Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2023

LA CULTURA

ED I MEDIA

SECONDA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.
 


 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Covid: sembrava scienza, invece era un…calesse.

L’Umanità.

I Benefattori dell’Umanità.

Le Invenzioni.

La Matematica.

L’Intelligenza Artificiale.

La Digitalizzazione.

Il PC.

I Giochi elettronici.

I Robot.

I Chip.

La telefonia.

Le Mail.

I crimini sul web.

Al di là della Terra.

Gli Ufo.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da Freud all’MKUltra.

I Geni.

I Neuroni.

La Forza della Mente.

Le Fobie.

L’Inconscio.

Le Coincidenze.

La Solitudine.

Il Blocco Psicologico.

La Malattia.

La Depressione.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scrittura.

La Meritocrazia.

Le Scuole al Sud.

Le Scuole Private.

Il Privatista.

Ignoranti e Disoccupati.

Ignoranti e Laureati.

Decenza e Decoro a Scuola.

L’aggiotaggio scolastico.

La Scuola Alternativa.

La scuola comunista.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’onestà e l’onore.  

Il Galateo.

Il Destino.

La Tenacia.

La Fragilità.

Body positivity. Essere o apparire?

Il Progresso.

Le Generazioni.

I Baby Boomer.

Gioventù del cazzo.

Il Linguaggio.

I Bugiardi.

L’Ipocrisia.

I Social.

Influencer.

Le Classifiche.

L’Amicizia.

Il fastidio.

L’Invidia.

L’Odio.

Il Mostro.

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Moda.

Le Auto.

I Fumetti.

I Giochi da Tavolo.

L’Architettura e l’Ingegneria.

Il Restauro.

Il Podcast.

L’artista.

La Poesia.

La Letteratura.

Il Teatro.

Le Autobiografie.

L’Ortografia.

Intrecci artistici.

La Fotografia.

Il Collezionismo.

I Francobolli.

La Pittura.

I Tatuaggi.

Le Caricature.

I Writer.

La Musica.

La Radio.

Le Scoperte.

Markalada, l'America prima di Colombo.

La Storia.

La P2 culturale.

Ladri di cultura.

I vandali dell'arte.

Il Kitsch.

Gli Intellettuali.

La sindrome di Stendhal.

Gli Snob.

I radical chic.

La Pubblicità.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alberto Asor Rosa.

Alberto Moravia.

Aldo Nove.

Alessandro Manzoni.

Alessia Lanza.

Aleksandr Isaevic Solzhenicyn.

Andy Warhol.

Andrea Camilleri.

Andrea Pazienza.

Anna Premoli.

Annie Duchesne Ernaux.

Anselm Kiefer.

Antonio Delfini.

Antonio Riello.

Artemisia Gentileschi.

Benedetta Cappa.

Barbara Alberti.

Beethoven.

Banksy.

Camillo Langone.

Caravaggio.

Carlo Emilio Gadda.

Chiara Gamberale.

Cristina Campo.

Curzio Malaparte.

Dacia Maraini.

Dante Alighieri.

Dante Ferretti.

Dario Fo.

Dino Buzzati.

Domenico "Ico" Parisi.

Eduardo De Filippo.

Elena Ferrante.

Eleonora Duse.

Emanuel Carnevali.

Emmanuel Carrère.

Émile Zola.

Emilio Isgrò.

Ennio Morricone.

Enrico "Erri" De Luca.

Erin Doom.

Eugenio Montale.

Eve Babitz.

Ezra Pound.

Fabio Volo.

Federico Fellini.

Federico Palmaroli: Osho.

Friedrich Nietzsche.

Filippo Tommaso Marinetti.

Francesco Alberoni.

Francesco Piranesi jr.

Franco Cordelli.

Franco Ferrarotti.

Franz Kafka.

Fulvio Abbate.

Gabriele D'Annunzio.

Gaetano Bonoris.

Gaetano Salvemini.

George Orwell.

Georges Simenon.

Giacomo Puccini.

Giacomo Leopardi.

Giampiero Mughini.

Gianfranco Salis.

Gianni Vattimo.

Gianrico Carofiglio.

Gioachino Rossini.

Giordano Bruno Guerri. 

Giorgio Manganelli.

Giovanni Testori.

Giovanni Verga.

Giovannino Guareschi.

Giuseppe Prezzolini.

Giuseppe Verdi.

Hanif Kureishi.

Italo Calvino.

Jago sta per Jacopo Cardillo.

Jacques Maritain.

Jean Cocteau.

Jean-Jacques Rousseau.

John Ronald Reuel Tolkien.

Johann Wolfgang von Goethe.

J. K. Rowling.

Jorge Luis Borges.

Julius Evola.

Lara Cardella.

Laura Ingalls Wilder.

Lee Miller.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lina Sotis.

Luigi Illica.

Luigi Vanvitelli.

Luis Sepúlveda.

Louis-Ferdinand Céline.

Ludovica Ripa di Meana.


 

INDICE SESTA PARTE


 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marcello Marchesi.

Marcello Veneziani.

Marina Cvetaeva.

Mario Vargas Llosa.

Mark Twain.

Martin Scorsese. 

Massimo Rao.

Matilde Serao.

Maurizio Cattelan.

Mauro Corona.

Michel Houellebecq.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarroti.

Michelangelo Pistoletto.

Michele Mirabella.

Michele Rech: Zerocalcare.

Milo Manara.

Oliviero Toscani.

Oriana Fallaci.

Pablo Neruda.

Pablo Picasso.

Paul Verlaine.

Pier Paolo Pasolini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Pietro Cavallini.

Pietro Citati.

Primo Levi.

Robert Capa.

Roberto Ruffilli.

Roberto Saviano.

Salman Rushdie.

Sergio Leone.

Sergio Pautasso.

Sibilla Aleramo.

Stefania Auci.

Susan Sontag.

Suzanne Valadon.

Sveva Casati Modignani.

Tim Page.

Truman Capote.

Tullio Pericoli.

Umberto Eco.

Umberto Pizzi.

Wolfang Amadeus Mozart.

Vasco Pratolini.

Veronica Tomassini.

Virginia Woolf.

Vitaliano Trevisan.

Vittorio ed Elisabetta Sgarbi.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. La Distrazione di Massa: Propaganda e realtà.

Controinformazione e contraddittorio.

Lo ha detto la Televisione…

L’Opinionismo.

L’Infocrazia.

Rai: Il pizzo e l’educatrice di Stato.

Mediaset: la manipolazione commerciale.

Sky Italia.

La 7.

Sportitalia.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le fake news.

I Censori.

Il Diritto d’Autore e le furbizie di Amazon.

La Privacy.

L’Oblio.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

Wikipedia, l’enciclopedia censoria.


 

INDICE NONA PARTE


 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Se questi son giornalisti!

Gli Uffici Stampa.

Il Corriere della Sera.

Avanti!

Il Fatto Quotidiano.

La Gedi.

L’Espresso.

Il Domani.

Il Giornale.

Panorama.

La Verità.

L’Indipendente.

L’Unità.

Il Manifesto.

Il Riformista.

I più noti.

Alberto Dandolo.

Alberto Matano.

Alda D’Eusanio.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Amedeo Goria.

Andrea Scanzi.

Angela Buttiglione.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Antonello Piroso.

Antonio Caprarica.

Antonio Di Bella.

Augusto Minzolini.

Attilio Bolzoni.

Barbara Costa.

Barbara Palombelli.

Bruno Vespa.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carmen Lasorella.

Cesara Bonamici.

Claudio Sabelli Fioretti.

Clemente Mimun.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Corrado Formigli.

Cristina Parodi.

David Parenzo.

Donatella Raffai.

Enrico Mentana.

Enrico Varriale.

Enzo Magistà.

Fabio Fazio.

Federica Sciarelli.

Ferruccio Sansa.

Filippo Facci.

Flavia Perina.

Franca Leosini.

Francesca Barra.

Francesca Fagnani.

Francesco Borgonovo.

Francesco Repice.

Furio Focolari.

Gennaro Sangiuliano.

Gian Antonio Stella.

Gian Marco Chiocci.

Gianni Riotta.

Gigi Marzullo.

Giovanni Minoli.

Hoara Borselli.

Indro Montanelli.

Italo Cucci.

Ivan Zazzaroni.

Jas Gawronski.

Laura Tecce.

Lirio Abbate.

Lucia Annunziata.

Luisella Costamagna.

Malcom Pagani.

Manuela Moreno.

Marco Travaglio.

Mario Sechi.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Massimo Gramellini.

Maurizio Mannoni.

Mia Ceran.

Michele Cucuzza.

Michele Santoro.

Milena Gabanelli.

Myrta Merlino.

Natalia Aspesi.

Nicola Porro.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Flores d'Arcais.

Riccardo Iacona.

Roberto D’Agostino.

Roberto Poletti.

Romana Liuzzo.

Rula Jebreal.

Salvo Sottile.

Selvaggia Lucarelli.

Serena Bortone.

Sigrido Ranucci.

Tancredi Palmeri.

Tiberio Timperi.

Tiziano Crudeli.

Tommaso Cerno.

Valentina Tomirotti.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.
 


 

LA CULTURA ED I MEDIA

SECONDA PARTE


 

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Fonemi e Grafemi.

Alfabeto.

Nascita e Storia della Scrittura.

Il Corsivo e lo Stampatello.

La Dattilografia.

La Stenografia.

La stenotipia.

Tipo di carattere.

Fonemi e Grafemi.

Fonemi e Grafemi. Da tattoomuse.it. Qual è la differenza tra fonemi è grafemi? Nella scrittura i fonemi sono rappresentati da segni grafici detti grafemi o lettere. Il fonema è un suono elementare; serve per formare le parole e distinguerle una dall'altra. Il grafema è un'unità grafica minima; serve per scrivere le parole e distinguerle una dall'altra.

Che differenza c'è tra fonemi e grafemi?

I fonemi sono i singoli suoni che emettiamo con la bocca e che quindi sentiamo (il suono s, il suono t…), mentre i grafemi sono le lettere con cui scriviamo questa parola e che quindi vediamo (la lettera s, la lettera t…). Ricordiamoci quindi che dire “grafemi” e dire “lettere” è la stessa cosa.

Qual è la differenza tra fonemi è grafemi?

Nella scrittura i fonemi sono rappresentati da segni grafici detti grafemi o lettere. Il fonema è un suono elementare; serve per formare le parole e distinguerle una dall'altra. Il grafema è un'unità grafica minima; serve per scrivere le parole e distinguerle una dall'altra.

Quanti sono i fonemi ei grafemi?

Il sistema grafematico italiano è il sistema di relazioni che esistono fra i grafemi e i fonemi della lingua italiana. In italiano esistono infatti 30 fonemi, ma si usano solamente 21 grafemi per trascriverli.

Che cos'è il grafema esempio?

Con il termine grafema si indica il segno elementare e non ulteriormente suddivisibile che costituisce l'unità minima dei sistemi di scrittura: un grafema rappresenta un'unità linguistica (un fonema, una sillaba o un morfema). Generalmente i grafemi sono inclusi tra parentesi angolate ⟨ ⟩: ad es. il grafema ⟨b ⟩.

Che cosa si intende per fonemi?

di ϕωνέω «produrre un suono»] (pl. -i). – In linguistica, ogni elemento sonoro, o unità elementare, del linguaggio articolato, considerato sotto l'aspetto fisiologico (cioè della sua formazione per mezzo degli organi vocali) e acustico.

Quali sono i 7 fonemi?

Il sistema vocalico della lingua italiana standard comprende sette fonemi /a, ɛ, e, i, ɔ, o, u/. Questi sette fonemi vocalici si trovano in sillaba accentata, mentre in sillaba non accentata si riducono a cinque /a, e, i, o, u/ (in atonia, l'opposizione di apertura vocalica è neutralizzata nelle vocali medie).

Come si riconosce un fonema?

Per individuare i vari fonemi di una data lingua, si usa generalmente il criterio della ricerca di coppie minime, ossia di due parole che si differenziano per un solo fonema (come nell'esempio sopra tetto e detto). Per esempio, in italiano /p/ e /b/ sono due fonemi perché è presente la coppia minima 'pelle' - 'belle'.

Quali sono i grafemi italiani?

La trascrizione dell'italiano, tuttavia, è considerata piuttosto trasparente: 11 grafemi, infatti, hanno valore univoco (‹a› ‹b› ‹d› ‹f› ‹l› ‹m› ‹n› ‹p› ‹r› ‹t› ‹v›).

Quanti sono i fonemi?

Nella lingua italiana si hanno in tutto 30 fonemi (7 vocali + 2 semiconsonanti + 21 consonanti) se non contiamo le differenze di durata dei suoni consonantici.

Qual è la differenza tra fono è fonema?

Quindi, il fono si ha quando, pur cambiando pronuncia di una parola, il significato rimane lo stesso. Il fonema quando invece, cambiando il suono della parola, il significato cambia.

Come si scrivono i fonemi?

I fonemi si trascrivono entro barre oblique (trascrizione fonologica). contribuiscono a formare significati distinti; hanno, pertanto, una funzione distintiva. ES: /'cara/ e /'bara/. /c/ e /b/ sono due fonemi, in quanto modificano il significato della parola.

Come insegnare i fonemi ai bambini?

Insegnare l'alfabeto ai bambini è una cosa realmente divertente: basta introdurre i fonemi, aiutarci con dei disegni ed il gioco è fatto.

...

Ritagliamo un rettangolo, incolliamolo sul cartoncino e disegniamo una qualsiasi sagoma ci piaccia. ...

Sul cartoncino scriviamo sillabe di parole che incominciano con la stessa lettera.

Chi studia i fonemi?

La fonologia è la branca della linguistica che studia i sistemi di suoni ("sistemi fonologici") delle lingue del mondo.

Come si chiama l'alfabeto che usiamo in Italia?

L'alfabeto con i segni che noi italiani usiamo da secoli è l'alfabeto latino.

Come si individuano i fonemi in una lingua?

di una lingua si individuano in base alla differenza acustica delle diverse combinazioni di un più piccolo numero di coefficienti acustico-articolatori, i quali, in quanto differenziano gli elementi di una coppia di f., sono detti tratti distintivi o pertinenti.

Come si dividono i fonemi?

I suoni di una lingua sono definiti foni a livello fonetico e fonemi a livello fonologico.

Che differenza c'è tra trascrizione fonetica è fonologica?

La trascrizione fonemica (o anche fonologica e fonematica) è un sistema di scrittura artificiale che serve a rendere i fonemi di una specifica lingua. Si differenzia dalla trascrizione fonetica, che riproduce i foni, ma i due tipi di trascrizione usano gli stessi simboli.

Quanti tipi di fonetica ci sono?

La fonetica si divide in tre branche principali: Fonetica articolatoria che descrive il modo in cui i suoni sono prodotti dall'apparato fono-articolatorio. La disciplina è parte della fisiologia umana. Fonetica acustica invece descrive tutte le caratteristiche fisiche del segno fonico quando si propaga nell'aria.

Quali sono gli errori fonetici?

Gli errori fonologici sono quelli che contemplano la non corrispondenza tra fonemi e grafemi, rispettivamente suono ed elemento grafico di ciò che si scrive. Questo passaggio è fondamentale per chi si occupa di contenuti e copywriting.

Quando i bambini tardano a parlare Che problema c'e?

strutturali: problemi uditivi, anomalie oro-bucco/facciali (palatoschisi), otiti; neurologiche: epilessie, paralisi cerebrali; ritardi mentali più o meno gravi. Quindi è bene tenere a mente che il bambino che tarda a parlare non è da definirsi PIGRO.

Quando i bambini iniziano a leggere e scrivere?

Già intorno ai 4-5 anni i bambini possono cominciare a mostrare interesse per la lettura e la scrittura. Gli adulti dovrebbero sostenerli preparando un ambiente educativo adeguato, ma senza eccedere o fare pressioni che vadano oltre la naturale curiosità mostrata dai piccoli. 2 Quando insegnare a leggere ai bambini?

Come sbloccare un bambino che non parla?

Il modo più efficace per stimolare il linguaggio dei bambini è giocare. Qualsiasi gioco o attività proponete è importante dare enfasi a linguaggio utilizzando toni di voce diversi e una mimica molto variabile. Utilizzate frasi semplici fino ai quattro anni e mezzo e più complesse dai 5 anni in su.

Cosa è il Monema?

- (ling.) [la più semplice unità linguistica dotata di significato] ≈ morfema.

Qual è la differenza tra morfo e morfema?

Mentre il morfema è un'unità di significato, la cui consistenza può essere astratta e non espressa materialmente (quindi percepibile per vie diverse da quella sensoriale), il morfo è parte di una concreta realizzazione verbale ed è quindi composto da materiale fonologico.

Cosa vuol dire Morfos?

-μορϕος, dal tema di μορϕή «forma»]. – Secondo elemento di parole composte derivate dal greco o formate modernamente (antropomorfo, isomorfo, allomorfo, eteromorfo, ecc.), che significa «che ha forma di». Agli aggettivi in -morfo corrispondono spesso sostantivi astratti in -morfìa o, più comunem., in -morfismo.

Fonetica. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La fonetica (dal greco φωνή (phōnḗ), "suono" o "voce") è la branca della linguistica relativa alla sostanza dell'espressione (secondo la definizione del linguista Ferdinand de Saussure) che studia la produzione e la percezione di suoni linguistici (foni), e le loro caratteristiche.

Branche della fonetica sono:

la fonetica articolatoria (o fisiologica), che studia il modo in cui vengono prodotti i suoni, riferendosi agli organi preposti alla fonazione (i quali nel complesso prendono il nome di "apparato fonatorio"), della loro fisiologia, ovvero del processo di fonazione, e dei criteri di classificazione;

la fonetica acustica, che descrive le caratteristiche fisiche dei suoni linguistici e il modo in cui si propagano nell'aria;

la fonetica sensitiva, che studia il modo in cui i suoni vengono percepiti dall'apparato uditivo;

la fonetica sperimentale o strumentale, lo studio della produzione dei suoni linguistici attraverso l'utilizzo di determinati strumenti, come il sonografo.

Con "fonetica" ci si riferisce solitamente alla fonetica articolatoria, in quanto le altre si sono sviluppate in un'epoca più recente e soprattutto la fonetica uditiva necessita ancora di chiarimenti da parte dei linguisti anche per quanto riguarda molte delle attività dell'apparato uditivo, attualmente ancora sconosciute. È importante però fare una distinzione tra fonetica e fonologia. Con quest'ultima facciamo riferimento al livello della linguistica relativo alla forma dell'espressione, ai cosiddetti fonemi, cioè la rappresentazione dei singoli elementi lessicali.

Fonetica articolatoria

La fonetica articolatoria studia i suoni di una lingua sotto l'aspetto della loro produzione attraverso l'apparato fonatorio, descrive quali organi intervengono nella produzione dei suoni, quali posizioni assumono e come queste posizioni interferiscono con il percorso dell'aria in uscita dai polmoni attraverso la bocca, il naso o la gola per produrre i differenti foni.

Non si occupa di tutte le attività fisiologiche che intervengono nella produzione di un suono, ma seleziona solamente quelle che attengono al luogo di articolazione. Un simbolo fonetico è un segno convenzionale usato per significare la descrizione articolatoria di un suono, nonché una sua approssimata collocazione in determinate classi detti foni, dal momento che nessuno è in grado di riprodurre due volte lo stesso identico suono. I simboli più utilizzati sono quelli dell'AFI, l'Associazione fonetica internazionale, conosciuta anche come IPA.

Meccanismo di produzione dei suoni linguistici

Per quanto concerne la lingua italiana bisogna fare un'importante distinzione tra consonantismo e vocalismo. A prescindere dal fatto che sono ben note le consonanti e le vocali, i due gruppi si distinguono per il modo in cui vengono prodotti. Nel vocalismo bisogna introdurre il concetto di meccanismo laringeo o più comunemente noto come vibrazione, che consiste nella vibrazione delle pliche vocali (= corde vocali). Le vocali risultanti si distinguono in base alla posizione che assumono gli organi mobili del tratto vocale. Il consonantismo, invece, è messo in moto non tramite la vibrazione ma tramite la formazione di un restringimento o chiusura del tratto vocale, permettendoci di distinguere le ostruenti (occlusive, affricate, fricative), in cui avviene una totale chiusura, dalle sonoranti (nasali, laterali, vibranti, approssimanti) in cui invece il flusso d'aria passa incontrastato nel tratto vocale.

Sebbene i due differiscano per il modo di articolazione in entrambi i casi viene utilizzato il medesimo apparato utilizzato per la funzione vitale della respirazione. Il processo infatti comincia nei polmoni nei quali l'aria durante l'espirazione viene incanalata nei bronchi, a causa della pressione dei muscoli intercostali, passando per la trachea fino ad arrivare al tratto vocale (laringe, glottide, faringe, velo palatino, ugola, lingua, palato, alveoli, denti incisivi, labbra, cavità nasali). Ma se nella respirazione la durata dell'inspirazione è più o meno equivalente a quella dell'espirazione, nella fonazione invece i tempi sono piuttosto diversi: possiamo quasi dire che l'uomo economizza sull'aria inspirata utilizzando per gli scarti espirati una durata maggiore rispetto ai tempi d'inspirazione.

Vocalismo

Come abbiamo già detto le vocali sono realizzate tramite vibrazione delle pliche (corde) vocali. Come è facilmente intuibile però le vocali non si realizzano allo stesso modo - altrimenti non conteremmo oggi cinque vocali nel sistema linguistico italiano. per la realizzazione delle vocali dobbiamo, quindi, tener conto dei criter] di:

anteriorità-posteriorità: determinato dal movimento della lingua (in senso orizzontale), se la lingua retrocede verso l'interno del tratto vocale si formano le vocali posteriori, se la lingua avanza verso l'esterno del tratto vocale si formano le vocali anteriori

grado di altezza: determinato dal movimento della lingua (in senso verticale), se la lingua avanza verso il palato si formano le vocali alte, se la lingua invece si abbassa rispetto alla posizione mediana si formano le vocali basse

arrotondamento: determinato dalla posizione delle labbra, se le labbra si arrotondano si formano le vocali arrotondate (o procheile), se le labbra sono in posizione rilassata si formano le vocali non arrotondate (o aprocheile)

nasalizzazione: determinato dalla posizione del velo palatino, se il velo palatino è in posizione verticale si formano le vocali nasali (non presenti in italiano), se si alza toccando la parte superiore della faringe, e dividendo in tal modo la cavità nasale da quella orale, si formano le vocali orali.

Consonantismo

Le consonanti, differentemente dalle vocali, si realizzano tramite un diaframma. Anche in questo caso le consonanti differiscono tra loro per tre criteri:

luogo di articolazione: dipende dagli organi articolatori che formano consonanti bilabiali, labiodentali, dentali, alveolari, retroflesse, post-alveolari, palatali, velari, uvulari, faringali, glottidali (non tutte presenti in italiano)

modo di articolazione: dipende dal tipo di diaframma, se blocca il flusso dell'aria in uscita si formano le consonanti ostruenti (occlusive, affricate, fricative) se l'aria non è ostruita si formano le consonanti sonoranti (nasali, laterali, vibranti, approssimanti)

coefficienti laringei: dipendono dal meccanismo laringeo; se è messo in moto si formano le consonanti sonore, se non è messo in moto le consonanti sorde (si veda Grado di articolazione).

I click

Di base, le consonanti e vocali si producono con un flusso d'aria egressivo che parte dai polmoni ma in altre lingue, per esempio in lingue africane come lo Xhosa, esistono delle consonanti prodotte senza flusso d'aria dai polmoni, cioè i click. Simili suoni sono presenti nella parlata colloquiale anche in altre lingue nel mondo, incluso l'italiano: si pensi per esempio alla negazione "tsk tsk", effettuata facendo schioccare la punta della lingua distesa sul palato e senza espirare (questo click è presente anche in lingua maori). Altri click coinvolgono il labbro inferiore a contatto con l'arcata dentaria superiore e il dorso della lingua con la parte tondeggiante del palato. Quest'ultimo è presente proprio all'inizio della parola "Xhosa". L'ultimo click è prodotto facendo schioccare la punta della lingua retroflessa nell'incavo del palato.

Fonetica acustica

La fonetica acustica tratta l'onda sonora come il prodotto di un qualsiasi risonatore. In pratica equipara l'apparato fonatorio umano a un sistema d'emissione e riproduzione di suoni. Per decodificare le caratteristiche salienti dell'onda sonora prodotta si utilizzano il sonografo, o spettrografo, e gli spettrogrammi con esso prodotti: con questi strumenti si possono identificare determinate bande chiamate formanti che sono risultate essere importanti per la comprensione dei suoni linguistici e hanno anche mostrato una certa relazione con alcuni processi articolatori. Inoltre, con essi, si sono analizzate le onde sonore per capire quali fossero le frequenze che contenevano i dati fondamentali, necessari e sufficienti per identificare i suoni delle varie lingue.

Fonetica percettiva

La fonetica uditiva è probabilmente il settore della fonetica a tutt'oggi meno esplorato e tratta di come i suoni linguistici vengano recepiti dall'apparato uditivo umano: per questo studia in particolare come funziona il canale uditivo. Un altro campo d'investigazione riguarda le possibili interferenze acustiche che si possono determinare nell'ascolto dei suoni linguistici. Recentissimi sono gli studi in campo cognitivo, correlati alla percezione effettiva dei suoni. Rappresentano un ambito della fonetica uditiva anche le ricerche su come vengono percepiti i suoni nelle diverse situazioni comunicative (soprattutto nei diversi ambienti, in particolare rumorosi).

Fonetica sperimentale o strumentale

La fonetica sperimentale studia i suoni prodotti dall'apparato fonatorio secondo un approccio fisico, sia usando strumenti particolari per determinare con precisione la posizione dei vari organi articolatori sia prestando attenzione al risultato del processo fonatorio: unendo i dati si sono scoperte caratteristiche importanti sull'articolazione dei suoni linguistici. Essa utilizza strumenti come i raggi x per determinare la posizione degli articolatori e nella prima metà del secolo scorso si usava il chimografo che, mediante un pennino mosso dalle vibrazioni dell'aria provocate dalla produzione dei suoni, tracciava delle linee d'intensità su un tamburo rotante coperto con carta annerita con nerofumo. Il chimografo è stato in seguito sostituito dal più funzionale sonografo. Lo studio di questi dati risulta tanto più preciso e significativo quanto più sono perfezionati gli strumenti usati.

Altri settori d'indagine

Altri settori di indagine della fonetica sono:

La fonetica strutturale, che talvolta si identifica con la fonologia; può essere descrittiva sincronica (ad esempio se studia i suoni di una determinata lingua in un certo momento della sua evoluzione), o diacronica (cioè storica; ad es. se studia l'evoluzione strutturale nel tempo dei suoni di una lingua data).

La fonetica comparativa, che compie raffronti sistematici tra i sistemi fonetici/fonologici di varie lingue, per scoprirne i rapporti di somiglianza e/o di differenziazione, o le leggi di trasformazione fonetica (ad es. se indaga sulle differenze e somiglianze tra indoeuropeo e semitico, oppure sulle lingue indoeuropee storiche per ricostruire il sistema fonetico/fonologico del proto-indoeuropeo o del proto-germanico).

La fonetica storica sperimentale, ancora molto 'giovane', ma già oggi possibile grazie alla grande quantità di materiale registrato (radiofonico, cinematografico e televisivo) e conservato a partire dagli anni trenta del secolo scorso.

Trascrizione fonetica

Nonostante il gran numero delle lingue presenti nel mondo e del vasto numero dei sistemi ortografici esistenti, è possibile comunque fare una trascrizione fonetica (tramite sistema IPA), ovvero realizzare nella scrittura le caratteristiche fonetiche di una determinata lingua mediante un sistema alfabetico nuovo riconosciuto universalmente e che non corrisponda a un sistema linguistico esistente (parleremmo altrimenti di traslitterazione). La trascrizione dei foni avviene tra parentesi quadre ([...]), quella dei fonemi tra parentesi oblique (/.../).

Ecco un esempio di trascrizione fonetica:

[pare]

[paːre]

[pære]

[pæːre]

Le quattro trascrizioni fonetiche differiscono esclusivamente nei foni [a], [aː], [æ], [æː] non nel fonema (per approfondire, vedi Fonologia). Sono quattro pronunce diverse dello stesso significante (e stesso significato). Parliamo in questo senso di allofoni, in quanto i quattro suoni sono diverse realizzazioni fonetiche di un'unica unità del significante, di un medesimo fonema.

Un altro esempio di allofonia potrebbe essere dato dalla diversa realizzazione fonetica della /r/ (come vibrante alveolare, vibrante uvulare o la cosiddetta "erre moscia", fricativa uvulare o "erre francese"), sempre facendo riferimento all'esempio precedente. Quindi avremo [pare], [paʀe], [paʁe] il cui fonema corrispondente è per tutte -> /pare/ (con trascrizione fonologica).

Caratteristiche prosodiche

Con caratteristiche prosodiche si intendono tutte quelle caratteristiche fonetiche che si producono simultaneamente ai suoni in sé e per sé ma che non sono rappresentabili con i soli foni. È per questo che si parla di "trascrizione fonetica larga" se si prende nota solo dei foni, gli elementi necessari, e di "trascrizione fonetica stretta" se si va più in dettaglio trascrivendo anche altri elementi come l'accento, la sillaba, la lunghezza dei segmenti.

Accento

Con accento si intende la prominenza di una sillaba su un'altra. Nella trascrizione fonetica si realizza tramite un apostrofo immediatamente precedente alla sillaba accentata. Ad esempio ['pare] oppure [pa'rere]. È importante notare che le lingue differiscono anche per la posizione dell'accento: esistono lingue con accento libero come l'italiano in cui la posizione dell'accento varia a seconda del lessico e quindi vi sono parole tronche, piane, sdrucciole, bisdrucciole) e lingue invece ad accento fisso in cui invece l'accento è fisso sempre sulla stessa sillaba, come nel caso del francese e il turco che hanno l'accento sempre sull'ultima sillaba.

Sillaba

La sillaba è l'unità fonetica minima. È costituita dal nucleo, che è l'elemento necessario e indispensabile, e può presentare o facoltativamente o obbligatoriamente un attacco e facoltativamente una coda. Se la sillaba presenta della coda è detta chiusa altrimenti la sillaba è aperta. Il nucleo deve essere caratterizzato da un picco di sonorità (in italiano quindi deve essere per forza formato solo dalle vocali). Nella trascrizione fonetica il confine sillabico è rappresentato dai punti, in posizione tonica può anche essere omesso per la presenza dell'accento.

Lunghezza dei segmenti

È possibile rappresentare una vocale o consonante nel suo grado di lunghezza (breve o lungo) tramite diversi espedienti. In un primo basta segnalarlo tramite un trattino dritto per una maggiore lunghezza o tramite un archetto per una minore lunghezza. Il tratto lungo può essere rappresentato per le consonanti anche tramite ripetizione del fonema (es [fatte]) oppure tramite i due punti sia per consonanti che per vocali (es [fat:e] e [li:mpido]).

La fonologia

Fonetica VS fonologia. Da docenti.unimc.it. Fonetica VS fonologia.

Fonetica: descrive, classifica e fornisce la trascrizione dei suoni prodotti dall’uomo quando parla

Fonologia: studia i suoni presenti nelle lingue umane in rapporto alla loro funzione distintiva.

Fono: realizzazione concreta di qualunque suono del linguaggio

Fonema: unità linguistiche minime che contribuiscono a determinare il significato di una parola (suoni che possono essere impiegati per distinguere parole di diverso significato)

Foni e fonemi Pronunciando prato con la vibrante apicale ['pra:to] e con la vibrante uvulare (“erre alla francese” o “erre moscia”) ['pra:to] non abbiamo alcuna differenza di significato n [r] e [R] sono allofoni (realizzazioni diverse) del fonema /r/

Nella trascrizione dei foni si usano le parentesi quadre, mentre i fonemi vengono indicati tra barre oblique Commutazione Scambiando /p/ di prato con /g/ e con /i/ si ottengono due nuove parole ciascuna con un suo significato: grato e irato n /p/, /g/ e /i/ hanno una funzione distintiva: si tratta pertanto di fonemi

I fonemi si identificano quindi mediante la prova di commutazione Varianti combinatorie VS varianti libere

Varianti combinatorie: realizzazioni fonetiche dovute alla vicinanza con un altro suono (vento/vengo) vento [n] dentale VS vengo [ŋ] velare /n/: [n]; [ŋ] sono due allofoni dello stesso fonema

Varianti libere: realizzazioni fonetiche individuali dovute ai difetti di pronuncia o a particolari abitudini (r uvulare [R] in italiano) L’apparato fonatorio Vocali vs consonanti 

A seconda del modo di articolazione, i suoni linguistici si dividono in:

Vocali: quando l’aria esce dalla cavità orale (o orale e nasale) senza che si frapponga al suo passaggio alcun ostacolo

Consonante: quando l’aria incontra un ostacolo

Tratti distintivi dei fonemi

Sordità: l’aria passa attraverso la glottide senza far vibrare le corde vocali (consonanti sorde: [p], [t], [k])

Sonorità: le corde vocali, per azione meccanica dell’aria in uscita, entrano in vibrazione(vocali e consonanti sonore: [b], [d], [g])

Oralità: il velo palatino (parte posteriore del palato) si solleva e si appoggia alla parte posteriore della faringe chiudendo la cavità nasale e l’aria esce dalla bocca ([d] e [b])

Nasalità: il velo palatino è abbassato e l’aria penetra anche nella cavità nasale ([n] e [m])

IPA (International Phonetic Association) Sodalizio di linguisti fondato nel 1886

Attuale sede: Londra

Ipa (alfabeto fonetico internazionale): sistema di trascrizione in grado di rappresentare i suoni delle più importanti lingue del mondo

Con l’IPA si possono fare trascrizioni sia di tipo fonetico che fonologico Le vocali

Quante sono le vocali dell’italiano?

Vocali anteriori o palatali (i, e, ɛ)

Vocali posteriori o velari (ɔ, o, u)

Vocali centrali (a) A seconda della posizione della lingua

I suoni vocalici dell’italiano sono sette in posizione tonica (cioè accentata) e cinque in posizione atona (cinque sono i grafemi che rappresentano tutte le vocali)

La /ε/, la /a/ e la /ɔ/ si dicono anche vocali aperte; la /i/, la /e/, la /o/ e la /u/ si dicono vocali chiuse

Quando non sono accentate, le vocali sono sempre chiuse La e è generalmente aperta:

nelle parole che finiscono in –èllo, -èlla (cancello, bidello); -èrio, -èria (criterio, desiderio, miseria); -èzio, -èzia (inezia, screzio)

Nei gerundi in –èndo (correndo, sentendo)

Nei participi presenti in –ènte (sapiente, vedente)

Quando fa parte del dittongo –iè (fieno, piede). Fanno eccezione i casi in cui il dittongo è compreso in suffissi che vogliono la e chiusa come –étto, -ézza (armadietto, ampiezza) La e è generalmente chiusa

Nelle parole che finiscono in –éccio (casereccio), -ése (paese); -ézza (altezza); - ménto (miglioramento)

Negli infiniti in –ére con accento sulla desinenza (bere, piacere)

Negli avverbi in –ménte (lentamente)

Nei diminutivi in –étto, -étta (libretto, cameretta) La o è generalmente aperta:

Quando si trova in fine di parola o porta l’accento (però andò, comò)

In molte parole di origine dotta con l’accento sulla terzultima sillaba (archeòlogo, filosòfo)

Nei suffissi –òlo, -uòlo (figliolo, lenzuolo)

Nei suffissi –òtto (ragazotto)

Quando fa parte del dittongo –uò- (fuoco, suono) La o è generalmente chiusa

Nelle parole che finiscono in –oce (feroce); - onda (sonda); -onte (bisonte); -ore (muratore); -oso (furioso); -posto (contrapposto); -zione (azione)

Nel suffisso accrescitivo –one (scivolone) Le consonanti

Luogo di articolazione (punto in cui uno degli organi di fonazione si frappone alla corrente d’aria che sale dai polmoni): Bilabiali (p, b, m) Labiodentali (f, v) Dentali (t, d, n) Alveolari (z) Prepalatali (c + e, i; g + e, i) Palatali (gn) Velari (c + a, o, u; ch + e, i; g + a ,o , u; gh + e ,i)

Modo di articolazione:

Occlusive (momentanea chiusura del canale): /p/; /b/; /t/; /d/

Continue o fricative (flusso continuo dell’aria che viene dai polmoni con restringimento del canale): costrittive-spiranti (/f/; /s/), vibranti (/r/), laterali (/l/)

Affricate (articolazioni intermedie tra occlusive e continue): occlusiva + continua (z sorda di zio = /ts/ ) Le occlusive descrizione fonetica fonema grafema esempio trascrizione fonologica occlusiva bilabiale sorda /p/ p piazza /'pjattsa/ occlusiva bilabiale sonora /b/ b barca /'barka/ occlusiva bilabiale sonora nasale /m/ m maschio /'maskjo/ occlusiva dentale sorda /t/ t testa /'tɛsta/ occlusiva dentale sonora /d/ d dente /'dɛnte/ occlusiva dentale sonora nasale /n/  naso /'naso/ occlusiva palatale sonora nasale /ɲ/ gn gnocco /'ɲɔkko/ occlusiva velare sorda /k/ c (+ a, o, u) ch (+ e, i) q (+ ua, ue, ui, uo) canzone chiesa quadro /kan'tsone/ /'kiɛza/ /'kwarto/ occlusiva velare sonora /g/ g (+ a, o, u) gh (+ i, e) gallo ghiro /'gallo/ /'giro/ Le continue o fricative descrizione fonetica fonema grafema esempio trascrizione fonologica continua costrittiva labiodentale sorda /f/ f farfalla /far'falla/ continua costrittiva labiodentale sonora /v/ v vaso /'vazo/ continua costrittiva alveolare sorda /s/ s salto /'salto/ continua costrittiva alveolare sonora /z/ s sgabello /zga'bɛllo/ continua costrittiva prepalatale sorda /ʃ/ sc (+ e, i) sci (+ a, o, u) scena sciopero /'ʃɛna/ /'ʃɔpero/ continua vibrante alveolare /r/ r riga /'riga/ continua laterale alveolare /l/ l lastra /'lastra/ continua laterale palatale /ʎ/ gl (+ i) gli (+ a, e, o, u) figli famiglie /'fiʎi/ /fa'miʎe/ Le affricate descrizione fonetica fonema grafema esempio trascrizione fonologica affricata alveolare sorda /ts/ z zappa /'tsappa/ affricata alveolare sonora /dz/ z zero /'dzɛro/ affricata prepalatale sorda /ʧ/ c (+ e, i) cena /' ʧena/ affricata prepalatale sonora /ʤ/ g (+ e, i) giostra /'ʤɔstra/

La s si pronuncia sorda /s/: Quando è seguita da consonanti sorde (spostare, cisterna, scappare)

All’interno di parola, quando è seguita da vocale (borsa, falso) ll’inizio di parola, quando è seguita da vocale (signora, sale)

All’interno di parola, quando è doppia (grosso, passo) La s si pronuncia sonora /z/:

Quando è seguita dalle consonanti sonore b, d, g, l, m, n, v (sbadigliare, sdoganare, sgrossare…)

Nelle parole di origine dotta che finiscono in – asi, -esi, -isi, -osi (protasi, tesi, crisi, sclerosi)

Nelle parole in –esimo, -esima (battesimo, cresima)

Quando è intervocalica (bisogno, esame). Ci sono numerose eccezioni (naso, cosa, spesa) La z si pronuncia sorda /ts/: Davanti ai gruppi vocalici -ia, -ie, -io (grazia, balbuzie, spazio)

Dopo -l- (alzare, balzo, calza)

Nelle parole che finiscono in –anza, -enza, - ezza, -izia, -ozzo, -ozza, -ziare, -zione (tolleranza, correttezza, deliziare, organizzazione) La z si pronuncia sonora /dz/: Quando è scritta scempia e si trova tra due vocali (azalea, azoto) Nei suffissi –izzare, -izzatore, -izzazione (civilizzare, civilizzazione)

Nelle parole di origine straniera con pronuncia adattata all’italiano (freezer, bazar)

In principio di parola (zelo, zanzara) Consonanti tenue e intense /p/, /b/, /m/, /t/, /d/, /n/, /k/, /g/, /f/, /v/, /s/, /r/, /l/, in posizione intervocalica, possono realizzarsi come tenui o intense Es: fato / fatto; caro / carro

In italiano 5 consonanti sono pronunciate sempre intense in posizione intervocalica:

Continua laterale palatale /ʎ/ = gl (foglio)

Occlusiva palatale sonora nasale /ɲ/ = gn (bagno)

Continua costrittiva prepalatale sorda /ʃ/ = sc (pesce)

Affricata alveolare sorda /ts/ = z (azione) Affricata alveolare sonora /dz/ = z (azoto)

Le semiconsonanti

Oltre alle vocali e alle consonanti, l’italiano possiede due semiconsonanti (o semivocali):

palatale /j/, detta jod (piede)

velare o labiovelare /w/, detta uau (buono)

Semiconsonanti: foni con suono intermedio tra quello delle vocali e quello delle consonanti; la durata di questi foni è più breve Le semiconsonanti descrizione fonetica fonema grafema esempio trascrizione fonologica semiconsonante palatale /j/ i piatto siepe pioggia fiuto /'pjatto/ /'sjɛpe/ /'pjɔdʤa/ /'fjuto/ semiconsonante labiovelare /w/ u acqua guerra guida fuoco /'akkwa/ /'gwɛrra/ /'gwida/ /'fwɔko/

Dittonghi

Le semivocali necessitano sempre di una vocale, alla quale si appoggiano e con la quale formano un dittongo

Dittonghi: unità formate da una vocale in funzione di centro di sonorità della sillaba e da una i oppure una u con funzione consonantica

Dittonghi

Dittonghi ascendenti: ià, iè, ié, iò, ió, iù; uà, uè, ué, uò, uì (la sonorità aumenta passando dal primo al secondo elemento)

Dittonghi discendenti: ài, èi, éi, òi, ói, ùi; àu, èu, éu (la vocale precede la i o la u)

Il primo elemento dei dittonghi ascendenti è detto semiconsonante

Il secondo elemento dei dittonghi discendenti è chiamato semivocale Dittonghi dittonghi formati da i + vocale ja fiato /'fjato/ iɔ chiodo /'kjɔdo/ jɛ piede /'pjɛde / jo fiore /'fjore/ je piegare /pje'gare/ ju fiume /'fjume/ dittonghi formati da vocale + i aj daino /'dajno/ ɔj poi /'pɔj / ɛj amerei /ame'r ɛj/ oj noi /'noj/ ej dei (prep. Art) /'dej/ uj altrui /al'truj/ dittonghi formati da u + vocale wa guado /'gwado/ wi guizzo /'gwittso/ wɛ quercia /'kwɛrʧa/ wɔ luogo /'lwɔgo / we questo /'kwesto/ wo nuotava /nwo'tava/ dittonghi formati da vocale + u aw causa /'kawza/ ew Europa /ew'rɔpa/ ɛw euro /'ewro/ Il dittongo mobile

Perché si dice suono ma sonoro, muovere ma movimento, io siedo ma io sedevo?

Alternanza di forme dittongate (ie, uo) e forme monottongate (e, o)

I dittonghi ie e uo interessano solo la sillaba tonica (*muovimento, *suonoro, *siedevo) Il dittongo mobile Il dittongo mobile si ritrova nei seguenti casi:

1) verbi che alternano forme rizotoniche (muòre) e rizoatone (morìvano)

2) nei derivati da una base dittongata (ruotarotella; suola- soletta)

3) nelle forme che hanno la stessa radice di verbi accentati sul dittongo (muoveremovimento; siede- sedile)

Riduzione di mobilità e conservazione dittongo

Parole composte e avverbi in –mente (buongiorno, buongustaio, lievemente, lietamente)

Verbi come nuotare, vuotare VS notare, votare

Vocaboli comuni che hanno influenzato i derivati: fieno- fienile; pieno- pienezza; piedepiedistallo Iato

Due vocali vicine rimangono separate nelle pronuncia cioè quando ciascuna vocale è il centro di una diversa sillaba

Si ha di solito:

Quando si incontrano due vocali diverse da i, u (paese, aorta, reame)

Quando una delle due vocali è una i o una u tonica (mio, spia, paura)

Nelle parole prefssate in cui è sentito ancora il rapporto prefisso + base (riamare) La trascrizione fonetica

Si riporta tra parentesi quadre

Una consonante doppia si può trascrivere o duplicando il segno [‘palla] o aggiungendo i due punti dopo la consonante [‘pal:a]

Le vocali lunghe (sillaba aperta) si rappresentano facendo seguire la vocale dai due punti es: trascrizione [traskrittsjo:ne]

il simbolo i può essere solo grafico senza un corrispettivo nella pronuncia. Es: Giorgio [dʒɔrdʒo] VS giro [dʒiro] La trascrizione fonetica

h non corrisponde ad un suono ma ha la funzione di indicare che la c o la g precedente seguite da e o da i si pronunciano velari e non palatali: che / chi [ke] [ki]

Il simbolo IPA per l’accento è ['] e si colloca prima della sillaba accentata: casa ['ka:sa], lampione [lam'pjo:ne]

non esistono né corsivo né maiuscole: Carlotta [kar'lɔt:a]

Non si segnalano nemmeno gli apostrofi: l’amico [la'miko]

Trascrizione fonetica Vs fonologica

Trascrizione fonetica fra parentesi quadre VS fonologica fra lineette oblique

La trascrizione fonologica rappresenta solo i tratti pertinenti della lingua le consonanti intense vanno segnalate quando hanno valore distintivo Es: palla /pal:a/ VS pala /pala/ non è necessario trascrivere la lunghezza delle vocali (che si riporta invece nella trascrizione fonetica) perché nella nostra lingua questo non è un tratto distintivo

Trascrizione fonetica Vs fonologica

si deve segnalare la distinzione tra vocali aperte e chiuse (che costituisce un tratto distintivo).

Le vocali aperte o medio basse (ɛ, ɔ) possono comparire solo in sillaba tonica. Sarà quindi considerato errore trascrivere una vocale medio bassa (aperta) in sillaba atona.

Le consonanti che in italiano vengono sempre pronunciate come geminate [dz], [ts], [ʎ], [ɲ], [ʃ] possono essere trascritte fonologicamente senza segnalare l’intensità della consonante Trascrizione fonetica Vs fonologica grafia trascrizione fonetica trascrizione fonologica trascrizione [traskrittsjo:ne] /traskrittsjone/ oppure /traskritsjone/ aglio [aʎ:o] /aʎ:o/ /aʎo/ agnello [aɲ:ɛl:o] /aɲ:ɛl:o/ /aɲɛl:o/ ascia [aʃ:a] /aʃ:a/ /aʃa/

I grafemi e l’alfabeto

grafema: rappresentazione grafica di fonema; è la più piccola unità distintiva del sistema di scrittura di una lingua

Si noti che uno stesso fono può essere reso con grafemi diversi nelle varie lingue: il grafema c, presente in ce, rappresenta fonemi diversi: in it. [tʃe], in francese [se] I grafemi e l’alfabeto

alfabeto: insieme di grafemi con i quali si indicano i fonemi di una determinata lingua 21 lettere italiane + 5 lettere straniere (j, k, w, x, y) La i lunga (J, j)

Ortografia italiana antica: semiconsonante in posizione iniziale di parola e intervocalica (jeri, sajo)

Relitti di questo uso: cognomi (Juliano, Ojetti) + nomi propri geografici (Jesi, mar Jonio)

Parole di origine inglese si pronuncia /ʤ/ (jazz)

Parole francesi si pronuncia /Ʒ/ (abat-jour)

Le parole latine (junior) non vanno pronunciate come fanno gli inglesi o gli americani Il cappa o la cappa (K, k)

Parole di origine straniera: kimono, karaoke, bunker

Parole del commercio e della pubblicità: Park Hotel, Bankitalia

Simboli e sigle: km (chilometri),kg (chilogrammi), ok (okay)

Italiano telematico: k sostituisce il ch (+e, i): ke fai, ki 6

Placito di Capua (690 d.C.):« Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». La doppia vu (W, w)

Lettera straniera che non esisteva nell’alfabeto latino

Parole di origine inglese si pronuncia /w/ (week-end, sandwich, wi-fi, web)

Parole di origine tedesca si pronuncia /v/ (walzer, walchiria)

Nei derivati italiani da parole straniere si pronuncia /v/ (chilowattora) La ics (X, x)

Grafema che indica un nesso di due fonemi cioè l’occlusiva velare + costrittiva alveolare /ks/

Parole di origine greca (xenofobo)

Parole di origine latina (ex, extra)

Parole straniere o derivate da parole straniere (Texas, texano, taxi)

Uso telematico: xchè, xò La ipsilon o i greca (Y, y)

Parole di origine greca o latina

Parole di origine straniera (yoga, spray)

Derivati italiani da parole straniere (babysitteraggio)

In alcuni casi viene pronunciata come “i” (baby, yacht) in altri come “ài” (bypass, bypassare) Perché si fanno gli errori di ortografia?

Mancanza di corrispondenza perfetta tra segni del sistema grafico e suoni del sistema fonologico (mancata corrispondenza tra suoni e segni)

Cause: la lingua parlata si evolve più velocemente di quella scritta (es: francese roi)

Il nostro alfabeto è essenzialmente quello latino; usiamo per la nostra lingua un sistema di scrittura nato per una lingua diversa dalla nostra

Nella nostra lingua sono nati nuovi suoni, per i quali l’alfabeto latino non aveva un simbolo

Es: nel latino classico il grafema c rappresentava la velare /k/ (Cicero /'kikero/); successivamente davanti a e, i diventa c palatale /tʃ/ (Cicerone /tʃitʃe'rone/)

In italiano un solo grafema c rappresenta due diversi fonemi: /k/ e /tʃ/; un solo fonema /k/ è rappresentato da due diversi grafemi: c davanti ad a, o, u (casa, cosa, scusa, e ch davanti a e, i (cheto, chino) Digrammi e trigrammi 7 digrammi: due diverse lettere rappresentano un unico suono gn /ɲ/  gl (+ i) /ʎ/  sc (+ e, i) /ʃ/  ch /k/  gh /g/  ci (+a, o, u) /ʧ/  gi (+a, o, u) /ʤ/ 2 trigrammi: tre diverse lettere rappresentano un unico suono sci (+ a,o,u) /ʃ/  gli (+a, o, u) /ʎ/

Parole a rischio di errore di ortografia

Parole in cui non c’è accordo tra pronuncia e grafia

Parole che, nei vari dialetti, si pronunciano diversamente che in italiano Con la z La z posta tra due vocali si pronuncia sempre doppia ma si scrive quasi sempre scempia

parole che terminano in –àzia (grazie), -azìa (aristocrazia), -èzia (La Spezia), -ezìa (profezia), -ìzia (sporcizia), -ìzie (canizie), -ìzia (polizia), - ozìa (idiozia), -ùzia (arguzia), -ziòne (operazione), -èzio (trapezio), -ìzio (indizio), - òzio (ozio), -ùzio (Muzio)

La z è la lettera iniziale di una parola composta: protozoo, prozio

In alcuni vocaboli isolati: azalea, azienda, paziente, prezioso… In –sione e -zione con la z: nomi che hanno la stessa radice di un participio o di un altro nome in cui ci sia la t (attenzione- attento; canzone- canto) con la s: nomi che hanno la stessa radice di un participio o di un nome con s (pretensionepreteso; estensione- esteso)

Eccezioni: astensione, estorsione, distorsione Con ce, ge, sce

Suono identico sia che si scriva con la i sia senza (coscienza Vs pesce)

Influsso della parola latina: conscientiam VS piscem

Non esiste una regola: consultare il dizionario! Con gn + a, e, o

Scriverle sempre senza la i

Eccezione: n -gniamo (presente indicativo e congiuntivo dei verbi in –gn-) -gniate (presente congiuntivo dei verbi in –gn) Con la q + a, e, i, o  cu VS qu (è un doppione grafico di cu)

Spiegazione: derivazione latina

Cuore < cor  Quota < quota pars  In caso di dubbi consultare il dizionario Parole influenzate da pronunce dialettali  Parole con la doppia fra due vocali: pelliccia non peliccia; dovrebbe non dovrebe; eccellente non eccelente

Parole con una b tra due vocali: ribelle non ribbelle; abile non abbile

Parole con ld e lt: soldo non sordo; coltello non cortello

Parole con ls, ns, rs: polsini non polzini; borsa non borza

Parole con gl: figlio non fio; moglie non moie

Parole con due r fra vocali: ferramenta non feramenta

Parole con nia, nie, nio: matrimonio non matrimogno

Parole con gna, gne, gno: insegnare non inseniare; congegno non congenio

Parole con age, ege, ige, oge, uge, agi, egi, igi, ogi, ugi: agente non aggente, egemonia non eggemonia, legittimo non leggittimo; pugile non puggile

La sillaba

Unità fonologica intermedia tra il fonema e la parola

La struttura sillabica varia da lingua a lingua Es: V (vocale) e C (consonante), in italiano si hanno i seguenti tipi: V, CV, VC, CVC, CCV e CCCV; in inglese esiste anche il tipo CVCC (land)

La sillaba

Sillaba aperta: finisce in vocale (ca-ri-no; dena-ro)

Sillaba chiusa: finisce in consonante (im-portan-za; soc-cor-so)

A volte contrasto tra sillabazione grafica e sillabazione fonetica

Es: resto: re-sto Vs ['rεs-to] sillabazione grafica, frutto di una convenzione dei grammatici Tratti soprasegmentali Es: àncora / ancòra Sequenza fonetica identica: /a/ + /n/ + /k/ + /o/ + /r/+ /a/ Ma diversa è la posizione dell’accento. Tratti soprasegmentali: caratteristiche del modo in cui una parola può essere pronunciata che non sono rappresentabili con la trascrizione segmentale: ad es. l’intonazione, l’accento.

L’accento

Intonazione più forte e prolungata che cade su una determinata sillaba di parola

In italiano è intensivo cioè viene realizzato pronunciando la sillaba accentata con maggiore energia delle altre

Funzione distintiva: es. It. (àncora-ancòra).

Accento mobile

Funzione demarcativa: es. Fr. (accento fisso sull’ultima sillaba di ciascuna parola) L’accento tonico Le parole si distinguono in:

Tronche (accento sull’ultima sillaba): sentì, giocherò

Piane (accento sulla penultima sillaba): sapone, tenda

Sdrucciole (accento sulla terzultima sillaba): tavolo; mensola

Bisdrucciole (accento sulla quartultima sillaba): arrampicano

Trisdrucciole (accento sulla quintultima sillaba): recitamelo Quando si usa l’accento grafico

nelle parole tronche e in alcuni monosillabi: già, può, ciò (NON qui,qua)

per distinguere coppie come prìncipi – princìpi

per distinguere la vocale chiusa (accento acuto) da quella aperta (accento grave): vénti – vènti Con o senza accento? l’accento va messo su l’accento non va messo su dà (verbo dare) da (preposizione) dì (giorno) di (preposizione) è (verbo essere) e (congiunzione) là (avverbio di luogo) la (articolo o pronome) lì (avverbio di luogo) li (articolo o pronome) né (congiunzione negativa) ne (avverbio e pronome) sé (pronome) se (congiunzione) sì (affermazione) si (pronome) tè (bevanda) te (pronome) L’intonazione L’intonazione riguarda l’enunciato (≠ accento che riguarda la parola)

L’intonazione serve a distinguere enunciati di diverso significato:

Es: vieni con me / vieni con me? / vieni con me!

Tratti paralinguistici (volume della voce, velocità del parlare, pause) Fonosintassi

La fonetica sintattica (o fonosintassi) si occupa di tutti quei fenomeni foneticofonologici che si producono nel contatto tra due parole nella catena parlata.

Si occupa anche dei fenomeni grazie ai quali si evita l’incontro di due vocali. Un fenomeno che si manifesta nell’elisione e nell’apocope. Assimilazione Assimilazione regressiva: durante la produzione di un suono alcuni organi dell’apparato vocale anticipano l’articolazione di un suono che segue. Assimilazione regressiva (parziale) Le nasali, ad es., subiscono spesso mutamenti dovuti ad assimilazione anticipatoria: una nasale preconsonantica cambia luogo di articolazione assumendo quello della consonante seguente (velare se la consonante è velare, labiodentale se la consonante è labiodentale): [ˈfaŋgo] fango; [iɱˈveʧe] invece Assimilazione Assimilazione regressiva (totale) una delle ragioni della nascita di consonanti geminate (b] + consonante: it. sollevo < lat. sublevo; k] + consonante: it. fatto < lat. factum)

Assimilazione

Assimilazione progressiva: i tratti di un suono permangono in tutto o in parte nel suono o nei suoni successivi

Assimilazione progressiva parziale: rara in italiano standard. Il fenomeno più significativo è la sonorizzazione di consonanti sorde precedute da nasali (nei dialetti centromeridionali)

Es: sicil. centro-merid. [ˈprondo] pronto

Assimilazione

L’assimilazione progressiva totale: solo in gruppi consonantici in cui il primo elemento è una nasale, una laterale o una vibrante. Si presenta principalmente in fenomeni di variazione diacronica e diatopica (soprattutto nei dialetti meridionali): Es: [ld] > [lː] in it. bargello < lat. Barigildus;  [nd] > [nː] in roman. monno ~ it. mondo

Assimilazione

Accanto ai casi di assimilazione a contatto anche casi di assimilazione a distanza Es: vipistrello (It. antico) → pipistrello

La consonante iniziale si è mutata nella consonante iniziale della seconda sillaba Raddoppiamento fonosintattico

Il raddoppiamento fonossintattico è causato da un’assimilazione fonetica

All’interno di parola: lācte(m) → latte; admĭtto → ammetto

Tra parole vicine. La consonante iniziale della seconda parola viene pronunciata come se fosse doppia: ad căsam → [ak'kasa]

La grafia registra però il fenomeno solo in caso di univerbazione (scrittura unificata): cosiddetto, soprattutto, neppure, sebbene Raddoppiamento fonosintattico

Il raddoppiamento è tipico del toscano e delle varietà centro-meridionali

Si è esteso, per analogia, dai casi etimologici (lācte(m) → latte) agli altri

Es dopo parole tronche: perché mai [per'kem'mai]

Dopo monosillabi con accento grafico: più su [pjus'su] e monosillabi “forti”(a, chi, che, ho, ha, ma, qua, qui, tra, tre…): qua sopra [kwas'sopra]

L’elisione

Caduta della vocale finale atona di una parola di fronte alla vocale iniziale di un’altra parola

Nella scrittura l’elisione è segnata dall’apostrofo Es: *lo albero→ l’albero; una amica → un’amica

Il troncamento / apocope

Caduta di un elemento vocalico, consonantico o sillabico al termine di una parola

Apocope vocalica (professore → professor; buono → buon; bene → ben; uno → un)

Apocope sillabica (grande → gran, poco → po’)

Apocope

Apocope sillabica obbligatoria:

Bello / bel: bel tipo

Bene / ben: ben detto

Dello / del: del caso

Quello / quel: quel tipo

Santo / san: san Martino

Frate / fra: fra Cristoforo

Un amico VS un’amica? Il primo è un troncamento (no apostrofo) il secondo un’elisione

Prova: la parola in questione si può abbreviare anche davanti a una parola cominciante per consonante?

Sì: è un troncamento (un amico / un ragazzo; nessun amico / nessun ragazzo)

No: è un’elisione (un’amica / *un ragazza; pover’uomo / *pover ragazzo)

L’enclisi

un elemento (di una o due sillabe) si appoggia per l'accento alla parola precedente. -lo, -la,-li, -le

Es: lèggilo, lèggila....

Pronomi atoni mi, ti, si, ci, vi, lo, la, ne e avverbi ci, vi enclitici. Si possono unire all'avverbio (eccolo, eccomi) e a forme verbali: imperativo (scrivigli), infinito (scriverle), gerundio (scrivendole), participio passato (scrittogli)

Elementi atoni che si appoggiano alla parola seguente sono proclitici:

Articoli (il, lo, la, i, gli, le; un), preposizioni (a, di, da, con, in, per, tra, fra), pronomi personali atoni e particelle avverbiali (ci, vi, ne e non) enclitici + proclitici = clitici

(ANSA il 10 giugno 2023) - Da tenebrosa a squillante, il tono della voce è deciso dai geni: lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances e condotto da deCODE genetics, di Amgen. L'azienda ha scoperto varianti nella sequenza (mutazioni) del gene ABCC9 che influenzano l'intonazione della voce. 

Parlare è uno dei comportamenti umani più caratteristici, eppure le basi genetiche della voce e del linguaggio restano in gran parte sconosciute. Nel primo studio di questo tipo, gli scienziati hanno combinato le registrazioni vocali di quasi 13.000 islandesi con i dati della sequenza del genoma.

In questo modo hanno identificato mutazioni comuni nel gene ABCC9 che sono associate a una voce più acuta. Gli scienziati hanno scoperto che queste varianti di ABCC9 sono associate a un tono di voce più alto sia negli uomini sia nelle donne. Le stesse varianti di sequenza sono anche collegate a un aumento della pressione del polso, un fattore di rischio cardiovascolare, evidenziando i legami tra l'intonazione della voce e i tratti legati alla salute. 

Oltre all'intonazione della voce, lo studio ha analizzato la genetica dell'acustica delle vocali. Sebbene i suoni vocali siano influenzati dalla cultura e dal contesto, gli scienziati hanno scoperto che contengono anche una componente ereditabile, probabilmente legata alla forma del tratto vocale e al suo effetto sui suoni delle vocali. I risultati gettano nuova luce sulla diversità della voce e contribuiscono a una migliore comprensione del sistema vocale umano.

L’Alfabeto.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

«L’unica materia di studio che si può possedere dalla a alla zeta è l’alfabeto.» (André Mycho)

L'alfabeto o trascrizione fonetica è un sistema di scrittura i cui segni grafici (i grafemi) rappresentano singolarmente i suoni delle lingue (foni e fonemi). Nei sistemi di scrittura alfabetici, generalmente un grafema rappresenta un fonema, ma spesso uno stesso grafema può rappresentare più fonemi o, viceversa, uno stesso fonema può essere rappresentato da più grafemi.

Un alfabeto propriamente deve contenere anche le vocali, altrimenti si preferisce indicarlo col nome abjad.

La parola "alfabeto" deriva dall'unione dei nomi delle prime due lettere dell'alfabeto greco, alfa (la prima vocale) e beta (la prima consonante) (simboli greci: α e β). I sistemi alfabetici sono tra i sistemi di scrittura più diffusi al mondo e, data la caratteristica di possedere un numero limitato di segni, sono anche sfruttati per la trascrizione fonetica: inoltre la quasi totalità degli alfabeti del mondo usa i grafi della scrittura latina, a volte assegnando loro valori fonetici diversi da un sistema all'altro e a volte modificandoli aggiungendo o togliendo tratti grafici.

Alcuni studiosi sostengono che l'alfabeto sia il vertice della scrittura e chi legge «ragiona diversamente».

Alfabeti, abugida e abjad

Genericamente per alfabeto, si intende un sistema di scrittura segmentale a livello fonemico che ha glifi separati per suoni individuali. I grafemisti distinguono invece tre tipi diversi di scrittura segmentale: alfabeto, abjad e abugida. Questi tre differiscono l'uno dall'altro nella maniera in cui sono trattate le vocali:

gli abjad hanno le lettere per le consonanti e lasciano le vocali inespresse;

gli abugida sono anch'essi basati sulle consonanti, ma indicano le vocali con segni diacritici o con modificazioni grafiche sistematiche alle consonanti;

gli alfabeti rappresentano le consonanti e le vocali come lettere indipendenti.

Il più antico alfabeto conosciuto in senso ampio è la scrittura Wadi el-Hol, che si crede sia un abjad. Questo, attraverso il suo successore il fenicio, è l'antenato dei moderni alfabeti, tra cui l'arabo, il greco, il latino (attraverso gli antichi alfabeti italici), il cirillico (attraverso l'alfabeto greco) e l'ebraico (attraverso l'aramaico).

Gli Abjad dei giorni nostri sono le scritture araba e ebraica; alfabeti veri invece comprendono il latino[2], il cirillico e l'hangŭl coreano; e gli abugida sono usate per scrivere il tigrino, l'amarico, l'hindi e l'alfabeto thai.

I sillabici aborigeni canadesi sono anche abugida piuttosto che un sillabario come il suo nome farebbe pensare, giacché ogni glifo sta per una consonante che è modificata dalla rotazione per rappresentare la vocale seguente. In un vero sillabario, ogni combinazione vocale-consonante sarebbe rappresentata da un glifo separato.

Questi tre tipi possono essere incrementate con i glifi sillabici. L'ugaritico, per esempio, è di base un abjad, ma ha lettere sillabiche per /ʔa, ʔi, ʔu/. Il cirillico è di base un alfabeto vero, ma ha lettere sillabiche per /ja, je, ju/ (я, е, ю); il copto ha una lettera per /ti/. L'alfabeto devanagari è tipicamente un abugida incrementato con lettere dedicate per le vocali iniziali, sebbene alcune tradizioni usano come una consonante zero come base grafica per quelle vocali.

I confini tra i tre tipi di scritture segmentali non sono sempre ben delineati. Per esempio il curdo sorani è scritto con l'alfabeto arabo, che di norma è un abjad. Sebbene, nel curdo, scrivere le vocali sia obbligatorio, e sono usate lettere complete, così la scrittura è un alfabeto in senso stretto. Altre lingue possono usare un abjad semitico con vocali obbligatorie diacritiche, facendo effettivamente di loro un abugida. D'altro canto, la scrittura Phagspa dell'impero Moghul fu basata strettamente sull'abugida tibetano ma tutti i segni vocalici sono scritti dopo la consonante che le precede piuttosto che come segni diacritici. Ancora più estremo è l'alfabeto Pahlavi, che è un abjad che diventa logografico.

Gli alfabeti nelle lingue tonali

Questa prima classificazione degli alfabeti riflette la condizione di come essi trattano le vocali. Per le lingue tonali c'è un ulteriore classificazione basata su come trattano il tono, sebbene non esista un nome per distinguere i differenti tipi. Alcuni alfabeti ignorano il tono del tutto, in particolare quelli che non portano alcun significato funzionale forte, come nel somalo e altre lingue africane e delle Americhe. Alcune scritture trattano i toni come gli abjad trattano le vocali. La maggior parte dei toni è indicata con segni diacritici, alla stessa maniera con cui sono trattate le vocali negli abugida. Questo è il caso del vietnamita, un alfabeto vero, e del Tailandese (abugida). In tailandese, il tono è determinato prima di tutto dalla scelta della consonante, con l'uso di diacritici per la disambiguazione.

Nella scrittura Pollard, un abugida, le vocali sono indicate da diacritici, ma il posizionamento del relativo diacritico alla consonante è modificato per indicare il tono. Più raro, è il caso in cui una scrittura abbia lettere separate per indicare i toni, come nel hmong e nello Zhuang. Per la maggior parte di queste scritture, indipendentemente dal fatto che si usino lettere o segni diacritici, il tono più comune non è contrassegnato, proprio come la vocale più comune non è contrassegnata negli abugida indoari, nello Zhuyin non solo è uno dei toni non segnati, ma vi è un diacritico per indicare la mancanza di tono, come il virama indiano.

Le origini dell'alfabeto

Gli alfabeti spesso vengono associati con un ordine standard delle loro lettere, che può essere usato per scopi di confronto, vale a dire per l'elencazione di parole e altri oggetti in quello che viene chiamato ordine alfabetico. L'ordine di base dell'alfabeto latino (A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z), che è derivato dall'ordine del Abgad semitico nord-occidentale, è ben consolidato, sebbene le lingue che usano questo alfabeto abbiano diverse convenzioni per il trattamento delle lettere modificate (come nel francese é, à, e ô) e di certe combinazioni di lettere (multigrafi).

Ad esempio, in Francia, le lettere accentate non sono considerate lettere aggiuntive per quanto concerne l'ordinamento e il confronto. Nell'islandese invece, le lettere accentate e con segni diacritici come á, í, e ö sono considerate lettere distinte. In spagnolo la ñ è considerata una lettera separata, ma le vocali accentate come á ed é invece non lo sono. La ll e la ch sono considerate lettere singole, ma nel 1994 la Real Academia Española cambiò l'ordine cosicché la "ll" figurasse nel dizionario tra "lk" e "lm", e "ch" tra "cg" e "ci"; nel 2010 l'associazione delle accademie di lingua spagnola cambiò ulteriormente definizione, non considerandole più lettere.

Nei dizionari inglesi, la sezione lessicale con l'iniziale th- trova posto tra te- e ti-.

In Germania, le parole che iniziano con "sch" (che rappresenta il fonema tedesco /ʃ/) dovrebbero essere intercalate tra parole con l'iniziale "sca" e "sci" (tutti prestiti linguistici), invece di questo cluster grafico appare dopo la lettera "s", come se fosse una singola lettera, una scelta analoga a quanto avviene in un dizionario di albanese con dh-, ë-, gj-, ll-, rr-, th-, xh- e zh- (tutti rappresentano fonemi e sono considerate lettere singole separate) che seguono rispettivamente le lettere d, e, g, l, n, r, t, x e z. Le parole tedesche con l'umlaut sono ordinate come se non l'avessero, a differenza del turco con i grafemi ö e ü, e dove una parola come "Tüfek" viene dopo "Tuz", nel dizionario. Un'eccezione si trova negli elenchi telefonici tedeschi dove le lettere con l'umlaut sono ordinate diversamente, considerando le vocali con dieresi come fossero seguite da "e" (es. ä = ae). Gli alfabeti danese e norvegese terminano con "æ", "ø", "å", considerate lettere distinte, come anche l'islandese, lo svedese e il finlandese, che convenzionalmente collocano le parole che iniziano con "å", "ä" e "ö" alla fine.

La famiglia delle scritture Brahmi usate in India usano un unico ordine basato sulla fonologia. Le lettere sono arrangiate secondo come e dove sono prodotte nel cavo orale. Questa organizzazione è usata anche nel Sud-est asiatico, in Tibet nell'hangŭl coreano, e anche nei sillabari kana giapponesi.

Gli alfabeti oggi

Alfabeti africani

Alfabeto ge'ez

Alfabeto N'Ko

Tifinagh

Alfabeti asiatici

Alfabeto arabo

Alfabeto avestico

Alfabeto ebraico

Alfabeto fenicio

Alfabeto gujarati

Alfabeto khmer

Alfabeto laotiano

Alfabeto mandaico

Alfabeto mongolo latino

Alfabeto persiano-arabo

Alfabeto tamil

Alfabeto thai

Alfabeto tibetano

Alfabeto ugaritico

Brahmi

Devanagari

Hangeul

Hiragana

Jawi

Katakana

Thaana

Zhuyin

Alfabeti europei

Alfabeto armeno

Alfabeto cirillico

Alfabeto georgiano

Alfabeto greco

Alfabeto latino

Alfabeti americani

Rongo rongo

Alfabeti speciali

Alfabeto fonetico internazionale

Alfabeto fonetico NATO

Alfabeto manuale

Alfabeto marittimo

Alfabeto Morse

Braille

Nova Help-Alfabeto

Alfabeti artificiali

Alfabeto Mandaloriano

Aurebesh

Belter Creole - Belta

Cirth

Sarati

Tengwar

Nascita e Storia della Scrittura.

Storia della scrittura. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La storia della scrittura è, in primo luogo, lo sviluppo del linguaggio tramite tecnologie espresso con le lettere o altri segni, lo studio e la descrizione di questi sistemi.

Nella storia di come si sono evoluti i sistemi di rappresentazione del linguaggio attraverso mezzi grafici nelle diverse civiltà umane, appare che i sistemi di scrittura più completi sono stati preceduti da proto-scrittura, sistemi ideografici e/o all'inizio rappresentazione di simboli mnemonici.

La vera scrittura, in cui l'intero contenuto di un'espressione linguistica è codificato in modo che un altro lettore possa ricostruire, con un buon grado di precisione, l'esatta espressione scritta, è uno sviluppo successivo, e si distingue dalla proto-scrittura che evita in genere la codifica grammaticale delle parole, rendendo difficile o impossibile ricostruire con sicurezza l'esatto significato inteso dallo scrittore, a meno che una grande parte del contesto sia già nota in anticipo. Una delle prime forme di espressione scritta è quella cuneiforme.

Invenzione della scrittura

I Sumeri, un'antica civilizzazione del sud della Mesopotamia, forse inventori della scrittura intorno al 3400 a.C. 

La rappresentazione grafica dei numeri iniziò molto prima della scrittura della lingua.

È generalmente accettato che la vera scrittura della lingua sia stata inventata indipendentemente in almeno due luoghi: Egitto (coi proto-geroglifici) intorno al 3000 a.C., e in Mesoamerica intorno al 600 a.C. Sono noti diversi scritti mesoamericani, il più antico dei quali è degli Olmechi o Zapotechi del Messico.

Si è dibattuto se i sistemi di scrittura siano stati sviluppati in modo completamente indipendente in Egitto intorno al 3200 a.C. e in Cina intorno al 1200 a.C., o se la comparsa della scrittura in uno o entrambi i posti siano stati dovuti a diffusione culturale (cioè il concetto di rappresentazione del linguaggio utilizzando la scrittura, anche se non le specificità di come un tale sistema funzionasse, venne portato dai commercianti da una civiltà già alfabetizzata).

I caratteri cinesi sono molto probabilmente un'invenzione indipendente, perché non vi è alcuna prova di contatti tra la Cina e le civiltà letterate del Vicino Oriente, ed a causa delle differenze fra gli approcci di rappresentazione fonetica fra la Mesopotamia e la Cina. I geroglifici egizi sono dissimili dalla scrittura cuneiforme mesopotamica, ma somiglianti nei concetti e nella più antica attestazione suggeriscono che l'idea della scrittura possa essere arrivata in Egitto dalla Mesopotamia. Nel 1999 apparve su Archaeology un articolo che sosteneva il fatto che i primi geroglifici egiziani risalivano al 3200 a.C. "... sfidando la convinzione diffusa che i primi logogrammi, simboli pittografici che rappresentano un luogo specifico, un oggetto, o quantità, si siano evoluti in più complessi simboli fonetici in Mesopotamia."

Un dibattito simile circonda la scrittura dell'Indo dell'età del bronzo (civiltà della valle dell'Indo) nell'India antica intorno al 2200 a.C., con le riserve aggiuntive che la scrittura è ancora indecifrata e non è ancora chiaro se si tratta di una vera scrittura, o se invece sia una sorta di proto-scrittura o sistema di segni non linguistici.

Un'ulteriore possibilità è l'indecifrata Rongorongo, scrittura dell'Isola di Pasqua. Si è discusso se questo sia un vero sistema di scrittura, e se lo è, se è ancora un altro caso di diffusione culturale della scrittura. L'esempio più antico è, del 1851, 139 anni dopo il loro primo contatto con gli europei. Una spiegazione è che lo scritto sia stato ispirato dal proclama spagnolo che sanciva l'annessione dell'isola nel 1770.

Esistono diversi altri casi noti di diffusione culturale della scrittura, dove il concetto generale di scrittura è stato trasmesso da una cultura all'altra, ma le specifiche del sistema sono stati sviluppati in modo indipendente. Esempi recenti sono il sillabario Cherokee, inventato da Sequoyah, e il Pahawh Hmong sistema per scrivere la Lingua hmong.

Sistemi di scrittura

I sistemi di scrittura si distinguono dagli altri possibili segni di comunicazione simbolica che prevedono di solito la comprensione di qualcosa della lingua parlata per comprendere il testo. Al contrario, altri sistemi simbolici possibili come ad esempio pittura, mappe e matematica spesso non richiedono una preventiva conoscenza di una lingua parlata. Ogni comunità umana possiede una lingua, caratteristica considerata da molti come una condizione innata e definizione del genere umano (vedi Origine del linguaggio). Tuttavia lo sviluppo di sistemi di scrittura, e il processo attraverso il quale questi hanno soppiantato la tradizione orale di comunicazione è stato sporadico, irregolare e lento nel tempo. Una volta creati, i sistemi di scrittura hanno subito un cambiamento molto più lento rispetto ai loro omologhi parlati, e spesso hanno preservato caratteristiche ed espressioni non più attuali nella lingua parlata. Il grande vantaggio dei sistemi di scrittura è la loro capacità di mantenere una registrazione persistente di informazioni espresse in un linguaggio, che può essere recuperata indipendentemente dall'atto iniziale di formulazione.

Storia documentata

Gli studiosi fanno una distinzione fra preistoria e storia delle prime scritture, ma non sono d'accordo su quando la preistoria diviene storia e quando la proto-scrittura diviene "vera scrittura". La data è molto soggettiva. La scrittura, in linea generale, è un metodo di registrazione delle informazioni ed è composta da glifi (noti anche come grafemi).

L'emergere della scrittura in una data area è di solito seguito da diversi secoli di iscrizioni frammentarie. Con la presenza di testi coerenti (dai vari sistemi di scrittura e letteratura associata al sistema), gli storici segnano la "storicità" di quella cultura.

L'invenzione della scrittura non è stato un evento immediato, ma una lunga evoluzione preceduta dalla comparsa di simboli, possibilmente prima per scopi cultuali. Ricercatori canadesi della Università di Victoria suggeriscono che il simbolismo è stato utilizzato da pittori rupestri del Neolitico. "... von Petzinger e Nowell sono stati sorpresi dalla chiara modellazione dei simboli attraverso lo spazio e il tempo, alcuni dei quali rimasti costantemente in uso per oltre 20.000 anni. I 26 segni specifici possono fornire i primi barlumi di prova che un codice grafico è stato utilizzato da questi antichi esseri umani poco dopo il loro arrivo in Europa dall'Africa, o che possono avere portato anche questa pratica con loro. Se l'ipotesi è corretta, questi risultati contribuiranno al crescente numero di evidenze che testimoniano la "esplosione creativa" si è verificata decine di migliaia di anni prima di quanto gli studiosi pensassero".

Stadi evolutivi

Un convenzionale passaggio da "proto-scrittura" alla vera scrittura segue una serie generale di stadi di sviluppo che sono i seguenti:

Scrittura per immagini: glifi che rappresentano direttamente gli oggetti e le idee o situazioni oggettive e ideative. In relazione a questo sistema si possono distinguere i seguenti sub-stadi di sviluppo:

# Mnemonico: glifi principalmente come promemoria;nn

# Pittografico (pittografia): glifi che rappresentano direttamente un oggetto o una situazione oggettiva come (A) cronologia, (B) notizie, (C) comunicazioni, (D) emblemi, titoli e nomi, (E) religioni, (F) usanze, (G) storia e (H) biografia;

# Ideografico (ideografia): glifi rappresentanti un'idea;

Transizionali: glifi che non riguardano solo l'oggetto o l'idea che essi rappresentano, ma riferiti anche al loro nome;

Sistema fonetico: glifi che si riferiscono a suoni o simboli vocali indipendentemente dal loro significato. Questo si risolve nei seguenti sottostadi:

# Verbali: glifi (logogrammi) rappresentanti un'intera parola;

# Sillabici: glifi rappresentanti una sillaba;f

I più noti sistemi pittografici, ideografici e/o mnemonici, sono:

Jiahu, incisa su gusci di tartaruga a Jiahu, ca. 6600 a.C.

Vinča (tavolette di Tărtăria), ca. 5500 a.C.

Antica scrittura dell'Indo, ca. 3500 a.C.

Nel mondo antico, la vera scrittura si sviluppò dal neolitico alla prima età del bronzo (IV millen nio a.C.). La lingua sumera arcaica (pre-cuneiforme) ed i geroglifici egizi sono considerate le prime forme di scrittura, entrambe emerse dai propri simboli proto-letterari dal 3400–3200 a.C., con i primi testi coerenti da circa il 2600 v v

La letteratura e la scrittura, anche se ovviamente collegate, non sono sinonimi. I primi scritti degli antichi Sumeri non costituiscono la letteratura - lo stesso vale per alcuni dei primi geroglifici o delle migliaia di ideogrammi degli antichi cinesi. La storia della letteratura inizia con la storia della scrittura e la nozione di "letteratura" ha significati diversi a seconda di chi la utilizza. Gli studiosi sono in disaccordo riguardo a quando uno scritto divenne letteratura e questo criterio è in gran parte soggettivo. Esso può essere applicato in senso lato come qualsiasi documento simbolico, che comprende tutto, dalle immagini alle sculture e alle lettere. I testi letterari più antichi, che sono giunti fino a noi, risalgono ad un millennio abbondante dopo l'invenzione della scrittura, ovvero alla fine del III millennio a.C.. I primi autori letterari noti sono Ptahhotep e Enḫeduanna, risalenti a circa il XXIV e XXIII secolo a.C., rispettivamente. Nelle prime società alfabetizzate, trascorsero almeno 600 anni per la comparsa delle prime iscrizioni (circa 3200-2600 a.C.).

Luoghi e tempi

Proto-scrittura

Il primo sistema di scrittura della prima età del bronzo non fu un'invenzione improvvisa. Piuttosto, uno sviluppo basato su tradizioni precedenti di sistemi simbolici che non possono essere classificati come scrittura vera e propria, ma avevano molte caratteristiche sorprendentemente simili alla scrittura. Questi sistemi possono essere descritti come proto-scrittura. Usarono simboli ideografici e/o mnemonici per trasmettere informazioni ancora probabilmente prive di diretto contenuto linguistico. Questi sistemi emersero nei primi anni del neolitico, già a partire dal VII millennio a.C..

I segni Vinča iniziarono ad evolversi da semplici segni dal VII millennio a.C., aumentando di complessità nel VI millennio a.C. per culminare nelle tavolette di Tărtăria di circa il 5300 a.C. con righe di simboli allineati, evocanti l'impressione di un "testo".

La Tavoletta di Dispilio del tardo VI millennio a.C. è similare alla precedente. I geroglifici dell'antico Vicino Oriente (egizi, sumeri proto-cuneiformi e cretesi) emergono da tali sistemi di simboli, in modo che è difficile dire in quale punto la scrittura emerge dalla proto-scrittura. Si aggiunga a questa difficoltà il fatto che molto poco si sa circa i significati dei simboli.

Nel 2003, vennero trovati a Jiahu, nella provincia di Henan (nord della Cina), dei gusci di tartaruga con simboli incisi, in 24 tombe neolitiche scoperte a seguito di scavi archeologici. Secondo prove fatte con isotopi di radiocarbonio risalirebbero al VII millennio a.C. Secondo alcuni archeologi, i simboli incisi sulle conchiglie sono simili a quelli presenti sulle "ossa oracolo" risalenti al II millennio a.C. Altri hanno respinto questa affermazione in quanto non sufficientemente motivata, sostenendo che semplici disegni geometrici, come quelli che si trovano sulle conchiglie Jiahu non possono essere collegati a scritture antiche.

Anche dopo il Neolitico, diverse culture hanno attraversato un periodo di utilizzo di sistemi di proto-scrittura come fase intermedia prima dell'adozione della scrittura corretta. Lo "slavo pre-cirillico" (VII/VIII secolo), citato da alcuni autori medievali può essere stato un tale sistema. Il Quipu degli Incas (XVI secolo), a volte chiamato "nodi parlanti", potrebbe essere stato di natura analoga. Un altro esempio è il sistema di pittogrammi inventati da Uyaquk prima dello sviluppo del sillabario Yugtun (circa 1900).

Scrittura dell'età del bronzo

Nell'età del bronzo la scrittura emerse in molte culture nel mondo. Dalla scrittura cuneiforme dei Sumeri, ai geroglifici egizi e cretesi, ai logogrammi cinesi e alla scrittura degli Olmechi del Mesoamerica. La scrittura cinese si sviluppò, molto probabilmente, in maniera indipendente da quelle del Medio Oriente, intorno al 1600 a.C. Anche la scrittura pre-colombiana mesoamericana (comprendente quella degli Olmechi e dei Maya) si ritiene si sia sviluppata indipendentemente da quelle della Cina e del medio-vicino oriente. Si pensa che la prima vera scrittura alfabetica sia stata sviluppata intorno al 2000 a.C. dai lavoratori di origini semitiche del Sinai, dando valori semitici a molti glifi ieratici egiziani. Il sistema di scrittura Ge'ez dell'Etiopia è considerato semita, anche se è probabile che sia di origine semi-indipendente, avendo radici nel sistema Meroitico sudanese di ideogrammi. La maggior parte degli altri alfabeti nel mondo di oggi discendono da questa innovazione, molti attraverso l'alfabeto fenicio, o sono stati direttamente ispirati ad esso. Nel caso dell'Italia, trascorsero circa 500 anni tra il primo Vecchio alfabeto Corsivo e Plauto (750-250 a.C.), e nel caso dei popoli germanici, il corrispondente intervallo di tempo è simile, dal primo Fuþark antico ai testi iniziali, come l' Abrogans (circa 200-750).

Scrittura cuneiforme

Il sistema di scrittura sumera originale discende dal sistema dei ciottoli utilizzato per rappresentare le merci. Entro la fine del IV millennio a.C., questo si era evoluto in un metodo per tenere i conti, utilizzando uno stilo di forma circolare che imprimeva segni nell'argilla molle ad angoli differenti per registrare i numeri. Questo è stato gradualmente ampliato con la scrittura pittografica utilizzando uno stilo appuntito per indicare ciò che era stato contato. Il più antico documento del proto-cuneiforme pittofrafico è rappresentato dalla tavoletta di Kish, datata al periodo Uruk (ca. 3500–3200 a.C.). Lo stilo a punta arrotondata e quello a punta tagliente vennero gradualmente sostituiti intorno 2700-2500 a.C., utilizzando uno stilo a forma di cuneo (da qui il termine cuneiforme), in un primo momento solo per i logogrammi, ma sviluppato per includere elementi fonetici dal XXIX secolo a.C. Intorno al 2600 a.C. la scrittura cuneiforme iniziò a rappresentare le sillabe della lingua sumera che divenne poi un sistema di scrittura di uso generale per logogrammi, sillabe e numeri. Dal XXVI secolo a.C., questo sistema venne adattato alla lingua accadica, e da lì in altre come la lingua hurrita e quella ittita. Segni simili in apparenza a questo sistema di scrittura comprendono quelli per la lingua ugaritica e il persiano antico.

Geroglifici egiziani

La scrittura fu fondamentale nel mantenere coeso l'impero egiziano nel perdurare dei secoli e l'alfabetizzazione era riservata esclusivamente a gruppi di élite. Solo a persone di determinato rango era permesso studiare (sacerdoti al servizio del tempio e autorità militari). Il sistema geroglifico era difficile da imparare e nei secoli successivi potrebbe essere stato volutamente reso ancora più complesso per permetterne a pochi l'utilizzo e mantenere così lo status sociale.

Diversi studiosi ritengono che i geroglifici egiziani "nacquero un po' dopo l'alfabeto sumero, e probabilmente... [furono] ... inventati sotto l'influenza di quest'ultimo...", anche se è stato detto che "le prove di tale influenza diretta resta fragile" e che "è molto credibile che il loro sviluppo sia stato indipendente...".

Scrittura elamica

La non decifrata scrittura proto-elamica emerse intorno al 3200 a.C. e si crede si sia poi evoluta nel cosiddetto "elamico lineare" dalla fine del III millennio a.C.; l'elamico lineare venne poi sostituito dal cuneiforme elamico.

Scrittura dell'Indo

Sequenza di dieci segni indu scoperta presso la porta nord del sito indu di Dholavira

La scrittura dell'Indo della media età del bronzo, che risale all'antica Harappa intorno al 3000 a.C. nel nord ovest dell'India nell'odierno Pakistan, non è stata ancora decifrata. Non è chiaro se debba essere considerata un esempio di proto-scrittura (un sistema di simboli o simili), oppure se si tratta di scrittura vera e propria del tipo logografico-sillabico degli altri sistemi di scrittura dell'età del bronzo. Mortimer Wheeler riconosce lo stile di scrittura, come scrittura bustrofedica, dove "questa stabilità suggerisce una maturità precaria".

Geroglifici anatolici

I geroglifici anatolici sono una scrittura geroglifica indigena nativa della parte occidentale dell'Anatolia apparsa per la prima volta sui sigilli reali dei Luvi, nel XIV secolo a.C., utilizzati per registrare l'alfabeto luvio cuneiforme.

Scrittura cretese e greca

I geroglifici cretesi sono stati trovati su manufatti di Creta (dagli inizi alla metà del II millennio a.C., sovrapposti a scritture Lineare A). Il Lineare B, il sistema di scrittura della civiltà micenea, è stato decifrato mentre il Lineare A rimane ancora un mistero. La sequenza e la diffusione geografica dei tre sovrapposti, ma distinti, sistemi di scrittura possono essere riassunti come segue:

Sistema di scrittura

Area geografica Epoca[A 1] Geroglifici cretesi Creta ca. 1625−1500 a.C.

Lineare A Isole dell'Egeo (Kea, Kythera, Melos, Thera) e Grecia (Laconia) ca. XVIII secolo−1450 a.C.

Lineare B Creta (Cnosso), e (Pylos, Micene, Tebe, Tirinto) ca. 1375−1200 a.C.

Alfabeto semitico antico

Il primo puro alfabeto (propriamente, "abjad", come mappatura di singoli simboli per singoli fonemi, ma non necessariamente ogni fonema disponeva di un simbolo) emerse intorno al 1800 a.C., in Egitto, come rappresentazione del linguaggio sviluppato da lavoratori di origini semitiche in Egitto, ma da allora i principi alfabetici ebbero pochissime possibilità di essere inculcati nei geroglifici egiziani per più di un millennio. Questi primi abjad rimasero marginali per diversi secoli, e fu solo verso la fine dell'età del bronzo che la scrittura proto-sinaica sfociò nell'alfabeto proto-cananeo (ca. 1400 a.C.) Sillabario di Biblo e alfabeto sud arabico (ca. 1200 BC). Il proto-cananeo era probabilmente in qualche modo influenzato dall'indecifrato sillabario di Biblo, a sua volta ispirato all'alfabeto ugaritico (ca. 1300 a.C.).

Scrittura cinese

In Cina, gli storici hanno imparato molto sulle antiche dinastie cinesi dai documenti scritti. Dalla dinastia Shang, la maggior parte di queste scritture è sopravvissuta giungendo a noi incisa su ossa o su manufatti in bronzo. Ma anche tramite incisioni su gusci di tartaruga, o jiaguwen, sono attestate dalla fine della dinastia Shang (1200-1050 a.C.). La scrittura dell'antica dinastia Shang è la diretta genitrice dei moderni caratteri cinesi usati in tutto l'est dell'Asia (Cina, Corea, Giappone e Vietnam).

Mesoamerica

Nello stato messicano di Veracruz è stata ritrovata una lastra di pietra con incise scritture risalenti a 3000 anni addietro, esempio di antica scrittura zapoteca risalente a prima dell 500 a.C.

Delle diverse scritture pre-colombiane del Mesoamerica, l'unica che appare ben sviluppata e completamente decifrata e quella Maya. Le prime iscrizioni che sembrano potersi attribuire ai Maya datano al III secolo a.C., e continuarono ad essere usate fino a poco tempo dopo l'arrivo dei conquistatori spagnoli nel XVI secolo. La scrittura maya impiegava logogrammi completati da una serie di glifi sillabici, in qualche modo simili alla scrittura giapponese moderna.

Scrittura dell'età del ferro

L'alfabeto fenicio è semplicemente la continuazione del proto-cananeo nell'età del ferro (convenzionalmente assunta come data limite nel 1050 a.C.). Questo alfabeto ha dato origine all'alfabeto aramaico ed a quello greco. Questi a loro volta hanno portato ai sistemi di scrittura utilizzati in tutte le regioni che vanno dall'Asia occidentale verso l'Africa e l'Europa. Da parte sua l'alfabeto greco ha introdotto per la prima volta i simboli espliciti per suoni vocalici. Gli alfabeti greco e latino, nei primi secoli dell'era volgare, hanno dato luogo a diverse scritture europee come il runico, il gotico e il cirillico, mentre l'alfabeto aramaico evolvette nell'ebraico, nel siriaco e nell'arabo abjads mentre l'alfabeto sud-arabico ha dato luogo al Ge'ez abugida. La famiglia di scritture Brahmi dell'India, secondo alcuni studiosi deriverebbe anch'essa dall'alfabeto aramaico

Scrittura nella civiltà greco-romana

Dalla storia dell'alfabeto greco, risulta evidente che i greci presero in prestito l'alfabeto fenicio adattandolo alla loro lingua.] Le lettere dell'alfabeto greco sono le stesse di quello fenicio, ed entrambi gli alfabeti sono strutturati nello stesso ordine. Coloro che adattarono il sistema fenicio aggiunsero tre lettere alla fine della serie, chiamate "supplementari". Presto si svilupparono diverse varianti dell'alfabeto greco. Una, conosciuta come greco occidentale o calcidese, fu utilizzato a occidente di Atene e nel Sud Italia. L'altra variante, nota come greco orientale, venne utilizzato nell'attuale Turchia e dagli Ateniesi, e alla fine dal resto del mondo che parlava greco. Dopo la prima scrittura da destra a sinistra, i greci alla fine scelsero di scrivere da sinistra a destra, a differenza dei Fenici che scrivevano da destra a sinistra. Il greco è a sua volta la fonte di tutti i moderni alfabeti d'Europa.

Il più diffuso discendente del greco fu l'alfabeto latino, dal nome dei Latini, un popolo italiano che venne a dominare l'Europa, con l'ascesa di Roma. I Romani impararono a scrivere intorno al V secolo a.C. dalla civiltà etrusca, che usava una serie di scritture italiche derivate dai greci occidentali. A causa del predominio culturale dell'impero romano, le altre scritture italiche sparirono e la lingua etrusca è in gran parte andata perduta.

Le scritture italiche ispirarono l'alfabeto runico, che fu alla base della scrittura inglese. Questa però era ancora rara fino al VI secolo, quando la lingua latina e il suo sistema di scrittura vennero portati in Gran Bretagna da Agostino di Canterbury insieme alla religione cristiana. I sovrani sassoni adattarono rapidamente la scrittura alla propria lingua, producendo uno dei primi corpus superstiti della letteratura europea in una lingua diversa dal greco o dal latino.

Scrittura durante il Medioevo

Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, lo sviluppo della letteratura rimase confinato nell'Impero Romano d'Oriente e nell'Impero Persiano. Il latino, mai una delle lingue letterarie primarie, ridusse rapidamente la sua importanza (ad eccezione all'interno della Chiesa di Roma). Le lingue letterarie primarie erano greco e persiano, anche se altre lingue, come il siriaco e il copto, erano molto importanti.

La crescita di importanza dell'Islam nel VII secolo portò alla rapida ascesa dell'arabo come grande lingua letteraria nella regione. Arabo e persiano cominciarono rapidamente a mettere in ombra il ruolo del greco come lingua degli studiosi. La scrittura araba venne adottata come la principale dalla lingua persiana e da quella turca. Questa scrittura influenzò fortemente lo sviluppo del corsivo greco, le lingue slave, il latino e altre lingue. La lingua araba servì anche a diffondere il sistema numerale indo-arabico in tutta l'Europa. All'inizio del secondo millennio la città di Cordova nella Spagna moderna, era diventata uno dei più importanti centri intellettuali del mondo e possedeva la più grande biblioteca del mondo di quel tempo. La sua posizione di crocevia tra il mondo cristiano occidentale e quello islamico contribuì ad alimentare lo sviluppo intellettuale e la comunicazione scritta tra le due culture.

Dal XII secolo in poi, dapprima nelle città dell'Italia centrale e settentrionale, per poi espandersi in tutta l'Europa centrale e settentrionale, l'uso della scrittura era funzionale all'espansione commerciale, e il crescente alfabetismo soprattutto in ambiti mercantili, e andava di pari passo con un ciclo congiunturale di lunga durata e con l'intensificarsi delle forme di comunicazione.

Rinascimento ed era moderna

Con l'avvento del XIV secolo, una rinascita, o Rinascimento, emerse in Europa occidentale, portando ad una ripresa temporanea dell'importanza del greco e ad una lenta rinascita del latino come lingua letteraria significativa. Una simile anche se più piccola emergenza si era verificata in Europa orientale, in particolare in Russia. Allo stesso tempo, l'arabo e il persiano iniziarono un lento declino di importanza a seguito della fine dell'epoca d'oro islamica. Il rilancio dello sviluppo letterario in Europa occidentale portò a molte innovazioni nell'alfabeto latino e la diversificazione dell'alfabeto a codificare le fonologie delle varie lingue.

La natura della scrittura ha subito una continua evoluzione, soprattutto a causa dello sviluppo di nuove tecnologie nel corso dei secoli. La penna, la tipografia, il computer e il telefono cellulare sono gli sviluppi tecnologici che hanno modificato ciò che è scritto, e il mezzo attraverso il quale si produce la parola scritta. In particolare con l'avvento delle tecnologie digitali, vale a dire il computer e il telefono cellulare, i caratteri possono essere digitati con la pressione di un pulsante, piuttosto che con il movimento fisico della mano.

La natura della parola scritta si era evoluta nel tempo per far posto a uno stile colloquiale scritto informale, dove una conversazione di tutti i giorni può avvenire attraverso la scrittura, piuttosto che tramite il parlato. La comunicazione scritta può anche essere consegnata con un minimo tempo di ritardo (e-mail, SMS), e, in alcuni casi, con un ritardo impercettibile (messaggistica istantanea). Socialmente, la scrittura è vista come un mezzo autorevole di comunicazione, dalla documentazione legale, dal diritto e dei media tutti prodotti attraverso il mezzo tecnologico. La crescita dell'alfabetizzazione multimediale può essere vista come il primo passo verso una società post-letterata.

Materiali per la scrittura

Non vi è alcuna informazione molto precisa del materiale che era di uso più comune ai fini della scrittura all'inizio dei primi sistemi di scrittura..

La consuetudine di incidere su pietra o metallo o altro materiale resistente ha assicurarato la permanenza delle registrazioni, mentre legno o le cordicelle annodate quipu in materiali deperibili sono andate distrutte.

Gli incisori egiziani avevano cura di lisciare la pietra prima di riempire le parti difettose con gesso o cemento, per ottenere una superficie perfettamente uniforme sulla quale eseguire le loro incisioni. Metalli come quelli impiegati per la costruzione delle monete sono menzionati come materiali di scrittura; fra questi piombo, rame e oro. Esistono anche riferimenti all'incisione di monili, sigilli, guarnizioni.

I materiali più comuni di scrittura erano le tavolette e i rotoli; le prime probabilmente di origine caldea, i secondi utilizzati dagli egiziani. Le tavolette dei Caldei sono tra i più notevoli dei loro resti. Ci sono pervenuti piccoli pezzi di argilla, un po' rozzamente modellati in una forma simile a un cuscino, e fittamente incisi con caratteri cuneiformi. Uso simile si è trovato in cilindri cavi, o prismi di sei o otto facce, realizzati in terra cotta, spesso smaltata, in cui i caratteri sono stati tracciati con un piccolo stilo, in alcuni esemplari così minuziosamente da poter essere decifrati solo con l'aiuto di una lente di ingrandimento.

In Egitto il materiale di scrittura principalmente usato era di natura diversa. Sono state trovate tavolette di legno raffigurate sui monumenti, ma il materiale che era in uso comune, anche da tempi molto antichi, era il papiro. Questa canna, che si trova soprattutto nel Basso Egitto, ha dato diversi mezzi economici per la scrittura. Il midollo veniva asportato e diviso, in pezzi sottili, da uno strumento appuntito, e quindi schiacciato e le strisce incollate insieme; altre strisce venivano disposte perpendicolarmente ad esse, in modo da fabbricare un rotolo di qualsiasi lunghezza. La scrittura sembra sia diventata più diffusa in Egitto con l'invenzione del papiro. Che questo materiale era in uso in Egitto da un periodo molto antico è attestato dai papiri ancora esistenti delle prime dinastie tebane. Il papiro, essendo molto richiesto ed esportato in ogni parte del mondo, divenne molto costoso, quindi vennero trovati altri materiali, tra cui la pelle di animali, dato che pelli di animali sono state trovate nelle tombe. La pergamena, realizzata da pelli di pecora dopo la rimozione del pelo, era a volte più conveniente rispetto al papiro, che doveva essere importato dall'Egitto. Con l'invenzione della carta, fabbricata con cascami di canapa e cotone dapprima e poi con pasta di legno (cellulosa), il costo del materiale di scrittura iniziò un declino costante.

Scritture di genere

Sono noti storicamente linguaggi e scritture di genere: in Cina il Nü shu, sistema esclusivo delle donne basato sulla trascrizione fonetica dei suoni dal cinese; le donne di corte dei Sumeri usavano l'Emesal o fine idioma.

La Scrittura. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La scrittura è la fissazione di uno o più segni linguistici in una forma esterna più o meno durevole.

Nelle scritture alfabetiche diventa rappresentazione grafica della lingua parlata, per mezzo di un insieme di segni detti grafemi che compongono qualsiasi sistema di scrittura inscindibilmente legato al rispettivo sistema di lettura. I grafemi denotano sovente suoni o gruppi di suoni.

A differenza del linguaggio parlato che fa parte della natura umana per cui sono state sviluppate strutture biologiche specifiche, la scrittura è un processo tecnologico non necessariamente presente in tutte le culture; essa resta comunque un modo fondamentale di comunicazione umana ed è il mezzo finora più efficace per la conservazione e la trasmissione della memoria storica.

In un senso più ampio, si definisce dunque scrittura ogni mezzo che permette la trasmissione durevole di informazioni, che sia o no rappresentazione grafica del parlato, come accade nelle scritture della musica, dell'algebra, della chimica, della cartografia e altri.

Ricostruzione tradizionale e interpretazioni recenti

Tradizionalmente l'inizio della registrazione in forma scritta dei linguaggi verbali è stata collocata dagli storici intorno al 3200 a.C. nella Bassa Mesopotamia dove sarebbe sorta per ragioni di amministrazione, contabilità e commercio. Oggi questo fatto è pensato come il frutto di un processo meno puntuale, meno "fatale". Si sa ormai con certezza che già nel Paleolitico esistevano diversi sistemi per dare consistenza e far perdurare le conoscenze. Si tratta di "scrittura per immagini, senza parole". La stessa scrittura cuneiforme ha un fortissimo collegamento con le prime registrazioni su sigilli e cretule. Tali sistemi di registrazione rappresentano "il coronamento del processo di specializzazione lavorativa e di spersonalizzazione dei rapporti lavorativi e redistributivi", processo preceduto e provocato dal forte incremento dell'agricoltura, dalla rivoluzione urbana e dal coagularsi di un coordinamento statale per la messa in opera delle canalizzazioni che, con l'impiego di un enorme numero di giornate lavorative, permisero di sfruttare sempre più efficacemente i terreni dell'alluvio mesopotamico.

Non solo si è cercato di rintracciare nel contesto del Vicino Oriente antico le premesse forti della scrittura cuneiforme, ma si è anche indagato su altri centri dove la scrittura si sia potuta sviluppare indipendentemente. Sul fatto che l'America centrale, culla delle civiltà mesoamericane a partire dal 600 a.C., possa essere annoverato tra questi centri c'è un ampio consenso nella comunità scientifica, molto più dubbia è invece la natura delle incisioni Rongorongo rinvenute sull'Isola di Pasqua. Particolarmente fruttuose sono state le intuizioni di Marija Gimbutas e le sue indagini sui sistemi di registrazione su terrecotte in uso nei Balcani già tra il 6000 e il 5000 a.C. (cultura di Vinča), dove però, a differenza che nel Vicino Oriente, la scrittura si sarebbe sviluppata a scopi cultuali, in particolare per i riti legati alla Dea Madre. Tali scritture, precedenti il primo apparire delle cosiddette popolazioni indoeuropee, sono datate tra il 5400 e il 4000 a.C. Sono state avanzate ipotesi secondo cui le forme di registrazione di Vinča avrebbero influenzato la scrittura cuneiforme, mentre più probabile sembra un'influenza diretta sulla Lineare A cretese (II millennio a.C.) e la scrittura sillabica di Cipro.

Impatto sulla società

La scrittura sembra dunque aver avuto diverse origini, tanto in senso geografico quanto in senso funzionale. Il significato antropologico di questa fondamentale "invenzione" è quantomeno ambivalente: da un lato essa rappresenta la radice dei concetti moderni di "universalità", "razionalità" e "scienza" in quanto rende possibile un confronto (articolato come mai prima) tra conoscenze di diversa natura e origine. Dall'altro contiene "elementi angusti di specializzazione e di separazione funzionale", in quanto (così certamente almeno nel Vicino Oriente antico) essa prende piede come strumento di affermazione e realizzazione dei progetti di una specifica classe umana, espressione del polo palatino-templare, che si compone di un clero specializzato (mentre prima il culto era domestico e gestito in casa) e di un potere regale, impegnato a gestire lo sforzo della ridefinizione infrastrutturale della piana alluvionale mesopotamica nel segno di una sempre più forte diseguaglianza sociale. La scrittura, nei tempi della sua piena affermazione, si manifesta dunque come tecnica specializzata di altissimo prestigio, al pari (e anche più) di altre forme di specializzazione (l'artigianato) e in contrapposizione con quel sapere diffuso e senza potere contrattuale che è quello dei coltivatori diretti.

Sistemi logografici, sillabici e alfabetici

Un'altra linea di sviluppo tradizionalmente articolata dagli storici è quella che ordina in serie cronologica i sistemi logografici (ad un segno corrisponde una parola), quelli sillabici (ad un segno corrisponde una sillaba) e quelli alfabetici (ad un segno corrisponde un suono). Questa linea evolutiva va considerata con qualche distinzione: molti segni del sistema logografico egizio dei geroglifici possedevano valenza fonetica; a tutt'oggi, forme di registrazione logografica (come il sistema numerico) non hanno certo perso importanza, mentre cinesi e giapponesi moderni resistono con forza ad adottare sistemi alfabetici, il che, piuttosto che far pensare al timore di rompere con una antichissima tradizione, rinvia ad "una costante per tutte le civiltà dotate di scrittura, e cioè la forte interdipendenza fra scrittura, immaginario e forme della vita materiale".

L'invenzione dell'alfabeto, in questa lettura, non risulta più una conseguenza scontata a partire dalle premesse logografiche e sillabiche, ma un'"emergenza, imprevedibile e feconda", non a caso portata avanti da due popoli, Fenici e Greci, concentrati sul protagonismo commerciale, sulla non territorialità, sul "ruolo di interfaccia fra l'Oriente asiatico e l'Occidente mediterraneo".

Primati

Come accennato, la ricostruzione tradizionale dell'origine della scrittura individuava la Mesopotamia come fulcro iniziale[8]: l'invenzione della scrittura in quei luoghi, a partire dai sistemi di identificazione (prima il sigillo "come strumento di convalida e garanzia", poi la cretula, un blocco di argilla la cui rottura evidenziava l'effrazione della serratura di un magazzino o l'apertura di un vaso) avrebbe poi sollecitato un simile sviluppo nell'antico Egitto e, 1500 anni dopo, in modi meno definiti, in Cina, dove la scrittura era utilizzata come strumento divinatorio. Tale impianto interpretativo, maggioritario negli anni sessanta e di cui è responsabile soprattutto Ignace Jay Gelb (che non considerava i geroglifici maya come una scrittura vera e propria), è stato per lo più abbandonato:

i geroglifici maya sono ormai unanimemente considerati una scrittura a tutti gli effetti

conoscendo via via meglio la preistoria cinese si tende ad escludere un collegamento con il Vicino Oriente

in Egitto certi esempi di scrittura sembrano precedere quella mesopotamica

È insomma possibile che "le scritture sumerica, egizia, cinese e maya siano state tutte create in risposta a esigenze locali e senza che ci sia stata un'influenza da parte di sistemi di scrittura stranieri".

Importanza della scrittura

«Senza la scrittura le parole non hanno presenza visiva, possono solo essere "recuperate", "ricordate".» (Walter J. Ong)

L'avvento della scrittura, secondo Jack Goody, ha permesso un "addomesticamento del pensiero" tale da consentire processi quali l'astrazione, la formalizzazione, la logica, l'analisi, la classificazione, la sintesi e l'ipotesi (e quindi la formazione di nuove teorie).

Rispetto a culture in cui l'oralità è più diffusa della scrittura, grazie a essa è quindi possibile l'innovazione, l'oggettività e il distacco.

La scrittura ha portato anche a una perdita dell'importanza della memoria, lo dimostra ad esempio il fatto che per i cittadini dei Paesi Occidentali è assai difficile ricordare i nomi degli avi, mentre nelle società a oralità diffusa questa è una forte necessità per dimostrare il possesso di una proprietà.

La lettura, rispetto alla trasmissione orale, è un processo soggettivo che prevede una metabolizzazione privata, riflessiva e libera delle conoscenze (libro come mediatore della conoscenza). Inoltre la scrittura può permettere di legare il pensiero concreto (legato all'esperienza), al pensiero astratto.

Si ritiene che l'avvento della scrittura abbia condotto l'umanità non solo alla letteratura, alla poesia, al progresso ma anche a sentimenti come l'individualismo e il nazionalismo. Una figura come l'artista individuale, il poeta, è impensabile in una società a oralità diffusa; mentre in una società in cui è diffusa la scrittura il plagio diviene un reato e ciò che si scrive può portare alla censura e alla persecuzione.

Infine senza la scrittura le grandi religioni non avrebbero avuto lo stesso tipo di sviluppo perché sarebbe stata impossibile la presenza dei testi sacri.

Sistemi di scrittura

Lo stesso argomento in dettaglio: Sistema di scrittura.

La scrittura avviene tramite l'uso di un codice, un sistema di scrittura, che consiste di grafemi (segni grafici che rappresentano delle unità linguistiche) e regole per combinarli. Tra le classificazioni dei sistemi di scrittura più largamente condivise c'è quella basata sull'unità linguistica che viene rappresentata dai grafemi del sistema; si possono quindi individuare in linea di massima cinque tipi di sistema:

sistemi logografici: dove sono rappresentati morfemi e parole

sistemi sillabici e abugida: in cui sono rappresentate le sillabe

abjad e alfabeti: nei quali i grafemi rappresentano singoli foni o fonemi.

Alcuni sistemi di scrittura

Scritture non lineari

Per definizione, sono non lineari le scritture per la cui annotazione non vengono usate delle linee scritte, ma oggi si tende a contestare questo concetto. Sono infatti inclusi in questo gruppo anche vari codici e crittografie, dove solitamente i segni sono comunque normali lettere o numeri, ma con senso alterato.

Anche la scrittura Braille per non vedenti potrebbe venir inclusa tra i normali alfabeti, in quanto a ogni suono corrisponde un apposito segno. Viene invece inclusa nelle scritture non lineari solo in quanto il sostrato (la carta) non viene “scritto” ma “perforato”, per cui delle “linee” non sono possibili.

Analogamente nella scrittura Morse che pure potrebbe rientrare nelle scritture alfabetiche, manca l'azione dello “scrivere” in quanto i segni vengono originati da una “pressione” sul tasto apposito.

Rientra nella categoria anche la comunicazione a mezzo di bandiere usata perlopiù in marina, la più moderna tra le scritture ideografiche. Ma anche in questo caso viene a mancare l'accezione di “scrivere”.

Quella che più si avvicina alla definizione è la scrittura della musica. I segni delle note non si possono definire un alfabeto o dei logografi, ma costituiscono un validissimo mezzo di scrittura. Solo che sono usabili unicamente in musica, non servono cioè per annotare delle parole (sistema scrittorio parziale come la matematica).

In tutti questi casi si tratta dunque solo di supporti per l'annotazione di certe informazioni, e non di espressioni grafiche del linguaggio. Nell'accezione di scrittura quale mezzo di registrazione storica, cioè per la conservazione di dati, questi sistemi non sono neanche accettabili tra le “scritture".

Tecniche moderne di annotazione

Come detto sopra, l'uso della scrittura fu il primo modo di comunicazione e, più tardi, il mezzo principale per la registrazione e la conservazione di dati. Oggi sono a disposizione altre possibilità sia di comunicazione sia di testimonianza storica: stenografia, dattilografia, registrazione su nastro magnetico o su supporto digitale certamente non costituiscono una vera e propria scrittura, ma la sostituiscono egregiamente.

Sebbene probabilmente anche i libri verranno sostituiti da archivi elettronici, presumibilmente conterranno delle parti di testo. La notazione elettronica del testo si basa su una codifica di caratteri, dove ogni carattere o segno di interpunzione viene rappresentato da un codice numerico univoco.

Le codifiche storicamente più usate sono ASCII e EBCDIC, che sono però limitate nel numero dei caratteri rappresentabili. Per questo motivo è stata sviluppata la codifica Unicode, oggi usata dalla maggior parte dei sistemi informativi, in grado di rappresentare decine di migliaia di caratteri differenti, potenzialmente tutti quelli esistenti in tutti gli alfabeti vivi o morti che siano.

Scrittura digitale

È possibile creare cartelle e file illimitati quasi istantaneamente, quindi l'ordinamento è molto semplice. Ogni file ha un nome, quindi è chiaro quale sia quel file che si sta cercando; e quei nomi possono sempre essere cambiati. I file possono essere facilmente spostati in diverse aree del computer. Poiché i file sono digitali, non c'è ingombro fisico a differenza dei taccuini, dei fogli e dei quaderni.

Sebbene a volte le caselle di testo siano un'opzione, non forniscono la stessa personalizzazione quanto la scrittura a mano. Un foglio di carta può essere scritto da qualsiasi parte, si possono aggiungere disegni e abbozzi dovunque e con il proprio stile senza alcun limite.

Le persone possono collaborare allo stesso documento come accade in Google Docs, oppure i file possono essere inviati via email e/o SMS rapidamente.

Può essere costoso. I computer e i tablet possono variare da centinaia di dollari o euro a migliaia.

La digitazione è più veloce. La scrittura a mano può richiedere molto tempo.

Poiché è un metodo più veloce e gli studenti tendono ad ascoltare passivamente le lezioni e digitare tutto ciò che sentono, non devono passare attraverso il processo di selezione del contenuto importante per la trascrizione come farebbero con la scrittura a mano poiché è più lento.

Possibilità di backup e copie di riserva infinite di ciò che si scrive. La scrittura a mano prevede solo fotocopie di ciò che si scrive come "backup".

Scrittura limitata alla durata della batteria del dispositivo.

Possibilità di smarrimento di ciò che si scrive molto rara. Perdere un file è molto più difficile che smarrire un foglio di carta o un quaderno o un blocco.

Secondo alcuni studi impugnare una penna stimola la creatività e rafforza la memoria molto più della scrittura digitale.

Si può sempre stampare ciò che si è scritto e renderlo cartaceo. Mentre al contrario digitalizzare la scrittura a mano prevede la riscrittura del testo da zero su un dispositivo digitale.

Secondo alcuni studi è più importante per i bambini e gli adolescenti utilizzare le penne per iniziare a scrivere rispetto al digitale.

Interpretare la scrittura a mano di altre persone può essere difficile e impegnativo. La scrittura digitale non lascia spazio a dubbi su ciò che viene scritto.

Secondo Benedetto Vertecchi, professore di Pedagogia all'Università di Roma Tre, la scrittura a mano aumenterebbe la capacità di linguaggio nei bambini, permettendo loro di esprimere pensieri più riflessivi e ragionati.

Correzione automatica degli errori e completamento automatico delle parole.

Possibili distrazioni date dal dispositivo durante la scrittura (SMS e mail ricevuti, notifiche, avvisi, eccetera)

Ciò che si è scritto, una volta finito il testo, si può formattare in molti modi diversi (cambiare dimensione, colorare, sottolineare, creare link, aggiungere immagini e tabelle eccetra).

Se il dispositivo per qualsiasi motivo si danneggia durante la scrittura o l'utente si dimentica il salvataggio del file, tutto ciò che viene scritto andrà perso.

Filografia

La filografia (termine composto da philos e graphia: Propr. "amore per la scrittura") è lo studio e collezionismo di tutte le tracce relative alla scrittura, dai caratteri sumeri alle lettere inviate nello spazio, dalle pergamene medievali alla dematerializzazione della parola scritta nei messaggi di posta elettronica e nel linguaggio degli SMS.

Il Corsivo e lo Stampatello.

Scrittura Corsiva e Stampatello.

Scrittura corsiva Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Scrittura corsiva o semplicemente corsivo è il nome che si dà a un tipo di scrittura dal tracciato rapido che nasce dalla semplificazione delle scritture a lettere staccate («stampatello»). La scrittura corsiva può interessare tanto le lettere maiuscole (inserite dunque in un sistema bilineare) quanto le minuscole (inserite in un sistema quadrilineare).

Storia

Numerosi tipi di scritture e di alfabeti hanno forme di scrittura semplificata. Per esempio, la scrittura ieratica e demotica rappresentano un'evoluzione corsiva della scrittura geroglifica egizia.

Nel mondo semitico nordoccidentale la scrittura semitica monumentale si "corsivizzò" quando venne utilizzata da scribi che usavano pennelli su papiro o pergamena. L'alfabeto arabo nacque da una versione «corsiva» di tale alfabeto, elaborata per l'aramaico nabateo, ed è perciò priva di una vera scrittura in «stampatello».

Altri corsivi vennero usati per il greco dei papiri.

Sebbene sia un fenomeno poco noto, già in età romana si svilupparono delle forme di corsivo, del quale molti esempi sono giunti fino a noi grazie ai graffiti sui muri di Pompei. Il corsivo di quell'epoca è praticamente illeggibile per chi conosce solamente la versione moderna, nonostante si tratti dello stesso alfabeto; inoltre, variava lievemente da città a città.

L'attuale scrittura corsiva per l'alfabeto latino nacque nel tardo Medioevo per opera degli Umanisti ed ebbe una rapida e duratura espansione in tutta Europa. È caratterizzata da una sobria eleganza, da una chiara leggibilità e dalla rapidità. Agli albori del XVI secolo il tipografo bolognese Francesco Griffo se ne servì per creare lo stile di carattere noto come corsivo, chiamato all'estero italico (tranne che in Spagna, dov'è noto come letra grifa).

Fino al XX secolo la scrittura corsiva è stata usata sia per la letteratura sia per i rapporti commerciali; oggi è usata prevalentemente per la scrittura personale.

La scrittura corsiva viene appresa durante il primo percorso scolastico.

Il corsivo è uno stile di calligrafia in cui i simboli della lingua sono scritti in modo congiunto e / o scorrevole, generalmente allo scopo di rendere la scrittura più veloce. Questo stile di scrittura è distinto dalla "scrittura stampata" che utilizza caratteri in stampatello, in cui le lettere di una parola sono disconnesse e sono in forma di lettera romana / gotica piuttosto che con caratteri uniti. Non tutti i quaderni corsivi uniscono tutte le lettere: il corsivo formale è generalmente unito, ma il corsivo casuale è una combinazione di unioni e alzate di penna. In arabo, siriaco, latino e alfabeti cirillici, molte o tutte le lettere di una parola sono collegate (mentre altre no), a volte facendo di una parola un unico tratto complesso. In corsivo ebraico e corsivo romano, le lettere non sono collegate. In Maharashtra esiste una versione del corsivo chiamata "modi".

Sottoclassi

Legatura

La legatura prevede che le lettere delle parole si scrivano con linee che collegano le lettere in modo che non sia necessario prendere la penna o la matita tra le lettere. Comunemente alcune delle lettere sono scritte in modo loop per facilitare i collegamenti. Nei testi greci stampati comuni, i moderni caratteri minuscoli sono chiamati "corsivi" (al contrario di onciali) sebbene le lettere non si colleghino.

Corsivo

La calligrafia italica divenne popolare nel Rinascimento italiano del XV secolo. Il termine "corsivo" in quanto si riferisce alla scrittura a mano non deve essere confuso con le lettere digitate in corsivo. Molte, ma non tutte, le lettere nella grafia del Rinascimento furono unite, poiché la maggior parte è oggi in corsivo corsivo.

Origine

Le origini del metodo corsivo sono associate ai vantaggi pratici della velocità di scrittura: il raro sollevamento della penna e l'adattamento ai limiti di essa. Le penne utilizzate in passato erano fragili, si rompevano facilmente e si rischiava di far schizzare l'inchiostro se non venivano usate correttamente. Inoltre, esaurivano l'inchiostro più velocemente della maggior parte degli strumenti di scrittura contemporanei. Le penne a immersione in acciaio sviluppatesi successivamente erano più robuste, ma avevano ancora alcune limitazioni. Anche l'individualità della provenienza di un documento era un fattore, al contrario del carattere della macchina.

Il corsivo era preferibile perché lo strumento di scrittura veniva raramente sollevato dal foglio. Il termine "corsivo" deriva dal francese medio "cursif" (che viene a sua volta dal latino medievale "corsivus") che letteralmente significa "correre". Questo termine a sua volta deriva dal latino currere ("correre, affrettarsi"). Nonostante l'uso del corsivo sembrasse essere in declino, ultimamente esso è stato recuperato.

Romano

Il corsivo romano è una forma di scrittura a mano (o scrittura) usata nell'antica Roma e in una certa misura nel Medioevo. È abitualmente diviso in corsivo vecchio (o antico) e corsivo nuovo. Il corsivo romano antico, chiamato anche corsivo maiuscolo, era la forma quotidiana di scrittura a mano usata per scrivere lettere, dai commercianti che scrivevano conti di affari, dagli scolari che imparavano l'alfabeto latino e persino dagli imperatori che impartivano comandi. New Roman, chiamato anche minuscolo corsivo o più tardi corsivo, sviluppato dal vecchio corsivo. È stato utilizzato approssimativamente dal III secolo al VII secolo e utilizza forme di lettere che sono più riconoscibili agli occhi moderni; "a", "b", "d" ed "e" hanno assunto una forma più familiare, e le altre lettere sono proporzionate l'una all'altra piuttosto che variare selvaggiamente in dimensione e disposizione su una linea.

Greco

L'alfabeto greco ha avuto diverse forme corsive nel corso del suo sviluppo. Nell'antichità, una forma corsiva di scrittura a mano era usata per scrivere su papiro. Impiegava forme di lettere inclinate e parzialmente collegate, nonché molte legature. Alcune caratteristiche di questa calligrafia furono successivamente adottate nella minuscola greca, la forma dominante di scrittura a mano nel medioevo e all'inizio dell'era moderna. Nel diciannovesimo e ventesimo secolo, fu sviluppata una forma completamente nuova di greco corsivo, più simile alle scritture corsive dell'Europa occidentale contemporanea.

Europa occidentale

Inglese

La scrittura corsiva era usata in inglese prima della conquista normanna. Le carte anglosassoni in genere includono una clausola limite scritta in inglese antico in uno script corsivo. Uno stile di scrittura corsivo - mano da segretario - era ampiamente utilizzato sia per la corrispondenza personale che per i documenti ufficiali in Inghilterra dall'inizio del XVI secolo.

La grafia corsiva si è sviluppata in qualcosa che si avvicina alla sua forma attuale dal XVII secolo, ma il suo uso non era né uniforme, né standardizzato né in Inghilterra né altrove nell'impero britannico. Nelle colonie inglesi dell'inizio del XVII secolo, la maggior parte delle lettere sono chiaramente separate nella grafia di William Bradford, sebbene alcune fossero unite come in una mano corsiva. Nella stessa Inghilterra, Edward Cocker aveva iniziato a introdurre una versione dello stile ronde francese, che fu poi ulteriormente sviluppato e reso popolare in tutto l'impero britannico nel XVII e XVIII secolo come mano tonda da John Ayers e William Banson.

Nelle colonie americane, alla vigilia della loro indipendenza dal Regno di Gran Bretagna, è degno di nota che Thomas Jefferson si unì alla maggior parte, ma non a tutte, le lettere durante la stesura della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Tuttavia, pochi giorni dopo, Timothy Matlack ha riscritto professionalmente la copia di presentazione della Dichiarazione in una mano corsiva completamente unita. Ottantasette anni dopo, a metà del XIX secolo, Abraham Lincoln redasse il discorso di Gettysburg in una mano corsiva che oggi non sarebbe fuori luogo.

Non tutti questi corsivi, allora o adesso, univano tutte le lettere all'interno di una parola.

Sia nell'impero britannico che negli Stati Uniti nel XVIII e XIX secolo, prima della macchina da scrivere, i professionisti usavano il corsivo per la loro corrispondenza. Questo è stato chiamato "mano leale", il che significa che sembrava buono, e le aziende hanno addestrato i loro impiegati a scrivere esattamente nello stesso copione.

Dopo gli anni sessanta, è riemerso un movimento originariamente iniziato da Paul Standard negli anni trenta per sostituire il corsivo in loop con la calligrafia corsiva in corsivo. Era motivato dall'affermazione che l'istruzione corsiva era più difficile del necessario: che il corsivo convenzionale (in loop) non era necessario ed era più facile scrivere in corsivo corsivo. Per questo motivo, sono apparse diverse nuove forme di corsivo corsivo, tra cui Getty-Dubay e Barchowsky Fluent Handwriting. Nel XXI secolo, alcuni degli stili di scrittura corsivi sopravvissuti sono Spencerian, Palmer Method, D'Nealian e Zaner-Bloser.

Tedesco

Fino al XIX secolo la Kurrent (nota anche come corsivo tedesco) era usata per la scrittura manuale corrente. La Kurrent non è stata utilizzata esclusivamente, ma piuttosto in parallelo al corsivo moderno (che è lo stesso del corsivo latino). Gli scrittori usavano entrambi gli stili corsivo: posizione, contenuto e contesto determinavano quale stile usare. Un successore della Kurrent, la Sütterlin, fu ampiamente utilizzato nel periodo 1911-1941 fino a quando il partito nazista la bandì insieme al suo equivalente stampato, la Fraktur. I tedeschi cresciuti con la Sütterlin continuarono a usarla anche nel dopoguerra.

Oggi tre diversi stili di scrittura corsiva vengono insegnati nelle scuole tedesche, la Lateinische Ausgangsschrift (introdotta nel 1953), la Schulausgangsschrift (1968) e la Vereinfachte Ausgangsschrift (1969). L'Unione nazionale tedesca degli insegnanti della scuola primaria ha proposto di sostituire tutti e tre con la Grundschrift, una forma semplificata di stampatello minuscolo adottata dalle scuole di Amburgo.

Stati Uniti

Una delle prime forme di nuova tecnologia che ha causato il declino della scrittura a mano è stata l'invenzione della penna a sfera, brevettata nel 1888 da John Loud. Due fratelli, László e György Bíró, hanno ulteriormente sviluppato la penna modificando il design e utilizzando inchiostro diverso che si asciugava rapidamente. Con il loro design, era garantito che l'inchiostro non avrebbe sbavato, come sarebbe accaduto con il precedente design della penna, e non era più necessaria l'accurata calligrafia che si sarebbe usata con il vecchio design della penna. Dopo la seconda guerra mondiale, la penna a sfera fu prodotta in serie e venduta a un prezzo basso, cambiando il modo in cui le persone scrivevano. Il corsivo è stato successivamente influenzato da altre tecnologie come il telefono, il computer e la tastiera.

Il corsivo è stato in declino durante il XXI secolo a causa della sua percepita mancanza di necessità. La Fairfax Education Association, il più grande sindacato degli insegnanti della contea di Fairfax, in Virginia, ha definito il corsivo "arte morente". Molti considerano il corsivo troppo noioso da imparare e credono che non sia un'abilità utile.

Al SAT 2006, un esame di ammissione all'istruzione post-secondaria degli Stati Uniti, solo il 15% degli studenti ha scritto le risposte al saggio in corsivo. Tuttavia, gli studenti potrebbero essere scoraggiati dall'usare il corsivo nei test standardizzati a causa degli esami scritti con una grafia difficile da leggere che ricevono voti più bassi, e alcuni valutatori potrebbero avere difficoltà a leggere il corsivo.

Nel 2007, secondo un sondaggio su 200 insegnanti di prima e terza elementare in tutti i 50 stati americani, il 90% degli intervistati ha affermato che le loro scuole richiedevano l'insegnamento del corsivo.

Un'indagine a livello nazionale nel 2008 ha rilevato che gli insegnanti delle scuole elementari non avevano una formazione formale nell'insegnamento della scrittura a mano agli studenti. Solo il 12% degli insegnanti ha riferito di aver seguito un corso su come insegnarlo.

Nel 2012, gli stati americani dell'Indiana e delle Hawaii hanno annunciato che alle loro scuole non sarà più richiesto di insegnare in corsivo (ma sarà ancora autorizzato a farlo), e invece sarà richiesto di insegnare "competenza con la tastiera". Dalla proposta a livello nazionale dei Common Core State Standards nel 2009, che non includono l'istruzione in corsivo, gli standard sono stati adottati da 44 stati a partire da luglio 2011, i quali hanno discusso se aumentarli con il corsivo.

Sforzi di conservazione e benefici cognitivi

Molti documenti storici, come la Costituzione degli Stati Uniti, sono scritti in corsivo: l'incapacità di leggere il corsivo impedisce quindi di essere in grado di apprezzare appieno tali documenti nel loro formato originale. Nonostante il declino nell'uso quotidiano del corsivo, viene reintrodotto nel curriculum delle scuole negli Stati Uniti. Stati come California, Idaho, Kansas, Massachusetts, North Carolina, South Carolina, New Jersey e Tennessee hanno già imposto il corsivo nelle scuole come parte del programma Back to Basics progettato per mantenere l'uso della scrittura corsiva. L'applicazione del corsivo è richiesta dalla quinta elementare dell'Illinois, a partire dall'anno scolastico 2018-2019. Le Hawaii e l'Indiana hanno sostituito l'istruzione corsiva con "competenza con la tastiera e altri 44 stati stanno attualmente valutando misure simili".

Con l'uso diffuso dei computer, i ricercatori hanno deciso di testare l'efficacia di entrambi i mezzi. Uno studio condotto da Pam Mueller che ha confrontato decine di studenti che hanno preso appunti a mano e tramite computer portatile ha mostrato che gli studenti che hanno preso appunti a mano (sebbene il documento non specifichi se stessero usando il corsivo) hanno mostrato vantaggi sia nell'apprendimento fattuale che concettuale. Un altro studio condotto da Anne Mangen ha mostrato un'accelerazione nell'apprendimento di nuove parole quando venivano scritte a mano invece che sullo schermo di un computer. Imparare a scrivere in corsivo è ritenuto (da chi lo pratica) un trampolino di lancio per lo sviluppo di una scrittura a mano pulita e in un terzo studio condotto dalla Florida International University la professoressa Laura Dinehart ha concluso che gli studenti con una calligrafia più ordinata tendono a sviluppare una migliore abilità di lettura e scrittura, anche se è difficile concludere il nesso di causalità di tale associazione. A parte questi benefici cognitivi, gli studenti con dislessia, che hanno difficoltà ad imparare a leggere perché il loro cervello ha difficoltà ad associare suoni e combinazioni di lettere in modo efficiente, hanno scoperto che il corsivo può aiutarli con il processo di decodifica perché integra la coordinazione occhio-mano, abilità motorie fini e altre funzioni cerebrali e di memoria. Tuttavia, gli studenti con disgrafia possono essere penalizzati o addirittura ostacolati dall'uso del corsivo.

Cinese

Le forme corsive dei caratteri cinesi sono usate nella calligrafia; "scrittura in esecuzione" è la forma semi-corsiva e "scrittura grezza" (erroneamente chiamata "scrittura erbosa" a causa di un'errata interpretazione) è il corsivo. L'aspetto corrente di questa scrittura ha più a che fare con la formazione e la connessione dei tratti all'interno di un carattere individuale che con le connessioni tra i caratteri come nel corsivo connesso occidentale. Questi ultimi sono rari nell'hanzi e nei caratteri kanji giapponesi derivati che di solito sono ben separati dallo scrittore.

Corsivo. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

In tipografia il corsivo, detto anche aldino (dall'ideatore Aldo Manuzio), è uno stile di carattere contraddistinto da una leggera inclinazione delle lettere verso destra. Nasce per imitazione della scrittura a mano. In francese è chiamato italique, in inglese italic, mentre in tedesco è reso col termine Kursivschrift.

Un insieme di caratteri tipografici comprende generalmente tre stili: il tondo, il grassetto e il corsivo.

Storia

Santa Caterina da Siena, Epistole, Venetia, in casa de Aldo Manutio Romano, a di XV septembrio 1500. Tavola illustrata in cui compaiono le prime parole in assoluto stampate in corsivo: iesus, all'interno del cuore nella mano sinistra e iesu dolce iesu amore all'interno del libro nella mano destra.Una visione comune di quando utilizzare il corsivo e il testo in grassetto. Un'ulteriore opzione per enfatizzare è usare le maiuscole per far risaltare una parola o un nome.

Il corsivo è detto anche aldino perché fu introdotto per la prima volta da Aldo Manuzio. Disegnato e realizzato dal bolognese Francesco Griffo, si ispirò alla scrittura corsiva di Poggio Bracciolini (1380-1459), che a sua volta emulava la scrittura carolina. Lo scopo era quello di ottenere una scrittura compatta che si accompagnasse a uno stile facilmente leggibile.

Le prime prove del corsivo furono effettuate nell'anno 1500. Le prime parole in assoluto stampate con il nuovo stile ("Jesu dolce Jesu amore") comparvero all'interno di un'illustrazione alle Epistole di Santa Caterina da Siena. L'opera omnia di Virgilio (Venetiis, ex aedibus Aldi Romani, mense Aprili 1501) fu il primo libro stampato interamente in corsivo. Il volume inaugurò allo stesso tempo la serie degli enchiridi in ottavo, libri contenenti la trattazione completa di un certo argomento e soprattutto di formato rivoluzionario per materie profane, alla base del libro moderno. Il corsivo aldino divenne il modello per gli stili di corsivo.

Utilizzo comune

Enfasi: "Bianchi non è stato l'unico colpevole, è vero". Per enfatizzare un concetto espresso nella frase;

I titoli di opere dell'ingegno, come libri (I promessi sposi), periodici (Oggi), dipinti, film, opere teatrali, album musicali, programmi televisivi, vanno scritti in corsivo. Invece il corsivo è usato in alternativa alle virgolette per i titoli di parti di opere, ovvero delle opere che compaiono all'interno di opere più grandi, come racconti, poesie, articoli di rivista, a seconda delle norme redazionali delle varie case editrici o dei manuali di stile; lo stesso vale per canzoni ed episodi di serie televisive. Diversamente avviene nella tradizione anglosassone, in cui i titoli di parti di opere si scrivono tra virgolette per distinguerli da quelli delle opere che li contengono, scritti in corsivo.

I nomi delle navi: "l'Amerigo Vespucci ha salpato la scorsa notte".

Parole straniere, inclusa la nomenclatura binomiale latina nella tassonomia degli organismi viventi: "Fu servito uno splendido coq au vin"; "Homo sapiens".

I nomi delle società di giornali e riviste: "La mia rivista preferita è Oggi, e il mio giornale preferito è La Tribuna".

Citare una parola come esempio di una parola piuttosto che per il suo contenuto semantico: "La parola il è un articolo".

Utilizzare una lettera o un numero menzionato come se stesso:

Christian era seccato; avevano di nuovo dimenticato la h nel suo nome.

Quando ha visto il suo nome accanto all'1 in classifica, ha finalmente avuto la prova che era la migliore.

Introduzione o definizione di termini, soprattutto tecnici o usati in modo insolito o particolare: "La psicologia freudiana si basa su Io, Super-io ed Es."; "Un numero pari è un multiplo di 2."

A volte nei romanzi per indicare il processo di pensiero di un personaggio: "Non può succedere, pensò Anna".

I simboli algebrici (costanti e variabili) sono convenzionalmente scritti in corsivo: "La soluzione è x = 2". Lo stesso vale per i simboli di grandezze fisiche e per le costanti matematiche: "La velocità della luce, c, è approssimativamente uguale a 3,00 × 10 8 m / s."

In biologia, i nomi dei geni (ad esempio, lacZ) sono scritti in corsivo mentre i nomi delle proteine sono scritti in caratteri romani (ad esempio β-galattosidasi, che il gene lacZ codifica).

Utilizzo più complesso

Corsivo inclinato a sinistra

Un carattere Didone corsivo "inclinato all'indietro o a sinistra", realizzato per essere utilizzato dalla fonderia Figgins di Londra.

Il corsivo inclinato a sinistra è ora raro nei caratteri latini, dove viene utilizzato principalmente come effetto occasionale per attirare l'attenzione. Erano ancora una volta comuni, tuttavia, essendo usati ad esempio nei documenti legali. Sono più comuni nella scrittura araba.

In alcuni caratteri arabi (ad esempio Adobe Arabic, Boutros Ads), il carattere corsivo ha la parte superiore della lettera inclinata a sinistra, invece di inclinarsi a destra. Alcune famiglie di caratteri, come Venus, Roemisch, Topografische Zahlentafel, includono caratteri e lettere inclinati a sinistra progettati per la produzione di mappe cartografiche tedesche, anche se non supportano i caratteri arab.

Negli anni cinquanta Gholamhossein Mosahab ha inventato Iranic font style, una forma corsiva inclinata all'indietro per andare con la direzione da destra a sinistra della scrittura.

Corsivo diritto

Poiché il corsivo ha un aspetto chiaramente diverso dal tondo e dal grassetto, è possibile avere disegni in "corsivo diritto", cioè caratteri che hanno uno stile corsivo ma rimangono in posizione verticale. Nelle lingue espresse in caratteri latini, il corsivo diritto è raro ma a volte viene utilizzato in matematica o in testi complessi in cui una sezione di testo già in corsivo necessita di uno stile "doppio corsivo" per aggiungere enfasi. Computer Modern di Donald Knuth ha un corsivo in posizione verticale come alternativa al corsivo standard, in quanto la sua destinazione d'uso è la composizione matematica.

Le famiglie di tipi di carattere con un corsivo in posizione verticale o quasi verticale comprendono solo Romanée di Jan van Krimpen, Joanna di Eric Gill, FF Seria di Martin Majoor e Deepdene di Frederic Goudy. Il popolare carattere tipografico del libro Bembo è stato venduto con due corsivi: un disegno ragionevolmente semplice che è comunemente usato oggi e un disegno alternativo "Corsivo condensato" verticale, molto più calligrafico, come alternativa più eccentrica. Questo corsivo, disegnato da Alfred Fairbank, è stato denominato "Bembo Condensed Italic", Monotype series 294. Alcuni stampatori, influenzati dal movimento Arts and Crafts, come Gill, resero anche il sistema corsivo originale del corsivo minuscolo solo dal XIX secolo in poi.

Falso corsivo

L'obliquo (o tondo inclinato) è un carattere inclinato, ma privo di lettere corsive, con la f non discendente e la a della stessa forma di quella tonda, a differenza del corsivo vero e proprio. Molti caratteri senza grazie usano disegni obliqui invece che corsivi; alcuni hanno sia la variante corsiva che obliqua. I progettisti di caratteri hanno descritto il carattere obliquo come meno calligrafico del corsivo, che in alcuni testi può essere preferito.

Soluzioni alternative al corsivo

Nei media pre-digitali in cui il corsivo non esiste, sono adottate le seguenti soluzioni alternative:

Nel testo dattiloscritto o scritto a mano, viene generalmente utilizzata la sottolineatura;

Nei file in testo non formattato (o "puro") sui computer e sui dispositivi mobili, comprese le comunicazioni tramite posta elettronica, le parole in corsivo sono spesso indicate circondandole con barre o altri delimitatori corrispondenti. Per esempio:

Ero /davvero/ infastidito.

Mi hanno >completamente< dimenticato!

Non ebbi _niente_ a che fare con ciò. (Comunemente interpretato come sottolineatura, che è un'alternativa al corsivo.)

Era *assolutamente* orribile. (Comunemente interpretato come grassetto. Questo e l'esempio precedente significano corsivo in Markdown.)

Dove il corsivo non indica enfasi, ma segnala un titolo o dove viene citata una parola, le virgolette possono sostituirlo:

La parola "il" è un articolo.

Il termine "numero pari" si riferisce a un numero multiplo di 2.

Il romanzo "Il Barone rampante" è stato scritto da Italo Calvino.

OpenType

OpenType ha il tag ital per sostituire un carattere in corsivo con un singolo carattere. Inoltre, la variazione dei caratteri OpenType ha un asse ital per la transizione tra le forme corsivo e non corsivo e un asse slnt per l'angolo obliquo dei caratteri.

Pagine web

In HTML, l'elemento <i> viene utilizzato per produrre testo in corsivo (o obliquo). Quando l'autore vuole indicare un testo enfatizzato, i moderni standard sul web consigliano di utilizzare l'elemento <em>, perché comunica che il contenuto deve essere enfatizzato, anche se non può essere visualizzato in corsivo. Al contrario, se il corsivo è puramente ornamentale piuttosto che significativo, le pratiche di markup semantico imporranno che l'autore utilizzi la dichiarazione Cascading Style Sheetsfont-style: italic; insieme a un nome di classe semantico appropriato invece di un elemento <i> o <em>.

Differenze tra scrivere in corsivo o stampatello. E’ importante? Pubblicato il 10 Dicembre 2014 Aggiornato il 13 Ottobre 2020 di Dr.

Differenze tra scrivere  corsivo e stampatello. E’ importante?

Molto spesso mi viene chiesto di spiegare quali sono le differenze tra scrivere corsivo e in stampatello. Bene, sappiate che tra un po’ si potrebbe dire addio a queste possibilità.  Già da ora, addio, Scrivere per  la Finlandia. Il Paese con uno dei sistemi educativi più avanzati al mondo, ha deciso di mandare definitivamente in soffitta gli arnesi della bella calligrafia che fu dei nostri nonni e genitori e in parte è ancora nostra (per i nostri figli è tutto da vedere!). Da agosto 2016 nessun bambino finlandese imparerà più a scrivere le lettere dell’alfabeto una legata all’altra, ma solo in stampatello, con i caratteri lì belli chiari per tutti, facili da scrivere e soprattutto da leggere. E al posto delle lezioni di calligrafia si imparerà a battere sul computer. Così ha deciso l’Istituto Nazionale di Educazione finlandese: con buona pace dei tanti argomenti e dei tanti studi di psicologi e pedagogisti che dimostrano come il scrivere corsivo serva a sviluppare precise capacità cognitive nei bambini….. da: Corriere della Sera.

Alcune considerazioni .

Potremmo pensare che in fondo la notizia che arriva dalla Finlandia non ci riguarda più di tanto. Un po’ perché abbiamo problemi più seri di quello di scrivere corsivo o in stampatello e  poi,  la Finlandia è così  lontana e  da sempre fa parte di  una sfera socio politica che non ci appartiene, quella filo-sovietica.  E poi, a pensarci bene,   in fondo  non  sarebbe così male che anche per  i nostri  bambini,    invece di perdere tempo a scrivere corsivo e male,  facessero  qualcosa di più utile: imparare quanto prima ad usare il computer. Siamo sicuri?

Ma è così importante scrivere corsivo?

 Personalmente penso che quella del Corriere  sia veramente una brutta, bruttissima notizia.  La sento come un atto pericoloso, violento quanto lo è ogni volontà di omologazione delle persone che  viene dall’alto. Per me c’è un tentativo  di riduzione  ad un solo modello sociale,  attraverso l’appiattimento di ogni   differenza  e  peculiarità personale.

Solo perché hanno dato indicazione di scrivere corsivo?

Chi fa una proposta del genere deve paradossalmente aver capito bene quanto sia utile,  evolutiva  e  differenziante   la scrittura.

Imparare a scrivere corsivo è   imparare piano, piano ad esistere. Nella scrittura disegniamo noi stessi,  diamo forma alle nostre caratteristiche personali più profonde. La scrittura non solo racconta,  ma ci racconta,  ci rappresenta come siamo e chi siamo  ben oltre la nostra volontà. Lo  studio dei caratteri psicologici,  volutivi e inconsci della scrittura da parte del grafologo si caratterizza nella lettura e  misurazione di ben oltre 200 segni. Ad esempio, si valuta se la scrittura è modello, anti modello, piccola, grande, rigida,  fluida, retta, inclinata, a sinistra a destra,   gli spazzi, la distanza tra le righe, la distanza tra le lettere, la lunghezza di queste, la forma delle lettere “g”. Si valuta  a che altezza viene fatto il trattino della “t”, quanto questo è lungo, se mettiamo e come mettiamo i puntini sulle “i”,   la forma delle “o”, delle “a”, della “b”, della “p”, della “l”,   l’inclinazione della riga, gli spazzi a destra, a sinistra, sopra, sotto,  etc, etc e,  alla fine, ogni singolo dato viene  elaborato,  e  ne esce un referto che non è un giudizio  ma una valutazione  di quanto siamo drammaticamente  complessi ma, meravigliosi.

Cosa ci dice la grafologia

La grafologia ci dice quali sono le nostre potenzialità ma anche i limiti e le difese psicologiche. Essa ci permette di fare uno studio delle attitudini ad un determinato lavoro o scolastiche, ma anche la compatibilità di una coppia e poi, le nostre possibilità a stare in gruppo e il ruolo che ci compete in questo. Essa ci racconta in maniera quasi stupefacente di quale sia la nostra carica libidica, su che cosa sia indirizzata  e delle sue difficoltà e deviazioni. E’ possibile valutare la predisposizione alla generosità ma anche la  “tendenza al furto” o la possibilità o meno del soggetto a gestire la propria aggressività.  Insomma la grafologia è un test di personalità eccezionale.  Va  precisato però che questo studio, ma soprattutto la differenziazione e lo sviluppo dei caratteri personali dello scrivente, è possibile solo quando si scrive corsivo.  E’ li,  dove ognuno è se stesso.

Che vuol dire scrivere solo in stampatello?

Scrivere in stampatello è come indossare una divisa. Con lo stampatello siamo un po’ tutti uguali, un po’ tutti dei soldatini.

Ho tentato di dimostrare  questa inscindibile connessione fra scrittura e psiche analizzando i caratteri grafologici della firma di Mirò, il grande pittore catalano,   nel lavoro che ho pubblicato: “Mirò: Il disegno come scrittura dell’inconscio”. Certamente lui aveva capito questo potente legame tra noi e la nostra scrittura.

Rompere questo legame impedendo ai bambini di conoscerlo e svilupparlo, di scrivere corsivo, significa ostacolare la differenziazione delle personalità,  l’individuazione.  Significa amputare possibilità creative specifiche con la volontà  forse, di andare sempre più verso un mondo,  non tanto dei computers ma di soldatini,  o meglio, di robots. Dr. Zambello su zambellorenzo.it

Medico Psicoterapeuta Psicoanalista Junghiano di Novara

Gli alunni, lo stampatello e il corsivo (ormai quasi scomparso) Di Mario Bocola su tecnicadellascuola.it il 22/02/2023

È ormai conclamato che gli alunni non conoscono più la grafia in corsivo e quando scrivono lo fanno solo in stampatello.

Infatti, quando scrivono in corsivo la loro grafia diventa pressoché indecifrabile, indefinibile, priva degli spazi: anzi le parole vengono scritte tutte unite, prive di punteggiatura, di maiuscole, minuscole. Insomma la scrittura dei nostri alunni è soltanto un guazzabuglio grafico, perché non sono più abituati fin dalle scuole primarie a confrontarsi con un testo scritto, non si esercitano più nella scrittura corretta e, quindi, arrivano alle scuole superiori, dopo i tre anni della scuola media, che non sanno scrivere in corsivo e la loro produzione è soltanto in carattere stampatello.

Inoltre non sanno più impugnare bene la penna, quasi sembra che, invece della penna, i nostri alunni impugnino una “zappa”, facciano un lavoro pesante quando devono scrivere, una fatica enorme!

Certamente l’uso quotidiano della tastiera del PC o dello smartphone ha provocato una regressione o meglio un utilizzo distorto della grafia. È vero che la tastiera offre un modo più rapido, istantaneo di scrittura con correzione automatica degli errori, ma è altrettanto vero che la scuola ha il dovere di fare abituare gli alunni all’uso corretto della grafia facendo capire loro la distinzione tra la scrittura corsiva e quella in stampatello.

Il testo digitale non deve in alcun modo sostituire la scrittura a mano anzi la deve soltanto accompagnare e i nostri alunni devono essere in grado di saper impugnare bene la penna e di produrre una grafia leggibile, decifrabile con la giusta spaziatura tra le parole.

Questo compito è affidato ovviamente alla scuola primaria, ossia a quel segmento di scuola, che deve essenzialmente lavorare sulla plasticità del cervello degli alunni, in quanto nei primi anni di scuola l’alunno conosce e costruisce la sua identità e nel contempo genera un suo modo personale di scrittura.

Inoltre nella scuola media occorre abituare gli alunni a prendere appunti durante la lezione, a scrivere riflessioni personali sul diario, ad annotare qualsiasi cosa perché questi processi aiutano la mente a ricordare, a fissare i concetti nel tempo.

Scrivere a mano produce sentimenti, emozioni, ricordi, sensazioni che mettono in stretta correlazione cervello e mano, in quanto il pensiero elaborato nella mente corre veloce attraverso l’impugnatura della penna e la mano decodifica il nostro pensiero attraverso la scrittura e ciò favorisce molto la memorizzazione.

Invece l’uso della tastiera è tutt’altro che emozionale, è arido, spoglio, distaccato in quanto produce soltanto un qualcosa di istantaneo, di labile, di non sedimentarsi affatto nel tempo e nello spazio. Fatto sta che esiste una grande disaffezione a potenziare da parte degli alunni l’abilità della scrittura e delle sue diverse forme e questo si ripercuote molto anche sull’uso corretto della lingua italiana.

Anche quando due alunni sono seduti sullo stesso banco non dialogano: si scambiano le “emoticon”, perché non sanno più elaborare un pensiero scritto, bensì denotano frammentarietà e povertà culturale. E di questo passo siamo destinati all’oblio, ad avere alunni senza emozioni e al tramonto inesorabile della scrittura bella, organica, compiuta.

Precisiamolo ancora meglio. Un tempo a scuola si scriveva in corsivo e fin dalle scuole elementari gli insegnanti ci facevano scrivere in corsivo. Ora questo metodo di scrittura è quasi scomparso.

La stragrande maggioranza degli alunni, durante le verifiche scritte, adopera lo stampatello e addirittura appone la propria firma anch’essa in stampatello.

Il corsivo ha una lunga storia nella nostra scrittura che risale al IV-V secolo. Dobbiamo far riscoprire a scuola l’importanza dello scritto in corsivo, del modo corretto dell’impugnatura della penna. Gli studenti di oggi scrivono poco e, quindi, fanno molta fatica a scrivere. Quasi la scrittura sia diventata un “lavoro forzato”, un impegno gravoso cui gli alunni non sono più abituati.

Gli insegnanti di tutto il primo ciclo d’istruzione dovrebbero far esercitare molto i propri alunni all’utilizzo del corsivo attraverso un costante lavorio di scrittura. Insomma correggere un compito in stampatello è veramente brutto.

I laboratori di scrittura creativa sarebbero un’ottima palestra per abituare gli alunni alla reinvenzione del metodo di scrittura in corsivo che sta diventando, col passare degli anni, una cosa rara. Mario Bocola

La Dattilografia.

Dattilografia. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La dattilografia (dal greco dáctylos = dito e graphía = scrittura) è la tecnica e la pratica della scrittura mediante l'uso di una macchina per scrivere (o, più in generale, di una tastiera).

La dattilografia è anche una disciplina professionale completa che ha avuto una grande evoluzione ed è entrata in ogni settore, in ogni lavoro d'ufficio e spesso, negli scorsi decenni, in associazione alla stenografia, al calcolo a macchina, alle tecniche della duplicazione ed alla contabilità meccanizzata.

Storia

La sua nascita risale alla seconda metà dell'Ottocento quando, in seguito alla produzione e commercializzazione delle prime macchine per scrivere della Remington & Son di Ilion, New York (il Mod. 1, presentato all'Esposizione Internazionale di Filadelfia, è del 1876) si intravede un nuovo modo di scrivere e comunicare ed una reale risposta alla necessità di presentare, archiviare e conservare dei testi non più manoscritti, ma sempre più simili a quelli tipografici.

Dattilografa di fine Ottocento al lavoro

L'ingresso e la diffusione della macchina per scrivere negli uffici più progrediti dell'Ottocento rende quindi indispensabile la ricerca di personale capace di utilizzarla al meglio per battere dei testi sotto dettatura o scritti da altri in forma di bozze. In tal modo alla professione del calligrafo subentra pian piano quella del dattilografo. Sono soprattutto le donne che la esercitano, loro che per la prima volta hanno la possibilità di lavorare negli uffici, con l'opportunità di far carriera, ed iniziare una qualche forma di emancipazione dalla famiglia o da lavori sottopagati o poco gratificanti.

Le continue innovazioni tecnologiche portano ad una crescita e ad una continua evoluzione della dattilografia con conseguenti modifiche nel modo di operare del dattilografo.

Così con l'avvento delle macchine per scrivere elettriche dotate dei primi automatismi il lavoro dell'operatore dattilografo viene di gran lunga facilitato e gli viene consentito di aumentare progressivamente la velocità di battitura senza venir meno alla precisione di battuta. Maggiore velocità viene consentita dalle macchine elettroniche; la possibilità di modificare il carattere (inizialmente mediante la pallina o sfera ed in seguito con la margherita) permette di personalizzare ulteriormente lo scritto; la stampa diventa silenziosa con l'introduzione della testina a getto d'inchiostro.

Il passaggio a macchine con righe di memoria e poi ai primi sistemi di videoscrittura permette di rivedere, per eventuali correzioni e prima ancora della stampa, il testo appena digitato, dà la possibilità di stampare lo stesso scritto dopo aver effettuato le modifiche necessarie, porta all'abbandono progressivo dei sistemi di correzione e dell'uso della carta carbone per le copie multiple.

Descrizione

Utilizzo

La diffusione del personal computer e l'uso sempre crescente della posta elettronica, dei forum, delle chat, dei blog hanno portato un gran numero di persone ad utilizzare la tastiera con particolare frequenza e costanza, e non solo per esigenze lavorative, ma anche per il tempo libero. Una buona conoscenza della dattilografia risulta a maggior ragione indispensabile per poter sfruttare al meglio le potenzialità dell'elaboratore. È necessaria, inoltre, una grande conoscenza del mezzo e delle possibilità che esso offre per ottenere buoni risultati. Fioriscono nuove scuole, anche on line, che propongono corsi di dattilografia al computer, spesso anche in abbinamento a programmi che consentono l'apprendimento del metodo di scrittura a tastiera cieca.

Sin dagli esordi della dattilografia studenti e professionisti hanno posto a confronto le loro abilità dattilografiche ed a tutt'oggi sono ancora tanti i giovani che partecipano ai campionati regionali e nazionali di Dattilografia e di Trattamento testi su personal computer, dimostrando gli alti livelli raggiunti.

La dattilografia viene sempre più utilizzata nelle disabilità visive come metodologia riabilitativa (basta la tastiera di un personal computer ed un supporto di sintesi vocale), in aggiunta o in sostituzione della Dattilobraille, della Lettura e scrittura Braille, della Lettura e scrittura con Ingranditore Ottico, ecc. In tal modo permette di accedere con facilità ai vari ausilii informatici, anzi la sua conoscenza viene considerata requisito indispensabile e propedeutico per il loro accesso.

Insegnamento

Le prime scuole per l'insegnamento della dattilografia nascono in America nel 1881 ed in pochissimi anni si registra un gran numero di provetti dattilografi.

Anche in Italia, seppure in ritardo, vengono modificati i piani di studi scolastici ed introdotte nuove discipline per preparare alle nuove professionalità emergenti.

Così alla Legge Casati del 1859 (che indicava lo studio della calligrafia quale requisito indispensabile per l'inserimento nel mondo del lavoro amministrativo) subentra la Riforma Gentile con il Regio Decreto 6/5/1923 n. 1054 che istituisce la Dattilografia quale materia d'esame negli Istituti Tecnici, e poi la Legge 15 giugno 1931 n. 889 - Riordinamento dell'istruzione Media Tecnica che introduce nelle scuole ad indirizzo commerciale l'insegnamento della Dattilografia.

Seguono a questi altri interventi normativi che danno prima maggiore e poi minor peso alla disciplina sia in ambito di istruzione che lavorativo.

Metodologia

La base fondamentale dello scrivere a macchina è la diteggiatura che ha il fulcro nella corretta posizione che l'operatore deve assumere davanti alla macchina, nell'uso del metodo di scrittura a tastiera cieca con esercizi graduali di apprendimento.

Solo in questo modo si può ottenere un'adeguata preparazione del dattilografo che deve utilizzare correttamente la tastiera con estrema precisione di scrittura, acquisire sempre maggior velocità di scrittura mantenendo un ritmo costante, utilizzare le regole di impaginazione dei documenti che devono risultare validi, sia dal punto di vista tecnico-pratico sia da quello estetico, e rispondere alle reali esigenze del lavoro. Si pone in tal modo la necessità di una didattica dattilografica tendente a sviluppare non solo tecnica, uniformità di battuta e ritmo, ordine e precisione, ma anche senso creativo ed estetico. La dattilografia assume quindi anche il ruolo di attività estetica ed espressiva.

Con l'avanzamento della tecnologia sono stati messi a punto vari metodi, sempre con l'intento di facilitare il lavoro dell'operatore (ad es. con l'ausilio del mouse o il riconoscimento vocale) e sempre maggiori sono i legami con i resocontisti ed i sottotitolatori, professionalità attualmente in crescita.

Schema di tastiera QWERTY usata generalmente nei Personal computer

I metodi utilizzati per l'apprendimento della dattilografia sono stati nel tempo adattati anche alle macchine calcolatrici ed oggi, che le macchine per scrivere sono cadute praticamente in disuso, la Dattilografia originaria ha lasciato il posto al Trattamento testi con il Personal computer e l'uso di programmi di videoscrittura. Viene confermata in tal modo la sua integrazione con l'informatica. Attualmente quindi la scrittura dattilografica va intesa anche solo in relazione ad una tastiera.

Le basi della scrittura a tastiera cieca risultano quanto mai valide anche con la tastiera estesa del computer. Questo metodo di scrittura viene tuttora insegnato in varie scuole.

La Stenografia.

Stenografia. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La stenografia (dalle parole di origine greca stènos, «stretto, ristretto», e grafìa, «scrittura») è un metodo di scrittura veloce tachigrafico, che impiega segni, abbreviazioni o simboli per rappresentare lettere, suoni, parole o frasi. Nacque allo scopo di poter scrivere alla velocità con la quale si parla per fissare immediatamente su carta tutte le informazioni ascoltate.

Storia

La stenografia era probabilmente già utilizzata nell'antica Grecia ai tempi di Senofonte, mentre è ampiamente attestato il suo impiego da parte dei Romani: Marco Tullio Tirone, il segretario di Cicerone, per trascrivere i discorsi di quest'ultimo aveva infatti inventato quelle che poi furono chiamate Notae Tironianae, un sistema di circa 4000 simboli che sostituivano le radici verbali o le loro lettere finali. Secondo Dione Cassio, Mecenate fu inventore di un sistema stenografico. Questo sistema fu poi adottato per diversi secoli finché, dopo l'XI secolo, cadde quasi completamente nell'oblio.

La stenografia moderna ha inizio verso la fine del XVI secolo e si sviluppa per circa due secoli, soprattutto in Inghilterra, con l'invenzione di diversi linguaggi a base geometrica: in particolare il sistema Taylor, adattato all'italiano da Emilio Amanti, ma perfezionato da Filippo Delpino, che lo rese il primo sistema largamente impiegato in Italia, pur con i suoi difetti peraltro ereditati dal sistema inglese di origine; seguìto dal più efficiente sistema Pitman, adattato anch'esso all'italiano da Giuseppe Francini e, a Malta, da Peter Paul De Cesare.

In tempi più recenti ha avuto grande diffusione il sistema inventato dal tedesco Franz Xaver Gabelsberger nel 1834. Tale sistema si basa su tre principi: grafico, fonetico e linguistico-etimologico e si ispira al corsivismo. Fu rapidamente adattato a molte lingue, tra cui l'italiano (nel 1863 da Enrico Carlo Noë). Il sistema si divide in tre parti: la prima riguarda la formazione delle parole; la seconda tratta dell'abbreviazione delle parole; la terza, denominata Abbreviazione logica del periodo, consente la maggiore sintesi grafico-concettuale.

Esempi di caratteri abbreviati nel sistema finnico Neovius-Nevanlinna

Altri sistemi, detti "di Stato" perché, parimenti al sistema Gabelsberger-Noë, sono ammessi al pubblico insegnamento, sono il Meschini (di Erminio Meschini), il Cima (di Giovanni Vincenzo Cima) e lo Stenital Mosciaro (di Abramo Mòsciaro). Anche il Pitman-Francini ebbe in passato un riconoscimento ufficiale. In Alto Adige si insegnò anche la Stenografia Unitaria Tedesca (Deutsche Einheitskurzschrift); tanto per il tedesco, quanto per l'italiano nell'adattamento di Margarethe Kindl.

Nella Svizzera italiana si preferì non guardare a quanto si faceva in Italia, e venne adottato il sistema di maggiore successo nella Svizzera tedesca, ovvero lo Stolze-Schrey, adattato alla lingua italiana da Aristide Isotta. A Malta si preferì adottare una nuova versione del sistema Pitman, ad opera di Peter Paul De Cesare.

Esistono molti altri sistemi stenografici i quali, però, non hanno avuto significativa diffusione; oppure il loro impiego è stato temporaneo.

Nell'ambito dei convegni di studio organizzati ogni due anni dall'Intersteno, nei quali convengono studiosi di stenografia e stenografi pratici da tutto il mondo, si svolgono gare di stenografia alle velocità più elevate in tutte le lingue. Più volte gli stenografi italiani si sono classificati ai primi posti delle graduatorie; degno di nota è Riccardo Bruni, campione mondiale nel 1993. Un altro ente operativo nell'ambito della stenografia è l'E.U.S.I. - Ente Unitario del Segretariato Italiano.

Per interessamento di Cavour, la resocontazione stenografica fu introdotta nel 1848 nel Parlamento Subalpino. In Italia la stenografia è stata utilizzata fino al 2000 nel campo della resocontazione parlamentare per verbalizzare le Assemblee della Camera dei deputati (in cui il resoconto sommario vi è dal 1879), mentre al Senato della Repubblica si utilizza la stenotipia (in cui il resoconto sommario vi è dal 1882). Oltre al resoconto sommario, al Parlamento Italiano vi è il resoconto stenografico integrale, che a partire dal 1967 per la Camera dei deputati e dal 1983 per il Senato della Repubblica, tradizionalmente viene pubblicato il giorno successivo alla seduta.

Sistemi di stenografia

Sepolcro di Heinrich Roller, inventore tedesco di un sistema stenografico, del quale la lapide porta scolpiti alcuni caratteri.

Esistono tanti metodi e sistemi diversi di stenografia: in genere essi sostituiscono i simboli dell'alfabeto latino con segni che, per le loro forme particolari, possono essere riprodotti con maggiore celerità, per esempio linee dritte, cerchi, ecc.

I sistemi di stenografia vengono solitamente classificati in tre gruppi principali:

Sistemi geometrici. Appartengono a questo gruppo i primi sistemi creati nel mondo moderno dalla Scuola inglese, quali il Taylor e il Pitman; o l'italiano Marchionni. Consistono in segni geometrici per le consonanti, mentre le vocali sono in genere rappresentate da puntini e lineette.

Sistemi corsivi. Fanno parte di questo gruppo i sistemi tipici della Scuola tedesca, quali il Gabelsberger, lo Stolze, lo Schrey, la Stenografia Unitaria Tedesca o la Stiefografie. Consistono in segni che per le consonanti si richiamano, in modo molto semplificato, alle lettere della scrittura ordinaria corsiva; e come tali sono collegati tra di loro da un filetto di unione. Le vocali sono in genere rappresentate in modo simbolico, modificando le consonanti.

Sistemi misti (o geometrico-corsivi). Ne fanno parte i principali sistemi creati dagli stenografi italiani, quali il Meschini, il Cima e lo Stenital Mosciaro; nonché il loro "precursore" sistema Vegezzi. Un importante sistema misto non italiano è l'inglese Gregg, utilizzato soprattutto in Nord-America. Questi sistemi tentano di conciliare le caratteristiche dei due tipi "classici" rappresentando sia le consonanti che le vocali con segni geometrici fissi e intersecando vocali e consonanti, in alcuni sistemi con un senso di scrittura contrario, in modo che le vocali vengano a fungere di fatto da filetti di unione che dànno al tracciato un andamento corsivo.

Si può aggiungere un quarto gruppo costituito dai sistemi che, benché biasimati dai puristi, adoperano lettere dell'alfabeto comune, generalmente per essere di più facile apprendimento. Un originale rappresentante di questo gruppo è il Dutton World Speedwords, ideato nel 1922 da Reginald J.G. Dutton (1886-1970), che combina le caratteristiche di un sistema stenografico con quelle di una lingua ausiliaria internazionale.

La stenotipia

La stenotipia è parente stretta della stenografia; si basa su concetti analoghi, ma fa uso di macchine apposite. Uno dei metodi principali utilizzati in Italia è tuttora quello ideato da Antonio Michela Zucco. La sua Macchina Michela fu il primo strumento per stenotipia nel mondo che riuscì ad ottenere un uso pratico. Brevettata nel 1878 e adottata nel 1880 dal Senato del Regno (Italia), è tuttora regolarmente utilizzata, in una forma perfezionata e soprattutto computerizzata, dal Senato della Repubblica italiana.

La stenotipia.

Che cos’è la stenotipia?

La Macchina Michela.

La Macchina Melani.

Che cos’è la stenotipia?

Da Focus il 28 giugno 2002. La stenotipia è la tecnica per scrivere in stenografia, ma a macchina. La stenografia, a sua volta, è una scrittura manuale più rapida della grafia alfabetica, realizzata con segni particolari,...

La stenotipia è la tecnica per scrivere in stenografia, ma a macchina. La stenografia, a sua volta, è una scrittura manuale più rapida della grafia alfabetica, realizzata con segni particolari, grazie ai quali la velocità di scrittura raggiunge quella del discorso parlato. L’apparecchio si chiama “Michela”, dal nome del suo inventore Antonio Michela, che lo realizzò nel 1862. È una tastiera con una ventina di tasti che, premuti a gruppi e non uno dopo l’altro, danno luogo all’opportuno segno stenografico. Si usano per esempio diverse combinazioni di tasti se due lettere di una sillaba sono invertite. Proprio come nella stenografia, infatti, è importante anche la posizione delle lettere: la sillaba “sa” corrisponde a un simbolo diverso da quello di “as”. Ogni tasto, insomma, svolge più funzioni. La Michela oggi è collegata a un computer, per la rilettura. Spesso alla stenotipia si affianca il registratore, per eventuali correzioni a posteriori. Le stenotipia non è inserita nei programmi ministeriali, ma si insegna in corsi regionali o in istituti privati. Il suo impiego è in crescita, in particolare nel settore giustizia.

La Stenotipia giudiziaria.

I magnifici misteri della trascrizione giudiziaria. Gennaio 2016 di Jacopo Ranieri su jacoporanieri.com. 

Ventisei studenti silenziosamente riuniti dentro a un’aula, mentre l’insegnante legge un brano dei Promessi Sposi, poi commenta. Sarebbe assai opportuno, no, persino necessario, annotare sul quaderno il nesso e il succo del discorso, che sicuramente si presenterà di nuovo, in forma di domanda, all’ora di verifica verso la fine del semestre. Ed è quindi certamente vero, che scrivendo e riassumendo il vasto eloquio, trasformandolo in un minerale nato dall’inchiostro e dalla cellulosa, costoro stiano facendo soprattutto un gran favore a loro stessi. Ma è altrettanto giusto, se vogliamo, ribaltare la questione in senso longitudinale. Per vederla soprattutto in questo modo: c’è qui un colui/colei che dall’intero scambio partecipativo, riesce a trarre un ben più significativo beneficio. Eccolo lì, che parla dalla cattedra, compunto. Perché parole pronunciate per premura, per preambolo o primaria premeditazione, è loro massima prerogativa, spariscono immediatamente come il fumo. Mentre scriverle, vuol dire conservarle. Quale onore, vostro… E non si tratta di una cosa cui si possa rinunciare, in determinati tipi di contesti ancor più delicati. Tra cui quello, antico e imprescindibile, in cui l’aula deputata è di un tutt’altro tipo. Dove c’è un giudice, chiamato per decidere del fato della gente. Dando un peso a ciò che viene detto, veramente, estremamente significativo.

È un meccanismo complesso che ormai conosciamo molto bene, soprattutto ad una ricca selezione di opere d’ingegno, quali film, romanzi, serie a medio budget per la Tv. La cui provenienza prevalentemente americana, persino qui da noi nella penisola distante, appare estremamente chiara dalla tipica struttura: l’uomo sull’alto scranno con il martelletto, posto innanzi a una giuria, rigorosamente scelta tra il popolo in maniera casuale. Due avvocati, l’accusa e la difesa, dall’eloquio particolarmente spigliato e accattivante. E mentre gli occhi vagano, irrimediabilmente attratti da quella figura in prima fila, l’imputato del processo, diviene facile da trascurare la figura dell’agente di trascrizione, un uomo o una donna (tradizionalmente, la seconda) che appare impegnata nel suonare una bizzarra quanto inaudibile sinfonia. Su uno scomodo sgabello o una seggiolina, rigorosamente priva di braccioli, mentre dinnanzi a lei, su di un rigido treppiede, si erge quella che potrebbe anche sembrare una piccola macchina da scrivere, se non fosse che vi sono troppi pochi tasti, nonché di natura estremamente poco chiara. Come nel Gibsoniano “deck da cavaliere del cyberspazio” (Neuromante – 1984) qui non servono caratteri numerici o figure delle lettere da premere con alcun fine. Ma soltanto quadratini plastici, ciascuno con la sua funzione bene impressa nella mente e nelle mani di chi dovrà premerli in sequenza, per…Scrivere, ovviamente. Che altro? Ma non un semplice discorso. Bensì molti, spesso in parallelo tra di loro, pronunciati a ritmi svelti o pacati, con inflessioni dialettali o specifici slang di quartiere. E a ragione per cui è possibile riuscire in una tale ardua missione, nonostante i duri presupposti, sono in egual misura merito della persona e della macchina, ovvero sarebbe a dire, di colui che quella cosa ebbe modo di progettarla tanto tempo fa, come espressione ingegneristica del suo particolare campo d’interessi. Ed è significativo notare come anche nella macchinetta da stenotipia del video di apertura, del tutto conforme all’originale progetto americano del Sig. Ward Stone Ireland, risalente al 1906, si riesca ad intravedere lo stesso progetto funzionale dell’italianissima Macchina Michela, costruita nel 1878 dall’insegnante ed inventore Antonio Michela Zucco, con la finalità specifica di essere impiegata per trascrivere le sessioni del Regio Senato Italiano, continuando poi ad essere impiegata con la sua rifondazione come Senato della Repubblica, a seguito del passaggio dell’Eroe dei Due Mondi. Giungendo infine, con poche significative modifiche, virtualmente identica fino ai nostri giorni. La stessa nota relativa a questo meccanismo riportata sul nostro sito istituzionale, si apre orgogliosamente con uno stralcio di missiva di Giuseppe Garibaldi scritta a Caprera il 16 dicembre 1877, contenente il semplice messaggio: “Desidero che l’utilissima scoperta del professor Michela sia messa in opera”. Ma cerchiamo di capire adesso, anche grazie al video esplicativo di apertura, la maniera in cui funzionino questi dispositivi.

Avrete certamente notato, sia nel caso della mini-macchina da scrivere, come anche nella foto riportata qui sopra del suo antenato italiano, una notevole carenza di tasti. È in effetti questa la prima apparente incongruenza di simili meccanismi, quando posti a confronto col consueto aspetto di una tastiera ad uso casalingo, ben più larga e per di più appesantita da tastierino numerico, numerali, frecce e chi più ne ha…Mentre qui, non soltanto tutto è puro ed essenziale, ma neanche chiaramente apparente, ad un occhio non allenato. È tutta una questione di combinazioni. Le macchine per la stenotipia, infatti, vedono il loro principale vantaggio rispetto al consueto metodo d’immissione dei testi nella maniera in cui per ciascuna “pressione” si riesca effettivamente a produrre non una singola lettera, ma un’intera sillaba fonetica, che tra l’altro nella lingua inglese corrisponde occasionalmente alla parola intera. Proprio per questo, le tastiere sono suddivise in due metà, sinistra e destra, rispettivamente concepite per corrispondere all’inizio ed alla fine di ciascuna unità minima di testo. Una fila di quattro pulsanti disposti ordinatamente sotto agli altri in quella americana, mentre un certo numero di tasti raggruppati sull’inizio della seconda metà (o “sequenza”) in quella italiana, si occupano invece delle vocali, che per natura del funzionamento stesso dell’apparato fonatorio umano (Zucco era anche un glottologo-linguista) si troveranno sempre nella parte centrale della sillaba o parola. Meno intuitiva, invece, è la necessità percepita di limitare in modo significativo la quantità di tasti a disposizione dell’operatore, relegando tutti suoni meno frequenti in inizio o fine di parola per ciascuna delle due lingue a combinazione di pulsanti.

Come dimostrato ad esempio nel video della scuola online, per inserire la D in inizio di parola occorre premere insieme i tasti T e K, in una procedura conforme al concetto moderno di chorded keyboard, o tastiera ad accordi. Suoni ancora più rari richiedono combinazioni di fino a quattro tasti, come l’iniziale J della lingua inglese, che si inserisce appoggiando un dito al centro della croce formata dai tasti S-K-W-R. Particolare è il caso del suono finale identificato comunemente con la lettera Z, che pur essendo molto raro in inglese (circa una ventina di parole, tra cui buzz, showbiz, topaz…) risulta dotato del proprio tasto. Si tratta di una scelta probabilmente moderna, motivata dal funzionamento dei software che si occupano di autocompletare in maniera informatica il testo inserito dall’addetto alla stenografia. Le poche volte in cui si preme questo tasto, dunque, diventano semplicemente cruciali affinché si verifichi una trascrizione corretta del processo o della sessione in Senato. È inutile dire che in tempi passati, le metodologie risultavano essere parecchio differenti…

L’inventore francese Marc Grandjean dimostra, nel 1928, il funzionamento del suo dispositivo per la stenotipia, con tanto di dimostrazione comparativa con la macchina da scrivere convenzionale. L’intera scena sembra quasi precorrere il concetto di un moderno infomercial televisivo.

In assenza di un computer che traducesse le battute in un testo immediatamente comprensibile da chiunque non fosse il suo diretto produttore, tutto ciò che fuoriusciva da questa tipologia di macchine era infatti un nastro sottile ed inchiostrato, sul quale potevano comparire infinite combinazioni e ripetizioni della singola fila di caratteri: STKPWH RAO * EUFRPB LGTSDZ. Questa era in effetti la disposizione dei singoli martelletti, o leve che dir si voglia, che non cambiava mai nel corso della trascrizione. Poteva quindi succedere che una singola parola, magari costituita da parecchie sillabe, finisse per occupare anche due o tre righe. Al termine della sessione di processo o riunione, lo stenografo stesso, o una persona adeguatamente preparata, doveva occuparsi di trascrivere in maniera immediatamente intelligibile quanto era stato prodotto. Che tuttavia, per come fuoriusciva dalla macchina era sempre foneticamente preciso, a meno che l’operatore avesse compiuto un errore, distraendosi in corso d’opera. Mi sembra che questo esempio, prelevato da Wikipedia inglese ed identificato come opera di pubblico dominio, chiarisca in modo lampante la notevole complessità della questione:

L’osservazione comparativa dei due tipi di lavoro, quello alla tastiera QWERTY e la sua controparte realizzata con macchina da stenotipia, non potrebbe dunque essere più diversa fin dal primo sguardo. Mentre il parlante delucida l’oggetto del suo eloquio, la persona che deve barcamenarsi tra dozzine di tasti appare concentrata ad un livello superiore, battendoli con moto circolare e in un crescendo che pare condurre a un’imminente blow-out. Nel frattempo, lo stenografo professionista, che deve unicamente comprendere il suono del discorso e riportarlo tramite una sequenza di sillabe, spinge giù due, tre, fino a dieci tasti assieme. In quattro o cinque precisi gesti, svolge il lavoro equivalente di un centinaio di pressioni, benché naturalmente, anche gli eventuali errori di battitura siano amplificati molte volte. La situazione, inoltre, tende a capovolgersi nel caso in cui si debba effettivamente produrre un testo da ripubblicare, completo di caratteri speciali come lettere accentate, cancelletto, la @ cerchiata delle e-mail e così via. Considerate, ad esempio, come molti stenografi giudiziari preferiscano inserire anche i numeri con trascrizione fonetica, piuttosto che utilizzare gli scomodi tastini superiori delle loro macchine, tra l’altro non sempre presente. E sono probabilmente proprio considerazioni limitative come queste, ad aver relegato simili macchine ad un uso quasi esclusivamente professionale. Facendone anche salire notevolmente il prezzo: in mancanza delle facilitazioni dovute alla piena forza dell’economia di scala, all’alta quantità di componentistica prodotta ad-hoc ed al potenziale di guadagno extra per chi sappia veramente svolgere un simile mestiere, anche al di fuori dell’ambiente giudiziario (ad esempio, durante conferenze o convegni) difficilmente una macchina da stenotipia può costare meno di 1.500 dollari. Mentre i modelli di punta raggiungono piuttosto facilmente i 5.000. L’usato in buone condizioni, inoltre, mantiene quasi totalmente il suo valore.

Questo video del Kim Bryan College segnala di prestare attenzione a non far cadere durante il montaggio il delicato recipiente in plastica per il nastro stampato. Probabilmente, quello da solo costa più di un’accoppiata convenzionale di tastiera e mouse.

Ed alla fine, chi può negare che costoro siano davvero, diabolicamente, mostruosamente veloci? Wikipedia cita come record mondiale assoluto per la lingua inglese un impressionante 375 wpm (parole al minuto) laddove i migliori tipografi di un ambiente d’ufficio, raramente superano le 120/130 wpm. È stato dimostrato come un abile utilizzatore della macchina da stenotipia possa addirittura lavorare, in determinate condizioni ideali, ad un ritmo persino superiore a quello di un programma per computer di riconoscimento vocale. Con capacità di adattabilità e precisione, questo va da se, notevolmente più vantaggiose. Prima di chiudere, ecco una potenziale occasione per accrescere l’orgoglio nazionale: gli odierni utilizzatori italiani del metodo Michela, forniti ancora del tradizionale “pianoforte” (che tra l’altro, viene impiegato anche al Congresso degli Stati Uniti) si sono più volte riconfermati come i migliori stenografi del mondo, vincendo numerose gare internazionali tra il 1977 e il 1996. In tempi più recenti, una particolare stenografa del Senato Italiano, di cui purtroppo Wikipedia non pubblica il nome, ha trionfato facilmente nei raduni di Pechino (2009) e Budapest (2015). La leggenda del nostro dispositivo dall’aspetto così stranamente musicale, dunque, continua a regnare incontrastata.

Come pure, per inferenza, quella di un intero meccanismo di scrittura che era così astruso, in origine, perché altrimenti non sarebbe mai riuscito a funzionare. Mentre oggi, con i moderni sistemi informatici e digitali, sarebbe certamente possibile affiancare alla tradizionale mini-tastiera dei metodi di input addizionali, o magari modificare tale arnese per includere elementi di punteggiatura o schematizzazione più omni-comprensivi. Ma anche l’occhio – dell’insegnante – vuole la sua parte. E del resto, quale giudice prenderebbe mai sul serio un trascrittore fornito d’ingombranti meccanismi, tali da dimostrare di aver perso il contatto con le sue radici storiche professionali! Non ho presente l’attuale situazione, ma intorno all’anno 2000, entrare in classe pensando di prendere appunti con un dispositivo in qualsivoglia modo differente dalla “cara vecchia penna” era visto particolarmente male. Certe cose non cambiano mai…

La Macchina Michela.

Macchina Michela. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Questa pagina sull'argomento Tecnologia sembra trattare argomenti unificabili alla pagina Antonio Michela Zucco.

Tastiera Michela con protocollo MIDI prodotta dal 2003 e attualmente utilizzata dal Senato della Repubblica. Questo modello, che si collega ad un pc tramite porta USB (da cui riceve anche l'alimentazione), non dispone di alcun software interno di elaborazione delle combinazioni sillabiche. Al pc viene trasmessa la sola informazione relativa ai tasti premuti e la trascrizione in tempo reale è realizzata mediante software di trascrizione assistita.

La Macchina Michela è una tastiera per stenografia meccanica (o stenotipia) secondo il metodo Michela, brevettata da Antonio Michela Zucco nel 1878. Fin dal 1880 è usata nel Senato italiano (comprese le varie Commissioni) per redigere il resoconto stenografico, ossia il verbale "parola per parola".

I venti tasti della Michela si raggruppano in due "semitastiere", una per ciascuna mano. Ogni semitastiera ha sei tasti bianchi e quattro neri, identici per forma a quelli di un pianoforte, e uguali per disposizione alla sequenza di semitoni ascendenti inclusi tra Mi e Do.

Il sistema, fondato sulla scomposizione in sillabe e su moltissime abbreviazioni, consente di riprendere il parlato anche ad altissima velocità (oltre 180 parole al minuto). La Michela è ora del tutto computerizzata: il software decodifica le abbreviazioni e i discorsi stenografati compaiono subito "in chiaro" sullo schermo di un PC. Nel 2003 la Michela ha adottato il protocollo di comunicazione MIDI (lo stesso delle tastiere musicali) e di recente il sistema è divenuto disponibile anche su piattaforme open source.

Con la Michela gli stenografi parlamentari del Senato hanno conseguito una notevole serie di successi nelle gare di stenografia nazionali (tutti i titoli italiani assoluti fino a quando hanno partecipato alle gare, dal 1977 al 1996) e internazionali. Ai campionati mondiali di stenografia, già nelle edizioni del 1977, 1979, 1981 e 1983 uno stenografo del Senato ha riportato due titoli mondiali e un secondo e un quarto posto. Ai campionati di Sofia (1985) due stenografi del Senato hanno ottenuto il titolo mondiale e il secondo posto, toccando entrambi la straordinaria velocità di 500 sillabe al minuto (oltre 200 parole al minuto). Gli stenografi del Senato negli anni successivi hanno poi conseguito un'ininterrotta serie di piazzamenti ai più alti livelli delle classifiche nelle varie tipologie di gare ed un nuovo titolo mondiale ai campionati di Amsterdam nel 1995. Ai campionati mondiali di Pechino (2009) e di Budapest (2015) una stenografa del Senato ha raggiunto con la tastiera Michela, rispettivamente, 445 sillabe nel 2009 e 471 sillabe nel 2015, vale a dire, la più elevata velocità di scrittura tra tutti i concorrenti e tutti i sistemi, compresi quelli di riconoscimento vocale.

Alcuni esemplari di Macchina Michela sono stati esposti alla mostra «Les grandes heures du Parlament», realizzata a Parigi per iniziativa dell'Assemblée Nationale alla Reggia di Versailles. Un esemplare è attualmente esposto a Strasburgo, presso la sede del Parlamento europeo.

I discorsi al Senato vengono trascritti con una macchina molto antica. Ilpost.it il 26 gennaio 2023. La Michela è utilizzata dall'Ottocento: è ancora competitiva, ma richiede tanta formazione e ora ci sono alternative più moderne.

«Desidero che l’utilissima scoperta del professor Michela sia messa in opera», scrisse Giuseppe Garibaldi nel 1877 da Caprera, l’isola sarda in cui passò l’ultima parte della sua vita. Il riferimento era a un nuovo strumento stenografico, cioè un macchinario per trascrivere velocemente e in tempo reale, attraverso un sistema di tasti associati a segni particolari, quello che veniva detto a voce. Lo aveva inventato pochi anni prima Antonio Michela Zucco, e oltre a quello di Garibaldi aveva suscitato l’entusiasmo di molti altri. Anche il senatore Giovanni Battista Giorgini, genero di Alessandro Manzoni, apprezzò la macchina: «Credo di essere innanzi ad una delle più grandi invenzioni del secolo», disse.

Nel 1878 Michela ne registrò il brevetto in Italia e la presentò all’Esposizione universale di Parigi. I giurati gli diedero la medaglia d’argento e non quella d’oro perché Michela si rifiutò di divulgare il funzionamento della macchina. In ogni caso, grazie a questo risultato, venne ricevuto dal re Vittorio Emanuele II a Monza e insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine Mauriziano. Nel 1879 il Consiglio municipale di Torino adottò la Michela, come era già nota allora la macchina, per i resoconti delle sedute. Dopo pochi mesi fece lo stesso la Corte d’Assise di Napoli e nel 1881 il Senato, che la utilizza ancora oggi.

Nel frattempo sono passati decenni di regno dei Savoia, vent’anni di dittatura fascista, due guerre mondiali, il passaggio dalla monarchia alla repubblica e 68 governi. Ma la Michela è rimasta nell’aula del Senato, sostanzialmente senza stravolgimenti nell’essenza dello strumento. Da qualche anno però l’Ufficio resoconti del Senato sta pensando a un eventuale futuro senza, per varie ragioni, tra cui i costi di formazione degli stenografi e delle stenografe, che peraltro sono sempre meno. 

Antonio Michela Zucco per gran parte della sua vita fece l’insegnante nel Canavese, in Piemonte, tra Aglié, Quassolo, Vestigné, Borgofranco e Ivrea. Era un appassionato di fisica, matematica e disegno tecnico, materia che insegnò a lungo. Tra le sue molteplici passioni c’era anche la fonetica, e in particolare avrebbe voluto creare una specie di alfabeto universale partendo dai suoni sillabici che usiamo parlando. Così tentò di classificarli tutti, associando a ciascuno un segno grafico.

Dato che si interessava anche di musica, Michela passò all’applicazione pratica della sua idea prendendo spunto dal pianoforte. La macchina stenografica che costruì aveva, e ha tutt’oggi, venti tasti del tutto simili a quelli del pianoforte, divisi in due semitastiere da usare con entrambe le mani. La prima volta che lo presentò a Milano, nel 1863, definì questo sistema stenografico «a processo sillabico istantaneo». Di fatto Michela aveva inventato la stenotipìa, cioè la stenografia eseguita a macchina.

In sintesi la stenografia è un metodo di scrittura che serve a trascrivere il parlato più rapidamente di quanto non si faccia utilizzando lettere e parole, che nei sistemi stenografici vengono sostituite da simboli o segni. Capire come funziona non è semplice, ma essenzialmente la classificazione di Michela divide tutte le sillabe in quattro gruppi principali:

1) suono iniziale precedente la vocale;

2) eventuale suono intermedio successivo a quello iniziale e precedente il suono vocalico principale;

3) suono vocalico principale (vocale tonica);

4) suono finale successivo alla vocale tonica.

Questi quattro gruppi sono trasposti nelle due semitastiere, i cui tasti sono chiamati con lettere dell’alfabeto che servono solamente a identificarli e a trascrivere i fonemi, cioè i singoli elementi sonori della lingua, attraverso varie combinazioni. 

Per fare giusto qualche esempio, con il tasto “Z” si può trascrivere sia la G dolce, quella di “gelato”, che quella dura, di “galera”. Nel primo caso bisogna pigiare la combinazione Z-P, nel secondo la combinazione F-Z-P. La È si trascrive con la combinazione di tasti u-a, e così via per tutti i fonemi. Con ogni dito si premono specifici tasti: il mignolo sinistro F e S, l’anulare sinistro C e Z, e così via. Le combinazioni ovviamente sono numerose e per padroneggiarle tutte ci vogliono moltissime ore di addestramento.

Dagli anni Novanta la Michela può essere collegata ai computer, che “traducono” simultaneamente il resoconto dello stenografo o della stenografa. «Il redattore non utilizza più i tasti per imprimere dei segni fonografici su una striscia di carta, come avveniva con la macchina iniziale» racconta Massimo Martinelli, direttore del’Ufficio resoconti del Senato. «Ma per scrivere direttamente al computer. Sulla base di questo verbatim la trascrizione testuale, ndr] messo insieme dal computer realizza poi il resoconto, aggiungendo la punteggiatura, le maiuscole, le citazioni».

Il testo trascritto a tastiera viene insomma sistemato in un secondo momento dagli stenografi stessi, che tra le cose aggiungono anche la cosiddetta “fisionomia”, cioè la descrizione di quello che succede in aula: le pause, le interruzioni, gli applausi.

I turni degli stenografi si compongono di cinque minuti alle tastiere della Michela e circa cinquanta a rivedere al computer il verbatim. Di questi turni ne vengono fatti molti, innanzitutto perché di tutte le sedute dell’aula e di alcune commissioni parlamentari deve esserci necessariamente un resoconto, e poi perché gli stenografi sono meno di quanti servirebbero. Attualmente sono ventitré, meno della metà della cosiddetta pianta organica, cioè il numero totale di stenografi previsto dal Senato. Il motivo della scarsità di stenografi è che molti sono andati in pensione e non sono stati sostituiti.

Tradizionalmente per arrivare a fare questo lavoro si attraversavano due passaggi: prima un concorso per essere ammessi a un corso di formazione, poi un nuovo concorso per essere assunti (ma non tutti gli ammessi al corso poi venivano assunti). Le persone ammesse al corso, comunque, non avevano una formazione pregressa in ambito stenografico, dovevano affrontare semplici prove di cultura generale e attitudinali, e venivano valutate anche attraverso i titoli di studio. L’ultimo concorso bandito risale al 2005, e non si sa se e quando ne verranno fatti altri. 

Il punto è che ci vogliono anni per formare nuovi stenografi, e non c’è la certezza che per quando saranno pronti la Michela sarà ancora lì. Per esempio alla Camera dei deputati, l’altro ramo del parlamento, non vengono usate macchine stenografiche, ma un sistema di riconoscimento vocale automatico gestito da una ditta esterna, sperimentato per la prima volta nel 2013. Per il momento la Michela continua a cavarsela egregiamente (in passato gli stenografi del Senato hanno spesso dominato nei campionati internazionali di stenografia), ma le cose in futuro potrebbero cambiare.

«C’è una riflessione in corso da anni, siamo in un periodo di transizione» dice Martinelli. «In qualche modo bisognerà prendere una decisione in merito. La Michela è ancora oggi estremamente competitiva, anche rispetto ai sistemi di riconoscimento vocale, ma è anche vero che la tecnologia va avanti, e magari oggi i risultati non sono paragonabili, ma un giorno lo potrebbero diventare». Inoltre i nuovi sistemi hanno pochi costi, legati alla manutenzione e all’appalto, mentre la Michela «richiede molto più impegno di formazione, infinitamente più grande».

Macchina Michela: un primato italiano. Il metodo Michela si basa su un sistema di scrittura fonetico, permette di trascrivere rapidamente le discussioni parlamentari, fu inventato nel 1862 da Antonio Michela Zucco. Scritto da  Edoardo Ferri il 28 novembre 2020 su ilcibernetico.it

La macchina Michela è uno strumento meccanico, simile alla tastiera di un pianoforte, utilizzato nel Senato della Repubblica Italiana per la stenotipia.

Il metodo Michela è basato su un sistema di scrittura fonetico che permette di trascrivere rapidamente le discussioni parlamentari; fu inventato nel 1862 e successivamente brevettato da Antonio Michela Zucco. Oggi viene utilizzato assieme a un software che permette agli stenografi di incrementare ulteriormente l'efficienza di trascrizione delle discussioni.

Il Professor Michela Zucco ricevette all'epoca diversi riconoscimenti; a testimonianza della validità della scoperta esiste perfino una lettera firmata da Giuseppe Garibaldi: «Caprera, 16 dicembre 1877, Desidero che l'utilissima scoperta del professor Michela sia messa in opera»

Come riportato dal sito senato.it, il sistema di stenografia meccanico italiano ebbe un importante evoluzione con l'introduzione della tecnologia elettronica e informatica:

La trascrizione in chiaro dello stenoscritto è da sempre l' obbiettivo di tutti i sistemi di stenotipia. Il problema fu avvertito già con l'adozione della Michela al Senato del Regno, quando fu necessario istruire i preesistenti stenografi a mano. Antonio Michela Zucco nel suo brevetto del 1876 prefigurava per il suo trovato "la riproduzione di un discorso col mezzo dell'elettricità"; ci è voluto quasi un secolo per tradurre questa opzione in realtà.

Alla fine degli anni Sessanta la tastiera Michela fu modernizzata dalla ditta Vergoni di Perugia, sostituendo l'originario treppiedi in legno con una tastiera meccanica più compatta. Nel corso degli anni Settanta giunsero le prime tastiere elettroniche che permettevano la traduzione in chiaro, sillaba per sillaba, consentendo la lettura delle strisce anche a persone non addestrate; con l'avvento dei primi elaboratori iniziarono le sperimentazioni per ottenere una traduzione non più in sillabe, ma direttamente in parole.

Nel 1988 la ditta Tecnidata di Pisa importò in Italia il software «Advocat» (uno dei più utilizzati) e lo applicò alla Michela. Nacque così un'innovativa tastiera dotata di memory-card, display e stampante, in grado di registrare gli stenogrammi o di inviarli in tempo reale ad un pc, che fu adottata dal Senato a partire dal 1996.

Nel 2004 l'esigenza di una reingegnerizzazione portò alla realizzazione della tastiera oggi in uso, che si interfaccia al computer mediante il protocollo MIDI comunemente utilizzato nelle tastiere musicali. A partire dal 2009, a seguito di un ulteriore ammodernamento, la tastiera è stata dotata di stampante ad infrarossi e, in abbinamento con il software "Total Eclipse", consente la trascrizione di dibattiti real time perfettamente sincronizzata con la registrazione audio digitale.

Mostra macchine stenografiche presso il Senato della Repubblica

Con l'avvento della digitalizzazione potrebbe sembrare costoso e obsoleto mantenere un sistema con dipendenti specializzati e strumentazioni specifiche, soprattutto se pensiamo ai programmi di riconoscimento vocale e alle registrazioni audio e video in tempo reale eseguite ad ogni seduta parlamentare.

E tuttavia i metodi stenografici vengono ancora utilizzati nell'ambito istituzionale, non solo in Italia. Per esempio, negli Stati Uniti e in Canada sono utilizzati per trascrivere rapidamente i dibattiti, non solamente politici, per poi metterli a disposizione su internet. Un altro campo d'applicazione importante consiste nel garantire l'accessibilità ai contenuti da parte di persone non udenti.

Attualmente il software per la decrittazione delle note stenografiche è dotato di algoritmi di intelligenza artificiale e rappresenta la punta di diamante della tecnologia; i sistemi di riconoscimento vocale automatico commettono in effetti ancora diversi errori di trascrizione, sopratutto nella punteggiatura, e presuppongono l'intervento umano per essere corretti.

Il metodo Michela è un primato italiano, infatti da decenni nelle più importanti competizioni mondiali di stenografia meccanica gli stenografi del Senato si posizionano ai vertici delle classifiche. Certo bisogna anche ammettere che i compensi di uno stenografo del Senato a fine carriera sono simili a quelli di un atleta fuoriclasse!

Con il metodo Michela è stata trascritta la storia politica d'Italia e indubbiamente questo sistema conserva un patrimonio storico che forse vale la pena custodire e ricordare. Anche al giorno d'oggi poi i metodi stenografici non sono da sottovalutare; possono venire utilizzati infatti per scrivere codice sorgente di un software o immagazzinare rapidamente informazioni provenienti da registrazioni audio.

La Macchina Melani.

I SISTEMI DI STENOTIPIA MICHELA E MELANI (Fausto Ramondelli) su accademia-aliprandi.it. Nel panorama italiano, nel quale durante l'ultimo secolo molti sono stati i tentativi di dare vita a nuovi sistemi, in particolare due metodi di stenotipia si sono affermati sia per quanto riguarda la efficacia, misurata valutando la capacità dei sistemi stessi di produrre un resoconto stenografico in forme economicamente e commercialmente apprezzate, sia per la loro diffusione, segnatamente nelle aule giudiziarie: il sistema Michela ed il sistema Melani o Stenotype. Il Metodo Michela trae la sua origine dagli studi fonografici del prof. Antonio Michela Zucco, nato nel 1815, il quale dopo aver classificato gli elementi fonici occorrenti alla formazione di tutte le sillabe diede ad ognuno di essi una espressione grafica, un simbolo ed un valore numerico. Nel 1863 egli illustrò per la prima volta a Milano presso un congresso pedagogico un sistema di stenografia "a processo sillabico istantaneo ad uso universale, mediante piccolo e portatile apparecchio a tastiera" che nelle sue intenzioni era destinato ai ciechi. Uno degli allievi del prof. Michela Zucco, Suo nipote ingegner Giovanni Michela Zucco, presentò la nuova macchina alla Camera dei deputati e al Senato del Regno, il quale ultimo l'adotto ufficialmente per la redazione dei resoconti stenografici nel dicembre 1880. Il sistema Michela (macchina + metodo) ha rivelato notevoli pregi soprattutto in fatto di velocità. Proprio quest'anno un michelista ha conquistato il titolo di campione mondiale di stenografia e sono innumerevoli i successi riportati negli ultimi dieci anni. Per più di 100 anni il sistema Michela è stato utilizzato esclusivamente presso il Senato, ma negli anni '80 alcune società hanno iniziato a sviluppare prototipi computerizzati ed attualmente la macchina Michela e le sue applicazioni computeristiche sono molto diffuse sul territorio nazionale. Le potenzialità del metodo e la professionalità degli stenografi del Senato hanno consentito di dar vita ad un sistema di abbreviazioni molto spinto che si basa sostanzialmente sulla eliminazione delle vocali all'interno delle parole con conseguente riduzione delle sillabe e dunque delle battute sulla macchina; una sorta di "strizzatura" delle vocali con privilegio invece delle consonanti le quali, avendo un valore distintivo maggiore, forniscono migliori elementi ai fini del riconoscimento della abbreviazione e della rilettura. Caratteristica fondamentale della evoluzione del sistema Michela quindi è la tendenza ad abbreviare quanto più possibile le parole lasciando allo stenografo (ieri) o al software (oggi) il compito di ricostruire la parola per la redazione del resoconto stenografico. Il metodo Melani-Stenotype è stato ideato dal prof. Marcello Melani di Firenze più di 100 anni dopo quello del prof. Michela. In realtà la macchina americana (oggi conosciuta con il nome Stenograph) che viene usata con il metodo Melani in una versione appositamente modificata venne messa a punto da Ward Stone Ireland nel 1911 ma discende da prototipi di cui si ha notizia fin dal 1851. La grande diffusione nei tribunali americani e l'imminente riforma del codice di procedura penale che avrebbe previsto la trascrizione integrale delle udienze spinsero il prof. Melani, studioso ed insegnante di stenografia, ad ideare un metodo "in vista dell'applicazione all'elaboratore per la trascrizione automatica ... senza bisogno di successivi interventi per aggiunte, completamenti, correzioni, salvo per eventuali errori commessi dall'operatore in fase di registrazione".1 Come ricorda lo stesso Melani nella prefazione all'edizione del suo 1Andrea Innocenzi, "Stenografia a macchina", in "Stenografia culturale", anno VIII, n. 29, pagg.11-12, aprilegiugno 1981. Macchine_stenotipiche_italiane (1).doc manuale del 1994: "l'evoluzione dell'informatica ... aveva consentito alla macchina per stenografare di poter usufruire dell'elaborazione elettronica per una trascrizione automatica dello stenoscritto e poter realizzare quindi il miraggio del tempo reale, cosa che oggi è diventato una realtà non più teorica ma pratica". Caratteristica tecnica del sistema Melani dunque è di essere orientato alla scrittura completa (non abbreviata) del testo, dal momento che l'obiettivo da perseguire è la produzione in tempo reale del resoconto stenografico con l'aiuto dell'elaboratore. A differenza che per il sistema Michela, per il quale l'avvento dell'elaboratore è stato un evento molto successivo (anche se l'inventore già nella registrazione della privativa fa riferimento alla "riproduzione di un discorso per mezzo dell'elettricità" e alla possibilità di "utilizzare la recente e portentosa invenzione del telefono"), il sistema Melani nasce proprio "in vista dell'applicazione all'elaboratore" quindi tenendo conto delle compatibilità, delle rigidità e delle potenzialità offerte dal computer, soprattutto nella prospettiva dell'obiettivo fondamentale, cioè il resoconto in tempo reale. Sotto questo profilo, l'apporto del calcolatore, che pure è indispensabile per fornire un servizio moderno, efficiente ed automatico, risulta relativamente modesto: non vi è bisogno di algoritmi sofisticati o di dizionari delle abbreviazioni particolarmente estesi, il computer si limita a riconoscere alcuni codici abbreviativi, concepiti fin dal'inizio in modo da non dare luogo ad ambiguità, e alla gestione di un dizionario delle sigle (VAPP). Trattandosi di una "traccia" completa e senza particolari abbreviazioni, essendo quindi minore lo "sforzo intelletuale" demandato al computer, il risultato è sorprendentemente chiaro e preciso. Il sistema Melani ha riportato un grande successo nelle gare mondiali di stenografia che si sono svolte quest'anno ad Amsterdam, in particolare nella gara sperimentale di stenotipia in tempo reale dove ha conseguito il 1° ed il 3° posto. Del resto la tecnologia Stenotype beneficia della vicenda della macchina Stenograph americana per la quale ormai da 20 anni sono in applicazione software per l'interpretazione automatica giunti oggi a livelli tanto sofisticati da consentire quale servizio "top" della stenotipia la sottotitolazione per non udenti in tempo reale sia alla televisione che in altri ambiti. Ottobre 1995 

La Stenotype Italia è stata costituita il 14 settembre 1979.

Dopo aver appreso da riviste specializzate che la Stenograph Corporation di Chicago (USA) aveva realizzato la prima macchina per stenografare computerizzata per la trascrizione automatica degli stenogrammi a mezzo computer, il Prof. Marcello Melani, docente di stenografia e dattilografia, realizzò il Metodo italiano di stenografia a macchina “stenotipia“ compatibile con l’elaborazione elettronica ed iniziò, nel settembre del 1979, il primo corso sperimentale.

Il successo fu molto confortante ed infatti la Sig.ra Simonetta Cosi si presentò ai Campionati italiani nella gara dei professionisti nel maggio 1980, classificandosi al terzo posto, alla velocità di 150 parole al minuto, primo caso in assoluto di un concorrente che, presentatosi la prima volta, sia riuscito a raggiungere tale prestazione.

Nel luglio 1981 si classificò nella gara di stenotipia a 160 parole al minuto ai Campionati Internazionali di Mannheim in Germania. Il successo del metodo favorì lo sviluppo della Società che cominciò a introdurre macchine presso le scuole statali e presso i Centri di Formazione Professionale e nel 1989, con l’entrata in vigore del Nuovo Codice di Procedura Penale, lo sviluppo divenne molto importante fino a raggiungere l’attuale livello.

Attualmente i prodotti della Stenotype Italia s.r.l. occupano il 90% del mercato della stenotipia italiana, affermandosi come azienda leader in Italia nella vendita di macchine per stenografare e nello sviluppo di software per la stenotipia computerizzata.

Tipo di carattere.

Tipo di carattere. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il tipo di carattere, o più comunemente typeface o carattere tipografico, in tipografia e in informatica, è un insieme di caratteri tipografici caratterizzati e accomunati da un certo stile grafico o intesi per svolgere una data funzione. Spesso si tende a confondere il termine font con la tipologia del carattere ma il termine Font, indica la raccolta di file che permettono di applicarli nei programmi di videoscrittura.

Il comune termine inglese font proviene dal francese medioevale fonte, e sta a significare «(qualcosa che è stato) fuso» (dal latino fundere), con riferimento ai caratteri mobili prodotti per la stampa tipografica, ottenuti versando il metallo fuso nella forma contenente la matrice del singolo carattere.

Un tipo di carattere solitamente contiene un vario numero di singoli simboli, detti glifi, quali lettere, numeri e punteggiatura. I tipi di carattere possono contenere anche ideogrammi e simboli come caratteri matematici, note musicali, segni geografici, icone, disegni e molto altro ancora.

Si potrebbe definire la struttura del carattere, nel suo senso più ampio, come una serie di regole di progetto (per esempio di stile, immagine o impressione) all'interno delle quali il progettista può concepire ogni singolo carattere. Questa definizione permette inoltre l'aggiunta di nuovi caratteri con forme preesistenti, per esempio quello aggiunto al momento dell'introduzione dell'euro.

Storia

Storicamente i tipi di carattere venivano prodotti in dimensioni ben definite (su tutte, il corpo). Prima dell'invenzione della stampa a caratteri mobili il materiale più utilizzato era il legno per corpi da punti 36 in avanti. Nella realizzazione di un tipo veniva considerata anche la qualità, ovvero la quantità, di ciascuna lettera presente. Lo stile di un dato carattere teneva conto di tutti questi fattori.

In seguito sono intervenuti molti fattori che hanno determinato un cambiamento: la maggiore disponibilità di stili; le maggiori richieste provenienti dagli stampatori; la produzione di tipi di specifica forza di occhio (quanto scuro appare il testo, grassetto, normale o chiaro, per esempio) e con specifiche le famiglie di caratteri sono generalmente: primario, chiaro, neretto nero e, nerissimo, tondo (diritto) corsivo (inclinato) [condizioni aggiuntive (generalmente «regolare», contrapposto a «corsivo» o «stretto»). Il risultato è stata la definizione di "famiglie" o "tipi" di caratteri. Gli stampatori anglofoni hanno utilizzato il termine fount per secoli riferendosi al dispositivo utilizzato all'epoca per assemblare la stampa in una particolare dimensione e stile.

Le fonderie di caratteri colavano praticamente ogni carattere in varie leghe di piombo dal 1450 fino alla metà del XX secolo. Nel 1890 emerse la composizione meccanizzata che fondeva al momento i caratteri direttamente in linee della corretta dimensione e lunghezza, secondo necessità. Questa tecnologia rimase nota come a metallo caldo e rimase diffusa e proficua fino agli anni settanta. Dopo ci fu un periodo relativamente breve di transizione (circa 1950 - 1990) in cui la tecnologia fotografica (nota come fotocomposizione) produceva tipi di carattere distribuiti in rotoli o dischi di pellicola. La fotocomposizione permette la scalatura ottica, il che permette ai progettisti di produrre dimensioni multiple da un singolo tipo (esistono comunque limitazioni fisiche sul sistema di riproduzione ed erano comunque necessarie alcune modifiche di progetto su dimensioni diverse, per esempio per permettere la corretta distribuzione dell'inchiostro). I sistemi di fotocomposizione manuali che utilizzavano caratteri su pellicola in rullo permettevano per la prima volta una spaziatura di precisione fra i caratteri senza grandi sforzi. Questo diede luce a una grande industria di produzione dei tipi di carattere negli anni sessanta e settanta.

Nella metà degli anni settanta erano in uso tutte le maggiori tecnologie tipografiche, e i loro tipi di carattere, dal processo originale in pressa di Johann Gutenberg, alle compositrici meccaniche in metallo, fotocompositrici manuali, fotocompositrici controllate da elaboratori elettronici e le prime compositrici digitali (macchine massicce con piccoli processori e uscita su video a tubo catodico). Dalla metà degli anni ottanta, data l'avanzata della tipografia digitale, è stata universalmente adottata la grafia americana font, che oggi quasi sempre indica un file contenente le sagome scalabili dei caratteri (caratteri digitali), generalmente in un qualche formato comune. I progettisti di alcuni tipi di carattere, come il Microsoft Verdana, hanno ottimizzato il prodotto principalmente per l'uso su schermo.

I tipi di carattere digitali possono codificare l'immagine di ciascun carattere o come bitmap (descrizione di tipo bitmap) o con una descrizione di livello superiore delle linee e delle curve che racchiudono uno spazio (descrizione vettoriale). Lo spazio definito dalla sagoma di un carattere è poi riempito da un «rasterizzatore» che decide quali pixel sono «neri» e quali «bianchi». Questo processo è semplice alle alte risoluzioni, come sulle stampanti laser o sui sistemi tipografici di fascia alta, ma sullo schermo, dove ogni singolo pixel può fare la differenza fra leggibilità e illeggibilità, i caratteri digitali necessitano di informazioni aggiuntive per produrre bitmap leggibili nelle dimensioni più piccole. Oggi i caratteri digitali contengono anche dati rappresentanti la tipografia utilizzata per comporli, incluse le spaziature, i dati per la creazione dei caratteri accentati dai componenti e semplici legature, come fl. I linguaggi di descrizione che fungono da formato per i tipi digitali includono PostScript, TrueType e OpenType. La gestione di questi formati (inclusa la conversione in immagini) è presente nei sistemi operativi di Microsoft e Apple, nei prodotti Adobe e in quelli di diverse altre società minori. Per creare un tipo di carattere da zero lo si disegna in formato vettoriale (ad esempio SVG). Successivamente il file vettoriale viene convertito in formato font (ttf, otf, ...) con l'uso di software specifici.

Per i tipi di caratteri definiti con tecniche vettoriali è possibile utilizzare alcune tecniche che permettono di sostituire, in particolare sui bordi, i pixel totalmente neri che vengono percepiti come profili seghettati con altri pixel con gradazioni intermedie, per ottenere una soluzione percettivamente migliore. Tale tecnica è detta antialiasing o allisciamento.

Comic Sans è un classico esempio di font evitato dai professionisti

Alcuni caratteri da molti anni sono stati usati moltissimo fino a diventare estremamente popolari e riconoscibili. Per questo motivo molti professionisti designer e progettisti tendono ad evitarli, anche perché li considerano esteticamente non professionali.

Caratteri mobile

Carattere tipografico e sue parti

a. occhio · b. spessore · c. forza o corpo · 1. spalla · 2. tacca · 3. incavo · 4. piede.

L'uso dei caratteri mobili avviene sostanzialmente secondo l'antico sistema inventato da Gutenberg. Si tratta di riprodurre il testo con dei blocchetti in lega di piombo su ognuno dei quali è inciso in rilievo un segno tipografico (una lettera, un numero e così via).

È comprensibile perciò che questi blocchetti, dovendo formare il testo all'interno di una pagina, debbano possedere una forma regolare e ben precisa. Si stabilisce quindi di prendere un'unità di misura e di fare in modo che ogni variazione avvenga secondo multipli o sottomultipli di tale misura (spazi tra le lettere, altezza o larghezza delle lettere e così via). Tale unità di misura è chiamata punto tipografico o punto Didot (dal nome del tipografo francese che lo stabilì nel Settecento, François-Ambroise Didot). Tale unità corrisponde a poco meno di 0,376 mm, nei Paesi anglosassoni a 0,352 mm. Il punto è anche chiamato piccola unità tipografica, in virtù del fatto che esiste la grande unità tipografica o riga, corrispondente a 12 punti (pari a 4,224 mm).

L'altezza di un carattere viene perciò misurata in punti e viene chiamata corpo, ma dato che ogni carattere avrà, in generale, un'altezza diversa dagli altri, ci si riferisce all'altezza del blocchetto di piombo che lo imprime sulla carta. Ogni blocchetto sarà, come detto, uguale all'altro.

Caratteristiche dei tipi di carattere

Parti tipografiche dei caratteri

1. altezza della x · 2. altezza massima · 3. apice · 4. linea di base · 5. tratto ascendente · 6. incrocio · 7. asta verticale · 8. grazia · 9. gamba · 10. occhiello · 11. spaziatura · 12. collo · 13. occhiello · 14. orecchio · 15. cravatta · 16. asta orizzontale · 17. braccio · 18. asta verticale · 19. altezza della maiuscola · 20. tratto discendente.Occhielli o panceComponenti della grazia

1. uncino (e relativo apice) · 2. becco (e relativo apice) · 3. punto di raccordo o connessione · 4. intradosso · 5. saliente. Tipi di carattere con grazie

A. Bodoni, a bottone · B. Garamond, a goccia · C. Palatino, a becco.

I tipografi hanno prodotto un completo vocabolario per descrivere e discutere l'aspetto dei caratteri. Qualche termine è applicabile solo ad alcuni sistemi di scrittura.

Dimensioni

La maggior parte dei modi di scrittura condivide la nozione di una linea di base: una linea orizzontale immaginaria su cui si appoggiano i caratteri. Talvolta parte dei glifi, la parte discendente cresce al di sotto della linea base. Similmente, la distanza tra la linea base e la cima del glifo più alto è chiamata ascesa. L'ascesa e la discesa non necessariamente includono lo spazio occupato da accenti o altri segni diacritici.

Nelle scritture latina, greca e cirillica, la distanza fra la linea base e la cima di un normale carattere minuscolo è chiamata occhio medio. La parte di glifo al di sopra è l'ascendente. L'altezza dell'ascendente può avere un effetto sostanziale sulla leggibilità e l'aspetto di un carattere. Il rapporto fra l'occhio medio e l'ascesa è spesso utilizzata per classificare i caratteri tipografici.

Minuscole: l'altezza delle minuscole è misurata sulla lettera x. Infatti le lettere tonde tendono ad avere dimensioni più grandi delle lettere lineari, per applicare una correzione ottica senza la quale apparirebbero al lettore più piccole delle altre.

Maiuscole: è l'altezza misurata sulle lettere maiuscole, solitamente sulla E, sempre per problemi legati alla correzione ottica.

Ascendenti: l'altezza delle lettere minuscole quali l e f ad esempio, è più grande di quella delle altre lettere minuscole, e, di norma, anche delle lettere maiuscole.

Allineamento: è la somma della distanza tra la linea dell'ascendente e la linea di delimitazione del corpo superiore e la linea del discendente e la linea di delimitazione del corpo inferiore. In pratica è la distanza verticale minima dei caratteri.

Apertura

L'andamento delle aste curve aperte di caratteri come la C, c, S, s, a, e e così via, è definito apertura. Alcuni caratteri come l'Helvetica o il Bodoni sono caratterizzati da aperture più ridotte, mentre il Bembo, il Centaur o il Rotis possiedono aperture più ampie.

Crenatura

La crenatura, in inglese kerning, indica la riduzione dello spazio in eccesso tra le due lettere, allo scopo di eliminare spazi bianchi antiestetici e dare un aspetto più omogeneo al testo. Un esempio dove spesso si attua la crenatura è quello di avvicinare le due lettere a bracci obliqui A e V. Può comunque avvenire tra lettere curve come O e C.

Peso

Il peso è il rapporto tra area inchiostrata e area in bianco della serie di caratteri, o meglio lo spessore dei tratti che lo compongono indipendentemente dalla sua dimensione.

Stile

Tipo di carattere senza grazie (lineare, bastone, sans-serif)

Tipo di carattere con grazie (graziato, serif)

Tipo di carattere informale (informale, personalizzato, script)

I tipi di carattere si possono suddividere in due categorie principali: con o senza grazie (note anche con il francese serif, poi trasferito anche all'inglese), ma esiste anche una terza categoria di carattere, chiamato informale, che generalmente riproduce la scrittura in corsivo o manuale delle lettere, con stili più o meno differenti. I caratteri graziati hanno delle particolari terminazioni alla fine dei tratti delle lettere, l'uso delle grazie deriva dai caratteri lapidari romani, dove era molto difficile scalpellare nel marmo angoli di novanta gradi necessari a terminare le aste.

L'industria tipografica si riferisce ai tipi di carattere senza grazie come bastoni, lineari, sans-serif (dal francese sans, «senza») o anche grotesque (in tedesco grotesk).

Esiste una grande varietà sia fra i tipi di carattere graziati sia fra i bastoni; entrambi i gruppi contengono tipi progettati per testi lunghi e altri intesi per scopi principalmente decorativi. La presenza o l'assenza di grazie è solo uno dei molti fattori nella scelta di un tipo.

I caratteri con grazie sono generalmente considerati più facili da leggere in lunghi passaggi che quelli senza. Gli studi al riguardo sono ambigui e suggeriscono che la maggior parte dell'effetto sia dovuta solo a una maggiore familiarità ai caratteri con grazie. Come regola generale, i lavori stampati come libri e giornali usano quasi sempre caratteri graziati, almeno per il corpo del testo. I siti Web non sono obbligati a specificare un tipo di carattere e possono semplicemente rispettare le preferenze dell'utente. Fra i siti che specificano il carattere, la maggior parte utilizzano un tipo di carattere non graziato moderno quale il Verdana dato che è opinione comune che, diversamente dal materiale stampato, sullo schermo del computer i caratteri senza grazie, per la linearità del tratto, siano riproducibili con definizione superiore e quindi di migliore leggibilità. Tale preferenza è andata perdendo di importanza con il progressivo miglioramento della definizione degli schermi moderni.

Proporzionalità

Un carattere tipografico che mostri glifi di larghezza variabile è detto proporzionale mentre un carattere tipografico che possieda glifi con larghezza fissa è detto non proporzionale (o monospace o a larghezza fissa): ad esempio nei caratteri proporzionali la «w» e la «m» sono della stessa larghezza mentre la «i» è più stretta.

I caratteri proporzionali sono generalmente considerati più attraenti e più facili da leggere e sono quindi i più comunemente utilizzati in materiale stampato pubblicato professionalmente. Per la stessa ragione, sono tipicamente utilizzati anche nelle interfacce grafiche delle applicazioni per computer. Molti caratteri proporzionali contengono cifre di larghezza fissa in modo che le colonne di numeri possano essere allineate.

I primi caratteri monospazio sono stati creati per le stampanti, in quanto lo spostamento da un carattere all'altro era sempre della stessa larghezza. L'utilizzo dei caratteri a larghezza fissa continuò nei primi computer che potevano visualizzare un solo tipo di carattere. Comunque, anche se i moderni PC possono mostrare qualsiasi carattere, i caratteri monospazio vengono ancora usati nella programmazione, l'emulazione di terminale e per la stampa di dati incolonnati dei documenti di solo testo. Esempi di tipi di carattere monospazio sono l'Andale Mono, il Courier, il Prestige Elite, il Monaco e l'OCR-B. I caratteri non proporzionali sono considerati migliori per alcune applicazioni, dato che si allineano in colonne ordinate.

L'arte ASCII necessita di caratteri non proporzionali per essere vista correttamente. In una pagina Web, i caratteri non proporzionali possono essere introdotti tra i tag <span style="font-family:monospace"></span>. In LATEX si usa il comando \texttt{} per scrivere caratteri non proporzionali.

I redattori leggono i manoscritti in caratteri a larghezza fissa. Sono più semplici da correggere ed è considerato scortese inviare un manoscritto scritto con un carattere proporzionale.

Famiglie di caratteri

Dato che è stata creata una quantità immensa di caratteri nei secoli, essi vengono comunemente categorizzati in famiglie, in base alla loro apparenza. Questa categorizzazione corrisponde vagamente con la loro evoluzione storica.

Inizialmente si possono suddividere fra maiuscoli, con grazie, senza grazie, e decorativi.

I campioni seguenti contengono una frase senza senso, il cui unico scopo è di contenere tutte le lettere dell'alfabeto (pangramma).

Con grazie

I caratteri con grazie, chiamati in ambito anglosassone roman, comprendono a loro volta vari gruppi principali:

Carattere Garamond

Lapidario

Veneziano o lettere aldine

Rinascimentale, con solo piccole differenze in spessore all'interno del glifo; questa categoria include i tipi di carattere elzeviri, Garamond e Palatino.

Carattere Times New Roman

Barocco o transizionale, nei quali lo spessore all'interno del glifo ha maggiore variazione; questa categoria include Baskerville, Times New Roman e Linux Libertine.

Carattere Bodoni

Moderno, con la massima variazione di spessore all'interno del glifo. L'introduzione delle tecniche di fusione perfezionate alla metà del XVIII secolo permise tratti più fini e influenzò grandemente questi caratteri. La famiglia comprende il Bodoni, il Didot, l'Ybarra e il Century Schoolbook.

Carattere Rockwell

Contemporaneo, specialmente quelli intesi per scopi decorativi, sfuggono generalmente a ogni classificazione. Per esempio i caratteri slab serif come il Rockwell sembrano appositamente artificiali, con forme quasi rettangolari. La famiglia comprende il Windsor.

Senza grazie

I caratteri "sans-serif" sono diventati i più diffusi per la visualizzazione del testo sugli schermi dei computer. Sui display digitali a bassa risoluzione, i dettagli dei "serif" potrebbero scomparire o apparire troppo grandi. Il termine deriva dalla parola francese sans, che significa "senza" e "serif" di origine incerta, probabilmente dalla parola olandese schreef che significa "linea" o tratto di penna. Nei supporti stampati, sono più comunemente usati per la visualizzazione e meno per il corpo del testo .

Prima che il termine "sans-serif" diventasse comune nella tipografia inglese, erano stati usati molti altri termini. Uno di questi termini antiquati per sans serif era "gotico", che è ancora usato nella tipografia dell'Asia orientale e talvolta visto in nomi di caratteri come News Gothic, Highway Gothic, Franklin Gothic o Trade Gothic .

I caratteri senza grazie si possono classificare approssimativamente in quattro gruppi principali:

Grotesques, i primi senza grazie, come il Grotesque o il Royal Gothic.

Carattere Arial

Neo-grotesques, design moderni quali lo Standard, l'Helvetica, l'Arial, e l'Univers.

Carattere Frutiger

Humanist (Railway type di Edward Johnston, Gill Sans o Frutiger).

Carattere Futura

Geometrici (Futura o Spartan).

Transport D, ideato negli anni cinquanta e usato in molti paesi europei come carattere tipografico per i segnali stradali, sia neretto sia condensato, sia normale sia stretto.

Carattere Transport D neretto.

Altri caratteri senza grazie di uso comune sono Optima, Tahoma e Verdana. Si deve notare che in alcune serie (per esempio nell'Arial) i caratteri I (I maiuscola) e l (L minuscola) sono perfettamente identici. Il Verdana invece li mantiene appositamente distinti, dato che la I maiuscola, che fa eccezione, è munita di grazie.

Gotico

Lo stesso argomento in dettaglio: Scrittura gotica.

Fraktur

I primi caratteri tipografici utilizzati con l'invenzione della pressa da stampa somigliano alla calligrafia maiuscola dell'epoca.

Di tutti i caratteri, i Textura (o gli Old English) assomigliano maggiormente alla calligrafia usata nei manoscritti gotici. Johannes Gutenberg incise un tipo di carattere Textura, includendo un gran numero di legature e abbreviazioni comuni, per stampare la sua Bibbia a 42 linee.

I caratteri Schwabacher prevalsero in Germania all'incirca dal 1480 al 1530, e rimasero in uso occasionalmente fino al XX secolo. In particolare, tutte le opere di Martin Lutero nonché l'Apocalisse di Albrecht Dürer (1498) utilizzarono questo carattere. Johannes Bämler, uno stampatore di Augusta, lo utilizzò per la prima volta probabilmente nel 1472. Le origini del nome non sono chiare; alcuni suppongono che un incisore del villaggio di Schwabach, che lavorò esternamente[non chiaro] e quindi rimase conosciuto come lo Schwabacher, disegnò il carattere.

La famiglia Fraktur divenne la più nota fra le famiglie di caratteri maiuscoli. Venne creata quando l'imperatore Massimiliano I (1493 – 1519) preparò una serie di libri e fece creare il nuovo carattere appositamente. Gli stampatori tedeschi utilizzarono estensivamente i caratteri Fraktur fino al veto nazista del 1942.

Simboli

A differenze delle precedenti, consistono in raccolte di simboli e non di caratteri per il testo. Esempi ne sono lo Zapf Dingbats (un famoso tipo di carattere con simboli vari) e il Sonata (un tipo di carattere per spartiti musicali).

Altre

Informali

I tipi di carattere informali (o script) simulano la calligrafia: Zapfino e Zapf Chancery ne sono esempi. Non si prestano molto bene a grandi quantità di corpo di testo, poiché l'occhio umano li trova più difficili da leggere rispetto a molti serif o sans-serif.

Tipi di carattere originali

Hanno generalmente forme di caratteri molto particolari e possono addirittura comprendere immagini di oggetti, animali o altro nel design. Hanno generalmente caratteristiche molto specifiche (per esempio, evocativi del Wild West, del Natale, dei primi baci di una coppia, di film dell'orrore [3],...) e quindi uso molto limitato. Non sono adatti per il corpo del testo.

Tipi di carattere PI

I tipi di carattere PI sono principalmente costituiti da pittogrammi come segni decorativi, orologi, simboli da orari ferroviari, numeri racchiusi in cerchi e altro. Alcuni esempi sono lo Zapf dingbats, il Webdings e il Wingdings.

Testo utilizzato per dimostrare i caratteri

Un pangramma come «the quick brown fox jumps over the lazy dog» spesso serve per dimostrare l'aspetto di un carattere. Per esempi più estesi viene comunemente usato testo senza senso come «lorem ipsum» o altro testo in latino quale l'inizio della Prima Catilinaria di Cicerone. Nella versione italiana di Microsoft Windows viene spesso utilizzato il proemio dell'Iliade (nella traduzione di Vincenzo Monti del 1825).

Caratteri e diritto d'autore

Alcuni stati consentono il diritto d'autore sul disegno dei caratteri, altri permettono solo la concessione di un brevetto su disegni particolarmente originali. I caratteri in formato informatico spesso diventano soggetti a diritto d'autore in quanto programmi per computer. Il nome del disegno può essere registrato quale marchio registrato. Come risultato di queste diverse protezioni legali, spesso lo stesso disegno è fornito sotto nomi e implementazioni diverse.

Alcuni elementi dei meccanismi software impiegati per la visualizzazione hanno brevetti software associati. In particolare, la Apple ha brevettato alcuni degli algoritmi di hinting relativi a TrueType obbligando alternative open source quali FreeType a utilizzare algoritmi diversi. A sua volta la Microsoft Corporation ha sviluppato i caratteri Open Type.

Lista di tipi di carattere. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Qui di seguito è riportata la lista di alcuni tipi di carattere diffusi e utilizzati. Sono facilmente reperibili in rete (sia gratis che a pagamento) e possono essere usati in svariati modi: dall'applicazione in programmi di videoscrittura, all'arricchimento di montaggi video. La maggior parte di questi caratteri è di tipo TrueType. Per aggiungere font in alto, si prega di controllare con o la pagina corrispettiva in inglese o qualche lingua principale. Non dovrebbero esserci delle particolari modifiche in circa tre anni e mezzo perché verranno aggiunti i caratteri man mano che si aggiunga la pagina nella corrispettiva (wiki) inglese.

Con grazie

Aldus

Algerian

Antiqua

Aster

Ávila (font)

AwamiNastaliq-3.100

Baskerville

Bauer Bodoni

Benguiat

Bodoni

Bookman

Book Antiqua

Bookerly

Bressay

Cambria

Cartier

Caslon

Cavergiz

Clarendon

Common Serif StefanPeev

Computer Modern Roman

Concrete Roman

Constantia

DejaVu Serif

Espy Serif

Friz Quadrata

Garamond

Gentium

Georgia

Goudy

Hoefler Text

Janson

Jenson

Legacy Serif

Liberation Serif

Linux Libertine

Literaturnaya

Lucida Bright

MS Serif

Century Schoolbook

New York

Palatino

Plantin

Pompei New Light

Prospectus Pro S

Rawlinson Roadway

Rockwell

Roman

Rotis Serif

Sistina

Souvenir

Stone Serif

Sura

Times New Roman

Vera Serif

Vani (font)

Versailles

Windsor

Amsterdam Old Style

Portobello

Easyreading

Tema Cantante


 

Senza grazie

Aardvark-Regular

AdLib BT

Agency FB

Akzidenz Grotesk

Alte DIN 1451 Mittelschrift gepraegt

Altosa

Arial

Arthouse Owned

Aspekta 400

Assasin Aerox

Avant Garde

Bell

Bluebird

Bull-5 Regular

Calibri

Camaro Sans

Canada Máx Wynér

Candara

Carlito Regular 1.104 otf

Century Gothic

Cewe Head

Charcoal

Chicago

Corbel

DarkerGrotesque

DejaVu Sans

DIN Next Rounded

Ecofont

Flinders

Franklin Gothic

Frutiger

Frutiger NEXT

Futura

Gadugi

Gastica

Geneva

gg sans di Discord

Gill Sans

Gruppo

Gudea

Gugeshashvili Mthavruli

Handel Gothic

Denmark

Haettenschweiler

Helvetica

Helvetica Neue

Swiss 721

HarmonyOS Mistu Sans Medium

Highway Gothic

Hubot Sans SemiCondensed Medium

Impact

Inter

Inter Display Regular

Jade

Johnston/New Johnston

Kabel

Kohinoor Bangla

Legacy Sans

Lato

Liberation Sans

linja waso lili

Microsoft JhengHei UI ottimo a 11 pt

Modern

Mondapick Trial

MS Sans Serif

Myriad

News Gothic

NT Somic

Open Sans

Optima

Opun

Oracle Sans

Paneuropa Highway

Parisine

Pill Gothic

Pitagon Sans ttf variabile

Plume DaMa

Revue

Rillus-1002

Roboto 2.038 o Roboto classic (la versione variabile 3.005)

San Francisco

Segoe UI

Sintony

Sorren

Source Sans Pro

Space Grotesk su GitHub

SURATANASANS-Light

Tahoma o un font con metriche compatibili Tahoma wine

Tiresias

Trade Gothic

Transport alphabet

Trebuchet

Trebuchet MS

Verdana

Verdana Now

Visa Dialect UI Regular 1.001

Viga

Work Sans

YaHei Monaco Hybird

Anybody

Acumin

EBGaramond

Figtree

Schibsted Grotesk

Eternum v2.450 Latest

QiushuiShotai

TA Fabricans

Vinron

Katide

Razumec

Henju Sans

Fragmental Sans

Gisha

Resultat

Borzoi


 

Caratteri ad alta velocità di caricamento

Asket Condensed Extrabold

Asket Extended Light

Asket Extrabold

Asket Narrow Light

Barna-SemiBold

Gest-Regular

Giphurs

IntercomSquare-Regular


 

Egizi

Si tratta di caratteri dal tratto marcato che presentano terminazioni a barra.

Aleo

New Telegraph 3.001

Playfair Display

Skiff


 

A spaziatura fissa

BitmapMc Regular

Bull-5 Typewriter

Computer Modern Typewriter

Consolas

Cozette

Courier

CourierHP

Courier New

DejaVu Sans Mono

Everson Mono

Fira Code

Fixed

Fixedsys

Fixedsys Excelsior

Fragment Mono

Hyperfont

Inklination Mono

Iosevka (carattere)

Jetbrains Mono

Letter Gothic

Lucida Console

Kale Sans Mono

Monaco

Monolisa

Monospace

MS Gothic

MS Mincho

Noto Sans Mono

OCR-A

OCR-B

Prestige

ProFont

Shinkai Mono

Sydnie (incluso in QuickTime)

Terminal

Trulle Mono


 

Calligrafici

Allegro BT

AMS Euler

Apple Chancery

Magnificat

Scriptina

Zapf Chancery

Zapfino


 

Handwriting

Ashley Script

Comic Sans

Cezanne

Dom Casual

Irregularis

Kristen

Lucida Handwriting

Tekton


 

Typewriter

Adler


 

Altri tipi

Cupola

Curlz

Script (carattere vettoriale incluso in Windows 3.1)

Sivtsev-Eye-Chart

Staccato

Stone Informal

Ubuntu-Title


 

Blackletter

Fraktur

Rotunda

Schwabacher

Textura


 

Non latini

Amienne (Cyrillic carattere script di Ray Larabie)

Kochi

Minchō

Mona

Japanese Gothic

MS Gothic

PT Sans

SimSun

Tai Le Valentinium

Tengwar Noldor

Tengwar Quenya

Tengwar Sindarin

Wadalab


 

Caratteri Unicode

Alphabetum

Arial Unicode MS

Charis SIL

Cyberbit

Bitstream Vera

Cardo

ClearlyU

Code2000

Code2001

Code2002

Computer Modern Unicode

DejaVu

Doulos SIL

Everson Mono

Free UCS Outline Fonts

Gentium

GNU FreeFont

Helvetica World

Junicode

LastResort

Lucida Grande

Lucida Sans Unicode

New Gulim

Titus Cyberbit Basic

Unicode fallback font

Y.OzFontN


 

Caratteri simbolo

Apple Symbols

Bookshelf Symbol 7

Symbol

Wingdings

Wingdings 2

Wingdings 3

Webdings

Zapf Dingbats


 

non passano

Atelier Grotesk

Baghira

Base6

Bright Moon Kai Mono Regular

Inter Display Semi Bold

Lilex

Maki Sans

Mezenets Unicode

Monocode -4.3.2

Morjuis

Noto Sans NKo Regular

Ryan mono

L’Evoluzione.

Cos’è il merito.

I dottori di ricerca.

Università, i dieci professori italiani emergenti dell’area umanistica.

Università, i dieci professori italiani emergenti di economia e diritto.

Università, i professori emergenti di Chimica, Ingegneria e Medicina

Università, i professori emergenti in Scienze, tecnologia e fisica

L’Evoluzione.

Qualche domanda sulla teoria dell'evoluzione: cosa non torna. Steno Sari su Libero Quotidiano il 23 ottobre 2023

Ho assistito in questi giorni ad una conferenza del professor Michael Denton, organizzata dal CIID (Centro Italiano Intelligent Design) in collaborazione con il Discovery Institute di Seattle. Nella sua relazione presentata all’Istituto Aeronautico “A. Locatelli” di Bergamo, questo scienziato, biochimico di fama internazionale, ha posto la questione: secondo la teoria dell’evoluzione, specie animali diverse che hanno seguito percorsi evolutivi diversi si ritrovano ad avere, fondamentalmente, lo stesso tipo di strutture, ad esempio le articolazioni. Come mai? Ad esempio, tutti i mammiferi a quattro zampe inizialmente hanno uno schema a cinque dita (pentadattilia), poi, durante la vita embrionale, in alcuni di loro le dita si fondono e il loro numero si riduce. Ma tutto ciò è il risultato di un processo evolutivo in cui entra in gioco la componente casuale oppure, come sostiene Denton, potrebberappresentare l’evidenza di una legge di natura già scritta negli organismi viventi? È finalizzata ad uno scopo? Se sì, quale?

Nonostante le teorie evoluzionistiche permeino non solo le scuole, ma anche l’insegnamento scientifico e altri campi come la storia e la filosofia, non sono pochi gli scienziati coraggiosi che le mettono in discussione e propongono un necessario ripensamento del paradigma che orienti la biologia evoluzionista verso una spiegazione migliore che vada nella direzione di un Disegno Intelligente. Per attuarla occorrerebbe una vera e propria “rivoluzione scientifica”, come sosteneva il Professor Thomas Kuhn, pensatore tra i più acuti e controversi del Novecento. Infatti le grandi rivoluzioni nella scienza (si pensi ad esempio alla teoria della relatività) si sono avute solo attraverso un cambio di paradigma, un mutamento radicale nel modo di pensare. Ripercorrendo la storia della scienza ci si rende conto però che è molto difficile realizzare e soprattutto accettare il cambio di paradigma. Come mai? Una possibile risposta sta nel fatto che una rivoluzione scientifica rappresenta un evento altamente drammatico in quei sistemi come le scienze “esatte” dove tutto sembra stabile e maturo.

Nel 1900 Lord Kelvin, uno dei massimi scienziati del tempo, dichiarava con sicurezza: «Non c’è niente di nuovo da scoprire nella fisica al giorno d’oggi. Tutto ciò che rimane da fare è una misurazione sempre più precisa». Solo cinque anni dopo Albert Einstein sconvolgeva il mondo scientifico, e non solo, presentando una nuova concezione dello spazio e del tempo. A volte la difficoltà è dovuta all’adesione ideologica ad un vecchio modo di pensare che rappresenta non solo un’interpretazione scientifica della realtà ma anche una visione teologica del mondo. Si pensi ad esempio al difficile e tormentato passaggio dal sistema tolemaico a quello copernicano che portò Galileo Galilei all’inquisizione o anche al passaggio dalla teoria della generazione spontanea della vita, durata 200 anni, alla biogenesi con gli esperimenti decisivi di Pasteur (omne vivum ex vivo). In fondo dietro ogni scienziato c’è sempre un uomo con le sue convinzioni e i suoi pregiudizi.

Due bambini su tre faranno un lavoro che ancora non esiste. Cambiamo la scuola. Gianna Fregonara e Orsola Riva su Il Corriere della Sera domenica 22 ottobre 2023.

Gli effetti della crisi demografica (tra 10 anni ci saranno un milione e mezzo di studenti in meno) e il ruolo dell’Intelligenza Artificiale. Il modello italiano resiste, ma molto può essere migliorato. A partire dagli orari

Nell’aprile di quest’anno un gruppo di ragazzi del Liceo Berchet di Milano ha scritto una lettera aperta per chiedere aiuto ai professori e alla scuola: tornati in classe dopo l’onda lunga del Covid, 56 loro compagni avevano alzato bandiera bianca e si erano ritirati, in difficoltà a riprendere a vivere e studiare «come prima». Su queste pagine l’inchiesta in più puntate Il male di vivere ha messo in luce come in realtà il lockdown avesse amplificato un disagio che viene da più lontano. E che coinvolge, insieme ai figli, anche i genitori, gli insegnanti e più in generale il mondo degli adulti. Ma a farne le spese sono proprio loro: i giovani.

Facile, troppo facile, prendersela con la scuola quando le cose non vanno bene. Lo diceva già Tolstoj più di 150 anni fa: le persone sono educate dove anche la vita è istruttiva; dove non lo è, non lo sono. Se davvero si vuole cambiare prospettiva, bisogna andare oltre il solito elenco dei problemi. Ripartire dalla scuola, come chiedevano anche gli studenti milanesi, per cercare possibili soluzioni, lasciando cadere slogan e pregiudizi per concentrarsi sulla sua missione nell’era della quarta rivoluzione industriale e del salto nel buio nel pianeta dell’intelligenza artificiale.

Quale scuola in un Paese che nei prossimi dieci anni perderà un milione e mezzo di studenti a causa dell’inverno demografico che ha già svuotato le culle, in un mondo in cui due bambini su tre faranno un lavoro o una professione che ancora non c’è e dovranno probabilmente tornare sui banchi più volte nella loro vita? Quale scuola per garantire a quel bene sempre più raro e prezioso che sono i giovani il loro posto al sole ma anche una bussola per orientarsi quando il barometro volge alla tempesta? Ne parliamo in Non sparate sulla scuola (edito da Solferino, euro 16, in libreria, in edicola e online), un’inchiesta sul sistema di istruzione del nostro Paese.

Urgenze presenti e orizzonte futuro

Quello italiano resta un modello da difendere perché è aperto a tutti, inclusivo, gratuito e competitivo con il sistema privato che in altri Paesi invece ha preso il sopravvento, anche se queste caratteristiche non bastano a garantirgli il senso della propria missione. Inseguire il nuovo che avanza come l’eterna giovinezza di Dorian Gray sarebbe velleitario. Men che meno serve rimpiangere il tempo passato, perché la scuola di ieri non era meglio di quella di oggi.

Se lo misuriamo con gli esiti dei test Invalsi, delle rilevazioni internazionali, se paragoniamo la spesa per l’istruzione con gli altri Paesi, gli stipendi degli insegnanti, lo stato degli edifici, la lentezza nella digitalizzazione, la strada da fare è ancora molto lunga. Ma intanto la sfida immediata è quella di non distrarre i fondi che si risparmieranno con il calo degli studenti, di usarli tutti per mettere mano a cambiamenti di organizzazione e di strategia didattica che sono a portata di mano. A partire dalle proposte di ripensamento dell’orario scolastico di medie e superiori, inutilmente compresso al mattino col risultato di caricare i ragazzi di compiti che - oltre ad aumentare i vantaggi e gli svantaggi di partenza tra gli studenti - ormai vengono sempre più spesso scopiazzati in rete. È il momento di portare avanti le sperimentazioni didattiche che in tante scuole italiane già si fanno con entusiasmo e soddisfazione di tutte le parti, ma che faticano a diventare sistema.

L’abbandono

La scuola intesa come una corsa contro il tempo per completare i programmi (che tra l’altro per legge non esistono più!) finisce per lasciare indietro troppi studenti. Stare male in classe - come ci ricordano gli studenti ma anche fior di studi internazionali - è il primo passo verso l’abbandono, che ancora porta via dal sistema d’istruzione il 12,7 per cento degli studenti prima del diploma. Non è solo questione di quello che gli alunni italiani sanno a fine percorso ma di quello che hanno imparato a fare con quello che sanno. Sono ormai quasi vent’anni che il Parlamento e il Consiglio dell’Unione europea hanno individuato quelle che ritengono essere le «competenze chiave» per il Ventunesimo secolo, a partire da quella capacità di «imparare a imparare» che è diventata imprescindibile in un mondo che cambia a una velocità sempre più vorticosa. Il concetto di apprendimento continuo però si basa su un paradosso, ovvero sul fatto che la capacità di acquisire nuove conoscenze presuppone quelle vecchie. Detto altrimenti: più si è istruiti più è facile aggiornarsi mentre al contrario chi ha un livello di istruzione più bassa è condannato a restare sempre più indietro. Mai come oggi poter contare su delle solide competenze di base è diventato indispensabile non solo per affermarsi nel mondo del lavoro ma anche per sapersi orientare in modo critico nella nuova Babele del sistema di comunicazione in cui, iperconnessi, anche noi adulti ormai viviamo.

Il vecchio e il nuovo

Come ha detto il filosofo di Oxford Luciano Floridi, «tocca alla scuola preparare meglio gli avventori del bar dell’informazione, che sempre più assomiglia a quello di Guerre stellari in cui non si trovano solo premi Nobel, ma anche tanti manigoldi e imbroglioni». L’avvento dell’Intelligenza artificiale ha ulteriormente alzato la posta. Il risultato dell’esperimento condotto dai ricercatori dell’università di Cagliari di sottoporre a ChatGPT il test di medicina del 2022 - il programma ha passato l’esame con un punteggio medio abbastanza alto da consentirgli, in linea teorica, di entrare alla Sapienza - costringe la scuola a interrogarsi su alcuni cambiamenti non più rimandabili: certe attività compilative dovranno essere ripensate e sostituite. Invece di vietare l’uso dell’IA, il fisico Roberto Battiston, ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana, ha detto che bisognerebbe insegnare agli studenti a interrogare correttamente questi programmi e soprattutto a riconoscere i «pregiudizi nascosti» in essi.

La tecnologia

Di fronte alla sfida epocale posta dalle nuove tecnologie e ora dall’intelligenza artificiale, non esiste un’unica soluzione. Ci vogliono interventi complessi, differenziati e articolati. La ricerca e le neuroscienze offrono ormai molti spunti interessanti. Di “semi” nelle scuole ce ne sono tanti: si tratta di farli germogliare impegnandosi a favore di un progetto partecipato e di lungo periodo che dev’essere portato avanti indipendentemente dalle turbolenze della politica. Il primo passo è essere tutti d’accordo, non solo a parole, sull’importanza del capitale umano. Lo sosteneva già Benjamin Franklin: «Nessun investimento paga migliori interessi di quello in conoscenza».

Cos’è il merito.

Antonio Giangrande: Il cafone è chiassoso, esibizionista, ignorante e prepotente. I suoi sinonimi: Se vuoi chiamali terroni o polentoni, bauscia o burini, ecc..

Antonio Giangrande: Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

Antonio Giangrande: E’ di Avetrana (TA) l’avvocato più giovane d’Italia. Il primato è stabilito sul regime dell’obbligo della doppia laurea.

25 anni. Mirko Giangrande, classe 1985.

Carriera scolastica iniziata direttamente con la seconda elementare; con voto 10 a tutte le materie al quarto superiore salta il quinto ed affronta direttamente la maturità.

Carriera universitaria nei tempi regolamentari: 3 anni per la laurea in scienze giuridiche; 2 anni per la laurea magistrale in giurisprudenza.

Praticantato di due anni e superamento dell’esame scritto ed orale di abilitazione al primo colpo, senza l’ausilio degli inutili ed onerosi corsi pre esame organizzati dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati.

Et Voilà, l’avvocato più giovane d’Italia, stante la formalità del giuramento.

Cosa straordinaria: non tanto per la giovane età, ma per il fatto che sia avvenuta contro ogni previsione, tenuto conto che Mirko è figlio di Antonio Giangrande, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, noto antagonista del sistema giudiziario e forense del Foro di Taranto, che gli costa per 17 anni l’impedimento all’abilitazione forense. Dalle denunce penali e i ricorsi ministeriali da questo presentati, rimasti lettera morta, risulta che tutti i suoi temi all’esame di avvocato di Lecce non sono stati mai corretti dalle Commissioni presso le Corti d’Appello sorteggiate, ma dichiarati non idonei e sempre con voti e/o giudizi fotocopia. Nonostante ciò nessuno muove un dito. Inoltre il ricorso al Tar è inibito per l’indigenza procuratagli ed impedito dalla Commissione per l’accesso al gratuito patrocinio.

Tutte le sue denunce penali sono insabbiate senza conseguire accuse di calunnia.

E dire che Antonio Giangrande ha affrontato la maturità statale portando 5 anni in uno e si è laureato a Milano superando le 26 annualità in soli due anni. Buon sangue non mente.

Avv. Mirko Giangrande:

Avvocato - Mediatore Civile & Commerciale - Docente - Scrittore - Gestore Crisi da Sovraindebitamento - Funzionario Addetto all’Ufficio per il Processo

- 2002: diploma di Ragioniere, Perito commerciale e Programmatore presso l’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri "L. Einaudi" di Manduria (TA) a soli 17 anni;

- 2005: laurea in Scienze Giuridiche a soli 20 anni presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bari;

- 2007: laurea Magistrale in Giurisprudenza presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bari a soli 22 anni;

- 2010: abilitazione forense, diventato l’avvocato più giovane d’Italia a soli 25 anni. Titolare dello Studio Legale Giangrande;

- 2018: Autore della collana di libri “Corso di preparazione agli esami universitari, concorsi e per scuole superiori”;

- 2020: Master in "L'insegnamento delle materie giuridico - economiche negli istituti secondari di II grado: metodologie didattiche", presso l'Università E-Campus;

- 2021: Corso di alta formazione abilitante di Mediatore civile e commerciale;

- 2021: Corso di alta formazione abilitante di Gestore della crisi da sovraindebitamento.

VENI, VIDI, VICI. Parabiago 20/9/2022

Prova orale concorso cattedra A046

Finalmente Professore abilitato di Diritto ed Economia politica

Sono stravolto dalla stanchezza ma felicissimo.

Dedico questa soddisfazione alla mia famiglia (Antonio Giangrande Cosima Petarra, Tamara Giangrande), all’amore della mia vita Francesca Di Viggiano che mi ha sopportato in questi mesi di “agonia”, ma soprattutto lo dedico all’uomo che più mi è stato accanto, che mi ha sempre spronato, che ha creduto in me, che ogni mattina mi dava la forza di alzarmi per affrontare ore di studio post-lavoro, che mi ha fatto tirare dritto verso quest’alto obiettivo, che mi ha dato la pazienza di perdere l’intera estate dietro i libri: quell’uomo sono io…

Leonardo Altobelli e l'ultima laurea a 91 anni: «I giovani lascino perdere i social, improntino la loro vita ad altro». Cinzia Semeraro lunedì 20 novembre 2023

Il medico di Troia, che qualche settimana fa ha conseguito la quindicesima laurea (in scienze investigative), ha incontrato gli studenti dell'istituto superiore  «Notarangelo»  di Foggia

«I giovani devono essere invogliati per la loro vita futura, perché il futuro è il loro e dovrebbero essere coscienti di quello che fanno». È il messaggio rivolto da Leonardo Altobelli, il medico 91enne che poche settimane fa ha conseguito la sua quindicesima laurea (l'ultima in scienze investigative), agli studenti dell'istituto superiore «Notarangelo» di Foggia, a margine di un incontro. «Consiglio ai giovani di occuparsi del più debole, di non lasciarlo indietro. E consiglio loro di lasciar perdere il web, internet e i social. Dar loro lo spazio necessario. Uno spazio tecnico, ma improntare la propria vita su altro». 

La laurea in filosofia quella preferita

E alla domanda dei giornalisti su quale sia la laurea a cui è più legato, il 91enne risponde senza dubbio: «Filosofia, perché mi ha insegnato a ragionare, a dialogare con l'interlocutore, a seguire tutti i fatti che accadono». «Ai giovani consiglio di interessarsi a tutto ciò che li circonda ad iniziare dalla politica, perché è necessario - conclude Altobelli - capire ciò che accade e come gli altri vogliono risolvere per avere un'idea precisa del mondo che ci circonda». 

Foggia, a 91 anni 15esima laurea per Leonardo Altobelli: «Amate ciò che fate». Questa volta in criminologia nel corso di Scienze investigative, una delle innovazioni dell’ateneo foggiano. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 24 Ottobre 2023 Leonardo Altobelli, a 91 anni, ha indossato per la 15esima volta la «corona di alloro». Oggi pomeriggio, presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Foggia, diretto dalla professoressa Donatella Curtotti, ha conseguito la 15esima laurea. Questa volta in criminologia nel corso di Scienze investigative, una delle innovazioni dell’ateneo foggiano, dove ha già conseguito il titolo accademico. Di Troia, nel Foggiano, cittadina che ha anche amministrato come sindaco nel 1984, nella vita è stato medico di base fino all’età di 70 anni.

Una carriera lunghissima, durante la quale ha arricchito il suo percorso di studi, rendendolo variegato, con un mosaico di lauree anche in Giurisprudenza, Scienze Politiche, Lettere, Filosofia, doppia laurea in Pedagogia, Agraria, Scienze e tecnologie alimentari, Scienze turistiche, Storia, Biotecnologie, Archeologia e un master in criminologia. Non solo: nel suo curriculum universitario vanta anche 7 diplomi in medicina sociale, medicina dello sport, diritto sanitario e tutor di medicina generale, solo per citarne alcuni.

«Sono lo studente più anziano del mondo, ma ora, dopo questa laurea mi fermo, perchè vorrei lasciare a future memorie quello che ho fatto e perchè l’ho fatto» - spiega Leonardo Altobelli. «Mi dedicherò alla scrittura. Ai giovani dico di amare tutto ciò che fanno. Di abbracciare il proprio lavoro, e di farlo con il sorriso e la calma. Lo studio mi ha sempre appassionato. Per questo mi definisco uno 'studente del mondo'».

Il lato nascosto della fuga dei cervelli: più giovani partono, meno lavoro si crea per chi resta. A lasciare l’Italia sono soprattutto neolaureati, dottori di ricerca e innovatori. Secondo una nuova ricerca questo flusso ha causato la mancata nascita di 80mila imprese. Con evidenti ricadute occupazionali. Emanuele Coen su L'Espresso l'11 Maggio 2023. 

Un barcone con più di seimila italiani a bordo si allontana dalle nostre coste ogni settimana. Nello stesso arco di tempo, da una barca molto più piccola scendono a terra solo 220 migranti. Un’immagine (i numeri si riferiscono al 2019, l’ultimo anno pre-Covid) che rende l’idea di un fenomeno silenzioso, carico di sfumature e conseguenze. L’attenzione del governo, invece, si concentra sui migranti in arrivo, sulla fantomatica ondata di clandestini che rischia di sommergere il Paese. «La vera emergenza non riguarda gli sbarchi degli stranieri, ma gli imbarchi degli italiani, di cui non si occupa nessuno. Chi parte in aereo, chi in treno o in auto: un esodo di cui non ci accorgiamo», dice Massimo Anelli, professore associato nel dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università Bocconi di Milano. «Nel 2019 sono stati 122 mila i connazionali registrati nell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire). Stimiamo che i flussi reali di italiani in uscita siano 2,6 volte superiori a quelli registrati ufficialmente. Ciò equivale a perdere ogni anno una città delle dimensioni di Bari, composta prevalentemente da giovani, con un alto livello di istruzione, innovatori e imprenditori». 

Assieme a un gruppo di esperti – Gaetano Basso di Banca d’Italia, Giuseppe Ippedico e Giovanni Peri dell’Università della California – Anelli ha messo a fuoco un aspetto inedito della fuga dei cervelli: il nesso causale tra emigrazione e imprenditorialità. Gli studiosi, infatti, hanno calcolato che ogni mille emigrati, tra il 2008 e il 2015, in Italia sono state create circa 36 imprese in meno. Con evidenti ricadute occupazionali.

«Se pensiamo che ogni anno sono partiti 317 mila connazionali, si tratta di quasi 12 mila aziende in meno. Numero da moltiplicare per sette anni: cioè oltre 80 mila imprese mancate», aggiunge il professore che con i colleghi ha analizzato a fondo questo dato. E ha scoperto che la «fuga di imprenditori» è particolarmente grave per le imprese create da persone di età inferiore a 45 anni e tra le startup innovative. In particolare, solo il 36 per cento della perdita di imprese si spiega in ragione della semplice diminuzione della popolazione, mentre il 7 per cento va attribuito al fatto che gli emigranti italiani sono più giovani e dunque più imprenditoriali della popolazione media; il loro alto livello di istruzione, invece, determina un altro 10 per cento della perdita. Il restante 47 per cento, infine, discende dal fatto che – indipendentemente dall’età e dall’istruzione – gli emigrati connazionali hanno una maggiore propensione a diventare imprenditori rispetto alla media.

«Il nostro studio ribalta un luogo comune diffuso nel mondo politico», prosegue Anelli, «l’idea che con l’emigrazione di tanti italiani si liberino posti di lavoro per gli altri. Un’idea non supportata dall’evidenza empirica. Anzi, con la perdita di tanti potenziali imprenditori, l’emigrazione riduce le opportunità di lavoro per chi rimane». La ricerca rivela che in un Paese come l’Italia, dove la crescita economica è lenta, il livello di istruzione è medio-basso e la popolazione invecchia rapidamente, gli alti tassi di emigrazione di giovani talenti innescano una spirale negativa, la quale rinforza la stagnazione economica.

Che fare, quindi, per evitare i costi dell’emigrazione? «Occorre agire sui motivi che spingono i connazionali ad andarsene: salari non competitivi con il resto del mondo, una burocrazia che scoraggia la creazione di imprese, una politica che guarda poco alle nuove generazioni», sottolinea il professore che sposta l’accento su un altro aspetto: «La vera sfida non è fermare la fuga di cervelli o imprenditori, ma quella di attirarli, che siano italiani o meno». Secondo Anelli, è importante che i connazionali emigrati restino in contatto con interlocutori italiani e tornino con il loro bagaglio di istruzione, competenze, esperienze.

A supporto della ricerca, inoltre, arrivano i nuovi dati Istat nell’ultimo rapporto sulle migrazioni: si quantificano in un milione circa i connazionali espatriati tra il 2012 e il 2021, un quarto dei quali con una laurea. Tra le ragioni delle partenze spiccano le opportunità migliori che si trovano fuori e la variabile retributiva: a un anno dal conseguimento del titolo di studio, il guadagno è il 41,8 per cento in più di quanto sarebbe in Italia. Il Regno Unito è la meta preferita dei giovani laureati, seguito da Germania, Svizzera e Francia. «Emigrano tanti laureati, che in Italia sono già pochi. E poi, oltre ai laureati, va via chi ha un’alta propensione a creare imprese», specifica Anelli.

Stando alle statistiche, ora il fenomeno sembra rallentare. Ma i dati vanno letti con attenzione. Secondo il rapporto Istat sulle migrazioni, nel 2021 gli espatri sono stati 94 mila, in forte calo rispetto all’anno precedente (-22 per cento). E, in base ai primi dati disponibili del 2022 (gennaio-ottobre), la contrazione è pari al 20 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. «Per certificare la flessione dell’emigrazione bisogna aspettare i dati complessivi del 2022, il primo anno che non risente dell’influenza del Covid. Usciranno nel 2024», precisa Anelli.

Quanto alla capacità d’invogliare le persone a trasferirsi in Italia, il professore invita a guardare all’indice di attrattività dell’Ocse, che ci colloca in fondo alla classifica sotto diversi profili. «Per chi ha un master o un dottorato di ricerca l’Italia è in coda alla graduatoria, assieme a Messico, Grecia e Turchia. Ed è ultima per quanto riguarda il reddito dei lavoratori ad alta istruzione». Va un po’ meglio per le università: il nostro Paese si colloca a metà della classifica delle destinazioni dove studiare.

Per invertire la rotta, già da tempo sono attive diverse strategie. Con il Programma “Rita Levi Montalcini”, ad esempio, negli ultimi anni sono tornati tanti ricercatori. E di recente, per incentivare il rientro dei cervelli, il decreto legge Pnrr ha previsto l’esonero contributivo a favore delle imprese che partecipano al finanziamento delle borse di dottorato innovativo e assumono personale in possesso del titolo di dottore di ricerca. La misura è riconosciuta nel limite massimo di 3.750 euro per ogni assunzione a tempo indeterminato. «Quella del Programma “Levi Montalcini” è una storia di successo», conclude il professore, «nelle università italiane i giovani ricercatori rientrati, pieni di talento e con esperienze internazionali, hanno riequilibrato la situazione. Ora il seme c’è e germoglia». Per alimentare il circolo virtuoso, però, i cervelli di ritorno non devono limitarsi a popolare il mondo accademico: «Occorre attivare una dinamica simile anche per creare nuove imprese».

L’educazione non ha prezzo”: così un liceo romano ha rifiutato 300.000 euro del PNRR. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 17 Maggio 2023 

A Roma, a pochi passi dalla stazione Termini, sorge il liceo classico “Pilo Albertelli”. Divenuto negli anni famoso per gli alunni che ha ospitato, da Enrico Fermi a Ettore Scola, la scuola intitolata a una delle vittime delle Fosse Ardeatine è ritornata a far parlare di sé per una scelta didattica controcorrente. Il consiglio d’istituto ha infatti rigettato due progetti finanziati con quasi 300mila euro provenienti dal PNRR: “Next Generation Labs” e “Next Generation Classroom”, che fanno parte del piano nazionale Scuola 4.0, varato dal governo Draghi e volto alla trasformazione del sistema didattico. Il consiglio d’istituto si è opposto all’idea di far diventare le classi tradizionali «laboratori per le professioni digitali del futuro». «I nostri figli devono imparare la Storia, tradurre dal Greco e avere capacità critica», hanno sostenuto insegnanti e genitori criticando l’ascesa della tecnologia nelle scuole. Gli eredi di Albertelli hanno chiesto al consiglio d’istituto di rivedere la sua decisione; per domani è attesa un’assemblea plenaria sul tema.

Il progetto “Next Generation Classroom” è rivolto a 20 sezioni dell’istituto, per le quali la dirigenza acquisterebbe – con 149mila euro dei fondi europei – una strumentazione digitale moderna «per migliorare la didattica, favorendo inclusione e collaborazione tra pari». I nuovi strumenti, come lavagne digitali e tablet, saranno completati da software che saranno di ausilio alle singole discipline «con grande attenzione all’aspetto professionale ma al contempo accattivante e ludico. La didattica personalizzata permetterà agli alunni deboli di recuperare al meglio le abilità di base e agli alunni eccellenti di raggiungere nuovi traguardi», si legge nel progetto. A livello nazionale, e dunque nell’ambito della Scuola 4.0, il “Next Generation Classrooms” ha l’obiettivo di trasformare almeno 100mila aule delle scuole primarie, secondarie di primo grado e secondarie di secondo grado, in ambienti innovativi di apprendimento: le cosiddette classi multimediali.

In vista di nuovi indirizzi di studio «più all’avanguardia», “Next Generation Labs” intende realizzare laboratori per le professioni digitali del futuro nelle scuole secondarie di secondo grado. Il liceo Albertelli utilizzerebbe 124mila euro del PNRR per tre progetti: “Info Bibliolab”, che prevede l’istituzione di una webradio e di un laboratorio di grafica digitale e  videomaking; “Spazio Museale Schola”, che offrirebbe «ai visitatori un’esperienza di navigazione immersiva e interattiva»; “Le mie competenze digitali”, attraverso cui gli alunni migliorerebbero le proprie competenze digitali. Si tratta, nello specifico, di corsi per l’ICDL e per le certificazioni professionali ICT. Dunque laboratori e approfondimenti extra che si aggiungono allo studio preesistente, il che comporta per gli studenti o il sacrificio della socialità o il tralasciamento delle vecchie materie.

I progetti citati sono già realtà negli istituti tecnici o professionali, in particolare negli indirizzi di grafica e comunicazione, volti al conseguimento di un “diploma finito” che permette l’immissione nel mondo del lavoro senza ulteriori livelli di istruzione. I licei, invece, sono pensati per una formazione universale, che presuppongono una specializzazione attraverso il continuamento degli studi. Due percorsi che rispondono a interessi, volontà, necessità diverse degli studenti. Negli anni si è tuttavia assistito a un livellamento, a una convergenza tra i due percorsi. Ne è un esempio l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro.

Per quanto riguarda il liceo Albertelli, il consiglio d’istituto ha bocciato le proposte avanzate dal dirigente scolastico perché stridono con la natura e «gli obiettivi di un liceo». Inoltre, relativamente all’acquisto di nuova strumentazione tecnologica, genitori e professori hanno fatto notare che in possesso dell’istituto ci sono già 41 smart TV, 7 proiettori, 49 pc notebook e 41 pc desktop, definendo irrazionale la spesa per ulteriori attrezzature multimediali «che hanno una vita brevissima e che quindi acuiscono, non arginano, la percezione di vivere in un mondo effimero». L’aumento della dotazione tecnologica è stata contestata anche dal punto di vista educativo: «Molte parole vengono spese sul benessere emotivo e lo stimolo relazionale, sullo sviluppo dell’empatia degli studenti o sul rendere protagonista l’alunno che si avvicina sempre di più alla scelta consapevole del proprio ruolo nella società, senza che però vi sia alcuna spiegazione o evidenza su come i dispositivi digitali possano concorrere a questi obiettivi. Neanche una parola invece è riservata alla profondità delle conoscenze che sono necessarie per comprendere – e non solo subire – una società sempre più complessa».

L’introduzione della tecnologia nelle scuole, e più in generale l’avvento della tecnica, è un tema ampiamente discusso da studiosi passati e contemporanei. «Esorterei i professori a usare meno il computer. A che serve? Gli studenti, nativi digitali, ne sanno più di chi dovrebbe insegnare loro l’informatica. Ai ragazzi internet fornisce, dopo anni di guerra al nozionismo, un’infinità di informazioni slegate tra loro, ma non regala senso critico, connessione dei dati e, quindi, conoscenza. I maestri hanno il compito di sviluppare il senso critico e mettere in connessione i dati», ha dichiarato il filosofo Umberto Galimberti. A scuola dovrebbe avvenire l’esaltazione delle “cose inutili” (greco antico, latino, filosofia, matematica pura) – come le ha definite Agnes Heller – «perché così all’età di 18 anni si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose». Qualche anno prima, osservando l’Italia del boom economico, lo scrittore Pier Paolo Pasolini aveva criticato e profetizzato l’ascesa della tecnica, che rischia di «uccidere l’umanità, vale a dire l’umano nell’uomo». Per questo motivo, «fermarsi, rifiutare una situazione, cercare per altre vie, porsi degli interrogativi, in una parola educarsi, significa sottoporsi a una tale tensione, a una marcia controcorrente così faticosa che solo un’élite (e domani una superélite) potrà permettersi». [di Salvatore Toscano] 

Si scrive merito, si legge reddito. La scuola italiana rafforza le disuguaglianze. Dopo anni di tagli e mancati investimenti, il sistema d’istruzione ha perso la sua funzione di ascensore sociale. Ed è diventato lo specchio dei divari che frantumano la società. Che neanche il Pnrr riesce a livellare. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 17 Aprile 2023.  

Dopo anni di mancata manutenzione l’ascensore si è rotto. In Italia chi nasce in una famiglia povera e con un basso livello di istruzione nella maggior parte dei casi muore nelle stesse condizioni. È la trappola della povertà educativa che la scuola non riesce più a contrastare. Scarse possibilità economiche limitano l’apprendimento, mancate opportunità di studio generano esclusione sociale, quindi povertà materiale.

Lo dimostrano gli ultimi dati disponibili di Eurostat 2020: il 53 per cento dei minori a rischio povertà o esclusione sociale ha genitori che non hanno il diploma. Il 10 per cento ha genitori laureati. Anche da un’analisi dei risultati delle prove Invalsi del 2022, test che valutano i livelli di apprendimento degli studenti sul territorio nazionale, si traggono le stesse conclusioni: più il punteggio delle prove è alto, più è elevato il livello sociale, economico e culturale delle famiglie in cui gli studenti sono cresciuti.

Ma che merito ha il più bravo della classe se vive in una casa in cui si parla correttamente l’italiano, ha uno spazio adatto a studiare, gli strumenti per farlo e familiari disposti a spiegargli quello che non ha capito durante le lezioni? La scuola invece di essere equa, di garantire a tutti le stesse opportunità di conoscenza, certifica le disuguaglianze. «Basta pensare alle spese che ogni famiglia deve affrontare per il materiale scolastico. E ai costi dei viaggi di istruzione», sostiene Aurora Iacob, del sindacato studentesco Rete degli studenti medi: «Chi è in difficoltà resta senza libri, non va in gita, non si può permettere le ripetizioni. Ottiene risultati più bassi e per questo viene considerato inferiore. Si demotiva e abbandona il percorso formativo con più facilità. La scuola dovrebbe offrire a tutti gli stessi strumenti, invece non lo fa». Perché i divari che frantumano il sistema educativo sono gli stessi che dividono l’Italia e sono intrecciati tra loro.

A impedire che le pari opportunità siano un diritto di tutti non ci sono solo le differenze di classe ma anche le disparità tra il Nord e il Sud del Paese, tra i centri e le periferie, tra il pubblico e il privato. Divari, anche di genere, che, come sottolinea Andrea Morniroli, co-coordinatore del Forum disuguaglianze e diversità, sono destinati a crescere se non si inverte la rotta: «La scuola dovrebbe tornare a essere una priorità della politica perché è il presupposto per lo sviluppo. Invece, da anni gli investimenti nella pubblica istruzione sono inferiori alla media europea: nel 2019, ad esempio, l’Italia ha speso circa 70 miliardi di euro per l’istruzione. La Germania più di 150, la Francia quasi 128 miliardi. I tagli impediscono alla scuola di svolgere la funzione di ascensore sociale che le è propria. E favoriscono sotto traccia anche la crescita degli istituti privati». Che rispondono alle esigenze che il pubblico non è più in grado di soddisfare. Ma solo per chi se le può permettere.

«Crescono le disuguaglianze anche all’interno dello stesso comune: da un lato ci sono i ragazzi che vanno alla scuola pubblica che ha abbassato le pretese pur di sopravvivere, dall’altro quelli che accedono alle paritarie e vivono contesti privilegiati e iper-protetti. Due mondi che non comunicano tra loro», spiega Pasqualino Costanzo, educatore di Cantiere Giovani, non profit che promuove l’inclusione sociale nell’area metropolitana di Napoli dove la dispersione scolastica sfiora il 23 per cento mentre nel resto del Paese è attorno al 12. In una regione, la Campania, in cui i risultati delle prove Invalsi sono tra i peggiori d’Italia. «Creiamo il tempo pieno dove non c’è», dice Cinzia Festa, la responsabile del progetto “Cantiere dei pirati”, a supporto dell’attività scolastica: «Prendiamo in gestione le casette dei custodi che ci sono quasi in ogni scuola, ma di solito sono abbandonate, e le trasformiamo in spazi polifunzionali dove gli studenti possono trascorrere i pomeriggi per fare i compiti e altre attività a favore dell’integrazione. Perché è provato che questi servizi non sono solo fondamentali per la conciliazione dei tempi di vita privata e di lavoro dei genitori ma costruiscono anche il diritto dei minori di accedere a percorsi di studio educativi che livellino le disuguaglianze».

Negli istituti del Sud mancano le palestre, non ci sono le mense, solo il 18 per cento delle scuole ha il tempo pieno, contro il 48 per cento del Centro-Nord. Tanto che – emerge da un recente studio di Svimez – gli studenti del Mezzogiorno frequentano la scuola così tante ore in meno che è come se perdessero un anno di formazione rispetto ai loro coetanei del centro-nord. La scuola pubblica si sta trasformando nel contenitore di chi non ha un’alternativa, mentre gli istituti paritari accolgono gli altri: i figli di chi cerca il tempo pieno per conciliare la cura con l’occupazione, crede nell’importanza di studiare le lingue straniere, del fare attività fisica per accrescere il benessere individuale.

Così le differenze di opportunità, determinate dalle condizioni di partenza e non dal merito, diventano strutturali. Balzano subito agli occhi di chi percorre la strada che, senza nessun riguardo per la divisione tra i centri abitati, attraversa l’area nord della città metropolitana di Napoli: basta uno sguardo veloce su Google maps per notare l’alta concentrazione di scuole private che c’è tra i Comuni di Frattamaggiore, Frattaminore, Cardito e Casandrino, zona conosciuta anche come il «diplomificio d’Italia». E di strutture ospitali pronte a accogliere gli studenti che arrivano dal resto del Paese per dare gli esami. Ma serve percorrere a piedi quella strada dai marciapiedi dissestati per vedere come accanto a casermoni grigi e a volte anche dall’apparenza fatiscente – le scuole pubbliche – spuntino edifici colorati, dall’aspetto invitante: le scuole paritarie non statali che attraggono iscritti, dai tre anni fino al diploma. Probabilmente così gradevoli anche grazie ai finanziamenti che ricevono dallo Stato, triplicati negli ultimi 10 anni: dai 286 milioni del 2012 ai 626 dell’ultima legge di Bilancio.

Un trend positivo inverso a quello che caratterizza l’istruzione pubblica. Che dalla crisi del 2008 e con la riforma Gelmini, di cui l’attuale ministro Giuseppe Valditara era stato relatore al Senato, sopporta un carico di tagli supplementari. Come spiega Salvatore Cingari, ordinario di storia delle Dottrine politiche all’università per stranieri di Perugia, «in quegli anni prende forma l’idea, ripresa dal governo oggi, che i docenti debbano valorizzare il merito per contrastare il lassismo e l’egualitarismo post-sessantottino, così da consentire a chi è bravo di emergere, senza riguardo per le condizioni sociali e senza aspettare chi rimane indietro. Smantellando il carattere democratico e emancipativo della scuola pubblica. Anche perché ciò che è meritevole è relativo e viene stabilito dai rapporti di potere: ad esempio, oggi è meritevole chi risponde alle esigenze delle imprese, chi sopporta lo stress. Ma siamo certi di volere una scuola selettiva che esalti la competizione invece di uno spazio per l’apprendimento che favorisca la cooperazione e insegni a pensare che ogni persona ha il proprio diverso valore?».

L’idea che un merito supposto, calato dall’alto, indirizzi le vite delle persone era già presente nel filosofo Giovanni Gentile (e prima di lui in Benedetto Croce) la cui riforma varata nel 1923 quando era ministro della pubblica istruzione nel primo governo Mussolini, puntava a fare della scuola il luogo di formazione della classe dirigente. Di cui potevano fare parte solo coloro che avevano superato l’esame di ammissione necessario per frequentare i licei classico e scientifico, gli unici a dare accesso all’università. «Generando un meccanismo di differenziazione sociale basato sulla diversificazione dei percorsi scolastici, destinato a perpetuare se stesso perché superavano l’esame soprattutto gli studenti che provenivano da contesti privilegiati», conclude Cingari, autore del libro “La Meritocrazia” che dimostra come il termine abbia una connotazione negativa fin dalla sua invenzione, con il romanzo del sociologo Michael Young in cui veniva utilizzato per descrivere una società distopica in cui la classe dirigente è al governo perché lo merita in quanto più intelligente secondo i test scientifici. Il risultato è una nuova società di casta in cui la maggioranza, umiliata ancora più sottilmente, alla fine si rivolta.

A 100 anni dalla riforma Gentile il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha l’obiettivo di risanare le disuguaglianze che spaccano il Paese, tra nord e sud, centro e periferia, aree interne e aree urbane, così tanto che la riduzione dei divari territoriali è una delle tre priorità che attraversa tutto il Piano. Perché per accrescere la mobilità sociale in Italia, che è tra le più basse d’Europa, serve livellare le disparità di partenza. Quella educativa in particolare, a cui è dedicato anche un intervento specifico, l’investimento 1.4 della quarta missione, a cui sono destinati 1,5 miliardi di euro. La prima tranche da 500 milioni è stata assegnata a 3.198 istituti scolastici. Ma, sottolinea Andrea Morniroli, «è mancata l’individuazione di un set di indicatori aggiornato e condiviso e il coinvolgimento delle comunità educanti. La povertà educativa non si contrasta con i finanziamenti a pioggia calati dall’alto attraverso bandi di un anno, due o sei mesi. Si devono individuare le aree critiche e attuare interventi che accompagnino i progetti per archi di tempo che permettano di agire sui fenomeni che riducono la dispersione esplicita – chi abbandona – e implicita, cioè chi pur frequentando non acquisisce le competenze di base. In modo che gli istituti siano messi al centro di politiche non solo educative ma anche di rigenerazione sociale. Anche perché la scuola pubblica, seppur frantumata, resta ancora in molte zone d’Italia il punto di contatto tra la popolazione e la Repubblica».

Caro Saudino, la povertà e la ricchezza degli studenti non sono mai una colpa. Sciltian Gastaldi, Insegnante, giornalista e scrittore, su il Riformista il 13 Aprile 2023

L’insegnante di Storia e Filosofia, e mio collega per altro coetaneo, Matteo Saudino – autore di un bellissimo profilo YouTube in cui riprende le sue lezioni di Filosofia in aula per consentire a tutti gli studenti sufficientemente benestanti da possedere computer e connessione internet di ripassare a casa – ha scritto un articolo per Tecnica della Scuola dove ha spiegato che è molto contrario al premio in denaro assegnato da due scuole italiane agli studenti che raggiungono la media del 9.

Nel mio articolo apparso un paio di giorni fa su Il Riformista ho appunto detto che il concetto del premio in denaro a dei minorenni è l’unica cosa a mio avviso discutibile di quel provvedimento meritocratico che invece approvo.

Qui amplio il concetto: mi pongo un dubbio sul premio in denaro a minorenni perché mi pare che vada a far assurgere il denaro come traguardo in sé, gli si dà uno spessore, una credibilità direi filosofica che, a mio avviso, proprio non ha. Ne capisco il fine del premio in denaro, ma non lo condivido per i minorenni: gli adolescenti, in genere, se sanno di poter vincere anche solo 100€ come premio sportivo o scolastico, spesso sono stimolati a impegnarsi di più. Ma questo vale soprattutto per chi non è benestante.

Uno studente figlio di genitori benestanti non è impressionato dal vincere 100€ ma nemmeno 1000€ e a volte nemmeno 10.000€, dipende da quanto ricca in denaro è la sua famiglia. Quindi la trovo una scelta diseducativa (ho sempre detto ai miei studenti: “colui che muore col maggior numero di giocattoli – seconde e terze case, suv, moto, yacht, castelli, vacanze fighe – comunque muore”).

Di contro, è anche vero che le borse di studio in denaro per merito o per aiutare i più poveri a frequentare scuole e università hanno una tradizione antichissima, addirittura l’antica Roma imperiale e poi il medioevo. La solida tradizione anglosassone di fine Ottocento e del positivismo fa poi rinascere la filosofia della borsa di studio in denaro su una base di sinistra: l’ampliamento del Welfare State inglese che si prende cura anche di fornire ai suoi migliori studenti le somme di denaro per sostenere le rette scolastiche o universitarie. E badate: sono proprio soldini che arrivano nel conto corrente dello studente, più che la cancellazione della retta o del debito.

Ecco allora che questa idea saudiniana (e di moltissimi altri docenti, eh, intendiamoci) che il denaro sia lo sterco del demonio e che quindi non debba mai essere associato a degli studenti a me pare un rigurgito (ipocrita: vedi alle voci “vendita delle indulgenze”, Patti Lateranensi e ottox1000) cattolico che piace molto anche a diversi marxisti ben poco marxiani.

Infatti, l’odio per il denaro materiale non sarebbe piaciuto per niente a Karl Marx, il quale visse tutta la vita sui prestiti a fondo perduto (per non dire le donazioni, i regali in denaro) del sodale Engels. Senza i soldi del figlio di imprenditori tessili Engels, Marx non sarebbe potuto diventare Marx: non aveva nemmeno i soldi per le candele da accendere per leggere i libri presi in prestito dalla British library!

Più in generale, qui il problema è che lo Stile Saudino è quello di credere che gli studenti (e i proff, “but this is another can of worms” e lo scrivo così almeno finché il DDL Rampelli non passa a legge) siano tutti uguali e non possano mai e in nessun caso essere differenziati, nemmeno guardando alla qualità del loro impegno, del loro lavoro, del loro studio.

Quindi ecco che se uno prende 10 e uno prende 4, secondo Saudino non si può dire quale dei due sia lo studente “migliore” perché magari quello che prende 10 ha il peccato originale di venire da una famiglia ricca di libri e biblioteche (nota colpa atavica) e ha sempre avuto 10 o 9, mentre quello che prende 4 prima prendeva 1 e in più viene da una famiglia povera in canna dove l’unico libro presente in casa è il vecchio elenco telefonico del nonno (anzi solo il volume M-Z e non l’A-L). In più quello che prende 4 viene a scuola in piedi da La Sgurgola Marsicana, mentre quello che prende 10 è portato a scuola dall’autobus o, dio non voglia, dai genitori, o da Uber o – lo scrivo proprio solo per causare itterizia al caro Matteo Saudino – dalla macchina con lo chaffeur (Rampelli, sopportami) di mamma e papà.

Te lo dico chiaro, caro Matteo: io penso che la povertà (e la ricchezza) materiale dei miei studenti non siano MAI una colpa. Tu mi sa che la vedi per metà così: la povertà non è certo una colpa, mentre sulla ricchezza… eh beh, qui c’è da eccepire e alzare di molto il sopracciglio. A me questo sembra classismo pauperista. Da combattere, a scuola come nella politica.

Quindi per Saudino, in realtà, lo studente migliore è quello che prende 4 (o 7: io parafraso ma lui nel suo pezzo parlava di uno studente che arriva al 7 partendo da un 4) e non quello che prende 10, almeno considerando determinati contesti. Chi la pensa così come Saudino deve anche, per coerenza personale, dire che quando un cardio-chirurgo uccide per sua negligenza un paziente, perché – chessò – non ha fatto in tempo a leggere il capitolo del costoso manuale di chirurgia su quella parte del ventricolo destro che doveva operare, e così il suo paziente è morto, è in realtà migliore del cardio-chirurgo a cui l’operazione riesce perfettamente, perché si deve tenere in conto che il chirurgo assassino partiva da non sapere proprio nulla di medicina in senso lato, essendo venuto da una famiglia non di medici e alquanto povera, e per altro l’anno passato aveva ucciso tutti i suoi pazienti, mentre quest’anno ha ucciso solo l’80% di chi si è sdraiato in sala operatoria sotto i suoi ferri. Un bel miglioramento, oggettivo.

Volete mettere quanto migliore è rispetto al noiosissimo chirurgo che non uccide mai nessun paziente, e mai ne ha uccisi, per di più colpevole di venire da famiglia di medici e coi soldi?

Culto della fragilità. La scuola senza voti e l’abolizione del riscatto sociale. Assia Neumann Dayan su L’Inkiesta l’8 Aprile 2023

Il liceo di Mestre che decide di fare un quadrimestre «con giudizi meno impietosi» delle solite valutazioni è lo specchio di una società che vuole togliere ai bambini la possibilità di diventare adulti

È notizia di un paio di giorni fa che in un liceo di Mestre si è deciso di non dare più i voti agli studenti. Non è il primo, non sarà l’ultimo, il duca e il suo dominio montessoriano conquisteranno il mondo, dichiariamo la resa.

L’ Ansa scrive: «Troppe crisi d’ansia tra gli studenti dopo le interrogazioni o i compiti, troppi pianti dopo una chiamata alla lavagna da parte dell’insegnante finita magari con un impreparato. Così il liceo classico-scientifico Giordano Bruno di Mestre (Venezia) decide di sperimentare un quadrimestre di lezioni senza voti, sostituendoli con giudizi meno impietosi».

La prima cosa che mi viene in mente è: ma quelli bravi? Quelli bravi potrebbero pensare che essere bravi non serva a niente, potrebbero quindi decidere di smettere di esserlo e darsi, che ne so, alla microcriminalità o al teatro, o alla trap. Che gli adulti assecondino il culto della fragilità non mi stupisce perché si chiama «proiezione», e soprattutto non mi stupisce dopo aver visto gente che da mesi ancora parla di istruzione e merito, arrivando alla conclusione che il merito non esiste, ma a questo punto possiamo anche dirlo dell’istruzione.

Secondo quanto riportato dai giornali, ci sono alunni che non studiano e piangono se prendono un brutto voto: piuttosto che dirgli di studiare, che pare essere una nuova forma di violenza, si tolgono direttamente i voti. Nessuno vuole far male a nessuno, stiamo seriamente prendendo in considerazione l’ipotesi che sbattere il mignolo contro uno spigolo diventi malattia terminale.

La seconda cosa che mi viene in mente è: stiamo togliendo la possibilità agli adolescenti di diventare adulti, perché stiamo abolendo quello che ha reso il cinema il cinema e la letteratura la letteratura e i bambini degli adulti: il riscatto.

Il riscatto ha molto a che fare col merito: nessuno più sembra saper dire «adesso gliela faccio vedere io», nessuno sembra più interessato alla cosa. Abbiamo medicalizzato a tal punto il quotidiano che pensiamo che il disturbo d’ansia possa essere risolto dai presidi. La verità è che da quando abbiamo trasferito l’intero vocabolario medico, il DSM e i Freud che ci possiamo permettere nella vita di tutti i giorni, abbiamo reso accettabile farci le autodiagnosi, parlare di ansia, depressione, patologie varie senza nessuna cognizione di causa inventandoci l’attivismo.

Vi do una notizia: togliere i voti non fa sparire l’ansia. L’ansia è funzionale alla sopravvivenza, pensare di eliminarla forse si qualifica pure come tentata strage.

La terza cosa che mi viene in mente: quanto è diventato facile finire in cronaca? Ogni santo giorno che stiamo su questa terra a leggere i pezzi gratuiti dei quotidiani c’è un insegnante che non dà i compiti, ma invita gli studenti ad andare nella natura ad abbracciare gli alberi, un preside che si dà fuoco per le carriere alias, una mamma che urla che i compiti sono una violenza, un abuso, un reato.

Non avendo uno star system, lo star system è stato rimpiazzato dai nostri eroi quotidiani con il loro quarto d’ora di celebrità.

La quarta cosa che ho pensato è questa: ho detto a mio figlio di anni sei e mezzo che c’era una scuola che non dava i voti. Mi ha risposto: «Meno male, così non succede niente». Quindi ho pensato – oltre a: genio, maestro, luminare, insegnami la vita, Nobel – che questa cosa non riguarda la scuola, riguarda la casa.

Prendi un brutto voto e ti viene da piangere e l’ansia e la depressione perché lo devi dire a mamma e papà, e sai che potrebbe finire male, non troppo male, ma male. Ci siamo inventati che la scuola italiana sia competitiva, performativa, agonistica, ma forse più che la scuola lo è il nostro salotto.

È sempre stato così, è giusto che sia così, altrimenti togliamo la possibilità ai genitori di fare gli adulti; e infatti eccoci qua, in un posto dove hanno sovvertito la fisica rendendola sentimentale, dove a ogni azione corrisponde una reazione uguale, ma non contraria.

I possibili voti sulla pagella di mio figlio che frequenta la prima elementare sono: avanzato, intermedio, base, in via di acquisizione. I voti fanno riferimento alle competenze, non al bambino, e ci mancherebbe solo che qualcuno dicesse al mio bambino che è una persona «base». Forse bisognerebbe solo dire: hai preso un brutto voto, ma non sei un brutto voto a meno che tu non voglia esserlo.

La quinta cosa che ho pensato è che la fotografia di Maria Montessori a breve sostituirà quella di Sergio Mattarella. Perché il bambino è il maestro sì, però nessuno si è posto il problema se fosse buono o cattivo.

Mariella Palazzolo, Lobbista, su Il Riformista il 17 Febbraio 2023

 Quando, dopo le elezioni del 25 settembre, sono stati annunciati i nomi dei nuovi ministeri è scoppiata subito una polemica per l’aggiunta del sostantivo “merito” al ministero dell’istruzione, guidato da Giuseppe Valditara. In molti ci siamo chiesti perché questa parola spaventa e quali possono essere le sue interpretazioni.

Per PRIMOPIANOSCALAC di Telos A&S, ne abbiamo parlato con Fabio Lucidi, prorettore alla quarta missione ed ai rapporti con la comunità studentesca dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma. Quando si parla di “quarta missione” ci si riferisce all’abbattimento delle diseguaglianze e alla promozione della mobilità sociale, quindi di “merito”. “Il concetto di merito non rimanda dunque all’esclusione di alcuni a vantaggio di altri, ma all’opportunità di ciascuno di vedere messo in rilievo il proprio contributo, quando questo è offerto con impegno e passione. Questo corrisponde alla necessità delle istituzioni formative di dare forza alle differenze individuali, poggino esse sul genere, sullo status socio-economico, su etnia o background migratorio, su qualsiasi orientamento, evitando che si trasformino in disuguaglianze” osserva Fabio Lucidi.

Queste considerazioni ci riportano al significato della parola “merito” e alle sue differenti accezioni. Per alcuni, l’introduzione di criteri meritocratici nell’istruzione italiana è l’anticamera per le classi differenziate e il sostegno a scuole private di eccellenza, a scapito delle scuole pubbliche. Senza arrivare a questi estremi, la Fondazione Milani chiarisce le sue perplessità: “Ci saremmo aspettati che il nuovo ministero dell’Istruzione fosse denominato ‘Ministero dell’Istruzione e dell’accoglienza’ anziché ‘Ministero dell’Istruzione e del Merito’ non perché la scuola non debba riconoscere ed esaltare i meriti di tutti e di ciascuno (è implicito nelle sue funzioni), ma perché sono gli abbandoni scolastici il vero problema”.

Una realtà che trova conferma nei dati di uno studio di Save the Children “Alla ricerca del tempo perduto. Un’analisi delle disuguaglianze nell’offerta di tempi e spazi educativi nella scuola italiana” (settembre 2022). L’indagine evidenza che, nel nostro Paese, il 12,7% dei ragazzi non arriva al diploma, perché abbandona gli studi, con punte 21,1% in Sicilia e 17,6% in Puglia. Il problema non è solo la dispersione, ma anche la qualità dell’istruzione. Il 9,7% dei diplomati nel 2022 non ha le competenze minime per affrontare il mondo del lavoro o l’università. Ora la parola “merito” può spaventare. Ma certamente dobbiamo dare una risposta concreta ai giovani. Ricordiamoci che l’ignoranza è una bestia tutt’altro che meritocratica, perché se la prende con i più deboli.

Il lato oscuro della meritocrazia: il libro in edicola con il «Corriere». CORRADO DEL BÒ su Il Corriere della Sera il 13 Febbraio 2023.

Esce il 14 febbraio con il quotidiano il saggio del filosofo americano Michael Sandel «La tirannia del merito». Non bastano buona volontà e impegno se le ingiustizie strutturali rendono iniqua la competizione

Il libro di Michael Sandel La tirannia del merito, oggi in edicola con il «Corriere della Sera», è un saggio filosoficamente accurato, politicamente acuto, culturalmente necessario. È innanzitutto un testo che sottopone a rigorosa analisi filosofica il tema del merito, tanto nei suoi aspetti concettuali quando nei suoi collegamenti con la storia delle idee. È poi un lavoro capace di sviluppare un potente affresco delle conseguenze dispotiche che derivano dalla combinazione di alcuni tratti caratterizzanti l’idea di merito con il milieu sociale nel quale tale idea si è radicata. È infine una riflessione che segnala al lettore il lato oscuro del merito sul piano culturale, nel momento in cui, diventando il mantra della società democratica contemporanea, finisce per prosciugarne l’ethos e convertirla in un’oligarchia da tempi moderni, la cosiddetta meritocrazia.

Nessuno ovviamente vorrebbe vivere in una società in cui i meriti non fossero riconosciuti, né Sandel intende negare che proprio l’idea di merito ha definito il passaggio dalle società di Ancien Régime alle società democratiche, in cui non è più il lignaggio, ma la competenza, a orientare i percorsi individuali, consentendo potenzialmente a tutti di dare prova delle proprie capacità e di farsi largo nel mondo. È il suo abuso, la tirannia che gli lasciamo esercitare, a fare problema.

Per capire come si sia arrivati fino a questo punto, secondo Sandel occorre risalire a una querelle di natura teologica: ci si salva per le opere individuali o per la Grazia divina?

È noto come la Riforma protestante abbia spostato l’accento sulla seconda, ma è pure accaduto che la sua versione calvinista, facendo del successo mondano un indicatore delle probabilità di salvezza, abbia aperto la strada a una visione delle vicende umane in cui tutto o quasi si riduce alla responsabilità individuale e all’impegno che ciascuno mette nel fare le cose, e quindi, in definitiva, ai meriti e ai demeriti che ne possono derivare.

Nell’orizzonte culturale americano, questa idea ha attecchito in una variante provvidenzialista estrema, alimentando una retorica dell’ascesa (sociale) che ha radicato la convinzione che, se si lavora duramente, si riuscirà a emergere (e, per converso, se non ce la si fa, è perché non si è fatto abbastanza e non si è meritata alcuna ascesa).

Peccato che i dati sulla mobilità sociale, che Sandel presenta e discute, non confortino affatto questo punto di vista: pochi dei bambini che nascono al fondo della piramide sociale riescono a compiere quel balzo in avanti che li porta a essere, da adulti, parte della classe dirigente, e oggi questo accade ancora meno che nella seconda metà del XX secolo.

Non basta, insomma, la buona volontà dei singoli, l’impegno appunto, quando le ingiustizie strutturali sono così sedimentate da rendere irrimediabilmente iniqua la competizione per il successo; anzi, giudicare gli esiti di tale competizione attraverso le categorie del meritare e del non meritare fa un cattivo servizio a una corretta valutazione delle reali capacità dei singoli e alla comprensione delle cause delle diseguaglianze economiche e sociali.

Il merito non è però, secondo Sandel, soltanto un ideale che non trova una realizzazione concreta all’altezza delle sue promesse, vittima della difficoltà di tradurlo in pratica: possiede anche dei limiti intrinseci, nel momento stesso in cui elude la questione per cui non possono certamente essere meritati, perché non sono oggetto di scelta, i talenti con i quali si nasce e il contesto familiare e sociale in cui si cresce — quel che un altro filosofo americano, John Rawls, aveva efficacemente definito come la lotteria naturale e la lotteria sociale. E questo è tanto più necessario rimarcarlo quanto più il merito diventa un determinante culturale, che orienta le scelte pubbliche e private, saldandosi con quel che l’autore chiama il «credenzialismo», ovvero la prospettiva per cui attraverso credenziali, prevalentemente accademiche, siamo in grado di certificare il valore delle persone.

Una prospettiva siffatta innesca tra l’altro una competizione senza requie, in cui sin da bambini si è educati a un sistema di acquisizione continua di «meriti» che si possono poi spendere nell’accesso alle università più prestigiose e, tramite queste, ai lavori più remunerativi. Col duplice perverso effetto da un lato di generare un deprecabile sentimento di superiorità in chi, grazie a vantaggi familiari e sociali, vince nella competizione, dall’altro di gettare stigma su chi in quella competizione perde perché è sin dall’inizio escluso, così generando in queste persone rancore e risentimento verso le élite, e rinforzando la tempesta populista e le sue derive antidemocratiche.

La tirannia del merito è sicuramente un libro molto americano, per come sviluppa i temi e per la temperie culturale che analizza e che prova a mettere in discussione. Ma se è vero che considera e approfondisce aspetti della vita sociale e politica che, nella vecchia Europa, ancora non si sono manifestati, perlomeno in tutta la loro virulenza, rimane però un libro che parla anche a noi europei; e non solo per la solita storia per cui quel che accade al di là dell’Atlantico presto o tardi si affermerà anche al di qua, ma anche e soprattutto perché comprendere a livello teorico certe dinamiche più profonde delle società meritocratiche già oggi può aiutarci a isolare uno degli elementi che rinfocolano il populismo, cioè l’arroganza delle élite, e allo stesso tempo metterci in guardia da un deprecabile e pericoloso esito possibile per le nostre comunità, vale a dire una divisione netta e radicale in vincitori e vinti.

Se il liberalismo storicamente nacque come proposta alternativa all’assolutismo e come nemico della tirannide, questo libro di Michael Sandel è un testo genuinamente liberale, solo che si riconosca che il merito può essere tiranno e debba perciò essere soggetto a un qualche tipo di limite, perlomeno se intendiamo avere assetti politico-sociali nei quali valga la pena vivere.

Il dibattito. La ricerca di un assetto che assicura vera equità

Esce martedì 14 febbraio in edicola con il «Corriere della Sera» il saggio del filosofo americano Michael J. Sandel La tirannia del merito, al prezzo di euro 9,90 più il costo del quotidiano. Il volume, realizzato in collaborazione con la casa editrice Feltrinelli, resta in edicola per un mese: è stato tradotto da Corrado Del Bò ed Eleonora Marchiafava. Del Bò, che firma l’articolo di presentazione pubblicato in questa pagina, è professore di Filosofia del diritto del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bergamo. Michael Sandel è nato nel 1953 a Minneapolis, nello Stato americano del Minnesota. Insegna Teoria del governo alla Harvard University ed è una delle voci più autorevoli del dibattito filosofico negli Stati Uniti d’America. Ha tenuto lezioni in Europa, Cina, Giappone, India ed è stato visiting professor alla Sorbona di Parigi. Numerosi i suoi libri pubblicati in Italia, tra i quali Quello che i soldi non possono comprare (traduzione di Corrado Del Bò, Feltrinelli, 2013) e Giustizia (traduzione di Tania Gargiulo, Feltrinelli, 2010). Nel libro Sandel si preoccupa di indicare anche un’alternativa alla meritocrazia: «Spesso — scrive — si presume che l’unica alternativa all’uguaglianza di opportunità sia un’uguaglianza di risultati sterile e opprimente. Ma esiste un’alternativa: un’ampia uguaglianza di condizione che permetta a quanti non ottengono grandi ricchezze o posizioni di prestigio di vivere una vita decente e dignitosa, sviluppando ed esercitando le proprie capacità con un lavoro che conquisti la stima sociale, condividendo una cultura dell’apprendimento ampiamente diffusa e deliberando insieme ai propri concittadini sulle questioni pubbliche».

I dottori di ricerca.

I dottori di ricerca sono un problema per la pubblica amministrazione. Il titolo di studio non sempre viene riconosciuto e l’aspettativa per conseguirlo è vissuta con fastidio. E invece bisogna tutelarli. Michele Zizza su L’espresso il 30 Marzo 2023

I ministri Anna Maria Bernini, e nella scorsa legislatura Renato Brunetta, hanno dato indicazione di riconoscere i titoli di studio nelle procedure concorsuali interne alla pubblica amministrazione. Proprio la neo ministra dell’Università ha parlato di maggiori opportunità nel mondo della ricerca e più spazio per coloro che hanno affrontato il percorso di dottorato. «Intendiamo valorizzare ricercatori e dottori di ricerca sia in andata dall’Italia che di ritorno verso il nostro Paese», ha scritto in una nota del 17 febbraio scorso.

Purtroppo, però, la realtà è diversa. Nella pubblica amministrazione, dalla Sanità alla Difesa, dal mondo della scuola a quello dell’Economia, chi vince un concorso per il dottorato viene visto, molto spesso, come un problema. Il messaggio è che il titolo serva a poco. Le testimonianze raccolte sono molteplici ma molti dottori di ricerca assunti non possono esporsi per paura di ritorsioni.

Alla base ci sono due questioni: la prima riguarda l’aspettativa che permette ai dottorandi di studiare lontano dalla pubblica amministrazione per 3-4 anni e questo non è sempre è gradito da alcuni dirigenti; il secondo riguarda il PhD come massimo titolo accademico che mette in crisi una organizzazione che riconosce esclusivamente il titolo magistrale o i master. Un cane che si morde la coda, se si considera che lo Stato spende circa 100 mila euro per formare un dottore di ricerca che una volta tornato dopo l’aspettativa non può mettere a disposizione le competenze acquisite.

Non solo, quindi, i dottori di ricerca rischiano di non avere posti riservati nei concorsi ma si vedono sottoutilizzati e demansionati poiché non vi sono normative che li tutelino. Un ulteriore disincentivo che contribuisce a fare dell’Italia il fanalino di coda in Europa nella classifica dei dottorandi (Germania 201.800, Spagna 90.755, Francia 66.901, Polonia 39.269, Grecia 30.671, Italia 29.480. Fonte: Openpolis, 2019). In media, solo il 3,75% degli studenti iscritti a un segmento di istruzione terziaria frequenta un dottorato di ricerca. I valori più alti si registrano in Lussemburgo (11,53%), Repubblica Ceca (6,78%) e Finlandia (6,2%). In fondo, i Paesi Bassi (1,76%), l’Italia (1,52%) e Malta (1,1%).

Un’azione di tutela per i dottori di ricerca della pubblica amministrazione la possono promuovere organizzazioni come la Sidri (Società italiana del dottorato di ricerca) e l’Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia), sottoponendo alla politica alcune soluzioni. È necessario agevolare, ad esempio, piani di mobilità per far circolare i dottori di ricerca, già dipendenti pubblici, tra i vari settori della pubblica amministrazioni allo scopo di valorizzarne al meglio le competenze.

Bisognerebbe poi prevedere che nei passaggi tra aree e fasce retributive le pubbliche amministrazioni assegnino un valore superiore al titolo di dottore di ricerca. Occorrerebbe poi garantire, alla fine del percorso e col titolo acquisito, la ricollocazione dei dottori di ricerca nelle aree della pubblica amministrazione affini all’indirizzo scientifico del PhD. Prevedere poi posti riservati sia nei concorsi interni sia nei corsi di formazione ad elevata specializzazione organizzati dalla Scuola nazionale dell’amministrazione, secondo le aree tematiche di competenza. Si tratta di punti essenziali per contribuire alla valorizzazione del titolo, utili a facilitare i processi di modernizzazione della macchina pubblica.

Università, i dieci professori italiani emergenti dell’area umanistica.

Linguisti, storici, archeologi, studiosi di nuovi fenomeni culturali. Ecco chi sono i docenti di cui sentiremo parlare nei prossimi anni selezionati dall’Espresso. Emanuele Coen su L’Espresso il 21 marzo 2023

Freddi e impietosi, i numeri non lasciano spazio all’interpretazione: l’università italiana non è un pianeta per giovani. E poco, non abbastanza, per donne. Secondo le ultime statistiche del Miur, l’età media dei docenti degli atenei statali è pari a 58 anni per i professori ordinari, 52 per gli associati, e giù a scendere per ricercatori e assegnisti di ricerca. Quanto alla disparità di genere, gli uomini rappresentano circa il 60 per cento del totale, quasi tre su quattro tra gli ordinari. Ma c’è un altro dato interessante: per quanto riguarda l’età media, la situazione è sostanzialmente invariata negli ultimi vent’anni. Chi sono i professori universitari emergenti, i trenta-quarantenni di cui sentiremo parlare nei prossimi anni? Viaggiando da Nord a Sud, L’Espresso ne ha incontrati quaranta, tra ordinari e associati. Un’inchiesta, una galleria di ritratti, non una classifica ma la fotografia di una generazione di filosofi, linguisti, storici, letterati.

GIULIA ALBANESE. Veneziana, 48 anni, insegna Storia contemporanea all’Università di Padova. Professoressa ordinaria, allieva di Mario Isnenghi, uno dei più autorevoli storici italiani, spicca nel panorama non affollato della sua generazione. Il cuore dei suoi studi è il fascismo e la violenza politica delle origini della dittatura, su cui ha scritto diverse monografie tra cui “La marcia su Roma” (Laterza). Analogie con l’epoca che attraversiamo? «Vedo anche molte differenze», dice Albanese: «Oggi le democrazie sono più solide di quelle degli anni Venti del secolo scorso».

CAROLA BARBERO. Docente ordinaria di Filosofia del linguaggio all’Università di Torino, 47 anni, il suo prossimo libro “Quel brivido nella schiena” (il Mulino), in uscita a maggio, mette a fuoco la differenza tra il linguaggio delle opere letterarie e il linguaggio ordinario, il nesso tra verità e significato, forma e contenuto, stile e autore. L’oggetto principale delle sue ricerche. I suoi maestri sono stati i filosofi Maurizio Ferraris e Alberto Voltolini, ha collaborato con la scuola Holden. «Ora è fondamentale lavorare sul linguaggio», dice la docente: «I dibattiti più interessanti riguardano l’“hate speech”, le parole d’odio in rete, e il linguaggio di genere. Bisogna ribaltare la prospettiva».

MARCO CUCCO. Rientrato nel 2018 in Italia dopo diciotto anni all’estero, soprattutto in Svizzera, Cucco, 41 anni, è professore associato di “Culture della produzione cinematografica” e altri insegnamenti al Dipartimento delle Arti di Bologna, il corso di laurea nato undici anni fa dal Dams, creato nel 1971 e lanciato da Umberto Eco e altri intellettuali, fucina di idee e fermenti. Un approccio nuovo, il suo, che analizza il cinema e la cultura dal punto di vista economico e industriale. «Nella tradizione italiana questi aspetti sono stati trascurati», dice il professore: «Oggi occorre guardare all’industria culturale con un’ottica nuova, per favorire l’ingresso degli studenti nel mondo del lavoro».

LUDOVICA MACONI. La sua missione si chiama ArchiDATA (archidata.info), ma per chi non frequenta l’Accademia della Crusca il nome non dice granché. In sostanza, il progetto a cui da anni si dedica Maconi, 38 anni, professoressa associata in Linguistica italiana all’università del Piemonte Orientale, consiste nell’aggiornare le “date di nascita” di parole e accezioni del vocabolario italiano. Finora ne ha retrodatate oltre 10mila, come si può vedere sul sito della Crusca liberamente consultabile, insieme ai tanti studenti e assegnisti che collaborano all’ambizioso piano. Insieme a Mirko Volpi ha scritto per Carocci “Antichi documenti dei volgari italiani”, premio Pavese 2022 per la saggistica. «La ricerca umanistica oggi è sempre più legata al digitale», dice Maconi: «Bisogna però sfruttare le risorse informatiche in maniera intelligente, senza cancellare il senso della Storia».

ANTONIO MUSARRA. Studioso esperto di storia del Mediterraneo e delle crociate, della navigazione e della guerra navale, tra i suoi maestri annovera storici di prim’ordine come Franco Cardini e Marina Montesano. A 39 anni, Musarra è professore associato di Storia medievale presso Sapienza Università di Roma; ha all’attivo diversi saggi su temi a lui vicini, tra cui “Le crociate. L’idea, la storia, il mito” (Il Mulino) e “1492. Diario del primo viaggio” (Laterza), in cui ripercorre, tappa dopo tappa, l’incredibile avventura di Cristoforo Colombo. Sfatando luoghi comuni e sottolineando imprecisioni (come, ad esempio, che le caravelle fossero tre, mentre in realtà erano due e una nao, una grossa nave commerciale). Ora lavora a “L’isola che non c’è”, un libro sulla storia delle isole immaginarie, che uscirà in autunno per il Mulino. E collabora al progetto di scavo archeologico del Santo Sepolcro, a Gerusalemme. «Da storico mi occupo, in particolare, dei testi di pellegrinaggio e della descrizione del sito e della città nel Medioevo», afferma. In preparazione, un altro libro per Carocci: “Gerusalemme e l’occidente medievale”.

DAVIDE NADALI. Il contesto eccellente aiuta: Nadali, 45 anni, è professore associato in Archeologia e Storia dell'arte del Vicino Oriente antico a Sapienza Università di Roma, nel Dipartimento di Scienze dell’Antichità, leader nel mondo secondo la classifica World University di QS. È vice-direttore della Missione archeologica italiana in Siria a Tell Mardikh/Ebla, un’area del mondo estremamente ricca dal punto di vista archeologico ma stravolta da guerre, saccheggi e terremoti. «Durante gli scavi un tempo era normale e comune avere stretti rapporti con le direzioni delle antichità locali», dice il professore, in partenza per Damasco: «Oggi è addirittura urgente e d’obbligo con la priorità di fare sopralluoghi per evitare che le cose peggiorino. E non c’è solo Palmira: il sito archeologico di Ebla, ad esempio, è stato trasformato in campo militare dalle bande affiliate ad al Qaeda». Tra i tanti temi, Nadali si occupa di arte, architettura e urbanistica di età neo-assira, della guerra nel Vicino Oriente antico e l’analisi della produzione e dell’impatto delle immagini nell’antica Mesopotamia. Ha curato con Frances Pinnock il saggio “Archeologia della Siria antica” (Carocci).

PASQUALE PALMIERI. Il dottorato sotto l’egida di Anna Maria Rao, luminare di Storia moderna, una lunga esperienza come professore di italiano e latino nei licei, due anni e mezzo negli Usa tra la California e Austin, Università del Texas, dove ha conseguito un dottorato di ricerca in “Italian Studies” con lo storico americano Douglas Biow, specialista del Rinascimento, diventato suo mentore. Palmieri, 44 anni, è professore associato di Storia moderna nell’Università di Napoli Federico II e si occupa di rapporti fra media, politica e società, didattica storica e divulgazione. Grande lettore di romanzi storici, storie ai margini, dalle corti ai bassifondi, ha pubblicato nel 2022 “L’eroe criminale. Giustizia, politica e comunicazione nel XVIII secolo” (il Mulino), mentre è appena uscito per lo stesso editore "Le cento vite di Cagliostro", biografia del celebre alchimista vissuto nel Settecento. «Il vero problema dell’università è l’inclusione», afferma Palmieri: «Registriamo un altissimo tasso di studenti che non frequentano i corsi. La vera sfida è coinvolgere gli studenti che lavorano o vivono in periferia».

PAOLO PECERE. Scrittore prolifico (oltre ai romanzi ha scritto anche il bel saggio narrativo “Il dio che danza. Viaggi, trance, trasformazioni”, per Nottetempo), divulgatore attraverso podcast, co-organizzatore del Festival “Filosofia in dialogo” in collaborazione con Università di Roma Tre, dove insegna come professore associato Storia della filosofia. È un personaggio eclettico Pecere, 47 anni, si occupa principalmente dei rapporti tra filosofia, scienze della natura e psicologia in età moderna e contemporanea. Laureato in Estetica con Pietro Montani, ha fatto poi un dottorato in Epistemologia. Nel 2016 è stato Fulbright Research Scholar alla New York University, il suo ultimo libro è “La natura della mente. Da Descartes alle scienze cognitive” (Carocci). «Mi sforzo di presentare la filosofia in relazione ad altre discipline come la fisica e la psicologia. Sono aperto al confronto con i saperi tecnici», spiega il filosofo: «Del resto Socrate chiedeva a tutti: “Raccontami la cosa di cui ti occupi”».

ANNA ROSELLINI. Una vita a metà tra Italia e Francia, dove è Maîtresse de conférence all'École d'Architecture de la Ville & des Territoires di Paris-Est. Professoressa associata di Storia dell'architettura nel Dipartimento delle Arti di Bologna, 45 anni, Rosellini si concentra sui materiali dell'arte, le mostre di architettura, le relazioni tra habitat e sostenibilità. «Nelle mie ricerche esploro la linea sottile che separa i fenomeni sociali-ambientali e l'architettura», afferma la docente: «Indago su come questi principi vengono rimessi in discussione». In particolare, Rosellini analizza l'evoluzione dello spazio domestico nell'habitat contemporaneo, anche in chiave femminista. «Oggi, con il modello orizzontale di famiglia, cambia l'organizzazione degli spazi della casa. Il ruolo della cucina, rispetto al passato, non è più il luogo in cui viene confinata la donna».

NICCOLÒ SCAFFAI. Allievo di Luigi Blasucci, tra i più importanti studiosi di letteratura italiana, autore di saggi fondamentali su Leopardi, a 47 anni Scaffai è professore associato di Critica letteraria e letterature comparate all’Università degli Studi di Siena, dove dirige il Centro Interdipartimentale di Ricerca Franco Fortini in Storia della tradizione culturale del Novecento. Si è formato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, poi ha insegnato per quasi dieci anni Letteratura contemporanea all’Università di Losanna. Autore del saggio “Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa” (Carocci), il docente si occupa in particolare della relazione tra ecologia e letteratura al tempo dell'Antropocene. «Da un lato, il discorso ecologico si serve di strategie narrative, adottando costruzioni narrative tipicamente letterarie», dice il professor Scaffai: «Dall’altro lato, la letteratura trova nell’ecologia temi fondamentali come 'apocalisse e i rifiuti, e ispirazione per costruire a sua volta nuovi modi di raccontare».

Università, i dieci professori italiani emergenti di economia e diritto.

Divario di genere, cambiamenti climatici, piattaforme digitali: sono alcuni dei temi trattati da giuristi, economisti, scienziati politici, esperti di nuovi fenomeni sociali selezionati da L’Espresso. La fotografia di una generazione di docenti ordinari e associate. Emanuele Coen su L’Espresso il 21marzo 2023

La governance delle migrazioni attraverso l’intelligenza artificiale, lo studio del populismo attraverso la microeconomia, le disuguaglianze di genere e il corpo come strumento di potere. Economia, diritto e scienze sociali sono aree di ricerca sempre più contaminate, con confini sempre più sfumati e strumenti in continua evoluzione. Come dimostra questa galleria di ritratti di dieci professori emergenti, ordinari e associati.

CATHERINE DE VRIES. Politologa olandese, 44 anni, insegna Scienze politiche all’università Bocconi, dove è prorettrice per l’internazionalizzazione. Tema fondamentale per un ateneo in cui un professore su tre non è italiano. Al centro dei suoi studi la contestazione e lo scetticismo verso l'Unione europea. Ha vinto un premio ERC grant consolidator per un progetto di ricerca che si concentra su come le difficoltà economiche alimentino il sostegno ai programmi politici socialmente conservatori. «Abbiamo osservato che, quando le persone subiscono una perdita socio-economica tendono a compensare mettendo in primo piano altre parti della loro identità», afferma la docente, secondo cui l’adesione all’estrema destra si spiega anche così.

GIOVANNI FARESE. Nell’ultima classifica Censis spicca un ateneo non statale, l’università Europea di Roma, al secondo posto della graduatoria nazionale tra i piccoli. Qui insegna Farese, 41 anni, professore associato di Storia dell’economia, già Marshall Memorial Fellow del German Marshall Fund degli Stati Uniti, collabora con l’Aspen Institute ed è grande esperto dell’economia italiana del secondo dopoguerra. Al tema ha dedicato anche il libro “Mediobanca e le relazioni economiche internazionali dell’Italia”, frutto di un lavoro certosino di ricerca nell’archivio della banca d’affari, in cui indaga la figura di Enrico Cuccia e di altri protagonisti. «Oggi diamo valore al fatto che i politici siano i vicini della porta accanto, un tempo avevamo una grande classe dirigente con importanti esperienze internazionali», afferma con lieve nostalgia.

CRISTINA FASONE. Professoressa associata di Diritto pubblico comparato alla Luiss, a Roma, nonché direttrice del corso di laurea in “Politics, Philosophy and Economics”, a 39 anni Fasone è una delle giuriste in prima linea nello studio dei processi di integrazione europea. In sostanza, studia come le norme Ue impattano dal punto di vista politico e giuridico nei Paesi membri. Un ginepraio di norme in cui occorre orientarsi. «Uno dei temi fondamentali riguarda il rapporto tra le corti europee dei diritti dell’uomo e di giustizia e le corti nazionali», dice la professoressa: «Si generano di continuo conflitti, questioni irrisolte, su chi ha l’ultima parola».

EMANUELE FELICE. Tra i suoi mentori c’è Michele Salvati, economista e politologo, il primo a teorizzare la nascita del Pd. E dei dem Felice, 46 anni, ordinario di Politica economica allo IULM di Milano, è stato responsabile economico fino al 2021. Acqua passata: ha sostenuto Elly Schlein alle primarie, ma oggi nel partito non ha alcun incarico. Brillante e prolifico, ha scritto saggi sul Mezzogiorno (tra gli altri “Perché il Sud è rimasto indietro”, il Mulino), sulle disuguaglianze sociali e i nuovi diritti ambientali (“La conquista dei diritti”, il Mulino). «Il fenomeno preoccupante è la crescita dei lavoratori poveri, circa tre milioni, a cui la politica manca di rispondere con l’istituzione del salario minimo, come chiede l’Ue».

ROSSELLA GHIGI. Educazione di genere, discriminazione, stereotipi, disuguaglianze. Diritti riproduttivi, modifiche corporee. Si muove su temi di grande attualità Ghigi, 47 anni, professoressa associata di Sociologia all’Università di Bologna dopo un percorso di studi di rilievo, tra cui un DEA a l'École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi. È co-fondatrice e responsabile scientifica del Centro Studi sul Genere e l'Educazione dell’ateneo felsineo. Tra gli altri, ha scritto insieme a Roberta Sassatelli il saggio “Corpo, genere e società” (il Mulino). «Se i nostri corpi non sono mai inerti o neutri, sono continuamente intessuti di relazioni di potere», dice Ghigi: «I corpi sono politici. Il corpo e il potere sono intimamente legati: sui corpi si gioca tanta parte di quanto, nel quotidiano, segna le disuguaglianze».

EDMONDO MOSTACCI. Le nuove tecnologie incidono sul godimento dei diritti fondamentali e sulla privacy, presentano rischi per le libertà, per i diritti politici e del lavoro. Si occupa anche di questi temi Mostacci, laurea in Bocconi con il massimo dei voti, 44 anni, professore associato di Diritto pubblico comparato nell'università di Genova, tra i giuristi più brillanti della sua generazione. «Il nuovo approccio si basa sul legame tra i processi politico-democratici e le acquisizioni delle scienze sociali», afferma. I suoi interessi spaziano in diversi campi: di recente, infatti, ha partecipato insieme ad altri esperti di diritto al primo convegno nazionale sulle cause in Italia per il risarcimento danni per crimini nazisti.

SALVATORE NUNNARI. Economia politica, teoria microeconomica, economia sperimentale. E un nuovo ERC Starting Grant per studiare le cause della crescente popolarità dei partiti populisti e della polarizzazione ideologica, attraverso modelli microeconomici ed esperimenti di laboratorio. Bocconiano doc, 39 anni, Nunnari è professore associato e dirige il BESS, il corso di laurea triennale in Economia e Scienze Sociali nell'ateneo più internazionale d'Italia, dove un docente su tre non è italiano. Prima di entrare in Bocconi come professore, ha insegnato nella University of California San Diego e nella Columbia University. «Nella mia ricerca uso strumenti al confine tra l’economia, la psicologia cognitiva e le science politiche, per studiare il comportamento umano in situazioni di interazione strategica, in particolare quelle in cui un gruppo di persone deve raggiungere una decisione comune, per esempio, con una elezione o la contrattazione».

IVANA PAIS. La ricerca che attualmente coordina, “WePlat” (weplat.it), affronta una delle grandi criticità del nostro sistema: l'economia e il lavoro di piattaforma. Pais, 46 anni, è docente ordinaria di Sociologia economica nell'Università Cattolica, a Milano. L'economia della piattaforma non comprende solo i rider, categoria particolarmente fragile, ma anche l'incontro tra domanda e offerta di servizi di cura alla persona: badanti, baby sitter, lavoratori domestici, psicologi e medici che offrono le proprie competenze e servizi attraverso le piattaforme digitali. «Questi lavoratori identificano un nuovo modello organizzativo, che si sta diffondendo anche in aziende tradizionali», afferma Pais. Per Egea la docente, che è anche co-direttrice (con Elena Esposito e David Stark) della rivista “Sociologica”, ha pubblicato il saggio “Percorsi di sociologia economica”, con Filippo Barbera.

SIMONE PENASA. Professore associato in Diritto pubblico comparato nell'università di Trento, Penasa, 44 anni, si occupa anche del rapporto tra diritto, scienza e tecnologie. Tra progetti in Italia ed europei. Fin dai tempi del dottorato fa parte del gruppo BioDiritto (biodiritto.org), concentrato sulle tematiche legate alle scienze della vita, ai progressi della medicina e della ricerca biotecnologica e, più di recente, all'intelligenza artificiale. Temi molto attuali, come il diritto all'immigrazione. «Sto sviluppando una ricerca che mira a indagare l'impatto sui diritti dei migranti delle nuove tecnologie», dice Penasa: «In particolare l'intelligenza artificiale nella governance delle migrazioni».

ANDREA ROVENTINI. Qualche anno fa, al tempo del governo giallo-verde, Luigi Di Maio lo aveva indicato come ministro dell'Economia ma poi la candidatura sfumò. Oggi Roventini, 45 anni, è professore ordinario di Economia politica alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, tra i migliori dipartimenti d'Italia. Ha realizzato modelli che offrono una sintesi tra il pensiero di John Maynard Keynes sulla necessità dell’intervento pubblico per stabilizzare l’economia e quello di Joseph Schumpeter che vede nell’innovazione il motore dello sviluppo economico. Le sue ricerche lo hanno portato a pubblicare insieme al premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz. Da qualche anno, inoltre, il professore si occupa dell'economia del cambiamento climatico, pubblicando articoli scientifici su Pnas, organo ufficiale dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, e sulla rivista scientifica Nature Climate Change. «In particolare, analizzo i costi economici e sociali degli impatti climatici futuri e sulle politiche economiche necessarie per rilanciare innovazione e crescita in chiave sostenibile e inclusiva», afferma Roventini.

Università, i professori emergenti di Chimica, Ingegneria e Medicina

Studiano strumenti innovativi per la transizione energetica, materiali per il settore aerospaziale, batterie post-litio. E, nel settore sanitario, tecniche chirurgiche, biochimica, nanomedicina. Ecco dieci professori di cui sentiremo parlare. Emanuele Coen su L’Espresso il 27 marzo 2023

Se le carriere sono lente nell’area umanistica e in quella delle scienze sociali, come L’Espresso ha documentato nelle prime due puntate di questa inchiesta, in campo scientifico il percorso per raggiungere posizioni apicali risulta più rapido. Ma restano alcune forti criticità: in Italia i laureati nelle Stem e in Medicina sono ancora troppo pochi, un quarto del totale, in ritardo rispetto alla media europea. E le donne, per quanto in aumento, scarseggiano nelle discipline tradizionalmente maschili. Un divario che si riflette anche sui salari.

FABIANA ARDUINI. Nelle ricerche insieme con i suoi collaboratori, Arduini si impegna a favore della sostenibilità: sviluppa sensori miniaturizzati per misure in campi diversi, tutti di notevole interesse: biomedicale, ambientale, difesa e agroalimentare. A 44 anni, è professoressa associata di Chimica analitica nell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, in uno dei 180 dipartimenti italiani di eccellenza riconosciuti dal MUR, il suo nome è presente nella lista dei ricercatori più citati al mondo (World's Top 2% Scientists). È inoltre amministratore delegato della start-up SENSE4MED. «Rispetto alle grandi strumentazioni di laboratorio, la sensoristica è caratterizzata da un approccio sostenibile per la misura degli analiti nei diversi campioni», dice. Arduini e il suo gruppo di ricerca utilizzano la carta come supporto per la produzione dei sensori. «Se inizialmente abbiamo dimostrato il vantaggio dei sensori stampati su carta perché plastic-free, da qualche anno abbiamo creato una nuova linea di ricerca, dimostrando che la sensoristica su carta permette di minimizzare l'impatto ambientale».

FEDERICO BELLA. Pluripremiato, il più giovane professore ordinario di Chimica per le Tecnologie in Italia, in cattedra a soli 34 anni nel 2022, si occupa di transizione energetica ed ecologica. E insegna al Politecnico di Torino. In particolare, studia le batterie post-litio di nuova generazione. «La transizione sta ridisegnando la ricerca accademica e industriale ad una velocità mai sperimentata prima», dice il professore: «Se da un lato l’Europa sta costruendo gigafactory che ci consentiranno di produrre le nostre batterie al litio a partire dal riciclo di quelle esauste, per molte altre applicazioni stanno crescendo le cosiddette batterie post-litio». Il professor Bella è stato il primo in Italia a promuovere la ricerca sulle batterie al potassio: reperibile ovunque in abbondanza, garantisce lo stesso funzionamento dei sistemi a base di litio.

UMBERTO BERARDI. Una laurea in Ingegneria edile-architettura al Politecnico di Bari, un'esperienza di professore associato a Boston, negli Usa, poi come ordinario a Toronto, in Canada. Con un pallino: la ricerca di campo energetico. Dieci anni tondi all'estero, poi il rientro. A 38 anni, Berardi è professore ordinario di Fisica tecnica ambientale al Politecnico del capoluogo pugliese. «Mi occupo di materiali smart in campo termico, in particolare materiali a cambiamento di fase, che consentono di conservare l'energia termica per un utilizzo posticipato», dice. Inoltre conduce ricerche innovative su materiali super-isolanti come l'aerogel ad esempio, su cui ha realizzato diversi brevetti, un materiale super-leggero che si usa anche nelle tute degli astronauti per proteggerli dal gelo nel vuoto spaziale.

MARIA CINEFRA. Laurea in Ingegneria Aerospaziale e dottorato al Politecnico di Torino, esperienze internazionali, Cinefra a 38 anni è professoressa associata di Costruzioni e strutture aerospaziali nel Politecnico di Bari, che collabora con l'importante distretto tecnologico aerospaziale di Taranto. Tra gli argomenti di ricerca della docente spiccano i metamateriali. «Si tratta di materiali innovativi che, ad esempio, consentono di ridurre le vibrazioni e rumori delle strutture aeree. Non sono ancora utilizzati nel settore aerospaziale perché la progettazione è molto sofisticata, ma hanno grandi potenzialità». Quanto alla presenza femminile in un settore tradizionalmente maschile, Cinefra dice: «È ancora molto sbilanciato, ma le cose lentamente stanno cambiando».

MIRIAM COLOMBO. La nanomedicina, scienza dell'infinitamente piccolo collegata alla medicina, si è sviluppata in maniera esponenziale negli ultimi anni. Con importanti ricadute positive nel campo della cura dei tumori. Le ricerche di Colombo, professoressa associata di Biochimica clinica nell'Università di Milano-Bicocca, si focalizzano su questo settore. Insieme a Davide Prosperi coordina il NanoBioLab, laboratorio che si occupa del design e dello sviluppo di nanovettori per la diagnosi e la cura di patologie come tumori solidi e patologie infiammatorie. Ma non solo. La docente è responsabile anche di NanoCosPha, sei laboratori combinati per la produzione di farmaci, integratori e prodotti cosmetici. «Fino a ieri era considerato un tema frivolo ma oggi, nella visione olistica della salute, medicina e cosmetica sono strettamente collegate». L'obiettivo della ricerca è anche sostituire nei prodotti cosmetici le microplastiche, dannose per i mari, con nuove molecole di estrazione naturale.

MATTEO MAESTRI. Nella transizione energetica uno degli aspetti cruciali riguarda l'accumulo di energia. In sostanza, oggi utilizziamo le risorse accumulate milioni di anni fa, fossili creati con la CO2, l'acqua e le radiazioni solari, e li consumiamo in un tempo molto ristretto. Il che crea uno squilibrio nell'accumulo di anidride carbonica nell'ecosistema. Nelle sue ricerche Maestri, 43 anni, professore ordinario di Ingegneria chimica nel Politecnico di Milano, si concentra sull'analisi multiscala dei processi catalitici. «La vera sfida della transizione energetica consiste nello studio dei catalizzatori, che consentono di ottenere dei vettori energetici basati sulla fonti rinnovabili. E di immagazzinare energia in tempi molto brevi». Dal 2023 il docente è anche delegato del rettore per i programmi internazionali dei giovani ricercatori.

ANNA ODONE. A 38 anni insegna Igiene generale ed applicata all'Università di Pavia e tre anni fa, quando salì in cattedra, era la più giovane professoressa ordinaria d'Italia. Tuttora è il membro meno anziano del Consiglio Superiore di Sanità. Importanti esperienze all’estero, Odone dirige la Scuola di Sanità Pubblica dell’ateneo in cui insegna, le sua ricerca si concentra su medicina preventiva e organizzazione sanitaria, in particolare la prevenzione e il controllo delle malattie infettive. Per spiegare ai bambini il Covid-19 ha ideato il cartone animato “Leo e Giulia: Noi come voi”. «Non c'è il rischio di una recrudescenza del virus, ma abbiamo imparato che siamo esposti al rischio di emergenze sanitarie epidemiche e ambientali», dice: «Dobbiamo creare un sistema che consenta di essere preparati, investendo in prevenzione e sanità territoriale. C'è molto da fare, soprattutto a sostegno del sistema sanitario pubblico».

FRANCESCA RE. Dottorato in Neuroscienze, esperienze di studio in Gran Bretagna e Paesi Bassi, a 41 anni è professoressa associata di Biochimica e Nanomedicina nell'università Milano-Bicocca. Nelle sue ricerche, Re progetta nanoparticelle per la veicolazione di farmaci e acidi nucleici al sistema nervoso centrale, per il trattamento di tumori cerebrali e malattie neurodegenerative. In particolare, la sintesi di nanoparticelle biocompatibili e biodegradabili per il rilascio controllato di farmaci, in grado di superare le barriere biologiche, tra cui la barriera emato-encefalica, che protegge il cervello. «Il 98 per cento dei farmaci non riesce a oltrepassare questa barriera», dice la professoressa: «Il nostro auspicio è creare nanodispositivi in grado di portare davvero i farmaci al cervello». A questo scopo, Re progetta anche biomateriali impiantabili a livello cerebrale per il rilascio controllato di farmaci e nanoparticelle.

ALESSANDRO REALI. Classe 1977, pluripremiato, è professore ordinario presso l’Università degli Studi di Pavia, dove dirige il dipartimento di Ingegneria civile e Architettura, tra i 180 dipartimenti italiani d'eccellenza. I suoi temi di ricerca riguardano vari campi dell'ingegneria, tra cui la simulazione numerica, la meccanica strutturale e dei materiali, la biomeccanica. In nome dell'interdisciplinarietà. In sostanza, attraverso simulazioni al computer Reale cerca di predire il comportamento di strutture, fluidi, le loro intersezioni. E anche il comportamento di crescita dei tumori. «Risolvo problemi. Lavoro insieme a medici, ad esempio del San Raffaele di Milano e del Policlinico di Pavia, biologi, chimici, matematici, ma anche con economisti. Ha coordinato numerosi progetti di ricerca internazionali e nazionali, tra cui un ERC Grant dello European Research Council, ed è uno dei soci fondatori di ERC in Italy, l'associazione dei vincitori italiani di ERC Grant.

GAYA SPOLVERATO. Professoressa associata di Chirurgia nell'università di Padova, 38 anni, ha eseguito oltre 3.500 interventi di chirurgia maggiore da primo operatore, specializzata in chirurgia oncologica gastrointestinale e dei sarcomi dei tessuti molli. Esperienze internazionali di eccellenza, tra cui il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, nel 2015 Spolverato ha cofondato Women in Surgery Italia, l’associazione delle chirurghe italiane, di cui è presidente dal 2018. La sua missione, come delegata alle politiche per le pari opportunità dell'ateneo, è rafforzare il ruolo delle donne (e tutelare le altre diversità) all'interno dell'università. «Oggi il 30 per cento dei primari è donna, non si supera il 7 per cento nella chirurgia. Bisogna migliorare la formazione: sto sperimentando una scuola di leadership che diventerà operativa dal prossimo anno, per consentire alle donne di candidarsi alle posizioni apicali».

Università, i professori emergenti in Scienze, tecnologia e fisica

Fisici, astrofisici, scienziati della Terra, biologi. Esperti di genomica, intelligenza artificiale, tecnologia, computazione quantistica. Ecco dieci docenti che stanno disegnando il nostro future. Emanuele Coen su L’Espresso il 29 marzo 2023

Lunghe esperienze all’estero, competenze in diverse aree scientifiche, capacità di orientarsi tra bandi, burocrazia, la pioggia di soldi del Pnrr. È l’identikit del professore universitario, ordinario e associato, delle discipline STEM, acronimo dall’inglese Science, technology, engineering and mathematics.

Che diventa STEMM se si aggiunge Medicina, che raccontiamo nella terza puntata di questa inchiesta. Un mondo in cui i saperi sono sempre più interconnessi. Ecco dieci docenti, da Nord a Sud, impegnati a disegnare il nostro futuro.

MARICA BRANCHESI. Non capita a tutti di ricevere il distintivo di socia dell'Accademia dei Lincei dal premio Nobel Giorgio Parisi. È successo lo scorso 11 novembre alla professoressa Branchesi, 46 anni, una delle scienziate italiane più apprezzate nel mondo, ordinaria di Astrofisica al Gssi-Gran Sasso Science Institute all'Aquila. La sua attività di ricerca è finalizzata allo sviluppo dell'astronomia multi-messaggera, che utilizza osservazioni elettromagnetiche e onde gravitazionali per comprendere i fenomeni transienti, velocissimi, più carichi di energia dell'universo. Nel 2018 è stata inserita da Time tra le 100 persone più influenti del pianeta. Inoltre, è impegnata sul fronte del divario di genere. «Bisogna fare un lavoro culturale affinché, quando le donne raggiungono dei successi in campo scientifico, questi non vengano messi in discussione», ha detto in occasione della Giornata delle donne e delle ragazze nelle scienze 2023.

FRANCESCO CARDARELLI. Il suo gruppo di ricerca ha sviluppato un approccio in cui un fascio di luce laser viene fatto orbitare intorno a strutture cellulari o sub-cellulari per catturare informazioni su processi molecolari che avvengono al loro interno, alla scala del miliardesimo di metro. «Così possiamo studiarle con una precisione mai raggiunta prima. Si apre la prospettiva di guardare dentro strutture cellulari microscopiche e in movimento, per decifrare quantitativamente i processi che ospitano», afferma Cardarelli, 43 anni, professore associato di Fisica Applicata nella Scuola Normale Superiore di Pisa. Le sue ricerche, che di recente hanno ricevuto un finanziamento europeo (ERC consolidator) di due milioni di euro, hanno importanti risvolti in campo medico. «Il caso di studio è il granulo di insulina, struttura sub-cellulare chiave per il controllo della glicemia e implicata nella patologia diabetica».

CAMILLA COLOMBO. Come se non bastassero i rifiuti sulla Terra, c'è un'altra emergenza meno visibile ma sempre più preoccupante: i detriti spaziali. Le ricerche di Colombo, 42 anni, professoressa associata di Meccanica del volo spaziale nel Politecnico di Milano con un'esperienza decennale nel Regno Unito, hanno l'obiettivo di mitigare il rischio crescente di collisioni e consentire in futuro l'uso sostenibile dello spazio. La sua ricerca, finanziata dall'Agenzia Spaziale Europea, dal Consiglio Europeo della Ricerca e dall'Agenzia Spaziale Italiana, si concentra sulla modellazione e mitigazione dei detriti spaziali, nonché sull'analisi e la progettazione di missioni e gestione del traffico spaziale. Di recente ha ricevuto un Consolidator grant ERC per il progetto “Green species”, allo scopo di definire un modello economico per lo sviluppo sostenibile delle attività spaziali. «Con il progetto verrà sviluppato un modello probabilistico dei detriti spaziali, nel quale saranno considerate tutte le variabili di natura fisica, economica e politica».

FEDERICO FANTI. Ha ottenuto il dottorato di ricerca in Scienze della Terra all'università di Bologna, poi ha girato il mondo per studiare ecosistemi e faune fossili del periodo Mesozoico, partecipando a scavi in Alaska, Turkmenistan, Canada, Australia. A 41 anni, Fanti è professore associato di Paleontologia e Paleoecologia all'Alma Mater. Oltre a insegnare, realizza documentari. «Mi occupo principalmente di dinosauri e di come la loro evoluzione sia strettamente legata ai cambiamenti dell'ambiente», dice. Negli ultimi anni si è concentrato su due aree: il Deserto del Gobi in Mongolia, dove con un team internazionale ha lavorato per comprendere un ecosistema vecchio di 80 milioni di anni. La seconda è il Villaggio del Pescatore, a Trieste, il più importante sito dell'area mediterranea dove studiare i dinosauri. Nel 2017 è stato scelto come Emerging Explorer dalla National Geographic Society.

SIMONA GIUNTA. Il GiuntaLab, il laboratorio che dirige, studia il ruolo dell'instabilità genomica nelle malattie degenerative come cancro e invecchiamento. È rientrata in Italia nel 2020 dopo quasi vent'anni all'estero, grazie anche al premio Rita Levi Montalcini "Rientro dei Cervelli" del MUR. Ora è professoressa associata di Genetica umana a Sapienza Università di Roma e di recente ha ottenuto dall'European Research Council (ERC) un milione e mezzo di euro per continuare la ricerca avviata nel 2021 sui cromosomi, in particolare sul centromero umano. Questi fondi offriranno la possibilità di compiere passi decisivi nel campo delle scienze biomediche, acquisendo una conoscenza sempre più approfondita del centromero umano, includendo i processi di mutagenesi, danno e riparazione del Dna. «L’obiettivo del progetto è capire quanto sia significativa la variabilità nel Dna tra persone diverse, per migliorare la possibilità di intervenire in maniera mirata e personalizzata su queste regioni genomiche».

LUCA PAGANI. Per studiare il Dna e il rischio genetico di individui che derivano dalla mescolanza di varie popolazioni, Pagani ha combinato conoscenze evoluzionistiche e biomedicali. Laureato in Biologia nella Scuola Normale Superiore di Pisa, ha 38 anni ed è professore associato in Antropologia Molecolare nell'Università di Padova. Studia la genetica di popolazione e la storia evolutiva della nostra specie attraverso genomi moderni o estratti da reperti archeologici (Dna antico). Nel 2021 ha conseguito il premio Antonio Feltrinelli dell'Accademia dei Lincei nella categoria giovani per la biologia. «Ho studiato biologia molecolare, ma mi interessava studiare la storia delle popolazioni umane dal punto vista culturale ed etnografico. Poi con la rivoluzione della genomica ho scoperto che era possibile mettere insieme le due cose», afferma Pagani.

LAURA SANITÀ. Qual è il percorso minimo per andare dal lavoro a casa? Come fa un'azienda a ottimizzare le risorse umane? Dove collocare in una città ospedali, scuole e caserme? Per rispondere a queste domande occorre essere esperti di ottimizzazione combinatoria e algoritmi. «Questi problemi possono essere formulati matematicamente, e molti possono essere risolti in tempi brevi, malgrado esistano miliardi di soluzioni possibili», dice Sanità, 41 anni, professoressa associata del dipartimento di Computing Sciences in Bocconi. La docente si occupa di matematica discreta e informatica teorica ed è riconosciuta come una dei massimi esperti nell’area a livello internazionale. «Gli algoritmi oggigiorno sono utilizzati per problemi che hanno grande impatto sulla società, e dunque gli aspetti etici ad essi legati sono di fondamentale importanza».

MASSIMILIANO SCARPA. Molti immobili, la maggior parte, sono colabrodi energetici. Per questo motivo il campo di ricerca di Scarpa, 45 anni, professore associato di Fisica tecnica ambientale nell'università Iuav di Venezia dopo esperienze all'estero, è cruciale. Per migliorare l'efficienza energetica degli edifici e diminuire i costi di gestione utilizza tecnologie in fase di sviluppo, quali l'intelligenza artificiale e il BIM, cioè “Building Information Modeling”: un processo integrato di creazione e gestione delle informazioni relative a una costruzione. Un sapere di frontiera tra ingegneria, matematica e architettura che interessa tanto le costruzioni quanto la conservazione di opere di elevato pregio artistico-culturale. «L'intelligenza artificiale caratterizza molti aspetti della nostra vita, ma di solito è riferita a Internet o al settore industriale. Nel campo dell'edilizia gli aggiornamenti delle tecnologie sono molto lenti, dunque l'applicazione dell'intelligenza artificiale e del BIM a questo settore è molto promettente».

FABIO SCIARRINO. Il premio Nobel a Giorgio Parisi ha accresciuto la fama del dipartimento di Fisica di Sapienza Università di Roma, ma la scuola romana di fisica affonda le radici nella storia. «Siamo gli eredi dei ragazzi di via Panisperna», commenta con orgoglio Sciarrino, 44 anni, che a 21 si è laureato in Fisica nell'università Federico II, a Napoli, e a 25 ha conseguito il dottorato nell'ateneo di Roma. Ordinario di Fisica della materia alla Sapienza, senior research fellow nella Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati Sapienza, il professore studia l'ottica quantistica sperimentale, il calcolo e l'informazione quantistica. Negli ultimi anni la sua attività di ricerca si è concentrata sull'implementazione di protocolli di informazione quantistica tramite circuiti fotonici integrati. «L'idea è contribuire alla creazione di un nuovo paradigma di computazione, che vada oltre i computer di oggi, applicando i principi della fisica quantistica».

BOTOND SZABO. La matematica e la statistica rivestono un ruolo cruciale e sempre più rilevante per altre discipline scientifiche, come l'informatica e la medicina. Associato di Statistica, Szabo, 37 anni, è uno dei professori di punta della Bocconi. Di recente ha ottenuto uno Starting Grant ERC da un milione e mezzo di euro per un progetto (“BigBayesUQ”) per valutare le proprietà fondamentali di metodi statistici e di machine learning per trattare grandi quantità di dati complessi. «La crescente disponibilità di informazioni pone nuove sfide a statistici ed informatici. Molti dei nuovi algoritmi sono rapidi, ma per fidarci dei risultati dobbiamo capirne le proprietà matematiche, altrimenti potrebbero produrre effetti disastrosi». È coinvolto anche in progetti applicati, come lo sviluppo di un algoritmo per la diagnosi precoce dell’Alzheimer basato su un approccio di apprendimento chiamato “Stacked Penalized Logistic Regression” (StaPLR).

Le «due scuole italiane» e la forbice del divario che si allarga. Il Sud trabocca di 100 e lode ma i dati internazionali dipingono un panorama del tutto diverso: che i prof meridionali siano di manica più larga? Afferma Gian Antonio Stella l'11 agosto 2016 su "Il Corriere della Sera”. Gian Antonio Stella (Asolo, 15 marzo 1953) è un giornalista e scrittore italiano. È nato ad Asolo (TV), dove il padre insegnava, da una famiglia originaria di Asiago. Ha vissuto a Vicenza dove ha frequentato il Liceo ginnasio Antonio Pigafetta. «Questa è una scuola particolare: non c’è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere. Con le molte ore e i molti giorni di scuola che facciamo, gli esami ci restano piuttosto facili per cui possiamo permetterci di passare quasi tutto l’anno senza pensarci...». Basterebbero queste poche righe scritte dagli alunni di Don Milani a spiegare quanto i voti possano essere, in una scuola ideale che formi davvero giovani preparati, colti e consapevoli, quasi secondari. Purché, appunto, i ragazzi così la vedano: una scuola «senza paure, più profonda e più ricca». Al punto che «dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi». Ma è così la scuola italiana che esce dagli ultimi dossier? Mah... I numeri pubblicati ieri raccontano di un Mezzogiorno che trabocca di giovani diplomati con 100 e lode, con la Puglia che gode di una quota di geni proporzionalmente tripla rispetto al Piemonte o al Veneto, quadrupla rispetto al Trentino, quintupla rispetto alla Lombardia. Bastonata pure dalla Calabria: solo un fuoriclasse ogni quattro sfornati da Catanzaro, Cosenza o Crotone. Evviva. Ma come la mettiamo, se i dati del P.i.s.a. (Programme for International Student Assessment) dell’Ocse o i test Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo) dipingono un panorama del tutto diverso? Prendiamo la Sicilia, che oggi vanta proporzionalmente il doppio abbondante di «100 e lode» della Lombardia. Dieci anni fa il P.i.s.a. diceva che nessuno arrancava quanto i quindicenni siciliani. La più sconfortante era la tabella sulle fasce di preparazione. Fatta una scala da sei (i più bravi) a uno (i più scarsi) i ragazzi isolani sul gradino più basso o addirittura sotto erano il doppio della media Ocse. Il quadruplo dei coetanei dell’Azerbaigian. Poteva essere lo sprone per una rimonta. Non c’è stata. Lo certifica il rapporto Invalsi 2015: «Il quadro generale delineato dai risultati delle rilevazioni, che non è particolarmente preoccupante a livello di scuola primaria, cambia in III secondaria di primo grado, assumendo le caratteristiche ben note anche dalle indagini internazionali (...): il Nordovest e il Nordest conseguono risultati significativamente superiori alla media nazionale, il Centro risultati intorno alla media e il Sud e le Isole risultati al di sotto di essa». Peggio: «Lo scarto rispetto alla media nazionale del punteggio delle due macro-aree meridionali e insulari, piccolo in II primaria, va progressivamente aumentando via via che si procede nell’itinerario scolastico». Cioè alle superiori. La tabella Invalsi che pubblichiamo in questa pagina dice tutto: dal 2010 al 2015 tutto il Centronord stava sopra la media, tutto il Sud (Isole comprese) stava sotto. Molto sotto. E l’ultimo rapporto Invalsi 2016 non segnala progressi. Allora, come la mettiamo? Come possono i monitoraggi nazionali e internazionali sui ragazzi fino a quindici anni segnalare nel Mezzogiorno una scuola in grave affanno e i voti alla maturità una scuola ricca di spropositate eccellenze? È plausibile che nei due anni finali i giovani meridionali diano tutti una portentosa sgommata alla Valentino Rossi? Mah... Nel 2013 Tuttoscuola di Giovanni Vinciguerra mise a confronto la classifica delle province con più diplomati col massimo dei voti e quella uscita dal capillare monitoraggio Invalsi. I risultati, come forse i lettori ricorderanno, furono clamorosi: Crotone, primissima per il boom di studenti «centosucento», era 101ª nella Hit Parade che più contava e cioè quella della preparazione accertata con i test internazionali. Agrigento, seconda per «geni», era 99ª, Vibo Valentia quinta e centesima. A parti rovesciate, stessa cosa: Sondrio che era prima nella classifica Invalsi era solo 88ª per studenti premiati col voto più alto, Udine seconda e 100ª, Lecco terza e 89ª, Pordenone quarta e 59ª…Assurdo. E le classifiche regionali? Uguali. Un caso per tutti: la Calabria, ultima nei test Invalsi, prima per fuoriclasse. Sinceramente: è possibile un ribaltamento del genere? O è più probabile la tesi che i professori del Sud, per una sorta di solidarietà meridionale basata sul comune sentimento di emarginazione e di abbandono, abbiano verso gli studenti la manica un po’ più larga? Un punto, comunque, appare fuori discussione. Non solo esistono due Italie e due scuole italiane, due universi di studenti e due di professori. Ma il divario, anziché ridursi, si va sempre più allargando. E ciò meriterebbe da parte di tutti, non solo del governo, un po’ di allarmata attenzione in più.

Povera scuola italiana, ormai è un diplomificio. Maturità, passa il 99,5% degli studenti. Non esiste più selezione. Un danno per i giovani, scrive Mario Margiocco su "Lettera 43" l'11 Agosto 2016. Nato a Genova nel 1945, giornalista dal ’71 («Il Secolo XIX», «Panorama», «Italia Oggi»), dal 1992 al 2010 ha lavorato al «Sole 24 Ore». Corrispondente da Bruxelles e dalla Germania, ha seguito dagli Stati Uniti il crac finanziario e le elezioni presidenziali. Puntuali come le stelle di S.Lorenzo, arrivano tutti gli anni i risultati degli esami di Stato di fine ciclo della scuola media superiore di ogni tipo. E come sempre anche quest’anno in Italia è un trionfo. Anzi, nel 2016 un record: promosso il 99,5% degli ammessi agli esami. In Francia i promossi all’equivalente Bac, compresi quelli che hanno superato l’immediata prova orale di recupero dopo aver fallito la prova principale, sono stati nel 2016 l’88,5% dei candidati, una cifra simile a quella che era una volta la percentuale totale dei promossi anche in Italia. Poiché occorre tenere conto anche dell’ammissione all’esame, quest’anno rifiutata in Italia al 4% degli studenti che non si capisce come siano arrivati all’ultimo anno se ritenuti alla fine incapaci di potersi presentare all’esame, siamo a un soffio dalla promozione totale. La logica è chiara: si nega l’ammissione a quelli che sarebbero proprio un’onta per il corpo docente, e si promuovono tutti gli altri, salvo qualcuno rarissimo che ha proprio sbagliato tutto, magari perché in giornate “no”. Ma perché allora non si risparmiano i soldi necessari per gli esami e non si dichiara la promozione di tutti gli idonei al titolo secondo i docenti dell’istituto di origine? Perché la legge prevede un esame di Stato. Ma che credibilità ha un esame di Stato che promuove tutti? Il confronto con la Francia è micidiale. O la loro è una scuola di aguzzini, o la nostra un inattendibile diplomificio. In certe aree ben più che altrove. In genere chi ha fatto, e i più giovani sono oltre i 60, gli esami di una volta sia ai Licei che agli Istituti se nel sonno sogna ancora un esame scolastico, ed è un incubo, non è in genere un esame universitario, ma quello di maturità. Era, nella calura di luglio e agosto, un tormento, una prova di nervi. E restava sul terreno tra rimandati e bocciati un terzo circa degli studenti. Di questi, un 30% recuperava a ottobre, dopo essersi rovinata l’estate. Poi gradatamente tutto è diventato meno impegnativo e ora lo è assai meno. Bene, non è successo solo in Italia. Da noi però si è andati oltre il lecito e comprensibile, perché solo in Italia l’idea di una selezione che sarebbe in sé “antidemocratica”, quindi da rifiutare in blocco come concetto pedagogico classista, ha fatto breccia anche fra molti insegnanti. Che non a caso si sono formati, i più anziani ormai in pensione ma che hanno in tutti i sensi “fatto scuola”, in un periodo ben preciso della scuola e delle università italiane. L'inizio del declino con i movimenti studenteschi del 1968. Chi ha frequentato l’università, grossomodo, nel decennio 65-75 ricorderà benissimo la forte pressione di gruppi studenteschi organizzati contro la selezione e per la sostituzione di esami difficili con esami facili, per l’abolizione degli scritti, degli esami di lingua straniera dove non si poteva non tradurre decentemente alcune frasette, per iscritto, e via andare. Il danno, nelle facoltà umanistiche in genere perché in quelle tecnico-scientifiche era meno facile declassare il curriculum, è stato enorme. C’era molto da svecchiare, ma in nome della qualità, non della banalità. Vari dubbi sulla serietà del cosiddetto movimento studentesco del 68 – e dei suoi alleati e facilitatori sul fronte politico e sociale - sono incominciati così, osservando la voluta banalizzazione dei corsi di studio. Poi l’ondata ha raggiunto Licei e Istituti di vario genere. E ormai è endemica, e da anni. Tutto questo, si fa finta di ignorare da più parti, arreca grave danno agli alunni di origini modeste, tenuti agli studi con sacrificio personale e della famiglia, che hanno più di altri bisogno di un diploma valido e credibile, non solo perché è di Stato. Investono molto, è irresponsabile consegnargli alla fine un pezzo di carta svalutato. Un discorso particolare, anche quest’anno, meritano i 100 e lode in alcune regioni meridionali. Le prime regioni per numero assoluto di 100 e lode sono del Sud, anche se il Sud non brilla nelle prove internazionali, tipo Ocse e altre, di abilità scolastica degli studenti nelle varie materie. Le lodi sono 934 e in forte aumento sul 2015 in Puglia, (in aumento quasi ovunque, soprattutto al Sud, ma non sempre, è giusto rilevare), che ha meno degli abitanti del Piemonte ma cinque volte più lodati. Va detto che si distinguono, per serietà a parere di chi scrive, Abruzzo, Molise, Basilicata e Sardegna, che se avessero in rapporto alla popolazione gli stessi lodati della Calabria dovrebbero triplicare e oltre i propri. Se la Puglia avesse sulla popolazione gli stessi 100 e lode della Basilicata, ne avrebbe un terzo. Basilicata e la provincia autonoma di Trento, che ha un ottavo degli abitanti della Puglia ma solo un 45mo dei suoi 110 e lode, sono le uniche due realtà dove il massimo voto è meno frequente che nel 2015. Sulla scuola nel Sud Italia scrisse pagine memorabili un secolo fa e oltre Gaetano Salvemini, da Molfetta, uno degli uomini migliori, più onesti, generosi e brillanti, del 900 italiano. La pletora di voti massimi lascia il sospetto che l’analisi di Salvemini non sia del tutto superata, nonostante il molto tempo trascorso. L'intellettuale amava e difendeva la piccola gente del Meridione, allora braccianti per lo più analfabeti, e fece molto per loro. Non amava la media e piccola borghesia meridionale, a caccia di diplomi per assicurarsi il “posto” e continuare a primeggiare sulla piccola gente. E, ancora nel 1955, rieditando vecchi scritti sulla scuola, ripeteva una tesi a lui cara, avendo osservato la ricchezza che gli insegnanti estranei alla mentalità compromissoria locale avevano sempre seminato: inviare nel Sud per cinque anni, a stipendio maggiorato, i vincitori dei concorsi a cattedre del Nord, per spezzare il peso di quella piccola borghesia sul sistema scolastico meridionale. Non è successo proprio così. I più danneggiati da questa fiera diplomistica sono i bravi studenti di quelle regioni troppo generose messi alla pari di loro compagni, bravini forse, ma promossi generali sul campo con rito sommario. Un preside di Brindisi sembra non rendersene conto e, come altri in passato, taglia corto: «I nostri studenti sono davvero bravi». Anzi bravissimi, eccezionali. Tutti 100 e lode strameritati? Troppa grazia.

Essere un’eccellenza appaga mente, cuore e portafoglio. Ma senza esagerare, scrive TGCom 24. Perché se da un lato sono tante le università che, per esempio, prevedono alcune agevolazioni per chi si diploma con 100 e lode, dall’altro nel corso degli anni il premio previsto per gli stessi dal Ministero dell’Istruzione ha subito sforbiciate evidenti. Troppe lodi? Dati alla mano non si direbbe, anche se la polemica sulla generosità delle commissioni al Sud si ripete costantemente.

Il Corriere anche quest'anno rilancia la polemica sui "diplomifici", sostenendo che le scuole del sud Italia sgancino più facilmente votoni agli studenti, con la conseguenza che i maturandi meridionali ad aver preso 100 sono stati il doppio di quelli del Nord. Verità o bugia?

Gli opinionisti “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto equivalente a “Terrone” da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla solita tiritera: ogni qualvolta che il meridione d'Italia eccelle, lì c'è la truffa.

"Il Sud trabocca di 100 e lode ma i dati internazionali dipingono un panorama del tutto diverso: che i prof meridionali siano di manica più larga?", asserisce Gian Antonio Stella, opinionista del nordico “Il Corriere della Sera”. Lui, il buon veneto Gian Antonio Stella, spiega che: «Allora, come la mettiamo? Come possono i monitoraggi nazionali e internazionali sui ragazzi fino a quindici anni segnalare nel Mezzogiorno una scuola in grave affanno e i voti alla maturità una scuola ricca di spropositate eccellenze? Assurdo. Un caso per tutti: la Calabria, ultima nei test Invalsi, prima per fuoriclasse. Sinceramente: è possibile un ribaltamento del genere? O è più probabile la tesi che i professori del Sud, per una sorta di solidarietà meridionale basata sul comune sentimento di emarginazione e di abbandono, abbiano verso gli studenti la manica un po’ più larga? Un punto, comunque, appare fuori discussione. Non solo esistono due Italie e due scuole italiane, due universi di studenti e due di professori. Ma il divario, anziché ridursi, si va sempre più allargando. E ciò meriterebbe da parte di tutti, non solo del governo, un po’ di allarmata attenzione in più.»

Come si fa da un dato (i monitoraggi nazionali ed internazionali sui ragazzi fino a quindici anni) estrapolare l’assunto del broglio riguardanti i voti della maturità data ai ragazzi di tre o quattro anni più vecchi? E cosa ancora più grave, in considerazione della stima che si ha per un bravo giornalista, come si può mettere sullo stesso piano il dato oggettivo dei monitoraggi nazionali ed internazionali riguardanti il totale del corpo studenti di una data zona rispetto al voto soggettivo di eccellenza profuso in capo al singolo studente meritevole? E se fossero stati premiati apposta per il fatto che si siano elevati rispetto alla massa di mediocrità?

«I più danneggiati da questa fiera diplomistica sono i bravi studenti di quelle regioni troppo generose messi alla pari di loro compagni, bravini forse, ma promossi generali sul campo con rito sommario - rincara Mario Margiocco nato a Genova nel 1945, giornalista dal ’71.- Un preside di Brindisi sembra non rendersene conto e, come altri in passato, taglia corto: “I nostri studenti sono davvero bravi”. Anzi bravissimi, eccezionali. Tutti 100 e lode strameritati? Troppa grazia.». Chiosa in chiusura con evidente sarcasmo il ligure.

Cari signori dal giudizio (razzista) facile. Vi rammento una cosa.

Io, Antonio Giangrande, uno che si è laureato a 36 anni, sì, ma come? 

A 31 anni avevo ancora la terza media. Capita a chi non ha la fortuna di nascere nella famiglia giusta.

A 32 anni mi diplomo ragioniere e perito commerciale presso una scuola pubblica, 5 anni in uno (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), presentandomi da deriso privatista alla maturità statale (non privata) assieme ai giovincelli.

A Milano mi iscrivo all’Università Statale alla Facoltà di Giurisprudenza. Da quelle parti son convinti che al Sud Italia i diplomi si comprano. E nel mio caso appariva a loro ancora più evidente. Bene!

A Milano presso l’Università Statale, lavorando di notte perché padre di due bimbi, affronto tutti gli esami in meno di 2 anni (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), laureandomi in Giurisprudenza, dopo sosta forzata per attendere il termine legale previsto per gli studenti ordinari.

Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ho fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.

Mio figlio Mirko a 25 anni ha due lauree ed è l’avvocato più giovane d’Italia (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità).

Primina a 5 anni; maturità commerciale pubblica al 4° anno e non al 5°, perché aveva in tutte le materie 10; 2 lauree nei termini; praticantato; abilitazione al primo anno di esame forense con compiti corretti in altra sede. Così come volle il leghista Roberto Castelli. Perché anche lui convinto degli esami farsa al sud.

Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ha fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università, o dalle sedi di esame di abilitazione o nei concorsi pubblici ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare. Una cultura socio mafiosa agevolata anche da quel tipo di stampa omologata e partigiana che guarda sempre la pagliuzza e mai la trave. Che guarda il dito che indica la luna e non guarda mai la luna.

Alla fine si è sfigati comunque e sempre, a prescindere se hai talento o dote, se sei predisposto o con intelligenza superiore alla media. Essere del nord o del sud di questa Italia. Sfigati sempre, perché basta essere italiani nati in famiglie sbagliate, e forse, anche perché in Italia nessuno può dirsi immacolato. Per una volta, però, cari giornalisti abilitati (ergo: omologati) guardiamo la luna e non sto cazzo di dito.

Da marche.istruzione.it. Gian Antonio Stella: scheda bibliografica Gian Antonio Stella, 49 anni, vicentino, fa l'editorialista e l'inviato di politica, economia e costume al "Corriere della Sera", giornale in cui, dopo gli anni della gavetta giovanile e l'assunzione al pomeridiano "Corriere d'Informazione", Ë praticamente cresciuto. Sposato, un figlio, cuoco dilettante di un certo talento e chitarrista di appassionata mediocrit‡, vive un po' a Roma, un po' vicino a Venezia, un po' in giro. Vincitore di alcuni premi giornalistici (dall'"E'" assegnato da Montanelli, Biagi e Bocca al "Barzini", dall'"Ischia" al "Saint Vincent" per la saggistica) ha scritto vari libri. Tra i pi˘ noti "Schei", un reportage sul mitico Nordest, "Dio Po / gli uomini che fecero la Padania", un velenoso pamphlet sulla Lega, "Lo spreco", un'inchiesta su come l'Italia ha buttato via almeno due milioni di miliardi di vecchie lire, "Chic", un viaggio ironico e feroce tra gli italiani che hanno fatto i soldi; "Trib˘", uno spassoso e spietato ritratto della classe politica di destra salita al potere nel 2001, e infine ìLíorda, quando gli albanesi eravamo noiî (Rizzoli, 2002; edizione tascabile BUR, 2003), dedicato alla xenofobia e al razzismo anti-italiani che i nostri emigrati vissero sulla loro pelle.

Gian Antonio Stella e quando il Veneto rinunciava ai funerali. «Un aneddoto vissuto in prima persona sulla cultura imprenditoriale dei veneti? Se vuoi ti racconto quello che mi è capitato anni fa. È emblematico, credimi. Un giorno mi telefona a casa Antonio Albanese. Io non lo conoscevo, poi siamo diventati amici. Lui sapeva che avevo scritto parecchia roba sui veneti, sugli schei, sul loro attaccamento […] BRUNO PERINI isu nformazionesenzafiltro.it

La prof pugliese con il record di 100 e lodi: «Noi del Sud siamo più accoglienti, non faciloni». Valentina Santarpia su Il Corriere della Sera lunedì 31 luglio 2023.

La docente di latino e greco del Flacco di Bari: 4 lodi e otto cento nella sua classe. «Non siamo faciloni, ma riconosciamo gli sforzi. E le splendide carriere universitarie dei nostri studenti ci danno ragione. I ragazzi vanno valorizzati, non castigati» 

«Non capisco cosa c'è di strano: abbiamo un ministero che ha cambiato nome apposta, si chiama dell'Istruzione e del merito proprio perché vuole valorizzarlo. Noi lo facciamo e veniamo criticati? ». Patrizia Grima, 59 anni, insegnante di latino e greco dall’89, vanta nella sua classe, al liceo classico Flacco di Bari, 4 lodi e otto cento all'indirizzo internazionale quadriennale. Come certificato dai dati del ministero dell'Istruzione e del merito qualche giorno fa, la sua classe è una di quelle da record, che alla maturità ha fatto incetta di voti alti, portando proprio la Puglia in cima alla classifica con più «cento» e «lodi» di tutta Italia, in buona compagnia con altre regioni del Sud. Voti che sembrano cozzare con i risultati Invalsi, che invece vedono anche quest'anno gli studenti meridionali indietro rispetto a quelli del Nord.

«E di cosa ci stupiamo? - sorride Grima- Il modo in cui noi accogliamo i ragazzi, li curiamo, e come si comportano i prof del Nord, riflette la stessa differenza che c'è tra le città: se pensiamo a come possono essere accoglienti una città come Napoli o altre del Sud nei confronti di tutti, anche quelli che sono tra virgolette diversi, e quelle del Nord che senz’altro sono più respingenti. Noi professori del Sud siamo più accoglienti di quelli del Nord».

Vi rimproverano di essere meno severi.

«Ma non è così: quest'anno poi l'esame è tornato ad essere rigoroso, con le prove scritte e una commissione esterna. Nessun sospetto di “aiutini”. Piuttosto, siamo pronti a riconoscere il merito, come ci prescrive il ministero, e a riconoscere un percorso di studi. Abbiamo un modo diverso di valutare e di considerare i punti forti e deboli di uno studente. Non dobbiamo avere il braccino corto, e vedere cosa non manca, ma vedere cosa è stato fatto sulla strada della maturità».

Al Nord non ne tengono conto?

«Non so, credo che al Nord tengano conto più degli standard che di una didattica concentrata sullo studente, come succede qui al Sud. I docenti hanno un modo diverso di vedere i passi in avanti dei ragazzi e riconoscere i loro passi avanti».

Però i dati Invalsi sembrano dargli ragione...

«Non possiamo paragonare i dati sic et simpliciter alla maturità, quei test li fanno gli studenti di diverse classi. E quelli che si preparano alla maturità hanno la capacità di prepararsi all'esame di Stato e contemporaneamente di fare i test per l'università. Ci tengono, e dimostrano fino all'ultimo il loro impegno anche se hanno già in tasca un posto in qualche ateneo prestigioso. E noi li premiamo per questo».

Non rischiate di essere troppo generosi?

«No, io sono sicura che siamo sulla strada giusta. Dobbiamo stare attenti a curare il percorso dei ragazzi, a seguirli lungo la strada della maturazione, che è lenta. Spesso all’inizio arrancano e poi fanno un exploit, se andiamo a cercare ogni cavillo non abbiamo capito niente di didattica».

Ma questo metodo non falsa la percezione dei voti?

«Ma no. I ragazzi non pensano ai crediti quando sono al terzo anno, iniziano a pensarci solo all’ultimo anno quando ormai parte dei giochi sono fatti. E allora dobbiamo pensarci noi, individuare quegli studenti che hanno delle potenzialità e valorizzarli: dobbiamo essere lungimiranti, riconoscere le potenzialità e i risultati effettivi. Non solo considerando le loro performance alle interrogazioni e alle verifiche. Uno studente bravo non è solo quello che mi traduce alla perfezione».

E cosa bisogna considerare?

«La capacità di partecipazione ai progetti curricolari, di lavorare su più discipline, di partecipare alle gare di matematica, latino, greco, filosofia. Questo è un modo di vivere la scuola corretto: la scuola fa parte della vita».

Quelli del Nord non lo fanno?

«Non voglio fare confronti, ma credo che noi docenti non dobbiamo fare i castigamatti, ma fare didattica formativa. Non possiamo essere controllori col bastone, tutti gli sforzi vanno sostenuti e valorizzati, altrimenti i ragazzi si scoraggiano. Un cento e lode in più non ci fa essere meno attenti, né ci può far apparire faciloni, siamo solo capaci di considerare la qualità degli sforzi. E le carriere dei nostri ragazzi ci dimostrano che abbiamo ragione».

In che senso?

«Tutti i nostri studenti premiati da voti alti fanno carriere universitarie splendide, abbiamo riscontri pazzeschi. Alla fine il riconoscimento delle università, non solo baresi, sia chiaro, ma italiane e straniere, sono incredibili».

Inviterebbe i docenti del Nord a fare un po’ di scuola al Sud?

«Si, sarebbe bello fare degli scambi. Abbiamo tutti da imparare».

L’80 per cento dei nuovi prof del Sud. Perché trasferirli non è un complotto. I dati di «Tuttoscuola»: nel Meridione c’è soltanto un terzo delle cattedre disponibili. Non potendo muovere scuole e studenti sono i docenti a doversi spostare al Nord, scrive Gian Antonio Stella il 10 agosto 2016 su "Il Corriere della Sera". Allora: spostiamo gli studenti al Sud? A leggere certi strilli sulla «deportazione» dei docenti meridionali al Nord cadono le braccia. Certo, è possibile che il famigerato «algoritmo» che ha smistato maestri e professori abbia commesso errori. E vanno corretti. Ma i numeri sono implacabili: 8 insegnanti su 10 sono del Mezzogiorno però lì c’è solo un terzo delle cattedre disponibili. Non per un oscuro complotto anti meridionalista: perché gli alunni delle «primarie» e delle scuole di I° grado sono oggi mezzo milione in meno di vent’anni fa. Lo studio capillare che spazza via certi slogan urlati in questi giorni è di Tuttoscuola. Che grazie a un monitoraggio capillare, nome per nome, regione per regione, dimostra: «Solo il 37% degli studenti italiani risiede al Sud, Isole incluse (18 anni fa era il 47%); mentre ben il 78% dei docenti coinvolti in questa tornata di trasferimenti è nato nel Meridione». Risultato: la scuola italiana è come una «grande nave con un carico molto più pesante a prua (il Nord del Paese), che fa scivolare gradualmente verso quella prua una quota crescente del personale, collocato in misura preponderante a poppa (al Sud)». E non c’è algoritmo che, quella nave, possa raddrizzarla. Almeno in tempi brevi. Il guaio è che, prima ancora della frana 2013/2015, con più morti che nascite come non accadeva dalla influenza spagnola del 1918, il Sud subisce da tempo un’emorragia demografica. Conseguenza: «Meno studenti, meno classi attivate, meno personale docente. Confrontando i dati degli alunni iscritti nelle scuole del primo ciclo nel 1997-98 con quelli degli anni successivi, risulta una flessione costante». Nel ‘97-‘98, ad esempio, gli iscritti meridionali alle materne, alle elementari e alle medie erano 2.032.338 cioè il 46,6% del totale nazionale. Quest’anno 1.586.589, pari al 37,5%. Quasi mezzo milione, come dicevamo, in meno. Contro un aumento parallelo di 320.809 alunni al Nord. Di qua +14%, di là -22%. Va da sé che l’equilibrio domanda e offerta ne è uscito stravolto. E questo «squilibrio», prevede la rivista diretta da Giovanni Vinciguerra, sarà registrato «per altre migliaia di professori della secondaria di II grado». È la conferma che «il Mezzogiorno, da decenni avaro di posti di lavoro, privilegia come valvola di sfogo occupazionale l’insegnamento, mentre i giovani delle altre aree territoriali sembrano non prioritariamente interessati a questa professione, grazie forse a più favorevoli offerte di lavoro locali». Problema: non c’è bicchiere capace di contenere un litro d’acqua. I docenti meridionali sono 30.692 ma i posti a disposizione al Sud sono 14.192: «Come possono 14.192 sedi accogliere 30.692 insegnanti? Neanche Einstein avrebbe potuto inventare un algoritmo in grado di risolvere un’equazione simile». Maestri e professori «in eccedenza» nel Mezzogiorno sono complessivamente 16.500, quelli che mancano al Centro-Nord 17.628. Di qua quasi il 67% in meno, di là quasi il 54% di troppo. Con addirittura un picco del 64,3% di insegnanti in eccesso in Sicilia. La quale copre da sola oltre un terzo dei docenti costretti ad andarsene dalla propria regione. Capiamoci: come dicevamo, e come sono stati costretti ad ammettere la stessa Stefania Giannini o Davide Faraone, l’algoritmo usato per distribuir le cattedre in base a vari parametri (anzianità di servizio, titoli, specifiche esigenze familiari...) «incrociati» con l’ordine delle province preferite (ogni docente poteva metterne in fila cento, dalla propria a quella più lontana o più scomoda da raggiungere) può aver commesso errori. Anzi, vere e proprie ingiustizie che hanno premiato qualcuno a danni di altri. E quelle ingiustizie, come dicevamo, vanno riparate. Partendo dalla massima trasparenza chiesta a gran voce da chi contesta le graduatorie. Mediamente, spiega Tuttoscuola, «soltanto il 38% di docenti meridionali ha trovato sede nella propria regione, mentre il 62% è rimasto fuori. Al contrario, il 74% dei docenti nati nel Centro-Nord è rimasto nella propria regione». Colpa di quella nave sbilanciata a prua. Ma se un pugliese finisce in Sicilia e un siciliano in Puglia, dato che non pesava il merito professionale ma solo l’algoritmo, poteva probabilmente esser fatto di meglio. Ed è vero che, in cambio del posto fisso, viene chiesto a molte persone non più giovani, dopo anni di supplenza, con figli e famiglie radicate, un sacrificio pesante. A volte pesantissimo. Detto questo, le urla contro «la deportazione coatta», i lamenti per «una misura indecente e inaccettabile», le denunce degli «esiti nefasti della mobilità nella scuola», gli appelli contro «l’esodo biblico», sono esasperazioni che si rifiutano di tener conto di un dato di fatto: non potendo spostare scuole e studenti, devono spostarsi i docenti. Come accettò di andare a insegnare in un liceo dell’allora lontanissima Matera Giovanni Pascoli. O dell’ancor più lontana Nuoro Sestilio Montanelli, che si portò dietro tutta la famiglia, a partire dal nostro Indro. E centinaia di migliaia di altri docenti. Consapevole oggi dei disagi, dei problemi, dei drammi familiari, però, il governo potrebbe cogliere l’occasione, come invita Tuttoscuola, per dare una svolta alla scuola meridionale, marcata dall’altissima dispersione e da «scadenti risultati nei test Invalsi e Pisa». Alla larga dall’assistenzialismo, ma vale davvero la pena di tener aperte le scuole meridionali, incentivare il tempo pieno, puntare sull’istruzione. Soprattutto nelle aree a rischio.

Professori delle scuole paritarie discriminati. Il caso finisce alla Ue. Storia di Paolo Ferrario su Avvenire il 25 agosto 2023.

Toccherà alla Corte di Giustizia europea stabilire se il servizio pre-ruolo prestato nelle scuole paritarie può essere conteggiato ai fini della ricostruzione della carriera degli insegnanti. A rivolgersi alla magistratura di Lussemburgo è stato il Giudice del Lavoro del Tribunale di Padova, chiamato ad esprimersi sul caso di un insegnante che, una volta assunto a tempo indeterminato nella scuola statale, è stato inquadrato nella fascia retributiva con zero anni di anzianità, nonostante avesse prestato servizio, per cinque anni, in un istituto paritario della zona.

Una discriminazione vera e propria che ha origine in una legge di quasi trent’anni fa, mai aggiornata. L’articolo 485 del decreto legislativo 297 del 1994, riconosce, ai fini della carriera, il servizio prestato nelle scuole «parificate e pareggiate», confluite nelle scuole paritarie dopo l’approvazione della legge 62 del 2000. Il fatto però è che, appunto, l’articolo 485 non sia mai stato aggiornato, - e che, quindi, non contenga la parola “paritarie” - impedisce il riconoscimento di questo diritto a decine di migliaia di insegnanti precari.

Scuola, oltre 62mila assunzioni a tempo indeterminato

Oltre trecentomila, secondo il sindacato autonomo Anief, che ha sostenuto la battaglia del docente padovano e ora invita tutti i docenti potenzialmente interessati, a presentare ricorso per vedersi riconosciuto un diritto e la relativa retribuzione economica. Che ammonta a una discreta somma: oltre 2 miliardi e mezzo di euro che lo Stato ha risparmiato non adeguando le retribuzioni di circa 300mila insegnanti transitati dalle scuole paritarie alle statali. Cifra calcolata dal Comitato nazionale per il riconoscimento del servizio nelle paritarie, che conta 1.400 aderenti circa e che, con la portavoce Filomena Pinca, «plaude all’iniziativa dell’Anief». «In questi anni le abbiamo provate tutte e, adesso, speriamo davvero che la Corte di Giustizia europea ponga fine a questa odiosa discriminazione nei nostri confronti», aggiunge Pinca.

Un’eventuale pronunciamento favorevole ai docenti, dovrebbe essere tenuto in considerazione anche dal legislatore italiano, che finora si è sempre allineato alle sentenze della Cassazione e della Corte Costituzionale che, invece, hanno avallato il mancato computo del servizio di insegnamento nelle scuole paritarie. E ciò, nonostante il fatto che, lo stesso servizio, sia considerato valido, dalla legge 333 del 2001, per l’inserimento nelle Graduatorie ad esaurimento, da dove viene “pescato” il 50% dei docenti assunti dallo Stato a tempo indeterminato.

Una situazione «illogica e irragionevole» per il giudice di Padova. Che chiede alla magistratura europea di stabilire se questo comporti anche la violazione del principio di «parità di trattamento», stabilito dalla direttiva comunitaria 1999/70, tra dipendenti a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato. Una prima risposta la dà lo stesso Tribunale di Padova: «Risulta pacifico che non sussiste alcuna differenza tra le funzioni, la formazione, i servizi e gli obblighi professionali di un insegnante a tempo indeterminato della scuola statale e quelli di un insegnante a tempo determinato della scuola paritaria». Forse, basterebbe aggiornare una legge vecchia di trent’anni, per evitare a migliaia di lavoratori di ricorrere alla giustizia per vedersi riconosciuto il diritto ad una giusta retribuzione.

Estratto dell’articolo di Umberto Mancini per “il Messaggero” lunedì 14 agosto 2023

L'allarme lo ha lanciato per prima l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario: il settore delle università telematiche deve riallineare gli interessi economici con la qualità dell'offerta formativa. […] E se da una parte c'è un mercato che vale 19,5 miliardi di euro, dell'altra c'è la sfida sulla qualità dello studio […]

Proprio per questo l'Anvur, l'Agenzia nazionale vigilata dal Ministero dell'Università e della Ricerca, ha messo sotto osservazione la modalità di gestione dell'offerta di digital learning da parte delle università telematiche che si distinguono oggi per non essere ancora allineate alla qualità delle università tradizionali

[…]

Come noto, uno degli indicatori per misurare la qualità della proposta formativa è il rapporto fra numero di docenti e di studenti all'interno dei corsi.

Stando all'ultimo documento sul Sistema della Formazione Superiore e della Ricerca pubblicato dall'Agenzia, pubblicato nello scorso mese di giugno, durante i corsi tenuti nel 2022 le università tradizionali hanno messo a disposizione un professore per ogni 28,5 studenti in media, mentre nelle telematiche il rapporto sale a 384,8 studenti per ogni docente.

Questo determina costi inferiori e ricavi decisamente più elevati per organizzare una stessa tipologia di corso, senza garantire gli stessi standard qualitativi di formazione.

[…] Il messaggio arriva a valle di una valutazione sulle 11 università telematiche messe a confronto con quelle tradizionali. Nessuna ha infatti ottenuto una promozione a pieni voti da parte dell'Agenzia. 

La maggioranza - ben otto - ha raggiunto un giudizio «soddisfacente», solo una università è considerata «pienamente soddisfacente» e ben due sono sotto state messe sotto osservazione per la mancanza di alcuni elementi di qualità fondamentali.

[…] Nel frattempo, il numero di scritti agli atenei telematici in Italia continua a crescere. Nell'anno accademico 2011/12 erano circa 44 mila, dieci anni dopo erano saliti a 224 mila unità. Un decimo del totale dei diplomi di laurea conseguiti in Italia nell'anno accademico 2020/21 è stato rilasciato dalle università telematiche. La percentuale diventa più rilevante per i "Master" di primo livello: il 35 per cento dei diplomi è stato emesso dagli atenei digitali.

Il solito velato razzismo ed approssimazione.

Record di diplomi facili, nell’istituto napoletano 866 iscritti in quinta (e nessuno nei primi quattro anni). Storia di Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera il 15 agosto 2023.

In un anonimo edificio sotto il Vesuvio, sopra il pianterreno occupato da un centro per il «dimagrimento a accelerazione metabolica», c’è il più obeso centro d’ingrasso dei diplomi di maturità italiani. In grado di iscrivere agli ultimi esami di maturità 2023, come denuncia un’inchiesta di : il doppio dei maturandi iscritti (451) all’Istituto alberghiero Pietro Piazza di Palermo, che con 2.308 allievi dalla Iª alla Vª superiore (e son calati: tre anni fa erano 2.840 con 175 classi!) risulta essere la più grande e iper-affollata scuola d’Italia. Tutti promossi, o quasi. In linea con la «severissima» media italiana delle promozioni diffusa qualche settimana fa dal ministero: 99,8% degli ammessi.

Un prodigio prodigioso: tutti i candidati interni delle paritarie hanno per legge «l’obbligo di frequenza per tre quarti del monte ore annuale» e ciascuno ha per legge diritto in aula a 1,96 metri quadri di «aria» più gli spazi comuni, dall’aula magna alle segreterie e tutto il resto. Dove metterli tutti insieme ammassandoli con gli iscritti dal primo al quarto anno? Sorpresa: l’istituto paritario vesuviano che offre la possibilità di maturarsi al Liceo di scienze umane, all’Istituto tecnico meccanico, amministrativo o elettrotecnico o all’Istituto professionale alberghiero, ha iscritti solo al 5° anno. E al primo, secondo, terzo e quarto anno che ogni istituto paritario dovrebbe avere per garantire un’offerta scolastica completa? Alunni zero, rispondono i tabulati della pubblica istruzione. Manco uno. Zero carbonella.

Vi chiederete: è mai possibile che esista una scuola così che porta all’esame finale 866 studenti cioè il quintuplo della media (184) di tutte le altre scuole italiane? Il formidabile dossier della rivista, intitolato «Il gran bazar dei diplomi di maturità», non fa nomi. «Non ci interessa far la lista dei (presunti) peccatori», dice il direttore Giovanni Vinciguerra, «ci preme di più mettere a fuoco il peccato. Perché il bubbone dei diplomi facili, come già spiegavamo un paio di settimane fa nel primo rapporto ripreso dal Corriere e raccolto dal ministro Valditara con l’apertura di un’inchiesta, sta scoppiando». Incrociando i dati di Tuttoscuola e quelli della banca dati ministeriale un nome però affiora. Quello del Centro scolastico «Elsa Morante» di Ottaviano, il comune nel parco del Vesuvio dominato dal grandioso castello mediceo che negli anni bui finì nelle mani del boss camorrista Raffaele Cutolo per esser poi confiscato e restituito alla comunità civile.

«Accelerate verso il futuro», incita l’home page. Palazzina moderna. Già sede di un bowling e un patronato sindacale. Quattro piani. Quello a terra occupato da un centro dimagrante con massaggi, ultrasuoni e fango-terapia, gli altri dall’istituto. Che linka come proprio indirizzo su google map (oggi lo cambieranno, ma fino a ieri sera era così) una via non di Ottaviano ma alla periferia di Torino (Strada di S. Mauro, 220), promette di «infondere ai ragazzi motivazione, autostima e fiducia in sé stessi» e svolazza con foto di maniera e testi finti nella certezza che nessuno li leggerà: «Focus sullo studente: i serramenti sono progettati in modo tale da garantire un altissimo livello di sicurezza» (sic!). Oppure: «Valore legale: offriamo lavorazioni su misura per rispondere alle richieste del cliente» e via così... Pressappochismo al cubo. Premiato, accusa l’inchiesta, da un crescente giro d’affari stimato «in un solo biennio» («Ognuno ha il suo interesse: diplomandi, gestori, docenti, che spesso però sono anche sfruttati e malpagati») sui «7 milioni e 650 mila euro». Con «utili prima delle imposte che supererebbero i 4 milioni in due anni».

Del destino di questa o quella «scuola» che getta ombre sinistre su migliaia di «paritarie» che funzionano, sia chiaro, a Tuttoscuola(e al Corriere) non interessa un fico secco. Ma che in quasi perfetta coincidenza col perimetro della «Terra dei fuochi» avvelenata dai rifiuti tossici ci sia un’area del Paese pari allo 0,4% del territorio scolasticamente avvelenata dalla metà esatta dei sospetti «diplomifici» (per il 90% intorno a Napoli) è un problema che tocca l’Italia tutta. Tanto più che in 14 dei 35 principali comuni coinvolti, da Ottaviano ad Acerra, è già avvenuto perfino il sorpasso di questo tipo di scuole paritarie su quelle pubbliche (rischiando d’infettare aree ancora più vaste) e l’andazzo, basato sull’assurdità che «un diploma vale l’altro», viene fin troppo tollerato se non agevolato da chi dovrebbe vigilare.

Dice la legge, infatti, che l’aggiunta in una scuola paritaria di una «classe collaterale» dovuta all’inatteso aumento di iscritti all’ultimo anno delle «superiori» dev’esser contenuta: al massimo una per indirizzo. Macché: nell’anno scolastico 2020-21 ne sono state autorizzate 664. Una a testa dagli uffici scolastici lombardi, piemontesi e veneti, 71 da quelli laziali, 86 da quelli siciliani e 462 (in 268 istituti) da quelli campani. Classi collaterali salite nel 2022-23 a 528. Per un terzo accordate direttamente dalle autorità scolastiche, per due terzi concesse dopo raffiche di ricorsi delle «paritarie» al Tar. Ricorsi quasi sempre benedetti da sentenze favorevoli all’allargamento delle maglie con la stessa motivazione: «La prescrizione contenuta al punto 4.8 per le classi terminali, riduttiva a una sola classe collaterale nei confronti degli studenti neo iscritti” che “non possano essere inseriti nelle classi esistenti”, non può ritenersi operante nei confronti degli studenti lavoratori “stante l’assenza di specifica previsione normativa e pertanto esplicante efficacia esclusivamente nelle ipotesi ordinarie di studenti non lavoratori».

Domanda: chi controlla che questa massa di iscritti nell’area dei diplomifici provenienti dalle più varie contrade italiane sia composta davvero di studenti lavoratori che peraltro dovrebbero frequentare almeno due terzi delle lezioni nelle «paritarie» campane pur vivendo a Biella, Barletta o Forlì? Nessuno. Perfino nei casi, come quello dell’istituto di Ottaviano, in cui non c’è un solo alunno che frequenti la scuola nei primi quattro anni di indirizzo prima dell’abnorme esplosione finale alla vigilia della maturità. No, così non va. E c’è un solo modo per uscirne: controllare che le regole vengano rispettate. E seguire una serie di suggerimenti, perfino ovvi, che la stessa rivista propone punto per punto. Sennò invocare il «merito» resterà sempre un’esercitazione di chiacchiere.

Estratto dell’articolo di Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera” sabato 29 luglio 2023

Mandereste vostro figlio a fare la maturità in una scuola tanto al chilo? Eppure così appaiono certi istituti paritari denunciati in un dossier di Tuttoscuola. Una rete di diplomifici che sfornano ogni anno migliaia di «titoli» buoni per i concorsi pubblici e si vantano online di «rilasciare certificati in media in un giorno» e di «irradiarsi in tutta la penisola con centri di ascolto» e di scansare perfino l’obbligo più ovvio: quello di frequentare almeno una parte delle lezioni. Alla faccia del «merito».

[…] E il direttore Giovanni Vinciguerra si rifiuta di puntare l’indice su questo o su quell’istituto: «È il sistema con le sue regole a consentire storture indecenti». Incrociando i dati e le «promesse» contrattuali offerte sul mercato agli aspiranti diplomandi, però, sul web si trova di tutto. Compresi indirizzi che si sdoppiano e si moltiplicano e rimandano nelle «street view» di Google map a sgarrupate periferie metropolitane, orrendi «bassi» popolari e talora vere e proprie catapecchie: muri scrostati, grondaie arrugginite, mattonelle divelte, spiazzi ingombri di sterpaglie.

Guai a fare d’ogni erba un fascio: la larga maggioranza delle «paritarie» italiane, quattro quinti, è estranea allo spaccio di attestati. I diplomifici, però, ci sono. Al punto di dar vita addirittura a fenomeni di «turismo diplomante». E sono riconoscibili per una caratteristica: hanno pochi o pochissimi studenti iscritti fino alla vigilia della prova finale per il pezzo di carta utile per i concorsi pubblici e poi iscritti che miracolosamente si moltiplicano tra il quarto e il quinto anno.

Un’impennata che nell’ultimo anno scolastico è arrivata a uno stratosferico +166%.

Con punte paradossali.

Un esempio? Quello di un istituto «passato da 11 iscritti in quarta a 296 l’anno dopo in quinta»: ventisette volte di più. Tutto «normale»? «Un altro istituto ha complessivamente avuto negli ultimi sei anni soltanto 31 studenti iscritti al quarto anno, diventati in tutto 1.083 al quinto con un incremento di 1.052 iscritti nel sessennio (+3.194%)». Un altro ancora partito da 138 è salito nello stesso periodo, sempre per il 5° anno, a 1.388: «Ipotizzando una retta media di 5 mila euro, i ricavi di questo istituto solo per le iscrizioni al 5° anno sfiorerebbero in sei anni i 7 milioni».

 […] queste scuole accuratamente scelte per ottenere la benedetta pergamena sono 92. 

Una quota minore (il 6,5%) delle 1.423 «paritarie» che portano gli studenti all’esame di maturità. Ma concentrata in una roccaforte: «Il 90,5% dei 10.941 nuovi iscritti sono in istituti paritari della Campania. Il 6,3% in istituti del Lazio. Il 3,2% in istituti della Sicilia. Stop: nessuno è localizzato in altre regioni d’Italia».  […] 

Una progressione inarrestabile: dal 2015/16 fino a questo anno scolastico «l’incremento di iscritti a livello nazionale nelle paritarie tra il quarto e il quinto anno delle superiori è stato di 166.314».

Oltre 105 mila in Campania, gli altri in tutte le altre regioni messe insieme. Un caso? Dice il Dpr 122/2009 che «ai fini della validità degli anni scolastici, compreso l’ultimo anno di corso (…) è richiesta la frequenza di almeno tre quarti dell’orario annuale». Ma in realtà «in base a quanto risulta da contratti per l’iscrizione nella scuola visionati da «Tuttoscuola», in molti casi sono esplicitamente previste nel corso dell’anno scolastico trasferte di 48-72 ore presso l’istituto dove si svolgerà l’esame finale per un numero di visite che si conta sulle dita di una mano». 

Un weekend ogni tanto… «La violazione di legge sulla frequenza per almeno tre quarti dei giorni di lezione messa in atto quasi sempre dagli istituti in odore di diplomificio è la loro carta vincente verso la clientela». Pronta a pagare, stando ai tariffari on-line, «una cifra compresa tra i 1.500 e i 3.000 euro, più una tassa d’iscrizione che va da 300 a 500 euro.

Per gli esami di idoneità, il prezzo varia tra i 1.500 e i 3.000 Euro. Per il diploma di maturità la retta media è 2.500-4.500 Euro. Ma ci sono casi in cui si arriva a 8.000 o addirittura a 10.000...» E lo Stato che fa? Boh...«Sembra abbia rinunciato alla lotta contro i diplomi facili, azzerando o quasi i controlli». Due numeri: negli anni 90 gli ispettori che facevano le verifiche «erano 696. Ne sono rimasti in servizio solo 24. Alcuni prossimi alla pensione. Ai quali si aggiungono 59 dirigenti tecnici con incarichi triennali che dovrebbero vigilare su circa 8 mila istituzioni scolastiche statali e circa 12 mila paritarie. Ottantatré ispettori per 20 mila scuole… Nel Regno Unito gli ispettori sono circa 2 mila (inclusi quelli part-time), in Francia circa 3 mila».  

Auguri... Perché non ne assumono? Una parola: «Il penultimo concorso è stato nel 1989; il successivo iniziato nel 2005 si è concluso nel 2014. Infine il nuovo concorso ha mosso i primi passi nel 2019 e ad oggi non è stato ancora bandito». Due concorsi in 34 anni. […]

Antonio Giangrande: Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo. Antonio Giangrande

Antonio Giangrande:

Bisogna studiare.

Bisogna cercare le fonti credibili ed attendibili per poter studiare.

Bisogna studiare oltre la menzogna o l’omissione per poter sapere.

Bisogna sapere il vero e non il falso.

Bisogna non accontentarsi di sapere il falso per esaudire le aspirazioni personali o di carriera, o per accondiscendere o compiacere la famiglia o la società.

Bisogna sapere il vero e conoscere la verità ed affermarla a chi è ignorante o rinfacciarla a chi è in malafede.

Studiate “e conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi” (Gesù. Giovanni 8:31, 32).

Studiare la verità rende dotti, saggi e LIBERI!

Non studiare o non studiare la verità rende schiavi, conformi ed omologati.

E ciò ci rende cattivi, invidiosi e vendicativi.

Fa niente se studiare il vero non è un diritto, ma una conquista.

Vincere questa guerra dà un senso alla nostra misera vita.

Dr Antonio Giangrande

Quell’esame di maturità da privatista.

Manduria. Istituto Tecnico Statale Commerciale e per Geometri “Luigi Einaudi”. Ore 8 del giorno 22 giugno 1992.

Su comunicazione del preside prof. Giovanni Semeraro, con provvedimento n. 22565/91/3 del 19 maggio 1992, mi si ammetteva a sostenere l’esame di maturità per tutti e cinque gli anni di corso ordinario.

Esame non sostenuto in tempo debito perché in famiglia lo studio non era ritenuto essenziale per il futuro: meglio avere, che essere.

Avevo 29 anni. Uomo tra ragazzi.

Indifferente affrontai l’esame, prima scritto, poi orale. Tutte le materie dei cinque anni di corso.

La commissione si integrò con docenti per le materie non previste nella maturità ordinaria.

La prova scritta fu eccellente: ottimi voti, pari ai più bravi.

La prova orale fu una corrida: sfilze di domande da innumerevoli docenti.

Qualche commissario era restio a promuovermi, subissandomi di domande, anche a trabocchetto. Forse non per cattiveria (qualcuno sì) o non perché fossi impreparato, ma per l’eccezionalità del fatto che poteva creare un precedente scomodo.

Il presidente della Commissione alla fine mi chiese: perché hai affrontato l’esame?

Risposta: ho già tutte le patenti superiori, compreso il CAP (certificato abilitazione professionale), ho quasi vinto il concorso per autista del magistrato (nel periodo delle stragi di mafia), e sarebbe bello presentarsi ad esso come diplomato e non come analfabeta.

Alla fine la commissione espresse il seguente giudizio: “il curriculum e le prove integrative hanno evidenziato una adeguata cultura di base del candidato che durante le prove e del colloquio ha dimostrato di possedere una preparazione accettabile anche se non criticamente approfondita”.

Ringrazio Dio per avermi sostenuto.

Quel concorso non l’ho vinto, perché era truccato e già assegnato ad altri.

Decisi allora di non essere l’autista, ma lo stesso magistrato.

Partii per Milano per poter lavorare e studiare. Avevo moglie e due figli, avuti a 20 anni ed a 21.

In quel posto mi dissero che il diploma l’avevo comprato, perché impossibile ottenere quel risultato.

A Milano le 26 annualità, ossia gli esami per la laurea in Giurisprudenza quadriennale, li superai in due anni.

Dovetti aspettare altri due anni per poter sostenere l’esame di laurea.

Mi laureai l’11 luglio 1996.

Ringrazio Dio per avermi sostenuto.

Il 21 settembre 1996 inizia la mia pratica forense. Presso il Tribunale di Taranto.

Il 18 aprile 1998 inizia la mia attività forense con patrocinio legale, fino al 18 aprile 2004, in attesa dell’abilitazione che dopo 17 anni di esami farsa non arrivò mai.

Ero un elemento estraneo e scomodo al sistema.

La mia preparazione da privatista mi rese immune da influenze ideologiche e lobbistiche.

Affrontai altri concorsi: truccati. Presentai le prove: ignorate.

Tutti i miei sacrifici, e la mia vita sprecata, immolati alla ragion di uno Stato criminale.

Ormai anziano indigente posso solo fare il saggista di denuncia civile: libri che sul web tutti leggono, ma che nessuno compra.

Al contrario, buon sangue non mente, mio figlio è diventato l’avvocato più giovane d’Italia a 25 anni con la doppia laurea. Telenorba gli dedicò un servizio. Primina, esame di maturità allo stesso Istituto di cui sopra, al 4° anno perché aveva 10 in tutte le materie, abilitazione forense al primo anno di esame. Oggi non vuol fare l’avvocato, ma lavoro all’Ufficio del Processo di Parma, superando quel concorso e quello ostico di abilitazione di professore degli istituti superiori.

Ringrazio Dio di averlo sostenuto.

Antonio Giangrande

 Quel mio esame di Maturità da privatista a Gioia del Colle. Ricordo il tema di Italiano, e altro che cellulari in classe...Michele Mirabella su La Gazzetta del Mezzogiorno l’8 Gennaio 2023.

Ho sostenuto gli esami di maturità presso il Liceo Classico “Virgilio” di Gioia del Colle. Troppi anni fa. Vi fui destinato d’autorità stante la mia condizione di privatista.

Molti conoscono che cosa fosse quella condizione limbica: studenti che s’erano preparati lontano dalle aule scolastiche, privatamente, appunto. Studenti che avevano sciolto il legame con l’ordinamento della scuola: molti lo ritenevano penitenziale e prendevano la strada avventuriera dell’esame da privatista. Costui non era visto di buon occhio, anzi: v’era verso di lui un non so che di vigilanza soverchia, d’attenzione curiosa, di sospetto. Era un legionario straniero che aveva anticipato l’uscita dal fortino, mettendosi in viaggio senza il viatico rassicurante dell’istituzione scolastica, sciogliendosi dall’onere diligente della frequenza noiosissima e studiando da solo o appena assecondato da lezioni private. Queste che furono e, forse, ancora sono, provvidenziali integrazioni salariali per i professori maltrattati dall’esosità dello Stato ignaro della benemerita categoria, erano considerate dalle commissioni con malcelata antipatia, non si può negarlo. C’era, poi, anche il sospetto che il privatista fosse solo un figlio di papà, viziato e ciuccio, spintonato verso la maturità grazie a raccomandazioni pesanti e dosi massicce di nozionismo dell’ultima stagione.

Generalmente la falce delle commissioni calava sui privatisti in un’epoca in cui i maturi al primo turno, per così dire, erano un’esigua minoranza, parecchi solo dopo il ballottaggio di settembre e non pochi i respinti senza pietà nel purgatorio dei ripetenti. I recidivi delle bocciature, spesso, s’arruolavano tra i privatisti. L’avventura continuava.

Capitava, e a me capitò, d’incontrare un professore che m’aveva preparato nella commissione vagabonda che ti toccava in sorte. In tal caso la giustizia scolastica non perdeva tempo e, per legittimo sospetto, ti destinava ad altra giuria esaminatrice. A me, appunto, successe: tentai delle dichiarazioni spontanee, ma non potei neanche aprir bocca. Ed eccomi nei grandi e luminosi corridoi del Liceo Classico “Virgilio” di Gioia del Colle, da privatista deportato, per giunta.

Era una bella mattina di luglio e l’aria profumava di campagna anche nelle aule stagionate della scuola e, anzi, l’odore d’erba e terra e frutta si mescolava con quel tanfo tenue che avevano un tempo le scuole: un misto d’inchiostro, polvere, gesso, sudore, lavanda della professoressa d’Educazione Fisica, merende, matite, carta di quaderno, legno dei banchi, greve fumo di Nazionali super, fiori appassiti e cesso.

Il sole allagava di luce il corridoio dove sedevano, uno per banco, i maturandi tutti vestiti a festa. S’usava andare all’esame così, con una pretesa, se non d’eleganza, certo di correttezza. Mia madre aveva imposto la camicia bianca e una cravatta regimental di mio padre, rossa e blu.

Questi tremanti figurini si sarebbero dovuti misurare con i temutissimi temi. M’era stato detto e ripetuto di far molta attenzione all’”elaborato” (così dicevano i Provveditori) d’Italiano, perché la commissione l’avrebbe tenuto in gran conto per valutare la maturità del candidato, a cominciare dalla scelta della traccia tra le tre regolamentari. Le trovai tutte e tre bellissime e sentivo che avrei avuto da scrivere in tutti i casi. Ci pensai su dieci minuti. Scartai il tema storico, diffidando della mia memoria delle date e della mia scarsa simpatia per le conquiste coloniali italiane di cui avrei dovuto discettare. Altrettanto feci con il tema di Storia dell’arte che, pure, m’affascinava con quella riflessione che ci si chiedeva sulle cattedrali. Avevo in serbo un’elegante citazione a proposito di quei vertiginosi libri di pietra, ma lo sfoggio non sapeva andar oltre e rinunciai. Mi restava la traccia letteraria. Era spaventosa e bellissima: “La concezione del dolore in Leopardi e Manzoni”. Punto. Tutto qui.

M’avventai sul foglio protocollo e sciorinai tutto quello che avevo imparato ad amare su quell’argomento. Mentalmente ringraziavo il mio amatissimo professor Peppino Ricapito che aveva avuto il coraggio di affardellarsi del compito di istruire quel bel pezzo di privatista ch’ero io e scrissi a braccio con veemenza e passione direttamente in “bella”. Ammetto un piccolo peccato di vanità con il rimorso alimentato dalla nostalgia: consegnai dopo tre ore tra l’incredulità e l’invidia dei compagni. Uscii che il sole era quasi a picco.

Adesso m’accorgo che la vanità perdura: avevo cominciato a scrivere un prologo per trattare delle vicende arruffate e incomprensibili, in cui si dibatte la scuola italiana che rischia tra lo sgomento e la confusione di non riuscire a compiere l’irrinunciabile cammino educativo: si discute se consentire o meno l’uso del telefono cellulare nelle aule, durante le lezioni. Solo un ostinato ciuccio ripetente annidato dei ceti dirigenti può ignorare che quegli arnesi informatici sono fonte di sapere preziosa solo nella custodia magistrale degli insegnanti. Diventano milizie mercenarie dell’indolenza giovanile, la conosco bene, che il magistero della scuola deve correggere e reprimere, se necessario. I nativi digitali sono ancora all’asilo anche se sono ormai quasi adulti.

Avrei voluto, ma sarei andato fuori tema. Meglio “i ricordi”, come avrebbe scritto il Manzoni o “le ricordanze” come avrebbe poetato il Leopardi.

«Istruiti ma senza lavoro: questa è la fotografia dei giovani italiani». Rispetto alla media europea, il nostro Paese registra tassi di occupazione degli under 35 in possesso di titolo di studio assai bassi. Il problema è che domanda e offerta nel sistema produttivo nazionale sono disequilibrate. Servono interventi per riorganizzare l'economia e la formazione. Alberto Bruschini su L'Espresso il 15 Novembre 2023

L’indagine dell’Istat sui «livelli di istruzione e i ritorni occupazionali» fornisce un quadro desolante che, purtroppo, non allarma né chi è al governo, né chi è all’opposizione, né persino i cultori della politica economica. L’aspetto più significativo è costituito dalla differenza, in Italia rispetto alla media europea, nel tasso di occupazione dei giovani under 35 anni in possesso di titolo di studio. 

In Italia il tasso di occupazione dei diplomati è del 56,5%, in Europa del 76,9%. Quello dei laureati è del 74,6%, contro l’86,7%. Nella classe di età tra 25-34 anni, i laureati in Italia sono il 29,2%, contro il 42% in Europa. Questi dati pongono il problema sia della domanda sia dell’offerta di lavoro e mettono sul proscenio il tema dell’economia reale. Questione messa da parte con il trionfo della finanziarizzazione dell’economia (dalla fine degli anni ’80), non solo dai governi e dai partiti, ma anche dagli studiosi. 

Sembrava che il rapporto finanza-mercato fosse in grado di risolvere automaticamente il problema dell’adeguatezza dell’apparato produttivo di ciascun Paese all’evoluzione delle forze produttivi mondiali. I dati italiani ci mostrano il contrario. I livelli di istruzione e quelli occupazionali non trovano appropriate risposte neppure con specifici interventi pubblici (sgravi fiscali, contributivi…). 

In Italia sussiste il problema della dimensione troppo piccola delle imprese. Sono più di 4 milioni quelle con meno di 10 dipendenti e 4 mila con più di 250 addetti. I grandi gruppi industriali, peraltro a prevalenza pubblica, si contano sulle dita di una mano (Eni, Leonardo, Fincantieri) e sono oggetto, secondo le previsioni della legge di Bilancio, di dismissioni parziali per reperire 20 miliardi di euro per far tornare i conti. Una recentissima indagine di Excelsior, che prevede 1,2 milioni di assunzioni per il trimestre ottobre-dicembre 2023, mette il dito nella piaga. Infatti, più di 331 mila assunzioni sono previste nei servizi, 272 mila nella ristorazione e nel commercio, 217 mila per operai specializzati in vari settori, 109 mila per lavoratori non qualificati per servizi e costruzioni e soltanto 74 mila in manifattura e logistica, di elevata specializzazione. 

L’evoluzione dell’organizzazione produttiva italiana, nata con la ricostruzione industriale, è stata lasciata al laissez faire. In assenza di un dibattito sul destino dell’economia reale le Pmi si sono limitate a guardarsi dal di dentro per non essere travolte dalla dinamica industriale globale. La transizione ecologica e la digitalizzazione richiedono che ci si occupi di come dovrebbe evolvere la nostra struttura economica. In caso contrario, saremo travolti dall’espansione del turismo. Fenomeno che non colma affatto il vuoto lasciato dalla mancata riorganizzazione dell’attività produttiva, fulcro dell’occupazione per i giovani con livelli di istruzione adeguati. 

I distretti industriali, le filiere produttive della Lombardia, del Nord Est, dell’Emilia-Romagna, delle Marche, della Toscana e di tante vaste aree del Meridione devono diventare oggetto di riflessione e di studio del governo, dell’opposizione e dell’intellighenzia per diventare fucina di azioni pubbliche per l’adeguamento strutturale del sistema economico nazionale. Il nostro apparato produttivo deve uscire dalla nassa della piccola dimensione per cogliere le opportunità della profonda trasformazione mondiale in atto e per dare risposte positive per l’occupabilità di giovani con livello di istruzione crescente.

Estratto dell'articolo di open.online.it domenica 12 novembre 2023.

È servito a ben poco il ricorso al Tar della studentessa di Spadafora, nel Messinese, che ha denunciato irregolarità sulla prova orale di Maturità sostenuta la scorsa estate, costringendo anche tutti i suoi compagni di classe a ripetere l’esame. Alla maturità-bis, che si è svolta ieri, la ragazza ha ottenuto lo stesso punteggio che l’aveva indispettita e convinta a ricorrere alle vie legali: 69 su 100. Il caso ha catturato una grande attenzione mediatica e, rivela la Repubblica, sono in tanti a essere accorsi a Spadafora per assistere alla sua seconda prova orale [...] in un clima di gelo.

La prova orale pare non sia stata particolarmente brillante e la giovane studentessa si è vista riconfermare il 69/100 che tanto la aveva infastidita lo scorso luglio, quando a suo giudizio era stata penalizzata dai professori rispetto ai compagni di classe. Al suo arrivo a scuola, rivela sempre Repubblica, la ragazza è stata scortata dai genitori e dall’avvocata Maria Chiara Isgrò.

Per tutto l’arco dei nuovi esami di maturità non ha mai rivolto la parola ai compagni di classe. A confermare che si è trattato di tanto rumore per nulla è il fatto che non solo lei, ma anche tutti gli altri studenti di Spadafora si sono visti riconfermare il proprio voto di maturità. Solo un paio di loro hanno ottenuto un voto diverso, di uno o due punti superiore rispetto a quello della scorsa estate.

I veleni nella classe che ha rifatto la Maturità. I genitori della studentessa dell’esposto: «Isolata e messa alla gogna». Storia di Riccardo Bruno su Il Corriere della Sera il 27 novembre 2023.

Sono passate più di due settimane dall’esame di maturità ripetuto da 11 studenti del liceo «Galilei» di Spadafora. La vicenda, con la promozione confermata e gli stessi voti ribaditi, si è conclusa dal punto di vista giudiziario, ma restano strascichi, veleni e i rapporti lacerati tra ex compagni. Con il paradosso della studentessa che ha promosso la prima segnalazione, a cui l’ispezione scolastica ha dato ragione, ma finita lei sul banco degli imputati. Così adesso la sua famiglia ha deciso di reagire: «È scoppiata la voglia di protagonismo degli alunni e di alcuni genitori con interviste in televisione, TikTok, Facebook e chi più ne ha più ne metta, dove si continuano a diffondere notizie false. Come ad esempio che il ricorso al Tar l’ha fatto nostra figlia, che lo ha fatto per avere un voto migliore, che il ritardo nella ripetizione dell’esame è addebitabile a lei, quando è chiaro che solo l’ostinazione dei 10 alunni a non ripetere l’esame ha allungato i tempi».

Così la famiglia, assistita dall’avvocata Maria Chiara Isgrò, ricostruisce l’intera vicenda. Sin dal primo atto. «È stato presentato un esposto soltanto all’istituzione scolastica con cui si portava a conoscenza della trasmissione non legittima agli alunni via chat degli argomenti di inizio esame; non è stato mai chiesto l’annullamento dell’esame o un voto maggiore. Nessun ricorso al Tar». Da qui è partita l’indagine ispettiva da parte dell’ufficio scolastico regionale «a cui si sono presentati solo tre alunni, fra i quali nostra figlia, mentre altri otto alunni hanno ritenuto di non collaborare con gli ispettori, continuare le vacanze e non presentarsi per rendere le loro spiegazioni». «Dalle chat — aggiunge la famiglia della ragazza — risulta che c’era l’accordo di non presentarsi perché l’esame non sarebbe stato ripetuto. E qualche alunno dichiarava che avrebbe fatto intervenire persino un senatore».

Dopo che l’ufficio scolastico regionale ha stabilito la ripetizione dell’esame entro la fine di settembre, «10 studenti che non intendevano ripetere l’esame hanno impugnato al Tar il provvedimento di ripetizione dell’esame» aggiunge la famiglia della studentessa. Il Tar poi ha rigettato il ricorso dei dieci studenti, e il provveditorato ha fissato la nuova data per la ripetizione dell’esame di maturità. «Si è scatenata - lamenta ancora la famiglia della studentessa — un’ondata di disinformazione sui mass media e sui social con vittima nostra figlia, che è stata indicata come responsabile del tutto».

Un clima di poca serenità che, secondo i genitori della ragazza, avrebbe caratterizzato anche il giorno della nuova prova: «L’esame di nostra figlia, sentita per ultima, è stato condotto in un clima di grande tensione in un’aula gremita, con la presenza dei compagni di classe con rispettivi genitori e molte persone di loro conoscenza, e anche di alcuni professori del suo corso, i quali si sono rifiutati di salutarla. Nonostante la tensione, è riuscita a gestire la situazione controllando le emozioni».

Il resto è stato raccontato da giornali e tv, con la nuova commissione che ha confermato i voti della prima. Anche su questo, la famiglia solleva dei dubbi: «È evidente che la conferma dei voti rappresenta la migliore difesa per la precedente commissione d’esame ed ha l’effetto indiretto di attenuare eventuali responsabilità». E conclude: «Abbiamo intrapreso un percorso in modo del tutto sereno in cui siamo riusciti a far emergere le irregolarità . I giovani hanno diritto a credere nella giustizia, anche nella giustizia che è nella scuola».

In Sicilia. Classe ripete l’esame orale della Maturità dopo mesi, denunciate “irregolarità”: prova bis come in ‘Immaturi’. Carmine Di Niro su L'Unità il 10 Novembre 2023

Non siamo nel film “Immaturi”, il film di Paolo Genovese che racconta la storia di alcuni 40enni romani costretti dopo 20 anni a rifare l’esame di maturità per problemi burocratici, eppure la storia che arriva da da Spadafora, piccolo centro in provincia di Messina, ha diversi punti in comune.

A oltre quattro mesi dalla maturità gli ex studenti della V A del liceo scientifico Galilei sono stati costretti a ripresentarsi di fronte ad una commissione per svolgere nuovamente l’esame.

Tutto nasce dalla denuncia presentata dai genitori di una studentessa che, dopo aver svolto l’esame, segnala all’ufficio scolastico regionale gravi irregolarità. A spiegare la vicenda è il Corriere della Sera: l’ex alunna avrebbe preso molto più basso dei suoi compagni perché non avrebbe ricevuto, a differenza del resto della classe, il messaggino con cui una professoressa che faceva parte della commissione, via WhatsApp, dava ai ragazzi una serie di suggerimenti sugli argomenti che sarebbero stati oggetto delle domande.

Accertate le irregolarità, l’ufficio scolastico regionale ha quindi annullato le prove e disposto per gli ex alunni della V A il ritorno agli esami di fronte ad una nuova commissione. Inutile anche il tentativo di fermare la nuova prova: il ricorso al Tar di Catania degli ex studenti non è stato accolto.

Gli ex compagni di classe della studentessa che ha presentato ricorso, come evidente, non hanno apprezzato la mossa. Cinque su 11 hanno sostenuto la prova orale nella giornata di giovedì, ieri è stato il turno di altri quattro, mentre sabato toccherà agli ultimi due, tra cui la studentessa che ha presentato la denuncia.

Come racconta all’edizione di Palermo di Repubblica Caterina Galletta, mamma della giovane Andrea, nella doppia veste di genitore e legale che ha difeso gli altri 10 ragazzi, la studentessa che ha sporto denuncia “era una delle migliori amiche di mia figlia. Al termine degli esami di Stato, addirittura, erano partite assieme per un viaggio. E ha nascosto a mia figlia di avere già intrapreso un’azione legale. Il coraggio di denunciare? Ma quando mai. Se la ragazza aveva riscontrato delle irregolarità avrebbe potuto anche denunciare subito, senza aspettare i voti”.

La figlia di Caterina ha dovuto prendere un aereo da Malta e rientrare in Sicilia. Sull’isola frequenta un’università americana: “Avrei dovuto sostenere un esame a Londra la scorsa settimana, ma non l’ho potuto fare. E anche i costi del viaggio sono stati considerevoli. Per fortuna, però, è andata”.

È andata peggio sicuramente alla professoressa che ha via WhatsApp dava suggerimenti agli studenti: trasferita in un liceo di Messina, rischia 6 mesi di sospensione. Carmine Di Niro 10 Novembre 2023

Estratto dell'articolo di Martina Mazzeo per “la Stampa” venerdì 6 ottobre 2023. 

Servono più studenti negli Istituti Tecnologici Superiori, o Its Academy, scuole professionalizzanti a cui si può accedere con il diploma, e più investimenti ordinari. Ma bisogna correre per recuperare 40 anni di ritardo. […] 

È l'allarme lanciato dal «Rapporto Its Academy: una scommessa vincente? L'istruzione terziaria professionalizzante in Italia e in Europa», realizzato dalla Fondazione Agnelli con l'Università di Milano. Un rapporto che fotografa lo stato dell'arte dopo 15 anni dalla nascita degli Its mettendo l'Italia a confronto con Paesi come la Spagna, la Francia, la Germania e la Svizzera,

[…] gli studenti – al maschile, perché le femmine scarseggiano – sono troppo pochi. Mentre in Svizzera e Germania il peso dell'istruzione terziaria professionalizzante sul totale dell'istruzione terziaria supera, in termini di iscritti, il 40%, in Italia rappresenta poco più dell'1%. Nei 146 Its italiani gli studenti sono circa 25mila, quanti ne possiede un ateneo di medie dimensioni. Ogni Its ha in media solo 180 studenti, con un forte divario territoriale: 230 studenti al Nord, 170 al Centro e 125 nel Mezzogiorno. In Lombardia sono 25 gli Its, seconde a pari merito il Lazio e la Campania con 16, segue la Sicilia con 11. Ultime Umbria, Molise e Basilicata con 1, secondo dati Indire. Capitolo finanziamenti.

L'attuale finanziamento statale, poco meno di 50 milioni di euro l'anno, […]  non basta a garantire una crescita significativa. Ipotizzando l'obiettivo di 80mila studenti ogni anno e ipotizzando per studente un costo annuo di 6. 600 euro, l'ammontare necessario a regime è circa un miliardo di euro l'anno. 

La legge 99/2022 del Governo Draghi e le risorse del Pnrr (1, 5 miliardi) mirano a irrobustire il sistema ma potrebbero rivelarsi una fiammata, con il rischio che dopo il 2026 il volume di risorse ordinarie torni agli insufficienti livelli pre-pandemia. C'è poi almeno un altro ostacolo […]: la mancata sinergia con l'istruzione secondaria di secondo grado e l'istruzione universitaria. […]

 «Gli attuali Its – ha esortato Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli – hanno sempre cercato di stringere legami forti con il sistema produttivo circostante, a differenza di Francia e Spagna dove sono direttamente incardinati negli istituti tecnici e professionali». Per uscire dall'impasse, prosegue Gavosto, «bisogna garantire almeno mezzo miliardo all'anno per il funzionamento ordinario, cioè didattica, assunzione di docenti di qualità, bollette, la spesa ordinaria insomma, e poi per fare campagna pubblicitaria.

Chi finisce un istituto tecnico o professionale deve sapere che gli Its sono uno sbocco d'elezione, persino emozionante, e non la serie B rispetto all'università. È necessario poi costruire un collegamento più forte con le scuole e investire nella programmazione, non più anno per anno ma almeno triennale». Nei fatti, bisogna far uscire gli Its dall'isolamento. […]

Estratto dell’articolo di Salvatore Cannavò per “il Fatto quotidiano” venerdì 22 settembre 2023.

Carlo Bonomi, come già rivelato dal Fatto, non è laureato, ma esistono documenti in cui si qualifica “dottore”. A questo punto il problema non è più solo la nomina a presidente dell’Università Luiss (di proprietà di Confindustria) alla quale aspira, ma le possibili sanzioni verso questo comportamento. 

Il codice penale all’articolo 498, prevede che “chi si arroga dignità o gradi accademici, titoli, decorazioni o altre pubbliche insegne onorifiche” incappa nella “sanzione amministrativa pecuniaria da centocinquantaquattro euro a novecentoventinove euro”. Fino al 1999 la sanzione sarebbe stata penale, ma il reato è stato depenalizzato.

Bonomi non ha esitato ad apporre la sua firma, preceduta dal titolo “dott.” in calce a un “Accordo di collaborazione per la diffusione della normazione tecnica presso le organizzazioni imprenditoriali” (che il Fatto ha consultato) siglato tra Confindustria e Uni, Ente italiano di normazione, a Milano il 25 novembre 2021. La firma, apposta in stampatello, è stata confermata digitalmente da Bonomi il 17 dicembre 2021. 

Al di là di contenziosi giudiziari, però, si potrebbe porre il problema dentro la stessa Confindustria. La Carta dei valori, infatti, favorisce “comportamenti improntati all’etica e trasparenza, fondati su integrità, correttezza, lealtà, equità, imparzialità” etc. L’elezione a cariche interne, poi, secondo il Codice di condotta, prevede la “piena aderenza ai principi e agli impegni contenuti nel Codice etico” e si prevede la remissione del mandato in caso di “azioni lesive per il sistema e per la sua immagine”.

[...] La Luiss compatta non vuole Bonomi il quale potrebbe addirittura nominarsi da solo presidente di ALuiss, l’associazione che governa l’università per poi automaticamente divenirne presidente. Per questo sta premendo sull’attuale presidente, Vincenzo Boccia, affinché convochi il Consiglio di ALuiss, ottenendone finora il secco rifiuto. 

Nei giorni scorsi è circolata l’ipotesi che al posto di Bonomi fosse avanzata la candidatura di Alberto Marenghi, attuale vicepresidente di Confindustria e braccio destro del presidente. Dai curriculum vitae di Marenghi, però, risulta che anche lui possieda solo la maturità classica conseguita nel 1996 presso il liceo B. Spagnoli di Mantova. Ma il 22 luglio 2021, a nome del General Management Office di Confindustria Servizi firmava il documento di Sostenibilità interno. Con la qualifica di “Dr.”. A quanto pare è un vizio.

Estratto dell'articolo di Fabrizio D’Esposito per “Il Fatto Quotidiano” il 17 Settembre 2023

Laurea non c’è. Sigh! Anzi “sig.”, l’abbreviazione più detestata dal potere, che predilige quantomeno la qualifica basica di “dott.”. “Sig.” come signore e “dott.” come dottore, ovviamente. Di mezzo c’è il solito, fatidico titolo universitario, da incorniciare e poi appendere. 

L’Italia, e non solo, è gravida di potenti, consiglieri e galoppini che si fanno passare per laureati. Stavolta a farsi irretire da questa atavica vanità accademica è addirittura Carlo Bonomi, il presidente di Confindustria che l’altro giorno ha parlato nell’ultima assemblea del suo mandato, iniziato nel 2020.

A Bonomi, in questi anni al vertice degli industriali, è stata accreditata una generica laurea in economia e commercio, a partire dal suo profilo di Wikipedia. Il Corriere della Sera, per dire, l’ha scritto pure il 30 luglio scorso, dentro a un pezzo sull’“allarme crescita” lanciato da Confindustria. Sul sito della Bocconi, la prestigiosa università meneghina, Bonomi è invece appellato come “dott.” all’interno del consiglio d’amministrazione dell’ateneo: venne nominato nel 2018 quale presidente di Assolombarda. 

Ebbene, Bonomi non ha mai smentito la notizia di avere una laurea. Eppure forse avrebbe dovuto farlo. Ché l’attuale capo di Confindustria non è dottore. Non ha mai completato gli studi universitari. A metterlo nero su bianco sono i verbali di due assemblee della Fiera Milano Spa, redatti e sottoscritti dal notaio Mario Notari. 

Bonomi, infatti, è anche presidente del cda di Fiera Milano Spa dall’aprile del 2020, quando era stato già designato per la guida di Confindustria. E dalla società quotata in Borsa incassa 107mila euro all’anno più altri 45mila, sempre annui, riconosciutigli per mansioni che solitamente non rientrano tra quelle del presidente. Cioè: “Curare e implementare, anche a livello internazione, le relazioni esterne istituzionali”. 

Eccoli, dunque, i due verbali che attestano il buco nero accademico di Bonomi. Il primo è dell’assemblea ordinaria di Fiera Milano Spa, “tenutasi in data 28 aprile 2021”. L’allegato C del documento è dedicato alle domande degli azionisti arrivate via mail. Domanda numero 4, secca: “Il Presidente di Fiera Milano in cosa è laureato?”. Risposta della società, altrettanto secca che però suona come un ossimoro fantozziano: “Il Dottor Bonomi non possiede alcun titolo di laurea”. Resta Dottore, con la maiuscola, ma senza titolo. Fantastico. 

Un anno dopo, l’assemblea di Fiera Milano Spa è sempre ad aprile, il giorno 22. Stavolta la domanda, formulata dall’azionista Tommaso Marino (lo stesso del 2021), è la numero 1: “Leggo a pag. 79 della Relazione Finanziaria 2021, che, indirettamente, il ‘Dottor Carlo Bonomi’ avrebbe una laurea. Ma proprio qualche tempo fa qui mi fu risposto qui (sic!) che ne fosse sprovvisto. E questo a parte quello che io penso e cioè che ciò dimostra come quando una persona sia capace, la laurea non serva, tant’è che il dott. Bonomi ha raggiunto i vertici di Confindustria pur essendo privo di laurea. Gliel’hanno data di recente, honoris causa?”. 

La risposta è la stessa dell’anno precedente, con la differenza che Bonomi viene appellato come “Presidente”, non più come “Dottor”: “Come già indicato lo scorso anno, il Presidente Bonomi non è laureato”. Pratica chiusa. Amen. 

In realtà, il problema di Bonomi dottore o signore non è secondario, per il futuro dello stesso presidente, che nel 2024 finirà il suo mandato in Confidustria. Detta in maniera volgare la questione è semplice: Bonomi vuole un’altra poltrona per rimanere a Roma.

[…] Detto questo, adesso il progetto di Bonomi è quello di arrivare a sedersi sulla poltrona di presidente del cda della Luiss, l’università confindustriale. Per una consuetudine consolidatasi nei decenni i capi uscenti di Viale dell’Astronomia hanno traslocato lì. 

Da Guido Carli e Luigi Abete fino all’ultimo, Vincenzo Boccia. Tutti fregiati dall’alloro accademico, però. Del resto, guidare la Luiss senza una laurea è come guidare un’auto senza la patente. Ma Bonomi vuole il posto a tutti i costi, dimenticando che anche la legge non consente questa nomina.

Il decreto legge numero 13 del 24 febbraio scorso, quello per l’attuazione del Pnrr, al comma 9 dell’articolo 26 introduce quale requisito per la carica di presidente di un’università il possesso di un titolo di studio non inferiore alla laurea. Bonomi però non si rassegna e insisterà fino in fondo. La Luiss è in rivolta e la storia è appena all’inizio. […]

L’ascensore sociale rallenta ai piani degli studi universitari. MARIA TERESA PEDACE su Il Quotidiano del Sud l'11 Settembre 2023 

L’ascensore sociale non funziona per gli studi universitari: nonostante il livello medio di istruzione sia cresciuto negli ultimi cinquant’anni, lo svantaggio per i giovani che provengono da famiglie meno istruite non ha subito riduzioni significative

Ancora oggi i figli di genitori laureati hanno oltre il triplo delle possibilità di laurearsi rispetto ai figli di chi ha conseguito la terza media. E ancora: nella fascia di età 30-39 anni la probabilità che i figli di laureati conseguano il medesimo titolo è del 61%, scende al 30% per i figli di diplomati e crolla fino al 18% per i figli di chi ha conseguito solo la licenza media.

Questi i dati emersi dal Rapporto Inapp-PLUS 2022 “Comprendere la complessità del lavoro” redatto da INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) al termine di un’ampia rilevazione – circa 45mila interviste. A più di dieci anni dall’ultima edizione del rapporto PLUS, che già usciva nella scia di una lunga recessione che aveva travolto il mondo del lavoro evidenziandone le debolezze, i numeri attuali sottolineano l’impatto della crisi economico-sanitaria, la polarizzazione in termini di ricchezza e opportunità e le nuove forme di fragilità legate ai modi di produzione e all’evoluzione globale dei mercati.

Dati, questi, che risultano particolarmente significativi in queste settimane dedicate alla ripresa delle attività scolastiche e accademiche e in cui si riaccendono i riflettori su tematiche quali il caro libri e il caro affitti, che rendono spesso una sfida frequentare l’università.

L’ASCENSORE SOCIALE SI FERMA AI PIANI DEGLI STUDI UNIVERSITARI

Nonostante il livello medio di istruzione sia cresciuto negli ultimi cinquant’anni – la quota di laureati è passata dal 14% dei 50-64enni al 28% dei 30-39enni – lo svantaggio relativo dei giovani che provengono da famiglie meno istruite non ha subito riduzioni significative. Secondo INAPP, le cause sono da ricercarsi nelle esperienze passate dei genitori, che possono in qualche modo “plasmare” le scelte dei figli, ma anche nelle possibilità economiche delle famiglie, nelle insufficienti misure di sostegno ai meno abbienti, nell’inadeguatezza dei servizi di orientamento e nella diffidenza sulla reale utilità del titolo di studio nel mercato del lavoro.

In particolare, nelle famiglie meno istruite la laurea non viene vista come un elemento fondamentale per l’affermazione lavorativa e i dati Ocse confermano che l’istruzione italiana si classifica tra quelle a più basso rendimento. Ma c’è di più: l’abbandono degli studi universitari è salito al 7,4% tra gli studenti e al 7,2% tra le studentesse.

A ciò bisogna poi aggiungere i fenomeni della disoccupazione intellettuale, della sotto-occupazione e della fuga dei cervelli: ci troviamo di fronte a una vera e propria emergenza della formazione e dell’uso consapevole del grande capitale umano del nostro Paese. Basti pensare che l’ultimo rapporto Istat sulle migrazioni ha certificato circa un milione di connazionali espatriati tra il 2012 e il 2021, un quarto dei quali con il titolo di laurea: abbiamo perso ogni anno tra il 5 e l’8% dei nostri giovani altamente formati.

IL RAPPORTO ALMALAUREA 2022 SULL’OCCUPAZIONE DEI LAUREATI

Il rapporto Almalaurea 2022 sulla condizione occupazione dei laureati, inoltre, ha sottolineato un aumento rispettivamente del 9,1% e del 7,7% della retribuzione mensile netta per i laureati di primo e di secondo livello, ma questi ultimi all’estero percepiscono il 41,8% in più rispetto ai giovani rimasti in Italia. A cinque anni dalla laurea il tasso di occupazione in Italia si attesta all’89,6% per i laureati di primo livello e all’88,5% per quelli di secondo livello e gli stipendi medi si attestano su 1.599 euro; all’estero, invece, la media è di 2.352 euro, con un gap del 47,1%.

Anche in questo caso le cause sono molte e vanno dalla mancanza di programmi di orientamento all’assenza di supporto psicologico, passando per la mancanza di prospettive lavorative e per le difficoltà economiche. La condizione degli studenti e dei laureati italiani merita un’attenzione maggiore da parte della classe dirigente: non è più tempo di definire i nostri giovani “bamboccioni” o di chiedere continuamente sacrifici a una generazione che non vede di fronte a sé prospettive di realizzazione. Una società che possa davvero definirsi equa e giusta implica che siano l’impegno e le ambizioni, e non il contesto famigliare oppure la posizione di partenza, a determinare lo status socioeconomico di ciascun individuo.

IL SISTEMA EDUCATIVO DOVREBBE DARE GARANZIE AI GIOVANI

Il sistema educativo dovrebbe garantire a tutte le ragazze e i ragazzi l’opportunità di prendere parte a processi di apprendimento efficaci, siano essi universitari o professionalizzanti, garantendo processi continui di aggiornamento, sostegno ai bisogni emergenti e percorsi formativi dignitosi. È, infine, fondamentale che gli interventi mirino alla riduzione delle disuguaglianze, siano essere Nord/Sud oppure piccoli/grandi centri urbani, tenendo conto delle peculiarità dei singoli territori: nel Mezzogiorno si registrano ancora oggi oltre 4 milioni di persone con solo la licenza media inferiore nella popolazione tra i 30 e i 64 anni. Maggiori e giuste possibilità farebbero bene all’intera società: è il momento di agire.

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Scuola: se un alunno la percepisce come un obbligo, lo Stato fallisce. In un Paese che ha a cuore il proprio futuro, dunque i propri giovani, ben venga l’estensione dell’obbligo scolastico fino ai diciotto anni, ma cultura e formazione devono andare di pari passo alla libertà di prendere le proprie scelte consapevolmente. Edoardo Caucchioli su Il Riformista il 10 Settembre 2023 

Scuola dell’obbligo. Un’espressione chiara che risulta utile nel mondo legislativo, ma che purtroppo spiega troppo spesso come viene percepita dagli studenti l’istruzione fino all’età di sedici anni. Ogni volta in cui un alunno percepisce la scuola come un obbligo, lo Stato fallisce. Fallisce nel far capire ai giovani che cultura significa libertà significa prendere scelte consapevoli, significa emancipazione, significa prendere in mano la propria vita e farla andare nella direzione che vorremmo. Matteo Renzi a Meritare L’Europa ha ripreso il toccante discorso fatto dal Presidente Mattarella al Meeting di Rimini sull’immigrazione, in cui viene ricordato il ragazzino morto naufrago nel Canale di Sicilia nell’anno 2015: cucita all’interno della giacca che indossava si trovò la sua pagella. Questa giovane vittima del mare, nonostante provenisse da una realtà difficile, è riuscita a capire meglio di tanti altri l’importanza dell’istruzione.

In un Paese che ha a cuore il proprio futuro, dunque i propri giovani, ben venga l’estensione dell’obbligo scolastico fino ai diciotto anni; ben venga l’invio degli insegnanti più qualificati nelle aree d’Italia che vantano, si fa per dire, dei dati sull’istruzione più preoccupanti. Inoltre, sarebbe utile l’estensione del pacchetto culturale trasversale di tutte le scuole secondarie di secondo grado. Vorrei che un film di Pasolini venisse affrontato anche al di fuori dei licei artistici, che le basi di economia, di diritto, di informatica e di psicologia venissero affrontate in tutte le scuole, non solo in quelle che contengono specificamente queste materie. Le competenze pratiche che vertono all’inserimento lavorativo devono poggiare su solide basi che permettano di affrontare il mondo, anche quello del lavoro, in maniera sicura, consapevole e incisiva. Concludendo, attraverso la cultura si porta avanti una lotta sistematica, molto più efficace dei continui aumenti di pena e della continua creazione di nuovi reati.

Edoardo Caucchioli

Estratto dell'articolo di Michela Allegri per “il Messaggero” martedì 22 agosto 2023.

Sei insufficienze, ma non può scattare la bocciatura. Il motivo? Per i giudici del Tar la non ammissione alla classe successiva non deve essere un provvedimento afflittivo, ma deve servire per educare l'alunno, spronandolo. Di più: deve rappresentare una vera e propria «eccezione». Anche quando i professori pensano che uno studente non abbia dimostrato di essere in grado di affrontare l'anno scolastico, a cambiare le carte in tavola ci pensa costantemente il Tribunale amministrativo, che si adegua a un orientamento emesso del Consiglio di Stato.

E così può succedere, appunto, che un alunno con una sfilza di insufficienze, di cui una grave, per il quale i professori hanno deliberato all'unanimità la non ammissione all'anno successivo della scuola media, venga invece riammesso dai magistrati. È successo all'Istituto Comprensivo Statale Tivoli V, di Tivoli Terme, provincia di Roma, dove gli insegnanti hanno bocciato una studentessa di prima media perché era risultata carente in sei materie, in un caso in modo pesante.

I genitori, assistiti dagli avvocati Michele Bonetti e Silvia Antonellis, hanno presentato ricorso davanti al Tribunale amministrativo, chiedendo l'annullamento del provvedimento, ma pure del verbale di scrutinio e della pagella. E i giudici hanno dato loro ragione, sconfessando la decisione dei professori, che si erano attenuti alla delibera del Consiglio dei docenti, di classe e di istituto, in cui erano stati determinati i criteri per l'ammissione: un massimo di un'insufficienza grave (4) e due insufficienze lievi (5). 

[...] I professori hanno sottolineato anche che «nel corso dell'anno la frequenza è stata regolare» e il comportamento «buono», ma l'impegno è stato «scarso e inadeguato, sia nell'esecuzione dei compiti che nello studio». Il Tar ha dato ragione ai genitori della ragazzina, sostenendo che i docenti non hanno considerato l'intero percorso di studi: «L'alunna, dal primo mese di scuola sino al termine delle lezioni, ha visto incrementare le proprie conoscenze e migliorare i propri voti», nonostante in molti casi non abbia raggiunto la media del 6, si legge nella sentenza.

Di più: nel ricorso viene messa in evidenza la mancata predisposizione da parte della scuola di «sistemi di ausilio e di supporto per il recupero», visto che, per esempio, l'ultima verifica di francese è stata svolta nel mese di marzo 2023. Una tesi sposata dal Tar. In sostanza, per essere promossi non serve più colmare le lacune e recuperare le insufficienze: basta dimostrare di avere voglia di impegnarsi. [...]

D'altronde, per il Consiglio di Stato «la non ammissione alla classe successiva nella scuola media inferiore deve essere considerata un'eccezione». E i professori devono attivare «specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento». Soprattutto, ed è questo il passaggio considerato più pericoloso da chi insegna: il legislatore ha «elevato a regola la promozione per gli alunni della scuola secondaria di primo grado». 

Per bocciare uno studente, quindi, non basta più un lungo elenco di insufficienze. Serve una motivazione che sia ancora «più pregnante». Non servono i numeri: deve essere formulato un giudizio prognostico sulla possibilità per il minore di recuperare o meno il deficit di apprendimento. In questo caso la ragazzina ha incrementato i voti in 7 materie, recuperando due insufficienze gravi e tre insufficienze lievi in italiano, tecnologia, arte e immagine, migliorando una situazione che nel primo quadrimestre era stata definita «globalmente lacunosa». [...]

 «Da noi toghe aiuto agli allievi lavativi? Sono solo fake-news». Gia Serlenga, giudice del Tar Puglia: «La bocciatura non sempre rappresenta la soluzione ai problemi scolastici dei ragazzi con deficit». Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 28 agosto 2023

«Guardi, nessuno vuole sminuire l’attività, quanto mai difficile e complessa soprattutto in questo momento, dei professori italiani», afferma la magistrata Gia Serlenga, giudice del Tar Puglia e presidente uscente dell’Associazione nazionale magistrati amministrativi, gettando così acqua sul fuoco a proposito delle polemiche degli ultimi giorni riguardo la vicenda che ha visto protagonista una ragazza che ha frequentato la prima media presso una scuola statale di Tivoli. La ragazza, al termine dell’anno scolastico, aveva riportato insufficienze in sei materie (geografia, francese, matematica, scienze, inglese e musica), di cui una grave, e gli insegnanti avevano quindi deliberato all'unanimità la sua bocciatura. I genitori della ragazza avevano allora presentato ricorso al Tar del Lazio, chiedendo l'annullamento del provvedimento. Il ricorso era stato accolto in quanto nel corso dell'anno la ragazza aveva avuto una frequenza regolare a scuola e il comportamento era stato buono. L'impegno, tuttavia, si era rivelato scarso e inadeguato, sia nell'esecuzione dei compiti che nello studio. Secondo il Tar, i professori, però, non avrebbero considerato il percorso della studentessa dall'inizio alla fine. L'alunna, dal primo mese di scuola fino al termine delle lezioni, aveva infatti visto incrementare le proprie conoscenze e migliorare i propri voti. E la scuola - sempre secondo il Tribunale amministrativo - aveva le sue responsabilità per non aver messo a disposizione sistemi di ausilio e di supporto per il recupero.

Dottoressa Serlenga, nell’opinione pubblica si fa sempre più strada l’idea che i giudici amministrativi vengano in soccorso di chi non ha voglia di studiare.

Non è affatto vero. La situazione è ben diversa.

Ci spieghi.

Se guardiamo con attenzione le statistiche per questo tipo di ricorsi, vediamo che la maggior parte di essi sono respinti. Quindi non è vero che il Tar “promuove” tutti i bocciati.

Però il problema si pone.

Certo. La prima conseguenza di questo erroneo messaggio che sta passando è il notevole aumento dei ricorsi in tale ambito. Negli ultimi anni si assiste a una loro costante crescita. Senza comunque voler entrare nel caso specifico, il discorso richiede però una riflessione.

Proviamo.

Diciamo che la bocciatura non sempre rappresenta la soluzione ai problemi scolastici dei ragazzi con deficit. Andrebbe ricordato che questi ricorsi, per la maggior parte, riguardano ragazzi che hanno delle disabilità, anche gravi.

Disabilità a cui la scuola non trova soluzioni idonee?

Esatto. La scuola deve organizzare dei corsi per aiutare questi ragazzi che non possono frequentare come i loro compagni, avendo problemi di apprendimento.

E le famiglie?

Il loro ruolo, ovviamente, è importantissimo. Non possono per tutto l’anno disinteressarsi di cosa fa il proprio figlio a scuola per poi accorgersi, quando le lezioni sono terminate, che è pieno di insufficienze. I genitori accedono al registro elettronico e quindi hanno costantemente sotto controllo la situazione.

Cosa manca secondo lei?

Il dialogo che deve essere costante. Tutti devono farsi parte diligente. E poi la scuola non deve essere punitiva. Ovviamente servono regole chiare per evitare possibili fraintendimenti. Come in questo caso, dove prima di esprimere giudizi è opportuno leggere la sentenza. Molte volte queste bocciature non sono affatto motivate. Sul caso era intervenuto nei giorni scorsi il ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, affermando che “al Tar spettano le verifiche sulle procedure, ma nel merito decidono i docenti”. E anche l'ufficio stampa del Consiglio di Stato e della giustizia amministrativa era voluto intervenire ricordando che i giudici avevano “rilevato un deficit di motivazione da parte dell'amministrazione scolastica, secondo quanto previsto dalla legge e dalle circolari ministeriali, e che essi hanno al contempo reinvestito il Consiglio di classe della valutazione in ordine all'ammissione dell'alunno alla classe successiva, nel pieno rispetto delle reciproche competenze istituzionali”.

Giampiero Mughini per Dagospia venerdì 4 agosto 2023.

Caro Dago, mi immagino che nel sapere che il prodigioso nuotatore italiano Thomas Ceccon avesse messo un vistoso "boia chi molla" in testa a un suo post rammemorante il suo non eccezionale esito ai recenti campionati del mondo, legioni di semianalfabeti "antifascisti" fossero insorti dallo sdegno. 

E' così che funziona l'odierna civiltà dello schiamazzo digitale. Due parole messe in fila ed ecco che sopravviene il finimondo. Ma come, Ceccon è il nuovo Pino Rauti, il nuovo sovvertitore della democrazia repubblicana, il nuotatore in camicia nera? Naturalmente non era nulla di tutto questo. Solo che il prode Ceccon non conosceva il truce passato di quelle due parole, ha addirittura chiesto scusa per averle usate.

E' un ragazzo di vent'anni, non ha in casa i sette o otto tomi della biografia mussoliniana di Renzo De Felice, come del resto non ce li hanno in casa la gran parte di quelli che un'ora sì e l'altra no cianciano di fascismo/antifascismo. 

Qualcosa di simile, fare rumore con la bocca a mezzo di un'espressione non politically correct, era successa se non sbaglio al giovane Gigi Buffon, un monumento al calcio moderno che io saluto con affetto e commozione.

Nella società dello schiamazzo digitale basta una parola, basta un niente per suscitare il finimondo delle chiacchiere che durano ognuna trenta secondi. 

Viviamo e nuotiamo nel nulla e purché sia il nulla. Di recente sono stato in mezzo a una compagnia di giovani amici, tutte persone per bene, nessuno dei quali sapeva come fosse morto Benito Mussolini. 

I post sui social sono divenuti la Bibbia della democrazia di massa, e va bene che adesso un ministro vuole apporre delle tasse a carico di chi di quei post ci campa alla grande, alla grandissima. 

Datemene uno e vi solleverò il mondo. Libri che hanno fatto la storia italiana hanno venduto ciascuno un paio di migliaia di copie. Una troietta addobbata unicamente di uno slip si assicura like a milioni. Tutto qui. Vi ci trovate a vostro agio in un mondo così?

(Non) sapere è potere. La nuova società è degli ignoranti e la virtù è degli incompetenti. Tom Nichols su L'Inkiesta il 5 Agosto 2023

In “La conoscenza e i suoi nemici”, edito da Luiss University Press, Tom Nichols analizza la crisi della cultura di oggi, definendo questa come l’epoca dell'orgogliosa faciloneria e delineando i possibili rischi della democrazia

Si tratta di qualcosa in più che un naturale scetticismo nei confronti degli esperti. Temo che stiamo assistendo alla fine dell’idea stessa di competenza, un crollo – alimentato da Google, basato su Wikipedia e impregnato di blog – di qualsiasi divisione tra professionisti e profani, studenti e insegnanti, conoscitori informati e fantasiosi speculatori; in altre parole, tra coloro che hanno ottenuto un qualche risultato in un’area e coloro che non ne hanno raggiunto nessuno.

Spesso gli attacchi al sapere consolidato e la conseguente eruzione di cattive informazioni tra i cittadini sono divertenti. A volte addirittura esilaranti. Molti comici dei programmi in onda in seconda serata costruiscono i loro sketch ponendo al pubblico domande che ne rivelano la diffusa ignoranza sulle idee che difende con forza, l’attaccamento alle mode e la riluttanza ad ammettere la propria incompetenza sugli eventi d’attualità. Quando le persone affermano con enfasi, per esempio, di evitare il glutine per poi ammettere di non avere idea di cosa sia, è una cosa innocua. E diciamocelo: la gente non la smette mai di pronunciare con sicumera opinioni estemporanee su scenari grotteschi, come “l’assenza di Margaret Thatcher a Coachella favorisce la decisione della Corea del Nord di sganciare una bomba nucleare?”.

[…] La crescita di questa ostinata ignoranza in piena era dell’informazione non si può spiegare soltanto come l’esito di ignoranza bella e buona. Molti di coloro che conducono campagne contro il sapere consolidato sono cittadini capaci e di successo nella vita quotidiana. In un certo senso, siamo di fronte a qualcosa di peggio dell’ignoranza: si tratta di un’arroganza infondata, dello sdegno di una cultura sempre più narcisistica che non riesce a sopportare neanche il minimo accenno di diseguaglianza, di qualsiasi tipo essa sia. Con l’espressione “fine della competenza” non intendo il crollo delle capacità reali degli esperti, la conoscenza di argomenti specifici che distingue alcune persone da altre in vari settori. Ci saranno sempre medici e diplomatici, avvocati e ingegneri, e molti altri specialisti in vari campi. Nella vita quotidiana, il mondo non potrebbe funzionare senza di loro. Se ci fratturiamo un osso o se ci arrestano, chiamiamo rispettivamente un medico o un avvocato. Quando viaggiamo, diamo per scontato che il pilota sappia come funzioni un aereo. Se ci troviamo ad affrontare problemi mentre siamo all’estero, chiamiamo un funzionario del consolato che, presumiamo, saprà cosa fare.

Questo, però, vuol dire che ci affidiamo agli esperti come tecnici. Non c’è un dialogo tra loro e la comunità allargata, ma l’uso di un sapere consolidato come se fosse una merce preconfezionata da adoperare alla bisogna, fintantoché si desidera farlo. Mi ricucia questo taglio alla gamba, ma non mi faccia ramanzine sulla mia dieta (più di due terzi degli americani sono in sovrappeso); mi aiuti a superare questo problema con le tasse, ma non mi ricordi che dovrei redigere un testamento (grossomodo la metà degli americani con figli non si è mai preoccupata di scriverne uno); mantenga il mio Paese sicuro, ma non mi stia a confondere con i costi e i calcoli che riguardano la sicurezza nazionale (la maggior parte dei cittadini americani non ha idea, neppure lontanamente, di quanto ammontino le spese militari degli Stati Uniti).

Tutte queste scelte, dal proprio regime alimentare alla difesa nazionale, richiedono un dialogo tra cittadini ed esperti, ma sempre di più, a quanto pare, i cittadini non vogliono prendere parte a questa conversazione. Preferiscono credere di possedere informazioni a sufficienza per prendere queste decisioni per proprio conto, ammesso che siano interessati a farlo.

D’altro canto, molti esperti, e in particolare quelli che appartengono al mondo accademico, hanno abdicato al loro dovere di interagire con il pubblico. Si sono trincerati dietro il proprio gergo e la propria irrilevanza, preferendo interagire soltanto tra loro. Nel frattempo, coloro che si trovano a metà, a cui spesso ci riferiamo con l’espressione “intellettuali impegnati” – mi piace pensare di essere uno di loro –, stanno diventando altrettanto frustrati e radicalizzati del resto della società.

La fine della competenza non è solo un rifiuto del sapere esistente. È fondamentalmente un rifiuto della scienza e della razionalità obiettiva, che costituiscono le fondamenta della civiltà moderna. È segno, come ha affermato una volta il critico d’arte Robert Hughes descrivendo l’America di fine Novecento, di “una politica ossessionata dalle terapie e piena di diffidenza per la politica formale”, cronicamente “scettica nei confronti dell’autorità” e “in preda alla superstizione”. Abbiamo chiuso il cerchio, partendo dall’età premoderna, in cui la saggezza popolare colmava inevitabili lacune nella conoscenza umana, attraverso un periodo di rapido sviluppo fortemente basato sulla specializzazione e la competenza, fino a un mondo postindustriale e orientato all’informazione, dove tutti i cittadini si ritengono esperti di qualsiasi cosa.

Ogni affermazione di competenza da parte di un esperto vero, nel frattempo, produce un’esplosione di rabbia in alcuni segmenti della popolazione americana, pronti a lamentarsi che simili rivendicazioni non sono altro che fallaci “appelli all’autorità”, segni inequivocabili di un temibile “elitarismo”, nonché un evidente tentativo di usare delle qualifiche per soffocare il necessario dialogo richiesto da una democrazia “reale”. Gli americani ormai credono che avere diritti uguali in un sistema politico significhi anche che l’opinione di ciascuno su qualsiasi argomento debba essere accettata alla pari di quella di chiunque altro. Moltissime persone ne sono convinte, nonostante si tratti di un’evidente assurdità. È una rivendicazione categorica di uguaglianza che è sempre illogica, talvolta divertente e spesso pericolosa.

[…] La reazione più immediata di molte persone quando si affronta il tema della fine della competenza è di dare la colpa a internet. Quando si trovano di fronte clienti che pensano di saperla più lunga di loro, i professionisti, in particolare, tendono a indicare nella Rete la colpevole. Come vedremo, non è una tesi del tutto sbagliata, ma resta pur sempre una spiegazione semplicistica. Gli attacchi al sapere consolidato hanno un lungo pedigree e internet è solo lo strumento più recente nell’ambito di un problema ciclico, che in passato ha afflitto allo stesso modo la televisione, la radio, la stampa e altre innovazioni.

Allora perché tutto questo clamore? […] Siamo davvero alla “fine della competenza” o si tratta solo delle solite lamentele degli intellettuali per il fatto che nessuno li ascolta, nonostante si siano autoproclamati le persone più intelligenti sulla piazza? Forse non è nient’altro che una forma d’ansia che i professionisti nutrono nei confronti delle masse dopo ogni ciclo di trasformazione sociale o tecnologica. O forse è solo un’espressione caratteristica della lesa vanità di professori sovraistruiti ed elitaristi come me. Forse, infatti, la fine della competenza è un segno di progresso. I professionisti istruiti, dopotutto, non stringono più il sapere in una morsa. I segreti della vita non sono più nascosti in giganteschi mausolei di marmo, le grandi biblioteche del mondo le cui sale incutono timore anche al numero relativamente piccolo di persone che vi entrano. A parità di condizioni, in passato c’è stato minore attrito tra esperti e profani, ma solo perché, semplicemente, i cittadini non erano in grado di sfidare gli esperti in modo sostanziale.

Inoltre, nell’èra precedente alle comunicazioni di massa erano pochi i luoghi pubblici in cui lanciare simili sfide. Fino all’inizio del Ventesimo secolo la partecipazione alla vita politica, intellettuale e scientifica era molto più circoscritta e i dibattiti sulla scienza, la filosofia e la politica pubblica erano tutti condotti con penna e inchiostro da una piccola cerchia di maschi istruiti. Non erano esattamente giorni idilliaci e non sono poi così distanti nel tempo. L’epoca in cui la maggior parte delle persone non portava a termine la scuola superiore, pochi andavano all’università e solo una piccola frazione della popolazione aveva accesso alle professioni è ancora presente nella memoria di molti americani.

Solo negli ultimi cinquant’anni i cambiamenti sociali hanno infranto le vecchie barriere di razza, classe e sesso, e non solo tra gli americani in generale, ma anche, in particolare, tra i cittadini non istruiti e l’élite degli esperti. Uno spazio di dibattito più ampio ha significato più conoscenza, ma anche più attriti sociali. L’educazione universale, il maggiore potere delle donne e delle minoranze, lo sviluppo di una classe media e l’aumento della mobilità sociale sono tutti fattori che hanno messo in contatto diretto una minoranza di esperti e la maggioranza dei cittadini, dopo quasi due secoli in cui raramente le due categorie hanno dovuto interagire tra loro.

Eppure il risultato non è stato un maggiore rispetto per il sapere, ma il diffondersi tra gli americani di una convinzione irrazionale secondo cui tutti sono altrettanto intelligenti di chiunque altro. Questo è l’opposto dell’istruzione, il cui obiettivo dovrebbe essere che le persone, non importa quanto siano intelligenti o abili, apprendano per tutta la vita. Invece ormai viviamo in una società dove l’acquisizione di un sapere anche minimo è il punto di arrivo dell’istruzione, anziché l’inizio. E questa è una cosa pericolosa. 

Tratto da “La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia” di Tom Nichols, edito da Luiss University Press, pagine 248, €22,00.

Estratto dell’articolo di Mirella Serri per “la Stampa” l'1 agosto 2023. 

Prendiamo il celebre inizio dei Promessi sposi: «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi...vien quasi a un tratto, tra un promontorio a destra e un'ampia costiera dall'altra parte». […] circa i tre quarti degli abitanti adulti della Penisola attualmente non sono in grado di afferrare il senso complessivo di uno dei capisaldi del nostro insegnamento letterario scolastico.

Al massimo ne comprendono quello che i sociologi e gli addetti ai lavori chiamano "codice ristretto": la parola "lago", certo, suona familiare mentre sfugge il complesso del discorso, i dettagli e la suggestione del paesaggio. I residenti nello Stivale che oggi posseggono la piena comprensione del testo sono infatti appena il 6 o il 7 per cento della popolazione. Si sta verificando un cataclisma, siamo entrati in quella che le più recenti ricerche sul nostro sistema scolastico chiamano l'era della "povertà educativa". 

L'incapacità di misurarci con il mondo che ci circonda e con la sua comunicazione scritta non riguarda solo la letteratura, l'informazione e le arti ma coinvolge pure, è un altro drammatico risvolto, la facoltà di svolgere con padronanza le minime operazioni matematiche, come accedere al proprio conto in banca con il bancomat.

Chi sono dunque e come mai sono veramente una pletora i nuovi poveri dal punto di vista culturale? Ne fanno parte i giovani che sui banchi non imparano abbastanza ma pure gli adulti che usciti dalle aule hanno scordato le nozioni di base e che si qualificano come analfabeti di ritorno. […] L'Italia è il paese più scarsamente dotato d'Europa proprio dal punto di vista delle nozioni essenziali e la sua popolazione è incapace di rinnovarsi […]

L'impoverimento culturale oggi continua a essere quasi totalmente ignorato: lo denunciano i sociologi e studiosi di sistemi educativi Orazio Giancola e Luca Salmieri nella ricerca La povertà educativa in Italia. Dati, analisi, politiche (Carocci editore). Un popolo di santi, di poeti e di navigatori è ora anche un popolo di ignoranti? 

Macché: il morbo contemporaneo è molto più grave dell'ignoranza. […] mancano gli elementi basilari […] Siamo di fronte a una gran massa di "analfabeti funzionali" che […] non sono in grado di farsi coinvolgere dai testi scritti; sanno svolgere una moltiplicazione a due cifre ma non sanno interpretare un semplice grafico (il meteo, per esempio) basato su percentuali. Questo grave handicap conoscitivo domina in Italia nonostante la crescita e l'estensione della scolarizzazione. Com'è potuto accadere?

La Penisola è il paese Ocse con la più bassa quota di laureati (18 per cento della popolazione adulta) e il più basso investimento pubblico in istruzione (il 7 per cento della spesa per servizi); si colloca addirittura nella terzultima posizione europea, prima della Grecia e della Romania. Gli insegnanti nostrani sono i meno retribuiti del vecchio continente e i nostri studenti nei test internazionali e nazionali sono scarsi: la colpa di tutto questo bailamme è della scuola? 

[…] Da cosa dipende allora la diffusa indigenza conoscitiva? La responsabilità delle difficoltà dei giovani nell'apprendimento affonda senza dubbio le proprie radici nelle ristrettezze della famiglia di origine. Ma adesso le più moderne indagini guardano anche al capitale umano e culturale. Papà e mamma vivono in stato di necessità? Non necessariamente accompagnano nella crescita figli disappetenti nei confronti di cultura e di nozioni varie. Anzi, se sono consapevoli dell'importanza dei libri, del cinema e dell'informazione, potranno crescere con il loro "capitale umano" un pargolo vincente nelle aule, nella vita e nelle professioni. 

Non sempre va così, esiste la sventura del circolo vizioso: le scarse competenze iniziali possono condurre a minori opportunità di svilupparle in seguito. In questo serpentone che si morde la coda sono intrappolati milioni di italiani privi di competenze di base […] Sono italiani che, proprio per la loro povertà, non riescono ad adeguarsi alla complessità dei cambiamenti sociali, culturali e tecnologici […] non sono in grado di continuare ad apprendere lungo tutto il corso della vita. […]

Licenza elementare o media: sono al Sud le Province con i più basi livelli di istruzione. Corriere della Sera 31 luglio 2023.

Sono tutte del Mezzogiorno le dieci province con la più elevata incidenza di residenti con basso livello di istruzione, cioè uguale o inferiore alla licenza media. Lo rivelano i dati elaborati dal Sole 24 Ore sui titoli di studio della popolazione residente oltre i 9 anni, età minima di riferimento per l’alfabetizzazione. In territori come il Sud della Sardegna, Nuoro e Oristano, sono fino a sei su dieci i residenti con basso titolo di studio; nelle province più istruite invece questa incidenza scende sotto i quattro su dieci. Le uniche province non del Mezzogiorno tra le prime venti dove è più diffuso un «basso» livello di istruzione sono Prato, Pistoia e Biella. Dai dati su base comunale (esclusi i Comuni sotto i mille abitanti) emergono poi alcune località «interne» particolarmente colpite dal fenomeno della povertà educativa. Oltre ad alcuni centri urbani dell’entroterra calabrese e siciliano, anche a Goro (Ferrara) e Valstrona (Verbano-Cusio-Ossola) il 73% della popolazione con più di 9 anni ha un titolo di studio uguale o inferiore alla licenza media. Dal lato opposto spiccano, con i più elevati livelli di istruzione, il comune di Basiglio (Milano), seguito da Pino Torinese (Torino) e Camogli (Genova).

Resta un problema per il sistema-Paese, con ricadute sul piano socio-economico che diventano più incalzanti col passare degli anni. Se nel 2008 era del 51% la quota di occupati tra i 18 e il 24 anni con la licenza media, nel 2020 il tasso è sceso al 33,2%. Ma una progressiva riduzione della dispersione scolastica si è comunque verificata, come dimostrano i dati Istat e Eurostat. Nel 2020 gli abbandoni precoci erano il 13,1%, nel 2021 sono scesi al 12,7% e nel 2022 si sono fermati all’11,5%. Con l’ultima rilevazione dello scorso anno, l’Italia scende al quinto posto a livello europeo rispetto al terzo degli anni precedenti. Un trend incoraggiante ma ancora distante dalla media europea del 9,6% di abbandoni dopo la licenzia media, e dall’obiettivo del 9% fissato nel Quadro strategico sull’istruzione e la formazione 2021-2030. Ma i numeri da soli, almeno in Italia, non bastano a comprendere un fenomeno più complesso, per il quale non esistono indicatori sufficientemente approfonditi. Basti pensare che nell’ultimo rapporto Invalsi si sottolinea la cosiddetta «dispersione scolastica implicita o nascosta», intendendo così la quota di studenti che, pur completando il ciclo di studi, non acquisisce le competenze di base necessarie. E le prime crepe affiorano già nelle classi elementari, con risultati in italiano e matematica inferiori agli anni precedenti.

Il problema si è acuito negli anni della pandemia, con la didattica a distanza che ha mostrato tutti i suoi limiti. Ma il recupero fatica a manifestarsi. Alle superiori, secondo il rapporto Invalsi 2023, gli studenti che in italiano hanno raggiunto almeno il livello base sono solo il 51%. Percentuale che solo nel 2019 arrivava al 64%. Ma anche restando sui numeri, il quadro nazionale è tutt’altro che uniforme. Nello specifico delle Regioni, rispetto alla media dell’11,5% di giovani tra i 18 e 24 anni che ha conseguito la sola licenzia media, molto al di sopra si collocano la Sicilia (18,8%), la Campania (16,1%), la Sardegna (14,7%), la Puglia (14,6%), e la Valle d’Aosta (13,3%). Tutte le altre Regioni restano al di sotto della media nazionale: tra l’11% e il 10,3% Piemonte, Toscana, Trentino Alto Adige, Calabria e Liguria; tra il 9,9% e il 5,3% primeggiano Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Abruzzo, Molise, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Umbria, Marche e Basilicata. Ma c’è un altro dato che emerge, e che sembra stridere con questi aspetti: l’alta percentuale di cento e lodi, cioè di voti alti, alla maturità, nelle regioni del Sud: secondo i dati pubblicati dal ministero dell’Istruzione e del Merito la scorsa settimana, in percentuale, considerando il numero di studenti per regione, le regioni che registrano il più alto numero di diplomati con lode sono la Puglia e la Calabria (con il 5,6%). Seguono l’Umbria (4,7%), il Molise e la Sicilia (entrambe con il 4,2%).

(ANSA il 12 luglio 2023) In alcune regioni del Mezzogiorno solo 1 ragazzo su 2 delle scuole medie comprende correttamente quello che legge e addirittura 2 studenti su 3 (il 35-40%) non sono capaci di leggere e comprendere un testo in inglese. E' quanto emerge dal Rapporto Invalsi 2023 presentato oggi. 

Si confermano, in parte ampliate, forti evidenze di disuguaglianza di opportunità di apprendimento nelle regioni del Mezzogiorno sia in termini di diversa capacità della scuola di attenuare l'effetto delle differenze socio-economico-culturali sia in termini di differenze tra scuole e, soprattutto, tra classi.

 (ANSA il 12 luglio 2023) Metà dei giovani che termina le scuole superiori non è in grado di comprendere quello che legge (solo il 51% degli studenti -1 punto rispetto al 2022 raggiunge almeno il livello base, con un divario tra Nord e Sud che raggiunge la quota di ben 23 punti percentuali; in Matematica il 50% degli studenti (invariato rispetto al 2022) raggiunge almeno il livello base con un divario tra le aree del Paese che raggiunge i 31 punti, anche se c'è un leggero progresso al Sud e nelle Isole. 

In Inglese il 54% degli studenti raggiunge il B2 nella prova di reading (+2% rispetto al 2022) e il 41% in quella di listening (+3% sul 2022 e + 6% dal 2019). "E' giusto dire che assistiamo ad un effetto 'long Covid', è una immagine appropriata - ha detto il presidente di Invalsi Roberto Ricci - si fatica a tornare ai livelli pre covid. Gli apprendimenti sono un continuum, se si inseriscono discontinuità questo finisce per avere un peso".

ella seconda classe delle superiori, in Italiano il 63% degli studenti (- 3 punti rispetto al 2022 e -7 punti percentuali rispetto al 2019) raggiunge almeno il livello base (dal livello 3 in su). Le differenze tra l'Italia centro-settentrionale e quella meridionale si accentuano; in Matematica il 55% degli studenti (+1 punto percentuale rispetto al 2022 e -7 punti percentuali rispetto al 2019) raggiunge almeno il livello base (dal livello 3 in su). La distanza nei risultati tra Centronord e Mezzogiorno si amplia ed è decisamente maggiore di quella riscontrata per l'Italiano.

(ANSA il 12 luglio 2023) Peggiora il rendimento degli studenti italiani: il confronto nel tempo degli esiti della scuola primaria mostra un indebolimento dei risultati in tutte le discipline sia in II che in V elementare. In II elementare i risultati di Italiano e di Matematica sono più bassi di quelli del 2019 e del 2021 e, sostanzialmente in linea con quelli del 2022. In Matematica 1 bambino su 3 non raggiunge le competenze di base nè in II nè in V. Qui i risultati del 2023 sono più bassi di quelli degli anni precedenti, compreso il 2022, in tutte le discipline, incluso l'Inglese. E' quanto emerge dal Rapporto Invalsi 2023 presentato oggi. 

Il rapporto Invalsi 2023 evidenzia una differenza dei risultati tra scuole e tra classi più accentuata nelle regioni meridionali, specie per quanto riguarda la Matematica e la prova di Listening. Ciò significa - evidenzia l'istituto Invalsi - che la scuola primaria nel Mezzogiorno fatica maggiormente a garantire uguali opportunità a tutti, con evidenti effetti negativi sui gradi scolastici successivi In seconda elementare, in Italiano circa il 69% (era il 72% nel 2022) raggiunge almeno il livello base (dalla fascia 3 in su).

Molise, Basilicata e Umbra sono le regioni con quote più elevate di allievi almeno al livello base, la Calabria e la Sicilia quelle con le quote più basse; In Matematica circa il 64% (era il 70% nel 2022) raggiunge almeno il livello base (dalla fascia 3 in su). Molise, Provincia Autonoma di Trento e Basilicata sono le regioni con quote più elevate di allievi almeno al livello base, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna quelle con le quote più basse. In V elementare in Italiano circa il 74% (era l'80% nel 2022) raggiunge almeno il livello base (dalla fascia 3 in su). Molise, Umbria, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia sono le regioni con quote più elevate di allievi almeno al livello base, la Sicilia è quella con la quota più bassa; in Matematica circa il 63% (era il 66% nel 2022) raggiunge almeno il livello base (dalla fascia 3 in su).

Umbria, Molise, Provincia Autonoma di Trento e Friuli-Venezia Giulia sono le regioni con quote più elevate di allievi almeno al livello base, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna quelle con le quote più basse; anche i risultati d'Inglese sono in calo rispetto al 2022. L' 87% (era il 94% nel 2022) degli allievi raggiunge il prescritto livello A1 del Qcer nella prova di lettura (reading), mentre nella prova di ascolto (listening) è l'81% di allievi (erano l'85% nel 2022) a raggiungere il prescritto livello A1. Calabria, Sicilia e Sardegna sono le regioni con le quote più elevate di allievi che non raggiungono il livello A1 sia nella prova di Reading sia in quella di Listening.

Cosa dicono i dati INVALSI e perché preoccuparsene. Marcello Bramati su Panorama il 14 Luglio 2023

Sono stati pubblicati i dati INVALSI per le scuole di ogni ordine e grado: il quadro è generalmente costante e sconfortante. Ecco cosa dicono davvero e cosa bisognerebbe fare prima che sia troppo tardi

I dati INVALSI certificano una volta di più che la scuola italiana vive una crisi profonda e che presenta caratteristiche ben determinate. La prima è il peggioramento dei livelli di apprendimento man mano che si avanza con il ciclo di istruzione. Insomma, la scuola, procedendo anno dopo anno, perde pezzi, rallenta lo sviluppo delle competenze e delle conoscenze di chi la frequenta, dai primi anni fino ai dati sconcertanti che riguardano gli studenti a un passo dalla maturità che sanno comprendere a fatica un testo in lingua italiana e sono scarsi in matematica. I dati riferiscono questo. Il secondo elemento lampante è che l’Italia è spaccata in due, come ha chiarito anche il ministro Giuseppe Valditara commentando l’aggiornamento INVALSI. La scuola non riesci ad essere un elemento di riscatto sociale, anzi accresce il divario tra le aree sviluppate e quelle svantaggiate, adeguandosi totalmente all’ambiente di cui fa parte e venendo meno a uno dei suoi ruoli sociali più strategici, vale a dire garantire pari opportunità e un’istruzione valida a chiunque la frequenti. E così Nord e Sud a due velocità, centro e periferia a due velocità e via così. I dati riferiscono questo. Ancora, numeri, indicatori e risultati stupiscono per la loro costanza. Nell’Italia post-covid i livelli di apprendimento si sono abbassati ulteriormente e si sono stabilizzati al ribasso, senza peraltro che la fine della pandemia abbia contribuito a invertire lo stato delle cose. Ecco un segnale forte da considerare: non c’è più l’emergenza sanitaria, ma i saperi non acquisiti o appresi in DaD non si stanno recuperando e sono ormai fardelli con cui una intera generazione, e non un paio di annate ormai diplomate, dovrà fare i conti. Dare la colpa al covid o alla DaD è facile ma irritante e insufficiente, perché la crisi educativa è in atto da almeno vent’anni e il biennio pandemico ha solamente accelerato alcune dinamiche, senza cambiare nessuna rotta. I dati riferiscono questo. Infine, stonano ancora una volta alcuni esiti degli esami di maturità – in alcuni casi si legge di 100 e 100 e lode a pioggia - in confronto a questo quadro sconfortante, come se si trattasse di dati provenienti da studenti differenti. Ma non è così.

Che fare, quindi? Vestire i panni degli spettatori dell’affondamento annuale del Titanic non può bastare. Educatori e professionisti di ogni estrazione lo ribadiscono in ogni modo e ora ci sono anche banche dati ricolme di elementi statistici che confermano un quadro formativo, educativo e di apprendimento allarmante che presenta un analfabetismo funzionale crescente anno dopo anno. Innanzitutto occorre prendere atto di vivere in un’età di emergenza educativa: una società che si consideri sana, o comunque responsabile e che intenda guarire dai suoi mali, dovrebbe dedicare energie intellettuali e risorse economiche per venire a capo di questa situazione incresciosa in cui oggi sono impaludati i nostri figli, ma domani lo saranno coloro che rappresentano il cuore pulsante di chi costituisce il Paese socialmente, politicamente, economicamente, culturalmente. Risolvere questo baratro culturale è il tema principale di questa stagione, insieme alla questione ambientale, s’intende, e occorre fare qualcosa, anzi molto, e subito, a cominciare dai più piccoli, perché se c’è una novità da questi dati INVALSI è proprio la manifestazione della crisi sin dalla scuola primaria. La scuola non può essere l’unico ente additato come colpevole né l’unico indicato a risolvere una crisi di questa entità. Serve un patto generazionale che coinvolga famiglie, scuole, politica e l’universo degli educatori di ogni settore, ma anche chi – ad esempio – si occupa di comunicazione, trasmette messaggi, contenuti, modi e mode. Gli studenti, dai più piccoli ai più grandi, fuori da scuola sono travolti dall’uso dello smartphone. Guardatevi in giro, quando siete in pizzeria: i genitori hanno generalmente abdicato al loro ruolo educativo, rinunciando al dialogo e al gioco con i figli a cui viene affidato uno smartphone, più o meno ad accesso libero. I bambini non parlano, non osservano l’ambiente in cui vivono con il corpo e sono immersi in quello proposto dallo schermo, artificiale, visivamente iperstimolante, ma totalmente passivo. Questa generazione, privata della possibilità di annoiarsi, pensare e notare ciò che la circonda, quando va a scuola vive una situazione unica, perché viene richiesto di scrivere, di fare mente locale, di guardarsi dentro, di imparare e contare con le dita, con le mani, astraendo. E’ un discorso che vale per i piccoli e che vien buono per i ragazzi che crescono, sempre meno esposti al silenzio e quindi meno disposti a farne esperienza per pensare e per cogliere sfumature, differenze, increspature. La scuola ha le sue responsabilità, vive l’immobilismo e quando si rinnova va generalmente incontro a semplificazione e riduzionismo, come richiede la società di cui è specchio. Ripartiamo da stati generali sulla scuola e più ampiamente sull’educazione e sulla formazione di una intera generazione che merita uno stato che se ne curi, un’azione politica ampia che se ne curi, famiglie disposte alla fatica educativa per dare ai figli le migliori possibilità. Che non passano solo da una scintillante costosissima scuola che immerge nella lingua inglese, ma dal piccolo grande impegno quotidiano profuso per un libro letto, una storia raccontata, del tempo sottratto al lavoro e dedicato ai più piccoli, fino a una nuova fiducia nei confronti della scuola, ridandole ruolo e dignità. Prima di pretendere la Luna, occorre iniziare a ridare priorità alla cultura, a cominciare dal piccolo sacrificio che richiedono i compiti assegnati per casa accolti senza sbuffare e altre eroiche azioni giornaliere.

La scuola non conta. Gli undicenni somari in matematica e il poco onorevole record italiano della Dad pandemica. Carmelo Palma su L'Inkiesta il 15 Luglio 2023

L’ultima prova Invalsi mostra quanti danni ha fatto la scelta del governo Conte II di chiudere le scuole per trecentoquarantuno giorni durante la pandemia

Chissà se a qualcuno, leggendo i dati tanto prevedibili quanto terrificanti dell’ultimo Rapporto Invalsi (2023), è tornata alla mente la discussione surreale che, all’inizio di gennaio del 2022, oppose il Presidente del Consiglio Mario Draghi, deciso a riaprire le scuole malgrado il picco dei contagi, a tutto il caravanserraglio dei professionisti dell’anti-Covid: dall’Ordine dei Medici alle associazioni dei presidi, dai governatori e sindaci di ogni colore agli scienziati di qualunque risma e dottrina, tutti persuasi che quella mossa arrischiata avrebbe seppellito l’Italia, malgrado il nostro fosse un Paese in cui il numero abnorme di giorni di lockdown scolastico, accumulati dal marzo 2020, già chiaramente rappresentava un effetto o un corollario del numero abnorme di morti per Covid, non un’efficace barriera opposta alla diffusione e alle conseguenze della pandemia.

Già allora, insomma, l’Italia era il Paese che più di tutti, in Europa, aveva chiuso le scuole e instaurato un sistema di Dad generalizzata (lasciamo da parte le ossessioni reclusorie del Governo Conte II, che meriterebbero un approfondimento psico-ideologico, cui la parabola successiva di Giuseppi offrirebbe spunti interessanti) e insieme il Paese in cui di Covid si moriva come mosche, anche rispetto ad altri con analoghe caratteristiche socio-demografiche. Quindi si chiudevano le scuole non per strategia, ma per demagogia e per liturgia propiziatoria. Per non sapere cosa fare e per dimostrare che tutto, in qualche modo, si stava facendo per meritare la benevolenza del destino. E le prime vittime sacrificali chi sono state? Gli studenti.

Ci sono stati vari capipopolo – come i due inarrivabili omonimi, il campano Vincenzo De Luca e il siciliano Cateno De Luca – che sfidarono il Governo, prorogando comunque con ordinanza la chiusura delle scuole per scongiurare l’ecatombe. Persero, grazie a Dio, davanti al giudice amministrativo nella loro caccia all’untore di Palazzo Chigi.

Rimane il fatto che l’Italia ha chiuso causa Covid le scuole per complessivi trecentoquarantuno giorni mentre in Europa le chiusure sono state mediamente pari circa a un terzo e in alcuni fortunati Paesi (mediamente descritti dagli esperti italiani come irresponsabili) di pochissimi giorni. E chissà cosa sarebbe successo se Draghi non si fosse impuntato all’inizio del 2022, scommettendo tutto sull’efficacia e diffusione della campagna vaccinale e non su quel “tutti a casa” che negli anni della pandemia ricordava sinistramente quello dell’8 settembre 1943.

L’altra faccia della medaglia di questa strategia per cui le scuole, fino alla decisione di Draghi, sono state la prima cosa a chiudere e l’ultima a riaprire è che i risultati dell’istruzione scolastica sono diventati gravemente scadenti (non che prima fossero eccellenti) e tutti i ritardi accumulati si sono consolidati (o per meglio dire cronicizzati) con il trascorrere del tempo. Prendiamo un dato esemplare dell’ultimo Rapporto Invalsi: il trentasei per cento degli alunni delle quinte elementari (classe 2012) non ha competenze sufficienti in matematica. Ci sono significative differenze tra territori, scuole e classi diverse (i divari non sono solo territoriali, ma anche socio-culturali): comunque, nel complesso, gli undicenni italiani sono somari in matematica come mai erano stati, neppure negli anni immediatamente precedenti.

Non c’è la controprova, ma non ci vuole troppa fantasia né malizia per correlare questi risultati al fatto che gli alunni che quest’anno hanno finito le elementari (cioè gli undicenni) hanno passato in classe meno dei due terzi del proprio corso di studi e hanno frequentato per il resto del tempo le lezioni a distanza, dove le differenze delle situazioni familiari (in che case vivono, con quali dispositivi telematici e quali spazi fisici disponibili, con quali sostegni emotivi e cognitivi) amplificano i divari, in buona parte irrecuperabili, nell’apprendimento.

La verità è che chiudere le scuole non è mai stata una strategia anti-Covid, ma una campagna di comunicazione, un modo per arginare il rischio del discredito e dell’impopolarità a fronte dello spappolamento della medicina territoriale e delle conseguenze di una pandemia fuori controllo. È stata la scelta ritenuta suicidariamente meno costosa e demagogicamente più spendibile (non mandiamo i bimbi a scuola così non infettano i nonni – come siamo solidali) proprio perché in Italia il tema dell’equità intergenerazionale delle politiche pubbliche non è solo negletto, ma concettualmente abolito.

Si sono chiuse le scuole più di tutti per la stessa ragione per cui anche dopo la riforma Fornero abbiamo più di tutti largheggiato nella spesa previdenziale. Per la vecchia storia per cui, in vista delle prossime elezioni, si fottano pure le prossime generazioni, che tanto non votano.

Tra le varie lezioni che il Covid c’ha impartito questa massimamente dovremmo apprendere: in società invecchiate, impaurite e demograficamente fragili, non è solo la difesa della Patria, ma anche la difesa della salute l’estremo rifugio delle canaglie politiche. Tanto stiamo diventando così scarsi in matematica da non riuscire neppure a far di conto sui danni di tutta questa delinquenza.

Estratto da leggo.it venerdì 7 luglio 2023.

Pascoli? Dipingeva quadri. Al contrario di Dalì che, invece, viene scambiato per un letterato. E chi ha scritto la Divina Commedia? Su questo punto è davvero consigliabile tapparsi le orecchie. Si è sentito davvero di tutto, quest’anno, dai ragazzi interrogati alla maturità. A raccogliere la galleria degli orrori è stato il portale skuola.net, che ha chiesto la testimonianza direttamente ai maturandi. […] 

Sarà stata colpa del caldo ma qualcuno si è mostrato decisamente confuso visto che ha assicurato alla commissione che Giovanni Pascoli era un pittore. E non si è trattato di un lapsus o di un momento di distrazione visto che lo studente è entrato nei dettagli collocando il poeta addirittura nel movimento avanguardista tedesco Die Brücke, Il Ponte.

Non è stato l’unico, un altro maturando ha invece assegnato il dipinto di Salvador Dalì “La persistenza della memoria” all’autore letterario Marcel Proust. Difficile capire come si sia arrivati a un tale scambio di persone. 

Ma non serve infatti andare a scomodare artisti stranieri, ci sono errori grossolani anche tra gli autori principali dei volumi di letteratura italiana della scuola superiore. Un esempio? L’autore della “Divina Commedia” è niente di meno che Giuseppe Garibaldi. In un colpo solo si buttano a terra due personaggi protagonisti della storia e della cultura italiana. Ma non se la prenda Dante: non va certo meglio al più recente Pirandello, visto che è stato ricordato in sede di esame per aver scritto “Uno, Nessuno e Duecentocinquantamila”. […] 

È rimasto invece raccolto in un preoccupante silenzio lo studente a cui è stato chiesto: «Chi è Sergio Mattarella?». Incredibile ma vero, non ha saputo rispondere. Mentre c’è stato anche chi, parlando della deportazione degli ebrei, ha spiegato che venivano rinchiusi nei «campi di concentrazione».

[…]Un’altra gaffe memorabile è quella che ha stravolto il nome dello psicanalista de “La Coscienza di Zeno” di Italo Svevo: si chiama Dottor S ma viene ricordato dal maturando con un Signor S, il “cattivo” delle storie dei “Me contro Te”, la celebre coppia di youtubers evidentemente nota al maturando. Di sicuro più della letteratura.

Maturità 2023: ecco tutti gli strafalcioni, dalla Divina Commedia di Garibaldi a Giovanni Pascoli pittore. Come ogni anno il portale Skuola.net si diverte a raccogliere le testimonianze sugli strafalcioni durante i colloqui. Anche i professori protagonisti di gaffe clamorose. Cristina Balbo su Il Giornale il 7 luglio 2023.

 La confusione dei maturandi

 La pittura, il “nemico” più grande della letteratura

 I problemi con la linea del tempo

 La Storia, una brutta “bestia” per i maturandi

 Gli errori tutti italiani, forse i peggiori

 I professori tra clamorosi errori e “delirio di onnipotenza”

Come ogni anno quando si parla di esami di maturità, che si tratti di prove scritte o orali, non mancano mai gli strafalcioni che vedono coinvolti non soltanto gli alunni, ma anche i professori che, presi da una sorta di “delirio di onnipotenza” pretendono che i candidati siano a conoscenza di alcune nozioni a volte anche fuori contesto.

La confusione dei maturandi

Anche quest’anno a raccogliere le testimonianze degli strafalcioni dei maturandi ha pensato il portale Skuola.net che, grazie ai racconti delle ragazze e dei ragazzi che sono stati protagonisti ai colloqui orali o hanno semplicemente assistito alle interrogazioni dei compagni, ci permette di avere accesso a quel calderone di errori – e orrori - che un po' per ansia, un po' per paura, un po' per tensione o anche per credenze errate i candidati fanno.

La pittura, il “nemico” più grande della letteratura

A fare da protagonista della maturità 2023 la commistione tra arte e letteratura; in particolare, un ragazzo che ha assistito all’orale di un compagno ha riferito che il collega maturando aveva la convinzione che il quadro di Salvador Dalì, La persistenza della memoria, fosse un’opera di Marcel Proust e, quindi, letteraria. Ma non è finita qui; come se non bastasse, infatti, qualcuno ha pensato bene di assicurare alla commissione d’esame che Giovanni Pascoli fosse un pittore. Semplicemente un lapsus? Assolutamente no. Lo studente ha continuato a sostenere la sua ipotesi collocando “il pittore” Giovanni Pascoli nel movimento avanguardista Die Brücke, Il Ponte, peraltro nato in Germania.

I problemi con la linea del tempo

Ad arricchire la galleria degli errori, anche le sviste cronologiche, come quelle che collocano Giacomo Leopardi tra i poeti del ‘900 (anche se il poeta dell’Infinito ha vissuto a malapena sino alla prima parte dell‘800, più precisamente 1837, l’anno della sua morte). E ancora, c’è chi ha collocato il famosissimo quadro di Giuseppe Pellizza Da Volpedo, Il Quarto Stato, nel filone realista, nonostante fosse un’opera chiave della corrente divisionista. Infine, come non citare l’alunno che ha ricondotto il superuomo di D’Annunzio alla lezione di Sigmund Freud e non, come invece è, a quella di Nietzsche. E sulla scia filosofica qualcuno ha anche sostenuto che la teoria del “noumeno” di Schopenhauer fosse figlia di quella già sviluppata da Marx (e non da Kant).

La Storia, una brutta “bestia” per i maturandi

La storia è certamente l’argomento su cui gli studenti ogni anno “si divertono” a regalare le perle più preziose. Per uno studente la strategia della “guerra lampo” (Blitzkrieg) è stata molto utilizzata nel corso della Prima Guerra Mondiale; tuttavia, ha fatto la sua comparsa soltanto nel secondo conflitto mondiale.

Orecchie ben tese anche per il maturando che ha collocato le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki dopo la fine della II Guerra Mondiale; anche in questo caso se la storia non inganna le due bombe atomiche furono uno dei fattori decisivi per lo stop all’ostilità. Qualche piccolo problemino anche in Geografia, quando un candidato ha attribuito il "New Deal” americano a Winston Churchill - premier britannico -anziché al “padre” Roosevelt. Ma al peggio non c’è mai fine: è emerso che durante il Nazismo gli ebrei venissero rinchiusi nei campi di “concentrazione”.

Gli errori tutti italiani, forse i peggiori

L’autore della Divina Commedia? Naturalmente Garibaldi; un’opera di primo piano di Pirandello? “Uno, Nessuno, Duecentocinquantamila". Potremmo dire che questo hanno sicuramente un posto assicurato nella top ten degli strafalcioni tutti italiani, come anche la poesia X Agosto” di Giovanni Pascoli che è diventata “Per Agosto”. Attenzione, però, soprattutto alla studentessa che spiegando la trama de La Coscienza di Zeno di Svevo ha confuso il “Dottor S” - lo psicanalista che aveva in cura il protagonista dell’opera - con il “Signor S”, il malefico avversario dei “Me contro Te”, gli youtuber idoli dei bambini.

I professori tra clamorosi errori e “delirio di onnipotenza”

Anche i docenti, presi dall’euforia si sono lasciati andare a delle perle. Uno in particolare che ha ribattezzato l’operazione T4 - nonché il programma di pulizia etnica ideato dai nazisti, incentrato sull’eliminazione dei disabili e dei malati incurabili - chiamandola operazione T9 e, quindi, il sistema di scrittura utilizzato da smartphone e tablet. Era chiaro che la tecnologia oggi stesse prendendo il sopravvento, ma forse non fino a questo punto. Come anticipato, in molti sono stati gli insegnanti che hanno scambiato l’esame di maturità per un quiz da prime time: “Quanti figli aveva Gustav Klimt?” ha chiesto un docente; e ancora, "Che differenza c’è tra Tokyo e Kyoto?”, “Qual è il fuso orario del Giappone?”, “Quale fiume attraversa Las Vegas?” che peraltro non è attraversata da alcun fiume. Qualche insegnante – più di uno – pare avere confuso anche i programmi tra due classi che gli erano state affidate, sottoponendo quindi agli alunni quesiti non idonei. Qualcun altro, invece, ha ben pensato di giocare al cellulare mentre il candidato sosteneva l’esame. Insomma, gli anni passano, ma su una cosa non ci saranno mai dubbi che la maturità, in un modo o in un altro, riesce sempre a sorprenderci.

Povera laurea. su Panorama il 19 Giugno 2023. Laurea Cristina Colli

In Italia si registra un calo degli stipendi reali per i laureati di primo livello e per quelli di secondo livello, rispetto all’anno precedente. E a soffrire sono di più le donne. A dirlo il rapporto AlmaLaurea

I laureati trovano lavoro in Italia, ma per guadagnare 1300 euro al mese. L’inflazione colpisce anche qui, stando al 25esimo Rapporto sul profilo e sulla condizione occupazionale dei laureati nel nostro Paese. L’indagine mostra un calo delle retribuzioni reali del 4,1% per i laureati di primo livello e del 5,1% per quelli di secondo livello, rispetto all’anno precedente. E a soffrire sono di più le donne, che hanno l’11% di probabilità in meno di trovare lavoro dopo la laurea e quando entrano nel mercato del lavoro guadagnano in media 70 euro netti in meno al mese. Partiamo dai dati positivi dell’indagine che ha coinvolto 281 mila laureati del 2022 e per la parte relativa al mercato del lavoro 670 mila laureati, analizzando i risultati raggiunti nel 2022 da chi si è laureato da uno, tre e cinque anni. Dopo il periodo difficile e con segno meno della pandemia, nel 2022 il tasso di occupazione è migliorato, tanto che si registrano i più alti livelli occupazionali dell’ultimo decennio. A un anno dalla laurea è del 75,4% per i laureati di primo livello (+0,9% sul 2021) e del 77,1% per quelli di secondo livello (+ 2,5% sul 2021). Se si guarda al mondo del lavoro di chi si è laureato nel 2017 si vede che oltre 9 su 10 laureati di primo livello lavorano (92,1%) e quasi 9 su 10 (88,7%) per quelli di secondo livello. Cosa incide sulla facilità di trovare un’occupazione dopo la tesi? I soggiorni di studio all’estero aumentano del 12,3% la possibilità di avere un lavoro entro 12 mesi dalla laurea, i tirocini fanno crescere le chance del 4,3%. Altro lato positivo riguarda il tipo di contratto. È in aumento quello a tempo indeterminato, sia per chi ha finito la laurea triennale (+4,6%) sia per la magistrale (+3,9%). Meno contratti a tempo determinato e meno attività in proprio anche per i laureati da cinque anni. Resta eredità della pandemia l’uso dello smart working, che è in calo rispetto al 2021, ma che coinvolge quasi 3 laureati di secondo livello su 10. Sono buone notizie anche i tempi con cui ci si laurea (il 62,5% lo ha fatto nei tempi previsti dagli ordinamenti), l’età della laurea che è sempre più bassa (25,6 anni) e il voto elevato (in media, 104,0 su 110). Pesano però, e non poco, la differenza di genere e le retribuzioni basse, una volta usciti dagli atenei. A un anno dalla laurea i dottori hanno l’11,7% di probabilità in più di entrare nel mondo del lavoro rispetto alle colleghe. E guadagnano in media 70 euro netti in più al mese. Ed ecco il capitolo stipendio. Le retribuzioni mensili nette sono aumentate in termini nominali nel 2022, ma è cambiato il potere d’acquisto con il boom dell’inflazione e così gli stipendi sono in calo del 4,1% per le lauree di primo livello e del 5,1% per quelle di secondo livello. Nel 2022, a un anno dalla laurea, lo stipendio per un laureato triennale è di 1332 euro e per chi ha fatto la magistrale di 1366 euro. A cinque anni dal titolo la retribuzione mensile netta è di 1.635 euro per i laureati di primo livello e a 1.697 euro per quelli di secondo livello (rispettivamente -2,4% e - 3,3% sul 2021). Forse è da cercare anche qui il motivo della fuga all’estero di tanti giovani. Basti pensare che un laureato che lavora all’estero guadagna 600 euro netti mensili in più rispetto a chi lavora nel Sud Italia. E nel nostro Paese così il mismatch (il disequilibrio tra domanda e offerta) cresce. Mancano i laureati. Secondo i dati di Unioncamere e Anpal nel 2022 il 47% dei profili richiesti dalle aziende per le assunzioni è risultato difficile da trovare, ci sono voluti mesi e non sempre la ricerca è andata a buon fine. Al primo posto mancano i laureati in indirizzo sanitario paramedico, poi quelli in ingegneria elettronica e dell’informazione, a seguire quelli in scienze matematiche, fisiche e informatiche.

Lascia gli studi un ragazzo su 6: al Sud il buco nero della scuola. Conchita Sannino su La Repubblica il 6 aprile 2023.

I dati Svimez fotografano un’Italia divisa in due: al Centro-nord il tasso di abbandoni è del 10,4%, nel Mezzogiorno del 16,6%. E a Napoli arriva a sfiorare il 23%. Una disparità che riguarda tutti i servizi, dalle mense alle palestre al tempo pieno

Dispersi, soprattutto nelle regioni del Sud, ma non solo. Invisibili, almeno fino a quando non incrociano precarietà, sfruttamento, fragilità esistenziali. In qualche caso, il reclutamento criminale. Erano 83mila i ragazzi che, alla chiusura degli scorsi scrutini, sono stati bocciati solo perché non hanno raggiunto la soglia minima delle presenze. Rischiano almeno di raddoppiare, nel 2023. È la piaga dispersione scolastica.

Lascia gli studi un ragazzo su 6 al Sud il buco nero della scuola

I dati Svimez fotografano un’Italia divisa in due: al Centro-nord il tasso di abbandoni è del 10,4%, nel Mezzogiorno del 16,6% E a Napoli arriva a sfiorare il 23%. Una disparità che riguarda tutti i servizi, dalle mense alle palestre al tempo pieno. DI CONCHITA SANNINO su La Repubblica il 6 aprile 2023.

Dispersi, soprattutto nelle regioni del Sud, ma non solo. Invisibili, almeno fino a quando non incrociano precarietà, sfruttamento, fragilità esistenziali. In qualche caso, il reclutamento criminale. Erano 83mila i ragazzi che, alla chiusura degli scorsi scrutini, sono stati bocciati solo perché non hanno raggiunto la soglia minima delle presenze. Rischiano almeno di raddoppiare, nel 2023. È la piaga dispersione scolastica. Che assegna la maglia nera al Mezzogiorno, ma ha un picco nell’area metropolitana di Napoli.

In Europa li osservano più a valle, sono Early leavers, i precoci nell’abbandono: ragazzi tra i 18 e i 24 anni con nessun titolo di studio o al massimo la licenza di scuola media, rappresentano la somma di tutte le evasioni ignorate: e oggi sono al 16,6% nel Sud Italia (a fronte del 10,4% nel Centro-Nord); quindi quasi il doppio della media del 9 in Europa. Una ferita italiana. Ma non interroga il governo come gli sbarchi, non allarma come irave party. E se la pandemia ha moltiplicato le povertà educative, il progetto di Autonomia tracciato dal ddl Calderoli rischia di sparare il colpo di grazia.

C’era una volta la pubblica istruzione che univa. Oggi, dimmi dove sei nato e saprai quale destino ti tocca. Stretta la connessione, tra i servizi che la scuola nega in alcuni territori e l’abbandono: vedi il tempo pieno, che al Sud è solo al 18 %, contro il 48 del resto del Paese. Di più: a Milano è all’80%, a Napoli solo al 20. Grandi disuguaglianze montano: gli analisti di Svimez guidati dal dg Luca Bianchi, per dire, con il manager Ernesto Albanese de l’Altra Napoli onlus,ci hanno costruito un amaro cartoon, titolo:Un Paese, due scuole.

Due ragazzini di quinta elementare, nati lo stesso giorno: uno vive in Toscana, dove l’85 % delle scuole ha una mensa, e il 75 dispone di palestra; l’altro scolaro invece sta a Napoli, con l’80% delle scuole senza il tempo pieno, e l’83 che non ha palestra. Il bimbo del Nord avrà avuto alla fine della quinta, grazie al tempo pieno, 1.226 ore di formazione, e quello del Sud solo mille. Risultato:alla fine del ciclo, il ragazzino del Meridione è in credito di un intero anno in termini di formazione, doposcuola, educazione alimentare e allo sport. In pratica: un anno di crescita che manca, il “prezzo” della Costituzione tradita. Divario che nessun Pnrr, con la sua miliardaria — e ancora astratta — potenza di fuoco potrebbe mutare, senza azioni sinergiche d’impatto (mai varate, anche da governi di sinistra). E i numeri continuano a crescere.

Quota 23% di dispersione, in media, nell’area metropolitana di Napoli, dove il Comune ha attivato una piattaforma integrata per controllare il fenomeno. Era stato siglato un anno fa anche il “Patto educativo”, ancora al palo, in verità. Il prefetto Claudio Palomba ha ripetuto spesso: «In provincia siamo a picchi del 50-60%, impressionante». E il recente dossier voluto da Ettore Acerra, Ufficio scolastico della Campania, segnala: 3.757 denunce alle due Procure per i minori per inadempienze. Bianchi, da Svimez, anticipa aRepubblica: «Il Pnrr che dedica importanti risorse all’istruzione non raggiunge l’obiettivo di colmare i divari: la priorità oggi è rafforzare il sistema soprattutto nelle aree più marginali, garantendo asili nido, tempo pieno, palestre. Da una ricerca Svimez in via di pubblicazione emerge che l’investimento per alunno del Pnrr sull’istruzione (esclusi gli asili nido) è stato pari a 903 euro nella provincia di Milano, dove il tempo pieno è assicurato al 75 % dei bambini della primaria, mentre è di 725 euro a Palermo, col tempo pieno solo al 10%». E con l’Autonomia? «C’è il rischio grave: adattare l’intensità dell’azione pubblica alla ricchezza dei territori. Quindi, più investimenti e stipendi lì dove se li possono permettere: pregiudicando la funzione principe della scuola, fare uguaglianza». Denunce, carte. «Partono le segnalazioni ai Servizi sociali e alla Procura. E poi? Poi nulla», testimonia Valeria Pirone, la dirigente che a Napoli est guida il Vittorino da Feltre, 850 alunni, dai 3 ai 14 anni. Per inciso, un’altra delle sue allieve,Chiara, è diventata mamma a 14 anni. Caso isolato? «Macché, tante».

Gli esempi positivi esistono. Ma quasi sempre partono dal basso. Proprio dall’incontro tra Fondazione Riva e salesiani (con padre Loffredo, Fondazione San Gennaro, Cometa, If, Millepiedi, Regione) è nata a Napoli nel 2019 la Scuola del Fare. «Sembrava una follia. Volevamo dare una reale prospettiva di ingresso nel mondo del lavoro a giovani che avevano mollato la scuola — spiega il presidente Antonio Riva — Oggi, 140 ragazzi frequentano. E quelli del quarto anno sono inseriti, come operatori della logistica o di officine meccaniche». E poiché il caso (non) fa strani scherzi, la scuola è intitolata a Giulia Civita Franceschi, che negli anni Venti del secolo scorso trasformò la nave Caracciolo in una innovativa scuola per 750 ragazzi. Scugnizzi che diventarono i “caracciolini”: strappati a ignoranza e povertà. Per inciso, ci pensò il fascismo a spezzare uno straordinario modello educativo che guardava al futuro.

LA STORIA «RACCONTANO UN’INTERA GENERAZIONE». La prof e i bigliettini requisiti agli studenti: «Così si copiava prima dei telefonini». Vicenza, Carla Rosati va in pensione e svuota i cassetti: «Mi sono commossa a rivedere quelle carte che avevo sequestrato anni prima». Andrea Priante su Il Corriere della Sera l’11 Gennaio 2023.

Arrotolati, infilati nei polsini o sotto l’elastico delle mutande. Scritti in fretta su fogli a righe. Oppure dettagliati e con i caratteri minuscoli che si affiancavano a grafici e tabelle in scala ridotta, che neanche un monaco amanuense avrebbe saputo fare di meglio. Quando la professoressa vicentina Carla Rosati, fresca di pensione, ha svuotato il contenuto di quel vecchio scatolone, ha avuto un tuffo al cuore. «Lo ammetto: mi sono commossa» racconta. È parte del «bottino» di quanto ha sequestrato ai suoi studenti in 39 anni di carriera come insegnante di anatomia all’istituto professionale «Fedele Lampertico» di Vicenza: decine e decine di bigliettini che utilizzavano i ragazzi degli anni Novanta e primi Duemila per copiare durante i compiti in classe. Non solo. Nello scatolone c’erano finiti anche i passatempi di quegli anni, da impegnare col compagno di banco quando la lezione si faceva noiosa: carte da gioco disegnate a mano, palloni da calcio fatti di carta appallottolata e dadi realizzati con cartoncino e nastro adesivo. E pure qualche lettera appassionata o qualche poesia (perché, a quell’età, infatuarsi della prof non è poi così strano).

«Reperti che, per quanto recenti, appartengono a un mondo che non esiste più» li definisce Rosati. «Ora gli studenti copiano da Wikipedia, con il telefonino, e durante la ricreazione passano il tempo incollati ai social oppure giocando on line, perennemente con in mano i loro apparecchi elettronici. Sono circondati dai coetanei, eppure così isolati…». Quando a settembre è andata in pensione, la prof ha portato a casa il proprio materiale scolastico. E quando, un paio di giorni fa, ha riscoperto il contenuto di quello scatolone, non ha resistito alla tentazione di scattare un paio di foto e pubblicarle sul suo profilo Facebook.

Gli studenti l’hanno inondata di messaggi

Effetto amarcord. In poche ore i suoi ex studenti l’hanno inondata di messaggi colmi di gratitudine e nostalgia: è come se in quelle immagini avessero rivisto gli anni – ricchi di emozioni e turbamenti, ma scanditi anche dalla paura di un brutto voto - della loro adolescenza. «Quelle foto raccontano una generazione lontana anni luce da quelle attuali» riflette la docente alla quale - a giudicare dalla mole di materiale «confiscato» - passando in rassegna i banchi durante i compiti in classe capitava spesso di scoprire alunni intenti a barare.

Così si evoluta l’«arte» di copiare

In qualche modo, ha potuto seguire l’evoluzione della nobile arte dello scopiazzare: dai boomer ai millennials. «I bigliettini scritti a mano si utilizzavano soprattutto fino agli anni Novanta. Scoprirli era diventato quasi un gioco tra professore e alunno: li trovavo nascosti nelle maniche, negli astucci, infilati tra le gambe. Una volta, perfino scritti sul dorso della tessera per le fotocopie» ricorda. In fondo, avevano pure una certa utilità: «Lo studente trascorreva ore a trascrivere gli appunti, riepilogando il contenuto del capitolo e qualcosa, dopo tutta quella fatica, gli rimaneva in testa. Ma poi sono arrivate le fotocopie rimpicciolite, che non richiedevano neppure lo sforzo di sintetizzare il testo. Infine, con la diffusione degli smartphone, negli ultimi anni copiare è divenuto un esercizio vuoto, superficiale: nessun impegno, massima accuratezza ma niente che possa contribuire alla formazione del ragazzo. E se un docente li pizzica a barare non può certo requisirgli lo smartphone, ché magari rischia pure una denuncia».

«Chi veniva scoperto si vergognava»

Sono cambiate anche le reazioni, quando si viene scoperti. «Ci si vergognava. C’era chi cercava una giustificazione, chi mi giurava che era la prima volta, in un paio di occasioni credo che qualche studentessa si sia perfino messa a piangere. Li intristiva il brutto voto ma, ancora di più, temevano la nota sul libretto perché avrebbe significato che i genitori li avrebbero messi in castigo». Negli ultimi anni sembra sparito il «brivido» del rischio: «Nessuna reazione – racconta la prof - i ragazzi sono talmente proiettati su loro stessi da non vedere dove sta il problema: il mondo è dei furbi e difficilmente vengono chiamati a rispondere delle loro mancanze. Mi è capitato che qualche genitore mi dicesse che, in fondo, è normale che il figlio provi a farla franca».

«La scuola di oggi non mi manca»

La scuola di oggi non le manca più di tanto. «Negli ultimi anni avevo proprio l’impressione di essere diventata vecchia perché non riuscivo più a capirli, gli studenti. Arriva il momento in cui un insegnante deve andare in pensione – conclude - lasciando spazio ai prof più giovani. Loro sì, che riescono a entrare in sintonia con i ragazzi. Con tutti quanti. Compresi quelli che copiano».

Estratto dell'articolo di Ilaria Venturi per “la Repubblica” il 19 dicembre 2022.

Quando Beatrice sentiva che le mancava l'aria, chiedeva di andare a casa prima. Anche la minima verifica, per lei, era insostenibile. L'educatore di Save the children chiamato a farle da tutor online per aiutarla in italiano all'inizio vedeva nello schermo solo una sua ciocca di capelli. La compagna Eleonora condivideva la stessa paura di non farcela. Entrambe al primo anno di un istituto superiore di Torino. Anche Polly, genitori moldavi, al secondo quadrimestre della prima media in provincia di Venezia si era bloccata: «Sono indegna». 

La lettera che preannunciava la bocciatura era già arrivata, ma dietro alle insufficienze in pagella pesava la solitudine di una ragazzina dai lunghi capelli e dall'autostima zero. Silvia è scoppiata a piangere in presidenza, istituto professionale di Firenze: «La prof in palestra favoriva l'altra squadra: l'ho insultata, non so cosa mi è preso, sono andata fuori di testa». Nomi di fantasia, storie vere. Ragazze e ragazzi sulla soglia delle aule scolastiche: basta un passo sbagliato per perderli. 

Rientrati dopo due anni di pandemia, si sono ripresentati all'appello delle medie e delle superiori più fragili, più arrabbiati. Isolati o aggressivi, meno preparati. Ed è allarme nelle scuole per una fascia grigia che rischia di andare a ingrossare le file degli abbandoni. I docenti raccontano che crescono le diagnosi di disturbo da ansia sociale, «mai viste prima certificate dalle Asl». I presidi parlano di classi prime ingestibili. 

A preoccupare sono le troppe assenze conteggiate già ora, al primo trimestre. Il segnale è arrivato a giugno di quest' anno: i bocciati per troppe assenze sono stati quasi 74mila ragazzi, oltre 67mila alle superiori. «Non scrutinabili», vuole un gergo scolastico che sa di timbro postale. Contano quanto gli abitanti di città come Asti o Caserta, ma non contano.

Nei licei e istituti tecnici e professionali si è passati dal 2,8% di studenti non scrutinati per mancata validità dell'anno scolastico nel 2018-19 al 3,1% del 2021-22, con punte intorno al 4% in Calabria, Sicilia, Marche e Puglia e il record della Sardegna al 6,2%. «Una parte di loro è destinata ad allargare il numero di chi abbandona» traduce Marco Rossi- Doria, presidente di "Con i bambini". Non ha dubbi Arduino Salatin, voce della commissione sulla dispersione scolastica dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza: «Che l'assenza sia un predittore di dispersione è fuori discussione». […]

«La pandemia ha schiacciato i bisogni famigliari verso il basso, ora l'ansia è arrivare a fine giornata e le carriere scolastiche dei figli passano in secondo piano», spiega. Chi proviene da contesti difficili è destinato ad abbandonare la scuola. «Qui bisogna agire, non dopo», insiste Colomba Punzo, preside di Ponticelli. Michele Gramazio, preside al tecnico e professionale Einaudi di Foggia, allarga le braccia: «Perdiamo il 20% di alunni nelle prime, ma cosa possiamo fare? […]

Ignoro ergo post. Il tempo in cui non sappiamo niente, ma proprio niente, e ce ne vantiamo un sacco. Guia Soncini su L'Inkiesta il 16 Novembre 2023

In passato essere ignoranti era imbarazzante ma anche più facile perché c’erano gli adulti a guidarti. Ora al posto loro ci sono TikTok e Google e i riferimenti culturali sono scomparsi

Uno dei più gravi problemi del presente – un problema dei giornali e dei consumi culturali in generale – è la smania di non escludere nessuno. Di tener dentro tutti, che già sarebbe un’istanza curiosa (escludere è il modo in cui una scelta culturale si definisce) ma diventa ridicola in un’epoca in cui il pubblico non ha nessuna voglia di far fatica.

Ricordo perfettamente la prima volta in cui ascoltai “American Pie”, brano del 1971 che è parte del canone pop (ora arriva qualcuno che mi dice che il folk non è pop) americano. Avevo ventisette anni, ero smaniosa di presente com’è congruo lo sia una ventisettenne, e ignorante com’è fisiologico sia una ventisettenne.

Però era il 2000: esistevano gli adulti. Adulti in grado di dirmi che la canzone che io scoprivo rifatta da Madonna aveva una storia che avrei dovuto conoscere, una versione più lunga che avrei dovuto ascoltare, un contesto culturale.

Era più facile essere ignoranti – non c’era Spotify, non c’era YouTube, a stento c’era Google – ma era più imbarazzante. Delle lacune ti vergognavi, ti arrabattavi a colmarle, sapevi da sempre e per sempre che non avresti mai finito di imparare e che nel mondo erano state fatte e pensate troppe cose perché tu le sapessi tutte.

Adesso, le voragini delle proprie conoscenze si rivendicano. Adesso, se fosse il 2000, io direi: eh ma non ero neanche nata, come facevo a conoscerla. Adesso, un brano di dieci anni fa – “A bocca chiusa”, di Daniele Silvestri – spunta da qualunque video ed entusiasmo d’attualità perché sta nel film di Paola Cortellesi, e dieci anni fa è come se fossero cento per il pubblico malato di presentismo che mica lo conosceva prima, mica se lo ricordava prima, mica possiamo pretendere abbia idea delle canzoni non di stagione.

Adesso, le lacune sono tali solo se possiamo farne indignazione social, e se una derelitta ventottenne in tv chiede agli ospiti come sia lavorare con un certo cantautore, ignara che quel certo cantautore è morto ventisei anni fa. Ignara come lo sono quelli a casa, che però diversamente da lei hanno davanti il telefono e quindi, forti di Google, diventano improvvisamente storici della musica.

Mi hanno aggiunta a una chat con velleità culturali. È piena di gente pagata per far funzionare l’intelletto, alcuni persino più vecchi di me (non credevo ne esistessero). Mi ha aggiunto qualcuno che non conosco e che aveva trovato il mio numero nella chat di Sgarbi e Morgan, e un giorno di questa modalità per cui le chat culturali sono i nuovi muri dei cessi degli autogrill e tutti si sentono autorizzati a usare il tuo numero dovremo parlare – ma non oggi.

L’altro giorno, in questa chat, un adulto ha linkato un articolo che riportava come Gino Paoli avesse detto che i Maneskin non li conosce ma ne sente parlare fin troppo. Il commento di questo teoricamente adulto teoricamente non analfabeta, cui davano ragione altri teoricamente adulti teoricamente non analfabeti, era: «Non so se tra 100 anni qualcuno si ricorderà fuori dall’Italia di Gino Paoli, certamente dei Maneskin si… grazie anche a questi sprezzanti giudizi…» (puntini e mancanza d’accenti come nell’originale).

Quando ho pensato che al racconto dei tic di questo secolo servisse la categoria del presentismo, non avrei mai osato immaginarne un esempio così perfetto. Pensare che a restare sarà ciò che è famoso oggi, ed è famoso per le copertine e i vestiti e senza che nessuno ne conosca una canzone che sia una; che a essere ricordato non sarà quello le cui canzoni canticchiamo da sessant’anni. Finché lo pensa un ragazzino delle medie – ma il guaio è che i ragazzini delle medie siamo diventati noialtri, fallimentare classe dirigente.

(Poi certo, «tra cent’anni» è un trucco retorico infallibile, giacché nessuno di noi sarà qui per verificare e dire «hai visto che avevi torto». Peraltro spero molto in un ventiduesimo secolo in cui i sussidiari, tra i fenomeni minchioni del secolo precedente, raccontino anche la dittatura degli stylist e come essa poteva fare e disfare fenomeni, e in quel caso i Maneskin ci starebbero benissimo).

Può essere che il Lorenzo Jovanotti che ventiseienne cantava «se io fossi capace, scriverei “Il cielo in una stanza”» fosse un eroe dell’approfondimento culturale perché conosceva una canzone di prima che nascesse? O è che all’epoca (era il 1992) eravamo consapevoli d’un’ovvietà quale il fatto che le canzoni sono la cosa più senza tempo che ci sia? Era normale che io conoscessi Battisti o persino Modugno; sarebbe normale adesso (e per alcuni fortunati ragazzini lo è) che i ventenni cantassero dei Guccini di quando persino i loro genitori non erano nati, e che non stanno nella pagina delle novità di Spotify.

Mentre sul mio telefono comparivano deliri su Gino Paoli invidioso dei Maneskin come Salieri di Mozart (l’esempio giusto sarebbe stato: come Margo Channing di Eve Harrington – ma il cinquantenne presentista ha tra i film di formazione “Amadeus” e non “Eva contro Eva”, del quale probabilmente direbbe «Eh ma non ero neanche nato»), io pensavo al libro di Zadie Smith, “L’impostore”.

Che parla d’un processo davvero avvenuto, nell’Inghilterra dell’Ottocento, e d’uno scrittore realmente vissuto e dimenticato; chi intervista l’autrice cerca disperatamente ciò che riconosce tra le righe e si esalta quando trova Charles Dickens (finalmente una cosa che so in questo cruciverba non facilitato), ma non Thackeray (perché in Italia “La fiera delle vanità” pensano sia un giornale e non un romanzo).

Nelle settimane più ricche, il libro di Zadie Smith vende trecento copie, perché nonostante sia per venirci incontro frammentato in capitoli di tre pagine ha troppi strati, troppa storia, troppi personaggi da seguire, e facciamo fatica, e non la vogliamo fare. Se solo trovassimo un modo di semplificare e tener dentro i giovani e la loro labile attenzione e i loro inesistenti riferimenti culturali. Magari, se di Zadie facessero una versione a fumetti. Magari, se di “La gatta” facesse una cover Tedua, chiunque egli sia.

Dario Fabbri ha la laurea? Lettera-fiume di Mentana: come replica a Puglisi. Il tempo il 07 settembre 2023

Qualche giorno fa l'economista Riccardo Puglisi ha posto un interrogativo al popolo di X (ex Twitter): Dario Fabbri ha laurea? Subito gli utenti hanno partecipato al dibattito. Se qualcuno ha preso le parti dell'analista geopolitico, qualcun altro gli ha puntato il dito contro e ha chiesto la verità. Oggi il professore di scienza delle finanze dell'Università degli Studi di Pavia è tornato sull'argomento pubblicando sui social una lunga lettera scritta da Enrico Mentana. Il direttore del Tg di La7 si è espresso in merito a quanto circolato su Fabbri, l'esperto di geopolitica che fin dall'inizio della guerra in Ucraina ha commentato in diretta tv gli sviluppi del conflitto.  

"Gentile professore, apprendo solo ora che nei giorni scorsi mi ha lanciato una serie di domande riguardanti Dario Fabbri e il suo titolo di studio attraverso X, fu Twitter. Mi è stata descritta la sua campagna, che non discuto ma certo non è fatta per appassionarmi: io, come saprà, a suo tempo non mi sono laureato. Interruppi l'università alla fine del 1979, quando il direttore del tg1, Emilio Rossi, mi fece sapere che mi avrebbe assunto come praticante. Anche di questo non mi sono mai pentito": questo l'esordio di Mentana. Il giornalista ha continuato: "Da 32 anni svolgo a mia volta il ruolo di direttore responsabile, dapprima nel nascente tg5 e poi nel tg La7. Non spetta certo a me giudicare se i due diversi editori abbiano fatto bene ad affidarmi la nascita del primo e il rilancio del secondo, nonostante l'assenza di un diploma di laurea. So però che ho avuto anche la fortuna di assumere molti giovani, poi affermatisi nella professione. Potrà verificare che a nessuno di loro ho mai chiesto né per chi votassero né se fossero laureati". 

L'oggetto della lettera inviata a Puglisi è stato quindi così argomentato da Mentana: "Così anche è stato - per venire alla sua "magnifica ossessione" - con Dario Fabbri, che ho conosciuto il giorno dell'invasione russa dell'Ucraina: non mi sono mai chiesto, né ho chiesto a lui, per chi votasse e se fosse laureato. E mai fino a oggi mi sono posto il problema, che per me non rileva: senza fare improponibili paragoni, il più grande divulgatore scientifico italiano, e primo animatore del debunking antibufale, Piero Angela, non era laureato. E il figlio Alberto, nel raccoglierne il testimone, ha scelto nella squadra del suo programma proprio Fabbri per il settore geopolitico". 

Mentana ha chiarito: "A Fabbri non ho chiesto per chi votasse o che cursus di studi avesse neanche quando gli ho proposto l'avventura di Domino, e nemmeno ho verificato se fosse iscritto all'ordine dei giornalisti. Da quando è nata la rivista di geopolitica, per un'ovvia misura di buon gusto, non l'ho più avuto ospite nel tg e nei programmi di cui sono conduttore, così come non ho più invitato Franco Bechis da quando ha accettato di dirigere Open". "Sperando di aver soddisfatto le curiosità sue e dei suoi interlocutori social, cosi come mi sono state sommariamente riassunte, la invito in caso di nuove impellenti ed epocali domande di questo tipo a scrivermi o a telefonarmi direttamente, come fanno tutte le persone per bene, quale che sia il loro titolo di studio. Buon lavoro", ha concluso. 

Dario Fabbri: Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Biografia. Dario Fabbri si è laureato in scienze politiche nel 2013.

Ha lavorato dal 2013 a gennaio 2022 per la rivista di geopolitica Limes, di cui è stato consigliere scientifico e coordinatore per l'America. Nel 2021 è diventato vicedirettore della Scuola di Limes. Ha collaborato con altre riviste italiane, come Gnosis, e internazionali, come Conflits, e ha firmato commenti per Italy Daily, il supplemento italiano dell'International Herald Tribune e per i quotidiani nazionali La Stampa e il Riformista. Dal 2014 al 2022 ha condotto Radio 3 Mondo, la rassegna della stampa estera di Rai Radio 3. È stato autore dei podcast Stati di tensione (Chora Media), Imperi (Rai), Grandi leader e comunità (Intesa San Paolo) e Nove Minuti (Rai). Da febbraio ad aprile 2022 ha curato Scenari, periodico di geopolitica del quotidiano Domani[9]. Ad aprile 2022, ha fondato con Enrico Mentana la rivista di geopolitica Domino di cui Fabbri è divenuto direttore editoriale, mentre Mentana ne è editore e direttore responsabile. A settembre 2022 ha fondato la Scuola di Domino di cui è direttore.

È socio della Società italiana di storia militare (SISM). Tiene seminari e conferenze in diverse università italiane e straniere. Ha tenuto corsi di geopolitica mediorientale presso la Scuola di formazione del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e di narrazione geopolitica presso la Scuola Holden di Torino e presso il master in relazioni internazionali dell'università IULM di Milano. Ha tenuto una lectio in "grammatica imperiale" all'Oriel College di Oxford e seminari in strategia e tattica delle potenze al board di Microsoft USA. Spesso è stato ospite a Rai 3 (TG3 Linea Notte, Agorà e Kilimangiaro) e LA7 (Omnibus, In onda, Piazzapulita, Atlantide e TG LA7) per commentare l’attualità internazionale. È intervenuto nel programma Noos - L'avventura della conoscenza.

Vita privata

Riguardo alla vita privata mantiene uno stretto riserbo, si sa solo che nel giugno del 2023 si è sposato.

Premi

Nel 2017 ha ricevuto il Premio Amerigo nella categoria "periodici".

Nel 2022 ha ricevuto il Premio Partenope presso il Giffoni Film Festival.

Opere

Dario Fabbri, Grandi temi della geopolitica, Edizioni Gribaudo, 2022, ISBN 88-580-4305-7.

Il laureato. Zadie Smith, Fabbri e il mondo in cui titoli e premi valgono più di tutto. Guia Soncini su L'Inkiesta il 9 Settembre 2023.

Il nuovo romanzo della più strepitosa intellettuale della mia generazione è stato stroncato da una vincitrice di Pulitzer (la più stolida a vincerlo). A Mentana è stato chiesto se l’esperto di geopolitica sia dottore. Perché ciò che conta oggi non sono le competenze, ma se hai la pergamena incorniciata

Che cos’hanno in comune Zadie Smith, forse la più strepitosa intellettuale della mia generazione, e Dario Fabbri (chiunque egli sia)? Fino all’altroieri avrei detto niente, ma poi la vita s’incarica di collegamenti mai sospettati.

“The Fraud”, il nuovo romanzo della Smith, è uscito in Inghilterra un paio di giorni fa. Sono ancora al primo capitolo e già sono pazza della vedova Touchet, che ritiene che, visto che tutti i tentativi di pronunciare il cognome del defunto marito sono ridicoli, tanto valga optare per la ridicolaggine francofona. Ma del libro parliamo poi (esce in Italia il 10 ottobre).

Prima ancora che m’arrivasse il romanzo, ne ho letto una stroncatura su Vulture, le pagine culturali del New York Magazine. Era un articolo così stolido che, se l’avessi letto qualche anno fa, avrebbe fatto barcollare tutte le mie certezze: è il New York, è un giornale di cui mi fido, com’è possibile.

Sono andata a cercare su Google l’autrice, e ho scoperto un’altra cosa che qualche anno fa mi avrebbe devastata: la tizia che lancia a Zadie Smith la vibrante accusa di, ohibò, preferire l’interpretazione psicologica a quella ideologica, questa tizia ha vinto il Pulitzer per la critica. E io ancora non sono étoile alla Scala: allora ditelo che non c’è meritocrazia.

Breve divagazione: tra le altre cose, la Pulitzer più stolida del mondo accusa Smith di ciò che secondo Keats caratterizzava la scrittura di Shakespeare, di non avere convincimenti morali inamovibili o solide opinioni (di essere un’intellettuale e non una sacerdotessa, ma tu pensa).

Mentre Keats e Smith fanno una seduta spiritica per domandarsi come sia finito questo secolo ad avere intellettuali così scarsi, a me viene in mente “Inferno”, la rilettura dantesca fatta da Claudio Giunta per Feltrinelli, e il suo elogio del padre di Proust e della sua ignavia – ma anche di questo libro parliamo poi (esce la settimana prossima).

Una volta la scoperta del Pulitzer assegnato a questa inutile compilatrice di tesine universitarie incapace di capire cosa sia un romanzo mi avrebbe devastata, perché una volta non c’erano i social. E io non avevo modo di sapere quanti Pulitzer imbecilli, grandi giornali ottusi, prestigiose istituzioni da mettersi le mani nei capelli esistessero.

Sono i social o è la vecchiaia? È che, se vivi abbastanza a lungo, incontri abbastanza medici cani e avvocati imbarazzanti da sapere che una laurea non garantisce niente? O è che i social – con le loro note biografiche in cui la gente meno è in grado di trovarsi il culo con le mani e più rimarca le proprie cattedre e dottorati – hanno scostato la tenda di Oz?

Questo è il punto in cui in genere i più stolidi tra i laureati, quelli che la loro l’hanno incorniciata e se non riconosci il valore morale del titolo di studio è perché sei invidiosa, sibilano: eh, certo, tu sei per l’università della vita. Che è una frase temibile, in questo tempo in cui tutti siamo terrorizzati di sembrare lo scemo del villaggio globale, quello che crede che nel vaccino ci sia il chip, o che Birkenau fosse una stazione termale.

Ma ovviamente la contrapposizione non è quella un po’ elementare percepita dagl’istruiti che si percepiscono colti. La questione non è: i titoli di studio sono una truffa, per strada sì che s’impara. La questione è: se non capiscono niente di niente neanche quelli che hanno studiato, figuriamoci quelli che neppure hanno studiato, com’è possibile che non ci siamo ancora estinti con questa imbecillità media, com’è possibile che non cadiamo in un tombino ogni volta che usciamo di casa, aiuto.

L’altroieri ho scritto un articolo in cui ipotizzavo che una certa risposta di Landini sul costo della vita e il costo del caffè nei bar fosse un tentativo di far chiudere Cova, a Milano, e ripopolare il Molise coi baristi licenziati. Sotto a un retweet (o come si chiama ora) dell’articolo, c’erano gli indignati commenti d’un tizio che lo accusava d’essere molto inattendibile come articolo «di analisi sociale ed economica».

Il tizio così capace di decodificare un registro comico e valutare con criteri sensati quel che legge ha ovviamente la sua brava nota biografica su Twitter (o come si chiama ora), nota che ci svela ch’egli è «prof a contratto di analisi dei media». Una volta le università erano posti ai quali ci iscrivevamo certi di trovarci gente che sapesse spiegarci il mondo. Ora sono queste botti di ferro che paghi per mandarci i tuoi figli a imparare a non saper leggere.

Certo, diranno i miei piccoli lettori, meglio analisi dei media che cardiochirurgia, meglio che gli imbecilli non facciano danni in campi seri. Questa settimana sul magazine del New York Times c’è un articolo che s’interroga sul perché gli americani non abbiano più fiducia nell’istruzione universitaria. È perché le università americane costano troppo, è per quello che in Francia si laureano di più, ipotizza l’ennesimo articolista che non capisce il mondo.

Essere costose è l’ultimo valore rimasto alle università americane (nulla di ciò che è gratis ha un valore percepito e quindi viene preso sul serio: se il professore a contratto pagasse per leggermi, ci penserebbe tre volte prima di dire scemenze; se poi dovesse pagare per commentarmi, allora sì che cominceremmo a ragionare).

Se sono le prime a declinare non è perché sono le più costose: è perché sono le prime a essersi specializzate in stronzate. Nell’articolo c’è uno schemino che dice che, rispetto a quarant’anni fa, la laurea produce meno ricchezza per chi la prende. Ettecredo: vale la pena indebitarsi coi costi della retta per i gender studies? Quanti posti di lavoro per spiegatrici di femminismo su Instagram potranno mai esserci, una volta presa la laurea da incorniciare?

E quindi, nella penultima avvincentissima polemica di Twitter (o come diavolo eccetera), quella in cui un Carneade (ovviamente con la sua brava cattedra specificata nella biografia social) chiede ossessivamente a Enrico Mentana se Dario Fabbri sia laureato, e Mentana gli risponde che non ha mai domandato i titoli di studio a nessuno, e nelle sue trasmissioni neanche si è mai rivolto a lui col vocativo «dottore» (aggiungerei: non essendo un parcheggiatore), ecco, in quest’avvincente polemica qui, io osservo incantata questa specie la cui sopravvivenza mi risulta inspiegabile.

Coloro che, in un secolo in cui la realtà s’impegna ogni giorno a dimostrare che non esistono garanzie, che sono crollati i muri e le certezze, che il mondo come lo conoscevamo è finito, coloro che in questo delirio globale restano aggrappati al Novecento come DiCaprio alla porta su cui galleggiava Kate Winslet, certi di poter sopravvivere grazie alla convinzione che i titoli cambino qualcosa, le lauree cambino qualcosa, i premi cambino qualcosa.

Coloro che del tizio che vedono alla tele non vogliono sapere se stia dicendo o no una stronzata oggi, ma se vent’anni fa sia andato con l’alloro in testa a farsi consegnare una pergamena. Coloro che, se la critica più stupida del mondo vince il Pulitzer e Zadie Smith no, si rifiutano di mettere in dubbio le loro certezze: per fare il bagno bisogna aspettare tre ore dopo mangiato, e tra due scrittrici la migliore è senz’altro quella che ha vinto il Pulitzer.

Così l'università è diventata il regno del conformismo. L'ex tempio della ricerca oggi è ormai un'istituzione ideologica al servizio delle battaglie "corrette" e "verdi". I progetti di ricerca? Tutti di sinistra. Carlo Lottieri il 20 Agosto 2023 su Il Giornale.

Qualche giorno fa, in un programma televisivo, la biologa Antonella Viola (già messasi in mostra nel biennio pandemico) s'è presa la licenza di negare credibilità scientifica ad Antonino Zichichi per le sue tesi sul cambiamento climatico. Che ne può sapere di tali questioni chi studia linfociti e membrane cellulari? Nulla, ma in questo come in altri casi probabilmente era necessario allinearsi alle parole d'ordine prevalenti. Perché uno dei tratti essenziali di chi oggi di professione fa lo studioso sta proprio nella sua vocazione a rimanere nel gregge.

Le ragioni sono note. Ogni sistema di potere poggia sul controllo della forza, ma al tempo stesso il ricorso alla violenza deve essere limitato. Per conseguire questo risultato è indispensabile che vi siano istituzioni prestigiose che legittimano lo status quo agli occhi dei cittadini. In altre parole, ogni regime politico ha bisogno di apparati ideologici al proprio servizio e oggi le università sono in larga misura proprio questo.

Nate in età medievale quali spazi di ricerca gestiti direttamente dagli studenti oppure dai docenti, nel corso dei secoli le università hanno perso in larga misura la loro indipendenza per diventare apparati statali: anche quando sono formalmente private (e questo perché ricevono fondi pubblici, pure negli Stati Uniti, e sono sottoposte a una rigida regolamentazione). È allora comprensibile che in una serie di questioni culturali e scientifiche non vi sia quasi discussione, e che anzi vi sia la metodica repressione delle voci discordanti.

Le origini di tale disastro sono remote. Nel pieno della Rivoluzione francese la Convenzione diede vita all'Institut de France, con l'idea di creare un vero «parlement du monde savant» (parlamento del mondo intellettuale). Le élites giacobine ritenevano indispensabile legare a sé artisti, letterati e scienziati, conferendo loro prestigio e prebende. Quell'operazione fu la rielaborazione di quanto già i monarchi in precedenza avevano realizzato, dato che l'Institut mise assieme accademie preesistenti: tra cui l'Académie Française (creata nel 1635 dal cardinale Richelieu, primo ministro di Luigi XIII) e l'Académie des Sciences (creata nel 1666 dal cardinale Mazzarino). Già la monarchia, d'altro canto, aveva assorbito le univer