bene nella sua recensione Natalia Aspesi: Gianni va visto come un creatore di bellezza. Il suo sogno era rendere belle sia le donne che gli uomini. E addirittura è andato oltre ogni sogno, perché quello che ha fatto lui è straordinario. Ha tolto agli uomini tutti i problemi sui blocchi mentali, come l’introduzione dell’uomo senza cravatta. Lo ha liberato da qualunque legame, da qualsiasi lacciolo. E dato alle donne una libertà che non avevano prima, le ha rese libere di vestirsi e di essere se stesse fino in fondo. Ha dato loro libertà, bellezza, la vena erotica ma senza mai trascendere. È straordinario.

Gianni ha stravolto il concetto dell’angelo del focolare?

Lui quel concetto non lo intendeva neanche, perché ha avuto l’esempio di nostra madre Francesca, una donna che ha sempre lavorato, ha creato l’atelier, è stata sempre autonoma. Ha avuto un esempio di una donna libera e attiva.

Che per quei tempi in Calabria era un unicum, vero?

Infatti. Per questo Gianni ha sempre visto le donne come protagoniste. Come le ho viste pure io. Noi, grazie all’esempio di mia madre, abbiamo capito che le donne sono straordinarie e che sono meglio degli uomini. Con tutto il rispetto di mio padre Antonio, che era eccezionale, era un’altra persona che io ho amato e con il quale mi sono formato. Gianni invece ha imparato da nostra madre. E da questi due genitori straordinari sono nati due eccellenze straordinarie.

Mentre suo fratello creava le collezioni lei cosa faceva per lui?

Tutto il resto. Vede, la creatività non porta da nessuna parte se è da sola. Io ho creato le aziende, il commerciale, ho scelto tutti i negozi nel mondo, i più belli, mi occupavo della comunicazione, delle campagne fotografiche. Ho fatto tutto quello che serviva per far sì che la sua creatività si trasformasse in una realtà di successo.

E si occupava pure dei fidanzati di Gianni. Lei nel libro scrive che suo fratello si fidava così tanto di lei da chiederle anche di risolvere alcuni problemi privati. Scrive testualmente: “Mi chiese di liquidare fidanzati che stavano diventando molesti o che lui non sopportava più”.

È la dimostrazione che io gli risolvevo tutti i problemi. Ero suo fratello maggiore.

Vi siete mai scontrati su punti di vista differenti, perché magari lui voleva andare troppo oltre?

Tra i due quello che andava oltre ero proprio io. Lui sul piano della genialità e della creatività andava oltre il muro, oltre tutto, perché la genialità dalla fine del secolo scorso è stata solo Gianni. Non esiste nessuno come Gianni. Però io non mi fermavo di fronte a nulla. Ero un intenditore, colui che trasformava i sogni in realtà. Lui sognava, io realizzavo i sogni. E andavo oltre i sogni.

Ma il 15 luglio 1997 quei sogni si sono infranti per sempre. Cosa ha provato?

Con Gianni è morta anche una parte di me. Se riavvolgo il nastro nella mia mente, rivivo tutto. Lo struggente dolore della perdita di mio fratello. La violenza con cui la nostra famiglia, da sempre unita negli affetti e nel lavoro, è stata scaraventata nel lutto. Il vuoto, incolmabile, che Gianni ha lasciato nella storia della moda.

Cosa ricorda del momento in cui le comunicarono che suo fratello era morto?

Rimasi scioccato. L’unica cosa che riuscì a dire fu: “Gianni non è morto, Gianni è immortale”. Mi sono spezzato dentro, per mesi e anni, a cercare di capire l’incomprensibile. Nei primi quattro anni dopo la sua morte, quando potevo, nel fine settimana, andavo a dormire nella casa sul lago di Como, proprio nel suo letto. Lo cercavo, inconsciamente volevo riportarlo in vita. Il mio equilibrio era relativo, però ho sempre lavorato e cercato di andare avanti. Sono passati venticinque anni e ho capito che ricordare purtroppo non serve né mai servirà a comprendere né ad accettare, però ho anche capito che ripercorrere quei momenti è terapeutico e, in qualche modo, mi riavvicina al pensiero di Gianni e ne tiene viva la memoria fuori, nel mondo.

E come è riuscito a superare quella che è stata la tragedia più grande della sua vita?

Nella mia vita, in realtà, ho avuto due eventi tragici. La morte della mia sorellina Tinuccia, che aveva tredici mesi più di me, e la morte di un fratello, che aveva due anni meno di me. La sorellina l’ho persa quando aveva dieci anni per una peritonite. Lui me l’hanno portato via, ucciso a cinquant’anni. Quindi il primo trauma me lo sono trascinato, probabilmente senza capirlo, per tutta la vita. Dal secondo, se non fosse arrivata mia moglie Francesca, forse non ne sarei mai uscito.

Allora è stato l’amore a salvarla?

L’amore è l’unica cosa che ti libera dalle cicatrici, è l’unica cosa che ti può far guarire. Ed è stato l’amore che mi ha fatto rinascere.

Ci parli di Francesca De Stefano in Versace.

Io ho avuto la fortuna, diciotto anni fa, di incontrare una ragazza bellissima. Una brunetta calabrese, un peperino di Reggio Calabria, mia conterranea. Pensi che la nonna di mia moglie era cliente di mia madre. E la madre di Francesca era cliente di Gianni. Cioè ci conosciamo da sempre. Solo che lei è molto più piccola di me, abbiamo venticinque anni di differenza, e io non l’avevo vista prima, perché ero già partito dalla mia terra quando lei era bambina. Me la ricordo sul passeggino, si figuri.

Com’è scoppiato l’amore tra voi due?

Lei venne con sua madre a Milano, che aveva un appuntamento con me, perché voleva dei consigli. E si portò Francesca. Io vidi questa stupenda ragazza e poi da cosa nasce cosa. D’altronde, se guardi Michelangelo, Raffaello o Leonardo Da Vinci ti innamori dei suoi quadri. Ecco, Francesca è il mio quadro e io mi sono innamorato di lei. Quando è arrivata, Francesca ha agito con il suo amore, facendomi superare gli anni in cui sono sopravvissuto, ma non ho vissuto. Ora ho voglia di recuperare il tempo che ho perso.

E lo sta facendo felicemente con Francesca.

Sì, senza di lei non ci sarebbe stata la guarigione, non mi sarei mai ripreso da Miami, ne sono sicuro. E non ci sarebbe stato neanche il libro. Perché nel corso di questi anni, man mano che insieme ci liberavamo dal dolore, ho pensato che era arrivato il momento giusto di fare anche un atto d’amore verso Gianni e di raccontare quella che è stata la nostra galoppata insieme, il nostro percorso, la nostra straordinaria vita. La sua che si è fermata a 50 anni, la mia che durerà ancora per tantissimo tempo, perché io ora voglio vivere. Infatti nel libro, oltre a ripercorrere tutta l’infanzia e la camminata fianco a fianco con Gianni, vado anche oltre. Perché nell’ultima parte parlo del futuro.

Cosa c’è nel suo futuro?

Il cinema e l’amore per gli altri.

Lei infatti è presidente di Minerva Picture e con sua moglie avete istituito, l’anno scorso, la Fondazione Santo Versace. Ci racconti.

Sì con Minerva abbiamo vinto alla 79esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia il Leone d’Argento e il Leone della critica con il film Saint Omer, che in questi giorni è nelle sale. E nel segno del cinema, della cultura e dell’amore per il prossimo io e Francesca, che non abbiamo figli, abbiamo dato vita al nostro figlio più grande, quello che ci permetterà di aiutare tutti i fragili, sia i bambini che gli adulti, a prescindere dall’età. Vogliamo stare accanto a chi ha bisogno.

È questo l’obiettivo della Fondazione?

Con la Fondazione Santo Versace vogliamo lasciare una cosa nostra, che andrà oltre noi e ci rappresenti nei secoli a venire. È la continuazione di quello che ho fatto con Gianni, perché nel cinema c’è creatività, e puntiamo agli Oscar. Ci siamo messi nell’industria cinematografica perché vogliamo fare il grande cinema italiano, quello che è stato di Federico Fellini, di Vittorio De Sica, di tutti quelli che ci hanno preceduto vincendo l’Oscar. Dall’altra parte c’è la voglia di stare accanto ai fragili e aiutare chi ne ha bisogno, perché è una cosa che ci hanno insegnato i nostri genitori. Sia i miei che quelli di Francesca erano persone che hanno sempre dato. Abbiamo dei progetti in cui crediamo molto, sulla base del concetto che ho applicato nella mia vita, ovvero quello di fare sistema, collegare tutte le fondazioni virtuose, in maniera che lavorando insieme si possa fare con gli stessi mezzi molto di più.

Santo, se le chiedessi due parole che pensa siano in grado di riassumere tutto se stesso?

Sono due verbi: fare e dare. Fare significa costruire. La maison Versace, il cinema, la Fondazione. E la Fondazione è il dare. Noi siamo stati fortunati e ora desideriamo che la nostra fortuna torni a chi ha bisogno. Io ho attraversato tante vite, ma la vita che sto trascorrendo adesso e quella degli anni a venire sarà la più bella. Fare il cinema e avere una fondazione che porta il mio nome. Più di così, cosa si può volere dalla vita?

C’è una domanda su tutte che si è posto con insistenza in questi anni e alla quale non ha saputo rispondere?

Sull’assassino di Gianni. Nonostante Cunanan fosse entrato da mesi nel mirino dell’Fbi, fosse stato inserito nella lista dei fuggitivi più ricercati d’America, nonostante l’Fbi fosse a conoscenza del fatto che si trovava a Miami a partire dal 12 maggio di quell’anno, non venne fermato. E poi non saprò mai perché Cunanan scelse di uccidere Gianni Versace. Infine ci sono le domande sul destino.

Quali?

E se Gianni quella mattina non fosse uscito? E se una telefonata l’avesse trattenuto? E se non fosse stato da solo, ma con il compagno Antonio D’Amico? Sono tutti se, se, se.

A proposito di Antonio D’Amico. Il compagno storico di suo fratello è morto pochi giorni fa, dopo una lunga malattia. Non vi frequentavate più dopo l’omicidio di Gianni?

Alla morte di Gianni io e Antonio ci siamo allontanati. Lui e mio fratello erano inseparabili e, quella tragedia immane, che mi ha portato a chiudermi in me stesso, allo stesso modo mi ha spinto ad alzare un muro anche con lui. Poi ho cominciato a scrivere il mio libro e questo è stato il passo per riallacciare i rapporti con Antonio.

Eravate in contatto negli ultimi momenti?

Ci sentivamo spesso, sapevo che era malato. E la sua scomparsa oggi mi colpisce molto, perché lui rendeva felice Gianni e io non avrei potuto non volergli bene, visto che volevo davvero molto bene a Gianni. Sa, non esiste né in italiano né in altre lingue, un termine per definire chi perde un fratello o una sorella. Non esiste l’equivalente di “vedovo” o “orfano”. Eppure è un dolore immenso, che poco si conosce. Io lo conosco fin troppo bene.

Natalia Aspesi per “il Venerdì di Repubblica” il 28 novembre 2022.

Questa autobiografia non sarebbe forse stata scritta se l'autore non avesse quel cognome, o per lo meno non l'avrebbe intitolata Fratelli. Ed è infatti soprattutto il rimpianto di anni in cui lui, Santo, e Gianni e Donatella erano una cosa sola di affetto, complicità, business, successo, denaro: erano i Versace, protagonisti dei grandi momenti di splendore, tra la metà dei 70 e la fine dei 90, nel tempo cupo di stragi fasciste, rivolte studentesche, Brigate Rosse, eroina e poi quel flagello dell'Aids che molto colpì proprio il regno felice della bella moda. 

I Versace hanno perduto Gianni 25 anni fa, assassinato misteriosamente a Miami davanti alla sua villa; Donatella forse da tempo si è allontanata da Gianni, non ha voluto collaborare al libro e neppure leggerlo, e lui, tra le tante fotografie che accompagnano il testo, ne ha scelta una sola in cui c'è anche lei, i tre fratelli insieme, reperto dell'incancellabile antica fratellanza. Forse rimossa, certo molto rimpianta.

La ferita tra fratello e sorella si è aperta nell'orrore della tragedia di Miami con quel testamento forse azzardato (secondo Santo redatto dopo uno dei loro tanti litigi ma che col tempo sarebbe stato corretto) che lasciava il 30 per cento di tutta quella ricchezza a Santo, il 20 a Donatella e il 50 alla di lei figlia Allegra, adorata dallo zio Gianni, una bambina allora di 11 anni, troppo fragile per sopportare quella morte e quel peso assurdo di responsabilità e denaro. «Questo significava che fino al 2004, quando Allegra avrebbe compiuto 18 anni, Donatella avrebbe avuto virtualmente in mano il 70 per cento della società... Era troppa pressione per tutti». 

Chi c'era ricorda a Milano il funerale in Duomo di un uomo, Gianni Versace, 50 anni, non solo celebre per il suo genio, ma anche molto amato per la sua gentilezza e generosità. Dietro le transenne la folla dei grandi eventi, davvero commossa, assisteva alla sfilata della celebrità il lutto, la principessa Diana, che poco più di un mese dopo sarebbe morta tra i rottami della macchina distrutta a Parigi, al braccio di Elton John in lacrime, e Carolyn Bessette, moglie di John Fitzgerald Kennedy Jr. che con lui sarebbe scomparsa in mare due anni dopo, e Sting con la moglie e i tanti colleghi compreso il grande rivale, Giorgio Armani, e quelle top model da lui inventate, donne grandi di vistosa bellezza, le donne degli uomini ricchi, che decoravano la Milano da bere, la bella vita craxiana.

Naturalmente si brontolò e Don Antonio Mazzi "scatenò" una polemica sul fatto che non si sarebbe dovuto concedere il Duomo per le esequie di un omosessuale...

Gianni era stato molto coraggioso a dichiarare pubblicamente di essere gay. Oggi si direbbe fare coming out. Lui lo fece senza giri di parole nel 1995, in un'intervista con il mensile della comunità gay americana The Advocate. Santo cita Richard Martin, curatore del Costume Institute del Metropolitan Museum di New York: «Non c'è dubbio che l'identità gay di Gianni Versace sia parte integrante del suo lavoro come stilista».

Mentre lo stesso Gianni in un'intervista aveva detto: «Se un uomo commenta la bellezza maschile, per esempio di un divo del cinema, la gente penserà che è gay... ma per le nuove generazioni le cose sono già molto diverse, credo che tra qualche anno ci sentiremo tutti di commentare qualunque tipo di bellezza senza temere di essere etichettati in un modo o in un altro». Nel luglio 2011, Santo era ancora deputato del Popolo della Libertà, cooptato da Berlusconi nel 2008, «ci fu la discussione sul disegno di legge che avrebbe dovuto introdurre l'aggravante di omofobia nel codice penale. 

Venne affossato. Io mi ribellai. In aula fui l'unico deputato della maggioranza a farlo». Finì la legislatura nel gruppo misto. «Non mi sono più candidato. In conclusione è stata un'esperienza deludente». Ricorda un aneddoto a una cena da lui organizzata per gli industriali del settore moda, presente Berlusconi. Un invitato se ne va e al suo posto arriva una ragazzina, «ci viene detto che è un'amica delle figlie di Berlusconi che è una grande appassionata di moda. Il nome? Noemi Letizia. La rividi un anno dopo su tutti i giornali».

Ancora prima dell'assassinio di Gianni, si era cominciato a ipotizzare legami illegali dell'azienda. «Noi non avevamo nulla da nascondere. Siamo calabresi, non mafiosi. Nel 2010 in una trasmissione televisiva si parlava di un libro sulle infiltrazioni mafiose al Nord. Nel libro c'erano palate di fango contro di noi... Gianni sarebbe stato ucciso all'interno di un ipotetico fantasmagorico scontro con gente che nessuno di noi ha ma incontrato né conosciuto. L'anno della morte di Gianni avevamo pagato centoquattro miliardi di lire di tasse. Non proprio un comportamento da azienda alla canna del gas che si rivolge alla 'ndrangheta».

Reggio Calabria, una famiglia per bene. Nonno materno Giovanni, calzolaio, anarchico mandato al confino dopo i moti dei Fasci Siciliani, papà Nino commerciante di carbone e poi di elettrodomestici, mamma Franca, tipica donna italiana d'epoca, sottomessa al patriarcato per poter comandare con pugno di ferro la famiglia, la sua gestione e il suo denaro. Tutti ubbidienti, in più lei sarta di lusso e di successo, 15 dipendenti, le signore di Reggio in fila per le sue toilette. Nascono Tinuccia, che morirà bambina, e poi Santo, e poi Gianni, e anni dopo Donatella. «Se qualcuno si aspetta che io in qualche modo attacchi mio fratello, o mia sorella, resterà deluso. Pur nelle incomprensioni e nelle difficoltà di alcuni momenti, il legame resta profondo e sincero». 

Santo si laurea in Economia e commercio a Messina, Donatella, molto studiosa, in Lingue a Firenze. Gianni ha già scelto altro; adolescente va a Parigi con la mamma «a comprare i cartoni di Dior, Chanel, Chloé» (così usava allora, le sarte italiane rifacevano il lusso parigino) e poi la convince ad aprire accanto alla sartoria una massima novità, la boutique di prêt-à-porter, chiamata Elle, diventandone il buyer, con immediato successo. 

Sono i primi anni 70, il made in Italy ancora non esiste, lo stilista è solo il collaboratore di produttori di abiti, il più noto è il meraviglioso Walter Albini che per primo oserà mettersi in proprio. Ma a Reggio Calabria c'è questo giovane compratore di gran gusto, perché non farlo salire al Nord? Ricorda Santo: «Per aiutare Gianni a realizzare il suo sogno prendo in mano la situazione...». Solo un paio d'anni dopo «cominciai a impostare la Gianni Versace a tavolino, a modo mio... investimmo una cifra che oggi fa ridere, venti milioni di lire, diecimila euro attuali...».

A Milano li raggiunse anche Donatella e iniziò per loro, ma anche per le tante celebrità del lusso italiano, un'epoca di meraviglie: persino per noi giornaliste che, dedicandoci alla moda, venivamo allora mal giudicate dai colleghi, ma in compenso avevamo accesso a ricevimenti stupendissimi, a cene fantasmagoriche, a sfilate sempre più pazze, a sederci accanto alle celebrità, e alle famose cose firmate, le borse e i cappottini che tutte le ragazze sognavano e che a noi venivano regalate.

Tra il 1981 e il 1986, i Versace comprarono l'antico palazzo Rizzoli di via Gesù, 4.281 metri coperti, un cortile di 600, un giardino di 900. I grandi saloni immediatamente adornati da arte neo-classica e reperti archeologici e opere della transavanguardia, mentre nella palazzina di New York si moltiplicavano i Picasso, seppur i meno epocali, e nella antica villa di Moltrasio brillavano barocchismi di ogni tipo. Ospiti i divi americani, le celebrità del rock, chiunque fosse giovane e gay: e in mezzo noi invisibili, col nostro flute di champagne al lume di mille candele, un po' stordite e certo grate. 

Pur di avere quel magnifico palazzo, io, dice Santo, «ero pronto a batterlo all'asta sino a 19 miliardi di lire». Gianni si fidava di lui così tanto che più di una volta gli chiese di «liquidare fidanzati che cominciavano a diventare molesti o che lui non sopportava più». Il lungo amore, sino alla morte, era stato per Antonio D'Amico, citato dal testamento ma escluso dall'azienda. 

Santo Versace ha 78 anni, due figli di primo letto e quattro nipoti, una bella sottile seconda moglie, Francesca, 25 anni di meno, che ha rinunciato alla sua professione di avvocato dopo essere stata dirigente della Presidenza del Consiglio dei ministri, ispettore di Finanza pubblica al ministero dell'Economia. Lui se ne vanta moltissimo e nel libro abbondano le foto della coppia. Lui ha abbandonato il mondo della moda e adesso si occupa di produzione cinematografica con la Minerva film e ha già vinto premi ai festival.

La Gianni Versace è stata venduta anni fa agli americani per due miliardi di dollari, e si chiama ormai solo Versace, un marchio che vuole dimenticare il suo creatore: si vende Versace anche su Instagram. Donatella continua ad essere il volto e la consulente creativa dell'azienda, Allegra si occupa delle campagne pubblicitarie con grande successo. Credo che sia suo il palazzo di via Gesù. Il solo estraneo a quello che è stato il regno che ha aiutato a nascere e crescere, è lui, Santo. Il dolore per essere stato cancellato, dall'azienda e forse dalla famiglia, gli ha dettato questi ricordi.

Quirino Conti per Dagospia il 16 luglio 2022.  

Dalle nuvole si capiva che si era arrivati a Milano: diverse da quelle plateali, ricche e sontuose che ci si era lasciati alle spalle, a Roma. Mentre queste erano sobrie, concise, seppure estese sulla città come un campo da calcio.  

Tuttavia, il segnale più convincente era il tassista: pugliese, dalla pronuncia inconfondibile come in un cinepanettone, non appena sentiva un indirizzo che poteva sottintendere “Moda” o “Stilista” istantaneamente si trasformava in un jet ultrasonico per funzionalità ed efficienza.  

Poiché anche lui in quella fase diveniva interprete di un fenomeno che stava trasfigurando il territorio lombardo, in quegli anni settanta, quelli della transverberazione di una città tristanzuola in un redditizio concetto estetico. E tutti i suoi cittadini, nei vari ruoli e competenze, si formarono su questa nuova identità. Se non altro, almeno per entusiastica adesione. 

Tanto che persino quegli edifici non ancora del tutto allineati alla costosa bellezza del momento apparivano scenograficamente testimoni di una particolare Bohème delle origini, assumendo i caratteri di una specie di Bateau-Lavoir e di tenero reperto archeologico. Così gli alberghi, anche i meno prestigiosi, si fecero particolarmente ospitali e complici già di mille consegne, depositi, messaggi, depistaggi e segreti. 

In tutto questo Barbara Vitti, a quel tempo potente concertista del sogno di Armani e Galeotti, progettava e formava proprio allora un club di teste coronate che mensilmente, con un appuntamento serale ai tavoli del Toulà, riuniva la migliore stampa dell’ambiente. E se non era la migliore, di sicuro rappresentava la più potente e impicciona. Una specie di Congresso di Vienna che ridisegnava potentati, sovranità e linee genealogiche. 

C’erano sempre N. A. già con zazzeretta colore del grano, R. E. orgogliosa dei suoi ascendenti sefarditi, A. R. immancabilmente addobbata da santona brasiliana; l’austera C. V. con codino e tenuta d’attacco; C. B. di “Vogue Uomo”, severa come una badessa cistercense; P. G. la più tenera e distratta anche perché interamente proiettata dentro i segreti del burraco; poi a sorpresa, in qualche sera più scura e piovosa, magari nomi nuovi prossimi a esibirsi e a meritare magari, da tutte loro, un diniego sferzante o un plauso appena accennato.  

Non c’era F. S. non ancora stratega per conto di Condé Nast, e troppo giovane per mescolarsi a un simile battaglione già rodato e potente. Mancava anche A. P. che in solitaria – deposto il kilt – stava ascendendo al suo ruolo con stranezze stilistiche, combini inauditi e un suo particolarissimo potere, inconciliabile con l’ortodosso ossequio armanesco delle altre socie. Tutto passava per le loro manie e sulle loro lingue con sentenze assolute e cadute precipitose, regni da sostenere e corone da abbattere.

Non partecipava nemmeno A. M. allora incontestabile Pizia di ogni pedana, generosa suggeritrice nel bene e terribile distruggitrice nell’errore.  

Comunque, per quel club c’era sempre un posto in prima fila ovunque e senza alcun ripensamento: destinatarie di ogni “save the date” prima di chiunque altro e degli omaggi più sofisticati. Grandi, grandissime, come nessuna mai più, e soprattutto “caratteristiche” – cioè al limite quasi esilaranti –, come le definiva ogni volta Natalia Aspesi quando, all’uscita dal Toulà, le guardava nel loro insieme continuare a ciarlare nell’attesa di un taxi. 

Poi le stagioni cominciarono a scorrere troppo velocemente, tanto che il triste Giacomino Leopardi, con la sua operina sulla Moda divenne sempre più realisticamente interprete della scena. Fino a quella dura stagione che portò l’obbligo del lutto nel mondo della Moda per i molti che se ne andranno, fino al grande Versace, e mentre per troppe assenze si cominciavano ad avvertire i primi scricchiolii di un potere che era sembrato eterno. 

Come un bosco in autunno anche quel bosco di intelligenze iniziò a ingiallire e ad annunciare l’inverno. Barbara se ne andò niente di meno che dalla Sicilia, dove si era appena trasferita. Poi fu la volta di qualche compagno e di molti amici, per un virus che inesorabilmente marchiava il mondo dello Stile.  

Mentre ci si sfrenava ormai in pettegolezzi sempre meno ridanciani, fino al ritiro di quasi tutte in una città che ora non le conosce più. Malanni, tristezze, rimpianti. Milano divenne acida, e quasi francese dopo le troppe cessioni e i troppi inghippi creati da unioni insane e avventurose.

Ora ci si telefona molto: fingendo anche qualche impegno con ancora l’attitudine al dominio di quel che è scomparso. F. S. non c’è più, ci sono nomi nuovi, ma con poca eco e con un’aura di rispetto sempre meno radiosa – persino maschi con pochette a cascata.  

Di quel tempo e di quel Club non resta che il ricordo di pochi, mentre chi può si ricicla in qualsiasi lavoro, più per ossessione che per necessità. Come una volta quando un loro battito di ciglia voleva dire una svolta e per qualcuno anche la felicità del successo. In un autunno sentimentale che non si addice alla Moda.

Intanto, le più pervicaci e caparbie, dopo aver penetrato con sudore di sangue ogni segreto della rete, fingono ora di sentirsi pronte a disquisire di MFT, criptovalute e beni virtuali. E seppure il consumatore pare poco incline al Metaverso, loro no. E così terrorizzano la collega meno sperimentale sproloquiando su avatar e generazione Z.  

Pronte perfino a nuove eventuali consulenze del genere shopping ibrido. Mentre purtroppo, per qualche trentenne assuefatta al “nuovo”, tutto questo appare già perfino il prossimo “passato”. 

Quirino Conti per Dagospia il 13 luglio 2022.  

A perpetuo turbamento e vergogna degli sciocchi, il sapientissimo Paolo De Benedetti, curatore editoriale tra i massimi, scritturista infaticabile e onnivoro indagatore di ogni sapere biblico, concludeva il suo sguardo sulla vita affermando di non aspettarsi altro dal profondo silenzio dell’Assoluto che un sospiro, un solo piccolo sospiro, e un alef dal suo amatissimo Elohim. 

Giacché stimare che il silenzio non rappresenti che la negazione stessa della Parola è da sciocchi. E, nonostante la fatica di divulgatori e scienziati positivisti, ancora non si è riusciti a spegnere il bisogno di “altro” oltre l’orizzonte dell’esistenza biologica.  

Ecco perché si parla con timore di chi ci ha preceduto nel congedo dalla vita. Forse perché potrebbero ancora adombrarsi nell’ipotesi di un racconto inesatto o di una terminologia irriguardosa? 

Anche solo per questo, parlare di Gianni Versace con ostentata disinvoltura pone oggi, a distanza di venticinque anni dalla sua morte, in autentica soggezione quanti provano a farlo: non riuscendo ancora a pacificarsi con il dubbio terribile di un’eterna sparizione e del nulla.

Ecco allora i giudizi sommari, le conciliate sintesi biografiche, le azzardate analisi totalizzanti e, per chi le compone e le elabora, quasi il timore mistico di essere ascoltati e trascendentalmente riconosciuti.

Non è questa, infatti, la stagione dei cimiteri, la morte non si addice alla stilizzazione della Moda. Seppure... 

Questo per quanto riguarda il complesso e variegato rapporto con la memoria di Gianni Versace. Chi non ricorda, infatti, la drammatica immagine di sua sorella in gramaglie e con un crocifisso stretto tra le mani? 

Anche solo per questo, i venticinque anni da una simile violenza sono una data che necessariamente deve mettere d’accordo osannanti e critici. Tutti: su talento, genialità e sovvertimento di ogni luogo comune. Tanto che commuove come opinioni un tempo ardite, taglienti e mordaci trovino ora una così grande conciliazione con il mistero del suo silenzio e perfino con le ombre suscitate a suo tempo dalla violenza inumana del suo martirio. 

Chi può dire in merito di non aver ferocemente combattuto, nella sua coscienza, con l’evidenza di giustificazioni piuttosto traballanti? Forse per gelosia, per vendetta o rancore. E quella innocente vittima in un lago di sangue, intesa perfino per malafede come il capro espiatorio di una giustizia lontana, segreta e irragionevole.

Poi capita anche che parlare di abiti, lussi e facezie di fronte al suo essere divenuto ormai come il Commendatore del “Don Giovanni”di Mozart sia un’ipotesi che raggela. Un anniversario pubblico, dunque, che pone il solito problema: può mai esistere, oltre i sentimenti di ciascuno, un rapporto equilibrato tra Moda, giornalismo, pubblicità, memoria e persino dolore?  

Anche se per Saint Laurent si è potuto parlare e sparlare senza alcun limite: per scritto e per immagini. Così come per Lagerfeld. Assenti e senza più voce in capitolo, giacché entrambi vittime di una stagione che non ammetteva sospiri dall’alto, tantomeno richiami mistici, oltre la paolina “carne”.

Ma ora altre sono le disposizioni dell’intelletto verso il Cielo e verso chi è entrato nella luce tenebrosa della morte. 

Senza nulla togliere alla sua passione, alla sua dedizione e alla sua capacità di iperscrtittura, Versace fu un gigante della comunicazione: un nome-mito, un macrosuccesso. Alla sua morte si precipitarono verso il suo trono deserto epigoni innumerevoli, da Cavalli a Tom Ford, a Mattiolo e a moltissimi altri assatanati da quel serto neoclassico di gloria. 

La stampa più vorace pensò allora, dalla sera alla mattina, di sostituirlo con il fedele Antonio, il suo compagno: e così come si avventò su una sua ipotetica affermazione (da riempire senza troppi problemi, quel terribile vuoto), con la stessa famelica energia se ne fuggì delusa quando comprese che l’affare non si sarebbe mai concluso. Se non come avvenne tra le sontuose pareti domestiche.

Comunque, oltre tanto dibattere, una speranza ci resterebbe; escatologica e perfettiva, direbbero gli studiosi: che dalla sua meravigliosa Calabria celeste, dove ora vive felice e in pace, Gianni Versace in nessun modo si curi delle tante commemorazioni – talora colme d’ipocrisia – che gli si intessono intorno. 

"Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti", e non distraiamo i viventi da quella meritatissima eterna felicità, oltre tutto e tutti. Contro un faticoso vociare che non può più sfiorarlo. Ora che alla crudele Medusa ha sostituito il volto raggiante del Mistero.

Quirino Conti per Dagospia il 16 gennaio 2022.  

Tra il 14 e il 18 gennaio, Milano è tornata – con una minestrina particolarmente allungata – a presentare le sue volenterose collezioni Uomo. 

Presenze di rilievo? Forse neppure una decina. E come in tutte le feste comandate, il ricordo del passato torna crudelmente a mordere. Soprattutto per le assenze. 

Gianni Versace avrebbe oggi settantasei anni, se fosse ancora costretto a calcolare la vita con degli aridi numeri. Per noi terrorizzati terrestri, una quantità neppure eccessiva, a guardarsi attorno: dal momento che il consumo, pur inscenando ormai teatrini appena post-adolescenziali, sposta continuamente un po’ più in là il limite della giovinezza. 

Ma per Gianni Versace non possono esserci dubbi. Fu crudelmente strappato dalla vita in un triste giorno del 1997. E da un luogo tanto impietoso da potervi inscenare l’ultima dimora di un Imperatore della Decadenza. 

Lo vollero a quel modo, come un Tiberio a Capri, il cinismo degli adulatori e, su tutti, l'avidità della stampa e dei suoi emissari, per poter finalmente dare fondamento alle loro morbose elucubrazioni. Ma Gianni Versace non era così. 

A lui toccò il destino di chi deve espiare origine e natura: quasi in un ottocentesco melodramma. E dopo che in tanti provarono senza esito a indossare la sua faticosa divisa, è naturale domandarsi cosa ne sarebbe stato di quella masnada di cortigiani che – assieme alla plebe redenta dal craxismo – sembravano aver cancellato per sempre Dio e il suo Paradiso. Ma Gianni Versace non era così. 

Perché dopo di lui, per i suoi interpreti – fotografi e narratori – calò impietosa la mannaia del Tempo. Ma Gianni Versace non era così. 

Dovette forzosamente adattarsi a tutti i “neo” inventati da scribi logorroici, a tutte le ebbrezze concertate dai suoi orchestrali, a tutte le finalità imbastite dai suoi sceneggiatori, che rimbalzavano dall’America a Milano.  

La Moda era questa, purtroppo, già molto prima che si scoprissero le trame dei suoi più solleciti seduttori: s’introducevano indossatori consenzienti, come tanti “pesciolini” di corte, nei letti di chi si voleva. E da qualche tempo il danaro liquefaceva le opinioni.  

Finché non arrivarono la stupefatta innocenza di Gianni Versace e la sua dolorosa fatica da giovane immigrato. Purtroppo non c’è stato chi non abbia voluto mescolare la sua epopea con quella del Rocco di Visconti. Ma lui non era così: piuttosto, semmai, la sua è stata l’epopea di un nuovo Ludwig, costretto al titanismo da un sogno costante di redenzione. Perché Gianni Versace era così: un innocente che gli applausi della più servile Accademia resero l’ideale vittima designata del suo Tempo. 

Il movente ignoto, i colpi, il sangue: quando Versace fu ucciso da un serial killer. Nel 1997 Gianni Versace fu ucciso da Andrew Cunanan, un serial killer già autore di altri 4 omicidi: il movente non è mai stato trovato. Angela Leucci l'11 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L’omicidio Versace

 Chi era Andrew Cunanan

 Un movente mai trovato

Il 15 luglio 1997 una notizia dagli Stati Uniti attraversò rapidamente l’Atlantico, giungendo in Europa e soprattutto in Italia. Gianni Versace, uno dei simboli dell’eccellenza italiana nella moda, stilista audace dalla mente e dalla mano riconoscibilissime, era stato freddato da due colpi di pistola mentre faceva ritorno alla sua sontuosa residenza di Miami, Casa Casuarina. Fu ucciso da un serial killer, Andrew Cunanan, ma esistono ancora punti oscuri in questa morte, in primis il movente.

“È caduto ai piedi della villa che doveva essere il monumento alla sua vita e sarà invece, per sempre, il mausoleo della sua morte - scrisse all’epoca Vittorio Zucconi - È stato ucciso come un principe che stramazza nel suo stesso sangue a un passo dai suoi ori, dai suoi broccati, dai suoi vasellami, con la mano tesa verso il cancello mentre il sicario già gli punta alla nuca l'arma che l’ucciderà”.

L’omicidio Versace 

Nel 1997 Versace era uno dei grandi simboli del made in Italy. La sua carriera era stata fondata su una cifra stilistica unica, capace di affascinare alcune delle donne più in vista e potenti del mondo all'epoca, in primis Lady Diana, tra l’altro amica personale dello stilista che sarebbe scomparsa anche lei di lì a poco.

La mattina del 15 luglio 1997, Gianni Versace uscì di casa per una passeggiata, recandosi in edicola per acquistare giornali e riviste. Al suo rientro un uomo sconosciuto gli sparò due colpi alla nuca, fuggendo tra la folla e lasciando la sua ultima vittima vicino al portone di casa in un lago di sangue. Il primo a giungere, per chiamare i soccorsi, fu il compagno dello stilista, Antonio D’Amico, mentre qualcuno cercava di rincorrere il killer, che però si dileguò facilmente.

Chi era Andrew Cunanan 

Nel 1997 Andrew Cunanan, riconosciuto ben presto come l’assassino di Versace, aveva 27 anni. Viene descritto come un uomo di origini filippine colto e intelligente, che aveva sbarcato il lunario in diversi modi fino a quel momento, soprattutto sfruttando i suoi diversi alias costruiti nel tempo, facendo il mantenuto con alcuni omosessuali anziani e prestando favori sessuali a pagamento sempre con gay molto ricchi e in là con gli anni.

“Aveva abbandonato il college dalla California - si legge sul sito dell’Fbi - Era molto intelligente, parlava due lingue e fin dalla sua adolescenza aveva cercato di vivere una vita ricca e agiata. Aveva integrato i suoi guadagni con strani lavori qua e là prestando servizio come prostituto e impegnandosi in relazioni a lungo termine con omosessuali più anziani che avrebbero potuto inondarlo di regali e denaro”. Ma quello che non si sapeva pubblicamente fino a quel momento era che Cunanan fosse un serial killer: come riporta il Time, prima di Versace aveva ucciso 4 uomini.

Uno era un suo amico, Jeffrey Trail, 28 anni ed ex ufficiale di Marina, ammazzato a martellate. L’altro era un uomo di cui si era innamorato, un architetto 33 enne di nome David Madson, lasciato morire nei pressi di un lago in Minnesota. C’era poi Lee Miglin, 72 anni, marito di un'ex ballerina e famosa imprenditrice nel campo della cosmetica scomparsa nel 2022: l’uomo fu seviziato con un cacciavite e sgozzato con delle cesoie. Infine Cunanan uccise quasi per caso un custode cimiteriale, William Reese di 45 anni, per rubargli un pick up rosso che utilizzò per raggiungere la Florida.

Al momento dell’omicidio Versace quindi l’Fbi lo cercava già, ma il cerchio si strinse attorno al giovane killer solo dopo che uccise lo stilista. Al momento gli inquirenti pensavano che l’artista italiano fosse stato colpito da un sicario su commissione - il fatto che fosse appunto italiano fece ben presto pensare a un delitto di matrice mafiosa - ma ben presto gli indizi si rivolsero tutti su Cunanan.

Il New York City Gay and Lesbian Anti-Violence Project offrì una ricompensa a chi lo avesse catturato. L’assassino fu braccato in una caccia all’uomo che durò giorni. Alla fine, il 23 luglio 1997, Cunanan fu stanato in una casa galleggiante: l’uomo, vistosi braccato, si sparò un colpo di pistola in bocca, suicidandosi.

Un movente mai trovato 

Nessuno ha mai saputo perché Andrew Cunanan abbia ucciso Gianni Versace. Molte ipotesi sono state fatte sia nell’immediato che nel corso del tempo. C’è chi ha detto che il killer fosse diventato vendicativo pensando di aver contratto l’Hiv, ma quel che è certo è che Versace non fosse contagiato da quel terribile virus.

Non si sa neppure se ci siano stati mai contatti tra i due. La giornalista Maureen Orth ha ipotizzato in un libro, poi utilizzato nella seconda stagione di American Crime Story, che assassino e vittima abbiano avuto uno o due incontri casuali, durante i quali Cunanan avrebbe messo al corrente Versace delle proprie origini italiane - la madre di Cunanan era una donna italoamericana, che di cognome faceva Schillaci.

Sono tantissimi gli interrogativi sul caso che non sono mai stati spiegati. Qualunque segreto avesse l’assassino, se l’è portato nella tomba.

JONATHAN MAYO PER IL DAILY MAIL il 28 luglio 2022. 

Gianni Versace, 50 anni, è stato lo stilista più famoso e appariscente del mondo nel 1997. Nato a Reggio Calabria nel 1946, è diventato apprendista nell'attività di sartoria di sua madre da adolescente.

Nel 1978, aprì la sua prima boutique a Milano creando un marchio multimilionario che ha vestito alcune delle più grandi celebrità del mondo, tra cui la principessa Diana, Jennifer Lopez, Madonna, Elton John, Liz Hurley. 

Nelle parole dell'ex direttore di ‘’Vanity Fair’’ Tina Brown, Versace, con l'aiuto della sua amata sorella minore Donatella e del fratello maggiore Santo, "ha trasformato lo stile da prostituta in alta moda" introducendo un nuovo livello di gioielli di lusso, fortemente influenzato dalla sua passione per l'Antica Grecia, con design d'interni e arredi. 

Poi, nell'aprile del 1997, un prostituto di 27 anni di nome Andrew Cunanan si imbarcò in una follia omicida.

Domenica 27 aprile 1997

Sin dalla sua adolescenza in California, Andrew Cunanan ha vissuto una vita edonistica. Ossessionato dalla moda, bramava lo stile di vita ricco di molti dei suoi compagni di scuola - tra i quali era noto per le sue storie inverosimili e bugie - in un ricco sobborgo di San Diego. A metà dei suoi 20 anni ha spacciato droga, venduto merce rubata e ha lavorato come “marchetta”. 

Gli amici credevano che Cunanan avesse il potenziale per la violenza. Parlava spesso di andare in una "corsa omicida in cinque stati". 

Recentemente, Cunanan è diventato sempre più dipendente dalla cocaina-crack e dal suo comportamento irregolare. La polizia sarebbe poi arrivata a credere che potesse anche essersi convinto di essere sieropositivo.

Cunanan vola a Minneapolis dove litiga con un amico di 28 anni, Jeff Trail. Successivamente attira Trail nell'appartamento del suo ex amante, David Madsun. Lì prende un martello da carpentiere da un cassetto della cucina e picchia a morte Trail davanti a Madsun. Successivamente spara a Madsun, 33 anni, alla testa con la pistola di Trail, lasciando il suo corpo sulla riva di Rush Lake, Minnesota. 

Sabato 3 maggio

Cunanan guida per 400 miglia a Chicago fino alla casa dell'anziano promotore immobiliare Lee Miglin. Tortura Miglin, legandogli mani, piedi e testa con del nastro adesivo, prima di tagliargli la gola e pugnalarlo più di 20 volte con le forbici. Cunanan fugge a New York sulla Lexus di Miglin. Il movente dell'omicidio di Miglin, o se i due uomini si conoscessero, non è mai stato stabilito. 

Venerdì 9 maggio

GIANNI VERSACE

Cunanan desidera disperatamente scaricare la Lexus perché sa che lo collegherà a Lee Miglin, quindi guida nel New Jersey alla ricerca di un nuovo veicolo. Spara al 45enne custode del cimitero William Reese - una vittima casuale - e ruba il suo pick-up rosso. 

Cunanan guida quindi per 1.250 miglia fino a Miami, in Florida, dove sa che Gianni Versace ha una casa. Cunanan ha deciso che il famoso stilista sarà la sua prossima vittima. 

La polizia non è mai riuscita a stabilire un legame tra i due uomini, ma gli amici di Cunanan affermano che si erano conosciuti in un bar gay a San Francisco nel 1990, dove ebbero una breve conversazione. L'amico Anthony Dabiere ha detto che Cunanan tornò a casa quella sera "in alto come un aquilone per il suo fine settimana con Gianni Versace, parlando di tutte le cose che hanno fatto insieme, di tutto il trattamento sontuoso che aveva ricevuto". Era tutta una fantasticheria e l'inizio di un'ossessione fatale. 

Lunedì 12 maggio

Cunanan arriva a South Beach, Miami, e fa il check-in in un hotel economico, il Normandy Plaza, dando il nome falso di Kurt De Mars. Con il passare dei giorni il manager dell’albergo nota che Cunanan, che è sempre stato una specie di camaleonte, cambia costantemente aspetto indossando una varietà di parrucche. 

Cunanan passa il suo tempo a leggere e guardare materiale pornografico mentre aspetta che Versace arrivi a casa sua a South Beach. 

Giovedì 10 luglio

Gianni Versace sbarca a Miami per una vacanza di due settimane con il suo compagno da 15 anni, lo stilista e modello Antonio D'Amico. 

Versace era stato a New York per parlare con la società di gestione degli investimenti Morgan Stanley per far quotare la sua azienda in borsa. 

La coppia arriva a Casa Casuarina, la sua villa di 35 stanze a South Beach. Gianni ha acquistato la casa in rovina nel 1992 e l'ha trasformata in un palazzo italiano con incredibili giardini e fontane. Il suo amico Elton John una volta disse: "Gianni era così stravagante che io al confronto sembrava l'incarnazione della vita frugale e del sacrificio di sé". 

Venerdì 11 luglio

L'FBI ha ora collegato le uccisioni di Jeff Trail, David Madsun, Lee Miglin e William Reese a Cunanan e lo ha inserito nella loro lista dei Most Wanted, offrendo una ricompensa di $ 10.000 per le informazioni che portano alla sua cattura.

Cunanan ha finito i soldi, quindi è uscito da Normandy Plaza senza pagare il conto e ha vissuto nel furgone rosso rubato parcheggiato in un garage vicino a Casa Casuarina. 

In un fast-food di South Beach, il cameriere Kenneth Benjamin riconosce Cunanan dalla sua foto segnaletica nello show televisivo America's Most Wanted e chiama la polizia. Kenneth viene messo in attesa per così tanto tempo che quando arriva la polizia Cunanan se n'è andato. 

Più tardi quella notte Cunanan va al Twist, un famoso club gay di Miami. Sulla pista da ballo, un giovane gli chiede: 'Cosa fai?' Cunanan risponde: "Sono un serial killer!" e ride. 

Martedì 15 luglio

3:30: Gianni non riesce a dormire e scende al piano di sotto per telefonare al suo ufficio di Milano per parlare con l'amico e collega Franco Lussana dei piani per la nuova collezione. 

Poi chiama la sorella Donatella, 42 anni, all'Hotel de la Ville di Roma dove sta provando i modelli per uno show televisivo italiano chiamato ‘’Donna Sotto Le Stelle’’. 

Le fa così tante domande sullo spettacolo che Donatella dice con rabbia: "Gianni, non puoi aiutarmi da lì!" e riattacca. Dopo circa 20 minuti di ulteriori telefonate, torna a letto. 

Gianni ha molto per la testa e non solo affari. Ha litigato con una delle sue clienti più famose, Diana, Principessa del Galles. Aveva usato le foto di Diana e dei suoi figli William e Harry in un libro intitolato ‘’Rock And Royalty’’, in aiuto della Elton John's AIDS Foundation. 

Il libro includeva anche foto di modelli maschili seminudi. Diana era inorridita e si rifiutò di scrivere la prefazione. Elton le scrisse dicendo senza mezzi termini quanti soldi era costata alla sua fondazione. 

Diana rispose con una lettera formale e arrabbiata indirizzata a: 'Caro signor John . . .' 

Diana è ora in vacanza con Dodi Al Fayed su uno yacht di suo padre, il magnate di Harrods caduto in disgrazia Mohamed Al Fayed, nel Mediterraneo, con immagini e dettagli della controversa vacanza "romantica" che riempiono giornali e riviste di tutto il mondo.

8:15: Lasciando addormentato il suo compagno Antonio, Gianni si veste con una maglietta nera, pantaloncini a quadri grigi e bianchi e sandali neri. Prende la grande chiave dei cancelli di Casa Casuarina e parte per la sua normale passeggiata mattutina lungo Ocean Drive. Dall'altra parte della strada, Andrew Cunanan lo osserva, un berretto da baseball che gli copre il viso. 

8:30: Gianni entra in un negozio chiamato News Cafe e compra alcuni giornali e riviste, tra cui il New Yorker e Vogue. 

Ama avere riviste sparse per casa: le usa come ispirazione e le copre con post-it pieni di idee. 

Di ritorno a Casa Casuarina, il vicino e amico di Gianni, Lazaro Quinana, arriva per giocare a tennis con Antonio, che sta prendendo un caffè in veranda. 

8:45: Gianni torna a casa e raggiunge i gradini della sua magione. Dall'altra parte della strada, Andrew Cunanan si alza ed estrae la pistola calibro 40 che ha rubato alla sua prima vittima, Jeff Trail. 

Gianni sorride alla passante Mersiha Colakovic, italiana residente part-time a South Beach, e tira fuori la chiave per aprire i cancelli. 

Cunanan cammina dietro Gianni, allunga il braccio dritto e spara a Gianni sul lato sinistro del collo. È così vicino che la polvere da sparo segna la pelle di Gianni. Il proiettile gli recide istantaneamente il midollo spinale, rimbalza sul cancello di metallo e poi, in una bizzarra svolta, uccide un piccione sul marciapiede.

Un uccello morto è un simbolo della mafia, quindi questo in seguito porta a false speculazioni sul coinvolgimento della mafia nell'omicidio. 

Gianni cade a terra e Cunanan spara ancora, questa volta in faccia, il proiettile che gli si conficca nel cranio. Mersiha Colakovic, a meno di 10 piedi di distanza e l'unico testimone, osserva sbalordito l'assassino che mette la sua arma in uno zaino e se ne va con calma. 

"Cunanan ha continuato per la strada come se niente fosse", ha detto. (Inizialmente, la signora Colakovic ha richiesto uno pseudonimo quando ha rilasciato la sua dichiarazione alla polizia perché, è stato riferito, temeva che fosse stato un colpo di mafia.)

Il sangue ora scorre giù per i gradini della villa.

8:46: Lazaro Quinana corre fuori dai cancelli e trova Gianni sdraiato a faccia in giù. Viene rapidamente raggiunto dal partner di Versace, Antonio, che ha detto in seguito: "A quel punto, tutto è diventato nero. Sono stato trascinato via, non ho visto più.' 

Lazaro controlla il battito di Gianni e poi grida: 'Chi ha fatto questo? Chi ha fatto questo?' Mersiha Colakovic indica Cunanan che ora è a circa un isolato di distanza. 

Antonio grida: 'Laz! Vai a prenderlo!' Lazaro corre per la strada gridando: 'Bastardo! Fermatelo!' Cunanan inizia a correre e si infila in un vicolo, e Lazaro lo segue, ma quando Cunanan si ferma e gli punta la pistola, indietreggia.

8:48: Uno del personale di Casa Casuarina chiama i servizi di emergenza sanitaria: 'Un uomo è stato colpito. È Gianni Versace. Abbiamo appena sentito degli spari e siamo usciti. È sui gradini di casa'. 

Cunanan raggiunge il pick-up rosso dove ha dormito. Si cambia i pantaloncini e la maglietta e si mette dei vestiti nuovi. Il piano di Cunanan era quello di fuggire nel camion, ma vede un'auto della polizia e decide di scappare a piedi.

8:55 : Un'ambulanza arriva a Casa Casuarina e, sebbene i paramedici non riescano a trovare segni vitali, fissano un tutore al collo di Gianni Versace e tentano la rianimazione. 

La polizia impedisce ad Antonio di salire sull'ambulanza perché ha bisogno che descriva loro l'assassino. Gianni viene portato al Jackson Memorial Hospital di Miami. Sui gradini insanguinati viene lasciato un unico sandalo nero Versace.

9:15 : A Milano, il fratello maggiore di Gianni, Santo, riceve una telefonata da un assistente che ha sentito che il designer è stato colpito da una fucilata. Santo dice subito a Donatella: "Un pazzo ha sparato a Gianni, ma stai tranquillo che sta già andando in ospedale e loro si prenderanno cura di lui". Santo inizia a capire come far rimpatriare Gianni in un ospedale in Italia. 

Nel 1978 stava aprendo la sua prima boutique a Milano e ha continuato a creare un marchio multimilionario che ha vestito alcune delle più grandi celebrità del mondo.  

Nel 1978 stava aprendo la sua prima boutique a Milano e ha continuato a creare un marchio multimilionario che ha vestito alcune delle più grandi celebrità del mondo.

9:21 : I medici del Jackson Memorial Hospital dichiarano morto Gianni Versace. Antonio è così sconvolto che deve prendere un sedativo. La polizia di Miami ha trovato il pick-up rosso e la pila di vestiti di Cunanan ancora bagnati di sudore. 

All'interno del veicolo ci sono il passaporto di Cunanan, proiettili e un biglietto del banco dei pegni per una moneta d'oro rubata alla sua terza vittima, la casa di Lee Miglin. 

9:30 : Donatella Versace chiama l'ospedale di Miami e le viene detto che suo fratello è morto. Urla così forte che le modelle fuori dall'Hotel de la Ville la sentono. Donatella sviene e Santo la aiuta a portarla nella sua suite attico.

10:00 : Decine di spettatori si accalcano intorno all'ingresso di Casa Casuarina. Uno dello staff di Gianni sta pulendo i gradini. 

Presto diventano un memoriale improvvisato ricoperto di carte e fiori. Nel frattempo, gli hacker stanno cercando di entrare nei computer del Jackson Memorial Hospital per rubare le cartelle cliniche di Versace.

A Roma, 30 guardie del corpo scortano Donatella e Santo attraverso una mischia stampa fino a una limousine che li porterà su un jet privato diretto a Miami. 

11:00 : John Reid, il manager di Elton John, gli telefona nella sua casa per le vacanze nel sud della Francia per dirgli che Gianni è stato assassinato. Elton scrisse in seguito: "Ho acceso la TV in camera da letto e mi sono seduto lì, a guardare il servizio, a piangere". 

Gianni e Antonio sarebbero dovuti partire per stare con Elton e il suo partner, David Furnish, la settimana successiva. 

La notizia dell'omicidio raggiunge la principessa Diana sullo yacht di Al Fayed. È scioccata e sconvolta e crede che Versace sia stato ucciso da un terrorista. 

Diana dice alla sua guardia del corpo Lee Sansum: "Pensi che mi faranno questo?" 

Diana chiama Elton per chiedergli come sta affrontando la tragica notizia e si scusa per la loro lite: "Mi dispiace, è stato uno sciocco litigio. Restiamo amici.' 

18:00 : A Miami, la dottoressa Emma Lew, medico legale, esegue un'autopsia sul corpo di Gianni Versace. La polizia ha anche portato il piccione morto, quindi esamina l'uccello, trovando minuscoli frammenti di metallo del proiettile nei suoi occhi.

Ormai la polizia ha controllato le targhe di immatricolazione del pick-up rosso di William Reese. Il veicolo e il suo contenuto, oltre a una descrizione dell'uomo armato, indicano che Andrew Cunanan è l'assassino. Viene lanciata una caccia all'uomo a livello nazionale e la polizia e l'FBI cercano di trovare un motivo per l'omicidio di Versace. 

3:30 : Donatella e Santo arrivano a Casa Casuarina dall'Italia, dove i giornali sono dominati dalla morte di Gianni Versace.

Scrive La Repubblica: «Fu ucciso come un principe adagiato nel proprio sangue, con una mano tesa verso i suoi dipinti a olio, i suoi arazzi, il suo oro». 

Casa Casuarina è ancora circondata da folle, spettatori, troupe televisive, stampa e fan in lutto.

mercoledì 16 luglio

10:00 : il corpo di Gianni è stato portato dall'obitorio dell'ospedale al Riverside Gordon Funeral Home a Miami. Donatella e Santo ricevono gli effetti personali del fratello morto: $ 1.173,63 in contanti e una piccola immagine della Vergine Maria. 

Donatella veste il corpo del fratello pronto per la cremazione. La velocità con cui il corpo di Gianni viene cremato porta a ipotizzare che lo stilista fosse sieropositivo e che i suoi fratelli volessero evitare qualsiasi test per mantenere segreta la sua malattia e proteggere il loro marchio di moda.

La famiglia Versace ha negato con veemenza che Gianni fosse sieropositivo. Quella notte, quando tutti se ne sono andati, Donatella apre i cancelli di metallo di Casa Casuarina e bacia il punto in cui è stato ucciso suo fratello. 

Martedì 22 luglio

18 : Una settimana dopo l'omicidio, stanno per iniziare i funerali di Gianni Versace al Duomo di Milano. 

L'edificio è gremito di nomi famosi del mondo della moda, della musica, del cinema e del teatro. L'Aga Khan è lì, così come la top model Naomi Campbell insieme ai colleghi designer di Versace Giorgio Armani e Karl Lagerfeld. 

Donatella ha detto: 'Gianni è stato ucciso come un cane randagio. Voglio che abbia un funerale degno di un principe».

Centinaia di poliziotti e uomini della sicurezza circondano l'edificio. Una principessa Diana in lacrime è seduta accanto a un sconvolto Elton John e viene fotografata mentre lo conforta accarezzandogli la mano; entrambi indossano Versace in omaggio al loro amico. Tra sole sei settimane, Elton suonerà Candle In The Wind al funerale di Diana presso la Cattedrale di St Paul. 

A Elton e Sting è stato chiesto dalla famiglia Versace di cantare il 23° Salmo, Il Signore è il mio pastore, ma la gerarchia della cattedrale non è contenta che due non cattolici si esibiscano e quindi li ‘’interroga’’ prima della funzione per vedere se sono "adatti". '.

Elton ha scritto: "È stato orribile, come essere trascinato fuori davanti alla scuola dal preside durante l'assemblea". 

Alla fine, i sacerdoti danno il loro permesso e Sting ed Elton cantano, mentre Donatella e Santo piangono. 

A migliaia di chilometri di distanza negli Stati Uniti, continua la caccia all'uomo di Andrew Cunanan. 

mercoledì 23 luglio

15:35 : A Miami Beach, a circa cinque miglia da Casa Casuarina, un custode di nome Fernando Carreira e sua moglie stanno controllando una grande casa galleggiante azzurra di cui si prendono cura per un cliente. 

La serratura della porta d'ingresso è rotta e tutte le luci del soggiorno sono accese; i cuscini sono sparsi sul pavimento. Fernando dice a sua moglie: "Qualcuno è qui, proprio ora". 

Improvvisamente c'è uno sparo al piano di sopra e la coppia fugge, convinta di essere stata colpita. 

Mentre gli elicotteri televisivi sorvolano la casa galleggiante, una squadra SWAT della polizia arriva per stanare l'assassino. Ma una volta dentro scoprono Andrew Cunanan sdraiato sul letto in una pozza di sangue.

Si era sparato in bocca, usando la pistola che aveva usato per uccidere Gianni Versace. 

Andrew Cunanan non ha lasciato un biglietto d'addio, così tante domande sulla sua follia omicida sono rimaste senza risposta. La polizia ipotizza che credesse di essere già condannato a morte per essere sieropositivo e sentiva di non avere nulla da perdere per i suoi atti atroci.

Antonio D'Amico lavora ancora come stilista e vive con il suo compagno nella campagna italiana. 

Dopo la morte di Gianni, Donatella ha assunto il ruolo di direttore artistico del marchio, posizione che mantiene ancora oggi. 

Fu devastata dall'omicidio di suo fratello e disse a Elton John: "La mia vita è come la tua candela nel vento! Voglio morire!' Elton l'ha aiutata a liberarsi dalla dipendenza da cocaina e pillole.

Oggi, Versace rimane un marchio di moda leader a livello mondiale e ha un valore di oltre 670 milioni di sterline.

Santo Versace: «Io e Gianni eravamo pronti a firmare la fusione con Gucci». Stefano Righi su Il Corriere della Sera il 14 Luglio 2022.

«Eravamo due facce della stessa medaglia». Il progetto era estremamente ambizioso e li avrebbe portati in cima al mondo dell’industria della moda.

Il 15 luglio 1997 sui tre gradini davanti a Casa Casuarina, a Miami Beach, in Florida, non morì soltanto Gianni Versace , fenomenale talento creativo della moda italiana, ma anche uno straordinario progetto finanziario e industriale che avrebbe probabilmente cambiato il volto e gli equilibri internazionali nel mondo della moda.

Quel maledetto martedì

Quel giorno era un martedì. La settimana precedente, venerdì 11 luglio, a Milano, negli uffici della Versace in via Manzoni 38, Santo Versace, presidente del gruppo, aveva firmato con la banca americana Morgan Stanley un accordo per portare in quotazione, nella primavera successiva, il gruppo Versace attraverso un accordo con Gucci, allora guidata da Domenico De Sole e Tom Ford. L’accordo venne firmato da Santo Versace e da Galeazzo Pecori Giraldi, che aveva al suo fianco Paola Giannotti de Ponti. In quella medesima occasione Versace, davanti ai due banchieri, telefonò a Pier Francesco Saviotti, allora amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana con il quale si sarebbe dovuto incontrare la settimana successiva. Il progetto prevedeva infatti che Morgan Stanley e la Commerciale Italiana sarebbero stati i due lead del progetto di quotazione, a cui avrebbero partecipato, come co-lead, anche il Credito Italiano e Barclays. Il progetto era estremamente ambizioso e prevedeva la quotazione in Borsa della Versace nella primavera 1998.

L’acquisizione di Gucci per arrivare in cima al mondo

«Era un progetto straordinario — dice oggi Santo Versace, 77 anni —, che ci venne sottoposto da Morgan Stanley. Dal capitale di Gucci erano da poco usciti gli arabi di Investcorp e il momento era propizio per creare un polo mondiale del lusso a matrice italiana. Gucci era una vera public company. All’idea lavoravamo dal 10 marzo ’97. La quotazione sarebbe avvenuta a maggio ’98, tramite un aumento di capitale della Gucci e il conferimento della Gianni Versace. Il gruppo non sarebbe stato scalabile e sarebbe nata la prima realtà italiana, con marchi complementari e separati e una grande integrazione industriale. Gianni non si occupava di finanza aziendale, non ne voleva sapere. Era solo preoccupato di dare un futuro al gruppo. Dove vuoi che sia la Gianni Versace fra vent’anni, gli chiedevo? E lui: insieme a te, in cima al mondo. Per questo la quotazione piaceva a tutti».

Azienda famigliare nata nel 1972

Il rapporto tra i fratelli era molto stretto. L’azienda, una accomandita semplice, venne costituita a Reggio Calabria alla fine del 1972. Quattro i soci: Gianni, Santo e i loro genitori, Antonino e Francesca, lei sarta, lui commerciante. «Donatella inizialmente non c’era — spiega Santo — perché minorenne, andava ancora al liceo». Santo si era laureato in Economia e commercio nel 1968 a Messina e appena rientrato dal servizio militare come ufficiale di cavalleria aprì uno studio di commercialista.

«Il primo contratto da stilista di Gianni lo stesi io»

«Gianni firmò il suo primo contratto da stilista con Florentine Flowers, un’azienda di Lucca. Lo stesi io — ricorda Santo —. Poi arrivarono gli accordi con Callaghan, Genny, Complice, Alma, Spazio. Gianni era richiestissimo. Io lo seguivo facendo la spola, ma già allora mi portava via un terzo del mio tempo. Fu così che mi convinsi, tra la fine del 1976 e l’inizio del ’77 che era arrivato il momento di realizzare una linea autonoma, che portasse il nome di Gianni. Non era semplice. Ma trovai in Paolo Greppi, che a Novara aveva Callaghan e in Arnaldo Girombelli, che ad Ancona aveva Genny, Complice e Byblos, due partner importanti. Greppi e Girombelli erano pronti ad aiutarci, mettevano a disposizione le linee produttive, ma vollero che io mi trasferissi a Milano per occuparmi di tutto. Così lasciai Reggio e affiancai quotidianamente Gianni. Lui si occupava della moda, delle collezioni, io di tutto il resto. Eravamo due facce della stessa medaglia, una mela tagliata a metà. Aprimmo la prima boutique al 20 di via della Spiga in franchising nel marzo 1978, prima ancora della sfilata inaugurale della nostra maison: fu un successo incredibile».

La sorella Donatella comincia ad affiancare Gianni

Il gruppo era organizzato in quattro società. Due erano produttrici, dove i soci industriali avevano il 60 per cento, una si occupava di distribuzione e qui erano i Versace in maggioranza e poi c’era la holding Gianni Versace, interamente controllata dalla famiglia. «Negli anni entrò in società anche Donatella, che affiancava Gianni nella parte creativa. Erano i due vice presidenti, con deleghe operative, mentre dal ’72 al 31 dicembre 2018, quando vendemmo al gruppo Capri holdings, io sono stato l’unico presidente del gruppo e fino alla morte di Gianni anche l’unico amministratore delegato e direttore generale».

Morì un talento o straordinario talento e un visionario progetto

L’avventura dei Versace, una galoppata di 25 anni iniziata nel 1972 e conclusasi sui tre gradini di Casa Casuarina, fu un successo globale. Rivoluzionò il mondo della moda, della comunicazione, svelò il corpo dello star system e creò l’idea della top model. Nel 1997 il gruppo sfiorò i mille miliardi di lire di fatturato, fermandosi a quota 973, oltre 502 milioni di euro. «Eravamo nel pieno della forza creativa di Gianni — conclude Santo —. Quell’anno pagammo 104 miliardi di lire di imposte e l’accordo con Gucci ci avrebbe dato un’ulteriore spinta alla crescita». Due colpi di pistola interruppero il sogno.

Porsche.

Opel.

Ferrari.

Il Lingotto.

Pio Manzù.

Le più brutte.

Fiat Nuova 1100.

Lancia Thema.

Fiat Barchetta.

Fiat 131.

Fiat Marea.

Alfa Romeo 164.

Porsche.

Ferdinand Porsche, il padre fondatore di un mito. Ferdinand Porsche è il grande patriarca di quello che è uno dei brand più prestigiosi e importanti dell'automotive. Un genio e pioniere nel suo campo. Tommaso Giacomelli il 7 Agosto 2023 su Il Giornale.

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 Dalla scuola alla passione per l'elettricità

 L'avvicinamento al mondo delle automobili

 Dalla Austro-Daimler all'autonomia

 Porsche si trasferisce in una segheria

Il nome Porsche ha oltrepassato ogni barriera, collocandosi in una dimensione scillintillante ed esclusiva, dove pochi altri possono affacciarsi. Le sportive vetture tedesche sono un sinonimo di eccellenza costruttiva, di affidabilità e, soprattutto, di velocità. Le auto di Zuffenhausen sono in grado di riempire gli almanacchi sportivi con vittorie sofisticate e straordinarie, dalla 24 Ore di Le Mans alla Parigi-Dakar, contribuendo a rendere il campo delle quattro ruote tanto epico quanto emozionante. Come ogni grande avventura che si rispetti, c'è un principio, un inizio e la scintilla che ha dato la vita a questo indistruttibile marchio è opera del suo fondatore, Ferdinand Porsche. Un genio assoluto e un visionario per la sua epoca. Scopriamo la vita e le gesta di uno dei grandi pionieri dell'automobile.

Dalla scuola alla passione per l'elettricità

Ferdinand Porsche nasce a Maffendorf (oggi Vratislavice nad Nisou) nel 1875, a pochi chilometri da Liberec, nella Boemia settentrionale. La sua famiglia è cattolica di costume calvinista, con il padre che è un conosciuto mastro lattoniere, proprietario dell’omonima officina di lattoneria. Sono anni nei quali le professioni vengono tramandate di padre in figlio, investitura che solitamente spetta al primo genito. Ferdinand, però, è il terzo figlio di Anna Ehrlich e Anton Porsche, mentre il più grande della prole è il fratello Antonius Ferdinandus. Quest'ultimo, tuttavia, muore in giovane età per un incidente sul lavoro, così l'attività del padre finisce improvvisamente nelle mani di Ferdinand. Il ragazzo frequenta la Staatsgewerbeschule, la scuola professionale di Liberec, seguita dall'apprendistato nell'officina di famiglia. Tuttavia, nel cuore di Ferdinand l'amore non sboccia, questa attività lo annoia, tanto che il ragazzo si guarda intorno. Lo incuriosisce con particolare attenzione la fabbrica Ginzekey, uno stabilimento tessile tra i più importanti della Boemia, e a pochi passi dalla sua officina. Lì vengono prodotti tappeti e coperte, ma quello che lo cattura non è il prodotto in sé, ma la sua lavorazione. Una folta schiera di macchinari che operano in modo instancabile grazie all'elettricità.

Dunque, Ferdinand inizia a seguire dei corsi di elettrotecnica, cosa che il padre giudica una perdita di tempo, mentre la madre dà pieno appoggio alle aspirazioni del figlio. Grazie alle conoscenze acquisite in quei corsi serali, il giovane Porsche riuscirà a portare la corrente anche nella casa paterna. Dopo la fabbrica Ginzekey, l'abitazione dei Porsche diventa il secondo edificio della città a possedere l'elettricità. È scoppiata la passione. Affascinato da questo nuovo mondo, Ferdinand lascia il suo posto in officina al fratello Oskar e muove verso Vienna, per iscriversi all'università e seguire le lezioni di elettronica. Non riuscirà a portare a termine il suo percorso di studi, ma le conoscenze acquisite gli permetteranno di entrare nella Béla Egger Electrical Company, dove sperimenta i primi motori installati direttamente nei mozzi delle ruote.

L'avvicinamento al mondo delle automobili

L'industria di fine '800 viene scossa dalla tempesta che si chiama automobile. Un'innovazione travolgente e dinamica, che rompe con gli schemi del passato. Tutta l'Europa è in fermento. Nel 1898 Ferdinand Porsche riesce a entrare nella K.u.K-Hofwagenfabrik Jakob Lohner & Co., azienda specializzata nella realizzazione di carrozze per l’imperatore austriaco e per tanti monarchi del Vecchio Continente. Ed è qui che Porsche si avvicina alle quattro ruote, perché già un paio d'anni prima del suo ingresso in squadra, l'ingegner Lohner aveva iniziato la produzione di veicoli a motore. Il primo progetto di successo si chiama Lohner-Porsche 1, ed è una carrozza provvista di motore elettrico a mozzo. L'embrione per la nascita della futura Porsche era appena stato formato. 

La Lohner-Porsche 1 viene costantemente perfezionata e aggiornata, infatti le vengono donati altri due motori elettrici insieme a due motori monocilindrici, che hanno il dovere di ricaricare le batterie durante il viaggio. Grazie a questa soluzione avveniristica, la vettura era in grado di percorrere 200 chilometri di strada. Siamo nei primi del '900 e, sostanzialmente, Porsche ha già sviluppato la sua prima elettrica a trazione integrale. L'automobile viene mostrata anche all'Esposizione Universale di Parigi, riscuotendo grande successo.

Dalla Austro-Daimler all'autonomia

Nel 1906 la nuova avventura si chiama Austro-Daimler, nella quale - con il ruolo di direttore tecnico - Porsche si ritaglia uno spazio importante, sviluppando delle monoposto da corsa in grado di sfrecciare a velocità inimmaginabili per l'epoca: oltre i 140 km/h. Durante il periodo bellico della Prima Guerra Mondiale, Ferdinand progetta persino dei motori aeronautici. Quando le armi sono deposte da tempo e siamo nel 1922, Porsche viene nominato Direttore generale della Austro-Daimler e la sua Sasha, macchina da corsa, si impone alla Targa Florio. L'anno seguente, dopo essere stato assunto dalla Daimler-Motoren-Gesellschaft di Stoccarda, a Ferdinand Porsche viene conferita la laurea honoris causa dalla Technische Hochscule. Nel 1931 è giunto il momento per Porsche di mettersi in proprio, fondando nel capoluogo del Baden-Wurttemberg lo studio di progettazione e ingegneria Dr. Ing. h.c. F. Porsche GmbH, Konstruktion und Beratug für Motoren- und Fahrzeugbau. La sede centrale viene issata nel cuore di Stoccarda, nella Kronenstrasse 24.

La Porsche finalmente è un'entità reale e autonoma. I primi anni lavorano nella fabbrica tedesca appena venti operai in modo artigianale, mentre in società si affaccia anche la figura del figlio, Ferdinand "Ferry" Porsche. In Germania, dal 1933, il nuovo cancelliere è Adolf Hitler, che in poco tempo diventa il dittatore del Terzo Reich. La croce uncinata arriva dappertutto e anche Porsche ne resta invischiato. Nel 1938 il Fuhrer gli commissiona un progetto basilare per la massificazione dell'auto, che prevede una vettura economica, pratica e per quattro persone. Porsche risponde con il Maggiolino della futura Volkswagen, che avrà una diffusione limitata prima della Seconda Guerra Mondiale, mentre le sue derivazioni militari (Kübelwagen e Schwimmwagen) arriveranno dappertutto. Nel 1939, finalmente, si vede la prima vettura a marchio Porsche, la Typ 64, una sportiva che trae ispirazione proprio dal Maggiolino.

Porsche si trasferisce in una segheria

I bombardamenti Alleati sopra le sue fabbriche tedesche obbligano Porsche a trasferirsi a Gmünd, in Austria. Qui, in una segheria, riparte la produzione delle sportive vetture teutoniche, che vengono realizzate esclusivamente a mano. Ed è sempre qui, nel cuore della Carinzia, che vengono assemblate le prime 356, prima del nuovo trasferimento a Stoccarda, nel quartiere di Zuffenhausen. Ferdinand, dopo aver passato un periodo di dura prigionia nelle celle francesi e, in seguito alla sua liberazione tramite cauzione pagata dal pilota Piero Dusio, ritorna a dirigere la sua azienda. Purtroppo, l'esperienza dietro alle sbarre ne mina lo spirito e il fisico, e nel 1951 muore a Stoccarda quando ha settantasei anni. L'eredità e l'azienda passano nelle mani di Ferry Porsche, che farà del sogno paterno un mito immarcescibile.

Opel.

Adam Opel, colui che non credeva nelle automobili. Adam Opel è il fondatore dell'omonima azienda che si è imposta nel campo delle quattro ruote. Gli inizi però sono stati molto diversi, con il patriarca scettico sulla bontà delle automobili. Tommaso Giacomelli il 3 Agosto 2023 su Il Giornale.

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 Macchine da cucire e biciclette firmate Opel

 La morte del fondatore e l'inizio della produzione automobilistica

Rüsselsheim am Main è un fortino dell'automobile. Nella cittadina tedesca bagnata dal fiume Meno, l'auto ha messo delle radici salde, come quelle di una quercia secolare. La prima grande fabbrica che qui ha posto la prima pietra è stata Opel, che troneggia dovunque con il suo fulmine, mentre in tempi recenti anche il colosso sudcoreano, Hyundai-Kia, ha fissato qui il proprio centro strategico per la pianificazione e lo sviluppo del mercato europeo. Per tutti, comunque, Rüsselsheim è la città di Opel e non è un caso. Qui il fondatore dell'azienda, Adam, è nato nel lontano 1837 quando le quattro ruote erano soltanto delle carrozze trainate dai cavalli. Il paradosso è questo: quando le prime vetture a motore iniziarono a circolare in Germania, Adam Opel le accolse con un scetticismo mordace, bocciandole in toto; peccato che poi il suo nome si sia legato inscindibilmente a loro.

Macchine da cucire e biciclette firmate Opel

Adam è il figlio di un fabbro, Philipp Wilhelm Opel, che ha la propria officina nel centro di Rüsselsheim. Quando raggiunge l'età idonea al lavoro si avvicina al mestiere paterno in qualità di apprendista. Destino analogo per i suoi fratelli Georg e Wilhelm, intenti a seguire le orme dell'ingombrante padre. Adam, tuttavia, ha sete di conoscenze e desidera ampliare il proprio bagaglio culturale viaggiando. Quando compie vent'anni si trasferisce prima in Belgio, poi in Inghilterra, senza tralasciare una fondamentale tappa a Parigi, la culla dell'Ottocento. Una volta pronto a rientrare nella propria città natale, la sua prospettiva di vita viene stravolta. Nel suo lungo peregrinare in Europa rimane folgorato dalle macchine da cucire, delle quali ha appreso segreti e virtù. Dunque, tornato stabilmente a Rüsselsheim, Adam Opel rileva un magazzino nel centro storico della cittadina dell'Assia e fonda la sua società, la Opel. È il 1862 e l'impresa si rivela da subito azzeccata. L'investimento in questo settore è tempestivo e assolutamente redditizio. Nel giro di pochi anni gli affari lievitano così tanto, che l'azienda cresca a dismisura. C'è la fila per mettere le mani sopra le grandi macchina di Opel.

Nel 1868 Adam si sposa con Sophie Marie Scheller, figlia di un locandiere locale, e mette su famiglia. Il legame tra i due sarà molto saldo e con una numerosa schiera di figli al seguito. I tempi sono propizi per fare un ennessimo allargamento imprenditoriale, così accanto alle macchine da cucito arrivano le biciclette. I velocipedi sono un altro settore dalla grande domanda e Opel non si fa trovare minimamente impreparato. A stretto giro di posta l'azienda di Rüsselsheim diventa uno dei maggiori costruttori di tutta la Germania, senza contare il successo nel campo delle macchine da cucire che ha permesso a Opel di essere leader in tutta Europa. Nel 1884 la Opel può festeggiare un traguardo prestigioso: 18.000 macchine prodotte in un anno.

La morte del fondatore e l'inizio della produzione automobilistica

Nel 1895 il patriarca Adam muore per una febbre tifoide, lasciando alla moglie e ai figli una grande eredità. Prima della sua dipartita ebbe modo di approcciarsi alla grande innovazione della fine del XIX secolo: l'automobile. Vedendo passare questi bizzarri veicoli non trainati da cavalli, o altre bestie da soma, ma alimentate da scorbutici motori a scoppio, Adam Opel ebbe a dire con disprezzo: "Questi aggeggi saranno solo giocattoli per milionari che non sanno come buttar via i loro soldi!". Previsione totalmente errata da parte di un uomo che ha sempre dimostrato intuito e lungimiranza, specialmente negli affari.

Due anni dopo la dipartita del marito, la vedova insieme ai suoi cinque figli maschi, intraprende l'avventura definitiva della propria famiglia: la fabbricazione delle autovetture. Carl, Wilhelm, Heinrich, Fritz e Ludwig Opel prima rilevano la Lutzmannfabrik e poi nel 1909, grazie alla collaborazione della francese Darraq, lanciano la prima utilitaria della loro lunga storia: la Opel 4/8 PS. Il resto è narrazione, la Opel è una delle più grandi realtà dell'automotive, malgrado lo scetticismo dimostrato dall'antico fondatore. Il blitz ha affrontato tragedie e crisi con la testa all'insù e adesso è uno dei principali marchi di Stellantis, un gruppo che parla anche francese come gli amici di Darraq. Per quanto riguarda il futuro, questo sarà ancora legato all'automotive, mentre il nome Opel campeggerà a Rüsselsheim, come fa da oltre un secolo.

Ferrari.

Quando il Drake fu "presunto colpevole". Alla Mille Miglia '57 una "Rossa" esce di strada, 9 i morti. L'Italia è sotto choc. Nino Materi il 6 Agosto 2023 su Il Giornale.

«Il Commendatore», «L'Ingegnere», «Il Mago», «Il Patriarca», «Il Grande Vecchio», «Il Drake». È lunga la lista di soprannomi che hanno accompagnato Enzo Ferrari in un'esistenza dipinta di rosso e profumata di pneumatici. Ma - nonostante su di lui siano stati scritti decine di libri - c'è un appellativo che è sempre rimasto in ombra, come una macchia d'olio per motore incrostata nell'angolo del garage: «Presunto colpevole». Addirittura di «omicidio».

No, Enzo Ferrari non è mai finito in carcere per essere stato corresponsabile di «una strage», ma per questo terribile reato fu processato. E assolto.

Un dramma vero, sconosciuto ai più, che Luca Dal Monte ha il merito di raccontare con piglio documentaristico nel libro «Ferrari, presunto colpevole» (Cairo).

Spiega l'autore: «È la vicenda poco conosciuta del processo per omicidio intentato nei confronti di uno degli italiani più famosi di sempre. Un processo che avrebbe potuto distruggere Enzo Ferrari, e cambiare così la storia (con la S maiuscola, e non solo sportiva) di questo Paese».

Seconda domenica di maggio 1957: durante la 24ª edizione della Mille Miglia, la «Rossa» guidata dal marchese spagnolo Alfonso De Portago esce fuori strada travolgendo un gruppo di spettatori che assistevano alla corsa, uccidendone nove tra cui cinque bambini; nell'incidente perdono la vita anche De Portago e il suo co-équipier, l'americano Edmund Nelson.

La gara, incredibilmente, non viene sospesa. I giornali titolano: «Vergogna, chi è il colpevole?». De Portago è morto. Serve un capro espiatorio. E chi meglio del costruttore dell'«auto killer?»: Enzo Ferrari, appunto. Che così si ritrova sul banco degli accusati in un'indagine tesa più che altro a calmare un'opinione pubblica scioccata dal dramma. A Ferrari vengono ritirati patente e passaporto, proprio come se al volante della «macchina assassina» ci fosse stato lui.

All'incriminazione per «omicidio colposo plurimo» si aggiunge l'anatema morale della Chiesa che sull'Osservatore Romano riserva all'imprenditore modenese un ritratto impietoso, definendolo un «Saturno ammodernato che divora i propri figli», dove «per figli» si sottintendono i piloti sacrificati sull'altare del dio denaro.

Le pagine scritte da Dal Monte corrono via senza mai far scendere il tachimetro dell'attenzione. Ritmo e accelerazioni non mancano.

Ultimo capitolo: «Il verdetto». Con l'imputato Enzo Ferrari «assolto per non aver commesso il fatto»: epilogo giudiziario prevedibile, ma non scontato. Siamo pur sempre in Italia...

Quando Enzo Ferrari fu accusato di omicidio plurimo. Nel maggio del 1957, durante la Mille Miglia, una Ferrari esce di strada e uccide 9 persone: sorge un assurdo processo a carico del costruttore, che è costretto a provare la sua innocenza anche se non era al volante. Paolo Lazzari  il 23 Luglio 2023 su Il Giornale.

Scala le marce il marchese Alfonso De Portago. Scorre veloce sul nastro d'asfalto, sospinto da un motore sontuoso. Slaccia un sorriso ogni volta che accelera, divorando le curve della Mille Miglia del 1957, nella zona di Mantova. La folla assiste rapita alla danza di quei bolidi che sfrecciano a due passi. Per la normativa di sicurezza citofonare più tardi, grazie. Viaggia, il nobile iberico, inconsapevole dello sfacelo che sta per generare. Sgasa in concomitanza di una svolta stretta. La vettura si imbizzarrisce. De Portago prova a riprenderla, ma sbanda. E si infila dritto in mezzo alla folla circostante, falciandola. Muore lui. Muore il copilota, l'americano Edmund Nelson. E perdono d'un tratto la vita altre nove persone, di cui cinque bambini. Una tragedia immane che scuote il circuito. Gara sospesa, ma soltanto dopo tre ore, alle sette di sera. Piloti che schivano i cadaveri. La carcassa della macchina che fluttua in un fosso. Il marchese - scena raccapricciante - tagliato a metà da un palo dopo essere stato sbalzato fuori. Lutto lancinante.

Ma quel che ne consegue è francamente bizzarro. Subito dopo i funerali sgorga la polemica. Va trovato un colpevole. Un capro espiatorio. Non certo De Portago, che è passato a miglior vita. Nemmeno chi lo coadiuvava dal sedile a fianco. Se di qualcuno deve essere la responsabilità, bisogna che sia vivo e vegeto per istruire un processo a suo carico. E quel qualcuno viene presto identificato in Enzo Ferrari, il costruttore modenese che ha plasmato quel sogno rosso. Le forze dell'ordine lo fermano, lo perquisiscono, gli ritirano persino il passaporto. Pare assurdo, ma è tutto reale. A processo per omicidio colposo plurimo. Anche se alla guida non c'era mica lui. Però la perizia tecnica ordinata dal tribunale è un pugno nello stomaco. Il mezzo era sufficientemente sicuro per viaggiare in quel modo? Apparentemente no.

D'un tratto Ferrari si sente protagonista involontario di un horror. Anche perché, accanto allo zelo dei giuristi, si moltiplica la furia del popolo, su cui soffiano da ogni lato. L'ossigeno maggiore per questa fiamma giunge dalla chiesa che - come ha ricordato Luca Dal Monte nel suo libro "Ferrari, presunto colpevole" - tramite l'Osservatore Romano fa saper che il costruttore è "Un Saturno ammodernato che divora i propri figli". Tradotto: manda al macello i suoi piloti, facendoli salire su vetture non sicure.

Del resto la perizia sembra rivelare chiaramente che quelle gomme lì erano inadatte. Che non potevano resistere alle sollecitazioni di una velocità come quella raggiunta dal mezzo. Quegli undici morti vanno giustificati. Enzo Ferrari, all'apice del successo, rischia di vedere sbriciolata in un amen la sua prodigiosa carriera. Non solo: se perde lo sbatteranno in galera per decenni, considerata la moltiplicazione della pena.

Si affida, allora, al luminare del diritto Giacomo Cuoghi. Insieme a lui predispone una inscalfibile memoria difensiva. Per scagionarsi dimostra dapprima che i periti del tribunale non possiedono le competenze tecniche richieste per emettere quel genere di verdetto. Poi imbastisce una contro perizia, riuscendo a dimostrare che gli pneumatici sono sì esplosi, ma mica per la sollecitazione della velocità. A bucarli irrimediabilmente è stato l'urto contro uno degli "occhi di gatto" che delimitano il centro della strada. Touché. Enzo è salvo in corner. Scansa quella raffazzonata ipotesi di responsabilità oggettiva e torna a respirare nel 1961, quattro anni dopo la tragedia.

Ma chissà che ne sarebbe stato della macchina più amata e invidiata al mondo, se lo avessero messo dentro gettando via la chiave.

Ecce auto. Il gelido pomeriggio del 1899 in cui nacque il mito del cavallo della Ferrari. Enrico Brizzi su l'Inkiesta il 22 Maggio 2023.

Alla guida della prima automobile mai comparsa a Modena c’è Fredo Ferrari, padre di Enzo. Enrico Brizzi racconta per HarperCollins la giovinezza del fondatore della scuderia nel primo volume di una saga dedicata al «Signore delle Rosse»

Appena Gisa si riebbe dalla meraviglia di vedere Fredo alla guida del De Dion, orgoglioso come l’auriga del mitico carro del sole, un pensiero la fece raggelare: quella voiturette dalla carrozzeria turchese doveva essere costata una fortuna.

Ormai s’era impadronito di lei l’orribile sospetto che il marito avesse sostenuto metà della spesa, indebitandosi a vita, e dal momento che in Emilia sono le donne ad amministrare le finanze di casa, sentì il sangue andare alla testa.

«Aspetta, Fredo!» gridò prima che gli ambasciatori del progresso si allontanassero tra due ali di folla. «Dov’è che corri?»

Il guidatore non le prestò attenzione, così Gisa si gettò in strada col figlio maggiore per mano e il piccolo Enzo stretto in braccio. Risalì senza complimenti il drappello dei Notturni, si fece largo fra mocciosi e quadrupedi, e appena riuscì ad affiancare il marito gli ruggì addosso:

«Non eri al lavoro, tu?». «Tesoro!» esclamò lui, meravigliato di trovarsela accanto e, rallentando l’andatura, le sorrise beato. «Hai visto?» domandò. «Alla fine ce l’abbiamo fatta!»

«Ti credevo in officina» protestò lei, marciando al passo con la vettura.

«Volevamo fare una sorpresa» bofonchiò suo marito, mentre Leonida decantava a gran voce le virtù degli automobili, gli scintillanti draghi dal fiato arroventato che s’apprestavano a colonizzare le strade d’Europa.

«È riuscita una carnevalata!» osservò lei con un cenno alla folla che li assediava, e subito si peritò di aggiungere: «Comunque ’sto trabiccolo fa una puzza orrenda».

Lui si strinse nelle spalle. «Butta un po’ di fumo» concesse, staccando la destra dal volante per salutare a sua volta i concittadini. «Ma non è una meraviglia?»

«Quante arie che ti dai!» osservò Gisa, irritata, e andò dritta al punto: «Giurami che non hai fatto debiti, boione!». «Ne parliamo a casa» mormorò lui, in un tono implorante che non si capiva se fosse un proposito o una domanda.

Allora lei allungò il fagotto dal quale sporgeva il visetto di Enzo verso il guidatore e mugolò esasperata: «Hai delle responsabilità, Fredo! Io sono quasi andata all’altro mondo per dare alla luce i nostri figli, e tu devi pensare al loro futuro!».

Fredo annuì grave, abbassando le palpebre sotto gli occhialoni. Il parto del maggiore era stato complicato, il secondo addirittura drammatico. Erano serviti due giorni e due notti, prima che la puerpera e il neonato fossero dichiarati fuori pericolo, e solo a quel punto lui s’era spinto all’anagrafe per denunciare la nascita di Enzo.

Rabbrividì nel ripensare a quei momenti, relegati in una piega angosciosa della memoria, e provò un bisogno fisico di guardare i suoi figli; sorrise a Dino, che filava di buon passo accanto alla vettura supplicando di essere preso a bordo, quindi rivolse uno sguardo colmo di tenerezza al piccolo di casa che, risvegliato dal trambusto, chiosava il battibecco dei genitori coi suoi versi di bebè.

«Se levi il pane di bocca ai bambini per soddisfare i tuoi capricci, giuro che ti strappo gli occhi.» Gisa riprese a tormentarlo. Fredo provò la tentazione di dare gas, ma al dunque si sporse verso di lei e sussurrò: «È stato Leonida a sobbarcarsi la spesa. Te lo giuro, tesoro».

«Spero per te che non sia una balla» lo minacciò Gisa, e aggiunse un’ottava sotto: «Ti crederò solo quando avrò visto i conti della banca». «E fammi un sorriso, bella donna!» la confuse Fredo. «Sei la moglie del primo automobilista della città! Non ci pensi che, un giorno, i nostri figli ne saranno orgogliosi?»

Gisa gettò un’occhiata alla gente che applaudiva da sotto il portico, e d’un tratto si sentì gravare addosso la mole di spiegazioni che avrebbe dovuto fornire nei giorni a venire. «Ne parleranno per mesi» esalò. «Lo verranno a sapere anche a Marano».

«Perdiana!» gridò di soprassalto Leonida afferrando la spalla dell’amico. «Quella bestia è impazzita!» e il guidatore realizzò che a man destra, venti passi avanti al muso dell’automobile, un campagnolo in cappa e gambali di cuoio stentava a trattenere per la cavezza un cavallo morello.

«Via, Gisa!» intimò Fredo. «Metti in salvo i bambini!» e, mentre lei trascinava la prole al riparo del colonnato, azionò con energia la tromba d’avviso.

Il cavallo, nell’udire quel richiamo, diede un nitrito disperato e imbizzarrì in via definitiva, quasi riconoscesse nella vettura che avanzava verso di lui un predatore mortale: provò a scalciare, fece scintillare il lastricato con i ferri che portava agli zoccoli e, per quanto i carabinieri dessero man forte al suo proprietario, trovò l’energia per scrollarsi gli uomini di dosso.

Leonida gettò a Fredo un’occhiata disperata. Fermarsi sotto gli occhi di tutta quella gente sarebbe stato uno scacco insopportabile. «Macchina avanti tutta!» Gisa sentì gridare mentre il morello, in preda al fomento, si rizzava sulle zampe posteriori.

«Non saranno le bizze di un animale a fermare la corsa del progresso!» Il guidatore azionò la leva del cambio di marcia, la vettura diede un rauco colpo di tosse e prese velocità; adesso filava scoppiettando verso Porta Bologna, e il corteo degli ammiratori non riusciva più a starle dietro.

«Il babbo va addosso al cavallo!» strillò Dino, e Gisa si avvide che anche il bimbo infagottato tra le sue braccia fissava la scena a occhi sbarrati. «Buono, Enzino» si raccomandò, scuotendolo dolcemente come faceva quando accennava un pianto.

«Va tutto bene» ma il piccolo non sembrava sul punto di frignare, anzi pareva ipnotizzato da quello spettacolo inaudito: gli sforzi degli uomini per ridurre il destriero schiumante alla ragione, i fasci di muscoli che guizzavano sotto il mantello corvino, una nuova impennata.

E, ancora, i versi striduli della tromba, le grida che salivano d’attorno, il tremore improvviso che sembrava scuotere il corpo di sua madre; finalmente, la traiettoria ampia della curva con cui Fredo, arrivando a rasentare i paracarri dei portici, passava con maestria al largo dal pericolo.

Quando si ha avuto la sorte di vedere cose straordinarie coi propri occhi non c’è bisogno di inventare nulla: fu così e in nessun altro modo, signore e signori, che in un gelido pomeriggio del 1899 l’automobile e il cavallo apparvero per la prima volta a Enzo Ferrari.

2023 Enrico Brizzi – Pubblicato in accordo con MalaTesta Lit. Ag. Milano

2023 HarperCollins Italia S.p.A., Milano 

Da “Enzo. Il sogno di un ragazzo” di Enrico Brizzi, HarperCollins464 pagine, 20 euro.

Il Lingotto.

Il Lingotto compie 100 anni: maggio 1923 - maggio 2023. Dario Basile su Il Corriere della Sera il 30 aprile 2023 

Progettato nel 1915 da Giacomo Matté Trucco lo stabilimento di via Nizza diventa presto uno dei principali esempi italiani di modernità architettonica. Le Corbusier lo definì «uno degli spettacoli più impressionanti che l’industria abbia mai offerto» 

Sono passati cento anni da quando, nel maggio del 1923, il re Vittorio Emanuele III inaugurava il nuovo stabilimento Fiat Lingotto. Il celebre architetto Le Corbusier considerava quell’edificio come «un documento per l’urbanistica» e, ancora oggi, quella costruzione rappresenta il passato e il futuro di Torino. Il Lingotto è il simbolo per eccellenza del passaggio dalla città fabbrica a quella postindustriale. Dove un tempo gli operai erano freneticamente impegnati ad assemblare componenti dei motori ed elementi della carrozzeria oggi le persone passeggiano spensierate tra vetrine, alberghi, ristoranti e aule universitarie. Un cambiamento radicale partito da lontano e che sembra essere giunto in qualche modo al suo compimento con la recente riconversione in giardino pensile e spazio espositivo della vecchia pista di collaudo sul tetto dell’edificio. Risalire a piedi la rampa elicoidale del Lingotto per giungere alla «Pista 500» è un’esperienza da consigliare. È un po’ come ripercorrere a ritroso la storia della città.

Progettato nel 1915 da Giacomo Matté Trucco lo stabilimento di via Nizza diviene ben presto uno dei principali esempi italiani di modernità architettonica tanto che Le Corbusier lo definisce: «uno degli spettacoli più impressionanti che l’industria abbia mai offerto». Quella struttura non è però solo interessante da un punto di vista architettonico, l’edificio rispecchia una nuova organizzazione del lavoro. Alla sua nascita è il più grande stabilimento europeo destinato alla produzione di serie. Seguendo l’esempio statunitense i dirigenti della fabbrica automobilistica torinese si rendono conto che per migliorare la produzione occorreva ridurre al minimo lo spostamento degli operai dal loro posto di lavoro. 

La pista sopraelevata fotografata nel 1966

Secondo il modello fordista, bisognava far procedere il prodotto in costruzione attraverso i vari reparti. La nuova fabbrica di via Nizza permetteva di concentrare in un’unica struttura le diverse parti del ciclo di lavorazione dell’automobile e rappresentava una nuova fase in quella costante ricerca di razionalità organizzativa inseguita dalla fabbrica automobilistica torinese fin dai suoi esordi. La lavorazione delle varie componenti dell’autovettura era suddivisa per piani e l’operaio della catena di montaggio era parte di un ingranaggio produttivo che non doveva mai interrompersi. Al primo piano avveniva lo stampaggio della lamiera, al secondo l’assemblaggio dei motori, al terzo la lavorazione degli ingranaggi, al quarto la verniciatura, al quinto montaggio e finiture.

A quel punto l’auto era pronta ma prima di essere inviata al reparto spedizione doveva essere sottoposta al collaudo sul tetto dell’edificio. Le rampe elicoidali rappresentavano il principale sistema di movimentazione verticale e collegavano le aree di produzione tra loro fino alla pista sopraelevata. L’ascensione dei manufatti ricordava in qualche modo i gironi danteschi e l’arrivo alla pista di prova delle automobili, appena assemblate, sembrava sottendere a una sorta di idea morale insita nello stabilimento. Quel circuito dove le macchine sfrecciavano a un passo dalle nuvole non poteva non ricordare il paradiso.

Di straordinario rilievo plastico la pista occupa l’intero piano di copertura delle officine. Lunga circa un chilometro e mezzo è formata da due rettilinei di 443 metri l’uno raccordati da due curve paraboliche. Il tracciato continuo viene progettato per sostenere il collaudo simultaneo di 50 automobili appena uscite dalla produzione.

Nella storia del Lingotto sono molti i modelli che sono transitati sul tetto della fabbrica: dalla Fiat 501 degli anni Venti fino alla Lancia Delta degli anni Ottanta. Fiore all’occhiello della casa automobilistica la pista era una tappa obbligata per sovrani, cardinali e uomini di cultura che negli anni si sono succeduti nella visita agli stabilimenti. Il giro panoramico sul tetto, per godere di una spettacolare vista su Torino, era il momento clou del tour della fabbrica. Quel privilegio, un tempo riservato a pochi, oggi è accessibile a tutti. La vecchia pista di collaudo è divenuta la «Pista 500», un polmone verde a 28 metri di altezza con più di 40.000 piante di oltre 300 specie autoctone diverse. Il nuovo spazio riconvertito è anche un ambizioso progetto di arte pubblica che abbellisce la Pista con un percorso espositivo curato dalla Pinacoteca Agnelli.

Il giardino pensile viene arricchito regolarmente con nuove istallazioni di artiste e artisti internazionali ideate appositamente per quello spazio. Il prossimo 4 maggio l’area accoglierà la nuova opera «Pistarama» dell’artista francese Dominique Gonzalez-Foerster che andrà ad aggiungersi alle installazioni già presenti sulla Pista. L’opera della lunghezza totale di 150 metri, prendendo spunto dalla storia politica e culturale di Torino, vuole celebrare il modo in cui le azioni collettive delle persone possono diventare agenti del cambiamento sociale. Non sappiamo se la classe operai andasse in paradiso ma le automobili certamente sì.

Pio Manzù.

Pio Manzù, un talento portato via da un beffardo destino. Pio Manzù è morto all'età di trent'anni in un incidente stradale, ma nella sua breve vita ha dato un contributo prezioso alla storia dell'automobile. Tommaso Giacomelli il 19 Marzo 2023 su Il Giornale.

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 Un talento precoce

 Pio Manzù, giovane ma prolifico

A maggio i giorni si fanno più intensi, la primavera raggiunge il suo massimo splendore, la natura è rigogliosa e basta puntare il naso all'aria aperta per assaporarne i profumi e i sapori. Le notti sanno quasi di estate, anche se talvolta una brezza freschina ti ricorda che non è ancora il momento di scoprirsi più di tanto. In una di quelle sere, come tante altre, Pio Manzù promettente e talentuoso designer anche di Fiat, allievo prediletto di Dante Giacosa, prende la 500 della moglie per tornare a Torino dalla Lombardia, sua terra di origine. All'altezza del casello di Brandizzo, quando le ore si fanno molto piccole, la vettura di Manzù sbanda e va fuori strada. La piccola utilitaria è accartocciata, il giovane viene estratto dalle lamiere ed è in condizioni gravissime. Nel viaggio in ambulanza, purtroppo spira. È il 29 maggio del 1969, Pio Manzù aveva soltanto 30 anni ma in tasca aveva un futuro scintillante. Il suo estro era baciato dalle stelle, ma un destino crudele lo ha spezzato quando per lui la stagione era ancora verde. Nella sua breve vita ha comunque lasciato il segno, il suo impatto nel mondo dell'auto è stato rilevante. Pensare che quella sera avrebbe consegnato ai vertici del Lingotto il suo progetto per la Fiat 127, quello che poi sarebbe stato premiato come vincente. In tutti i sensi, perché la compatta torinese sarebbe arrivata nelle catene di montaggio nel modo in cui lui l'aveva pensata e immaginata. Ahimé, questo trionfo non lo ha potuto assaggiare di persona, ma la gloria - seppur postuma - nessuno gliela può togliere. Chissà, quanti altri progetti avrebbe potuto dedicare all'automobilismo, e non solo. Ma sfortunatamente, non lo sapremo mai.

Un talento precoce

Pio Manzoni, detto Manzù, nasce a Bergamo nel 1939. È un figlio d'arte perché suo padre, Giacomo, è una delle figure più rilevanti della scultura italiana del '900. Pio, invece, è un talento in erba, ma si capisce fin da subito la sua stoffa pregiata. Dopo gli studi classici e la laurea all'università di Ulm, in Germania, presso la facoltà di disegno industriale, il giovane ragazzo si cimenta in svariati progetti, dagli arredi al design automobilistico. Dante Giacosa, deus ex machina della Fiat, lo vuole sotto la sua ala. Ha il desiderio di portarlo all'ombra della Mole per rinforzare la batteria di geniali designer di Torino. In molti al Lingotto non gradirebbero la figura di un esterno, quale sarebbe Manzù, ma devono ricredersi una volta visto il ragazzo all'opera. Nel suo primo anno di apprendistato è capace di sfornare un concept geniale, pionierstico e precursore del genere dei monovolume: si tratta del City Taxi. Piccola fuori e grande dentro, con delle soluzioni stilistiche brillanti, questo prototipo sarà la base per la futura 126, l'auto che andrà a sostituire la gloriosa 500. Vista la fama ottenuta con questo progetto, alla Fiat lo mettono alla prova con un compito ambizioso e stimolante: concepire la futura 127. Un'automobile importante e che dovrà dominare il mercato a livello continentale. Come detto, la sua idea sarà azzeccata.

Pio Manzù, giovane ma prolifico

In soli trent'anni, Pio Manzù è stato in grado di incidere profondamente nel settore del design, non soltanto a quattro ruote. Certo, le sue celebri creazioni per Fiat, che abbiamo elencato poc'anzi, sono eccezionali per modernità e per il linguaggio stilistico efficace e tagliante, ma il nativo di Bergamo è stato produttivo anche in altri settori. È suo il Cronotime, il primo orologio italiano a transistor, ancora oggi presente nel catalogo Alessi ed esposto al MOMA di New York. Stessa cosa dicasi per il portaoggetti della Kartell e la lampada Parentesi di Flos, vincitrice del Compasso d’Oro 1979 e tutt'ora nel catalogo dell'azienda. Manzù ha realizzato persino un brillante autobus per l’azienda tedesca Magirus-Deutz, oltre a sviluppare altri interessanti progetti per Piaggio, Olivetti, Autobianchi e NSU. Se quel maledetto colpo di sonno non lo avesso colpito in quella tragica notte di maggio del '69, chissà come si direbbe di Pio Manzù oggigiorno. Uno dei più brillanti e sfortunati geni d'Italia.

Le più brutte.

Le 10 auto più brutte di sempre secondo Walter De Silva: «La peggiore? La Tesla Cybertruck». Edoardo Nastri su Il Corriere della Sera il 28 marzo 2023

La top 10 fatta dal famoso designer, papà dell’Alfa Romeo 156 e dell’Audi A5. Nell’elenco auto da tutto il mondo, comprese due Fiat del passato

«Brutte e senza concetto»

Sgraziate, sproporzionate, senza funzione. In una parola: brutte. Di auto così se ne vedono molte, ma quali sono le peggiori della storia ? Lo abbiamo chiesto a Walter De Silva, uno dei più noti designer automobilistici del mondo, già capo dello stile di Alfa Romeo e del gruppo Volkswagen e papà di modelli come l’Alfa Romeo 156 o l’Audi A5. «La classifica sarebbe ben più nutrita di 10 modelli, ma ho voluto lasciare fuori quelli che, seppur brutti, avevano un concetto, una funzione e uno scopo. Insomma, quelli che erano brutti, ma intelligenti», ci racconta sorridendo il progettista.

Tesla Cybertruck

L’auto più brutta della storia è, secondo De Silva, il Tesla Cybertruck, l’ultimo pickup elettrico annunciato da Elon Musk che, dopo innumerevoli rinvii, dovrebbe arrivare sul mercato entro fine anno. «Non è un’automobile, ma un modo di esibirsi senza alcuna logica», spiega De Silva. «Lo vedi e manca tutto: non ci sono proporzioni, non c’è un concetto, solo spigoli messi a caso qua e là per apparire. Rispecchia bene i tempi che viviamo: si gioca a chi la spara più grossa così se ne parla, ma la sostanza sotto sotto non c’è. È come se Musk fosse andato al festival di Sanremo a cantare vestito nel modo più eccentrico possibile. Non importa se manca la canzone, si parla comunque di lui».

Gac M8

«Per la seconda più brutta voliamo in Cina: qui Gac, uno dei più grandi gruppi della Repubblica popolare, ha realizzato un capolavoro della sproporzione: la M8», racconta De Silva. «L’immagine spiega tutto, c’è ben poco da dire: bruttissima. La parte peggiore è la griglia frontale enorme, senza alcun senso». De Silva sottolinea come il vizio delle griglie smisurate stia prendendo anche diversi costruttori europei: «Da Lexus ad Audi a Bmw è tutto un proliferare di frontali sgraziati, ma qui almeno si risponde a logiche di mercato. Il caso di Gac è solo cattivo gusto».

Austin Allegro

Per la medaglia di bronzo andiamo indietro nel tempo: Inghilterra, 1973. «Di Allegro questa Austin ha solo il nome. Era una vettura pensata per la classe media, nata per rispondere alle esigenze di risparmio e spazio, ma il risultato è davanti agli occhi di tutti. Sgraziata e sproporzionata ha segnato un’epoca per la sua bruttezza». L’intenzione sarebbe stata quella di prendere il posto della BMC Ado 16 disegnata da Alec Issigonis, papà della Mini, il risultato estetico però fu penoso nonostante le oltre 660 mila unità vendute. «L’apice della bruttezza lo raggiunge nella versione familiare, dove si trasforma in una specie di van: guardare per credere».

AMC Gremlin

«Voliamo negli Stati Uniti per parlare della bruttissima AMC Gremlin. L’intenzione era realizzare un’auto a tre porte, forse shooting brake, per rilanciare il brand. Il risultato fu pessimo perché nacque un modello che effettivamente non apparteneva a nessuna categoria: era solo brutto».

Ford Anglia

«La Ford Anglia è una di quelle auto che non sono stilisticamente servite a nulla: voleva imitare le auto americane ma non ci riuscì e fortunatamente non venne importata in Europa». Un disastro dal punto di vista stilistico che venne presto sostituito da un modello azzeccato, ben presto di successo ed esportato in tutto il Vecchio continente: la Ford Escort. La Ford Anglia è apparsa anche nel primo film della saga di Harry Potter.

Fiat Argenta

«Un capolavoro di bruttezza. Era una berlina di medie dimensioni uscita nel 1981, molto molto triste nelle linee quasi sovietiche. Troppo squadrata, decisamente impersonale, avrebbe dovuto essere un’ammiraglia ma il risultato finale è quello sotto gli occhi di tutti». È stata prodotta fino al 1985 e poi sostituita dalla Fiat Croma.

Fiat Duna

«Credo che sia un’opinione comune: la Duna è stata una delle Fiat più brutte in assoluto. Nata per il sudamerica ma importata anche in Italia, veniva prodotta in Brasile e Argentina. Una nota positiva? Lo spazio interno buono per la sua categoria». La Duna ha sostituito la mitica 128 («auto di tutt’altro spessore anche estetico») ed è andata in pensione addirittura nel 2000 con l’arrivo della Fiat Siena.

Renault 10

«La storia della Renault 10 (o R10, come veniva ufficiosamente chiamata) è strettamente collegata a quella della Renault 8, della quale era in pratica una variante maggiorata. Il problema è che per risparmiare al massimo i progettisti di fatto allungarono solo anteriore e posteriore squadrandoli il più possibile e ottenendo forme davvero brutte».

Simca 1000

«Un mito per la sua bruttezza. La Simca 1000 è diventata un po’ un simbolo di un matrimonio, quello tra il costruttore francese Simca e la Fiat, riuscito male. Nonostante le linee e soprattutto le proporzioni sgraziate fu un successo commerciale». Gli esemplari venduti furono quasi 1,7 milioni e fu prodotta fino al 1978.

NSU Prinz

«Dalla classifica non lasciamo certo fuori i tedeschi che con la NSU Prinz, piccola vettura a tre porte, hanno realizzato un capolavoro di banalità. Il disegno è estremamente piatto e privo di qualsiasi emozione, unico respiro quel rigoletto che gira intorno alla vettura, senza anima». Sarà sostituita nel 1973 dalla Audi 50.

Fiat Nuova 1100.

Fiat Nuova 1100, la borghesia ha il suo nuovo destriero. La Fiat Nuova 1100 è stata presentata nel marzo del 1953 al Salone dell'Automobile di Ginevra. Prodotta anche in India è arrivata fino al 1999. Tommaso Giacomelli il 4 Aprile 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Il debutto al Salone di Ginevra

 Più versioni, una sola anima

 I vari restyling

 La Fiat 1100 in giro per il mondo

L'Italia apre gli anni Cinquanta del secolo scorso con un rinnovato ottimismo, innescando una serie di reazioni agli orrori della guerra, che l'avrebbero proiettata da lì a breve a una nuova prosperità collettiva: il boom economico. Nel 1949, però, le cicatrici del cataclisma bellico si mostravano ancora aperte lungo tutto lo Stivale, anche se il morbo della rinascita era già stato instillato nell'aria e gli italiani potevano respirarlo a pieni polmoni. Alla Fiat dopo essersi leccati le ferite per troppo tempo, giunge il momento di tornare a fare qualcosa di innovativo e di brillante, che avesse il sapore della rivincita. Osservando il gusto degli italiani, al Lingotto capiscono che la borghesia inizia a nutrire più esigenze, mentre il rapporto con l'automobile muta. Adesso servono più velocità, più spazio e maggiore versatilità con un occhio di riguardo alle dotazioni. La classe media italiana vuole spostarsi rapidamente e raggiungere le proprie destinazioni con stile e comfort. In questo periodo, dunque, nasce l'embrione del progetto Fiat Nuova 1100.

Il debutto al Salone di Ginevra

Esattamente sessant'anni fa, al Salone dell'Automobile di Ginevra 1963, debutta dunque la Fiat Nuova 1100. La dicitura che annuncia l'anima innovativa di questo modello non è casuale, perché la berlina torinese ha delle caratteristiche molto all'avanguardia per il suo periodo, pur rimanendo classica sotto altri aspetti. Dotata di scocca portante e carrozzeria con parafanghi integrati a 4 porte e 3 volumi, coda corta molto sinuosa e tondeggiante, cattura lo sguardo e le attenzioni di tutti. È fresca e convincente, in più sembra possedere tutte quelle doti ideali per entrare nel cuore della gente.

Sono anni in cui il cinema americano penetra nell'immaginario collettivo degli italiani e la 1100 vagamente può assomogliare a una delle automobili d'Oltreoceano che si vedono sul grande schermo, seppur con delle proporzioni europee e uno stile tremendamente italiano. Il buon padre di famiglia accetta di buon grado di firmare delle sanguinose cambiali pur di darla in dote a moglie e figli, come nuova carrozza da viaggio.

Più versioni, una sola anima

Il suo nome deriva dal propulsore che si cela sotto al tondeggiante cofano anteriore: un quattro cilindri con albero a camme laterale di 1089 cc. Un motore solido, robusto e ben consolidato, avendo già equipaggiato la versione antecedente a quella dei primi anni Cinquanta. La nuova 1100, poi, si presenta ai nastri di partenza con due versioni: la Tipo A, più spartana ed economica, e la Tipo B, meglio equipaggata e rifinita. Il colpo di genio della casa torinese è la possibilità di far sedere a bordo della propria vettura ben sei persone. Un'abitabilità da competizione per una macchina che misura appena 4 metri.

Nel 1954, poi, arriva la più pragmatica di tutte: la "giardinetta", la station wagon della famiglia. Nel frattempo, però, era uscita anche la versione TV (turismo veloce), dotata di qualche cavallo in più e destinata a chi al volante vuole anche divertirsi con una guida brillante, magari con guanto in pelle con il quale accompagnare le veloci cambiate. Infine, nel 1955 arriva anche la più frivola e sbarazzina: la Trasformabile, piccolo spiderino dai tratti molto americaneggianti.

I vari restyling

Nel corso degli anni la Fiat Nuova 1100 va incontro a varie operazioni di ringiovanimento, ma quello più sostanziale è datato 1966. In concomitanza con il lancio della nuova vettura di punta del marchio, la 124, a Torino pensano bene di non disfarsi di un modello così apprezzato e gradito, anche se gli donano un ruolo più "proletario". La 1100 diventa più povera, ma sempre con grande dignità. Anche stilisticamente toglie le pinne e le varie rotondità, per accogliere un design più squadrato e duro. Questa operazione permise alla berlina di restare nel palinsesto di Fiat fino all'anno 1969, prima di salutare l'Italia per diventare protagonista in altri lidi, ancora bisognosi di un'auto così solida e pragmatica.

La Fiat 1100 in giro per il mondo

Chiusa una porta si apre un portone, dice il popolare adagio. Stessa sorte accade alla Fiat 1100, che ritenuta al pari di un ferro vecchio dal popolo borghese degli anni Settanta, trova rifugio e una seconda giovinezza in un mercato lontano come quello dell'India. Fu direttamente il costruttore indiano Premier a voler ospitare nelle proprie catene di montaggio l'eccellente vettura italiana, rivelando la licenza alla Fiat nel 1967. Costruita nella città di Pune, la 1100 d'India era in tutto identica a quella italiana, compreso il motore da 1089 cc e 48 CV. Questo veicolo ha stabilito un notevole record di longevità, restando in commercio fino al 1999, sfiorando con mano le soglie del nuovo millennio, dopo aver collezionato oltre un milione di esemplari venduti. Un destino da world car simile ad altre sue colleghe illustri, come le più recenti Uno e 128. Se Giuseppe Garibaldi è stato l'eroe dei due mondi, anche la Fiat 1100 può candidarsi a un analogo ruolo ma con le quattro ruote al posto dei piedi.

Lancia Thema.

Lancia Thema, ammiraglia seducente e regina di eleganza. Tommaso Giacomelli il 27 Marzo 2023 su Il Giornale.

Lancia Thema è un'ammiraglia elegante e raffinata, nata dalla matita di Giugiaro, dominatrice della scena italiana per oltre un decennio

Tabella dei contenuti

 Una storia d'amore con gli italiani

 Elegante e opulenta

 Lancia Thema, quando il secondo capitolo è meglio del primo

 Il finale di carriera

 Familiare e con motore Ferrari

Nel 1984 il Presidente della Repubblica Italiana è Sandro Pertini, omaggiato dal Toto Cutugno nazionale nel suo più grande tormentone, "L'italiano", con il quale stava sulla cresta dell'onda dall'anno precedente. Una strofa di quella canzone parla del vezzo tipico dell'automobilista italico di passare il tempo con l'autoradio sempre nella mano destra. Un dipinto veritiero di un Paese e di una popolazione che ha avuto sempre un debole per le macchine, stimolato da una cultura e da una tradizione splendente in fatto di quattro ruote. In quel periodo la nuova stuzzicante ossessione si chiama Lancia Thema.

Una storia d'amore con gli italiani

La prima uscita ufficiale della Thema avvenne a casa sua: al Salone dell’Automobile di Torino nel novembre del 1984. Per gli italiani fu amore a prima vista, di quelli che fanno venire il battito accelerato, l'iper salivazione e le farfalle nello stomaco. Il merito è di quelle linee tanto semplici quanto calde, eleganti e classiche, interpretate magistralmente dalla matita di Giorgetto Giugiaro. In un colpo solo, come quando si sparecchia una tavola imbandita, tutte le competitor dell'ammiraglia di Lancia divennero obsolete. Intorno alla Thema si creò un sentimento di puro desiderio, quasi peccaminoso, con gli automobilisti più disparati tra loro, che la misero nel mirino per conquistarla il prima possibile.

elle concessionarie di Lancia arrivarono frotte di professionisti, imprenditori, scalatori delle finanza e yuppies all'italiana, con l'orologio sopra al polsino come Gianni Agnelli, a ordinarne una per rappresentare al meglio il loro stato sociale: la Thema significa che ce l'hai fatta. La puoi mostare con orgoglio ai parenti, ai colleghi e ai vicini di casa, per farli ingelosire quanto basta. Il filtro d'amore, poi, viene deglutito anche dallo Stato, che la rende ufficialmente una delle sue predilette "auto blu". In fondo l'abito scuro le dona. La lunga storia d'amore ha inizio.

Elegante e opulenta

La Lancia Thema è figlia di un progetto ambizioso, innovativo, moderno e ben congegnato. Per lei viene concepito un pianale razionale, dove si possono abbinare comfort, abitabilità e guidabilità a un livello eccellente. Questa piattaforma prende il nome di "Tipo 4" che il Gruppo Fiat, in un'ottica di economia di scala e di sinergia tra marchi, distribuisce anche ad altre grandi berline: Fiat Croma, Saab 9000 e, successivamente, Alfa Romeo 164. Il suo designer, Giugiaro, studia per la Thema un intreccio di linee pulite, geometriche, decisamente classiche. I tre volumi sono abilmente bilanciati con poche cromature e senza guarnizioni e gocciolatoi alle portiere, che la rendono ancora più aggraziata.

Oltre all'aspetto puramente estetico, rispettando l'adagio in cui l'occhio vuole la sua parte, offrono una grande esaltazione anche gli allestimenti interni, con i sedili che possono essere rivestiti da un pregiato velluto, dall'Alcantara, e - per la prima volta in un auto di serie - dalla pregiata pelle Poltrona Frau. Il suo possessore deve restare ammaliato, attonito e soddisfatto dell'oggetto che capita sotto alla sua mano. Il metodo migliore per farlo sono gli optional: sedili regolabili e riscaldabili elettricamente, sia quelli anteriori che quelli posteriori, e doppio impianto di climatizzazione automatico di straordinaria efficacia, chiamati “Automatic Climate System” e “Automatic Heating System”. In poche parole, la Thema è una signora, all'accorrenza elegante e talvolta opulenta, ma sempre con grande classe.

Lancia Thema, quando il secondo capitolo è meglio del primo

Nella cinematografia raramente il secondo capitolo di un film di successo, riesce a superare quanto di buono è stato raggiunto con il titolo originale. Sono pochissimi gli esempi che controvertono questo assioma, che in linea di massima funziona anche per il mondo delle automobili. La Lancia Thema è una delle più dolci eccezioni, perché la seconda serie lanciata nel 1988, piace ancora più della prima. I ritocchi estetici donano alla linea una personalità più rilevante, che accentua la sua indole seduttiva che diventa d'un tratto travolgente. Lo testimoniano le vendite e il gradimento degli automobilisti, che la sceglieranno con più foga rispetto all'primigenia targata 1984.

L'ammiraglia torinese punta su un lifting del suo aggraziato volto, adesso riconoscibile per dei fari divisi orizzontalmente in cui la parte inferiore, di colore più scuro, viene contraddistinta dalla presenza degli indicatori di posizione. Internamente, invece, le modifiche riguardano i rivestimenti sui copriporta che diventano in lamina di legno a poro aperto, mentre sulla plancia razionale e di personalità, compaiono dei pulsanti e degli interruttori dal taglio più moderno. La Thema scava nel cuore, punge con la sua freccia come Cupido, e prosegue a far innamorare la platea degli utenti della strada.

Il finale di carriera

Quando l'Italia viene travolta da Tangentopoli, che scoperchia un sistema corrotto e depravato che coinvolge il suo establishment, la Thema diventa il simbolo su quattro ruote di quell'amara stagione. Aprendo qualsiasi telegiornale dell'epoca, la lussosa berlina diventa involontaria protagonista, con passaggi di fronte alle aule di tribunale e nei palazzi del potere. Lo specchio di un'epoca luminosa, fragile come un gigante dai piedi d'argilla, si adombra con una tempesta che scuote tutti quanti. La Thema con la terza serie uscita proprio nel 1992, si appresta a un congedo che arriverà di lì a poco. Prima, però, mostra ancora qualche colpo a effetto come i paraurti rinforzati da nuovi scudi, le cromature brunite e un'altra moltitudine di optional. Il suo cursus honorum finisce nel 1994 con 370.000 esemplari venduti, lasciando spazio a un cataclisma di nome Lancia K. Sono ancora tanti coloro che rimpiangono la Thema, un'auto completa e all'avanguardia.

Familiare e con motore Ferrari

Dulcis in fundo, dicevano i latini, lasciamo al finale la portata - forse - più gustosa. La Thema ha dato dignità al mondo delle station wagon, relegate per decenni ad auto di fatica, di servizio, da lavoro sporco, con la sua versione "familiare" che ha introdotto il lusso in un campo dove non si era fino a quel momento misurato. Ha affidato la partita del design alla Pininfarina, non uno nome qualsiasi, vincendo la sua sfida. La sua "giardinetta", a partire dal 1986, viene venduta in 20.000 esemplari, non pochi per un settore quasi di nicchia per l'epoca.

La più estrema, però, è la versione 8.32, chiamata anche Thema Ferrari. L'idea tanto folle quanto brillante, è quella di mettere il motore prodotta a Maranello sotto al cofano della berlina torinese. Nessuno si era mai spinto a tanto, ma d'altronde in quel periodo proliferano le berline pompate e sportive, e Ferrari è unanimente la massima espressione della performance. La sigla indica 8 cilindri e 32 valvole, che si traducono in 215 CV che fanno della Thema la vettura a trazione anteriore più veloce al mondo, coi suoi 240 km/h. Tecnicamente vanta delle sospensioni elettroniche con taratura automatica o sportiva selezionabili dal conducente, oltre a un alettone posteriore retrattile (il primo della storia). Gli interni sono un tripudio di sfarzosità e lusso, come si confà a una vettura che nel 1986 ha un prezzo di listino di 61.207.140 lire. Della prima serie ne furono vendute circa 2370, mentre sono 1150 quelle realizzate della seconda.

Fiat Barchetta.

Fiat Barchetta, la spider degli anni Novanta. Tommaso Giacomelli il 25 Marzo 2023 su Il Giornale.

La Fiat Barchetta è stata la spider simbolo degli anni Novanta, una "sportivetta" a cielo aperto con il fascino e lo stile di una classica del passato

Tabella dei contenuti

 La forza è nella storia

 Fiat Barchetta tra artigianalità e seduzione

 La seconda serie

Fresca come un sorbetto al limone sotto al caldo sole dell'estate, seducente come una "Venere" appena uscita dall'acqua, la Fiat Barchetta irrompe negli anni '90 sconquassando tutti gli equilibri. Il colosso torinese ha una voglia matta di tornare a danzare con il vento tra i capelli, grazie a un'auto romantica che adora essere guidata a cielo aperto. Nella tradizione Fiat le Spider (soprattutto 850 e 124) hanno rappresentato una pagina felice e spensierata, un orpello da esibire come l'argenteria per le grandi occasioni, mentre alla Barchetta spetta il compito di recitare uno spartito differente: dare noia alla Mazda MX-5.

La giapponese è il vero punto di riferimento degli "spiderini" a buon mercato, perché ha una linea aggrazziata e una dinamica di guida superlativa. Il merito è soprattutto di un peso complessivo contenuto e della trazione posteriore. Dal canto suo la Fiat può contare sul favore della bilancia, ma affidandosi al telaio della Punto, le ruote da muovere sono inevitabilmente quelle anteriori. Nonostante questo limite invalicabile, le frecce nella faretra dell'italiana non sono affatto poche.

La forza è nella storia

I limiti tecnici imposti dal telaio della Punto, non si rivelano un grande problema. In primo luogo perché grazie all’accorciamento del passo e all’adeguamento delle estensioni del cofano, nessuno potrebbe immaginare che sotto all'amabile veste si nasconda lo scheletro di una Punto. Su strada, poi, la Barchetta si comporta in modo egregio, brillando per maneggevolezza e brillantezza. Anche se non possiede uno schema classico, la spider di Fiat guadagna le sue stelle al merito direttamente sul campo.

Dicevamo, però, che la sua forza sta in un design che risplende per accuratezza e rispetto della tradizione. Per scegliere la penna che avrebbe disegnato la sua forma definitiva, al Lingotto nasce una battaglia intestina tra Chirs Bangle e Andreas Zapatinas. A spuntarla è il designer greco, mentre all'americano tocca la Fiat Coupé. Zapatinas vince perché da un foglio bianco partorisce una macchina classica, con delle linee morbide e dolci con evidenti richiami al passato. A tal proposito le maniglie apri porta sono ispirate a quelle della Cisitalia di Pininfarina, mentre il rilievo laterale della fiancata è ripreso dalla Ferrari 166 del 1940 (Touring). Anche i fari carenati sono una folgorazione che guarda a ciò che c'era ieri. Infine, tra le vernici spicca l'arancione aragosta della Lamborghini Miura, affidato in concessione dalla Carrozzeria Bertone.

A referto ci sono anche soluzioni geniali e moderne, come il cofano motore e il portellone baule con apertura a botola, che permettono di avere delle linee levigate dal vento. In fondo, la Barchetta ha solo tanta voglia di essere sospinta da una brezza marittima. Il nome, infine, svela la sua natura: due posti secchi con carenatura subito dietro ai sedili, assenza dei deflettori e parabrezza dalle dimensioni ridotte. La capote, invece, viene custodita dietro un lamierato che si alza e riabbassa, a testimonianza di un'impostazione da barchetta. Una reinterpretazione contemporanea di un classico senza tempo.

Fiat Barchetta tra artigianalità e seduzione

Ad aumentare l'appeal della spider torinese contribuisce la scelta di affidare il suo assemblaggio alla Carrozzeria Maggiora di Moncalieri, in Piemonte. Proprio come nei fastosi anni Cinquanta e Sessanta, i grandi artiginani tornano protagonisti con una macchina elegante e affascinante, destinata a una nicchia di clienti che sa apprezzare il lavoro manuale. Sul mercato si presenta con un motore benzina aspirato da 1.8 litri e 130 CV, che sa ruggire e irradiare belle vibrazioni al cuore di chi siede al volante. La complessiva leggerezza (1070 chilogrammi) permette alla Barchetta di desteggiarsi con abilità anche nei percorsi più tecnici, mentre se viene scatenata su una dritta lingua di asfalto può toccare i 200 km/h di velocità massima.

L'handicap della trazione anteriore non si fa sentire, la Fiat Barchetta è infatti un buon rasoio tra le curve grazie a un comparto di sospensioni eccellente: MacPherson all’anteriore e ruote indipendenti al retrotreno. A completare il pacchetto ci pensano le carreggiate allargate, che permettono una stabilità eccellente. Lo sterzo, poi, è un'arma in più per far brillare nel misto la seducente vettura con capote in tela. Il prezzo di partenza nel 1995 è di 33,8 milioni di lire, qualcosa in meno rispetto alla sua rivale nipponica.

La seconda serie

La Fiat Barchetta riceve una seconda serie, che è sostanzialmente un massiccio restyling, nel 2003. La produzione si sposta dalla Carrozzeria Maggiora allo stabilimento interno di Mirafiori. Il design riceve una rinfrescata grazie alla mano di Tom Tjaarda, affermato disegnatore di auto, già padre della Fiat 124 Sport Spider. Rispetto alla versione originale, il frontale viene rivisto nella parte del fascione paraurti, dove viene introdotta una calandra nera raccordata alla forma della presa d'aria posta sotto il logo circolare FIAT. Quest'ultimo è quello con sfondo blu, adottato nel centenario della casa torinese. Al posteriore, invece, fa capolino un paraurti di diverso taglio, più levigato, uniforme e senza nervature. Nel complesso la Barchetta, forse, perde un po' di charme e appeal. La sua carriera si interrompe nel 2005 con quasi 60.000 unità vendute in dieci anni, ma la sua traccia è ben visibile ancora adesso. Sono in tantissimi gli appassionati di questo modello, che appena un raggio di sole spunta all'orizzonte scoperchiano il tetto e si mettono a ballare tra le curve con un bel sorriso sul volto.

Fiat 131.

Fiat 131, l'auto da famiglia che diventa campione del mondo. Tommaso Giacomelli il 24 Marzo 2023 su Il Giornale.

La Fiat 131 si è imposta come auto solida, versatile e pragmatica. Si è tolta persino lo "sfizio" di vincere il titolo mondiale per tre anni consecutivi

Tabella dei contenuti

 Nata per essere solida

 Più vesti per la Fiat 131

 Una ricca gamma di motori

 Campione del mondo rally

 Diffusa in tutto il globo

A volte gli astri sorridono anche a coloro che nascono nel momento e nel luogo sbagliato. La Fiat 131 era stata immaginata per avere una destinazione d'uso diversa, più frivola e rilassata, ma quando viene presentata al Salone dell'Automobile di Torino del 1974, le contingenze storiche sono molto sfavorevoli per i lustrini e le paillettes. La Guerra del Kippur ha mandato il prezzo della benzina alle stelle, di conseguenza la maggioranza delle automobili ha subito un drastico stop alla circolazione e altre sono finite nel mirino di coloro che le reputano un orpello ormai inutile.

L'inflazione, poi, non dà tregua e non c'è respiro, soprattutto per la classe operaia, che comincia a picchettare gli stabilimenti del colosso torinese. Nonostante lo scenario ostile, i dirigenti di Fiat lavorano alacremente, i tecnici scattano tra un corridoio e l'altro, schivano i tumulti, le manifestazioni e le rappresaglie, arrivando alla gestazione finale di una berlina all'apparenza molto austera.

Bisogna dimenticarsi le versioni coupé e cabriolet della sua antenata 124, alla 131 sono tassativamente vietate, perché i tempi sono cambiati e bisogna badare al sodo. Al Lingotto sanno che questa automobile deve rispecchiare profondamente determinati canoni: sicurezza, comfort e classe. Il lavoro viene portato a termine con successo, anzi, la 131 si rivelerà così ben costruita da sorprendere e stupire, eccellendo anche in ambito sportivo, togliendosi lo sfizio di laurearsi campione del mondo rally per tre anni consecutivi.

Nata per essere solida

Il mercato impone delle linee da seguire molto nette, che la Fiat vuole fare sue senza deragliare neanche per un istante. Le auto di quel periodo devono consumare di meno, essere solide e robuste. L'obiettivo finale è quello di dare ai clienti un oggetto che si trasformi in un riparo caldo e accogliente come un nido, per tutte quelle famiglie che hanno il desiderio di viaggiare su gomma. Senza, tuttavia, pesare troppo sul portafoglio. La 131 alza la mano e risponde presente all'appello, assumendo nei suoi circuiti e nei suoi metalli tutte le doti appena elencate.

La nuova berlina viene concepita con scocca composta da una cellula abitativa indeformabile, mentre il muso e la coda sono congegnati per assorbire qualsiasi tipo di urto. Inoltre, i paraurti sono ad incasso per permettere una maggiore elasticità in caso di sinistro, mentre i lamierati sono imbullonati anziché saldati. Soluzione, quest'ultima, pensata per non gravare sulle spese del proprietario una volta portata la macchina dal carrozziere.

Più vesti per la Fiat 131

Per la prima volta un modello di Fiat può fregiarsi non soltanto di una sigla numerica, ma anche di un nome: infatti comapre Mirafiori accanto a 131. Un omaggio allo stabilimento torinese in cui questo veicolo viene assemblato e costruito. L'ambizione è fortissima, perché al Lingotto - seppur rinunciando a coupé e cabrio - vogliono declinare la propria macchina in più varianti di carrozzeria, tutte logiche e razionali, senza trascinarsi in vezzi inutili. Dunque, a fianco della classica berlina a quattro porte, amata soprattutto negli Stati Uniti, ci sono la due porte (destinata ai mercati Nord Europei), e la station wagon che assume la denominazione di Familiare. Gli allestimenti poi sono pragmatici: "Mirafiori" e "Mirafiori Special". Il primo più abbordabile, riconoscibile soprattutto per i fari anteriori rettangolari, e il secondo più ricco, distinguibile per i doppi gruppi ottici circoli all'anteriore.

Con la seconda serie, al debutto nel 1978, il listino si fa più ricco con l'aggiunta dell'esclusivo allestimento Supermirafiori che vanta dei cerchi dalla forma a quadrifoglio in lamierato stampato, paraurti in plastica e targhette identificative. La due porte, invece, viene impreziosita con la versione Racing (2.0 litri 115 CV), mentre la station wagon diventa la Panorama. Quest'ultima sarà la familiare più venduta nella storia di Fiat, la più diffusa nelle strade del mondo, soprattutto quelle del vecchio e caro Stivale. Nel 1981 entra in scena la terza serie, il canto del cigno, perché nel 1983 la 131 si congeda per lasciar spazio alla Regata.

Una ricca gamma di motori

Al debutto la 131 si presenta con motore ad aste e bilancieri longitudinale e trazione posteriore, uno schema classico che regala un abitacolo spazioso e confortevole. I primi propulsori, quelli del 1974, derivano direttamente dalla 124: 1.3 da 65 CV e il 1.6 da 75 CV. Nel complesso offrono prestazioni dignitose e consumi garbati. Il cambio può essere il manuale a quattro o cinque velocità, oppure un automatico a tre marce. Con i tempi che corrono e gli scenari finalmente più favorevoli, i motori bialbero subiscono un discreto upgrade, in concomitanza del lancio della seconda serie: il 1.6 raggiunge i 96 CV, mentre sulla Racing a due porte esordisce un 2.0 da 115 CV. La berlina di Mirafiori tocca la velocità massima di 180 km/h.

A completare la gamma arrivano anche i quattro cilindri diesel 2.0 e 2.5, prodotti dalla Sofim. In quel caso, la 131 vede crescere una leggera gobba sul cofano anteriore. I più ambiti, però, erano quelli con la puntura dello Scorpione di Abarth, che equipaggiavano la versione stradale della 131 Abarth Rally: un 2.0 litri da 140 CV, 16 valvole e dalle prestazioni mostruose per la sua epoca.

Campione del mondo rally

Come Clark Kent e Superman, la 131 sveste l'abito borghese per trasformasi in eroina. Il suo habitat passa dalla città al fango, alla neve e allo sterrato. Nel frattempo la carrozzeria della due porte diventa muscolosa, bombata e cattiva. Sotto al cofano, per le versioni da competizione, giunge in supporto un 2.0 da 215 CV che spinge la torinese a quasi 200 km/h. Le migliorie tecniche del team Abarth e della squadra corse Fiat, permettono a questa macchina di divenire un'arma invincibile su ogni terreno. Dal '78 al 1980 arrivano tre titoli mondiali rally consecutivi, che garantiscono alla 131 l'ingresso alla sala riservata alle più grandi vetture nella storia dei rally. Un merito ce lo hanno anche piloti del calibro di Markku Alen e Walter Rohrl, capaci di esaltarsi al volante della "Mirafiori" d'assalto.

Diffusa in tutto il globo

Alla Fiat 131 viene affidato un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti, ma sul passaporto cambia l'identità. In quel mercato, infatti, si chiamerà Brava, come la berlina compatta di metà anni Novanta. Naturalmente per rispettare le norme in vigore a quelle latitudini, l'italiana muta anche parte del suo aspetto, aggiungendo dei paraurti maggiorati e delle luci di posizione di serie. Lo stesso motore è diverso, perché viene adottato un 1.8 da 86 CV. L'accoglienza è discreta, ma non lascerà il segno.

Cosa che avviene da altre parti, perché come altre sue colleghe anche la 131 diventa una world car a tutti gli effetti. Su licenza Fiat viene prodotta dalla Seat, in Spagna, tra il 1975 e il 1982 in 356.670 esemplari. Stessa sorte nella lontana Turchia, dove la 131 viene costruita a Bursa dalla Tofaş. Da qui si muove alla volta dell'Egitto nel 1991 fino a raggiungere l'Etiopia nel 2006, a distanza di oltre quarant'anni dal suo debuto sotto alla Mole Antonelliana. Della 131 "turca" sono stati prodotti 1.257.651 esemplari, mentre per l' "italiana" ben 1.513.800. Un successo clamoroso, forte di una progettualità studiata nei minimi dettagli, di una qualità impeccabile e di un prezzo competitivo.

Fiat Marea.

Fiat Marea, da Mont Saint-Michel al mondo intero. Tommaso Giacomelli il 23 Marzo 2023 su Il Giornale.

La Fiat Marea è stata la media torinese da metà anni Novanta fino al 2003. Ha legato la sua immagine a uno spot girato a Mont Saint-Michel

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 Spot a Mont Saint-Michel

 La Fiat Marea sostituta di Tempra e Croma

 I motori della Marea

 Termina la vita in Europa

 Si riscopre bella in Sud America

Un'isola, anzi, no un santuario arroccato in mezzo al mare, come un maniero inespugnabile. L'unica via d'accesso è attraverso l'acqua, ma bisogna fare attenzione perché come diceva un vecchio adagio medievale, le maree si alzano al ritmo di un cavallo al galoppo. Forse, si tratta di un paragone un tantino eccessivo, ma comunque, qui l'acqua avanza alla velocità di 6 km/h. Stiamo parlando di Mont Saint-Michel, avamposto immerso nella Normandia più selvaggia, tra sabbie mobili, antichi spettri e storie di un'epoca lontana. Un luogo unico, magico e incantevole, vero simbolo del fenomeno naturale delle maree. A questo spicchio di mondo si lega il (ri)lancio commerciale di un'auto che ha solcato, come le onde dell'oceano, gli anni Novanta e il nuovo Millennio: la Fiat Marea. E non poteva che essere così, che tra questa amena località e la vettura italiana si instaurasse un legame istintivo e del tutto spontaneo.

Spot a Mont Saint-Michel

In questo teatro di incredibile bellezza venne girato un spot che ha lasciato il segno nell'immaginario collettivo e che ha contribuito a rendere ancora più popolare la Marea, specialmente a livello europeo. La protagonista è una versione Weekend, la station wagon, che affronta le maree che infestano l'area intorno all'antico santuario francese, attraversando l'unica via percorribile, incurante dei pericoli ma forte dei suoi possenti motori a gasolio JTD. Sono anni in cui il diesel - fiore all'occhiello della produzione torinese -spopola e riesce a prendere il sopravvento sulla benzina nel cuore degli automobilisti. Spingendo e accelerando con veemenza, la Fiat solca le inarrestabili onde e raggiunge il ponte levatoio, per trovare rifugio all'interno delle antiche mura. A quel punto sorge un primo piano sulle forme della Marea e la dissolvenza chiude un réclame incisiva. Grazie a questa breve sequenza, la Fiat ottiene ancora più fascino soprattutto all'interno dei confini dell'Esagono francese. La popolarità tanto desiderata è adesso nelle mani della macchina italiana. Era il 1999, ma in realtà la Marea era in scena già da qualche anno.

La Fiat Marea sostituta di Tempra e Croma

La Fiat Marea viene presentata l'11 settembre del 1996 e ha il compito di sostituire in un colpo solo la Tempra e la Croma. Si affaccia al pubblico con una linea moderna e levigata, seguendo il gusto e gli appettiti della sua epoca. Rispetto al passato, con lei si dimenticano le curve tese, gli spigoli e le squadrature. La silhouette è armonica, rotonda e piena. Il frontale ha più di qualche dettaglio in comune con le Bravo e Brava, parenti strette seppur di gamma inferiore, mentre la fiancata e il posteriore sono molto originali. Questo accade nella versione berlina a tre volumi, mentre per la stagion wagon, chiamata Weekend il retro diventa ancora più personale con i gruppi ottici che si sviluppano in senso verticale, un po' come succede con la Punto sua coeva. Infine, per rinverdire i fasti della presenza Fiat sulle strade dell'elegante isola di Capri, dove spesso ha portato dei taxi speciali, il Centro Stile concepisce una Marea per sei persone e completamente decappottabile. Quell'esemplare unico e raro come l'unicorno ancora circola nelle incantevoli vie di quella porzione di terra emersa dalle calde acque del Mar Mediterraneo.

I motori della Marea

La gamma motori della Marea è molto ampia, si spazia dai più piccoli Fire a benzina, passando per i più robusti Pratola Serra, per finire coi diesel TD e JTD. A referto c'è anche un versione Bi-Power (benzina e metano). Il vertice per prestazioni è il 2.0 20V a 5 cilindri che nella versione originale sviluppa 147 CV, per toccare i 155 nella sua evoluzione. Come dicevamo, però, il suo periodo storico è quello del diesel a tutti i costi, così il propuslore di punta diventa il 2.4 JTD da 137 CV, che garantisce un bel mix tra prestazioni, consumi e comfort di marcia.

Termina la vita in Europa

Dopo un restyling targato 1998, la Marea resiste nella sua produzione europea fino al 2003. La sua eredità resta sospesa a metà, perché nel listino di Fiat la versione berlina tre volumi - almeno per l'Italia - non verrà mai sostituita, mentre per la Weekend ci penserà, seppur parzialmente, la Stilo. Questa vettura ha dato una grossa mano al marchio ed è divenuta un'auto affidabile, utilizzata anche da tante Forze dell'Ordine italiane, specialmente la Polizia. Anche se il suo cammino europeo si interrompe nel 2003, la Marea troverà una seconda vita in Sud America.

Si riscopre bella in Sud America

In America Latina arriva in colpevole ritardo, perché la Fiat Marea sbarca a queste latitudini soltanto nel 1998. Arriva in scena con motori potenti, allestimenti ricchi e con il restyling del 2001 diventa ancora più curiosa. Nella berlina la particolarità è l'adozione di gruppi ottici posteriori che sono esattamente identici a quelli della Lancia Lybra, in commercio in Europa. Il suo percorso di successo si stronca nel 2007, non senza rimpianti, ma facendo in tempo ad adottare il nuovo stemma con sfondo rosso, lo stesso che aveva debuttato nello stesso anno con la nuova Bravo e 500.

Alfa Romeo 164.

Alfa Romeo 164, la prima ammiraglia anteriore del Biscione. Tommaso Giacomelli il 20 Marzo 2023 su Il Giornale.

L'Alfa 164 è stata la prima berlina del Biscione a dotarsi di trazione anteriore. Prodotta tra il 1987 e il 1997 ha avuto un successo di vendite mondiale

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 Design di Pininfarina

 Interni di grande stile

 I motori da vera Alfa

 Una vettura di successo

Nel 1986, dopo un'accesa disputa con Ford, la Fiat riesce a mettere le mani sull'Alfa Romeo, anche grazie a un intervento diretto di Romano Prodi, presidente dell'IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale). Il primo modello della nuova gestione, non più statale del Biscione, è un'ammiraglia di prestigio, specchio di una società veloce e arrembante come quella della seconda metà degli anni Ottanta. Un veicolo di rottura con la tradizione Alfa Romeo, che segna un'epoca con il suo passaggio alla trazione anteriore, che prima di allora era stata destinata solo ai modelli di gamma inferiore come Alfasud e 33. Stiamo parlando della Alfa Romeo 164, una berlina di rango, che si è fatta amare per il design, il comfort e il carattere sportivo.

Design di Pininfarina

La 164 nasce sul pianale "Tipo 4", lo stesso che viene adoperato in quegli anni su Lancia Thema, Fiat Croma e Saab 9000. L'Alfa Romeo, però, debutta nel 1987, qualche anno più tardi e questo le dà alcuni vantaggi. In primis, per lei viene scelto un design - se possibile - ancora più carismatico, affidando il compito alla Pininfarina e al designer Enrico Fumia, che compie un piccolo capolavoro. Per la grande berlina concepisce un frontale aggressivo, con il grande scudetto al centro, ben visibile, specialmente per coloro che se lo vedono nello specchietto retrovisore. L'obiettivo è quello di creare un tentativo di soggezzione, affinché il lento apripista lasci strada alla veloce Alfa Romeo. Altrettanto brillante è la scelta studiata per il posteriore della vettura, in cui compare un gruppo ottico unito in un sol pezzo, che attraversa tutto il lato B. Un linguaggio stilistico vincente che verrà seguito anche in altri modelli Alfa di quel periodo. Rispetto alle varie Lancia, Fiat e Saab, che condividono anche il giroporta, l'ammiraglia di Arese si distingue anche in questo caso, perché presenta una profonda nervatura che corre lungo le fiancate, che conferisce ancora più dinamicità a un veicolo che ama la corsa veloce. La linea a cuneo è bella accentuata e il coefficiente di resistenza aerodinamica recita un risultato strabiliante (Cx 0,30). Nonostante la trazione "dalla parte sbagliata", la 164 ha le stimmate dell'auto di successo.

Interni di grande stile

Gli interni sono un'altra mirabile invenzione, un concentrato di modernità che tocca dei picchi di avanguardismo. La console centrale è rivolta verso il guidatore e possiede un enorme quantitativo di bottoni e piccoli display, per governare il vasto assortimento di dispositivi in dotazione a questa grande berlina. L'effetto ottico è d'impatto e ben si sposa con un abitacolo che viene impreziosito, a seconda delle versioni, da selleria in pelle pregiata. Quest'ultima, poi, presenta persino la regolazione elettrica con tanto di memoria. Il climatizzatore, invece, è automatico ed è un oggetto di culto per quel periodo storico. Presentata al Salone di Francoforte del 1987, la 164 fa sballare e girare la testa. In un colpo solo fa dimenticare le varie Alfa 6 e Alfa 90, sue dirette progenitrici e mandate in pensione istantaneamente.

I motori da vera Alfa

Per essere un'Alfa che si rispetti, deve avere un comportamento su strada di tutto rispetto, una dinamica invidiabile e dei motori capaci di suonare tanto bene, quanto di andare forte. Missione compiuta in toto. La gamma propulsori è infatti un fiore all'occhiello. A referto ci sono i vari 2.0 Twin Spark, 2.0 V6 Turbo e il 3.0 V6 progettato dall'ingegner Busso, che fanno toccare all'ammiraglia italiana delle velocità di punta straordinaria. Anche i turbo diesel sviluppati dalla VM, consentono alla 164 di guadagnare le copertine, anzi, al momento del lancio è lei la vettura a gasolio più veloce al mondo. Un traguardo di tutto rispetto, da vera Alfa Romeo. Negli anni, le varie motorizzazioni vengono aggiornate, così come la possibilità di dotare la berlina della trazione integrale. È nel 1993 che la 164 mette il 4x4, ottenendo ancora maggiori successi.

Una vettura di successo

La sua carriera termina ufficialmente nel 1997, quando nei listini Alfa arriva la sua erede "166", anche se alcuni esemplari riescono a essere targati nell'anno successivo. Se ne va lasciando un'impronta notevole nella storia del marchio, con molti appassionati che ancora adesso la rimpiangono. È stata l'ultima Alfa a essere importata negli Stati Uniti, prima del ritorno a metà anni 2000 con la 8C Competizione, ma soprattutto è la prima auto della storia a essere stata disegnata con Autocad. Un altro primato è quello ottenuto dalla versione ProCar, un esemplare laboratorio con motore V10 derivato da quella della Formula 1 e destinato a una categoria del motorsport che, alla fine, non ha mai visto la luce. Quella vettura da oltre 600 CV tocca i 350 km/h di velocità massima, un record per il 1988. Tra le curiosità c'è il cambio di sigla nei mercati di Hong Kong, Malaysia e Indonesia, dove prende il nome di 168. Da quelle parti il numero 4 ha un'accezione particolarmente negativa, a differenza di quanto non accada invece con l'8, reputato molto positivo. In dieci anni di onorato servizio ha venduto quasi 270.000 unità, fra queste ce n'è una rossa molto speciale: l'ultima auto posseduta e guidata regolarmente da Enzo Ferrari. Storia di una vera macchina di successo.

Walter Elias Disney.

Atlas Ufo Robot, per tutti Goldrake.

Universo Marvel.

Zio Paperone.

Dino Buzzati.

Diabolik.

Walter Elias Disney.

Disney, cento anni fa nascevano i leggendari cartoon. Storia di B. V. su Il Corriere della Sera il 16 ottobre 2023.

Era il 16 ottobre 1923 quando i fratelli Walt e Roy Disney firmarono il primo contratto per 12 film, sancendo la nascita del mondo di Topolino, Paperino e delle migliaia di altri personaggi animati nati nel tempo.

In occasione dei 100 anni di Disney, sono tante le iniziative per festeggiare la ricorrenza, a partire da un cortometraggio che è disponibile da oggi sulla piattaforma Disney+, intitolato Once Upon a Studio: il corto riunisce 543 personaggi provenienti da oltre 85 lungometraggi e corti di tutta la storia Disney. Principi, principesse, stregoni, eroi, antagonisti, animali e fate si ritrovano in una celebrazione che unisce l’animazione tradizionale e la computer grafica più recente con una nuova tecnica.

In giro per il mondo, invece, il primo secolo della Disney dà vita a una lunga lista di progetti: a Londra è stata inaugurata la mostra «Disney 100 - The Exhibition», con gallerie immersive, sale interattive, materiali d’archivio, costumi, disegni e memorabilia. Allestita negli spazi di London ExCel, sarà aperta fino alla primavera 2024 e il mese prossimo sarà replicata anche negli Stati Uniti, a Chicago.

Fino al 30 ottobre, invece, i fan di tutto il mondo possono partecipare a una speciale asta benefica multimediale a supporto della campagna Create 100 che celebra la creatività, sostenendo la Fondazione Make-a-Wish: tra gli oggetti e le opere che si potrà tentare di aggiudicarsi, figurano la tuta indossata da Beyoncé nel suo visual album «Black is King» e pezzi unici donati da molti celebri brand e nomi della moda. Il mondo del fashion, tra l’altro, si unisce ai festeggiamenti con tante collaborazioni già disponibili che vanno da Karl Lagerfeld a Tommy Hilfiger, ma non manca neanche una versione speciale della Vespa, realizzata dalla Piaggio.

Video correlato: Auguri Disney, 100 anni di magia (Mediaset)

Dai parchi tematici Disneyland e Disneyworld alla Pixar acquistata nel 2006, dalla Marvel alla Lucasfilm, con l’universo di Guerre Stellari ora approdato su Disney+, lo sfaccettato universo Disney festeggia 100 anni di storia guardando al futuro: oggi prende il via anche una collaborazione con TikTok che permetterà ai fan di guardare video dai vari brand Disney, creare i propri usando musiche ed effetti Disney, scoprire curiosità, collezionare e scambiarsi «Character card» sui personaggi e mostrare tutto il proprio affetto verso l’universo disneyano.

La Walt Disney compie 100 anni. Tra remake, inclusività e Ai, ecco come si prepara al futuro. ANNA MANISCALCO su Il Domani il 16 ottobre 2023

Il 16 ottobre 1923 a Burbank prendeva vita uno studio d’animazione destinato a diventare un impero. Un secolo dopo, i lungometraggi d’animazione si sono iscritti nella memoria collettiva e vengono reinterpretati in live-action e con più attenzione ai diritti civili. Non sono mancate le critiche e gli aggiustamenti, e rimane la curiosità sulle svolte più tecnologiche

Un patrimonio da più di 200 miliardi di dollari, secondo Forbes, e ricavi annui da 80 miliardi. Produzioni originali di film e cartoni animati, un servizio streaming on demand da quasi 160 milioni di abbonati, parchi divertimenti, canali di broadcasting, canali sportivi, merchandising.

Sono passati 100 anni tondi da quel martedì di metà ottobre a Burbank, contea di Los Angeles, poche miglia a nord-est di Hollywood, in cui due fratelli hanno firmato i documenti per fondare il loro studio di animazione, Disney Brothers Cartoon Studios. Buzz Lightyear in Toy Story (1995) si lanciava al grido di «Verso l’infinito e oltre!», e viene naturale chiedersi quale sia la posizione di lancio da cui il colosso Walt Disney Company partirà, potenzialmente per i prossimi 100 anni.

Sono numerose le iniziative di compleanno, tra aste di oggetti firmati realizzati per l’occasione il cui ricavato andrà in beneficenza e la realizzazione di un corto, Once upon a studio, che chiama a raccolta 543 personaggi da più di 85 lungometraggi e corti Disney, disponibile su Disney+ dal 16 ottobre.

Il richiamo alla loro storia secolare del resto non passa solo per i contenuti creati ad hoc per i festeggiamenti: è anche una strategia che la Walt Disney Company sta portando avanti con costanza da diversi anni, tanto che Vulture ha scritto una volta che la società «stava scavando con più forza che mai nel proprio passato d’animazione». 

DA BIANCANEVE A BIANCANEVE 

Le tappe fondamentali sono note: nel 1928 Topolino compare in Steamboat Willie ed è un successo in grado di rimpolpare le casse della società, magre dopo la perdita dei diritti del primo animaletto disegnato da Disney insieme a Ub Iwerks, il coniglietto Oswald, di proprietà della Universal.

L'anno dopo arrivano le Sinfonie Allegre, a livello societario avvengono un po' di trasformazioni, poi arriva il Technicolor, sui cui Walt Disney riesce a ottenere un'esclusiva di tre anni. Nel dicembre del 1937, arriva nelle sale il primo lungometraggio d'animazione targato Disney: Biancaneve e i sette nani.

Da lì alla morte di Walt Disney nel 1967 i successi si susseguono: Cenerentola, Le avventure di Peter Pan, La carica dei cento e uno, Mary Poppins. Fioriscono le controllate, vengono costruiti i Walt Disney Studios a Burbank, arrivano le serie e i programmi per l'Abc come Il club di Topolino, apre il primo parco a tema Disneyland in California. 

Per quanto la filmografia Disney sia vastissima, non tutti i decenni sono stati particolarmente creativi: in riferimento ai Classici Disney, dopo i titoli azzeccati degli anni Cinquanta e Sessanta si è impennata di nuovo negli anni Novanta, con film come La bella e la bestia, Aladdin, Il re Leone, Hercules.

Anche i film Pixar hanno avuto il loro peso nel dare nuovo lustro alla Disney, che aveva un contratto da 10 anni con la società che ha poi finito per acquistare nel 2006: Toy Story, il primo lungometraggio in computer grafica, ad esempio, o Monsters & Co, uscito in tempo per essere nominato al primo premio Oscar al miglior film di animazione. Quell'anno vinse Shrek della Dreamworks, ma Alla ricerca di Nemo portò presto la statuetta a casa Pixar, e da allora la grande maggioranza dei film premiati è rientrata nella galassia Disney.

Nonostante la Disney continui a produrre almeno un lungometraggio d'animazione all'anno, con titoli come Frozen e Zootropolis capaci di superare il miliardo di dollari di incassi, e un film come Encanto abbia conquistato TikTok, con la canzone originale Non si nomina Bruno in testa alla Billboard Hot 100 per più di una settimana, negli ultimi tempi è stato dato un grande spazio ai live-action, i remake “in carne e ossa” dei classici più amati.

Da Alice nel paese delle meraviglie, diretto da Tim Burton, a Cenerentola, al Re Leone questa operazione nostalgia ha incontrato critiche, ma è allo stesso tempo redditizia. Come osserva Screen Rant in un'analisi del fenomeno, questi remake sono una puntata sicura, dal momento che le storie sono già amate dal pubblico e permettono di risparmiare anche tempo e soldi nella fase di pre-produzione: non ci sono nuovi diritti da acquistare. 

Senza contare tutti i titoli targati 20th century Fox, Marvel, Searchligh Pictures, e il franchise di Star Wars, che fanno tutti parte della galassia Walt Disney Company, quello che ci sarà quindi nel futuro è senz'altro nuovi remake: è in uscita a breve Biancaneve, e si parla di un Hercules prodotto dai fratelli Russo e diretto da Guy Ritchie.

Joe Russo ha detto a Variety nel novembre 2022 che la vicenda del semidio che vuole diventare un eroe «sarà un po' più sperimentale nei toni e nell'esecuzione», rispetto agli altri progetti che sono rimasti piuttosto fedeli all'originale animato. Si parla prima di tutto di un musical, con un occhio ultracontemporaneo: «Il pubblico oggi è abituato a TikTok, giusto? Quali sono le loro aspettative su come deve essere un musical?». Ad agosto è girata sui social la notizia, ancora da confermare, che nei panni di Hercules e Megara ci saranno Tagar Egerton (già Elton John in Rocketman) e la cantante Ariana Grande.

Anche un remake di Oceania potrebbe essere in programma per il 2025: Dwayne “The Rock” Johnson, che ha doppiato il personaggio di Maui nel cartone, ha annunciato il progetto in un video rilasciato in aprile. 

Quanto alle storie originali, i prossimi film in uscita sono Wish a novembre, sulle stelle che esaudiscono i desideri, ed Elio, previsto in primavera, che avrà una deriva fantascientifica con tanto di alieni. In arrivo c'è anche il seguito di Inside Out e Mufasa, un prequel del Re Leone.

LA SFIDA DELL’INCLUSIVITÀ

Ridare vita a vecchie storie non è solo la scelta confortevole che sembra. Nel campo della letteratura e della cinematografia è in atto da tempo un lavoro di rielaborazione e riattualizzazione delle storie, soprattutto per bambini, uscite in un contesto differente da quello odierno e che rivelano stereotipi sessisti, razzisti o abilisti.

È un tema che è stato affrontato ad esempio per quanto riguarda i romanzi di Roald Dahl, e inevitabilmente va a toccare una produzione vasta come quella disneyana, che per i suoi lungometraggi deve risalire fino al 1937. 

Sulla piattaforma di streaming Disney+, per esempio, titoli come Peter Pan sono accompagnati da un avviso: «Questo programma include rappresentazioni negative e/o trattamenti errati nei confronti di persone o culture. Questi stereotipi e comportamenti erano sbagliati allora e lo sono oggi. La rimozione di questo contenuto negherebbe l'esistenza di questi pregiudizi e il loro impatto dannoso sulla società. Scegliamo invece di trarne insegnamento per stimolare il dialogo e creare insieme un futuro più inclusivo».

Se nei film già realizzati la scelta quindi è di contestualizzare per non dimenticare il percorso fatto, nei remake Disney ha l'occasione di correggere il tiro e rispettare il proprio impegno «a creare storie con temi ispiratori e aspirazionali che riflettano la ricca diversità dell'esperienza umana in tutto il mondo», come prosegue il disclaimer.

La scelta di scritturare Halle Bailey, un'attrice nera, per interpretare Ariel in La sirenetta è stata oggetto di attacchi: «Il pubblico è possessivo nei confronti di una proprietà culturale come i classici Disney, perché servono, in tanti modi, a rinforzare la tradizionale narrativa statunitense: nei mondi bianchi, tutti gli eroi sono bianchi», è stato scritto sul Guardian. 

Allo stesso modo, Rachel Zegler, che vestirà i panni della nuova Biancaneve, è stata attaccata per le sue origini in parte colombiane, che, stando ad alcuni, tradirebbero il requisito del personaggio «con la pelle bianca come la neve». Zegler ha bollato la polemica come “nonsense” su X, il vecchio Twitter, chiedendo alle persone di smettere di taggarla in tweet a riguardo.

L’adattamento del lungometraggio ha richiesto anche un altro aggiustamento: l’attore di Game of Thrones Peter Dinklage ha infatti accusato la Disney di applicare «doppi standard», dal momento che il film avrebbe comunque previsto la presenza dei sette nani. La società ha risposto che «per evitare di rinforzare gli stereotipi del cartone originale useremo un approccio diverso per i sette personaggi, e ci stiamo consultando con la comunità delle persone affette da nanismo».

Disney negli ultimi anni si è esposta di più anche sulle tematiche Lgbtq+, ospitando la parata del Pride a Disneyland Paris o costruendo trame e personaggi che rompessero il canone eterosessuale: Le Tont nel remake della Bella e la Bestia era stato applaudito come il primo personaggio apertamente gay, non senza qualche rimostranza dello stesso attore che lo interpretava sul fatto che si sarebbe potuto fare di meglio.

La controversia tra Disney e il governatore Ron De Santis sui parchi divertimenti in Florida degli ultimi mesi sembra poi aver preso le mosse proprio dal comunicato rilasciato dalla società a supporto della comunità Lgbtq+ nella scia del progetto di legge ribattezzato “Don't say gay”.

La legge prevede che non si faccia in nessun modo accenno nelle scuole elementari ad argomenti relativi all’orientamento sessuale e all'identità di genere, e aveva ricevuto critiche dal presidente Joe Biden e dall'ex amministratore delegato di Disney (ex all'epoca, ora è di nuovo in carica) Bob Iger. 

L'Orlando sentinel aveva rivelato che la Disney in realtà finanziava alcuni degli sponsor dietro il disegno di legge: i lavoratori avevano chiesto una presa di posizione netta, e in particolare i dipendenti della Pixar avevano lamentato una politica interna che riduceva di molto le scelte creative che includevano storie d'amore o personaggi esplicitamente omosessuali. All'uscita di Lightyear, si è scoperto che i creativi avevano insistito per far inserire la scena di un bacio che era stata precedentemente tagliata.

LO STREAMING

Il futuro passa anche per le scelte distributive. Oltre a essersi allargata ai franchise come la Marvel e Star Wars, nell'immediato pre-pandemia la Walt Disney Company si è lanciata nel settore dei servizi di streaming on demand con la propria piattaforma Disney+. Adesso, l'intero settore dello streaming sta andando incontro a diversi aggiustamenti, tra innalzamento dei costi di abbonamento e restrizioni sulla condivisione degli account. Anche la stessa uscita di film in contemporanea in sala e sugli schermi on demand è una pratica su cui tutti i servizi si stanno ora interrogando.

In agosto Forbes segnalava che nel terzo trimestre fiscale la piattaforma aveva perso più di 11 milioni di iscritti. Tuttavia, Bob Iger, che è tornato nella veste di Ceo di Disney dopo la parentesi di Bob Chapek, ha annunciato che lo streaming è una delle tre direzioni su cui puntare per la crescita, insieme alla produzione di contenuti e ai parchi. A settembre la compagnia ha comunicato anche che espanderà l'investimento nel settore dei parchi a tema.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Quanto ai passi futuri nel campo della tecnologia, Reuters ha rivelato in agosto l'esistenza di una «task force» per «studiare l'intelligenza artificiale e la sua applicazione nel campo dell'intrattenimento». Disney non ha commentato, mentre una fonte anonima avrebbe detto a Reuters che «società come Disney devono capire l'intelligenza artificiale o rischiano l'obsolescenza».

La presunta task force sarebbe stata avviata prima dell'inizio dello sciopero degli attori di Hollywood, che tra le richieste avanzate dal sindacato presenta proprio la necessità di regolamentare l'utilizzo dell'intelligenza artificiale nel cinema. 

ANNA MANISCALCO. Laureata in Giurisprudenza e diplomata in cinema. Frequenta la Scuola di giornalismo Walter Tobagi di Milano

Disney, dal topo "wasp" alle fiabe politically correct. Nel 1923 nasceva la "fabbrica" dei cartoni animati. Una terra di sogni che qualcuno vuole riscrivere. Claudio Siniscalchi il 27 Agosto 2023 su Il Giornale.

Le fortune di due fra i più importanti imprenditori-innovatori statunitensi contemporanei sono nate in un garage. Da lì sono partiti, con immensa fiducia, poche certezze e mezzi finanziari risibili, Steve Jobs (fondatore di Apple) e Bill Gates (fondatore di Microsoft). Storie incredibili. Ma non nuove. Spostando il calendario indietro di cento anni, uno squattrinato disegnatore fatica non poco per racimolare i soldi per pagarsi il biglietto del treno per Los Angeles. Si chiama Walter Elias Disney. Nato a Chicago nel 1901. La «città degli angeli» è nel vortice dell'espansione economica. I produttori cinematografici hanno abbandonato la fredda costa dell'Est per accasarsi nella calda costa dell'Ovest. Possono lavorare ininterrottamente tutto l'anno. Disney e il fratello partono da un garage. E da lì scalano a grandi passi il «tempio della celluloide». Walt ha una grande intuizione. Ai magnati di Hollywood non interessa il cartone animato. Il mercato di fatto è un oligopolio, dominato da otto compagnie: cinque grandi e tre piccole. Poi ci sono gli indipendenti, che tali debbono restare. Se hanno ambizioni di crescere e trovarsi un posto al sole accanto ai grandi, si sbagliano di grosso. Disney per il disegno animato ha un talento insuperabile. È un discendente di Leonardo da Vinci catapultato nel XX secolo. E il 16 ottobre 1923 Walt Disney e suo fratello Roy con il nome di Disney Brothers Studios.

Uno scrittore francese oggi quasi dimenticato, Joseph Kessel, nel 1937 così definisce Hollywood: «I cattolici hanno il Vaticano. I musulmani La Mecca. I comunisti, Mosca. Le donne, Parigi. Ma per gli uomini e le donne di tutte le nazioni, di tutte le credenze, di tutte le latitudini, una città è nata dopo un quarto di secolo, più affascinante e più universale che tutti i santuari. Si chiama Hollywood. Hollywood! Qui si fabbricano, destinati per la terra intera, sogni e sorrisi, passione, brivido e lacrime. Si costruiscono volti e sentimenti che servono da misura, ideale o droga per milioni di esseri umani. E nuovi eroi si formano ogni anno per l'illusione delle folle e dei popoli». Walt Disney doveva aver scolpite nella mente queste parole. E le traduce in cartoni animati per il grande schermo. Disegna senza sosta. Dal suo cappello magico saltano fuori conigli meravigliosi. Uno su tutti, diviso tra la carta stampata e la pellicola: Topolino. Il punto di svolta dell'arte cinematografica di Disney arriva con Biancaneve e i sette nani (1937). Un lungometraggio moderno che incanta i bambini come i grandi. Lo adorano il regista comunista Sergej M. Ejzentejn e lo scrittore fascista Robert Brasillach. Il film rappresenta uno spartiacque. Il cartone animato dopo Biancaneve ha un solo indiscusso punto di riferimento: Walt Disney. Il suo genio sforna nei tre decenni successivi opere sbalorditive: Pinocchio ('40), Fantasia ('40), Dumbo ('41), Alice nel paese delle meraviglie ('51), Le avventure di Peter Pan ('53), La spada nella roccia ('63). Il successo planetario è inarrestabile. Disney fonda un proprio studio, mescola il cartone animato con la finzione (Mary Poppins del '64 è il modello insuperabile), riceve premi, guadagna dollari a palate. Non è più un cartonista-regista-artista: è l'America. L'immagine dell'America nel mondo americanizzato. Muore nel 1966, quando ad Hollywood la fiducia nel futuro sembra essere svanita. I «vecchi titani» che spesso hanno guardato Disney dall'alto in basso, stanno cedendo le loro case di produzione. Il futuro però è della Disney. La televisione, la nuova finanza e il consumismo stanno integrandosi nella produzione cinematografica. La Disney ha tutto. Nei quasi sessant'anni che seguono la scomparsa del fondatore, il cartone animato si trasforma in Disneyworld.

Walt Disney in vita ha avuto parecchi detrattori. Molti non gli hanno perdonato le sue simpatie per le dittature fasciste degli anni Trenta. Ma polemiche, controversie e incidenti di percorso non mutano la sostanza della realtà. Il «papà di Topolino» deve essere annoverato fra i massimi cantori della cultura occidentale, ovviamente in «salsa WASP» (bianca, anglosassone e protestante). Il «canone occidentale» ha trovato in Disney l'intelligente illustratore attraverso il cartone animato. Nella dimora dove Disney è sepolto da qualche anno si avvertono forti sommovimenti tellurici. È Walt che si gira e rigira, a causa della tendenza «politicamente corretta» adottata dal suo impero. Oggi l'universo disneyano si sta scrivendo o riscrivendo seguendo i dettami della «cancellazione culturale». Una caratteristica propria del turbocapitalismo attuale consente all'ideologia di reggere le redini dell'economia, orientandone le finalità. L'ideologia «gender» è il nuovo, ferreo codice di produzione multimediale. Walt Disney è stato un umanista. Basta ascoltare il dialogo tra il mago Merlino e lo scudiero-sguattero Semola (diventerà Re Artù) in La spada nella roccia. «La cosa migliore da fare quando si è tristi», replicò Merlino, cominciando a soffiare e sbuffare, «è imparare qualcosa. È l'unica cosa che non fallisce mai. Puoi essere invecchiato, con il tuo corpo tremolante e indebolito, puoi passare notti insonni ad ascoltare la malattia che prende le tue vene, puoi perdere il tuo solo amore, puoi vedere il mondo attorno a te devastato da lunatici maligni, o sapere che il tuo onore è calpestato nelle fogne delle menti più vili. C'è solo una cosa che tu possa fare per questo: imparare. Impara perché il mondo si muove, e cosa lo muove ». Un piccolo condensato di sapienza greca, romana, giudaico-cristiana (quindi biblica), scespiriana e, in ultimo, appunto a chiudere il «canone», disneyana. La storia, un po' come le montagne russe, è un alternarsi di salite e discese. L'orribile moda «politicamente corretta», essendo una moda, finirà anch'essa per tramontare. Così il sorridente Walt Disney potrà smettere di agitarsi, tornando a dormire serenamente. Come merita.

Atlas Ufo Robot, per tutti Goldrake.

Marco Zonetti per Dagospia il 5 aprile 2023.

Quarantacinque anni fa, martedì 4 aprile 1978, poche settimane dopo il rapimento di Aldo Moro, arrivava in Italia Atlas Ufo Robot, il cartone animato giapponese che avrebbe cambiato per sempre la "Tv dei ragazzi".

 Uscito tre anni prima in Giappone con il titolo Ufo Robot Grendizer, da noi giunse dopo il passaggio sulla Tv francese dalla quale la Rai adattò la serie, sbagliandone il titolo. "Atlas ufo robot" era infatti una guida al cartone (atlas = atlante in francese), e lo stesso nome "Goldrake", affibbiato al robot protagonista Grendizer, era in realtà l'anglicizzazione del francese "Goldorak".

Senza Internet, YouTube, DVD e piattaforme streaming, nessuno se ne accorse e, impreziosito da sigle indimenticabili (come Ufo Robot/Shooting Star di Luigi Albertelli-Vince Tempera con Ares Tavolazzi al basso), Atlas Ufo Robot fu un successo immediato ed epocale. In onda sulla Rete Due alle 18,45 all'interno del contenitore Buonasera con..., non esisteva bambino o bambina dell'epoca che non lo seguisse appassionatamente.

Il seguito di quel cartone mirabolante così diverso dai placidi e delicati "disegni animati" ai quali i bambini e i genitori italiani erano abituati (fra cui gli altrettanto giapponesi Vicky il Vichingo e Heidi, giunti in Italia poco prima di Goldrake), fu talmente capillare fra le generazioni più giovani che finì per scatenare un putiferio di polemiche sulla presunta violenza delle immagini, finendo addirittura nel mirino della Commissione di Vigilanza.

Uno dei suoi componenti, il deputato Silviero Corsivieri, pubblicò infatti sulla Repubblica un intervento dal titolo "Un ministero per Goldrake" nel quale ne sollecitava la sospensione in quanto celebrava "l'orgia della violenza annientatrice, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del diverso". La deputata del Pci Nilde Iotti si spinse addirittura a definirlo un cartone "fascista", oltre che "antidemocratico", "violentissimo", mentre sociologi, intellettuali, pensatori e così via dilapidavano fiumi di parole e altrettanti d'inchiostro interrogandosi se quel supereroe nipponico non fosse in realtà "il diavolo". Gianni Rodari, Nicoletta Artom e Oreste Del Buono furono invece più miti nelle loro analisi spezzando una lancia a favore del robottone venuto dal Sol Levante.

All'epoca, detrattori e paladini non sapevano che "Goldrake" era soltanto il terzo in ordine cronologico di una trimurti robotica ideata dal genio di Go Nagai, paradossalmente arrivato in Italia per primo. In Giappone era stato infatti preceduto da Mazinger Z (giunto da noi nel 1980 su Rai1 e ribattezzato Mazinga Z) e quindi dal Grande Mazinger, uscito nel nostro Paese nel 1979 sulle tv locali. Il legame fra i suddetti robot, una vera e propria trilogia, era il personaggio del pilota Koji Kabuto che in Italia, per errori di adattamento, riuscì ad avere ben tre nomi: Koji nel Grande Mazinger, Ryo in Mazinga Z e Alcor in Atlas Ufo Robot.

La venuta dei personaggi di Nagai in Italia aprì le porte a tutta una panoplia di emuli o epigoni nipponici quali Jeeg Robot d'Acciaio, Jetter Robot, Danguard, Daitarn 3, Gundam, Gordian e così via, tutti approdati nel nostro Paese tra la fine degli anni '70 e i primissimi anni '80 sulle tv locali, contribuendo a decretarne la popolarità.

Per quanto riguarda la Rai, invece, la crociata politica contro Goldrake e Mazinga ebbe l'effetto di far cancellare per sempre dai palinsesti del servizio pubblico i robot giapponesi, riducendo paradossalmente al lumicino la gloriosa "Tv dei ragazzi" che, a metà degli anni Ottanta, era già consegnata chiavi in mano alle televisioni commerciali e soprattutto a Mediaset. Con le reti di Silvio Berlusconi assurte a quotidiane compagne ed educatrici dei bambini e ragazzi dell'epoca (e futuri elettori...).

 Tornando al compleanno di Atlas Ufo Robot, quarantacinque anni dopo quel martedì 4 aprile 1978 quando comparve per la prima volta sui teleschermi italiani ancora perlopiù in bianco e nero, fa ancora un certo effetto - per chi fu bambino all'epoca - rivedere su YouTube la sequenza della corsa di Actarus nei corridoi dell'Istituto di Ricerche Spaziali.

L'adrenalinico ingresso nella navicella spaziale dopo la trasformazione in "Duke Fleed", e l'uscita di Goldrake dai vari nascondigli sotto le cascate, sono scene indelebilmente scolpite nell'immaginario di un tempo che ci appare dorato rispetto a quello di oggi, malgrado si fosse nel pieno degli anni di piombo. Forse perché, nello stesso anno in cui Aldo Moro veniva rapito e poi trovato assassinato, i bambini italiani potevano ancora sognare un supereroe venuto dallo spazio per raddrizzare i mali del mondo.

Goldrake compie 45 anni: oggi nel 1978 il primo episodio italiano. Goldrake compie 45 anni, ma è ancora giovanissimo nella memoria dei milioni di ammiratori. La prima puntata trasmessa su Rai 2 il 4 aprile del 1978, grazie all'intuizione di una funzionaria Rai. Roberta Damiata il 4 Aprile 2023 su Il Giornale.

Fu letteralmente una rivoluzione. Bastò una puntata, trasmessa il 4 aprile del 1978 su Rete 2, per trasformare Atlas Ufo Robot, che poi diventò per tutti Goldrake, in una vera mania. Solo 20 minuti durava una puntata della serie giapponese Ufo Robot Grendizer, ma furono sufficienti per far impazzire tutti, diventando croce e delizia dei genitori "costretti" nei mesi a venire, a mettere mano al portafoglio, travolti dalle richieste dei figli di giocattoli e gadget, di questo innovativo supereroe.

E fu proprio l'innovazione a decretare il successo nel nostro Paese, abituato a ben altro genere di cartoni per ragazzi. Un salto in avanti per un genere che veniva dal Giappone, 45 anni fa luogo lontano e misterioso, di cui molto non si sapeva se non poi, l'avvento di questo nuovo genere di animazione. Ogni giorni, ben cinque milioni di bambini, ragazzi, tate, genitori e qualche nonno, si "piazzavano" davanti al televisore in quell'appuntamento imperdibile, che oggi festeggia i 45 anni di messa in onda in Italia.

L'intuizione di una funzionaria Rai

A portarlo nel nostro Paese fu una funzionaria Rai Nicoletta Artom, che lo aveva visto un anno prima, nel 1977, al Mifed di Milano ((Mostra Italiana del Film, Telefilm e Documentario, ndr), comprendendo subito la rivoluzione che avrebbe portato in tv. Ma non fu così semplice farlo arrivare nella seconda rete della tv "di Stato", servì la "spinta" definitiva dell'allora direttore di rete Massimo Fichera, che vide oltre, per farlo acquistare e poi trasmettere.

Come ogni cosa nuova e in un certo senso "rivoluzionaria", Goldrake dovette combattere batttaglie non solo dentro lo schermo, ma soprattutto fuori. Tutti parlavano di questo cartone; o meglio "anime", gionalisti, psicologi, insegnanti e politici, e non tutti con parole di approvazione. Come riporta Massimo Nicora, autore del saggio: C'era una volta Goldrake - La vera storia del robot giapponese che ha rivoluzionato la TV e il mercato del giocattolo in Italia: "In una piccola scuola di Imola alcuni genitori lanciano addirittura una crociata contro i cartoni animati giapponesi".

Ne parlò anche Enzo Tortora nel suo programma L’altra Campana, a testimonianza del dilagante successo del cartone. Fama e notorietà che rimangono immutate anche ora, 45 anni dopo, quando quei bambini seduti davanti alla tv, sono ora adulti, e hanno loro stessi figli che lo apprezzano; e non esiste festa, sia di piccoli o di grandi, che non riproponga la sigla, che tutti intonano riportando alla luce emozioni che facevano battere il cuore.

Universo Marvel.

Estratto dell'articolo Luca Valtorta per “La Repubblica” il 28 dicembre 2022. 

«Per la maggior parte del tempo facevamo cancellare a Stan la matita dalle tavole inchiostrate o lo mandavamo a prendere i caffè», racconta Joe Simon, primo editor della Timely Comics, la casa di fumetti fondata da Martin Goodman da cui sarebbe poi nata la celeberrima Marvel, «quando non aveva nulla da fare se ne stava seduto in un angolo del reparto grafico suonando il suo flauto facendo impazzire Kirby. Jack gli urlava di smetterla».

Nel racconto di vari testimoni lo strumento varia: diventa un'ocarina o addirittura un fischietto. Di sicuro non è stato uno dei modi migliori per fare amicizia con Jack Kirby, uno dei massimi autori e disegnatori di fumetti della storia, arrivato a influenzare persino avanguardie artistiche come la Pop Art. Continua lo stesso Kirby: «Mi ricordo Stan seduto sul mio tavolo a suonare il flauto, intralciando il mio lavoro. Io prendevo molto sul serio quello su cui stavo lavorando mentre lui non era mai serio in niente».

Joe Simon ricorda anche di aver sentito spesso Kirby ringhiare frasi come: «Un giorno quel ragazzino lo ammazzo!». Se quel ragazzino fosse ancora vivo (è venuto a mancare nel novembre 2018), proprio oggi compirebbe 100 anni. [...] 

Cominciamo dal fatto più concreto: è stato Stan Lee a creare tutti o quantomeno la maggior parte dei personaggi a cui la Marvel deve la sua gloria come forse ancora oggi la maggior parte della gente crede? Non esattamente. Ma al tempo stesso è vero che se non ci fosse stato lui molto probabilmente le cose non sarebbero andate nello stesso modo. 

[...] Un teorema che vale per tutti i "grandi" ma in particolare per lui perché se c'è una cosa su cui tutti, amici, nemici, critici ed esegeti concordano, è questa: è stato Stan Lee a creare, al di là dei singoli personaggi, la formula alla base dei supereroi moderni, quella che li ha resi così famosi a tutti le latitudini.

[...] E allora, ritorna la domanda, chi è stato davvero Stan Lee? Prova a spiegarlo Marco M. Lupoi, direttore publishing di Panini Comics, forse il maggior conoscitore dell'universo Marvel in Italia: «Stan Lee è una personalità unica nella storia del fumetto, perché non è stato solo uno sceneggiatore, uno scrittore, un editor, ma colui che ha creato un universo interconnesso di dimensioni mai viste fino ad allora, e mai eguagliate, introducendo nei comics un modo di rappresentare il mondo, di interagire con i lettori e di restare connesso con l'attualità: un "Marvel Style" che ha cambiato la storia».

[...] Come faceva?  Lo racconta Igort, autore, disegnatore e direttore di Linus, che a Stan Lee dedica il numero in edicola: [...]«Tra le cose che Stan ha introdotto nei comics, per me la più importante è la capacità di raccontare le storie di uomini che sono dei e di dei che sono uomini. Il suo tocco umano colora l'universo Marvel, e ne sarà sempre la caratteristica più importante » . 

Tutto dunque viene da lì, dai "supereroi con superproblemi". Una lezione che da quel momento verrà declinata in mille modi nei fumetti a venire. Cambiando per sempre l'immaginario e non solo: contribuendo a rendere il mondo un posto più bello e più gentile.

Zio Paperone.

Buon compleanno zio Paperone: i 75 anni del più ricco (e tirchio) papero del mondo. ANDREA MAZZOTTA il 15 Dicembre 2022 su Il Quotidiano del Sud.

Paperon de’ Paperoni, o meglio zio Paperone, compie 75 anni, il compleanno del papero più ricco, scorbutico e tirchio del mondo

IL papero più ricco, famoso, simpatico e tirchio del mondo compie 75 anni di vita editoriale, anche se la sua età anagrafica, come ci ha svelato il maestro fumettista Don Rosa nell’indimenticabile “Saga di Paperon de’ Paperoni”, inizia, da pulcino, nel 1867. Paperon De’ Paperoni, più comunemente conosciuto come Zio Paperone, appare per la prima volta su Four Color numero 178 (Edizioni Dell Comics), nel racconto Christmas on Bear Mountain del dicembre del 1947 che vedrebbe, in teoria, come protagonisti Paperino e i suoi nipoti Qui, Quo e Qua, anche se il vecchio papero ruberà loro subito la scena.

IN ITALIA IL RICCO PAPERO ARRIVA NEL 1948

In Italia la storia viene presentata con il titolo “Il Natale di Paperino sul Monte Orso” su Topolino Giornale dal 14 febbraio al 27 marzo 1948. Topolino Giornale, che arriva nelle edicole italiane ad opera dell’editore Nerbini nel 1932, per poi passare a Mondadori, è l’edizione antesignana del Topolino Libretto, cioè la testata che ha accompagnato la crescita di migliaia di lettori e che oggi presenta, ogni settimana, le splendide storie della famiglia dei Topi e dei Paperi che appassionano e conquistano bambini di tutte le età.

LE ORIGINI DI ZIO PAPERONE NEL SUO 75° COMPLEANNO

A inventare il personaggio fu l’immenso e incommensurabile Uomo dei paperi, Carl Barks, autore a cui dobbiamo uno sconfinato mondo di personaggi, luoghi immaginari, e storie strabilianti. Non serve avere una grande conoscenza della letteratura angloamericana per capire che Scrooge McDuck, questo il nome in originale, noto anche come Uncle Scrooge, appunto “Zio” Paperone, è ispirato al personaggio di Ebenezer Scrooge, avido protagonista del Canto di Natale di Charles Dickens. Ma non solo.

Lo zio ricco d’America non è solo un topos dell’immaginario europeo, ma esiste anche nel continente americano, creato dalla striscia a fumetti The Gumps, nata nel 1917 dalla matita di Sidney Smith, dove al protagonista Andy si affianca il ricchissimo zio australiano Uncle Bim. Barks la conosceva e ne ha tratto sicuramente ispirazione, evolvendo poi la figura di Paperone e costruendo intorno a lui un mondo complesso e credibile.

Se nessuno fu e sarà come Barks, va detto che sono diversi i mastri dell’arte sequenziale che si sono cimentati con le storie del Papero più ricco del mondo. Don Rosa gli ha costruito una bellissima biografia (La saga di Paperon De Paperoni), Romano Scarpa ha sottolineato la sua dimensione affettiva, Guido Martina ne ha mostrato le magagne, Rodolfo Cimino l’ha spedito in giro per il mondo alla ricerca di tesori incredibili, Cavazzano gli ha cucito addosso mille volti e ruoli.

BUON COMPLEANNO ZIO PAPERONE, PAPERO RUDE MA DAL CUORE UMANO

Ne è uscito un Papero più umano che mai, dalla personalità sfaccetta e prismatica, coerente a sé stesso e pieno di fisiologiche contraddizioni, esattamente come ciascuno di noi. Una figura leggendaria che ha saputo ritagliarsi uno spazio anche nella storia dell’animazione Disney, apparendo tanto sul piccolo schermo (con la serie televisiva Ducktales) che sul grande, fino ad aggiudicarsi un lungometraggio tutto per lui (Zio Paperone alla ricerca della lampada perduta – 1990).

La vita del papero nato a Glasgow, in Scozia, è stata, narrativamente parlando, tempestata di infinite avventure, la stragrande maggioranza delle quali, se escludiamo Bark e Rosa, prodotte proprio in Italia, grazie alla grande tradizione Disney italiana.

Una tradizione così forte da far sorgere in Italia anche una vera e propria Accademia Disney, fondata nel 1988 sotto il nome di “Scuola Disney” da Giovan Battista Carpi e successivamente ribattezzata “Accademia Disney” nel 1993. Fu un’istituzione privata della Walt Disney Company creata con l’intento di sviluppare nuovi talenti capaci di operare nel mercato nel mondo dell’illustrazione e della narrazione visiva in conformità con lo stile Disney. Ma questa è un’altra, splendida, storia.

IL PRIMO PAPERONE, LA SUA RICCHEZZA, LE SUE STORIE

Il personaggio che incontrano Paperino e i suoi nipoti, nella storia ambientata a Natale, è un papero molto diverso da quello che si rivelerà nelle migliaia di pagine successive. È stanco, vecchio, forse un po’ deluso dalla vita.

Il perché ce lo spiega proprio Don Rosa nella sua incredibile epopea che racconta tutto il percorso di vita di un avventuriero mai domo, che parte della Scozia per esplorare il mondo. Un viaggio durato anni, decenni, che lo porterà a diventare il Papero più ricco del mondo, a costruire un deposito nel quale riposano di 3 acri di monete d’oro, pari a 5 multiplujilioni, 9 impossibidilioni, 7 fantasticatrilioni di dollari e 16 centesimi.

In realtà, non si tratta di tutti i possedimenti del vecchio papero, che vanta migliaia di floridi conti correnti e proprietà sparse per il mondo ma solo di ciò che ha guadagnato personalmente, con il proprio sudore e che non spenderà mai. Un viaggio che, tuttavia, l’ha costretto a mettere da parte gli affetti, trasformando il pulcino sognatore che partì alla ricerca di fortuna da condividere con la famiglia, in un vecchio acido e solitario. Ma questa era solo la sua condizione all’inizio della fine di una parte della sua esistenza…

ZIO PAPERONE E IL SUO RAPPORTO CON PAPERINO E GLI ALTRI PROTAGONISTI

Ancora tanto sarebbe stato raccontato di lui, compreso il complesso rapporto con il nipote Paperino, costantemente indebitato con lo zio, e con i nipotini. Tanto affetto, (e qualche spasimante come Brigitta MacBridge e Doretta Doremì, conosciuta durante gli anni in Klondike) ma anche tanti nemici, pronti a derubarlo (i Bassotti e Amelia), oppure a sminuirne i meriti (Cuordipietra e Rockerduck).

E ancora viaggi, errori, pentimenti, grandi momenti di gloria, vittorie, sconfitte, dimostrazioni di testardaggine epocali, pavimenti solcati da passi carichi di pensieri, una vita segreta da supereroe, la mitica numero 1, portafortuna per antonomasia, o forse solo il primo mattoncino di un impero, una tuba per cappello e le ghette ai piedi. Insomma, Zio Paperone è davvero un elemento fondamentale dell’immaginario collettivo mondiale, un archetipo narrativo, uno specchio, come spesso sono i fumetti, nel quale ognuno vede un po’ stesso per come è, per come vorrebbe o non vorrebbe essere. Piuma più, piuma meno.

COSA REGALARE A ZIO PAPERONE NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO?

Cosa regalare al Papero più ricco del mondo per i suoi 75 anni? Nulla, lui ha già tutto. Forse solo una promessa: quella di continuare a leggere le sue avventure, pubblicate in Italia sul settimanale Topolino, sul mensile Zio Paperone e i suoi volumi editi da Panini Comics, che ne cura in Italia, splendidamente, la proposta editoriale. Tanti auguri vecchia tuba!

Un vero capitalista che non si vergogna della sua ricchezza (come scrisse Buzzati). Il personaggio nacque nel 1947 dalla matita di Carl Barks. Fra l’Arpagone di Molièree il Grandet di Balzac, è diventato anche lui un classico, accumulando dollari. Felice Modica il 24 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Quando, nel dicembre del 1947, Carl Barks ideò per Walt Disney il personaggio di Uncle Scrooge McDuck, di sicuro aveva in mente l'Ebenezer Scrooge protagonista del Cantico di Natale di Charles Dickens. E forse neppure l'autore avrebbe scommesso su una vita così lunga per la sua creatura, originariamente concepita per esaurirsi nel racconto d'esordio, quel Christmas on Bear Mountain, tradotto in italiano col titolo di Paperino e il Natale sul monte Orso. I personaggi dei fumetti, però, vivono di vita propria. Crescono, si sviluppano, assumendo nuove forme e modificando il loro carattere. Di avari sono pieni la letteratura e il teatro. Dal plautino Eucline, all'Arpagone di Molière, al Todero di Goldoni, al Grandet di Balzac. Paperon de' Paperoni - il cui nome italiano si deve a una geniale intuizione di quell'insuperato direttore di Topolino che fu Mario Gentilini - non è un loro fratello minore. Forse, come sosteneva il fumettista veneto Piero Zanotto, è più strettamente imparentato con il goldoniano Sior Todero brontolon, anche lui, in fondo, un simpatico avarastro... Adesso che Paperone è giunto al suo settantacinquesimo compleanno, la casa editrice Panini, che ha in Italia l'esclusiva dei Paperi, farà festa grande. Sui periodici del gruppo, con storie inedite e ripubblicazioni di classici ma, soprattutto, rieditando due capolavori del genere, in cartonato da collezione. Si tratta di Vita e dollari di Paperon de' Paperoni e de La saga di Paperon de' Paperoni di Don Rosa. Il primo merita alcune considerazioni. Uscito in origine per gli Oscar Mondadori, nel lontano 1968, comprende sette vecchie celebri storie di Carl Barks pubblicate tra il 1949 e il 1954. La nuova edizione, contrariamente all'originaria italiana, che era in bianco e nero, è interamente a colori e presenta ciascuna storia corredata da un ampio apparato redazionale inedito. Tuttavia, nell'edizione Panini mancano due cose che impreziosivano notevolmente il testo originario: la prefazione di Dino Buzzati e l'introduzione di Mario Gentilini. È un vero peccato, in quanto Gentilini è una miniera di informazioni. Ci dice, per esempio, che in Italia esisteva un «frate Paperone de' Paperoni, domenicano trasferito dalla cattedra di Foligno, il giorno 21 luglio dell'anno 1282...». Specialmente Buzzati, però, tratteggia un profilo perfetto del nostro multimiliardario, fornendo una lettura politica del personaggio, di grande attualità. Dopo aver definito Paperone e Paperino «tra le più grandi invenzioni narrative dei tempi moderni», sottolineandone «la vertiginosa fantasia e ingegnosità delle vicende, in un mondo dove la regola quasi sovrana dei romanzi è la noia», l'autore del Deserto dei Tartari spiega perché Paperone sia sempre divertente e simpatico. Scrive: «è uno spilorcio al mille per cento. In fatto di dollari non ammette debolezze o eccezioni, mai. Se è di buon umore vuol dire che è in arrivo un buon carico di sestilioni, se ha la luna vuol dire che gli è stato sottratto qualche cent. Se è generoso - raramente ma capita - è generoso perché la poca grana che sgancia è servita, o servirà, a guadagnare cento, mille volte tanto». Se Scrooge era odioso, Paperone è simpatico per due ragioni: «pur essendo il re degli arpagoni, non è arido come Scrooge. È capace di soffrire, di piangere, e quando piange (per la perdita di un soldo) fa pena come un bambino maltrattato. Secondo: lo rende simpatico la sua eroica fermezza e inflessibilità d'avaro. Nel nostro mondo industriale, dove tutti i ricchi sembrano vergognarsi dei loro capitali, e si allineano con la cultura di sinistra, e invitano alle loro feste coloro che proclamano apertamente la loro intenzione di spogliarli, è confortante incontrare un plutocrate che, senza pudori, ostenta lo splendore dei suoi miliardi, e se li tiene bene stretti, determinato a non farne parte con nessuno, e disprezza i poveracci che non sono stati capaci di fare quello che ha fatto lui. Una carogna, un maledetto, un mostro. Però un capitalista di carattere, che sarà odiato, ma in fondo rispettato molto più dei colleghi pusillanimi e camaleonti». Troppo vero e attuale per ripubblicarlo nell'anno del Signore 2022... In compenso, integrale è la grande saga di Don Rosa, il vero erede di Carl Barks che, in due anni di intensissimo lavoro, tra il 1991 e il 1993, realizzò in 212 magnifiche tavole l'appassionante biografia del papero più ricco del mondo. Bellissimo, anche per le tavole.

Dino Buzzati.

Dino e il fumetto. Una grande passione che va da Disney a "Diabolik". Già negli anni Cinquanta, quando in Italia si bandì una crociata contro i fumetti, da più parti considerati giornaletti idioti che rovinavano i ragazzi, Dino Buzzati non si accodò alla vulgata benpensante e moralista. Luigi Mascheroni il 24 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Già negli anni Cinquanta, quando in Italia si bandì una crociata contro i fumetti, da più parti considerati giornaletti idioti che rovinavano i ragazzi, Dino Buzzati non si accodò alla vulgata benpensante e moralista. Ce lo spiega bene Lorenzo Viganò, massimo esperto dello scrittore-giornalista che quest'anno ha curato una nuova edizione, ricchissima e con molto materiale inedito, dello storico Album Buzzati (Mondadori), solo per caso una straordinaria biografia «per immagini e parole». «Buzzati - fa notare Viganò - scrisse chiaramente che era sbagliato generalizzare, e distingueva fra certi fabbricatori di fumetti dalla fantasia stentata, la tecnica dilettantesca, i gusti bassi, tutti uguali e disegnati male, e il fumetto come mezzo di comunicazione, al pari del libro e il cinema: come ci sono libri e film deprecabili oppure originali, così ci sono fumetti pessimi e inutili o ottimi e intelligenti. Bisogna soltanto sapere - e Buzzati lo intuì subito - che la differenza fra i fumetti buoni e cattivi sta nella capacità di schiacciare o esaltare la fantasia del lettore».

Insomma, se le storie sono ripetitive e scontate, tutte sparatorie e scazzottate, e le immagini rozze e didascaliche, che dicono già tutto, scena dopo scena, allora non permetti al ragazzo di mettere in moto l'immaginazione: e quando uccidi il Babau, uccidi la fantasia; se invece il disegno è di un grande artista, e Buzzati pensava ad Arthur Rackham o a Gustave Doré, le cui illustrazioni spesso ricordiamo più degli stessi versi di Dante, allora ciò è la scintilla che dà fuoco all'immaginazione che permette al lettore di inventare il suo mondo...

E Dino Buzzati, formidabile inventore di mondi, amava davvero il fumetto, in molte sue forme. Nel 1962 esce Diabolik, creato dalle sorelle Giussani nella Milano del boom, e lui se ne innamora. C'è una famosa fotografia di Buzzati nel suo studio, mentre lavora, e alle sue spalle, appeso nella libreria, un poster del Re del terrore. Lo scrittore chiamò il suo cane, un basset hound, «Diabolik», e quando la sera, a letto, un romanzo lo annoiava, si voltava verso la moglie Almerina e le diceva «Dài, passami Diabolik!». Sono anni infestati dai Kriminal, i Satanik, i Fantax e i Sadik. Ai quali il suo dipinto La Vampira (1965) deve molto... Nel 1968 Buzzati firma la celebre prefazione all'Oscar Mondadori Vita e dollari di Paperon de' Paperoni, dimostrando di aver capito benissimo il personaggio. E nel '69, fra lo stupore di molti, pubblica il Poema a fumetti (che oggi Mondadori ripubblica), un'opera per adulti sperimentale, a metà tra il romanzo e il fumetto, che rielabora il mito di Orfeo e Euridice in chiave pop, considerato una delle prime graphic novel mai pubblicate. E qui, nel suo Poema, a conferma delle sue vecchie convinzioni, ogni tavola è un'opera d'arte.

Buzzati del resto si considerava più un pittore che uno scrittore. Infatti è un artista moderno: che ruba, cita, assembla, si appropria, dando vita a qualcosa di nuovo e di profondamente diverso dagli albi usa-e-getta dei fumetti dozzinali, qualcosa che innesca timore, inquietudine, sogni, incubi, in una parola: la fantasia. Come farà, in maniera mirabile, fra cultura alta e devozione popolare, in quello che di fatto è il suo ultimo libro pubblicato in vita, I miracoli di Val Morel (e che oggi Mondadori ripubblica nel formato originale, quello voluto dallo stesso autore nella prima edizione del 1971 per Rizzoli, con la prefazione di Indro Montanelli), una raccolta di dipinti e brevi commenti imperniati su alcuni miracoli immaginari che la tradizione attribuiva a Santa Rita da Cascia e ambientati a Valmorel, località vicino a Limana, in provincia di Belluno. La sua Belluno.

Diabolik.

Michele Bovi per Dagospia il 2 marzo 2023.

Eva Kant compie 60 anni. Uscì nelle edicole il 1° marzo 1963 il terzo numero di Diabolik con l’esordio della compagna del “re del delitto”. Per celebrare l’anniversario la Zecca di Stato ha coniato monete per collezionisti e l’editrice Astorina pubblica una serie di iniziative editoriali inedite. Una rievocazione che coinvolge anche le “similEva” nate in questi 60 anni, ovvero le parodie, le copie, le contraffazioni che dall’inizio accompagnano il fumetto ideato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani: il loro genio del crimine e la sua donna hanno scatenato l’altrui ingegno dell’imitazione. 

 C’è chi, come la Fumettoteca Alessandro Callegari “Calle” di Forlì, custodisce l’inventario aggiornato di tutte le Eva Kant col nome storpiato accanto agli altrettanti deformati Diabolik. In cima alla lista ci sono Parabolik e la compagna Eva Katz disegnati da Federico Distefano nel 1996. Ma l’elenco è interminabile. 

A quel nome con la consonante K in coda fecero seguito fumetti noir di successo come Sadik di Nino Cannata e Satanik di Max Bunker (al secolo Luciano Secchi), oppure settimanali “eroticomici” come Menelik e una valanga di caricaturali Brutik, Fetentik, Fifonik, Trasformik. Molte le opere spassose, come Paperinik, creato nel 1969 da Elisa Penna e Guido Martina assieme al disegnatore Giovan Battista Carpi per il periodico Topolino della Walt Disney Company Italia, o l’ultimo arrivato, Maialik, la salama che uccide, un gastrocriminale in 3D inventato nel 2016 dall’illustratore Dino Marsan assieme a Alessandro Bersanetti che racconta le avventure di un supereroe ispirato al piatto tipico di Ferrara. 

Ma quanti di questi gemelli sono stati autorizzati dagli editori di Diabolik e quanti invece hanno dato origine ad azioni giudiziarie per contraffazione?

In 60 anni le autorizzazioni a copiare sono state poche – racconta Mario Gomboli, responsabile della casa editrice Astorina – Ottenemmo la prima proprio io e lo sceneggiatore Alfredo Castelli, ovvero le due persone più vicine alle sorelle Giussani che ci consentirono nel 1968 di pubblicare Diabetik, parodia con i disegni di Carlo Peroni. Io ho autorizzato nel 2013 l’albo Ratolik di Leo Ortolani. 

 Altri non sono stati formalmente autorizzati ma li abbiamo accettati volentieri in quanto lavori rispettosi e di buona qualità. Per il resto abbiamo subìto senza nemmeno mai tentare azioni legali: c’è poco da fare, gli espedienti della satira e della parodia devitalizzano ogni addebito di contraffazione. In alcuni casi, davanti a iniziative che ritenevo davvero sguaiate mi sono limitato a scrivere invitando i destinatari a un maggiore riguardo nei confronti del soggetto originario”.

Eppure Diabolik con i tribunali ha una particolare familiarità. 

È stato trattato categoricamente per quello che rappresenta: un irriducibile criminale. – racconta Gomboli – Diabolik nei primi anni di vita è stato continuo bersaglio di denunce e provvedimenti di sequestro. I fascicoli finivano al macero, diventando preziosi per i collezionisti, come il numero 82 del 20 marzo 1967 intitolato Il tesoro sommerso sequestrato sull’intero territorio nazionale dal pretore di Lodi perché in copertina era disegnata una ragazza in bikini: oltraggio al pudore. Ci furono interrogazioni parlamentari perché Diabolik e Eva Kant in una vignetta apparivano mano nella mano adagiati sul letto matrimoniale, pur non risultando sposati. C’era poi l’accusa ricorrente di corruzione di minori, perché prima di Diabolik i fumetti erano soltanto Topolino o Tiramolla pertanto diretti ai bambini. 

E l’annuncio Per adulti in copertina non era ritenuto sufficiente a tutelare i piccoli lettori. Nell’anticamera delle chiese Diabolik compariva negli elenchi delle letture sconsigliate, anche se abbiamo sempre evitato riferimenti religiosi. Una sola volta apparì l’esclamazione Mio Dio, che poi fu cancellata nella ristampa. Insomma il criminale a fumetti ha fatto lavorare molto gli avvocati. Eppure non è mai stato condannato”.

Però uscì sconfitto da una vertenza giudiziaria in cui compariva nella sorprendente veste di parte lesa: l’unica volta in cui Diabolik è stato protagonista di una causa per contraffazione.   I magistrati del tribunale di Roma nel 1968 furono chiamati a pronunciarsi su una causa intentata da Angela e Luciana Giussani contro il film Arriva Dorellik diretto da Stefano “Steno” Vanzina e prodotto da Dino De Laurentiis, che era la trasposizione cinematografica dell’esilarante e maldestro criminale interpretato da Johnny Dorelli con i testi di Franco Castellano e Giuseppe “Pipolo” Moccia per il varietà televisivo Johnny Sera del 1966. 

In realtà le Giussani non ce l’avevano con Dorelli e i suoi autori – rivela Mario Gomboli – La citazione in giudizio era diretta a colpire Dino De Laurentiis con il quale c’era stata un’impetuosa baruffa a seguito del film Diabolik, diretto nel 1968 da Mario Bava”. 

 Il produttore aveva acquistato dalle due sorelle i diritti cinematografici per la pellicola interpretata da John Phillip Law (Diabolik), Marisa Mell (Eva Kant) e Michel Piccoli (l’ispettore Ginko). Ma non tutti gli accordi stabiliti erano stati rispettati. Almeno secondo Angela Giussani che pertanto tentò di lavare l’onta osteggiando De Laurentiis nella realizzazione cinematografica del buffo personaggio incarnato da Johnny Dorelli. 

Un regolamento di conti che tuttavia non gratificò le sorelle milanesi – aggiunge Gomboli – I giudici infatti riconobbero agli accusati il diritto di parodia e di satira e Arriva Dorellik fu assolto”. Una sentenza che scatenò il copia-copia generale. C’è un modo sicuro per colpire senza conseguenze anche due pericolosi criminali come Diabolik e Eva Kant: basta prenderli per i fondelli. 

Luigi Mascheroni per “il Giornale” - 3 agosto 2022

Diabolik, chi sei? Risposte. Un antieroe, un criminale per cui si parteggia, un personaggio ambiguo: feroce e dignitoso, un Mistero, un ladro inafferrabile, uno dei più celebri fumetti italiani di sempre, un fenomeno editoriale, sociale, culturale. 

 Tra cronaca di ieri e miti d'oggi. Swiisss... Diabolik entra in scena, silenzioso come il sibilo del suo pugnale, un nebbioso e grigio inizio di novembre - i giorni dei morti... - del 1962, un mese dopo lo schianto di Enrico Mattei nelle campagne di Bascapè, uno prima del collaudo della Linea 1 della metropolitana milanese e pochi mesi dopo la rivolta operaia di piazza Statuto a Torino. 

Un fumetto rivoluzionario e ribelle, inventato dalle borghesi sorelle Giussani, destinato negli anni a diventare conservatore e corretto, come il suo protagonista, capobanda di una lunga serie di «eroi in nero», tutti marchiati nel nome con una rigorosa K, da Kriminal a Satanik, che hanno terrificato una felicissima stagione fumettistica, e non solo. 

Il primo numero di Diabolik - titolo: Il Re del Terrore - esce nelle edicole in poche migliaia di copie, di fatto solo nel Nord del Paese, Milano e Torino soprattutto, e quasi soltanto nelle stazioni ferroviarie. Atmosfere nere e formato tascabile, è la lettura perfetta per i pendolari che nei primi anni '60 affollano i treni locali e interregionali. 

 Da lì il genio del Male inventato da due ragazze della Milano bene, conquista prima migliaia, poi milioni di lettori, diventando un simbolo sia del noir sia dei coloratissimi Sixties all'italiana. Storie in bianco e nero, copertine pop, optical, psichedelia, design all'avanguardia: tutti i colori del nero. Era nato per essere letto in treno dai pendolari e sotto il banco dagli studenti: si è trasformato in una multicolore icona popolare. 

Diabolik è uno straordinario caso sociale, editoriale, imprenditoriale a cavallo tra da una parte - l'Italia del boom economico, della grande trasformazione, del benessere e della cultura, dei mutamenti della mentalità e del costume, delle città che diventano metropoli, delle opportunità e del miracolo e - dall'altra - dell'Italia del desiderio, inquietante e oscura, che vuole emanciparsi, arricchirsi, possedere, l'Italia di un modello diverso di donna, elegante e irriverente, di nuove abitudini e nuovi vizi, un Paese che, trasformandosi da agricolo a uno tra i più industrializzati del mondo, conosce imponenti flussi di migrazioni interne, conflitti sociali, diseguaglianze economiche e un forte aumento della criminalità: furti, traffico di stupefacenti, rapine e omicidi... Eccola, l'Italia in nero. Il grande Nord ricco, brumoso bramoso, peccaminoso. 

È il Nord che ha due capitali. Torino, la città più misteriosa d'Italia, magica, diabolica e nera, «una giungla composta da ladri, rapinatori, scippatori, travestiti, pervertiti, belle di notte e di giorno», la città che diventa scenario del delitto perfetto - siamo alla fine degli anni '50, una manciata di mesi prima dell'uscita di Diabolik - commesso da un killer che si firma "Diabolich", e poco dopo diventa la città della banda Cavallero che con le sue violente scorribande costellò gli anni dal 1963 al 1967... 

E poi Milano, la città più ricca d'Italia, sfrontata, feroce, mondana e irriverente, un carosello di negozi di lusso, teatri d'avanguardia, night club, «la città dei mitra» - palcoscenico della spettacolare rapina dell'aprile 1964 in una gioielleria della centralissima via Montenapoleone... della speculazione immobiliare, della moda, delle minigonne, dei gioielli, del design (quanto ce n'è negli albi di Diabolik...), della cupidigia. 

La Domenica del Corriere dell'aprile 1965 dedica la copertina con la grande illustrazione di Walter Molino al personaggio di Diabolik che, calzamaglia nera e pugnale sguainato, balza nella camera da letto di una bellissima donna immersa nella lettura di fumetti proibiti: all'interno del popolare settimanale spicca il servizio di Guglielmo Zucconi su «Ragazzini e signore-bene divorano i nuovi fumetti dell'orrido». 

 E sul Corriere d'informazione, siamo nell'ottobre 1966, Dino Buzzati pubblica un articolo sul caso della conturbante spogliarellista Rosa Draganovich, accoltellata in città, dal titolo Milano Diabolik?, dimostrando quanto l'inafferrabile ladro dagli occhi di ghiaccio sia entrato nell'immaginario collettivo. 

È lo stesso Buzzati che firma tanti pezzi di nera dell'Italia di quegli anni: rapine, omicidi, fughe, rapimenti... Ed è il Buzzati che chiama il suo cane, un basset hound, «Diabolik», e che quando la sera, a letto, un romanzo lo annoia, si voltava verso la moglie Almerina e le diceva «Dài, passami Diabolik!». 

 Sono anni infestati dagli epigoni del «Re del Terrore», da Kriminal a Satanik di Max Bunker, da Fantax, a Demoniak e Sadik, tra successi in edicola, scandali, denunce in pretura, sequestri, interrogazioni parlamentari, parodie, film (quello di Selth Holt del '65 con Jean Sorel, iniziato e mai realizzato, o quello di Mario Bava del '68, oggi un cult) anatemi dei moralisti e studi dei sociologi. Inquietudini, cupidigie, voglie e immaginari di un tempo che fu. 

Figlio di Fantômas, Rocambole e Arsenio Lupin, padre di una sterminata serie di criminali moralmente efferati e mediaticamente ad effetto, Diabolik ha attraversato sulla sua velocissima Jaguar la cronaca e il costume di sessant' anni di storia italiana. Sopravvissuto alle sue due madri - Angela è morta nel 1987, Luciana nel 2001 - uscito indenne da critiche e processi, salvatosi dai mutamenti epocali che hanno travolto il mondo del fumetto e dell'entertainment, passato con eleganza il giro del secolo, è diventato un fenomeno sociale sconfinando dal fumetto al cinema, al romanzo, le figurine, le canzoni, la pubblicità, i videogame... 

Ha resistito, con i suoi modi, a tutte le mode, ed è restato in piedi persino di fronte allo tsunami globale della Rete. Diabolik - con accanto la fedelissima, blondissima Eva - è ancora tra noi. Tira centomila copie al mese, terzo fumetto d'avventura più venduto in Italia dopo Tex e Dylan Dog. Ed è diventato più ancora che una icona. È una «figura»: un tempo della trasgressione, oggi della tradizione. Ci ha spaventato arrivando, ci rassicura rimanendo. Ora abbiamo capito chi è Diabolik. Un compagno d'avventura.

Laura Altieri per “Panorama” il 3 Gennaio 2023.

Il traffico e i parcheggi sono l'incubo di chi abita nelle grandi città. A Roma, con poche linee metropolitane e strade caotiche, questi problemi sono all'ennesima potenza. Chi usa l'automobile deve mettere in conto tanto tempo perso e una pazienza salomonica. Qualcuno ha pensato che è meglio prenderla a ridere.

 Il modo di dire, in romanesco, fare Er giro de Peppe, per indicare il girare a vuoto, al limite dell'esaurimento nervoso, è diventato il titolo di un nuovo gioco da tavolo ispirato proprio al problema del traffico.

 Ideato da Rome is More, canale social nato nel 2018 con l'intento di divulgare la cultura romana attraverso il suo dizionario romanesco -inglese, e Clementoni, azienda leader nel gioco educativo con 60 anni di storia e 30 milioni di giocattoli prodotti l'anno, ripresenta tutte le problematiche che un automobilista deve affrontare nella Capitale.

 Tra monumenti, semafori, ingorghi e altri imprevisti della Città Eterna, i giocatori devono cimentarsi nei quiz e guadagnare monete per parcheggiare. Dall'Eur a Ponte Milvio, da Ostiense a Prati, dal Pigneto a Monteverde, il tabellone attraversa i principali luoghi di appuntamento della Capitale, prevedendo una serie di ostacoli che i romani conoscono fin troppo bene. Non mancano nemmeno i parcheggiatori abusivi. L'esperienza stressante di trovare un posto dove lasciare la propria auto diventa, con il gioco, un modo divertente per scoprire la città dice Carolina Venosi, ideatrice di Rome is More. E ci sono anche quiz sulla storia della Capitale.

 I divertimenti da tavolo, del resto, sono sempre molto attenti ai fenomeni sociali e a ciò che fa parte della quotidianità. Prendiamo Monopoly: ha regole semplici, legate alla vita di ogni giorno. Comprare, vendere, pagare tasse, avere imprevisti sono esperienze comuni a tutti. Non solo. Questo tipo di giochi è, per dirla con gli esperti di comportamento, strumento di coesione sociale, antidoto allo stress e palestra per affinare il pensiero strategico.

La psicologa Luciana Negri, che ha studiato il fenomeno, spiega che non c'è solo il fattore intrattenimento. Ha anche una funzione educativa, impone il rispetto delle regole e questo è formativo per un giovane, oltre a stimolare la socialità sempre più messa a rischio dalle tecnologie. La pandemia poi, con le restrizioni imposte durante la reclusione tra le mura domestiche, ha portato alla riscoperta di questo genere di passatempi, che ha insidiato il primato della Playstation.

Secondo Assogiocattoli-NPD, è il segmento che cresce maggiormente nel mercato dei giocattoli, al secondo posto nella classifica dei prodotti più venduti (dopo le costruzioni). Con una crescita di almeno 16 milioni in un anno, arriva a valere circa 150 milioni di euro. La società di analisi Euromonitor International ha stimato che il mercato globale dei giochi da tavolo e dei puzzle nel 2020 ha raggiunto un controvalore di 11,3 miliardi di dollari, in crescita di un miliardo rispetto al record del 2019. In Italia, il colosso del settore Asmodee ha rilevato, attraverso le ricerche sui portali di vendita, un aumento del 50 per cento dell'interesse dei consumatori.

Il settore dei board game non è mai stato vivace quanto oggi. Il Global Board Games Market Report 2022 valuta per il settore un tasso di crescita pari al più 13 per cento da qui al 2026, contro il più 11 dei videogiochi.

 Il segreto del successo è nella capacità di innovarsi. Ogni anno vengono sfornati ben 800 nuovi titoli e si moltiplicano i festival, da Lucca Comics e Games (secondo evento al mondo dopo quello di Tokyo con circa 750 mila visitatori) a Milan Games Week & Cartoomics (con un pubblico di oltre 100 mila paganti), fino a Modena Play (40 mila giocatori doc da tutta Italia).

La domanda è alta. Andrea Ligabue, ludologo, game designer, spiega ciò che attrae in questo intrattenimento: È un modo per incontrarsi di persona, in tempi in cui tutto si fa attraverso la Rete ed è difficile relazionarsi. Inoltre stimola la fantasia, la creatività e rilassa la mente, impegnandola. Infine piuttosto economico, costa da non sottovalutare: costa sui 30-40 euro, come una cena fuori, solo che non si esaurisce in una serata. È stato coniato il nome kidult cioè kids+adult, a indicare l'età del pubblico, per lo più millennial che, diventati grandi, possono assecondare le loro passioni senza badare a spese e condividerle con i figli.

Mentre fino a qualche anno fa il mercato era dominato da pochi editori, ora si moltiplicano le nuove realtà. Cranio Creations è un esempio di eccellenza: ha vinto il Toy Award nel 2020 con Mystery House: Adventure in a Box battendo un gigante come Mattel. Il fiore all'occhiello del made in Italy è sempre Clementoni, tra i pochi a produrre un gran numero di giochi educational per definizione (dal Sapientino in poi).

 Si affacciano sul mercato grandi nomi come Ravensburger o addirittura Funko, brand noto in tutto il mondo per i vendutissimi - e a volte rarissimi - Pop, le statuette in vinile da collezionare.

Negli ultimi anni, grazie ai best seller Dixit e Ticket To Ride, è stata Asmodee a conquistare quote di mercato, anche se rimangono sempre leader indiscussi i giochi in scatola firmati Hasbro, come gli intramontabili L'allegro chirurgo e Indovina Chi?. Le novità arrivano proprio dai classici. Monopoly, nonostante i suoi 87 anni, è sempre il più venduto a livello globale e la versione più recente è Monopoly In viaggio per il mondo che ha una sorpresa al suo interno: i più fortunati potranno trovare un biglietto d'oro (alla Willy Wonka) per una vera crociera Msc con tutta la famiglia.

 Il Cluedo, invece, dopo 70 anni di misteri torna alla ribalta con una versione nuova in formato esclusivo: Cluedo Escape - Tradimento a Villa Tudor unisce la suspense e gli intrighi dell'iconico gioco in scatola del giallo a un modo del tutto nuovo di divertirsi in modalità Escape Room. Il celebre Trivial Pursuit, il gioco a quiz più famoso in assoluto, riappare in un'edizione dedicata a tutta la famiglia: ben 2.400 domande in 400 carte divise in due mazzi, uno per gli adulti e uno con domande molto più semplici a misura di bambini.

Riecco anche i mostri sacri come HeroQuest e Betrayal at House on The Hill, veri cult ricomparsi nei negozi italiani per soddisfare la richiesta di chi ama incontri di strategia e del genere fantasy, con tanto di miniature da dipingere e ambientazioni horror. A Natale, più che sulle piste da sci, oggi la moda è sfidarsi attorno a un tavolo con le novità o, per i più esigenti, con le scatole di giochi da modernariato.

Estratto dell’articolo di Eleonora Chioda per “la Repubblica” l’8 gennaio 2023.

Svelato il segreto che ha permesso a ponti e acquedotti romani di sopravvivere cosi a lungo. Lo annuncia il Mit di Boston. Dietro questa scoperta c'è un gruppo di scienziati sparsi tra Usa, Svizzera, Italia, coordinati da un ex profugo bosniaco che si è laureato a Torino. 

 Si chiama Admir Masic ed è professore associato di ingegneria civile e ambientale al Massachusetts Institute of Technology, tra le università più prestigiose del pianeta. Il segreto della resistenza delle strutture dell'antica Roma è una formula a base di calce viva che permette al calcestruzzo di ripararsi da solo. E di durare più a lungo.

 L'autorevole rivista Science Advances ha appena pubblicato lo studio chimico-archeologico di Masic, confermandone la valenza scientifica. «Dal 2017 con il mio team al Mit studiamo il calcestruzzo romano, chiedendoci come mai strutture magnifiche come Pantheon e Colosseo, ma anche porti, acquedotti, ponti e terme, siano sopravvissute affrontando intemperie, terremoti, incurie» spiega Masic. 

 «Il procedimento usato dagli antichi si chiama hot mixing, consiste nell'aggiungere alla miscela di calcestruzzo anche calce viva, che, reagendo con l'acqua, riscalda la miscela. Questo procedimento porta alla formazione di "granelli" di calce: sono loro a permettere l'autoriparazione».

Come funziona? «Quando il calcestruzzo moderno si fessura, entrano acqua o umidità e la crepa si allarga e si propaga nella struttura. Con la nostra tecnologia, la fessura si autoripara. I granelli di calce, inglobati nel calcestruzzo al momento della presa, con l'infiltrazione dell'acqua si sciolgono e forniscono gli ioni di calcio che "cicatrizzano" e riparano le crepe».

 Dalla scoperta di Masic, brevettata anche dal Mit, è nata una startup italiana: Dmat. Sede a Udine, fondatori italiani. Oltre a Masic, c'è Paolo Sabatini, esperto di affari internazionali con un passato alle Nazione unite e poi all'Expo di Milano, grande appassionato di innovazione. I due si incontrano a Boston e si chiedono: come possiamo trasformare questo studio in un prodotto utile per l'umanità? Dopo anni di studi e ricerche, ottengono le certificazioni industriali dell'Istituto svizzero di Meccanica dei materiali. 

 E fondano la startup che sviluppa la tecnologia per creare calcestruzzi durevoli e sostenibili. «Puntiamo a dematerializzare l'ecosistema del calcestruzzo», aggiunge Sabatini. Materiale economico, disponibile ovunque, semplice da utilizzare, ha però due grandi problemi: sostenibilità e durabilità.

 «Il mercato del calcestruzzo vale circa 650 miliardi di euro. E i suoi processi produttivi sono tra i più impattanti del Pianeta. La sua filiera industriale è responsabile dell'8% delle emissioni di CO2» continua Sabatini. 

 «Grazie alla tecnologia che abbiamo sviluppato, potremo creare prodotti del 50% più durevoli, con una riduzioni delle emissioni del 20% e a un prezzo più basso della metà rispetto ai prodotti oggi comparabili sul mercato». Il primo calcestruzzo di nuova generazione a entrare sul mercato è D-Lime: questo prodotto allungherà la vita delle costruzioni.Nessuna differenza in termini di procedimenti. Si continuerà a costruire nello stesso modo ma utilizzando ricette innovative. [...]

E portarla nel mondo moderno», spiega Masic. La sua è una meravigliosa storia di riscatto. E di amore per il nostro Paese. Ex profugo bosniaco, scappato dalla guerra a 14 anni, ha vissuto nei campi profughi a Fiume. Qui scopre il suo talento per la chimica. Arrivato a Torino con i volontari del collettivo Azione Pace che aveva conosciuto quando assistevano i profughi dell'ex Jugoslavia, si laurea in chimica: 110 e lode. Prende un dottorato, poi crea un'impresa. [...]

 Dagotraduzione da studyfinds.org l’8 gennaio 2023.

Il segreto della durabilità del calcestruzzo romano — che ha resistito alla prova del tempo per oltre 2000 anni — è stato finalmente scoperto. Gli scienziati del MIT hanno isolato l'ingrediente che consente al cemento romano di "autoguarirsi", rendendolo più forte del suo equivalente moderno. Le loro scoperte sul “ritorno al futuro” potrebbero aiutare a ridurre l'impatto ambientale della produzione di cemento nella società odierna.

 Gli antichi romani erano maestri dell'ingegneria, costruendo un'enorme rete di strade, acquedotti, porti e templi, molti dei quali sono ancora in piedi fino ad oggi! Molte di queste strutture sono state costruite con cemento, incluso il Pantheon di Roma, che ha la cupola in cemento non armato più grande del mondo ed è ancora intatto nonostante sia stato dedicato nell'anno 128 d.C. Alcuni antichi acquedotti romani ancora oggi forniscono acqua alla Città Eterna, mentre molte moderne strutture in cemento si sgretolano dopo pochi decenni.

Gli scienziati hanno trascorso decenni cercando di capire il segreto del materiale da costruzione "ultra resistente", in particolare nelle strutture che hanno sopportato condizioni particolarmente difficili, come moli, fognature e dighe.

 Ora, un team internazionale ha scoperto antiche tecniche di produzione del calcestruzzo che incorporavano diverse proprietà chiave di "autoguarigione". Per anni, i ricercatori hanno creduto che la chiave per la durabilità dell'antico calcestruzzo fosse un ingrediente: il materiale pozzolanico, come la cenere vulcanica della zona di Pozzuoli, nel Golfo di Napoli.

 Gli storici affermano che questo specifico tipo di cenere è stato spedito in tutto l'impero romano per essere utilizzato in progetti di costruzione, essendo descritto come un ingrediente chiave per il calcestruzzo all'epoca. Dopo un esame più attento, questi antichi campioni contengono anche piccole, distintive caratteristiche minerali bianche brillanti su scala millimetrica. Erano componenti comuni dei cementi romani. I pezzi bianchi - spesso chiamati "clasti di calce" - provengono dalla calce, un altro ingrediente chiave nell'antica miscela di cemento.

"Da quando ho iniziato a lavorare con il cemento dell'antica Roma, sono sempre stato affascinato da queste caratteristiche", afferma Admir Masic, professore di ingegneria civile e ambientale del MIT in un comunicato universitario. "Questi non si trovano nelle moderne formulazioni concrete, quindi perché sono presenti in questi materiali antichi?"

 Sebbene studi precedenti abbiano ignorato queste caratteristiche come segno di pratiche di miscelazione sciatte o di materie prime di scarsa qualità, il nuovo studio teorizza che i minuscoli clasti di calce hanno conferito al calcestruzzo la sua capacità di autorigenerazione.

 "L'idea che la presenza di questi clasti calcarei fosse semplicemente attribuita a un controllo di qualità scadente mi ha sempre infastidito", afferma Masic. “Se i romani si sono impegnati così tanto per realizzare un materiale da costruzione eccezionale, seguendo tutte le ricette dettagliate che erano state ottimizzate nel corso di molti secoli, perché avrebbero dovuto impegnarsi così poco per garantire la produzione di un prodotto finale ben miscelato? Ci deve essere di più in questa storia.

Utilizzando tecniche di imaging multiscala e di mappatura chimica ad alta risoluzione sperimentate per la prima volta nel laboratorio del Prof. Masic, i ricercatori hanno ottenuto nuove informazioni sui clasti di calce. Storicamente, gli scienziati presumevano che quando i romani aggiungevano la calce al cemento, la combinassero prima con l'acqua per formare una sostanza pastosa altamente reattiva, un processo chiamato schiacciamento.

 Tuttavia, il prof. Masic afferma che il processo da solo non potrebbe spiegare la presenza dei clasti calcarei. L'autore dello studio si è chiesto se fosse possibile che i romani usassero effettivamente la calce direttamente nella sua forma più reattiva, nota come calce viva.

 Studiando campioni dell'antico calcestruzzo, i ricercatori del MIT hanno determinato che le sostanze bianche erano costituite da varie forme di carbonato di calcio. Ulteriori analisi hanno fornito indizi che si erano formati a temperature estreme. Questo sarebbe il risultato atteso di una reazione esotermica prodotta utilizzando calce viva invece della calce spenta nella miscela di calcestruzzo.

 Il gruppo di ricerca ora ritiene che la "miscelazione a caldo" sia stata la vera chiave per la natura super resistente del calcestruzzo .

 "I vantaggi della miscelazione a caldo sono duplici", spiega Masic. "In primo luogo, quando il calcestruzzo complessivo viene riscaldato a temperature elevate, consente sostanze chimiche che non sarebbero possibili se si utilizzasse solo calce spenta, producendo composti associati ad alta temperatura che altrimenti non si formerebbero".

 "In secondo luogo, questa temperatura aumentata riduce significativamente i tempi di polimerizzazione e presa poiché tutte le reazioni sono accelerate, consentendo una costruzione molto più rapida".

 I metodi antichi hanno superato quelli moderni

Masic aggiunge che, durante il processo di miscelazione a caldo, i clasti di calce sviluppano un'architettura nanoparticellare caratteristicamente fragile. Ciò crea una fonte di calcio facilmente fratturabile e reattiva, che potrebbe fornire una capacità di autoguarigione "critica" per i materiali da costruzione . Non appena iniziano a formarsi minuscole crepe all'interno del calcestruzzo, possono preferenzialmente viaggiare attraverso i clasti calcarei ad alta superficie.

 Il prof. Masic spiega che il materiale può quindi reagire con l'acqua, creando una soluzione satura di calcio. Quindi si ricristallizza come carbonato di calcio e riempie rapidamente la fessura o reagisce con materiali pozzolanici per rafforzare ulteriormente il materiale.

 I ricercatori notano che queste reazioni avvengono spontaneamente e quindi guariscono automaticamente le crepe prima che si diffondano. Il team ha prodotto campioni di calcestruzzo miscelato a caldo che incorporavano formulazioni antiche e moderne. Poi li hanno deliberatamente rotti e hanno lasciato scorrere l'acqua attraverso le fessure.

 Entro due settimane, le crepe sono completamente "guarite" e l'acqua non poteva più scorrere. Un pezzo identico di cemento fatto senza calce viva non è mai guarito e l'acqua ha continuato a scorrere attraverso il campione. A seguito del successo dei test, il team sta lavorando per commercializzare il materiale cementizio modificato.

 “È emozionante pensare a come queste formulazioni di calcestruzzo più durevoli potrebbero espandere non solo la durata di questi materiali, ma anche come migliorare la durabilità delle formulazioni di calcestruzzo stampate in 3D”, conclude Masic.

 Masic spera che le scoperte del team, pubblicate sulla rivista Science Advances , possano aiutare a ridurre l'impatto ambientale della produzione di cemento, che attualmente rappresenta circa l'8% delle emissioni globali di gas serra.

Antonio Buttazzo per blitzquotidiano.it il 4 gennaio 2023.

Tel Aviv è la città con più edifici in stile Bauhaus al mondo, oltre 4.000. Bauhaus è la scuola architettonica nata nel 1919 in Germania, che ha esercitato decisiva influenza sulla architettura moderna, inclusa quella italiana, ancorché chiamata fascista. 

Nella loro versione originale, i giovani architetti della  Bauhaus erano di sinistra.  La scuola fu riconosciuta dal Governo di Weimar nel 1919. Due anni prima c’era stata la rivoluzione in Russia, l’Europa, Italia compresa, era tutta un fermento. Il centenario della Bauhaus, nel 2019, fu annunciato dal New York Times con un paio di articoli ma complessivamente l’evento cadde nel silenzio mondiale. Ma torniamo indietro di un secolo.

Con l’avvento di Hitler al potere, per quelli della Bauhaus fu il momento della chiusura e della persecuzione. Molti erano ebrei, una indubbia aggravante. La maggior parte di loro (Van der Rohe in testa) emigrarono in America, esercitando una notevole influenza sulla architettura del dopoguerra. Esemplare il grattacielo noto come Seagram Building, il cui pianterreno, occupato dal ristorante Four Seasons per mezzo secolo, ospitava a pranzo  e cena il top della politica e dell’editoria americana.

Alcuni seguaci della Bauhaus scelsero come meta Israele, che in quell’epoca iniziava ad assumere i caratteri di nuova terra promessa che diventò realtà dopo la guerra e la fine del nazismo e del fascismo. Le case in stile Bauhaus di Tel Aviv sono concentrate in un quartiere conosciuto come la Città Bianca di Tel Aviv, costruìto negli anni ’30 del secolo scorso. Fu voluta dall’allora sindaco di Tel Aviv, Meir Dizengoff, col beneplacito degli inglesi,  da cui dipendeva Israele fino al 1948 (anno di nascita del nuovo stato ebraico).

Furono costruiti nell’arco di pochi anni oltre 4.000 edifici, tirati su appunto secondo lo stile Bauhaus, trapiantato nella città israeliana, quando sulle dune a nord di Jaffa, antico insediamento palestinese, ebbe inizio la costruzione della moderna Tel Aviv. Solo in seguito, negli anni 70, conobbe lo sviluppo verticale che oggi caratterizza la parte più moderna della città.

 Il delizioso nucleo abitativo chiamato la “città bianca”, insediato tra la Promenade che costeggia il mar Mediterraneo e il Centro, intorno all’area commerciale della città, è dal 2003 patrimonio culturale dell’Umanita’. In una città così giovane, quelle costruzioni chiare, basse e dalle essenziali linee ondulate, quasi sempre immerse nel verde, rappresentano la zona “storica” di Tel Aviv che comunque, nella parte araba di Jaffa (la municipalità è detta Tel Aviv-Jaffa) ha una storia millenaria, in quanto  secondo la leggenda semitica, fu fondata da Jafet, figlio di Noè.

Fedeli alla ispirazione socialista, quelle palazzine sono costruzioni semplici, popolari. Ma chi le abita si ritiene un privilegiato e assicura che con quello che ha speso per comprare quei 70/80 metri quadrati, a New York vivrebbe al Trump Plaza, a Roma in una residenza del ‘600 e a Londra vicino  ai giardini di Kensigton.

L'impresa eccezionale. Dal Colosseo alla Basilica di Norcia, i cantieri impossibili dei maghi del restauro. L'azienda pugliese Cobar è riferimento a livello nazionale per gli interventi di restauro più delicati: fondata una quarantina di anni fa, fattura 200 milioni di euro e ha oltre 350 dipendenti. Dino Bondavalli il 14 Luglio 2023 su Il Giornale.

L’intervento di cui vanno più orgogliosi è quello che ha riguardato il Colosseo. Qui, infatti, Cobar ha contribuito al restauro degli Ipogei, un dedalo di corridoi, archi e passaggi nei quali venivano preparati gli spettacoli dell’anfiteatro Flavio. Ma tra le operazioni che fanno di questa realtà pugliese una delle eccellenze italiane nel campo dei grandi restauri ci sono anche quelle che hanno riguardato il Palazzo Reale di Caserta, Palazzo Barberini a Roma, il Teatro San Carlo di Napoli e il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, nel quale sono custoditi i Bronzi di Riace, giusto per citarne qualcuna.

Impresa di riferimento in campo edile per gli immobili di alto pregio, con un’expertise riconosciuta nel restauro, nella ristrutturazione e nel risanamento conservativo di beni monumentali di alto valore storico sottoposti a tutela (teatri, musei, chiese, santuari, monasteri, palazzi storici), Cobar può sfoggiare un curriculum che fa impressione. E che aiuta a comprendere meglio i numeri di questa impresa, fondata una quarantina di anni fa ad Altamura (Bari) da Vito Barozzi: un fatturato di 200 milioni di euro, un operato validato da ben 12 certificazioni di qualità, più di 350 dipendenti tra operai e tecnici, e un migliaio di professionalità esterne coinvolte.

Ogni restauro è una nuova sfida

“Avere la possibilità di mettere mano a beni di grande importanza storico-culturale è un’occasione irripetibile” spiega Vito Barozzi, fondatore e amministratore unico di Cobar Spa. “Ciascuno di essi è unico per caratteristiche e per qualità e perciò va indagato attraverso delicate e approfondite fasi di studio e analisi che servono a progettare il miglior intervento possibile, che ovviamente deve essere cucito su misura. È un confronto che affrontiamo con grande rispetto, poiché operazioni di questo tipo rimangono nella storia del monumento e nella sua narrazione futura”.

Intervenire su edifici antichi, risalenti a secoli e millenni passati e realizzati con tecniche costruttive che, nel frattempo, sono state dimenticate o sono andate perdute è un’operazione tutt’altro che banale. “I cantieri di restauro sono vere e proprie sfide”, conferma Barozzi. “Occorrono professionalità altamente specializzate e l’Italia in questo è maestra grazie all’eccellenza in materia di restauro e conservazione che i suoi tecnici hanno appreso anche grazie al loro esser figli di un patrimonio di bellezze ricco e variegato”.

Nessuna sorpresa, quindi, che l’intervento che sta realizzando Cobar sulla Basilica di San Benedetto a Norcia, il santo patrono d’Europa, abbia attirato l’attenzione non solo dei tecnici italiani, ma anche di quelli europei. “Percepiamo tutta l’attenzione e il calore della intera comunità europea che sta seguendo in prima linea l’avanzamento dei lavori, anche perché ci stiamo confrontando con tecniche costruttive del 400 d.C. che rendono ogni singola fase un’emozionante scoperta”, conferma il fondatore di Cobar. “Aver lavorato sul Colosseo ci riempie di orgoglio, ma anche questa sfida su cui siamo concentrati ora è uno stimolo costante”.

Cosa succede con il PNRR

Non solo. II lavoro dell’azienda, infatti, non si limita al settore dei beni culturali. L’expertise maturata in decenni di delicati interventi sul patrimonio edilizio italiano ha consentito all’azienda di ampliare il proprio raggio d’azione alla realizzazione di opere pubbliche nel settore dell’edilizia industriale e delle infrastrutture, oltre che la realizzazione, gestione e manutenzione di impianti tecnologici.

Tutto questo operando in un settore, quello delle costruzioni, che negli ultimi lustri si è dimostrato a dir poco altalenante. “Veniamo da un periodo in cui gli incentivi fiscali dei vari bonus emanati dal Governo hanno esaltato il mercato che, per quasi un anno, è stato assorbito da questa tipologia di lavori”, spiega Barozzi.

Poi, “l’improvviso blocco della cessione dei crediti da parte degli istituti bancari ha generato un colpo di coda nel settore che ha messo in difficoltà tantissime realtà che si sono ritrovate di punto in bianco con i cassetti fiscali pieni e con poca liquidità sui conti. Adesso ciò che sta animando nuovamente il mercato sono i fondi pubblici del PNRR, che stanno inondando il territorio nazionale di opere pubbliche da realizzare e che darà per i prossimi 2/3 anni ampi fronti di lavori per tutti i settori legati all’edilizia. Il rischio, però, è che tutta questa mole di lavoro non si riesca a realizzare per tempo”, conclude Barozzi, “cosa che rappresenterebbe un danno per i territori e per le imprese del settore che contano su questi lavori per rimanere in piedi”.

Dal libro al Podcast e ritorno: lunga, e nuova, vita alle storie. Dal 9 all’11 giugno a Milano appuntamento con il Pod - l’Italian Podcast Awards: primo premio nazionale dedicato ai migliori contenuti dell’anno. Andrea Colamedici, Maura Gancitano su L'Unità il 3 Giugno 2023 

Quando Giacomo Leopardi sentiva dentro di sé il formarsi di una comprensione, per far sì che venisse appieno al mondo usava insieme tre forme differenti: diario, poesia e prosa. Zibaldone, Canti, Operette Morali. Tre stili attraverso cui il poeta faceva affiorare al meglio scoperte, dubbi e riflessioni.

La stessa istanza, infatti, manifesta caratteristiche variabili in funzione alla forma in cui viene calata: scrivere su un dolore, un’emozione o un’illuminazione in una pagina di diario, in una poesia o in una novella significa raccontare porzioni di senso affini ma non identiche, appaiate ma non del tutto sovrapponibili: aumentando i pixel della conoscenza si potenzia la risoluzione del reale. Quello di Leopardi è, a guardarlo bene, un ottimo esempio di transmedialità, un fenomeno che oggi può essere di grande aiuto nel gestire la complessità e la fluidità dei mezzi di comunicazione.

Transmediale è quella storia o quel servizio capace di offrire porzioni di senso e narrazioni complementari su piattaforme differenti (film, libri, fumetti, serie tv, podcast, videogame, come nel caso di Matrix, Star Wars, Avengers, Harry Potter o Assassin’s Creed). Oggi la diversità dei media si fonde e si sovrappone, creando un intreccio fitto di forme espressive che vanno oltre le categorie tradizionali di pensiero. Un’opera è sempre più l’insieme delle sue trasposizioni: da libro a film, da film a podcast, da podcast a serieTV. E anche quando viene semplicemente traghettata identica da un medium all’altro – per esempio, da libro ad audiolibro – assume in realtà caratteristiche nuove che cambiano radicalmente l’esperienza di chi ne fruisce.

The Message is the Medium

La transmedialità, infatti, è un fenomeno che amplia la produzione di senso fra i canali e le audience. È una sfida da non prendere sottogamba, giacché ci invita a superare i limiti imposti dalle singole forme di media e ad abbracciare l’idea che le storie, le idee e le emozioni possano e debbano trovare espressione in modi molteplici e complementari. La forma di comunicazione non è un contenitore neutro, ma è parte integrante del messaggio stesso. Il medium è oggi più che mai (parte del) significato, e influisce radicalmente sulla nostra possibilità di percepire e interpretare il senso delle opere.

Il mondo del podcasting sta dimostrando, ad esempio, che le trasposizioni da un mezzo all’altro possono non essere semplici adattamenti ma veri e propri processi di trasformazione e reinvenzione in cui le storie vengono rielaborate, ampliate e arricchite attraverso l’uso di linguaggi diversi. Ne è un buon esempio il podcast di Siamomine Il lavoro non ti ama, nato a partire dal libro omonimo di Sarah Jaffe, che ha avuto il merito di calare nella realtà italiana lo studio della giornalista americana attraverso un’indagine in cinque puntate sul mondo del lavoro. La transmedialità pone, inoltre, di fronte alla questione della partecipazione attiva degli utenti nell’esperienza artistica.

I confini tra autore e fruitore si assottigliano, e si apre lo spazio verso una co-creazione in cui il pubblico può interagire con l’opera e influenzarne lo sviluppo. Questa rarefazione dei bordi avviene anche tra i medium stessi e contribuisce a quella che si prospetta come la nuova rivoluzione dell’intrattenimento e della cultura: vale a dire il ruolo degli spettatori, che da fruitori passivi si stanno facendo sempre più attori decisivi.

Da libro a podcast, da podcast a libro

La versione in audiolibro de Il Conte di Montecristo letta da Moro Silo ha riscosso una grandissima fortuna. Una voce capace di accompagnare nelle atmosfere di Alexandre Dumas ha reso accessibile un capolavoro a molte persone che forse avrebbero voluto leggerlo da sempre, ma che l’avevano sempre ritenuto troppo lungo e impegnativo (1191 pagine, che corrispondono a quasi cinquantanove ore di ascolto). Il formato audio può togliere ai classici l’alone di inaccessibilità che riscontrano molti lettori, spaventati dalla versione cartacea.

L’esperienza sarà diversa, ma niente vieta che la stessa opera possa essere fruita in molti modi e numerose volte nel corso della vita.

La trasposizione di opere letterarie che si estende nei podcast o si traduce negli audiolibri trasforma la parola scritta in un’esperienza sonora, consentendo agli ascoltatori di immergersi nelle storie attraverso la voce, gli effetti sonori e la cura nella produzione audio. La trasposizione da libro ad audiolibro offre nuove sfumature all’opera originale, aprendo spazi per interpretazioni vocali che possono rendere più appetibili letture altrimenti considerate fuori portata.

D’altra parte, l’estensione da libro a podcast permette approfondimenti e focus che per varie ragioni la pagina non può contenere. E così come un traduttore può fare le fortune di un libro, allo stesso modo un lettore può potenziare la portata di una storia nata sulla carta (Lamento di Portnoy letto da Luca Marinelli è ancora più Roth di Roth, per esempio). La transmedialità e la crossmedialità tra libri e podcast rappresenta, in particolare, uno spazio di connessione e dialogo importante tra due mezzi di comunicazione apparentemente non conciliabili. Nel flusso opposto, alcuni podcast di successo hanno trovato la loro naturale estensione nel formato cartaceo e non solo.

In America è stato il caso di Serial, quello che è considerato uno dei podcast più influenti di tutti i tempi, che ha trasformato il genere true crime: dopo il successo del podcast sono stati creati libri, documentari e una serie televisiva basati sul caso discusso nella prima stagione. O di Welcome to Night Vale, un podcast narrativo che si presenta come una trasmissione radiofonica fittizia da cui sono nati romanzi, spettacoli dal vivo, fumetti e persino una serie di libri interattivi.

In Italia è quel che è accaduto al podcast Da Costa a Costa di Francesco Costa, che ha gettato le basi per il libro Questa è l’America, che a sua volta ha fatto da ponte per il programma televisivo CinAmerica, condotto dall’autore con la sinologa Giada Messetti. Insomma: la transmedialità – se fatta bene – crea un circolo virtuoso di rielaborazione e rinnovamento, aprendo opportunità di esplorazione e sperimentazione per gli autori e offrendo al pubblico nuove modalità di fruizione che non tradiscono ma amplificano l’originale. In fondo le storie sono come la pasta madre: vanno rinfrescate se si vuole mantenere attivo il loro potere. In questo modo si contribuisce a mantenerle vive nel panorama culturale contemporaneo, arricchendo l’esperienza sia dei creativi che degli spettatori.  Andrea Colamedici, Maura Gancitano - 3 Giugno 2023

Audiolibri, li ascoltano quasi 11 milioni di italiani: maschi, giovani e del Sud. Alla riscoperta della voce: i più ricercati sono i classici, seguiti dai thriller e dai titoli di fantascienza e di fantasy. E il primo in classifica è Harry Potter. I risultati della ricerca Nielsen IQ. Sabina Minardi su L'Espresso il 22 maggio 2023.

«Non leggete i libri, fateveli raccontare» provocava Luciano Bianciardi, in un piccolo, graffiante saggio su come diventare intellettuali. Gli italiani lo hanno preso alla lettera. Sono 10,7 milioni gli ascoltatori di audiolibri, 700 mila in più rispetto all’anno scorso, secondo una ricerca Nielsen IQ realizzata per Audible e presentata al Salone internazionale del libro di Torino.

Chi sono? In leggera prevalenza uomini, in controtendenza rispetto alla lettura dei libri che vede le donne in maggioranza. Sono principalmente compresi nella fascia di età 25-34, giovani decisamente immersi nel digitale, che già trascorrono almeno quattro ore su Internet. Ma sempre più l’esperienza dell’ascolto sta diventando un fatto trasversale alle generazioni, con uno scambio forte di titoli da ascoltare tra genitori e figli. Interessante il dato che gli appassionati di audiobook vivano soprattutto al Sud: in antitesi alla lettura tradizionale, che vede le regioni meridionali sempre un po’ più indietro. Quanto ai luoghi di lettura, è la casa il principale posto dove si ascoltano gli audiobook (70 per cento). Il commuting, il tempo per gli spostamenti in macchina o sui mezzi pubblici, viene dopo, a conferma che è la voglia di relax la principale motivazione dell’ascolto (49 per cento), seguita dal desiderio di ascoltare un libro quando non si ha voglia di leggere (33 per cento) e dall’obiettivo di imparare qualcosa di nuovo (29 per cento).

Cosa si ascolta? «I classici, soprattutto, seguiti dai thriller e dai titoli di fantascienza e di fantasy”, spiega Giorgio Pedrazzini di NielsenIQ: «Con una preferenza spiccata per una singola voce narrante (61 per cento), meglio se di un narratore professionista, più che per una narrazione fatta da più voci».

In un mondo che fatica ad ascoltare, insomma, gli italiani scoprono il gusto della voce. Un gesto ancestrale, in fondo: dell’uomo che racconta e ascolta storie da quando ha scoperto il fuoco.

La top ten degli audiolibri più ascoltati su Audible nel 2022 parla chiaro: al primo posto la saga completa di Harry Potter di JK Rowling letta da Francesco Pannofino; la versione integrale del Conte di Montecristo di Alexandre Dumas letto da Moro Silo; L’inverno dei leoni. La saga dei Florio 2 di Stefania Auci letta da Ninni Bruschetta; I pilastri della terra di Ken Follett letto da Riccardo Mei. Al quinto posto di nuovo Auci, con I leoni di Sicilia. La prima uscita della saga dei Florio. E ancora Ken Follett con il romanzo Per niente al mondo; I miserabili di Victor Hugo nell’interpretazione di Moro Silo; Tre di Valérie Perrin letto da Lucia Mascino; il ciclo di Dune di Frank P. Herbert, letto da Alessandro Parise; Mondo senza fine di Ken Follett (Kingsbridge 2).

«È interessante il fatto che l’ascolto non cannibalizzi la lettura dei libri di carta», nota Cristina Mussinelli, che da anni segue le dinamiche del mercato editoriale per l’Aie, Associazione italiana editori: secondo la ricerca, il 30 per cento degli intervistati acquista la versione cartacea di un libro ascoltato in audio o ascolta la versione in audiolibro di un titolo già letto. «È un comportamento che risulta anche a noi. L’audiolibro è spesso un modo per rivivere titoli che si sono già amati».

«Sono anch’io un lettore “feroce” di libri di carta. Non penso che apprezzare gli audiobook voglia dire essere dei traditori», interviene Juan Baixeras, Country Manager Spain & Italy di Audible: «Ho appena ascoltato Almudena Grandes, autrice che amo particolarmente, e che leggo e rileggo in carta. Credo che la differenza la faccia l’alta qualità delle produzioni, grazie alle grandi voci coinvolte e a una classe creativa capace di creare contenuti che entrano non solo nelle orecchie, ma anche nel cuore degli ascoltatori. Questa ricerca evidenzia soprattutto una cosa, al di là dei numeri: che ascoltare è diventata un’abitudine nella dieta mediatica anche degli italiani».

Perché se i campioni dell’ascolto restano i Paesi anglosassoni, Stati Uniti, Gran Bretagna e Europa del Nord in testa, il mercato italiano è decisamente in crescita.

«Dobbiamo ricordarci che stiamo parlando ormai di una vera e propria industria culturale, con migliaia di dipendenti e investimenti forti: per Audible più di 5 milioni di euro solo nel 2022 e un piano di forte espansione, correlato alla crescita degli audioascoltatori», aggiunge: «Abbiamo cominciato con 5.000 titoli, oggi ne abbiamo in catalogo 15 mila. Lavoriamo con le case editrici italiane ma abbiamo anche una divisione interna dedicata allo sviluppo di contenuti nostri, esclusivi. E di qualità».

Un’ossessione, per Baixeras: puntare ai migliori. Trasformare il tempo dell’ascolto in un tempo di qualità. Che, nell’era del rumore, è in fondo la vera scommessa dell’audiolibro: ecologia linguistica che restituisca alla parola tutta la sua potenza.

Siamo tutti podcaster. Lo sciopero degli sceneggiatori e la discrasia tra successo percepito e tornaconti reali. Guia Soncini su L'Inkiesta il 4 Maggio 2023

La saturazione di contenuti del Grande Indifferenziato, con conseguente abbassamento dei budget, crea il problema di pagare adeguatamente gli autori: una questione forse irrisolvibile in un mondo in cui tutti sono convinti di essere gli unici il cui talento valga compensi novecenteschi 

A un certo punto di questo articolo, che parlerà dello sciopero degli sceneggiatori americani in atto da martedì, vi verrà il dubbio che vi abbia truffati, e che stia scrivendo la continuazione dell’articolo dell’altro giorno sui podcast, che con tanta serenità è stato accolto dai poco ricchi operatori del settore. Forse è un dubbio fondato, chissà.

Tanto per cominciare, «sceneggiatori» è una parola imprecisa, indicando in italiano solo coloro che scrivono film o, appunto, sceneggiati televisivi. In inglese «writers» include anche coloro che scrivono per la tv scritta, quella che non è fatta di reality, e infatti da martedì i programmi di tarda serata – Colbert, Fallon, Kimmel: quella roba lì – hanno sospeso le trasmissioni.

E qui tocca dire qualcosa sugli americani, il popolo più ottuso e ignorante e con meno senso delle priorità del mondo, gente che pensa i diritti siano questioni che hanno a che fare con la percezione e non col reddito. Gli americani non sanno di cosa parlano quando parlano di sciopero.

I commenti allo sciopero degli autori sono incredibili. Da destra, gente che si sente furba perché dice «ah, Colbert senza autori non va in onda, quindi è un pirla non in grado di scriversi quattro battute da solo»: no, imbecille, non va in onda perché quelli che lavorano boicottando gli scioperi si chiamano crumiri, lo sapresti se vivessi in una nazione che ha un’idea seppur vaga dei diritti dei lavoratori.

Da sinistra, peggio mi sento, autori indignati perché Fallon non ha obiettato quando la Nbc ha annunciato che se scioperavamo non ci pagava: come credevi fosse fatto, uno sciopero, stellina? Pagarti per non lavorare non è sciopero: è malattia, o ferie, o congedo di maternità – tutti concetti che conosceresti se vivessi in una nazione che ha un’idea seppur vaga dei diritti dei lavoratori.

L’ultima volta che gli autori della tv e del cinema americani hanno indetto uno sciopero era il 2007 e – sembra sette secoli fa – il problema erano i dvd. Coloro che scrivevano i film volevano rinegoziare la percentuale ottenuta una volta che i film finivano in dvd, che all’epoca erano il modo con cui guardavamo i film a casa.

Restarono in sciopero tre mesi, e una delle conseguenze veniva ricordata, come monito, su un cartello dei picchetti di sciopero in questi giorni: nell’anno successivo ci fu molta tv unscripted, non danneggiata dallo sciopero degli autori, e uno di quei programmi era la versione per famosi di The Apprentice. Sì, quella con Donald Trump.

Adesso, il problema sono le piattaforme. Che, mi pare che qualcuno l’abbia scritto qui pochi giorni fa, non hanno numeri ufficiali: non si sa se la serie che scrivi la vede solo tuo cugino o decine di milioni di spettatori, la piattaforma non te lo dice, e quindi tu non hai guadagni proporzionati al successo delle repliche.

Il rapporto di chi fa lavori veri con il concetto di diritto d’autore è molto interessante. L’anno scorso ho letto una lunare (ma probabilmente perfettamente normale per chi fa lavori veri) discussione tra americani che – si parlava di libri – sostenevano che le royalties non avessero senso: scrivi un libro, ti pagano il lavoro che fai, che venda dieci copie o un milione non ha senso che tra dieci anni continui a incassare diritti per un lavoro che hai fatto dieci anni prima.

Il che, vi confesso, non mi sembrerebbe del tutto insensato (un chirurgo mica lo pagano di più se il suo paziente sopravvive più a lungo).

Però c’è un problema che nessuno dei dibattenti poneva. Un libro che continua a vendere continua a generare profitti: se chiedi che non vadano all’autore, stai chiedendo che se li tenga tutti l’editore? (Che comunque se li tiene già quasi tutti, lo dico per quando prenderanno la Bastiglia delle royalties: ricordatevi di decapitare prima gli editori e solo molto dopo gli autori).

Questo per dire che non sono sicura che il pubblico simpatizzi con sceneggiatori irritati dal fatto che, in assenza di riscontri numerici visibili, non ci sia la possibilità d’incassare i frutti del proprio successo. Ma sono abbastanza sicura che non simpatizzi con quell’entità astratta che sono i multimiliardari proprietari di piattaforme, gente che somiglia ai protagonisti di “Succession” nella mancanza di etica ma non nei dialoghi brillanti (quasi quasi è più facile che simpatizzino con gli editori, in fondo poricristi che fanno libri, cascami novecenteschi).

Sono però piuttosto certa che non sia una questione risolvibile: il problema principale del rendere visibili i numeri non è mica che poi devi pagare gli sceneggiatori del “Racconto dell’ancella” quanto pagavi quelli di “Friends”. Il problema del rendere i numeri visibili è che le piattaforme, esattamente come i podcast, vivono di suggestione, di successo percepito, di ruolo nella conversazione collettiva.

Se sveli i numeri poi, sì, puoi non pagare gli sceneggiatori del titolo di cui tutti parlano, perché si scopre che tutti ne parlano ma mica nessuno lo guarda; ma, se sveli che le cose di cui tutti parlano nessuno s’incomoda a guardarle, ti si rompe il giocattolo.

Il New Yorker, nel raccontare la settimana scorsa l’imminente sciopero, ha citato il più famoso telegramma della storia di Hollywood, quello che Mankiewicz scrisse a Ben Hecht sollecitandolo a trasferirsi presto lì: «Ci sono milioni da arraffare e la concorrenza è costituita da idioti». Solo che non è più così, pare. Perché le piattaforme nessuno le guarda? Anche (un concetto di cui si lamentano assai gli autori, mutilati nella loro creatività, è la richiesta di second-screen content: idee per serie o film che puoi far andare mentre stai al telefono o fai altro); ma non solo. C’è anche il fatto che le piattaforme tutti le fanno.

C’è una saturazione di contenuti (come adesso si chiamano, nel Grande Indifferenziato, i libri e i podcast e i film e la tv e le tutte cose), e questa saturazione la si ottiene abbassando i budget. Se devi produrre cento serie, non ti possono costare ognuna quanto costava un prodotto della tv di quando c’erano tre canali. Un canale visto da decine di milioni di persone – alle quali facevi vedere lo stesso spot dei biscotti per il passaggio del quale l’azienda di biscotti ti dava milioni di dollari – aveva un’economia che una piattaforma il cui intero archivio posso guardare per un mese a dodici dollari non avrà mai: non c’è un modo di far tornare i conti, neanche riformando la matematica.

È, in più d’un senso, la stessa cosa che è successa nei giornali. Certo che centinaia di trentenni italiani scrivono per testate che li pagano due lupini e un’oliva; ma, nell’economia novecentesca la cui gloria essi credono d’aver mancato per un soffio, plausibilmente non sarebbero stati la Fallaci o Pansa. Plausibilmente sarebbero stati giovanotti col sogno del giornalismo che impilavano scatolette di tonno nel negozio d’alimentari al paesello.

La saturazione del mercato, con conseguente abbassamento dei budget, è ciò che permette alle zie rimaste al paesello di dire oggi quel che non avrebbero potuto dire nel Novecento: mio nipote scrive sul giornale. La discrasia di successo percepito e tornaconti reali è quella rovazziana di «ho milioni di views ma vivo in un monolocale», ma anche quella dello sceneggiatore di “The Bear” che va a prendere il premio per la serie di cui tutti parlano indossando un farfallino preso a credito perché è sotto in banca. È un’economia che non basta per tutti, ma esigiamo che basti per noi.

Siamo tutti mitomani, e convinti d’essere l’eccezione: noi, proprio noi, gli unici il cui talento valga compensi novecenteschi. E invece, del telegramma a Hecht, non valgono più i milioni da arraffare, ma vale ancora la valutazione della qualità media di coloro che ambiscono.

Spotify e segugi. Nessuno ascolta i podcast, ma titillano l’ego degli intellettuali nutriti con i sott’olio di mammà. Guia Soncini su L'Inkiesta il 29 Aprile 2023

Il genere nato per gli americani che stanno tre ore in macchina è diventato il nuovo Graal dell’élite culturale italiana. Si guadagna quasi niente, ma fa figo esserci

Una volta, in un tempo così lontano che non esistevano i social, la gente che smaniava per esistere pubblicava libri. Stiamo parlando dell’Italia: quel luogo di fantasia, patria della cottura al dente, in cui un libro è alla portata di tutti; non di paesi dall’editoria selettiva in cui «published author» è una definizione che fa colpo sugli impressionabili.

In questa penisola di fiaba, dunque, pubblicare un libro era più semplice che comparire al Costanzo Show, e a qualcuno ogni tanto portava la gloria, e quel qualcuno pensavamo sempre di essere noi.

Almeno finché un libro non l’abbiamo pubblicato praticamente tutti, e non abbiamo iniziato ad aver praticamente tutti il numero di qualcuno che lavorava nell’editoria, e quindi a chiedere ogni giovedì quant’ha venduto Tizio e quanto Caio.

Almeno finché non ci siamo resi conto che la profezia di Troisi si era avverata: tantissimi a scrivere, uno solo a leggere. A quel punto l’italiano smanioso ha ripiegato sui giornali, acciocché la zia al paese potesse dire che il nipote ha il nome in prima pagina, e mandargli i sott’olio tutti i mesi altrimenti coi soldi dei giornali le finiva denutrito.

Solo che a un certo punto, all’intellettuale nutrito a sott’olio, ha iniziato a divenire chiaro perché Cavalli e segugi lo pagasse due lupini e un’oliva: «Scusi, sa dov’è un’edicola» è domanda che i passanti accolgono con lo smarrimento che si riserva alle lingue straniere.

Se si viene a sapere che sì, scrivo, ma nessuno mi legge, che ne sarà del mio esistere? Sarò condannato all’anonimato e a essere io quello che nutre gli squattrinati con visibilità? Ma io i sott’olio non li so fare, puntesclamativo.

Poi, per fortuna, è arrivata la possibilità di non contarsi. Vuoi mettere scrivere una serie per Netflix, che non si saprà mai se è un supercalifragilistico insuccesso, rispetto a scriverne una per Rai 1, che la vedranno sì in cento volte tanti ma il giorno dopo rischi che i giornali titolino che qualche tronista ha fatto due punti di share più di te?

La possibilità di autocertificare i propri successi è inebriante. Mandi un film in sala, e tutti sanno quanto sbiglietti, e tutti fanno impietosi paragoni: nel 2003 i film di Tizio incassavano x, adesso una frazione di x. Si chiama «giornalismo del grazie al cazzo», è un genere d’autocertificato successo disponibile sui migliori siti. Metti un film su Netflix, e non saprai mai se «più visto» significhi quattordici spettatori invece degli undici che totalizza il meno visto.

Nessuno vuol essere un insuccesso percepito, nell’epoca in cui i numeri non vogliono dire talmente niente che quelli degli unici successi veri mica li dici: quando a Sanremo entrano Morandi e Ranieri e Al Bano, Amadeus non ha bisogno di convincerci che stiamo guardando una figata sciorinando numeri di streaming, di visualizzazioni, di dischi d’oro ottenuti ogni volta che un decimo delle persone che una volta si sarebbero dovute comprare un tuo disco clicca gratis su una tua canzone che non pagherebbe mai.

I numeri mentono, diceva una sondaggista saggia in un vecchio sceneggiato. Lo diceva cercando di convincere un politico che, stolido come quelli che hanno passato gli ultimi tre anni a ripetere «io credo nella scienza» (cosa c’è di più scientifico del fideismo), riteneva che i sondaggi fossero inequivocabili: erano numeri, diamine. Mi torna in mente ogni volta che qualcuno fotografa un «più venduto» di Amazon di fianco al suo libro, senza specificare che quella in cui è primo non è quella generale ma la sottoclassifica «storie di centravanti e ricette vegane».

E così si sono diffusi i podcast, quel genere nato per le autostrade americane, per gente che vive a Malibu e lavora a Beverly Hills e ogni giorno sta tre ore in macchina e in quelle tre ore mica ascolta l’audiolibro di Proust: ascolta Joe Rogan che intervista Tarantino. Ho un amico che ogni tanto mi dice che devo proprio ascoltare la tal intervista di Rogan, e io non so come spiegargli che c’è un solo genere di italiana senza patente che ha tempo di ascoltare tre ore e mezza di podcast, ed è l’italiana senza patente che stira. Non possiedo un ferro da stiro: non ascolto i podcast.

Non ascolto i podcast come tutti, la differenza è che non ne faccio. I miei conoscenti che non fanno un podcast ne hanno fatto uno in tempi recenti. I miei conoscenti che non hanno ancora fatto un podcast stanno per farne uno. Chi li ascolta? Non si sa. Se sono primi in classifica, esultano quindici secondi, poi ti spiegano con sconforto che i produttori li hanno informati di che oggetto fantasioso sia la classifica di Spotify. Almeno quelli di Netflix ti lasciano credere al successo percepito, i produttori di podcast sono crudelissimi.

Ed essendo crudelissimi, pagano persino meno di Cavalli e segugi. «Sto per fare un podcast: non mi pagano» è una frase che a cinquant’anni sento con la frequenza con cui a trenta mi dicevano «mi ha detto che lascia la moglie»: con lo stesso tono rassegnato ma destinato.

Esiste un pubblico, là fuori. Non è disposto ad ascoltare i podcast, ma in compenso è ignaro del fattore ascesa di cui tiene conto Spotify, e pensa che se sei primo non significa solo che sei nuovo, ma che sei un successo. C’è un pubblico che pensa che ti paghino, che tu sia l’élite culturale, e che questa cosa che quando vivrà in California anche lui ascolterà sia il futuro. Lo pensi anche tu, che dici eh per ora non c’è budget ma intanto mi sono inserito nel settore. Lo penso anch’io, mentre ti preparo i sott’olio.

Sbagliando non s’impara. Il podcast come segno del declino della civiltà (e l’errore di Checco Zalone). Guia Soncini su L’Inkiesta il 27 febbraio 2023.

In questa inesorabile discesa agli inferi della pigrizia viviamo nel terrore che ciò che produciamo sia troppo difficile per un pubblico sempre più stupido e meno disposto a far fatica

Questo sarebbe dovuto essere un articolo su «Sbagliando si impara», la frase stampata sulla stola di Checco Zalone quando dà le spalle al pubblico, durante le date postsanremesi del suo spettacolo teatrale, dopo aver scritto una lettera a sé stesso in cui si scusa per le molte volte in cui ha sbagliato, per le molte volte in cui ha usato i cataloghi di Postalmarket come materiale da masturbazione.

Questo sarebbe dovuto essere un articolo sulla frase che mi aveva fatto più ridere questa settimana, e chi meglio di Checco Zalone con le modelle di Postalmarket, senonché poi è arrivata questa: «Sebbene Rowling non abbia preso parte all’ideazione creativa del gioco, beneficia finanziariamente dalle sue vendite, causando ansia per l’ipotesi che giocarci equivalga a sostenere la causa anti-trans».

La scrive una giornalista di Variety la quale evidentemente non legge neppure gli articoli che lei stessa sta scrivendo, considerando che la scrive venti righe sotto la notizia che Hogwarts Legacy, il videogioco di Harry Potter uscito due settimane fa, ha già venduto dodici milioni di copie, per un incasso di ottocentocinquanta milioni di dollari, e che a giovedì i preoccupatissimi, ansiosissimi militanti immaginati da Variety avevano giocato per un totale d’un po’ più di duecentottanta milioni di ore in due settimane.

Ci sono molte domande che ci si possono fare su questa notiziola, alcune delle quali forse varrebbero un pezzo di spettacolo di Zalone. Per esempio: in cosa consiste la causa anti-trans? Nell’andare casa per casa a chiedere alla gente di non essere così disturbata da tagliarsi organi sessuali sani, «se proprio vuoi chiamarti Gina anche se hai i baffi fallo pure, caro Asdrubale, ma ti prego non mutilarti»?

Ma anche domande alle quali lo Zalone del posto fisso aveva già risposto: duecentottanta milioni di ore giocate in due settimane cosa dicono delle nostra produttività? E: che speranza può mai esserci per un mondo che parte dai libri, scende ai film, e poi ai videogiochi, perché nessun consumo culturale è abbastanza semplificato per le ore nelle quali non produciamo prodotto interno lordo e non combattiamo le cause anti-trans?

Io, per dire, questa settimana ho ascoltato due ore di “The Witch Trials of JK Rowling”, il podcast che Meghan Phelps ha realizzato per la piattaforma di Bari Weiss, e già così sento d’aver abbassato la media culturale delle mie giornate. Non perché il podcast sul delirio che circonda l’autrice di Harry Potter non sia pieno di cose interessanti – lo è – ma perché mi pare evidente che i podcast stanno lì, un po’ sopra ai videogiochi ma molto sotto ai film, nella gerarchia della nostra calante voglia di utilizzare i neuroni: raccontami una storia, io ascolto senza bisogno d’impegnarmi come con le fiabe di quand’ero puccettona.

Una volta una storia così sarebbe diventata un libro, l’avremmo letto e qualcosa avremmo assorbito, poi siamo passati da impegnarci a capire le frasi a buttare un occhio ai documentari di Netflix, e ora siamo scesi ai podcast da tenere accesi mentre cuciniamo guidiamo telefoniamo ci facciamo la manicure, e chissà cosa c’è ancora sotto, nella discesa agli inferi della pigrizia. Viviamo nel terrore che ciò che produciamo sia troppo difficile per un pubblico sempre più stupido e sempre meno disposto a far fatica, e non sappiamo più come abbassare il livello.

Non è un problema cominciato ieri (i fenomeni culturali non lo sono mai, i declini delle civiltà non sono sveltine). È la stessa Rowling a raccontare, in “The Witch Trials”, che, quando dopo molti rifiuti editoriali arrivò qualcuno disposto a pubblicarla, quell’editore stampò però di quella prima edizione di Harry Potter solo cinquecento copie: chi vuoi mai che lo compri, una storia in costume, i bambini non fanno la fatica di leggere una storia non ambientata al presente, in collegio poi, un’anticaglia che faticano a immaginare.

Mi scuso con Meghan Phelps per avere dubitato che sapesse quello che faceva, durante una ricostruzione degli anni Novanta – il decennio in cui Harry Potter comincia a venire pubblicato – che all’inizio mi era sembrata assurdamente americanocentrica. È un difetto che la saggistica americana sugli anni Novanta ha sempre; per gli intellettuali americani non esiste nulla che non sia accaduto dentro gli Stati uniti d’America, e negli ultimi anni leggendo “The Naughty Nineties” di David Friend o “The Nineties” di Chuck Klosterman ho molto sbuffato: si può ricostruire il decennio della Cool Britannia o di Mani pulite ignorando l’esistenza di entrambe le questioni?

Quando Phelps inizia a parlare di Waco o di Columbine, penso sia la solita americana per cui esiste solo ciò che accade nei codici postali intorno a lei: Rowling è inglese, che c’entra quell’umore collettivo con Harry Potter? C’entra perché – persino dai podcast si possono imparare cose – nelle prime cronache di Columbine era saldamente presente la leggenda che i due liceali assassini avessero chiesto alle vittime, prima di ucciderle, se fossero cristiane.

Chi riesce ancora a conservare memoria dei cambiamenti nei decenni se ne ricorderà: c’è stato un tempo in cui subito dopo queste stragi non ci si riprometteva di cambiare le leggi americane sul possesso di armi, né ci si doleva per la piaga del mancato equilibrio psichico; c’è stato un tempo in cui s’indagavano i consumi degli assassini: a che videogiochi giocano, che rap ascoltano, quali poster in cameretta li hanno fatti sbroccare e dire sai che c’è, pianifico una strage in una scuola.

Fu quindi fisiologico decidere che si trattava d’una persecuzione culturale della cristianità e che ne fosse corresponsabile l’autrice dei libri col bambino mago. Quando, tre mesi dopo Columbine, uscì il terzo Harry Potter, Rowling era colei che incita alla stregoneria, quindi la nemica dei valori cristiani, quindi la mandante morale delle stragi nelle scuole.

Ventiquattro anni dopo, se c’è una cosa che ci ha insegnato l’internet è come funzionano le falsificazioni informative. Che una smentita non è, come si diceva nel Novecento, una notizia data due volte, ma è un inutile rumore ulteriore che si perde nel passaparola, nel modo distratto in cui consumiamo le notizie e le interpretazioni, nell’eccesso d’informazioni che diventa caos.

Ci sarà sicuramente qualcuno che crede ancora che Columbine sia stata una strage con una motivazione anticristiana; esattamente come, per quanti articoli possano fare i giornali per dire che stiamo dando da anni della transfobica a una che non ha mai detto mezza parola contro il diritto degli esseri umani adulti di farsi chiamare Gina invece che Asdrubale, ci sono e continueranno a esserci migliaia di rumorosi disinformati pronti a twittare che schifo, Rowling è transfobica. Prima o poi doveva arrivare anche il momento in cui Checco Zalone aveva torto: sbagliando non s’impara.

L’Arte Fighetta. Ugo Nespolo per “Tuttolibri - la Stampa” il 10 luglio 2023.

Con Marco Vallora conviene subito dire che «quando uno riceve un libro, per leggerlo o recensirlo, talvolta si coagula, nel sottofondo, come un'immagine acustica, percussiva che non ci abbandona». Succede un po' anche ora con questo libro di Christian Caliandro Contro l'arte fighetta, turbolento nucleo di testi, già apparsi in forma e ordine differente su Artribune, Che fare e minimaetmoralia. 

Lavoro come tappa acuminata della collana Fuoriuscita di Castelvecchi diretta da Caliandro medesimo il quale in proprio è storico e critico d'arte, prolifico autore di saggi come L'arte rotta, promotore di fatti e eventi culturali nutriti di mostre e di variegati progetti d'arte e cultura espansa. 

La tesi del libro è dettata in fondo da quello che l'autore sostiene essere l'abbandono negli ultimi trenta - quarant'anni della working class a favore della borghesia e delle classi privilegiate, non solo in campo economico e politico ma soprattutto in quello culturale, per far sì che l'intero immaginario sia interessatamente proiettato verso valori da definire come appartenenti al mondo agiato o meglio ancora fighetto. 

L'idea (tutta da verificare) è che principalmente l'universo delle arti figurative - più della letteratura e della musica - abbia aderito, anticipato e promosso l'adesione ai valori delle élite e delle classi privilegiate. Si dice delle presunte grandi rivoluzioni linguistiche degli anni Sessanta e Settanta fino ad abbracciare l'acida fase regressiva degli anni Ottanta. Anni perfidi, patrimonio della globalizzazione capace persino di far precedere il valore economico a scapito di quello culturale. 

Artisti-imprenditori e artistar producono solo arte che si adegua alla comunicazione pubblicitaria proprio come fanno i vari Koons, Hirst, Cattelan e tutti gli altri con opere che si vogliono da subito accessibili e sensazionali, sature di opache transazioni finanziarie.

Caliandro sa bene che in arte siamo al tempo del ciò che costa vale, arte che adora e vuole gatekeepers e market makers, paga opere in forma di asset d'investimento alternativo a quello borsistico e immobiliare o delle commodity roba come maiali, gas naturale, zucchero, piombo, bulk chemical.

Fosse così semplice pensare che a partire dai primi anni Novanta ci si accontenti di riproporre patetici revival degli stilemi dell'arte concettuale, povera e postminimalista mettendo in mostra (e sul mercato) solo i gusci artaudiani depurati degli afflati utopici e di qualsiasi complessità esterna, non saremmo per niente sorpresi. Saremo pronti a salvare simili operazioni col gioco furbo del «lecito» citazionismo ereditato dal sepolto postmoderno. 

(…) 

Sa bene Caliandro che la presunta rivoluzione dell'Arte Povera e le velleitarie dichiarazioni teoriche iniziali di Celant (guerriglia!) erano ab origine confezionate per il mercato internazionale dominio di istanze d'oltreoceano e della tacita e servile osservanza europea, la stessa che ancora perdura e prospera. 

(...)

L'artista fighetto che sa di essere inutile, incapace di incidere sulla realtà è travolto dalla disperazione. La sua opera è depotenziata in partenza e appare vuoto anche l'atteggiamento impotente e ironico che la informa. Per Caliandro l'artista fighetto non può che essere conservatore sia in campo politico e sociale come in quello formale, lontano dall'inafferrabile fantasma vaporoso che l'autore chiama ancora il nuovo, mitica scheggia del moderno dissolta da tanto nel brodo opaco dell'anything goes dei meandri postistorici. Per essere onesti si deve dire che tutto il mondo del contemporaneo adora il pallido grugnito di Andy: «The good business is the best art».

 (...)

Una corposa parte centrale del saggio è dedicata, con ammirevole competenza, alla Lunga digressione sul pop sotterraneo per verificare con molta sensibilità il lungo viaggio, trionfo e declino del pop, svanita l'esplosione creativa degli anni Settanta e Ottanta quando s'arena in una sorta di riflusso collettivo, in ripetizioni prelevate dall'archivio del passato recente. Anche la musica pare aver perso il suo potenziale di esplorazione dell'ignoto per votarsi alla prevedibilità e agli algoritmi. Lontani Depeche Mode, Nine Inch Nails, Nirvana, U2, Talk Talk, The Cure, Smashing Pumpkins, resta ora solo un guscio vuoto, un gioco esornativo e prevedibile.

Caliandro è drastico nell'indicare la sua personale via d'uscita e adotta il tono da predicatore alla Jesse Duplantis quando invoca per noi il «rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna» e di ostacolarne la diffusione. Prende forma la nozione di arte sfrangiata, un'arte «fatta di niente come l'esistenza che cambia in continuazione e diventa…» una zona di disagio, un'arte non positiva, non costruttiva, non ottimista «nel senso piuttosto disgustoso e deprimente che questi aggettivi hanno assunto negli anni». 

Quest'arte è anche antinostalgica e, dopo aver perso i suoi margini si vuol fondere con terreni scomodi, tristi e problematici e - si sa - non deve essere consolatoria. Sarà per Christian Caliandro un'arte fatta tra amici e per gioco, intima come le cose comuni, come una bella chiacchierata e poi dovrà «allungare le ciglia verso le estremità del mondo». Lontani echi di Fluxus, piccoli gesti di sovversione individuale come il sorriso di Henry Flynt verso un'arte dell'insignificanza fatta di scarti buoni come per banalizzare la cultura in uno sberleffo senza fine. Vicina anche la visione della verde giduglia, Patafisica come la più alta tentazione dello spirito, l'orrore del ridicolo.

Solo Guy Debord con l'Internationale Situationniste ha saputo dar vita all'abbraccio col reale sfoderando utopie eliminando il coté artistico, sempre corrotto, per una direzione integralmente politica e radicale. Se siamo davvero - secondo Perniola - al grado zero dell'arte, per Jean Baudrillard l'arte stessa è giunta a un punto morto. Diventa un processo catastrofico. Una strategia fatale. 

LA MUSICA NON È FINITA. Una vita da artista. Massimiliano Cellamaro su L'Indipendente il 26 Aprile 2023.

Artista. Che brutta parola! Nell’uso comune ha un’accezione negativa. In Italia è sinonimo di “personaggio che non ha voglia di lavorare”. Ma se un artista vuole emergere e soprattutto vuole vivere della propria Arte, nel nostro paese è costretto a fare i salti mortali. Vuol dire impegnarsi nella propria passione 24/7. Ventiquattro ore al giorno per tutta la settimana. Non esistono orari o feste comandate. In qualsiasi momento l’ispirazione si presenti, un artista sa che non può lasciarsela scappare. Deve passare all’azione immediatamente, prima che l’idea voli verso chi gli dedicherà l’attenzione che merita.

Ma li hai visti come si vestono? Spesso hanno l’aria trasandata, lo sguardo sognante. Sembra che vivano in un altro mondo. In effetti vivono su altre dimensioni. Da quando sono diventato papà è una fatica enorme rimbalzare da uno stato creativo alla massima lucidità e attenzione che la vita familiare richiede. Per fortuna non fumo più le canne! Ma restano comunque universi paralleli ingestibili contemporaneamente. Una Partita I.V.A., le tasse, le bollette, la spesa, niente hanno a che vedere con la fantastica vita di un artista completamente immerso nel suo universo creativo. Anzi, essere preso dai doveri quotidiani e le spese mensili mi inchioda al mondo reale, dove spazio per sognare non ce n’è. Non parlo dell’Amore infinito che provo per la mia famiglia, appartiene al mondo dell’Arte e della bellezza che devi saper coltivare. Parlo della burocrazia implicita al far parte di questa società che per un artista diventa un dedalo di vicoli in cui è facile perdersi.

Un artista per creare ha bisogno di staccare i piedi dal suolo. In un istante puoi venire rapito da un volo che non sai dove ti porta. Molti, addirittura, decidono di non posare più i piedi per terra. Ci vuole una bella dose di sensibilità. Chi è più materiale vive incollato alla realtà, crede solo a ciò che può toccare con mano. Un animo più sensibile preferisce sorvolare su futili questioni quotidiane, non è interessato alle idee che riempiono la vita dei babbani, vuole spingersi verso territori inesplorati. É difficile da spiegare, scavi così a fondo nel tuo animo da prendere il volo e librarti nell’aria, sembra un controsenso, lo so. Quando un’emozione investe un creativo ha a che fare con un animo curioso che non si fermerà alle prime impressioni. La studierà da ogni angolazione. Cercherà frasi, colori, tele, materiali, che raccontano quell’emozione per tradurla sul piano della realtà. Cosicché chi è meno sensibile la possa vedere, toccare, ascoltare. Non riuscirà mai a riportarla esattamente come l’aveva immaginata e questa è l’eterna frustrazione di noi artisti. La musica poi è la più eterea delle Arti, la più elevata. Perfino l’architettura o l’Arte della scultura vengono considerate musica congelata, scolpita nel tempo.

Quello sguardo sognante e un po’ assente, l’aria trasandata, sono segnali che ci stiamo muovendo su altre dimensioni, siamo in cerca di risposte. Intercettiamo nuovi trend, offriamo nuovi punti di vista, analizziamo l’intimo più profondo del genere umano per raccontarlo, sviscerarlo. Questi sono i principali motivi per cui un artista andrebbe valorizzato e supportato nella società moderna così poco attenta al proprio lato interiore.

L’animo profondamente maschile che caratterizza i tempi che stiamo vivendo si rivela nella musica che il mercato propone. É un’epoca in cui l’immagine conta più della musica che produci. Ciò che si vede conta più di ciò che si ascolta o percepisce. Il fine ultimo è poter ammassare più beni materiali possibili, il messaggio non è neanche così velato, anzi spudoratamente sbandierato. Le donne devono tirare fuori i cojones in un mondo che non venera il proprio lato femminile come dovrebbe. L’iperbole della tecnologia è in piena accelerazione e stiamo vivendo tempi di cambiamento tutt’altro che semplici. Soffiano forti venti di cambiamento, nessuno sa dove ci porteranno, ed è fondamentale mantenere un proprio equilibrio.

Con l’avvento dell’era digitale molte professioni sono sparite ed è una tendenza in forte aumento. Grazie al web stiamo scoprendo nuove ed infinite possibilità, nuove figure professionali nascono ogni giorno. Nel giro dei prossimi dieci anni il mondo verrà totalmente stravolto. Siamo entrati nell’era del Web3… già da un po’… e come ogni novità ce la stiamo perdendo. L’Italia risponde sempre barricandosi in vecchie sicurezze, con l’unico risultato di rimanere una piccola fortezza esclusa dall’evoluzione verso cui il resto del pianeta si sta muovendo. Non permettere agli italiani di usufruire di Chat GPT ci ha riportato in un istante indietro di dieci anni rispetto al resto del mondo. La SIAE che taglia fuori la nostra musica dai social per questioni economiche di un accordo non raggiunto, crea un danno incalcolabile ad artisti che dovrebbe tutelare. Siamo un paese che ha difficoltà a rapportarsi con le nuove tecnologie.

Tutta questa incertezza che si respira nel mondo del lavoro per gli artisti non è affatto una novità, siamo abituati ad affidarci alla sincronicità degli eventi. Ma oggi, anche chi ha un posto fisso si è dovuto arrendere all’idea che tutto può cambiare da un momento all’altro e potrebbe essere obbligato a reinventarsi. L’ansia e gli attacchi di panico sono il perfetto sintomo della paura latente creata da questa continua instabilità. Io la vedo come una possibilità di crescita. Il mio consiglio è di cogliere al balzo l’opportunità di coltivare piccoli sogni che spesso teniamo rinchiusi. Se viviamo esclusivamente nella nostra dimensione mentale rischiamo di farci inghiottire da infiniti ragionamenti alla ricerca di una spiegazione razionale. In una società che di razionalità ne dimostra ben poca. Una possibile soluzione potrebbe essere vivere un po’ più da Artista e rispondere alle proprie sensazioni passando immediatamente all’azione.

Ma che volete che ne sappiano gli artisti? Viviamo più di pancia, seguendo il cuore. Resto un inguaribile sognatore. [di Massimiliano Cellamaro, in arte Tormento]

Quattromila anni di poesia in un'antologia per "ribelli". La megaraccolta a cura di Crocetti e Brullo parte dagli antichi testi indiani e arriva all'italia dei giorni nostri. Alessandro Gnocchi l'11 Novembre 2023 su Il Giornale.

Tra le menzogne più riuscite della critica letteraria, c'è la coincidenza tra scrittore e romanziere, tra libro e narrativa. Semplicemente, il critico accoglie i desiderata dell'industria editoriale. I romanzi vendono, dunque esistono solo i romanzi. Si parla di quelli e stop. Una visione miope che autorizzava, insieme con una falsa definizione di democrazia, il buttare a mare ogni sapere specifico: la storia della lingua, la metrica, la filologia, la paleografica. Al posto, giusto un po' di sociologia, facilissima da maneggiare (male) e appiccicare sopra a romanzi sempre più stereotipati.

Assistiamo così alla ridicolaggine di poeti incapaci di riconoscere un endecasillabo e di critici incapaci di distinguere una poesia da un pensierino da liceale depresso. Tutti scrivono poesie: basta andare a capo nel punto sbagliato. Tutto questo in Italia, ovvero un Paese che ha una ricchissima tradizione poetica e non solo. A inizio Novecento, ad esempio, la prosa lirica era un (non) genere tra i più praticati. Oggi ricordiamo a stento i Frantumi di Giovanni Boine, le Orchestrine di Arturo Onofri, i Trucioli di Camillo Sbarbaro. Senza dimenticare il Gabriele d'Annunzio delle Faville del maglio e di Notturno. Dimmi un verso anima mia. Antologia della poesia universale (Crocetti editore, pagg. 1250, euro 50) prova a rimettere le cose a posto con un'autentica impresa critica ed editoriale. L'uomo ha sempre scritto poesie, fin da quando ha levato la testa al cielo per la prima volta, e Nicola Crocetti e Davide Brullo ne hanno le prove. E ora anche noi lettori, grazie a questa incredibile antologia che parte dal 2000 avanti Cristo e arriva ai giorni nostri, dopo un viaggio tra India e Europa, Oriente e Occidente, Sud e Nord. Testi sacri, tradizionali, raccolte d'autore, frammenti. C'è di tutto, di tutte le epoche e di tutti i luoghi. Non iniziamo neanche col giochetto delle presenze e delle assenze. Una scelta si doveva pur fare. Per gli esclusi, si potrebbe comunque apportare un secondo volume. Un lavoro simile comporta una enorme quantità di traduzioni e traduttori (laddove non abbiano provveduto i curatori stessi). Piace segnalare il classicista Ezio Savino. Solo Nicola Crocetti e Davide Brullo potevano misurarsi con l'impossibile e tornare a casa con un libro formidabile. Crocetti ha sfidato il mercato per decenni con la sua rivista Poesia e con la sua casa editrice di qualità impeccabile. Brullo... Facciamo così: leggete i Salmi tradotti da Brullo e capirete cosa sia un fuoriclasse della poesia, come scrisse Cesare Cavalleri, uno che dava del «tu» a Pound e intesseva carteggi con Eliot. Entrambi, Crocetti e Brullo, sono glorie di questo Giornale, il che non guasta. Entrambi, nelle rispettive introduzioni, suggeriscono il modo corretto di spolpare un piatto ricco come quello servito nell'antologia. Un po' alla volta, aprendo a caso, in cerca di ispirazione o di consolazione o di nuove parole per descrivere il proprio stato d'animo. E noi seguiamo il consiglio. Il primo carotaggio è subito sopraffino: il poeta provenzale Jaufré Rudel (1125-1148), uno dei primi cantori dell'amor cortese, e soprattutto dell'amor de lonh, l'amore da lontano, impossibile: «Non prenderò mai gioia dell'amore/ se non godrò quest'amore lontano».

Non solo la donna è al di là di valichi insuperabili, il povero Jaufré, come molti altri trovatori, è stato stregato affinché non fosse mai amato. Il secondo assaggio è decisamente erotico. Trattasi di Veronica Franco (1546-1591), rinomata prostituta, poetessa e sospettata di stregoneria. Questo l'incipit: «Così dolce e gustevole divento,/ quando mi trovo con persona in letto,/ da cui amata e gradita mi sento,/ che quel piacere vince ogni diletto». La terza portata è Samuel Taylor Coleridge (1772-1834) e il Kubla Khan tradotto da Alessandro Ceni. Si diffonde nell'aria il dolce profumo della cannabis mentre si odono versi fondatori del Romanticismo: «A Xanadu Kubla Khan volle/ un imponente dimora di piacere/ dove Alfeo, il sacro fiume, trascorre/ per caverne smisurate ad occhio umano/ e s'immerge in un mare senza sole». La prima pagina ci introduce alla letteratura indiana antica e al Rgveda, inni della conoscenza. È una genesi: «In principio vi era solo tenebra nascosta dalla tenebra. Acqua indistinta era tutto questo universo. Il germe dell'esistenza, che era avvolto dal nulla, grazie al potere del suo ardore interiore, nacque come l'uno». Possiamo paragonare, nelle pagine della antologia, questo passaggio con gli antichi testi egiziani o dei popoli mesoamericani o con la Bibbia e il Vangelo, soprattutto di Giovanni: «Il Verbo era nel principio, e il Verbo era in Dio, e Dio era il Verbo. (...) In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini./ E la luce splende nelle tenebre e le tenebre non la offuscarono». In generale, si ricava la conferma che il primo impulso alla scrittura poetica fu la religione ovvero la ricerca dell'origine e la preparazione alla fine. Le acque, le tenebre, la luce sono i testimoni della nascita della vita. Giovanni convoca anche il Verbo e sulla fiducia nel Verbo era cresciuta la nostra civiltà oggi accecata e umiliata dalle vuote chiacchiere digitali. In fin dei conti, aprire questo libro, che restituisce dignità alla parola, grazie alla poesia, è un piccolo gesto rivoluzionario e di resistenza al nulla che incombe.

Le Poetesse.

Le Librerie.

La Naja.

Le Poetesse.

Chi sono le poetesse? Da Aleramo a Merini il catalogo è questo ma niente quote rosa...La curatrice Leardini compila il canone delle donne, spesso ignorate dalla critica. Davide Brullo il 21 Agosto 2023 su Il Giornale.

L'idea di femminilizzare il canone Feminize Your Canon, secondo la formula propalata dalla Paris Review è agghiacciante. Si rischia, così, di parlare di temi più che di testi, di genere più che di generi (letterari), di autoritarismo sociale più che di autorevolezza poetica, con il coro di erinni vittime intorno. Eppure, la questione, riformulata la presenza del genio femminile nel canone ha un suo senso, alla luce dei nudi fatti. L'antologia più canonizzante del secolo, Poeti italiani del Novecento, firma Pier Vincenzo Mengaldo, è il 1978, allinea cinquanta autori: tra questi, soltanto uno, Amelia Rosselli, è donna. I vasti repertori lirici italiani, di norma, relegano le donne ai margini. Così, l'esuberante antologia del comunista Edoardo Sanguineti, Poesia italiana del Novecento, era il 1969, riesce, su quarantacinque autori, alcuni dimenticabili, a non insediare alcuna donna. La poesia italiana è dominio dei maschi? Nell'ambito del romanzo usiamo come microscopio il Premio Strega alcune donne s'erano già imposte, a quell'altezza cronologica: Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Lalla Romano. Nel 1926 il Nobel per la letteratura incoronava Grazia Deledda. Non va meglio se sguazziamo nei decenni successivi. La (brutta) antologia ideata dal duo Cucchi-Giovanardi, Poeti italiani del secondo Novecento (Mondadori, 1996), imbarca settantuno poeti di cui otto donne; la (bella) antologia curata da Daniele Piccini su La poesia italiana dal 1960 a oggi (Bur, 2005) seleziona diciannove poeti esemplari: le donne sono soltanto due. Non credo, come scrive Isabella Leardini, che «spesso i giovani poeti si comportano come i loro illustri predecessori: le ragazze fanno parte del gioco ma alla fine giocano un'altra partita»; non conosco «giovani poeti» che abbiano il carisma poetico dei loro anche diretti, o dirimpettai «predecessori» e il gioco del fiocco azzurro o del fiocco rosa non mi appassiona. Mi piacerebbe poter rispondere che alcune tra le più importanti imprese letterarie del secolo scorso erano capitanate da donne Poetry, sotto l'egida di Harriet Monroe e Sur, dominata da Victoria Ocampo, ad esempio; la Hour Press fondata da Nancy Cunard e la Hogarth Press di Virginia Woolf; La Licorne, la rivista di Susana Soca e la Cuala Press di Elizabeth Yeats ma devo, nel contesto italiano, stare con la Leardini: «le donne in poesia sono state incontrovertibilmente una minoranza il canone è soltanto la conseguenza, il riflesso inevitabile di un vizio di sguardo e di una società». La raccolta di Poetesse italiane del Novecento allestita dalla Leardini, Costellazione parallela (Vallecchi Firenze, pagg. 290, euro 18,00) è, dunque, un lavoro necessario, furbo contrappasso di genere: le poetesse vendono molto di più dei poeti , fascinoso. La curatrice poetessa, guida del Centro di Poesia Contemporanea dell'Università di Bologna alterna nomi ovvi, imprescindibili (Ada Negri, Sibilla Aleramo, Antonia Pozzi, Lalla Romano, Maria Luisa Spaziani, Amelia Rosselli, Alda Merini), a sgargianti riscoperte (Nella Nobili e Daria Menicanti, ad esempio). Al centro di questo canone inverso, spicca l'opera di Cristina Campo genio inarginabile, Vittoria Guerrini, questo il vero nome, progettò, già nel 1953, per Gherardo Casini editore, «una raccolta mai tentata finora delle più pure pagine vergate da mano femminile attraverso i tempi», alternando Saffo ad Anna Achmatova, Ildegarda di Bingen a Caterina da Siena e Simone Weil e quella di Fernanda Romagnoli. Scoperta da Attilio Bertolucci, la Romagnoli pubblicò, in vita, due raccolte di pregio, Confiteor (Guanda, 1973) e Il tredicesimo invitato (Garzanti, 1980), dai versi tesi, a tratti bellissimi, di tersa ferocia: «Lei non ha colpa se è bella,/ se la luce accorre al suo volto,/ se il suo passo è disciolto/ come una riva estiva/ Se tu l'ami, lei non ha colpa./ Ma io la vorrei morta». Da qualche tempo, la critica si è accorta della sua grandezza: vent'anni fa Donatella Bisutti ha curato un'edizione de Il tredicesimo invitato e altre poesie per Libri Scheiwiller, l'anno scorso Interno Poesia ha stampato, per merito di Paolo Lagazzi e Caterina Raganella, una scelta di testi come La folle tentazione dell'eterno.

Un'antologia, per sua natura, ha il carisma della suggestione e della provocazione. Il libro ideato dalla Leardini, per non restare velleitario, pretende di esplodere. È ora di lavorare, cioè di pubblicare per intero i libri delle poetesse del secolo scorso. Non esistono quote rosa in poesia eppure: negli ultimi vent'anni il Nobel per la letteratura è andato a otto donne: lo stesso numero di premiate dell'intero secolo precedente ma soltanto la spietata lotta dei testi. Così, a onor di verso, Sibilla Aleramo (di cui il Saggiatore ha da poco pubblicato Tutte le poesie, a cura di Silvio Raffo) non vale Dino Campana; i versi di Mariagloria Sears (una grata scoperta) non sono paragonabili a quelli dell'amico Vittorio Sereni; i testi di Nella Nobili (raccolti nel 2018 per Solferino da Maria Grazia Calandrone come Ho camminato nel mondo con l'anima aperta) sono interessanti ma non rivaleggiano con quelli, chessò, di Andrea Zanzotto; Maria Luisa Spaziani non è Eugenio Montale; Alda Merini è priva della vertigine linguistica del molto meno noto di lei Alessandro Ceni. Questa non è distorsione virile dei sensi estetici: sarebbe perverso affermare il contrario.

Dunque, ben venga il lavoro critico senza impostazioni pregiudiziali o prolegomeni politicamente corretti; io, per dire, amo le poesie di Egle Marini, certi versi di Nadia Campana e Claudia Ruggeri (nessuna inclusa nel canone Leardini). Lo stesso lavoro, d'altronde, va fatto per riscoprire decine di poeti maschi, dilaniati dall'oblio baccante, imprigionati nel limbo (prendo a prestito il titolo di un libro di Marco Merlin: Poeti nel limbo. Studio sulla generazione perduta, Interlinea, 2004). La poesia è un androgino boia: del poeta il sesso non conta resta la carcassa, il tenue bagliore di alcuni, rari versi.

Le Librerie.

A Milano c’è la libreria più antica d’Italia: è aperta dal 1775. La libreria Bocca in Galleria custodisce un tesoro di prime edizioni. In mezzo a quadri e sculture. Ora, il proprietario racconta la sua storia in un volume. Margherita Marvasi su L'Espresso il 17 Aprile 2023.  

Incastonata nella Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, come un gioiello, riluce una piccola libreria specializzata in libri d’arte: custodisce un tesoro di prime edizioni che hanno fatto la storia della cultura italiana e, in qualche caso, internazionale. La Libreria Bocca vanta un altro primato: è la più antica d’Italia, aperta nel 1775. Uno spazio di cinquanta metri quadrati – molto amato dal mondo dell’arte e della moda, ma anche dai turisti – con i muri ricoperti da scaffali, colmi di volumi patinati che arrivano fino al soffitto, tra sculture, quadri e pezzi di arredamento realizzati ad hoc da artisti contemporanei. Ne racconta la storia Giorgio Lodetti, l’attuale proprietario, in un volume che vuole essere un omaggio a questo luogo speciale e ai suoi fondatori, i fratelli Bocca: “Archivio storico di una famiglia di librai milanesi” (in uscita il 23 aprile in una prima edizione di 150 copie, cui ne seguiranno altre due. Un volume di 384 pagine, con 660 immagini in bianco e nero, che verrà presentato l’11 maggio alla Biblioteca Nazionale Braidense).

La critica d’arte Cristina Muccioli descrive la Libreria Bocca come «una Wunderkammer aperta a tutti. Chi entra si sente Alice da quando, nel 1979, il locale appena rilevato si avviò a essere, da libreria generica, libreria d’arte: una scelta strategica di posizionamento che, più che essere in controtendenza, ne ha creata una. Si può cercare un’opera d’arte e andare in libreria, oppure cercare un libro e andare in una galleria d’arte. In entrambi i casi, a Milano si va alla Bocca». E l’hanno frequentata in tanti: dal fotografo Sandro Miller a Gianni Versace, Federico Zeri, Giuseppe Pontiggia, Giorgio Mondadori, Giovanni Spadolini, Gianfranco Ferré, solo per citarne alcuni.

Lodetti, con il padre Giacomo, ha ricostruito la storia della famiglia torinese di stampatori e librai dalle origini, da Giuseppe Bocca senior, nato nel 1789, fino alla fine del XIX secolo, registrando la conclusiva nascita del nipote Giuseppe Bocca junior, ultimo detentore dell’attività col cognome familiare, deceduto nel 1951. Numerosi sono i volumi stampati dai Bocca nel corso di tre secoli. Il lavoro di Lodetti si concentra sulle ultime due collane editoriali, sia per l’importanza degli autori sia per la rilevanza dei titoli e il contenuto degli argomenti, dimostrando la competenza e la lungimiranza di questa famiglia. Che a Torino vantava uno dei salotti culturali più rinomati d’Europa, frequentato da filosofi come Friedrich Nietzsche e Arthur Schopenhauer o matematici come Giuseppe Peano, di cui pubblicarono “Fondamenti della geometria”.

«Tutto è cominciato nell’ottobre 2020, dopo la telefonata di un’amica che mi segnalava la presenza di alcune casse contenenti vecchie edizioni dei fratelli Bocca all’interno di un box milanese. Nei giorni seguenti sono andato a vederle e le ho comprate», così Lodetti racconta della sua impresa, una campagna acquisti durata qualche anno. «La presenza delle edizioni Bocca all’interno della libreria ha origini decennali. Mio padre, infatti, ha sempre acquistato le piccole pubblicazioni, ma senza costanza o desiderio di completare la raccolta. Io ho deciso di iniziare una catalogazione completa online. Nello stesso periodo ho scelto di raccogliere quelle che ancora oggi considero le due collane di riferimento edite da Bocca tra il 1898 e il 1958: Biblioteca di Scienze Moderne e Piccola Biblioteca di Scienze Moderne. La scelta è stata fatta inizialmente perché in tutti i volumi, circa 680 di entrambe le collane, le copertine sono illustrate da grandi disegnatori attivi in Italia fino ai primi anni ’40 del Novecento».

L’archivio, poi, è arricchito dal primo volume di ogni serie edita e da piccole collane come Romanzi Occulti, con la prima edizione italiana completa di “Dracula”, di Bram Stoker, del 1945. La Fratelli Bocca Editori si è infatti distinta per fiuto editoriale, dando alle stampe volumi diventati classici imprescindibili: nel 1878 “L’uomo delinquente” di Cesare Lombroso, per esempio; nel 1899 il libro dello psicoanalista Sante De Sanctis, “I sogni: studi psicologici e clinici di un alienista” (che sarà citato da Sigmund Freud ne “L’interpretazione dei sogni” e anche da Théodule-Armand Ribot e Carl Gustav Jung). A seguire, la pubblicazione delle memorie di Silvio Pellico, “Le mie prigioni”, e, nel 1910, di “Così parlò Zarathustra”, quando ancora la lettura critica di Nietzsche era acerba e diffidente.

Il catalogo conta più di 36 mila titoli, ma nessuno poteva immaginare che una piccola libreria riposasse su una storia così vasta e profonda. Giacomo Lodetti ricorda la scoperta: «Quando ne prendemmo la gestione, le prime notizie che trovai sul suo passato venivano da un catalogo di vendita all’asta di libri antichi nel 1930. Trovai anche in fotocopia un testo che ne raccontava la storia dal 1885. Rinvenimmo, all’archivio della Camera di Commercio di Milano, un altro documento che registrava la vendita della libreria nel 1829 da Giuseppe Bocca a Luigi Dumolard; il Bocca l’aveva aperta nel 1800. Scoprimmo anche che avevano avuto librerie a Parigi, Firenze, Roma e Torino».

 La Naja.

Gli scrittori alle prese con la noia della... naja. D'Annunzio e Simenon, Schnitzler e Freud: ecco come è stato il loro servizio militare, fra illusioni e lamentele. Stenio Solinas su Il Giornale il 28 Febbraio 2023

La noia-naja, il marmittone, gli imboscati, i riformati, il pernotto, le latrine, il Car, la fureria, la sussistenza, le manovre, le grandi manovre, il poligono, il sergente, il signor tenente, la fidanzata del signor tenente, la moglie del capitano... Finché è esistito il servizio militare con la sua tradizionale visita di leva, andare sotto le armi in tempo di pace è sempre stato un dovere forzato e raramente un piacere. Ragazzi di ogni estrazione si trovavano da un giorno all'altro precipitati in un universo chiuso fatto di regole tutte proprie e da dove era bandita la dialettica, agli ordini di chi, militare per scelta, vedeva più con fastidio misto a disprezzo che con professionalità, i civili lavativi da trasformare, almeno per un po', in soldati. A volte li vedeva addirittura con rancore, se quella loro scelta si era nel tempo rivelata infelice. In un classico di metà Ottocento, Servitù e grandezza militare, Alfred de Vigny, che era stato per vent'anni sotto le armi, ma non aveva mai visto una battaglia campale, condenserà «nella noia e nella scontentezza i tratti comuni al volto militare», «una specie di gendarmeria» che prendeva il posto di quella che sarebbe dovuta essere una vocazione, il mestiere delle armi come un convento laico, «convento di uomini, convento nomade dove si adempiono felicemente i voti di Povertà e di Obbedienza».

Una sorta di romanzo militare sui generis è quello che adesso Giuseppe Scaraffia ci presenta nel suo Scrittori in armi (Neri Pozza, pagg. 202, euro 13,50), andando a ricercare nella moltitudine di coscritti di tutte le estrazioni sociali e di tutte le gradazioni ideologiche, quella particolare categoria più genericamente intellettuale da un lato, dall'altro più squisitamente legata a una condizione sentita come propria, anche se spesso ancora in fieri: romanziere, poeta, filosofo... Lo fa focalizzandosi su un arco di tempo che dagli anni Ottanta del XIX secolo arriva alla Prima guerra mondiale (con però un'appendice che giunge a toccare la Seconda...), sufficientemente lungo quindi e coincidente con quel quarantennio che da Sedan a Sarajevo vide la pace nel Vecchio continente e quindi il mestiere delle armi privato comunque della sua materia prima, un po' come era successo al povero de Vigny, che aveva indossato la divisa sull'onda seduttiva delle imprese napoleoniche per poi ritrovarsi a fare il cane da guardia della Restaurazione prima, della monarchia borghese di Luigi Filippo dopo, un secondino, non un guerriero...

Il parterre selezionato da Scaraffia è imponente, da Nietzsche a Proust, da d'Annunzio a Thomas Mann, a Jünger, a Zweig, a Rilke, a Freud, per non dire di Hemingway e di Scott Fitzgerald, e pieno di sorprese.

Prendiamo per esempio Marcel Proust, ovvero la summa del dandismo e dello snobismo. Nella sua scelta di andare già diciottenne sotto le armi, c'era comunque un calcolo: quando nel 1899 si arruolò poteva ancora beneficiare della legge, destinata a scadere l'anno dopo, che consentiva ai volontari di fare soltanto dodici mesi sotto le armi, rispetto ai cinque anni di prammatica. Erano i cosiddetti «Soldati semplici di lusso», una sorta di allievi ufficiali, però senza mostrine, il cui mantenimento e relativa divisa era a carico della famiglia. Il suo soffrire d'asma gli aveva permesso di dormire in albergo e non in caserma e di non partecipare alle adunate mattutine... Ogni domenica, da Orléans, dove era di stanza, andava in permesso a Parigi e lo stesso faceva a ogni licenza... Rispetto all'affettuosa rete di regole che dominavano in casa la sua vita da civile, in fondo Proust aveva trovato la disciplina militare per nulla opprimente: era bastata una caduta da cavallo, per esempio, perché venisse esonerato dal salto degli ostacoli... Avere una vita calma e regolare gli si confaceva, «perché in essa il piacere ci accompagna con più naturalezza dato che non si ha mai il tempo di sfuggirgli cercando di rincorrerlo».

Durante i permessi, racconta Scaraffia, la sua apparizione nei salotti «faceva uno strano effetto, con il cappotto militare sbottonato e la giubba troppo larga. L'alto copricapo della fanteria stonava irrimediabilmente con l'ovale perfetto della sua faccia da giovane assiro».

Nonostante la sua buona volontà, in realtà l'esercito non sapeva cosa fare di lui. Avevano provato con il lavoro d'ufficio al Quartier generale, ma la sua smania calligrafica aveva esasperato i superiori; l'idea di farlo attendente di qualche ufficiale si era scontrata con il fatto che aveva difficoltà nel rifare i letti... Alla fine era risultato trentacinquesimo dei trentasei che con lui avevano fatto il corso, il che accende la curiosità di sapere chi fosse l'ultimo in classifica... Ciononostante, aveva persino cercato di prolungare la ferma, anche se solo di qualche mese: «Al reggimento, finito il mio periodo, mi amavano tanto e sentivo di essere talmente utile che non volevo andarmene». Come nota Scaraffia, «quell'esperienza era stata un ultimo tentativo per rientrare nella normalità sfuggendo a un destino ancora imprecisato, ma già incombente».

Dandy e snob era anche Gabriele d'Annunzio, che però a differenza del Proust diciottenne, di anni ne aveva già ventisei ed era appena reduce dal successo di Il piacere. «Diciotto mesi in caserma!» aveva scritto angosciato a un amico, ovvero «una visione terribile della vita che mi aspetta: non sarò più un uomo, ma un bruto come il mio cavallo, tra i bruti!».

Le lettere di d'Annunzio militare suo malgrado sono una litania di imprecazioni miste a sconforto: «Il mio peggior nemico non avrebbe potuto immaginare per me un supplizio più feroce, più disumano... Io sono schiavo. Ho perduto ogni libertà, ogni dignità d'uomo».

Il problema principale, chiosa Scaraffia, era che poteva vedere solo di rado la sua amante Barbara Leoni, Barbarella, nonché essere costretto «all'inevitabile, incessante, presenza degli altri», ovvero «l'orrore provato fin dai primi anni d'età, dell'odore del prossimo, dell'aspetto del prossimo, della vicinanza e del contatto di un estraneo».

Il bello è che nel reggimento dei Cavalleggeri d'Alessandria dove prestava servizio, d'Annunzio era divenuto prima caporale e poi sergente, superando i relativi esami, tanto da congedarsi infine come sottotenente. E tuttavia, il colpo di grazia gliel'aveva dato un superiore proprio nel promuoverlo: «Bravo! Continuate a studiare. Forse un giorno potrete diventare uno scrittore come Edmondo de Amicis. La stoffa c'è». De Amicis a lui? C'era da impazzire...

Quello degli odori, meglio, delle puzze del servizio di leva, è comunque una costante. Come elenca Scaraffia, Hofmannsthal si lamentava di quello infetto delle camerate. Il fetore delle brande teneva sveglio Paul Valéry. Tutto contribuiva a creare quelle tipiche esalazioni ricordate da Giorgio De Chirico: «Appena mi approssimavo a una caserma avevo subito le narici gradevolmente stuzzicate da un puzzo che giungeva a zaffate e in cui in una bella sinfonia si mescolavano l'odore delle gavette unte, dei piedi non lavati, dell'acido fenico, della creolina e del caffè tostato». Era una condanna a cui non sfuggivano nemmeno i più azzimati, come Georges Simenon, per esempio, che si era fatto fare dei pantaloni di lucida gabardine di seta e aveva una divisa tagliata su misura, opera di un sarto alla moda di Liegi. Il fatto è che passando le sue giornate nelle scuderie in quanto palafreniere, anche in libera uscita e tutto profumato, «non si accorgeva del sentore insopportabile di letame che lo seguiva dovunque».

In alcuni degli scrittori raccontati da Scaraffia, l'essere medici, è il caso di Freud, di Schnitzler, aveva attutito il colpo: in fondo la loro uniforme restava il camice bianco... Per quelli che avevano una concezione della vita più avventurosa che sognatrice e/o contemplativa, i Rimbaud, gli Jünger, l'arruolarsi, specie nella Legione straniera, aveva soprattutto senso nel preparare la successiva diserzione, l'attrazione dell'ignoto per definizione, mentre per uno come Jean Genet era un modo per uscire dal carcere, uscire dalla Francia, andare oltremare, arruolarsi, disertare, riarruolarsi...

Il miglior riassunto della naja è in una poesia di Drieu La Rochelle, uno che quando poi ci sarà la guerra, farà coraggiosamente il suo dovere di soldato, con tanto di ferite e di decorazioni. Non a caso la poesia si intitola Caserma odiata: «Là dentro abbiamo agonizzato e odiato/ abbiamo dubitato e disperato/ abbiamo sciupato la nostra giovinezza/ Ci siamo annoiati».

Diego Pretini per ilfattoquotidiano.it il 10 luglio 2023.  

(…)

Il teatro accomuna l’Italia lasciandola divisa” scrive Alberto Mattioli nell’apertura di gioco di Gran Teatro Italia, il suo ultimo libro pubblicato con Garzanti (16 euro, 192 pp.), alla seconda ristampa dopo meno di un mese. Mattioli, pazzo per l’opera confesso, ormai alla soglia veneranda delle 2mila recite da spettatore, scrive di lirica su vari giornali (La Stampa, Il Foglio, Amadeus) e in parecchi libri, tutti di successo a dispetto del fatto che non ci sono dei morti ammazzati dentro se non per finta (quelli delle opere). 

L’unico giallo da risolvere, semmai, è come riesca, ancora una volta in Gran Teatro Italia così come negli altri libri dedicati all’opera (Anche stasera e Meno grigi, più verdi due titoli tra gli altri) a unire il rigore nell’illustrazione delle informazioni e la freschezza dell’esposizione, il peso di una tradizione che affonda in qualche secolo e la leggerezza del racconto. Insomma: il sacro graal della divulgazione.

In questo caso il pretesto per parlare di opera per Mattioli è la storia – grande e piccola, collettiva e sua personale, basate entrambe su una sterminata aneddotica – dei teatri italiani, dalla Fenice al San Carlo, dal Regio di Torino all’omonimo di Parma, dalla Scala al Massimo, passando per l’impressionante affollamento di palchi e sipari delle Marche. “I teatri in generale, e quelli d’opera in particolare, esistono in tutto il mondo – scrive – Però soltanto in Italia sono diventati qualcosa di più di un luogo di spettacolo. 

Sono il fulcro della vita non soltanto musicale, ma anche mondana sociale, civile: il centro del centro cittadino. Come la piazza o la cattedrale. Fra la città e il suo teatro d’opera c’è una simbiosi, un’attrazione, una corrispondenza d’amorosi sensi che hanno forgiato l’identità di entrambi: la città è così perché così è il suo teatro e viceversa”.

Il primo colpo d’occhio che resta del viaggio compiuto di teatro in teatro è che un mondo che nell’immaginario collettivo viene descritto pigramente come un po’ bollito, sorpassato dal presente, destinato all’estinzione, prodotto da dinosauri a beneficio di dinosauri è di una vivacità che altri presunti totem tricolore (ogni riferimento al moribondo campionato di calcio è azzeccato, per dirne una) se le sognano la notte. 

Basta fermarsi a un solo esempio dei tanti possibili: poiché il teatro è soprattutto chi ci si siede dentro peraltro a pagamento, è l’eterna e deliziosa guerra armata e senza esclusione di colpi sulle regie, portata avanti in particolare da chi pretende che il Rigoletto rimanga in calzamaglia nei secoli dei secoli e la Violetta traviata strippata nel corpetto, con gonnellone e fiore tra i capelli (ormai celebre la jihad dell’indomito Mattioli contro il nutrito partito del “povero Verdi“) a dispetto del fatto che le storie della lirica sono spesso enormi specchi che raccontano storie e caratteri di oggi, cioè di sempre (amore e potere, avidità e tradimenti, sopraffazioni e ingiustizie, piccolezze e bassezze morali e eccezioni eroiche).

E’ il miracolo dell’opera: “Un teatro – la definizione è di Mattioli – così difficile, elitario, basato sull’assurda convenzione di gente che discorre cantando, in un italiano letterario che non esiste se non sulla carta, che nessuno parlava e molti non capivano, in forme musicali spesso complesse, diventa però patrimonio e passione e coscienza comune per colti e ignoranti, ricchi e poveri, patrizi dei palchi e plebei del loggione”. Attrezzisti, sarte, violinisti. “Ci sono soltanto due paragoni possibili, nella storia del teatro he è poi quella della civiltà: l’Atene di Pericle e la Londra di Shakespeare. E’ l’utopia realizzata, la grande arte per tutti e di tutti, il teatro come identità, comunità, partecipazione“. 

Certo, dal libro di Mattioli si capisce bene che poi tra il dire e il fare ci sono di mezzo le fondazioni lirico-sinfoniche con sovrintendenti e relativi tic, fissazioni e magari padrini politici. Del coma del Maggio Fiorentino questo giornale ha scritto in un lungo e in largo: è “come se nel teatro si riflettesse – riflette Mattioli – la contraddizione di una comunità su cui grava un passato infinitamente più importante del suo presente, e non sa o non vuole ripensarsi o reinventarsi”. Ci sono esempi di segno opposto, come la rinascita da studiare al Cnr del Teatro dell’Opera di Roma e la gestione geniale, forse semplicemente perché sinonimo di siciliana, del Massimo di Palermo (“Una città e un teatro che sono sempre o più avanti o più indietro rispetto a quel che è ‘normale’ fuori, quindi affascinantissimi”). 

Chi teme di finire in un trattatello storico-accademico con date, stili architettonici, dibattiti sulla progettazione può deporre subito gli ansiolitici. Gran Teatro Italia è anche un libro sulla storia dei teatri perché, sì, certo tratteggia nascite, crescite, spesso incendi, quindi rinascite, fallimenti, belles époques. Ma ha soprattutto la levità di un piccolo drone che girella nelle sale dei teatri e in quel tragitto riesce ad attraversare i secoli e le biografie, si affaccia ai palchetti, si mette a curiosare nei retropalco e nei ridotti, che diventano macchine del tempo. Racconta episodi memorabili che certo avranno come protagonisti Rossini, Verdi, Toscanini e Gronchi con la sua celeberrima gropponata presidenziale nel palco reale della Scala poi giustamente uccellata da Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello (i quali come noto furono cacciati dalla Rai: e no, a quel tempo non potevano nemmeno offrirsi a Discovery).

Ma c’è anche Pippo Baudo che prende a pedate due malcapitati imputati di aver contestato Katia Ricciarelli durante una Luisa Miller nel 1989, proprio nel teatro milanese e tra l’altro non c’era neanche bisogno dell’intervento del piedone di SuperPippo perché Ricciarelli si è sempre saputa difendere da sola: durante una scena – racconta Mattioli – si era inginocchiata sul palco, si era segnata e aveva dedicato al loggione fischiante un sonoro “Dio vi maledica!“.

La storia dei teatri svela molto anche di com’è cambiato il rito della fruizione degli spettacoli negli ultimi duecento anni. Oggi all’ora X diventa tutto buio pesto, sì è sequestrati in sala, sì può essere liberati solo dal Gis dei carabinieri, si pretende il silenzio di un camposanto, l’applauso è regolato da un manuale alto così di leggi non scritte, si maledice l’intero albero genealogico di chi fa cigolare troppo una poltrona perché ha cambiato l’accavallamento della gamba.

Nel Settecento e nell’Ottocento, invece, a dispetto di qualsiasi immaginario, a teatro si faceva un casino dell’ottanta, cioè si faceva di tutto e ascoltare la musica era il penultimo o terzultimo dei pensieri. Una specie di JustCavalli solo più sguaiato: si mangiava, si beveva, si passeggiava al posto della platea che allora non c’era, ci si nascondeva dietro le tendine dei palchi per fare l’amore e per giocare d’azzardo (alla Scala le bische erano pure un ramo d’azienda e Alessandro Manzoni frequentava volentieri). Insomma il centro della vita sociale. 

Si trova online una cronaca di Francesco Milizia, un intellettuale pugliese del Settecento, su una serata all’opera al San Carlo: “Chi discorre, chi gira il capo in qua e in là, chi legge, chi sbadiglia, e v’è anche chi dorme. Il contorno è in gran parte da fondo a cima tutto bucato di cellette e in ciascuna è annicchiata almeno una donna circondata da un ronzio d’uomini armati tutti di telescopi che servono loro come di bussola per saltare da cella in cella, cicalando, mangiando sorbendo, giuocando”.

E le situazioni potevano presto prendere una piega anche peggiore, come racconta Mattioli in Gran Teatro Italia nel capitolo dedicato a Venezia: “Dai palchi i patrizi gettano tranquillamente sulla plebe della platea avanzi di cibo, moccoli di candela e sputi“. Arthur Young, economista inglese di passaggio in Italia per la solita moda del gran tour, annota nel 1787 che “da un palco di lato della sala un nobile in piedi ad un tratto abbassò la brachetta per orinare sulla testa di un orchestrale”. “Nessuno all’infuori di me se ne meravigliò” verbalizzò mister Young. 

(…) 

E, insomma, alla fine qual è il primo teatro del mondo? Mattioli fa rispondere Giuseppe Verdi: “Io ne conosco cinque o sei di questi primi teatri ed è proprio in quelli dove più di frequente si fa cattiva musica!” in una delle sue lettere. E’ il San Carlo, il più antico teatro d’opera in attività? E’ la Scala che guida nello spirito ogni nuova stagione con il suo Sant’Ambroeus? E’ la Fenice nella Venezia che ha lanciato Rossini e coccolato verso il tramonto Wagner? Mattioli non risponde e non per furbizia. Preferisce tracciare una via, una specie di possibile “teologia della lirica”, e chi deve capire si metta in ascolto: “Dal punto di vista artistico i momenti migliori della storia del teatro sono quelli in cui si innova, si rischia e si vince” (frecciatina alla Scala).

Di più: “Il pubblico non va solo assecondato, va anche educato, traghettandolo con prudente fermezza nel futuro, prima che scopra che quel che vede è irrimediabilmente ancorato al passato. Il tempo fugge, e quello perduto non si recupera più”. Regola d’oro che per un centinaio di arti, mestieri e professioni (fino alla politica, alla tv, al giornalismo) dovrebbe essere scolpita nel marmo. E al contrario al momento – come dimostra in maniera lampante il titolo di questo articolo – è trafitta a morte dalla tirannia dell’algoritmo.

Estratto dell’articolo di Paolo Di Paolo per “la Stampa” il 23 gennaio 2023.

Reparto Traumatizzati in overbooking! Il principe Harry espone e vende – alla grande – il suo trauma. Monsignor Gänswein accampa il proprio, non metabolizzato nel lungo decennio fra le sconcertanti dimissioni di Benedetto e la sua morte. Steven Spielberg lo ha dissotterrato a 76 anni compiuti. Le opere più in vista, tra cinema e letteratura, espongono la ferita. Perfino un (finto) duro come Bret Easton Ellis […] torna per rimettere a posto i cocci (The Shards) della propria stessa lacerata giovinezza.

Un lungo articolo del New Yorker sulla sovrabbondanza di traumi […] nella narrativa contemporanea, alla distanza, si può rileggere come una diagnosi inappuntabile. […] nelle classifiche italiane trionfa The Spare (Mondadori); e appena sotto […] resta il romanzo bestseller del 2022, Fabbricante di lacrime (Salani) di Erin Doom, l'italiana misteriosa che sulla capacità di raccontare anime traumatizzate con romantico-gotica delicatezza ha costruito la sua fortuna editoriale.

E poi, c'è Niccolò Ammaniti: dopo otto anni, è tornato con La vita intima (Einaudi); e riparte con acume dal più contemporaneo dei traumi. […] c'entra con il confine sempre più labile fra privato e pubblico. […] È un trauma vero, un trauma presunto; o c'è una generale inclinazione ad auto-traumatizzarsi?

Lo studioso Daniele Giglioli, in un saggio di un decennio fa, Senza trauma, aggiornato e ristampato l'anno scorso per Quodlibet, manifestava una certa legittima insofferenza per «ogni possibile trauma immaginario sfruttato al fine di rendere ancora rappresentabile una forma di vita resa ormai immeritevole anche solo di essere detta a causa degli strati geologici di cliché che la comunicazione le va sversando quotidianamente addosso».

 […] Nel mondo pluralistico e pericoloso di cui parla Giglioli, lui vede anche una folla di conigli autocondannati all'inazione. Ma forse può aggiungere anche un bel branco di marmotte sentinella: «Vuoi vivere? Datti un Leviatano artificiale».

Vuoi scrivere o girare film? Fai lo stesso! Tra la ginestra e il Vesuvio, conviene tifare per il Vesuvio, dice ancora Giglioli. O quantomeno scrutare il vulcano sperando di esserne paralizzati-traumatizzati abbastanza, anche solo in prospettiva. Votarsi al «trauma a venire» è una trovata epocale. […]

L’ortografia è una cosa seria. Quando la virgola diventa una questione di vita o di morte. Maurizio Assalto su L’Inkiesta il 6 Febbraio 2023

Quella tra soggetto e predicato è uno degli svarioni ortografici più diffusi, addirittura dilaganti, quasi assurti a regola. Perché non servono solo a prendere fiato: hanno una precisa funzione nell’architettura del testo scritto

«Io, sono nato qui». Non tutti se ne saranno resi conto, a Torino, ma la scritta al neon che fino a qualche settimana fa si accendeva di sera sulla facciata dell’ospedale ostetrico Sant’Anna, dove è venuta al mondo una buona parte dei torinesi, era un’installazione artistica: una new entry nelle “Luci d’artista” che dalla fine degli anni Novanta illuminano il Natale subalpino. Chissà quanti avranno altresì fatto caso che, oltre a essere un’opera d’arte, era anche un esempio, o almeno l’indizio, di un diffuso errore di punteggiatura. Perché quella virgola dopo “io” (peraltro ribadita in un segmento della stessa scritta sopra una porta d’ingresso dell’ospedale: “Io,”)?

Le virgole sono la croce senza delizia del linguaggio scritto – italiano ma non solo, ma soprattutto: testi che ne sono infarciti al limite dell’illeggibilità oppure che ne difettano, con il medesimo risultato; incisi e subordinate che si aprono senza chiudersi o che si chiudono senza essersi aperti; sparse come capita, quando ci si ricorda, un po’ sì e un po’ no.

La virgola tra il soggetto e il predicato, come nella frase da cui siamo partiti, al pari della virgola tra il predicato e il complemento oggetto, è uno degli svarioni ortografici più diffusi, addirittura dilaganti, quasi assurti a regola, come si può constatare quotidianamente sfogliando a caso un giornale, leggendo un post sui social o anche i libri dei migliori editori, ma in generale ogni tipo di testo scritto. Anche un’installazione artistica: a meno che l’autore, Renato Leotta, non intendesse in questo modo isolare il soggetto per conferirgli una maggiore enfasi: ossia non per informare tranquillamente che “io sono nato qui” ma per rivendicarlo sottolineando la parola “io”, così da riprodurre l’andamento tonale del parlato – una possibilità ortograficamente discutibile ma ammessa (anche quando a essere isolato dal verbo è l’oggetto) e con illustri esempi letterari («Voi, mi fate del bene», Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”).

L’uso scorretto della virgola è particolarmente frequente, se non senz’altro maggioritario, in presenza di “soggetti espansi”. Ecco un paio di occorrenze: «Porre l’accento sull’urgenza della restituzione [soggetto], si dimostra una strategia fallace» (esempio tratto da un lavoro universitario); «ciò che viene indicato sotto forma di complemento oggetto in una frase semplice [soggetto], può infatti essere espresso con un’intera frase» (da Wikipedia, sub voce “proposizione oggettiva”). Ma non sfuggono allo scivolone neppure gli scrittori più famosi, maestri di stile. Come Cesare Pavese: «Il profluvio di parole con cui la bionda mi aveva strappata al sofà [soggetto], non m’impedì di sentirmi anche qui un’intrusa» (Tra donne sole, Einaudi, 1949; la voce narrante è femminile). Oppure Italo Calvino: «Un giudizio di Claudio Gorlier […] sulla traduzione di Passage to India di E.M. Foster pubblicata da Einaudi [soggetto], mi spinge a scrivere questa lettera» (lettera del 10-15 ottobre 1963, in Lettere 1940-1985, Mondadori, 2000).

Gli ultimi due esempi sono citati nel libro di Leonardo G. Luccone “Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto” (Laterza 2018). L’autore immagina che Pavese – e lo stesso discorso può valere per Calvino – «abbia messo quella virgola perché, almeno in prima battuta, aveva avuto la sensazione che la frase fosse troppo lunga e elaborata e abbia perso la cognizione di aver costruito un soggetto espanso». Si tratterebbe in questo caso di una “virgola prosodica”, ossia ricalcata sull’articolazione vocale del testo, che non regge però all’analisi logica.

Le virgole non servono infatti a prendere fiato (un equivoco che «ha già prodotto abbastanza danni», osserva ancora Luccone), ma, come in genere tutta la punteggiatura, hanno una precisa funzione nell’architettura del testo scritto: servono a strutturare la frase secondo un ordine gerarchico, isolando una proposizione da una coordinata o una proposizione subordinata da quella principale, gli incisi, le apposizioni (“Vitruvio, l’autore del De architectura”), i vocativi («Silvia, rimembri ancora…»), nonché le singole parole e proposizioni in una enumerazione. Sebbene, come anche ricordava Luca Serianni, nel complesso delle norme che regolano la scrittura, quelle relative alla punteggiatura siano le meno codificate, alcuni punti fermi (nel nostro caso, virgole ferme) è possibile fissarli, e doveroso rispettarli.

Le virgole sono una cosa seria. Anche di vita o di morte, come nel celebre responso della Sibilla al soldato che l’aveva consultata: ibis redibis non morieris in bello, che a seconda di dove si fa cadere la virgola può voler dire «andrai, tornerai, non morirai in guerra», oppure «andrai, non tornerai, morirai in guerra». Questo ovviamente è un caso limite: non sempre la situazione è così drammatica, ma spesso è drammaticamente impossibile capire il senso di una frase se la virgola non sta al posto giusto.

Bruno Migliorini e Gianfranco Folena, nella loro “Piccola guida di ortografia” (1954, ristampata da Apice libri nel 2015), riportavano due frasi quasi identiche, tranne che per quel minuscolo ma dirimente paragrafema. «Gli impiegati della ditta X che non guadagnano abbastanza si lamentano» significa che a lamentarsi, tra gli impiegati, sono solo quelli che non guadagnano abbastanza; mentre se scriviamo «gli impiegati della ditta X, che non guadagnano abbastanza, si lamentano» intendiamo che a lamentarsi sono tutti gli impiegati.

Già Aristotele, nella Retorica, richiamava all’esigenza che «il discorso scritto sia facile da leggere e da pronunciare» e alla carenza di punteggiatura attribuiva la proverbiale oscurità di Eraclito. Lo sviluppo dell’interpunzione è un processo lungo e tortuoso, cominciato più o meno tremila anni fa (la prima attestazione in una stele moabita del IX secolo a.C.), che ha conosciuto un momento importante, sia pure ancora limitato alla funzione prosodica e non a quella “architettonica”, intorno al 200 a.C. con Aristofane di Bisanzio, grammatico della Biblioteca di Alessandria, autore di un sistema di notazione drammatica tripartito a uso degli attori, che indicava quando e quanto occorresse inspirare prima di un brano lungo, medio o breve.

Il brano breve, indicato da un segno apposito distinto dagli altri, si chiamava in greco kómma (“pezzetto, frammento”, dal verbo kópto, “taglio”), e comma è ancora oggi il nome inglese della virgola. La parola italiana, invece, viene dal latino virgula, diminutivo di verga, in quanto è simile a un bastoncino ricurvo: una forma consacrata da Aldo Manuzio nell’edizione del 1496 del “De Aetna” di Pietro Bembo. In quello scritto il cardinale umanista, tra esperienza diretta e reminiscenze classiche, raccontava la sua ascensione sul vulcano durante un’eruzione: un’impresa difficoltosa, compiuta con cautela, misurando i passi, come la punteggiatura nel suo testo. Per chi avesse voluto emularlo, seguendone il resoconto, una virgola fuori posto, come per il soldato dell’ibis redibis, avrebbe potuto rappresentare la differenza tra vivere o morire.

Analfabeti con tre teste. Divagazioni sul grande gossip letterario di fine 900, svelato da Andrew Wylie. Guia Soncini su L'Inkiesta il 28 Novembre 2023

«Moglie di amico di famiglia si scopa sia il padre sia il figlio» è una storia abbastanza popolare, ma siccome riguarda degli scrittori, gli Amis e Barnes, e l’ha raccontata un agente letterario in una favolosa intervista, non incuriosisce un pubblico abituato a cercatori di consenso e non a portatori di talento

Tanto per cominciare, vorrei chiedere scusa a Decca Aitkenhead, che due giorni fa ha intervistato Andrew Wylie per il Sunday Times. Ma, poiché conosco i limiti del mio pubblico, che di certo non legge il Sunday Times per il quale serve, nientemeno, pagare un abbonamento, di certo non ha memoria storica delle polemiche degli anni Novanta, e di certo ha come orizzonte culturale nella migliore delle ipotesi Ilary Blasi e nella peggiore Francesco Lollobrigida, servirà un po’ di contesto.

A metà degli anni Novanta, Martin Amis – secondo la definizione data da lui stesso, unico romanziere ereditario d’Inghilterra: figlio di Kingsley – pubblica quello che è l’indiscusso capolavoro letterario di fine Novecento, “L’informazione”.

«Indiscusso» in un mondo ideale in cui la gente sappia di cosa parla. Mentre cerco di capire con quanto ritardo Einaudi lo pubblicò in Italia, sulla pagina Amazon del romanzo vedo la singola stellina che gli ha lasciato Concetta Aversa, con la motivazione «impossibile da leggere oltre la trentesima pagina, se ci si arriva alla trentesima perché è veramente difficile da seguire». Poi ci torniamo, alle Concetta Aversa del mondo, e a me che riconsidero le mie idee sulla libertà d’espressione.

Martin Amis si era appena rifatto i denti (se avete letto “Esperienza”, sapete che quello coi denti è stato il suo rapporto più problematico; se non l’avete letto, non capisco perché perdiate tempo con me), aveva speso un sacco di soldi, e si chiedeva cos’era a fare il più promettente quarantaequalcosenne della letteratura inglese se poi non lo coprivano di soldi.

La sua agente, Pat Kavanagh, era la moglie di Julian Barnes (nell’Inghilterra dotta si conoscono tutti), ed era una signora perbene di quelle che non fanno richieste economiche spropositate. Entra in scena Andrew Wylie, che noialtri ventenni dell’epoca non avevamo mai sentito nominare, e che a mia memoria è uno dei due unici casi in cui un agente diventa un personaggio (l’altro sarà Ari Emanuel, agente della William Morris, fratello del Rahm che fu braccio destro di Obama, e ispiratore del personaggio di Ari Gold nella serie “Entourage”).

Poiché non avevamo TikTok, per ripiego andavamo in edicola, e in edicola c’erano pagine culturali non fatte da cinquantenni disperati la cui massima ambizione è non perdere il treno di TikTok, e quindi quelle pagine culturali ci raccontavano cose che altrimenti non avremmo mai saputo, come il fatto che Andrew Wylie, da lì in poi detto Lo squalo, aveva ottenuto per Martin Amis un anticipo di cinquecentomila sterline, ma all’uopo Amis aveva dovuto tradire la moglie dell’amico e insomma era praticamente una puntata di “Santa Barbara”, ma coi letterati.

Da allora Andrew Wylie non è mai uscito dall’immaginario mio e di molte persone che frequento, lui e la sua convinzione che gli editori vadano fatti pagare caro perché solo se pagano caro il tuo libro poi lo promuoveranno adeguatamente, lui e i millecinquecento o giù di lì scrittori che rappresenta e di cui non riesco a capire come faccia a ricordarsi anche solo i nomi, lui e il suo essere l’agente di quasi solo giganti del pensiero e dell’azione.

Forse non se li ricorda, i nomi. Un paio di settimane fa il New York Times l’ha intervistato, ed era un’intervista piena di meraviglie, tra le quali l’ovvietà che però nessuno dice mai che l’intelligenza artificiale può rubare il lavoro solo agli scarsi. La mia preferita delle meraviglie, davanti alla quale chiunque abbia mai pubblicato un libro si sloga il collo annuendo, è quella sulle prove di copertina.

L’editore ti manda delle prove di copertina, e sono d’una bruttezza da vergognarsi, tu (tu Andrew Wylie) lo fai presente, e loro ti rispondono: qui in casa editrice piace a tutti. «Il numero di volte che ho ricevuto questa risposta è osceno».

Mi sono un po’ consolata, perché credevo che la totale mancanza di senso estetico fosse esclusiva italiana, una specie di contrappasso per aver avuto il Rinascimento. Ma no, è solo che noi non abbiamo degli Andrew Wylie che dicano agli editori «questa la diamo al gatto», e quindi qui i libri escono con le copertine orrende che in casa editrice piacciono a tutti, nella tradizione «buona la prima» che caratterizza la nazione in cui non si può perder troppo tempo a lavorare, c’è da fare aperitivo.

Ma la parte che mi fa pensare che non ricordi i nomi è quella in cui spiega che, se lui dice di avere per le mani un’opera di genio, gli credono, perché lui il genio lo frequenta, lui rappresenta, tra autori ed eredi, Salman Rushdie e Calvino e Borges e Nabokov. E poi all’improvviso, in questa lista di formidabili geni, cita Sally Rooney. Tu sei l’agente di Yasmina Reza. Sei l’agente di Chimamanda Adichie. E, se devi citare una femmina vivente il cui genio letterario sia fuori discussione, citi Sally Rooney. Non può essere altro che smemoratezza e l’immancabile «aspe’, fammi dire una donna».

Ma stavamo parlando – non ve ne sarete già dimenticati solo perché ho fatto centododici divagazioni – del grande scandalo letterario di fine Novecento, di Martin Amis e del suo anticipo. Il Sunday Times vede l’intervista degli americani, si dice «maledizione, perché non ci abbiamo pensato noi», e manda la Aitkenhead a incontrare Wylie.

Ne esce una seconda intervista stupenda, nella quale ci sono più domande su Amis (che ha vissuto gli ultimi decenni della sua vita a New York, ma era comunque un patrimonio nazionale inglese, oltretutto patrimonio ereditario), e in cui Wylie fa due rivelazioni pazzesche su quell’anticipo.

Una è che a lui i soldi non interessano (vabbè), che a lui interessa che gli autori siano ben pagati per stare in una stanza a scrivere senza preoccuparsi, e che quindi, visto che Martin aveva questo rapporto così stratificato con la Kavanagh, lui fece la trattativa per fargli avere mezzo milione di sterline, ma lasciò che a prendere il dieci per cento di commissione fosse lei. Che è «tipico: chi non sa ottenere un risultato poi è lieto d’essere pagato per il lavoro che non ha saputo fare», e che all’epoca non aveva reso noto questo dettaglio, accettando che gli dessero dell’avido squalo, per non umiliarla (Pat Kavanagh è morta nel 2008).

L’altra rivelazione è la ragione per cui Martin era restio a mollare la collaborazione con Pat. Martin Amis gli aveva detto, riferisce Wylie, che non poteva revocarle il mandato perché se l’erano scopata sia lui sia Kingsley. La rivelazione non mi stupisce più di tanto, neppure la colgo come tale, giacché negli anni ho letto abbastanza di quel giro da avere chiaro che non solo si conoscevano tutti, ma tutti andavano a letto con tutti.

Però Decca Aitkenhead rimarca che questa è una notizia, che in tutti i pettegolezzi letterari di quegli anni questa cosa non era mai stata detta, e io penso ma figurati, ma non è possibile. E quindi, avendo il vantaggio di avere oltre a un account TikTok anche una biblioteca piuttosto fornita, riprendo la biografia di Kingsley, ottocentoespicci pagine uscite nel 2008, e delle quali ovviamente ricordo pochissimo.

Pat Kavanagh era tra le fonti dell’autore Zachary Leader. Gli raccontava dell’amicizia sua e del marito con gli Amis, di Kingsley che a un certo punto litiga con Julian a proposito di “Il pappagallo di Flaubert”, di vari aneddoti ma mai, mai, buttava lì: e poi abbiamo scopato, anzi per la precisione mi sono scopata pure il figlio.

Ho passato la domenica pomeriggio a pensare a Zachary Leader, che per “The Life of Kingsley Amis” fu pure finalista al Pulitzer, e che diciassette anni dopo apre i giornali la domenica mattina (Leader è del 1946, farà colazione leggendo i giornali invece di controllare le tendenze su TikTok come la mia disperatissima generazione) e scopre che dalle sue ottocentoefischia pagine mancava un succulento dettaglio.

«Moglie di amico di famiglia si scopa sia il padre sia il figlio» è una storia abbastanza popolare da attecchire anche presso Concetta Aversa (non vi sarete già dimenticati di lei), se raccontata con parole semplici e giri di frase non troppo raffinati.

Ma non la puoi far apprezzare – su Chi, o su TikTok – a Concetta Aversa, perché non riguarda calciatori o tronisti o concorrenti di Sanremo; riguarda scrittori, una categoria di cui in questo secolo non si capisce più il senso: chi ha bisogno di autori, se posso accendere la telecamera del telefono e raccontare una storia con parole mie?

La risposta a questo interrogativo la dava sul New York Times proprio Wylie, che si picca di vendere libri colti, mica grandi successi di massa. Diceva che «l’obiettivo dei miei clienti non è essere Beyoncé, non è direttamente connesso alla popolarità. Diciamo che inviti un po’ di gente a casa per cena: vuoi che arrivino tutti? O vuoi un selezionato numero di persone intelligenti che ti divertano e che capiscano di cosa parli? Ci sono delle persone che non voglio alla mia cena. Hanno il diritto di vivere, ma non c’è bisogno che vengano a cena a casa mia».

Wylie, come poi ha ribadito l’altroieri al Sunday Times, non frequenta i social, e probabilmente è questo ad averlo reso immune alla più orrenda degenerazione del nostro tempo: la sostituzione del talento col consenso. Consenso che però si monetizza più del talento, e infatti l’intervistatore del NYT obiettava che però gli editori vogliono l’affollamento, e Wylie conveniva che sono avidi, che cercano di allargare – di abbassare – il più possibile perché tra i tuoi lettori ci siano proprio tutti.

«E alla fine chi ti legge? Analfabeti con tre teste. Vuoi passare la giornata con loro? Io no, grazie». Non bisogna essere snob con le masse, obiettava l’intervistatore, sembrando me quando cercavo di convincere i politici di sinistra a imparare i nomi dei tronisti (chissà se avrà modo di pentirsene quanto me).

Wylie concludeva che è un limite suo, non è il tipo che va a Disney World, l’intrattenimento di massa non fa per lui. E io da giorni penso a una Concetta Aversa con tre teste, uno spaventevole mostro della porta accanto di quelli che ci vorrebbe Shirley Jackson per raccontare.

Botte, stupri, omicidi e burle feroci. Quei cattivi ragazzi del Rinascimento. Da Michelangelo ad Artemisia, i geni dell'epoca sono personaggi a tinte forti. E l'editoria se n'è accorta. Alessandro Gnocchi il 23 Novembre 2023 su Il Giornale.

Firenze, tra XV e XVI secolo, fu una fucina di talenti. Artisti, architetti, scrittori, filosofi, filologi, senza dimenticare generosi committenti, misero a fuoco il Rinascimento, l'epoca più gloriosa dell'espressione geografica nota come Italia. Il sistema politico era stabile, o quasi, grazie all'egemonia dei Medici, interrotta principalmente tra il 1494 e il 1512. Machiavelli, in questo intervallo, maturava le esperienze che lo porteranno a rivoluzionare le scienze politiche con Il principe. Lorenzo il Magnifico morì giovane: se fosse stato più fortunato, forse sarebbe riuscito a federare l'Italia e a liberarla dalla funesta influenza delle potenze straniere. Marsilio Ficino rifondava la filosofia platonica e apriva uno scorcio non irrilevante sull'esoterismo in compagnia di Pico della Mirandola. Architetti, pittori e scultori inimitabili ornavano la città con le proprie opere, spinti anche dalla munificenza delle famiglie più ricche, dai Medici, ovviamente, ai Rucellai.

Il genio si accompagna spesso alla sregolatezza. Il luogo comune dimostra la sua efficacia proprio in quella Firenze al massimo dello splendore. Partiamo dalle origini del Rinascimento.

Filippo Brunelleschi (1377 1446) è forse il primo architetto moderno. Inutile elencare le sue opere immortali. Ci limitiamo a citare la cupola di Santa Maria del Fiore, che ha modificato per sempre il profilo del capoluogo toscano. Un altro grande architetto, Giovanni Michelucci, morto a Firenze nel 1990 e autore, tra le altre cose, della Stazione di Santa Maria Novella, ha scritto un saggio su Brunelleschi mago (pubblicato nel 2011 da Medusa) in cui sottolineava l'anti-classicismo di Brunelleschi, uso a ricorrere a strumenti non tradizionali. Ma Brunelleschi era anche famoso per le sue burle spietate. Una entrò nella storia della città ma anche della letteratura. Brunelleschi, insieme con altri amici, riuscì a convincere un malcapitato ebanista di essere... un'altra persona. La vicenda fu raccontata nella Novella del Grasso legnaiuolo, un capolavoro della prosa del Quattrocento e una fonte d'ispirazione per la saga cinematografica di Amici miei. La versione più famosa è quella a cura di Antonio Manetti, architetto e biografo del Brunelleschi.

Dalle origini, passiamo all'apice del Rinascimento. Michelangelo Buonarroti (1475 - 1564) era un'autentica rockstar ante litteram. La sua grandezza fu immediatamente compresa. Michelangelo era un intoccabile anche da vivo. Oddio, intoccabile. Si dice che Michelangelo avesse il naso storto a causa di una rissa con Piero Torrigiani nella chiesa del Carmine dove entrambi andavano a imparare dalla cappella del Masaccio. Michelangelo, secondo il Torrigiani, si faceva beffe di tutti i disegnatori che si trovava accanto. Il Torrigiani, un vero marcantonio, non gradì e sfondò la faccia di Michelangelo. Un giorno, se ne vanterà con la persona sbagliata: Benvenuto Cellini, scultore, malvivente e adoratore di Michelangelo. Ma ci arriveremo.

La lezione, comunque, non fu utile a Michelangelo, che rimase un provocatore e un uomo assai orgoglioso di se stesso. Dipingere in Vaticano era un onore riservato a pochi. I fortunati non potevano certo trattare il Papa, cioè il committente, come un rompiscatole. Non potevano? Beh, uno poteva: Michelangelo. Che siano leggendari o meno, ci sono aneddoti comunque significativi. Un esempio. Durante la stesura degli affreschi della Cappella Sistina, Michelangelo non volle scocciatori prima di aver concluso. Giulio II, che non era un agnellino ma un pontefice guerriero, rimase fuori dalla porta chiusa a chiave.

Vittorio Sgarbi ha appena pubblicato il suo Michelangelo. Rumore e paura (La nave di Teseo). Il libro sfata il mito dell'unicità di Michelangelo, mostrando come la ricerca dell'artista fiorentino non fosse isolata ma ben inserita nel tessuto dell'arte «contemporanea» (a Michelangelo). Ma l'arte è sempre contemporanea, in un certo senso, e Sgarbi mostra imprevedibili analogie e relazioni con opere successive di secoli a quelle michelangiolesche, dalla Origine del mondo di Gustave Courbet all'Urlo di Edvard Munch. Insomma, il Michelangelo di Sgarbi scavalca il tempo e giunge fino a noi, mediato anche da un autentico culto, mai venuto meno e rilanciato, ad esempio, da Gabriele d'Annunzio.

Michelangelo pose le basi del manierismo e del Barocco. Benvenuto Cellini (1500 - 1571) volle partire da dove il maestro aveva finito. L'abbiamo già citato poco sopra. A lui, Torrigiani raccontò di aver rotto il naso a Michelangelo. Cellini diede in escandescenze. L'autobiografia La Vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze, stampata postuma a Napoli nel 1728, è un capolavoro che si dipana tra pugnali, vendette, veleni, risse, fughe, accuse di sodomia e la celebre evasione da Castel Sant'Angelo. Cellini era, a dir poco, una testa calda, meglio: rovente. Aveva appena superato i vent'anni quando dovette scappare da Firenze per una condanna a morte. Cellini aveva preso a pugnalate un orafo suo rivale e già che c'era anche un terzo uomo intervenuto nella lite. La Vita è un «romanzo» picaresco tra i più divertenti mai scritti in lingua italiana o meglio volgare. L'editore Neri Pozza manda in libreria in questi giorni una frizzante Vita maledetta di Benvenuto Cellini scritta da Alessandro Masi, storico dell'arte. Ve la consigliamo anche se avete il coraggio di affrontare direttamente il volgare del 1500.

Infine, un caso diverso da quelli esposti fino a qui. Spostiamoci a Roma e prendiamo in esame la vicenda di Artemisia Gentileschi (1593 - circa 1652). Pittrice di valore, studiò con Agostino Tassi «lo Smargiasso», virtuoso della prospettiva. Tassi stuprò Artemisia. Il caso fu denunciato dal padre di Artemisia quando tramontò ogni speranza che il Tassi sposasse la ragazza. Lo Smargiasso fu condannato al termine di un lungo processo, estremamente umiliante per Artemisia. Tassi prese cinque anni di carcere commutabili in esilio perpetuo da Roma. Scelse la seconda strada e se ne andò. Di recente, gli Oscar Mondadori hanno ripubblicato il romanzo Artemisia (1944) di Anna Banti (1895 - 1985). È il libro che ha fondato il mito di Artemisia. L'autrice, Anna Banti, era scrittrice e critica d'arte. Moglie di Roberto Longhi, maestro della critica d'arte e «inventore» di Caravaggio, ne condivise gli interessi e le iniziative, dirigendo, ad esempio, l'importante rivista Paragone, palestra di più generazioni di scrittori (Bassani, Testori, Pasolini e moltissimi altri) ed esperti d'arte.

Non c'è bisogno di spiegare l'attualità di Artemisia, motivo per cui la ristampa è doppiamente importante: perché ricorda la Gentileschi, simbolo della violenza sulle donne; perché celebra Anna Banti, una grande intellettuale.

Estratto dell'articolo di Caterina Soffici per “la Stampa” il 26 giugno 2023. 

«Il problema di essere una moglie è essere una moglie».

È stato (e rimane, per la gran parte) un problema di tutte le mogli, da quando la funzione del matrimonio era di legare le donne agli uomini come una forma di proprietà e di proteggere le linee di sangue producendo prole legittima. Se questo è valido più o meno per tutte le coppie (anche nelle fluidità odierne uno dei due è elemento dominante e soggiogante), nelle coppie letterarie aggiungete alla quotidianità altri non trascurabili ingredienti. Tipo: narcisismo, ego smisurato, ambizione senza freni, infedeltà, alcolismo, disturbi dell'umore e psicosi di varia natura. 

Ecco la ricetta di una miscela tonante ed ecco la spiegazione di come le unioni tra scrittori famosi siano state spesso burrascose, brevi e reciprocamente distruttive. «Le mogli letterarie sono una razza unica, una genia che richiede una forza d'animo particolare» scrive la poetessa e studiosa americana Carmela Ciuraru in un divertente e succoso saggio che si intitola appunto: Lives of the Wives.

Five Literary Marriages e dove racconta, spesso per aneddoti, le movimentate vicende di cinque famosi matrimoni letterari. L'assunto è che anche l'uomo più colto e raffinato non sfugge alla regola del privilegio maschile della celebrità e tende a succhiare linfa vitale alla consorte per nutrire la propria creatività, nel migliore dei casi. Mentre nel peggiore la vuole semplicemente annientare ed è geloso fradicio se la consorte ha più successo di lui. 

«Per mia esperienza, nessuno rinfaccia a un uomo la brutalità nei confronti della moglie» scriveva la critica Elizabeth Hardwick. Oppure, per usare le parole di Elsa Morante: «Le coppie letterarie sono una piaga».

Elsa Morante e Alberto Moravia sono uno dei cinque matrimoni letterari raccontati da Ciuraru. Nel caso di Elsa e di Alberto il rapporto è talmente complicato che il problema non è neppure la famosa stanza tutta per sé rivendicata da Virginia Woolf. Quella Moravia non la negò alla Morante. 

Anzi, con signorilità altoborghese, appena ebbe un po' di soldi le comprò una pelliccia e uno studio in via Archimede a Roma, dove Elsa poteva andare a scrivere lontano dalla rumorosa e feconda personalità del marito. E a casa la munì di cuoca e cameriera di colore in divisa nera e grembiulino. 

Tra loro fu una relazione intellettuale strettissima e tossica, a tratti patologica, sfociata in un matrimonio di comodo: si sposarono nell'aprile del 1941 perché Moravia era stufo di tornare la sera a casa dei genitori e vivere sotto lo stesso tetto di Elsa semplificava le cose. Non fu mai innamorato della Morante, ma piuttosto molto attratto dalla sua personalità così forte e originale.

La prima litigata la sera del matrimonio, un giorno che Moravia ricorda come «non felice». Teresa, la madre di Alberto, invita la coppia a cena e tenta di dare qualche consiglio alla novella nuora. Finisce in litigio e le due donne non si vedranno mai più. Commento glaciale di Moravia: «Elsa avrebbe dovuto usare meglio la sua intelligenza e capire che mia madre era solo una signora borghese e lasciarla perdere». 

Una relazione costellata di litigi, di alti e bassi, dove Elsa ha sempre il terrore di essere identificata come la moglie di lui, ormai già una celebrità. Lei insicura, paranoica, ossessionata dall'essere riconosciuta come scrittrice, a prescindere dal marito. Se li invitavano a cena insieme lei si arrabbiava, pensando che volessero lui tramite lei. Il modo giusto di invitarli era dire: vieni e se Alberto è libero porta anche lui.

Mentre lei scriveva lentamente e partoriva un libro ogni dieci anni, con blocchi e crisi di ogni genere, lui sfornava successi a getto continuo, lavorando tutti i giorni dalle nove a mezzogiorno. Il pomeriggio andava al cinema e la sera uscivano. Lei invece era incostante, passava da periodi di apatia totale ad altri di lavoro compulsivo. Non si scambiavano mai consigli e non si leggevano a vicenda. 

Paradossalmente quello dei nove mesi di esilio a Sant'Agata nel 1943, quando Moravia era a rischio in quanto mezzo ebreo, e scapparono in montagna rifugiandosi in una sorta di catapecchia, fu il periodo di maggiore intimità tra i due. «Senza carta igienica finimmo per usare le pagine di Dostoevskij» ricorda Moravia: «Pericolo, devozione, sacrificio, disprezzo per la vita: Elsa era tra i suoi elementi».

E poi l'amicizia con Pasolini, i litigi, l'infatuazione non corrisposta per Luchino Visconti, gli scatti di ira, le fissazioni e le mattane. Se Elsa non fosse scappata con il giovane pittore americano Bill Morrow, poi morto suicida giù da un grattacielo di New York - considera la Ciuraru - forse Moravia non si sarebbe innamorato di Dacia Maraini. Chissà. Due persone che, comunque, erano fatte per farsi del male e rendersi infelici a vicenda. 

Peggio va a Elizabeth Jane Howard, l'autrice della saga dei Cazalet e di altri bellissimi romanzi come Il lungo sguardo (in Italia da Fazi), che fu la seconda moglie del mammasantissima delle lettere inglesi del dopoguerra Kingsley Amis, padre di Martin. Quanto sia stata bullizzata dal marito è riassunto in questa semplice frase: «Non potevo scrivere molto quando ero sposata con lui perché avevo una casa molto grande da mantenere e Kingsley non era uno che bolliva un uovo, se capite cosa intendo». Ovviamente il matrimonio finì in un divorzio turbolento.

(...)

Le altre tre storie sono di personaggi meno noti in Italia. Dette in breve: Kenneth Tynan, leggendario critico teatrale inglese incoraggia la moglie americana Elaine Dundy a scrivere e poi è roso dalla gelosia quando diventa autrice di bestseller. Roald Dahl, l'autore di libri per bambini al centro di recenti polemiche per il suo antisemitismo, si crogiola nel bagliore riflesso della moglie, la famosa attrice Patricia Neal, per poi detestarla perché più ricca e famosa di lui («Patricia Neal sposa uno scrittore» scrisse il New York Times). 

E poi la relazione tra due donne Una Troubridge e Radclyffe Hall, che si cornificano e si lasciano e si riprendono, ma sono la coppia in fondo più convenzionale di tutte. Insomma, quando pensate a una grande donna, pensate sempre che tra lei e il successo, da qualche parte c'è sempre un letto da rifare.

Notizie tratte da: Maria Luisa Agnese, “Anni Sessanta. Quando eravamo giovani” (Ed. Neri Pozza), selezionate da Giorgio dell’Arti per “il Fatto quotidiano” l'1 maggio 2023.

Lungagnona. “Cinquant’anni spaccati fa, una lungagnona col vestito da cocktail sottratto di nascosto alla madre saliva sul palco traballante di una balera lombarda. Si ricorda che l’abito era blu e bianco. Lucido. Si ricorda che dopo aver cantato la prima canzone – il titolo? no, è troppo – si arrabbiò perché la gente applaudiva. ‘Io canto per me. Cosa c’entrano loro?’. 

Non aveva le idee chiare. O forse era troppo lucida. Si ricorda che alla fine di quella primissima esperienza scappò via perché i genitori non sapevano... non volevano. A diciott’anni era d’obbligo ubbidire. Ma non l’aveva fatto. E doveva correre a rimettere l’abito a posto il più in fretta possibile. Si ricorda che poco dopo, dietro le sue insistenze, il padre aveva convinto la madre a lasciarla fare: ‘Tanto, cosa vuoi, durerà qualche settimana questa follia. Lasciamola fare’” (Mina, che racconta in terza persona il suo debutto).

Collegio. Monica Guerritore, il primo giorno della prima media, se ne andò in piazza di Spagna a infilare perline nelle collane che vendevano i marocchini sulla scalinata di piazza di Spagna. “Mi piaceva da impazzire”. E poi? “All’una e mezza precisa tornai a casa. Trovai mia madre che parlava al telefono, e mi chiede: ‘Com’è andata a scuola?’. E io: ‘Benissimo!’. E lei: ‘Vai in camera, prepara la valigia, perché abbiamo il treno prenotato’. E io: ‘Per andare dove, mamma?’. ‘In collegio’. Aveva saputo che avevo fatto sega”. 

Rape. “Ci davano da mangiare sempre quello che più odiavamo. Credo che facesse parte della nostra educazione britannica. Dovevamo finire tutto quello che ci veniva messo nel piatto. Se uno non finiva tutto quello che aveva nel piatto, se lo ritrovava davanti al pasto seguente. Il mio incubo erano le rape e la carne, nella quale apparivano nervi bianchi ed elastici” (Susanna Agnelli).

Seicento. “Studiavo con lentezza arboriana. Ogni tanto facevo un esame. Un giorno dissi a mio padre: ‘Quanto mi dai se faccio cinque esami?’. Lui rispose: ‘Trecentomila lire’. Io feci tre esami veri e due falsi. Presi i soldi e andai con i miei amici al Circolo polare artico in Seicento” (Enrico Vaime). 

Svezia. Tra i giovani maschi “il grande mito del tempo era la Svezia, la ragazza nordica, come ha ben illustrato Gianni Boncompagni, che in Svezia rimase dieci anni e tornò con due figlie”.

Moravia. “Moravia contrasse l’abitudine estiva di Sabaudia, che significava: accanirsi sui tasti della Olivetti fino verso le undici della mattina, quindi scendere alla spiaggia e intraprendere una lunga passeggiata con l’acqua alla vita tirando su dalla rena le telline, che apriva a infallibili colpi d’unghia e succhiava. 

Di pomeriggio diceva: ‘Vado a comperare un bel pescione’. Il proprietario della pescheria sulla piazza del mercato lo ricorda ancora con che lena frugasse i pesci sul banco di marmo per verificarne la freschezza. Si fermava poi per un gelato al bar di fianco al Comune, e tornava a casa.

Facevamo gare di cucina. Alberto amava lavare i piatti trattando l’acqua bollente a mani nude come se le avesse coperte di pesanti guanti di caucciù. Tutti eravamo ghiotti dello sformato di patate e mozzarella di Laura Betti” (Enzo Siciliano). Saint-Tropez. “A Saint-Tropez si poteva fare apertamente e in modo sfacciato tutto quello che si faceva segretamente a Parigi” (Françoise Sagan).

Estratto dell’articolo di Roberta Scorranese per “il Corriere della Sera” l'1 maggio 2023.

Sì, è vero, ci sono «i francesi che si incazzano» perché la segretaria di Stato Marlène Schiappa ha deciso di posare per «Playboy» in piena crisi sociale sulle pensioni. Ma il servizio (dodici pagine) dedicato alla quarantenne incaricata dell’Economia sociale, solidale e ambientale nel governo di Elisabeth Borne, ha sbendato un termine che pareva mummificato e sepolto nei primi Anni Duemila: sapiosexual. 

Così si è dichiarata Schiappa nell’intervista, facendoci calare subito nel clima surriscaldato di Sex and The City, quando Kim Cattrall-Samantha Jones discettava di «intelligenza erotica». Perché il termine vuol dire proprio questo: attrazione sessuale per i cervelli. Non è il semplice apprezzamento per l’intelligenza di un uomo o di una donna — a prescindere dall’aspetto fisico —, ma è l’esserne più prosaicamente «accesi». 

[…] «Precisiamo: io mi sento attratta dal talento, più che da un vago concetto di intelligenza», dice Nancy Brilli, che alla bellezza unisce il senso dell’umorismo. E che è stata con un artista come Ivano Fossati. «Intelligente, ma soprattutto uomo di talento, cosa che ha fatto scoppiare un amore profondo, complicato, assoluto». 

Però, «Ivano aveva una propensione, diciamo, al flirt con le altre» e in questo caso allora spesso scompare il «sexual» e resta solo il «sapio», perché il cervello ci suggerisce di scappare verso lidi più sereni.

Alba Parietti ha fatto così, ma non tanto perché gli intellettuali a cui si è legata in passato erano propensi al tradimento, quanto piuttosto perché «l’intelligenza maschile può diventare contorsionismo mentale, qualcosa di fine a sé stesso, sterile». 

Insomma, una di quelle spettacolari esibizioni di narcisismo che una donna ha certamente visto da vicino almeno una volta nella vita. «Hai presente quelli che hanno bisogno di un pubblico adorante per esistere?», dice Brilli, la quale, però, precisa che nessuno degli intellettuali a cui lei si è legata in passato sono stati così ferocemente egocentrici. Il suo primo marito, Massimo Ghini, per esempio, «era spiritosissimo e ancora oggi siamo buoni amici». 

[…]  «Oggi assieme a Fabio (Adami, manager di Poste italiane, suo attuale compagno, ndr) sto scoprendo un’intelligenza maschile differente: non è quella puramente teorica, ma è un’intelligenza pragmatica, di un uomo che, per dire, ti aiuta a risolvere un problema». 

Mica come certi intellettuali che quando arriva una bolletta del gas la guardano come se fosse il papiro di Artemidoro. Parietti è stata in passato con Stefano Bonaga, filosofo ma anche gran tombeur de femmes, «uno che incantava uomini e donne». […] 

La scrittrice Carmen Llera, che prima di diventare la moglie di Alberto Moravia è stata anche con il suo ex professore di filosofia, afferma che «l’intelligenza autentica è quella che nutre rispetto, comprensione, interesse verso il compagno o la compagna».

Molti ricordano la tenerezza un po’ bambina con la quale Moravia (di 46 anni più vecchio di lei) andava a prenderla all’università con un’auto modesta. Non solo. «Era curioso nei miei confronti, mi faceva domande sul mio paese, la Spagna, discutevamo di storia e letteratura». Au pair, insomma. 

[…] «Incontrai Alberto al mare, in vacanza — continua Llera — cominciammo a parlare di Buñuel, quindi ci mettemmo a discutere di cinema e libri. E, semplicemente, abbiamo continuato a farlo per tutta la vita». […]

Per Carmen Llera è una questione di apertura mentale: «Non ho mai visto rivali in altre donne, con Dacia (Maraini, ndr) per esempio, ho un ottimo rapporto». Dunque, sentirsi attratti dal cervello altrui richiede (moltissimo) cervello anche da parte di chi desidera. «Sennò sai che fatica», chiosa Brilli, la quale confessa che il suo primissimo amore, da bambina, è stato per una donna. 

Il domandone finale non può che essere questo: ma davvero si può pensare di essere attratti da una persona prescindendo dal corpo? «Il corpo è tutto», diceva una grande poeta come Patrizia Cavalli. «Mai stata con qualcuno solo per il suo fisico, non riesco», dice Llera. Eppure dietro un corpo c’è un orizzonte che sconfina in molto altro.  […]

Estratto dell’articolo di Carmelo Caruso per ilfoglio.it il 20 marzo 2023.

Maneggiare denaro era un’offesa e guidare l’automobile un disonore. Giulio Einaudi e Italo Calvino erano pessimi guidatori ed Einaudi, il “Napoleone” della casa editrice, il fondatore, un grandissimo spilorcio. Riuscì a raggirarlo, con intelligenza, solo Mario Soldati (uno che “aveva sempre le mani bucate e due mutui da saldare”). Un giorno, a Torino, insieme a Nico Orengo, entrarono in un negozio d’abbigliamento. Einaudi provò una “morbida giacca di cachemire” e Soldati un “montone”. L’errore di Einaudi fu dire: “Ma le sta benissimo!”, l’abilità di Soldati rispondere