Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

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ANNO 2023

LA CULTURA

ED I MEDIA

TERZA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Covid: sembrava scienza, invece era un…calesse.

L’Umanità.

I Benefattori dell’Umanità.

Le Invenzioni.

La Matematica.

L’Intelligenza Artificiale.

La Digitalizzazione.

Il PC.

I Giochi elettronici.

I Robot.

I Chip.

La telefonia.

Le Mail.

I crimini sul web.

Al di là della Terra.

Gli Ufo.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da Freud all’MKUltra.

I Geni.

I Neuroni.

La Forza della Mente.

Le Fobie.

L’Inconscio.

Le Coincidenze.

La Solitudine.

Il Blocco Psicologico.

La Malattia.

La Depressione.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scrittura.

La Meritocrazia.

Le Scuole al Sud.

Le Scuole Private.

Il Privatista.

Ignoranti e Disoccupati.

Ignoranti e Laureati.

Decenza e Decoro a Scuola.

L’aggiotaggio scolastico.

La Scuola Alternativa.

La scuola comunista.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’onestà e l’onore.  

Il Galateo.

Il Destino.

La Tenacia.

La Fragilità.

Body positivity. Essere o apparire?

Il Progresso.

Le Generazioni.

I Baby Boomer.

Gioventù del cazzo.

Il Linguaggio.

I Bugiardi.

L’Ipocrisia.

I Social.

Influencer.

Le Classifiche.

L’Amicizia.

Il fastidio.

L’Invidia.

L’Odio.

Il Mostro.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Moda.

Le Auto.

I Fumetti.

I Giochi da Tavolo.

L’Architettura e l’Ingegneria.

Il Restauro.

Il Podcast.

L’Artista.

La Poesia.

La Letteratura.

Il Teatro.

Le Autobiografie.

L’Ortografia.

Intrecci artistici.

La Fotografia.

Il Collezionismo.

I Francobolli.

La Pittura.

I Tatuaggi.

Le Caricature.

I Writer.

La Musica.

La Radio.

Le Scoperte.

Markalada, l'America prima di Colombo.

La Storia.

La P2 culturale.

Ladri di cultura.

I vandali dell'arte.

Il Kitsch.

Gli Intellettuali.

La sindrome di Stendhal.

Gli Snob.

I radical chic.

La Pubblicità.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alberto Asor Rosa.

Alberto Moravia.

Aldo Nove.

Alessandro Manzoni.

Alessia Lanza.

Aleksandr Isaevic Solzhenicyn.

Andy Warhol.

Andrea Camilleri.

Andrea Pazienza.

Anna Premoli.

Annie Duchesne Ernaux.

Anselm Kiefer.

Antonio Delfini.

Antonio Riello.

Artemisia Gentileschi.

Benedetta Cappa.

Barbara Alberti.

Beethoven.

Banksy.

Camillo Langone.

Caravaggio.

Carlo Emilio Gadda.

Chiara Gamberale.

Cristina Campo.

Curzio Malaparte.

Dacia Maraini.

Dante Alighieri.

Dante Ferretti.

Dario Fo.

Dino Buzzati.

Domenico "Ico" Parisi.

Eduardo De Filippo.

Elena Ferrante.

Eleonora Duse.

Emanuel Carnevali.

Emmanuel Carrère.

Émile Zola.

Emilio Isgrò.

Ennio Morricone.

Enrico "Erri" De Luca.

Erin Doom.

Eugenio Montale.

Eve Babitz.

Ezra Pound.

Fabio Volo.

Federico Fellini.

Federico Palmaroli: Osho.

Friedrich Nietzsche.

Filippo Tommaso Marinetti.

Francesco Alberoni.

Francesco Piranesi jr.

Franco Cordelli.

Franco Ferrarotti.

Franz Kafka.

Fulvio Abbate.

Gabriele D'Annunzio.

Gaetano Bonoris.

Gaetano Salvemini.

George Orwell.

Georges Simenon.

Giacomo Leopardi.

Giacomo Puccini.

Giampiero Mughini.

Gianfranco Salis.

Gianni Vattimo.

Gianrico Carofiglio.

Gioachino Rossini.

Giordano Bruno Guerri. 

Giorgio Manganelli.

Giovanni Testori.

Giovanni Verga.

Giovannino Guareschi.

Giuseppe Prezzolini.

Giuseppe Verdi.

Hanif Kureishi.

Italo Calvino.

Jago sta per Jacopo Cardillo.

Jacques Maritain.

Jean Cocteau.

Jean-Jacques Rousseau.

John Ronald Reuel Tolkien.

Johann Wolfgang von Goethe.

J. K. Rowling.

Jorge Luis Borges.

Julius Evola.

Lara Cardella.

Laura Ingalls Wilder.

Lee Miller.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lina Sotis.

Luigi Illica.

Luigi Vanvitelli.

Luis Sepúlveda.

Louis-Ferdinand Céline.

Ludovica Ripa di Meana.


 

INDICE SESTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marcello Marchesi.

Marcello Veneziani.

Marina Cvetaeva.

Mario Vargas Llosa.

Mark Twain.

Martin Scorsese. 

Massimo Rao.

Matilde Serao.

Maurizio Cattelan.

Mauro Corona.

Michel Houellebecq.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarroti.

Michelangelo Pistoletto.

Michele Mirabella.

Michele Rech: Zerocalcare.

Milo Manara.

Oliviero Toscani.

Oriana Fallaci.

Pablo Neruda.

Pablo Picasso.

Paul Verlaine.

Pier Paolo Pasolini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Pietro Cavallini.

Pietro Citati.

Primo Levi.

Robert Capa.

Roberto Ruffilli.

Roberto Saviano.

Salman Rushdie.

Sergio Leone.

Sergio Pautasso.

Sibilla Aleramo.

Stefania Auci.

Susan Sontag.

Suzanne Valadon.

Sveva Casati Modignani.

Tim Page.

Truman Capote.

Tullio Pericoli.

Umberto Eco.

Umberto Pizzi.

Wolfang Amadeus Mozart.

Vasco Pratolini.

Veronica Tomassini.

Virginia Woolf.

Vitaliano Trevisan.

Vittorio ed Elisabetta Sgarbi.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. La Distrazione di Massa: Propaganda e realtà.

Controinformazione e contraddittorio.

Lo ha detto la Televisione…

L’Opinionismo.

L’Infocrazia.

Rai: Il pizzo e l’educatrice di Stato.

Mediaset: la manipolazione commerciale.

Sky Italia.

La 7.

Sportitalia.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le fake news.

I Censori.

Il Diritto d’Autore e le furbizie di Amazon.

La Privacy.

L’Oblio.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

Wikipedia, l’enciclopedia censoria.


 

INDICE NONA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Se questi son giornalisti!

Gli Uffici Stampa.

Il Corriere della Sera.

Avanti!

Il Fatto Quotidiano.

La Gedi.

L’Espresso.

Il Domani.

Il Giornale.

Panorama.

La Verità.

L’Indipendente.

L’Unità.

Il Manifesto.

Il Riformista.

I più noti.

Alberto Dandolo.

Alberto Matano.

Alda D’Eusanio.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Amedeo Goria.

Andrea Scanzi.

Angela Buttiglione.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Antonello Piroso.

Antonio Caprarica.

Antonio Di Bella.

Augusto Minzolini.

Attilio Bolzoni.

Barbara Costa.

Barbara Palombelli.

Bruno Vespa.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carmen Lasorella.

Cesara Bonamici.

Claudio Sabelli Fioretti.

Clemente Mimun.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Corrado Formigli.

Cristina Parodi.

David Parenzo.

Donatella Raffai.

Enrico Mentana.

Enrico Varriale.

Enzo Magistà.

Fabio Fazio.

Federica Sciarelli.

Ferruccio Sansa.

Filippo Facci.

Flavia Perina.

Franca Leosini.

Francesca Barra.

Francesca Fagnani.

Francesco Borgonovo.

Francesco Repice.

Furio Focolari.

Gennaro Sangiuliano.

Gian Antonio Stella.

Gian Marco Chiocci.

Gianni Riotta.

Gigi Marzullo.

Giovanni Minoli.

Hoara Borselli.

Indro Montanelli.

Italo Cucci.

Ivan Zazzaroni.

Jas Gawronski.

Laura Tecce.

Lirio Abbate.

Lucia Annunziata.

Luisella Costamagna.

Malcom Pagani.

Manuela Moreno.

Marco Travaglio.

Mario Sechi.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Massimo Gramellini.

Maurizio Mannoni.

Mia Ceran.

Michele Cucuzza.

Michele Santoro.

Milena Gabanelli.

Myrta Merlino.

Natalia Aspesi.

Nicola Porro.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Flores d'Arcais.

Riccardo Iacona.

Roberto D’Agostino.

Roberto Poletti.

Romana Liuzzo.

Rula Jebreal.

Salvo Sottile.

Selvaggia Lucarelli.

Serena Bortone.

Sigrido Ranucci.

Tancredi Palmeri.

Tiberio Timperi.

Tiziano Crudeli.

Tommaso Cerno.

Valentina Tomirotti.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.


 

LA CULTURA ED I MEDIA

TERZA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’onestà e l’onore.  Gian Paolo Caprettini su L'Indipendente il 25 marzo 2023.

Le etimologie sono d’aiuto. Il fatto che onestà e onore siano parole con analoga etimologia fa pensare. Che cos’hanno davvero in comune? Le società umane che cosa riconoscono di valido ad ambedue i termini?

Andando per intuito sembra che l’onestà, rispetto all’onore, abbia un significato positivo più generalizzato, più profondo ma anche più astratto, mentre l’onore riguardi di più il rapporto del singolo con la collettività che gli riconosce di aver agito rispettando le regole.

Nell’Antica Roma si era anche edificato un tempio dedicato congiuntamente a Onore e Virtù ma prima di tutto erano la Fiducia e la Concordia a fondamento del buon andamento della collettività e della salute pubblica, come ricorda Georges Dumézil nei suoi studi. E tutte queste erano le divinità a protezione della buona fede, del rispetto delle promesse e dei patti. L’onore, nel suo senso arcaico (corrispondente al greco géras), viene riconosciuto dall’insieme dei membri di un gruppo sociale, in rapporto al buon esito della spartizione del bottino, ad esempio a seguito del saccheggio di una città. Queste sono le considerazioni di Emile Benveniste a proposito di un passo dell’Iliade di Omero. Rimane comunque frequente l’insoddisfazione di qualcuno, in questo caso Achille, nel risultato della suddivisione. E dunque inevitabili le lotte sanguinarie che ne conseguono. Pensiamo a tutti i film in cui i complici litigano sul bottino, perché qualcuno, a buono o cattivo titolo, vuole impadronirsi della parte degli altri.

Niente di nuovo dunque sotto il sole: l’onore è una faccenda che può degenerare se è connessa a un atto di violenza, o per gli eccessi di qualcuno o per il mancato riconoscimento del merito e dei diritti di ciascuna parte in gioco in rapporto alle altre. L’onore dunque attiene alla socialità e alla posizione che qualcuno pensa di poter assumere esercitando un diritto che ritiene gli provenga dalla natura o dalla tradizione. In questo senso si evidenzia il significato antropologico dell’onore, la sua forza ancestrale, quasi totemica, apparentemente irrazionale. L’etnologo Salvatore D’Onofrio parla dell’onore come di “un capitale simbolico che l’intera società o parti di essa chiedono all’individuo di non disperdere con atti ritenuti contrari al sistema di valori dominante”. Tragicamente tipico il cosiddetto delitto di onore, quando erano ancora sopravissuti, nel ruolo maschile delle relazioni tra uomo e donna, valori distorti quasi totalmente superati dai tempi. E ancora il concetto di onore si collega all’infedeltà nelle raffigurazioni corporee della vergogna e del dileggio, come ad esempio le corna, simbolo noto in tutta Europa e non soltanto nel nostro Paese. Dove l’ironia interviene soltanto a patto che si rinunci alla violenza e il dramma si consumi soltanto sul piano verbale dell’insulto, dello scherzo e della derisione.

Dunque l’onore dal posto altisonante di grande virtù scende al basso corporeo e si può trasformare, in seguito al mancato rispetto dell’amicizia obbediente e della pretesa fiducia reciproca, in movente di delitti. L’onore, dunque, al di fuori del potere sembra che non possa esistere.

Con il suo contraltare emotivo: la paura, il sentimento del ricatto. Come scriveva Leonardo Sciascia ne Il giorno della civetta (1960), “la paura gli stava dentro come un cane arrabbiato: guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva, dentro mordeva, nel fegato e nel cuore”. Perché “niente è la morte in confronto alla vergogna”.

Onestà, parente stretta di onore, in quanto ambedue parole derivanti dal latino honor, sembra invece sfidare quasi il potere e mostrare una tenacia originaria, una trasparenza, l’ambizione di farsi riconoscere, di non aver nulla da nascondere. L’onestà è ambiziosa, percorre l’azzardo di chi vuole “ancora una volta scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia” (L. Sciascia, Una storia semplice). L’onesto, come scriveva Dostoevskij, non ha paura di rivelare, di denunciare il male per affermare il bene. L’onestà non è soltanto un principio ma un progetto, è proiettata non come l’onore in un riconoscimento ma nell’ammissione, da parte di ognuno, dei propri limiti e delle proprie colpe che spetta soprattutto a chi è giudice. Come scrive, quasi paradossalmente, nei Fratelli Karamazov, “se io fossi davvero giusto, forse non ci sarebbe neppure quel delinquente che ora sta davanti a me”. Dunque l’onestà corre il rischio di farci sbagliare e per questo è direttamente connessa alla responsabilità individuale di ciascuno.

Onore allora contro onestà? Potere contro responsabilità? Sui limiti e gli incroci di questi due concetti si gioca molto del dramma umano e della felicità pubblica.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Fedeltà, fiducia, fede. Gian Paolo Caprettini su L'Indipendente l’8 aprile 2023.

La vita di ciascuno di noi ha uno stampo tipicamente relazionale. L’identità personale, l’individualità stessa non può venire pensata al di fuori di una gamma multiforme di rapporti con gli altri. Con gli altri esseri viventi, intendo, ma anche con le cose, con gli oggetti reali e percepibili, e così pure con le entità che non conosciamo direttamente, perché sono lontane da noi o perché pensiamo che esistano anche senza averle mai incontrate.

Ma la relazione, le relazioni funzionano anche quasi come una richiesta di essere, di esserci che ci perviene dall’esterno, una domanda che riguarda, in fondo, lo spazio, il valore che noi attribuiamo a ciò con cui siamo in rapporto.

Qual è appunto la qualità di questo rapporto? Si tratta di qualcosa di unilaterale o di alternante, ammette la reciprocità o la subordinazione, è persistente o è transitorio, è di tipo progettuale o si trova già definito, e infine quale altra forma di legame e affinità prevede?

Questi interrogativi investono soprattutto una speciale area di attività simbolica, immaginativa che è attinente, nella accezione più generale e arcaica, alla fedeltà personale, nella forma in cui l’ha presentata Emile Benveniste nel suo Vocabolario delle istituzioni indoeuropee (trad.it. Einaudi 1976). L’origine remota è quella di una società guerriera, di un ordine militare, e dunque dipendente dal legame fra chi deteneva una autorità e colui che gli era sottomesso per un impegno personale. Ma indica anche una amicizia guerriera tra pari oppure quella tra ciascuno e la truppa di cui fa parte.

L’espressione per eccellenza, nota Benveniste, della nozione di fedeltà è espressa dalla parola latina fides ‘fede’ che contiene anche accezioni di confidenza, obbligo e promessa. Interessante l’evoluzione che, dai vincoli militari, scivola verso aspetti morali, comportamentali, dove, se si traduce fides con ‘fiducia’, emergono nelle testimonianze antiche due distinte prospettive: la fiducia che qualcuno ha verso di me, da un lato, e dall’altro la fiducia che io sono in grado di ispirare. E tutto ciò in analogia col concetto di credito, nello specifico il credito di cui si gode presso il partner, oppure, in un altro caso, la fiducia che sono in grado di suscitare da parte di un interlocutore, quindi la mia affidabilità.

Il credere, il credito, la credibilità sono dunque la posta in gioco nel campo della fedeltà, della fiducia e anche della fede. Ecco pertanto emergere in pieno il concetto di relazione e di reciprocità, per cui la fiducia e/o la fedeltà nascono nello scambio, nella specularità di un atteggiamento.

Questa specularità diventa perfino curiosa nel campo della fede, assume un sapore teologico, perché la fede non è allora soltanto un sentimento gettato nell’ignoto, alimentato da una speranza trascendente, ma fa parte anche di un paradosso, quasi che Dio dovesse avere fede in me perché io possa avere fede in lui. Da un punto di vista cristiano, interessante notare che il fedele debba rivolgersi al Signore perché sia lui a rafforzargli la fede, ma questo fa parte di uno di quei rovesciamenti di prospettiva richiesti proprio al fedele, per cui non si può avere fede se non si ha “una profonda fiducia nella grandezza della vocazione umana” (così affermava Giovanni Paolo II).

In ogni caso, qualunque sia la prospettiva entro la quale scegliamo di agire, qualunque sia l’ambito del nostro credere o non-credere, la conversione vera e propria, suggerisce Benveniste, è quella che l’umanità ha incontrato nel proprio sviluppo storico, e precisamente quella che consiste non più nella fiducia che uno risveglia in qualcun altro ma nella fiducia che noi mettiamo in qualcuno. Di conseguenza fedeltà, fiducia, fede, ma anche la parente stretta ‘confidenza’, non sono qualcosa che ci dobbiamo attendere ma qualcosa che dobbiamo suscitare. In gioco c’è la nostra iniziativa, la nostra volontà di provocare determinate reazioni, l’esempio che offriamo perché ci venga restituito, scambiato come in un dono. Fedeltà, fiducia, fede come doni dunque per cui si attende una ricompensa, una reciprocità, quanto meno una risposta.

L’evoluzione, la conversione a cui abbiamo accennato riguarda la conoscenza di se stessi: bisogno che nasce in Occidente circa mille anni orsono, l’idea cioè di una singolarità umana, di una specificità di ciascuno di noi che si va poi a misurare nello scambio, nell’incontro, nell’attesa. A parere di Colin Morris, autore de La scoperta dell’individuo (trad. it. Liguori), questa novità si era avvertita con la nascita della scrittura autobiografica di cui era stato antesignano Agostino di Ippona, all’inizio del V secolo. “Se tu non conosci te stesso, mettiti in viaggio”, annotava Guglielmo di Saint Thierry intorno al 1130.

In effetti, come ha mostrato la ricerca glottologica, fides è parente del verbo latino credo, l’aver fiducia è strettamente legato al credere: al credere in se stessi, al credere in qualcuno all’insegna della interdipendenza e del bisogno scambievole. In effetti fides, la fede, è parola collegata al greco péithomai, ‘obbedire’, ‘persuadere’, ‘pregare’. Essa ha a che fare con una promessa, un convincimento che determina un obbligo. Gli aspetti giuridici, psicologici, perfino religiosi, diventano quindi strettamente legati. L’avere fiducia raffigura una pratica nutrita di principi quasi mistici, imponderabili. Ma non vorrei trascurare un altro aspetto, che accenna al fondamento naturale del provare e dimostrare fiducia.

In conclusione, non posso fare a meno di ricordare le pagine di un piccolo libro, per certi versi superato: E l’uomo incontrò il cane (trad.it. Adelphi 1973), del fondatore dell’etologia moderna, Konrad Lorenz, il quale nota qualcosa che assomiglia molto alla dimensione guerriera di cui abbiamo parlato all’inizio. Una forte ragione dell’attaccamento di un cane risiede nella fonte istintuale che lega il cane selvatico alla figura del capo branco ma anche nell’affetto personale che unisce fra di loro i compagni di branco.

Se poi passiamo dall’attaccamento alla fedeltà, cioè al rapporto di affezione del cane con un determinato padrone, le parole con cui Lorenz chiude quel libro sono quasi commoventi. “Per ragioni di ordine naturale, l’uomo non può restare fedele a un solo cane ma certo può esserlo alla sua stirpe. È nella legge della natura che questa sia per lui più importante dell’individuo e che, di conseguenza, il cane sia più fedele dell’uomo. Quando per silenziosi sentieri in mezzo ai prati, su polverose strade di campagna, oppure in città la mia Susi mi cammina alle calcagna con tutti i sensi tesi a non perdermi, allora lei è tutti i cani che mai abbiano trottato alle calcagna del loro padrone: una somma incalcolabile di amore e di fedeltà!”.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Darsi del tu o del lei? Il caso di Agnelli e Romiti. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 4 Marzo 2023.

Caro Aldo, gradirei conoscere il suo parere su chi ha ragione tra Umberto Eco, che ha affermato che «darsi sempre del tu è una finta familiarità che rischia di trasformarsi in insulto», e il vezzo di alcune presentatrici di dare il tu ai loro interlocutori senza curarsi, a non dir d’altro, della differenza di età, dell’incarico pubblico ricoperto e della posizione sociale. Giuseppe Costarella

Caro Giuseppe, François Mitterrand, leader socialista, consentiva il tu solo ai commilitoni con cui aveva diviso la prigionia al tempo della seconda guerra mondiale. Jacques Chirac, suo successore all’Eliseo, dava del voi alla moglie Bernadette. Gianni Agnelli e Cesare Romiti si sono dati del lei per tutta la vita. La sua mail, gentile signor Costarella, ha fatto riaffiorare un ricordo della mia infanzia: la nonna che bacia sulle guance una sua coetanea, mentre si dicono in piemontese «dumse du ti», diamoci del tu; credo si conoscessero da sempre, ma solo in quel momento ruppero la formalità che aveva segnato il loro rapporto (e comunque nel Piemonte di cinquant’anni fa mai due uomini si sarebbero baciati sulle guance, neanche fossero stati fratelli). In realtà, si può avere un rapporto di familiarità e financo di complicità con una persona cui si dà del lei, e avere un rapporto freddo e distante con una persona cui si dà del tu. È abbastanza normale che ci si dia del tu tra colleghi e in genere tra persone della stessa generazione. È scortese che una persona più giovane dia del tu a una persona più anziana, o che un cliente dia del tu a un cameriere, o dare del tu a una persona che ci dà del lei. La confidenza non concessa è una forma di maleducazione. Diciamo che se tornassimo a considerare il «lei» come la forma base della conversazione, apprezzeremmo di più il «tu».

Pizzini sanremesi Il nuovo galateo contemporaneo non passa l’esame Soncini. Guia Soncini su L’Inkiesta il 6 Febbraio 2023

Il New York Magazine dedica la copertina al bon ton e a ciò che serve per comportarsi bene in un’epoca in cui tutto è cambiato. Ma in realtà è solo una lista di cose insensate o più vecchie del Festival

Se siete gente che mi frequenta, potete saltare queste prime righe, in cui dico cose che già saprete: che sono la più formidabile cafona che si possa incontrare, che sto seduta con posture che ricordano più Vito Corleone che Kate Middleton, che mangio con le mani e mi soffio il naso nel tovagliolo.

Tutta questa premessa per dichiarare il mio conflitto di disinteresse rispetto al bon ton. Su Instagram seguo Elisa Motterle, serissima docente di questa disciplina a me aliena, e quando vedo suoi follower chiedere il permesso di usare il coltello se stanno mangiando una pietanza per la quale lei ha detto che si può usare solo la forchetta, ma in quel caso la cottura le dà la consistenza d’una scarpa e con la forchetta proprio non riescono, mi si stringe il cuore.

La vita, per chi vuol essere educato, dev’essere faticosissima – e ve lo scrivo seduta tra un piano e l’altro del mio palazzo, sulle scale dove mi sono accasciata per sfilarmi il reggiseno che m’infastidiva troppo per resistere fino a casa. Credo che non sia previsto da alcun bon ton denudarsi sul pianerottolo, ma vorrei invocare un’attenuante: io almeno non scrivo prontuari sul nuovo galateo.

Il New York Magazine, invece, con la disperazione di chi deve fare decine di copertine l’anno e mica può farsi venire sempre buone idee, ha deciso di dedicare la sua ultima copertina al nuovo galateo, quello di cui c’è bisogno (si fa per dire) in un’epoca in cui tutto è cambiato, e le preoccupazioni, a guardare la copertina, spaziano dallo sbagliare i pronomi a qualcuno all’aver attaccato il Covid al capufficio.

All’interno, tuttavia, le regole spaziano tra i generi. Ci sono quelle assai discutibili: non si può chiedere «che lavoro fai» (è, secondo loro, classista e noioso: vivranno tutti di rendita, con l’hobby del giornalismo); in compenso è raccomandato chiedere quanto il tizio che ci hanno appena presentato paghi d’affitto: i compilatori paiono convinti che gli affitti alti di New York siano un tema che cementa grandi amicizie e favorisce l’empatia.

Ma soprattutto ci sono quelle che non si capisce perché vengano catalogate come «nuove»: «non svegliare la persona con cui stai neanche se sei insonne e vuoi chiacchierare» è una regola cambiata da poco tempo? Voialtri prima non facevate volare dalla finestra chiunque si azzardasse a svegliarvi? Io, che degli ex in genere non ricordo neanche che faccia abbiano, giro con l’identikit del tizio che quasi vent’anni fa mi svegliò e poi si girò dall’altra parte e si riaddormentò, in cerca da quasi due decenni d’un sicario che mi vendichi a tariffe popolari.

La lista è stata rimproverata dai giornalisti d’altre testate americane d’essere troppo piena di regole che attengono alle frequentazioni delle celebrità: ci possiamo aspettare altro, in un’epoca in cui la principale preoccupazione degli intervistatori è autoscattarsi con gl’intervistati per dire all’Instagram «ehi, uno famoso mi ha parlato»? È sicuramente un pizzino per gli inviati a Sanremo l’invito a non dirsi ammiratori di qualche persona famosa che s’incontra per la prima volta, «perché questo disumanizza le persone e alimenta la competitività che distrugge la società» (anche meno, eh). Ma a me sembra non prevalga il galateo dell’approcciare i famosi, bensì la parte «era così pure prima, e comunque non si tratta di galateo ma di semplice buonsenso».

Per esempio: «in una conversazione, prestate attenzione al fatto che potreste star parlando solo voi». Ho avuto per quattordici anni una vicina di pianerottolo alla quale non dovevo chiedere «come sta?» se non volevo che mi dettagliasse l’elenco delle sue sfighe facendo slittare d’un quarto d’ora la mia uscita dal palazzo. In quattordici anni, non c’è stata una volta in cui mi abbia chiesto «e lei?». Dov’era il New York quando avevo bisogno d’un ritaglio di galateo da attaccarle alla porta?

Oppure: se sei un adulto, il giorno del tuo compleanno non sei autorizzato a fare capricci. O anche: a una festa, non guardarti intorno cercando qualcuno di più figo con cui parlare piantando lì la sfigata con cui stai facendo conversazione. Lo so che lo fanno lo stesso (io sono sempre, sempre, sempre la sfigata piantata lì), ma non è mica una raccomandazione recente, essù. Avrebbe potuto già scriverla Edith Wharton o Louisa May Alcott.

O ancora: se la padrona di casa si mette a lavare i piatti, è ora che gli ospiti se ne vadano. O: se perdi qualcosa che t’hanno prestato, ricompralo. O persino: non spettegolare al lavoro circa cose che non dovresti sapere. Forse potevano raccoglierle sotto un’unica regola: cerca di avere un po’ più d’uso di mondo di quanto ne avesse Mowgli cresciuto nella giungla.

(Io, che sono abbastanza Mowgli, ho molto riso alla regola 104: «in ufficio, tieni le scarpe». Ricordo con gran divertimento quel paio d’anni in cui ho lavorato in una redazione, in un’epoca in cui mi ostinavo a portare i tacchi e ovviamente li calciavo via a metà mattina e restavo scalza, con gran sdegno d’una stagista che chiamava la madre lamentandosene: non capisco come al New York possano non sapere che certe cose le fai non perché non sai che sono inopportune, ma proprio perché lo sai e vuoi che la tua prepotenza si noti).

Tra i divieti che non si capisce perché dovrebbero essersi evoluti negli ultimi anni, ma soprattutto sono incomprensibili, c’è quello di dire a qualcuno che somiglia a qualche persona famosa: se mi dici che somiglio a un’attrice che reputo brutta, potrei offendermi. «Potenzialmente insultante, e razzista». Americani, dovete darvi una grossa calmata.

Sono personalmente offesa, semmai, dalla regola 20: «non descrivere i TikTok, è più noioso che descrivere i sogni». Ma come vi permettete. Un’abbondante metà delle mie conversazioni consiste in descrizioni di meraviglie che ho visto su TikTok (l’altra metà sono riassunti di Stendhal e Tolstoj).

Inviterei chi ha compilato la 110 («non si fa la spia se qualcuno salta i tornelli del metrò») a smetterla di cercare di far assomigliare l’America all’Italia: ci si sono già avvicinati moltissimo con Trump, ora basta emularci.

Capisco lo scoraggiare i commenti al fatto che qualcuno porti ancora la mascherina, ma «chiedere a qualcuno come ha preso il covid è come chiedergli come ha preso la clamidia» è una scemenza. Vi svelo un segreto segretissimo: la clamidia so già come l’hai presa.

Apprezzo assai la conclusione della regoletta su chi paga agli appuntamenti romantici ora che abbiamo deciso di far finta che l’eterosessualità non sia affatto più diffusa delle alternative, e insomma vai a sapere chi fa l’uomo: «se penetri, paghi». Ma è un evidente pizzino sanremese (un altro, dopo gli autoscatti coi famosi) che ha attirato la mia attenzione e mi ha fatto perdonare la redazione del New York per la quantità d’insensatezze contenute in questa lista.

A un certo punto delle molte regole nell’avere a che fare coi famosi, il giornale raccomanda di non chiamare DeNiro «Bobby»: non importa quanto siate intimi, non ostentate confidenza coi famosi. Mentre leggerete questo rigo, sarà in corso la prima conferenza stampa di Sanremo. Non vedo l’ora di contare quanti giornalisti si rivolgeranno al conduttore chiamandolo «Ama», e poi di telefonare al New York per fare la spia.

Fame di destino. Alessandro D’Avenia su Il Corriere della Sera il 6 Marzo 2023.

Qualche giorno fa lo scrittore e amico Daniele Mencarelli è venuto a dialogare con gli studenti della mia scuola. Daniele appartiene agli autori che non scrivono della «realtà» ma del «reale». La realtà è l’insieme delle abitudini che rendono tutto sempre uguale e sicuro, il reale è invece ciò che si manifesta quando un evento apre una finestra nel ripetersi di giorni e opere, imponendo un risveglio: malattia, innamoramento, lutto, nascita... Quando Lucio Fontana tagliò una tela lo rese evidente: la superficie uniforme della realtà squarciata da una ferita ci mette faccia a faccia con il reale, rivelando che il fondamento delle nostre certezze è a volte uno sfondo di cartapesta. Per rimanere nella realtà si può anche dormire, tutto va avanti e si vive per sentito dire o per procura; per stare nel reale, invece, occorre essere prima svegli e poi coraggiosi. Gli scrittori che si occupano del reale non cercano premi, ma scrivono per gli uomini e per il loro destino. Li riconosci perché attorno alle loro parole si crea una comunità, non una massa o una bolla di consenso. I ragazzi, creature affamate di reale, hanno posto infatti tantissime domande a Daniele, «destati» dai suoi libri pongono domande di «destino» (esser desti è condizione per avere destino): è tutto qui o c’è dell’altro? Che cosa c’è fuori dalla gabbia della realtà? Dove trovo il coraggio di uscirne? Domande che potrebbero porre a noi maestri, ogni giorno, ma se non lo fanno c’è un motivo. Quale?

La trilogia scritta da Mencarelli: La casa degli sguardi, Tutto chiede salvezza, Sempre tornare, è il racconto autobiografico di un giovane che, deluso dalla realtà, precipita nelle dipendenze (alcol e droga) ma non smette di cercare salvezza e la trova grazie alla propria madre e ai bambini dell’ospedale Bambin Gesù di Roma dove lavorava temporaneamente come addetto alle pulizie. I ragazzi sentono nei libri di Mencarelli la stessa fame di destino che ha salvato lui, e si aggrappano a un testimone del «reale», che non ha rinunciato, nonostante le cadute, a se stesso. Proprio come dice il diciassettenne Daniele, in Sempre tornare, mentre lavora in un campo per guadagnarsi da vivere durante il mese di fuga in autostop da cui inizia la sua crisi: «La fame di destino mi perseguita da sempre. Ci penso sempre al destino...

L’uomo di fede lo chiama provvidenza, gli attribuisce una volontà precisa, un dispiegamento di fatti che obbedisce a un disegno. Uno per ognuno di noi. L’uomo che non crede a niente lo chiama caso, un caotico avvenire dove a regnare è il nulla, dove vita e morte, vittoria o sconfitta, sono un po’ come gli spicchi della Ruota della fortuna. L’uomo che vive a metà strada fra i primi due lo chiama fato, non ha sufficiente fede per abbandonarsi alla religione, né altrettanto nichilismo per lasciarsi andare al caos. Per quel che mi riguarda, oscillo. Per sperare veramente ci vuole in certi momenti una forza disumana. Lo stesso dicasi per disperare. Di un dato, però, sono abbastanza certo. Per la parte di destino che dipende da me, faccio e farò sempre di tutto per conoscermi al meglio. Ogni giorno di più. A partire dal talento che mi vive dentro e che ho il dovere di scoprire. Fin da ragazzino, piccolissimo, una sicurezza è venuta spesso a visitarmi: «Io so fare qualcosa». Il problema è scoprire qual è la cosa.

Nessuno mi toglie dalla testa che ognuno di noi nasca con una dote precisa, con una bravura nascosta che chiede di essere scoperta. A me piace molto scrivere, lo sento stranamente importante, non posso non sperare, quindi, di aver trovato quello che so fare veramente. Potrei fare il poeta di notte e il contadino-fattore di giorno. Comunque, ognuno nasce per qualcosa. È questa, in fondo, la mia definizione di destino».

I ragazzi oggi sono consunti dalla «fame di destino», e sono le agenzie educative a poter rispondere a questa fame. A scuola, per esempio, non è ingozzandolo di nozioni slegate tra loro e dalla sua originalità che un ragazzo trova il gusto del reale, come canta bene il rapper Ernia in Tutti hanno paura: «A scuola mi chiedevo perché essere bravo/ Se la diagnosi era quella di un destino precario/ Mi hanno fatto leggere Goethe, Kant e autori simili/ Ma a me la vita poi è sembrata più i piccoli brividi». La scuola si sta riempiendo di retoriche di destino (soft skills, educazione civica, sessuale, stradale...), che, per quanto utili, sono spesso caratterizzate da imposizione di comportamenti più che scoperta di talenti.

Per riformarla bisogna darle la forma che le spetta, cioè mettere un ragazzo in condizione di avere destino: scoprire per che cosa è nato. Per riuscirci o la scuola diventa dinamica e comincia a ruotare attorno a ciò che ogni ragazzo è venuto a portare al mondo (il suo talento) o continuerà a essere una catena di parcheggio/montaggio anziché una fucina di vocazioni. Ogni studente ha diritto di uscire dalla scuola dell’obbligo sapendo leggere, scrivere e far di conto, cioè stare di fronte alla realtà senza farsi manipolare, ma potendo dire anche: «Io sono nato per questo».

Poi sarà affar suo mettersi in gioco o tradirsi, ma a quel punto non avrà l’alibi dell’ignoranza di sé e del mondo. Certo è che il Daniele diciassettenne che intuiva di essere nato per scrivere, se ha da poco pubblicato un nuovo romanzo (Fame d’aria), è perché, nonostante abbia provato a tradirsi, è riuscito, grazie all’aiuto di altri e della scrittura, a rimanere fedele al suo destino, e così si è salvato. Non è un caso che in quest’ultimo libro la salvezza di un padre (gli adulti) sia affidata a un figlio (le nuove generazioni) malato: non una retorica del nuovo che salva semplicemente perché è nuovo, ma il grido del «reale» che buca la «realtà», e ci risveglia e chiama a una vita nuova. Sapremo ascoltare?

Se non uccide, fortifica. Perché il fallimento può salvare la vita nei momenti più difficili. Costica Bradatan su L'Inkiesta il 23 Settembre 2023

Risucchiati dal vortice del successo, quando qualcosa va storto, subentra spesso uno stato di vuoto. Costica Bradatan nel libro “Elogio del fallimento” (il Saggiatore) scrive di come a volte essere imperfetti e fuori sincrono rispetto al mondo e agli altri possa essere una grande fortuna e condurre verso l’umiltà

Dopo il culto così diffuso del successo, la reputazione di cui gode il fallimento è ridotta ai minimi termini. Pare non ci sia niente di peggio al mondo che fallire – la malattia, la sfortuna, persino la nostra stupidità congenita sono nulla al confronto. Eppure il fallimento merita di più. In effetti, c’è molto di cui tessere l’elogio. Fallire è fondamentale per la nostra natura di esseri umani. Il modo in cui ci relazioniamo col fallimento ci definisce, mentre il successo è accessorio e fuggevole, e non ha granché da dire. Possiamo vivere senza successo, ma vivremmo invano se non scendessimo a patti con la nostra imperfezione, precarietà e mortalità: tutte epifanie del fallimento. Quando si verifica, il fallimento frappone una distanza tra di noi e il mondo, e tra di noi e gli altri.

Tale distanza ci trasmette la netta sensazione di non accordarci, di essere fuori sincrono con il mondo e gli altri, e che ci sia qualcosa di sbagliato. Tutto ciò ci fa mettere seriamente in discussione il nostro ruolo primario. E potrebbe trattarsi della cosa migliore che ci sia capitata: questa presa di coscienza esistenziale è proprio quello che ci serve se dobbiamo capire chi siamo. Non c’è nessuna forma di guarigione, se non preceduta da un processo del genere. Se vi dovesse capitare di sperimentare il fallimento e di essere colti da simili sensazioni di inadeguatezza e di spaesamento, non opponete resistenza – assecondatele. Vi diranno che siete sulla strada giusta. Magari ci troviamo in questo mondo, ma non siamo di questo mondo. Il fatto di capirlo è l’inizio della presa di coscienza che pone il fallimento – per quanto possa essere modesto – al centro di un’importante ricerca spirituale. Vi starete chiedendo: il fallimento, quindi, può salvarmi la vita? Sì, purché ne facciate buon uso.

[…] 

A prescindere dalle classi sociali, le caste, la razza o il genere, siamo tutti nati per fallire. Ci dedichiamo al fallimento per l’intera durata della nostra esistenza e poi lo passiamo alle generazioni successive. E proprio come il peccato, anche il fallimento può essere disonorevole, fonte di vergogna e imbarazzante da ammettere. E perché non definirlo «brutto»? Il fallimento è pure brutto – brutto come il peccato, come si suol dire. Può essere violento, odioso, devastante come la vita stessa. Ma proprio per la sua universalità, generalmente viene sottovalutato, trascurato o rifiutato. O, peggio ancora, trasformato in un fenomeno di tendenza da guru del self-help, maghi del marketing, amministratori delegati in pensione con troppo tempo a disposizione. Hanno finito tutti per ridicolizzare il fallimento cercando – senza la minima ironia – di etichettarlo in maniera diversa e rivenderlo semplicemente come un trampolino di lancio verso il successo.

[…]

Qualsiasi successo di solito implica una «successione» di stati o eventi (la parola deriva dal latino succedere, «venire dopo»). Quando qualcosa va storto, tale successione non ha luogo, e subentra un senso di vuoto. Fallimento è qualsiasi esperienza di sconnessione, rottura o sofferenza, provata nell’ambito delle nostre interazioni codificate con il mondo e con gli altri, ogni volta che qualcosa smette di essere, operare, avvenire come ci aspettavamo.

[…]

E tale condizione è il miglior punto di partenza per ogni percorso che conduca all’autorealizzazione. Abbiamo assolutamente bisogno di questa esperienza complessiva di sconnessione, rottura e sofferenza, se vogliamo scendere a patti con la nostra prossimità al nulla. Perché solo se passeremo la prova di una simile esperienza potremo arrivare all’umiltà, e avere così l’opportunità di guarire dalla hýbris e dall’egocentrismo, dall’illusione e dall’autoinganno, nonché dalla nostra scarsa capacità di adattamento alla realtà circostante. Passare progressivamente attraverso questi quattro gironi non è un viaggio qualsiasi: è un percorso catartico. Se resterete turbati dalla lettura di questo libro, vorrà dire che non avrò completamente fallito il mio compito. Perché quella del fallimento è un’esperienza profondamente disturbante – proprio come la vita stessa. Di tutti i viaggi, quello alla ricerca di noi stessi è il più complicato, il cammino più lungo da compiere. Ma non preoccupatevi troppo: avete buone possibilità di farcela, dal momento che avete accettato di farvi guidare dal fallimento. Del resto, non è forse questo l’insegnamento che da sempre ci danno i bravi medici? Ciò che non ti uccide, ti fortifica. Il veleno del serpente è letale ma ha anche un potere curativo. 

Da “Elogio del fallimento – quattro lezioni di umiltà” di Costica Bradatan, il Saggiatore, 352 pagine, 24 euro

Errare humanum est. Il successo sta nel saper scegliere la cosa giusta su cui perseverare. Annie Duke su L'Inkiesta il 26 Agosto 2023.

Siamo abituati a considerare la tenacia come l’esatto opposto della rinuncia. In realtà sapere mollare quando è necessario è una grande virtù, scrive Annie Duke nel suo saggio “Lascia perdere” edito da Egea

Siamo abituati a considerare la tenacia come l’esatto opposto della rinuncia. D’altra parte, o si persevera o si rinuncia. Non si possono fare entrambe le cose contemporaneamente e nella battaglia tra i due comportamenti il secondo ha evidentemente la peggio. Mentre la perseveranza è considerata una virtù, l’atteggiamento di chi molla il colpo, di chi abbandona, è visto come vizioso. Il consiglio elargito da tutti coloro che sono assurti a leggenda per il successo raggiunto si riduce spesso a un messaggio di questo tipo: insisti, applicati, persevera e avrai risultati. Per citare Thomas Edison: «La nostra più grande debolezza sta nel rinunciare. Il metodo più sicuro per avere successo è sempre quello di provare una volta ancora». Un sentimento cui ha fatto eco, a oltre un secolo di distanza, una leggenda del calcio femminile come Abby Wambach: «Per non mollare mai, indipendentemente dalle circostanze che devi affrontare, non basta soltanto essere competitivi: servono anche capacità». Consigli e stimoli di questo tipo sono attribuiti ad altri grandi campioni e allenatori sportivi, come Babe Ruth, Vince Lombardi, Bear Bryant, Jack Nicklaus, Mike Ditka, Walter Payton, Joe Montana e Billie Jean King. Troverete citazioni quasi identiche da parte di imprenditori aziendali assurti al mito nel corso dei secoli, da Conrad Hilton a Ted Turner fino a Richard Branson. Tutte queste celebrità, e innumerevoli altre, marciano compatte scandendo una qualche variazione del motto: «Un vincente non molla mai/Chi si arrende è perduto».

È raro trovare citazioni popolari che esaltino la scelta di mollare la presa, a eccezione di quella attribuita a W.C. Fields: «Se non riesci al primo tentativo, prova e riprova. Dopo di che, molla. Non ha senso fissarsi stupidamente». Fields non era certo un modello, visto che i suoi personaggi amavano bere, odiavano i bambini e i cani e tiravano avanti vivendo ai margini della società. Non si tratta dunque di un gran contrappeso… e, d’altra parte, quella frase non è neppure di Fields, in realtà!

Per definizione, chiunque abbia avuto successo in qualcosa ha dovuto perseverare. È una constatazione di fatto, sempre vera con il senno di poi. Ma non significa che sia vero il contrario, ovvero che se perseverate in qualcosa alla fine avrete successo.

In prospettiva, non è vero e non è nemmeno un buon consiglio. In effetti, a volte è addirittura distruttivo.

Se siete stonati, non importa per quanto tempo vi impegnerete: non diventerete mai Adele. Se a cinquant’anni vi mettete in testa di andare alle Olimpiadi come ginnasti, non ci sarà impegno o determinazione in grado di aiutarvi. Pensarla diversamente è assurdo come leggere uno di quegli articoli sulle abitudini dei miliardari e, una volta appreso che si svegliano prima delle quattro del mattino, immaginare che alzarvi allo stesso orario farà di voi dei miliardari. Non dobbiamo cadere nell’errore a cui ci inducono questi aforismi, ovvero confondere il senno di poi con la lungimiranza.

Le persone perseverano sempre nelle cose in cui non riescono granché, a volte sulla base della convinzione che perseverare abbastanza a lungo porterà al successo. A volte perseverano perché un vincente non molla mai. In un modo o nell’altro, sono in molti a battere la testa contro il muro e a soffrire pensando che ci sia qualcosa di sbagliato in loro, piuttosto che nel consiglio.

Il successo non sta nel perseverare in qualcosa. Sta nel saper scegliere la cosa giusta su cui perseverare e lasciar perdere il resto.

Quando il mondo vi dice di desistere è sempre possibile, ovviamente, che voi vediate qualcosa che il mondo non vede, e che questo vi induca a persistere giustamente anche là dove altri al posto vostro abbandonerebbero la causa. Ma quando il mondo vi urla a squarciagola di lasciar perdere e voi vi rifiutate di dargli ascolto, la tenacia può diventare stoltezza.

Troppo spesso ci rifiutiamo di ascoltare. Questo può essere in parte dovuto al fatto che mollare ha una connotazione negativa quasi universale. Se qualcuno vi prendesse per rinunciatari, lo considerereste un complimento? La risposta è ovvia. Lasciar perdere significa fallire, capitolare, darsi per vinti. Denota mancanza di carattere. Chi rinuncia è un perdente (tranne nel caso, naturalmente, in cui la rinuncia riguardi qualcosa di palesemente negativo come il fumo, l’alcol, la droga o una relazione violenta).

Anche il linguaggio mostra le sue preferenze per la determinazione riservando, a chiunque mostri di non mollare, termini positivi come proattivo, costante, incrollabile, risoluto, coraggioso, audace, impavido. Di una persona così, diciamo che ha gli attributi, che ha fegato, che ha spina dorsale, tempra, tenacia o persistenza. Con la stessa rapidità vengono in mente i termini negativi per riferirsi a quelli che si arrendono, termini che racchiudono tutti l’idea che costoro siano dei falliti che non meritano la nostra ammirazione. Recalcitranti, smidollati, disfattisti, disertori, rinunciatari, scansafatiche, pappamolla e inetti. Gente che si arrende e lascia le cose a metà, gente che tentenna e vacilla. In genere, riteniamo che questi individui siano privi di una direzione nella vita; li consideriamo codardi, incostanti, capricciosi, volubili e persino inaffidabili. Dei voltagabbana, per usare un termine politicamente tossico.

Non è tanto che non esistano parole negative per riferirsi a chi mostra determinazione (come rigido o testardo) o parole positive per l’atteggiamento di chi lascia una strada per un’altra (come agile o flessibile). Ma se provaste a riempire una tabella con termini positivi e negativi per entrambi i concetti, non tardereste a cogliere gli squilibri. Sul versante della perseveranza, lo sbilanciamento in favore dei termini positivi (su quelli negativi) rispetto al concetto di determinazione emergerebbe con grande evidenza. Sbilanciamento che si rifletterebbe nella predominanza di termini negativi riferibili a chi molla. A differenza di quanto avviene per la tenacia, dunque, non ci sono molte parole positive per l’atteggiamento di chi si arrende, come evidenziato dall’assenza stessa di sostantivi per descriverlo.

Uno degli indizi più evidenti di come i favori della lingua siano tutti per la tenacia è che tra i suoi sinonimi troviamo termini come coraggio, audacia e persino eroismo. Quando pensiamo alla perseveranza, in particolare di fronte al pericolo, immaginiamo l’eroe che davanti a una minaccia mortale affronta l’abisso e prosegue là dove gli altri si arrenderebbero. Allo stesso modo, chiunque desista è un codardo. In un mondo in cui la perseveranza è considerata quasi universalmente come la strada per l’onore e il successo, la tenacia è vista come il personaggio protagonista. La resa, invece, è l’antagonista (un ostacolo da superare) o, più spesso, una comparsa (uno di quei personaggi che nei titoli di coda figurano come «Terzo scagnozzo» o «Soldato vigliacco»). 

Tratto da “Lascia perdere – L’importanza di capire quando è meglio abbandonare le proprie posizioni” (Egea), di Annie Duke, pp. 288, 29,90€.

Era di fragilità. E di consulenti. Storia di Luigino Bruni su Avvenire il 4 marzo 2023.

Cammin facendo ho acquistato la convinzione che la nostra educazione soffre di una carenza enorme per quanto concerne un bisogno primario del vivere: ingannarsi e cadere nell’illusione il meno possibile.

Edgar Morin, Insegnare a vivere

Siamo dentro una grande trasformazione della cultura d’impresa che, iniziata nell’ultimo scorcio del XX secolo, oggi conosce una stagione di grande sviluppo e di vasto consenso. Ma come accade in tutti i grandi processi sociali, è proprio nel momento del suo massimo successo che in questo nuovo umanesimo aziendale iniziano a evidenziarsi i segni del declino, le prime crepe che minacciano e prefigurano il possibile crollo dell’intero edificio. Senza accorgercene, nell’arco di circa mezzo secolo la grande impresa da luogo paradigmatico dello sfruttamento e dell’alienazione è divenuta icona dell’eccellenza, del merito, del benessere e persino della fioritura umana, e in quanto tale imitata e importata in tutti gli ambiti del sociale, fino a includere, recentemente, il mondo non-profit e persino delle comunità spirituali.

Partiamo da una parola che sembra lontana dal mondo del business: fragilità. Le generazioni precedenti avevano saputo trasmetterci la capacità di far fronte alle difficoltà dell’esistenza, e pur tra molte contraddizioni avevano creato nelle persone un capitale interiore fatto di religione, di saggezza e pietà popolare e poi dei valori delle grandi ideologie di massa che erano anche narrazioni collettive sul senso della vita, del dolore e della morte. E questo perché le culture di ieri erano umanesimi dell’imperfezione; quindi ponevano al centro il limite, la fatica, l’incompiutezza, il sacrificio, e la felicità era vissuta come un intervallo breve tra due lunghe infelicità. La vita era dura, povera, breve, e l’arte di formazione del carattere consisteva nel rendere quella vita dura una vita possibile e sostenibile, magari un poco migliore per i figli senza illudersi e illuderci che sarebbe stata troppo migliore. Nessuno avrebbe mai pensato, nel mondo dei nostri nonni, di educare i giovani alla cultura del successo, incoraggiandoli a diventare “vincenti”, perché tutti sapevano che sarebbe stata la via perfetta per condurre una vita da frustrati e incattiviti. La partita della vita finiva bene se si portava a casa un buon pareggio, in un eterno catenaccio.

Con il passaggio di millennio, dall’umanesimo dell’imperfezione siamo velocemente passati a quello della ricerca della felicità e del successo. “Guai ai vinti e agli infelici!” è diventato il motto. Ci siamo progressivamente e velocemente dimenticati l’antico mestiere del vivere e la fatica della democrazia e ci siamo innamorati della facile meritocrazia, facile perché immaginaria. La fine delle grandi ideologie e (in Occidente) l’indebolimento della religione ha operato grandi cambiamenti antropologici. È finito un mondo morale e il suo posto lasciato vacante non è stato occupato da qualcosa di nuovo e di altrettanto robusto.

E quando la realtà vera ci fa incontrare anche oggi il limite, l’insuccesso e il fallimento, che non sono scomparsi solo perché abbiamo deciso di non vederli più, i giovani e ormai anche gli adulti si trovano sprovvisti delle antiche virtù collocate tra i ferri vecchi della società, riposte nell’armadio impolverato accanto al cappello del nonno e al macinino del caffè a chicchi.

Questa indigenza di equipaggiamento etico si manifesta in ogni ambito della vita sociale - famiglia, politica, scuola -, ma non è ancora percepita in tutta la sua gravità: lo sarà presto, quando questa insostenibilità relazionale ed emotiva sarà evidente. Quando però questa fragilità è arrivata nella grande impresa e ha raggiunto e superato una soglia critica è iniziato qualcosa di nuovo. Perché nel nostro mondo liquido l’impresa resta ancora qualcosa di solido che vive grazie all’azione collettiva, e ha quindi bisogno di lavoratori capaci di virtù cooperative che consentono loro di portare avanti operazioni complesse che si svolgono in mezzo a conflitti, difficoltà, frustrazioni e fallimenti, dove tutte le emozioni entrano in gioco e richiedono una specifica educazione e manutenzione per rendere possibile e sostenibile la buona vita in comune. Per decenni, per secoli, le imprese non si erano preoccupate della formazione del carattere dei lavoratori né delle loro virtù cooperative, si limitavano alla formazione professionale e tecnica. Le persone entravano nei cancelli della fabbrica già fornite di quel capitale relazionale che consentiva loro di cooperare con gli altri, un’arte che avevano appreso e riapprendevano ogni giorno in famiglia, nel villaggio, nelle mietiture, nelle vendemmie, nell’uccisione del maiale, in processioni, funerali, matrimoni e feste patronali.

Le imprese del Novecento erano infatti cresciute grazie al capitale spirituale ed etico delle loro persone, e la crisi di quell’universo morale è diventata immediatamente crisi dell’universo produttivo. Le imprese, il business, anticipano il futuro, sanno vedere più lontano – speculare vuole dire anche questo. E così, quando il clima morale è cambiato, il primo luogo che ha avvertito la crisi è stata l’azienda, in particolare quella grande e globale, e ha cercato subito di rispondere.

La prima risposta è stata l’evoluzione del vecchio management, che ha trasformato la fabbrica da comunità a luogo artificiale e razionale, dove le relazioni umane venivano addomesticate, “ridotte” e operazionalizzate in modo da poter essere facilmente gestite dai nuovi manager, ormai concepiti come leader e non più dirigenti, trasformati nei nuovi protagonisti delle grandi imprese. Le relazioni umane venivano semplificate, ma restavano ancora gestite all’interno dell’azienda in una co-gestione suddivisa tra imprenditori e manager.

Questa nuova cultura delle relazioni d’impresa ha funzionato per due-tre decenni, finché le imprese hanno vissuto di rendita consumando quel che ancora restava del capitale etico che i loro lavoratori avevano accumulato nelle comunità esterne all’impresa, senza più riprodurlo al loro interno. Fino a quando, sull’inizio del nuovo millennio, con l’uscita di scena delle ultime generazioni figlie dell’etica novecentesca, questo capitale di virtù civili si è (quasi) esaurito.

A questo punto le aziende hanno dovuto innovare ancora, e hanno cercato una nuova soluzione: ricreare loro stesse le risorse umane di cui avevano bisogno. È la terza svolta: il management capisce che il nuovo capitale etico necessario si trova ancora al di fuori dell’impresa, e che gli stessi manager sono dentro la stessa fragilità dei loro lavoratori, sebbene difficilmente lo dichiarino. Vanno fuori, ma non nei vecchi luoghi di vita e delle comunità – famiglia, Chiesa, case politiche – che nel frattempo si stavano desertificando o erano emigrate sui social. Capiscono che le risorse sono ancora fuori, ma ora a offrirle è il mercato, un mercato for-profit che si stava già attrezzando per produrre e vendere nuove figure professionali che stanno diventando i veri protagonisti delle imprese.

Attorno ai manager sta infatti crescendo una foresta molto biodiversificata fatta soprattutto di consulenti sfornati dalle grandi società di consulenza, insieme a psicologi del lavoro, manager della felicità e del benessere lavorativo, filosofi pratici del senso, della mission e dello scopo (purpose), ma anche sacerdoti, suore ed esperti di meditazione trascendentale per l’accompagnamento e la formazione alla spiritualità d’azienda, per non parlare delle nuove figure di coach e counselors che si presentano come la professione del futuro. Mezzo secolo fa a guidare le imprese erano gli imprenditori; poi sono arrivati i manager, infine i consulenti. Così un’impresa di cinquanta dipendenti si ritrova popolata da dieci, quindici o venti di queste figure varie di accompagnatori. La nuova classe dirigente viene assistita e affiancata e sempre più sostituita da figure ancillari stanno diventando re e regine.

Si sta verificando una sorta di outsourcingdelle emozioni, un appalto ad agenzie esterne della gestione della manutenzione, cura e accudimento delle relazioni umane dentro le aziende. I dirigenti non riescono più, con gli strumenti tradizionali (gerarchia, coordinamento, incentivi, sindacati), a gestire le emozioni e le relazioni di lavoratori sempre meno dotati di virtù essenziali, e nuovi fornitori esterni le gestiscono su loro mandato. La gestione delle emozioni sta diventando qualcosa di simile alla gestione della mensa aziendale o delle pulizie. E più i lavoratori sono fragili, più cresce la richiesta di questi servizi relazionali ed emotivi: e il Pil cresce. Anche perché la presenza di professionisti delle relazioni svolge la funzione di certificare dall’esterno questa nuova forma di qualità. Alla certificazione dei bilanci si aggiunge una certificazione delle relazioni nell’azienda, che rassicura dirigenti insicuri.

Perché – qualcuno potrebbe chiedersi – tutto ciò dovrebbe rappresentare un problema? Tutto evolve, tutto cambia. Perché è possibile appaltare la manutenzione degli impianti e non la manutenzione delle emozioni? In realtà i problemi ci sono, e alcuni sono molto seri.

Uno importante riguarda l’estensione crescente di questi fenomeni al di fuori del mondo delle imprese. Se, infatti, l’appalto esterno della gestione di molte dimensioni delle relazioni umane riguardasse soltanto il mondo della grande impresa o finanza capitalistica, sarebbe qualcosa sempre di importante ma comunque limitato a una sfera della vita con le sue necessarie tipicità – come lo sport o l’esercito. Ma questa esternalizzazione della manutenzione delle relazioni si sta estendendo fino a raggiungere le organizzazioni non-profit, le comunità e le chiese, anche perché le società di consulenza sono percepite come i “medici” di ogni forma di organizzazione umana, tecnici per risolvere nuovi problemi. Ma cosa diventano i rapporti dentro un movimento spirituale o una comunità religiosa se i responsabili delegano la gestione di molte dimensioni delle relazioni umane (crisi, fatica, critiche...) a professionisti esterni all’impresa? Cosa diventano quelle relazioni la cui qualità è cuore e radice di futuro? Quali dimensioni, allora, si possono delegare fuori e quali invece devono necessariamente restare dentro, gestite dalle nostre imperfezioni e fatiche?

Le figure esterne, pur necessarie in certi casi specifici, diventano facilmente una perfetta forma di immunità, uno schermo che i responsabili usano per proteggersi dal contagio delle relazioni e dalla “ferita dell’altro”. Inoltre, mentre il mondo della grande impresa globale sta già avvertendo l’insufficienza di questi appalti esterni (lo vedremo), le organizzazioni non-economiche stanno scoprendo questi strumenti in ritardo e li vivono come una grande novità di salvezza. Anche in questo caso esistono fenomeni di dumping verso i “poveri”: stiamo attenti che il mondo del sociale e delle chiese non diventi presto un nuovo mercato rifugio di società di consulenza in cerca di nuovi mercati perché si stanno esaurendo i vecchi...

Nelle prossime settimane ci porremo poi altre domande: dove si trova, nel rapporto tra dirigenti e consulenti, il confine tra affiancamento e sostituzione? I modelli e le teorie esterne sono abbastanza sussidiari, nascono cioè dall’ascolto e dalla vita che c’è già in quella azienda prima di cercare di migliorarla? E se una relazione imperfetta ma interna fosse più generativa e umana di una meno imperfetta ma esterna? Siamo sicuri che le virtù più importanti possono essere create e curate dal mercato o, forse, hanno ancora oggi bisogno di quell’ingrediente essenziale che si chiama gratuità?

Estratto dell’articolo di Alberto Fraja per “Libero quotidiano” il 4 marzo 2023.

[…] Camminare è anche il gusto della ricerca e dell’attesa, è il modo migliore per tendere il proprio respiro verso l’infinito, i grandi orizzonti, il trascendente. «La vita inizia dove finisce il divano», dice Veronica Benini. E non solo per mere questioni di buona salute.

 Al camminare come ricerca, pellegrinaggio, mistico iter hierosolymitanum, ricerca di qualcosa che trascenda l’io, padre Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia, dedica un agile saggio dall’eloquente titolo calembour Camminando si impara a camminare (La Ricerca Editrice, 133 pagine).

Nel volumetto, Sapienza concentra una raccolta di scritti, aforismi e riflessioni sul cammino come argine alla fretta e come riflessione sul carattere polisemantico del verbo. Tredici titoli che tracciano un cammino di ricerca, di scoperta, di consapevolezza, di rinnovato impegno e di ritrovata speranza. […]

 «L’individuo che cammina sceglie di perdere tempo, almeno per un certo periodo di tempo - scrive l’autore -. Diventa, in un certo senso, un rivoluzionario che vuole riprendere in mano la sua vita; prendere le distanze dai suoi problemi personali e ritrovare il ritmo del mondo». Camminare aiuta a riflettere, continua Sapienza. Ha ragione Le Breton: «Andare a piedi cambia la percezione di sé e del mondo. Cammini. E poiché cammini, sei una persona diversa».

La società in cui siamo immersi ci costringe a vivere correndo. Si va sempre di corsa, affannosamente inseguendo non si sa bene cosa. Ci spendiamo agitati per far fronte alla montagna di impegni di cui ci siamo caricati. Un’occhiata all’agenda, un’altra all’orologio, per non dimenticare nulla.[…]

 L’anima vive di pause. Dove non c’è pausa non c’è ordine, non c’ è pace, non c’è uomo. Di qui l’invito di padre Sapienza a comprendere tutta la saggezza di chi invita a fare l’esperienza del camminare, «intesa non tanto come una tecnica anti stress (e già sarebbe tanto, ndr), quanto piuttosto come igiene dell’anima». Il vivere affannoso ci impedisce di accorgerci che la vita è ciò che accade mentre ci occupiamo di altro. Siamo distratti. Di qui l’invito racchiuso in questa piccola ma preziosissima antologia: fermiamoci. […] Fermate il mondo, questo mondo di matti: voglio scendere e farmela a piedi. Solo con me stesso.

Estratto dell'articolo di Sofia Mattioli per “la Stampa” il 2 marzo 2023.

Un inno all'amore per se stessi formato XL, il messaggio arriva a caratteri cubitali. Speciale. La supereroina del pop Lizzo, 4 Grammy e una trasformazione in superwoman con un costume nel video che accompagna il brano, stasera porta al Mediolanum Forum la sua miscela vincente. […] «La canzone che dà il titolo all'album è per me la più importante - dice Lizzo - mi aiuta, il mondo può essere così crudele».

 La genesi del testo? «Avevo avuto una brutta giornata e sui social continuavo a vedere cose che non mi piacevano, ho scritto così una canzone che mi ricordasse quanto fossi speciale e amata anche quando sono triste. Il brano è un reminder per tutti, non sei mai solo. Sei amato e speciale. Se nessuno te l'ha detto oggi sei speciale».

Il fenomeno Lizzo, al secolo Melissa Viviane Jefferson, ha dimensioni titaniche[…] «Voglio dedicare questo premio a Prince - ha detto ritirando il Grammy -. Quando è scomparso ho deciso di dedicare la mia vita a fare musica, musica positiva. Pensavo: non importa se la mia allegria vi disturba. Era un momento in cui la musica ispirata a messaggi motivazionali e positivi non era mainstream. Non mi sentivo per niente capita ma sono stata coerente con me stessa perché volevo rendere il mondo un posto migliore ma dovevo essere io quel cambiamento».

«[…] Ho sofferto su di me i peggiori insulti e so di cosa parlo quando canto "sei speciale". Nessuno si deve sentire male solo perché è obeso, troppo magro o ha un fisico che non rispetta i canoni della normalità. Tutti siamo speciali e non ci sono difetti di cui vergognarsi, ma pregi di cui prendersi cura. Sento che il mio compito è quello di urlarlo al mondo».

 […] «Instagram, lo sappiamo tutti, è la app delle immagini... Mi piace molto scattare foto del mio culo e postarle, ora sono anche tornata su Twitter. Non mi interessa nient'altro, non penso agli hater, sono diventata più brava a leggere commenti negativi perché in realtà sono stupidi. […]»

La libertà si scrive sui corpi: imperfetti o rifatti, benvenuti nel tempo dell'autodeterminazione. Gli interventi estetici schizzati a livelli record da una parte, le campagne contro ogni pregiudizio sulla fisicità e la body positivity dall’altra. E i nuovi parametri estetici della Generazione Z rilanciati dall’uso massiccio dei social. Come cambia il rapporto con quel che di noi si vede. Simone Alliva su L’Espresso l’1 marzo 2023.

Dentro questo tempo sempre acceso, scandito dalla “guerra dei giusti” su libertà, diritti, autodeterminazione e tutti quei temi che sembrano fatti di luce ma che nascono sempre dall’oscurità: sono i corpi che tornano al centro della scena. Si è detto, spesso, che era la parola ad alimentare questo tempo. Gli hashtag indignati, schwa e asterischi inclusivi. Convinti di un cambio di passo sonoro, è in realtà il metro della vista a permetterci di capire dove stiamo andando. L’affermazione popolare del movimento body positive nato dal “fat activism” degli anni Settanta ha riscritto i canoni della bellezza, tempo fa ridotti a una gabbia che bruciava chiunque non rispettasse caratteristiche che non facevano altro che rafforzare sessismo, razzismo, ageismo.

Prima erano accettati solo corpi performanti, incapaci di invecchiare. Poi è arrivata la Generazione Z che ha scardinato gli standard etero patriarcali, i ruoli di genere, la norma. Basti pensare al progetto “Belle di Faccia” nato grazie all’illustratrice Chiara Meloni (in arte Chiaralascura) e all’autrice attivista femminista Mara Mirabelli che dal 2018, come profilo Instagram, ha lo scopo di valorizzare i corpi grassi, con particolare focus sulla Fat Acceptance e Fat Liberation. Oppure all’irruzione sulle scene di corpi non conformi come quello della campionessa Bebe Vio, di Winnie Harlow attivista canadese e top model con la vitiligine. Le serie tv presentano personaggi ispiranti come Plum in Dietland o Kat in Euphoria (la citazione di quest’ultima: «Non c’è niente di più potente di una ragazza grassa che se ne fotte di tutto e di tutti»). Nel panorama musicale domina Lizzo, artista internazionale pluripremiata ai Grammy Awards: «Sono un’icona del corpo. Penso di avere un corpo davvero sexy. So di essere grassa. Non mi dà fastidio. Mi piace essere grassa, sono bella e sana». È una rivoluzione che corre anche sui social: Sasha Louise Pallari, modella e make-up artist britannica ha lanciato l’hashtag #filterdrop fondando un movimento social, ribattezzato Acne Positivity e dedicato nello specifico ai molteplici cosiddetti “inestetismi” della pelle. In Italia, Cristina Fogazzi, conosciuta come l’Estetista Cinica è la popolarissima imprenditrice bresciana che si rivolge al pubblico in modo schietto promuovendo la consapevolezza che oli creme e trattamenti aiutano ma non fanno i miracoli millantati dagli spot.

Eppure è dentro questa galleria di figurine luminose che scatta il collasso generale, il cortocircuito. Per capirlo leggiamo i numeri: secondo le stime attualmente a disposizione, i trattamenti di chirurgia plastica ed estetica nel periodo primaverile del 2021 sono aumentati del 20 per cento. In generale, si stima che le richieste siano aumentate del 67 per cento rispetto al 2019 e ben del 130 per cento rispetto al 2020. Sono sempre i più giovani ad avvicinarsi alla chirurgia estetica in questa ricerca costante di un aspetto «migliore» per sentirsi «a posto». Ma di che posto si parla? Del nostro o di quello dello sguardo degli altri? Tra le ragazze il modello di riferimento è quello della cosiddetta “Rich girl face” (quella di Kylie Jenner per intenderci: naso piccolo, occhi grandi, pelle liscia, labbra carnose). Testa e viso, chirurgia palpebrale e blefaroplastica gli interventi più richiesti. «Ci sono ragazze che non hanno bisogno di aumentare le labbra a 24 anni ma lo fanno in modo eccessivo con volumi fuori dal comune. L’eccesso è quello che ci preoccupa», spiega Francesco Stagno d’Alcontres, presidente della Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva-rigenerativa ed estetica.

Eccesso è la parola chiave che riaggiorna un fenomeno non nuovissimo. La storia ci ha sempre insegnato che gli interventi estetici dovevano essere sottili, invisibili, privati, che si trattasse di Cleopatra che scivolava via per fare il bagno nel latte d’asina o della regina Elisabetta I che si tamponava il viso con una miscela tossica di aceto e piombo. Adesso tutto sembra cambiare. Certo, resistono i tatuaggi ma temporanei, durano quanto la viralità di un reel su Instagram. Di recente L’Oreal, l’azienda dedicata al beauty più estesa del mondo, ha acquisito una quota minoritaria di un’azienda coreana di nome Prinker Korea, che ha inventato un congegno capace di stampare un tatuaggio temporaneo direttamente sulla pelle a partire da un archivio di 12.000 tatuaggi selezionabili e personalizzabili attraverso una app dedicata.

Il cambio di passo è visibile nella mescolanza dei confini tra maschile e femminile, nel make up, negli abiti, negli accessori e anche nella bellezza dei corpi. Ragazzi e ragazze giocano a confondere la propria immagine e identità, indossando vestiti associati tradizionalmente all’altro sesso. La cura del sé legata alla sfera del maschile è visibile. Unghie laccate vengono sfoggiate da celebrità internazionali e italiane – da Fedez a Harry Styles, da Damiano dei Maneskin a Rosa Chemical. Un tempo un simbolo di ribellione e controcultura, oggi la “Mencure” (gioco di parole tra manicure e men) è la norma. Su questa scia, molte aziende di bellezza stanno cercando di intercettare i desideri di una nuova clientela introducendo sul mercato linee di cosmetici genderless. I make-up artist o gli influencer di trucchi più noti sono maschi. Lo youtuber James Charles è stato il primo testimonial del brand americano di make-up Cover Girl, che contiene la parola «girl». In Italia Christian Filippi, in arte Damn Tee, a solo 18 anni, con i suoi 215 mila follower su Instagram e quasi 325 mila su Youtube, è uno dei più seguiti vlogger italiani portabandiera di una bellezza che va oltre le differenze di genere.

Per capire questo tempo è utile posare lo sguardo sul volto orgoglioso ostentato ai Grammy dalla Regina del Pop, Madonna oppure affacciarsi al mondo dell’hip hop dove artiste e sempre più appassionate del genere si sottopongono a pericolose sedute chirurgiche per avere glutei, il cosiddetto Brazilian Butt Lift, come Nicki Minaj o Cardi B. Siamo circondati da un’estetica ricca, vistosa, sovrannaturale che deve essere esibita. A questo si lega il fenomeno per cui moltissimi giovani si presentano dal chirurgo con un selfie a cui hanno applicato filtri di bellezza. Chiedono una realtà più aderente al digitale. Giovanna Cosenza, semiologa, allieva di Umberto Eco, sempre precisa e attenta nel leggere i fenomeni che ci attraversano, da 18 anni dirige un corso monografico sulla rappresentazione del corpo alla magistrale di Semiotica nell’Università di Bologna: «Adesso abbiamo la body positivity e alcune controtendenze interessanti. Ma pesa ancora l’omologazione». Il fenomeno non è assolutamente nuovo, precisa: «La rappresentazione del corpo con una foto ritoccata c’è da quando c’è Photoshop. Siamo alla fine degli anni ’90. Così come le controtendenze. Pensiamo che la prima campagna promossa da Unilever per il suo marchio Dove denunciava l’uso di Photoshop con la rappresentazione del corpo femminile già nel 2004, un case-study dal punto di vista della virilità online».

Sembra ieri, sono passati quasi 20 anni, il tempo di mezzo di una vita. Nel frattempo, sottolinea Cosenza, c’è stata la diffusione di massa del digitale. E per questo è importante parlare di «massa». «Perché l’abbassamento dei costi rende più accessibile a più persone gli interventi sul proprio corpo». L’ostentazione, l’orgoglio di un corpo totalmente ricostruito e allo stesso tempo la rivendicazione dei corpi imperfetti si adeguano e convivono all’unisono, il volto di Madonna, battezzato dal New York Times come una «brillante provocazione» è l’esempio perfetto. «Maria Luisa Veronica Ciccone – analizza Cosenza — sta facendo della sua esposizione della chirurgia estetica una valorizzazione. È geniale. Questo però non incide sulle ragazzine. Ma sulle adulte. Ricordo che in Europa la fascia di età dai 40 ai 70 è maggioritaria, siamo una popolazione adulta e anziana. La vera massa è lì. I giovani sono in minoranza. Soprattutto in Italia secondo Paese al mondo più anziano dopo il Giappone. La comunicazione di Madonna andrà a moltiplicare la chirurgia estetica delle signore over 50. Ed è una comunicazione molto precisa: è un pezzo del mio corpo e faccio quello che voglio. Non c’è niente di più volontario che decidere di operarsi: comporta tempo, investimento economico, superamento delle paure». A incidere sulla popolazione più giovane immersa nel suo smartphone è sicuramente molto più Chiara Ferragni.

Cosenza la inserisce nel filone delle influencer che sulla bellezza portano avanti un discorso di controtendenza. «Certo, non si riprende con le peggiori luci ma anche l’autenticità più autentica è sempre abbastanza filtrata. Eppure Ferragni, pur non essendo una sbandieratrice della body positivity, è nella controtendenza, grazie alla sua rappresentazione quotidiana, vive naturalmente il proprio corpo». È il mondo che stiamo andando ad abitare. «Un mondo che consente una maggiore varietà, i social permettono una moltiplicazione di influencer e micro-influencer. Questo per la rappresentazione dei nostri corpi, vari e diversi, è una buona notizia. Se si moltiplicassero le controtendenze, ognuno troverebbe la sua. Mi auguro che si possa andare verso una moltiplicazione dei canoni estetici anche grazie alla moltiplicazione dei contro-influencer. Del resto la rete è fatta di tante nicchie che valgono tanti piccoli mercati». Bisogna solo concedersi la libertà di essere: ascoltarsi e trovare

Non c’è da stupirsi. È mai possibile che nel 2023 ci sia ancora qualcuno che dice «possibile che nel 2023…»? Maurizio Assalto su Linkiesta il 25 Settembre 2023

Il presupposto è l’ingenua convinzione comune che la Storia umana sia una linea retta puntata al progresso. Quel che cambia è soltanto l’anno, il resto dello stereotipo rimane invariato e si ripropone, logorando la sorpresa e svuotando di senso (anche retorico) la domanda

Chissà quante volte capita di ascoltarlo o anche leggerlo: è un semplice, innocuo modo di dire, che forse però, nel suo profondo, custodisce qualche cosa di più di quel che appare in superficie. «È possibile che nel…»; segue l’anno in corso (qualche volta il secolo, o addirittura il millennio); segue la proposizione soggettiva con il verbo (più correttamente) al congiuntivo, sovente condita con l’avverbio «ancora»; conclude il punto di domanda.

Nella formulazione più generica: «È possibile che nel [poniamo] 2023 succedano ancora queste cose?». Certe volte il verbo «essere» iniziale può essere omesso («possibile che nel…?»), ma quando è presente può essere seguito dall’avverbio «mai» che precede la parola «possibile» e rafforza il senso retorico della domanda: «è mai possibile che nel…».

Variante investigativa: «come è possibile che nel…». Sub-variante sconcertata: «ma come è possibile che nel…». Volendo proprio strafare (sub-variante esasperata), «ma come è mai possibile che nel…».

La domanda è retorica perché non è una vera domanda ma un’affermazione che vuole esprimere stupore, incredulità, se non addirittura scandalo, nel rilevare che nei fatti avviene esattamente quello che a rigor di logica, di buon senso, di senso della giustizia non sarebbe, non dovrebbe essere possibile.

Ha senso che le cose vadano così? No, non ha senso, eppure accadono. Possibile quia absurdum, si potrebbe dire ispirandosi a Tertulliano. Ma fino a che punto è logicamente – e gnoseologicamente – motivato questo stupore, questa incredulità, questo scandalo?

Il presupposto inespresso che sottende tali stati d’animo, e la domanda che ne scaturisce, è l’ingenua convinzione comune che la Storia umana sia una linea retta teleologicamente puntata alla realizzazione delle magnifiche sorti e progressive. In termini baconiani, un idolum fori.

Ma non è necessario condividere il pessimismo cosmico di Leopardi per constatare che non sempre e non indefettibilmente è così: basta conoscere un poco la Storia, o anche soltanto essere avvertiti della cronaca, per verificare che il progresso, nelle sue diverse espressioni, passa attraverso fasi evolutive e fasi involutive, il suo divenire è una linea zigzagante che in certi momenti e per periodi più o meno lunghi interrompe l’ascesa e sembra annullare le acquisizioni precedenti.

Nel corso del Novecento ci eravamo convinti che la luce della ragione avesse definitivamente sconfitto le tenebre del fanatismo, e invece i fondamentalismi stanno contaminando anche il vecchio, compassato, disincantato, cinico Occidente. Dopo la Seconda guerra mondiale, per tre quarti di secolo abbiamo pensato che nessun conflitto avrebbe più potuto insanguinare l’Europa, ed eccoci serviti: oggi ogni giorno alla periferia del Continente si contano i morti, e la cosa ormai ci pare persino normale, non sorprende e non scandalizza.

Soltanto il progresso scientifico e tecnologico procede implacabile senza battute d’arresto, sebbene non senza ricadute a volte anche pesantemente negative.

Per questo, dire per esempio, come effettivamente è stato detto in riferimento al disastro ferroviario di Brandizzo, «come è possibile che nel 2023 accadano questi incidenti?» non è una pura manifestazione di ingenuità retorica, perché con i rilevatori e i sistemi di controllo automatici oggi disponibili, più sicuri (anche se non sostitutivi) di laboriose comunicazioni telefoniche, non dovrebbe accadere che cinque operai vengano travolti da un treno mentre stanno lavorando sulle rotaie (certo, se poi le disposizioni per la sicurezza sono disattese, è un altro discorso): in questo caso lo scandalo è ben motivato, la domanda ha il valore di una denuncia.

Ma è davvero così sorprendente e incredibile, tanto da domandarsi se sia possibile, che (citiamo alcuni esempi recuperati in rete) nel 2023 «ci siano aree della città, anche in pieno centro, off limits per una ragazza?», «ci sia ancora chi considera l’omosessualità una malattia da curare», «esistano strade così mal ridotte?», «ci sia ancora tanta ignoranza e maleducazione», o che «nel Terzo millennio esistano delle persone che credono ancora alla magia»?

Perché tutte queste cose non dovrebbero più essere possibili nel 2023, o nel Terzo millennio, come se il 2023 e il Terzo Millennio fossero il culmine della storia? E infatti le medesime domande similmente formulate, e tritamente stupefatte, possono essere risuonate nel 2022, 2021, 2020 eccetera o negli ultimi secoli del Secondo millennio.

Allora forse non c’è tanto da stupirsi. Quel che cambia è soltanto l’anno, il resto dello stereotipo rimane invariato e si ripropone stancamente ogni volta come nuovo. La reiterazione della sorpresa logora la sorpresa, e svuota di senso (anche retorico) la domanda. Ciò che può stupire è semmai il fatto che ci sia sempre chi si stupisce. Possibile che nel 2023 ci sia ancora qualcuno che dice «possibile che nel 2023…»?

Il paradosso del mito del progresso? Ci ha resi incapaci di pensare al futuro. Magnoli Bocchi indaga il senso di impotenza che attanaglia l'Occidente. Luigi Iannone il 26 aprile 2023 su Il Giornale.

Ne Il mito del progresso (Carocci, pagg. 200, euro 22) Giovanni Battista Magnoli Bocchi compie un viaggio nel senso di impotenza e inutilità di questa vocazione ossessiva e lo inaugura con una operazione maieutica di cui ne svela subito gli approdi. Descrive infatti la prima lezione di ogni anno accademico in cui ripercorre la biografia di Alessandro Magno il quale, poco più che ventenne, pur agitandosi fra tormento, incoscienza e ribellione, sfida l'ignoto e si muove con un esercito alla conquista dell'Asia. Infine, rivolgendosi a uno dei suoi studenti, conclude con la medesima domanda: «E tu che progetti hai?».

Da quando Prometeo donò il fuoco, gli uomini si sono sempre mossi fra parole d'ordine e adorazione fanatica del futuro trasformando a poco a poco la forza attrattiva di questo modello in una omologante sintassi planetaria. Ma l'utopia dell'avvenire, partendo da un fondo di realtà e di radicamento, arricchiva e non ingarbugliava i singoli avanzamenti, perché sempre stretti nell'antico legame tra memoria storica e futuro. Odisseo, per esempio, l'eroe che più di tutti volge lo sguardo al futuro, pur bramando la scoperta e il superamento di ogni limite, è avvinto dal desiderio del ritorno a Itaca. Non siamo di certo alla fine degli accadimenti, ma qualche ingranaggio della trionfante narrazione pare essersi inceppato e Bocchi conduce l'interlocutore verso questa verità. Le grandi scoperte, la gestione dell'energia naturale, la contrazione dello spazio e del tempo connessa allo sviluppo delle reti informatiche e la planetarizzazione dell'economia segnalano traguardi collettivi che hanno mutato in meglio il nostro vivere, soprattutto quando queste forme di avanzamento sono diventate generali e distributive e hanno sollecitato un'armonizzazione egualitaria sul fronte sociale.

Ma la condizione straniante di una hybris che assume prerogative divine, che pone gli umani di fronte all'idea di un progresso infinito, ha fatto dimenticare che esistono dei costi e pure degli imprevisti. E così è in crisi l'idea stessa di progresso. In crisi perché contaminata da un astratto giudizio di valore positivo che abbiamo visto sgretolarsi quando sono spuntate emergenze dal nulla (quella pandemica, le crisi finanziarie e la guerra su suolo europeo). Nell'indefinibile ma inebriante spazio postumo del futuro esse hanno evidenziato non solo un senso di impotenza ma la messa in crisi dei processi democratici, di talune sicurezze e libertà individuali. Peraltro, se il futuro viene solo avvertito come fonte di opportunità efficaci e produttive, cresce l'aspettativa, e nel momento in cui queste situazioni inaspettate rallentano la corsa prospera un fattore ansiogeno.

Per rappresentare l'ingovernabile Jünger utilizzerà l'allegoria del Titanic dove «l'hybris del progresso si scontra con il panico, il massimo comfort con la distruzione, l'automatismo con la catastrofe». Ancor prima, nel 1818, il manifesto dolente del Frankenstein di Mary Shelley e poi, le denunce profetiche arrivate nei decenni successivi fino alla distinzione pasoliniana tra sviluppo e progresso perché la discrepanza tra ciò che è miglioramento misurato attraverso una sedimentazione nel tempo e ciò che invece rovina nella teleologia, ha radici profonde e antiche. Ce lo ricorda Berdjaev: non abbandonando mai la dimensione mitica e simbolica, l'adorazione fanatica del futuro diventa religione, una sorta di teoria darwiniana dello sviluppo.

Ciò accade perché la grande e inebriante stagione del progresso si trova di fronte ad un cambio radicale di prospettiva dove la storia non è più magistra vitae, il passato rischia di divenire sempre meno rilevante e, come scrive Hans Jonas, tutto inizia a ruotare intorno «ad una forza senza precedenti e ad un impulso incessante» provocati dal binomio scienza-economia che non di rado «crea disequilibrio e insicurezze». Non è un cambio di prospettiva recente. Reinhart Koselleck colloca questo crinale fra il 1750 e il 1850. Altri, al tempo della rivoluzione scientifica. Taluni, al fermento sociale e politico di fine ottocento, ai nuovi modi di pensare con la psicoanalisi e alla teoria della relatività dove il futuro viene proiettato in una straordinaria dimensione e l'escatologia rivoluzionaria riscrive l'antico rapporto di temporalità.

Bocchi rimarca il definitivo screditamento di questo rapporto e lo pone al centro dell'equivoco della modernità perché senza Filippo non ci sarebbe stato Alessandro Magno, e senza ciò che è stato non sarebbe stata possibile la storia successiva. Ma per tirarci fuori dal ripiegamento della storia e dalle reiterate citazioni sul tramonto dell'occidente e la morte di Dio, bisogna elaborare il lutto del «mito del progresso».

Le Generazioni spiegate - Promemoria per orientarsi. Da biscioneassociati.it 

Quando si parla di tendenze socioculturali e di mercato, il concetto di generazioni aiuta a leggere i comportamenti e le attitudini delle persone.

Una generazione identifica il gruppo di individui che, vissuti nello stesso periodo e segnati dagli stessi eventi, condividono l’esperienza del presente e la prospettiva sul futuro.

Ecco, in ordine di prossimità, le generazioni di questi nostri anni.

Generazione Z (anche iGen, Post-Millennials, Centennials, o Plurals) — nati intorno al 1995/2010

È la generazione degli adolescenti d’oggi: ogni definizione è quindi provvisoria. Sono nativi digitali, Internet regola il loro rapporto con la realtà. Globali, saggi, multiculturali, hanno un concetto di genere meno rigido delle generazioni precedenti. 

Millennials (anche Generation Y, Generation Next o Net Generation) — nati intorno al 1980/1995

Sono cresciuti con Internet e computer (rivoluzione informatica). Guardano al futuro con ottimismo. Sono tolleranti e individualisti, e a volte narcisisti, considerano favorevolmente ambizione e competitività.

Generazione X — nati intorno al 1963-1980

Una generazione piccola, di cui manca un profilo definito. Spesso descritti come cinici, scettici e senza valori, sono una generazione molto intraprendente e tecnologica. A loro si deve l'espansione di Internet.

Baby Boomers — nati intorno al 1945/1964

Sono moltissimi, perché sono la generazione dell’esplosione demografica. Ottimisti, individualisti e consumisti: hanno fiducia nella prosperità economica. Fanno debiti e acquisti a rate, sono attenti alla forma fisica, amano il lavoro.

Tradizionalisti (Maturi, Veterani) — nati intorno al 1925/1945

Sono ancorati a valori e usi di tradizione: famiglia, matrimonio e lavoro. Ancorati all’esperienza della guerra, amano poco tecnologie e non hanno troppa fiducia nel cambiamento. Potendo, pagano in contanti.

Baby boomers, X, Y e Millenials: e tu a che generazione appartieni? Scoprilo con noi

Spesso attribuiamo un attuale 15enne ai Millennials o un 30enne alla Generazione X. Ma sbagliamo. Ricordate: le generazioni non sono legate a un’età, ma a un anno di nascita. Il Corriere della Sera il 5 aprile 2018.

I Baby Boomers

Sono i figli del “baby boom”, coloro che hanno vissuto il periodo della ripresa economica e del boom demografico successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sono i nati tra il 1945 ed il 1965 (dai 73 ai 53 anni oggi). È la generazione delle rivoluzioni culturali, delle lotte per i diritti civili, del movimento hippie, della rivoluzione sessuale, del pacifismo, del femminismo e del rock. Sono orientati al lavoro e alla carriera, ambiziosi, con redditi mediamente elevati, ma anche con una grande predisposizione al risparmio.

È la prima generazione attenta alla forma fisica ed ai «rimedi» contro la mezza età. Generazione che, secondo gran parte dell’opinione pubblica, ha rovinato i propri figli, crescendoli nel mito del “puoi avere tutto quello che vuoi”, senza capire che il mondo nel frattempo era cambiato, che lea certezza si è trasformata in precarietà. Oggi hanno una nuova vita social: il 75% di loro è su Facebook.

La Generazione X 

Sono i nati tra il 1965 ed il 1980 (età compresa tra i 53 e i 38 anni) che hanno vissuto eventi storici epocali come la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda. L’espressione “X” nasce nel 1991 da Doug Coupland nel famoso romanzo Generazione X. Vengono dopo i Boomers e restano “schiacciati” tra il sogno americano e l’incubo delle Torri gemelle.

La Generazione X costituisce il segmento più grande dell’attuale popolazione, sono persone cresciute in piena recessione. Rispetto alla generazione precedente hanno un’apertura mentale maggiore verso le “differenze” di genere, razza, sessuale e sono i primi ad esser cresciuti con le nuove tecnologie. È una generazione un po’ “indefinita”, “ponte” tra la sicurezza della precedente e la totale precarietà della successiva. Li si taccia di fannulloneria, ma probabilmente sono solo più concreti e meno sognatori dei Boomers. Del resto, è questa la generazione che ha dato il via all’era di Internet e ha ideato i suoi “giganti”, da Yahoo a Google.

I Millennials 

Con i termini Generazione Y, Millennial Generation o Net Generation si indicano i nati tra il 1980 e il 2000 (38-18 anni oggi). Questa generazione è caratterizzata da un maggiore utilizzo e una maggiore familiarità con la comunicazione, i media e le tecnologie digitali. È la generazione che ha familiarità con le nuove tecnologie e la rete, ma è anche la generazione della precarietà, il che li ha spesso visti classificati come “bamboccioni” che vivono ancora con la famiglia.

I Millennials sono stati teorizzati dagli storici William Strauss e Neil Howe alla fine degli anni ’80. La Generazione millenaria è la prima ad affrontare la crisi economica a cavallo tra il 2007 e il 2010. In Europa i livelli di disoccupazione giovanile sono molto alti e i Millennials sono quelli che ne hanno risentito maggiormente.

La Generazione Z 

Sono i nati da fine anni ’90 al 2010 e sono la prima generazione nativa digitale, con diffuso utilizzo di Internet sin dalla nascita. I membri della Generazione Z sono considerati come avvezzi all'uso della tecnologia e i social media, che incidono per una parte significativa nel loro processo di socializzazione. Sono il target del futuro, quello che nei prossimi anni influenzerà di più le strategie di digital marketing delle aziende.

È la prima generazione mobile-first della storia. Sono la “social e selfie – generation”: uno studio del GlobalWebIndex mostra che il 97% degli appartenenti alla Generazione Z possiede uno smartphone e che per 7 utenti su 10 questo rappresenta il mezzo prediletto per collegarsi a Internet. Da mobile i giovanissimi passano connessi quasi 3 ore e 40 minuti, 50 minuti in più della media globale.

 I Baby Boomer.

 (ANSA venerdì 7 luglio 2023) - Il numero stimato di ultracentenari raggiunge il suo più alto livello storico, sfiorando, al 1° gennaio 2023, la soglia delle 22 mila unità, oltre duemila in più rispetto all'anno precedente. Gli ultracentenari sono in grande maggioranza donne, con percentuali superiori all'80 per cento dal 2000 a oggi. Lo dice l'Istat nel suo rapporto annuale. Gli scenari demografici prevedono un consistente aumento dei cosiddetti "grandi anziani": nel 2041 la popolazione ultraottantenne supererà i 6 milioni; quella degli ultranovantenni arriverà addirittura a 1,4 milioni.

Estratto dell’articolo di Alessandra Arachi per il “Corriere della Sera” il 27 giugno 2023.

Siamo i più anziani d’Europa, secondi nel mondo solo al Giappone. Abbiamo 187 anziani ogni 100 giovani, quello che in statistica viene definito la piramide rovesciata. Ma abbiamo anche un altro record europeo: siamo il Paese con la più alta aspettativa di vita alla nascita. È la fotografia del rapporto «Noi Italia» dell’Istat.

Nel 2022, la speranza di vita alla nascita della popolazione residente italiana è di 80,5 anni per i maschi e di 84,8 per le femmine. […] Un altro dato salta agli occhi: in Italia più di uno studente su dieci tra i 15 e i 19 anni, oltre l’11%, abbandona gli studi superiori. L’altro numero, subito dopo, è che quasi un giovane su cinque tra i 18 e i 24 anni (il 19%) appartiene alla categoria dei cosiddetti neet, ovvero ragazzi che non studiano e non lavorano.

Aggiungiamo: nel 2022 la quota di adulti tra i 25 e 64 anni con al massimo la licenza media è di quasi il 40% (37,4%). E sono di più gli uomini (40,1%) che le donne (34,8%). L’investimento nell’istruzione rispetto al prodotto interno lordo è sotto la media europea: 4,1%, il nostro, contro una media del 4,9%. […]

Perdiamo il 42% dell’acqua. Lo 0,1% della popolazione residente (quasi 65 mila abitanti) abita in 15 Comuni in cui è, addirittura, completamente assente il servizio pubblico di distribuzione dell’acqua potabile. […]

Perché gli anziani spesso perdono la voglia di vivere: cosa dobbiamo ricordare. Steno Sari su Libero Quotidiano il 19 giugno 2023.

Recita il comandamento del decalogo mosaico: “Onora tuo padre e tua madre”. Ma cosa significa mostrare onore? Secondo gli studiosi la parola ebraica kavòhdh significa letteralmente “pesantezza”. Il termine è legato al concetto di gloria e preziosità. Chi viene onorato è considerato una persona di un certo peso o di una certa importanza. Alla radice dell’onore c’è il rispetto. Nel nostro caso riguarda la maniera in cui trattiamo i nostri genitori, rispettando la loro dignità, ascoltando il loro punto di vista, essendo pronti a soddisfare le loro richieste ragionevoli. Questo vuol dire provare sentimenti pieni di calore e apprezzamento anche per gli anziani in generale. Non a caso nel Levitico è scritto: «Alzatevi con rispetto davanti a un vecchio» (19,32, Tilc).

Anche se l’onore implica qualcosa di più di una semplice formalità, vi risulta che oggi la maggioranza dei giovani aprano la porta alle persone anziane? O che cedano il posto agli anziani in un ascensore pieno? Quando è l’ultima volta che avete visto lasciare il posto alle persone anziane sull’autobus o su un treno affollato? Mentre il numero delle persone molto anziane aumenta in modo vertiginoso, il problema di come prendersi cura di loro si fa sempre più difficile. È vero, gli anziani hanno i loro acciacchi, e si può capire se a volte sono lamentosi e capricciosi o se non sono sempre amabili e allegri. Assolvere questo compito può essere davvero un problema gravoso, un lavoro enorme. Questo spiega perché nel frenetico mondo d’oggi è facile che gli anziani vengano messi da parte e che alcuni siano portati a pensare che siano d’intralcio, che non servano più.

La nostra società attribuisce grande valore alla gioventù, all’indipendenza, alla produttività e alla velocità, proprio quelle cose che con gli anni diminuiscono. Non sorprende che molti anziani perdano la voglia di vivere. Molti finiscono in case di riposo dove non hanno nient’altro da fare che starsene seduti a giocare a carte e guardare la Tv. Per regolare i rapporti umani dovremmo saperci mettere nei panni degli altri, vedere come vorremmo essere trattati se fossimo al loro posto. Ricordiamoci che anche gli anziani che hanno perso gran parte della loro lucidità possono capire se viene rispettata la loro dignità e che meno sono rispettati più precocemente deperiscono sia dal punto di vista fisico che mentale.

Quando osservo mio padre che va verso i 97 anni e mia madre verso i 92, mi capita di passare in rassegna la mia infanzia e mi tornano in mente i sacrifici che hanno fatto per me, come mi assistevano quando ero malato, come mi portavano in giro per farmi divertire con quel poco che avevano. Tutto ciò mi rammenta qual è la cosa migliore da fare per soddisfare le loro necessità. Anche se la posizione delle persone anziane nella famiglia e nella società sta cambiando, non per questo esse devono perdere la gioia di vivere ed essere emarginate. Avere il sostegno di figli, amici e parenti è molto importante per loro, li fa sentire vivi, perché così possono condividere esperienze e piaceri. Ricordiamoci che anche noi, mentre leggiamo questo articolo, stiamo invecchiando...

Il grande inganno della bella vecchiaia. PAOLO D'ANGELO, filosofo, su Il Domani il 15 maggio 2023

Negli ultimi mesi sono apparsi parecchi libri sulla vecchiaia, perché i vecchi sono sempre di più. I libri sono molto diversi tra loro, perché ci sono molti modi di invecchiare e ancor più di pensare la vecchiaia. Una cosa in comune però questi libri ce l’hanno: danno della vecchiaia un’immagine opposta rispetto a quella dei libri scritti anche solo quaranta, cinquant’anni fa.

Nei libri di Jean Améry o di Simone de Beauvoir, scritti alla fine degli anni Settanta, la vecchiaia era inevitabilmente pensata come declino, decadimento, delusione. Oggi Lidia Ravera parla di Age Pride e protesta contro l’ageism, la discriminazione delle persone in base all’età.

In questo rovesciamento degli stereotipi, tuttavia, non bisogna esagerare, come fa Vittorino Andreoli nella sua Lettera a un vecchio, mettendo la vecchiaia, addirittura, sotto il segno della speranza e del desiderio. Non solo perché così non si ottiene un modello, ma una caricatura, ma anche perché non sarebbe giusto dimenticare che molti anziani vivono in condizioni economiche precarie, e soffrono di solitudine, più di quanto accada in altre età della vita.

Che negli ultimi anni siano apparsi parecchi libri sulla vecchiaia si spiega facilmente con la statistica. Stanno diventando vecchi (tra i settanta e oltre) i boomer; quindi, una classe di età in cui è lecito aspettarsi ci siano più scrittori che nelle generazioni precedenti e successive. Ma soprattutto ci sono più vecchi, molti più vecchi in giro.

E un libro sulla vecchiaia lo leggerà solo un vecchio, non certo un giovane e nemmeno, anzi soprattutto, un cinquantenne o una cinquantenne (perché dovrei leggerlo? Sono forse vecchio?). Per altro il genere è tutt’altro che nuovo, ed era discretamente praticato anche quando di vecchi (nel nostro senso anagrafico, ovviamente: nulla è variato di più nella storia che la percezione dell’età, e un tempo si poteva essere vecchi a cinquant’anni, una donna lo era di sicuro) ce n’erano in giro davvero pochini.

Il capostipite, come è ben noto, è il De senectute e Cicerone scrisse a sessantadue anni. Quello che interessa dunque non è il dato quantitativo. Piuttosto le differenze, marcate, tra i libri recenti sull’argomento e quelli scritti da chi diventava vecchio quaranta-cinquanta anni fa.

Un esempio eclatante, e che ha destato qualche reazione, è il modo in cui, nel suo Invecchiare con saggezza, una notissima filosofa americana, Martha Nussbaum, attaccava l’immagine della vecchiaia fornita da un’altra famosa filosofa di due generazioni precedenti, Simone De Beauvoir. Quest’ultima notava che si diventava vecchi quando si cominciava a percepire una distanza tra il modo in cui ci autoconsideriamo e l’immagine che ci rendiamo conto di avere.

È l’esperienza che, in modo brillantissimo, aveva riassunto Georg Simmel: vediamo casualmente la nostra immagine riflessa in un vetro, magari stando in piedi sull’autobus, e per un istante pensiamo: guarda quel vecchio, salvo capire un attimo dopo che quello siamo noi.

Nulla di tanto strano, dunque, ma per Nussbaum quella idea della differenza era lo stigma di una considerazione discriminante delle persone vecchie. Una discriminazione che in lingua anglosassone ha già il termine per designarla, ageism, coniato chiaramente sul modello di sexism o racism: un termine che da noi non ha ancora un corrispondente, e forse non lo avrà mai perché con buona pace della proposta di legge presentata da un parlamentare di FdI, che vuole multare l’uso di parole straniere, impareremo presto a usare il termine inglese.

In America, per esempio, è ageism costringere le persone ad andare in pensione ad una età prestabilita, quando vorrebbero decidere autonomamente di continuare a lavorare. Quest’ultima cosa è abbastanza impensabile in Europa (Macron ha rischiato grosso per molto meno), ma la sensibilità per la discriminazione anagrafica verso i vecchi, e insomma la denuncia dell’ageism, sta rapidamente avanzando anche da noi.

AGE PRIDE

Una presa di posizione contro l’ageism è, fin dal suo titolo, il libro di Lidia Ravera appena apparso da Einaudi: Age pride, come Gay pride, rivendicazione orgogliosa di quello che fino a poco tempo fa era un marchio da allontanare da sé, verdetto sociale emarginante. Sei vecchio, dunque in declino, fuori dalla produzione e dunque fuori dalla società.

Ravera, al contrario, vede nella vecchiaia, come conseguenza dei tanti cambiamenti quantitativi e qualitativi cui è andata incontro negli ultimi decenni, uno stadio nuovo della vita, una condizione che dobbiamo inventare e che in qualche misura possiamo plasmare «come creta morbida». Perfino il temine vecchio le sembra pregiudicato, anche nel cliché di saggezza che gli si è appiccicato addosso da millenni. Meglio chiamarli «grandi adulti», i vecchi, in modo da non segnare irrimediabilmente la cesura rispetto all’età precedente.

A Vittorino Andreoli, invece, il termine vecchio piace, gli sembra una qualifica da rivendicare, tanto che nella sua Lettera a un vecchio (Solferino 2023) lo reitera: Lettera a un vecchio da parte di un vecchio. Così impegnato com’è ad allontanare una visione negativa della vecchiaia, Andreoli, nella foga di ribaltare gli argomenti che di solito vengono usati per biasimarla, finisce per dipingerla in modo poco credibile. Va bene reagire contro una visione cupa e deprimente della vecchiaia, ma forse presentarla come l’età del «desiderio» e della «speranza» è un po’ troppo.

Andreoli, probabilmente, non ha letto il libro di Sandra Petrignani Vecchi (non a caso un libro di parecchi anni fa), nel quale per troppi anziani la perdita della speranza era vissuta in modo dilaniante, e molti di loro confessavano di consumarsi nell’attesa di nulla.

RIBALTARE LUOGHI COMUNI

I vecchi pieni di speranze di Andreoli sono anche, ovviamente, belli, perché «ormai la bellezza non è più coniugata all’età»; e sono perfino generosi, perché la vecchiaia sarebbe l’età del «distacco dall’ossessione del danaro». Ora, va bene non acquietarsi dell’immagine del vecchio avaro consacrata da mille commedie e incarnata da Uncle Scrooge alias Zio Paperone; va bene denunciare i limiti di un’idea di bellezza costruita solo sui corpi giovani.

Ma dire, come fa Andreoli, che invecchiando si diventa migliori, o che donne e uomini ormai vivono l’invecchiamento allo stesso modo non risolve i problemi, si limita a nasconderli. Ravera ha osservazioni molto meno concilianti, e molto più vere, sia sulle differenze nel modo di percepire e rappresentarsi la vecchiaia di uomini e donne, sia sulla questione della generosità.

Nega recisamente che invecchiando si diventi più buoni, anche se respinge lo stereotipo dei vecchi che danno buoni consigli perché non possono più dare cattivi esempi (frase che tutti credono sia di De André, mentre è un moralista francese del Settecento, La Rochefoucauld).

Ribaltare luoghi comuni, evidentemente, non basta, e un po’ più di considerazione sociologica del problema forse aiuterebbe, ricordandoci che un numero troppo grande di anziani vive oggi in Italia sotto la soglia di povertà (basta guardare gli importi delle pensioni minime, che riguardano oltre due milioni di pensionati), o che la percentuale di persone che vivono sole è più alta tra gli ultrasessantacinquenni che nelle altre classi di età, quasi il 40% (e molte di loro sono donne).

UN SOLO MODO

Un libro di Jean Améry (l’autore di Intellettuale ad Auschwitz), scritto, badate bene, a cinquantacinque anni e apparso nel 1968, più o meno in contemporanea al libro di De Beauvoir contro il quale polemizza Nussbaum, si intitolava Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare. I termini detrattori non erano solo nel titolo: era tutto un presentare l’ultima parte della vita sotto il segno del decadimento, della rinuncia, della delusione, della diminuzione e dell’affievolimento. È cosa buona e giusta che oggi si faccia tutto il possibile per non sottostare a questa immagine deprimente. Ma bisogna farlo con giudizio e anche con moderazione, altrimenti si ottiene non un modello, ma una caricatura.

La vecchiaia non è entusiasmante, ma l’unico modo di evitarla rimane, purtroppo, morire prima, il che lo è ancora meno. Non per nulla le cose più brutte sulla vecchiaia le hanno scritte poeti destinati a morire giovani. Come Dario Bellezza: «Fugace è la giovinezza/ un soffio la maturità/avanza tremenda vecchiaia/ e dura un’eternità» (Bellezza è morto a 52 anni).

Appunto: il dato saliente è che ormai la vecchiaia dura molto più di un tempo. Una volta si andava in pensione prima e si moriva, se andava bene dieci anni dopo; oggi si va in pensione più tardi e si muore, sempre se va bene, anche trent’anni dopo. In questo Andreoli ha ragione: la vera novità, alla fine, è che ormai la vita è divisa quasi perfettamente in tre periodi ciascuno di trent’anni circa, e che dunque vanno vissuti tenendosi lontani dal lamento e dalla rinuncia.

E tuttavia La sua Lettera a un vecchio si chiude con un capitolo sulla malattia, che pare sconfessare tutto il resto del suo scritto e sembra evocare, quella conclusione vagamente iettatoria ma purtroppo inconfutabile che una grande filosofo del Novecento, Carl Jaspers riassumeva nella frase: comunque vada, alla fine c’è il naufragio.

Meglio allora volare più basso. Accettare l’incompiuto come raccomanda Enzo Bianchi nel suo La vita e i giorni, cioè non arrovellarsi per quello che non siamo riusciti a fare, o ancor meglio, come raccomandava Colette, ritrovare anche nel declinare una forma di «chic supremo». 

PAOLO D'ANGELO, filosofo. Professore ordinario di estetica presso l’Università di Roma Tre dal Settembre 2001. Dopo la laurea presso l’Università di Roma “La Sapienza”, ha ottenuto il dottorato di ricerca in Estetica presso l’Università di Bologna. Ha insegnato come professore associato di Estetica presso l’Università di Messina dal 1992 al 2000.  È stato Direttore del Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dal 2013 al 2018. È  stato vicepresidente della Società Italiana di Estetica dalla fondazione di quest’ultima nel 2001 al 2014.

Chi va in pensione più tardi vive meglio e più a lungo. Milena Gabanelli e Francesco Tortora su Il Corriere della Sera il 15 Maggio 2023.

Vuoi vivere a lungo e in salute? Non smettere mai di lavorare! Detta così è un po’ brutale, ma gli studi scientifici dimostrano che ritardare il pensionamento rallenta il declino cognitivo e consente di sfuggire all’isolamento sociale. La ricerca più esaustiva, pubblicata nel 2015 sulla rivista «CDC Preventing Chronic Disease», è stata svolta su un campione di 83 mila persone: gli over 65 che lavorano hanno tre volte più probabilità di stare meglio fisicamente rispetto a chi è inattivo e il 50% di probabilità in meno di contrarre patologie serie, come cancro o malattie cardiache. Dunque, escludendo i lavori usuranti, quando si entra in questa fascia di età sarebbe saggio pensarci due volte prima di abbandonare definitivamente il proprio mestiere. 

Tra i popoli più longevi al mondo

A guardare i numeri noi italiani stiamo già bene così: nel 2023 l’aspettativa media di vita è di 84,2 anni (86,1 per le donne e 82,1 per gli uomini). Tra i grandi Paesi solo il Giappone fa meglio, ma come vedremo più avanti le differenze sono sostanziali. 

Dai dati Ocse mediamente gli italiani trascorrono 24 anni in pensione, e da un’analisi di Bloomberg tra i 16 e i 18 anni sono trascorsi in buona salute.Una lunga vita è un dato positivo e allo stesso tempo una sfida. L’Italia è infatti il Paese più anziano d’Europa (età media 48 anni contro i 44,4 della Ue). Gli over 65 hanno superato i 14 milioni (il 24% dell’intera popolazione) e secondo le proiezioni Istat nel 2050 diventeranno 20 milioni (34,9%). Come conservare l’attuale tenore di vita ed evitare aumenti della spesa sociale insostenibili? Tra le strategie più innovative adottate negli ultimi anni da Paesi che ci assomigliano demograficamente ci sono il contrasto alle misure che incentivano l’uscita anticipata dal mercato del lavoro (vedi Quota 100-103) e la promozione dell’occupazione degli over 65. 

Età pensionabile e posticipo dell’assegno

La riforma Fornero del 2011 prevede che l’età standard per andare in pensione sia 67 anni, ma grazie alle varie norme sull’uscita anticipata l’età effettiva resta tra i 62 e i 63 anni (dati OCSE e Itinerari Previdenziali). I dipendenti pubblici che hanno maturato i diritti alla pensione devono obbligatoriamente uscire a 65 anni e solo alcune limitate categorie professionali (magistrati, medici, docenti) possono posticipare l’età limite a 70 anni. Nel privato, invece, in accordo con l’azienda, si può restare al lavoro fino a 71 anni. Chi decide di posticipare la pensione deve rinunciare temporaneamente all’assegno, ma al momento dell’uscita ne incasserà uno più corposo non solo grazie all’aumento degli anni di contribuzione, ma anche perché si è elevato il coefficiente di trasformazione che determina l’ammontare dell’assegno. Ad esempio, nel 2023 una persona che esce dal lavoro a 65 anni e che ha accumulato 300 mila euro di contributi beneficerà di un coefficiente di trasformazione di 5,352% e di una pensione annuale di 16.056 euro. Se però va in pensione a 70 anni, con 350 mila euro di contributi e un codice di trasformazione annuale di 6,395% avrà una pensione di 22.382 euro. Poco più di 500 euro al mese.

I pensionati italiani che continuano a lavorare

A differenza dei lavoratori autonomi, i dipendenti devono obbligatoriamente chiudere il rapporto di lavoro per ottenere la pensione. Una volta incassato il primo assegno, possono stipulare un nuovo contratto, anche con l’ex datore di lavoro. In Italia sono 444 mila i pensionati italiani che continuano a svolgere un’attività (Qui il documento). Di questi, gli over 65 sono 383.600, e quasi la metà raggiunge i 70 anni. Non gravano sulle finanze pubbliche anche se incassano la pensione perché continuano a versare i contributi. Coloro che scelgono «l’invecchiamento attivo» sono di solito uomini (78,4%), vivono al Nord (65%) e svolgono un lavoro indipendente (86,3%). Molto bassa invece è la quota dei lavoratori dipendenti (13,7%), fra le ragioni il fatto che il cumulo dei redditi da lavoro e da pensione comporta una tassazione più alta, mentre gli autonomi possono applicare la flat tax. 

Gli over 65 attivi nel mondo

Negli ultimi dieci anni gli over 65 attivi in Italia sono quasi raddoppiati, passando da 372 mila a 705 mila ( il numero include chi incassa già la pensione e chi no), ma rappresentano solo il 5,1%, mentre la media Ocse è del 15%. In cima alla lista ci sono sia i Paesi più longevi e anziani come Giappone e Corea del Sud che impiegano rispettivamente il 25,1% e il 34,9% degli over 65, sia Paesi relativamente giovani come Stati Uniti e Australia con il 18,9% e il 14,7%. Percentuali alte anche nel Nord Europa: Svezia (19,2%), Norvegia (15,2%), Finlandia (12,1%). I numeri precipitano invece in Francia (3,4%), Spagna (3,1%) e Grecia (4,4%). In media nella Ue resta alta la componente dei lavoratori che hanno tra 65 e 69 anni (13,2%), e nella maggior parte dei casi scelgono un lavoro part-time. 

La strategia in Giappone, Usa e Svezia

Il Giappone è il Paese con il maggior numero di over 65 al mondo: circa il 30% della popolazione. L’età per andare in pensione è 65 anni, ma già dal 2019 il governo ha invitato le grandi aziende a trattenere in organico anche gli impiegati settantenni. Secondo una ricerca del 2022, su 230 mila aziende con più di 21 dipendenti, almeno il 25,6% ha seguito la raccomandazione. In generale lo Stato offre agli over 65 che posticipano l’uscita dal mercato del lavoro ogni mese un aumento dello 0,7% sulla futura pensione. Significa che chi ritarda l’addio al lavoro di 5 anni vedrà l’assegno aumentare del 42%. Dopo i 70 anni, il pensionato lavoratore non verserà più i contributi. Negli Stati Uniti l’età per la pensione è 66 anni, ma chi vuole restare beneficia di un incremento annuo sulla pensione dell’8%. Inoltre la legge federale «Age Discrimination in Employment Act» protegge i lavoratori dalle discriminazioni legate all’età. La Svezia è uno dei Paesi europei che già dagli anni ’90 ha iniziato a contrastare il pensionamento anticipato (nel 2023 si può richiedere dai 63 anni, nel 2026 dai 64). Non esiste una norma che fissa l’età per la pensione, ma la maggior parte delle persone sceglie di ritirarsi a 65 anni. Tuttavia la Svezia è anche il Paese Ue con il tasso più alto di 70enni (10,8%) e 75enni (6,9%) che lavorano. Nel corso degli anni sono aumentati incentivi economici e benefit. Per esempio: gli autisti di bus che restano al lavoro fino a 70 anni hanno un aumento di stipendio e visite mediche annuali e gratuite. 

Tolgono lavoro ai giovani?

Non si è sempre detto che per far posto ai giovani bisognava mandare i lavoratori in pensione prima? Guardando le statistiche si direbbe il contrario: dove è maggiore l’occupazione degli over 65 è minore la disoccupazione giovanile. Ad esempio in Giappone e Corea viaggia intorno al 4-8%, negli Usa si ferma al 7,5% , mentre dove l’occupazione anziana è marginale la percentuale dei giovani senza lavoro è a doppia cifra: 17% in Francia, 22% in Italia, 29% in Grecia e Spagna. Poi ci sono le eccezioni: in Svezia, dove gli anziani sono incentivati da più tempo, la disoccupazione giovanile supera il 20%; oppure in Germania, dove gli over 65 occupati sono poco più del 7%, i giovani disoccupati sono solo il 5,7%. A dimostrazione del fatto che non c’è nessun automatismo.

Il dato certo è che l’invecchiamento della popolazione segnerà il mercato del lavoro e le politiche di welfare dei prossimi decenni. Considerate quindi tutte le ricadute positive e tutelando chi svolge lavori usuranti, non c’è nessuna ragione per non trattenere al lavoro gli over 65 che lo desiderano, offrendo smart working, part-time e orari flessibili, in un quadro di formazione e riqualificazione permanente, soprattutto tecnologica. Mentre i professionisti più qualificati andrebbero trattenuti il più a lungo possibile, proprio per trasmettere quel sapere che si matura solo con l’esperienza e che invece va irrimediabilmente perduto.

Estratto dell’articolo di Riccardo Bruno per il “Corriere della Sera” il 26 febbraio 2023.

A che anno si diventa vecchi? E che senso ha indicare uno spartiacque, prima si è ancora adulti e il giorno dopo scocca la terza (o quarta) età? Da tempo la Società italiana di gerontologia e geriatria ha invitato ad alzare la soglia ufficiale della vecchiaia a 75 anni. […]

 L’aspettativa di vita è aumentata di 20 anni rispetto agli inizi del ‘900, l’Istat stima che nel 2050 potranno esserci 160 mila centenari, si distingue ormai tra «giovani anziani» (tra 64 e 74 anni), anziani (75-84) e «grandi vecchi». Si vive di più, ma il punto è come.

«La mancanza della famiglia e della comunità sono fattori di invecchiamento, la solitudine è la peggior nemica dell’anziano — analizza il professor Marco Trabucchi, presidente dell’Aip —. Chi è solo è soggetto maggiormente a malattie cardiovascolari, endocrine, cerebrali».

 Il professor Trabucchi ha appena ascoltato il presidente americano Biden in Ucraina. «Ha 80 anni, ha rischiato le bombe, ha fatto un discorso di grande forza, ha ritrovato energie che non avrebbe avuto in altre circostanze. Di fronte a questo esempio, non ha senso parlare di età, esiste invece la scelta della donna e dell’uomo di rispondere alle esigenze della vita in modo adeguato». […]

Estratto dell’articolo di R. Bru. per il “Corriere della Sera” il 26 febbraio 2023.

Si sente anziano?

«Oggi, che ho un fastidioso dolore alla costola che mi rende triste e sconsolato, direi di sì. Ma ieri, e spero domani, no». Risponde con ironia Giuseppe De Rita, 90 anni, sociologo, fondatore e presidente del Censis. […]

 Nella nostra società ci sono sempre più anziani, e questo è un bene, ma anche sempre più persone da sole.

«È il frutto di vent’anni di rotture delle relazioni. Senza voler fare polemiche politiche, è la conseguenza della stagione del “vaffa”. Ma anche degli atteggiamenti rancorosi. In un contesto così come possiamo immaginare che un singolo possa stare bene? Definirei la solitudine come assenza di tempo. […]».

Il Diritto e la Pretesa.

La gioventù e la vecchiaia sono facce della stessa medaglia. In entrambe le fasi della vita c’è qualcuno che dipende da un altro, che se ne prende cura.

I giovani sono mantenuti, istruiti ed educati dai vecchi.

I vecchi sono mantenuti dai giovani.

Cosa vuol dire e qual è la differenza.

Vuol dire che c’è un obbligo giuridico a carico di giovani e vecchi.

La differenza è che i giovani non possono scegliere, né pretendere, ma solo, eventualmente, recriminare. A loro viene dato il mantenimento, l’istruzione e l’educazione secondo i canoni familiari di appartenenza, che la fortuna gli ha riservato, e da lì dipende il loro futuro. Lo Stato interviene ove la famiglia manca fisicamente o per incapacità, ma non è sempre un giovamento. Spesso l’intervento è tardivo, o mancante, o nocivo. Ergo: essi non si discostano dalla falsa riga culturale ed economica di appartenenza.

I vecchi, invece, possono scegliere. Si diceva: i giovani sono i bastoni della vecchiaia dei genitori. E i genitori questo dogma l’hanno preso alla lettera, tanto che si creavano più di un bastone: famiglie con tanti figli. Figli che erano bastoni anche della gioventù dei genitori, perché lavoravano per loro.

Gli odierni vecchi sono persone che hanno usufruito del pensionamento in tenera età e si son goduti la vita. Si sentono giovani e non hanno nessuna voglia di morire. Hanno una bella pensione, spesso aggiunta a quella di reversibilità del coniuge. Quindi, non hanno bisogno di mantenimento, come per legge. E lì finisce l’obbligo dei figli nei loro confronti.

Invece, ad un certo punto i vecchi, però, fanno i capricci. Vogliono l’assistenza!!! Perché così fan tutti.

Fa niente se sono stati cattivi genitori e non la meritano: loro la pretendono.

L’assistenza, secondo i vecchi, è che i figli li devono accudire come bambini: averli presenti fisicamente notte e giorno con loro. Come moderni schiavi. Fa niente che questi hanno la loro famiglia ed il loro lavoro: i loro obblighi verso i loro figli.

I vecchi pensano solo per loro. Non vogliono lasciare la loro casa per stare, per comodità, con i figli. Spesso non dormono la notte e non fanno dormire i presenti, perché hanno paura di morire nel sonno o hanno delle allucinazioni, come le apparizioni di persone care defunte. Mentre di giorno poltroneggiano, di notte si mettono a camminare in casa. Vogliono essere accompagnati al bagno, per paura di cadere, o imboccati quando mangiano, per paura di sporcarsi. Voglio essere accuditi come malati, con medico ed infermiera al seguito. Medicine e visite mediche periodiche non devono mancare. Vogliono essere ascoltati. Parlano e parlano, dicendo sempre le stesse cose. Le loro opinioni sono incontestabili. Quindi, non sono persone incapaci, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a sé stesse. E quantunque fosse, lo Stato offre l’intervento dei Servizi Sociali, la possibilità dell’accompagnamento e dell’esenzioni mediche, oltre che delle agevolazioni della legge 104. Tra pensioni ed accompagnamento si ha la possibilità della Residenza per anziani o della badante. Ma loro vogliono i figli senza pagare.

Eppure, se non fai come loro pretendono, ti minacciano di diseredarti per qualcosa che non hai ancora avuto, o ti rinfacciano qualcosa che ti hanno dato. Fosse anche niente, ma per loro è tantissimo. Comunque, non mi sembra che nell’aldilà qualcuno abbia portato le cose terrene con sé.

Insomma, alla fine, riescono a rovinare tutto quel di buono vi era stato nei rapporti in famiglia.

Io spero di non diventare come loro e, magari, di morire prima…anche se vecchio già lo sono.

I Genitori.

Art. 30 della Costituzione:

E’ dovere dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio.

Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede che siano assolti i loro compiti”.

Dispositivo dell'art. 147 Codice Civile (R.D. 16 marzo 1942, n. 262):

Codice Civile LIBRO PRIMO - Delle persone e della famiglia Titolo VI - Del matrimonio  Capo IV - Dei diritti e dei doveri che nascono dal matrimonio

Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo 315 bis Dispositivo dell'art. 315 bis Codice Civile

Codice Civile LIBRO PRIMO - Delle persone e della famiglia Titolo IX - Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio Capo I - Dei diritti e doveri del figlio

Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.

Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.

Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa.

I Figli.

Articolo 433 Codice Civile (R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Codice Civile LIBRO PRIMO - Delle persone e della famiglia Titolo XIII - Degli alimenti

All'obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell'ordine:

1) il coniuge;

2) i figli;

3) i genitori e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi; gli adottanti;

4) i generi e le nuore;

5) il suocero e la suocera;

6) i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza dei germani sugli unilaterali.

Dispositivo dell'art. 591 Codice Penale:

Codice Penale LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare Titolo XII - Dei delitti contro la persona Capo I - Dei delitti contro la vita e l'incolumità individuale

Chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

Alla stessa pena soggiace chi abbandona all'estero un cittadino italiano minore degli anni diciotto, a lui affidato nel territorio dello Stato per ragioni di lavoro.

La pena è della reclusione da uno a sei anni se dal fatto deriva una lesione personale, ed è da tre a otto anni se ne deriva la morte.

Le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore o dal coniuge, ovvero dall'adottante o dall'adottato.

L'obbligo di assistenza ai genitori anziani. Da studiolegalecastagna.it il 12 gennaio2023

I dati demografici degli ultimi anni, come noto, mostrano un progressivo invecchiamento della popolazione che pone spesso di fronte al problema di anziani in stato di bisogno che vivono soli o che possono essere a tutti gli effetti considerati genitori abbandonati dai loro figli.

All'interno del nostro codice civile, come è noto, è previsto l'obbligo dei genitori di prendersi cura dei propri figli e mantenerli sino al raggiungimento della loro completa autonomia economica.

Tuttavia, meno conosciuto ma non meno importante, potrebbe essere il corrispondente obbligo dei figli, nei confronti dei propri genitori, i quali si trovino in stato di bisogno e incapacità a provvedere al proprio mantenimento, sancito dall'art. 433 c.c.

Inoltre, se i genitori ormai anziani vengono lasciati a sé stessi, i figli e/o i nipoti potrebbero rischiare di incorrere nel reato previsto dall'art. 591 c.p., il quale sanziona l'abbandono di persone incapaci.

Per sapere quando questo reato sussista, occorre partire dall'articolo stesso del codice penale, secondo cui: chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

Tali pene vengono aumentate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore o dal coniuge, ovvero dall'adottante o dall'adottato.

Tale fattispecie è stata più volte interpretata dalla Corte di Cassazione, il cui precedente orientamento, prevedeva che ai fini della sussistenza del reato di abbandono di persone incapaci, era necessario accertare in concreto l’incapacità del soggetto passivo di provvedere a sé stesso.

A differenza dei bambini, che a prescindere vengono considerati incapaci fino al compimento dei 14 anni, per quanto riguarda gli anziani va valutato caso per caso, in quanto l'età avanzata, di per sé, non può essere considerata motivo invalidante.

Con la conseguenza che, non essendoci presunzione di incapacità per la vecchiaia, in quanto condizione non patologica, abbandonare il genitore anziano senza malattie specifiche, non poteva costituire reato.

Con la sentenza n. 44098/2016 la Corte cambia orientamento: il caso trattava di un anziano, padre della ricorrente, il quale trovandosi in uno stato di precaria salute e sostanzialmente abbandonato dalla figlia, sarebbe stato posto in pericolo.

La ricorrente era, infatti, stata condannata per abbandono di incapace dal tribunale di primo grado, con sentenza confermata anche dalla Corte d’appello di Bari.

La donna tuttavia si rivolgeva alla Corte di Cassazione lamentando un'errata applicazione dell’art. 591 c.p., poiché il pericolo per l’incolumità fisica derivante dall’inadempimento dell’obbligo di assistenza, non poteva sussistere, in quanto il padre non era mai stato affidato alla sua custodia. In aggiunta, precisava che l'impossibilità di assistere il padre derivava dalla necessità di accudire i propri figli.

La Cassazione ha ritenuto tutti i motivi presentati dalla ricorrente infondati, sancendo che: "l’elemento oggettivo del reato di abbandono di persone minori o incapaci è integrato da qualsiasi condotta, attiva od omissiva, contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia) gravante sul soggetto agente, da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità dei soggetto passivo"; sottolineando, inoltre, come dalle precedenti sentenze, soprattutto di primo grado, il Giudice abbia ampiamente motivato sul tema del dovere giuridico, oltre che morale, di cura ravvisabile in capo all’imputata verso il padre.

Tale motivazione viene fondata sull'interpretazione sistematica di diverse norme, sia di livello costituzionale, che riguardano il riconoscimento della famiglia come società naturale, il suo inquadramento tra le formazioni sociali ove si svolge la personalità dei singoli e l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale (artt. 3 e 29 Cost.), sia di quelle del codice civile che impongono il dovere di rispetto dei figli verso i genitori, che diventa concretamente stringente in caso di stato di bisogno ed incapacità del singolo a provvedere al proprio mantenimento ( art. 433 c.c.).

La Corte di Cassazione si sofferma infine sul dovere di cura gravante sulla donna, sancendo che chi lascia il proprio genitore anziano da solo, in condizioni di grave incapacità fisica o mentale, anche senza una patologia specifica ma semplicemente per vecchiaia, risponde del reato di abbandono di persone incapaci, così come previsto dall'art. 591 c.p., sancendo che l’obbligo di accudire i genitori non è più unicamente morale, ma stabilito per legge, grazie anche ai rinvii operati alla Costituzione e al codice civile.

Legge 104 assistenza genitori anziani: come funziona? Da epicura.it 3/2/2023

Indice

1. Assistenza genitori anziani da parte dei figli

2. Legge 104: a chi spetta?

3. Legge 104 e permessi: come funziona?

4. Legge 104: come fare domanda?

5. Assistenza genitori anziani: due anni di congedo retribuito

In Italia, più di 14 milioni gli anziani necessitano di cure e assistenza continua perché non più autosufficienti.

Negli ultimi anni, infatti, la figura di Caregiver familiare ha assunto un ruolo di primaria importanza. Con questo termine, s'intende "colui che si prende cura”, ovvero tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato o disabile.

Tuttavia, ad oggi chi svolge questa attività di assistenza non è ancora formalmente tutelato da un quadro normativo.

L'unica modalità concessa dallo Stato Italiano è rappresentata dalla Legge 104 per l'Assistenza di Genitori Anziani, ovvero riconoscimento per un familiare che accudisce un parente anziano, con copertura da parte dello Stato dei contributi maturati durante l'assistenza e il lavoro svolto prendendosi cura del soggetto, equiparandoli a quelli che si maturano come lavoro domestico.

Assistenza genitori anziani da parte dei figli

Un genitore, per quanto possibile, desidera trascorrere il resto della sua vita nella casa dove ha visto nascere e crescere la propria famiglia. Si sente più tranquillo e sereno se a occuparsi di lui è un figlio o comunque una figura familiare, con la quale ha confidenza e intimità.

Prendersi cura di un genitore anziano è un atto meraviglioso, dettato dall’affetto e dalla necessità di garantirgli il necessario benessere emotivo, mentale e fisico.

Un desiderio legittimo, a cui segue, però, un'attenta riflessione sul rovescio della medaglia. Si tratta di un impegno che richiede nervi saldi, tempo, lavoro e qualche sacrificio in più perché le attività da svolgere sono tante e onerose.

E se il familiare da assistere non fosse autosufficiente o affetto da gravi patologie?

In questo caso, si può usufruire dei permessi e degli strumenti descritti nella Legge 104 per l’Assistenza ai Genitori Anziani.

Legge 104: a chi spetta?

La Legge 104 si applica a qualsiasi lavoratore dipendente, con un contratto a tempo indeterminato o determinato e con a carico un familiare affetto da una grave disabilità.

I soggetti che non hanno diritto alla 104 sono i lavoratori autonomi, quelli a domicilio, i lavoratori agricoli a tempo determinato occupati a giornata e chi svolge lavori domestici e familiari.

Legge 104 e permessi: come funziona?

Le agevolazioni previste dalla legge 104 / 92 per l’Assistenza dei Genitori Anziani sono di natura fiscale, economica e lavorativa.

Uno degli aiuti più importanti stabiliti dalla Legge 104 sono i giorni di permesso. La legge stabilisce che chi ha un familiare con patologia invalidante o handicap grave, ha diritto a 3 giorni al mese di permessi retribuiti. Inoltre, è possibile frazionarli in ore purché non si superi il triplo delle ore lavorative giornaliere.

Una recente sentenza della Cassazione ha stabilito che è possibile richiedere il permesso anche se il familiare è ricoverato in una struttura residenziale, a patto che sia una casa di riposo e non una RSA dove è garantita un’assistenza sanitaria continua.

A questa agevolazione, ha diritto chi è in possesso di 3 requisiti specifici ovvero:

l'assistito deve avere più di 65 anni

il grado di parentela deve essere al massimo entro il terzo grado

il lavoratore deve essere convivente o comunque abitare vicino al familiare anziano

L’assistenza esclusiva dei genitori anziani da parte dei figli prevista dalla Legge 104 stabilisce che il permesso possa essere richiesto da un solo lavoratore dipendente che diventa a tutti gli effetti un referente. Nel caso in cui una persona debba assistere più familiari contemporaneamente, può usufruire di più permessi.

Sarà necessario, inoltre, programmare un piano accurato con le assenze previste da consegnare all’amministrazione. L’INPS o datore di lavoro sono chiamati a effettuare dei controlli finalizzati all’accertamento della presenza dei requisiti richiesti dalla normativa.

Per quanto riguarda la sede lavorativa, la Legge 104 dispone che il lavoratore abbia la facoltà di scegliere quella più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso. Allo stesso modo, è possibile rifiutare di lavorare in orari notturni (7 ore consecutive a partire dalla mezzanotte) se si tratta di un familiare non autosufficiente.

Legge 104: come fare domanda?

Innanzitutto, bisogna richiedere un certificato medico per attestare l’intera storia clinica del genitore anziano da assistere. A compilarlo è il medico di base che, una volta visitato il paziente, è tenuto a inviare telematicamente all’INPS l’intera documentazione e a rilasciare il numero di protocollo.

Una volta in possesso del numero di protocollo, bisogna inviare la richiesta della Legge 104 alla sede dell'INPS che, una volta visionata l’anamnesi del medico di base, convocherà l'assistito per essere visitato dalla commissione medica della ASL di appartenenza.

Se la diagnosi non è sufficientemente chiara, la commissione potrà richiedere altri accertamenti.

In caso di esisto positive, si provvederà al rilascio del verbale in cui sarà indicato in maniera chiara e inequivocabile il grado di handicap grave ai sensi della Legge 104 articolo 3 comma 3.

Assistenza genitori anziani: due anni di congedo retribuito

I lavoratori dipendenti pubblici o privati possono usufruire anche di un’altra importante agevolazione, ovvero il congedo straordinario biennale, frazionato o continuativo, da richiedere nell’arco della vita lavorativa.

Il congedo è retribuito sulla base dell’ultimo stipendio percepito, dà diritto alla tredicesima ed è coperto dai contributi ai fini pensionistici.

Il requisito per richiedere tale congedo è che l'assistito non sia ricoverato a tempo pieno e che non presti attività lavorativa per il biennio in esame.

E se il figlio non fosse convivente?

A chiarire la questione, è intervenuto l’articolo 42 del D.Lgs. n.151/2001 che ha definito "non prioritario il requisito della convivenza a patto che suddetta convivenza abbia luogo entro l’anno dalla richiesta di congedo straordinario e sia conservata per l'intera durata dello stesso".

La Legge 104 in materia di Assistenza ai Genitori Anziani dispone che il figlio, se in possesso di 20 anni di contributi, possa richiedere la pensione anticipata. L’assegno mensile in questo caso non dovrà superare il tetto massimo di 1.500 euro lordi.

Tra i diritti stabiliti dalla Legge 104 per l’Assistenza dei Genitori Anziani da parte dei figli, c'è la possibilità di richiedere:

Indennità di accompagnamento

Agevolazioni che spettano per l’acquisto di attrezzature e accessori come le poltrone speciali destinate ai non deambulanti

Detrazioni fiscali per l’assunzione della badante, per l'acquisto di farmaci o per l’eliminazione delle barriere architettoniche.

Alla base di quanto descritto, la legge 104 rappresenta quindi un quadro normativo importante al quale fare riferimento per agevolare la vita degli assistiti e dei loro figli.

In conclusione, occuparsi di un caro non autosufficiente non è semplice: per questo è fondamentale vagliare tutte le opzioni per trovare la soluzione che garantisca la serenità alla persona anziana e a tutta la sua famiglia.

Figlio si occupa da solo della madre malata, può chiedere il rimborso al fratello?

Il figlio che cura gli anziani genitori adempie ad un’obbligazione naturale (articolo 2034 del codice civile). Di Marcella Ferrari, Avvocato, Pubblicato il 19/03/202 su altalex.com

 Nelle famiglie, capita spesso che uno dei figli si occupi, in via esclusiva, degli anziani genitori (o di uno solo di essi) e che il fratello, vivendo in un’altra città, se ne disinteressi. Il figlio che ha sempre assistito il genitore, che ha pagato le cure e ha investito il proprio tempo nella gestione della casa, può chiedere un rimborso all’altro?

Prima di rispondere al quesito, analizziamo gli obblighi gravanti sui figli in relazione all’assistenza degli ascendenti.

Sommario

L’obbligo degli alimenti a carico dei figli

L’obbligo di assistenza ai genitori

Le somme spese per i genitori e l’obbligazione naturale

Un figlio che si disinteressa dei genitori è indegno a succedere?

L’obbligo degli alimenti a carico dei figli

Qualora gli anziani genitori versino in stato di bisogno, poiché, ad esempio, la pensione non è sufficiente per pagare tutte le spese o perché malati, grava sui figli l’obbligo di alimenti (art. 433 c.c.). La legge richiede che il soggetto non sia in grado di sopportare le spese fondamentali, come il vitto, l’alloggio, il vestiario e i medicinali.

È irrilevante che lo stato di bisogno sia imputabile al genitore che, ad esempio, ha dilapidato il proprio patrimonio senza pensare al futuro. Il Codice civile indica un elenco di soggetti obbligati a versare gli alimenti. Primo tra tutti, l’altro coniuge (art. 433 n. 1 c.c.), anche se separato. Vi sono poi i figli e i discendenti (art. 433 n. 2 c.c.) chiamati a fornire un aiuto qualora non vi sia un coniuge o questi non possa soddisfare l’obbligo alimentare. Il diritto agli alimenti è limitato allo stretto necessario ed è proporzionato alle condizioni economiche dell’onerato.

Se il genitore ha più di un figlio, tutti sono obbligati a concorrere alla prestazione in base alle proprie capacità (art. 441 c. 1 c.c.).

Se il figlio non intende versare alcuna somma, può ospitare in casa propria il genitore, in tal modo adempiendo all’obbligo di legge (art. 443 c. 1 c.c.).

L’obbligo di assistenza ai genitori

Il Codice penale sanziona chi fa mancare i mezzi di sussistenza agli ascendenti con il reato di “violazione degli obblighi familiari” punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 a 1032 euro (art. 570 c.p.).

I mezzi di sussistenza sono quelli indispensabili a soddisfare le necessità essenziali della vita, come il cibo, l’abitazione e i medicinali. Inoltre, costituisce reato l’abbandono di una persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia o per vecchiaia, o per altra causa, della quale si debba avere cura; la fattispecie di reato è punita con la reclusione da 6 mesi a 5 anni e le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal figlio (art. 591 c. 4 c.p.).

Dalla norma penale emerge un generale dovere in capo ai figli di assistere i genitori.

Le somme spese per i genitori e l’obbligazione naturale

Torniamo ora alla domanda iniziale: il figlio che aiuta economicamente il genitore può chiedere il rimborso al fratello?

La risposta è negativa.

Il figlio che cura gli anziani genitori adempie ad un’obbligazione naturale (art. 2034 c.c.). Con tale espressione, ci si riferisce alle somme versate spontaneamente in esecuzione di doveri morali e sociali. Si tratta di doveri imposti dal principio di solidarietà e il loro inadempimento comporta la disistima sociale. Ebbene, simili prestazioni non sono ripetibili, ossia non è possibile chiederne la restituzione.

Allora, cosa può fare il figlio che accoglie il genitore nella propria abitazione per farsi aiutare dai fratelli?

Come abbiamo visto, tenere in casa il soggetto bisognoso rappresenta un modo in cui adempiere all’obbligazione alimentare, pertanto, il genitore, in qualità di legittimato attivo, può chiedere agli altri figli di versare gli alimenti, come prescritto dal Codice civile e, in caso di loro rifiuto, rivolgersi al Tribunale per ottenere una condanna in tal senso.

Molto spesso, il figlio che ha accudito il genitore pensa di aver diritto ad una quota maggiore dell’asse ereditario. Anche in questo caso, la risposta è negativa. Infatti, la circostanza che uno dei figli si sia occupato in via esclusiva del genitore anziano o malato, non incide sulle quote del patrimonio ereditario.

Un figlio che si disinteressa dei genitori è indegno a succedere?

La morale e il diritto non sempre vanno di pari passo. Infatti, anche se eticamente è biasimevole la condotta noncurante di un figlio, non è possibile considerarlo giuridicamente come indegno a succedere. L’istituto dell’indegnità (art. 463 c.c.) riguarda casi tassativi come, ad esempio, l’ipotesi in cui un figlio attenti alla vita del genitore. Solo in tale evenienza egli può essere escluso dall’asse ereditario, perché l’indegnità rappresenta una causa di esclusione dalla successione. Al di fuori di tali casi limite, tutti i figli succedono ai genitori in base alle quote stabilite per legge in assenza di testamento.

Quindi, il genitore che intende “ricompensare” il figlio che si è preso cura di lui può farlo tramite una disposizione testamentaria. Infatti, oltre alla quota di legittima, che spetta di diritto anche all’altro figlio, il testatore è titolare di una quota disponibile che può lasciare a chi desidera.   

L’obbligo alimentare dell’art 433 codice civile. Studio Legale degli Avv.ti Berti e Toninelli. Articolo pubblicato: 17 Febbraio 2022

Chi e come deve versare gli alimenti ex art 433 codice civile

L’obbligo alimentare dell’art 433 codice civile per chi versa in stato di bisogno

Nel Titolo XIII, del primo libro del Codice Civile è contenuta la particolare disciplina inerente gli obblighi alimentari: dell’art 433 codice civile all’art. 448 bis codice civile si parla delle obbligazioni alimentari (conosciute anche come c.d. diritto agli alimenti) alle quali alcuni soggetti sono tenuti, in virtù dell’esistenza di vincoli familiari.

Presupposto del diritto agli alimenti è lo “stato di bisogno”. Una delle ipotesi più frequente è, ad esempio, quella del mantenimento genitore anziano non economicamente autosufficiente.

Il fondamento delle obbligazioni alimentari è individuato nei principi costituzionali di solidarietà e assistenza.

L’art. 433 codice civile indica i soggetti chiamati a prestare gli alimenti, secondo il principio del grado, sulla base della intensità del legame personale con il soggetto beneficiario.

In base all’elenco dell’art 433 codice civile, il primo degli obbligati è il coniuge del beneficiario. In sua assenza, sono obbligati i figli, gli ascendenti prossimi, i generi/nuore, i suoceri ed infine i fratelli/sorelle. Obbligato è altresì il donatario, cioè chi ha ricevuto una donazione dal beneficiario, ma nei limiti del valore “residuo” della donazione ricevuta.

Dopo una breve analisi generale sull’obbligazione alimentare, l’articolo si sofferma sui presupposti, sulle cause di modifica e cessazione dell’obbligo e sui soggetti obbligati.

Viene approfondita soprattutto l’obbligazione nei confronti del coniuge e dei parenti affini: l’articolo esamina se in caso di separazione consensuale gli alimenti continuano ad essere dovuti, e qual è la sorte degli alimenti dopo il divorzio (se cioè sono dovuti o meno gli alimenti al coniuge divorziato).

Viene esaminata anche la dimensione processuale: in che modo il beneficiario può richiedere il diritto agli alimenti. L’azione alimentare deve essere intrapresa dal beneficiario, oppure dal suo tutore, curatore o amministratore di sostegno (nominato tra i parenti e affini entro il quarto grado, oppure esterno alla famiglia), previa autorizzazione del Giudice Tutelare

Questi sono gli argomenti trattati:

Cos’è l’obbligo alimentare ex art 433 codice civile?

L’art 433 codice civile e le altre fonti delle obbligazioni alimentari

Quali sono i presupposti dell’obbligazione alimentare ex art 433 codice civile

Art 433 codice civile: cosa si intende per “stato di bisogno”

Gli alimenti nei confronti del fallito: art 433 codice civile e dlgs 14/2019

Chi sono i soggetti obbligati in base all’art 433 codice civile

Quando i figli (n. 2 dell’art 433 codice civile) sono obbligati al mantenimento del genitore anziano

Quando si è obbligati al mantenimento del suocero o della suocera (n. 4 dell’art 433 codice civile)?

Quale differenza tra alimenti e mantenimento

In caso di separazione consensuale gli alimenti sono dovuti?

Devono essere corrisposti gli alimenti dopo il divorzio?

Quando gli alimenti sono dovuti nelle unioni civili e nelle convivenze di fatto

Perché il donatario precede tutti i soggetti indicati all’art 433 codice civile

Quali sono le caratteristiche dell’obbligazione alimentare

Art 433 codice civile: come si calcola l’assegno alimentare

Art 433 codice civile: come devono essere versati gli alimenti

Come si richiedono gli alimenti ai soggetti ex art 433 codice civile

Gli alimenti urgenti e provvisori ex art 433 codice civile

Art 433 codice civile: quando si modifica e si estingue l’obbligazione alimentare?

Cosa si rischia per l’inadempimento ex art 433 codice civile

COS’È L’OBBLIGO ALIMENTARE EX ART 433 CODICE CIVILE?

Nel codice civile non viene fornita una vera e propria definizione di obbligo alimentare. Si tratta dell’obbligo di garantire, ad una persona che versa in “stato di bisogno”, le risorse economici sufficienti a soddisfare i bisogni primari, quali il vitto e l’alloggio.

Tale obbligo può sorgere sia in base ad una disposizione di legge, ed è il caso dell’art 433 codice civile, sia in base ad un testamento, sia infine in base ad un contratto, quale la donazione in primis.

In via generale, i caratteri distintivi dell’obbligo alimentare sono:

Lo stato di bisogno del beneficiario: questo deve essere privo di risorse economiche sufficienti a soddisfare i bisogni primari della persona e nella impossibilità oggettiva di procurarseli.

Il particolare legame che lega l’obbligato ed il beneficiario: può trattarsi di un vincolo di famiglia (obbligati in base all’art. 433 del codice civile sono il coniuge, i parenti e gli affini più prossimi) o meramente giuridico (la donazione, oppure un diverso contratto, oppure ancora un lascito testamentario). Secondo una recente pronuncia di merito (Trib. Lecce, sentenza 1418/2020) il legame particolare può sostanziarsi anche nella convivenza di fatto (da non confondere con la mera coabitazione) intesa quale vincolo affettivo.

L’entità della prestazione deve essere commisurata alla situazione personale (non solo sul piano economico, ma anche di età, salute, capacità lavorativa …) di chi la richiede ed alle condizioni economiche di chi è tenuto a tale obbligo. Non può comunque superare alcuni limiti, identificabili in base alla posizione sociale dell’alimentando e ciò che appare necessario ai fini del suo sostentamento.

Nei prossimi paragrafi saranno approfonditi i requisiti richiesti per procedere ex art. 433 codice civile all’identificazione dell’obbligato, nonché altri aspetti tecnici dell’obbligo alimentare.

L’ART 433 CODICE CIVILE E LE ALTRE FONTI DELLE OBBLIGAZIONI ALIMENTARI

Nel nostro ordinamento sono previste diverse fonti da cui può sorgere l’obbligazione alimentare.

Come anticipato la fonte principale dell’obbligo alimentare è l’art. 433 codice civile, e cioè la legge, la quale muove dal principio di assistenza e di solidarietà familiare.

La fonte dell’obbligo alimentare può altresì essere di natura convenzionale, nel rispetto del principio dell’autonomia contrattuale. Quindi è possibile, ad esempio, far sorgere un’obbligazione alimentare anche con contratto (prevedendo ad esempio un vitalizio alimentare) sulla base del principio dell’autonomia dei privati. Unico contratto previsto espressamente (articoli 437 e 438 codice civile)  è la donazione, tanto che “il donatario è tenuto, con precedenza su ogni altro obbligato, a prestare gli alimenti al donante”, con esclusione della donazione fatta in riguardo di un matrimonio e della donazione remuneratoria.

Infine, l’obbligo alimentare può essere imposto per testamento: l’art. 660 codice civile stabilisce che “Il legato di alimenti, a favore di chiunque sia fatto, comprende le somministrazioni indicate dall’art. 438, salvo che il testatore abbia altrimenti disposto.”

QUALI SONO I PRESUPPOSTI DELL’OBBLIGAZIONE ALIMENTARE EX ART 433 CODICE CIVILE

Concentrandoci sull’obbligazione alimentare di fonte legale ex art. 433 codice civile e successivi, i presupposti essenziali sono:

l’oggettivo ed incolpevole stato di bisogno dell’alimentando, che deve trovarsi in una condizione tale da non poter provvedere autonomamente al proprio sostentamento. Ad esempio, sono dovuti gli alimenti per il mantenimento del genitore anziano che percepisce un reddito complessivo (ad esempio la pensione oppure altre indennità o rendite) insufficiente per il vitto e l’alloggio;

lo stato di bisogno deve essere, secondo una valutazione prognostica, non provvisorio. Il soggetto deve versare nella impossibilità oggettiva di procurarsi i mezzi necessari alla sussistenza. Ad esempio, sono dovuti gli alimenti per il mantenimento del genitore anziano che non può svolgere alcuna attività lavorativa;

Anche il soggetto obbligato al versamento degli alimenti deve presentare alcune caratteristiche. Questo deve essere il donatario o un familiare stretto del beneficiario/donante e deve risultare capace di far fronte alla prestazione economica degli alimenti, ovvero avere una posizione economica tale da potervi provvedere senza sacrificare i propri bisogni primari.

ART 433 CODICE CIVILE: COSA SI INTENDE PER “STATO DI BISOGNO”

Lo stato di bisogno dell’alimentando è il presupposto per far sorgere l’obbligazione oggetto d’esame: ai sensi dall’art. 438 codice civile “gli alimenti possono essere chiesti solo da chi versa in istato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento”. Per poterne dare una definizione più precisa, viene in aiuto la giurisprudenza che, in modi diversi, ha fornito specifiche indicazioni sul punto.

Nel 2013 la Cassazione ha affermato che per stato di bisogno va fatto riferimento ad uno stato di “impossibilità per il soggetto di provvedere al soddisfacimento dei suoi bisogni primari, quali il vitto, l’abitazione, il vestiario, le cure mediche, e deve essere valutato in relazione alle effettive condizioni dell’alimentando, tenendo conto di tutte le risorse economiche di cui il medesimo disponga, compresi i redditi ricavabili dal godimento di beni immobili in proprietà o in usufrutto, e della loro idoneità a soddisfare le sue necessità primarie” (Cass., sent. 25248/2013).

Lo stato di bisogno richiede poi una valutazione prognostica sulla impossibilità, per il futuro, di ricevere fonti di reddito, quale l’attività lavorativa in primis. Questa è la parte più difficile da accertare, in concreto, poiché non si limita all’aspetto economico, ma coinvolge tutti gli aspetti della persona del beneficiario: l’età, lo stato di salute, financo il grado di istruzione.

Oltre che oggettivo, lo stato di bisogno deve essere incolpevole. Questo vuol dire che la causa della impossibilità di provvedere autonomamente ai propri bisogni deve essere non imputabile al beneficiario.

Inoltre il beneficiario deve aver tentato, in ogni modo ragionevolmente possibile, di provvedere autonomamente ai propri bisogni.

GLI ALIMENTI NEI CONFRONTI DEL FALLITO: ART 433 CODICE CIVILE E DLGS 14/2019

L’art. 147 del codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, riprendendo l’art. 47 della “vecchia” legge fallimentare, stabilisce che “Se al debitore vengono a mancare i mezzi di sussistenza, il giudice delegato, sentiti il curatore e il comitato dei creditori, può concedergli un sussidio a titolo di alimenti per lui e per la famiglia.”

Anche se la disposizione si riferisce agli “alimenti” condizionati alla mancanza dei mezzi di sussistenza, si tratta di qualcosa di diverso dall’istituto previsto dall’art 433 del codice civile.

Il sussidio a beneficio del debitore fallito e della sua famiglia, viene “concesso” dal giudice. Non si tratta quindi, in questo caso, di un diritto soggettivo, ma rimesso alla discrezionalità del giudice delegato. Inoltre, il sussidio viene attinto dal patrimonio dello stesso beneficiario, pur se destinato alla soddisfazione dei creditori.

CHI SONO I SOGGETTI OBBLIGATI IN BASE ALL’ART 433 CODICE CIVILE

Come già anticipato, soggetti obbligati a versare gli alimenti sono i familiari stretti e il donatario, cioè colui che in passato ha ricevuto una donazione da parte di chi, successivamente, si è trovato in stato di bisogno.

L’art. 433 codice civile, fornisce una elencazione tassativa dei soggetti obbligati a versare gli alimenti al familiare in difficoltà, indicandoli in ordine di “affezione” parentale. Infatti, l’art. 433 del codice civile stabilisce che all’obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell’ordine:

il coniuge;

i figli, anche adottivi (sono inclusi tutti i figli adottivi, sia quelli adottati dopo il compimento della maggiore età, sia i soggetti adottati nei c.d. casi particolari),

i discendenti prossimi (in mancanza di figli);

i genitori. Come stabilito dall’art. 436 codice civile, il genitore adottante è obbligato prima del genitore del beneficiario;

gli ascendenti prossimi (in mancanza dei genitori);

gli adottanti;

i generi e le nuore;

il suocero e la suocera;

i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza dei germani sugli unilaterali.

Si applica il principio del grado: la possibilità dell’adempimento da parte di chi è più prossimo al beneficiario, esclude che l’obbligo ricada su chi è meno prossimo. In altre parole, solo se il coniuge non è in grado di provvedere al pagamento degli alimenti, l’obbligo del mantenimento del genitore anziano ricade sui figli o sui nipoti, e così via.

Il primo dei chiamati agli alimenti è l’eventuale donatario, che ai sensi dell’art. 437 codice civile precede ogni altro obbligato, salvo che si tratti di una donazione obnuziale o remuneratoria.

Nel caso vi siano più persone nello stesso grado (fratelli, sorelle, figli…) o di grado diverso (coniuge e figli) chiamate congiuntamente a corrispondere gli alimenti (ad esempio per il mantenimento del genitore anziano), l’obbligo viene tra essi diviso in proporzione alle condizioni economiche di ciascuna (art. 441 codice civile). Si tratta di una obbligazione parziaria, in base a cui ciascuno risponde in proporzione alle proprie sostanze, ma ai sensi dell’art. 443 codice civile, in caso di urgente necessità, l’autorità giudiziaria può porre temporaneamente l’obbligazione degli alimenti a carico di uno solo tra quelli che vi sono obbligati, salvo il suo diritto di regresso nei confronti degli altri. Peraltro, come sancito dalla giurisprudenza di legittimità, “qualora i bisogni dell’avente diritto agli alimenti sono soddisfatti per intero da uno solo dei condebitori ex lege, questi può esercitare l’azione di regresso, senza la necessità di una preventiva diffida ad adempiere” (Cassazione civile, sentenza n. 4883/1988)

Ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 441 codice civile, i coobbligati possono accordarsi sulla misura, sulla distribuzione e sul modo di somministrazione degli alimenti. In mancanza di accordo, provvede l’autorità giudiziaria secondo le circostanze.

QUANDO I FIGLI (N. 2 DELL’ART 433 CODICE CIVILE) SONO OBBLIGATI AL MANTENIMENTO DEL GENITORE ANZIANO

Quando i figli sono chiamati al mantenimento del genitore anziano?

In caso di un genitore anziano i doveri dei figli sono indicati all’art. 315 bis del codice civile: “il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa”.

Indipendentemente dalla convivenza, i figli devono occuparsi del mantenimento del genitore anziano, quando ricorrono alcune condizioni:

il genitore anziano si trova in uno stato di bisogno, come ampiamente descritto nei paragrafi precedenti (art. 438 codice civile);

i soggetti chiamati in via principale (il coniuge del genitore anziano, nonché un eventuale donatario, se esistenti), sono impossibilitati totalmente o parzialmente ad adempiere (art. 433 del codice civile);

i figli hanno risorse economiche sufficienti a provvedere, almeno in parte, ai bisogni elementari del genitore (art. 441 capoverso del codice civile).

Al verificarsi di queste condizioni, i figli sono obbligati al mantenimento del genitore anziano, ciascuno in proporzione alla propria capacità economica.

QUANDO SI È OBBLIGATI AL MANTENIMENTO DEL SUOCERO O DELLA SUOCERA (N. 4 DELL’ART 433 CODICE CIVILE)?

La prestazione alimentare ex art 433 codice civile coinvolge anche gli affini, ed in particolare gli ascendenti prossimi del coniuge.

È quindi possibile che il genero o la nuora siano chiamati al mantenimento del suocero o della suocera in stato di bisogno.

Rispetto all’ipotesi precedentemente descritta, tuttavia, per poter configurare la sussistenza dell’obbligo, occorre che:

il suocero o la suocera versino in stato di bisogno;

siano impossibilitati a mantenerli, in tutto o in parte, i rispettivi coniugi, i loro figli o nipoti, i loro genitori o ascendenti prossimi, nonché eventuali donatari;

Il genero o la nuora abbiano risorse economiche sufficienti per provvedere, almeno in parte, al mantenimento dei suoceri.

QUALE DIFFERENZA TRA ALIMENTI E MANTENIMENTO

In caso di separazione giudiziale o separazione consensuale gli alimenti sono dovuti? Per rispondere a questa domanda, occorre distinguere tra mantenimento ed alimenti, sebbene nel linguaggio comune tali espressioni vengano spesso confuse ed utilizzate come sinonimi.

L’obbligo di mantenimento investe una serie di situazioni diverse, tutte riconducibili al contesto dei rapporti endo-familiari. Si parla dell’obbligo di mantenimento dei genitori nei confronti dei figli (art. 147 codice civile), dell’imprenditore nei confronti del collaboratore familiare (art. 230 bis codice civile), del coniuge separando nei confronti dell’altro (art. 156 codice civile).

Come anticipato nei paragrafi precedenti, l’obbligazione alimentare è finalizzata ad assicurare a chi si trovi in “stato di bisogno”, la possibilità di provvedere al proprio sostentamento ed è dovuta in proporzione al bisogno di chi li richiede ed alle condizioni economiche di chi deve somministrarli.

Diversamente, il mantenimento che il soggetto economicamente “forte” versa all’altro, è una prestazione economica di portata molto più ampia di quella alimentare, finalizzata ad assicurare al soggetto “debole” non solo il minimo indispensabile per i bisogni vitali, ma anche un adeguato tenore di vita.

C’è quindi una differenza qualitativa e quantitativa.

IN CASO DI SEPARAZIONE CONSENSUALE GLI ALIMENTI SONO DOVUTI?

Fatta questa preliminare distinzione, alla domanda se in caso di separazione giudiziale o separazione consensuale gli alimenti sono comunque dovuti, occorre dare risposta affermativa.

Nel sistema italiano, la separazione dei coniugi non determina il venir meno del vincolo coniugale, ma solamente la sospensione di alcuni obblighi endo-familiari (come l’obbligo di coabitazione e di fedeltà tra i coniugi). Pertanto, anche in pendenza di separazione, al verificarsi dei presupposti il coniuge in stato di bisogno ha diritto a ricevere la prestazione alimentare dall’altro coniuge, e ciò a prescindere dall’eventuale addebito.

Inoltre, in materia di separazione, l’addebito (ne abbiamo parlato in questo articolo ) esclude il diritto al mantenimento, ma non quello agli alimenti.

In materia di successione, l’art. 548 comma 2 codice civile stabilisce che “Il coniuge cui è stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio se al momento dell’apertura della successione godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto. L’assegno è commisurato alle sostanze ereditarie e alla qualità e al numero degli eredi legittimi, e non è comunque di entità superiore a quella della prestazione alimentare goduta.”

DEVONO ESSERE CORRISPOSTI GLI ALIMENTI DOPO IL DIVORZIO?

Sono dovuti gli alimenti dopo il divorzio? Se la separazione costituisce una fase di “crisi” del ménage matrimoniale, il divorzio ne segna il definitivo scioglimento, e con esso la cessazione degli effetti civili del matrimonio, ivi compresi tutti gli obblighi reciproci dei coniugi indicati all’art. 143 del codice civile.

Con la sentenza di divorzio, il “coniuge” cessa di essere tale. Perde quindi il diritto agli alimenti il coniuge divorziato, che tuttavia può ricorrere agli altri soggetti indicati dall’art 433 codice civile.

Lo stesso può dirsi in caso di annullamento del matrimonio, che a differenza del divorzio, lo cancella come se non fosse mai esistito.

Tuttavia, l’art. 5 comma 6 della legge sul divorzio n. 898 del 1970 stabilisce che “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale (…) dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Anche in questo caso, occorre soffermarsi sulla differenza tra obbligo alimentare ed assegno divorzile, il quale ha funzione assistenziale, perequativa e compensativa (SS. UU. sent. n. 18287/2018). L’assegno divorzile ha la funzione di assicurare all’ex coniuge l’autosufficienza economica (Cass., sent. n. 11504/2017) e viene stabilito sulla base non solo dello stato di bisogno, ma anche su altri fattori, quali il contributo dato dall’ex-coniuge al nucleo familiare ed al patrimonio, alla durata del matrimonio, al nesso causale tra le scelte operate dagli ex coniugi in costanza di matrimonio e la loro situazione attuale (Cassazione, ordinanza n. 1786/2021).

QUANDO GLI ALIMENTI SONO DOVUTI NELLE UNIONI CIVILI E NELLE CONVIVENZE DI FATTO

L’art. 433 codice civile nulla dice in merito alla possibilità di poter considerare, alla stregua del coniuge, anche il soggetto convivente di fatto o unito civilmente. Orbene, l’art. 1 comma 65 della legge “Cirinnà” (legge n. 76/2016) afferma che in caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice adito stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti, qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento.

Peraltro il Tribunale di Lecce (sentenza n. 1418 del 18.06.2020) ha interpretato l’art. 1 comma 65 della legge 76/2016 applicandolo anche alle coppie di fatto more uxorio non registrate. Pertanto, il convivente more uxorio, anche in assenza del contratto di convivenza, ha diritto agli alimenti “qualora sia accertato lo stato di bisogno del richiedente e questi non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’art. 438, co 2 c.c., in proporzione cioè del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli“.

La maggiore differenza rispetto alla disciplina “ordinaria” contenuta all’art 433 codice civile sta nella durata dell’obbligo: gli alimenti devono essere versati dall’unito civilmente per un periodo di tempo determinato dal giudice, che sia proporzionale alla durata della convivenza intercorsa e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile.

Per quanto riguarda la “posizione” nella gerarchia dell’art. 433 del codice civile, la L. 76/2016 obbliga l’unito civilmente con precedenza su fratelli e sorelle, ma in subordine al coniuge, ai figli, ai discendenti, ai genitori, agli ascendenti prossimi, agli adottanti, ai generi e nuore, ai suoceri.

PERCHÉ IL DONATARIO PRECEDE TUTTI I SOGGETTI INDICATI ALL’ART 433 CODICE CIVILE

Come abbiamo visto nei precedenti paragrafi, l’art. 437 codice civile prevede che il donatario (colui che ha ricevuto una donazione) sia obbligato, con precedenza su ogni altro soggetto, a prestare gli alimenti al donante.

La ratio alla base è ben individuabile nel rapporto tra donante e donatario.

Quando la donazione viene fatta per assoluto spirito di liberalità, cioè in modo totalmente gratuito e fine a sé stesso, la legge ravvede nella posizione del donatario, un dovere di riconoscenza.

Tanto è vero che, ai sensi dell’art. 801 del codice civile, la donazione può essere revocata “per ingratitudine”, se il donatario rifiuta indebitamente di versare gli alimenti dovuti.

L’obbligo del donatario precede quello dei familiari, perché sarebbe irragionevole che il donatario si arricchisca, mentre la famiglia del donante, che pur ha risentito gli effetti sfavorevoli della donazione, debba provvedere al suo mantenimento. Viene tuttavia temperato nel quantum: l’art. 438 codice civile stabilisce che questo è obbligato nei limiti del valore della cosa donata, che residua al momento in cui nasce l’obbligazione alimentare.

Viceversa, laddove la donazione non sia animata da una liberalità “pura”, il donatario è escluso dall’elenco ex art 433 del codice civile e dai soggetti chiamati. È il caso delle donazioni remuneratorie ex art. 770 codice civile, cioè quelle effettuate per ricompensare il donatario di qualche merito, e quelle obnuziali ex art. 785 codice civile, effettuate in relazione alla celebrazione del matrimonio del donatario. Sono escluse anche le donazioni elargite in virtù di usi e consuetudini, e quelle di modico valore.

Rimane invece discusso se possano essere o meno escluse le donazioni indirette.

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DELL’OBBLIGAZIONE ALIMENTARE

Il c.d. diritto agli alimenti di cui agli art 433 codice civile e seguenti ha carattere strettamente personale. Ai sensi dell’art. 447 codice civile, il credito alimentare è indisponibile: non può essere ceduto, né usato per compensare i debiti del beneficiario ed è intrasmissibile agli eredi.

È irripetibile (non ne può essere richiesta la restituzione) e inalienabile, non potendo neanche essere sottoposto a rinuncia o transazione.

Il carattere di indisponibilità non riguarda invece l’obbligo alimentare sorto per convenzione (Cass. civ. n. 10362/1997).

Le somme dovute a titolo di alimenti non possono essere pignorate, ai sensi dell’art. 545 comma 1 codice di procedura civile, tranne che per cause di alimenti.

Infine, è escluso dalla massa fallimentare, nei limiti di quanto necessario al fine di garantire il sostentamento del fallito e della sua famiglia .

ART 433 CODICE CIVILE: COME SI CALCOLA L’ASSEGNO ALIMENTARE

Gli alimenti sono dovuti “in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli” (art. 438 codice civile).

Il giudice determina il quantum dell’obbligo alimentare, considerate diverse circostanze, sia oggettive che soggettive.

Occorre valutare sia la situazione economica effettiva nella quale versa l’alimentando, comprese le fonti di reddito derivanti o derivabili da diritti reali che gli consentirebbero di sopravvivere dignitosamente, sia quella di coloro i quali sono chiamati ad adempiere la prestazione alimentare.

La Suprema Corte ha precisato che, per poter individuare il quantum del diritto agli alimenti, “il raffronto fra le rispettive condizioni economiche va effettuato con riferimento alla situazione in atto, e, quindi, deve prescindere da vicende future, quale la probabile riscossione di crediti, le quali potranno avere influenza, al loro verificarsi, per un’eventuale revisione di dette statuizioni, ai sensi dell’art. 440 c.c.” (Cass., sent. n. 9432/1994).

Tra fratelli e sorelle, gli alimenti sono dovuti nella misura dello stretto necessario (a prescindere dalle condizioni economiche e sociali del beneficiario) e possono comprendere anche le spese per l’educazione e l’istruzione, se l’alimentando è minorenne.

Il variare delle condizioni economiche dell’obbligato e/o del beneficiario, giustifica una variazione dell’importo da versare. Ai sensi dell’art. 440 codice civile “se dopo l’assegnazione degli alimenti mutano le condizioni economiche di chi li somministra o di chi li riceve, l’autorità giudiziaria provvede per la cessazione, la riduzione o l’aumento, secondo le circostanze.”

L’obbligo alimentare non può eccedere quanto necessario per la vita dell’alimentando, mentre un limite specifico è previsto per l’obbligo del donatario, per il quale l’importo da versare non può superare il valore attuale e residuo della donazione accettata.

ART 433 CODICE CIVILE: COME DEVONO ESSERE VERSATI GLI ALIMENTI

In base all’art. 443 codice civile, “chi deve somministrare gli alimenti ha la scelta di adempiere questa obbligazione o mediante un assegno alimentare corrisposto in periodi anticipati, o accogliendo e mantenendo nella propria casa colui che vi ha diritto. L’autorità giudiziaria può però, secondo le circostanze, determinare il modo di somministrazione.”

Pertanto l’assegno alimentare, di regola versato mensilmente, può essere sostituito dall’accoglimento nella propria casa dell’alimentando, provvedendo così alle sue spese, garantendogli vitto, alloggio, assistenza (si pensi al mantenimento del genitore anziano) e cure mediche ove necessarie.

Nel caso in cui la scelta della convivenza non sia condivisa dal beneficiario, egli può chiedere che ai sensi dell’art. 443 comma 2 codice civile, sia l’autorità giudiziaria a determinare le modalità di somministrazione degli alimenti, anche prevedendo soluzioni alternative a quelle indicate al primo comma, come ad esempio la fornitura periodica di beni in natura, la messa a disposizione di una rendita, la stipulazione di un contratto di comodato abitativo di un immobile.

La prestazione alimentare è dovuta dal momento della domanda giudiziale o dal momento in cui si effettua la costituzione in mora dell’obbligato, se entro sei mesi dalla stessa viene iniziato il giudizio.

COME SI RICHIEDONO GLI ALIMENTI AI SOGGETTI EX ART 433 CODICE CIVILE

Per poter ottenere la prestazione alimentare, l’interessato deve rivolgersi al proprio legale di fiducia, al fine di instaurare un procedimento avanti al Tribunale competente.

Nel caso in cui al beneficiario sia affiancato un tutore, un curatore o un amministratore di sostegno, nominato tra i parenti ed affini entro il quarto grado, oppure esterno alla famiglia, è necessaria l’autorizzazione del Giudice Tutelare (art. 374 codice civile).

La domanda giudiziale, nella forma dell’atto di citazione (art. 163 codice procedura civile), instaura un giudizio ordinario di merito, nel quale il richiedente deve dimostrare il proprio stato di bisogno e l’impossibilità di provvedere al proprio sostentamento, nonché il vincolo (familiare o contrattuale) che lo lega al soggetto chiamato.

In merito al riparto dell’onere della prova, si evidenzia come sull’obbligato gravi la dimostrazione del suo stato di impossibilità economica a provvedere ai bisogni del parente in difficoltà, e/o la esistenza di altri soggetti, tra quelli indicati all’art 433 del codice civile, che lo precedono nell’obbligo del versamento.

Il deposito della domanda giudiziale segna anche l’inizio della debenza degli alimenti, che tuttavia retroagisce al momento della messa in mora dell’obbligato, se l’azione viene intrapresa entro i sei mesi successivi (art. 445 codice civile).

La sentenza che accerta l’esistenza del diritto e condanna l’obbligato è pronunciata “sic rebus stantibus”, cioè al permanere della situazione di fatto e di diritto attuale. Questo quindi non preclude la possibilità di una futura modifica della misura degli alimenti (sia in aumento, che in riduzione) o della cessazione dell’obbligo, al sopravvenire di nuove circostanze di fatto e di diritto.

GLI ALIMENTI URGENTI E PROVVISORI EX ART 433 CODICE CIVILE

Considerato che i lunghi termini del procedimento giudiziario non consentirebbero, nelle more della sua definizione, una tutela effettiva del richiedente, l’art. 446 codice civile prevede che il Presidente del Tribunale disponga, su richiesta ed in via provvisoria, la corresponsione di un assegno.

Inoltre, in base all’art. 443 codice civile, pur in presenza di più coobbligati (si è detto, in maniera parziaria, ciascuno in proporzione delle proprie capacità economiche), l’obbligo può essere temporaneamente posto interamente a carco di uno solo di essi, salvo il diritto di regresso nei confronti degli altri.

La giurisprudenza si è spesso interrogata sulla natura del provvedimento urgente e provvisorio emesso dal giudice e sulla possibilità che lo stesso possa essere reso in altri modi diversi dall’introduzione del giudizio di merito, cioè evitando la causa vera e propria in caso di disaccordo tra le parti. L’orientamento prevalente ritiene che sia necessario istaurare il giudizio di merito, non essendo possibile ottenere il provvedimento provvisorio in via cautelare, ad esempio tramite un provvedimento ex art. 700 c.p.c. (in tal senso, v. Trib. Milano ord. 3 aprile 2013; Trib. Venezia ord. 28 luglio 2004; Trib. Catania ord. 22 marzo 2005). Tuttavia, parte della giurisprudenza di merito invece ritiene ammissibile la tutela d’urgenza prima dell’inizio della causa vera e propria (v. Trib. Catania 22 marzo 2005; Trib. Trani 9 gennaio 2012).

ART 433 CODICE CIVILE: QUANDO SI MODIFICA E SI ESTINGUE L’OBBLIGAZIONE ALIMENTARE?

Come tutte le obbligazioni, anche quella alimentare può subire modifiche o estinguersi al verificarsi di svariate situazioni.

L’art. 440 codice civile stabilisce che, se le condizioni economiche di chi somministra o chi riceve gli alimenti mutano dopo la sentenza, occorre nuovamente rivolgersi al giudice per richiedere una modifica dell’importo da versare.

Tipicamente, un motivo di richiesta di modifica è la inflazione monetaria, anche se nella prassi, la misura dell’obbligo alimentare viene legata alla rivalutazione economica.

Inoltre, la prestazione alimentare può subire riduzioni anche al verificarsi di una condotta disordinata o riprovevole dell’alimentato, ad esempio, quando alimentando non utilizzi le somme di denaro corrisposte a titolo di alimenti in maniera coscienziosa. In questi casi, i parenti e gli affini entro il quarto grado possono richiedere la nomina di un amministratore di sostegno, che si occupi della gestione economica dei beni dell’alimentando.

Inoltre, è possibile chiedere la cessazione dell’obbligo in capo ai soggetti ex art. art 433 codice civile nel caso in cui vengano meno i presupposti previsti dall’art. 438 codice civile.

L’estinzione dell’obbligo alimentare si verifica anche con la morte dell’alimentando o dell’alimentante (v. art. 448 c. c. caso di estinzione per morte dell’obbligato).

Sono poi previste ipotesi speciali di cessazione dell’obbligo:

per il figlio (o i suoi discendenti prossimi) cessa l’obbligo nei confronti del genitore per il quale sia stata pronunciata la decadenza della responsabilità genitoriale (art. 434 codice civile);

per i suoceri (e del genero e della nuora) cessa l’obbligo quando il beneficiario è passata a nuove nozze; e quando il coniuge, da cui deriva l’affinità, e i figli nati dalla sua unione con l’altro coniuge e i loro discendenti sono morti (art. 448 bis codice civile). Come da pacifica giurisprudenza, la sentenza di divorzio non determina l’automatica caducazione del vincolo di affinità fra un coniuge e i parenti dell’ex coniuge: di tale vincolo viene meno, in base all’art. 78 comma 3 codice civile, solo in caso di nullità del matrimonio. Quindi, il divorzio non fa venir meno l’obbligo alimentare tra affini, che resta disciplinato dall’art. 434 c. c.: la sentenza, mentre determina la caducazione dell’obbligo alimentare tra gli affini solo ove l’avente diritto passi a nuove nozze e se non siano vivi i figli nati dal matrimonio o loro discendenti, peraltro può giustificare soltanto una richiesta di revisione dell’obbligo medesimo, ove essa sentenza si traduca, anche in relazione alle statuizioni patrimoniali conseguenziali al divorzio, in un mutamento della situazione in base alla quale gli elementi siano stati riconosciuti e liquidati (in tal senso Cass., sent. n. 2848/1978).

per il donatario, in caso di revoca o nullità della donazione;

per il coniuge, che perde il diritto agli alimenti dopo il divorzio o in caso di annullamento del matrimonio.

COSA SI RISCHIA PER L’INADEMPIMENTO EX ART 433 CODICE CIVILE

L’inadempimento dell’obbligo alimentare comporta una duplice responsabilità, sia sul piano civile che su quello penale.

Sul piano civile, l’inadempiente potrebbe subire un procedimento di esecuzione forzata, con conseguente pignoramento dei propri beni.

Sul piano penale, l’art. 570 codice penale, rubricato “obblighi di assistenza familiare”, punisce con la reclusione sino a un anno, ed una sanzione pecuniaria che va da 103 a 1.032 euro, chi fa mancare i mezzi di sussistenza agli ascendenti (…ai discendenti di età minore, inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa…).

Inoltre, l’art. 388 comma 2 del codice penale (mancata esecuzione dolosa del provvedimento del giudice) punisce con la reclusione fino a tre anni o con la multa da euro 103 a euro 1.032, chi “elude l’ordine di protezione previsto dall’articolo 342-ter del codice civile, ovvero un provvedimento di eguale contenuto assunto nel procedimento di separazione personale dei coniugi o nel procedimento di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ovvero ancora l’esecuzione di un provvedimento del giudice civile, ovvero amministrativo o contabile, che concerna l’affidamento di minori o di altre persone incapaci, ovvero prescriva misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito”.

Lo Studio Legale degli Avv.ti Berti e Toninelli opera presso i Tribunali di Pistoia, Prato, Lucca e Firenze ed in tutta Italia tramite i servizi online. Si trova a Pistoia, in Piazza Garibaldi n. 5.

Accompagnamento anziani: cosa è, a chi viene dato e come richiederlo. Da Seremy. Finalmente un pò di chiarezza sul tema dell'accompagnamento anziani, molto importante per chi si prende cura di un genitore avanti con gli anni.

Non tutti sanno esattamente cosa sia esattamente l’accompagnamento anziani, chi ne abbia diritto e a quanto ammonti la somma percepita. Per questo abbiamo deciso di fare chiarezza sul tema, molto importante per chi si prende cura di un genitore avanti con gli anni.

Chi ha diritto all’accompagnamento anziani?

La richiesta può essere fatta da tutti coloro che hanno un’età minima di 67 anni, ma non basta l’età anagrafica per ottenere l’accompagnamento anziani. In questo caso è fondamentale avere un’invalidità al 100% riconosciuta in modo permanente dall’INPS, ente nazionale di previdenza sociale.

Si tratta quindi di un beneficio che va a favore di chi ha difficoltà a compiere le attività quotidiane e necessita di costante assistenza.

Come fare domanda di indennità di accompagnamento?

Per ottenere l’accompagnamento anziani è importante avere un certificato di invalidità al 100% rilasciato dall’INPS. Successivamente il patronato correda questo documento con la dichiarazione dei redditi del richiedente e l’ASL di riferimento contatta il cittadino per la visita medica che ne certifichi il grado di invalidità.

Oltre all’invalidità al 100% è importante sapere che si deve avere un reddito inferiore a 17,340,17 euro all’anno per richiedere l’importo dell’accompagnamento anziani. Se la procedura di richiesta va a buon fine l’anziano riceve la somma dal mese successivo al recepimento del verbale.

A quanto ammonta l’assegno di accompagnamento?

Pochi sanno a quanto ammonti l’assegno di accompagnamento per anziani. Nel dettaglio si tratta di un sussidio di importo pari a 530,27€ mensili per un totale di 12 mensilità annue e che a differenza dell’indennità di invalidità civile non prevede la tredicesima.

Quali sono le differenze tra accompagnamento e invalidità?

Oltre all’importo erogato ci sono altre differenze tra accompagnamento e invalidità civile. La domanda di invalidità civile riguarda tutti coloro che – dai 18 ai 67 anni di età – sono affetti da gravi patologie o deficit fisici e psichici. La richiesta viene fatta anche dagli invalidi al 100% oltre i 67 anni di età e non più autosufficienti e bisogna rispettare alcuni requisiti di reddito.

In alcuni casi l’accompagnamento è rivolto anche ai minori di 18 anni con gravi patologie, anche in questo caso sulla base di requisiti di reddito.

In ogni caso in Italia le persone invalide hanno diritti ad un assegno di mantenimento che permette loro di vivere in modo adeguato e coprire le spese per un eventuale servizio di badante.

Vittorio Puglisi se n’è andato.

Non è ritornato a Catania in Sicilia, sua terra natia, per rinchiudersi in un ospizio, come aveva preventivato di fare. No! E’ morto.

E ad Avetrana, suo paese ospitante, nessuno ne sa niente. Nemmeno un manifesto funebre per avvisare la popolazione, eppure era conosciuto e beneamato da molti.

Non può essere che se ne vada così senza che di lui non vi rimanga un ricordo.

Era di Catania. Era un agente di commercio trasfertista, poi domiciliatosi nel barese. Era sposato con due figli.

Dopo che si era trasferito lasciò la moglie a Catania per la sua segretaria di Erchie (Br) con due figlie, che lui crebbe ed istruì. Una di loro è diventata Avvocato e poi Parlamentare.

La famiglia di Catania recise ogni rapporto con lui.

Da pensionato si trasferì con la nuova famiglia a Manduria e poi comprò casa in un condominio a San Pietro in Bevagna.

Con la seconda moglie le cose non andarono bene, tanto che lei, malata, lo lasciò per trasferirsi in una casa di riposo per anziani, fino alla sua morte. Anche le figlie di lei recisero ogni rapporto con Vittorio, salvo mantenere una lite giudiziaria per degli immobili comprati dai coniugi, ma in possesso delle figlie e non resi come quota ereditaria a Vittorio. Gesto che indusse Vittorio, per ripicca, a donare ai figli di Catania la sua casa al mare.

Lui rimase comunque solo, ultrasettantenne.

Su consiglio di un personaggio, che si autodefiniva guardiano dei condomini della litoranea in cambio di regalie, si trasferisce ad Avetrana, in un appartamento vicino al suo, affinché non fosse da solo a svernare sulla marina. Si scoprì poi che la ragione del gesto era di poter affittare l’appartamento ed intascare i soldi, senza che Vittorio ne sapesse niente.

Vittorio diventa mio vicino, spalla a spalla.

La casa vecchia presa in locazione, con lui si trasforma tutto a vantaggio del proprietario.

È autonomo, giovanile e distinto e voleva affrancarsi dai figli, assoggettandosi ad un estraneo. Non è acculturato e non riesce a capire che l’estraneo è limitato dalla legge nelle decisioni che lo riguardano, tantomeno non vi era alcun incentivo con la donazione modale, avendo dato tutto ai figli.

Lui fa amicizia con tutti quelli che si rapportano con lui.

Un giorno dalla mia cucina sento un tonfo dall’altra parte del muro divisore, con conseguenti gemiti.

Mio figlio Mirko, prima chiama il suo nome e poi, non ricevendo risposta, salta il muro e va a vedere cosa fosse successo.

Vittorio era caduto in bagno. Era scivolato nella vasca, aveva battuto la testa e si era rotto l’anca e non aveva la forza di chiedere aiuto.

Chiamammo l’ambulanza che lo ricoverò all’ospedale di Manduria. Durante la sua decenza lo assistemmo, io e la mia famiglia, e pagai le spese correnti, in quanto lui non poteva prelevare il denaro.

Gli consigliai di chiamare i figli, per l’assistenza e per poter prendere decisioni. Lui lo fece.

Loro rimasero solo un giorno, lasciando il malato da solo a letto, impossibilitato a muoversi.

Io chiamai l’OSS e l’assistente sociale di Avetrana. Non potevo assistere un malato con la spada di Damocle della circonvenzione di incapace. Io, per autotutela, rifiutai ogni forma di donazione di riconoscenza, cosa che altri, forse, non fecero dopo il mio allontanamento. Perché lui era prodigo con tutti, vantandosi della sua capacità di intendere e volere.

L’assistente sociale ed i carabinieri mi supplicarono di provvedere a Lui, ma non potevo. Non avevo la legittimità di agire dei figli o di un rappresentante legale.

Denunciai i figli per abbandono di incapace. Vittorio non poteva muoversi dal letto per l’operazione all’anca e non vi era nessuno ad aiutarlo, nemmeno per mangiare. La denuncia fu rigettata.

Vittorio sapeva della denuncia e ne rimase male. Lui voleva molto bene ai figli e soffriva per il fatto che l'amore non era ricambiato.

In questo modo Vittorio era rimasto solo, salvo la presenza della cagnolina. Comunque io non ho mai negato ogni aiuto urgente e necessario, o che altri non fossero capaci di dare.  

Vittorio in cerca di qualcuno che gli facesse compagnia, cercò la sponda in un altro vicino di casa.

Intanto con me festeggia le festività e il 2 giugno 2023 festeggia con me i miei sessant’anni in famiglia.

Dopo pochi giorni vende la casa, con la firma dei figli donatari. Questi rimangono poche ore, giusto il tempo della firma: ricevono i soldi e vanno via.

Agli inizi di luglio 2023 muore la cagnolina, sua compagna per 19 anni.

La sua routine giornaliera era regolare. Incombenze casalinghe e passeggiate con la cagnolina.

E così è andato avanti, fino a che nell’ultimo anno si sentiva stanco ed affaticato. Era un po’ sordo ed aveva la prostatite. Aveva fatto l’operazione della cataratta agli occhi ed altri esami di routine. Eppure arriva un giorno che, per l’ennesima volta, chiamo insieme a lui il medico, perché era un po’ di giorni che non andava al bagno. Lei arriva, lo visita, legge le analisi fatte giorni prima e chiama l’ambulanza. Il pronto soccorso di Manduria dopo un’ora mi chiama per riprenderlo, perché gli hanno dato l’uscita. Era il 25 luglio 2023: entrata ore 16-uscita ore 18. Gli danno come cura un placebo: degli integratori che io provvedo a comprare in farmacia.

Dopo tre giorni di cura inutile, uso di purghe varie e della peretta, nulla succede, Vittorio va nuovamente al pronto soccorso con un amico. Dopo ore di attesa senza che venga visitato, ritorna a casa debilitato.

Il 31 luglio 2023 alle ore 4 del mattino Vittorio si fa riaccompagnare al pronto soccorso di Manduria dallo stesso amico coetaneo.

Questa volta lo tengono in osservazione e lo ricoverano. Solo adesso si accorgono che Vittorio ha tutti i sintomi visibili della Leucemia ed i valori dei globuli bianchi sono sfalsati. Tutto visibile da un anno a questa parte. Tanto che il medico, che lo cura in reparto dell’ospedale, si spinge a dire: come mai nessuno si era accorto prima della malattia, nonostante i reiterati esami, omettendo l’accusa ai suoi colleghi del pronto soccorso.

Il Medico, stante la situazione, dice a Vittorio di chiamare i figli.

Loro vengono e nello stesso giorno vanno via, portandosi con sé la sua Mercedes pagata qualche mese prima 16mila euro.

L’11 agosto 2023 alle ore 18.00 Vittorio muore all’ospedale di Manduria. Aveva 86 anni.

I figli ritornano e il giorno dopo vanno via.

Vittorio è rimasto ancora una volta da solo nella camera mortuaria del cimitero di Avetrana, dall’11 al 17 agosto 2023, giorno della sua cremazione a Foggia, come lui ha sempre voluto.

Il proprietario della casa di Vittorio ne prende possesso.

Delle cose di Vittorio site nella sua dimora nulla più si saprà; delle sue volontà depositate dal notaio, nulla si sa.

Questo resoconto affinchè di Vittorio non rimanga solo cenere ed oblio.

Ciao Vittorio, ci ricorderemo di te…

Facebook. ZeroGas: Organizzazione di tutela ambientale

COME MUORE UN ANZIANO OGGI?

Muoiono in OSPEDALE.

Perché quando la nonna di 92 anni è un po’ pallida ed affaticata deve essere ricoverata. Una volta dentro poi, l’ospedale mette in atto ciecamente tutte le sue armi di tortura umanitaria. Iniziano i prelievi di sangue, le inevitabili fleboclisi, le radiografie.

“Come va la nonna, dottore?”. “E’ molto debole, è anemica!”.

Il giorno dopo della nonna ai nipoti già non gliene frega più niente!

Esattamente lo stesso motivo (non per tutti, sia chiaro!) per il quale da diversi anni è rinchiusa in casa di riposo.

“Come va l’anemia, dottore?”. “Che vi devo dire? Se non scopriamo la causa è difficile dire come potrà evolvere la situazione”.

“Ma voi cosa pensate?”. “Beh, potrebbe essere un’ ulcera o un tumore… dovremmo fare un’ endoscopia”.

Chi lavora in ospedale si è trovato moltissime volte in situazioni di questo tipo. Che senso ha sottoporre una attempata signora di 92 anni ad una gastroscopia? Che mi frega sapere se ha l’ulcera o il cancro? Perché deve morire con una diagnosi precisa? Ed inevitabilmente la gastroscopia viene fatta perché i nipoti vogliono poter dire a se stessi e a chiunque chieda notizie, di aver fatto di tutto per la nonna.

Certe volte comprendo la difficoltà e il disagio in certi ragionamenti.Talvolta no.

Dopo la gastroscopia finalmente sappiamo che la Signora ha solamente una piccola ulcera duodenale ed i familiari confessano che la settimana prima aveva mangiato fagioli con le cotiche e broccoli fritti, “…sa, è tanto golosa”.

A questo punto ormai l’ ospedale sta facendo la sua opera di devastazione. La vecchia perde il ritmo del giorno e della notte perché non è abituata a dormire in una camera con altre tre persone, non è abituata a vedere attorno a sé facce sempre diverse visto che ogni sei ore cambia il turno degli infermieri, non è abituata ad essere svegliata alle sei del mattino con una puntura sul sedere. Le notti diventano un incubo.

La vecchietta che era entrata in ospedale soltanto un po’ pallida ed affaticata, rinvigorita dalle trasfusioni e rincoglionita dall’ambiente, la notte è sveglia come un cocainomane. Parla alla vicina di letto chiamandola col nome della figlia, si rifà il letto dodici volte, chiede di parlare col direttore dell’albergo, chiede un avvocato perché detenuta senza motivo.

All’inizio le compagne di stanza ridono, ma alla terza notte minacciano il medico di guardia “…o le fate qualcosa per calmarla o noi la ammazziamo!”. Comincia quindi la somministrazione dei sedativi e la nonna viene finalmente messa a dormire.

“Come va la nonna, dottore? La vediamo molto giù, dorme sempre”.

Tutto questo continua fino a quando una notte (chissà perché in ospedale i vecchi muoiono quasi sempre di notte) la nonna dorme senza la puntura di Talofen.

“Dottore, la vecchina del 12 non respira più”.

Inizia la scena finale di una triste commedia che si recita tutte le notti in tanti nostri ospedali: un medico spettinato e sbadigliante (spesso il Rianimatore sollecitato di corsa per “fare di tutto”)scrive in cartella la consueta litania “assenza di attività cardiaca e respiratoria spontanea, si constata il decesso”.

La cartella clinica viene chiusa, gli esami del sangue però sono ottimi. L’ospedale ha fatto fino in fondo il suo dovere, la paziente è morta con ottimi valori di emocromo, azotemia ed elettroliti.

Cerco spesso di far capire ai familiari di questi poveri anziani che il ricovero in ospedale non serve e anzi è spesso causa di disagio e dolore per il paziente, che non ha senso voler curare una persona che è solamente arrivata alla fine della vita.

Che serve amore, vicinanza e dolcezza.

Vengo preso per cinico, per un medico che non vuole “curare” una persona solo perché è anziana. “E poi sa dottore, a casa abbiamo due bambini che fanno ancora le elementari non abbiamo piacere che vedano morire la nonna!”.

Ma perché?

Perché i bambini possono vedere in tv ammazzamenti, stupri, “carrambe” e non possono vedere morire la nonna? Io penso che la nonna vorrebbe tanto starsene nel lettone di casa sua, senza aghi nelle vene, senza sedativi che le bombardano il cervello, e chiudere gli occhi portando con sé per l’ultimo viaggio una lacrima dei figli, un sorriso dei nipoti e non il fragore di una scorreggia della vicina di letto.

In ultimo, per noi medici: ok, hanno sbagliato, ce l’hanno portata in ospedale, non ci sono posti letto, magari resterà in barella o in sedia per chissà quanto tempo. Ma le nonnine e i pazienti, anche quelli terminali, moribondi,non sono “rotture di scatole” delle 3 del mattino.

O forse lo sono. Ma è il nostro compito, la nostra missione portare rispetto e compassione verso il “fine vita”. Perché curare è anche questo, prendersi cura di qualcuno.Anche e soprattutto quando questo avviene in un freddo reparto nosocomiale e non sul letto di casa.

di Carlo Cascone (belle persona conosciuta per caso da ZeroGas) 

11 ore in attesa di ricovero Covid: la precisazione del Marianna Giannuzzi. Non ha tardato ad arrivare la replica da parte della direzione medica del presidio ospedaliero “Marianna Giannuzzi” sul caso dell’uomo di Avetrana rimasto ad aspettare in ambulanza per circa 11 ore prima di essere ricoverato. Francesca Dinoi su La Voce di Manduria venerdì 27 novembre 2020. Non ha tardato ad arrivare la replica da parte della direzione medica del presidio ospedaliero “Marianna Giannuzzi” sul caso dell’uomo di Avetrana rimasto ad aspettare in ambulanza per circa 11 ore prima di essere ricoverato. A narrare l’esperienza, era stato il figlio del paziente, l’avvocato Mirko Giangrande in un’intervista rilasciata al Nuovo Quotidiano di Taranto, in cui lamentava, appunto, la lunga attesa a cui erano stati sottoposti a causa di un affollamento di ambulanze nel piazzale dell’ospedale. La direzione medica, in base alle notizie pervenute dal responsabile del Pronto Soccorso, racconta che all’arrivo del signor Giangrande in ospedale, l’assistito era stato visitato, eseguito il tampone naso-faringeo per verificare l’eventuale positività al Covid-19 e somministrata la terapia adeguata. In seguito, all’esito della positività del tampone, veniva fatto accomodare nell’area attrezzata all’osservazione breve fino a 48/72 ore e alle ore14:00 del giorno successivo, ricoverato nel reparto Medicina Covid, occupando il primo posto letto disponibile. «Al signor Giangrande non sono mai mancate le cure di cui ha avuto necessità in una giornata tuttavia congestionata per l’arrivo contestuale di numerose ambulanze del 118.», chiarisce la responsabile, riconoscendo l’imprevisto. Della stessa opinione anche la direzione Asl di Taranto che rivolge le proprie scuse al signor Giangrande ed al figlio, ribadendo che al paziente era sempre stata assicurata la massima sicurezza grazie all’esemplare competenza di tutti gli operatori sanitari presenti. Francesca Dinoi

Parla il figlio dell'uomo rimasto 11 ore in ambulanza prima del ricovero al Giannuzzi. L’avvocato Mirko Giangrande racconta in un’intervista al Nuovo Quotidiano di Taranto il calvario del padre ricoverato al Giannuzzi dopo un’attesa di 11 ore in ambulanza. La Redazione de La Voce di Manduria martedì 24 novembre 2020. Un calvario di 11 ore. Tanto è durata l’attesa in ambulanza di un uomo di Avetrana domenica scorsa. A raccontare l’incredibile vicenda al Nuovo Quotidiano di Taranto è il figlio del povero malcapitato, Mirko Giangrande. I particolari che l’avvocato riferisce hanno dell’incredibile. Il paziente, positivo già da diversi giorni, è stato prelevato dalla sua abitazione dopo aver effettuato una cura anti-Covid domiciliare. Giunto nel piazzale dell’ospedale Giannuzzi, dopo le prime ore, l’uomo - provato dall’attesa ed in evidente stato di agitazione - ha allertato il 112 ed il 113 addirittura dall’interno dell’ambulanza. Le comunicazioni con la famiglia avvenivano tramite whatsapp, visto l’affaticamento respiratorio e la difficoltà nell’effettuare chiamate vocali. Intorno alle 16.30, gli è stato effettuato un prelievo di sangue, ma il povero malcapitato – già da più di 4 ore all’interno dell’ambulanza – non dava segni di miglioramento e la febbre continuava ad aumentare. Il racconto del figlio del pover’uomo si fa sempre più inquietante: «Io vivo fuori, mi sono sentito impotente oltre che angosciato. In più – aggiunge l’avvocato – la cura intrapresa a casa si era interrotta durante le ore in ambulanza. Aveva solo l’ossigeno a sua disposizione e la febbre continuava a salire. Non sapevo cosa fare così, ormai stravolto, ho contattato il consigliere regionale Renato Perrini che si è adoperato a denunciare all’Asl di Taranto quanto stava accadendo» riferisce Giangrande. Stando a ciò che ha raccontato lo stesso avvocato durante l’intervista, sarebbero state ben cinque le ambulanze in coda per ore, così come riferitogli dal padre. L’avvocato non ci sta e promette di andare a fondo sulla vicenda: «Mi preme evidenziare che questo è accaduto ad un uomo di 57 anni in grado di comunicare con l’esterno e di mantenere lucidità. Ma se fosse capitato ad un uomo anziano? Non si può correre il rischio di morire in attesa di essere ricoverati. Questi inconvenienti potevano essere comprensibili a marzo, ma non a novembre perché, come cittadini, ci saremmo aspettati una maggiore organizzazione» aggiunge Giangrande, che poi conclude: «Tenere bloccate le ambulanze per così tante ore è inconcepibile. E se dovessero servire per un’emergenza? Non ho parole».

Verso mezzanotte, dopo la previsione di spostarmi all’Ospedale di Castellaneta, a 100 km di distanza, e la mia forte opposizione (ho preso la valigetta e stavo per scendere dall’ambulanza per recarmi al pronto soccorso), mi introducono in Pronto Soccorso. Qui mi rifanno il tampone e la radiografia. Fino alle 4 nel corridoio, poi in una stanzetta. Il ricovero effettivo in reparto avviene il giorno, 23 novembre 2020, dopo alle 14.00».

La situazione del presidio continua ad essere drammatica. Primario chirurgo in ferie, niente interventi al Giannuzzi, pazienti trasferiti altrove. La Redazione de la Voce di Manduria, giovedì 17 agosto 2023

Dal 12 agosto e sino al 21, all’ospedale Marianna Giannuzzi di Manduria non si fanno interventi chirurgici perché il primario Rocco Lomonaco è in ferie. In questo periodo dunque il pronto soccorso non accetta più patologie che necessitano di intervento di natura chirurgica, neanche quelli di estrema urgenza come emorragie interne di qualsiasi natura. Quelli che capitano che vengono trasferiti altrove.

Lo ha comunicato la responsabile della direzione sanitaria del presidio ospedaliero messapico, la dottoressa Irene Pandiani, in una circolare indirizzata al pronto soccorso e alla centrale operativa del 118 che dal 12 scorso dirotta le ambulanze con i pazienti potenzialmente chirurgici negli ospedali di Taranto, Martina Franca e Castellaneta. «Considerate le note carenze di dirigenti medici nella struttura complessa di chirurgia generale – si legge -, è possibile inserire in turno un solo chirurgo reperibile e logicamente – aggiunge la nota -, non potranno essere effettuati interventi chirurgici da un solo chirurgo». L’organico interno è quello che è: tre specialisti di cui uno con limitazioni funzionali oltre al primario Rocco Lomonaco che è in vacanza. L’alternativa sembra essere scontata per chi dirige il Giannuzzi e per la stessa Asl ionica che lascia fare: «trasferire i pazienti chirurgici agli ospedali limitrofi in assenza del primario». 

In effetti a tutte le postazioni del 118, informato del caso, è stato impartito l’ordine di bypassare il Giannuzzi e portare i pazienti con accertata patologia chirurgica come primo step a Taranto e, in caso di indisponibilità di posti letto, negli altri presìdi della provincia. E per chi si reca in pronto soccorso con mezzi propri con disturbi di natura chirurgica, la storia non cambia perché, altro ordine impartito dalla direzione medica del Giannuzzi, prima di essere ricoverati tutti i pazienti devono essere valutati dall’unico chirurgo reperibile che deciderà se tenerlo o farlo trasferire altrove se i disturbi fanno prospettare una possibile implicazione di natura operatoria. 

I disagi sono sotto gli occhi di tutti con ambulanze che dai comuni del versante orientale della provincia fanno su e giù a Taranto e viceversa con gli immancabili intasamenti davanti al pronto soccorso del Santissima Annunziata che si deve far carico dell’utenza «servita» dalla struttura periferica chiusa per le ferie del primario. E attendere il proprio turno, a volte lungo anche diverse ore, significa lasciare scoperta la propria area di competenza con il rischio, quasi quotidiano per la centrale operativa, di dover attivare ambulanze di altre postazioni distanti decine di chilometri dal luogo della chiamata. Questo sia per i codici di piccola o medie gravità ma anche per i codici rossi che devono anche loro attendere l’arrivo della prima ambulanza disponibile spesso distante 15 o 20 chilometri, oppure «prestata» dalla centrale operativa 118 della provincia di Brindisi o Lecce.   Ovviamente questo crea disagi anche ai reparti di chirurgia degli altri ospedali il cui organico, seppure più fornito del Giannuzzi, risente sempre del calo della disponibilità dovuto allo stesso diritti delle ferie che deve essere garantito.

Il caso sancito dal codice civile: “revocabilità della donazione per ingratitudine”. Zio presta 800mila euro al nipote, 20anni dopo gli fa causa: “È stato ingrato e non li merita, li restituisca”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 13 Febbraio 2023

Una brutta lite familiare che finisce in tribunale. Uno zio venti anni fa ha donato al nipote una cifra pari a 800mila euro per aiutarlo a risolvere dei problemi. Ora li richiede indietro e gli fa causa. Il motivo? “Non ho avuto alcuna riconoscenza per quello che ho fatto per lui”. E fa appello all’articolo del codice civile che prevede la “revocabilità della donazione per ingratitudine”.

A raccontare la vicenda è il Mattino. Secondo la ricostruzione fatta lo zio, a 20 anni da quella onerosa donazione, ha notato “un distacco da parte di mio nipote, evitava qualunque tipo di frequentazione, evitava anche il minimo contatto telefonico. Anche quando ho vissuto un momento di difficoltà economica e chiesto un prestito di 5mila euro per le spese correnti mio nipote mi ha risposto di no, mi ha ingiuriato, deriso e offeso con amici, parenti e conoscenti comuni, sino a isolarmi completamente, evitando qualsiasi contatto telefonico”.

Il quotidiano riporta che il nipote in questione rimanda al mittente ogni accusa. Ha sottolineato come invece si sia speso molto in suo favore, “tutto ciò in maniera disinteressata, mosso solo da grande affetto e devozione, rifiutando persino eventuali regalie e godendo profonda stima per lui”. Un affetto “assolutamente reciproco”. I due parenti dunque dichiarano posizioni molto distanti che hanno messo nero su bianco. Sarà poi il giudice a stabilire chi ha ragione.

Certo è che il codice civile spiega il significato di “ingratitudine” e “Ingiuria grave”: “Qualsiasi atto o comportamento il quale leda in modo rilevante il patrimonio morale del donante, e palesi per ciò solo un sentimento di avversione da parte del donatario”. Quando cioè “il donatario manifesti un sentimento di disistima delle qualità morali e di irrispettosità della dignità del donante, contrastante con il senso di riconoscenza e di solidarietà che, secondo il comune sentire, dovrebbe invece improntarne l’atteggiamento”. E in questi casi una donazione può essere revocabile.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Gallipoli, oltre un miliardo di lire donato al nipote: l’ex senatore Barba vuole tutto indietro. Potrebbe ben essere l’inizio di una vera e propria saga familiare. Giuseppe Albahari su La Gazzetta del Mezzogiorno il 13 Febbraio 2023

Potrebbe ben essere l’inizio di una saga familiare, quella che sta contrapponendo il senatore Vincenzo Barba con uno dei suoi nipoti. Gli elementi ci sono tutti: uno zio che poteva permettersi, correva l’anno 2000, quella che dichiara essere una donazione di oltre un miliardo e seicento milioni di lire; un nipote che vive e lavora lontano da Gallipoli, contesta in primo luogo proprio che si tratti di una donazione; un rapporto tra loro che, quasi filiale, si deteriora fino al punto che ora la partita si giocherà nelle aule giudiziarie. I loro racconti, va detto subito, sono estremamente divergenti. Da una parte, il senatore sostiene che nel 2000, venuto a conoscenza di problemi economici legati all’attività lavorativa del nipote, emetteva in suo favore il fatidico assegno. Per vent’anni, la vicenda ha rappresentato un capitolo chiuso. Fino al 2020, quando il senatore avrebbe chiesto al nipote 5mila euro perché si trovava in difficoltà economiche, «legate - spiega - al blocco di tutti i suoi beni, conti correnti compresi, in relazione al tracollo della squadra di calcio di cui era stato presidente e nel quale era stato chiamato in causa dalla curatela fallimentare». Il nipote gli avrebbe opposto un deciso rifiuto.

Da qui, la decisione di revocare la donazione per ingratitudine. La quale si sarebbe esplicitata non solo nel rifiuto, ma anche deridendolo e ingiuriandolo ripetutamente in pubblico, facendo così venire meno i sensi di generosità e di stima che gli avevano suggerito di aiutare il nipote. Per quest’ultimo, non è stato ripianato alcun suo debito. Ci fu, nel 2000, un errore della propria Banca, che acquisto 12.000 azioni, invece delle 1.200 richieste e che era nelle sue possibilità pagare. Lui propose che i titoli azionari fossero acquisiti dalla Banca, ma la stessa, conoscendo il senatore Barba non solo come suo congiunto, ma anche come uno dei propri principali correntisti, titolare di immobili e liquidità tali da potere facilmente affrontare un simile esborso, gli proposte di acquistare le azioni. Lui accettò, benché fosse al corrente del rischio, e gli atti dimostrano che non si trattava di donazione, ma dell’acquisto di azioni; le quali persero successivamente ogni valore. In atti, il nipote nega pertanto d’avere mai ricevuto una richiesta di 5.000 euro dallo zio e fa soltanto notare che nel 2020 la fase di difficoltà economica era già stata superata e il suo tenore di vita dimostra che non aveva certo bisogno di una somma così modesta. Fallito un tentativo di conciliazione, la decisione passa ora al Giudice che valuterà racconti e documenti forniti tanto dal senatore, rappresentato dagli avvocati Gabriele e Anna Maria Ciardo, quanto dal nipote, difeso dall’avvocatessa Anna Panico.

Estratto dell’articolo di Claudia Osmetti per “Libero quotidiano” il 15 febbraio 2023.

Merce rara, la gratitudine. Com’è che diceva Aristotele? «È un sentimento che invecchia presto». […] Vincenzo Barba è un imprenditore che, a Gallipoli, in provincia di Lecce, lo conoscono tutti. Se non altro perché è stato senatore per Forza Italia e magnate del petrolio, nonché proprietario della squadra di calcio della sua città (che ha persino portato in Serie B).

 Oltre vent’anni fa, cioè intorno al 2000, Barba è sulla cresta dell’onda e dona, a un suo nipote, un miliardo e seicento milioni di vecchie lire. Son soldi (seppur del passato conio) sonanti. […] Solo che, dopo il versamento andato a buon fine sull’Iban in questione, dice Barba, con quel nipote il rapporto s’è incrinato. Non si telefonano nemmeno più, adesso: neanche una breve chiacchierata.

Quando poi, all’ex azzurro, capita di cadere in disgrazia e i ruoli s’invertono (cioè è Barba che ha bisogno di soldi, tanto da domandare un prestito di 5mila euro per le spesucce correnti), nisba. Si sente evitato, offeso, messo ai margini. Così decide di riprendersi una rivincita (e di riprendersi pure la vecchia donazione) facendosi sponda col codice civile. Perché è possibile, articoli alla mano: ma ci arriviamo dopo.

Barba bussa alla porta dello studio legale Ciardo, a Lecce, e poi a quella del tribunale civile. Perché il procedimento sarà discusso a maggio dato che un tentativo di mediazione è stato fatto, ma è finito come si può facilmente intuire: con un nulla di fatto. Circa 800mila euro, è quanto richiede (ora) l’ex senatore.

Sarà cambiata la valuta, ma il corrispettivo è quello: vuole indietro, insomma, Barba, la donazione fatta a inizio secolo, e la rivuole per «ingratitudine». […] il nipote, sostiene una diversa versione: e cioè che «sono stato sempre attivo, anche dopo la donazione, in tutte le campagne elettorali e mi sono speso in suo favore in maniera disinteressata, mosso solo sa grande affetto e devozione, rifiutando persino eventuali regalie e godendo profonda stima per lui». Come a dire, ingrato-io?-Mica-vero. Chi la spunterà […] lo deciderà un giudice, ma lo deciderà sulla base dell’articolo (ci siamo arrivati) 801 del codice civile.

È rubricato, l’articolo 801, “revocazione per ingratitudine”: e non ci vuole una laurea in giurisprudenza per capire cosa significa. […] Il donatario, cioè colui che riceve, spiegano gli avvocati, se ha commesso comportamenti particolarmente gravi (come un omicidio o la calunnia o l’ingiuria grave o l’aver rifiutato indebitamente gli alimenti al donante, cioè colui che dà, quando versava in stato di bisogno o l’aver manifestato «un sentimento di disistima delle qualità morali e di irrispettosità della dignità contrastante con il senso di riconoscenza e di solidarietà secondo il comune sentire», specifica la Cassazione nel 2016) può subire la revoca della donazione, che altri non è che l’obbligo di restituire quanto precedentemente ottenuto […]

GLI OCCHI DEL BOOMER. Adolfo Spezzaferro su Redazione L'Identità il 17 Gennaio 2023

Siamo lusingati dal gran parlare sui boomer quali noi siamo per via della trasmissione della rediviva Alessia Marcuzzi Boomerissima. Un contest (come si dice oggi, ché gara è troppo antico e troppo italiano, dantesco oseremmo dire) che vede fronteggiarsi i 40enni (e oltre) con i millennial (nati dal 2000 in poi). La presentatrice, da showgirl provetta, balla e ce la mette tutta. Il programma è andato benino in termini di ascolti, ma è stato stroncato da più parti. E’ scritto male, non è all’altezza del secondo canale nazionale, è la sagra del déjà vu. Ancora, è il solito espediente a trucco per dare visibilità a illustri sconosciuti – hanno detto – e via criticando. Ma perché ve ne parliamo? Non perché stasera andrà in onda la seconda puntata: non ve lo stiamo consigliando. Ma per un piccolo appunto: la gara contrappone nuovi e vecchi volti noti (tra tv, cinema, musica e social) che propongono il meglio delle decadi di appartenenza per convincere chi/quale è migliore. Ebbene, a nostro avviso non c’è partita. Prendiamo la musica dei boomer… possiamo definire tale, in confronto, quella dei millennial? Suvvia. Viceversa, quanto sarebbe gustosa una sfida tra decenni dei boomer? Noi saremmo lì in poltrona a tifare come matti per il nostro decennio preferito. A intonare a pieni polmoni gli inni generazionali, a rivivere con gli occhi lucidi la moda, il costume, i drink, la luce e i colori di quegli anni pre filtri Instagram. Dove il bello era bello e il brutto era brutto. E i millennial? Non guardano la tv. Al massimo gli estratti video su TikTok. Ma potrebbero essere stati già trasformati in meme. Quale noi siamo. Con orgoglio.

Estratto dell'articolo di Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 16 gennaio 2023.

Massimo Fini da alcuni anni scrive per il Fatto Quotidiano e confesso di leggerlo sempre anche se non condivido neanche una riga dei suoi articoli. […]

 Fini ieri ha sostenuto in un pezzacchione che i vecchi tutto sommato debbano pentirsi di essere tali perché sono un disturbo per se stessi e per la società. […]

 Fini sostiene che l'allungamento della vita, avvenuto gradualmente seguendo l'evoluzione della scienza medica, si è rivelato un boomerang, non solo per le persone che crepano dopo gli ottanta anni, creando e creandosi problemi gravi, ma anche per le famiglie che devono accudirle e per l'intera società.

Evidentemente in queste stralunate teorie c'è qualcosa di vero, ma solo qualcosa. La questione per me è un'altra. Stare al mondo spesso è una fatica e pure una rottura di scatole anche per la gente giovane e di mezza età. Ma è fatale che chi mette piede sulla terra poi ci voglia restare a tutti i costi, tranne rare eccezioni.

 Noi umani siamo fatti così, in maggioranza campiamo male o almeno maluccio, tra sofferenze, sacrifici e disagi, ma appena ci becchiamo l'influenza cerchiamo di curarci per paura di aggravarci e di tirare le cuoia. Se uno a quaranta anni è colpito dal tumore si preoccupa come un ottantenne, perché la morte fa paura, come ogni mistero, a qualsiasi essere vivente, animali compresi.  […] Il trapasso spaventa tanto i giovani quanto i nonni, non c'è differenza.

L'istinto di conservazione è come la sete e di matusalemme come noi che vanno dal medico ogni dieci minuti a tirarla per le lunghe, ma dei ragazzi che si fanno mantenere dai candidati alla tomba e li ricambiano odiandoli, saccheggiando i loro risparmi, mettendo a soqquadro i centri abitati, rapinando chi capita loro a tiro e talvolta uccidendoli per alleggerirli di qualche euro. […]

 Io amo i vecchi forse perché sono vecchio anche io, e detesto chi strilla, chi protesta, interrompe il traffico sulle autostrade per imporre al governo di lottare contro i cambiamenti climatici che ci sono sempre stati e non hanno mai ammazzato nessuno.

Caro Massimo o vai nell'aldilà quando ti avvicini alla cinquantina o sei condannato a incanutire. Preferisco la seconda ipotesi.

Estratto dell’articolo di Maurizio Tarantino per “il Messaggero” il 14 gennaio 2023.

Lascia un'eredità da tre milioni di euro per creare un nuovo ospedale e ricordare i suoi fratelli. La storia di Vita Carrapa sembra quella di un romanzo, in cui il lieto fine è vicino a compiersi. La pensionata, nata e vissuta a Maglie (Lecce) […] aveva programmato […] che i beni di famiglia, accumulati in 95 anni di vita, avrebbero dovuto essere impiegati «per aiutare chi aveva più bisogno […]».

 Così Vita aveva scelto di destinare il cospicuo patrimonio alla realizzazione di una struttura d'eccellenza nel Salento […] Ultima di una famiglia modesta di Maglie, aveva due sorelle, Maria Antonietta e Maria Nicolina e un fratello, Paolo […] che […] si era dedicato ad investire il patrimonio familiare entrando in società impegnate nell'estrazione del marmo dalle cave di Carrara. Scelta oculata e molto redditizia […] A contribuire all'incremento delle ricchezze, anche lo stile di vita molto parco dei quattro. Nel corso della loro esistenza […] utilizzavano solo la pensione sociale per i loro bisogni […] la Asl ha intenzione di […] portare a termine entro cinque anni la costruzione dell'ospedale tra Maglie e Melpignano […]

In Puglia anziani ricoverati in ospedale più del dovuto: nessuno può assisterli a casa. L'indagine di Fadoi, la società scientifica di medicina interna. Per la Regione significa un costo extra di 83 milioni di euro. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 15 Gennaio 2023

In Puglia un anziano su due è ricoverato in ospedale per più di 5 giorni oltre il dovuto perché in casa nessuno lo assiste. Per la Regione questo significa un costo extra di 83 milioni di euro.

È quanto emerge da un’indagine di Fadoi, la società scientifica di medicina interna, condotta su 98 strutture ospedaliere sparse lungo tutta Italia. Nel report viene specificato che dalla data di dimissioni indicata dal medico a quella effettiva di uscita in Puglia la metà degli anziani ricoverati passa da 5 a 7 giorni più del dovuto in ospedale, oltre 7 giorni in un altro 25% terzo di casi.

Il 54% degli anziani pugliesi verrebbe ricoverato perché non ha nessun familiare o badante in grado di assisterli in casa, mentre per il 18% non ci sono strutture intermedie sul territorio. Viene stimato dalla società scientifica che in Puglia le giornate di ricovero inappropriate siano circa 116 mila.

«La dimissione difficile - dichiara il presidente di Fadoi Puglia, Anna Belfiore - rappresenta una problematica che è aumentata notevolmente negli ultimi anni a causa dell’aumento dell’età media dei soggetti ricoverati. Tali pazienti, spesso non autosufficienti, necessitano di supporto socio-assistenziale che spesso le famiglie non sono in grado di fornire». «Inoltre le strutture residenziali - aggiunge - non hanno posti disponibili per tutti i pazienti in dimissione. Per questi motivi si allunga la degenza media ed aumentano i rischi iatrogeni legati al prolungamento del ricovero. L’attivazione del DM 77 richiederà tempo e, a mio avviso, moltiplica i setting assistenziali senza garantire personale adeguato di copertura». 

Lavinia Capritti per “Oggi” il 9 gennaio 2023.

«È bella la parola "vecchio" non "longevo", non "terza età", la usi la parola: vecchio». Vittorino Andreoli la pronuncia così, scandendola con molta forza, vecchio, sì, che soddisfazione. Per lui la vecchiaia sembra essere uno stato di grazia, d'altra parte spiega che essere vecchi vuol dire «che si è vivi, che si sta vivendo».

 Potrebbe essere una frase scontata, ma lui la trasforma - mentre pronuncia con passione quel «vivendo» - in una rivelazione, perché chi davvero si sofferma a pensarci? E già che c'è, si aumenta gli anni. Ne ha 82, ma per tutto il corso dell'intervista se ne attribuisce 83. Il 10 gennaio uscirà con un nuovo libro sulla vecchiaia, Lettera a un vecchio (da parte di un vecchio), e su questo indaghiamo.

 Come le è venuto in mente? Non tutti amano affrontare questo argomento.

«Ci sono due motivi. Il primo: la vecchiaia di oggi è una novità assoluta nella storia dell'antropologia; le ricordo che fino al secondo Dopoguerra l'età media dei maschi era di 48 anni e oggi il 22 per cento della popolazione italiana è vecchia. Il secondo è che io sono vecchio, sono nell'83esimo anno di età, e quindi posso parlare».

 Sicuro che tutti vivano la vecchiaia come lei?

«Mi scusi, ma lei è sicura che tutti gli adulti vivano serenamente? Il problema sa qual è? Che la vecchiaia è legata alla morte, ma le garantisco che questa è l'ultima preoccupazione dei vecchi».

 Lei quando ha percepito il suo cambiamento, diciamo, di status?

«Quando sono andato in pensione. Molti ci rimangono male ma è per questo che ho scritto questo libro: per dire che debbono prepararsi a fare altro. Certamente ho avvertito delle variazioni sia dal punto di vista del corpo sia della psiche, ma le ho avvertite a qualunque età.

Se lei vuol farmi dire, però, che c'è un momento preciso che tutti incontrano, che è la sessualità, ebbene le racconto che è una balla. C'è una vecchiaia dell'organo così come c'è una vecchiaia del cuore, ma l'eros cambia semplicemente modalità, finché c'è la vita esiste».

 Ma a una certa età si inizia a percepire un certo decadimento fisico e la sensazione di non aver più il mondo ai propri piedi.

«Non è niente vero, c'è un decadimento fisico che è proporzionale al tipo di attività che uno svolge. Detto questo se la Società non richiede nulla al vecchio, che rimane seduto dalla mattina alla sera, certamente avrà la percezione della solitudine. Ma l'errore nasce dalla condizione in cui viene posto il vecchio».

 E lei cosa chiederebbe alla società e al governo?

«Semplicemente di ricordare che un uomo vecchio, avendo vissuto a lungo, può vedere le cose in maniera diversa. Esiste una politica immatura, stolta, dove domina la lotta, il potere. Tutti argomenti per i quali il vecchio non prova interesse. Quando lei dice: ma per lei, professore, quando è cambiata la sua vita? Dal giorno in cui non ho più timbrato il cartellino, pensi che meraviglia. Sono meno condizionato dall'economia, ho meno desideri. Si diventa saggi».

Mi sembra un po' ottimista.

«È stato dimostrato che i neuroni di un cervello vecchio si moltiplicano nonostante l'età. Che cos'è questa idea della candela che lentamente si spegne? Una sciocchezza. E guardi che io non sono un fenomeno, sono un vecchio. E non sono un giovanilista che vuole essere quello che non è. Io sono un po' curvo nelle spalle e cerco di esserlo un po' di più, mi piace. Sono un vecchio nudo».

 Ecco, quando si guarda allo specchio nudo che cosa vede?

«Vedo Vittorino Andreoli e mi diverte molto a pensare come ero. Ho una fotografia di quando avevo tre anni e mi piace metterla vicino all'uomo di 83 anni, realizzare che sono sempre io».

Pensa alla morte?

 «Odio la morte perché vorrei continuare a esserci ancora un minuto e un altro minuto, avrei ancora qualcosa da fare e vorrei poter dare più attenzione a chi non l'ho data. Ma il fatto che odii la morte può essere visto nella maniera giusta: che amo vivere.

 Mi piacerebbe che la popolazione italiana avesse la consapevolezza della bellezza di arrivare a 80 anni, 90 anni e poter vedere il mondo con quegli occhi lì, che hanno funzionato per 90 anni. Magari indicando ai giovani dove posare lo sguardo invece che su quell'orrendo telefonino che rende vecchi anche gli adolescenti».

Dove va posato lo sguardo?

«Sull'uomo, che è un mistero. Sa scrivere versi oppure, come Donato Bilancia, uccidere 17 persone in sei mesi».

 Nel suo libro scrive: «Il saggio non lotta perché conosce che nella lotta si produce dolore».

«Esatto. La vita come la intende Darwin, una lotta, a me non piace più. Ormai non ho da difendere che la serenità».

OK, boomer. Lo scontro tra generazioni esisteva pure prima di internet, ma riconciliarsi è possibile. Diego Martone su L’Inkiesta il 31 Dicembre 2022.

Chi oggi critica Millennials e Gen Z da giovane ha subìto la stessa dinamica: lo sviluppo armonico della società richiede però collaborazione. Un saggio di Egea fotografa le famiglie anagrafiche del nostro Paese e ciò che le accomuna

Lamentarsi delle nuove generazioni, in particolare durante il periodo dell’adolescenza e della prima età adulta, è una prerogativa delle generazioni più anziane praticamente da sempre. Se in questa fase Baby Boomers e parzialmente anche la Gen X vedono in modo molto critico Millennials e Gen Z, non va quindi assolutamente dimenticato come cinquant’anni fa la situazione era analoga, ma a essere l’oggetto delle critiche erano coloro che adesso sono saliti sul palco a criticare.

Si tratta spesso di dinamiche che partono dal rapporto genitori/figli, ma si estendono anche ad altre aree (insegnanti/allievi, allenatori/giocatori ecc.). Tipicamente le accuse riguardano la scempiaggine (o stupidità) dei più giovani, declinata su più piani, che vanno dalle abitudini quotidiane al rapporto con la cultura, dalle relazioni con i propri coetanei al linguaggio, includendo anche altri aspetti.

Questa tendenza appare fin dagli albori della civiltà, potendo risalire ad Aristotele (IV secolo a.C.) quando a proposito dei giovani espresse un pensiero tagliente: «Pensano di sapere tutto, e ne sono sempre abbastanza sicuri». Il fenomeno è stato recentemente studiato ed etichettato come «Kids These Days» («i giovani d’oggi»), ovvero come una tendenza consolidata in cui giocano un ruolo fondamentale due processi cognitivi.

In primis si tratterebbe di un bias mnemonico, che farebbe in modo che gli più giovani, anch’essa riscontrabile in molte epoche e individuabile in tutte le manifestazioni di rivolta rispetto alla struttura valoriale e comportamentale della società dominante in quel momento (si pensi al movimento del 1968 quale esempio più evidente).

La novità relativamente recente, tuttavia, è rappresentata dalle possibilità che si manifestano all’interno delle conversazioni sui canali digitali, luogo in cui, a differenza del passato, ormai tutte le generazioni hanno la possibilità di interagire in modo costante, immediato e senza particolari confini spazio-temporali. Celebre è il meme partito nel 2018, ma reso famoso nel 2019 da un articolo sul New York Times a seguito di uno scambio tra due persone appartenenti a generazioni diverse.

La storia è presto detta: un uomo con i capelli bianchi, un cappellino da baseball e una polo afferma: «The Millennials and Generation Z have the Peter Pan syndrome, they don’t ever want to grow up» (i Millennials e la Gen Z hanno la sindrome di Peter Pan, non hanno alcuna intenzione di crescere). Il video diventa virale e famosissimo, in quanto in grado di scatenare sulla piattaforma che lo ospita (TikTok e a seguire su tutte le altre) le risposte dei Gen Z e dei Millennials che rispondono aggiungendo la formula provocatoria «OK, Boomer».

Questo epiteto, teso a zittire nello specifico l’autore del video, ma di lì in poi chiunque sopra a una certa età si produca in dichiarazioni di biasimo verso i giovani, diviene una pietra miliare della contrapposizione digitale e non tra generazioni (in particolare Boomers vs Millennials ma anche Gen X vs Gen Z).

La vitalità dell’espressione è enorme, aiutata anche da veri e propri progetti artistici a essa collegati, divenendo in breve tempo una sorta di marchio di fabbrica della rivolta. Ogniqualvolta un giovane vuole sottolineare l’inadeguatezza o la contrarietà a un’opinione formulata da qualcuno di più anziano, scatta la risposta che in due parole racchiude un significato molto più ampio. A farne le spese, tra gli altri, l’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha ricevuto valanghe di risposte a suoi tweet con questa espressione.

La rivolta attinge alle condizioni in cui il pianeta si trova dal punto di vista climatico (si pensi a Greta Thunberg e al movimento dei Fridays for Future che ne è conseguito in tutto il mondo), dal punto di vista economico e del mondo del lavoro. Il conflitto che ne risulta si limita (per ora) alla contrapposizione di opinioni che trovano nell’incomunicabilità e nella chiusura rappresentata dall’espressione «OK, Boomer» l’ancoraggio di un discorso, come detto, molto più corposo.

Dietro a questa espressione trova sostanza una critica molto precisa che le nuove generazioni muovono a quelle precedenti: il fatto che il potere in loro possesso è stato sproporzionato e usato male, viste le attuali condizioni del pianeta e in considerazione di quanto potrà accadere in futuro, con i prezzi più alti da pagare che cadranno sulle spalle di chi è giovane in questi tempi.

Ma perché proprio adesso emerge all’orizzonte il tema del conflitto generazionale? Si tratta solo di una diretta conseguenza della crisi mondiale degli ultimi anni culminata con la pandemia e le convivenze forzate imposte dai lockdown oppure siamo davanti a una dinamica che era già presente nel tessuto della società e che ha trovato un’accelerazione improvvisa e imprevista? Per rispondere a questo quesito vale la pena forse inquadrare meglio e più in profondità le generazioni coinvolte.

Da “Senza età” di Diego Martone, Egea, 160 pagine, euro 18,50.

Vecchia Italia. Eleonora Ciaffoloni. L'Identità il 16 Dicembre 2022

Una fotografia impietosa quella che emerge dall’ultimo Censimento dell’Istat: un’Italia sempre più vecchia e più spopolata a testimonianza di una crisi ormai latente nel nostro Paese. La terza edizione del report sui cittadini fa registrare non solo un nuovo record minimo delle nascite (400mila), ma anche un elevato numero di decessi (701mila), con un saldo naturale in decrescita, pari a -301mila unità nel 2021. La popolazione censita al 31 dicembre 2021 ammonta a 59.030.133 residenti, in calo dello 0,3% rispetto al 2020, quando già si era assistito a un calo di 335mila persone. Il decremento della popolazione riguarda in maniera omogena quasi tutta la penisola, con il saldo naturale negativo registrato in tutte le regioni, eccetto la Provincia autonoma di Bolzano con un +193 e una natalità più alta della media. A infierire sul calo, è ancora l’elevato impatto del numero di morti da Covid-19 con un totale di 701.346 decessi che, seppure minore di 39mila unità rispetto al 2020, rimane nettamente superiore alla media registrata nel quinquennio 2015-2019 (+8,6%). Non si discosta dal dato, l’andamento delle nascite, che registra un -1,1% in tutto il Paese, con i valori più alti nel meridione, al -2,7%. Una tendenza che riprende gli ultimi due mesi del 2020 e fa notare i primi effetti della pandemia sulle nascite anche nei primi due mesi del 2021, con un calo del 13,2% di gennaio tra i più ampi mai registrati. Pertanto, il crollo del trimestre tra le due annate può quindi rispecchiare i mancati concepimenti della prima ondata pandemica, con un aumento progressivo nel corso dell’anno. Pochi nati che rendono il nostro Paese ancora più vecchio: in dieci anni, dal 2011, l’età media si è alzata di tre anni, da 43 a 46. Inoltre, nel 2021 per ogni bambino si contano 5,4 anziani, mentre dieci anni fa se ne contavano 3,8 anziani. Di conseguenza, l’indice di vecchiaia (rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e quella con meno di 15 anni) è notevolmente aumentato e continua a crescere, con un 187,6% del 2021. Un’altra causa della diminuzione della popolazione, sempre derivante dagli effetti dell’epidemia di Covid, è il calo della popolazione straniera. Gli stranieri censiti sono 5.030.716 (-141.178 rispetto al 2020), con un’incidenza sulla popolazione totale di 8,5 stranieri ogni 100 censiti. Di questi, quasi la metà, circa il 48%, proviene dall’Europa, il 22,6% dall’Africa, circa il 20% dall’Asia e il 7,3% dall’America. Nel Paese rimane quindi maggiormente rappresentato il continente europeo, mentre seguono l’Africa del nord e l’Asia centro meridionale. Tuttavia, nel complesso la popolazione straniera censita diminuisce del 2,7% rispetto all’anno precedente, con il calo che va a interessare tutte le collettività, ma con maggiore accentuazione per quella cinese che perde circa 30mila unità. Anche in questo caso, si immagina una possibile correlazione con la pandemia di Covid-19. Eppure, nonostante la nuova fase endemica della pandemia, il trend di decrescita non sembra fermarsi. A fare da traino, in negativo, la crisi energetica ed economica, l’inflazione crescente e l’aumento della disoccupazione e quindi dell’incertezza. Anche nel 2022 infatti, secondo le previsioni dell’Istat, la popolazione italiana dovrebbe registrare un ulteriore calo, che potrebbe addirittura essere irreversibile da qui al 2070.

Ode e lode alle zie, scrigno di cose belle. Il collezionismo conservativo delle generazioni passate: dalla scatola dei lacci inservibili ai quaderni neri con laccio rosso. Michele Mirabella su La Gazzetta del Mezzogiorno il 18 Dicembre 2022.

Lodo le zie. Intendiamoci, apprezzo anche gli zii, ma elogio soprattutto le zie. le zie sono state importanti per generazioni, hanno costituito, come generosa alterità materna, una falange benemerita di memorie storiche e un giacimento insostituibile di ricordi, piccola pedagogia, buon senso, rassicurazioni. E ricette. Con l’affermarsi della voga dei figli unici, la figura declinerà nel panorama antropologico italiano, così come quella dei cugini, insostituibili compagni di giochi e di apprendistati di ogni risma e la sparizione dei cognati, magnifici dispensatori di riguardi e di aneddoti, sfidanti a scopone e di mangiate e bevute.

La zia di un mio amico teneva nell’armadio una scatola bianca, di quelle, una volta sobrie e robuste, che custodivano le scarpe, una scatola legata con uno spago che recava una scritta: «Lacci inservibili». Ho detto la zia di un mio amico, ma avrei potuto dire mia zia, perché l’aneddoto si sovrappone all’aneddoto, il vecchio racconto alla citazione e via scrutinando nel «sembra ieri» che affascina spesso il nostro malinconico attardarci nella memoria. La signora godette ottima salute anche in una lunga vecchiaia e questa circostanza ha, forse, a che fare con la sua mentalità provvida e prudente che prima di buttar via qualcosa, rifletteva, titubava, aspettava. Al mio paese, Bitonto, si dice stip ca’ truv che vuol dire «conserva che troverai». Una filosofia.

Chi sa se la zia, non mette conto di dire di chi, custodiva davvero lacci inservibili in quella scatola bianca. Non lo sapremo mai. Per anni abbiamo, il mio amico ed io, riso di quella stramberia e non ci siamo curati di capire quale ragione avesse la signora per conservare dei lacci inservibili. Adesso lo so.

Sarà l’età, sarà l’esperienza, chi sa, ma di certo ho imparato il sottile piacere del conservare. Un piacere che, evidentemente, fa bene alla salute fisica e mentale. Ed è prezioso ausilio per la Storia. Non si tratta dell’altezzosa passione dell’archeologia o dell’astuto calcolo dell’antiquariato, si tratta proprio del piacere di conservare o, meglio, della scaramanzia verso il futuro oscuro e indecifrabile. Il bello è che conservo non solo quanto posso o quanto proprio non mi fa schifo di quello che arriva dal supermercato del consumismo quotidiano, ma, soprattutto, cerco, recupero, archivio e custodisco il passato recente che, al momento, avevo dilapidato in un giovanile furore di rinnovamento quotidiano.

Questa seconda frenesia mi è assicurata dalla frequentazione accanita e deliziosa dei mercatini dell’usato e del trovarobato dove è possibile reperire la paccottiglia meravigliosa di una recherche minuscola e ludica: non solo dischi e libri, ma, anche, soprammobili, giocattoli, vecchie radio, dischi di vinile, indumenti, cappelli, cravatte, gilet, figurine e tutto il bric-à-brac reperibile nel mercato delle pulci compresi televisori che pochi anni fa giudicavamo modernissimi. Cosa c’è dietro questa meticolosa e piccola follia? La voglia, forse, di disvelare che il Tempo regola la nostra storia di uomini, da un canto, distruggendo tutte le opere del nostro breve destino, anche quelle più ingegnosamente pensate e, dall’altro, mettendo a nudo la verità concordemente col suo trascorrere implacabile. E, allora, dopo le mareggiate del tempo trascorso, restano sulla battigia il rudere austero e la testimonianza solenne, il rottame e il reperto, qualche nota, qualche verso, alcune parole sparse.

Ma resta anche il quotidiano ricordo di tutto quello che ci ha aiutato a vivere, a sopravvivere, ad amare e soffrire, a patire il tempo, a tirare avanti: l’oggettistica della vita di tutti i giorni, non importante, non catalogata nelle istruzioni per l’uso della professione, del lavoro, della fatica alta di vivere, ma l’attrezzeria semplice del tirare a campare. Il collezionismo conservativo e non affaristico e speculativo prende avvio dalla voglia struggente di riordinare le idee e i ricordi che sono rintracciabili nelle Grandi Opere nostre o di altri passeggeri transitati sulla terra, quest’«atomo opaco del male» per citare il Pascoli, grande raccoglitore anche di infime, ma sempre sublimi schegge del quotidiano tempo umano. E questa ansiosa collezione di historiae cordis archivia, per la storia che il futuro scriverà, il mondo in cui ci è stato dato di tirare a campare, ma anche le piccole prove di abilità e di praticità nel renderci la vita meno complicata o meno amara. O, addirittura, felice.

Nella vetrinetta troveremo, così, un temperino a più lame, il quaderno nero col bordo rosso, la trombetta, dei pennini, la pupa di Lenci, un abbecedario, una trottola, un vecchio ventilatore di bachelite funzionante, la foto della scuola elementare, lo spremilimoni di alluminio, un uovo di legno per rammendare, una scatola di «Cucirini cantoni», il manuale del perfetto aggiustatore, la macchina fotografica del nonno, un libro di fiabe e frammista alla vetusta biblioteca una costatazione di V. Hugo nella prefazione al Cromwell: «I tempi primitivi sono lirici, i tempi antichi sono epici, i tempi moderni sono drammatici». E troveremo anche, perché no, i lacci inservibili di nostra zia.

Generazioni: quei nati dal 1946 al 1964, «Baby boomer» per sempre. Maria Luisa Agnese su Il Corriere della Sera il 17 Dicembre 2022

Diane Keaton e gli altri (e, soprattutto, le altre). L’eterna giovinezza di chi, dopo una cavalcata nei trend di oltre mezzo secolo, si ritrova testimonial di un’autorealizzazione ora più rilassata e disimpegnata. Comunque di potere. A cui guarda (da lontano) la platea Millennial

Si sdraia nel lettino della macchina del tempo e risponde alla domanda del guru: chi sei nel profondo del tuo cuore? «Sono una donna di 70 anni intrappolata nel corpo di una trentenne che ha soltanto bisogno di un minuto di riposo». Succede in un film plurigenerazionale, Mack & Rita di Katie Aselton, dove la Millennial è l’attrice Elizabeth Lail che dopo essere andata con grande stress, chiusa in un paio di stivaloni pitonati a tacco di 12 centimetri, all’addio al nubilato della migliore amica, organizzato con attrazioni varie, balza fuori dal lettino, libera finalmente di vivere la propria vita, trasformata nella versione settantenne di sé, la Baby Boomer Diane Keaton. Vestita da Diane Keaton, ma anche lei con gli stessi stivali pitonati ai piedi.

L’immaginazione al potere, slogan propulsivo

Un incrocio a distanza fra età diverse che nasconde il comune bisogno di rallentare, di non soccombere alle pressioni della contemporaneità, sempre più sentito e accelerato dal lockdown e dalle crisi economiche, geopolitiche e identitarie. Insomma il sogno del down-shifting , delle grandi dimissioni da un lavoro che perde appeal e da una vita troppo carica di ambizioni. Urgenza che paradossalmente ha regalato nuova ed eterna giovinezza a quella generazione nata fra il 1946 e il 1964 che, dopo una cavalcata positiva in tutti i trend degli ultimi sessant’anni, si ritrova ora a fare da nuovo faro e testimonial di una autorealizzazione più rilassata e disimpegnata per i Millennial in fuga dal diktat della competizione. È la generazione dei Baby Boomer, acchiappatutto e giovani per sempre, che non si arrende e che, dopo avere inventato l’immaginazione al potere quando era giovane, ci è anche andata al potere per quanto con meno immaginazione ed esiti diversi da quelli sognati. Ma che nonostante tutto non rinuncia alla forza propulsiva di quello slogan vincente sull’immaginazione e che proprio lì trova la spinta per reinventarsi e riprodursi all’infinito come modello di idee e di vita per i più giovani, prolungando l’onda lunga ispirazionale.

I BABY BOOMERS IN ITALIA SONO 14 MILIONI, HANNO OGGI FRA I 58 E I 76 ANNI: DI LORO, CIRCA QUATTRO MILIONI E MEZZO SONO ANCORA NEL MONDO DEL LAVORO

La consapevolezza della terza età

Qualcuno si lamenta per questa occupazione di spazi anche mentali, ma se le cosiddette generazione post Baby Boomer non producono idee nuove e riciclano i Beatles e la moda e le mode anni Sessanta/ Settanta in un circuito vintage senza fine, che colpa hanno loro? L’immaginazione non è andata al potere, non ha fatto la rivoluzione, ma è passata nel mercato con le sue idee. E nel mercato ci sguazza. E adesso arriva la nuova ondata, quella della terza età: nel film Diane Keaton diventa la profetessa non tanto dell’ ageing con grazia, dell’invecchiare senza stress, ma piuttosto di una consapevolezza di sé stessi: «Non volevi essere vecchia, volevi soltanto essere te stessa, dimostrare al mondo chi sei» dice l’amica alla neo ragazza di 70 anni che esce trasformata dal lettino. E non è un caso che l’interprete ideale di questa cavalcata generazionale sia proprio Diane Keaton, nata con il debutto dei Baby Boomer, il 5 gennaio 1946. Lei che nella vita le svolte dei B.B. le ha tutte impersonificate con intuito anche estetico.

DOPO AVER INVENTATO «L’IMMAGINAZIONE AL POTERE», ORA I B.B. TROVANO PROPRIO IN QUELLO SLOGAN LA SPINTA PER RIPROPORSI ALL’INFINITO

TikTok over 65

Da musa di Woody Allen con i pants extralarge, versione glamour dell’hippismo, fino a diventare nel tempo icona estetica delle coastal grandmother , trend imperante sulle coste e nei luoghi di vacanza Usa, look decontratto e amplissimo, fatto di maglioni color corda, pantaloni di lino, occhialoni e cappelli flosci, tovaglie bianche e blu, fiori sparsi. Un look nei colori dell’Oceano sperimentato da Diane al debutto del Millennio nel film Tutto può succedere (Something’s Gotta Give) con Jack Nicholson, e poi reinterpretato con vena personale negli anni. Ora lo stile è virale sul web, compreso TikTok (che è l’ultima frontiera tecnologica conquistata dagli Over 65), dove va forte anche il video con Jimmy Fallon e Jane Fonda, altra immarcescibile testimonial Baby Boomer, per quanto più ideologicamente esplicita e un po’ più anziana, anche se non pare, essendo nata nel 1937. Nel video, lui cantando, lei indossando e parodiando, prendono in giro il trend delle coastal grandma che nell’estate 2022 ha dominato da Monterrey a Cape Cod agli Hamptons: «Solo tu puoi indossare 18 sfumature di beige e navy» dice Jimmy a Jane.

KEATON: «NON DICO NIENTE ALLE TRENTENNI. SOLO QUELLO CHE RIPETEVA MIA MADRE: DI VOLARE VIA E SENTIRSI LIBERE DI ESSERE QUEL CHE SONO»

In un’intervista alla Abc per l’uscita del film Keaton ha accolto sorridendo l’idea di essere la testimonial di quell’onda lunga ispirazionale che emana dai Baby Boomer e ne dà anche un’interpretazione personale: «Mia madre, che era una persona speciale, mi ha sempre detto: vai avanti e sii libera. Mi ha dato l’opportunità di fare delle scelte. E io ho fatto quello per tutta la vita. Per questo non dico niente alle trentenni. Solo di regalarsi la possibilità di volare via, di non sentirsi costrette. Di essere quel che sono». Ed è proprio questa forza che affonda le radici in una libertà a 360 gradi, quella a cui si appellano le giovani Millennial e a cui ancora una volta i Baby Boomer non si sottraggono a fare da modello. E a riuscire a esserlo per sempre, cambiando pelle e riuscendo a capire come rabdomanti, con antenne sempre accese, i nuovi sentimenti e i nuovi trend. Perché è questa forse l’anima più genuina dell’essere nati in quel periodo dove tutto cambiava e accelerava vertiginosamente, e dove le opportunità erano nell’aria e bisognava saperle cogliere al volo, in quel decennio vorticoso: gli Anni Sessanta, nati senza carta igienica e finiti con l’uomo sulla Luna.

SONO IL 60 PER CENTO IN MENO I BAMBINI NATI IN ITALIA NEL 2020 (404.104) RISPETTO AI BAMBINI NATI IN ITALIA NEL 1964 (1.016.120)

I maschi attaccati alle poltrone

E oggi, le donne più dei maschi, sembrano pronte a vivere un nuovo patto fra generazioni. Mentre i maschi, ora che sono intorno ai 70 anni, rimangono attaccati alle poltrone esattamente come quelli della generazione precedente: sarà un caso che i contendenti democratici alle primarie per l’ultima presidenza americana erano due pre Baby Boomer, Joe Biden e Bernie Sanders, e che un bel gruppo di altri 70 enni, da Putin a Draghi a Xi Jinping sono ancora in zona comando, sulla scena o dietro le quinte come Clinton e Obama? Ora che quei posti li hanno conquistati non li vogliono mollare, resistendo a qualsiasi tentativo, velleitario, per quanto pervicace, di rottamazione. Le donne invece che da questo potere sono state tenute lontane senza riuscire ancora a sfondare nessun soffitto e nessun muro (d’altra parte già nella contestazione del ‘68 erano relegate a fare gli angeli del ciclostile) sono più pronte a questo nuovo adattamento.

Una rivoluzione incompiuta

Qualche tempo fa una scrittrice femminista e docente universitaria americana, Susan Douglas, aveva teorizzato questa rivincita delle Baby Boomer in un libro, In Our Prime (nel fiore degli anni), sottotitolo: How Older Women are Reinventing the Road Ahead , come le donne Over stanno reinventando la strada per andare avanti. Bisogna, incita Douglas, realizzare finalmente la rivoluzione incompiuta. C’è un vuoto che i maschi della nostra generazione non hanno saputo colmare: «Coetanee, riempiamolo, questo vuoto. E proviamoci insieme alle ragazze che vengono dopo di noi. Facciamo la nostra parte nei loro confronti, diamo la sveglia anche a loro». L’esperienza delle prime, fatta anche di fallimenti dolorosi e di altalenanti stop and go, va oggi a incrociare le vite delle trentenni che da quelle esperienze vogliono prendere il meglio senza ripeterne possibilmente gli errori più brucianti. E trova un terreno comune in quella realizzazione di sé che, come dice Keaton, affonda le radici nella libertà di scegliere, di rallentare se necessario, di non subire la competizione sfrenata, di non farsi dettare le regole dal di fuori. Ci riusciranno, o sarà l’ennesimo scacco dell’immaginazione al potere?

Patriarcali.

Gli “Hikikomori”.

I bamboccioni.

Il Gergo.

Incompresi.

Il Male di vivere.

Indolenti.

Social-dipendenti.

Ritoccati.

Viziosi.

Drogati.

Ubriachi.

Violenti.

Ansiosi.

Ignoranti.

Maleducati.

Patriarcali.

I giovani italiani sono i più sensibili all'uguaglianza fra donne e uomini. Claudia Osmetti su Libero Quotidiano il 30 novembre 2023

È che siam sempre lì, magari pure col ditino alzato, signora-mia-ma-questi-ragazzi-di-oggi-come-stanno-crescendo? Oppure con le ultime manifestazioni, fiumane di persone in piazza, giustamente scandalizzate perché la violenza di genere è uno schifo e poi cosa-stiamo-insegnando-ai-giovani? O ancora indignati, preoccupati, risentiti: troppi social, troppo bullismo, troppo razzismo. Colpa (il leitmotiv della settimana) del patriarcato, di quella cultura maschilista che ti tira su così, con una scala di valori inaccettabile per un Paese occidentale del 2023. E abbiamo torto. Torto marcio. Non perché la violenza di genere non sia uno schifo (lo è), non perché il patriarcato non esista (in una certa misura esiste, assieme alla cultura maschilista che in alcuni casi è dura a smorzarsi), non perché siano da negare (giammai) bullismo e razzismo: ma perché i nostri ragazzi, gli adolescenti, i tredici e quattordicenni dell’Italia moderna, dell’Italia di oggi, sono molto più aperti di noi. Se c’è qualcuno che impartisce lezione, al massimo sono loro. 

Lo dice chiaramente l’ultima indagine di Iea Iccs (che poi è l’International civic and citizenship education study) la quale ha coinvolto 22 Paesi nel mondo (quindi non solo il nostro), 224 scuole italiane, 2.400 insegnanti e circa 4.900 studenti delle scuole medie. Si tratta di uno studio, approfondito, quello di Iea Iccs, tra l’altro nuovo di zecca perché non era mai stato condotto prima, almeno non con una platea di riferimento così ampia, sull’educazione civica e la cittadinanza. Uno studio che fotografa per bene come gli studenti italiani siano più favorevoli (e parecchio) della media internazionale dei loro coetanei quando si parla di uguaglianza di genere. Oibò. Il punteggio mediano dei 22 Stati presi in considerazione, infatti, è di 52: l’Italia arriva a 56 (come la Francia e la Svezia), meglio di noi fa solo Taiwan (58). Tutti gli altri ottengono meno (ottiene meno la Spagna che si ferma a 55 assieme alla civilissima Norvegia; ottiene meno la Croazia che staziona attorno a 54 come Malta; ottiene meno, ossia 46, che è anche il dato più basso in assoluto, la Bulgaria).

Gli studenti italiani, poi, sono tra i pochi che rispetto all’ultima rilevazione del 2016 aumentano la loro performance di 0,3 punti. E attenzione: c’entra niente l’impegno delle manifestazioni di questi giorni, gli appelli in tivù e nei cortei, il tam tam (sacrosanto) sulle ultime vicende di cronaca che si è mangiato spazi nei talk e pagine su Facebook. I numeri, questi numeri, sono riferiti a sondaggi effettuati nel 2022. Insomma, i nostri ragazzi la pensavano così anche prima. Pensavano, cioè, che tra donne e uomini di differenze ci siano solo quelle biologiche, che ciò che conta, alla fine, non sono le parti anatomiche ma una persona, che femmina o maschio è uguale. Vivaiddio se hanno ragione. Vivaiddio se è questa la strada giusta. Tracciata, non a caso, dalle nuove generazioni: quelle col cellulare in mano e internet sempre connesso, e allora che male c’è? Hanno pure più a cuore di noi le sorte dei migranti, gli adolescenti. Pensano che «i figli degli immigrati dovrebbero avere le stesse opportunità di studio degli altri bambini» e che «gli immigrati dovrebbero avere gli stessi diritti delle altre persone» e che «dovrebbero avere l’opportunità di conservare i propri usi e costumi» nonché se «vivono da diversi anni in un Paese, l’opportunità di votare alle elezioni».

Abbiamo giovani che s’intendono di politica, e questa anche è una bella scoperta. Li immaginavamo solo con le cuffiette alle orecchie ad ascoltare la trap, e salta fuori che l’83% degli studenti italiani (contro il 75% di quelli mondiali, l’aumento è evidente) è d’accordo sul fatto che la democrazia sia «ancora la forma migliore di governo per il proprio» Stato. È già qualcosa, coi tempi che corrono. Dicono, i nostri adolescenti, che sono propensi a partecipare alle elezioni, un po’ meno rispetto al passato ma un po’ più dei loro coetanei all’estero. Non piacciono loro, tuttavia, i media tradizionali (che perdono il 15% della loro fiducia) e non piace loro nemmeno la compagine parlamentare, intesa in senso lato (che sforbicia di un significativo meno 13%). Sono preparatissimi in educazione civica, specialmente le ragazze e nonostante il Covid, uno su due (il 47%) discute di politica a casa con i propri genitori. E lo fa frequentemente. S’interessa, s’informa, ragiona. Il canale di informazione preferito resta quello televisivo (il 50% dei quattordicenni lo utilizza almeno una volta a settimana: anche se questa percentuale si taglia di sei punti rispetto al periodo pre-pandemico del 2016), seguito dal maremagnum del web (valido nel 29% dei casi) e molto più staccata è la lettura dei giornali, compresi quelli digitali e on-line (21%). Dobbiamo prenderne atto ed esserne anche un po’ orgogliosi: perché non facciamo che ripeterci che sono loro la società del futuro. Ed evidentemente sono una società più aperta di quel che viene dipinta. 

Gli “Hikikomori”.

Il ritiro sociale degli adolescenti italiani: in 54mila sono “Hikikomori”. Iris Paganessi su L'Indipendente il 3 Marzo 2023.

In Italia i ragazzi che si definiscono Hikikomori sono 54.000. A riferirlo è l’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Ifc) che ha condotto il primo studio nazionale volto a fornire una stima quantitativa dell’isolamento volontario nella popolazione adolescente.

Hikikomori” (traducibile come “ritirati sociali”) è un termine giapponese che indica la tendenza nei più giovani a non uscire di casa, smettendo di frequentare scuola e amici, per chiudersi nelle proprie stanze e limitare al minimo i rapporti con l’esterno, mantenendo i contatti prevalentemente attraverso Internet.

Stando a quanto emerso, il 2,1% dei ragazzi contattati attribuisce a sé stesso questa definizione. La ricerca ha coinvolto 12.000 giovani ma il dato, se proiettato sulla popolazione studentesca compresa tra i 15 e i 19 anni, arriva a coinvolgere circa 54.000 studenti.

Il dato ha suscitato una grande preoccupazione, tant’è che ora il fenomeno si trova al centro di un nuovo studio, promosso dal Gruppo Abele in collaborazione con l’Università della Strada, volto a definire una prima stima quantitativa attendibile.

La ricercatrice del Cnr-Ifc, Sabrina Molinaro, ha commentato così quanto emerso: «Questo dato appare confermato dalle risposte sui periodi di ritiro effettivo: il 18,7% degli intervistati afferma, infatti, di non essere uscito per un tempo significativo, escludendo i periodi di lockdown, e di questi l’8,2% non è uscito per un tempo da 1 a 6 mesi e oltre: in quest’area si collocano sia le situazioni più gravi (oltre 6 mesi di chiusura), sia quelle a maggiore rischio (da 3 a 6 mesi). Le proiezioni ci parlano di circa l’1,7% degli studenti totali (44mila ragazzi a livello nazionale) che si possono definire Hikikomori, mentre il 2,6% (67mila giovani) sarebbero a rischio grave di diventarlo».

L’età più sensibile e soggetta al fenomeno è quella dai 15 ai 17 anni, mentre le differenze di genere si rivelano nella percezione della condizione e nell’utilizzo del tempo: i maschi sono la maggioranza fra i ritirati effettivi e tendono a sostituire la vita sociale con il gaming; le femmine, invece, si attribuiscono più facilmente la definizione di Hikikomori e passano il proprio tempo a dormire o a leggere e guardare la tv.

La principale causa dell’isolamento dei più giovani si ritrova nel senso di inadeguatezza rispetto ai compagni: «L’aver subito episodi di bullismo, contrariamente a quanto si possa ritenere, non è fra le ragioni più frequenti della scelta. Mentre si evince una fatica diffusa nei rapporti coi coetanei, caratterizzati da frustrazione e auto-svalutazione» ha affermato Sonia Cerrai (Cnr-Ifc). «Un altro dato parzialmente sorprendente riguarda la reazione delle famiglie: più di un intervistato su 4, fra coloro che si definiscono ritirati, dichiara infatti che i genitori avrebbero accettato la cosa apparentemente senza porsi domande. Il dato è simile quando si parla degli insegnanti».

Il Gruppo Abele non intende fermarsi ai dati ed è per questo che – come riportato nella nota – ha ideato un seminario per operatori, educatori e insegnanti, che si terrà a Torino il 5 maggio prossimo. Oltre a questo nuovo progetto il gruppo prosegue anche quello iniziato nel 2020, denominato Nove ¾. Come spiega Milena Primavera, responsabile del percorso «Il progetto (vincitore di un premio dell’Accademia dei Lincei che ha finanziato anche lo studio in oggetto) si è fatto finora carico di una quarantina fra ragazzi e ragazze le cui famiglie non trovavano risposta alla chiusura e all’isolamento dei loro figli. Per loro si è attivato un affiancamento a domicilio, con la possibilità di frequentare un centro laboratoriale dedicato, dove si svolgono attività individuali o in piccolo gruppo con “maestri di mestiere” a partire dagli interessi espressi dai ragazzi. Ai genitori è offerto, in parallelo, un sostegno psicologico volto ad acquisire maggiori strumenti per gestire le difficoltà dei figli. Una prima sperimentazione, in rete con il sistema scolastico e i servizi socio-sanitari, per tentare di accompagnare i ragazzi isolati dal mondo a un diverso progetto di vita». [di Iris Paganessi]

I bamboccioni.

Vado a vivere da solo. Perché al Nord Europa i giovani escono prima di casa. Enrico Varrecchione su L'Inkiesta il 23 Settembre 2023

Guardando i dati, cominciano a lavorare a un’età in media più bassa dei loro coetanei (italiani ma non solo). Oltre ai fattori culturali, incidono anche la disponibilità di alloggi a prezzi non proibitivi e soprattutto l’assistenza durante gli anni dello studio

La scena in cui Jerry Calà si siede su un water fiammeggiante è quasi certamente la più celebre del film di Marco Risi “Vado a vivere da solo”. Il film uscì nel dicembre del 1982: Italia campione del mondo in carica, al governo c’è il Pentapartito e ci rimarrà per un decennio, ci si prepara all’epoca della Milano da bere. Secondo una stima Istat, all’epoca gli uomini italiani, in media, lasciavano l’abitazione dei genitori poco dopo i ventotto anni, le donne poco dopo i ventisei.

Passano quarant’anni, la nazionale non si qualifica ai mondiali per due volte di fila, i governi si colorano e si alternano come contrade del Palio di Siena e le insegne luminose attorno a Piazza del Duomo sono state smontate già da un quarto di secolo. Gli italiani lasciano l’abitazione dei genitori sempre più tardi: nel 2022 la media era 30,9 per gli uomini e ventinove per le donne.

I dati e il ruolo del lavoro

La statistica fotografa un’Europa dove la differenza fra i numeri italiani e quelli della Svezia (il Paese con l’età media più bassa) è di quasi dieci anni. Gli altri paesi sul podio Ue sono la Finlandia (21,2) e la Danimarca (21,3). La Norvegia non aggiorna le statistiche dal 2009, quando i giovani norvegesi, in media, lasciavano la casa dei genitori a 19,3 anni.

Un’analoga indagine del 2019 mostra variazioni in senso opposto fra i primi tre Stati: la Svezia, nel periodo in questione, ha visto l’età media aumentare di 1,2 anni (quattro anni fa era addirittura inferiore alla maggiore età), in Danimarca è rimasta identica, mentre in Finlandia è calata da 21,8 a 21,2.

Se nella trama del film Jerry Calà chiede di andare via di casa, può permettersi di farlo solamente attraverso il contributo dei genitori ed è ragionevole immaginare che il discorso non sia cambiato più di tanto. Funziona così anche nel Nord Europa? I freddi numeri direbbero di no. D’altronde, è sufficiente fare una passeggiata in una capitale nordica d’estate per comprendere come l’età media, fra chi lavora a contatto con il pubblico, sia decisamente bassa.

L’equivalente norvegese dell’Istat dice che il sessantasette per cento dei norvegesi fra i quindici e i ventiquattro anni ha svolto un lavoro estivo durante il 2021. Fra i quindici e i diciannove anni la percentuale era del cinquantadue per cento. Valori molto simili anche fra gli svedesi nella fascia d’età che va dai sedici ai diciotto anni (dato del 2017), mentre la Confindustria danese stima al quaranta per cento la percentuale di giovani danesi con un lavoro estivo nel 2023 fra i tredici e i diciassette anni. Quattro studenti finlandesi su cinque lavorano durante le vacanze estive secondo un’indagine della tv di stato Yle del 2020.

La situazione, in Italia, è radicalmente opposta. L’Istat rilevava che nel 2021, indipendentemente dal periodo dell’anno, aveva lavorato solamente il 17,5 per cento dei giovani fra i quindici e i venticinque anni, in una statistica che include, quindi, anche chi ha interrotto gli studi per dedicarsi al lavoro. Nel 2004 la percentuale era del 27,3 per cento ed è scesa fino al 2014 quando si è toccato il minimo del 15,5 per cento. Da allora, i giovani con un lavoro di qualche sorta sono tornati a salire (con l’eccezione del 2020 causa Covid). Enormi le variazioni regionali: si va dal 27,9 per cento del Nord-Est al 13,2 per cento del Mezzogiorno.

Il secondo fattore: trovare casa

Dopo il lavoro, il secondo tassello che permette ai giovani di poter lasciare l’abitazione dei genitori è la disponibilità di un appartamento, e se è vero che per chi lavora a tempo pieno valgono le logiche del mercato al pari di ogni altro adulto, per chi studia la faccenda è più complicata.

Per le università nordiche, è comune mettere a disposizione propri appartamenti, oppure soluzioni abitative convenzionate con gli enti locali. Prendiamo in considerazione le prime tre università scandinave del QS University Ranking: l’Università di Copenhagen, con trentaseimila studenti e circa settemila nuove matricole ogni anno, si appoggia all’ente Studieboliger che dichiara di offrire l’accesso a oltre undicimila abitazioni nella capitale. Oltre a Studieboliger, esiste anche la Kkik che raccoglie una trentina di fondazioni sotto lo stesso tetto per circa seimilaseicento abitazioni.

Più piccola è la Aalto University di Espoo, cittadina confinante con Helsinki. I suoi dodicimila studenti si appoggiano alla Ayyy (l’associazione degli studenti dell’università) che gestisce abitazioni per circa un quarto degli iscritti all’ateneo, mentre l’ente abitativo Hoas dichiara diecimila appartamenti, che però sono destinati anche agli studenti di altre università della capitale.

Complicato il discorso per l’Istituto Reale di Tecnologia di Stoccolma (settantatreesimo posto, tredicimila iscritti). Si appoggia all’ente Sssb (Abitazioni Studentesche di Stoccolma), che al momento offre solo quarantotto abitazioni disponibili su 8.352 in tutta la città a fronte di migliaia di nuove matricole. Per un appartamento centrale (quarantanove metri quadri in centro, ottocento euro al mese), la persona in cima alla graduatoria è in attesa da millesettecento giorni, ma in media gli appartamenti richiedono un’attesa di circa un anno e si va dai trecento ai seicento euro mensili. Questo, però, rappresenta un caso limite legato alla profonda crisi abitativa che colpisce Stoccolma e le principali città svedesi.

Una caratteristica comune a queste tre università è la semplicità con cui si può fare richiesta per un’abitazione: la registrazione avviene online e gli strumenti sono piuttosto intuitivi. Fra i primi atenei italiani, solo il Politecnico di Milano ha a disposizione appartamenti propri (1.568 per quarantaseimila studenti) e un sistema di assegnazione online, mentre Bologna offre seicento borse di studio da mille euro l’anno per i fuorisede. Per il resto, l’ostacolo principale delle università italiane è il labirinto di bandi regionali e burocrazia attraverso i quali destreggiarsi.

Il terzo fattore: sostegno agli studi

L’ultima partita, forse quella fondamentale, è quella del sostegno agli studi. Le università del Nord Europa sono pubbliche e gratuite (per chi arriva dall’Ue), mentre quelle statali, in Italia, hanno rette variabili a seconda del reddito.

Attraverso siti dedicati, è possibile calcolare l’ammontare del sostegno offerto dallo Stato agli studenti.

Poniamo il caso di uno studente a tempo pieno, che desidera abitare in affitto, non lavora e non ha familiari a carico: in Danimarca riceverebbe 882 euro lordi al mese a fondo perduto; in Norvegia 4800 euro annui a fondo perduto e 7200 in prestito (senza interessi); in Svezia 306 euro a fondo perduto ogni quattro settimane e, qualora desiderasse il prestito, 700 euro con interessi allo 0,59 per cento; in Finlandia sono 270 euro al mese a fondo perduto e 650 di prestito.

In generale, i requisiti sono la cittadinanza o la residenza permanente, la partecipazione attiva agli studi e l’assenza di altre fonti di reddito. Anche qui, il sistema di richiesta è informatizzato, leggero e intuitivo.

A spiegare cosa favorisce la precocità degli svedesi nello spiccare presto il volo dal nido e quali problemi, invece, si possono presentare, ci pensa Viktorija Pesic, presidentessa delle Associazioni studentesche riunite di Stoccolma: «La Svezia ha una forte cultura individualista molto diversa dai Paesi del Sud Europa, io stessa provengo da una famiglia di origini balcaniche e ho notato la differenza. I numeri sono particolarmente bassi perché diversi giovani nelle aree rurali o nel nord, vanno via di casa addirittura per frequentare le scuole superiori, specie se l’indirizzo preferito non è disponibile nelle vicinanze».

Anche per questo, l’indipendenza inizia già durante gli anni della formazione: «Molti lavorano già durante gli anni delle superiori, ad esempio d’estate. Chi studia all’università cerca di pagarsi gli studi lavorando nei bar, oppure come baby-sitter». E le difficoltà maggiori? «La questione abitativa è molto pressante. Nelle grandi città, specie nella capitale, la popolazione studentesca è in gran parte composta da giovani nativi, questo perché perfino gli affitti di seconda mano sono carissimi. Secondo i nostri studi, molti giovani che non riescono a spostarsi dalla casa dei genitori, contribuiscono pagando l’affitto, mentre chi arriva da fuori spesso deve rinunciare perché non può trovare un’abitazione decente. E questo vale anche per gli studenti internazionali», chiude Pesic.

È facile comprendere anche l’entusiasmo di chi arriva dall’Italia. Stefano Natali, un neo papà trentaseienne ora residente a Stoccolma, è stato studente di robotica e per lungo tempo nel coordinamento per gli studenti Erasmus dell’Università di Örebro, nella Svezia centro-meridionale. Per lui, anche la qualità dell’educazione è stata una svolta dal punto di vista economico.

«Mi sono ritrovato a studiare lì dopo che l’Università di Roma 3 non mi aveva convalidato gli esami dati in Erasmus facendomi perdere quasi un anno intero. E così sono passato dal dover fare avanti e indietro in treno da casa a Roma e pagare a mie spese gli strumenti su cui lavorare, a un’università dotata di campus e laboratori gratuiti a disposizione». Hai avuto accesso al sostegno economico? «No, perché bisogna avere la cittadinanza, ma non pagavo la retta e la stanza al campus costava solo duemila corone al mese (circa duecento euro, ndr), alla fine mi conveniva economicamente».

E in una città più piccola rispetto alla capitale, la crisi abitativa non crea troppi grattacapo: «Gli studenti Erasmus che assistevo non avevano difficoltà dal punto di vista economico. Al massimo, se la borsa di studio era troppo ristretta, dovevano fare qualche sacrificio sulle uscite o sulla spesa settimanale, ma la grande differenza sta nel fatto che, a Örebro l’università ha direttamente in gestione una serie di appartamenti in accordo con l’ente cittadino e può distribuirli fra gli studenti, mentre a Stoccolma i prezzi sono molto gonfiati».

Estratto dell’articolo di Carlo Rimini per il “Corriere della Sera” il 23 Febbraio 2023.

Due sentenze depositate nei giorni scorsi consentono di dire che neppure i «bamboccioni» hanno più le sicurezze di una volta. Fino a qualche anno fa, i giudici italiani erano fra i più tolleranti al mondo nei confronti dei figli maggiorenni che chiedevano di essere mantenuti dai genitori. […]

 Il Tribunale di Foggia ha affrontato il caso di una ragazza ventenne che, dopo la separazione dei genitori, ha deciso di vivere con il padre, un operaio. Questi ha quindi chiesto al Tribunale di obbligare la madre, bracciante agricola, a versare un assegno di mantenimento per la figlia.  […]

Il Tribunale ha rigettato la domanda, osservando che i figli maggiorenni sono responsabili delle loro scelte. Terminati gli studi, obbligare i genitori a mantenere i figli significherebbe alimentare «forme di vero e proprio parassitismo di ex giovani ai danni dei loro genitori sempre più anziani».

 La stessa impostazione è confermata anche dalla Cassazione, con l’ordinanza n. 3769 del 2022 secondo cui, per tutta la durata legale del corso di studi, il figlio ha diritto a mantenere il tenore di vita dei genitori. Completati quindi gli studi, rilevante è solo la «capacità lavorativa del figlio, desunta dal titolo di studio da lui eventualmente conseguito e dalla sua qualificazione professionale». Il figlio non ha più alcun diritto a vivere con il medesimo tenore che i genitori gli avevano garantito. […]

Presuntuosi. Estratto dell’articolo di Fulvia Caprara per “la Stampa” il 20 febbraio 2023.

[…] La sua generazione, quella dei millennial, deve vedersela con boomers invadenti, che non fanno passi indietro. Si sente in qualche modo penalizzata da queste presenze ingombranti?

«Viviamo in una gerontocrazia, questo è un dato di fatto. Tra noi giovani ci sono un sacco di talenti, abbiamo molta consapevolezza e partecipazione, un pensiero preciso su quello che vogliamo, dobbiamo sistemare un sacco di cose, salvare il pianeta, sotto tanti punti di vista, ma ce la faremo, perché siamo bravi». […]

Estratto dell’articolo di Flavia Amabile per “la Stampa” il 20 febbraio 2023.

Se i giovani sono così bravi come sostengono, lo dimostrino. Giuseppe De Rita – sociologo, uno dei fondatori e poi presidente del Censis – risponde all'attrice Benedetta Porcaroli che in un'intervista pubblicata ieri su LaStampa analizzava il difficile rapporto tra giovani e anziani nella società italiana.

 Viviamo in una gerontocrazia, questo è un dato di fatto, sostiene l'attrice Benedetta Porcaroli.

«Il problema non è il rapporto fra vecchi e giovani ma chi c'è intorno. Mancano le seconde schiere. A 80 e 90 anni si può ancora girare, se si hanno intorno persone che girano. […]».

 Quindi non è una questione di età ma di organizzazione del potere?

«Al potere manca effettivamente una generazione. È saltata quella di chi ha tra i 50 e i 60 anni. Non hanno avuto la forza o l'opportunità di creare un'oligarchia di potere. Però il problema è un altro».

 Quale?

«L'Italia è un Paese policentrico, ha bisogno di un potere che faccia sintesi e crei posizioni intermedie. Se mancano le posizioni intermedie, il potere resta isolato, si svuota, e mette in difficoltà anche chi è bravo. […] per gestire il potere non basta l'emotività». […] «[…] La mia generazione non ha mai fatto valutazioni personali e non si è mai innamorata tanto di sé stessa da dire "faccio tutto io". Siamo stati in seconda linea, eravamo nascosti, e intanto ci siamo formati».

 Che devono fare i giovani per farsi strada nella gerontocrazia italiana?

«Se la generazione dei giovani fosse intelligente come la mia, invece di andare alla ricerca del potere alto e di fare politica con l'obiettivo di vincere le elezioni, dovrebbe avere la modestia di occuparsi della dimensione intermedia del potere, coltivando la cultura sindacale, l'amministrazione locale. In Italia, invece, domina il meccanismo perverso che verticalizza tutto e impedisce che si crei una classe dirigente».

Le parole di Benedetta Porcaroli non sono riferite solo alla politica e al potere, ma anche ad altri settori come lo spettacolo.

«Il discorso è valido ovunque ci sia la tendenza a dare rilievo al potere di vertice».

 Tra i giovani ci sono tanti talenti, sostiene ancora Benedetta Porcaroli. Devono sistemare molte cose – ad esempio salvare il pianeta – ma ce la faranno perché sono bravi.

«Lo dimostrino, allora. Non bisogna volere essere bravi, non è questo che conta. Conta la cultura del potere che purtroppo manca. L'esempio è Greta Thunberg. Dopo di lei che cosa è successo? Ci sarebbe stato bisogno di persone della sua generazione in grado di fare una politica dell'ambiente, ma non ci sono. È accaduto lo stesso con i virologi, professionisti seri, preparati, competenti, ma per gestire il potere è necessario avere il senso della complessità. […]».

Il Gergo.

Le parole della Gen Z, un vocabolario per intendersi senza sembrare ‘cringe’. Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 16 Aprile 2023.

Dalle paure ai desideri, dalla sensibilità per i diritti di tutti alla fluidità dell’amore, senza etichette. Il significato di dieci espressioni che gli adolescenti utilizzano oggi sui social per raccontarsi e fare gruppo

Ci sono delle parole che possono raccontare come la Gen Z vede noi adulti, come si informa, come vive le relazioni amorose intermediate dai social, in che cosa crede, come esprime gli stati d’animo, come affronta la realtà che gli abbiamo consegnato che probabilmente le fa abbastanza schifo (ed è difficile darle torto) e che cosa in fin dei conti le sta a cuore. Sono parole di uso frequente soprattutto sui social di cui spesso noi mamme e papà, ma anche insegnanti, politici e giornalisti, non conosciamo il significato: come possiamo poi pensare di relazionarci con loro? L’obiettivo del glossario che segue è non solo farci comprendere che cosa i ragazzi vogliono dire, ma anche aiutarci a capire attraverso dieci termini il modo di essere e di vivere della Generazione Z, gli adolescenti di oggi. La sfida dopotutto è doppia: capire il loro linguaggio per conoscerli e conoscerli per tentare di capire cosa gli frulla in testa quando come spesso accade ci fanno dannare.

CRINGE

La parola entra nel famoso vocabolario dell’Accademia della Crusca l’11 gennaio 2021. L’ambito di origine: Rete, social media. Se usato come sostantivo è «il fenomeno del suscitare imbarazzo e, in particolare, le scene, le immagini, i comportamenti che causano tale sensazione». È quello che noi boomers rischiamo di essere tutte le volte che vogliamo essere brillanti e sorprendenti per conquistare la simpatia dei giovanissimi. È fondamentale conoscere il significato del termine per non chiedere mai a un Gen Z che cosa vuol dire: il fatto stesso di chiederlo risulta tremendamente cringe .

SKIPPARE

Dall’inglese to skip , il significato letterale del verbo è “saltare”: gli adolescenti lo fanno in continuazione sui social per filtrare i contenuti. Non solo saltano a piedi pari ciò che non gli interessa, ma spesso capita che anche dei video che gli piacciono vedano solo il momento più gettonato dalla comunità social. Lo possono facilmente individuare grazie alla barra che indica il frame con più visualizzazioni. È il gesto con cui convivono e che è in grado di condizionare il loro modo di informarsi, pensare e alla fine essere. Ciò non vuole dire, però, che sia una generazione superficiale: anche solo pensarlo è cringe .

CATFISH

Letteralmente è il pesce-gatto. Lo fa una persona che crea una falsa identità sui social fingendosi un’altra persona. Nell’epoca in cui il primo contatto tra due adolescenti avviene di frequente su Instagram, il termine è utilizzato anche per schernire chi dal vivo è diverso da come appare sui social: «È uno/a che fa catfish!». Così all’hype dell’incontro può seguire la fregatura, rischio frequente visto l’uso smodato dei filtri con cui vengono scattate le foto o girati i video da pubblicare. Conoscersi di persona e piacersi è l’ardua impresa di far nascere un amore fuori da uno schermo di TikTok. Se succede c’è una crush , che sta ad indicare che si sono presi una sbandata per qualcuno/a.

GHOSTARE

Ghostare è l’unione di ghost (fantasma), con il suffisso -are: sta ad indicare quando qualcuno in una storia d’amore sparisce. Ciò che al netto del catfish può iniziare virtualmente, virtualmente può finire: la Gen Z non ha il problema di bloccare il numero di cellulare perché difficilmente lo usa per sentirsi, basta non rispondere più ai messaggi, non mettere più like ai video, oppure interrompere la streak su Snapchat, ossia fare spegnere il simbolo del fuocherello che appare vicino al nome della persona se per tre giorni consecutivi si scambia un messaggio, ma che scompare se per 24 ore non si comunica. Il Milanese imbruttito la definisce una bastardata.

FLUIDO

È l’aggettivo che accompagna la parola amore. Dai discorsi degli adolescenti la possibilità di essere banalmente etero o omosessuali sembra un’eresia. L’hanno sostituita con la fluidità al motto: «Noi non ci innamoriamo di un maschio o di una femmina, ma della persona!». Ne è la prova Alessia Lanza, l’influencer 23enne seguitissima dalla Gen Z, che in una recente intervista su Instagram a 7 dice: « Coming out ? Sono una che preferisce non etichettarsi. Sono sempre Alessia Lanza comunque». È anche il segnale dell’attaccamento alla battaglia Lgbtq+. Sulle spalle indossano le borse di stoffa arcobaleno a raccontarci di una generazione che vede il sesso in modo fluido, detesta le etichette e, già in prima linea per la difesa dell’ambiente, non sopporta le discriminazioni.

N-WORD

È il termine impronunciabile: per evitare di dire «nero», i Gen Z l’hanno trasformato in un acronimo. L’attenzione è rivolta alla causa del Black Live Matter, «le vite nere contano». Altro segnale dell’attenzione ai diritti civili. Una sensibilità da non sottovalutare mai quando da genitori parliamo con un adolescente. La sfuriata altrimenti è assicurata insieme alle porte che si chiudono.

POV

È la scritta che appare sopra i video di TikTok che sta per Point of View , ovvero “punto di vista”. Gli adolescenti si immedesimano nei panni di una persona e raccontano quel che pensa e prova. Di recente la linguista Vera Gheno mi ha spiegato: «Il Pov richiama il mondo dei videogiochi in cui tu sei in 3D e guardi attraverso il personaggio. È una forma intermediata per parlare di sé, ma senza usare la prima persona. Una sorta di proiezione del mio punto di vista facendolo passare per quello di una persona X». È il modo scelto dagli adolescenti per esprimersi senza ricondurre tutto all’Io.

DISTOPICO

È l’aggettivo che accompagna di solito i romanzi che leggono gli adolescenti. La Mondadori, casa editrice di numerosi bestseller distopici, spiega sul suo sito: «Se l’utopia vuol descrivere un mondo perfetto e ideale, la distopia ne mette in scena uno indesiderabile e spaventoso». Le vicende sono ambientate in una società del futuro prossimo che è la peggiore possibile: schiavitù, povertà, discriminazioni. Non ci sono come nei fantasy invasioni aliene o creature sovrannaturali: la colpa della devastazione è dell’uomo, artefice del proprio destino. Ma anche il peggiore dei mondi possibili può essere cambiato. Così la passione dei Gen Z per i distopici può svelarci la loro voglia di rivoluzione e di cambiamento. All’insegna, ancora una volta, degli ideali. 

MULTIVERSO

Nella versione social è un mondo/universo parallelo che co-esiste concettualmente con quello in cui i Gen Z vivono e dove le cose possono andare meglio: «Se il Multiverso esiste spero che l’altra me non abbia bisogno di trattenere le lacrime ogni volta che qualche adulto mi risponde male». Una delle cose più cringe che un adulto possa fare in questo momento, dopo la vittoria di 7 Oscar di Everything everywhere all at once , è confonderlo con Metaverso che è invece un mondo virtuale in 3D frequentato con avatar.

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WATTPAD

È un’app a cui ci si può anche abbonare, ma che di base non costa nulla, dove chiunque può scrivere e leggere in tutte le lingue. Qui gli adolescenti diventano scrittori e lettori, uniti soprattutto dalla passione per Harry Potter, Percy Jackson, Hunger Games, Divergent, ecc.: l’opera originale viene presa come spunto per raccontare e leggere da fan nuove avventure. Nascono così le fanfiction dove i protagonisti vengono shippati, ossia i loro nomi vengono uniti un po’ come avviene per i Ferragnez: Hinny per dire è la fusione di Harry Potter e Ginny Weasley. Quel che conta è il senso di appartenenza, la community. A riprova che il virtuale è reale.

Incompresi.

«Gli adulti non si mettono mai in discussione. E non ascoltano»: cosa pensano gli adolescenti dei genitori. La prima indagine basata sull’ascolto diretto dei ragazzi mostra due mondi che non riescono a comunicare. I risultati in anteprima su L’Espresso. Chiara Sgreccia su L'Espresso l'8 giugno 2023.

«Più di un terzo dei genitori dichiara di aver notato la tendenza dei figli a evitare con scuse la scuola, le uscite o altre occasioni di socialità. Con un forte incremento dell’ansia e della depressione». Così si capisce dai risultati della doppia indagine condotta dall’impresa sociale Con i Bambini insieme a l'Istituto nazionale di ricerche Demopolis, che incrocia il punto di vista degli adulti con quello degli adolescenti tra i 14 e i 17 anni.

Ci provano. Ma i genitori, gli insegnanti, gli educatori non capiscono i ragazzi. E guardano con ansia al loro futuro: quasi 7 su 10 dicono di avere paura per il domani lavorativo dei giovani. Il 56 per cento teme violenza e bullismo, il 48 per cento l’uso di droghe, alcool e la crescita dei disagi psicologici. Il 65 per cento è pessimista in generale quando pensa all’avvenire degli adolescenti. Anche per questa ragione, il mondo adulto si dichiara prevalentemente inadeguato per far fronte al disagio dei ragazzi che cresce. Quasi un intervistato su due sottolinea che sarebbe necessario aumentare le opportunità di socializzazione, amplificare la possibilità dei più piccoli di accedere a attività sportive, ludiche e culturali, anche per tutelare il benessere psicologico. 

Dall’altra parte gli adolescenti si dicono, invece, ottimisti quando pensano alle sfide che dovranno affrontare. Sostengono di guardare al futuro con positività: famiglia e amici sono segnalate come priorità della vita, l’impegno politico è all’ultimo posto. Sono soddisfatti delle relazioni con gli amici, del modo in cui trascorrono il tempo libero e quello in famiglia. Meno della situazione economica, della vita sentimentale e di quella scolastica. 

Anche secondo i ragazzi, però, gli adulti non sono in grado di comprendere quello che vivono: «Non si mettono mai in discussione», «sono distratti» e «fanno continui paragoni con il passato» senza capire «che viviamo in un periodo storico diverso da quello in cui sono cresciuti loro». Anche a causa della rete e dei social: «non riescono a capire il rapporto che abbiamo con internet». Come chiariscono gli intervistati, ad essersi trasformata, soprattutto dopo il Covid-19, è la scuola. È aumentato l’utilizzo di dispositivi tecnologici ma soprattutto sono cresciute la difficoltà nel socializzare (35%), lo stress dei docenti (34%) e la timidezza di alcuni compagni (33%). 

«Dopo la pandemia, un’esperienza non vissuta, a loro tempo, da genitori né nonni, abbiamo voluto ascoltare direttamente gli adolescenti», spiega Marco Rossi-Doria presidente di Con i Bambini a proposito di “Come stai?”, la prima ricerca sugli adolescenti italiani basata sull’ascolto diretto. «Per capire come stanno dopo questo lungo periodo di difficoltà, per conoscere il loro punto di vista su sé stessi e il rapporto con il mondo adulto. Da questa doppia indagine emerge uno spaccato diverso e parallelo, con i giovani più ottimisti e molto attenti alla dimensione relazionale della loro vita e gli adulti molto più distratti, per loro stessa ammissione, ma consapevoli che occorre prestare ascolto alle giovani generazioni».

Come conclude Doria, la risposta alla sensazione di malessere delle nuove generazioni va costruita con cura da tutta la comunità educante. Sostenendo un nuovo protagonismo dei ragazzi. Per questo il bando pubblicato sul sito di Con i Bambini dedicato al benessere psicologico e sociale degli adolescenti, mette a disposizione 30 milioni di euro nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, con l’obiettivo di promuovere il benessere psicologico e sociale di ragazzi e ragazze di età compresa tra gli 11 e i 18 anni, a fronte della diffusione sempre più accentuata di situazioni di disagio psicologico soprattutto in contesti di marginalità sociale. «La sfida consiste nella sperimentazione di modelli di intervento comunitari, integrati e sistemici per la prevenzione e la cura della salute psicologica di ragazze e ragazzi».

La Rosa e i suoi fratelli. Luis Sal, Damiano e l’assurdità di trattare i ventenni come se fossero adulti. Guia Soncini su L'Inkiesta il 10 Giugno 2023

In una società in cui i vegliardi si comportano come adolescenti esibizionisti pretendiamo che i giovani abbiano quella continenza che perfino sant’Agostino è dovuto arrivare alla mezz’età per invocare

Marina La Rosa aveva ventitré anni, all’altezza del primo Grande Fratello. Forse è cominciata lì. Forse è lì che il meccanismo si è inceppato. C’erano sempre stati ventenni famosi, ma erano famosi per quel che facevano sul palcoscenico o nei dintorni. John Lennon aveva ventitré anni quando diceva che erano più famosi di Gesù Cristo, ma se limonava in discoteca nessuno lo veniva a sapere, e non ci sono dichiarazioni quotidiane con uno stillicidio di opposte versioni dei fatti quando si sciolgono i Beatles, che pure sono i Beatles.

Ieri, quando la fu ragazza di coso dei Maneskin ha chiesto il solito rispetto per il solito momento difficile e i soliti sentimenti privati espressi al solito in pubblico, e la sua richiesta era formulata con parole che ricordavano Marina La Rosa quando rivendicava il loro essere «persone vere con sentimenti veri», ho iniziato a chiedermi come sia successo che, nell’epoca in cui anche i sessantenni hanno vent’anni, ai ventenni non sia più concesso avere vent’anni.

Il tizio che faceva il podcast col marito della Ferragni, e che adesso ha smesso di farlo e per questo da trentasei ore guardiamo i video di loro che s’insolentiscono con molta più passione di quella con cui chiunque abbia mai ascoltato il loro podcast, quel tizio compie ventisei anni tra una settimana. Sì, lo so che a ventisei anni Orson Welles fece “Quarto potere”, ma noi no.

Noi ventisei anni ce li abbiamo avuti, e dovremmo ricordarci quanto fossero irrisori. Noi ventisei anni ce li abbiamo avuti, e sappiamo che a stento ti si è finito di formare il cervello. Noi ventisei anni ce li abbiamo avuti, e sappiamo che è folle che un ventiseienne possa votare e guidare la macchina e prendere decisioni, perché un ventiseienne, beh, ha ventisei minuscoli anni.

Certo, diranno i miei piccoli lettori, è importante che la corteccia prefrontale si sia finita di formare e ti permetta di governare gli impulsi, ma allora come la mettiamo con Italo Bocchino che di anni ne ha cinquantacinque e racconta i fatti suoi ai giornali come neanche i quindicenni? Come la mettiamo con tutti gli adulti anagrafici che poi non si comportano da tali?

È proprio questa l’assurdità. In una società che ha abolito l’età adulta, e non ride in faccia a noi vegliardi trasformati – dalla telecamera del telefono e dal resto – in adolescenti esibizionisti, in una società che non tratta nessuno come fosse un adulto, quelli che abbiamo deciso di trattare da adulti sono proprio i ventenni. Ventenni dai quali pretendiamo quella continenza che perfino sant’Agostino è dovuto arrivare alla mezz’età per invocare.

Ventenni per i quali ci indigniamo se limonano una in discoteca pochi giorni dopo aver mollato la fidanzata: capisco se ne indignino i ventenni di oggi, una generazione abbastanza imbecille da aver inventato il concetto di «ghosting» e da pensare che lasciarsi a vent’anni richieda chissà quale liturgia, ma noialtri come facciamo ad aver dimenticato gli ormoni dei vent’anni, le mutande lasciate nei divani degli sconosciuti dei vent’anni, l’intrinseca zoccolaggine dei vent’anni?

Ventenni che giudichiamo severamente se, sceme com’è giusto essere a vent’anni, scrivono che sono dispiaciute l’ex si sia fatto vedere a limonare prima del comunicato previsto per ieri. Ah!, trasecoliamo sentendoci pure intelligenti, aveva programmato il comunicato, fa tanto la spontanea e poi. Ma tu pensa, una che vive d’immagine aveva pianificato una questione d’immagine. Ma tu pensa, una con gli strumenti culturali dei ventisette anni è così sprovveduta da dire che aveva pianificato un comunicato al netto video del limoneto.

Marina La Rosa è stata la paziente zero di questo esperimento feroce. La disintermediazione. Iniziata prima della telecamera nel telefono, prima dei social, prima che andasse tutto in vacca. Prima di allora c’erano i giovani famosi, certo che c’erano, ma intorno avevano degli adulti e dei mass media strutturati. Mica Boncompagni lasciava che Ambra, uscita dallo studio televisivo, raccontasse le proprie corna a un giornale.

Abbiamo cominciato così, mettendo dei ventenni davanti alle telecamere accese senza l’intermediazione degli autori. Abbiamo proseguito inventando i social e i telefoni con la telecamera, abolendo quindi anche le intermediazioni ulteriori: degli agenti, degli uffici stampa, anche solo dei genitori (che hanno a loro volta esibizionismi e telefoni: ieri la suocera della Ferragni ha detto all’Instagram che sua madre aveva ragione; sua madre è quella che, nella prima stagione della serie I Ferragnez, pronosticò il tradimento del socio di podcast; la signora che dà ragione alla nonna ha sessant’anni: alla Casa di Pony erano dialetticamente mature, in confronto).

Ed è finita come doveva finire: col rimbecillimento collettivo, e coi ventenni che ormai sono i nostri figli essendoci noi fatti anziani; e, non volendo nessuno ammettere d’aver generato degli imbecilli, è finita che invece di dire ma sì, sono scemi, è fisiologico, cresceranno, invece di ragionare da adulti, prendiamo sul serio qualunque puttanata, ci facciamo sopra titoli seriosi all’inseguimento d’un pubblico sempre più analfabeta, ci mettiamo sul loro piano come fossimo coetanei.

Cesare Cremonini ha diciannove anni quando esce “50 Special”. Probabilmente non è più stato e non sarà più famoso così, con l’impatto e la portata che aveva la sua celebrità in quegli anni (probabilmente nessun diciannovenne di oggi può diventare così ecumenicamente famoso come accadeva prima della frammentazione).

Eppure io non credo d’aver visto più di due interviste televisive di quelle in cui si dicono puttanate a ruota libera, del giovane Cremonini. Lo teneva al riparo un manager? I genitori? C’erano meno giornali e tv, e meno disperati, e non ci attaccavamo alla popolarità di quelli che piacevano ai ragazzini?

Oggi, d’un diciannovenne che canta il successo dell’anno, vedrei come minimo: cinquecento video di Instagram o di TikTok in cui il diciannovenne razionale come un diciannovenne racconta cose di cui poi si pentirà; trecento interviste a Cavalli e segugi assortiti che le pagine devono pur riempirle e se il cantante del momento racconta che si è mollato con la fidanzata o che spera di restare orfano o che gli fanno schifo gli spaghetti al dente saranno per un giorno la testata del momento; venticinque autoscatti instagrammati da venticinque tizie per i cui letti è passato il diciannovenne. Quando pubblica l’autoscatto a letto con Salvini, Elisa Isoardi ha trentacinque anni. E noi pretendiamo adultità dai ventenni.

 Dialogare con la generazione Z, la futura classe dirigente. Andare oltre i giovani-vecchi di Ultima generazione e i boomer della sinistra: il futuro è talento e fiducia. La rubrica “L’umanista” di Alessandro Chelo, esperto di leadership e talento. In qualità di executive coach, ha formato centinaia di manager dei principali gruppi industriali e ha lavorato al fianco di alcuni fra i più affermati allenatori di calcio e pallavolo. Alessandro Chelo Il Riformista il 5 Giugno 2023 

Il nuovo tempo, l’epoca 4.0, si è presentato senza bussare e ha squadernato la vita di tutti noi. La nuova epoca porta con sé nuovi paradigmi in ogni campo, richiede nuove competenze e nuovi approcci. La digitalizzazione e la globalizzazione, assi della nuova era, offrono opportunità fino a ieri insperate, ma richiedono di superare alcune garanzie che hanno caratterizzato il tempo passato. Mentre le garanzie ci venivano regalate, le opportunità dobbiamo andarcele a prendere. Anche questo libera energia, intelligenza e intraprendenza. Da questo punto di vista, siamo tutti più precari, ma tutti più liberi di dare una direzione alla nostra emancipazione.

Per queste ragioni, con l’avvento dell’epoca 4.0, si è fatto strada in molti di noi un senso di incertezza e precarietà, quasi come se si vivesse in uno stato di crisi permanente. Molti non si sentono di giocare questa partita e adottano un atteggiamento complottista, come se il nuovo tempo fosse in realtà l’effetto di un’iniziativa ordita dai potenti della terra. Così prende vita un atteggiamento populista, fondato sull’idea che il popolo sia di per sé buono e il potere sia di per sé malvagio. Tale atteggiamento attecchisce in modo trasversale rispetto al vecchio schema destra/sinistra e questo spiega l’insorgere del fenomeno del cosiddetto rossobrunismo. L’avversione nei confronti della globalizzazione rappresenta il collante di questo nuovo fronte.

Gli innovatori del nostro tempo sono dunque chiamati a contrapporre alla visione complottista e oscurantista dei populisti di ogni colore, una visione fiduciosa, aperta al nuovo, fondata su una concezione ottimistica della natura umana, volta alla promozione delle capacità degli individui. Per vivere questo nuovo tempo, ognuno deve accedere al proprio talento, rinunciarvi rappresenta un torto verso se stessi e verso il mondo. Non serve più sistemarsi, bisogna mettersi in gioco. Oggi il lavoro non si perde e non si trova, semplicemente si cambia ed è proprio dalla molteplicità e mutevolezza delle esperienze professionali che deriva una più consistente e potente possibilità di apprendimento continuo. Imparare e crescere vale più di ogni vecchia garanzia.

I ragazzi della generazione z, quelli nati nel primo decennio degli anni 2000, lo sanno bene. Loro saranno i veri artefici del consolidamento della nuova epoca. Bisogna guardare a questi giovani del nuovo millennio con sorridente fiducia, senza quella polverosa spocchia che adottano alcuni boomer nel giudicare le nuove forme di comunicazione e rivendicare il loro bel tempo andato. Anche i richiami all’impegno sociale, al recupero di quei valori che sembrerebbero perduti, appare, bisogna dirlo, patetico. L’impegno sociale della generazione z è meno esibito, meno presuntuoso, meno ideologico, meno pretestuoso rispetto al passato, in compenso è ispirato da un atteggiamento profondamente laico, non appartenente. Non a caso chi invece adotta schemi e linguaggi vecchi, gli stessi dei rivoluzionari novecenteschi, alludo ad esempio agli ambientalisti di Ultima Generazione, ci appaiono come giovani che rivendicano un tempo nuovo, ma ricalcano in effetti le modalità che furono dei loro nonni e non a caso proprio questi giovani-vecchi contestatori sono guardati con spirito parternalisticamente benevolo da molti vecchi boomer di sinistra. I giovani che sanno vivere il loro tempo hanno invece fiducia nella scienza, nella tecnologia e nell’innovazione e non cercano rifugio nel complottismo che indica nemici, perché non presumono un’illusoria comprensione più veritiera.

Gli innovatori del nuovo tempo sono chiamati a mettere la loro esperienza a disposizione della generazione z, ma, se lo vogliamo fare con spirito davvero propositivo, dobbiamo porci con l’umiltà di chi non ha totem da difendere, di chi, all’ingresso in campo, portando il secchio verso la panchina, sussurra un’ispirante parola al giovane campione che cammina al suo fianco. Ci sentiremo forse rispondere “bella zio” e potremo essere lieti di aver assolto al nostro compito: spolverare la linea di partenza. Quando tra dieci o vent’anni, questi ragazzi saranno classe dirigente, allora la transizione al nuovo tempo sarà davvero compiuta. Sarà un tempo migliore, sarà un mondo migliore.

Alessandro Chelo. Esperto di leadership e talento, ha pubblicato diversi saggi con Sperling & Kupfer, Guerini e Feltrinelli, alcuni dei quali tradotti in più lingue fra cui il coreano e il giapponese. In qualità di executive coach, ha formato centinaia di manager dei principali gruppi industriali italiani e ha lavorato al fianco di alcuni fra i più affermati allenatori di calcio e pallavolo.

Il Male di vivere.

Quando il corpo accusa il colpo. Che cos’è il Cutting, il comportamento di autolesionismo che può diffondersi tra i giovani come un’epidemia. Emanuele Caroppo su Il Riformista il 16 Luglio 2023 

Oltre ai chili di troppo, all’incremento dei casi di ansia, depressione, diabete e ad altri effetti collaterali, la pandemia (o meglio, sindemia) da Sars-Cov2 ha anche lasciato – e questo prevalentemente tra ragazze adolescenti – un incremento di quei comportamenti caratterizzati dal tagliarsi la pelle, soprattutto braccia e gambe, con oggetti taglienti di varia natura. È il «Cutting», comportamento di autolesionismo «superficiale/moderato» (secondo la classificazione del DSM-5) episodico o abituale che, anche grazie ai social, può arrivare ad attivare fenomeni di emulazione diffondendosi come un’epidemia tra i più giovani.

Ogni essere umano è capace sin dalla nascita di usare il proprio corpo per comunicare: come un neonato riesce a esprimere i propri bisogni senza proferire parola, così molti adolescenti di oggi non usano le parole e continuano a usare le modificazioni della superficie della propria pelle (punto di contatto tra il me e il mondo) come un mezzo per reclamare il controllo del proprio corpo e per «segnalare» senza equivoci disagi potenziali e sofferenze interiori.

Ogni taglio degli adolescenti è uguale solo a se stesso e per cercare di comprenderlo bisogna decodificare la complessità rintracciandone i significati diversi che potrebbe assumere tanto in relazione all’individuo quanto al suo gruppo, cultura e ambiente di appartenenza e provenienza.

Quando mancano le parole viene meno la possibilità di verbalizzare le emozioni e di immagazzinarle nella memoria. Viene quindi meno la possibilità di essere narrazione. E allora la pelle diventa un diario su cui incidere le emozioni per costruire una memoria di sé e ritrovarle in futuro.

Certo è che maggiori sono le aree e il numero dei tagli, maggiore sarà la sofferenza sottostante: quel corpo che doveva garantire sicurezza diviene invece una pellicola avvolgente che conserva dolore e sofferenza al punto che può essere odiato, negato e attaccato (anche con azioni gravi) come fosse altro da sé. Tra le varie le funzioni che il Cutting può svolgere per gli adolescenti c’è anche quella che considera il tagliarsi come un modo per sottrarsi alla fisiologica passività adolescenziale, divenendo attivi grazie ad azioni volontarie e controllabili. In adolescenza, infatti, è il corpo a imporre le trasformazioni che il giovane subisce senza poterle controllare.

Ma, a ben considerare, in ogni fase e ad ogni età della vita il nostro corpo è soggetto a fisiologiche trasformazioni che ci rendono passivi rispetto al passare del tempo. Sebbene ci siano diverse abilità, anni di studio e di pratica clinica a distinguere le mani di un chirurgo plastico da quelle di un adolescente che impugna una lama affilata, va considerato se il fine non sia forse simile: un bisturi per opporsi alla passiva trasformazione dei corpi viventi nel tempo? Il Cutting degli adolescenti potrebbe essere la più giovane spia di una ben più diffusa e adulta incapacità contemporanea di tollerare la frustrazione della passività e il lutto per il corpo perduto al passare delle diverse fasi di vita? Noi non siamo il corpo che abbiamo, noi siamo il corpo che siamo. Emanuele Caroppo

Il male di vivere. Il Corriere della Sera il 27 Aprile 2023.

Da una parte noi che chiediamo il massimo - massimo profitto sul rettilineo che ai nostri occhi dovrebbe fondere studio/lavoro e nel frattempo massima felicità. Dall’altra loro che non riescono a rispondere alle nostre preoccupazioni, alla nostra dedizione. Abbiamo provato a indagare in sei puntate attorno al gorgo di senso e sogni che sta consumando le energie di chi dovrebbe invece spingere la società: i giovani. Con l’aiuto di Scrittori, psicologi e medici, abbiamo provato a fermare lo sguardo su quell’antico e nuovo “male di vivere” che stringe ora due generazioni, una che si dibatte già alle medie minacciando di chiudersi in casa e l’altra che allunga braccia sfinite verso la soglia dei 40 anni senza riuscire ad abbandonarla, quella casa. Abbiamo attraversato insieme - in un’esplorazione aperta, al largo di tesi da rivendicare - quattro campi d’azione possibile. La psicoterapia, la scuola e l’università, i social media, la famiglia

Il male di vivere. La prima puntata - Adolescenti, non sanno chi sono, non “appartengono” a nessuno. Ma la via per esserci, e crescere, c’è. Alessandro D’Avenia Il Corriere della Sera il 20 marzo 2023.

I ragazzi di oggi non sono né migliori né peggiori di quelli di ieri e quando gli adulti decino di esserci, in corpo e spirito, loro fioriscono. Perché, come ogni germoglio curato, hanno trovato terra in cui metter radici e nutrirsi di vita buona

Nel pomeriggio del Natale scorso sette ragazzi sono fuggiti dal carcere minorile Beccaria di Milano. Infilandosi in un passaggio dei lavori in corso nella struttura, hanno improvvisato la fuga sul momento. Un’evasione naïf, infatti in poche ore li hanno ritrovati tutti. Dove? A casa delle famiglie a festeggiare il Natale, al parco o sul divano con gli amici... non certo luoghi di latitanza preparati da una rete organizzata. È la scena icastica per raccontare i ragazzi di oggi, perché anche quelli che vivono “fuori” si sentono “dentro”: la realtà assomiglia a una prigione di narrazioni contraddittorie e disperanti, da cui, se hanno ancora un po’ di fame d’aria, tentano di fuggire in cerca di legami capaci di farli sentire “parte” della vita e di avere una “parte” nella vita.

Da anni si parla di emergenza educativa usando il sostantivo per giustificare infinite analisi che rimangono inefficaci sino a che non restituiamo alla parola “emergenza” il suo significato: ciò che affiora dall’indistinto dell’abitudine e degli schemi rassicuranti, ciò che diventa talmente evidente che non si può più ignorare, ciò contro cui si va a sbattere.

Causa ed effetto

L’emergenza educativa è l’unico luogo reale per poter oggi educare: non è paradossale che nell’epoca di maggior produzione nella storia umana di sussidi educativi si faccia così fatica a educare? Il punto è allora altrove: non guardiamo l’emergenza, che è la spinta di qualcuno che vuole nascere, perché la vita di prima non basta più. E che cosa emerge? Una fragilità di cui la pandemia è stata un acceleratore e non la causa, una fragilità dovuta a due povertà più antiche: relazioni buone e cultura della vita (che ispira destini e vocazioni, da non confondere con il dilagare delle retoriche della vita, ideologie che si illudono di far cultura, ma in realtà propongono/impongono solo comportamenti).

IL 52 % DEI GIOVANI FRA 14 E 19 ANNI DICHIARANO ELEVATA SODDISFAZIONE PER LA LORO VITA NEL 2021. E’ L’UNICA FASCIA DI ETA’ IN CALO RISPETTO AL 2020 (QUANDO ERA IL 55%)

Da queste povertà dipende la mancanza di speranza sul futuro e quindi la paralisi sul presente, resa possibile dalla dolcezza anestetizzante dell’eterno presente dei social, che ci fanno dimenticare di avere un corpo per vivere, amare, soffrire, crescere, offrendoci una vita “schermata”, disincarnata, e quindi insipida. Ma noi più simili a una pianta che alle macchine a cui vogliamo assomigliare, se non apparteniamo, se non abbiamo terra, se non siamo curati, se non affrontiamo le stagioni, non produciamo lo stelo, non riceviamo il nostro destino, venire alla luce, e non possiamo dar frutto.

Polvere di nulla

Nel mio dialetto quando non si conosce una persona, si chiede in giro: «A chi appartiene?». Il cappellano del carcere da cui sono fuggiti i ragazzi a Natale, don Claudio Burgio, che ha fondato una comunità (Kayros) per il loro recupero (quello che oggi spesso manca è la “comunità ristretta” che offre appartenenza e cultura della vita), ha raccontato che a differenza di quelli di qualche anno fa, gli attuali minorenni carcerati delinquono quasi per caso o per noia, non sanno chi sono, hanno bisogno di ansiolitici e antidepressivi, in balia della loro emotività, il sé non è neanche liquido, è un pulviscolo emotivo, polvere di nulla, altro che stelle. Molti si aggrappano al rap o lo producono loro stessi, un genere musicale che, con le sue sonorità convulse e provocatorie, mette in scena la ricerca tutta adolescenziale della propria forma. Il rap è la musica di un carcerato a cui non resta che odiare, se ne ha ancora la forza, la vita-prigione in cui è finito. Nella canzone significativamente intitolata, come un foto generazionale, Tutti hanno paura , il rapper Ernia canta infatti: «Verrà la notte su di me/ E nell’ombra io cercherò la via/ Stringimi e poi resta con me/ Oramai, oramai/ Tutti hanno paura, sai/ Di quello che sarà/ Certezze io non ho/ Non so più difendermi/ Troverò una via/ Per uscire da me/ Senza più difendermi».

8,9% DELLE 14-17ENNI E’ POCO O PER NULLA SODDISFATTA DELLE RELAZIONI FAMIGLIARI, A FRONTE DEL 5,1% DEI MASCHI DELLA STESSA ETA’. NELLE RELAZIONI DI AMICIZIA L’INSODDISFAZIONE RAGGIUNGE IL 16,1% FRA LE RAGAZZE, TRE PUNTI IN PIU’ DEI COETANEI

Una preghiera di essere salvati, appartenendo a qualcuno, dalla propria selva oscura, dove conduce la paura di non esistere o di non voler più esistere dentro se stessi in giornate in cui il dolore, un misto di noia e ansia, dura quasi 24 ore. Si spera di poter evadere dal carcere (elevato) a vita e di non dover più “difendersi”, cioè non essere sempre corazzati contro tutto e tutti pur di esistere, divorati ora dall’ansia indotta da standard irraggiungibili ora dalla noia dei soliti surrogati di esistenza (possesso, potere e piacere) offerti dal successo, scambiato per felicità. Invece di poter essere, avere una vita autentica e sempre nuova, si oscilla tra i due personaggi intuiti da Italo Calvino come nostri antenati: Agilulfo, il cavaliere tutto armatura ma senza corpo, e il suo scudiero Gurdulù, tutto corpo ma nessuna consapevolezza di sé.

Darsi un nome

L’emergenza educativa è innanzitutto povertà di appartenenza (qualità delle relazioni). Chi non appartiene a nessuno non può poi essere per nessuno, il vuoto dell’origine impedisce di essere originali, senza radici non può maturare il frutto che solo noi possiamo dare (le dipendenze sono una risposta all’inappartenenza: quando non si appartiene a qualcuno non resta che appartenere a qualcosa). Ma chi può rimanere in piedi se deve lottare con le vertigini date dal vuoto di una vita senza fondamento? Ulisse, di fronte ai mostri della vita, poteva salvarsi dicendosi Nessuno, perché sapeva chi era. Qui ci sono dei nessuno che devono lottare fino a sfinirsi per darsi un nome, un nome che non hanno ricevuto e cercano di procurarsi con energie che non bastano mai. O sei self made , l’uomo/donna che “si fa da solo” (l’ambiguità lessicale con l’uso di sostanze è tragicamente ironica) o sei hikikomori, chiuso in camera e impaurito dall’esistenza. Ernia lo riassume così: «Alcuni adolescenti giocano a far la paranza/ Al polo opposto altri non escono dalla stanza/ Il clima, il virus, la guerra fredda che si riscalda/ Stephen King in confronto ha scritto solo libri per l’infanzia/ Non vedo ‘sto futuro rose e fiori/ Salvate almeno i bimbi dai genitori”» Uno scenario horror in cui chi ti ha messo al mondo è colpevole di averlo fatto, e non resta che la violenza o la fuga. La canzone si chiude con una carneficina: «A breve sarò anch’io fuori dai venti/ I grandi mi tengon sotto, i piccoli crescon svelti/ Dovrei donare ai primi la fine che fa Saturno/ Ed ingoiare i secondi per rimandare il mio turno/ È forte perché forte è la vita, ed è spaventosa/ Ognuno se non le ha, lotta con le armi che trova/ Sono solo un middle child che non riposa/ Che non sa che scelte fare perché tutti hanno paura di qualcosa». Uccidere Saturno, gli adulti, e diventare Saturno, divorando i nuovi, pur di rimanere in scena: fare deserto, farsi da soli, farsi qualcuno, tanto la vita non è che un mostro che non dà tregua alla paura e alla rabbia.

Qualcosa che manca

Il quadro potrebbe sembrare cupo, ma ho cercato di narrare “l’emergenza in purezza”, cioè dove è più “emergente”: gli adolescenti in fuga dal carcere per cercare il Natale e la lingua della paura e della rabbia, il rap. Ciò che “emerge” è, come dice il titolo di un’altra canzone dello stesso disco di Ernia, Qualcosa che manca , e che cosa è? «Cerco qualcosa di grande, qualcosa che resti». Ecco il punto: abbiamo smesso di dare qualcosa di grande, una visione di mondo appassionante, una cultura della vita, e abbiamo smesso di dare qualcosa, anzi di essere qualcuno, che resta. Tutto si consuma, perché tutto deve essere consumabile. Eppure il disco del rapper si intitola Io non ho paura : come fa a non averne? La strategia di Ernia è un doping esistenziale che però non tutti possono permettersi: «Prove di coraggio tolgono all’amore i forse/ Più che il salto nel vuoto, è il prendere la rincorsa./ Io non ho paura, è un modo per farsi forza».

9,5% GLI STUDENTI CHE NEL 2021 HANNO CONCLUSO LA SCUOLA SUPERIORE CON COMPETENZE DI BASE INADEGUATE

Ma non basta, non basta mai. Ripetersi di non aver paura è retorica o illusione, come il tentativo del barone di Münchausen di salvarsi dalle sabbie mobili tirandosi per i capelli. Dall’assenza di fondamento ci tira fuori solo un altro che ha i piedi “piantati” sulla terra, qualcuno a cui appartenere, qualcosa che resta. Solo così il sintomo è già cura, la domanda è già risposta, l’emergenza è approdo. E l’approdo è l’adulto a cui viene urlato: «Dimmi perché sono nato, dimmi come nascere ancora e aiutami a farlo». Insomma quello che serve è che le agenzie educative (famiglia e scuola innanzi tutto) facciano sentire “figli” questi “orfani” che hanno tutto per vivere tranne che il perché farlo, tanto da poter dire nell’età fatta a questo scopo: «Io sono nato per questo, questo è quello che sono venuto a portare al mondo, questo è ciò che solo io posso essere e fare». Il coraggio di esistere lo ha solo chi tiene aperte le due direzioni della vita: da e per. Solo se sono “da” qualcuno, posso essere “per” qualcuno. Direzioni sbarrate dal consumismo, dal nichilismo, dall’individualismo: quel combinato virale che chiamo il CONIND dell’anima.

Il male di vivere. La seconda puntata - Noi genitori come abbiamo educato i ventenni e trentenni? Gli adulti alla radice della crisi. Chiara Maffioletti Il Corriere della Sera il 24 marzo 2023.

Intervista alla psicoterapeuta Stefania Andreoli, autrice di un nuovo saggio sui giovani che diventano protagonisti delle proprie vite: «Da tre, quattro anni a questa parte li ho visti arrivare in massa nel mio studio. Tutti con le stesse istanze, le stesse domande»

Non è semplice provare a definire chi non è ancora riuscito a definirsi. O meglio, a compiersi. Perché per Stefania Andreoli, psicologa e psicoterapeuta con una fanbase da rockstar, una delle caratteristiche dei giovani adulti — per intenderci, la fascia d’età che va dai 20 ai 30 anni, principalmente, ma anche dai 30 ai 40 — è proprio quella di essere disperatamente in cerca di sé stessi, della loro essenza. Non riuscendo a trovarsi, si sentono spesso vuoti, privi di significato.

IL MALE DI VIVERE - «FATICANO AD ANDARE AVANTI DA SOLI PERCHÉ NON VORREBBERO ROTTAMARCI NELLE PERIFERIE DELLA SOCIETÀ»

Questo dato, unito alla convinzione che in realtà i giovani adulti siano quasi una forma più alta (e al contempo infinitamente più profonda) di chi un adulto lo è da parecchi anni, ha spinto Andreoli a dedicare a loro il suo nuovo libro - attesissimo (primo già nella classifica dei preorder) - Perfetti o felici - Diventare adulti in un’epoca di smarrimento.

Il suo interesse verso i giovani adulti ha radici lontane. Perché?

«Da tre, quattro anni a questa parte, nella mia stanza delle parole (così chiama il suo studio, ndr) sono iniziati ad arrivare in massa venti, trentenni. Avendo avuto il privilegio di ascoltarli, mi sono resa conto che nel loro sentirsi soli, nel loro non riconoscersi con gli altri singoli, avevano in realtà le caratteristiche del movimento. Ogni volta, ognuno di loro definiva i contorni dello stesso fenomeno. Non sapevano di avere la compattezza dell’esercito, quando invece tutti portavano le stesse istanze, le stesse domande». 

Quali?

«La portata della loro richiesta di aiuto è altissima, sofisticatissima, molto psicanalitica. Sono molto sofferenti, gravati di questo senso dell’esistere che intuiscono però essere fondamentale. Le loro sono domande più filosofiche che psicologiche, che interrogano il sé, il concetto di identità, lo scopo dell’esistenza. Domande che l’uomo si è sempre posto, ma attraverso la letteratura, la filosofia, consegnandole di fatto ai vecchi saggi...».

Ora i vecchi saggi sono diventati i giovani?

«Beh, hanno una capacità di analizzare che mi ha prima strabiliata e poi umiliata. Il mio contro transfert al loro cospetto era di una piccolezza, ho vissuto una vera riduzione delle mie dimensioni. Le loro riflessioni hanno una portata edificantissima che, secondo me, meritava di essere conosciuta. Io voglio fare da megafono, provare a propagare il loro punto di vista come fossi un mezzo».

AMBRA: «I MIEI NON SONO FELICI. CREDO CHE TROVINO LA QUESTIONE DELLA FELICITÀ UN TEMA PUERILE PERCHÉ IN FONDO NON È ALLA LORO PORTATA, NON LI SFIORA PERCHÉ NON LA SFIORANO. AL LORO POSTO MI CHIEDEREI SE DAVVERO È TUTTO QUI» 

Eppure, scrive nel libro, la comunicazione con questa generazione risulta difficile per i più grandi. L’effetto finale è una sorta di Babele in cui nessuno si sente capito.

«Anche per me, alle volte, la sensazione era capire i basilari — come quando si viaggia in un Paese straniero di cui conosci la lingua ma non la padroneggi — senza però avere la fluidità con cui avrei voluto rispondere alla magnificenza del loro messaggio. Eppure siamo noi, gli adulti, che ci ostiniamo a detenere il ruolo di chi dà le indicazioni e i suggerimenti per come vivere il futuro, senza renderci conto che siamo diventati meno titolati a farlo».

Perché, allora, non iniziano a farlo i giovani?

«Questo, volendo, è anche uno dei motivi per cui vengono irrisi. Uno dei fraintendimenti che inviterei ad aggirare è che non vogliano agire. Loro per primi hanno le spalle curve sotto il peso di tutte queste domande che sentono levarsi dentro di loro, ma è come se accettassero di doverlo un po’ subire, quasi occorresse loro per richiamare l’attenzione. Si fanno carico, con tutta questa serietà a volte anche eccessiva, di questioni che sono solo apparentemente minori ai nostri occhi e che, in questo modo, cercano di non farci ignorare. L’ambiente, l’attenzione a come si parla, gli asterischi... è come se dicessero: se noi diventiamo così pesanti forse vi rendete conto che c’è un motivo. Portano avanti delle battaglie e hanno tolleranza zero avendo capito che in questo periodo storico serve ripartire da un abc che non è stato dato loro in partenza».

«DOVREMMO RINUNCIARE A FRASI FATTE, PROVERBI, STEREOTIPI: TROVARE ALTRE PAROLE PER UN MONDO CHE È CAMBIATO» 

Scrive: non sanno chi sono ma sanno esattamente chi non vogliono essere.

«Non vogliono essere come gli adulti che vedono e ne sono certi. Sono cresciuti in un regime edonista, falsamente orientato al raggiungimento della felicità. Sono stati eccessivamente liberi di crescersi da soli, con famiglie che inseguivano il messaggio che sarebbe andato bene tutto quello che avrebbero deciso di diventare. Ma, posto che poi delle indicazioni implicite arrivano comunque, loro stanno dicendo che di fatto l’essere umano va educato e per educarci dobbiamo darci un codice. Sono scrupolosi ma al servizio di tutti. Stanno riprendendo le redini che noi abbiamo lasciato a briglia eccessivamente sciolta. Per questo, spesso, ci risultano così scomodi».

In altre parole, la sofferenza di questa generazione è una responsabilità di quella che li ha cresciuti?

«Capisco sia una prospettiva sfidante per un genitore, che richiama a una sorta di mea culpa. Però è così: per loro è così difficile afferrare l’esordio nel campionato degli adulti perché noi non siamo un buon modello».

Ma forse neanche i nostri genitori lo sono stati del tutto, no?

«Intanto si capiva bene chi fossero gli adulti. Capivi che erano diversi, avevano quello che tu potevi quindi desiderare, il potere: per questo speravi arrivasse anche il tuo momento di afferrarlo. Oggi gli adulti sono i primi ad essere sbrindellati, il potere che detengono è più di investitura che non di fatto. Insomma, il modello di adultità che proponiamo non è più così appetibile: ci vedono confusi, spaventati all’idea di mollare un po’ di quello che abbiamo».

VALERIO: «ADESSO CHE CI PENSO, IO FORSE NON DICO GRANCHÉ DI VERO A PROPOSITO DI ME RIGUARDO A NESSUN ARGOMENTO. NON SO COSA GLI ALTRI POTREBBERO PENSARE. MI SEMBRANO TUTTI COSÌ SICURI DI SÉ STESSI» 

Se avvertono tutto questo, che cosa impedisce loro di essere migliori, dunque?

«Fanno una vita a ostacoli. Iniziano a lavorare ma hanno ancora la mamma che vuole ricevere un messaggio tutte le sere quando tornano a casa o il papà che vieta alla figlia di usare la macchina per andare alla cena aziendale perché è buio. Non possiamo non renderci conto che la loro grande fragilità dipende da noi. Sono spesso figli di madri e padri eccessivamente ansiosi e perfino un po’ depressi. E quindi loro, i giovani, ci provano eccome a prendersi la loro vita, ma giocano su molti tavoli. A questo punto diventa comprensibile perché siano così sfiancati, affaticati da chi dovrebbe sostenerli. Dalla famiglia alla politica».

Le troppe attenzioni delle famiglie hanno finito per creare un corto circuito?

«L’attenzione eccessiva sul destino del figlio finisce per non garantirgliene uno. Lo stesso è successo con la politica, che apparentemente li mette al centro, ma di fatto è solo un modo per non toglierla da sé. Pensiamo di conoscere molto bene chi sono i giovani, di saperli raccontare, perché sono i nostri figli, “ti ho visto nascere”. Invece dovremmo solo accettare che sono degni di fiducia. Andrebbe lasciato loro campo aperto, perché i più competenti in materia di contemporaneità sono loro: non la devono imparare perché l’hanno conosciuta da quando sono venuti al mondo. La maneggiano senza tracotanza».

Eppure, anche il rapporto dei giovani con il lavoro non è semplice.

«Avrei potuto scrivere tutto il libro su questo aspetto viste quante sono le storie che mi hanno raccontato. Parlando di lavoro si vede il divario insanabile di fronte al quale constatiamo la grossa differenza tra noi e loro. Dobbiamo rinunciare a usare le frasi fatte, i proverbi, gli stereotipi che sono valsi per noi: andrebbe proprio celebrato il loro funerale, solo che non lo facciamo per paura di dover reimparare da capo un mondo che non è più quello che abbiamo conosciuto noi, per cui ci aggrappiamo alle cose dette tanto per dire pur di non smettere di avere qualcosa da dire. La realtà è che non è vero che i giovani non abbiano voglia di lavorare, anzi. Loro hanno voglia di tornare ad abbellire, migliorare le cose».

«NOI ADULTI DOVREMMO SCANSARCI E SODDISFARCI DA SOLI, SMETTENDO DI CHIEDERE CHE LO FACCIANO LORO... SMETTIAMOLA DI FAR FINTA CHE STIAMO BENE E RIPARTIAMO DALL’AUTENTICITÀ»

Sostiene che spesso godano di una pessima pubblicità: abbiamo paura del loro potenziale e quindi li raccontiamo male.

«Basta uno sguardo che abbia voglia di uscire dal proprio imbuto per rendersi conto dalla qualità di queste persone. Si parla del loro uso eccessivo dei social, ad esempio. Eppure chi ne fa un cattivo uso non sono loro, ma gli adulti, le persone più grandi. Andare a cena con un Millenial ti permette di avere a disposizione un compendio fatto di podcast da ascoltare, libri giusti, serie da non perdersi, musica da sentire: sanno muoversi nel mondo con una destrezza che i più grandi non hanno. Nonostante questo continuiamo a costruire attorno a loro un tetris da cui è difficile uscire. Ci continuiamo a frapporre tra loro e il domani che non vedono l’ora di vivere».

Altri stereotipi falsi?

«Che siano rinunciatari: in realtà soffrono moltissimo, per questo finiscono per sentirsi incapaci e avvertono come verosimile il racconto che li vuole così. Finché noi saremo eccessivamente leggeri su questi aspetti, sarà sempre necessaria la loro pesantezza».

Qual è, quindi, la soluzione?

«Bisogna vivere: non stiamo più vivendo. Gli adulti sono in difficoltà e fingiamo non sia così. La nostra responsabilità è di essere inautentici. Su questo, i giovani si arrovellano e non si riconoscono. Si nevroticizzano nel tentativo di farci calare la pesantissima maschera di Agamennone che ci siamo messi: smettiamola di far finta che stiamo bene e ripartiamo dall’autenticità. Sulla carta sembra facile, non lo è. Si potrebbe partire dal racconto falso e dai titoli fuorvianti che proponiamo di loro. Stiamo continuando a descriverli come una cattiva notizia quando invece questi ragazzi sono portatori di una notizia strabiliante. Facciamo fatica a dare loro retta perché ci svelano che il re è nudo».

Nel suo saggio parla anche del timore del giudizio che accomuna i giovani adulti e l’insicurezza che ne deriva.

«Loro scavano, si mettono nella posizione di cercare, motivo per cui hanno invaso le stanze degli psicoterapeuti. Fanno domande sul senso, come se quello che vedono non fosse abbastanza per nutrire i loro interrogativi, complice anche il fatto che hanno saltato l’adolescenza. Sono il risultato di quello che hanno vissuto e di cui, evidentemente, siamo noi i responsabili. Ora stanno dimostrando come sono fatti e se sono ancora chiusi in casa, è perché stanno cercando di completare la stesura della loro carta d’identità. Non sanno di poter costruire davvero un fronte compatto per muoversi tutti assieme contro i modelli di efficienza che gli sono stati proposti, che se pure esistessero, sono patologici. Se non li raggiungono, come è normale, diventano fragili. Ma resto convinta che sia un tentativo dei più grandi di bloccarli per non farli salire sugli scranni».

Perché, per uscire da questa logica, hanno bisogno allora degli adulti?

«Il motivo è altissimo: non vogliono lasciarci indietro. Loro, a differenza degli adolescenti, sono più grandi: mentre i più piccoli pretenderebbero di essere capiti, loro perfino rinunciano ad avere ragione ma fanno fatica ad andare avanti da soli, perché non vorrebbero rottamarci, relegandoci nelle periferie della società. Ma noi non siamo disposti a renderci conto di che meraviglia sono diventati, nonostante sia stato così difficile per noi trasmettere dei messaggi di trasparenza e di verità. Loro però li hanno imparati lo stesso: non sono interessati per niente all’apparenza e non hanno paura di quell’approfondimento, di quegli abissi di cui vanno anzi alla ricerca».

C’è poca spensieratezza anche nella musica che ascoltano, nelle serie che più amano...

«Sono molto coraggiosi e, volendola leggere in chiave simbolica, credo sia l’esorcismo alla nostra eccessiva ciarlataneria. Vanno a cercare altrove quello che non riescono a condividere con noi. Ma ci salveremo solo insieme».

È fiduciosa?

«Sì, a patto che gli adulti si scomodino e lascino la sedia a loro. Continuando a contribuire, ma non più dalla prima fila».

Almeno si può avere la speranza che un giorno saranno genitori migliori di noi?

«È un’idea che in pochi frequentano. Non si immaginano necessariamente genitori. Tra le loro riflessioni c’è piuttosto quale sia il senso di mettere al mondo altri esseri umani su un pianeta sovraffollato... che coté genitoriale raffinato. Sono genitori nel pensiero e nel chiedersi se esserlo un giorno. Sono genitori di un progetto, genitori di un futuro per garantire il quale potrebbero anche rinunciare all’idea di diventarlo, il che li rende genitori eccezionali. Si tratta della generazione meno egoista di sempre e non l’hanno certo imparato da noi. Come fare a non essere ottimisti?».

Loro, invece, cosa dovrebbero mettere a fuoco?

«Che sbagliando non si sbaglia, si fa solo una azione tra le tante che ti permette poi di affrontare le prossime con più cognizione. O anche no. Ma si chiama vita e va sempre bene. Non sono piccoli ma sono giovani e considerando quanto fatichino ad agguantare la loro esistenza, non possiamo aspettarci che si autorizzino da soli a prendersi il loro futuro. Non serve che venga loro chiesta esplicitamente, in famiglia, la perfezione rispetto alla loro felicità perché è il mondo che abbiamo creato per loro che lo chiede: è qualcosa di propagato nell’aria. E il terrore del giudizio è lo Stige dentro cui annegano».

Un consiglio per gli adulti per permettere il compimento dei più giovani?

«Oltre a scansarci un po’, la “soluzione” è che noi adulti ci riappropriamo della nostra soddisfazione, autenticità e salute (mentale) così che non debbano essere i nostri figli (in questo caso quelli ormai grandi, ma vale sempre, a ogni età) a farsene garanti, rinunciando alla loro vita e alla loro felicità per una esistenza di perfezione che lasci falsamente tranquilli noi. Io, da 44enne, mamma, oggi più che mai bado a me, mi occupo di me, vado a prendermi quello mi fa stare bene e mi auguro che tutti i giovani inizino a fare lo stesso con la loro vita: che badino alla loro felicità senza pensare alla nostra, suffragati dalla nostra volontà di compiere questa operazione di messa al servizio dell’evoluzione dei nostri ragazzi».

Il male di vivere. La terza puntata - Gli studenti chiedono la presenza di uno psicologo a scuola. Allarme per la crescita del disagio giovanile. Orsola Riva su Il Corriere della Sera il 31 marzo 2023.

Il 91% dei ragazzi ritiene opportuna la presenza di un terapeuta all’interno dei loro istituti superiori o universitari. Si sentono inadeguati e soli, in una società sempre più competitiva. E i genitori sono i primi a non saper accettare gli insuccessi dei figli

«Siate realisti, chiedete l’impossibile», gridavano i nonni quando avevano la loro età sull’onda del Maggio francese. «Più aule, meno tasse», si accontentavano di chiedere i genitori cresciuti in pieno edonismo reaganiano.

«Ci meritiamo di stare bene», hanno scritto loro - i nostri figli e nipoti - sullo striscione con cui un paio di settimane fa sono scesi in piazza per protestare contro una società che predica il merito ma pratica una competizione sfrenata che li fa sentire perennemente inadeguati, sbagliati e soprattutto soli. Nelle foto della manifestazione somigliano ai ragazzi del ‘68 e a quelli dell’85: forse solo meno arrabbiati, sicuramente più tristi. Ma come si è arrivati in poco più di cinquant’anni dalla «fantasia al potere» a «uno psicologo in ogni scuola», come recitava il secondo striscione srotolato davanti al ministero della Salute in occasione della giornata nazionale contro i disturbi del comportamento alimentare? E siamo proprio sicuri che quelli fragili siano solo loro e non anche noi adulti?

IL GOVERNO NON HA RICONFERMATO LO SPORTELLO PSICOLOGICO A FAVORE DI «DOCENTI TUTOR»

Disturbi alimentari e autolesionismo

I numeri parlano chiaro: il 28 per cento dei giovani ha sperimentato una qualche forma di disturbo alimentare (senza arrivare all’anoressia o alla bulimia, uno dei fenomeni più diffusi è quello del binge eating: abbuffarsi fino a stare male), il 14,5% dice di aver compiuto atti autolesionistici, come per esempio farsi dei tagli sulle braccia, il 10,3% ha fatto esperienza di sostanze psicotrope, il 12 ha abusato di alcol.

ADEN ARABIA’ È IL PRIMO ROMANZO DELLO SCRITTORE FRANCESE PAUL NIZAN DAL CELEBRE INCIPIT: «AVEVO VENT’ANNI, NON PERMETTERÒ A NESSUNO DI DIRE CHE QUESTA È LA PIÙ BELLA ETÀ DELLA VITA»

Non sempre ci va di mezzo la salute mentale ma il benessere, quello sì. Forse anzi è questo il dato più sconcertante dell’indagine Chiedimi come sto, condotta dall’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali dell’Emilia-Romagna su quasi 30 mila studenti medi e universitari di tutta Italia: la fatica di «avere vent’anni» oggi ( oggi e sempre, se solo qualcuno a scuola gli avesse mai fatto leggere Paul Nizan: «Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita»).

Poco felici, molto insicuri

È vero che lo studio in questione risale all’anno scorso e quindi risente dell’effetto moltiplicatore della pandemia. Ma le risposte degli intervistati parlano di un disagio profondo e diffuso che il Covid ha solo accentuato e forse in parte sdoganato, nel senso che «con la scusa» dell’emergenza sanitaria i ragazzi si sono sentiti più liberi di parlare dei loro problemi. Tre quarti degli studenti si definiscono poco felici o infelici del tutto; più di uno su quattro ha pensato di lasciare gli studi; quando immaginano il futuro si sentono insicuri se non addirittura impauriti; quanto al loro rapporto con gli adulti, li giudicano responsabili ma poco determinati e per nulla sinceri. Risultato: il 91 per cento degli intervistati ritiene utile la presenza di uno psicologo a scuola e più di un terzo di loro vorrebbe usufruirne.

Sportello psicologico, aperto e richiuso

Nell’autunno del 2020 il ministero dell’Istruzione aveva sottoscritto un protocollo d’intesa con l’Ordine degli Psicologi per far fronte alle situazioni di crisi scatenate dalla pandemia. Nel giro di pochi mesi il 70 per cento delle scuole (5.662 su 8.183, dati Miur) aveva attivato uno sportello psicologico: alcune lo avevano già prima, ma più della metà (3.178) lo hanno istituito ex novo grazie ai fondi a disposizione. Peccato che il governo non abbia ritenuto utile rifinanziare questo servizio nell’ultima legge di Bilancio, preferendo puntare sulla nuova figura del docente tutor, che grazie a un corso sprint di 20 ore dovrebbe riuscire nell’impresa di far recuperare ai ragazzi delle ultime tre classi delle superiori i loro ritardi di apprendimento. Costo totale dell’iniziativa: 150 milioni di euro.

«Ma l’apprendimento va di pari passo col fatto di stare bene. Quando c’è malessere, si impara anche male», dice David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi (Cnop). «Visto il successo dello sportello psicologico durante il Covid, poteva essere l’occasione buona per scrivere una legge quadro che istituisse una volta per tutte la figura dello psicologo scolastico, inteso non come un servizio a gettone ma come una presenza fissa, parte del personale di ciascun istituto. Nel resto d’Europa è già così. E invece, dopo aver investito circa 60 milioni in due anni, hanno chiuso i rubinetti».

LAZZARI (ORDINE PSICOLOGI): «SAREBBE IMPORTANTE GARANTIRE A TUTTI UN SERVIZIO MINIMO»

Serve un aiuto contestualizzato

Il ministero continua naturalmente a portare avanti tantissime iniziative per la promozione del benessere psicofisico, la prevenzione delle dipendenze, la lotta al bullismo e al cyberbullismo. «Ma quello che manca è un approccio sistemico», nota Lazzari. In Parlamento giacciono almeno quattro disegni di legge che andrebbero in questa direzione: il primo, firmato tra gli altri anche dall’onorevole Giorgia Meloni, risale al 2018 e prevede di garantire a tutte le scuole la presenza di almeno uno psicologo (due o tre in quelle più numerose) per un minimo di 36 ore settimanali. Costo stimato: la bellezza di 1,2 miliardi di euro l’anno. Gli studenti si accontenterebbero di molto meno: cento milioni, questo il costo della proposta di legge che hanno presentato la settimana scorsa alla Camera. «L’importante è garantire a tutti un servizio minimo», continua Lazzari. «Non possiamo continuare a perpetuare la discriminazione fra ricchi e poveri, con le scuole delle aree più benestanti che si pagano il servizio con il contributo delle famiglie e le altre che restano a secco».

Le insicurezze degli insegnanti

È vero che l’emergenza sanitaria è finita ma - come nota Cristina Costarelli, preside del liceo scientifico Newton di Roma e presidente dell’Anp Lazio, il sindacato dei dirigenti scolastici - «per riassorbire l’ematoma ci vorrà tempo». Nel suo liceo il servizio era attivo già prima: sei ore alla settimana, quattro di sportello più due in classe. «Sullo psicologo scolastico c’è un dibattito aperto», continua Costarelli. «Alcuni ci vedono il rischio di una medicalizzazione della scuola, io più pragmaticamente ritengo utile avere una figura di riferimento competente con cui i docenti possano confrontarsi quando si accorgono che uno studente tende a isolarsi o fa fatica a tornare a scuola - e sono tanti i ragazzi e le ragazze in questa situazione, soprattutto dopo il Covid - o anche solo per costruire un gruppo classe affiatato». Sono gli insegnanti stessi a dire che a fronte di una buona preparazione disciplinare si sentono invece molto insicuri dal punto di vista psicopedagogico e didattico.

Nell’ultimo rapporto Talis sui docenti di 48 Paesi dell’Ocse, l’80 per cento dei professori italiani si dichiara forte nella propria materia ma quando si passa alla pratica d’aula sei su dieci denunciano un senso di inadeguatezza. Il problema è noto: mentre per fare la maestra d’asilo o delle elementari da almeno vent’anni è richiesta una laurea specifica, per insegnare alle medie e alle superiori non esiste un percorso ad hoc. Fino all’autunno scorso bastava aggiungere alla laurea 24 crediti universitari presi anche per corrispondenza.

TRA I RAGAZZI CRESCE LA FRAGILITA’, SONO INCAPACI DI ACCETTARE LE FRUSTRAZIONI. TRA GLI INSEGNANTI, LA STANCHEZZA

Una prima classe preoccupante

A giugno la Camera ha approvato in via definitiva una riforma che prevede un percorso più strutturato, corrispondente a 60 crediti formativi di cui almeno 20 di tirocinio. Sono passati dieci mesi e dei decreti attuativi che permetterebbero alle università di attivare i nuovi corsi non c’è l’ombra: tutto fermo. Mentre chi è già di ruolo, continua a stare in trincea. Anna Rosa Besana insegna da più di 35 anni nella stessa scuola, l’istituto Greppi di Monticello (Monza e Brianza) che comprende un liceo scientifico, un liceo delle scienze umane, un istituto tecnico-chimico e un tecnico-informatico: «Mai visti tanti ragazzi così deprivati, immaturi e turbolenti come quelli che sono entrati in prima quest’anno. Fare lezione non è mai stato così faticoso: non è solo che non riescono a stare attenti, faticano anche a relazionarsi fra loro. Io ho già organizzato due incontri con la psicologa scolastica». Non è solo colpa del Covid. Sono anni ormai che la professoressa e i suoi colleghi sperimentano una crescente fragilità dei ragazzi.

Gli errori, gravi, dei genitori

«Sono incapaci di accettare le frustrazioni: un brutto voto diventa una tragedia». E non solo per loro, anche per i genitori che spesso sono i primi a non riuscire ad accettare gli insuccessi dei figli. «Piuttosto che guardare in faccia la realtà, preferiscono farsi fare delle diagnosi che certifichino un qualche disturbo specifico di apprendimento, anche quando non c’è. O all’opposto ci spiegano che se il figlio va male a scuola è perché ha un quoziente di intelligenza altissimo e in classe si annoia». Il fenomeno sta dilagando anche in Francia tanto che il settimanale L’Obs qualche settimana fa ha dedicato la sua copertina all’ossessione HPI, che sta per haut potentiel intellectuel (alto potenziale intellettuale). Conclusione: «Siamo stanchissimi e frustrati. Spesso mi chiedo: ma io cosa sto facendo? Non riesco ad aiutare chi è in difficoltà, fatico a portare avanti gli altri. E intanto dal ministero arrivano sempre più richieste. Lo so anch’io che ci vorrebbe un approccio personalizzato: ma con prime da trenta alunni come si fa?».

La paura di deludere i genitori

Lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini è presidente della Fondazione Minotauro, che da quasi quarant’anni fa ricerca sugli adolescenti e promuove progetti di prevenzione e intervento nelle scuole. «La pandemia ha solo esacerbato disagi che già c’erano. Disturbi alimentari, autolesionismo, abuso di psicofarmaci, tentati suicidi: il corpo è diventato il megafono di una sofferenza che non trova altre forme di espressione». In termini clinici si chiama acting out: è una specie di cortocircuito in cui l’azione, per esempio farsi un taglio, sostituisce le parole che non riescono a uscire. Lancini non fa sconti al mondo degli adulti: genitori e insegnanti. «Se i ragazzi faticano a esprimere il dolore è perché non vogliono farci sentire in colpa o deluderci», spiega. «In un certo senso sono loro che si fanno carico di noi, delle nostre fragilità, non il contrario. Una volta, se ti andava male un esame all’università, temevi la reazione furibonda di tuo padre. Oggi i ragazzi mentono (secondo un recente sondaggio di Skuola.net lo fa un ragazzo su tre; ndr) per non dover gestire l’angoscia dei genitori». Che ci sia un problema di comunicazione lo dicono un po’ tutti. «La mia sensazione è che soprattutto dopo il Covid si sia creata una distanza assoluta fra noi e loro», dice Patrizia Cocchi, preside del liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano.

«Ci considerano responsabili di quanto è accaduto, di non aver saputo gestire l’emergenza e di averli chiusi in casa. Sono cortesi, ma non ci ritengono degli interlocutori credibili. Quando l’anno scorso hanno deciso di occupare la scuola, non c’è stato nessun confronto: lo hanno fatto e basta. Potevo usare la leva dell’autorità, ma sarebbe stato controproducente. Ho preferito dormire qui a scuola. Vedendoli ballare tutta la notte mi sono resa conto che avevano solo voglia di stare insieme, era quello che gli era mancato di più».

La responsabilità può aiutare

Cocchi è fresca reduce da due giorni di autogestione che non esita a definire splendidi: «Noi li abbiamo supportati, ma devo riconoscere che loro sono riusciti a gestire una comunità di 1.500 studenti in modo egregio, organizzando una serie di collettivi sull’omosessualità e sull’aborto, temi che sentono molto vicini, come l’ambiente e più in generale l’ansia per il futuro. E su cui ritengono noi adulti, docenti, genitori, decisori politici, totalmente impreparati». Forse proprio da qui si dovrebbe ripartire: cercare un nuovo canale di ascolto incentrato invece che sul controllo sulla responsabilizzazione. «In fondo», dice Lancini, «tutti i ragazzi chiedono una sola cosa: di essere amati da mamma e papà e dai loro insegnanti per quello che sono». Sarebbe imperdonabile dover dare ancora ragione a quel tale che diceva: «Durante i miei nove anni di scuole superiori non sono mai riuscito a insegnare niente ai miei professori». Era Bertolt Brecht, un secolo fa.


 

Il male di vivere. La quarta puntata - Adolescenti: manipolazione, porno, derisione. Le relazioni pericolose della generazione senza scudo. Daniele Mencarelli Il Corriere della Sera il 7 Aprile 2023

Quarta puntata dell’inchiesta sul male di vivere: il poeta e scrittore Daniele Mencarelli analizza - partendo dal film «Mia», di Ivano De Matteo - la condizione dei giovani nell’era del «più grande scatto tecnologico, culturale, evolutivo». Come per ogni altro fenomeno che riguardi il presente e le nuove generazioni, non si può che partire dalla premessa che noi, i genitori, i grandi, dimentichiamo di porci e porre costantemente. Tra la nostra gioventù — chi scrive è nato a metà degli Anni 70 ed ha vissuto la sua gioventù nei 90 — e la presente c’è di mezzo una rivoluzione epocale, per molti, la rivoluzione che da qui a trent’anni diventerà a tutti gli effetti il più grande scatto tecnologico, culturale, evolutivo della razza umana.

Dall’analogico al digitale

La responsabilità è sempre degli adulti. Mai dei ragazzi. Noi abbiamo costruito il mondo dove ora loro vivono da nativi, noi gli abbiamo dato, e tolto, tutta una serie di strumenti ed esperienze sostituendole con il web prima e i social successivamente. Loro vivono nel mondo che gli è stato dato. Come sempre fanno le nuove generazioni rispetto alle precedenti. Questa rivoluzione digitale, ancora in corso, come un cavallo che corre senza sapere bene verso dove, non poteva non avventarsi anche sul rapporto più naturale che lega l’umanità, la perpetua.

Il sesso: luoghi, vittime, viralità

Nel giro di trent’anni il rapporto tra l’individuo, soprattutto occidentale, e il sesso si è modificato in modo radicale. Dai luoghi d’incontro, oramai in percentuale dominante affidati ad applicazioni, chat, sino alle nuove forme di violenza e coercizione, con esiti spesso tragici. Perché c’è un dato fondamentale che differenzia la vittima di reati a sfondo sessuale tra la vecchia era analogica e la nuova digitale. La viralità, la diffusione in tempi frenetici, disumani, del gesto, spesso corredato con foto, video. La vita di una persona, sempre o quasi sempre di sesso femminile, da adulta a giovanissima, travolta da una tempesta perfetta, con il proprio corpo esposto, deriso, con tutti i giudizi che esplodono, senza rispetto, sparati senza pensarci due volte come sempre avviene sui social. Terribile. Da ieri è nei cinema l’ultimo film di Ivano De Matteo, un regista vero, che non insegue i temi proposti dalla cultura dominante ma propone i suoi, come sempre si dovrebbe.

IL REGISTA DE MATTEO IN «MIA» RACCONTA UNA 15ENNE SCHIACCIATA DALLA VIOLENZA PSICOLOGICA DEL FIDANZATO

Ivano De Matteo, 57 anni, romano, attore, regista e sceneggiatore, nelle sale con Mia

Il film si intitola «Mia». La storia è quella di tante famiglie per bene, semplici, legate da un amore profondo, che viene letteralmente sconvolta dalla relazione della figlia quindicenne, Mia, con un ragazzo poco più grande di lei che inizia, pezzo a pezzo, a smontarle la vita, vivendola come un proprio possesso. Il padre della ragazza, interpretato da un indimenticabile Edoardo Leo, e la madre, Milena Mancini, altrettanto straordinaria, non possono che vedere la loro amatissima figlia, sino a quel momento piena di vita e passioni, sfiorire, schiacciata dalla violenza psicologica del suo fidanzato. Parlando con Ivano De Matteo, padre prima che regista, è emersa con forza quella preoccupazione che oramai vivono tutti i genitori riguardo la vita, sessuale e non solo, dei propri figli.

Il gaslighting

E’ gaslighting il termine, coniato per quel tipo di manipolazione psicologica che un individuo esercita su un altro, mettendo in discussione la sua vita, il suo vissuto, facendo dubitare la persona della sua stessa memoria, intelligenza. «Tutto parte da una vicenda accaduta a un’amica di mio figlio anni fa, da lì è nato il desiderio assieme alla mia compagna, Valentina Ferlan, che è la cosceneggiatrice del film, di dare voce a fatti simili». De Matteo guarda con occhio speciale alla realtà, e di questo film, Mia, se ne parlerà tanto, perché è giusto così, perché questo dovrebbe fare ogni disciplina artistica: rivelare il presente, testimoniarlo, offrire uno sguardo più ampio su quello che si vive, e vivrà. «Perché l’adolescenza è quel bivio in cui il futuro dei ragazzi può prendere una piega inaspettata e può influire in buona parte su tutto quello che verrà dopo».

La gioventù così diversa dalla nostra memoria

Nessuno che sia stato giovane può eccepire nulla rispetto a queste parole di De Matteo. Perché la gioventù, fase della vita che tanto rimpiangiamo nelle rievocazioni adulte, è ben altro rispetto al racconto che produce la nostra memoria. Perché essere giovani è difficile. Lo è stato e lo sarà per sempre». Dal primo romanzo che ho pubblicato nel 2018 ( La casa degli sguardi ) a ieri, è questa la frase che ripeto a ogni incontro con scuole superiori di ogni parte d’Italia. Ho incontrato settantamila ragazzi, dai quindici ai diciotto anni. «Essere giovani è difficile, non vorrei mai tornare indietro, è più facile vivere da adulti, io sono un sopravvissuto alla gioventù». Questo, di solito, il refrain completo. Partire da un’affermazione di questo tipo sorprende, provoca la platea di ragazzi che ho di fronte. Intossicati dalle narrazioni, giudicati più che ascoltati, non sono abituati a sentirsi dire una cosa del genere. Eppure, è un dato di fatto indiscutibile.

Una scena dal film «Mia», il film di Ivano De Matteo, con l’attrice esordiente Greta Gasbarri nei panni della protagonista , una ragazza 15enne

La fase delle grandi recite

La gioventù è la fase delle grandi recite, tanto in famiglia quanto nel proprio branco sociale, è l’età del conformismo assoluto, dal vestire al cosa pensare, mangiare. È, o meglio dovrebbe essere, anche il periodo in cui iniziare a costruire un dialogo con la propria natura, provare a conoscersi, a esprimere quello che ci sta veramente a cuore, che ci fa soffrire, che ci terrorizza. Tutte prove che spesso non si riescono a portare a termine perché a prevalere è l’animale sociale, recitante. È in questa fase della vita, non a caso, che irrompe spesso il disagio di tipo psicologico. A queste difficoltà congenite alla gioventù si aggiungono oggi tutti quei cambiamenti introdotti dalla rivoluzione premessa in apertura. Essere giovani nel mondo digitale ha mutato comportamenti millenari, l’accesso a miliardi di informazioni, immagini, video, senza un reale controllo possibile ha di fatto trasformato l’uomo e le sue abitudini. A partire dalle abitudini sessuali.

L’allarme di psicologi e psichiatri

Rispetto a pochi anni fa, è forte oggi la voce di psicologi e psichiatri che mettono in allarme rispetto alla possibilità dell’adolescente, se non del bambino, di attingere a immagini e video pornografici senza difficoltà alcuna. Questa disponibilità ha di fatto modificato il rapporto delle nuove generazioni con il sesso. Un rapporto divenuto drammaticamente sovrapponibile a quello della pornografia, del gesto meccanico che si sostituisce alla lenta costruzione di un immaginario erotico che attingeva dalla realtà e dalla fantasia. Anche su questo tema, gli adulti, i genitori sono superficiali, spesso disattenti. La differenza tra questo presente che offre pornografia senza controllo e il passato produce il più delle volte constatazioni insignificanti, condite di nostalgia, come se il flusso digitale che ci sommerge fosse di fatto un evento al di fuori della portata umana, che si subisce senza poter attuare nulla di oppositivo, contrario. Avere come paradigma la pornografia ha portato i giovani a due forme di relazione antitetiche con il sesso, naturalmente questa suddivisione offre una visione per difetto, come sempre succede quando si parla di umano.

La via di fuga, la sottrazione

Anche questo è un dato di cui si parla con sempre maggiore attenzione. Una percentuale importante dei nostri figli vive il sesso in modo inattivo, sembra quasi priva di pulsioni sessuali da inseguire e soddisfare. Questa distanza, spesso paura, nasce spesso proprio dalla sovrapposizione della finzione pornografica alla realtà. Come per un gesto atletico, una performance, tanti giovani sentono di non riuscire a competere con quello che vedono sullo schermo. Per l’universo maschile, questa insufficienza percepita è spesso di natura fisica, ovvio se il parametro è quello di un uomo, di mestiere pornoattore, che ricorre a sostanze più o meno legali per arrivare a quelle prestazioni. Per l’universo femminile, invece, il paradigma che propone la pornografia è semplicemente repellente perché fa della donna un corpo che prova piacere tanto più se maltrattato, offeso.

RAPPORTI MALATI E PRATICHE ESTREME. OGGI È PIÙ PRESENTE LO STUPRO DI GRUPPO, ALTERAZIONE TERRIBILE DEL SESSO DI GRUPPO NORMALIZZATO DAL PORNO

Gli ipersessualizzati

A questa prima categoria di giovani va contrapposta la seconda. Quella ipersessualizzata, che accoglie come modello aspirazionale quello della narrazione pornografica. Giovanissimi che non esitano ad assumere Viagra, spesso assieme ad altre sostanze, pur di arrivare a determinate prestazioni, che vedono come normali pratiche di fatto estreme. A riguardo, è impressionante notare come si sia modificata la dinamica della violenza carnale. Oggi è sempre più presente lo stupro di gruppo, alterazione terribile del sesso di gruppo oramai normalizzato dalla pornografia. Una particolarità salta agli occhi. Queste due macrocategorie hanno in comune un fattore che le rende simili, che in un certo senso le omologa. Che si pratichi o meno, il sesso è uno dei grandi temi di cui si discute. Una discussione per teorie, spesso ideologizzata, che parte dal mondo LGBTQ con una serie di temi nuovi che sono al centro del dibattito culturale e civile del nostro tempo.

Fluidità di genere e pansessualità

Sia chiaro, questo dibattito ha introdotto conquiste importantissime riguardo l’affermazione della nostra natura sessuale e la possibilità di viverla liberamente, come sempre dovrebbe essere. Forse, con uguale passione e presenza, il dibattito culturale citato poc’anzi dovrebbe interrogarsi su una forma di educazione sessuale, tema da sempre scivoloso, aggiornata al nostro tempo digitale. Non si tratta di censurare, ma di introdurre elementi di dialogo e confronto comune, per salvaguardare quel bene che da sempre ha spinto l’uomo al piacere del sesso, con tutte le implicazioni del caso, dal rispetto alla soddisfazione reciproca, sino all’amore e alla perpetuazione della specie.

Il male di vivere. La quinta puntata - Il male di vivere. Adesso anche social e serie tv raccontano le sofferte vite dei giovani in crisi. Micol Sarfatti su Il Corriere della Sera il 15 Aprile 2023

Quinta puntata dell’inchiesta di 7 su adolescenti e giovani. Disturbi alimentari, depressione, corpi «travolti dagli psicofarmaci», bullismo e speranza (grazie alla ‘psi’): il malessere emerge senza filtri dentro le sabbie mobili dell’auto-racconto dei ragazzi. Svelare gli inciampi della vita non è più uno stigma

Carlotta piange dietro la cascata di riccioli biondi: «Raga, sto male, non voglio nascondervelo. Ho sconfitto i disturbi alimentari, ma questo non vuol dire che stia sempre bene». Federica balla un trend di TikTok per ringraziare la famiglia e il fidanzato che l’hanno sostenuta in un periodo buio. Miriam racconta con spontaneità, tra un tutorial di trucco e l’altro, come gli psicofarmaci abbiano stravolto il suo corpo. Eleonora mostra con orgoglio il piano alimentare della sua “nutri”, la nutrizionista che l’ha aiutata ad uscire dall’anoressia. Oggi ha mangiato tutto: hamburger vegetale, verdure, un dessert proteico alla vaniglia. Sorride. Marco soffre di un disturbo dell’umore, alle medie lo bullizzavano, lo hanno picchiato. La psicoterapia lo sta facendo rifiorire, dice: «Adoro la mia “psi”. Se state soffrendo dovete chiedere aiuto». Edoardo spiega in dettaglio il suo percorso di transizione e si rivolge a chi potrebbe stare attraversando il guado che lui ha superato: «Scrivetemi, anche in privato. Sono qui per voi».

Cuoricini sulle video confessioni

Accanto ai loro video l’approvazione è certificata da migliaia di cuoricini e da commenti di sostegno e gratitudine. Il dolore dei giovani corre anche, soprattutto, sui social. È vero, le piattaforme, su tutte Instagram, TikTok e Youtube, sono spesso le prime imputate nel processo sul malessere dilagante di adolescenti e ventenni. Però sono anche il mezzo d’espressione d’elezione di ormai quasi due generazioni, la porta attraverso cui ragazze e ragazzi entrano nel mondo: sia il loro microcosmo di amicizie e relazioni, sia quello degli adulti. Sono lo specchio in cui si guardano per ritrovarsi o costruire la propria identità, magari completamente “altra”, da quella reale. Sono lo schermo che fissano per ore ogni giorno, inutile negarlo - l’utilizzo dello smartphone nella fascia 14-29 anni è aumentato dell’83,3% negli ultimi tre anni - in cui vedono scorrere il loro tempo e a cui chiedono ispirazioni e risposte.

I NETWORK GIOVANILI COME ANCORA DI SALVEZZA: «SHARING IS CARING», «CONDIVIDERE È PRENDERSI CURA», RIPETONO A GRAN VOCE I NUOVI PROTAGONISTI DELLA RETE

Sono stati l’ancora di salvezza nei mesi lunghissimi dei lockdown, quando il loro volo si è interrotto e si sono ritrovati chiusi in casa, lontani dagli amici e troppo vicini a famiglie con cui non sempre avevano un rapporto lineare. Ai ragazzi di oggi va riconosciuto il merito di aver scardinato il tabù della salute mentale. Un’impresa riuscita anche grazie, o nonostante obietterebbe qualcuno, le piattaforme. Fino a poco meno di un decennio fa la psicoterapia, il dolore, gli inciampi della vita giovane erano vissuti come uno stigma. Oggi spopolano i creator che raccontano il malessere senza filtri. Le difficoltà non vanno più nascoste, ma condivise. «Sharing is caring», «Condividere è prendersi cura», ripetono a gran voce i nuovi protagonisti della Rete.

Non sono più creature ultraterrene, abbellite dai filtri e protagoniste di vite perfette, fatte di amore, agio e opportunità, ma ragazzi normali, normalissimi, spesso acciaccati, ma non per questo decisi a nascondersi. Lo scenario è complesso. L’ammissione del dolore a mezzo web può essere positiva, addirittura catartica. Può far suonare un campanello d’allarme nei coetanei che non hanno ancora identificato i motivi della propria crisi, o non sanno come farsi aiutare. Ma non è priva di insidie. Il rischio è ritrovarsi con risultati opposti: la mercificazione, a favore di trend topic, e la banalizzazione del proprio malessere o una sovraesposizione difficile da gestire, ancor più se si sta attraversando un momento difficile.

LO PSICOTERAPEUTA PELLAI: «ESPORRE IL PROPRIO DISAGIO PUÒ ESSERE UTILE SOLO SE È STATO FATTO UN VERO PERCORSO DI ELABORAZIONE»

Dal diario allo schermo

«Siamo davanti a un passaggio epocale», spiega lo psicoterapeuta, specializzato in età evolutiva, e saggista Alberto Pellai. «Il racconto del proprio disagio è una modalità che i ragazzi hanno sempre messo in atto durante quella terra di mezzo tra infanzia e età adulta che è l’adolescenza. Un tempo però era affidato al diario. Scrivere era un modo per trovare le parole per dirsi, definirsi, ma anche mettere ordine dentro il proprio mondo interiore. Riflettere sulle definizioni da dare al proprio dolore, piccolo o grande che sia, significa dargli forma e iniziare ad affrontarlo. Oggi questa pratica è quasi estinta e si è passati dalle parole, nascoste agli altri, della carta, all’immagine, condivisa, dei social». Il dolore dei ragazzi non è più solo una questione privata. Diventa terreno di confronto con i coetanei, ma anche, potenzialmente, con gli adulti e con chiunque si imbatta nel loro profilo.

Comunicare per essere visti

«La comunicazione del proprio dispiacere sulle piattaforme può avere uno scopo duplice», precisa Pellai, «può esserci lo sfogo e il bisogno reale di esternare, ma può anche essere il modo di esprimersi di una persona con una particolare fragilità narcisistica. In questo caso diventa il mezzo per appropriarsi di una identità funzionale a compiacere l’aspettativa altrui: svelo qualcosa di disfunzionale per soddisfare il mio bisogno di essere visto. Nell’auto racconto sui social coesistono due dimensioni: quella di chi sta male per davvero e quella di chi intercetta un bisogno di attenzione».

«ORMAI GLI ADOLESCENTI TENGONO IN PIEDI UNA DOPPIA VITA: QUELLA VIRTUALE E QUELLA REALE. NON SEMPRE COINCIDONO»

I rischi della condivisione

Qualche mese fa ha fatto discutere il caso di Leila Kaouissi, 18enne milanese di origine marocchina che racconta su TikTok, dove ha quasi mezzo milione di follower, la sua lotta contro l’anoressia, la bulimia e la depressione. Leila condivide video, spesso struggenti, va detto, sulle sue giornate, i suoi piccoli progressi, ma anche le ricadute e i ricoveri. Lo scorso gennaio è scappata di casa, dopo l’ennesima dimissione da un centro specializzato. La madre ha raccontato tutta la vicenda con tanto di dirette Instagram. La fuga, il ritrovamento, l’apprensione: tutto è stato documentato sui social, con una drammatica sovraesposizione. «L’autonarrazione può far esplodere ulteriormente la debolezza e togliere al ragazzo che la porta avanti la capacità di riflettere davvero su di sé», prosegue Pellai. «Quando i contenuti social legati al disagio diventano dominanti è necessario ricondurre il malessere in un percorso di psicoterapia e affrontarlo con una persona competente. La questione non è solo raccontare, ma metabolizzare. Se si condividono le difficoltà senza averle affrontate si genera un pericoloso gruppo di auto aiuto virtuale in cui nessuno ha le risorse giuste per superare la crisi».

Sprofondare insieme nelle sabbie mobili

«È come sprofondare tutti insieme dentro le sabbie mobili. Tornare a raccontare sui social il disagio dopo averlo elaborato e discusso con chi davvero sa dare una mano può essere utile anche agli altri. Ormai gli adolescenti tengono in piedi due vite: quella virtuale e quella reale. Non sempre coincidono e la prima sembra spesso più facile e premiante. Si rischia di sprecare troppe energie in un’esistenza che, di fatto, non c’è ». Raccontarsi, o almeno provare a farlo, ma anche essere raccontati. Dal piccolo schermo-specchio dello smartphone a quello più grande della tv. Mai come negli ultimi tempi l’Italia ha conosciuto una fiorente produzione di serie dedicate al mondo teen e young adult che non ha più niente da invidiare a quella americana.

Le serie dedicate agli adolescenti

Il racconto della giovinezza e dei suoi guai è stato per decenni totale appannaggio di produttori e registi d’Oltreoceano, che hanno segnato l’immaginario di intere generazioni. I ragazzi di oggi, invece, possono ritrovarsi nei protagonisti di serie tv con un’ambientazione e un racconto della società totalmente italiani: Skam, Prisma, entrambe dirette da Ludovico Bessegato, Tutto chiede Salvezza, tratta dal romanzo omonimo di Daniele Mencarelli e Summertime, sono solo alcuni esempi. L’ultimo successo adolescenziale, ma non solo, è Mare Fuori, diretto da Carmine Elia, Milena Cocozza e Ivan Silvestrini. Racconta le vicende di un gruppo di ragazzi tra i 16 e i 20 anni detenuti in un penitenziario minorile a Napoli. È partita quasi in sordina su Netflix per poi passare a RaiPlay e approdare alla prima serata di Rai2 con un successo senza precedenti: oltre 200 milioni di visualizzazioni sulla piattaforma streaming del servizio pubblico, di cui quasi l’80% nella fascia 15 /35 anni. I protagonisti sono ormai gli idoli dei loro coetanei. Qual è il sentimento intercettato così bene da questa serie?

LO SCENEGGIATORE: «MARE FUORI PARLA DI SPERANZA,UN MESSAGGIO IMPORTANTE PER UNA GENERAZIONE SEGNATA DAL COVID»

Il caso «Mare fuori»: grande umanità

Prova a rispondere Michele Zatta, produttore di Mare Fuori, sceneggiatore e scrittore con il romanzo, entrato nella prima selezione del Premio Strega 2023, Forse un altro (Arkadia) . «Abbiamo indagato un mondo particolare, quello del carcere, basandoci anche su storie vere e facendo ricerca. L’ambientazione ha un peso drammaturgico importante perché permette di raccontare ragazzi che hanno sbagliato, ma conservano una grande umanità e, grazie alla giovane età, possono ancora sperare e crearsi un nuovo inizio», spiega. «Questo è un messaggio importante per una generazione segnata dal Covid, dall’assenza di prospettive e da una mancanza di fiducia nel futuro». I protagonisti di Mare Fuori appartengono a contesti sociali difficili, sono nati in famiglie legate alla Camorra e, spesso, i loro sogni sfumano a un metro dal traguardo. «Si piange molto, è vero», ammette Zatta, «ma la vita è così. C’è un messaggio importante legato all’amicizia e alla solidarietà, le uniche vere armi per resistere ai contraccolpi del destino. Credo però il vero segreto del successo di questi personaggi sia la loro capacità di farsi amare a prescindere dagli sbagli e, paradossalmente, il loro essere liberi».

Se il carcere ti affranca dalla famiglia sbagliata

«Sono rinchiusi in un carcere, ma lì non ci sono genitori né costrizioni sociali. Così possono essere loro stessi e relazionarsi con gli altri come se si fossero affrancati completamente dalle famiglie di provenienza, in molti casi all’origine dei loro dolori. Questo è uno degli elementi dello storytelling che ha avuto più presa sul pubblico giovane». A breve inizieranno le riprese della quarta stagione di Mare Fuori, ma in autunno andrà in onda su Rai2 Io sono leggenda, nuova serie prodotta da Zatta sul disagio giovanile con una chiave narrativa inedita nella fiction italiana: quella dei super eroi.

Skam e Prisma

Un altro cantore dell’adolescenza formato tv è Ludovico Bessegato. Ha diretto Skam, giunta alla 5 stagione, che racconta le vicende di un gruppo di liceali romani attraversando temi come i disturbi alimentari, il revenge porn, la micropenia, la salute mentale, e Prisma, ambientata nella provincia di Latina e incentrata sulla scoperta dell’identità sessuale e i turbamenti che ne conseguono. Due grandi successi, prodotti da Cross Productions, costruiti con un rigoroso metodo di indagine sul campo. «Abbiamo studiato, intervistato e ascoltato tantissimi ragazzi», ha spiegato Bessegato. «Non volevamo correre il rischio di essere superficiali o offensivi su argomenti delicati. Alcuni personaggi sono stati ispirati proprio dagli incontri fatti. Abbiamo avuto una grande opportunità narrativa e siamo felici che i diretti interessati l’abbiano apprezzata».

L’importanza della realtà

Anche il dottor Pellai riconosce l’importanza delle serie nella narrazione e immedesimazione dei giovani, ma avverte: «È fondamentale che la rappresentazione televisiva delle difficoltà giovanili non diventi mai “esotica”, cioè troppo artefatta e lontana dalla vita reale. I ragazzi hanno bisogno di rivedersi in chi si dibatte in un disagio fisiologico, concreto. Solo così possono trovare uno stimolo per reagire».

Il male di vivere. La sesta puntata - Le vostre storie: paure e speranze, tra slanci coraggiosi e rinunce ai sogni. Valeria Locati Il Corriere della Sera il 27 Aprile 2023.

Si conclude con questa sesta punta l’inchiesta di 7 dedicata al male di vivere dei giovani. Una psicologa cerca di sintetizzare, attraverso alcune delle centinaia di vicende narrate da chi ha scritto via social, le trame emotive. Immobilità, “data di scadenza”, paura di strappare, fughe in avanti... raccontarsi è già cambiare 

Michael White, rivoluzionario psicoterapeuta che ha dedicato la sua vita professionale allo studio delle relazioni familiari, sosteneva a gran voce il potere trasformativo della narrazione come mezzo di comunicazione tra gli individui. Narrare una storia, raccontare il proprio punto di vista è da sempre il mezzo che abbiamo a disposizione per descrivere chi siamo, ciò che temiamo, ciò che vorremmo gli altri sapessero di noi. Con questa inchiesta sul malessere dei giovani, sono arrivate alla redazione del giornale moltissime storie, da parte di giovani adulti, insegnanti, genitori e anche operatori del settore che, a vario titolo, si occupano del benessere dei futuri adulti a cui affidiamo le nostre speranze.

Nel mio box domande di Instagram del sabato, appuntamento ormai fisso e con il quale ho la possibilità di maneggiare non solo il dolore, ma anche le trame emotive di chi segue il mondo della psicologia, ho raccolto altrettante visioni puntuali e illuminanti sul mondo dei giovani. Se avete avuto l’occasione di seguire l’inchiesta fino a qui, avrete senza dubbio colto quanto sia difficile definire il target di riferimento circoscrivendolo in termini di età. Ci muoviamo in un range che spazia dalle scuole secondarie di secondo grado, passando per gli universitari, fino ad arrivare ai giovani trentenni. Non escluderei dal novero della questione anche chi viaggia verso i quaranta, in termini di risonanza, ma anche di strascico emotivo a cui sono indirizzati spesso moniti che sanno di epoche antiche (dalla maternità non realizzata, alla distruzione del concetto di famiglia classica, all’adattamento forzato a un ruolo professionale volto solo al guadagno e non alla soddisfazione).

IL POTERE DELLE STORIE, DICEVA MICHAEL WHITE, È QUELLO DI PROPORRE UNA NUOVA VISIONE DELLA SITUAZIONE, DEL PROBLEMA. IL VANTAGGIO NON È SOLO DI CHI RACCONTA, MA DI CHI LEGGE, RICORDA E UN GIORNO MAGARI METTERÀ IN PRATICA

Ma quali sono queste storie, qual è il percepito dei lettori e della popolazione in generale dopo i punti di vista proposti settimana dopo settimana nell’inchiesta? In prima linea torreggiano i giovani adulti alle prese con le famiglie di origine. Il tema dello svincolo familiare, della ricerca del proprio posto nel mondo, del passaggio dalla dimensione filiale a quella dell’autonomia, del desiderio insito in ogni essere umano di definirsi e di dare a sua volta definizione a ciò che ogni giorno lo circonda è un motore in grado di muovere mondi. Non solo per allontanarsi, ma per sperimentare.

Sono centinaia le storie che hanno questo sapore, giunte allo scopo di comprendere “come” si faccia a non sentirsi in colpa, come si possa vivere con l’idea di abbandonare il proprio nucleo familiare senza averlo magari soddisfatto in termini lavorativi. Gli esempi più rappresentativi hanno a che fare con il ritardo negli studi universitari, con la paura di deludere i genitori, con l’angoscia di lasciarli soli a sopportare malattie, comunicazioni difficili con l’altro genitore, età che avanza. Come se il compito del figlio fosse quello di traghettare l’adulto verso la fase finale del suo ciclo di vita e non la gioia di partire, scoprire cosa si cela dinnanzi a sé, in una danza di andate e ritorni utili a condividere e raccontare.

SONIA CHE NON SA DOVE ANDARE

Questo è il racconto di Sonia, studentessa di 25 anni di lettere classiche: «Sono fuori corso da tre anni. Non studio, non guido, non lavoro. I miei genitori sono preoccupati per me e ogni giorno mi chiedono conto di ciò che faccio. Quando penso di voler lasciare l’università provo liberazione, ma poi ripenso alla loro delusione di avere una figlia non laureata». Nella mia stanza di terapia, nelle risposte su Instagram, nei dialoghi con i genitori e i docenti che incontro nel mio lavoro lo sottolineo sempre: svincolarsi non è recidere, andarsene non significa strappare. Eppure spesso pare così e il terrore della perdita si impadronisce di tutto. Della stessa forma fluida ed evanescente è il tema del lavoro e quello conseguente del futuro incerto.

«SONO SEGRETARIA, HO SCELTO IL LAVORO SICURO SPINTA DAI GENITORI, CON IL RISULTATO DI AVERE RINUNCIATO AI MIEI SOGNI. PERCHÉ NON RIESCO A DECIDERE PER ME?» (Clarissa, 28 anni)

Clarissa, 28 anni, ci scrive così: «Sono segretaria in uno studio medico da otto anni, ma ho una laurea in Chimica e tanta frustrazione nel cuore. Ho scelto il lavoro più sicuro spinta dai miei genitori, con il risultato di guadagnare poco, accettare la pressione di un capo che non sopporto e rinunciare tutti i giorni ai miei sogni. Perché non riesco a decidere per me?».

Ci muoviamo in un contesto in cui, al di là della pressione familiare, ciò che si trova all’esterno, dalla stabilità illusoria alle condizioni poco remunerative, non permette certo di scoprire quella dimensione del sé che ha a che fare con la gioia di essere efficaci, di vivere una vita piena di stimoli e di desideri di collaborare alla realizzazione di uno scopo comune. Il lavoro non è più il punto di arrivo, ma viene percepito come un trampolino per le possibilità di fare altro, di realizzare sé stessi anche dal punto di vista umano. Ecco perché il dialogo con gli adulti è così spigoloso, perché non vi è stata possibilità di un passaggio graduale di questa prospettiva. La pandemia ha accelerato il tutto, ha avuto un effetto di immobilità e di improvvisa spinta in avanti.

FRANCESCO, PADRE PREOCCUPATO

Che il futuro sia incerto è un dato di fatto anche per chi il percorso professionale lo deve ancora intraprendere ed è alle prime armi anche dal punto di vista formativo. Un papà ci scrive questo: «Mio figlio ha 13 anni, l’anno prossimo frequenterà il liceo. Ho il timore che non ci sia un salto di maturità, un impegno verso lo studio». (Francesco, 47 anni, dirigente). Tutta la preoccupazione di questo genitore corrisponde alla forza del disorientamento in cui versano i più giovani oggi. È da loro che possiamo partire per seminare e lasciarci guidare, per accompagnare e farci spettatori di un futuro che possiamo sostenere, ma di cui, dobbiamo ammettere, sappiamo poco. Molte delle storie giunte in redazione hanno avuto al centro il dibattito della presenza dello psicologo nelle scuole.

«C’È UN MONDO NUOVO NEI GIOVANI, ACCOGLIENTE, CURIOSO, CHE DOVREMMO INVIDIARE. INVECE NE SIAMO IMPAURITI, È UN’ENERGIA SCONOSCIUTA DA GESTIRE» (Daniela, 40 anni)

I genitori hanno paura di cedere lo scettro ad altri adulti, ma al contempo ne sono ne sono sollevati, vivendo e mostrando quella dimensione di ambivalenza che il ruolo che rivestono conferisce loro. Basterebbe molto poco, se ci pensiamo: uno spazio di accoglienza, un momento di confronto, un dialogo volto a co-costruire significati. Con la sola differenza che i veri saggi, coloro che sono esperti della materia umana di cui si tratta, sono i ragazzi stessi. Di materia umana e di fragilità è intriso il capitolo delle storie di giovani donne, tra i venticinque e i trent’anni, che sentono sulle spalle una sorta di “data di scadenza”.

CRISTINA CHE NON HA NIENTE

Un esempio su tutti è il messaggio di Cristina, 25 anni appena compiuti: «La data del mio compleanno è stata per me una sorta di deadline , giunta alla quale avrei dovuto avere un compagno e un anello per sposarmi. Non ho né l’uno, né l’altro, e sento di avere poco tempo per realizzare i miei sogni». A lungo si è detto di quanto la possibilità odierna di viaggiare, scoprire, spostarsi anche solo con la mente e il digitale possa mettere al riparo da imposizioni cha hanno il sapore di un tempo passato e di un retaggio culturale patriarcale. Eppure questo tranello è sempre in agguato, sbaraglia ogni forma di progresso, riaggancia stuoli di giovani donne alle prese con la ricerca dello proprio senso nelle relazioni e nel mondo. È anche per questo che i modelli familiari osservati e appresi giocano un ruolo fondamentale nella crescita dei figli e nella posposta di un futuro sostenibile e gratificante. Chiudiamo questo meraviglioso viaggio con il messaggio di Daniela, 40 anni, communication manager per l’editoria: «C’è un mondo nuovo nei giovani, accogliente, curioso e aperto al diverso che dovremmo sapere invidiare. Ne siamo invece molto impauriti, io lo sono a volte, perché è un’energia sconosciuta da gestire».

Osservare i giovani è un privilegio, averci a che fare una sfida che regala non solo energia, ma vitalità. Non sono osservabili e definibili tout court . Parlare di adulti che guardano i giovani o di giovani che si differenziano dagli adulti è diverso dall’avere a che fare con i sistemi che implicano la presenza di entrambi. Lavorare con genitori e figli è profondamente diverso dal lavorare con le famiglie. Lo stesso accade per ogni contesto in cui sono inseriti. Se ne vogliamo parlare, capiamo dove ci collochiamo rispetto a loro. Capiamo che relazione abbiamo con loro. Guardiamoli in evoluzione. Il segreto è scegliere di accompagnarli stando loro accanto, non davanti a illuminare la strada e a far pulizia, né dietro a correggere la direzione. Il potere delle storie, come diceva White, è quello di proporre una nuova visione della situazione, del problema. Il vantaggio non è solo di chi racconta, ma di chi legge, di chi ricorda, di chi un giorno metterà in pratica.

Adolescenti, cambia la percezione del disagio psicologico: «Non è da deboli». Maurizio Tucci Il Corriere della Sera il 19 Aprile 2023.

Prigionieri della paura

Una volta un bambino orfano venne cacciato da scuola per il suo comportamento ingestibile. Tutti si raccolsero per rendere pubblica l’espulsione. La maestra di un’altra classe, Marija Judina, una delle più grandi pianiste russe del ‘900, vedendo la scena, si mise a piangere per l’umiliazione inferta dagli adulti a un bambino che, quando la vide in lacrime, le corse incontro, abbracciandola e promettendole che sarebbe stato buono «per sempre». Gli fu data un’ultima possibilità. Nei giorni successivi rimase sempre attaccato a quella maestra e il suo cambiamento fu repentino e totale, tanto che la donna gli chiese perché non lo avesse fatto prima. Il bambino rispose: «Nessuno aveva mai pianto sulla mia vita». La parola “cattivo” viene dal latino captivus , che significava prigioniero, cattivo è il prigioniero della paura di non valere nulla, di non esistere per nessuno, invece “liberi” in latino erano i figli, coloro che potevano ricevere l’eredità. È libero solo chi appartiene, chi diventa figlio di qualcuno. Questa generazione è fragile perché non appartiene, sono ragazzi generati biologicamente e materialmente ma non esistenzialmente e culturalmente, la loro vita non vale per sé stessa, serve a soddisfare i desideri di altri: oggetti di aspettative (carriera, prestazioni, risorse umane) e non soggetti di possibilità (destini inediti, doni per il mondo).

Il senso del limite

Una volta don Claudio ha chiesto il nome a uno dei nuovi ospiti del carcere Beccaria, che gli ha risposto: «Cazzi miei». Da quel giorno il cappellano ha cominciato a chiamarlo proprio così, finché quel ragazzo ha iniziato a fidarsi di lui e gli ha chiesto scusa per quella risposta, precisando: «Volevo capire se te ne fregasse veramente di me». Mi viene in mente il professore di religione del mio liceo, don Pino Puglisi, di cui quest’anno ricorre il trentesimo dell’assassinio mafioso. Quando, durante il processo, chiesero al killer, divenuto collaboratore di giustizia, perché avessero deciso di ucciderlo, rispose: «Si portava i picciriddi cu iddu (portava i bambini con lui)», una pericolosissima minaccia per il meccanismo di potere mafioso. I bambini, attraverso il gioco, la bellezza, lo studio e gli amici, facevano esperienza di una vita più attraente, e trovavano la forza di “liberarsi” dal padrino, perché erano diventati “figli” di un padre, non “picciotti” ma “figli”. Solo chi appartiene si può sporgere con coraggio sulla vita, solo chi riceve vita ha vita da fare. Per questo il mio professore fu ucciso, e non conosco altra strada educativa che quella di far sentire amati, dove il verbo amare non è un’emozione ma l’azione creativa di chi si impegna a far fiorire la vita di un altro. Il dolore che ci provoca questa generazione è dolore di parto, l’occasione per nascere noi stessi prima che far nascere loro, perché solo l’essere educa, cioè tira fuori: fa nascere. Se un ragazzo non legge ci si può chiedere quanti libri gli abbiamo letto, raccontato, o quanti ce ne siano sul nostro comodino e sulla nostra bocca. E così anche nella vita: i ragazzi sono chirurgici nel chiederci conto, con le loro provocazioni o storture, dell’autenticità della nostra vita. Ci lamentiamo dell’uso che fanno dei cellulari, e siamo noi che glieli abbiamo regalati quando erano bambini o che ne facciamo esattamente lo stesso uso. Non esiste l’educatore perfetto, ma solo l’educatore che usa come risorsa creativa “l’emergenza”, senza lasciarsi ingabbiare dal senso di colpa, che non è mai creativo ma punitivo. Creativo è solo il senso del limite: quando lo sperimentiamo siamo infatti invitati dalla vita stessa a trovare una soluzione inedita e soprattutto a chiedere aiuto.

Fame d’aria

Di recente lo scrittore Daniele Mencarelli ha scritto un romanzo dal titolo Fame d’aria , quella fame che provano i ragazzi rinchiusi nella vita-carcere, anche se apparentemente sembrano avere tutte le libertà e le sicurezze, come il protagonista di The Truman Show . In questo libro è un padre a esser salvato dal figlio, e non per la solita stucchevole retorica dei giovani che salveranno gli adulti, del nuovo che è buono solo perché è nuovo. No, il padre è salvato dal figlio perché il figlio è malato: è il limite, è l’emergenza d’amore che salva. Il padre, con l’aiuto di altri che non si aspettava, impara a fare ciò che non sapeva o non aveva la forza di fare: amare. Questo è quello che l’emergenza educativa chiede. Se vogliamo una vita nuova, dobbiamo indirizzare le energie che dedichiamo ad analisi e sensi di colpa, a far venire del tutto alla luce questa vita “emergente” e quindi “nascente”: offrire tempo, presenza, cultura a ognuno di questi orfani, perché diventino figli, cioè liberi, capaci di ricevere in eredità un destino per trasformarlo nella loro unica e irripetibile destinazione. I ragazzi di oggi non sono né migliori né peggiori di quelli di ieri, e allo stesso modo gli adulti. Semplicemente là dove gli adulti decidono di esserci, in corpo e spirito, lì i ragazzi fioriscono, perché, come ogni germoglio curato, hanno trovato terra in cui metter radici e nutrirsi di vita buona. Il resto lo farà l’energia che loro stessi hanno, e la luce, tutta quella luce che c’è fuori di prigione. Fuori dagli schemi, fuori dagli schermi. Ma noi siamo dentro o fuori?

Indolenti.

La meglio gioventù. Fare la rivoluzione? È una parola! Stefano Pistolini su L'Inkiesta il 9 Maggio 2023

Quando pensate ai sedicenni, non dovete credere alla “generazione-apocalisse” di cui raccontano i media. La tormenta digitale ha ormai scaricato a terra il suo potenziale centripeto e i teenager stanno imparando a comunicare tra loro e a pensare in modo collettivo

Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2023 in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia da oggi in edicola. E ordinabile qui.

E se si ricominciasse a parlare? La parola, finalmente. Ma la conversazione espressiva, oltre la misura dell’ansia o la definizione della propria affermazione. Oltre l’io e i suoi spasmodici bisogni. Si tratti di un auspicio o di una prospettiva, è incoraggiante assistere a una circostanza: tra i ragazzi d’oggi – gli studenti delle superiori, ad esempio – parlare solo di denaro, economie, insicurezze, paure e frustrazioni legate alla condizione economica, sovente è giudicata una debolezza, la negazione dell’autentica possibilità di comunicare.

Ciò che un tempo veniva definito come l’imbarazzo borghese nel “parlare di soldi”, riprende forma tra gli eredi di quella borghesia, interpreti di un’inattesa compostezza. Eppure la questione delle disponibilità finanziarie, della collocazione di ciascuno nella scala delle economie – e l’infinito indotto che ne discende – costituisce il motivo dominante dell’informazione, il cardine dei dibattiti pubblici, a cominciare da quelli televisivi, sia come oggetto del discorso sia come causa scatenante delle problematiche connesse. È la “cosa che conta”, la sostanza, la definizione del benessere nella modernità.

Sempre e comunque, si parla di soldi – che non ci sono, che bisogna trovare, senza i quali ogni sviluppo nella qualità della vita è precluso. Il resto è accessorio, risucchiato nella sfera del superfluo. La materia prima sono i quattrini e il riconoscimento transita attraverso premi in denaro. Le cose si possono fare o non fare, a condizione di poterle pagare. Dirazzare dal discorso procura critiche d’irrealtà, d’incapacità di raziocinio e giudizio.

È un mantra amministrato ovunque, al quale esponiamo i figli che crescono. Il motore del mondo è la disponibilità economica: ecco il messaggio da trasmettere, per prepararli alle sfide – il resto è suscettibile di valutazioni secondarie. Poi però si va a vedere, e si scopre che il comandamento non trova ovunque la stessa osservanza. Frequentando un liceo o venendo a contatto con una comunità giovanile, magari non troppo intossicata da social e influencer (ce ne sono: non dovete credere alla “generazione-apocalisse” immortalata dai media), stando silenziosamente a contatto con i ragazzi italiani di oggi, si hanno sorprese, se non agnizioni.

La tormenta digitale pare aver ormai scaricato a terra il suo potenziale centripeto, quel gorgo che ha risucchiato le attenzioni dei teenager per un decennio. L’atmosfera appare diversa, improntata a desideri e tensioni di pasta ben più analogica o, per dirla diversamente, a dimensione umana. Un termine ha preso a circolare, assumendo i crismi dell’idea condivisa: conversazione. 

Possiamo ipotizzare che stia ricominciando (mezzo secolo dopo l’ultima volta?) un’epoca della parola? Confronto, dibattito, scambio culturale, contrapporsi d’intelligenze. I temi in circolo – probabile che li sentiate risuonare nelle case, acquattati dietro la scarsa convinzione d’essere ascoltati – sono quelli essenziali per i ragazzi del xxi secolo: la nuova dimensione collettiva, la ricerca di forme di giustizia sociale sepolte, gli sforzi del singolo e quelli della comunità, la responsabilità come dato primario del ridisegno della civiltà, la politica come strumento di cui ridefinire cause ed effetti, la rivalutazione di tanti schemi precostituiti. E poi, sì, anche l’economia e i soldi, ma come analisi dei beni necessari alla migliore esistenza possibile, e per tutti.

Siete scettici? Date per scontato che la testa di un sedicenne sia proiettata solo verso il nuovo smartphone onnipotente? Che avere le tasche piene e fare una vita da trapper sia l’obbiettivo diffuso? Che disporre, ordinare e possedere siano le parole d’ordine? Significa che avete ricongiunto il dilagante immaginario con l’accumulo dei sintomi della rappresentazione consumistica, quella che bombarda di segnali che fanno dell’io l’unico significante e relegano nella retroguardia delle illusioni ogni enfasi sull’empatia. È un messaggio facile da smascherare, ad averne voglia. Ma nei circoli giovanili si vanno ristabilendo forme di comunicazione, interazione, integrazione che somigliano ad altre che furono in passato, oggi rimosse.

Si coltiva il piacere della prossimità, della fisicità. Tanti sono rimasti impigliati nella rete del vivere a distanza, le recenti sciagure hanno reso più complesso il quadro, ma i ragazzi hanno capito che nella concertazione tra business e intrattenimento, la merce in vendita sono loro, gli utilizzatori finali. Che la matrice “comunque economica” della nostra vita – piccole economie personali e grandi economie collettive, tutte sottomesse a volontà impalpabili e destini foschi – costituisce lo stato mentale diffuso, nell’infinita attesa d’un miglioramento che potrebbe non arrivare mai. Che, soprattutto, gli scenari possibili non sono solo quelli descritti dai media e che il lanciarsi verso il traguardo del successo è solo un’opzione – allettante per alcuni, trascurabile per altri. Che la vita è di chi la spende per ciò in cui crede. Ciò che gli dà piacere e senso. Ascoltate cosa si dicono i ragazzi d’oggi, tra loro, qui in Italia: scoprirete che il vivere economico è la porzione minoritaria di un’esperienza più affascinante, di cui gli adulti sembrano essersi dimenticati. Ma che da giovani è lì, a portata di mano.

Per il 2023, in tempo di guerre, pandemie e timori come cifre condivise – chi non ha paura è uno scriteriato! – questo può diventare un proposito, fino a disciogliersi in una previsione. Il tecno-mondo di Elon Musk, di Sam Bankman-Fried o di Mark Zuckerberg, l’ipotesi di avatar attraverso cui godere di ciò che noi “primari” non abbiamo, è imbottita di panzane, come le cryptomonete, gli Nft e le innumerevoli dimensioni esoteriche in cui sprofondano i poveri consumatori sperduti. La forza dei ragazzi potrebbe configurarsi come la prossima, incruenta rivoluzione. Sospinta da coloro che trovano attraente chi sappia ricercare, rifiutandosi di diventare strumenti di servizio. Torna in mente l’atmosfera mitica della scuola di Aristotele, dove il pensiero era la guida della vita. Ma per carità, non facciamoci sentire: quel nome potrebbe intimorire chi sente di slancio la voglia di farsi da solo la propria strada, pavimentandola insieme alle persone che più gli sono care.

Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2023 in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia da mercoledì 28 dicembre. E ordinabile qui.

Social-dipendenti.

Il narcisismo social ha peggiorato tutto: l'analisi di Feltri. Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 27 agosto 2023

 Gli ultimi fatti di cronaca relativi alle violenze sessuali di gruppo avvenute sia a Palermo che a Caivano impongono riflessioni e provvedimenti urgenti che, a mio avviso, non possono consistere nella castrazione chimica, misura che incontra un largo consenso popolare ma che pure ha il carattere della vendetta e non realizza quel principio della giustizia riparativa sul quale dovrebbe poggiare il nostro ordinamento. Sarebbe più utile intervenire sul piano educativo e culturale, iter sicuramente più lungo e complicato, ma anche più efficace per costruire una società in cui le nostre figlie e le nostri nipoti non siano mai più adoperate alla stregua di oggetto sessuale da parte di un branco di delinquenti, sempre più spesso minorenni, il che è alquanto inquietante.

Si tratta di un fenomeno di epoca recente e lo posso confermare io stesso, avendo alle spalle ben sessant’anni di attività all’interno delle redazioni, dove cominciai occupandomi dapprima di musica e cinema e subito dopo proprio di cronaca nera. Nel Novecento e agli albori del nuovo millennio questi crimini compiuti dal gruppo, dove ciascun individuo – è opportuno specificarlo – ha una responsabilità penale individuale che non può assolutamente scaricare sulla comitiva, erano rarissimi. Negli ultimissimi anni, invece, il loro susseguirsi è incalzante, tanto che è anche lievitato il numero dei minorenni autori di questo genere di delitti i quali si trovano all’interno delle comunità sparse sul territorio nazionale. Insomma, lo confermano dati e statistiche, non è semplicemente una nostra percezione.

Mi sono chiesto, dunque, per quale ragione oggi si verifichino più di ieri. Il dilagare della pornografia, secondo me, non è una motivazione determinante, quantunque sia naturalmente convinto che certi contenuti possano deviare la sessualità di creature in sviluppo e, quindi, l’accesso tramite il telefonino ai siti vietati ai minori dovrebbe essere reso impossibile, ma sappiamo che, al contrario, esso è molto agevole.

C’è un dato ricorrente, se ci pensiamo bene, al di là della condivisione del delitto e della violenza di carattere sessuale, nonché di quello della giovanissima età sia delle vittime che degli stupratori: l’elemento che emerge con prepotenza ritengo che sia la natura prettamente esibizionistica dell’azione criminale. 

E' su questo che dovremmo focalizzarci per comprendere le cause che ci hanno condotto ad una simile deriva umana e civile e di qui eliminarla. Si stupra per filmare l’abuso e per poi fare girare il video sugli iPhone degli amici o per caricarlo sui social network. E' questo l’obiettivo fondamentale della violenza in sé, cosa agghiacciante, in quanto ne deriva che i soggetti autori della tortura non nutrono la benché minima consapevolezza della assoluta gravità delle loro azioni, tanto che queste rappresentano un motivo di vanto, di riconoscimento sociale, la prova del loro valore e non della loro miseria, la dimostrazione del loro essere maschi e non l’inconfutabile segno di mancanza di virilità, dal momento che chi ricorre alla forza non è per ciò stesso più uomo bensì per ciò stesso meno potente, ovvero un vigliacco, la realizzazione dell’esatta antitesi del concetto di mascolinità.

L’esibizionismo imperante, alimentato dai social network dove ciascuno quotidianamente tenta con ogni mezzo di apparire e farsi notare per godere del suo momento di popolarità, che sia negativa o positiva poco importa, è divenuto tanto malato da indurre sempre più frequentemente i ragazzi a macchiarsi di reati così orribili come la violenza sessuale di branco. Basti considerare che il minorenne accusato di avere partecipato allo stupro di Palermo che, nel frattempo, ha compiuto i 18 anni, è stato dapprima scarcerato in quanto il Gip ne aveva sottolineato la resipiscenza, ovvero una sorta di lucida coscienza del proprio errore unita alla volontà di intraprendere un percorso di rieducazione, e poi arrestato di nuovo proprio perché il neo-maggiorenne in questione ha caricato su TikTok numerosi video in cui si compiaceva di avere preso parte alla sevizia. 

Uno studio fa luce sul legame tra social media e disturbi alimentari nei giovani. di Raffaele De Luca su L'Indipendente il 14 Aprile 2023

L’utilizzo dei social media da parte dei giovani potrebbe accrescere il rischio che questi ultimi soffrano di disturbi alimentari: è quanto si evince da uno studio recentemente pubblicato dal PLOS Global Public Health, che ha fatto luce sul legame tra i social media e tali patologie. Con il lavoro scientifico – precisamente una revisione – sono stati esaminati 50 studi condotti in 17 differenti paesi nei confronti di individui di età compresa tra i 10 ed i 24 anni, e ad essere emerso è stato il fatto che i social media potrebbero far aumentare il confronto sociale o ossessioni quali quella per l’esercizio fisico. È proprio per tali motivi, dunque, che l’uso dei social media sembra generare “preoccupazioni relative all’immagine corporea, disturbi alimentari/alimentazione disordinata e cattiva salute mentale”. A correre i rischi maggiori, inoltre, sarebbero le giovani donne con un indice di massa corporea elevato e problemi di immagine corporea già esistenti, visto che più di chiunque altro potrebbero essere influenzate dai contenuti presenti online.

Gli stessi, a quanto pare, potrebbero essere altamente dannosi in ottica disturbi alimentari. Cinque studi trasversali analizzati, infatti, “hanno prodotto associazioni statisticamente significative tra l’uso dei social media e vari disturbi alimentari clinici“, che “andavano dalla sindrome da alimentazione notturna, al disturbo da alimentazione incontrollata, alla bulimia nervosa”. Altri 11 studi, poi, hanno trovato “associazioni statisticamente significative tra l’uso dei social media e comportamenti alimentari disordinati quali abbuffate, purghe, uso di lassativi e diete estreme”, mentre da uno studio si è evinto che per il 97% dei 499 partecipanti con disturbi alimentari clinici/subclinici i social media avevano ostacolato la guarigione, essendo gli stessi stati utilizzati «per trovare la motivazione a non mangiare per un po’ di tempo in più». Ultimi ma non meno importanti, infine, 33 studi da cu sono emerse “associazioni significative tra l’uso dei social media e l’insoddisfazione dell’immagine corporea”: un problema di certo non da poco, siccome cinque degli studi appena citati hanno ipotizzato che essa “abbia preceduto la successiva patologia del disturbo alimentare”.

Come anticipato, però, i disturbi alimentari non sono le uniche patologie associate all’utilizzo dei social, sembrando gli stessi legati anche ad una cattiva salute mentale in generale. Sebbene quest’ultima non costituisse l’obiettivo principale della ricerca, non si può non precisare come “nove studi hanno rivelato associazioni significative tra l’uso dei social media, i problemi dell’immagine corporea o la patologia alimentare disordinata e la cattiva salute mentale”, la quale inevitabilmente merita di essere menzionata. Dagli studi, infatti, sono emersi risultati degni di nota, essendo stati rilevati problemi quali “umore basso, ansia e sintomi depressivi”.

Tornando però ai disturbi alimentari, ovvero al principale oggetto di interesse dello studio, bisogna precisare che il legame emerso fra gli stessi ed i social media rappresenta solo un’associazione e non un nesso di causalità. Infatti, “l’insoddisfazione dell’immagine corporea e l’alimentazione disordinata” potrebbero verificarsi “a causa dell’uso dei social media” ma anche preesistere, “incoraggiando il coinvolgimento in determinate attività online” e poi “traducendosi in esiti clinicamente significativi sfavorevoli”. In altre parole, i social media potrebbero non far sviluppare disturbi alimentari in tutti i giovani ma solo in quelli più vulnerabili ai loro “effetti deleteri”, con un “ciclo di rischio che si autoalimenterebbe”.

Anche in tal caso, però, non si tratterebbe certo di una notizia tranquillizzante. Essendo i social media utilizzati da “circa il 60% dei giovani di tutto il mondo”, un’ampia percentuale di essi “potrebbe essere esposta” al ciclo sopracitato, motivo per cui il problema dovrebbe essere comunque affrontato come un “problema emergente di salute pubblica globale”. Una richiesta, del resto, legittima: basterà ricordare quanto sottolineato sul sito dell’UCL Institute for Global Health (cui appartengono gli autori dello studio), il quale ricorda che le persone affette da disturbi alimentari “sono a rischio di malattie cardiovascolari, ridotta densità ossea e altre condizioni psichiatriche“. «È imperativo pensare al benessere e alla sicurezza degli adolescenti e dei giovani sulle piattaforme dei social media», ha dunque affermato il coautore Komal Bhatia, augurandosi che il problema «riceva maggiore attenzione e che la preoccupazione si traduca in azioni concrete». [di Raffaele De Luca]

Estratto dell’articolo di V.G. per “la Repubblica” il 7 febbraio 2023.

Davanti alla scuola elementare c’è un gruppetto di quattro bimbi, hanno tra i sei e i nove anni, tre di loro hanno lo sguardo basso e tra le mani uno smartphone. Il cellulare per navigare, chattare, condividere foto, guardare video, spiare i social o leggere arriva sempre prima.

 Il 75% degli under 9 lo usa abitualmente, talvolta con i genitori accanto che ammettono di concederlo come premio se i figli sono agitati o arrabbiati. Dai dieci anni in su lo hanno praticamente tutti (96%). È la fase in cui mamme e papà raccontano di aver stipulato patti sui tempi, gli orari e i momenti nei quali i bambini possono usarlo con il parental control per limitare app e siti. Un terzo dei ragazzini delle medie, però, naviga già in totale autonomia, lontano dai genitori, ben prima dell’adolescenza.

Eppure quegli stessi genitori dicono che sì, i giovani passano troppo tempo davanti allo smartphone, l’abuso non è una favola per quanto nera: esiste ed è riconosciuto da tutte le generazioni. A cominciare dagli adulti che anzi sostengono pure che ragazzi e ragazzini non sono affatto consapevoli dei danni che l’attaccamento perenne al cellulare provoca loro.

Conseguenze che vanno dall’alienazione alle difficoltà a socializzare, empatizzare ed esprimersi, dalla scarsa autostima all’irascibilità, dalla depressione all’ansia e allo stress.

Questa e altro rivela una ricerca condotta da Swg per Italian Tech, l’hub del gruppo Gedi, e Telefono Azzurro, che sarà presentata oggi alla Camera in occasione dell’Internet Safer Day, la giornata mondiale per la sicurezza in rete. […]

Ritoccati.

Estratto dell’articolo di Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 27 Novembre 2023

Com’è odiosa la tv speculare: tocca persino scrivere critiche che si assomigliano, si rispecchiano.

Se ho sostenuto che «Io canto. Generation» suscita un’infinita tristezza perché mostra bambini offerti come caricature di adulti, specie quando interpretano testi di canzoni che li costringono allo scimmiottamento, ora dovrei rincarare la dose per la seconda edizione di «The Voice Kids».

 Che, da questo punto di vista, è ancora peggio: la caricatura è più smaccata. E poi il programma prevede anche la messa in scena della famiglia (tutta trepidante per l’esibizione dei pargoli, speranzosa che un giorno sfondino nello showbiz) e lo fa su Rai1, cioè sul servizio pubblico.

Non è che invoco il ritorno alla tv dei ragazzi, ci mancherebbe, dove il denominatore comune della programmazione era l’intento educativo […]

«The Voice Kids» è la versione junior del più noto talent show ed è condotta da Antonella Clerici (si può ancora fare ironia sugli abiti senza offendere la persona che li indossa?). In giuria i «veterani» Loredana Bertè (sempre imbronciata), Gigi D’Alessio, Clementino e la new entry Arisa. Quello che sconcerta è constatare come l’infanzia stia scomparendo.

Quella magica linea d’ombra che segnava il confine tra fanciullezza ed età adulta si fa sempre più esile: oggi i bambini appaiono meno infantili rispetto alle origini della tv, per linguaggio, modo di vestire e comportamenti. Il minore è come una bambolina perennemente protesa verso l’età successiva […] Sarebbe bello che la tv rispettasse l’autonomia e la spontaneità dei ragazzini e non mettesse il cappello su ogni loro gesto immaginando figure e forme extra large.

Estratto dell'articolo di Francesca Ferri per repubblica.it/moda-e-beauty l'1 maggio 2023. 

Baby botox, foxy eyes, russian lips: sono i nuovi codici di bellezza di Millennial e Gen Z, sempre più spesso dipendenti dalla chirurgia estetica. Si inizia con qualche iniezione di botulino o acido ialuronico per levigare le prime rughe o rimpolpare le labbra, per finire a lasciarsi sedurre dalla tentazione di ridefinire il volto come gli influencer seguiti su Instagram e TikTok.

[…] nel 2019 i pazienti tra i 18 e i 34 anni che hanno fatto ricorso alla chirurgia estetica sono stati, per la prima volta, più dei 50-60enni. Sulla base di questa osservazione allarmante, Elsa Mari e Ariane Riou, giornaliste di Le Parisien, hanno condotto un’indagine appena pubblicata nel libro Génération Bistouri (JC Lattès). […]. Hanno ascoltato madri e figlie ritoccate, ma anche ragazzi attratti da “prezzi scontati”. […]«Per chi soffre di un complesso profondo, un’operazione estetica su cui ha riflettuto bene può aiutare ad accettarsi», spiegano le autrici. «Noi denunciamo la banalizzazione, l’industrializzazione della chirurgia della bellezza e un sistema che spinge i giovani a rifarsi. Non è più una moda ma una questione di salute mentale, un lavaggio del cervello, un business organizzato». 

Le immagini di questo servizio sono di Julien Langendorff, artista visivo francese specializzato nel collage fatto a mano. […] 

Com’è avvenuto il sorpasso in fatto di chirurgia estetica delle 18-34enni rispetto alle 50-60enni?

A.R.: «È iniziato nel 2019, poi si è amplificato durante i lockdown. Le cause sono molteplici, ma credo che i social siano i principali responsabili. I giovani sono i più esposti, ogni giorno trascorrono ore davanti a foto di donne e uomini ritoccati, attraverso filtri e app, che rimandano a un ideale di bellezza falso e raggiungibile solo attraverso la chirurgia estetica (vedi servizio a pagina 104, ndr.). Le immagini modificate creano una confusione tra fantasia e realtà, oltre che complessi. Negli ultimi 5-6 anni, poi, c’è stata una crescita della pubblicità dei chirurghi estetici, anche attraverso influencer».

E.M.: «I filtri e le foto ritoccate ti portano a guardare al tuo corpo in modo diverso. Creano un desiderio, un bisogno di chirurgia estetica che ha generato un business sulla pelle dei giovani». 

La chirurgia estetica può diventare un’ossessione?

A.R.: «È un circolo vizioso, chi ci entra sa che si tratta di un’ossessione, ma non riesce in nessun modo a resistere».

E.M.: «Ci sono due categorie di persone. Quelle che hanno un difetto profondo e ricorrono al bisturi per risolverlo. E quelle che iniziano a rifarsi il seno e poi trovano sempre nuovi aspetti da correggere».

Un’ossessione che deriva da altre ossessioni?

E.M.: «Sì, per esempio da quella per il corpo, propria della società dei selfie. I giovani si fotografano, diventano l’oggetto della foto e attraverso questa oggettivazione scoprono quello che non gli piace. Abbiamo conosciuto giovani con l’ossessione della simmetria o vittime della dismorfofobia: a 25 anni vanno dai medici a chiedere di cancellare rughe che hanno notato attraverso la fotocamera del cellulare. Non si guardano più allo specchio, ma attraverso strumenti che deformano l’immagine».

 […]Qual è l’ideale di bellezza della Generazione Bisturi?

A.R.: «Il modello è Kim Kardashian: seno prosperoso, vita sottile, glutei prominenti. Le ragazze che escono dalle cliniche sono dei cloni». 

Quali sono gli interventi più richiesti?

E.M.: «La rinoplastica, la liposuzione e l’aumento del seno. Dieci anni fa in Francia erano richiesti dal 10% dei giovani, ora parliamo del 50%».

A. R.: «Ecco perché chiediamo che le autorità sanitarie svolgano il loro ruolo di garante della sicurezza e definiscano delle regole con i professionisti della salute, in modo che i ragazzi non cadano in trappola». 

Non sempre si finisce in buone mani?

A.R.: «I social sono pieni di falsi medici estetici pubblicizzati da alcuni influencer. Non hanno diplomi, né qualifiche e fanno iniezioni in salette nascoste e studi affittati su Airbnb. Abbiamo parlato con vittime di questi medici clandestini, persone che rimarranno deformate a vita». 

[…]Cosa vi ha colpito di più della vostra inchiesta?

A.R.: «Non immaginavamo fino a che punto medicina e chirurgia estetica fossero diventate un’industria. A Marsiglia, c’erano ragazze che si facevano regalare naso o glutei dai genitori per la maturità. Ci hanno colpito i giovani in Turchia che per la moda del sorriso perfetto si fanno limare i denti e applicare faccette, ignorando il rischio di perderli a 50 anni. O la madre e le due figlie in Provenza che si sono rifatte insieme la bocca perché poi sarebbe diventata più bella con il rossetto». 

Viziosi.

«Per molti giovani oggi il sesso non è un tabù. Il vero tabù è amare ed essere gentili». «Vogliono farlo e basta e prima è e meglio è. Spesso cercando una escort che li traghetti alla vita adulta oppure restano online intrappolati in un autoerotismo difensivo. Con una pornografia che sta facendo danni enormi». Parla la sessuologa Valeria Randone. Francesca Barra su L'Espresso il 05 ottobre 2023 

Il dibattito sulla violenza in questi giorni si sta soffermando sugli adolescenti e sul bisogno di prevenire con una nuova educazione sentimentale. La sessuologa Valeria Randone mi spiega che è come se avessero smarrito i modelli di comportamento, ciò che è giusto fare e ciò che non lo è. Ciò che si posta e ciò che si tiene privato. Manca la totale differenza tra intimità ed extimità. 

Secondo lei i giovani parlano di sesso in modo più disinibito o è un tabù?

«Tabù non è più stuprare, filmare i fatti, condividere, essere gongolanti delle proprie gesta amatorie, assumere dei farmaci pro-erettivi da giovanissimi per essere performanti, ubriacarsi e usare l’alcol come disinibitore. Tabù è amare, essere gentili, rispettosi, contro corrente».  

Per rimediare quanto potrebbe fare la scuola?

«C’è una confusione di fondo tra il fare educazione affettiva e sessuale e fare terrorismo psicologico (“Mettiti il preservativo così non metti incinta nessuno oppure non ti contagi le infezioni sessualmente trasmissibili”).  La promozione del benessere affettivo, amoroso e sessuale è veicolata da un linguaggio diverso: sono parole gentili, non giudicanti e risolte, da parte di un adulto gentile, non giudicante e risolto, che insegni l’arte di amare. Un’arte antica che va ben oltre l’incontro ginnico e circense tra due genitali, oltre la semplice durata del rapporto sessuale spesso ego-centrato che non tiene conto del piacere femminile, oltre le presunte misure che calcano le orme del porno. Amare è ben altra cosa. Anche da giovani, anche per una sola notte».  

Che idea hanno i ragazzi del sesso? 

«Si fa e basta e prima è e meglio è. E se non si fa non si pongono il problema delle eventuali paure, fobie, fragilità, altro, cercano una escort che li traghetti alla vita adulta oppure restano online, soli, intrappolati in un autoerotismo difensivo». 

Perché i medici che fanno “terapie” online sono così seguiti anche su questi temi e quanti danno fanno?

«Sono così seguiti perché rappresentano la scorciatoia, la non assunzione di responsabilità da parte di chi li sceglie - ma spesso si fanno scegliere - del disagio provato. Tra il clinico e il motivatore o venditore c’è una grande differenza. La terapia non è una semplice prescrizione di presunte pillole e pillole di saggezza o aforismi presi e incollati come sotto testo a video imbarazzanti e tutti uguali con tanto di imdici sventolati al vento. La terapia è una magia, un percorso unico che segue e mai precede la diagnosi andro-sessuologica: un lavoro sfaccettato e poliedrico che necessita dello studio del paziente, del suo cuore e corpo, delle sue fantasie e paure, e della sua coppia».  

Cosa pensano del corpo i ragazzi? 

«Che sia una vetrina di narcisistica memoria, da postare, modificare con i filtri, scolpire in palestra, strizzare in vestiti smilzi e stressanti; spesso non lo ascoltano, non lo conoscono, non lo rispettano, non ne fruiscono.  Il corpo è, invece, contenitore e contenuto». 

Pornografia: bisognerebbe mettere delle regole sull’accesso? 

«Assolutamente si in funzione dell’età».  

Quanto fa male? 

«Tanto. Il rischio è di interiorizzare quei modelli e di riproporli tra le loro lenzuola. Promiscuità. Aggressività. Aspettative elevate. Donne urlanti e sottomesse. Assenza di gradualità e di rispetto. Non conoscenza della sessualità femminile. Verbalizzazioni aggressive e svalutanti e tanto altro». 

Come si possono distogliere da quella visione? 

«Proponendogli altri modelli: fare l’amore da innamorati e più trasgressivo di così tanta confusione tra il fare e il sentire».

Simone Alliva per “L’Espresso” il 27 maggio 2023.

In principio era il sesso. Una forza potente, libera e primitiva. Presenza originaria, ingombrante per le religioni, che spesso tentano di incanalarla, controllarla e regolamentarla. Il sesso esiste e resiste da sempre. Eppure, oggi la mancanza di libido ed erotismo si estende davanti a noi come un inatteso arcipelago arido. È un tempo nuovo, molto diverso da quello che ci lasciamo alle spalle. In passato l’assenza di un argomento dalla conversazione, dal discorso pubblico, indicava in realtà una presenza molto forte. 

Oggi è il contrario. Viviamo un’epoca di post-modernismo: le pensose riflessioni sulla definizione della propria identità sessuale non coincidono necessariamente con l’esperienza diretta della propria sessualità. «Ho pazienti giovanissime e giovanissimi che riflettono con competenza sulla loro identità, ma non hanno mai neppure dato un bacio», racconta a L’Espresso lo psicoanalista e psichiatra Vittorio Lingiardi. 

Siamo indotti a credere che viviamo in un’epoca sessualmente liberata eppure la sessualità umana contemporanea, quella della generazione Z soprattutto, ribolle di verità sommerse. «Il conflitto tra ciò che la società ci impone di sentire e ciò che sentiamo realmente è probabilmente la principale fonte di confusione e sofferenza del nostro tempo», racconta Leo, 21 anni.

Il desiderio, l’intimità, il sesso sono in crisi. E già gli esperti parlano di “recessione sessuale”. Un fenomeno che arriva da lontano.

In America, dal 1991 al 2017, il Centers for Disease Control and Prevention’s Youth Risk Behavior Survey ha rilevato che la percentuale di studenti delle scuole superiori che avevano avuto rapporti sessuali era scesa dal 54 al 40 per cento. In altre parole, nello spazio di una generazione, il sesso era passato da qualcosa che la maggior parte degli adolescenti ha sperimentato a qualcosa che la maggior parte non fa più. 

Poi il 2020, l’arrivo del Covid-19 e il crollo inevitabile dei rapporti sessuali. L’Italia ha registrato in quell’anno un calo della libido dell’83 per cento, come ha affermato una ricerca promossa da Durex nell’ambito della campagna globale “Safe is the new normal”, realizzata in collaborazione con Anlaids, associazione per la lotta contro l’Aids. C’era già stato un tempo, molto simile, in cui il sesso libero (sempre consenziente, piccolo dettaglio ma non superfluo) aveva conosciuto una frenata.

Era un’altra pandemia, quella dell’Aids. Oggi è invece un insieme di fattori a portare al ritiro dell’intimità, come spiega Vittorio Lingiardi: «Innanzitutto la vita online, che per molte persone, giovani o meno, si è mangiata buona parte della vita offline. Il fatto che la vita di molti si sia virtualizzata e il contatto con “la brutalità delle cose”, per citare un’espressione usata dalla psicoanalista Lorena Preta, si sia rarefatto, rende probabilmente più ritrose, insicure e vulnerabili, anche narcisisticamente, molte persone». 

Un fenomeno che si inserisce in maniera sottile in un tempo fatto di incertezze sociali e sanitarie: «In generale», continua Lingiardi, «penso che, rispetto per esempio alla mia giovinezza, oggi la maggior esposizione dei corpi, e quindi la loro assenza dalla scena misteriosa e anche trasgressiva della loro esplorazione, li abbia paradossalmente resi meno “desideranti”. Potremmo dire, in modo un po’ provocatorio, che l’intellettualizzazione della sessualità l’ha resa più intelligente ma meno desiderante. A questo va aggiunto il capitolo sanitario, che ha un peso notevole.

Se già l’HIV può avere contribuito a frenare lo slancio sessuale, certo la pandemia e il conseguente distanziamento fisico hanno fatto la loro parte. Soprattutto in alcuni adolescenti, magari già portati a una posizione di “ritiro”, il distanziamento sociale da pandemia può avere avuto una ricaduta negativa sulla capacità di costruire un’intimità. Consegnarsi all’intimità, del resto, non è mai stato semplice: si apprende a piccoli passi esplorando e mettendosi in gioco nelle relazioni. Il recente e sventurato, ancorché circoscritto, affacciarsi sulla scena del monkeypox ha poi ulteriormente incupito la scena».

Nella scena, come la definisce Lingiardi, fa capolino sotto il cono di luce una comunità sempre più consapevole, rappresentata dall’ultima lettera nella sigla Lgbtqa, ma pochissimo raccontata: quella delle persone asessuali. Su di essa c’è una ricerca italiana dal titolo “Studio di validazione Sexual Desire and Erotic Fantasies nella popolazione asessuale” realizzata dallo stesso Vittorio Lingiardi e Filippo Maria Nimbi del Dipartimento di Psicologia Dinamica dell’Università La Sapienza di Roma.

La prima sulla comunità asessuale in Italia e che L’Espresso racconta in anteprima: «Lo scopo di questa ricerca è stato quello di esplorare possibili differenze nell’espressione del desiderio sessuale e delle fantasie erotiche in termini di contenuti, emozioni e frequenza tra le persone che appartengono allo spettro asessuale», spiega il dottor Nimbi: «Parola che include asessuali, demisessuali, grey-sessuali e questioning, cioè persone che si stanno interrogando rispetto al proprio orientamento asessuale». 

Lo studio ha coinvolto 1.041 persone italiane che dichiarano di appartenere allo spettro asessuale reclutate tramite internet e i social network. L’età dei partecipanti è tra i 18 e i 25 anni, in prevalenza donne (69 per cento) e persone non binarie (14,7 per cento), seguite da persone che si stanno interrogando rispetto alla propria identità di genere (8,5) e uomini (7,8). I partecipanti definiscono il proprio orientamento sessuale come demisessuale (31,8), asessuali (28,5), grigio-asessuali (11,9) e questioning (27,8). Quasi il 60 per cento riporta di essere single. 

Le persone asessuali riportano più bassi livelli di desiderio di masturbazione e di attività sessuale con un partner rispetto a tutti gli altri gruppi, una minore frequenza di fantasie se confrontati con altri gruppi. Questa differenza non viene vissuta in maniera ostile dalle persone asessuali, le quali non riferiscono disagio o emozioni negative riguardo alle proprie fantasie. Come spiega Nimbi: «All’interno dello spettro asessuale c’è un mondo di esperienze diverse con la sessualità e può essere riduzionistico considerare una persona asessuale come semplicemente non attratta dal sesso». 

Che non sia una categoria omogenea lo conferma la stessa comunità. Becks ha 22 anni e il suo approdo alla comunità “Ace” (abbreviazione fonetica di “asexual”) arriva in piena adolescenza: «Avevo 14 anni, stavo con il mio primo e unico ragazzo ma qualcosa non andava. Non ho mai amato molto il contatto fisico. Solo abbracci, tenersi per mano, darsi baci a stampo. Tutto il resto non mi interessava, pensavo di essere sbagliato. Poi ho fatto una ricerca e ho scoperto tramite il web tutte le definizioni delle sessualità. Ho deciso che per un anno avrei continuato a conoscere persone per capire se c’era attrazione fisica e sessuale. Non c’era. A 15 anni ho iniziato a identificarmi come asessuale. Sto bene così. Ho una libido ma non è rivolta agli altri e se ho desideri li soddisfo da solo». 

Non è così per Samuele che ha 21 anni: «Moltissime persone asessuali sentono la loro libido e la soddisfano da soli, io invece ho anche una libido molto bassa. Mi sono sempre sentito sbagliato, sin dall’adolescenza. Fingevo di provare qualcosa che non avevo. Poi ho conosciuto il mondo dell’asessualità e mi sono ritrovato». Oggi Samuele è fidanzato con una ragazza, non asessuale. «Ma ci sono molti modi di essere intimi con una persona: io creo intimità parlando, condividendo attività, tenerezze».

Alice, che di anni ne ha appena 18, insiste: «Ci sono molte cose che vanno oltre le relazioni sessuali che ci vengono vendute come se fossero il centro della società. La nostra identità non finisce soltanto con il desiderio». Sembra farle eco Andrea, 24 anni: «L’asessualità più diffusa di quello che si pensa. Ci sono donne che fanno sesso con il compagno semplicemente per accontentarlo ma non trovano soddisfazione nell’atto in sé: anche quella è una forma di asessualità».

Ma quanto l’approdo sull’arcipelago del mancato desiderio è frutto di pensieri lunghi e autocoscienza? «Sono stato tentato a fermarmi un attimo e pensare il perché di questa mia mancanza», risponde Samuele: «Poi sono arrivato alla consapevolezza che poco importa. Lascio questa ricerca alle persone più esperte, agli studiosi, sperando che riescano a tenere gli occhi aperti sulle esperienze delle persone e del loro sentire. Io per adesso sto bene così». 

Proprio sul tema il panorama scientifico resta diviso. Per Lori Brotto, psicologa clinica e sessuologa ricercatrice presso la University of British Columbia, l’asessualità è un orientamento sessuale al pari dell’eterosessualità, dell’omosessualità e della bisessualità. «E va distinta dall’astinenza sessuale, che è la decisione consapevole di non fare sesso anche in presenza di desiderio sessuale. Negli individui asessuali, il desiderio di sesso non esiste né è mai esistito».

Per altri, e tra questi Vittorio Lingiardi, «il ritiro o il disinteresse per la vita sessuale può rimandare a molti e diversi percorsi di sviluppo e di personalità. Provo a elencarne alcuni, che ovviamente possono intrecciarsi: un temperamento biologicamente poco propenso alla ricerca sessuale, la timidezza, l’insicurezza o l’evitamento come tratti caratteristici della propria personalità o del proprio sistema di meccanismi di difesa, oppure come conseguenze di precedenti esperienze spiacevoli o addirittura traumatiche. Detto questo, lo spettro dei comportamenti cosiddetti “asexual” è molto ampio, dal disinteresse all’indifferenza alla repulsione. 

Un’altra riflessione che un buon clinico dovrebbe fare, di fronte a queste tematiche, riguarda il rapporto tra la vita fantasmatica (desideri e fantasie) e l’esperienza nella vita reale. A questo aggiungerei una riflessione sul ruolo svolto dalla sessualità online (anche ma non necessariamente dalla pornografia) nella vita di un individuo. È un fenomeno segnalato, inevitabilmente auto-etichettato, amplificato online, su cui è utile sia sociologicamente sia psicologicamente, avviare una riflessione».

Il dibattito resta aperto. Le nuove generazioni camminano alla ricerca di un’identità tra le lettere di una sigla che diventa sempre più lunga – bisex, gay, lesbica, etero, pansessuale, asessuale... – e che punta a comunicare chi siamo e cosa desideriamo: «Anche se va detto che non esiste un vero asessuale. Se vi sembra una parola utile, usatela. Quel che importa è quanto a fondo capiamo noi stessi, e non in che misura corrispondiamo a chissà quale idea platonica del nostro orientamento. Termini come asessuale sono solo strumenti per aiutare le persone a capirsi meglio». Proprio come sostiene David Jay, l’attivista asessuale di maggior rilievo al mondo, ritenuto il fondatore del movimento asex. 

DAGONEWS il 12 maggio 2023.

Gli studenti delle scuole superiori hanno meno rapporti sessuali. Questo dicono gli studi. Ma questo non significa che facciano meno sesso. Il linguaggio dell'amore e le azioni dietro di esso si stanno evolvendo. E il cambiamento non viene adeguatamente colto negli studi. 

Per anni, gli studi hanno mostrato un calo del numero di studenti delle scuole superiori americane che fanno sesso. Tale tendenza è continuata, non a caso, nei primi anni della pandemia, secondo un recente sondaggio dei Centers for Disease Control and Prevention. Lo studio ha rilevato che il 30% degli adolescenti nel 2021 ha affermato di aver mai fatto sesso, in calo rispetto al 38% nel 2019 e un enorme calo rispetto a tre decenni fa, quando più della metà degli adolescenti ha riferito di aver fatto sesso.

IL SIGNIFICATO DEL SESSO

Per cominciare, qual è la definizione di sesso? «Hmm. Questa è una buona domanda», dice Rose, 17 anni, una studentessa di una scuola superiore del New England.

Ci ha pensato per 20 secondi, poi ha elencato una serie di possibilità di sesso eterosessuale, sesso orale e relazioni tra partner dello stesso sesso o LGBTQ. Nel suo campus, i rapporti a breve termine, noti come "situazioni", sono in genere a basso impegno e ad alto rischio sia dal punto di vista della salute che da quello emotivo.

Per gli adolescenti di oggi, la conversazione sulla sessualità si sta spostando da una situazione univoca a uno spettro, così come il tipo di sesso che le persone fanno. Alla domanda "hai mai avuto rapporti sessuali?" «Onestamente, questa domanda fa un po' ridere - dice Kay, 18 anni, che si identifica come queer e frequenta una scuola superiore pubblica vicino a Lansing, nel Michigan - Probabilmente ci sono molti adolescenti che dicono, “No, non ho mai avuto rapporti sessuali, ma ho fatto altri tipi di sesso”»

L'IDENTITÀ SESSUALE È IN EVOLUZIONE

Diversi esperti affermano che i risultati del CDC potrebbero segnalare un cambiamento nel modo in cui si sta evolvendo la sessualità adolescenziale, con la fluidità di genere che diventando più comune insieme a una diminuzione dello stigma sull'identificazione come non eterosessuale. 

Indicano un'altra scoperta nello studio di quest'anno che ha rilevato che la percentuale di ragazzi delle scuole superiori che si identificano come eterosessuali è scesa a circa il 75%, in calo rispetto a circa l'89% nel 2015, quando il CDC ha iniziato a chiedere informazioni sull'orientamento sessuale. Nel frattempo, la quota di persone che si sono identificate come lesbiche, gay o bisessuali è salita al 15%, rispetto all'8% del 2015. 

MENO TEEN SEX È UNA BUONA NOTIZIA?

Ci sono una moltitudine di teorie sul motivo per cui i tassi riportati di sesso nelle scuole superiori sono costantemente diminuiti e cosa potrebbe dire sulla società americana.

«Immagino che alcuni genitori si rallegrino e altri siano preoccupati, e penso che probabilmente ci sia una buona ragione per entrambe le fazioni» afferma Sharon Hoover, condirettore del National Center for School Mental Health presso l'Università del Maryland.

Il calo di quest'anno, il calo più netto mai registrato, ha chiaramente avuto molto a che fare con la pandemia, che ha tenuto i ragazzi isolati. Ma, anche quando la vita ha iniziato a tornare alla normalità, molti giovani si sono sentiti a disagio a interagire e hanno scoperto che le loro capacità di comunicazione verbale erano diminuite.

Diversi adolescenti intervistati hanno affermato che quando le scuole hanno riaperto, sono tornati con un'intensa ansia sociale aggravata dalla paura di contrarre il COVID. Ciò ha aggiunto un nuovo livello di ansia alle preoccupazioni pre-pandemia sui rapporti sessuali come rimanere incinta o contrarre malattie sessualmente trasmissibili.

Un'altra causa del calo dei tassi di sesso potrebbe essere il facile accesso al porno online, affermano gli esperti. All'età di 17 anni, tre quarti degli adolescenti ha visto dei porno, con l'età media della prima esposizione a 12 anni, secondo un rapporto di quest'anno del Common Sense Media. 

C'È UNA DEFINIZIONE IN EVOLUZIONE DI CONSENSO?

Diversi esperti hanno affermato di sperare che il declino possa essere in parte attribuito a una più ampia comprensione del consenso e a un aumento dell'educazione sessuale "completa" insegnata in molte scuole.

A differenza dei programmi in cui si parla solo di astinenza, le lezioni includono discussioni sulla comprensione delle relazioni sane, sull'identità di genere, sull'orientamento sessuale e sulla prevenzione delle gravidanze non pianificate e sulle infezioni sessualmente trasmissibili. Contrariamente a quanto pensano i critici, i giovani avrebbero maggiori probabilità di ritardare l'inizio dell'attività sessuale se hanno accesso all'educazione sessuale.

Ma c’è chi pensa che il declino sia solo temporaneo e che gli adolscenti si daranno da fare per recuperare gli anni persi.

Estratto da leggo.it il 23 aprile 2023.

Si chiama "Sex roulette" l'ultima moda dei giovanissimi sui social. Stavolta l'obiettivo di ragazzi e ragazze che si cimentano nella folle sfida è provare a non incappare in una gravidanza, facendo sesso senza protezioni e contraccettivi. 

Nessuno però ha intenzione di tenere i bambini, la vicenda si conclude con un aborto. Su questi episodi sta indagando la procura di Brescia, dipartimento soggetti deboli, che ha competenza distrettuale anche sulle province di Bergamo, Cremona e Mantova, riporta BresciaToday. […]

Estratto dell'articolo di leggo.it il 23 aprile 2023.

Una notte di follia in vacanza a Tenerife, molti drink di troppo, l'incontro casuale con un ragazzo finito a letto, e la scoperta - poco dopo - di essere rimasta incinta. Di uno sconosciuto. Ora la trentenne Sarah-Jayne Snow, che ha scelto di tenere il bambino ed è prossima al parto, ha scelto TikTok per provare a rintracciare il padre 19enne. 

Il video pubblicato sulla piattaforma social ha ottenuto rapidamente più di due milioni di visualizzazioni e potrebbe aver contribuito a dare un risvolto drammatico alla vicenda: secondo alcuni utenti il ragazzo - 19 anni - sarebbe morto in un tragico incidente.

 […] Dopo aver fatto sesso, entrambi consenzienti, per una scelta comune non si sono scambiati i numeri di telefono né tantomeno detti i loro nomi. Poco dopo la giovane donna, che oggi ha 30 anni, ha scoperto di essere incinta […] Secondo quanto racconta, ha solo una foto del ragazzo, che ha scattato mentre faceva una videochiamata con la sorella. Inoltre, ricorda che il giovane lavorava nel centro commerciale Braehead di Glasgow.

Sex roulette, se è arrivato il momento di dire stop allo scempio della gioventù. Redazione su L'Identità il 30 Aprile 2023 

DI CATERINA COLLOVATI

Come sono lontani i tempi in cui il divertimento di noi giovani ragazzi era rappresentato dallo scambio delle figurine e la trasgressione era la corsa in motorino dietro a quel bel ragazzo del liceo o la sigaretta rubata al pacchetto di Marlboro rosse di papà. Ebbene oggi da quella cloaca a cielo aperto che è il mondo social, arriva un’altra forma di divertimento, o meglio di passatempo per giovani che non sanno riconoscere il disvalore di determinate azioni, si chiama “sex roulette”. Prende il nome dalla letale roulette russa, con la sola differenza che non uccide. Apparentemente non uccide, sostanzialmente riduce a mero oggetto con conseguenze spesso irreparabili.

Si tratta di un gioco di sesso senza protezione, perde chi rimane incinta. Una sfida insulsa e pericolosa, ideata da ricchi e amorali milionari di Belgrado, mutuata rapidamente attraverso il Regno Unito fino al nostro Paese. Nel passaggio tra i vari Stati, anziché arrestarsi si è divulgata con varianti sempre più aberranti. La novità ora consiste nell’inserire un soggetto sieropositivo nel gruppo. La gravidanza indesiderata non è quindi l’unico rischio che corrono le giovanissime che, senza alcun senso critico , si buttano nella mischia. Possono contrarre malattie sessualmente trasmissibili. La gamma è ampia, si va dalla gonorrea, alla sifilide, al sempre temuto Aids senza dimenticare il trauma dell’aborto, per chi perde la sfida, che non è mai una passeggiata.

Che la dignità non fosse più un valore ce ne eravamo accorti da tempo, ma che il buonsenso si fosse dileguato così rapidamente è fatto assai sconcertante. Il percorso sentimentale dei giovani non è più lineare come un tempo. La scelta di un partner sulla base delle affinità caratteriali, estetiche e intellettive non vale più. Non esiste più la capacità di coltivare un rapporto per farlo sbocciare poi in relazione duratura, da qui la denatalità che preoccupa sempre più. Il sesso poi, soprattutto a due, è noia, non dà stimoli, non attrae più. Un’epoca sciagurata con esseri umani alla deriva sempre più stupidi, acritici e autolesionisti.

La domanda appare banale, ma non smetteremo mai di chiederci di chi è la colpa se una ragazza senza apparenti disagi si lancia in queste sfide? Sotto accusa sono i genitori degli adolescenti che oggi non sanno fare i genitori. Sono a loro volta immaturi, privi di responsabilità e di capacità di discernere i pericoli che possono incontrare i figli sui social, poiché di quei social sono loro le prime vittime. Li usano quanto i figli, se non di più. Diffondono le foto dei pargoli fin da piccoli, anzi che dico, fin da quando i figli stessi sono ancora in pancia, ignari che quelle foto resteranno alla mercé di chiunque e soprattutto rappresenteranno il primo insegnamento per quei bambini, nativi digitali, che cresceranno con l’idea che per essere “ fighi” occorre apparire, mostrarsi, esibirsi, non importa come, basta esserci.

Bene ha fatto la Procura di Brescia insieme al Dipartimento Soggetti Deboli ad indagare su questa scellerata challenge. Perché se un genitore non si chiede cosa stia facendo un figlio al di là di quello schermo del computer, se un padre e una madre non sono in grado di inculcare principi morali alla prole, se non insegnano più la differenza tra il bene e il male, forse è arrivato il momento di dire stop allo scempio della gioventù.

Drogati.

Da nytimes.com domenica 10 settembre 2023.

È stata "l'estate del girl power", con case da sogno rosa, canzoni e paillettes, Barbie, Taylor Swift e Beyoncé hanno sostenuto l'economia e fatto impennare la fiducia delle donne. 

Quindi mi sono sentito triste, parlando con gli amici che lasciavano le figlie al college, sentendo parlare di ansia dilagante, campus inondati di Prozac e Lexapro - e lunghe attese per la terapia. 

È un argomento importante tra le mamme: le figlie alle prese con l'ansia o gli effetti dei farmaci anti-ansia, che possono includere aumento di peso e perdita di libido. Molte giovani universitarie fanno ping pong tra l'ansia, senza pillole, e l'intorpidimento e l'insicurezza corporea, se le assumono.

Queste giovani donne sembrano avere tutto, eppure non sono in grado di godersi appieno un periodo della loro vita che dovrebbe essere pieno di avventure e promesse. 

«Il ritorno a scuola è sempre stato un momento di eccitazione per la direzione in cui era diretto il futuro: nuovi quaderni, nuove provviste - rifletteva un'amica, madre di una figlia adolescente - Ma sembra che le persone stiano sprofondando nella tristezza. Tutti cercano uno strizzacervelli invece di una matita appuntita».

La canzone di Billie Eilish nel film “Barbie”, “What Was I Made For?”, è diventata l'inno delle giovani donne ansiose e depresse, in parte perché Eilish ha parlato apertamente delle sue difficoltà tra i 12 e i 16 anni, dei suoi pensieri suicidi, autolesionismo e dismorfismo corporeo. 

In superficie, i testi parlano di una bambola che si trasforma in un essere umano, ma Eilish, 21 anni, dice che riflettono anche il suo viaggio. 

Prima galleggiavo, ora cado e basta

Lo sapevo ma ora non ne sono più sicuro

Per cosa sono stato creata …

Non so come sentirmi

Ma un giorno, potrei. …

Quando è finito? Tutto il divertimento

Sono di nuovo triste, non dirlo al mio ragazzo

Non è quello per cui è fatto

La disperazione adolescenziale è stata ampiamente analizzata negli ultimi anni: i danni derivanti dai social media, gli algoritmi di microtargeting che pompano l’invidia, i conflitti e le politiche divisive, le sparatorie senza fine nelle scuole, il lockdown con il Covid, un pianeta divorato da fiamme e inondazioni, una conquista del “mai abbastanza” e del consumismo, adulti ansiosi che creano un’atmosfera nervosa, una società connessa digitalmente ma emotivamente disgiunta e spiritualmente disancorata. 

«I giovani acquisiscono molte informazioni allarmanti e, grazie ai dispositivi digitali, loro, come molti di noi, raccolgono informazioni tutto il giorno, tutti i giorni» dice Lisa Damour, autrice di “The Emotional Lives of Teenagers”.

Una situazione che va oltre i giovani. Il “Wall Street Journal” ha pubblicato un articolo in prima pagina sul “Business in forte espansione dell'ansia americana” che iniziava così: «Una ricerca per 'sollievo dall'ansia' su Google fa apparire collegamenti ad integratori sotto forma di pillole, cerotti, caramelle gommose e spray per la bocca. Ci sono dispositivi vibranti che ti appendono al collo e "tonificano il tuo nervo vago", animali di peluche, palline antistress e libri da colorare che pretendono di portare calma». 

La copertina di Newsweek racconta “una generazione colpita dall’ansia climatica”, “Non perdere la speranza”. L’app Calm ha aggiunto meditazioni e conferenze sull’ansia, tra cui “Felt Piano for Anxiety”, in cui il pianista aggiunge del feltro tra i martelli e le corde per un suono più rilassante. 

Anche la commedia romantica ne risente. In un'anteprima di "What Happens Later" con Meg Ryan e David Duchovny, il personaggio di Duchovny condivide: "Mi è stata diagnosticata un'ansia anticipatoria".

Laurence Steinberg, autrice di “You and Your Adult Child”, ha affermato che l’ansia aumenta notevolmente tra le donne nella prima metà dei vent’anni, quando il cervello è ancora plastico. Ha detto che le giovani donne e gli uomini sono sconvolti dal costo degli alloggi, dal cambiamento climatico, dal razzismo e dai pregiudizi, e che le giovani donne sono anche colpite dalle minacce alla loro salute riproduttiva. (Lo storico Adam Tooze dice che il mondo è in “una policrisi”.)

«Molti dei miei amici con figli adulti hanno dovuto entrare in terapia perché erano molto stressati a causa dei problemi dei loro figli - ha osservato Steinberg - Non penso che dovremmo limitarci a distribuire pillole pensando che questo risolverà il problema». 

Forse le donne vengono colpite più duramente perché sono più legate alle emozioni e più concentrate sulla conversazione, sulle relazioni, sull'intimità, sull'educazione e sulla comunità femminile, come vediamo dai tempi dei romanzi di Jane Austen fino a "Real Housewives".

La figlia 19enne di un'amica, che ha preso Prozac per un certo periodo, ha spiegato: «Il Covid è arrivato proprio mentre stavamo entrando nel mondo e iniziavamo a vederci per la prima volta come esseri sessuali. Tutto quello che siamo riusciti a fare è stato farci ossessionare da TikTok, che è pieno di disinformazione. Fuori il mondo era apocalittico, mentre a casa anche il nostro mondo era un po’ apocalittico perché stavamo perdendo il senso di noi stessi». Ma poi ha mandato un messaggio a sua madre venerdì: «Staremo bene. Le donne tendono a farcela».

Estratto dell’articolo di Maddalena Loy per “la Verità” il 17 luglio 2023.

Cocaina e cannabis, ma anche antidepressivi (Fluoxetina), calmanti (Quetiapina), sonniferi (Stilnox) e benzodiazepine (Xanax): sono questi gli psicofarmaci assunti dalla ragazza che ha accusato Leonardo La Russa di violenza sessuale. Caso isolato? Affatto: gli ultimi dati disponibili sul consumo di psicofarmaci tra i ragazzi sono sempre più allarmanti.

Nell’ultimo anno quasi 300.000 adolescenti ne hanno fatto uso senza prescrizione medica. Secondo uno studio del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), il 10,8% della popolazione tra i 15 e i 19 anni, un giovane su dieci, ricorre a psicofarmaci per «uso ricreativo». 

Non sono, dunque, medicine prescritte dal medico per curare patologie specifiche o disturbi emotivi, ma «psicofarmaci dello sballo» dedicati ai momenti di evasione e spesso consumati insieme con alcool o cannabis per amplificarne gli effetti. I giovani li consumano anche per aumentare le performance scolastiche e la soglia di attenzione, migliorare l’aspetto fisico e l’autostima, sentirsi in forma e ottimizzare sonno e umore.

[…] È quasi raddoppiato anche il numero di adolescenti che ne fanno un uso abituale: dall’1,1% del 2021 all’1,9% dello scorso anno. Una vera dipendenza, associata anche ad altre sostanze psicoattive (tabacco, energy drink, benzodiazepine e sostanze stupefacenti) che favoriscono lo sviluppo di comportamenti pericolosi. La tipologia di psicofarmaci senza prescrizione medica maggiormente utilizzata è quella dei farmaci per dormire (5%), seguita da quelli per l’umore e le diete (1,7%) e dalle medicine per l’aumento dell’attenzione (1,2%). Ma dove e come si riforniscono i ragazzi?

Secondo lo studio, il 42% di loro dichiara di rifornirsi dall’armadietto dei medicinali di casa. Un problema tutto italiano, poiché in molti Paesi europei i medicinali sono venduti esattamente secondo ricetta medica: su prescrizione di 10 compresse, il farmacista vende blister da 10. In Italia, invece, anche se il medico prescrive 10 compresse, le farmacie vendono di default scatole da 20 o 40 compresse. Risultato, le confezioni spesso restano nell’armadietto quasi piene, fino a scadenza.

Il 28% dei giovani le cerca anche su Internet: i ragazzi comprano online psicofarmaci e sciroppi a base di codeina o antistaminici e li mischiano con bevande energetiche come la taurina per preparare «cocktail da sballo» come il purple syrup. Il 22%, infine, li trova «per strada», dove si è sviluppato una sorta di mercato nero che sfugge al controllo di adulti e medici.

Una conferma alle dinamiche di approvvigionamento degli psicofarmaci da parte degli adolescenti era già emersa nel corso del processo per lo stupro di Capodanno 2020 a Roma, nel quartiere di Primavalle. Nelle chat diffuse in aula, una delle ragazzine, prima di recarsi alla festa, comunicava alle amiche di non trovare il Rivotril (farmaco benzodiazepinico). 

L’amica quattordicenne la rassicurava: «Le pasticche di Xanax e Rivotril ve le regalo, tanto è Capodanno. Le ho portate da casa, senza dire altro».  […]

Ubriachi.

Estratto dell’articolo di Alex Corlazzoli per ilfattoquotidiano.it mercoledì 9 agosto 2023.

“Un Governo serio non può proporre taxi gratis per chi beve in discoteca. Ho chiesto lumi anche al Governatore del Veneto, Luca Zaia che stimo seriamente ma non mi ha risposto: è forse imbarazzato per l’iniziativa del suo leader Matteo Salvini?”. 

A parlare è Paolo Crepet, sociologo, psichiatra, scrittore che è su tutte le furie per l’esperimento voluto dal ministro leghista dei Trasporti e delle Infrastrutture […]. […] 

“L’idea di per sé è quasi offensiva per la signora che deve fare la chemio e deve pagarsi il taxi. Tutto il resto è roba da osteria. Il messaggio è chiaro”, dice Crepet ironicamente a FQMagazine: “Ubriaconi di tutto il mondo unitevi, per fare la parodia di Marx. Vorrei capire la ratio, siamo noi a dover pagare questi taxi”.

Lo psichiatra non risparmia nulla al Governo: “Si fanno tagli sulla salute, alle scuole, poi a qualcuno viene l’ideona di pagare il taxi a una famiglia che ha la Porsche sotto il sedere“. Se la prende persino con i propri lettori […]: “Tutti i genitori sono d’accordo? Io che riempio le piazze, mi chiedo fuori dall’ironia: cosa ci vengono a fare ad ascoltarmi se questo è il risultato? Se leggessero davvero i miei libri, riderebbero […]. Mi interessa parlare non solo del proponente ma del silenzio compromettente del genitore che fa il pusher nel dare cento euro al figlio sapendo che vanno in Spritz e quant’altro e pretende che paghiamo la sua incapacità educativa”.

Estratto dell’articolo di A. Oss. da “la Repubblica ed. Roma” il 25 febbraio 2023.

Dopo l’ennesima fuga della figlia che si è allontanata da casa per andare a una festa, il padre si è rifiutato «di farla entrare in casa», lasciandola alla fermata della metropolitana, dove è stata notata dai carabinieri che hanno denunciato il genitore per «abbandono di minore». Il giudice però lo ha assolto: «il fatto non costituisce reato».

 Adesso padre e figlia, che nonostante i trascorsi hanno ricostruito un buon rapporto, possono lasciarsi la vicenda alle spalle, provando a dimenticare quanto accaduto il 15 novembre del 2020 “a pochi passi dalla stazione della metropolitana di via Lucio Sestio”. […]

La quindicenne si sarebbe ubriacata e poi, di notte, avrebbe chiesto di poter tornare in casa suscitando la ferma reazione del padre, una risposta che è costata un processo all’uomo da cui tuttavia ne è uscito indenne. […]

Estratto dell’articolo di Paolo Russo per la Stampa il 5 febbraio 2023.

 Non hanno nemmeno l'età per guidare un motorino, frequentano ancora le medie o addirittura le elementari, ma circa un milione di bambini e ragazzini tra i 10 e i 14 anni già si sbronza. E il 66% lo ha fatto tra i 15 e i 17 anni, quando la somministrazione di alcolici sarebbe ancora vietata. Rintanati in casa negli anni bui della pandemia, giovani e giovanissimi tornano a socializzare ma tra loro cresce la generazione dei «baby alcol», fotografata da uno studio «Espad» ancora inedito, condotto dall'Istituto di fisiologia clinica del Cnr. Un alzare di gomito in età sempre più precoce che ha effetti disastrosi per la salute ma anche nella vita familiare e affettiva di questi adolescenti.

A diciassette anni Mario è già un alcolista con un passato in una comunità di recupero. Giacomo ha quattro anni in più e il lunedì, dopo la sbornia, si sente «in colpa» perché nel weekend appena trascorso ha «picchiato mamma mentre il cervello era alterato dal gin». A quindici anni Vincenzo si ubriaca ogni sabato sera «per farsi accettare dal gruppo di amici, che bevono tutti». Storie di giovanissime vite rubate dall'alcol. «Negli ultimi 15 anni l'età di chi si rivolge a noi è calata moltissimo: è scesa di 10 anni», racconta Pasquale M., coordinatore di Alcolisti Anonimi Campania.

Secondo lo studio Espad il 46,1% degli studenti ha assunto per la prima volta bevande alcoliche tra i 12 e i 14 anni. Il 15,2% lo ha fatto persino prima degli 11 anni. «Fortunatamente nella maggior parte dei casi si tratta di approcci, tipo il nonno che fa assaggiare lo champagne a Capodanno, ma non sempre è così», spiega Sabrina Molinaro, ricercatrice del Cnr e responsabile dello studio. «Dal 2019 osserviamo infatti un aumento della percentuale di under 11 e di 12-14enni che hanno fatto abuso di alcol».

A conferma sciorina i dati dello studio: la fetta di chi consuma alcolici sotto 11 anni di età dal 2019 ad oggi è salita dal 10,5 al 15,2%, mentre ad ubriacarsi è l'1,2%. Quota che sale però al 28% quando si passa alla fascia di età 12-14 anni, dove a sbronzarsi è oltre il 5% in più rispetto a soli tre anni fa. In percentuale non sembra granché, ma considerando che tra i 10 e i 14 anni si contano oltre 2,8 milioni di ragazzini, significa che un milione di loro ha già provato l'effetto dell'ubriacatura.

Sbronze a parte, ad allarmare è soprattutto la percentuale di chi fa abuso di alcol, bevendo 20 o più volte nel corso di un mese.

 Oramai lo fa il 6,1% di ragazzi e ragazzini, «la percentuale più alta mai registrata in Italia», specifica la dottoressa Molinaro. La quale rimarca anche un'altra novità del 2022: il sorpasso delle ragazze (il 78,6%) sui ragazzi (76,7%) che tra i 15 e i 19 anni hanno fatto uso di bevande alcoliche, «più frequentemente di cocktail, che per la presenza di zuccheri e per l'alta gradazione sono anche maggiormente pericolosi delle birra, prediletta dai maschi». A bere di più sono soprattutto le giovanissime tra i 15 e i 16 anni, «tra le quali è anche diffuso il fenomeno del bere e non mangiare per evitare di ingrassare. Pratica che ovviamente aumenta gli effetti deleteri dell'alcol», rivela ancora la ricercatrice del Cnr.

 Ad aggravare ancor di più la situazione c'è poi il mix con energy drink e droghe varie assunte per attenuare gli effetti dell'alcol. Lo ha sperimentato almeno una volta un ragazzo o un'adolescente su tre mentre uno su dieci lo fa frequentemente. Sono facilmente immaginabili gli effetti devastanti sulla salute.

 «Per rendersi conto della gravità del fenomeno basta fare due chiacchiere con i tassisti che nelle notti di venerdì e sabato riaccompagnano a casa tantissimi bambini stravolti dall'alcol dopo serate nei chioschetti e nei locali», conferma Alberto Villani, responsabile di pediatria generale e malattie infettive all'ospedale romano Bambino Gesù ed ex Cts. Il quale poi cita il dato dell'Osservatorio dipendenze di Palazzo Chigi, che tra i ricoverati in pronto soccorso per intossicazioni alcoliche ha rilevato un 17% di under 14.

 «Chi ha questo tipo di problema - prosegue Villani - sono bambini ricchi e poveri, maschi e femmine, non c'è differenza.

 Generalmente soggetti che vivono una profonda solitudine esistenziale. Non praticano sport, non suonano strumenti, hanno una vita vuota che riempiono con vino, birra e superalcolici».

(…)

Violenti.

Estratto dell’articolo di Alberto Giulini per corriere.it il 29 novembre 2023.

Pestato a sangue da tre persone per essersi fermato col semaforo rosso. È successo intorno alle 12.30 di venerdì a Marco Nebiolo, agente immobiliare di 47 anni, membro del collegio edile dell’Api di Torino e del consiglio direttivo della Fimaa. 

L’uomo si trovava in corso Unità d’Italia a bordo di una Fiat Grande Punto quando […] è stato tamponato da una Citroen Xsara. Da quest’ultima sono scese tre persone: inferocite per lo stop al semaforo, hanno iniziato a battere contro i finestrini della vettura di Nebiolo. 

[...] Il 47enne è stato aggredito ed è caduto a terra, sbattendo violentemente la testa sull’asfalto. Trasportato al Cto, Nebiolo si trova attualmente ricoverato in prognosi riservata nel reparto di neurochirurgia con una frattura al cranio, due grandi ematomi, diversi focolai emorragici ed escoriazioni in diverse parti del corpo.

«Ricorda tutto alla perfezione ma non il momento dell’aggressione – racconta la moglie Manuela Mareso -. [...]». Non ha invece alcun dubbio del fatto che a bordo della Citroen ci fossero tre persone, probabilmente padre e madre accompagnati dal figlio. Il conducente del veicolo è già stato identificato dai vigili, intanto la famiglia di Marco […] è alla ricerca di testimoni e vuole comprendere a fondo le dinamiche del pestaggio. […] 

Il 47enne aveva intuito le intenzioni tutt’altro che pacifiche dei tre aggressori. «Ho tamponato, ho chiamato i vigili, volevano menare» recita infatti il messaggio inviato alle 12.53 alla moglie, allarmata dal successivo silenzio: «Quel “volevano” all’imperfetto mi ha fatto subito pensare a una questione chiusa, poi però è stato strano non sentire Marco per un po’ di tempo.

Al telefono non rispondeva, allora l’ho cercato attraverso i suoi collaboratori dell’agenzia immobiliare. Quando mi hanno detto che non si era presentato all’appuntamento con il commercialista, ho capito che lo avevano picchiato e dovevo cercarlo in ospedale». 

Quindi la chiamata al 112 e la corsa al Cto. «Non sapevo in che condizioni lo avrei trovato, ma almeno era vivo. Non riesco ancora ad essere arrabbiata perché questa vicenda poteva finire molto peggio. Marco guarirà, ma io voglio capire chi siano le persone capaci di fare una cosa del genere. […] Oggi le abbiamo incontrate noi, un domani chissà… […]». […]

Estratto dell'articolo di Alberto Giulini per il “Corriere della Sera” il 30 novembre 2023. 

Pestato a sangue in pieno giorno dopo un tamponamento a Torino. È successo venerdì scorso a Marco Nebiolo, agente immobiliare di 47 anni e volto noto in città: […] L’uomo stava percorrendo corso Unità d’Italia verso il centro cittadino quando, allo scattare del semaforo giallo, si è fermato all’altezza del Museo dell’Automobile. 

Alle sue spalle una Citroën Xsara, guidata da una guardia giurata torinese di 36 anni, non ha fatto in tempo a inchiodare e a evitare l’impatto. Quello che sembrava un piccolo incidente stradale, peraltro senza gravi conseguenze, è degenerato in pestaggio. […] . Secondo le prime ricostruzioni dei carabinieri, un ragazzo di 15 anni (denunciato), in auto con la madre, sarebbe quindi sceso dall’auto e avrebbe colpito Nebiolo con un violento pugno al volto. Il 47enne sarebbe quindi caduto a terra, sbattendo la testa sull’asfalto e perdendo conoscenza. Dopo l’aggressione, i tre si sarebbero invece allontanati senza prestare soccorso.

[…]. L’uomo non è in pericolo di vita, ma è attualmente ricoverato nel reparto di neurochirurgia con una frattura al cranio, due grandi ematomi, diversi focolai emorragici ed escoriazioni in diverse zone del corpo. Dell’aggressione non ricorda nulla e poi ha commentato: «Mi spiace per chi mi ha fatto male, evidentemente sono persone che nella vita sono state più sfortunate di me», come riporta Torino Cronaca .

[…] «Ho tamponato, ho chiamato i vigili, volevano menare», recita infatti l’ultimo messaggio inviato alla moglie Manuela Mareso, allarmata dal silenzio del marito. «Quel “volevano” mi ha fatto subito pensare a una questione chiusa, poi però è stato strano non sentire Marco per un po’ di tempo», racconta. «Al telefono non rispondeva, allora ho contattato i suoi collaboratori dell’agenzia immobiliare. Quando mi hanno detto che non si era presentato all’appuntamento con il commercialista, ho capito che lo avevano picchiato e dovevo cercarlo in ospedale», prosegue, ripercorrendo quanto accaduto dopo il pestaggio. Quindi la chiamata al 112, la conferma che il marito era ricoverato al Cto. «Non sapevo in che condizioni lo avrei trovato. Questa vicenda poteva finire molto peggio. Spero che queste persone rinsaviscano e si rendano conto di quello che hanno fatto».

Nebiolo picchiato al semaforo a Torino, la madre dell'aggressore ragazzino: «Mio figlio vorrebbe scusarsi, ha dato quel pugno per paura». Alberto Giulini per corriere.it il 2 dicembre 2023.

«Mio figlio mi ha detto che è stato provocato e che ha ricevuto uno spintone. Aveva paura di essere colpito.  Ma non siamo scappati. Vorrei andare in ospedale a trovarlo, ma ho paura di essere inopportuna»

«Mio figlio sta ancora male per quanto accaduto, ma quando si sbaglia si può solo chiedere scusa». È passata settimana dall’aggressione a Marco Nebiolo, eppure la madre del sedicenne che ha colpito l’agente immobiliare con un pugno al volto fa ancora fatica a ripercorrere quanto avvenuto. La voce è rotta e quasi commossa, la consapevolezza di aver sbagliato è evidente. Ma c’è anche la volontà di ribattere e smentire alcune ricostruzioni degli ultimi giorni.

Come state lei e suo figlio?

«Mi sono subito spaventata, ho pianto e non sto ancora bene . Vorrei chiedere scusa, anche mio figlio è mortificato. Vorrei parlare con la moglie di Nebiolo per dirle che mi dispiace e che non siamo una famiglia aggressiva. Ma non so come comportarmi, non vorrei presentarmi in ospedale e passare per inopportuna».

Suo figlio quindi è dispiaciuto per l’accaduto?

«Sta ancora male, negli ultimi giorni non è andato a scuola: si è reso conto della gravità della cosa».

Gli era già capitato di reagire violentemente?

«No, anzi. L’anno scorso un anziano gli ha tirato uno schiaffo, i suoi amici erano attorno a lui e lo riprendevano con i cellulari incitandolo a reagire. Eppure non lo ha fatto, nonostante i telefoni puntati contro e gli amici che lo incalzavano. Se questa volta è esploso, deve essere successo qualcosa».

Tornando a quel venerdì, qual è stata la dinamica dell’incidente?

«Eravamo in corso Unità d’Italia quando, al semaforo, l’automobile davanti a noi ha accelerato in un primo momento per inchiodare subito dopo. Una cosa che non andrebbe fatta: o si passa, o non si fa finta per poi frenare pochi istanti più tardi».

A quel punto è andata a colpire l’automobile di Nebiolo?

«No, assolutamente no. Ero ovviamente arrabbiata e sono scesa in strada, ma non ho mai colpito i vetri. Ho aperto la portiera del passeggero e gli ho urlato contro, chiedendo se si rendesse conto di che cosa aveva appena fatto. Anche mio figlio ha fatto la stessa cosa».

La situazione è subito degenerata?

«No, anzi. Nebiolo e il conducente dell’auto su cui viaggiavo insieme a mio figlio hanno parlato tranquillamente e posizionato il triangolo in strada per segnalare l’incidente».

Ma allora perché suo figlio ha colpito Nebiolo con un pugno?

«Non lo so, stavamo per andarcene quando mi sono girata e ho solo visto la scena del colpo al volto. Mio figlio mi ha detto che è stato provocato e che ha ricevuto uno spintone. Aveva paura di essere colpito, allora l’ha fatto per primo. Mi spiace, gli ho sempre insegnato che le mani non si usano: abbiamo la bocca, bisogna parlare per chiarirsi. Non lo giustifico, ma forse un adulto avrebbe dovuto  interagire diversamente».

Un testimone ha detto che siete subito fuggiti in taxi.

«No, non ci sono testimoni. Ma soprattutto noi non siamo scappati. Io avevo già chiamato un taxi perché avevo litigato con l’uomo che stava accompagnando me e mio figlio. Era già arrivato quando l’ho chiamato per andare via, mi sono girata e ho visto la scena del pugno. L’ho preso con me e siamo partiti, avevo paura che Nebiolo potesse alzarsi e reagire. Nella testa mi sono detta “adesso succede il finimondo”, pensavo potessero ammazzarsi. Ma non è assolutamente vero che lo abbiamo abbandonato: con lui c’era il conducente della nostra auto. Siamo andati in taxi in ospedale, poi il giorno successivo mi sono presentata alla polizia municipale per raccontare tutto». 

Estratto dell'articolo di Alberto Giulini per corriere.it venerdì 1 dicembre 2023.

La vicenda di Marco Nebiolo , pestato a Torino per un banale incidente, ha colpito nel profondo una famiglia molto attiva nel sociale. Accanto all’agente immobiliare, che per oltre dieci anni si è dedicato a giornalismo d’inchiesta sulla criminalità organizzata, anche la moglie Manuela Mareso ha condiviso le stesse attività. Giornalista ed esperta di comunicazione, è stata per anni la direttrice di Narcomafie, la rivista fondata dal Gruppo Abele e ricercatrice per il progetto europeo Synthetic Drugs trafficking in Three European Cities.

Ora sta trascorrendo giorno e notte all’ospedale, sempre a fianco del marito che resta ricoverato in prognosi riservata nel reparto di neurochirurgia del Cto di Torino. […] 

[…]

Lei come ha saputo quanto avvenuto?

«Mi aveva mandato un messaggio su Whatsapp, “Ho tamponato, ho chiamato i vigili, volevano menare”. Quel “volevano” all’imperfetto mi ha fatto subito pensare a una questione chiusa, […]Quando mi hanno detto che non si era presentato all’appuntamento con il commercialista, ho capito che lo avevano picchiato e dovevo cercarlo in ospedale». 

«[…]Marco guarirà, ma io voglio capire chi siano le persone capaci di fare una cosa del genere. Presenteremo querela e non solo per la gravità del fatto ma anche perché sappiamo che ci sono persone del genere in giro. Oggi le abbiamo incontrate noi, un domani chissà… speriamo rinsaviscano e si rendano conto di quanto accaduto».

L’aggressore di suo marito ha solo 15 anni.

«Provo una tristezza infinita a sapere che è stato un ragazzo così giovane. Mi chiedo che razza di genitori abbia e in quale degrado sia cresciuto. Mi sono occupata per anni di volontariato con minori a rischio di devianza, quindi non riesco a esprimere un giudizio. Una persona dipende in larga parte dal contesto in cui vive, mi viene solo da pensare al degrado morale in cui deve essere cresciuto questo ragazzo. […] La notizia non mi stupisce ma mi addolora. Diciamo sempre che i giovani sono il futuro, ma se i giovani sono questi allora la situazione è davvero brutta». 

Il ragazzo comunque non era da solo.

«Mi chiedo perché i due adulti che erano sulla macchina siano rimasti a guardare, senza neanche provare a fermarlo. Il ragazzo è minorenne, ma attorno a lui c’erano degli adulti. Non risponderanno di nulla? È una situazione molto triste, non si può definire altrimenti. Non sono neanche arrabbiata, sono solo affranta perché è una situazione di degrado bassissima».

[…]

«Mio figlio tredicenne perseguitato dai bulli. Li ho denunciati cinque volte ma nessuno li ferma». Davide Maniaci su Il Corriere della Sera il 4 ottobre 2023.

Il ragazzino preso a sassate nel centro di Pavia. «È da marzo che lo tormentano. Adesso ha paura a uscire di casa da solo» 

Questo padre non si dà pace. Di origine egiziana, 55 anni, cittadino italiano, qui da 26 anni, non riesce a spiegarsi come sia possibile che il figlio 13enne venga preso di mira in modo brutale, continuo. Da sette mesi il branco lo tormenta e lo picchia. Cinque denunce da marzo e già due ricoveri in ospedale. Traumi psicologici non facili da superare. L’ultima aggressione risale a domenica pomeriggio in strada Nuova, il cuore di Pavia. La via dove vanno gli studenti, dove si passeggia. Era con due amici. Lo hanno visto, riconosciuto, circondato, provocato, preso a calci e pugni e colpito alla testa con una pietra raccolta dal selciato. Cosa avrebbero potuto fare i coetanei che erano con lui? Quasi nulla. Infatti ha telefonato al padre, che è arrivato di corsa e lo ha portato al policlinico San Matteo. Trenta giorni di prognosi per il trauma cranico. 

Lunedì era ancora sotto osservazione, anche se le sue condizioni non sono gravi. Mentre il papà, elettricista, che si spacca la schiena alzandosi presto ogni mattina per non far mancare niente alla moglie e ai due figli, raccontava la storia al Corriere, il gruppetto di bulli era sotto casa sua e lo osservava, con la musica a palla. Come se lo controllassero.

Perché proprio suo figlio? Chi sono i gli aguzzini?

«Se mi chiede il motivo, non ne ho idea. Mio figlio è un ragazzo buono, ha 13 anni, fa già la prima superiore perché ha iniziato le scuole anzitempo: è integrato, parla quasi solo italiano anche con noi. Io so chi sono quegli altri: due italiani, un africano. Quindi il razzismo non c’entra. Non posso entrare nella loro testa e capire cosa ci sia di divertente in quello che fanno. La persecuzione è iniziata a marzo. Era già stato in ospedale, con sette giorni di prognosi. Ora sono trenta. Abbiamo passato un’estate infernale».

Avevate paura?

«Certo. Quando lui era a casa da scuola e io al lavoro, non usciva più. Mi aspettava e andavamo fuori insieme, io non mi cambiavo nemmeno. Si può dire che lo scortassi e l’ho fatto spesso anche dopo. Quindi viveva di sera, andava fuori solo se c’ero anche io. Di giorno televisione e videogiochi. Anche domenica all’ospedale sono rimasto lì tutta la sera con ancora le scarpe da lavoro. Quasi dormivo in piedi. Ho denunciato cinque volte. Mi chiedo se i genitori di questi ragazzi siano al corrente di come passano il tempo i loro figli. Appena lo vedono lo prendono di mira. Lo cercano. Davvero, non so spiegarmelo. Di certo mio figlio non va a procurarsi grane».

Cosa gli dirà quando verrà dimesso dall’ospedale?

«Che lo proteggerò costi quel che costi, come farebbe ogni padre. Mi sento scoraggiato perché non ho mai avuto riscontri dopo le mie innumerevoli telefonate alle forze dell’ordine e le denunce. La legge è uguale per tutti, lo sento ripetere spesso: lo è anche per noi, quindi, e questi ragazzi stanno sbagliando e stanno compiendo dei reati gravi senza che per ora ci sia stata una punizione. Mi addolora vedere che spesso nessun testimone fa niente. Tirano dritto. Posso capire la paura, ma sicuramente chi viene picchiato in quel momento ne ha di più».

Cosa vorrebbe dire a chi perseguita suo figlio?

«Non lo so. Dovrei trovarmeli faccia a faccia. Forse di smetterla e lasciarci in pace. Che devono capire che stanno prendendo una strada sbagliata e pericolosa, perché se non hai scrupoli a malmenare un bambino che non ti ha fatto niente, allora potresti fare ben di peggio in futuro. Mi sfogo in modo più ampio: sappiamo tutti che nonostante sia vietato vendere alcol ai minorenni, è facilissimo procurarselo. C’è l’amico di 18 anni che lo compra per tutti, o c’è qualche venditore che fa finta di niente. Le storture di questa società sono tante, non spetta a me cambiarle. Io e la mia famiglia vorremmo solo trovare una serenità che adesso manca. Vede, anche adesso: noi chiacchieriamo e questi qui mi osservano, come se fossi io a dover giustificare qualcosa. Comunque voglio chiarirlo. Sono una persona perbene, ma sono anche disposto a proteggere mio figlio in ogni modo».

Estratto dell’articolo di Giovanna Maria Fagnani e Pierpaolo Lio per corriere.it l'1 ottobre 2023.

Una folla di giovanissimi (secondo stime ufficiose, almeno 2 mila) che ballano di notte, in via Respighi, davanti all’ingresso del Liceo Leonardo da Vinci. È uno dei tanti «reprise party», le feste studentesche abusive e autogestite, che si susseguono in queste settimane, per celebrare l’inizio della scuola. 

Solo sabato notte ce n’erano tre in contemporanea. Ma a quella del Leonardo da Vinci («Leofest»), come già successo in passato, qualcosa va storto. Ufficialmente queste feste sono pensate per  gli studenti del «Leo» e per i loro amici, ma la voce gira ed è difficile fermarla. Così accade che si presentino anche compagnie esterne. E alla fine qualcuno spruzza dello spray al peperoncino, con l’obiettivo di scatenare il panico, allentare l’attenzione e riuscire a rubare qualcosa, che siano catenine o portafogli. E così è successo […]. 

Lo spray ha causato un fuggi fuggi, ma si parla anche di principi di rissa e di una ragazza portata via in ambulanza per eccesso di alcolici. Si ipotizza una irruzione degli ormai noti «maranza».

Non è la prima volta che dei violenti provano a rovinare la festa del Leonardo. Anche nel 2021 il «Leofest» era degenerato fra risse e malori. Ancora più grave l’episodio nel 2021 fuori dal Liceo Vittorio Veneto, dove una banda incappucciata di giovanissimi […] aveva aggredito alcuni studenti, lanciando bottiglie di vetro: una di queste aveva colpito al volto un giovane ferendolo gravemente e provocandogli uno sfregio permanente. Tre minorenni erano stati arrestati dalla Polizia, perché ritenuti responsabili di questo episodio. 

Per circa un anno e mezzo, a seguito di queste aggressioni, i comitati studenteschi hanno deciso di organizzare queste feste in locali, ma ora è tornata la moda delle feste autogestite. […]

Estratto dell'articolo di Pietro Tosca per corriere.it lunedì 2 ottobre 2023.

Si sono arrampicati sui teli che coprono il fieno, tagliandoli, hanno liberato le mucche dalle stalle e poi danneggiato l’impianto elettrico di un trattore. Un vero e proprio raid che ha preso di mira una cascina di Calvenzano ed è terminato con lo sversamento in un campo di una latta di olio esausto, a cui poi è stato dato fuoco. 

Protagonista, un gruppo di giovanissimi del paese. Nonostante abbiano tutti tra i 12 e i 13 anni, risulta difficile credere che potessero considerare quei vandalismi un semplice gioco. A metterci un punto sono stati i carabinieri.

Nel mirino è finita l’azienda agricola di Nadia Mapelli, specializzata nell’allevamento di bovini da latte. La fattoria è situata all’incrocio tra via Caravaggio e via Roma, l’estrema periferia a est dell’abitato. A nord l’azienda agricola confina con un parcheggio comunale. Nonostante da anni i proprietari della fattoria abbiano presentato richiesta per installare una recinzione, finora l’accesso dall’area di sosta è libero. Proprio per questo la banda di ragazzini, in parte italiani e in parte di origine straniera, ha scelto quel lato per accedere comodamente.

Il gruppo, superata un’area incolta, ha raggiunto il silos a trincea, un vascone rialzato in calcestruzzo, dove viene stivato il fieno trinciato che poi viene protetto con dei teli in plastica a loro volta fermati con dei vecchi pneumatici. «Si sono arrampicati là sopra — racconta il compagno della titolare — fino ad un’altezza di 4 metri. 

Meglio non pensare a cosa sarebbe potuto succedere se qualcuno di loro fosse caduto. Hanno iniziato a lanciare giù i copertoni. Poi, non contenti, hanno praticato dei tagli nei teli. Un vero disastro perché se il trinciato si inumidisce, va a male e va buttato. Abbiamo dovuto riparare i teli con del nastro adesivo alla meno peggio». 

La salita sul silos a trincea però non è stata l’azione più spericolata messa a segno dal gruppo di ragazzini. «Dopo, la loro attenzione è caduta sul trattore — continua il compagno della titolare —, era fermo perché è senza una ruota che è in riparazione. Nonostante questo, sono montati in cabina e lo hanno messo in moto. Per fortuna non l’hanno mosso. Se il mezzo si fosse ribaltato, qualcuno di loro avrebbe potuto finire schiacciato».

[…] Il raid però non era ancora finito perché nel girovagare tra stalle e rimesse il gruppo di minorenni ha messo le mani su un bidone da 5 litri utilizzato per raccogliere l’olio esausto. Il bidone è stato portato nel parcheggio e da lì sversato in un campo attiguo e incendiato. Fiamme che i ragazzini si sono accorti però rischiavano di propagarsi nell’erba alta oltre ogni loro aspettativa. Ma a quel punto qualcuno li aveva notati e aveva già chiesto l’intervento di una pattuglia di carabinieri. 

I militari hanno rintracciato due componenti della banda nascosti dietro un’auto nel parcheggio mentre i compagni d’avventura erano spariti. Messi alle strette, i due minori hanno ammesso le loro responsabilità indicando anche i nomi del resto del gruppo. Sul posto sono stati chiamati i genitori che sono caduti dalle nuvole. […]

Stupri, risse e rapine. Le baby gang d'Italia adesso fanno paura. "Sempre più violente". Il fenomeno nel primo (e unico) studio sulle bande giovanili. Ma arriva anche il report del Servizio analisi criminale ministero della Giustizia: "I reati commessi dai minori sono in continuo aumento". Serena Coppetti l'1 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Sono sempre più piccoli, quasi bambini. Sempre più numerosi e ora hanno alzato il tiro. Con quella violenza esagerata che ha (quasi) mai una risposta davanti alla domanda «ma perché lo hai fatto?». Agiscono in gruppo per diventare più cattivi, spesso così, un po' a caso, senza un motivo e quel che è ancora più grave senza averne neanche la consapevolezza. Né prima né dopo. Sono i primi «aggiornamenti» della fotografia delle baby, anzi «teen» gang del nostro paese. Lo scorso anno il Servizio Analisi Criminale ha realizzato, in collaborazione con il centro di ricerca Transcrime dell'Università Cattolica e con il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, il primo report di monitoraggio a livello nazionale. Numeri, dati e anche una mappa (la vedete nel grafico a fianco). Già lì erano chiare, fra tante, tre cose. Uno: definirle gang è comodo ma sbagliato. «Specie al nord - spiega Marco Dugato, ricercatore di Transcrime - perché non sono organizzate in una struttura. Si tratta di ragazzi che si ritrovano non necessariamente con finalità criminali, ma che in alcuni casi finiscono per compiere azioni violente». Azioni spesso estemporanee «non pianificate e senza una finalità economica», conseguenza di un impeto che tracima oltre misura. Due: dentro ci sono sia ragazzini che provengono da contesti difficili, sia giovanottini di buona famiglia specie al nord. Tre: la spacconata che degenera ha bisogno sempre più di essere alimentata da cellulari e social.

Il nuovo «scatto» realizzato dal servizio Analisi Criminali pronto entro ottobre aggiunge due elementi: il numero dei reati commessi dai minori è cresciuto ed è aumentata la violenza che li accompagna. I fatti di cronaca degli ultimi tempi parlano da soli. Caivano, Palermo sono solo i più clamorosi. «Nei singoli episodi assistiamo a una violenza efferata, gratuita e immotivata - commenta Stefano Delfini, direttore del Servizio Analisi Criminale - Certo la violenza non è mai motivata ma talvolta c'è un uso smodato, anche nei casi di violenza sessuale, e una assoluta mancanza di empatia con la vittima, quindi anche una incapacità a relazionarsi con gli altri». Basta pensare «alla frase pronunciata da uno degli autori delle violenze sessuali di Palermo mi sono rovinato la vita, nessun pensiero è stato dedicato alla vittima, si è concentrati esclusivamente su se stessi». Non solo. «Un altro fattore che è emerso da questo approfondimento e che continua a essere molto rilevante in queste dinamiche è anche l'utilizzo dei social, con il pericolo di emulazione, e una mancanza di educazione all'uso della rete e di consapevolezza dei rischi e delle possibili conseguenze».

La riflessione da fare per Delfini riguarda anche i modelli che circolano sulla rete «ai quali i ragazzi spesso si ispirano e che molto difficilmente sono modelli realmente positivi. Pensiamo a tanti artisti trap che inneggiano al mancato rispetto delle forze di polizia o delle istituzioni, o che si fanno vedere mentre esaltano l'uso di sostanze stupefacenti o con mazzette di banconote - dice - Sono modelli che non aiutano chi non ha una maturità tale da riuscire a distinguere quello che è virtuale, anche se ormai non si parla più di online e offline ma di onlife, dove finisce il fisico comincia il virtuale, non esiste più un confine netto». Così come era da intuire il male si sta trasformando in peggio. «Nel 2022, rispetto all'anno precedente, abbiamo registrato un aumento sia della percentuale di segnalazioni di reati commessi da minori sia un aumento dei reati che denotano violenza, come percosse, lesioni, rissa. In misura minore aumentano anche furti e rapine». Cosa fare? Reprimere. Certo. Ma curare prima. Nel report che uscirò a ottobre, sono andati a capire chi c'è dietro quei numeri e dove si è inceppato il meccanismo. Per intervenire, fin dalle elementari dicono, perché ormai i segni di disagio sono già nei bambini.

Estratto di Silvia M.C.Senette per corriere.it mercoledì 27 settembre 2023.

Punta alla Map (la messa alla prova che, con esito positivo, comporta l’estinzione del reato) il team di legali che sta collaborando nella difesa congiunta dei dodici ragazzi di Canazei, tutti minorenni all’epoca dei fatti, responsabili del danneggiamento da 130mila euro di un’abitazione privata nel dicembre 2020. La casa di villeggiatura in Val di Fassa della famiglia bolognese Roncari-Tamburini era stata presa di mira in altre due diverse occasioni, tra il dicembre 2020 e l’aprile 2021, da un gruppo di giovani della «Canazei bene».

I ragazzi coinvolti, tutti di 16 anni tranne un quattordicenne, sono infatti figli di famiglie in vista della ridente località turistica: imprenditori, politici locali e stimati dipendenti pubblici che oggi, increduli e disperati, si affidano ai loro legali per la migliore difesa possibile dei figli chiamati a rispondere dell’accaduto di fronte al Tribunale dei minori di Trento. 

[…] i dodici imputati torneranno in aula il prossimo 16 febbraio 2024 quando avrà finalmente inizio il processo che li vede, a vario titolo, accusati in concorso di danneggiamento e di invasione di terreni ed edifici in concorso. Capi di imputazione che prevedono pene pesantissime; la detenzione da 6 mesi a tre anni. […]

L’abitazione devastata dalla furia degli adolescenti — dalla porta d’ingresso scardinata a mobili e arredi distrutti, fino a piatti, vetri, lampadari, porte e finestre in frantumi e persino un frigorifero, il televisore e l’affettatrice buttati dal balcone — risale agli anni ‘70 e, secondo i difensori dei ragazzi, la stima fatta dalla parte lesa non andrebbe a risarcire il reale danno arrecato, ma a sostituire con infissi e arredi moderni quelli devastati nei tre «raid», oltre che a ripristinare impianto elettrico e idraulico. 

[…]

I difensori riferiscono di genitori affranti e delusi per quanto emerso sui figli, quasi tutti studenti incensurati, incastrati da un selfie della «bravata» postato sui social. I ragazzi, pur con le contraddizioni delle varie versioni e le accuse reciproche, concordano nel parlare di «una festa ad alto tasso alcolico in cui si è perso controllo» di cui oggi conservano «ricordi confusi». Le famiglie, intanto, sono profondamente dispiaciute. Molti genitori hanno ammesso di fronte ai legali che non si aspettavano un comportamento del genere dai loro figli. La frase più comune? «L’ho tirato su bene, non immaginavo che si sarebbe infilato in questo casino».

Canazei, i party alcolici e la casa devastata: «Tra i 12 minori imputati c’è anche il figlio di un notissimo politico». Silvia M.C. Senette su Il Corriere della Sera venerdì 29 settembre 2023. 

Val di Fassa, gli indagati andranno tutti a processo. Tra le prove una foto dell'immobile distrutto pubblicata su Instagram 

«A Canazei lo sanno tutti, da anni. Le foto di quei festini alcolici sono rimbalzate sui cellulari di tutti i ragazzi del paese e tra i giovani coinvolti, studenti dell’istituto alberghiero di Tesero, c’è anche il figlio di un notissimo politico della zona». L’avvocata Karol Pescosta, titolare dello studio legale di Pozza di Fassa, difende uno dei dodici teenager trentini che devono rispondere a vario titolo di danneggiamento e invasione di terreni ed edifici in concorso di fronte al Tribunale dei minorenni di Trento.

Le feste durante il lockdown

Il fascicolo prende il via dalla denuncia del 12 giugno 2021 presentata ai carabinieri di Canazei dalla nipote dei proprietari di un’abitazione privata: la baita della famiglia bolognese Roncari-Tamburini era stata presa di mira in tre diverse occasioni, tra il dicembre 2020 e l’aprile 2021, da un gruppo di giovani della «Canazei bene». Le feste ad alto tasso etilico, avvenute tra un lockdown e l’altro al termine di sciate fuoripista, si erano concluse con arredi sfasciati, impianti divelti, porte scardinate, mobili distrutti e velux in frantumi. Persino un frigorifero, il televisore e l’affettatrice finiscono fuori dal balcone, mentre i materassi diventano orinatoi di gruppo. Danni per 130 mila euro che ora i genitori dei ragazzi coinvolti, imprenditori, politici in vista e stimati dipendenti pubblici della località turistica, dovranno risarcire.

Le foto su Instagram

Il 16 febbraio 2024 avrà inizio il processo. Per alcuni, intanto, si è già aperto il capitolo dei lavori socialmente utili. Quello che viene definito «il capobranco», minorenne ancora per un mese, è già noto alle forze dell’ordine e, parallelamente, deve difendersi da un’altra denuncia legata a detenzione e spaccio di stupefacenti, di cui sarebbe assuntore abituale. Una vicenda nella quale avrebbe coinvolto altri minori e dalla quale emergerebbe l’influenza che aveva sui coetanei. «Era riuscito a convincerli che la casa era dello zio e prossima alla demolizione — spiega l’avvocata Pescosta —. E l’incoscienza lo aveva portato a postare su Instagram una foto dell’immobile devastato: così i carabinieri hanno potuto stringere il cerchio delle indagini. Nell’immagine, che lo ritraeva in un atteggiamento poco dignitoso mentre imbrattava una stanza, si vedeva chiaramente un armadio verde che i militari hanno riconosciuto come sfondo della baita di Canazei ridotta a brandelli».

La denuncia

Ma gli inquirenti stavano già battendo la pista giovanile. Nella denuncia della proprietà, infatti, si elencavano rifiuti e «ingenti confezioni» di junk food — accompagnati da scontrini di un supermercato di Canazei — residui di bagordi adolescenziali: patatine, pop-corn, bibite energetiche, brioches, merendine e caramelle. E, ovviamente, molto alcol. «Tanto che una minorenne era stata trascinata di peso fuori dalla casa in stato di incoscienza e quasi in coma etilico — spiega la legale —. I genitori della ragazzina, allertati dal gruppo, erano andati a prenderla in macchina a breve distanza dalla casa oggetto di devastazioni, ma quell’episodio non pare averli insospettiti». Eppure, garantisce l’avvocata, «tutti in paese sapevano e parlavano, almeno dalla seconda festa di gennaio 2021. È una brutta storia — ammette — in cui i ragazzi, che ora danno versioni contrastanti scaricandosi a vicenda le responsabilità, non ne escono bene. Ma neppure gli adulti».

Dl Caivano: l’inasprimento delle pene è davvero la soluzione al disagio giovanile?  L'Indipendente domenica 10 settembre 2023.

I recenti stupri avvenuti a Caivano e Palermo hanno acceso i riflettori mediatici e politici sulle condizioni in cui versano le periferie italiane e su diverse tematiche collegate ai problemi sociali di questi luoghi, come la dispersione scolastica e la criminalità giovanile. Il Governo Meloni ha cavalcato subito il sentimento del discorso pubblico ed ha messo in campo delle disposizioni che vanno ad inasprire le pene per i minori e così, il 7 Settembre, è stato approvato dal Consiglio dei Ministri un decreto-legge (Decreto Caivano), contenente “misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile”

In sintesi, con il nuovo decreto-legge, (che in quanto tale sarà approvato come misura d’urgenza all’interno del Consiglio dei ministri, senza essere discusso e votato dal Parlamento), si rende più facile l’accesso al carcere per i minori, si estende l’applicabilità del cosiddetto daspo urbano ai maggiori di 14 anni, aumenta di 1 anno la durata massima del foglio di via obbligatorio, si potenzia la facoltà di arresto in flagranza e la pena per il reato di spaccio di stupefacenti di lieve entità. Le altre misure repressive introdotte riguardano la possibilità del questore di vietare l’utilizzo dei cellulari ai soggetti di età superiore ai 14 anni, la reintroduzione della custodia cautelare per i minorenni imputati che tentano la fuga o anche semplicemente in via precauzionale perché potrebbero fuggire, ed infine si introduce una nuova fattispecie di reato che prevede il carcere fino a 2 anni per i genitori che non mandano a scuola i figli in età di obbligo scolastico.

In buona sostanza si cerca di rendere più dura la pena anche per i minori di 18 anni, rendendola più simile a quella degli adulti, una visione sintetizzata dalle parole di Matteo Salvini: «Se un ragazzo spara deve pagare come un adulto». Ma queste misure sono realmente necessarie per contrastare dei fenomeni delicati e complessi che – è dimostrato – sono legati al disagio dei giovani e alla loro precarietà, non solo lavorativa, ma del loro intero progetto di vita?

Secondo quanto dichiarato dalla Garante dei diritti per l’infanzia e l’adolescenza Carla Garlatti al Sole 24 Ore, l’inasprimento delle pene non è la soluzione perché «non è un deterrente e non può combattere il problema della recidiva». Secondo la Garante, invece, servirebbero «degli interventi educativi massicci», mentre il carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola «potrebbe essere addirittura una misura controproducente, soprattutto per determinate categorie di reati, perché gli autori provengono già da famiglie che appartengono ad un contesto marginale, e la circostanza che il genitore o i genitori vadano in carcere potrebbe gettare la famiglia in una situazione ancora peggiore».

Ci sono molti studi empirici, inoltre, che evidenziano la stretta relazione, anche in termini causali, tra disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e criminalità. Uno studio pubblicato da ricercatori della Banca Mondiale nel 2022 su The Journal of Law and Economics, per esempio, ha individuato una relazione positiva tra disuguaglianza e criminalità, sia all’interno delle nazioni che tra diversi paesi. Da un punto di vista teorico, i risultati empirici trovano conforto in molti orientamenti che derivano dalle teorie dell’economista Gary Becker, che teorizza come la disuguaglianza nei redditi sarebbe uno dei maggiori vettori della criminalità. 

Anche in Italia sono stati condotti degli studi per indagare la relazione tra squilibri distributivi e criminalità, come quello di Fabio Clementi e Enzo Valentini dal titolo Disuguaglianza, povertà e criminalità. Una ricognizione in ambito italiano. L’analisi, condotta utilizzando l’Archivio Unico degli Indicatori Regionali dell’ISTAT e i dati sulla distribuzione del reddito di Banca d’Italia per gli ultimi decenni, fornisce numerosi elementi di riflessione. Infatti, specialmente per le regioni del Sud e le isole maggiori, emerge che le variabili che interpretano la criminalità presentano una correlazione positiva con la disuguaglianza di reddito: peggiore è la distribuzione del reddito, maggiore è l’incidenza di fatti criminali.

Ci sono anche molte analisi che dimostrano l’inefficacia della pena detentiva rispetto alla recidività del reo. Il libro Abolire il carcere, scritto a più mani da ricercatori ed esperti in diritto penale, sociologia e filosofia, sostiene che “il carcere non costituisce un efficace strumento di punizione, dal momento che quanti vi si ritrovano reclusi sono destinati in percentuali elevatissime, più del 68%, a commettere nuovi delitti”. Nel libro vengono inoltre analizzati altri ordinamenti in cui la reclusione non ha la centralità indiscussa e non è utilizzata come strumento principale per rieducare il colpevole. 

In Italia, l’82,6% dei condannati sconta la pena in carcere e l’indice di recidiva è molto alto, mentre in Paesi come Francia e Inghilterra la percentuale dei colpevoli reclusi scende addirittura al 24%, e con essa la recidività, soprattutto grazie al lavoro fatto all’esterno e alle pene non detentive. Come si può pensare, allora, che questo sistema punitivo e carcerario possa funzionare con i giovani più poveri ed emarginati?

Inoltre, rispetto all’abbandono scolastico, sarebbe giusto iniziare a fare una riflessione più profonda sul fatto che la scuola, ed il futuro in generale, non retroagiscono più come promessa e motivazione, come affermano diversi psicoanalisti dell’infanzia e dell’adolescenza tra cui Galimberti e Benasayag, i quali criticano il modello della scuola attuale incentrato su logiche imprenditoriali e della performance. Il problema culturale di fondo – ritiene una parte cospicua di teorici ed educatori – è che la società e la scuola dovrebbero prima di tutto educare e non istruire. Il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti afferma ad esempio che i sentimenti non sono innati, ma sono un prodotto culturale, e quindi si imparano. In questa ottica servirebbe quindi imparare a sentire sé stessi e gli altri, e la scuola dovrebbe proprio coltivare la soggettività e la personalità dei bambini e dei ragazzi, non distruggerla.

Visto in questa ottica, il dl Caivano del governo appare quindi una misura che punta a risolvere con la repressione e l’inasprimento delle pene un problema che invece ha radici prettamente sociali, economiche ed educative. [di Gioele Falsini]

Agenda dettata dai fatti di cronaca. Da lockdown al carcere, gli anni terribili dei minori grazie a una politica senza visione. Andrea Ruggieri su Il Riformista l'8 Settembre 2023 

La pigrizia di chi davvero fa l’agenda politica in Italia (cioè i giornalisti televisivi) smarca i politici dall’obbligo di confrontarsi sulle riforme serie che possono, quelle si, cambiare la vita dei cittadini e volgerla a facilità, dall’inferno che è oggi.

Il Governo (nemmeno la maggioranza, perché il Parlamento è nullo) continua a fare norme sulla scia di quanto propone la cronaca, e anche quando sbaglia (come sull’obbrobrio degli extraprofitti, sul divieto di cellulare ai minori o sulla ‘comunistata’ di mettere un tetto ai prezzi degli aerei che rispondono dicendo: “Benissimo, tutti a terra”) si trova la ridotta di Capalbio targata Pd e i figli di Ruggero di Un Sacco Bello (‘ravanelli, piselli, love love love’) targati Cinquestelle ad andargli dietro: un’assicurazione sulla vita, come mettere un pippone a marcare Leo Messi anche se è in giornata no e sembra più John Fashanu.

A un anno dal nuovo Governo non c’è nessuno che paghi un grammo di tasse in meno, nessuno che grazie a tagli della burocrazia delle tristemente famose 70 autorizzazioni possa dire quanto disse a me a Miami un commerciante a margine di un convegno, indicando un negozio sfitto su Lincoln Road: “La differenza tra me e te è che io li posso aprire un negozio domani sera, e incassare dal giorno dopo, tu apri forse tra un anno, e intanto paghi affitto e tasse senza incassare un euro”, e nessuno che possa dire: “Ma sai che c’è? Non ho un ghello, i tassisti non bastano, mi metto a fare il driver di Uber e guadagno”. Io so che non è facile, e non do la croce addosso a nessuno. Ma voglio esortare il Governo a indicare una road map di qui a quattro anni per fare e credere nella creazione di nuove opportunità e valore.

I ragazzi ci guardano, e temono di doversene andare dove queste cose si sono fatte e si fanno, dove si pensa al futuro facendo cose serie, e non solo gli opinionisti su fatti di cronaca che illuminano trasmissioni pigramente a caccia di ascolti.

Tutti lamentano che i ragazzi sembrano sversare maggiore aggressività, (anche se i reati sono per fortuna in calo), ma nessuno ricorda che sono frutto di chi li cresce e che negli ultimi anni hanno sofferto la reclusione da lockdown e coprifuoco durante cui hanno avuto meno libertà dei cani (quelli potevano uscire per fare pipì, i ragazzi per dissetarsi della loro sete di vita, no). Stiamo vedendo, e vedremo ancora, i frutti di quell’orrore di reclusione che fu peggio del carcere (dove almeno puoi socializzare con altri detenuti, a casa da solo no). Grazie che poi sviluppano dipendenza da social.

Perciò, e anche perché capiscano che li guardiamo e aspettiamo protagonisti sani accanto a noi, portiamo la piena imputabilità a 16 anni. La società cambia, e con essa devono farlo le leggi. Oggi la criminalità organizzata sa che se affida la manovalanza ai minorenni non solo li fidelizza, ma anche che se li beccano gli fanno poco più di una carezza. La nostra pancia chiede meno opinione e gossip, e più concretezza e crescita.

Andrea Ruggieri

Genitori o capi di in clan? Così si rinuncia ai propri doveri. Storia di Luciano Fontana su Il Corriere della Sera l'11 settembre 2023.

Caro Direttore, pomeriggio di venerdì 8 settembre; me ne stavo tranquillamente seduto, all’ombra sotto una pianta, su una panchina di un piccolo parco sul lungomare di Bordighera, limitrofo a un’area giochi attrezzata per bambini, quando ho assistito a una rissa verbale tra genitori scatenata da questo episodio banalissimo. Una bambina di 5 anni ha graffiato un’altra più piccola. La mamma di questa allora le dice: «Se vieni a casa mia ti drizzo». La bimba di 5 anni corre ad avvisare la mamma. Il padre di questa sente, si alza di scatto ed esclama: «Cosa ti ha detto?». Quindi si rivolge alla moglie e le dice: «Chiama la pattuglia». Alla fine lo fa davvero: «Tutti qui mi conoscono». Intanto la moglie si è spostata dalla parte opposta dei giochi e si mette a litigare con una terza madre, la quale le urla: «Siete degli attaccabrighe». E così via. La pattuglia dei carabinieri giunge davvero, sono in due agenti, prendono nota dei nominativi. Probabilmente la ragione scatenante è l’isteria, sono tutti un po’ nervosi. Povere maestre che avranno a che fare con questi genitori, penso tra me. Che educazione danno ai loro figli? Non era meglio prenderli da parte e insegnare loro a fare pace, stringendosi la mano? Senza mettere di mezzo, per così poco, le forze dell’ordine? Non mi sorprende che certi giovani diventano poi teppisti abituati come sono da piccoli ad avere sempre ragione. Qui la colpa è di genitori immaturi. Ricordo ancora le parole del nostro preside salesiano, don Dante Caprioglio, quando in collegio rivolto ai papà e alle mamme esclamava: «Noi facciamo di tutto per educare i vostri figli, ma se poi manca l’appoggio della famiglia, di voi genitori e dei nonni, allora serve a poco». Stefano Masino

Caro Masino, Lascio gran parte dello spazio di questa rubrica al suo racconto perché mi sembra davvero istruttivo. Scene simili ne abbiamo viste a scuola, con genitori che contestano duramente, se non passano alle mani, i professori: per una nota, un brutto voto, una bocciatura. È come se si abdicasse alla propria funzione di padre e madre per diventare capi di un clan familiare in cui si ha sempre ragione contro il resto del mondo. Le relazioni che dominano al tempo dei social spingono tantissimo questa logica del «bianco o nero», «con me o contro di me». Si rinuncia al ruolo di genitori comprensivi ma severi in caso di sbaglio, si fanno crescere i figli con la convinzione che tutto è permesso, si aumentano le liti, anche giudiziarie, e si fa sprecare tempo, come in questo caso, alle forze dell’ordine. C’è da preoccuparsi.

Esibizionisti e violenti: chi sono i minori che stuprano e sparano in cerca di follower. Sono 13.800 i giovani in carico alla giustizia. Due i nemici da combattere per recuperarli: la spettacolarizzazione dei reati sui "social" e la dispersione scolastica, mai così alta. Maria Sorbi il 7 Settembre 2023 su Il Giornale.

Lo stupro di gruppo di Caivano è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il limite è stato ampiamente superato in una miriade di altre occasioni: il clochard picchiato a morte a Pomigliano d'Arco, il bambino ucciso per una stupida sfida in Lamborghini a Casal Palocco, le rapine in pieno giorno, le armi usate come fossero giocattoli, lo spaccio.

La microcriminalità giovanile ha raggiunto picchi inaccettabili: nel 2022 i reati di gruppo sono aumentati del 14%, i minorenni e giovani adulti in carico alla giustizia minorile sono arrivati a quota 13.800, di cui circa 4mila tra i 14 e i 15 anni. In parte sono finiti negli Ipm, tipo quello raccontato dalla serie tv Mare Fuori, in parte in comunità di recupero o risultano in «messa in prova» a casa. Gli Ussm (uffici di servizi sociali per minorenni) con maggior carico di lavoro sono a Bari, Brescia e Roma, con circa mille casi l'uno, segue Napoli, poco sotto.

Ma al di là dei numeri, è l'impennata di violenza (spesso gratuita) a spaventare. Le baby gang non sono più solo quelle che rubano le Jordan al compagno di classe o che bullizzano le compagne. Ora è un attimo che sfoderino pistole e coltelli, che prendano a calci un poveretto fino ad ammazzarlo, che abusino sessualmente a turno di una compagna senza che nessuno si ponga lo scrupolo e fermi gli altri. Il pentimento? Si, forse davanti al gip, sotto suggerimento dell'avvocato. Ma mai nelle chat con gli amici - come nel caso degli stupratori di Caivano - dove l'atto di violenza è sempre e comunque motivo di vanto.

Il decreto in Consiglio dei ministri nasce una convinzione: le misure adottate finora non bastano più, né come deterrente, né come punizione, né come rieducazione. Si abbassa l'età della «gioventù bruciata», aumenta il numero delle femmine che partecipano alle baby gang. E che magari filmano il crimine-live.

Perché è questo il vero nemico da combattere: la spettacolarizzazione della violenza. Se ne rende ben conto Ernesto Savona, direttore di Transcrime, il centro di ricerca sulla criminalità dell'università Cattolica: «Non possiamo sottovalutare l'importanza che i microcriminali danno a social e telefoni. Ormai il reato è indissolubilmente legato alla sua esibizione. Lo scopo è farsi vedere, rivedersi, collezionare followers: così nella corsa folle a bordo delle auto per le sfide di TikTok, o negli stupri. La spettacolarizzazione della violenza va oltre la paura della punizione. E se non capiamo questo, non argineremo le baby gang». Quindi la scelta di requisire profili e cellulari ai condannati potrebbe essere un deterrente giusto.

«Le baby gang - spiega l'associazione italiana Criminologi - ruotano intorno al meccanismo della deresponsabilizzazione e dell'effetto branco perché nel gruppo è come se ci fosse una divisione della responsabilità, la condivisione di ciò che viene fatto aumenta anche la portata e la potenziale gravità delle azioni commesse. Ci si sente meno colpevoli e ciò che viene fatto in gruppo con elevata probabilità non si farebbe mai da soli». Per questo, oltre che sulla punizione, è necessario agire anche sulla prevenzione. «Cominciamo a farlo a scuola, limitando i numeri della dispersione e preparando i prof che in certi istituti non sono in grado di gestire i ragazzi maleducati e violenti» chiede Savona.

I numeri dei ragazzi che ciondolano per strada anziché andare a scuola è imbarazzante: in base ai dati del ministero dell'Istruzione, molla gli studi un ragazzo su 5 e tra i giovanissimi il ministero dell'Istruzione calcola che uno studente delle medie ogni tre classi non si iscrive alle superiori e passa anni a non lavorare, andando poi a incrementare le fila dei cosiddetti neet, i 19enni che non fanno sulla dal mattino alla sera: sono uno su 4 (poco meno del 25%) una quantità più alta rispetto alla media europea e che deve far riflettere.

Avere un progetto, un percorso e, se non altro, una giornata impegnata, potrebbe levare molti ragazzini dai «brutti giri», soprattutto al Sud dove i numeri delle baby gang e dei giovani che non studiano sono più elevati.

Un tassello importante della prevenzione della microcriminalità arriverà quindi anche dagli interventi sulla scuola, già strutturati dal ministro Giuseppe Valditara: niente cellulari in aula, niente sospensione per i bulli ma ore socialmente per ripagare i danni, un'offerta scolastica più adatta. Una responsabilizzazione per farli diventare (e non solo sentire) grandi. Maria Sorbi

Estratto da ilfattoquotidiano.it il 7 Settembre 2023

Lo stop all’uso del cellulare per i minori condannati finito nella bozza che approderà in Consiglio dei ministri non piace anche dentro la maggioranza. Il decreto baby gang […] viene stroncato nella sua parte più controversa dall’altro vice-premier, Antonio Tajani. Che dice quasi un’ovvietà […]. 

“Lo stop ai cellulari? Non è una questione risolutiva. Certamente per un giovane è un segnale forte ma non è che si risolve perché poi, magari, se lo fanno prestare dal fratello o trovano il modo di usarlo”, ha detto il ministro degli Esteri e vicepremier bocciando la misura contenuta nel decreto per contrastare le baby gang.

“È uno strumento aggiuntivo – ha detto ancora – Io penso sempre che l’aspetto fondamentale sia la rieducazione in carcere, per questo è giusto che gli istituti di detenzione minorile ci puntino ancor più degli altri”. Il giudizio del segretario di Fi assomiglia molto a quello affidato dall’ex procuratore minorile di Napoli, Giandomenico Lepore, a Il Fatto Quotidiano: “Non servono misure di polizia. Sono quelle cose di cui ci si riempie la bocca per apparire molto severi, ma all’atto pratico difficili da applicare. Bisogna cambiare il carcere”.

[…] Tajani è poi stato interpellato direttamente sullE parole di Salvini, riguardo ai minorenni che meritano il carcere se si macchiano di reati gravi. “Un 14enne che uccide, rapina o spaccia deve pagare come paga un 50enne”, aveva detto il numero uno della Lega. “Non possiamo che considerare un 14enne che gira armato un criminale – risponde Tajani – Detto questo, ci sono le carceri minorili che devono lavorare per la rieducazione. Non dobbiamo mai rinunciare alla possibilità di far sì che questi giovani si allontanino dal mondo del crimine”. 

È “ovvio”, ha specificato il vicepremier forzista, che “un giovane criminale debba pagare per le sue colpe perché è già nell’età della ragione”. Ma “deve essere sempre, nell’ambito dell’esecuzione della pena, considerato un soggetto che può redimersi”. […]

Nella bozza lasciata filtrare alla vigilia del Consiglio dei ministri si prevede che il questore possa convocare anche i ragazzi tra i 14 e i 17 anni per un avviso orale e se il soggetto al quale è stato notificato l’avviso risulta condannato, anche con sentenza non definitiva, per delitti contro la persona, il patrimonio ovvero inerenti ad armi o droga, il questore può proporre al tribunale il divieto di utilizzare “piattaforme o servizi informatici e telematici specificamente indicati nonché il divieto di possedere telefoni cellulari”. 

 Un’idea quantomeno illusoria se non irrealizzabile, che il governo vorrebbe approvare per provare a mettere un freno al fenomeno delle baby gang e contrastare il disagio giovanile. O almeno una parte dell’esecutivo, visto che se la Lega sta cercando di intestarsi il provvedimento, la terza gamba della maggioranza, attraverso le parole del suo numero uno, ha smontato la misura più “pop” contenuta nel decreto.

Estratto dell'articolo di Mattia Feltri per “La Stampa” il 7 Settembre 2023

Siccome a mettere in galera immigrati, tossici, innocenti vari, ad aumentare le pene e a buttare le chiavi alla lunga viene noia, la Lega ha pensato di tirarsi un po' su proponendo di mettere in galera pure i bambini. Per tramite di Giulia Bongiorno [...] si suggerisce di abbassare l'età imputabile sotto i quattordici anni, il limite oltre il quale davanti a un giudice e in reclusione oggi non si va. 

Il noto filosofo del diritto Matteo Salvini l'ha illustrata così: se un ragazzino rapina e spaccia come un cinquantenne, allo stesso modo la deve pagare. Non so con quali gesti spiegare a Salvini che se un cinquantenne vota, guida l'auto e paga le tasse e un ragazzino no, è perché qualche differenza esiste, e la si può intuire anche a occhio nudo. 

Ma del resto Salvini è un onesto ammiratore dello stato di diritto di stampo putiniano e nordcoreano, e non per caso l'ultimo paese a portare da quattordici a dodici anni il limite dell'imputabilità è stata la Cina, due anni fa: la scuola è quella lì.

E infatti, tornando a Giulia Bongiorno, la sua chiosa è stata folgorante: «Oggi i ragazzi crescono molto in fretta». Quindi mettiamoli in fretta dietro le sbarre. Mi ha ricordato di quando l'Unione sovietica di Iosif Stalin deliberò di estendere la pena di morte fino ai dodicenni e, allo sdegno del mondo occidentale, il partito comunista francese obiettò che le democrazie erano arretrate e non potevano capire: l'Urss è una società così sviluppata, sostenne, che lì i bambini diventano adulti prima. Ecco dove siamo tornati. Con una conquista in più: oggi gli adulti restano bambini e li mandiamo al governo.

Cdm, via al Decreto contro la criminalità minorile. Andrea Soglio su Panorama il 07 Settembre 2023

Carcere più facile ma al momento niente abbassamento dell'età per la punibilità e niente stop all'accesso ai siti porno. Meloni: «Ci mettiamo la faccia. Un'alternativa alla criminalità esiste»

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il Decreto contro la criminalità minorile. Un provvedimento che contiene elementi nuovi ma anche qualche mancanza rispetto alle voci della vigilia. Nessun abbassamento invece dell'età per la punibilità, come avrebbe richiesto il leader della Lega, Salvini. E niente stop all'accesso dei siti porno per i minori come proposto dal Ministro Roccella. «Volevo essere qui perché penso che il lavoro che abbiamo portato oggi in Cdm sia fatto di norme importanti su alcune materie in cui in passato lo Stato ha preferito di occuparsi di altro, ha dato il segnale che su alcune questioni era meglio non entrare e metterci la faccia perché pericoloso. Io penso che quello di oggi è un segno di uno Stato che decide di mettere la faccia in materie complesse e difficili da risolvere» così in conferenza stampa post cdm la premier Giorgia Meloni. "Il lavoro" per riqualificare Caivano "durerà qualche anno con una presenza cadenzata del governo, ho detto ai ministri che ognuno di loro deve andare per portare i propri 'mattoni'. Inviamo un commissario che possa parlare con tutti gli attori ed insieme facciano un lavoro che durerà molto tempo. La seconda leva che abbiamo utilizzato è una stretta sulla criminalità minorile, tutti i fatti di cui parliamo vedono protagonisti dei minori. E le norme che abbiamo approvato sono frutto di una interlocuzione avviata con la visita a Caivano».

COSA CONTIENE IL DECRETO «Repressione dei crimini e percorso rieducativo», ha detto il Ministro della Giustizia Nordio «agendo anche sui genitori ove risiede molto spesso nella scarsità di senso civico la radice dei problemi». È previsto che nei casi di associazione a delinquere che coinvolgono un minore, anche solo come vittima della situazione, il pm può segnalare la situazione di disagio per interventi nei confronti dei genitori arrivando alla perdita della capacità genitoriale. Rafforzate le sanzioni contro i genitori che abbandonano i figli, togliendoli dalla scuola dell'obbligo. Oggi da sanzione si passa al reato. Viene confermato l'abbassamento da 9 a 6 anni della soglia di pena per cui applicare la custodia cautelare a cui viene unita anche la condizione del pericolo di fuga, che prima non esisteva. Nessun intervento sull'età della responsabilità penale che resta a 14. «È contrario all'utilità ed all'etica» ha detto Nordio. Per chi maggiorenne che si trova a scontare la pena in un carcere minorile con presupposti, comportamenti e reati gravissimi verso i minori, è previsto il trasferimento in un carcere ordinario. Sarà il magistrato di sorveglianza la decisione caso per caso. Il Daspo urbano viene esteso dai 18 ai minori a partire dai 14 anni. Niente stop ai siti porno per i minori La Ministra Roccella ha chiesto ai produttori di telefoni che «inseriscano parental control gratuito». Il porno online "produce danni alla salute perché crea dipendenza e l'età di primo accesso a questi siti è ormai di 6-7 anni. Vogliamo sollecitare e sostenere la responsabilità educativa della famiglia, implementando il parental control. Ci sono app che però non sono usate. Vogliamo che in prospettiva il parental control sia offerto gratuitamente in tutti i device, con un'icona immediatamente riconoscibile. Diamo tempo ai produttori di inserirla", ha detto il ministro.

Per quanto riguarda Caivano per prima cosa verrà ripristinato il famoso centro sportivo, una volta luogo di aggregazione, ora discarica nelle mani della criminalità. FAbio Ciciliano è stato nominato Commissario alla riqualificazione di Caivano

Don Patriciello: «Grazie a Meloni e no al buonismo. Chi fa reati gravi a 17 anni è già scafato». Storia di Simona Brandolini su Il Corriere della Sera giovedì 7 settembre 2023.

«Fino a una settimana fa non c’erano né i 30 milioni di euro per Caivano, né il commissario, nulla, niente di niente. Quindi per ora siamo contenti». Eppure don Maurizio Patriciello, sacerdote del Parco Verde di Caivano ha un rammarico: «Non c’è la stretta sull’accesso ai siti porno per i minori. Un vero peccato, mi addolora. Ma ci devono arrivare».

La premier Giorgia Meloni ha spiegato che è materia tecnicamente complessa. «Non lo metto in dubbio, ma dobbiamo aiutare questi bambini. Non possiamo lasciarli soli con i telefonini in mano. È una priorità. Mi rendo conto che io sono solo un piccolo prete di periferia, ma diceva lo scrittore Corrado Alvaro: a domande vere bisogna dare risposte vere. Io dico: a domande complesse bisogna dare risposte complesse».

Arresto per i minori in flagranza, lavori utili, Daspo, multe e arresto per i genitori inadempienti, cosa pensa del decreto Caivano? «Accanto alle norme bisogna mantenere i piedi per terra e la voglia di andare incontro a questi bambini, di comprendere il disagio. Se mancano i genitori lo Stato se ne deve far carico con insegnanti, vigili, assistenti sociali. Ben vengano poliziotti e carabinieri e chi dice il contrario sbaglia. Ma non si può credere che siano la soluzione a tutto. Domani a Caivano torna il ministro dello Sport. Oggi gioiamo per quello che abbiamo ottenuto».

L’ex procuratore generale di Napoli, Luigi Riello, in un’intervista al Corriere ha detto: basta con il «buonismo deleterio». È d’accordo? «Ha ragione Riello e lo ringrazio. Buonismo significa stendere un velo pietoso sui problemi, chiudere gli occhi. I problemi si affrontano. Sono per una lettura vera della realtà. Ho sentito tante cose in questi giorni su Parco Verde, ma da chi non conosce a fondo la realtà. Dobbiamo calarci in questo disagio, talvolta è un grido di aiuto. Ma i poveri danno fastidio, diciamocelo, non abbiamo voglia di affrontarli. Non ci facciamo prossimo. Non li amiamo: queste persone si sentono ghettizzate, costrette in questi quartieri perché altrove non potrebbero andare. Una famiglia di Parco Verde non potrebbe andare via. Caliamoci senza buonismo, con la carità nella verità».

Altro tema molto delicato riguarda la soglia di imputabilità dei minori: la abbasserebbe? «È un dibattito aperto, ma delicato appunto: non servono slogan. Ho sempre pensato che bisognerebbe abbassare la maggiore età dinanzi a reati gravi come per esempio l’omicidio di Giovanbattista Cutolo: cioé a 17 anni sono uomini scafati. Per il resto sono anche questioni tecniche: sono convinto che servano pene certe, ma la repressione va accompagnata sempre dal sostegno alle famiglie, all’educazione, al lavoro».

Prima la visita di Giorgia Meloni, poi un blitz delle forze dell’ordine, ora un decreto. «Significa che il governo ha volto lo sguardo su questa realtà, vediamo come verrà realizzato. Caivano ha subito tanta ingiustizia, per questo oggi devo solo ringraziare Giorgia Meloni».

Estratto dell'articolo Valeria Costantini e Aldo Simoni per il “Corriere della Sera” giovedì 31 agosto 2023.

«Fuori i nomi». C’è persino un hashtag che gira sui social, un invito a dare la caccia ai ragazzi che hanno massacrato la capretta nell’agriturismo di Anagni, in provincia di Frosinone. Il clima a Fiuggi, città dove vivono i giovanissimi coinvolti, è molto teso. Troppa l’indignazione per quel video in cui l’animale viene ucciso durante una festa di compleanno: una serie di calci e, in sottofondo, le risate. 

Una violenza brutale e le grida di incitamento a colpirla riprese dagli smartphone e poi il video postato sui social. […]  Ed è proprio sul web che ora i ragazzi sono diventati bersagli, come anche nella città termale che conta appena diecimila persone. Tutti si conoscono. Non si parla d’altro e si è scatenata la caccia ai responsabili.

Insulti, accuse e minacce di morte sono rimbalzate nelle chat della località ciociara. Ore di paura e recriminazioni tra le famiglie coinvolte che adesso temono conseguenze – non solo giudiziarie – per i propri figli. «Ogni famiglia sta cercando di capire il grado di coinvolgimento dei ragazzi», dice preoccupato Alioska Baccarini, sindaco di Fiuggi, nonché avvocato. 

[…] In un canale social chiamato «non ci sono problemi», sono presenti proprio gli stessi giovani del video con l’uccisione della capretta che pubblicizzano le loro scorribande, mostrandosi mentre contano banconote da 50 euro o quando inseguono auto dei carabinieri.

«Eravamo ubriachi, non ci siamo resi conto di quello che stavamo facendo. Non pensavamo che l’animale morisse...». Hanno tentato di giustificarsi così i due ragazzi minorenni, indagati per i maltrattamenti dopo aver ucciso la capretta. I militari dell’Arma di Anagni stanno ascoltando diversi testimoni della cena di compleanno nell’agriturismo Sant’Isidoro di Anagni: il pm della procura per i minorenni di Roma Maria Teresa Leacche ha disposto verifiche sui titolari per l’eventuale somministrazione di alcolici ai minorenni. 

[…] 

«Noi eravamo al tavolo, non ci siamo accorti di nulla», ha detto Stefania Cinti, madre della 18enne festeggiata e comandante dei carabinieri forestali del vicino paese di Filettino. «Nessun genitore vorrebbe che accadesse una cosa simile, ma c’è un’inchiesta in corso quindi preferisco non entrare nel merito». Il papà della ragazza attacca: «Tutti bravi a criticare ma vedrete che la realtà è ben diversa e presto la conoscerete». […]

Capretta uccisa a calci: “Gogna pubblica per i colpevoli. Figli violenti di politici e poliziotti”. Animalisti in piazza con nome e foto dei 12 ragazzi. Marco Carta su La Repubblica il 2 settembre 2023. 

La duplice protesta attraverserà Anagni, dove si trova l’agriturismo e Fiuggi. “Per i reati sugli animali pene sono troppo basse”. Ma la scelta è estrema. L’attivista Rizzi: “Pronto ad assumermi tutte le conseguenze”. Sale a 12 il numero di denunciati, di cui 5 minorenni

“I responsabili meritano la gogna pubblica. Tutti devono sapere chi ha ucciso la capretta”. A Fiuggi - mentre sale a 12 il numero di denunciati, di cui 5 minorenni, per le violenze sulla bestiola - è arrivato il momento della vendetta e della giustizia fai da te. A prometterla sono gli animalisti che questo pomeriggio manifesteranno per sensibilizzare l’opinione pubblica.

È stata ribattezzata “Fuori i nomi” la duplice protesta che attraverserà prima Anagni, dove si trova l’agriturismo in cui domenica scorsa è stata uccisa la capra, e poi Fiuggi, città di origine dei giovanissimi protagonisti del massacro.

È qui che saranno esibiti cartelli con il nome e le foto di chi ha picchiato e ucciso l’animale durante una festa di compleanno.

Una scelta estrema, ai limiti della legalità, per la quale uno degli organizzatori della protesta, l’attivista Enrico Rizzi, è pronto ad assumersi tutte le conseguenze. “Per i reati sugli animali nessuno va in carcere perché le pene sono troppo basse. Dal momento che lo stato è assente vogliamo che tutti sappiano chi è il responsabile. Tu maltratti un animale e, visto che lo stato non ti punisce come si deve, è giusta la gogna pubblica. Tutti devono sapere il nome e il cognome”.

Il primo appuntamento è alle 17 in piazza Cavour ad Anagni. Poi è prevista una passeggiata a Fiuggi. La decisione di questa protesta, annunciata con anticipo, è anche quella di rompere il silenzio intorno alla vicenda.

“Soprattutto a Fiuggi ci siamo ritrovati di fronte un muro di omertà”, aggiunge Rizzi. Molti dei protagonisti, che hanno partecipato alla festa di 18 anni della figlia della comandante della Forestale di Filettino, il maresciallo Stefania Cinti, sono i figli della ‘Fiuggi bene’".

Tra gli oltre 50 invitati, infatti, c’era anche il figlio dell’assessora alle Politiche educative, servizi per l’infanzia, sport e giovani del Comune di Fiuggi, Laura Latini e il figlio di un altro dirigente comunale. Ma non solo.

Uno dei due minorenni denunciati dai carabinieri di Anagni alla procura dei minori per il reato di maltrattamento agli animali è figlio di un poliziotto. Mentre almeno 4 maggiorenni sono indagati per istigazione a commettere un reato. I carabinieri li hanno individuati interrogando i presenti e vagliando il video del massacro, che uno dei ragazzi ha diffuso su Instagram.

“Forza, colpitela!”. Nel filmato sono diverse le persone che incitano i protagonisti ad andare avanti. 

Nell’agriturismo Sant’Isidoro, dove è avvenuto il fatto, intanto regna ancora l’incredulità. Nessuno sa darsi una spiegazione di quello che è accaduto. Di certo tutti sono sicuri che la capra non fosse “già agonizzante”, come ha scritto in una lettera la madre di uno dei ragazzi che hanno partecipato alla festa.

L’area dove si vivono gli animali da cortile, come caprette e asinelli, è separata da quella in cui si trovavano gli ospiti. Il titolare della struttura, che ha sporto denuncia, ieri è stato ascoltato di nuovo dagli inquirenti per ricostruire meglio lo scenario della festa, a cui hanno partecipato più di 50 persone. Un diciottesimo come tanti, che si è concluso però in maniera drammatica.

“È stato un gesto inqualificabile e ignobile - commenta Daniele Natalia, sindaco di Anagni - l’idea più preoccupante è che una violenza del genere oggi è su un animale, ma domani potrebbe essere contro una persona. Bisogna fare una riflessione e aiutare queste nuove generazioni, che vivono in un mondo particolare. Siamo arrivati al punto che si fanno le cose solo per poi mostrarle in rete. Le nuove generazioni hanno bisogno di punti fermi, delle guide. Se un figlio arriva a fare certe cose il primo che si deve interrogare è il genitore”.

La "questione giovanile". Stupri a Caivano e Palermo: per salvare il Sud meno retorica e musei antimafia. Violenze, bullismo, aggressioni: la gioventù sotto il Garigliano risente di politiche educative fallimentari, di cui il giustizialismo è il perfetto simbolo. Alberto Cisterna su L'Unità il 29 Agosto 2023

C’è nei fatti orribili di Palermo e Caivano qualcosa che si colloca oltre l’evidenza di un rapporto sempre più malato e deteriorato tra adolescenza e sessualità. È chiaro che questa è la chiave di interpretazione più diretta, e anche più semplice, per comprendere l’aggressione in branco di vittime inermi.

Tuttavia la giungla dei social, l’affievolimento delle relazioni parentali (con genitori, talvolta, ancora più dispersi e disorientagli dei figli nella costruzione di stabili punti di riferimento emotivi e sentimentali) non può bastare per spiegare perché anche il Sud d’Italia sia sempre più di frequente attraversato da fenomeni di aggressione a sfondo sessuale da parte di gang di ragazzini alla ricerca di crude conferme delle proprie devianze educative. Il Mezzogiorno del paese, soprattutto le regioni un tempo largamente controllate dalla criminalità mafiosa, necessitano urgentemente di un potente intervento pubblico che prenda in esame proprio la formazione delle giovani generazioni, i loro destini educativi e lavorativi.

In gran parte la “questione giovanile” al Sud può dirsi archiviata e dichiarata fallita dal clamoroso, incessante esodo dei ragazzi verso i poli universitari e le sedi lavorative del Nord e, in modo massiccio, del resto d’Europa. Ad andar via da due decenni ormai sono i giovani di tutte le classi sociali, alla disperata ricerca di un futuro che al Sud promette solo assistenzialismo, clientelismo, redditi di cittadinanza e bassa qualità dell’istruzione e del lavoro.

È una sfida, ripetesi in gran parte persa e di cui sono un doloroso riscontro il crollo dei mercati immobiliari nelle città meridionali, la rarefazione delle iscrizioni universitarie disseminate (per ragioni clientelari) in un pulviscolo di micro facoltà con un numero di docenti sproporzionato rispetto a quello degli studenti, il fallimento dei bonus immobiliari che solo l’insipienza di un ceto politico accecato dal giustizialismo ha potuto dirottare verso gli immobili “regolari” dei ricchi potentati, anziché verso la bonifica delle tante Beirut dell’incompiute dell’abusivismo edilizio. Un territorio devastato in cui, per la prima volta, la cronaca giudiziaria è cronaca di giustizia minorile.

Una svolta probabilmente inattesa per fronteggiare la quale si assiste ancora alla riedizione della patetica politica di allontanare bambini e ragazzi dalle famiglie in odor di mafia, mentre nelle nuove banlieue, assediate dallo spaccio a tappeto delle droghe, le genie si contaminano, i rampolli dei boss bullizzano e violentano insieme ai figli del nuovo proletariato assistito e marginalizzato. Palermo e Caivano, come le risse di strada a Catania o a Reggio Calabria, gli scontri coltello alla mano nei vicoli di Bari o di Napoli ci consegnano un quadro imprevisto e in parte incontrollabile con gli strumenti oggi a disposizione dello Stato.

Avviata alla vittoria la battaglia contro le mafie – messe all’angolo da una repressione capillare e senza tregua – le istituzioni scoprono tragicamente che l’assistenzialismo demagogico ha solo inseminato e fatto da volano a una generazione di adolescenti e di ragazzi vocati alla violenza, disincantati verso la scuola, privi di fiducia per l’avvenire che predano la società e danno la caccia ai più deboli, spesso fragili coetanee, se non bambine. Come agnelli in mezzo ai lupi i più esili soccombono, scompaiono, fuggono quando possono, abbandonando le macerie di una società che ha smarrito ogni condiviso progetto sociale, ogni prospettiva di crescita collettiva per affidarsi a una primordiale legge della giungla.

I predatori si aggirano nelle strade, nelle scuole, nei bar abbandonati a sé stessi, capaci di commettere ogni genere di gesto violento, ogni tipo di sopraffazione. C’è l’urgenza di una profonda riconversione anche degli apparati di polizia e giudiziari dello Stato nel Mezzogiorno d’Italia. Commissioni parlamentari e regionali, comitati, associazioni e tutto il variegato mondo che si occupa (e solo talvolta si preoccupa) della condizione giovanile al Sud pongano attenzione al rafforzamento delle istituzioni incaricate di prevenire e anche reprimere le devianze giovanili e lo Stato (con il suo ormai vacillante e sbrindellato Pnrr) destini fondi veri a questo scopo.

Si lascino pure marcire i beni di mafia (simulacri di macerie di cui la società spesso non sa che farsi, con il rischio di alimentare il solito assistenzialismo antimafia di una certa politica che dispensa stipendi e sistemazioni per quieto vivere) e si destinino quei fondi al rafforzamento delle politiche educative e scolastiche al Sud. Il Mezzogiorno non ha bisogno di retorici musei delle mafie, ma di gesti concreti che tentino almeno di evitare un’ecatombe generazionale. Forse si sono strappati i figli alle grinfie insanguinate delle cosche per lasciarli soccombere nella disperazione delle gang.

Alberto Cisterna 29 Agosto 2023

Le Caivano d'Italia, periferie a rischio. Linda Di Benedetto su Panorama il 2 Settembre 2023

Non solo il quartiere napoletano finito nelle cronache per gli ultimi episodi. Ci sono tante zone nelle città italiane in cui lo Stato fatica a far rispettare le proprie leggi

In Italia non esiste solo Caivano. Lo stupro delle due cuginette balzato su tutti i Tg nazionali ha mostrato soltanto una delle tante periferie d’Italia lasciate in mano alla criminalità dove lo Stato sembra aver rinunciato ad entrare. Ghetti in cui sono costrette a vivere in condizioni estreme migliaia di persone, stipate in palazzoni senza servizi e dove a dettare legge è la criminalità che sì è sostituita allo Stato. Sacche di degrado che rappresentano il fallimento delle politiche abitative per le fasce più deboli, asserragliate in casa per sopravvivere, ad abusi, omicidi, montagne di rifiuti, scarsa igiene, assenza di trasporti, ma soprattutto alla paura di essere aggrediti o addirittura uccisi. Un mondo sospeso quello delle periferie “maledette” che ritroviamo in tutte le regioni italiane. Le Caivano d’Italia Partendo dal Sud uno dei quartieri più degradati è il Librino a Catania noto alle cronache per lo spaccio di stupefacenti ed il traffico di armi. Sempre in Sicilia un altro simbolo del degrado è il quartiere Zen di Palermo che ospita 16mila abitanti. Lo Zen è una vera e propria centrale di spaccio. A Reggio Calabria invece ad essere “famosi” per criminalità, prostituzione, furti, immondizia e spaccio di droga sono i quartieri di Arghillà nord e di Archi cep denominati ghetti “enclave della ndrangheta”. In Puglia la situazione non migliora e nel quartiere Candelaro a Foggia sparatorie, omicidi e spaccio sono all’ordine del giorno. Sono nel 2022 ci sono stati 12 omicidi in stile narcos messicani ma non c’è stato nessun clamore mediatico.

Mentre in Campania non sono più Scampia e Secondigliano a preoccupare ma il quartiere Ponticelli con continui agguati, vendette e l'uso frequente di bombe. A Ponticelli infatti non è raro assistere a deflagrazioni nella notte in più punti del quartiere che costringono i cittadini a vivere nella paura. Anche nella capitale la situazione è critica. In alcuni quartieri di Roma la criminalità ha preso il controllo del territorio e da mesi è in atto una guerra tra clan per aggiudicarsi le piazze di spaccio che ha causato già diversi morti. Tra i quartieri più tristemente noti c’è Corviale che ha al suo interno l’edificio del Serpentone, luogo simbolo dedicato alle attività della camorra e della criminalità organizzata romana. Altra zona critica è il quartiere di Tor Bella Monaca in cui è possibile trovare ogni tipo di droga e dove il prete anti spaccio Don Coluccia solo pochi giorni fa, stava per essere investito a causa del suo impegno contro la criminalità. In Lombardia, Quarto Oggiaro, nella periferia di Milano, è da sempre nota per essere la sede delle principali attività criminose del capoluogo lombardo. E negli anni, nonostante i vari sforzi fatti, la situazione non è mutata completamente e sembra che proprio in questa zona la vendita della metanfetamina sia ai suoi massimi livelli. In Piemonte alle Vallette c’è lo “sfortunato” quartiere di Torino epicentro della delinquenza giovanile e di tante situazioni sociali difficili, di disagio e povertà economica. Mentre in Liguria il quartiere Begato di Genova è stato ribattezzato come il “Quartiere dei morti ammazzati” con il record di avere 1.723 persone seguite dai servizi sociali.

Non solo Caivano. Dal Nord al Sud: ecco i fortini dei clan che devono cadere. Periferie di Palermo, Torino, Foggia e pure Aosta: le zone dove le forze dell'ordine non entrano sono note ma adesso si promette un giro di vite Il ruolo delle mafie, delle baby gang e dei trapper. Massimo Malpica l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

Dal Nord al Sud, da Est a Ovest. Non c'è solo Caivano tra le zone franche alle quali Giorgia Meloni ha dichiarato guerra. Ogni angolo del Bel Paese ha le sue piazze di spaccio, i suoi angoli dove fervono attività illecite alla luce del sole, le sue strade dove si muore ammazzati nonostante lo Stato. Su tutto, ovviamente, c'è spesso il cappello delle mafie italiane - sia quando giocano in casa sia quando proiettano i propri interessi in territori un tempo vergini, come prova la crescente presenza della ndrangheta in Valle d'Aosta e delle organizzazioni criminali straniere. Del tutto intenzionate a mantenere questi pezzi di Italia fuori dalla portata delle forze dell'ordine e della legge.

Luoghi dove tutto è gestito in proprio da chi si è assicurato il controllo del territorio. Come accade nella borgata di Ciaculli, periferia Sud-Est di Palermo, famosa per il suo pregiato mandarino tardivo. Qui lo Stato è assente, in tutti i sensi: un singolo autobus collega il quartiere alla città. La mafia invece qui è stata di casa da tempi remoti: è del 1963 la «strage di Ciaculli», quando un'Alfa Romeo Giulietta ripiena di tritolo esplose uccidendo sette carabinieri. Anche se ora la borgata ospita il «giardino della memoria», dedicato alle vittime di mafia, appena un anno fa un blitz antimafia ha rivelato che qui le cosche si occupavano di governare tutto: oltre a spacciare droga, infatti, vendevano mascherine (rubate) durante l'emergenza Covid, imponevano la propria intermediazione ben retribuita nelle compravendite immobiliari del quartiere, e rivendevano anche l'acqua agli agricoltori della Conca d'oro per irrigare i campi, naturalmente dopo averla rubata agli acquedotti pubblici.

Anche la «quarta mafia», la «società foggiana» in forte ascesa, sa controllare il «proprio» territorio. Se il capoluogo è insanguinato da anni dagli omicidi della guerra tra clan, le sue piazze di spaccio sono spesso inaccessibili e «invisibili» per lo Stato. Pochi mesi fa, solo il lavoro di due agenti sotto copertura ha permesso di scoprire le decine di locali blindatissimi dedicati allo smercio degli stupefacenti nella vicina San Severo. Dove la droga veniva venduta in quartieri dai nomi eloquenti come «Fort Apache» - anche in «coffee-shop» dove i clienti potevano consumarla in loco, senza alcun timore che le forze dell'ordine potessero interrompere la «festa». Che, ovviamente, continua indisturbata altrove. Il tutto per non citare i «ghetti dei migranti» nella Daunia, vittime del caporalato e stipati in queste baraccopoli dove, parola della Dia, «è persistente una situazione di diffusa illegalità, caratterizzata da una costante commissione di delitti di varia natura, talvolta di estrema gravità».

E non c'è solo il Sud, non c'è solo la mafia. Anche la Dia ha sollevato l'allarme per le baby gang, per i comportamenti criminali messi in atto da ragazzi che spesso imitano i comportamenti dei boss e agiscono convinti che il branco garantisca l'impunità, come anche la storia di Caivano conferma. Di zone così, però, ce ne sono ovunque. Anche a Nord, a Torino, Borgo Vittoria. Quartiere settentrionale segnato da risse, furti e appunto dalle violenze delle baby gang, che anche l'ultima relazione della Dia indica come particolarmente attive «in Lombardia e Piemonte». Qui abitano, in un gruppo di case popolari considerate «off limits» per la polizia, anche alcuni dei minori arrestati per aver lanciato, a gennaio scorso, una bici elettrica su Mauro Glorioso, ragazzo palermitano finito in coma per quell'aggressione, e che non hanno mai nemmeno chiesto scusa per il folle gesto.

Ma sono tanti altri i luoghi dove lo Stato è ancora assente. Se davvero non devono esistere zone franche, come dice la premier, in queste aree la legalità dovrà rimettere piede. Per fermare gli orrori e l'omertà di Caivano, ma anche le gang di salvadoregni, di aspiranti baby-camorristi, di trapper italiani, lo spaccio e gli agguati a colpi di pistola in pieno giorno, in Sicilia come in Brianza, e gli affari di una ndrangheta sempre più radicata in tutto il Paese.

Estratto dell'articolo di Cesare Giuzzi per il “Corriere della Sera” mercoledì 23 agosto 2023.  

Gli ultimi arrivati, moda dell’estate 2023, sono gli occhialoni da ciclista.

Lenti a specchio dai colori cangianti. D’inverno si passa al «balaclava», passamontagna leggero. L’abbinata però è sempre la stessa, con marsupio (rigorosamente a tracolla sul petto) o meglio ancora la sacoche , il borsello.

E poi scarpe Nike Tn squalo e in versione seral/estiva ciabattoni con rigoroso calzino a contrasto. La moda nasce dalla strada e oggi — dopo che anche Vogue s’è occupata del fenomeno «maranza» — molte griffe del lusso sfoggiano capi ispirati allo street style di questi ragazzi di prima e seconda generazione arrivati dal Nordafrica. 

Furti e pestaggi Loro sono giovani, giovanissimi, e rivendicano — migliaia i video sul social di riferimento TikTok — l’orgoglio maghrebino. Anche se a volte le loro vite raccontano storie di integrazione difficile. A Milano, come a Brescia e Torino, sono spesso l’incubo di negozianti, baristi e, soprattutto, ragazzini. Perché, anche se chi commette reati è solo una piccola minoranza, i maranza sono stati protagonisti di assalti, pestaggi e rapine a coetanei.

Tra i Navigli, corso Como e l’Arco della Pace, il novanta per cento delle aggressioni a giovanissimi è opera loro.

Nelle denunce la descrizione è sempre identica: un gruppo di ragazzini nordafricani che circonda la preda e, partendo dalla richiesta di una sigaretta, la colpisce con calci e pugni prima di scappare con cellulare, portafoglio o catenina. 

Molti degli arrestati in questi mesi da polizia e carabinieri, hanno esperienze di disagio alle spalle: piccoli furti, fughe dalle comunità, carcere minorile, famiglie disagiate. O solo un posto letto in condivisione nell’appartamento messo a disposizione da qualche lontano cugino. Non è un caso se solo il Comune di Milano ha in carico oltre 1.300 minori stranieri non accompagnati, l’ultima frontiera dell’immigrazione dal Mediterraneo. Dalle periferie Le compagnie sono miste: marocchini ed egiziani su tutti, ma anche tunisini e algerini. Alcuni hanno cittadinanza francese o spagnola, altri sono nati in Italia.

Ma non è raro trovare nel melting pot slavi, sudamericani anche ragazzi italiani. Tutti uniti dall’unica vera esperienza comune: la periferia. Quando dopo il Covid ci sono state mega risse e «rivolte» aizzate da trapper emergenti, la polizia ha guardato preoccupata ai venti che si levavano dalle periferie milanesi. Analisi e studi hanno concluso una sola cosa: zero collanti politici o religiosi, nessun rischio banlieue , ma un disagio sociale ed economico in forte crescita. 

Nel bene e nel male

Sull’etimologia del termine maranza ci sono scuole di pensiero diverse. I paninari degli anni Ottanta rivendicano la fusione tra «marocchino» e «zanza», piccolo ladruncolo in milanese. Il termine quindi è tutt’altro che nuovo e nasconde un certo razzismo. Loro però rivendicano con orgoglio l’essenza dell’essere maranza , nel bene e anche nel male (furti e rapine), tra video social con consigli d’abbigliamento, racconti di risse e balli sull’inno della generazione maranza : la canzone «Alicante» di Gambino, trapper magrebino di Marsiglia...

Estratto dell’articolo di Cesare Giuzzi per corriere.it lunedì 21 agosto 2023.

 I tavolini dei locali sono territorio esclusivo dei molti turisti agostani. Chissà se qualche ristoratore che ha scelto di abbassare la serranda anche qui si starà mordendo le mani? Non c’è la folla, ma neppure il deserto di certi anni fa. Sabato notte nella serata dei Navigli però i protagonisti (o meglio i sorvegliati speciali) sono altri. Gli autentici padroni, numericamente parlando, delle notti milanesi. Li chiamano (e si chiamano orgogliosamente) «Maranza». 

Il termine arriva, con un retrogusto un po’ razzista, dagli anni Ottanta milanesi: unione di marocchino e zanza. Non proprio un complimento. Ma oggi i maranza sono quello che la sociologia definisce una subcultura urbana. Di loro s’è occupata perfino Vogue, perché lo stile è arrivato fino alle passerelle con tute acetate e inguardabili marsupi e borselli a tracolla. 

Oggi basta aprire TikTok per vedere quanto il look di questi ragazzi from Nordafrica di prima, e soprattutto seconda generazione, abbia contagiato cantanti e influencer nostranissimi. Dai barbieri milanesi il taglio maranza — capelli cortissimi ai lati e riccioli di permanente in testa — è ormai una richiesta fissa. Non solo per gli originali.

Per molti ragazzini, però, il «maranza» si può trasformare nell’incubo numero uno di ogni uscita. In metropolitana, fuori dai locali, soprattutto lungo il tragitto di ritorno verso casa. 

A guardare i dati delle aggressioni e delle piccole rapine tra giovanissimi, i responsabili 90 volte su cento sono proprio loro. Reati molto «micro» ma che hanno un impatto fortissimo sulla percezione di sicurezza. Anche perché per molti l’essenza dell’essere maranza ha anche una deriva «criminale»: aggredire coetanei, fregare collanine e cellulari, oppure (in gruppo) picchiarli anche solo per sfida. 

Chi ha figli adolescenti è preoccupato, anche se guardando più in profondità spesso nelle compagnie di maranza non ci sono solo giovani nordafricani (marocchini ed egiziani su tutti) ma italiani, africani, sudamericani, slavi. Un melting pot che però ha un minimo comune denominatore: le periferie, contesti familiari turbolenti, a volte anche esperienze di comunità per minori o carcere. Non tutti, sia chiaro. Ma il fenomeno c’è, tanto da aver conquistato le prime pagine la scorsa estate con la mitologica presa di Peschiera del Garda dopo una chiamata alle armi via social.

Nonostante i trenta gradi molti indossano la tuta. Altri, di contro, girano a torso nudo. Mai soli, mai meno di cinque o sei. Qualcuno corre in monopattino lungo la Darsena. Non si capisce bene con quale direzione. Ciascuno la legge come vuole: movimenti frenetici di spacciatori di hashish o semplici ragazzate. L’hashish e l’erba sono un altro denominatore comune. In realtà vale per quasi tutti, non solo per i maranza. 

(…)

Non sono bande organizzate. Spesso i ragazzi fermati o arrestati sono «fluidi» nelle loro scorribande. Ci si unisce a compagnie sempre diverse. C’è chi rapina per sfida, chi per necessità. Diversi, specie i più giovani, sono appena arrivati a Milano dopo viaggi infiniti per mare e per terra. Minori non accompagnati che hanno cugini di quarto o quinto grado che si occupano solo di un posto per dormire.

La Darsena-maranza è in realtà la Darsena di quelli che restano a Milano, triste e malinconica. Ma è anche immagine del futuro della città. Di cui, nonostante accenti e devianze, questi temutissimi maranza sono figli legittimi. In attesa che la Milan col coeur in man si accorga anche di loro, oltre gli stereotipi.

Il branco la bullizza, lei lo denuncia, ma la Procura chiede l'archiviazione. È successo in una terza media di Latina, dove l'unica punizione inflitta agli stalker minorenni, promossi a pieni voti, è stato un 6 in condotta. Linda Marino il 2 Agosto 2023 su Il Giornale.

Un anno scolastico pari a un viaggio in un girone infernale. È quello che ha vissuto una giovane studentessa di una terza media di Latina, umiliata e derisa da tre compagni di classe fino allo scorso giugno, al termine delle lezioni. Alla fine, loro sono stati promossi a pieni voti. Ma non è tutto, perché lei li ha denunciati, ma la Procura dei Minori di Roma ha chiesto l’archiviazione, vista la giovane età dei ragazzini. I suoi coetanei, che l’avevano persino soprannominata “Ebola”, per prendersi gioco di lei avevano creato un gruppo Whatsapp dove proseguire con gli atti di derisione, con tanto di indicazioni sulle modalità per irriderla, quasi come se fosse una "challenge", una gara di quelle che le nuove generazioni intraprendono sui social.

Secondo le indagini, pare che ci fossero delle regole precise in questo gioco al massacro contro questa studentessa: bisognava passarle accanto senza toccarla, altrimenti si rischiava di uscire dal gruppo, oppure imitare il suo modo di camminare e gesticolare. “Suicidati, se muori non se ne accorge nessuno”. E ancora: “Se non hai amici, fatti una domanda”, oppure: “Per quanto sei grossa, non passi dalla porta”, questi sono solo alcuni dei messaggi scritti contro di lei in una chat che all’inizio era segreta e che a un certo punto è stata condivisa con la stessa “vittima”.

La giovane studentessa sarebbe diventata oggetto di scherno per il suo aspetto fisico, una situazione difficile da sopportare, che l’avrebbe portata a isolarsi sempre di più e a considerare la scuola un inferno, un luogo ostile nel quale voleva trascorrere meno tempo possibile. Per evitare di incontrare quei bulli che le stavano rendendo la vita sempre più difficile, la studentessa tendeva a isolarsi o a entrare spesso in ritardo a scuola. Poi, un giorno, sopraffatta dal dolore, ha trovato il coraggio di raccontare tutto a sua madre che, a quel punto, ha sporto denuncia per istigazione al suicidio e stalking.

Nonostante un anno scolastico difficile, la giovane studentessa non ha perso la tenacia e ha portato a termine il corso di studi, riuscendo a superare gli esami con una media vicina al 10. Intanto, pare che nessuno le abbia ancora chiesto scusa. I suoi bulli non hanno ricevuto pesanti sanzioni: hanno ottenuto la promozione, alcuni anche con ottimi voti, e l’unica punizione è stato il 6 in condotta.

L'inchiesta giudiziaria rischia di concludersi con un'archiviazione, vista la giovane età dei ragazzi, tutti sotto i 14 anni e dunque non imputabili. La mamma della ragazzina non si arrende, tant’è che ha intrapreso una seconda via, quella della "giustizia riparativa", che consiste nel richiedere per i bulli il coinvolgimento in percorsi rieducativi di volontariato, basati sui valori della correttezza e del rispetto. Alternativa, quest’ultima, rifiutata a priori dai genitori dei ragazzi indagati, alcuni dei quali si sarebbero giustificati dicendo che per loro era solo un "gioco". Dopo la richiesta d'archiviazione della Procura dei Minori di Roma, adesso si attende che si pronunci il Gip.

Le ragioni dell'adolescenza violenta. Cristina Brasi su Panorama il 31 Maggio 2023

Il 16 enne che ha accoltellato la sua professoressa a scuola è solo l'ultimo episodio di una lunga lista di fatti dietro i quali ci sono spiegazioni sociali e non solo

La sensazione comune è quella che vi sia un crescendo di comportamenti aggressivi, fortemente disturbanti o violenti ad opera di adolescenti. In realtà condotte prepotenti e impetuose sono sempre state presenti, quanto è cambiato concerne le modalità con cui questi agiti si manifestano e, soprattutto, come questi vengono percepiti dal contesto sociale. Si pensi semplicemente alla lotta o al gioco della guerra, modalità che consentono al bambino l’acquisizione di abilità sociali anche più complesse affini all’ordine morale, quali il bene e il male, il rispetto reciproco o di ordine puramente collettivo, quali il riconoscimento dell’ordine gerarchico e il rispetto dei ruoli. Tali modalità di gioco, in grado di consentire anche uno scarico dell’aggressività e la possibilità di un confronto tra pari, vengono percepite dal contesto sociale come condotte di natura violenta, quando in realtà sono momenti di coeducazione, di scambio reciproco e di negoziazione di significati tra pari. I giochi di combattimento svolgono un ruolo importante nella formazione del bambino, consentendogli di mettersi alla prova, attraverso la finzione, in esperienze di confronto, di socialità, di gestione regolata dell'aggressività. Limitarsi a inibire questi giochi, ritenendoli semplicemente violenti non è una buona azione educativa. Il problema dell'aggressività infantile non è transitorio, il suo sviluppo appare relativamente stabile, non casuale e continuo nel tempo. Considerare tali comportamenti inaccettabili o da correggere immediatamente, può recare danno allo sviluppo sociale del bambino.

La situazione si aggrava se si pensa alla sempre più frequente esposizione dei bambini alla violenza passiva e alla impossibilità di poter gestire in modo diretto l'aggressività, così come avviene nel gioco motorio. Il gioco è per sua natura educante, in tutte le sue forme simboliche, drammatiche, individuali, costruttive, scientifiche e assume una valenza pedagogica determinante nel processo di sviluppo del bambino. Togliendo anche parte di queste possibilità si nega al bambino la possibilità di acquisire competenze sociali in ordine alle competenze che riguardano il proprio grado di sviluppo cognitivo ed emotivo. I bambini non possiedono un adeguato linguaggio simbolico ed emotivo, è proprio l’attività del gioco a consentirgli un confronto con la realtà immaginaria conservando una relazione con la vera realtà, ma consentendogli contemporaneamente di distaccarsi dalla prima. Il gioco è un autentico spazio potenziale utile non solo allo sviluppo psicologico, ma anche a quello emotivo e conoscitivo, a partire dall’intelligenza creativa, ovvero la capacità di inventare, produrre eventi e risolvere i problemi. Il gioco è quindi uno spazio che offre al bambino infinite possibilità per la formazione della sua personalità. Il diniego dinnanzi a determinate condotte ludiche, perché erroneamente associate dall’adulto contemporaneo alla violenza, non farà altro che portare ad un aumento della rabbia che verrà espressa a livello verbale. Nel bambino però la competenza verbale, intesa come la padronanza dei registri comunicativi corretti, è in fase di acquisizione, per cui ciò porterà inevitabilmente ad un aumento della rabbia, in quanto sarà costretto ad utilizzare un canale non adeguato che lo farà percepire come inadeguato. Tutto ciò va ad inserirsi in un contesto educativo e sociale del tutto particolare, basato sul soddisfacimento immediato dei bisogni individuali e sempre meno collettivi, in un surplus di beni di facile accesso e in cui i genitori non sono in grado di tollerare la frustrazione dei propri figli. Molto genitori, difatti, non accettano liberamente le manifestazioni emotive dei propri figli senza intervenire e senza offrire loro indicazioni di comportamento. Sono permissivi e non pongono regole nella convinzione sbagliata che i bambini debbano crescere liberi da qualsiasi vincolo. Questi bambini cresceranno con un fragilissimo senso di onnipotenza che andrà in frantumi alle prime difficoltà, con il risultato di trasformarsi in un profondo e diffuso senso di angoscia e di inadeguatezza. L’accesso a un surplus di beni materiali concorre alla formazione di un Sé grandioso che poco riesce a mediare con le asperità del quotidiano. L’avere tutto e subito non consente di sviluppare il desiderio, di tollerare l’attesa, di progettarsi nel futuro, di darsi obiettivi e di trovare soluzioni anche creative per il raggiungimento degli stessi. La tendenza che andrà a svilupparsi sarà quella del consumo scevro da emozioni, con la conseguenza di far sentire i figli da una parte padroni del mondo e, dall’altra, di essere anestetizzati a causa del bombardamento sensoriale che va ad inibire il processo di rielaborazione delle informazioni. Questi bambini si sentiranno pertanto vincolati dal tutto e subito correndo il rischio di divenire dei piccoli narcisisti fragilissimi, incapaci di assaporare la gioia delle cose e ancor più incapaci di tollerare la frustrazione della perdita e del conflitto. I figli, per costruirsi un’identità integra, necessitano di imparare a conoscere, riconoscere, gestire e modulare i propri stati emotivi. Senza questa decodifica rimarranno in balia di quanto provato, ma, al contempo, saranno anche spinti alla realizzazione immediata. Il problema non concerne quindi solo l’avere troppo, con conseguenze importanti anche sull’impossibilità di sviluppare capacità decisionali, ma quanto è pregnante è che essi sentono poco. I figli sentono poco il limite della gratificazione, la validità di una relazione significativa e la forza di un buon contenimento affettivo ed emozionale. Se non si abituano i bambini all’attesa non si consente loro di affrontare le frustrazioni e di trovare degli strumenti per gestirla. Se non permettiamo loro di stare da soli senza sentirsi soli, imparando ad utilizzare la creatività per sopperire alla noia, il rischio sarà quello di avere degli adolescenti non in grado di sopportare anche le più piccole sensazioni disturbanti. L’effetto sarà quello di dar luogo a quei comportamenti violenti indicati in apertura. Nell’aggressione i giovani tentano di percepire un’identità con la sopraffazione dell’altro, nel tentativo di modulare le proprie risposte emotive senza riuscirci. Attraverso l’atto violento tentano di attenuare il sospetto della rappresentazione di un Sé percepito come inadeguato e che si vergogna dei propri limiti e delle proprie paure. Un comune denominatore della rabbia adolescenziale è rappresentato dal forte bisogno di esprimere e comunicare dolore, sofferenza, angoscia, paura dell’abbandono. Spesso non si sentono capiti e questo non fa altro che rafforzare la convinzione di inadeguatezza e la conseguente paura a cui, in difesa, si risponde con rabbia ed agiti anche di natura violenta.

Estratto da leggo.it il 17 aprile 2023.

Si chiama "Sex roulette" l'ultima moda dei giovanissimi sui social. Stavolta l'obiettivo di ragazzi e ragazze che si cimentano nella folle sfida è provare a non incappare in una gravidanza, facendo sesso senza protezioni e contraccettivi. 

Nessuno però ha intenzione di tenere i bambini, la vicenda si conclude con un aborto. Su questi episodi sta indagando la procura di Brescia, dipartimento soggetti deboli, che ha competenza distrettuale anche sulle province di Bergamo, Cremona e Mantova, riporta BresciaToday. […]

Estratto dell’articolo di Sarah Martinenghi per repubblica.it il 9 aprile 2023.

L’hanno chiusa in camera durante l’ultimo litigio, le hanno legato mani e piedi con un foulard impedendole di uscire dopo che lei ha disubbidito per l’ennesima volta, tornando a casa, a 14 anni, troppo tardi la sera. La ragazzina urlava, piangeva, si disperava. La scena che la polizia si era trovata davanti, entrando in un appartamento nel quartiere Aurora a Torino il 1 aprile, sembrava lasciar spazio a pochi dubbi, tanto che i due genitori, di origine marocchina erano stati arrestati con l’accusa della pm Lisa Bergamasco di maltrattamento e persino di sequestro di persona.

 Ma all’udienza di convalida è emersa una realtà molto più complessa che ha portato il giudice a scarcerare immediatamente la coppia che avrebbe, pur sbagliando nei modi, solamente tentato di arginare i comportamenti difficili di una figlia adolescente parecchio ribelle. Pochi giorni prima la ragazzina era stata arrestata per aver partecipato in gruppo alla rapina di un coetaneo.

Pur non avendo compiuto atti violenti, si trattava di un fatto che aveva preoccupato i genitori che avevano cercato di limitare le possibilità che la figlia si mettesse nei guai, frequentando cattive compagnie. […] lei avrebbe preteso una libertà di spostamenti e orari, saltando la scuola, rientrando anche a tarda sera. Arrivando a insulti e botte, ma reciproci.

 Fondamentali sono state infatti le immagini mostrate al giudice […] In un caso infatti aveva spaccato gli occhiali alla madre, in un video la si vedeva afferrare un coltello in cucina e minacciare i genitori. Anche il fratello aveva detto: «Da novembre 2022 lei non ascolta i miei genitori, non li rispetta, non ubbidisce, non collabora in casa[…]». Più volte era stata la ragazzina stessa a chiamare la polizia e aveva anche infranto vetri e rotto le porte di casa. […]

Per il giudice «si tratta di una minore problematica che rivendica anche con violenza un grado di libertà e autonomia che appare mal conciliarsi con i suoi appena 14 anni». Metodi «inadeguati ma correttivi»: per qualsiasi genitore, infatti, il reato di rapina contestato sarebbe stato «un serio allarme rispetto agli amici frequentati dalla figlia» e se l’hanno legata è stato solo «per arginare una figlia furiosa e fuori controllo».

La giovane trasferita in una comunità. Figlia ribelle legata al letto, genitori scarcerati: “Volevano educarla, rivendica autonomia ma ha 14 anni”. Redazione su Il Riformista il 9 Aprile 2023

Per punire ed evitare che la figlia 14enne uscisse di casa, l’avevano legata mani e pedi al letto con un foulard, chiudendo anche la porta di casa a chiave per non farla uscire. Una storia raccapricciante quella scoperta dalla polizia a Torino, allertata dai vicini di casa della famiglia di nazionalità marocchina, preoccupati dalle urla provenienti dall’abitazione.

La giovane presentava sul corpo anche lividi e per i genitori è scattato il fermo con l’accusa di maltrattamento e sequestro di persona. Ma, così come riporta il Corriere.it, il fermo non è stato convalidato in arresto dal Gip del Tribunale di Torino perché per il giudice il comportamento dei due genitori ravvisava comunque un intento educativo seppur manifestato in modo sbagliato.

Un gesto estremo dettato, secondo i genitori, da una situazione diventata ingestibile. La ragazza infatti si era ribellata e aveva dato in escandescenza rompendo oggetti e urlando violentemente contro la madre e il padre. L’avvocato che li difende ha fatto riferimento a un’adolescente che esigeva livelli di autonomia e libertà incompatibili con l’età: poca scuola, frequentazioni con ragazzi accusati di rapina, nessun rispetto degli orari indicati da genitori per il ritorno a casa la sera.

Sei un uomo di me…”, rispose in un’occasione la 14enne rivolgendosi al padre. E poi: “Mi fai schifo, spero tu muoia“. Fino all’ultima sfuriata, quella dell’1 aprile scorso, quando i genitori si oppongono alla volontà della figlia di uscire, lei reagisce: “Va bene, Vediamo”. Il battibecco degenera al punto che la 14enne viene rinchiusa in camera da letto.

Ogni volta che nasceva una discussione, la figlia reagiva spaccando mobili o altri oggetti presenti in casa e insultando la madre e il padre. Il pm aveva chiesto lo stesso di mantenere in carcere la coppia ma il gip non ha convalidato l’arresto e i due sono stati scarcerati.

Per quanto il compendio d’indagine evidenzi dati apparentemente allarmanti – si legge nell’ordinanza del Gip -pare nondimeno che il contesto di riferimento sia quello di una minore significativamente problematica, anzitutto rivendicante, anche con violenza, un grado di libertà e autonomia che appare mal conciliarsi con gli appena 14 anni della stessa”. E poi: “Risulta evidente, alla base dei fatti di percosse, una finalità di natura correttiva, per quanto scorrettamente manifestatasi”. In sintesi, il giudice contesta il metodo educativo ma “assolve” il genitori.

Genitori che restano indagati mentre la ragazzina è stata allontanata da casa e trasferita in una comunità. “Non voglio tornare dai i miei genitori, – ha spiegato – perché se torno mi chiuderanno in casa e mi faranno andare solo a scuola accompagnandomi e rivenendomi a prendere”. La famiglia verrà seguita dai servizi sociali.

Estratto dell’articolo di Flavia Amabile per “la Stampa” il 15 marzo 2023.

«Non bisogna meravigliarsi se ragazzine appena entrate nell'adolescenza uccidono a coltellate una loro coetanea», avverte Paolo Crepet. «[…] si diventa grandi molto più rapidamente e […] violenti molto più rapidamente», […] «[…] Episodi di violenza di ragazzini ci sono stati lo scorso fine settimana a Napoli e da tempo si ripetono in varie città d'Italia. […] Le età sono cambiate e ancora non s e n'è accorto nessuno. I dodicenni attuali sono i sedicenni di trent'anni fa».

 Da che cosa dipende?

«Il problema è che sembra che nessuno abbia difficoltà a lasciare che a 12 anni escano, bevano, abbiano accesso alle droghe o a qualsiasi social. Ci fa comodo che i ragazzi vivano, comprino, consumino sempre prima. Adesso non si può più definire bambina una ragazza di 13 anni. C'è un padre o una madre in Italia che griderebbe allo scandalo se a 13 anni delle ragazze fanno sesso?»

Beh, direi di sì. Non mi sembra che i genitori siano felici se a 13 anni i figli fanno sesso.

«Non credo. Basta andare a vedere i simboli sessuali esteriori, come si pongono a quell'età sui social. […] Oppure vogliamo parlare delle baby gang? Quando non ci sono regole non si può poi dire siamo andati oltre. […]».

 […] «[…] l'infantilizzazione dei figli è dovuta all'infantilizzazione precoce dei genitori. Se a 40 anni ci si comporta come dei sedicenni non si può sperare che i figli vengano su bene. In questo caso non sto parlando del delitto ma del processo a monte».

Dunque figli diventano adolescenti troppo rapidamente e i genitori restano adolescenti?

«Esatto. Abbiamo una regressione dei genitori e una indisponibilità a crescere. Alla fine restano tutti ragazzini e ciò crea degli alibi molto comodi. Se ho 40 anni ma penso di averne 20 posso anche non dare delle regole, non dire i no che servirebbero se, per esempio, i miei figli bevono alcolici. C'è una deresponsabilizzazione in atto, è il frutto dell'idea di una società senza dolore, di genitori incapaci di dire di no ai figli per evitare pianti, liti. I figli crescono in una sorta di anestesia, senza dolore e senza regole». […] «[…] L'educazione non è democratica, sono i genitori che comandano. […]».

Il mondo nascosto della delinquenza giovanile femminile. Andrea Soglio e Cristina Brasi su Panorama il 15 Marzo 2023.

Dalla Germania all'Italia la cronaca ci sbatte in faccia una realtà che poco conosciamo, ma le cui dimensioni meriterebbero ben altra attenzione e considerazione.

Il corpo di una dodicenne scomparsa sabato 11 marzo è stato ritrovato a Freudenberg, in Germania. Ad ucciderla, con numerose coltellate, sarebbero state due ragazze di 12 e 13 anni. Il 25 febbraio, a Castelberforte una tredicenne era stata picchiata e colpita a forbiciate da due coetanee compagne di classe. Abbiamo chiesto alla nostra profiler, la dottoressa Cristina Brasi, di analizzare il fenomeno della delinquenza giovanile femminile. Il fenomeno è molto complesso ed è ancora oggetto di studio. Non vi è ancora una spiegazione dello stesso in quanto, l’incremento di tale tipologia di delinquenza, è di epoca recente. Per comprendere quanto sta accadendo è necessario partire dall’analisi del “gender gap” , ossia la differenza tra il numero di reati commessi dagli uomini e dalle donne, dal concetto di “generalizzabilità” , ovvero la possibilità, o meno, di utilizzare le stesse spiegazioni criminologiche per gli uomini e per le donne e, infine, dalla differenza nella tipologia di reati commessa dai maschie dalle femmine. Le ricerche a riguardo sono state condotte prevalentemente negli Stati Uniti, e si dividono principalmente in due filoni. Una corrente minoritaria riterrebbe che sia in corso un cambiamento negli stili di vita e comportamentali delle donne che le renderebbe più propense al crimine. Questa teoria si articolerebbe in due ulteriori varianti, una che vedrebbe le donne più libere, emancipate, assertive e propense all’aggressività e l’altra che riterrebbe che il cambiamento nel comportamento delle donne sia dovuto a un maggior numero di conflitti e difficoltà, oltre che a una femminilizzazione della povertà, che farebbero sfociare i comportamenti nella devianza. La seconda corrente riterrebbe che la donna sia semplicemente più spesso vittima di maggiori controlli da parte delle forze dell’ordine, ipotesi del “net widening enforcement”. Questo concetto è stato introdotto in criminologia a partire dagli anni ‘80 quando ci si accorse che il ricorso alle misure alternative alla detenzione non aveva comportato una riduzione degli accessi al carcere, al contrario aveva dato luogo a un’espansione del sistema di vigilanza, di controllo e di sanzionamento che si sarebbero concentrati in particolare su crimini minori. In questo modo si sarebbe intercettato un maggior numero di persone di sesso femminile. In parallelo, si colloca la prospettiva di coloro che imputerebbero la riduzione del “gender gap” al cambiamento della criminalità maschile, cioè alla sua riduzione, fenomeno che porta il nome di “ameliorative perspective”. Quanto rilevo però di maggior interesse sarebbe il fatto che, studi recenti, indicherebbero la mancanza di una specificità femminile nel comportamento criminale, soprattutto se osservata con riferimento alla storia di vita e alle esperienze di vittimizzazione. In altri termini, le donne che commettono reati non apparirebbero più traumatizzate o svantaggiate. I fattori di rischio alla base della condotta deviante sarebbero gli stessi che, a partire da differenti prospettive, vengono individuati per gli uomini, vale a dire basso autocontrollo, modelli genitoriali carenti, svantaggi economici, delinquenza dei coetanei. I dati più attendibili relativi alla delinquenza giovanile emergerebbero dell’indagine ISRD3 (International Self Report Deliquency 3) sulla delinquenza autoriferita condotta in 26 Paesi dal 2012 al 2016 che ha rilevato il numero e la tipologia di condotte devianti affidandosi direttamente alle dichiarazioni dei giovani coinvolti. Ciò avrebbe consentito di accedere a informazioni importanti non gravate dalle distorsioni legate alle fonti secondarie, quali ad esempio il numero di denunce o gli arresti. Dai risultati presentati emergerebbe che la delinquenza giovanile sarebbe ancora caratterizzata dalla differenza di genere, più intensa nelle forme più gravi di coinvolgimento nei comportamenti devianti. Si confermerebbe tuttavia la riduzione nel corso degli ultimi anni di tale differenza, che andrebbe imputata più alla diminuzione dei comportamenti devianti maschili che all’aumento di quelli femminili; non sarebbe quindi in corso una sorta di “maschilizzazione” delle ragazze, piuttosto, al contrario, il comportamento maschile tenderebbe ad avvicinarsi maggiormente a quello femminile per quanto riguarda la devianza e il crimine.

Perché in Italia quando si parla di baby gang lo si fa spesso a sproposito. Ci sono gruppi strutturati come clan con leader e fini economici. Ma anche gruppi fluidi caratterizzati da disagio e rivalsa. Uno studio dell’Istituto di scienze forensi a Milano spiega le enormi differenze tra i fenomeni. Massimiliano Carrà ed Edoardo Prallini su L'Espresso il 12 Maggio 2023. 

Una realtà a due facce dove accanto a vere gang organizzate sul modello dei clan giovanili delle altre metropoli internazionali emerge un fenomeno diverso e più sfumato, definito bullismo da strada. È la fotografia aggiornata dell’universo, sbrigativamente liquidato dai media sotto l’onnicomprensivo cappello di “baby-gang”, della realtà minorile milanese scattata dall’Istituto di scienze forensi nel lavoro “Criminalità minorile, non solo baby gang. Analisi del fenomeno dello street bullying” nell’area metropolitana di Milano. L’Espresso ha potuto consultarla in anteprima. La ricerca evidenzia il fenomeno emergente dello street bullying. In qualche modo più fluido e per questo sfuggente e non meno insidioso delle baby gang vere e proprie.

I sodalizi organizzati, strutturati, hanno infatti caratteristiche precise: tre o più membri con un’età compresa tra i 12, sporadicamente anche al di sotto di questa soglia, e i 24 anni, un nome, simboli d’identificazione, dal modo di comunicare e di vestire. E soprattutto un leader oltre che un territorio da marcare e controllare, in rapporto ad attività delinquenziali che producono vantaggi economici. Elementi identificativi di un fenomeno che non si ritrovano nello street bullying, verso il quale la devianza può non corrispondere a quella normata dal codice penale.

Qui si tratta di gruppi di ragazzi che hanno come unico scopo quello di affermare la propria autorità attraverso la prepotenza, l’arroganza e a volte la violenza, senza alcun fine economico e senza un’organizzazione criminale alle spalle.

Distinguere è fondamentale: «Si rischia altrimenti di considerare tutti i comportamenti devianti, alcuni tipici tra gli adolescenti, come la provocazione nei confronti degli adulti o il poco rispetto verso l’autorità dei genitori o dell’insegnante, come necessariamente delinquenziali», spiega Hillary Di Lernia, responsabile del Centro di ricerca dell’Istituto di scienze forensi. In fenomeni come questi l’aspetto criminale è meno marcato e non ci sono le dinamiche da gruppo consolidato: «Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, ad agire sono gruppi fluidi, senza un leader e soprattutto senza alcun obiettivo economico», spiega Di Lernia.

In soccorso dell’analisi arrivano, del resto, anche i dati dell’ultima ricerca del 2022 del dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità. Smentiscono l’aumento di reati compiuti dai giovani. L’ultima ricerca del 2023 del dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità smentisce l’aumento di reati. Il numero di minorenni e giovani adulti in carico agli uffici di servizio sociale dal 2007 al 2022 è pressoché stabile (addirittura nel 2016 erano più dei 21.551 registrati nel 2022). Ciò non significa che non esista un problema sociale o che non esistano baby gang in Italia, bensì che la percezione del problema, a fronte di un allarme sociale indiscriminato, debba essere trattata in modo diverso. Conoscere, insomma, per comprendere e, se è possibile, intervenire in modo adeguato.

Durata complessivamente un anno – da aprile 2022 ad aprile 2023 – la ricerca condotta dal team dell’Istituto si è concentrata esclusivamente su Milano. Un territorio che nel 2022, secondo quanto evidenziato da uno studio de Il Sole 24 Ore realizzato sulla base dei dati forniti dal dipartimento di Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno, è primo in Italia per criminalità, con quasi seimila reati ogni 100 mila abitanti. La ricerca ha indagato sul campo la situazione nelle nove circoscrizioni in cui è diviso il comune. Nel quadro restituito spicca la presenza di un gruppo in particolare, che sembra incarnare tutte le caratteristiche di una baby gang. Gli investigatori dei carabinieri del comando provinciale della città la identificano con il nome di Barrio Banlieue.

Composta da gruppi misti di ragazzi e ragazze, per la maggior parte provenienti da famiglie di migranti di cui sono la seconda generazione, con un’età media che oscilla tra i 15 e i 22 anni, con alcuni esponenti in età preadolescenziale (al di sotto dei 10 anni), la Barrio Banlieue controlla e opera in Zona 1, quella più centrale di Milano, esattamente nel punto nevralgico della città: il Duomo. La sua base si trova in Piazza dei Mercanti, già conosciuta per diversi episodi violenti di accoltellamenti e rapine per mano di giovani, oppure per la maxi-rissa che si è verificata tra 50 ragazzini nel giugno del 2021.

«A differenza di tutti gli altri gruppi di giovani che compiono atti criminali nelle diverse zone di Milano, la Barrio Banlieue incarna tutte le caratteristiche di una baby gang. Fin dai primi appostamenti, infatti, abbiamo potuto notare il coinvolgimento di adulti di oltre 30 anni, la presenza di un sistema piramidale e quindi di un leader, e soprattutto il fine economico, attraverso la redistribuzione del giro d’affari creato con la merce rubata e la vendita di droghe, che avviene sia all’esterno sia all’interno della fermata della metro Duomo», spiegano i ricercatori.

Ma non è tutto. Oltre a essere molto attenti a ciò che li circonda e a situazioni sospette nell’ambiente nella loro zona di azione, la Barrio Banlieue sembra tenere sotto controllo gli ingressi dell’entrata secondaria di una nota catena di fast food, proprio in piazza dei Mercanti. «Dopo aver visto che molti di loro stazionavano all’interno, abbiamo provato a entrare da quell’ingresso. Ma è accaduto qualcosa di strano: il bodyguard ci ha guardati e ci ha detto: non vi ho mai visto, incoraggiandoci a non entrare. Inoltre, una volta finiti gli appostamenti, siamo stati pedinati per una parte del nostro tragitto», racconta Di Lernia.

Se la Barrio Banlieu risulta una delle baby gang presenti a Milano, contestualmente sono diversi i gruppi di giovani ragazzi che acuiscono il fenomeno del bullismo da strada. Tra le zone più calde ci sono San Siro – un quartiere dalle due facce – Calvairate, Corvetto, Quarto Oggiaro, NoLo, Giambellino e Lorenteggio. Quelle zone in cui, come evidenzia la stessa ricerca, si riscontra una forte presenza di abitazioni Aler e di case occupate. In due parole, povertà e disagio sociale. «La precarietà delle condizioni abitative spinge i più giovani a cercare un luogo dove possa instaurarsi la socializzazione con i coetanei. E dato che ciò non può avvenire all’interno delle mura domestiche, la strada, o meglio il quartiere, assume una funzione formativa», sottolinea Di Lernia. A tal punto da incarnare un tratto distintivo, “familiare” con il quale identificarsi. Basti pensare che spesso i gruppi prendono il nome dal proprio quartiere di riferimento, della via, oppure ancora dal cap. Come nel caso di Z4, il gruppo di via Zamagna, una delle vie del quartiere San Siro considerate più problematiche. Per compiere atti criminali, i componenti decidono però di spostarsi al di fuori del proprio quartiere. Anche di poco, soprattutto dal momento che le criticità e il disagio «si scontrano quotidianamente con le condizioni di benessere e agio delle vie limitrofe».

È proprio la rabbia sociale, infatti, a guidare le azioni di questi gruppi. Una rabbia dettata «dall’eccessiva ricchezza circostante, da un senso di ingiustizia sociale» e che si scatena «verso coloro che non appartengono alla loro stessa comunità». La stessa collera che incontra don Claudio Burgio, collaboratore di don Gino Rigoldi come cappellano dell’Istituto penale minorile Cesare Beccaria di Milano e fondatore della comunità Kairos: «Accogliamo una cinquantina di ragazzi, la maggior parte dei quali arriva dal penale minorile. Nei loro racconti notiamo diverse forme di rabbia contro le istituzioni, l’avversione nei confronti dello Stato, delle forze dell’ordine. Questa rabbia si estende laddove lo Stato, per educare, sceglie la linea più repressiva. È come se volessero dire: esistiamo anche noi, abbiamo una nostra dignità e questa educazione di tipo punitivo non la riconosciamo più. Rifiutano l’esercizio dispotico di potere».

Tuttavia l’aggressività spesso non viene esercitata, ma solo esibita, specialmente sui social media e attraverso la musica, soprattutto di genere Trap. Su Instagram, TikTok e su YouTube circolano numerosi video nei quali vengono mostrate armi da taglio e da sparo, soldi e ci si esibisce in gesti che emulano le gang. «La musica viene usata come strumento di riscatto economico, sociale, d’immagine», continua don Claudio Burgio. «Non si tratta solo di una passione, ma di un mezzo di denuncia sociale, attraverso il quale consolidare e trasmettere al pubblico l’appartenenza al quartiere». Uno strumento per scagliarsi contro un sistema che non guarda al minore ma al reato. Per questo la stessa ricerca suggerisce approcci differenziati ai fenomeni che tengano conto delle possibilità offerte dalla giustizia riparativa, dalla scuola e dalle politiche giovanili che rispondano a esigenze reali.

Baby gang: «A 15 anni ero ricco come un re, incassavo 5 mila euro a settimana». Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 23 Marzo 2023

Le conversazioni captate tra i componenti della banda che rapinava e taglieggiava tra Vigna Clara e i Parioli

Il frame di un filmato di un pestaggio

Da poco ha 19 anni, è il “leader” di una gang dedita allo spaccio e all’intimidazione di minorenni tra Grottaferrata e Vigna Clara, ma Federico parla già come un vecchio bandolero stanco pieno di nostalgia del suo passato. Da criminale. «C’avevo 15 anni (…), dice, intercettato, il 6 giugno del 2022, poche settimane prima dell’arresto della procura di Velletri che ne ha chiesto il rinvio a giudizio - Ti giuro guarda che tempi. Sembravamo i re, io Alin e Manfredi. A quei tempi se ne facevano 5, 6 mila euro a settimana. Non era male, eh?».

 «Macino soldi da quando sono bambino»

I rimpianti del tempo che fu, li confida alla ex ragazza di Tommaso - uno della gang, indagato, con qualche difficoltà economica - che rivela a Federico: «Gli rodeva perché non potevamo andare a cena fuori». È allora che Federico promette aiuto, da vero capo: «Lo faccio lavora' un pochetto a Tommaso, perché deve fare i soldi. Io è da quando sono bambino che macino soldi. Tommaso non è da tanto che lavora, saranno 4 o 5 anni. In quel periodo lavorava per me, andava forte».

«Giravano 5-6 mila euro a settimana»

 I ricordi affiorano come macigni: «Lo trattavo bene a Tommaso. Quelli erano tempi. Io avevo 15 anni, lui due di più. I soldi giravano a Frascati. Facevo 5, 6mila euro a settimana. A Tommaso gli davo 500 euro a settimana. Alla fine del mese, erano 2.500 euro. Guadagnava bene con me», dice orgoglioso Federico, difeso dall’avvocato Pierfrancesco Mandeo.

 Le piazze della droga

Il cuore stringe: «C’avevamo quattro piazze a Frascati. Se non mi fossi fatto arrestare (messa in prova tribunale dei minori, ndr), avevo un impero. Spogliavamo la gente». Comunque il presente del leader della gang è pieno di impegni. Il 2 giugno del 2022 Federico si traveste per entrare in condominio e controllare se una persona (non identificata) è, come racconta, agli arresti domiciliari. Chiama Alin, il suo amico d’infanzia e membro della gang, verso le 14,00: «Sto con Marco (un tassista, 40 anni, altro componente della gang, indispensabile perché scarrozza ovunque il leader, privo di patente, ndr). A via Aurelia. Capisci?». 

Trucchi e travestimenti

Alin domanda che sta facendo. Questo è l’attimo in cui gli rivela il travestimento: «Sto con il vestito da postino, con Marco». Alin è, notano gli inquirenti, «esterrefatto»: «Ma che vai a suonare a fare? Che problemi hai? Apre a te?». Federico, da leader (definito così dalla squadra mobile, ndr), fa capire perché comanda: «Prima di rompere, chiedi. Secondo te gli dico, ciao sono Federico? Gli suoniamo come postini. Al postino non gli apre, secondo te?». Suoneranno, ma quella persona non è in casa. Federico ha un braccio destro: Manfredi Morra, 19 anni, liceale, arrestato ad aprile del 2022 perché sorpreso a spacciare a Corso Francia. Morra dal carcere spedisce – secondo la squadra mobile – lettere a Federico con linguaggio criptico, riferendosi al «codice di Call of duty (il videogioco)». La parola è scritta in verticale. Qual è il codice? A cosa serve? Impossibile saperlo: la lettera l’ha fatta sparire la fidanzata di Morra.

Baby gang, la violenza frutto di una «gabbia» che blocca gli adolescenti. Già nel 1960 lo storico Philippe Ariès in “Padri e figli nell’Europa medievale e moderna”, ricordava che nel Medio Evo e per tutto l’ancien regime i bambini andavano a confondersi con gli adulti all’età di 8 anni circa. Bruno Marchi su La Gazzetta del Mezzogiorno l’11 Febbraio 2023

Le “baby gang”, la violenza giovanile, l’aggressività di ragazzi sempre più giovani verso coetanei e adulti, è sempre più in cronaca. Il dibattito sulle cause e sui rimedi è aperto e diversi sono i contributi tra le cui righe si legge la preoccupazione degli adulti per quanto sta accadendo e lo sforzo di comprendere chi è molto più distante di quanto il gap generazionale lascerebbe intendere.

Una riflessione sull’adolescenza, per comprenderla meglio, potrebbe aiutare.

Già nel 1960 lo storico Philippe Ariès in “Padri e figli nell’Europa medievale e moderna”, ricordava che nel Medio Evo e per tutto l’ancien regime i bambini andavano a confondersi con gli adulti all’età di 8 anni circa.Gli eserciti, fino al 1700, reclutavano adolescenti. Oggi certamente non ci piacerebbe.

La capacità d’amare, non solo di fare la guerra, era ritenuta conforme ai ragazzi: Romeo aveva 14 anni e Giulietta non li aveva ancora compiuti eppure, ancora oggi, la loro storia, resa immortale dal Bardo, è considerata il vero archetipo dell’amore.

Dal 1800 in poi, l’adolescenza cominciò ad avere un senso simile a quello che oggi le attribuiamo. Gli stabili sistemi sociali dell’epoca prevedevano il transito dall’infanzia all’età adulta attraverso riti di passaggio che definivano ruoli, attribuzioni e definizioni di genere.

L’istruzione elementare obbligatoria, introdotta da Federico II di Prussia nel 1768, affidò ai pubblici poteri la cura e l’educazione dei bambini e degli adolescenti privandoli, però, della libertà di cui prima godevano, della promiscuità con le altre generazioni, della possibilità di fare esperienze nella vita di tutti i giorni. La scuola somministrò un’educazione, più che altro un addestramento militaresco, che richiedeva rigore e disciplina attraverso metodi molto spesso duri e maltrattanti. Ma in collegio ci finivano i figli della borghesia mentre bambini e ragazzi delle classi povere vivevano una vita di stenti e quasi sempre da sfruttati.

Con il dilatarsi di questa fase intermedia, che dall’infanzia portava all’età adulta per accedere alla quale occorreva l’istruzione, la “civiltà” ebbe bisogno di assoggettare e controllare gli adolescenti privandoli, di fatto, della loro libertà e, con il passare del tempo sempre più, proponendo loro senza soluzione di continuità oggetti da consumare in una sorta di ipnosi di massa. Infatti, i giovani sono il primo oggetto di pubblicità, i primi consumatori di musica, di abbigliamento, di editoria, d’intrattenimento, di TV, di elettronica, di mezzi di comunicazione, di computer. Rappresentano un vasto mercato che più si assoggetta, ed in qualche maniera si mantiene nell’ignoranza, e più è redditizio. Una logica di mercato che induce al consumo che non tutti possono permettersi ed in questa chiave possono anche essere letti gli episodi di violenza consumata in gruppo ai danni di chi viene rapinato: mi prendo con la forza quello che non mi posso comprare.

Questa ipnotica abbondanza di beni offerta agli adolescenti comporta la perdita, l’esproprio, della soggettività che viene ridotta del suo potenziale non consentendo loro di evolvere nel quotidiano, cioè di tracciare una linea di demarcazione tra adolescenza ed età adulta essendo venuto a mancare il senso profondo di quei riti di iniziazione che, a volte, purtroppo vengono sostituiti da azioni di gruppo violente e, in non pochi casi, a sfondo sessuale. Un fenomeno sociale che, tra le altre cose, contribuisce alla demonizzazione culturale dell’adolescente e al distanziamento dal mondo adulto.

La differenza tra gli adolescenti di oggi e quelli del passato può riguardare la legge e, più in generale, le convenzioni sociali, ma si riduce, fino ad annullarsi, di fronte alla capacità di esprimersi negli affetti, nelle azioni, nella procreazione, nell’apprendimento e via discorrendo: gli adolescenti di oggi, dal punto di vista psicobiologico sono gli stessi di ieri. La variabile interveniente, e che fa la differenza, è quella culturale. I loro geni e la loro potenziale maturità non trova libera espressione trovandosi, gli adolescenti, in una segregante costrizione dove le esigenze e le potenzialità psicobiologiche, anche quelle geneticamente iscritte, le stesse dei loro coetanei di due o trecento anni fa, sono inibite se non represse.

L’adolescente, pertanto, è come se si trovasse in una gabbia esistenziale dalla quale disperatamente, e per reazione, tenta di uscire sempre più spesso attraverso atti violenti, eterodiretti ed autodiretti, oppure nella quale si rifugia alimentando un ritiro di natura depressiva. È noto, per esempio, il fenomeno sociale e psicopatologico degli hikikomori: adolescenti che si chiudono, letteralmente, nella loro camera ed interagiscono con il mondo soltanto attraverso la finestra della world wide web.

Ci troviamo di fronte ad una drammatica dicotomia tra l’evoluzione culturale e l’evoluzione psicobiologica rimasta pressocché immutata che genera, pertanto, gli stessi esseri desideranti di qualche secolo fa. I ragazzi e le ragazze di oggi, quindi, devono conformarsi ad una realtà socio-culturale che non riconosce il loro specifico evolutivo trattandoli, a seconda delle convenienze, da bambini o da adulti in miniatura e di fatto trattenendoli in una condizione infantilizzante poiché più gestibile dal punto di vista dell’assoggettamento e più redditizia dal punto di vista dei consumi.

Stando così le cose il prodotto secondario è la condizione di prigionia di un essere biologico maturo che, tuttavia, non può essere autonomo e narrare, narrandosela, la propria soggettività; un essere che non trova altri esseri adulti disposti a riconoscere ed ascoltare la sua soggettività. Chi si occupa di adolescenti dovrebbe avviare un processo di reale avvicinamento, cercando di ricordare quanto più possibile la propria adolescenza.

Estratto dell’articolo di Romina Marceca per “la Repubblica – Edizione Roma” l’11 Febbraio 2023

La scuola nel mirino di una baby gang di tredici ragazzine e ragazzini tra studenti e ex allievi. […] Tutto per un brutto voto o per noia. Sono le due ipotesi degli investigatori. «Ancora cerco una risposta […] Sono venuti a chiedermi scusa ma solo quando hanno saputo che erano stati scoperti», è affranta Giuseppina Guarnuto, la dirigente dell’istituto comprensivo Don Milani di Guidonia Montecelio. 

 Nel suo ufficio conta ancora i danni che ammontano a oltre duemila euro tra porte sfondate, muri imbrattati, sedie rotte e materiale didattico andato al macero […]Otto di loro sono stati identificati dai carabinieri della compagnia di Tivoli e sono accusati di danneggiamento aggravato e invasione di edifici. […]. «Ho provato dolore e delusione nel vedere i miei ragazzi in quelle immagini. Proprio due di loro stavano seguendo un percorso di recupero» , è ancora incredula l’insegnante.

La procura per i minorenni deciderà se chiedere o meno il processo per la gang che ha leader e gregari: conta due giovanissime studentesse di 14 anni, gli altri ne hanno 15 e 16. […] «Si è riunita la commissione disciplinare e i nostri due studenti sono stati sospesi per 16 e 25 giorni. A tutti e due è stato chiesto il risarcimento del danno» , spiega la dirigente Guarnuto.

[…]. «Per me è noia. Non c’è tantissimo qui ma le attività si possono anche cercare. […] » , è quanto sa la dirigente. […] La dirigente ha presentato altre due denunce: una alla finanza e una in polizia. «I genitori hanno scoperto tutto quando li ho convocati. Erano sgomenti e mortificati. Gli ho assicurato - conclude la dirigente - che a scuola studieremo gli interventi con lo sportello d’ascolto per recuperare i loro figli».

Le relazioni dei Procuratori generali. Reati dei minori, è allarme: tutte le colpe della scuola. Astolfo Di Amato su Il Riformista il 9 Febbraio 2023

Le relazioni dei Procuratori Generali in occasione della inaugurazione dell’Anno Giudiziario non sono sempre del tutto inutili. Accanto alla solita litania sulla insufficienza dei mezzi messi a disposizione della Giustizia e sulla inadeguatezza del legislatore, specializzato nel complicare il lavoro dei magistrati, e agli anatemi contro ogni possibile ipotesi di “perdono” collettivo, quali potrebbero essere l’amnistia o l’indulto, è possibile, spesso, trovare le tracce di quali cambiamenti profondi stia attraversando la società italiana.

Nelle recenti relazioni dei Procuratori Generali, vi è un dato che le accomuna quasi tutte: l’esplosione dei reati commessi dai minorenni. Si tratta di un fenomeno caratterizzato prevalentemente da quattro aspetti: spesso si tratta di reati che sono diretta ed esclusiva espressione del male di vivere e dell’incapacità di guardare con speranza al futuro, come avviene nei frequenti episodi di risse collettive, convocate a mezzo social per il solo gusto di menare le mani; sono consumati nello spazio pubblico e in pieno giorno, come ad esempio le rapine nelle strade della movida milanese, con l’impudenza di chi si sente ormai pronto a violare qualsiasi tabù; un ruolo prevalente hanno, nelle bande organizzate, gli immigrati di seconda generazione, a conferma che il processo di integrazione è spesso restato al livello di sole buone intenzioni (e il pensiero non può non andare allo sfacelo delle banlieue parigine); vi è una crescita esponenziale degli stupri, commessi facendo assumere inconsapevolmente alla vittima droghe, crescita che appare direttamente proporzionale alla sempre maggiore incapacità di avere sane relazioni umane e sociali.

È un dato che mette necessariamente, sul banco degli imputati, la scuola. Esso, del resto, appare perfettamente coerente con altri dati che, in questi ultimi anni, sono costantemente emersi, assolutamente omogenei tra di loro e di estrema gravità, anche se poi spesso relegati nei trafiletti di cronaca. Basta citarne alcuni a caso: i numerosi episodi di violenza contro docenti da parte di genitori che non avevano sopportato che i loro figli fossero oggetto di rimproveri o di cattive valutazioni; la vicenda della professoressa colpita con dei proiettili di gomma da un’intera classe, con una nota comica che ha mosso l’addebito alla stessa professoressa di non essere evidentemente stata capace di essere in sintonia con i suoi allievi; i risultati delle analisi Invalsi, i quali danno conto di un complessivo degrado del processo formativo in Italia, addirittura maggiore nei territori più disagiati, quali quelli del Mezzogiorno; l’esito della correzione degli scritti in un recente concorso in magistratura, il quale ha fatto emergere che la maggior parte dei candidati, sebbene laureati, non era neppure capace di scrivere in un corretto italiano; la lettera ai giornali di una famiglia finlandese che, trasferitasi a Siracusa, ha poi deciso di lasciare l’Italia per la necessità di proteggere i figli da un sistema educativo del tutto insufficiente.

L’esplosione dei reati dei minori, messa in luce dalle relazioni dei Procuratori Generali, non può, dunque, costituire una sorpresa. Neppure può essere spiegata facendo esclusivo riferimento al prezzo, che i minori in particolare hanno dovuto pagare, in termini psicologici e di mancata socializzazione, per i lockdown determinati dalla pandemia Covid19. Si tratta di un processo che ha radici lontane e che la pandemia ha solo aggravato. È, occorre aggiungere, un processo che è stato colpevolmente ignorato e nascosto sotto il tappeto per molto, troppo tempo da un buonismo peloso e irresponsabile. Il contenuto dele relazioni dei Procuratori Generali indica che continuare a perdere tempo significherebbe condannare le nuove generazioni alla irrilevanza. Ha scritto Walter Veltroni, sul Corriere del 29 gennaio “Per gli adolescenti di oggi il futuro non è passato, semplicemente non esiste. Si sentono l’ultima generazione e non capiscono il disinteresse del mondo a proposito del proprio ultimo destino. Possibile che gli adulti non capiscano il dolore che sale dai comportamenti, dalle parole, dai silenzi, dalle porte chiuse dei ragazzi del nostro tempo?”.

Veltroni ha perfettamente ragione. L’Italia ha alle spalle anni nei quali la scuola è stata la cenerentola dei servizi pubblici e si è fatto di tutto per togliere dignità, autorevolezza e prestigio ai docenti. Se questo non fosse successo, il tema della formazione sarebbe probabilmente restato estraneo ai progetti di autonomia regionale. Al tempo stesso, il dibattito sulla immigrazione, almeno sotto l’aspetto che qui rileva, è stato del tutto avulso dalla realtà. Nessuno, a cominciare dai “buoni”, si è dato carico della circostanza che l’immigrazione, senza un adeguato sforzo di integrazione, finisce con l’essere un fattore di disgregazione della società e, per gli stessi immigrati, il punto di partenza di un cammino fatto di vessazioni e di sofferenze, destinate a colpire, ancora più duramente, le nuove generazioni.

Il Governo Meloni ha il merito di avere, attraverso il Ministro Valditara, rimesso, al centro del dibattito politico, la scuola e, attraverso di essa, almeno alcuni aspetti della questione giovanile in Italia. Non è questa la sede per dare un giudizio sulle soluzioni proposte. Occorre, qui, sottolineare che non si è affatto in presenza di una questione marginale: le relazioni in occasione delle inaugurazioni dell’Anno Giudiziario indicano che si tratta di una questione vitale e urgente per il futuro prossimo del Paese. Astolfo Di Amato

Rapine, risse e omicidi: la carica di violenza dei ragazzi post Covid. Giuliano Foschini e Fabio Tonacci su La Repubblica il 27 Gennaio 2023.

Dati quasi raddoppiati rispetto al periodo pre virus, crescono anche i reati commessi in branco. Di recente l'aggressione nel market a colpi di pietra e lo studente spinto sotto un treno. Marzio Barbagli: "Non solo il lockdown, la crisi economica come detonatore"

La sindrome post-Covid è uscita dagli ospedali e non è più solo materia per dottori. È in sella a uno scooter che a Napoli investe il carabiniere che sta provando a fermarlo. È nelle mani dei due minorenni che alla stazione di Seregno spingono un coetaneo contro il treno che sta arrivando. È nella bicicletta che, lanciata senza motivo, spacca la testa di un ragazzo che sta entrando in un locale dei Murazzi a Torino. Appare la sera del 10 gennaio davanti agli occhi del cassiere di un minimarket di Anagnina colpito con 29 sassate da due studenti romani. È ogni giorno nei mattinali quotidiani di carabinieri e polizia, nella cronaca dei giornali, nei racconti dei professori delle scuole (superiori certo, ma arrivano denunce anche dalle elementari). Ed è, infine, nelle statistiche 2022 del Viminale che raccontano incontrovertibilmente un dato: i reati commessi dai minori sono in costante e preoccupante crescita. 

L'avevano previsto nel 2020. Durante le riunioni del Comitato tecnico scientifico in cui si discuteva del lockdown e delle altre misure d'emergenza per contenere il virus, si era già consapevoli che chiudere gli adolescenti in casa, condannarli alla socialità virtuale delle call di gruppo, privarli dei contatti che a quell'età formano la persona e l'accompagnano nella fascia degli adulti, non sarebbe stato indolore e privo di conseguenze. Tre anni dopo i dati dimostrano che si era trattato di una previsione corretta nei numeri, seppur probabilmente più complessa nelle motivazioni. Per alcune fattispecie di reato, come le rapine, siamo quasi al raddoppio rispetto a quando il contagio non c'era. 

I dati, dicevamo. Pur nella loro asetticità, le tabelle della Direzione centrale della polizia criminale diretta dal prefetto Vittorio Rizzi sono chiarissime. Fino al 31 ottobre del 2019 - il mondo di prima quando solo gli epidemiologi sapevano cos'è e come si diffonde un coronavirus - i minori denunciati e arrestati in Italia erano stati 25.261. Gli under 18 avevano compiuto 13 attentati, 17 omicidi volontari, 43 tentati omicidi, erano stati protagonisti di 2.382 episodi di lesioni, 390 percosse, 1.693 rapine di cui quasi 1.200 non in appartamenti ma per strada. Esattamente tre anni dopo, qualsiasi indicatore della microcriminalità giovanile è schizzato in alto. Omicidi: + 35,3 per cento (23). Tentati omicidi: +65,1 per cento (71). Percosse: + 50 per cento (585). Rapine: + 75,3 per cento (2.968). Le rapine per strada segnano addirittura un incremento del 91,2 per cento. E, rispetto al 2019, i minorenni denunciati e arrestati sono 28.881.Il 14,3 per cento in più.

Hanno 14 e 15 anni i due studenti romani, accusati di rapina aggravata, che due settimane fa sono entrati un market in zona Anagnina con la scusa di comprare una bottiglietta d'acqua e hanno rubato l'incasso (300 euro), pestando con i sassi il bengalese che era al banco. E hanno 14 e 15 anni anche i due che a Seregno hanno spinto un quindicenne contro il treno perché aveva mandato dei messaggi a una ragazza. Prima hanno tentato di rubargli una felpa, poi lo hanno rincorso e buttato contro il convoglio in transito, facendogli sbattere la testa contro le lamiere di una carrozza. La vittima è caduta sul binario, rimanendo incastrata tra la banchina e le ruote. Ha una caviglia fratturata. I due minorenni sono accusati di tentato omicidio e sono ora nel cpa di Torino.

"Diversi studi hanno evidenziato come la recente pandemia da Covid-19 abbia avuto un forte impatto sulla quotidianità dei ragazzi, causando un peggioramento delle condizioni oggettive e soggettive di benessere personale", si legge nell'ultimo dossier di Transcrime sulle gang di minorenni, realizzato in collaborazione con l'Università cattolica del Sacro Cuore, il Viminale e il ministero della Giustizia. "Questa situazione si innesta in un contesto già critico, con significativi livelli di abbandono scolastico e difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro". Ed è proprio alla scuola, ma non solo, che si è rivolto il capo della Polizia, Lamberto Giannini: "Serve l'aiuto del sistema - ha spiegato - Senza un impegno grosso della società pre creare una serie di strutture che possano offrire dei momenti e dei punti di aggregazione ai ragazzi". Marginalità, dunque. Ma anche l'efferatezza della violenza gratuita, l'analfabetismo delle emozioni, la crescita esponenziale dei reati commessi in branco, in particolare in Puglia, Emilia-Romagna, Trentino, Salerno e Messina. Nel 2019 erano 107 i giovani presi in carico dagli Uffici dei servizi sociali, nel 2021 sono aumentati a 186. Stando al dossier di Transcrime, le gang sono composte da meno di 10 individui, in prevalenza maschi di cittadinanza italiana e di età compresa tra i 15 e i 17 anni. Risse, percosse, lesioni, vandalismo e bullismo sono i crimini più frequenti. Meno frequenti e di solito commessi da gruppi più strutturati lo spaccio e i reati appropriativi. 

"I numeri però vanno letti nella loro complessità" ragiona Marzio Barbagli, tra i più importanti sociologi italiani e professore emerito a Bologna, "non bisogna cedere, come troppo spesso si fa, al lato più semplice. È vero: il Covid ha cambiato le carte in tavola. Ma dietro le motivazioni di certi reati non ci vedo rabbia bensì disperazione". Il sociologo così argomenta: "Se crescono dell'80 per cento le rapine commesse da minori il motivo va ricercato non nel fatto che siano stati chiusi per due anni in casa e debbano per questo sfogarsi, ma perché, probabilmente, dopo gli anni di pandemia hanno bisogno di soldi. Si rapina per denaro, non perché si è arrabbiati. Ecco perché penso che nelle statistiche, nell'aumento di quei reati, si debba leggere prima di tutto la crisi economica a cui, anche e forse soprattutto, il Covid, ci ha costretto. Come sempre avviene in questi casi, colpisce per primi i più deboli. Dunque i più giovani".

Estratto dell'articolo di repubblica.it il 26 gennaio 2023.

Un ragazzino di 15 anni è ricoverato in ospedale, dopo essere stato spinto contro un treno in movimento [...] alla Stazione di Seregno, in provincia di Monza.

 A quanto emerso, il minore stava aspettando il treno quando è stato aggredito dalla banda che voleva strappargli la felpa di marca: ma lui, che era in compagnia di un amico, si è rifiutato di dare la sua felpa [...] Dopo essere stato spinto [...] il 15enne ha urtato con lo zainetto contro il treno in movimento, per poi venire trascinato dal convoglio e risucchiato dal vortice di aria e cadere. Miracolosamente non è finito sotto il treno.

Ha riportato varie ferite ma non è in pericolo di vita. [...] Da ansa.it il 26 gennaio 2023.

È stata una ragazza contesa e un messaggino "di troppo" a scatenare l'aggressione ad un quindicenne brianzolo, spinto contro un treno ieri pomeriggio a Seregno (Monza), e che ha portato al fermo di due minorenni italiani, di 14 e 15 anni, accusati di tentato omicidio.

 È quanto emerso dalle indagini della Squadra Mobile della Questura di Monza, partite subito dopo quella che sembrava una rapina violenta e che invece si è rivelata una vera e propria spedizione punitiva nei confronti del 15 enne, 'colpevole' di aver mandato dei messaggini ad una ragazza contesa. Il ragazzo ferito è stato ricoverato in ospedale ma fortunatamente non è in gravi condizioni. I due giovani sono stati portati dai poliziotti al Cpa di Torino.

La vicenda è stata ricostruita grazie alle testimonianze e alle immagini delle telecamere di videosorveglianza raccolte dalla Polfer e dalla Squadra Mobile di Monza. Intorno alle 14.30 il 15enne è stato accerchiato dai due minori, insieme ad altri coetanei, con i quali ha avuto un'accesa lite. Dopo averlo colpito ripetutamente per strappargli di dosso la felpa, il gruppo lo ha inseguito, mentre il ragazzo cercava di allontanarsi, dirigendosi verso il binario 2 della Stazione ferroviaria, in attesa in attesa del treno per tornare a casa.

Quindi l'aggressione è ripresa e, quando la vittima ha reagito, è stata spinta proprio mentre un convoglio stava transitando in stazione. Il quindicenne ha sbattuto la testa ed è caduto sui binari, rimanendo incastrato tra la banchina e le ruote della carrozza. Soccorso, è stato trasportato all'ospedale San Gerardo di Monza, con una ferita alla testa e una sospetta frattura a una caviglia. I due aggressori sono stati identificati e fermati in serata: il primo è stato bloccato vicino alla stazione di Seregno, il secondo in caserma dai carabinieri a Desio dove era andato a costituirsi accompagnato dalla nonna mentre i poliziotti erano nel frattempo arrivati nella sua abitazione.

"Purtroppo questi ragazzi ormai non sono più abituati a pensare, agiscono, credono di vivere in una canzone o in un film e perdono il contatto con la realtà". E' quanto dichiara all'ANSA il procuratore per i Minorenni Circo Cascone, in merito all'aggressione di due ragazzi a un 15enne spinto sotto un treno ieri alla stazione di Seregno (Monza) per una lite dovuta a una ragazzina 'contesa' e poi a un tentativo di rapina.

"Pensano di essere in un reality - ha proseguito Cascone - di poter risolvere una questione apparentemente banale, come la contesa di una ragazza, un contesto culturale che dovremmo aver superato, perché quella ragazzina è una persona e non un oggetto, con una spedizione punitiva". Secondo il procuratore le questioni fondamentali in vicende come queste sono diverse.

"La donna come oggetto di contesa, una visione distorta della realtà, caratteristiche del mondo adulto autocentrato che loro replicano - ha spiegato - dove io mi sento offeso e ho colpito, senza rendermi conto di avere davanti una persona e non un ostacolo che posso buttare sotto al treno". Comportamenti come questi si ripetono da anni, e se accade, ha aggiunto Cascone, è perché "da qualcuno li apprendono questi modelli", ma non si parla "solo della famiglia, che a volte è inerme sì", ma di "modelli esterni amplificati dai social, e vent'anni fa non accadeva perché non c'era il palcoscenico".

Estratto dell'articolo di Federico Berni per il “Corriere della Sera” il 27 gennaio 2023.

Il risentimento che cova per alcuni messaggi inviati a una ragazzina. Cose da adolescenti, che dovrebbero essere superate in fretta. Difficilmente sarà così per un ragazzino brianzolo — 15 anni da compiere a giugno — vittima di una spedizione punitiva che per poco non lo vede farsi stritolare da un treno in transito alla stazione di Seregno, in provincia di Monza.

 […] «È stato molto fortunato», dicono gli investigatori della Squadra Mobile di Monza e della polizia ferroviaria, che all’alba di ieri hanno eseguito un fermo nei confronti di altri due giovanissimi, finiti al carcere minorile di Torino con le accuse di tentato omicidio e tentata rapina. Hanno 14 e 15 anni. E sempre ieri è tornato a casa il ferito. I medici dell’ospedale San Gerardo lo hanno dimesso con dieci punti di sutura alla testa, una distorsione a una caviglia e varie contusioni.

Con lui c’era la madre, una 41enne di origine romena, che non si dà pace: «Me lo potevano ammazzare, e solo per una questione di ragazzine». […] Dalle indagini emerge che viene avvicinato da una dozzina di giovani (gli accertamenti sono in corso per le identificazioni). Lo colpiscono più volte, e tentano di portargli via la felpa bianca marca Lacoste che indossava.

Il 15enne riesce ad allontanarsi e si porta al secondo binario, in attesa del suo treno. Qui, però, viene nuovamente attaccato. Alla sua reazione, uno dei due arrestati (il rivale, appunto) lo spinge contro un treno in transito, facendogli sbattere il capo contro una carrozza, e facendolo scivolare sotto il convoglio. […]

 Secondo quanto riferito, uno di loro, per sviare le indagini, si cambia i vestiti utilizzati durante l’assalto, e pubblica immagini su un social network con gli abiti diversi. […] I due indagati sono in carcere. Li difende d’ufficio l’avvocato Francesco Cerchia: «Devo ancora prendere visione degli atti e confrontarmi con loro. Posso dire che, però, si è trattato di un’azione andata oltre le intenzioni. Non avevano intenzione di spingerlo sotto un treno. Sono loro i primi che vanno a soccorrerlo».

Ansiosi.

Quasi due milioni di adolescenti italiani sono ad alto rischio dipendenze. Dal cibo (quella più diffusa), dai social, dai videogiochi. La prima indagine condotta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’Istituto Superiore di Sanità fotografa la difficile situazione della salute mentale dei più giovani. Chiara Sgreccia su L’Espresso il 28 marzo 2023

La tendenza a mangiare in maniera incontrollata cibi ricchi di zuccheri o grassi coinvolge più di un milione e 150 mila studenti tra gli 11 e i 17 anni. Sono per la maggior parte ragazze: 750 mila. Secondo l’indagine condotta per la prima volta dal Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità sarebbero 271.773 gli studenti delle scuole medie e 485.413 delle superiori a rischio dipendenza da cibo. Quelli che manifestano un rischio grave (il 9,3 percento del totale), e che hanno un’età compresa tra gli 11 e i 13 anni, hanno più alte probabilità di soffrire di depressione o ansia.

Ma non c’è solo il rapporto malsano con il cibo. I giovani della Generazione Z sarebbero anche a rischio dipendenza da videogiochi e da social media. L’internet gaming disorder, cioè la partecipazione a videogiochi online spesso con altri giocatori in maniera compulsiva, coinvolge circa il 12 percento degli studenti, 480 mila, soprattutto maschi e durante le scuole medie. Chi è dipendente da videogiochi rischia anche di soffrire con più probabilità di depressione e di ansia sociale.

Gli adolescenti che passano troppo tempo sui social media, in maniera incontrollata tanto da compromettere altri ambiti di vita quotidiana, sono quasi 100 mila. Il 2,5 percento del totale. Percentuale che sale al 3,1 percento nelle studentesse che hanno tra 11 e 13 anni. E al 5,1 percento nelle studentesse tra i 14 e i 17 anni.

Dallo studio “Dipendenze comportamentali nella Generazione Z” emerge anche che sono proprio gli adolescenti con il più alto rischio di dipendenza quelli che dichiarano di avere maggiori difficoltà nel parlare con i genitori di cosa li preoccupa. Hanno problemi di comunicazione con la famiglia soprattutto gli studenti che presentano una tendenza rischiosa al ritiro sociale. Lo dichiara il 78 percento di chi frequenta le superiori che soffre di questo disagio. E il 72 percento di chi frequenta le medie.

«L’utilità della ricerca è che non è uno sforzo di tipo accademico, che pure sarebbe apprezzabile, ma che potrà essere opportunamente utilizzata. Può essere uno strumento ottimo di conoscenza e identificazione delle fragilità. A disposizione innanzitutto degli operatori, poi della scuola e poi della famiglia», ha dichiarato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano durante la presentazione del report dell’Iss e della della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Per Marcello Salvato, sottosegretario alla Salute, «far tornare nella scuola una figura chiave come quella del medico o quella dello psicologo» potrebbe essere una soluzione per alleviale il malessere. Perché, come ha dichiarato il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro è evidente che una parte degli under18 ha delle fragilità che devono essere conosciute e intercettate: «L’Italia ha una durata media di vita tra le più alte, abbiamo 17.700 ultra-centenari. Però la qualità della vita per arrivare a quell’età passa per le scelte, per la prevenzione e per la promozione della salute a partire dalla gestazione e dai primi anni di vita».

(ANSA il 28 marzo 2023) - Quasi 2 milioni di adolescenti in Italia presentano caratteristiche compatibili con una dipendenza comportamentale: 1,2 milioni di dipendenza dal cibo, quasi 500mila da videogiochi; circa 100mila da social media. Sono oltre 65 mila, invece, i ragazzi che fuggono dai rapporti sociali (il cosiddetto Hikikomori).

 È quanto ha rilevato lo studio 'Dipendenze comportamentali nella Generazione Z', frutto di un accordo tra il Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell'Istituto Superiore di Sanità, presentato oggi all'Iss. La ricerca, realizzata con EXPLORA Addiction Research Division, ha coinvolto più di 8.700 studenti tra gli 11 e i 17 anni e 1.044 genitori.

È quella dal cibo la dipendenza più diffusa: coinvolge 1.152.000 studenti tra gli 11 e i 17 anni, la gran parte femmine, specie delle scuole superiori. Quasi 1 su 10 presenta un rischio grave. Tra questi, nella fascia di età 11-13 anni, il rischio di soffrire di depressione moderatamente grave o grave è 11,62 volte più alto. Tra i comportamenti a rischio dipendenza, il gaming è al secondo posto: riguarda il 12% degli studenti.

In questo caso, il fenomeno è soprattutto maschile: tra i maschi delle secondarie di primo grado ne soffre quasi 1 su 5 (il 18%); il fenomeno tende ad attenuarsi all'aumentare dell'età. Un ragazzo su 40 (il 2,5%) ha invece un comportamento compatibile con la dipendenza da social media; la percentuale è più alta nelle ragazze tra i 14 e i 17 anni, che, insieme alla dipendenza, presentano un rischio 10,2 volte più alto di soffrire di ansia sociale grave o molto grave e 5,5 volte più alto di avere un carattere di alta impulsività. 

Anche se i numeri sono più contenuti, preoccupa il fenomeno dell'isolamento sociale (o Hikikomori). Gli studenti di 11-13 anni che hanno indicato di essersi isolati tutti i giorni negli ultimi 6 mesi sono stati l'1,8% (circa 30.175), mentre la percentuale degli studenti 14-17 anni è del 1,6% (circa 35.792). L'età più critica sono i 13 anni.

(ANSA il 28 marzo 2023) - È la mancanza di comunicazione con i genitori uno dei tratti che più accomuna i ragazzi a rischio dipendenze comportamentali. Segnala difficoltà comunicative con i genitori il 75,9% degli 11-13enni con un rischio di social media addiction, il 58,6% dei ragazzi con dipendenza da videogiochi, il 68,5% di quelli che soffrono di una dipendenza grave da cibo e il 77,7% dei ragazzi delle scuole superiori con una tendenza rischiosa al ritiro sociale (il cosiddetto Hikikomori).

Sono alcuni dei dati rilevati dallo studio 'Dipendenze comportamentali nella Generazione Z', frutto di un accordo tra il Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell'Istituto Superiore di Sanità, presentato oggi all'Istituto Superiore di Sanità. La ricerca, realizzata con EXPLORA Addiction Research Division, ha coinvolto più di 8.700 studenti tra gli 11 e i 17 anni e 1.044 genitori.

Oltre ai problemi di comunicazione, lo studio mette in luce la difficoltà dei genitori di percepire i comportamenti a rischio dei figli, con atteggiamenti che oscillano dalla scarsa attenzione all'eccessiva preoccupazione. Tra i genitori che non notano nei figli problemi con i videogiochi, vi è un 8,6% che ha un figlio con rischio di gaming addiction.

 Anche tra i genitori che dichiarano di "non osservare comportamenti di assunzione incontrollata di cibi poco salutari nei loro figli" si ritrova quasi un 20% di ragazzi con dipendenza da cibo, nel 5,2% dei casi grave.

Specularmente, nel 75,9% dei genitori che indica una preoccupazione per i comportamenti del figlio legati al gaming, lo studio non ha rilevato nessuna dipendenza. Mentre tra i genitori che dichiarano una "assunzione incontrollata di cibi non salutari" da parte dei figli, il 55,8% dei ragazzi non presenta nessun rischio di food addiction.

«Lo dico da madre». Cari papà femministi, insegniamo ai figli il coraggio per evitarci una generazione di piagnoni. Assia Neumann Dayan su L’Inkiesta il 25 Marzo 2023

Dubito che si possano crescere esseri umani decenti se gli leviamo il gusto della rivincita sulle cose orrende che la vita fa

Il femminismo ha fallito. L’unico modo a disposizione degli uomini per fermare le donne era quello di diventare madri e mogli, e adesso eccoli qua questi mariti con la Naspi, con i congedi obbligatori, con i profili da influencer dove sponsorizzano il detersivo per i piatti, la paternità femminista, il femminismo paternalista, il latte vegetale e i programmi per perdere peso. Vivono a casa nostra e ci vogliono rubare il lavoro, non chiediamoci più perché nessuno vuol mai parlare del proprio matrimonio: il futuro sarà dei separati in casa, basta che non si sappia in giro, se no poi come le vendiamo le nostre vite. 

Quello che è chiaro è che nessuno ha più voglia di lavorare, ma soprattutto: nessuno ha più voglia di soffrire. Questo sturm und drang a gettone si consuma in una continua richiesta di cancellazione: cancelliamo i compiti, cancelliamo le feste, cancelliamo le gite, cancelliamo il lavoro, cancelliamo il merito, la vergogna, l’umiliazione, cancelliamo tutto quello che può portare a una crisi isterica. La mia conclusione è solo una: se noi cancellassimo tutti i mali del mondo, che bisogno ci sarebbe di avere coraggio? Il coraggio è quella cosa che raddrizza la civiltà, e se la civiltà non ne ha bisogno, che si fa? 

Io dubito che si possano crescere esseri umani decenti se gli leviamo il gusto della rivincita sulle cose orrende che la vita fa. Grazie a Dio questo non succederà mai e potremo continuare a pensare ai nostri figli come a quelli che faranno la rivoluzione, anche se tra le teste da tagliare probabilmente sceglieranno la nostra. 

C’è stato il molto apprezzato video della mamma che urlava contro i compiti e le insegnanti su TikTok perché il bambino doveva studiare e non poteva giocare a pallone o fare sport, e poi però c’era un video vecchio dove il ragazzino non riusciva a contare con le dita fino a otto. E poi la notizia di un istituto tecnico che ha abolito le gite di più giorni perché ci sono famiglie che non possono permetterselo, e i lavoretti per la Festa del Papà che non vengono fatti perché ci sono gli orfani o i bambini con due mamme o con due papà, insomma, mi pare di capire che nessuno voglia rompere né la campana di vetro, né il soffitto di cristallo. 

L’empatia è quella cosa che ci divide dai serial killer, insieme al tagliare le code a gatti e lucertole e ad appiccare incendi: purtroppo, però, nessuno ha mai scritto una grande storia grazie all’empatia che gli è stata riservata da bambino, semmai il contrario. È anche vero che di scrittori ce ne sono fin troppi, e nessuno che abbia uno straccio di storia. «Lo dico da madre» e «lo dico da padre» sono le qualità morali e umane che possiamo permetterci: non esistono più i professionisti, perché nessuno ha più voglia di lavorare. 

Vogliamo far passare l’idea che essere genitori sia un lavoro non retribuito? Se non è retribuito parliamo di beneficenza, e lo dico da madre. È arrivata la circolare Inps che dice che i papà possono, esattamente come le mamme, dimettersi entro l’anno del figlio e ricevere la Naspi. Lo dico da madre: non è che adesso ci tocca andare a lavorare per colpa dei papà femministi? O realizzeremo il grande progetto di vivere solo con i bonus? O è davvero questa la parità? 

Sento in continuazione queste voci di corridoio che dicono che il “lavoro di cura” del neonato deve essere paritario, questa favola che mamma e papà sono totalmente intercambiabili, e mi sono un attimo allarmata. Dobbiamo buttare Freud? È la fine della psicanalisi? 

E poi c’è la questione borseggiatrici incinte e bambini in galera. Lo dico da madre: se ci fosse questa parità allora i papà borseggiatori dovrebbero andare in carcere con i bambini. Non esistono papà borseggiatori? La paternità in questo caso non è paritaria?

Sono giorni che leggo che la gravidanza è un’aggravante per chi delinque: pare che le mamme certe cose non le facciano. La girano come una tutela del nascituro, e per tutelarlo lo mettono in galera: mi sento di dire che ci sono un po’ troppi buchi di sceneggiatura, se continuate così Netflix mica lo compra lo spin off di “Mare fuori” ambientato a Milano con le ladre incinte. 

La cosa che più mi sbalordisce è che il senso tutto italiano de «la mamma non si tocca» e «i bambini non si toccano» sia stato in questo caso eliminato: è evidente che ci deve essere una rivoluzione culturale in atto e nessuno ci ha avvisato. Ho sempre ritenuto che il dire «non sei madre e non puoi capire certe cose» fosse un pensiero corretto, forse l’unico ragionamento identitario con una sua logica. 

Quello che però dobbiamo ammettere è che esistono pessime madri e pessimi padri, e che l’essere madre o padre non fa di te una persona migliore: fa di te una persona diversa. Non migliore, non peggiore: diversa. So che non sta bene dirlo, ma è così, certe cose da genitore ti straziano più di altre, non ci si può far proprio niente, anche se sono tutti azzurri di sci. 

La cosa però più curiosa è che quelli che gridano allo scandalo nel dirsi madre e parlare in quanto madre siano gli stessi che dicono agli altri di cosa possono o non possono parlare: sei un uomo e non puoi parlare delle donne, se non hai vissuto una violenza non puoi parlare di violenza, e così via, fino alla fine delle parole. Chissà se tagliavano la coda alle lucertole anche loro.

DOLESCENTI E DISAGIO ORA è ALLARME SUICIDI. Ivano Tolettini su L’Identità il 25 Marzo 2023

Un altro adolescente in Veneto che in preda al malessere di vivere, per altro in apparenza non manifestato a scuola e in famiglia, decide di togliersi la vita. I congiunti e una classe liceale sprofondano nel dolore e il preside si interroga con franchezza: “Se noi educatori scolastici non siamo in grado di capire certe situazioni di disagio vuol dire che stiamo guidando un’automobile con gli occhi bendati”. Succede a Vicenza, dove il 16enne Roberto, che frequentava il liceo scientifico Quadri, martedì sera è caduto dal balcone di un appartamento al settimo piano di un condominio. A scoprirlo al suolo il padre, che non vedendolo in casa si è preoccupato e dopo un po’ ha fatto la terribile scoperta. Il magistrato di turno, Jacopo Augusto Corno, ha aperto un’inchiesta per l’ipotesi di istigazione al suicidio. Qualcuno ha parlato anche di una possibile sfida maturata in ambito social. Ma sono supposizioni cui per ora manca il vaglio investigativo. Troppo presto, dunque, per giungere ad apprezzabili conclusioni. I carabinieri hanno sequestrato il telefonino e il personal computer della vittima. A breve sarà nominato un consulente per rispondere alle domande che gli porrà il sostituto procuratore Corno. Ogni giorno in Europa, secondo l’ultimo rapporto dell’Unicef, tre adolescenti tra i 10 e i 18 anni si danno la morte. Ed è la seconda causa tra gli adolescenti. Nelle stesse ore si apprende che sempre a Vicenza la Procura della Repubblica sta concludendo le indagini su un altro ragazzo suicida, il 18enne Matteo di Bassano del Grappa, che si era tolto la vita bevendo il veleno durante un forum in diretta. In questo secondo caso i genitori hanno avviato una battaglia legale contro il sito, perché “ciò che è successo al nostro Matteo non deve più accadere ad altri”. Della tragica vicenda si è occupato anche il New York Times in un’indagine sul “dark web”, quei siti che invogliano gli adolescenti a provare emozioni sempre più radicali fino a misurarsi con la morte. Nel caso di Matteo, egli ha ingerito il veleno acquistato sul web e sono emersi altri due casi in Italia riconducibili ad un’analoga modalità. Provarlo, però, non è agevole ai fini giudiziari perché ci troviamo in questo caso in presenza di un maggiorenne ed ecco perché non è escluso che nella tragedia di Bassano del Grappa la magistratura chieda l’archiviazione del fascicolo.